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BRIAN STABLEFORD

IL RISVEGLIO DEI CREATORI

(The Werewolves of London, 1990)

A mia figlia Kate,

in ricordo del giorno estivo del 1984

in cui condivise con me la fascinazione e la delizia

suscitate in lei dalla leggenda di Perseo,

quale fu narrata inScontro di titani.

Parte Prima

L'Enigma del Serpente e della Sfinge

Secondo la tradizione la Sfinge era un mostro dai molti aspetti: nella faccia e nella voce aveva aspetto
virgineo, aveva penne di uccello, un-ghie di grifone, e stava nella campagna tebana su di un giogo
monta-no del quale impediva ogni accesso, poiché soleva porre insidie ai vian-danti per rapirli e, avutili
nelle sue mani, proporre loro enigmi oscuri e tortuosi. [...]

La favola è molto bella, e anche saggia, poiché viene a parlare con eleganza della scienza. [...] La
scienza può esser chiamata mostro senza assurdità, perché per gli ignoranti e gli inesperti è causa di
grande me-raviglia.

Si mostra in molti aspetti e figure diverse per l'immensa varietà di soggetti nei quali essa si diffonde; viene
rappresentata con un volto e una voce femminile per la sua grazia e loquacità; le sono attribuite le ali,
perché le scienze e le scoperte scientifiche si diffondono rapida-mente e volano come la luce, che si
comunica subito da un lume al-l'altro. [...]

Di due specie possono essere gli enigmi della Sfinge: quelli relativi alla natura delle cose, e quelli relativi
alla natura dell'uomo. [...]

Francesco Bacone, «Sfinge, o la scienza»,La Sapienza degli Antichi

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La superficie dell'Inferno è in perpetua turbolenza: il magma fuso si raffredda a formare una crosta nera
come il giaietto, che si screpo-la perennemente per effetto della pressione esercitata dal sottosuolo, in
modo tale che ogni fenditura brilla di un bianco accecante per un istante, poi diviene rossa per qualche
tempo, prima che la lava nuo-vamente eruttata si raffreddi, diventando parte della crosta.

Su questa superfìcie è disteso supino Satana, gigantesco, immobi-lizzato da sette chiodi enormi
conficcati nelle caviglie e nelle ginoc-chia, nell'ombelico, nel polso sinistro, nella gola: soltanto il braccio
destro è libero di protendersi verso il cielo fiammeggiante, dove nubi di gas incandescenti, lacerate e
scombussolate dalle tempeste capric-ciose, scaricano perpetuamente una pioggia di sangue.

Il corpo di Satana è dorato, lustro, del tutto glabro. Il viso, che dopotutto è quello di un angelo, sarebbe
bellissimo se non fosse di-storto dallo spasmo del tormento. Infatti, Satana soffre: come potrebbe essere
altrimenti? Tuttavia non è straziato dalla mera soffe-renza fisica, giacché quest'ultima svanisce presto, nel
corso dell'eter-nità. Egli patisce invece l'angoscia del fallimento e della disperazio-ne, dell'acredine e del
rimorso, della desolazione e della disgrazia, che il tempo non può ottundere più di quanto possa guarire.

Sopra la sua testa, avvolta e circonfusa da un'oscurità fresca e con-fortante che la protegge dal cielo
igneo, è sospesa la terra. Quantun-que gli occhi esteriori di Satana siano chiusi a protezione dalla
piog-gia di sangue, questo mondo è chiaramente visibile al suo occhio inte-riore, la cui vista è così acuta
e così limpida, che neppure un singolo peccato umano sfugge alla sua conoscenza. L'eredità del veleno
che egli ha sparso nell'orecchio sconsiderato di Eva ha permeato ogni aspetto dell'esistenza umana: ogni
azione e ogni pensiero; ogni sogno e ogni desiderio. Il mondo umano è saturato da una tentazione, alla cui
attrazione le anime degli uomini non possono opporre se non la più debole delle barriere.

Se soltanto potesse, Satana si pentirebbe: redimerebbe l'umanità dalla malattia della dannazione che si
diffuse dal seme della sua invi-dia. Tuttavia, ciò non è consentito. Egli potrebbe riassorbire il veleno che
sputò incautamente nel mondo con nulla più di un solo tocco risanatore, che ritrasformerebbe all'istante il
mondo medesimo in un Eden; ma ogni volta che solleva la mano destra, libera, verso il cielo, con
l'intenzione di afferrare la Terra, il pianeta gli viene sottratto: esso è sempre a portata di mano, eppure
non può mai essere ghermito.

Uno dei molti nomi di Satana è Tantalo, e ciò rivela che fu lui, e nessun altro, a rubare il cibo e il vino del
Paradiso, per donarlo all'u-manità. Un altro dei suoi nomi è Prometeo, è ciò rivela che fu lui, e nessun
altro, a rubare il fuoco del Paradiso per donarlo all'umani-tà. Egli compì entrambe queste azioni nella
speranza di rimediare a quello che aveva fatto nell'Eden.

Talvolta, le aquile vengono a straziare le sue carni e a divorare il suo cuore palpitante, che ogni volta
ricresce per poter essere nuova-mente divorato. Non sa quante volte sono arrivate e se ne sono anda-te
le aquile, ma il numero è maggiore di quello degli atomi nel corpo di una persona. Non sa neppure quante
volte ha proteso il braccio nel disperato tentativo di toccare la Terra, ma il numero è più grande di quello
degli atomi nella Terra medesima.

Nondimeno, non ha mai capitolato, né mai si arrenderà, perché la Terra non rimarrà per sempre tale
quale è oggi, e quando arriverà il giorno della sua metamorfosi predestinata, egli spera ancora di poter
essere l'autore e la guida della sua redenzione.
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Per l'amor d'Iddio... Avvampo! Ardo di veleno! Cordelia! Per pie-tà, Cordelia! Non sono morto,
eppure sono all'Inferno... Gesù, sal-vami!

Pater noster qui es in caelis, sanctificetur nomen tuum...

Non riesco a pregare... Non riesco a pensare... Che cosa sta succe-dendo?

Cordelia...

Dio non può vedere il proprio viso perché non esiste specchio che possa rifletterlo, eppure ha
un'immagine di Se Stesso. Non cammina nel Paradiso, perché non esiste luogo in cui Egli possa stare:
nessun pascolo nell'Elisio, nessuna sala nel glorioso Valhalla. Eppure, esiste un Paradiso nella Sua
medesima sostanza, dove le anime delle perso-ne possono essere accolte.

Un uomo è confinato dal proprio corpo, e l'universo lo contiene: egli è limitato, piccino, mentre esso è
infinito. La vera natura di Dio è concepibile mediante l'inversione di questa prospettiva, operata
dal-l'immaginazione: l'universo è contenuto da Lui. Benché Egli sia infi-nito, la sua forma macrocosmica è
un'immagine umana nell'aspetto e nel carattere.

L'universo è infinito dal punto di vista umano, però è finito dal punto di vista divino. Dio è esterno
all'universo, ma è umano nella natura e nella consapevolezza. Gli occhi esteriori degli uomini, pro-tetti
dalla limpidezza della vista vera, non possono percepire Dio: persino l'occhio interiore, che talvolta si
apre o viene aperto sfidando il dolore che subito gl'impone di chiudersi, non può vedere nel Suo cuore,
perché soltanto la Sua superficie, la Sua immagine, è percepi-bile dall'universo che Egli contiene.

Dio non può toccare il mondo degli uomini, più di quanto un uo-mo possa toccarsi il cuore con l'interno
delle dita. Non può salvare la Terra con un tocco della mano risanatrice più di quanto possa far-lo
Satana, benché Egli sia onnipotente. A causa di quello che Lui Stesso è, e di quello che l'universo è, Dio
guarda sempre all'interno dall'e-sterno, vedendo tutto e non potendo far nulla. E nondimeno, quan-do
arriverà il giorno della metamorfosi della Terra, Egli sarà l'autore e la guida di tale trasformazione, perché
qualunque mutamento nella natura dell'universo è, ipso facto, un cambiamento nella natura di Dio, suo
confine.

Questa vista miracolosa è così spaventevole che vorrei essere cieco!

Sono nudo e soffro, Cordelia, e vedo quello che non potrò mai as-similare! Cordelia!

Adveniat regnum tuum: fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra. Panem nostrum quotidianum da nobis
hodie. Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris...

Credo di essere sul punto di morire... Oh, Dio, lasciami vivere!

Cordelia...

Ilupi corrono attraverso un campo di ghiaccio, sotto un cielo del nero più profondo, illuminato da
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innumerevoli stelle. Alcuni lupi so-no bianchi, altri sono fulvi, altri sono argentei, e altri ancora sono neri. I
loro ululati lugubri echeggiano nell'eternità, perché quando non sono lupi essi devono indossare
l'immagine dell'uomo, che è l'imma-gine di Dio, e debbono vivere con il fardello spaventevole di una
vo-lontà che è libera: tutti, tranne uno, a cui è condonata la libertà e che è guidato da una volontà che non
è la sua. Dov'è la loro preda, e do-v'è la loro casa? Quale speranza di liberazione hanno, tranne la
me-tamorfosi del mondo? E come possono tentare, lottando, di ancorare il mondo, affinché la mano
risanatrice di Satana possa toccarlo, alfine?

I lupi stanno divorando le stelle, Cordelia! Satana sta protendendo la sua mano tenebrosa a reclamarmi!

Sto morendo... Sto morendo...

Et ne nos inducas in tentationem...Et ne nos inducas in tentationem...

Salvami, Cordelia! Io amo... Io amo... Ti prego: non lasciarmi...

In una grotta sotterranea il cui ingresso guarda verso la luce, gli uomini giacciono con le gambe e con il
collo incatenati, incapaci di girarsi. Un fuoco arde alle loro spalle. E fra essi e il fuoco passa una strada,
sulla quale marcia come in parata una fila di creature dal cor-po umano e dalla testa di mammifero o
d'uccello.

Gli uomini incatenati nascono, crescono e muoiono senza vedere altro che le ombre gettate sul muro
dinanzi a loro dal fuoco che bru-cia alle loro spalle. Vedono le ombre di coloro che percorrono la
stra-da, e li venerano come divinità. Vedono Set, dalla testa di maiale enig-matico, e Horus, simile al
falco, e Hathor, simile alla vacca, e Anubis, simile allo sciacallo, e Thoth, simile all'ibis, e Sebek, simile al
coccodrillo, e Bast, simile al gatto, e sono talmente terrorizzati da que-ste ombre cupe e terribili, che
pregano, invocando un redentore, il cui nome è Osiride. Tuttavia non giunge nessun redentore, perché
es-si non hanno risposto all'enigma della Sfinge.

Come vedono soltanto ombre, così odono soltanto echi, e tale è la confusione degli echi, che essi
possono a malapena iniziare l'opera di comprensione.

Ma se uno di questi uomini riuscisse a spezzare la catena che gli cinge il collo, in modo da distogliere lo
sguardo dalla parete rocciosa e potersi girare a guardare la strada, nonché il fuoco che da oltre la strada
diffonde la sua luce, che cosa vedrebbe, e come potrebbe con-vincere i compagni di avere visto
davvero?

Costui rimarrebbe dolorosamente abbacinato dalla luce vera, e con-fuso dalle voci udite al posto degli
echi, eppure saprebbe, oltre ogni dubbio, di aver visto qualcosa di più vero di quello che aveva sempre
visto prima, e saprebbe che i suoi compagni sbaglierebbero, se soste-nessero che ha soltanto sognato. E
anche se non potrebbe neppure iniziare ad ipotizzare cos'altro ancora potrebbe vedere, o se sarebbe in
grado di sopportare tale vista, bramerebbe liberarsi dalle altre ca-tene, poter attraversare la strada e
recarsi oltre il fuoco, fino all'in-gresso della grotta, per guardare fuori.

Soffrirebbe, in tal modo, ma non potrebbe essere contento prima di averlo fatto, perché... Fino a
quando non ha visto il mondo, come può un uomo cercare di cambiarlo?
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C'è pericolo, Cordelia! Uno di coloro che percorrono la strada si è girato: è la felina, e può vedermi! Si
è accorta che mi sono girato a guardarla, e sa che sono libero!

O Dio, proteggimi dalla mia libertà! Rimettimi la catena al collo e lasciami guardare di nuovo le ombre!

Non posso fronteggiare la felina, che di volta in volta ha la testa di una belva e il corpo di una donna,
oppure la testa di una donna e il corpo di un felino gigantesco. Ha gli artigli per straziare, e i suoi occhi...
Che occhi!

Non posso fronteggiarla!Cordelia!Cordelia!

Sed libera nos a malo! Sed libera nos a malo! Sed libera...

Il delirio di David Lydyard si era talmente aggravato, che sir Ed-ward Tallentyre cominciò a temere per
la vita del giovane. I vaneg-giamenti quasi indecifrabili che sgorgavano dalle sue labbra, rivela-vano un
turbamento interiore del tutto incomprensibile, che sembra-va costituito da una sofferenza più spirituale
che fisica, e da un terro-re di cui non era possibile determinare la causa.

Nelle farneticazioni, comunque, Tallentyre riconobbe le parole del paternoster, recitato in Latino come
nella messa cattolica, e il nome, ripetuto frequentemente, di Cordelia, sua figlia.

L'amaca, appesa a poca altezza dal suolo, dondolava, mentre il suo sfortunato occupante smaniava, e
Tallentyre si chiedeva se fosse ne-cessario legarlo per evitare che cadesse o che si ferisse.

Poiché era stato morso da un serpentello, Lydyard sulle prime ave-va sottovalutato la ferita: di recente,
infatti, era sopravvissuto al morso di un rettile di ben altre dimensioni, ossia un cobra. Tuttavia era
evi-dente che l'efficacia del veleno, di qualunque genere esso fosse, non dipendeva in alcun modo dalla
mole del serpente. Dunque Tallentyre si rammaricava di non avere insistito maggiormente, subito dopo
l'in-cidente, affinché Lydyard facesse sanguinare la piccola ferita.

In parte, si sentiva personalmente responsabile per le condizioni in cui si trovava il giovane: lui stesso
aveva concepito il viaggio in Egit-to; lui stesso aveva impulsivamente acconsentito a compiere la
devia-zione nel Deserto Orientale proposta da padre Francis Mallorn. Se la vita di Lydyard si fosse
spenta in quella desolazione feroce, il rimorso avrebbe gravato per sempre su di lui, anche se nessuno lo
avreb-be condannato: neppure Cordelia, la quale probabilmente amava tanto il giovane quanto questi
amava lei.

Tranne che a Cordelia, il baronetto non avrebbe dovuto fornire spie-gazioni a nessuno, non avrebbe
dovuto giustificarsi con nessuno, per-ché David Lydyard non aveva famiglia. Tallentyre lo aveva preso
sotto la propria tutela quando il suo amico Philip Lydyard, padre del gio-vane, era morto
improvvisamente, sei anni prima. Al termine degli studi universitari, lo aveva esortato a viaggiare, affinché
visitasse di persona la culla della civiltà. Nei confronti della moglie e della figlia, nonché dello stesso
David, aveva giustificato il viaggio come uno de-gli elementi indispensabili all'educazione del giovane; ma
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con ciò aveva in qualche misura mentito, perché i benefici che ne avrebbe tratto il giovane non erano che
una scusa per la propria autoindulgenza. Or-mai, sentiva di avere ingannato anche se stesso, e di aver
preso a pre-testo il viaggio come occasione per fingere di essere tornato giovane, e per viaggiare senza
servitù, come potevano fare i giovani, con cu-riosità vivida e con temerario entusiasmo.

Tale progetto era fallito: Tallentyre si sentiva infatti più vecchio che mai, nonché più sciocco. Senza
dubbio si sarebbe sentito ancora più vecchio, se fosse accaduto il peggio, e se ciò lo avesse costretto a
rive-lare alla figlia con quanta avventatezza aveva assolto al proprio do-vere nei confronti del suo amico.

Perché l'ho condotto qui?pensò Tallentyre, amareggiato e dispe-rato.Perché mai ho ascoltato quel
prete sconsiderato?

La domanda era ingiusta. Poche persone, in verità, avrebbero sa-puto resistere all'appello seducente del
colto gesuita, specie date le cir-costanze in cui questi aveva espresso la propria proposta.

Il viaggio in Egitto era stato compiuto da Tallentyre e da Lydyard utilizzando i mezzi messi a disposizione
dall'epoca moderna: un piro-scafo li aveva portati dall'Italia ad Alessandria; la ferrovia li aveva portati al
Cairo; un altro piroscafo li aveva condotti dal Cairo ad Assuan; e un altro ancora dalla prima cateratta
alla seconda. Sicuramente avevano veduto tutto quello che si erano proposti di vedere: Gizah e
Saqqarah, le piramidi e la sfinge, Luxor e Tebe, i templi di Abu Simbel; ma ovunque avevano incontrato
viaggiatori più esperti, i quali li avevano spietatamente umiliati lodando a gran voce gli antichi me-todi di
viaggio.

Coloro che si definivano viaggiatori autentici avevano detto e ripe-tuto a Tallentyre e a Lydyard che, se
si voleva scoprire il vero Egitto, bisognava viaggiare a bordo delledahabeeyah, nonché a dorso di
cam-mello: non in piroscafo. L'esperienza della visita alle piramidi e ai templi era del tutto rovinata dalle
guide ufficiali e dai veicoli a noleggio. La tecnica degli anni settanta del XIX secolo era una barriera che
im-pediva agli Europei di stabilire qualunque rapporto vero con il mon-do antico, mentre il commercio
moderno contribuiva a svalutare le antichità stesse, incoraggiando un vasto traffico di falsi reperti del
pas-sato.

Dopo avere udito parecchi discorsi di questo genere, Tallentyre si era convinto di essersi accostato ai
misteri del tempo antico in modo sbagliato. Anche Lydyard aveva prestato ascolto alle critiche dei
viag-giatori autentici, e ne aveva tratto la medesima persuasione, al pari di William de Lancy, un giovane
conosciuto durante la traversata del Mediterraneo, che si era unito a lui e a Tallentyre. Quando padre
Fran-cis Mallorn, della Compagnia di Gesù, aveva offerto loro l'opportunità di visitare una località
remota e pressoché sconosciuta al turismo, «in modo da conoscere meglio la vera storia del mondo»,
come lui stesso si era espresso, i tre compagni di viaggio si erano entusiasmati. E tutti e tre avevano
disprezzato audacemente l'avvertimento solenne di Mallorn, secondo cui, intraprendendo una tale
spedizione, avreb-bero dovuto affrontare pericoli dai quali i turisti che usufruivano del-le comodità
moderne erano perfettamente protetti.

E così, Lydyard era stato avvelenato, non era possibile trovare nes-sun aiuto nel raggio di cento miglia, e
Tallentyre non sapeva che cosa fare. Come se non bastasse, tutto ciò era accaduto soltanto per vede-re
una dozzina di tombe rozze, saccheggiate ormai da molto tempo, prive di qualunque oggetto di valore
avessero mai contenuto, e ridot-te dal tempo a null'altro che macerie.

Con la massima sincerità e devozione, Tallentyre si rammaricò di non avere considerato come un
avvertimento il morso del cobra a Ly-dyard, e di non essere ritornato in Inghilterra appena il giovane si
era ripreso dal primo avvelenamento.
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Le meditazioni e i crucci di Tallentyre furono interrotti dall'ingres-so nella tenda di colui che aveva
condotto il baronetto e i suoi due giovani compagni in quel luogo sfortunato e desolato. Come sempre,
con la chioma corvina pettinata accuratamente e gli abiti rassettati, padre Mallorn era tanto ordinato da
rasentare l'austerità. Tuttavia, Tallentyre aveva cessato di considerare questa sua caratteristica come un
indizio di razionalità e di buon senso.

— C'è qualche miglioramento, sir Edward? — chiese Mallorn. Nella luce gialla della lanterna, i suoi
occhi neri apparivano calmi.

Il baronetto scosse la testa: — Semmai, David è peggiorato. È ad-dormentato, ma delira.

Apparentemente più intrigato che angosciato da questa informazione, Mallorn domandò: — Riesce a
capire che cosa sta dicendo? — Si avvicinò a Lydyard, che scuoteva la testa, e si curvò, accostan-do il
proprio orecchio alla sua bocca tremula per cogliere il flusso di parole che ne sgorgava, fioco ma
incessante.

— Non credo che abbia nessun segreto terribile da rivelare — com-mentò Tallentyre, aspro. — E lei,
comunque, non è diventato il suo confessore, di recente?

Impassibile, il gesuita alzò gli occhi per guardare Tallentyre senza cessare di ascoltare il delirio del
giovane: — Ripete un nome — mor-morò. — Chiama qualcuno... «Cordelia», dice... Ah! Ma si tratta di
vostra figlia, vero? — Nel dir questo, parve stranamente deluso.

Sarcastico, Tallentyre suggerì: — Forse sta recitando un brano del «Re Lear»...

Per un momento, Mallorn parve considerare questa ipotesi, come se non avesse colto l'ironia del
commento. Poi scosse la testa: — Ma questo poveroragazzo è in preda a un'angoscia mortale! È come
se...

— È un incubo — tagliò corto Tallentyre, in tono rude. — Null'altro che un incubo.

Il gesuita si alzò: — Naturalmente... Cos'altro potrebbe essere?

Vi fu qualcosa, nel modo in cui Mallorn pronunciò queste parole, che a Tallentyre non piacque affatto.
Nessuno avrebbe potuto trova-re alcunché da eccepire nella sua risposta, eppure essa suonò ambi-gua,
se non falsa: come se il gesuita alludesse a una possibilità diver-sa, alla quale era estremamente
interessato, ma fosse anche combat-tuto fra il desiderio e il timore di credervi. I suoi occhi neri
lanciava-no sguardi tutt'attorno, come se fosse stato parzialmente contagiato dal terrore di Lydyard.

Superstizioni,pensò Tallentyre.

La superstizione, secondo sir Edward Tallentyre, era il grande ne-mico dell'uomo moderno: una madre
feconda di idoli mostruosi, che dovevano essere abbattuti per consolidare l'Età della Ragione. In
ge-nerale, trovava che i seguaci delle religioni tradizionali fossero più tol-lerabili di coloro i quali
aderivano ai culti esoterici che prolificavano da qualche tempo nella società londinese. A bordo del
piroscafo, du-rante il viaggio sul Nilo, Mallorn era parso abbastanza razionale; ma in seguito, nel deserto,
la sua irrazionalità latente era affiorata: or-mai era come se fosse pronto a scoprire spettri in agguato in
ogni om-bra.

— David è giovane — osservò Tallentyre, austero — e più forte di quanto sembra. Non credo che
morirà. Se soltanto questa notte riuscisse a riposare davvero, potrebbe rimettersi a sufficienza per
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ri-prendere il viaggio domani stesso.

— Vorrei rimanere con lui — dichiarò Mallorn. — Sento che nel delirio recita il paternoster. Invoca il
soccorso d'Iddio Onnipotente, e temo che possa avere bisogno di me.

In risposta alle implicazioni di questa frase, Tallentyre contrasse istintivamente la bocca in una smorfia.
Un tempo era stato cattolico, e anche se ormai si considerava ateo, non nutriva particolare avver-sione
per i riti della Chiesa di Roma. Però non voleva sentirsi dire che Lydyard preferiva la compagnia di un
confessore a quella di un amico, né voleva pensare che la necessità alla quale il gesuita aveva alluso
potesse essere l'amministrazione dell'estrema unzione. — Per il momento, padre — replicò, con voce
neutra — preferirei che ritor-naste nella vostra tenda. Ma state pur certo che vi chiamerò... se sarà
necessario.

Anche se queste parole furono pronunciate come un ordine, Mal-lorn non celò la propria riluttanza ad
obbedire. Aprì la bocca come per protestare, quindi cambiò idea, infine disse soltanto: — La prego di
ripensarci, sir Edward.

Allora Tallentyre ebbe l'improvvisa curiosità di sapere che cosa aves-se voluto dire inizialmente.Stava
forse per affermare di possedere qual-che conoscenza speciale sulle condizioni del ragazzo? pensò.
In tal caso, quale possibile fondamento potrebbe mai avere una simile conoscen-za? In tono
brusco, domandò: — Perché ci ha condotti qui?

Evidentemente contento di potersi trattenere, Mallorn scrutò subi-to in viso Tallentyre, con gli occhi neri
sfavillanti come se riflettesse-ro la luce della lanterna. Rispose in tono calmo, ma suscitando di nuo-vo nel
baronetto l'inquietante sensazione che la sua voce celasse un'in-sidia: — Sa bene perché, sir Edward.
Avevo sentito parlare di queste tombe, e cercavo alcuni compagni che mi aiutassero ad esaminarle. Non
vi ho illusi su nulla: non vi ho promesso piramidi immense o sfingi scolpite, ma soltanto mastabe in rovina
e camere sepolcrali rozzamente scolpite nella pietra. E questo, in effetti, è quello che abbiamo trova-to.
Credevo che lei fosse uno studioso autentico, e che fosse in grado di riconoscere il valore di quello che
abbiamo visto: si tratta di reli-quie predinastiche, più antiche della Grande Piramide. Se la cronolo-gia di
Lepsius è corretta, i monumenti che si trovano in questa valle risalgono a quattromila anni prima di Cristo.
Non credo che trovere-mo oro o gioielli, qui, nondimeno queste opere sono fra le più anti-che che siano
state prodotte dalla mano dell'uomo in tutto il mondo conosciuto. Ecco perché ho voluto venire qui, e
perché ho chiesto a voi di accompagnarmi.

C'è di più,pensò Tallentyre.Se questo è vero, è però ben lungi dal-l'essere tutta la verità. Tuttavia
era inglese, era stato educato come un gentiluomo, e si rendeva conto che Mallorn, almeno in
apparen-za, apparteneva alla sua stessa classe: gli era impossibile accusarlo aper-tamente di mentire.
Dunque replicò: — Sapeva che le nostre guide si sarebbero spaventate e avrebbero rifiutato di
accompagnarci fin qui, vero?

Padre Mallorn si strinse nelle spalle: — Conosco le superstizioni dei pagani. Coloro che abbiamo
assunto come guide sono uomini sem-plici, che preferiscono i sentieri a loro noti. Può darsi che questo
luo-go godesse di cattiva reputazione, un tempo. In tal caso, però, tale reputazione fu acquistata nella più
remota antichità.

— È difficile credere a cose del genere — disse Tallentyre, scetti-co. — La cultura orale non preserva
le tradizioni per tanti secoli, qua-lunque cosa narrino i miti e le leggende sulle maledizioni trasmesse di
generazione in generazione. Se le guide erano spaventate, posso sup-porre soltanto che temessero
avvenimenti accaduti in un'epoca abba-stanza recente da rimanere nella memoria dei vivi. —
S'interruppe, notando che Mallorn, il quale non aveva cessato di ascoltare il delirio con la massima
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attenzione, lanciava una breve occhiata a Lydyard, il quale aveva alzato un poco la voce. Ciò lo indusse a
chiedere: — Anche lei ha paura, vero? C'è qualcosa, nella malattia del ragazzo, che la preoccupa molto:
qualcosa che riflette le sue angosce. Perché non mi spiega di che cosa si tratta?

Di nuovo, Mallorn sostenne lo sguardo del baronetto. Non parve turbato dall'illazione, tuttavia riuscì a
mantenere la propria compo-stezza soltanto con uno sforzo: — In effetti, sir Edward, sono piutto-sto
ansioso — confessò. — Non sapevo che cos'avremmo trovato qui. Sapevo soltanto che altri viaggiatori
avevano visitato questo luogo, e che non vi si sarebbero recati se non avessero avuto valide ragioni di
ritenere che vi avrebbero trovato qualcosa di grande interesse per loro. Come me, erano interessati alla
vera storia del mondo. Ricono-sco che non volevo venire qui da solo, e che ho cercato alcuni compa-gni
per potermi sentire più sicuro. Vorrei che lei fosse riuscito a per-suadere le sue guide a rimanere con noi,
e sono molto addolorato che ilragazzo abbia avuto la sfortuna di essere morso da un serpente, pe-rò non
mi ritengo responsabile per nulla di tutto ciò. È possibile che un pericolo più grande infesti queste tombe,
ma in tutta onestà non sono in grado di dire quali forme possa assumere tale pericolo. Per giunta, un
uomo come lei riderebbe sicuramente delle mie ansietà.

Superstizioni,pensò di nuovo Tallentyre.Da un lato, costui mi rim-provera di non essere


superstizioso. Dall'altro, ha paura dei fantasmi e delle maledizioni, ma non lo dichiara, e si
nasconde dietro il mio scetticismo.

Poiché non apprezzava le allusioni inquietanti sui pericoli vaghi e misteriosi più di quanto apprezzasse
l'insistenza sulla presunta esistenza di più cose in cielo e in terra di quante ne sognasse la sua filosofia
materialistica, Tallentyre era irritato dall'atteggiamento del gesuita: vedeva con sufficiente chiarezza che
Mallorn non si sarebbe lasciato indurre facilmente a rivelare i segreti che custodiva, quali che fosse-ro.
Comunque, le condizioni di Lydyard avevano la precedenza su tut-to, perciò era necessario rimandare
qualunque tentativo di ottenere una spiegazione dal gesuita.

— Mi dispiace — dichiarò Tallentyre. — Sono talmente turbato dalla malattia di David, che
probabilmente sono troppo ansioso di trovare qualcuno con cui condividere la responsabilità
dell'accaduto. Vada pure, ora. La chiamerò, se sarà necessario, anche se spero con tutto il cuore che
tale necessità non si presenti.

Ancora incline a rimanere, Mallorn si sforzò di trovare un modo per prolungare la conversazione: — Ho
letto l'articolo — disse final-mente — in cui lei sostiene che non vorrebbe vivere in un mondo co-me il
mio, turbato dai portenti e inesplicabile mediante la ragione. Ebbene, c'è una cosa che ho sempre voluto
dirle, a questo proposito...

Per tutta risposta, Tallentyre lo scrutò con sguardo adamantino, senza invitarlo a proseguire.

Nondimeno, Mallorn riprese, in tono pacato: — Supponiamo, co-me pura ipotesi, che il mondo sia
come lo immagino io, e non come lo immagina lei, accettando tutti i suoi giudizi su ciò che questo
im-plicherebbe. Supponiamo che la creazione sia possibile, e che il mon-do sia dunque, come lei
sostiene, in pericolo di subire una sorte tale che, in qualunque momento, potrebbe acquistare la sostanza
e la lo-gica del sogno. Ebbene, sir Edward: quali conseguenze ne trarrebbe?

Era l'invito a una lunga discussione, un tranello polemico, l'offer-ta di un sacrificio retorico come
tentazione. Ma Tallentyre non si la-sciò tentare: — Se davvero il mondo fosse così — rispose, con voce
dura — dovremmo comunque vivere in esso, e fare del nostro meglio per comprenderlo. Tuttavia, non
intendo discutere di filosofia men-tre il mio amico soffre. Preferisco che lei ci lasci, ora.

Annuendo, Mallorn accettò cortesemente la sconfitta, e se ne andò.


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Per un poco, il delirio cessò: Lydyard tacque, pur continuando a sudare abbondantemente. Tallentyre gli
accostò una borraccia alle lab-bra e lo fece bere. Per alcuni istanti, l'acqua sembrò recargli qualche
sollievo, ma poi Lydyard riprese a vaneggiare, scuotendo violentemente la testa.

D'impulso, Tallentyre si chinò come aveva fatto Mallorn, per sforzarsi di trarre un senso dal flusso di
frasi frammentarie. Distinse così alcune brevi proposizioni coerenti, relative a una strada, a un'entità felina,
a una catena intorno al collo di qualcuno, ad alcune ombre.

Limpidamente, Lydyard disse: — Non posso affrontarla! Cordelia! — E pronunciò, in Latino, le ultime
parole del paternoster, che significavano «liberaci dal male».

In seguito, il giovane emise altri suoni, ma il baronetto non ebbe neppure la certezza che si trattasse di
parole storpiate, né che le frasi che aveva distinto poco prima avessero qualche senso: sembrava, in-fatti,
che non esistesse nessuna connessione intelliggibile fra la situa-zione in cui si trovavano entrambi e una
creatura felina con una cate-na al collo.

Forse,pensò Tallentyre,si tratta di frasi che si susseguono senza alcun ordine. Eppure il ragazzo
chiama ripetutamente Cordelia, co-me se la implorasse di riportarlo magicamente nella fredda
Inghilter-ra, lontano da questo paese di tombe, di serpenti, e d'ignei demoni del deserto.

In quel momento, entrò nella tenda William de Lancy, che aveva soltanto tre o quattro anni più di
Lydyard, ma era molto più esperto del mondo. Tallentyre conosceva la sua famiglia soltanto
superficial-mente, ma credeva di capire che tipo di uomo fosse de Lancy molto meglio di quanto capisse
le motivazioni del misterioso gesuita.

— I cavalli sono allarmati — annunciò de Lancy, inquieto. — Vor-rei avere il loro fiuto, per poter
capire che cosa avvelena quest'aria. — Così dicendo, si accarezzò il cinturone della rivoltella.

Il baronetto si girò istintivamente a guardare sotto la propria bran-da, dove aveva collocato i fucili da
caccia, abbastanza preziosi da do-ver essere tenuti sempre a portata di mano: — Forse c'è un predatore
nelle vicinanze — suggerì. — Dubito che vi siano leoni, su queste col-line, ma potrebbe trattarsi di
sciacalli.

— Può darsi — convenne de Lancy, senza nessun entusiasmo. — Una volta, mentre scrutavo la zona
circostante, ho avuto l'impressio-ne di scorgere una creatura di forma umana che si stagliava contro le
stelle. Appena mi sono soffermato ad osservarla, si è accucciata. Ma questo è il deserto rosso, inospitale
con tutti, tranne che con i be-duini. Preferirei di gran lunga che si trattasse di animali selvaggi, ma... Non
sente anche lei? C'è qualcosa, qui. Non me la sento più di biasi-mare quei ribaldi vigliacchi che ci hanno
piantati in asso.

Altre superstizioni,pensò stancamente Tallentyre.

Benché fosse equilibrato e bene istruito, quando si trattava di oc-cultismo alla moda, de Lancy
apparteneva alla scuola del «non c'è fumo senza fuoco», la quale rifiutava di negare la possibilità dei
portenti, e dunque nutriva un rispetto esagerato nei confronti di quel ge-nere di storie strane che coloro i
quali avevano vissuto in India e nei paesi ancora più remoti dell'Estremo Oriente erano inclini a narrare
nelle serate tediose trascorse al circolo.
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Con sussiego professorale, Tallentyre scosse la testa: — Siamo di-ventati troppo civili, de Lancy,
perciò, quando siamo lontani dai luo-ghi frequentati abitualmente dagli uomini, siamo troppo sensibili. La
consapevolezza di quanto siano remote e isolate certe regioni resusci-ta in noi quelle angosce informi e
vaghe di cui avremmo dovuto sba-razzarci quando siamo usciti dall'infanzia. Le condizioni del povero
David ci hanno resi inquieti tutti quanti, rammentandoci che persino i serpentelli e gli scorpioni possono
arrecarci terribili sofferenze, se non la morte. Ammesso che i cavalli siano davvero minacciati da
crea-ture nascoste nell'oscurità, può trattarsi soltanto di fiere, o di brigan-ti arabi.

Avvicinatosi al giovane avvelenato, de Lancy si curvò come aveva-no già fatto Mallorn e lo stesso
Tallentyre, cercando a sua volta di trarre un senso dal caotico profluvio di parole che si riversava
sotto-voce dalle sue labbra.

Che cosa sta succedendo qui?pensò intanto Tallentyre.Che cosa ci induce tutti quanti a chiederci se
non si possa ricavare qualche stra-na delucidazione dalle farneticazioni mormorate da un ragazzo
sof-ferente?

Incapace di individuare alcunché di significativo nei vaneggiamenti dell'amico, de Lancy si rialzò subito, a
differenza di Mallorn. La di-screzione gli impedì di rimarcare che la figlia di Tallentyre veniva no-minata di
frequente. Commentò invece, in tono truce: — Non ho mai visto nessuno in simili condizioni. Proprio non
capisco che genere di serpente possa averlo morso, anche se credo di conoscere abbastanza bene le
vipere e gli altri rettili velenosi. Senza dubbio non si è trattato di un aspide di Cleopatra.

— L'ho ucciso e l'ho collocato in una giara — spiegò Tallentyre. — Intendo portarlo in patria per
mostrarlo agli studiosi di Oxford. Forse si tratta di una specie sconosciuta, e forse, per risarcire David
almeno in parte delle sue sofferenze, riceverà un nome ispirato a lui.

— Forse — convenne de Lancy, il quale, però, sembrava incapace di frivolezze. Era evidente che lo
scambio di rassicurazioni non aveva alleviato affatto la sua ansia: la creatura che aveva turbato i cavalli
inquietava anche lui, sebbene fosse chiaro che nemmeno lui stesso sa-peva esattamente come, o perché.

— Ho perso ogni desiderio di compiere esplorazioni — confessò stancamente Tallentyre. — Il gesuita,


suppongo, vorrebbe che trascorressimo la giornata di domani a sgombrare le macerie, e che uno di noi si
calasse nella mastaba per scoprire se vi sono rimaste alcune vestigia. Tuttavia, non avremmo i mezzi per
rimuovere un sarcofago nep-pure se fossimo tanto fortunati da trovarne uno, e personalmente non mi
piace affatto dover frugare nella polvere alla ricerca di scarabei e amuleti come quelli che si possono
acquistare in qualunque bazar del paese. Qualunque oggetto sia stato lasciato dai saccheggiatori delle
tombe delle epoche dinastiche, è già stato sicuramente recuperato da altri antiquari, giacché vi sono
prove in abbondanza che negli ultimi decenni qui si è scavato. Se David fosse in condizione di viaggiare,
dovremmo tornare subito indietro.

Debolmente, de Lancy sorrise: — Siamo stati piuttosto sciocchi, sir Edward...

— Può darsi — convenne Tallentyre. — Ci siamo lasciati conta-giare dalle romanticherie dell'egittologia
come da una lieve malattia, ansiosi di credere che un gesuita curioso potesse condurci a scoprire
meraviglie sconosciute setacciando la sabbia. In realtà, però, sappia-mo bene che queste sono soltanto
illusioni. — Ciò detto, esitò. Quan-do riprese a parlare, il suo tono di voce era mutato: — Nondimeno...
Il frate si aspettava di trovare qualcosa, qui... Ebbene, vorrei sapere di che cosa si tratta.

— Glielo ha chiesto?

— Sì, ma egli sostiene di non saperlo.


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— E lei gli crede?

Il baronetto scrollò le spalle: — Giura di essere stato sincero con noi, e lo afferma con una cert'aria di
convinzione. Dopotutto, è un religioso.

— Ha paura di qualcosa — osservò de Lancy, con voce calma. — E anch'io, per la verità. Che Dio mi
aiuti, sir Edward: anch'io. — Ancora una volta, portò la mano alla fondina.

— Anche David è spaventato — commentò pensosamente Tallen-tyre. — Persino nella follia del suo
tormento, è terrorizzato. E nono-stante tutta la mia ostinata determinazione ad oppormi alla supersti-zione
e a vedere il mondo com'è realmente, non posso reprimere la sensazione che vi sia qualcosa, qui, che
mette a dura prova le mie con-vinzioni e la mia risolutezza.

In silenzio, Tallentyre e de Lancy si scambiarono un'occhiata. En-trambi avrebbero voluto sbarazzarsi


delle loro paure con una risata, ma nessuno dei due ne fu capace.

Gli unici suoni che turbavano il silenzio della notte erano il lontano nitrire dei cavalli, e la voce, vicina, di
Lydyard, il quale, sprofondato nell'incubo, parlava di un'entità felina, di Cordelia, delle ombre, del timor
d'Iddio, e forse la trama del suo delirio conteneva un filo tenue di razionalità e di senso.

Era quasi mezzanotte, ma William de Lancy era ancora seduto sot-to le stelle, accanto alle ceneri del
fuocherello che era stato acceso per preparare il caffè. Era necessario risparmiare la legna, perché la
scar-sa provvista era quasi esaurita, e in tutta la valle non si trovava un solo rametto.

Pigramente ma scrupolosamente, de Lancy fumava l'ultima pipata della giornata. Non si considerava in
servizio di sentinella, perché non era stata presa formalmente nessuna decisione di effettuare turni di
guardia, tuttavia non riusciva a sbarazzarsi del presentimento sinistro che l'opprimeva. Aveva trascorso
abbastanza serate oziose a bere e a conversare con Tallentyre, per imparare a conoscere bene le sue
con-cezioni, quindi era certo che il baronetto avrebbe definito supersti-ziosi i suoi timori. Comunque,
credeva nei presentimenti, che poteva-no essere ignorati soltanto a proprio rischio e pericolo.

Anche se non aveva mai veduto uno spettro, sapeva che alcuni uo-mini in cui aveva fiducia credevano
che i fantasmi esistessero, e che avessero il potere di nuocere all'umanità. Era sicuro che, nel silenzio e
nell'oscurità del tutto peculiari di cui erano abbigliati i sepolcri, gli spettri potevano manifestarsi, se lo
volevano.

In Egitto, si sentiva più prossimo al mondo soprannaturale di quanto si fosse mai sentito in qualunque
altro paese che aveva visitato. Fra le sabbie del deserto, gli antichi avevano sepolto i defunti, fasciati di
bende e di bitume, non perché riposassero, bensì affinché intrapren-dessero un viaggio superiore alla vita
medesima: un viaggio nell'eter-nità.

A differenza di uomini come Tallentyre, che la consideravano una fine assoluta e spietata, difficile da
accettare, de Lancy era persuaso che la morte fosse necessariamente il preludio a un viaggio del gene-re.
Ai suoi occhi, l'uomo era una creatura troppo bella per essere spre-cata nella putrefazione e nel
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disfacimento: meritava invece un desti-no migliore, più adeguato, in qualche luogo ignoto oltre i confini del
tempo e dello spazio.

Nonostante questa convinzione, trovava molto difficile credere a un Dio simile a un padre, nonché a un
redentore. Non capiva perché, né lo avrebbe mai confessato ad anima viva, ma gli era più facile cre-dere
al potere delle enigmatiche divinità pagane, piuttosto che all'ef-ficacia della preghiera cristiana.

Pensava che vi fosse qualcosa di spiccatamente tragico nel modo in cui le mastabe erano state profanate
senza pietà, più e più volte, prima dai ladri smaniosi di arricchirsi, venuti a rubare gli oggetti che
appartenevano ai defunti, poi da coloro che erano venuti a rubare le salme stesse. Secondo lui, vi era ben
poca differenza fra i trafficanti che facevano da mezzani alla superstizione fornendo a coloro che si
definivano maghi i materiali da rivendere, e i bravi cristiani che face-vano da mezzani al feticcio della
cultura trafugando i defunti insieme ai loro sarcofagi, affinché fossero successivamente esibiti nei musei di
tutto il mondo. Erano tutti ladri, ugualmente incuranti dei diritti e dei veri interessi dei defunti, che avevano
intrapreso il lungo viaggio nell'aldilà.

Anziché rimproverare ai morti i loro ritorni in forma spettrale, de Lancy si augurava che essi insegnassero
ai vivi che non era affatto saggio turbare i resti di coloro che erano partiti per primi.

Gli spettri hanno tutto il diritto di manifestarsi,pensò, come se que-sta riflessione determinata potesse
bandire l'inquietudine che lo assil-lava.E coloro che non credono in essi meritano il terrore delle loro
manifestazioni.

Nessuno dei compagni di William de Lancy dormiva ancora. En-trambe le tende erano illuminate
dall'interno, talché de Lancy poteva osservare le ombre che vi si muovevano. Evidentemente, Tallentyre
era deciso a vegliare su Lydyard per tutta la notte, se necessario, mentre padre Mallorn si manteneva
sveglio per qualche motivo personale, me-diante la disciplina della preghiera.

Per de Lancy, la preghiera era sempre stata un'imposizione, alla quale si era segretamente ribellato già
da bambino. Aveva sempre finto di pregare, benché supponesse che le preghiere altrui non fossero
sol-tanto sincere, bensì anche meditate ed efficaci. In un certo senso, in-vidiava la fede incrollabile di
Mallorn nel Dio delle sacre scritture, come pure invidiava a Tallentyre la fede ugualmente incrollabile
nel-la inesistenza di quel Dio. Aveva l'impressione che qualunque fede assoluta fosse più rassicurante
della combinazione fra i presentimenti inquietanti e l'assenza di fede, ossia il vuoto conturbante in cui
avrebbe dovuto trovarsi Dio Padre.

Di nuovo portò la mano alla fondina, come se essa si muovesse per volontà propria. L'aveva già ritirata
di scatto più di una volta, ma in quel momento la sua disposizione mentale lo indusse ad agire
di-versamente: sfoderò la rivoltella e cominciò a giocherellarvi, passan-dola da una mano all'altra. Era
carica, ma la sicura era inserita.

Con la pistola in pugno, vuotò la pipa picchiando il fornello con-tro un sasso vicino. Nel buio, non vide
la chiazza di cenere che vi la-sciò. Rimise la pipa in tasca e si alzò.

Completato il rituale, non aveva più nessun motivo per rimanere all'aperto, a meno di prendersi la briga
d'immaginare un pericolo con-creto: per esempio, un gruppo di banditi beduini che intendeva assa-lire
l'accampamento con il favore delle tenebre, per derubare i viag-giatori. Tuttavia, a differenza di quello
che lo stesso de Lancy aveva sospettato un tempo, l'Egitto non era un paese di predoni. In realtà,
temeva, semmai, che i beduini non fossero meno inclini ad evitare le rovine di quanto avevano dimostrato
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di esserlo le guide, le quali ave-vano preferito rinunciare alla paga piuttosto che addentrarsi fra quelle
colline, e che vi fosse qualche ragione orrenda per questa riluttanza.

Nella luminosità della luna e delle stelle, a cui si aggiungeva la luce gialla delle lanterne accese nelle tende,
spiccavano abbastanza nitida-mente le ombre degli accessi alle due mastabe che erano stati sgom-brati
dalle macerie, e i crepacci in cui erano stati sepolti i più remoti antenati degli Egiziani.

Il giorno precedente, tutti e quattro i viaggiatori erano stati bramo-si di esplorare le poche vestigia
antiche che non erano crollate intera-mente, o che non erano state del tutto intasate dalle sabbie del
deser-to. Persino là, fra i sassi aguzzi delle colline che dominavano la pia-nura alluvionale, il tempo aveva
pressoché cancellato le tombe. Se vi erano resti da osservare, ciò era dovuto evidentemente agli scavi
ef-fettuati di recente da altri esploratori. Nelle camere sgomberate non era rimasto nessun oggetto,
mentre i corridoi che conducevano alle stanze sotterranee dove un tempo erano stati collocati i sarcofagi
era-no quasi completamente ostruiti dalle macerie.

Nel guardare attorno, però, de Lancy non poté ignorare la sensa-zione che nella luce magica delle stelle
vi fosse qualcosa che sussurra-va di segreti ancora nascosti fra quelle rovine. Il popolo antico che aveva
sepolto lì i propri defunti si era servito dei crepacci nella roccia prima ancora di iniziare a costruire con
pietre e mattoni le tombe più primitive, e forse, persino dopo migliaia di anni, alcune di queste tombe
erano ancora inviolate. Era possibile che gli archeologi che avevano preceduto de Lancy e i suoi
compagni se ne fossero andati dopo aver compiuto soltanto una breve indagine, perché scavare fra le
rovine predinastiche era infinitamente meno glorioso e romantico che esplorare la Valle dei Re. Ma ciò
non dimostrava che non vi fosse nulla da scoprire.

Forse alcune rozze tombe custodivano ancora le reliquie di un pas-sato più remoto di quello
documentato negli elenchi dinastici. Non era tanto difficile credervi, in una notte come quella, in cui la
valle era tanto elegantemente e misteriosamente abbigliata dalla luce luna-re e dalle ombre.

D'improvviso, de Lancy fu scosso da un tremito d'inquietudine:Quelle ombre, pensò,si stanno


muovendo!

Per un istante, non riuscì a cogliere il significato della scoperta. Poi rammentò, con lo sbalordimento
assurdo di chi ricordasse l'ovvio, che il movimento della luna e delle stelle era impercettibile, e che le
rocce erano inamovibili: com'era dunque possibile che le ombre negli ingressi delle tombe si muovessero?

Quando l'esplosione di questo pensiero gli devastò la coscienza con una vertigine spaventosa, de Lancy
non trasse alcun conforto dal fat-to di avere la rivoltella in pugno: a che cosa avrebbero mai potuto
servire le pallottole, infatti, contro un esercito di ombre?

Disse subito a se stesso che non vedeva nulla, che le ombre non si muovevano affatto, che s'ingannava,
tuttavia non poté convincerse-ne, perché non era affatto vero: le ombre si stavano realmente muo-vendo,
e lui non era pazzo, bensì soltanto terrorizzato.

Avrebbe invocato Dio per avere soccorso e protezione, se non avesse saputo che una falsa preghiera
sarebbe stata inutile, in quel momen-to. Non poteva neppure chiamare in aiuto Tallentyre o padre
Mallorn, perché non aveva di fronte null'altro che una legione di ombre, e non era un codardo. Era stato
abbastanza coraggioso da confessare i propri timori al baronetto, quando la conversazione glielo aveva
con-sentito, però non fu abbastanza coraggioso, in quel momento, per sve-lare a Tallentyre il terrore
puro che provava dinanzi alle ombre che strisciavano nella tenebra.

In verità, le ombre si muovevano. Anche se lo facevano nel loro spazio, al loro ritmo, de Lancy era
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consapevole che la sua propria presenza non era estranea a tale movimento: si rendeva conto di esse-re
in pericolo.

Vacillando, si recò verso la tenda che condivideva con il gesuita, e subito si rese conto che non l'avrebbe
raggiunta. L'aria intorno a lui sembrava straordinariamente tangibile, come se fosse divenuta più densa,
più solida, per ostacolare i suoi movimenti, per imprigionarlo. Disse a se stesso che si trattava di
un'illusione, eppure percepì l'attri-to, mentre cercava di camminare, di correre...

Fu rallentato, fu obbligato a deviare in un modo inaspettatamente goffo e brutale, poi, incespicante, fu


attirato lentissimamente verso il versante della collina in cui attendevano gli ingressi delle tombe, dove le
ombre brulicanti si affollavano come grandi scarafaggi neri, quasi che fossero parenti degli scarabei che
prosperavano negli escrementi e nella putredine.

Non entrerò vivo nella tomba!gridò mentalmente de Lancy.Non sarò suddiviso nelle mie diverse
anime, per affrontare i pericoli del viaggio della morte prima del tempo! Non sono schiavo dei re
con-quistatori, perché appartengo a un popolo conquistatore, e voi non mi avrete! Ma era invaso
dal profondo terrore che, per il reame di quelle entità fosche ed aliene, l'impero della regina Vittoria non
fosse che qualcosa di meschino, di spregevole, e che il suo potere non do-vesse essere temuto, e che ad
esso nessuna creatura d'ombra dovesse la minima obbedienza.

Cercò di correre, ma si sentì attirato lontano dalla direzione in cui si trovavano le tende. Sollevò i piedi
dal suolo come per negare all'a-ria repellente il potere di imbrigliarlo, ma fu come se fosse smarrito in un
sogno in cui poteva fluttuare: fu trascinato sulla sabbia cospar-sa di sassi, contro la propria volontà, verso
la breccia che saccheggia-tori di tombe defunti ormai da lungo tempo avevano aperto nel muro di mattoni
di una mastaba.

Nell'osservare questa meta, comprese quale direzione avrebbe do-vuto prendere per opporsi
all'attrazione delle ombre; e tale consape-volezza gli fornì, tardivamente, un po' di energia per resistere.
Sentì di nuovo gli stivali a contatto con la solida roccia, si accorse di essere in piedi, immobile, non più
impotente.

Il movimento delle entità parve divenire più frenetico e più caoti-co, simile a una danza folle, come se
esse fossero le ombre innocue suscitate dalla fiammella guizzante di una candela. Dopotutto, erano forse
qualcosa di più che schiave di un'energia turbolenta? La loro apparenza d'identità e di ostilità non era
forse nulla più che un'illu-sione fugace?

Immobile, con i muscoli contratti, nello sforzo di diventare inamo-vibile di fronte alla forza, di qualunque
natura fosse, che tentava di attirarlo nella tomba, de Lancy si accorse che l'aria lo esplorava, gli tastava il
viso e gli abiti con la propria sostanza. Cercò di non respi-rare, nel timore di assorbire quell'elemento
invadente all'interno del proprio organismo, dove avrebbe potuto afferrargli il cuore e gioire del sangue
che gli fluiva ritmicamente nelle vene.

Questa è forse l'aula del giudizio universale?pensò.Sono forse con-vocato dinanzi al trono di Dio,
affinché il rotolo della mia anima sia svolto a rivelare la lista dei miei peccati?

Nell'aria si diffuse un suono che ricordava le fusa di un gatto con-tento di essere coccolato e
accarezzato.

Se soltanto riuscissi a sparare,pensò de Lancy,forse tutti questi fantasmi svanirebbero in un batter


d'occhio, spediti all'oblio che me-ritano dalla potenza del fuoco creato dall'umanità...
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Anche se sembrava un pensiero fondato e razionale, de Lancy non riusciva a credervi. Eppure la ragione
non lo aveva del tutto abban-donato, perché al suo terrore si mescolava una certa curiosità. Dov'e-ra il
muso di quella presenza felina nell'aria? E dov'erano gli artigli? Quale forma superiore avrebbe potuto
assumere? In qualche modo, le fusa erano affettuose, oltre che minacciose, e de Lancy si sentiva
stranamente smarrito in una rete di paradossi.

Dov'erano le ombre? Non sapeva perché, ma era stato perso di vi-sta per un momento. La luce della
luna e delle stelle era in qualche modo scomparsa, e de Lancy non aveva la sensazione di essere vicino
alle tende o ai cavalli. Era mai possibile che fosse stato strappato dal tempo e trasportato nel mondo del
sogno?

D'improvviso, capì di avere assorbito l'entità senza volerlo: essa, quale che fosse la sua natura, non era
più soltanto fuori di lui, bensì anche dentro di lui. Stava perdendo ogni contatto sia con il mondo fisico
che lo aveva contenuto, sia con la propria paura: forse con la sua stessa anima.

Si sentiva simile a un felino, capace di muoversi furtivamente nel-l'ombra, libero dal fardello del pensiero
e della parola, interiormente calmo e posseduto dal mistero.

Dentro di sé avrebbe dovuto avere una sorta di calore, prodotto dal fuoco fervido della vita medesima.
Invece non sentiva nulla, se non un'assenza, un vuoto, una dolorosa inesistenza.

Era consapevole di camminare... furtivo e silenzioso come un'om-bra fra le ombre... creatura di pura
volontà... animale...

Poi cadde, e la sensazione di cadere destò in lui un terrore primor-diale, tanto simile all'essenza stessa
del proprio essere, che non pote-va venire negata dalla presenza confortante che lo aveva catturato e che
lo imprigionava. Tale terrore eruppe da lui in un grido terribile, possente, che si diffuse fino a colmare
tutto il tempo.

Di riflesso, il dito premette il grilletto della rivoltella, anche se lo sparo fu tanto futile quanto de Lancy
aveva temuto, e la detonazione si perse nell'urlo pauroso che, dopo essersi protratto sino ai margini
dell'eternità, si spense in un silenzio interminabile.

Questo,si disse William de Lancy, abbastanza ben consapevole del paradosso che gli consentiva di
pensare,può essere soltanto il silen-zio della morte.

Quando udì l'urlo e lo sparo, sir Edward Tallentyre afferrò una dop-pietta senza alcuna esitazione, la
caricò rapidissimamente, e corse fuori della tenda.

Per un attimo, benché la notte fosse abbastanza luminosa, ebbe l'im-pressione di essere sopraffatto
dall'oscurità, perché i suoi occhi era-no ormai abituati alla luce intensa della lanterna. Individuò
approssi-mativamente la direzione da cui l'urlo era giunto, ma non riuscì a scor-gere alcun bersaglio, né
alcuna traccia di de Lancy.

Nello sforzo di penetrare con la vista la cortina del buio, intravide un'ombra che si allontanava
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rapidamente da lui sul versante della col-lina: imbracciò la doppietta per mirare, prima di riconoscere
padre Mallorn.

La testa nera dell'ombra divenne improvvisamente pallida, quan-do il gesuita si girò a gridare: — Presto!
È entrato nella tomba!

Di corsa, il baronetto raggiunse Mallorn, che lo aspettava.

Al grido di angoscia non seguì alcun altro suono: tutto aveva l'im-mobilità e la quiete del sepolcro.

Giunto accanto al gesuita, Tallentyre udì soltanto il proprio respi-ro affannoso e ansioso. Scrutò il
versante cosparso di macigni e di mastabe in rovina, solcato dai crepacci, chiazzato dalle ombre dense, e
non seppe dove andare: — Quale tomba? — domandò.

Il gesuita non nascose la propria incertezza: — L'ho visto entrare in una breccia. Mi è parso che essa
desse accesso a una mastaba, ma adesso non sono più sicuro di quale si trattasse. Dev'essere caduto in
una fossa!

Un incidente di questo genere non parve probabile a Tallentyre, il quale non riuscì neppure ad
immaginare che potesse giustificare un urlo tanto colmo di orrore. Sapeva, anche se lui e i suoi compagni
non si erano presi la briga di misurare la profondità delle poche fosse scavate dai precedenti esploratori,
che esse non potevano essere più profonde di dieci o dodici metri. Era possibile che una caduta da tale
altezza fosse fatale, ma non era probabile, anzi, anche ammettendo che de Lancy fosse inciampato, era
incredibile che non fosse riuscito ad aggrapparsi al bordo della fossa, o a rallentare la caduta
afferran-dosi al declivio. E comunque, perché mai avrebbe dovuto esplodere una rivoltellata?

— Rifletta! — esortò Tallentyre, spazientito. — Se lo ha visto, de-ve aver visto anche dov'è andato! —
Nel dir questo, però, si rese su-bito conto che la faccenda non era tanto semplice. L'intero versante
impervio era una confusione di ombre mutevoli: non era affatto stu-pefacente che il gesuita, nel salire di
corsa la china, angosciato, aves-se perso di vista il luogo verso cui si era diretto inizialmente.

Intanto, all'accampamento, i cavalli, nuovamente inquieti, comin-ciarono a scalpitare sui sassi,


producendo brevi schiocchi metallici.

Senza girarsi ad osservarli, Tallentyre riprese a salire, guardando attorno nel tentativo di stabilire dove
fosse scomparso de Lancy, e chiedendosi perché si fosse incamminato lassù, da solo, nel cuore del-la
notte.

— Attento! — gridò Mallorn.

Tuttavia, Tallentyre non ebbe il tempo di reagire all'avvertimento: una creatura enorme e pesante sbucò
dall'oscurità, gli si catapultò ad-dosso, e lo rovesciò su un fianco.

La doppietta scaricò un colpo in aria senza produrre alcun danno, ma il baronetto non la mollò, benché
squassato dall'impatto terribile di una spalla e di un fianco contro una roccia affiorante.

Mentre la creatura fosca lo scavalcava agilmente, Tallentyre non riuscì a capire che forma avesse:
percepì a malapena un caldo respiro sul viso, e poi un odore muschiato, animale, che non riuscì a
identifi-care.

Il gesuita parve emettere un urlo strozzato.


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Incapace di rialzarsi, Tallentyre riuscì soltanto a sollevare la testa.

La creatura, furibonda e gigantesca, balzò addosso al gesuita, af-ferrandogli le spalle con le zampe
anteriori. Benché fosse tutt'altro che vecchio, anzi, cinque anni più giovane del baronetto, Mallorn non era
abbastanza forte da resistere a un simile assalto. Per giunta, era disarmato: non aveva neppure un
crocifisso da brandire, mentre in-vocava l'aiuto del Signore. In preda al panico, tentò di dire qualcosa, in
Inglese o in Latino, ma riuscì a pronunciare soltanto una serie di suoni inarticolati.

Nell'alzarsi a sedere, Tallentyre udì il gesuita cadere, come lui stes-so era caduto poc'anzi, sopraffatto
dalla belva nera che sembrava es-sere scaturita dalle viscere della collina. Imbracciò la doppietta,
ten-tando di mirare, certo che il colpo che gli rimaneva sarebbe stato suf-ficiente, se la fiera si fosse
allontanata dalla sua vittima e gli avesse mostrato gli occhi.

Invece, la misteriosa creatura parve ingaggiare una lotta spietata con il disgraziato Mallorn. Era
impossibile stabilire che razza di fiera fosse: aveva le dimensioni, ma non la forma, di un cavallo. La testa
e le zampe erano enormi. Sul dorso si scorgeva qualcosa di simile a un paio di ali atrofizzate.

Con uno sforzo, Tallentyre si alzò in piedi, ignorando il dolore sordo che gli si diffuse in tutto il braccio
destro, nonché alla base della schie-na. Era consapevole di non avere ossa rotte. Sapeva inoltre che
sa-rebbe stato in grado di sparare con mano ferma, se avesse osato. Sen-za esitare, avanzò, con
l'intenzione di usare la doppietta per separare la fiera dal gesuita.

Allora, sovrastando la vittima riversa, la belva si alzò, quasi come avrebbe fatto un uomo, e si volse,
come nessun quadrupede avrebbe mai potuto fare. Illuminata direttamente dalla pallida luce della lu-na,
che splendeva alle spalle di Tallentyre, batté l'aria con le ali, che però non avrebbero mai potuto
consentirle di volare. Era possente, alta tre metri abbondanti, ammantata di pelliccia fulva, liscia e
mor-bida, più simile a quella di un felino che a quella di un orso. Aveva sicuramente la coda, lunga e
sferzante, e aveva gli artigli sfoderati, pronti a colpire. Eppure, la testa che guardava Tallentyre da quella
terrificante altezza non era affatto felina, bensì quasi umana: il viso, pur essendo furente, ringhiante,
demoniaco, aveva il contorno di quello di una bella donna.

Il baronetto, che non aveva mai veduto una creatura tanto stupefa-cente, non riuscì a credere ai propri
occhi. Nonostante le fattezze uma-ne del viso, non riusciva neppure a concepire che quello sguardo
bie-co, funesto, e quella smorfia orrida che snudava le zanne bianche, celassero un'intelligenza. Nella
forma della creatura chimerica, non era il corpo, bensì la testa ad essere incongrua.

Il mostro sembrava del tutto inconsapevole della forma della pro-pria testa, perché spalancò la bocca
con folle arroganza, come se spe-rasse di poter decapitare Tallentyre con un sol morso.

Per un attimo, Tallentyre ebbe l'opportunità di fare fuoco, ma poi-ché non era pronto, si limitò a
pungolare la belva al ventre, come aveva progettato di fare, senza nessuna vera possibilità di nuocerle.

Il gesto, disastrosamente debole, risultò per forza di cose una pro-vocazione, anziché un assalto. La fiera
sgranò gli occhi gialli, in un modo che a Tallentyre, stranamente, non sembrò di pura furia bellui-na:
pareva che lasciasse trapelare perplessità e sconcerto.

Per alcuni istanti, Tallentyre si chiese se il mostro avesse davvero intenzione di nuocergli. Consapevole
però di non potersi permettere il rischio di simili meditazioni in quell'attimo, colpì ancora, con vigo-re. Il
manrovescio con cui fu percosso non lo colse impreparato: ca-dendo, cercò di rotolare. Tuttavia non vi
riuscì, perché la violenza della sberla fu molto maggiore di quanto avesse previsto. Come perseguitato
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dalla goffaggine, urtò di nuovo il fianco contro un sasso aguzzo.

Nondimeno, non si lasciò sfuggire la doppietta, che in quel momento gli era più cara della vita: era certo
che sarebbe morto, se l'avesse ab-bandonata. Gli sembrava impensabile, infatti, che la fiera potesse
mo-strarsi misericordiosa dopo che l'aveva irritata. Tentò di fuggire carponi, in modo da guadagnare il
tempo necessario a prendere la mira, tuttavia ebbe l'impressione che muoversi fosse stranamente difficile,
come se l'ombra in cui era caduto avesse preso vita propria e lo im-prigionasse, aderendo a lui come una
sorta di magico mantello d'o-scurità. Batté la testa contro un sasso e rimase stordito dalla vertigine.

La luna, limpidamente visibile, simile a un grande scellino d'argen-to, fu celata da un'eclisse improvvisa.
L'odore muschiato divenne tanto intenso da risultare nauseabondo.

Oppresso da un gran peso, Tallentyre non fu straziato dagli artigli, né azzannato da quegli assurdi denti
umani. Rimase grandemente sor-preso nel non riuscire a capire con quale parte del corpo la belva lo
stesse soffocando, né che cosa stesse per accadere. Aveva l'impres-sione che la morte non intendesse
specificare in qual modo si accinge-va a ghermirlo: percepiva soltanto l'oscurità e la propria impotenza.

Poi il peso scomparve, come se, per la seconda volta, la fiera aves-se scavalcato Tallentyre, che
impugnava ancora la doppietta.

Nuovamente in grado di articolare parole, padre Mallorn pronun-ciò il nome di Satana in Latino. In
apparenza, era convinto che l'av-versario fosse un demonio. Tuttavia, non era di certo quello il mo-mento
di compiere esorcismi complicati, a prescindere dalla loro even-tuale efficacia.

Il mostro, infatti, udì le parole e tornò verso Mallorn.

Alzandosi su un ginocchio, Tallentyre imbracciò di nuovo la dop-pietta, e riuscì infine a mirare.

A poco più di un metro e mezzo di distanza, la creatura si accocco-lò come un gatto. Con gli occhi
sfavillanti alla luce della luna, guardò il gesuita.

Pur non comprendendo come ciò potesse essere avvenuto, Tallen-tyre ebbe l'impressione che essa, in
quel momento, fosse poco più gran-de di lui, quasi che fosse rimpicciolita. Notò, inoltre, che i suoi occhi
sembravano umani, anche se non aveva mai visto occhi umani gialli. Non riuscì a interpretarne
l'espressione, ma immaginò che essa stesse contraendo i muscoli, pronta a balzare sulla vittima. Fece
fuoco, e ansimò, mentre la violenza del rinculo gli faceva dolere tutto il braccio.

Come se spiccasse un balzo, il mostro fu catapultato alPindietro, quindi fu squassato da uno spasmo.
Nondimeno, Tallentyre comprese che non stava agonizzando, anche se la potente scarica di pallettoni
avrebbe dovuto essere letale.

Ferita, ma non morta, la fiera si rannicchiò e, come se assorbisse sostanza dall'ombra, riacquistò, prima
di rialzarsi, le proprie dimen-sioni originarie.

Disperatamente, Tallentyre tentò di ricaricare la doppietta, pur sa-pendo che ciò era del tutto inutile,
perché ormai la creatura torreg-giava su di lui, gigantesca, e non doveva fare altro, per disarmarlo, che
allungare una zampa. In verità, giacché aveva abituato la vista alla luce gentile della luna e poteva vederla
più nitidamente, notò che essa non aveva zampe, ma piuttosto artigli. Osservò meglio anche il viso strano
e spaventoso: la pelle era nera, ma i lineamenti non erano negri: gli occhi gialli, o meglio, dorati, e le
labbra finemente disegna-te, erano troppo esotici perché fosse possibile assimilarli a qualunque razza
conosciuta.
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Pur essendo consapevole di quanto fosse assurdo che proprio lui, fra tutti, concepisse una cosa del
genere, pensò:È la Sfinge! È il vol-to della Sfinge!

Quando la belva aprì di nuovo la bocca, Tallentyre quasi si aspettò di sentirle pronunciare un enigma
leggendario, affinché lui lo risol-vesse. Invece, essa non emise altro che una sorta di fioco lamento
lu-gubre. Era un grido di dolore, eppure non esprimeva soltanto soffe-renza: aveva anche qualcosa di
stranamente malinconico. Intanto, co-me se si apprestasse a squarciare Tallentyre, il mostro sollevò
un'e-norme mano artigliata.

In quel momento, rimanendo come paralizzato, in attesa del colpo letale, Tallentyre si accorse che si
trattava davvero di una mano.

Nello stesso istante, intravide una cosa pallida che scendeva dal-l'alto, fulminea, tempestiva, come se
Mallorn fosse riuscito ad evo-care dal cielo una folgore prodigiosa per la distruzione dell'avversario.

In procinto di scattare, la sfinge fu aggredita da una creatura pic-cola e feroce, che le balzò sulla testa
come una puzzola bianca che assalisse un cane colto di sorpresa. Tuttavia, era l'aggressore ad esse-re
una sorta di cane. Quando se ne accorse, Tallentyre si rese conto inoltre che esso era piccolo soltanto
rispetto alla gigantessa felina: in realtà, era molto più grande del cane più grosso che egli avesse mai visto.
Con la sua ferocia, con il suo furore ferale e intrepido, con la sua inarrestabile determinazione, gli apparve
non meno strano e as-surdo della sfinge.

Era un lupo, ma una sorta di lupo fantasma, che non aveva nessun diritto all'esistenza reale nel mondo in
cui Tallentyre credeva.

Consapevole che stava per essere ingaggiata una battaglia spaventosa, Tallentyre non riuscì a credere
che il lupo grigio fosse in grado di sconfiggere il mostro chimerico. Tentò di rialzarsi, ma fu assalito dalla
vertigine e rischiò di perdere conoscenza.

La sfinge deviò contro il lupo il colpo diretto al baronetto, ammes-so che si fosse trattato, dopotutto, di
un vero e proprio colpo, e lo trasformò in una sorta di manrovescio, privo di autentica forza.
No-nostante questo, gli artigli affilati squarciarono un fianco al lupo, proiettandolo via: il sangue luccicò
cupamente sulla pelliccia insolita-mente pallida.

Appena atterrato, il lupo si girò di scatto, deciso a riprendere la lotta. Tallentyre provò l'assurdo
desiderio di gridargli di scappare, di salvarsi. La sfinge arretrò di mezzo passo, con un'espressione
ine-quivocabile di perplessità, d'incertezza, ma poi batté le piccole ali e si alzò sulle zampe posteriori,
divaricando gli artigli letali, pronta a colpire.

Di nuovo, Tallentyre si sforzò di infilare una mano nella tasca in cui teneva le cartucce, ma qualcosa glielo
impedì: era come se le om-bre tutt'intorno a lui fossero alleate della sfinge e lo stessero strazian-do con
artigli di tenebra, che non avevano bisogno di squarciare il corpo perché potevano giungere direttamente
all'anima.

Lasciò cadere la doppietta scarica e sentì un ruggito spaventevole nella propria mente, come se l'oscurità
circostante non lo stesse sol-tanto schiacciando, bensì ululasse di collera e di esultanza. Ebbe la
sensazione di non riuscire a respirare perché non vi era più aria per i suoi polmoni ansimanti. Il petto gli
doleva come se fosse compresso da una cinghia di ferro che si stringeva sempre più, poco a poco.

All'improvviso, lo scontro fra la piccola belva grigia e il nero mo-stro gigantesco, che Tallentyre si
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sforzava tanto di osservare, divenne nulla più che una folle configurazione di mutevoli turbinii neri e
bian-chi, priva di ogni senso percepibile.

Ma questo non è reale!pensò Tallentyre, con un empito di sollie-vo, quasi di tripudio.Sono stato
avvelenato, e questi sono i fantasmi del mio delirio! Io sono stato morso dal serpente: non David!
Io, e non lui, giaccio a letto, e pronuncio i nomi delle creature che mi os-sessionano!

Sembrava assolutamente giusto che fosse così: Tallentyre si sentiva irragionevolmente certo che il
serpente avrebbe dovuto mordere lui, e non Lydyard. Fu felice di assumere a beneficio dell'amico il
fardel-lo che gli veniva offerto: fu felice di sostituire il giovane.

Ispirato dalla rettitudine, lottò senza posa contro la tenebra, che però non lo lasciò respirare,
impedendogli di prendere il sopravvento.

Alla fine, fu costretto a soccombere, e fu come sprofondare nella collina, attraverso la crosta terrestre,
fino a un inferno insopportabil-mente tetro e desolato, dove non era possibile provare nessuna
sensa-zione.

Nondimeno, continuò a sentirsi perversamente e immensamente compiaciutoe sollevato, perché sapeva,


ormai, che doveva essere tut-to un sogno, suscitato dal cibo nocivo e dall'oppressione della fatica e
dell'angoscia. Non aveva alcun dubbio, nella propria mente, che nel-l'istante del risveglio avrebbe
scoperto che il mondo era ancora quel-lo che era sempre stato: reale, solido, comprensibile.

L'ultimo suono che udì fu la voce di Mallorn, il quale emise un ulu-lato di abbandono simile a quello che
William de Lancy aveva lancia-to per convocare i compagni a quell'incontro con l'irrazionale.

Non temere, mio superstizioso amico!gridò mentalmente Tallentyre, in tono da generoso salvatore.In
verità, non vi è nulla da teme-re in un inferno simile, da cui saremo a suo tempo redenti mediante
il ritorno della veglia e della ragione.

Quando David Lydyard si destò, i ricordi degli incubi terribili che lo avevano tormentato rifiutarono di
svanire dalla sua mente come avveniva di solito. Ancora debole e febbricitante in seguito
all'avve-lenamento, si stupì di avere sofferto tanto per effetto di un morso lie-ve: null'altro che un semplice
graffio, meno profondo della lieve pun-tura che aveva subito al Cairo, quando la zanna di un cobra gli
aveva perforato il cuoio di una scarpa. Nondimeno si sentì ristabilito e ne fu felice, sino a quando uscì
dalla tenda e la luce mattutina gli rivelò la catastrofe che aveva travolto i suoi amici durante il suo delirio.

A causa del proprio indebolimento, non cercò in alcun modo di sep-pellire Mallorn, né intraprese una
ricerca metodica per ritrovare de Lancy. Tuttavia si sforzò sino ai limiti delle proprie risorse per
tra-sportare Tallentyre nella tenda e per distenderlo nella sua amaca.

Sulle prime, ebbe timore che Tallentyre fosse sul punto di morire per la medesima causa misteriosa che
aveva provocato il decesso di Mallorn, ma poi scoprì che il battito del suo cuore era vigoroso e
re-golare. Rassicurato, non tardò a persuadersi che alla fine il baronetto si sarebbe destato dal suo strano
sonno, e che sino ad allora sarebbe stato inutile cercare di dedurre una spiegazione dell'accaduto.
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Nel frattempo, cercò di rendersi utile, per quanto glielo consenti-vano le forze, lavorando sotto il sole più
a lungo di quanto fosse pru-dente: persino a quell'altitudine la temperatura del mezzogiorno era difficile da
sopportare.

Pensava che fosse doveroso, da parte sua e di Tallentyre, rintrac-ciare la famiglia del gesuita in
Inghilterra e informarla del decesso, oppure, se si fosse scoperto che Mallorn non aveva famiglia,
avverti-re le autorità ecclesiastiche competenti, anche se non aveva la minima idea di quali fossero tali
autorità, giacché il suo cattolicesimo era molto superficiale.

Si recò nell'altra tenda per esaminare gli effetti personali del gesui-ta, quindi ritornò al cadavere per
perquisirne gli indumenti. Provò vergogna nel vuotargli le tasche, benché fosse necessario farlo, per-ciò,
insieme alla doppietta di Tallentyre, che aveva trovato aperta, con due bossoli esplosi non ancora espulsi,
portò subito gli oggetti rinve-nuti nella propria tenda e li collocò sull'amaca in cui egli stesso era giaciuto in
preda al delirio.

Non esaminò i documenti contenuti nella cartella di Mallorn, però osservò con curiosità altri due oggetti
appartenuti al gesuita: un anel-lo e un amuleto.

Lo strano anello d'argento, che Mallorn non aveva mai portato al dito, stando a quanto Lydyard riusciva
a ricordare, recava inciso un monogramma che sembrava composto da tre lettere: la O, la A e la S.
L'amuleto era di un tipo che veniva venduto in tutti i mercati egi-ziani, anche se Lydyard non sapeva di
quale materiale fosse fatto: era un'imitazionedell'utchat, che, ritrovato in numerose tombe antiche,
rappresentava un occhio simbolico.

Quando Lydyard lo aveva interrogato a proposito di simili reperti, Mallorn gli aveva spiegato che, nella
più remota antichità, gli Egizi avevano senza dubbio indossato come amuleti certi organi delle sal-me dei
loro antenati, essiccati al sole o preservati nel bitume come le mummie, ma con l'andar del tempo li
avevano sostituiti con ripro-duzioni in legno o in argilla.

Quando non riuscì più a sopportare la sinistra sensazione tattile degli oggetti del defunto, Lydyard si
dedicò per breve tempo alla preghiera.

Gli sembrava ancora possibile pregare, benché l'esempio dell'uo-mo presso cui pregava, che aveva
sostituito suo padre e per il quale nutriva molta ammirazione, avesse lasciato tutt'altro che incrollabile la
fede che aveva ereditato. Infatti, Tallentyre era incrollabilmente con-vinto che tutte le religioni erano
vestigia dell'epoca della superstizio-ne, ormai agonizzante, e che bisognava confidare esclusivamente nella
scienza come fonte di saggezza e d'ispirazione. Inoltre, il baronet-to era molto più abile nell'argomentare
le proprie tesi di quanto lo fosse il giovane nel sottoporle a verifica.

In Inghilterra, il suo confessore aveva pronunciato severi ammoni-menti contro le cattive influenze
dell'ateismo. Anche per questo Lydyard era ancora lievemente perplesso che Mallorn avesse
frequenta-to tanto assiduamente Tallentyre a bordo del piroscafo per Wadi Halfa, e poi si fosse dato
tanta pena per indurlo ad associarglisi in quella impresa.

Oltre a pregare affinché Tallentyre si ridestasse sano e salvo, Lydyard pregò per l'anima di padre
Mallorn, nonché per la liberazione e la salvezza di William de Lancy, se questi ne avesse avuto bisogno.
Per se stesso, si limitò a ringraziare di essere stato salvato per la se-conda volta dalla morte per veleno.
Tuttavia manifestò la propria ri-conoscenza con inquietudine, non del tutto certo di essere
completa-mente guarito dagli effetti del veleno di serpente.
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Il sole era ormai alto nel cielo, quando sir Edward Tallentyre final-mente si destò dal proprio sonno
innaturale. Allora Lydyard gli fu subito accanto con una borraccia. Dopo essersi dissetato avidamen-te, il
baronetto rimase molto sorpreso, sia nello scoprire che il giova-ne si era rimesso quasi completamente,
sia nel sentirsi tanto indeboli-to. Perciò si affrettò a domandare spiegazioni che Lydyard non pote-va in
alcun modo fornirgli.

In breve, apprese dove e come il giovane lo aveva trovato, e seppe che padre Mallorn era morto, e che
William de Lancy era scomparso. Allo sbalordimento subentrò in lui un'angoscia profonda: — Buon Dio
— esclamò, con un fervore sicuramente sconveniente per un ateo dichiarato. — Credevo che fosse stato
tutto un sogno! Forse lo è sta-to davvero, ma improvvisamente non so più che cosa è reale e che cosa
non lo è. La sera scorsa temevo per la tua vita, e ora mi sembra che soltanto tu abbia superato la notte
illeso. Sono stato vittima di un'allucinazione terribile, David, eppure scopro che gli eventi hanno cospirato
per riprodurre gli effetti che essa avrebbe avuto se fosse stata vera in ogni minimo dettaglio. Dobbiamo
ritrovare de Lancy, se pos-sibile, e poi, per amore della nostra sanità mentale, dobbiamo andar-cene da
questo luogo.

— Non sono certo che ci siamo rimessi abbastanza per cavalcare — obiettò pazientemente Lydyard.
— Non sono neppure sicuro che sarà facile ritrovare de Lancy: l'ho chiamato ripetutamente, con tut-ta la
voce che avevo in corpo, senza ottenere risposta. In ogni caso, dobbiamo seppellire padre Mallorn, e
per dargli degna sepoltura cristiana in questo luogo roccioso, dobbiamo deporlo in una tomba an-tica,
nonché scusarci per quanto è possibile con colui che accoglierà la sua anima.

— Se il mio sogno è veritiero, temo che de Lancy stia già riposan-do in un sepolcro millenario. Tuttavia
dobbiamo cercarlo, perché non bisogna mai confidare nei sogni. — Così dicendo, Tallentyre tentò di
alzarsi in piedi, ma lo sforzo fu talmente doloroso, che si lasciò dissuadere dal giovane.

— Devi raccontarmi che cos'è accaduto — disse Lydyard. — Te-mo di essere rimasto nella morsa
della febbre e del delirio fino al mat-tino: so soltanto quello che ho scoperto dopo essermi svegliato.

Il baronetto scosse la testa, poi si palpò il fianco destro e la spalla con la mano sinistra: — Non so che
cosa sia accaduto in realtà — confessò rabbiosamente. — Sembra che de Lancy sia entrato in una
tomba e che qualcosa lo abbia talmente terrorizzato da indurlo a stril-lare orrendamente e a sparare con
la rivoltella. Mallorn e io lo abbia-mo rincorso, ma in breve il nostro stesso disorientamento ci ha
co-stretti a fermarci. Forse il sogno è cominciato allora, e non prima. Come posso saperlo? Nella mia
allucinazione, siamo stati aggrediti da una creatura enorme, simile a una sfinge vivente, in carne ed ossa,
che prima è ingigantita, poi è rimpicciolita, poi è ingigantita ancora. Per sbaglio, ho sparato il primo colpo
in aria. Con la seconda fucila-ta l'ho centrata in pieno, da breve distanza, senza però ferirla grave-mente.
D'improvviso, la sfinge è stata assalita da un grande lupo gri-gio. Allora sono stato soffocato dalle ombre:
non ho più visto né sen-tito niente. Hai forse trovato la salma di un grosso felino, o magari di un lupo
grigio?

— No. Però ho notato alcune chiazze di sangue sui sassi, vicino a dove ti ho trovato. Credevo che fosse
sangue tuo, o forse di padre Mallorn, anche se nessuno di voi due mostrava ferite gravi. — Senza
volerlo, Lydyard pronunciò questa frase sottovoce, perché il raccon-to di Tallentyre gli aveva ricordato
improvvisamente un sogno che ave-va avuto durante il delirio. Pensosamente, soggiunse: — Una sfinge,
hai detto?

Il baronetto lo scrutò ad occhi socchiusi, come se avesse rammen-tato a sua volta qualcosa: — «La
felina... Non posso fronteggiarla»... — citò, quasi in un mormorio. — Ricordi di aver pronunciato una
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frase simile, al culmine del tuo delirio? Che genere di felino ti spaven-tava, David? Che parte aveva nel
tuo sogno?

Senza dover compiere alcuno sforzo, Lydyard rammentò ogni co-sa, anzi, esitò proprio a causa della
profusione d'immagini che gl'inondò la mente, scatenata dalle frasi di Tallentyre: — Ho visto Satana
tormentato all'Inferno — sussurrò. — Ho visto Dio, impotente all'esterno dell'universo. Ho visto... lupi...
che non erano soltanto lupi. E la felina... No, in realtà, non era una felina... All'inizio, ha avuto soltanto la
testa felina, come la dèa Bast, ma poi, per alcuni momenti, ha avuto il viso di donna e il corpo felino... Si
è staccata da un solenne corteo di tutte le divinità dell'Egitto, che sfilava nella caverna di Platone...

— La caverna di Platone! — interruppe Tallentyre, in tono di bia-simo.

— La caverna descritta nella «Repubblica» — precisò lentamente Lydyard, pur sapendo che il
baronetto aveva capito perfettamente a quale caverna alludesse. — La caverna dove gli uomini incatenati
pos-sono vedere soltanto le ombre gettate sulla parete dalla luce del fuo-co. Nel mio sogno, erano le
ombre dei numi con la testa d'animale, e io ero l'uomo che si gira, quando la catena intorno al suo collo,
per caso, si spezza, e vede gli dèi, non le loro ombre, e Bast, la dèa dalla testa di gatto, era la divinità che
se ne accorgeva... Bast, che era an-che la Sfinge! — Con disagio, si accorse che il cuore gli palpitava.
— Ero terrorizzato — soggiunse. — Anche adesso, l'incubo mi per-seguita: la paura, e la blasfemia...

— Non vi è alcuna blasfemia, in un incubo — dichiarò sbrigativa-mente Tallentyre, che sembrava molto
più preoccupato del proprio ricordo. — Non vi è neppure la coincidenza che temevo: senza dub-bio
questa fugace similitudine dell'immaginazione è del tutto fortuita.

— La blasfemia non stava in quello — mormorò meditativamente Lydyard — bensì nella mia visione
dell'impotenza di Dio, e di Satana che redimerebbe il mondo dalle sofferenze, se un fato crudele non
glielo impedisse. Ho avuto pietà di Satana: prima che il terrore m'invades-se, Edward, mi sono infuriato a
causa della sua prigionia...

Come se gli prestasse attenzione a stento, Tallentyre ribatté, bur-bero: — Forse fai parte della
compagnia del demonio senza saperlo: dopotutto, hai vissuto abbastanza a lungo in casa mia. D'altronde,
abbiamo sognato entrambi anche di lupi, vero? Non hai forse detto di aver visto lupi?

— Sì, ho visto lupi — confermò Lydyard. — Eppure, non so co-me, sapevo che in realtà erano
licantropi.

— I licantropi affamati della città di Londra? — replicò Tallenty-re, citando un verso di una famosa
filastrocca, poiché si sentiva, no-nostante tutto, libero di scherzare.

Il giovane scosse la testa: — Correvano su un ghiacciaio immenso: una distesa infinita di ghiaccio.

Finalmente, Tallentyre riuscì ad alzarsi dall'amaca, scoprendo di essere in grado di reggersi in piedi.

Questa volta, Lydyard non tentò d'impedirglielo, né di aiutarlo: per-so nelle proprie meditazioni, tentò di
rammentare quali strane idee lo avessero posseduto nell'osservare, con l'occhio del sogno, quei lu-pi
sinistri.

Esaminando gli effetti personali del gesuita, Tallentyre raccolse l'utchat,ma subito lo depose per
prendere l'anello: — Cos'è questo?

— No so — rispose Lydyard. — Apparteneva a padre Mallorn. Se-condo te, come mai abbiamo
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avuto gli incubi entrambi, e per giunta simili, anche se soltanto uno di noi è stato morso dal serpente? E
co-me mai il nostro incubo ha ucciso Mallorn e ha fatto scomparire de Lancy soltanto Dio sa dove?

— Vorrei saperlo — disse amaramente Tallentyre. — Ma quello che è accaduto realmente, rimarrà
noto soltanto a Dio, se non riusci-rò a uscire di qui e a scoprire la verità studiando gli indizi che gli eventi
hanno lasciato. Accompagnami dove mi hai ritrovato!

Il giovane annuì, e indossò il cappello di paglia che usava per pro-teggersi dal sole.

Nel calcarsi in testa il proprio cappello, Tallentyre si accigliò, no-tando che uno dei suoi due fucili, posati
l'uno accanto all'altro, era graffiato.

— L'ho trovato accanto a te, fra i sassi — spiegò Lydyard, coglien-do la domanda inespressa. —
Conteneva due bossoli esplosi.

In silenzio, Tallentyre uscì per primo alla luce del sole e sostò ad osservare la valle desertica, nonché gli
ammassi di rovine delle tombe parzialmente dissepolte: — Non ci sono ombre, adesso — mormorò. —
Il sole alto le ha scacciate tutte.

Seguito da Lydyard, il baronetto salì il versante fino al luogo in cui giaceva la salma di padre Mallorn, già
brulicante di mosche, che fu impossibile scacciare.

Il giovane attese la conferma di quello che già sapeva da parte di Tallentyre: il decesso non aveva cause
apparenti. I tagli e le contusio-ni erano tutt'altro che letali. A quanto pareva, il cuore di Mallorn,
semplicemente stanco del tedioso lavoro di battere, si era fermato.

— Be' — commentò finalmente Tallentyre — ormai padre Mal-lorn non potrà mai più rivelarci il vero
motivo che lo ha indotto a condurci qui. E se la parte di verità che ci ha nascosto ha in qualche modo a
che fare con quello che ci è accaduto questa notte, dovremo scoprire con altri mezzi di che cosa si tratta.
— Poi, senza perdere altro tempo, si alzò a scrutare la parte sovrastante del declivio. — Se de Lancy è
entrato in una delle tombe qui attorno, può essersi tratta-to soltanto di una di quelle tre. — Così dicendo,
indicò a Lydyard i sepolcri a cui si riferiva.

Così, tutore e pupillo iniziarono a investigare. Bastarono pochi mi-nuti per appurare che de Lancy non
poteva essersi smarrito all'inter-no della prima mastaba, che era parzialmente crollata. Anche la se-conda
era quasi completamente ostruita dalle macerie. Soltanto nella terza si apriva una fossa in cui un uomo
avrebbe potuto cadere, o in cui una belva avrebbe potuto rintanarsi.

In questa fossa, Tallentyre gettò un sassolino, che avrebbe dovuto urtare udibilmente il fondo in non più
di due secondi. Invece, Lydyard contò fino a quattro prima di udire il rumore dell'impatto, e poi il rotolio
rauco del sasso che continuava la discesa.

— Dev'esserci un crepaccio, laggiù — commentò Lydyard. — Se è abbastanza largo da lasciar passare


un uomo, e se de Lancy vi è ca-duto...

— È soltanto un'ipotesi — replicò rabbiosamente Tallentyre. — Non sono ancora disposto ad


ammettere che sia andata davvero così.

All'altra estremità della camera, dove una certa quantità di detriti si era accumulata lungo la base della
parete, Lydyard notò uno scolo-rimento: vi si avvicinò, lo palpò, e sentì cera di candela. Frugando fra i
detriti, trovò un foglio di carta bruciacchiato ad un'estremità: — Edward! — E si affrettò a consegnare il
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foglio al baronetto.

Nello srotolarlo, Tallentyre strappò il foglio, ma riuscì a ricomporne i pezzi per poterlo esaminare.

— È una pagina di libro! — commentò Lydyard.

— Però non è molto antica — sospirò Tallentyre. — Più precisa-mente, è una pagina di almanacco. E
guarda... Ecco una data: 1861. Temo che sia stata lasciata da precedenti esploratori. Be', spero che la
loro spedizione abbia avuto più successo della nostra sfortunata escursione. Evidentemente, padre
Mallorn ne fu messo al corrente e s'incuriosì a tal punto da volersi recare qui personalmente. Ma non c'è
modo di scoprire, ora, di quali informazioni fosse in possesso sul-l'identità di quegli esploratori, o sulle
loro eventuali scoperte. C'è al-tro?

Il giovane indicò unachiazza su un sasso: — È sangue?

Inginocchiatosi per toccare lachiazza, Tallentyre scrollò le spalle: — Se lo è, anch'essa è stata lasciata
dagli studiosi che ci hanno prece-duto. Non riesco a scorgere nessuna traccia di de Lancy. — Con la
meticolosità che gli era consueta, infilò la pagina strappata nel pro-prio taccuino. — Mostrami le altre
macchie di sangue — ordinò.

Precedendolo, Lydyard uscì di nuovo alla luce del sole e lo condus-se a breve distanza dalla salma di
Mallorn, quindi indicò una mac-chia già tanto scurita dal calore, che ormai non sembrava più recente.

— Non credo di averla lasciata io — dichiarò Tallentyre. — E guarda... Là, dove non sono certo
arrivato, per quanto posso ricordare, ci sono altre chiazze. Forse è l'inizio di una traccia che sale per il
de-clivio. Può darsi che de Lancy sia andato proprio in quella direzione. — Così dicendo, avanzò,
scrutando il suolo. In breve, trovò altre tracce.

Quando le vide, Lydyard si rese conto che non ci si poteva aspetta-re che un uomo che aveva perduto
tanto sangue nel camminare o nel correre fosse sopravvissuto a lungo.

Nel salire insieme a Tallentyre la china cosparsa di massi, Lydyard si aspettò di trovare un altro
cadavere da un momento all'altro. Inve-ce, le macchie divennero sempre più sparse e sempre più difficili
da individuare, finché, nelle vicinanze del crinale, scomparvero. Tutta-via, Tallentyre proseguì senza
indugi per poter osservare il versante opposto.

Sul crinale, Tallentyre si fermò. Sentendolo sospirare ansiosamen-te, Lydyard comprese che aveva visto
qualcosa e si affrettò a raggiun-gerlo.

Quando il giovane gli fu accanto, Tallentyre gli afferrò un braccio e gl'indico, a meno di duecento metri di
distanza, seminascosto da un macigno, il corpo pallido di un uomo, apparentemente nudo.

— De Lancy! È ancora vivo? — Nel dir questo, Lydyard si rese conto che rimanere esposti al sole
senza indumenti con quel caldo per ore non poteva che nuocere, e temette il peggio. Imprecò contro se
stesso per non avere effettuato subito una ricerca più scrupolosa, an-ziché perder tempo a pregare.

Intanto, Tallentyre cominciò a scendere, con un'impazienza e una goffaggine che testimoniavano sia la
sua fatica e la sua debolezza, sia la sua inflessibile determinazione. Con l'impressione di sentire scor-rere
ancora nelle proprie vene il veleno che il serpentello gli aveva iniet-tato nella mano, Lydyard lo seguì,
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incespicante.

L'uomo era davvero nudo, e giaceva bocconi. Non era William de Lancy. Aveva la schiena pallida,
ustionata dal sole, che cominciava ad arrossarsi spiacevolmente, tutta straziata come dagli artigli di un
grosso felino. Era biondo e aveva lineamenti di straordinaria bellez-za. Sembrava all'incirca coetaneo di
de Lancy, ossia dimostrava fra i venticinque e i trent'anni, ma era più snello.

Il baronetto lo girò supino, scoprendo che aveva anche il petto la-cerato, e gli posò un dito sul collo: il
sangue pulsava ancora nella ca-rotide.

Benché fosse sicuro di non averlo mai visto prima, Lydyard ebbe l'impressione che nel suo aspetto vi
fosse qualcosa di strano, che esigeva di essere individuato, ma che lui non riusciva a percepire: — Chi
può mai essere? — sussurrò.

Con gli occhi stanchi, iniettati di sangue, Tallentyre lo scrutò: — Chi altri può mai essere — ribatté, con
voce tremante di aspro e rab-bioso sarcasmo — se non il lupo che ho visto in sogno? Senza dubbio era
un licantropo sfuggito al tuo delirio, e venuto a misurare la pro-pria potenza contro la Sfinge vivente! E
giacché è così, che cosa ho mai appreso della vera storia del mondo, in questo luogo terribile e desolato,
se non che tutto quello in cui ho scioccamente scelto di cre-dere per tutta la vita è menzogna? Quello che
ci è accaduto qui è ope-ra del tuo Dio vendicativo, il quale ha voluto insegnarmi che la mente umana,
dopotutto, è qualcosa di molto debole, che non può neppure sperare di vincere nella propria lotta per
una comprensione adeguata del mondo.

La violenza della risposta e la velata, ma deliberata, blasfemia, sgo-mentarono Lydyard: — Non puoi
pensare davvero una cosa del genere!

Per alcuni istanti, Tallentyre continuò ad imprecare mentalmente contro la propria sfortuna, quindi si
degnò di rispondere: — In veri-tà, non posso. Non so di che cosa siamo stati vittime noi, ma questo
poveraccio è stato sicuramente spogliato dai predoni e lasciato per mor-to. Anche se non è de Lancy, di
sicuro nonè un Egiziano. Dobbiamo aiutarlo come meglio possiamo, e tornare il più rapidamente
possibi-le a Wadi Halfa, in modo da poter ottenere assistenza per tornare a cercare de Lancy. Speriamo
di trovare qualcuno che ci aiuti a scopri-re chi ci ha aggrediti così, e perché.

A questo discorso, Lydyard non poté aggiungere che un silenzioso amen.

Mentre Tallentyre, con l'intenzione di trasportarlo il più presto pos-sibile all'accampamento, prendeva lo
sconosciuto per le spalle, il gio-vane si curvò ad afferrargli le gambe. In quel momento, affiorò
d'im-provviso alla superficie della sua coscienza quello che lottava per sali-re dalle profondità da quando
aveva visto il ferito: fu come se dentro di lui si fosse aperto un nuovo occhio, che vedeva il mondo in
modo molto diverso dai due che solitamente usava.

Quello che vide, e che fu convinto di vedere davvero, per quanto tale persuasione potesse sembrare
paradossale, fu che lo sconosciuto aveva di umano soltanto l'aspetto: sotto tali sembianze si celava la sua
vera natura lupesca.

— Che succede? — domandò Tallentyre, con voce tagliente, poi-ché il giovane non lo aveva aiutato a
sollevare il ferito.

Per un attimo, Lydyard fu sul punto di rivelare al proprio amico e tutore quello che aveva appena visto,
ma subito rammentò quali fossero la sua mentalità e la sua intolleranza a proposito di certe affer-mazioni,
e non volle irritarlo con un'ulteriore creazione della propria sensibilità inquinata dal veleno: — Scusa...
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Per un momento, la ver-tigine mi ha confuso. Adesso posso sollevare costui.

Nel trasportare il ferito all'accampamento nella valle sottostante, però, Lydyard si sentì invadere
dall'angoscioso timore che la vertigi-ne e la confusione lo avrebbero perseguitato molto più a lungo che
per un attimo soltanto, e che forse l'occhio simbolico che si era aper-to in lui non si sarebbe richiuso tanto
facilmente.

Primo Interludio

La Bussola della Ragione

O abbiamo mangiato la radice folle,

Che prende la ragione prigioniera?

William Shakespeare,Macbeth, I, 3

La tradizione popolare inglese medievale è singolarmente priva di storie sui licantropi, perché i lupi erano
stati sterminati in Inghilterra durante il regno dei monarchi anglosassoni, e dunque avevano cessa-to di
suscitare il timore della popolazione. Questa mancanza di tradi-zione, tuttavia, è largamente compensata
dal successivo sviluppo del-la ricca mitologia dei licantropi di Londra.

Quasi tutti gli Inglesi incontrano questa superstizione particolare sotto le sembianze relativamente innocue
di una filastrocca ammoni-toria, i cui tre versi raccomandano ai bambini di guardarsi dall'uscire soli di
notte, specie quando la luna è piena, altrimenti potrebbero ca-dere preda dei «licantropi della città di
Londra». I più antichi riferi-menti ai licantropi londinesi che mi è stato possibile individuare, si trovano in
una ballata apparsa verso il 1672, e in un opuscolo pubbli-cato probabilmente dieci o dodici anni più
tardi. Invece si possono trovare menzioni in abbondanza nelle ballate e negli opuscoli del tar-do XVIII
secolo, quando apparve per la prima volta la maggior parte delle storie più conosciute. [...]

Ancora oggi vengono narrate numerose storie sui misfatti dei lican-tropi di Londra. Nella maggior parte
di questi orridi racconti infanti-li, i licantropi londinesi sono particolarmente inclini a rapire i bambi-ni
smarriti o disubbidienti. Esistono, tuttavia, alcune storie rimarche-voli di natura più bizzarra.

Due esempi di questo genere, appartenenti alla tradizione popola-re, corrispondono allo schema comune
delle storie in cui gli esseri uma-ni hanno come amanti esseri magici, ma contengono una differenza
interessante rispetto alle altre della medesima categoria. Le storie che narrano di un uomo normale
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sposato a una donna di bellezza sopran-naturale, che alla fine si rivela essere un licantropo di Londra,
sono le più ortodosse, e comprendono di solito una promessa fatta dal ma-rito alla moglie, che alla fine
viene rotta e conduce alla scoperta della vera natura di lei, nonché, naturalmente, alla sua distruzione;
tutta-via esprimono anche la concezione secondo cui le donne licantropo cercano continuamente mariti
fra le classi superiori della città, poi-ché le dimore dei ricchi possono diventare rifugi per branchi interi di
licantropi, composti, a quanto pare, da un numero di individui che varia da alcuni a una dozzina.

Le storie sugli affari di cuore fra una femmina umana e un maschio licantropo sono più peculiari. Queste
relazioni favolose, di solito, non includono il matrimonio e tendono ad assumere la forma della narra-zione
romantica di un amore sincero ma tragico, che non può essere consumato perché i maschi dei licantropi
di Londra, a differenza del-le femmine, sono incapaci di avere rapporti sessuali in forma umana a causa
del fatto che l'insorgere della passione induce sempre la me-tamorfosi.

La persistenza di questa mitologia in epoca moderna è ulteriormente attestata da un articolo apparso nel
Times del 27 marzo 1833, in cui si riferisce che una folla inseguì un uomo per Fleet Street, fino a Gough
Square, sostenendo che l'inseguito aveva assistito i licantropi di Lon-dra e aveva rapito bambini affinché
essi se ne nutrissero. L'articolo insiste sul fatto che se la folla lo avesse catturato, l'uomo sarebbe sta-to
sicuramente linciato. Invece riuscì a far perdere le proprie tracce tornando verso Ludgate Circus: in
conseguenza di ciò, gli inseguitori furono intralciati dalla folla radunata intorno a un suonatore di
or-ganetto.

Nella sua operaLondon Labour and the London Poor (Il lavoro e i poveri a Londra), pubblicata per la
prima volta nel 1851, Henry Mayhew fornisce ulteriori prove che la credenza nei licantropi di Londra non
appartiene del tutto al passato. Egli riferisce dichiarazioni di sincero terrore da parte di non meno di
quattro testimoni: una spazzina, un acchiappatopi, un artigiano e un fruttivendolo.

L'acchiappatopi dichiarò di aver visto i licantropi in più di un'oc-casione, e confessò che, nonostante li
temesse, si sentiva disposto a riconoscere un debito di gratitudine nei loro confronti, in quanto i topi
erano diventati la loro preda abituale, «perché oggigiorno la car-ne umana si dimostra troppo difficile e
troppo pericolosa da procura-re regolarmente». L'artigiano, ancor più loquace sull'argomento, si disse
persuaso che la polizia sapeva benissimo dell'esistenza dei lican-tropi, perché aveva il dovere di disfarsi
delle loro vittime, ma non osava dare pubblicità al flagello per timore di aumentare l'allarme della
po-polazione.

Inutile dire che la polizia metropolitana fornisce un resoconto del tutto diverso. Un investigatore con cui
ho parlato di recente mi ha spiegato che gli assassini comuni mutilano talvolta le loro vittime per dare
l'impressione che il crimine sia stato perpetrato dai licantropi di Londra, mentre i ladri e gli altri delinquenti
contribuiscono a questo terrorismo primitivo per intimidire la popolazione superstiziosa, che di loro stessi
è vittima. Come i bracconieri inventano e diffondono nelle campagne le storie sui cani neri fantasma per
intimidire coloro che potrebbero sorprenderli nel loro lavoro notturno, così, secondo l'investigatore, i
depravati appartenenti alla malavita londinese si so-no presi la briga di inventare, o quantomeno di
confermare, la leg-genda dei licantropi urbani.

È notevole, tuttavia, che non in tutte le storie i licantropi di Lon-dra sono descritti come malvagi
divoratori di bambini. Talvolta, nel tumulto dei racconti dell'orrore, si possono cogliere voci
compassio-nevoli, le quali sostengono che, dopotutto, i licantropi sono prigio-nieri della loro natura
perversa, e non possono essere interamente bia-simati per le loro azioni. Una piccola parte di natura
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ferina è presente in ognuno di noi, secondo queste voci, e coloro che non vogliono ascol-tare le parole di
Gesù Cristo, nostro redentore, devono essere consi-derati poco migliori dei lupi, poiché sono condannati
a trascorrere l'e-ternità nell'inferno della loro stessa rapacità.

Sabine Baring-Gould,The Book of Werewolves (Il libro dei lican-tropi), 1865.

La discussione pro e contro la teoria darviniana dell'evoluzione è stata confusa dai fraintendimenti circa
la natura fondamentale della teoria medesima, vale a dire quello che essa tenta realmente di dimo-strare.
Molti attacchi alle affermazioni del dottor Darwin non mira-no alla sua tesi, bensì a una nozione più
fondamentale, che deve esse-re accettata come premessa del lavoro teorico.

È necessario distinguere due significati piuttosto diversi che vengo-no comunemente attribuiti alla
definizione «teoria dell'evoluzione». Con i loro attacchi, i religiosi intendono negare che sia mai avvenuta
qualunque evoluzione delle specie, mentre quello che il dottor Dar-win ci offre realmente con il suo
eccellente libro «Sull'origine delle specie mediante la selezione naturale», è una teoria dicome è avvenu-ta
l'evoluzione, e ciò implica necessariamente riconoscere che la teo-ria fondamentale è già stata dimostrata.

Gli scienziati sono entusiasmati dall'opera del dottor Darwin per-ché essa offre una comprensione
razionale dei meccanismi dell'evolu-zione delle specie, e ci indirizza alla comprensione della vera storia
della vita sulla Terra. In genere, gli oppositori religiosi si sforzano di trasferire la disputa su un campo di
battaglia diverso, sposando una causa che gli uomini di scienza considerano giustamente perduta da lungo
tempo.

È forse troppo presto per stabilire se le deduzioni del dottor Dar-win sui meccanismi dell'evoluzione
sono corrette o meno. L'ipotesi è senza dubbio brillante, ma il verdetto di «non dimostrazione» do-vrà
forse rimanere sino a quando sarà svelato il meccanismo chimico dell'ereditarietà: sino ad allora, ogni
discussione sulle «variazioni» ope-rate dalla selezione rimarrà necessariamente e irritantemente vaga. A
proposito dell'argomento più fondamentale della realtà dell'evoluzio-ne, tuttavia, il verdetto è al di là di
ogni ragionevole dubbio. Di sicu-ro si è verificata un'evoluzione che ha prodotto, dalle più semplici,
specie sempre più complesse, e nessun uomo intellettualmente onesto può ragionevolmente dubitare che
tutte le forme di vita ora esistenti discendono da pochi antenati comuni.

Allo scopo di dimostrare tutto ciò, è sufficiente riferirsi a due fe-nomeni. In primo luogo, è evidente che
la diversità delle specie viventi mostra precise configurazioni di parentela, e questo basta a sugge-rire in
maniera persuasiva lo svolgimento di uno schema nello svilup-po graduale e progressivo di nuovi tipi. In
secondo luogo, nei fossili si conserva la storia sbalorditiva delle specie fallite, che sono esistite nel remoto
passato, e poi si sono estinte. Ciò dimostra chiaramente che la diversità delle specie sopravvissute non è
altro che una piccola frazione della diversità delle specie esistite un tempo.

Confrontando queste prove, gli uomini intelligenti non avrebbero mai potuto dubitare che l'evoluzione
delle specie fosse del tutto evi-dente, se l'esercizio dell'intelligenza non fosse stato disgraziatamente
ottenebrato dalla convinzione che il mondo non fosse abbastanza an-tico da avere consentito
un'evoluzione graduale. La storia scritta tra-mandata dall'età classica, filtrata, nell'Europa occidentale,
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dalle di-struzioni barbariche delle epoche buie, ci narra soltanto quello che avvenne in poche centinaia di
generazioni. Perciò, anche a causa del-la persuasione che certi testi fossero sacri, e dunque indubitabili, i
nostri sfortunati progenitori furono indotti ad accettare la concezione se-condo cui la storia scritta
abbraccia l'intera storia della Terra e del-l'universo, dalla creazione fino al giorno d'oggi.

Ora sappiamo invece che questo è falso. Le scoperte di geologi co-me Hutton e Lyell hanno dimostrato
oltre ogni ombra di dubbio che la Terra è di gran lunga più antica di quanto sostenga la storia scritta, e
anche dell'umanità stessa. La decifrazione delle iscrizioni lasciate dagli Egizi, e una serie di scavi
archeologici in Europa, hanno con-sentito a studiosi come Lubbock di dimostrare che è esistita una
lun-ga preistoria dell'umanità, durante la quale gli uomini vissero senza conoscere la scrittura, dipendendo
interamente dai miti della tradi-zione orale per la comprensione delle loro origini e della loro esistenza.

Le testimonianze scritte, che siano considerate sacre o meno, sono colpevoli di un'ambizione traditrice e
del tutto vana allorché compri-mono audacemente a poche dozzine di generazioni il periodo trascor-so
prima dell'invenzione della scrittura. L'umanità è di gran lunga più antica della scrittura, e la Terra è di
gran lunga più antica dell'umani-tà. Il riconoscimento di questi due fatti rimuove la barriera che si er-ge fra
gli uomini intelligenti e l'evidenza dell'evoluzione delle specie naturali. Una volta abbattuto questo idolo, gli
uomini intellettualmente onesti non possono fare a meno di vedere con chiarezza che cosa im-plica in
realtà l'apparentamento delle specie, sia esistenti che estinte.

Naturalmente, esistono persone che si aggrappano con ostinazione alla sicurezza apparente della parola
scritta, e che preferiscono di gran lunga discutere di com'è il mondo sulla base dell'autorità dei testi,
anziché su quella delle prove empiriche. Per costoro, il Dio delle scritture è, come Egli stesso dichiara di
essere, la divinità più vendicativa che si possa concepire, incapace di tollerare qualunque sfida alla
pro-pria supremazia. Questo Dio e i suoi seguaci non possono riconosce-re nessuna autorità alle prove
empiriche: devono sopraffarle con il peso di quella delle prove scritte. È questo il metodo di discussione
che asserisce, mediante il pio signor Gosse, che i fossili, e tutte le altre prove dell'antichità della Terra,
devono essere stati creati da Dio con-temporaneamente a tutto il resto, più o meno nello stesso spirito
che lo indusse a fornire ad Adamo e ad Eva ombelichi del tutto inutili.

Questo modo di procedere non è semplicemente erroneo: è ridico-lo. È tale da non poter essere
adottato da nessun uomo razionale, per-ché nega recisamente il potere della ragione. E il punto di vista
secon-do cui le prove devono essere sottomesse all'autorità, è difficile da criticare proprio perché non
ammette la critica stessa: e questa deve essere senza dubbio riconosciuta come una debolezza fatale,
anziché come un prezioso vantaggio retorico.

Gli uomini di scienza e gli uomini di religione che ultimamente hanno incrociato le lame a proposito
dell'opera del dottor Darwin non ci stan-no semplicemente offrendo diverse concezioni dell'uomo, bensì
con-cezioni molto diverse su come il mondo può essere compreso, e dun-que sul genere di mondo con
cui abbiamo a che fare. La scienza af-ferma che il mondo, almeno fino a un certo punto, è comprensibile
come uno schema di cause e di effetti che opera nel corso del tempo, mentre la religione sostiene che
esso è comprensibile soltanto in rap-porto alle intenzioni e ai comandamenti di un Dio che agisce in modi
misteriosi, e che lo schema di causa e di effetto è sempre suscettibile, in linea di principio, di essere
interrotto dall'intervento divino.

Quest'ultima concezione viene abbracciata, spesso senza riflettere, da molti nostri contemporanei,
entusiasti delle nuove mode «filosofiche», i cui criteri sono presi a prestito dagli alchimisti, dai mistici e dai
maghi dell'antichità. Se si dovesse prestare fede a questi maniaci, ci si dovrebbe convincere che l'Età dei
Miracoli, un tempo dichiarata misericordiosamente defunta, è stata restaurata ingloriosamente
nel-l'Inghilterra della regina Vittoria, in virtù delle macchinazioni meschine di innumerevoli medium,
spiritisti, e altri occultisti disonesti della stessa risma. Coloro che sono affascinati da questo misticismo
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moderno, tuttavia, dovrebbero rendersi conto di quale genere di mondo sia quello a cui accordano la
loro fiducia: un mondo d'incertezza disperata, in cui la causalità è vittima in eterno dei capricci di un fato
ignoto e in-conoscibile, e in cui ogni apparenza può essere una menzogna dalla quale non è possibile
ricavare nessuna deduzione.

È di vitale importanza, credo, riconoscere e ricordare sempre quanto siano diverse, in realtà, le basi su
cui si fondano le convinzioni degli evoluzionisti e le credenze dei creazionisti. Questi ultimi non si limi-tano
a negare che le prove dell'evoluzione siano adeguate: negano an-che il significato stesso della parola
«prova». I seguaci del metodo scientifico, invece, sono obbligati a riconoscere che qualunque cosa vi sia
nel mondo, e qualunque cosa accada nel mondo, può e deve essere spiegata secondo la logica della
causalità, perché soltanto se que-sto presupposto è vero il mondo stesso può essere comprensibile. E la
ragione sta dalla parte del punto di vista scientifico, perché soltan-to esso può essere giusto. Dobbiamo
spiegare la diversità e la trasfor-mazione come lo svolgimento della causalità, perché altrimenti esse
risultano inspiegabili.

Quando un religioso si riferisce a Dio come alla «causa prima», si può avere l'impressione che osservi le
cose dalla medesima prospetti-va dello scienziato. In realtà, però, egli nega tale prospettiva. La
«crea-zione» non si può considerare una causa perché è la negazione della causalità: è l'asserzione che la
concatenazione della causalità può es-sere, ed è stata, casualmente interrotta dall'esterno, e che sono
stati in tal modo provocati alcuni mutamenti arbitrari, che non possiamo e che non abbiamo bisogno di
spiegare. Ebbene, questa non può esse-re conoscenza, perché è il rifiuto di riconoscere la possibilità
della co-noscenza.

Secondo gli oppositori del dottor Darwin, le prove fossili e tutte le scoperte della geologia e
dell'archeologia sono mutamenti arbitrari nello schema delle cose, che non possiamo e non abbiamo
bisogno di spiegare. Qualunque altro elemento che non concordi con il loro punto di vista verrà rifiutato
nello stesso modo: così, la concezione della creazione consuma avidamente e liquida ogni tentativo di
attri-buire un senso a qualunque cosa.

Gli uomini di scienza non possono sostenere, e non sostengono, che tutto può essere conosciuto, ma
affermano che è possibile conoscere. I loro avversari, invece, si accontentano di asserire, da una parte,
che tutto può essere conosciuto, tramite la rivelazione divina o l'intuizio-ne magica, mentre, d'altra parte,
negano che possa esistere qualcosa di simile a una prova veritiera o a una deduzione razionale. Dunque
gli uomini di scienza vivono in un mondo imperfetto in cui il progres-so è possibile, mentre i seguaci della
superstizione devono vivere in un mondo in cui la fantasia è libera di formulare qualunque afferma-zione
voglia, sia sul passato che sul futuro.

Non posso parlare per gli altri, ma personalmente rimarrei molto deluso e amareggiato nel trovarmi in un
mondo del secondo tipo, che ha un passato che può essere molto diverso da quanto suggeriscono le
prove, e che può essere in qualunque istante distrutto in modo rude e definitivo mediante l'incurante
intrusione di un atto di creazione. Se è così, allora il mondo, che sembra tanto solido e tanto ordinato,
può acquistare in qualunque momento la sostanza e la logica di un sogno, e dissolversi altrettanto
facilmente. Se questo è veramente il mondo in cui esistiamo, allora dobbiamo gridare davvero «Che Dio
ci aiuti»! perché non può esistere nessun'altra possibilità di conforto. Per quanto mi riguarda, mi ritengo
soddisfatto dal presupposto che si può confidare nelle prove, che le deduzioni sono possibili, e che tutte
le forme di superstizione, di magia e di religione sono illusioni generate dalla codardia della mente.

Sir Edward Tallentyre, «Riflessioni sulla controversia relativa alla teoria darviniana»,The Quarterly
Review, Giugno 1867.
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Alexandria, 11 Marzo 1871

Mio caro Gilbert,

sembra che presto saremo in grado di lasciare l'Egitto e di tornare a casa. Speriamo di partire all'inizio
della prossima settimana per Gibilterra a bordo del piroscafoExcelsior. Le autorità di questo paese
hanno deciso di trasformare la nostra tragedia in una farsa: ci per-mettono di partire semplicemente per
lavarsi le mani dell'intera fac-cenda, disperati per la loro incapacità di affrontarne la complessità. Come
ben sai, la burocrazia in generale non ama i misteri, e la buro-crazia egiziana in particolare è molto fervida
nel detestare i nostri. Quello che a noi appare come un singolo mistero, si compone, secon-do la
mentalità burocratica, nientemeno che di tre enigmi diversi, ognu-no a suo modo fastidioso.

L'enigma del povero William de Lancy rimane assolutamente im-perscrutabile. Abbiamo tutti i suoi
documenti e tutti i suoi bagagli, ma non abbiamo lui, né vivo né morto: è stato affatto impossibile
ritrovarlo. Ho ancora qualche dubbio sul fatto che siano state effet-tuate sufficienti ricerche nel deserto a
meridione di Qina, ma gli Egi-ziani sostengono di avere rastrellato l'intera zona senza nessun risultato. Ho
ricevuto una risposta alla lettera che ho indirizzato alla sua famiglia, in cui il padre si mostra studiatamente
cortese, ma anche, com'era prevedibile, piuttosto gelido. Mi assicura che non mi può es-sere
assolutamente attribuito nessun biasimo, ma leggendo fra le sue righe vergate con calligrafia impeccabile
intravedo questa opinione: poiché ero il più anziano del gruppo, e per giunta baronetto, il diritto divino mi
aveva conferito l'autorità di comandare la disgraziata spe-dizione, e dunque mi aveva affidato la
responsabilità di fare in modo che tutto si concludesse felicemente. Ebbene, anche se non credo af-fatto
nel diritto divino, la mia coscienza simpatizza completamente con questa concezione della mia
responsabilità.

L'enigma di padre Francis Mallorn, che sulle prime sembrava tri-viale, ha suscitato a sua volta difficoltà
inspiegabili. Tutti i vantaggi forniti agli scrupolosi contabili del destino umano dall'indubitabilità della sua
morte, sono stati sfortunatamente cancellati dall'inadegua-tezza dei suoi documenti. Abbiamo tutto quello
che gli apparteneva, e i burocrati sono riusciti a scoprire alcuni dei luoghi in cui ha sog-giornato durante la
sua risalita del Nilo, ma i tentativi di seguire le tracce della sua esistenza più a ritroso nel tempo non hanno
incontra-to null'altro che confusione. Tutte le richieste, sia alle autorità civili inglesi, sia a quelle della
Compagnia di Gesù, non hanno prodotto alcun risultato. Della sua famiglia, dei suoi studi, del suo lavoro,
nes-suno è riuscito a scoprire alcunché. Seppure con riluttanza, gli inve-stigatori hanno dovuto
concludere che, se mai padre Mallorn è esisti-to prima che noi lo incontrassimo, allora portava un nome
diverso. In ogni modo, nessuno sa spiegare perché abbia ritenuto di doverlo cambiare a nostro beneficio,
o piuttosto a nostro svantaggio, com'è avvenuto in realtà. È difficile credere che un gesuita viaggi
provvisto di documenti falsi, e debbo confessare che padre Mallorn mi è sem-brato in tutto e per tutto
quello che dichiarava di essere. Oltre ad es-sere riluttante a riconoscere di essermi lasciato turlupinare
tanto fa-cilmente, non riesco a capire perché, né a quale scopo, egli mi abbia ingannato.

Per fortuna, il terzo elemento del nostro mistero, vale a dire il gio-vane che abbiamo trovato nel deserto,
è diventato un po' meno mi-sterioso. Una ricerca ci ha consentito di trovare nel deserto, non lon-tano da
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lui, alcuni suoi effetti personali, inclusi i documenti, che ci hanno permesso di identificarlo come un certo
Paul Shepherd, di na-zionalità inglese. Le descrizioni che abbiamo ottenuto da coloro che lo hanno
incontrato mentre viaggiava, solo, risalendo il Nilo, ci han-no confermato che tale identificazione è
corretta. Sembra evidente che è stato derubato da una banda di predoni, e che gli oggetti da noi rinvenuti
sono stati abbandonati, come privi di valore, dai predoni me-desimi. Possiamo soltanto concludere che
sono stati costoro a denu-darlo, a ferirlo e a lasciarlo per morto. Le poche prove rimaste non ci hanno
però consentito di rintracciare i suoi parenti: Shepherd è un cognome abbastanza comune, purtroppo, e
la sua unica peculiarità è un paio di occhi azzurri straordinariamente chiari. In ogni modo, è un
gentiluomo, a giudicare dal fatto che le sue mani e i suoi piedi sono privi di calli e di cicatrici.

Le ferite che presentava, anche se non sappiamo come furono inferte, erano tutt'altro che gravi. Così,
benché abbia perso molto san-gue, il signor Shepherd è guarito rapidamente e perfettamente.
Non-dimeno, non sta affatto bene: ha perduto completamente la ragione e la memoria, a tal punto che
non riconosce il proprio nome e non è in grado di rispondere a nessuna delle nostre domande. Si sveglia
soltanto per brevi periodi, di solito durante la notte, talvolta fino a tre o quattro volte fra il crepuscolo e
l'alba: sule prime sembra ener-gico, ma in meno di un'ora viene di nuovo sopraffatto dal torpore. Non
parla, e anche se sono certo che sente, sembra incapace di com-prendere l'Inglese, o qualunque altra
lingua in cui ho tentato d'inter-rogarlo. È in grado di mangiare da solo, ma non con le posate.
Co-munque, si lascia imboccare.

Non oso chiederti un'opinione sulle condizioni del giovane signor Shepherd, giacché non hai avuto la
possibilità di visitarlo, ma se sarai in grado di fornirmi qualche consiglio che possa aiutarmi ad aprire una
breccia nel muro di silenzio che lo circonda, te ne sarò infinita-mente grato. Ricordo che in passato mi
accennasti di conoscere Ja-mes Austen, che presta servizio alla clinica per malattie mentali della contea di
Hanwell. Ebbene, mi faresti un grande favore chiedendogli se gli è mai capitato d'imbattersi in casi del
genere, e, in tal caso, se ha mai ottenuto qualche successo nel curarli.

Vorrei poterti fornire una descrizione più completa delle sue condi-zioni, ma lo sfortunato signor
Shepherd manifesta una rimarchevole apatia. Non reagisce a nessuno stimolo. La sua curiosità sembra
spen-ta, specialmente negli ambienti chiusi. Presta scarsissima attenzione a qualunque oggetto io gli
mostri. Talvolta, rimane alla finestra a guar-dar fuori, nell'oscurità. Spesso l'ho condotto all'aperto per
osservare le sue reazioni, ma anche se si gira di scatto quando ode un suono, non manifesta nessun
desiderio d'azione e nessuna curiosità. In un certo senso, è isolato dal mondo.

Le autorità egizie, ovviamente, sono ambivalenti nei confronti del povero Shepherd: sono riluttanti sia ad
assumersene la responsabilità, sia ad affidarlo interamente alla mia tutela, affinché possa ricondurlo in
Inghilterra. La loro ingerenza a questo proposito è l'o-stacolo principale che ha ritardato la nostra
partenza, ma ormai han-no deciso che, se proprio qualcuno deve provvedere al suo ulteriore
mantenimento, è preferibile che siamo noi a farlo.

Nel caso che il giovane Shepherd non migliorasse, sarei lieto se tu lo visitassi, al nostro ritorno in
Inghilterra. Se lo reputerai desidera-bile, potrei affidarlo alle cure di Austen. Non voglio certo che venga
rinchiuso ad Hanwell come un poveraccio, però mi farebbe piacere se Austen lo visitasse nella mia casa
di Londra, oppure, se preferisce, a Charnley. Nel frattempo, desidererei avere un'opinione su quale
ge-nere di choc potrebbe avere provocato in Shepherd quella che sembra essere una regressione allo
stadio infantile dello sviluppo mentale.

In particolare, vorrei sapere se, a quanto si sa, esistono droghe o veleni in grado di provocare una
condizione simile a quella di She-pherd. Dopo avere esaminato il problema con la massima attenzione
alla fredda luce della ragione, posso giungere soltanto a questa con-clusione: l'allarmante sequenza di
eventi nella quale siamo rimasti coin-volti è stata causata da qualche narcotico molto potente. Il sogno in
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cui ho visto la creatura simile alla sfinge venire aggredita da un lupo, mi è sembrato talmente vivido e
reale, che non può essere stato natu-rale. Ricordo di avere sparato due colpi con la doppietta, come ho
verificato al risveglio, però il bersaglio può essere stato soltanto un fantasma della mia immaginazione.
Non so come questa teoria possa spiegare le ferite di Shepherd, che apparentemente è stato aggredito a
breve distanza dal luogo in cui David ha trovato me, tuttavia la mia più ardente speranza è che potrà
spiegarcelo lui stesso, una volta riac-quistata la sanità mentale.

Non so spiegare come possa essermi stata somministrata delibera-tamente una droga, ma se è così, può
averlo fatto Mallorn, o forse de Lancy. Comunque, non ho trovato nulla, fra gli effetti personali di
entrambi, che possa far pensare che uno o l'altro dei due fosse in possesso di una sostanza simile. Non
so neppure, con certezza, se il delirio di David sia stato causato veramente dal veleno del serpente che lo
ha morso, oppure dalla somministrazione di una droga, eppu-re sospetto che la seconda ipotesi sia quella
giusta. Forse anche il mi-sterioso allontanamento di de Lancy dall'accampamento si può spie-gare con
questa supposizione: anche lui era influenzato da un'alluci-nazione suscitata da una droga. Non si può
escludere neppure che an-che Mallorn sia da considerarsi una vittima. È possibile che il suo im-provviso
attacco di cuore sia stato provocato da un'illusione molto vivida, non dissimile da quella di cui sono stato
vittima io. Non so dire come il giovane Shepherd rientri in questo schema, però sono certo che è così.
Anche lui è una vittima, quindi sono sicuro che comprendi perché ti chiedo un parere professionale sulle
possibili cause della sua condizione.

Ho meditato molto sui motivi per cui Mallorn ci chiese di accompa-gnarlo in quel luogo desolato. Mi
sembra improbabile che lo abbia fatto per pura malignità. Piuttosto, sono incline a credere che fosse
spaven-tato, a quanto pare con ragione, e che abbia cercato compagni fidati, che gli rimanessero al
fianco in caso di pericolo. Non posso credere che sapesse esattamente quello che sarebbe accaduto,
nondimeno ave-va motivo di temere qualcosa. Purtroppo, la nostra protezione si è di-mostrata
terribilmente inadeguata.

Dopo questa vicenda, David ha badato, in maniera esasperante, ad evitare ogni discussione, ma credo
che, segretamente, non concordi af-fatto con me su quasi tutti questi punti. Anche se mi conosce troppo
bene per sottopormi apertamente una spiegazione soprannaturale de-gli eventi, sono certo che è incline a
credere che siamo stati aggrediti da spiriti malvagi che sono in grado di mutare forma, che infestano le
tombe, e che sono ispirati dal demonio. È ancora riluttante a condi-videre la sua fede nella reale esistenza
di Dio e del diavolo, ma sembra che sia assillato da quest'ultimo.

In verità, non posso biasimarlo del tutto, perché io stesso, sul mo-mento, mi sono quasi convinto della
realtà di quello che mi stava suc-cedendo. Nondimeno, sono preoccupato per lui,e non sono affatto
certo su come sia preferibile procedere per riconquistarlo alla causa della razionalità. Quali che siano gli
argomenti della ragione, e per quanto possano essere soddisfacenti, ognuno di noi ha in sé una fonte
prolifi-ca di paure superstiziose, le quali resuscitano ad ogni tramonto. In nes-suno di noi, infatti, il
dominio della razionalità è assoluto. A tempo debito, David si renderà conto che gli spiriti che ci
ossessionano sono dentro di noi, e non fuori di noi, ma per il momento sono incline ad accordargli il
conforto di credere che quello che ci ha aggrediti è rima-sto nel deserto e non può più raggiungerci.
Mentre dal punto di vista fisico si è perfettamente ripreso, ilragazzo non si è ancora liberato del tutto dagli
effetti dell'avvelenamento: i suoi nervi sono ancora scossi, specialmente durante la notte. Sono deciso a
trattarlo con la massima gentilezza possibile, perché non voglio che anche lui debba avere pre-sto
bisogno delle cure di un alienista.

Anche se abbiamo ormai ottenuto il permesso di tornare in Inghil-terra, così che fra non molto sarò del
tutto libero di agire, vi sono al-cune indagini preliminari che tu potresti svolgere per mio conto, sem-pre
se sei disposto a farmi questo favore. Naturalmente sarei molto lie-to se tu riuscissi a raccogliere alcune
informazioni sulla vera identità o sulla vita di Mallorn, ma poiché altri stanno già svolgendo queste
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ricerche, sarebbe forse più utile se tu ti occupassi di altre questioni, a proposito delle quali le autorità non
hanno dimostrato nessun interes-se cospicuo.

In primo luogo, ti sarei molto grato se tu pubblicassi sulTimes un'in-serzione per rintracciare i parenti di
quel Paul Shepherd che di recente si è recato in viaggio in Egitto: la famiglia ha tutto il diritto di sapere
che cosa è accaduto al povero giovane. Se vuoi, puoi raccontare la no-stra storia ad un giornalista,
affinché la pubblichi: qui, infatti, le voci si sono talmente diffuse che temo la possibilità che se ne occupi un
gior-nale scandalistico.

In secondo luogo, sono curioso di sapere chi visitò la nostra valle nascosta circa dieci anni fa,
probabilmente nel 1861 o nel 1862, e che cosa vi trovò. Allorché si offrì di condurci in un luogo in cui
avremmo potuto apprendere qualcosa sulla «vera storia del mondo», Mallorn ci riferì di essere al
corrente delle scoperte di un'altra spedizione: senza dubbio, ciò aveva suscitato la sua curiosità, e forse
anche il suo timo-re. Ecco perché m'interessa scoprire che cosa sapeva esattamente. A questo
proposito, ho pensato che i curatori della collezione di reperti egizi del British Museum potrebbero
sapere qualcosa di questa prece-dente spedizione, nonché essere in possesso delle relazioni
eventualmente pubblicate da coloro che vi parteciparono. Se ti è possibile, consulta Samuel Birch:
possiede una conoscenza enciclopedica in questo campo.

In terzo luogo, mi chiedo se tu possa scoprire qualcosa a proposito di uno strano anello che David ha
trovato fra gli effetti personali di Mallorn, insieme al rosario e ad altri oggetti religiosi. Secondo le
auto-rità egiziane, si tratta di un gingillo, mentre un gesuita ci ha spiegato che non ha nulla a che vedere
con il suo ordine religioso. Ecco i motivi per cui mi sono chiesto come mai Mallorn ne fosse in possesso.
Si trat-ta di un anello con la faccia rettangolare, su cui è inciso un monogram-ma che sembra composto
di tre lettere: A, O ed S. È possibile che que-ste siano le iniziali del vero nome di Mallorn? Oppure sono
la sigla di una società alla quale egli apparteneva?

Ti prego di non impegnarti troppo nel condurre queste tre ricerche. Se il lavoro ti renderà difficoltoso
compierle, lascia che la seconda e la terza attendano il mio ritorno. Poiché abbiamo scelto un itinerario
più lungo ma più comodo, dovresti essere in grado di farci pervenire una risposta mentre siamo ancoraen
route: forse riuscirai ad inviare una lettera fermo posta a Gibilterra. Nel frattempo rimango, come
sem-pre,

il tuo amico devoto,

Edward.

Londra, 21 Marzo 1872

Mio caro Edward,


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ho compiuto alcuni piccoli progressi nelle ricerche che mi hai chie-sto d'intraprendere, perciò ho pensato
bene di scriverti subito, in mo-do che le mie notizie ti giungano prima che tu riparta da Gibilterra.

Vorrei poter dire che quello che ho scoperto finora ha chiarito la faccenda, ma purtroppo non è così:
anzi, temo che le informazioni in cui mi sono imbattuto possano soltanto ampliare la ragnatela di mistero e
di sconcerto che la circonda. Mi auguro di poter scoprire qualcosa di più fra due giorni, dopo aver avuto
l'opportunità di fare visita a colui il cui nome è risaltato in seguito alle mie indagini. Ma sto anticipando,
mentre devo esporti gli eventi con ordine.

Dopo aver pubblicato sulTimes l'inserzione da te richiesta, mi so-no affrettato a mostrare la tua lettera a
James Austen, a Charnley Hall, nel caso che potesse fornire qualche consiglio riguardo al tuo sfortunato
giovane. Con mia sorpresa, Austen ha detto subito che il nome di Paul Shepherd gli era noto, ma dopo
aver letto il resto della missiva, ha confessato di essere tanto intrigato quanto completamen-te
disorientato dal tuo resoconto.

Per liquidare l'aspetto medico della faccenda, ti dico subito che Au-sten sostiene di non avere mai
incontrato un caso simile a quello da te descritto, anche se certi suoi aspetti non gli sono del tutto
scono-sciuti. Oltre a non conoscere nessuna droga in grado d'indurre un ta-le stato mentale, giudica
improbabile che esista un narcotico capace di provocare una gamma tanto vasta di effetti come quella di
cui tu e i tuoi compagni siete stati vittime. Tuttavia, è consapevole dei rapi-di progressi che sta
compiendo la medicina nella scoperta e nella pro-duzione di nuove sostanze, dunque non se la sente di
escludere cate-goricamente che possa esistere un oppiaceo o un allucinogeno in gra-do di produrre tale
effetti.

Quanto a Paul Shepherd, dichiara di avere incontrato alcune volte un giovane che portava lo stesso
nome, all'inizio degli anni sessanta. Costui corrisponde esattamente alla tua descrizione, forse troppo
esat-tamente, come sottolinea Austen: quando questi lo conobbe, dimostrava all'incirca venticinque anni.
Se il tuo Paul Shepherd è la stessa persona, dunque, dovrebbe sembrare più vecchio di una decina
d'an-ni. D'altronde, abbiamo a che fare con qualcosa di più di una mera coincidenza di nome. Austen ha
notato il brano della lettera in cui riferisci che il misterioso padre Mallorn si offrì di mostrarti qualcosa
della «vera storia del mondo». Riconosce che questa espressione può essere ragionevolmente
considerata una frase fatta, e che si potrebbe tranquillamente riferirla alle meravigliose scoperte di
Lepsius e di al-tri sulla reale antichità della civiltà egizia, ma aggiunge che, per lui, essa non può fare a
meno di assumere una connotazione diversa, spe-cialmente in connessione al nome di Paul Shepherd.

Talvolta, Austen accoglie a Charnley Hall alcuni pazienti come «ospiti», e di solito, anche se non sempre,
si tratta di nobili che i pa-renti sono ansiosi di affidare a cure esperte, ma che non possono per-mettersi
di ricoverare in una clinica pubblica. Circa dieci anni fa, ac-colse un uomo che manifestava una sindrome
notevolissima, il quale si presentò come «Adam Clay», anche se Austen finì per credere che questo fosse
soltanto uno pseudonimo scelto ad arte. Il paziente di-chiarò infatti di avere usato un altro pseudonimo,
«Lucian de Ter-re», con cui un tempo aveva firmato un'opera di cui si dichiarava au-tore, intitolataLa
vera storia del mondo.

Il presunto Adam Clay narrò di essere vissuto in Francia prima della rivoluzione del 1789, e in seguito
ancora per parecchi anni, benché tutto ciò fosse smentito dal fatto che evidentemente non aveva più di
cinquant'anni. Sulle prime, Austen credette che la convinzione di avere scritto quel libro fosse soltanto un
elemento della fantasia del paziente di avere vissuto nella Francia prerivoluzionaria. Alla fine, però, trovò
conferma dell'esistenza dell'opera, e si prese persino la briga di sfogliare il primo dei suoi quattro volumi,
custoditi al British Museum. Scoprì così che si trattava di una storia straordinariamente assurda,
quantunque non priva di un certo fascino.
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GiacchéLa vera storia del mondo fu pubblicata nel 1789, sembra-va impossibile che il paziente di
Charnley Hall ne fosse davvero l'au-tore. Alla morte, nel 1863, Clay non dimostrava più di una
cinquan-tina d'anni, come ho già detto: sicuramente, non era un ultranovan-tenne. Nondimeno, Austen
dichiara che appariva perfettamente con-vinto di essere l'autore dell'opera, nonché di essere molto più
vecchio di quanto sembrasse: in realtà, dichiarò in più di un'occasione di es-sere immortale, anche se la
morte dissolse infine questa sua illusione. Austen ha potuto concludere soltanto che il suo paziente venne
in pos-sesso di una copia del libro all'epoca in cui iniziò a soffrire di disturbi mentali, e che costruì una
fantasia molto complessa intorno alla storia che vi aveva letto, assumendo la personalità, immaginaria,
dell'au-tore.

Negli argomenti che non avevano nulla a che fare con questa fan-tasia, Clay non sembrava affatto pazzo:
il fatto che acconsentì a sot-toporsi alle cure di Austen implica che forse era segretamente consa-pevole
di essere malato. Tuttavia, non si lasciò mai persuadere ad ab-bandonare la sua identità fittizia. Austen mi
ha detto di essersi affe-zionato molto alle lunghe discussioni con il paziente, che assumevano la forma di
dispute amichevoli, in cui egli cercava di convincere Clay a rinunciare alla finzione, mentre Clay cercava,
non senza una certa intelligenza, di convincere lui che il contenuto fantastico dellaVera storia del mondo
era davvero la storia autentica del mondo, di cui egli stesso Clay era a conoscenza perché l'aveva vissuta
dall'inizio al-la fine.

Il motivo per cui mi sono preso la briga di riferire tutto ciò, è che durante la sua degenza a Charnley Hall,
Adam Clay ricevette visite da una sola persona: un giovane biondo, dagli occhi azzurrissimi, il cui nome
era Paul Shepherd. Come ricorda Austen, era un giovane cordiale e cortese, ma resistette a tutti i
tentativi di ottenere informa-zioni sul conto di Clay: dichiarò di non avere il diritto di rivelare nul-la che lo
stesso Clay non volesse dire, e non volle confermare né negare di credere che questi fosse pazzo. Allo
stesso modo, Clay rifiutò di fornire informazioni su Shepherd, anche se Austen ha aggiunto, in modo
piuttosto criptico, di essere riuscito ad ottenere, mediante deduzione, alcune conclusioni su dove e come
Shepherd entrava a far parte della fantastica concezione della storia del mondo di Clay. Quan-do gli ho
chiesto se fosse disposto ad incontrarti, al tuo ritorno in In-ghilterra, per discutere ulteriormente la
faccenda, Austen ha risposto che sarà lieto di aiutarti.

Per ottenere le altre informazioni che mi hai chiesto, mi sono reca-to il giorno successivo al British
Museum, dove, come mi hai suggeri-to, ho chiesto del signor Birch, al quale ho domandato che cosa
sa-pesse delle spedizioni effettuate nella regione in cui si trova la tua val-le nascosta. Sebbene molto
sorpreso da tale domanda, ha acconsenti-to a rivelarmi quel poco che sapeva, dopo che gli ho spiegato
che sto indagando per conto tuo e gli ho raccontato, in sintesi, quello che ti è successo.

La regione che hai visitato insieme ai tuoi compagni non è conside-rata di grande interesse, secondo
Birch, il quale, però, sa che circa dieci anni fa fu compiuta una spedizione nel deserto ad oriente di Wadi
Halfa. Essa non fu organizzata da egittologi rispettabili, bensì da uno di quegli individui che Birch definisce
letteralmente «piramidioti» ed «egittomaniaci», vale a dire coloro che sono decisi a perpetuare l'as-surda
concezione dell'antico Egitto, secondo la quale le opere d'arte sono simboli mistici e i geroglifici sono
trattati di magia ermetica. Mi è parso evidente che Birch disprezza tanto il personaggio in questione da
vergognarsi persino di parlarne. Quando me ne ha fatto il nome, non sono più rimasto sorpreso da tale
atteggiamento, perché si tratta di Jacob Harkender.

Suppongo che tu abbia già sentito parlare di Harkender, ma in ca-so contrario eccoti una sua breve
descrizione. È una sorta di erudito, e probabilmente si definirebbe un occultista. Credo che
Bulwer-Lytton lo conosca. Non è uno di quei personaggi che si potrebbero definire «occultisti alla
moda», la cui specialità consiste nello sbalordire con assurdità esoteriche i partecipanti ai banchetti e alle
sedute spiritiche, nondimeno pretende di avere grandi conoscenze nel campo dell'oc-culto e della magia.
Non so se esistano davvero in Gran Bretagna so-cietà segrete dedite alla conservazione e allo
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sfruttamento della pre-sunta tradizione arcana, ma se esistono, sono certo che Harkender si gloria di
essere un depositario dei suoi più potenti segreti. Vive non lontano da Medmenham, e più di una volta ho
sentito abbinare il suo nome a quello di Dashwood, ossia quel Dashwood che una volta si autoproclamò
presidente del cosiddetto Circolo del Fuoco Infernale.

So che consideri il Circolo del Fuoco Infernale e le sue imitazioni moderne null'altro che sciocchezze di
giovani dandy, meramente in-tenzionati ad insaporire con un pizzico di presunta affiliazione sata-nica la
dissolutezza più infima. Conosco anche il tuo assoluto disprezzo nei confronti degli evocatori di spiriti, dei
medium e dei mistici assor-titi che seducono la società londinese da una decina d'anni. Sai bene che
condivido completamente il tuo punto di vista, ma devo confes-sare che se Harkender è un millantatore,
è almeno un millantatore estremamente risoluto e agguerrito. Ha viaggiato molto sia in India che in Egitto,
e ha visitato luoghi in cui pochi altri Bianchi si sono mai recati. Anche se un uomo come Samuel Birch non
esita a definir-lo un ciarlatano, alcuni studiosi rispettabili riconoscono che ha dedi-cato risorse
considerevoli alle ricerche nei paesi lontani.

Non intendo insistere a questo proposito, tranne che per una coin-cidenza molto curiosa che ho
scoperto quasi per caso. Prima di la-sciare il British Museum, ho pensato, per puro capriccio, di recarmi
nella sala di lettura, dove ho chiesto l'opera di cui mi aveva parlato Austen, e di cui proprio là avevo visto
un volume alcuni anni prima. Ho parlato al giovane Gosse, il cui padre ha criticato la tua vigorosa difesa
della teoria darviniana e i conseguenti attacchi agli uomini di religione, e lui, che, devo dire, non è molto
simile al padre, è andato a cercarmi il libro. Quasi subito, però, è tornato a riferirmi che man-cava. Come
puoi immaginare, ciò ha causato una certa inquietudine fra i suoi superiori, perché nulla piace meno ai
responsabili della bi-blioteca che smarrire un libro: in questo caso, per giunta, erano scom-parsi tutti e
quattro i volumi dell'opera. Gosse ha ricevuto l'ordine di consultare l'archivio, per verificare quando fosse
stato chiesto il libro per l'ultima volta, e ha scoperto che ciò era avvenuto cinque an-ni prima, da parte
nientemeno che di... Jacob Harkender!

Non so proprio suggerire che cosa possa significare tutto questo. Sono deciso a far visita al signor
Harkender per domandargli se può gettare una luce di qualsiasi genere sulla tua strana esperienza, ma
du-bito che vorrà o potrà fornirmi qualche risposta ragionevole. È possi-bile, suppongo, che sfrutti la tua
storia come un'opportunità per creare misteri, e forse il tuo coinvolgimento lo divertirà più di quanto ti
fac-cia piacere. Purtroppo, stanno già cominciando a circolare voci sulla tua avventura, presumibilmente
in conseguenza degli accertamenti compiuti dalle autorità egiziane, perciòè del tutto inutile che io tenti di
mantenere il segreto. Credo che convenga interpellare schiettamente Harkender, nella speranza che si
comporti con altrettanta sincerità e che acconsenta a rivelarmi perché effettuò una spedizione proprio in
quel deserto, e che cosa trovò.

Temo di non avere altro da aggiungere, a questo punto. Ho inter-rogato varie persone a proposito del
monogramma sull'anello, inclu-so Birch, ma nessuno lo ha riconosciuto. Sospetto che il suo signifi-cato
sia puramente personale, nel qual caso non si può apprendere nulla da esso. Dirò ad Harkender, quando
lo vedrò, che sei stato con-dotto sul luogo della sua spedizione da un gesuita. Resta però da ve-dere se
le notizie che gli porterò avranno qualche significato per lui.

Infine, aspetto il tuo ritorno su queste sponde: allora potremo fi-nalmente riunirci a discutere tutti quanti,
incluso Austen, e organiz-zare un tentativo per arrivare al fondo di questo sconcertante proble-ma. È un
enigma davvero peculiare, ma confido che alla fine il con-corso dei nostri intelletti riuscirà a trovare una
spiegazione soddisfa-cente.

Ti scriverò ancora dopo avere incontrato Harkender, nella speran-za che la potenza miracolosa del
vapore consenta alla mia lettera di raggiungerti prima che tu parta per tornare a casa.
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Ti prego di trasmettere a David i miei migliori saluti, e i miei augu-ri per una guarigione rapida e totale
dalla malattia.

Cordialmente tuo,

Gilbert.

Parte Seconda

Rivelazioni dell'Occhio Interiore

Guardati dai giorni dell'anno, ragazzo,

In cui la luna ha il viso come una corona d'argento:

Apriti il passo, se puoi, fino alla casa del tuo clan,

E nasconditi dai licantropi della città di Londra.

Guardati dai portici e dai vicoli, ragazza,

Dove cammina l'uomo ammantato di bruno:

Anche se sei abbandonata, non cadere nell'agguato

Dei bramosi licantropi della città di Londra.

Guardati dalle notti stellate, bambino mio,

E dalla bella dama nella veste liscia e bianca:

Anche se sei abbandonato, non lasciarti sedurre

Dagli affascinanti licantropi della città di Londra.

Filastrocca tradizionale.
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Quando fu al sicuro in cima al muro, a cavalcioni, con le gambe penzoloni, Gabriel Gill si lasciò sfuggire
un sospiro di sollievo. Ave-va finalmente tutto il tempo di guardare attorno in atteggiamento mae-stoso e
pacato. E così fece, con adeguata fierezza.

Dall'alto, spaziò con la vista sulla strada e sui campi all'esterno del muro, nonché sul parco all'interno. In
passato, era sempre stato molto incuriosito dai dintorni, ma nelle ultime settimane la sua curiosità era
tanto aumentata, che ormai erano le lontananze ad entusiasmar-lo. Non era più il fanciullo di un tempo.

Si accorse che un ragno gli si avvicinava lentamente lungo il muro, gli ordinò silenziosamente di
andarsene, e non rimase minimamente sorpreso quando esso obbedì. Questo uso del potere era minimo,
tut-tavia era rivelatore. A tempo debito, sicuramente, avrebbe accresciu-to il proprio potere, estendendo
il proprio dominio alle api e ai pipi-strelli, ai topi e ai ratti, agli uccelli e ai gatti, e infine... alle creature
meramente umane.

Un tempo, lui stesso era stato meramente umano, ma ormai non lo era più.

Ormai era posseduto dal Demonio.

Anche se non gli era stato facile giungere a tale conclusione, alla fine non aveva più potuto avere dubbi.
Forse non era Satana in per-sona a dimorare in lui, naturalmente, bensì soltanto un demone infe-riore.
Non sapeva esattamente quali fossero le usuali implicazioni della possessione diabolica. Sorella Clare,
benché fosse evidentemente af-fascinata da quell'argomento, che spiccava nelle sue prediche sui pe-ricoli
della tentazione, tendeva ad essere vaga a proposito dei detta-gli. Dunque colui che era venuto a
dimorare in lui poteva benissimo essere un demone inferiore, scelto fra l'orda degli angeli che erano
caduti insieme a Satana, anziché quest'ultimo in persona. Gabriel non era in grado di stabilirlo.

Si osservò la mano, accorgendosi che sanguinava. Soffriva un po', ma il dolore di piccole ferite come
quella non gli sembrava più così spiacevole come un tempo, anzi, si accompagnava a una sensazione
stranamente gradevole di leggerezza, che lo induceva a pensare che forse avrebbe scoperto anche il
modo di volare, se soltanto si fosse ferito abbastanza gravemente. Sognava spesso di volare, e bramava
di diventare maestro in quest'arte. Sapeva che era possibile perché ave-va visto sorella Teresa fluttuare a
mezz'aria. Naturalmente, ella era assistita da un angelo più potente, ma egli aveva la nettissima
impres-sione che, qualunque cosa potessero fare gli angeli per lei, il suo demone, un giorno, avrebbe
potuto fare altrettanto per lui.

Si era scorticato e tagliato la mano nell'arrampicarsi sull'antico muro di mattoni che cingeva Hudlestone
Manor e il parco. Si era aggrappa-to saldamente all'edera che lo ammantava, ansimando di paura ogni
volta che una radice si era staccata a causa del suo peso. Deciso ad arrivare in cima, aveva continuato ad
arrampicarsi benché il cemento fra i mattoni fosse friabile e l'aderenza dell'edera non fosse sempre salda.

Al suo demone piaceva che lui si arrampicasse, o che vagasse per il parco durante la notte, giacché
entrambe queste attività erano proi-bite. Probabilmente era stata proprio la sua passione per le cose
proi-bite che aveva consentito al demone di prendere possesso della sua anima. Le suore lo avevano
lealmente avvertito di ciò: lui non le ave-va ascoltate, e ormai era troppo tardi.

Quando si era reso conto di quello che era successo, si era molto spaventato, poi, col tempo, aveva
imparato ad accettarlo. Gli piace-va custodire segreti, e quello era il più grande segreto che si potesse
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immaginare. Dopotutto, un demone capace di aggiungere il piacere al dolore poteva essere un amico
prezioso, in un mondo traboccante di sofferenze.

Circa sei settimane prima, vale a dire poco prima del suo nono com-pleanno, Gabriel si era arrampicato
per la prima volta sul muro, esor-tato dal suo amico Jesse Peat. Allora gli era sembrata la più grande
impresa della sua vita, non tanto perché si era trattato di uno dei nu-merosi, piccoli riti di passaggio
celebrati dai trovatelli che vivevano ad Hudlestone Lodge, quanto perché gli aveva consentito di
ammira-re per la prima volta il mondo vasto che si stendeva oltre il muro di cinta.

In quel momento, soltanto quaranta giorni dopo, sentiva di essere molto cambiato, anche se non riusciva
a precisare il momento in cui il mutamento era avvenuto. Quando tentava, riusciva a ricordare sol-tanto
un attimo remoto di rivelazione, che poteva o non poteva avere qualcosa a che fare con la sua condizione
attuale.

Quel primo momento sfolgorante di illuminazione lo aveva colto l'autunno precedente, quando era uscito
dalla Lodge per andare con i suoi compagni alla Manor per le preghiere mattutine, e aveva sco-perto che
la rugiada era straordinariamente abbondante, raccolta su migliaia e migliaia di tele di ragno.
D'improvviso, osservando le ra-gnatele drappeggiate come festoni sui cespugli e sull'erba, si era reso
conto che erano sempre state lì, presenti, ma invisibili, tanto erano fini e delicate. Così aveva compreso,
vagamente, che le apparenze che il mondo presentava all'occhio umano erano essenzialmente
inganne-voli. Aveva capito allora che i ragni, i quali, in precedenza, gli erano sempre sembrati pochi e
privi d'importanza, formavano una legione invisibile tutt'intorno a lui.

Memore di quell'istante, Gabriel pensò che forse il demone era già entrato in lui, allora, e forse era già
silenziosamente in agguato come un ragno nascosto, e gli aveva inviato una rivelazione che lui,
inge-nuamente, aveva scambiato per una propria comprensione. Forse le manifestazioni più recenti della
presenza e dell'intelligenza del demone non erano state affatto la fase iniziale, ma semplicemente quella
conclusiva di una possessione che era incominciata prima che lui fos-se consapevole della propria
esistenza, prima che avesse scoperto di essere un trovatello ospitato nella proprietà di Hudlestone
Manor.

Non gli sembrava che questi interrogativi, a cui era impossibile ri-spondere, avessero molta importanza.
Pensava che contasse molto di più una domanda del tutto diversa: avrebbe potuto fuggire dalla Ma-nor
prima che le suore scoprissero la verità su di lui?

La fuga era uno degli argomenti di conversazione preferiti dai fan-ciulli della Lodge, almeno fra i maschi.
Jesse Peat ne parlava in con-tinuazione. Talvolta alcuni fanciulli scappavano davvero, di solito do-po
essere stati picchiati un po' più severamente del solito, però veni-vano sempre ripresi perché non
sapevano dove andare. Tuttavia, Ga-briel aveva ogni motivo di credere di poter diventare l'eccezione alla
regola, perché aveva la guida di un demone, e alcuni amici che gli ave-vano già offerto aiuto. Morwenna
gli aveva confidato di sapere che cosa fosse veramente, e gli aveva assicurato che sarebbe stata felice di
condurlo via, in modo che potesse vivere con altri della sua stessa specie. Non aveva capito esattamente
che cosa ella avesse inteso dire, perché non sapeva a quale specie apparteneva, a meno che ella non si
riferisse ad altre persone possedute dai demoni. Comunque era chia-ro che lei aveva capito che lui non
era come gli altri fanciulli: soltanto per questo era disposto ad avere fiducia in lei.

Inoltre, Morwenna gli parlava sempre gentilmente, e gli sorrideva spesso, perciò era diversa sia dalla
signora Capthorn e da suo figlio Luke, sia dalle suore taciturne di Santa Syncletica.

Felice di non essere più tanto turbato dal dolore, Gabriel si leccò le gocce di sangue dalle escoriazioni
alla mano destra e al polso. La sopportazione del dolore poteva essere un vantaggio e poteva diven-tare
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un segno di distinzione. Nella sua comunità, i segni di distinzio-ne erano importanti. I maschi non
dovevano curarsi del sangue, del dolore, delle ferite. Prima che il demone lo possedesse, egli aveva
man-tenuto questa apparenza con una certa difficoltà, ma ormai ciò gli era facile. Non viveva più nella
paura del giorno in cui avrebbe dovu-to affrontare la più severa prova di sopportazione, che i suoi amici
avevano già dovuto sopportare. Infatti, lui non era mai stato picchia-to né da Luke Capthorn, né da una
suora. Aveva visto quali terribili sforzi avevano dovuto compiere Jesse e gli altri per non piangere
du-rante le punizioni, perciò aveva avuto la certezza, in passato, che non sarebbe mai riuscito ad
uguagliarli. Ormai, però, sapeva di aver poco da temere, almeno finché il demone fosse rimasto dentro di
lui.

Non sapeva perché non lo avessero mai picchiato. Il fatto che non lo avesse mai meritato non era una
spiegazione sufficiente, perché molti altri erano stati puniti immeritatamente. E ciò era tanto più
sconcer-tante, in quanto egli era perfettamente consapevole di essere detesta-to dalla signora Capthorn e
da Luke, nonché di essere del tutto indif-ferente alle suore, che pure fingevano di essere persone sante,
incapa-ci di odio. Nonostante tutti i suoi sforzi, non riusciva a conquistarsi l'affetto degli altri fanciulli, che
pure si dimostravano talvolta solida-li l'uno con l'altro. Inoltre, sapeva benissimo che l'amicizia e la
tolle-ranza che Jesse Peat gli aveva mostrato in alcune occasioni non erano affatto basate su sentimenti
sinceri. Consapevole di non essere brut-to, né cattivo di carattere, non era mai riuscito a spiegarsi la
propria impopolarità, ma almeno aveva imparato a celare la propria pena.

Comunque, si chiese se gli altri, in qualche modo, avessero sempre istintivamente saputo che lui non era
come loro, bensì diverso: posse-duto da un demone.

Il sapore del sangue non era del tutto spiacevole, anzi, era piutto-sto inebriante. Forse il demone era
deciso ad insegnargli l'amore del vizio, per opporsi all'amore della virtù che le suore si sforzavano tan-to
accanitamente di impartirgli. Forse la prima lezione del demone avrebbe mirato proprio ad insegnargli ad
amare i tagli e le percosse, proprio come la principale lezione delle suore mirava ad insegnare ai trovatelli
a temere le suore medesime.

Alzò lo sguardo e, nel tentativo di togliersi il demone dalla mente, scrutò il mondo oltre il muro.

Quando gli era stato concesso per la prima volta di vedere il vasto mondo, Gabriel era rimasto molto
deluso nel non trovarlo più mera-viglioso di quanto fosse. Lo aveva osservato, trovandovi tutte le
me-raviglie che aveva previsto, ed era rimasto piuttosto deluso proprio per il fatto che il mondo reale non
superava in alcun modo i suoi so-gni. Ogni volta che era ritornato in cima al muro si era sentito stra-ziare
dal desiderio struggente di trovare qualcosa di nuovo e di entu-siasmante, senza mai scoprire nulla.
Soltanto il suo occhio interiore demoniaco poteva mostrargli i portenti.

In precedenza, non si era mai arrampicato sul muro in quel tratto, eppure non vedeva nulla che non
avesse già visto prima. Lontano, al-la sua destra, si scorgevano le case della periferia di Greenford. Nella
direzione opposta erano visibili a malapena i tetti di Perivale.

Il canale, che Jesse gli aveva indicato da un altro punto di osserva-zione, non era visibile da lì. Gabriel
non se ne curava, ma sapeva che a Jesse sarebbe dispiaciuto, perché Jesse, che era stato condotto
all'i-stituto da un battelliere, credeva che la sua vera casa fosse una chiatta. Le sue fantasie di fuga non
includevano mai la strada o la ferro-via, ma soltanto il canale: sull'acqua intendeva recarsi a Londra;
sul-l'acqua si aspettava di trovare il proprio destino. Si era vantato di sca-valcare spesso il muro e di
recarsi al canale per fare amicizia con i battellieri, e Gabriel credeva che lo avesse fatto davvero almeno
un paio di volte, perché due volte Luke Capthorn lo aveva picchiato per avere sconfinato.
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Sul versante del colle dirimpetto al muro era situato l'unico fabbri-cato abbastanza vicino da poter essere
osservato nei dettagli: una vil-la il cui parco era cinto da un alto muro. Jesse aveva spiegato a Ga-briel
che si trattava della clinica Charnley Hall: — Un posto per matti — aveva commentato, laconico. — Il
figlio di Baker ha detto che li sente strillare, a volte: soprattutto quando la luna è piena. Dice che ululano
come lupi e fanno sferragliare le catene. Io, però, non li ho mai sentiti. C'è un posto per matti ancora più
grande ad Hanwell, dove ce ne sono centinaia, incatenati. Il figlio di Baker dice che alcu-ni di noi sono
nati là, ma non sa chi. Credo che sia un bugiardo.

Poiché aveva sentito sorella Clare raccontare come Gesù scacciava i demoni da coloro che soffrivano di
pazzia, Gabriel non poté fare a meno di chiedersi se non potesse essere proprio lui uno dei trovatelli nati
in manicomio, e se non gli venisse da tale retaggio il nucleo della sua recente possessione.

Siccome queste meditazioni non gli piacevano affatto, le bandì dalla mente, lasciando vagare lo sguardo
sul panorama che gli si stendeva attorno. I tetti della Manor e della Lodge erano visibili, ma le finestre da
cui lui avrebbe potuto essere scoperto erano pochissime, perché il fogliame lo nascondeva quasi a tutte, e
questo era un bene, giacché era proibito arrampicarsi sul muro. Nessuno glielo aveva mai detto chiaro e
tondo, ma sapeva da molto tempo, per esperienza, che tutto quello che non gli veniva imposto era molto
probabilmente proibito.

Vivere secondo queste regole non era tanto arduo quanto poteva sembrare. Nella Lodge, dove
abitavano i trovatelli, le regole erano sostanzialmente poche: in realtà, i Capthorn esigevano soltanto che i
fanciulli loro affidati tacessero e non dessero noie. La capacità di sopravvivere, alla Lodge, stava tutta
nell'arte umile e paziente di non farsi notare. Invece, farsi notare significava rendersi colpevoli di
«preoccupare», e ai Capthorn non piaceva «preoccuparsi».

Anche se i Capthorn non avevano simpatia per lui, Gabriel era di-ventato un «bravo ragazzo» perché
dava poche preoccupazioni. Non era altrettanto facile trattare con le suore che vivevano nella Manor,
giacché esse avevano un senso molto spiccato del rispetto formale della legge. Si preoccupavano
soprattutto dell'istruzione dei trovatelli, mediante il catechismo e tutto l'indottrinamento ulteriore che le
loro gio-vani menti erano in grado di accogliere, quindi erano molto più esi-genti. Anche nel convento,
però, Gabriel era considerato un bravo ragazzo, nonché insolitamente intelligente.

Naturalmente la sua coltivazione dell'arte della bontà era motivata molto più dal terrore delle possibili
conseguenze che da un genuino desiderio di compiacere, anche se le suore non sembravano badarvi.
Esse amavano instillare nei fanciulli quello che consideravano un sanissimo terrore della severità di Dio. In
verità, Gabriel considerava Dio molto lontano dal regno della quotidianità: era terrorizzato piut-tosto dalle
suore, dalle loro pretese feroci, dalle loro imposizioni in-flessibili, dalle loro smaniose preoccupazioni per
la sua anima.

Dal suo punto di osservazione, Gabriel non vedeva nulla dell'orto in cui i trovatelli più grandi dovevano
lavorare di quando in quando sotto la supervisione delle suore, zappando il suolo o raccogliendo
or-taggi, a seconda delle stagioni. La zona che egli poteva osservare era dominata da una wilderness in
cui le more e i biancospini rivaleggia-vano spietatamente con le ortiche e con le erbacce.

D'improvviso, Gabriel trasalì, vedendo avanzare fra gli arbusti spi-nosi una suora che gli parve sorella
Clare, oppure la badessa. Si rilas-sò un poco soltanto quando riconobbe sorella Teresa, la quale non
insegnava. Per questo gli altri trovatelli ignoravano probabilmente la sua esistenza.

Negli ultimi tempi, però, Gabriel non aveva potuto fare a meno di accorgersi di lei. Da quando la vista
demoniaca si era sviluppata in lui, mostrandogli cose che i fanciulli, e forse anche tutti gli adulti, non
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vedevano, l'anima di sorella Teresa era diventata un faro perver-so in un mare di confusione. Gabriel
conosceva sorella Teresa non esteriormente, bensì interiormente: sapeva sia che cos'era, sia che co-sa
sperava e che cosa voleva diventare.

Inoltre, sapeva che cosa stava facendo in quel momento, anche se ella gli mostrava la schiena: sorella
Teresa stava raccogliendo spine, con l'intenzione di farne una corona.

Naturalmente, sorella Teresa si pungeva le mani, e sanguinava, co-me aveva sanguinato Gabriel. Come
lui, non era più turbata dal do-lore, anzi, si preparava ad accoglierlo.

Oltre che affascinato, Gabriel era spaventato da sorella Teresa, perché nutriva il terribile sospetto che,
se mai lo avesse visto, e lo avesse scru-tato negli occhi, avrebbe subito capito che cos'era: infatti,
anch'ella pos-sedeva una sorta di vista interiore, che però non era affatto demoniaca.

Sorella Teresa era decisa a diventare una santa, e i santi, al pari di Gesù, avevano il potere di scovare e
di punire i demoni. Gabriel non voleva che il demone che lo possedeva fosse scoperto, perché aveva una
paura tremenda di quello che avrebbe potuto fargli se ne avesse causato il castigo. Sapeva benissimo di
aver collaborato con l'entità che lo possedeva, lasciandosi corrompere con assoluta noncuranza.
Apprezzava il potere che il demone gli donava: non intendeva rinun-ciare facilmente al privilegio della
vista interiore, nonostante le cose terribili che essa gli consentiva di vedere. Sapeva perfettamente
com'era la vita di coloro che non erano posseduti e non potevano vede-re: almeno quella di coloro che
non avevano casa né famiglia. Anche se in apparenza era buono, bravo e diligente, non amava la virtù
tan-to da pentirsi di quello che sapeva di essere diventato.

Se fosse stato costretto a riporre la propria fiducia in qualcuno, avrebbe di gran lunga preferito
Morwenna e il proprio demone a Dio e a qualunque dei «Suoi» servi.

Con estrema cautela, aggrappato molto saldamente all'edera pre-caria, Gabriel scese nuovamente al
suolo, poi corse fra i cespugli lon-tano dal luogo in cui aveva visto laragazza intenta a raccogliere spi-ne.
Quando fu abbastanza lontano da sentirsi al sicuro, continuò il proprio gioco, confidando sin troppo nel
proprio spirito d'avventu-ra, fino al crepuscolo.

Allora Luke Capthorn andò a cercarlo, imprecando e chiamando alternativamente: con ogni evidenza,
era molto irritato.

Nel tornare alla Lodge, Gabriel dovette quasi correre per mantene-re l'andatura di Luke Capthorn, il
quale mormorava lamentele e im-precazioni fra sé e sé, dichiarando che il piccolo bastardo era una
dan-nata peste, che gli procurava noie in continuazione, e che avrebbe do-vuto saper stare al proprio
posto.

Amava molto rammentare ai trovatelli che ben pochi di loro sape-vano chi fossero i loro padri. Uno dei
pochi vantaggi della sua vita, infatti, era quello di essere nato da una relazione matrimoniale, an-che se si
trattava di un vantaggio che si era dimostrato piuttosto mise-ro, giacché il signor Capthorn aveva
abbandonato la moglie e il figlio ormai da tanto tempo, che nell'istituto era diventato leggendario quan-to
re Erode o i licantropi di Londra.
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Soltanto quando furono alla Lodge, Gabriel si rese conto che non era stato affatto un caso, se Luke era
andato a cercarlo. Fu subito condotto nel salotto della signora Capthorn, dove una tinozza era già
collocata sul tavolo e alcune pentole colme d'acqua erano poste a scal-dare sul fuoco.

La signora Capthorn lo aiutò a svestirsi, perciò Gabriel s'industriò a rendere l'operazione quanto più
difficile fosse possibile: non odia-va lavarsi, bensì detestava le dita energiche e paffute della donna.
Mi-sericordiosamente, costei fu costretta a lasciarlo per occuparsi della delicata questione di miscelare
l'acqua calda e l'acqua fredda, in mo-do da ottenere esattamente la temperatura che la sua meticolosità e
la natura giudicavano adeguata al bagno dei fanciulli. Così, Gabriel rimase solo a terminare l'imbarazzante
faccenda. Quando il fanciullo si fu arrampicato sul tavolo e fu entrato nella tinozza, la signora Cap-thorn
gettò in un angolo i suoi indumenti invernali: era arrivato il mo-mento di indossare vestiti nuovi.

Estremamente consapevole dell'indegnità che esse comportavano, Gabriel aveva sempre odiato tutte le
situazioni in cui la sua persona diveniva mero strumento dei progetti della signora Capthorn, ma il suo
disgusto era notevolmente aumentato da quando il suo corpo era diventato nulla più di una maschera che
celava la potenza e l'intelli-genza del demone che lo possedeva. Comunque, non oppose resisten-za.
Apparentemente, continuava ad essere un fanciullo di nove anni, quindi tutti lo trattavano ancora come
tale. Dentro di sé, aveva un potere che gli avrebbe consentito di opporsi al trattamento a cui veni-va
sottoposto, tuttavia era riluttante a servirsene, perché non aveva ancora formulato alcun piano che gli
consentisse di affrontare le con-seguenze di una ribellione violenta.

Dopo il primo impatto, Gabriel sarebbe rimasto ben volentieri a crogiolarsi nell'acqua calda con languida
voluttà. Purtroppo, questa speranza fu subito vanificata dalla signora Capthorn, che prese la bru-sca: per
lei, il bagno equivaleva alla confessione, e la strigliatura al-l'assoluzione. Appena Gabriel fu
sufficientemente mondato, la signora Capthorn lo estrasse dalla tinozza, e gridò a Luke di far entrare il
for-tunato fanciullo destinato ad ereditare la sua acqua sporca, che non poteva certo andare sprecata.

Soltanto quando Gabriel ebbe indossato i suoi nuovi abiti, che gli sembravano larghi e informi, rispetto al
vecchio completo che ormai gli era diventato piccolo, la signora Capthorn si degnò d'informarlo della
ragione di tutto quel trambusto: — Abbiamo un visitatore — lo informò trucemente. — Quando
qualcuno ci avvisa che intende pas-sare, ci diamo da fare tutti quanti. Ma non metterti strane idee in testa,
furfantello, soltanto perché un gentiluomo viene a trovarti: que-sto non ti rende migliore degli altri.

Non era la prima volta che la signora Capthorn sciorinava a Ga-briel simili ammonimenti. Anche Luke
aveva espresso la propria opi-nione in merito, e molto più aspramente: secondo lui, anche se era il
bastardo di un possidente, e ciò non era in alcun modo dimostrato, Gabriel era pur sempre un bastardo,
che valeva meno di chiunque por-tasse il cognome del proprio padre.

Eppure, Gabriel aveva notato che le suore avevano un atteggiamento differente: benché odiassero il
peccato in tutte le sue manifestazioni, trattavano lui in modo quasi impercettibilmente diverso perché
aveva un benefattore di un certo rango. Per esempio, erano molto più at-tente a correggere il suo modo
di parlare, e lo trattavano con un certo ritegno.

— Conosci il nome dell'uomo che devi incontrare? — chiese seve-ramente la signora Capthorn, quando
fu soddisfatta dell'aspetto del fanciullo.

— È il signor Harkender — rispose macchinalmente Gabriel.

— Esatto. E bada bene di dirgli che siete trattati bene tutti quanti, qui, dalle... dalle suore, e da tutti noi.
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In silenzio, Gabriel la scrutò dritto negli occhi cisposi.

Per un momento, la signora Capthorn trasalì, prima che il suo vol-to rubizzo s'incupisse.

Forse la donna aveva già pronunciato quella raccomandazione al-tre volte, ma se e quando lo aveva
fatto, Gabriel l'aveva considerata soltanto uno dei tanti ordini che riceveva, in una litania interminabi-le. In
quell'istante, però, per la prima volta, si rese conto di avere un favore da barattare: forse, se si fosse
lamentato, la signora Capthorn avrebbe dovuto subirne le conseguenze. Sapeva, naturalmente, che di
certo si sarebbe vendicata di lui con una rappresaglia terribile, se le avesse procurato qualche noia.
Nondimeno, era finalmente consape-vole di poter danneggiare in qualche modo sia lei che Luke, anche
senza invocare il potere del suo demone interiore.

Sembrava che la signora Capthorn attendesse una risposta, perciò Gabriel si sforzò di trovarne una.
Cominciò: — Lui è...? — E subito s'interruppe.

— Lui è... cosa? — domandò la signora Capthorn, impaziente.

— È venuto a portarmi via?

— Ah! Vuoi andartene, eh? — ribatté la signora Capthorn, con un gesto cerimonioso di congratulazione
nei confronti di se stessa per avere scoperto le aspirazioni del fanciullo. — Non vedi l'ora di
ab-bandonare coloro che ti hanno allevato, vero, miserabile ingrato? — Ciò detto, lo riconsegnò a Luke,
affinché lo conducesse alla Manor.

Nell'attraversare il giardino, Gabriel e Luke videro sorella Clare, la quale li aspettava accanto alla porta
della Dipendenza, come veni-va chiamata dalle suore la parte della Manor adibita a scuola.

Come al solito, sorella Clare ferveva di petulanza virtuosa: — Do-ve sei stato? — domandò a Luke, che
non era più immune di chiun-que altro dal suo malumore. — Il signor Harkender sta aspettando!

Ben sapendo che tentare di fornire giustificazioni sarebbe stato con-troproducente, Luke si limitò a
bisbigliare le sue scuse con la massi-ma scortesia che osò manifestare.

Quando sorella Clare lo prese per mano e lo trascinò via, Gabriel trasalì, perché la stretta gli fece dolere
le abrasioni. Tuttavia, la suora pensò che ciò fosse un segno di ribellione, e tirò il fanciullo con mag-gior
vigore.

Poco dopo, sorella Clare introdusse Gabriel in un soggiorno dove attendevano tre persone: la madre
badessa, Jacob Harkender, e una donna sconosciuta, dalla chioma grigia e dal viso angoloso, che
sem-brava più anziana di sorella Clare, ma non tanto vecchia quanto la badessa.

Mentre costei lo osservava, dalla sua destra, Gabriel si fermò di fron-te ai due visitatori, quasi sull'attenti.

Tutt'altro che brutto, con la chioma leziosamente ondulata, i linea-menti morbidi e miti, le labbra tumide,
Harkender sembrava persino effeminato, eppure aveva qualcosa di grifagno negli occhi neri, e quan-do
sorrideva assumeva un'espressione sottilmente minacciosa, delica-tamente crudele. — Come stai,
Gabriel? — chiese, in tono gentile.

Anche se Harkender parlava sempre con gentilezza, Gabriel non aveva mai avuto l'impressione che
fosse buono: in quel momento, per giunta, gli parve meno buono che mai. Mentre l'occhio alieno che
ave-va in sé si focalizzava con interesse sul suo viso, ebbe anzi la certezza che quell'uomo non avesse mai
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conosciuto la bontà, e che fosse asso-lutamente malvagio. Anche se il debito di gratitudine che aveva nei
suoi confronti gli veniva ricordato fin troppo spesso, non aveva mai avuto simpatia per lui, né era mai
stato convinto di ispirare in lui un affetto maggiore che negli altri. Comunque rimase sorpreso dalla
lim-pidezza con cui la sua vista interiore vedeva Harkender: il demone che era in lui era più entusiasmato
da quella visita, di quanto lui stes-so avrebbe mai potuto essere.

— Benissimo, signore. Grazie — rispose tardivamente Gabriel, ba-dando a pronunciare correttamente


le parole, poiché sapeva bene che la sua proprietà di linguaggio veniva messa scrupolosamente alla
pro-va.

— Sei diventato proprio un bel giovanotto — commentò Harken-der, compiaciuto. Quindi soggiunse:
— Non è forse vero, signora Murrell?

Giacché non aveva mai visto Gabriel, la signora Mercy Murrell non era in grado di valutare. Tuttavia
rispose: — Sì, è diventato davvero un bel giovanotto.

— Ma ti sei ferito alle mani! — riprese Jacob. — Fai vedere... — Quando Gabriel protese le mani,
gliele prese e le esaminò, girandole e rigirandole. — Com'è successo? — chiese, con voce tagliente.

Pur sapendo che il gesto non sarebbe stato accettato come rispo-sta, Gabriel si limitò a scrollare le
spalle. Poi, mentre la badessa si curvava innanzi, la guardò di sbieco, sostenendo lo sguardo dei suoi
occhi neri.

— Si è arrampicato — dichiarò la badessa, con assoluta certezza. — È vero che ti sei arrampicato,
Gabriel? — L'Inglese non era la sua lingua madre: lo parlava perfettamente, ma non senza un lievissimo
accento.

In silenzio, Gabriel chinò la testa: non gli piaceva ammettere le trasgressioni.

Comunque, Harkender parve sollevato dalla spiegazione: — Arram-picarsi sui muri è nella natura dei
ragazzi — commentò, con voce se-rica.

— Leragazze non lo fanno mai — replicò la badessa. — Sono più ubbidienti.

— Non è questione di obbedienza, ma di volontà — obiettò Ja-cob. — Leragazze hanno un tipo di


volontà che le porta a percorrere sentieri diversi. La volontà dei ragazzi, invece, spinge a compiere
im-prese come arrampicarsi. Eppure, sia iragazzi che le ragazze hanno le qualità per diventare
peccatori... oppure santi.

La badessa, per nulla convinta, tacque.

Di nuovo, Harkender guardò il fanciullo: — Hai sofferto?

— No, signore — rispose macchinalmente Gabriel.

— Invece sì: so che hai sofferto. Ma forse non ti sei curato del do-lore. Forse ti piace tanto arrampicarti,
che non t'importa del dolore, purché tu possa raggiungere nuove vette — dichiarò Jacob, in un to-no che
non era serio, ma neppure beffardo. — Non è così, Gabriel?

Il fanciullo si sentiva sottoposto a un esame severo: molto più seve-ro delle domande delle suore sulla
peccaminosità del suo cuore, o del prete che si recava alla Manor ogni domenica per ascoltare le
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confes-sioni. Con loro, Gabriel poteva mentire, mentre non era affatto sicu-ro che il suo enigmatico
benefattore si lasciasse ingannare altrettanto facilmente. Qualcosa, nel modo in cui Harkender lo
scrutava, lo induceva a chiedersi se fosse in qualche modo consapevole del muta-mento che era
avvenuto in lui, nonché della sua possessione. Com-prendendo alla perfezione che si trattava di quello
che il gentiluomo si aspettava, rispose affermativamente alla domanda.

Senza mostrare di aver capito che Gabriel non sapeva se la risposta fosse veritiera, né se ne curava,
Harkender chiese in tono pacato alla badessa, senza fornire giustificazioni o spiegazioni, ma aspettandosi
evidentemente di essere obbedito: — Le dispiacerebbe lasciarci soli per un poco?

La badessa si alzò, per nulla risentita, almeno in apparenza, e la-sciò la stanza, dopo aver lanciato
un'ultima occhiata minacciosa a Gabriel, per rammentargli di badare alla dizione.

— E ora — annunciò Harkender — possiamo parlare da uomo a uomo. Io ho studiato dai gesuiti, e
ricordo bene quanto fosse terro-rizzante la loro presenza: sentivo di poter parlare liberamente soltan-to
quando erano assenti.

Pur non avendo mai sentito parlare dei gesuiti, Gabriel capì abba-stanza bene a quale sensazione
alludesse Harkender. Purtroppo, non considerava minimamente più rassicurante la presenza del suo
bene-fattore e della misteriosa signora Murrell.

— Ora che sei abbastanza cresciuto — continuò Jacob, con appa-rente soddisfazione — sento di
poterti parlare come a una persona consapevole. Ebbene, voglio parlarti del tuo futuro.

Alle possibilità relative al suo futuro, Gabriel non aveva mai pen-sato, perciò non seppe che cosa
rispondere.

Torcendosi le mani con una certa impazienza, Harkender chiese: — Hai terminato gli studi?

Fin troppo consapevole che ogni sua dichiarazione sarebbe stata verificata, Gabriel rispose questa volta
in un modo che non piacque al gentiluomo: — No, signore. — Per fortuna, la scarsa irritazione che
Jacob lasciò trapelare non gli parve rivolta a lui.

— Che cosa ti aspettavi? — intervenne la signora Murrell. — La prima preoccupazione delle suore è il
benessere della sua anima.

— Non importa — assicurò Harkender al fanciullo. — C'è tempo, e poi non è tanto importante.
Piuttosto, è vitale che tu sia sano e for-te. Da molto tempo ho intenzione di procurarti una dimora
migliore di questa, ma certe ragioni mi hanno impedito di accoglierti nella mia casa. Spesso sono stato
lontano, e nei periodi che ho trascorso a casa sono stato coinvolto in esperimenti che hanno assorbito
tutta la mia attenzione. Finora, le suore hanno assolto alle tue esigenze meglio di quanto avrebbe potuto
fare la mia servitù, inoltre ti hanno nascosto a una curiosità indesiderabile. Adesso, però, le tue necessità
stanno diventando tali, che i servigi delle suore non sono più adeguati ad es-se. Ho voluto farti conoscere
la signora Murrell perché forse ti affi-derò alle sue cure: non subito, ma molto presto.

Ben lieto di distogliere gli occhi da Harkender, il cui sguardo stava cominciando a sconcertarlo
terribilmente, Gabriel osservò la signora Murrell. Anche se costei non tentò in alcun modo di sorridergli o
di esprimergli un po' di tenerezza con un gesto, non manifestò neppure la disapprovazione gelida che era
tipica delle suore. Il breve esame non bastò per consentirgli di confrontarla con la signora Capthorn, e di
valutarla di conseguenza.
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— Che cosa ne dici? — esortò Harkender.

— Grazie, signore — rispose Gabriel, di riflesso. Era questa la ri-sposta che gli adulti volevano udire di
solito quando gli chiedevano che cosa aveva da dire.

In quel caso, tuttavia, la risposta del fanciullo non colse nel segno: Jacob sospirò.

— Non puoi biasimare ilragazzo — osservò la signora Murrell. — Non sa chi siamo. Ha già incontrato
te, ma non ti conosce. — Ciò detto, guardò Gabriel: — Fu il signor Harkender a portarti qui e ad
affidarti alle suore, pagandole per il tuo mantenimento e per quello di alcuni altri bambini. Non tutti gli
orfani, infatti, hanno qualcuno che provvede per loro. Si è assunto la tua responsabilità, e deve
pre-pararti ad essere responsabile di te stesso. Sei pronto a ricompensare la generosità che ha
dimostrato nei tuoi confronti?

Non sapendo come rispondere sinceramente, Gabriel disse: — Sì, signora. Grazie.

Con ciò, Mercy Murrell parve soddisfatta.

Invece, Harkender comprese che il fanciullo aveva risposto mac-chinalmente: — La signora Murrell ha
ragione. Tu non mi conosci affatto. È stata colpa mia: avrei dovuto venirti a trovare più spesso. Ma se
non l'ho fatto, è perché certe ragioni me l'hanno impedito. Or-mai, sei abbastanza grande per essere
curioso, e forse anche per com-prendere i frutti della curiosità. Dunque, chiedimi quello che deside-ri:
cercherò di rispondere. In tal modo, ci conosceremo meglio a vi-cenda, e tu imparerai ad avere fiducia in
me e nei progetti che ho per te. Chiedimi pure tutto quello che vuoi sapere, Gabriel...

Assolutamente disorientato da quella situazione senza precedenti, Gabriel esitò: non aveva risposte
prefabbricate da fornire, né riusciva a ricordarne nessuna che fosse adatta per essere presa a prestito.
Non sapeva individuare i confini che bisognava evitare di varcare per non correre rischi. Comunque,
cercò una domanda che potesse risultare accettabile. Se il demone lo avesse consigliato, sarebbe stato
felice di ascoltarlo: purtroppo, esso rimase muto e affascinato, presente ma non attivo. Infine, chiese: —
Sono nato nel posto dei matti? — E no-tò, con la coda dell'occhio, la sorpresa della signora Murrell.

Prima di rispondere, Harkender meditò per un poco, mantenendo un'espressione assolutamente


imperscrutabile. Poi, con voce grave, spiegò: — Immagino che tu ti riferisca alla clinica di Hanwell...
Eb-bene, oso dire che alcuni tuoi compagni provengono da là, ma tu no.

D'improvviso, Gabriel decise di non dover perdere l'occasione: — Chi è mia madre? E chi è mio padre?

Di nuovo, Jacob tacque meditativamente per un poco, prima di ri-spondere: — Tua madre era Jenny
Gill: morì subito dopo la tua na-scita. Era amica della signora Murrell, e anch'io la conoscevo. Tu porti il
suo cognome, anziché quello di tuo padre, ma non devi provare per questo neppure un'oncia di
vergogna, giacché per nascita appartieni a una classe superiore a quella di tutti coloro che vivono qui...
anche se ti conviene non dirlo a nessuno, men che meno alle suore. — Nel dir questo sorrise.

Il fanciullo capì che tale sorriso voleva essere complice e confor-tante. In realtà, esso gli parve duro e
privo di calore: una minaccia, anziché una promessa.

— Ti prometto che ti piacerà vivere con la signora Murrell — con-tinuò Jacob, abbassando la voce,
quasi in un sussurro. — Mangerai meglio di quanto tu abbia mai mangiato, e avrai un ottimo letto in cui
dormire. Quanto ad arrampicarti... Be', ti mostrerò vette da sca-lare che pochi uomini hanno mai osato
affrontare, e t'insegnerò a pro-vare, nel raggiungerle, una gioia che pochi uomini hanno conosciuto.
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Mentre Harkender pronunciava queste parole, i suoi occhi diven-nero quasi fulgenti, tuttavia Gabriel non
riuscì a capire perché. Sus-surrando a sua volta, rispose: — Grazie, signore.

Allora Jacob parve leggere nella risposta una sincerità inesistente, dimostrandosi tanto vulnerabile alla
menzogna quanto chiunque al-tro. Poi, però, come guidato da un ripensamento impulsivo, si allun-gò a
sfiorare la fronte del fanciullo con i polpastrelli della mano de-stra.

Sembrò un gesto istintivo, quasi noncurante, ma Gabriel capì subi-to che non si trattava di nulla del
genere: nel sentire il tocco, percepì una sorta di potere, di brivido magico. In quel momento, intuì che
anche Harkender era posseduto: dentro di lui era in agguato un de-mone che guardava il mondo
attraverso la finestra della sua anima corrotta, con una vista di gran lunga più potente dei deboli occhi
este-riori degli uomini.

Con un tuffo al cuore, Gabriel ebbe il terrore che Harkender avesse avuto a sua volta la medesima
percezione, e che il suo segreto non fosse più tale: con orrore, attese la sua reazione alla rivelazione.

Una fugace perplessità passò sul volto di Jacob, subito sostituita da un sorriso privo di generosità come
sempre, eppure stranamente colmo di soddisfazione: — Non devi avere paura di me, Gabriel — assicurò
Harkender. — Io solo, fra tutti coloro che hai conosciuto e che mai conoscerai, posso capire quello che
sei e quello che puoi diventare. Io soltanto posso guidarti. Devi ricordarlo, Gabriel: ram-menta sempre
che ti sono amico.

Il tono pacato di queste parole parve a Gabriel molto intimidato-rio. Harkender non stava cercando di
minacciarlo, anzi, forse stava davvero tentando di rassicurarlo. Eppure la semplice consapevolezza di
quello che Jacob sembrava essere, e di quello che forse aveva or-mai scoperto, era sufficiente a colmare
il fanciullo di una trepidazione terribile. Nonostante questo, ricorrendo a tutta l'abilità che aveva
sviluppato in un'intera vita di sotterfugi, Gabriel si limitò a risponde-re: — Sì, signore.

Di nuovo, Jacob Harkender sorrise, perché aveva ottenuto la ri-sposta che desiderava.

Dietro il suo sorriso, però, si celava qualcos'altro, che Gabriel non riuscì a definire, e che non gli piacque
affatto.

Era buio, fuori, e il vento portava un gelo tagliente. La luna era quasi piena, ma velata a tratti dalle nubi in
corsa, e visibile soltanto, di volta in volta, per pochi istanti, in maniera esasperante. Gabriel avrebbe
dovuto tornare subito alla Lodge, ma giacché nessuno era ad aspettarlo, si allontanò furtivamente dal
sentiero per costeggiare il mu-ro di cinta della Manor. Ancora una volta sentì l'ardore e l'eccitazio-ne del
demone che aveva in sé, il quale, come egli ormai sapeva, ama-va quelle spedizioni notturne.

Nell'oscurità della notte aveva la sensazione, talvolta, di essere in-teramente demone. Gli sembrava
allora che la sua coscienza norma-le, la quale prosperava nella luce del giorno, nella consuetudine, nella
compagnia altrui, fosse nascosta, proprio come il volto della luna era velato dalle nubi che le passavano
dinanzi.
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Era estremamente consapevole del potere della propria volontà, ma ormai non era più interessato a
trucchi lievi, come convocare pipi-strelli e falene a svolazzargli intorno alla testa in una danza folle: il suo
occhio interiore era alla ricerca di visioni più interessanti di quella.

Con cautela, si recò al lato opposto della Manor, dov'era assoluta-mente proibito andare, perché là le
suore avevano le loro «celle», che per la maggior parte non erano affatto celle, ma semplicemente stan-ze
disadorne e austeramente ammobiliate. Là vivevano molte sorelle che non svolgevano mai nessun servizio
alla Dipendenza perché ave-vano scelto la clausura, quindi dedicavano la loro esistenza ai rituali e alla
meditazione. Poche suore, per spirito di sacrificio e per senso del dovere, si assumevano il fardello di
insegnare ai trovatelli. Di re-cente, Gabriel aveva compreso che consideravano questo servizio co-me
una sorta di affitto per la Manor, e che lo svolgevano con riluttanza.

Questa era una delle numerose informazioni che aveva ottenuto me-diante il demone, che era un'entità
d'intelligenza prodigiosa. Nono-stante questo, però, esso era pur sempre un estraneo nel mondo degli
uomini, quindi giudicava strano e inesplicabile quello che vi accadeva.

Giunto nel nascondiglio che aveva scoperto di recente, Gabriel os-servò la cella che era maggiormente
degna di questo nome: quella in cui abitava sorella Teresa, la quale era solita pregare in ginocchio sul-la
pietra, mortificando la carne rabbrividente nel freddo crudele.

La stanzetta aveva una sola finestra, che, situata vicino al soffitto, guardava il canale, e aveva un vetro
tanto sporco, che di giorno la-sciava entrare poca luce, e di notte lasciava uscire soltanto il più fioco
guizzo di fiamma di candela. Ecco perché, spiando con la vista este-riore, si poteva vedere all'interno
soltanto in modo offuscato, quasi deforme, e si poteva capire a stento se la suora fosse in piedi oppure in
ginocchio.

Nondimeno, la finestrella attirò Gabriel come un magnete, giacché non aveva bisogno della vista
esteriore per percepire quello che avve-niva nella cella: con il demoniaco occhio interiore, poteva vedere
di-stintamente in che modo sorella Teresa si torturava, e perché.

Quando Gabriel si fu appostato nel nascondiglio, la parte attiva del rituale era già terminata: sorella
Teresa giaceva prona sul pavimento freddo, come se tutto il peso della Terra gravasse su di lei, gelido,
im-placabile, mentre il pensiero connesso alla percezione era ormai ban-dito dalla sua mente. Perciò,
Gabriel si fece forza, preparandosi a con-dividere il suo sogno, la sua visione, la sua sofferenza
illuminante...

Gesù è sulla croce. La sofferenza del mondo non è più tanto acuta. La percezione si è ritirata dalla
superficie, esposta all'erosione del vento e dell'acqua, spaccata dalle eruzioni del fuoco vulcanico.
Eppure, nel manto del mondo esiste una serenità perpetua: una solidità fredda, lontana dall'anima
centrale, che è fuoco e ferro liquido.

Il mondo pensa ancora, ma i suoi pensieri, come i suoi sentimenti, sono smussati dal fardello eccessivo.
La mente del mondo è obnubi-lata, in preda alla vertigine, come se fosse lontana da se stessa: vi so-no
oscurità di giorno e freddo a mezzodì. Ma presto essa precipiterà in un delirio da cui non si riprenderà
mai del tutto.

Gesù sta sopportando il peso dei peccati del mondo.

I chiodi conficcati nelle palme delle mani di lei sono tutte le malva-gità mai perpetrate dall'umanità: i
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massacri e le torture, l'adorazione degli idoli abietti, le trascrizioni dei pensieri empi, le carezze e i gesti
che esprimono falsamente l'affetto e l'amicizia.

Il chiodo enorme conficcato nei piedi sovrapposti di lei è tutte le intenzioni malvage che hanno spinto gli
uomini a vagare per il mon-do: le fughe dalle punizioni giuste; le invasioni e le conquiste; i tradi-menti della
parentela e le deviazioni dal vero cammino della fede, della speranza e del dovere.

La corona di spine sul capo di lei è tutti i pensieri di slealtà che l'u-manità ha mai accolto attraverso i
fallimenti multiformi della volon-tà volubile: i dubbi capziosi e gli inganni perfidi, le inimicizie calcola-te e le
invidie egoiste, la disperazione lugubre e i tradimenti dell'intel-letto.

La ferita sanguinante al fianco di lei è tutti gli errori del cuore: le malizie sprezzanti e gli odi ardenti, le
spudorate illusioni di grandezza e i desideri lussuriosi, l'avarizia bramosa e l'amarezza struggente, le voglie
della carne codarda.

E lei sopporta tutto, e l'ammanta con la propria estasi.

Ecce homo.

Respinto dalla pura potenza della visione, Gabriel, senza fiato, fu trafitto dalla sensazione del peccato, né
terribile, né deliziosa, scatu-rita dalla propria consapevolezza che, tramite lui, un demone dell'In-ferno
spiava le attività del Paradiso. Mentre sorella Teresa avanzava sulla strada dolorosa della santità, egli era
lo strumento mediante il quale ella veniva osservata pazientemente, e la vanificazione delle sue opere più
degne veniva tramata.

Sorrise, ma fu consapevole che si trattava soltanto del demone che lo possedeva, il quale tentava di
ridere della sua debolezza.

Attraverso il vetro sporco della finestra che offuscava la vista, Ga-briel osservò il movimento lento e
fluido di Teresa, la quale si sollevò, con le braccia spiegate come ali d'angelo, e fluttuò nell'aria, simi-le a
un falco languido su un cuscino d'aria invisibile, nella più fioca delle brezze.

Forse era il vantaggio del bene sul male, o forse era semplicemente il risultato della disciplina e
dell'esercizio: Gabriel lo ignorava. Tut-tavia invidiava a Teresa quell'arte che lui, a differenza di lei, non
sa-peva padroneggiare. La sua ambizione, ammesso che vi fosse qualco-sa in lui che potesse essere
definita tale, era che la potenza del male facesse tanto per lui, un giorno, quanto la potenza che agiva in
Tere-sa faceva per lei. Ancora una volta si chiese se sarebbe riuscito a levi-tare, se soltanto avesse osato
sottoporsi alle sofferenze estreme che Teresa accettava con gioia.

Infine si allontanò dalla finestra per spiare altre parti della Manor. Ritornò alla Dipendenza, e più
precisamente alla finestra di una stan-za molto vicina al soggiorno in cui aveva incontrato Jacob
Harkender: questi stava conversando con la badessa, in presenza della signo-ra Murrell. Per ascoltare
quello che veniva detto, il fanciullo non eb-be bisogno della propria vista interiore.

— È dunque sua intenzione prendere il ragazzo sotto la sua tutela entro questo mese? — domandò la
badessa.

— Sono ancora indeciso — rispose Harkender. — Vi sono grato per averlo educato nella maniera
migliore. Tuttavia mi chiedo se il ragazzo sia già abbastanza cresciuto per affrontare lo stadio successi-vo
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della sua istruzione. Mi dispiace di non averla avvertita per tem-po, Reverenda Madre, ma soltanto
quando l'ho visto, poco fa, mi sono reso conto di quanto fosse cresciuto.

— E che cosa intende fare di lui, precisamente?

Per un istante, Harkender tacque, prima di rispondere abbastanza sinceramente: — Entrerà al mio
servizio, Reverenda Madre.

— Senza dubbio, signor Harkender — rispose gelidamente la ba-dessa, mentre Gabriel notava che
sedeva impettita, come se facesse virtù della propria scomodità deliberata — lei si ritiene libero di
di-sporre a suo piacimento del ragazzo, e pensa che il fatto di averlo con-dotto qui le consenta di
portarlo via quando vuole. Tuttavia capirà che, dal mio punto di vista, la questione appare sotto una luce
diver-sa. Affidando Gabriel alle nostre cure, ci ha imposto il dovere di ga-rantire che sia adeguatamente
istruito e preparato alla vita cristiana. Dunque, noi nutriamo nei suoi confronti un interesse che non può
essere semplicemente ignorato. Insomma, il dovere m'impone d'in-formarmi sulle sue prospettive.

— Non lo metto in dubbio — rispose Jacob, con voce altrettanto gelida. — Non vuole dirmi che cosa
turba la sua coscienza?

— Se posso parlare francamente, signore, si tratta della sua repu-tazione: corre voce che lei sia un
mago, un alchimista, e un negro-mante.

Nell'udire questa frase, la signora Murrell trattenne udibilmente il fiato.

Invece, Harkender non manifestò il minimo indizio di turbamento a causa di quella provocazione, o
almeno così parve a Gabriel: — Non deve avere alcun timore per l'incolumità del ragazzo, sotto tutti i
punti di vista — rispose, calmo. — Sono uno studioso, è vero, ma non vi è nulla di diabolico nelle mie
ricerche. La nostra Chiesa non si è mai vergognata, in passato, di non osteggiare l'alchimia, e se io sono
un mago, allora appartengo alla medesima categoria di Alberto Magno e di Marcello Ficino: non sono
uno stregone ciarlatano o un incanta-tore ipocrita. Non intendo discutere di eresia con lei, ma se
possiede una qualsiasi prova in grado di dimostrare che sono colpevole di qual-che vizio, si senta pure
liberissima di esibirmela.

— Voglio soltanto assicurarmi che l'anima di Gabriel, da noi pro-tetta con la massima sollecitudine, non
sia in pericolo — rispose la badessa, del tutto blandamente.

Tuttavia, Gabriel ebbe l'impressione che questa dichiarazione ce-lasse un'ironia terribile, e sospettò che
Harkender fosse ugualmente sarcastico.

Comunque, Jacob non lasciò trapelare alcun segno d'irritazione, né di scherno: — Può star certa che
non mi preoccupo della sua ani-ma meno di lei, e che sotto nessun aspetto posso essere considerato
incapace di vegliare su di essa. Ho studiato dai gesuiti, come lei sa, e sono molto versato nella dottrina
della Chiesa. La mia casa, Reve-renda Madre, potrà essere ispezionata in qualsiasi momento dal
ve-scovo, o da qualunque altro prelato, proprio come può accadere a questo convento. Inoltre, non ho
alcuna difficoltà a concederle il per-messo di mettermi alla prova.

Di tutto ciò, Gabriel non capì quasi nulla. Per una volta, non spe-rimentò nessun flusso d'intuizioni
misteriose, come quelle che aveva imparato ad attribuire al suo ospite demoniaco.

Seppure senza sorridere, com'era suo solito, la badessa parve sod-disfatta delle garanzie ottenute: —
Volevo soltanto rassicurarmi — mormorò. — Anche quando Gabriel avrà lasciato l'istituto, il nostro
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interesse nei suoi confronti non cesserà: di questo può essere certo.

— Ne sono lieto — replicò untuosamente Harkender. — E mi au-guro che il vostro interessamento non
venga mai meno, anche se te-mo che, quanto a questo, la clausura vi ostacolerà.

La badessa si alzò, autorizzando gli ospiti a fare altrettanto. Prima che Harkender e la signora Murrell
uscissero nella notte, Gabriel eb-be tutto il tempo di nascondersi in un fosco nido d'ombra, in modo da
non essere visto.

Appena la badessa fu rientrata e sorella Clare si fu allontanata alla ricerca di Luke Capthorn, a cui era
stato affidato il calesse di Har-kender, la signora Murrell si volse subito al compagno: — Che cosa sa
esattamente di noi? È evidente che fu un errore condurre qui il ra-gazzo, come ti dissi a suo tempo.

— Probabilmente conosce soltanto le dicerie alle quali ha alluso — rispose tranquillamente Harkender.
— A quanto pare, la clausura non è sufficiente a proteggere le suore dai pettegolezzi. Può darsi che
abbiano percepito qualcosa di strano e di anormale nelragazzo, ma ciò ha poca importanza. Qui, Gabriel
è stato nascosto più efficace-mente di quanto avrebbe potuto esserlo in casa mia. I miei servi san-no
certamente molto di più di quanto sia bene per loro, senza contare che altri si sono interessati fin troppo
alle mie attività. Non osai cor-rere alcun rischio, quando la povera Jenny morì, perché altrimenti tutto il
piano avrebbe potuto fallire. Ho sempre confidato nelle suore molto più di quanto potrei mai confidare
nei miei amici.

— Credi che la badessa interferirà?

— Ne dubito. Poco fa l'ho avvertita chiaramente che lei, più di me, ha ragione di temere eventuali
indagini. La regola seguita da lei e dal-le sue monache pretende di risalire a Santa Syncletica, tuttavia non
ha mai ottenuto l'approvazione di Roma, quindi dubito che il con-vento potrebbe superare un'eventuale
ispezione. Le suore hanno ot-tenuto Hudlestone Manor a condizione di svolgere certe attività edu-cative,
e anche se a molti questo accordo può sembrare consono ai tempi, credo che sia motivo di disagio per le
suore medesime.

— Vuoi dire che non possono far nulla contro di te per timore di perdere la Manor?

— Dubito che si potrebbe mai arrivare a tanto. Comunque, qualsiasi forma d'intromissione costituirebbe
un imbarazzo di cui le suo-re preferiscono di gran lunga fare a meno, senza contare che anch'io ho sentito
circolare certe voci su come la badessa incoraggia il reclu-tamento delle novizie fra le fanciulle che vivono
qui all'istituto. Si di-ce che le dia grande gioia scoprire sante e visionarie fra le monache e fra le orfane.
Sono passati soltanto vent'anni dall'ultima grande som-mossa anticattolica, in questo paese, e i protestanti
inglesi sono poco meno avidi dei socialisti francesi di raccogliere storie sul trattamento iniquo delle novizie
nei monasteri. Se la badessa vuole scoprire una nuova Santa Teresa, ha tutto l'interesse a compiere tale
ricerca nella massima riservatezza.

Anziché rassicurata, la signora Murrell parve sempre più inquieta: — Ma tutto indica che la badessa sa
qualcosa!

— Non credo. Se tutti coloro che digiunano e si frustano a vicenda fossero alla ricerca della visione
mistica, il mondo intero godrebbe or-mai da molto tempo della più meravigliosa illuminazione spirituale.
Non dubito che la Chiesa abbia avuto i suoi visionari, ma gente come la badessa e le sue sorelle non
hanno la più pallida idea di che cosa fossero realmente quei mistici. Perciò, non credo che le suore di
San-ta Syncletica possano minacciare in alcun modo il nostro progetto.
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— Speriamo che tu abbia ragione... — mormorò la signora Mur-rell, dubbiosa.

Subito dopo, arrivò il calesse. Harkender aiutò la compagna a mon-tare, poi si girò per scambiare
furtivamente poche parole con Luke, con cui sembrava essere in insolita confidenza.

Soltanto allorché il calesse fu scomparso e Luke si fu allontanato in direzione della Lodge, Gabriel
giudicò che fosse sicuro uscire dal proprio nascondiglio. Però, proprio nell'andarsene, udì picchiare al-la
finestra da cui aveva origliato. Con un tuffo al cuore, si girò e vide la badessa che lo scrutava
severamente: con imprudenza, era entrato nella zona illuminata dalla luce che usciva dalla stanza.

Tutto tremante d'angoscia accumulata, in quanto era ben consape-vole di essere un trasgressore abituale
finalmente colto in flagrante, e sapeva quale sorte lo attendesse, Gabriel rientrò nella Manor. Era certo
che sarebbe stato frustato, e la sua fiducia nel potere del demo-ne di proteggerlo dal dolore che avrebbe
provato stava scemando ra-pidamente.

Con suo grande sbalordimento, tuttavia, la badessa gli parlò in un modo del tutto diverso da quello che
si aspettava: — Sei stato un bra-vo ragazzo, Gabriel. Ti abbiamo insegnato ad essere bravo, e tu hai
imparato bene la lezione. Spero che in futuro, qualunque cosa ti ac-cada, non dimenticherai mai i nostri
insegnamenti.

— Sì, Reverenda Madre — rispose Gabriel, con una cortesia cari-ca d'ansia. — Grazie, Reverenda
Madre.

— Il mondo è un luogo di fatiche e di tribolazioni — continuò la badessa, con un distacco e una


vaghezza talmente strani, da indurre il fanciullo a chiedersi se si fosse accorta che aveva spiato. — In
esso vi sono molti pericoli, e tu dovrai essere forte per affrontarli. E non parlo soltanto di forza fisica,
bensì di forza spirituale. La carne non può fare a meno di essere debole, ma l'anima può essere forte:
anzi, deve essere forte, per resistere alla tentazione. Mi capisci, Gabriel?

— Sì, Reverenda Madre — replicò Gabriel, sforzandosi con tutto se stesso di sembrare sincero e
devoto. — Grazie. — Comunque, non mentiva completamente. Se non altro, credeva di capire quello
che la badessa stava cercando di dirgli. Sia lei, che sorella Clare e sorella Bernard, avevano tentato in
vari modi di trasmettergli chiaramente lo stesso messaggio: la vita era dura, ma le sofferenze dovevano
esse-re sopportate; il mondo era colmo di dolore, ma il dolore doveva es-sere sopportato
volonterosamente, e la fede doveva essere mantenuta.

— Quando te ne andrai da qui, sarai indotto in tentazione — assi-curò la badessa — e assisterai a molta
malvagità. Però hai imparato a pregare, e quando pregherai il Signore, Egli armerà il tuo braccio contro la
tentazione e ti proteggerà dal male. Anche se cadrai fra i malvagi, il Signore sarà con te.

Per un istante, Gabriel fu tentato di chiederle schiettamente se Jacob Harkender fosse uno dei malvagi a
cui aveva alluso: ma soltanto per un istante brevissimo, fugace. Poi, non gli rimase da dire altro che: —
Sì, Reverenda Madre. Lo ricorderò.

Finalmente, traboccante di ammonimenti sulla condizione deplo-revole del mondo, che gli sembravano
molto poco significativi rispet-to alla sua situazione presente, Gabriel ebbe il permesso di andarse-ne.
Luke era tornato da tempo alla Lodge, ma la badessa non giudicò necessario far accompagnare il
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fanciullo per essere certa che si recas-se davvero dove doveva. In ogni modo, Gabriel aveva spiato a
suffi-cienza per quella notte, perciò s'incamminò subito verso la Lodge.

Fu colto di sorpresa quando, nel tratto più buio del sentiero, a me-tà strada fra i due edifici, una donna
sbucò silenziosamente dagli al-beri e gli si parò dinanzi: era Morwenna.

Diversa sia dalle suore che dalla paffuta signora Capthorne e dal-l'angolosa signora Murrell, nonché
molto più giovane di tutte quan-te, almeno in apparenza, Morwenna aveva la chioma lunga, bionda,
molto chiara, e indossava un abito bianco non molto diverso da quel-li che Gabriel aveva osservato in
certe raffigurazioni degli angeli: era abbastanza leggero da sembrare etereo.

— Dimmi, Gabriel... — chiese Morwenna, sottovoce. — Che cosa ti ha detto il signor Harkender?
Vuole forse portarti via?

— Forse lo farà — rispose Gabriel, non senza una certa difficoltà, giacché le parole gli si bloccavano in
gola. — Non lo so.

— Non avere paura. Lui non ha nessuna buona intenzione nei tuoi confronti, ma tu non devi avere paura,
perché noi non lasceremo che ti prenda.

Non vi era nulla di malevolo nei modi della donna, eppure Gabriel ebbe l'impressione che ella sapesse
perfettamente che esortarlo a non avere paura significava proprio spaventarlo. In un sussurro, domandò:
— Chi sei, Morwenna? Sei un fantasma? — Non credeva che ella fosse uno spettro, ma giudicò
necessario chiederlo. Non credeva nep-pure che fosse un angelo, perché nonostante gli sforzi che le
suore avevano compiuto per insegnargli ad apprezzare adeguatamente il vero schema delle cose, non
riusciva a credere che gli angeli camminassero comunemente sulla Terra. D'altronde, non sapeva chi
fosse realmen-te la donna, né perché mai fosse venuta a promettergli la fuga.

— Sono Morwenna — ella dichiarò pazientemente, come se fosse una risposta esauriente. — Non
avere paura, ti prego. Tornerò anco-ra, prima che il signor Harkender venga a portarti via. Noi siamo
tuoi amici, e ti proteggeremo. Tienti pronto, Gabriel: ti prometto che ver-remo a prenderti molto presto.

La voce della donna, e il suo modo di parlare, avevano un tale in-canto, un tale fascino magico, che
Gabriel desiderava crederle in mo-do struggente. In effetti, le credeva. Però si rendeva conto che tutto
quello che Morwenna non osava rivelargli era estremamente miste-rioso. Voleva andare con lei, perché
lei era bellissima, eppure una vocina interiore, dubbiosa, che non era quella del suo demone, suggeri-va
che forse ella era stata inviata come messaggera proprio perché era tanto bella, e nulla poteva esserle
rifiutato.

Benché il groppo in gola gl'impedisse ancora di parlare senza diffi-coltà, Gabriel promise: — Sarò
pronto.

D'improvviso, Morwenna si girò e scomparve, come se fosse en-trata in una porta celata nell'oscurità.

Poi, però, nel guardare in un'altra direzione, proprio mentre la lu-na pallida illuminava per un attimo una
radura, Gabriel intravide una grande creatura candida allontanarsi agilmente, in silenzio, in modo
abbastanza naturale.

Quella creatura poteva essere soltanto un cane randagio, giacché persino Gabriel Gill sapeva che non
esistevano lupi, in Inghilterra, ad eccezione, forse, dei licantropi di Londra.
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Quella notte, dormendo nel letto duro e bitorzoluto al quale si era abituato da molto tempo, Gabriel fece
un sogno molto strano e mol-to vivido.

Negli ultimi tempi, i sogni di quel genere erano diventati un'esperienza molto comune per lui: sapeva che
era uno dei modi in cui il suo occhio interiore si esercitava, mentre la sua vista diventava gra-dualmente
sempre più nitida e acuta.

Non aveva tardato a comprendere che alcune cose viste dal suo oc-chio interiore non erano vere: le
visioni bizzarre, simili a quella che aveva condiviso quella sera stessa con sorella Teresa, scaturivano dalla
speranza, dall'ambizione, dal terrore, o dall'angoscia. Non era affat-to certo, però, che tutte le visioni del
suo occhio interiore fossero di quel genere. Talvolta, aveva l'impressione di assistere ad avvenimenti reali,
del passato o del presente. Una delle ironie del suo notevole se-sto senso era che le brevi visioni che
esso consentiva durante la veglia sembravano molto meno reali di quelle che consentiva durante il son-no,
in sogno.

Quella notte, il personaggio principale del sogno fu Jacob Harkender. Ciò non sorprese minimamente
Gabriel, il quale era perfettamente consapevole del legame che era stato forgiato fra lui e il suo
benefat-tore nel momento in cui gli era stato rivelato che anche costui era pos-seduto.

Nel sogno, Gabriel non fu fisicamente presente: fu come se il de-mone lasciasse per breve tempo il suo
corpo per andare a vagare nella notte come uno spirito libero dai legami usuali, ma si trascinasse die-tro
la sua anima per preservare l'incantesimo con cui lo aveva impri-gionato.

Come spirito disincarnato, Gabriel si trovò in una stanza molto stra-na, sotto la grande cupola di vetri
multicolori in cima a quella che gli sembrava essere la casa di Harkender. Non sapeva se la casa
pos-sedesse davvero una cupola del genere, comunque aveva la sensazio-ne di vedere qualcosa di reale.

Al centro della stanza era collocato un aggeggio in ferro battuto: Ga-briel non riuscì a capire che cosa
fosse, ma per qualche ragione inson-dabile lo paragonò ad una tela di ragno. Se l'oggetto era davvero
qual-cosa di simile, allora aveva catturato Jacob Harkender, il quale vi era saldamente legato per i polsi
con alcune funi: completamente nudo, ad occhi chiusi, mormorava ritmicamente fra sé e sé come se
stesse can-tilenando una preghiera di penitenza che aveva recitato molto spesso.

Intanto, due persone l'osservavano. Una di costoro era la signora Mercy Murrell, con la quale Gabriel
era più in sintonia che con Har-kender. Nel percepire la turbinante confusione di sentimenti e di pen-sieri
della signora Murrell, rimase sbalordito nello scoprire che in es-sa spiccava una sorta di disprezzo.

Il mosaico del pavimento, composto di molte migliaia di tessere, raffigurava numerosi cerchi concentrici:
su quello centrale era collocalo l'aggeggio metallico; quelli interni contenevano complesse deco-razioni;
quelli esterni erano divisi in sezioni, ognuna delle quali rac-chiudeva una parola o un simbolo; e dall'ultimo
cerchio esterno, or-lato da quelli che sembravano petali di rosa sanguigni, si dipartivano quattro tronchi
d'albero, le cui chiome erano costituite da moltitudi-ni di foglie colorate.

Quantunque il disegno lo affascinasse, Gabriel non riuscì a capire neppure dal vortice d'impressioni della
coscienza della signora Mur-rell che cosa esso significasse: Harkender lo aveva spiegato, ma lei non
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aveva nemmeno tentato di capire, perché sapeva benissimo di non essere minimamente promettente
come apprendista di magia.

Le sfaccettature della cupola erano disposte in maniera abbastanza complessa, anche se più semplice
rispetto al disegno del mosaico. Di giorno, mentre il sole tracciava il suo tragitto nel firmamento, la luce
colorata illuminava sicuramente il pavimento in una maniera meravi-gliosa e costantemente mutevole. In
quel momento, però, era notte, e la luce della luna scompariva, a paragone con le quattro lanterne
collocate agli angoli della stanza, ognuna all'estremità di un braccio della croce, le quali suscitavano
ombre strane tutt'intorno.

Nell'ombra più densa, la signora Murrell sedeva sopra una sedia: non si nascondeva, ma le piaceva
osservare senza farsi notare, senza attirare l'attenzione su di sé. Gabriel captò nella sua memoria gli echi
lamentosi dei discorsi con cui Harkender le aveva mestamente spiega-to che il suo occhio interiore era
del tutto cieco, bendato dal continuo conforto che ella traeva dalla normalità del mondo.

Spiandone i pensieri, Gabriel capì che la signora Murrell, anche se non lo aveva mai detto, era in
disaccordo con Harkender: non si era mai sentita a proprio agio nel mondo, né aveva mai pensato di
viverne la normalità. Si considerava semmai l'abitante e l'approvvigionatrice di un mondo di sogno
composto dalle idiosincrasie degli uomi-ni. Non sapeva se il suo occhio interiore fosse davvero cieco o
meno, tuttavia i suoi occhi esteriori erano cinicamente interessati alle recite bizzarre che organizzava per i
suoi clienti.

Benché non fosse la prima volta che il demone gli consentiva di os-servare il mondo attraverso il filtro
dei pensieri e delle credenze al-trui, Gabriel trovò che la signora Murrell era di gran lunga più enig-matica
di Luke Capthorn o di sorella Clare: non riusciva a capire che tipo di persona fosse esattamente, né
perché avesse una concezione di se stessa tanto strana. Se il demone la capiva, non lasciò trapelare alcun
chiarimento. D'altronde, era possibile che esso non la compren-desse, giacché possedeva una sorta
d'innocenza che contrastava con i suoi terribili poteri di veggenza.

Con la stessa chiarezza con cui l'avrebbe udita se avesse parlato a voce alta, Gabriel sentì la signora
Murrell pensare ironicamente:Quale esistenza più magica e più penetrante potrebbe mai condurre
una don-na, di quella di amante e ruffiana dei ricchi?

In un modo che aveva qualcosa di materno, anche se niente affatto affettuoso, la signora Murrell si volse
ad osservare la terza persona che si trovava nella stanza, vale a dire unaragazza.

Come se si fosse completamente identificato con la donna, Gabriel osservò a sua volta la ragazza, la
quale si stava avvicinando ad Harkender, che si trovava carponi sul pavimento: esitava, come se non
sapesse bene che cosa doveva fare, benché fosse stata istruita alla per-fezione dalla signora Murrell. Era
interamente nuda, tranne l'ogget-to che indossava mediante una cintura: un fallo finto in legno, inguainato
di cuoio morbido, enormemente lungo ma non troppo grosso, dotato di un'appendice inserita nella
vagina, in modo tale da stimola-re colei che lo usava. La signora Murrell, però, sapeva bene che, da
questo punto di vista, il fallo finto era tutt'altro che perfetto. In ogni modo, ciò non aveva alcuna
importanza, perché in quel caso il piace-re era irrilevante.

Poiché le sue uniche esperienze di desiderio e di attrazione sessuali erano avvenute per interposta
persona, Gabriel faticava molto a com-prendere quello che stava accadendo. Sapeva che cosa fossero il
coito e la sodomia, sia perché aveva visitato i sogni di Luke Capthorn, sia perché, prim'ancora di essere
posseduto dal demone, aveva ascoltato i racconti e gli avvertimenti che i trovatelli più grandi della Lodge
si scambiavano a proposito delle abitudini di Luke. Nondimeno, quello che sapeva del figlio della signora
Capthorn non era sufficiente a far-gli comprendere la scena alla quale stava assistendo.
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Osservata senza alcun divertimento dalla signora Murrell, e trami-te costei da Gabriel, laragazza
s'inginocchiò dietro ad Harkender e tentò goffamente d'infilargli il fallo nell'ano. Non guardò la signora
Murrell per avere consigli, né tentò di scusarsi del proprio impaccio. Finalmente, con qualche disagio,
riuscì ad eseguire la penetrazione, e poi, poco a poco, arrossendo d'imbarazzo, riuscì anche a trovare un
ritmo, sebbene irregolare.

Scrutando il volto dellaragazza, la signora Murrell si concesse un sorrisino: gradualmente, vide che la sua
espressione diventava com-piaciuta, non perché lo sfregamento dell'appendice del fallo le procu-rasse
piacere, bensì per la consapevolezza che l'azione implicava una sorta di umiliazione, e che lei stessa si
trovava nel ruolo insolito della persona che la infliggeva, anziché subirla.

E questo, come la signora Murrell ben sapeva, era proprio quello che Harkender voleva. Il dolore fisico
era soltanto un elemento, e forse neppure il più importante: occorreva un tormento più sottile, compo-sto
di mortificazione e di abiezione, che l'abitudine in qualche modo non riusciva ad esaurire. Jacob non si
serviva mai di cinedi, in nessun modo, perché l'eiaculazione vanificava le sue intenzioni: cercava qual-cosa
che non avesse una conclusione naturale o una pausa, qualcosa di potenzialmente infinito; e ancor più
cercava l'artificiosità, per tra-sformare l'ordine normale delle cose, per rovesciare il disegno della natura,
e per moltiplicare la perversità nel modo più complesso che l'intelligenza potesse consentire.

Nel tumulto bizzarro dei pensieri e dei sentimenti della signora Mur-rell, Gabriel individuò i ricordi delle
occasioni in cui Harkender ave-va tentato di spiegare la concezione su cui si fondavano i suoi rituali
segreti, ma non riuscì ad interpretarli, perché ella non aveva preso sul serio quelle spiegazioni: era abituata
alle sofisticherie escogitate dagli uomini per spiegare e giustificare le loro aberrazioni, e le considerava
menzogne superflue. Nel periodo del suo apprendistato alla prostituzione, era diventata ben presto
indifferente alla penetrazione, in qua-lunque modo fosse eseguita.

Poco a poco, Harkender smise di mormorare, oscillando al ritmo che laragazza era finalmente riuscita ad
ottenere, e che manteneva con scrupolosa, anche se faticosa, determinazione.

Con un bastone in pugno, la signora Murrell si alzò dalla sedia e si avvicinò alla coppia. Era
completamente vestita, fiera della propria semplice eleganza e della propria compostezza. Senza fretta,
eppure non troppo lentamente, iniziò a percuotere le spalle e la schiena di Harkender. Non tentò di
adeguarsi al ritmo della coppia, tuttavia di-stribuì meticolosamente i colpi, con attenzione scrupolosa alla
forza e alla direzione.

Nel picchiare, la signora Murrell non provava nessun piacere: nep-pure quello che derivava dal
disprezzo, di cui laragazza era ancora capace. Aveva bastonato molti uomini, nella sua vita, anche se di
ra-do in quel modo, che era il modo della punizione autentica, quella che si riservava ai servi e ai
condannati, anziché l'umiliazione ecci-tante solitamente preferita dai depravati. D'altronde, Harkender
non si faceva bastonare sulla schiena, invece che sulle natiche, soltanto per-ché bramava essere
simultaneamente sodomizzato, bensì perché, com'era evidente, desiderava un dolore violento, non un
dolore lieve, tale da eccitare mediante l'immaginazione. Infatti, dalle spalle alla vita, aveva la schiena
devastata dalle cicatrici di innumerevoli bastonature crudeli.

Le percosse risultavano più comprensibili a Gabriel, il quale aveva assistito alle autoflagellazioni di sorella
Teresa, che aveva inciso sulla schiena il resoconto completo delle proprie sofferenze. Con uno stra-no
distacco, si chiese se anche Harkender sapesse volare. Forse aveva i polsi legati proprio per rimanere
avvinto alla Terra e non fluttuare nel regno multicolore della luce.

Benché Harkender tacesse, Gabriel sapeva, mediante la signora Murrell, che non era ancora giunto alla
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condizione mentale che cercava, e che definiva «estasi». La signora Murrell la definiva invece «tran-ce»,
e sospettava che un medico avrebbe saputo attribuirvi un nome latino.

Le manifestazioni del progresso verso la comunione mistica furo-no scarse e lievi: una volta, Harkender
girò lievemente la testa, come per cogliere un sussurro fioco; un'altra volta, i suoi occhi ebbero una serie
di spasmi sotto le palpebre abbassate; infine, il suo viso assunse un'espressione di calma assoluta.

Allora la signora Murrell, con un cenno, ordinò allaragazza di riti-rarsi. Sudata per lo sforzo, benché la
stanza fosse gelida, la ragazza fu ben lieta di obbedire. Mentre la signora Murrell la conduceva alla sedia
nell'ombra, il fallo fetido ondeggiò fra le sue gambe, ostinata-mente eretto. Con evidente disgusto, la
ragazza abbassò lo sguardo ad esso e se lo tolse, aiutata dalla signora Murrell.

Anche se Harkender taceva, senza muovere neppure le labbra, la signora Murrell credeva, e Gabriel
sapeva, grazie ai poteri divinatori messigli a disposizione dal demone, che stava continuando a
cantile-nare interiormente, e intanto aveva visioni che riguardavano miste-riose associazioni con entità
della cui esistenza indipendente il fan-ciullo non aveva nessun motivo di dubitare. Per alcuni istanti,
Ga-briel si rammaricò di non poter leggere nella mente di Harkender, ma probabilmente il demone di
costui era in grado di tenere a bada il suo.

La signora Murrell era convinta che la presunta magia di Harken-der consistesse principalmente nel
saper compiere qualche trucchetto d'ipnotismo. Credeva che quello che gli accadeva, qualunque cosa
fos-se, avvenisse soltanto nella sua mente, e che qualunque cosa vedesse o sentisse fosse pura illusione,
da lui stesso prodotta inconsciamente per la sua propria soddisfazione. Non credeva che un grande
esercito di entità soprannaturali vivesse al di sopra e al di là del mondo mate-riale degli uomini, e di certo
non credeva che Harkender potesse ac-cedere al loro reame in qualità di apprendista angelo e di
pretendente a un potere divino.

Invece, Gabriel era convinto di saperne di più. Non dubitava che il potere dimorante in Harkender fosse
reale, e che le entità invisibili con le quali egli comunicava fossero ugualmente reali. Sapeva già che la
solidità del mondo era pura apparenza, e che gli spiriti, al pari dei ragni, potevano benissimo essere
ovunque, ammantati della loro in-visibilità, e nondimeno potenti: terribilmente potenti.

Sapeva che la recita della giovane prostituta non era altro che uno strumento di significato puramente
personale, per Harkender. La si-gnora Murrell credeva che il rituale magico fosse semplicemente
l'or-pello di una perversione sessuale, ma sbagliava: l'orpello era l'atto sessuale, mentre la magia era
estremamente reale.

Se Harkender desiderava essere compagno e confidente dei demoni e di altre entità, non esisteva nulla
che potesse impedirglielo, entro i limiti delle possibilità, almeno a giudizio di Gabriel, il quale doman-dò a
se stesso:È per questo che si è nominato mio tutore? Vuole forse che il mio demone si allei al suo?
Ancora una volta, desiderò accede-re al sogno di Harkender, vedere attraverso il suo occhio interiore,
anziché attraverso gli occhi esteriori della signora Murrell, ancora as-sorta nella propria sottovalutazione
delle pratiche del mago, e nella propria determinazione a considerarle insignificanti.

La signora Murrell non aveva mai rivelato ad Harkender quello che pensava veramente di lui. Dopotutto,
era una prostituta: il suo me-stiere consisteva nel permettere la realizzazione delle fantasie che il pensiero
convenzionale, la vita convenzionale e il matrimonio con-venzionale tentavano goffamente di emarginare.

Nuovamente seduta sulla sedia, iniziò a giocherellare distrattamen-te con la chioma castano-ramata della
ragazza, la quale, sedutasi ac-canto a lei sul pavimento, le aveva posato la testa in grembo. Intanto,
osservò Harkender nel momento del suo orgasmo eccentrico: il mo-mento senza tempo di connessione,
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che sarebbe terminato con il ri-torno al mondo materiale e alla coscienza normale.

Questo ritorno, come Gabriel apprese dai pensieri della signora Mur-rell, avveniva talvolta con la facilità
del risveglio naturale da un son-no senza sogni. In altre occasioni, invece, terminava in modo diver-so.
Scrutando Harkender, curiosa di scoprire che cosa stava per acca-dere, la signora Murrell non rimase
delusa.

D'improvviso, Harkender stirò le labbra tumide a snudare i denti ingialliti, in un rictus di choc e di
sofferenza. Strizzò gli occhi già chiusi, come per una reazione riflessa a una minaccia. Iniziò a chiudere e
ad aprire alternativamente i pugni, non bruscamente, né convulsamen-te, bensì molto gradualmente.
Intanto, la fronte gli si coprì di sudore gelido, il volto impallidì, fino a diventare poco a poco cinereo.

Era come se Harkender si fosse denudato all'anima universale e qualche altra intelligenza cercasse di
possederlo, o di divorarlo, o di diventare lui mediante qualche sorta di metamorfosi materiale e spirituale.
Sembrava che egli resistesse fieramente, con ogni atomo del proprio essere, eppure fosse sull'orlo del
fallimento, in pericolo di es-sere annientato.

Follia,pensò la signora Murrell.Assoluta follia. Non aveva il mi-nimo dubbio che Harkender soffrisse
davvero, ma pensava che fosse una sofferenza che lui stesso s'infliggeva, quindi non se ne curava af-fatto.

Per contrasto, Gabriel era colmo d'orrore. Quantunque Harken-der fosse già posseduto, era innegabile
che qualche altra entità stava cercando di possederlo. Neppure per un momento Gabriel aveva mai
pensato che i demoni competessero fra loro per il controllo degli uma-ni, che contaminavano con la loro
conoscenza corruttrice e con la lo-ro vista corruttrice. Si domandò che cosa avrebbe provato se il suo
demone fosse stato costretto a lottare per il possesso della sua anima, e che cosa sarebbe stato di lui se
la battaglia fosse stata feroce.

Mentre Gabriel e la signora Murrell osservavano, entrambi affasci-nati, anche se per ragioni molto
diverse, l'espressione di Harkender si rasserenò lentamente, i suoi muscoli si rilassarono poco a poco.
Al-la fine, Harkender si destò in assoluta serenità, apparentemente sen-za alcuna consapevolezza di
essere stato coinvolto in una lotta, anzi, convinto di avere ottenuto precisamente lo scopo che si era
prefisso: né più, né meno.

Eppure, Gabriel sapeva, e ciò lo spaventava, che Harkender aveva corso un pericolo così reale com'era
reale la sua magia. Quell'uomo, che si proponeva d'impadronirsi di lui e di usarlo per i suoi propri scopi,
aveva potere, ma era anche vulnerabile,e per giunta lo era ter-ribilmente. Gabriel poteva soltanto
immaginare quale potesse essere la propria vulnerabilità, ma aveva l'impressione che gli fosse stato
mo-strato, deliberatamente e con estrema chiarezza, che il demone che lo possedeva avrebbe potuto
essere scacciato, un giorno. E non sape-va se dovesse sperare in tale eventualità, oppure paventarla.

Allo svanire del sogno, Gabriel si destò. Per alcuni secondi rimase disorientato, incapace di
comprendere chi fosse e dove fosse, poi la sua coscienza s'impose nuovamente, ma con una vividezza
innatura-le. Ebbe l'impressione di essere toccato, come da una mano gentile. Benché fosse buio, sapeva
che non vi era nessuno accanto al letto, eppure non dubitò di essere stato realmente toccato, in qualche
mo-do, e capì di non dover gridare.
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Indubbiamente, il tocco era stato un richiamo, una convocazione, quindi Gabriel comprese di doversi
alzare. La notte era fredda, ma l'appello non poteva essere ignorato. Morwenna lo stava chiamando:
molto prima di quanto avesse previsto, era arrivato il momento della fuga.

D'improvviso, ebbe paura. Aveva sempre considerato fantastiche e astratte, come di sogno, sia
Morwenna, sia le sue promesse e i suoi inviti seducenti. In quel momento, però, la fuga non gli parve più
un'o-ziosa fantasticheria, bensì un'azione da decidere.

Inquieto, si alzò a sedere, scivolò fuori dalle coltri, infilò la giacca, prese gli stivali, camminò in punta di
piedi, indossando soltanto le calze, fino alla porta del dormitorio, e l'aprì con estrema cautela,
pro-vocando un cigolio, ma senza destare nessuno. Quella notte, il sus-surro del vento tra le fronde degli
alberi scricchianti si aggiungeva ai cigolii inquietanti del legno e ai mormorii delle condutture, che si
udi-vano perennemente nella Lodge. Nondimeno, per produrre meno ru-more possibile, Gabriel scese la
scala badando a rimanere al margine dei gradini.

Non era affatto la prima volta che si destava nel cuore della notte per andare a vagare nella casa e nel
parco. Insieme a Jesse Peat, ave-va compiuto all'interno dell'edificio alcune scorribande, che di certo non
erano risultate meno avventurose per il fatto che i due fanciulli non avevano tentato di rubare nulla,
neppure cibo dalla cucina, ben sapendo che la signora Capthorn, la quale era molto possessiva, ava-ra e
scrupolosa, si sarebbe accorta della minima mancanza. L'unica escursione che avevano compiuto insieme
all'esterno della Lodge era stata molto breve: in quella occasione, Gabriel aveva scoperto che Jesse
fingeva di essere molto coraggioso, mentre in realtà lo era ben poco, e che aveva cominciato a
coinvolgerlo nelle proprie imprese perché non osava intraprenderle da solo.

Anche prima di essere posseduto, Gabriel non aveva mai temuto il buio e i rumori della notte. Da
quando aveva la vista interiore e il potere sugli animaletti notturni, però, si muoveva nell'oscurità con la
massima tranquillità e sicurezza.

La porta posteriore era sprangata, tuttavia la chiave era appesa al solito gancio e la spranga, ben
lubrificata, era silenziosa: Gabriel uscì dalla Lodge in silenzio, senza alcuna difficoltà.

Soltanto quando fu nel cortile, dopo aver calzato gli stivali, si sentì libero di indugiare a chiedersi se
stesse facendo la cosa giusta.

Non si sentiva costretto, perché Morwenna, anche se lo aveva chiamato tramite mezzi occulti, non era in
grado di obbligarlo. Non sape-va di quali poteri magici ella disponesse, ma era certo di non essere
soggetto ad essi, in quel momento.

Non sapeva quasi nulla di lei. Si rendeva conto che non agiva sola, e che qualcuno l'aveva mandata a
fare amicizia con lui, però non po-teva neppure supporre chi fosse questo qualcuno. Non era certo
Har-kender: più probabilmente, un avversario di costui. Parlando con la signora Murrell, infatti, Jacob
aveva accennato alla necessità di na-scondere Gabriel ad «altri», che erano molto interessati alle sue
atti-vità. Comunque, Gabriel non riusciva ad immaginare che cosa potes-sero volere questi «altri» da lui,
né che cosa intendesse fare di lui Har-kender, anche se nutriva forti sospetti che i progetti di quest'ultimo
avessero qualcosa a che fare con il demone che lo possedeva da qual-che tempo.

Aveva imparato a non fidarsi delle parole quando non erano ac-compagnate dai fatti, perciò non
escludeva che sia Harkender sia Morwenna avessero mentito, quando avevano assicurato di essergli
ami-ci. Era più incline a fidarsi di Morwenna soltanto perché era più bel-la, più affettuosa, e più ingenua.
Era possibile che Jacob, il quale, dopotutto, non aveva negato esplicitamente di esserlo, fosse suo
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pa-dre, eppure in lui non vi era nulla che l'istinto del fanciullo potesse riconoscere come paterno, mentre
Morwenna, che sicuramente non era sua madre, aveva, negli occhi liquidi e luminosi, qualcosa che
pro-metteva sollecitudine e gentilezza.

Quanto alle suore di Santa Syncletica e alla signora Capthorn, nep-pure per un momento Gabriel pensò
ad esse. Non esitò a lungo: la consapevolezza di essere posseduto conferiva al suo spirito una splen-dida
audacia.

Poiché non poteva aprire o scavalcare i cancelli, Gabriel attraversò il parco della Manor in direzione del
luogo protetto dagli alberi e dal-l'edera in cui Morwenna lo attendeva. Tramite la vista interiore, non
tardò ad individuarlo: era situato in una parte del bosco più lontana e più isolata di quella in cui era solito
andare ad arrampicarsi sul muro.

Nell'attraversare una radura, intravide una forma bianca in direzione della Manor e si fermò di scatto.
Per alcuni istanti, nonostante la vaga convinzione che ella lo attendesse al di là del muro, pensò che
Morwenna gli stesse andando incontro. Tuttavia, non tardò a render-si conto che non si trattava di lei.

Con un brivido di paura, riconobbe l'unica persona all'interno del-le mura che avesse veramente motivo
di temere: l'emaciata sorella Te-resa, che tanto disperatamente desiderava diventare santa. Soltanto lei,
forse, aveva il potere di esorcizzare il suo demone, e forse era sol-tanto la volontà di costui che gli faceva
desiderare con tanto ardore di rimanere dove si trovava.

Nel vederla avvicinarsi, Gabriel non dubitò affatto che Teresa fosse guidata dalla sua vista interiore. Alla
luce della luna, che non era an-cora tramontata e che in quel momento non era oscurata da nessuna nube,
notò che aveva l'espressione vacua: sarebbe parsa una sonnam-bula, se non fosse stato per la risolutezza
estrema con cui camminava.

Il fanciullo s'infilò tra i cespugli, ma non tentò in alcun altro modo di nascondersi agli occhi esteriori della
suora, perché si rese conto che ciò, molto probabilmente, non sarebbe bastato per sfuggire a Teresa.
Infatti, quando fu a meno di sei passi dal suo nascondiglio, la mona-ca si fermò e guardò attorno, come
se percepisse una presenza nasco-sta nelle vicinanze. Indossava una camicia da notte bianca, per certi
aspetti non dissimile dalla veste di Morwenna, benché fosse rozza e sporca, anziché fine e pulita. Rispetto
a Morwenna, sembrava più gio-vane, e sicuramente era molto più magra: aveva il viso sparuto e le
braccia scheletriche.

Mentre Teresa guardava attorno, Gabriel non riuscì a credere che non cercasse qualcosa, tuttavia stentò
a convincersi che i suoi occhi vitrei fossero in grado di vedere. Sembrava smarrita in un sogno, alla
ricerca di qualcosa che si trovava in un altro mondo. Con le dita di-varicate, muoveva le mani: il sangue
colava lentamente dalle ferite da cui erano straziate.

Forse anche Teresa era posseduta, e forse in quel momento era to-talmente dominata dall'essere che
dimorava in lei, il quale era forse un angelo, come lei credeva, ma sicuramente si serviva di lei in modo
molto più violento di quanto facesse il demone con Gabriel.

La suora aprì la bocca, però sulle prime non riuscì a parlare: fu come se dovesse combattere una
battaglia, prima di poter imporre ub-bidienza alla propria voce. Quando finalmente vi riuscì, con uno
sfor-zo, pronunciò queste parole: — Aiutami, ti prego! T'imploro!

Sorpreso, ma per nulla tentato di rispondere, Gabriel rimase nel-l'ombra ad osservare Teresa, il cui
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sguardo divenne un poco meno vacuo, come se ella fosse sul punto di destarsi dalla trance, in preda allo
smarrimento e al terrore: fu scossa da un brivido convulso, come se improvvisamente percepisse il
freddo.

— Aiutami! — invocò nuovamente Teresa, nel tono più lamento-so che Gabriel avesse mai udito.

Certo che la suora sapesse della sua presenza e parlasse a lui, Ga-briel uscì con riluttanza dai cespugli.
Allora ebbe la conferma di non essere percepito con la vista esteriore. In silenzio, attese.

Con gli occhi vitrei, Teresa continuò per un poco a scrutare chissà quale infinità oscura, poi,
d'improvviso, dardeggiò freneticamente lo sguardo tutt'attorno, come se si fosse resa conto di una
presenza che non riusciva a individuare. Osservò molte volte il fanciullo, senza mo-strare in alcun modo
di riconoscerlo, e intanto iniziò a tastare l'aria dinanzi a sé.

Incapace di risolversi a parlare, Gabriel avanzò fino a meno di un metro da lei.

Quando gli sfiorò la chioma con una mano, Teresa ebbe una rea-zione del tutto inaspettata: arretrò come
in preda a uno spavento ter-ribile, benché fosse ancora incapace di vedere il fanciullo. Si osservò la
mano, con sofferenza e con terrore, come se avesse toccato qualco-sa di viscido e di orrido, quindi si
lasciò sfuggire un grido d'angoscia, basso e breve.

Mentre la suora lo fissava, sapendo esattamente dove si trovava, eppure senza vederlo, Gabriel si sentì
spegnere in gola le parole che era stato sul punto di pronunciare. Scrutandola negli occhi, ebbe la
certezza che non fosse cieca, anche se non poteva vederlo. Percepiva qualcosa, ma non le fragili
sembianze umane di Gabriel Gill accanto ai cespugli: fissava un orizzonte remoto, forse su un mondo
illumina-to dalla luce del giorno, che per lei non era meno reale di quanto lo fosse per lui il parco
notturno, con il buio degli alberi e le ombre get-tate dalla luna. Si chiese se vedesse attraverso il suo
corpo e se perce-pisse il demone che vi dimorava.

In apparenza, era davvero così, perché Teresa proruppe, in un to-no del tutto diverso: — Vattene!
Vattene, Satana! Non ti ascolterò! Oh, Cristo misericordioso: proteggimi!

Nel sentirsi chiamare con il nome del demonio, Gabriel fu nuova-mente invaso da tutta la propria
angoscia. La magia di Harkender non aveva suscitato orrore in lui, anche se aveva compreso che il
di-sprezzo della signora Murrell per essa era sbagliato; e non temeva Morwenna, pur sapendo che non
era del tutto umana. Eppure, come si addiceva a una creatura satanica, ebbe paura di quellaragazza
debo-le, che voleva diventare una santa, e fuggì all'improvviso, correndo il più rapidamente possibile.

Smarrita, Teresa non lo inseguì subito. Dopo avere percorso una trentina di metri, però, Gabriel si
arrischiò a guardare indietro e la vide avanzare fluttuando graziosamente, con i piedi feriti che sfiora-vano
a malapena il suolo.

Con feroce determinazione, si arrampicò sul muro. Le ferite delle spine alla mano destra si riaprirono e il
dolore, come un fuoco purifi-cante, avvampò in lui, rischiarando il suo proposito e giustificando la sua
fretta.

In cima al muro, guardò in basso, all'esterno, e, non scorgendo Morwenna, esitò nuovamente. Si girò e
vide sorella Teresa avvicinarsi fra gli alberi, con le magre braccia protese come ad implorargli di
rima-nere, di confidare nella misericordia di Cristo.

Se Morwenna fosse stata presente, Gabriel si sarebbe gettato dalla cima del muro senza esitazione,
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sicuro che lei lo avrebbe preso. Ma poiché ella non era presente, non saltò: non era certo di poter
atterra-re senza danni. Non era sicuro di avere il tempo di scendere lenta-mente, cercando sul muro
appigli per le mani e per i piedi, perché sa-peva già che Teresa era in grado di volare, e dunque di
superare senza difficoltà il muro medesimo.

Proprio mentre la sua preoccupazione stava per trasformarsi in un'angoscia paralizzante, un uomo
abbigliato di scuro sbucò di corsa dalla vegetazione, afferrò Teresa da sinistra, e la trattenne: era Luke
Capthorn, apparentemente in preda a un'ansia non inferiore a quella di Gabriel.

Quando Luke la afferrò, Teresa smise subito di fluttuare: posò i piedi al suolo e iniziò ad agitare le
braccia protese, guardando inces-santemente attorno. Con voce fioca e lamentosa, invocò la protezio-ne
di Cristoe ingiunse a Satana di arretrare. Senza tante cerimonie, Luke la scrollò con violenza,
ripetutamente. Per un attimo, Teresa parve terrorizzata, quindi sembrò ritornare in sé: i suoi occhi smisero
di fissare vacuamente un altro mondo. Il suo sogno, se di un sogno si era trattato, cessò.

— Sorella Teresa! — chiamò Luke, con urgenza. — Sorella Teresa! D'improvviso, la suora si calmò e
riacquistò il controllo di se stessa.

— Era soltanto un sogno! — disse Luke. — Deve tornare alla Manor, adesso.

Osservandolo, Gabriel capì che non era la prima volta che accade-va qualcosa del genere. Nei pensieri
di Luke non percepiva alcuna la-scivia: soltanto ansia pura e semplice, nonché il desiderio di ripristi-nare
la normalità. Luke aveva paura di sorella Teresa: se mai aveva desiderato abusare di lei come abusava
talvolta dei trovatelli affidati alle sue cure, aveva rinunciato da molto tempo a tale desiderio. E non sapeva
che Gabriel aveva lasciato il dormitorio: non era uscito a cer-care lui. Il fanciullo si rendeva conto di
essere perfettamente visibile: se soltanto avesse guardato nella sua direzione, Luke lo avrebbe vi-sto. Per
il momento, però, non sentì il bisogno di nascondersi, come aveva fatto quando si era accorto della
presenza di Teresa.

Timidamente, non con occhi vacui, come aveva fissato chissà qua-le altro mondo fino a poco prima,
Teresa guardò Luke: era ancora spaventata, ma in modo diverso.

— Torni indietro — insistette Luke.

— Satana era qui! — sussurrò Teresa, in tono di ammonimento.

Allora Luke cercò di prenderla per mano, e trasalì, scoprendo che sanguinava. Più rudemente, ripeté: —
Torni indietro! — Allontanò la suora con una spinta e si terse la mano insanguinata sui calzoni. — Non
c'è nessuno, qui! Torni indietro, dannazione!

Nell'udire questa imprecazione, Teresa vacillò, come se fosse stata percossa.

— Torni indietro! — disse di nuovo Luke, ma in tono implorante, disperato, tanta era la sua ansia
d'indurre la suora ad obbedirgli. — Sarà al sicuro nella Manor: sarà al sicuro! Non c'è nessuno, qui!

Finalmente, Teresa si allontanò con una certa risolutezza, guardan-dosi però ripetutamente alle spalle,
come se Luke fosse il demonio. Soltanto dopo avere percorso una dozzina di metri, finalmente, acce-lerò
il passo e proseguì verso la sagoma fosca dell'edificio, senza più guardare indietro.

Nel seguirla con lo sguardo, Luke sospirò rumorosamente. Appe-na la suora fu scomparsa nell'oscurità,
s'incamminò verso la Lodge.
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Sempre immobile, Gabriel sorrise alla dolce ironia del fatto che Luke non lo aveva scoperto: non aveva
neppure guardato nella sua direzione. Ciò gli parve una dimostrazione ulteriore del potere del suo
de-mone: si convinse che questi gli avesse ordinato di non guardare e di non vedere, e che Luke non
avesse avuto altra scelta che obbedire.

Quando anche Luke fu scomparso, Gabriel, nel silenzio, si girò a guardare il sentiero che correva,
all'esterno, lungo il muro di cinta di Hudlestone Manor: apparsa come dal nulla, Morwenna era là,
pron-ta ad accoglierlo.

— Scendi, Gabriel — invitò Morwenna, lievemente ansimante. — È tempo che tu conosca mia sorella:
è molto ansiosa d'incontrarti.

Senza gettare nemmeno uno sguardo alle proprie spalle, Gabriel saltò fra le braccia, insolitamente forti,
di Morwenna, la quale lo depose subito al suolo, gentilmente, accanto a sé. Il tocco delle sue dita
per-fette non era meno sollecito e affettuoso di quanto avesse immagina-to il fanciullo, che, con un
empito di sollievo, si congratulò con se stesso per non avere esitato nel rispondere al suo richiamo: era
sicuro di avere agito nel modo più giusto. Non più abbandonato, e del tutto affascinato, si lasciò prendere
per mano e condurre oltre il sentiero.

Insieme, Morwenna e Gabriel si allontanarono dal muro di cinta del parco, nelle tenebre.

Nell'oscurità, senza fretta, Morwenna condusse Gabriel attraverso un boschetto fino alla riva del canale,
dove attendeva una barca. Il fanciullo non poté fare a meno di pensare a Jesse Peat, che stava
ri-posando tranquillamente nel dormitorio di Hudlestone Lodge: le sue fantasie di fuga avevano sempre
incluso una barca in attesa.

Agli occhi di Gabriel, la barca parve gigantesca: molto più grande di quanto aveva immaginato che
fossero le barche, ascoltando i rac-conti di vita fluviale di Jesse. Da poppa a prua, essa misurava
all'incirca una ventina di metri, mentre era larga poco meno di due metri.

Condotto subito da Morwenna a poppa, Gabriel intravide il robu-sto cavallo grigio che attendeva
pazientemente d'iniziare a tirare l'al-zaia. Accanto al timone aspettava, fumando diligentemente una pipa
ricurva, un barcaiolo che assomigliava tanto a Jesse Peat da sembra-re suo parente: come lui, aveva la
chioma nera, ricciuta, e la carna-gione scura, però portava un folto paio di mustacchi neri e un orec-chino
d'oro. Con un cenno, senza parlare, invitò Morwenna e Ga-briel a salire a bordo, e poi a scendere in
cabina.

Le finestre della cabina erano oscurate dalle tendine, affinché la fioca luce gialla della lanterna che
pendeva da un gancio infisso nel tetto non si scorgesse all'esterno. Su ognuna delle pareti era dipinto il
me-desimo paesaggio: un prato fiorito in primo piano, oltre il quale un bosco si stagliava sullo sfondo di
una montagna immensa e remota.

La cabina era occupata soltanto da una vecchia che indossava un fazzoletto a disegni geometrici avvolto
intorno alla testa, uno scialle grigio, una camicetta bianca, una gonna sgargiante ma piuttosto spor-ca.
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Quando Gabriel, vedendola, si fermò, trepidante, la vecchia lo in-vitò, con un cenno, a sedere sulla
panca accanto a una stufa a carbo-ne, accesa. Quindi salutò Morwenna con un lieve inchino, e uscì, per
andare a tenere compagnia al barcaiolo.

Con un dondolio, e con una dolce accelerazione, la barca si staccò dalla riva. Lo zoccolio non si udiva
perché il cavallo aveva gli zoccoli fasciati.

— Questa barca viene usata per trasportare il carbone a Paddington — spiegò Morwenna, con voce
dolce e musicale. — Abbiamo sem-pre avuto amici fra gli zingari, perché sono gentevargr come noi:
sono più inquieti della gente comune, che ha l'anima fredda.

Anche se non comprese tale discorso, Gabriel non chiese alcuna spie-gazione. Per alcuni momenti,
rimase in ascolto con la massima atten-zione, senza udire alcun rumore d'inseguimento.

Intanto, Morwenna prese due coperte da una cassapanca e le spie-gò: — Sei stanco, Gabriel.

Fino a quel momento, Gabriel non si era sentito affatto stanco. Ma nell'incontrare gli occhi dolci di
Morwenna, si sentì improvvisamente molto assonnato. Resistette, perché si rendeva conto che si trattava
di una sonnolenza magica, pur avendo la netta impressione che ella non volesse nuocergli in alcun modo,
bensì che volesse soltanto farlo stare comodo: — Dove mi stai portando? — sussurrò, in tono di
com-plicità.

— Innanzi tutto, a Kensal Green, dove lasceremo la barca. Prose-guiremo in carrozza per le strade di
Londra, che a quest'ora sono molto tranquille. Alloggerai in una casa spaziosa, che appartiene a un
uo-mo di nome Caleb Amalax: non ti piacerà molto, ma non avrai moti-vo di temerlo, perché è dei nostri,
e ci è utile. Come gli uomini si ser-vono delle altre bestie, così noi ci serviamo degli uomini dall'anima
fredda.

Sforzandosi di difendere la propria curiosità dall'imposizione se-ducente della sonnolenza, Gabriel


domandò: — Siete maghi, allora? Come il signor Harkender?

Morwenna sorrise, scuotendo la testa: — Forse mia sorella è tanto potente nella magia quanto il signor
Harkender, ma noi non siamo sem-plici maghi. Non sai che cosa siamo, Gabriel? Credevo che la tua
vista fosse più sviluppata. Non voglio che tu creda che ti abbiamo rapito con l'inganno e con la
menzogna. — Con voce morbida, carezzevole, soggiunse: — Guardami, Gabriel, e cerca di vedermi
come sono real-mente, giacché la forma umana non mi piace, e non mi appartiene...

Allora Gabriel scrutò la chioma serica e gli occhi liquidi, le labbra rosse e sorridenti, le braccia forti, per
nulla impacciate dall'ampia ve-ste bianca. Sapendo che tutto ciò era pura apparenza, si sforzò di ve-dere
attraverso e oltre l'apparenza, mediante l'occhio interiore che non padroneggiava ancora, e che spesso gli
sembrava essere invece il suo padrone. Così, scoprì di poter vedere, non limpidamente, bensì
evo-cativamente: — Sei una lupa — dichiarò, sorpreso di scoprire che la rivelazione non gli appariva
tanto strana. — La tua anima è l'anima di una lupa. — E si rese conto, pur senza essere sconvolto dallo
sba-lordimento o dal terrore, che nel parco aveva visto davvero Morwen-na, e che i licantropi di Londra
esistevano realmente.

— Questo ti spaventa, Gabriel? — chiese Morwenna, tanto teneramente e tanto amorevolmente da


proibire al fanciullo di avere paura.

— È quello che sono anch'io? — disse di rimando Gabriel, il quale non aveva ancora deciso che genere
di demone dimorasse in lui, e dun-que non riteneva impossibile che si trattasse di una creatura lupesca.
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— Ti piacerebbe essere un licantropo, e cacciare con il branco nel-le strade buie della città?

Per un istante, l'abitudine rischiò di prendere il sopravvento su di lui e d'indurlo alla solita risposta
meccanica: «Sì, signora». Tuttavia, Gabriel si trattenne: sapeva che si trattava della risposta che
Morwenna si aspettava, ma sapeva anche di non essere obbligato a fornirla. Si era lasciato alle spalle
l'ubbidienza, ormai, e la riconosciuta inumani-tà di Morwenna gli dava il permesso di accantonare tutti i
doveri che avevano formato la sua parvenza di fanciullo. Teresa lo aveva chiamato Satana, ma se
apparteneva davvero alla compagnia del demo-nio, sicuramente non aveva nessun bisogno di cercare di
nascondere ciò ai licantropi di Londra.

Dunque rispose sinceramente: — Non so... Mi piacerebbe impara-re a cambiare forma, e mi


piacerebbe anche imparare a volare. Mi piacerebbe imparare tutti i poteri magici che ha il mio demone.

Diede per scontato che Morwenna fosse al corrente della sua pos-sessione. Come complimento, le
lasciò capire che non aveva paura di quello che lei sapeva sulla sua vera natura.

Nondimeno, Morwenna pareva soltanto perplessa. Per un attimo, sembrò sul punto di domandargli a
quale demone si riferisse, ma poi decise di tacere.

Dal suo evidente sconcerto, Gabriel capì che ella sapeva meno di quanto avesse immaginato, però non
vi diede importanza: dopotut-to, non aveva ideato il piano per liberarlo da Hudlestone Lodge, ben-sì si
era limitata ad eseguire le istruzioni che aveva ricevuto.

— Dormi, ora — esortò Morwenna. — Non sarà un sonno lungo, ma devi riposare.

Nell'udirla pronunciare queste parole, Gabriel comprese che ella ave-va un poco paura di lui, e anche
che avrebbe potuto opporsi a lei, se avesse voluto: il demone lo avrebbe tenuto sveglio, nonostante
l'in-cantesimo degli occhi di lei, se avesse invocato quella frazione del suo potere che era soggetta al suo
dominio. Tuttavia, acconsentì benevolmente a lasciarsi suggestionare da lei.

Quando si fu avvolto nelle coperte, però, cercò invano di rimanere immobile ad occhi chiusi: inquieto, e
incapace di contenere la propria eccitazione, si girò e si rigirò nel tentativo di trovare una posizione
comoda in quel luogo che gli sembrava irriducibilmente scomodo, ina-datto a dormire.

Intanto, non poté fare a meno di chiedersi che cosa gli sarebbe ac-caduto in compagnia dei licantropi di
Londra. Il futuro, velato dal-l'incertezza, gli apparve più minaccioso di quando aveva contempla-to
quell'avventura alla luce del giorno. Ciò non aveva nulla a che fare con la scoperta che lo aveva indotto a
consegnarsi ai licantropi: si trat-tava di un'inquietudine più vaga, che scaturiva dalla consapevolezza che il
suo passato non era semplicemente dietro di lui, bensì era del tutto cancellato. Comunque, non poteva
tornare indietro: non tanto perché era scappato, quanto perché era diventato una creatura molto diversa
dal Gabriel Gill che era stato accolto alla Manor da bambino. Il demone che lo possedeva, di qualunque
genere fosse, aveva reso lo schema della sua vita impossibile da perpetuare, forse persino da sopportare.
Non soltanto non apparteneva più ad Hudlestone Manor: non apparteneva più neppure al consorzio
umano.

Si chiese perché Morwenna avesse detto che gli uomini avevano l'a-nima fredda, e perché fosse tanto
certa che lui era diverso.

Anche lui, ormai, come i licantropi di Londra, era un fuggiasco nel mondo degli uomini, e come loro
aveva in sé il potere di dissimulare o di ferire a volontà. Gli era stata concessa la facoltà d'intravedere
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quello che normalmente era celato alla vista umana, come la moltitu-dine dei ragni; e nell'acquistare tale
facoltà di vedere il mondo al di là, era stato condannato a condividerla con tutti coloro che la
posse-devano. In realtà, il viaggio che stava compiendo non era una fuga, bensì una mera conferma del
proprio arrivo.

Il mondo in cui si trovava era sconcertante, ma poiché era stato gettato alla deriva in esso prima di avere
trovato una situazione desi-derabile in quello che si era lasciato alle spalle, non sentiva troppo
intensamente la sua mancanza di sicurezza e di conforto. Dopotutto, era già abile nell'arte di lasciarsi
condurre ovunque gli altri volessero guidarlo, mantenendo nel frattempo segreti i suoi veri pensieri.

E così, in un tumulto di sentimenti che in qualche modo non con-trastavano fra loro tanto ferocemente
quanto avrebbero potuto, tra-scorse le buie ore notturne, fino a quando la barca approdò a Kensal
Green.

Quando finalmente Morwenna lo svegliò, Gabriel si alzò alacremente, entusiasta di sbarcare.

Il barcaiolo apparve sulla soglia della cabina, apparentemente an-sioso di sbarazzarsi di lui: quando il
fanciullo precedette Morwenna, gli afferrò saldamente un braccio, per aiutarlo a salire i gradini. Ben-ché
non desiderasse tale aiuto, né ne avesse bisogno, Gabriel non si oppose.

Era ancora buio, tuttavia il pallido chiarore che precedeva l'alba era già visibile nel firmamento orientale,
privo di stelle. Sulla strada attendeva una carrozza trainata da un cavallo. Seduto a cassetta, il vetturale,
che era un giovane grande e grosso, indossava un cappotto per proteggersi dal freddo.

Non appena uscì dalla cabina, Gabriel sentì su di sé lo sguardo de-gli occhi, nascosti nell'ombra, del
vetturale, il quale balzò subito al suolo e salutò: — Salve, Gabriel. — La sua pronuncia raffinata smentì
l'aspetto plebeo che gli davano gli indumenti piuttosto sporchi. Sia nei modi sia nell'aspetto, era molto
diverso dal barcaiolo e dalla vec-chia: la chioma bionda e il pallore del viso spiccavano anche
nell'o-scurità; gli occhi azzurri erano molto insoliti, di una luminosità di cui Gabriel non aveva mai visto
l'uguale.

Montando sul predellino, Gabriel fu sorpreso dalla mano bianca e snella che sbucò dall'abitacolo per
offrirgli aiuto. L'afferrò, e ri-mase ancora più sbalordito dalla morbidezza e dalla fermezza della presa.
L'interno dellacarrozza era troppo buio per poter vedere chia-ramente la persona che vi si trovava,
tuttavia capì che si trattava di una donna, e immaginò che fosse la sorella di Morwenna.

Con una voce ancora più morbida di quella di Morwenna, la sco-nosciuta mormorò: — Sono molto
felice di conoscerti, Gabriel. Mor-wenna mi ha parlato molto di te.

Montata a sua volta a bordo dellacarrozza, Morwenna sedette sul se-dile anteriore. L'altra donna trasse
Gabriel accanto a sé, sul sedile po-steriore, e in un gesto possessivo e protettivo gli passò intorno alle
spalle il braccio con cui l'aveva aiutato a salire. Né la sua voce né il suo toc-co, per quanto gentili,
trasmettevano l'affetto di quelli di Morwenna.

Intuendo che la sconosciuta era una persona molto più calcolatri-ce, Gabriel domandò, sottovoce, ma
con urgenza: — Chi sei?

— Morwenna non ti ha detto il mio nome? — L'altra donna attese per un poco, ma poiché Morwenna
restava in silenzio, senza fornire una risposta, né una spiegazione, e Gabriel taceva a sua volta, riprese
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finalmente: — Il mio nome è Mandorla. Sono la madre e la sorella dei licantropi di Londra. — Così
dicendo, strinse maggiormente a sé Gabriel, e con il tocco delle sue dita snelle cercò di rassicurarlo.

Il fanciullo si sentiva stanco, ma sapeva che questa volta la sua stan-chezza era autentica.

— Il viaggio sarà lungo — riprese Mandorla — ma vedrai che il tempo passerà in fretta. Non aver
paura: nessuno ti farà male. Noi ti proteggeremo.

Mentre la carrozza partiva, Gabriel domandò: — Perché mi vole-te? Perché avete mandato Morwenna
alla Manor a prendermi?

— Perché sappiamo che cosa sei — rispose Mandorla, con estre-ma gentilezza. — Sappiamo anche
che sei in pericolo a causa di colo-ro che non sanno che cosa sei, nonché a causa di coloro che lo sanno,
e che vogliono servirsi di te in modo folle. Jacob Harkender ti avreb-be usato brutalmente, e non per
scopi buoni. Noi, però, non lo fare-mo. Noi ti insegneremo quello che le suore non avrebbero mai potuto
insegnarti: la vera storia del mondo, la vera natura dell'umanità, e la vera estensione del potere che
possiedi. Soltanto noi conosciamo il tuo vero destino, e soltanto noi possiamo aiutarti a scoprirlo.

— Siete in molti? — domandò Gabriel, ancora curioso nonostante la spossatezza che lo invadeva poco
a poco.

— Oh, sì — rispose Mandorla. — Perris, che hai già conosciuto, sta guidando la carrozza. Altri quattro
li conoscerai: Siri, Calan, Suarra e Arian. Abbi pazienza, Gabriel, e col tempo ci conoscerai tutti: persino
coloro che stanno dormendo, se ci aiuterai a destarli. Non aver paura di nulla, Gabriel: non devi mai
avere paura.

Il cielo era ormai grigio, e il giorno nascente diventava sempre più luminoso, rapidamente. Infine, Gabriel
poté osservare il volto di Man-dorla. Quando aveva visto Morwenna per la prima volta, aveva cre-duto
che non esistesse al mondo una donna più bella di lei. In quel momento, però, anche se non era certo di
avere sbagliato, fu costret-to a ricredersi.

Con la chioma dorata, gli occhi viola, il viso serico, Mandorla era più meravigliosa di qualunque
Madonna o angelo che Gabriel avesse mai veduto nei quadri, tuttavia i suoi lineamenti finissimi erano più
duri di quelli di Morwenna, e la sua espressione era imperiosa. Era estremamente consapevole della
propria autorità, in un modo che era estraneo a Morwenna, tanto che rammentò vagamente al fanciullo la
madre badessa.

Osservandola, Gabriel comprese perché avesse inviato Morwenna a fare amicizia con lui: Morwenna
possedeva un'innocenza e una te-nerezza che lei non aveva. Comunque, non si sentì ingannato per il fatto
che i licantropi avessero inviata remissaria in grado di conqui-stare più facilmente la sua fiducia: non
aveva paura di Mandorla. E quando lei gli aveva assicurato che non aveva motivo di avere paura di nulla,
mai, le aveva creduto.

Fu dunque tra le braccia di Mandorla, anziché tra quelle di Mor-wenna, che Gabriel cedette infine al
sonno, anche se il viaggio a bor-do dellacarrozza, che ondeggiava e sussultava violentemente nei sol-chi
profondi della strada, fu di gran lunga più scomodo di quello a bordo della barca sul canale.

7
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Dalla finestra dell'attico, Gabriel osservò la sottostante strada del mercato, vividamente illuminata, nella
notte, dalla luce bianca dei lam-pioni a gas, preponderante, e dagli sparsi fuochi arancioni delle lam-pade
ad olio.

Mai Gabriel aveva visto una confusione simile a quella della folla, sempre più numerosa, né mai aveva
sognato che potesse esistere un simile spettacolo. Pensò che quello fosse il mondo che avrebbe dovu-to
essere visibile oltre le mura di Hudlestone Manor: il tumulto au-tentico della vita moderna, di cui aveva
sentito parlare sottovoce, e che non avrebbe mai potuto immaginare in tutti quegli spaventevoli dettagli. Il
movimento, il fragore, l'affollamento, erano tanto sba-lorditivi da mozzargli il fiato. Non riusciva ad
immaginare come la gente potesse farsi largo o compiere qualunque azione in quel caos.

Ai lati della strada intasata dalla calca, i cui marciapiedi erano per-corsi dai venditori ambulanti, con le
loro ceste piene di derrate e di passamanerie, si allineavano i chioschi dei venditori di pesce fritto, di
patate al forno, di caldarroste, e le botteghe dei macellai, dei for-nai, dei cartolai, dei droghieri. Fra i
chioschi e le botteghe suonavano i fisarmonicisti e i flautisti, dondolandosi in una stanca parodia di
dan-za. Gli spazi più angusti erano occupati dai mendicanti: ciechi, stor-pi,ragazze emaciate che
stringevano fra le braccia bimbi piangenti.

Affascinato da tale spettacolo, Gabriel non distolse gli occhi dalla strada neppure quando udì la porta
aprirsi e chiudersi alle sue spalle. Soltanto quando la persona che era entrata gli si affiancò, si volse a
guardarla: era Mandorla.

Con la pelle lattea fiocamente scintillante nella luce che entrava dal-l'esterno, Mandorla rimase in piedi
accanto al fanciullo, di fronte al-la finestra: — Non sono spregevoli? Al sabato, ricevono la paga
setti-manale e vengono a comprare quello di cui hanno bisogno. Poi, quan-do hanno assolto alle loro
necessità, o talvolta quando le hanno di-menticate, si abbandonano ai loro desideri, vale a dire che sei su
dieci spendono fino all'ultimo centesimo il poco denaro che sono riusciti a risparmiare, per godere il lusso
dell'ebbrezza o l'eccitazione del gio-co d'azzardo. Tutto ciò non cambia mai, da una generazione
all'al-tra, da un secolo all'altro, e non ha mai bisogno di essere ricordato o dimenticato. Quali che siano i
nomi delle città, comunque siano chia-mate le divinità venerate dalla gente, c'è sempre la folla, c'è sempre
la massa sporca e drogata che sperpera la vita e l'anima in una palude di miseria. Guardala, Gabriel, e
impara a disprezzarla, perché quella non è la tua gente, qualunque cosa ti abbiano detto in quella sentina
di religiosità in cui Harkender ti aveva nascosto.

Incuriosito, Gabriel la osservò. Vi era qualcosa, nel suo fervore pe-dagogico, che gli ricordava le suore
di Santa Syncletica, ma sotto ogni altro aspetto Mandorla era estremamente diversa. Del resto, ciò era
prevedibile: anche lei, come lui, apparteneva al Demonio, mentre le monache formavano un reggimento
dell'esercito di Dio.

— Perché non appartengo a quella gente? — chiese timidamente Gabriel. — Ora lo so, ma nessuno mi
aveva mai detto che sono diver-so, prima che incontrassi Morwenna. A Hudlestone, soltanto sorella
Teresa ha capito che un demone mi possiede.

Prim'ancora che Gabriel iniziasse a parlare, Mandorla si era girata per recarsi al tavolino accanto al
nuovo letto del fanciullo. Accese la lampada ad olio che vi si trovava, la quale diffondeva una luce gialla,
meno intensa di quella dei lampioni a gas che ardevano in strada; poi sedette sul bordo del letto, e con un
cenno invitò Gabriel ad avvicinarsi.

Con esitazione, il fanciullo obbedì.


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— Non devi avere paura. — Mandorla allungò le braccia per atti-rare Gabriel a sé. — Diventerai il mio
apprendista. Ti insegnerò tutto quello che posso sulle arti magiche. Ti piacerebbe, vero, avere il pote-re
di dominare il mondo delle apparenze?

— Sì, grazie — mormorò Gabriel, sentendosi insolitamente vergo-gnoso di quell'accettazione immediata


e vacua. Sapeva di possedere già certi poteri, o almeno che il suo demone li possedeva, tuttavia non
intendeva rivelarlo spontaneamente.

Con una facilità sorprendente, in una persona tanto snella, Man-dorla lo sollevò di peso per porlo a
sedere sul letto accanto a sé, quin-di gli passò il braccio destro intorno alle spalle e lo strinse a sé, come
nessuno aveva mai fatto prima che egli le sedesse vicino, nella carroz-za che lo aveva condotto lì da
Kensal Green: — Non devi fingere, con me. Non ho bisogno di essere ammansita con le cortesie. Non
siamo come la gente là fuori, tu ed io. La gente è il nostro bestiame: è stata posta sulla Terra affinché noi
ce ne serviamo come possiamo. È vero che assumiamo la loro forma per poterci muovere fra loro senza
esse-re notati, però siamo molto diversi, e quando ci degnamo di indossa-re il loro aspetto, lo facciamo
molto più abilmente di quanto possano farlo loro. Noi siamo belli, Gabriel, e sappiamo usare la nostra
bel-lezza come una trappola. In passato ho abitatopalazzi, ma le comodita e i lussi amati dagli umani sono
pericolosi per noi, poiché minac-ciano di farci dimenticare quello che siamo realmente. Noi siamo
crea-ture selvagge, Gabriel: siamo ivargr, gli inquieti, e dobbiamo badare a non dimenticare mai
l'eccitazione della caccia. Gli uomini si com-piacciono di credersi civili, e pretendono di avere bandito la
natura selvaggia dalle loro città, ma le strade buie di Londra sono la wilderness più vasta, il territorio di
caccia perfetto.

Con un lieve tuffo al cuore, Gabriel domandò: — Rapite i bambini per mangiarli?

— Siamo lupi — rispose Mandorla. — Ci nutriamo secondo il no-stro desiderio, e i bambini umani, per
noi, non sono né più né meno che topi o conigli. Non abbiamo particolari necessità di cibarcene, ma
possiamo divorarli, se ci piace. Uccidiamo secondo il nostro deside-rio, e se traiamo piacere
dall'uccidere, ciò è nella nostra natura. Co-loro i quali raccontano che vaghiamo nelle strade di notte alla
ricerca di bambini da rapire, mentono, perché essi non suscitano in noi nes-sun appetito particolare.
Tuttavia, se ci facesse piacere cibarci di car-ne umana, sia una notte ogni dieci, sia una volta ogni mille
anni, nes-suno potrebbe negarcene il diritto, giacché siamo lupi, e non dobbia-mo nulla al gregge umano.

Esitante, Gabriel chiese: — E anch'io sono un lupo?

— Potresti esserlo, se soltanto imparassi come. In ogni modo, sei molto più di questo, fanciullo mio:
persino Jacob Harkender non ca-pisce realmente quale potere possiedi, e come potresti usarlo.

— Sono più simile a lui che a te — dichiarò Gabriel, con rammari-co. — Perché lui ha un demone
nell'anima, come io ne ho uno nella mia.

Piuttosto irritata, Mandorla reclinò la testa per obbligare il fanciullo a scrutarla negli occhi viola: — Non
devi credere — ingiunse severa-mente — che dentro di te vi sia un demone estraneo a te, qualunque
cosa ti abbiano detto le suore sugli stratagemmi di Satana. È vero che al mondo esistono i demoni, però
quello che ti hanno spiegato le suo-re su di essi è sbagliato in ogni particolare. Le loro sacre scritture
so-no corrotte al pari di tutte le altre apparenze menzognere che preser-vano l'immagine del passato
falso: non ci si può fidare di nulla che sia scritto in esse, nonostante gli echi fievoli della vera storia che i
saggi possono trovarvi. Credi davvero di essere posseduto da uno spirito satanico come quelli degli
incubi delle monache?
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In precedenza, Gabriel aveva creduto abbastanza sinceramente che fosse così, ma nel momento in cui
Mandorla gli rivelò che non era vero, scoprì che la propria convinzione non aveva la forza di resistere al
suo scetticismo. Perciò rispose, a disagio: — No, ma... — Incapace di continuare, attese umilmente che
Mandorla gli spiegasse in mo-do diverso quello che gli era accaduto nelle ultime settimane.

— Se sei posseduto, Gabriel, è l'apparenza umana che ti possiede. Finora, sei stato intrappolato dalla
mera apparenza, tanto da sem-brare umano persino a te stesso. Ma ora stai diventando un essere mol-to
diverso, dotato del dono della vista interiore e del potere di domi-nare le apparenze. Quello che hai
immaginato essere un demone en-trato dentro di te, è in realtà il tuo vero essere. Il corpo umano e la
fredda anima umana che hai considerato come tuoi non sono altro che un guscio, di cui dovrai liberarti
gradualmente, come una libellu-la si sbarazza della crisalide strisciante che prima sembrava essere. Vi
sono altri, oltre a noi, i quali mantengono una certa apparenza di uma-nità, anche se la loro natura
interiore è diversa. Un tempo avevano forme diverse, ma ormai indossano tutti la maschera dell'umanità.
Le creature del mondo stanno perdendo l'anima, e tutte le creature antiche devono travestirsi in modo da
sembrare senz'anima. Non sap-piamo perché è così, ma è un'evoluzione che finora siamo stati impo-tenti
ad interrompere, giacché coloro che un tempo avevano il potere della creazione dormono un sonno
molto più profondo di coloro che ne erano i seguaci. Non sarà sempre così: sta per iniziare un millennio
che sarà molto diverso da quello che prevedono le tue pie monache, e tu, forse, contribuirai a questa
metamorfosi gioiosa. Mi capisci, Ga-briel?

Benché Gabriel bramasse comprendere, e compiacere Mandorla me-diante tale comprensione, ciò che
aveva udito era davvero troppo. L'entità capricciosa che dimorava in lui, sia che fosse un demone, sia
che fosse la sua vera anima, era capace di comprensioni miracolose, a proposito di certi argomenti, ma a
proposito di altri sembrava cieca e stupida. Perciò il fanciullo non era rimasto sorpreso nel sentirsi
spie-gare che stava soltanto iniziando a destarsi. Dubbioso, domandò: — Che cosa sono?

— I nomi non hanno importanza. Tu sei qualcosa di nuovo nel mondo. È trascorso molto tempo
dall'ultima volta in cui apparve qual-cosa di nuovo nel mondo, ad eccezione delle cose morte e
senz'ani-ma, come le macchine costruite dagli uomini. Ecco perché dobbiamo sperare in un'epoca nuova
che sostituisca questa terribile Età del Fer-ro che per tutti noi è odiosa. Non sarà il ritorno dell'Età
dell'Oro, ma dobbiamo sperare che sarà un'Età della Creazione, e non la lugu-bre e vacua Età della
Ragione che l'Uomo d'Argilla ha profetizzato. — Ciò detto, Mandorla tacque, rendendosi conto che
Gabriel non po-teva capire quello che stava cercando di spiegargli. — Perdonami, Ga-briel —
mormorò. — Sappiamo talmente bene quanto siano ingannevoli le apparenze, che talvolta cessiamo
completamente di badare ad esse. Devi sapere che mi devo sforzare per rammentare che tu, pur essendo
uno di noi, non hai ancora vissuto per migliaia di anni, come noi. Dal mio aspetto, non si direbbe che ho
vissuto diecimila anni, vero? — Come per sottolineare il fatto che ricordava, dopotutto, che lui era
soltanto un fanciullo, lo strinse di nuovo a sé.

Quantunque Gabriel fosse bello e buono, nessun altro si era mai mostrato tanto desideroso di toccarlo e
di accarezzarlo quanto Man-dorla: nessun altro gli aveva mai manifestato tanto affetto. Perciò gli fu facile
credere che gli umani da cui era stato allevato avevano sem-pre sospettato, pur senza saperlo, che lui
apparteneva a un'altra raz-za. Eppure, anche Mandorla non sembrava del tutto sincera. D'im-provviso,
mentre ella gli scompigliava i capelli e gli accarezzava una guancia, Gabriel cominciò a piangere, ma senza
lamenti, senza sin-ghiozzi: semplicemente, le lacrime gli scorsero gentilmente sul viso. Eppure non si
sentiva angosciato, quindi non capiva la ragione di tanta commozione.

— Devi essere spaventato... Hai molto da imparare, ma io sono la maestra che può insegnarti la verità.
— Ancora per qualche minu-to, Mandorla lo tenne stretto a sé, mentre le lacrime sgorgavano da lui, poi,
quando Gabriel si soffiò il naso e cercò di raddrizzare la schie-na, lo lasciò. Prese lo specchio ovale che
aveva posato sul tavolino accanto alla lampada, poco prima, senza che lui vi badasse, e ordinò: —
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Guarda!

Il fanciullo obbedì.

In silenzio, Mandorla sollevò lo specchio dinanzi a sé, all'altezza degli occhi, e cominciò a muoverlo
quasi impercettibilmente da un la-to all'altro, scrutandolo. Quindi si spostò, in modo che anche Gabriel
potesse guardare.

Sullo specchio apparve una fiammella azzurra, che si arricciò, guiz-zò, si torse, diventando sempre più
grande e più luminosa: poco a po-co, colmò lo specchio, traboccò, divenne bianca, e con la propria
lu-ce intensa illuminò ogni angolo della stanza, tanto che la luce gialla della lampada ad olio parve, per
contrasto, tetra e fosca.

Anche se lo voleva, Gabriel non osò proteggersi gli occhi con un braccio.

Per più di mezzo minuto ancora, Mandorla tenne immobile lo spec-chio, lasciando fluire quella luce
sbalorditiva, in cui il suo viso appa-riva bianchissimo, tranne gli occhi fieramente purpurei e le labbra
co-ralline. Sollevata da una forza impercettibile, la sua lunga chioma on-deggiava orizzontalmente, come
immersa in un ruscello invisibile.

Gradualmente, la luce bianca si attenuò fino a ridiventareazzurra, si ridusse a nulla più che una scintilla
fugace, infine si spense. Lo spec-chio divenne del tutto oscuro per un momento, prima di tornare a
riflettere la stanza.

Abbacinato, Gabriel batté le palpebre, tentando di riacquistare la vista: la luce gialla incupì poco a poco
a un arancione scuro, simile a quello del sole al tramonto.

Prendendo una mano del fanciullo, Mandorla gli fece toccare la su-perficie dello specchio, che era
ancora lievemente calda, anche se for-se il calore era soltanto quello delle dita che lo avevano tenuto: —
Questa è magia: il potere di accendere la luce nella tenebra. Puoi fare lo stesso?

Anche se non aveva mai tentato nulla di simile, Gabriel non pensò neppure a rispondere negativamente.
Per verificare, prese lo specchio, lo sollevò, tenendolo come aveva fatto Mandorla, e ne scrutò il cen-tro.
In silenzio, con la massima imperiosità di cui era capace, ordinò alla luce di comparirvi. Poiché nulla
accadde, si sentì deluso. — Pos-so dominare gli animaletti — spiegò — e cambiare forma alle ragna-tele
tessute dai ragni.

— Davvero? — Mandorla parve molto contenta. — Bene! Ogni volta che scopri di poter fare un
incantesimo di questo genere, devi ripeterlo più e più volte, perché si migliora soltanto con l'esercizio. Ti
dono lo specchio, affinché tu possa tentare di scoprire la magia che lo fa splendere: è uno strumento che
ti sarà molto utile per misu-rare i tuoi progressi. Non preoccuparti, se sulle prime ti sembrerà dif-ficile: ti
prometto che il potere si manifesterà, perché appartiene di diritto a te, come a me. La magia è stata
creata per la nostra razza, Gabriel, non per gente come Jacob Harkender: è la nostra eredità del-l'Età
dell'Oro, e quando la ruota del tempo avrà compiuto un giro completo, la magia ci riporterà al fiore
rigoglioso della nostra giovi-nezza. È questo il compito che abbiamo in comune, Gabriel. Tu credi di
essere molto giovane, ma in realtà è giovane soltanto la forma nuova che hai assunto, e il calore della tua
anima è quello del medesimo fuoco primordiale che era la vita dell'Età dell'Oro. — Riprese lo specchio e
lo posò di nuovo sul tavolino, dove la luce gialla della lampada lo inondò, screziandone la superficie di
radiosità guizzanti.

— Mia madre morì alla mia nascita — dichiarò Gabriel, con incer-tezza. — Il signor Harkender ha
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detto che il suo nome era Jenny.

Allora Mandorla rise, cingendolo di nuovo con un braccio: — Non fu certo la prima donna dall'anima
fredda a dare alla luce un figlio portentoso! Non devi credere di essere umano soltanto perché hai avuto
una madre umana. L'umanità è nostra nemica, Gabriel, e Jacob Har-kender è il peggior nemico fra tutti
gli umani.

— Ha detto di essere mio amico. Ha detto che soltanto lui può ca-pire quello che sono.

— Ha mentito. Ti farebbe soffrire, Gabriel. In se stessa, la soffe-renza non è del tutto un male, poiché
l'Angelo Tenebroso del Dolore è anche l'Angelo dell'Illuminazione. Ma Jacob Harkender, come tut-ti gli
umani, può attingere all'illuminazione soltanto con la più estre-ma difficoltà, e la sua ignoranza ti
metterebbe in pericolo. Soltanto io posso insegnarti adeguatamente la via del dolore: nessuno è più
sag-gio, in tutto questo mondo di apparenze vistose, e nessuno desidera più disperatamente la
trasformazione che ad esso porrà fine. Ti pro-metto che, oltre alla magia, ti insegnerò anche come
trattare intelli-gentemente con l'Angelo Tenebroso.

Tenendo fra le mani lo specchio ovale preso dal tavolino, Gabriel scrutò nelle sue profondità e si
domandò se fosse bene tentare nuova-mente di suscitarne la luminosità accecante. Notò che Mandorla lo
osservava incuriosita ed ebbe l'impressione che, se fosse riuscito, le avrebbe procurato una grande
soddisfazione. Tuttavia depose nuo-vamente lo specchio: — Le suore non volevano farmi soffrire —
dis-se, come fra sé e sé, ma in realtà perché era curioso di sentire la rispo-sta di Mandorla. — Le ho
viste picchiare i miei compagni. Alcune frustavano persino se stesse, ma nessuna ha mai picchiato me.

Insondabile, Mandorla lo scrutò: — Le suore, e tutti gli umani che sono come loro, ci hanno sempre fatti
soffrire. E puoi star certo che non avrebbero esitato a farti soffrire molto, se avessero creduto, co-me lo
hai creduto tu stesso, che tu fossi posseduto dal Diavolo. Ma noi non dobbiamo avere tanta paura del
dolore quanta ne hanno lo-ro, né dobbiamo sottoporci alle sofferenze più estreme per poter ve-dere.
Vuoi che ti mostri un'altra magia?

In silenzio, Gabriel annuì.

Senza dire altro, Mandorla uscì, lasciando la porta aperta.

Sempre seduto sul bordo del letto, Gabriel attese pazientemente. Intanto, accarezzò la superficie dello
specchio, nuovamente posato sul tavolino accanto.

Con un pugnale in mano, Mandorla rientrò, senza curarsi di richiu-dere l'uscio. Mentre il fanciullo
allungava una mano come per tocca-re la lama, che era molto sottile e acuminata, lunga circa trenta
centimetri, a doppio taglio, ammonì: — Stai attento. — Glielo porse dalla parte del manico e glielo fece
impugnare cautamente. Poi si gettò la chioma sulla schiena, si lisciò l'ampia veste bianca per farla aderire
alla pelle, e indicò un punto del proprio torace sotto il seno sinistro: — Posa qui la tua mano, per sentire il
battito del mio cuore.

Di nuovo, Gabriel obbedì, percependo il palpito regolarissimo del cuore. Con un nodo alla gola, si rese
conto che il proprio cuore batte-va più celermente.

— Premi qui la punta del coltello, e conficcami la lama fra le costole, fino a trafiggere il cuore.

Violentemente, Gabriel scosse la testa.


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— Fallo — ordinò Mandorla — giacché io non sono una creatura umana, e non posso morire. Se la
ferita sarà precisa, non avrò nep-pure bisogno di dormire. — Fu costretta a prendere fra le proprie la
mano tremante di Gabriel per collocare la punta del pugnale sulla po-sizione esatta e per aiutarlo a
conficcare la lama.

Il fanciullo ebbe l'impressione che la pugnalata fosse inflitta da en-trambi contemporaneamente, senza
riluttanza: la lama penetrò dritta nel corpo per parecchi centimetri, senza incontrare resistenza, e un filo di
sangue sgorgò dalla ferita.

Come se non osasse muoversi mentre aveva il cuore trafitto, Man-dorla rimase assolutamente immobile
per alcuni istanti, quindi, insie-me a Gabriel, estrasse il pugnale.

Una singola goccia dì sangue colò lentamente dalla ferita e si allar-gò sulla veste bianca a formare una
chiazza delle dimensioni di una moneta da un penny.

— Vedi? — riprese Mandorla, con la voce lievemente arrochita dallo sforzo o dall'emozione. — Non
puoi tentare di usarlo, per adesso, ma questo è un potere che molti di noi posseggono. Io non posso
mo-rire, Gabriel, e conosco la via del dolore. Jacob Harkender, invece, è fin troppo mortale, e del
dolore non sa nulla più di quella povera fanciulla illusa di Hudlestone Manor, che s'incorona di spine per
po-ter udire la voce tenera del suo salvatore immaginario. Io t'insegnerò il potere e il dolore, nonché, col
tempo, l'alchimia della metamorfo-si. Non devi avere paura, qualunque cosa tu possa vedere in questa
casa, perché sei sotto la mia protezione, ora, e nulla e nessuno ti nuo-ceranno. — Nel pronunciare le
ultime parole, alzò improvvisamente lo sguardo.

Imitandola, Gabriel vide sulla soglia l'uomo più brutto che avesse mai incontrato. Era dialtezza e di
corporatura gigantesche, comple-tamente calvo, enormemente panciuto. Aveva la fronte e il collo
car-nosi e grinzosi, il viso sporco e sudato, gli occhi che sembravano pic-coli tanto erano affondati nel
grasso. Gli indumenti che indossava era-no luridi come il suo volto, ma gli stivali erano puliti e lustri.
Appog-giato allo stipite, osservava Mandorla e Gabriel.

— Che vuoi, Caleb? — domandò Mandorla, con voce tagliente.

— Calan è tornato — annunciò il gigante grasso, con una voce non meno torva del suo aspetto. — È
completamente ubriaco. Mentre seguiva un uomo uscito dalla casa di Harkender, è stato scoperto e
in-terrogato. È riuscito a sapere che l'uomo in questione è un certo dottor Gilbert Franklin, ma si è
arrabbiato tanto da vantarsi della sua vera natura.

Con un sospiro, Mandorla tolse il braccio dalle spalle di Gabriel: — Che tu sia dannato per averlo
trasformato in un ubriacone — mor-morò. — Ma che cosa può mai importare? Credi che
organizzeranno una crociata contro di noi per questo? Harkender rivelerebbe al mon-do intero chi siamo,
se pensasse che qualcuno gli crederebbe. Invece, sa bene che siamo perfettamente al sicuro. La notizia
della scompar-sa del ragazzo era già arrivata a Whittenton, quando Calan ha deciso di lasciare il suo
posto?

— No — brontolò il gigante. — Ma che importanza ha se lo sco-pre presto oppure tardi, visto che noi
siamo molti, e lui è solo?

— Tu non sai che razza d'uomo sia Harkender. È tutt'altro che stupido, e non è privo di potere.
Piuttosto, sai per caso chi sia questo Franklin?

— Un medico, credo: un amico di James Austen.


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— Austen! Se Austen è diventato suo seguace, allora Harkender può essere ancora più pericoloso. Chi
può sapere quanto ha appreso Austen dall'Uomo d'Argilla e da Pelorus, ammesso che sia stato
ab-bastanza intelligente da riconoscere la verità nell'apparente follia del-l'Uomo d'Argilla? Dobbiamo
accertarci che costui dorma ancora nella tomba che il dottore gli ha scavato, e soprattutto dobbiamo
scoprire dove andò Pelorus dopo aver lasciato l'Inghilterra, nonché cosa an-dò a fare. Scendi, ora: ti
raggiungo subito.

Con una scrollata di spalle, il gigante si girò lentamente, poi si al-lontanò. Ascoltando il rumore dei suoi
passi pesanti mentre scendeva le scale, Gabriel si chiese come avesse fatto, poco prima, a salire tan-to
silenziosamente da non essere udito.

— Quello è Caleb Amalax — spiegò brevemente Mandorla. — Non appartiene alla nostra razza, ma
noi, che siamo liberi e che viviamo al di là del tempo, dobbiamo ancora servirci di strumenti mortali per
ottenere i nostri scopi. Caleb non è affatto nostro padrone, anche se nutre l'ambizione di poter scoprire,
un giorno, come dominarci. Non capisce affatto la realtà del nostro potere, e non è una minaccia per te.
Non avere paura di lui. — Ciò detto, si alzò e si recò alla porta. — Buonanotte, Gabriel. Dormi bene.

Quando Mandorla ebbe richiuso l'uscio, ma non a chiave, Gabriel osservò il pugnale che teneva ancora
in mano, chiedendosi se ella lo avesse dimenticato. Molto cautamente, con la punta della lingua,
as-saggiò il sangue che imbrattava la lama: era caldo e dolce, tuttavia non gli procurò la strana
intossicazione che aveva provato quando si era graffiato e aveva succhiato il proprio sangue.

Deposto il pugnale sul tavolino, si sdraiò sul letto, che non era sol-tanto morbido, ma anche due volte più
largo e più lungo di quello in cui aveva dormito ad Hudlestone Lodge: era grande quasi quanto il
materasso che aveva condiviso con altri tre trovatelli prima di aver-ne uno tutto per sé.

Dopo essersi chiesto brevemente se dovesse recitare le preghiere, de-cise che non avrebbe pregato mai
più: non ne aveva più bisogno. In-vece, prese lo specchio ovale e vi scrutò a lungo, intensamente,
impie-gando la propria forza di volontà per farlo splendere.

Nelle profondità dello specchio, guizzò fugacemente una fiamma azzurra, che, una volta catturata, iniziò
presto a svilupparsi.

Mentre la luce magica traboccava dallo specchio, Gabriel Gill rise di gioia pura. Poi, non tardò a
smarrirsi in una trance autoindotta.

Seduto in poltrona, appoggiato a un bracciolo, con le gambe rac-colte, Gabriel teneva possessivamente
in braccio lo specchio ovale do-natogli da Mandorla. Stava ancora imparando a servirsene, ma
pro-grediva rapidamente. In esso vedeva immagini limpide come quelle che in precedenza aveva
percepito mentalmente: era come se lo spec-chio fosse diventato una lente con cui il suo occhio interiore
focaliz-zava la sua vista segreta. Proiettare le visioni nello spazio dello spec-chio, separandole dai propri
pensieri e sentimenti, era preferibile, sotto molti aspetti, a permettere che esse invadessero i suoi sogni.

Pensò che col tempo sarebbe forse riuscito a servirsi dello specchio con tale maestria da evocare tutte le
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immagini che desiderava. Forse sarebbe riuscito a collocare il mondo intero nella strana dimensione che
si trovava entro e oltre lo specchio, nonché a cambiarlo a proprio piacimento.

Il dominio della magia dello specchio non era l'unico successo che aveva conseguito da quando viveva
nella casa di Mandorla. Aveva svi-luppato maggiormente la capacità di connettere il proprio occhio
interiore alle sensazioni altrui, così che anche per questo non aveva più bisogno di turbare i propri sogni.
Ogni volta che aveva tentato di scrutare nei pensieri di Mandorla, aveva fallito. Gli era di gran lunga più
semplice percepire quelli di Caleb Amalax: in questo stava diventan-do sempre più abile.

In quel momento, stava guardando con gli occhi di Amalax, e ne era affascinato, anche se si trattava di
un'esperienza che lo confonde-va stranamente, perché in quel momento il gigante stava osservando sia
lui, sia Morwenna, la quale giaceva languidamente nel suo letto.

Dalla spoglia stanza attigua, Amalax spiava attraverso un foro che aveva praticato in una parete la notte
precedente, con tutta la fiera delicatezza dell'artigiano esperto, perciò si illudeva di non poter esse-re
scoperto in alcun modo. Nelle rozze pareti lignee del fabbricato vasto e cadente in cui ospitava
generosamente parecchi scassinatori e rapi-natori, aveva aperto molti fori di quel genere, di cui si serviva
per rac-cogliere informazioni che poi vendeva, al pari delle altre merci in cui trafficava.

In passato, quando si era guadagnato da vivere soltanto come ri-cettatore e come capo di una banda di
ladri, Amalax si era limitato a sorvegliare i propri clienti e i propri seguaci, che erano sempre stati tanto
stupidi e imprudenti, quanto pronti a cospirare contro di lui per imbrogliarlo. Col passare del tempo,
però, spiare era diventata per lui un'abitudine: un fine, non più soltanto un mezzo. Persino in quel
momento diceva a se stesso che chi aveva i licantropi di Londra come compiici, aveva una necessità
ancora maggiore di spiare i propri al-leati, perché quando si stipulavano patti con demoni come quelli, il
confine fra il dominio e la schiavitù era molto labile.

Per Gabriel, l'ipocrisia di tale giustificazione era evidentissima.

Com'era accaduto alla signora Murrell, che nell'elevarsi da prosti-tuta a ruffiana era diventata una
parassita, un'osservatrice passiva dei piaceri e delle umiliazioni altrui, così Amalax, nel divenire ospite dei
licantropi di Londra, si era trasformato in un testimone impassibile dei loro progetti empi.

Nel condividere i pensieri e le sensazioni di coloro che osservava, Gabriel aveva acquistato
un'improvvisa e innaturale conoscenza del-le perversità umane, e aveva imparato presto a gioire di non
essere un mero fanciullo umano, pur avendo iniziato a malapena a compren-dere la propria vera natura.

Spiando Gabriel, ovviamente, Amalax non aveva la minima idea di essere spiato a sua volta da lui, e per
giunta molto più intimamen-te. Con rammarico dello stesso Gabriel, che avrebbe appreso con estre-mo
interesse qualunque sua teoria, il gigante ignorava il motivo per cui i licantropi consideravano il fanciullo
tanto prezioso. Però si ren-deva conto di dover ritenere importante, e di dover proteggere, qualunque
persona od oggetto da essi considerati tali, nonché di non do-ver perdere occasione per ricavare da loro
tutte le informazioni possi-bili. Nonostante questo, non credeva a tutto quello che gli aveva det-to
Mandorla: di certo non credeva che lei avesse diecimila anni e che i licantropi fossero immortali. A
proposito dell'efficacia della loro ma-gia, tuttavia, non nutriva alcun dubbio. Anzi, aveva deciso che, se
intendeva davvero istruire Gabriel nelle arti magiche, Mandorla avreb-be avuto anche un secondo allievo,
il quale non era per nulla meno disposto ad approfittare dei suoi insegnamenti.

Anche se la lezione che era in corso in quel momento era di scarsa utilità pratica, Amalax non intendeva
affatto rinunciare ad assistervi. Dal canto suo, Gabriel ne era lieto, perché era certo che i suoi pen-sieri e
le sue reazioni fossero tanto istruttivi quanto la fervida conver-sazione di Morwenna.
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Con sorpresa, Gabriel scoprì che Amalax non aveva nessuna sim-patia per Morwenna, anche se
ammirarne il corpo flessuoso lo col-mava di un'eccitazione torbida e disperata. Credeva che Morwenna
fosse stupida e relativamente priva di potere, benché non nutrisse per lei un disprezzo paragonabile a
quello che nutriva per il licantropo chiamato Calan. Aveva indotto quest'ultimo a rivelargli i segreti ma-gici
di cui era in possesso, ma aveva dimostrato di essere molto peg-giore come allievo che come maestro.
Infatti, era amaramente con-vinto di avere operato meraviglie nel trasformare il giovane in un
at-taccabrighe passabile e in un ubriacone, mentre in se stesso aveva sco-perto soltanto una disgraziata
incapacità inveterata ad operare incan-tesimi e divinazioni. Ormai era persuaso che, fra tutti i licantropi,
Man-dorla fosse l'unica a non avere il cuore e la mente infantili, tranne, forse, Pelorus, che però
conosceva soltanto di nome.

In quel momento, Morwenna era sdraiata sul letto, in appoggio su un gomito, e non indossava altro che
la lunga veste bianca preferita dalle femmine di licantropo ogni volta che le convenzioni non impo-nevano
loro di vestire come le donne: presumibilmente, tale preferen-za era dovuta al fatto che quel tipo di
abbigliamento non inibiva i lo-ro poteri di trasformazione. In se stessa, la veste era provocante, e per
giunta Morwenna, credendo di non essere osservata da nessuno tranne che da Gabriel, si era rilassata,
abbandonandosi inconsapevol-mente a una posizione molto sensuale. E il fanciullo era tanto intriga-to dai
sentimenti confusi di Amalax, che non si sentiva obbligato, né desiderava avvertire Morwenna che
sbagliava nel credersi inosservata.

Anche se godeva nell'eccitare la propria lussuria, Amalax era estre-mamente consapevole della necessità
di tenere a freno le proprie fan-tasie stravaganti:Pietà, pensava,per l'uomo che osasse tentar di
stuprare una licantropa! E Gabriel conosceva già a sufficienza i lican-tropi per essere perfettamente
d'accordo con lui.

— Riesci ad immaginare che cosa significa essere un lupo? — chie-se Morwenna al fanciullo.

Gli hanno rivelato quello che sono!pensò Amalax.Morwenna sta cercando di attutire il colpo, ma...
Come possono essere così ingenui, e pretendere di avere vissuto per secoli? Se hanno sempre
odiato gli esseri umani, forse hanno creduto, per disprezzo, di non dover impa-rare la nostra
ipocrisia: persino Mandorla, che crede di sapere tutto!

Senza alzare lo sguardo, Gabriel rispose abbastanza direttamente, pensoso: — Ho cercato di


immaginare che cosa significa essere un uc-cello e guardare il mondo dall'alto, volando. Ma essere un
lupo... sa-rebbe diverso.

— Non è troppo diverso — replicò Morwenna, in tono paziente-mente pedagogico. — La gioia della
caccia è per il lupo quello che la gioia del volo è per un uccello. Quello che devi cercare di immagi-nare,
è la purezza della gioia, che è del tutto sgombra dalle nuvole del pensiero. Suppongo che tu creda di
sapere che cos'è la gioia, però l'unica gioia che puoi conoscere è una gioia del pensiero, che è qual-cosa
di molto diverso. Potresti presumere che poter sapere di avere conosciuto la gioia sia un bene, ma
sbaglieresti. Essere in grado di dire a se stessi «sono felice» significa staccarsi dalla felicità stessa, e
alterarla. È un buon dono, la capacità di conversare fra noi: sapere, e sapere che sappiamo. Tuttavia,
dobbiamo pagare un prezzo per que-sto dono: quello che guadagnamo nella potenza della ragione e
del-l'immaginazione, lo perdiamo nella potenza del sentimento, dell'in-tuizione, della percezione, e nella
capacità di essere quello che sentia-mo: di essere quello che siamo. Per le creature che pensano, i
senti-menti sono fonte di preoccupazione e di sofferenza: la gioia è guasta-ta dalla consapevolezza che
non sempre siamo felici, e che la gioia medesima si dissolve presto. Il lupo ha soltanto i sentimenti:
quando è felice, la gioia colma il suo intero essere, e persino quando soffre, non sa che il sentimento che
lo possiede è il dolore. Per il lupo, infat-ti, il piacere è piacere, il dolore è dolore, e non c'è altro: non ha
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alcu-na consapevolezza che potrebbe essere o che sarà diverso. Per l'uma-no, invece, il piacere è
indebolito dalla consapevolezza che potrebbe non esservi e che non può durare, mentre la sofferenza è
accresciuta dalla consapevolezza che si tratta di dolore, e che contiene la promes-sa della malattia e della
morte. Per l'umano, non esiste sofferenza senza paura, né paura senza sofferenza. Il lupo, quando soffre,
non accre-sce il proprio dolore, mentre quando è felice, nulla può privarlo della gioia, neppure in misura
minima. Se tu fossi costretto a scegliere, Gabriel, dovresti preferire di gran lunga di essere lupo, anziché
uomo.

Oh, certo!pensò Amalax, silenziosamente cinico.Invece tu, che, suppongo, puoi scegliere, esisti in
forma umana giorno dopo giorno, e ti trasformi in lupa soltanto per brevi periodi.

Con astuta provocazione, Gabriel obiettò: — Mi è stato detto che Dio mi ha creato a Sua immagine e
somiglianza...

— Te lo hanno detto le suore di Hudlestone — replicò sprezzante-mente Morwenna. — E ti hanno


anche detto che l'uomo è nato per soffrire, e che deve portare il fardello dei propri peccati, e di quelli dei
propri antenati. Ma non apparteniamo a quella razza, tu ed io.

— Dicevano anche che Gesù venne a soffrire per noi — continuò Gabriel, pensoso. — Non sono mai
riuscito a capire perché anche noi dobbiamo soffrire...

— Non dovresti dire «noi». Non fu per noi che il loro salvatore venne a morire, e noi non dobbiamo
condividere minimamente la sua sofferenza, se possiamo imparare ad evitarla. Se soltanto volessi,
Ga-briel, potresti imparare ad essere un lupo, e forse... anche più di un lupo, se imparerai bene. Se sei
davvero tanto intelligente quanto pen-sa Mandorla, imparerai forse la cosa più preziosa fra tutte, ossia
es-sere un lupo per sempre, e non dover essere mai più una creatura che pensa.

Mi sembra che sia un privilegio piuttosto discutibile,pensò Ama-lax, niente affatto persuaso dal racconto
della licantropa sulla mera-viglia di essere lupi.Ma se questo è quello che desiderate, sperate for-se
che il ragazzo possa liberare anche voi dalla vostra mezza umani-tà? Credete che possa imparare
ad esercitare il suo potere anche su di voi, oltre che su se stesso?

Queste considerazioni sui motivi per cui Mandorla lo aveva sottratto ad Harkender, e su quello che lui
stesso avrebbe potuto fare per i licantropi, parvero molto interessanti a Gabriel, il quale, però, capì che
Amalax, evidentemente, credeva che Mandorla volesse ben più della possibilità di essere inumana per
sempre. — Non so — rispose. — Non credo che mi piacerebbe...

— Non puoi saperlo — mormorò Morwenna. — Ma ciò è dovuto all'innocenza, che si perde presto.
Un lupo non può chiedersi se gli piace o non gli piace essere tale, e il dono dell'inconsapevolezza è di
gran lunga più benefico di qualunque ricompensa possa derivare dal-la coscienza, che è precaria, colma
di speranza e di paura. Il lupo non può pensare: caccia. La brama è la volontà che lo guida, e la
soddi-sfazione della brama è la sua estasi: il sapore del sangue è la sua gioia. Dimmi, Gabriel... Le suore
ti hanno parlato del Paradiso? Oso dire che ti hanno parlato molto di più dell'Inferno, visto che sono
molto più adatte ad immaginare e a descrivere quest'ultimo. Ebbene, il mio racconto è molto diverso dal
loro: il Paradiso è un lupo in caccia, Gabriel, e l'Inferno è semplicemente essere umani, persino nella
gioia, o nella virtù, o nel trionfo. L'Inferno è qui, Gabriel, e non nelle vi-scere della Terra: non fu creato
per Satana, bensì per l'umanità. Il Paradiso non esiste per gli uomini, ma soltanto per gli animali, e per gli
Altri, come noi, che possiamo imparare a dimenticare l'ombra d'u-manità che cade sul nostro corpo e
sulla nostra mente, e possiamo godere delle vere ricompense della metamorfosi. Dimentica il salva-tore di
cui ti hanno parlato le suore: devi imparare ad essere tu stesso un salvatore, per amore di tutti noi.
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Dal suo punto di osservazione, Amalax non riusciva a scorgere il viso di Morwenna, ma soltanto la curva
della sua bella schiena, e le sue lunghe trecce. Nella sua mente, Gabriel lesse una sorta di gioia
paradossale, suscitata da una fantasia fugace: il gigante immaginava che Morwenna avesse l'espressione
rapita del fervore visionario, e an-che se non era certo che vederla in viso così gli sarebbe piaciuto, era
eccitato. Non poteva fare a meno di desiderare Morwenna, e anche Mandorla, ma sapeva di non poter
comprare né prendere con la for-za quello che esse non erano disposte a concedergli. Ciò lo colmava
del furore dell'impotenza e aumentava la sua determinazione a conquistare il maggior potere possibile, da
esse e su di esse. Era inoltre abbastanza intelligente da rendersi conto del paradosso della propria
situazione: proprio perché era loro alleato, era il più fervido di tutti i loro numerosi nemici.

Pur essendo soltanto una sanguisuga demoniaca, che succhiava avi-damente l'intelligenza altrui, Gabriel
si era ormai nutrito a sufficien-za per comprendere le meditazioni involute di Amalax.

Credono di dominare il ragazzo, ma s'ingannano,pensò Amalax, risentito.Questa è casa mia, quindi il


ragazzo appartiene a me. Quando saprò come servirmene, e che cosa ha il potere di fare, sarò io
l'unico a servirmi di lui, e a barattare i suoi favori.

A differenza del gigante, Gabriel era perfettamente consapevole di quanto fosse ridicolmente folle la sua
spavalderia, perché sapeva che finché avesse avuto a disposizione i poteri del demone, che ormai
ri-conosceva come propri, nessun mero essere umano avrebbe potuto servirsi di lui. Aveva già iniziato a
chiedersi se vi fosse qualcuno al mondo, inclusa Mandorla, che fosse più potente di lui.

— Non saprei — dichiarò, falsamente. — Non posso essere un lu-po, perché non so come diventarlo.
Se non sono un essere umano, allora non so che cosa sono.

— Non avere paura — disse dolcemente Morwenna. — Non devi più avere paura. Ci occuperemo noi
di te, adesso. Mandorla ti inse-gnerà tutto quello che hai bisogno di sapere. Anche se non sei un lu-po,
appartieni alla nostra razza, non alla loro.

— Non riesco a capire questa differenza fra le razze — replicò Gabriel, con lamentosa insincerità. E
subito fu sorpreso, e si sentì colpe-vole, perché Amalax pensò:Questa è una menzogna, ragazzo!
Forse non sai in che cosa consiste esattamente la differenza, però ti rendi conto che esiste. Non
hai di fronte una donna qualsiasi, che ti si mo-stra come la modella di un pittore, travestita da
cortigiana: in cuor tuo, sai di avere a che fare con la materia stessa di cui sono fatte le leggende.
Quando guardi un tipo come me, pensi forse di vedere un demonio, ma in cuor tuo sai che sono
soltanto un uomo.

Nel contempo, Gabriel ebbe di nuovo la strana sensazione che nel gigante sembravano esservi più
anime. Infatti, Amalax stava pensan-do inoltre che il fanciullo non era ancora diventato un licantropo o un
mago, quindi, nonostante la sua diversità, avrebbe potuto essere stuprato e torturato, se non vi fosse
stato il timore di subire la ven-detta dei licantropi. Anche tutto ciò gli fu suggerito dalla lussuria, perché
osservando il corpo sinuoso di Morwenna attraverso la veste trasparente, non riusciva a staccarsi da
essa.

— Presto conoscerai la differenza — intervenne Mandorla. — Hai imparato ad accendere lo specchio


più rapidamente di quanto speras-si, e fra non molto potrai cominciare ad apprendere la via del dolore.
Allora perderai ogni paura, ed entrerai in possesso del tuo vero retag-gio. Sogna, fanciullo: sogna il
potere che potrà porre fine a questa epoca vacua di uomini vacui... — E proseguì telepaticamente:E
squar-ciare la coltre di oscurità vacua che avvolge la Terra, e ricostruire le sfere cristalline
dell'Eden!
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Sbalordito, Gabriel alzò lo sguardo.

Con i suoi bellissimi occhi viola, Mandorla lo scrutò, e sorrise, co-me se avesse capito, dalla sua
reazione, che aveva percepito i pensieri che gli aveva inviato deliberatamente. — Oh, sì, anche questo —
ri-prese, con la voce più morbida che fosse mai riuscita ad ottenere nel parlare al fanciullo. — Fino a
quando non conosceremo i limiti del tuo potere, potremo sperare tutto. E se, alla fine, rivelerai di essere
un angelo più debole di quanto ci auguriamo, vi saranno pur sempre colui che ti ha convocato, e colei che
veramente ti ha dato alla luce. Le divinità si stanno destando dal loro sonno millenario, caro Gabriel, e
tutto il mondo sta tremando sull'orlo della caldaia della Creazione.

Le ragnatele invisibili che avvolgono il mondo sono miracolosamente rese visibili: ogni entità solida è
avviluppata in esse alcune volte. Lo strato più profondo, il più prossimo alla superficie delle cose, è
lace-ro e sbrindellato, ma gli strati superiori, più recenti, sono robusti e integri, sfavillanti, ora, di una
rugiada che è pura luce stellare caduta dal cielo.

Ogni albero isolato trascina alcuni strascichi nuziali. Laddove mol-te piante sono raggruppate, il bosco
ha un tetto di un biancore bru-moso che lo trasforma in un labirinto fosco. Ogni fiume scorre sotto
un'infinità di ponti serici. Ogni strada è assediata da innumerevoli trap-pole, che catturano le anime di
coloro che le percorrono a cavallo, in carrozza o in carro. Ogni fabbricato è come ravvolto in una
crisalide, ogni porta e ogni finestra sono avvinte, anche se coloro che si muo-vono all'interno non sanno
quanto sia assoluta la loro prigionia, o quanto siano sigillate le tombe delle loro anime.

Anche i ragni che tessono queste ragnatele sono resi visibili dalla medesima incrostazione scintillante:
benché i loro corpi siano più ne-ri dell'ombra più cupa, essi splendono ora di luce riflessa, come enor-mi
draghi ingioiellati che camminano sui campi e fra le case. Qui, que-ste strane creature ad otto zampe,
misteriosamente ripugnanti agli occhi umani, sono rese maestose dalle dimensioni, dalla lentezza e dal
ful-gore. I ragni, cacciatori d'anime, sono tanto spaventosi quanto i com-ponenti della favolosa schiera di
angeli, che sono i veri abitanti del mondo com'è.

Nelle stanze illuminate dalle candele di Hudlestone Lodge e di Hudlestone Manor, la vita procede come
sempre, giacché il miracolo che ha reso visibili le ragnatele e i loro tessitori è concesso soltanto a colo-ro
che sono dotati della vista interiore, di cui non sono forniti neppu-re i mansueti e i puri di cuore. Con una
sola eccezione, i trovatelli della Lodge sono ciechi a questa luce meravigliosa. Con una sola ec-cezione,
le suore dell'antica Manor non vedono alcunché. Ma persino coloro che sono dotati della vista interiore
scorgono significati mol-to diversi nelle ragnetele che avvolgono il mondo e negli angeli ragni danzanti,
perché laddove una persona può vedere una sorta di para-diso, un'altra deve trovare una sorta d'inferno.

E nel mondo più grande che sta oltre, nelle città che sono i formi-cai e i termitai delle anime fredde,
coloro che sono voluttuosamente ciechi brulicano assorti nelle loro faccende, mentre i licantropi
cac-ciano nelle strade, e i ragni tessono le loro tele, e i padroni autentici del mondo covano i loro piani
sontuosi di morte e di trasfigurazione.

Gabriel...
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Gabriel!

Con la convinzione che, mentre il suo sogno si decomponeva nella fine inevitabile, qualcuno lo avesse
chiamato, seppure con una voce alterata e attutila come da una grande lontananza, Gabriel si destò.

Il risveglio non rese più limpido il richiamo. La voce, ammesso che di una voce si trattasse, si perse
rapidamente nelle sensazioni che af-follavano la coscienza del fanciullo.

Alzatosi, Gabriel cercò a tastoni, sul tavolino, lo specchio ovale, lo trovò senza fallo, e fece ardere in
esso la luce senza indugio. Si ve-stì con rapidità ed efficienza, come aveva sempre fatto per
intrapren-dere le sue avventure notturne ad Hudlestone Lodge.

Fino a quel momento, benché la porta non fosse mai chiusa a chia-ve, aveva sempre scelto di non uscire
dalla propria stanza, nella casa di Caleb Amalax. Il trascorrere del tempo aveva corroso la sua ansia
iniziale, ma la sua curiosità, fino ad allora, era sempre stata assorbita interamente dai giochi con lo
specchio, che gli consentiva di accedere a visioni di gran lunga più bizzarre di qualunque scoperta potesse
spe-rare di compiere mediante un mero vagabondaggio.

Ma infine, anche se non sapeva esattamente perché, sentiva che era arrivato il momento di esercitare più
concretamente le proprie facoltà.

Non pensò neppure per un istante di compiere la sua prima escur-sione di giorno, quando chiunque
avrebbe potuto vederlo. Il suo tempo era la notte, come lo era sempre stata ad Hudlestone: il sospetto
che molti di coloro che condividevano la sua nuova abitazione avessero una simile preferenza per le ore
notturne non bastava più ad intimi-dirlo.

Erano le ore più tenebrose della notte. Ad Hudlestone, quelle era-no sempre state ore di oscurità
silenziosa e stigea, ma lì, a Londra, le strade non erano mai del tutto silenziose o buie. Perciò, quando
Gabriel spense nuovamente la propria lanterna magica, rimase anco-ra luce a sufficienza per vedere.

Non calzò le scarpe nuove che Mandorla gli aveva procurato, per-ché avevano la suola troppo rigida
per consentirgli di camminare in silenzio. Indossando soltanto le calze, uscì nel pianerottolo e iniziò a
percorrere il corridoio. Non si considerava prigioniero, quindi non pensava affatto alla fuga. Non aveva la
minima intenzione di uscire dalla casa: si proponeva soltanto di esplorarla e di apprendere qual-cosa di
più su coloro che vi dimoravano.

Immaginava che, come la Lodge, la casa avesse una sola scala, pe-rò non tardò a scoprire che non era
affatto così. Il corridoio non era cieco: conduceva a un altro corridoio su cui si aprivano dodici porte, il
quale portava a sua volta ad altre due scale che scendevano. Inol-tre, una quarta scala, più breve, saliva
sino a una botola.

Da una fessura fra le tavole, Gabriel poté osservare la strana lumi-nosità rossastra che tingeva
perennemente il cielo di Londra, perciò dedusse che dalla botola si accedeva al tetto.

Questa possibilità, che in precedenza non aveva mai considerato, gli parve molto interessante e lo
sottopose ad una tentazione insolita, inducendolo a rinunciare al proprio primitivo progetto di scendere ai
piani inferiori dopo avere esplorato il proprio. Non aveva maggior paura dell'altezza di quanta ne avesse
del buio, senza contare che la prospettiva di osservare tutta la panoplia di quel cielo strano era mol-to
intrigante.
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La botola, che si apriva verso l'esterno, era pesante, ma non spran-gata. Gabriel fu costretto a ricorrere
a tutte le proprie forze, ma riu-scì a lasciarla cadere sul tetto di ardesia lentamente, senza rumore.

Dalla propria finestra, aveva osservato il labirinto di camini e di abbaini sui tetti delle case al di là della
strada, perciò si aspettava un paesaggio tortuoso, e non rimase affatto deluso dalla scoperta del
mi-sterioso mondo superiore, che suscitò in lui entusiasmo e fiera soddi-sfazione. I fabbricati lungo la
strada sulla quale guardava la casa di Amalax erano addossati a quelli prospicienti la strada parallela.
Nel-la strana gola fra i tetti delle due file di case erano dislocati a interval-li regolari parecchi lucernari,
alcuni dei quali erano illuminati dall'in-terno: un paio dalla luce dorata delle lampade, gli altri dalla luce più
fioca delle candele.

Immediatamente, Gabriel comprese che i lucernari gli offrivano una preziosa possibilità di osservare
senza essere visto, quindi si accostò al più vicino. Badò a camminare il più silenziosamente possibile,
an-che se notando parecchi nidi d'uccelli fra i camini, comprese che qual-che lieve rumore non avrebbe
allarmato né insospettito coloro che si trovavano nelle stanze sottostanti.

Il primo lucernario non gli rivelò nulla d'interessante: Perris, sdraia-to sul letto, stava leggendo alla luce di
una candela. Non riuscì a leg-gere il titolo del libro, ma ciò lo incuriosiva ben poco, perché gli unici libri
che conosceva erano la Bibbia, i messali, i catechismi e i trattati religiosi.

Rapidamente, si recò al successivo lucernario, illuminato anch'es-so da una candela, e non rimase
deluso.

Nella propria stanza, Mandorla giaceva supina sul letto, completa-mente nuda, e non era sola. Un uomo,
anch'esso nudo, basso e bru-no, molto villoso, con il torace ampio, la sovrastava, con un ginoc-chio sul
bordo del letto, immobile ad ammirarla. Il contrasto fra la donna, pallida, snella, apparentemente delicata,
e l'uomo, bruno, ner-boruto, evidentementerozzo, era stranissimo.

L'uomo si curvò, coprendo i seni e il ventre, ma non il viso, di Man-dorla, la quale, per alcuni istanti, lo
osservò, poi, mentre egli cam-biava posizione, distolse gli occhi per scrutare la fiamma della cande-la che
ardeva accanto al letto: la sua espressione era enigmatica, tut-tavia lasciava trapelare una sorta di
divertimento.

D'improvviso, Gabriel si trovò a condividere la mente dell'uomo. Ne rimase sbalordito, sia perché non
aveva tentato consapevolmente di farlo, sia per il tumulto di sentimenti che lo investì come una ca-scata
d'acqua gelida.

Vide Mandorla come la vedeva l'uomo, e si rese conto, con sgo-mento, di non aver mai compreso le
attrattive della bellezza femmini-le. Nell'osservare Morwenna, il brutto e gigantesco Amalax aveva
re-presso la propria lussuria, perché era priva della minima prospettiva di soddisfazione. Quella
dell'uomo basso e villoso, invece, non era soltanto più intensa, bensì diversa: attiva, reattiva, avida. Era
cupidi-gia che aveva certezza della propria soddisfazione, e dunque implica-va ogni perversità: trionfo,
insieme a una pura sensazione di potenza; un desiderio sprezzante d'imporre, di costringere, di dominare,
di su-scitare timore. Era una lussuria che serrava la gola, che dilatava il cuo-re, che induriva
selvaggiamente il pene.

Per Gabriel, che aveva soltanto nove anni, era una passione aliena e orrenda: quella di Amalax gli era
parsa mostruosa, ma questa gli sembrava di una mostruosità grottescamente ingigantita.

Eppure, essa non era soltanto furia e arroganza: era anche timore e incredulità. L'uomo era abituato a
mentire a se stesso: era talmente avvezzo all'inganno, che la verità, per lui, aveva quasi cessato di ave-re
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senso. Nondimeno, riusciva a percepire le alterazioni della realtà. Conosceva le prostitute e le fantasie.
Sapeva che le prostitute non erano mai le creature fantastiche che gli uomini desideravano che fossero, e
si rendeva conto di essere assurdamente in presenza di qualcosa di così fantastico da superare la fantasia
stessa: un'illusione che neppu-re Mercy Murrell avrebbe potuto creare.

Nel turbine di emozioni e di sensazioni dell'uomo, Gabriel percepi-va già un retrogusto amaro, una
diffidenza che trapelava a smentire la perfezione delle apparenze e la fortuna favolosa di quella
occasio-ne. L'uomo già temeva che gli fosse chiesto qualcosa che avrebbe gra-vato la sua intelligenza e
la sua anima di un fardello tale da dissolvere inesorabilmente il sogno. Presentiva che quel momento,
assaporato soltanto parzialmente, avrebbe assunto un sapore aspro, amaro...

Non sapeva quanto fosse fredda la propria anima, perché non la conosceva affatto, e non possedeva
nessuna sensibilità in grado di ri-velargli, anche soltanto vagamente, quanto potesse essere calda e bel-la
un'anima. Eppure, si considerava in qualche modo troppo goffo, rozzo e meschino, per essere degno di
ricevere il dono di quel momento.

Con la vista interiore, Gabriel percepì la penetrazione, morbida, serica, quasi liquida, sorprendentemente
semplice, agevole, precisa, e poi la pelle morbida, elastica, liscia sotto le carezze. Con la vista esteriore
osservò il movimento ritmico dei fianchi dell'uomo, e la mano destra che palpava tutto il corpo di
Mandorla.

Con la chioma dorata sparsa sul cuscino come un'aureola, Man-dorla accettò languidamente quella
esplorazione insistita, muovendo soltanto la testa per spostare lo sguardo dalla fiamma della candela al
soffitto, senza guardare mai il lucernario. Poco a poco, la sua espres-sione divenne sempre più divertita.
Con un sorriso, scoprì i denti bian-chi e luminosi, quindi sussurrò qualcosa all'orecchio dell'uomo.

Anche se le parole parvero colmare uno strano vuoto dentro di lui, l'uomo in realtà non le udì, perciò
Gabriel non ne comprese il signifi-cato.

Poi, gradualmente, Gabriel si sentì colmare di uno struggimento terribile, come una resistenza
all'irresistibile, come uno sforzo dispe-rato per dilatare il tempo e per concentrare ogni pensiero e
sentimen-to in un singolo istante di trascendenza esplosiva, e tutto che cadeva, tutto che crollava, tutto
che si sbriciolava, per mancanza di capacità e di possibilità...

Infine, un tuono gli scoppiò nella mente.

Mentre l'uomo si muoveva con maggiore urgenza e con maggior passione, con la disgustosa certezza di
chi non può attendere, Man-dorla, sempre rilassata e ricettiva, si eccitò un poco, ma rimase con le
braccia spalancate e le mani del tutto passive, senza muoversi, se non continuando a scuotere la testa.
Aveva un'espressione calma e calcolatrice, come se fosse ben paga dell'attesa.

D'un tratto, vi fu un momento d'interruzione, di tensione contratta.

Dopo essersi trattenuto spietatamente per alcuni istanti, l'uomo si abbandonò con tutto il proprio peso su
Mandorla, la quale non si ri-bellò, ma continuò a sorridere. Intanto, Gabriel sentì palpitare il cuore al
ritmo dell'uomo, il respiro affannoso, il sangue fremente, eppure ancora paura, incredulità, a guastare il
grido silenzioso che poteva sol-tanto fingere trionfo, gioia, appagamento...

Ma fu soltanto, infine, un grido.

Dopo una breve attesa, Mandorla rovesciò l'uomo alla propria si-nistra e lo fece rotolare supino.
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Un ottundimento greve e ronzante, simile a una saturazione di tut-te le sensazioni, si trasmise dall'uomo a
Gabriel.

Poi, Mandorla sedette a cavalcioni dell'uomo e lo guardò. Tramite l'uomo, Gabriel vide con chiarezza
sorprendente gli occhi viola. Quan-do Mandorla si curvò a baciargli il collo, la chioma le scese come una
cascata sulle spalle e solleticò il viso dell'uomo, che, con una peculia-re espressione in cui si fondevano
contentezza e irritazione, chiuse gli occhi, in attesa di altri baci, e così non vide quello che vide invece
Gabriel.

In un istante, senza preavviso, Mandorla iniziò a trasformarsi.

Osservando, Gabriel comprese quello che stava succedendo, e capì anche, con sbalorditiva subitaneità,
che ella, in realtà, aveva organiz-zato quello spettacolo appositamente per lui, affinché potesse
cono-scere il comportamento degli umani e dei lupi, la brama e la passione, la natura e la necessità.

Con tutta la propria forza, tentò di separare i propri sentimenti da quelli dell'uomo che giaceva supino sul
letto, sapendo che stava per aprire gli occhi, per vedere quello che lui stava già vedendo, per sco-prire
quello che lui aveva già scoperto; ma non poté. Era intrappola-to: i suoi sentimenti erano del tutto
sommersi dall'insistenza e dal-l'intensità di quelli che condivideva.

La rapidità della metamorfosi lo frastornò, perché aveva creduto, pur senza mai verificare tale
convinzione, che fosse straordinariamente difficile per le gambe umane rimpicciolire e trasformarsi, per le
mani umane diventare zampe, per il viso di una bella donna dissolversi in un muso lupesco e zannuto.
Sarebbe stato molto più semplice credere a un mutamento istantaneo, tanto rapido da risultare
impercettibile all'occhio umano.

Invece non accadde nulla di tutto ciò. La trasformazione fu percet-tibile e fluida: la chioma lunga e serica
si consumò, la pallida pelliccia grigia spuntò, lo scheletro si modificò, la carne si fuse e si risolidificò.

Secondo l'unica similitudine che Gabriel riuscì a concepire, strana-mente adeguata e nel contempo
assurda, Mandorla parve incendiar-si, come se una sorta di fiamma divina o diabolica l'avesse posseduta
e tramutata: come se la lupa fosse in qualche modo le ceneri della per-sona.

Supino sotto la lupa, l'uomo riaprì gli occhi.

Persino nella luce fioca della candela, Gabriel vide, dall'alto del lu-cernario, la metamorfosi che l'uomo,
in certo modo, subì a sua vol-ta: il suo viso si trasformò improvvisamente in una maschera spaven-tosa, il
terrore e l'orrore lo invasero, trasmettendosi a Gabriel. Fu co-me se le loro anime divenute gemelle
fossero strappate, quasi che un artiglio terribile e soprannaturale li avesse ghermiti per il viso e trasci-nati
all'Inferno.

Eppure, nell'orrore, sotto la fossa infinita della paura in cui entrambi furono sprofondati, fu percepibile la
consapevolezza della necessità e dell'ineluttabilità di quello che stava per accadere: non una mera eco
della previsione di Gabriel, bensì il riconoscimento rassegnato della follia del desiderio umano imperfetto.

Il panico non durò tanto a lungo da indurre l'uomo a tentare con una qualche risolutezza di liberarsi della
lupa, che lo sgozzò con rapi-da efficienza, e poi, con la lingua lunga e ruvida, leccò il sangue che
sgorgava.

Osservando, Gabriel percepì e condivise la morte dell'uomo.


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Per costui, la sofferenza fu soltanto sofferenza, ma stranamente attenuata e breve, come se il sistema
nervoso, accettata la disperazio-ne, scegliesse di non strillare avvertimenti, e di rifiutare
misericordio-samente di trasmettere gli impulsi dolorosi.

Invece, per Gabriel, la sofferenza fu come un'esplosione di esul-tanza e un dono di potere:Sono un


ragno che si nutre d'anime, pen-sò,e questa notte ho cenato!

Provò un brivido lieve di paura nel rendersi conto che sia Mandor-la che Morwenna avrebbero potuto
con la stessa facilità nutrirsi di lui, ma non ebbe nessuna difficoltà a reprimere e a cancellare tale pau-ra.
Confidava che i licantropi non intendessero servirsi così di lui, an-zi, cominciava già a convincersi che
avrebbe potuto impedirlo, se aves-sero tentato.

Per alcuni minuti, durante i quali Gabriel non provò nulla, la lupa non fece altro che leccare il sangue. Gli
occhi del defunto rimasero spalancati e fissi, ma il rictus di terrore che aveva trasformato il suo volto in
una maschera, si rilassò poco a poco, come per effetto delle leccate.

Finalmente, la lupa che era stata Mandorla, o meglio, che era an-cora Mandorla, alzò la testa a guardare
direttamente Gabriel, il qua-le, anche se la stanza era illuminata dall'interno, talché il riflesso del-la luce sul
vetro avrebbe dovuto nasconderlo, non ebbe il minimo dub-bio che ella lo vedesse, e che avesse sempre
saputo della sua presenza, fin dal primo momento.

Nel sostenere lo sguardo lupesco, Gabriel fece un sorriso di complicità, manifestando abbastanza
chiaramente che non soltanto sape-va, bensì accettava completamente, di appartenere alla razza di
Man-dorla, e non a quella dell'umanità cieca e dall'anima fredda a cui ap-parteneva invece la vittima.

Non era ancora un bevitore di sangue.

Non era ancora un mostro.

Tuttavia non era neppure un fanciullo umano, anzi, nemmeno un fanciullo: il suo corpo era semplicemente
una maschera che indossa-va per camminare sulla Terra. Entro tale guscio dimorava un demo-ne... o una
divinità.

Nell'assistere al banchetto della licantropa, non provò la minima compassione per la carne che essa
stava divorando, e dalla propria indifferenza a qualunque tentazione di tal genere comprese di essere
ormai lontanissimo da Hudlestone Manor, nonché dalla bontà che le suore di Santa Syncletica avevano
cercato tanto fervidamente di inse-gnargli.

10

Quando rientrò, vibrante di eccitazione, nella propria stanza, Gabriel scoprì che lo specchio ovale, che
aveva lasciato accanto al letto, brillava come per volontà propria. Vi si avvicinò con esitazione, non
sapendo che cosa aspettarsi, ma poi vide che esso mostrava, come se lo riflettesse, il volto di Jacob
Harkender, e sorrise, e si chiese se Harkender potesse vedere il suo sorriso.

— Gabriel! — disse Harkender, come se lo chiamasse da lungo tem-po, senza alcun risultato. — Devi
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ascoltarmi, Gabriel! Ti prego!

Sicuro di poter cancellare l'immagine dallo specchio con un sem-plice tocco, Gabriel si domandò se non
gli fosse possibile fare ben di più. Forse Harkender aveva messo a repentaglio la propria incolumi-tà,
entrando nello spazio immaginario all'interno dello specchio, che era l'arena del suo potere germogliante.
Forse avrebbe potuto distrug-gere colui che, soltanto pochi giorni prima, aveva progettato di di-ventare
suo padrone. Se non altro, avrebbe potuto angosciarlo, farlo soffrire. Tuttavia non tentò in alcun modo di
realizzare tali fantasie sfrenate.

Curioso di scoprire che cos'avesse da dire Harkender, il fanciullo domandò: — Perché dovrei
ascoltarti? — E per la prima volta, lasciò che la nuova identità che stava emergendo in lui si manifestasse
in un'audacia di tono e di discorso. — Mi hai condotto ad Hudlestone Manor, e mi hai affidato alle
suore, ben sapendo che non ero un tro-vatello qualsiasi. Hai cercato d'impedirmi di scoprire quello che
sono realmente e di nascondermi a coloro che volevano aiutarmi: hai ten-tato persino di nascondermi a
me stesso.

— No! — Harkender sembrava minuscolo nello spazio dello spec-chio, sebbene fosse visibile soltanto
il suo viso, che galleggiava come una maschera di gomma, distorto dalla lieve curvatura della superfi-cie.
— Tu non capisci, Gabriel. Non devi fidarti dei licantropi. Man-dorla è pazza, oltre che malvagia: non
esiterà a mentirti, nella spe-ranza di piegarti alla sua volontà.

Per un istante, Gabriel non fu altro che un fanciullo di nove anni di fronte all'autorità di un adulto: il senso
del dovere e l'ubbidienza rischiarono di imporglisi nuovamente. Ma il demone che aveva por-tato il fuoco
infernale nella sua anima non aveva nessun bisogno di rispettare le norme borghesi, e lo stesso Gabriel,
con le conoscenze che aveva acquistato di recente, non si sentiva più piccolo, umile, spa-ventato. Dopo
una fugace incertezza, il momento passò. — Nessuno può mentirmi, adesso — dichiarò Gabriel, pur non
sapendo se ciò fosse vero. — Tutti mi hanno sempre mentito, ma adesso è finita per le bu-gie, perché ho
il potere di svelarle.

— Avrai questo potere — si affrettò a correggere Harkender. — Ho commesso un grave errore nel
credere che i poteri di cui già dispo-ni non potessero svilupparsi tanto rapidamente. Ma tu sei ancora
molto giovane: nonostante il tuo potere, non puoi neppure iniziare a com-prendere quello che puoi
diventare. Mandorla ti permetterà di vedere soltanto quello che vuole che tu veda: non devi
assolutamente fidarti di lei!

— Perché no? — ribatté Gabriel. — È stata molto più sincera con me di quanto lo sia stato tu, quando
sei venuto ad Hudlestone con le tue gentili promesse. Credevo di essere un fanciullo posseduto da un
demone, allora, ma in pochi giorni Mandorla mi ha mostrato che sono una creatura di una razza molto
diversa, e che la mia apparenza è soltanto un travestimento. Quando dici che lei vuole servirsi di me, ti
credo! Ma perché mai i miei scopi dovrebbero essere diversi dai suoi, se appartengo alla sua razza, e
non alla vostra?

— Tu non appartieni alla sua razza. Non esiste nessuno della sua razza, tranne i membri del suo branco,
uno dei quali è un rinnegato che si oppone ai suoi piani. Mandorla è nemica degli uomini e degli dèi: non
ha nessuna causa, se non la distruzione. Si servirà di te, se potrà, per fare scempio della razza umana per
quanto le sarà possibi-le. Ma se tu ti farai usare da lei, non sarai combattuto soltanto dai maghi umani,
giacché vi sono potenze che proteggono l'umanità sin dal momento della sua creazione. E anche se forse
credi di essere una divinità, perché usi il potere di leggere nelle menti degli uomini infe-riori o di imporre
obbedienza ai ragni, devi renderti conto che esisto-no entità il cui potere supera il tuo, quanto il tuo
supera quello di un ragno. T'imploro, Gabriel: non diventare lo strumento di Mandorla!
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Il volto stranamente effeminato di Harkender non poteva manife-stare adeguatamente l'urgenza e la


gravita di quello che egli si sforza-va tanto di esprimere: la collera, sulle sue labbra tumide, diventava
poco più che petulanza; la sua severità era attenuata dalla flaccidità delle sue guance. Eppure, la forza di
Harkender era innegabile. E i suoi occhi sembravano avere qualcosa di peculiare, come se un'im-magine
si riflettesse magicamente nelle pupille, proprio come il volto dello stesso Harkender era riflesso nello
specchio.

Scrutando duramente colui che forse era suo padre, Gabriel non riuscì a scorgere chiaramente quello
che si nascondeva in quegli oc-chi: una presenza informe e nera come la notte, un demone indefini-bile e
inafferrabile. Con la sua nuova voce stridente come metallo sulla pietra, Gabriel replicò, in tono
accusatorio: — Anche tu vuoi servirti di me. Ma io ti ho visto all'opera attraverso gli occhi di un'altra
per-sona, e sono incline a credere, come quella persona, che nonostante tutti i tuoi trucchi magici, sei
soltanto uno sciocco millantatore. No-nostante tutto quello che hai fatto per cercare di rendermi tale,
Jacob Harkender, io non sono un fanciullo umano, e ora che gli occhi della mia anima sono davvero
aperti, non ho paura. In questo, almeno, sono lieto di essere guidato da Mandorla, perché lei è l'unica
che mi abbia mai detto sinceramente che non ho bisogno di aver paura.

— Tu non sei un fanciullo umano — riconobbe Harkender. — Pe-rò non conosci questo mondo, in cui
sei nato di recente. La sua storia viene narrata in molti modi, nessuno dei quali è veritiero, e tu non puoi
imparare che cosa esso sia realmente dai racconti dei licantropi, o dalla mente di coloro il cui occhio
interiore è cieco, più di quanto tu l'abbia appreso dagli insegnamenti delle suore di Hudlestone. Esi-ste
una sola via per giungere alla verità, Gabriel: il viaggio dell'ani-ma, interamente libera dalle falsità della
storia: il volo interamente libero della meditazione, che sola può affrontare la realtà superiore. Soltanto io
posso insegnarti questo. Mandorla è prigioniera delle fan-tasie che crede ricordi, come tutti gli immortali,
e come possono esserlo anche gli angeli e i demoni che non si guardano dalle seduzioni della religione.

Pur non comprendendo quello che Jacob stava cercando di spie-gargli, Gabriel non era disposto a
riconoscerlo: non ne poteva più di fingersi ingenuo, da quando poteva dominare parzialmente il potere
della vista interiore, e da quando i licantropi di Londra erano diven-tati la sua gente. Con voce aspra,
domandò: — Che cosa devo fare di te, Jacob Harkender? Sostieni di avere conosciuto mia madre, ma
non vuoi dirmi in che modo sono imparentato con te. A differenza di me, sei umano: non puoi avere più
nulla a che fare con me, ora che so come mi hai ingannato conducendomi ad Hudlestone.

— Se non sono tuo padre, sono certamente il tuo tutore. Anche se non posso affermare di essere il tuo
creatore, posso dichiarare con assoluta certezza che, se non fosse per me, tu non esisteresti affatto.
Saresti pazzo a sbarazzarti di me tanto presto, perché so quello che hai un terribile bisogno di sapere, e
fino a quando non avrai il potere di leggerlo nella mia mente, potrai apprenderlo soltanto dalle mie
lab-bra. Mandorla può fornirti soltanto menzogne e illusioni, Gabriel. Io sono l'unico a conoscere la verità
del mondo, perché soltanto io ho intrapreso il grande viaggio nello spazio interiore, per toccare il tes-suto
dell'universo. Apprendi tutto quello che vuoi da Mandorla, ma dovrai tornare da me, per sapere che cosa
sei realmente, e che cosa puoi diventare a causa della tua natura.

Meno fiducioso di quando vi aveva visto per la prima volta l'im-magine di Harkender intrappolata,
Gabriel scrutò nelle profondità del-lo specchio senza più sorridere. L'esultanza crudele suscitata in lui dal
pasto di Mandorla era svanita. Era come se la potenza demoniaca che aveva in sé, stesse ridiventando
inerte, e per quanto lottasse contro la sua indolenza, non poté reprimere l'impressione di non essere
al-tro, dopotutto, che Gabriel Gill: un trovatello umano a cui le suore di Santa Syncletica avevano
insegnato l'ubbidienza. — Lasciami in pace! — sussurrò.

— Gabriel! Ascoltami! — implorò Jacob, quasi in un grido d'an-goscia. — Mandorla non può morire,
perciò è libera di sognare: a qua-lunque follia voglia dedicarsi, non può morire. Ma tu, purtroppo, puoi
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essere annientato molto più facilmente di quanto immagini. Non sei umano, però sei sicuramente mortale.
Puoi diventare un angelo, ma nel diventarlo, rischieresti di consumarti facilmente in una singola fiammata
di fuoco dell'anima. Stai correndo un pericolo terribile, Ga-briel: non puoi comprendere neppure
vagamente in quale pericolo ti trovi.

— Lasciami in pace! — ripeté Gabriel, distogliendo gli occhi dallo sguardo imperioso del mago.

— Non sei solo, Gabriel! — continuò Harkender, rapidamente, come se sapesse di avere poco tempo.
— Un altro è venuto dall'Egitto dopo di te: ne sono certo! Per l'amor d'Iddio, Gabriel: credimi! Esi-ste un
pericolo, un pericolo mortale, da cui quella pazza di Mandorla non può assolutamente proteggerti...

Con un gesto convulso di sfida, Gabriel si allungò a toccare la su-perficie dello specchio, come per
spazzar via l'immagine che esso aveva catturato: in un istante, il volto di Harkender si dissolse, ma in
qual-che modo la sua immagine persistette nella mente del fanciullo, come la luce ardente dello specchio
aveva indugiato una volta nei suoi oc-chi sebbene l'avesse bandita.

Anche se Gabriel voleva fidarsi dei licantropi, voleva credere che Mandorla avrebbe agito soltanto nel
modo migliore per lui, e voleva scoprire quale destino dovesse realizzare, la sua fiducia era stata scossa,
e così era già stata parzialmente annullata. Qualunque cosa volesse credere, non avrebbe più potuto fare
a meno di rammentare gli am-monimenti di Harkender ogni volta che Mandorla gli avesse fatto una
promessa, o che lo avesse invitato a partecipare alla sua strana cospi-razione contro l'umanità.

La sua breve illusione di certezza e di fiducia era nuovamente sosti-tuita dal dubbio. In realtà, che cosa
gli era mai stato rivelato, da chiun-que, a proposito di quello che era e di come era pervenuto
all'esisten-za? Desiderava, quasi, di non essere altro che un figlio del Dio severo di sorella Clare,
miseramente privo di possessione demoniaca e di re-denzione.

In quel momento, entrò Mandorla, di nuovo in forma umana e più radiosa che mai, senza la minima
traccia di sangue sulle labbra, il sor-riso candido e perlaceo persino nella luce fioca che filtrava a fatica
dal vetro sporco della finestra. Già sapendolo, chiese: — Sei ancora sveglio?

— Mi piace la notte — rispose Gabriel, riacquistando spontanea-mente la voce e i modi del fanciullo
che sembrava essere. — E ho fat-to un sogno che mi ha inquietato...

— Farai molti sogni — promise Mandorla, passandogli accanto per recarsi allo specchio. Toccandone
la superficie, vi accese una luce gial-la, non più luminosa della fiamma di una candela, proprio come lei
voleva. — Ti piacerebbe sognare ancora? — chiese. — Io stessa fac-cio sogni molto vividi, e pratico
l'arte di crearli, che è una magia sem-plice e superficiale, ma molto piacevole. Tu ed io, Gabriel,
possiamo condividere i sogni, se vuoi. E, col tempo, potremo avverare i nostri sogni.

Senza svestirsi, Gabriel si sdraiò sul letto: — Adesso posso portare i miei sogni nello specchio: non ho
più bisogno di vivere in essi.

— È una magia abbastanza facile. Ma i sogni più belli devono es-sere vissuti, non semplicemente
osservati: altrimenti, come potrem-mo sapere quali sogni vorremmo che si avverassero? — Nella luce
fio-ca, gli occhi viola di Mandorla sembravano enormi, come se splen-dessero di luce propria.

Con quello sguardo strano, Mandorla aveva divorato un uomo prim'ancora di cibarsene, eppure Gabriel
non lo temeva, come non te-meva i paesaggi dei sogni della licantropa.

— Vuoi dormire, adesso? — chiese Mandorla, nel suo tipico tono mielate e materno. — Dormirai, se ti
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donerò un sogno?

In silenzio, Gabriel annuì. Pur non vedendo assolutamente nulla del flusso della sua coscienza, sapeva
che in quel momento, breve-mente, Mandorla lo vedeva come un bambino: un cucciolo da cocco-lare e
da proteggere. Si chiese se fosse davvero pazza, come aveva di-chiarato Harkender, o se fosse invece
costui, l'indemoniato, a dover essere considerato folle.

Chiuse gli occhi, e si sentì accarezzare gentilmente la fronte. Dopo qualche istante, permise a Mandorla
di creargli un sogno, e accon-sentì a viverlo per un poco, anche se non, nell'intimo del proprio cuore, a
fidarsene.

Ilmondo è soltanto polvere, e le forze che lo mantengono unito si stanno indebolendo. La carne, la più
debole delle sue strutture, si decompone più rapidamente di qualunque altra struttura nel vento del
mutamento, che soffia via i volti, lasciando soltanto, dapprima, gli occhi spalancati e fissi, poi i sogghigni
beffardi dei teschi.

Dove un tempo una folla di uomini e donne eleganti passeggiava con orgoglio, ora esiste soltanto un
esercito di scheletri cenciosi, che si trasforma in un tappeto di ossa sgretolate. Infine non rimane nul-la, se
non un deserto bianco e scintillante, disseccato e sereno.

I fiori avvizziscono e le piante verdi inaridiscono. Dove un tempo una grande foresta si ergeva in paziente
fiducia, ora esistono soltanto schiere di tronchi fragili e di rami spogli, drappeggiati di rampicanti simili a
ragnatele lacere, che si trasformano in una legione di involu-cri putrescenti. Infine non rimane nulla, se non
una vasta palude gri-gia, putrida e tetra.

I fabbricati si sbriciolano lentamente, con i mattoni anneriti dal fu-mo che si spaccano in crepe sanguigne,
i vetri delle finestre che si sciol-gono e scorrono come lacrime tetre, i camini alti che crollano lenta-mente
come il grano mietuto da una falce pigra. Soltanto le piramidi d'Egitto sono costruite in modo da resistere
alla disgregazione e si con-sumano poco a poco: sono le ultime opere dell'umanità a ritornare nella
caldaia della Creazione, la pioggia degli atomi indifferenziati, il caos informe del fuoco primordiale.

Cenere alla cenere, polvere alla polvere...

Ogni apparenza è perduta e ogni realtà è conservata. Il tempo è fi-nito: non può esservi attesa.
Clinamen, lo scarto infinitesimale che è il nuovo inizio, la parola che diverrà la storia, che diverrà la guerra
incessante della verità e del simbolo, è istantaneo.

I deserti bianchi e sfavillanti producono una nuova legione di crea-ture; le vaste paludi grigie vestono il
mondo di colori; le mani dei crea-tori ricominciano l'opera di dare forma.

Ma di chi sono i volti, e di chi sono gli occhi? Dove sono gli angeli, e di chi sono le anime? La polvere
danza di nuovo, e la cenere ripren-de ad ardere nel fuoco bianco della vita. Tuttavia, il vento non è
mor-to: soffierà ancora, e ancora, e ancora, e tutti i visi non sono che ma-schere create dagli angeli per i
loro travestimenti e le loro finzioni...

Il sogno si dissolse e Gabriel dormì. Durante l'intero intervallo va-cuo che trascorse prima del risveglio,
non ebbe alcuna importanza per lui se fosse una divinità o un demone, alleato dell'umanità o parente dei
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lupi.

Vi furono soltanto oscurità, e pace...

Infine ritornò il mattino, che obbligò Gabriel ad affrontare il mon-do assurdo, detestabile, maledetto.

Secondo Interludio

L'Immaginazione Esplorativa

L'Immaginazione primaria la ritengo la vitale capacità e l'agente primo di ogni umana percezione, e una
ripetizione nella mente finita dell'eterno atto di creazione dell'infinito IO SONO.

Samuel Taylor Coleridge,Biographia literaria, 1817

Esistono due possibili etimologie della parolawerewolf, ossia «licantropo». Secondo la più semplice,
suggerita originariamente da Gervaso di Tilbury,werewolfderiva dall'anglosassonewér-wolf, in cui il
prefissowér significa semplicemente «uomo», ed ha equivalenti nel latinovir, nel prussianovirs, e nel
sanscritovira. Esiste però un'eti-mologia diversa, secondo cui il prefisso deriva dal norvegesevargr, che
significa sia «lupo» sia «inquieto», e ha equivalenti nel francesevarou, ogarou, e nel goticovaira.
Sicuramente esistono, o sono esi-stite, varie razze di licantropi, ma il nome di quelli di cui ci occupia-mo
qui, vale a dire i licantropi creati da Machalalel, che oggigiorno si definiscono i licantropi di Londra,
deriva certamente dalla seconda etimologia. Costoro sono ivargr, iloup garou, ivaira-ulf: gli inquieti.

I licantropi creati da Machalalel non si trasformano con la luna, né possono trasformarsi interamente a
loro volontà. Egli li creò af-finché vivessero come se fossero esseri umani: non fu sua intenzione che essi
tornassero mai, neppure per il più breve intervallo concesso loro dal fato, ad assumere forma di lupo.
Purtroppo, la volontà di Machalalel fu insufficiente per negare loro tale privilegio, che essi eser-citano con
la massima gioia. Tuttavia, questa facoltà è anche la loro tragedia, giacché bramano tornare ad essere lupi
per sempre, e l'eco del lupo che è in essi li ha indotti tutti, tranne uno, ad odiare con ar-dore terribile
l'umanità e la forma umana.

Quando sono in forma di lupo, ivargr hanno la coscienza del lupo, anche se la loro natura non è del
tutto bestiale: non hanno accesso alla loro memoria di uomini o di donne, né possono comunicare
me-diante il linguaggio di cui si servono quando sono persone. Inoltre, la loro natura è ancor più
rigidamente divisa: quando sono in forma di lupo, percepiscono come animali, però i loro istinti e i loro
scopi sono pervertiti dall'umanità.

I licantropi in forma di lupo sono creature estremamente volitive, anche se la volontà scritta nelle anime
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deivargr quando erano soltan-to lupi è stata grandemente modificata dalla lunga esperienza della natura
divisa. Prima della metamorfosi, l'intelligenza umana del licantropo può vincolare la volontà lupesca a uno
scopo particolare, fornendo, per così dire, un'istruzione all'altra metà del proprio esse-re. Una volta
assunta la forma di lupo, è difficile modificare questo proposito, benché la sua influenza possa dimostrarsi
inadeguata, se entra in conflitto con l'innata volontà lupesca.

Fu la duttilità dell'interiorità lupesca che consentì a Machalalel, sul letto di morte, di rendere esecutore
della propria volontà lo sfortuna-to Pelorus, imprimendo indelebilmente il proprio scopo nell'anima del
prediletto. Le modifiche dovute a numerosi secoli di esperienza umana e lupina non si sono dimostrate
adeguate a corrodere o a sov-vertire tale volontà, che possiede interamente il povero Pelorus, con
maggiore urgenza quando assume la forma di lupo, e che lo ha reso alieno alla sua stessa razza.

In verità, i licantropi non possono fare a meno di odiare e disprez-zare gli esseri umani: i miti eredi del
mondo, dal cuore fosco e dall'a-nima fredda. Ivargr non possono non provare risentimento per quel-lo
che fu fatto loro tanto tempo fa, e che li rese diversi da come la natura aveva inteso che fossero. Odiano
e temono il loro essere tra-sformato, anche se la trasformazione ha conferito loro il dono
del-l'immortalità. Sotto questo aspetto sono molto diversi dall'Uomo d'Argilla che fu creato da
Machalalel prima di loro, il quale nutre gra-titudine nei confronti del suo creatore sia per la sua forma
umana che per la sua immortalità.

Creando ivargr, Machalalel fallì nel compito che si era prefisso. La loro forma umana è imperfetta,
giacché essi non hanno né l'ani-ma fredda degli umani, né l'anima calda degli Altri. Non sono più lupi
autentici, e la lupa che li guida crede ormai che nulla, tranne la trasformazione completa del mondo, la
quale annienterebbe l'uma-nità e la forma umana, sarebbe sufficiente per consentire aivargr di ritornare
ad essere veri lupi. Sembra che essi non abbiano alcun ruolo nello schema delle cose, perciò, ad
eccezione di Pelorus, si alleano co-stantemente con coloro, umani o Altri, il cui scopo è quello di
infran-gere o modificare lo stesso schema delle cose. Ma forse sbagliano nel valutare ove risiedono i loro
interessi, perché l'unica cosa che sappia-mo con sicurezza sullo schema delle cose, è che non è quello
che sem-bra. Gli scopi ultimi della verità e del destino sono ancora nascosti, nonostante tutti gli sforzi dei
profeti e degli indovini.

Lucian de Terre,La vera storia del mondo, 1789.

Il mondo è un intero, e come tale deve essere considerato. La ma-gia dei frammenti e degli oggetti
dissociati, la magia simpatica in tut-te le sue forme, attinge alle connessioni inerenti all'integrità essenzia-le
dell'intero, ma è sostanzialmente triviale. A questo livello, l'alchi-mista, l'incantatore e lo stregone operano
con un certo successo, tut-tavia il vero mago deve riuscire ad andare oltre la manipolazione dei materiali
e delle anime individuali: deve mirare ad agire sul mondo medesimo, intero ed integro.

LaCritica di Kant dimostra che possiamo conoscere il mondo sol-tanto come insieme di «fenomeni»: le
cose quali appaiono ai nostri sensi. Soltanto per inferenza possiamo conoscere i «noumeni»: le co-se
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quali sono in se stesse. Ovviamente, presupponiamo che le cose siano realmente come appaiono. Infatti,
come potrebbe l'immaginazione ac-cettare razionalmente e pacificamente l'idea che le apparenze sono
estremamente ingannevoli? Nondimeno, questa supposizione è intrin-secamente rischiosa.

Secondo il senso comune, è del tutto razionale presumere che le co-se siano in realtà esattamente quali
appaiono, e che le apparenze sia-no coerenti, e che i noumeni proietteranno sempre i medesimi
feno-meni, come sempre in passato.

Se le apparenze sono davvero coerenti e stabili, allora la scienza, che tenta di scoprire l'ordine nascosto
dei fenomeni, è l'unica forma vera di conoscenza che si possa ottenere. Ma se le apparenze non so-no
del tutto coerenti nel tempo e nello spazio, che a loro volta sono fenomeni piuttosto che noumeni, allora la
scienza deve limitarsi alle osservazioni del momento, e l'apparenza del mondo che essa descrive potrebbe
trasformarsi completamente in qualsiasi istante. Forse ciò è accaduto diverse volte nel corso della storia
umana. Forse accade molto di frequente, perché la memoria stessa è un'apparenza, e può darsi che
questo sia quello che accade quando il mondo, insieme al suo «passato», viene rappresentato in essa,
talché a tutti i suoi abi-tanti sembra essere sempre stato qual è nel presente.

Se davvero le apparenze cambiano in questo modo, così che i nou-meni proiettano in continuazione
insiemi diversi di fenomeni coeren-ti, che cosa determina i mutamenti? Forse «determina» è la parola
sbagliata. Forse ci si dovrebbe chiedere che cosa crea un mondo anzi-ché un altro.

Ebbene, disponiamo di varie risposte pronte. Proprio per colmare questo vuoto esplicativo è stato
inventato «Dio», che crea con gli stru-menti del miracolo e della magia, mediante Atti di Creazione che
non richiedono nessuna causa o potere fisico, ma soltanto la Sua autorità e la Sua volontà. Tuttavia, che
cosa possiamo sapere di Dio, se non che agisce in modo misterioso nel compiere portenti? Possiamo
de-durre realmente, o persino supporre, che sia immortale, invisibile, on-nipotente, e, si spera, benevolo?

Anche se alcuni di questi attributi sembrano positivi, in realtà sono tutti negativi: affermano soltanto che
questo Dio non è fenomenico, che è oltre l'apparenza, vale a dire che è il rapporto fondamentale tra
l'apparenza e la realtà noumenica. Dio è soltanto il falso espediente che colma il vuoto privo di risposte,
al pari di tutti i confini immaginari che lo dividono in un pantheon, o che l'oppongono al suo con-traltare
satanico, o che riempiono l'universo di spiriti animistici e di magie che infondono speranza.

Che cosa vedono, allora, i nostri occhi interiori? Sono mere illusio-ni, quelle che si presentano a noi nei
sogni e negli incubi, nelle visioni e nelle voci? Quando i santi credono di comunicare con Dio e con gli
angeli, sono semplicemente in preda alla follia? Quella che vediamo nei sogni è forse una realtà
fenomenica diversa, molto meno stabile di quella che vediamo con gli occhi esteriori, oppure è una
visione fu-gace del caos celato dall'ordine fenomenico?

Non c'è modo di rispondere a questi interrogativi, tranne ricono-scere che non possono trovare risposta.
Però esiste soltanto un modo, un unico modo, per giungere alla certezza, ed è questo: il mondo è
realmente come appare, oppure non lo è, e se non lo è, allora è un mondo che potrebbe sostanzialmente
essere diverso, e che potrebbe anche essere volutamente trasformato e ricreato. E se è così, la vera
conoscenza non è la scienza, bensì la magia, e il vero scopo della co-noscenza è una sorta di divinità: la
vera Autorità della Volontà.

Se si tratta soltanto di fede, allora si deve sicuramente preferire la tesi magica.

È necessario operare con rappresentazioni simboliche, perché per la mente non esiste altro modo di
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afferrare il mondo: e senza una pre-sa sul mondo non esiste nessuna possibilità di controllo.

Il mio simbolo del mondo sarà composto dalla rosa croce, dall'u-niverso tolemaico, dalla Ruota del
Tempo e dall'Albero Sefirotico, integrati in un insieme. La cupola, che potrà essere illuminata in mo-di
diversi, consentirà e celebrerà il mutamento e la mutabilità in un modo che non sarebbe possibile al
pavimento con il simbolo. La cu-pola e il simbolo insieme saranno la mappa dell'universo per il mio
occhio interiore, consentendomi di recarmi nel cuore medesimo della Creazione.

L'invocazione è essenzialmente introspettiva, e deve essere diretta all'interno anziché all'esterno. Se i


sogni contengono qualcosa di più della schiuma e della feccia del pensiero quotidiano, questo è il mez-zo
mediante il quale i semi della verità, dell'autorità e del potere de-vono essere coltivati, affinché crescano,
fioriscano e fruttifichino.

È necessario e vitale andare oltre le visioni e le voci, giungendo allo strato più profondo e più intimo della
percezione interiore.

Dobbiamo guardarci dal confidare troppo nelle nostre visioni. La vera comprensione può richiedere
l'eliminazione di tutto ciò che crea idoli e si pone fra l'anima alienata, che è l'uomo, e la mente cosmica,
che è la somma di tutti i Creatori.

Tuttavia, non dobbiamo chiedere soltanto: «È possibile questo»? Bensì, dobbiamo chiedere anche: «È
sopportabile»?

Quello che sto facendo è pericoloso, sotto molti aspetti. I pericoli principali formano una coppia
paradossale, come Scilla e Cariddi: fra essi rimane soltanto il più stretto dei canali. Sono i pericoli della
guerra e della pace, della lotta e della sua assenza.

Da una parte, ogni volta che invoco la condizione di «presenza ma-gica», apro la mia anima a un regno
di conflitti, perché comunque io scelga di caratterizzare l'anima universale, sia come singolo Dio, sia come
numerose divinità, non può esservi alcun dubbio che essa è divisa in se stessa in molti modi diversi.
Qualunque essere invochi af-finché mi assista in questa ricerca per la conoscenza e il potere,
l'invo-cazione m'impone di evitare altre entità, giacché adorare un nume si-gnifica sempre negarne un
altro: e la generosità di una divinità può non essere superiore all'avversione di un'altra.

D'altra parte, esiste un pericolo molto diverso: viaggiare con l'ani-ma nel macrocosmo potrebbe
diventare uno scopo, anziché un mezzo. Il processo della proiezione, che da alcuni è stato definito, in
modo rivelatore, «estatico», offre ricompense intrinseche, così che coloro i quali ne hanno considerevole
esperienza perdono frequentemente ogni interesse nelle vicende del mondo materiale, e diventano, per
così dire, tossicomani della trascendenza. Forse è questa la ragione per cui gli Altri, che un tempo, a
quanto pare, erano di gran lunga più numerosi degli esseri umani, ora sono quasi estinti. Forse era troppo
facile per loro giungere all'estasi: forse la loro soglia del dolore era troppo bassa per costituire una
restrizione efficace. Ma è possibile che queste siano soltanto supposizioni false.

Per l'istruzione di eventuali discepoli, ho registrato tutte le fasi con-suete del distacco.
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Innanzitutto occorre perdere la sensazione del corpo e del luogo cir-costante, affinché l'anima sembri
fluttuare libera. Così, essa diviene capace d'imbarcarsi in un'odissea attraverso il mondo, nonché oltre,
nel regno delle stelle. Però le seduzioni di questo genere di esperienza debbono essere evitate.

In questa fase, le voci si susseguono in un profluvio: è la babele che altri hanno scambiato per il vocio dei
defunti, o per le istruzioni divine impartite ai santi e ai profeti. Tuttavia è necessario imparare a non
re-stare vittime neppure di queste, perché compongono un canto sirenico colmo di promesse prive di
adempimento.

La resistenza alle voci è seguita dalle visioni più sgargianti, che sono intrinsecamente più difficili da
ignorare o da considerare con distacco, perché sono immagini fantasmatiche: angeli e draghi, portenti e
mo-stri, paradisi e inferni... Tutte queste entità sono prontissime a tessere la loro ragnatela d'impressioni
fuorvianti, la cui fascinazione, però, si attenua poco a poco, fino a scomparire, man mano che l'abilità
dell'a-depto aumenta.

Il maestro può trascendere le voci e le visioni, giungendo così agli orizzonti dell'immaginabile. Esiste una
wilderness inviolata dall'immagi-nazione: là dimora l'essenza rivelatrice che, sbocciando nell'anima
uma-na, può trasformare l'uomo comune in un superuomo, e modificare la tessitura del suo essere in un
riflesso superiore dell'anima universale.

Come al di sopra, così al di sotto: questa è la dichiarazione e la pro-messa, la divinità potenziale


dell'uomo. Il vero mago non deve mirare a nulla di meno.

Ho veramente bisogno di alleati e di collaboratori? In tal caso, do-vrei cercare altri che hanno già
percorso personalmente il sentiero? Fi-nora, i miei esperimenti pedagogici si sono dimostrati molto
deludenti. Ma dove potrei trovare altri adepti? I pochi spiritisti che non sono ciar-latani, sono condizionati
dalle esigenze dei loro clienti. L'ordine di Sant'Amycus recluta coloro che sono dotati di capacità fra i
ranghi della Chiesa, ma li impantana profondamente nella propria eresia. Quanto agli Altri fuggiaschi che
sono descritti nellaVera storia del mondo, co-me e dove potrei trovarli? I licantropi di Londra non sono
altro che mostri, di cui non ci si può fidare.

Forse è necessario che io rimanga solo. Forse questo è l'unico modo per conquistare la vera Autorità.
Forse l'Atto di Creazione è necessa-riamente individuale, e Colui che vuole farsi Dio deve essere un
nume solitario e intollerante. Fra i miei amici e i miei seguaci, coloro che mi hanno amato più
intensamente, e che si sono sottomessi più di buon grado alla mia guida, hanno sofferto in conseguenza di
tutto ciò.

Devo affrontare il fatto che non posso più accettare l'amore altrui, e che devo preferire invece coloro i
quali sono incapaci d'amore. Gli amanti sono strumenti inadeguati. In verità, lo strumento perfetto può
essere soltanto creato, e non scoperto per caso nella consuetudine della vita sociale. Se soltanto vi fosse
un modo per creare un bambino magi-co, in cui gettare i semi del potere latente al momento stesso del
conce-pimento...

Ebbene, forse esiste un modo di compiere questa impresa...

Brani dal diario di Jacob Harkender, scritti fra il 1848 e il 1860.


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Londra, 23 Marzo 1872

Mio caro Edward,

non so se questa lettera ti giungerà prima che tu parta da Gibilterra, ma poiché esiste la possibilità che tu
la riceva, mi sento tenuto a inviartela. Una parte di quello che ti devo riferire è tanto strana, che sento la
necessità di scriverne il resoconto, perché temo che altrimenti potrei convincermi di avere sognato.

Come ti avevo preannunciato, mi sono recato da Jacob Harkender, nella sua casa di Whittenton.
Prevedevo che l'incontro sarebbe stato piuttosto strano, ma temo che esso abbia avuto una
conseguen-za ancora più strana. Comunque, non debbo anticipare, anzi, devo badare a rispettare
scrupolosamente l'ordine degli eventi, altrimenti avresti tutto il diritto di burlarti di me per la mia
inadeguatezza come osservatore.

Ho camminato sino a Whittenton dalla stazione di Maidenhead, e ben presto ho avuto l'impressione di
avere attraversato una sorta di confine invisibile e di essere entrato in un mondo peculiare. La di-mora di
Harkender è l'edificio più insolito che io abbia mai visto: sul tetto, è installata una sorta di cupola
multicolore. Mi sono presentato senza preavvertire, quindi il maggiordomo mi ha doverosamente
in-formato dell'assenza del signor Harkender. Quando ho chiesto di po-terlo attendere, il maggiordomo
si è dimostrato piuttosto riluttante, ma alla fine ha accettato il mio biglietto da visita e mi ha condotto nella
biblioteca, dove mi ha lasciato in attesa.

La casa non è molto grande, poiché, almeno dall'esterno, sembra avere non più di quindici o venti
stanze, escluse le cantine, nondime-no la biblioteca è vasta e colma di libri. Mi sono affrettato a cercare
la sezione relativa all'Egitto, dove non sono rimasto affatto sorpreso nel trovare laStoria delle mummie
egizie, di Pettigrew, accanto allaScoperta del sistema solare perduto degli antichi, di Wilson, mentre
l'opera su Tebe di Alexander Rhind era vicino aVita e opere alla Gran-de Piramide, di Piazzi Smyth.
Sono rimasto invece molto più sorpre-so nello scoprire una vasta collezione di opere di filosofia, inclusi
Bacone, Berkeley e Hume, nonché le traduzioni dal Tedesco di Kant e di Hegel, e quelle dal Francese di
Descartes e di Rousseau.

Per un poco ho nutrito l'ingenua speranza di trovare anche la co-pia smarrita al British Museum della
Vera storia del mondo, di de Ter-re, ma naturalmente non è stato così. La mia delusione è stata
rapi-damente sostituita dallo sbalordimento suscitato dalla ricchezza della biblioteca, che contiene molti
volumi manoscritti. Ho trovato le ope-re di Cornelio Agrippa, incluso il trattato apocrifo di magia nera;
Marsilio Ficino e ilClavicule salomonis; John Dee e Robert Fludd;Ta-bleau de l'Inconstance des
Mauvais Anges, di Pierre de Lancre; e in-numerevoli opere di autori a me ignoti, sia in Latino che in
diverse lingue moderne. Se questi libri non si trovano nella biblioteca per pu-ra ostentazione, allora
Harkender è un autentico erudito, e non è in-teressato esclusivamente al fantastico.

Ho dovuto attendere meno di un'ora prima che il mio involontario ospite venisse a salutarmi.
Naturalmente, non sono rimasto per nulla sorpreso nello scoprire che non era affatto entusiasta di
conversare con me. Era accompagnato da una donna che mi ha presentato come signora Murrell, ma
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ignoro se fosse proprio la persona che ha reso famigerato tale cognome.

Quantunque la mia presenza non fosse evidentemente benvenuta, ero deciso ad andare fino in fondo. Ho
spiegato che rappresentavo te e che di recente tu ti eri recato in Egitto. Il tuo nome gli ha procu-rato una
certa irritazione, ma il suo atteggiamento è cambiato note-volmente non appena l'ho informato che ti sei
recato nel Deserto Orien-tale, sull'altopiano di arenaria a meridione di Qina. Allorché mi ha chiesto chi ti
ci avesse condotto, gli ho parlato del tuo misterioso pa-dre Mallorn. In risposta a una sua rapidissima
serie di domande, gli ho rivelato gli eventi che mi hai narrato, aggiungendo che Samuel Birch mi aveva
suggerito di rivolgermi a lui. Soltanto alla fine mi sono ricordato che ero venuto a porre domande, anziché
a farmi interrogare.

Non sono riuscito a decifrare la reazione di Harkender, ma la si-gnora Murrell mi è sembrata sorpresa e
turbata. Harkender se n'è ac-corto e le ha subito suggerito di ritirarsi, in modo tale da lasciar capi-re
persino a me che si trattava in realtà di un ordine. Poi si è dichiara-to meravigliato del mio racconto, e ha
confessato che, a suo tempo, incontrò grandi difficoltà nel trovare guide per la sua spedizione in quella
regione, anche se tali difficoltà lo intrigarono a sufficienza da indurlo a raddoppiare gli sforzi per giungervi.
Infine, trovò uomini poco superstiziosi che accettarono l'incarico e poté rimanere per al-cune settimane
nella valle dove si è svolta la tua avventura, esploran-do le mastabe.

Ha sostenuto che le tombe furono saccheggiate molto tempo fa, for-se persino all'epoca dei costruttori
delle piramidi, e che poté rinveni-re soltanto reperti di scarsa importanza, inclusi oggetti di coccio e
at-trezzi di pietra. Si è preso la libertà d'informarmi con sussiego che anche oggetti del genere hanno
valore archeologico, e mi ha rammen-tato di aver compiuto la sua esplorazione prima che sir John
Lubbock pubblicassePrehistoric Times. Ha affermato che la notizia del-le sue scoperte incoraggiò sir
John a recarsi in Egitto di persona, però ha modestamente riconosciuto che le sue ricerche sono del tutto
insi-gnificanti rispetto a un'opera meravigliosa come la scoperta, da parte di Burkhardt, del grande
tempio di Abu Simbel, o le esplorazioni di Hoskins in Nubia. Nessuno dei suoi operai fu mai morso da un
ser-pente, e nessuno ebbe a soffrire di nessun genere di allucinazione.

Anche se non è stato affatto scortese, e sebbene i suoi discorsi mi siano parsi del tutto plausibili, mi sono
convinto che Harkender ha mentito. Morivo dalla voglia di sconcertarlo, di strapparlo alla sua
impassibilità, perciò gli ho domandato: — Per caso, possiede un'o-pera intitolataLa vera storia del
mondo, firmata da un certo Lucian de Terre?

Senza dubbio questo dardo ha centrato il bersaglio, perché Har-kender ha manifestato uno
sbalordimento assoluto. Tuttavia ciò non mi ha arrecato nessun vantaggio immediato per ottenere
informazio-ni. Harkender si è limitato ad osservare che si tratta di un libro molto raro, e che una volta lo
lesse al British Museum, ma che non è mai stato abbastanza fortunato da procurarsene una copia.
Tuttavia mi ha chiesto se esso riguardasse in qualche modo la storia che gli avevo raccontato. Allora gli
ho spiegato che forse colui che si faceva chia-mare Mallorn vi aveva accennato, e ciò è parso
soddisfarlo. Poi ho aggiunto che un mio amico conosceva un uomo che sosteneva di ave-re scritto il
libro, e questa informazione lo ha sorpreso non meno del-la menzione del libro.

Quando Harkender mi ha chiesto dove avrebbe potuto trovare co-stui, ho deciso di essere tanto
evasivo quanto lui: mi sono limitato a dire che il sedicente autore del libro era morto, ma che avevo
senti-to dire che il libro stesso era un'accozzaglia di assurdità. Sorridendo, Harkender ha osservato che
anch'io devo essere uno scettico, come te. Ha aggiunto che ti conobbe, in passato, che continua a
leggere le tue opere, e che le trova interessanti. Il suo successivo discorso potrà forse interessare te: —
Sir Edward è sempre stato un ammiratore di Bacone, e condivide il punto di vista di quel grande
pensatore, secon-do cui se soltanto gli idoli mentali che oscurano e confondono il pen-siero potessero
essere abbattuti, la verità si manifesterebbe a tutti. Pur-troppo, io non posso essere d'accordo con lui. La
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verità non potrà mai manifestarsi, né essere resa manifesta, perché non è affatto co-stante, bensì
mutevole, e sfugge perpetuamente ai nostri tentativi di afferrarla. Lucian de Terre lo sapeva, perciò
scrisse un libro di fanta-sie poetiche, nella speranza di catturare la verità mediante la dissimu-lazione. So
che è un'operazione perversa, ma a quanto pare le verità nascoste non vengono insidiate e alterate tanto
rapidamente quanto quelle che si credono manifeste.

Ha dichiarato che gli piacerebbe incontrarti di nuovo e che cerche-rà di recarsi a farti visita quando sarai
tornato in Inghilterra. Ha pro-messo che tenterà di aiutare il tuo giovane misterioso a riacquistare la
memoria, utilizzando le sue capacità ipnotiche.

A quel punto, oltre ad essere ormai spazientito dal duello intellet-tuale che avevamo ingaggiato, non
avevo nessuna intenzione di passare del tutto per fesso. Ho detto ad Harkender che, pur non avendo
nessun diritto di esigere informazioni da lui, e anche se per forza di cose mi ero presentato a casa sua
come un mendicante, implorando il suo aiuto, nondimeno gli avevo raccontato una storia a cui era par-so
interessarsi molto, quindi volevo che mi offrisse qualcosa in cam-bio: magari poco. Non del tutto
sinceramente, ho detto inoltre che lo consideravo onesto, e confidavo che avrebbe compreso quanto
fosse giusta la mia richiesta.

A sua volta, Harkender ha riconosciuto la mia onestà, ma ha detto di essere più incline al commercio di
quanto io supponessi e ha pro-messo che mi avrebbe confidato il nome dell'ordine a cui appartene-va
realmente padre Mallorn, se gli avessi rivelato l'identità di colui che aveva sostenuto di essere l'autore
dellaVera storia del mondo, nonché dove questi aveva dimorato prima della morte. Lo scambio mi è
sembrato equo, tuttavia non mi sono ritenuto libero di accettar-lo. Ho spiegato ad Harkender che l'uomo
in questione era stato pa-ziente di un mio collega, che quello che avevo saputo sul suo conto mi era stato
rivelato in quanto medico, e che dunque ero vincolato al segreto professionale. Benché deluso,
Harkender non ha voluto che ci lasciassimo in cattivi rapporti, o almeno così mi è sembrato, perché mi ha
chiesto se il tuo presunto gesuita possedeva un anello. Dopo la mia risposta affermativa, mi ha
domandato se l'anello recasse le lettere O, S e A. Ottenuta la mia conferma anche in questo caso, mi ha
spiegato che si tratta delle iniziali dell'ordine di Sant'Amycus. Quan-do ho replicato di non aver mai
sentito nominare questo santo, si è limitato a sorridere, dichiarando che pochi lo conoscono, ma che il
suo ordine ha un convento a Londra, e che il priore ha nome Zefirino.

Confesso di aver avuto la malagrazia di lagnarmi del fatto che tale informazione era una ricompensa assai
scarsa per il disturbo che mi ero preso. Contrariato, Harkender ha ribattuto di avere soltanto una cosa
ancora da dirmi: ci ha avvertiti entrambi che questa faccenda è del tutto estranea alle nostre competenze
e alle nostre capacità. Ha concluso così: — Sir Edward può sforzarsi finché vuole di persuader-si che
quello che è accaduto nel deserto è stata una pura e semplice allucinazione, ma non può credere
sinceramente che sia così. La sua visione del mondo non gli permetterà mai di scorgere o di
compren-dere le radici di questo mistero, quindi sarebbe bene per tutti voi se non tentaste neppure di
riuscirvi. Nondimeno, mi piacerebbe aiutare il giovane che non ricorda la propria identità, perciò, se me
lo per-metterete, lo farò.

Mi dispiacerebbe se tu pensassi che ho condotto male questa con-versazione, come sospetto di avere
fatto: posso soltanto sperare che, se e quando Harkender verrà a farti visita a Londra, tu riuscirai a
ca-vargli qualcosa di più. Se non altro, questa lettera può servire a met-terti sull'avviso.

Tuttavia, gli eventi di quella giornata non si sono conclusi con la mia partenza dalla casa di Harkender,
anzi, l'avvenimento più rimar-chevole si è verificato poco più tardi. Ho attraversato il Tamigi ad Hurley e
mi sono diretto a Maidenhead, per prendere il treno per Hanwell, dove intendevo sostare per fare
nuovamente visita ad Austen.
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Nel discendere Prospect Hill verso Stubbings Heath, mi sono ac-corto di essere seguito.

Durante l'attesa del treno, mi sono avvicinato a colui che mi pedi-nava, per osservarlo di nascosto: era
un giovane, sicuramente cittadi-no e non campagnolo, a giudicare dall'abbigliamento. Senza alcun dubbio
non era né un operaio né un domestico. Dai modi, mi è parso un commesso viaggiatore, anche se non
aveva nessun tipo di baga-glio. Di quando in quando mi guardava, sfrontatamente, con inso-lenzà, e
l'attesa sembrava renderlo molto impaziente.

All'arrivo del treno, ho collocato la mia borsa in un compartimen-to vuoto e mi sono girato ad osservare
il giovane, che per un momen-to ha sostenuto il mio sguardo, poi ha preso posto nella carrozza
suc-cessiva. In borsa avevo un libro,L'origine dell'uomo, di Darwin, ma non ho neppure tentato di
leggere: mi sono accontentato di meditare sulla mia strana discussione con Harkender. Come aveva
indovinato che il tuo presunto gesuita portava un anello? È possibile fidarsi di quello che ha detto a
proposito del monogramma? Perché si interessa a colui che sosteneva di essere Lucian de Terre? Che
cosa scoprì real-mente nel Deserto Orientale, e quale connessione esiste fra ciò e il di-sastro che è
capitato a te e al tuo gruppo?

Non ho tentato di ipotizzare risposte plausibili a questi interrogati-vi, ma mi sono sentito sempre più
imbarazzato dal mio fallimento nel cavare un maggior numero di informazioni dall'evasivo Harkender:
devo confessare che, quando sono smontato ad Hanwell, ero di pes-simo umore. Ancor più mi ha
irritato, pur se non mi ha sorpreso, ve-der smontare anche il mio giovane pedinatore. Così, ho deciso di
af-ferrare il toro per le corna, mi sono accostato al pedinatore mentre si formava la fila all'uscita, e ho
detto: — Se non sbaglio, veniamo entrambi da Whittenton.

Se la mia audacia lo ha sorpreso, il giovane non lo ha dimostrato in alcun modo: semplicemente, ha


riconosciuto che non sbagliavo. La sua voce era stranamente morbida e serica, ma il suo fiato puzzava di
liquore, e i suoi modi rivelavano una certa inquietudine. Ha ag-giunto che non aveva il piacere di
conoscermi, e mi ha chiesto di presentarmi. D'improvviso, mi sono sentito sciocco: ancora una volta,
avevo preso l'iniziativa per ottenere informazioni, e mi trovavo inve-ce ad essere interrogato, oppure, nel
migliore dei casi, ero costretto ad accettare uno scambio. Eppure, come avrei potuto rifiutare? Mi sono
presentato, ho dichiarato di essere medico, e mi sono affrettato a chiedere l'identità del mio interlocutore.

Il giovane ha sorriso: — Il mio nome è Calan, e sono un servo. Lei vive forse ad Hanwell, signore? —
Non ricordo di aver mai udito nes-suna voce lontanamente simile alla sua: era rauca, senza essere aspra.
Comunque, il giovane era lievemente ubriaco, e dava l'impressione di non avere il completo controllo di
se stesso.

Uscito dalla stazione, mi sono fermato, deciso ad attendere che il giovane se ne andasse, prima di
mettermi in cammino. Evidentemen-te, il giovane ha compreso il motivo del mio indugio. È parso molto
irritato, come se io non avessi il diritto di vanificare il suo scopo: sen-za riguardi, mi ha domandato dove
stessi andando. Ho risposto che intendevo far visita a un amico, quindi gli ho chiesto, a mia volta, di chi
fosse servo. Manifestando una certa intemperanza, il giovane ha risposto che la sua padrona è una certa
Mandorla Soulier, e nel dir questo mi ha guardato in modo strano: evidentemente si aspetta-va che
questo nome mi fosse noto. Anziché andarsene per i fatti suoi, è rimasto ostinatamente ad aspettare,
fissandomi con lo sguardo piut-tosto annebbiato dall'ebbrezza. La sua insolenzà mi ha reso furente: gli ho
chiesto, con una certa asprezza, se fosse sua intenzione seguir-mi per tutta la giornata, e se la sua
padrona gli affidasse di solito in-carichi di quel genere.

Sempre più irritato, il giovane ha ribattuto, in modo alquanto sor-prendente: — Non la seguirò più: è
evidente che è questo che lei vuo-le. La prego, però, di rammentare che non può nascondersi a noi.
Pos-siamo ritrovarla in qualunque momento, se vogliamo, perché siamo i licantropi di Londra, e il suo
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amico, il signor Harkender, non pos-siede neppure un decimo del potere di cui noi disponiamo. Deve
av-vertirlo di stare alla larga da noi, e di non cercare di ritrovare il ragazzo.

Mentre io rimanevo immobile a fissarlo, sbalordito, il giovane ha girato sui tacchi e si è allontanato
rapidamente, verso oriente. Ero an-cora fermo così, come se avessi messo le radici, quando sono stato
salutato da Austen, che stava arrivando dalla clinica, dove si reca tre giorni alla settimana. In un tono
scherzoso che non sono riuscito a condividere, mi ha chiesto quali notizie avessi del Circolo del Fuoco
Infernale.

Quando gli ho raccontato quello che era appena successo, Austen è rimasto interdetto, però ha
dichiarato di potermi fornire almeno una spiegazione parziale: proprio quella mattina, infatti, aveva saputo
della scomparsa, dall'istituto di Hudlestone Manor, di un fanciullo, il quale era stato affidato alle suore
nientemeno che da... Jacob Harkender! Soprattutto è rimasto meravigliato, però, dal fatto che il mio
giovane pedinatore fosse a conoscenza della faccenda, giacché supponeva che neppure Harkender fosse
già stato informato della scomparsa. Gli ho chiesto subito se le suore in questione appartenessero
all'ordine di Sant'Amycus, ma Austen mi ha garantito di non aver mai sentito nomi-nare un santo con
questo nome, per non parlare di un ordine monastico a lui intitolato.

Non ho la minima idea di cosa diavolo si possa dedurre da tutto ciò. Quello che all'inizio sembrava un
piccolo enigma, sta diventan-do sempre più intricato giorno dopo giorno, come una sorta di nodo
gordiano: insomma, un autentico mistero. Ho tentato di trarre pro-fitto dal soggiorno a Charnley
interrogando meticolosamente Austen, il quale non è meno sgomento di me o di te, però ricorda che i
licantropi di Londra sono menzionati nellaVera storia del mondo, di de Terre.

Comunque, posso aggiungere che attualmente Hudlestone Manor è occupata dalle suore di Santa
Syncletica: un ordine che porta un nome che mi sembra non meno strano di quello dell'ignoto Amycus,
ma che pure esiste realmente.

Non so dire se questa lettera contenga qualche elemento che ti pos-sa essere utile per svelare il mistero
in cui ci siamo invischiati, ma spe-ro che tu non creda che io abbia inutilmente aggiunto qualche episo-dio
melodrammatico. A quanto pare, tutto quello che ho ricavato dai miei sforzi è l'abitudine a guardarmi
spesso alle spalle per scoprire se sono pedinato: una caratteristica, questa, che condivido con un
nu-mero inquietante di pazienti di Austen. Non credo nel potere della magia di Harkender, e ancor meno
credo ai leggendari licantropi di Londra, eppure non posso fare a meno di provare un po' di paura,
perché potremmo avere attirato involontariamente l'attenzione di qual-cuno che potrebbe essere
pericoloso. Spero che, con il tuo ritorno, partecipino alla nostra indagine una vista più penetrante e
un'intelli-genza più acuta di quelle che sono stato finora in grado di esercitare.

A presto,

Gilbert.

Parte Terza

I Conforti della Cecità


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Quelli che reprimono il desiderio lo fanno perché il loro desiderio è tanto debole da essere represso; ciò
che reprime, cioè la ragione, usurpa il posto del desiderio e governa ciò che manca di volontà.

Ed essendo represso, il desiderio a poco a poco diventa passivo, fin-ché non è altro che l'ombra del
desiderio.

La storia di questo è scritta nelParadiso Perduto,e il Governatore o Ragione si chiama Messia.

E l'Arcangelo originale, colui che ha il comando dell'armata cele-ste, si chiama Diavolo o Satana, e i suoi
figli si chiamano Peccato e Morte.

Ma nelLibro di GiobbeilMessia di Milton si chiama Satana.

Poiché questa storia è stata adottata dalle due parti.

Senza dubbio parve alla Ragione che il Desiderio fosse cacciato; ma il racconto del Diavolo, è che il
Messia cadde e formò un cielo di quan-to derubò all'Abisso. [...]

Nota.La ragione per cui Milton era incatenato quando scriveva su Dio e gli Angeli, e in libertà
quando scriveva su i Diavoli e l'Inferno, è che era un vero poeta e del partito del Diavolo senza
saperlo.

William Blake,Ilmatrimonio del cielo e dell'inferno, ca. 1793

Le fiamme dell'inferno crepitano e avvampano sotto il suo corpo dorato, ognuna un dardo di sofferenza
e di estasi che intensifica la sua vista. Ma tutte le rivelazioni del suo occhio interiore sono trage-dia e
angoscia. Mentre piange le sue lacrime amare, egli anela il con-forto della cecità.

La Terra irraggiungibile sopra di lui è deturpata da tagli, ulcere e croste: per breve tempo è parso che
guarisse lentamente, che si ap-prossimasse alla pace; ma la vista profetica del suo occhio ciclopico rivela
le ombre di possibilità terribili. La Terra, come un frutto dolce e maturo sul ramo dell'eternità, ospita in sé
morbi e parassiti, le cui larve brulicano sotto la superficie, come se fossero finalmente pronte a spaccarla,
vomitando i loro ragni neri e i loro gatti gialli, il cui mor-so è veleno e i cui artigli sono aguzzi.

Se soltanto egli potesse protendere la mano risanatrice...

Il suo cuore batte nel petto, vigorosamente e risolutamente: può sen-tirne la salute, ma da molto tempo
ha imparato che quando percepi-sce tanta forza interiore, è prossimo il momento in cui le aquile
preci-pitano dal cielo igneo, cavalcando i flutti della luce astrale, affinché i loro artigli possano insegnargli
quello che ha bisogno di sapere: l'uo-mo non è nulla più di un capriccio del fato, e tutte le sue vanità sono
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mere vessazioni dello spirito, perché esiste un tempo per torturare e un tempo per straziare, un tempo per
nuocere e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la fosca distruzione.

Egli volge la testa, alla disperata ricerca di aiuto, ma Dio è impo-tente all'esterno della Sua Creazione:
Lui ha creato il mutamento, con la sua logica immanente; Lui ha creato il destino, con la sua fine
co-stitutiva; Lui ha creato il tempo e lo spazio, con il loro svolgimento intrinseco. Ma Lui è soltanto
superficie, soltanto immagine, soltanto Alfa e Omega, Inizio e Fine, per sempre e per sempre... Amen!

I lupi corrono, benché il loro mondo sia trasformato in ghiaccio, e anche se uno si è separato dal branco,
e ha vólto il proprio viso ver-so quello di Satana, con la misericordia nell'occhio azzurro e lumino-so, che
cosa possono mai importare le sue lacrime, e che cosa può mai ottenere il suo cuore intrepido?

E nella grotta, la dèa sorride, e protende una bella mano a toccare il volto del prigioniero liberato, ad
accarezzargli una guancia e a ru-bargli gli occhi, e a schiavizzare il suo cuore ribelle...

Quando si destò, o forse credette soltanto di destarsi, in quel rifu-gio di oscurità confortevole a cui
poteva accedere chiudendo gli oc-chi, David Lydyard sudava febbrilmente, e aveva una strana
sensa-zione di abbarbagliamento, come se le sue facoltà visive fossero state sopraffatte durante il sonno
da una profusione innaturale di luce. Tut-tavia, tale sensazione era senza dubbio illusoria, perché quando
aprì i suoi veri occhi, rimase sconcertato dalla luce relativamente fioca che entrava dall'oblò della propria
cabina. In verità, rimase talmente in-terdetto, che trascorsero alcuni secondi prima che vedesse il lupo.

La belva giaceva, o almeno così sembrava, sul pavimento. Era gi-gantesca, ma non aveva alcunché di
minaccioso, anzi, appariva del tutto rilassata. Aveva la testa sollevata e guardava Lydyard con gli occhi
azzurri e luminosi, ma senza snudare le zanne: il suo sguardo era placido e contemplativo, nient'affatto
bramoso.

Finalmente si è manifestata e dev'essere affrontata,disse silenzio-samente Lydyard a se stesso, sorpreso


da questa sua reazione.Final-mente la follia è sbucata dalle ombre, per possedere il mondo.

Poi, per la seconda volta, o forse per la terza o per la quarta volta, si destò, nel conforto della cecità. E
quando aprì gli occhi timorosi, vide soltanto Paul Shepherd, il quale, in piedi, completamente vesti-to, lo
osservava con evidente preoccupazione.

Nel vederlo così, Lydyard non rimase molto sorpreso, perché negli ultimi giorni le condizioni del giovane
erano notevolmente migliora-te. Rimaneva sveglio per periodi sempre più lunghi, anche se soltanto
durante la notte, e manifestava segni evidenti di recupero delle facol-tà mentali: espressioni di sgomento e
di ansietà, nonché mormorii quasi intelliggibili, in cui si individuava talvolta qualche parola inglese.
Pro-prio il giorno precedente, sir Edward Tallentyre aveva espresso l'opi-nione che qualunque trauma lo
avesse privato della ragione, stava già allentando la propria presa su di lui, tanto che il povero Shepherd
sem-brava sul punto di ritornare in sé da un momento all'altro. Evidente-mente, tale profezia si era
avverata, giacché gli occhi azzurri e lumi-nosi, che in precedenza erano parsi vacui e ingenui, erano
diventati penetranti, sorprendentemente severi.

Allungando un braccio a posare una mano su una spalla di Lydyard, il giovane misterioso domandò: —
È finito del tutto il sogno, adesso?

— Oh, sì — rispose Lydyard, con una risatina, consapevole dell'i-ronia del fatto che fosse l'altro a
preoccuparsi per lui. — Sono di nuovo me stesso: non sono più all'Inferno. — E scostò il lenzuolo,
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scopren-dosi il petto.

Nel volgere gli occhi azzurri all'oblò per guardare fuori, Paul Shepherd chiese: — Che costa è quella?

— È l'Africa settentrionale — rispose macchinalmente Lydyard. — Non siamo lontani da Tunisi, sulla
rotta da Alessandria a Gibilterra.

Come se provasse sollievo nel trovarsi in una regione del mondo a lui nota, Shepherd annuì. Tuttavia
dichiarò: — Dove un tempo sor-geva Cartagine, e dove ora vivono i pirati barbareschi...

— Dove vivevano i pirati barbareschi — corresse Lydyard. — Senza dubbio ci sono ancora bande di
briganti che assaltano le navi arabe, mal'Excelsiorè un piroscafo, e i giorni della pirateria sono finiti.

— Naturalmente — mormorò Shepherd. — Sono finiti, e quasi di-menticati...

Spogliatosi del pigiama fradicio di sudore, Lydyard si alzò dalla cuc-cetta, e stranamente non pensò
neppure a sentirsi imbarazzato a cau-sa della propria nudità. Divideva la cabina con il compagno
misterio-so da alcuni giorni, quindi era ormai abituato a vederlo senza indu-menti. Si vestì senza fretta,
meticolosamente, deciso a fare le cose con ordine. Non si era ancora del tutto calmato, dopo i
turbamenti del-l'incubo, perciò aveva bisogno di tempo per adeguarsi nuovamente alla stretta della
normalità.

Intanto, sentendo su di sé la curiosità quasi tangibile degli occhi azzurri e luminosi che gli scrutavano il
viso, immaginò che Shepherd stesse lottando con i ricordi recalcitranti, per comprendere che cosa gli
fosse accaduto.

Finalmente, Shepherd domandò: — Lei è William de Lancy?

— No — rispose brevemente Lydyard. — De Lancy è scomparso, nel deserto a meridione di Qina.

— Allora lei deve essere David Lydyard. Dunque de Lancy è scom-parso? E che cosa ne è stato di sir
Edward Tallentyre e di frate Francis?

— Sir Edward si trova nella cabina attigua — rispose Lydyard, guar-dingo. — Il gesuita è morto: ha
avuto un attacco di cuore, sempre là, nel deserto. Sa che cosa le è accaduto laggiù, signor Shepherd?

Mentre il giovane misterioso sembrava meditare sulla domanda, i suoi occhi eccezionali rimasero
abbastanza calmi, pur perdendo in par-te l'intensità dello sguardo. Infine, scosse la testa: — No, non
riesco a ricordare. Può dirmelo lei?

— L'abbiamo trovata nudo e gravemente ferito. Il suo cavallo era nelle vicinanze, assieme ad alcuni suoi
effetti personali, ma lei era com-pletamente fuori di sé. — Così dicendo, Lydyard continuò nel pro-prio
perseguimento ostinato della consuetudine, suonando il campa-nello per chiamare lo steward. —
L'abbiamo portata con noi a Wadi Halfa, poi al Cairo, e infine ad Alessandria... come trofeo enigmati-co
per rammentarci i misteri del deserto.

A questa battuta, Shepherd rispose con un brevissimo sorriso. Quin-di domandò: — Quanto tempo è
trascorso da quando mi avete trovato?

— Quasi quaranta giorni.


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— Vi ho procurato molte noie?

— Non molte. Con un minimo di difficoltà, siamo riusciti a nu-trirla e a mantenerla pulito. Se avessi
perso completamente la ragio-ne, sono certo che avrei dato ben altri grattacapi a coloro che avreb-bero
dovuto assistermi.

— Comunque, mi avete assistito, e io vi sono grato per non aver-mi abbandonato in qualche clinica
egiziana.

La voce di Shepherd era melodiosa, la sua dizione limpidissima ri-velava che era perfettamente istruito,
eppure Lydyard non riusciva a scacciare il sospetto assurdo che il suo linguaggio e le sue sembianze
fossero soltanto una maschera: — Sir Edward non ha neppure preso in considerazione questa ipotesi.
Sapevamo che lei non è egiziano. Dai documenti che siamo riusciti a recuperare, risulta che lei è Inglese.
Inoltre, lei poneva un interrogativo, per la cui soluzione sir Edward non è riuscito a fornire nessuna ipotesi
ragionevole. E mettere un uo-mo come lui in una situazione del genere, è come sventolare un fazzo-letto
rosso davanti agli occhi di un toro.

— Naturalmente — replicò Shepherd, con voce morbida. — Ho letto alcuni saggi di sir Edward.

— Sembra che lei sappia parecchie cose sul nostro conto — osser-vò Lydyard. — Noi invece non
sappiamo nulla di lei, tranne il nome. A quanto pare, ci ha seguiti a nostra insaputa. Se è così, perché lo
ha fatto?

— È vero, è così — rispose schiettamente Shepherd. — Quanto al motivo...

In quel momento, si udì bussare alla porta.

Quando lo steward entrò, manifestando una certa sorpresa nel tro-vare sveglio anche il secondo
occupante della cabina, Lydyard appro-fittò dell'occasione per annunciare di doversi assentare
brevemente, e gli chiese di informare sir Edward Tallentyre che il signor Shepherd era desto, nonché in
grado di conversare. Senza esitazione, Shepherd manifestò il proprio assenso con un cenno della testa.

Al rientro in cabina, Lydyard trovò Tallentyre intento a conversa-re con Shepherd.

Evidentemente, il baronetto aveva compiuto maggiori progressi di lui nell'ottenere una spiegazione,
perché Shepherd stava dicendo: — In realtà, stavo seguendo frate Francis. Lui ed io avevamo... interessi
simili. Conoscevo i vostri nomi perché mi era stato riferito che egli si era unito al vostro gruppo, tuttavia
non vi avevo mai visti. Speravo di raggiungervi nella valle, dove però, a quanto pare, non sono mai
giunto. Non so che cosa mi sia successo. Sembra che io abbia perso oltre quaranta giorni della mia vita.
Sembra... — E tacque, confuso.

Intanto, osservando Tallentyre, il quale aveva il volto severamente contratto e lo sguardo fosco di
diffidenza, Lydyard ebbe la certezza che si stava domandando se Shepherd stesse mentendo, e per quale
ragione. Dopo avere versato nel catino del lavamano l'acqua che ave-va chiesto allo steward di portare,
invitò con un gesto Tallentyre e Shepherd ad accomodarsi: — Avete già ordinato la colazione? —
chie-se, iniziando a lavarsi.

— Sì — rispose Tallentyre, sedendo al tavolino. Shepherd prese po-sto di fronte a lui. Entrambi
attesero cortesemente che Lydyard si la-vasse e si asciugasse. In breve, però, il baronetto si dimostrò
incapace di sopportare il fardello del silenzio: — Come mai si è recato in Egit-to, signor Shepherd? E
perché si è posto sulle tracce del nostro amico gesuita?
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— Suppongo che mi si possa definire una sorta di archeologo di-lettante, proprio come padre Mallorn
— rispose Shepherd. — Entram-bi avevamo motivo di credere che si potesse trovare qualcosa
d'inte-ressante in quella valle, e che qualcosa vi fosse accaduto, o stesse per accadervi.

— Lei è molto vago — osservò Tallentyre. — Non vuole spiegarci con maggior precisione a che cosa
allude?

Per un lungo momento, i due uomini si scrutarono in silenzio.

Infine, Shepherd rispose: — Vi sono alcune cose che non posso ri-velarvi, e altre alle quali temo che
non credereste. Vi sono molto gra-to dell'aiuto che mi avete dato, ma vi è in gioco molto di più della
riconoscenza. Nella valle siamo stati aggrediti, vero? Qualcosa si è ma-nifestato per nuocere a tutti noi in
modi diversi. Con tutto il dovuto rispetto, sir Edward, dubito che mi crederebbe se azzardassi una
con-gettura su che cosa è successo.

— David è stato morso da un serpente — commentò Tallentyre, con voce neutra. — Il cuore di
Mallorn ha ceduto, forse a causa del terrore, anche se nessuno può stabilirlo con certezza: né io, né
nessun altro. Ignoro che cosa sia accaduto a de Lancy. Quanto a me, forse sono stato aggredito da
qualche spaventevole creatura notturna: al-meno, così è sembrato. In un certo senso, sarei ben contento
di sape-re con certezza che questa è la verità, perché almeno ciò mi restitui-rebbe una fiducia nei
confronti della mia percezione, che in questi ul-timi quaranta giorni è venuta meno. Però, esiste anche la
possibilità che io sia stato vittima di un'allucinazione, e che dunque quello che ho creduto di vedere fosse
soltanto un fantasma dell'immaginazione: una creatura del delirio e dell'incubo. La prego di non stabilire in
che cosa posso o non posso credere, signor Shepherd, perché non lo so io stesso. Comunque, vorrei
ascoltare la sua versione di quello che ci è accaduto in quel luogo dimenticato da Dio. Ascolterei molto
vo-lentieri persino il prodotto della fantasia più sfrenata. E aggiungo, in tutta franchezza, che non mi piace
affatto il suo accenno noncu-rante a certe cose che non può rivelare.

Anche se questo discorso fu di una franchezza quasi scortese, Ly-dyard fu lieto di udirlo, e attese con
interesse la risposta. Ancora una volta, però, proprio nel momento meno opportuno, lo steward entrò a
servire la colazione. Tallentyre gli lasciò il tempo di apparecchiare e di versare il caffè, prima di ordinargli,
spazientito, di andarsene.

Con una voracità sorprendente, tenuto conto che anche durante il periodo in cui era rimasto privo di
conoscenza era stato nutrito rego-larmente, e non appariva affatto emaciato, Shepherd iniziò a mangiare.

Nonostante l'ansia di ottenere risposta, Tallentyre fu costretto a pa-zientare.

Soltanto dopo un quarto d'ora, Shepherd posò la tazza del caffè per l'ultima volta, satollo, e dichiarò
finalmente: — Le devo molto, sir Edward, quindi mi dispiace non poterle rivelare ogni cosa. Tutta-via,
non oso, e anche se lo facessi, lei non otterrebbe nessuna spiega-zione, giacché vi sono fin troppe cose
che io stesso ignoro. Le lesioni che ho subito avevano appunto lo scopo d'impedirmi di scoprire più di
quello che già sapevo. D'altronde, non posso restare a lungo in vo-stra compagnia, e sarebbe sbagliato
se vi lasciassi senza dar prova della mia riconoscenza. Dubito che possiate credere a quello che ho da
di-re, ma forse dovrei esservi grato, per questo, senza contare che avete tutto il diritto di decidere
liberamente se considerarmipazzo, o me-no. Mi sono recato nella valle in cui mi avete trovato per lo
stesso motivo che indusse a recarvisi il frate che si faceva chiamare Francis Mallorn, il quale apparteneva
all'ordine di Sant'Amycus. Entrambi volevamo scoprire quale creatura si fosse destata laggiù, e quanto
fosse pericolosa. È un'entità riapparsa di recente: da alcune centinaia di anni non se ne vedono di simili,
sulla Terra. Non so perché il suo Creatore l'abbia destata dal lungo sonno di cui sembrava soddisfatta.
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Non cre-do che si tratti di una creatura malvagia, né che ci abbia aggrediti con l'intenzione di uccidere.
Senza dubbio, il mondo le è parso molto stra-no e insolito, perciò ha reagito in modo estremamente
confuso.

Dato che Tallentyre non rispose subito, Lydyard ne approfittò per chiedere: — Dunque non si tratta di
un'entità realmente pericolosa?

— È più pericolosa di quanto possiate immaginare — replicò du-ramente Shepherd — sia a causa del
potere che possiede, sia perché è come un neonato, in un mondo molto diverso da quello che un tem-po
conosceva. Probabilmente non nutre sentimenti malvagi innati nei confronti del mondo degli uomini, ma se
venisse manipolata, e se il suo potere fosse sfruttato per scopi distruttivi, potrebbe arrecare una rovina
immensa.

Come se fosse ostinatamente determinato a procedere per gradi, Tallentyre commentò: — Dunque lei
sostiene che siamo stati aggrediti da una creatura realmente esistente...

— Sì. Lei stesso ha visto la creatura, e ne ha percepito la presenza: non si è trattato di un'illusione.

— Per un poco, in effetti, ho creduto di vedere una creatura — confessò Tallentyre — ma poi, benché
la percepissi, non ho più potu-to credere di trovarmi di fronte a una sfinge viva, in carne ed ossa.
Nonostante le sue assicurazioni, mi sento ancora costretto a dubitarne.

— Questi dubbi sono affar suo, sir Edward — ribatté Shepherd. — Io non ambisco a convertirla a
nessuna nuova fede. Posso soltan-to spiegarle che cosa è avvenuto, e sono lieto di ammettere, se vuole,
che potrei anche sbagliare del tutto. Nessuno è immune alle allucina-zioni, e io ho motivi particolarmente
validi per sapere quanto posso-no essere ingannevoli le apparenze. Devo continuare?

— Ma certo. E mi dica, se può, da dove è venuta quell'entità enig-matica.

— È stata creata nel momento stesso in cui lei l'ha vista per la pri-ma volta. Probabilmente non è la
prima creatura del suo Creatore, perché può darsi benissimo che anche il serpente che ha morso il
si-gnor Lydyard fosse un suo strumento. Se è così, egli non è stato sicu-ramente infettato da un veleno
qualunque. Non so se la creatura esi-sta ancora, ma in caso affermativo, è possibile che non abbia più la
forma chimerica con cui si è manifestata a lei: credo che questa for-ma fosse un'immagine tratta dalla sua
mente, o forse da quella del frate. Se ora cammina ancora sulla Terra, probabilmente ha forma umana,
perché c'è qualcosa, a proposito di tale forma, che turba il mondo.

— Non ho mai sentito parlare di un santo di nome Amycus — dis-se Tallentyre, passando a un altro
argomento. — Neppure padre Mallorn l'ha mai nominato.

— Come la maggior parte dei santi, Amycus è leggendario — spie-gò Shepherd — anche se la
leggenda è stata dimenticata da tutti, tranne che da pochi fedeli. Si narra che un altro santo, il quale visse
in Gre-cia poco tempo dopo la morte di Cristo, fu benvoluto da un satiro, che lo assistette nella sua
opera misericordiosa, lo protesse dai suoi nemici, e infine si convertì alla sua fede. Di conseguenza, anche
il satiro fu elevato alla santità: il suo nome era Amycus. Frate Francis non avrebbe mai nominato il
proprio ordine, perché è segreto, ignoto alla Chiesa cattolica e al mondo in generale.

— A che cosa mi chiede di credere? — domandò Tallentyre, cal-mo. — Devo ammettere soltanto che
questo ordine può esistere, o an-che che è esistito un santo che era un satiro?

— Spesso la leggenda è tanto affidabile quanto la memoria — re-plicò Shepherd, senza nessuna
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apparente sfumatura d'ironia. — Ma lei non deve preoccuparsi di accertare se il santo satiro sia esistito o
meno. Se vuole che mi atteggi ad erudito, posso farlo abbastanza fa-cilmente, anche insistendo soltanto
sul fatto che Amycus fu adottato come simbolo da una confraternita di cristiani neoplatonici del II
se-colo. Al pari di molti dotti convertiti dell'epoca, costoro tentarono, molto tempo prima di Tommaso
d'Aquino, di conciliare i dogmi del-la fede con la saggezza dei filosofi classici, e furono dichiarati
colpe-voli di eresia gnostica. I seguaci di Sant'Amycus hanno preservato la loro conoscenza segreta fino
all'epoca attuale. Credono di essere depositari di una storia del mondo più vera di quella narrata nella
Bib-bia, nonché di una conoscenza speciale della natura e del destino del-l'uomo. Nel medioevo, si
dedicarono all'alchimia e alla magia ritua-le, e tuttora mantengono anche questa tradizione di ricerca.
Come al-tri gnostici, credono che l'intrappolamento della scintilla divina del-l'anima in un involucro di
carne sia una sorta di accecamento, che ha condotto l'anima medesima a una condizione prossima al
sonnam-bulismo. Il mondo delle apparenze, vale a dire il mondo della materia volgare, non è, secondo il
loro punto di vista, il vero mondo della Crea-zione divina, bensì una forma molto inferiore, opera di
Creatori infe-riori, che erano tanto corrotti quanto incompetenti. I frati di Sant'A-mycus suppongono, per
analogia con i sette pianeti, che questi Crea-tori inferiori siano sette, che governino il mondo materiale, e
che mi-trano un interesse predatorio nei confronti delle anime umane: in so-stanza, cercano d'impedire
che esse si uniscano alla Luce del Paradiso.

— Immagino che stia per dirmi — intervenne Tallentyre — che pro-prio uno di questi sette Creatori si è
destato di recente, dopo un son-no di secoli sotto le sabbie antiche dell'Egitto...

— Questo è indubbiamente quello che frate Francis le avrebbe detto — convenne Shepherd — se
avesse ritenuto necessario rompere il vo-to che lo vincolava al segreto. Ma l'ordine di Sant'Amycus non
è af-fatto l'unica organizzazione a credersi depositaria della vera storia del mondo. Esistono molte altre
storie tramandate mediante la scrittura o mediante la tradizione orale, e tutte condividono il concetto
secon-do cui il mondo delle apparenze non è che un'ombra di una realtà superiore, vulnerabile agli
interventi di coloro che sono dotati del po-tere di creare. La fede di Sant'Amycus è soltanto una delle
numerose immagini distorte del passato, né migliore né peggiore della maggior parte delle altre.

— E come mai — domandò Tallentyre — queste convinzioni han-no condotto Mallorn in Egitto, nonché
alla morte?

— L'ordine di Sant'Amycus abbraccia una fede millenaristica, che attende la fine del mondo
preconizzata nel Libro della Rivelazione: Cristo tornerà come redentore a trasformare il mondo in un
paradiso inimmaginabile e annienterà i creatori malvagi del mondo materiale. Secondo questa dottrina,
Cristo è puro spirito, e non può degnarsi di abbigliarsi davvero di carne, anche se accondiscende a
mostrarsi in forma umana. Il suo ritorno glorioso e bellicoso sarà successivo all'avvento nel mondo di un
falso Cristo creato, come estrema e di-sperata risorsa, dagli angeli malvagi. I frati di Sant'Amycus sono
sem-pre all'erta per individuare l'Anticristo e i suoi accoliti, nonché per cogliere i segni premonitori della
fine. Secondo padre Francis, l'enti-tà che avete visto era stata creata da un angelo caduto, e forse era
venuta nel mondo per recitare il ruolo dell'Anticristo. Senza dubbio, ha creduto che la sua fede e la
rettitudine della sua causa lo avrebbero protetto da qualunque male. A quanto pare, però, tutto ciò non è
ba-stato a fargli superare quella prova cruciale.

— Uno degli errori dei religiosi — commentò Tallentyre, quasi in un mormorio — è che di solito si
fondano su una fede irrazionale, anziché su una certezza razionale. Mi dispiace pensare che una cosa di
poco conto come la perdita della fede possa provocare un attacco di cuore fatale. D'altronde, gli uomini
di scienza devono sempre esse-re pronti a riconoscere di essere nel torto, quando i sensi lo dimostra-no:
l'apertura mentale richiede un cuore forte.

— Sono lieto di sentirglielo dire — dichiarò Shepherd. — In veri-tà, però, sir Edward, lei non è stato
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affatto sottoposto a dura prova da quello che le è accaduto nel deserto, o da quello che le ho appena
detto. Temo piuttosto che si trovi in pericolo il suo amico, perché seb-bene egli abbia la mente aperta e il
cuore forte non meno di lei, ha anche l'anima avvelenata. — Nel dir questo, si volse a David Lydyard,
con una tale pietà negli occhi azzurri e luminosi, che Lydyard si sentì agghiacciare il sangue.

Tutto il discorso di Paul Shepherd sui Creatori che si destavano e sugli eretici gnostici, aveva lambito
Lydyard come nulla più di un'in-crespatura della scia lasciata dagli eventi strani che erano accaduti nella
valle a meridione di Qina: sia che esso potesse contenere o meno qual-che briciolo di verità, David non
aveva provato pressoché nessun in-teresse. Ma nel momento in cui Shepherd aveva descritto con una
me-tafora tanto vivida la sua condizione di persistente turbamento, allo-ra aveva provato una sensazione
inaspettata e vigorosa di possessione e di minaccia.

Aveva raccontato ben poco delle proprie tribolazioni a Tallentyre, perché un realista incallito come
costui avrebbe giudicato debole di volontà un uomo che non fosse in grado di sopportare i propri incu-bi.
Naturalmente, aveva ogni motivo di desiderare che il suo tutore continuasse ad avere una buona opinione
di lui, perciò aveva sempre minimizzato le proprie sofferenze e si era dimostrato noncurante e sbri-gativo
ogni volta che Tallentyre si era accorto che in lui qualcosa non andava. Talvolta aveva accennato al
contenuto delle proprie visioni, specialmente alla strana immediatezza con cui, in sogno, si identifi-cava
con Satana innocente e sofferente, tuttavia si era sempre espres-so con un calcolato disprezzo, per
suggerire che si trattava di mere assurdità, indegne di seria considerazione. Nelle proprie meditazioni,
invece, aveva considerato le proprie esperienze in modo ben diverso, chiedendosi se non fosse davvero
possibile, dopotutto, essere posse-duti da un demone malefico, in grado di tormentare mediante fanta-sie
perverse.

Si sentiva davvero come se un occhio estraneo si fosse aperto dentro di lui: un occhio al cui sguardo
erano spietatamente esposti tutti i suoi pensieri, tutte le sue sensazioni, tutti i suoi ricordi. Peggio ancora,
ave-va talvolta l'impressione che questa strana vista interiore guardasse, nel suo modo straordinario,
all'esterno, e che mediante qualche processo misterioso d'infiltrazione, le percezioni extrasensoriali
corrompessero la sua coscienza. Sospettava che se soltanto questo magico occhio interiore, con uno
sforzo, si fosse concentrato, avrebbe potuto esaminare anche i pensieri altrui. Perciò temeva di avere a
malapena iniziato a vedere quello che forse, col tempo, gli si sarebbe rivelato.

Aveva paura di tutto ciò, non tanto per quello che avrebbe potuto scoprire nelle menti altrui, quanto per
quello che lui stesso avrebbe potuto diventare in conseguenza di tali scoperte. Non temeva di esse-re già
impazzito, bensì che la follia fosse in agguato, in attesa, e che di sicuro lo avrebbe ghermito, se la sua
mente fosse stata ulteriormente fiaccata, o persino annientata, dal peso spaventevole delle rivelazioni
indesiderate.

Perciò, quando Shepherd lo osservò come se comprendesse alla per-fezione la sua situazione, Lydyard
rimase profondamente sconvolto da una commistione inestricabile di terrore e di speranza. Per qua-ranta
giorni aveva creduto che il mistero di Tallentyre fosse intrigan-te, ma futile: una mera distrazione dalle sue
disgrazie intime, anziché un'estensione di esse. Ma infine, d'improvviso, si rese conto di quan-to fosse
stato sciocco tale atteggiamento, e imprecò contro se stesso, perché soltanto quando vi era stato
rudemente costretto, aveva capi-to che la propria condizione era invece una parte fondamentale del
mistero, e che uscirne sarebbe forse dipeso dal risolvere il mistero me-desimo.
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Nonostante questo, non rispose a Shepherd: fu incapace di tollera-re persino il pensiero di confessare la
propria disperazione in presen-za del padre di colei che amava.

Dal canto suo, Tallentyre ignorò l'allusione di Shepherd all'avvele-namento dell'anima di Lydyard, come
se non fosse altro che vacua retorica. Semplicemente, formulò altre domande: — Se lei non con-divideva
la preoccupazione di padre Mallorn per l'avvento della Be-stia della Rivelazione, perché era tanto
interessato a quella valle? E come avete saputo, sia lei che padre Mallorn, che laggiù sarebbe ac-caduto
qualcosa d'interessante?

Come se fosse intontito, Lydyard ascoltò le risposte di Shepherd, riuscendo soltanto ad immagazzinarle
nella memoria per meditarvi in futuro.

In un tono gentilmente ironico, tale da dimostrare che si rendeva ben conto di quanto suonasse strana la
sua dichiarazione, Shepherd spiegò: — Il mio Creatore non mi ha lasciato altra scelta che interes-sarmi
agli altri come lui. A suo tempo, si preoccupò molto dell'uma-nità, e mi ordinò, in una maniera tale che
non potei allora e non pos-so tuttora ribellarmi alla sua volontà, di essere amico e protettore de-gli
uomini, da qualunque potenza fossero minacciati. Non importa se la creatura uscita dalla tomba è o non è
quella il cui avvento fu profetizzato dal Libro della Rivelazione: il suo arrivo nel mondo de-v'essere
comunque considerato minaccioso. Per quanto riguarda il mo-do in cui ho saputo del risveglio del suo
Creatore... Posso dire soltanto che posseggo risorse di cui lei non è forse disposto a riconoscere la
validità. Benché il mondo sia cambiato tanto profondamente da quando fu creato, certe forme di magia
sono ancora efficaci, e posso-no essere esercitate persino dagli uomini dall'anima fredda. Inoltre,
esistono oggigiorno creature che hanno forma umana, eppure sono diverse dagli uomini: talvolta i loro
sogni possono essere considerati visioni fugaci del futuro.

— Fin troppo spesso ho sentito pronunciare discorsi sibillini di que-sto genere da coloro che
pretendono di possedere conoscenze esoteriche — ribatté Tallentyre. — L'Inghilterra è piena di
ciarlatani che so-stengono di poter comunicare con i defunti e di poter ottenere infor-mazioni sul futuro.
Ma io credo che siano tutti quanti imbroglioni.

— Purtroppo, i morti sono morti — convenne Shepherd. — Colo-ro che si sforzano tanto di captarne
le voci sono illusi dalla speranza. Per lo stesso motivo, coloro che amerebbero tanto ereditare la
sag-gezza antica, sono troppo bramosi di credere di avere scoperto quello che cercano. Eppure, la via
del dolore non è del tutto chiusa, persino per gli esseri umani, e vi sono altri la cui vista interiore non si è
esau-rita o non è stata accecata. Se dicessi che non sono libero di parlare più esplicitamente di loro, lei
penserebbe che sono soltanto un misti-ficatore. Eppure è vero: alcuni mi accuserebbero di avere già
detto troppo. Comunque, ho un valido motivo per rivelarvi la verità, o al-meno una parte della verità,
giacché non oso dire di più.

— Mi dica, la prego... — esortò Tallentyre, sarcastico. — Qual è questo motivo?

— Quale che possa essere la sua vera natura, e quali che siano le intenzioni del suo Creatore, l'entità che
l'ha aggredita, sir Edward, è ancora libera nel mondo. Se è pericolosa, lei si trova in maggior pe-ricolo di
qualunque altro uomo, e la volontà di Machalalel non mi permette di abbandonarla al pericolo. Se intende
investigare ulterior-mente, e io non riesco a credere che un uomo come lei possa rinun-ciarvi, allora
merita tutte le rivelazioni che è in grado di accettare. Se colui che è riuscito a destare questo Creatore è
un uomo, allora si tratta davvero di un uomo molto pericoloso, quindi l'avverto subi-to di guardarsi da lui.
Se l'uomo in questione non è che uno strumen-to, allora l'entità che si è servita di lui, quale che sia, è
ancor più peri-colosa. Lei, sir Edward, non ha altro potere che la conoscenza e l'in-telligenza: l'unico
modo in cui posso tentare di proteggerla dalle pos-sibili conseguenze della sua determinazione ad
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indagare, consiste dun-que nel fornirle informazioni. Ecco perché lo faccio. Può credere o non credere a
quello che le ho detto: dipende esclusivamente da lei.

— Sono in debito con lei, naturalmente — rispose Tallentyre.

Nonostante questa risposta, Lydyard si rese conto chiaramente che il baronetto era spazientito da quelle
che considerava null'altro che ciarlatanerie roboanti: tutta la sua artiglieria di sospetti suscitati dal-lo
scetticismo era pronta a far fuoco. Personalmente, Lydyard non riuscì a fare altro che fissare in silenzio il
bel viso di Shepherd, senza esprimere la propria simpatia.

D'improvviso, Shepherd distolse lo sguardo da entrambi: — Vi pre-go di scusarmi... Ho bisogno di


riposare un poco. Non mi sono anco-ra ripreso del tutto, perciò ho necessità di dormire. Non abbiate
ti-more: non regredirò alla mia condizione precedente. Vi prometto che discuteremo ancora. Ma per
ora... devo chiedervi di lasciarmi solo.

Senza tentare in alcun modo di persuaderlo a continuare la conver-sazione, Tallentyre si alzò e manifestò
il proprio consenso con un in-chino teatrale: — Forse abbiamo bisogno entrambi di meditare su quel-lo
di cui abbiamo appena parlato. E temo che David sia ancora piut-tosto sofferente a causa della sua
disavventura. Perciò, noi andiamo a passeggiare sul ponte, prima che il sole salga tanto nel cielo da
di-ventare insopportabile.

Nel lasciarsi condurre fuori della cabina, Lydyard si girò, con estre-ma perplessità, a guardare i gelidi
occhi azzurri che lo scrutavano.

Non appena si furono accomodati entrambi sulle sedie a sdraio, al-l'ombra, Lydyard chiese al baronetto
che cosa pensasse del giovane misterioso che si era ridestato da poco.

— È una persona davvero notevole — rispose giudiziosamente Tal-lentyre, che non aveva certo
bisogno di esortazioni per affrontare l'ar-gomento. — In tutta l'accozzaglia di assurdità che ci ha
raccontato, però, trovo ben poco che si possa considerare una spiegazione since-ra. Devo confessare
che spero che quando avrà avuto il tempo di pen-sarci, escogiterà una storia più convincente.

Dopo aver cercato un modo adeguatamente diplomatico di porre la successiva domanda, Lydyard
chiese finalmente: — Credi che vi sia qualche verità in quello che ci ha raccontato? E pensi che lui ne sia
davvero convinto?

— Non saprei... Ma penso che questi siano i meno importanti di tutti gli enigmi che ci ha presentato.
Viviamo in un'epoca in cui ab-bondano i maghi presunti, gli spiritisti, i medium, i mesmeristi e le sette
esoteriche. Molti sostengono di udire le voci dei defunti, o di ottenere poteri da misteriose divinità. La
semplice incredulità non è d'aiuto nell'affrontare tali fenomeni, come sa bene il nostro amico, che ci alletta
mostrando di non curarsi di essere creduto o meno. Ci esorta a non essere dogmatici, e intanto ci
stuzzica con fantasie pittoresche. Ma sotto un certo aspetto ha ragione: se vogliamo partecipare a questo
gioco, in cui siamo stati coinvolti nostro malgrado e colti alla sprovvista, allora dobbiamo essere pronti ad
accantonare le no-stre convinzioni radicate, almeno temporaneamente.

— Se non altro, Shepherd ci ha fornito qualche informazione sul misterioso padre Mallorn — osservò
Lydyard. — Eppure non gli ab-biamo parlato dell'anello che abbiamo trovato, il cui monogramma
potrebbe rappresentare davvero l'ordine di Sant'Amycus.
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— Non possiamo essere certi che non abbia mai visto l'anello — obiettò Tallentyre. — Infatti, ha
ammesso di essersi recato in Egitto per seguire la medesima pista di Mallorn. Comunque, non mi sembra
molto interessante che una confraternita di eretici sia sopravvissuta fino al presente, giacché i dogmi della
Chiesa non sono affatto meno assurdi. — Ciò detto, tacque, come perduto in meditazione sul rac-conto
di Shepherd.

— Come intendi comportarti nei suoi confronti? — chiese pacata-mente Lydyard.

— Non ho più nessuna responsabilità verso di lui, ora che ha riac-quistato le proprie facoltà. È padrone
di andare per la sua strada, co-me e quando desidera. D'altronde, presumo che avremo il piacere della
sua compagnia almeno fino a Gibilterra.

— Ma sarà un piacere? Credevo che avesse cominciato ad irritarti...

— Nell'irritazione si può trovare una sorta di piacere masochistico — rispose allegramente Tallentyre.
— E anche se si tratta soltanto di un individuo dedito alle più sciocche fantasticherie, può darsi che si
dimostri interessante. Dopotutto, qualcosa è realmente successo, in quella valle, e ha provocato la morte
di un uomo: forse di due.

— Ma tu rifiuterai sempre di accettare che quella creatura fosse rea-le, nonostante quello che hai visto
— commentò Lydyard, con voce incolore. — E se costui insisterà sul contrario, avrete notevole
diffi-coltà ad intendervi.

— Spero di essere più obiettivo. Non possiamo negare di avere as-sistito a qualcosa di molto strano.
Tuttavia, esiste un abisso fra sup-porre, per amor di discussione, che quella creatura simile a una sfin-ge
fosse reale, e credere a tutti quei discorsi sui Creatori. Sono rilut-tante ad accettare che il mondo che
conosco sia un'illusione, una me-ra apparenza, e che la sua storia non sia più veritiera delle fantasie dei
frati di Sant'Amycus. Se le apparenze sono tanto instabili, com'è possibile che gli uomini organizzino la
loro esistenza? Quello che ci rende razionali è questa capacità di organizzazione, la quale implica
necessariamente la facoltà di prevedere, almeno con approssimazio-ne, le conseguenze delle diverse
azioni possibili. Questa capacità di previsione è fondata sulla comprensione del mondo qual è nel
presen-te e qual era nel passato. Se questa comprensione è falsa, come si spie-gano i continui successi
delle nostre previsioni? Sicuramente mi con-cederai che il successo dell'intelligenza umana è una verità
evidente, almeno per quanto concerne l'organizzazione delle società e un certo grado di progresso morale
e tecnico.

Questo discorso aiutò Lydyard a tranquillizzarsi, riportandolo a un modo di ragionare che gli era
estremamente familiare, in quanto molto spesso aveva ascoltato Tallentyre esporre le proprie concezioni.
Inol-tre, esso gli offrì l'occasione di ritornare sul terreno familiare del di-battito intellettuale: — Eppure —
obiettò subito — quando l'Europa credeva implicitamente nei dogmi della Chiesa, che tu ora giudichi falsi
in ogni particolare, esisteva un'organizzazione sociale efficiente, era possibile agire razionalmente, e vi era
persino progresso. Insomma, l'illuminismo, di cui sei tanto fiero, scaturì inizialmente dall'ignoran-za e
dall'errore.

Per la prima volta, da quando aveva iniziato la conversazione, Tal-lentyre sorrise: — Sono contento che
tenti di confondermi con la re-torica: lo considero un complimento. Mi piace immaginare, infatti, che tu
abbia avuto in me un maestro non meno abile di quelli che hai conosciuto a Oxford. Naturalmente, hai
ragione: le false credenze non ostacolano necessariamente il progresso. Ma insisto sul fatto che il
progresso intellettuale avviene nonostante le false credenze, e non a causa di esse. Se la Chiesa non
avesse sanzionato Ippocrate e Tolomeo con il timbro della fede, con quanto anticipo si sarebbero
svilup-pate la medicina e la cosmologia scientifiche, soppiantando le teorie precedenti, possenti ma
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errate?

Resistendo alla tentazione di controbattere che la falsità della co-smologia antica non aveva impedito ai
sacerdoti egizi di utilizzare le loro tavole astronomiche per predire le inondazioni del Nilo, né ave-va
impedito alla Chiesa di riformare il calendario, Lydyard chiese: — Dobbiamo dunque affrontare tutta
questa faccenda come un gio-co intellettuale? Forse che si tratta soltanto di una piacevole assurdi-tà,
benché un uomo sia deceduto, un altro sia scomparso dalla faccia della Terra, e noi stessi abbiamo
rischiato la morte?

— È un errore considerare i giochi come attività frivole — replicò pacatamente Tallentyre. — Molti
uomini sono morti per lo sport, sia che si trattasse del piacere della caccia grossa, sia che si trattasse di
quello delle carte. Anche le nostre imprese più solenni hanno una com-ponente di finzione e di gioco: per
esempio, la legge e la guerra. Il glorioso impero britannico, dopotutto, è una sorta di gioco, eseguito
secondo leggi scritte e non scritte, indossando ogni sorta di costumi fantasiosi. Se non fosse perché
abbiamo rischiato di morire, lascerei perdere tutto. Invece, sono stato aggredito, e voglio sapere come e
perché. Se per scoprire quello che sta succedendo devo ascoltare rac-conti di Anticristi immaginari,
ebbene... Così sia.

Con voce neutra, Lydyard soggiunse: — E non ti aspetti nulla di meno da me...

— Non recitare la parte dell'indifferente con me, David: ti cono-sco troppo bene. Non rinunceresti a
tentare di scoprire come e perché questi incubi ti perseguitano, neppure se io lo desiderassi. Anche tu sei
stato minacciato, e sono certo che non desideri meno di me di tro-vare una spiegazione.

Allora Lydyard pensò che Tallentyre non si rendesse pienamente conto di quanto fossero veritiere le sue
parole.

In seguito, quando rientrò in cabina, Lydyard non rimase del tutto sorpreso nello scoprire che Shepherd
non dormiva: sembrava anzi che lo stesse aspettando, desideroso dell'opportunità di parlargli in privato.

Poiché gli sembrava inutile perdere tempo, Lydyard venne subito al dunque: — Mi dica che cosa mi è
successo quando sono stato mor-so dal serpente.

Apparentemente sollevato da tanta schiettezza, Shepherd rispose: — Non è facile da spiegare, senza
contare che ho dedotto da pochissi-mi indizi quello che so della sua condizione. Durante il sonno, soffre
di incubi simili a quelli provocati dal delirio?

In silenzio, Lydyard annuì.

— Ha forse l'impressione di essere posseduto da qualche entità aliena?

— La mia sensazione è precisamente questa — confermò Lydyard, in tono dolente. — Intende forse
dirmi che è davvero così?

— In un certo senso, sì. Mediante il serpente, l'entità che ha crea-to la belva, la quale ha aggredito
Mallorn e sir Edward, ha iniettato un po' di se stessa nel suo essere. Nella misura in cui i diavoli esistono
realmente, questa entità è un demonio, ma lei non deve esserne trop-po allarmato, perché potrebbe
essere ugualmente definita un angelo. Non può essere definita malvagia: sarebbe semplicistico. E anche
se il Satana dei cristiani può essere considerato una rappresentazione di qualcosa di simile ad essa, si
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tratta di un'immagine molto distorta dal-l'odio umano.

— Nei miei sogni — spiegò Lydyard, con riluttanza — ho visto spes-so Satana all'Inferno, e, in un certo
senso, mi sono identificato con lui. Per la stessa ragione, ho avuto l'impressione che fosse stato
terri-bilmente frainteso.

— Talvolta, nei sogni, si trova la verità. E i sogni da cui lei è afflit-to contengono forse più verità del
consueto. Non per questo, però, bisogna confidare in essi senza alcun dubbio. Tutto quello che lei ve-de
è filtrato dalle sue concezioni, dalle sue credenze, dalle sue paure. Ciò viene dimenticato spesso da
coloro che cercano l'illuminazione: fin troppi, quando hanno successo, scoprono soltanto una grottesca
esaltazione dei timori angosciosi e delle speranze ambiziose con cui hanno iniziato la ricerca. Questo è
vero sia dei santi che dei satanisti: non si deve mai rinunciare allo scetticismo.

Con brutale determinazione, Lydyard affrontò l'argomento che mag-giormente gli stava a cuore: —
Posso essere curato? Se davvero sono posseduto, l'entità che si trova dentro di me può essere
esorcizzata?

— Non può essere scacciata — rispose Shepherd, evidentemente dispiaciuto di dover annunciare una
cattiva notizia. — A suo tempo, forse, l'entità stessa deciderà di abbandonarla, o forse no.

— Mi sta dunque dicendo che non posso far nulla?

— Ciò dipende da quello che intende fare di lei l'entità che si è in-trodotta nella sua anima. Con tutta
probabilità, lo ha fatto per otte-nere informazioni sul mondo: vuole apprendere quello che sa lei, e vedere
quello che lei vede. Ha dormito tanto a lungo, che il mondo in cui si è destata è molto diverso dal mondo
in cui si addormentò. È potente e intelligente, ma in questo momento è innocente: lotta per comprendere
che cosa è diventata, e che cosa è divenuto il mondo. Non credo che sia Satana, o la Bestia della
Rivelazione, ma ciò non vuol dire che io sappia esattamente che cos'è, o che cosa significa real-mente il
suo risveglio, o quanto sia potente. So soltanto che la catena di eventi che ha condotto al suo risveglio
sembra essere iniziata in In-ghilterra, quindi è probabile che là si trovi la soluzione del mistero. Se e
quando riuscirò a scoprire che cosa sta succedendo, forse riusci-rò ad aiutarla maggiormente. È persino
possibile che lei possa aiutare me. Se ci separeremo, non disperi, perché tornerò appena possibile.
Tuttavia deve guardarsi da certi altri, che hanno deciso di essere ne-mici dell'umanità, nonché dall'uomo
al quale sir Edward sarà inevitabilmente condotto dalle sue indagini.

— È dunque probabile che ci separeremo?

— È molto probabile. Forse io stesso sono in pericolo, e questi qua-ranta giorni di sonno della ragione
non mi sono stati di certo vantag-giosi. Ma sono suo amico, e farò tutto quello che posso per aiutarla a
liberarsi dalla sua sfortunata condizione. Purtroppo, è possibile che lei scopra molto prima di me che
cosa è diventata, durante il suo lun-ghissimo sonno, l'entità che ha scelto di servirsi di lei, e come può
esercitare il suo potere adesso che è desta.

— Mi sembra che lei sia molto affezionato alla parola «purtrop-po», e che sia vago in maniera
esasperante sulle possibili intenzioni di questa entità, angelo o demone che sia. Ha davvero il potere di
por fine al mondo degli uomini, come crede la confraternita gnostica a cui Mallorn apparteneva?

— Sinceramente, lo ignoro. Però, ne dubito. Tutto quello che so sulle entità di questo genere mi induce a
credere che il tempo l'abbia privata di alcuni poteri, durante il sonno, e che dunque essa sarà mol-to
riluttante a sprecare quelli che le restano. Però non oso dare per scontato che sia così. È possibile che sia
stata destata davvero per ar-recare distruzione, o per diventare la preda impotente di qualche al-tra
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entità del medesimo genere, che cerca di coglierla alla sprovvista. Comunque, non oso dire troppo,
perché tutto quello che dico non viene udito soltanto da lei, bensì anche dall'altra entità che l'ha
intrappola-ta nella sua ragnatela. La prego soltanto di essere prudente, forte e paziente.

Che bel consiglio!pensò Lydyard.Io gli chiedo conforto, e lui au-menta i miei timori! Prima, avevo
soltanto paura di essere impazzito, ma adesso devo essere di gran lunga più spaventato dalla
possibilità di non esserlo affatto! Sottovoce, rispose: — Se lei ha ragione, allora forse sono davvero
dannato, o almeno condannato, a scoprire che cosa avviene a coloro che cadono preda di un dio
vivente. Se possibile, pre-ferirei non credere a nulla di tutto ciò.

— «Come sono gli insetti per i fanciulli capricciosi, così siamo noi per gli dèi, che ci uccidono per il loro
divertimento» — citò Shepherd. — Vorrei poterle dire che tutto ciò non è affatto vero, ma quando
camminarono sulla Terra per l'ultima volta, le entità dai poteri divini non si fecero certamente alcuno
scrupolo nel distruggere i semplici uo-mini. Fra esse ve ne furono alcune, le quali credettero che lo
stermi-nio dell'umanità non fosse un male. Tuttavia, ve ne furono altre di opinione del tutto diversa.
D'altronde, può darsi benissimo che la ve-rità sia un'altra, ossia che gli uomini dall'anima fredda abbiano
la facoltà di diventare molto più potenti delle divinità di un tempo, e che, a differenza dei numi, non
debbano essere necessariamente di-strutti dall'esercizio della loro creatività. Lei non conosce la magia,
David, eppure non è affatto impotente né privo di risorse, e vorrei che lo rammentasse sempre.

Lugubremente, Lydyard lo scrutò: — Chi è lei, in realtà? Non cre-do affatto che il suo nome sia davvero
Paul Shepherd, né che lei sia un mistico ciarlatano, come crede sir Edward. In verità... — Così
s'in-terruppe, incapace di dire altro.

— Ha ragione — rispose il giovane dagli occhi azzurri. — Uso questo nome per pura convenienza, e
per lo stesso motivo recito una par-te a beneficio di sir Edward. Tuttavia, non oso dirle chi e che cosa
sono, se il suo occhio interiore non le ha ancora consentito di veder-lo. Posso soltanto fornirle consigli o
avvertimenti, che lei è padronissimo di accogliere o di rifiutare, a suo piacimento. Si guardi dall'enti-tà,
quando la incontrerà di nuovo, quale che sia il suo travestimento. Si guardi da colui che visitò la valle
prima di voi, e che osa immischiarsi negli affari degli angeli caduti. E si guardi anche dai licantropi di
Lon-dra, che di sicuro sanno tutto quello che so io, e probabilmente qual-cosa di più.

La mattina successiva, al risveglio, Lydyard scoprì che la cuccetta inferiore era vuota. Sul momento,
pensò semplicemente che Shepherd seguisse orari irregolari, ma più tardi, non vedendolo ricomparire,
ini-ziò, insieme a Tallentyre, una ricerca discreta e meticolosa. In breve, divenne evidente che Paul
Shepherd non era più a bordo della nave. Un'ulteriore indagine rivelò che i suoi effetti personali erano
scom-parsi dall'armadietto in cui erano stati riposti.

Quando Lydyard suggerì che soltanto un pazzo si sarebbe tuffato in mare aperto da un piroscafo,
Tallentyre ribatté che la costa africa-na non distava più di quattro o cinque miglia, e molte altre
imbarca-zioni incrociavano nelle vicinanze. Stranamente, il baronetto non parve affatto preoccupato per
la scomparsa di Shepherd, benché essa con-fermasse i sospetti che nutriva sulla veracità del giovane
misterioso. Per contrasto, Lydyard sentì acutamente la sua mancanza, non per-ché credesse a tutto
quello che Shepherd gli aveva rivelato, bensì per-ché egli, almeno, gli aveva dato la speranza che la sua
condizione interiore fosse comprensibile. Nonostante la propria riluttanza a crede-re di essere posseduto,
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questa spiegazione gli sembrava meno terribile della sua ovvia alternativa. Temeva a tal punto la follia,
che la possi-bilità di essere invece posseduto da qualche intelligenza aliena, quali che ne fossero le
probabili conseguenze, gli sembrava un'ancora di salvezza a cui aggrapparsi.

Continuando la propria lenta navigazione,l'Excelsior condusse Ly-dyard e Tallentyre a Gibilterra, dove


trovarono due lettere di Gilbert Franklin, le quali gettarono una luce del tutto nuova sull'intera vi-cenda.
Allora anche Tallentyre cominciò a rammaricarsi di non poter interrogare nuovamente Paul Shepherd.

Dopo aver letto le due lettere, Tallentyre le passò a Lydyard. Come sempre, la reazione del baronetto fu
apparentemente fredda e medi-tativa. Invece, il suo pupillo riuscì a stento, per amor di convenienza, a
contenere la propria eccitazione.

Non appena Lydyard ebbe terminato la lettura della seconda lette-ra, Tallentyre chiese: — Che cosa ne
pensi?

Poiché non aveva riferito esattamente al tutore gli strani avverti-menti che Shepherd gli aveva fornito in
privato, Lydyard non osò con-fessare la reazione che aveva avuto nel leggere il riferimento ai lican-tropi
di Londra contenuto nella seconda lettera. Con estrema caute-la, rispose: — Queste lettere confermano
quello che ci ha rivelato She-pherd sul conto di Mallorn...

— Ci indicano anche la possibile fonte di alcune delle sue dichia-razioni — osservò Tallentyre. —
Leggerei con molto interesse quel libro misterioso, se si riuscisse a trovarne una copia. E mi piacerebbe
anche parlare con l'amico di Franklin a proposito del suo misterioso paziente. Quanto ad Harkender...

Ben sapendo che per il baronetto era molto insolito lasciare incom-piuta una frase, Lydyard rimase
molto sorpreso: — Lo conosci bene?

— Ho l'impressione di conoscerlo fin troppo, anche se non lo ve-do da anni — confermò Tallentyre,
con voce colma di disgusto. — Sento pronunciare spesso il suo nome ogni volta che, conversando, si
affronta l'argomento delle fantasticherie e delle follie dell'occulti-smo moderno. Tuttavia non ho più avuto
occasione d'incontrarlo di persona da quando lasciai Oxford. Harkender era studente, allora: non
frequentava il mio college, però era abbastanza conosciuto in città. Era un tipo arcigno, che aveva
imparato benissimo ad odiare, e che cercava di trasformare in virtù il fatto di essere odiato. Figlio di un
uomo d'affari che nutriva per lui ambizioni sociali forse più ottimistiche che realistiche, era astuto e
intelligente, ma era anche anticon-formista: temendo di essere disprezzato, proteggeva i propri sentimenti
esasperando le proprie caratteristiche più sgradevoli, e sforzandosi di ferire gli altri quanto gli altri
ferivano lui. Rifiutava di riconoscere i fondamenti di qualunque ortodossia, sociale, religiosa o culturale.
Senza dubbio, si sarebbe entusiasmato alla prospettiva di diventare un Anticristo. Non si laureò, ma non
si sa se non vi riuscì o se non volle.

— E adesso è un mago?

— Pretende di esserlo — precisò Tallentyre. — Sembra che per com-piere i propri rituali prediliga
luoghi molto insoliti.

— E che ottenga risultati ancora più insoliti — aggiunse Lydyard. Non gli piacque affatto l'occhiata che il
baronetto gli lanciò nel sen-tirgli pronunciare questa frase, quindi si affrettò a domandare: — Che cosa
pensi della strana faccenda del fanciullo rapito e di colui che ha dichiarato di essere un licantropo?
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— Non posso certo prendere sul serio coloro che si dichiarano licantropi — replicò aspramente
Tallentyre. — Se queste belve leggen-darie vivono segretamente a Londra da secoli, mi chiedo perché si
siano lasciate attirare fuori dai loro covi proprio adesso. Sono riluttante a credere che un tipo come
Harkender sia in grado di applicare la pro-pria erudizione occultistica a qualunque scopo pratico.
D'altronde, sembra che altri si siano tanto interessati ai suoi affari, da lanciare spudoratamente oscuri
avvertimenti persino a coloro che non visita-no abitualmente la sua casa.

— Possiamo dubitare che quello che ci è successo nella valle sia in qualche modo collegato alla sua
precedente spedizione? — chiese Lydyard, il quale, personalmente, almeno, non ne dubitava affatto. Era
certo che Harkender fosse l'uomo da cui doveva guardarsi, an-che se Shepherd non lo aveva nominato.
Inoltre era sicuro che Calan, comunque si interpretasse la sua truce affermazione, apparteneva al gruppo
da cui doveva stare in guardia.

— L'espressione «in qualche modo» allude a una vasta gamma di possibilità — commentò Tallentyre.

Con ironica asprezza, Lydyard ribatté: — Sei disposto ad include-re fra queste possibilità anche il
risveglio di un demone?

— Suppongo che vi sarò costretto, se non si riuscirà a trovare nes-suna spiegazione più semplice —
concesse Tallentyre, con una gene-rosità ugualmente ironica. — Alla fin fine, però, anche in questo ca-so
bisogna usare il rasoio di Occam, come sempre quando si cerca una spiegazione soddisfacente.

— Andrai tu da Harkender, quando saremo tornati a Londra? — Nel pronunciare questa domanda,
Lydyard notò, con sorpresa, che sul volto del baronetto ritornava un'espressione di disgusto.

— Forse sì, e forse no — rispose Tallentyre, in tono tale, però, da lasciar intendere che la seconda
possibilità era la più probabile. — Li-tigammo, una volta, e anche se Gilbert suggerisce che Harkender è
più che pronto a dimenticarlo, personalmente non sono tanto sicuro di essere disposto a fare altrettanto.
Non mi piace neppure il tono della piccola predica citata da Gilbert, pronunciata presumibilmente
pro-prio affinché mi fosse riferita. Harkender avrà senza dubbio creduto che fosse divertente, ma io non
sono dello stesso parere.

— Quante probabilità avremo di trovare risposta alle nostre do-mande, se rifiuteremo di discuterne con
Harkender?

— Come posso saperlo? Comunque, Harkender è l'ultimo uomo al mondo da cui mi aspetterei una
risposta sincera. Se è l'unico a co-noscere la verità, allora sospetto che abbiamo pochissime probabilità
di svelarla interamente. Nondimeno, dobbiamo prepararci ad ascol-tare quello che ha da dire.

— Vuoi che vada io da solo a fargli visita? Sarebbe tutto più sem-plice.

Di nuovo, Tallentyre lanciò un'occhiata tagliente al proprio pupil-lo, come se apprezzasse quel
suggerimento molto meno del dovuto: — Sembra che sia stato molto poco generoso nel rispondere a
Gil-bert, che però, come suo solito, lo ha subito perdonato. Con tutto il dovuto rispetto, David, credo
che tu sia troppo cortese per vincere l'evasività di Harkender. Lo incontrerò io personalmente, se e
quan-do ve ne sarà occasione.

— Intendi cercare anche Mandorla Soulier e i licantropi di Londra?

— Se sarà possibile — affermò Tallentyre, pur non riuscendo a con-siderare seriamente tale possibilità.
— Se riuscirò a trovare lei, o il suo eccentrico servo, allora sarò ben contento di ascoltare quel che
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hanno da dire.

Memore degli avvertimenti ricevuti, Lydyard pensò che un simile incontro non lo avrebbe affatto reso
«contento», ma che sarebbe sta-to estremamente interessante scoprire se i licantropi di Londra
esiste-vano realmente, e che cos'avevano a che fare con l'enigmatico Jacob Harkender, nonché con il
misterioso Paul Shepherd.

Quella notte, forse perché la sua immaginazione era particolarmente sollecitata dalle ultime discussioni,
Lydyard ebbe un incubo più vivi-do e più facile da rammentare di tutti quelli che aveva avuto in
prece-denza, a partire dalla prima notte di delirio.

La visione iniziò molto tranquillamente, con una serie d'immagini non molto vivide e non molto colorate:
edifici altissimi, visti da vici-no e dal livello del suolo, con i tetti e le torri che s'innalzavano
verti-ginosamente nel cielo fosco. Lydyard ne riconobbe alcuni: il nuovo Palazzo di Westminster, Notre
Dame de Paris, la cupola di St. Paul. Altri erano creati dall'immaginazione assemblando le guglie di
Ox-ford, i grotteschi doccioni francesi, i minareti turchi o moscoviti, gli edifici più strani raffigurati nelle
opere d'arte.

A un tratto, le torri e le cupole si trasformarono in mani e pugni umani protesi nel vano tentativo di
afferrare il firmamento colmo di stelle, che poi persero poco a poco la loro solidità, fino a diventare fluidi.

La prospettiva divenne orizzontale, mostrando strade affollate. Dap-prima, le folle furono identificabili: i
nottambuli di Piccadilly, gli ac-cattoni del Cairo, e così via. Poi si mischiarono e si sovrapposero, come
se l'occhio della mente lottasse per individuare fra esse l'ideale platonico della folla: un archetipo
infinitamente più vasto, nella con-fusione claustrofobica delle decine di migliaia di persone che si
am-massavano a Epsom Downs per il derby, o qualunque gregge umano scacciato dal proprio paese dai
fuochi della guerra.

Di solito, Lydyard non temeva le folle, non ne aveva orrore, ma nell'incubo la pura profusione di corpi
umani divenne spaventevole. Perciò si rifugiò in un deserto notturno dove non si scorgeva altro che roccia
e sabbia. Un vento caldo agitava gentilmente la sabbia, i cui granelli scintillanti riflettevano la luce stellare
vagando nell'aria densa.

In quel paesaggio desolato, Lydyard iniziò a camminare a passi di trenta metri. Quando avvistò innanzi a
sé le rovine di una vasta città, comprese che quello non era il suo mondo, o almeno, non era la sua
epoca, perché gli edifici crollati erano di gran lunga più grandi di tut-ti quelli che aveva rammentato o
fantasticamente assemblato in pre-cedenza.

Le colonne erano alte trecento metri. Le statue erano alte quasi due-cento metri: alcune avevano teste
umane, altre avevano tronchi, o gam-be, o piedi umani, ma tutte erano chimere di qualche genere.

Finalmente, Lydyard giunse al centro della città, dove si erano in-nalzate le torri più gigantesche prima di
crollare in rovina: là trovò una piramide moltoaguzza, che non era stata distrutta dal tempo, alta più di
mille metri, con ogni gradone più alto di un uomo.

Salire la piramide sarebbe stato estremamente difficile anche per un gruppo di uomini, tuttavia il
sognatore fu trasportato teneramen-te dal vento capriccioso come se fosse null'altro che un granello di
sabbia, ed entrò nella piramide attraverso un portale ad arco. Iniziò poi a scendere per corridoi ripidi e
pozzi verticali, fino a un labirinto di catacombe dove smarrì completamente l'orientamento.
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Il viaggio nella tenebra divenne spaventoso, perché il sognatore non riusciva neppure ad immaginare
come avrebbe mai potuto uscire. Tut-tavia il terrore non durò a lungo, perché il volo rallentò e in breve
una luce apparve in lontananza. Man mano che la luce si avvicinava, rassicurante nel suo giallo fulgore, il
movimento cessò gradualmente, finché Lydyard si trovò di nuovo in piedi, immobile, sulla soglia di una
sala vasta e illuminata.

Varcando la soglia, immergendosi nella luce, Lydyard percepì il peso del proprio corpo, l'aria calda e
asciutta sul viso, l'aderenza degli in-dumenti al petto, il battito lento del cuore. Sì sentì oppressivamente
materiale e angosciosamente vivo.

Il soffitto era alto sessanta metri, il pavimento, coperto di tappeti, misurava fra i centoventi e i
centocinquanta metri di diametro. Sul trono al centro della sala sedeva, quindici o venti volte più alta di un
uomo, la dèa dalla testa felina, Bast, la quale scrutò Lydyard con gli enormi occhi ambrati. Nella sala non
erano presenti persone, né crea-ture umanoidi: soltanto migliaia di gatti gialli, che stavano seduti,
pas-seggiavano, si pulivano, o giocavano. Nessuno di essi prestò la ben-ché minima attenzione al
sognatore che avanzava.

Nell'avvicinarsi alla dèa seduta, Lydyard divenne estremamente con-sapevole di essere minuscolo: ebbe
l'impressione di essere non più gran-de di uno scarafaggio, mentre i gatti, che erano molto più piccoli di
lui, in quanto erano di proporzioni assolutamente normali, gli parve-ro piccini come formiche.

Ad ogni passo, lo sguardo interessato degli occhi giganteschi che lo scrutavano gli sembrò diventare più
terribile e più minaccioso. Co-me per cercare aiuto, guardò attorno. Non vide nessuno, e nel con-tempo
si sentì terribilmente consapevole dell'assenza di certe perso-ne: Cordelia Tallentyre, William de Lancy, e
anche sir Edward Tallentyre, che pure era quasi presente. Perciò il suo fardello di solitudi-ne e d'angoscia
divenne ancora più opprimente, strappandogli un gri-do: — Che cosa vuoi da me?

L'ultima parola echeggiò in modo soprannaturale, obbligando Ly-dyard a domandarsi se sarebbe stato
peggiore il perdurare del silen-zio, o una risposta che avrebbe colmato il vuoto con risonanze infini-te.
Comunque, non ebbe il tempo di giungere a una conclusione, pri-ma che gli echi si spegnessero, senza
risposta.

Guardò freneticamente attorno, alla disperata ricerca di aiuto, sem-pre senza scorgere nessuna persona.

Allora fu colto dalla potentissima sensazione che Tallentyre avreb-be dovuto essere presente, e che se
soltanto lo fosse stato, la sua vita e il mondo, la sua anima e l'anima del mondo, sarebbero state salve.
Pensò che se la Sfinge, con i suoi terribili enigmi, era davvero la Be-stia della Rivelazione, e se Bast, dalla
testa felina, era la sua Creatrice, allora sir Edward, e soltanto sir Edward, avrebbe potuto fornire le
risposte richieste: Tallentyre, e soltanto Tallentyre, avrebbe potuto essere il messia e il salvatore della sua
anima assediata e del mondo malato.

Anch'io, però,si disse Lydyard, sono sir Edward Tallentyre, perché la conoscenza che è sua non
appartiene esclusivamente a lui, ben-sì a tutti: non è segreta, e non include misteri irrisolvibili, né dottrine
esoteriche. Se mai sarà necessario, potrò far sì che sir Edward risponda.

Nondimeno, era necessario affrontare la dèa, sostenere lo sguardo dei suoi occhi gialli, e interrogarla,
per sapere che cosa fosse realmen-te, e che cosa volesse da lui.

Dunque, Lydyard sostenne lo sguardo di Bast e gridò la domanda: — Perché?


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E anche se pronunciò la parola una volta, una volta soltanto, gli echi gliela rimandarono assurdamente
moltiplicata, prosciugandone il significato nel convertirla in un ululato vacuo, che lo assordò tanto
dolorosamente da scacciarlo dal sogno: si destò fradicio di sudore ge-lido, terrorizzato dalla quiete
atroce della notte.

Satana si contorce sul suo letto di fuoco, tanto violentemente quanto glielo concedono i chiodi che lo
imprigionano. Cerca con tutte le sue forze di negare la persistenza della vista, perché non può sopportare
di vedere quel firmamento in cui la terra è incastonata come un gioiello opaco e sporco. Un tempo, il
cielo era tutto fuoco e furia, ma ora è nero e stellato, e fra le stelle si muovono strane ombre, che talvolta
scivolano come grandi felini neri, e talvolta zampettano come ragni irsuti. Le stelle sono i loro occhi: gli
occhi di predatori in agguato...

Satana brama l'oscurità fresca della caverna delle illusioni, le cate-ne pesanti della prigionia
misericordiosa, il guizzare gentile delle om-bre gettate dal fuoco sulla parete che separa. Anche là, nella
caverna, poteva udire l'ululare dei lupi, e percepire il tocco gelido del vento tagliente sulla loro pelliccia,
eppure era in una certa misura protetto, e godeva di una sorta di pace. Ma lì, nell'Inferno, esiste soltanto
do-lore, e la vista che si accompagna al dolore, e la consapevolezza che si accompagna alla vista, e la
paura che si accompagna alla consape-volezza.

Satana ha molti nomi, uno dei quali è Shepherd, che significa «pa-store», anche se il pastore ha smarrito
il suo gregge, e teme che i lupi possano scendere nella forra a dissetarsi a sazietà di sangue rosso e
denso. Eppure il pastore è soltanto un altro lupo, e conosce fin troppo bene l'eccitazione e il gusto del
sangue caldo e nutriente. E come può accusare il ragno e il gatto di malvagità, quando egli stesso è lo-ro,
e loro sono lui, e non esiste assolutamente nessuno che non abbia le mani lorde?

E l'altro nome di Satana, per ora, è David, dall'anima avvelenata, i cui sassolini scagliati con la fionda non
possono, dopotutto, preva-lere sull'immensità di Golia, e sull'impotenza incurante del Dio che si trova
all'Esterno, nella tenebra oltre l'oscurità, dove il tempo non esiste, e lo spazio non esiste, e la vita non
esiste, e la speranza non è mai esistita...

Pietà di Satana, nella sua miseria e desolazione. Pietà di colui che si pentirebbe e si redimerebbe, colui
che salverebbe e libererebbe, co-lui che tergerebbe le chiazze della propria colpa, se soltanto potesse: se
non fosse perduto e dannato.

Se non fosse perduto, e dannato...

Trasalendo, Lydyard si destò, e provò un'immediata vergogna: ave-va voluto soltanto riposare gli occhi
stanchi, e invece si era addor-mentato, completamente vestito, a un'ora tutt'altro che tarda. Alla
vergogna, seguì il rammarico, perché aveva sperato, con tutto il fer-vore di colui al quale rimaneva ormai
scarsa speranza, che nell'am-biente familiare della propria camera, sul materasso ben noto del pro-prio
letto, sarebbe riuscito nuovamente a dormire il sonno ristoratore della vita normale, libero dall'incubo che
lo aveva ghermito in una tomba egizia, e non lo aveva più abbandonato.
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Era tornato a casa sano e salvo, ma purtroppo aveva portato con sé anche il proprio demone, che lo
possedeva più ferocemente che mai, e si beffava apertamente di lui. Non era facile sfuggire al suo
dominio.

Il ritorno a casa era stato deludente. Anche se lo aveva atteso con tutto il desiderio di cui era capace,
Lydyard non si era dimostrato al-l'altezza della situazione. Ricordava di essersi comportato con una
gof-faggine spaventevole. Se aveva avuto la benché minima possibilità di lasciarsi l'Inferno alle spalle e di
tornare al conforto della consuetudine e dell'affetto, l'aveva perduta a causa della propria inettitudine.

Non era riuscito a cogliere il momento, e il ricordo di tale fallimen-to, terribilmente inquietante, era
ancora orribilmente vivo nella sua mente...

Quando la carrozza svoltò in Sturton Street, un raggio di sole sfa-villante di rugiada entrò fugacemente
dal finestrino, illuminando per un istante il viso di Lydyard, che trasalì, battendo le palpebre, e rad-drizzò
la schiena. Si sentiva spossato, ma era consapevole della necessità di mantenere le apparenze. Lanciò
un'occhiata a Tallentyre, il cui volto non manifestava la minima traccia di sonnolenza, e invi-diò l'immunità
alla fatica di cui sembrava dotato.

Si curvò innanzi a guardar fuori del finestrino, constatando che Sturton Street era esattamente come
l'aveva sempre conosciuta, con le pal-lide facciate delle case su entrambi i lati, e gli stretti giardini protetti
dalle cancellate. Tuttavia, si sentì rassicurato soltanto per un breve istante, perché proprio allora iniziò a
tradire se stesso: la familiarità stessa di Sturton Street gli parve in qualche modo bizzarra, come se essa, e
la casa in cui egli dimorava, e persino l'intera Londra, non appartenessero realmente al mondo in cui
aveva avuto la sfortuna di essere condotto a vivere.

Mentre Tallentyre saliva maestosamente i gradini ed entrava nella casa, Lydyard ebbe la sensazione,
stranamente acuta, di essere osser-vato. Si girò di scatto e vide subito, sul marciapiede opposto,
appog-giato a una cancellata, apparentemente incurante della pioggia, un uo-mo, il quale non fece alcun
tentativo di nascondersi, o di fingersi in-differente. Pensò che non lo avrebbe riconosciuto nemmeno se
non avesse avuto il viso ombreggiato da un cappello a falda larga. Sentendosi disgustosamente a disagio,
si limitò a salire i gradini, con le gam-be che sembravano di piombo.

I viaggiatori appena tornati furono accolti da lady Rosalind Tal-lentyre, con una cordialità formale che
non eclissò la radiosità del suo affetto, da Cordelia, con una stravaganza calcolata, e dai servi, pri-mo fra
tutti l'imperturbabile maggiordomo, Summers, con severa bo-nomia. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre
entrambi a rispondere con larghi sorrisi, ma Lydyard sorrise a malapena, con vitrea falsità: con le labbra
soltanto, non con gli occhi febbrili.

Quasi senza sapere come, tutore e pupillo si trovarono spogliati dei soprabiti e condotti in soggiorno,
dove, in attesa che il tè fosse servi-to, mentre Tallentyre riceveva le amorevoli attenzioni della moglie e
della figlia, Lydyard rimase in disparte, sentendosi estremamente so-lo. Non soltanto non udì quello che
gli disse Summers, il quale gli era rimasto accanto, ma non ebbe neppure la cortesia elementare di
degnarlo di una risposta.

Poi lady Rosalind, insieme alla figlia, si avvicinò a Lydyard, e par-lò per prima, per diritto di anzianità: —
Spero che tu ti sia ripreso del tutto dalla tua avventura...

— Oh, sì — rispose Lydyard, con la massima disinvoltura che riu-scì a manifestare, ma con
l'impressione che le sue parole suonassero orribilmente vacue e false. — In verità, mi vergogno di me
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stesso. So-no già stato abbastanza incauto a lasciarmi mordere una volta da un serpente. Ma due volte!
È ignominiosamente sintomatico di una pre-dilezione! Per fortuna, sono sopravvissuto ad entrambe le
ferite.

— Immagino — commentò lady Rosalind, con la massima corte-sia — che il viaggio di ritorno non sia
stato facile...

— Non è stato troppo arduo. Il nostro giovane amico, sofferente di amnesia, ha risposto bene alle cure
che gli abbiamo somministra-to. Alla fine, la sua guarigione e la sua partenza hanno semplificato
ulteriormente il viaggio. Da Gibilterra, la navigazione è stata... tran-quillissima.

Dichiarando di doversi recare ad impartire istruzioni alla servitù, la-dy Rosalind si scusò. Il suo vero
proposito fu quello di dare a Cordelia l'occasione di scambiare poche parole in intimità con Lydyard, il
qua-le, però, riuscì soltanto a dimostrarsi ancora più goffo e più sciocco.

— «Ignominiosamente sintomatico di una predilezione»! — citò Cordelia, in tono scherzoso. — Che


frase mostruosa! E poi quella ba-nalità sulla «navigazione tranquillissima»! Bisognerà che impari dav-vero
a conversare meglio con mia madre.

Pur comprendendo benissimo che Cordelia aveva chiesto, anzi, im-plorato, una risposta arguta da
trasformare abilmente in un compli-mento, per preparare una manifestazione d'affetto, Lydyard riuscì a
rispondere soltanto: — Hai ragione: devo proprio.

Delusa, ma valorosa, Cordelia continuò, con voce intenerita da una sincera preoccupazione: — In realtà,
come stai?

In tono vacuo, Lydyard replicò: — Benissimo. E sono molto con-tento di essere a casa.

Accigliata, Cordelia lo scrutò come se si fosse appena accorta di avere dinanzi uno sconosciuto
travestito, un lupo in veste d'agnello, un imbecille anziché un innamorato: — Posso perdonarti la banalità
della prima frase, ma non l'apparente falsità della seconda.

Chi mai avrebbe potuto biasimare la reazione dellaragazza? Ly-dyard arrossì spaventosamente, e con
uno sforzo straziante, quasi bal-bettando, con frasi disarticolate, tentò di garantire che era estrema-mente
contento di essere tornato a casa.

— In tal caso — ribatté Cordelia — la tua confusione deve avere qualche altra causa, perché ogni
parola che pronunci nasconde qual-cosa d'imbarazzante e d'inespresso.

Naturalmente, Cordelia aveva ragione. Eppure, Lydyard non lo dis-se, perché persino sulle lettere che le
aveva scritto aveva gettato il me-desimo manto di segretezza in cui si era sempre avvolto conversando
con suo padre. Nell'erigere, seppure con estrema inadeguatezza, un muro per celare le proprie visioni, i
propri incubi, l'avvelenamento della propria anima, si separò da Cordelia. Imprigionò il proprio amore
per lei, tanto da non riuscire più ad esprimerlo. Dinanzi alla delu-sione di Cordelia, fu soltanto capace di
mormorare che avrebbe spie-gato tutto a suo tempo, con una incoerenza che riuscì soltanto ad irri-tarla
maggiormente.

Non sapendo che cosa dire per salvare la situazione, e consapevole che questa sua incapacità era
evidente a tutti in maniera molto imba-razzante, Lydyard fu salvato, in un certo senso, dal fatto che
proprio allora tutti si trasferirono in un'altra stanza. Tuttavia ciò non lo libe-rò dalla sofferenza e
dall'umiliazione.
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Sentì lady Rosalind riferire al marito che un certo Jacob Harkender si era recato a chiedere di lui, e che
lo stesso aveva fatto un certo Shepherd, in risposta a un annuncio pubblicato da Gilbert Franklin sul
Times. Naturalmente, ella aveva chiesto ad entrambi di ritornare in un momento più adatto. Inoltre, aveva
invitato Franklin a cena.

Mentre lady Rosalind continuava a chiacchierare, Lydyard, in pre-da alla vertigine, trovò finalmente il
coraggio di chiedere il permesso di ritirarsi nella propria camera per riposare un poco...

Benché non avesse avuto nessuna intenzione di addormentarsi, Ly-dyard era stato nuovamente rapito
dall'incubo.

Si alzò a sedere sul bordo del letto proprio nel momento in cui qual-cuno bussava alla porta, e invitò: —
Avanti.

Era Tallentyre, e fortunatamente era più preoccupato che irritato: — Ti sei riposato, David? Non ti
biasimo minimamente, perché il viag-gio è stato dannatamente scomodo, e anche se ormai è primavera,
l'aria di Londra non ha ancora perduto il gelo dell'inverno. Inoltre, la neb-bia malsana che è calata
durante la notte era senza dubbio molto adatta a ravvivare in te gli effetti del veleno. Credi che sarai in
grado di scen-dere a cena?

— Oh, sì, certo — rispose debolmente Lydyard. — Mi vesto subi-to... Che ore sono? — Nel dir
questo, guardò l'orologio sulla menso-la del camino: il vecchio orologio, la vecchia mensola, il vecchio
ca-mino... Per la prima volta, provò una sensazione struggente di con-forto, un turbamento di lieta
nostalgia che non aveva bisogno di cure.

— È arrivato Gilbert — annunciò Tallentyre. — Vuoi che gli chie-da di salire a visitarti?

— No, grazie: non ho bisogno di un medico. Sono stato sciocco a confondermi in modo tanto
imbarazzante, e doppiamente sciocco ad addormentarmi. Ti prego di perdonarmi.

In silenzio, Tallentyre annuì, apparentemente soddisfatto, come se il rifiuto di farsi visitare da un medico
fosse una garanzia infallibile di buona salute.

— Se non sbaglio — domandò Lydyard, tanto per fare conversa-zione — sono venuti a chiedere di te
sia Harkender, sia qualcuno che ha detto di chiamarsi Shepherd...

Di nuovo, Tallentyre annuì: — Senza dubbio torneranno entrambi.

— E Franklin? — Lydyard aprì il guardaroba e iniziò a cercare un completo per la cena, chiedendosi se
sarebbe riuscito a ricordare co-me indossarlo. — Non ha altre notizie, oltre a quelle contenute nelle sue
lettere?

— Non molte. Si rammarica di non essere riuscito ad accertare se Harkender abbia detto la verità,
quando affermò che l'anello di Mallorn significava appartenenza all'ordine di Sant'Amycus. Gli ho
assi-curato che su quest'ordine abbiamo saputo l'essenziale da un'altra fon-te, e l'ho interrogato, invece, a
proposito di colui che lo seguì da Whittenton ad Hanwell. Non è riuscito a rintracciare Mandorla Soulier,
ammesso che esista. In compenso, un ladro si è introdotto in casa sua, di recente, e ha rubato vari
documenti assortiti, incluse le lettere che gli ho spedito dal Cairo e da Alessandria.
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— In effetti, non è molto — commentò Lydyard, iniziando a cam-biarsi.

— Oh, Gilbert ha parlato a lungo, come sempre — rispose allegra-mente Tallentyre — ma il resto di
quello che ha detto ha poca impor-tanza. Con l'aiuto di Austen, e con molta discrezione, ha svolto
un'in-dagine fra i commercianti locali a proposito del fanciullo che si dice sia scomparso da Hudlestone.
Secondo i pettegolezzi locali, il fanciullo sarebbe il figlio illegittimo di Jacob Harkender, ma è del tutto
nor-male che in questi casi corrano voci di tal genere. Alla Lodge si so-stiene che il fanciullo sia stato
rapito, ma dato che non si sono trova-te prove valide che ciò sia accaduto, è opinione comune che il
piccolo sia semplicemente fuggito. Come al solito, si mormora di maltratta-menti, però Austen ha riferito
a Gilbert che l'istituto gode di buona reputazione, e sicuramente non era famigerato per le crudeltà inflitte
ai trovatelli, prima di questo incidente increscioso. Lo stesso Austen ha osservato che di quando in
quando, inevitabilmente, vi sono ra-gazzi che fuggono dagli istituti di questo genere.

— Tutto ciò — sospirò Lydyard — non fa che ampliare il labirinto di oscure allusioni, in cui non
riusciamo a trovare nessun filo d'A-rianna.

— Quindi dobbiamo lasciar perdere, almeno per il momento, e af-frettarci a godere la nostra cena di
benvenuto. Cordelia è molto preoc-cupata per te: sono certo che hai molte cose da dirle.

Proprio in quel momento, si udì suonare il campanello alla porta principale. Poco dopo, quando Lydyard
era ormai completamente vestito, Summers si affacciò alla stanza, gesticolando a profusione per scusarsi.

Con voce estremamente pacata, quasi monotona, il maggiordomo annunciò: — C'è un gentiluomo che
desidera vederla, sir Edward. — E sottolineò la parola «gentiluomo», come per lasciar intendere che il
visitatore non era affatto tale. — Non ha biglietto da visita, ma so-stiene che il suo cognome è Shepherd.
Si è già presentato qui poco tempo fa, in risposta all'annuncio che il dottor Franklin, su sua ri-chiesta, ha
pubblicato sulTimes. Afferma di essere molto ansioso di avere notizie di suo fratello, che ha viaggiato con
lei dall'Egitto. In questo momento si trova in salotto, con il dottore.

Senza esitare, Tallentyre e Lydyard si recarono insieme in salotto, dove il visitatore, in un silenzio
imbarazzato, stava di fronte a Gilbert Franklin. Quando lo vide, Lydyard rimase talmente sbalordito da
ri-manere udibilmente con il fiato mozzo, e si rallegrò nell'accorgersi che Tallentyre non era meno
sorpreso. Entrambi, infatti, avrebbero facilmente potuto scambiare il visitatore per colui che avevano
trova-to nel deserto: aveva la chioma biondo cenere, il viso pallido, gli oc-chi azzurri e luminosi. Vestiva
come il segretario di un avvocato e non aveva il prestigio che Paul Shepherd aveva dimostrato durante il
bre-ve periodo che era seguito alla sua guarigione e che aveva preceduto la sua scomparsa. Aveva
consegnato a Summers la bombetta, ma non il bastone nero e lucido, con l'impugnatura d'argento
modellato.

Con studiata cortesia, lo sconosciuto esordì: — Sono molto lieto di fare la sua conoscenza, sir Edward.
Le porgo le mie scuse per que-sta intrusione proprio il giorno del suo ritorno, ma sono veramente
ansioso di avere notizie di mio fratello, Paul. Mi sono presentato su-bito dopo aver letto il suo annuncio
sulTimes, ma sono stato invitato a tornare questa sera, per quando era previsto il suo ritorno. — Salu-tò
Lydyard con un breve inchino, poi riprese a scrutare Tallentyre.

Pacatamente, il baronetto dichiarò: — Temo che suo fratello non sia più con noi.

Mentre Tallentyre scrutava apertamente il visitatore negli occhi, Ly-dyard non faticò ad immaginare quali
pensieri curiosi gli turbinassero nella mente. Memore degli avvertimenti di Shepherd, si chiese se lo
sco-nosciuto figurasse nella lista di coloro da cui doveva guardarsi, e perché.
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— Mi può spiegare come mai vi siete separati? — domandò il gio-vane dagli occhi azzurri. — Mi
dispiace disturbarla così, subito dopo il suo ritorno, ma senza dubbio anche lei si è accorto che mio
fratello è afflitto da periodi prolungati di disordine mentale. Non sempre è com'era quando lei lo trovò,
ma anche quando è padrone di se stes-so, è dominato da fantasie stranissime.

— Temo di non avere notato nulla di tutto ciò — contraddisse Tal-lentyre, quasi mellifluo. — Mentre
era in nostra compagnia, è miglio-rato gradualmente. Purtroppo, è scomparso poco tempo dopo essere
ritornato in sé. Ha lasciato l'Excelsiordurante la navigazione, perciò è molto probabile che si sia
semplicemente gettato in mare. Non pos-so dire se sia annegato o meno.

Nell'ascoltare questo discorso, Shepherd osservò Tallentyre con la massima attenzione. Era evidente
che non sapeva se credergli o meno sulla parola, né come indagare senza mostrarsi offensivo. Infine,
com-mentò: — Mi dispiace molto... Dunque sembra che fosse ritornato in sé?

— Sì, almeno per breve tempo — confermò Tallentyre. — Purtrop-po, quello che ci ha detto mi è
parso poco sensato. Sa dirci, per caso, come mai stava vagando nel deserto, quando lo trovammo?
Questo è un enigma la cui soluzione ci sfugge ancora.

— Come ho detto — rispose Shepherd, tradendo una certa incer-tezza — il povero Paul soffriva
continuamente di allucinazioni. Non posso biasimarla per non essere riuscito a vegliare adeguatamente su
di lui. È evidente, infatti, che anche noi abbiamo fallito.

— Noi? — chiese Tallentyre, con voce neutra. — Il signor Shepherd ha dunque altri parenti a Londra,
oltre a lei?

— Oh, sì — replicò Shepherd, sempre con esitazione. — Da qual-che tempo, però, vive lontano dalla
famiglia. — Come se non riuscis-se più a sostenere lo sguardo del baronetto, si girò bruscamente a
scru-tare Lydyard con una strana intensità: — Mio fratello non le ha detto nulla, signor Lydyard? Siamo
davvero molto ansiosi di ritrovarlo, se esiste una possibilità che sia ancora vivo.

— Be', no... — Lydyard si sforzò in ogni modo di mostrarsi since-ramente sorpreso, pur senza sapere
affatto perché sentisse l'urgenza di mentire. — Si svegliava soltanto per poche ore al giorno, di solito
dopo il tramonto, e anche se si lasciava imboccare da me, non ho mai visto la minima scintilla
d'intelligenza umana, in lui, fino al giorno in cui è scomparso. Temo che suo fratello sia molto malato, e...
Mi dispiace che non ci sia stato possibile ricondurlo a casa.

— Anche lei è stato malato?

— Sono stato morso da un serpente — rispose pacatamente Ly-dyard, benché sorpreso dalla
preoccupazione in apparenza sincera di-mostrata da Shepherd nei suoi confronti. — Adesso, però, mi
sono completamente ripreso. — E si congratulò mentalmente con se stesso per l'abilità nel mentire che
aveva sviluppato. Non provava nessuna simpatia per il fratello di Paul Shepherd, senza contare che si
sentiva stranamente inquieto in sua presenza.

— Temo di non ricordare il suo nome, signor Shepherd — inter-venne amabilmente Tallentyre.

— Perris — rispose il visitatore, senza distogliere da Lydyard il pro-prio sguardo indagatore.

— È un nome insolito — commentò Tallentyre. — Se volesse esse-re così gentile da lasciarmi il suo
indirizzo, e quello degli altri parenti di suo fratello, sarei più che lieto di scriverle un resoconto dettagliato
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e completo del nostro incontro con lui. Naturalmente, lo spedirei in-sieme alle mie più sentite
condoglianze.

— È molto gentile da parte sua — rispose Perris Shepherd — ma credo che i miei cugini preferiranno
ricevere le notizie personalmente da me. Crede probabile che Paul sia ancora vivo?

— Di sicuro non possiamo essere certi che sia morto, però chi non è in pieno possesso delle proprie
facoltà, e scompare da un piroscafo nelle prime ore del mattino, ha poche probabilità di sopravvivere,
an-che in un mare benigno come il Mediterraneo. Sinceramente, non le suggerirei di nutrire troppe
speranze.

— Naturalmente... — D'improvviso, Perris lanciò una breve oc-chiata a Gilbert Franklin. Poi si rivolse
al baronetto: — Mi dispiace molto di averla disturbata. È stato molto gentile da parte sua assiste-re mio
fratello, e mi duole che la sua sollecitudine non abbia avuto conseguenze più felici. Purtroppo, mio fratello
è malato da lungo tem-po: sapevamo che vi erano poche speranze che si riprendesse comple-tamente.
— Si fece restituire la bombetta da Summers, s'inchinò bre-vemente, e girò sui tacchi.

Nessuno si mosse, mentre si udivano il tonfo della porta richiusa e il rumore dei passi sui gradini che
scendevano in strada.

Il baronetto guardò Lydyard, prima di chiedere a Franklin: — Lo hai riconosciuto, per caso? Ti ha
guardato come se ti conoscesse.

— Be', no — rispose il medico. — Non so neppure perché si sia pre-sentato qui, visto che l'annuncio
sulTimes conteneva il mio indirizzo.

— Non mi è piaciuto affatto — commentò Lydyard, in tono per-plesso. — E questo è strano, perché
suo fratello, che sicuramente è suo gemello, non mi ha procurato affatto la stessa sensazione.

— Anche a me non è piaciuto molto — confessò Tallentyre.

Pensosamente accigliato, Franklin sbottò: — Non l'ho mai visto prima, però ho incontrato qualcuno che
gli assomigliava molto.

— Ah... Forse suo fratello è vivo, dopotutto — suggerì Tallen-tyre. — Forse ci ha preceduti in
Inghilterra.

— Sì, ho incontrato qualcuno che gli assomigliava — riprese Frank-lin, meditativamente. — E se la follia
è una caratteristica di famiglia, allora è possibile che fosse un suo parente.

— Che cosa intendi dire? — chiese Lydyard.

— Be', mi riferisco al giovane con cui parlai alla stazione di Hanwell — spiegò il dottore. —
Sicuramente non assomigliava tanto al signor Shepherd da poter essere suo gemello, tuttavia la
somiglianza è sufficiente per indurmi a supporre che possano appartenere alla me-desima famiglia.

— I licantropi di Londra! — intervenne Tallentyre, sarcastico. — Avrei dovuto immaginarlo!

Anche Lydyard ricordava quello che il giovane in questione aveva detto a Franklin, e rammentava inoltre
che Paul Shepherd, il cui vero nome non era certo Paul, e il cui vero cognome non era certo She-pherd,
lo aveva ardentemente esortato a guardarsi dai licantropi di Londra. Ebbe la sensazione di avere ormai
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ottenuto la conferma di una connessione fondamentale, che già i sogni lo avevano indotto a ipotizzare, e
pur sapendo benissimo di non avere il minimo brandello di prova che Tallentyre potesse considerare
valida, pervenne a una cer-tezza sbalorditiva: il lupo che aveva salvato sir Edward dalla sfinge non era
stato altri che Paul Shepherd, e la famiglia da cui questi si era estraniato, stando a quello che aveva
dichiarato Perris, non era altro che quella dei licantropi di Londra.

Una volta accettato tutto questo, di cui peraltro non riusciva a du-bitare minimamente, non poté più
negare che l'entità demoniaca la quale lo possedeva era sicuramente reale, e che tutti i pericoli da cui
l'uomo lupodell'Excelsior lo aveva messo in guardia lo minacciava-no realmente.

In un certo senso, aveva sempre saputo che tutto ciò era vero, ma finalmente era disposto anche a
riconoscerlo: non era pazzo, né vitti-ma di allucinazioni inspiegabili. E se non fosse stato possibile trovare
una risposta soddisfacente all'enigma della nuova sfinge, allora si sa-rebbe perduto molto di più della
stima che sir Edward Tallentyre ave-va nella propria intelligenza.

Il secondo visitatore si presentò a Sturton Street quella sera, quan-do la cena era terminata da poco.
Tallentyre acconsentì a riceverlo, anche se lady Rosalind e Cordelia non furono per nulla soddisfatte di
essere abbandonate così.

Prevedendo che il secondo colloquio non sarebbe stato meno pecu-liare del primo, Lydyard si augurò
che fosse anche più illuminante. Tuttavia l'incontro iniziò in modo poco promettente: i quattro uomi-ni
sedettero nel fumoir con un imbarazzo quasi tangibile, e attesero pazientemente che Summers uscisse,
dopo avere servito il brandy a tutti.

Sollevando furtivamente lo sguardo dal bicchiere che teneva in ma-no, Jacob Harkender esordì: — Non
ero certo che mi avrebbe ricevuto.

In silenzio, il baronetto scrutò per alcuni istanti il visitatore.

Osservandolo, Lydyard ricordò che Tallentyre aveva dichiarato di rammentare perfettamente il volto di
Harkender, come se lo avesse inciso nella memoria, nonostante i venticinque anni trascorsi dal loro ultimo
incontro: lo aveva descritto con il viso delicato ed effeminato, pallido ma sempre suscettibile di arrossire
febbrilmente, nonché ca-pace di lanciare sguardi spaventevoli, colmi di una riserva infinita di malevolenza.

Fu molto difficile, per Lydyard, immaginare come un mostro d'ira e di livore l'uomo segnato dall'età e
dalla disciplina che gli sedeva di fronte. Tuttavia in lui vi era qualcosa di vagamente vulcanico, come se
fosse ancora in grado di eruttare furore. Conservava ancora una certa effeminatezza, ma aveva inoltre
qualcosa che Lydyard stentava a definire: una sorta di ombra, che gli era come sovrapposta e veniva
rivelata dalla seconda vista.

— Perché non avrei dovuto riceverla? — rispose finalmente Tal-lentyre. — Crede forse che io sia il tipo
d'uomo che serba rancore per oltre vent'anni a causa di un alterco? — Il tono, grottescamente incongruo
rispetto alla frase, suggerì che il baronetto era esattamente un uomo di tal genere.

— Ad essere sinceri — replicò Harkender — la ricordavo estrema-mente meticoloso e inflessibile, né


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posso credere che lei sia cambiato. Il contrasto che avemmo fu semplicemente il sintomo di un'antipatia
reciproca, profondamente radicata. Dato il tipo d'uomo che io sono diventato, e il tipo d'uomo che lei è
sempre stato, sospetto che ora mi detesti più che mai. — Il suo tono era calmo e serico, ma non
bef-fardo: sembrava che stesse compiendo uno sforzo estremo per essere schietto.

L'attenzione di Lydyard fu attirata dal movimento strano di un'om-bra che la luce del fuoco e quella della
lampada gettavano sul muro alle spalle di Harkender: l'ombra aveva qualcosa di soprannatural-mente
fosco e sinistro, che rammentava in qualche modo un ragno in agguato, in attesa della preda.

— Se questo è il suo giudizio — dichiarò Tallentyre — mi meraviglia che lei abbia chiesto di essere
ricevuto in casa mia.

— Sono venuto qui seguendo il principio secondo cui il nemico dei miei nemici potrebbe essere mio
amico. — Harkender sembrava as-sorto ad osservare i guizzi dei riflessi della luce della lampada nel
ve-tro del bicchiere. — La sorte, con la sua ironia, ha formato alleanze persino più strane. So che lei non
può considerarmi un gentiluomo o uno studioso, ma credo che possa essere abbastanza cortese da
ave-re maggior considerazione della mia patina di educazione e di cultu-ra, a paragone non di coloro che
più grandemente ammira, bensì di coloro di cui si è ultimamente guadagnato l'inimicizia.

Mentre Lydyard pensava che questo suo discorso fosse stato accu-ratamente preparato, Harkender gli
lanciò un'occhiata inquieta, co-me se qualcosa, nel suo aspetto, lo lasciasse perplesso.

— Non sono consapevole di essermi fatto nessun nemico... negli ultimi tempi — rispose Tallentyre,
enfatizzando lievemente, ma deli-beratamente, le ultime tre parole.

Impassibile, Harkender domandò: — Posso chiederle che cos'è ac-caduto al giovane che trovaste nel
deserto a sud di Qina?

— Si è ripreso alla perfezione — affermò Tallentyre, quasi con non-curanza. — Se vuole, saremo lieti di
parlarle più diffusamente di lui. Ma prima, dev'essere lei a rispondere ad alcune domande. Quando il
dottor Franklin le chiese alcune spiegazioni, lei fu piuttosto evasivo. Vuole dirci, adesso, perché si recò
laggiù nel deserto, dove Wil-liam de Lancy è scomparso e dove David è rimasto ferito, e quale
con-nessione esiste fra quella sua spedizione e la fuga del fanciullo che era affidato alle suore di Santa
Syncletica?

In apparenza, Harkender non rimase affatto sorpreso da questa do-manda, né troppo contrariato. In
quel momento, Lydyard ebbe l'im-pressione che la sua ombra diventasse sempre più simile a un ragno
predatore, tuttavia non ebbe la certezza che ciò non fosse dovuto alla propria immaginazione.

Poi, Harkender si leccò le labbra e si addossò allo schienale della poltrona. Allora l'ombra alle sue spalle
scomparve, come se si fosse ritirata in qualche tana segreta. Nondimeno, il fuoco ardeva ancora nel
camino, gettando una luminosità rossastra e alquanto sopranna-turale sulla metà inferiore del volto del
visitatore. Divertito, Lydyard pensò che Harkender aveva proprio il tipo di viso che un pittore ro-mantico
avrebbe attribuito al Satana di Milton. Però il suo diverti-mento si dissolse subito, quando si rese conto
che assomigliava anche al Satana del suo incubo, per il quale aveva provato tanta simpatia.

— Anche se è stato abbastanza intelligente da pormi questa doman-da — rispose finalmente Harkender
— dubito che crederebbe alla verità.

— Io dubito di tutto — ribatté Tallentyre — e non credo a nulla, prima di essere giunto a certezze
razionali. Nondimeno, mi piacereb-be ascoltare la sua spiegazione, per quanto incredibile possa essere.
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Per alcuni secondi, Harkender lo scrutò risolutamente, quindi scrollò le spalle: — Che cosa le ha detto
Pelorus?

— Che cosa le fa credere che ci abbia rivelato alcunché? — chiese Tallentyre di rimando, badando a
non smentire di conoscere Pelorus.

— Il suo atteggiamento, la sua curiosità, e la sua determinazione a scambiare informazioni, mi


comunicano che lei ha una mano da gio-care, e che nasconde le sue carte migliori. Quando si recò a
Whittenton, il dottor Franklin non sapeva nulla, mentre adesso lei è convinto di sapere abbastanza per
provocarmi e per tentarmi. Ebbene, debbo avvertirla di essere cauto, perché i membri della famiglia di
Pelorus, qui a Londra, sono molto mal disposti nei confronti di chi lo aiuta.

— Abbiamo già conosciuto suo fratello — disse Tallentyre, in to-no pacato. — È stato qui questo
pomeriggio.

Non del tutto sorpreso, Harkender annuì: — Mandorla sa che sta giocando una partita pericolosa... —
dichiarò, quasi fra sé e sé. Quindi soggiunse: — Sa chi sono Pelorus e la sua famiglia?

Senza esitazione, Tallentyre rispose: — Sono i licantropi di Londra.

Allora Franklin ebbe un lieve trasalimento di sorpresa, mentre Lydyard si concesse un sorrisino,
sapendo che, quantunque Tallentyre stesse al gioco di Harkender, quel che aveva dichiarato non era nulla
di meno della verità.

— Senza dubbio lo ha visto trasformarsi — commentò Harkender, imbronciato. — Se non è così, non
crede affatto a tutto ciò, e intende soltanto mettermi alla prova. Comunque, ha poca importanza.
Pro-babilmente, Pelorus le ha già spiegato quello che ho cercato di fare, e perché l'intromissione dei suoi
parenti è tanto importuna.

— Può darsi — replicò Tallentyre. — Ma in questa faccenda mi sembra più saggio non credere a
nessuno sulla parola. Preferirei sen-tire anche la sua versione.

Osservando il baronetto, Lydyard immaginò quanto fosse delizia-to dal successo del suo stratagemma.

Dopo aver vuotato il bicchiere di brandy, Harkender disse cupa-mente: — Credo che lei si renda conto
di quanto fossi riluttante a ve-nire qui, sir Edward. Però, quello che il dottor Franklin mi ha rac-contato
della sua avventura in Egitto mi ha indotto a sperare che lei avesse salvato proprio Pelorus. Anche se non
l'ho mai incontrato, so qualcosa della sua famiglia, e so inoltre che egli si oppone all'ambi-zione che ha
indotto Mandorla a rapire Gabriel Gill. Mi dispiace di aver chiesto al dottor Franklin di avvertirla di stare
alla larga dalle mie faccende, perché ora che lei è coinvolto, preferisco averla come alleato, anziché come
nemico. D'altronde devo dirle, francamente, che Pelorus potrebbe essere di gran lunga più utile a me. Se
vuole sba-razzarsi di me, non deve far altro che dirmi dove si trova Pelorus.

Sempre estremamente attento al modo in cui formulava le proprie frasi, Tallentyre rispose: — Le dirò
che cosa ne è stato di lui, se, e soltanto se, lei ci spiegherà perché si recò in quella valle nel Deserto
Orientale, e che cosa cercò di fare laggiù.

— Mi recai alla ricerca dell'illuminazione — dichiarò Harkender, con voce dura. — Come il seguace di
Sant'Amycus che era con lei, so che i Creatori, i quali lottarono per imporre la loro volontà al mondo nel
remoto passato, non perirono quando l'Età dei Miracoli terminò. Forse sono stati trasformati
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dall'evoluzione, tuttavia non sono mor-ti: il loro potere rimane, e un giorno, forse, sceglieranno di
ritornare. A differenza dei seguaci di Sant'Amycus, però, non credo che esista una guerra sotterranea fra
il bene e il male, in tutto ciò: questa è sem-plicemente una fantasia religiosa. Non credo neppure che
esista un piano divino già descritto nei testi sacri. Il futuro non è ancora deci-so, e forse non sarà deciso
dai Creatori, se soltanto gli uomini impa-reranno a controllare il loro potere a proprio beneficio.

«Questo è il sentiero che ho cercato di seguire. Mi recai nella valle per compiere un rito, mediante il
quale prelevai una parte del potere che giace latente laggiù, e lo incarnai in un bambino appena
concepi-to. Una volta, gli esseri quasi umani di questo genere erano molti, ma oggi sono pressoché
estinti, e per molte ragioni fu più vantaggio-so, per me, crearne un altro, anziché scoprirne uno già
esistente. Af-fidai il bambino alle suore di Santa Syncletica affinché lo protegges-sero fino al momento in
cui il suo occhio interiore si fosse aperto: al-lora avrebbe potuto diventare il mio oracolo, la mia fonte di
saggezza segreta. Ho cercato di nasconderlo, è vero, ma non perché pensavo che qualcuno intendesse
rapirlo. Non riesco a capire l'intromissione dei licantropi.

«Giacché Mandorla non vuole il fanciullo come fonte di salvezza, posso supporre soltanto che intenda
servirsi del suo potere in manie-ra molto diversa. Forse crede di potersi sbarazzare della sua parziale
umanità indesiderata, e ridiventare lupa per sempre. Forse è più am-biziosa, e desidera ridestare i
Creatori affinché sconvolgano il mondo modellato dagli umani, che odia. Senza dubbio, sa che Gabriel
non può restaurare l'Età dei Miracoli, però è possibile che trami qualche piano per danneggiare la razza
umana. A questo proposito, non so dire che cosa sarebbe in grado di fare Gabriel, se imparasse a
domi-nare e ad incanalare i propri poteri, né posso dire se Mandorla sia in grado di persuaderlo a farlo.
Quali che siano le intenzioni di Man-dorla, comunque, il fanciullo sarebbe infinitamente più al sicuro con
me.

«Sono convinto che Pelorus si opponga risolutamente alle ambi-zioni di Mandorla, perciò sono certo
che tenterà di liberare il fanciul-lo. Entrambi avremmo molte più probabilità di successo se unissimo i
nostri sforzi. Ecco perché le chiedo di dirmi dove si trova Pelorus.

Nel parlare, Harkender si curvò innanzi gradualmente, talché Lydyard ebbe l'impressione che la sua
ombra ragno uscisse poco a po-co, cautamente, dal nascondiglio dietro la poltrona, per incombere
grottescamente sulla sua testa, ancor più minacciosamente di prima. Per un attimo, Lydyard ebbe un
brivido di paura, immaginando che potesse materializzarsi in un istante, balzare dal muro, aggredire
qual-cuno, e straziarlo con i cheliceri.

— Chi era la madre di Gabriel? — domandò Tallentyre, con voce incolore. Si stava sforzando con tutto
se stesso di far credere che nul-la di quello che gli era stato detto gli era ignoto, nonché di celare del tutto
la propria reazione.

Soltanto Lydyard si rese conto dell'abilità con cui il baronetto sta-va dissimulando, e riuscì ad
immaginare la complessità e la multiformità delle sue motivazioni: non intendeva semplicemente ottenere
da Harkender il maggior numero possibile di informazioni, ma voleva anche tiranneggiarlo per il puro
gusto di affermare la propria supe-riorità.

— Una prostituta di nome Jenny Gill — rispose Harkender, senza nessuna vergogna. — È morta poco
tempo dopo il parto. Ma questo non ha importanza. Le ho già detto tutto quello che voleva sapere,
quindi le chiedo ancora: dov'è Pelorus?

— Purtroppo, non sappiamo dove si trovi attualmente il giovane che abbiamo trovato nel deserto:
abbandonò segretamente l'Excelsiorpoco prima che arrivassimo a Gibilterra. Può darsi che sia annegato,
come ho suggerito a suo fratello quando è venuto a chiedere notizie, oppure è possibile che sia già
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tornato in Inghilterra. Non lo sappiamo.

Questa risposta lasciò Harkender estremamente deluso e contraria-to. Lydyard percepì almeno in parte
il furore che ribolliva in lui, e non poté fare a meno di pensare che avesse tutto il diritto di essere
arrabbiato, visto che era stato vistosamente ingannato.

Comunque, Harkender mantenne il controllo di se stesso e si limi-tò a lanciare un'occhiata torva al


baronetto: — È una ben magra ri-compensa, questa, per la mia onestà.

— Così va il mondo — sentenziò Tallentyre, beffardo. — Spesso l'onestà viene tradita, mentre l'inganno
ha successo. E quello che lei ha detto, anche se crede che sia vero, non è certamente tutta la verità.
Qualunque impresa lei abbia iniziato nella valle, non è finita, e se dav-vero è riuscito a creare una sorta di
chimera soprannaturale, essa non è certo l'unica. Che cosa può dirmi dell'altra entità, che ha privato della
ragione colui che lei chiama Pelorus, e ha provocato la morte di Mallorn? Anche quella è stata creata da
lei?

— No, niente affatto. Non so neppure perché sia stata creata, né perché sia stata inviata sulla Terra.
Zefirino le spiegherebbe proba-bilmente che si tratta della Bestia della Rivelazione, venuta a svolgere il
proprio ruolo nell'Apocalisse, e potrebbe anche avere ragione. Non sono tanto stolto da non temere
questa nuova entità, però non sono neppure tanto timoroso da dare per scontato che intende nuocermi. E
se vogliamo fare un censimento delle chimere, sir Edward, rammen-tiamo di registrare anche l'altra: quella
che siede accanto a lei.

Allora Tallentyre si girò a scrutare Lydyard, il quale, pur vergo-gnandosi di se stesso per questo, non
riuscì a non trasalire, trafitto da quello sguardo: — David si è del tutto ripreso dal morso di serpen-te —
affermò il baronetto, con voce tagliente. — Il suo delirio non è durato a lungo.

Anche se non disse nulla per contraddire il proprio tutore, Lydyard si rese conto abbastanza
chiaramente che Harkender, al pari di Paul Shepherd, o di Pelorus, sapeva che non era affatto così:
l'ombra ra-gno alle sue spalle sembrava fissarlo con uno sguardo affascinante da predatore, che lo
terrorizzava, quantunque sapesse che il mostro in realtà non esisteva affatto, bensì era semplicemente un
gioco di luci e di ombre.

Anziché insistere, Harkender dichiarò: — Vorrei che lei acconsen-tisse ad aiutarmi, sir Edward. Non
posso credere che sia lieto di la-sciare Gabriel nelle mani dei licantropi, ora che sa quello che sono.
Dopotutto, io sono legalmente il tutore del fanciullo, e sarò felice di pronunciare qualunque giuramento lei
riterrà adeguato per garantire che intendo servirmi di lui molto più gentilmente di coloro con i quali si
trova in questo momento.

— Ciò dipende sicuramente dalla concezione che si ha della genti-lezza — ribatté Tallentyre, con un
tono gelido e ferale che sgomentò Lydyard. — Rammenti che io so come si servì di altri in passato.

Nell'udire tali parole, Harkender mantenne il proprio atteggiamento austero. Però i suoi lineamenti, alla
luce delle fiamme, furono improv-visamente stravolti da un tale odio, che altri occhi parvero scrutare da
oltre la maschera che era il suo volto: occhi ardenti, furenti, male-voli. — Oh, sì — rispose, in poco più
che un sussurro. — Il nostro contrasto... L'avevo dimenticato, per il momento. Dunque crede dav-vero
che io voglia il fanciullo come cinedo? Se soltanto lei sapesse la verità, sir Edward: l'autentica verità! E
non mi riferisco, in questo momento, alla scienza, o alla religione, o alla filosofia, o al mistici-smo, ma
soltanto a noi stessi e a quello che siamo. D'altronde, lei non può vedere quello che siamo, più di quanto
possa vedere in quale ge-nere di mondo viviamo realmente: la cecità della sua classe è onni-comprensiva.
Lei non vede il caos che è mascherato dall'ordine della scienza, non vede l'Inghilterra dei poveri, che
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esiste al di fuori della sua utopia di lusso aristocratico, non vede le perversioni dell'anima che sono celate
e contenute dall'ipocrisia delle buone maniere. Lei crede che io sia un mostro, eppure è cieco alla vera
mostruosità del mondo, dello stato, e dell'individuo. Il lusso acceca tutti gli uomini, ma io credo che la sua
classe si crogioli nella cecità per amore della cecità, e abbia dimenticato la vergogna.

Ilvulcano ha eruttato,pensò Lydyard.

Questa volta fu Tallentyre a restare sgomento, e non soltanto per l'improvviso mutamento d'umore e di
modi del mago: — Cos'ha a che fare con tutto ciò la classe alla quale appartengo?

— Cos'ha a che fare con cosa, precisamente? — ribatté Harkender, con amara ironia. — Con il suo
materialismo inflessibile, essa ha a che fare più di quanto lei si renda conto. Con il suo austero
mo-ralismo, essa ha a che fare sotto ogni aspetto.

— Cos'ha a che fare con noi — precisò Tallentyre. — Cos'ha a che fare con l'antipatia reciproca che
nutriamo da tanto tempo, e che a quanto pare non è affatto estinta.

— Oh, tutto: tutto. Ma di ogni argomento che possiamo discute-re, questo è sicuramente l'ultimo. —
Harkender tacque per alcuni istan-ti, scrutando il baronetto con maggior calma. Poi sospirò: — O forse
no... Ho deciso di sottoporle argomenti razionali sulla faccenda che interessa entrambi, ma immaginavo
che non mi avrebbe ascoltato, per-ché rivedermi avrebbe resuscitato in lei il passato defunto. Ecco
un'al-tra caratteristica della sua classe: non dimentica mai, e non perché sia orgogliosa della perfezione
del proprio senso storico, ma sempli-cemente perché non dimentica mai.

— Lei mi ricorda qualcosa che mi disse una volta il dottor Franklin, a proposito delle osservazioni di
James Austen sulla mania di per-secuzione. Si riferì alla facilità con cui l'illusione che vi siano cospira-zioni
ovunque s'impadronisce di una mente debole. Senza dubbio lei invidia la mia classe perché non vi
appartiene, tuttavia non deve im-maginare che l'aristocrazia d'Inghilterra esista solamente allo scopo di
falsificare la realtà e di privare lei del rango a cui la sua immagina-ria conoscenza occulta e il suo presunto
potere magico le darebbe al-trimenti diritto.

Come se si nutrisse del sarcasmo del baronetto, Harkender parve trarre forza dall'attacco. Soltanto
pochi istanti prima era sembrato in difficoltà, ma d'improvviso riacquistò l'assoluto controllo di se stes-so:
— Forse ho sbagliato a venire qui — dichiarò, in tono di vago autorimprovero. — Non potevo
aspettarmi nessuna generosità da parte sua, né in fatto di fiducia, né in fatto di cortesia, né in fatto di
simpa-tia. Se io la ricambiassi con la stessa cattiveria, però, non farei altro che approfondire il divario che
ci divide, quando invece sono real-mente convinto che dovremmo diventare alleati contro un avversario
comune. Come Pelorus le ha indubbiamente spiegato, non può deri-vare nessun bene dal consentire a
Mandorla di dominare i poteri che Gabriel possiede, giacché i suoi motivi sono egoistici nel migliore dei
casi, e distruttivi nel peggiore. Se ha interesse nel contribuire a preve-nire una tragedia, sarò lieto di
accoglierla nella mia casa e di aggiun-gere le risorse della mia magia a quelle che Pelorus possiede, di
qua-lunque genere siano.

Nonostante il disgusto del baronetto, Lydyard provò una vaga sim-patia per Harkender, che senza
dubbio mostrava di essere il più gene-roso fra i due. Si augurò che Tallentyre cedesse, pur sapendo che
non lo avrebbe fatto, perché sapeva essere estremamente ostinato.

— Benché disprezzi la mia classe — rispose Tallentyre — lei si sforza parecchio di imitarne i modi e le
apparenze.

— I modi non hanno nulla a che vedere con le apparenze — garan-tì Harkender. — E il movimento
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dalla causa all'effetto funziona in entrambi i sensi, anche se so che la sua mentalità scientifica non
ap-prova del tutto questo punto di vista.

— Che cosa le abbiamo mai fatto? — Tallentyre si sforzò di trova-re un insulto che aprisse una breccia
nel muro di sfida del mago. — Sua madre morì in un ospizio per poveri, oppure fu semplicemente vittima
deldroit de seigneur?

Allora Lydyard rimase senza fiato, e Franklin si adombrò per l'a-sprezza che la discussione aveva
assunto. Forse lo stesso Tallentyre si rammaricò della frase nel momento stesso in cui la pronunciò,
giac-ché non era malevolo e spietato per natura.

Con il viso esangue, Harkender domandò, in tono di gentilezza fe-rale: — È dunque tanto deciso a
ferirmi?

— Signori — intervenne Franklin, per la prima volta — posso pre-garvi di rinunciare a questa disputa?
Quali che siano i contrasti fra voi, non serve sicuramente a nulla continuare a tormentarvi recipro-camente
in questo modo.

Il baronetto annuì brevemente, con soddisfazione di Lydyard, il qua-le immaginava con quanta riluttanza
si mostrasse pentito: — Hai ragione, Gilbert. Mi scuso per quello che ho detto, Harkender. Sarebbe
bene che fossi capace di dimenticare il motivo di antipatia che ebbi un tempo nei suoi confronti.

Il mago non rispose subito, ma quando lo fece, la sua compostezza fu assoluta: — Suppongo che questa
sia la scusa migliore che ci si possa aspettare da un Tallentyre. Ma se ciò può compiacerla, confesso di
avere inflitto sofferenze ad altri. Ho sofferto per causa altrui, e ho cercato di vendicarmi danneggiando gli
altri a mia volta. Avrei nuociuto anche a lei, se avessi potuto, e con una ferocia che le sarebbe parsa
inesplicabile. Ma da allora ho imparato che talvolta la verità esiste persino nella banalità. Due mali non
possono cancellarne un al-tro, eppure il bene può derivare dal male. Suppongo che, in un certo senso,
dovrei essere lieto che la sua classe mi abbia insegnato il valore della sofferenza, anche se indubbiamente
ha cercato d'insegnarmi sol-tanto, e per giunta in modo crudele, la follia delle mie aspirazioni.

«Ma per rispondere alla sua precedente domanda, sappia che mia madre morì in un buon letto, in un
modo niente affatto ignobile, e che io sono il figlio legittimo di un matrimonio che non fu del tutto infelice.
Non fu la povertà della mia famiglia a nutrire il mio odio, bensì la sua relativa ricchezza, giacché mio
padre arricchì per mezzo della fortuna e dell'industria, quando le macchine prodigiose che lei venera
trasformarono l'Inghilterra in una generatrice di progresso. Adorava l'aristocrazia, e ambiva a rendermi
degno di appartenere al-la sua classe privilegiata... Come se la mera ricchezza potesse com-piere un tale
miracolo alchemico! Mi fece studiare, e, come lei ben sa, mi inviò ad Oxford. Se volesse, potrebbe
immaginare quali forze contribuirono a formare la mente e lo spirito che sembravano, e sem-brano
tuttora, tanto volgarmente diaboliche alla sua sensibilità raffi-nata.

— Sì, credo di poterlo immaginare — convenne Tallentyre, con tatto.

— Ora spetta a me essere scettico — ribatté Harkender, senza umo-rismo. — Potrebbe dedurre i fatti,
ma non credo che riuscirebbe dav-vero ad immaginare la realtà di cui tali fatti sono nulla più che la
su-perficie. — Ciò detto, si volse a Lydyard, che stava meditando sulle implicazioni della sua
dichiarazione, e gli disse, quasi con noncuran-za: — Sir Edward mi conobbe all'epoca in cui divenni
abbastanza adul-to per infliggere dolore, oltre che per soffrire. Sarei stato felice di por-tare il Diavolo
sulla Terra, allora. Tuttora vengo talvolta paragona-to, nei pettegolezzi, a Dashwood, ma il fuoco
infernale che ardeva nell'anima di costui era nulla, rispetto all'inferno che ribolliva nella mia. Ormai,
comunque, ho deviato le mie energie in altre direzioni: sono un costruttore, più che un distruttore. Proprio
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per questo sono avversario dei licantropi. Se sir Edward intende lasciarsi coinvolgere ulteriormente in
questo affare, sono certo che potremmo opporci più efficacemente ai nostri nemici unendo le nostre
forze. Se davvero si è ripreso dalla sua esperienza nel deserto, signor Lydyard, ne sono felice. In caso
contrario, sono certo di poterla aiutare. Venga a Whittenton, quando può.

Imbarazzato, Lydyard annuì, per obbligo di cortesia. Tuttavia, non poté fare a meno di rammentare
l'avvertimento di Paul Shepherd, né di ignorare la strana ombra sul muro.

Senza mostrarsi insoddisfatto dell'imbarazzo del giovane, Harken-der posò di nuovo il proprio sguardo
sconcertante sul baronetto: — Mediti sulla mia offerta, sir Edward. Non ordisco nessun tradimen-to.
Anzi, come pegno della mia sincerità, sono disposto a rivelarle come trovare coloro che mi considerano
dannato, affinché lei possa con-frontare il mio racconto con il loro. — Strappò un foglio dal proprio
taccuino, lo posò su un bracciolo della poltrona, e vi scribacchiò qual-cosa con una matita. Poi non lo
porse a Tallentyre, bensì a Lydyard: — È l'indirizzo del convento dell'ordine di Sant'Amycus, qui a
Lon-dra. Se le diranno che cosa sanno dei licantropi, forse sarà più incline a preoccuparsi del fatto che
Mandorla ha in custodia Gabriel.

In silenzio, Lydyard prese il foglietto. Poi, mentre Tallentyre si al-zava per suonare il campanello e
chiamare il maggiordomo, e Har-kender si alzava a sua volta, notò con piacere che l'ombra misteriosa sul
muro aveva perduto ogni somiglianza con un ragno. Eppure non riuscì a reprimere un brivido di
premonizione, doloroso e inequivo-cabile: senza dubbio avrebbe avuto ancora a che fare con quella
mo-struosa creatura di tenebra.

All'indirizzo che Harkender gli aveva fornito, Lydyard trovò una casa isolata, cinta da un muro alto, in un
cupo viale ombreggiato da sicomori. Smontato dal cab, chiese al vetturale di attendere. Era so-lo, perché
Tallentyre aveva dovuto occuparsi di affari rimandati fin troppo a lungo.

Suonò il campanello accanto al portone ad arco, e attese. Dopo un poco, quando uno spioncino ad
altezza d'uomo fu aperto in uno dei due battenti, si lasciò pazientemente osservare, anche se gli sembrò
che l'ispezione durasse più del necessario. Finalmente, gli fu chiesto: — In che cosa posso servirla?

— Vorrei parlare con frate Zefirino. Il mio nome è David Lydyard. Devo riferire della morte di un
membro del vostro ordine.

— Sono spiacente, ma questo è un luogo religioso: ai laici non è permesso entrare.

— Me ne rendo conto, e normalmente non chiederei di infrangere la regola. Tuttavia è necessario che io
parli al vostro priore. Un vo-stro confratello è morto nel tentativo di scoprire qualcosa che io sono ora in
grado di rivelarvi. Inoltre, sono in possesso di alcuni suoi ef-fetti personali che devo restituire, incluso un
anello con il monogramma OSA. La persona a cui mi riferisco si faceva chiamare Francis Mallorn.

— Attenda — rispose il portinaio invisibile, con una perentorietà irritante, prima di chiudere lo spioncino
con un tonfo.

Trascorsero almeno tre minuti prima che lo spioncino fosse riaper-to. Lydyard si preparò ad essere
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sottoposto di nuovo a una lunga ispe-zione. Pochi istanti più tardi, però, una chiave girò nella serratura e
un battente fu aperto verso l'interno.

Il giovane visitatore fu accolto da due uomini in saio, con la tonsu-ra: il primo era di mezz'età, alto e
magro, simile nella corporatura a sir Edward Tallentyre; il secondo era più basso e più giovane, con i
capelli neri come il giaietto.

Il secondo frate osservò Lydyard con evidente diffidenza, ma il pri-mo lo invitò con un gesto ad entrare:
— Sono il priore di questa casa. Il mio nome, come credo che già sappia, è Zefirino.

— Grazie per avermi ricevuto.

— Siamo noi che dobbiamo ringraziare lei — rispose cortesemente Zefirino. — Abbiamo saputo,
tramite altre fonti, del triste decesso del nostro confratello, ma i dettagli di quello che gli è accaduto ci
so-no stati forniti in maniera angosciosamente confusa. Inoltre, è molto gentile da parte sua restituirci i
suoi effetti personali. Spero che non le dispiaccia troppo, se non l'accolgo in casa. Suppongo che potrei
fare eccezione alla regola, se volessi, ma preferisco che lei mi accom-pagni a passeggiare in giardino:
questa soluzione costituirà un prece-dente più accettabile.

Quando Lydyard ebbe dichiarato che non gli dispiaceva affatto, il priore lo condusse lungo il lato della
casa, mentre l'altro monaco, che non era stato presentato, scompariva nell'edificio tramite una porta
posteriore.

Dietro la casa, sentieri selciati conducevano fra gli orti. Zefirino accompagnò Lydyard quasi al centro del
giardino. Con un gesto, lo invitò a sedere su una panca, di spalle alla casa, poi gli sedette accan-to, e
chiese: — Posso avere l'anello?

— Certamente.

Il priore intascò l'anello e i documenti appartenuti a Francis Mal-lorn, quindi esaminò brevemente l'
utchat,senza prestare particolare attenzione al disegno. Infine tacque, in attesa che parlasse Lydyard.
Questi, però, non sapeva che cosa dire. Era certo che Tallentyre avreb-be iniziato immediatamente ad
interrogare Zefirino sulla vicenda mi-steriosa in cui erano rimasti coinvolti, però aveva sempre avuto
diffi-coltà a violare le norme della cortesia e della consuetudine per andare direttamente al nocciolo della
questione. Inoltre, anche se la sua fede religiosa era stata fatalmente indebolita dall'influenza dello
scettici-smo di Tallentyre, era ancora incline a sentirsi umile e intimidito alla presenza dei funzionari della
Chiesa.

Finalmente, con esitazione, Lydyard esordì: — Sono stato educato alla fede cattolica, però non avevo
mai sentito parlare del vostro or-dine, né del santo da cui esso prende il nome.

— La nostra esistenza e il nostro scopo costituiscono un segreto che pochi hanno il privilegio di
conoscere — confessò Zefirino, abba-stanza amabilmente. — E riconosco che non abbiamo nessuna
auto-rizzazione che il papa attuale sarebbe disposto a sancire. Nondime-no, siamo buoni cristiani, e
siamo certi che, agli occhi di Dio, il santo da cui prendiamo nome è degno del nostro rispetto.

Poiché questa risposta non fornì alcun appiglio per continuare la conversazione, Lydyard comprese di
dover trovare la forza di inizia-re l'interrogatorio: — Nelle notizie che ha ricevuto sulla morte di pa-dre
Mallorn, viene menzionato anche il mio nome?

— Sì. In ogni modo, nell'ultima lettera che ci inviò, frate Francis ci informò di aver conosciuto tre Inglesi,
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e ci fornì i nomi di tutti voi. Era particolarmente contento di aver ottenuto l'aiuto di sir Edward Tallentyre.

— Mi sembra strano... — Lydyard provò un lieve risentimento, poiché appariva evidente che Mallorn si
era servito di lui e dei suoi compagni per i propri scopi. — Proprio perché sir Edward, un tem-po, è
stato cattolico, la sua conversione all'ateismo si è accompagna-ta alla determinazione di denunciare
strenuamente l'assurdità della fede della Chiesa romana. Perché mai un religioso dovrebbe essere
con-tento di unirsi a un uomo del genere? E perché mai frate Mallorn c'in-gannò, mentre la religione esige
onestà?

— Credo che, se ricorderà esattamente le sue parole, scoprirà che frate Francis non vi mentì affatto. E
se mantenne alcuni segreti, lo fece soltanto perché i suoi voti gl'imponevano di non rivelarli. Sono certo
che i gesuiti, i quali le hanno insegnato a rispettare la verità, le hanno insegnato anche che mantenere i
propri impegni è una virtù. Frate Francis era contento di avere l'aiuto di un uomo come sir Ed-ward, a
causa del rispetto che nutriamo per la potenza della raziona-lità e del dubbio. Non sapeva che
cos'avrebbe trovato alla meta, ma temeva che la sua stessa disposizione a credere potesse impedirgli di
vedere con sufficiente chiarezza. Ecco perché sapeva che la compagnia di un uomo con un punto di vista
del tutto diverso gli sarebbe stata d'aiuto: accade talvolta che due persone che vedono le cose in modo
diverso, possano giungere a una migliore comprensione insie-me, anziché singolarmente.

Poiché i gesuiti presso i quali aveva studiato sostenevano la supre-mazia assoluta del punto di vista della
fede, Lydyard pensò che il di-scorso di Zefirino suonasse sospettosamente eretico. Per giunta, sa-peva
che Tallentyre era ugualmente convinto della supremazia asso-luta della ragione e della scienza. Dopo un
breve silenzio, domandò: — Il suo voto di segretezza le impedisce forse di spiegarmi perché fra-te
Francis volle recarsi in quella valle, nonché di darmi consiglio su certi problemi sorti dalla nostra
avventura laggiù, i quali continuano a turbare le nostre vite? Inviandomi qui, sir Edward mi ha incaricato
di porle alcune domande...

Educatamente, Zefirino manifestò la propria sorpresa, come se quel-lo che gli era stato appena detto gli
sembrasse quasi incredibile: — Sir Edward le ha dato incarico di chiedere consiglio a noi? Lo crede-vo
convinto che gli uomini superstiziosi, quali sicuramente ci consi-dera, vivono in un mondo di fantasia che li
rende liberi di affermare tutto quello che vogliono... Di che aiuto potrebbe mai essere il nostro consiglio a
un uomo come lui, il quale ha dichiarato pubblicamente che non sopporterebbe di essere costretto a
condividere le concezioni dei poveretti che credono nei miracoli?

Il priore aveva parlato in tono estremamente gentile, anche se bef-fardo, perciò Lydyard non poté fare a
meno di essere divertito dal suo discorso: — Non sapevo che i monaci acquistassero laQuarterly
Review... Credo, comunque, e sir Edward è del mio stesso parere, che abbiamo bisogno del vostro
consiglio: saremmo lieti di ottenerlo. Do-potutto, il vostro ordine deve assumersi almeno in minima parte
la responsabilità per l'imbarazzo creato dalla mia presenza qui, giacché fu padre Mallorn a coinvolgerci
nel suo progetto. Non abbiamo forse diritto a qualche spiegazione?

— Forse sì — convenne Zefirino. — Mi dispiace che frate Francis si sia servito di voi, soprattutto
perché sembra che ciò sia costato la vita a William de Lancy, e che abbia inoltre causato problemi e
soffe-renze a lei, signor Lydyard. Se non sbaglio, è stato morso da un ser-pente, e con gravi
conseguenze...

— È vero. Ma per quanto possa sembrare strano, non so, in realtà, quanto siano gravi le conseguenze.
Questo, infatti, è uno dei problemi su cui speravo di ricevere consiglio: per me stesso, più che per sir
Ed-ward. Credo di avere informazioni da offrire in cambio, anche se non intendo certo insinuare che lei
sarebbe interessato a un volgare baratto.
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A sua volta divertito, Zefirino sorrise, senza tuttavia rispondere.

— Manterrò qualunque impegno di riservatezza che lei mi chiede-rà di assumere, però le domando il
permesso di riferire quello che mi dirà a sir Edward e al suo amico, Gilbert Franklin. Le offro un
reso-conto completo e sincero di ciò che accadde la notte della morte di frate Mallorn. In cambio, come
ho detto, le chiedo consiglio su come comprendere meglio quello che ci è successo.

Per un lungo momento, Zefirino scrutò placidamente il giovane, prima di chiedere a sua volta: — Chi vi
ha informati dell'esistenza di questo ordine, nonché di come trovare questa casa?

Con assoluta sincerità, Lydyard rispose: — Jacob Harkender ci ha fornito questo indirizzo, ma l'uomo
che ci ha rivelato la vostra esi-stenza si faceva chiamare Paul Shepherd. Credo che costui sia cono-sciuto
anche come Pelorus.

— Ah... — mormorò Zefirino. — Sa che cosa è Pelorus?

— È uno dei licantropi di Londra — rispose Lydyard, in tono pa-cato. — Però sembra che si sia
estraniato dagli altri della sua razza.

— Questo può essere vero. L'esempio del nostro santo patrono c'in-segna che esistono inumani i quali
servono Dio, e le cui anime sono, ai Suoi occhi, uguali alle nostre. La storia del nostro ordine ci
sugge-risce che Pelorus non è una creatura malvagia, anche se gli altri della sua razza indubbiamente lo
sono.

— Acconsente, dunque, a consigliarci?

— Risponderò alle sue domande nel modo più completo, per quanto mi sarà possibile.

Ben consapevole di quanto tale risposta fosse evasiva, Lydyard la accettò senza discussioni.
Innanzitutto, formulò una domanda di cui prevedeva la risposta: — Perché frate Francis volle recarsi nella
valle che Jacob Harkender aveva già visitato dieci anni prima?

— Perché abbiamo sempre creduto che Harkender sia fra coloro il cui compito consiste nel preparare
l'avvento dell'Anticristo, e per-ché ci è sembrato che quella spedizione facesse parte della sua missione.

— Come avete scoperto lo scopo della spedizione? — domandò su-bito Lydyard.

— Abbiamo i nostri veggenti, o i nostri maghi, se preferisce. Eb-bene, essi, nelle loro visioni, colsero
avvertimenti di un mutamento imminente, i quali alludevano non soltanto ad Harkender, bensì an-che
all'Egitto.

— E anche ad Hudlestone Manor?

Il priore, che non si lasciava abbindolare tanto facilmente, distolse gli occhi chiari dall'infinito, che aveva
fissato sino a quel momento, e scrutò in viso il giovane: — Che cosa sa di Hudlestone Manor?

— Sappiamo del fanciullo che vi fu condotto da Harkender — ri-spose risolutamente Lydyard. — Ci è


stato spiegato che fu concepito durante la spedizione di Harkender in Egitto, e che il suo concepi-mento
fu connesso ad un rito magico eseguito dallo stesso Harken-der. Sappiamo che è stato indotto a lasciare
Hudlestone, oppure ra-pito, e forse dai licantropi di Londra.
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— Allora sapete già tutto quello che avrei potuto dirvi.

— Tranne una cosa — obiettò pacatamente Lydyard. — Non sap-piamo se voi credete che il fanciullo
sia l'Anticristo. — Nel pronun-ciare queste parole, si rese conto, con imbarazzo, che suonavano
biz-zarre. Per di più, ebbe l'imbarazzante certezza che quello strano mo-naco le prendesse del tutto sul
serio.

— Non sappiamo che cosa sia il fanciullo — dichiarò Zefirino, con voce calma. — Però quella che lei
ha suggerito è una possibilità reale. Jacob Harkender non lo crede, perché non sa di quale potere si nutre
la sua volontà di vendetta. Neppure lei lo crede, signor Lydyard, no-nostante il suo scrupoloso tentativo
di mostrarsi neutrale a mio bene-ficio.

— Sono di mentalità aperta — obiettò Lydyard. — Anzi, la mia mente, negli ultimi tempi, si è aperta
molto più di quanto desiderassi. Sinceramente, però, non so che cosa credere a proposito della reale
esistenza dei licantropi, o dei poteri della vista magica. Da quando fui morso da quel serpente, anch'io ho
spesso le visioni, benché non osi confidare interamente in quello che vedo, o in quello che mi è sta-to
detto. Comunque, a prescindere da quello che credo, sarei felice di avere il suo consiglio, frate Zefirino,
su quello che potremmo fare a proposito di Harkender e del fanciullo. Infatti, Harkender è venuto da noi
a chiedere aiuto per liberarlo dai licantropi.

Il priore si alzò, si rassettò la tonaca, sedette di nuovo, poi, penso-samente, si posò un dito sulle labbra:
— Non fate nulla — consigliò, in tono risoluto. — Non potete far nulla che possa mutare la conclu-sione
predestinata di questa vicenda. Non dovete far nulla, tranne ri-trovare l'armonia con Dio. Si rappacifichi
con la fede, signor Lydyard, ed esorti sir Edward a fare altrettanto.

— Mi vuole forse dire che anche voi non intendete far nulla?

— Questo è un argomento di cui non posso parlare.

Benché frustrato da questa reticenza, Lydyard si rese conto che sa-rebbe stato inutile insistere: —
Quello che preoccupa Pelorus, e an-che me,è la seconda creatura, comparsa nella valle, laggiù in Egitto.
Cos'ha a che fare con il fanciullo, e con noi? Se il fanciullo è l'Anti-cristo, che cos'è mai quell'entità? La
Bestia della Rivelazione, oppu-re Satana incarnato?

— Non possiamo esserne certi, tuttavia l'avvento della Bestia è chia-ramente profetizzato, e forse in
questo evento non c'è nulla di sorpren-dente. Saremmo maggiormente in grado di giudicare se sapessimo
con esattezza che cosa accadde prima della morte di frate Francis. Se non sbaglio, è questa
l'informazione che lei ha promesso di fornirmi.

Pur non essendo in alcun modo soddisfatto di quello che gli era stato offerto in cambio sino a quel
momento, Lydyard non esitò: rac-contò tutto quello che era accaduto nella valle, aggiungendo brevi
re-soconti dei propri incubi, nonché narrando il risveglio di Pelorus. In-fine ripeté: — Sono di mentalità
aperta — e non riuscì a trattenersi dal soggiungere: — Nonostante gli sforzi che compirono i gesuiti per
chiudermi la mente. Esagerano, nell'affermare che un giovane edu-cato da loro durante gli anni in cui è
maggiormente impressionabile appartiene a loro per sempre. Non so nulla, neppure nel recesso della mia
anima di cui i miei maestri cercarono d'impadronirsi, di tutto quel-lo in cui la fede impone di credere,
perciò credo che lei possa capire in quale tumulto d'incertezza mi trovo.

— Forse ha rifiutato quello che i gesuiti le hanno insegnato, ma sicuramente non è sfuggito alla loro
influenza — obiettò Zefirino. — Persino lord Tallentyre non si è sottratto ad essa, come si può capire dai
suoi articoli apparsi sullaQuarterly Review, nonostante l'ostilità che esprimono nei confronti della dottrina
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della Chiesa: ha perso la fede dei gesuiti, ma non la loro retorica e il loro fervore. Quando ar-riverà il
giorno in cui entrambi dovrete scegliere sinceramente e pro-fondamente tra la fede e l'oblio, entrambi
comprenderete bene quale scelta vi si pone. Se mai Dio vi richiamerà alla fede, come chiamò Saulo sulla
strada per Damasco, ritroverete tutto quello che i gesuiti vi hanno insegnato, senza esitazioni e senza
omissioni. Se mai appartenete a qualcuno, appartenete a loro, per quanto ne dubitiate. Vi consiglio di
prepararvi, perché forse quel giorno non tarderà a venire.

Per nulla impressionato da questo breve sermone, Lydyard doman-dò: — Non si potrebbe supporre
che la conclusione predestinata della vicenda si può evitare, o almeno che gli uomini hanno ancora un
ruo-lo da svolgere nel determinare gli avvenimenti?

— Potrebbe crederlo Pelorus, o anche Harkender, ma voi non do-vete. La fede e la speranza
testimoniano che Cristo ritornerà, per re-gnare sulla Terra per mille anni. Pregate per la vostra salvezza, e
la otterrete. Non cercate di utilizzare la magia di Harkender, poiché es-sa è uno strumento di Satana, e vi
sedurrebbe, conducendovi alla dan-nazione.

Sottovoce, Lydyard replicò: — Le visioni che ho avuto recentemente potrebbero essere benissimo una
forma di seduzione diabolica, poi-ché rivelano in me una simpatia nei confronti di Satana maggiore di
quanto pensassi. D'altronde, sir Edward non condividerebbe mai que-sta interpretazione.

— Senza dubbio. L'imminente trasformazione del mondo sarà esat-tamente quel genere di Atto di
Creazione da cui sir Edward ha dimo-strato, in un saggio che ha scritto, di essere tanto spaventato. Era
evi-dente che tale prospettiva gli sembrava orrenda, anche se ha cercato di celare i propri sentimenti
scagliando accuse contro la religione. L'a-teismo è la sua difesa contro l'orrore di un mondo che può
essere ri-creato. Tuttavia, non può esservi difesa, come sanno tutti i veri uo-mini di scienza. Ha letto
Hume, signor Lydyard?

— Sì. — Lydyard accettò l'invito implicito a svolgere il ruolo di avvocato del diavolo. — Hume
sostenne che la realtà di un miracolo non potrebbe mai essere dimostrata. Fu uno dei numerosi filosofi
che furono spinti dalla ragione all'ateismo, ma che, per diplomazia nei confronti dell'intolleranza, non si
dichiararono apertamente atei.

— Forse — sorrise Zefirino. — Ma non fu lo stesso Hume a dimo-strare che tutte le magnifiche leggi
della scienza non sono meno effi-mere dei miracoli, in quanto nessun accumulo di prove basterà mai a
renderle certe?

— A renderle logicamente certe — convenne Lydyard. — Ma oggigiorno nessuno scienziato crede che
la natura del mondo possa es-sere dedotta logicamente. È vero che, per una legge universale, pos-siamo
osservare soltanto un numero finito di esempi, nondimeno, que-ste leggi si riferiscono a quello che
ognuno può vedere nel mondo con i propri occhi, e qualunque costante osservabile concretamente,
inva-riabilmente e frequentemente da tutti, è preferibile alla fede in qual-cosa che non si è mai
manifestato, tranne nei sogni di coloro che si sono autodefiniti profeti. Il mondo che vediamo con i nostri
occhi si evolve e muta secondo processi di causa ed effetto: questo è tutto quello che possiamo sapere
veramente. Per quanto mi riguarda, devo dire che non posso confutare questa concezione, anche se mi
sembra che dentro di me si sia aperto un nuovo occhio, che minaccia di som-mergermi di sogni che
rivelano un mondo diverso, e assai meno certo.

— Senza dubbio lei sa molto più di questo sui suoi limiti — obiet-tò dolcemente Zefirino. — Sa bene
quale tipo di immagine proietta la lente del suo occhio sulla retina...

— Un'immagine invertita. E allora?


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— E allora? Be', soltanto questo: l'occhio della sua mente, il suo occhio interiore, signor Lydyard,
inverte di nuovo l'immagine, o me-glio, la raddrizza: estrae la realtà dall'illusione creata dai suoi sensi.
Non è forse un Atto di Creazione, quello che rovescia il mondo inte-ro, affinché lei possa vederlo diritto?
Eppure lei si beffa di me perché credo in una trasformazione del mondo!

«Il mondo visibile ai nostri sensi limitati e fallaci non è il mondo qual è in realtà, ma soltanto il mondo
quale appare. Le sue dimensio-ni, la sua stabilità, la sua solidità e la sua coesione sono prodotti dei nostri
occhi interiori, che un giorno ci permetteranno di vedere diver-samente. Sir Edward vive ancora
comodamente nel mondo che i sensi e la scienza hanno costruito per lui, convinto che l'alto sia al di sopra
e che il basso sia al di sotto, e che questo sia quello che vede. Ma la comodità ci acceca tutti, e quando,
per caso o per intuizione geniale, intravediamo il mondo qual è realmente, dobbiamo riconoscere che non
vi è nulla di sicuro in esso: né le dimensioni, né la stabilità, né la solidità, né la coesione. Per quanto possa
essere terribile e orrenda, questa è la verità, e l'unica speranza che abbiamo, è che la mano che guida la
Creazione appartenga a un'entità che ci ama.

— Sir Edward direbbe che questi sono soltanto sofismi.

— Invece sono proprio quelli per cui leiè venuto qui: consigli. Si fidi del suo occhio interiore, signor
Lydyard, giacché quello che esso vede è reale. Tuttavia si guardi dalle sue seduzioni, come pure dalle
seduzioni del dubbio, poiché il male esiste nel mondo, e Satana è sem-pre ansioso di arruolare le anime
degli uomini per la sua causa vana. Soltanto la fede può rivelarci quello che non ci viene rivelato dalla
vista. Mi dispiace per lei, che deve sopportare il tormento della visio-ne senza l'armatura della fede, ma
non posso offrirle nessun'altra ri-sposta. Siamo soltanto uomini, signor Lydyard, e per quanto possia-mo
aspirare a diventare Creatori, non possiamo usurpare questo pri-vilegio: tutti coloro che tentano di farlo
sono servi di Satana, che lo sappiano o meno. Torni a casa e preghi, signor Lydyard, e lasci Gabriel Gill
ai licantropi, che spiritualmente gli sono affini. Non ha mo-tivo di temere il fanciullo, né la Bestia che ha
incontrato in Egitto, poiché essi non possono rubarle l'eredità che le appartiene in virtù della misericordia
di Cristo: il regno dei Cieli, ormai prossimo. — Do-po una pausa, aggiunse: — La ringrazio ancora per
avere restituito l'anello di frate Francis, e per avermi raccontato come morì. Ora la debbo lasciare,
perché non posso dirle altro.

Senza replicare, Lydyard si lasciò ricondurre al portone. Tuttavia, era deciso a porre un'altra domanda,
prima di andarsene. Perciò si volse di nuovo al priore: — Crede che un uomo possa essere possedu-to
dal Diavolo?

— Assolutamente sì. E credo nel potere del rito dell'esorcismo, ol-tre a quello della preghiera. Ma la
vista che le è stata concessa non è maligna in se stessa, signor Lydyard: non è suscitata da un demone
inviato dall'inferno a punirla. Lei stesso è responsabile della sua pro-pria salvezza: essa non può essere
minacciata senza il suo permesso.

Mentre il portone veniva chiuso e sprangato, Lydyard si allontanò a testa china. Poi, di scatto, alzò lo
sguardo: al posto del cab attende-va unacarrozza trainata da una pariglia di bai robusti. Al finestrino era
affacciata la donna più bella che Lydyard avesse mai visto: aveva la chioma lunga e bionda, la carnagione
pallida e perfetta, gli occhi viola.

Scoprendo i denti bianchi e regolari in un sorriso enigmatico, la don-na disse, con una dolcezza
eccessiva e quasi disgustosa: — Mi sono presa la libertà di congedare il suo cab, signor Lydyard. La
porterò ovunque desideri andare, e le sarei molto grata se mi offrisse l'oppor-tunità di parlarle.

Senza sapere perché, Lydyard arretrò d'un passo e guardò sospet-tosamente attorno. Poi osservò il
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vetturale, ma prim'ancora di rico-noscere Perris, il fratello di Pelorus, indovinò chi fosse la donna: —
Mandorla Soulier... — disse. Non sapendo che cos'altro aggiungere, si sentì lievemente sciocco.

In silenzio, Perris raccolse il proprio bastone nero e lustro dal sedi-le accanto a sé, e sollevò il pomo
d'argento modellato, quel tanto che bastava a mostrare un poco di lama: si trattava di un bastone
animato.

Di nuovo, Mandorla sorrise: — Monti, signor Lydyard — invitò, sempre con voce mielata. — Le
prometto che non intendiamo farle alcun male.

Freneticamente, Lydyard guardò attorno, chiedendosi che cosa sa-rebbe successo se fosse ritornato al
portone e se si fosse messo a bus-sare violentemente, in preda al panico: i frati di Sant'Amycus gli
avreb-bero offerto rifugio? E se fosse fuggito di corsa, la carrozza l'avreb-be inseguito?

In quell'istante, come per magia, da dietro il sicomoro che lo aveva nascosto fino a quel momento, con il
braccio destro proteso, puntan-do una rivoltella, apparve Pelorus: — Posa il bastone, Perris, se non vuoi
che ti faccia sprofondare in un lunghissimo sonno, assieme a Man-dorla. E nel caso che tu sia tentato di
commettere sciocche/ze, sappi che questa non è una stupida pistola da duello, bensì una rivoltella
americana. Con questa, posso spedirvi facilmente tutti e due a com-piere un viaggio nel remoto futuro, se
questo è quello che volete.

Nonostante il proprio sbalordimento, Lydyard si girò subito a guar-dare Mandorla, appena in tempo per
cogliere sul suo viso un lampo fugace di furore gelido e di odio terribile, prima che ella riacquistasse la
propria compostezza.

In un tono ancor più serico di quello che aveva usato poc'anzi, Man-dorla replicò: — Oh, Pelorus...
Desideravo tanto questo incontro. Da molti anni il desiderio di rivederti mi struggeva il cuore. Non puoi
im-maginare quanto mi rattristi scoprire che sei ancora tanto tragicamente soggiogato. Quanto saresti
felice, se soltanto avessi la forza di volge-re quell'arma contro te stesso!

Senza manifestare in alcun modo di averla udita, Pelorus continuò a scrutare il fratello, minacciandolo
con la rivoltella: — Parti, Perris! Subito, se non vuoi che la volontà di Machalalel mi faccia contrarre il
dito sul grilletto!

E Perris, senza attendere l'ordine di Mandorla, afferrò la frusta e la fece schioccare sonoramente: i
cavalli scattarono all'istante e la car-rozza si allontanò rumorosamente sulla strada ombreggiata.

Come se dovesse davvero sforzarsi per non sparare, Pelorus conti-nuò a mirare contro la vettura.
Soltanto quando quest'ultima fu scom-parsa oltre una curva, abbassò la rivoltella.

Incapace di parlare, Lydyard rimase a fissare il proprio salvatore.

— Torni a casa, signor Lydyard — suggerì Paul Shepherd, in un tono aspro e amaro che con estrema
difficoltà avrebbe potuto con-trastare maggiormente con quello usato poco prima da Mandorla. — E in
futuro, ovunque vada, badi di essere sempre armato. Mia cugina è spaventata, e brama sapere che cosa
intende fare la creatura che turba la sua mente. Per scoprirlo, la torturerebbe, e lo stesso farebbe
Harkender. Ma rammenti che anche se Mandorla non può essere uccisa, i suoi piani sarebbero vanificati,
se lei fosse obbligata a dormire. E una pallottola può imporle il sonno: non occorre che sia d'argento. —
Ciò detto, girò sui tacchi e si allontanò. Quando si sentì chiamare, si fermò e si volse di nuovo, ma con
un'espressione tale che David ne fu spaventato quasi quanto lo era stato dall'invito seducente di
Man-dorla: — Torni a casa, signor Lydyard — ripeté. — Tornerò da lei, se potrò farlo senza rischi, ma
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allora, forse, lei se ne rammaricherà. Sarei di gran lunga un amico migliore, se soltanto potessi lasciarla in
pace. — Con questo congedo enigmatico e sinistro, colui che forse era un uomo lupo, e forse non lo era,
si allontanò correndo in modo stranamente malfermo. In breve, scomparve.

Poiché non poteva fare altrimenti, Lydyard se ne andò a sua volta, rapidamente, guardandosi alle spalle
in continuazione, nel timore di scoprirsi nuovamente inseguito dallacarrozza trainata da due robusti bai.

Passeggiando insieme a Cordelia lungo la Serpentine, verso Long Water e i giardini di Kensington,
Lydyard non poté fare a meno di guardarsi alle spalle di quando in quando per accertarsi di non essere
seguito. Non aveva nessuna prova di essere pedinato, tuttavia era in-capace di rilassarsi. Era
continuamente assediato da un'inquietudine che si manifestava spesso, fisicamente, con una vaga
sensazione di ver-tigine, fin dalla notte fatale fra le mastabe, ma che comunque non era mai stata tanto
persistente e tanto opprimente quanto in quel mo-mento.

Il giorno precedente, aveva consultato Franklin, ma il suo resocon-to degli incubi, velato e piuttosto
imbarazzato, aveva lasciato perplesso il dottore, il quale non aveva potuto fare altro che bisbigliare
qualco-sa sui «nervi» e suggerire dosi leggere dì laudano per facilitare il sonno.

Naturalmente, Lydyard non aveva preso il laudano: i suoi sogni era-no già abbastanza vividi senza tale
incoraggiamento.

— È mostruosamente ingiusto — affermò Cordelia. — Siamo usciti affinché tu potessi rilassarti un poco
ed evitare le discussioni inces-santi con papà e con il dottor Franklin, eppure presti più attenzione a
chissà quale fantasma alle nostre spalle, che a me. E per aggiungere l'insulto al danno, sembri deciso ad
imitare il rifiuto noncurante di mio padre a spiegare alla moglie e alla figlia a quale mistero dedicate
entrambi tanto tempo e tante energie.

— Mi dispiace — rispose Lydyard. — Quando lasciammo la valle delle tombe e dei serpenti per
tornare a Wadi Halfa, speravo che la nostra brutta avventura sarebbe rimasta soltanto un ricordo, e mi
aspettavo che sir Edward ed io avremmo risolto abbastanza facilmente quello che restava del mistero,
come se si trattasse di un mero eserci-zio intellettuale. Purtroppo, i miei guai non sono finiti quando siamo
giunti alla costa nebbiosa dell'Inghilterra: la febbre che ho contratto in Egitto mi tormenta ancora.
D'altronde, ciò non è affatto insolito, quindi non devi preoccuparti troppo.

Allora Cordelia si fermò. Lydyard fece altrettanto e si girò parzial-mente a guardarla.

Per un attimo, Cordelia gli accarezzò gentilmente una guancia con una mano guantata di bianco, benché
non sembrasse affatto conten-ta di lui: — Povero David — mormorò, in un tono più di rimprovero che di
simpatia. — Sostieni che i tuoi guai non sono affatto insoliti, e mi dici di non preoccuparmi. A me, invece,
sembra che i tuoi guai siano tanto insoliti, che non osi confidarne la natura e la gravita a nessuno di noi.
Papà è preoccupato per te, sai? E non è tipo da preoc-cuparsi per nulla.

— Senza dubbio mi giudica debole — osservò Lydyard, quieta-mente.

— Pensa che tu non abbia ancora smaltito completamente il vele-no — corresse Cordelia. — Sa che
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soffri di incubi terribili. Non devi vergognarti di essere malato, David: nessuno ti biasima per questo.

— In se stessa, la febbre non è una colpa. Tuttavia, ogni genere di avversità rivela le debolezze delle
persone. Benché sia soltanto una fantasia, un incubo ha il potere di traviare: minaccia di colmare il
mon-do di fantasmi, e di distruggere le fondamenta dell'equilibrio menta-le. Nei sogni, è fin troppo facile
credere all'impossibile, e quando in-vadono con troppo vigore la mente, i sogni rischiano di traboccare
dal sonno alla veglia, come un acido che corrode le basi della razio-nalità. Ogni giorno mi sveglio con la
speranza di migliorare, ma ogni giorno mi sembra di peggiorare. Non so come combattere questo
ve-leno, ammesso che si tratti di un veleno, né so come difendermi dalla sua devastazione.

— E io non dovrei preoccuparmi troppo, secondo te?

Il tono afflitto dellaragazza fece trasalire Lydyard: — Soltanto io posso oppormi ai tormenti degli incubi
di cui sono vittima: non posso che essere solo. — Ciò detto, pensò:E questa è la sostanza del
pro-blema: nell'arena dei sogni, sono solo. Qualunque mostro mi faccia visita, debbo affrontarlo
da solo. Se soltanto...

—Durante la veglia, però, non sei costretto ad essere solo: anzi, non devi chiuderti nell'isolamento di
queste meditazioni tormentose. Non devi cercare di nasconderti, David: non da mio padre, e non da me.
Oppure i tuoi sogni mi hanno trasformata ai tuoi occhi? Nei tuoi incubi, sembro forse un'arpia o una
gorgone? È per questo che sop-porti a stento di guardarmi? — Così dicendo, Cordelia allungò di nuo-vo
una mano e, molto gentilmente, obbligò Lydyard a osservarla: ave-va gli occhi calmi e castani del padre,
e i lineamenti dolci della madre. Era bellissima, ma la sua bellezza gentile non aveva nulla della mali-ziosità
e del fascino di quella di Mandorla Soulier.

Nel momento in cui laragazza lo toccò, Lydyard arrossì. Imbaraz-zato, sorrise, e d'improvviso disse,
con tenero ardore, lasciando tra-pelare il proprio affetto: — Niente affatto! Nei miei sogni, sei sempre
l'angelo sfolgorante della misericordia, che scende a proteggermi dal-l'angelo tenebroso della sofferenza.
Non sto mai così bene come quan-do tu sei con me: persino in sogno.

Per sottrarsi timidamente all'empito d'intimità che aveva provoca-to, Cordelia s'incamminò di nuovo. Poi
schioccò lievemente la lin-gua, per mostrare di essere obbligata a trascurare il complimento: — Non ti ho
mai visto tanto abbronzato — commentò, in tono scherzo-so. — Mentre noi eravamo qua in Inghilterra a
sopportare le nevi del-l'inverno e le brume di Londra, tu eri in Egitto a crogiolarti al sole. Torni a casa
abbronzato come un dio greco, trovi i gelidi venti settentrionali che spirano ancora ad aprile... e dichiari di
essere malato!

Notando che Cordelia sembrava a disagio, Lydyard capì che era irritata con se stessa, proprio come si
era irritato lui quando si era tradito pronunciando banalità di quel genere: — Dopotutto, non so-no un
invalido che tossisce in continuazione — rispose. — Sono sol-tanto avvelenato. A quanto pare, sono
diventato indebitamente at-traente per i serpenti, quindi mi aspetto che tutte le vipere d'Inghil-terra stiano
correndo a Lancaster Walk, nella speranza d'incontrarci là.

— Per le vipere, si dovrebbe andare a Regent's Park.

— Tranne quelle che la Medusa aveva per chioma.

— Credo che per quelle sia meglio Green Park — replicò Cordelia, nello stesso tono scherzoso di
David. — Specialmente quando è buio.

Allora Lydyard arrossì lievemente, perché vi erano cose che le ra-gazze oneste non avrebbero dovuto
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sapere, o che avrebbero dovuto fingere di non sapere.

Sul ponte, i due giovani sostarono ad osservare coloro che remava-no in barca. Il parco era molto
affollato, perché era la prima domeni-ca soleggiata di primavera, e il vento, benché fosse ancora piuttosto
freddo, non era più tanto tagliente da indurre la gente a rimanere in casa. Nella Rotting Row e nel Ring
trottavano parecchi cavalli. La musica della banda militare si udiva ancora, fiocamente, in lontanan-za,
nonostante il mormorio di mille conversazioni.

È questo il mondo che presto finirà?pensò Lydyard.E i demoni che lo spegneranno, camminano forse
tra questa folla, in questo stes-so momento?

Era impossibile crederlo: la pura quotidianità della scena costitui-va una tirannia che sfidava qualunque
sovversione ingannevole. In quel luogo, frate Zefirino e Jacob Harkender potevano essere ricor-dati
soltanto come pazzi o come visionari.

D'altronde, che cosa sono io?pensò Lydyard, prima di dichiarare, in tono più serio di poc'anzi: — Mi
dispiace che il nostro ritorno sia stato rovinato dalla mia malattia e dai nostri stupidi intrighi. Avrei
certamente preferito una riunione più allegra.

— Oh, no — obiettò Cordelia. — Erano anni che non vedevo papà tanto appassionato. Non è mai
felice, a meno che la sua sensibilità sia tanto offesa da suscitare la sua indignazione. Però la mamma
te-rne che i suoi affari ne soffriranno, se continuerà ad affrontare il la-voro con tanta impazienza.

— Per essere un letterato — rise Lydyard — sir Edward è insolita-mente aggressivo. Dalla demolizione
di un'assurdità o di un concetto fragile, trae la stessa soddisfazione che altri traggono dalla caccia alla
volpe o dalla caccia grossa. Ma non è soltanto la consuetudine del lavoro a renderlo impaziente. Il
mistero di quello che ci accadde in Egitto, e delle sue cause, sta diventando un garbuglio assurdo e
ine-stricabile: tuo padre non scorge nessuna speranza di poter trovare una soluzione soddisfacente,
perciò s'inquieta. Aborrisce i problemi irri-solti non meno di quanto la natura, come si dice, aborrisce il
vuoto.

— E per te sarebbe diverso, invece? — domandò Cordelia, con voce tagliente. — Mentre lui si
spazientisce, tu ti angosci!

Pur desiderando moltissimo celare la propria angoscia, Lydyard non poté negarla: — Vorrei che tuo
padre ed io fossimo più simili — ri-spose, indirettamente. — Desidero molto la sua stima, ma non posso
reagire come lui ai problemi che lo entusiasmano. Le meraviglie del-l'Egitto hanno impressionato anche
me, come tutti i visitatori, però il caldo e gli insetti hanno diminuito il mio senso del meraviglioso in una
misura tale che mi vergogno a confessarlo. Tuo padre è un esploratore e uno studioso per natura, mentre
io... Non so affatto che co-sa sono, o che cosa posso diventare. Sir Edward è stato tanto gentile da
trattarmi come un figlio, quindi non vorrei mai deluderlo. Tutta-via temo di non avere le capacità per
essere all'altezza di quello che lui si aspetta da me.

Nel pronunciare queste parole, Lydyard si rese conto di sembrare troppo tetro, quando invece avrebbe
dovuto sforzarsi di più, per il proprio bene, oltre che per quello di Cordelia, di essere allegro e
di-vertente. Infatti, era consapevole, e ciò lo imbarazzava, del fatto che Tallentyre si aspettava che la
ragazza non venisse affatto coinvolta nel mistero: il suo codice di comportamento imponeva che le mogli e
le figlie fossero protette non soltanto da ogni pericolo, bensì anche da ogni angoscia e preoccupazione.

— Purtroppo — confessò Cordelia, in poco più che un sussurro — io stessa, dall'istante della mia
nascita, non sono mai stata all'altezza delle sue aspettative. Lo stesso vale per mia madre, che si è resa
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incapace di dargli altri figli, e ha maliziosamente rifiutato di lasciarlo vedovo.

Sinceramente offeso per il tutore, Lydyard ribatté: — Non dovre-sti dire queste cose!

— È vero, non dovrei. E non è forse vero che il fato ha rimediato al fallimento del sacro matrimonio,
concedendo a mio padre il mi-glior figlio che qualunque genitore possa desiderare?

A questo, Lydyard non seppe che cosa rispondere.

Dopo un breve silenzio, Cordelia domandò: — L'angelo tenebroso del dolore ti visita spesso in sogno?

— Sì, spesso — replicò Lydyard, con voce pacata. — Ma non può toccarmi, finché l'angelo
sfolgorante della misericordia gli si oppo-ne. Non capisco affatto perché sono tanto consapevole della
sua vici-nanza.

— Papà mi ha mostrato il serpente che ti morse. Mi è sembrato molto piccolo: è stato facile schiacciarlo
sotto un tallone.

— Credo proprio che sia stato il serpente ad avere la peggio... Tuo padre ha ancora intenzione di farlo
esaminare?

— Certo. Però ha dovuto rimandare, per il momento. Perché Jacob Harkender è venuto a fargli visita,
l'altro ieri?

Senza lasciarsi prendere alla sprovvista, Lydyard rispose evasivamente: — Credo che si proponesse di
ricomporre un'antica disputa. Sir Edward non mi ha spiegato esattamente quale contrasto ebbero, ma
credo che sia quasi persuaso a perdonare Harkender.

— Non posso credere che si sia trattato soltanto di questo — ribat-té Cordelia, irritata. — Ma se non
hai intenzione di rispondermi, im-magino di dovermi accontentare. Senza dubbio riuscirò a sapere
qual-cosa di più dai pettegolezzi della servitù, come sono costrette a fare le donne di solito.

— Allora spero che i servi siano in grado d'interpretare l'accaduto meglio di me — disse Lydyard,
petulante. — Comunque, vorrei che tu non cercassi di estorcermi quello che sir Edward mi ha proibito di
rivelare. Ti ho condotta a passeggiare proprio per sfuggire tempora-neamente a tutta questa faccenda.

Accigliata, Cordelia rimbeccò, in tono tagliente: — Mi dispiace che non mi consideri un mezzo di fuga
più adeguato alle tue necessità. E non credere che io ti biasimi perché obbedisci a mio padre. Sup-pongo
di essere ancora risentita perché a sir Edward Tallentyre non è mai passato per la mente che forse anche
sua figlia sarebbe stata non meno felice del suo pupillo di vedere le meraviglie del mondo an-tico. E
adesso che mi vedo esclusa dalle vostre torve discussioni su quello che vi è accaduto laggiù, ho
l'impressione che al danno si ag-giunga l'insulto. Indubbiamente, sbaglio nell'irritarmi per il fatto che vengo
giudicata indegna di considerazione: piuttosto dovrei sentirmi umilmente felice di poterti essere utile nel
distrarti dalle tue angosce. Probabilmente abbiamo entrambi un terribile bisogno di passeggiare nel parco
e di dedicarci a null'altro che alla conversazione arguta e al corteggiamento.

Questo parere coincideva tanto esattamente con il suo, che Lydyard trasalì. Imbarazzato e confuso, non
riuscì a fare altro che ripetere: — Corteggiamento?! Ma io non... — E tacque, rendendosi tardiva-mente
conto che, qualunque cosa avesse negato, si sarebbe dimostra-to scortese nel migliore dei casi.

— So fin troppo bene, purtroppo — riprese subito Cordelia, in to-no sarcastico — che non hai nessuna
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intenzione di corteggiarmi. Non hai ancora appreso quest'arte. Ma non dovresti permettere che ciò ti
renda ipocrita. Tutti si aspettano che tu mi corteggi gradualmente, con la massima cortesia, progredendo
inesorabilmente dalle caste ma-nifestazioni di affetto che si potrebbero riservare a una cugina, sino a
giungere infine alla proposta di matrimonio. Lo sa mio padre, lo sa mia madre, e lo sai tu, anche se ti stai
ancora chiedendo come e quando riuscirai mai a trovare il coraggio di andare fino in fondo. Senza
dubbio, ognuno di noi ha motivi diversi per approvare questo progetto, ammesso che lo approviamo. Ma
tutti sappiamo che il tra-gitto si stende dinanzi a noi lastricato di buone intenzioni come la stra-da per
l'inferno, anche se dobbiamo sperare che il tempo lo condurrà a una destinazione più desiderabile. Ti
prego di farmi il favore di ri-fiutare di fingerti sconvolto o innocente.

Anziché ridere allegramente, come avrebbe voluto, e sfruttare in modo adeguato l'occasione che gli
veniva offerta di essere gentile e disinvolto, sciorinando una litania gioiosa di complimenti, Lydyard
tacque, ammutolito dall'imbarazzo. Fu costretto a girarsi, come se avesse visto qualcosa di
eccezionalmente affascinante, convinto che uno qualunque degli innumerevoli zerbinotti che
passeggiavano nel parco sarebbe stato in grado di comportarsi meglio, e dunque senten-dosi
profondamente infelice. Quando riuscì infine a rispondere, disse soltanto: — Confesso di avere intravisto
la carta di quel tragitto, ma non sapevo che tutti l'avessero già esaminata a piacimento.

— E io, dichiarandolo, ti ho ferito. E adesso devo trattenermi dal prenderti in giro, per timore di farti
soffrire maggiormente. Avere un innamorato timido è peggio che essere morsa da un serpente!

— Credevo che fosse stata Cordelia ad essere ingiustamente rim-proverata di essere una figlia ingrata
— rispose Lydyard, sicuro che l'esegesi shakespeariana fosse adeguata. Ma subito dopo rovinò l'ef-fetto
aggiungendo: — Ma se siamo innamorati, e uno di noi è timido, non sei certo tu.

— Quel «se» è stato molto volgare — commentò Cordelia. — An-che se non ti sei mai preso il disturbo
di dirmi che mi ami, fingere che forse non è così può soltanto aggiungere il danno all'insulto.

— Ritiro il «se» — si affrettò a dichiarare Lydyard, desiderando con fervore di poter trovare in sé
abbastanza eloquenza per rimediare agli errori commessi, benché tardivamente. — E adesso che so che
la mappa del nostro destino è tanto precisa quanto quella della ferro-via sotterranea, chiederò certamente
a tuo padre il permesso di cor-teggiare la sua figlia preferita.

— Prima dovrai chiedere il permesso a me — replicò Cordelia, con una levità inferiore a quella in cui
Lydyard aveva sperato. — Inoltre devo meditare a lungo, prima di decidere se voglio essere corteggiata
da un uomo che custodisce tanti segreti, e preferisce dedicarsi a chis-sà quali misteri, anziché alla
compagnia della donna di cui si suppone che sia innamorato.

Comprendendo che l'esortazione era seria, Lydyard rispose, con vo-ce grave: — Non posso dirti nulla.
Anche se non mi fosse stato proi-bito, si tratta di una faccenda troppo bizzarra. Ci sono state fornite
diverse spiegazioni di quello che ci accadde in Egitto, ma sono tutte talmente fantastiche, che sembra non
esservi speranza di giungere al-la verità. A volte, sono quasi convinto di essere ancora in preda al delirio,
coricato nella mia amaca, in Egitto, e che, da allora, ogni mio risveglio sia nulla più che un'estensione
dell'incubo.

— Anch'io devo essere considerata null'altro che una visione crea-ta dal tuo incubo? — chiese
Cordelia, in tono pungente. — Sono sol-tanto un angelo misericordioso, un fantasma del tuo delirio?

Con sentimento, Lydyard dichiarò: — No, non un fantasma. Sia che sogni, sia che non sogni, la tua
vicinanza è la cosa che m'importa più d'ogni altra: credo che potrei sopportare di assistere alla fine
pre-destinata del mondo, se soltanto potessi essere con te nell'aldilà.
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— Se questa è una metafora, allora devo ringraziarti del bel com-plimento. Eppure, ho lo stranissimo
sospetto che non lo sia. Per papà, naturalmente, la fine del mondo sarebbe se gli venisse dimostrato una
volta soltanto che ha torto. Ma tu non sei tanto inflessibile. Cre-di che il mondo finirà presto?

— Sei troppo perspicace — osservò Lydyard, cercando di non sem-brare risentito. — La semplice
verità è che lo ignoro. Ieri ho cono-sciuto un uomo il quale mi ha assicurato che finirà presto, ma si trat-ta
di un monaco erudito che appartiene a una setta molto peculiare: non credo che si possa condividere la
sua opinione. Ora che ti ho det-to più di quello che intendevo, spero che tu ne sia contenta. Quanto a
me, sarei felice se soltanto potessi avere la certezza di non essere pazzo, o sul punto d'impazzire. —
Dopo una breve pausa, soggiunse, sottovoce, e sentendosi estremamente audace: — Sarei felice anche
se potessi essere certo, a parte tutti i progetti, del tuo sincero affetto per me.

— Di questo, almeno, puoi essere certo — assicurò Cordelia, ma non con l'ansimante tenerezza che a
David sarebbe parsa appropriata.

D'improvviso, Lydyard si sentì capace, dopotutto, di corteggiarla e di tentare di essere affascinante e


disinvolto: — A quanto pare, tu sei già certa dei miei sentimenti. Comunque, per quello che vale, ti
dichiaro che sono innamorato di te. Per amor tuo, farò tutto il possi-bile per decidere che genere di vita
intendo condurre, in modo da po-terti mostrare quale esistenza ti chiederò di condividere, se si dovesse
scoprire che, dopotutto, il mondo non finirà.

— Grazie — rispose semplicemente Cordelia.

Nello scoprire che la ragazza era finalmente senza parole, dopo avere ottenuto la dichiarazione
desiderata, Lydyard provò una soddisfazione perversa. Ma subito la dimenticò, e garantì con ardore: —
Tutto que-sto mistero si risolverà molto presto. Per quanto posso giudicare, non avrà conseguenze. I miei
incubi cesseranno, col tempo. Jacob Harkender continuerà a praticare la magia e l'esoterismo nell'intimità
della sua casa, senza dar noia a nessuno. La normalità fondamentale del mondo s'imporrà di nuovo, e il
gioco sciocco in cui siamo rimasti coin-volti si ridurrà, semplicemente, a un caos di incidenti inesplicabili,
del tutto indegni di ulteriore attenzione. — Poi pensò:E i licantropi di Londra saranno di nuovo
banditi nella filastrocca alla quale appar-tengono in realtà, e non turberanno mai più la gente
onesta con il ter-rore delle loro metamorfosi orrende.

—E noi sfuggiremo all'angelo tenebroso della sofferenza — ag-giunse Cordelia. — Esso tornerà nei
luoghi che gli competono: le strade dove vivono i poveri, e dove le malattie e i ratti uccidono molti più
bambini di quanto abbia mai potuto fare qualunque branco di lican-tropi.

Ma io non ho affatto menzionato i licantropi!protestò mentalmente Lydyard, improvvisamente


consapevole che la ragazza, in qualche mo-do, sapeva più di quanto avrebbe dovuto. Non riusciva a
credere che avesse origliato, tuttavia lei stessa gli aveva rammentato, poco pri-ma, che una casa con la
servitù era una casa senza segreti. Per giunta, la parola «licantropo» ricorreva avidamente nei pettegolezzi
londine-si. Per non lasciarsi sfuggire nessun'altra rivelazione, ignorò l'allusione ai licantropi: — Dunque
leggi le pubblicazioni socialiste che tuo padre porta a casa...

— Se fossi davvero un angelo della misericordia — replicò Cordelia, con voce aspra — avrei tanto
lavoro da fare, che non saprei da che parte cominciare: non potrei mai riposare. Non ho bisogno di
nes-suna pubblicazione per esserne consapevole. — Senz'attendere rispo-sta, imboccò Buck Hill Walk.

Benché non fosse del tutto sicuro che non si trattasse di mero otti-mismo, Lydyard ebbe l'impressione
che la ragazza camminasse un po-co più eretta e un poco più fiduciosa di prima:Siamo amanti, adesso,
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pensò, assaporando le risonanze delle parole nella propria mente.Lei mi ha detto che mi ama, e
anch'io le ho detto che l'amo.

Si disse che sembrava un inizio molto vivace, e rimase gioiosamen-te sorpreso che fosse bastato un
poco di buona volontà per incammi-narsi su un sentiero che lo avrebbe sicuramente condotto al
paradiso, anziché all'inferno.

La vertigine continuava a perseguitarlo, ma per alcuni momenti si trasformò in una ebbrezza dalla quale
nessun uomo avrebbe deside-rato liberarsi. E fin tanto che l'ebbrezza perdurava, non riusciva a
preoccuparsi troppo dell'esistenza o dei piani dei licantropi di Londra.

Affrettandosi, seguì Cordelia, e nella fretta non vide né sentì il ca-vallo alle proprie spalle: ebbe appena il
tempo di percepire il grido d'avvertimento del fanciullo che lo montava, prima che gli zoccoli gli
percuotessero le caviglie, facendogli perdere l'equilibrio.

Invano tentò di attutire la caduta con le braccia: l'urto della spalla del cavallo fu troppo violento. Perse
conoscenza subito dopo aver bat-tuto la testa contro un sasso aguzzo, però ebbe il tempo di vedere
l'an-gelo tenebroso della sofferenza scendere su di lui come un'aquila dal cielo igneo, con gli artigli aguzzi
spalancati e gli occhi neri ardenti di crudele trionfo.

L'incoscienza non durò a lungo: quel tanto che bastò perché Ly-dyard fosse trasportato a bordo di una
carrozza. Mentre le ruote ru-moreggiavano e sobbalzavano sui solchi delle strade, Lydyard riuscì ad
alzarsi a sedere; a premersi un fazzoletto sulla tempia sanguinante; a digrignare i denti per il dolore agli
arti; e a guardare gli occhi scuri di Cordelia, la cui espressione normalmente dolce era inondata di
compassione e di preoccupazione.

In seguito, riuscì a restare immobile mentre Gilbert Franklin lo vi-sitava; a convenire con lui quando gli
assicurò che non aveva frattu-re; a garantire a lady Rosalind che si sarebbe recato puntualmente a cena,
abbigliato come si conveniva.

Era in possesso di tutte le proprie facoltà. Non aveva nulla che non andasse, tranne la dignità ferita, i
lividi, e il dolore.

Nulla, tranne il dolore.

Nonostante i sobbalzi, gli ondeggiamenti, le soste e le partenze bru-sche durante il ritorno a Sturton
Street, la sofferenza causata dall'in-cidente scomparve in breve tempo. La furia dalla lingua biforcuta e
dagli artigli avvelenati, che era l'angelo tenebroso del dolore, immo-bilizzò Lydyard nella propria stretta
intima e feroce per pochi istanti fugaci soltanto, prima di essere costretta a ritirarsi nell'ombra delle mura
del mondo. In seguito, essa effettuò alcune sortite per squar-ciargli un gomito o un polpaccio con gli
artigli noncuranti, ma non riuscì più ad avvolgerlo nelle pieghe delle proprie ali pungenti. E giac-ché essa
non vi riuscì, Lydyard non poté essere costretto a vedere il suolo screpolato dell'inferno, o a sopportare
le ignominie e i rimorsi dell'angelo dorato e torturato.

Invece, fu sostenuto dal potere degli occhi esteriori: l'entusiasmo del suo sguardo avido, che si protese
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ad afferrare il mondo reale e tutte le sue ombre fugaci nella luce del fuoco, prima fra tutte la dolce
Cordelia dagli occhi scuri.

Per tutto il giorno tenne a bada l'angelo del dolore, senza lasciarsi conquistare dalla vista interiore, anche
se il battito del suo cuore ral-lentò, una volta, quando egli udì il miagolio del gatto di cucina.

Quando giunse la notte, però, sentì, sdraiato fra le lenzuola morbi-de e fresche, le carezze blande
dell'oscurità vacua... Allora le catene che bramava caddero ancora una volta, ed egli volse la testa verso
la luce favolosa, che trasfigurò tutto il mondo e gli mostrò le forme degli dèi risorti, i quali non giunsero
incoronati di spine e piangenti per l'umanità, bensì abbigliati con i cuori e con le anime dei predato-ri,
dicendo:Nulla è nascosto, nulla è fosco, nulla è dimenticato, nul-la è negato, nulla è stabilito per
sempre, nulla è come appare, nulla è mai sincero, nulla può essere mutato...

Poi, con gli occhi presi a prestito di qualche angelo smarrito e soli-tario, vide...

Vide in modo diverso rispetto a qualunque visione o incubo avesse mai avuto in precedenza. Fu come se
l'occhio interiore che si era aperto nella sua anima non potesse più accontentarsi di osservare affascina-to
i paesaggi meravigliosi e sconfinati del sogno, ma s'involasse nel mondo degli uomini, per visitare altre
anime, fredde, cieche, e condi-viderne l'armonioso essere nel mondo.

Giacché la sua vista magica era libera di vagare a piacimento, Lydyard non rimase affatto sorpreso
quando essa scelse di seguire sir Edward Tallentyre, che non era a casa quella sera. Tuttavia rimase tanto
sbalordito quanto angosciato nello scoprire che la prospettiva adottata dall'occhio interiore, e offerta a lui
come dono perverso, non era affatto quella del baronetto, bensì quella dell'amante che egli man-teneva a
Greek Street, e che lui non aveva mai avuto il privilegio di conoscere.

Scoprì che il suo nome era Elinor Fisher, ed entro pochi minuti dal-l'inizio del proprio sogno si rese
conto di sapere su di lei più di quan-to qualunque uomo avesse diritto di sapere sui sentimenti di qualsiasi
altra persona.

Ad esempio, seppe che l'amplesso al quale si era abbandonata po-co prima con Tallentyre era stato
molto meno impetuoso di quanto ella avesse previsto dopo una separazione tanto lunga. Inoltre, seppe
che Elinor, pur avendo tentato di scacciare dalla mente tale consape-volezza per potersi abbandonare del
tutto al piacere del rapporto, non vi era riuscita. Ella sospettava che Tallentyre avesse dedicato le sue
prime e più ardenti attenzioni alla moglie, e si sentiva delusa per il fatto che non fosse stato riservato
maggiore entusiasmo a lei, l'aman-te, con la quale il baronetto poteva avere rapporti senza i freni del
dovere e della cortesia.

Era quasi come se Lydyard potesse percepire i pensieri di Elinor con la stessa limpidezza con cui lei
stessa li udiva nella propria mente:Per-ché mai un uomo dovrebbe volere un'amante, se non per
concedersi la libertà e la lussuria della passione pura? E se adesso questa passione è inibita, che
cosa può mai significare, se non che l'amante non è più adeguata a suscitare tale resa, e che
l'uomo è ormai stanco di lei?

Il ricordo dell'amplesso, ancora fresco nella mente di Elinor, non fu più sconvolgente, per colui che
visitava la sua coscienza, delle ri-flessioni apparentemente ciniche che ad esso si accompagnavano. A
quanto pareva, Elinor aveva sempre saputo che un giorno sarebbe stata «trascurata», o «accantonata», o
quale che fosse la metafora banale che correntemente si usava per sfuggire all'orrore di quella situazio-ne.
Però era meravigliata nell'individuare l'inizio di tale processo in un uomo che era stato assente per mesi, e
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il cui desiderio, già smussa-to dalla consuetudine, avrebbe dovuto essere aguzzato dall'assenza.

Era dunque vero, dopotutto, che le meretrici leggendarie di Parigi e di Roma erano tanto esperte nella
loro arte, che al loro confronto qualunque prostituta inglese sembrava nulla più che una squallida
va-gabonda?

Incapace di uscire dalla coscienza della donna, Lydyard fu percos-so dalla consapevolezza che gli
affondi irregolari di sir Edward l'ave-vano penetrata e colpita in modo spiacevole, mentre l'ansietà le
ave-va impedito di giungere persino al culmine di eccitazione a cui ella normalmente aspirava. Era
impossibile che Tallentyre indovinasse qua-li pensieri correvano nella mente della sua compagna: Sono
troppo vecchia per ricominciare, e se questa sarà davvero la fine, non diven-terò altro che
zavorra scaricata, senza nessun posto dove andare!

Oppresso dal terribile fardello di questa imbarazzante consapevo-lezza, Lydyard non faticò a credere
quello che gli aveva garantito Zefirino: la vista interiore era opera del Demonio in persona, che pesca-va
anime dannate usando come esca il frutto dell'Albero della Cono-scenza.

Mentre Elinor giaceva con il cuore ancora martellante, benché non per passione febbrile, Tallentyre le
rimase accanto per un poco, cin-gendola con le lunghe braccia e stringendola a sé quasi come se fosse
una figlia da coccolare. Allora ella si sentì rassicurata, perché vi era sempre più sincerità in quello che un
uomo faceva con le braccia, che in quello che faceva con il pene turgido.

Tuttavia, quando Tallentyre la lasciò, Elinor fu nuovamente fla-gellata da una grandinata di dubbi. E
l'occhio di Lydyard non poteva fare altro che vedere: non poteva rivelare alla donna sofferente che molto
probabilmente il disagio del baronetto non aveva nulla a che fare con lei. Se avesse potuto, l'avrebbe
gentilmente rassicurata che non aveva perduto il suo posto d'incarnazione del desiderio nel mon-do
segreto dell'immaginazione di Tallentyre; che aveva ancora il po-tere di gettare i suoi piccoli incantesimi e
di affascinare il baronetto; che non era la canzone di una sirena rivale a rendere sir Edward sor-do a lei;
bensì si trattava di qualcosa di ben diverso e di terribile...

Eppure, la vista era silente, e il conforto era soltanto per i ciechi.

Era inutile persino desiderare di poter placare le paure della don-na, perché se in virtù di qualche
miracolo fosse stato in grado di co-municare con lei, il semplice fatto di udire nella mente un'altra voce
oltre alla propria l'avrebbe terrorizzata, convincendola di essere im-pazzita.

Con estrema gentilezza, Elinor iniziò ad accarezzare Tallentyre, per riaffermare, con la delicata familiarità
del proprio tocco, la forza del vincolo che li legava, o meglio, il vincolo mediante il quale lei si legava a lui,
e lui legava lei. Intuendo il piacere innocente provato da Elinor nell'accarezzarlo, Tallentyre provò una
sensazione orrenda di ver-gogna, poi si sentì miserabilmente felice quando lei smise e si alzò, per
indossare una vestaglia di seta ricamata a draghi colorati in stile orientale, e andare a prendere altro vino.
Nondimeno, fu costretto a notare e a condividere la sua preoccupazione, mentre lei badava a non celare
il candore delle cosce e la curva dei seni. Così facendo, Elinor si propose di fare in modo che Tallentyre,
rilassato dopo avere sfogato la propria lussuria, si accorgesse nuovamente di lei, e si com-piacesse di
quello che vedeva.

Attraverso gli occhi della donna, Lydyard osservò Tallentyre, il qua-le sedette sul bordo del letto
dell'amante, prese il vino che ella gli of-friva, e ne bevve alcuni sorsi avidamente: soltanto con uno
spietato sforzo di volontà riuscì ad impedire che la mano gli tremasse.

— Che c'è, Edward? — chiese Elinor, consapevole di un vuoto che soltanto una domanda sollecita
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avrebbe potuto colmare. — In Egitto hai forse preso una febbre che questa inclemente primavera inglese
ha resuscitato?

— No — rispose Tallentyre. — Sono uno dei pochi privilegiati che prosperano nel caldo secco e nella
luce abbacinante del deserto. Il po-vero David si è ammalato, a causa del morso di un serpente, e credo
che il freddo non gli giovi affatto. Io, invece, sto benissimo.

Il povero David!pensò Lydyard. E subito percepì una stranissima sensazione di Elinor: non aveva mai
incontrato David Lydyard, ma aveva tanto sentito parlare di lui, che sperava di conoscerlo, un gior-no;
anzi, era certa che lo avrebbe conosciuto, perché aveva sentito dire che prima o poi arrivava sempre il
momento in cui ogni uomo presentava la propria amante al figlio, oppure, se non aveva figli, al proprio
pupillo. Senza volerlo, Lydyard percepì i pensieri e le sensa-zioni di Elinor anche mentre ella assaporava
la possibilità, o indulge-va alla fantasia oziosa, che un giorno sir Edward le chiedesse di «edu-care il
ragazzo»: per il momento, però, questi era soltanto un nome, per lei, una persona senza volto di cui
Tallentyre parlava con estremo affetto.

Anche se non aveva mai saputo che il baronetto avesse parlato con estremo affetto di nessuno o di nulla,
Lydyard immaginò che fosse normale da parte degli uomini, quando erano in compagnia delle lo-ro
amanti, indulgere a comportamenti che di solito evitavano, e che questa indulgenza includesse spesso non
soltanto la lussuria, bensì an-che il sentimentalismo. Gli uomini come Tallentyre non erano mai
sen-timentali con gli amici, né coi figli, e di rado lo erano con le mogli: con le amanti, però, erano del tutto
liberi.

— Anch'io sto bene — dichiarò Elinor, benché il baronetto non le avesse chiesto nulla. — Ho preso il
raffreddore, a Natale, ma ades-so sto benissimo.

— Ne sono lieto — rispose Tallentyre, ma in un tono tale, che tan-to Elinor quanto Lydyard
compresero alla perfezione che non gliene importava assolutamente niente. — Anch'io sono stato afflitto
da una sorta di febbre, per un breve periodo, e ho sognato un'oscurità ostile, una sfinge vivente, un
grande lupo grigio... Adesso, però, sto meglio. Comunque il sogno, chissà perché e in quale modo folle e
perverso, rifiuta di dissolversi.

— È così che agiscono i sogni, anche se gli uomini se ne accorgono di rado.

L'ironia di questa frase, che Elinor giudicò straordinariamente ef-ficace, non fu affatto compresa dal
baronetto, ma Lydyard, che era in grado di percepire in ogni sfumatura le emozioni e i pensieri della
donna, non poté non capirla alla perfezione, anche se lei non lo seppe.

— Un uomo morì, e un altro si smarrì nel deserto. Al suo posto, però, trovammo uno sconosciuto, che
aveva perduto completamente la memoria e la ragione. Quando ritornò in sé, costui ci recitò uno
stupendo elenco di assurdità, gettando su di me un tale incantesimo, che tuttora continuo ad ascoltare
sproloqui del genere da quasi tutti coloro che incontro. Ma forse questo è del tutto prevedibile, perché
sembra, se ci si può fidare delle notizie che abbiamo raccolto, che lo sconosciuto in questione sia uno dei
famosi licantropi di Londra. Che cosa ne dici, mia cara Nora?

Non ha voluto parlare di questo alla moglie, né alla figlia,pensò Lydyard.E non può essere sincero
nemmeno con la sua amante, per-ché cerca di dare l'impressione che sia soltanto una faccenda
diver-tente, mentre io so benissimo che la pensa diversamente. E si chiese, per un attimo, se anche
Tallentyre non fosse un po' spaventato.

— Io dico — rispose con noncuranza la signorina Fisher — che il mio nome è Elinor, se l'hai
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dimenticato e mi consideri una qualsiasi «Nora». Ma se davvero hai attraversato il sentiero di uno dei
lican-tropi di Londra, credo che ti convenga badare a non irritarlo, perché di quella razza non ho mai
sentito parlare se non male.

Il baronetto si accigliò, ma Elinor fu lieta che la guardasse: mentre lui ammirava la sua chioma liscia e
scomposta, la sua bella vestaglia, il suo corpo formoso, si sentì molto fiera, con grande imbarazzo di
Lydyard.

— Hai sentito la mia mancanza? — chiese Tallentyre. Fu una do-manda malinconica, anche se non fu
pronunciata in tono malinconi-co: Lydyard non aveva mai neppure pensato di poter udire una frase di tal
genere dalle labbra del suo tutore.

— Sì. — Per un improvviso impulso ironico, Elinor pensò che avrebbe potuto rispondere:Oh, no! Ho
avuto una dozzina di altri amanti, e ho spezzato definitivamente il cuore a tutti, uno dopo l'al-tro!
Ma non osò dire nulla del genere, perché era convinta che gli uo-mini fossero gelosi della libertà delle
loro amanti, quasi quanto que-ste ultime lo erano della sicurezza delle loro mogli.

— Anch'io ho sentito la tua mancanza.

Nonostante questa dichiarazione, Elinor divenne nuovamente an-siosa, perché Tallentyre non le aveva
ancora spiegato quale varco si fosse aperto a dividerli, che cosa avesse reso il loro licenzioso amples-so
meno ardente di quanto avrebbe dovuto essere, e perché.Chissà per quale motivo, pensò,dubita di se
stesso, anche se soltanto un po-co. Per un uomo come lui, questa è molto probabilmente
un'espe-rienza nuova, visto che ha sempre avuto un'assoluta fiducia in se stesso.

Nell'ascoltare queste considerazioni, Lydyard pensò che Elinor fosse molto perspicace.

— Conosco la storia di una donna che s'innamorò di un licantropo di Londra — narrò pensosamente
Elinor. — Si dice che anche lui l'amasse. Ella desiderava molto diventare sua amante, eppure ciò non era
possibile. «Io posso cibarmi come uomo o come lupo», spiegò lui, «e posso bere come uomo o come
lupo, però posso amare soltanto come lupo, perché la passione sincera non mi permette di restare in
forma umana.» È una storia molto triste.

— Non la conoscevo — confessò Tallentyre, con una strana per-plessità. — Però ricordo di averne
sentita una diversa, da bambino. È la storia di un uomo che s'innamorò di una licantropa, ma non cre-do
che si accordi con la tua, perché sono certo che l'uomo sposò la donna lupo, e visse con lei per molti
anni, fino a quando, senza voler-lo, ruppe una promessa che le aveva fatto. Allora lei lo lasciò per
tor-nare dai licantropi.

— Non è del tutto discordante con la mia — obiettò disinvoltamente Elinor.

— Davvero? Vuoi forse dire che un uomo sarebbe felice di divide-re il letto matrimoniale con una
moglie che diventa lupa ogni volta che viene sopraffatta dalla passione?

— Una moglie può lasciarsi portare a letto dal marito ogni volta che vuole, senza mai essere sopraffatta
dalla passione. — Ciò detto, Elinor soggiunse, anche se, come Lydyard percepì, non lo pensava: —
Però la storia di un uomo che ha preso come amante una licantro-pa sarebbe tutta un'altra cosa, vero?

Il baronetto rise, ma Elinor si accorse che anche nel ridere non era meno inibito che nel fare l'amore:La
preoccupazione che gl'impedisce di rilassarsi, qualunque sia, pensò,continua a dominare i suoi
pen-sieri. Poiché credeva davvero nel mottoin vino veritas, servì altro vino.
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Quando Elinor gli ebbe riempito nuovamente il bicchiere, Tallen-tyre domandò: — Davvero la passione
trasforma sempre gli uomini in lupi? Dunque gli uomini sono del tutto in balia della lussuria?

— Ne dubiti, forse?

Il baronetto non rispose. Dopo un poco, però, chiese: — Credi dav-vero all'esistenza dei licantropi,
Nora? Riesci veramente a credere che vi siano angeli caduti sulla Terra, pronti a fare scempio
dell'umanità?

— Non ha importanza quello che posso o non posso credere. Non sono mai stata a scuola: non so
nulla. — Ciò detto, Elinor pensò:Un tempo, veniva da me soltanto per il piacere. Adesso chiede le
mie opi-nioni, benché io non sia istruita. Come posso pagarlo, con monete così prive di valore?

—C'è una cosa, che mi è stata detta da una persona, due sere fa, e che mi preoccupa — confidò
Tallentyre, parlando lentamente. — Si tratta di un uomo che odiavo, e per validi motivi, credevo: una
volta, infatti, fu molto crudele. Ebbene, costui mi ha detto che non potrei mai capire che cosa ha sofferto,
e soltanto allora mi sono reso conto che non mi ero mai posto il problema: avevo rinunciato, senza mai
neppure cercare di capire.

Anche se Lydyard sapeva che Tallentyre alludeva a Jacob Harkender, Elinor non aveva modo di
capirlo. Rimase alcuni istanti in silen-zio, prima di dire: — È un bell'enigma... Temo, però, che dovrai
scio-glierlo tu per me.

Dopo essersi servito altro vino, Tallentyre narrò: — L'uomo in que-stione crede ai licantropi. Un tempo,
ero convinto che fosse un ipo-crita, ma adesso credo che sia perfettamente sincero. Molti anni fa,
quando studiavo a Oxford, lo giudicavo l'uomo più malvagio che aves-si mai conosciuto. Era molto bello,
sapeva essere estremamente affa-scinante e intelligente, eppure era tanto orribilmente gelido, dentro di
sé, da sembrare un autentico mostro. Seduceva sia gli uomini che le donne, per conquistarne l'amicizia e
l'affetto, se non per avere rap-porti sessuali, e godeva nel far soffrire tutti coloro che in tal modo gli
diventavano vulnerabili. Una volta, portò unaragazza al suicidio. Io la conoscevo appena: per me era
poco o nulla, se non un dolce sor-riso intravisto di sfuggita. Eppure mi sembrò che fosse rimasta vitti-ma
di una tale crudeltà, che mi parve necessario esigere una spiega-zione. Se non avessi già rinunciato alla
fede, avrei forse creduto che quell'uomo fosse posseduto da un demone. In seguito, quando altri lo
definirono mago e satanista, credetti di capirne la ragione, anche se personalmente giudicavo le sue azioni
nulla più che una rivelazione spaventosa di quanto gli uomini possono essere malvagi e spietati. Ri-cordo
che pensai davvero di sfidarlo a duello, ma dissi a me stesso che non potevo, e non perché non volessi
ucciderlo, bensì perchénon era un gentiluomo! Mi battei con lui in un modo meno violento, ma più
sprezzante, e ne fui sempre fiero... fino a due sere fa.

— Perché? — chiese dolcemente Elinor, ben sapendo, come lo sa-peva Lydyard, che Tallentyre
aspettava quella domanda. — Quale spie-gazione ti ha fornito?

— Mi ha detto che suo padre lo fece studiare nella speranza di fare di lui un simulacro di quel
gentiluomo che non era per nascita.

— E con questo? — domandò Elinor.

Affascinato, Lydyard ebbe la sensazione che la sua odissea di so-gno avesse uno scopo preciso, e
attese che il baronetto confermasse la conclusione alla quale lui stesso era indipendentemente balzato.
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— Già... E con questo? — fece eco Tallentyre. — Senza dubbio, quell'uomo imparò il Latino e il
Greco, la retorica e la matematica, e anche come ci si deve esprimere e come ci si deve vestire. Suo
padre pensò forse che questo fosse un grande successo, anche se esito a pro-nunciarmi su come giudicò
la direzione in cui quell'imitazione di gen-tiluomo orientò in seguito la propria cultura. Comunque, egli mi
ha rammentato quale prezzo dovette pagare per questa educazione, e mi ha chiesto d'immaginare quali
forze contribuirono a renderlo quello che era.

— Ho sentito dire che i college e le università sono luoghi crudeli — rispose Elinor. — Ci sono cinque o
sei bordelli, in città, che soddi-sfano coloro a cui piace essere picchiati. Come sai, anch'io lavoravo per
Mercy Murrell, una volta, e forse lavorerei ancora per lei, se non fosse stato per lagrazia d'Iddio, e per
sir Edward Tallentyre.

Brevemente, beffardamente, in un modo che fece lievemente sof-frire Elinor, mettendola in imbarazzo,
Tallentyre rise: anche Lydyard si sentì non meno a disagio della donna.

D'improvviso, come per un capriccio, Tallentyre domandò: — Hai mai conosciuto, là, una certa Jenny
Gill?

— Ne ho sentito parlare. Se ne andò, credo. Si disse persino che era stata uccisa, o che era morta in
circostanze incresciose, ma si trat-tò soltanto di dicerie. Ero giovane allora. — Ciò detto, Elinor pensò:
Ero bella, allora. Ma adesso...

Annuendo, Tallentyre pose risolutamente fine alla digressione. Quin-di riprese, pensieroso: — I college e
le università non sono tanto tre-mendi... Ogni belragazzo ha un soprannome femminile, ma si tratta nella
maggior parte dei casi di burle, e il sistema secondo cui gli allie-vi più giovani sono sottomessi ai più
anziani non è così nero come lo si dipinge. Comunque, una certa quantità di percosse e di sodomia è
ritenuta salutare per un giovane: è una prova di carattere da sop-portare in silenzio, e poi da dimenticare
per sempre. È vero però che in alcuni casi si commettono abusi, e che coloro che non riescono a trovare
un protettore, o che trovano un protettore particolarmente vizioso, possono essere condivisi tanto
liberamente e feriti tanto pro-fondamente, che... Be', l'uomo di cui ti ho parlato ha ragione nel so-stenere
che non posso immaginare adeguatamente quali conseguenze possono avere abusi del genere. Suppongo
che le ragazze disonorate e deluse non abbiano il monopolio del suicidio.

«Comunque, tutto ciò ha poca importanza, anche se sentirne par-lare mi ha impressionato. In realtà,
sono rimasto turbato dall'accusa sprezzante di quell'uomo: secondo lui, io stesso sono in qualche mo-do
colpevole di tutto questo, a causa della classe a cui appartengo, e quindi non posso che essere
consapevole dello scopo a cui sono ser-viti gli abusi da lui subiti, in quanto strumenti del sistema
educativo. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se non possa esservi una con-nessione, come lui ha
suggerito, tra il fatto che non mi sono mai in-terrogato a questo proposito, e il fatto che posso rifiutare
senza diffi-coltà di credere nei licantropi, nei satanisti, nei maghi, e in Dio... men-tre per lui è fin troppo
facile credere a tutto ciò.

In quel momento, Lydyard ebbe l'impressione di avere scoperto un aspetto di Tallentyre che gli era
sempre stato ignoto. Inoltre si rese conto, con imbarazzo, che anche Elinor aveva la medesima
sensazione.

La donna non replicò, perciò Tallentyre proseguì: — Dimmi, No-ra... Esiste davvero, negli uomini, un
lupo, a cui essi non possono resistere, mentre invece le donne ne sono capaci? È possibile che nei college
e nelle università si stimoli l'appetito del lupo, mentre si finge ipocritamente di educare i giovani? E
quando il lupo interiore viene completamente addestrato alla crudeltà nel giovane, che cosa ci si può
aspettare dall'uomo, se non che scateni la propria ferinità, se può, sugli uomini e sulle donne, per poi
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lasciarli sanguinanti?

Al pari di Lydyard, Elinor non era in grado di rispondere. Non era riuscita a comprendere tutte le
sfumature del discorso perché non aveva assistito alla conversazione del baronetto con Harkender,
tuttavia ne aveva colto la sostanza, quindi era certa che la preoccupazione di Tallentyre nei confronti dei
licantropi fosse tutt'altro che oziosa: — Ho sempre pensato che, se c'è una verità nascosta nel mito dei
licantropi di Londra, è questa: tutti gli uomini sono lupi, sotto la maschera della cortesia.

— Già... — mormorò Tallentyre. — Adesso che sto cominciando a credere che possa esservi qualche
verità nel mito, non posso fare a meno di chiedermi se questa non ne sia una parte...

Mediante la propria vista miracolosa, Lydyard comprese che Tallentyre era sinceramente turbato dal
labirinto fantastico in cui era stato condotto. Con sgomento, si rese conto che proprio come lui stesso si
era dolorosamente sforzato di celare in tutti i modi i suoi veri senti-menti, così aveva fatto Tallentyre, il
quale aveva sentito a sua volta il battito folle delle ali degli angeli, e non riusciva a negarlo con tanto
fervore quanto desiderava.

Non sono solo!pensò Lydyard, con uno strano empito di sollievo.Lui è con me, come ho sognato una
volta!

Ma proprio mentre Elinor osservava con tanto affetto il volto dub-bioso dell'amante, questo volto si
dissolse, trasformandosi in un al-tro viso, infinitamente più bello, infinitamente più calmo, e infinita-mente
terribile. E con esso si dissolsero Elinor Fisher, Greek Street, Londra medesima, finché rimase soltanto
quel viso, sovrapposto alla luce fredda delle stelle nel vuoto infinito...

Era il volto della Sfinge.

Sto arrivando,annunciò la Sfinge a Lydyard, anche se le sue lab-bra rosse non si mossero affatto.E
quando sarò arrivata, saprò che cosa fare.

In attesa che sir Edward Tallentyre scendesse nello studio, Lydyard si recò alla finestra ad osservare
Sturton Street, divisa a metà da una siepe sottile: nessuno era appostato di fronte alla porta principale
della casa, però un uomo era addossato a una cancellata a circa trenta me-tri di distanza, e guardava in
direzione della casa con quella che sem-brava una regolarità meccanica, due o tre volte al minuto: non
avreb-be potuto sfuggirgli l'arrivo di nessunacarrozza e di nessun visitatore.

Probabilmente, un'altra spia sorvegliava il retro della casa. Lydyard avrebbe voluto poterne catturare
una e obbligarla a rivelare tutto quello che sapeva. Ne aveva persino parlato a Tallentyre, il quale,
sebbene pensasse che la sorveglianza fosse un insulto, oltre che un fastidio, si era limitato a scrollare le
spalle, sostenendo che con tutta probabi-lità si trattava di scagnozzi che non sapevano nulla.

Entrato nello studio, anche Tallentyre si recò alla finestra e spazzò a sua volta la strada con una rapida
occhiata, notando la presenza della spia: — Questa situazione sta diventando intollerabile — mor-morò.
— Suppongo che ci seguiranno a Charnley, se potranno. Dob-biamo tentare di eluderli, se non altro per
dispetto.
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— Sanno abbastanza di Franklin per andare a cercarci direttamente là — osservò Lydyard. — Se


scegliamo di nasconderei, allora dob-biamo farlo in modo più astuto.

— Non c'è nulla da cui dobbiamo nasconderei — ribatté Tallen-tyre, con una certa irritazione. — Se
attendono che Paul Shepherd venga a farci visita, ho l'impressione che aspetteranno a lungo.

— Forse non è questo il loro scopo — suggerì pacatamente Lydyard. — Temo che possano essere più
interessati a me. Credo che sappia-no, ormai, perché Pelorus si è preso il disturbo di proteggermi,
quan-do Mandorla Soulier mi ha invitato a seguirla. Inoltre, sospetto che il suo intervento abbia più che
raddoppiato la loro determinazione ad impadronirsi di me.

— Sei troppo ansioso. Non è possibile che vogliano nuocerti.

A disagio, Lydyard scrutò il tutore negli occhi. Gli aveva riferito dettagliatamente il proprio colloquio con
Zefirino, nonché l'inciden-te che era avvenuto subito dopo, ma sapeva che Tallentyre, in base al suo
racconto, aveva ipotizzato soltanto che Mandorla Soulier in-tendesse interrogarlo a proposito di «Paul
Shepherd». Sulle prime, lui stesso aveva sperato che fosse soltanto così, ma ormai non gli era più
possibile essere tanto ottimista. Imbarazzato, soggiunse: — Non sono stato del tutto sincero con te,
Edward...

Con un'espressione tutt'altro che priva di gentilezza, Tallentyre lo osservò: — Se intendi dire che
l'avvelenamento è stato molto più gra-ve di quanto tu sia disposto a confessare, allora lo so. Ti ho sentito
gridare nel sonno, quindi so quanto siano terribili i tuoi incubi: non devi affatto vergognarti.

— La mia riservatezza non era dovuta soltanto a questo — confes-sò stancamente Lydyard. — Da
tempo non credo più di essere stato morso da un serpente qualunque, né di avere sofferto di un normale
delirio provocato dalla febbre. Forse la nuova vista di cui dispongo ora è soltanto un inganno, ma anche
se lo credessi, non potrei rifiuta-re di vedere. Credo che i licantropi di Londra esistano realmente,
Ed-ward, e che siano davvero una minaccia. Credo nell'entità che si è ridestata e che abbiamo incontrato
in Egitto, benché non sappia se definirla una divinità o un demone, un angelo o un demiurgo. Credo che la
sfinge che ti ferì fosse una creatura reale, concreta, che cammina ancora sulla Terra. Non posso accettare
che la fine del mondo sia vicina, però credo che possa accadere qualcosa, tra breve, e che mol-to
probabilmente sarà qualcosa di terribile. Giudicami pure debole o superstizioso, se vuoi, ma non posso
fare a meno di credere in tutto ciò, e non riesco più a sopportare di tenere soltanto per me queste
convinzioni. Ho bisogno dei tuo aiuto, Edward. E con questo non intendo dire che ho bisogno di
rassicurazione sul fatto che mi basterà concedermi un po' di riposo per riprendermi perfettamente.

Per alcuni istanti, Tallentyre lo scrutò, quindi indicò la poltrona accanto alla libreria. Attese che Lydyard
vi si fosse accomodato, pri-ma di sedere alla scrivania: — Che genere di aiuto desideri, David? Sarò
felice di offrirtelo, se potrò.

Il giovane scosse la testa: — Non ne sono tanto sicuro. Credo di poter dimostrare che le mie visioni
sono dovute davvero a una sorta di seconda vista, però non credo che la mia dimostrazione ti piacerà.
Per il momento, posso soltanto chiederti di ascoltarmi. In seguito, vor-rei che tu mi aiutassi a decidere
che cosa fare.

— Ti ascolterò certamente — promise Tallentyre, con voce neu-tra. — M'interessa molto sapere quale
prova puoi fornirmi. E non devi temere che non mi piacerà: nessun uomo intellettualmente one-sto può
mai essere turbato da una prova.
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Dopo essersi inumidito le labbra, Lydyard si rifugiò temporanea-mente nella dilazione: — La mia
interpretazione dell'accaduto si ba-sa sui resoconti che ci sono stati forniti, nonché sui sogni oracolari che
ho avuto da quando sono stato privilegiato dal serpente. Devi sa-pere, infatti, che sono diventato una
sorta di oracolo, simile a quello che Jacob Harkender cercò di creare per se stesso quando si recò in
Egitto. Forse non sono esattamente dello stesso tipo, per così dire, né posso pretendere di sapere quanti
tipi di oracoli esistano, ma sono certo di essere una specie di oracolo. Senza dubbio gli spiritisti mi
de-finirebbero un medium, anche se le voci che sento non appartengono ai defunti. — Ciò detto, tacque.

Il baronetto reclinò la testa, sempre osservandolo: — Continua.

— I licantropi di Londra hanno rapito il fanciullo magico di Har-kender perché credono che possa avere
il potere del mutamento, oltre a quello della veggenza, e perché vogliono indurlo, con la persuasio-ne o
con la forza, ad usare tali poteri per i loro scopi. Pelorus, il qua-le agisce dominato da una costrizione che
lo pone in contrasto con la sua stessa razza, è determinato a fare in modo che ciò non avven-ga:
rapirebbe a sua volta il fanciullo, se potesse, ma è molto preoccu-pato dal potenziale distruttivo della
creatura che è stata generata più di recente, e che si è manifestata a noi sotto forma di sfinge.
Consa-pevole che Pelorus è interessato a togliere a Mandorla il fanciullo, Harkender vorrebbe allearsi
con lui, ma Pelorus è molto riluttante ad ac-cettare, forse perché teme che Harkender possa essere lo
strumento inconsapevole di un'altra entità molto potente, le cui intenzioni po-trebbero essere distruttive.
Gli altri licantropi vorrebbero eliminare Pelorus dalla partita, e anche se forse non sono in grado di
annien-tarlo, possono di certo ferirlo tanto gravemente da renderlo impoten-te. A loro volta, però, sono
preoccupati dalla nuova creatura, e s'in-teressano a me perché credono, giustamente, che io sia lo
strumento della creatura.

— È un ottimo riepilogo — commentò Tallentyre, con voce inco-lore. — Si potrebbe aggiungere che i
monaci dell'ordine di Sant'Amycus sono persuasi che il potere distruttivo di una o di tutte queste
misteriose creature è destinato a scatenarsi, provocando la fine del mondo profetizzata nel Libro della
Rivelazione. Se tutto questo è ve-ro, nessuno di noi può far nulla. Se invece tutto ciò non è vero... Be',
non so proprio dire che cosa potrebbe ottenere una qualsiasi delle fa-zioni rivali, ultima fra tutte la nostra.
Io, però, non sono stato favo-rito dalla dèa, com'è capitato a te, e non ho sogni deliranti che possa-no
essere considerati visioni della verità. Temo proprio, David, di non poter credere a questa versione della
vicenda raccontata da te, più di quanto vi abbia creduto quando l'ha narrata Harkender. E non rie-sco a
immaginare come tu possa persuadermi che in tutto ciò vi sia qualcosa di più di un'illusione febbrile.

Consapevole, o credendo di sapere, che quel muro di scetticismo era soltanto una maschera, dietro la
quale si celava maggior credulità di quanto sembrasse, Lydyard fece un sorrisino: — Non mi resta che
esibire la prova alla quale ho accennato. Devo nuovamente avvertir-ti, però, che potrebbe non piacerti
affatto...

— Perché mai? — protestò Tallentyre, con rincrescimento since-ro. — Sono un uomo ragionevole, e
puoi star certo che ti ascolto con maggior simpatia di quanta ne avessi ascoltando Jacob Harkender.

Con il cuore palpitante di trepidazione, Lydyard domandò: — Ac-cetteresti, come prova di una facoltà
che va molto oltre quella della vista ordinaria, un resoconto della conversazione che ha avuto luogo la
notte scorsa fra te e una certa Elinor Fisher, e che non può essere stata ascoltata da nessun altro?

Come non gli era mai accaduto in tutta la vita, Lydyard vide per un istante sir Edward Tallentyre in
preda al più completo sbalordi-mento. Anche se si sforzò con tutta la propria volontà di apparire cal-mo
e distaccato, il baronetto fallì: il suo volto divenne esangue, ma-nifestando senza ritegno una collera torva.
Per alcuni momenti, il fatto che il giovane avesse osato rivelargli una scoperta del genere, sopraf-fece
tutto il suo interesse puramente scientifico nei confronti dei mez-zi con cui era riuscito a compierla.
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In quegli attimi, Lydyard ebbe timore della sua possibile reazione. Ma poi l'intelligenza razionale
riaffermò il proprio dominio su tutto il suo essere, e Tallentyre esortò, gelidamente: — Continua.

Benché avesse previsto tale ostilità, Lydyard trasalì: nessun'altra scoperta, per quanto incredibile,
avrebbe potuto essere più efficace nel convincere il baronetto che la realtà normale era stata trascesa.
Con esitazione quasi impercettibile, riferì: — La notte scorsa hai ri-cordato che qualcuno, una volta, ti
narrò una storia sui licantropi di Londra: la vicenda di un uomo che s'innamorò di una licantropa, la
sposò, e visse con lei per molti anni, fino a quando ruppe una pro-messa: allora lei tornò dai licantropi.
Pensavi che questa storia con-traddicesse quella che Elinor Fisher ti aveva appena narrato, ma lei ha
osservato che non era affatto così, perché le donne possono facil-mente far l'amore senza passione,
mentre per gli uomini è necessario essere eccitati. Questo è stato il preludio a una discussione del
com-portamento ferino di Jacob Harkender e della sua possibile spiega-zione: se lo desideri, posso
ripeterla nei dettagli.

Semplicemente, Tallentyre rimase a fissarlo in silenzio.

Come se fossi un mostro leggendario,pensò Lydyard. Era convin-to che non avrebbe potuto
impressionarlo maggiormente neppure se si fosse trasformato in lupo sotto i suoi occhi. — È necessario
che continui? — domandò. — Posso aggiungere un numero enorme di particolari, se vuoi, ma sono
riluttante a farlo, proprio come lo sono stato ad assistere a quegli eventi. Ti posso assicurare che avrei
smesso di osservare, se soltanto avessi saputo come fare. Purtroppo, non ho ancora imparato l'arte di
controllare i miei poteri magici.

Seguì un lungo silenzio.

— Hai avuto altre visioni di questo genere? — chiese finalmente Tallentyre, sforzandosi di non lasciar
trapelare l'ira dal proprio to-no, in modo da poter recitare adeguatamente il ruolo dell'uomo ra-zionale
che sosteneva di essere.

— Non esattamente dello stesso genere. Ne ho avute altre molto più simili a sogni. Per lungo tempo ho
creduto che fossero conseguenze del delirio: prodotti della mia immaginazione. Ora non posso più
esserne certo. Non posso esercitare nessun controllo su quello che so-gno, e sono perfettamente sicuro
che non tutto quelle che vedo nei sogni è vero, anche se le visioni possono essere considerate allegorie.
Tuttavia so, e la notte scorsa questa mia consapevolezza è diventata indubitabile, di possedere una certa
facoltà di vedere, che mi fu con-ferita dal serpente da cui fui morso, la quale mi unisce ancora a quel
fantasma in forma di sfinge che ferì gravemente Pelorus e che quasi uccise te. Ecco perché i licantropi mi
vogliono, e perché Jacob Harkender sarebbe felice, se acconsentissi a fargli visita a Whittenton. Non so
se gli altri sono in grado di controllare i miei poteri meglio di quanto possa fare io stesso, però sono
persuaso che desiderano servirsi di me in qualche modo per determinare con esattezza che cos'è l'entità
creata di recente, e perché è stata creata.

— Per quale ragione non mi hai parlato subito di queste visioni? — domandò Tallentyre. — Perché ti sei
preso la briga d'insistere di essere guarito, tranne qualche sintomo persistente, ma privo d'impor-tanza?

— Non volevo che tu mi giudicassi il tipo d'uomo che si lascia tur-bare dagli incubi — rispose
schiettamente Lydyard. — Volevo sem-brarti forte e incrollabilmente razionale, perché ero certo che tu
desi-deravi che io fossi così, e perché sono innamorato di tua figlia.

Di nuovo, Tallentyre mantenne un lungo silenzio, che a Lydyard parve una ricompensa ben misera per
tanta coraggiosa sincerità.
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Infine, il baronetto domandò: — E ora?

— Ora voglio sembrarti un uomo che sa quando occorre abbando-nare la dissimulazione ed è capace di
riconoscere i propri errori. Ora voglio essere un uomo capace di chiedere sinceramente il tuo aiuto,
perché ne ho davvero bisogno.

Anche se con scarsa convinzione, Tallentyre sorrise: — Adesso, pe-rò, ti sembro un uomo del tutto
diverso rispetto a prima, immagino...

— Al contrario — replicò Lydyard, ben consapevole di osare mol-to. — Non vedo nessuna
contraddizione nel tuo comportamento. Quando è necessaria la sincerità, sei brutalmente schietto,
quando è necessaria la dissimulazione, sai servirtene alla perfezione, ma comun-que sei sempre del tutto
consapevole della verità.

Per nulla impressionato dal complimento perverso, Tallentyre chie-se: — E ora ti aspetti, suppongo, che
io creda che mi stai imitando, nella speranza che io mi senta adulato?

— Sono lieto che tu riconosca la mia sincerità — ribatté Lydyard, compiaciuto con se stesso per essere
riuscito ad escogitare prontamente una difesa tanto adeguata.

Seguì un ulteriore silenzio, prima che Tallentyre mormorasse, qua-si fra sé e sé: — E se il mondo
dovesse rivelarsi diverso da come ab-biamo sempre creduto che fosse, dovremmo pur sempre vivere in
es-so, come meglio possiamo...

— Naturalmente, il semplice fatto che io possiedo un occhio interiore in grado di vedere in modo
soprannaturale non dimostra che tutte le mie ipotesi corrispondono al vero — osservò Lydyard. —
Dopo-tutto, forse, gli angeli tenebrosi che si sono destati dal loro lungo sonno non hanno la minima
intenzione di sconvolgere il mondo. Pelorus ha suggerito che potrebbero essere del tutto disinteressati alla
distruzio-ne, ma anche che l'entità destatasi di recente potrebbe confondersi, nel trovare il mondo tanto
cambiato, e potrebbe essere condizionata: forse potrebbe essere facilmente coinvolta in un conflitto. Nei
miei sogni, ho implorato la dèa felina, che ho incontrato per la prima vol-ta nella caverna di Platone, di
dirmi che cosa vuole da me, ma lei non ha mai risposto. Credo che abbia scoperto che cosa vuole, o che
cosa dovrebbe volere, soltanto in questi ultimi giorni, e ho paura di sapere che cos'ha finalmente deciso.
Desidero molto avere il tuo aiuto, Ed-ward, per scoprire in qual modo potrei essere sfruttato, e quale
pote-re possiedo, perché temo che se non riuscirò a padroneggiare il dono che mi è stato concesso, altri
potrebbero servirsene per i loro scopi.

Mentre Lydyard tentava ancora di valutare la reazione del tutore al suo discorso, e Tallentyre stava
ancora cercando di organizzare una reazione, si udì bussare educatamente alla porta.

Quasi con voce inarticolata, il baronetto rispose con un invito ad entrare. Su un vassoio d'argento,
Summers consegnò la posta del mat-tino: cinque o sei lettere per Tallentyre, e un solo biglietto per
Ly-dyard, con l'indirizzo scritto a mano sulla busta.

Intanto che Tallentyre esaminava rapidamente la corrispondenza, Lydyard aprì la busta con un fervore
dovuto alla frustrazione, più che alla curiosità, e ne trasse un foglietto.

Benché la calligrafia appartenesse sicuramente a una persona istruita, il messaggio era scribacchiato
frettolosamente:Ilmio intervento è ser-vito soltanto a renderla più interessante per i suoi nemici. Se
desidera sapere di più, e se è in grado di credere a quello che le dirò, venga al Vauxhall Bridge, sulla riva
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del Surrey, alle otto. Si sbarazzi di co-loro che la sorvegliano, altrimenti aumenterà il pericolo in cui ci
tro-veremo. La firma era:Pelorus.

In silenzio, Lydyard porse il biglietto a Tallentyre, il quale, depo-sta una lettera che stava scorrendo, lo
lesse, poi osservò: — Non sap-piamo se questa sia davvero la calligrafia di Pelorus. Potrebbe essere una
trappola.

Tuttavia, Lydyard aveva già deciso: — Lo so. Ma sarò armato, e userò la massima prudenza.

— Ti accompagnerò, naturalmente — sussurrò Tallentyre. — In questa faccenda, come in qualunque


altra, avrai da me tutto l'aiuto che ti occorre.

Naturalmente, Lydyard non si era aspettato nulla di meno dal tu-tore, e gli fu molto grato per la rapidità
con cui si era sbarazzato del-l'irritazione e dell'angoscia provate nello scoprire che lui si era
invo-lontariamente intromesso nella sua intimità: — Ti ringrazio, ma l'uomo lupo si fida di me, almeno un
poco, ed è preoccupato per me. Forse discuteremo più liberamente, se saremo soli. Ti chiedo soltanto di
ascoltarmi senza riserve, quando tornerò, e di non dirmi che sono im-pazzito, se ti riferirò cose strane e
spaventevoli.

— Ti ascolterò — promise Tallentyre. — Questa vicenda riguarda me non meno di te, e sono deciso ad
appurare la verità, anche se si-gnifica scoprire che il mondo in cui ho sempre creduto non è il mon-do
reale. Qualunque sia la verità, David, la perseguiremo senza cedi-menti: quanto a questo, hai la mia
parola. E qualunque aiuto ti oc-corra da me, non devi far altro che chiederlo.

— Grazie — ripeté Lydyard. — Con il tuo aiuto, sono diventato infinitamente più forte di quanto fossi
quando mi sentivo solo. So che, se la verità può essere scoperta mediante la mia vista magica, non potrei
avere amico migliore a guidare il mio occhio.

— Speriamo soltanto — concluse Tallentyre — che l'enigma posto dalla nuova Sfinge non sia tanto
astruso da impedirci di risolverlo.

10

La stanza in cui Pelorus condusse Lydyard era prospiciente il retro di un alto fabbricato situato a più di
un miglio dal ponte presso il quale si erano incontrati. Lydyard non si era chiesto dove vivessero i
licantropi di Londra, né come, ma poiché aveva visto Mandorla e la sua carrozza, aveva immaginato che
non fossero privi di mezzi. A quanto pareva, tuttavia, Pelorus costituiva un'eccezione, perché Lydyard
non aveva mai veduto un luogo tanto squallido e miserabile: nel varcare la soglia si rese conto che era, in
un certo senso, poco meno estraneo alla sua esperienza personale, di quanto lo fosse un mondo in cui i
licantropi coesistevano con la Bestia della Rivelazione.

Nel consegnare il cappello e il soprabito, Lydyard si chiese in qual modo Pelorus si guadagnasse da
vivere: non riusciva ad immaginare che svolgesse un lavoro normale e regolare, anche se dal suo modo di
esprimersi e dal suo comportamento si capiva che era istruito, co-me doveva esserlo anche suo fratello, il
quale era in grado di fingersi impiegato o vetturale con uguale disinvoltura.

— È stato seguito? — chiese Pelorus, nell'invitare con un gesto l'o-spite a sedere accanto al camino. La
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serata era meno fredda della pre-cedente, ma la stanza non si era ancora riscaldata.

— Soltanto fin dove mi sono lasciato seguire — assicurò Lydyard. — La folla e il traffico di Londra
stanno diventando un incubo, ep-pure sono preziose per chi desidera sfuggire ad inseguitori indesiderati.

— Io stesso ho pensato la stessa cosa, talvolta — confidò Pelorus. — Gradisce una tazza di tè per
riscaldarsi?

— Certamente. — Lydyard non trovava più nulla di particolarmente bizzarro nell'idea di bere il tè in
compagnia di un licantropo. Mentre Pelorus collocava il bollitore sul fuoco, aggiunse: — Mi ha sorpreso
ricevere il suo messaggio, dopo che ha rifiutato, in due occasioni de-cisamente migliori, di rivelarmi quello
che ora desidera che io sappia. Come mai ha cambiato idea?

— Perché ho incontrato Jacob Harkender, e ho visto in lui quello che temevo di vedere: qualche entità si
sta servendo di lui. — Per un lungo momento, Pelorus tacque, scrutando duramente Lydyard. Quin-di
domandò: — Sa che cosa sono?

Anche se fu costretto a deglutire per sciogliere un lieve nodo alla gola, Lydyard rispose: — Certo. Lei è
uno dei licantropi di Londra.

Lentamente, Pelorus annuì, abbassando gli occhi straordinariamente azzurri.

— Però non sono affatto sicuro di sapere che cosa significa questo esattamente — soggiunse Lydyard.
— Com'è possibile che discendia-te dagli esseri di cui parla la leggenda? Siete soggetti alla luna, come
sostengono alcuni, oppure le vostre trasformazioni sono volontarie? In che modo riuscite a trovare le
vostre prede in una grande città co-me questa?

— La mia famiglia è imparentata soltanto alla lontana con gli altri lupi mannari della leggenda — spiegò
Pelorus. — Per molti anni non ne ho mai visti di altre stirpi, e comunque mai in Inghilterra. La mia famiglia
vive da diecimila anni. Non possiamo essere uccisi. Qualun-que forma di violenza ci sia inflitta, siamo in
grado di guarire dalle ferite e di ritornare a vivere, anche se gli incidenti più gravi causati dal fato possono
farci dormire per mille anni, e noi, talvolta, ne sia-mo grati. Non siamo soggetti alla luna, eppure la nostra
volontà non è del tutto indipendente: neppure quella di Mandorla. Abbiamo una necessità di essere umani
che non possiamo negare, mentre la libertà di essere lupi ci è concessa in misura molto ridotta. Come i
lupi, ci nutriamo di topi, di ratti, e di tutte le prede che possiamo uccidere facilmente. Anche se Mandorla
ha coltivato il gusto della carne uma-na, non lo ha fatto per motivi di sopravvivenza, bensì per odio. I suoi
banchetti di carne umana sono soprattutto rituali. La volontà di Machalalel mi proibisce di cibarmi di
questa carne, perciò lei non si è sottoposto a nessun pericolo, venendo qui. — Come se esitasse a
proposito di qualcosa che avrebbe potuto aggiungere, Pelorus fece una pausa. Infine, decise di tacere e
rimase a scrutare Lydyard con gli oc-chi azzurri, come per valutarne la reazione.

Tuttavia, Lydyard rimase impassibile: — Quale entità si sta servendo di Harkender?

— Un'entità non dissimile da quella che si sta servendo di lei — rispose Pelorus, senza riguardi. — Dio
o demone... Angelo o mostro... Chi può dire come l'abbia trasformata il tempo? Forse la conobbi,
quando il mondo era giovane, ma ignoro che cosa abbia fatto di se stessa dopo aver cessato di svolgere
il ruolo di Creatore. Non so nep-pure come si siano serviti di essa i cicli del mutamento. Sono certo che
non è in grado di conoscere adeguatamente se stessa, perché tutta la sua saggezza e tutta la sua fede
sono state congelate con il suo po-tere, e se io, che sono rimasto desto per la maggior parte di questi
diecimila anni, ho trovato questo nuovo mondo di gran lunga troppo strano perché possa piacermi,
quanto deve averlo trovato più strano essa, che si è svegliata soltanto di recente?
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— Eppure, questi esseri hanno i loro strumenti di conoscenza — osservò pacatamente Lydyard. —
Tutto quello che sa Harkender, de-ve saperlo anche il suo padrone. E se l'immagine del mondo dipinta
da Harkender è del tutto falsa, come insiste sir Edward, non è forse possibile che esso scelga di vedere
attraverso mille altre paia di occhi? Senza dubbio, nulla si può celare a un essere del genere!

— Vedere e comprendere non sono la stessa cosa — obiettò grave-mente Pelorus. — E credo che lei
se ne sia già reso conto. Il potere della Creazione nonè privo di svantaggi, perché l'occhio della nostra
niente muta a seconda di quello che vede, e più bramiamo l'illuminazione, più facilmente cadiamo vittima
della seduzione delle immagini false o fuorvianti.

— Ma almeno una volta — mormorò Lydyard — ho visto una co-sa di cui non ho potuto dubitare, che
non posso avere inventato, e che di certo non ho scelto di vedere.

Intanto, l'acqua cominciò a bollire. Pelorus gettò il tè nella teiera, vi versò l'acqua fumante, mescolò
meticolosamente. Infine, dichia-rò: — Lei non è un Creatore, e può vedere più limpidamente di altri in
virtù della sua anima, fredda come il ghiaccio. Nondimeno, sostie-ne di aver visto una volta soltanto
quella che le è parsa essere in tutta evidenza la verità. I numi hanno bisogno degli oracoli più di quanto ne
abbiano bisogno gli uomini, David, perché spesso vedono troppo, e non sempre abbastanza. — Versò il
tè nelle tazze e ne offrì una al-l'ospite, prima di accomodarsi sulla propria sedia. Deliberatamente, distolse
lo sguardo da Lydyard per osservare le fiamme che guizzavano e danzavano nel camino. Poi, in un tono
volutamente noncuran-te, domandò: — Quali sono i suoi progetti?

— Abbiamo intenzione di recarci a Charnley Hall, domani. Sir Ed-ward è ansioso d'incontrare il dottor
Austen, e di sentire che cosa può dirci del misterioso paziente che fu ricoverato nella sua clinica, il quale
sosteneva di essere l'autore dellaVera storia del mondo. Secondo il dottor Franklin, lei lo conosceva.

— Per molto tempo fu il mio unico amico — rispose Pelorus. — Il mondo è solo, senza di lui, ma anche
se se n'è andato per propria scelta, non credo che rimarrà assente a lungo. Si è avvicinato moltis-simo
alla conoscenza assoluta, e se esiste qualcuno in grado di svelare i misteri del tempo e dello spazio,
questo è lui. Quando avrà dormito per qualche tempo, allo scopo di lenire la propria delusione,
ritorne-rà. Vorrei che fosse qui, ora, perché saprebbe molto meglio di me che cosa si può e che cosa si
deve fare. Forse dovrei accompagnarvi a Charnley, e tentare di destarlo dal suo sepolcro temporaneo.

Perplesso, Lydyard scosse la testa: — Non riesco a seguirla... Mi ha forse convocato qui per
frastornarmi ancor più con una serie di enigmi?

A sua volta, ma in segno di diniego, Pelorus scosse la testa: — Al contrario. L'ho condotta qui per fare
tutto quello che posso per spie-garle che cosa ha imprigionato la sua anima. D'altronde, io stesso igno-ro
molte cose, e forse lei non riuscirà a credere a quello che le dirò.

— Ho sopportato tanta follia, che tenterò di credere a qualunque cosa, se soltanto mi potrà essere
d'aiuto. Un tempo, non avrei mai potuto credere all'esistenza dei licantropi. Adesso, però, ciò non mi
riesce affatto difficile.

— Ha letto laVera storia dell'Uomo d'Argilla?

— Purtroppo no. Non riusciamo a trovarne una copia da acqui-stare, mentre l'unica che fosse custodita
al British Museum, disponi-bile per la consultazione, è stata rubata. L'ultimo a leggerla fu Jacob
Harkender. Indubbiamente, Austen ci dirà che cosa ricorda di essa, ma ha letto soltanto uno dei quattro
volumi: per il resto, deve affi-darsi al ricordo di quello che gli riferì il suo paziente. In ogni modo, lei
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intende dunque dirmi che quella storia apparentemente fantastica è in realtà vera?

— Nella misura in cui la verità può essere catturata dalla rimem-branza, quello che scrisse l'Uomo
d'Argilla è vero — replicò Pelorus, con enfasi scrupolosa. — I nostri ricordi non sono invulnerabili ai
ci-cli del mutamento, tuttavia credo che si possa confidare maggiormente in essi, che nel linguaggio delle
rocce e degli oggetti. La storia del-l'Uomo d'Argilla è la più vera che possa essere scritta. Il libro
contiene molto di più di quello che posso riferirle ora, ma devo dire tutto quello che il tempo mi consente,
altrimenti lei non potrebbe neppure iniziare a comprendere quello che è, e quello che forse può ancora
diventare.

Nel sorseggiare il tè, Lydyard lo trovò un po' troppo amaro. Cam-biò posizione, fin troppo consapevole
dell'intorpidimento degli arti e del dolore provocato dai lividi. Lo squallore della stanza gli sem-brava
opprimente, mentre la luce gialla della lampada ad olio era fio-ca e incerta.

Non appena Pelorus iniziò a raccontare, tuttavia, Lydyard si isolò in qualche modo dall'ambiente che lo
circondava, come se fosse di-ventato insopportabile, o come se l'angelo tenebroso della sofferenza fosse
giunto da qualche inimmaginabile lontananza del vuoto ad ap-profittare della sua debolezza e della sua
follia. Quantunque fosse as-surdo, gli sembrò allora di non udire quello che Pelorus diceva. In seguito,
però, rammentò ogni cosa in modo stranamente vivido, co-me se condividesse le conoscenze di Pelorus
con la massima intimità possibile...

Prima dell'avvento dell'umanità, esistette un'epoca che forse fu ine-guagliabilmente felice, in cui la gioia fu
pura e sconfinata. A quell'e-poca, la forma umana non era che un capriccio: una delle numerose
apparenze da indossare per un'ora, o per un anno, ma di cui era sem-pre possibile disfarsi.

Quella fu, come la definì l'Uomo d'Argilla nella sua opera, l'Età dell'Oro. Nessuno che avesse
conoscenza o memoria di quell'epoca innocente poté evitare di rimpiangerne la fine, anche se tale
rammari-co fu forse sciocco. Soltanto i Creatori, vale a dire i demiurghi e gli angeli caduti, potevano
ricordare davvero l'Età dell'Oro, e quando acquistarono il dono della memoria, la sua limpidezza era già
offu-scata.

La vera Età dell'Oro dev'essere stata priva d'individui: sarebbe stato assurdo, allora, parlare di entità
superiori ed inferiori, dotate di po-teri di tipo diverso. Ma col tempo, sicuramente nel periodo
successi-vo all'avvento dell'umanità, questo fu il modo in cui la capacità di creare fu definita e valutata.
Dalla libertà del flusso, emersero indivi-dualità in conflitto, i cui concetti di io vennero accuratamente
descritti, definiti e codificati.

Quando apparve l'umanità, ogni essere conosceva i propri confini, sapeva se si trovava fra i più potenti o
fra i meno potenti, e aveva ormai iniziato a nutrire ambizioni e ansietà adeguate alla propria con-dizione. I
più potenti sapevano di essere dèi, mentre i meno potenti sapevano di essere semplicemente gli Altri,
«non uomini». Si sapeva inoltre che esistevano molte creature intermedie.

Alle legioni di Altri che abitavano la Terra, i primi veri uomini par-vero una burla ridicola di qualche
Creatore crudele. Le creature limi-tate dalla stabilità erano nuove e strane: ancora più strano era il fatto
della loro mortalità tediosa. Queste nuove creature andavano e veni-vano, e tutto il potere di creare che
possedevano era concentrato nei loro organi genitali. D'altronde, non si trattava affatto di autentica
facoltà di creare, bensì di mera capacità di riproduzione, ossia di du-plicarsi e di moltiplicarsi.

Nella vera Età dell'Oro, i Creatori si fondevano e si dividevano, e non sapevano né si curavano di essere
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uno o di essere molti. Nel periodo successivo all'avvento dell'umanità, però, furono costretti a parlare di
divisione e di discendenza: di Unici divenuti Molti. A quel-l'epoca, alcuni iniziarono a pensare di
aumentare le loro nuove iden-tità assorbendo altri: così, gli dèi che non si consideravano abbastan-za
grandi divennero ambiziosi di crescere. Di conseguenza, la diffe-renza generò il conflitto, e la gioia
dell'Età dell'Oro cedette in parte alla paura.

Quando iniziarono a pensare in termini di prole, gli esseri dell'Età dell'Oro non accondiscesero, sulle
prime, ad imitare gli uomini: la loro progenie era soggetta ai suoi stessi capricci e ai suoi stessi po-teri di
trasformazione. Anche se la loro forma fosse stata fissa, non avrebbero scelto di avere figli identici a loro,
perché erano Creatori, le cui anime ardevano del fuoco del potere di dare forma, e desidera-vano
sempre qualcosa di migliore, qualcosa di più nuovo, qualcosa di più luminoso: qualcosa che manifestasse
il loro potere d'immagi-nazione.

Anche se gli esseri che vissero nell'Età dell'Oro possedevano una sorta di mortalità, il concetto della
morte era insensato per essi. Il po-tere mediante il quale si trasformavano si esaurì poco a poco, così che
essi consumarono la loro sostanza, la loro energia, e infine si an-nullarono. Sulle prime, tuttavia, essi non
pensarono che questa fosse una fine o una perdita dell'io, bensì semplicemente una fusione con il mondo:
non cenere alla cenere, né polvere alla polvere, ma vita alla vita e mutamento al mutamento. Le loro
anime calde arsero nella fiam-ma del potere di creare, ma essi non interpretarono tale destino come
oblio, perché non riuscivano a concepire se stessi come singoli di du-rata limitata. All'inizio, non furono in
grado di sviluppare il concetto di io: si considerarono semplici aspetti del febbrile processo
d'incar-nazione e di reincarnazione del mondo. Non poterono sviluppare nep-pure il concetto di storia:
senza dubbio vissero momento per momento, e la loro memoria fu labile e volubile, abilissima nell'arte di
di-menticare.

In seguito, tutto cambiò.

Per quanto possa sembrare paradossale, nessun essere della vera Età dell'Oro avrebbe potuto sapere o
capire che il mondo stava cam-biando. Quando tutto è flusso e libertà, quando ogni cosa può essere
trasformata volontariamente in qualunque altra cosa, il concetto di evoluzione, ossia di un movimento
fondamentale dei modi in cui le cose sono e possono essere, non può avere alcun senso. Nondimeno, il
mondo stava cambiando. Il flusso e la libertà furono delimitati dal-la configurazione dell'essere che li
aveva permessi: anche i Creatori erano stati creati, anche il loro potere di creare era un dono. Era
esi-stito un inizio, un primordiale Atto di Creazione. Gli dèi erano stati creati da un Dio supremo, esterno
alla Creazione, all'inquieto fuoco dell'anima, alla sua esuberante gioia di essere.

Quando iniziò ad esistere il tempo, iniziò ad esistere il mutamento. Il mondo non era sempre stato
identico, bensì il suo schema di svilup-po era stato creato nell'istante stesso del concepimento
primordiale.

Allorché questo fenomeno di mutamento fondamentale fu scoper-to per la prima volta, si pensò che
fosse una pecca della Creazione. Alcuni sostennero che era un difetto necessario, e che qualunque
Crea-zione doveva essere limitata in qualche modo, vulnerabile al decadi-mento e all'annientamento. Altri
obiettarono che si trattava di un ca-priccio, o di un errore, o di un fallimento del Creatore. Ma a
prescin-dere da qualunque ipotesi, il fatto rimaneva. L'Età dell'Oro non po-teva durare in eterno, il
potere di creare non poteva rinnovarsi indefi-nitamente. Il mutamento esisteva, e un aspetto di tale
mutamento era l'erosione graduale del potere creativo.

A causa di tutto ciò, alcuni concepirono l'avvento dell'umanità non come una burla, bensì come una
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profezia. Alcuni videro negli uomini la forma di un nuovo modo dell'essere: un modo dell'essere
dall'ani-ma fredda, che, in quanto non consumava il potere di creare, avreb-be potuto continuare ad
esistere quando l'esistenza fosse divenuta im-possibile per altri modi dell'essere. Altri, già nei primi giorni
dell'av-vento dell'umanità, specularono che forse sarebbe giunta un'epoca in cui tutte le forme di vita
sarebbero state fisse, e avrebbero avuto il potere di riprodursi all'infinito. Altri ancora ipotizzarono che,
chiun-que fosse, il Creatore che aveva creato gli uomini, presumibilmente dalla sostanza del suo stesso
essere, aveva trovato una trasformazio-ne che gli avrebbe permesso di durare molto a lungo, dopo che
tutti gli altri Creatori si fossero esauriti e annientati. Nello scoprire la stabilità, questo Creatore aveva
sconfitto la logica del flusso: nello sco-prire la morte e la nascita, aveva sconfitto la logica della
dissipazione e del decadimento. Ma nessuno sapeva quale Creatore avesse creato l'umanità, né come, né
perché.

Il pericolo di tutte queste supposizioni stava nel fatto che qualun-que cosa venisse creduta, poteva
avverarsi proprio per questo. Secon-do alcuni, lo schema di mutamento intrinseco alla Creazione non era
affatto fisso, mentre altri sostenevano che si trattava soltanto di un'il-lusione della paura e della fede.
Costoro gridavano a tutti che la rovi-na dell'Età dell'Oro era un fallimento dei Creatori, e che il futuro che
sembrava scritto nell'immagine dell'uomo sarebbe divenuto il futuro autentico soltanto se i Creatori
fossero stati abbastanza deboli e scioc-chi da crederlo.

Tuttavia, il mondo mutò.

La razza umana dall'anima fredda prosperò e si moltiplicò, intan-to che il mondo cambiava intorno ad
essa, rimodellandosi secondo l'immagine del suo modo di essere.

Quasi tutti gli Altri, che avevano indossato forme umane per ca-priccio, oppure avevano assunto aspetti
chimerici, cedettero alla pres-sione dell'inevitabile, o di quello che credevano fosse l'inevitabile. Al-cuni si
preoccuparono di salvarsi dalla mortalità, altri conservarono un poco del loro potere sulla forma e
sull'apparenza, ma quasi tutte le entità inferiori dell'Età dell'Oro acconsentirono alla fine a diventa-re
umane, oppure molto simili all'umanità, allorché giunse la conclu-sione dell'Età dell'Oro.

Nella vera Età dell'Oro non erano esistiti enigmi e misteri, né do-mande da porre, né risposte da trovare.
Ma quando l'Età dell'Oro iniziò a dissolversi, il mondo si colmò di enigmi, di segreti, di dilem-mi. Perché
esisteva il mutamento? Quali opportunità offriva e quali pericoli poneva? Il fallimento dei Creatori
superiori nell'assumersi la responsabilità del destino era una necessità o una debolezza? I Crea-tori
dovevano servirsi del potere di cui disponevano per la pura gioia di usarlo, oppure dovevano iniziare
invece a risparmiarlo?

Gli Altri, che consideravano la condizione umana dell'essere come orribile e deforme, divennero
terribilmente timorosi che il mondo si trasformasse lentamente e inesorabilmente fino a colmarsi di esseri
umani, i quali riproducevano meccanicamente la loro specie infima, mentre le altre specie, più perfette e
più preziose, scomparivano poco a poco.

Questi ultimi Creatori, alcuni superiori e altri inferiori, iniziarono a ricercare la conoscenza con i mezzi di
cui disponevano: l'intuizione, la rivelazione, la vista dell'occhio interiore. Ma quello che vedevano doveva
pur sempre essere interpretato, compreso, organizzato in ma-niera coerente. E la vista dell'occhio
interiore non era meno soggetta alle deformazioni delle credenze false di quella dell'occhio esteriore.

Per poter vedere limpidamente e lontano, l'occhio interiore aveva bisogno di sottoporsi a una disciplina
estremamente dolorosa. Perciò fu mediante la sofferenza e la negazione di sé, che i maghi e i saggi del
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mondo ottennero l'illuminazione. Si scoprì che il dolore era il mezzo mediante il quale l'occhio interiore
poteva essere purificato e poten-ziato.

Sia per gli Altri che per gli uomini, il dolore era di solito spiacevo-le: portato agli estremi, diventava
insopportabile. Eppure, tutto ciò era compensato da una strana ebbrezza, che era la pura gioia
dell'illuminazione. Gli esseri inumani di quel mondo antico non erano af-fatto simili agli uomini nella
vulnerabilità alle ferite e alle malattie. La rapidità di guarigione era il complemento principale della
capaci-tà di mutare forma, o viceversa. Un'entità troncata in due parti o in una dozzina di pezzi, poteva
riformarsi da ognuna delle porzioni sen-za eccessiva difficoltà, oppure poteva trasformarsi in altrettanti
esse-ri nuovi e diversi quanti erano i pezzi. Questi esseri non avevano biso-gno del dolore come
avvertimento dei pericoli, delle ferite, o delle ma-lattie, perciò il dolore stesso poteva svolgere funzioni e
assolvere sco-pi molto diversi.

Nondimeno, quando gli esseri umani popolarono il mondo, la loro natura obbligò il fenomeno del dolore
a subire un adattamento molto diverso, che lo privò di tutte le sue caratteristiche di ricompensa,
ren-dendolo qualcosa da evitare consapevolmente: uno sprone per guida-re la nuova emozione della
codardia.

La vigliaccheria non era ignota agli esseri inumani, ma l'assenza di essa poté essere considerata da
costoro un titolo di merito soltanto dopo l'avvento dell'umanità nel mondo. Ecco perché nellaVera
sto-ria del mondo si narra che l'Età dell'Oro fu seguita dall'Età degli Eroi. Prima che esistesse la
codardia, non poterono esistere eroi. Prima che il dolore che purificava la vista si tramutasse nella
sofferenza che era soltanto sofferenza, non poterono esistere nobili màrtiri, né crudeli torturatori.

Dal punto di vista degli esseri umani, l'Età dell'Oro corrotta sem-brò forse un'epoca estremamente
maligna, vale a dire dolorosa, tut-tavia non poté certo sembrare tale agii Altri, che avevano
un'espe-rienza molto diversa del dolore, e dunque una concezione molto di-versa del male. Comunque,
l'Età degli Eroi fu un'epoca malvagia per tutti: sia per gli umani, sia per gli inumani.

Anche prima dell'avvento dell'umanità, esistettero alcuni esseri nel mondo, i quali cercarono la
conoscenza infliggendo il dolore e le pri-vazioni non a se stessi, bensì ad altri, o imprigionando oracoli per
cer-care avidamente di trarre da loro nuove conoscenze. Tuttavia, questo comportamento non fu
considerato codardo o crudele prima che esi-stessero la codardia e la crudeltà: fu considerato in questo
modo sol-tanto quando gli umani, scoprendo che gli altri mezzi di illuminazione erano loro virtualmente
negati, iniziarono ad imitare queste prati-che degli Altri.

In seguito, alcuni esseri umani riuscirono ad aprire i loro occhi interiori, trovando così una via
all'illuminazione difficile e insidiosa, che poteva essere percorsa per un breve tratto mediante la disciplina
e la negazione di sé, anche se nella maggior parte dei casi lo sforzo era del tutto sproporzionato alla
ricompensa. Pochissimi svilupparo-no la vera vista, e persino costoro furono inclini a creare un enorme
apparato di falsità sulla base di scarsissime conoscenze ottenute me-diante la vera vista: così, le illusioni e
le false credenze mantennero la preminenza. Gli esseri umani, purtroppo, erano costituiti in ma-niera tale,
che avevano possibilità di gran lunga maggiori di ottenere le ricompense della conoscenza intuitiva
indirettamente, ossia tormen-tando gli Altri e obbligandoli a parlare, piuttosto che direttamente, agendo
su loro stessi.

Per questa ragione, gli Altri inferiori divennero i nemici degli uo-mini e delle altre creature con cui
condividevano il mondo. Iniziaro-no ad evitarli, forse non tanto per timore di soffrire, quanto perché
odiavano quello che gli esseri umani diventavano quando si dedica-vano a tali imprese. Anche gli Altri
superiori, che pure non avevano ragione di temere gli umani e i loro strumenti, cominciarono a
nascondersi, divennero avari nell'uso del loro potere, oppure diventa-rono predatori. Ecco perché gli
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Altri inferiori, per mantenere l'io e l'individualità, furono costretti a nascondersi anche da loro, oltre che
dall'umanità.

Col trascorrere del tempo, il mondo divenne quieto e freddo nell'a-nima. Gli Altri fuggiaschi si
smarrirono poco a poco, e i Creatori me-desimi, che si consideravano divinità, eppure avevano
sviluppato avi-dità e paura, incertezza e confusione, si nascosero a loro volta, per aspettare, e aspettare:
nessuno, e meno di tutti loro stessi, sapeva per-ché.

Intanto, il mondo cambiò, mutò, si trasformò.

Nessuno sapeva se il mutamento avesse una sola fine predestinata, oppure molte conclusioni possibili, né
quale potesse essere la fine me-desima, ammesso che una fine dovesse esservi, né che cosa sarebbero
diventati i Creatori nascosti nella sostanza della Terra, né che cosa potessero fare, né che cosa potessero
sperare di diventare.

Comunque, esistevano alcuni che bramavano una fine, o una tra-sformazione, altri che desideravano un
nuovo Atto di Creazione che risistemasse il mondo. Costoro esistono ancora, ma non possono sa-pere
quali Atti di Creazione siano ancora possibili, né sanno, nell'in-timo dei loro cuori, quali fini siano
realmente desiderabili.

E nella loro confusione, nella loro ignoranza, nella loro paura, so-no pericolosi: per gli uomini, e forse
anche per il mondo medesimo.

11

Quando Pelorus smise di parlare, il flusso immane di parole e di immagini che aveva inondato la mente di
Lydyard si esaurì poco a poco, fino a lasciare null'altro che pochi echi fugaci.

Soltanto allora Lydyard fu di nuovo in grado di vedere, e divenne consapevole di quegli occhi sfavillanti,
azzurri come il cielo d'Egitto. Sapeva di non avere semplicemente ascoltato: aveva collegato la pro-pria
coscienza a quella del licantropo, in un modo non dissimile da quello in cui, in sogno, era entrato nei
pensieri di Elinor Fisher: — Intendi dire che tutto ciò è letteralmente vero? — chiese, debolmente. —
Questo è quello che ricordi delle tue origini e della più antica storia del mondo?

— Questo è quello che so — rispose Pelorus. — E anche se la mag-gior parte di quello che ho narrato
accadde prima che io venissi al mondo, ti ho mostrato come viene rappresentato nella mia mente, in cui è
stato impresso con lo stesso metodo che io ho usato per trasmet-terlo a te. Se insisterai a dirmi che si
tratta soltanto di una favola o di una menzogna, come disse James Austen all'Uomo d'Argilla, non potrò
opporre nessuna certezza alla tua negazione, perché so bene, come lo sanno tutti, quanto sia fallace la
memoria, e anche perché la storia che ti ho narrato è costituita in gran parte di sogni. Forse non è vera
affatto, o forse contiene la verità in forma cifrata. In ogni modo, questo è quello che so io, e quello che
sapeva l'Uomo d'Argil-la. Entrambi conosciamo abbastanza il mondo per essere certi che la storia
tramandata dai fossili e dai reperti è pura apparenza. La storia più vera, ossia di gran lunga più vera di
quella che tu conosci, non è stata ancora narrata.

— Che cosa stai cercando di svelarmi? Perché ti sei preso la briga di raccontarmi questa storia?
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— L'epoca dei grandi Creatori è scomparsa da molto tempo — spie-gò pacatamente Pelorus. — Quasi
tutti si annientarono dissipando il loro potere. Tutto quello che resta di loro è nella riproduzione
mec-canica di tipo umano, mediante la quale le piante e gli animali produ-cono incessantemente copie di
loro stessi, all'infinito. Alcuni Creato-ri cercarono d'immunizzarsi dalla dissipazione risparmiando il
pote-re e nascondendosi: in altre parole, tentarono di preservare il proprio potenziale mediante l'inattività.

«Alcuni divennero predatori per assorbire il potere creativo di al-tri. Tutti costoro divennero
estremamente diffidenti nei confronti di tutti gli altri esseri, e in particolar modo dei loro simili. Costoro
sono gli angeli che caddero sulla Terra, o meglio nella Terra, e divennero parte della sua sostanza: di essi
si conserva memoria nelle mitologie. Nessuno ha mai saputo veramente quando e se torneranno, in quale
forma, e a quale scopo, anche se alcuni hanno nutrito speranze e ti-mori. Mandorla e i seguaci di
Sant'Amycus sperano, seppure in mo-do molto diverso, che il loro ritorno sia inevitabile, e che sarà
seguito da una trasformazione totale del mondo delle apparenze. L'Uomo d'Argilla ed io, invece,
speravamo che non sarebbero mai tornati, o che, in tal caso, non avrebbero avuto il potere di provocare
un muta-mento reale.

«Io non ho abbandonato questa speranza, ma temo che possa esse-re infondata. Speravo che questo
nuovo risveglio avesse semplicemente uno scopo d'indagine e di esplorazione, in accordo con lo spirito
del-l'epoca. Ma ora che ho incontrato Harkender, credo che il suo pa-drone abbia scopi più tenebrosi.
Può darsi che quest'ultimo abbia aiu-tato Harkender a creare Gabriel Gill semplicemente per
impadronirsi del potere incarnato nel fanciullo. Tuttavia, temo che esso stia tes-sendo una ragnatela ancor
più complicata. Il fanciullo potrebbe esse-re nulla più che l'esca di una trappola, in cui attirare la seconda
crea-tura, e forse anche il suo Creatore. Se è così, allora anch'essa si trova in grande pericolo.

— Questo avvertimento è per me, oppure è diretto, tramite me, al-l'entità che ha aperto il suo occhio
bramoso dentro di me?

— L'uno e l'altro — rispose francamente Pelorus. — Ma la mia preoccupazione principale è per essa e
per l'umanità, perché potreb-bero esservi valide ragioni per temere il suo padrone non meno del padrone
di Harkender. Non sono in grado di stabilirlo.

— Ho l'impressione che tu non possa dire nemmeno se quello che credi è vero. Se ho ben capito,
condividi i ricordi dell'Uomo d'Argilla, e presumibilmente anche quelli di altri come te. Ebbene, può darsi
semplicemente che tutti voi condividiate il medesimo sogno folle.

— La memoriaè fallace — riconobbe Pelorus. — Tutto è soggetto ai cicli del mutamento. Quando si
desterà dal sonno che simula la mor-te, l'Uomo d'Argilla avrà forse dimenticato di avere mai assunto le
identità di Lucian de Terre e di Adam Clay, e forse il suo libro è scom-parso dalla faccia della Terra.
Allora lui ed io, forse, ricorderemo una storia del tutto diversa, e saremo perfettamente convinti che si
tratta dell'unica storia che abbiamo mai conosciuto o vissuto. Non posso negarlo, sapendo quanto è
incerto il mondo delle apparenze.

— Dev'essere inquietante vivere in tale incertezza — osservò Lydyard, con voce neutra.

— La conoscenza e la vista sono inquietanti, oltre che incerte — convenne Pelorus. — Senza dubbio
anche tu lo sai benissimo, ormai.

— A dir poco, i sogni e gl'incubi m'inquietano — confessò Lydyard. — Però non ho ancora rinunciato
alla speranza di poter separare la realtà dall'illusione. E trovo estremamente difficile credere che tutte le
apparenze, dall'immensità e dalle leggi fisiche dell'universo alle pa-role stampate sui libri, siano suscettibili
di mutare per effetto di azio-ni creative arbitrarie. Non esiste forse un paradosso in quello che di-ci?
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Sostieni di sapere che la storia in cui crediamo è falsa, e questa tua conoscenza si basa sul fatto che hai
un ricordo diverso della sto-ria. Eppure riconosci che è probabile che il tuo ricordo sia altrettanto falso.

— Sono certo che sir Edward Tallentyre ricorrerebbe ad argomen-ti di questo genere, ai quali non so
come rispondere in maniera soddi-sfacente. Tuttavia — insistette Pelorus — non è sir Edward ad essere
stato maledetto dalla vista interiore e dal potere dei sogni. Tu stesso sei l'unico che deve decidere che
cosa sei, e che cosa puoi diventare. Io ho cercato di fare tutto quello che posso per avvertirti, e credo
che tu capisca che cosa intendo dire.

Con mano malferma, Lydyard sollevò la tazza per bere un ultimo sorso, scoprendo che il tè era già
freddo: — Sono un oracolo — di-chiarò, quasi con noncuranza. — Mandorla, Harkender, e l'entità che
mi ha fornito questo potere, vogliono torturarmi per amplificare la mia vista. Ma che cosa vogliono che io
scopra?

Il licantropo si strinse nelle spalle: — Mandorla brama sapere chi sia la seconda creatura, di cui tu sei gli
occhi. Inoltre, intende realiz-zare progetti molto più vasti con l'aiuto di Gabriel, ammesso che rie-sca a
tenerlo con sé. Ciò non significa, però, che non intenda servirsi anche di te. Il padrone di Harkender
desidera scoprire a sua volta tut-to quello che può sul suo avversario. Quanto all'entità che ha fatto di te
quello che sei diventato, ha bisogno per prima cosa dei tuoi pen-sieri, della tua vista, della tua
comprensione del mondo. Ma quando avrà assorbito tutte queste conoscenze, chi può prevedere che
cosa po-trà vedere, se soltanto...

— Se soltanto verrò torturato abbastanza?

— Se soltanto la tua vista potrà essere sviluppata e sfruttata inte-ramente. Tu stesso sei una sorta di
novità, un esperimento intrigante, anche se sono certo che non è questo il punto di vista del tuo padro-ne.
Jacob Harkender iniziò a seguire la via del dolore molto tempo prima che il suo occhio interiore iniziasse
a vedere, e anche se di re-cente la sua veggenza è aumentata, egli è soprattutto quale si è forgia-to da sé.
A te, invece, la vista è stata imposta con maggior violenza. Inoltre, tu possiedi uno scetticismo che non è
mai stato posseduto da nessuno di coloro che hanno ottenuto la vista naturalmente o volon-tariamente.
Non so se ciò renderà la tua vista più vera delle altre, ma sarebbe interessante sapere che cosa potrebbe
vedere, se...

— Ancora questo «se» — interruppe Lydyard, in tono aspro. — Anche tu rappresenti un pericolo per
me, dunque? O intendi sempli-cemente suggerirmi che potrei sottopormi volontariamente alla tortu-ra,
per alimentare i fuochi della mia anima divenuta calda?

Il licantropo scosse la testa: — Non posso nuocerti in alcun modo. Non ti minaccio, come non ti
minacciano i frati di Sant'Amycus, che non ricorrono mai alla costrizione. Non posso neppure suggerirti
di dedicarti alla via del dolore, perché ho conosciuto troppe persone che l'hanno seguita, alcune delle
quali volontariamente, e non sono af-fatto convinto che l'estasi che alcuni hanno dichiarato di avere
sco-perto al di là del dolore valga il prezzo che hanno pagato per ottener-la. I puri di cuore vedono le
divinità, ma l'Uomo d'Argilla ha sempre creduto che nei momenti di estasi la speranza trionfa talmente
sulla ragione, che le divinità viste sono soltanto le proiezioni ingigantite e trasfigurate di coloro che hanno
la visione.

— Non occorre che tu mi suggerisca di non ricorrere a certi metodi — mormorò Lydyard. — Non
sono tanto pazzo da torturarmi per aumentare gli incubi, né da credere a tutto quello che vedo quando
soffro e sono in preda alla febbre. Quale che sia il potere dell'occhio interiore, continuo a preferire le
conclusioni della scienza e della ra-gione. E credo che il mondo sarebbe un luogo migliore, se tutti gli
uomini condividessero questa preferenza.
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— Vorrei che l'Uomo d'Argilla potesse sentirti, perché questo era il suo stesso punto di vista, nonché la
sua speranza per la salvezza del mondo. La sua Età dell'Oro, l'unico regno dei cieli che lui abbia mai
desiderato, dovrà essere costruita dal lavoro e dall'intelligenza degli uomini dall'anima fredda, quando
verrà il giorno in cui gli angeli ca-duti saranno affidati all'eterno riposo: egli aveva fede nell'evoluzio-ne,
non negli Atti di Creazione.

— Allora è terribile che non abbia mai conosciuto sir Edward. Ed è doppiamente terribile che il serpente
che ha morso me, non abbia scelto lui: sarebbe stato un esperimento di gran lunga più significati-vo,
infatti, opprimere il suo scetticismo con la maledizione della vista.

Anziché rispondere, Pelorus eseguì uno strano gesto, come se cer-casse di avvolgersi meglio negli
indumenti per riscaldarsi, e proteg-gersi dal freddo notturno.

Forse la glabra pelle umana non gli è sufficiente, su quest'isola umi-da e tetra,pensò Lydyard. Poi,
d'improvviso, chiese: — Che cosa vuoi da me? Ti ringrazio per tutto quello che mi hai detto,
naturalmente, ma sospetto che tu voglia qualcosa in cambio.

— Ti chiedo soltanto questo: se la tua vista ti fornisse alcune delle risposte che non conosco, avvertimi.
Ne hai i mezzi, ora.

Poiché aveva già condiviso la sua coscienza e la sua memoria cari-ca di sogni, Lydyard non ebbe
bisogno di domandare a Pelorus che cosa intendesse dire: sapeva che ormai esisteva un legame fra loro.
Chiese invece: — Che cosa faresti, se una di queste Bestie dell'Apo-calisse decidesse di dedicarsi alla
distruzione? Che cosa potresti fare? Non ho dimenticato quello che ti ha fatto la sfinge in Egitto.

— Machalalel è morto, ma la sua morte può essere soltanto quel genere di sonno in cui è sprofondato
l'Uomo d'Argilla. E in tal ca-so... Be', io solo sono il portatore della sua volontà, e sono in grado di
destarlo dal suo riposo. Egli non era affatto il sommo fra i sommi, ma anche queste entità avrebbero
qualcosa da temere, se lui si sve-gliasse. Questa è una delle ragioni per le quali Mandorla è tanto
an-siosa di sbarazzarsi di me.

Stancamente, Lydyard scosse la testa: — È troppo... Veramente troppo...

— Io non chiedo nulla — sussurrò Pelorus — neppure la tua fidu-cia. Dico soltanto che se e quando
non potrai fare a meno di vedere, io ascolterò. E se mai avrai bisogno del mio aiuto, ti prometto che lo
avrai. Non sei solo, e anche se forse sono un alleato debole, rimar-rò sempre tuo amico.

Non sono solo,pensò Lydyard.Non sono solo. Incuriosito, doman-dò: — Non puoi rafforzare la tua
vista? Non puoi nutrire i tuoi sogni con il dolore, in modo che ti rivelino quello che ti occorre sapere su
quei fantasmi del passato?

— Posso nutrirmi come lupo o come uomo — rispose Pelorus, con rammarico — e posso bere come
lupo o come uomo, ma posso sognare soltanto come lupo, perché quando sono in forma umana, la mia
anima non è meno fredda di quella di sir Edward Tallentyre. Quan-do sono uomo, sono quasi incapace
di gioia lupesca, mentre quando sono lupo, sono quasi incapace di razionalità umana, e debbo seguire la
mia volontà animale. Persino Mandorla, cheè capace di far l'amo-re come donna, non può sognare come
una donna: i suoi poteri magi-ci sono scarsi, anche se pretende il contrario. Ecco perché ha bisogno di
Gabriel Gill, ed ecco perché ritenterà sicuramente di catturare te...

— Per usarmi come oracolo, torturandomi — concluse Lydyard. — Ma Gabriel Gill, se si deve credere
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a quello che si dice di lui, è umano a malapena, e senza dubbio è un oracolo molto più potente di me.

— Infatti — confermò Pelorus, con voce dolente. — Tuttavia Man-dorla è troppo astuta per correre il
rischio d'infliggere dolore a una creatura che non ha soltanto il potere della vista. Con la seduzione,
tenterà d'indurlo a servirsi di tutti i suoi poteri, ma forse ciò non sarà facile. Forse abbiamo motivo di
essere grati che egli sia incarnato co-me fanciullo, e non come adulto, perché è difficile resistere a
Man-dorla. È molto pericolosa: anche se non può guidare la mano creatrice di Gabriel, può fare di tutto
per tentare di suscitare un conflitto violento tra il padrone di Harkender e la Belva creata in Egitto, senza
alcun timore per se stessa: dopotutto, lei è immortale, e non può esse-re annientata, neppure se gioca con
il fuoco.

— Eppure — osservò Lydyard, provocatorio — se fossi abbastan-za sfortunato da cadere nelle mani di
Mandorla e se fossi costretto a vedere tutto quello che può essere visto, tu saresti senza dubbio lie-to di
sapere che cosa scoprirei...

— Non è questo che voglio — assicurò Pelorus. — Preferirei di gran lunga vedere Mandorla obbligata
a desistere. E ti esorto ad usa-re l'arma che porti, all'occorrenza.

— Forse dovrei esserne contento — insistette Lydyard. — Se non altro, se desideri che io soffra,
preferisci che mi torturi da solo.

— Mi fraintendi — assicurò pazientemente il licantropo. — Sarei sinceramente dispiaciuto, se tu venissi


torturato. Ti libererei, se po-tessi, dal fato tremendo che ti ha colpito, e guarirei la tua anima ar-dente.
Purtroppo, non posso farlo. Tutto quello che posso fare, inve-ce, è rivelarti quello che so, nella speranza
che ciò possa aiutarti a ca-pire, e dunque a dominare, la tua afflizione. Credimi, David: anche se sono
lupo, oltre che uomo, sono tuo amico.

Allora Lydyard rammentò la prima e la più frequente delle sue vi-sioni ricorrenti: Satana mesto e
sofferente, che arrostiva sulle fiam-me dell'Inferno e protendeva la mano libera nella speranza di
redi-mere il mondo, soltanto per vedere la Terra sottrarsi ostinatamente al tocco della sua mano
risanatrice. Aveva creduto di vedere se stesso nella condizione disperata dell'angelo impotente, ma in
quel momen-to si rese conto che ad essa poteva essere paragonato anche il fato di un altro...

Non aveva modo di sapere se fosse ironia o profezia, ma rammen-tò l'altra visione, a cui era parsa
condurlo la sua preghiera fervida: Dio quale confine dell'universo, del tutto impotente ad intervenire.

— Credo di capire, adesso — dichiarò Lydyard — perché mi dice-sti che forse saresti stato un amico
di gran lunga migliore, se soltanto avessi potuto lasciarmi in pace...

— E capirai anche — rispose Pelorus — perché sono indotto tanto spesso ad usare la parola
«purtroppo».

In seguito, Pelorus accompagnò Lydyard al Vauxhall Bridge. Era mezzanotte passata, ma la città non
era ancora silenziosa, e sul fiu-me, dinanzi agli innumerevoli pontili, navigava ancora una miriade di
imbarcazioni.

— Riuscirai a trovare un cab? — chiese Pelorus.

— Ne dubito — rispose duramente Lydyard. — Ma non devo te-mere di essere aggredito e rapinato,
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perché, come te, ho una pistola in tasca: posso difendermi anche dagli uomini, oltre che dai licantropi. Se
la nebbia mi farà prendere un raffreddore e mi verrà la febbre, mi addentrerò con tutto il coraggio di cui
dispongo nella wilderness del mio delirio.

Inquieto, Pelorus si volse ad osservare il fiume, in direzione di Lambeth Bridge e di Westminster.

— Credi davvero che io abbia qualche speranza? — chiese Lydyard. — Se quello che mi hai detto è
vero, quali possibilità ho di sopravvi-vere a questa vicenda?

Il licantropo continuò ad osservare le acque torbide del Tamigi: — Non bisogna mai disperare. L'entità
che ti possiede non ti lascerà mo-rire facilmente. Non posso garantirti che non ti farà soffrire, o che
impedirà che ti facciano soffrire, ma finché avrà bisogno di te, ti man-terrà in vita. E se arriverà il
momento in cui non avrà più bisogno di te, ti lascerà semplicemente libero. E se tu scoprirai quello che ha
bisogno di sapere, se vedrai quello che ha davvero necessità di vede-re, allo scopo di comprendere che
cosa è, che cosa può essere, che cosa dovrebbe fare di se stessa... Ebbene, potrebbe essere persino
capace di gratitudine.

— Dunque dovrei considerarla una specie di... prova del fuoco. Per un poco, Lydyard tacque. Poi,
d'improvviso, domandò: — Perché l'Uomo d'Argilla viene chiamato in tal modo?

— Perché fu creato dall'argilla, allo stesso modo in cui la mia fa-miglia fu creata da un branco di lupi.
Noi siamo, suppongo, i primi esperimenti del mondo, e come accade con la maggior parte degli
espe-rimenti, abbiamo fallito. Con un po' di fortuna, tu potrai fare di me-glio. Ti prego, David: credimi.
Puoi riuscire! Non oso assicurarti che non soffrirai, ma non devi credere che soltanto perché sei un uomo
e non un dio, non hai il potere di influenzare il corso di questa vicen-da. Il coraggio e l'intelligenza non
sono affatto da disprezzare.

— Ti garantisco che non li disprezzo. Dubito soltanto di posseder-li in misura adeguata.

Senza rispondere, Pelorus deviò lo sguardo dalle acque fosche del fiume alle luci della riva: — Una
volta, vidi ardere questa città, con-sumata dal furore del fuoco. Fu l'ultima volta che vidi Mandorla
feli-ce: l'ultima volta che la vidi in estasi per un'emozione sincera. Non posso fare a meno di amarla,
perché lei è il centro del mio mondo lupesco, la padrona della gioia animale infinita che la mia anima
ane-la. Allora, tuttavia, la sua felicità si trasformò ben presto in delusio-ne, quando scoprì che il mondo
non veniva trasformato. La città li-gnea fu ricostruita in pietra: un monumento ancora più gelido e
pos-sente all'anima e al lavoro dell'umanità. Londra non brucerà mai più, David, e io prego che non crolli
mai, che non si disgreghi mai nella polvere e nella sabbia del deserto, come Eliopoli e Menfi, Cartagine,
Troia...

— È molto più probabile che affoghi nei suoi liquami fetidi — ri-batté Lydyard. — La sua aria e le sue
acque sono troppo avvelenate, e troppi, fra coloro che affollano le sue strade, sono poco più che ri-fiuti
umani. Abbiamo ancora molta strada da fare per trasformare la Terra in un paradiso. E secondo alcuni,
le città sono ferite puru-lente sul volto della civiltà. Credo che vi sia stata una pestilenza, pri-ma del
Grande Incendio... Vedesti la gente morire nelle strade, prima che le fiamme giungessero a purificare e a
cauterizzare?

— Ho visto di peggio: ero in Inghilterra, al tempo della peste nera. Ma le malattie possono essere
sconfitte, e anche la follia: lo saranno di certo, se uomini come Gilbert Franklin e James Austen saranno
liberi di studiare e di operare.

Prima di attraversare il ponte, David Lydyard non disse addio a Pelorus, il quale rimase immobile a
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seguirlo con lo sguardo, né lo rin-graziò per la povera ospitalità che le circostanze gli avevano consenti-to
di offrirgli.

12

Quando Lydyard arrivò a Sturton Street, la nebbia si era ormai ad-densata, trasformando la luce dei
lampioni a gas in uno splendore dif-fuso, quasi magico. Nell'avvicinarsi alla casa, lanciò un'occhiata
pe-netrante al marciapiede opposto, illuminato a stento, e non vide nes-suna spia.

Sapendo della sua assenza, Summers non aveva sprangato la porta principale: Lydyard la aprì con la
chiave, entrò, e la sprangò. Il mag-giordomo aveva lasciato anche un lume nell'atrio: lo prese, dopo
essersi tolto il cappello, il soprabito e la sciarpa, poi salì le scale cercan-do di muoversi il più
silenziosamente possibile: era evidente che Tallentyre non si era preso la briga di aspettarlo.

Un lieve rumore lo fece trasalire e lo indusse a fermarsi, ma poiché la vecchia casa era sempre cigolante
e scricchiolante, di notte, quan-do la temperatura si abbassava, riprese subito a salire, imprecando contro
se stesso per il proprio nervosismo.

Sul corridoio che conduceva alla sua stanza si aprivano sei porte, una delle quali era del bagno, e un'altra
del gabinetto. La stanza grande in fondo e lo spogliatoio attiguo erano di Cordelia. La camera dirim-petto
a quella di David era riservata agli ospiti.

Notando che la porta della stanza degli ospiti era socchiusa, Ly-dyard la fissò per un momento,
accigliato, prima di rimediare alla di-menticanza e chiuderla. Quindi si ritirò nella propria camera e
sedet-te sul bordo del letto. Benché fosse tanto spossato dalla lunga passeg-giata, che gli sembrava di
non avere la forza di spogliarsi, non si sen-tiva particolarmente assonnato. Posata la rivoltella sul
comodino, si tolse la giacca e la gettò su una sedia, quindi si sfilò gli stivali e si tolse le calze dai piedi
doloranti. Infine, si coricò, supino, con la testa sul cuscino.

Nonostante la stanchezza, era molto inquieto. Ascoltò pazientemen-te i rumori lievi della notte e meditò
su Pelorus e sui licantropi di Lon-dra: per una volta, la sua mente non fu assalita dalle visioni. Anche se il
lupo mannaro gli sembrava tanto stranamente malinconico, ave-va l'impressione che sarebbe stato
incomparabilmente meraviglioso sapere di non poter morire e di poter vivere fino ad assistere alla fine del
mondo, non importava come e quando fosse giunta.

Poi, con suo rammarico, non arrivò il sonno, bensì una sorta di visione. Poco a poco, la sua mente fu
invasa dai pensieri di un'altra persona, che iniziarono a confondersi e ad intrecciarsi con i suoi. Un'ansietà
che non era del tutto sua gli fece palpitare il cuore.

Ma non provo dolore!protestò Lydyard. Eppure non era del tutto vero, perché sentiva la sofferenza
attutita dei lividi, la quale parve in-tensificarsi all'improvviso quando ebbe inizio la visione, anche se egli
era troppo confuso per capire se l'amplificazione della sensibilità fos-se la causa o l'effetto.

Ancora una volta, rimase prigioniero in una mente altrui: vide quello che l'altra persona vedeva, sentì
quello che l'altra persona sentiva. Si trattava di un uomo quasi paralizzato dalla tensione, ardente di
de-terminazione, il quale digrignava i denti per resistere alle attenzioni indesiderate di un terrore
strisciante: i suoi pensieri erano colmi di no-mi, che si susseguivano insieme alla consapevolezza della
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vicinanza di altri uomini al suo comando.

Fra i nomi altrui spiccava il suo nome, a cui l'uomo si aggrappava con la mente, quasi come se temesse
di dimenticarlo: era Caleb Amalax.

Benché Amalax sapesse dove si trovava, Lydyard, per alcuni caoti-ci secondi, non fu in grado di capire
se fosse nelle vicinanze, oppure dalla parte opposta del mondo. Rimase ad osservare, mentre Amalax
segnalava, a un certo Calan e a un certo Jack, di recarsi a una certa porta, in un certo corridoio illuminato
da una candela, con una pas-satoia sul tavolato.

Dopo avere obbedito, Calan e Jack scoprirono che la porta poteva essere aperta. Allora Lydyard
riconobbe la porta al tatto, e per alcuni istanti la sua memoria e la sua vista si sovrapposero, si confusero.

Perché?

Si sforzò di riflettere, ma la consapevolezza che la sua stessa mano, la mano di David Lydyard, aveva
toccato quella medesima porta, nel medesimo corridoio fiocamente illuminato, meno di mezz'ora prima,
fu talmente peculiare che non riuscì a collegarla razionalmente con quello che stava succedendo in quel
momento a un altro uomo.

Osservò Calan attraversare il corridoio per accostarsi a un'altra por-ta. Ciò suscitò in lui una sensazione
ancora più strana, perché si trat-tava di una porta che aveva toccato molte volte e che conosceva più che
bene. Le sue sensazioni, già terribilmente intricate, si allacciaro-no in un nodo stretto e lugubre che non gli
piacque affatto.

Ebbe l'impressione di udire il rumore della porta che si apriva, non una volta soltanto, bensì due volte.
Per meno di un attimo rimase quasi paralizzato, come Amalax, poi, come per effetto di un'eco strana,
tra-salì, in preda all'ansia.

La porta si aprì maggiormente, con uno strofinio. Di nuovo, Ly-dyard, confuso, ebbe l'impressione di
udire il rumore due volte. Sentì un fruscio come di abiti e di trapunta, percependo anche una pressio-ne
sulla pelle.

Soltanto allora si rese conto che Amalax e gli altri erano vicinissimi, e che quella che era stata appena
aperta, era la porta della sua camera.

Più nitidamente della propria reazione, Lydyard percepì quello che Amalax vedeva e pensava: uno
sconosciuto si era mosso sul letto e forse stava per alzarsi. La luce della candela tenuta da Jack era
scher-mata dalla porta, perciò Amalax, con gli occhi già abituati all'oscuri-tà, vedeva Lydyard soltanto
come una sagoma scura nel buio: arre-trò, e indicando con la mano con cui teneva un lungo pugnale,
ordi-nò a Calan di appostarsi all'altro lato della porta.

Più nitidamente del proprio allarme, Lydyard percepì la tensione di Amalax, che si era collocato
dirimpetto a Calan e lo aspettava. Nell'alzarsi, gli sembrò di osservare se stesso con la stessa passività e
la stessa impotenza con cui osservava l'altro. Prendendo la rivoltella dal comodino, sentì che Amalax non
aveva paura, ma non era meno an-sioso di lui. Per nulla frenato dalla consapevolezza del pericolo, si
re-cò alla porta e la spalancò.

Pur avendo la rivoltella in pugno e pur credendo di essere pronto a tutto, fu colto stupidamente alla
sprovvista dalla sensazione di pa-nico che gli giunse di rimando, nonché dall'aggressione che subito
se-guì.
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Ignorando che Lydyard era armato, Amalax agì con imprudenza: gli passò un braccio attorno al collo e
sollevò il pugnale. La tensione e la smania del gigante gli giunsero con tale violenza da soffocare la sua
collera tardiva e sciocca: Lydyard lottò confusamente contro il braccio che lo soffocava, perfettamente
desto come catturatore, ma semistordito dalla stanchezza come catturato.

In tutto, gli aggressori erano cinque. Amalax non poteva vedere la sua rivoltella, ma Calan, o Jack, o uno
degli altri, la vide: percosso da una bastonata, Lydyard mollò la pistola, che cadde e rimbalzò nel buio.
Nel sentire il rumore attraverso le orecchie e la mente di Ama-lax, percepì l'esplosione di paura che esso
suscitò.

Scoprì, consapevole del trionfo dell'altro e al contempo della pro-pria disperazione, di non potersi
opporre a un avversario che era molto più grosso, più pesante e più forte di lui. Sempre soffocandolo per
impedirgli di gridare, Amalax lo tirò di peso fuori dalla stanza, in cor-ridoio. Lydyard ebbe nello stesso
momento la sensazione di tirare e di essere tirato, poi vide quello che in un certo senso già sapeva: gli altri
assalitori, e lo scintillio della fiamma sulla lama del pugnale che aveva dinanzi agli occhi!

Quando Amalax gli sibilò all'orecchio, Lydyard ebbe la duplice sen-sazione di pronunciare e di udire le
parole, che echeggiarono in ma-niera soprannaturale: — Fermo! Taci, e non ti sarà fatto alcun male!
Resisti, e ti taglio la gola!

Oltre alle parole, però, Lydyard sentì anche i pensieri di Amalax: la preghiera disperata e irrazionale che
nessuno fosse stato destato dal rumore provocato dalla caduta dell'oggetto scivolato quasi in fondo al
corridoio, che il gigante non sapeva essere una rivoltella; e la spe-ranza fervida che Lydyard credesse alla
minaccia, la quale però sa-rebbe stata mantenuta soltanto per effetto della paura più mortale, perché
l'ordine era di catturarlo vivo, e di rapirlo.

Sia perché sapeva tutto ciò, sia perché, nonostante questo, fu colto dalla vertigine improvvisa provocata
da un terrore gelido e incoerci-bile, tanto che ebbe l'impressione di essere sul punto di svenire, Ly-dyard
non reagì.

— Bene — mormorò Amalax, più a se stesso che a Lydyard, col fiato fetido di carne e di gin. Contro
ogni probabilità, sperava ancora che il rumore della rivoltella caduta non fosse stato udito. Comun-que,
era convinto che anche in caso contrario avrebbe potuto fuggire usando il prigioniero come ostaggio.

Nel guardare la porta presso cui si era fermata la rivoltella, Lydyard non seppe se sperare che si aprisse
o pregare che rimanesse chiusa. Se soltanto fosse stata quella della stanza di Tallentyre, anziché quel-la di
Cordelia ! E se soltanto Gilbert Franklin avesse occupato ancora la camera degli ospiti, vale a dire la
prima in cui i rapitori avevano spiato!

Nel mare turbolento della coscienza che Lydyard condivideva con Amalax, affiorò un altro nome, che
portò nubi d'angoscia nel cielo mentale di entrambi: Mandorla! Il gigante credeva di essere padrone di se
stesso, però Lydyard era in grado di vedere distintamente fino a che punto fosse schiavo di Mandorla, di
cui pure conosceva la vera natura.

La fiamma della candela illuminava i volti ansiosi di Calan e di Jack, i quali parvero incerti sul da farsi,
paralizzati dal panico. D'un trat-to, Jack avanzò di un passo verso la scala. Nello stesso istante, come se
fosse la sua immagine riflessa in uno specchio folle, Calan mosse a sua volta un passo nella direzione
opposta, verso l'estremità cieca del corridoio.

Allora Lydyard, timoroso per l'incolumità di Cordelia, si mosse co-me per fermare Calan, e subito
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Amalax rafforzò la stretta con cui lo bloccava. La nuova determinazione che si formò in lui invase lo
spiri-to di Lydyard, aprendosi violentemente un varco nella sua angoscia: — Seguimi, e senza far rumore
— sibilò, all'orecchio del giovane. — Obbedisci, e non sarà fatto male a nessuno. Se ti ribelli, scateno il
lupo. — Nell'aggiungere questa minaccia, si aspettò, evidentemente, che Lydyard capisse.

Sino a quel momento, Lydyard non aveva capito che cosa fosse Ca-lan, ma d'improvviso comprese
tutto ciò che significava «scatenare il lupo» per Caleb Amalax, lo strumento dei licantropi. Attraverso gli
occhi di costui, notò che Calan indossava indumenti ampi, di cui avrebbe potuto sbarazzarsi con la
massima facilità e rapidità.

Dalla camera in fondo al corridoio giunse un rumore: non un tin-tinnio o un cigolio, bensì un suono più
sordo. Il fragore provocato dalla rivoltella aveva destato Cordelia, la quale, benché la notte fosse fredda
e il letto fosse caldo, aveva evidentemente deciso di alzarsi per scoprire che cosa fosse accaduto.

— Silenzio, o sei morto — intimò Amalax sottovoce, sfiorando con le labbra l'orecchio di Lydyard.

Le parole del gigante echeggiarono, pensate e pronunciate, dette e comprese. Lydyard era consapevole
di quanto Amalax fosse tenta-to di ferirlo a sangue con il pugnale per dimostrargli la propria risolu-tezza.
Ma se soltanto avesse intuito quanto essa era già evidente!

Fino a quel momento, Lydyard non aveva potuto guardare Ama-lax negli occhi. Si accingeva a girare la
testa per farlo, quando un'im-pressione fugace trasmessa dal gigante lo indusse invece a volgersi dalla
parte opposta. Con la doppia vista, vide gli occhi di Calan, febbril-mente sfavillanti di ebbrezza e d'ira
frustrata.

Con tutto il suo cuore, Amalax desiderava che il licantropo non fa-cesse nulla, ma temeva il contrario. Si
augurava che l'uscio in fondo al corridoio non si aprisse, però aveva paura che ciò accadesse. E
bra-mava con tutto se stesso di lasciare quella casa, anche se aveva il ter-rore che...

Mentre Amalax si umettava le labbra, Lydyard fu colto da una sorta di capogiro nel percepire la
confusione tumultuosa delle sue ansie. Sba-lordito dalla brutalità e dallarozzezza del gigante, pensò:Di
certo, le mie azioni non sono mai state provocate da un miscuglio tanto vile di motivazioni!

Aveva creduto che tutti gli uomini fossero simili, che tutte le loro anime fredde si assomigliassero. Invece
non era così: non era affatto così!

Allo scopo di fargli capire che sarebbe bastato un breve movimen-to del polso per sgozzarlo, Amalax
premette la lama del pugnale sulla gola di Lydyard. Paralizzato e contratto dalla tensione, Lydyard sen-tì
che il gigante aveva la sensazione che il vento gelido della paura squassasse il suo prigioniero. Tuttavia,
ammesso che spirasse, questo vento gelido proveniva soltanto dall'anima dello stesso Amalax, non da
quella di Lydyard.

Proprio allora, la maniglia della porta di Cordelia iniziò a girare.

In quell'istante, la doppia consapevolezza cessò. Lydyard si ritro-vò improvvisamente solo nella propria
mente, con la propria paura, e anche, si rese conto subito, con la propria temerarietà. Dopo avere
condiviso i pensieri di Amalax, rimase sorpreso nello scoprire quanto fosse pura la collera che provava
nei confronti del malvagio che lo immobilizzava.
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Con un ringhio, Calan portò le mani al nodo della fune che gli cin-geva la vita.

Dolorosamente consapevole del pericolo che sembrava emergere ir-resistibilmente da una riserva
profonda e tenebrosa di eventi malva-gi, Lydyard ebbe il terrore che, non appena Cordelia fosse
comparsa sulla soglia, Calan l'avrebbe aggredita. Anche se non gli leggeva più nella mente, sentì che
Amalax aveva il medesimo timore.

Non appena tutti ebbero la certezza che l'uscio si stava aprendo, Amalax disse: — Jack!

Tuttavia, Jack non capì.

Subito dopo, Cordelia aprì parzialmente la porta, mostrandosi va-gamente nella luce fioca del lumino
che ardeva alle sue spalle, nella camera, sul comodino. Vide il gruppo che si trovava nel corridoio
il-luminato dalla candela, la cui luce le parve senza dubbio intensa, per contrasto, poi notò la rivoltella sul
tavolato, a non più di quindici centimetri dalla soglia.

Forse nessuno degli intrusi si era reso conto di che cosa fosse l'og-getto caduto, ma in quel momento
videro tutti che si trattava di un'ar-ma da fuoco.

Senza esitare, Cordelia si accosciò a raccogliere la rivoltella, rapi-dissimamente, e la puntò, senza


rialzarsi. Era pallida di paura, ma era abbastanza esperta nell'uso delle armi, come ben sapeva Lydyard,
che si era recato spesso con lei ad allenarsi nel tiro a segno. Le pistole erano molto diverse dai fucili, ma
laragazza aveva avuto il coraggio di puntarla, e senza dubbio avrebbe avuto anche quello di premere il
grilletto. Lydyard era consapevole, come ne era consapevole Ama-lax, che la luce della candela rendeva
gli aggressori ottimi bersagli.

Per alcuni istanti, nessuno si mosse. Però Amalax lesse nello sguardo dellaragazza qualcosa che a
Lydyard era sfuggito: paura per l'innamorato, che aveva un coltello alla gola. Dunque intimò, con voce
calma: — Non spari, signorina. Il suo amico mi protegge come uno scu-do: lo ammazzerebbe
sicuramente.

In silenzio, Cordelia spostò la rivoltella, come per mirare al viso di Lydyard, quindi, con sollievo di
questi, la puntò di scatto contro Jack, il quale arretrò di un passo, per essere pronto a correre giù per la
scala. Anche se avrebbe potuto precederlo, Calan rimase sdegno-samente immobile. Per questa ragione,
Cordelia spostò di nuovo la mira, minacciando lui.

Tutti, inclusa laragazza, rimasero immobili, in ascolto, per scopri-re se stesse arrivando qualcuno. Non si
udì nulla. La camera di Tallentyre era troppo lontana: se anche il rumore prodotto dalla rivoltel-la caduta
aveva turbato il suo sonno, il baronetto aveva senza dubbio concluso che non si era trattato di nulla
d'importante. Ciò non era affatto sorprendente, visto che nella casa, di notte, si udivano solita-mente
molti piccoli rumori.

Sicuro che se Calan l'avesse aggredita, Cordelia avrebbe sparato, Lydyard pensò che se anche il
licantropo non correva nessun rischio, qualcun altro avrebbe potuto rimanere ferito o essere ammazzato.

— Resta dove sei, Calan! — ordinò sottovoce Amalax, che indub-biamente era giunto alla medesima
conclusione. Quindi si volse a Cor-delia e mormorò, probabilmente nel tono più cortese di cui era
capa-ce: — Non le conviene sparare, signorina: siamo in troppi. Anche se mancasse il suo amico, non le
basterebbero i proiettili. Noi vogliamo soltanto andarcene. Ora scenderemo la scala, molto cautamente.
Quan-do saremo alla porta, ma non prima, io lascerò il signor Lydyard.
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Senza bisogno di leggergli nella mente, Lydyard capì che il gigante mentiva. Tuttavia sperò, per il bene di
lei, che Cordelia gli credesse.

Proprio in quel momento, dal piano superiore provenne un rumo-re: un servo si era svegliato e si era
alzato.

— Vai, Jack! — comandò Amalax. — Dobbiamo scappare tutti, e che nessuno si fermi! — Nonostante
queste parole, rimase immobi-le, sempre trattenendo saldamente Lydyard, per farsene scudo.

Quando Jack, che continuava a reggere la candela, iniziò a scende-re la scala, il corridoio rimase buio.
Nello stesso istante, Lydyard in-tuì, più che vedere, il brusco movimento con cui Calan sciolse la fu-ne.
Poi, nella penombra, vide la camicia veleggiare nell'aria e capì che si era spogliato: — No! — gridò, sia
ad Amalax che al licantropo.

Tuttavia, anche Cordelia percepì il movimento, e fece fuoco all'i-stante, dimostrando di avere buona
mira.

Colpito all'inizio della trasformazione, Calan fu catapultato all'indietro.

Il rinculo violento strappò un grido di dolore a Cordelia, che però lo aveva previsto e non perse
l'equilibrio, anzi, puntò di nuovo la ri-voltella, afferrandosi con la mano sinistra il polso destro per poterla
impugnare più saldamente.

Informe, Calan si contorceva nel buio, sanguinando copiosamen-te. Nel suo ululato spaventoso
svanirono gli ultimi fragili dubbi che forse Lydyard nutriva ancora sulla vera natura di coloro che
sostene-vano di essere i licantropi di Londra: fu un grido demoniaco, più che belluino.

Divenuto una grossa belva quadrupede, mostruosa e furente, ma ancora parzialmente umano, con la
pelliccia che erompeva dalla pelle nuda, il lupo mannaro ferito continuò a trasformarsi nella semioscu-rità,
e intanto balzò di nuovo all'attacco: i suoi occhi verdi e vividi sfavillarono, riflettendo la luce fioca che
filtrava dalla camera della ragazza.

Ancora una volta, Cordelia sparò, colpendo il licantropo.

Le rivoltellate avrebbero ucciso qualunque uomo o lupo normale. Nonostante i suoi soprannaturali poteri
di rigenerazione, Calan non era invulnerabile, perciò rimase gravemente ferito. La metamorfosi, come per
effetto della combinazione della propria rapidità con la gra-vita delle ferite, divenne una sorta di
esplosione organica, ma non si completò: il licantropo spruzzò getti di sangue in tutte le direzioni, quindi
rimase immobile per alcuni istanti, simile a un ammasso infor-me di arti e di pelliccia.

Frattanto, i rumori si diffusero in tutta la casa: gli spari, l'ululato e gli echi avevano destato gli abitanti.

— Scappate! Scappate! — gridò disperatamente Amalax. — Si salvi chi può!

Uno strano connubio di coraggio e di terrore indusse Lydyard ad affondare i denti nel braccio che gli
cingeva il collo, nella speranza di indurre Amalax a mollare la presa. Tuttavia rischiò di essere pu-gnalato
a morte: la lama gli tracciò dolorosamente una ferita poco profonda dal collo alla tempia, attraverso
l'orecchio. Per giunta, non ottenne nulla, perché Amalax ebbe la presenza di spirito di non allen-tare la
stretta e di stordirlo abbattendogli un grosso pugno sul cranio.

Intontito, con il sangue che gli scorreva caldo sul viso e l'orecchio sfregiato che ardeva di dolore,
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seppure non troppo intensamente, Ly-dyard riuscì, soltanto con uno sforzo, a non perdere conoscenza:
sa-peva che Cordelia non aveva ancora scaricato la rivoltella.

Mentre Calan, rotolando e contorcendosi, lo precedeva alla scala e cominciava a scendere i gradini,
Amalax non osò lasciar cadere Ly-dyard: continuò a farsene scudo, arretrando.

In quei momenti, Lydyard gioì di non condividere le sensazioni e i pensieri del gigante: gli bastava udire le
sue imprecazioni violente, rabbiose,bizzarre. Con uno strano distacco, pensò che era quasi un miracolo
che la sfilza d'invettive continuasse, perdurasse, tanto a lungo...

13

Londra arde di luce soprannaturale, i fabbricati si dissolvono in fu-mo colorato, mentre le stelle cadono
dal cielo come pioggia sfavillan-te. Gli abitanti sono come paralizzati, e la luce che danza intorno
tra-sforma i loro lineamenti, fonde i loro corpi in ammassi informi, sin-golarmente, a coppie, a gruppi:
madri e figli che si sciolgono gli uni nelle altre, e coppie di amanti che divengono alfine un solo essere.

Nelle strade cangianti corrono i lupi, bianchi, argentati, neri, rapi-di di zampe e lievi di cuore. Intanto, gli
angeli caduti che odiano l'u-manità sfilano in cielo come ruote di fuoco, esultando nella loro li-bertà dalle
prigioni più fosche della materia, dello spazio e del tempo.

All'Inferno, Satana piange, osservando impotente mentre il mon-do sovrastante si accende dall'interno
come una sfera di cristallo, tut-to fuoco, flusso e furore: protenderebbe la mano a toccarlo, se sol-tanto
potesse.

All'esterno della Creazione, Dio muta la propria immagine: impo-tente nella propria onnipotenza, si
ricrea, e non riesce a convocare a giudizio coloro le cui anime si consumano nella caldaia della
poten-zialità.

L'uomo nella caverna affronta la felina sorridente, dagli occhi sfol-goranti di furore spaventevole e dalle
fauci spalancate, la quale di-chiara:Riprenderò quello che avete rubato alla mia anima, oppure avvelenerò
il mondo intero e distruggerò la Creazione stessa.

E l'uomo grida:Sed libera nos a malo... Sed libera nos a malo... Sed libera...

E non viene udito.

Nell'aprire gli occhi inondati di lacrime di dolore, Lydyard chia-mò: — Cordelia?

Nessuno rispose.

Cessate le visioni, la vista interiore lasciò Lydyard nel dolore e nel-lo sconforto, con l'emicrania e la
nausea. Lo splendore immaginario che lo aveva abbacinato sbiadì, diventando la luce gialla di una
lam-pada, che illuminava le pareti che lo racchiudevano e il letto su cui giaceva.
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Aveva i polsi strettamente legati con una corda sottile alla testiera in ferro battuto, e le caviglie avvinte in
modo simile ai piedi del letto, da cui spuntavano i suoi piedi scalzi. Per quanto si torcesse e si sfor-zasse
di cambiare posizione, non aveva modo di mettersi comodo. Il materasso era sconquassato.

Sul bordo del letto, accanto a lui, sedeva la donna terribilmente bella che aveva già veduto una volta, la
quale, con espressione beffarda-mente affettuosa, lo guardava con gli occhi viola come iris e gli
sorri-deva gentilmente, mostrando a malapena i denti perfettamente rego-lari. Nella luce artificiale, la sua
chioma serica color miele scintillava ancor più che alla luce del giorno.

— Hai rifiutato il mio invito, mio caro David — disse Mandorla Soulier, in tono di scherzoso
rimprovero, mentre Lydyard era inca-pace di distogliere lo sguardo dal suo viso. — Hai preferito
obbedire al mio amante geloso. Ultimamente, il povero Pelorus è del tutto im-pazzito, come senza dubbio
hai indovinato: la volontà non gli appar-tiene più. La mia volontà, invece, mi appartiene completamente, e
i semplici mortali, come vedi, non possono opporvisi.

— Sei la regina dei licantropi, suppongo — rispose Lydyard, di-grignando i denti per sopportare l'ironia
rabbiosa. — Ebbene, oso dire che hai appreso molto dall'esempio della nostra amata sovrana.

In un modo stranamente ironico, e al tempo stesso cortese, Man-dorla rise: — Anche voi avete una
regina? È così difficile tenere il conto dei vostri effimeri monarchi, che ormai non tento più di farlo. Non
sono più invitata a corte da... parecchio tempo.

In silenzio, Lydyard guardò attorno. Le pareti erano tanto chiaz-zate di fuliggine e di umidità, che
riuscivano a luccicare. Il cemento si sbriciolava e i mattoni sembravano marci. La lampada era posata sul
pavimento non piastrellato, sporco, fetido di escrementi. La sedia occupata da Mandorla era semplice e
robusta. L'unico altro mobile, a parte il letto, era un tavolo basso, collocato accanto alla testiera, sul
quale ardeva un mozzicone di candela quasi consumato, bizzarra-mente informe.

Nello squallore di quella cantina, Mandorla ostentava un abito di seta sgargiante, che la faceva sembrare
un'attrice del Drury Lane in costume da Cleopatra, o da Salomè.

— Se è così che ricevi gli ospiti alla tua corte — commentò Lydyard — spero che trascorrano parecchi
anni prima di ricevere un altro in-vito da te.

Questa volta, sorridendo, Mandorla lasciò trapelare un divertimento più sincero: — In altri tempi, mio
caro David, avrei potuto accoglier-ti in un luogo di gran lunga migliore. Ma una bella donna che non
invecchia viene lusingata troppo spesso dalle accuse di stregoneria. Tu non sai che cosa significa bruciare
vivi, mio caro David, e se mai lo scoprirai, forse non ti desterai mai più con quel caro ricordo. Io invece
lo so, e talvolta vorrei non saperlo. È un'esperienza che po-trebbe impartire a Pelorus una lezione
salutare su coloro per i quali nutre tanto sciocco rispetto.

— Non abbiamo mai bruciato le streghe, in Inghilterra — osservò Lydyard, sforzandosi di resistere al
dolore dell'emicrania e dello sfre-gio, nonché alla nausea insistente. — E da più di un secolo non ne
impicchiamo nessuna. Se ti fossi tenuta meglio al corrente delle no-stre vicende, lo sapresti.

— Ho dormito per qualche tempo — spiegò Mandorla, con ram-marico — e coloro che mi hanno
protetta sono stati costretti ad esse-re molto prudenti. Al mio ritorno, ho trovato il mondo più cambiato
di quanto avessi ritenuto possibile. È diventato fosco e tetro, soffo-cato dai fumi, fetido di esalazioni,
fradicio di gin da poco prezzo, e le maniere e la morale si sono degradate in proporzione. Eppure, il suo
potenziale autodistruttivo è maggiore di quanto avessi mai visto. In queste strade affollate, la carestia e la
pestilenza sono sempre in agguato... E vi è motivo di sperare che una trasformazione gloriosa della guerra
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ingigantisca i massacri in modo molto piacevole. Esiste una tale meravigliosa profusione di nuovi strumenti
di distruzione!

— Come sta Calan?

— Dorme — rispose Mandorla, con una certa disinvoltura. — Dor-me, e sogna. Ma non credere che le
vostre pallottole di piombo pos-sano avvelenarlo o corromperlo, anche se i vostri spregevoli liquori
avevano già incominciato a istupidirlo. Si desterà purificato e rinvi-gorito, e io, se potrò, purificherò e
ravviverò il mondo per lui, affin-ché possa avere un risveglio più gioioso di tutti quelli che ha mai avu-to in
precedenza. Secondo le usanze del branco, io sono la madre e la protettrice delle mie sorelle, dei miei
fratelli e dei miei cugini, oltre che dei miei cuccioli. La nostra razza è più fedele e più amorevole della
vostra.

Dando una stratta alle funi che lo legavano, Lydyard strizzò gli oc-chi per la sofferenza: — Non posso
crederlo.

Di nuovo, Mandorla sorrise, ma più gelidamente: — Tutto ciò è soltanto apparenza, mio caro David. In
realtà, io non sono affatto umana: sono una lupa, e gli umani, che sono le mie prede, non hanno più
significato, per me, dei topi e delle rane. Io amo quelli della mia razza, come tu ami quelli della tua. Ma tu,
per me, non vali più di quanto valgano per voi le bestie che mandate al macello. Se ne avessi il capriccio,
potrei trasformarti in un animale domestico, e conceder-ti il genere di affetto che forse tu concedi a un bel
gatto. Però non potrei mai offrirti quell'amore puro che una lupa nutre per i propri simili.

«Ti chiedo di capire tutto ciò, David, perché so che sei intelligente, secondo i criteri della tua razza, e
capace di astrazione filosofica. Non voglio che mi consideri crudele, giacché sono anch'io una creatura
ra-zionale, come te. Mi capisci, vero, David? In caso contrario, non po-tresti capire neppure la tua
situazione, e io voglio invece che tu ti ren-da conto che, in qualunque modo ti userò, non commetterò
alcun male. Non ti devo misericordia, né pietà, né carità, David, perché sono una lupa, quale che sia il
mio aspetto per i tuoi miseri occhi illusi.

Il fervore con cui furono pronunciate queste frasi fu in qualche mo-do più spaventevole del loro
significato. Se i bovini fossero stati in grado di pensare e di parlare, gli umani avrebbero pronunciato loro
discorsi di quel genere? I predatori si aspettavano forse che le loro prede comprendessero la logica del
macello? Avrebbero avuto il di-ritto di chiedere che la loro spiegazione fosse accettata, e che la giu-stizia
dell'omicidio fosse riconosciuta, insieme alla rettitudine dei massacratori?

— Qualunque cosa tu voglia da me — sussurrò Lydyard — te la negherò. Mediante la tortura, potrai


forse indurmi a vedere, e persino a parlare, ma se speri di separare la verità dall'illusione e la realtà dal
sogno, rimarrai sicuramente delusa. È sempre stato così con gli oracoli, vero?

— Sugli oracoli, so molto più di te. Pelorus ti ha parlato della via del dolore? Anche se è così, dubito
che te l'abbia descritta a suffi-cienza. Con la mia guida, imparerai a sognare i sogni più veri, e alla fine
sarai grato della possibilità di servire ai miei scopi. Conosco la via del dolore molto meglio di quanto
l'abbia mai conosciuta chiun-que della tua razza: so quanto può essere persuasiva e quanto può
ricompensare.

Poiché non dubitava affatto che fosse così, Lydyard sentì un nodo alla gola che lo costrinse a deglutire.

— Non avere paura — continuò a sorridere Mandorla. — Sei un po' più che umano, ormai, quindi non
devi pensare come un codardo dall'anima fredda. Ho chiesto la tua comprensione, e non è una cosa che
abbia domandato a molti uomini. Siamo diversi, tu ed io, però possiamo ancora essere alleati. Sono
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sincera con te, perché spero che tu lo sia con me. Se non intendo sfruttare il mio travestimento per
ingannarti o per sedurti, non è perché sai che cosa sono in realtà, giac-ché i tuoi occhi hanno un tale
potere di vedere in modo falso, che po-trei ingannarti e sedurti nonostante quello che sai, bensì perché
vedo in te intelligenza autentica e curiosità sincera.

Al di là di ogni ombra di dubbio, Lydyard comprese che si trattava di una menzogna, di un mero
stratagemma, di un tentativo di sedu-zione che mirava a riuscire smentendo la propria intenzione. Capì
an-che che si trattava di una sorta di gioco: Mandorla non gli parlava così perché pensava davvero che
fosse il modo migliore di ottenere il suo scopo, ma piuttosto perché la sua falsità la divertiva. Le sue
lusinghe celavano una forma peculiare di disprezzo.

— Non abbandonarti alla soddisfazione — intimò Lydyard, in to-no tanto tagliente da sorprendere
Mandorla — perché un'entità mi segue, e nessuno può sbarrarle il passo o forzarle la mano. Né tu né
Harkender potete separare Gabriel dall'essere al quale la sua anima appartiene realmente. E tu non puoi
dominare e sfruttare i conflitti fra le divinità.

Allora Mandorla rimase sconcertata, ma soltanto per un istante: — Povero oracolo... Il veleno che hai
nell'anima ti farà soffrire, se non riuscirai a contenerlo meglio.

Come per schiarirsi la mente e scacciare la confusione, Lydyard scrollò la testa, però non rimase
sorpreso quando il movimento au-mentò le sue sofferenze. Il mondo parve offuscarsi e sbiadire. Anche
attraverso gl'indumenti, egli percepì la ruvidezza della coperta sulla quale giaceva e lo sfregamento dei
legami intorno ai polsi. Queste sen-sazioni furono estremamente amplificate, tuttavia la sfolgorante
bel-lezza di Mandorla si appannò un poco, e le pareti squallide della can-tina parvero ritirarsi in una
foschia remota. Più aspramente di quan-to intendesse, domandò: — Qualcun altro è rimasto ferito?

— No. Caleb si è lasciato prendere dal panico, ma la sua stupidità è stata frenata dalla sua
determinazione a fuggire. Sir Edward e sua figlia sono sani e salvi... per il momento.

Senza reagire alla minaccia implicita, Lydyard osservò: — Sir Ed-ward è un uomo molto influente, e il
rapimento è un crimine grave. Inoltre, non devi dimenticare Pelorus: dovrai fare i conti anche con lui.

— La polizia non può trovarci, qui — assicurò Mandorla, con una noncuranza molto persuasiva. — E
se Pelorus si prenderà la briga di venire in tuo aiuto, allora faremo davvero i conti. Non gli nuocerei mai
per nulla al mondo, perché è uno di noi, per natura e per inclina-zione autentica, e io lo amo tanto
profondamente e tanto ineluttabilmente quanto lui ama me. Tuttavia dev'essere protetto dalla volontà
aliena che si serve di lui per i suoi scopi malvagi, e lo corrompe. An-che lui si rammarica di non essere
padrone della propria volontà. Non può abbandonarsi a me, per quanto lo desideri, perciò devo
catturar-lo, come sarebbe vincolato a fare chiunque lo amasse anche soltanto la metà di quanto lo amo
io. Se verrà a salvarti, il suo più caro e più segreto desiderio sarà quello di fallire, e di poter sprofondare
nel son-no dei secoli. E io sarei una lupa ben misera, se non cercassi di soddi-sfare il suo desiderio.

Per impedire che le mani gli tremassero e che i denti gli battessero, Lydyard respirava lentamente e
profondamente. L'emicrania non era intensa, però non gli dava tregua. Pensando che tutti i discorsi di
Man-dorla sembravano emanare il fetore della beffa e dell'inganno, repli-cò: — Forse Pelorus non verrà
solo. Potrebbe allearsi con sir Edward. Inoltre, non devi dimenticare che qualcun altro potrebbe venire in
mio aiuto: la Sfinge, di cui sono lo strumento. Essa ha ridotto all'impo-tenza Pelorus, in Egitto, e farà
altrettanto con te, se vorrà. Ti pro-metto che farò tutto quello che posso per condurla qui, ma non
affin-ché sia sedotta o derisa, bensì affinché sfoghi la sua collera! — Con gioia, vide Mandorla
socchiudere gli occhi e comprese di averla spa-ventata, almeno un poco: ella non poteva sapere, infatti,
fino a che punto egli padroneggiasse il proprio potere, né come si fosse svilup-pato il suo rapporto con la
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Sfinge.

— Non strafare — mormorò Mandorla. — Potresti cadere in trap-pola, com'è successo al povero
Harkender, che si considera un pre-datore d'anime, mentre la sua stessa anima è imprigionata in una
ra-gnatela tale, che lui non può neppure iniziare a comprenderla. Non credere di essere il padrone, e
neppure lo schiavo prediletto, dell'enti-tà di cui sei soltanto gli occhi. Ho cercato di mostrarti che cosa sei
per me, ma per l'entità che ha scaldato la tua anima sei ancor meno: molto meno. Non puoi dominarla:
non puoi neppure osare sperare che ascolti le tue preghiere.

«Povero cucciolo d'uomo... Credi d'avere soltanto sognato di es-sere all'Inferno, senza sapere quanto
siano reali ora i tuoi sogni. Sei prigioniero dei poteri della Creazione e della Distruzione, la cui real-tà non
può nemmeno essere immaginata mediante la tua ragione e il tuo linguaggio. L'entità che ti possiede si
sottrasse alla vista esteriore quando il mondo era molto giovane: forse prim'ancora che la razza umana
fosse creata. Ora che si è reincarnata, è libera di fare quello che può di questo mondo spaventevole,
gelido e desolato, e la mia speranza, la mia previsione, è che ha soltanto bisogno di vedere che cosa sono
gli uomini, che cosa hanno fatto, per persuadersi ad usare il proprio potere allo scopo di annientare tutto
ciò che esiste.

Ascoltandola, Lydyard capì che Mandorla non osava credere dav-vero a quello che diceva: non
esprimeva le sue convinzioni, bensì le sue speranze, che per giunta superavano di gran lunga le sue
previsio-ni. A modo suo, aveva paura, non tanto della morte, quanto della propria impotenza. Aveva
rapito Gabriel Gill per procurarsi un'illu-sione di potere e di dominio. Nell'intimo del suo cuore, però, era
con-sapevole di non poter dominare la Creazione: sapeva di essere soltan-to una lupa, alla quale erano
negate la gioia e il conforto del proprio essere autentico.

Forse Lydyard capiva Mandorla molto più di quanto lei stessa avesse voluto nel sollecitare la sua
comprensione. Il potere dell'occhio interiore continuava ad aumentare in lui. Era un mago, nonostante la
pro-pria riluttanza. La sua facoltà di sognare la verità, nonché di riconoscerla quando la sognava, era
maggiore di quanto ella immaginasse. Nonostante questo, era saldamente legato e soffriva. E sapeva che
Mandorla, pur non possedendo tutti i poteri di cui si vantava, era si-curamente in grado di consegnarlo
all'abbraccio tutt'altro che affet-tuoso dell'angelo tenebroso della sofferenza.

In silenzio, Mandorla si protese a posargli una mano sulla fronte. Mentre l'emicrania avvampava in lui,
Lydyard pensò che ciò non po-tesse essere dovuto al contatto: ebbe l'impressione che ella volesse
ten-tare sinceramente di arrecargli un po' di sollievo, e che nonostante la natura lupesca, avesse
sufficiente umanità in sé da contrastare la volontà di torturarlo.

Non ebbe più dubbi sulle sue vere intenzioni, però, quando Man-dorla, con le unghie affilate, gli riaprì la
ferita al viso prodotta dal pugnale di Amalax. Mentre il sangue sgorgava, tentò invano di sco-starsi: era
legato troppo saldamente. Mandorla lo dominava: soltan-to lei poteva liberarlo.

Per la prima volta, tutta la sua solitudine e la sua sofferenza, tutto il suo sconforto e la sua disperazione, e
sopra ogni altra cosa la sua impotenza, concorsero a suscitare improvvisamente in lui un terrore supremo,
che lo paralizzò, proibendogli di agire, impedendogli persino di opporsi con la volontà alla passività:
trasformandolo, insom-ma, in un giocattolo in balìa di qualunque potenza esterna.

— Non è per il mio piacere che faccio questo — spiegò Mandorla — bensì per istruirti. Devi imparare
la via del dolore, e io so che, a differenza di Jacob Harkender, non hai il coraggio di intraprenderla da
solo. — Prese il grottesco mozzicone di candela e si alzò. Senza fretta, si recò ai piedi del letto, in modo
che Lydyard potesse osservarla, e comprendere le sue intenzioni. — È soltanto una candela. La sua
fiammella non può farti soffrire davvero. Sai quanto tempo occorrerebbe per bruciare a morte un uomo,
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usando soltanto una can-dela? Sarebbe necessario moltissimo tempo, David, se lo si misurasse in ore, o
in base all'intensità del dolore. La sofferenza più efficace è quella che può essere prolungata, che non
uccide, e che dunque può essere costantemente rinnovata. — Accostò la fiamma alle piante dei piedi
nudi di Lydyard, e la spostò piano piano, su e giù, in modo che il dolore aumentasse lentamente.

Per alcuni secondi, la sofferenza fu tanto lieve, attutita, che Ly-dyard fu più incline a ridere che a gridare,
ma poi crebbe, s'intensifi-cò poco a poco, mentre la fiamma consumava i calli e giungeva alla carne viva.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo lottò, però al-la fine strillò, e allora la fiamma fu scostata: il
dolore non cessò, an-che se smise di aumentare.

Tornata accanto alla testiera, Mandorla gli accostò la candela al viso, e per un minuto, o forse più, gli
consentì di scrutare il nucleo della fiammella malevola. Con fervore, Lydyard sperò che ella inten-desse
posare di nuovo la candela sul tavolo e lasciarlo riposare. Ma anche la speranza faceva parte della
tortura: dopo essere stata inco-raggiata, poteva essere distrutta.

Di nuovo, Mandorla tornò ai piedi del letto: — Sogna per me — disse, in tono implorante e seducente.
— Non temere la fine, perché non ti lascerò morire. Quando avrai sognato, però, dovrai essere più
sincero con me di quanto tu sia stato finora. Pensa alla mia bellezza, se puoi, e impara ad amarmi almeno
un poco, perché questo renderà più sopportabile il sentiero del dolore. Sogna per me, e scoprirai che
posso ricompensare, oltre che punire.

«Ho bisogno di conoscere l'enigma della Sfinge, David, e soprat-tutto mi occorre saperne la risposta.
Trova l'altra tua padrona per me, e poi torna a dirmi chi è, e dove si trova. Dille che ho vissuto diecimila
anni, e che se esiste qualcuno su questa Terra che abbia la saggezza che le occorre, è Mandorla, la lupa.
Dille questo, David, e forse io allevierò le tue sofferenze per qualche tempo. Ti prometto che non ti farò
soffrire troppo, perché questo è soltanto l'inizio: col tempo, anche i dolori più tremendi saranno più
sopportabili, forse, se soltanto acconsentirai ad imparare quello che posso insegnarti.

Tuttavia, la realtà fu più crudele della promessa: il dolore, che non si era ancora spento, divampò
nuovamente, e s'intensificò poco a po-co, senza posa, molto a lungo.

D'improvviso, Lydyard vide ancora una volta Satana all'Inferno in tutti i dettagli più spaventevoli, e il
sogno, nonostante i suoi sin-ghiozzi e le sue grida, non sbiadì e non si dissolse nell'oscurità.

14

Ilcielo era pieno di aquile, che scendevano rapide una ad una a squarciargli il ventre poco a poco,
scoprendo le costole bianche e le interiora arrotolate, e il cuore che batteva, batteva... Era carne,
lace-rata dagli artigli e dai becchi, ricresceva sfrenatamente, bramosamente, tanto che il cuore palpitante
si gonfiava nel petto, e le costole sfavil-lavano come per effetto di un fuoco bianco, e la sofferenza...

Torturato, egli strillò, e l'eccesso del dolore gli asciugò le lacrime roventi, schernendo la sua impotenza.
Come poteva sperare di risa-nare il mondo, infatti, quando non poteva neppure salvare se stesso dal
castigo del proprio tradimento?

Aprì la bocca per gridare aiuto, ma sulle prime le parole non giun-sero. Non era forse all'Inferno, oltre la
speranza e la salvezza? Senza dubbio era oltre la portata di qualunque angelo della misericordia, e
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parimenti oltre la portata del rimorso, oppure del pentimento, del Dio incurante e insensibile che si
trovava all'esterno dei confini della Creazione, incapace di interferire con il destino che Lui stesso aveva
provocato.

Egli non dubitava affatto di tutto ciò. Eppure tentò ancora di gri-dare, di strillare, per invocare qualsiasi
pietà che il caso cieco potesse fornire. E strillò, dunque, e la sua supplica d'aiuto echeggiò nell'eter-nità, e
fu miracolosamente udita.

E anche se le aquile continuarono a straziarlo, senza dargli tregua, egli sprofondò poco a poco in un
rifugio oscuro e vellutato di tempo e di spazio.

Fuggì nel riparo dei pensieri di un altro, che, appartenenti al passa-to ormai stabile, erano stati
scrupolosamente archiviati, per essere in-dagati con pazienza e semplicità dagli storici curiosi, che
cercavano soltanto di comprendere e non di mutare, di descrivere e non di crea-re, dì osservare e non di
essere...

Mentre il buio si dissolveva, egli divenne consapevole di un lieve ondeggiamento. Per un breve istante
pensò, assurdamente, che la ter-ra sussultasse, ebbra, nella propria orbita intorno al sole, come se fosse
in pericolo imminente di perdere del tutto la propria posizione e pre-cipitare nel vuoto infinito e
tenebroso. Quindi rammentò che non vi era nulla di così sicuro come la buona vecchia Terra: nulla di così
im-mutabile come il sorgere e il tramontare del sole inesauribile.

Quando vide l'oblò sopra la propria testa, comprese di essere a bor-do di una nave, che rollava e
beccheggiava perché era stata afferrata nella morsa di una tempesta.

Provò un empito di sollievo tanto assurdo quanto la sua ansia pre-cedente, che pure lo pervase, così che
sul momento non riuscì a porsi nessuna delle domande sensate che avrebbe dovuto formulare: quale
nome aveva la nave, e dove era diretta?

Mentre sialzava a sedere sulla cuccetta, le coperte caddero, sco-prendogli il torso nudo. Si volse all'oblò
per osservare l'orizzonte lon-tano, dove il sole al tramonto era stretto nella morsa del mare grigio e di un
banco di nubi non meno grigio e non meno solido: la pioggia cadeva già, ad offuscare il viso rosso
dell'astro. Immaginò quanto fosse magnifico l'arcobaleno indubbiamente visibile dalle cabine di babordo.

Dedusse che il bastimento era diretto a settentrione, tuttavia rima-se tanto stranamente affascinato dalla
pioggia obliqua che cadeva sui grandi flutti lenti, infiammati dalla luce morente del giorno, che con-tinuò a
non porsi gli interrogativi che sarebbe stato del tutto ragione-vole formulare. Paradossalmente, era
consapevole che stava evitan-do una questione fondamentale, o forse più di una, nell'interesse del-la
tranquillità. Sapeva di rimanere aggrappato a quel momento di de-lizia, di libertà dall'angoscia, come un
marinaio naufrago avvinghia-to a un relitto, tanto assorto nel prolungare l'attimo, che il futuro gli appariva
immateriale e insignificante.

Poco a poco il sollievo si dissolse. Vagamente consapevole di avere dimenticato il proprio nome e i
propri scopi, egli non riuscì a stabilire se gli occhi con cui guardava appartenessero a lui o a qualcun altro.

Toccandosi il petto villoso di peli scuri, si chiese chi fosse.

Poi distolse lo sguardo dall'oblò arrossato dal tramonto per osser-vare la cabina, e scoprì che in essa si
trovava un'altra creatura, la quale, in piedi accanto alla porta chiusa, lo scrutava. Per un istante gli
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sem-brò che ella non fosse umana: ebbe l'impressione che fosse una gran-de felina, con la criniera fulva,
gli occhi ambrati, il muso e le labbra neri, le zanne da carnivoro, però in grado di restare innaturalmente
eretta, come un essere umano. Per un attimo questo fu tutto quello che vide, o che gli parve di vedere.

Quindi ebbe una sensazione strana e fugace, come se un'altra tes-sera del mosaico del mondo fosse
stata collocata al proprio posto, con-sentendogli di compiere un altro passo innanzi sul tragitto della
ricer-ca della coerenza e della normalità.

Colei che lo stava guardando era una donna dagli occhi sicuramente ambrati, i quali avevano qualcosa di
felino nello sguardo. La chio-ma, però, era nera, non fulva, e il naso era aquilino, le labbra tumide e
rosse. Quando sorrise, mostrò denti perfetti, e il suo sorriso fu quello di un'amante: dolce e possessivo.
Indossava una camicia da notte di unazzurro pavone sgargiante, incantevole.

— I ricordi sono cose mutevoli — ella sentenziò, con una voce bassa e musicale, che rammentava le
fusa di un grosso gatto. — Hai dimen-ticato te stesso, ma io credo che ricordi abbastanza bene il mondo.

Di nuovo, egli guardò fuori attraverso l'oblò. Dopotutto, il mon-do non era sprofondato nelle viscere
dell'universo: il sole, il mare, il cielo colmo di nubi, e la pioggia che cadeva, erano tutti al loro po-sto.
Perciò egli immaginò che lo fossero anche Parigi e Londra, Wadi Halfa, Roma e Timbuctù, e che la
regina Vittoria sedesse sul trono inglese, che Charles Darwin avesse già pubblicatoL'origine dell'uo-mo,
che Barnum e Bailey avessero inaugurato a New York il più grande spettacolo del mondo, e che
Bismarck avesse già ingaggiato laKulturkampf contro la Chiesa cattolica.

Sembrava davvero che il mondo gli fosse abbastanza familiare. Tut-tavia, egli non sapeva chi fosse, né
sapeva chi fosse lei.

— Io, d'altronde — ella riprese, come se per lei non fosse una que-stione di grande importanza — so
abbastanza bene che cosa sono, e che cosa il tempo e il caso hanno fatto di me. Tuttavia il mondo è
tanto nuovo e strano, per me, che quasi dispero di comprenderlo, e temo di ferirlo, indagando.

Egli non riuscì ad affrontare direttamente tale enigma: — Che pi-roscafo è questo?

— IlPopinjay, diretto a Southampton da Cherbourg. La traversa-ta sarà ardua, temo, ma siamo al


sicuro: andrà tutto bene.

Allora egli notò che anche lei parlava Inglese, come lui: — Siamo diretti a casa, dunque?

— No, io non ho casa, qui, e tu hai perso la tua quando hai incon-trato me. Non appartengo a questo
schema delle cose, da cui ho estrat-to te, per poterti usare.

Egli cominciò a sospettare di essere in qualche modo incapace di allarmarsi. Con qualche procedimento,
era stato trasformato in una sorta di marionetta: era ingiusto che non se ne curasse, o che non si ribellasse
all'ingiustizia. Era prigioniero della propria compiacenza for-zata. — Che cosa sei? — chiese, anche se
non riuscì a rammentare perché tale domanda fosse importante.

— Chiamami Lilith.

Non fu una risposta, tuttavia egli se ne accontentò: — Come posso chiamare me stesso?

— Devi chiamarti Adam, come tutti gli uomini che scoprono di es-sere creati di recente. Sulla lista dei
passeggeri, sei registrato come Adam Grey. Anche sui tuoi documenti c'è questo nome, ma non in-tendo
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obbligarti a conservarlo, se credi che non ti si adatti.

Laconico, egli osservò: — Un tempo ero qualcun altro...

— Un tempo: ora non più.

Incapace di ribellarsi alla propria indifferenza, egli non poté fare altro che pronunciare la domanda più
inquietante: — Perché?

— Avevo bisogno della tua mente, della tua memoria, della tua vo-ce... e della tua collaborazione! Sono
straniera nel mondo: ho biso-gno di una guida. C'è un essere che vuole servirsi di me. Non so anco-ra
che cosa sia, né quali siano i miei interessi, perciò ho bisogno di te, Adam Grey: mi occorre la tua cecità,
perché non posso leggere le apparenze abbastanza sinceramente, quando il mio occhio ciclopi-co è
aperto. Ho bisogno di te perché ho paura: non della morte o del-la distruzione, bensì del mutamento. Ho
bisogno della tua conoscen-za del mondo, che può rivelarmi meglio della mia vista limpida che cosa il
mondo vorrebbe che io diventassi.

Per un istante fugace, egli riuscì quasi ad afferrare un ricordo effi-mero, ed ebbe l'impressione di aver
quasi ricordato qualcosa d'im-portante: non chi era o chi era stato, ma un luogo in cui era stato, e
qualcosa che aveva fatto. Non riuscì ad afferrare l'essenza del ri-cordo, che però suscitò una sorta di
associazione in quella parte della sua coscienza che gli era stata restituita: — Parigi — disse. — Di
re-cente, siamo stati a Parigi.

Nel pronunciare questa frase, egli ebbe un brivido di trionfo, com-prendendo di non essere del tutto
prigioniero della forma che ella gli aveva dato. Era un uomo, non una marionetta: la sua volontà era
li-bera, anche se non lo erano i suoi ricordi. Con uno sforzo, con un po' di fortuna, con le vestigia di
desiderio che era in grado di raduna-re, poteva ancora rammentare chi e che cosa era realmente, o era
sta-to, prima di diventare Adam Grey.

— Sì — ella confermò, con voce neutra — siamo stati a Parigi, poco tempo fa. È una città interessante,
dove ho imparato molto su quello che è diventato il mondo. Però siamo diretti a Londra...

— Dove vivono i licantropi — egli interruppe, senza sapere per-ché. Tuttavia ebbe per la seconda volta
la sensazione che quella cono-scenza gli appartenesse, che l'avesse pescata dalle profondità del pro-prio
io nascosto.

— Dove vivono i licantropi — ella convenne. — Ma non hai moti-vo di temere i licantropi, mio caro
Adam, perché io ti ho creato mol-to più astuto di loro. Ho soffiato nella tua anima fredda un tale calore
prometeico, che i licantropi non possono nuocerti in alcun modo. — Ciò detto, si aprì la camicia da
notte, lasciandosela cadere dalle spalle.

Nel vedere la biancheria intima da lei indossata, simile a un'asser-zione di normalità, egli rimase
stranamente sorpreso.

Intanto, il sole era tramontato, le nubi grigie erano quasi scompar-se nel crepuscolo, e la vibrazione che
percorreva il bastimento, sem-pre ondeggiante sui flutti, si trasmetteva alla cuccetta, talché egli
per-cepiva il vigoroso pulsare delle macchine a vapore: tutto il mondo rol-lava e beccheggiava, tremava,
si scuoteva e barcollava, ma era sol-tanto una traversata tempestosa, niente affatto insolita nel canale
della Manica. Molto probabilmente egli aveva già vissuto un'esperienza si-mile.

Dopo avere steso meticolosamente la vesteazzurra sulla cuccetta inferiore, ella iniziò a spogliarsi anche
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della biancheria intima, senza fretta e senza imbarazzo.

Nell'osservarla, egli si domandò se gli fosse mai capitato di assiste-re a qualcosa di simile in precedenza.

Cercando in se stesso i ricordi più sfuggenti, scoprì che rammenta-va abbastanza bene il mondo.
Ricordava come conversare, che cosa fosse uno scherzo, quali fossero le regole del gioco del cricket.
Sape-va abbastanza bene come far l'amore, e con l'abilità sufficiente per passare da uomo di mondo.
Eppure non riusciva a rammentare nes-suna esperienza, e neppure il nome o l'aspetto di una donna con
cui avesse mai fatto l'amore. Non sapeva se fosse mai stato sposato. An-che se rammentava abbastanza
bene Piccadilly, e le creature notturne che frequentavano i confini di Green Park, non era in grado di
deter-minare se fosse stato uno di quegli uomini che compravano i favori delle prostitute che si
vendevano permezza corona.

Poi si domandò che cosa ricordasse lei, e quando i suoi ricordi fos-sero stati posti nella sua mente
misteriosa.

Per un attimo, egli pensò che ella stesse per coricarsi nella cuccetta inferiore. Tuttavia, ella non aveva
affatto tale intenzione. Sia che ri-cordasse, sia che non ricordasse il mondo e le sue usanze, non si
mo-strò affatto confusa né timida, nel porsi cavalcioni a lui. Mentre ella lo fissava nell'ombra della notte
che si addensava, egli ebbe l'impres-sione di scorgere nei suoi occhi gialli una sorta di estasi, di esultanza
carnale, la quale implicava in qualche modo che, qualunque cosa fos-se stata in precedenza, ella era
Lilith: qualcosa di più gelido e di gran lunga più desolato che una persona, o un felino, o una divinità
incar-nata.

Con estrema sorpresa, egli scoprì che una parte di quella esultanza era anche in lui, forse trasmessa dal
calore che ella aveva donato alla sua anima debole. Fece l'amore con lei con un fervore tanto delirante da
dimenticare completamente di chiedersi chi avrebbe potuto essere, che cosa avrebbe potuto diventare,
soddisfatto di essere semplicemente Adam e null'altro.

Consumata l'estasi, però, non ebbe il conforto che avrebbe dovuto provare, né trovò una cecità
misericordiosa che lo salvasse da se stes-so, bensì i voli delle aquile, che minacciarono di spingerlo avanti
nel tempo, e nel mondo quale era davvero, orrendamente luminoso co-me poteva essere soltanto un
incendio distruttore. Allora comprese di dover pregare con tutto l'ardore di cui era capace, affinché un
Dio superiore lo salvasse dall'amplesso della Sfinge, il cui enigma non era ancora stato risolto dall'altro
suo io, anzi, neppure interamente udito.

Pregò, dunque, e sentì la propria preghiera precipitare nel pozzo dell'eternità, come tutte le preghiere.

Nondimeno, ella non fu minimamente turbata dalle sue parole. In un certo senso, egli ne fu lieto, perché
sentiva di non poter più prega-re sinceramente il Signore. In sogno era stato Satana, e Satana era stato
Prometeo, e Lydyard aveva avuto compassione di lui, condivi-dendo il fardello della sua sofferenza.

— È gentile, da parte tua, vegliare accanto al mio letto — egli sus-surrò. — Vorrei che tu potessi
portarmi un po' d'acqua, perché ho tanta sete che stento a parlare. — Era consapevole, ormai, del
dolore ai piedi, che però gli sembrava nuovamente attutito, remoto.

— Che cos'hai visto? — ella domandò, in un tono che non era bef-fardo né minaccioso. — Dimmi che
cos'hai visto, e forse avrai da be-re. Se sarai sincero, avrai anche cibo, e indumenti puliti. Fidati di me, e
la via del dolore diverrà sempre meno ardua e sempre meno infida. Ma prima, dimmi: che cos'hai visto?

— La Sfinge sta arrivando. Indossa un'apparenza umana, ora: co-me te. Cerca i medesimi privilegi, ed è
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seducente come te. Tuttavia, proprio come te, non è veramente umana, e disprezza la propria par-venza
umana. Non puoi obbligarmi a vedere altro, se non decide di mostrarsi, perché ha il potere di liberarmi
dalla sofferenza. Sono il suo strumento: non puoi servirti di me contro di essa. — Ciò detto, egli cercò di
alzarsi a sedere, ma proprio in quel momento iniziò di nuovo a soffrire.

— Non muoverti — ella mormorò.

Egli si umettò le labbra: — Ti converrebbe darmi quello di cui ho bisogno, e lasciarmi andare. La Sfinge
non è amica della tua razza, e tu non hai nessun ruolo da svolgere in quello che essa è venuta a compiere.

— Questo dev'essere ancora stabilito. — Mandorla riuscì di nuo-vo a sorridere, ed egli lesse la
speranza nel suo sorriso. Non aveva nessuna intenzione di liberarlo. Finché Lydyard e Gabriel fossero
ri-masti suoi prigionieri, chiunque li avesse voluti avrebbe dovuto anda-re a prenderli, perciò avrebbe
dovuto anche essere pronto a battersi per il privilegio di condurli via.

La regina dei licantropi non sapeva quali sarebbero state le conse-guenze di quel conflitto, se conflitto vi
fosse stato, tuttavia sapeva di non aver nulla da perdere. Nella peggiore delle ipotesi, avrebbe dor-mito,
per dieci anni o per mille anni. Scrutando i suoi occhi scuri, Ly-dyard comprese che tale prospettiva la
spaventava pochissimo. Non riusciva a biasimarla del tutto per la sfrenata speranza che l'infinito strato di
ghiaccio che avvinceva la sua anima alla Terra e alla forma umana potesse un giorno essere dissolto in un
fuoco purificatore.

D'improvviso, il sorriso divenne una smorfia, e Mandorla si acci-gliò, forse perché aveva scorto la
compassione nello sguardo di lui: — Sei uno sciocco a cercare di beffarti di me, David Lydyard. Non
dimenticare mai, uomo fragile, che posso farti soffrire, molto più di quanto puoi immaginare. E se alla fine
riceverai la liberazione dal do-lore, sarà un mio dono: un mio dono, a meno che la tua Sfinge non ti liberi,
e non prima che ciò avvenga.

«Rammenta che dopotutto sei soltanto umano, mentre io non lo sono. Posso infliggerti sofferenze
insopportabili, e puoi star certo che qualunque cosa possa fare la tua protettrice, essa non si cura
mini-mamente di coloro che tu ami. Io apprezzo abbastanza la carne uma-na tanto che potrei bere il tuo
sangue, se ne avessi voglia, oppure il sangue di una persona che ti è cara. Temimi, dunque, mio caro
Da-vid: temimi!

Queste minacce indussero Lydyard a inumidirsi nuovamente le.lab-bra. Sapeva ormai fin troppo bene
che Mandorla era capacissima di torturarlo nelle maniere più terribili, e che quando accondiscendeva
invece a giocare con lui, si comportava come una. gatta che giocasse con un topo.

Tuttavia, esiste una gatta più potente,pensò.È libera, può giocare con te allo stesso modo, e può farti
soffrire in modi che né tu né io possiamo immaginare. Ma in che modo ciò potrebbe salvarmi, se
la furia dell'Inferno si scatenasse sulla Terra?

In tono burbero, dichiarò: — Temo di non poter ancora esserti grato per la misericordia che potresti
mostrarmi decidendo di non torturar-mi. Vuoi portarmi un po' d'acqua, oppure vuoi servirti della sete per
farmi sognare di nuovo?

Accettando il rimprovero con benevolenza sorprendente, Mandorla non sorrise, né si accigliò: — Non
sei un debole — mormorò. — Non posso provare simpatia nei tuoi confronti, per questo, perché non
appartengo alla tua razza, ma ho vissuto troppo a lungo fra gli umani per odiarne tanto i migliori quanto ne
odio i peggiori. Non ti torture-rò soltanto per il gusto di vederti soffrire, tuttavia dovrai soffrire an-cora,
quando sarà il momento. Dirò a Caleb di portarti da bere, e una coperta per tenerti caldo. — Ciò detto,
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Mandorla si alzò.

Di nuovo afflitto dall'emicrania, Lydyard lasciò ricadere la testa sul materasso, e fu lieto di vedere
Mandorla salire i gradini di pietra che conducevano alla porta: finalmente poté rilassarsi per quanto
pos-sibile, e cedere alla spossatezza. Ma subito iniziò a percepire la vici-nanza di quell'inferno che tanto
spesso veniva a reclamarlo. L'umidi-tà fredda della stanza si mescolò al calore del fuoco innaturale della
sua anima, nonché alla sofferenza che gli divorava i piedi dalle dita ai calcagni. Le mura viscide della sua
prigione scintillavano, come per la promessa di una luce più splendente al di là.

Per tenere a bada le visioni, Lydyard iniziò a cantilenare in un sus-surro: —Pater noster, qui es in
caelis...

Tuttavia, non sapeva più a chi indirizzare la propria preghiera.

15

A suo tempo, Caleb Amalax portò una tazza piena d'acqua, ma non la coperta che Mandorla aveva
promesso. Guardò Lydyard co-me se avesse intenzione di vuotargli l'acqua in faccia, anziché di la-sciarlo
bere. Per alcuni istanti gliela mostrò senza offrirgliela, per scher-nirlo. Lydyard si limitò ad attendere
pazientemente. Alla fine, Ama-lax gli accostò la tazza alle labbra e gli permise di bere liberamente.

L'acqua aveva un sapore amaro e metallico, ma Lydyard la inghiottì avidamente: — Grazie — disse,
quando ebbe finito.

Il gigante, che non voleva i suoi ringraziamenti, se ne andò senza fargli il favore di parlargli: e per
aggiungere il danno alla beffa, portò via la lampada.

Bastò un'occhiata al mozzicone di candela, perché Lydyard si ren-desse conto che ben presto sarebbe
sprofondato in un'oscurità stigea.

Rimase immobile per quello che gli parve un lungo periodo, deciso a non addormentarsi. Dopo una
breve serie di tentativi, si convinse di non poter allentare i legami che gli avvincevano i polsi: per giunta, si
adirò con se stesso nell'accorgersi che l'attrito della fune gli aveva scorticato la pelle, facendolo
sanguinare. Ormai, il dolore ai polsi e alle caviglie legati gli sembrava maggiore di quello dei piedi
ustionati.

Sulle prime, decise di resistere al sonno per non sognare, ma poi, allorché la candela, finalmente
consunta, si spense, non tardò a tro-vare una ragione più pratica. In pochi minuti, infatti, udì zampettare
sul pavimento parecchi ratti vivacissimi. Alcuni roditori, invisibili nel buio, si arrampicarono sul letto,
obbligandolo a scacciarli scuotendo le gambe. Non faticò ad immaginare che cosa avrebbe provato, se
uno di essi gli avesse affondato le zanne ingiallite nella pianta di un piede, dando forse inizio all'assalto
frenetico di un'orda di bestie ributtanti, decise a spolparlo.

Riprese a pregare, ma smise dopo breve tempo. Un paio di volte, sentendo passare qualcuno in
corridoio, chiamò, senza che nessuno entrasse a vedere che cosa voleva. Non gli fu portato cibo, né altra
acqua, perciò si domandò se i torvi amici di Mandorla avessero deci-so di lasciarlo diventare pasto per
topi. Tuttavia, la spiegazione più probabile era che tutto ciò facesse parte di una strategia per
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demora-lizzarlo. Mandorla non poteva accontentarsi di torturarlo: aveva bi-sogno della sua
collaborazione. Prima di tornare, voleva ridurlo a una tale disperazione, che sarebbe stato lieto di
rivederla e di ascoltare la sua voce suadente. Insomma, progettava di renderlo completamente
dipendente dai suoi favori.

O forse,pensò Lydyard, in un momento di umorismo lugubre,so-nostato scelto come esca per una
trappola: devo attirare i topi, in modo che i licantropi possano ammazzarne e divorarne il più possibile.

Quando un altro ratto si arrampicò sul letto, vicino alla sua testa, lo scaraventò via con una gomitata,
facendolo squittire più d'irrita-zione che di paura. Tuttavia ebbe la certezza che esso si fosse ritirato
soltanto temporaneamente e che fosse astutamente in attesa di un'oc-casione migliore.

Intanto, ai piani superiori, la casa era tutt'altro che silenziosa: a giudicare dagli scricchiolii e dai cigolii dei
tavolati, gli abitanti erano numerosi, molto probabilmente decine, e molto indaffarati. Comun-que,
nessuno rispose ai richiami del prigioniero. Evidentemente era normale, là, sentir gridare durante la notte:
nessuno si prendeva la briga di chiedersi da dove giungessero le grida, e perché.

Esausto, Lydyard si rilassò nuovamente, rimanendo immobile. In meno di dieci secondi, si sentì fiutare un
tallone da un ratto. Colto da un improvviso furore parossistico, scalciò per allontanare il topo, e tirò per
allentare i legami. Sapeva benissimo di non potersi liberare con la pura forza bruta, però doveva sfogare
in qualche modo la pro-pria frustrazione, anche se soltanto imprimendo qualche traccia di fu-rore sulla
superficie dell'esistenza mediante un dolore spietato.

E quando, in quel momento di perversità, accettò la sofferenza, ac-cogliendo il fuoco caustico,


sprofondò di nuovo, attraverso qualche recesso misterioso, nella sostanza del mondo e nel tessuto del
tempo.

Anche se si smarrì nel trascorrere del tempo, Lydyard riuscì in qual-che modo a preservare quell'ombra
di curiosità che non era stata del tutto estirpata dalla sua intelligenza.

Ancora una volta condivise la coscienza pietrificata di colui che ave-va perduto il proprio nome,
diventando l'ultimo di una serie infinita di Adam.

Mentre eravamo a Parigi,pensò, in un modo stranamente ovattato e faticoso,accadde qualcosa...

Per dominare i propri riottosi pensieri, Adam Grey si concentrò sui ricordi di Parigi che la sua memoria
era in grado di recuperare: la fac-ciata del Louvre che guardava la Senna; gli Champs Elysées; Notre
Dame de Paris... Nulla destò in lui alcuna eco: niente s'impigliò nel-l'amo appeso alla sua lenza di
pensiero, affondata in quella parte del-la mente che era gelida e sommersa.

Non era sconcertato: l'indifferenza che la sua strana padrona e amante aveva impresso in lui era tanto un
dono quanto una maledi-zione, allorché era necessaria la pazienza. Continuò a rievocare ricor-di, vaghi e
indistinti come acquerelli sbiaditi o come dagherrotipi sep-pia: il Pont Neuf; la cupola dorata della chiesa
di Saint-Louis, che svettava sopra l'ospedale; Les Halles; la chiesa di Saint-Sulpice, cir-condata di negozi
che vendevano statuette sacre pacchiane...

Inspiegabilmente, furono proprio le statuette di Saint-Sulpice a far scoccare d'improvviso una scintilla,
provocando una piccola esplosione strana nella sua mente: per la seconda volta in pochi minuti, Lydyard,
questa volta passeggero in un'anima altrui, fu isolato dal flusso del presente, e precipitò attraverso il
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tempo.

Si trovò nelle immediate vicinanze di una chiesa, che non era Saint-Sulpice, né nessun'altra chiesa
importante, bensì una chiesetta gotica innaturalmente gelida e soprannaturalmente illuminata da file e file di
candele, le cui fiammelle si riflettevano sui vetri piombati delle fi-nestre istoriate dai colori pallidi. Era sul
ballatoio, solo.

I fedeli erano pochi. Era in corso una cerimonia che non sembrava una messa, giacché l'officiante, come
i suoi assistenti, indossava una strana casula nera di seta, e le frasi che pronunciava in Latino erano
incomprensibili, nonostante la chiarezza dell'intonazione. Fra l'alta-re e la transenna, a pochissima distanza
dall'uno e dall'altra, era col-locato un tavolo basso.

Alla vista delle due statue che si trovavano ai lati dell'altare, l'os-servatore capì per quale motivo la sua
memoria aveva effettuato quel-l'associazione: esse non erano meno rozze delle statuette in gesso da poco
prezzo vendute nel Quartiere Latino. Tuttavia, una raffigurava il capo delle streghe con la testa di capro al
sabba, e l'altra un demo-ne grottesco.

Allora, e soltanto allora, l'osservatore notò che la croce sull'altare era rovesciata, e che il calice era nero
come il giaietto.

In quel momento, Adam Grey, e con lui Lydyard, ritornò in se stes-so, e condivise le emozioni
appannate dell'osservatore incuriosito. Fra i detriti della propria conoscenza del mondo, trovò notizie
sulle mes-se pervertite degli Yezidi: così si accese lentamente in lui la compren-sione che stava assistendo
al rito di Asmodeus e di Astaroth: la co-munione nera dei satanisti moderni.

Osservò con maggiore attenzione la congregazione, notando che era composta da un numero di individui
compreso fra i trenta e i quaran-ta. Le donne erano a capo scoperto, mentre gli uomini indossavano
berretti. Per il resto, vestivano tutti in modo normale, con una certa eleganza.

Intanto, un assistente si recò nella sagrestia, dalla quale ritornò po-co dopo conducendo una ragazza che
non poteva avere più di quindi-ci o sedici anni, e che, ad eccezione di una maschera nera, era
com-pletamente nuda. Nonostante il freddo, non tremava. Il suo porta-mento era strano, come se fosse
intontita o in trance: notandolo, l'os-servatore si sentì a disagio, perché era consapevole di trovarsi in una
condizione di coscienza simile.

La ragazza si stese supina sul tavolo, con le braccia lungo i fianchi. L'officiante prese il calice, contenente
un liquido che all'osservatore sembrava poter essere soltanto sangue, poi le segnò la fronte e i seni. A
partire dai peli pubici, le tracciò sul ventre una croce, con l'interse-zione dei bracci in corrispondenza
dell'ombelico. Le depose il calice accanto alla testa e le posò sul ventre la patena con l'ostia.

L'offertorio, simile a quello cattolico, fu celebrato con la dovuta solennità. L'ostia fu consacrata, il vino fu
versato nel calice, ma l'of-ferta non fu dedicata a Dio: il paternoster fu sostituito da un'invoca-zione che
non ne era un mero rovesciamento. Mentre l'ostia veniva spezzata e una particola veniva collocata nel
calice, l'osservatore com-prese che il significato simbolico non era il medesimo della messa cat-tolica: il
rito, dedicato ai Creatori della materia e del corpo, escludeva il Creatore dell'anima, che era il Signore
della Chiesa. Secondo la religione cristiana, si trattava di una messa nera, di un omaggio al Demonio;
eppure non era una blasfemia deliberata, bensì un'adorazione solenne, priva di lascivia, nonostante la
presenza della ragazza nuda, nonché priva di sacrificio, nonostante il sangue contenuto nel calice. A loro
modo, i membri della congregazione si consideravano buoni e reverenti.
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I fedeli si radunarono alla transenna e chinarono la testa. Salito al-l'altare con l'ostia, l'officiante si volse
prima verso una statua, poi verso l'altra, dicendo: —Ecce, Asmodeus... Ecce, Astaroth...— Dopo
avere pronunciato altre frasi, incomprensibili per l'osservatore, si volse di nuovo ai fedeli, e rimase
immobile, come paralizzato, incapace di scendere i gradini.

Sopra la ragazza nuda, infatti, come se si librasse senza peso, ap-parve magicamente una figura enorme
e terribile.

Sulle prime i fedeli, molti dei quali avevano senza dubbio chiuso gli occhi, non si resero conto della sua
presenza, ma poi la percepiro-no, alzarono lo sguardo uno ad uno, e rimasero a bocca aperta per la
meraviglia e per l'orrore.

Alta tre metri e mezzo, con la testa lunga trenta centimetri, essa non era affatto simile alle due statue:
assomigliava piuttosto alla ra-gazza, in quanto, oltre ad essere mascherata, era nuda e
inequivoca-bilmente femmina. Il suo corpo era però più formoso: più materno che virgineo. La maschera,
ammesso che fosse tale, era stata realizza-ta con arte sublime: aveva sei corna ricurve ed era ammantata
di pel-liccia felina. Gli occhi enormi sfavillavano come braci ardenti.

D'improvviso, essa parlò: —Ecce, Astaroth! Ite, missa est!

Subito dopo, mentre le urla echeggiavano nella navata, i fedeli bal-zarono in piedi, coprendosi gli occhi,
e si urtarono gli uni con gli al-tri, in preda al panico, nel tentativo di fuggire.

L'officiante, che nel frattempo aveva lasciato cadere l'ostia, si scher-mò gli occhi a sua volta, allarmato e
incredulo.

L'unica persona presente nella chiesa a rimanere immobile, come paralizzata dall'incanto e dalla più pura
ammirazione, fu la ragazza mascherata distesa ai piedi dell'angelo tenebroso che si era appena
di-chiarato.

Poi, nella chiesa si diffuse una risata selvaggia che parve scaturire dalla pietra stessa, e le finestre
sfolgorarono di luce colorata, come se la notte si fosse appena trasformata in un giorno glorioso. I vetri
istoriati non rappresentavano più Cristo e i santi, bensì una turba di demoni e di mostri, i quali eseguivano
evoluzioni folli e comiche.

La congregazione, inclusi l'officiante e i suoi assistenti, fuggì. Rimase soltanto la ragazza sul tavolo,
immobile come se fosse morta, quasi che la sua anima si fosse trasferita in purgatorio, per ascoltare il
verdetto che il fato si apprestava a pronunciare sulla sua eresia e sulla sua follia.

Di scatto, l'uomo a cui era stato ordinato di essere Adam aprì gli occhi e vide, dal finestrino di un treno,
il paesaggio tetro, ma rassicu-rante, della verde e bella Inghilterra. D'improvviso, fu assordato dal-la
rapida cacofonia cadenzata prodotta dal passaggio delle ruote sul-le giunture delle rotaie.

Sono dunque nella morsa di Satana medesimo?pensò, con una nau-sea improvvisa, la quale penetrò la
cortina di noncuranza che aveva avvolto come un sudario i suoi sentimenti e le sue percezioni.

Imprigionato con lui, però, Lydyard sapeva che quello che era ac-caduto nella chiesetta parigina non
confermava affatto i timori e le speranze dei frati di Sant'Amycus. L'angelo caduto aveva posseduto gli
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adoratori del demonio e, attingendo alla loro stessa immaginazio-ne, aveva assunto la forma di Astaroth
semplicemente per scherno, per divertirsi ad esplorare la spregevolezza umana.

Nel rispondere all'angoscia inespressa di Adam Grey, l'entità non sembrò parlare a costui, che era il suo
strumento più impotente, ben-sì a Lydyard, ancora prigioniero nella solitària oscurità infestata dai ratti: —
Perché no? — ella disse, dall'angolo del compartimento in cui sedeva, bella e completamente umana. —
Gli uomini dovrebbero essere obbligati a fronteggiare i loro dèi, per scoprire fino a che pun-to l'ignoranza
li ha resi codardi. Quanto agli dèi... Non potremmo forse essere contenti di essere quali ci hanno resi gli
uomini?

— È quella la tua vera forma? — chiese Grey, con la voce momen-taneamente arrochita dalla paura. —
Sei davvero gigantesca, con la testa di una creatura mostruosa e gli occhi di fuoco? — Prima ancora di
ottenere risposta, si rese conto, come già aveva compreso Lydyard, che ella stava giocando con lui: lo
stuzzicava suscitando in lui un fre-mito di paura. Non poteva provare nulla senza il suo permesso: quando
ella glielo negava, l'indifferenza scendeva su di lui come un manto soffocante.

— Quando camminano sulla Terra — ella spiegò — gli angeli de-vono scegliere le forme che sono in
grado di facilitarli maggiormente nell'ottenere i loro scopi. Devono essere belli e severi, ma devono
an-che corrispondere alle umane fantasie di potenza. Gli uomini sono co-me caricaturisti: raffigurano
come mostri grotteschi coloro che con-cepiscono come tentatori, e attribuiscono al loro avversario la
testa caprina, le zampe pelose, e la coda forcuta. Amano la bruttezza in coloro che desiderano odiare,
mentre desiderano che la bellezza parli sinceramente di bontà e di generosità. In tal modo danno forma e
so-stanza agli angeli che si recano a far loro visita dalle profondità del tempo. — Ella tacque per un
momento, volgendosi al finestrino per osservare il cielo tetro e i campi rugiadosi. Poco dopo, però,
riprese, con affettata stanchezza: — Ah, mio caro Adam... È davvero un mon-do assurdo, quello che ho
trovato. Gli umani, i quali, l'ultima volta che camminai sulla terra, erano soltanto bruti villosi, ora hanno
sco-perto modi molto ingegnosi per manifestare la loro brutalità! Non cer-care in te stesso quello che sei
veramente, perché troveresti soltanto una scimmia miserabile, che nutre rimarchevoli illusioni di nobiltà.
Domandati invece quello che potresti diventare, se io scegliessi di ap-parentarti a una razza superiore.

Benché Adam Grey si sforzasse di comprendere, la mente che era stata capace di tale comprensione, in
lui, era ormai sommersa ad ec-cessiva profondità. I suoi pensieri erano intrappolati, come se fosse-ro
avvolti in una ragnatela. Eppure sapeva che non doveva tentare di fuggire, giacché la sua presenza lì era
motivata.

Dal canto suo, Lydyard non era in grado di stabilire se i suoi pen-sieri e le sue sensazioni stessero in
qualche modo filtrando nella men-te dell'altro.

— Sei indubbiamente gentile — osservò il corpo che ospitava Ly-dyard — a permettermi di


rammentare il mondo dal quale il mio io mise-rabile è stato cancellato. Però ho paura a sognare un futuro
glorioso e a confidare nelle tue promesse, perché non so chi sei, né chi ti ha destata: ho visto soltanto
Astaroth, e devo ancora incontrare Asmodeus.

Nell'udire queste parole, Lydyard ebbe la certezza che la sua pre-senza come passeggero nei pensieri
altrui non era priva di conseguen-ze. Se soltanto avesse saputo come, avrebbe potuto intervenire nella
conversazione e parlare direttamente all'entità, ponendo tutte le do-mande che gli si affollavano nella
mente, nonché esprimendo tutte le preghiere che un'entità dotata di poteri divini avrebbe potuto
esaudi-re. Inoltre, avrebbe potuto avvertirla degli stratagemmi vani di Man-dorla Soulier e del Ragno che
stava in agguato nell'ombra di Jacob Harkender. Purtroppo, non era in grado di fare nulla di tutto ciò.

— Ho visto quello che passa per Creazione quotidiana in questo vostro mondo — ella dichiarò, sempre
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come se sapesse benissimo di parlare a due uomini, anziché ad uno soltanto. — Temo che gli altri della
mia razza non siano consapevoli di quanto profondamente stanno dormendo. Si sono imprigionati nella
materia e nello spazio del mon-do, perciò non possono sapere quanto e come il tributo del mutamen-to
stia pervertendo lentamente il loro essere.

«Sono grata al mostro di audacia umana, chiunque sia, che ha osa-to disturbarmi, perché non potevo
certo immaginare, quando mi co-ricai a riposare pazientemente in attesa di un tempo migliore, che co-sa
avrei trovato al mio risveglio. Il vostro mondo è perfettamente ma-turo per gli Atti di Creazione, mio caro
Adam, e oso dire che nessuno potrebbe fermare la mia mano, se decidessi di trasformarlo. Eppure, vi
sono molte cose che non posso vedere né comprendere, perché so-no insondabili agli occhi e alle menti
di coloro ai quali ho rubato la vista.

«Quello che veramente è strano in questo vostro mondo, mio deli-zioso consorte, è che sfida
l'immaginazione di coloro che vivono in esso. D'altronde, ciò non è inspiegabile, se si considera che il
mondo fu lasciato agli uomini dall'anima fredda che non possedevano la veg-genza. Io stessa, che pure
posso vedere che cosa sono gli uomini interiormente, ho a malapena incominciato a comprendere la
scienza e la società che compongono il loro mondo di apparenze.

«Se soltanto ti fosse concesso di vedere che cos'è realmente il tuo mondo, quali notizie riferiresti alla
Terra? Il ciclo del mutamento ha compiuto molto più di quanto avrei creduto possibile, perciò temo,
giacché anch'io, nonostante quello che sono, posso avere paura, che vi sia qualcosa nel potere del
mutamento, capace persino di negare il potere della Creazione. E voi, mio caro Adam, non dovreste
gioire di questa mia ansia, perché non potete osare sperare di liberarvi dai vostri dèi senza sapere quale
genere di libertà conquistereste!

— Potrei esserti più utile, se tu mi permettessi di rammentare chi sono.

Questa frase fu pronunciata soltanto da Adam Grey, perché Ly-dyard avrebbe saputo continuare molto
meglio la conversazione, af-frontando argomenti di gran lunga più importanti: o almeno, così cre-deva.

— Temo di no — ella rispose, ironicamente. — Rimarresti confu-so, mentre io considero preziosa la tua
limpidezza di pensiero e di os-servazione. Non opporti alla mia volontà, mio amato. Amami, mio caro
Adam, e scoprirai di essere capace di abbandonarti a me senza dubbi, nonché con la gioia più pura. Non
devi fare altro che amarmi.

Mentre il suo ospite prigioniero osservava i lineamenti perfetti della donna, Lydyard si rese conto che era
estremamente difficile resistere alla bellezza, apparente o meno che fosse. Mandorla Soulier aveva
ten-tato di giocare con lui esattamente nello stesso modo in cui la Sfinge stava giocando con Adam Grey,
il quale non poteva odiarla per que-sto: in un certo senso, si trattava di un complimento sincero. Lo
stesso Lydyard, nel proprio intimo, non poteva odiare Mandorla Soulier, nonostante il fatto che costei,
giocando con lui, avrebbe potuto ucciderlo.E Cordelia? pensò Lydyard, con uno choc doloroso di
cinismo.For-se che il gioco della sua bellezza non è nulla più che un'ombra dei giochi di questi bei
mostri? Ma scacciò subito questo dubbio tormen-toso, cercando di concentrarsi invece su quello che
l'affascinato Adam Grey stava dicendo alla sua maestosa padrona e amante.

— Il mondo era di gran lunga più piccolo, l'ultima volta che tu vi camminasti — sussurrò Adam, con la
voce quasi soffocata dalla canzone discordante del treno che correva sulle rotaie. — Forse si esten-de
troppo nello spazio e nel tempo per essere così facilmente alterato come credi tu. Il potere in grado di
provocarne la fine forse non esiste affatto, e se esiste, può darsi che sia superiore a quanto può
immagi-nare una piccola divinità tribale. Forse è un bene che tu abbia paura, nonostante quello che sei.
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— Forse — ella convenne, scrupolosamente prudente nella propria esitazione. — Ma la grandezza è


come la bellezza: è contenuta nel-l'occhio dell'osservatore. E io non sono ancora convinta che non
po-trei, se così volessi, fermare le stelle nel loro corso, per farle piovere sulla Terra. Fra voi, vi sono
coloro che desiderano ardentemente la fine, e se questo è quello che chiedono alle loro divinità, perché
non dovrei provvedere?

Mentre ella parlava, Lydyard notò qualcosa di strano attraverso gli occhi di Adam Grey: quando il sole
mattutino spuntò improvvisamente dalle nubi mutevoli, apparve dietro la testa della Sfinge un'ombra
si-mile a un ragno predatore in agguato, in attesa della preda.

E anche se, mediante le labbra riluttanti di Adam Grey, tentò di gridare un avvertimento, Lydyard non vi
riuscì: precipitò invece in una ragnatela di luce abbacinante e di fuoco che tutto consumava.

16

Era all'Inferno, ed era Satana, furente contro l'ignominia della pro-pria prigionia, furente contro la
crudeltà di Dio e contro l'indolenza dell'uomo, furente contro la lava ardente che affiorava gorgogliando
sotto di lui e scottava la sua carne incorruttibile, che non poteva av-vizzire, né annerire, né decomporsi,
condannato dall'immortalità a soffrire per tutta l'eternità.

Al di sopra di lui, il mondo non era più visibile, come non lo era la sua mano libera, la destra, né lo erano
le aquile che volteggiavano in cerchio nel cielo igneo, perché quella era la notte del tempo, illumi-nata
soltanto dalle eruzioni sotto di lui, crocifisso dalla circostanza e dal peccato, impotente a riscrivere il
rotolo della storia, anche se non esisteva nulla che non potesse essere ricreato, e non era mai acca-duto
nulla che non potesse essere cancellato.

S'infuriò contro i chiodi che lo trafiggevano, sforzandosi di svel-lerli e di liberarsi, a costo di straziarsi con
squarci che avrebbero im-piegato mille anni a guarire. Alla fine, comunque, sarebbero guariti, perché lui
era un angelo, non un essere mortale. E consapevole di que-sto, era certo che avrebbe potuto
trasformarsi, se soltanto avesse sa-puto come... Avrebbe potuto liberarsi, se soltanto avesse conosciuto
il modo... Avrebbe potuto redirmersi, se soltanto...

La luce sbiadì sino a divenire oscurità, lo strazio divenne mera sof-ferenza, eppure egli non fu liberato
dall'Inferno: fu semplicemente condotto in un'altra parte di esso, che non era affatto migliore, anzi, in
modo molto subdolo era di gran lunga peggiore.

Sentiva i rumori prodotti dai ratti. Il fetore della decomposizione era tanto denso nelle sue narici, che
quasi credeva di giacere morto e putrescente. Scosse la mente intorpidita e mosse le labbra come per
pronunciare una preghiera. Ma poi...

Fiat lux,disse qualcuno: un sussurro nelle pareti della cantina, una voce dal nulla.

E la luce si accese: una luce magica e miracolosa.

Un fanciullo simile a un angelo biondo teneva sotto l'esile braccio destro un'immagine del mondo,
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sfolgorante di radiosità argentea.

L'angelo buono protese la mano sinistra ad accarezzare con i pol-pastrelli i legami che avvincevano i
polsi di Lydyard: essi caddero su-bito, senza bisogno di essere sciolti o recisi.

Quindi l'angelo buono offrì il mondo, affinché egli potesse final-mente toccarlo, e avere quella possibilità
di redimerlo che bramava da tanto tempo.

Con entrambe le mani, egli prese lo specchio che conteneva il mon-do, ignorando il sangue che gli
scorreva dai polsi, e scrutò nelle pro-fondità della luce magica che traboccava dalla cornice, come per
cer-carvi il proprio riflesso.

Per il più fugace degli istanti, la luce guizzò, parve sbiadire, fu sul punto di spegnersi, poi avvampò di
nuovo, più splendente che mai.

— Posso farlo — egli sussurrò. — Ho rubato la luce degli dèi: mi appartiene, posso comandarla.

— Chi sei? — domandò il fanciullo.

— Sono Lucifero Prometeo, colui che tentò l'uomo dall'anima fred-da con l'illuminazione e con il fuoco,
e fu incolpato di tutte le puni-zioni subite dagli uomini in conseguenza del destino che era scritto per loro
nei cicli del mutamento.

— Il mio nome è Gabriel.

Quando l'angelo pronunciò queste parole, egli non ne fu affatto sorpreso. Subito dopo, però, l'illusione
crollò.

Infatti, il fanciullo chiese: — Sei un licantropo?

D'improvviso, Lydyard deglutì, scoprendo di avere un nodo alla gola e un sapore disgustoso in bocca:
— Che genere di luce è mai que-sto? — domandò, disperatamente incapace di comprendere come il
fulgore potesse diffondersi dallo specchio che teneva in mano.

Allora, come per effetto della consapevolezza da parte di Lydyard della sua impossibilità ad esistere, la
luce cominciò ad affievolirsi.

Il fanciullo riprese lo specchio e se lo strinse al petto, per salvare la radiosità morente e farla splendere di
nuovo: l'oscurità ritornò, ma soltanto per un attimo. In tono afflitto, disse: — Non dovevi lasciar-la
spegnere. Avresti potuto farla brillare: hai visto che puoi. Io posso fare molto di più, non soltanto con lo
specchio: anche con il vetro della finestra e con la polvere sul tappeto. Posso vedere, e ho il potere di
cambiare le creature. Ho cominciato con le creature piccole: i tarli e i ragni. Però questo è stato soltanto
l'inizio. Appartengo alla razza degli Altri, come Mandorla... e come te.

— No, non come me — rispose Lydyard, con un sussurro. — Io ero soltanto un uomo, prima di essere
morso dal serpente, che era Satana travestito. Il demone non è me: non è neppure parte di me. Voglio
sbarazzarmene. Voglio tornare ad essere un uomo, accecato dalle consolazioni misericordiose.

— Anch'io pensavo la stessa cosa, all'inizio — spiegò Gabriel, con voce neutra. — Ma non è per niente
un demone: sono soltanto io. È quello che sono.
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Fu soltanto allora che le ultime vestigia della confusione finalmen-te scomparvero, e Lydyard comprese
tardivamente chi fosse il fan-ciullo che aveva di fronte: — Tu sei Gabriel Gill!

— Chi ti ha legato? È stato Amalax?

— Sì — rispose Lydyard, burbero. Pervaso di nuova speranza, giac-ché almeno alcuni dei suoi legami
erano stati rimossi, chiese: — Dove siamo, Gabriel? Puoi accompagnarmi fuori di qui?

— Posso vedere con gli occhi di Amalax, e anche con quelli di Te-resa. Per pochi momenti, Mandorla
mi permette di guardare con i suoi occhi, quando si trasforma in lupa. Soltanto quando me lo ha
permesso la prima volta ho capito quello che Morwenna aveva cercato di spiegarmi. Loro conoscono la
gioia, mentre noi non la conoscia-mo. Nessuno conosce la gioia, tranne loro. Teresa poteva volare e
ve-dere il Paradiso, ma doveva soffrire moltissimo per riuscirci, proprio come il signor Harkender. Il
dolore è diverso, per me, però non co-nosco la gioia: non veramente, non ancora. Ma quando avrò
impara-to a trasformarmi in un lupo, rimarrò lupo per sempre, e aiuterò Mor-wenna e Mandorla ad
essere lupe per sempre.

Del tutto confuso da quel discorso torrenziale, Lydyard domandò: — Chi è Teresa?

— Una suora. Credono che sia una santa, perché può volare e par-lare con Gesù. Mi ha chiamato
Satana, ma io non lo sono.

— No. — Lydyard si chiese che cosa avrebbe potuto dire al fan-ciullo per recidere quel nodo di caos.
Dopo una pausa, soggiunse: — I licantropi non sono tuoi amici, Gabriel. Qualunque cosa ti abbia detto,
Mandorla non è tua amica. Ti farà soffrire, come vuol far sof-frire me. Aiutami, Gabriel, e io aiuterò te.
Portami fuori di qui, e... — S'interruppe, alzando lo sguardo. Accecato dalla luce splendente che il
fanciullo cullava fra le braccia, non aveva visto arrivare colui che stava sulla soglia, benché reggesse una
candela accesa. Soltanto dopo qualche istante riconobbe Amalax, gigantesco e grasso come sem-pre.
Era impossibile stabilire da quanto tempo fosse lì.

Girandosi, Gabriel spostò lo specchio in modo tale da illuminare il gigante, il quale, divenuto chiaramente
visibile, apparve ancor più brutto e sinistro.

In un tono di gentile preoccupazione che suonò vacuo e falso, Ama-lax osservò: — Non dovresti essere
qui, Gabriel.

— Posso andare dove voglio — ribatté Gabriel, calmo.

— Mandorla non sarebbe contenta di sapere che sei qui — insistet-te Amalax, per nulla turbato, almeno
apparentemente, dall'insolenzà del fanciullo. — Si arrabbierebbe, se lo scoprisse. Devi tornare nella tua
camera, e lasciare in pace costui.

— Ha sete e soffre — replicò Gabriel. — Era solo al buio, con i ratti.

— Devi cercare di essere un bravo ragazzo, Gabriel — ingiunse Amalax, con voce ferma. — Mandorla
arriverà fra poco, e si arrab-bierà, se ti troverà qui. Torna nella tua camera, per favore, e lascia che mi
occupi io di costui. Gli lascerò la candela accanto al letto, e gli porterò da bere. I ratti non gli faranno
nulla.

— Non ho più bisogno di essere un bravoragazzo — dichiarò Ga-briel, in un tono di strano


compiacimento. — Non ne ho mai avuto bisogno: semplicemente, non sapevo di non averne bisogno. Lei
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non può farmi male, signor Amalax: non osa neppure provarci.

— Non voglio farti male — assicurò ostinatamente Amalax, an-che se era evidente che quello che il
fanciullo aveva detto era vero. — Nessuno vuole farti male. Ma costui è tuo nemico. Vuole portarti via, e
questo sarebbe dannoso per tutti. Lascia che mi occupi io di lui, per favore.

— Io non sono nemico di nessuno — intervenne Lydyard. — Cer-ca di vedere con i miei occhi,
Gabriel, come puoi fare con quelli di costui. So che cosa puoi fare, e voglio che tu sappia tutto quello che
so io: voglio che tu sappia tutto. Non so se puoi capire, ma voglio che tu veda. Non è necessario che tu
rimanga qui: vai pure, senza preoccuparti. Ma devi cercare di vedere con i miei occhi, in modo da
scoprire com'è realmente il mondo, e chi sono i tuoi veri amici.

— Taci! — ordinò Amalax, aspro, benché si rendesse conto, come lo sapeva Lydyard, che era del tutto
inutile. — Lascia in pace il ra-gazzo!

Allora Gabriel scrutò negli occhi dapprima Amalax, poi Lydyard, con un'intelligenza che smentiva il suo
aspetto fanciullesco.

Per incoraggiarlo, Lydyard annuì.

A sua volta, Gabriel annuì. Quindi accondiscese a salire i gradini fino alla porta, dove aspettava Amalax,
il quale si fece da parte per fargli spazio. Nel passargli dinanzi, Gabriel alzò lo sguardo a scrutar-lo in
modo tale da lasciar intendere chiaramente che non se ne stava andando per mera ubbidienza, bensì era
del tutto padrone di se stesso.

Quando il fanciullo se ne fu andato, Lydyard si sdraiò di nuovo sul materasso e si lasciò legare ancora
una volta dal gigante senza op-porre resistenza: — Mandorla non può dominarlo — osservò, mentre
Amalax, come aveva promesso, sostituiva la candela consunta con quella che aveva portato. — È
troppo potente, e vede troppo chiara-mente, ora, per poter essere ingannato ancora a lungo. Perciò tu,
qua-lunque cosa speri di ottenere servendo i licantropi, rimarrai deluso. Anzi, ti trovi in grande pericolo: ti
converrebbe liberarmi.

— Oh, no. — Amalax gli lanciò un'occhiata astuta e maliziosa. — Sei troppo prezioso: ricorda che i ratti
hanno invaso la cantina, per venirti a cercare! Ebbene, potresti essere un'esca adatta ad attirare anche
belve terribili: un licantropo che ha tradito la sua razza, per esempio. E intanto che lo aspetti, Mandorla è
curiosa di ascoltare i racconti dei tuoi sogni.

Con uno sforzo, Lydyard riuscì a sorridere: — Tu non osi nemme-no sognare le belve che potrei attirare
— dichiarò, nel tono più mor-bidamente minaccioso che riuscì ad ottenere. — Infatti, una parte
del-l'anima della Sfinge è fusa alla mia, e mi conferisce il potere di evoca-re la Sfinge medesima: forse
anche il Ragno. Benché non si possa escludere che il più caro desiderio di Mandorla sia quello di
provocare uno scontro fra le due entità, dubito che lei ti abbia spiegato che cosa im-plicherebbe. Ti ha
allettato con promesse di potere, ma in realtà in-tende annientare tutta la razza umana. Se ella riuscirà ad
ottenere il suo scopo, tutti i tuoi meschini guadagni si trasformeranno in polve-re e in cenere.

— Tu invece salveresti il mondo degli uomini, se io ti liberassi? — schernì Amalax. — Potresti


sconfiggere i licantropi, e gli altri di cui parli? Che poteri hai, per fare promesse migliori di quelle che ho
già ricevuto?

È vero,pensò Lydyard.Che poteri ho? Tuttavia, rispose: — Io ho visto attraverso i tuoi occhi, Caleb
Amalax, e così pure il ragazzo. Lui ed io conosciamo le tue speranze più fervide e le tue paure più
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segrete, molto più di Mandorla. So che ti rendi conto di essere soltan-to una pedina che probabilmente
sarà sacrificata senza neppure un ripensamento, e ti assicuro che, se esiste una qualsiasi speranza per te o
per chiunque di noi, essa dipende da Pelorus, non da Mandorla.

Sprezzante, Amalax sputò sul pavimento gelido.

Senza bisogno di vedere attraverso i suoi occhi, Lydyard capì che l'atto fu soltanto il sostituto misero di
una risposta razionale, ma an-che che il gigante non osava ribellarsi ai licantropi. Era fin troppo
affezionato al grasso disgustoso che gli rivestiva le ossa, per provoca-re la loro ira con un tradimento.

— Vai pure, allora — riprese Lydyard. — Vai pure incontro al tuo destino funesto, come tutti gli altri
sciocchi che Mandorla ha amma-liato con la sua bellezza!

Le ultime parole della frase si persero negli echi di un'improvvisa serie di colpi d'arma da fuoco.

— Pelorus! — gridò Lydyard. Anche se non riuscì in alcun modo a capire perché, il nome gli colmò gli
occhi di lacrime di gioia.Non sei solo, pensò, come gli avevano assicurato Tallentyre e Pelorus.
Do-potutto, sembrava proprio che non fosse destinato a soccombere alla malevolenza di Mandorla.

Altre detonazioni echeggiarono, seguite da urla di dolore e di rabbia.

Con il trionfo nel cuore, Lydyard vide Amalax alzare lo sguardo al soffitto, impallidire, esitare:È un
codardo, dopotutto! pensò.La paura gli scorre come acido nelle vene. Sta già pensando a
scappare! Con urgenza, esortò: — Liberami! Liberami subito, e farò tutto quello che posso per salvarti
la vita. Se non mi liberi, la tua sorte è segnata! — Sapeva di non avere il tempo di ragionare: doveva
sperare nell'ef-fetto di una minaccia melodrammatica.

Per nulla impressionato, Amalax rimase dove si trovava, in attesa. Intanto, sguainò il pugnale che portava
alla cintura, lo stesso con cui aveva minacciato di sgozzare Lydyard: la lama scintillò alla luce della
candela, simile a una sciabola fiammeggiante.

Non fu difficile, per Lydyard, immaginare quale pensiero si fosse impadronito della mente di Amalax: la
determinazione di aspettare che la sparatoria cessasse.

Sia il prigioniero che il carceriere rimasero a fissare la porta che Gabriel aveva lasciato socchiusa,
terribilmente ansiosi di scoprire chi l'avrebbe spalancata.

Non dovettero attendere a lungo, prima che entrasse Mandorla.

Il brontolio di soddisfazione di Amalax si trasformò subito in uno strillo d'ira, perché Mandorla, dopo
essere rimasta per un attimo in cima ai gradini, fu spinta innanzi, e cadde come un sasso sul pavi-mento
lercio.

Mentre Mandorla volava oltre il bordo della scala, Lydyard vide sul suo bel volto un'espressione di
furore puro, che nel momento del-l'impatto si trasformò bruscamente in umiliazione e in odio.

Ma anche in forma umana, intralciata dagli indumenti, Mandorla sapeva come cadere, perciò rimase del
tutto illesa. Si girò di scatto, stranamente raccolta in se stessa, con i muscoli contratti, come la bel-va che
era, però non balzò all'attacco: non osò fare altro che mante-nersi minacciosamente pronta a scattare,
perché colui che l'aveva spinta giù e che stava in cima alla scala, impugnava una rivoltella americana simile
a quella posseduta da Lydyard.
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Era Pelorus, il quale, audace come un lupo, era entrato nella tana dove i suoi nemici attendevano in
agguato.

— Grazie a Dio! — gridò Lydyard.

Dopo essersi chiuso l'uscio alle spalle, Pelorus rimase immobile dove si trovava. Con gli occhi
azzurrissimi, scrutò dapprima Mandorla, quindi Amalax, come se non sapesse contro chi puntare la
propria arma.

— Gli resta un colpo soltanto — sussurrò Mandorla, ansimante di preoccupazione smaniosa. — Non
osa sparare a te, Caleb, perché se lo facesse sarebbe perduto. Gli altri stanno aspettando: non ha
scam-po. — Quindi si volse a Pelorus: — Getta la pistola amor mio. Hai fatto tutto quello che la volontà
di Machalalel t'imponeva di fare, e hai fallito. Adesso sei libero di agire secondo i desideri del tuo io
se-greto. Getta la pistola, e ti prometto un sonno tranquillo. Spara, e ti giuro che farò tutto quello che
posso per garantire che tu non possa destarti mai più sino a quando squilleranno le trombe del giudizio
uni-versale!

Non c'è tempo per discutere e per ragionare,pensò Lydyard.Anche Mandorla, come ho dovuto fare
io, è obbligata a sperare che le minacce melodrammatiche siano sufficienti.

Paralizzato dall'indecisione, Pelorus osservò Lydyard, poi Amalax. Infine, scrutò la malvagia cugina: —
Se sparerò, allora sparerò a te, Mandorla. Amalax deve tagliare i legami del ragazzo, e lui ed io
dob-biamo potercene andare, perché se non ci lascerai andare, dovrai dor-mire, per cento o per mille
anni. Se ci lascerai liberi, forse avrai la possibilità d'influenzare la Sfinge. Ma se c'impedirai di andarcene,
ti sveglierai in un mondo molto diverso.

Per tutta risposta, Mandorla rise. Nondimeno, per accertarsi che non si fosse mosso, lanciò un'occhiata
ansiosa ad Amalax, che infatti era immobile fin da quando era stato esploso il primo colpo d'arma da
fuoco: — Perris è oltre quella porta, con Siri e con Suarra — repli-cò. — Dubito che tu abbia ferito
Arian tanto gravemente da farlo dor-mire. Inoltre non è stato saggio, da parte tua, sparare a Morwenna,
perché Gabriel le è molto affezionato. E se Gabriel vorrà punirti, al-lora forse imparerai davvero che cosa
significa soffrire. Rinuncia, Pe-lorus. Rinuncia!

Per un lungo momento, Pelorus si limitò a sorridere, anche se il suo sorriso fu truce, molto ansioso. Poi
ordinò ad Amalax: — Libera Lydyard!

Il gigante rimase perfettamente immobile.

Allora Pelorus gli puntò la rivoltella alla testa: — E va bene... Se proprio devo perdere, almeno posso
sparare a qualcuno che non ri-sorgerà... Libera Lydyard!

Senza dubbio, Pelorus aveva altri proiettili nelle tasche della giacca, però non aveva il tempo di
ricaricare, perché se lo avesse fatto, Mandor-la lo avrebbe immediatamente assalito. Lydyard capì che
un solo col-po era troppo poco per costituire una minaccia efficace. Purtroppo, ciò fu compreso anche
da Amalax, che continuò a rimanere immobile.

Era una situazione di stallo che poteva essere sbloccata soltanto da un intervento esterno.

Nel momento stesso in cui se ne rese conto, Lydyard invocò men-talmente, con un fervore silenzioso
che non riconosceva l'assurdità della preghiera:Sfinge! Se puoi sentirmi, adesso, Sfinge, ti prego! Vieni
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a salvare il tuo servo!

Questa supplica non ebbe altra risposta che il silenzio, e il perdura-re dello stallo.

D'improvviso, senza riflettere, Amalax si portò la mano libera alla testa calva come per scacciare
qualcosa d'invisibile. Nella luce fioca della candela, Lydyard vide cadere qualcosa dalle travi del soffitto,
e poi qualcos'altro ancora.

Dopo avere alzato lo sguardo, Amalax prese la candela e la solle-vò, per illuminare ciò che stava
cadendo. Intanto, con la mano con cui impugnava il coltello, si spazzò di nuovo il cranio, goffamente.
Accigliato, evidentemente perplesso, non riusciva a scorgere quello che si nascondeva nell'ombra fra le
travi, e che non avrebbe dovuto esservi.

Dal canto suo, Lydyard vide soltanto un ammasso di ragnatele spor-che.

Dall'ombra, qualcos'altro cadde sulla testa calva e grassa di Ama-lax: un ragnetto, subito seguito da un
altro, e da un altro, e da un altro...

Persino Mandorla, allarmata, rimase senza fiato.

Di scatto, Amalax si chinò, poi rapidamente si spostò da una parte e dall'altra, lasciando cadere la
candela, ma invano: i ragni continua-rono a piovergli sulla testa e sulle spalle.

La bugia non si rovesciò: la fiammella guizzò e vacillò, ma non si spense. Alla luce della candela,
Lydyard vide Amalax investito da un autentico diluvio di ragni: migliaia e migliaia. Nessuno di essi era più
grande di un'unghia, ma erano tanto numerosi, che sommersero il gi-gante, aderendo alla sua pelle e ai
suoi indumenti, nonostante i suoi sforzi violenti per scacciarli.

Terrorizzato e disperato, Amalax strillò.

Era impossibile che tutti quei ragni vivessero nascosti fra le travi, perciò Lydyard capì che non cadevano
dal soffitto della cantina, ben-sì da un ignoto altrove, a meno che fossero stati creati per la prima volta
dall'ombra e dall'aria, a formare quella cateratta vivente.

Era mai possibile che la Sfinge avesse esaudito la sua preghiera? Oppure quella era l'opera di un altro
angelo caduto, il padrone di Harkender, che sembrava nutrire un affetto tanto strano per il potere che
avevano i ragni di suscitare orrore nell'umanità?

Mentre Amalax continuava a strillare, Lydyard scoppiò in una ri-sata selvaggia e crudele: esultava per lo
sgomento del suo nemico, era estasiato dalle sue grida di angoscia e di terrore.

D'improvviso, rendendosi conto che i ragni incapaci di aggrappar-si ad Amalax stavano inondando il
pavimento della cantina, diffon-dendosi in tutte le direzioni come un'enormechiazza fosca, rammen-tò di
essere ancora legato al letto mani e piedi.

Raddrizzandosi, Mandorla arretrò.

Come se fosse stato tramutato in pietra, Pelorus rimase immobile, con la rivoltella inutile in pugno.

In breve, Amalax fu ridotto a una sagoma enorme, talmente anne-rito dal terribile diluvio, che i ragni che
continuavano a cadere dal nulla non potevano più aggrapparsi e piovevano sul pavimento, or-mai tutto
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brulicante da una parete all'altra.

Anche se Lydyard si rannicchiò il più possibile, gli insetti striscian-ti iniziarono a sciamare sul materasso,
nonché sopra di lui. Non lo punsero, non lo morsero, però il tocco delle loro zampette lo colmò di
repulsione e di sgomento.

Come la lupa che era, Mandorla ululò.

Consapevole che non vi era scampo, e che l'Inferno era ancora una volta tutt'intorno a lui, non meno
terribile che in precedenza, Lydyard chiuse gli occhi e cominciò a dare strattoni con tutte le proprie forze,
per ferirsi i polsi legati alla testiera del letto.

Finalmente comprese che l'unica libertà esistente, l'unica libertà che avrebbe mai potuto esistere, era la
libertà della sofferenza e della veg-genza, la libertà del volo nelle profondità e nelle estensioni infinite del
tempo, dello spazio e della possibilità, nel mondo delle divinità giocose.

Se soltanto potessi soffrire...gridò mentalmente a se stesso, in si-lenzio.Se soltanto potessi infliggermi


dolore...

Terzo Interludio

L'Atto di Creazione

Ed ho applicato il mio cuore ad apprendere la prudenza, e la dot-trina, e gli errori, e le follie: ed ho


riconosciuto che anche questo è affanno e afflizione di spirito.

Perché dove è molta sapienza vi è molta indignazione: e chi molti-plica il sapere, moltiplica anche
l'affanno.

Ecclesiaste, I, 17-18.

Quando ho eliminato tutto quello che so perché mi è stato riferito in qualche modo, non tardo a scoprire
di essere di fronte alla propo-sizione secondo cui tutto quello che so precisamente e veramente è quello
che ho appreso mediante i sensi. È vero che conosco casi in cui i sensi mi hanno ingannato, tanto da
indurmi in errore; però sem-bra anche vero che non ho motivo di dubitare dell'esistenza e della natura di
molte cose che vedo. Nondimeno, quando chiedo a me stes-so quali siano le cose delle quali non posso
e non ho motivo di dubi-tare, non posso fare a meno di pensare ai sogni, in cui ho visto cose molto simili
a quelle reali, e le ho credute tali, mentre la mia esperien-za non sembrava altro che illusione. Come
posso sapere, ora, che que-sto non è un sogno, da cui alla fine mi desterò? Come posso sapere che
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quella che definisco veglia non è una condizione molto simile al sogno, in cui tutto quello che mi sembra di
vedere è un mero prodot-to della mente, e ha soltanto l'apparenza della realtà?

Se esiste un Dio, che è stato capace di creare il mondo e di determi-narne tutti i contenuti e le leggi,
allora il medesimo Dio deve avere sicuramente il potere di formare i miei sogni, nonché l'inganno che
m'induce a scambiare il sogno per la realtà. Se poi sostengo che Dio è buono, e non m'ingannerebbe mai
così, come posso ribattere all'o-biezione secondo cui è forse un bene che io sia ingannato, e credere al
mondo come appare, anche se in realtà esso è diverso? La verità serve necessariamente alla bontà? E
anche se la verità fosse necessa-riamente buona, ne conseguirebbe necessariamente che anche la mia
conoscenza della verità sarebbe un bene?

Per perseguire sinceramente il mio scopo, debbo osare supporre che al posto di quel Dio che è la fonte
della verità, esista invece un genio possente e ingannatore, il quale ha davvero deciso che il cielo e la
Terra che io percepisco, e tutti i loro colori, le loro forme, i loro suoni, non sono altro che illusioni e sogni
intesi a intrappolare la mia credulità. Se fosse così, allora che cosa sarei io? Infatti, non potrei più essere
una creatura di carne e di sangue, di sensi e di pensiero. Sicuramente, sarei un sognatore, ma non saprei
dire affatto che cosa potrebbe mai essere in realtà questo sognatore, se osservato da un altro occhio.
Non ho motivo di dubitare della mia stessa esistenza, perché anche in que-sto incubo deve esservi un
dubitante, i cui dubbi ne sono la garanzia. Ma che cosa sono io, che dubito? Che cos'è e com'è il mondo
che contiene il dubitante?

Una cosa è certa, ed è questa: che contro l'argomento secondo cui questo genio dell'inganno può
davvero essere al posto del Dio sincero in cui preferiamo credere, non esiste difesa. Se fu suo l'Atto di
Crea-zione che diede forma al mondo, e se a lui appartiene il capriccio che potrebbe in qualunque
momento ridargli forma, allora non abbiamo modo di saperlo. Se il mondo è una menzogna, è una
menzogna im-penetrabile, e se il dubbio ci conduce all'estremo di dubitare dell'esi-stenza di un Dio
sincero, allora dobbiamo scoprirci privi di qualun-que ancoraggio nei paesaggi della Creazione, perché
non possiamo sapere dove siamo o che cosa siamo, e tutte le nostre scoperte sono vane. E se io dovessi
chiedere a me stesso:Posso essere contento di vivere in un mondo simile? quale risposta potrei
fornire, se non che dove esiste il dubbio, deve esistere anche la fiducia, e che se questa fiducia è falsa,
siamo perduti?

Non posso avere nessuna fede in un Dio sincero, anche se suppon-go che sia buono, tranne quella fede
che si basa sulla speranza. Se fosse mal riposta la speranza la quale osa asserire che il mondo che vedo
deve essere il mondo che esiste, allora la verità sarebbe qualcosa che non potrei mai conoscere. Anche
se qualche miracoloso dono di rivelazione dovesse mostrarmi il mondo quale realmente è, e se esso fosse
diverso da come appare, non potrei mai sapere se quello che ho visto è vero o meno.

Se i miei sensi m'ingannano, e non ho altra garanzia tranne sperare che non m'ingannino, allora sono alla
deriva in una wilderness di pos-sibilità, in cui la verità è indistinguibile dall'illusione. Per questa ra-gione,
se non per altre, devo aggrapparmi alla speranza, perché non posso sopportare di vivere in un tale
mondo d'inganno, né posso sop-portare di contemplare il Dio che esige tanto da me.

La speranza, e soltanto la speranza, attribuisce gli Atti di Creazio-ne esclusivamente a un Dio buono,
perché se esistono altri capaci di compiere tali Atti, il mondo dev'essere il loro campo di battaglia, e
mentre essi si contendono il dominio della sua forma e della sua natu-ra, non esiste nulla che possa essere
definitivamente conosciuto, e nulla che possa essere definitivamente compiuto.
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René Descartes,The Suppressed Meditations (Le meditazioni sop-presse), scritto attorno al 1640 e
pubblicato per la prima volta nel 1872.

Della Creazione del mondo, persino Machalalel non sapeva nulla. Nessun essere può conservare
memoria del momento della propria ori-gine: la coscienza si sviluppa gradualmente, e coloro che hanno il
po-tere della Creazione, come coloro che non lo hanno, devono iniziare la vita nell'innocenza. Machalalel
istruì con il massimo scrupolo co-loro che creò, ma poté descrivere il mondo soltanto quale lo aveva
trovato, perché il suo creatore non aveva svolto il ruolo del padre nei suoi confronti, come lui stesso
aveva invece scelto di fare con le pro-prie creature.

Sembrò a Machalalel che il mondo in cui si trovava fosse giovane, e che l'Età dell'Oro fosse l'infanzia
dell'universo: un'epoca in cui l'ab-bondanza d'ingenuità e di scoperte meravigliose esisteva al posto del-la
saggezza e delle conoscenze comprovate; in cui esistevano il gusto infinito del gioco e l'insofferenza nei
confronti delle fatiche prolungate. Eppure, nonostante il suo sviluppo e la sua speranza di perpe-tuo
perfezionamento, essa conteneva già avvisaglie di decadimento.

A questo proposito, s'impone un'analogia con la vita umana. Gli uomini iniziano a morire prima di
nascere, prim'ancora di sapere che esistono, e continuano a morire mentre crescono e prosperano, e il
processo del divenire, mediante il quale essi si sviluppano come orga-nismi, viene sempre interrotto, alla
fine, dalla morte, senza essersi ade-guatamente concluso. Come al di sopra, così al di sotto: il
macroco-smo dell'universo si riflette nel microcosmo dell'uomo.

Quando Machalalel scoprì quale modalità dell'essere fosse lui stes-so, esistevano al mondo molti
Creatori che sperperavano il loro pote-re, senza curarsi in alcun modo del fatto che si esaurivano sempre
più nei processi di Creazione. Questi furono coloro che diedero veramen-te forma al mondo, perché fu la
loro fecondità a formarlo e a deter-minarne la varietà. Esistevano però anche altri che avevano cessato di
sperperare il loro potere, timorosi delle influenze che avrebbero po-tuto subire dai processi del divenire
che erano stati avviati.

Già all'epoca di Machalalel, alcuni di questi Creatori non si limita-vano a risparmiare il loro potere, bensì
avevano iniziato ad operare per accrescerlo, poiché avevano scoperto i mezzi per usurpare il pote-re
degli esseri inferiori. Costoro, che erano pochi, divennero ladri del mutamento, predatori del potere, oltre
a sfuggire il mutamento me-desimo.

Anche nell'Età dell'Oro vi furono conflitti e lotte, che aumentaro-no gradualmente durante tutto il tardo
periodo che Machalalel non visse abbastanza per conoscere, e che io ho definito Età degli Eroi. Quando
quest'epoca si concluse, per essere seguita dall'Età del Fer-ro, i giorni dei Creatori fecondi erano ormai
terminati. Tuttavia, i con-flitti e le lotte non cessarono, giacché i Creatori predatori erano an-cora nemici
gli uni degli altri. Quando i non umani dall'anima calda diventarono sempre meno numerosi e furono
costretti a nascondersi, i Creatori che desideravano distruggerli furono obbligati a volgere le loro
bramose attenzioni gli uni contro gli altri. In seguito furono a loro volta costretti a nascondersi, ma
trasformarono i loro nascondi-gli in trappole e fortezze.
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Si potrebbe pensare che gli esseri umani non avessero nulla da te-mere perché, privi di calore nell'anima
e di potere creativo, suscitava-no scarso interesse nei Creatori predatori. Tuttavia non era affatto così,
come dimostra la vera storia del mondo.

Da una parte, i Creatori predatori considerarono spesso gli uomini come strumenti per la realizzazione
dei loro piani: usarono e condi-zionarono varie tribù umane mediante piccoli esercizi di potere che non
dissipavano energie, in modo da indurii a braccare i non umani dall'anima calda e a consegnarli loro sotto
forma di sacrifici. D'altra parte, alcuni Creatori predatori si convinsero che nella natura e nelle fortune
dell'uomo fosse possibile scorgere la volontà del Creatore su-premo, sia che quest'ultimo esistesse
ancora, sia che non esistesse più: gli uomini, infatti, sono il prototipo delle creature che non sono do-tate
del potere di creare e perciò devono essere considerate come una sorta di prodotto finale.

Prima di chiunque altro, Machalalel si rese conto di tutto ciò, e pre-vide, persino fra gli splendori dell'Età
dell'Oro, che gli uomini sareb-bero alla fine diventati gli abitanti principali della Terra, e che l'uni-verso
sarebbe mutato in modo tale da riflettere la natura del loro es-sere: come al di sotto, così al di sopra. Fu
per questa ragione che Ma-chalalel dedicò in modo particolare i propri studi agli uomini, e tentò di
simulare l'Atto di Creazione che aveva dato loro forma.

Non può esservi alcun dubbio, poiché ci stiamo avvicinando al culmine dell'Età del Ferro, che
Machalalel avesse ragione: gli uomini han-no un ruolo cruciale da svolgere nel processo fondamentale del
dive-nire, che modella l'evoluzione dell'universo e che lo condurrà, infine, dall'infanzia dell'Età dell'Oro a
una maturità che non possiamo nep-pure immaginare.

Credo che questo quarto e ultimo capitolo nella storia del mondo inizierà presto, e che la sua alba si
possa trovare in quella che gli uo-mini medesimi hanno definito Età dell'Illuminismo, o Età della Ra-gione:
definizione, quest'ultima, che non esito a prendere in prestito. Ho l'impressione che in quest'epoca si
esaurirà definitivamente il po-tere creativo, che fu tanto prolifico nelle epoche precedenti, e che vie-ne
ora definito magia e miracolo dagli uomini, i quali hanno ormai quasi cessato di credere alla sua esistenza.
Essa vedrà invece il trionfo di una nuova forma di potere, basata sulla scienza e sulle arti prati-che, che si
può definire «tecnica», e il cui progresso ha compiuto pas-si molto rapidi negli ultimi cento anni. Le arti
matematiche e mecca-niche diverranno i mezzi con cui gli uomini trasformeranno e perfe-zioneranno la
loro natura, e anche se tali discipline non hanno il po-tere di operare sull'universo come intero, credo che
non debbano es-sere disprezzate per questo.

Gli uomini che mi circondano ora, nella Francia rivoluzionaria, sono già colmi di ottimismo per questa
nuova epoca, e sono decisi a farla nascere. Con questo libro esprimo la mia fede nei loro ideali, o
alme-no la speranza per i loro ideali.

Io posso soltanto nutrire speranza, mentre loro hanno fede, perché conosco la vera storia del mondo,
nonché la storia ingannevole preservata dalle apparenze del mondo. So che i Creatori predatori esi-stono
ancora, e che continuano pazientemente a compiere la loro ope-ra. Alcuni sono soddisfatti di dormire,
altri sono perennemente an-siosi di osservare, e nessuno sa quanti siano. Forse, nonostante tutto quello
che hanno cercato di fare, sono condannati all'annientamen-to, e scopriranno, se mai tenteranno di
esercitare il potere che hanno tanto scrupolosamente conservato, che tutti i loro progetti saranno
vanificati. Spero fervidamente che ciò accada davvero, perché sareb-be un gran bene per il mondo se
costoro, quando attingeranno final-mente alle loro riserve di potere, troveranno null'altro che la polvere
arida dell'impotenza, invece della fecondità che hanno sperato di pre-servare dall'Età dell'Oro.
Nonostante la speranza, però, non posso fare a meno di avere paura, perché so che questi esseri
esistono anco-ra, e attendono nelle loro fortezze, fiduciosi che quando arriverà il momento giusto, il
mondo sarà alla loro mercé, così che potranno disporne a piacimento.
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Lucian de Terre,La vera storia del mondo, 1789.

21 Aprile 1872

Caro sir Edward,

sono rimasto profondamente turbato dal suo resoconto dell'intru-sione nella sua casa e del rapimento di
David Lydyard. Capisco per-fettamente che, data la situazione, non potrà più accompagnare Gilbert
Franklin a Charnley, come precedentemente convenuto, e com-prendo anche, dopo questa terribile
esperienza, il suo desiderio ur-gente, con cui concordo, di trasferire sua figlia da Londra. Mia mo-glie ed
io saremo naturalmente felici di accoglierla, e può star certo che ella avrà tutto quello che le occorre
affinché possa riprendersi dalla dura prova che ha dovuto subire. Sono del tutto d'accordo sul fatto che
conviene che ella sia protetta dagli aspetti spiacevoli di questa vicenda terribile, quindi le assicuro che
Gilbert e io non ne discuteremo in sua presenza.

Senza dubbio avremo occasione d'incontrarci quando tutto ciò sarà finito, ma, date le circostanze,
ritengo opportuno rinunciare a tut-te le riserve che in precedenza mi hanno reso riluttante a mettere per
iscritto le seguenti informazioni. Dopotutto, l'uomo a cui si riferisco-no è defunto ormai da alcuni anni, e
so di poter confidare che lei le considererà strettamente confidenziali. In una lettera come la presen-te,
sono costretto a limitarmi all'essenziale, ma credo che ciò le baste-rà per formarsi un'immagine adeguata
di colui che conobbi come Adam Clay, nonché degli aspetti sconcertanti della sua condizione mentale.

Conobbi Adam Clay nel 1859, quando fu affidato alle mie cure in seguito a un provvedimento
giudiziario, dopo essere stato arrestato nel corso di una sommossa dinanzi al carcere di Newgate, in
occasio-ne dell'esecuzione di William Barlow. A suo tempo, questi era stato un noto radicale, esponente
di primo piano del movimento cartista, per le attività all'interno del quale era stato imprigionato più volte.
In seguito, era caduto in disgrazia. Sebbene fosse stato condannato per un omicidio non politico, la sua
esecuzione aveva attirato una folla più numerosa del solito, inclusi parecchi suoi vecchi compagni di lot-ta
politica. In apparenza, la folla insorse quando il boia, Calcraft, giudicò necessario recarsi sotto il patibolo
per «bloccare le gambe di Barlow», vale a dire per aggiungere il proprio peso a quello della vit-tima, in
modo da affrettarne la dipartita. Calcraft era famigerato co-me «boia della caduta breve», perché di rado
riusciva a fare in modo che i condannati a lui affidati trapassassero rapidamente.

A questo proposito, Clay mi narrò che lui e gli altri si limitarono a protestare per l'orrenda incapacità di
Calcraft, ma che la polizia li fraintese, credendo che volessero tentare di liberare Barlow. Nello scon-tro
che seguì, Clay fu tramortito da un poliziotto con una manganel-lata. Più tardi, mentre si trovava sotto
arresto, ancora privo di cono-scenza, delirò. I poliziotti, ascoltandolo, si convinsero che fosse
com-pletamente pazzo, e riferirono al magistrato che Clay, pur essendo con ogni evidenza troppo
giovane, aveva dichiarato di conoscere Bar-low sin dagli anni trenta. Per giunta, aveva parlato con
ardore delle esperienze vissute a Parigi, durante il Terrore, dopo la rivoluzione del 1789. Quando fu
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condotto al cospetto del magistrato, Clay era ormai perfettamente ritornato in sé, tuttavia rifiutò di
comunicare il pro-prio domicilio e di rispondere alle domande relative alla sua vita, tranne fornire il nome
con cui io stesso lo conobbi in seguito.

Dapprima, Clay fu condotto ad Hanwell, dove io avevo già l'inca-rico che mantengo tuttora. Mi fu
presentato come un caso sconcer-tante e problematico. Quando lo incontrai per la prima volta, mi
par-ve tutt'altro che irrazionale, anche se decisamente apatico e malinconico, perciò esitai a destinarlo al
manicomio, dove allora le condizio-ni erano piuttosto peggiori di oggi. Sia perché notò la mia riluttanza,
sia perché evidentemente non apprezzava affatto tale prospettiva, Clay mi spiegò che, pur non essendo
disposto a fornire il proprio domici-lio, avrebbe potuto procurarsi denaro scrivendo una lettera ai suoi
le-gali. Lo invitai a farlo. Quando i soldi arrivarono come previsto, mi offrii di trasferirlo qui, a Charnley
Hall, dove talvolta ricovero i pa-zienti, i cui casi m'interessano in modo particolare.

Allorché lo interrogai a proposito dei discorsi che si era lasciato sfug-gire in prigione e che erano stati
riferiti dagli agenti di polizia, finì con l'ammettere di averli pronunciati, anzi, insistette sulla loro veri-dicità.
Dichiarò di essere molto più vecchio di quanto sembrasse, e di avere vissuto davvero a Parigi durante la
rivoluzione: a quell'epo-ca, aveva scritto un libro che aveva poi fatto stampare in Inghilterra. Mi spiegò
che, se desideravo conoscere tutta la storia della sua vita, non dovevo fare altro che consultare
quell'opera, intitolataLa vera storia del mondo, e firmata con lo pseudonimo «Lucian de Terre».

Sulle prime, dubitai dell'esistenza stessa del libro, di cui non avevo mai sentito parlare, ma durante una
delle mie frequenti escursioni a Londra, mi presi il disturbo di recarmi nella sala di lettura del British
Museum, dove scoprii che il libro, invece, esisteva davvero. Lessi su-bito il primo dei quattro volumi
dell'opera, scoprendo che si trattava della storia più fantastica che mi fosse mai capitato di leggere. Non
ho mai consultato gli altri tre volumi, anche se durante le discussioni che avemmo in seguito, Adam Clay
me ne riassunse sicuramente gran parte del contenuto.

Inizialmente, pensai che il vero problema di Clay fosse la malinco-nia, in una forma molto simile a quella
peccaminosa disperazione che nel medioevo era conosciuta come «accidia». Clay non era in armo-nia
con il mondo: lo considerava un luogo tenebroso e detestabile, più doloroso di quanto avesse necessità o
diritto di essere. Mi parve che le sue fantasie fossero il prodotto insolito di questa disperazione, concepite
come per giustificarla. Non appena scoprii il contenuto dellaVera storia del mondo, mi convinsi che
avesse letto il libro e che ne fosse rimasto talmente impressionato da rinunciare al proprio nome e alla
propria storia, per assumere una nuova identità fittizia, basata sul libro stesso. Nella sua mente, era
diventato il personaggio princi-pale, nonché l'autore dell'opera: un uomo che nel più remoto passa-to era
stato creato dall'argilla ad opera di una divinità quasi prometeica.

Non giudicai importante leggere il resto dell'opera, perché mi pro-ponevo di ricorrere alla razionalità per
obbligare il mio paziente a riconoscere che non era, e non poteva essere, il personaggio descritto nel
libro, e che questi, come io credevo, era stato concepito come una figura allegorica dal vero autore.
Nello stesso tempo, cercai anche di persuadere Clay che il mondo non era affatto così fosco come
imma-ginava, e che vi erano motivi sufficienti per essere ottimisti. Ero con-vinto che se soltanto fosse
riuscito ad aprire una breccia nelle mura di malinconia che lo imprigionavano, indebolendo le proprie
fanta-sie, allora si sarebbe sentito libero di riprendere il proprio vero nome e il proprio vero posto nel
mondo. A dispetto dell'ottimismo che m'induceva a credere di poter ottenere questo scopo mediante la
raziona-lità, Clay si dimostrò assai più intransigente di quanto avessi sperato.

Durante i tre anni che trascorse a Charnley, Adam Clay divenne molto cordiale: sembrava che nutrisse
molta simpatia per me, e io, da parte mia, ne avevo per lui. Credo che il suo caso sia il più intri-gante che
abbia mai esaminato, nonché il più stravagante e il più im-mune alla critica. A differenza di molti
disgraziati che soffrono di una visione distorta del mondo, Clay non tardò a sbarazzarsi di ogni ri-trosia
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nei confronti della discussione, per difendere risolutamente la veridicità delle proprie asserzioni. Non si
confuse mai, né diventò mai ostinatamente silenzioso, persino di fronte alle argomentazioni che
con-sideravo maggiormente intelligenti e rigorose: chi avesse assistito ad una delle nostre ultime
discussioni avrebbe potuto pensare che lui stu-diasse la mia visione del mondo con lo stesso zelo con cui
io studiavo la sua, e che lottasse con altret