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Urogallo.

Lusitana

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
Titolo originale: A Cidade de Ulisses, Sextante Editora, Porto 2011
Copyright © Teolinda Gersão 2011
Copyright © Porto Editora 2011
First published in Portugal by Sextante Editora, 2011
The author is represented by Bookoffice
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Obra apoiada pela Direcção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portugal


Opera sovvenzionata dalla Direcção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portogallo

Traduzione dal portoghese: Alessandra Della Penna


Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio www.absolutezero.it
Revisione della traduzione, impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-21-1

Per l’edizione italiana: copyright © 2013, Edizioni dell’Urogallo. Tut-


ti i diritti riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissa-
ti nell’accordo del 18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Con-
fartigianato e c.a.s.a., Confcommercio, ora integrato dall’accordo del
novembre 2005, per la riproduzione a pagamento, a uso personale, dei libri fino
a un massimo del 15%, nell’ambito dell’art. 68, co. 3, 4 e 5 della legge 633/1944.
Edizioni dell’Urogallo, Corso Cavour, 39, i-06121 Perugia | www.urogallo.eu
Teolinda Gersão

La città di Ulisse

Edizioni dell’Urogallo
Introduzione

L’
incontro di un uomo e una donna a Lisbona, la loro
storia d’amore e la storia di entrambi, che è anche e più
di tutto la storia d’amore per una città straordinaria.
Quella città che i Romani avevano chiamato Olissipo, e per la
quale la scrittrice portoghese Teolinda Gersão compie un gran-
de atto d’amore.
Si tratta di un romanzo di lettura multipla, una città raccon-
tata cominciando da Ulisse – leggendario fondatore di Lisbona
– e continuando attraverso un percorso cronologico che arriva
fino ai nostri giorni, tra il mito e la Storia, la realtà e il desiderio,
la letteratura e le arti plastiche, il passato e il presente, il com-
plesso rapporto tra uomini e donne, la crisi civile e politica e
l’inevitabile bisogno di ripensare al mondo.
La città di Ulisse è soprattutto una storia d’amore con un fi-
nale costruttivo e felice, il racconto della passione tra due artisti
plastici, Paulo Vaz – chissà, forse un omaggio a un altro Vaz, an-
che lui intrinsecamente legato a Lisbona, Luís Vaz de Camões
– e Cecília, un amore che s’interseca con alcuni e fondamentali
episodi storici in una splendida rivisitazione della città di Li-
sbona, antica e moderna, e che, a ragione, rammenta in maniera
corretta, fedele e mai eccessiva, da un lato, il valore culturale e
sociale delle arti plastiche, e dall’altro, le preoccupazioni, i ritmi
e le angosce propri all’arte del creare.
Il libro è senz’altro frutto di una vastissima ricerca storica
e letteraria, un meraviglioso tributo a Lisbona, un ritratto che
mostra il meglio di quest’incantevole città, ricca di fascino e mi-
Alessandra Della Penna

stero, le sue strade, la sua gente, i suoi colori, senza però omettere
i suoi “peccati”. Lungi dal fare alcuna critica velata o metaforica,
l’autrice ci racconta gli errori commessi e le convulsioni politiche
di ieri e di oggi, compiendo, in questi tempi di crisi per l’Europa
e per il mondo, un pertinente intervento sociale.
Inoltre, con grande maestria, la Gersão rielabora il mito
di Ulisse, combinando elementi della mitologia greca con le
proprie creazioni letterarie e tessendo così un’elaborata rete di
simboli e significati, che ha come punto di partenza simbolico
il mito dell’Antichità Classica. La leggenda funziona da forza
motrice creativa dell’opera, la quale a sua volta si mostra come
un’attualizzazione del mito, dove i grandi temi letterari del viag-
gio, del ritorno a casa, della sfida, della tempesta, del conforto,
dell’ignoto, dell’amore e dei vestigi delle antiche civiltà lasciati
nell’occidente europeo reggono questa rete di significati.
Il passaggio di Ulisse in Portogallo è uno dei temi del ro-
manzo nella misura in cui “La città di Ulisse” è il titolo scelto
dai protagonisti per un’esposizione su Lisbona progettata da
entrambi, che inevitabilmente conferirà alla coppia una mag-
giore libertà artistica per abbordare la città nella maniera che
più converrà loro. La rivisitazione si compie attraverso riflessio-
ni e ricordi del narratore-protagonista che recupera esperienze
sentimentali e momenti di vita vissuta a Lisbona a partire dagli
anni Settanta, cosicché la storia della città si confonde magica-
mente tanto con la storia personale dei protagonisti, tanto col
mito omerico.
La città di Ulisse, dunque, modernizza il mito della fondazio-
ne di Lisbona, in una prospettiva in cui Ulisse rappresenta una
presenza preponderante dell’immaginario artistico e collettivo
portoghese. Del resto, la città è anche punto di partenza per
l’attualizzazione della storia d’amore tra Ulisse e Penelope, che,
trasposta nel quotidiano lusitano, prova ancora una volta il ca-
rattere universale dei grandi miti Omerici.

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Introduzione

Tuttavia, dietro questa narrativa così affascinante, dietro


quest’interessante passeggiata cronologica, dietro quest’enor-
me ricchezza culturale, e nonostante la profonda crisi che in
quest’inizio del XXI secolo interessa il mondo, è indubbio un
messaggio d’immensa fiducia verso la creatività – che sia ar-
tistica, umana o tecnica – nella risoluzione dei problemi della
società contemporanea, d’Europa e delle persone come esseri
umani, un messaggio di speranza in questi tempi d’incertezze
in cui abbiamo bisogno di un approdo per ripensare al mondo
e riscoprirlo.
In questa meravigliosa “visita guidata” di Lisbona, uno dei
migliori spettacoli è lo stile di Teolinda Gersão nelle sue pre-
ziose descrizioni di una città che conosce come nessun altro.
Celebrata nel corso della Storia da tanti cantori, poeti e scrit-
tori, Lisbona non era mai stata omaggiata con un inno d’amore
dai suoni tanto delicati come quelli che si odono nelle pagine
di questo romanzo.

Alessandra Della Penna

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La città di Ulisse
Nota introduttiva

Q
uesto libro, che dialoga deliberatamente con le arti
plastiche, si deve al mio interesse per quell’area e alle
molteplici conversazioni avute durante gli anni con i
miei amici artisti ( João Vieira è stato uno di loro e ne menziono
la memoria, poiché purtroppo non è più tra noi).
Ringrazio in modo molto speciale José Barrias: numerosi
temi dell’esposizione riportata nel Capitolo III – la seduzione
della scrittura, la zattera di Ulisse, Quase romance, la riproduzio-
ne dell’acqua immensamente azzurra, l’installazione Nostos, la
lettera al padre, che lui chiamò A imagem da sombra, sono ele-
menti dell’esposizione José Barrias etc., presentata alcuni anni fa
al CAM, che ho qui riutilizzato liberamente. Il motivo dell’Ode
Marittima riportata a mano sulla facciata della casa natia di
Fernando Pessoa è anch’esso un’idea di José Barrias, che nel
1995 l’ha trascritta sulle pareti dell’appartamento del poeta, in
Rua Coelho da Rocha, in un’installazione dal titolo: Um quarto
de página. Gli devo anche il suo appoggio incondizionato alla
stesura di questo libro, di cui è stato il primo lettore.
Desidero inoltre lasciare una parola di gratitudine a tutti
quelli che, dall’inizio fino ai nostri giorni, amarono, esplorarono,
studiarono, registrarono Lisbona. Gli autori e i libri sono così
numerosi che sarebbe impossibile elencarli tutti. Ma ai molti
che ho letto, e ai molti che non ho potuto leggere, desidero
esprimere la mia più profonda riconoscenza.

T. G.
Capitolo I
1.
Intorno a un Invito

È
stata soltanto una conversazione preliminare, in linea
generale, con domanda finale se io avessi accettato o no.
L’invito formale sarebbe arrivato dopo, nel caso in cui
avessi accettato. Ma non ho preso nessun accordo, abbiamo pat-
tuito che avrei riflettuto sulla proposta ed entro qualche giorno
avrei dato una risposta.
Eravamo nell’ufficio del direttore del Centro di Arte Mo-
derna. La segretaria, che una settimana prima mi aveva tele-
fonato per fissare la data e l’ora, ci aveva portato due caffè in
un vassoio. Attraverso la finestra potevo vedere i giardini della
Gulbenkian.
Conosco il mio interlocutore, giacché alcuni anni prima ave-
vo esposto al CAM. Dice che da una ventina d’anni sta seguen-
do la mia opera, che ammira molto, ma si tratta di una frase di
circostanza. E dopo qualche altra frase, sempre di circostanza,
va dritto al sodo:
Intende dirigere inviti a un considerevole numero di artisti
plastici, perché presentino con varie esposizioni il loro sguardo
sul paese. In una recente riunione, e attenendosi, è ovvio, al mio
curriculum, avevano pensato che la prima esposizione sarebbe
potuta essere la mia.
E se io fossi stato d’accordo, mi suggerivano che il tema fosse
Lisbona. Ovvero, il mio sguardo su alcuni aspetti di Lisbona, ha
specificato, appoggiando la tazza di caffè sul vassoio.

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Teolinda Gersão

Mi sono sentito piuttosto sorpreso, ma non ho voluto inter-


romperlo e l’ho lasciato parlare fino alla fine.
Lisbona rappresenta senza dubbio un tema inesauribile e lo
andremo pertanto a sottoporre alla considerazione anche di al-
tri artisti, ha proseguito.
Queste esposizioni, dopo essere state inaugurate, ovviamen-
te qui, e aperte al pubblico per un certo tempo, circoleranno
per vari paesi. Avrebbe gradito sapere, per il momento, se ero
interessato al progetto, ha poi concluso.
Abbiamo scambiato ancora qualche parola, ma non ho fatto
domande, né ho prolungato la conversazione. Ho promesso che
avrei pensato alla proposta e gli avrei dato una risposta nel giro
di qualche giorno.
Sono uscito dal giardino, dove ho camminato in mezzo agli
alberi. È un giardino con molto verde, quasi senza fiori. Il ver-
de è un colore tranquillizzante. Anche le linee architettoniche
del giardino. Orizzontali e verticali. Alberi e acqua. Il cielo, un
lago, macchie di cemento bordate di arbusti, e ampi spazi di
prato.
Mi sono seduto su una sedia del piccolo anfiteatro all’aperto.
C’erano altre persone lì intorno, alcuni leggevano libri o giorna-
li, coppie d’innamorati si abbracciavano, dei bambini correvano
e si rotolavano sull’erba, seguiti dallo sguardo di due o tre mam-
me sedute. Un gruppo in kimono faceva arti marziali. Sopra di
noi un aereo ha solcato il cielo, lasciando dietro di sé una scia
bianca che ci ha messo del tempo a scomparire.
Il progetto delle varie esposizioni aveva un senso. Ma per
quale motivo avrebbero dovuto essere itineranti? Vero è che per
migliaia e migliaia di persone istruite del globo, il Portogal-
lo non era sulla carta geografica, o era, al massimo, una sottile
striscia di terra davanti alla Spagna. E probabilmente Lisbona
era la più sconosciuta delle capitali d’Europa, e una delle più
sconosciute del mondo. Ma cosa volevano di preciso? Che gli

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La città di Ulisse

artisti collaborassero a dare al paese una collocazione sulla carta


geografica?
Ironia del destino, in un luogo in cui la cultura era così cro-
nicamente maltrattata.
È chiaro che io avrei potuto accettare l’invito, ho pensato
uscendo dal giardino e camminando verso Avenida António
Augusto de Aguiar, dove avevo la macchina parcheggiata.
Scegliere un punto di vista, una visione personale della città.
Solo questo. Il mio sguardo acuto e senza compiacenza. Tra-
sformare ciò che vedevo in un’opera d’arte. A volte crudele. Non
era in fondo quello che facevo sempre?
Ma in questo caso avrei rifiutato. E l’unica cosa che mi sem-
brava urgente era risolvere quantoprima la cosa.

(Ill. mo Direttore:

La ringrazio per l’invito che mi è stato indirizzato e che molto


mi lusinga, ma la informo che, a causa d’impegni già presi, non sono
disponibile a collaborare al progetto propostomi.
I miei più cordiali saluti,
Paulo Vaz).

Poche parole – quali, poco importava – e non ci avrei pensato


più.

In quel momento mi ha telefonato Sara.


«Sì, sono appena uscito dalla Gulbenkian. Poi ti racconto.
Dirò di no».

Sono entrato in macchina e sono partito in un traffico intenso


verso Graça.
È stato poco prima di urtare quasi l’auto davanti, che si era
fermata di botto al semaforo rosso, che ti ho immaginato nel-

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Teolinda Gersão

la conversazione di quella mattina al mio posto, Cecília. Molti


anni fa.
«In verità questo progetto già esiste», avresti subito detto al
direttore del CAM. «È già un po’ di tempo che io e Paulo Vaz ci
lavoriamo. Se lui sarà d’accordo, accettiamo la proposta con pia-
cere. Parlerò con Paulo e risponderemo entro qualche giorno».
E il direttore del CAM avrebbe sorriso, beato, pensando che
tutto stesse andando nel migliore dei modi. Ti proponevano
un’idea e tu rispondevi con un progetto concreto, già elaborato,
che a sentirti parlare si poteva dire quasi pronto.

Saresti venuta con il tuo entusiasmo e il tuo sorriso a raccontar-


mi della conversazione. Se ci fosse stata.
E non ti saresti sorpresa per il fatto straordinario che una
cosa a cui avevamo pensato un’infinità di volte sembrava magi-
camente aver preso corpo fuori di noi e adesso, grazie a un’isti-
tuzione credibile, voleva coinvolgerci.
Forse perché avevi sempre creduto alle cose impossibili, tutto
ciò non ti sarebbe per niente apparso insolito. Improvvisamente
ci venivano offerti tutti i mezzi, si trattava solo di mettere mano
all’opera e realizzare un vecchio progetto.

Ma, in realtà, nessuno di noi aveva mai preso sul serio quell’idea
di fare un’esposizione su Lisbona. Era un divertimento, un gio-
co privato col quale sfidavamo l’immaginazione l’uno dell’altra.
Andavamo in giro, e guardavamo la città come se ci appartenes-
se e, ispirati da essa, stessimo costruendo qualcosa.

La percorrevamo a piedi, o sulla vespa che avevo comprato di


seconda mano e che, in ripresa, faceva un rumore del diavolo
perché aveva sempre carburato male. Tu eri seduta dietro, ab-
bracciata a me, con i capelli al vento. L’immagine, o la sensa-
zione più perfetta che ho conservato della libertà, è quella di

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La città di Ulisse

accelerare con te, sentendo le tue braccia attorno al mio corpo,


mentre i tuoi capelli volavano al vento.
Poi cominciammo a usare il casco e i tuoi capelli smisero
di agitarsi al vento. Ma continuavamo a volare, per le strade di
pietra o di asfalto. Inebriati, sarebbe forse la parola adatta.
Fu così che ti disegnai in quel periodo: con un piede ancora
disteso, come se fossi appena montata dietro di me, sulla vespa
già in movimento. Eravamo entrambi di spalle, c’è della polvere
sollevata, e la tua testa accostata al mio corpo è leggermente gi-
rata su un lato, di modo che solo una parte del tuo viso è visibile.
Mentre, attorno, le strade scompaiono, oppure noi smettiamo
di vederle, concentrati sulla sensazione di velocità che in pochi
secondi raggiungiamo. E andiamo così, in sella a questa stret-
ta superficie che nelle curve s’inclina. Impegnati nel gioco del
nostro stesso equilibrio che, in giusta misura, manteniamo con
i nostri corpi.
I disegni erano soprattutto questo: il movimento e l’equili-
brio degli opposti, la tensione tra la precisione e l’eccesso.
È la prima volta che appari nei miei lavori. Ancora solo con
metà del tuo viso, al quale la velocità fa perdere i contorni.
Avresti accettato l’invito senza esitare, a condizione che io
fossi stato d’accordo.
È per questo che lo rifiuterò, poi ho detto a Sara: era un pro-
getto mio e di Cecília, e non avrebbe senso adesso realizzarlo
da solo.
«È chiaro che avrei potuto fare in un’altra maniera, comple-
tamente differente», ho pensato alcuni giorni dopo.
Ma quello che eventualmente mi avrebbe potuto interessare,
era recuperare quel progetto esistito anni addietro, riprendere
un’idea che a quel tempo avevamo avuto il buon senso di non
prendere sul serio, ma che ora, per ostinazione, io avrei preso sul
serio e così sarebbe tornata ad esistere. Un’esposizione reale, in
un mondo reale.

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Teolinda Gersão

«In realtà questo progetto già esiste, ci ho lavorato ai tempi


di Cecília Branco. Se lei sarà d’accordo, accetterò il vostro in-
vito».
È ovvio che al direttore del CAM questo non lo posso dire,
Cecília. Né posso presentare il progetto come se fosse soltanto
mio.

Tuttavia, adesso che ti ho immaginato al mio posto, che accet-


tavi, ho pensato che avrei potuto pure farlo il lavoro, ammesso
che ti avessi inclusa. «La città di Ulisse. Esposizione di Paulo
Vaz, da un progetto di Cecília Branco».
Non mi sarei appropriato d’idee tue per farle poi apparire
col mio nome, accanto a idee mie. Ti avrei senz’altro dato la
paternità del progetto, il che non è del tutto vero. Ma sareb-
be stato un modo per ricompensarti, poiché il lavoro che avrei
presentato, in fin dei conti, sarebbe stato il mio. E sarebbe stata
un’opportunità per salvare molte cose a cui avevamo pensato e
che, contrariamente, sarebbero andate perdute. Lisbon Revisited,
in una nuova versione firmata da noi.

Sarebbe stata una soluzione in apparenza facile. In apparenza,


poiché nella realtà mai niente è facile. E niente è come sembra,
come in ogni circostanza l’esperienza ci insegna.

Ill. mo Direttore,

accetto l’invito etc., augurandomi che il vostro progetto delle


esposizioni itineranti possa dimostrarsi utile per il paese, in questi
tempi di crisi, in questi maledetti tempi di crisi che stiamo vivendo.
E perché il mio lavoro in fin dei conti è questo: esporre.
Ma le ragioni per cui ho accettato sono soprattutto personali:
È la seconda volta che mi trovo di fronte all’idea di fare un’esposi-
zione su Lisbona. In genere non si ha mai una seconda opportunità,

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La città di Ulisse

la vita, quando ci va bene, si contenta di offrircene una. Per questo


la mia prima reazione durante la nostra conversazione è stata di
perplessità e di sorpresa, e d’impulso avrei rifiutato, come se la vita
mi stesse preparando un tranello.
D’altra parte, non ho dubbi che si tratti di un tranello. Qualsiasi
esposizione su Lisbona, quand’anche si limitasse ad un unico aspetto,
rappresenterebbe un progetto minato. Una città di circa trenta secoli
non può che confonderci le prospettive. Qualsiasi cosa si faccia, il
risultato non sarà altro che un work in progress, una proposta di
lavoro, o checchessia. As you like it. È un avvertimento, segnalato
e datato, per la memoria futura. Ma lei, direttore lo sa bene quanto
me, e suppongo che sia un lavoro di questo tipo che si aspetta. E poi,
se un’istituzione seria come la vostra rischia, imbarcandosi in una
tale avventura, non vi è motivo per cui non mi ci possa imbarcare
anch’io.
In verità, ho trovato il progetto insensato e non l’ho preso sul serio
fin dalla prima volta che venne in mente a me e alla donna con cui
all’epoca vivevo, nonché la persona più creativa e dotata che abbia
mai conosciuto. Per motivi non casuali, da parte sua non ci potrà es-
sere la collaborazione che a quel tempo ci fu. Ma vista l’opportunità
che ho avuto di informare il CAM in tempo utile, anche il suo nome
dovrà comparire, poiché si tratta di un progetto di entrambi.
Del resto, è questo il vero motivo che m’induce ad accettare l’invi-
to: recuperare un progetto del quale anche lei fece parte.
Un motivo, quindi, personale.
Come lei saprà, è sempre così che probabilmente nascono le opere
d’arte: da motivazioni personali, generalmente egoistiche, e per il
piacere di chi le crea, perché costui possa esercitare il suo dominio
sulla realtà, imponendole di plasmarsi a suo piacimento.
Sorrido mentre scrivo queste righe, e vedo sorridere anche lei.
Le persone entrano nelle sale espositive e vedono cose all’apparenza
obiettive. Ma i creatori sono per intero dentro ogni opera, vita, cor-
po, anima, tutto – anche se camuffati.

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Teolinda Gersão

Esporre è anche nascondersi. E, come le sarà senz’altro noto, an-


che nel dissimulare i creatori sono maestri.
Tuttavia, io non andrei ad espormi. Gli artisti espongono, ma
non si espongono. Fingono sempre.
Anche per questo, mio caro direttore, non le scriverò mai questa
lettera. Appena possibile, come ci si aspetta ed è dovuto, le invierò
solo due o tre righe convenzionali. Le dirò che la ringrazio e che ac-
cetto l’invito. Tutto il resto naturalmente rimarrà in salvo, lontano
delle sue competenze e da quelle di tutti gli altri. Non interessa a
nessuno, fuorché a me.
Le porgo i miei più cari saluti.

P. S. – (Mi sono reso conto che mancava ancora un Post-Scrip-


tum):

Accettando questa proposta andrò a creare una sorta di distanza


nei confronti di un’altra donna, di nome Sara, che per me significa
molto. Una distanza mentale, ma non direi “soltanto” mentale. Tut-
to ciò che conta nella vita avviene sempre anche al livello dell’im-
maginario. Nel bene e nel male. Perlomeno con gli artisti è così. La
pittura è cosa mentale, disse Leonardo in un altro contesto, ma si
potrebbe applicare anche a questo.
Molte delle mie opere sono state fatte partendo da una qualche
passione, le donne sono state fonte di energia o punto di partenza per
gran parte di quello che ho prodotto.
Anche questa volta sarà così. La memoria, com’è noto, è la madre
delle muse.

E adesso smetto di ironizzare con me stesso, divagando con


questa Lettera Impossibile al Direttore del CAM, lascio stare
la Gulbenkian, il CAM, il direttore, il pubblico, i critici e tutto
quanto. Monterò il cavalletto e mi metterò a lavorare.

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La città di Ulisse

Perdonami, Sara, per averti lasciato per un momento forse trop-


po lungo in secondo piano. Naturalmente sto per dirti che ho
accettato l’invito, ma farò di tutto affinché tu senta il meno pos-
sibile questa distanza che ho posto tra noi, poiché ho appena
cominciato il mio percorso pensando a un’altra donna che è
già entrata in gioco, nel mio gioco, nel nostro gioco, e so che è
di nuovo disposta a giocarlo con me. Dal principio. Un gioco
comincia sempre dal principio.

La prima volta che ti vidi, Cecília, fu in un’aula dell’università.


All’epoca ero una specie di assistente di una cattedra del primo
anno. In verità, mai mi sono sentito un tuo professore, il ruolo
di maestro non mi si confaceva, anche perché non avrei mai vo-
luto fare il professore, già allora volevo essere un artista a tempo
pieno. Le lezioni erano un’occupazione secondaria e momenta-
nea, per guadagnare qualcosa. Appena possibile, le avrei abban-
donate. Ma tu questo non lo sapevi, non sapevi niente di me,
né io di te, e intanto stavamo lì, tu ed io, per quel breve periodo,
nelle vesti di professore e di alunna.
Era così che tre volte alla settimana io potevo guardarti se-
duta al tuo banco, prendere appunti di quello che dicevo (i tuoi
quadernetti, già allora piccoli!). Oppure guardavi verso di me e
non scrivevi niente, come se fossi tu il maestro che mi esami-
nava. Avevo superato il tuo esame? Mi chiedevo passeggiando
verso la cattedra, dietro la quale improvvisamente mi sentivo
più sicuro, e dove potevo consultare la scaletta scritta della mia
lezione. Ma davanti a te non era la lezione ad essere esposta: ero
io. Avresti potuto vedere (esaminare, valutare) il colore dei miei
occhi, la forma del naso e delle orecchie, gli occhiali, le mani,
l’abito che indossavo e, se io fossi rimasto sufficientemente vi-
cino alla prima fila dove tu sedevi, avresti potuto sentire l’odore
del dopobarba che mi ero messo al mattino. Mi avresti potuto
accettare o rifiutare. Ma intanto io mi ero spostato dietro la cat-

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Teolinda Gersão

tedra, da dove non avresti potuto sentire l’odore del mio corpo, e
da dove il colore dei miei occhi, dietro gli occhiali, non sarebbe
stato nitido.
Infilai la mano destra in una delle tasche e l’altra l’appoggiai
sugli appunti, poiché mi accorsi di parlare anche con le mani e
tu, forse involontariamente, le seguivi. Le mie mani ti distrae-
vano da me.
Alcuni minuti dopo mi sarei alzato, lasciavo di nuovo la cat-
tedra per dare qualche passo sulla pedana. Ero su un palco e tu
eri l’unica spettatrice dello spettacolo che io inscenavo solo per
te. Avevo speranza che quello che dicevo t’interessasse, e so-
prattutto che io t’interessassi, attraverso quello che dicevo.
Ma non eri solo tu che, in mezzo agli altri, potevi guardarmi,
io pure mi concentravo su di te fingendo di rivolgermi all’intera
classe. Per un’ora e mezza potevo osservarti, in un unico col-
po d’occhio oppure lentamente, scegliendo un dettaglio dopo
l’altro: i capelli color castano chiaro con dei riflessi biondi, in
contrasto con la pelle abbronzata, gli occhi grandi tra il grigio
e il verde – perlomeno così mi sembravano, ma era una que-
stione da chiarire quando li avrei visti più da vicino e in una
luce diversa. Quando, per esempio, ti avrei baciato. Allora avrei
visto esattamente di che colore erano, un attimo prima che tu
li chiudessi, quando ti saresti abbandonata al calore della mia
bocca sulla tua, che allora avrebbe sorriso.

Mai dimenticherò il sesso che ho fatto con te, ma non è stato


solo per questo che ti ho amata.
Si ama qualcuno perché sì, e non c’è nulla da spiegare. In
verità non si può parlare di sesso, e ancor meno raccontarlo.
Il grande equivoco della pornografia è credere che il sesso
possa essere visibile. Perché non lo è: si fa, si sente, si vive, re-
sta nella pelle, nel corpo, nell’animo, nella memoria, ma va ol-
tre quello che gli occhi possono percepire. Il sesso è invisibile.

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La città di Ulisse

Raccontarlo è come raccontare dalla costa un viaggio in barca,


analizzando le oscillazioni dell’acqua e le posizioni della nave,
senza essersi imbarcati. Quando l’unica cosa reale era il viaggio.
Solo dopo averlo fatto, e sempre in modo imperfetto e appros-
simato, se ne sarebbe potuto parlare.

È vero che cominciai ad ammirare il tuo viso e a desiderare


il tuo corpo. Notavo il modo in cui ti vestivi, che non era mai
eccessivo, e tantomeno provocante, al contrario: era discreto, un
po’ ricercato. Ciononostante, il modo in cui ti vestivi destava in
me il desiderio di spogliarti.
Che cosa c’era in te che non ritrovavo nelle altre donne, che
cosa ti rendeva unica in quello spazio circoscritto dell’aula di
lezione?
Penso che oltre all’attrazione iniziale, unicamente fisica, e al
desiderio da parte mia di piacerti, fu il lato mentale ed emozio-
nale che mi spinse a guardarti in un’altra maniera. Scoprii che
eri sensuale e brillante e mi abbandonai al desiderio di conver-
sare con te. Le parole ebbero un ruolo decisivo in quello che
ci fu tra noi. Cercavo un’interlocutrice su tutti i livelli, capii.
E alla fine era questo che avevo trovato. Pensavo di conoscerle
le donne, ma con te mi accorsi di essere approdato in un altro
continente.

Le lunghe conversazioni in cui parlavamo di tutto, alla deriva.


Eravamo amanti carnali ma anche mentali, costatai. Qualcosa
d’improbabile che io avevo sempre pensato non esistesse ci sta-
va accadendo.
Fare l’amore e parlare con te avevano qualcosa in comune: in
un caso e nell’altro ci lasciavamo andare, cedendo a una sorta di
musica interiore, ci eccitavamo reciprocamente, in un gioco di
piacere in cui la tensione cresceva. E all’improvviso, dall’incon-
tro dei corpi o delle parole qualcosa esplodeva e brillava e di-

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Teolinda Gersão

ventava immensamente chiara: l’amore, o una qualsiasi visione


delle cose e del mondo.
Ci scambiavamo esperienze, scoperte, ricordi, opinioni, che
potevano coincidere o opporsi. Passavano da uno all’altro, cir-
colavano. E tutto questo ci rinnovava e ci trasformava. C’era un
prima e un dopo averti incontrato.
In un’occasione dicesti, come se fosse una cosa così naturale:
averti incontrato è stata la cosa più importante che mi sia capitata.

Condividemmo idee che già da tempo erano di mio interesse.


Il Portogallo veniva da una dittatura, era decenni in ritardo ri-
spetto al mondo. Nel ’76 avevo avuto una borsa di studio che
mi aveva permesso di studiare due anni a Berlino, dove poi ero
rimasto fino all’80, avevo viaggiato per l’Europa, avevo visto una
serie di cose che mi motivavano. Molte questioni probabilmen-
te non avevano una risposta, e non ne avevano nemmeno biso-
gno, poiché erano stimolanti in sé.
Ci si poneva ad esempio questa domanda: fino a che pun-
to l’arte contemporanea riusciva a imporsi in modo autonomo
come oggetto plastico? Poteva prescindere dal supporto delle
parole? Cioè, fino a che punto l’arte si era convertita in prete-
sto per un affascinante esercizio di ermeneutica, che in qualche
modo occupava una parte del suo spazio?
Era facile dire che la vera opera plastica non aveva bisogno di
parole, che sarebbero sempre state ridondanti poiché quello che
di lei era essenziale, non era verbalizzabile, ma apparteneva a un
altro campo, quello visivo. Per questo era plastica.
Tuttavia questo non era del tutto vero. Potevamo dire in al-
cuni casi che le arti plastiche valevano non tanto per quello che
erano, ma per quello che suscitavano, che poteva essere solo tra-
dotto in parole: curiosamente quello che di esse si diceva e si
scriveva poteva essere molto più interessante di quanto non lo
fossero esse stesse.

26
La città di Ulisse

Diventavano in qualche modo veicolo per qualche altra cosa,


che andava oltre. “Vampirizzavano” segretamente le parole? For-
se, ma questo poteva essere anche stimolante, un nuovo punto
di partenza. E dall’altra parte la letteratura – il campo della pa-
rola – si allargava e invadeva altri domini, alla ricerca di nuove
forme che la rendessero visibile, sembrava non bastarle più il
mondo circoscritto e silenzioso del libro. Eravamo in un’epoca
di cambiamenti, in cui le forme si contaminavano e tutto era
possibile: altri modi di raccontare, mostrare, dar a vedere, con-
dividere, sperimentare, rendersi visibili. Il lettore-spettatore-
visitatore cominciava ad avere un ruolo sempre maggiore. Era
invitato a entrare nelle opere, a circolare al loro interno, a per-
dersi e ritrovarsi in loro.
A me piaceva, in quanto creatore, assumere una posizione
autocratica: portare lo spettatore all’interno di un mondo che
io avevo costruito, dove chi dettava le regole ero io. Egli po-
teva mantenere la distanza e la libertà del suo giudizio critico,
ma prima doveva entrare nell’opera (o nello spazio più allargato
dell’esposizione). E, una volta entrato, era imprigionato come
un uccello in una gabbia, fino a ritrovare la via d’uscita. Finché
fosse rimasto dentro, sarebbe stato soggetto a un’esperienza, o
un’esistenza, che fino a un certo punto sarei stato io a determi-
nare. Avrebbe accettato di vedere, in qualche modo attraverso
i miei occhi, ciò che io gli proponevo. Soltanto dopo sarebbe
stato libero di tornare a vedere con i suoi e, se lo avesse voluto,
di rifiutare tutto. Toccava a lui giocare, nella seconda parte del
gioco. Ma la prima giocata era mia.
Naturalmente creare era un esercizio di potere. Sì, io non
rinunciavo a quest’idea. Volevo esercitare il mio potere sullo
spettatore. Affascinarlo, soggiogarlo, convincerlo, spaventarlo,
innervosirlo, provocarlo, deliziarlo – procurargli emozioni e
reazioni. Sì, come una forma di amore. Per qualche ragione
l’insieme delle opere di un autore, alle quali qualcuno s’inte-

27
Teolinda Gersão

ressa per meglio percorrerle e comprenderle, si chiama corpus.


Corpo. La fruizione di un’opera d’arte è un incontro, un cor-
po a corpo. Tra due persone, due soggettività, due visioni. Che
possono essere convergenti – allora c’è una relazione-fusione
d’identificazione e di consacrazione, legata a sentimenti di un
piacere quasi fisico, oppure divergenti, e in questo caso c’è una
disputa, un’argomentazione, un pretesto per un confronto in
termini d’intelletto, in cui il piacere è indissolubile dalla lotta,
dal tentativo di convincere l’altro – e convincerlo è la versione
mentale di vincerlo.
Anche questo genere di questioni ti affascinava. Tutto era in
continuo cambiamento, in trasformazione, tutto era possibile.
Ogni epoca reinventava il mondo a modo suo, ma la nostra ave-
va a disposizione nuovi mezzi, poteva servirsi in maniera crea-
tiva delle nuove tecnologie. Le prospettive erano interminabili,
l’unico limite era il cielo.
Ricordo di aver parlato a volte d’installazione come forma
d’arte: si potevano usare liberamente elementi disparati, era una
forma ibrida, vampiresca, un mondo in tre dimensioni che si
era invitati a percorrere. Una sorta di esperienza per la quale si
passava, che poteva fare appello a tutti i sensi, non solo alla vista,
ma anche all’olfatto, al tatto, all’intelletto, come se si entrasse in
una visione altra, in un altro luogo, in un’altra vita. Un’esperien-
za dalla quale, nei limiti, lo spettatore avrebbe potuto (avrebbe
dovuto) uscirne modificato. Perché l’arte – per lo meno quella
che interessava a noi – non era né innocua, né innocente. Era
pericolosa, e implicava un rischio.

Ti osservavo quindi nei particolari, i gesti, il vestito, i quaderni


di appunti, la matita, che non era mai una biro qualsiasi, il fo-
dero degli occhiali scuri, l’elastico o il fermaglio che portavi nei
capelli – che io preferivo sciolti, quando ti cadevano sulle spalle,
scivolando sulla stoffa leggera della camicia.

28
La città di Ulisse

E allo stesso tempo mi sentivo osservato da una donna molto


giovane, che cercava un uomo da amare. Nausica (mi venne in
mente all’improvviso) che usciva di casa al mattino cantando e
incontrava un uomo disteso sulla sabbia. Di cui s’innamora im-
mediatamente, senza sapere nulla di lui. Solo perché è una bella
giornata e lei sta aspettando l’amore, con tutto il suo giovane
corpo lei desidera l’amore. Trova un uomo disteso sulla sabbia,
impastato di sale, e mentre le serve fuggono, lei non ha paura di
avvicinarsi. È preparata a quell’incontro, si è preparata per una
vita intera, fino a quella mattina, verso cui adesso tutte le mat-
tine convergono. Per questo quella notte lo sognò e uscì di casa
cantando, come canta ancora adesso, sulla via del ritorno.
Ti aspetto in casa dei miei genitori.
Non sa nulla di quello straniero, non sa che è di passaggio,
che lui sarà sempre di passaggio. Non sa che ha un’altra donna.
Quella è la seconda parte, quando è lui a parlare. Ma finché
lui non parlerà, sarà il suo desiderio a comandare il mondo. Fin-
ché lui non racconterà la sua storia, permarrà quel momento in
cui lei lo incontra disteso sulla sabbia, addormentato. E s’inna-
mora all’istante perché lo aspettava, perché aspettava l’amore.
Quest’immagine mi tornò in mente la prima volta che ve-
nisti a casa mia, ti spogliai e ti buttai sul mio letto. Poi, ci fu un
momento in cui, esausti, ci addormentammo. Mi svegliai dopo
di te e mi accorsi che mi guardavi, che certamente mi guardavi
già da molto, nudo e addormentato, trascinato dalle onde del
sonno fino a quello stato di veglia. Come se fossi stato su una
spiaggia e le lenzuola fossero una distesa di sabbia.

Nudo e naufrago, pensai in seguito. Avevo già vissuto tante


storie d’amore e mi ero lasciato alle spalle tante cose spezzate.
C’era sempre in me un’insoddisfazione, un’erranza, una deriva.
Era il mio modo di essere, e non potevo cambiarlo. Ma questo
non te lo dissi, e tu non lo sapevi.

29
Teolinda Gersão

Allo stesso modo, io non sapevo quasi niente di te, sapevo


solo che quando ci conoscemmo ci amammo all’istante, perché
non avremmo potuto fare altro.
Fu in quel periodo che dipinsi i quadri della serie Il Mattino
di Nausica, poco importandomi il contesto. M’interessava solo
il momento: un uomo naufragato che il mare ha trascinato sulla
spiaggia, e che quando apre gli occhi e riprende coscienza vede
chinata su di lui a guardarlo una donna molto giovane. È una
splendida mattina d’estate e lei lo restituisce alla vita: gli offre
un riparo e del cibo e gli indica il cammino verso casa. Lo pre-
cede per preparare tutto, e rimarrà ad aspettarlo. Si avvia a casa
prima di lui cantando (posso garantire che cantava, anche se
non sta scritto da nessuna parte).

Quella mattina, quando ti svegliasti e ti mettesti alla finestra,


tutto era uguale. Ma tutto era diverso. Di sotto c’erano la stessa
strada, le stesse case, gli stessi fruttivendoli, gli stessi chioschi di
giornali, e le stesse persone avrebbero come sempre fatto la spe-
sa, avrebbero scambiato con chi era dietro al bancone le stesse
banali frasi di cortesia.
E intanto tutto era diverso, come se fosse cambiato improv-
visamente e nessuno lo sapesse, eccetto te.
Camminavi con un segreto dentro, che nessuno poteva ve-
dere, ma che trasformava il mondo. Sì, il tram 28 continuava a
passare scampanellando sulle rotaie, ancora in alcune zone ser-
viva i lisbonesi, e i turisti lo prendevano per divertimento, come
se li potesse portare indietro nei secoli. E adesso un altro tram,
rosso, che faceva il giro delle colline di Lisbona, andava dietro al
28, tintinnando sulla strada imbellettato con alcune bandierine.
E come sempre l’ufficio postale di Praça Camões era là, con
porte e finestre rosse come tutti gli uffici postali, e con lo stesso
stemma, il postino a cavallo che suona una trombetta. I pulmini
che portavano i bambini a scuola, le auto che ingolfavano le

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La città di Ulisse

strade rallentando e accelerando, i taxi che a quell’ora passavano,


soprattutto pieni, e a volte si fermavano ostruendo ancora di più
il traffico, nel caso che il tramviere perdesse tempo a consegnare
la ricevuta o a dare indietro il resto.
E più in basso, in Praça dos Restauradores, per dove avevi
continuato a piedi, quando guardasti l’Avenida da Liberdade e
la cominciasti a salire per quei larghi viali, gli alberi erano di un
verde tenero e le foglie cominciavano a spuntare, nonostante si
fosse ancora a fine inverno. Qua e là gli spazzini raccoglievano
il fogliame depositatosi negli angoli in enormi sacchi di plastica
nera, così grandi che avrebbero potuto nascondere un cadavere
umano. Tra gli alberi c’erano alcuni vecchietti seduti sulle pan-
chine.
Sui due lati del viale c’era un susseguirsi di negozi, non pre-
stavi attenzione alle insegne delle vetrine, tranne che in qual-
che raro caso, ma era facile intuire che annunciavano le nuove
collezioni. E c’erano gli stessi hotel di sempre, come il Tivoli, il
teatro col suo nome di sempre, il cinema São Jorge. E i came-
rieri delle caffetterie, non avevano ancora aperto gli ombrelloni
dei tavoli esterni.
Ma tutto questo, così uguale a sempre, era differente. Il mon-
do si era trasformato, e solo tu lo sapevi. Per questo sorridevi a
te stessa, camminando per la strada in una specie di stato di
grazia, come se nessuna negatività ti potesse raggiungere, e la
felicità fosse una cosa palpabile, concreta, che potevi tenere in
mano, o chiusa in tasca, e per sempre ti sarebbe appartenuta.
Eri entrata nell’amore come in un’altra dimensione. O in un
incantesimo. Tutto era uguale, ma tutto era cambiato. Ti sentivi
potente e la vita era facile, come se non ci potessero essere mai
più né difficoltà, né ostacoli.
Io, sorpreso, ti ascoltavo. Avevo scatenato in te questo po-
tere, ma non lo possedevo. Mi dispiaceva che non potessimo
condividere il dono di amare così. Pur sapendo che era solo

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Teolinda Gersão

un’illusione in cui eri caduta. L’oggetto dell’amore era aleatorio.


Era la vibrazione, l’incendio che si accendeva nell’altro, che im-
portava. Qualunque uomo di cui ti fossi innamorata ti avrebbe
fatto sentire la stessa cosa, poiché questa era la tua maniera di
amare. Ero capitato io. Solo questo. In fondo io ero irrilevante,
al contrario di quanto immaginavi.
Ma tu continuavi a parlare, da giorni, settimane, mesi. Mi
sembrava. Come se niente potesse rompere l’incantesimo, né
interrompere la tua voce. La città s’illuminava e tutto ciò che
guardavi aveva un nesso con me: l’insegna rossa della Pensione
Josefina, gli alberghetti a buon mercato che offrivano camere
con acqua calda, le iscrizioni abusive Zimmer, Chambres, Rooms
in attesa di amanti clandestini che sarebbero spariti dietro por-
te, scale, ascensori, tende.
Risplendevi come se avessi avuto dentro una luce. Perché
l’amore t’illuminava. Se la tua voce fosse stata così forte come
il tuo desiderio, allora lo avresti sbandierato ai quattro venti,
cantato sopra i tetti, gridato dall’alto delle colline, scritto sulle
prime pagine dei giornali. Se io fossi sparito, pensai di sopras-
salto, quasi afflitto, il tuo mondo sarebbe crollato. Io ero la mu-
sica nelle tue orecchie, il respiro nella tua bocca. Parlavi di me
perché era di me che eri piena. Eri gravida di me, costatai con
stupore. Se avessi continuato ad amarmi in questo modo, sarei
nato. E sarei stato grande come il mondo, perché era così che mi
amavi, era questa la dimensione del tuo amore per me.

Mi spaventai all’udirti e ti misi in guardia:


«Non aspettarti grandi cose da me, Cecília. Sono un uomo er-
rante, o, se preferisci, erratico. Sono solo di passaggio. Sono più vec-
chio di te e ho scoperto con l’esperienza che l’amore non dura».

L’amore non dura. Un giorno ci svegliamo e l’incanto si fran-


tuma. Il mondo è tornato a essere quello che era. Ossia, più o

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La città di Ulisse

meno nulla. È questo quello che ci aspetta, Cecília. L’amore è


una finzione con cui per un certo periodo nascondiamo il vuoto,
dentro e fuori di noi. Si tratta di un’esperienza che non hai mai
provato, ma che un giorno inevitabilmente proverai: il vuoto. Il
nulla.
Mi dispiace che lo sperimenterai attraverso di me. Un uomo
scettico, aperto alla passione, all’allegria dei sentimenti, ma in-
capace di amare. Troppo egocentrico per l’amore.
L’amore con il tempo si dissipa ed esclude la passione. O la
passione esclude l’amore. Si consuma in se stessa, consuma il
suo oggetto e va alla ricerca di altro. Io con te, anche desideran-
do il contrario, farò qualcosa di simile. Per questo ti avverto: non
amarmi così, Cecília. Amami solo con il corpo, e nient’altro.

Tuttavia, quando ti dicevo cose del genere (e so di averle ripetu-


te fino alla saturazione e alla stanchezza) tu avevi una maniera
tutta tua di non ascoltare, come se quello che dicevo non fosse
altro che un mucchio di parole.

Eri talmente adatta all’amore. Talmente cosciente di essere at-


traente e talmente felice di esserlo. Il tuo corpo era tenero e
maturo, come un frutto.
Ricordo che l’ultima moda della nuova stagione erano gli
abiti a fiori. Le vetrine dei negozi, le immagini dei manichini,
le donne per strada erano coperte di fiori. Come se avessi con-
tagiato il mondo attorno a te. I fiori del tuo vestito crescevano
da ogni parte e riempivano tutto, l’allegria proveniva da te e si
diffondeva come la luce.
La tua stupefacente, indistruttibile allegria. Non ti accorgevi
che sovvertivi il mondo attorno a te, gettando via quello che
trovavi scorretto o inutile.
A volte ti guardavo con curiosità, come se tu fossi un ele-
mento estraneo ad un insieme. Avevi ad esempio un modo par-

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Teolinda Gersão

ticolare di ridere e di ballare, scandendo il tempo con i piedi sul


pavimento e battendo le mani, per creare un ritmo che veniva
dal profondo di te e ti faceva oscillare, partendo da un punto
centrale, a metà della colonna vertebrale. Era così che comin-
ciavi a ballare, ondeggiando le anche come le donne africane.
L’amore era semplice e allegro, pensavi.
Una sera a Guincho scrivesti sulla sabbia bagnata:
Io, Cecília, decreto la fine della tristezza. E della malin-
conia.

Io sorridevo della tua disinvoltura, del tuo viscerale rifiuto ad


accettare quello che consideravi morto o sorpassato.
Ma le cose non erano esattamente così, esisteva anche l’altra
faccia della medaglia, ti dissi.
L’altra faccia. La malinconia, lo spleen, la lama del coltello,
la pioggia obliqua che non smette mai di cadere, in una terra
piena di sole.
Pessoa, con la sua inquietudine acquietata, che affogava nella
bottiglia di grappa e nelle sbornie al tavolo del bar, nelle ridicole
lettere a una piccola Ofelia, che probabilmente non aveva mai
letto Shakespeare e si era adattata a essere una piccola Ofelia, e
non era stata neppure capace di affogarsi nel Tago quando aveva
capito che l’uomo che sospirava per lei non sarebbe mai passato
oltre la fase dei sospiri.
«Che per lei sospirava, ma solo in teoria», dicevi tu. (E ag-
giungevi: «Qui dovremmo aprire una parentesi e sospirare an-
che noi»).
La sua tazza di caffè, la sigaretta, il bicchiere di grappa, la
monotonia dei giorni, le strade malinconiche della Baixa, l’au-
to-compassione del menino da sua mãe, la nostalgia dei tempi in
cui festeggiavano la ricorrenza dei suoi compleanni e nessuno
che lui amasse era morto. Già. Lo spleen, la nevrosi, la malinco-
nia. Essere o non essere, in una versione blanda, sulle sponde di

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La città di Ulisse

questo fiume. Pessoa fu poco e niente durante la sua vita, il suo


baule di sogni ci aiuta a riempire il vuoto o l’assenza dei nostri.
Come lui, siamo schiavi delle sbornie di quello che non fu, non
prese forma, non fu altro che una bozza, una cosa incompiu-
ta, ma avrebbe potuto essere tutte le cose del mondo. Pessoa è
un baule inesauribile, poiché la nostra malinconia ci spinge lì
dentro e non ci lascia trovare via d’uscita. La poesia mortale, la
lama del coltello che rigiriamo nella carne, la ferita che non si
rimargina. La parola.
L’esitazione della parola. Lui scrive al tavolo del caffè, in una
nube di fumo. E non sceglie né un uomo, né una donna con
cui vivere, non sceglie una donna perché forse sogna un uomo
– ascolta, Daisy, quando morirò riferirai / [...] a quel povero ra-
gazzo / che mi ha regalato tante ore felici – ma quelle ore felici
sono ore immaginarie, sta seduto al tavolo del caffè e beve un
altro bicchiere di grappa, accetta di non vivere e si trasferisce nel
fantastico mondo degli astri, del Quinto Impero, del mistico,
dell’arte, delle arti magiche, sparisce per strada tra le persone,
persone come lui, tutte grigie, col soprabito, il cappello, gli oc-
chiali, la giacca, irrigidite dal freddo dell’inverno, che sfilano
sulla strada senza arrivare mai alla fine della passerella, tutte con
un piede avanti e l’altro indietro, come se facessero finalmente
un passo, un qualunque passo, a condizione che sia verso qual-
che luogo e che sia decisivo, ma restano ferme nella fotografia,
nel mezzo della passerella e nel vento – un vento debole, senza
sbalzi, che, all’altezza delle ginocchia, solleva i lembi del loro
soprabito o del cappotto.
L’isteria soffocata, che non si ode e nemmeno si vede. In
vita pubblicò un unico libro, che praticamente nessuno lesse, le
poesie che uscirono sulle riviste passarono inosservate, i barriti
dell’Ode Marittima, le grida, l’eccesso, l’allarme. Li affogò nel si-
lenzio e nell’alcool, e per qualche tempo fu pure un funzionario
coscienzioso, adulatore e rispettoso, in uno di quegli uffici che

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Teolinda Gersão

rimanevano aperti dalle nove alle cinque. In casa sua la gover-


nante, la signora Adelaide, lasciava una nota: «Signor Pessoa,
sono dovuta uscire, la cena è pronta…»

Volesti che ti fotografassi esattamente come milioni di altre


persone, seduta sulla sedia di bronzo, accanto alla sua statua con
gli occhiali e il cappello, di fronte alla Brasileira do Chiado. E
con ciò mettevi Pessoa momentaneamente da parte, pensavi che
aggrapparsi troppo a lui fosse un male tipicamente portoghese.
Bisognava conoscerlo, percorrerlo e andare avanti. Esportarlo
verso altre lingue, altri continenti, farlo arrivare in tempo ad
altri lettori, in quest’epoca veloce dell’informazione. Vendicare
con Pessoa i secoli che Camões aspettò per essere letto (e mai
fu sufficientemente letto), vendicare con Pessoa tutti quelli che,
per mancanza di traduzioni, non sono mai arrivati oltrefron-
tiera.
Una sedia intelligente, dicesti sedendoti. Intelligentissima.
Tutti i turisti vogliono farsi fotografare là. Probabilmente nes-
sun turista legge i suoi libri, ma è un buon ex-libris di Lisbona.
Può competere con la barca di san Vincenzo e con i corvi, anche
perché da queste parti i corvi non abbondano.
La tua visione poteva essere anche così: pragmatica. O, come
dicevi tu, realista e utile.
Ad ogni modo, non riuscivi a essere veramente realista.
L’amore, finché durava, trasformava tutto.
E non avevamo nulla in comune con i turisti. Eravamo di-
versi. Viaggiatori.
I turisti vanno alla ricerca di luoghi per fuggire da se stessi,
dalla routine, dallo stress, dall’infelicità, dalla noia, dalla vecchia-
ia, dalla morte. Vedono i luoghi di destinazione solo di sfuggita
e non ne arrivano a conoscere nessuno, poiché immediatamente
li cambiano con altri e fuggono più lontano. I viaggiatori vanno
alla ricerca di sé, in altri luoghi. Che arrivano a conoscere inti-

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La città di Ulisse

mamente poiché nessuno sforzo appare loro smisurato e nessun


passo eccessivo, talmente grande è il desiderio di ritrovarsi.
Le agenzie di viaggi e i turisti sono ovviamente interessati
solo alle città reali. I viaggiatori preferiscono le città immagi-
nate. Se hanno fortuna, riescono a trovarle. Almeno una volta
nella vita.
Penso che per lo meno una volta nella vita la fortuna sia stata
dalla nostra parte, sicché abbiamo trovato la città che cercava-
mo. La città di Ulisse.

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