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un estraneo a goa

Plácido Domingo contempla il Mandovì

Dove inizia tutto questo | la corrente senza sosta | il viaggiare di un


viaggio | l’altro viaggio che non cessa?
Caetano Veloso

I viaggi sono una metafora, una replica terrena dell’unico viaggio


che importa davvero: il viaggio interiore. Il viaggiatore peregrino si
dirige, oltre l’ultimo orizzonte, verso una meta che è già presente
nell’intima profondità del suo essere, sebbene continui a occultarsi
al suo sguardo. Si tratta di scoprire questa meta, che equivale a
scoprire se stessi; non si tratta di conoscere l’altro.
Javier Moro

1.

L e cornacchie, là fuori, si rimproverano tra loro. Graffiano


la notte in un baccano aspro. Mi giro sul materasso, ten-
tando di trovare un pezzo fresco di lenzuolo. Ho la sensazione
di essere cucinato a vapore come un ortaggio. Balzo fuori dal
letto e mi siedo sul davanzale della finestra. Se fumassi – non
ho mai fumato – questo sarebbe il momento giusto per ac-
cendermi una sigaretta. Così, rimango a guardare l’enorme
ficus (ficus benghalensis) nel cortile, mentre tento di seguire,
tra le ombre, il combattimento delle cornacchie. Non si leva
il sollievo di una brezza. La notte, però, girando sopra Panaji
immensa e limpida, con il suo torrente di stelle, mi rinfresca
l’anima.
4 Un estraneo a Goa

Penso a questa frase e non mi piace. È una notte di cristallo,


profonda, trasparente, e tutto ciò produce, davvero, una certa
sensazione di freschezza. Credo che la cosa che non mi piace
in quella frase sia la parola “anima”. “Anima” mi sembra una
parola molto grande. Tutti quanti ne hanno già abusato: po-
eti mediocri, filosofi, guerrieri, cospiratori, ma malgrado tut-
to continua a essere enorme. Cancello l’anima e mantengo le
stelle. Nelle grandi città non si possono vedere le stelle.
Torno alla stanza e accendo il computer. La frase «Che ci
faccio qui?», il titolo di una raccolta di testi di Bruce Cha-
twin, scorre lentamente sullo schermo. La uso da molto tem-
po come screen saver. In questa città remota, all’una di notte,
mi sembra una buona domanda.
Una volta, una giovane giornalista volle sapere perché scri-
vo. I giornalisti meno esperti sono soliti chiederlo a chi scrive
per guadagnare tempo, mentre pensano a cosa chiederanno
in seguito. C’è chi afferma, con aria tragica, che la letteratura
è un destino: «scrivo per non morire». Altri fingono di toglie-
re valore al proprio compito: «scrivo perché non so ballare».
Poi ci sono quelli, rari, che preferiscono dire la verità: «scrivo
per piacere alla gente» (il portoghese José Riço Direitinho)
o «scrivo perché non ho gli occhi verdi» (il brasiliano Lúcio
Cardoso). Avrei potuto rispondere qualcosa del genere, ma
decisi di pensarci un po’, come se fosse una domanda seria, e,
per mia stessa sorpresa, trovai un buon motivo: «scrivo per-
ché voglio sapere come va a finire». Comincio una storia e poi
continuo a scrivere perché devo sapere come finisce. È stato
proprio per questo che ho intrapreso questo viaggio. Sono
venuto in cerca di un personaggio. Voglio sapere come finisce
la sua storia.
2.

È da un po’ di tempo che voglio raccontare la storia di Pláci-


do Domingo. Ho esitato a farlo perché già esiste Plácido
Domingo, il tenore, ma questa cosa non mi è mai andata giù.
A certi nomi si dovrebbe obbedire. Cioè, dovrebbero implicare
un destino.

Alcuni anni fa ho scritto un racconto che cominciava così.


Molti mi hanno chiesto se la storia era vera. Sono solito insi-
nuare, quando a proposito di altre storie mi pongono la stessa
domanda, che non so più dove sia rimasta la verità – benché
mi ricordi perfettamente di aver inventato tutto dall’inizio alla
fine. In quel caso ho fatto il contrario: «Chiacchiere», ho men-
tito, «pura finzione». Ho detto così perché volevo trovarlo.
Gli ho inventato un nome o, meglio, gli ho dato il nome di un
altro uomo.
Nel mio racconto, Plácido Domingo, un vecchio dalla pel-
le dorata, secco, gesti lenti, la parlata antica e cerimoniosa di
un cavaliere dell’Ottocento, vive a Corumbá, una piccola città
sulle sponde del fiume Paraguay, vicino alla frontiera con la
Bolivia. A quel tempo, è chiaro, sapevo già che Plácido Do-
mingo si era nascosto a Goa.

Nota. I paragrafi in corsivo di questo capitolo sono una citazione del raccon-
to «Plácido Domingo contempla il fiume, a Corumbá», contenuto in Fronteiras
Perdidas, Dom Quixote, Lisboa 1999; tr. it. Frontiere perdute, Morlacchi, Perugia
2007.
6 Un estraneo a Goa

Lo immagino scendere tutte le sere la stessa strada deserta.


Lo vedo sedersi al bar, vicino al molo, davanti alle larghe acque
del fiume. Il padrone del bar, un indio malinconico, lo saluta
senza muoversi:
«Buona sera, señor Plácido!»
Il vecchio risponde inclinando lievemente il capo. Con mani
lente spiega il fazzoletto e pulisce il sudore dalla fronte. Il tempo
gli si avvinghia ai piedi come un cane randagio.
Plácido Domingo, il mio personaggio, sotto il grande sole
di Corumbá, sotto la mansuetudine di un quotidiano sempre
uguale, nasconde un antico segreto. In città nessuno sa da dove
sia venuto. È arrivato vent’anni fa su un vaporetto stanco, ha
affittato una stanza all’Hotel Paradiso e ci è rimasto.
Ogni settimana, la domenica, attraversa la frontiera e va fino
a Puerto Suárez. Una volta lo hanno sorpreso a maneggiare vec-
chi utensili, coperti di polvere, in una baracca scura di selvaggi,
e tanto è bastato perché dicessero che si dedicava alla compra-
vendita delle famose teste rimpiccolite dei Jívaros. Si sono sen-
tite insinuazioni persino peggiori.
Seduto sulla sua sedia, Plácido Domingo aspetta che l’indio
gli porti, come tutte le sere, il brodino di piranha. Porta lenta-
mente il cucchiaio alla bocca e lascia che il calore gli dilati il pet-
to. Rinvigorito, si abbraccia al bastone e rimane lì, a guardare
il fiume, aspettando che la notte si stenda per intero, come un
manto di stelle, sui tavolati di legno tristi, sull’immensa pianu-
ra inondata, sull’aspro gridare degli uccelli.
Lo incontrai in quel bar, precisamente a quell’ora. Appena lo
vidi, seppi che era lui. Avevo con me delle vecchie fotografie. In
una di esse Plácido Domingo era vestito da militare e studiava
una mappa. Era un uomo bello, alto e solido, con baffi e pizzo
allo stile dell’epoca – tutti gli uomini volevano assomigliare a
Lenin. In un’altra fotografia appariva appoggiato a una jeep,
sorridente, circondato da giovani guerriglieri. C’era poi un’altra
Plácido Domingo contempla il Mandovì 7

immagine preziosa: Plácido Domingo, con una mitragliatrice al


collo, vicino ad Agostinho Neto e a Mário Pinto de Andrade.
Misi le fotografie sul tavolo:
«Comandante Maciel?»
Stavo per dire, presumo, ma mi trattenni. Il vecchio mi guar-
dò senza sorpresa:
«Ci hai messo molto, ragazzo».

Ho portato con me le fotografie. Le sparpaglio sul letto.


Le conosco tutte a memoria. Quest’immagine preziosa esiste
veramente: Plácido Domingo, con una mitragliatrice al col-
lo, accanto ad Agostinho Neto e a Mário Pinto de Andrade.
Continuiamo:

Ero a Corumbá da una settimana. Avevo viaggiato per due


giorni, in autobus, tra Rio de Janeiro e Campo Grande. A Cam-
po Grande avevo intervistato il poeta Manoel de Barros. Già
sulla via per Corumbá, mentre l’autobus andava a sobbalzi per
una strada sterrata, ebbi il tempo di rileggere la mia collezione
di articoli sul comandante Maciel. Poca gente conosceva il suo
vero nome: Plácido Afonso Domingo. Nel 1962 era capitano
dell’esercito portoghese. Quell’anno, in un’operazione di cui
neppure il regime di Salazar riuscì a coprire lo scandalo, dirottò
un aereo a Brazzaville e si unì ai guerriglieri dell’MPLA. Scom-
pariva il capitano Afonso Domingo e nasceva un mito: il coman-
dante Maciel. Dopo la rivoluzione d’Aprile atterrò all’aeroporto
di Luanda, con altri dirigenti del movimento, e fu portato in
trionfo da una moltitudine euforica.

In uno degli articoli che ho portato con me, un ritaglio


del giornale Diário de Luanda, datato 15 agosto 1974, c’è una
fotografia che mostra l’arrivo a Luanda di alcuni dirigenti
dell’MPLA. Uno di quegli uomini, in primo piano, sembra
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intrigato e timoroso. Riesco a sentire il suo cuore, a venticin-


que anni di distanza: «Siamo arrivati, mio Dio, ma dove siamo
arrivati?» Nell’articolo non viene menzionato il Comandante
Maciel, ma mi è stato detto che giunse con quel gruppo. Po-
trebbe essere il tipo ritratto di spalle, nell’angolo superiore
sinistro, che abbraccia una donna.

La strada correva tra lagune brillanti. Vidi i caimani addor-


mentati al sole. Vidi un’anaconda arrotolata a un legno. Poco a
poco, il cielo cambiò colore e gli alberi si riempirono di uccelli:
gazze di ali luminose, pappagalli rossi, bande di pappagallini.
Le prime luci di Corumbá brillavano nella notte quando mi
ricordai della vecchia città di Dondo (Plácido Domingo era di
Dondo).
La mattina seguente, contemplando il fiume, capii ciò che
aveva spinto il vecchio guerrigliero a rimanere lì. Quello era
il fiume Quanza. Le case, addormentate al sole, ripetevano il
chiaro disegno delle strade di Dondo. Stordito dal calore, tornai
a sperimentare lo strano sentimento di trovarmi in un luogo
dimenticato. Il mondo era passato per quelle strade e se n’era
andato. Il bianco edificio del porto apparteneva a un’altra era,
quando il futuro cominciava a Corumbá. Un vecchio pescatore,
pulendo il sudore dalla faccia con il lembo della camicia, mi rac-
contò che la città era stata il porto più grande dell’America La-
tina. La conoscevo, quella storia. Prima l’opulenza, il fasto, poi
la notizia che il treno era avanzato dal litorale fino a una città
vicina, e il fiume aveva smesso di essere il cammino principale.
E infine l’abbandono.
Cancellai la seconda domanda dal mio quaderno di appunti:
«Perché ha deciso di vivere a Corumbá?»
In realtà, era stata la prima domanda a farmi percorrere tutta
quella distanza:
Plácido Domingo contempla il Mandovì 9

«Lei se ne è andato dall’Angola nel 1975 e non è più tornato.


Che cosa accadde?»
Plácido Domingo si aspettava quella domanda. Penso che ab-
bia aspettato vent’anni:
«Con ogni probabilità, ti pentirai di avermi fatto questa do-
manda…»
Nel 1975 tutti pensavano che sarebbe stato nominato mi-
nistro della difesa. Però, poche settimane prima dell’indipen-
denza, Agostinho Neto lo inviò a Cuba, in missione segreta, e
nessuno lo vide più. Dissero che l’FNLA lo aveva condotto in
un’imboscata. Dissero che si era arrabbiato con Fidel Castro.
Dissero che era fuggito con una fortuna in diamanti. Dissero che
era morto all’Avana di attacco cardiaco.
«Hanno detto molte cose su di me», concordò Plácido Do-
mingo, «e non si sono neanche avvicinati alla verità».
Tacque e pensai che non mi avrebbe risposto. Ma poi rispose:
«Ho sempre lavorato per i portoghesi. Ero, diciamo così, agen-
te della Direzione Generale della Sicurezza, la PIDE. Quando
dirottai l’aereo a Kinshasa avevo la missione di infiltrarmi nelle
strutture dell’MPLA, e fu quello che feci».
Capii che mi avrebbe raccontato tutta la storia, anche se non
gli avessi fatto nessuna domanda. Aveva bisogno di raccontarlo
a qualcuno, affinché la sua vita sembrasse avere un senso.
«La rivoluzione ci colse di sorpresa. Un giorno avevamo il
terrorismo quasi sotto controllo e il giorno dopo i terroristi era-
no al potere».
Tacque di nuovo. Un’imbarcazione fischiò a lungo mentre
affondava nella notte. Il vecchio volle sapere se Lúcio Lara già
era morto. E Iko Carreira? Io gli dissi che, tecnicamente, i due
erano ancora vivi. Sospirò:
«Immagina un bambino che tiene in mano un aquilone di
carta. Immagina che qualcuno appaia d’improvviso e con una
lama tagli il filo a cui è legato quell’aquilone. Dopo il 25 aprile
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mi sentii come quell’aquilone. Un giorno avevo una patria, una


missione, ero un soldato ed eseguivo ordini. Il giorno dopo il
Portogallo, quel Portogallo che era la mia patria non esisteva
più, non esisteva più chi teneva insieme i fili. Tutto ciò aveva
cessato di esistere e io ero veramente un terrorista al servizio di
Mosca».
Si alzò e indicò il fiume con il bastone:
«Il Quanza, non trova?»
Gli domandai se qualcun altro, in Angola, conosceva quella
storia. Plácido Domingo mi guardò come si guarda un bambino:
«Avevamo molta gente infiltrata nel movimento, è chiaro,
e due o tre giovani in posizioni importanti. Sono rimasti con i
comunisti e oggi, probabilmente, occupano posizioni ancora più
importanti».
Mi consegnò le fotografie:
«Tienile tu. Quest’uomo non sono io».
3.

S ono alloggiato in un caseggiato antico, decrepito, le cui pa-


reti, di un giallo prodigioso, si direbbero perpetuamente
illuminate dal furore del crepuscolo. Si chiama Grand Hotel
d’Oriente. Soltanto il nome, inciso su una larga placca di le-
gno sulla facciata in rovina, conserva ancora il lustro di un
passato irrecuperabile. Qui, in giro per Goa, c’è molta gente
come questo mio hotel. Gli ultimi discendenti della vecchia
aristocrazia cattolica ostentano nomi altrettanto improbabili,
così portoghesi che neanche in Portogallo esistono più, e lo
fanno con l’orgoglio malinconico di chi ha avuto tutto e tutto
ha visto crollare e scomparire. Il popolo, nel frattempo, li usa
senza capire, li corrompe allegramente come un povero dro-
ghiere che trova per strada un’edizione rara dei Lusiadi e si
serve delle sue pagine per appuntarci ai margini la contabilità
del giorno.
All’uscita dell’aeroporto di Dambolim, stordito dal calore,
dalla stanchezza di due notti insonni e soprattutto dalla con-
fusa agitazione della folla in festa, ho abbandonato la mia vali-
gia, con sollievo, nelle mani del primo tassista. Sono stato for-
tunato. Sal sembra un tipo onesto e interessante. È cattolico.
Il cruscotto dell’auto, trasformato in altare, proclama proprio
questo: c’è una Madonna dentro una teca di vetro, con delle
piccole luci colorate che si accendono e si spengono a ritmo
di musica, una minuscola urna con il corpo incorrotto di san
Francesco Saverio, un crocifisso d’argento appeso allo spec-
12 Un estraneo a Goa

chietto retrovisore. Però, quel che all’inizio ha attirato la mia


attenzione, è stata la bandiera blu e bianca dell’FC Porto.
«Lei parla portoghese?»
Sal ha riso:
«Bom dia…»
Il suo portoghese, purtroppo, si riduce a questo. Un taxi
con la bandiera dell’FC Porto è una cosa che mi aspettavo di
trovare solo a Porto. Se fosse stata dello Sporting o del Ben-
fica, club meno regionali, non sarebbe stato poi così strano.
Ieri, curiosamente, conversando con lo scrittore Mário Ca-
bral e Sá, ho saputo che negli anni Cinquanta si giunse alla
creazione di un FC Porto di Siolim: «Copiavamo tutto dal
Portogallo», mi ha detto con ironia amara. Il taxi di Sal osten-
ta anche una bandiera portoghese, incollata al lunotto poste-
riore, accanto a un’altra dell’Unione Europea. Per finire, ed è
stato proprio questo a conquistarmi, Sal ha dato alla sua auto
un bel nome, «Principessa di Goa», lo ha scritto in oro su
entrambi gli sportelli.
Il mio tassista (sono sei giorni che vado in giro con lui) odia
gli indù. «Se in India ci fosse una guerra tra mussulmani e
indù», mi rivela, e si direbbe interessato al fatto che ciò acca-
da, «noi, i cattolici, appoggeremmo gli islamici». Negli ultimi
mesi sono apparsi sulla stampa alcuni articoli che pretendono
che il Papa chieda perdono, in nome della Chiesa, per i crimi-
ni commessi in India dal Santo Uffizio. La cosa lo fa davvero
infuriare:
«L’Inquisizione», sostiene, «è stata una faccenda tra catto-
lici, nessuno ha importunato gli indù».
Gli avrei potuto rispondere che tutti a Goa erano indù pri-
ma delle conversioni di massa, e che tali conversioni furono
spesso ottenute con il terrore – ma non ne valeva la pena.
Accanto a me c’era un guerriero in crociata:
Plácido Domingo contempla il Mandovì 13

«Osservi i loro dèi. Uomini con la testa d’elefante, altri con


la faccia da macaco, donne con sei braccia, come i ragni, è una
collezione di mostri! Non capisco come si possano adorare
tali figure. E poi guardi la nostra Madonna, così bella, guardi
la luce che emana dalla sua figura…»
L’ha detto indicando l’immagine sul cruscotto, con le luci
che danzavano al ritmo dolente di un bolero, e in questo modo
mi veniva catechizzando. L’auto, una vecchia Chevrolet, si
muoveva a sobbalzi attraverso un paesaggio stravagante, mol-
to verde, di un verde soffocante, in mezzo al quale irrompeva
di tanto in tanto il prodigio barocco di una chiesa. La luce
declinava, moriva, quando una pioggia brusca è caduta sulla
strada. Non appena è cessata, così in fretta come era arrivata,
ho notato che stavamo emergendo in mezzo a un orizzonte li-
scio e dorato di risaie. In fondo c’erano delle palme da cocco.
Riso e cocco: di questo Goa è vissuta per secoli, oltre che di
fede, è ovvio.
Susana Baca cantava, con una voce miracolosa:

Esta tarde llueve, como nunca | y no tengo ganas de vivir, corazón |


Esta tarde es dulce | ¿por qué no ha de ser?1

Le cassette sono le mie. La musica nera dell’America Lati-


na armonizza con l’eccesso e con la stanchezza. Abbiamo at-
traversato dei piccoli abitati oscurati dall’umidità. Ricordano
i resti di un naufragio, abbandonati a caso sulla spiaggia. Pian
piano, avvicinandomi ad Anjuna, ho iniziato a vedere degli
stranieri, a piedi, in bici, la maggior parte in lambretta. Alcuni
erano vecchi hippy, che dimostravano ancora più età con lo
sforzo che facevano di avvicinarsi ai giovani, i capelli già radi,

1. Questa sera piove, come non mai | e non ho voglia di vivere, amore | Questa
sera è dolce | perché non lo dovrebbe essere?.
14 Un estraneo a Goa

brizzolati, legati in una coda da cavallo, fazzoletto al collo,


il torso nudo ricoperto di tatuaggi. Due ragazze bionde, in
moto, ci sono passate vicino zigzagando pericolosamente, così
vicino che sono riuscito a vedere la paura negli occhi di quella
che stava dietro. Sal supera raramente gli ottanta chilometri
all’ora, ma, in queste strade strette, è una vertigine. Sul retro
dei camion c’è scritto: Horn-Please-OK. E tutti suonano, plea-
se, e così le strade sembrano in una festa permanente – o in un
perpetuo stato di insurrezione, dipende dalla prospettiva.
Gli ho chiesto da dove veniva quel nome, Sal, per me ine-
dito. Mi aspetterei, in India, di trovare qualcuno chiamato,
che so, «Pepe», «Garofano», al limite «Zafferano», ma mai
Sal. La risposta mi ha lasciato sbalordito. Gli ho chiesto di
ripetere e lui, questa volta, mi ha detto il nome completo. Ma
l’ha deformato così crudelmente, che solo quando l’ho visto
scritto ho capito – Salazar Barata de Sousa. Gli ho chiesto se
sapeva chi era stato Salazar. Sal mi ha guardato offeso:
«Un grande portoghese».
Salazar! Preferisco chiamarlo Sal, davvero, o Sousa, signor
Sousa gli sta bene. Se qualcuno lanciasse una pietra, in qual-
siasi posto a Goa, quasi sicuramente colpirebbe un maiale,
una chiesa o un Sousa. Questo proverbio mi è già stato citato
una dozzina di volte. Il proverbio preferito dai goesi, però,
è un altro, ma purtroppo ha smesso di avere un senso perlo-
meno trecento anni fa: «Chi è stato a Goa non ha bisogno di
andare a Lisbona».
Oggi, mercoledì, c’è il mercato ad Anjuna. Sono sbarcato
a Goa da meno di una settimana e ho già sentito parlare mol-
to del mercato di Anjuna. «Non ci vada», mi hanno detto,
«per lei non ha nessun interesse». Perciò ci sono venuto. Non
tralascio mai di andare in cerca di quello che gli altri pensa-
no non avere interesse per me. A un primo sguardo, ho do-
vuto ammettere che non mi interessava. Il mercato prospera
Plácido Domingo contempla il Mandovì 15

all’ombra delle palme da cocco, proprio accanto alla spiaggia.


Non c’è nulla che non si venda: panni stampati, sandali di
cuoio, cassette di trance music, cartoline, artigianato in legno,
bigiotteria, tutto ciò a prezzi incredibilmente bassi. Ho com-
prato, solo a causa del colore – un rosso incandescente, così
intenso che brucia la vista – un’enorme coperta di cotone. Mi
è costata 350 rupie.
Scrivo questi appunti seduto al tavolo di un bar, un posto
rumoroso, dove si accumulano giovani (e non così giovani)
traviati inglesi, tedeschi, israeliani, italiani, strani esseri che
non ho incontrato a Panaji. Si conferma, dunque, che i fre-
ak, quelli che restano, quando muoiono vanno ad Anjuna. Il
bar sembra essere il cuore stesso del rumore. Il tumulto si
organizza a partire da qui, si concentra, prende forza, e poi si
spande in ondate per il mercato. Stretto tra un irlandese mol-
to grasso, gioviale, e un’americana con la testa rasata, con del-
le belle sopracciglia nere e un orecchino al naso, mi sento di
troppo. Noto, con orrore, che l’americana ha la lingua tagliata
nel mezzo. L’irlandese si toglie la camicia e mi mostra il torso,
tatuato con la figura di un dragone, ma credo che l’esibizione
sia destinata essenzialmente a impressionare l’americana.
Dietro di me, separato da una rete di fil di ferro, si annida
nella polvere rossa un incantatore di serpenti. Lo trovo triste.
Lo trovo un disincantatore di serpenti. Gli infelici serpenti
sembrano morti di sonno, o di tedio. Oppure, ed è la cosa più
probabile, di fame. L’uomo fa ondeggiare il flauto e loro alza-
no la testa con enorme sforzo, ma non sono capaci di accom-
pagnare il ritmo, scuotono la testa spersi e ritornano rapida-
mente nelle loro scatole di paglia. I serpenti sono sordi. Non
reagiscono alla musica affascinati dal potere della melodia:
seguono, invece, i movimenti del flauto in attesa dell’istante
giusto per dare il colpo. Quelli, però, neanche questo. L’in-
cantatore li spruzza con un po’ d’acqua e ripete il numero.
16 Un estraneo a Goa

Nessuno gli presta attenzione. Alcuni di questi cobra sono


veramente velenosi. Il padrone, però, gli toglie le ghiandole
che producono il veleno. Ai pitoni arrivano al punto di cucire
la bocca. Muoiono di inedia nel giro di sei o sette mesi.
L’irlandese vuole sapere da dove vengo. «Angola», rispon-
do, e l’istante successivo già mi sono pentito. «Dove si trova?»
Gli dico che non lo so neanch’io, forse non lo sa nessuno, so-
spetto addirittura che non si trovi da nessuna parte, e lui ride
di gusto, con tutto il corpo, come un africano, tanto che rido
anch’io. Mi chiede che lingua parlo. «Portoghese». «Ah, por-
toghese!» E allora dice, chiaramente, in un portoghese con un
forte accento di Porto:
«Não me chateies, caralho!…»2
È un cuoco (o lo è stato) e ha lavorato per molto tempo,
a New York, con uno chef portoghese. Gli spiego che cosa
significa la frase e mentre accade ciò, tra risate e parolacce,
come vecchie comparse, passa davanti a noi una giovane eu-
ropea, molto alta, molto rossa, vestita con un sari. È una figu-
ra aliena, voglio dire, estranea all’agitazione che la circonda.
Fluttua da una parte all’altra, come spinta da una brezza be-
nedetta, si nasconde un istante vicino alle bottegaie nepalesi
(anelli d’argento scuro, collane di pietre preziose, orecchini
pesanti), e scompare nella moltitudine, seguita da due cani
neri dal pelo corto. Mi viene in mente, vedendola, un verso
isolato di un samba:
«E ela pisava nos astros distraída…»3
L’irlandese si mostra sorpreso quanto me:
«Caralho!…»4

2. Non mi rompere, cazzo! (ndt).


3. Lei calcava gli astri, distratta (ndt).
4. Cazzo (ndt).
Plácido Domingo contempla il Mandovì 17

Mi sento improvvisamente molto stanco. L’americana si


alza e il grassone mi dà la mano e la segue – «ci si vede più
tardi» – con l’avidità di un adolescente in piena tempesta or-
monale.
4.

S al mi ha detto che è di Loutolim. Allora gli ho chiesto se


tutti nella sua famiglia erano nati là. «No», ha risposto
impavido, «io sono nato a Panaji». Mi ci sono voluti alcuni
minuti per capire che a Goa, quando si chiede a qualcuno
where are you from?, la persona non indica il luogo dove è
nata, bensì il villaggio di dove la famiglia è originaria. Se sa-
pessi il cognome di Plácido Domingo, sarebbe facile trovarlo.
Purtroppo ignoro quasi tutto sulla sua famiglia e non sono
neanche riuscito ad appurare il suo nome di battesimo. In An-
gola tutti lo conoscono – o lo conoscevano – esclusivamente
con il nome di battaglia. Lídia do Carmo Ferreira mi ha detto
che è nato a Dondo, figlio di un medico goese e di un’infer-
miera angolana, «una mulatta di sangue blu». Perciò non mi
sono sorpreso quando, anni dopo, ho saputo che lo avevano
visto a Goa.
«King Fisher, la birra più venduta in India, ha un sapore
crespo e limpido, che la rende amata da milioni di persone».
Questa frase si trova sull’etichetta di quella che in effetti è la
birra più consumata in India. Mi piace, nella frase, il sapore
crespo e limpido. Tento di immaginare degli aggettivi più ap-
propriati per caratterizzare il sapore aspro della King Fisher e
non ci riesco. Poco fa ho sfidato Lilì in un esercizio:
«Pensa a un frutto e descrivi il suo sapore. Non la forma o
il colore. Solo il sapore. Tenta di farlo in modo che io riesca a
indovinare di che frutto si tratta».
Lilì se ne è uscita bene:
Plácido Domingo contempla il Mandovì 19

«Lo trovo caloroso, forse addirittura stridente, però, in


fondo, pacificatore».
Parlava di quel frutto (la maracujá) come di un suo intimo.
È quello che i sommelier fanno con i vini.
«Dovevi scrivere poesia», le ho detto, «o cercare lavoro in
un’agenzia di pubblicità».
Abbiamo cenato al Venite. Nell’ultima settimana sono ve-
nuto qui tutte le sere. Mi ricordo di aver visto, non so più
dove, una fotografia del rivoluzionario messicano Fortuno
Soriano, compagno di Zapata e Pancho Villa, davanti al plo-
tone che lo avrebbe fucilato. Con le mani in tasca, il cappello
adagiato sugli occhi, una sigaretta insolente all’angolo delle
labbra, Soriano sorride. Sa che morirà, è già morto, ma la sua
risata trionfa sull’oscurità. Con la stessa grandezza muore
questo edificio. Dall’altra parte della strada, davanti ai miei
occhi, c’è l’Hotel Anandrashram. Le finestre sono di un verde
marino, con delle carepas, delle placche di madreperla che fil-
trano i raggi di sole, ammorbidendoli, trasformandoli in una
specie di chiaro di luna. Le carepas, incassate in delle grate di
legno, sono usate da secoli a Goa. Comunque, mancano molte
carepas alle finestre dell’Anandrashram (cadono con facilità),
e così queste ricordano delle bocche di vecchi. La facciata,
lillà, sbucciata, gli aggiunge una malinconia insopportabile.
Confesso: i posti così mi attirano. Mi piace rimanere seduto in
uno dei minuscoli balconi del Venite, come adesso, a spiare le
persone che passano laggiù. Ho con me un piccolo quaderno
e scrivo. Il rumore non mi disturba più.
Ho conosciuto Lilì una settimana fa, al mercato di Anjuna,
e da allora non ha smesso di sorprendermi. L’ho notata perché
portava un sari bellissimo, turchese, ed è raro incontrare una
straniera vestita così. Il camminare assorto di quella donna al-
leviava il frastuono intorno. Il pomeriggio, di ritorno a Panaji,
20 Un estraneo a Goa

ha ricominciato a piovere. Ero così distratto che l’ho vista solo


quando Sal ha gridato:
«Guardi!»
C’era una donna in piedi, accanto a un risciò, sulla banchi-
na. Il sari, turchese, sembrava più scuro a causa dell’acqua.
La capigliatura rossa, questa, ondulava al vento, malgrado la
pioggia, come un vessillo di rivolta. Il conducente, in ginoc-
chio vicino al veicolo, lottava con il motore. Ci siamo fermati
e ho chiesto, in inglese, se avessero bisogno di aiuto. L’uomo
si è alzato, si è scrollato l’acqua dai capelli e ha cominciato
un discorso interminabile, in konkani, che a me è parso una
preghiera. Ho chiesto a Sal di tradurre. «Questo tipo non ne
esce più», ha detto Sal. Ho avuto la sensazione che la cosa lo
rendesse felice. Ho scrutato dentro al risciò e ho compreso
perché la passeggera aveva deciso aspettare sotto la pioggia –
quella cosa non aveva il tettino. Il sedile si era trasformato in
una piccola vasca da bagno.
Ho aperto lo sportello dell’auto:
«Vuole entrare? La porto dove vuole. Se è molto lontano,
meglio ancora: qualsiasi posto nell’universo».
Ero disposto a portarla fino a Bombay. Lei ha sorriso:
«L’universo è molto grande».
Mi sono ricordato di una frase che ho visto, alcuni giorni
fa, affissa in un teatro a Margão:
«L’universo è un posto molto grande, forse il più grande
di tutti…»
Accanto c’era un’altra frase: «L’attuale stato della nostra
conoscenza dell’universo può essere riassunto così: in prin-
cipio era il nulla, ed è esploso». Le ho raccontato questo, nel
mio inglese senza futuro, mentre viaggiavamo verso Panaji.
Lei è alloggiata all’hotel Mandovì. Dopo alcuni minuti le ho
rivolto l’inevitabile domanda:
«Where are you from?»
Plácido Domingo contempla il Mandovì 21

«Portugal».
Portogallo? Alta, di spalle larghe, con una ribelle capiglia-
tura rossa, poteva essere scozzese, danese, forse tedesca. Ma
nessuno l’avrebbe immaginata portoghese. Ho tentato, inva-
no, di alleviare il ridicolo della situazione:
«Mio dio, allora perché stiamo parlando straniero?»
Lilì lavora per una nota istituzione britannica, a Londra,
come esperta di restauro e conservazione di libri antichi, ed è
venuta a Goa a cercare dei vecchi messali. Durante il percorso
mi ha spiegato la sua tesi di laurea. Lei sostiene che le tracce
lasciate su un libro durante il suo maneggio, lungo i secoli,
fanno parte della storia di quel libro – in certi casi sono es-
senziali per comprendere questa storia – e perciò non devono
essere eliminate. Per esempio: «un messale le cui pagine che
si riferiscono alle letture per i defunti presentino macchie in-
tense risultanti dal maneggio ci porta a pensare a un’epoca, o
a un posto, con un elevato tasso di mortalità».
Ne sono rimasto affascinato:
«Questo significa che, come restauratrice, sostieni che non
si devono recuperare i libri antichi?»
No, lei pensa che si devono restaurare i libri, ma senza can-
cellare le macchie, il talento sta nel saperle fissare impedendo
che appesantiscano e danneggino la lettura.
Quando siamo arrivati a Panaji c’era un fervore di cicale
per strada. Quella notte mi sono svegliato, in panico, sognan-
do che ero tornato a Huambo, dove sono nato, e che mi ero
addormentato nel mio letto di bambino. Allora sono venuti
gli angeli, migliaia di angeli, che cavalcavano delle enormi ca-
vallette da guerra, e hanno cominciato a bombardare la città.
Nella mia stanza, al Grand Hotel d’Oriente, qualcosa batteva
ferocemente contro le pareti. Ho acceso la luce e ho scoperto
una cicala, un animale formidabile, a gambe all’aria sul co-
modino. L’ho rimessa in piedi e si è arrabbiata con me in uno
22 Un estraneo a Goa

stridore crescente. Non credevo possibile che un insetto, per


quanto grande e poderoso come quello, fosse capace di grida-
re così. Alcuni anni fa, a Olinda, uno stridore simile mi sve-
gliò nel mezzo di una notte di ottobre. La finestra aperta non
aiutava a rinfrescare la stanza. Al contrario, il calore entrava
in fiotti umidi, e con esso l’allarme di un’automobile gloriosa,
rossa e brillante, parcheggiata in mezzo alla piazza. Dal terraz-
zo vidi che vi si riuniva della gente intorno.
Riconobbi alcune persone del quartiere, in pigiama o in
vestaglia, con il volto torto dalla furia. Discutevano, gridando,
tentando di raggiungere un minimo di comprensione sopra
l’ululato metallico. Volevano sapere di chi fosse l’auto. Un
soggetto solido, a torso nudo, cercò di aprire uno degli spor-
telli per spegnere l’allarme. Io avevo già visto quella faccia, la
vedevo spesso, ma non fui capace di ricordarmi dove. L’uomo
scosse il corpo poderoso, coperto di peli, rilucente d’odio e
di sudore e spinse, e tirò, senza che l’ululato calasse o che
lo sportello cedesse. Il vicino del secondo piano a destra, un
mulatto magrissimo, giallo, con la faccia smunta, che si man-
teneva vivo per pura inerzia (o forse per non avere dove ca-
dere morto) tirò un pugno contro il tettino. Subito qualcuno
aggiunse un calcio. La macchina tremò e tacque. Prima, però,
che la tensione si dissipasse, sparò un urlo terribile, acuto,
che sembrava aumentare a ogni secondo e possedeva il potere
di aggravare la febbre della notte. Allora, tutta quella gente
cadde sul ferro scintillante, insultando, tirando sassate, dan-
do calci, e vidi l’uomo a torso nudo che stringeva una sbarra
di metallo, che faceva a pezzi i vetri dei fari, e poi, trionfan-
te, in piedi sul motore, mentre il quartiere intero applaudiva,
esultava, festeggiava, affacciandosi ai balconi e alle finestre.
Nessuno sarebbe stato capace di impedire ciò che accadde in
seguito. La folla prese l’auto di peso e la buttò, ribaltandola,
in mezzo alla piazza. La innaffiarono di benzina e le dettero
Plácido Domingo contempla il Mandovì 23

fuoco. L’ululato venne scemando mentre le fiamme si levava-


no, fino a trasformarsi in un pianto fino, in un brivido, in un
sospiro, finalmente ingoiato dalla notte. Rimase soltanto una
specie di stanchezza intorno a quel corpo scuro. Delle ombre
a testa bassa. Le finestre si chiusero. Le persone ritornarono
in silenzio alle proprie case.
Due mesi dopo la carcassa stava ancora lì, ogni giorno più
assorta, serviva da riparo ai gatti randagi. Una sera passai in
farmacia per comprare un’aspirina. Il calore esalava dal suolo,
così umido e intenso che, se mi ci fossi abbandonato, forse
sarei riuscito a fluttuare. La mia testa scoppiava.
Il farmacista mi ricevette sollecito. Era un tipo silenzioso
e educato. Notai per la prima volta che aveva le spalle larghe
come un orso e solo allora riconobbi in lui l’uomo a torso
nudo che avevo visto distruggere l’auto. Una vecchietta, con i
capelli tinti di blu, parlava con calma. «Dobbiamo farla finita
con queste cose», diceva, «non possiamo permettere che ci
siano trafficanti nel quartiere». Tornai a casa offuscato dal ful-
gore del cielo e con un branco di lupi che lottavano dentro la
mia testa. Presi un’aspirina, la misi in bocca e mentre si scio-
glieva rapidamente, come una sabbia amara, mi resi conto che
se non fosse stato per la presenza della carcassa, avrei avuto
difficoltà a credere che quella cosa era accaduta veramente.
Guardo la cicala, ora prigioniera dentro un bicchiere di
vetro, e non so più se ho immaginato tutto – o se l’ho sognato.
Il calore, sì, quello è esattamente lo stesso.
L’osservatore di uccelli

«H o iniziato a fare yoga a causa di un problema alla spi-


na. Ho imparato a stare fermo, completamente fer-
mo, e ho iniziato a fare esercizi di questo tipo in un posto
vicino a casa mia, vicino al fiume. Una sera mi sono seduto lì e
dopo un po’ hanno iniziato ad avvicinarsi degli uccelli di ogni
tipo, uccelli molto timidi, come i guardapesca. Uno di essi
si è posato su un ramo, a pochi centimetri da me, tanto che
potevo distinguere il riflesso del mio volto nei suoi occhi. Si è
tuffato per catturare un pesce e ho visto i colori dell’arcobale-
no che brillavano sulle squame del pesce».
Pedro Dionísio, proprietario del Grand Hotel d’Oriente, è
quello che in inglese si chiama un bird watcher, un osservatore
di uccelli. Per passione – perché non c’è un’altra maniera di
essere un osservatore di uccelli. Ieri io e Lilì siamo andati con
lui a visitare l’Isola di Divar, che i portoghesi chiamavano Pie-
dade, la terra dei suoi antenati. Mentre passeggiavamo, Pedro
Dionísio ci ha spiegato come era nato questo suo interesse per
gli uccelli.
«Una sera stavo passeggiando per la campagna, come ades-
so, quando all’improvviso una cosa mi passò davanti, volando,
con una specie di elica rilucente all’estremità. Passai il resto
della giornata a ridere da solo. Un turista inglese volle sapere
il motivo di quello stato di euforia e gli spiegai che avevo vi-
26 Un estraneo a Goa

sto qualcosa, un prodigio, un enigma folgorante che volava.


Ascoltò la mia descrizione, aprì un libro e mi mostrò l’imma-
gine di un uccello meraviglioso, un Terpsiphone paradisi, con
la testa nera e con una lunga, lunghissima coda gialla. Era
proprio la cosa che avevo visto».
Pedro Dionísio Francisco Botelho Menezes de Sousa è il
suo nome completo, ma lui non è certo che sia quello vero:
«Prima la mia famiglia si chiamava Kamat: il nome viene da
una parola che significa agricoltore, perché in quell’epoca
i nomi venivano attribuiti secondo la professione». Pedro
Dionísio dice “prima” come se dicesse “tre giorni fa”. Questo
“prima”, in questo caso, è forse cinquecento anni fa. I suoi oc-
chi, d’un verde marino, si illuminano quando parla di uccelli.
Ha dei baffi folti, con le punte rigirate all’insù, come un cava-
liere dell’Ottocento – e li liscia incessantemente. Il mio amico
non crede né in Cristo né in Krishna, ma in qualcosa di più
vago, più vasto e più remoto, molto anteriore allo sbarco dei
portoghesi, anteriore addirittura all’invasione ariana. Si dice
pagano. Quella confidenza mi è piaciuta:
«Siamo in due. Già possiamo formare una Chiesa».
E infatti potevamo farlo. Si calcola che a Goa persistano
circa duecentomila persone (alcune vicine al cattolicesimo,
altre all’induismo) che non hanno dimenticato del tutto gli
antichi riti dei Gavde, i primi abitanti della regione, e che con-
servano ancora un culto per le forze della natura. Vale la pena
ricordare, a proposito, che la parola “pagano” viene dal latino
paganus, paesano.
«Mi ricordo delle vecchie contastorie che, quando ero
bambino, andavano di casa in casa cantando litanie. Quelle
donne, che noi chiamavamo “mamme”, avevano una maniera
speciale di vestirsi, portavano molte collane intorno al collo,
tantissimi ornamenti. Parlavano dei geni delle foreste come se
parlassero di qualcuno di famiglia e usavano canzoni, erbe e
L’osservatore di uccelli 27

radici per curare i malati. Oppure, semplicemente, passavano


le mani sul corpo del malato. Anche mio padre lo faceva, con
tutti, e funzionava. Forse perché le persone credevano in lui.
Forse perché lo faceva con tanta tenerezza. Noi quelle donne
le chiamavamo mamme».
Questa passione per gli uccelli, la fede negli antenati e nella
magia, tutto ciò ha un legame e ha un principio – è politico.
Pedro Dionísio si entusiasma quando inizia a parlare:
«L’Isola di Divar, come altre regioni di Goa, si trova sotto
la protezione di una rete antichissima di dighe tradizionali. Si
pensa che questa rete fu costruita circa quattromila anni fa dai
primi abitanti di Goa, come parte di un sistema di irrigazione
ecologicamente armonioso. Quando i portoghesi arrivarono a
Goa trovarono i villaggi organizzati in gaunkars, o comunità,
che gestivano il suolo e curavano le dighe. Tutta la terra era
gestita dalle comunità. I grandi pensatori comunisti (lo stes-
so Marx) hanno studiato il sistema dei gaunkars. Purtroppo,
dopo la liberazione, il governo indiano ha imposto un altro
sistema, centralizzato, burocratico, che sta rovinando le di-
ghe. Se c’è un problema con una diga, è necessario andare di
ufficio in ufficio e, quando finalmente si ottiene il denaro, la
diga è già scomparsa. Si noti: a Goa ci sono ventimila chilome-
tri di dighe che proteggono circa il quaranta per cento di tutta
la nostra terra arabile. Gli antichi coloni, essendo adoratori
della natura, osservavano con cura i fenomeni naturali: i cicli
lunari, le maree – e si servivano di materiali locali per le loro
costruzioni. Sapevano quello che facevano. Dobbiamo guar-
darci indietro, imparare dal passato, e agire. Non c’è tempo
da perdere. L’acqua del mare sale tutti gli anni, divora la terra,
i pozzi diventano salati, le costruzioni assorbono il sale e non
resistono. Goa sta morendo. Non si può sopprimere il pas-
sato. Il legame, fortunatamente, rimane vivo grazie a questo
sistema di credenze – nella terra, nel popolo, nei vecchi dèi.
28 Un estraneo a Goa

Ci sono molte cose qui, nel mio villaggio, che hanno le loro
radici nel sistema ancestrale. Per esempio, esistono ancora, a
Divar, terreni sacri che nessuno è autorizzato a coltivare. Un
luogo destinato ai geni. Non si può toccare la vegetazione. E
neppure si possono avere cattivi pensieri, pronunciare parole
cattive. Chiamatela pure superstizione, non importa, ma non
vi dimenticate che è stato grazie a queste superstizioni che gli
sbarramenti sono riusciti a sopravvivere per millenni.
Attenzione al serpente

Mi piace guardare in cielo | la stella di Umbanda è uguale a quella


di Israele.
Jorge Mautner

Fremi di dolce ardore nella luce, | uomo! Mio uomo! | Esci preci-


pitoso dalla notte | di Pan! Iò Pan! | Iò Pan! | Iò Pan! Vieni attra-
verso il mare | dalla Sicilia e dall’Arcadia! | Vagante come Bacco,
con i fauni | e pardi e ninfe e satiri per guardie | sull’asinello color
latte, vieni | a me, a me! | Vieni insieme ad Apollo in abito nuzia-
le | vieni insieme ad Artemide, zolla sericea, | e la tua bianca coscia
lava, o Dio | bellissimo, nella luna dei boschi e sopra il monte | di
marmo, nell’alba della fonte d’ambra! | La porpora della preghie-
ra appassionata immergi nel sacrario tuo scarlatto, | nella trappola
cremisi, | l’anima che sussulta aprendo gli occhi | per vederti filtra-
re dal groviglio | dei cespugli, e dal tronco contorto | dell’albero
vivente, anima e spirito. | Corpo e cervello… Vieni attraverso il
mare | Iò Pan! Iò Pan! | Diavolo o dio, a me a me, | mio uomo!
mio uomo! | Vieni con trombe che squillano acute | sulla colli-
na! | Vieni con tamburi che rullano cupi | dalla fontana! | Vieni col
flauto e la zampogna! | Non son forse maturo? | Io, che attendo e
che fremo e che lotto | con l’aria che non offre rami verdi | come
nido al mio corpo | stanco di vuoti abbracci, | forte come un leone
e come un aspide | scattante, vieni, oh, vieni! | Sono stordito | dal-
la lussuria solitaria | del demoniaco. | Tu taglia con la spada i duri
ceppi, | divoratore d’ogni cosa e d’ogni cosa | procreatore: dam-
mi il tuo segno | dell’Occhio Aperto, | e il petto eretto della dura
coscia, | e la parola di follia e mistero, | o Pan! Iò Pan! | Iò Pan!
Iò Pan Pan! Pan Pan! Pan, | io sono un uomo. | Fa’ ciò che vuoi,
come può fare un dio, | oh Pan! oh Pan! | Iò Pan! Iò Pan Pan!
Son desto | nella stretta della serpe. | L’Aquila strazia con artigli e
becco; | e gli dèi si ritraggono: | vengon le grandi belve, iò Pan! Son
nato | per morire sul corno | dell’Unicorno. | Io sono Pan! Iò Pan!
Iò Pan Pan! Pan! | Io sono il tuo compagno ed il tuo uomo, | il ca-
pro del tuo gregge, e oro e dio, | carne sulle tue ossa, e fiore | della
tua verga. Con zoccoli d’acciaio | io corro sulle rocce, dal solsti-
zio | ostinato | all’equinozio. | E deliro: io stupro e strappo e infu-
rio | eternamente, mondo senza fine, | manichino, fanciulla, ninfa,
uomo | nella forza di Pan, | iò Pan! Iò Pan Pan! Pan! Iò Pan!
Aleister Crowley
1.

R itornando dalla visita a Divar abbiamo forato un pneuma-


tico. Mente Sal risolveva l’imprevisto, Lilì e io abbiamo
cercato un’ombra – e una birra! – in un piccolo bar accanto
alla strada. Lilì ha aperto un quaderno di fogli spessi e ha
cominciato a disegnare, a matita, indifferente al rumore del-
le auto. Le ho chiesto cosa disegnasse. Uccelli, alberi, Pedro
Dionísio che lisciava i baffi. Le ho preso il quaderno dalle
mani, l’ho aperto su una pagina, e ho riconosciuto, sorpreso,
lo sguardo stanco dell’incantatore di serpenti di Anjuna; me
stesso che compravo una coperta di un rosso impossibile; il
volto di una ragazzina che cercava l’equilibrio su una corda.
«Incredibile! Dove hai imparato a disegnare?»
Non si impara a disegnare, mi ha detto lei, si apprendono
soltanto alcune tecniche. Mi ha raccontato che aveva iniziato
a disegnare a soli due anni di età, ancor prima di imparare a
parlare, e che fino ai cinque anni comunicava con la madre at-
traverso dei disegni. Successivamente, frequentò l’accademia
di Belle Arti, a Lisbona, prima di optare per il restauro di libri
antichi. Disegna a memoria ed è capace di ricordarsi i minimi
particolari – il piccolo stemma della camicia che portava Pe-
dro Dionísio, gli ornamenti d’argento, uno per uno, e il vestito
folgorante delle donne lamani, del Karnataka. Mi ha mostrato
alcuni acquerelli. Mi ha detto che dorme poco, che quasi non
dorme, e che, per distrarsi, passa le notti a disegnare quello
che vede durante il giorno. Di notte ricostruisce il giorno.
2.

I eri sera, dopo cena, sono stato con Lilì alla spiaggia
dell’Hotel Città di Goa. La marea, molto bassa, aveva la-
sciato scoperta una larga e placida baia. In lontananza, vicino
all’altra sponda del fiume Zuarì, si vedeva una nave enorme,
un transatlantico, illuminato come se fosse una città. Mi sono
ricordato di una famosa battuta di Mobutu Sese Seko, ex-
presidente dello Zaire, mentre indicava con disdegno la vicina
capitale della Repubblica del Congo: «È lo splendore di Kin-
shasa che illumina Brazzaville». Con più veracità si potreb-
be dire che il chiarore di quella nave enorme illuminava, non
dico Panaji, ma Dona Paula – il centro più vicino.
Spaventa un po’ tuffarsi nelle acque notturne, sentendo il
fango sotto i piedi e vedendo le luci che danzano in lontanan-
za. Nello stesso momento si sente ascendere da tutta quella
immensa massa liquida una specie di forza pacificatrice che,
dolcemente, ci spinge verso l’abisso. Ho messo gli occhialetti
da nuoto, ho svuotato i polmoni, e mi sono lasciato affondare
lentamente. Ho visto formarsi tra le mie dita l’ardore marit-
timo, fenomeno che in Brasile si chiama anche buxiqui, pro-
vocato dall’esistenza, nell’acqua, di minuscoli protozoi con il
corpo luminoso. Delle stelle si formavano al più piccolo dei
miei gesti, rimanevano un po’ alla deriva liberando disegni di
luce e poi si disperdevano e salivano, unendosi ad altra notte,
ad altro fiume, alle nitide costellazioni che fluttuavano là so-
pra – nell’eternità.
32 Un estraneo a Goa

Ho chiamato Lilì e siamo rimasti per un po’ a giocare agli


dèi, in silenzio, creando delle stelle con un semplice gesto. Più
tardi, stesi sulle sdraio, Lilì mi ha mostrato nel cielo il disegno
formato da un gruppo di tredici fragili punti luminosi. Sem-
brava un aquilone di carta con una lunga coda rotta.
«È difficile vederla in questo periodo dell’anno», ha detto,
«è molto raro. Ti presento la Costellazione del Dragone».
Poi si è tolta il costume e mi ha mostrato il petto. La sua
pelle sembrava illuminata da dentro. Ho avuto la certezza che
avrei continuato a vederci, anche senza la debole luce dell’unico
lampione presente sulla spiaggia. Mi sono ricordato di un verso,
terribile, di Sylvia Plath, my skin brights as a Nazi lampshade, la
mia pelle brilla come un abat-jour nazista. Si vedevano distin-
tamente tredici piccoli nèi neri, disposti tra le due mammelle
come le stelle del Dragone. Se le fotografassero il petto, il nega-
tivo di quell’immagine sarebbe simile a quel cielo.
«La stella Alpha Draconi, o Thuban, 4800 anni fa, era la
stella polare, ossia, era posizionata direttamente sopra il Polo
Nord. Gli antichi credevano che il polo celeste fosse la porta
tra questo mondo e l’eternità e perciò aveva un senso il fatto
che, alla sua custodia, ci stesse un dragone».
Io non sapevo cosa pensare.
«Se ci incontreremo in una prossima incarnazione», sospi-
rò Lilì, «e io avrò un aspetto molto diverso, saprai lo stesso chi
sono grazie a questi nèi».
Le ho detto che non mi piacerebbe che lei fosse diversa, la
trovavo perfetta così. Per quanto mi riguarda, qualsiasi cosa
sarebbe utile, potrei reincarnarmi in una zucca o in una caval-
letta, pur di non andare a finire un’altra volta in Angola. Lilì
ha sorriso:
«A proposito, la settimana scorsa ho conosciuto un ango-
lano, credo che sia angolano, che lavora in casa del vecchio
Enoque».
Attenzione al serpente 33

«Enoque?»
«Il vecchio Enoque, un tipo che vive ad Anjuna, in un ca-
seggiato enorme, pieno di libri. Già ti ho parlato di lui. Colle-
ziona messali antichi».
Me ne ricordavo vagamente. Nelle ultime settimane Lilì
percorreva tutto il territorio, facendo l’inventario di tutte le
collezioni private, e lavorando al restauro di alcuni libri più
notevoli. Ho voluto sapere i particolari. Lei si è stretta nelle
spalle:
«Si chiama Elias. Lo vedo sempre vestito con completo e
cravatta, anche con questo caldo, immagina, e tutto di nero.
Non l’ho mai sentito parlare. Forse è sordo. Il vecchio Eno-
que, al contrario, parla di continuo».
«Come lo sai che l’altro è angolano?»
«Me l’ha detto il vecchio. Inoltre, credo che lui stesso sia
stato in Angola: casa sua è piena di diavolerie – che so, sta-
tuette di legno, con degli specchietti sul petto e dei chiodi
arrugginiti su tutto il corpo. Mi fanno perfino paura quando
sono da sola».
L’ho accompagnata all’hotel. Congedandomi, mi sono ri-
cordato di chiederle se per caso, dato che le piaceva disegnare
tutto quello che vedeva, non avesse anche un ritratto di que-
sto certo Enoque. Lei ha preso il quaderno dalla borsa:
«No, ma posso disegnarlo».
Rapidamente, quasi senza correggere, ha disegnato davanti
a me la figura grave di un vecchio con una lunga barba bianca.
Io ero ansioso:
«Adesso puoi provare a disegnarlo senza questa barba?
Solo con i baffi e il pizzo, un po’ alla Lenin…»
«Alla Cavaignac, vorrai dire, bello mio. Louis Eugène Ca-
vaignac, un generale francese dell’Ottocento che portava la
barba così aggiustata».
34 Un estraneo a Goa

Sulla carta, davanti a me, ho visto nascere il volto di Pláci-


do Domingo. Molto più vecchio, sì, venti e passa anni più
vecchio, ma era il mio Plácido Domingo.

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