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Urogallo.

Brasiliana

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
Sérgio Sant’Anna

Il mostro
Tre storie d’amore
traduzione di Giorgia Casara

Edizioni dell’Urogallo
Titolo originale: O Monstro, Companhia das Letras, São Paulo, 2007
1 edição 1994. 6 reimpressões
Copyright © 1994 by Sérgio Sant’Anna
By arrangement with Mertin Literarische Agentur, inh. Nicole Witt
Frankfurt | Germany

Obra publicada com o apoio do Ministério da Cultura do Brasil


Fundação Biblioteca Nacional

Opera pubblicata con il sostegno del Ministero della Cultura del Brasile
Fondazione Biblioteca Nazionale

Traduzione dal portoghese: Giorgia Casara


Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio www.absolutezero.it
Revisione della traduzione, impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-29-7

Per l’edizione italiana: copyright © 2014, Edizioni dell’Urogallo. Tut-


ti i diritti riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissa-
ti nell’accordo del 18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Con-
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novembre 2005, per la riproduzione a pagamento, a uso personale, dei libri fino
a un massimo del 15%, nell’ambito dell’art. 68, co. 3, 4 e 5 della legge 633/1944.
Edizioni dell’Urogallo, Corso Cavour, 39, i-06121 Perugia | www.urogallo.eu
Il mostro
Tre storie d’amore
a Cristina
Una lettera
Carlos,

il problema della forma di trattamento da usare nei tuoi con-


fronti ha tenuto in sospeso la stesura di questa lettera, lascian-
domi esitante, con la penna in mano, e confesso di essere arri-
vata a scrivere, all’inizio di una pagina che poi ho abbandonato,
«Carlos, amore mio». E, mentre te lo confesso, faccio un po’
comunque la furba, poiché pur assolvendomi da quest’effusione
o piccolo peccato d’espressione, allo stesso tempo non lo spreco
del tutto.
Forse ti stupirà che io mi esponga in questo modo, nono-
stante il poco tempo che abbiamo trascorso veramente insieme.
Io stessa sono turbata, perché ciò che mi ha fatto battere più
forte il cuore in quel momento è stato il fatto di abbandonarmi
all’attrazione, all’avventura. E il resto, beh, con tutta quella fret-
ta, quella paura…
Ma è bastato lasciarti perché cominciassero a crescere in me
sentimenti di ogni genere e quella notte, quando ero ormai nel
mio letto, ti ho desiderato più di prima, ti ho voluto tanto, no-
nostante fossi certa che le cose sarebbero terminate esattamente
nel momento in cui sono terminate.
Il mattino dopo, sapendo che saresti tornato a San Paolo, ho
cercato di concentrare i miei pensieri su di te, immaginandoti
sull’aereo, o dovunque poi saresti stato, per fare in modo che
lo sentissi e che anche tu rivolgessi a me i tuoi pensieri. Non
posso dire di aver ricevuto qualche misterioso segnale da parte
tua, perché questo significherebbe mentire e non voglio mentire
affatto. Ma probabilmente non sbaglio a credere che tu abbia

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Sérgio Sant’Anna

pensato, in quelle ore, a quanto è successo tra noi, poiché i viag-


gi compiuti in solitudine sono le situazioni migliori per rivivere
dei momenti intensi. Stiamo andando via, ma allo stesso tempo
siamo ancora legati al luogo e alle persone da cui ci stiamo al-
lontanando e, successivamente, soltanto a poco a poco i ricordi
e le immagini si dissolvono, mescolandosi a tanti altri. So di
dire delle ovvietà, ma è proprio così. Per me, che sono rimasta
qui, quei ricordi e quelle immagini mi rimangono accanto e
crescono.
Sia ben chiaro che non voglio scrivere la letterina nostalgica
di una maestrina di provincia, o meglio, di una ingegnerucola
sentimentale. Voglio scrivere, se è possibile, come sono andate
le cose e come sono; questo potrà spaventarti poco o tanto, ma
so di doverlo fare. Non si tratta soltanto di una cosa più forte di
me: qui c’è tutta me stessa. Mi preoccuperò soltanto, e lo faccio
per te, di non inviare questa lettera all’indirizzo di casa tua, ma
a quello della segreteria del Ministero, dato che entrambi gli
indirizzi sono disponibili presso la Prefettura. Spero non si per-
da in mezzo alla corrispondenza ufficiale. Ma anche nel caso si
perdesse… Beh, questo lo capirai più avanti.
Prima voglio parlare di come tutto è iniziato. Appena ti ho
visto ho notato che eri un uomo a modo tuo attraente, sobrio,
con qualche ruga sul viso, i capelli che iniziano a ingrigire, il
cappotto sopra la camicia sportiva; un uomo discreto ma non
sciatto, come chi non desidera essere eccessivamente notato. Poi
ho capito che non era solo ed esattamente così, perché ora non
ti vedo più come qualcuno che non sia consapevole del proprio
potere d’attrazione, ma come un uomo che esprime il suo modo
di essere attraverso l’apparenza, in primo luogo nei confronti
di se stesso, ma finendo poi per estendere questo suo modo di
essere anche agli altri, determinando la maniera in cui si devono
stabilire le relazioni. Ma non ci sarà stata forse anche un po’ di
timidezza in tutto ciò? Quella fede ben visibile sulla mano si-

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Il mostro

nistra non lasciava alcun dubbio. Curioso che dica così proprio
chi non ha rispettato nessuno di questi limiti.
Pur avendo il potere quasi vocazionale di delimitare spazi e
dettagli, prima che io potessi cogliere il primo di essi, c’è stato
– o almeno così mi sembra adesso –, nella frazione di secondo
prima di vederti veramente, più che un’impressione, il senti-
mento di una presenza che si sarebbe manifestata nel momento
in cui sei entrato nell’auditorium.
Ad ogni modo, la buona impressione è stata confermata
dal modo obiettivo e sensibile con cui hai esposto i problemi
dell’educazione nei comuni medi e piccoli. Hai parlato senza
fronzoli o sviolinate politiche su quanto il Ministero, in ciò che
era di tua competenza, aveva intenzione di realizzare qui. C’era
addirittura un certo scetticismo nel tuo tono di voce, come di
chi dice: farò ciò che sarà possibile e spero, ma senza esagerare,
che vada tutto bene.
Non ho la minima pretesa di avere l’esclusiva su di te, nel
senso che probabilmente anche altre donne ti avranno notato –
e, chissà, magari anche attratto – ma rivendico forse solo per me
la capacità di aver saputo cogliere in te quella specie di serenità
disincantata, che per alcune persone arriva solo con il passare del
tempo. E che in te si manifestava sin dalla studiata trascuratezza
con cui ti presentavi, fino al modo, quasi impercettibilmente iro-
nico, con cui esponevi il tuo pensiero confrontandoti con ciò che
di utopico è sempre presente in ogni progetto o costruzione.
Ho visto insieme a te quelle sale e quei cortili immaginari,
al cui progetto ed esecuzione avrei forse partecipato, che, per
quel momento, erano solo linee e spazi nella mente, ma che
un giorno avrebbero potuto essere occupati da bambini, molti
dei quali non ancora nati, come se anche loro non fossero altro
che concetti astratti – e questo ha a che vedere con me che non
ho avuto figli, e preferisco così – sul cui destino staremmo già
tuttavia interferendo.

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Sérgio Sant’Anna

Ho pensato: voglio stare con quest’uomo. Chiaro che non


era propriamente a causa delle linee e degli spazi.
Anche tu hai posato lo sguardo su di me più di una volta, in
un modo speciale, ma pur sempre con discrezione. Sarà stato
soltanto perché ero un’ascoltatrice attenta? Oppure era già stata
ordita la trama di una tela nella quale si poteva scegliere di es-
sere catturati o meno? E chi avrebbe fatto la parte del ragno, tu
o io? O forse il ragno stava sospeso sopra di noi?
Non mi sto dando importanza, né lo voglio fare. Pretendo,
però, che venga riconosciuta la mia iniziativa di averti guardato
con insistenza, non per uno stupido giochino di seduzione, ma
per non farti dubitare del fatto che ti volevo, in un modo che
ancora non mi era del tutto chiaro. O meglio, a non essere anco-
ra chiaro era il modo in cui tutto questo si sarebbe realizzato.
L’unico timore, lo ripeto, è quello di trasmetterti l’immagi-
ne di una donna insoddisfatta di provincia (cosa in parte vera),
che pensa ai romanzi rosa e alle riviste di gossip (che non leg-
go). Ma risulterebbe comunque divertente – e noi, che abbiamo
riso insieme al momento giusto, avremmo saputo ridere anche
di questo – un fotoromanzo che mi rappresentasse lì seduta
nell’auditorium, mentre ti contemplo in silenzio durante il tuo
intervento, con una nuvoletta come quella dei fumetti sopra la
testa e una frase del genere: «Com’è simpatico e intelligente!».
È chiaro che, nella prima impressione che abbiamo di una
persona dalla quale ci sentiamo attratti, mettiamo, in modo qua-
si arbitrario, molto di noi stessi, delle nostre fantasie. In questo
modo costruiamo l’altro sulla base dei nostri sentimenti e desi-
deri. Ma, in questo caso, sento di non essermi lasciata illudere,
anzi, c’è in me un lato molto “concreto”.
Come puoi vedere, sono abbastanza razionale per osservare
i miei sentimenti a una certa distanza, in modo da isolarli. Nel
frattempo li seguo. E con loro creo nuove costruzioni. Più che
darmi il piacere vagamente insoddisfacente della pura imma-

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Il mostro

ginazione, li considero invece come opere che ho bisogno di


costruire.
Così posso ricostruire il momento in cui ci presentarono uf-
ficialmente, collocandolo non più nel Centro culturale e sporti-
vo della Prefettura, bensì in uno di quei vecchi casolari, quelli di
campagna, dove venivamo invitati entrambi come ospiti per il
fine settimana, senza però esserci conosciuti prima. Al secondo
piano c’erano le camere per gli invitati e noi, per caso, apriva-
mo nello stesso istante la porta delle nostre rispettive stanze.
Io ti guardavo, tu mi guardavi, sorridevamo e camminavamo
l’uno incontro all’altra. Ma, invece di presentarci in modo con-
venzionale, ci abbracciavamo, commossi, come un uomo e una
donna che si conoscono da molto tempo. O, meglio, un uomo
e una donna che hanno la forte sensazione di conoscersi da
molto tempo ma che, in realtà, si sono incontrati soltanto ora.
E uno di noi due, non importa chi abbia preso l’iniziativa, sen-
za dire una parola conduceva l’altro nella propria stanza, e qui
ci abbracciavamo e accarezzavamo, fino a possederci, sempre
senza dire nulla, per lo meno senza quelle parole che aiutano
a spiegare o a comprendere le cose, ma usando soltanto quelle
che si pronunciano nel momento dell’amore, incluse le belle e
rudi parole della sessualità, come quelle che ci siamo scambiati
quando ci siamo conosciuti intimamente.
Da quel momento – nonostante io abbia immaginato una
camera con un letto grande e i mobili di una bella casa di cam-
pagna, o il paesaggio all’esterno con i suoni del tardo pomerig-
gio – prima di poter seguire il corso di qualche altra storia, do-
vevo trattenermi con alcuni invitati che ci attendevano a tavola
per cena, e per questo preferisco tornare alla storia vera.
In questa storia ho dovuto lottare e non me ne vergogno,
poiché se non fosse successo in quel momento non sarebbe
successo mai più. Ma dato che non voglio essere presuntuosa,
anche per non ferire il mio orgoglio, non voglio supporre che

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Sérgio Sant’Anna

tu sia uscito in cortile di proposito con il pretesto di fumare di


modo che io potessi seguirti, mentre le “autorità” del comune
si pavoneggiavano durante quel cocktail ridicolo e provviden-
ziale.
Quanto a me, devi aver capito subito che non fumo, dal modo
in cui tenevo in mano la sigaretta che ti avevo chiesto. Ad ogni
modo io ero l’ingegnerea e parlare più dettagliatamente con te
dei lavori era una cosa più che logica.
Mi ritrovo ad accendere un’altra sigaretta mentre scrivo, pre-
sa da un pacchetto che ho deciso di comprare per questa notte.
Non sarà proprio così che comincia un vizio? Fumo questa siga-
retta, non soltanto perché mi lega ai momenti in cui siamo stati
insieme in cortile e in macchina, ma anche perché mi riporta ad
altri momenti, quando ero ancora poco più che una bambina e
fumare era una trasgressione eccitante, un rito di passaggio di
una bambina che sta diventando donna che mi faceva tremare
le gambe così come tremano in questo momento.
Nonostante tutto, non posso affermare di aver premeditato
quello che poi successe. Diciamo che era soltanto un desiderio
custodito dentro di me, sul punto di manifestarsi, ma che io non
ero ancora in grado di distinguere con chiarezza. Quando ci ha
raggiunti il prefetto, di sicuro politicamente ingelosito dalla no-
stra conversazione privata, dicendo che l’autista ti stava aspet-
tando per portarti in hotel e poi a casa sua per la cena, quella
bugia uscì dalla mia bocca come una verità assoluta: avevamo
deciso che ti avrei portato io con la mia auto. E, a giudicare dal
modo rapido con cui hai confermato che saresti venuto con me,
lasciando il prefetto incapace di qualsiasi interferenza, anche se
l’avessi fatto soltanto per evitarmi imbarazzi, si può dire che,
pur essendo io a condurre il gioco, tu ti sei lasciato certamente
portare.
Ciò nonostante non direi che fosse già stato tracciato un
piano, ma che esso veniva tracciato ad ogni passo. Forse fino a

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Il mostro

quel momento mi rendevo conto soltanto della voglia di averti


ancora un po’ con me.
Spesso, guidando da queste parti, sono stata catturata dal
desiderio, al quale a volte mi sono abbandonata, di andare in-
differentemente in una direzione o in un’altra, seguendo i miei
impulsi. E così mi capitava di andare lontano, come se stessi
partendo, e a volte sentivo che non sarei più tornata, in tutti i
sensi. Non perché avessi qualcosa in particolare contro la città,
ma semplicemente per il desiderio di abbandonarmi, allonta-
nandomi sempre di più. E, non essendo questa una città molto
grande, si arriva subito, come hai visto, in zone poco popolate o
completamente disabitate – e anche se iniziavo ad avere paura
mentre scendeva la notte, in quella paura c’era quasi un piacere
e un desiderio.
Posso dire che durante il nostro percorso verso il centro della
città sono stata assalita da un impulso simile, con la differenza
che, questa volta, non ero sola. E non c’è stato un momento in
cui io non fossi cosciente di doverti portare in orario a casa del
prefetto, poiché sarebbe stato inconcepibile e addirittura scan-
daloso non farlo. E quando ho preso bruscamente la strada la-
terale, il desiderio di allontanarmi e non avere limiti non poteva
che essere di un altro ordine e grandezza. Forse supponevo che
avremmo soltanto parlato mentre ti mostravo “il mio mondo”;
forse immaginavo qualche tipo di contatto con le mani, o qual-
che programma per dopo, per il giorno successivo, non so.
Ma quando tu, senza dire una parola, hai posato la mano
sulla mia gamba, è stato assolutamente chiaro che quello era ciò
che doveva succedere, che volevo succedesse e che avevo cercato
sin dall’inizio.
Anche perché non appena ti avevo “catturato” nella mia auto
mi ero resa conto, schiacciando i pedali per partire, di una cosa
tanto semplice quanto inusuale, vivendo dove vivo e facendo
ciò che faccio (e dalle condizioni della mia auto puoi anche

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Sérgio Sant’Anna

immaginare in che posti io finisca alle volte): avevo addosso un


vestito!
È chiaro che se io fossi “l’ingegnera”, la “donna seria”, che
tutti si potrebbero aspettare, avrei cercato di ricomporre il vesti-
to quando esso, per la posizione di guida, aveva lasciato scoperte
le gambe. Invece non ho fatto altro che ridere di me stessa, e
anche tu, sempre così serio, hai iniziato a ridere. Ma non credo
che, mentre parlavo in modo sconclusionato dei banali proble-
mi della città, tu abbia capito che ero imbarazzata ed emozio-
nata. Poiché, pur sentendomi attratta da te sin dall’inizio, fino
a quel momento non ero però consapevole di me stessa, e non
pensavo alla cosa in senso contrario, ovvero a me come donna
che potesse essere desiderata. E ora mi emoziono allo stesso
modo pensando che avevo messo il vestito per te, per il funzio-
nario del Ministero che veniva ricevuto al Centro culturale e
sportivo, e che io avevo immaginato come uno di quei burocrati
grassoni. E invece poco dopo – chi l’avrebbe detto? – mi stavo
togliendo il vestito per lui. Nello scomodo spazio di un’auto,
ma che importa? O forse anche di più: non era proprio così che
doveva andare, dato che è andata proprio così?
Sebbene tu sia un uomo, credo non sia difficile per te com-
prendere che io non ero soltanto nuda, ma mi toglievo quel
particolare vestito, di quel tessuto così leggero da farmi sentire
la pelle, che non è come togliersi un capo qualsiasi, come la tuta
da lavoro o i jeans che metto di solito quando vado in cantiere
o durante le mie scappatelle, quando posso toglierli per fare il
bagno o anche per un uomo eventualmente, ma mai così per
strada, in un impeto di passione, puoi starne certo – e con que-
sto non sto cercando di giustificarmi.
No, era un’altra cosa e non soltanto perché ero con te, senza
volerti sminuire, ma più per me stessa, per tutte le circostanze,
dal vestito nuovo che avevo comprato a San Paolo senza sapere
quando o dove l’avrei messo (ma forse non c’era già lì una specie

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Il mostro

di intenzione nascosta?), fino al fatto di toglierlo per un uomo


che di fatto non conoscevo – o che conoscevo soltanto fino al
punto di sapere che mi provocava quel desiderio e quel coraggio
di lasciarmi andare senza alcuna prudenza. Ma tutto ciò non
poteva forse accadere soltanto con un sconosciuto?
È buffo che in un’altra delle mie ricostruzioni, che forse sa-
rebbe meglio chiamare demolizione – e quanto mi piace chia-
marla così! – non mi vedevo con il vestito soltanto sgualcito,
com’era quando abbiamo finito, ma strappato, con foglie e ster-
paglie appiccicate al tessuto e alla mia pelle tumefatta, piena
di chiazze viola, graffi sanguinanti, punture d’insetto e terra
umida, tanto da non poterlo più indossare, quel vestito: l’avevo
consumato in una volta sola, insieme a una parte, una grande
parte di me stessa. E non mi importa che tu ti sia tolto i vestiti
con cura – dato che addirittura ti ho aiutato a piegarli, poiché
mi rendevo conto che non potevi tornare in hotel con le tracce
di uno scandalo che volevo portare solo su di me – perché ora
voglio ricostruire la scena non più su quel sedile di automobile
(cielo, dove si sono infilate le mie gambe!), ma fuori dall’auto,
stesi sull’erba, sulle foglie cadute e gli sterpi secchi, sentendo
lo stesso scrosciare d’acqua sulle pietre che sentivamo dall’in-
terno dell’auto – e solo io sapevo che il rumore veniva da quel
laghetto naturale ai piedi della cascata, scuro, nascosto, dove alle
volte faccio il bagno durante le mie passeggiate – dove i versi
degli animali nella notte si confondevano con i nostri gemiti,
nella solennità e nella forza di ciò che ci circondava, e di cui, in
questa ricostruzione, facevamo parte, in comunione con tutto
questo come due animali. E così, sfigurata, seminuda, guidavo
verso la città.
Forse ti meraviglierai che io utilizzi una forma così solenne
per riferirmi a un atto così primitivo come quello che c’è stato
tra noi. Un atto tanto primitivo e animalesco che a quest’ora
avresti già potuto vantartene con un amico, raccontando sem-

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Sérgio Sant’Anna

plicemente che eri andato con una. Di essere andato con l’inge-
gnere che avevi appena conosciuto nella città dov’eri andato per
lavoro. Ma non preoccuparti, perché in fin dei conti mi piace
che le cose si possano ridurre alla loro espressione più elemen-
tare.
Il punto è che, in questo caso, per me c’è da riempire anche
il vasto spazio interiore di una donna. Come un potente organo
che suona all’interno di una cattedrale. Sono pretenziosa, sì. E,
nell’armonia della composizione che verrà eseguita, nella sua
preparazione, deve esistere una sintassi profonda, che può essere
spezzata all’improvviso da parole crude e volgari.
«Non è pericoloso?», hai chiesto, giustamente preoccupato
per il fatto che ci trovassimo lì, completamente indifesi, alla
mercé degli eventuali curiosi pervertiti, della polizia o di qual-
che malvivente. Perché anche in una città come questa possono
succedere certe cose.
«Scopami», ho detto soltanto, per rompere tutto il tuo gu-
scio di resistenza e di civiltà, obbligandoti, mentre mi scopavi, a
pronunciare insieme a me parole così forti che anche le persone
più volgari esiterebbero a dire o a scrivere. Parole che ora sono
irrimediabilmente parte di questa lettera.
«Di’ che hai il tuo cazzo dentro la mia fica».
«Ho il mio cazzo dentro di te», hai detto.
«Dentro la mia fica», ho insistito io, e alla fine lo hai ripetuto.
Ma perché raccontarti cose che hai vissuto e ripeterti pa-
role che hai pronunciato insieme a me? Forse pensi che tutto
questo, questa lettera, sia dovuto a qualche morboso desiderio
di eccitarmi ed eccitarti per corrispondenza, ma questo è vero
solo in parte. Perché – ed è questa la principale ragione – le cose
sembrano essere successe in questa scrittura e ricostruzione, fa-
cendosi reali e vive. Scrivo quindi per ripetere, per vivere.
«Tu sei pazza!», hai detto subito dopo.
«Sì, sono pazza», ho detto allora e lo ripeto.

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Il mostro

Appena abbiamo ripreso la strada del ritorno tu, fumando in


silenzio, tornando alla realtà, sembravi teso, probabilmente, tra
le altre cose, per il mio brusco modo di guidare in quella stretta
strada sterrata, dissestata e piena di curve, ma che io conoscevo
perfettamente. Poi ti ho detto che non sarei venuta alla cena,
indovinando un’altra tua preoccupazione.
«Se chiedessero di me, di’ che ti ho lasciato in hotel, e che
mi scuso, ma avevo mal di testa. E non preoccuparti: nessuno
ci ha visti».
Ma era chiaro che qualcuno, le donne principalmente, aven-
doci visti andare via insieme dal Centro culturale, avrebbero
cercato di scoprire nel tuo sguardo qualche indizio di quanto
poteva essere accaduto tra noi. Ma ciò che davvero conta, nel-
le convinzioni di quella gente, è che nessun fatto scandaloso o
proibito si consumi di fronte agli altri – in qualche modo sma-
scherando tutti – cosicché si possa proseguire senza imbarazzi
nel gioco delle dissimulazioni. Il prefetto, in particolare, pur fin-
gendo di dispiacersi per la mia assenza, sarebbe stato contento
perché, senza questa fastidiosa osservatrice, avrebbe continuato
più agevolmente il suo gioco politico.
Arrivata a casa, però, immaginai un posto vuoto a quella ta-
vola, seppur ricomposta all’ultimo minuto, nella quale mi ve-
devo presente, compiacendomi di questo pensiero: sapevo, per
quanto tu desiderassi liberarti di me, di essere ancora incollata
alla tua mente e al tuo corpo. Nello stesso modo in cui tu eri in-
collato a me. Credo anzi sia saggio che gli amanti, anche quelli
che lo sono stati solo una volta, si separino subito dopo l’in-
contro per poterne veramente godere, e per quanto mi riguarda
posso dire di averlo fatto proprio alla lettera!
Quando abbiamo ripreso di nuovo l’asfalto e la macchina
poteva andare velocemente, ma con morbidezza, ti ho sentito

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Sérgio Sant’Anna

tranquillizzato e, perché non dirlo, felice. Forse per esserti tuf-


fato in un’avventura inattesa e pericolosa, uscendone incolume
e riuscendo ad assumere di nuovo il tuo ruolo all’interno del tuo
ambiente. E non ti sto criticando, perché tutti interpretiamo un
ruolo, e ciò vale anche per me, che vengo presa per pazza.
«Chi lo sa, forse un giorno ci rivedremo», hai detto mettendo
la mano sinistra, quella in cui c’è la fede, sulla mia spalla, poi-
ché ti sentivi sufficientemente sicuro per mostrarti protettivo e
capace di gestire la situazione e per permetterti addirittura la
gentilezza di prospettare un’eventualità che certamente speravi
non si concretizzasse.
Tuttavia capisco di essere sfacciata credendo di conoscere
perfettamente i tuoi sentimenti, e mi devo correggere dicendo
che mi basterebbe – e sarebbe già tanto – che tu riconosces-
si dentro di te, e magari che lo dicessi anche ad altri, di aver
posseduto, “esserti fatto”, una donna che quasi non conoscevi,
un’estranea!
«Sì, forse un giorno…», ho detto, chiedendoti di passarmi la
sigaretta per fare un tiro. «Comunque è già stato bello così».
Ma mentre ti lasciavo, per precauzione, in una strada vicina
all’hotel e ti vedevo farmi un cenno per poi darmi le spalle e
sparire dietro l’angolo, probabilmente per sempre, per me era
appena cominciata. E infatti era necessario rimanere da sola
per sentire davvero, per potermi dedicare ai miei pensieri, alle
mie costruzioni, alla scrittura, inizialmente intima e oziosa, di
questa lettera.
E se per caso dovesse accadere un altro improbabile incontro,
esso non dovrebbe mai svolgersi qui, in circostanze che ricor-
dino anche minimamente quelle che abbiamo vissuto, sovrap-
ponendosi ad esse, contaminandole e impedendo che si pro-
traggano come stanno facendo qui, nella lettera. Io costruirei
questo nuovo incontro in una stanza di hotel lì a San Paolo, ad
un’altezza tale da poter dominare la città. Forse perché le espe-

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Il mostro

rienze più assolute possono accadere soltanto in questi estremi


che ci rendono infimi e unici: in mezzo al bosco o in una città
immensa.
Mi vedrei, così, affacciata alla finestra mentre tu mi abbracci
da dietro. Non penso esattamente a una perversione, benché
non la escluda totalmente, ma ciò che davvero importa in que-
sto abbraccio è che non vi siano coinvolti visi o baci, che venga
vissuto ciascuno per sé. Vorrei, sentendo il tuo corpo sul mio,
poter assorbire le luci, fisse o in movimento, e gli antri oscuri
della città; vorrei poter mescolarmi, come prima in mezzo al
bosco, con quanto in città va oltre l’ansia o la paura, la violenza
o il piacere, mentre io, seppur minuscola là in alto, mi riempio di
tutto questo, diventando più grande, molto più grande.

Scrivo nella dépendance di casa che funge da ufficio. Per arrivare


a questa baracca, come la chiamo io, in cui a volte dormo quando
lavoro fino a tardi, è necessario attraversare parte del giardino.
Se mi avessi vista mentre lo attraversavo mi avresti considerata
una creatura ancora più strana, avendo anche le prove del tuo:
«Sei pazza!».
Quando ho deciso di venire qui ero già in camicia da notte.
Ho indossato una vestaglia e ho messo quegli assurdi scar-
poncini che si potrebbero dire “da uomo”: per attraversare il
giardino, infatti, devo calpestare l’erba, che in certi punti è
alta. E ora sono qui, in una notte senza luna, con le stelle
ben visibili, al contrario di rospi, lucertole, ragni e molto altro
ancora…
«Non avrà paura?», ti starai forse chiedendo. Sì, ho paura.
Ma non so che forza mi spinge verso questa paura e, conoscen-
do tale dettaglio, forse stai già penetrando un po’ di più nel mio
territorio, capendo meglio cosa mi abbia spinto, l’altro giorno,

23
Sérgio Sant’Anna

a portarci fino a quel punto di non ritorno, affinché succedesse


esattamente quello che è successo.
E voglio raccontarti un fatto. Un giorno, attraversando que-
sto stesso giardino, mi sono imbattuta in un serpente. Non era
la prima volta che ne vedevo uno, naturalmente, ma questo era
già pronto ad attaccare ed emetteva un sibilo roco da quella
cavità rossa che erano le sue fauci. Io mi ci trovavo a due passi e
avrei potuto tornare indietro per prendere la mia arma o chia-
mare il custode, invece, con il cuore che mi batteva forte e senza
muovere il piede, mi sono chinata lentamente a prendere una
pietra piuttosto grande. E solo quando, senza mai distogliere
gli occhi dal serpente, avevo già la pietra in mano, ho potuto
sentire per la prima volta tutto l’odio che c’è nello sguardo di un
serpente minacciato. Più che paura, ho provato orrore per l’im-
menso odio che un animale poteva provare nei miei confronti,
tanto meno se causato soltanto da un po’ di “traffico”. Ma c’era
qualcosa di più forte di me che non mi permetteva di fuggire,
e sono rimasta lì, con la pietra pronta in mano, sostenendo lo
sguardo del serpente, che alla fine si è calmato, strisciando via
fino a sparire sotto il portone sul retro. L’avevo sconfitto e avrei
potuto ucciderlo facilmente alle spalle, ma non l’ho fatto.
Forse ti sto raccontando tutto questo per impressionarti, per
sedurti con lo stesso fascino ipnotico di un serpente. Ma non
è soltanto per questo, perché le cose non hanno mai soltanto
un significato e, quanto più ne scriviamo, tanto più i sentieri
si biforcano; qualche volta vogliamo seguirli tutti e quello che
scriviamo diventa via via interminabile, fino a lasciarci total-
mente esausti.
Scrivo in compagnia del gatto che, come al solito, mi è sgu-
sciato tra le gambe mentre aprivo la porta e ora dorme già sul
“suo” cuscino. Il gatto è una grande compagnia, una presenza
rassicurante che non si fa mai ingombrante come ad esempio
quella di un cane o, perché non ammetterlo, quella di un uomo.

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Il mostro

E ora starai capendo ancora di più, molto di più, di me e del


modo in cui si è realizzato il nostro incontro. Io stessa mi com-
prendo molto di più mentre scrivo queste righe; inoltre riesco a
capire anche la ragione per cui quest’incontro poteva accadere
soltanto con qualcuno che stava per andarsene.
Qui ci sono i miei strumenti di lavoro e il mio tavolo da di-
segno. Ci sono anche un filtro per l’acqua, una vecchia poltrona,
un’amaca ed altri oggetti utili. Scrivo qui per un’abitudine tanto
radicata da farmi credere che le parole non potrebbero scaturire
se mi trovassi in un altro posto; per lo meno non lo farebbero in
maniera così ordinata.
Ma perché questa necessità di mettere ordine, perché una
lettera così lunga? Forse devo essere così ossessivamente precisa
per non dissolvermi dentro la mia solitudine – benché sia una
solitudine scelta consapevolmente – nel momento in cui le cose,
le persone, tutti gli enti e gli oggetti, gli stessi frammenti di me,
minacciano di non mantenere più alcun legame tra loro, nessu-
na consistenza, nesso o nome. Allora è necessario dare loro un
contorno, un nome, dicendo e scrivendo, ad esempio, il gatto e
il serpente. Quello è il gatto, posso svegliarlo e rotolare con lui
sul pavimento, anche se mi dovesse graffiare, invece il serpente
è mortale. Ho bisogno di ripetermelo.
Perché, nel momento in cui affrontavo il serpente e le sue
fauci orrende, mi sentivo attratta da quella cavità velenosa, come
se volessi sfregare il mio viso su di lui. Come se volessi che la
sua lingua mi toccasse o che diventasse la mia stessa lingua, e
ho dovuto ricorrere a tutto il mio autocontrollo per abbassarmi
e prendere la pietra per difendermi… o attaccare! Ma, nel mo-
mento in cui l’ho lasciato fuggire, risparmiandolo, ho avuto la
sensazione che chi stesse strisciando verso la libertà, fuggendo
da me, chi se ne stesse andando fossi in realtà io. Il sole si ri-
fletteva su una pietra lontana e ho visto il serpente e me stessa
mentre mi dissolvevo nella sua massa incandescente, costituita

25
Sérgio Sant’Anna

anch’essa di carne e sangue. E ora, nel descriverla, mi sento sol-


levata e felice per essere riuscita a dare corpo a una sensazione
così vaga. Perché tutto ciò che si pensa e si sente in un certo
modo esiste ed è necessario esprimerlo. Perciò faccio abbozzi
e progetti e scrivo una lettera come questa, oppure mi dedico a
dei calcoli astratti che si trasformano in edifici, nonostante io,
dato che sono anche architetta, aggiunga ad essi la mia imma-
ginazione e i miei desideri, costruendo una realtà che altrimenti
non esisterebbe e che non esiste quando non ti curi di lei: e se
da una parte è meraviglioso staccarsi e lasciare che le cose sem-
plicemente ci attraversino, dall’altra ci terrorizza l’idea che esse
si perdano per sempre. Per questo faccio l’ingegnere, nonostan-
te sogni frane e distruzioni che danno spazio al vuoto aprendosi
a ventaglio per ricevere nuove cose, sempre nuove cose.
Così ordino le cose e le parole – e tu hai indovinato, pur con
l’intenzione amabile di scherzare con me – perché sono paz-
za, sempre che questo aggettivo possa descrivere quanto accade
dentro di me. Forse succede lo stesso in ognuno di noi, soltanto
che alcuni si controllano e si proteggono più di altri, e così fac-
cio anch’io, proprio perché so di essere pazza.

La notte sta quasi per finire e mi sono accorta di essere stan-


ca, come se avessi già detto molto. Come se avessi percorso un
lungo cammino, o salito e disceso sentieri in mezzo al bosco e
poi nuotato nel laghetto, per infine stendermi e sentire tutto lo
sforzo compiuto. Ma ancora non è tutto.
Mi sono alzata, sono andata in bagno e, tornando, ho aper-
to la finestra e ho respirato a fondo. Quando scrivo “laghetto”,
mi riferisco anche, per non diventare eccessivamente astratta, a
quel laghetto nei pressi del quale siamo stati, sentendone scro-
sciare le acque. Nel laghetto è possibile attraversare la cascata e

26
Il mostro

nascondersi al di là di essa come dietro a un velo. Quando l’ho


fatto per la prima volta, senza che nessuno mi avesse mostrato il
passaggio, ho provato un sentimento di libertà mai sentito pri-
ma e ho percepito con sicurezza che esistono pochi luoghi come
quello, al cui interno, nel frastuono dell’acqua, una persona può
dissolversi dentro forze molto più grandi di lei.
Lì ci sono due o tre massi dove ci si può sedere e si respira
con l’acqua che cade a pochi centimetri dal viso. A volte ho de-
siderato essere un animale per il quale non esiste una differenza
tra il corpo, il cervello e tutto ciò che li circonda. Ma alla fine
ho capito che ci sarebbe stata sempre questa attenzione a impe-
dire di abbandonarmi completamente, che sarei sempre stata in
qualche modo attaccata al mio pensiero. In più, avendo subito
il colpo dovuto alla forza dell’acqua, diventavo ancora più vigile
nei confronti di me stessa, ancorché il mio io fosse un io in per-
dita, in fuga dalle cose che gli sembravano secondarie e che lo
allontanavano dal suo vero centro. Non dico che sia accaduta,
proprio lì, un’incredibile epifania tale da farmi gridare di gioia,
ma mi permetto di fare quest’affermazione, un tantino com-
plicata o addirittura affettata: quella visita alla cascata, che si
aggiungeva ad altre, fu decisiva per farmi accettare interamente
questo pensiero fisso che non mi lascia mai, questa ragione, che
aveva fatto in modo che io mi trovassi lì, nel rifugio oltre le
acque, per confrontarmi con lei. E poi avere coscienza di quello
che tutti sanno, ma a cui forse non tutti prestano attenzione:
ovvero che l’essere umano è un animale estremamente razionale
e al tempo stesso selvaggio, per quanto provi a difendersi sia da
una cosa che dall’altra. Solo l’uomo è in grado di penetrare in
acque sconosciute obbedendo a un istinto che è più della mente
che del corpo. È così, in questi momenti – nel laghetto oppure
qui dove sono, o in altre situazioni, come quella che abbiamo
vissuto insieme – che riesco ad accettare anche questa ragione
radicale e selvaggia che c’è in me, riuscendo a mescolarmi mag-

27
Sérgio Sant’Anna

giormente a tutte le altre forze. È anche questa la mia pazzia:


sono io stessa l’eremo che devo popolare, camminando contem-
poraneamente su due funi tese sull’abisso.
Ciò non mi ha impedito di desiderare varie volte che ci fos-
se qualcuno con me. Ma a chi mostrerei il mio nascondiglio,
chi non tenterebbe di impossessarsi di me o io di lui, con chi
vorrei condividere qualcosa in più del silenzio o delle parole
crude, tracciare progetti per il futuro, pensare in coppia, par-
lare e parlare? Potrebbe essere soltanto uno silenzioso e strano
com’eri tu quella sera, o come quando ho immaginato noi due
in quell’edificio a San Paolo e non mi importerebbe che tu mi
possedessi solamente come un corpo – mentre io farei lo stesso
con lui, con te – e ognuno rimanesse legato al proprio pensiero,
veloce, complesso e rudimentale, brutale e sinuoso, scambiando
soltanto frasi che servono a dire qualcosa: «vieni qui», «guarda
quella pietra», «attento a non scivolare», «andiamo via, ho fame»,
«ho voglia, stenditi» – è questa la concezione che ho dell’amore.
Come staremmo bene così!
Altre volte ho avuto la sensazione che ci fosse già qualcu-
no lì con me, qualcuno che aveva frequentato quel laghetto in
tempi in cui non esisteva ancora una civiltà in questa zona, né
esisteva, per misurare il tempo, alcun calendario che non fosse
costituito dall’intima trasformazione dei giorni e delle notti, o
delle persone stesse. Qualcuno che incontrasse una donna come
me, sola e nuda, ma che non sapesse parlare la sua stessa lin-
gua. E per entrambi tutto sarebbe stato nuovo: l’esplosione della
cascata proprio in quel laghetto, l’uno nel corpo dell’altra e un
sentimento a cui non avrebbero saputo dare un nome. Alle vol-
te penso di essere io stessa, non importa se in veste di uomo o
donna, l’essere che confluisce in quel luogo da tempi diversi per
un incontro.
Ma perché, mi chiedo ancora una volta, scrivo così tanto
cercando qualcosa di così primitivo? Forse perché, per ripetere

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Il mostro

questo percorso, incontrare di nuovo il luogo e il tempo perduti,


è necessario ricostruire il cammino delle parole, seguendo le
loro orme fino al dove diventa impossibile farlo, per riuscire
a non avere più bisogno di esse e tacere, proprio per il fatto di
averle dette. E rifare questo cammino è come percorrere il varco
tra le acque, che si può scoprire soltanto nel momento in cui
lo si attraversa. E posso addirittura chiedermi: da dove viene
questa voce con la quale parlo e scrivo, con questa pomposità
minuziosa e irritante che può invece essere di nuovo l’antica-
mera di un’espressione di altra natura, primordiale e, come ho
già detto, selvaggia; ma che è anche un semplice modo di usare
te come interlocutore, come si usa il corpo di un altro, come io
ho usato il tuo?
Ora non sono più al tavolo da disegno, ma seduta sulla vec-
chia poltrona, con i piedi scalzi appoggiati su un tavolino basso,
in modo da poter sostenere sulle gambe l’atlante rilegato su cui
scrivo.
Scrivo – nonostante gli strumenti a mia disposizione –
con questa calligrafia così regolare e armoniosa che, come la
scrittura di ciascuno, rivela molto di chi la utilizza. Nel mio
caso specifico, è svelando questo controllo, questa capacità di
organizzare meticolosamente i sentimenti e le emozioni più
estreme – come se non volessi perderne nemmeno la più pic-
cola parte – che si vede con precisione la contraddizione che
io sono, conciliata in questa lettera come accade in un’opera in
cui convivano il calcolo preciso, i desideri e le paure più oscure,
le fantasie.
Così la finestra aperta di fronte a me mi fa pensare stupida-
mente che il cielo stellato che vedo in questa notte, unica e allo
stesso tempo insignificante rispetto al tempo universale – ma
che la mia veglia lentamente diluisce e rende immensa – è la
stessa notte che si adagia su di te, mentre ti vedo addormentato
accanto a tua moglie.

29
Sérgio Sant’Anna

La finestra aperta rappresenta anche il varco da cui entrano la


paura e i pericoli, più immaginari che reali, che vengono verso di
me come se io avessi sempre bisogno di averli accanto, come ti ho
detto, per sentirmi viva. Ma è già capitato che siano entrate qui
delle tarantole mentre lavoravo. Dato che non posso concedermi
il lusso di lagnarmi, sono sempre stata costretta ad ucciderle da
sola. E quell’essere peloso che ci fa tanto orrore, quando lo schiac-
ciamo si dissolve così, senza lasciare nemmeno una carcassa. Al-
lora è così che funziona: in un momento è vita, per quanto lo sia
in modo orripilante, e il momento successivo è nulla. E scrivere di
queste cose – i ragni, il serpente, il gatto – inizia a creare in antici-
po un senso che è chiaro per me e che poi lo sarà anche per te.
Ora, a causa del sussulto provocato da questi ricordi, ho
cambiato posizione, dando di proposito un lieve calcio al gat-
to perché condividesse con me questo timore. Quell’egoista mi
ha lanciato un’occhiata sorpresa, si è alzato svogliatamente, con
l’aria di chi sembra infastidito ed è andato senza fretta verso la
finestra, raggiungendo il balcone con un salto per poi sparire
nella notte, Dio solo sa a fare cosa.
Con un balzo sono corsa alla finestra e l’ho chiusa, perché
all’improvviso ho avuto la sensazione di poter essere osservata
da occhi nascosti nella notte. E avrei spento la luce per dormire
sull’amaca, se non avessi avuto la necessità, l’ostinazione di voler
continuare questa lettera.
Prima di riprendere a scrivere ho acceso l’ultima sigaretta,
per tornare a me stessa e per liberarmi di quella stupida paura.
Mentre fumavo, sentendo tornare a poco a poco l’eccitazione
clandestina di chi non fuma abitualmente, tornavo anche un po’
a te. Non ti avevo allontanato completamente, poiché tutte le
cose che ho descritto non hanno impedito ad altri pensieri di
sovrapporsi ad esse e per tutto il tempo è stato come se tu mi
osservassi, non da fuori, ma come se fossi qui dentro, dentro di
me, come se fossi “l’altra” o “l’altro” nel laghetto.

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Il mostro

Ora sto scrivendo in una posizione più comoda, raccolta,


avvolta da una coperta leggera, con le gambe piegate sopra il
bracciolo della poltrona. L’aver nascosto la visione dell’oscurità
fuori dalla finestra ha reso ogni cosa più nitida e dettagliata,
compresa l’immagine di questa stessa notte che si adagia sopra
di me e sopra di voi. Sì, è curioso: non riesco a separarti da tua
moglie. E riesco a sentirvi tremare nel sonno, mentre entro di
soppiatto dalla finestra dell’appartamento in cui vi immagino a
San Paolo, infilandomi sotto le lenzuola, come i fantasmi che ci
sono nei sogni, la seduzione, il pericolo, la paura, il ragno!
Cedo alla tentazione di dare un volto a tua moglie: posso
vederla, mentre dorme nuda sotto le lenzuola, come una donna
matura, ma ancora giovane, dotata di una bellezza senza truc-
chi, indifesa, di una sensualità che da un estraneo non verrebbe
compresa a prima vista, ma che invece da te è stata domata. Una
donna buona, che ti tiene stretto a sé con legami solidi, reali,
che ti ama in modo calmo, distratto, con la naturalezza dell’abi-
tudine, dell’intimità, ed è forse per questo che tu la consideri
come una certezza; ma al minimo segno di dubbio tu saresti
perduto, saresti completamente distrutto dall’angoscia tipica di
quelli che solo nel momento della perdita si rendono conto del
loro attaccamento.
Una donna che è tutto ciò che io non sono e, nonostante
questo – o proprio per questo – in questa notte in cui veglio
e aleggio su di voi, è come se, per poter sentire quello che sto
sentendo nel mio corpo, chiedessi in prestito il suo corpo, unen-
domi ad esso.
Mentre la mia mano destra scrive a un ritmo e a una velo-
cità a cui il mio pensiero si deve adattare, la mano sinistra mi
accarezza e mi penetra da sotto la camicia da notte sollevata
fino a sopra le cosce; la mano sinistra che, per i destri, è la mano
che sembra di qualcun altro, la mano dell’amante. L’amante in
questo momento ha la tua pelle, il tuo viso e il tuo corpo, ma

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Sérgio Sant’Anna

è come se i tuoi tratti potessero sbiadire all’improvviso, come


se importassi soltanto io, che a mia volta posso vedermi nella
pelle di colei che immagino e disegno al tuo fianco. O ancora,
posso sbiadire io stessa, come se, oltre alla mano sinistra che mi
accarezza, fosse di qualcun altro anche la mano che scrive, in
modo automatico e quasi incosciente, questa mano che scrive
attraverso di me e costruisce me stessa.
Rimane però la presenza di un amante, di colui che sul se-
dile dell’automobile non poteva dedicarsi a quella donna con la
calma e il tempo necessari, in modo che lei, pur avendo provato
quel piacere che le donne sentono nell’essere possedute, sentisse
comunque che vi fosse ancora qualcosa di incompiuto: e l’ec-
citazione è rimasta durante tutto questo tempo, sin da quando
è stata posseduta in auto. E ora il suo desiderio si riversa sulla
fodera della poltrona e, perché esso si possa fondere ancora di
più a questa lettera, per un attimo questa donna toglie – io tolgo
– la mano sinistra dal mio sesso, dai miei peli, per inumidire il
retro del foglio di modo che la carta contenga più di queste pa-
role, più di questa calligrafia, ma contenga anche ciò che esce da
un corpo. E se per caso un giorno riceverai questa lettera, sen-
tirai una traccia di quel corpo, il suo odore, che ti potrà eccitare
come un pazzo, come quel genere di desiderio che fa sì che un
uomo o una donna abbandonino tutte le sicurezze e i rifugi per
lanciarsi in un’avventura con qualcuno. Oppure sentirai grande
ribrezzo verso questa folle, questa donna-serpente, ma che sa
anche essere languida come un gatto e come un gatto scappa
nella notte per martoriare il proprio corpo, segnandolo.
Questa donna che, come se suonasse due diverse corde,
mentre scrive si accarezza, o meglio, mentre si accarezza scrive
– aumentando il proprio delirio – facendo in modo che l’uomo
stia dentro di lei e, sotto il suo controllo, prima si muova vigo-
rosamente, riempiendo tutti i suoi spazi, poi si acquieti un poco,
mentre lei lavora lentamente con entrambe le mani e le dita.

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Il mostro

Perché, se godesse ora – o avesse goduto in auto quella sera,


o quella seguente, o questa notte, quando il suo pensiero ha co-
minciato a concentrarsi su di te – non ci sarebbe questa lettera,
oppure essa si interromperebbe in questo istante con un gemito,
un brivido, e poi il vuoto.
Ma no. È necessario che corpo e scrittura proseguano in-
sieme, intrecciati fino all’ultimo istante. È anche possibile che
questa donna, questo essere solitario e forse insaziabile, abbia la
sete e l’ambizione che il suo piacere arrivi proprio dalla lettera
stessa, che siano la sua scrittura e le sue parole a condurla – e
forse a condurre chi legge – verso un piacere che si scateni sol-
tanto all’ultima riga. O forse l’ambizione è proprio quella di
non raggiungere mai questo piacere terminale (parola che ho
scelto a proposito), facendo invece rimanere sospeso e acceso
nella lettera il desiderio riversato sui suoi fogli.
E quello che veramente importerebbe, allora, non sarebbe il
destinatario, e nemmeno l’autrice, ma la costruzione utopica, il
piacere del corpo nella ragione, la lettera nella propria indipen-
denza.

Il primo gallo ha cantato da poco, come per avvertirmi dei con-


fini della notte e del fatto che io, come Cenerentola, dovrò a
breve lasciare il castello, prima che il mio vestito da ballo, deco-
rato di arabeschi, si trasformi di nuovo in stracci.
Questo vestito, questa lettera, nel cui ricamo si vuole im-
prigionare, come nei solchi di un disco, la sinfonia dei grilli, il
pigolare timido e tormentato degli uccelli nel nido, i rospi ma-
linconici che fanno risuonare il ventre gonfio di vuoto, il sibilare
della serpe arrotolata su se stessa.
Questa lettera, questa grafia, che a volte ha scintillato nei
candelabri di un palazzo intimo e ora tremola come la fiamma

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Sérgio Sant’Anna

del moccolo di una candela, non potrà durare più di una not-
te. Gli umidi petali notturni di questo caleidoscopio si chiu-
deranno alla minima avvisaglia di sole, quando non riuscirò a
trattenere il brivido di quello che, forse sbagliando, chiamiamo
piacere, quando il viso deformato come una maschera strabuz-
zerà gli occhi preannunciando il ritorno del corpo alla propria
modesta, austera e quotidiana casa.
Prima che questo accada chiuderò ermeticamente la lettera
nella busta, mettendola dal verso in cui firmerò soltanto Bea-
triz. E stendendomi completamente esausta, ormai arresa senza
condizioni a quanto il corpo esige, ci sarà ancora un momento
in cui sentirò ancora dentro di me la lettera che è appena uscita
dalle mie viscere.
Ma subito la immaginerò già nella borsa del postino, nel de-
posito delle poste e poi in viaggio, riuscendo a pensare soltanto
a una spedizione aerea, a un volo notturno, a quando la lettera
avrà già abbandonato il suolo.
Allora ci sarà un lasso di tempo in cui la lettera avrà già
lasciato chi l’ha spedita, ma pur non avendo ancora raggiun-
to la propria destinazione. Una lettera che esisterà nella sua
scrittura e melodia, indipendentemente da qualsiasi sguardo e
udito. E resterà lì, chiusa nell’oscurità degli scatoloni della cor-
rispondenza in transito: lettere prosaiche, obblighi mondani o
commerciali, giornali, riviste, il libro di uno scrittore esordiente
che desidera dei lettori, lettere di chi gioisce dello scrivere e del
ricevere lettere, questo genere anacronistico che, per comple-
tarsi, esige un tempo, uno spazio, un’aspettativa, che renda reali
le distanze. Lettere che circolano tra il deserto delle persone, le
loro foreste, i loro grattacieli.
Lettere dalle quali si può raschiare il sudore, il sangue, il fre-
mito di chi le ha scritte: lettere attese con ansia, richiedendo
quasi tutte una risposta, lettere d’amore sentite e sincere, scritte
con una calligrafia tremolante ed errori di ortografia e altre che

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Il mostro

invece sanno creare l’artificio e l’illusione di un amore con i


virtuosismi delle parole.
Lettere che sembrano pulsare, dando prova della forza laten-
te racchiusa nelle cose segrete, negli oggetti nascosti, come la
calza di seta dell’amante, caduta dietro il cassetto dell’armadio
della fidanzata che ancora non l’ha trovata, che racchiude in
se stessa un erotismo e una sensualità indipendentemente dal
fatto che una donna la indossi di nuovo o che un uomo la veda
indossata sul suo corpo. Questa lettera.
Nessun’altra come lei trova la propria ragione di esistenza
nel suo stesso percorso, anche nel momento in cui sta lì, chiu-
sa, senza essere letta da nessuno, una mappa di me stessa, una
lettera scritta forse per nessuno, come la cascata nascosta nella
foresta che si rovescia nel suo laghetto, indipendentemente da
chi sia a dire “io”: ecco il significato che, come ho detto, anche
tu, in seguito, avresti compreso: questo, indipendentemente da
chi sia colui che io chiamo Carlos o “tu”.
Una lettera apocrifa, egoista, orgogliosa, che vorrebbe essere
un’essenza di tutte le lettere, utopica e astratta come una rossa
melodia, intonata da una donna che forse non è nemmeno inge-
gnera, forse è solo una pazza vestita di fetidi stracci nell’androne
di un manicomio che si chiama Jussura, ma che si firma Beatriz
come chi si veste da principessa per un amante inventato; che
inventa anche una cascata, una casa, una città e addirittura il
prefetto, questa pazza che forse non è nemmeno una donna,
ma un uomo solitario nella propria stanza stretta che costruisce
per sé un’amante pazza in nome della quale invia a se stesso o a
nessuno una lettera che ha la durata scritta di una notte.
Ma chiunque sia ad aprirla, vi troverà un ragno peloso che è
orrore e attrazione; il serpente nella tana al momento dell’attac-
co, il gatto nell’istante del salto.
Che questa lettera venga o meno aperta, questa donna sarà
qui con le gambe aperte per l’amante, mentre gli fa dire che sta

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Sérgio Sant’Anna

mettendo il cazzo nella sua fica, in questa pornografia come


una costruzione firmata anche dal corpo, dal sesso offerto con
l’esotico e fuggevole profumo catturato esattamente al culmine
del desiderio.

Beatriz

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