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Urogallo.

Brasiliana

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
Ferreira Gullar

Città inventate
traduzione di Marco Bucaioni

Edizioni dell’Urogallo
Titolo originale: Cidades inventadas
Edizione di partenza: Ferreira Gullar, Cidades Inventadas,
Ulisseia/BABEL, Lisboa 2010
Copyright © 2010 Ferreira Gullar
By arrangement with Ferreira Gullar ( José Ribamar Ferreira),
representado por Maria Amélia Mello

Obra publicada com o apoio do Ministério da Cultura do Brasil


Fundação Biblioteca Nacional

Opera pubblicata con il sostegno del Ministero della Cultura del Brasile
Fondazione Biblioteca Nazionale

Traduzione dal portoghese: Marco Bucaioni


Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio www.absolutezero.it
Revisione della traduzione, impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-30-3

Per l’edizione italiana: copyright © 2015, Edizioni dell’Urogallo. Tutti i diritti


riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati nell’accordo del
18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigianato e c.a.s.a.,
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Città inventate
Il Faust di Goethe inizia con gli arcangeli che lodano la perfezione dell’opera
divina. Proprio per il fatto che ha realizzato un’opera perfetta, tuttavia, Dio non
ha più la possibilità di portare avanti la sua creazione; e non avrebbe superato tale
impasse, se Mefistofele – concepito a questo fine – non l’avesse sfidato a dargli carta
bianca per tentare di rovinare una delle sue creazioni più preziose. Dio accettò la
sfida, ed ebbe così la possibilità di tornare a esercitare la sua capacità creatrice. […]
Mefistofele fu creato per essere ingannato – cosa che, per sua massima indignazio-
ne, capì troppo tardi. Tuttavia, se dobbiamo ammettere che Dio, in risposta alla
sfida del Diavolo, mise effettivamente in pericolo la sua creazione con il proposito
di scoprire qualcosa di nuovo, siamo altrettanto obbligati a convenire che il Dia-
volo non sempre perde.

Arnold J. Toynbee

Alcuni inventano storie, altri, la Storia.

Autore sconosciuto
La storia di queste invenzioni

La prima città che inventai fu Odon, nel 1955. Non identifico la motivazio-
ne immediata che mi portò a ciò, ma sospetto che la causa remota risieda
nelle letture dell’adolescenza, quando mi tuffavo, affascinato, nell’universo
perduto delle prime comunità umane. Arrivai a pensare di ampliare la storia
di Odon, attribuendole persino una lingua da me creata. Invece, anni dopo,
mi ritrovai a inventare un’altra città – Ufù – che, al contrario della prima,
non si situava nel passato, ma nel futuro. Durante l’esilio, scrissi altre di que-
ste storie e le dimenticai in un cassetto. Di recente, le ho rilette e mi è venuta
voglia di inventare altre città, per farne un libro.

L’Autore
Odon

O
don è un mucchio di catapecchie in mezzo al deserto
– il deserto di Uz. Un sussidiario per le elementari,
adottato circa cinquant’anni fa nelle scuole della città,
la descriveva così: «Odon, la nostra città progressista, si tro-
va nella fertile valle dell’Uz, sulle rive del Gôni». In realtà, già
da due o tre secoli, forse, questa descrizione non corrispondeva
più alla realtà. I sussidiari di oggi ne parlano in modo diverso:
«Odon, la nostra amata città, si trova nel deserto di Uz, dove in
epoche andate vi fu una fertile vallata».
Si racconta che uno degli uomini più vecchi della città, pa-
ralitico fin dalla nascita, leggendo ciò nel sussidiario del nipote,
sia scoppiato in lacrime. Secondo un’altra versione, questo fatto
sarebbe accaduto al padre di un alunno che ignorava la vera lo-
calizzazione geografica di Odon. Senza affermare l’autenticità
di qualsiasi di queste versioni, confesso che, anche a me, edu-
cato dalla moderna edizione del sussidiario, quel complemento
– nel quale in altre epoche c’era una fertile vallata – mi riempie
gli occhi di lacrime. Al tempo in cui c’era il fiume e la terra
era feconda, Odon viveva della coltivazione della patata e del
fumo, principalmente. In epoche successive, il fumo dev’essere
stato il principale prodotto del centro urbano, come indicano
le leggende e particolarmente il culto di Igork, dio del tabacco,
professato dai nostri antenati. C’è anche chi ancor oggi sostiene
l’opinione degli antichi, che attribuivano alla vendetta di Igork la
decadenza di Odon. Vsx gti Dnu banz snzo, «Egli bruciò i campi

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Ferreira Gullar

e proibì alla primavera di visitarci», recita un’antica poesia, inse-


rita nei Testi del Santo, scritti, si calcola, circa quattromila anni
fa. Igork si sarebbe ribellato contro Odon perché i suoi abitanti,
creando il commercio del tabacco, avevano violato un precetto
divino che proibiva ogni altro uso del tabacco oltre a quello de-
signato da Igork: «La mia carne è sogno e salute – l’oro dell’oro».
Dopo aver messo insieme il raccolto annuale, si festeggiava in
lode di Igork, e i più vecchi fumavano, in lunghe pipe, il primo
tabacco raccolto, già seccato e aromatizzato con profumo di fio-
ri. Il prodotto del raccolto era diviso tra tutti, e una parte di esso
era impiegata nella fabbricazione di medicamenti, gli unici dei
quali si giovava la sua rudimentale medicina.
Con lo sviluppo dell’agricoltura, soprattutto con la coltiva-
zione della patata, del riso e dei fagioli, iniziò il commercio tra
Odon e le altre città della regione. Fu un’epoca di progresso
ed euforia. Il contatto frequente con l’esterno portò importanti
innovazioni alla vita della città. Le arti e le lettere conobbero
un’ampia fioritura. E la resistenza degli odonesi al commercio
del fumo e dei suoi sottoprodotti fu finalmente vinta. All’ini-
zio, le transazioni si facevano clandestinamente ma, in breve,
erano ammesse e praticate da tutti, con il consenso ufficiale.
Già in quest’epoca, il culto di Igork era stato trascurato e una
nuova visione del mondo, meno superstiziosa e più pragmatica,
conquistava gli spiriti. Le “medicine sante”, estratte dal tabacco,
erano addirittura tacciate di essere velenose o inefficaci.
Odon cresceva e le sue strade si moltiplicavano. Una nuova
era le si apriva davanti. Fu allora che «un certo pomeriggio di
severa calura, il fiume iniziò a gonfiarsi e a puzzare come una
bestia morta», riportano i Testi. «Un vento scuro e caldo soffiava
rasente, tostando le erbe. Era l’alito di Igork, indignato. Gli uc-
celli della città iniziarono a fuggire, a stormi, come era stato loro
ordinato da Igork, e si andarono a posare sulle sue torri. Gli abi-
tanti correvano, soffocati, da una parte all’altra, fuori di senno».

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Città inventate

Il vento soffiò per due giorni e due notti, bruciando le piante


e i frutti, e il fiume si gonfiò fino al livello delle finestre più alte,
coprendo i campi incendiati. La sua acqua era scura, fredda e
viscida. Il sole si fermò su di essa per undici giorni, nel suo spec-
chio. Quando le acque si ritirarono, gli abitanti di Odon rico-
nobbero i propri morti, piansero su di essi e poi li seppellirono
nel limo che il fiume aveva lasciato. I giorni che seguirono fu-
rono caldi e luminosi. Gli uomini guardavano al cielo senza uc-
celli. «Anche le galline e i galli, complici degli uomini, avevano
preso il volo ed erano fuggiti via», riportano i Testi. Di mattina,
si recavano ai propri gallinai a verificare se gli uccelli fossero
tornati la sera precedente. Nulla. Il limo lasciato dall’inondazio-
ne iniziò a bollire, come se avesse vita propria. Si fece strada una
speranza: il fiume aveva fertilizzato il terreno già un po’ esausto,
pensavano. Nel frattempo, le acque del fiume scesero al di sotto
dei loro argini tradizionali, e continuarono a calare. La terra
puzzava sotto il sole duro. Dal limo non nacquero piante, ma
topi, che riempirono le strade di Odon, invasero le case, rosero
i tessuti e le mobilie. Il popolo, nel timore di affrontarli, fuggì
per i campi. Là non era minore il loro numero. «Igork prese suo
figlio, Gôni, a sé, e lasciò la città senz’acqua; poi sopravvenne la
peste dei topi di Igork». A questo punto, certi storici – Wawa,
per esempio – ammettono che, oltre all’“invasione dei topi”, ci
sia stato anche un focolaio di peste bubbonica; Obe-Gut, dal
canto suo, nella sua celebre Storia del popolo di Odon, spiega che
la parola “zatz”, alla quale oggi si attribuisce il significato di
“peste”, originalmente significasse “invasione”. In tal modo, la
traduzione del testo sacro, secondo Obe-Gut, sarebbe: «Dopo
sopravvenne l’invasione dei topi di Igork». Dacché si conclude-
rebbe che la peste non ci sia stata davvero; si tratterebbe di un
semplice errore d’esegesi.
Una terra scura e secca ricoprì tutta la valle di Uz. Senza
fiume, disponendo soltanto di una stretta striscia di suolo colti-

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Ferreira Gullar

vabile, Odon iniziò a lottare per la sopravvivenza. Si scavarono


pozzi profondi, dai quali si ottenne acqua per il consumo quo-
tidiano e per la magra agricoltura, limitata alla coltivazione di
verdure e frutta necessarie al consumo della città, senza alcuna
possibilità di espansione. Con gli anni, crebbe il numero di abi-
tanti e diminuì la produzione di alimenti. Grande parte della
popolazione vive dei resti degli altri, d’elemosina e di crimine.
Le rapine e gli assassini frequenti mettono in panico le fami-
glie. Persino i bambini vengono rapiti e divorati dai paria. Odon
oggi è una gabbia abbandonata nel deserto.
La coltivazione del fumo, oggi praticata dalle città vicine,
che l’hanno appresa da noi, è la grande fonte di ricchezza della
regione. Dawinã e Tuu sono attualmente i più importanti centri
produttori del paese, dove l’industrializzazione è già una realtà.
Altre città minori seguono a ruota, e le strade tagliano il deserto
collegandole tra di loro. Ma queste strade non toccano Odon,
e gli aerei passano in alto senza vederci. È come se un fiume
d’oro vertesse le sue acque nel deserto, ma deviasse il suo corso
all’avvicinarsi alla nostra città.
Alcuni anni fa facemmo un nuovo tentativo di recupero delle
terre più vicine, per piantarci il fumo. Costruimmo delle chiuse
e dei canali d’irrigazione. Aspettammo con ansia lo sbocciare
dei primi germogli, ma il campo rimase impassibile, come un
uomo morto, sordo al nostro appello. Il vento riempì di sabbia
i solchi seminati, abbandonammo le chiuse, le cui acque poi
furono risucchiate dal sole. Molti non si arresero e decisero di
aspettare il miracolo, senza muovere un passo dal campo. Vi
rimasero per sempre.
Nella più recente mappa del paese, il nome di Odon non
risulta. C’è soltanto una vasta area vuota, con la denominazione
“Deserto di Uz”. Ho pensato, per consolarmi, che si trattasse
di una lacuna: il disegnatore si era dimenticato di segnalare la
città. Anche così, è impossibile negare che i cartografi non si

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Città inventate

sono mai dimenticati di segnare città come Parigi e New York.


«Mangerai pietra se venderai la carne sacra di Igork», dicono i
Testi. Ma perché Igork non ci ha dato le forze per non vender-
la? Perché fece di tabacco la sua carne, se avrebbe potuto farla
di ortica o di qualsiasi altra erbaccia?
I pomeriggi d’estate, la gente sente il rumore del fiume d’oro
che corre per il deserto. Alcuni perdono la testa e corrono al
suo incontro per le sabbie ardenti. Il fiume li affoga e abbando-
na i loro corpi nel deserto. Quelli che tornano hanno gli occhi
bruciati e la lingua secca e sterile come la terra di Uz. E ciò che
dicono è inintelligibile.

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Ufù

U
fù è la capitale di Ifì, la nazione più ricca che la Storia
abbia mai registrato. Naturalmente, Ufù è la più vasta
città che gli uomini abbiano mai costruito, e continua
a crescere. Il suo nucleo è costituito da vari nuclei minori, divisi
in centinaia di viali vastissimi, a tal punto che nessuno ne ha
mai percorso uno dall’inizio alla fine, anche se gli abitanti di
Ufù non vanno quasi mai in giro a piedi; passano buona parte
della loro vita sugli autobus, in treni sotterranei, nelle auto o
sugli elicotteri.
Ufù ha una storia, anche se i suoi abitanti non se ne ricorda-
no, assorti come sono nella loro vita attuale. In un determinato
punto della città esiste un edificio che alberga il museo di Ufù.
È vero che, data la crescita della città, i servizi del museo sono
quasi integralmente votati al compito impossibile di registra-
re il suo presente velocissimo: apparecchi elettronici lavorano
senza posa fotografando documenti nuovi, computando dati e
cercando un’ordine capace di conservare i vestigi materiali della
Storia, che vola allucinatamente verso l’oblio. Ma, in qualche
angolo del museo, si può trovare un’incisione di Ufù, quando
era una città di soltanto un milione di abitanti, cinquant’anni
fa – il che in termini di Ufù equivale a un tempo remotissimo.
Alcuni documenti più vecchi riveleranno che la città non arriva
ad avere due secoli d’esistenza e che, sotto alla prima casa, c’era
soltanto il suolo materiale, senza mito e senza memoria.
I fondatori di Ufù vennero da un altro continente e por-
tarono con sé rudimenti di tecnica che, nella nuova regione,
acquisirono grande importanza e si svilupparono. In breve, Ufù

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Ferreira Gullar

offriva condizioni di vita così tanto migliori delle altre città del
paese che le persone delle più diverse regioni erano attratte da
essa. L’aumento della popolazione accelerò e in questo modo
Ufù dovette accelerare anche il suo ritmo di crescita. Le nuove
tecniche permettevano la produzione in massa di oggetti d’uso
quotidiano e la costruzione così rapida di edifici che passarono
da tre a cinque piani, poi a dieci, venti, cinquanta, duecento, tre-
cento piani. La città cresceva verticalmente e orizzontalmente,
in un’accelerazione costante.
Le città più vicine furono assorbite da Ufù, divennero dei
suoi sobborghi. Ufù continuava a espandersi, le terre coltivabili
della periferia scomparvero sotto i viali che si estendevano, co-
prendole d’asfalto e cemento. Gli alimenti per la popolazione
venivano da regioni sempre più distanti, attraverso delle ferro-
vie che, da Ufù, si diramavano in tutte le direzioni. Alcune città,
situate a migliaia di chilometri, erano state assassinate da Ufù,
che le trasformò in gigantesche fattorie per la produzione di
cereali, carne bovina e ovina, uova e uccelli, che essa consumava
voracemente. I suoi abitanti andarono pian piano trasferendosi
a Ufù, dove c’era più lavoro e più alimento che in qualsiasi altra
parte. E Ufù cresceva.
Negli ultimi due anni, Afà, Efè, Ofò, Anà, Enè, Enì, Onò
e Onù, seguendo il destino di Atà, Etè, Etò, Etù, Ità, Itè, Itì,
Itò, Utù, Arà, Erè, Irì, Orì e Urù (per non andare oltre), anche
esse si sono trasformate in una minuscola parte della gigan-
tesca metropoli. Ma anche le città di altri paesi, dall’altro lato
dell’oceano, già sentono la presenza di Ufù, che da esse com-
pra tutto quanto è materia prima e alimento, e manda loro in
cambio oggetti fabbricati dalle industrie ufuesi: bottoni, rasoi,
revolver, fischietti, radio, televisori, ventilatori, refrigeratori, in-
terruttori, liquidificatori, trattori, pentole, aeroplani, gomme da
masticare, bevande gassate, chiodi, computer, martelli, coltelli,
film, videogiochi e migliaia di altri prodotti che gli abitanti di

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Città inventate

queste città remote neanche pensavano che potessero esiste-


re e dei quali non sospettavano di aver bisogno. Attraverso le
necessità nuove che crea, Ufù va instillando la sua presenza in
tutte le regioni e stringendo le varie città nella sua tela d’acciaio
e soldi. Tutte le persone di tutte le città del mondo sognano
di vivere a Ufù e, se non riescono ad andarci definitivamen-
te, spendono i propri risparmi in visite turistiche. Poi tornano,
ognuno con una visione diversa della megalopoli, che non si
concede a nessuna definizione. Altri neanche tornano, né si ha
notizia di loro: sono morti investiti nelle strade dal traffico in-
tenso, o si sono persi nei viali senza fine. Quelli che tornano, si
portano dentro in generale un inconfessato dolore: la Ufù che
hanno conosciuto era molto diversa da quella della quale gli
parlavano e sanno che, una settimana dopo, quando arriveran-
no a casa, parleranno di una Ufù che non esiste più, visto che
essa si trasforma rapidamente e incessantemente. È come se
non ci fossero mai stati.
Neanche quelli che vivono a Ufù ne hanno una visione totale
e definita. Molte persone, che risiedono in vasti edifici-città,
non sono mai uscite da lì: vi sono nate, vi hanno studiato, vi
hanno lavorato, vi si sono sposati e vi hanno procreato. Alcuni,
oltre al proprio edificio-città, ne conoscono un altro o altri due
soltanto. Sono eccezioni quelli che conoscono più di una strada
o due, per dove passano nel loro percorso verso il negozio, l’uffi-
cio o la farmacia dove lavorano. Anche quelli che sono obbligati
a percorrere grandi distanze lo fanno in generale in treni sotter-
ranei: conoscono i due punti estremi del viaggio. Dalla finestra
dell’appartamento, a centinaia di metri dal suolo, l’abitante di
Ufù scorge un panorama infinito di edifici, strade, viali, piazze,
torri, che si perde nell’orizzonte intorno a lui. La possibilità di
camminare per tutte quelle strade, o di attraversarle, è esclusa.
La maggior parte degli ufuesi non ha mai visto il suolo di terra
del pianeta. Anche gli animali e le piante non fanno parte della

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Ferreira Gullar

loro esperienza. Pensano che il sole nasce e tramonta sui tetti


di Ufù.
Sarebbe un errore, tuttavia, pensare che tutti gli abitanti di Ufù
hanno la stessa visione della città. Quelli che abitano nei piani più
bassi – e molti di loro non sono mai saliti fino ai piani alti – hanno
davanti a sé soltanto le vaste facciate di altri edifici. Vedono quella
strada senza fine che si stende, come una muraglia, dalle due parti
e non hanno idea del numero infinito di vie uguali a quella che
si succedono davanti e dietro alla loro: per essi, Ufù è soltanto la
loro via. È certo che la radio e la televisione portano loro notizie
di fatti accaduti in altri punti della città, ma la tendenza generale
è pensare che tutto ciò sia pura finzione. Tanto più che i program-
mi trattano di problemi che sono già stati superati dagli abitanti
della via o che non sono ancora arrivati a porsi per loro, visto
che la vastità di Ufù e la sua crescita disordinata stabiliscono una
specie di discontinuità storica tra i vari settori della città. Ci sono,
per esempio, delle mode adottate in un determinato quartiere o
via che arrivano altrove soltanto dopo anni, o non vi arrivano mai;
certi oggetti d’uso diventano obsoleti e sono sostituiti da altri più
moderni prima di arrivare in tutti gli altri punti di Ufù. Ma tutti
questi settori e quartieri e tutte queste vite collaborano, anche
senza saperlo, allo sviluppo della megalopoli, la cui vitalità si ma-
nifesta soprattutto nella sua periferia.
Incombe, tuttavia, su questa poderosa città una grave minac-
cia. Il suo sviluppo la condanna a svilupparsi sempre di più, a
danno dello sterminino delle altre città del paese, i cui abitanti
fuggono a Ufù. Alcuni studiosi, che hanno già capito il pericolo,
hanno convinto il governo a costituire una commissione per
pianificare la crescita della città e, se possibile, controllarla. Il
fatto, però, è che questa commissione ci metterà anni per rac-
cogliere e analizzare tutti i dati necessari alla pianificazione di
Ufù, e a quel punto quei dati non corrisponderanno più alla
realtà.

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Città inventate

L’urbanista Finordt Gaiws, che faceva parte di questa com-


missione, ha affermato che è impossibile arrivare a qualsiasi
risultato positivo. È stato preso per pazzo e internato in una
clinica specializzata. Là ha scritto un libro, generalmente con-
siderato «mera profezia pessimista del genere di Huxley e Or-
well, il cui proposito preveggente la Storia ha provato essere
stato falso».1
I libro di Gaiws termina affermando che Ufù si estenderà per
tutto il continente, poi per gli altri continenti, fino a occupare
totalmente la superficie del pianeta. Quando questo accadrà –
afferma – non avrà più nessuna possibilità di sopravvivenza.
Morirà come muore il cancro, dopo aver occupato interamente
l’organismo nel quale si è installato. E conclude: «Distruggiamo
Ufù prima che essa ci distrugga a tutti».2 Solo che nessuno sa
come fare una cosa del genere.

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Alminta

L
a foresta selvaggia, i topi e i pipistrelli si impadronirono
di Alminta, più di un secolo fa. La Storia non dice quale
sia stato il giorno preciso, né potrebbe dirlo in modo de-
finitivo, visto che la foresta, i topi e i pipistrelli sono il subcon-
scio delle città: sono sempre presenti, e disegnano come stelle
cadenti, di quando in quando, la storia degli uomini. C’è una
lotta permanente per trattenerli. Quando questa lotta si allen-
ta, la città viene invasa e dominata. Oggi sarebbe impossibile,
senza penetrare i campi d’ortica e la tela selvaggia dei parassiti,
avere una visione della forma di Alminta, tale come era prima
dell’Abolizione. Eppure, le villette vuote, le chiese con le loro
immagini sporche di escrementi di pipistrello mostrano, che
essa conobbe lo splendore e che i suoi abitanti godettero di un
relativo comfort provinciale.
Su Alminta c’è una considerevole bibliografia, contraddit-
toria in molti punti,1 ma concorde sul fondamentale: figlia del
lavoro schiavo, essa crebbe e progredì con il sudore dei negri
fino a che un bel giorno, abbandonata soltanto a quelli che si
dicevano suoi signori, iniziò a morire. E adesso giace morta.
Gli unici abitanti attuali della città sono, oltre a due dementi
– un bianco e un negro – le famiglie di pescatori che vanno a
vendere il pesce, dopo la salatura, nella capitale, dall’altra parte
della baia. C’è anche un prete che impartisce dottrina ai figli dei
pescatori e insegna loro i rudimenti che la pesca dispensa. E
poiché sono tutti pescatori – e le ragazze lavorano alla salatura
del pesce – tutto quello che hanno bisogno di sapere glielo in-
segnano i loro genitori.

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Ferreira Gullar

I pescatori, in realtà, non abitano ad Alminta, ma vicino la


spiaggia, in capanne o stamberghe, come se ignorassero la de-
funta città, oggi patria di bestie immonde, popolata di fantasmi.
Vivono girati verso il mare, verso il presente, con il peso della
loro realtà di sale e sole. Ignorano Alminta, anche come pas-
sato. Nulla sanno di essa e a malapena rispondono agli uomini
della capitale che là si presentano, con macchine fotografiche al
collo, chiedendo cose strane. La storia di Alminta risiede, oggi,
soltanto nella carta delle monografie, che già nessuno si cura di
leggere.
Ma Alminta un giorno visse. Per le sue strade, oggi distrutte,
passeggiarono giovani bianche, abbigliate di bei vestiti fini, im-
portati da Parigi. Di mattina, la campana della chiesa suonava
chiamando le signore alla messa e i negri al lavoro. I vestiti co-
lorati, dei signori e degli schiavi, abbellivano le strade pavimen-
tate di ciottoli di fiume. I venditori passavano pubblicizzando
dolci e verdure. I bambini giocavano fuori dai portoni. (Sotto i
solai, nelle soffitte delle case, negli scantinati dove dormivano i
negri, i topi e i pipistrelli spiavano). Le donne vendevano fiori
in grandi ceste che profumavano la strada.
Un libro proibito, che raccontava delle intimità della vita di
Alminta, rivela la ricchezza passionale della sua gente.2 Le lotte
di famiglia, gli omicidi per questioni di divisione della terra, i
tradimenti per le eredità, gli adulteri, l’imbroglio politico, gli
sgarri, i matrimoni senza amore, gli amori sordidi, le passioni
deliranti. Della vita dei negri si sa poco, come della vita dei
topi: soltanto i momenti in cui hanno incrociato la storia dei
bianchi.3
Capitale dello stato, Alminta ambiva ad essere una minia-
tura della capitale dell’impero. Se la pompa delle feste ufficiali,
dei titoli di nobiltà e dei proclami contrastavano con le dimen-
sioni della città e la sua importanza politica, cionondimeno non
erano meno frequenti le commemorazioni e non meno ambiti i

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Città inventate

titoli. I nobili, caricati dai negri in lussuosi baldacchini, scende-


vano da essi, con il petto coperto di medaglie, polsini ricamati,
scarpe di raso, per entrare nella prefettura o nel foro. E si giunse
addirittura ad annunciare la visita dell’imperatore4 alla città.
Questa notizia, già di per sé, aumentò esageratamente la va-
nità degli almintesi. Persino gli schiavi la commentavano con
orgoglio e stupore. Alminta iniziò a prepararsi per la visita, che
non avvenne mai. Ancor oggi si può vedere la rovina del palaz-
zo che venne costruito appositamente per ospitare l’imperatore:
alcune pareti e portali di marmo si conservano ancora in piedi
in mezzo al mucchio di pietre tagliate, rigorosamente preparate
per comporre muri e archi. La costruzione fu interrotta nell’in-
stante esatto in cui arrivò la notizia che l’imperatore era stato
deposto da una ribellione militare, seguita da una rivolta popo-
lare che cambiò il regime, liberò gli schiavi e consegnò Alminta,
città bianca, ai pipistrelli e ai topi.
La stessa notte in cui i negri, ebbri d’allegria e d’alcool, fe-
steggiavano la libertà per le strade di Alminta, i signori bianchi,
caricando se stessi, intorpiditi, con i loro pesanti bauli pieni di
vestiti fini, argenterie e cristalli, presero le barche a vela e attra-
versarono la baia. Allo spuntare del giorno, i negri saccheggia-
rono le residenze e violentarono le donne bianche ritardatarie;
appiccarono il fuoco alla prigione pubblica, distrussero il pelou-
rinho e fuggirono nella foresta. Nessuno seppe più nulla di loro.
Così fu che, la stessa notte, Alminta fu abbandonata dai signori
degli schiavi e dagli schiavi stessi. La storia dei topi inizia qui,
dove finisce quella degli uomini.

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Rti

C
ome qualsiasi altra città, Rti era costituita da case e
vie, piazze e vicoli, disposti in un ordine architettonico
verosimilmente conveniente al modo di vita dei suoi
abitanti. Con la differenza che Rti non si trovava sulla terra, ma
sotto la superficie della stessa, e tutta la sua area non superava i
cinquecento metri quadrati. I suoi edifici misuravano tra i dieci
e i trenta centimetri d’altezza.
La piccola città sotterranea sarebbe stata scoperta dall’in-
glese Georges Sams, intorno al 1630, in India, a circa duecento
chilometri da Daman, in piena foresta. Afferma Sams che la
scoprì per caso, cadendo in una grotta. «La caduta», scrisse, «mi
lasciò privo di sensi. Ero rotolato in giù vari metri, andando a
sbattere con la testa contro uno spunzone di pietra. Al recupe-
rare i sensi, qualche ora dopo, mi trovavo dentro a una caver-
na diffusamente illuminata e, ai miei piedi, come un miraggio,
quella strana città. In un primo momento, non capii nulla: era
come Londra vista da lontano. Ma potevo toccarla con le mani.
Pensai di trovarmi nel mezzo di un’allucinazione».1
Quest’incidente cambiò la vita di Sams. Si dedicò fin da al-
lora anima e corpo a ricercare tutto ciò che avesse a che fare con
quella città minima, convinto dell’importanza della sua scoper-
ta. Vi trovò degli oggetti di uso domestico, vasi, strumenti di
caccia e qualche iscrizione nella quale appariva con frequenza
il nome Rti. Sarà stata la designazione di un dio? Di un re?
Solo molto più tardi trovò resti di esseri che forse erano stati gli
abitanti della piccola città: avevano forma umana e un’altezza
massima di quattro centimetri.

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Ferreira Gullar

Ma quale sarà stata l’origine di quegli esseri minuscoli?


Ci saranno state in quella regione altre città simili? Sams
non riusciva a rispondere oggettivamente a tali interrogativi.
Desistette dall’esplorazione in loco per ricercare nella letteratura
del paese e nei libri di viaggio, in cerca di possibili riferimenti e
dati che gli potessero permettere di decifrare il mistero di Rti.
«Dieci anni di ricerca mi portarono a concludere che Rti è
soltanto una delle varie città sotterranee che quel popolo minuto
costruì nel sottosuolo dell’India. Queste città erano legate tra di
loro da gallerie che arrivavano a volte a più di un chilometro di
lunghezza. Vestigia di incendi e resti “umani” che ho rinvenuto
sparsi nelle vicinanze della città indicano che il popolo di Rti fu
sterminato durante una lotta feroce, possibilmente dall’esercito
di una città vicina. Ho ritrovato un numero relativamente gran-
de di armi e ho potuto verificare che una parte possedeva segna-
li e caratteristiche radicalmente differenti dalle altre. Saranno
state catturate all’esercito nemico? Questa civiltà di omuncoli
aveva raggiunto un considerevole grado di sviluppo materiale,
soprattutto per quanto riguarda il lavoro artigianale (ceramica,
tessuti, armi) e l’urbanistica: Rti era dotata di un sistema di di-
stribuzione d’acqua molto ben concepito e realizzato».
Sams lasciò i risultati dei suoi studi e delle sue ricerche in
due volumi di manoscritti, raccolti in seguito nella Biblioteca
Municipale di Gual, città in cui passò gli ultimi anni della sua
vita. Diede a conoscere la sua scoperta ad alcuni eruditi dell’epo-
ca che non lo presero sul serio. In seguito, già in pieno secolo
XVIII, un gruppo di studiosi (capeggiati dal portoghese José
da Cruz do Gamado) si interessò ai manoscritti di Sams, orga-
nizzò una spedizione in India, ma non riuscì a localizzare Rti.
L’insuccesso portò Gamado ad ammettere che Rti «Altro non
era che un prodotto della fervida immaginazione di Sams».2 Un
altro membro della spedizione, il tedesco Fritz Kurt, sottopose
gli scritti di Sams a un rigoroso esame e scoprì che «le citazioni

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Città inventate

da lui fatte di libri antichi, che alludono al popolo di Rti, non


corrispondono a verità: cita opere inesistenti, autori inventati,
opere inventate, pagine inesistenti di opere esistenti, opere ine-
sistenti di autori reali, insomma, mischia la realtà con la finzio-
ne per forgiare il mito di Rti». Kurt giunge persino ad affermare
che Sams non sia mai stato in India e che tutto indica che non è
mai esistito nessuno che rispondesse al nome di Georges Sams
a Gual. «Si tratta di un pazzo o di un burlone che, usando un
nome falso, ha inventato questa storia fantasiosa».3
Tutto ciò, però, non impedisce che alcuni giovani critici, come
Aaalin Games e John S. Rocker, si siano interessati all’opera
di Sams, considerandola come la fonte di tutto un ramo della
letteratura utopica: nelle sue pagine si sarebbero ispirati Swift,
Jorge Gorbes, Dub Sert, Wells e Llagur, tra gli altri.

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