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Urogallo.

Frontiere perdute

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Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta...
[...]

Ruy Belo
João Melo

Il giorno in cui Paperino


s’è fatto per la prima volta Paperina
18 storie quasi post-moderne

Traduzione dal portoghese di Marco Bucaioni

Edizioni dell’Urogallo
Premi Nazionali per la Traduzione 2015
del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Titolo originale: O Dia em que o Pato Donald
comeu pela Primeira Vez a Margarida,
Caminho, Lisboa 2006
Copyright © 2006, João Melo
By arrangement with Literarische Agentur Mertin
inh. Nicole Witt & K., | Frankfurt | Germany

Obra apoiada pela Direção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portugal


Opera sovvenzionata dalla Direção-Geral do Livro e das Bibliotecas | Portogallo

Traduzione dal portoghese: Marco Bucaioni


Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio www.absolutezero.it
Proofreading: Irene Scorbaioli
Impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-44-0

Per l’edizione italiana: copyright © 2017, Edizioni dell’Urogallo. Tutti i di-


ritti riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati nell’ac-
cordo del 18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigianato
e c.a.s.a., Confcommercio, ora integrato dall’accordo del novembre 2005,
per la riproduzione a pagamento, a uso personale, dei libri fino a un mas-
simo del 15%, nell’ambito dell’art. 68, co. 3, 4 e 5 della legge 633/1944.

Edizioni dell’Urogallo
Corso Cavour, 39 | 06121 Perugia | www.urogallo.eu
Il giorno in cui Paperino
s’è fatto per la prima volta Paperina
A Stella, mia moglie
Ai miei figli Helena, Solange, Matári e Mário
A mia madre e fratelli
Al ricordo doloroso di mio fratello Kiluxa
Alla memoria di mio padre, Aníbal de Melo
L’usurpatore

M
ister x. I lettori possono pronunciare questo nome
alla portoghese, shish, o all’inglese (per una questio-
ne di pudore, mi rifiuto di trascrivere la pronuncia
inglese di questa piccola lettera cabalistica, poiché sarebbe
una macchia nera nel mio curriculum). Dove sta “pudore”,
potete leggere, se volete, “brio linguistico-nazionalista”, ma
spero che nessun tradizionalista perderà il suo tempo a leggere
le mie storie, per poi ricordarmi che il portoghese è la lingua
del colono e che la grafia più patriottica delle lingue africane
originarie è quella anglosassone, al che io, benché non ami le
polemiche, contrariamente alla maggior parte degli angolani,
dovrei rispondere che almeno noi, quelli di Luanda, abbiamo
già nazionalizzato la lingua di Viriato, Diogo Cão e affini, fino
a prova contraria. Non è questo, tuttavia, il motivo per cui vi
ho convocati.
Prima di procedere alla grande rivelazione che vi ho riser-
vato – passi la scarsa modestia – devo informarvi, al fine di
salvare l’onestà intellettuale del narratore (non ridete, per fa-
vore!), che, quale che sia la scelta di ognuno di voi, in termini
di pronuncia della designazione suddetta, siete autorizzati a
conoscere esclusivamente questo nome: Mister x. Nessun’al-
tra identificazione sarà aggiunta e ancor meno altri dettagli,
perfettamente inutili nella voragine incaratteristica e globale
del mondo attuale, così come il nome dei genitori, l’origine,
il luogo di nascita e, perfino, i segni particolari. In un’epoca
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di implosione di muri, di pirateria di brevetti, di eclettismo


generale, di mischietti inusitati, di trasfusione di cellule e clo-
nazione, solo i poveri di spirito hanno tempo ed energia da
perdere con il grottesco tentativo di mantenersi aggrappati a
identità ristrette e chiuse in se stesse. Per quel che ci riguar-
da – e soprattutto per proteggere l’immagine dell’autore tra i
suoi vicini – il narratore si assume pienamente e integralmente
la responsabilità delle assurde considerazioni che sono appe-
na state fatte. Avanti, dunque.
Mister x aveva un’abitudine che, oggi può sembrare stra-
na, ma che era perfettamente normale e addirittura banale
all’epoca del contesto in cui i seguenti fatti narrati accadde-
ro: leggeva solo le pagine di necrologio del Jornal de Angola.
Avendo tempo, possiamo condividere con i lettori alcuni dei
motivi del riconosciuto interesse informativo, all’epoca, del
suddetto spazio informativo, che all’epoca, si anticipi, radica-
va fin da subito nel suo carattere multiplo. Infatti, tale spazio
aveva una funzione primaria – informare su chi fosse decedu-
to – il che permetteva ai famigliari, agli amici e ai conoscenti
del morto di comparire al rispettivo funerale, alla messa del
settimo giorno e al komba, riti che, tra altre virtù, costituivano
occasioni propizie per ritrovare persone che da molto tempo
non si vedevano e, anche, per mangiare e bere senza limiti. Al
contempo, tuttavia, esercitava una serie di funzioni seconda-
rie di somma importanza, come si potrà constatare nelle righe
che seguono.
Le note funebri pubblicate allora nel Jornal de Angola era-
no un prezioso mezzo, per esempio, per sapere se il deceduto
o la deceduta avessero, in vita, osservato le precauzioni ses-
suali essenziali dei tempi che corrono (dire che tizio o tizia
erano morti «di morte prolungata» equivaleva, normalmen-
te, a informare che la causa della morte era stata la terribile
AIDS, benché, a volte, ci fossero dei mormorii nel processo di
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comunicazione: il defunto o la defunta potevano, in fondo, es-


sere morti di cancro). Certe annotazioni erano vere e proprie
accuse formali, benché implicite, contro determinate istitu-
zioni, come nel caso di avvisi che informavano della morte di
qualcuno «per omicidio», senza che venisse aggiunto l’autore
dell’azione, poiché l’opinione pubblica già lo conosceva a me-
moria. Non pensate, però, che rivelerò di chi si tratta, poiché
non ho ancora intenzione di trasformarmi in un annuncio fu-
nebre di un qualche giornale.
Un’altra utilità degli annunci mortuari del Jornal de An-
gola era sapere come i defunti (in questo caso, solo di sesso
maschile) erano stati capaci, in vita, di gestire la vita doppia e,
a volte, tripla o anche più, che la maggior parte degli uomini
conduce, in maniera più o meno aperta (rendendo giustizia
alle mie lettrici femministe: in quel periodo, come in tutti gli
altri, c’erano anche delle donne che conducevano delle vite
parallele, ma di loro non si fa menzione sulla stampa dell’epo-
ca, il che non può che deporre a favore della competenza
delle medesime). Si constatava in tal modo, sebbene non ci
fossero statistiche affidabili, che solamente la cosiddetta “pri-
ma” (classificazione quasi sempre meramente burocratica…)
si prendeva la responsabilità, nella maggior parte dei casi,
dell’avviso pubblico relativo al decesso del rispettivo coniuge,
malgrado lo avesse diviso, in pratica, con un’altra o addirittu-
ra con delle altre donne. Ma c’erano casi in cui sia la prima sia
la seconda facevano pubblicare avvisi comunicanti la diparti-
ta per l’altro mondo dell’uomo che, in questo caso, avevano
diviso, pacificamente o meno. Più raramente, la prima e la
seconda pubblicavano, a nome proprio e di tutti i figli di en-
trambe, un unico annuncio mortuario, cosa che Mister x, del
quale non si conoscono né moglie né figli, trovava il massimo
della felicità. A questo punto, basta con le spiegazioni del nar-
ratore riguardo agli enormi vantaggi delle pagine di annunci
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mortuari del Jornal de Angola, prima che lo stesso mostri ai


lettori tutte le sue debolezze.
Devo aggiungere, però, che nessuno ha mai saputo fino ad
oggi quali dei vantaggi o degli usi suddetti stesse alla base
della vera e propria fissazione di Mister x per le pagine di
annunci mortuari del succitato giornale. Quasi sicuramente,
per lui tutti avevano un certo interesse, ma avrà stabilito una
qualche gerarchia tra di loro? Il fatto è che, come ho già detto,
(in fondo, la ridondanza è una delle condizioni per l’efficacia
della comunicazione), leggeva solo le suddette pagine. Si rifiu-
tava di passare lo sguardo addirittura sulla prima pagina. In
realtà, la rifuggiva, sia detto, come il diavolo rifugge la croce:
la sfogliava immediatamente, non appena prendeva in mano
il giornale, nell’avida ricerca delle ultime pagine, in cui erano
allineati gli annunci mortuari, quasi sempre con la foto del
defunto in cima, dando l’impressione, per chi, come lui, ini-
ziasse a osservarle in maniera globale e totale, in una specie di
piano generale, di tombe ordinatamente disposte una accanto
all’altra nel cimitero.
La tecnica sviluppata da Mister x – empiricamente, sia det-
to – di iniziare con un’occhiata rapida e generale di tali pagine,
aveva un obiettivo estremamente semplice, ma che, da subito,
aiutava a conoscere la natura generosa del tale uomo che si
era estinto, tuttavia, a causa di un destino inatteso e ingiusto:
si trattava di riconoscere in una di quelle foto un qualche pa-
rente, anche alla lontana, un amico, anche uno con cui era in
lite, o semplicemente un conoscente qualsiasi, per quanto non
ci fosse in buoni rapporti, per iniziare la lettura dettagliata di
quelle pagine così tanto desiderate del Jornal de Angola pre-
cisamente dal rispettivo annuncio. Quando non riconosceva
nessuno, iniziava invariabilmente la lettura da sinistra a destra
e dall’alto in basso, come interiorizzato nella nostra cultura
visuale. Naturalmente, non vi rivelerò subito qual è stato il
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destino concreto riservato dagli dèi a Mister x, sebbene nulla


mi impedisca fondamentalmente di farlo, poiché la presente
narrativa, al contrario di quello che potrebbe sembrare, non
è una storia poliziesca il cui segreto è auspicabile svelare solo
alla fine. D’altro canto, e come ho già avuto opportunità di
leggere da qualche parte, iniziare una narrazione dalla fine è
considerata una buona tecnica postmoderna, il che, già di per
sé, potrebbe dare al testo un certo glamour. Il fatto, però, è
che io stesso ancora non conosco il destino reale ed effettivo
di Mister x, benché – lo confesso – abbia già osato abbozzarlo
nella mia testa. Ma se anche nella vita reale non sempre riu-
sciamo a ottenere ciò che vogliamo, cosa possiamo aspettarci
dalla letteratura?
A proposito: oltretutto devo commentare che non sempre
la tecnica sviluppata da Mister x dava i risultati sperati. A volte
succedeva che egli, nell’osservazione panoramica che iniziava
a fare delle pagine di necrologia del Jornal de Angola (dalle
due alle quattro al giorno, a seconda della quantità di morti),
non riusciva a scoprire nessun defunto tra le sue conoscenze
(in quanto ex-defunto, è chiaro), dirette, connesse, o sempli-
cemente qualcuno che avesse visto passare per strada. Però,
facendo – diciamo così – una seconda lettura, più minuziosa, si
imbatteva in qualcuno di loro, riprodotto in una foto di una vol-
ta, di venti o addirittura trent’anni addietro. Ciò lo esasperava
profondamente. Quale sarà stata la ragion d’essere di quell’au-
tentica strategia di camuffamento adottata normalmente dai
famigliari di tali defunti? Mister x non ha mai trovato risposta
a questo dubbio angosciante, che lo ha inseguito fino alla sua
improvvisa fine. Per quanto mi riguarda, io non posso essergli
d’aiuto, neanche postumamente, ma spero che, lì dove si trova
adesso, mi perdoni per questa mancanza di competenza.
Comunque, e sebbene non fosse riuscito a scoprire la ra-
gion d’essere di questo fatto, Mister x non si abbatté. Reagì
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duramente contro gli autori di tale villania. La sua prima rea-


zione fu non andare ai funerali, agli obiti, alle kombas e agli al-
tri eventi destinati a, come si suol dire, raccomandare l’anima
dei defunti. Il giorno immediatamente seguente al decesso,
spazzate le ceneri (rito che sicuramente i miei lettori islandesi,
o mongoli non conoscono, ma che avviene trenta giorni dopo
il decesso), metteva il suo vestito migliore e andava a casa del
defunto, dove entrava agile e allegro, domandando se il tale
non fosse in casa, poiché lo voleva invitare a bere un paio
di birre insieme. Dato che io, personalmente, non l’ho mai
accompagnato in queste sue visite, non vi posso raccontare
quel che accadeva esattamente durante le medesime, ma non
è difficile immaginare come, probabilmente, si creasse una si-
tuazione lievemente imbarazzante, a causa, diciamo, del clima
post-decesso.
La verità è che Mister x poco tempo dopo smise di fare tali
visite provocatrici, senza dare a nessuno spiegazione di sorta.
Ma non abbandonò il suo desiderio di vendetta contro gli im-
postori che avevano la vile abitudine di ingannare i lettori del
Jornal de Angola riguardo l’età dei defunti (la frase è testuale).
Così, ogni volta che si trovava davanti a uno di questi casi, ini-
ziava a mandare al suddetto giornale una nota che conferma-
va il decesso del morto in questione, sovrastata, però, da un
titolo assolutamente intrigante, ma estremamente d’effetto,
denunciando, forse, una certa sensibilità (o irresponsabilità)
giornalistica da parte sua: Defunto rivuole indietro la sua fac-
cia. Scorrendo il testo, Mister x andava giù pesante con i fami-
gliari del defunto, che avevano osato, nell’edizione anteriore
del giornale, pubblicare una falsa fotografia del medesimo, il
che confermava, come se fosse ancora necessario, il clima di
anomia etica che caratterizza i tempi che corrono. Per un po’
di tempo, la cui durata, nell’impero della velocità in cui vi-
viamo, è difficile misurare, si dedicò con zelo a questo strano
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hobby, che considerava un’irrimediabile obbligazione civica,


dalla quale, era assoluto, nessuno poteva fuggire.
Un giorno gli dette di volta il cervello. In altre parole: si fece
luce nella sua mente. Queste due espressioni, che a prima vista
sono infelicemente e miserabilmente prosaiche, contengono,
però, una profondità filosofica che nessuno considera dovu-
tamente. Lo stesso Mister x si spaventò, ponendosi la doman-
da a cui ogni essere umano ricorre quando scopre la propria
assoluta ignoranza riguardo le cose (incluse le persone) che
gli sono più vicine: perché non ci ho pensato prima? Accad-
de, lo vogliano i lettori credere o meno, che Mister x, grazie
alle sue continue e ossessive riflessioni relative alle ragioni che
portavano alcune persone a illustrare le note funebri che si ri-
ferivano ai loro cari con delle foto già da molto tempo cadute
in disuso, in modo che i defunti potevano essere riconosciuti
solo da chi fosse dotato di una memoria visiva straordinaria, il
che, sfortunatamente, non era il suo caso, fu condotto, da una
di queste linee contorte delle quali la mente umana è prodiga,
alla spaventosa formulazione della grande questione esisten-
ziale di tutti gli individui, da che uomo è uomo: chi siamo?
Veramente, se alcuni non esitavano a usare fotografie tra-
passate per confermare la scomparsa fisica di altre persone,
alle quali erano legate, addirittura da legami speciali, e non
avendo, di conseguenza, almeno fino a prova contraria, nes-
sun motivo per commettere atti di inimicizia contro questi,
soprattutto quando essi si erano trasformati, come comanda
la logica materialistica, in enti radicalmente inoffensivi, la
conclusione poteva essere una sola: l’identità è «colore d’asi-
no che fugge». Mister x si ricordò che questa frase fu scritta
da un poeta angolano qualsiasi, il che aumentò la sua simpatia
per i poeti e anche per gli angolani. Per la parte che gli com-
peteva in questo mondo, non avrebbe esitato a firmare la frase
sopra riprodotta.
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Mister x decise, dunque, di smettere di preoccuparsi di


quello che prima considerava un’abile tattica di camuffamen-
to usata dai famigliari di certi defunti, per ragioni che né lui,
né il narratore e molto meno i lettori arriverebbero o arrive-
ranno probabilmente a conoscere. Smise, così, di scrivere al
Jornal de Angola per biasimare senza pietà tali famigliari. Non
pensate però che smise di leggere le pagine di necrologio del
menzionato periodico. Il suo obiettivo, tuttavia, cambiò. Non
si trattava più solo di sapere quale parente, amico o cono-
scente era partito verso l’altro mondo, per poter andare agli
abituali riti di addio, inclusi i più o meno lauti kombaritokos.
E neanche era mosso da qualche tipo di mania investigati-
va, se vogliamo chiamarla così, che lo spingesse a scoprire gli
impostori che tentavano di nascondere il vero o, perlomeno,
l’aggiornato volto dei famigliari defunti, con il fine di far ca-
dere su di loro il suo naturale e implacabile istinto giustiziere.
Infine, la sua incallita passione per le pagine di necrologio del
suddetto giornale non era stimolata nemmeno dalla morbosa
curiosità di conoscere gli scabrosi segreti che molti di quei de-
funti erano riusciti a nascondere da vivi. Le ragioni di Mister
x erano molto più straordinarie.
Adesso il suo obiettivo era né più né meno quello di ap-
propriarsi delle identità di alcuni di quegli uomini e perfino
donne, la cui scomparsa era inappellabilmente annunciata
nelle due o quattro pagine del Jornal de Angola che lui cerca-
va ansiosamente tutte le mattine. Così, passò a scegliere tutti i
giorni una di esse, facendo, a volte, composizioni con gli ele-
menti di quelle che, per qualche ragione generalmente oscura
gli piacevano, costruendo un nuovo nome con gli elementi
selezionati. Se i morti possono avere varie facce (e, adesso,
aggiunge il narratore, anche varie biografie, a seconda del bio-
grafo), per quale ragione io non posso avere vari nomi?, si
chiedeva Mister x.
il giorno in cui paperino... 17

Con tali nuove designazioni, che si trasformavano giornal-


mente in tasca, entrò in uno stadio superiore della sua esisten-
za, secondo la sua stessa valutazione. La prima misura che
mise in pratica fu quella di smettere di usare la carta d’iden-
tità, oggetto che era diventato assolutamente inutile, adesso
che aveva scoperto che faccia e identità non avevano niente
a che vedere una con l’altra. Inoltre, in quel periodo la carta
d’identità questionava i cittadini su un dettaglio preistorico,
che lui abominava mortalmente: la “razza” (le virgolette sono
le sue, del narratore e dell’autore). Decise, dunque, di riporla
in fondo a un cassetto qualsiasi, affinché qualche archeologo
la trovasse, secoli più in là, e la catalogasse come esempio della
materializzazione, in quel luogo e in quell’epoca, della stupi-
dità umana. In seguito, passò a spargere, per così dire, il terro-
re civico in città (si notino le risonanze giacobine dell’espres-
sione, formulata da un giornale indipendente dell’epoca), in
nome delle multiple identità che aveva deciso di assumere, il
che forse spiega la sua fine inusitata.
Vero è che in quel tempo i margini d’esercizio del civismo
erano ancora molto scarsi e limitati, ma Mister x li occupò tut-
ti, coraggiosamente. La sua strategia era semplice: tutti i giorni
mandava una lettera a un’istituzione che avesse il compito di
curarsi dei cittadini, nella quale esponeva un problema o una
situazione, presentava una denuncia, una lamentela o un re-
clamo, faceva una rivendicazione o proponeva una soluzione,
firmando ogni lettera con un nome diverso. Per lui nessun ar-
gomento era minore o insignificante. Alla stessa stregua, non
lasciava in pace nessuna istituzione, scriveva quotidianamente
al presidente, al parlamento, al governo, alle forze armate, agli
amministratori, ai giudici, alla stampa, agli imprenditori, alle
chiese, alle associazioni di intellettuali, alle ONG, alle miss,
così come ai soba, sobetti e sobini, veri o presunti. Non sfug-
givano alla furia epistolare di Mister x neppure le numerose
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commissioni parallele, create in quell’epoca strana per esegui-


re i compiti che inizialmente sarebbero dovuti essere realizza-
ti dalle istituzioni previste dall’organigramma generale dello
Stato.
Come si poteva dunque prevedere, Mister x fece una fine
adeguata alla sua biografia. Un giorno, mentre stava termi-
nando un’altra delle sue lettere, gli entrò in casa, diciamo così,
senza chiedere il permesso, una banda di individui incaratte-
ristici, tutti di bassa statura, dall’aria provocatrice e mancan-
ti di dito indice in ambo le mani, per cui si dirigevano a lui
con il mignolo alzato. Usurpatore! Stridevano. Usurpatore!
Apoplettici, esigevano che lui mostrasse immediatamente la
sua carta d’identità, ma, come già abbiamo avuto modo di
informare, Mister x non ce l’aveva. Perciò, fu portato via dagli
estranei, che non poterono però essere completamente iden-
tificati dai vicini, poiché, mentre alcuni affermavano, preve-
dibilmente, che gli stessi sembravano sbirri, altri suggerivano
che fossero giornalisti, in quanto avevano dei mini registratori
in mano ed erano vestiti male, e altri ancora sostenevano che
si trattasse di preti o, almeno dei membri di qualche chiesa, a
causa dell’aria serafica che ostentavano. Per aumentare la con-
fusione, alcuni erano stati visti sbarcare da lussuose macchine
uguali a quelle dei deputati e altri usavano amuleti tradiziona-
li su vestiti di impeccabile taglio occidentale, come autentici
soba postmoderni. Infine, alcuni sembravano rappresentare
una qualche ONG straniera, infatti, oltre a essere estrema-
mente biondi, vestivano dei jeans lievemente consumati, cal-
zavano delle scarpe di marca e non avevano il culo.
Sia quel che sia, fin dall’inizio Mister x era destinato a
scomparire, per lo meno da questa storia. Io stesso, come nar-
ratore, ho avanzato, all’interno del presente racconto, innu-
merevoli insinuazioni in questo senso, osando (insensatamen-
te, lo riconosco) prevedere la sua fine ingiusta e ingloriosa. I
il giorno in cui paperino... 19

vicini garantiscono, comunque, che lui scomparve, sì, ma que-


gli estranei non giunsero a portarlo via. A quanto raccontano,
improvvisamente, quando Mister x veniva spinto verso uno
dei veicoli, i telefoni cellulari dei suddetti estranei iniziarono
a suonare rigorosamente allo stesso tempo ed essi iniziarono
a cambiare colore, a gesticolare molto e a parlare tra di loro
con gli occhi sbarrati, come se stessero per uscire dalle or-
bite. Senza una parola, fecero segno a Mister x che tornasse
a casa, salirono nelle loro macchine e, semplicemente, se ne
andarono. In quel momento, stava per passare uno strillone
con il Jornal de Angola. Mister x ne comprò una copia, ma
non entrò in casa: scomparve anche lui, però nella direzione
contraria.
Il narratore sarà grato, dunque, a chiunque possa fornir-
gli qualsiasi notizia relativa a Mister x, per poter terminare la
presente storia.
Il segreto

Q uesta storia è accaduta a Haifa. Io non sono mai sta-


to a Haifa, ma ho sempre desiderato scrivere una
storia ambientata in quella città. Allo stesso modo,
non morirò prima di aver scritto una storia ambientata a Città
del Messico, a Venezia, a Salvador da Bahia, a Katmandù o a
New York. Il (quasi) shakespeariano dubbio che mi attana-
glia, quando sono aggredito da questi fremiti, è se le senti-
nelle dell’integrità patriottica della letteratura nazionale smet-
teranno di considerarmi un autore angolano, per aver osato
ambientare i miei racconti in spuri scenari esogeni, anziché
attenermi ai locali paesaggi bantu.
Mi ricordo, così, con un turbamento di certo identico
a quello dei condannati a essere tostati nei falò medievali
dell’Inquisizione, che il drammaturgo José Mena Abran-
tes fu accusato di non essere angolano per aver scritto una
pièce intitolata L’orfana del re, sulle peripezie di una giova-
ne portoghese che faceva parte di un gruppo di adolescenti
bianche inviate in Angola nel Seicento, dal monarca porto-
ghese di allora, per sposare i coloni laggiù radicati, prima
che questi si accompagnassero alle indigene, contribuen-
do così, come disse Viriato da Cruz, ma in un altro conte-
sto, allo scurimento della razza. Uno dei migliori roman-
zi dell’acclamato autore Pepetela, Yaka, è stato parimenti
considerato un romanzo coloniale, poiché i suoi personaggi
principali erano membri di una famiglia di coloni stabilitisi
a Benguela.
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La cosa più straordinaria è che, in entrambi i casi, gli ac-


cusatori erano noti contestatori e addirittura oppositori del
partito che allora governava il paese, il quale era da essi con-
siderato antidemocratico e dittatoriale. Essi confermavano,
così, che anche le ideologie più ben intenzionate e generose,
formulate per funzionare come forze di conscienzializzazione,
mobilitazione e soprattutto di trasformazione umanista, cor-
rono il rischio di trasformarsi in uno strumento di esclusione
degli altri fino alla repressione, spesso sanguinosa, e da lì al
tentativo di annichilimento di questi ultimi v’è solo un piccolo
passo. È per questo che gli sfruttati tendono a imitare i loro
stessi sfruttatori e i rivoluzionari si trasformano in conserva-
tori e perfino in controrivoluzionari. Il mondo attuale non è
dunque molto gradevole, ma è quello in cui ci tocca vivere.
Come sicuramente avrete già capito, io oggi sono partico-
larmente pessimista. Entro in internet e leggo in un giornale
colombiano che, a Haifa, una donna è riuscita a nascondere
al marito la sua sordità per venticinque anni esatti. Non so,
francamente, cosa considerare più scandaloso: i sedicenti de-
mocratici che nascondono nella loro intimità delle malcelate
tentazioni autocratiche ed esclusiviste, le quali, a dir la verità,
gli fuoriescono dalla bocca alla prima opportunità, o questa
donna che è stata capace, per un quarto di secolo esatto, di
nascondere al proprio coniuge, l’uomo che si suppone condi-
videsse con lei tutte le cose buone e cattive dell’esistenza un
segreto così ridicolo e imbarazzante? Sarà questo, forse, il di-
lemma della letteratura postmoderna, ossia, se deve continua-
re a prendere posizione sulle grandiose questioni dell’uma-
nità o se deve, piuttosto, inquietarsi con i multipli fait divers
dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne che abi-
tano il nostro pianeta.
La verità è che, lontana da questo falso problema, una don-
na che viveva nella città di Haifa ha nascosto al marito, per
il giorno in cui paperino... 23

venticinque anni, i suoi problemi di udito. Haifa, come è noto,


è una città situata nel cosiddetto Medio Oriente, in una delle
regioni più esplosive del globo, passi il linguaggio giornalisti-
co. Siccome, contrariando una tendenza o raccomandazione
attuale, adottata da tutti gli autori di successo, non ho avuto
tempo, prima di scrivere questa storia, di fare una ricerca, im-
magino una città bianca e secolare (con tutte le implicazione
di questa parola), totalmente coperta dalla polvere provenien-
te dall’arido deserto vicino. Non avendo dimenticato, però,
alcuni input di una certa cultura inutile che ci accompagna
per tutta la vita, immagino anche uomini e donne che cam-
minano per strada con lunghe vesti bianche, completate, nel
caso di queste ultime, da un velo che gli copre il volto. Delle
macchine, la maggior parte vecchie, ma anche alcune più mo-
derne, circolano indolentemente per la città. Si vedono anco-
ra, al contempo, alcuni asini, ricordo di un’epoca antica che
scompare inesorabilmente ogni giorno. Come per confermare
l’inesorabilità della scomparsa di quel tempo, Haifa possiede
anche una parte nuova che cresce potentemente lontano da
quel porto che tradizionalmente l’identifica.
Che una tale città esista o meno, la prima domanda che
possiamo porci, al fine di – era ora! – iniziare a raccontare
la storia, è il motivo della sordità di quella donna. Sarà nata
con tale difetto? A quanto pare no, poiché, come sapremo
prima della fine, era capace di parlare normalmente con gli
altri. Un’altra ipotesi, forse più plausibile, è che quella donna
dev’essere una delle numerose vittime innocenti della guerra
che da secoli affligge quella regione. Con ogni probabilità di-
venne sorda, almeno in parte, a causa del boato di un ingegno
mortifero esploso vicino al nascondiglio dove si trovava, in
una di quelle battaglie quotidiane, insane e inspiegabili (per-
lomeno per me, che vivo lontano da tale regione), che conti-
nuano tutt’oggi a scuotere il Medio Oriente. Le parole che ho
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appena utilizzato per classificare le battaglie combattute nella


suddetta regione forse sono ingiuste, almeno pronunciate da
uno che è passato attraverso quattro decenni di guerre, tra i
soli secoli xx e xxi, ma la tendenza umana a farsi piuttosto i
fatti degli altri è un mistero altrettanto insolubile come quello
dell’origine della sordità di questa donna di Haifa.
La seconda domanda da fare è la seguente: per quale ragio-
ne ella ha nascosto al proprio marito di essere sorda? Fin dove
arriva la cultura generale anche inutile dell’autore, non risulta
che esista, nelle diverse religioni che si guerreggiano nel Medio
Oriente, nessun tabù (i più tradizionalisti possono leggere kiji-
la) contro l’impossibilità fisica di sentire la gazzarra quotidiana
del mondo. Il giornale colombiano su cui ho letto per la prima
volta questa storia non ci diceva se per caso il marito aveva una
qualche rabbia o una qualche fobia contro la sordità, la qual
cosa comprova che, al contrario di ciò che proclamano i suoi
praticanti, il giornalismo non è la forma di comunicazione più
completa, precisa ed esatta (dell’oggettività, dunque, non se
ne parla nemmeno). Ancora una volta, pertanto, la letteratura
è chiamata a salvare l’umanità, o almeno, i lettori.
Lo scrittore è fermamente convinto che il marito alimen-
tasse una segreta allegria per il fatto che sua moglie non sen-
tiva un rumore di sorta. Non vi precipitate, tuttavia, a con-
siderarlo un mostro, poiché in realtà lui amava la donna che
aveva, proprio così com’era. I più ipocriti forse possono dire
che ciò non significa niente, infatti, oltre al fatto che quello
che si chiama amore è un sentimento altamente plastico, non
solo propizio a tutti gli usi, ma anche a tutte le giustificazioni e
scuse, il concetto di verità è parimenti profondamente discuti-
bile, almeno da quando i Greci (si dice) inventarono la filoso-
fia, avendo perlomeno cinque sensi. Sia detto, per inciso, che
uno di questi sensi avvicina la verità alla canina sfacciataggine
dei cinici.
il giorno in cui paperino... 25

Così, al marito non poteva essere assolutamente indiffe-


rente la sordità della moglie per una ragione, diciamo, oppor-
tunistica, in quanto, in fin dei conti, un coniuge incapace di
sentire offre solo vantaggi all’altro. Questi vantaggi possono
essere elencati praticamente all’infinito. Il lettore già se li è im-
maginati, per esempio: poter russare liberamente, senza esse-
re censurato dalla propria moglie. Oppure: scambiare il di lei
nome, nel letto, con quello della propria amante, senza corre-
re nessun rischio di essere cacciato dalla stanza, di divorzio o
addirittura di morte. E che cosa mi dite del delizioso piacere
di produrre certi rumori escatologici senza essere spinto fuori
dal letto e senza sentire, in contropartita, i rimproveri della
moglie? Per non menzionare, parimenti, la suprema felicità
di non aver mai bisogno di ripeterle giuramenti e promesse
d’amore, inesorabilmente usurati dal tempo, poiché lei sem-
plicemente non può sentirli…
Infine, last but not least, possiamo ancora immaginare la
ciliegina sulla torta: oltre a tutti i vantaggi appena descritti, la
sordità di questa donna le rendeva impossibile registrare le
preziose informazioni fornite dalle amiche riguardo alle atti-
vità extraconiugali del marito. Ho sentito dire, in effetti, che
dopo ogni sessione di, diciamo così, brain storming coniuga-
le («sessione di pettegolezzi» sembra troppo prosaico) a cui
partecipava con le amiche, lei rimaneva sempre stranamente
tranquilla e serena. Non insultava, non tirava i capelli, non si
strappava il velo, non piangeva, non si buttava in terra. Sicco-
me, di regola, gli esseri umani tendono ad analizzare gli altri
basandosi su dei luoghi comuni e su degli stereotipi, molti
potranno attribuire questo fatto semplicemente a ragioni di
indole culturale (ho già detto che questa storia è accaduta a
Haifa, ma tali ragioni culturali, in realtà, possono essere sco-
perte dove meno ce lo aspettiamo), ma in questo caso, la causa
era, almeno sociologicamente, meno complessa: lei non senti-
26 joão melo

va niente, ma rigorosamente nulla, delle denunce trasmesse in


maniera convinta e veemente dalle amiche.
Non è, dunque, per capriccio che io sospetto del marito
di questa donna, che, oltretutto, neanche conosco. Per lui, la
sordità della moglie doveva costituire un autentico paradiso
in terra. Viveva, sicuramente, in una specie di nirvana. Un’al-
tra cosa radicalmente diversa sarebbe, è chiaro, se la moglie,
anziché nascondergli le difficoltà d’udito, gli avesse nascosto
che non provava piacere, che aveva un amante o che era lesbi-
ca. Gli uomini, diciamo così, di norma perdono il controllo,
quando a fatica riescono a scoprire tali segreti. Per amor della
verità, sia detto, comunque, che questo non succede solo a
Haifa, ma capita anche nelle migliori famiglie e nelle migliori
civiltà. Al qual fatto si può ancora aggiungere che, in tali casi,
il grado di furia maschile varia a seconda delle tre situazioni
suddette, ma, stranamente il sentimento è lo stesso: tutti quel-
li che si trovano in una di esse si sentono inappellabilmente
traditi. “Cornuti” è in realtà la parola esatta. Cornuti di se
stessi, nel primo caso; cornuti di un figlio di puttana qualsiasi,
nel secondo; e cornuti di vacca, forse l’ipotesi più umiliante,
per alcuni, nel terzo e ultimo caso.
Comunque sia, e a quanto ho potuto appurare, quell’uomo
non ha, in questo senso, la benché minima ragione di lamente-
la. Apparentemente, riusciva a fornire alla moglie orgasmi re-
ali e non fittizi; lei non aveva nessun amante (oppure, riusciva
a nasconderlo così bene quanto è stata capace di nascondere
la propria sordità per venticinque anni); e, infine, la moglie
non era ancora “passata all’opposizione”, come, con un’ironia
lievemente tollerante, si dice oggi in Angola, dopo l’apertura
politica, quando si sa che qualcuno si è deciso, esplicitamen-
te o meno, per un’opzione omosessuale. Ciò che non sono
riuscito a verificare è l’espressione analoga usata a Haifa, ma
sono sicuro che ce ne deve essere una. Una cosa, nel frattem-
il giorno in cui paperino... 27

po, è sicura: se non c’era nessun problema nella relazione co-


niugale tra i due, per quale ragione la donna ha nascosto al
marito questo difetto così triviale per un tempo tanto lungo?
Mi dispiace confessare che, malgrado tutti i miei sforzi specu-
lativi, non sono riuscito a verificarlo.
Prima che i lettori comincino a dubitare della capacità in-
vestigativa dell’autore, passo dunque al tentativo di risposta
alla terza e ultima domanda che deve necessariamente essere
formulata: com’è possibile che la donna sia riuscita a nascon-
dere questo segreto al marito per tutto questo tempo? Fin da
quando un certo diplomatico britannico fu preso in giro da
una spia cinese, non si aveva conoscenza di una metamorfosi
(e di una capacità di occultarla) letteralmente così cinemato-
grafica, se non fosse stato per quell’episodio immortalato in
celluloide in Madame Butterfly. Insomma: come può qualcuno
che è sordo fingere per né più né meno di venticinque anni,
senza essere scoperto, che possiede la stessa capacità degli al-
tri mortali di captare i polifonici rumori del mondo? Come è
possibile che al mattino questa straordinaria donna di Haifa
rispondesse al marito quando questi la salutava, affettuosa-
mente o meno? Come reagiva la notte ai suoi saluti, animati o
esausti? Come poteva sapere quando lui, a tavola, le chiedeva
il pane e non il coltello e a letto le diceva che voleva solo cori-
carsi al suo fianco e dormire, invece di tentare di nuovo?
No lo so. Questo inusitato accadimento è stato riassunto in
dieci righe scarse dal giornale colombiano online su cui per la
prima volta ne ho avuto coscienza. Confesso che, quando è ac-
caduto, sono stato preso da un incontrollabile turbamento, che
mi ha fatto esplorare disperatamente internet in cerca di altri
dettagli su questa storia, ma non ho trovato nient’altro. Per
una serie di giorni, ho consultato i principali oracoli contem-
poranei, come la CNN, la BBC e Sky News, ugualmente, invano.
L’unica cosa nota è che, dopo venticinque anni, il marito di
28 joão melo

questa donna di Haifa ha scoperto di aver vissuto con qualcu-


no incapace di sentire qualsiasi rumore, per piccolo che fosse,
perché distrattamente il postino gli ha consegnato una lettera
di un fabbricante di apparecchi contro la sordità destinata alla
moglie. La reazione del marito è anch’essa ignota. Sarà forse,
quando ha aperto la strana lettera diretta alla moglie, caduto in
terra fulminato? Sarà fuggito di casa, perdendosi per sempre
nel deserto, temendo che la moglie, in fin dei conti, fosse al
corrente degli scabrosi segreti che lui pensava di averle nasco-
sto negli ultimi venticinque anni? Oppure avrà tirato fuori la
sua scimitarra dal baule dove l’aveva messa molti anni addie-
tro, affilandola con molta cura, mentre aspettava l’arrivo della
moglie con una strana calma nei gesti e nello sguardo azzurro
come il cielo di Haifa, come se in fondo avesse sempre imma-
ginato quella situazione? Nessuno lo sa. Inizio a credere che
uno dei più complessi problemi dell’umanità, coi tempi che
corrono, è l’entropia comunicativa.
L’autore è obbligato a riconoscere la sua frustrazione, poi-
ché, in ultima istanza, non sa niente del caso della donna che
ha nascosto la sua sordità al proprio marito per venticinque
anni. Non so neppure perché mi sono interessato a questa
storia accaduta, probabilmente, a Haifa, città straniera e lon-
tana, dove, come ho già detto, non sono mai stato, correndo il
rischio, a causa di ciò, di essere espulso dallo scelto (o meglio,
selezionato) panteon degli scrittori nazionali. Dunque, per
salvarmi la pelle ho solo una soluzione: telefonare alla donna
di Haifa.
«Che cosa c’entra lei, un semplice scrittore angolano, con
la mia vita?», mi risponde una voce qualunque, dall’altro lato
del mondo.
Il papero rivoluzionario
e il papero controrivoluzionario

a Kassessa

G
li angolani, oltre ad amare le polemiche, a fare festa
fino al mattino, ad arrivare in ritardo agli appunta-
menti e a usare e abusare dello humour, perfino con-
tro se stessi, sono sempre stati postmoderni ante litteram. Ico-
noclasti, non prendono mai nulla sul serio, arrivano al punto
di sputtanare – questo termine può essere poco letterario, ma,
in fondo, che cosa possiamo fare, se lo stesso scrittore è ango-
lano? – completamente le lezioni, i modelli e le regole che il
mondo ha tentato, fin da sempre, di imporgli.
La storia contemporanea è piena di esempi che conferma-
no la profonda e multiforme irresponsabilità degli angolani.
Dapprima, portati a milioni nelle Americhe, come schiavi,
non si lasciarono decimare né dal brutale sfruttamento del
quale furono vittime, né dalle sconosciute malattie che do-
vettero affrontare, come l’influenza o la sifilide. Al contrario,
insegnarono ai loro stessi sfruttatori come si forgiava il ferro,
come si estraevano dalla terra i diamanti o l’oro o come si
piantava (e raccoglieva) la canna da zucchero e il caffè.
Alla stessa stregua, hanno insegnato loro a suonare e a bal-
lare, e i ritmi ancestrali che portavano nel sangue si sparsero
dai campi di cotone del Nord del continente americano fino
alla pampa, a Sud. Hanno ricreato le lingue che avevano ten-
tato di imporgli, introducendovi migliaia di nuovi vocaboli
ed espressioni. Hanno contribuito all’africanizzazione del-
30 joão melo

le regioni indoeuropee che trovarono nel nuovo continente.


Hanno generato eroi, come Zumbi, in Brasile, e i diciannove
angolani che parteciparono alla lotta per l’indipendenza del
Cile. Infine, hanno trasformato la vasta e soleggiata regione
tra i Caraibi e il Brasile in un deposito di mulatte, considerate
oggi a pieno titolo un autentico prodotto globale.
Mentre accadeva tutto ciò, quelli che erano rimasti acco-
glievano gli aggressori stranieri in un modo che rimarrà per
sempre registrato negli annali della convivenza umana: com-
battendoli ferocemente, ma facendo affari con loro e dandogli
le loro figlie in spose; adottando le loro religioni, ma insegnan-
dogli dei riti fantasmagorici, che li facevano impazzire; assag-
giando il loro vino annacquato, ma dandogli a provare delle
bibite sconosciute; e, infine, portandoli fino alle profondità
dei sertões più reconditi, dove essi contraevano la febbre gial-
la e soccombevano irrimediabilmente. Per chi non lo sapesse,
sia detto che queste differenti e multiple strategie erano usate
non alternativamente, ma simultaneamente per la disperazio-
ne degli invasori che tutt’ora sono assolutamente incapaci di
conoscere gli angolani, e in particolar modo il loro istinto di
sopravvivenza e la loro flessibilità.
Un dettaglio particolarmente incomprensibile, per i sud-
detti invasori, è come, nel corso di questo fantastico processo,
gli angolani si siano andati mischiando tra di loro, ma anche
con essi, entrambi uccidendo e fornicando disperatamente
gli uni con gli altri, cioè, inghiottendosi reciprocamente, in
una storia straordinaria di sangue e risa, di minacce e pro-
messe, di giuramenti e tradimenti, di crimini e redenzioni,
diventando tutti ogni giorno più angolani. Dimostrando che,
effettivamente, gli estremi si toccano, questo è considerato il
colmo dell’irresponsabilità, non solo per gli antichi invasori
ma anche per gli attuali fantasmi ultranazionalisti e neoraz-
zisti.
il giorno in cui paperino... 31

Infine, e più recentemente, gli angolani si sono resi autori


di due delle più prodigiose operazioni di ingegneria sociale
conosciute nella storia contemporanea: hanno trasformato il
socialismo marxista-leninista in socialismo “schematico” e il
capitalismo neoliberale in capitalismo mafioso. Alcuni auto-
ri chiamano il primo afro-stalinismo e il secondo capitalismo
selvaggio, ma sono solo designazioni ideologiche, senza la mi-
nima utilità, con le quali la buona letteratura postmoderna
non deve perdere tempo.
Se il compagno Chung Park Li avesse conosciuto un po’ di
storia angolana – non quella insegnata nei manuali e nei com-
pendi, ma la storia quotidiana, la quale in realtà ancora deve
essere scritta, in quanto si tratta di un lavoraccio che implica
il superamento di una serie di idee fisse e pregiudizi generali,
avrebbe sospettato subito della domanda di quel guerrigliero
dell’mpla, giunto in Corea del Nord solo da due settimane,
con lo scopo di fare un’esercitazione militare:
«Se un papero depone un uovo sulla frontiera tra la Corea
del Nord e la Corea del Sud, a chi appartiene l’uovo?»
Il compagno Li, come si suol dire, aveva voglia di grat-
tarsi sulla sedia. Si era appena seduto, dopo aver concluso
una lezione sul tradimento storico del regime della Corea del
Sud, i cui dirigenti altro non erano che una banda di venduti
totalmente asserviti all’esecrabile e abominevole imperialismo
nordamericano, avendo domandato agli studenti – un amal-
gama di giovani rivoluzionari provenienti da diverse regioni
dell’allora chiamato Terzo Mondo, dal vicino Vietnam fino
al lontanissimo Nicaragua, tutti loro comprensibilmente ben
intenzionati, come tutti i giovani, rivoluzionari o meno – se
qualcuno di loro avesse dei dubbi o se volesse fare una do-
manda.
«Come?», chiese, mentre pensava alla migliore risposta a
quella questione inusitata.
32 joão melo

«È molto semplice», rispose il giovane guerrigliero angola-


no, «il compagno professore immagini che un papero depon-
ga un uovo proprio sulla frontiera tra la Corea del Nord e la
Corea del Sud. A quale paese apparterrà quell’uovo?»
Il professore non resistette e si grattò discretamente prima
di rispondere, con l’aria più convinta di cui fu capace:
«Beh, l’uovo si troverebbe un po’ più verso di qua, e allora
apparterrebbe solo alla Corea del Nord».
«No, no… l’uovo sta esattamente in mezzo alla frontiera,
né un millimetro più in qua, né un millimetro più in là».
«In questo caso, dunque», rispose il professore, «il pape-
ro doveva essere in fuga dalla Corea del Sud per unirsi alla
gloriosa rivoluzione del popolo coreano, condotta dal nostro
grande leader, il Compagno Presidente Kim Il Sung. Dunque,
l’uovo deve essere della Corea del Nord!…»
Il guerrigliero questionante doveva essere di Malange o di
Catete, luoghi che, secondo la mappa idiosincratica degli an-
golani, producono individui che hanno la mania di essere più
furbacchioni degli altri. Parlando quasi in sordina, misurando
bene le parole e con una certa espressione di scherno che tra-
spariva discretamente negli occhi, insistette:
«Compagno professore, scusi, il papero non veniva dalla
Corea del Sud, poiché era originario della Corea del Nord…
Era un papero rivoluzionario!…»
Il professore rispose istintivamente:
«Era un traditore! Se ha deposto l’uovo sulla frontiera,
vuol dire che stava fuggendo…»
«Non discuto, compagno professore! Ma ancora non mi
ha risposto. L’uovo?»
Il compagno Chung Park Li pensò, con un lieve turbamen-
to, che il giovane guerrigliero dell’mpla volesse mettere alla
prova la sua fedeltà alla giusta causa della rivoluzione coreana
e agli insegnamenti del Grande Leader, Kim Il Sung. Decise,
il giorno in cui paperino... 33

perciò, di farla finita con quel gioco di cattivo gusto una volta
per tutte. Quasi gridò:
«Il papero era un controrivoluzionario! Ma, comunque, i
nostri valorosi combattenti che sorvegliano la nostra frontiera
non permetterebbero mai agli sbirri del Sud di avvicinarsi a
quell’uovo!…»
Davanti a questa perentoria e definitiva affermazione, chi
rimase turbato fu il guerrigliero angolano. Immaginò l’uovo
tutto sforacchiato in mezzo alla frontiera, nella zona di sicu-
rezza tra le due Coree, mentre il povero papero si sfaceva in
penne e piccoli movimenti scoordinati, seguiti da un lieve fra-
gore di ossa e grida esigue, che si liberavano con difficoltà
dalla sua gola asfissiata dal dolore. Un’aureola gialla e bian-
ca, lievemente viscosa, tingeva il suolo, allargandosi sempre
di più, in cerchi crescenti. Rapidamente, la chiara e il tuorlo
dell’uovo, totalmente sfatti, si mischiarono al sangue del pa-
pero sacrificato dalla sempre pronta sorveglianza rivoluziona-
ria delle guardie coreane. «La Rivoluzione, in fin dei conti, è
questo?», si chiese, prima di rispondere al Compagno Li.
Senza voler rimandare questa risposta per molto tempo, il
narratore è obbligato, tuttavia, a fare una breve interruzione
a questo punto della narrazione, per tracciare, nel giro di due
o tre righe, il profilo del giovane guerrigliero, poiché la cosa
potrebbe essere utile per capire il suo dubbio esistenziale, di-
ciamo, quanto al destino di quell’uovo. Pedro Muanza Ago-
stinho – si chiamava così – era un ex-studente di poco più di
diciotto anni, che aveva aderito all’mpla per aiutare a realizza-
re un sogno che, al tempo, era ardentemente condiviso dalla
maggioranza degli angolani: cacciare i colonialisti portoghesi
e fare dell’Angola un paese indipendente. Come e a quale fine,
lo intuiva solo lontanamente e, di certe parole che cominciò
a sentire unendosi al movimento – tali come “socialismo”, o
“rivoluzione” – conosceva solo la configurazione sonora. Al-
34 joão melo

cuni mesi dopo essere arrivato in Congo, dove si trovavano le


basi della guerriglia, fu mandato in Corea del Nord – che gli
dissero essere un paese rivoluzionario e antimperialista – con
lo scopo di fare un’esercitazione militare di sei mesi.
Pedro arrivò in Corea del Nord pieno di domande.
Quell’assurdo dialogo con il compagno Chug Park Li, tut-
tavia, lo faceva iniziare a pensare che le sue domande non
avrebbero mai avuto risposta. Dato che aveva appena diciotto
anni, non capì la portata di tutto ciò. Forse per questo, si de-
cise di dare lo stesso uno scacco matto. Da buon angolano, lo
fece con tutta la serenità del mondo, godendosi ogni parola
che pronunciava come se avesse un orgasmo fisico:
«Mi dispiace informarLa, professore: i paperi non depon-
gono le uova, solo le papere lo fanno!…»
Ciò che accadde in seguito si racconta in tre paragrafi. Il
compagno Chung Park Li, mortalmente turbato dall’angola-
no, fece una relazione completa al Dipartimento di Relazioni
Esterne del Partito, il quale dispacciò il caso alla riunione del
Segretariato, che, dopo averlo analizzato, lo mandò alla se-
guente sessione del Comitato Centrale, da lì a due settimane,
accompagnato da un dossier completo, nel quale, oltre a di-
verse informazioni preziose, assolutamente rigorose e ogget-
tive, veniva accusato il compagno Pedro Muanza Agostinho,
guerrigliero angolano inviato dall’mpla per fare un allena-
mento militare di sei mesi nella Repubblica Democratica e
Popolare di Corea, di aver tentato di facilitare la fuga di un
papero nordcoreano nel territorio illegalmente controllato
dagli sbirri dell’imperialismo nordamericano. Inoltre, affer-
mava il dossier, lo stesso compagno aveva l’abitudine di fare
domande provocatorie ai suoi professori, che non sapevano
che fare, poiché si trattava di questioni che non erano pre-
viste nei libri di insegnamento del Grande Leader, Kim Il
Sung.
il giorno in cui paperino... 35

A tali gravissime accuse, si aggiungeva ancora il fatto mai


visto prima che, a sole due settimane dal suo arrivo, il compa-
gno Agostinho aveva organizzato nel dormitorio una festa per
la quale arruolò cubani, brasiliani, messicani, congolesi, capo-
verdiani e altri terzomondisti irresponsabili, dove tutti loro,
alternandosi, suonavano strani ritmi, ballavano lascivamente,
mangiavano e bevevano come borghesi e fornicavano tra di
loro con scandaloso piacere e allegria. Dopo tali orge – com-
mentava, stupefatto, l’anonimo autore del dossier – lo stesso
passava le giornate emettendo risate fuori dal comune per i
corridoi dell’accademia.
Il verdetto fu implacabile. Il guerrigliero angolano fu as-
solto «per assenza del corpo del delitto», dall’accusa di soste-
gno alla fuga del papero, ma, in compenso, fu condannato per
tutte le altre accuse, quelle che erano nel dossier e quelle che,
con un’improvvisazione creativa, furono costruite per l’occa-
sione, in particolare quelle di non dominare i fondamenti es-
senziali della zoologia rivoluzionaria, in quanto ignorava che,
nella patria dei lavoratori coreani, anche i paperi riescono a
deporre le uova, grazie alle teorie sviluppate dal Grande Lea-
der, il Compagno Kim Il Sung. Sarebbe dunque stato espulso
e rimandato in Angola. Così, a meno di un mese dalla sua
partenza, Pedro Muanza Agostinho tornò nella tradizionale
base dell’mpla a Dolisie, nel Congo.
Questa storia è accaduta negli anni Sessanta, in pieno apo-
geo delle due metanarrative fondamentali combattutesi negli
ultimi duecento anni. In quel periodo, nessuno sapeva cosa
fossero delle metanarrative, anche perché, in nome delle due
grandi ideologie dell’epoca – il liberalismo e il marxismo – gli
uomini si affrontavano fisicamente nei campi di battaglia e
le mortifere armi che utilizzavano per tentare di eliminare,
nel senso più materiale del termine, gli avversari, non erano
ovviamente meri giochi di linguaggio. Nel frattempo, uno
36 joão melo

sconosciuto guerrigliero angolano, che solo oggi entra nella


letteratura mondiale, anticipò Lyotard, riuscendo a dimostra-
re, con una sciarada apparentemente ingenua, come i discorsi
magniloquenti possono essere sviliti e pervertiti dalla pratica,
divenendo semplici simulacri della realtà. Non è spaventoso
tutto ciò?
Per la parte che mi tocca, sono fermamente convinto che
questa storia finirà per entrare in una raccolta di racconti
postmoderni esemplari. Ma, se essa non ha soddisfatto i letto-
ri, si sappia, dunque, ciò che accadde al giovane guerrigliero
dell’mpla e al professore coreano che egli affrontò gagliarda-
mente, in pieno contesto duro e puro dell’epoca, tipo pane al
pane e vino al vino, distruggendo inappellabilmente la rigi-
dezza del suo monolitico discorso rivoluzionario.
Il compagno Chung Park Li disertò, all’inizio degli anni
Novanta, in Corea del Sud, dove divenne un importante
manager di una grande compagnia di produzione agro-pa-
storale. Alla fine del decennio, la suddetta compagnia firmò
un contratto con il governo angolano e si installò nel paese,
al che l’ex professore di Storia della Rivoluzione Coreana fu
mandato in Angola, per dirigere gli affari della compagnia.
Pedro Muanza Agostinho, malgrado fosse arrivato al grado
di comandante durante la guerriglia nazionalista angolana,
non riuscì ad ogni modo a diventare uno dei neo-capitalisti
del paese, infatti il coraggio che aveva dimostrato nella lotta
per l’indipendenza, quando armi in mano aveva affrontato
risolutamente i colonialisti, gli mancava ora per – lo dirò
senza giochi di parole – metter mano alla grana statale e
diventare anch’egli proprietario privato, come alcuni ex ri-
voluzionari. Siccome lui era uno dei tecnici dell’impresa che
fu ceduta ai coreani per sviluppare il loro progetto, finì, per
una di quelle ironie della vita, come si dice in questi casi,
per diventare un dipendente dell’adesso Mister Li. Questo
il giorno in cui paperino... 37

è più spaventoso della presunta natura postmoderna di que-


sta storia.
Ah, mi dimenticavo, il core business della nuova compagnia
è l’allevamento di papere.