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Requiem per il navigatore solitario

Nota sull’impaginazione e sull’interpunzione

In questo libro si viene meno al normario redazionale di collana, ri-


correndo a soluzioni grafiche inconsuete e talora poco aderenti ai principi
della buona tecnica editoriale. Lo scopo è quello di riprodurre, nei limiti
del possibile, l’edizione originale, curata dall’autore e dall’editore porto-
ghese nel minimo dettaglio. Segnaliamo al lettore il grassetto nella prima
riga di ogni capitolo, la mancanza di interpunzione prima e dopo le virgo-
lette dei dialoghi («»), il mancato ricorso alla lettera maiuscola in alcuni
capoversi, in modo particolare dopo i dialoghi stessi.
Ad Ana

Erano isole
erculee: corone
vegetali sornuotando
alti castelli sommersi e, soltanto
(«Seppellitemi in mare, lontano da tutto»)
Alain,
tra valli, vele e gabbiani

Ruy Cinatti
Capitolo i

«Non saresti mai dovuta venire»


non fu questo che dovettero sentire
quelli che prima di me passarono da queste parti del Mare
di Arafura, alcuni in cerca di sole, altri d’avventura, di una
terra promessa, di una fragranza, di un’anima gemella o di
quel che mancava alla vita di ciascuno di loro.
Adesso, mentre salgo i sentieri che mi portano di nuovo
alle montagne di Manumera, mi rendo conto che l’isola nella
quale ho dato appuntamento al mio principe azzurro ha delle
preziosità che soltanto lo sguardo curioso di gente interessata
può portare alla luce del giorno.
Né tutto quel che si può vedere è stato scoperto. La neb-
bia e l’ombra ancora aleggiano sulle pietre che abbelliscono la
sommità delle montagne.
Ho accumulato a poco a poco dei gatti, che mi sono sta-
ti lasciati via via come ricordo, probabilmente per avvisarmi
quando il mare infuria ed entra dentro casa come i pirati, che
da queste parti abbondano come i corvi. Avevano tutti in co-
mune il fatto di portare nomi di persona. Alberto, l’Abissino,
di colore fulvo e grandi occhi ambrati. Geraldo, il Birmano,
dal pelo dorato e dalle estremità marroni. César, il Balinese,
gli occhi a mandorla azzurri.
Il primo mi fu portato da quello straniero che io pensai
essere il mio principe azzurro – tutte sogniamo che i nostri
principi azzurri verranno da molto lontano. Questa fu la tra-
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ma che i miei genitori, commercianti di Batavia, mi indussero


a credere e con la quale intrecciarono la mia vita. Il fatto che
mi preparassero a far felice qualcuno mi faceva rabbrividire,
visto che la felicità è una ricerca costante: è come dire che
nulla è definitivo.
I miei genitori si prodigarono in un’educazione europea,
pagando un’istitutrice, sposa di un aristocratico ungherese
che, dopo aver tentato più volte di attraversare l’Oceano Paci-
fico in una fragile zattera, si stabilì nelle Indie Orientali Olan-
desi per dedicarsi allo studio della musica di Giava. Voleva di-
mostrare che i popoli dei piccoli territori della Polinesia erano
giunti per caso in America prima degli europei, andando alla
ricerca della testa d’oro rilucente.
Conoscere le lingue straniere, leggere i classici, suonare
il piano e ammirare Debussy, un insieme di stravaganze per
ornare un’eccellente lettera di presentazione. Alla fine sareb-
be stata perfetta l’unione tra le due culture. Quella asiatica,
rappresentata dalla mia pelle di seta, dagli occhi a mandorla,
dai capelli neri e dalla mia postura: quella di una dea o di una
gatta; e quella europea, intesa nella forma seduttrice in cui i
poeti, i pittori e i musicisti la rappresentano: una ballerina che
danza al ritmo della cadenza di parole sussurrate.
Il destino di una donna è un vaso di Pandora. Non si sa mai
cosa c’è dentro. La sorte può darti in dono un principe azzur-
ro. E non sempre quello desiderato. Innamorarsi di un mari-
naio può essere un’avventura senza ritorno, come quando si
entra nel mare, mentre le tempeste consigliano di rimanere
sulla terraferma. Ci si mette nella condizione di essere lasciata
al primo rintocco di campana. Poi si deambula in attesa di
essere salvata da un cuore generoso. Ché ce l’hanno anche i
marinai solitari, i viaggiatori in cerca di aria nuova, i cacciatori
di fortune, i cercatori di mondi magici, i musicisti in cerca di
nuove sonorità, i mistici all’inseguimento della meraviglia, gli
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scrittori di storie tragico-marittime e i pittori di paradisi che


sbiadiscono con il tempo.
Mio padre era un cinese della terraferma che scese giù per
il Fiume Giallo. Si lasciò lavare dalle alluvioni che si portano
dietro terre, città, ponti, case, pietre, alberi, animali, uomini,
e intasano il delta di una pasta spessa e giallognola. Poi fu
soltanto una questione di credere nella sorte. Cosa che i cine-
si praticano, portando all’estremo gli imponderabili disegni
della legge del caso. Per intrigare la trama ancor di più, decise
di farsi cristiano quando si sposò con mia madre, compiendo
con rigore i suoi doveri nei confronti della Chiesa: messe nei
giorni dei santi ed elemosine nei momenti stabiliti.
I pragmatici sostengono che la miglior cosa per raggiun-
gere la felicità sia la prosperità. Non rinnegava i consigli e
osservava con rigore questo precetto. Gli affari non gli corre-
vano male, sembrava felice o, almeno, prossimo a questo stato
d’animo, che si stampigliava sul suo sorriso mostrando i denti
dorati e sul candore di mia madre, una bella donna, frutto di
una relazione tra una creola e un governatore coloniale.
Andavano di città in città, sempre in cerca di un porto si-
curo, in attesa di un buon affare, con gli occhi attenti come
quelli di una tigre.
La notizia della pacificazione del territorio portoghese si
sparse rapidamente nelle vicinanze e l’aumento della coltiva-
zione del caffè, promossa dal governatore Celestino da Silva,
fece sì che su tale regione convergessero le attenzioni di gente
avida di denaro, seguendo lo stesso governatore, che aveva
creato la società agricola “Pátria e Trabalho”
«Non saresti mai dovuto venire»
non fu quello che dissero i miei genitori
quando ricevemmo a casa nostra a Batavia un visitatore
portoghese abbastanza rustico e di pelle scura. Era il capitano
del porto di una città chiamata Dili, un luogo pieno di palu-
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di e di coccodrilli, infestato dalle zanzare e dalla malaria, nel


quale i portoghesi esiliavano i loro funzionari caduti in disgra-
zia, con l’incombenza di prendersi cura di altri conterranei
loro, ancor più disgraziati, inviati laggiù in esilio dopo essere
stati considerati sobillatori.
Il motivo della visita sembrava essere la transazione di caf-
fè. La sostituzione del prodotto da commerciare, che fino a
quel momento era stata la seta pura, e adesso sarebbe stata
soppiantata dall’aromatico caffè, risultava nell’elenco delle
discussioni prolungate, temperate da tazze di tè e calici di ac-
quavite di canna, con l’oppio che faceva capolino a fine sera-
ta.
Il vecchio cinese era recalcitrante a buttarsi in un nuovo
settore. Gli scioperi degli operai e l’insurrezione comunista
del 1926-1927 erano ancora presenti nella sua memoria. De-
cise di investirci seriamente soltanto quando il capitano del
porto di Dili gli fece sapere che i giapponesi avevano intenzio-
ne di acquisire una parte significativa delle azioni della società
agricola “Pátria e Trabalho”. Era già in marcia il Piano Tana-
ka per l’occupazione dell’Estremo Oriente da parte dei nip-
ponici. Quest’informazione gli fece venire in mente i recenti
accadimenti relativi all’invasione della Manciuria da parte dei
giapponesi. Avevano bisogno dell’acciaio di quel territorio
per lanciarsi in nuove conquiste.
Doveva far fronte agli invasori della patria. Mi astengo dal
dire: vicini prediletti. La storia è fertile di esempi di cattive
interpretazioni. Benché distante, era spinto dalla vendetta per
l’umiliazione sofferta. Il suo campo di battaglia erano gli af-
fari. Si disponeva a combattere una lotta senza quartiere in
tutti i luoghi, ma, prima, doveva giustificare davanti ai suoi
soci della compagnia della seta il suo particolare interesse nel
nuovo investimento.
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Sentì dire che l’odore del caffè si sposava meravigliosa-


mente con i capi d’abbigliamento. Volle aggiungere che la
seduzione è una donna vestita di seta, che assapora una tazza
di caffè di Timor e che fuma tabacco di Giava in un salone di
uomini a Shanghai.
Il visitatore, per tutto il tempo in cui rimase nella nostra
casa, non tolse mai lo sguardo né da me, né da un oggetto di
giada che rappresentava una gatta. Probabilmente, il suo inte-
resse per l’oggetto fungeva da copertura per un altro oggetto
giallo che non era di pietra, ma di carne e ossa e rappresentava
una ragazza cinese con pretese culinarie esotiche.
Nulla di tutto ciò passò inosservato al vecchio cinese, che
gli chiese se fosse interessato a quell’oggetto. Lui, con gli oc-
chi fissi su di me, disse che la sua curiosità andava oltre la
rappresentazione simbolica di quell’animale.
Promise che sarebbe tornato il giorno seguente con le carte
per firmare il patto commerciale per il quale mio padre sareb-
be stato il rappresentante della società “Sacromonte Lda.” a
Batavia e, in compenso, il capitano di porto avrebbe assunto
la rappresentazione dell’impresa “Seda Pura e Prosperidade”
a Dili.
Prima di uscire, guardando verso di me, chiese il nome
dell’oggetto che mio padre disse chiamarsi Catarina
«Catarina?!»
reagì il visitatore, sorpreso
forse confuso, non sapendo se il vecchio cinese si riferisse
alla gatta di giada, per la quale mostrava un interesse occasio-
nale, o alla figlia, la cui bellezza non gli era indifferente.
Il visitatore comparve il giorno seguente con un gatto che
mi mise sul grembo, come se fosse un mazzo di fiori, davanti
alla sorpresa generale della famiglia.
Secondo un’usanza tailandese, il giorno del matrimonio si
regala ai promessi sposi un gatto korat, il cui nome significa
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“buona fortuna”. Si affrettò a giustificare il suo gesto come


un gesto simbolico, dal momento che in quella casa si sarebbe
realizzato il matrimonio tra due imprese.
«Questo è Alberto, l’Abissino».
Mi regalò il felino come se fosse un biglietto da visita
presentandosi poi come Alberto Sacramento Monteiro, ca-
pitano del porto di Dili, nato a Goa, di padre portoghese.
Il gatto si raggomitolò sul mio grembo non appena si trovò
libero dalle sue mani. All’improvviso, come se si fosse pentito
di avermi fatto quel regalo, o per mostrare il suo affetto per
l’animale che mi aveva donato, tornò ad accarezzargli il pelo
e, senza che me ne accorgessi, osò estendere quel gesto alla
mia mano.
I miei genitori, per una questione di pudore e forse per ma-
nifestare il loro accordo, abbandonarono la sala e rimanemmo
in tre, lui ad accarezzare la pelle della mia mano e io il pelo
del gatto
«Non saresti mai dovuto venire»
non fu questo che dovette sentire il mio fidanzato
mentre il patto commerciale avanzava col vento in poppa.
I buoni affari generano sempre dei buoni matrimoni, dicono
i canoni intonati in continue ripetizioni prima di ogni unio-
ne, come a ricordare agli sposi le dovute cautele da prendere
prima di mettere in movimento la ruota della fortuna. Ho già
sentito di buoni matrimoni rovinati a causa di cattivi affari. In
molti casi è difficile separare una cosa dall’altra, nella misura
in cui il matrimonio è mostrato come la facciata visibile della
prosperità degli sposi.
La mia presentazione ufficiale come fidanzata di Alberto
Sacramento Monteiro era fissata per il periodo natalizio. Pri-
ma, dalla famiglia di lui, a Dili, nel momento in cui avrei com-
piuto diciotto anni, raggiungendo così la maggiore età. Poi, a
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Batavia, durante i festeggiamenti per il Nuovo Anno Cinese,


secondo le tradizioni della mia comunità.
L’anno in cui avrebbe avuto luogo il momento più impor-
tante della mia vita, la produzione di caffè diminuì. La ma-
lattia della ruggine si sparse per tutte le piantagioni e fu la
catastrofe per le imprese. Cioè, per tutti. Si dica, a onor del
vero, che lo fu anche per il mio matrimonio. Rimandato a mi-
gliori raccolti.
Nessun commerciante che si rispetti dà la figlia in sposa
quando gli affari vanno male. Il male attrae il male come la mi-
seria la malattia. L’Arabica soccombeva davanti alla malattia.
La Fazenda Sacromonte, che le autorità avevano confiscato ai
ribelli di Manumera e avevano donato alla famiglia Sacramen-
to Monteiro per lo sfruttamento del caffè, come ricompensa
dei meriti di un famigliare distintosi durante le campagne di
pacificazione, entrò in stato di depressione. Mio padre aveva
deciso di fare la scommessa della sua vita su quest’affare. La
disgrazia gli si metteva di traverso. La vergogna sarebbe giun-
ta a suo tempo.
Il silenzio del capitano di porto lo intrigava. Il vecchio ci-
nese, a corto di notizie del suo socio, decise di fargli una sor-
presa. Cosa che, tra signori che hanno stretto un giuramento
di fiducia, dovrebbe essere soppressa. Ogni congiura è un
tradimento e ha un alto prezzo da pagare. Lui lo sapeva e co-
nosceva anche i rischi che correva. In segreto, preparò il mio
viaggio a Dili. Volle certificarsi del vero stato della calamità.
“Vedere per credere” era sempre stato il suo motto. Nulla di
meglio che i begli occhi della figlia. Depositò in me una fidu-
cia assoluta, come se quella fosse la prova della mia vita.
Al tempo non intravedevo cosa mi riservasse il futuro. Non
mi avevano mai insegnato a gestire gli affari. Non ci ero porta-
ta. Ma la possibilità di incontrare di nuovo il mio fidanzato mi
spinse ad accettare il compito. Se il vecchio cinese fosse stato
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previdente, così come lo era stato all’inizio di altre imprese,


sarebbe andato da un oracolo per consigliarsi. Probabilmente
al posto mio avrebbe mandato mio fratello Lucius, il Biblico,
maestro di arti marziali e sopravvissuto a molti disordini, pe-
rito in riscossioni difficili e abile nella maniera in cui riusciva
a convincere i più recalcitranti.
Giunsi a Dili a bordo di un cargo olandese, in un pomerig-
gio esplosivo, una mistura di colori tra il giallo e il rosso, che
mi sembrava annunciare una catastrofe biblica. Il funzionario
della dogana si rese conto del mio arrivo già prima che gli
domandassi della sede dell’impresa “Seda Pura e Prosperida-
de”. Sentii dei mormorii sulla mia bellezza o sulle qualità di
grande seduttore del capitano di porto
«Ha un buon fiuto per i fiorellini di montagna, ma è cieco
per gli affari di caffè»
e, quest’ultima parte della frase, confermava lo scenario
che adombrava il patto commerciale.
Capitolo ii

«Che bella veranda!»


mi venne da dire
quando misi i piedi sulla scala prima di entrare nella porta
verde, senza vestito da sposa di seta pura e bianca, ghirlande né
dame di compagnia. Soltanto una valigia, nella quale avevo il
libro di Alain Gerbault, À la poursuite du Soleil, regalatomi dal
marito della mia istitutrice, il musicista magiaro con la passione
per il mare e per Debussy, e al collo il gatto Alberto, l’Abissino.
Non lo trovai nella casa che mi avevano indicato come la
sede dell’impresa “Seda Pura e Prosperidade”. Il mio viag-
gio non era stato neanche annunciato. Tutto fu preparato da
mio padre nel più profondo segreto. Avevo immaginato che
Alberto Sacramento Monteiro stesse sulle montagne di Ma-
numera tentando di recuperare la proprietà.
Era una villetta lunga e larga. Non vidi nessun mobile in
sala. Una stuoia e un lume a petrolio sembravano stare lì da
decenni. La casa aveva tutto l’aspetto di un’abitazione abban-
donata o forse infestata dai fantasmi. Un odore intenso esa-
lava dall’aria e sembrava impregnato nel suolo, nelle pareti
e nel soffitto. Alberto, l’Abissino, fu il primo a riconoscere
quello che il suo fiuto avvezzo annunciava. Compito inglorio-
so. Tutto odorava di gatta e nessuna traccia di gatte. In fondo
allo stretto corridoio, una stanza. La mia curiosità mi portò
là. Lo stesso aspetto desolato. Come mobilia c’era soltanto un
letto sfatto, il materasso, il cuscino e un armadio in cui erano
conservate alcune lenzuola. La puzza di muffa, di sudore e
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di profumo economico mi diede un’indicazione precisa sullo


stato di degrado al quale era arrivato il patto commerciale.
Non trovai il coraggio di andare a esplorare gli altri vani. Ma
altre sorprese mi attendevano di fuori.
Lasciai la mia valigia nella stanza, presi la stuoia dalla sala e
la stesi sulla veranda. Accesi il lume a petrolio e iniziai a cam-
minare da un lato all’altro per tutto il giardino. Vagavo scalza
sull’erba umida. Proprio davanti alla casa c’era una pianta che
sembrava elevarsi al cielo. Più tardi seppi che era a causa di
questa rampicante che la casa era conosciuta come Pousada
Buganvília, e anche a causa di strane storie che si raccontava-
no su di essa.
Per la prima volta ebbi una strana visione. Le lucciole,
come una nube luminosa e scintillante, si accumularono sulla
chioma della rampicante, coprendola di un manto luminoso.
Una brezza venuta dal mare mi avvolse in una carezza. Un bri-
vido coprì il mio corpo. Mi sorpresi a provare con le dita Les
Pagodes di Debussy accarezzando il pelo di Alberto, l’Abis-
sino, che faceva le fusa al mio collo, cullato dalla musica del
compositore francese.
La mattina seguente feci una spedizione per conoscere la
città e la sua bellissima baia. Decisi di percorrere il lungomare
con la mia compagnia al collo. Mi fermai vicino al molo per
guardare l’orizzonte, con l’Isola di Ataúro sospesa in lonta-
nanza. E anche i profili di altre isole più piccole in una catena
che qualcuno disse essere di fuoco nella stagione degli incendi
volontari. Una mi stregò in modo speciale per il fatto di avere
come nome Lira. Mi assalì il desiderio di ritirarmi in questo
luogo un giorno, dopo aver soddisfatto la volontà dei miei
genitori: quella di fare felice un principe.
Passando davanti all’Hotel Salazar mi fermai. Mi sedetti su
una sedia e ordinai una tazza di tè. Da dentro si sentivano voci
rumorose di uomini e di donne, che contrastavano con il si-
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lenzio formatosi intorno all’edificio. Parlavano in portoghese,


tetum, bengali, malese e, di quando in quando, si sentiva una
frase intera in inglese.
«How we alone of mortals are»
un verso di una poesia di Yeats: The Indian to his love.
Tale confusione di lingue sembrava essere una piccola di-
mostrazione di quello che potrebbe essere una Babele. O for-
se un bordello, come gli antri scuri dei porti di una grande
metropoli, nella quale si incrociano i marinai provenienti dai
vari continenti. Ma il fatto che accadeva in una piccola città
alla fine del mondo, in un luogo di gente condannata a morire
di noia o di una malattia rara che porta a una morte lenta, mi
causò una certa straniazione.
Il gestore mi si sedette accanto. Quando mi servì il tè, si of-
frì per darmi informazioni, senza essere sollecitato in tal sen-
so. Una buona volontà che mi destò dei sospetti sul motivo
per cui si apriva in confidenze con un’estranea.
L’abituale circolo di chiacchiere del capitano di porto, il
fine settimana, riempiva d’animazione il piccolo e simpatico
hotel. Uno dei conviviali era Sir Lawrence, un opulento com-
merciante, originario del Bengala, stabilitosi a Timor alcuni
anni prima, aveva degli affari nel settore del legname di pregio
e una farmacia, rivestiva anche le funzioni di dentista, in as-
senza di uno specialista, oltre ad essere un amante di poesia,
che declamava nelle ore meno opportune.
Una tale combinazione di compiti e qualità mi indusse ad
abbozzare un sorriso al pensiero che Sir Lawrence, mentre
era indaffarato a strappare i denti a un paziente, si sarebbe
soccorso dello stesso verso della poesia di Yeats per anestetiz-
zare il dolore
«How we alone of mortals are».
Sir Lawrence aveva l’abitudine di invitare ai rinfreschi che
organizzava, nell’ottica di attrarre a sé in tal guisa la carica di
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console onorario del Regno Unito, oltre alle eminenze locali,


diverse figure straniere, tra le quali primeggiava un vecchio
residente inglese, colonnello in pensione, che tutti quanti sa-
pevano essere un distinto membro dei servizi segreti inglesi. E
non era l’unico. C’erano anche dei giapponesi da quelle parti.
Si spiavano l’un l’altro.
In queste occasioni l’ospite chiedeva di fare silenzio. Era
un uomo piccolo e si metteva in cima a un palco fatto apposta
per essere visto da tutti i punti e da tutte le angolature. In
piedi, emozionato, intonava God save the King, con un accen-
to che era stato affinato nel tempo sentendo la bbc, al punto
da essere indicato dai visitatori dell’isola come il manuale di
buona espressione della lingua della madrepatria. Tale confu-
sione di appartenenza gli valse in una di quelle occasioni un
rimprovero delle autorità portoghesi, irritate dalle sue manie
di grandezza, affinché si servisse soltanto della lingua del Pae-
se nel cui territorio aveva trovato rifugio e aveva fatto fortuna
attraverso i suoi contatti con gli stranieri.
E fu esattamente ciò che fece. Passò a usare il tetum nei
suoi incontri con le autorità portoghesi e, insieme a un sacer-
dote, elaborò un’antologia di testi della letteratura orale del
Regno di Samoro.
Malgrado Sir Lawrence avesse insistito nelle sue pretese, il
vecchio colonnello non toccò mai l’argomento, mantenendosi
in un mutismo assoluto che sfiorava l’indifferenza
«Forse non canto poi così bene»
«Strappagli i denti con una pinza»
gli suggerì l’amico portoghese, poiché il commerciante
bengalese era colui al quale gli europei della colonia ricorre-
vano quando la carie non li lasciava riposare.
Era da molto tempo, ormai, che Sir Lawrence aspettava
una risposta e iniziava a perdere la pazienza. Cosa che non
faceva parte del temperamento di quell’uomo, i cui modi fini
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e gesti sottili incantavano le signore dell’alta società, e al quale


rivelavano le ultime novità quando si sedevano sulla sua sedia
da dentista
«Ha già visto la piccola del capitano di porto?»
Il gestore dell’hotel propose la sua spiegazione per quel ri-
tardo. Gli inglesi avevano sempre fatto orecchie da mercante
alle pretese dei sudditi delle colonie. Sir Lawrence era uno dei
più illustri frequentatori dell’hotel. Senza la sua presenza il
gruppetto delle chiacchierate sarebbe stato soltanto un fausto
di fauni in delirio per i piaceri della vita.
L’intimità condivisa durante il pomeriggio, quando si scam-
biavano opinioni sulla situazione politica del mondo, mentre
giocavano a scacchi e assaporavano del cognac, permise al ge-
store portoghese di penetrare nel pozzo senza fondo che era
quel cittadino britannico, sempre vestito di panni bianchi di
cotone. Sapeva che il suo desiderio non era la carica in sé,
ma la distinzione di essere il rappresentante di Sua Maestà il
Re d’Inghilterra, affermandosi in questo modo agli occhi dei
residenti goesi della colonia che lo disprezzavano per il fatto
che non era cattolico.
Il silenzio nel quale la sua richiesta era stata relegata fu
la maniera meno perniciosa che il vecchio colonnello aveva
trovato per non offendere chi per anni si era abituato a par-
lare l’inglese con raffinatezza e aveva modi e abitudini da ari-
stocratico britannico. Sir Lawrence diceva che il colore della
pelle era di infima importanza. Era l’accento che definiva il
luogo al quale una persona apparteneva. E il suo era quello
della bbc. Unico e inconfondibile.
Ma, per il gestore portoghese, tutto ciò non era altro che
una fantasia di un servo che non aveva mai saputo bene qua-
le fosse il suo status in una società coloniale. Coprendosi le
labbra con la mano destra, mi bisbigliò che gli inglesi amava-
no l’India, ma detestavano gli indiani. L’esatto contrario dei
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portoghesi, che amavano tanto la terra, quanto le spezie, la


più piccante delle quali era la mora di Goa con il suo delicato
ombelico sul quale reclinavano la testa prima di lanciarsi in
nuove conquiste.
Questo paragone io lo trovai molto forzato. Mi sapeva di
puro intrigo, come quello che più tardi potei apprezzare tra
le autorità della colonia quando affilavano la lingua in pubbli-
co. Manifestai questa sensazione sgradevole lasciando nascere
una ruga in fronte. L’espressione della mia faccia lo turbò.
Tacque per un momento. Mia madre mi aveva già avvisato che
era sconveniente mostrare il proprio stato d’animo in presen-
za di un estraneo.
A conferma della sua tesi, speravo che citasse il nome del
capitano di porto, dato che questi era figlio di padre porto-
ghese e madre goese, però, svicolò con un perfetto colpo di
coda, dando come esempio il terzo elemento del gruppo, l’av-
venturiero di Ceylon, conosciuto dagli indigeni come il Busa
Metan, o il Gatto Nero. Ma gli europei della colonia lo chia-
mavano Indian Jones e lui si fregiava di questa distinzione.
Indian Jones disponeva di una flotta di jeep che affittava ai
commercianti di caffè intenzionati a dislocarsi fino ai luoghi
più remoti, nei quali perfino i piccoli garranos autoctoni anda-
vano soltanto se obbligati dai rispettivi padroni. Quell’uomo,
facendo onore al suo soprannome, accettava ogni tipo di ser-
vizio. Un eroe per tutte le circostanze.
Era contento della sua nuova nazionalità, acquisita in
cambio della prestazione di vari servizi. Non era obbligato
a intonare A Portuguesa nelle feste che dava in onore delle
autorità coloniali. E nessun portoghese si sarebbe abbassato a
chiedergli di fare una tale dimostrazione di patriottismo, dato
che molti di loro non la cantavano; o perché avversi a mani-
festazioni di indole nazionalista, oppure, più semplicemente,
perché non volevano indisporre l’ex-alleato.
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Il mio interlocutore si avvicinò di più al mio orecchio. Pen-


sai che volesse darmi un’informazione confidenziale che non
poteva rivelare a voce alta. Si guardò intorno prima di scio-
gliere quello che da molto tempo sembrava essere un nodo
in gola. Alla fine, si aprì completamente con me, nell’anima e
nel cuore, esalando un dolore, un lamento, una rabbia, e disse
che le successive espulsioni degli arabi e degli ebrei avevano
rappresentato dei successivi passi indietro nell’avanzamento
della Conoscenza nel suo Paese.
E, con un sorriso ironico sulle labbra, aggiunse che, nel
caso dell’avventuriero malabar, non c’era niente di meglio che
chiedergli di cantare L’Internazionale. Una svista fatale che,
subito dopo, tentò di correggere, nell’eventualità che qualcu-
no ripetesse quel che, dell’anima, gli era uscito per la bocca
«Forse la canzone dell’uccellino»
e lui subito arrossì con una fragorosa risata che mi intrigò
ancor di più.
Erano noti nella baia di Dili come la Trinità della Costa di
Malabar e, immediatamente, aggiunsi ai dati del mio interlo-
cutore che il luogo del concilio era l’Hotel Salazar
«Pura coincidenza, ragazza mia, pura coincidenza»
e, motivato dall’imprevisto della mia osservazione, che lo
fece sentire più sciolto e libero di continuare le sue confiden-
ze, si presentò come Rodolfo Marques da Costa, originario
dell’Algarve, di una piccola città chiamata Silves. Un luogo in
cui la leggenda di Al-Mu’tamid, un mitico principe e ammi-
revole poeta di Al-Andaluz resisteva alla ruggine del tempo,
delle Crociate e dell’oblio della storia.
Deportato, disse di esserlo stato, lui e tanti altri. Alcuni
si erano ripresi e altri neanche per sogno. Ognuno doveva
cavarsela da sé. La parola d’ordine era sopravvivere ad ogni
costo. Resistere al caldo, alle punture di zanzara, ai malan-
ni dei tropici. Sopportare i maltrattamenti delle autorità,
20 Luís Cardoso

in attesa di un’amnistia o di una rivoluzione per tornare a


casa.
Per mia sorpresa, decise di confidare proprio a me che era
membro della Legião Vermelha, nella quale primeggiava Bela
Kun, nome di guerra di Joaquim António Pereira. Entrambi
erano stati arrestati dalle autorità ed esiliati, dapprima in Gui-
nea e poi a Timor, dopo un attentato al Commissario Genera-
le della Polícia da Segurança Pública, Ferreira do Amaral.
Teneva nel portafogli un ritaglio di giornale dal nome di O
Século, con la data del 30 maggio 1925, nel cui titolo campeg-
giava L’opera della Legião Vermelha
«È stato questo a fregarmi»
José António Lavadinho era
anche conosciuto come quel figlio di buona donna che non
gli dava pace. Era stato mandato a Timor per stargli alle cal-
cagna, sul corpo, sulla testa, sulla mente e infine nell’anima,
affinché rimanessero sprovvisti di Dio, della patria, della fa-
miglia, dell’identità
«È stato questo a fregarmi»
quel ritaglio di O Século
nel quale risultava il nome del deportato Joaquim António
Pereira, alias Bela Kun. Altri nomi e altri danni. Sempre attra-
verso delle bombe che tenevano nascoste nelle panetterie
«Pane e rose»
«Pane e bombe»
«Rose, ragazza mia, rose».
Lèsse con emozione quel che diceva il giornale, il cui ri-
taglio conservava religiosamente in un portafogli di pelle di
coccodrillo, per sottolinearne il valore.
«Rodolfo Marques da Costa: fu esiliato in Brasile poiché
indesiderato. Intelligente e colto, è un elemento molto peri-
coloso. Ha pianificato ed eseguito l’attentato esplosivo contro
l’Hotel Francfort, al Rossio»
Requiem per il navigatore solitario 21

«Dov’è Bela Kun?»


il mio interesse per i banditi proveniva dalla mia infanzia,
quando leggevo storie come quella di Alì Babà e i quaranta
ladroni, Robin Hood, Sandokan, la tigre della Malesia.
Rodolfo Marques da Costa non sembrava molto contento
del fatto che io non avevo dato alcuna importanza alle sue
gesta. Non pensavo che ci volesse un gran coraggio per di-
struggere degli edifici.
«Bela Kun aveva un furgone che affittava ai militari per il
trasporto di soldati quando erano in una campagna»
«Triste è la fine del bandito che si arrende»
«Bela Kun non si è mai arreso. Aveva una causa»
batté con i pugni sulla sedia, scorticandosi le dita sangui-
nanti
e, dal modo brusco in cui reagì, avrebbe fatto uso di una
bomba o di una pinza, con la quale minacciava di estrarre il
dente a un crumiro, a un giallo e, perché no?, anche a una
ragazza gialla che faceva la parte dell’annoiata, concludendo
cose che non doveva, mettendo in dubbio la storia di una vita
dedicata alla rivoluzione
«Che cos’è successo a Bela Kun?»
l’uomo con una causa sulle spalle
come una lumaca, da una parte all’altra con la casa sulle
spalle, sotto la pioggia o sotto il sole. Trovava rifugio sotto
di essa quando si sentiva stanco o quando qualche avversità
spuntava all’orizzonte. Rimaneva lì in attesa di giorni migliori,
se nel frattempo non fosse stato schiacciato da un bufalo, da
una lucertola o da un sipaio
«Lo hanno fatto fuori nella prigione di Batugadé»
aveva gli occhi infiammati. Mostrava la sua rabbia per il
martirio dell’amico, spedito in carcere da Lavadinho, quel fi-
glio di buona donna.
Si affrettò a classificare l’attitudine del suo compagno Bela
22 Luís Cardoso

Kun come un atto di sopravvivenza. In cambio della sua pre-


stazione, accettò le migliori condizioni offerte dal governo
per la sistemazione degli europei. Nessuno voleva sistemarsi
in quella distante colonia dell’impero, dove comandavano i
più pericolosi nemici della patria. I farabutti venivano abban-
donati lungo il cammino, nei territori d’Africa. Qualcuno fu
gettato in mare
«Non se ne parla più»
e si sfiorò i baffi con le mani.
La versione ufficiale era un’altra. Si era buttato nell’oceano
in un momento di disperazione, una nausea che gli era venuta.
La nostalgia di Lisbona, della fidanzata, il matrimonio fallito
«Non se ne parla più»
e diede la faccenda per conclusa.
Dedussi che la maniera in cui difendeva la prestazione di
Bela Kun in aiuto dei militari era un tentativo di giustificare
il suo allineamento con l’amministrazione che molte volte gli
era valso il rimprovero dei suoi ex-compagni che lo accusava-
no di aver venduto l’anima al diavolo
«Non mi parlare del diavolo, compare»
ricordava ai suoi compagni di esilio che erano acque passa-
te, torbide, agitate, quando tutto era un turbinio.
Il mio interlocutore aveva iniziato con una panetteria. Il
negozio era andato in attivo quando finirono i sospetti sulle
possibilità di avvelenamento da parte delle autorità. Lo stesso
governatore divenne il suo principale cliente, in una dimo-
strazione di buona condotta politica, che alcuni dei suoi sud-
diti, sempre pronti per adularlo, classificarono come un atto
di estremo coraggio. Chi non contava con questa manna era
Serafim, il servo del palazzo
«Que será, será, do fim do Serafim será?»
così diceva una ballata cantata dal poeta di Bidau, cieco
di nascita, Antero Quadro Escuro, più noto come “Antero
Requiem per il navigatore solitario 23

Escuro dalle Quartine Ancora più Oscure”, annunciando la


morte tragica dell’assaggiatore, azzurro il colore della pelle,
gli occhi strabuzzati, la bava alla bocca, le gambe rigide
«Que será, será, do fim do Serafim será?»
Ogni mattina, dopo aver compiuto il rituale, il servo era di-
spensato dai suoi compiti, di lavare i panni, stirare, spazzolare
la divisa e le scarpe. Tornava a casa con l’ordine di riposare, ri-
temprare le forze per la prova del giorno seguente. La moglie
e i figli, riuniti intorno al tavolo lo aspettavano con il sacco di
pane che portava, la ricompensa giornaliera per essere passato
per le porte della morte.
Calmava i famigliari che lo abbracciavano poiché era sano
e salvo e gli offrivano un bicchiere d’acqua con lo zucchero.
Pregavano e lo aspergevano con acqua santa per vedere se
recuperava il colore, dato che si presentava in casa ancora più
bianco della calce delle pareti, delle lenzuola, della tonaca del
prete, della divisa di Lavadinho: un fantasma.
Per la sorpresa generale, il candidato morto ingrassò dopo
le prove mattinali alle quali fu soggetto durante i primi tempi
d’attività della panetteria
«Mangi il veleno per le blatte, Serafim?»
«Il pane impastato dal diavolo»
«Non mi parlare del diavolo, compare»
gli ricordava l’ex-legionario rosso che erano acque passate,
torbide, agitate, quando tutto era un turbinio.
Rodolfo Marques da Costa passò nelle mani dell’assaggia-
tore la panetteria che aveva saputo far prosperare così bene.
Un importante patrimonio a cui l’ex-legionario gli suggerì di
dare il nome di Panetteria S. João.
Il mio ospite ottenne la luce verde per aprire un hotel al
quale diede il nome di Al-Andaluz in onore dei tempi aurei
di Silves. Causò un certo scandalo il fatto che un ex membro
della Legião Vermelha, nel cui registro constava un attentato
24 Luís Cardoso

esplosivo all’Hotel Francfort di Lisbona, si volesse redimere,


costruendone un altro con un nome che non passava per la
mente di nessuno. Ancor meno di un deportato.
“Al-Andaluz” fu un fuoco di paglia. Gli fu consigliata
un’altra denominazione, più in accordo con i tempi del risve-
glio della patria. Si arrese a “Hotel Salazar”. In quel tempo,
il suo fervore anarco-sindacalista si era affievolito. Da molto
tempo aveva ammainato la bandiera rossa e nera di quando
era un diavolo scatenato
«Non mi parlare del diavolo, compare»
ricordava ai compagni che erano acque passate, torbide,
agitate, quando tutto era un turbinio.
Mi confessò che, in assenza di funzionari europei in quella
distante colonia dell’impero, nella quale alcuni morivano di
malaria e altri, secondo lui, di nostalgia, passò all’amministra-
zione pubblica. La qual cosa non era altro che un’ironia del
destino, data la sua avversità alle formalità, era un provocato-
re che sfidava ogni tipo di autorità.
Di nostalgia non ne mostrava o, se ne aveva, la mascherava
con l’ampio sorriso che riempiva tutta la larghezza della sua
faccia rotonda. Godeva di una salute di ferro e sembrava non
necessitare di cure. Con la mano destra, chiudendo le quat-
tro dita e sollevando il pollice in direzione della bocca, fece
il tipico gesto come quando si vuole imitare chi si scola una
bottiglia dopo l’altra giù per la gola. Esibì tutta questa mimi-
ca per informarmi che l’angelica trinità era sudata e ubriaca.
E, senza perdere tempo, gli feci vedere che anche lui sembra-
va soffrire della sindrome del marinaio in terra, andava alla
deriva
«Pura coincidenza, ragazza mia, pura coincidenza»
si strinse nelle spalle, fece una smorfia, arrendendosi al de-
stino, era la vita
in un’isola che più che altro sembrava una nave ancorata
Requiem per il navigatore solitario 25

alla fine del mondo, dove non c’era nulla da fare e tutto era da
fare, dolce incanto dei territori d’oltremare.
Continuò con le sue confidenze. Rivelò che Alberto Sacra-
mento Monteiro aveva sognato tutta la sua vita di avere un’ar-
mata da comandare. L’ambizione di qualsiasi marinaio è di
essere ammiraglio, in alto mare, e quella di Alberto era di co-
mandare una squadra in Oriente. Discendeva da una famiglia
legata alla Marina portoghese, i parenti erano sparsi in tutti
i territori dell’impero e nelle vene gli scorreva sale e ardore.
Nel caso di Alberto Sacramento Monteiro, sale e fervore. Il
suo cattivo umore gli causò molti disguidi.
Per sua sfortuna e dispiacere, gli toccò in sorte un piccolo
porto alla fine del mondo, dove ammazzava il tempo guardan-
do passare le navi, portando avanti loschi affari – circolavano
voci che l’affare del caffè con mio padre serviva da copertura
per la transazione dell’oppio – gestendo fattorie fallite e gene-
rando un sacco di figli.
Come divertimento, oltre alle riunioni con la Trinità della
Costa di Malabar, aveva quello di soffocare con dei cuscini le
gatte portate da varie isole prospicienti.
La nostalgia dell’alto mare, delle grandi onde, cavalloni,
mulinelli, cicloni, lo condusse a uno stato di depressione e a
dedicarsi a questo
«A questo?!»
«Nulla che una bella donna non possa risolvere. È proprio
a questo che serve»
«A questo?!»
arrossì della mia insistenza. Non si aspettava che lo andassi
a questionare fino al punto da mettere a nudo i suoi valori di
uomo di bene.
Capitolo iii

«Con permesso»
e, subito dopo, si alzò
quando sentì l’avvicinarsi dei passi strascicati di un ospite.
Sembrava riconoscere la cadenza della marcia di un marinaio
in perfetto stato di incoscienza etilica. Cedette il posto ad Al-
berto Sacramento Monteiro, capitano del porto di Dili e mio
fidanzato, che non si mostrò sorpreso di vedermi. Pensai che
un funzionario di dogana lo avesse informato del mio arrivo.
Ma non si aspettava la mia presenza in quel posto. Il nascon-
diglio della Trinità della Costa di Malabar.
Notai di nuovo la luce di quegli occhi che mi sedussero
fin dal primo giorno. Aveva un’aria da principe arabo, con la
pelle scura, gli occhi verdi umidi, i capelli scuri e forti, i baffi
arricciati.
Si presentò con un volto indifferente e gli occhi strabuzzati
come quelli di un operaio della sala-macchine. Non sembrava
lo stesso. Mi chiese del mio arrivo, alché risposi indicando la
baia dove era ancorato un cargo olandese
«In quanto capitano di porto dovrebbe sapere dell’arrivo
delle navi»
un’osservazione che toccò il suo onore nel profondo. Al-
berto Sacramento Monteiro non si era mai rassegnato alla
dispensa forzata dei suoi servigi in alto mare e, a quanto
pare, si era disfatto anche delle sue obbligazioni sulla ter-
raferma.
Requiem per il navigatore solitario 27

Non gli doveva essere piaciuto, a giudicare dall’espressio-


ne di sdegno che aveva in faccia, il fatto che avevo detto quel
che avevo detto con quel tono, che lui intese come un tono di
scherno. Non era disposto a mandar giù l’ironia di una bam-
bolina di seta che, per quanto lo riguardava, doveva restare
nella posizione di un Buddha o di una gatta, muta e serena
come tutti gli dèi orientali, pieni di ornamenti, di fumi e di
aromi, una consolazione per i sensi.
Prese il gatto e si prodigò in carezze ad Alberto, l’Abissino,
come per voler rinnovare il suo affetto per il felino
«Non saresti dovuta venire»
lanciò un avviso, un avvertimento che, d’improvviso, si fece
una minaccia, una furia, un’onda gigante. Mi prese le mani
con forza, mi strattonò fuori dall’hotel e mi spinse dentro alla
Buick nera. Al posto del conducente era seduto un individuo
corpulento che disse subito in un inglese con un pesante ac-
cento
«Cathy be a nice girl»
tentando di tranquillizzare Alberto, l’Abissino, che sem-
brava molto irritato per i modi bruschi del capitano di porto
che lo teneva tanto stretto per il collo da farlo rimanere a lin-
gua di fuori. Il conducente, che dedussi essere Indian Jones,
mostrava un sorriso che attraversava da una parte all’altra la
sua bocca come una lamina tagliente, accentuando il suo por-
tamento di uomo tagliato per le risse. Una lunga e brillante
cicatrice percorreva tutta la sua faccia. Lui stesso sembrava
vantarsene, esibendola come un distintivo. La sua medaglia
al merito.
Quando parcheggiò la vettura vicino alla villa dove ero sta-
ta sistemata la notte precedente, si affrettò ad aprire lo spor-
tello. Mostrò un largo sorriso con i denti forti e gialli allineati
sotto un baffo abbondante, mentre al contempo sperimentava
un’altra frase in lingua inglese
28 Luís Cardoso

«Welcome to Pousada Buganvília»


Alberto Sacramento Monteiro non mi lasciò poggiare i pie-
di in terra e, mettendo in mostra della sua forza fisica, mi pre-
se in braccio. Si liberò del gatto, lanciandolo, come se fosse
un sacco di cotone, al conducente, che lo raccolse con le sue
mani enormi come tentacoli.
L’avventuriero malabar passò le dita per il pelo del gatto
come se ammansisse un drago, una bestia-dalle-sette-teste,
una fiera
«Cathy be a nice girl»
e, questa volta, mi sorse il dubbio se la raccomandazione
fosse rivolta proprio al gatto.
Iniziai a vedere tutto di varie tonalità quando attraversam-
mo la grande porta verde. Ero sulle nuvole, sembrava la con-
cretizzazione di tutta la mia preparazione. Quello era il mio
principe che mi teneva in collo per portarmi all’altare.
Quel che accade poi fu una faccenda ben diversa. Quando
mi posò sul letto, mi tolse i vestiti con una tale brutalità che mi
lasciò per un istante senza fiato. Poi si lanciò su di me come
un lupo di mare. E, in un ritmo frenetico e ansimante, penetrò
dentro di me fino a lanciare il suo grido finale, un urlo, un latra-
to, sfacendosi in gocce di sudore che impastavano la mia pelle.
Consumato l’atto, si ritirò di lato. Tutto avvenne in un api-
ce. Come un gallo che si mette sopra una gallina. Senza alcun
gesto d’affetto. Soltanto furia, come se dovesse farlo per ven-
dicarsi di qualcuno.
Prese la mia biancheria intima, toccandola per confermare
che fosse proprio di seta, ed emise subito dopo una delle sue
sentenze
«Ecco il momento più importante della vita di una donna,
e indipendentemente dal fatto che usa biancheria intima di
seta, di cotone o di qualsiasi altra cosa, esiste una fatalità che,
chissà perché, si esaurisce in sospiri e lacrime»
Requiem per il navigatore solitario 29

«E sangue»
gridai quando vidi il sangue
erano coperti da un liquido rosso e viscoso, il mio corpo
e il suo, ancora con il sesso eretto come un pugnale. Il ma-
terasso era tinto d’un colore rossastro. Anche le pareti della
stanza, come se vi avesse avuto luogo una mattanza. Eppure il
gestore portoghese mi aveva avvisato che lui aveva una strana
ossessione per giochi proibiti.
Attraversai la grande porta verde chiedendo protezione
agli dèi e ai demoni, delirante in uno spettacolo inedito. Una
giovane donna che corre verso il mare in pieno giorno, e senza
nulla addosso
«Prendila, prendila, prendila»
mi buttai nelle onde per salvarmi. In quel momento non
pensai alle conseguenze della mia azione. C’era solo il mare
che mi aspettava a braccia aperte.
Quando tornai in me, ero all’ospedale. Un volto mi diceva
che non sarei dovuta entrare in quella maniera ardita dentro
il mare. Mi avevano candidato ad essere divorata dagli squali
che sentono l’odore del sangue a miglia di distanza, o ad es-
sere fatta a pezzi dalla moltitudine ululante che stava in terra,
nel caso che uscissi da là ancora intera e viva. La mia fortuna
fu essere salvata da Indian Jones
«Non saresti dovuta venire»
era la voce di Alberto Sacramento Monteiro
e la sua mano che reggeva un mazzo di fiori. Notai che era-
no rose rosse. La mia prima reazione fu di repulsa, pensando
di essere davanti a una semplice provocazione. Era stato lui
ad aver macchiato la mia intimità e quel fatto era la sua corona
di fiori. Fiori rossi come il sangue.
Poiché era sereno, in un’attitudine di raccoglimento, mi
venne in mente che forse era pentito di quell’azione compiuta
in un momento di pazzia e sotto l’effetto dell’alcool e dell’op-
30 Luís Cardoso

pio. Sostanze che la Trinità della Costa di Malabar usava per


realizzare le sue esperienze mistiche e trasfigurazioni, essen-
do, secondo il gestore portoghese, l’avventuriero malabar
quello che levitava, mentre Sir Lawrence, in trance, ripeteva
quel verso di Yeats
«How alone of mortals are».
Mi passò per la mente anche che Alberto Sacramento
Monteiro, con questo gesto, in una dimostrazione di buona
volontà, volesse rinnovare la sua richiesta di matrimonio, il
che sarebbe stato un controsenso totale. Non c’era più nulla
da mostrare la notte delle nozze, quando le mezzane fossero
andate in cerca delle prove fattive, per poi proclamare a gran
voce lo stato della mia innocenza davanti a un pubblico asse-
tato di sangue.
Tornò ad esibire la maschera che vidi nell’hotel, quando mi
minacciò con quelle parole che ripeteva fino alla nausea come
un salmo
«Non saresti dovuta venire»
distrusse l’ultimo resto di speranza che ancora potevo ven-
tilare riguardo al suo carattere. Al contrario, creò in me una
voglia di vendetta. Iniziai a progettare i più terribili scenari.
Non si sa mai fino a che punto possiamo generare cattiveria
dentro di noi, quando l’umiliazione ci toglie la lucidità.
Mi venne in mente di reclamare compensazioni moneta-
rie. Ma questa sarebbe stata la peggiore delle vergogne, dato
che una tale attitudine avrebbe fatto di me un’opportunista
e, ancor peggio, senza che io me ne rendessi conto, gli avreb-
be dato l’alibi di cui aveva bisogno per incolpare me del suo
atto. Ricorrere ai tribunali, come mi fu suggerito dal medico
che chiese l’anonimato, non mi sarebbe servito a nulla, anzi,
sarebbe stata una perdita di tempo. La giustizia è sempre stata
un buon affare per chi si siede al suo tavolo. Rendere conto
alle autorità in conformità con il dovere di ogni cittadino per
Requiem per il navigatore solitario 31

proteggersi dai maltrattamenti sarebbe stato come concedere


la briscola al diavolo. Non si sa mai che cosa può passare in
futuro per la mente di un’autorità. Resisterà a quell’impulso
di incassare i favori fatti con tanto di interessi, reclamando a
sua volta, dopo l’azione dell’altro?
Sollecitare l’azione di un’entità religiosa non sarebbe stato
molto diverso che parlare a una statua. Il confessore avrebbe
detto prima ancora di ascoltarmi
«Non saresti dovuta venire»
raddoppiando la penitenza con l’astinenza.
Quel che doveva essere fatto soltanto dentro al matrimo-
nio, stando ai precetti insegnati dalla dottrina cristiana, era
definitivamente escluso. Tutta la preparazione era andata a
farsi benedire in un momento di pazzia. Mi dolsi che la mia
istitutrice non mi avesse informato che le favole esistono dav-
vero soltanto nei libri.
Infine, recuperai la lucidità. Questa fu la più grande eredi-
tà lasciatami dai miei genitori. È impregnata nel mio sangue,
nella mia pelle, nei miei occhi. Mi venne in mente, a un certo
punto, di chiedere del gatto. E, leggendo nel mio volto l’affli-
zione, fece in modo di tranquillizzarmi, dicendo che era nelle
mani di Indian Jones.
Mi mostrai arrabbiata per questo. Non avevo nessuna fidu-
cia in quell’uomo, dopo l’avviso che mi aveva fatto il gestore
dell’hotel riguardo alle sue attività. Ma il fatto che era stato lui
il mio salvatore imponeva altre conclusioni. D’ora in avanti
avrei dovuto saldare un debito che non avevo contratto per
mia volontà. Mia madre mi aveva insegnato che dei malfattori
ci liberiamo in modo relativamente facile, ma con i benefatto-
ri ci indebitiamo per tutta la vita.
Ero certa che Indian Jones avrebbe richiesto una ricom-
pensa. Non sapevo, però, né quando, né quanto. Non sem-
brava aver fretta. C’era nel suo sorriso qualcosa tra il sibillino
32 Luís Cardoso

e il malefico che mi insinuava dei sospetti sulle sue motivazio-


ni. Per il momento, si accontentava dei messaggi che dava con
la sua strana pronuncia
«Cathy be a nice girl»
lasciandomi in dubbio quanto al destinatario: se fosse il
gatto o se fossi io.
Dalla mia faccia distesi quella ruga che di solito mi si for-
mava sulla fronte quando non mi sentivo a mio agio. Ero in
una posizione che, se fossi entrata in un duello di recrimina-
zioni con Alberto Sacramento Monteiro, si sarebbe soltanto
aggravata.
Nel momento in cui avevo bisogno del conforto di mia ma-
dre, ero sola e lasciata a me stessa. Peggio di tutto questo:
ero stata lanciata nella bocca del coccodrillo dal mio stesso
padre. Era come stare su una nave che si era incagliata nelle
acque di un Paese ostile, ricordandomi della sua condizione
di capitano di porto, che in linea di principio avrebbe dovuto
darmi rifugio.
Accettai il suo regalo di rose rosse con un sorriso giallo.
Che altra cosa si poteva aspettare da una ragazza cinese? Ap-
presi da mia madre a dominare i miei fantasmi. Mi ricordai di
una raccomandazione
«Se non hai tutti i mezzi per lottare contro un drago, non
lo affrontare. Cerca prima di dotarti dei mezzi necessari».
Alberto Sacramento Monteiro, se mi avesse sentito, avreb-
be aggiunto che non era altro che uno scherzo cinese. Uno
sbaglio di Marco Polo, l’avventuriero veneziano, che aveva
fatto confusione con i coccodrilli.
Ero cosciente che quelle erano soltanto parole, come tante
altre, ripetute dai devoti negli angoli, salmi e orazioni, ma in
quel momento era un conforto ricordarmene. Mi avevano in-
segnato che le parole curano tanto quanto le medicine
«Non saresti dovuta venire»
Requiem per il navigatore solitario 33

ripeté la solita litania di sempre


per ricordarmi del fatto che ero io la colpevole, per aver
accettato la richiesta paterna di imbarcarmi per Timor. Un
atto di pazzia tipico di un’avventuriera. E la costante ripeti-
zione di questa stessa frase fu la maniera che trovò per scu-
sarsi del suo atto. In cambio, gli rivolsi un timido sorriso,
come se nulla fosse successo. Tutto ciò non era stato altro
che un piccolo incidente. E questo gli diede fiato per fare
testamento
«Adesso che sei qui, e dopo tutto quel che è successo, fac-
ciamo finta che tutto è perfetto. Il vecchio cinese avrebbe do-
vuto mandare Lucius, il Biblico, a riscuotere questo debito.
Ma mai la sua propria figlia. Spero che saprai prenderti cura
della Fazenda Sacromonte in mia assenza. Benché sia fallita,
sono ancora il partner della società alla quale presto il mio
buon nome. Un altro porto mi attende nella costa di Malabar.
Tornerò più tardi, in seguito, da Goa».
Ascoltai con attenzione la sentenza che mi fu dettata. Deci-
si di accettare la mia condizione di ostaggio di un affare. Ven-
ni a sapere che la ragazza, a cui Alberto Sacramento Monteiro
aveva messo un gatto sul grembo, faceva parte anch’essa delle
voci del patto commerciale.
L’unica gatta che avevo in casa era quell’oggetto di giada.
Mia madre mi disse che era stato mio padre a riportarla il gior-
no della mia nascita. L’aveva vinta al gioco a un trafficante di
antichità. Era sempre stata in sala, ma non le avevo mai dato
grande importanza. Quell’oggetto era passato ad avere una
reale esistenza per me nell’istante in cui il capitano del porto
di Dili iniziò a notarlo, con la stessa avidità con cui guardava
il mio corpo. Sembrava indeciso tra l’una e l’altra.
Poi scelse me. In quel momento, rimasi davvero soddisfat-
ta. Sembrava un principe arabo. Oggi mi dico che forse aveva
fatto la scelta sbagliata. Preferì una bambola di seta. L’altra
34 Luís Cardoso

era davvero un pezzo raro. Un oggetto di ornamento per im-


pressionare i visitatori.
Indian Jones apparve in casa con un cesto pieno di uova
rotonde e molli, come quelle di una tartaruga, che pensai es-
sere per alimentare i gatti, secondo l’informazione datami dal
gestore dell’hotel. Portava al collo Alberto, l’Abissino, che im-
mediatamente saltò sul mio grembo. Tornò a usare la lingua
inglese, con la sua strana pronuncia, come se si pavoneggiasse
per una prodezza e, con ciò, tentasse impressionarmi
«Cathy be a nice girl»
«Indian Jones be a good boy»
gli restituii il rimprovero imitando il suo accento.
Il suoi occhi brillarono di felicità, poiché lo avevo chiama-
to con il nome di un presunto eroe di una storia che Alberto
Sacramento Monteiro aveva messo in circolazione nella piaz-
za pubblica e non con il soprannome di Busa Metan, come era
conosciuto tra gli indigeni.
A diciassette anni, molto presto nella mia vita, iniziai a oc-
cuparmi di gatti. Attività a cui soltanto le donne anziane si
dedicano, quando arriva il momento in cui la serenità per-
mette loro di abbandonare tutto per dedicarsi a contemplare
la caduta delle foglie, o la luce che le attraversa, con lo stesso
incanto dei tempi dell’infanzia.
Mi convinsi a poco a poco che il miglior modo per riscat-
tarmi dall’unico e fatale scivolone che avevo avuto fino a quel
momento sarebbe stato aspettare che il Tempo, nella sua in-
finita misericordia, compisse il miracolo di mandarmi delle
altre opportunità. Alberto Sacramento Monteiro non me
ne aveva concessa neanche una. Le aveva soppresse tutte in
modo sommario.
Anche la vita dà certezze soltanto quando tutto è fatto. Nel
mio caso, forse sarebbe più appropriato dire, quando tutto è
disfatto.
Requiem per il navigatore solitario 35

Quella casa con la porta verde, sempre aperta, passò ad


essere il mio porto di rifugio. Tutte le notti accendevo il lume
a petrolio e lo lasciavo accesso sulla veranda per avere un po’
di luce. Come se attendessi qualcuno che si faceva desiderare.
Un visitatore, un gatto, un’onda, un uccello, una brezza, un
naufragio, un fantasma o, chissà, il solitario viaggiatore dei
mari.