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Urogallo.

Frontiere perdute

11

Non so che uccello sia l’Urogallo


e se l’ho visto, l’ho visto solo in una foto vista
sulla quarta di una certa rivista
So solo che vive solitario e libero
e so che la solitudine e la libertà
sono condizione di vita per chi
vuole alzare la testa sulla morte viva o morte morta…
[…]

Ruy Belo
José Eduardo Agualusa

L’educazione sentimentale
degli uccelli

Undici racconti su angeli, demoni


e altre persone quasi normali

Traduzione dal portoghese,


introduzione e glossario di Federica Silvestri

Edizioni dell’Urogallo
Titolo originale: A Educação Sentimental dos Pássaros, Dom Quixote, Lisboa 2011.
Copyright © José Eduardo Agualusa 2011.
By arrangement with Literarische Agentur Mertin Inh. Nicole Witt e. K.,
Frankfurt | Germany

Obra apoiada pela Direção-Geral do Livro, dos Arquivos


e das Bibliotecas | Portugal
Opera sovvenzionata dalla Direção-Geral do Livro, dos Arquivos
e das Bibliotecas | Portogallo

Traduzione dal portoghese, glossario e introduzione: Federica Silvestri


Copertina: Dario De Leonardis | Absolutezero Studio www.absolutezero.it
Revisione della traduzione, impaginazione ed editing: Marco Bucaioni

isbn/ean: 978-88-97365-35-8

Per l’edizione italiana: copyright © 2015, Edizioni dell’Urogallo. Tutti i di-


ritti riservati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati nell’ac-
cordo del 18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigianato
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Edizioni dell’Urogallo è un marchio editoriale de L’Antica Edicola,


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Nota alla traduzione
di Federica Silvestri

Q uest’opera di Agualusa è stata pubblicata nel 2011


dalla casa editrice portoghese Dom Quixote (la pri-
ma edizione nel settembre, la seconda nell’ottobre
dello stesso anno). Si tratta di una libro di prose brevi che,
come dice il suo sottotitolo, riunisce «undici racconti su an-
geli, demoni e altre persone quasi normali». Questi undici
scenari, intrisi di realismo magico, hanno in comune la pre-
occupazione riguardo l’origine e la natura del male. In essi la
creatività di Agualusa mescola realtà e fantasia, paesaggi oni-
rici e fatti storici, sogni e incubi, tragedia e commedia, paure
e speranze, personaggi buoni e personaggi cattivi, guerra e
violenza, reportage di fatti storici e confessioni personali, pen-
sieri autobiografici e temi d’attualità, politica e violenza, pro-
blemi sociali e stregoneria, forze nascoste, credenze popolari.
In tutto ciò l’autore dà prova di un’accurata ricerca storica e
culturale, ma anche del suo talento letterario; trasforma storie
ed episodi di vita quotidiana in letteratura, dando precedenza
all’immaginazione, attraverso una visione onirica e fantasti-
ca del vissuto. Tratta di satira politica e di problemi sociali
dell’Angola post-coloniale, ma anche di angeli e demoni che
camminano tra la gente comune e non sempre si riesce a di-
stinguere gli uni dagli altri; molto spesso infatti non si capi-
sce esattamente quale sia il confine tra reale e irreale, ma allo
stesso tempo, ogni racconto assume un senso e un messaggio
ben precisi.
6 federica silvestri

Oltre alla realtà africana, e in particolare angolana, intrisa


dalla magia della sua cultura popolare, Agualusa inserisce an-
che altri scenari e conoscenze: la sua creatività e la ricchezza
dei suoi racconti, e di tutta la sua opera in generale, rispec-
chiano il nomadismo e il multiculturalismo dell’autore. Egli
infatti vive tra Luanda, Lisbona e Rio de Janeiro e le ambien-
tazioni delle sue cronache e dei suoi romanzi abbracciano lo
spazio culturale di tutto il mondo lusofono, e non solo.
Ma c’è una questione importante che interessa gli scrittori
africani come lui: è il fatto che in Africa la maggioranza della
popolazione non ha accesso ai libri perché non sa leggere e
non ha i mezzi per comprarli. Questi scrittori quindi si tro-
vano in una posizione molto curiosa: i lettori delle loro opere
non sono i loro connazionali, ma sono principalmente gli eu-
ropei. Essi scrivono per gli stranieri e ciò cambia il modo in
cui lo fanno. Tali scrittori sono più che altro interpreti della
realtà del proprio Paese, affinché essa sia accessibile al lettore
straniero.
I racconti e i romanzi di Agualusa infatti permettono a chi
non è africano di conoscere una realtà lontana, avvicinano
mondi diversi. L’autore nella sua opera mantiene e trasmette
molte delle peculiarità della società e della cultura angolana,
e non solo. E questo avviene prevalentemente grazie al lin-
guaggio utilizzato: Agualusa mescola il portoghese con parole
di origine angolana, parole in quimbundo, che è la lingua più
parlata nel suo Paese. Il lettore potrà notare, anche nel testo
tradotto, in misura però minore rispetto all’originale in por-
toghese, che una delle caratteristiche più rilevanti dei testi di
questo scrittore è l’“ibridazione”.
In genere, essa è uno degli elementi costitutivi della lette-
ratura lusofona post-coloniale. Il linguaggio ibrido è un feno-
meno che in Angola è sorto dalla tensione tra gli africani e il
potere coloniale, soprattutto per il controllo esercitato dalla
nota alla traduzione 7

madrepatria sulla lingua. Infatti era stato imposto il porto-


ghese europeo e tutte le lingue locali, meno influenti, erano
state emarginate. Nonostante ciò, gli angolani tentarono di
rivendicare le proprie differenze culturali e linguistiche. La
“Generazione del 1950” aveva questo scopo: il movimento
iniziò la ricerca della nazionalità angolana per ottenere una
riafricanizzazione della cultura del paese e in particolare della
lingua, per creare un’identità angolana collettiva e sovvertire
le gerarchie, unendo la lingua dominante e quella emarginata,
mescolando mondi e sistemi di significato differenti, realiz-
zando un incrocio di culture. Questa strategia corrisponde a
un processo di annullamento e di rifiuto del potere della ma-
drepatria sui mezzi di comunicazione. La lingua è un vero e
proprio strumento che contraddistingue le diverse culture e
pertanto le letterature post-coloniali possono essere definite
transculturali. In questo modo in Angola il portoghese im-
posto dai colonizzatori finì per diventare una specie di lingua
franca per facilitare la comunicazione tra i diversi gruppi etni-
ci e con gli europei. In contatto con le lingue native del Paese,
il portoghese subì delle graduali modifiche, dando origine a
una varietà distinta della lingua. Pertanto i testi letterari han-
no fondamentalmente una base linguistica ibrida: un porto-
ghese contaminato dal quimbundo, uno degli idiomi bantu
più parlati in Angola.
In questi racconti, nella versione originale in portoghese,
sono presenti molti prestiti lessicali provenienti dal quimbun-
do, termini usati esclusivamente in Angola e a volte anche in
altre ex-colonie. Alcuni esempi sono: “mata-bicho” (“cola-
zione”) e “bazar” (dal quimbundo “kubaza”, usato nel lin-
guaggio informale e colloquiale, che significa “andare via”,
“fuggire”). In questi casi le parole hanno dei vocaboli corri-
spondenti nel portoghese standard e possono essere sostituiti
quindi con altri termini noti e traducibili facilmente in italia-
8 federica silvestri

no. Ciononostante nella traduzione si dissipano le peculiarità


linguistiche e stilistiche del testo originale. La lettura è resa
fluente, ma allo stesso tempo il traduttore non riesce a mante-
nere la creatività e la tipicità del prototesto (il testo originale)
e di conseguenza le particolarità linguistiche tipiche dell’au-
tore e della letteratura post-coloniale non compaiono nel me-
tatesto (testo tradotto); si viene a produrre così un residuo dal
punto di vista stilistico. Questo processo può essere definito
“disibridazione”.
Altro aspetto curioso è quello relativo ai realia, ossia parole
o locuzioni che denotano elementi o concetti specifici della
vita materiale, della storia e della cultura di un popolo, un
paese, un luogo e che non sono presenti in altri contesti al di
fuori di essi. Per questa ragione questi vocaboli non hanno
una traduzione precisa nelle altre lingue e diventano neces-
sarie, in primo luogo, una traduzione culturale, ossia la let-
tura e l’interpretazione dell’elemento straniero nella cultura
ricevente; in secondo luogo, una traduzione interlingue che
si riferisce al concetto tradizionale di traduzione, cioè l’inter-
pretazione dei segni verbali per mezzo di un’altra lingua. Mol-
te volte nella lingua del metatesto la traduzione può risultare
inadeguata, inefficiente e in questo modo si perdono informa-
zioni e dettagli importanti, constatando dunque l’incapacità
di registrare ogni aspetto di una determinata cultura tramite
un’altra lingua. Ci sono varie strategie di traduzione dei realia:
la conservazione e quindi l’accettazione della differenza per
mezzo della riproduzione dei segni culturali del prototesto,
che permette di ampliare la conoscenza del lettore; la sostitu-
zione, ossia la trasformazione dell’altro in un replica culturale,
cioè una traduzione generalizzante che produce un residuo
considerevole. La scelta tra le due strategie dipende dal grado
di tolleranza e dalla ricettività del target di lettori nei con-
fronti di elementi culturali a loro estranei. Un testo che usa
nota alla traduzione 9

elementi importati da un’altra cultura è un testo complesso,


con una componente culturale e linguistica multiforme e ha
un certo valore didattico.
Nello specifico, in questi racconti di Agualusa si tratta so-
prattutto di realia che si riferiscono a fenomeni extralinguisti-
ci. Generalmente denotano elementi materiali, di cui vengono
di seguito riportati alcuni esempi.
Per quanto riguarda la prima strategia di traduzione sopra
spiegata, i termini che designano i realia sono stati semplice-
mente trascritti, col fine di dare maggiore visibilità alla cultu-
ra originaria. È il caso delle parole: “canhangulo”, “muqui-
xe”, “cavalo marinho”, “revús”, “filhos-da-terra”, “quimbo”,
“quimbanda”, spiegate nel glossario.
Relativamente alla seconda strategia di traduzione, un esem-
pio è costituito dall’espressione «pau a pique», utilizzata in An-
gola, Brasile, Mozambico, São Tomé e Príncipe, che designa
una parete di un’abitazione formata da una struttura di pali o
canne intrecciati verticalmente e orizzontalmente e rivestiti di
argille e altri materiali poco resistenti. In italiano non c’è un
termine preciso corrispondente e si è fatto ricorso ad un’espli-
citazione, una perifrasi dal contenuto denotativo («una casa
con assi di legno intrecciate e fango»); in tal modo viene facili-
tata la comprensione da parte del lettore, ma manca la specifi-
cità dell’elemento appartenente alla cultura di partenza: si trat-
ta della standardizzazione di una caratteristica peculiare. Nel
caso della parola “bissonde” (una specie di formica, tradotta
in italiano “formica”), il reale è stato sostituito da un termine
omologo ma generico, di significato più ampio; questo è un
caso di generalizzazione: nella traduzione vengono livellate le
diversità culturali, la realtà viene falsata per renderla compren-
sibile. La stessa cosa avviene col sostantivo “javite”, parola che
deriva dall’umbundo “ondyaviti” e che designa uno strumento
simile alla scure, ma che non è propriamente una scure.
10 federica silvestri

Nel caso di una parola come “passeridade” si è fatto ricor-


so ad un’altra strategia, quella del neologismo: dal termine si
è passati alla creazione di un’unità lessicale inesistente nel-
la lingua italiana, la parola “uccellaggine”, dal momento che
sembrano non esserci altre soluzioni che possano rendere me-
glio il senso del termine portoghese, anch’esso, d’altra parte,
inventato dall’autore.
I realia riguardano anche fenomeni intralinguistici e prag-
matici, come giochi di parole, modi di dire, proverbi, me-
tafore, a cui Agualusa fa spesso ricorso, i quali contengono
messaggi indiretti o impliciti e che per questo sono una fonte
inesauribile di significati. Un esempio è l’espressione “dita
dura”: si tratta di un gioco di parole poiché, oltre a significare
“dittatura”, il modo in cui è scritto evidenzia la parola “dura”
che significa “durare”, alludendo al fatto che la dittatura in
Angola è presente ormai da troppo tempo. In italiano non è
stato possibile tradurre questo gioco di parole perché il nome
“dittatura” non lo permette per ragioni morfologiche e fone-
tiche. Pertanto il doppio significato presente nel prototesto
manca nel metatesto. Si ha qui un caso di omissione.
Anche il proverbio “Mbeu okulonda ko cisingi, omanu vo-
kapako” può essere considerato un reale, dal momento che
fa parte della cultura angolana. Ma il suo significato in lingua
italiana non è uguale alla somma dei significati delle parole
che lo compongono, il senso è legato ad un contesto spazio-
temporale specifico ed esige una conoscenza extralinguistica
e i lettori non possono far altro che intuirlo; l’interpretazione
in un’altra lingua produce così un residuo intra- ed extralin-
guistico.
Molto interessante è il caso dei nomi propri di persona.
Normalmente non vengono tradotti, ma ciò produce un enor-
me residuo linguistico, dato che molti nomi presenti in questi
racconti esprimono implicitamente idee e concetti importan-
nota alla traduzione 11

ti, legati al contesto in cui sono inseriti. Per esempio, nel pri-
mo racconto, L’educazione sentimentale degli uccelli, il nome
proprio di persona Passarão vuole probabilmente assumere
un significato particolare, poiché riporta alla parola “pássaro”
(“uccello”) e quindi al tema e alla metafora legata agli uccelli
presente in vari racconti di questo libro. Anche altri nomi,
come Deus Pinheiro, alludono probabilmente a qualcosa
che il lettore straniero, non avendo familiarità con la lingua
e la cultura angolana, non può riconoscere; viene prodotto
in questo modo un residuo concettuale. Anche nel secondo
racconto, Mentre il fuoco avanza, sono presenti degli esempi
interessanti di nomi propri: “Kamartelo” e “Kaxexe”, che in
questo caso, invece, sono stati esplicitati nel glossario, poiché
possiedono un evidente legame con la tematica trattata.
In conclusione, si può affermare che l’ibridazione è stata
la principale difficoltà durante il processo di traduzione. È un
aspetto molto importante poiché la lingua è parte integran-
te della cultura: l’incrocio tra due lingue, il portoghese dei
colonizzatori e il quimbundo dei colonizzati, è un incrocio
tra due culture, l’europea e l’angolana. Alcuni dei fatti narrati
appartengono a un determinato contesto linguistico e socio-
culturale, completamente diverso da quello italiano. Questo
è un punto fondamentale, poiché il messaggio che Agualusa
vuole trasmettere deve essere interpretato secondo il conte-
sto, poi tradotto per permettere la comunicazione tra persone
parlanti due lingue diverse e appartenenti a due mondi lonta-
ni. A tal scopo è stata fatta una manipolazione del testo origi-
nale, per fornire al lettore il materiale necessario a una parte-
cipazione effettiva nel processo comunicativo. E, sapendo che
non è possibile riprodurre completamente le caratteristiche
del linguaggio ibrido usato da Agualusa, tramite le strategie
traduttive qui descritte si è cercato di creare il minore residuo
linguistico, concettuale e stilistico possibile.
l’educazione sentimentale degli uccelli

Undici racconti su angeli, demoni


e altre persone quasi normali
L’educazione sentimentale degli uccelli

jonas savimbi

Mi colpirono alle spalle. L’impatto della pallottola mi urtò e


caddi. Sento che continuo a cadere, disteso a faccia in giù nel
fango, mentre il mattino irrompe e si spande intorno a me.
Qualche istante prima dell’attacco, gli uccelli cantavano tra
le foglie. Se aprissi gli occhi, vedrei la terra rossa e il verde
acceso dell’erba. Così, ad occhi chiusi, si apre nella mia mente
un paesaggio quasi identico. Ascolto, non gli spari, e ci sono
spari ovunque, ma il galoppare del treno. Lo sento impennar-
si con uno sforzo metallico. Il mio cuore batte a tempo della
macchina, tam-tam, tam-tam, tam-tam, con un ritmo sempre
più veloce. Una bambina bionda si affaccia a una finestra. Il
suo sorriso mi ridà coraggio. Continuo a correre. La locomo-
tiva raggiunge la prima curva. Vengo avvolto da una nube di
fumo bianchissimo e scintille ardenti. Mi soffermo, afflitto, e
quando recupero la vista il treno è già lontano. Se ne va con
un ululato triste. I capelli biondi della bambina scintillano,
laggiù in fondo, e io piango perché sono rimasto indietro.

lo scrittore

Negli anni Trenta del secolo scorso, il piccolo edificio del-


la stazione ferroviaria nel paese di Munhango era dipinto di
un giallo intenso e malinconico, come se fosse illuminato da
16 josé eduardo agualusa

tutti i lati da un tramonto perenne. Guardandolo, qualsiasi


ora fosse, i viaggiatori provavano una malinconia fantasma.
Sapevano che mai prima di allora erano stati lì. Tuttavia, la tri-
stezza del luogo provocava loro dolore nell’anima. Quasi tutti
lasciavano il paese con la sensazione di abbandonare qualco-
sa di proprio. Anni più tardi, molti ancora sorridevano – un
sorriso un po’ triste – quando ricordavano per caso il rapido
passaggio per Munhango:
«Ah, quella stazione nell’entroterra dell’Angola, così bella!
Come si chiamava?»
Nel leggere ciò che ho appena scritto, forse qualche lettore
più anziano corrugherà la fronte, irritato, prima di protestare
che no, non era così, che in realtà la stazione era dipinta con
quel color rosa secco tipico della maggior parte degli edifici
pubblici nei territori d’oltremare. Mi dispiace deluderli: me
ne frego della realtà.
A Loth Savimbi piaceva star seduto alla stazione, all’ombra
fresca del piccolo portico – «all’aria leggera», come diceva lui,
imitando il portoghese un po’ stentato di un collega. Stava lì,
leggendo i giornali, dopo pranzo, mentre il sole si accaniva
contro il ferro delle rotaie. Fu in quel luogo che la vecchia
Francisca lo trovò la sera del 3 agosto. «Papà», lo chiamò nel
suo dolce umbundo: «Vieni subito, che tua moglie Helena ha
dato alla luce un bimbo».
Anche se non era ancora il capostazione, incarico che gli
sarebbe stato affidato nel 1942, Loth Savimbi godeva di una
certa autorità e del rispetto di coloni e filhos-da-terra, a ecce-
zione di Padre Antero, un settantenne mezzo sordo, mezzo
cieco, che lo vedeva come un agguerrito rivale nell’ardua lotta
per la conquista delle anime. Loth aveva studiato all’Istituto
Currie, a Dondo, fondato nel 1914 da missionari metodisti
nordamericani e canadesi, diventando pastore. Prendeva mol-
to sul serio la religione. Ovunque giungesse, subito costruiva
l’educazione sentimentale degli uccelli 17

una casa con assi di legno intrecciate e fango per accogliere i


fedeli, e un’altra, più piccola, per ospitare una scuola. La gen-
tilezza con cui trattava tutti conquistava bianchi e neri, animi-
sti e cattolici, ed era ovvio, quindi, che i rappresentanti della
Chiesa Cattolica non lo vedessero di buon occhio. I raggiri dei
preti spiegano la sua breve permanenza nelle stazioni e ferma-
te precedenti. Ancora oggi è possibile seguire gli spostamenti
dell’audace pastore attraverso la serie di scuole e chiese che
lasciò dietro di sé: Cubal, Ambandi, Sapessi, Chipeio, Jilinga,
Belmonte, Katele-Kalucinga, Salvador-Mussende, Gumba,
Chivinga, Lonhoha, Vila Alegre, Kalucinga, Vila Estrela, Bela
Vista, Ekosa, Etumbuluko, Boa Esperança.
Sakaita Savimbi, il padre di Loth, odiava i portoghesi. Il
vecchio aveva combattuto, a fianco di Mutu-ya-Kevela, du-
rante l’insurrezione di Bailundo nel 1902, un evento dram-
matico, oggi quasi dimenticato, ma che all’epoca provocò un
enorme scompiglio, tanto nella colonia quanto in madrepa-
tria. Secondo la testimonianza di Francisco Cabral de Monca-
da, governatore dell’Angola, in La campagna di Bailundo nel
1902 (Lisbona, Libreria Ferin, 1903), tutto ebbe inizio dal ri-
fiuto da parte di Mutu-ya-Kevela di pagare alcuni barilotti di
acquavite. I guerrieri ovimbundo iniziarono a prendere d’as-
salto le residenze e i magazzini dei commercianti portoghesi
stabilitisi nella regione. Molti bianchi morirono. I superstiti
furono portati, incatenati mani e piedi, alla capanna di Mu-
tu-ya-Kevela, che li mise insieme a tutti gli altri schiavi. Mi
sembra una strana ironia della Storia il fatto che alcuni degli
ultimi schiavi in Angola siano stati bianchi.
Seguirono vari attacchi alla fortezza di Bailundo e molte
centinaia di morti. Il 4 agosto 1902 un drappello portoghese,
comandato dal tenente Paes Brandão, riuscì ad accerchiare
Mutu-ya-Kevela. Il «valoroso condottiero della guerra nera»
– come lo chiamò Francisco Cabral de Moncada, riconoscen-
18 josé eduardo agualusa

dogli doti di stratega militare – morì con una pallottola in


testa.
Sakaita Savimbi custodiva una mezza dozzina di canhan-
gulos utilizzati nella sommossa. A volte esagerava col bere e
tornava ai giorni dell’ira. Tornava a sentire il sangue pulsargli
nel collo. Vedeva se stesso gridare di notte, dagli alti dirupi,
contro gli accampamenti dei soldati. Ascoltava le urla dei feri-
ti, lo schioccare del cavallo marino che marcava la schiena de-
gli schiavi bianchi di Mutu-ya-Kevela. Caricava allora i vecchi
canhangulos e correva per i campi sparando in aria, maledi-
cendo le sorti della guerra e il crescente numero di portoghesi
che, poco a poco, stavano occupando le terre degli antenati.
Il suo odio non risparmiava i preti, tanto meno i missiona-
ri protestanti, per la maggior parte nordamericani, sebbene
alcuni di loro fossero neri e dimostrassero grande interesse
nell’apprendere l’umbundo.

jonas savimbi

Mio nonno, mio nonno Sakaita!


Lo vedo incedere verso di me. Eccolo, alto, magro, allonta-
nando le ombre a spintoni, e ridendo e urlando in umbundo,
mentre agita nell’aria umida del mattino un vecchio canhan-
gulo arrugginito.
Ho imparato da mio padre l’arte della dissimulazione, es-
senziale in politica e anche nel comando degli uomini in tem-
po di guerra. Loth mi insegnò inoltre a essere ambizioso. Un
giorno, quando avevo sette o otto anni, gli confessai il mio
sogno: diventare macchinista. Tutti i bambini, nel mondo in
cui sono cresciuto, aspiravano a guidare locomotive. La linea
della ferrovia creava mondi a mano a mano che attraversava il
paese. I macchinisti saltavano sulla banchina, sudati, sporchi
l’educazione sentimentale degli uccelli 19

di carbone, come eroi venuti dal futuro. Il treno comandava


le nostre vite. Quegli uomini comandavano i treni. Loth, mio
padre, non volle darmi ascolto:
«Tu sarai medico!».
Al momento mi sembrò un’assurdità terribile. Come se
avesse detto:
«Sarai un uccello!».
Alcuni giorni dopo, però, qualcuno mi chiese cosa avrei
voluto fare da grande e non esitai:
«Sarò medico!»
L’ambizione, pertanto, la devo a mio padre. Il carattere ri-
belle, a mio nonno Sakaita. Da lui ereditai anche il gusto di
parlare per proverbi.
Mbeu okulonda ko cisingi, omanu vokapako.
La testuggine non è salita da sola sull’albero, qualcuno l’ha
messa lì.

lo scrittore

La bontà è trasparente, non ha bisogno di spiegazioni. I perso-


naggi dall’animo puro tendono a dare, già lo si sa, personaggi
fragili. Gli animi puri, come l’acqua pura, non sanno di nien-
te. Sono materia insipida. I personaggi perversi, al contrario,
fanno la felicità degli attori che li interpretano al cinema o a
teatro. Il male, anche se rudimentale, appare sempre più com-
plesso e interessante del bene. Il diavolo affascina. Gli angeli,
quelli, non hanno neanche sesso.
Il nome Savimbi deriva da otchivimbi, che significa “mor-
to”. Il prefisso “sa-” vuol dire “padre di”. Quindi “padre dei
morti”. Jonas significa “colombo” in ebraico.
In quale momento della vita Jonas si trasformò in Sa-
vimbi?
20 josé eduardo agualusa

L’ho conosciuto. Scrivo ciò e subito mi rendo conto dell’im-


precisione. Non l’ho conosciuto, sto cercando di conoscerlo.
La prima volta che gli strinsi la mano fu una sera molto tempo
fa, all’aeroporto di Huambo. Ricordo me, a distanza di anni,
come un ragazzo spaventosamente magro, timido, con un pro-
filo da uccello e una chioma arruffata e nerissima. Jonas Mal-
heiro Savimbi era nello splendore dei suoi quarantun anni. Lo
vidi arrivare abbracciato a Miguel N’Zau Puna, un uomo sim-
patico, il cui sorriso illuminava tutto ciò che gli stava davanti,
come un sole speciale. La famiglia Puna è orgogliosa di di-
scendere da Mongovo Manuel Puna, nominato barone di Ca-
binda da Luigi I di Portogallo, e uno dei firmatari del famoso
Trattato di Simulambuco. Miguel N’Zara Puna era, all’epoca,
il segretario generale dell’UNITA. Abbandonò il movimen-
to nel 1992, poco prima delle prime elezioni, accusando l’ex
compagno di aver commesso una vasta serie di ingegnosi e
orribili crimini. I due guerriglieri indossavano abiti mimetici e
portavano a tracolla rilucenti AK-47. C’era molta gente. Tut-
ti applaudivano. Jonas Malheiro Savimbi mi si avvicinò e mi
porse la mano. Ognuno dei tre movimenti aveva ideato come
logo una stretta di mano diversa. Mi confusi e lo salutai con la
stretta di mano dell’MPLA. Lui mi guardò in faccia, sorpreso,
ma non disse nulla. Andò avanti e mi dimenticò.
Ci rincontrammo nel 1995, all’ottavo congresso dell’UNI-
TA, a Bailundo. Fui uno dei pochi giornalisti autorizzati a se-
guire l’evento. Sei anni prima avevo sottoscritto una serie di
reportage nel settimanale Africa, di Lisbona, su due giovani
dissidenti dell’UNITA, André Yamba Yamba e Armelindo
Kanjungo, i quali mi avevano trasmesso testimonianze e docu-
menti, compreso il diario di un altro militante, probabilmen-
te un agente della polizia politica del movimento. Emergeva
così uno degli episodi più terribili della guerra civile. La storia
era così inverosimile che quando tentai di divulgarla per la
l’educazione sentimentale degli uccelli 21

prima volta, sul settimanale di Lisbona Expresso, fui cacciato


dal capo della sezione internazionale, che attualmente lavora
a Luanda per il Jornal de Angola: «Questa è propaganda del
governo angolano!» – mi urlò. «Qui non accettiamo propa-
ganda del governo angolano».
Il 7 settembre 1983, sette donne e un bambino furono bru-
ciati vivi sotto l’accusa di stregoneria. Il processo ebbe luogo
durante un comizio, a Jamba, nel sud-est dell’Angola, dove
l’UNITA mantenne per lunghi anni la sua più importante
base operativa. Jonas Savimbi presiedette il comizio, esortan-
do dirigenti e generali ad alimentare le fiamme.
Nel suo primo romanzo, Patriots, pubblicato nel Regno
Unito nel 1990, lo scrittore José Sousa Jamba scrisse un capi-
tolo dedicato all’accaduto, che egli stesso decise, l’anno suc-
cessivo, di eliminare dall’edizione portoghese.
Jonas Savimbi era consapevole della mia partecipazione alla
denuncia del “rogo delle streghe”. Nel 1995, durante l’otta-
vo congresso dell’UNITA, accettò di rilasciarmi un’intervista.
Mi ricevette in una tenda, circondato dai suoi generali, tutti
col volto accigliato. Egli, tuttavia, non smise mai di sorridere.
Rispose ai miei quesiti con arguzia e affabilità. Rimasi con la
sensazione che mi dicesse non quello che pensava, ma ciò che
pensava fosse di mio gradimento. Mi ricordo, per esempio, di
avergli chiesto se, guardandosi indietro, non si pentisse del
cammino percorso. Tanta violenza. Migliaia di morti. Mutila-
ti. Orfani. Mi fissò serio:
«Sono un militare. Nessuno odia tanto la guerra quanto i
militari».

jonas savimbi

Successe molto tempo fa. Mi svegliai e vidi una delle mie


guardie del corpo appollaiata su un albero. Stese le braccia, le
22 josé eduardo agualusa

agitò e si mise a svolazzare di ramo in ramo. Mi alzai. Decine


di soldati, alcuni di loro nudi, becchettavano, razzolavano per
terra, e pigolavano e starnazzavano l’un con l’altro.
Scoprimmo più tardi che avevano mangiato dei funghi ve-
lenosi. Vissolela, una delle mie mogli – ne avevo molte – se ne
intendeva di funghi, di erbe e radici. Senza le sue conoscenze
avremmo perduto un numero molto maggiore di uomini du-
rante la Lunga Marcia.
La maggior parte dei soldati morì sul far della sera. Cinque
di loro sopravvissero, ma solamente uno tornò a essere una
persona. Gli altri rimasero uccelli. Ero abituato a vederli, nei
campi, mentre esercitavano la loro uccellaggine con grande
schiamazzo. Allora un giorno mi irritai e li feci uccidere.
Passarão è il nome di quello che tornò a essere una per-
sona. Prima dell’incidente si chiamava Ermenegildo Capelo
Pena. Costui, Passarão, è rimasto con me. A volte ha delle
ricadute. Dorme rannicchiato, avvolto da una coperta. Sogna
come un uccello. Dice, dicono, che vola di notte. Ha acqui-
stato una certa fama per prevedere disgrazie. Ieri, l’altro ieri,
una di queste notti, il tempo scorre ora in tutte le direzioni, ha
chiesto di parlare con me:
«Ci hanno tradito, mais-velho. I nostri fratelli, i nostri stessi
fratelli, nati dalle nostre madri, che sono cresciuti con noi,
che camminarono nella boscaglia al nostro fianco, che con noi
hanno condiviso fame e sofferenza. Ci hanno venduti. Mori-
remo».
Cercai di sollevargli il morale:
«Sì», gli dissi, «Moriremo. Ma moriremo da uomini».
Le mie parole non sembrarono consolarlo:
«Mi sarebbe piaciuto di più morire da uccello, mais-velho.
Ah! Morire volando. Dicono che dopo la morte si sale in cie-
lo. Io vorrei morire in cielo e solo dopo morto fermarmi qui
in terra».
l’educazione sentimentale degli uccelli 23

lo scrittore

Ho pubblicato il mio primo romanzo nel 1989. Negli anni


seguenti ne ho scritti altri otto. Mi chiedono spesso quale sia
il mio procedimento di scrittura. Non so mai cosa rispondere.
Sono i personaggi che scrivono i libri, dico, sapendo che qual-
cuno mi accuserà, subito dopo, di ricalcare luoghi comuni. Mi
piacciono i luoghi comuni. I luoghi comuni sono confortanti,
come un abbraccio.
A volte i personaggi ci appaiono nella vita reale e, appena
ce ne rendiamo conto, si sono già insediati nelle pagine su cui
lavoriamo, conversando, soffrendo, amando, guidando l’azione.
Capiamo subito che alcuni non appartengono al nostro mon-
do. Sono personaggi di fantasia. Si sono infiltrati nella realtà
per mezzo di un qualche artificio, intenzionalmente, o per un
puro equivoco. Questi ultimi, gli smarriti, anelano il ritorno alla
finzione. Guardano uno scrittore e vedono colui che supera i
confini. Ci cercano affinché possiamo condurli dall’altra parte.
In altri casi sono talmente reali che la finzione li respinge.
La maggior parte evolve. Arrivano, si adattano, esultano, e
quindi, sì, fanno attenzione agli eventi, sovvertono gli itinera-
ri, ci trascinano attraverso il mistero.
Pensavo a tutto questo, seduto a uno dei tavolini all’aper-
to del caffé “A Brasileira” di Chiado, aspettando un amico,
quando mi accorsi di una giovane donna, in lontananza, che
risaliva Rua Garrett. Il sole tramontava, limpido e solenne,
mentre lei risaliva attraverso la folla. Si distraeva vedendo i
passanti, si soffermava, sognatrice, davanti ad una o all’altra
vetrina, scambiava sorrisi con gli artisti di strada. Poi mi vide
e avanzò decisa nella mia direzione:
«Posso sedermi?»
Mi alzai. Le offrii una sedia. Mentre mi alzavo il cielo si
oscurò e cominciò a tirar vento. Nel momento in cui ci sedem-
24 josé eduardo agualusa

mo pioveva già. L’acqua batteva sull’ampio telone blu, goccio-


lava, si spandeva tra le pietre del lastricato, discendendo poi
lungo la strada con uno scroscio violento.
«Cos’è successo all’estate?»
«Va e viene», risposi, «soprattutto in inverno».
Ridemmo entrambi. Mi porse la mano destra:
«Kassandra Sakaita Dachala. Sono venuta da lontano per
conoscerla».
«Suppongo che veniamo entrambi dall’Altopiano Centra-
le. Ma sono arrivato da lì da più tempo di lei. Sono più vec-
chio».
«Sì. Molto più vecchio».
La sua sincerità mi turbò:
«Molto più? Non esageri».
Kassandra rise:
«Va bene, solamente qualche anno di più. Ma io non vengo
dall’Altopiano Centrale. Non sono mai stata nell’Altopiano
Centrale. Sono nata a Johannesburg. Ho vissuto a Parigi, a
Roma, a Londra, ad Amsterdam. Attualmente abito a New
York».
«Lei è la figlia di Jonas Savimbi?»
«Sì».
Rimanemmo in silenzio. La pioggia spezzava il silenzio.
Kassandra aveva preso dal padre gli occhi grandi ed espressi-
vi. La pelle era morbida e luminosa. Anche la voce:
«Sta lavorando a un nuovo romanzo su mio padre».
«Come lo sa?»
«Perché ho letto una sua intervista in cui ne parlava».
«Sì, è vero».
«Nella stessa intervista ha detto che scrivere su mio padre
forse lo aiuterebbe a capire la cattiveria».
«Ho detto questo? Non mi ricordo, ma sì, credo che sia
così. Siamo nati buoni. Diventiamo cattivi attraverso uno sfor-
l’educazione sentimentale degli uccelli 25

zo dello spirito. Credo che la cattiveria esiga determinazione.


I poveri di spirito non riescono ad essere cattivi».
«Sciocchezze! I bambini sono feroci. Le bestie sono feroci».
Tacqui. Non mi aspettavo che controbattesse. Kassandra
approfittò del mio silenzio. Alzò la voce:
«Abbiamo già sofferto molto. Noi, la famiglia. Per quanto
tempo dovremo soffrire ancora?»
«Mi dispiace. Anche voi, la famiglia, siete vittime dei crimi-
ni che Jonas Savimbi ha commesso. Non potete, tuttavia, pre-
tendere il silenzio. Abbiamo bisogno, questo sì, di discuterne
di più. Ci farebbe bene piangere assieme. Solo così riusciremo
a superare il dolore».
«Lei non l’ha conosciuto. Mio padre era un uomo genero-
so. Disprezzava i beni materiali. Ha dato all’Angola tutto ciò
che possedeva. Si lasciò morire per l’Angola».
«È stato un buon padre?»
«Se è stato un buon padre?!»
«Sì, Jonas Savimbi è stato un buon padre? Si preoccupava
per i figli?»
«Aveva molti figli…»
«Ah no, questo discorso no, per amor di Dio!»
«Sì, l’umile popolo dell’Angola. Noi, gli ovimbundo, gli
angolani umiliati e disprezzati».
«Conserva buoni ricordi del tempo che ha passato con lui?
Avete vissuto insieme a lungo?»
Kassandra mi fulminò con lo sguardo. Mi salvò l’arrivo
dell’amico con cui mi ero messo d’accordo di incontrarci. Sa-
palo Kapingala comparve nella pioggia, di fronte a noi, scrol-
lando un elegante soprabito blu. Baciò Kassandra su entram-
be le guance, mi assestò due fortissime pacche sulle spalle e
poi, ridendo, occupò una sedia:
«Vedo che avete già fatto amicizia. Scusate il ritardo. Sono
venuto a nuoto».
26 josé eduardo agualusa

Sapalo aveva studiato arti drammatiche a New York. Dopo


aver terminato il corso si rifiutò di tornare a Luanda, dove
lo attendeva una carriera sicura, ma noiosa, nella televisione
pubblica. Non accettò neppure di stabilirsi a Lisbona, città in
cui vivono alcuni dei migliori attori angolani. Andò a Los An-
geles. Sta lottando molto. Negli ultimi anni è riuscito a inter-
pretare mezza dozzina di ruoli in produzioni di basso costo.
Inoltre, ha realizzato lui stesso tre cortometraggi di fiction.
Mi aveva chiamato il giorno prima. Si trovava a Lisbona e gli
sarebbe piaciuto presentarmi un’amica. Volli sapere perché
mi aveva tenuto nascosta la sua identità. Kassandra sorrise:
«Gli ho chiesto di non dirglielo. Ho pensato che si sarebbe
rifiutato di parlare con me».
«Perché?»
«Perché, come avrà già capito, sono venuta qui per infasti-
dirla e confonderla. Lei è molto arrogante, si crede il detento-
re della verità».
«Scelga un altro difetto, questo no. Sono uno scrittore, non
un teologo né un giudice. Non cerco la verità, una verità uni-
ca, mi interessano le diverse versioni. Mi racconti la sua».

kassandra sakaita dachala

I miei genitori si sono conosciuti a Johannesburg. Immagino


che per Naiole, allora molto giovane, fosse stato difficile re-
sistere alle avances di un uomo come Savimbi. Lo ammirava
molto. Non lo amava, ma lo ammirava molto. Rimase incinta.
Sono nata nel 1980. Poche settimane dopo, ci siamo trasferiti
a Parigi. Vivevamo senza difficoltà. Mia madre riceveva una
borsa di studio dal movimento per studiare Economia. Nel
1988 la chiamarono a Jamba. Mi lasciò a Roma, sotto le cure
di una zia, e non tornò mai più.
l’educazione sentimentale degli uccelli 27

Cosa le successe?
Si innamorò – fu ciò che mi dissero.
Si innamorò a Parigi di un diplomatico del movimento
chiamato Daniel Epalanga. Naiole è sempre stata molto ro-
mantica. Passava i giorni ad ascoltare Roberto Carlos. Savim-
bi venne a conoscenza della cosa. Ordinò di sorvegliare gli
amanti. Raccolse prove. Fotografie. Copie dei diari di entram-
bi. Li presero non appena arrivarono a Jamba. Mia madre
venne spogliata e frustata in pubblico. Questo è ciò che di-
cono. La gettarono in una fossa e aspettarono che morisse di
fame. Anni più tardi, Savimbi era di passaggio a Lisbona e io
lo incontrai. Mi abbracciò piangendo:
«Figlia mia! Figlia mia!»
Mi mandava regali per il compleanno. Telefonava in piena
notte. Si interessava ai miei studi. Sapeva come farmi ridere.

sapalo kapingala

Uno dei miei nonni, Joaquim do Vale, un bianco originario di


Madeira, nato a Lubango, era uno schiavo di Mutu-ya-Kevela.
Lo conobbi, molto anziano, ma mi ricordo a malapena di lui.
Un signore fatto di sabbia, che rimaneva tutto il tempo seduto
sulla soglia della porta, a ridere da solo e a conversare con gli
uccelli. Joaquim cominciò a corteggiare mia nonna nel perio-
do in cui era schiavo, e così ebbe origine la nostra famiglia.
Mio padre combatté nella guerra di liberazione a fianco delle
truppe portoghesi. Era sottotenente. All’inizio della guerra
civile si unì agli uomini del gallo nero. Diventò generale di
brigata. Era lì quando catturarono e uccisero Daniel Epalan-
ga. Lo portarono in una capanna. L’uomo non manifestò pau-
ra. Pensava, forse, che se la sarebbe cavata con un semplice
rimprovero. Alcuni giorni in prigione. Sei mesi al massimo a
28 josé eduardo agualusa

sarchiare. Un ufficiale arrivò in silenzio, reggendo un’enor-


me pietra e la scagliò contro la testa del disgraziato. Cadde.
Quindi lo trascinarono fuori e continuarono a colpirlo con la
pietra. Gli sfigurarono il volto. Tuttavia non morì. Lo legaro-
no a un albero. Le formiche salirono da terra e lo divorarono.
Costui, Daniel Epalanga, aveva una moglie e tre figli piccoli.
Li seppelliono vivi tutti e quattro.

jonas savimbi

Cado, quasi dormo.


Gli uccelli tornarono a cantare. Percorro un corridoio, o
un torrente, a volte un corridoio, altre un torrente. Una luce
scura mi trascina attraverso vasti saloni vuoti, isole che flut-
tuano, notti che liberano contro di me i loro insetti alati. Vedo
squame, ali, case bruciate e all’interno un’inquietudine spet-
trale. Sento la voce convulsa dei morti. Li ho uccisi io.
Perché li ho uccisi?
Perché potevo.
Mi ricordo che giocavo a calcio, noi, i bambini della Mis-
sione, contro i bianchi della scuola ufficiale. Noi giocavamo
meglio, molto meglio, ma ci sforzavamo di perdere per conti-
nuare a giocare.
Allora un giorno dissi:
«Oggi vinceremo!»
Vincemmo sette a due. Il figlio dell’amministratore prese la
palla sotto il braccio:
«Voi non giocherete mai più!»
Gli presi la palla. Il ragazzo avanzò verso di me. Mi sco-
stai, lo urtai e cadde. Gli assestai un calcio in faccia. Il sangue
schizzò. Un’intensa gioia mi riempì il petto, nel vederlo lì per
terra, le labbra lacere, a tremare per la paura e l’umiliazione.
l’educazione sentimentale degli uccelli 29

Quella notte mio padre mi strappò i vestiti urlando. Mi la-


cerò la schiena a colpi di cavallo marino. Non me ne importò.
Mi diede fastidio, quello sì, il silenzio di mia madre. La sua
indifferenza.
Dunque la morte è questo: un fiume – e io vado.

lo scrittore

Sei mesi dopo la pubblicazione del mio romanzo, Gli ultimi


giorni di Jonas Savimbi, ricevetti una lettera di Kassandra Sa-
kaita Dachala. Si era trasferita a Luanda. Si sentiva allo stesso
tempo disgustata e meravigliata. Odiava il rumore, il traffico
caotico, i generatori che facevano vibrare le verande, lo schia-
mazzo nelle strade, la sporcizia, i palazzi nuovi senza perso-
nalità né eleganza che avanzano e ingoiano, come un’atroce
malattia, i belli e austeri caseggiati coloniali. In compenso era
affascinata dal vigore della città. Le piaceva conversare con
le persone, ricche e povere, perché tutte le parevano appe-
na uscite da un mondo fantastico. Si sorprese del fatto che
nessuno la giudicava. La guardavano con una certa curiosità,
non appena capivano di trovarsi di fronte a una delle figlie
di Jonas Savimbi. Facevano una o due domande e poi se ne
dimenticavano.
Kassandra aveva letto il romanzo. Il personaggio di Jonas
Savimbi non corrispondeva quasi per niente all’immagine che
conservava del padre. Qua e là riconosceva un gesto, la vero-
simiglianza di un dialogo, che la frase successiva, però, subito
smentiva. Presumeva che io continuassi ad essere ignorante
riguardo l’origine del male come all’inizio di tutto. «Non so
se è o meno un buon romanzo», concludeva: «So che non
ha niente a che vedere con il mio mondo. Mi sento un’estra-
nea quando lo leggo, aliena da questi personaggi, da questa
30 josé eduardo agualusa

brutalità, da tutta questa gente». Le scrissi per ringraziarla di


aver letto il libro. Sono certo che la rincontrerò uno di questi
giorni, a casa di amici in comune, a una festa, a qualche rice-
vimento pubblico. Non parleremo del libro.