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Spiegazione della dipintura proposta al frontespizio che serve per

l’introduzione dell’opera
Il XVIII secolo si presenta nelle visione collettiva come "il secolo dei Lumi”, il secolo, per dirlo in termini
filosofici, dell'abbandono completo dell'orizzonte metafisico per affermare di fatto la cultura della
separazione e della distinzione: posizione questa ampiamente criticata da Hegel con l’affermazione” il vero
e l’intiero”. Se analizziamo il fotogramma storico-filosofico dell'epoca è evidente che la quasi completa
totalità dei filosofi mirava alla costruzione di un castello ideologico che poneva le basi su un terreno che era
molto lontano da quello dei secoli precedenti e che presentavauna feroce critica verso l'epoca medievale e
che spostava il baricentro del pensiero verso una dimensione che vedeva come unico momento razionale
quello legato al concreto, a ciò che si presentava come materiale e fisico. Infatti la ragione illuministica si
pone come compito principale il dominio del finito sul quale regnava incontrastato il procedimento logico-
matematico.

Nell'orchestra illuministica una è la voce fuori da coro: quella del filosofo napoletano Giambattista Vico.
Nato nell'ambiente culturale del Regno di Napoli, Vico elabora una propria teoria della conoscenza che a
prima vista non sembra rientrare né nei canoni del razionalismo né in quelli dell'empirismo. Il primo viene
in toto rigettato a partire dal De nostri tempori studiorum ratione in quanto viene formulato quel principio
gnoseologico universale per cui la conoscenza di qualcosa si ha solo nel momento in cui viene fatta e il vero
è la cosa stessa. L'ottica vichiana demolisce le basi del pensiero cartesiano, nella misura in cui l'oggetto di
indagine è la "forma" di ciò che viene cercato. Viene messo a tacere insomma il presupposto per cui il
metodo razionale abbia in sé la capacità di arrivare a conclusioni necessariamente vere. Un'affermazione di
questo tipo potrebbe far pensare che la posizione vichiana sia prettamente di stampo empiristica, ma non è
così. Per Vico "le cose fisiche sono opache attraverso queste scorgiamo la luce delle cose metafisiche "
quindi il verum factum è virtualmente contenuto in forma metafisica e contenuto in idee al contempo
immanenti e trascendenti alla realtà metafisica. Vico muove nei confronti di Cartesio un'aspra critica rivolta
soprattutto all'assenza di una morale autonoma fu proprio questa sfida che portò il pensatore partenopeo
a fondare una “nuova scienza “. Questo nuovo modo di vedere le scienze,come un unico organico, nasce da
un bisogno che ha basi puramente storiche:si diffondono sempre di più specialisti con una grande
erudizione in specifici campi del sapere, ma senza una visione d'insieme del sapere umano nel suo
complesso. Una grande pecca però nella struttura di pensiero vichiano è l'inesattezza di molte sue
convinzioni sulla filosofia della natura. Vico ha senza alcun dubbio anticipato l'Idealismo tedesco (e in
particolar modo quello hegeliano) ma non è riuscito a soddisfarlo perché non all'altezza delle scienze della
natura del suo tempo. L’evoluzione della filosofia in ottica metafisica aveva portato al dualismo cartesiano
di res cogitans e res extensa, ma lo Spirito Intersoggettivo di Vico non trova la sua collocazione in nessuna
delle due. Anche se Vico è ben lontano dal formulare un concetto esplicito di intersoggettività è tuttavia
presente un secco rifiuto al solipsismo metodico cartesiano. Il pensiero razionalistico porta
necessariamente, a causa dell’azione tormentosa del dubbio, all’esulo del pensatore poiché “possiamo non
dubitare solo del fatto che stiamo dubitando”. In Vico la socialità, la comunione fra gli uomini e la
concettualizzazione di modelli ideali a fondamento dello sviluppo storico si pongono come imperativo
categorico per porre giuste basi ad un castello filosofico di un mondo intersoggettivo il cui specchio
riflettente consiste nella cultura, nelle istituzioni e nel loro divenire storico nonostante la contingenza di
tale sviluppo. Lavoro che può essere fatto secondo l’autore attraverso la funzione costante tra ricerca
filologica e quella filosofica che deve attraversare qualunque ramo del sapere e delle realizzazioni umane.
Questo ad uno sguardo generale si presenta come lo scopo principale dell’intera produzione vichiana, nello
specifico della Scienza Nuova. Il processo di razionalizzazione dell’età moderna ha portato alla
frammentazione dell’intero sapere e all’autonomizzazione delle singole scienze dalla filosofia,
all’annichilimento dell’arte in funzione dell’immaginazione, alla disarticolazione dell’uomo nel mondo della
vita. La visione vichiana funge da moltiplicatore per la concezione di unità dello scibile che trova il suo
massimo trionfo in Hegel attraverso il principio del verum-factum cioè che la verità è solo riconducibile a
ciò che il soggetto ha prodotto. Questo porta alla scissione fra ciò che gli uomini producono dal punto di
vista culturale da quello delle scienze della natura che al massimo possono tendere ad un “sapere
probabile” poiché la natura non è opera degli uomini ma di Dio. Da qui si può evincere uno dei principi
fondamentali della Scienza Nuova: il tentativo di elaborazione di una “storia ideale eterna” intensa come
applicazione delle idee platoniche alla storia della cultura umana. L’intero pensiero vichiano è
caratterizzato da una fitta trama a fili teleologici con una esigenza formale di una ricostruzione immanente
di tipo causale. Il punto di giuntura fra le travi di pensiero del castello di Vico è la ciclicità delle tre età: età
degli dei, degli eroi e degli uomini. Ed è in chiave platonica cristiana che la metafisica della Scienza Nuova
deve essere letta: l’opera di Vico vuole essere un scienza, in quanto le verità in un sistema ottengono senso
soltanto in funzione dell’interno, e nuova per l’elaborazione di un sistema metodologico tentacolare fra
tutte le scienze. E Vico riesce in tutto ciò.

La punta di diamante della bibliografia vichiana, la Scienza Nuova, si regge su un impianto con solide travi
matematico-geometriche nonostante l’opera sia apra con la spiegazione della dipintura proposta al
frontespizio (che serve per l’introduzione).

Dopo la prima pagina dello scritto vichiano recante il titolo e la nota figura allegorica, è presente la scritta
”Idea dell’Opera” accompagnata da un emblema che ha come protagonista lo stesso del frontespizio.
L’emblema ha due preminenti funzioni:introdurre l’opera e fungere da supporto mnemonico per il lettore.
La presenza di questo “geroglifico” troverebbe conferma anche nella frase d’apertura della Scienza Nuova
in cui Vico cita il filosofo egizio Cebete da Tebe. Egitto ,culla della cultura dell’uso di pittogrammi,figure dal
significato astruso per chi non ne è capace di leggerli. La figura (necessariamente femminile dato il genere
della parola latina “scientia”), una donna dalle tempie alate, appoggiata ad un cubo siede su una sfera che
impugna con la mano destra una squadra e con la sinistra uno specchio circolare in cui si osserva. Inciso sul
cubo, simile ad un altare,le parole “Ignota Latebat” (Sconosciuta si nascondeva): la scienza che nell’opera
viene portata alla luce e non creata. Lo specchio levigato e perfetto,garante della verità assoluta, porta la
scienza ad auto conoscersi.

Non era una novità che in un’opera fosse presente un’antiporta con un con un’incisione: lo stesso Casto
Innocente Ansaldi ne premette una analoga a quella di Vico nel suo De principiorum legis naturalis
tradizione. Una donna dalle tempie alate,ovvero la Metafisica, volge lo sguardo verso “il triangolo luminoso
con ivi dentro un occhio veggente” che "è Iddio con l'aspetto della sua Provvidenza" da cui parte un raggio
di luce. Il triangolo ,simbolo rinascimentale della Trinità, con l’occhio rappresenta la sfera divina che viene
interpretata come fondamento di ogni idea umana di giustizia. Dopo il primo irraggiarsi la luce viene riflessa
attraverso la superficie riflettente del “giojello convesso “ dal petto della dona verso la statua maschile,o
meglio alle sue spalle. L’impatto visione ha un effetto particolarmente turbante. La donna cosa
rappresenta? F orse la dea della fortuna che sulle monete romane è posta anch’essa su una sfera, l’orbis
terrarum? O rappresenta forse la Fortuna mutevole? E l’uomo chi è? Senza un commento o di un libro di
emblemi l’impresa di decifrare l’impressione è ardua. Nella stessa impaginazione dell’opera si trova forse
ancora un altro colpo di genio di Vico: Margherita Frankel avanza l’ipotesi che disegno e “Spiegazione”
rappresentino fasi diverse dello sviluppo umano; i geroglifici rappresentano la prima forma di
comunicazione mentre la “Spiegazione” in sé la rielaborazione di quei concetti.
L’emblema è dunque cifrato come la storia della cultura e dello spirito. E la chiave per scoprire i reali
significati dell’immagine giace senza ombra di dubbio negli scritti del passato in particolare nell’Iconologia
di Cesare Ripa. In questo testo si trova la conferma che la “la donna dalle tempie alate” sia la metafisica in
un atto di contemplazione. La metafisica “sovrasta il globo mondano” che rappresenta la natura,la Terra ma
anche una galassia; sono infatti incisi sulla cintura che cinge la donna i segni zodiacali; Vico individua il
globo con il mondo fisico indagabile dalla scienza. L’intero corpus dell’ opera sembra proiettato in un
movimento di ascesa: la Metafisica infatti «sovrasta» il globo, contempla Dio «sopra» l’ordine delle cose
naturali, si rivolge all’ordine delle menti umane «più in suso innalzandosi» rispetto ai filosofi che si sono
limitati a studiare la natura; inoltre, ponendo come primo momento quello della divina contemplazione
verso Dio, Vico pone la trascendenza come base della sua filosofia. Tuttavia il fine della teoresi vichiana non
è quello di congelare la visione estatica tra le vette dell’indicibile bensì cercare di esplicarla nella sua
“Spiegazione”. Allo slancio verso l’alto segue la discesa: i geroglifici che rappresentano il mondo delle
nazioni sono esposti «in mostra al di sotto. Vico compie un’impresa a dir poco eroica simile seppur diversa
da quella di “Renato” (Cartesio): un gesto di abnegazione verso le filosofie dell’antichità,un processo di
scepsi che permette a Vico la comprensione della “prima sapienza” . Vico si cala nella densa notte in un
terreno che è privo di coordinate, di punti fermi:viene catturato un momento di anabasi e catabasi allo
stesso tempo che è però scandito dalla verticalità, su cui poggia la stessa organizzazione della Dipintura. In
primo piano, nell'immagine dell'antiporta, Vico ha posto "i geroglifici significanti le cose umane più
conosciute” attraverso i quali dobbiamo scorgere il passaggio dal tempo degli eroi al tempo degli uomini,
rimando al suo concetto di "storia ideale eterna".E anche in questa parte dell’incisione sono presenti
numerose immagini allegoriche che demarcano di nuovo il concetto della ciclicità vichiana del passaggio fra
le tre età.

Vico combina sapientemente la parola con l’iconismo dell’incisione incrementando lo spessore


dell’Introduzione e rendendolo di mediazione tra linee e forme dello spazio visivo da una parte e percorsi e
oggetti mentali dall’altra