Sei sulla pagina 1di 43

Urogallo.

Frontiere perdute

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
João Paulo Borges Coelho

Cronaca di Rua 513.2


Traduzione di Elina Ilaria Nocera

Edizioni dell’Urogallo
In copertina: http://pt.wikipedia.org/wiki/Ficheiro:Brazil_paraty_wide_street.jpg.
Autore dell’immagine: Florian Höfer, usata sotto la licenza Creative Commons.

Titolo originale: Crónica da Rua 513.2, Caminho, Lisboa 2006


Copyright © 2006 João Paulo Borges Coelho/Caminho
Per l’edizione italiana: copyright © 2011, Edizioni dell’Urogallo.

Edição publicada com o apoio do Instituto Camões | Portugal


Edizione pubblicata con il contributo dell’Instituto Camões | Portugal

PRESIDÊNCIA DO CONSELHO DE MINISTROS


Secretaria de Estado da Cultura

Obra apoiada pela Direcção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portugal


Opera sovvenzionata dalla Direcção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portugal

Copertina: Marco Bucaioni


Progetto grafico del libro: Marco Bucaioni
Traduzione dal portoghese: Elina Ilaria Nocera
Revisione della traduzione: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-00-6
Per l’edizione italiana: copyright © 2011, Edizioni dell’Urogallo. Tutti i diritti riservati. La
riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati nell’accordo del 18 dicembre 2000 fra
s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigianato e c.a.s.a., Confcommercio, ora integrato dall’ac-
cordo del novembre 2005, per la riproduzione a pagamento, a uso personale, dei libri fino a
un massimo del 15%, nell’ambito dell’art. 69, co. 4 legge cit. Edizioni dell’Urogallo, Corso
Cavour, 39, i-06121 Perugia | www.urogallo.eu.
Introduzione

I ntrodurre un romanzo e l’insieme dell’opera di un autore


ancora totalmente sconosciuto al pubblico italiano è inevi-
tabilmente difficile, nella ricerca dell’equilibrio tra la volontà
di spiegare compiutamente i punti di forza e le caratteristiche
dell’autore e dell’opera in questione (e di collocarli nel loro
contesto storico-letterario) e la difficoltà di farlo nell’esiguo
spazio di un’introduzione, con la costante paura di essere
troppo invadente. A maggior ragione se dobbiamo introdurre
l’opera di un autore africano che scrive in portoghese, con
tutte le difficoltà del caso, a partire dal fatto che le coordinate
letterarie di questo spazio letterario sono ancora scarsamente
note in Italia. E il fatto che l’autore in questione, il mozam-
bicano João Paulo Borges Coelho, sia un “giovane” (è nato
nel 1955), con una traiettoria letteraria ancora in fase di svol-
gimento, non aiuta a formulare dei giudizi forti che possano
inquadrare l’insieme della sua produzione.
João Paulo Borges Coelho, in prima istanza, è ricercatore
e professore universitario, tenutario di una cattedra di Sto-
ria all’Università “Eduardo Mondlane” di Maputo, in Mo-
zambico. La sua attività di docenza lo porta spesso all’estero,
principalmente a Lisbona, alla Faculdade de Letras da Uni-
versidade de Lisboa, dove presiede generalmente corsi sulla
Storia dell’Africa australe. La sua poliedrica attività artistica,
sia nell’ambito della letteratura, che in quello del fumetto, si
sviluppa parallelamente a quella accademica.
6 Introduzione

Con cinque romanzi al suo attivo (As duas Sombras do


Rio, As Visitas do Dr. Valdez, Crónica da Rua 513.2, Campo
de Trânsito, O Olho de Hertzog), una raccolta di racconti in
2 volumi (Índicos Indícios: 1. Setentrião e 2. Meridião) e due
romanzi brevi (Hinyambaan e Cidade dos Espelhos) la pur non
vastissima opera di quest’autore è tutt’altro che omogenea.
Egli, infatti, sembra voler sperimentare oltre i limiti della tra-
dizione forme, stili e contenuti molto diversi tra loro.
Tanto per iniziare, stupisce la poca consistenza relativa
del racconto come genere all’interno della prosa di un au-
tore mozambicano. Com’è stato riferito più volte, infatti,
la prosa breve è da considerare il genere d’elezione della
moderna letteratura africana nel suo insieme, non tanto per
la mancanza di romanzi (né per la mancanza di buoni ro-
manzi), quanto per il fatto che è principalmente attraverso
il racconto che molti prosatori africani hanno dato voce alla
letteratura dei loro Paesi. Basta citare il caso dell’angolano
Luandino Vieira, che ha scritto soltanto prosa breve, o, per
il Mozambico, il fatto che uno dei primi volumi di rilievo
all’interno della storia della letteratura nazionale sia stato
proprio un libro di racconti1. Proprio in Mozambico, que-
sta tendenza sembra più accentuata che altrove, in un Paese
in cui la magnifica raccolta di racconti di Nelson Saúte (As
Mãos dos Negros, antologia di racconti mozambicani) po-
trebbe rappresentare un’antologia generale della letteratura
nazionale, se si eccettuano alcuni poderosi e originali roman-
zi di Mia Couto (il quale, a sua volta, non ha mai trascurato
la prosa breve). João Paulo Borges Coelho, al contrario, ha
al suo attivo “soltanto” una raccolta di racconti che calcano
il solco tracciato dalla tradizione “raccontistica” mozambi-
cana. Una raccolta, comunque, di grande respiro e ambi-

1. Nós Matámos o Cão Tinhoso, di Luís Bernardo Honwana, del 1964.


Introduzione 7

zione, poiché si prefigge nientepopodimeno che l’obiettivo


di descrivere l’intero Paese, dedicando un racconto ad ogni
città o regione del Mozambico. A parte questo, però, l’au-
tore sembra preferire la prosa lunga, con i tre iniziali e pon-
derosi romanzi di ambientazione mozambicana, tra i quali il
presente volume.
La prosa di João Paulo Borges Coelho appare in questi ro-
manzi saldamente ancorata alla tradizione europea, benché
l’ambientazione degli stessi sia esplicitamente africana. Non
mancano neanche elementi e stilemi classici della letteratura
africana, come per esempio un’oralità diffusa che affiora nei
dialoghi e nella maniera in cui si svolgono le conversazioni tra
i personaggi. Cionondimeno, potremmo definire quest’autore
uno dei più “classici” della prosa dell’Africa di sempre.
Il percorso letterario dell’opera di João Paulo Borges Co-
elho, poi, si complica: il romanzo Campo de Trânsito (non an-
cora tradotto in italiano) rappresenta la sua prima opera “uni-
versale”, nella quale l’ambientazione non è necessariamente
mozambicana o africana. Il romanzo, dalle atmosfere oniriche
e kafkiane, è scritto in una prosa cristallina ed equilibrata e
ricorda più i grandi maestri mondiali dell’Unheimliche (dallo
stesso Kafka al messicano Juan Rulfo) che la tradizione afri-
cana.
Le atmosfere kafkiane vengono poi messi da parte per la
pubblicazione della “novela burlesca” Hinyambaan, nella qua-
le due allegre famigliole di sudafricani scelgono il Mozambico
come meta della loro vacanza ed entrano in un mondo la cui
esistenza neanche sospettavano, proponendo uno spostamen-
to della dicotomia Nord/Sud tra il Sudafrica e il Mozambico,
il primo che recita la parte dell’Occidente economicamente
sviluppato e il secondo che rappresenta, in un certo senso,
il tribale e profondo Heart of Darkness del continente nero,
carico di misteri e di tradizioni tribali.
8 Introduzione

Il successivo O Olho de Hertzog è un romanzo storico, che


costituisce un’ulteriore cambio di genere e di ritmo all’inter-
no dell’opera di quest’autore. Ambientato nel Mozambico del
Primo Conflitto Mondiale, il romanzo mette in scena perso-
naggi di fantasia e personaggi storici in una rievocazione det-
tagliatissima del Mozambico epocale.
Ma, per finire, nella più recente delle sue pubblicazioni, il
romanzo breve Cidade dos Espelhos, João Paulo Borges Coel-
ho torna ad atmosfere completamente oniriche, in un intreccio
surrealista (benché il sottotitolo reciti: “novela futurista”).

La Cronaca di Rua 513.2

Il presente romanzo è una grande allegoria della decoloniz-


zazione in Mozambico.
Il pretesto narrativo è fornito dalla storia di una strada, una
fantasiosa Rua 513.2, dal nome bizzarro, nella quale sorgono
numerose abitazioni coloniali. Piano piano, lungo il libro, e
mentre la Storia compie il suo corso, gli antichi abitanti della
strada, uno a uno, se ne vanno, principalmente verso la Ma-
drepatria, e le ville coloniali vengono occupate da nuovi abi-
tanti.
Essi, entrando in casa, avranno non poche sorprese: gli
antichi occupanti delle rispettive dimore, benché assenti ma-
terialmente, tarderanno ad abbandonare del tutto la scena,
presentandosi più volte ai nuovi venuti e interagendo con loro
in un gioco letterario degno del miglior realismo magico su-
damericano.
In questa maniera, João Paulo Borges Coelho trova la sua
possibilità di rappresentare, in una grande allegoria, la storia
recente del Mozambico. Più che davanti a un’allegoria, siamo
davanti a una sineddoche, nella quale la parte (la Rua 513.2)
Introduzione 9

rispecchia perfettamente il tutto (il Mozambico intero), rap-


presentandolo in ogni suo aspetto.
Così, l’autore va in profondità nell’argomento che più opere
ha ispirato e motivato nella letteratura dell’Africa lusofona e
nella letteratura postcoloniale in genere: la decolonizzazione.
Ma mentre essa, in molti casi, essa viene dipinta a tinte forti, con
descrizioni anche crude di scene di guerra e di sofferenza espli-
cita (fame, carestia, movimenti di rifugiati), João Paulo Borges
Coelho riesce a sfuggire a una prospettiva catastrofista o di re-
portage per portarci nel piano della narrativa pura. La guerra, le
guerre, la violenza, i conflitti armati sono infatti del tutto assenti
(o appaiono come echi distanti) da quest’opera che pure ritrae
in maniera spietata i drammi della decolonizzazione.
Il punto di vista dell’autore, nella trattazione di temi così
delicati e così “caldi”, in un Paese che ancora deve uscire del
tutto dai fantasmi del colonialismo, è assolutamente equidi-
stante. Il narratore, infatti, non si pronuncia mai esplicitamen-
te, né nei confronti dei coloni portoghesi, né nei confronti dei
“nuovi mozambicani”. Non traspare alcun tipo di tensione
ideologica a condannare o a celebrare, né, da un lato, il colo-
nialismo, né, dall’altro, l’indipendenza nazionale del giovane
stato mozambicano. Né si rintraccia nella sua prosa alcun tipo
di razzismo, o “razzismo al contrario” che scaturisce in altri
autori dalla pur naturale e giustificabile reazione alle ingiusti-
zie dell’epoca coloniale.
Questa equidistanza, questo pudore, non è, a nostro avvi-
so, frutto di tabù che devono ancora essere sciolti. Viceversa,
dimostra la nascita di una generazione di scrittori (non solo
in Mozambico) finalmente maturi per poter portare avanti e
chiudere il discorso coloniale e postcoloniale per rivolgersi
con grande libertà verso altri temi (cosa che, in effetti, João
Paulo Borges Coelho ha iniziato a fare, e con ottimi risultati,
in alcuni romanzi successivi).
10 Introduzione

In quest’ottica, la Cronaca di Rua 513.2 potrebbe anche


essere vista come una necessaria resa dei conti dell’autore, da
una parte con la storia del suo Paese, e dall’altra con la tra-
dizione letteraria mozambicana, necessariamente costellata
dal tema della decolonizzazione, del colonialismo e della sua
eredità e, più in generale, della ricerca di un’identità lettera-
ria nazionale che va costruita all’indomani dell’indipendenza,
e che tarda a sorgere in maniera salda e definitiva, a volte
proprio a causa delle lunghe ombre scure che l’esperienza
coloniale ha lasciato.
In questo senso, questo romanzo va messo in relazione con
buona parte dell’opera di un altro grande scrittore mozam-
bicano degli ultimi anni: quella di Mia Couto. Anche que-
sti, infatti, affronta serenamente i temi legati al colonialismo,
libero dai gravami ideologici dei decenni immediatamente
precedenti e successivi all’indipendenza, sfuggendo dunque a
quei diktat che altro non hanno fatto che soffocare, da un lato
l’esercizio letterario e dall’altro la costruzione di un’autentica
identità letteraria (e storica) mozambicana.
Purtroppo, però, e in parte proprio per questo, c’è da dire
che il libro si snoda e si chiude in una certa aura di pessimi-
smo: il nuovo Paese che sarebbe dovuto scaturire dall’indi-
pendenza dal potere coloniale e dalla successiva Rivoluzione
popolare, e che avrebbe finalmente fornito ai propri cittadi-
ni stabilità, prosperità e libertà, si divincola in mezzo a mille
problemi, in situazioni nelle quali “things fall apart”, tutto il
sistema crolla.2 Alla fine del libro, infatti, in un’economia sta-
gnante e in un’atmosfera di sfacelo sociale, la Rua 513.2 vedrà
“cadere” uno a uno anche i suoi nuovi abitanti, sotto le pesan-
ti mazzate del fallimento economico privato o pubblico, della
guerra o del carcere.

2. Il riferimento è al celebre libro di Chinua Achebe, Things Fall Apart, del


1958, tradotto in italiano con il titolo Il crollo.
Introduzione 11

João Paulo Borges Coelho, in questo modo, benché non


direttamente in un’opera di denuncia politica, ma con grande
efficacia, ci mostra senza filtri ideologici di alcun tipo, libero
da schemi precostituiti, il fallimento del sogno dell’indipen-
denza del Mozambico, e il fallimento del nuovo stato nell’assi-
curare le condizioni indispensabili di vita ai propri cittadini.
Sotto certi aspetti, ma sicuramente in modo più velato,
questo libro potrebbe essere messo in relazione con Anthills
of the Savannah, romanzo del 1987 del Nobel nigeriano Chi-
nua Achebe, nel quale si affermava il fallimento delle speran-
ze della costruzione di uno stato indipendente, solido e ben
funzionante in Africa, condizione tristemente comune a molti
Paesi del continente nero.

Marco Bucaioni
Bibliografia delle opere
di João Paulo Borges Coelho

As duas Sombras do Rio, Ndjira, Maputo e Caminho, Lisboa 2003.


As Visitas do Dr. Valdez, Ndjira, Maputo e Caminho, Lisboa 2004.
Crónica da Rua 513.2, Ndjira, Maputo e Caminho, Lisboa 2006.
Campo de Trânsito, Ndjira, Maputo e Caminho, Lisboa 2007.
O Olho de Hertzog, Ndjira, Maputo e Leya, Lisboa 2010.
Índicos Indícios, 1. Setentrião, Ndjira, Maputo 2005.
Índicos Indícios, 2. Meridião, Ndjira, Maputo 2006.
Hinyambaan, Ndjira, Maputo 2008.
Cidade dos Espelhos, Caminho, Lisboa 2011.

Al momento della pubblicazione di questo volume non esistono


altre traduzioni italiane di João Paulo Borges Coelho.
Cronaca di Rua 513.2
L’attività muscolare di un borghese che segue
tranquillamente il suo cammino nell’arco
di un giorno intero è considerevolmente
superiore a quella di un atleta che, una volta
al giorno, solleva un peso enorme; tale fatto
è stato confermato dalla fisiologia; così,
anche i piccoli atti di vita quotidiana, nella
loro somma sociale e per la loro capacità di
essere sommati, producono infinitamente
più energia degli atti eroici; l’attività eroica
finisce per sembrare assolutamente irrisoria,
un granello di sabbia sulla cima di una
montagna con l’illusione dello straordinario.

Robert Musil, L’uomo senza qualità


1
Prologo
Dei nomi e della via

L a Rua 513.2 ha un nome aritmetico. Come se fosse il ri-


sultato di un conto preciso: 513,2 metri di lunghezza dal
bosco fino al mare o 5,132 metri di larghezza nel caso in cui
lasciassimo danzare la virgola. Come se avesse un’altitudine
di partenza di 0,5132 metri sopra il livello del mare o fosse la
cinquantunesima via virgola trentadue, contata, a partire da
un misterioso centro, da una segreta “via numero zero” stabi-
lita da un anonimo, ma potente progettista.
Non ci stupirebbe se avesse il nome di un qualsiasi capi-
tano di mare o di guerra dai baffi vistosi, di quelli che com-
batterono contro Gungunhana con un coraggio che adesso
viene messo in discussione. Infine, è stata una via coloniale
abitata da commercianti e poliziotti, spedizionieri e dottori e
servita da canaglie dai piedi scalzi e dai grembiuli inamidati.
Allo stesso modo, non sarebbe stato inappropriato un nome
più innocuo – “Rua da Boavista”, per esempio – non solo per
il fatto di richiamare altri luoghi più settentrionali alla mente
dei suoi vecchi e nostalgici abitanti, ma anche per il magnifico
panorama che si godeva da lì. La via si snoda perpendicola-
re al mare, nascendo in un bosco elevato e scendendo dolce-
mente fino a morire nell’arenile della spiaggia. Alla cruda luce
estiva, il mare si riempie come se volesse occupare tutto lo
spazio intorno; la linea dell’orizzonte si alza e si dissolve nel
18 João Paulo Borges Coelho

cielo e tutto quell’azzurro penetra dalle finestre, benché obli-


quamente, nel caso delle abitazioni più lontane. Da questo
punto di vista, si può dire che si tratta di una via democratica,
in quanto tutte le case hanno una bella vista sul mare. Basta
arrivare alla finestra, allungare un po’ il collo ed eccolo là,
quel mare calmo e allegro che si distribuisce a tutti, soste-
nendo le barche dei pescatori, con le loro vele colorate come
perline sparse a caso su una liquida capulana azzurro-celeste.
“Rua da Boavista”, anche perché le case sono talmente pros-
sime – con le loro ampie finestre e i loro muri di 0,5132 metri
– che i vicini si vedono l’un l’altro nelle proprie intimità o in
atteggiamenti più pubblici, quando si abbandonano ai rituali
privati dell’amore o alle discussioni, oppure, ancora, quando
innaffiano i giardini e lucidano le automobili. Vista piacevo-
le, in certi casi, compromettente, in altri, ma tutto sempre in
bella vista.
“Rua das Buganvílias”, perché no? Già, perché le bugan-
villee crescono in tutti i cortili come l’erba nei boschi, spruz-
zando di porpora, arancione e bianco la casa che appartiene
ancora al signor Basílio Costa, spedizioniere, ma più ribelli in
quanto libere dalle cesoie da potatura della moglie dello stes-
so, adesso che se n’è andata, con tutti i suoi averi, lasciando
il marito in quel calore, agitato dal presente e preoccupato
del futuro, lui che si appoggiava alla moglie per risolvergli da
là il problema della pensione («Va’ avanti tu mentre io met-
to ancora qualcosa da parte qui!»); da quel momento la sua
vita sarebbe stata più austera e solitaria, provvisoria. Perché
non “Rua das Buganvílias”? Per via del fatto che questi fiori
invadono oltre il muro le colonne della casa che fu del Dottor
Pestana, professore universitario, come disegni fogliacei che
si attorcigliano, decorando la gamba della lettera “p” – “p”
di Pestana – nell’incisione di uno dei suoi vecchi dizionari? E
adesso che anche lui se n’è andato, crescono come impazzite,
Cronaca di Rua 513.2 19

soffocando totalmente la lettera “p”. Buganvillee dappertut-


to, tanto comuni e ricorrenti che rischiano di perdere quel
fascino che le rende tanto apprezzate in altri luoghi dove fio-
riscono con molta più modestia e parsimonia. Ma qualcuno si
è dimenticato che tale nome sarebbe stato giusto e ben messo
e così è andato perduto, non riuscendo a passare, bello come
una farfalla, da crisalide di un’ipotesi formulata a fatto com-
piuto, quando ormai si sapeva che non avrebbe avuto quel
nome.
Boavista e Buganvílias, nomi. Poco tempo dopo, persone,
cose e luoghi sarebbero stati nazionalizzati per ragioni di giu-
stizia, ma anche di dignità. Ciò avrebbe riguardato, ovviamen-
te, anche i nomi. Dove si è mai visto un controsenso come
chiamare “Salazar” un villaggio che il vecchio dittatore non
aveva mai nemmeno visitato? Un assurdo, dargli il nome di
chi non se n’è mai interessato se non, probabilmente, in un
attimo fugace, quando un funzionario zelante gli disse: «Ec-
cellenza, abbiamo dato il suo nome a un luogo lontano». E lui,
tutto modesto nel suo falsetto: «Non era necessario, non era
necessario, ma va bene: quel che è fatto è fatto, non torniamo
indietro, altrimenti sarebbe un segnale di titubanza». Un vil-
laggio bello e brutto come gli altri, ma gli dai uno sguardo e
salta subito agli occhi che si sarebbe dovuto chiamare Matola
e mai Salazar. E come questo tanti altri: Porto Amélia (il porto
ce l’ha, ma che ci rappresenta adesso questa regina Amélia?);
Vila Cabral, da un Cabral sconosciuto a tutti gli abitanti di
Lichinga; Vila Gouveia da un anonimo Gouveia e molte altre.
Perfino Vila Luísa, sempre che non si trovi un’altra Luísa bel-
la e vigorosa che sostituisca quella che passeggiò per il sereno
lungofiume da dove si vede scorrere l’Incomáti nel suo tratto
finale, anche lei, ormai, andata via.
E dentro queste città e villaggi, le case e le vie: Villa Algar-
ve, una casa il cui nome richiama cinicamente il sole quan-
20 João Paulo Borges Coelho

do, invece, avrebbe dovuto chiamarsi Casa della PIDE, delle


torture e delle ombre, Casa della morte e della malattia; Rua
Brito Camacho, che glorifica l’eroe di alcuni, meno eroico per
altri. Ambiguità, insomma, con cui la rivoluzione non poteva
certamente simpatizzare. Così, è stata passata una spugna ben
bagnata su queste iscrizioni, anche quando appariva strana
l’alternativa di una Cambulatsise di difficile pronuncia, per-
donabile solo per l’urgenza di sostituire Caldas Xavier, un
ufficiale onnipresente la cui statua equestre figurava in diver-
si luoghi che, pertanto, fu necessario smontare varie volte,
ognuna delle quali con particolare impegno e un significato
specifico.
Furono tirati fuori nomi altisonanti (Eduardo Mondlane,
Josina Machel), dimenticandone altri più sconosciuti, ma non
per questo meno importanti per la vittoria conquistata, come
Evenia Seven o Belina Pita Framenga, dette “le Toyota del-
la guerra”, poiché furono donne come loro a trasportare il
cibo e gli obici su e giù per la macchia; donne che si sono
spente, affinché i combattenti potessero accendersi, tutto ciò
permettendo che la guerra crescesse fino a ingoiare la pace
marcia che ci circondava. Infine, figurarono i nomi principali,
in quanto l’ordine nuovo si fa – così si diceva – con idee chiare
e non con dettagli confusi.
Esauriti i nomi, si cominciò con le date. Ma le date sono
limitate, soltanto trecentosessantacinque all’anno, togliendo
gli anni bisestili e, per tener conto della profonda trasfor-
mazione, si dovette ricominciare da capo, ed ecco spiegato
il mistero dei numerosi “25 Settembre”, gli innumerevoli “3
Febbraio” e i ripetuti “25 Giugno”. Per questa stessa ragio-
ne, gli stessi nomi furono dati a luoghi così diversi fra loro
(tanti “Eduardo Mondlane” grandi e piccoli! Tante “Josina
Machel” larghe e lunghe!). Inoltre, in momenti di debolez-
za, giustificati soltanto dall’esaurimento dei nomi, quartieri e
Cronaca di Rua 513.2 21

strade furono battezzati con nomi che non valeva neanche la


pena ricordare, come Kim Il Sung, a cui venne intitolata una
via che si sarebbe dovuta chiamare “delle Acacie”, o un certo
Siad Barre, di cui poco si sa ed è meglio così.
Sparirono alcuni nomi e altri ne arrivarono. Ci furono an-
che diversi casi in cui i vecchi nomi rimasero fino a quando
venivano scoperti e tolti, affinché altri nuovi, più adatti, potes-
sero avere diritto a essere riconosciuti e ricordati. Ci furono
persino dei nomi, benché rari, che sarebbero dovuti sparire
già da tempo, ma che continuavano a rimandare tale partenza
e noi, benevoli, abbiamo finito per affezionarci.
Ma con i numeri il caso è diverso. I numeri rimangono
uguali sin dal giorno della loro invenzione, all’alba dei tempi;
uguali e identici dalle due parti della barricata: non ci sono
dei “4” rivoluzionari, né dei “5” coloniali e, così, l’enigmatico
numero della Rua 513.2 rimase così com’era. Togliere que-
sto nome alla via sarebbe stato come disprezzare l’aritmetica,
proprio nell’epoca in cui era più necessaria, per dividere fra
tutti la ricchezza che era stata inaccessibile durante l’era colo-
niale. Sarebbe stato come rinnegarla proprio quando avrebbe
dovuto essere più presente, per fare i conti del futuro e sco-
prire come si somma e si moltiplica lo sviluppo. Per quanto
la rivoluzione cercasse di distruggere il passato per inventare
un futuro nuovo, non si sarebbe arrivati a tanto. Per questo
motivo, la via rimase così com’era, con quel numero con un
misterioso punto in mezzo; un punto trafitto dal chiodo che
fissa la tavoletta su cui è dipinto sul paletto di legno, davanti
alla casa del matto Valgy.

***

«Valgy, lo xiphunta! Valgy, lo xiphunta!», cantano i ragazzi-


ni, mantenendosi a una prudente distanza dalla porta numero
22 João Paulo Borges Coelho

3, sapendo che il monhé avrebbe finito per uscire col pugno


in aria urlando insulti, tutt’altro che spaventoso nella sua stra-
ordinaria magrezza. Ridendo, scappano via ruzzolando sulla
sabbia bianca della spiaggia, come se si trattasse di un gioco,
tornando alla carica fino a stancarsi. Il povero Valgy, ragio-
nando che non vale la pena inseguirli, rientra in casa mormo-
rando enigmatici monosillabi in urdu.
Un tempo, le cose per Valgy andavano ben diversamente.
Fu quando comprò questa casa in cui vive – la prima sulla sini-
stra per chi guarda il mare – nel lontano 1972. Gliela vendette
qualcuno che, in una premonizione, pensò bene di partire pri-
ma dei concitati avvenimenti che sarebbero seguiti. Valgy vi si
trasferì con la moglie, una sudafricana vistosa e biondissima,
dal seno sodo e dai fianchi larghi, un vitino di vespa mante-
nuto tale da un cintura spessa e stretta. Cosa ci facesse sposa-
ta con un commerciante indiano una sudafricana così – che,
quando passava, lasciava la scia di un dolcissimo profumo di
fiori di campo – fu la domanda che i vecchi inquilini si posero
davanti all’improbabile accoppiata. Ma Valgy, si diceva, aveva
studiato a Oxford, il che era provato dal fatto che parlasse un
inglese molto più erudito della sua florida signora. Sebbene
fosse innegabilmente il francese la lingua eletta dall’intelli-
ghenzia lusitana (e, nella Rua 513.2, soprattutto dal Dottor
Pestana), un inglese così avrebbe lasciato un segno.
Tuttavia, era scritto nel destino di questo commerciante
che quel trionfo non sarebbe durato a lungo. Prevedendo i
tempi difficili che si stavano avvicinando, la sudafricana scap-
pò via prima che arrivasse la rivoluzione, lasciandosi dietro
un Valgy inconsolabile, che deperiva a vista d’occhio. A volte,
si vestiva ancora con rigore in giacca e cravatta, coi capelli
meticolosamente imbrillantinati, e partiva alla volta della città
con l’aria di chi avesse affari importanti da trattare. Ma erano
interruzioni fugaci di un processo di rapida degenerazione,
Cronaca di Rua 513.2 23

dato che, la maggior parte delle volte, andava trascurando


piccole abitudini quotidiane, come lavarsi i denti o sedersi a
tavola. I domestici, prevedendo in quei preparativi ciò che
stava per avvenire, cominciarono, anche loro, a partire alla ri-
cerca di altre soluzioni per le rispettive vite. E Valgy, adesso lo
xiphunta dei bambini, vaga per quella grande casa in silenzio,
parlando da solo.
Tale profondo cambiamento sfuggiva ai suoi vicini colo-
niali, intenti com’erano a inscatolare le loro cose per spedirle
altrove. L’unica eccezione erano i Costa, per il fatto che la
loro casa era la più vicina, e la signora Costa, addolorata per
quella inversione di eventi, ogni tanto mandava, tramite i do-
mestici, piatti di cibi con cui Valgy si andava nutrendo. Ma,
con la partenza della signora, cambiarono anche le abitudini
in casa Costa, la quale divenne sempre meno attenta a ciò che
la circondava, sempre più rivolta al suo interno e indifferente;
non più disponibile, pertanto, a benevolenze e attenzioni nei
brevi momenti in cui il padrone c’era; una casa vuota in tutti
gli altri.

***

Ma torniamo al punto, la via. Sabbiosa e polverosa nella


stagione secca (“Rua do Sahara”, perché no, in quest’epoca
di internazionalismo e africanità?), quanto più i domestici la
spazzano e rastrellano, tanto più il suo dorso si riempie di sab-
bia fina e calda. Così, quando questa diligente attività rallenta,
la sabbia torna ad aumentare, tanto da impedire il passaggio
delle biciclette prima, e poi, quasi del tutto, quello delle auto-
mobili; se i rastrelli non tornassero alla loro frenetica attività,
le case finirebbero sepolte sotto la sabbia con tutti i loro oc-
cupanti. Al contrario, quando arriva la stagione delle piogge
e il suolo smette di assorbire tutta l’acqua che cade, la via si
24 João Paulo Borges Coelho

riempie di rivoli che si uniscono per formare grandi fiumi dai


delta maestosi che sfociano in laghi dove grasse rane graci-
dano, litigando fra loro, agitandosi per un niente. E i laghi, a
loro volta, si legano fra loro per formare un grande mare alla
porta di Valgy, al numero 3, la zona più bassa della Rua 513.2.
Senza saperlo, o sapendolo ma non importandosene, Valgy ha
il monopolio di tutta l’acqua di quel suolo e, in quei giorni, la
sua casa diventa un’orgogliosa isola solitaria.
Deserto inospitale o mare mosso, la Rua 513.2 oscilla, in tal
modo, da un estremo all’altro, senza trovare pace. Se venisse
stabilita una media di queste due condizioni e fosse applicata
al quotidiano, di certo non passerebbe per una strada del tut-
to normale.

***

La Rua 513.2 è situata tra il mare e il quartiere popolare,


in un sovvertimento dell’ordine naturale delle cose in cui chi
è arrivato dopo ha fatto allontanare chi stava là da prima, di-
cendo: «Andate via che noi vogliamo rimanere qui a guardare
il mare». E, giustificandosi: «Siete un popolo dell’entroter-
ra, rivolto verso la foresta e amico degli alberi di marula e di
mango, interessato alle orme del leone come alle pietre e agli
spiriti della montagna. Noi no! Noi veniamo dal mare e ab-
biamo una strana sete e nostalgia che si placano soltanto con
la perenne visione di questo percorso che abbiamo lasciato,
dove hanno navigato le nostre caravelle». “Rua da Boavista”
(una bella vista marina, e scusate l’insistenza). E il popolo
accettava, perché era nella sua natura accettare e perché gli
altri avevano i mezzi per ricordarglielo. Esiste, poi, un’altra
versione collegata, quella di coloro che si mostravano ciechi a
tutto ciò che c’era prima di loro: «Siamo arrivati qui in questo
posto dove c’era il nulla, abbiamo disegnato un progetto con
Cronaca di Rua 513.2 25

una prospettiva e una (bella) vista, abbiamo tracciato la via


con teodolite, riga e compasso, abbiamo piantato alberi, ab-
biamo fatto cose concrete. Voi siete arrivati dopo, circondan-
doci in modo da occupare i posti di lavoro che, nel frattempo,
si andavano creando».
Esiste, dunque, più di una versione di questa disposizione
geografica, anzi innumerevoli; manca, però, la versione del
quartiere popolare nascosto dietro le case di cemento appic-
cicate fra loro, che osserva il mare in punta di piedi sopra le
loro spalle. Un quartiere che confidava nella tradizione e non
sapeva scrivere; non sapeva nemmeno che sarebbe stato ne-
cessario lasciare una propria versione prima che ne arrivasse
un’altra qualsiasi a sovrapporsi a essa.

***

Adesso, per la Rua 513.2 passa il popolo con il racconto di


questa versione dimenticata. Misto e ribelle, sorge come un
mare finto che oltrepassa la via in direzione del mare vero che
aspetta, sereno, più avanti. Un mare finto che avanza con le
varie onde che lo compongono, ognuna con il suo messaggio,
ognuna con il suo tormento.
«Basta con il complesso sistema di divise che ciascuno
era obbligato a usare in pubblico, affinché si sapesse a quale
livello serviva», dice la prima ondata passando, «basta con
le identificazioni dettagliate come interi dizionari, “a” come
arrampicatore, “b” come bastardo, “c” come cafone, cor-
rotto e cospiratore, “d” come delinquente, “e” come ebete,
fino ad arrivare alla “n” di negro e alla “p” di pigro. Basta
con i numeri lunghi per identificare cittadini, come se fos-
sero prigionieri, in libri dal testo talmente fitto che finivano
inevitabilmente per contraddirsi e la contraddizione portava
al sospetto, e il sospetto alla galera. Basta con le ombre col-
26 João Paulo Borges Coelho

pevoli che vanno di notte incollate ai muri rischiarati dalla


luna, inciampando in abiti neri e in fallici chamboco, facendo
agitare cani scuri e pelosi, dagli occhi lucidi come fari e dai
denti che ferivano come rasoi. Scusandosi, balbettando paro-
le limpide e innocenti per nascondere una realtà, il più delle
volte, anch’essa innocente. Sforzi inutili, visto che agli occhi
dei carnefici che fiutavano sospettosi, realtà e scuse si dissol-
vevano in un’unica versione, perversa e malvagia: la versione
del reato da commettere che era già un reato commesso. Ba-
sta con le punizioni senza testo, solo malevole citazioni. Basta
con l’umidità e il caldo delle celle, le minuscole finestre da cui
non filtrava la luce, la muffa che brulicava negli angoli bui e
l’odore di piscio che ci bucava le narici e ci arrivava dritto al
cervello, facendoci diventare sempre più come bestie, perché
era impossibile rimanere degli esseri umani in quel buco dove
ci mettevano come fossimo animali. Basta, basta! Basta con lo
strizzare degli occhi feriti dalla luce all’uscita della prigione, il
minuscolo fagotto in una mano, mentre l’altra era vuota, così
come era svuotata la testa da ogni speranza. Tutto sembrava
enorme in opposizione all’angustia della cella che era stato il
nostro mondo per tanto tempo: un mondo condiviso con altri
non-cittadini, altri non-uomini che adesso ci sforzavamo di
dimenticare per poter, finalmente, reinventare il miraggio di
una nuova umanità, un palinsesto della vecchia innocenza or-
mai perduta e che, in realtà, non si troverebbe più. Basta con
l’entrare nella vecchia casa di legno e zinco a Xinhambanine
non riconoscendone il lessico e l’ordine: il tavolo che prima
stava lì è ormai cambiato, ripulito dalle briciole in quanto il
cibo non arrivava ad avanzare; la moglie che, nel frattempo,
aveva fatto altri percorsi, caricandosi di un peso doppio, ades-
so si mostrava tanto cortese, talmente troppo cortese nel son-
darci, che finiva per diventare distante, con un altro profumo
e un altro sapore che era necessario riscoprire quanto prima,
Cronaca di Rua 513.2 27

per impedire che andassero perduti per sempre. Basta col non
sapere se avrebbe voluto essere ritrovata e, se sì, se il suo era
un atteggiamento di pietoso cedimento o se, di fatto, valeva la
pena riconquistarla. I figli non avrebbero più smesso di essere
figli per essere già uomini e donne, senza che tale temerario
salto lasciasse il segno di noi stessi. Basta tornare all’inferno
chiedendo scusa quando nessuna scusa era dovuta!»
Gli abitanti ascoltano in pudico silenzio dietro le finestre e
le verande. C’è un fondo di verità in tutto ciò, una verità che
adesso non può essere ignorata. E quando, sollevati, sentono
che il corteo sta per finire, ecco che arriva una seconda onda-
ta, anch’essa ruggendo.
Parlano dei pesi caricati in spalla, delle pesanti traversine
collocate parallele nell’interminabile linea ferroviaria, affinché
i treni potessero, partendo dal mare, salire e scendere monta-
gne, restringersi nelle gole e scivolare giù per il versante che
porta alla vallata, penetrare foreste e sopravvivere ai deserti,
fino ad arrivare, con il loro rantolo asmatico, a un entroterra
talmente lontano che nemmeno era più la nostra terra. Ba-
sta. Basta con le gallerie buie che scavavamo fino a perdere
le unghie, talmente profonde che abbiamo perso perfino noi
stessi e rimanevamo aspettando e sputando sangue, sputando
e aspettando sangue. Basta. Basta sbucciare infiniti anacar-
di, tutti uguali, mentre cantavamo monotone canzoni che ci
aiutavano a sbucciarli, per poi, alla fine della vita, sul tappeto
secco e duro dell’agonia, sentirci dire che dovevamo comin-
ciare da capo e che anche le nostre figlie avrebbero dovuto
imparare a sbucciare bene. Basta!
Infine, arriva la terza ondata, a testa bassa, diffidando
dell’impunità con cui le altre due avevano parlato ed erano
passate. Il suo sciabordare è sereno, quasi un gemito.
«Anche noi possiamo testimoniare l’importanza del mo-
mento», dice passando, «lo facciamo presentando i due libri
28 João Paulo Borges Coelho

che portiamo impressi sul corpo, noi che non sappiamo leg-
gere. Sulla schiena un testo minuzioso scritto, a caratteri pic-
colissimi, con la punta della frusta. Sono tante e tutte diverse
le storie che questo libro racconta. Questa qui, proprio vicino
alla scapola, ci parla dei semi di cotone che il colono ha voluto
che piantassimo, di come li prendemmo dalle sue mani e, di
notte, alla vigilia della semina, li cucinammo in acqua calda af-
finché perdessero vigore, incapaci come eravamo, ormai senza
fiato, di fare i lavori necessari per la sua crescita. Così, quando
l’arrogante caposquadra pensava di assistere alla nascita del
futuro dell’industria portoghese, di fatto stava assistendo al
funerale dei semi già cotti che sotterravamo con mille atten-
zioni, affinché non uscissero più di là. E lui, collerico, ci scris-
se la storia sulla schiena, affinché tutti sapessero quanto sono
pigri e infidi i contadini. La storia che portiamo davanti, sulle
pance e sul petto, è più mite e non sappiamo chi incolpare per
la sua scrittura. È la musica lenta della fame, un adagio mono-
tono e triste in cui le biscrome e le ottave stavano perdendo
vitalità, trasformate in note brevi che portiamo dipinte sulle
linee parallele delle costole. La prima nota racconta di come
ci sono morte le piante, la seconda gli animali. È una storia
tutta nostra, speciale, poiché, mentre quelli della città scopro-
no la siccità nel gocciolare avaro dei rubinetti, noi l’abbiamo
vista cadere dal cielo come il negativo di ciò che sarebbe do-
vuto accadere. La terza nota parla della partenza dei vecchi e
dei bambini per non tornare mai più. La quarta e ultima, è la
nota del silenzio, eterna e ripetitiva. Per questo si dice che i
contadini sono biblioteche viventi e, per provarlo, eccoci qua
circolando anche noi in questo mare dell’Indipendenza. Col
vostro permesso, cari compagni, non è che potremmo vedere
la città e le sue luci? Possiamo partecipare?»
E gli altri, benevoli: «Mettetevi lì dietro e gridate come gli
altri, compagni, che oggi è festa per tutti!»
Cronaca di Rua 513.2 29

***

E questo nuovo mare avanza con tutte le sue onde, con i


giornalisti a fianco che riportano i fatti per coloro che sono
lontani e non hanno modo di informarsi. Avanza e va battez-
zando le vie per dove passa.
«E questa, che via sarà, compagni?», chiede chi sta da-
vanti.
«“Rua do Milho”! “Rua do Feijão”!», rispondono i conta-
dini, pensando già all’abbondanza che sarebbe seguita. Ma la
loro voce è bassa, educati, come sono stati, al rispetto.
E subito altre voci si sovrappongono entusiaste:
«No! Meglio via “tale data” o “tale nome”, affinché alcune
vengano celebrate e altre non vengano dimenticate!»
«Così sia!», dice colui che decide. «Via delle date e dei
nomi!»
Una dopo l’altra, le vie andavano assumendo nuovi volti,
nuovi nomi, fino a giungere a questa, come abbiamo visto, e
l’esitazione fu generale. Si discusse per un po’ («“Rua dos Gi-
rassóis”! Persino “Rua do Algodão”!», dicevano i contadini
là dietro senza essere sentiti, avendo già dimenticato l’incubo
del passato della pianta di cotone).
Spiando dalle finestre, gli abitanti attendono la decisione
che avrebbe cambiato per sempre il nome della loro via e, ne
sono convinti, le loro vite.
«Non si sente niente qua davanti», urla colui che coman-
da, «Che via sarà questa, compagni? Chi dobbiamo esonerare
dall’indirizzo di questa via? Quale eroe di altri tempi dobbia-
mo smontare affinché tocchi a uno dei nostri?», dicono avvi-
cinandosi alla targa che oscilla leggermente al vento, davanti
alla casa del matto Valgy.
Valgy è spaventato dietro la portiera. Pensa che ce l’abbia-
no con lui. Di conseguenza, lui che aveva fatto voto di poche
30 João Paulo Borges Coelho

parole da quando la sudafricana se n’era andata, non aveva


quasi voce per difendersi!
Ma oggi è un giorno di festa e il popolo non è meschino:
non è con le persone che vuol fare i conti, ma solo con la sto-
ria e con i nomi che essa ha dato alla geografia.
«Allora compagni?», dicono esitanti davanti all’enigmatico
numero.
Ma come si fa a dare a un numero la colpa degli orrendi
crimini del passato, visto che non ha un’ideologia e nemmeno
uno storico dei crimini commessi? Un numero è solo un nu-
mero, e per questo la marea umana prosegue senza prendere
una decisione. Valgy si tranquillizza e la via rimane così com’è.
Beh, non proprio com’è, visto che sopra lo stesso nome-nu-
mero sorgerà una nuova via.
2
Tempi concitati

G li spari risuonavano ancora, isolati. A Francisco Filimone


Tembe, Segretario del Partito, sembravano a volte vicini,
altre volte distanti, difficili da localizzare. I colpi erano, così,
alla cieca e incostanti. Forse era il vento che li allontanava o
li avvicinava, a seconda di come soffiava. Ma chi mai andava
a pensare al vento in mezzo a tanta preoccupazione? A volte
sembravano talmente vicini da risuonare come colpi alla por-
ta e Filimone pensava che fosse arrivata la sua ora, che quei
colpi fossero partiti da chi lo veniva a prendere. Altre volte,
erano spari più tenui di chi cercava altri bersagli, lontano da
lì. Quando erano vicini, Filimone si lasciava prendere dalla
paura e pensava che tanto protagonismo non valesse la can-
dela, così come, per esempio, non valsero la pena le minacce
incerte che aveva rivolto al vicino Pestana. Quando, però, i
colpi erano più lontani, pensando che non era con lui che
ce l’avevano, che non erano per lui, gli ritornava l’arroganza
di sempre e Filimone tornava in sé, di nuovo il Segretario,
la solita autorità che cercava in giro chi includere nel nuovo
ordine.
«Elisa, già ti ho detto di non sbirciare fuori!», disse alla
moglie.
«Stavo solo guardando», rispose lei.
Elisa aveva due preoccupazioni: la certezza che la malvagi-
tà andava a piede libero e il sospetto che, se questa malvagità
32 João Paulo Borges Coelho

fosse arrivata lì, sarebbe stato per fare i conti con suo marito
Filimone. Quali conti, Elisa non lo sapeva.
«Se fossi in te mi preoccuperei di ciò che accade fuori, e
non di ciò che accade qua dentro!», ribatté.
«E con questo cosa vorresti dire? Allontanati da quella fi-
nestra che non è cosa da donne!»
Elisa si allontanò scrollando le spalle e schioccando la lin-
gua, imbronciata e preoccupata. Il chiaro di luna entrava dalla
finestra filtrato dalle persiane, lambendo le pareti dall’alto in
basso e proiettandovi, come anche sul corpo di Elisa del resto,
linee oblique, chiare e scure. Filimone spazzava la via sabbio-
sa da cima a fondo con sguardo attentissimo. Non si vedeva
anima viva. Le luci dei vicini erano spente, anche se, dietro le
finestre dormienti, c’erano certamente occhi che scrutavano.
Un cane randagio passò frettoloso alla ricerca di un riparo
più sicuro. Dall’altro lato della via, lungo il muro del Dottor
Pestana, una gala-gala si arrampicava su un’acacia con i colori
vistosi oscurati dal buio. Stormi di pipistrelli inquietanti agi-
tavano la notte (era la loro ora). E di nuovo, quella scarica di
spari maledetti che andavano e venivano, quasi monotoni se
non fosse stato per la paura che suscitavano. Ancora una vol-
ta, lo sguardo di Filimone si fissava, come un faro, fuori dalla
finestra alla ricerca di risposte. E, di nuovo, Elisa s’incuriosì.
«Ma che cazzo sta succedendo?!», disse Filimone, preoc-
cupato. «Elisa, come te lo devo dire, togliti da lì!»
Notò l’ombra della moglie, ma non voleva che si accorges-
se della sua paura. Ma Elisa conosceva bene Filimone, sapeva
bene che era la paura a parlare. Per questo si azzittì e si ritirò
nel suo angolo.
«Sei molto coraggioso con le donne, Tembe!», disse una
terza voce metallica, parlando nel buio della sala. «Voglio ve-
dere se sarai altrettanto coraggioso quando i miei amici entre-
ranno da quella porta per venirti a prendere!»
Cronaca di Rua 513.2 33

Filimone trasalì a tali parole minacciose. Si girò e si imbat-


té nella sagoma tarchiata dell’Ispettore Monteiro ferma sulla
soglia. Rassegnato, non si preoccupò nemmeno di chiedergli
come avesse fatto a entrare; sapeva che quel maledetto tro-
vava sempre il modo di attraversare porte chiuse e palesarsi
laddove non era stato invitato.
Da quando erano venuti ad abitare in quella casa i Tembe
convivevano (si fa per dire) con questo Ispettore del passato
che entrava e usciva a suo piacimento, quasi come se abitasse
anche lui lì. Un residuo del passato che era anche un segreto
privato della coppia. «Non dire a nessuno che abbiamo un
reazionario in casa», disse Filimone a Elisa quando l’Ispettore
gli apparve per la prima volta. «Non so cosa potrebbero pen-
sare, proprio in casa del Segretario!»
«Ma lei non ha proprio niente da fare? Non le hanno inse-
gnato che non si ascoltano le conversazioni intime delle cop-
pie? Voialtri siete fissati con l’educazione, ma poi siete i primi
a essere maleducati!»
«Basta chiacchiere, Tembe. Ti ho già detto che mi farò due
risate quando i miei amici entreranno da quella porta per ve-
nirti a prendere! E tu, Elisa, non ti mettere a gridare o a pian-
gere lacrime di coccodrillo. In fondo, ti faranno un favore a
liberarti da questa peste!», disse Monteiro, l’eterno seminato-
re di zizzania. Si frapponeva tra Elisa e il marito, cercando di
inculcare sospetti.
Elisa non rispose. A pensarci bene, il bianco Monteiro
aveva ragione. Filimone avrebbe avuto bisogno di un bello
spavento per moderare la sua impazienza e le minacce che le
rivolgeva.
Là fuori, ancora spari. A volte sporadici, altre in una raffi-
ca dal vigore raddoppiato, accompagnati dalla risata beffarda
dell’Ispettore. Filimone si chiedeva se quel maledetto fosse
stato capace di avvertire i suoi correligionari, di indicare loro
34 João Paulo Borges Coelho

un percorso di vendetta che terminasse lì in casa sua. Scon-


fortato, tremava.

***

L’Ispettore Monteiro era un codardo e aveva la coscienza


sporca. Viveva allo stesso numero 8 con la moglie Gertrudes,
domestica, all’epoca dei grandi eventi, quando arrivò la noti-
zia del colpo di Stato a Lisbona, e che il vecchio ordine, l’uni-
co che riconosceva e che aveva aiutato a preservare, veniva
adesso messo in discussione. La sua reazione fu di prendere
in mano l’arma per portare avanti quanto potesse.
«Vai a prendere una scatola di proiettili dall’armadio, che
oggi venderemo cara la pelle!»
E Donna Gertrudes:
«Non essere stupido. Aspetta e vediamo che succede».
Donna Gertrudes aveva già indagato, aveva già parlato con
Donna Aurora Pestana e altre vicine. Poteva anche darsi che
sarebbero avvenute cose brutte, ma non ancora.
I giorni passavano concitati, gli abitanti della Rua 513.2
sembravano scarafaggi intontiti usciti dall’accogliente tana
del proprio passato, catturati nello stesso spazio esiguo.
Ognuno faceva i suoi calcoli privati, decidendo il percorso
migliore e suggerendo la decisione ai più intimi, in modo che
tutti influenzavano e tutti si lasciavano influenzare. Gli uomi-
ni portavano notizie dalla via, frammenti, e passavano le notti
in un domestico raccoglimento cercando di ricamarle affinché
avessero un senso, mentre le mogli le ascoltavano ricamando
per davvero. A volte, si incontravano davanti alle case come
adolescenti, svelando segreti gli uni agli altri e fumando si-
garette che brillavano al buio come lucciole. E la Rua 513.2,
fino a quel momento un caleidoscopio di piccole vite, veniva
ridotta a una storia soltanto, la storia della preoccupazione
Cronaca di Rua 513.2 35

dei suoi abitanti che ignoravano ciò che succedeva là fuori e


non sapevano come fare per partecipare alla trasformazione
annunciata dai giornali.
Inevitabilmente, si formarono due gruppi. Da un lato, gli
amici del signor Costa del numero 5, i quali pensavano che
l’unica soluzione era fare le valige e partire frettolosamente
per il Portogallo finché le circostanze lo permettevano, per-
ché ciò che stava per accadere ricordava un autobus sovraf-
follato in fuga, nel quale non c’erano posti liberi per i coloni.
Dal lato opposto, il gruppo dell’Ispettore Monteiro che era
convinto che la ruota della storia potesse ancora tornare a gi-
rare in loro favore. Confondeva la realtà con un film che si
potesse riavvolgere semplicemente premendo un bottone. In
tal modo, mentre alcuni vedevano in questo film un definitivo
«The End», seguito da piccoli e incerti grani che ballavano sul
fondo bianco della pellicola, altri, dopo il buio, aspettavano
ancora per tornare ai titoli di testa – regista tizio, tale bellona
nel ruolo principale – al titolo e, infine, ancora più indietro,
al piano di un argomento che potesse essere riscritto in modo
totalmente diverso e più conforme alle ansie che portavano.
E, visto che il mondo è pieno di coincidenze, quasi tutti
quelli del primo gruppo abitavano da un lato della via, men-
tre quelli del secondo gruppo abitavano dal lato opposto. Fu
così che nacque una frontiera di 5,132 metri di larghezza, una
linea divisoria sulla quale si sono moltiplicati malintesi e so-
spetti, minacce velate e accuse. Monteiro, per il suo passato
e per il suo temperamento, assunse naturalmente la guida. In
fondo, era un poliziotto di formazione militare e una guerra
era proprio quello che ci voleva per risolvere definitivamente
il problema. Annunciava contatti e piani con altri quartieri e
altre vie sparse per la città.
«Anche se non sembra, le cose vanno per il verso giusto»,
garantiva. «Conosco un tipo che è stato mio collega di corso
36 João Paulo Borges Coelho

ed è cugino della moglie del capo di gabinetto di Spínola. Le


cose non sono come sembrano».
I seguaci si inchinavano davanti a questo legame quasi fa-
miliare tra il vicino Monteiro e l’augusto personaggio col mo-
nocolo, un legame che era, in un certo senso, una garanzia.
Inoltre, Monteiro conosceva altri Monteiro come lui, sparsi,
ma che, riorganizzandosi, erano capaci di trasformare la paura
in rabbia, la rabbia in disperazione e la disperazione in azione.
Sapeva come farlo. Attraversò la strada e andò a bussare alla
porta di Marques, al numero 11, meccanico di giorno, radio-
amatore nelle ore vuote delle notti calde del passato, quando
il tempo trascorreva ancora lentamente.
«Senti, Marques, so che non ti vuoi invischiare in tutto
questo, che bevi qualche bicchiere il sabato pomeriggio con
Costa e quella carovana di pacifisti e traditori», gli disse con
un tono tra l’intimidatorio e il conciliante. «Ma a questo non
mi puoi dire di no. Ho bisogno della tua radio per assicurare
il contatto con gli altri gruppi di patrioti disposti a resistere
al comunismo, il coordinamento è un elemento fondamentale
per la vittoria, tu capisci».
Ma il grasso Marques capiva male, era riluttante. Imma-
ginava già l’Ispettore Monteiro invadergli la radio con la sua
voce metallica: «Corvo! Corvo! Conferma arrivo Valchiria!»,
e altre enigmatiche frasi, con Valchiria che voleva dire sicura-
mente la morte e Corvo l’uccello inquietante che l’annuncia-
va. E quello, dall’altro lato, rispondeva: «Ispettore Leopardo!
Ispettore Leopardo! Confermato per stanotte!». E Monteiro,
infrangendo le regole, lo riprendeva: «Cretino, ma dove hai
visto mai un Leopardo Ispettore? O mi chiami in un modo
o nell’altro, mai in tutti e due!». Il Corvo dall’altro lato della
radio scuoteva le piume; tutto ciò suonava come problemi al-
trui che ricadevano sul povero Marques, il quale dentro di sé
tremava tutto.
Cronaca di Rua 513.2 37

L’apparecchio serviva per propositi più innocenti, aveva


argomentato esitante. Tutto era iniziato e si era sviluppato
come un gioco che gli alimentasse il sogno, che di giorno lan-
guiva nei fumi e negli oli della sua officina e, di notte, sentiva
l’ansia di liberarsi per portarlo in viaggio per terre distanti.
A Marques piaceva soprattutto il Brasile, visto che la lingua
era la stessa, sebbene più sussurrata e piena di vezzeggiativi;
ma anche Goa e l’India in generale, per ragioni private che
scopriremo più avanti.
«È che mi rintraccerebbero in un istante e io qua ho ancora
Eulália e tutto il resto», diceva, cercando di guadagnare tem-
po. «Non è che ho paura, Ispettore, ma quelli mi troverebbero
subito e potrebbero fare del male a mia moglie, poverina».
Insomma, Marques rimaneva nel dubbio, o meglio, con
una certezza interiore che si fingeva dubbio quando usciva
fuori per non indisporre il vicino Monteiro. Si aggrappava an-
cora alle antiche gerarchie del tempo in cui la polizia incuteva
timore.
In privato, la moglie Eulália rintuzzava:
«Manel, non hai mai fatto così. Chi di spada ferisce, di
spada perisce. Lascialo parlare. Guarda, smonta la radio
per chiudere la conversazione. E che Dio ce la mandi buo-
na!»
La Provvidenza lo aiutò, eccome, mandandogli un certo
Zeca Ferraz con una valigia piena di denaro per comprargli
la casa e permettere loro di fuggire da quella via, dal Paese e
da quella situazione! Prima che l’Ispettore Monteiro, sempre
informato su tutto, lo capisse, occupato com’era a mescolare
false simpatie con pressioni e minacce velate («Cederà, lo so
che cederà…»), i Marques se ne andarono, lasciando il partito
del signor Costa più debole, ma, in compenso, impossibili-
tando i Monteiristi a rafforzare le proprie comunicazioni via
radio.
38 João Paulo Borges Coelho

Il vicino del numero 7, il Dottor Pestana, fu, anche lui,


incapace di schierarsi. Succede quasi sempre così con gli ac-
cademici, quando le posizioni sono estreme e l’azione diventa
imperiosa. Pesava i pro e i contro come un orafo attentissi-
mo ai suoi milligrammi, senza rinunciare, tuttavia, a parlare
a entrambe le parti dall’alto della sua autorità cattedratica:
«Bisogna vagliare bene le cose, si devono analizzare le circo-
stanze!»
Per un breve momento, le fazioni di Costa e Monteiro sem-
bravano interessate a portarselo dalle rispettive parti: Pestana
offriva garanzie di scientificità o, perlomeno, di buon senso,
poiché è analizzando due e più volte lo stesso problema prima
di emettere verdetti, come faceva lui, che si scoprono aspetti
che possono rivelarsi fondamentali in seguito. In Pestana la
fazione di Costa cercava quel buon senso, quella capacità di
combattere la cecità che fa attecchire l’odio.
«Dottore, dica almeno all’Ispettore che non si metta con-
tro di noi, che non ci comprometta, che vogliamo solo vivere
la nostra vita. A lei darà ascolto», diceva Costa, esasperato.
«Va bene, va bene», gli rispondeva Pestana, aggiungendo,
sempre cauto: «Sto solo aspettando l’occasione giusta per
farlo. Non è una cosa che si può fare così di botto, nervoso
com’è. Lei sa com’è quando si irrita. Sto solo aspettando l’oc-
casione giusta. Ci vuole calma e pazienza!»
Ai Monteiristi, invece, interessava la legittimazione
dell’odio che Pestana, in un certo qual modo, poteva dare.
Collezionavano sostenitori per qualità, giacché la maggioran-
za era qualcosa che la storia si era dimostrata avara nel con-
cedere. «Abbiamo già il medico Tizio e il giudice Caio dalla
nostra parte», dicevano, come se infilassero grani preziosi nel
rosario intricato dei loro piani e tutto ciò fosse garanzia di vit-
toria. Mancava ancora Pestana, ma si stavano adoperando per
infilare anche questo granello. Ma il Dottore era una bande-
Cronaca di Rua 513.2 39

ruola e, invece di utilizzare il dubbio per determinare l’azione,


lasciava che quest’ultima si perdesse nei percorsi labirintici
del primo. In tal modo, quando non ebbe più tempo per ri-
flettere prima di agire, quando le cause e gli effetti comincia-
rono a sorgere senza alcuna concatenazione, Pestana perdette
di importanza, ridotto a mero inquilino del numero 7, cosa
che, in ultima istanza, non aveva mai smesso di essere. Con gli
stessi dubbi degli altri.
Per alcune settimane la Rua 513.2 visse in quest’agitazione.
Vennero uomini da altre vie per infilarsi in casa dell’Ispettore
Monteiro e cospirare, mentre Donna Gertrudes offriva loro
caffè o birra ghiacciata e si lagnava col marito («Chi paga tutte
queste concessioni, tu? Mi puzza tanto di bruciato!»). Parla-
vano di un nuovo Paese del passato che manteneva l’incon-
gruenza di mettere insieme bellezza e serenità con ingiustizia
e malvagità. Il risultato era quest’isola buia alla deriva nello
spazio dell’immaginazione del gruppo, alla quale ciascuno
cercava di aggiungere un dettaglio, sempre più sospettosa e
inquietante.
Nel frattempo, dall’altro lato della via si andava indebolen-
do il partito di Costa. Innanzitutto, fu proprio la moglie dello
stesso a dare l’esempio, come si è visto; poi, i Marques, fuggiti
con tutti i loro averi, tranne che una radio smontata che non
servì mai per malefici propositi, così come non sarebbe servita
per alimentare i sogni del proprietario. Uscirono silenziosi e
a testa bassa, con nell’animo un misto di ribellione e di ver-
gogna. Accennavano vaghi saluti, evitando un ultimo sguardo
ai Monteiristi, i quali, anche in un momento così penoso e
decisivo, non smettevano di attaccarli:
«Ecco che se ne va un codardo con la coda fra le gambe!
Quando poi risolveremo tutta questa faccenda, torneranno
qui un’altra volta, raccontando storie e inventando giustifi-
cazioni!»
40 João Paulo Borges Coelho

Ma, nonostante le invettive, per ogni perdita subita nelle


sue file, si rafforzava maggiormente il partito di Costa, facen-
do prevalere il punto di vista secondo cui l’uscita dal proble-
ma stava nel risolvere il problema dell’uscita.
Un giorno, si sciolse inaspettatamente questo doppio nodo.
L’Ispettore Monteiro, in evidente difficoltà a digerire tante in-
formazioni così contraddittorie, pensò che fosse arrivato il suo
giorno, che fossero venuti a prenderlo. Entrò in casa come una
furia, con la mente, che una volta aveva progettato piani tanto
complessi, svuotata e la fronte perlata di sudore; trascinò in
macchina Donna Gertrudes con tutte le sue proteste senza
dare spiegazioni e partirono frettolosamente per il Sudafrica.
Portava con sé soltanto i vestiti che aveva addosso e la nota
rabbia che lo rodeva dentro. Lasciava la casa intatta.
«Penso ancora che stai esagerando», gli diceva la moglie
durante il viaggio.
«Sta’ zitta che non capisci niente di queste cose!», ribatteva
l’Ispettore, il quale, non volendo entrare nel dettaglio, usava
l’espediente dei sofisticati misteri degli uomini, così lontani
dalla semplicità femminile, per chiudere lì la conversazione.
«Oppure le tue paure hanno una ragion d’essere e mi stai
nascondendo qualcosa», insisteva lei. Donna Gertrudes ave-
va, di tanto in tanto, questi attacchi di arguzia ribelle con cui
sfidava il marito. Se avesse avuto un po’ più di tempo, chissà,
forse sarebbe riuscita a moderare quest’ansia di protagoni-
smo dell’Ispettore. Ma il tempo era qualcosa che non c’era in
quell’epoca in cui gli eventi correvano veloci verso l’epilogo.
La coppia fuggì spedita per Boane, sulla strada di confine,
sfuggendo ai blocchi stradali e facendo stridere gli pneumatici
nelle curve, provando più vergogna di tutta la fazione di Co-
sta messa insieme. Monteiro, con le mani piantate sul volante,
mormorava giuramenti di vendetta, mentre Donna Gertru-
des inforcava gli occhiali scuri per nascondere l’imbarazzo.
Cronaca di Rua 513.2 41

L’Ispettore, umiliato da un gesto tanto miserabile a così pochi


giorni dalla prova finale, sparì in luoghi dove non poteva esse-
re trovato, continuando certamente a cospirare, ma facendo-
lo, ormai, in un mondo lontano dalle sue memorie, sprecando
lì inutilmente la sua rabbia. Dietro, Donna Gertrudes lanciava
al cielo sguardi di pazienza e di commiserazione.
L’improvvisa uscita di scena di Monteiro disegnò sorrisi
amari sui visi dei sostenitori di Costa («Chi la fa l’aspetti!»)
e gettò nella confusione le parti reazionarie. Privati del loro
leader, i Monteiristi della Rua 513.2 persero ogni velleità di un
maggior protagonismo in quei giorni di tentati contro-golpe
che ora si succedevano, in cui i Monteiro delle altre vie tenta-
vano la loro sorte.

***

Un tentativo che si tradusse in quegli spari che adesso ri-


suonavano e spaventavano Filimone. «Ma chi starà sparan-
do?», si domandava il Segretario, mentre guardava di traverso
l’inquietante impermeabile color latte dell’Ispettore, appeso
in un angolo della sala.
Il timore di Filimone era legittimo e molto più grande della
sua colpa. Infine, quando il Partito arrivò cercando persone
impegnate di cui potesse fidarsi, egli, modestamente, abitan-
do sempre lì dietro il quartiere popolare, fu il primo a fare
un passo avanti per proporsi come volontario. Non aveva un
passato – e come avrebbe potuto senza che questo implicasse
una qualche compromissione nei tempi manicheisti del colo-
nialismo? – ma non aveva neanche un gran presente. Aveva,
però, la volontà di servire e questo fu ciò che manifestò, en-
tusiasmato da tale cambiamento. Fu anche questo che gli altri
videro in lui. In principio, eseguiva piccoli compiti, portando
informazioni alla sede del Partito nella sua calligrafia tremo-
42 João Paulo Borges Coelho

lante, e riportando da lì direttive chiare in carta intestata. Poi,


un po’ per la scarsità di candidati in quella via così renitente,
un po’ per la costanza della sua dedizione, salì rapidamente la
scala della lealtà e della fiducia. Un giorno, venne un tipo im-
portante e, nella riunione che seguì, lo nominarono Segretario
del Partito per la Rua 513.2. Un posto che comportava più
lavoro che benefici, più rischi che riconoscimenti. Era tempo
di seminare, non di raccogliere.
La prova di tutto ciò stava in quel momento in cui gli spari
risuonavano e lui aveva il presentimento che era lui che sta-
vano cercando, che erano i brandelli rimanenti del partito dei
Monteiristi riluttanti a riconoscere il fatto compiuto. Filimone
era sordo alle interpellanze dell’Ispettore («Ehi Tembe, sono
venuti ad ammazzarti!») e attraversò furtivamente la stra-
da in direzione della porta del compagno Basílio Costa per
chiedergli, con voce incerta, se sapeva di chi fossero quegli
spari. Basílio Costa, cauto, disse di non averne idea, anche se
qualche sospetto ce l’aveva. I due uomini rimasero, così, in
silenzio, terrorizzati, uniti dalla condivisione di un identico
rischio, sebbene di segno opposto. Si chiamavano “compa-
gno” a vicenda. La distanza dal passato era ormai enorme; per
questo, quando il Segretario Filimone chiamava Basílio Costa
“compagno” voleva dire che bianchi e neri erano uguali, che
piacesse o no ai primi. In quel momento particolare, lo era
ancora di più, essendo i due uniti al punto di dover condi-
videre tutti i loro segreti, compreso il motivo di quegli spari.
Quanto a Basílio Costa, l’uso che faceva della parola “compa-
gno” era più un atto di difesa; con esso voleva dimostrare di
riconoscere la nuova autorità e le sue regole e di non cercare
rogne né sfide; viveva un periodo grigio, per cui era meglio
non fare storie prima di poter, finalmente, partire anche lui.
Purtroppo, non sapeva niente di quegli spari, pertanto non
poteva essere utile al compagno Segretario. Era spaventato
almeno quanto lui.
Cronaca di Rua 513.2 43

Per due giorni l’epilogo fu incerto. A volte sembrava che


il partito dei Monteiristi – sebbene ormai senza Monteiro –
avrebbe finito per vincere, invertendo così le cose. Altre, era
il contrario, e gli sforzi dei reazionari apparivano futili e senza
senso. Come adesso che gli spari erano talmente radi da non
ricordare nemmeno una guerra ma soltanto la sua eco. Fili-
mone, più fiducioso, smise di sfogare le sue paure sulla povera
Elisa e tornò a guardare là fuori. Aveva occupato quella casa
con l’odore di Monteiro ancora nell’aria. Ricevere una casa
era stato l’unico beneficio, se così si può chiamare, ottenuto,
sebbene lui la vedesse innanzitutto come un posto di lavoro
incuneato nel bel mezzo di un fronte reazionario che era ne-
cessario trasformare. Ma si domandava ancora se non avesse
fatto meglio ad aspettare un po’ di più, soltanto qualche mese,
fino a quando la situazione si fosse calmata.
Ormai era tardi. Filimone non solo aveva occupato la casa,
ma si era reso visibile in tutta la via, così visibile quanto lo era
stato l’Ispettore Monteiro a suo tempo.