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Urogallo.

Lusitana

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
Titolo originale: Contos Imperfeitos, Arquivo, Leiria 2015
Copyright © Autori 2015
Copyright © Arquivo 2015

Obra apoiada pela Direção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portugal


Opera sovvenzionata dalla Direção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portogallo

A cura di Marco Bucaioni

Traduzione dal portoghese: Int. A, int. B | Alessandra Gregori || L’anima e le ossa


| Céline Pernechele || 39° 39' 32" N 8° 49' 33" | Marta Petrucci || Una visita in
Algarve | Federico Mossi || L’angelo delle cappelle imperfette | Isabella Krasniqi ||
I rondoni e i doccioni del monastero di Batalha | Silvia Nocchi || I demoni non dor-
mono | Amina Boggi || La fiamma della Patria | Marianna Buchicchio || Il ragazzo
che disegnava sulle pietre | Natalie Morello || Il giorno della Salamandra | Viola
Mariotti || Cappelle imperfette | Maristella Petti || Come si costruisce una casa
| Francesco Cini || Le piume del pavone | Erica Bonucci || Breve cronaca dell’as-
sente | Elisa Mariti || L’uomo metà | Sharon Armeni || Brusio | Daniele Severi ||
Ars Amatoria | Chiara Lazzaretti || Il falegname che cambiò mestiere | Sara Di
Mario || Seconda opportunità | Nancy Ceravolo || Visita guidata | Ilenia Polizzi

Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio www.absolutezero.it


Revisione della traduzione, impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-46-4

Per l’edizione italiana: copyright © 2017, Edizioni dell’Urogallo. Tut-


ti i diritti riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissa-
ti nell’accordo del 18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Con-
fartigianato e c.a.s.a., Confcommercio, ora integrato dall’accordo del
novembre 2005, per la riproduzione a pagamento, a uso personale, dei libri fino
a un massimo del 15%, nell’ambito dell’art. 68, co. 3, 4 e 5 della legge 633/1944.

Edizioni dell’Urogallo
Corso Cavour, 39 | 06121 Perugia | www.urogallo.eu
Racconti imperfetti
Afonso Cruz
Ana Cristina Silva
Andreia Monteiro
António Manuel Venda
Cláudia Clemente
Cristina Carvalho
Elsa Margarida Rodrigues
Fausta Cardoso Pereira
Fernando José Rodrigues
Inês Botelho
Inês Fonseca Santos
João Eduardo Ferreira
João Paulo Silva
Luís Mourão
Paulo Assim
Paulo Kellerman
Paulo Moreiras
Raquel Ochoa
Sara Monteiro
Sílvia Alves

Edizioni dell’Urogallo
Venti racconti imperfetti
nella loro perfezione

Q uante storie esisteranno mai intorno al Monastero di


Batalha? Saranno centinaia, saranno migliaia? Saran-
no, di certo, innumerevoli. Perché è impossibile che
qualcuno cammini tra le sue pareti e non si lasci dominare
dall’immaginazione e dalla fantasia, dal delirio, dal sogno, dal
fascino del passato e dello sconosciuto, del misterioso, dell’im-
probabile; che non si lasci andare a deambulazioni dentro alla
deambulazione.
È stato pensando a tutte le storie che vengono mentalmen-
te abbozzate, giorno dopo giorno, da tutti i visitatori che cal-
cano il pavimento centenario del Monastero che è nata l’idea:
e perché non usare il Monastero come punto di partenza per
un libro? Perché non riunire in volume alcune delle storie che
quotidianamente nascono tra le sue colonne e, poi, si perdono
irrimediabilmente nella frenesia della routine e nei buchi neri
della memoria? Perché non sfidare degli scrittori – quelli che
forse meglio combattono con l’improbabile e chimerica arte di
convertire l’immaginazione in una forma di realtà, nella realtà
concreta della parola – a camminare, immaginare e scrivere sto-
rie che poi potessero divenire un po’ le storie di chi le leggesse?
Con quest’obiettivo in mente, sono stati invitati venti scrit-
tori a visitare il Monastero, nel quale hanno passato un fine
settimana; hanno guardato, chiesto, ascoltato, imparato, scoper-
to, toccato, condiviso, sentito. Poi, hanno scritto. Venti racconti,

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Racconti imperfetti

imperfetti nella loro perfezione. Un omaggio al Monastero e


alla grandezza di chi lo ha eretto, a quello che sognano e a quelli
che costruiscono, all’immaginazione e alla scrittura; alla storia
e alle storie.
Quante storie esisteranno dentro alla Storia? Per ora, venti.

João Paulo Silva


Joaquim Ruivo
Paulo Kellerman

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Int. A, Int. B
Afonso Cruz

EGR. DIR.

Frammento tratto dall’opera firmata da A. Mendes, dal


sottotitolo: Studio sulla volta d’ogiva e sulla fine della sua espressione
architettonica nel soffitto delle cappelle imperfette:
«L’evoluzione dello stile gotico fu interrotta. L’idea di
aumentare la verticalità dando meno importanza alle pareti di
pietra, cercando di sottrarre loro protagonismo e sostituendole
con vetrate, deve essere stata sviluppata al punto tale di averle
annullate del tutto. Se inizialmente la pietra delle facciate laterali
fu sostituita dalla lucidità del vetro colorato, l’obiettivo era chiaro
– e ancor più profondo –, il tentativo di condurre il mondo
interno, o dell’introspezione religiosa, verso il resto dell’universo,
lasciar andare le preghiere come se fossero uccelli e, al tempo
stesso, lasciare che il mondo esterno entrasse all’interno della
chiesa e sopperisse l’anima del credente, così come la psiche di
tutta la comunità dei fedeli. Una cattedrale senza pareti sarebbe
un mondo in tutta la sua grandezza, in tutta la creazione, e lo
spazio religioso non sarebbe delimitato dalla pietra, dall’opera
umana, e si confonderebbe l’esterno con l’interno, l’anima con la
terra, la psiche con il tutto, il sacro con il secolo. Lo stile gotico
tenderebbe verso il proprio annullamento, verso un lento, ma
inesorabile processo di invisibilità e, diverrebbe, nella sua ultima
fase, il mondo stesso.
(…)

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Afonso Cruz

Le cappelle imperfette non sono del tutto imperfette, visto


che hanno il soffitto migliore di sempre. La volta del soffitto di
queste cappelle, considerato inesistente dal profano disattento,
non è una costruzione umana, ma divina, un’opera del più
grande architetto dell’universo: più che volta d’ogiva, volta
celeste. Opera firmata da Dio, visibile nel volo degli uccelli o
nel disegno delle nuvole. Il cielo termina lo sforzo umano e
le conferisce un senso. Tutti i giorni, questo dipinto celeste ha
colori diversi, mostra uno splendore di una bellezza travolgente,
nuvole, pioggia, luce, sole, stelle, foglie d’Autunno, cornacchie,
colombe e aquile.
Se demolissero il monastero, il soffitto delle cappelle
imperfette resterebbe illeso ed eternamente irriducibile».
(A. Mendes, Il dipinto del Cielo)

Le ginocchia del Dott. Mendes

Il Dott. Mendes compare in modo invariabile intorno alle nove,


con un alito di caffè e un pezzo di pastel de nata fra i denti.
La valigetta di cuoio, nera, la appoggiava ai piedi delle due
tombe. Da dentro la borsa tirava fuori strumenti di precisione,
lente d’ingrandimento, righelli, compasso, squadra, livella, vari
appunti. Appoggiava le ginocchia.
Si inginocchiava e il contatto delle rotule con il pavimento
era una sorta di preghiera, era una condizione umana, sono le
ginocchia che dicono ciò che davvero vogliamo, che al toccare
il suolo, la pietra, la terra, gemono i nostri dolori, i nostri timori
e i nostri desideri. Sono esse, le ginocchia, che parlano a tutto
il corpo, sono gli altoparlanti dell’anima, sono la via verso Dio,
verso la disgrazia, verso la felicità, le rotule come se baciassero il
pavimento, rosse come labbra. Il Dott. Mendes si inginocchiava,
era il suo lavoro, misurava lo spazio fra le due tombe, di Pietro

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Int. A, Int. B

e Inês. Prendeva appunti, analizzava gli angoli che gli spigoli


formavano tra loro, misurava e rimisurava, annotava, prendeva
un pennello e toglieva la polvere, rimisurava. In ginocchio come
chi prega. Le rotule rosse come labbra.
Usciva intorno alle tre del pomeriggio. Portava la valigetta di
cuoio. Dentro di essa, una lettera. Tutte le notti scriveva a una
donna che aveva conosciuto trent’anni prima.
La apriva così: «Amore mio». Non usava il suo nome, ma
il significato che quell’antroponimo rappresentava nella sua
anima, usava le ginocchia per scrivere il suo nome. Il Dott.
Mendes, invece di Joana o Maria, utilizzava “amore” che era più
appropriato con quello che le sue ginocchia imploravano e il
suo cuore traduceva.
Poi scriveva il domicilio.
Poi scriveva ciò che sentiva.
Le sue lettere parlavano di mondi che avrebbero potuto
godersi, del sangue che potrebbero aver condiviso, delle notti
che potrebbero aver avuto tutta la felicità possibile: sdraiati sulle
sabbie dei deserti della Giordania o sulle spiagge dei Caraibi, o
semplicemente sulle lenzuola cucite da una zia del Minho.
La felicità di incontrarsi in un pomeriggio cinese, giocando
a mahjong e mangiando ostriche, nonostante indossassero
dei kimono di seta. O condividendo la stessa parola, come
accade molte volte a chi possiede una vera intimità, dicendo
contemporaneamente «pasto» o «ti amo» o «broccoli». Scriveva
nelle sue lettere come sarebbe stato fare colazione insieme o
camminare per la spiaggia o essere felice al sorgere del sole.
Utilizzava aggettivi che volavano come farfalle colorate e davano
alle sue frasi la possibilità di un’anima. Lanciava parole sulla
carta come chi vuole colpire mortalmente qualcuno, emanava
bellezza con tutta l’anima.
Il suo discorso era quello di chi si butta nell’abisso e non
vuole volare, solo cadere infinitamente. Cadere senza nessuna

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Afonso Cruz

salvezza, soltanto abbandonarsi senza sperare nulla. Ogni lettera


era un abisso. Sprofondare. Cadere. Non sperare nulla (persino,
chiaramente, assicurarsi che le tombe stiano più vicine, che
persino la pietra obbedisca all’amore. Che la materia si pieghi
alla passione, che il calcare compia gli ordini che il trasporto
sentimentale gli dettasse).
Il Dott. Mendes misurava l’amore, ciò che quest’ultimo
provocava sulla pietra, ciò che faceva all’architettura, di cosa era
capace. Nell’ultimissima lettera scrisse: «Ho concluso, dopo anni
di meditazioni e calcoli, che le tombe di Pietro e Inês sono più
vicine, pochi millimetri, nulla di rilevante, ma che, comunque
sia, si stanno spostando. L’amore fa muovere tonnellate di pietra.
Per questo ho ancora la speranza che io abbia qualche influenza
nel calcare del tuo cuore. E soltanto per questo ho dedicato
una vita a misurare i millimetri che separano amori morti. Se
l’amore fa muovere le pietre, sono certo che farà miracoli nella
tomba che è il tuo cuore e, un giorno, quel muscolo farà un
gesto, forse di millimetri, una lieve inclinazione sentimentale,
e ti farà comparire a casa mia con una scatola di caffè e una
bottiglia di vino e quella sarà un’eternità che nessuna regola
potrà misurare».
Il Dott. Mendes mise quell’ultima lettera nella cassetta della
posta e si tenne il petto, che non era di pietra, e cadde a terra
senza rialzarsi mai più.

Esequie

Quando il Dott. Mendes mi chiese il permesso di fare misurazioni


nel monastero, gli domandai, chiaramente, quale fosse la natura
di tali misurazioni. Mi rispose che voleva dimostrare che le
tombe di Pietro e Inês fossero più vicine. Ribattei con certezza
che quelle due tombe non si trovavano nel monastero di Santa

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Int. A, Int. B

Maria della Vittoria, ma in quello di Alcobaça, e che il Dott.


Mendes, nel cercare di misurare gli ipotetici millimetri di
variazione fra le due tombe, stava sbagliando clamorosamente.
Egli mi rispose con la sua poca affidabilità, frutto di una quasi
assurda sincerità, dandomi dell’ingenuo. Ciò che sto misurando,
padre, mi disse il Dott. Mendes, è la distanza che l’amore mitiga,
tra un figlio e un padre, tra un marito e una moglie, tra fratelli.
Non importa come definiamo quell’amore. Se dimostrassi
l’avvicinamento di due di queste due tombe, a causa di un amore
filiale, smisurato, amore romantico, fraterno o erotico – perché
gli uni non sono migliori o peggiori degli altri, sono semplici
manifestazioni di una stessa forza –, dimostrerei che tutte le
tombe, incluse logicamente quelle di Pietro e Inês si avvicinano
o possono avvicinarsi grazie alla forza granitica, pardon,
gravitazionale dell’amore. Se faccio riferimento a questa coppia
è semplicemente per motivi iconografici e per una più rapida
ed evidente comprensione del mio compito e di quello che mi
propongo con questo studio che, sicuramente, sarà il lavoro di
una vita. Anzi, sarà ancora più grande di una vita.
Che riposi in pace.

Int. A o Int. B?

In Rua do Fundador c’è una donna che non si affaccia mai alla
finestra, che vive triste e amareggiata, che detesta qualsiasi tipo
di relazione affettiva. Fu corteggiata quando aveva poco più di
vent’anni. L’educazione familiare, tuttavia, la rese prudente negli
amori e le fece temere un concedersi appassionato, senza i freni
che tale nozione di decoro impongono. Era bon ton rifiutare
l’amore, contrapporre la pudicizia alla passione. Allora, aspettò
da lui una lettera innocente, che sarebbe bastata a iniziare una
corrispondenza. Il linguaggio epistolare si sarebbe spostato verso

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Afonso Cruz

qualcosa un po’ più ardito o confessionale, o che conducesse


all’epilogo prevedibile del matrimonio, passando prima, come
ovvio, per la fase dell’innamoramento e del fidanzamento.
Alcuni centimetri di lettera con la confessione di un amore
sarebbero stati la chiave per una vita felice cristiana. Non
ricevette mai nessuna lettera.
Tutti i giorni, aprendo in solitudine la cassetta della posta, si
amareggiava un millimetro di più.
Accanto, c’è una donna che si affaccia sempre alla finestra,
sguardo sognatore. Tutti i giorni riceve lettere da un uomo che
ama. Sono indirizzate alla vicina, lei lo sa, nonostante sulla
busta indichino soltanto, al posto del destinatario, «Amore
mio». Un errore tra destro e sinistro. Lei sa che sarebbero per
l’appartamento accanto, ma l’illusione di una passione che le
sembra dedicata, sebbene senza nessun fine, costruì una sorta
di felicità. Non confessò mai alla vicina di ricevere quelle
lettere amorose. Tutti i giorni, alla finestra, nel vedere il postino
allontanarsi, sorride e sospira per un uomo che non ha mai
saputo della sua esistenza e al quale ruba quotidianamente
l’amore, la speranza, la passione, e se li tiene per sé, in un’eterna
solitudine.
Oggi alla finestra, nel vedere il postino allontanarsi ha
pianto, senza nessun motivo ragionevole, forse prevedendo che
la lettera che aveva fra le mani, ancora da aprire, sarebbe stata
l’ultima che avrebbe ricevuto.

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L’anima e le ossa
Ana Cristina Silva

L
a fatica avvolgeva le spalle di fra’ João Manuel da Nativi-
dade come un mantello di ferro. Il priore dormiva male
negli ultimi giorni essendo occupatissimo a dirigere i
preparativi della comunità per la chiusura del convento di Ba-
talha. Nel monastero rimangono solamente una dozzina di frati
abbastanza vecchi. È da molto tempo che non sono ammessi
novizi.
Una domanda sorge nella mente di João, una questione che
ha a che vedere con i suoi propri sforzi per preservare il mona-
stero. Seduto alla scrivania del suo ufficio, appoggia i suoi gomiti
sulle ginocchia, appoggia la testa sulle mani, le punte delle dita
accostate sulle tempie. Sta sentendo il battito del suo cuore, sta
pensando: «Avrebbe potuto fare qualcosa di più? Era evidente
che non era nelle sue mani impedire l’estinzione degli ordini
religiosi. Gli era stato dato un anno per organizzare l’uscita del-
la comunità. Riuscirà a collocare tutti i suoi fratelli nelle varie
diocesi e case di accoglienza. Ma perché si tormenta?»
Respira profondamente nell’ombra, solo la luce pallida di
una lampada ad olio lo illumina. Ancora due anni fa aveva fatto
diverse opere nel monastero, aveva riparato il tetto della casa
dei Novizi, aveva restaurato il legno intagliato di diversi altari.
Per niente, visto che i lavori in nome della gloria del Signore
non sono mai in vano. Prevede che nessun privato sarà inte-
ressato nel comprare il monastero quando lo Stato lo metterà

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Ana Cristina Silva

all’asta. La decadenza finirà per installarsi, come per ricordare


agli antichi maestri di Batalha, Afonso Domingues e David
Huguet, che un costruttore non edifica se non per una futura
distruzione.
Le ultime settimane sono state di cattivi presagi per quel-
li che sanno leggere gli indizi maligni nell’abbandono di una
casa del Signore. Sono stati avvistati fantasmi per il chiostro
come per evocare la sofferenza degli operai che costruirono il
monastero. Si sente il tintinnio della campana senza il tocco di
qualche mano umana, moltitudini di parole che arrivano dal-
le tombe dei re, un sibilare di suoni che nessuno sa spiegare.
Evidentemente, João attribuisce questi rumori all’età avanzata
dei frati, essendo troppo disorientati per dover abbandonare il
monastero dove avevano sempre vissuto e per questo stampano
nella loro immaginazione tutta la tipologia di segnali e presagi.
João esamina per l’ultima volta i suoi documenti, sfoglia i
manoscritti con l’inventario di tutti i possedimenti di Batalha e
guarda i conti del convento per inviarli agli ufficiali dello Stato.
Lì, nel suo ufficio, era stato per tanti anni il signore del tempo e
del silenzio, ma anche questo tempo era finito. I giorni ancorato
alla scrivania succedevano alle notti che aveva passato a lavora-
re, avendo a malapena il tempo di assistere gli ufficiali. Si alza
e si prepara per uscire. Fa freddo, ma non si raccoglie nella sua
cella, prima si dirige verso i chiostri.
Il cammino è illuminato da alcune torce, ma nella sua mano
trasporta un lume a olio. Si siede contro il muro che circonda
il giardino e che si tuffa più profondamente della notte. Le sale
intorno sono chiuse, vuote, con le tombe dei suoi re e un grande
silenzio si abbatte su tutta la parete. Ma là dietro, gli arriva un
leggero rumore, come grida di un altro tempo di chi morì du-
rante una battaglia. Sono le urla dei soldati francesi durante le
invasioni che molti anni fa avevano saccheggiato il monastero,
lui era ancora un novizio. Quelle immagini irradiano di nuo-

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L’anima e le ossa

vo nelle loro immutabile violenza, anche se sono passati tanti


anni.
Ricorda la notte nella quale i soldati invasero il monastero.
Le memorie non passavano con uno sguardo intimorito, lancia-
to sugli accadimenti remoti della propria vita. Molti frati, novi-
zi e servi erano già fuggiti nei dintorni, o anche per Leiria, con
l’avvicinamento dei francesi, cercando rifugio in case di privati
o nelle chiese, ma lui era rimasto indietro, nascondendosi nella
sua cella nella casa dei novizi.
Nella notte nella quale le truppe francesi erano penetrate nel
monastero, João era stato svegliato attorno alla mezzanotte dal-
le grida di un servo che era stato ucciso. Durante quella notte e
anche il giorno seguente, aveva risuonato in tutto il monastero
il passo pesante dei soldati, e tutto questo rumore era un indizio
della frenesia del saccheggio: altari dell’abside smembrati con
delle asce, pitture raschiate, statue decapitate, libri della biblio-
teca gettati al rogo, tombe di re e principi devastate, belle donne
gettate sul pavimento freddo dell’abside e stuprate.
Nella solitudine della sua cella, nascosto sotto al letto, João
aveva ascoltato le grida, urla e poi ancora più grida, oggetti che
cadevano e si rompevano. E nel mezzo delle tenebre, le sue pro-
prie orazioni: «Signore, per favore fate che vadano via», e anche
il tumulto del proprio cuore. Durante i giorni nei quali era ri-
masto nascosto, tutti i pensieri di João erano stati sostituiti da
un terrore cieco. Il tempo si era falsificato da solo e quei giorni
gli erano sembrati mesi. Al di là di quello, aveva fame, tanta
fame.
È il momento in cui due soldati lo trovarono che torna alla
memoria di João stanotte. Calmato il disordine dei primi giorni,
i francesi cercarono gente che si occupassero del servizio in cuci-
na. Alcuni soldati tornarono per perlustrare meglio i dormitori,
rovistarono cella per cella. Lanciarono urla, misero disordine e
si sparsero nei parchi di proprietà che i frati avevano lasciato

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Ana Cristina Silva

indietro. Lui, nel suo nascondiglio, aveva ascoltato i passi ogni


volta più vicini, la paura colpiva a onde il suo corpo. João ri-
corda come il volto del soldato che aveva spiato da sotto della
sua brandina fosse cresciuta sopra di lui come un gigante. Volle
protestare, ma il soldato rise solamente, mentre lo portava a calci
in cucina. Per giorni João non era uscito dalla cucina se non per
servire gli ufficiali francesi nella sala capitolare. Fortunatamente,
il cuoco abituale e altri due servi si occupavano del servizio. João
spennava le galline da gabbia oppure scuoiava i conigli che uno
dei servi tirava fuori dalla gabbia. Nella sala capitolare erano
andati prosciutti, formaggi, biscotti alle spezie e i vini più fini
della cantina del monastero. Nel servizio dei pranzi e delle cene,
João aveva corso per i corridori del chiostro con i vassoi di cibo.
Non era mai riuscito ad appoggiare i piatti sul tavolo senza che
un ufficiale francese urlasse nella sua lingua qualcosa che lui non
riuscisse a capire o che un altro gli facesse lo sgambetto. Alcune
volte, quando erano più ubriachi, lo picchiavano anche o gli tira-
vano dei colpi alla testa. Ognuno di questi ufficiali francesi aveva
la propria spada e con essa la sensazione di riservarsi il potere di
colpire o no uno di quei ragazzi che portavano il cibo, e anche se
avessero deciso di parare il colpo, i militari sentivano dentro di
sé la risonanza dell’atto omesso. Ogni volta che andava a servire
nella sala capitolare, João tremava, cosciente del fatto che poteva
uscire da là vivo o no. I piedi inciampavano e si riprendeva dalla
respirazione laboriosa solamente quando tornava in cucina.
Quelli furono giorni che João non dimenticò mai. Una certa
mattinata smunta, dalle nuvole basse e compatte, ancora la luce
filtrava scarsamente dalla piccola finestra della cucina, quando
si sentirono le truppe del reggimento francese marciare. Per due
ore, né lui, né il cuoco o i servi uscirono da dove si trovavano. Il
sole era già alto, quando António, uno dei servi, si avventurò ad
andare fino all’Abside, confermando che i francesi erano partiti,
probabilmente in direzione di Lisbona.

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L’anima e le ossa

Durante quel tempo di occupazione João e i servi erano stati


costretti a dormire in un angolo della cucina o in una stanza
annessa. Un mondo di distruzione si era installato nel frattem-
po nei posti sacri del monastero. Andarono a esaminare i danni
che fino ad allora avevano presentito. Attraversarono l’abside.
Osservarono le marche del fuoco sulla parete, un enorme falò
era stato acceso in una delle navate laterali, distruggendo tutti i
libri della biblioteca. Con orrore, allora novizio, João aveva im-
maginato l’avido salto delle fiamme, la rossa allegria della brace
ed il finire dei manoscritti in cenere nera. António procedette
in una delle navate laterali. Di colpo lanciò un urlo. João corse
verso di lui vedendo la costernazione stampata sulla faccia del
servo. Il sarcofago di legno di Giovanni ii, depositato in una
delle cappelle laterali, era stato violato e il suo corpo incorrotto
era stato smembrato. L’odore di rosa riempiva il luogo come se
Dio avesse disseminato un odore divino in mezzo alla distru-
zione. João aveva guardato fissamente le spoglie e al di sopra il
suo spirito aveva perlustrato tutti i tipi di visioni sull’Inferno e
sull’ira del Signore. Aveva ordinato immediatamente ai dome-
stici che riponessero i poveri resti mortali del re nella tomba.
Ma fu nella cappella del Fondatore che la fine del mondo tra-
spariva, sanguinando. I coperchi delle tombe erano stati aperti
e si vedevano sparpagliati sul pavimento le ossa di re, regine e
principi. Davanti a questa depravazione, i servi si inginocchia-
rono, il cuoco imprecava, solamente lui, João, ebbe la presenza
di spirito per pensare: «Devo riunire le ossa e collocarle nelle
rispettive tombe senza sbagliarmi e senza mischiare le anime».
João si alza e s’incammina nell’oscurità verso la cappella del
Fondatore. Apre la porta con la sua chiave. Volge lo sguardo
verso le tombe e sente un brivido sulla nuca. Per due giorni
fu occupato a ordinare le ossa. Non uscì mai dalla cappella né
per dormire né per mangiare. Iniziò dai crani, ma non riuscì a
decidersi per quello che riguardava le ossa delle gambe e del-

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Ana Cristina Silva

le braccia. Era evidente che le ossa più grandi appartenevano


alle gambe e le più corte alle braccia. Ma come distinguere un
femore di Afonso v da uno dell’Infante il Navigatore? Risal-
tavano ancora alla vista le ossa piccoline delle quali non aveva
idea se facessero parte delle mani o dei piedi. E ancora meno
era capace di identificare i suoi proprietari. Quando tentava di
separarli, si perdeva nelle immense possibilità, in una trama di
ombre mutevoli che senza dubbio avevano influenza nella re-
galità dell’anima di questi signori. Creava immagini, perdeva la
testa con le combinazioni di decine di ossa, formule per rico-
struire i cadaveri principeschi.
Molte volte si era arreso, appoggiandosi alla tomba di Gio-
vanni i e della sua sposa per avere una prospettiva più generale
dello spazio. Sulle guance scavate, scorsero in silenzio alcune
lacrime di afflizione. Le sue conoscenze di teologia non gli per-
misero di affermare, con sicurezza, nel caso cambiasse le ossa,
di non mettere in causa l’anima immortale dei re e dei principi.
Dio era il re onnipotente nel mondo degli spiriti, ma necessitava
di ricevere i corpi nell’ordine giusto? Avrebbe potuto lui strap-
parli, con la sua impulsività dall’infortunato eterno? Molte volte
si era inginocchiato a pregare. Chiedeva con fervore al Signore
che lo aiutasse perché non facesse indietreggiare quelle anime
fino al purgatorio. Immaginava il silenzio in quel posto che non
era un posto, quell’anticamera di Dio dove ogni ora avrebbe
avuto la durata di diecimila anni. Certi momenti, solo certi mo-
menti, dubitava dell’efficacia delle sue suppliche, ma dopo molte
preghiere, si lanciava di nuovo nell’impresa credendo nella forza
dell’aiuto divino. Non aveva illusioni sulle sue povere capaci-
tà, ma molta fede nel potere del Signore. Due giorni dopo si
aprirono le porte dell’Abside, si sentirono passi e diversi volti si
inginocchiarono nella navata centrale. Il priore dell’epoca e un
corteo di frati riuscirono a raggiungere il monastero dopo che
le notizie sulla partenza dei francesi si era diffusa. Fu in piedi,

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L’anima e le ossa

all’entrata della cappella del Fondatore, che fra’ José Ferreira de


Magalhães, il segretario del priore dell’epoca, aveva incontrato il
novizio João Manuel lavato in lacrime. Il frate si era segnato va-
rie volte osservando le ossa dei vari cadaveri allineati davanti alle
tombe rispettive. João aveva bisogno di spiegare come i francesi
erano riusciti a devastare le tombe e dopo le sue scelte, il modo
con il quale aveva distribuito le ossa. Le parole gli scorsero dalla
bocca con una tale velocità da evidenziare la grandezza della sua
disperazione, che fra’ José dovette interromperlo diverse volte
per calmarlo. Alla fine, dopo aver esposto tutti i suoi dubbi e
tormenti, João si tacque. La pausa fu talmente lunga e lenta che
fra’ José ne approfittò per scappare con eleganza dalla cappella.
Sarebbe stata affidata ai frati più vecchi la pietosa missione di
collocare le ossa regali nei sarcofagi.
Fra’ José lo condusse alla propria cella. La camera era silen-
ziosa, tranquilla. L’agitazione del monastero, l’espressione di or-
rore dei frati scoprendo i danni e i loro sforzi per cominciare a
ripararli, rimasero chiusi fuori alla cella. Fra’ José invitò il novi-
zio a sedersi sul suo letto. João volse lo sguardo verso fra’ José e
tutta la mansuetudine del suo spirito gli fu rivelata. In quel lun-
go imbrunire, fra’ José gli parlò della salvezza e delle stranezze
delle vie del Signore. Sono quelle parole che aveva sentito in
quanto novizio che João cerca di evocare di fronte alle tombe
regali nella cappella del Fondatore. «Lasciatemi confessarvi –
sussurrò all’epoca fra’ José – alcune cose che nasconderei a un
giovane che non avesse vissuto circostanze così straordinarie.
Più di milleottocento anni sono trascorsi dall’incarnazione di
Cristo e gli uomini si sono lasciati addormentarsi sulla croce
come sopra ad un cuscino. I francesi sono un popolo cristia-
no, esaudiscono i doveri degli uffici religiosi, ma sono capaci di
uccidere i loro simili come se non fossero uomini di fede. Di
fronte a tutto quello che è successo, al punto che è quasi neces-
sario affermare, che giunti alla Redenzione, ci resta soltanto che

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Ana Cristina Silva

rassegnarci con il mondo tale e quale è. E soprattutto è necessa-


rio che non ci fissiamo sui nostri mali come un effetto della Sua
volontà. Dio Nostro Signore non è un monarca incapace. Egli
ci fa vedere che dipende solamente da noi l’arrivo al Suo Regno
e sa distinguere e premiare le azioni dei giusti. Quello che avete
fatto durante questi giorni avrà senza dubbio la sua ricompensa.
E Dio non si lascia ingannare con uno scambio di ossa, perché
gli interessa soltanto l’anima immortale».
Una sensazione di pace invase il novizio, ascoltando l’uomo
più vecchio. Quelle parole lo confortarono ed erano sufficienti
per far sì che si lasciasse dietro alle spalle le angustie e le atten-
zioni che lo avevano agitato negli ultimi giorni. Qualche mi-
nuto dopo, João lasciò cadere la sua testa, come se fosse all’im-
provviso vuota di pensieri. E il corpo del giovane si distese nel
letto. Si addormentò e già non si accorse che fra’ José gli aveva
rabboccato le coperte.
Ancora nella cappella del Fondatore, João chiude gli occhi,
tentando di recuperare la sensazione di pace dei vecchi tempi.
Tutti questi anni aveva scelto i suoi cammini per servire e ren-
dere grande la gloria del Signore. È giunto all’ora di pensare agli
accordi e disaccordi che permettono al mondo di funzionare.
Pensa all’accordo fra i re e i loro sudditi oppure al caos che si
è installato negli ultimi anni nel regno di Portogallo, portando
all’estinzione degli ordini. Al di sopra dei signori poderosi del
mondo, Dio governa tutto. Contabilizza le ribellioni meschine
degli uomini e le rivolte davanti alle Sue Volontà inspiegabi-
li. Deve assolutamente rassegnarsi all’uscita da Batalha, conti-
nuando a credere che tutte le decisioni del Signore sono bene-
dette.
João aveva sempre visto Dio dall’alto degli archi del mona-
stero o nelle linee delle sue colonne. Forse per questo s’incam-
mina un’ultima volta verso le cappelle imperfette. Appoggia la
lampada ad olio dopo essere entrato. La sua luce scintillante, ri-

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L’anima e le ossa

flettendo contro la pietra lavorata come dischi intagliati in una


perla, lasciando vedere la tomba doppia di Eduardo i e della
regina Eleonora, João alza la testa. La costruzione non finita,
il cui aspetto aveva portato sconforto a qualche maestro d’ope-
ra, dando rilievo al magnifico cielo stellato. In piena luce del
giorno, gli archi delle volte generano colonne di ombre sopra
le tombe. Ma è notte ed esiste solamente la penombra. João fa
quello che deve fare: si inginocchia al centro della cappella, cer-
cando il futuro nelle frasi limpide e ardenti di un’orazione.

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39° 39' 32" N
8° 49' 33" O
Andreia Monteiro

U
scivo pensando già al ritorno. Passavo il ponte dello
scopritore con gli occhi lucidi. Sulle spalle avevo tutto
ciò che era mio. Quieto, imponente. Facendo un “a pre-
sto” con la mano. Presto era distante, faceva male e addirittura
feriva.
Un giorno prima, due o tre anni dopo, ti guardavo con rabbia
e amore. Perché non mi hai mai abbandonato quando mi deli-
ziavo lontano da te? Ho amato i Mori, il sole caldo al contrario
delle tue pietre gelide. Piansi per notti intere per l’assenza della
mamma, sapendo che pregava in te, per me, tutte le domeniche,
festivi e santi. Sentii la mancanza della routine di una città in-
tera, così piccola, così immensa. Raccontai storie di avventure
poco veritiere sul tuo potere. Miscredenti di altre terre e nazioni
per un attimo ti amarono come ti amavo io.
Per anni lontani, ti disegnai, ti contornai, mi delineai in te.
Mi depositai in te. Ti sognai. Ti idolatrai. E quando tornai eri
ancora così. Il mio bene più prezioso, identità più vera della mia
storia.
Ti do del tu, perché mi appartieni.
Rividi immagini dell’infanzia. Punto di partenza, punto di
arrivo. Punto di memoria inversa.
Ancora bambina, sentii racconti dei miei emigrati. Il gesto
dell’addio, gli occhi lucidi puntati su di te. Seguendo una strada

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Andreia Monteiro

incerta. Un altro paese. Altri costumi forzati. Un’altra patria.


Lettere d’amore avanti e indietro piene di sacrificio. Lettere
avanti e indietro piene di nostalgia. La tua immagine superba
stampata sui francobolli amari.
«Quando Lo vedevo, anche se da lontano, anche se solo la
punta dell’alta torre, sapevo che ero a casa, tutto era a posto, ero
nella mia amata terra, non ero più uno straniero nella terra di
nessuno». Le lacrime scendevano incontrollate, incommensura-
bile era la felicità di tornare, tutto. Che tutto fosse ancora al suo
posto. Come un regalo, una maestosa consolazione, una nostal-
gia così sincera, reciproca. La casa iniziava/finiva in te, nelle tue
pietre calcaree possenti, specchio della nostra genesi.
Sarebbero tornati ansiosi e stanchi, i miei emigranti alle tue
braccia. Creando il futuro intorno a te. Insegnarono la tua storia
di coraggio e sacrificio. Nelle loro bocche e nelle loro abitudini
si sparse il piacere per la tradizione. Ti seguirono come punto di
riferimento di cultura e fede. Simbolo della devozione di un Re.
Fondatore di una dinastia memorabile. Sovrano espansionista e
colto. Mecenate della tua arte, della tua grandiosità. Che riposa
in te come fondatore. Aspettando gli uomini moderni, con il si-
lenzio delle pietre. A lui succedettero altri sette, per erigerti fino
ai cieli. Tra terremoti e invasioni crudeli, alla fine ti stabilisti in
noi, fino ad oggi. I migliori maestri lasciarono in te il lavoro di
una vita. Silenzi e leggende da svelare. L’arte singolare dei gran-
di classici nel gusto patriottico. Raccontata meticolosamente in
ogni tuo dettaglio.
Ti studiarono per secoli e ogni volta che ti aprivi a noi sco-
privamo qualcosa di nuovo. Si avvolsero nel tuo petto, centinaia
di migliaia, milioni di devoti, atei, curiosi, anime. Persone di
tutto il mondo divennero tue durante i secoli. Alcune di passag-
gio, altre che rimasero con te per sempre. Eternamente.
Contemplo e confronto la tua presenza. Guardo da fuori
le tue facciate scolpite. Alzo lo sguardo seguendo le tue linee

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39° 39’ 32” N 8° 49’ 33” O

verticali fino al cielo. So di voci e brezze lassù che ci lasciano


volare per qualche momento. Esseri che ti proteggono per se-
coli, instancabili. Appollaiati in cima alle tue torri. Gronde ma-
gnifiche di uomini-animali, uccelli, cannoni che vigilano, leoni
intrepidi, creature con denti digrignati. Piangono tutti quando
arriva l’inverno. Continuano distinti nella missione di purificare
la tua essenza. Scorre il pianto per il calcare, lasciando un’im-
pronta nera. Strascico dei giorni, degli anni, dei secoli, marchio
incontrollabile del tempo. Dal cielo alla terra.
Il bene e il male.
Ad alcuni metri da te, tanti come me, attorno a te. Aspettan-
do curiosi la dimensione di se stessi. Qualcuno fotografa, qual-
cuno commenta, si aprono libri, circolano dappertutto come
formiche oziose. Procedono verso di te, con una velocità lenta
e dolente. Nessuno vuole perdersi un solo tuo angolo. In essi si
accendono sigarette, si rubano baci, si fanno promesse, scherza-
no nei contrafforti, si misurano altezze, gridano i bambini, gli
affaticati ascoltano le tue viscere e fuggono all’ombra e in essa
si scaldano. Si deliziano con il tuo contorno prima di invadere
il tuo centro.
Nella facciata principale, un lungo gradino, tre passi più vi-
cino al tuo cuore. Santi indaffarati mi guardano dall’alto con
familiarità. Hanno perso il conto delle commemorazioni, i ma-
trimoni, i battesimi e le cerimonie che hanno benedetto. Le
generazioni di molti secoli fa entrarono per pregare, confidare,
chiedere, festeggiare, giurare, sfogarsi, ridere e piangere. I miei
una vita intera.
Entro in te. L’oscurità dell’aria gelida, l’odore dei secoli. Suo-
lo sacro così consumato, adornato dalle fessure della tua stan-
chezza. Pietre levigate da mille passi incerti, tutti i giorni. Al
centro la croce.
Ai lati colonne ferme. Robuste, supportano le volte delle na-
vate. Anche così il soffitto sembra volere abbattersi sopra di me.

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Andreia Monteiro

Afferrandomi con affetto. Tirandomi verso sé, così vicino, così


distante.
Ti attraverso, cortili, sale, celle, giardini. Tetti. Corridoi e
scale ripide. I merletti in pietra delle finestre. La luce dei colori,
vibrante, quando il sole batte come il fuoco brucia. Ai tempi
imparai a memoria il rosso e il giallo delle vetrate, mentre il pre-
te chiedeva un momento di silenzio durante la messa. La libertà
dall’obbligo era isolarmi in te. Scoprirti una pietra alla volta.
Fantasticare su ogni tua cicatrice. Fuggire in te verso un’altra
realtà. Immaginando storie eroiche, mostri e anime in pena. Mi
rise ad alta voce. Calma. Eco. Un interno di bellezza e solitudi-
ne. Ti penseranno vuoto, ma sei abitato.
Nessuno ti vede senza sentirti, non ti vedo senza toccarti.
Ti conosco in tre spazi differenti. Nell’esistenza di una città,
nella vita di un paese, nella storia di un popolo. Radicato. Terre-
no. A contatto con la modernità, a contatto con la vita inquieta
della tua gente. Quello che rimase. Quello che andò perso. Ma
sempre abitato, punto di riferimento. Deposito di un popolo,
il mio. Deposito della Storia, la nostra. Monumentalità, arte,
cultura, identità, maestria.
Uscire da te è uscire da me, da noi.
Il tempo è passato. È passato perché io sapessi che la mia
terra mi raggiunge, sapendo che in lei c’è il mondo.

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