Sei sulla pagina 1di 32

Opere di Rubem Fonseca

J
2

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
Rubem Fonseca

Diario di un libertino

Traduzione di Marco Bucaioni

E
Edizioni dell’Urogallo
In copertina: Luca Tabarrini | Camera
© 2012, Luca Tabarrini

Edizione di partenza: Diário de um fescenino, Nova Fronteira, Rio de Janeiro 2011


Copyright © 2003 Rubem Fonseca
By arrangement with Agencia Literaria Carmen Balcells, Barcelona | Spain
Per l’edizione italiana: copyright © 2012, Edizioni dell’Urogallo

Obra publicada com o apoio do Ministério da Cultura do Brasil


Fundação Biblioteca Nacional

Opera pubblicata con il sostegno del Ministero della Cultura del Brasile
Fondazione Biblioteca Nazionale

Traduzione dal portoghese: Marco Bucaioni


Copertina: Absolutezero Studio di Dario De Leonardis
www.absolutezero.it
Impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-12-9

Tutti i diritti riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati


nell’accordo del 18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigia-
nato e c.a.s.a., Confcommercio, ora integrato dall’accordo del novembre 2005,
per la riproduzione a pagamento, a uso personale, dei libri fino a un massimo
del 15%, nell’ambito dell’art. 69, co. 4 legge cit.
Edizioni dell’Urogallo, Corso Cavour, 39, i-06121 Perugia | www.urogallo.eu.
Diario di un libertino
La redazione ringrazia l’avvocato Luca Ceccarelli, per la consulenza sui
termini legali, la dottoressa Claudia Scalera, per quella sui termini far-
maceutici e il libraio Gianni Agostinelli per la preziosa rilettura del testo.
1 gennaio

H
o deciso, questo primo giorno dell’anno, di scrivere
un diario. Non so quali ragioni mi abbiano spinto a
ciò. Mi sono sempre interessato ai diari degli altri,
ma non ho mai pensato di scriverne uno. Forse dopo averlo
considerato terminato – quando? Che giorno? – lo farò a pez-
zetti, come ho fatto con un romanzo epistolare, o lo lascerò
nel cassetto affinché, quando sarò morto, gli altri – chissà chi,
visto che non ho eredi – decidano cosa farne. O, al contrario,
forse lo pubblicherò.
«Un buon diarista», disse Virginia Woolf, «è colui che scri-
ve per se stesso soltanto o per una posterità così distante che
può senza alcun rischio sentire qualsiasi segreto e valutare
correttamente ogni motivazione. Per questo pubblico non c’è
necessità di affettazione o restrizione». Non mi imporrò restri-
zioni, però so che sarò influenzato in vari modi, considerando
l’ipotesi di essere letto dai miei contemporanei. Gli autori di
diari, quale che sia la loro natura, intima o aneddotica, scrivo-
no sempre per essere letti, anche quando fingono che il diario
è segreto. Samuel Pepys, che scrisse il suo diario in codice,
lasciò delle piste per decifrarlo.
In questo genere letterario, l’autore parla da solo, in una
specie di soliloquio. Qui, però, non si farà udire soltanto la
mia voce, quella del protagonista, ma anche quella degli altri,
deuteragonisti e tritagonisti. (Mi potete anche dare del pedan-
7
te, ma quali nomi posso attribuire a questi altri, a partire dal
8
momento in cui mi sono autoproclamato protagonista?). Con-
fesso che, nel realizzare questo compito, intendo esercitarmi
nella tecnica di scrivere in forma dialogica. Ci sono scrittori, e
forse sono uno di essi, che hanno un certo pregiudizio contro
l’uso frequente di dialoghi per descrivere interazioni tra due
o più personaggi. Il teatro non può prescindere dal dialogo e
il cinema può raccontare qualcosa senza usare dei dialoghi
grazie al close e ad altri trucchi di cinepresa, ma comunque
quello che il cinema ci può dire con delle immagini non ha
mai la stessa ricchezza di significati della narrativa letteraria.
Credo che ho fatto tutti i miei libri di narrativa senza dialoghi
poiché non li ho usati nel primo che scrissi, che ebbe tutto
quel successo. Ho tentato di ripetere lo stesso format. Ma qui
intendo raccontare quel che accade usando dei dialoghi. Ten-
terò di riprodurre fedelmente le espressioni verbali dei miei
interlocutori. Alla fine della giornata, dopo aver digitato i dia-
loghi insieme a una descrizione succinta dello scenario e del-
le circostanze nelle quali si sono svolti, archivierò tutto nella
memoria del mio computer. Forse ne rimarranno fuori gesti o
conversazioni importanti, ellissi queste che risulteranno dalla
pigrizia e da una certa trascuratezza; e, d’altro canto, è proba-
bile che includerò azioni e allocuzioni inutili.
Le voci che si riferiscono a diari, journals e simili riempio-
no varie pagine di qualsiasi enciclopedia. I limiti di classifi-
cazione di questi testi sono vaghi. In una furia tassonomica
direi che non possono essere considerati dei diari, come molti
fanno, A Journal of the Plague Year, di Defoe, o il Diario di un
Rubem Fonseca

seduttore, di Søren Kierkegaard, che mi pare piuttosto un ro-


manzo epistolare, così come le Confessioni di Sant’Agostino, o
le Confessioni di un fumatore d’Oppio di De Quincey, che devo-
no essere etichettate come letteratura confessionale. Quattro
esempi soltanto, in una miriade possibile.
2 gennaio

Diario di un libertino
Un diario, come indica il nome, è un registro quotidiano di
esperienze, osservazioni, sentimenti e attitudini del suo autore
e delle sue interazioni con quelli che lo circondano. Può essere
che qualche giorno non ci scriverò nulla, delle lacune cronolo-
giche ci saranno di sicuro. Nella maggior parte delle giornate
non mi accade nulla di interessante. Guardare, dunque, al mio
passato? Non sono vissuto così tanto, ho pochi ricordi e ad
ogni modo, come disse un collega, la nostra memoria distorce
sempre il passato a seconda degli interessi del presente, e la
più fedele autobiografia mostra più che cosa è l’autore oggi
che quel che è stato ieri. Annotare tutto quel che mi accade nel
quotidiano? Registrare le verruche che ho scoperto tra le dita
del piede destro e l’antimicotico che sto usando? Dire quel che
ho mangiato a pranzo, facendo riferimento alla mia intenzio-
ne di diventare vegetariano e così, dominando la mia natura
onnivora, alleviare la mia colpa per sacrificare vitelli e pecore
al fine di soddisfare i miei appetiti carnivori? Descrivere la
mia visita dal barbiere e riprodurre le conversazioni che ho
sentito in barberia? So che si può produrre un diario impor-
tante descrivendo le cose prosaiche del quotidiano, in realtà
la maggior parte dei diari è così. Non ho la minima voglia di
creare, né lo saprei fare, un documento circostanziato sulla
vita privata quotidiana dell’epoca in cui vivo.
Sono andato con Henriette a vedere la pièce Le tre sorelle.
9
La sua amica, Lucia, impersonava Irina. Non mi piace molto
10
il teatro, benché abbia piacere nel leggere le pièce teatrali. C’è
una certa semplificazione riduzionista nei personaggi in carne
e ossa sul palco, un ristretto valore evocativo che impedisce
una visione soggettiva più complessa. Quell’Irina del palco,
per esempio, era una donna bionda che si muoveva con l’equi-
librio di una donna muscolosa, nonostante i vestiti che indos-
sava non rivelassero nulla del suo corpo. Leggendo la pièce di
Čechov qualche tempo fa, io me l’ero immaginata del tutto
diversa, con la pelle molto bianca, i capelli neri. L’autore di
narrativa può anche descrivermi il personaggio, ma, malgrado
ciò, esso è mio, io lo vedo come la mia immaginazione vuole;
e, quando parla, lo fa soltanto per me, con una rappresentazio-
ne dinamica che io stesso costruisco. Le immagini che ricevo
dal palco come spettatore sono immutabili, imposte dalla so-
lida evidenza fisica della presenza degli attori, e condizionano
il mio discernimento, però quelle che io genero come lettore
sono create da me e possiedono più significati. Il mio proble-
ma con il teatro (e un po’ anche con il cinema) non risulta
soltanto da questa limitazione estetica della risposta, da que-
sta riduzione dello spettatore al ruolo di consumatore, mentre
il lettore è anche un produttore (Iser, Barthes, Eco hanno già
esaurito quest’argomento). Nel teatro, oltretutto, non riesco a
stabilire una catarsi promiscua. La presenza di altri spettatori
intorno a me mi affetta. Sia che si tratti di teatro drammatico,
opera o concerto, è impossibile, per me, partecipare a que-
sta purga collettiva, come vorrebbe Aristotele. Al cinema, con
quel chiassoso suono digitale che esce da tutte le parti, sen-
Rubem Fonseca

to meno la presenza degli altri spettatori. E nessuno tossisce


nella platea del cinema, o forse siamo noi che non sentiamo
tossire nessuno. È chiaro che non sto parlando di sessioni di
cinema che passano film nei quali si sentono idiozie sonore
adolescenziali.
Quando la pièce è finita, siamo andati, Henriette e io, al ca-

Diario di un libertino
merino a salutare Lucia, che ancora non conoscevo.
«Che onore, ho letto tutti i suoi libri, li adoro», mi ha detto
Lucia.
Ho sempre preferito che le persone che conosco non legga-
no quello che scrivo, principalmente dopo aver scoperto che
sono un’irrecuperabile vittima della sindrome di Zuckerman.
Così, quando qualcuno mi dice che ha letto tutti (in realtà
sono soltanto cinque) i miei libri, mi vien voglia di andarmene
di corsa. Un collega, uno scrittore della domenica, una volta
mi disse: «Lo sai qual è la più grande tristezza della mia vita?
Che mio padre sia morto prima di vedere il mio romanzo pub-
blicato». Quel tipo ha scritto soltanto un romanzo, del quale si
prende cura come una vacca che lecca il suo vitello. Ha già fat-
to varie revisioni del libro, sempre cercando di perfezionarlo.
È un buon soggetto, di certo è molto felice quando qualcuno
gli dice di aver letto il suo romanzo. Io vorrei essere come lui,
attaccarmi fortemente a qualcosa di mio. Libro, casa, macchi-
na, donna, soldi.
Lucia ha letto i miei cinque libri. Nonostante ciò, mi sento
attratto da lei. Sul palco sembrava più alta. Accanto a Hen-
riette, alta e magra, un po’ ossuta, Lucia è mignon, anche se
carnosa, solida. Probabilmente fa palestra.

11
12 3 gennaio

Prima di incontrare Henriette per andare, insieme a sua ma-


dre, a una schifosa festicciola di compleanno, ho cercato nel
giornale il telefono del teatro dove stanno mettendo in scena
Le tre sorelle.
«Che bella sorpresa!», ha detto Lucia, con una seduttrice
voce teatrale.
«Sono uscito dal teatro e non sono riuscito a toglierti dalla
testa. Quando sono andato a dormire ti ho sognata».
«Davvero?», Lucia ha fatto una risatina corta.
«È la pura verità. Puoi credermi».
«E se io dicessi che anch’io ti ho pensato?»
«Risponderei che mi farebbe molto felice. Mi piacerebbe
incontrarti per conversare un po’».
«Attenzione. Sono una donna bisognosa, vulnerabile. Mia
madre è morta quando avevo quindici anni. È stata una perdi-
ta molto grande per me».
Rimasi in silenzio. Lei ha interpretato il mio silenzio come
timidezza, ha pensato che sarei fuggito a gambe levate e ha
smesso di fare la difficile:
«Va bene. Quando?»
Rubem Fonseca

«Lunedì?»
«Appùntati il mio numero di cellulare, per metterci d’ac-
cordo. La maschera mi sta chiamando. Ah, una cosa: il mio
nome non è Lúcia, È Lucia. Lucìa, all’italiana, è stato preso da
Lucia di Lammermoor».
Sto sperimentando la maniera dialogata di scrivere. Ho un

Diario di un libertino
buon orecchio, credo che sto andando bene, ma dopo, nella
mia narrazione, intendo usarlo con estrema parsimonia. Il dia-
logo è notamente una tecnica da scrittori mediocri.

13
14  gennaio

Henriette ha una madre. L’ideale è che la persona che ami non


abbia parenti. Non sono mai a tuo favore, trovano in te sem-
pre qualche difetto da sottolineare. La madre di Henriette, che
ha una buona posizione finanziaria, abita a San Paolo, in una
mega-villa, e quando viene a visitare la figlia mi crea sempre
problemi. Henriette ha detto che sua madre era arrivata e che
avevano passato il pomeriggio a parlare. La conversazione di
sempre, ma alla madre non piace che la figlia abiti da sola a
Rio, vuole che torni a San Paolo. Quando Henriette dice che
io lavoro a Rio la madre le risponde che io non lavoro poi
così tanto e posso lavorare dove voglio, ho bisogno soltanto di
energia elettrica e un computer e che San Paolo è la migliore
città del Brasile.
«E sai che altro? Ha detto che sto superando l’età per avere
bambini».
«Tua madre si sbaglia. Ho letto che…»
«Dovremmo fare un bambino, caro. Io non mi voglio spo-
sare, voglio soltanto fare un figlio con te».
«Tu neanche mi conosci per bene e vuoi fare un figlio
con me?»
Rubem Fonseca

«In pochi mesi una donna sa tutto quello che ha bisogno di


sapere sull’uomo che ama».
Lucia non ha una madre. «È stata una grande perdita, ho
sofferto molto», ha detto al telefono. Ho sentito una certa fal-
sità nella sua voce.
Io non ho sofferto per niente per la morte di mia madre,

Diario di un libertino
non c’è stata nessuna perdita, non l’ho mai conosciuta, morì
nel darmi alla luce – l’utero è opaco, “dare alla luce” è una
buona metafora, oltre che una perfetta combinazione di due
belle parole – e mio padre ebbe un infarto quando ero ancora
bebè e lui aveva trent’anni, un infarto a quest’età è sempre ful-
minante. Io non possedevo alcun parente e una nostra vicina,
una professoressa in pensione, mi portò a casa sua. Mi regi-
strarono all’anagrafe in piena regola, ecco il mio certificato di
nascita, il nome di mio padre e di mia madre, quella che mi ha
dato alla luce. La mia vicina aveva tre sorelle e tutte, oltre che
vecchie, erano molto malate, credo che avessero una forma
grave di diabete. Si prendevano cura di me con tenerezza, era
come se avessi quattro madri. Due di loro erano molto sorde,
dovevano parlare a voce alta tra di loro. Quelle che non erano
sorde conversavano anche loro gridando. Anche io parlavo
gridando e ancor oggi lo faccio, quando mi sento molto a mio
agio o felice. Quando penso a loro, le confondo le une con le
altre, dovevano avere la stessa età, portavano gli occhiali per
leggere, gli piaceva vedere le telenovelas, vivevano imbotten-
domi di cibo. Periodicamente (di quattro in quattro anni?) ne
moriva una, però chi ha quattro madri soffre meno quando
una di esse muore, rispetto a chi ne ha una sola. L’ultima morì
quando io avrò avuto sedici anni. Fu a partire da quell’età che
diventai ateo, avevo quattro madri, quattro sante, e Dio le ha
uccise tutte mentre io ero ancora un bambino, due soffrirono
molto prima di morire, Dio gli tagliò le gambe, una gamba
ognuna, Dio doveva essere molto cattivo, oltre che innominato
e surrettizio, e viveva sempre accompagnato dal Diavolo, uno
non esisteva senza l’altro. Di solito penso a quest’argomento
di Dio e il Diavolo in questa maniera infantile, ma certo è che
continuo ad essere ateo tutt’oggi. Bene, dopo che la mia ulti-
15
ma madre morì, apparve là in casa un parente suo, una specie
16
di cugino, accompagnato dalla moglie. Rimasero poco tempo
e se ne andarono dopo aver rovistato in tutti i comodini di
casa. La mia ultima madre morì in ospedale guardandomi con
i suoi occhi profondi e opachi. I suoi denti sembravano essere
diventati più scuri nella bocca rugosa. Per quant’era debole,
riusciva a parlare a malapena. Con sforzo, sussurrò una frase
che mi parve inintelligibile: «L’ultima traversata, la migliore»,
e che in seguito scoprii essere molto simile a quello che disse
uno scrittore su quell’istante di commiato dalla vita: «The last
voyage, the longer, the best». Presi la sua mano e rimasi accan-
to a lei fino a che morì. Mi occupai dell’attestato di decesso
e del funerale vicino alla Santa Casa, pagai tutto con i soldi
che loro tenevano in una scatola delle scarpe. Allora il tale
cugino loro, che si chiamava sor Gonçalves e aveva un piccolo
supermercato nei sobborghi mi cercò e disse che adesso era
lui il padrone di casa, che lui abitava a Tijuca con la moglie e
la figlia, ma che volevano abitare a Copacabana e per questo
stava reclamando l’appartamento delle cugine, che adesso era
suo, se io volessi, sarei potuto rimanere ad abitare con la sua
famiglia, moglie e figlia, una ragazza di tredici anni chiamata
Berenice, la sua pelle rigogliosa aveva una soave bianchezza
incomparabile nel mondo animale, vegetale o minerale e la
cosa migliore di tutte è che anche a lei piacevo. Fu la mia pri-
ma passione. Abitare con loro, i Gonçalves, finì per essere una
cosa buona per me. Il vecchio, benché semi-analfabeta, amava
i libri e viveva comprando i libri per la figlia, chi li leggeva ero
io, e poi le raccontavo di cosa si trattava. Il sor Gonçalves era
Rubem Fonseca

felice e orgoglioso della figlia e comprava sempre più libri.


Pagava i miei studi, si fidava di me, sapeva che ero un ragazzo
serio. Quando rimanevamo da soli in casa, io e Berenice ci
abbandonavamo focosamente alla nostra passione.
 gennaio

Diario di un libertino
Henriette ha litigato con la madre e quella strega è tornata a
San Paolo. Non conosco il motivo dell’incomprensione, non
gliel’ho chiesto, delle incomprensioni tra madri e figlie ci sono
sempre. Sono rare le figlie che davvero amano le loro madri.
Molte le odiano.
Non so perché, le donne, anche quelle che non lavorano
fuori casa, danno una rilevanza speciale al sabato. Henriette,
questi giorni, dopo essere andati al cinema o al teatro, insiste
nell’andare a cena in un ristorante (negli infrasettimanali di
solito cucina per me, o se no cucino io per lei). Il sabato è il
giorno peggiore per qualsiasi svago fuori casa, ma faccio tutto
quello che vuole.

17
18  gennaio

Il mio appartamento si trova in un edificio di classe medio-


media di dieci piani, con tre appartamenti per piano. Non ho
la donna delle pulizie e faccio i servizi domestici io stesso. Ho
imparato a cucinare e, modestia a parte, sono un buon cuo-
co, questa è una delle mie armi di seduzione, le donne amano
le insalate che faccio e vanno in visibilio con il risotto e con
le paste che generalmente preparo meglio del più rinomato
chef della città. Ho due vecchie per vicine, da una parte una
vecchietta simpatica, dall’altra una vecchia arpia pettegola.
Quando sto con qualcuno nel pianerottolo, sono sicuro che
quest’ultima mi spia dal buco della porta. Se capita che en-
triamo insieme nell’ascensore, lei arretra e si ritira, impaurita,
come se io avessi intenzione di attaccarla. Henriette, che la
odia, passa la vita a ripetere che dovrei trasferirmi. A casa sua,
di Henriette.
«Casa tua è rumorosa, inquinata, ci passano migliaia di
macchine tutti i giorni per la tua strada, casa mia è grande,
in un posto molto migliore, avresti uno studio soltanto per te,
con il tuo computer e le rispettive periferiche, e lo spazio per
i tuoi libri, scaffali alle pareti da cima a fondo, hai libri dap-
Rubem Fonseca

pertutto, perfino sotto il letto, come fai a riuscire a trovare un


libro quando lo cerchi? Giuro che non ci metto più piede in
quel tuo santuario neanche se mi inviti».
Vivere con una donna è la maniera più veloce di uccidere
l’eccitazione, l’amore, e persino l’amicizia. Però le donne, in
generale, si vogliono sposare, vogliono avere un focolare do-

Diario di un libertino
mestico e, dentro al focolare domestico, un uomo gentile che
gli dia uno o più figli, e che esca per lavorare la mattina e torni
la sera. Non vogliono quell’uomo per amare e scopare – evi-
dentemente sono più tranquille quando il maschio se le fa, an-
che quando non sono molto disposte – vogliono compagnia,
sostentamento, sicurezza. Una mia amica, scrittrice, bella, ve-
dova di mezz’età, che abita da sola, ha detto che voleva rispo-
sarsi per avere un uomo «che mi porti fuori l’immondizia».
L’appartamento dove abito adesso è lo stesso appartamen-
to delle vecchie che mi hanno allevato, in Rua Barata Ribeiro,
quello che, quando loro morirono, andò al sor Gonçalves e
famiglia. Il sor Gonçalves quasi non sapeva leggere, ma era
un buon commerciante. Andò aprendo piccoli supermercati in
periferia e alla fine si ritrovò una grande catena di supermer-
cati sparsi per la città; le cose che un brasiliano non smette-
rebbe mai di comprare sono medicine e cibo. Mangiare piace
a tutti e ai poveri piace più che ai ricchi, e siccome esistono
più poveri che ricchi, i supermercati guadagnano sempre più
soldi e il sor Gonçalves è, oggi, Il Gonçalves, della nota catena
di supermercati Casas Gonçalves. Prima di essere il padrone
di quest’immensa rete, non appena iniziò a guadagnare i sol-
di buoni, sua moglie pensò che dovevano abitare alla Barra.
Il Sor Gonçalves comprò una casa in uno di quei condomini
emergenti. Prima di trasferirsi, mi chiamò per fare due chiac-
chiere a quattr’occhi e disse, con la franchezza che gli era abi-
tuale, che non voleva che anche io ci andassi. Disse che non gli
piaceva il tipo di relazione che avevo segretamente instaurato
con sua figlia, che sapeva che noi due «avevamo dei segretini
che gli nascondevamo», come quella storia dei libri, che chi
li leggeva ero io, e altre «cose delle quali vorrei non parlare».
Per tutti questi motivi, voleva separarci ed era disposto a re-
19
galarmi l’appartamento nel quale abitavamo, inclusa tutta la
20
mobilia e i libri, oltre a una mesata in denaro fino al termine
dei miei studi, sotto la condizione che io avrei detto a sua figlia
che era soltanto mia la decisione di non andare ad abitare con
loro e di non incontrarmi mai più con lei. La mia passione per
Berenice già era finita e accettai la proposta del sor Gonçal-
ves. Per fortuna, Berenice soffrì meno di quanto pensassi. La
nostra grande passione, che era durata su per giù sei anni, già
si era intiepidita, come il ragazzino di sua madre, della poesia
di Pessoa. (Sul piano abbandonato | che la tiepida brezza scal-
da, | di proiettili trapassato | – due, da parte a parte – | morto
giace e si raffredda). Fino a che mi laureai, il sor Gonçalves mi
diede religiosamente una mesata. Rimasi ad abitare da solo,
senza donna delle pulizie. L’unica cosa che odiavo, e che odio
tuttora, è lavare i piatti.
Rubem Fonseca
 gennaio

Diario di un libertino
Il mio accordo con Henriette è che almeno due sere a settima-
na non sono disponibile. Dico che vado a giocare a poker, o a
cenare con dei vecchi amici, qualcosa del genere. Il poker è un
gioco completamente idiota e, come tutti i giochi di carte, la
maggior parte delle donne lo detesta e non esiste un grande
rischio che la donna in questione dica che vuole venire a gio-
care anche lei. Quanto agli amici uomini, ne ho pochi e non
perderei il mio tempo per vederli tutte le settimane.
Sono andato a trovare Lucia a casa sua. Mi ha ricevuto ve-
stita in modo seducente, come chi dice: non perdiamo tempo.
In uno dei miei libri parlo di un personaggio dal corpo così
solido e liscio che sembrava essere stato infilato in una pelle
insufficiente ad albergare il suo scheletro e la sua carne. E non
c’era neanche una ruga, una piega in qualche parte del corpo
duro di Lucia, cosa che notai con entusiasmo quando andam-
mo a letto.
Quando ancora stavamo conversando in sala, il mio cellu-
lare ha squillato.
«Chiedo scusa, è il mio editore. J. S. è uno che rompe, vuole
parlare del mio nuovo libro», ho detto, alzandomi dalla sedia
per andare in un angolo della sala.
Era Henriette, che mi controllava.
«Come va il gioco?»
«Sto vincendo».
21
«Torni tardi?»
22
«Chi sta vincendo non può uscire dal gioco».
«Non tardare molto, ok?»
Ho attaccato la chiamata senza che Lucia se ne rendesse
conto. Allora ho alzato un po’ il tono della voce mentre cam-
minavo per la sala dimostrando impazienza e avvicinandomi
n po’ alla sedia di Lucia.
«Il libro non è ancora pronto, credo che non sia il momen-
to di discutere questo dettaglio. Adesso sono molto occupato,
possiamo parlare domani? Ciao, ciao».
Ho finto di spegnere il telefono. Grande invenzione, il cel-
lulare.
«Stai scrivendo un nuovo libro?», mi ha chiesto Lucia.
«Sì. E quel tipo non mi molla, vuole fare il libro a novembre
ma non so se facciamo in tempo».
«E su che è?»
«Cara, guardandoti non ho la minima voglia di parlare del
libro».
«E di cosa hai voglia?»
«Di baciarti».
Parafrasando quella musica pop, le donne mi ricevono sem-
pre con le braccia e le gambe aperte. Subito dopo eravamo nel
letto.
Rubem Fonseca
 gennaio

Diario di un libertino
Lucia mi ha chiamato, vuole vedermi stasera. Ha gli spetta-
coli solo dal giovedì alla domenica, il pomeriggio sta provan-
do un’altra pièce, Hedda Gabler, e Ibsen esige molto lavoro.
Anch’io vorrei molto incontrarla, ma non riesco a dribblare
Henriette. Ho tentato di inventare una nuova partita a poker,
ha reclamato così tanto che alla fine sono andato a casa sua.
Voleva rimanere a casa a vedere con me un film in DVD, dopo
che io le avessi preparato un risotto.
Ho fatto un risotto di palmito ineguagliabile, modestia a
parte.

23
24  gennaio

Il mio secondo incontro con Lucia è stato ancora meglio. Il suo


corpo combacia perfettamente col mio, il suo ardore m’incan-
ta. La voce di Lucia è limpida, dev’essere per far capire all’ul-
tima fila quando sussurra, la gente sente il punto e virgola
della sua frase; i suoi gemiti hanno una leggerezza colorata.
La voce di Henriette è torbida. A volte, quando parlo con lei,
penso che sto diventando sordo; i suoi gemiti sono pieni di
ombre. Questa dissomiglianza tra le due è benvenuta. Confes-
so che non so cos’è più eccitante, fare l’amore con una donna
carnosa o con una donna magra. Le donne magre sono meglio
per essere scopate da dietro, inginocchiate sul letto, quando
possiamo contemplare tutta la bellezza delle natiche e dell’ano
della donna e accarezzarla in tutte le maniere. Le donne più
piene, con i seni abbondanti, sono meglio per essere scopate
da davanti, con il loro petto che si strofina sul tuo.
Sono rimasto accanto a Lucia, conversando, dopo aver fatto
l’amore. Questo dice tutto. La cosa più normale è, dopo la co-
pula, che il tipo in questione trovi una scusa per andarsene.
«Oggi dormi con me, no?»
«Non posso. Devo andare presto a San Paolo a parlare con
Rubem Fonseca

il mio editore».
«Il tuo editore non era qui di Rio?»
«Ancora non ho firmato il contratto con lui per il nuovo
libro. Sentirò la proposta dell’editore di San Paolo, può essere
più vantaggiosa. Io vivo di questo, cara».
«Tu hai detto il mio editore».

Diario di un libertino
Le donne sono più furbe di quanto pensa la maggior parte
degli uomini.
«Il mio probabile nuovo editore».
«Ci incontriamo soltanto il lunedì?», ha chiesto Lucia.
«No, certo che no».
Le donne sono una cosa buona, ma danno lavoro.
Quando ho lasciato Lucia, sono entrato in macchina e ho
riacceso il mio cellulare. Ha suonato subito. Henriette.
«Hai spento il cellulare? Ti sto chiamando come una pazza
e va sempre nella segreteria».
«Ho notato soltanto adesso che era spento, ora che sto tor-
nando a casa. Perché non stai dormendo? Ti verranno le oc-
chiaie. Detesti avere le occhiaie».
«Dove sei?»
«In macchina, sto andando a casa».
«Passa qui. Ho nostalgia tua».
«Henriette, è stata una serata terribile, quasi alla fine della
partita ho vinto una scommessa alta con Saraiva e quando ha
visto che avevo bluffato si è incazzato, abbiamo discusso, ab-
biamo litigato. Sono distrutto, è il mio migliore amico».
Non ho un migliore amico, né un cane. Saraiva è una
bestia.
«Vieni qui, vieni qui a riposare».
Ci sono andato. Henriette mi attendeva con una lingerie
che immaginava seduttrice. Odio quel tipo di biancheria in-
tima consacrata dalla moda e dai media, orpelli, modelle che
vorrebbero essere invitanti lasciando un pezzo di culo fuori,
chiaramente la parte più brutta, quella con la sua pieghetta
moscia, il culo può essere visto nudo soltanto quando è molto,
molto ben fatto, e anche in questo caso risulta più bello quan-
do è coperto da un tessuto di sottile aderenza. Un amico una
25
volta mi fece una conferenza su questa parte dell’anatomia
26
femminile: «Il culo brutto», disse, «ovvero, come la maggior
parte dei culi, deve essere nascosto il più possibile, principal-
mente quando il corpo è in posizione eretta e la donna ha più
di trent’anni, che sono le donne che contano. Anche se il culo
è bello, la donna deve evitare che esso venga visto mentre sta
in piedi, poiché il culo è la parte del corpo femminile più vul-
nerabile all’avanzare inesorabile della decadenza della carne.
Se la donna in questione», proseguiva, «vuole mostrare que-
sta parte importante del corpo, lo deve fare coricata, bocconi,
o anche inginocchiata e curvata. Il culo, in questa maniera,
risulta quasi sempre bello. Nell’alzarsi dal letto, non deve per-
mettere al suo partner di vedere il suo culo, indipendente-
mente dall’angolo, poiché i due emisferi, visti da dietro, posso
essere ancora più brutti. Si deve infilare in un asciugamano o
in qualsiasi altra cosa. Anche in mutandine il culo causa più
pietà che eccitazione. Il culo perfetto è una rarità.
Ho messo queste parole in bocca al mio amico, ma in realtà
chi pensa tutto questo sono io. Sto provando il discorso indi-
retto flaubertiano, è così che sto progettando il mio Bildung-
sroman, il mio romanzo di formazione. Tornando all’argomen-
to della biancheria intima femminile, le donne che conosco
sembrano più predisposte all’amore quando usano lingerie di
moda. Suppongo che nel vestire e contemplare la biancheria
intima che useranno per l’incontro con il maschio, una lieve
onda di eccitazione e autostima energizzi i loro corpi e le loro
menti.
Non appena sono arrivato, ho detto che avevo bisogno di
Rubem Fonseca

fare un bagno per liberarmi dall’“odore di giocatina”. Il profu-


mo di Lucia mi poteva smascherare.
Dopo aver fatto il bagno, andai a letto con Henriette. Credo
che non me la sono fatta nel modo in cui è abituata, benché
cambiare donna mi stimoli sempre.
«Sei stanco, vero caro?»
La sua voce aveva un tono consolante che colpì il mio orgo-

Diario di un libertino
glio, nonostante il mio disimpegno passato fosse stato molto
buono.

27
28  gennaio

Ho incontrato Lucia. Arrivando a casa sua, sono stato abbor-


dato da un tipo. Mi sono fermato, pensando che mi avrebbe
chiesto dove stava una certa via. Non so perché, nei miei
spostamenti incontro sempre qualcuno che mi chiede indi-
cazioni.
«Non è che ha dei soldi da darmi?»
«Cosa?»
«Non ha mai visto un mendicante col paltò e la cravatta?»
«È la prima volta».
«Può accadere anche a lei».
«Raramente vado in giro col paltò e la cravatta».
«Se fosse un mendicante ci andrebbe».
«Perché?»
«Perché così le persone si fermano e le danno attenzione».
«Mi piace la sua cravatta».
«È in vendita», ha detto.
Sono entrato a casa di Lucia pensando a quel tipo.
«Ho incontrato vicino al tuo palazzo un mendicante col
paltò e la cravatta».
«Gli hai dato dei soldi?»
Rubem Fonseca

Io, per principio, non faccio elemosina. E ancor più se il


tipo chiede l’elemosina nella mia strada.
«Gli ho comprato la cravatta»
«Che brutta cravatta».
Mi sono messo la cravatta in tasca.
No so chi ha detto che possiamo scrivere bene soltanto sui

Diario di un libertino
nostri peccati, perché è molto difficile ricordare un’azione vir-
tuosa, oppure anche ricordarsi se è stata il risultato di una
ragione buona o cattiva. Non conosco la motivazione del mio
acquisto.
«Caro, io ho l’abitudine di fare esercizio tutti i pomeriggi,
sono una donna robusta, devo mantenere il tono muscolare, il
mio personal trainer dice che se smetto di fare attività, crollo.
Trova il modo di incontrarci tutte le sere, tutti i pomeriggi non
funziona. Vuoi che diventi una foca?»

29
30 18 gennaio

La mia vita è molto complicata. Non è facile prendere in giro


simultaneamente due donne gelose e possessive. Le bugie
sono sempre più complicate, come un gioco di scacchi, le pro-
dezze sessuali sempre più estenuanti, non voglio che questo
danneggi il Bildungsroman che intendo scrivere. Mi sento
esausto quando penso alle manovre ardite che devo realizza-
re, ma d’altro canto due donne mantengono il fuoco acceso,
e io ricavo una certa soddisfazione dalla mia astuzia. Ho un
incontro notturno con Lucia e ho incontrato Henriette il po-
meriggio. Ne conosco la ragione. Henriette mi ha detto, prima
che io uscissi per andare da Lucia, che è allergica alla guave.
Quest’allergia stupida, senza importanza, di Henriette mi ha
dato noia. Elizabeth era allergica alle punture d’api. Non vo-
glio parlare di Elizabeth.
Rubem Fonseca
26 gennaio

Diario di un libertino
Mi sa che non tocco questo diario da una settimana. Ho tele-
fonato a Henriette. Le ho chiesto se potevo andare a casa sua.
Ci sono cose che non possono essere dette al telefono, sono un
bugiardo ma non sono un codardo.
«Oggi non è giornata di poker?»
«La partita è stasera. Posso venire adesso?»
Abbracciandomi, Henriette mi ha chiesto:
«Che faccia è questa?»
«Credo che dobbiamo prenderci un periodo».
«Prenderci un periodo?»
Credo che lei già sapesse di tutto quanto quando ha visto
la mia faccia, le donne sono molto perspicaci; non è intuito,
come ci piace dire, è proprio intelligenza, non esiste una bion-
da scema, né una mora.
«Prenderci un periodo? Che cosa significa ‘sta stronzata?
Non sai parlare in portoghese decente?»
«È un eufemismo».
«Non hai il coraggio di parlare chiaro? Cazzo, lo scrittore
non si sa esprimere? Non ha trovato paroline belle da dirmi?»
«Non mi fare questo, per piacere, ti sto trattando decente-
mente».
«Non ti piaccio più, è questo? Dimmelo subito».
«È più complicato».
«Hai trovato un’altra ed è giunto il momento di cambiare?
31
Ti sei stancato della pasta al pomodoro?»
32
«Tu sei caviale».
«A te non piace il caviale, cretino! La conosco?»
«Chi?»
«Non cambiare discorso. Un tipo decente dice la verità».
Io non l’ho detta. È stata una conversazione noiosa e dolo-
rosa. Henriette mi ha fatto molta pena.
«Non mi rivolgere più la parola», ha detto Henriette, ini-
ziando a piangere, quando sono uscito.
Rubem Fonseca