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GUERRA E RIVOLUZIONE

LA PRIMA GUERRA MONDIALE


La Prima guerra mondiale fu chiamata Grande guerra, in quanto fu:
1. Grande carneficina, determinò il crollo civile e morale dell’Europa, la fine della centralità politica ed
economica dell’Europa;
2. Guerra totale, causò l’intervento dello stato nell’economia, lo sviluppo del capitalismo monopolistico,
innovazione tecnologica e generalizzazione della produzione di massa;
3. Mobilitazione di massa, determinò la maturazione della coscienza collettiva del disagio sociale.

DALL’ATTENTATO DI SARAJEVO ALLA GUERRA EUROPEA


Il 28 Giugno 1914, un bosniaco di nome Gavrilo Princip uccise l’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco
Ferdinando, e sua moglie a Sarajevo. L’attentatore faceva parte di un’organizzazione che aveva la sua base operativa
in Serbia, perciò l’Austria inviò un durissimo ultimatum alla Serbia. Il governo serbo accettò solo in parte l’ultimatum,
respingendo la clausola che prevedeva la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sui mandanti
dell’attentato. L’Austria giudicò la risposta insufficiente e dichiarò guerra alla Serbia.
Il governo russo, assicurando il proprio sostegno alla Serbia, ordinò la mobilitazione delle forze armate sul confine
occidentale per prevenire un eventuale attacco da parte della Germania, ma questa manovra fu interpretata dal
governo tedesco come un atto di ostilità.
Il 31 luglio la Germania inviò un ultimatum alla Russia intimandole l’immediata sospensione dei preparativi bellici.
L’ultimatum non ottenne risposta e fu seguito dalla dichiarazione di guerra. Il giorno stesso (1° agosto) la Francia
mobilitò le proprie forze armate. La Germania rispose con un nuovo ultimatum e con la successiva dichiarazione di
guerra alla Francia (3 agosto).
La Germania si sentì accerchiata, ma aveva preparato il piano Schlieffen, il quale prevedeva un massiccio attacco
contro la Francia, che avrebbe dovuto esser messa fuori combattimento in poche settimane. Raggiunto questo
obbiettivo, il grosso delle forze sarebbe stato impiegato contro la Russia, la cui macchina militare era potenzialmente
fortissima, ma lenta a mettersi in azione. Presupposto essenziale per la riuscita del piano Schlieffen era la rapidità
dell’attacco alla Francia. A questo scopo era previsto che le truppe tedesche passassero attraverso il Belgio,
nonostante che la sua neutralità fosse garantita da un trattato internazionale. Ciò avrebbe permesso di investire lo
schieramento nemico nel suo punto più debole.
La violazione della neutralità belga non solo scosse profondamente l’opinione pubblica europea, ma ebbe anche un
peso decisivo nel determinare l’intervento inglese nel conflitto. La Gran Bretagna, già preoccupata dall’eventualità di
un successo tedesco, non poteva tollerare l’aggressione a un paese neutrale. Così l’Inghilterra dichiarava guerra alla
Germania.
In questa fase iniziale tutti i governi sottovalutarono la gravità dello scontro: si credeva sarebbe stata una guerra
veloce, ma si trasformò in una guerra di logoramento.

LE CAUSE DELLA GUERRA


In realtà le cause che scatenarono il conflitto furono varie e di vari tipi:
1. Cause immediate: l’attentato di Sarajevo e l’intreccio delle alleanze;
2. Cause internazionali: il conflitto economico e coloniale tra Inghilterra e Germania, le tensioni fra Francia e
Germania per l’Alsazia e la Lorena (passate alla Germania per la sconfitta nella guerra di Sedan, ai tempi di
Bismark, ma i francesi non l’avevano mai accettato e rivendicavano una rivincita, questo fenomeno era
chiamato revanscismo), i Balcani come terra di dove il conflitto poteva scoppiare da un momento all’altro
(data la crisi dell’impero turco);
3. Cause legate alla politica interna: la corsa agli armamenti sostenuta sia dalla gerarchia militare sia dalla
borghesia industriale (per la produzione di armi), il clima ideologico nazionalista, il pacifismo
internazionalista dei socialisti stentava ad esistere.

1914-15: DALLA GUERRA DI MOVIMENTO ALLA GUERRA DI USURA


La leva obbligatoria presente in tutte le nazioni e le accresciute possibilità dei mezzi di trasporto consentirono ai
belligeranti di mettere in campo rapidamente grandi eserciti, che disponevano di fucili a ripetizione, cannoni
potentissimi e mitragliatrici automatiche, novità più importante. Nessuna fra le potenze belligeranti aveva elaborato
strategie diverse da quelle della tradizionale guerra di movimento, che si fondava sulla manovra offensiva, sullo
spostamento rapido di ingenti masse di uomini in vista di pochi e risolutivi scontri.
Furono soprattutto i militari tedeschi a puntare le loro carte sull’ipotesi della guerra di movimento. I tedeschi
ottennero una serie di successi iniziali attestandosi, ai primi di settembre, lungo il corso della Marna, a poche decine
di chilometri da Parigi. il governo francese si affrettò a lasciare la capitale. Nel frattempo, sul fronte orientale, le
truppe tedesche sconfiggevano i russi nelle battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri. Il 6 settembre, però, i
francesi riuscirono a lanciare un improvviso contrattacco e, dopo una settimana di furiosi combattimenti, i tedeschi
furono costretti a ripiegare su una linea più arretrata, in corrispondenza dei fiumi Aisne e Somme.
Alla fine di novembre gli eserciti si erano ormai attestati in trincee improvvisate su un fronte, che andava dal Mare
del Nord al confine svizzero. Cominciava così una guerra di tipo nuovo: la guerra di logoramento, o di usura, che
vedeva due schieramenti immobili affrontarsi in una serie di attacchi, inframezzati da lunghi periodi di stati. In una
guerra di questo genere, l’iniziale superiorità militare degli imperi centrali passava in secondo piano.
Un problema vitale per entrambi gli schieramenti era costituito dall’atteggiamento dei paesi che in un primo piano
momento erano rimasti estranei al conflitto. Molte potenze minori temevano di essere sacrificate da una nuova
sistemazione dell’assetto internazionale decisa sopra le loro teste, altre cercarono di profittare della guerra per
soddisfare le loro ambizioni territoriali. Da qui la tendenza del conflitto ad ampliarsi fino ad assumere dimensioni
planetarie.
Si aggiunsero: Giappone (contro la Germania), Turchia (a favore degli Imperi centrali), Bulgaria (a fianco di Germania
e Austria), Portogallo, Romania, Grecia e infine Stati Uniti.

L’INTERVENTO DELL’ITALIA
L’Italia entrò nel primo conflitto mondiale nel maggio del 1915, quando la guerra era già iniziata da dieci mesi. Fu
una scelta sofferta e contrastata, sulla quale classe politica e opinione pubblica si spaccarono in due fronti
contrapposti.
A guerra appena scoppiata, il governo presieduto da Antonio Salandra aveva dichiarato la neutralità dell’Italia,
decisione giustificata col carattere difensivo della Triplice alleanza (l’Austria non era stata attaccata, né aveva
consultato l’Italia prima di intraprendere l’azione contro la Serbia), inoltre l’ipotesi di un intervento a fianco degli
Imperi centrali cozzava con i sentimenti antiaustriaci di buona parte dell’opinione pubblica (alcuni territori italiani
erano ancora in mano austriaca). Cominciò ad essere affacciata da alcuni settori politici l’eventualità opposta: quella
di una guerra contro l’Austria, che avrebbe consentito all’Italia di portare a compimento il processo risorgimentale,
riunendo alla patria Trento e Trieste.
Portavoce di questa linea interventista furono innanzitutto gruppi e partiti della sinistra democratica: i repubblicani, i
radicali, i socialriformisti, gli irredentisti, i nazionalisti (che speravano che l’Italia potesse affermare la sua vocazione
di grande potenza imperialista), i liberalisti conservatori e si aggiunsero anche esponenti del movimento operaio
convertitisi alla causa della guerra rivoluzionaria, una guerra destinata nelle loro speranze a rovesciare gli squilibri
sociali all’interno dei paesi coinvolti.
L’ala più consistente dello schieramento liberale, che faceva capo a Giolitti, era però schierata su una linea
neutralista. Giolitti, nella Lettera del parecchio spiega come il suo neutralismo fu frutto di una scelta responsabile:
non riteneva il paese preparato ad affrontare una guerra, che minacciava di essere lunga e sanguinosa, che avrebbe
compromesso l’economia italiana, ed era inoltre convinto che l’Italia avrebbe potuto ottenere dagli Imperi centrali,
come compenso della sua neutralità (l’Austria non avrebbe voluto aprire un ulteriore fronte), buona parte dei
territori rivendicati. Ostile all’intervento era il mondo cattolico italiano: papa Benedetto XV assunse un
atteggiamento decisamente pacifista. Il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro mantennero una
posizione di netta condanna della guerra, mentre il direttore dell’’Avanti!’ Benito Mussolini si schierò, con
un’improvvisa e clamorosa conversione, a favore dell’intervento. Espulso dal partito, Mussolini fondò un nuovo
quotidiano ‘Il Popolo d’Italia’, che divenne la principale tribuna dell’interventismo di sinistra. Mussolini nell’articolo
Abbasso il parlamento! attaccava duramente i deputati della maggioranza neutralista e le stesse istituzioni
parlamentari. Strettamente legato, nel tempo e nello spirito, all’articolo di Mussolini è l’appello rivolto alla piazza da
D’Annunzio: Un’arringa al popolo di Roma. In esso, non solo si incitavano i cittadini alla violenza, ma si menava vanto
dell’invito alla sovversione stessa. Infatti, secondo D’Annunzio, ogni eccesso della forza è lecito, se vale a impedire
che la Patria si perda.
In termini di forza parlamentare e di peso nella società i neutralisti erano in netta prevalenza, ma non costituivano
uno schieramento omogeneo, capace di trasformarsi in alleanza politica. Il fronte interventista era altrettanto
composito, ma era unito da un obbiettivo preciso, la guerra contro l’Austria, oltre che dalla comune avversione per la
‘’dittatura’’ giolittiana.
Ciò che decise l’esito dello scontro tra neutralisti e interventisti fu l’atteggiamento del capo del governo, del ministro
degli Esteri e del re, i quali decisero di firmare il patto di Londra con Francia, Inghilterra e Russia. Le clausole
principali prevedevano che l’Italia avrebbe ottenuto, in caso di vittoria, il Trentino, il Sud Tirolo fino al confine del
Brennero, la Venezia Giulia, l’intera penisola istriana e una parte della Dalmazia con numerose isole adriatiche.
Restava da superare la prevedibile opposizione della maggioranza neutralista della Camera, cui spettava la rettifica
del trattato. Quando Giolitti, non ancora a conoscenza del patto di Londra, si pronunciò per la continuazione delle
trattative con l’Austria, la sua volontà e quella del parlamento furono scavalcate dalla decisione del re e dalle
manifestazioni di piazza (le radiose giornate, celebrate dagli interventisti). Perciò la Camera, col voto contrario dei
socialisti, fu costretta ad approvare il patto, per evitare che cadesse il governo (crisi istituzionale). Il 23 maggio l’Italia
dichiarava guerra all’Austria, il giorno dopo ebbero inizio le operazioni militari. Disorientati, i socialisti non riuscirono
ad organizzare un’opposizione efficace, perciò decisero di né di aderire, né di sabotare.
Tutto ciò determinò l’indebolimento del parlamento e il condizionamento dell’opinione pubblica.

LA GRANDE GUERRA
La guerra fu definita la grande guerra per:
 Ampiezza in termini geografici (coinvolse molte nazioni);
 Intensità dei combattimenti;
 Uso di tecniche e di armi sempre più potenti;
 Impiego di un altissimo numero di soldati;
 Coinvolgimento della popolazione civile;
 Ricorso al massacro (quando gli eserciti si scontravano era una carneficina).
Alcuni studiosi hanno parlato del ‘900 come secolo breve. Secondo Hobsbawn il ‘900 comincia con la I guerra
mondiale e si può parlare di secolo breve per indicare il cambiamento, perciò la guerra costituisce un vero e proprio
spartiacque tra ‘800 e ‘900.

LE OPERAZIONI MILITARI DEL 1915-17


Tra il 1915 e il 1916 si vennero completando gli schieramenti delle alleanze in Europa, con l’entrata in guerra degli
stati balcanici: Serbia, Montenegro, Grecia e Romania al fianco dell’Intesa, Bulgaria con gli imperi centrali.
Ma la situazione militare rimaneva bloccata su tutti i fronti, con grandi perdite da entrambe le parti.
Gli imperi centrali erano inferiori dal punto di vista numerico e incontravano sempre più difficoltà nel rifornirsi di
materie prime e di alimenti a causa del blocco navale attuato dalla marina inglese. Tentarono quindi di sferrare un
colpo decisivo lanciando una grande offensiva sul fronte occidentale, a Verdun, la battaglia non determinò alcun
risultato, al pari della sanguinosa controffensiva anglo-francese sul fiume Somme.
Sul fronte italiano, il generale Cadorna attuò una strategia offensiva mirante a sfondare le linee austriache lunghe il
fiume Isonzo: le offensive non produssero risultati di rilievo, salvo la presa di Gorizia.
A stento fu bloccato un attacco austriaco nel Trentino, la Strafexpedition, la spedizione punitiva contro l’ex alleato
italiano colpevole, secondo Vienna, di tradimento.
Per forzare il blocco navale inglese, i tedeschi spostarono la guerra sul mare. Sconfitti nella battaglia navale dello
Jutland, essi intensificarono la guerra sottomarina allo scopo di colpire l’economia britannica attaccando qualunque
nave, militare e non, in rotta da e per l’Inghilterra (destò grande impressione negli Stati Uniti l’affondamento del
transatlantico britannico Lusitania, in cui perirono molti cittadini americani).
Il 1917 fu un anno cruciale per le sorti del conflitto. Dal punto di vista militare, esso fu favorevole agli imperi centrali.
Sul fronte orientale, l’esercito russo precipitò un una grave crisi, mentre fra le truppe si moltiplicarono gli episodi di
diserzione. Il tracollo economico e militare della Russia divenne anche politico in seguito alla rivoluzione prima a
febbraio, la quale causò la caduta dello zar e l’instaurazione di un governo provvisorio su modello occidentale, poi a
ottobre, ovvero la rivoluzione bolscevica che porterà all’unione delle repubbliche socialiste (Urss).
Ciò condusse al ritiro della Russia dalla guerra, cosa che permise ai tedeschi di concentrare le proprie forze sul fronte
occidentale e quello italiano. Qui gli austriaci riuscirono a sfondare a Caporetto, costringendo i nostri reparti a una
ritirata precipitosa fino al fiume Piave, dove venne stabilita la nuova linea del fronte.
Nel frattempo, i sottomarini tedeschi affondarono enormi quantità di navi, pur senza riuscire a strangolare
l’economia inglese.

LA GUERRA NELLE TRINCEE


Dal punto di vista tecnico, la vera protagonista della guerra fu la trincea, la più semplice e primitiva tra le
fortificazioni difensive. Concepite all’inizio come rifugi provvisori per le truppe in attesa del balzo decisivo, divennero
la sede permanente dei reparti di prima linea. La vita nelle trincee, monotona e rischiosa allo stesso tempo, logorava
i combattimenti nel morale oltre che nel fisico e li gettava in uno stato di apatia e di torpore mentale.
Gli assalti erano preceduti da un intenso tipo di artiglieria (fuoco di preparazione) che in teoria avrebbe dovuto
scompaginare le difese avversarie ma in pratica aveva come risultato principale quello di eliminare ogni effetto di
sorpresa.
Pochi mesi di guerra nelle trincee furono sufficienti a far svanire l’entusiasmo patriottico con cui molti combattenti
avevano affrontato il conflitto.
La paura o l’avversione contro la guerra si traducevano in forme di autentico rifiuto. Le più diffuse erano quelle
individuali, che andavano dalla renitenza alla leva alla diserzione o alla pratica dell’autolesionismo, consistente
nell’infliggersi volontariamente ferite e mutilazioni per essere dispensati dal servizio al fronte. Meno frequenti erano
i casi di ribellione collettiva, scioperi militari o veri e propri ammutinamenti.

LA NUOVA TECNOLOGIA MILITARE


Scoppiato al termine di un periodo di grandi progressi scientifici e di grande sviluppo economico, il primo conflitto
mondiale si caratterizzò per l’applicazione intensiva e sistematica dei nuovi ritrovati della tecnologia alle esigenze
della guerra.
Del tutto nuova e sconvolgente fu l’introduzione di nuovi mezzi d’offesa subdoli e micidiali come le armi chimiche,
gas che venivano indirizzati verso le trincee nemiche provocando la morte per soffocamento di chi li respirava.
La guerra sollecitò notevolmente lo sviluppo di settori relativamente giovani, come quello automobilistico, o che
stavano muovendo i primi passi, come l’aeronautica e la radiofonia. Il perfezionamento delle telecomunicazioni
permise di coordinare i movimenti delle truppe su fronti vastissimi. L’impiego sempre più massiccio dei mezzi
motorizzati consentì di far affluire rapidamente enormi masse id soldati dalle retrovie al fronte.
Uno dei nuovi mezzi utilizzati fu l’aereo, per la ricognizione, oltre che per la caccio (cioè l’azione contro altri aerei e,
in genere, contro obbiettivi mobili nemici).
Altro protagonista delle guerre fu il carro armato, ossia autocarri ricoperti da piastre d’acciaio e muniti di
mitragliatrici.
Il sottomarino influì in modo significativo sul corso della guerra. Furono soprattutto i tedeschi a intuire le possibilità
del nuovo mezzo e a servirsene sia per attaccare le navi da guerra nemiche, sia per affondare senza preavviso le navi
mercantili, anche di paesi neutrali, che portavano rifornimenti verso i porti dell’Intesa. Questo però sollevavano gravi
problemi politici e morali e urtava in particolare gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Infatti, quando un
sottomarino tedesco affondò il transatlantico inglese Lusitania, che trasportava più di mille passeggeri fra cui alcuni
americani, le proteste degli Stati Uniti furono così energiche da convincere i tedeschi a sospendere la guerra
sottomarina indiscriminata.

1917-1918: L’ULTIMO ANNO DI GUERRA


Nel 1917 a novembre i bolscevichi presero potere in Russia e Lenin decise di porre fine alla guerra. Firmò a Brest-
Litovsk l’armistizio con gli Imperi Centrali, la Russia dovette però accettare le dure condizioni imposte dai tedeschi,
che comportarono la perdita di circa un quarto dei territori europei dell’Impero russo. Con la pace Lenin riuscì
comunque a salvare il nuovo Stato socialista e a dimostrare al mondo che la trasformazione della guerra imperialista
in rivoluzione era realmente attuabile.
In questo clima, l’intervento degli USA da parte del presidente Wilson risultò decisivo nello spostare gli equilibri
bellici a favore dell’Intesa. Sino a quel punto, gli Stati Uniti avevano sostenuto Inghilterra e Francia dal punto di vista
economico, senza però prefigurare un intervento diretto. Diverse motivazioni spinsero l’amministrazione americana
a modificare questo atteggiamento: l’affinità ideologica e politica con potenze democratiche dell’Intesa; la volontà di
salvaguardare il commercio sui mari, compromesso dalla guerra sottomarina tedesca; la preoccupazione per la sorte
degli ingenti prestiti concessi a Francia e Inghilterra.
Il programma di pace presentato dal presidente Wilson enunciava, articolandole in 14 punti, le condizioni ritenute
indispensabili per la creazione di una pace durevole, che avrebbe dovuto fondarsi non sulla precaria politica
dell’equilibrio di forze, ma sul rispetto dei diritti dei popoli e sulla cooperazione tra tutte le nazioni. Il programma
affermava:
1. La diplomazia doveva essere pubblica e non più segreta;
2. Libera navigazione nelle acque internazionali;
3. Soppressione di tutte le barriere economiche e stabilimento di condizioni commerciali uguali per tutti
(liberismo);
4. Riduzione degli armamenti;
5. Rivendicazioni da parte delle popolazioni soggette al colonialismo, contro i sovrani;
6. Evacuazione dei territori russi;
7. Evacuazione del Belgio, ed aiuti, azioni riparatrici nei confronti dei paesi danneggiati dalla guerra, al fine di
ristabilire il diritto internazionale;
8. Liberazione del territorio francese e ricostruzione delle parti invase (Alsazia e Lorena di nuovo in man
francese);
9. Determinazione di confini italiani ben riconoscibili;
10. Possibilità di sviluppo autonomo data ai popoli dell’Austro-Ungheria;
11. Evacuazione di Romania, Serbia e Montenegro e restituzione dei territori invasi (libero accesso al mare alla
Serbia);
12. Assicurazione della piena sovranità e sicurezza alle parti turche dell’Impero ottomano, e concessione di
autonomia alle altre nazionalità presenti nel regime;
13. Costituzione di uno Stato polacco indipendente, con libero accesso al mare, indipendenza economica,
politica e integrità morale garantite da una Convenzione internazionale;
14. Formazione di una Società generale delle nazioni in virtù di convenzioni formali aventi per oggetto di fornire
garanzie reciproche di indipendenza politica e territoriale ai piccoli come ai grandi Stati.

I TRATTATI DI PACE E LA NUOVA CARTA D’EUROPA


I trattati di pace ridisegnarono la carta dell’Europa e del Medio Oriente, determinando la fine di quattro imperi:
Russia, Austria, Turchia e Germania. Il nuovo assetto però non fu garanzia di pace, perché persistettero risentimenti
nazionalistici e tensioni interne e internazionali. Furono presenti 32 paesi, ma il potere decisionale spettò ai quattro
grandi: George Clemenceau (presidente della Francia), David Lloyd George (primo ministro dell’Inghilterra), T.
Woodrow Wilson (presidente degli USA) e Vittorio E. Orlando (capo del governo italiano). I paesi sconfitti non
avevano diritto di rappresentanza alle trattative e dovevano limitarsi a sottoscrivere gli accordi imposti dai vincitori.
I trattati di pace furono:
 Il trattato di Versailles (28 giugno 1919), con la Germania [alla quale fu imposto una pace punitiva, un diktat,
complesso di condizioni, imposto da una delle parti, cioè non negoziato da ambedue, perché si riteneva che
fosse la vera responsabile della guerra]: riduzione dell’esercito e della flotta a funzioni di difesa costiera,
fascia smilitarizzata sul confine Sud-occidentale, perdita di tutte le colonie, cessione in gran parte di flotta
commerciale, bestiame, carbone e danni di guerra di cifre enormi; il trattato includeva clausole territoriali
quali la cessione del bacino carbonifero della Saar per 15 anni, dell’Alsazia e della Lorena alla Francia,
l’occupazione militare per 15 anni della regione del Reno, la cessione del Schleswig del Nord alla Danimarca,
la cessione di Posnania, Alta Slesia e del corridoio di Danzica alla Polonia;
 Trattato di Saint Germain (10 settembre 1919) con l’Austria: perdita dei 7/8 del suo territorio a favore dei
nuovi Stati formatisi, ovvero Polonia, Cecoslovacchia e Iugoslavia e a favore dell’Italia che occupa il Sud
Tirolo, Trieste e l’Istria; l’Ungheria diventa autonoma e le viene vietata l’unione con la Germania;
 Trattato di Trianon (4 giugno 1920) con l’Ungheria: perdita dei 3/5 della popolazione e territori a vantaggio
di Cecoslovacchia, Romania e Iugoslavia;
 Trattato di Neuilly (22 novembre 1919) con la Bulgaria: perdita dei territori a vantaggio di Grecia (Tracia),
Romania e Iugoslavia (Macedonia);
 Trattato di Sevres (10 agosto 1920) con la Turchia: riduzione del territorio alla penisola dell’Anatolia, perdita
della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, mandato britannico su Iraq e Palestina, mandato
francese su Siria e Libano, formazione di nuovi stati su controllo britannico quali la Transgiordania, l’Arabia e
lo Yemen, cessione del territorio di Smirne, Tracia e Adrianopoli alla Grecia.
IL PROBLEMA DELLE MINORANZE E LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI
Sorse comunque un problema, quello delle minoranze etniche, perché era difficile tracciare linee rette di nazionalità.
I confini della Turchia furono tracciati in modo che fosse abitata solo da popolazioni turche. Ciò causò
un’insurrezione nazionalista e una guerra contro la Grecia, che dovettero lasciare le coste dell’Anatolia.
L’Italia parlò di vittoria mutilata, riferendosi alla situazione deficitaria dei compensi territoriali, infatti le furono
riconosciuti Trentino, Tirolo e Istria, Rodi e il Dodecaneso e il protettorato in Albania, ma non la Dalmazia e la città di
Fiume. Per quanto riguarda Fiume l’Italia si appellò al principio di nazionalità esposto nel 14 punti di Wilson, dato
questa era abitata quasi completamente da italiani; per la Dalmazia, invece, si appellò al patto di Londra. Ma non
riuscì a ottenere niente.
Si formò la Società delle Nazioni, che aveva sede a Ginevra, attiva dal 1920 al 1946, anno in cui venne sostituita
dall’ONU. Vi appartennero in totale 63 stati, di cui solo 31 per l’intero periodi di attività, ma gli Stati Uniti pur
essendone promotori non ratificarono l’adesione. Sul giornale inglese ‘’Punch’’ apparve una caricatura di Wilson che
diceva: <<Ecco il ramoscello d’ulivo. Subito al lavoro!>> <<Sarei ben lieta di far felice l’intero mondo, ma mi sembra
un po’ pesante>>; a significare che sarebbe bello se nel mondo regnasse la pace fra gli Stati, ma questo è molto
difficile da mantenere.

LA RIVOLUZIONE RUSSA
Fra tutti gli sconvolgimenti politici e sociali provocati dalla Prima guerra mondiale, la Rivoluzione russa fu il più
violento e traumatico, ma anche il più imprevisto.
Nel febbraio (secondo il calendario russo) 1917 il regime zarista fu abbattuto dalla rivolta degli operai e dei soldati di
Pietrogrado, la successione fu assunta da un governo provvisorio presieduto da un aristocratico di orientamento
liberale, il principe Georgij L’vov. Anche gli altri partiti parteciparono al governo provvisorio:
 Partito dei cadetti (KD), liberali, portavoce dei proprietari terrieri;
 Socialisti rivoluzionari, che nacquero dalla fusione di gruppi anarchici e populisti (=che auspicavano alla
formazione di una società di tipo contadino);
 Socialisti socialdemocratici menscevichi, riformisti, aperti a fare accordi con gli altri.
Solo i socialisti socialdemocratici bolscevichi rifiutarono ogni partecipazione al potere, perché volevano porre fine
alla guerra (invece il governo provvisorio voleva continuare la guerra a fianco dell’Intesa).
Accanto al governo provvisorio rinascono i soviet, quello della capitale agiva come una specie di parlamento
proletario, emanando ordini spesso in contrasto con le disposizioni governative. Quello che la rivoluzione aveva
ormai messo in moto era un movimento di massa che respingeva l’idea di un’autorità centrale, era favorevole a un
diffuso potere dal basso e voleva porre fine alla guerra.
Lenin, leader dei bolscevichi, rientrò in Russia dalla Svizzera dopo un viaggio attraverso l’Europa in guerra. Il viaggio
era stato reso possibile dalla copertura delle autorità tedesche che, conoscendo le idee di Lenin sulla guerra,
speravano di indebolire con il suo arrivo la posizione di quanti in Russia si battevano per la prosecuzione del
conflitto. Lenin diffuse un documento in dieci punti, le tesi di aprile, in cui poneva in termini immediati il problema
della presa del potere, rovesciando la teoria marxista ortodossa.
1. Non è concesso il difensivismo rivoluzionario, passaggio del potere al proletariato e agli strati più poveri di
contadini, rinuncia a qualsiasi annessione, rottura completa ed effettiva con tutti gli interessi del capitale;
2. Istruzione delle masse, devono sapere che la guerra è legata al capitalismo, la guerra scompare solo se
scompare il capitalismo;
3. Non appoggiare in alcun modo il governo provvisorio;
4. Accettazione del fatto che il proprio partito sia in minoranza, e perciò limitarsi a svolgere un’opera di critica e
di spiegazione degli errori;
5. Niente repubblica parlamentare, sarebbe un passo indietro, ma Repubblica dei Soviet, soppressione della
polizia, dell’esercito e del corpo dei funzionari;
6. Confisca di tutte le grandi proprietà fondiarie, nazionalizzare tutte le terre;
7. Fusione di tutte le banche del paese in un’unica banca nazionale;
8. Il compito dei bolscevichi è per ora il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei
prodotti da parte dei Soviet ì;
9. Compiti del partito: convocare congresso del partito, modificare il programma del partito e cambiare il nome
del partito;
10. Rinnovare l’Internazionale.
A settembre un tentativo di colpo di Stato promosso dal capo dell’esercito, il generale Kornilov, fu sventato dal
governo grazie all’aiuto delle forze socialiste: a uscire rafforzati da questa vicenda furono soprattutto i bolscevichi,
principali protagonisti della mobilitazione popolare contro il colpo di Stato, che conquistarono la maggioranza nei
soviet di Pietrogrado e di Mosca.

LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE
Organizzatore e mente militare della nuova insurrezione fu Bronstein, noto con lo pseudonimo di Trotzkij,
proveniente dalla sinistra menscevica, presidente del soviet di Pietrogrado. I soldati rivoluzionari e le guardie rosse
(ossia milizie operaie) circondarono il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio, e se ne impadronirono,
incontrando scarsa resistenza.
Nel momento in cui cadeva l’ultima resistenza del governo provvisorio, si riuniva a Pietrogrado il Congresso panrusso
dei soviet, cioè l’assemblea dei delegati dei soviet di tutte le province dell’ex Impero russo. Come suo primo atto il
Congresso approvò due decreti proposti da Lenin. Il primo faceva appello a tutti i popoli dei paesi belligeranti per
una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità. Il secondo stabiliva in forma lapidaria che la
grande proprietà terriera era abolita immediatamente e senza alcun indennizzo. Così il nuovo potere tendeva a
garantirsi l’appoggio, o almeno la neutralità, delle masse contadine, accontentate nelle loro aspirazioni più
elementari e immediate. Veniva frattanto costituito un nuovo governo rivoluzionario, composto esclusivamente da
bolscevichi e di cui Lenin era presidente, che fu chiamato Consiglio dei commissari del popolo.
Alle elezioni dell’Assemblea costituente i bolscevichi ebbero una grande delusione. Essi ebbero infatti meno di un
quarto dei seggi, i veri trionfatori delle elezioni furono i socialrivoluzionari.
Ma i bolscevichi non avevano alcuna intenzione di rinunciare al potere appena conquistato. L’Assemblea costituente
fu immediatamente sciolta per un intervento dei militari bolscevichi. Questo nuovo atto di forza era coerente con le
idee espresse da Lenin, che non credeva alle regole della democrazia borghese e riconosceva al solo proletariato il
diritto di guidare il processo rivoluzionario, attraverso le sue espressioni dirette (i soviet) e la sua avanguardia
organizzata (il partito).

DITTATURA E GUERRA CIVILE


Se era stato relativamente facile conquistare il potere, il compito di gestire questo potere fu difficile per i bolscevichi,
che non potevano neanche contare sull’appoggio delle altre forze politiche. Molti abbandonarono il paese, dando
vita al più imponente fenomeno di emigrazione politica mai verificatosi fino ad allora.
Per quanto riguardava la guerra, l’ipotesi su cui puntavano i bolscevichi non si realizzò. I capi rivoluzionari non
potevano deludere le attese di pace da loro stessi incoraggiate e si trovarono a trattare in condizioni di grave
inferiorità. La pace separata con la Germania, conclusa con la firma del durissimo trattato di Brest-Litosvk vide la
perdita di alcuni territori, quali la Polonia e le repubbliche baltiche. Per imporla Lenin dovette superare la perplessità
di alcuni fra i suoi stessi compagni di partito e la violenta opposizione dei socialrivoluzionari.
Gravissime furono poi le conseguenze del trattato a livello dei rapporti internazionali. Le potenze dell'intesa,
preoccupate di un possibile contagio rivoluzionario, appoggiato o le forze antibolsceviche, mandando truppe anglo-
francesi e reparti statunitensi e giapponesi. L'arrivo dei contingenti stranieri servì a rafforzare l'opposizione al
governo bolscevico, soprattutto quella dei monarchico-conservatori, i cosiddetti bianchi, e ad alimentare la guerra
civile in diverse zone del paese.
Frattanto il regime rivoluzionario accentuava i suoi tratti autoritari: fu creata una polizia politica, la Ceka, e fu
istituito un Tribunale rivoluzionario centrale, col compito di processare chiunque disubbidisse al governo operaio e
contadino. Tutti i partiti d'opposizione vennero messi fuori legge e fu reintrodotto la pena di morte.
Si procedeva allo stesso tempo alla riorganizzazione dell'esercito, ricostituire col nuovo nome di Armata rossa degli
operai e dei contadini. Artefice principale dell'operazione fu Trotzkij che fece di quella che avrebbe dovuto essere
una milizia popolare una potente macchina da guerra. Ad assicurare la lealtà del governo rivoluzionario
provvedevano i commissari politici, distaccati dal partito presso le singole unità combattenti. I nemici erano
numerosi ed erano anche superiori sul piano militare, anche perché armati è rifornito dalle potenze dell'intesa. I
bianchi persero l'appoggio diretto dei governi occidentali, preoccupati per le proteste che l'intervento suscitava nei
loro paesi. Le armate bianche furono sconfitte.
Ma proprio nel momento in cui trionfava sui suoi nemici interni, il regime bolscevico subì l'attacco della nuova
Repubblica di Polonia, insoddisfatta dei confini definiti. La reazione dei bolscevichi fu rapida ed efficace e si giunse
alla conclusione di un armistizio e quindi alla pace.
LA TERZA INTERNAZIONALE
Lenin voleva sostituire alla vecchia Internazionale socialista una nuova Internazionale comunista. I bolscevichi
avevano abbandonato l'antica denominazione di Partito socialdemocratico per quella di Partito comunista
(bolscevico) di Russia. La riunione costitutiva dell'Internazionale comunista (Comintern) o Terza Internazionale
avvenne ai primi di marzo del 1919. La struttura è I compiti dell'internazionale comunista furono fissati nel II
congresso, che si tenne a Mosca nel 1920: i partiti dovevano ispirarsi al modello bolscevico, cambiare il proprio
nome in quello di Partito comunista, difendere in tutte le sedi possibili la causa della Russia sovietica, rompere con le
concorrenti riformista espellendone i principali esponenti. Fu invece mancato l'obbiettivo di convogliare nei nuovi
partiti la maggioranza della classe operaia dei paesi più sviluppati, perché ancora legati al socialismo.

DAL <<COMUNISMO DI GUERRA>> ALLA NEP


Quando i comunisti presero il potere, l’economia russa si trovava già in uno stato di gravissimo dissesto. Il governo
bolscevico cercò di attuare una politica più energica e autoritaria, che poi fu definita con l’espressione comunismo di
guerra. Si cercò di risolvere il problema degli approvvigionamenti per le città, dove la fame si faceva sentire sempre
più. Per questo furono istituiti dei comitati col compito di provvedere all’ammasso e alla distribuzione delle derrate.
Venne incoraggiata la formazione di comuni agricole volontarie, le fattorie collettive (kolchoz), e furono anche
istituite delle fattorie sovietiche (sovchoz). In campo industriale furono nazionalizzati tutti i settori più importanti, in
modo da normalizzare la produzione e centralizzare le decisioni più importanti.
Il comunismo di guerra, sul piano economico, si risolse in un completo fallimento: la produzione industriale diminuì,
le grandi città si spopolarono per la disoccupazione e la fame e il commercio privato, normalmente vietato, fioriva
nell’illegalità con gli inevitabili fenomeni della borsa nera.
Nel X congresso del Partito Comunista, a Mosca, fu avvisata una parziale liberalizzazione nella produzione e negli
scambi. La nuova politica economica (sigla: Nep) aveva l’obbiettivo principale di stimolare la produzione agricola e di
favorire l’afflusso dei generi alimentari verso la città. Ai contadini si consentiva ora di vendere sul mercato le
eventuali eccedenze, una volta che avessero consegnato agli organi statali una quota fissa dei raccolti. La
liberalizzazione si estese anche al commercio e alla piccola industria produttrice di beni di consumo. Lo Stato
mantenne comunque il controllo delle banche e dei maggiori gruppi industriali. Accolta con favore, la Nep ebbe
conseguenze benefiche sull’economia, ma produsse effetti sociali non previsti né desiderati. Rappresentava un passo
indietro, infatti riemerse il ceto dei contadini ricchi, i kulaki, che giunsero a controllare il mercato agricolo. La
liberalizzazione del commercio aumentò la disponibilità di beni di consumo, ma provocò la comparsa di una nuova
classe di trafficanti, i nepmen, la cui ricchezza contrastava con il basso tenore di vita della maggioranza della
popolazione urbana.

LA NASCITA DELL’URSS: COSTITUZIONE E SOCIETÀ


La prima Costituzione della Russia rivoluzionaria era stata varata nel 1918 e rispecchiava il gruppo dirigente
bolscevico. Essa si apriva con una Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore sfruttato, dove si proclamava che il
potere doveva appartenere unicamente e interamente alle masse lavoratrici e ai loro autentici organismi
rappresentativi: i soviet degli operai, dei contadini e dei soldati. La Costituzione prevedeva inoltre che il nuovo Stato
avesse carattere feudale, rispettasse l’autonomia delle minoranze etniche e si aprisse all’unione con altre future
repubbliche sovietiche. La prospettiva a lungo termine era quella di una repubblica socialista mondiale.
Inizialmente si trattava semplicemente dell’unione della Repubblica Russa, ma quando i bolscevichi presero il potere
dettero vita all’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss).
La nuova costituzione dell’Urss, nel 1924, dava vita a una complessa struttura istituzionale, il cui il potere supremo
era affidato al Congresso dei Soviet dell’Unione. Il potere reale era però nelle mani del Partito comunista, l’unico la
cui esistenza si fosse prevista dalla Costituzione. Era il partito a fornire le direttive ideologiche e politiche su cui si
ispirava l’azione del governo. Questo partito era organizzato secondo criteri di rigido centralismo. Ed è così che
muore la democrazia, in favore al regime.
I comunisti russi mirarono a cambiare la società nel profondo, a cancellare valori e comportamenti tradizionali, a
creare una nuova cultura adatta alla realtà socialista che si voleva costruire. Lo sforzo dei bolscevichi si indirizzò
soprattutto verso l’educazione della gioventù, presupposto essenziale per la creazione dell’uomo muovo ma anche
premessa indispensabile per lo sviluppo economico, e verso la lotta contro la Chiesa ortodossa, in quanto istituzione
ed espressione di una visione del mondo che si voleva estirpare perché incompatibile con i fondamenti materialistici
della dottrina marxista.
L’influenza della Chiesa non fu del tutto eliminata, ma certo fu drasticamente ridimensionata. La Chiesa ortodossa,
che pure aveva una presenza capillare nella società russa, era indebolita e screditata.
La battaglia contro le sopravvivenze della religione e della morale tradizionale si estese anche ai problemi della
famiglia e dei rapporti fra sessi. Il governo stabilì il riconoscimento del solo matrimonio civile e semplificò al massimo
le procedure per il divorzio. Venne legalizzato l’aborto, venne proclamata l’assoluta parità dei sessi e la condizione
dei figli illegittimi fu equiparata a quella dei legittimi. In generale, il comunismo favorì una notevole liberalizzazione
dei costumi.
Ma il settore in cui l’opera del nuovo regime si esplicò con maggiore impegno fu quello dell’istruzione, che fu resa
obbligatoria fino all’età di 15 anni. Ci si preoccupò anche di formare ideologicamente le nuove generazioni
incoraggiando l’iscrizione in massa all’organizzazione giovanile del partito, il Komsomol, ossia l’Unione comunista
della gioventù, e facendo largo spazio in tutti i livelli di istruzione all’insegnamento della dottrina marxista. La
dottrina veniva trattata sotto forma di gioco, ma in realtà venivano inculcate determinate idee e limitata la libertà di
pensiero.
Parecchi intellettuali di prestigio andarono ad ingrossare le file dell’emigrazione politica; perché, se inizialmente le
tendenze d’avanguardia furono accolte e incoraggiate, successivamente la libertà artistica fu soppressa in favore alla
propaganda del partito.

DA LENIN A STALIN: IL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE


Nell'aprile del 1922 Stalin, fu nominato segretario generale del partito comunista dell'Urss. Poche settimane dopo,
Lenin fu colpito da una malattia che lo avrebbe condotto alla morte nel 1924.
Fino ad allora, Lenin aveva controllato saldamente il partito e aveva impedito, con la sua autorità, che i contrasti nel
gruppo dirigente degenerassero in scontri.
Con la malattia di Lenin e l'ascesa di Stalin alla segreteria, le cose cambiarono. I dissensi interni si fecero più aspri e si
intrecciarono con la lotta per la successione che si profilava in due tendenze. Da un lato c'era Stalin, che però per
assumere la carica avrebbe dovuto eliminare tutti i suoi oppositori in quanto anche Lenin non era molto favorevole a
Stalin, infatti voleva rimuoverlo dall'incarico di segretario, ma Stalin ebbe la meglio. Dall'altro lato Trotzkij cercava di
arrivare al potere, lui era il maggiore oppositore di Stalin, isolato però all'interno del partito.
Il primo grave scontro all'interno del gruppo dirigente ebbe per oggetto il problema della centralizzazione del partito.
Alcuni leder di primo piano del partito-Zinov'ev, Kamenev e Bucharin- si unirono a Stalin perché favorevoli alla
centralizzazione del partito, Trotkij no, lui voleva un socialismo che coinvolgesse una maggioranza alla base, non
formata da padri dirigenti che guidassero le masse come se non avessero capacità.
I tre principali motivi di scontro tra i due oppositori erano:
-Burocratizzazione del partito, cioè organizzarlo in modo gerarchico, ma Lenin non era d'accordo, lui voleva un
partito centralizzato, che avrebbe dovuto indirizzare le masse verso un unico obiettivo. La presenza di gruppi,
correnti, poteva dar vita, secondo Lenin, alla controrivoluzione. Secondo Lenin bisogna ancora attenersi a ciò che
decide il leader altrimenti si viene espulsi dal partito. Questa struttura porterà alla formazione di un PARTITO-STATO,
quindi non più di una dittatura del proletariato ma del partito bolscevico.
-Estendere la rivoluzione in altri paesi o limitarsi a quella sovietica.
Trotzkij riteneva che l'Unione Sovietica dovesse accelerare i suoi ritmi di industrializzazione e concentrare i suoi
sforzi nel tentativo di favorire l'estendersi del processo rivoluzionario nell'Occidente capitalistico, perché secondo lui,
contando solo sulle proprie forze, l'URSS non avrebbe potuto dar vita ad un regime socialista.
La tesi di Trotzkij fu chiamata rivoluzione permanente, a lui si oppose Stalin che sosteneva che la vittoria del
socialismo in un solo paese era possibile e che l'Unione Sovietica aveva in sé le forze sufficienti a fronteggiare
l'ostilità del mondo capitalista. Inoltre, la teoria di Stalin offriva al paese lo stimolo di un potente richiamo
patriottico. L'atteggiamento delle potenze europee che si decisero a riconoscere lo Stato sovietico e a instaurare
rapporti diplomatici con esso, finì col rafforzare le tesi di Stalin. Il risultato fu l'ulteriore emarginazione di Trotzkij.
-Politica economica. Prima lo Stato era caratterizzato da un comunismo di guerra, con accaparramento di cibo da
parte dello Stato per sfamare i cittadini.
Poi Lenin si rese conto che con questo sistema non incentivava la produzione, per questo introdusse elementi di
nuova politica economica, NEP, Dando così la possibilità a contadini e piccoli industriali di vendere merci sul mercato,
dopo aver dato una parte allo Stato. Ora, dato che il libero mercato non rientra nel comunismo (fa parte del
capitalismo), ci si chiede se bisogna continuare con la Nep o no.
Ziniv’ev e Kamenev, riprendendo idee già sostenute da Trotzkij, si pronunciarono per un’interruzione
dell’esperimento della Nep, che a loro avviso stavo facendo rinascere il capitalismo nelle campagne. La tesi opposta,
favorevole alla prosecuzione della Nep e all’incoraggiamento della piccola impresa agricola fu sostenuta da Bucharin
e Stalin.
Stalin ebbe la meglio; i leader dell’opposizione furono allontanati dagli organi dirigenti e nel ‘27 espulsi dal partito. I
loro seguaci furono perseguitati e incarcerati. Trotzkij fu espulso dall’Urss. Con la sconfitta dell’opposizione di sinistra
si chiudeva la prima fase della rivoluzione comunista e cominciava una nuova fase, caratterizzata dalla continua
crescita del potere personale di Stalin e nel suo tentativo di portare l’unione sovietica alla condizione di grande
potenza industriale e militare.

L’UNIONE SOVIETICA E L’INDUSTRIALIZZAZIONE FORZATA


Tra il 27 il 28, subito dopo la sconfitta dell’opposizione di sinistra, Stalin decise di forzare i tempi dello sviluppo
industriale e di porre fine all’esperienza della Nep. L’idea dell’industrializzazione come presupposto insostituibile
della società socialista si univa alla convinzione, forte in Stalin, che solo un deciso impulso all’industria pesante
avrebbe potuto fare dell’Urss una grande potenza militare, in grado di competere con le potenze capitalistiche.
Il primo e il più grande ostacolo alla costruzione di un’economia totalmente collettivizzata e industrializzata fu
individuato nel ceto dei contadini benestanti, i kulaki, accusati di arricchirsi alle spalle del popolo e di affamare le
città non consegnando allo Stato la quota di prodotto dovuta. Contro di loro furono adottate misure restrittive e
operate requisizioni. Queste misure si rilevarono inefficaci, allora Stalin proclamò la necessità di procedere alla
collettivizzazione del settore agricolo e all’eliminazione dei kulaki come classe.
Non solo i contadini ricchi, ma anche tutti coloro che si opponevano alle requisizioni e resistevano al trasferimento
nelle fattorie collettive, (la cui terra era di proprietà dello Stato, ma erano gestite dai contadini chiamati kolchozy),
furono considerati come nemici del popolo.
Agli effetti della repressione si sommarono quelli di una nuova carestia, culminata negli anni 1932-33 con la
scomparsa dei kulaki.
Il vero scopo di quella che Stalin definì rivoluzione dall’alto, era quello di favorire l’industrializzazione del paese
mediante lo spostamento di risorse economiche e di energie umane. Da questo punto di vista i risultati furono
notevoli anche se inferiori a quelli programmati; il primo piano quinquennale per l’industria, varato nel 1928 portò a
una grande crescita del settore e si svolse con ritmi che nessun paese capitalistico aveva mai conosciuto fino ad
allora.
L’obiettivo era di pianificare l’economia, potenziare l’industria soprattutto quella pesante e riorganizzare
l’agricoltura attraverso aziende agricole o collettive; dopo cinque anni viene fatta una verifica degli obiettivi
raggiunti. Nel 1932 la produzione industriale era aumentata rispetto al ‘28, di circa il 50%. Col secondo piano
quinquennale (1933-37), la produzione aumentò di un altro 120%.
Mentre il mondo capitalistico affrontava la crisi del 29, l’Urss con questa economia pianificata risulta essere più
florida economicamente.
Questi risultati furono consentiti non solo da una straordinaria concentrazione di risorse, ma anche dal clima di
entusiasmo ideologico e patriottico che Stalin seppe suscitare nella classe operaia intorno agli obiettivi del piano e
che permise ai lavoratori dell’industria di sopportare sacrifici pesanti. Gli operai furono sottoposti a una disciplina
severissima ma furono anche stimolati con incentivi materiali che premiavano i lavoratori più produttivi. Il caso di un
minatore, Aleksej Stachanov, diventato famoso Per aver estratto in una notte un quantitativo di carbone superiore di
ben 14 volte a quello normale, diede origine ad un movimento di massa detto appunto stakanovismo esaltato da
Stalin
In realtà la vera vittima della politica dei piani quinquennali fu l’agricoltura che doveva essere funzionale all’industria
e così i kulaki, arricchitisi con la Nep furono costretti a sottostare alla pianificazione predisposta dallo Stato.