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Universalità, realismo e diritti

Su alcuni contributi del femminismo


alla filosofia del diritto
Isabel Trujillo

Universality, Realism, and Rights. On Some Feminist Contributions to Legal Philosophy.  The aim of the
article is to emphasize some methods and approaches proposed by Catharine A. MacKinnon
as possible contributions to legal philosophy and social sciences in general. They concern the
question of “what counts as human?” in human rights; the notion of universality; the epis-
temological status of conceptual categories; the relationship between theory and reality. The
awareness of narrative and normative role of conceptual categories can moderate the weight
of analytical approaches to legal philosophy. Considering that feminist thought holds the
priority of interpretative categories on facts – as long as interpretation is necessary in order
to understand the concept of sexual harassment or gender violence – MacKinnon’s criticisms
against postmodernism can offer a good equilibrium between theory and reality.
Keywords:  Thought, Human Rights, Epistemology of Social and Legal Sciences.

Anche se non ho mai pensato di rientrare sotto questa etichetta, ho imparato


molto dal pensiero femminista. A mio avviso, per identificarsi in questo mo-
vimento occorre fare una scelta di campo esplicita e predominante, sia nella
ricerca, sia nell’azione: si tratta di occuparsi della questione sessuale e di dedi-
care le proprie forze a lottare in modo diretto contro la subordinazione della
donna. Questa scelta di campo impone le sue regole a chi vi si impegna, anche
dal punto di vista della ricerca. Il mio interesse predominante è invece quello
del diritto, quello della comprensione filosofica del fenomeno giuridico, nelle
sue diverse manifestazioni, non ultima quella della pratica dei diritti umani. In
questo contesto, però, è certamente opportuno osservare la questione sessua-
le, sebbene marginalmente, e lavorare, seppure tra le altre cose, per scardinare
la subordinazione femminile e le discriminazioni contro le donne, proprio per
il carattere trasversale che esse hanno. Per questa ragione leggo con interesse
la letteratura femminista e sono convinta che essa sia in grado di dare un con-
tributo importante a chi si occupa del diritto in generale e dei diritti umani in
particolare, fosse solo perché, in entrambi casi, la dimensione discriminatoria
ISSN 2280-482X
Rivista di filosofia del diritto [II, 2/2013, pp. 367-378] © Società editrice il Mulino
è particolarmente rilevante. Tuttavia, essa non è l’unica: si pensi al solo fatto
che la violazione dei diritti delle donne non è totalmente sovrapponibile alle
discriminazioni nei loro confronti, sebbene una buona parte del diritto inter-
nazionale dei diritti umani abbia concentrato la tutela dei diritti delle donne
nella forma di un diritto antidiscriminatorio, quello della Convenzione per la
eliminazione delle discriminazioni contro le donne.
Uno degli aspetti filosofico-giuridici in cui è facile rilevare il contributo
del movimento femminista è quello dei diritti umani, un apporto che va
oltre le conquiste specifiche – di carattere teorico e pratico – in favore delle
donne. Ho avuto modo di notare anch’io che i diritti umani nel mondo reale
provano di essere ben lontani dal loro bagaglio illuministico (MacKinnon
2012, 62) e dalla concezione liberale-individualistica, ed ho sostenuto che la
pratica dei diritti – molto spesso a differenza delle teorie dei diritti – può ri-
tenersi una pratica molto vicina alle letture e alle proposte del pensiero fem-
minista. Quest’ultimo offre interessanti argomenti contro quello che si può
chiamare l’ontologia sociale erronea che talvolta le teorie dei diritti pongono
a sostegno dei diritti, cioè la convergenza tra una concezione individualista e
possessiva (infatti le donne e i neri non rilevano perché esistono soltanto in-
dividui proprietari e sovrani) e un modello di coordinazione sociale fondata
sul potere contrattuale (Trujillo 2005).
Non è il caso ora di tornare sullo stesso argomento, anche se su molti di
questi si trovano spunti nei saggi di MacKinnon nel volume che ora com-
mentiamo. Vorrei invece sottolineare l’insegnamento del pensiero femmi-
nista in altre direzioni, e non solo in relazione alla pratica dei diritti umani,
anche se partendo da lì. Riguardo a quest’ultima pratica, tuttavia, credo che
l’interesse del volume proposto alla nostra attenzione sia notevole in relazio-
ne a due questioni: una relativa all’universalità dei diritti, l’altra relativa al
rapporto tra interpretazione e realtà, che è l’oggetto della critica di MacKin-
non al postmodernismo. Nondimeno, la filigrana epistemologica che diventa
visibile attraverso la lettura di questi saggi e la discussione di problemi più
strettamente collegati ai diritti umani è rilevante, a mio avviso, per la filosofia
del diritto in generale. La ragione è che tale filigrana attiene precisamente
allo statuto epistemologico della riflessione filosofico-giuridica.
Come si diceva, vi sono importanti riflessioni attinenti alla pratica dei
diritti umani, ricavabili dalla lettura del testo di MacKinnon. Le questioni
segnalate sono peraltro strettamente collegate tra di loro. Da un lato abbia-
mo la problematica relativa a quello che si può esprimere nella domanda
“cosa conta come umano?”, che consente di individuare ciò che merita di
essere tutelato entro la pratica dei diritti umani; dall’altro lato abbiamo il
significato e la portata della loro universalità.
Si può dire che si tratta di due questioni cruciali per la pratica dei diritti,
senza rispondere alle quali è difficile capirne il senso e districarsi tra le sue

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regole e procedure. Inoltre, si può anche aggiungere che queste due questio-
ni devono restare strutturalmente aperte e ciò a causa dello statuto normati-
vo della pratica dei diritti. Non è dunque un caso che – a proposito dei diritti
umani – si torni e ritorni a discutere sempre gli stessi punti. Solo a questa
condizione di apertura la pratica dei diritti umani potrà sviluppare tutta la
sua potenzialità. In fondo, è proprio “scoprendo” nel Cinquecento che an-
che gli indigeni di America sono umani che è stato possibile adoperarsi per
la tutela dei loro diritti (de Vitoria 1996). Così è accaduto per i neri. Così
sembra stia accadendo per le donne, o per lo meno questo è l’obiettivo del
movimento femminista (e più in generale di quanti collaborano alla pratica
dei diritti). La lista non è ovviamente esaustiva e – come si diceva – neppure
chiusa, anche se bisogna riconoscere che la tentazione di attestarsi a risultati
parziali non è cosa di poco conto, pure per chi lavora nella linea della mas-
sima inclusione.
D’altra parte – e questo è un punto qualificante dell’approccio femmini-
sta – la domanda su cosa conta come umano non è astratta, cioè volta a rag-
giungere un concetto astratto di umanità. Abitualmente essa ha come punto
di partenza forme concrete di umanità, e non idee o concetti. Non è un
caso che si tenda a formulare questa domanda ogniqualvolta ci si confron-
ta con una sfaccettatura “diversa” dell’umanità e ci si domanda se essa sia
meritevole di tutela nella forma di diritti oppure no. Seguendo questo pro-
cedimento è sorta la questione delle donne, degli omosessuali, dei Rom, dei
disabili. Violazioni invisibili dei diritti diventano visibili perché se ne coglie
la criticità e la concretezza. Questo processo di progressiva messa a fuoco
(della violazione) dei diritti è una costante della loro storia. È l’altra faccia
della medaglia della specificità dei diritti che si manifesta nell’avvicendarsi
delle generazioni e mostra il volto dinamico della loro universalità, come si
vedrà più avanti. Non bisogna peraltro dimenticare che la specificazione dei
diritti non è solo un processo che riguarda il contenuto dei diritti, ma an-
che le forme della loro tutela. E nemmeno soltanto in termini di previsione
astratta dei meccanismi di tutela, ma anche nel modo in cui questi riescono
ad interagire con sistemi normativi e amministrativi esistenti, entro i quali la
tutela dei diritti umani si trova ad operare ed in cui può risultare facilmente
vanificata.
In questo contesto, non bisogna però perdere di vista che la risposta a
queste violazioni implica la considerazione di una pluralità di aspetti, non
solo relativi ai soggetti da tutelare (riguardo ai quali si comprende che la
tendenza sia quella appunto della massima inclusione), ma anche relativi
alla funzione e alla natura della pratica dei diritti: ai beni che tutela, agli
strumenti che usa, ma anche ai suoi limiti (Sen 2004). Non bisogna infatti
pensare che la pratica dei diritti sia l’unica e l’ultima panacea dei problemi
dell’umanità. Si pensi alla discussione recente sul femminicidio: nella propo-

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sta di introdurlo come fattispecie di reato indipendente o come aggravante
ci si affida alla funzione repressiva ma anche simbolica del diritto penale.
Ma è altrettanto vero che è difficile immaginare che esso sia sufficiente ad
eliminare la violenza contro le donne che è alla base di tali gravissimi fatti.
Da questo punto di vista, una sana riflessione critica sull’insufficienza dello
strumento giuridico (anche quello della pratica dei diritti) può costituire un
buon contributo da parte della filosofia del diritto. Ma vi è un livello ulterio-
re del discorso, a mio modo di vedere, ancora più interessante.
In un certo senso – precisamente nel senso in cui il femminismo pone
la questione delle donne – la domanda su cosa conta come umano riguar-
da l’universale “umanità” nel senso di Todorov (1991): l’universale sta ad
indicare un orizzonte capace di accogliere più di un particolare. In que-
sta linea, con una bella immagine, MacKinnon suggerisce che le differenze
siano “fragmented universals” (MacKinnon 2006, 52), con la conseguenza
che è solo mettendo insieme i suoi frammenti che si può arrivare all’univer-
sale umanità. L’universalità scaturente dai frammenti di universali muove
in direzione opposta all’universale per esclusione (o astrazione). Si tratta
di un universale meno fondato sulla negazione delle differenze alla ricerca
di qualcosa davvero essenziale e costante in modo pressoché identico, cioè
istanziato allo stesso modo in varie realtà e nello spazio e nel tempo. Si tratta
certamente di un universale più difficile da formare, e anche più fragile,
sicuramente provvisorio, perché si suppone in attesa di riscontro e di revi-
sione alla luce di ulteriori frammenti. Ma probabilmente si tratta anche di un
universale più utile nel campo pratico, ed in particolare in quello giuridico,
perché più vicino al reale. Sembra intravvedersi un universale fondato su
una continuità di significato in situazioni diverse che è tipico dell’analogia,
un procedimento logico capace di assicurare la compatibilità di significati
comuni con la diversità delle concretizzazioni in svariate circostanze. Il pun-
to è che l’universale in campo pratico non può che essere così concepito,
anche quando si camuffa sotto mentite spoglie. Inoltre, un universale di tal
fatta è meno propenso a passare per concetto neutrale. Tutto ciò è in qualche
modo confermato dalla difficoltà nel distinguere – nel delicato rapporto tra
universale e particolare – tra un universale astratto e un universale che non
è altro che un particolare dal punto di vista del potere (MacKinnon 2012,
153): quello che il pensiero femminista intravvede dietro al concetto illumi-
nista di universale, e che occorre smascherare.
In quest’ultimo senso, il contributo del pensiero femminista è di tipo epi-
stemologico, ed è valido per le scienze umane e sociali in generale: riguarda
cioè un certo modo di costruire i concetti, una tipologia di concettualizza-
zione capace di cogliere il modo in cui una determinata realtà si articola nella
pratica sociale. A tal fine, si deve tener conto di dati contingenti: storici,
istituzionali, fattuali, che le categorie portano con sé. È plausibile sostenere

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che le categorie concettuali con le quali lavorano le scienze umane e sociali
– tra le quali si conta il sapere giuridico – sono impregnate di una loro storia
contingente e concreta. In questo senso, le categorie (giuridiche) svolgono
ruoli narrativi e normativi (Wriggins 2005, 140). Poiché tali categorie sono
portatrici di una storia, esse continuano a raccontare quella storia, ripropo-
nendo quel bagaglio di significato (narrative role). Contemporaneamente, il
loro uso tramanda quella particolare storia di significati come normativa
(normative role), a meno che esse non siano sottoposte a rigide analisi cri-
tiche. Ciò ovviamente non si può fare costantemente, perché altrimenti si
resterebbe sempre allo stesso punto. Quando sono sottoposte ad analisi
rigorosa le categorie concettuali diventano il campo di battaglia per la teo-
ria sociale. Così si spiega lo sforzo concreto del movimento femminista nel
rimuovere gli stereotipi relativi alle donne.
Questo tipo di insegnamento però esula dall’ambito femminista per ac-
quisire una validità metodologica generale, anche nella riflessione epistemo-
logica sulla filosofia del diritto, teoria del diritto o jurisprudence. Secondo
una logica rigida di divisione del lavoro oggi dominante, l’attenzione verso
dati contingenti e particolari – la dimensione sociale del diritto – dovrebbe
essere lasciata alla sociologia del diritto, mentre la filosofia o teoria del diritto
si dovrebbero occupare del necessario e universale concetto di diritto (Raz
1979, 103). Così, le scienze sociali non avrebbero nulla da dire in ordine a
classificare qualcosa come diritto, perché questo è il compito della teoria del
diritto (Gardner 2012, 301). Tuttavia, questa rigida divisione sembra troppo
forzata e noncurante della qualità “sociale” del diritto: si può definire una
pratica sociale senza attenzione alla dimensione dei fatti sociali che la com-
pongono? “[I]l significato simbolico di un fatto non può essere colto sepa-
ratamente dal fatto stesso, cioè dalla pratica sociale intessuta di convinzioni
intersoggettivamente condivise” (Viola e Zaccaria 1999, 23). Non si tratta
già di sostenere che si possa prescindere dagli elementi classificatori, senza i
quali non è possibile nemmeno delimitare un campo di indagine, ma – pro-
babilmente, come ha messo bene in evidenza Nicola Lacey a proposito del
concetto di responsabilità – la costruzione del concetto di diritto, così come
quello delle categorie giuridiche generali quali la legalità, la stessa responsa-
bilità, il rule of law, è un processo che va costantemente dai dati classificatori
a quelli contingenti back and forward (Lacey 2013).
Questo tipo di problematica è in realtà risalente, se si pensa che la distin-
zione tra le teorie semantiche e interpretative del diritto si trova in Ronald
Dworkin (1994, 102-103). Com’è noto, le prime sono quelle secondo cui vi
è qualcosa come la natura del diritto, che può essere chiaramente isolata e
distinta, nella logica dell’oggettivizzazione tipica delle scienze naturali. Le
seconde sono quelle teorie del diritto in cui l’assunzione del punto di vista
dei partecipanti, le loro finalità e i loro scopi sono il necessario approccio per

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la comprensione del diritto. È vero che il primo autore al quale si può fare
risalire questo modo innovativo di accostarsi al diritto è Herbert Hart, con
l’idea del punto di vista interno. Eppure sia in Hart sia nei suoi discepoli, il
metodo adottato dell’analisi del linguaggio ha indotto sostanzialmente a ri-
cadere in quella tentazione dell’astrazione dal punto di vista concettuale, che
tende a separare l’opera di concettualizzazione dall’analisi di fatti sociali e
istituzionali in cui i concetti vivono. Come ha mostrato la stessa Lacey in altri
lavori e da ultimo nel fascicolo iniziale di questa rivista, è lecito domandarsi
quale filosofia avrebbe sviluppato Hart se fosse stato maggiormente influen-
zato dall’idea wittgensteiniana dei giochi linguistici intrecciati con le prati-
che sociali e le forme di vita. Oggi la filosofia del diritto dominante sarebbe
probabilmente diversa. Forse meno soddisfacente per chi è più interessato
a fornire una teoria coerente che a capire realmente le pratiche sociali nella
loro complessità. Anche se al prezzo, certamente, di rendere meno netti i
confini della disciplina (Lacey 2012, 95-99).
Vi è ancora un altro aspetto che caratterizza l’approccio epistemologico
femminista e che ha a che vedere con la consistenza “pratica” dei concetti,
per dirla in qualche modo. Vediamo di cosa si tratta con un’esemplificazio-
ne. La posizione di MacKinnon riguardo alla domanda che dà titolo alla
raccolta (Le donne sono umane?) è ben contenuta in questo brano:

Le disparità razziali senz’altro esistevano, altrimenti il razzismo sarebbe stato inoffen-


sivo, ma a un certo punto – non ancora raggiunto per la questione sessuale – nessun
tipo di differenza di gruppo ha più avuto importanza. Si tratta di quel punto in cui le
caratteristiche del gruppo, incluse quelle empiriche, sono entrate a far parte di ciò che
si reputa pienamente umano, piuttosto che rappresentare un’eccezione o comunque
qualcosa di diverso rispetto ad esso. Misurare in modo unilaterale le differenze di un
gruppo su uno standard fissato da un altro incarna standard parziali. Il momento in
cui le caratteristiche specifiche di qualcuno divengono parte del canone in base al
quale si valuta l’umanità è di importanza epocale. (MacKinnon 2012, 41)

Il problema sembra essere che le caratteristiche delle donne non formano


ancora parte di quel canone dell’umano. Questa costatazione è per lo meno
sconfortante, e depone male a proposito dell’universalità dei diritti umani.
Per comprendere questo punto può essere utile distinguere tra l’“esten-
sione” dell’universalità dei diritti, cioè la capacità della pratica di proteggere
tutti i soggetti meritevoli di tutela e l’“intensità” dell’universalità dei diritti:
quella che si sviluppa in relazione alla capacità della pratica di tutelare ef-
fettivamente i diritti dei soggetti proclamati, cioè di renderli operativi. Non
si vuol dire che si possano separare queste due dimensioni, ma che neppure
si devono confondere, come accade quando si rimprovera la pratica dei di-
ritti per l’adozione di un doppio standard circa le violazioni dei diritti. La
doppiezza riguarda quella situazione che si dà quando il non prendere in

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considerazione adeguatamente alcune violazioni dei diritti non si considera
una debolezza dell’universalità. In altre parole: la pratica vive nell’ipocrisia
di non riconoscere certe violazioni dei diritti (che restano invisibili per la
pratica, ma non per chi le subisce) e di continuare a dichiararsi universale
solo perché ne tutela altri. L’accusa di usare un doppio standard in realtà
va letta alla luce del fatto che l’universalità può essere carente in una o in
entrambe le dimensioni di estensione o di intensità.
Eppure l’universalità è una caratteristica della normatività della pratica,
cioè non è qualcosa che dipende da fatti ma piuttosto che mira a trasfor-
mare la realtà: nessuna sorpresa se alcuni diritti non sono di fatto tutelati.
La loro configurazione come diritti però è una ragione perché si possa
esigere la loro tutela. È vero però pure che, per la sua natura trasformativa/
normativa della realtà, l’estensione è collegata all’intensità, ed in un certo
senso viene misurata da essa. Sicché si può dire che la costatazione che per
le donne non sia avvenuto quel traguardo epocale che prima si segnalava
costituisce davvero una falla nell’universalità dei diritti. In parole semplici,
sono i fatti a smentire l’universalità dei diritti per quanto riguarda le don-
ne. Le proclamazioni dei diritti delle donne sono tante, come sono nume-
rose le dichiarazioni dell’obiettivo di eliminare le discriminazioni. Eppure
la capillarità della discriminazione sessuale veicolata dalle istituzioni, dalle
regole e dalle pratiche sociali attualmente operanti è tale da rinnegarsi nei
fatti ciò che si proclama in astratto. Smascherare queste situazioni ipocrite
e rimuovere gli ostacoli che impediscono il traguardo è il compito del mo-
vimento femminista.
Il punto delicato della questione sta nel fatto che quest’opera di smasche-
ramento richiede talvolta di contestare pratiche che sembrano giustificate da
scelte libere e di autodeterminazione, da parte delle stesse donne. E qui c’è
il punto che ha reso problematica la posizione di MacKinnon all’interno del
movimento femminista, contro la tendenza ad esaltare la pratica dei diritti in
termini di autodeterminazione e di liberazione sessuale. Secondo MacKin-
non, infatti, sono espressione massima di quella stortura dell’universalità dei
diritti le pratiche dello stupro, della prostituzione e della pornografia. “Per il
pensiero femminista la pornografia è una forma di sesso coatto, una pratica
di politica sessuale, un’istituzione dell’ineguaglianza di genere” (MacKin-
non 2012, 46). La pornografia – di cui lo stupro e la prostituzione partecipa-
no – è un buon esempio di istituzionalizzazione della supremazia maschile; è
il modo maschile di vedere le donne (lo stereotipo femminile), diventato lo
sguardo predominante sulle donne, anche da parte di molte donne. “Mag-
giore è il consumo di pornografia, maggiori sono le difficoltà che gli uomi-
ni incontrano nel capire che stanno usando la forza quando costringono le
donne a fare sesso – così essi crederanno, culturalmente, che le donne ac-
consentano a fare sesso senza badare a quanta forza viene utilizzata” (163).

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Da questo punto di vista, una delle sfide – o forse la vera sfida – dal punto
di vista culturale è quella di ripensare la dimensione sessuale e della sessua-
lità non più come relazione di potere. Tale ripensamento non può portare
all’esigenza di rendere possibile il potere femminile sui maschi alla stregua
del potere maschile sulle donne, né di realizzare un ribaltamento speculare
della situazione di dominazione. Sarebbe certamente già qualcosa nell’ottica
della discriminazione, ma sostanzialmente a conferma dello schema impo-
sto. Mi sembra di cogliere un esempio di questo tipo nelle critiche alla posi-
zione abolizionista di MacKinnon, da parte di chi ha difeso il sex work come
espressione dell’autonomia delle donne (Shrage 2012). La questione – credo
– è più complessa e radicale. Piuttosto si tratta di modificare radicalmente la
prospettiva, anche se il modo in cui questo si possa avverare è sinceramente
difficile immaginarlo. Alcune pensatrici femministe stanno lavorando a que-
sto compito da tempo (Franke 2001). Ma – come il razzismo non è un pro-
blema dei neri – la questione delle donne non è un lavoro solo delle donne,
tanto più che è in gioco la dimensione della sessualità. È discutibile perfino
che tale ripensamento sia il fine proprio del pensiero femminista, che deve,
per poter operare, avere chiari concreti obiettivi polemici, come quello della
discriminazione.
Prima di trattare l’ultimo punto di questo commento è importante tor-
nare su cosa s’intende per femminismo. Siamo tutti oramai accorti della
difficoltà di abbracciare in un’unica definizione un movimento ricco come
questo, che include un oceano di posizioni diverse e anche contrapposte (si
pensi alla questione appena sollevata della prostituzione, tra abolizionismo e
antiabolizionismo, entrambi femministi). Ma una cosa in comune è certa: in
tutte le sue versioni il femminismo mira all’analisi della subordinazione delle
donne con la finalità di cambiare questo assetto. Si tratta – come si diceva –
di un ambito di ricerca e di azione, che appunto richiede una scelta di campo
che non è per tutti. E, tuttavia, le acquisizioni del pensiero femminista sono
utili a chiunque si occupi di ambiti in cui la subordinazione delle donne è in
atto (ed è difficile immaginare quali settori ne siano immuni).
Quello che ora interessa notare è che il dato comune a tutte le prospettive
femministe è per l’appunto duplice. Da un lato abbiamo il gender analysis,
cioè uno schema d’interpretazione della realtà in cui si prende in considera-
zione la pervasiva presenza della differenza sessuale come ragione di discri-
minazione. Com’è noto, ciò serve a smascherare pregiudizi non dichiarati,
istituzioni e categorie viziate da presupposti ideologici spesso inconfessati.
D’altro lato il gender analysis è volto ad ottenere finalità concrete, in un
particolare rapporto tra teoria e realtà, poiché il fine è quello di scardinare
la situazione di dominazione delle donne. Questi due elementi sono presenti
in ogni approccio femminista. L’unione di questi due elementi – uno sche-
ma di analisi e una finalità operativa – è quello che dà luogo a tensioni sia

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all’interno della stessa prospettiva, sia tra correnti diverse, e rende il movi-
mento femminista così articolato: qual è il miglior approccio teorico, quello
in cui s’insiste sulla differenza o quello in cui la si ignora? Dal punto di vista
operativo, occorrerebbe intervenire con misure specifiche, ma esse tendono
a perpetuare gli schemi discriminatori. Nella lotta per l’eliminazione delle
discriminazioni sono opportune le discriminazioni positive?
La rilevanza dello schema interpretativo del gender analysis (e non solo)
ha giustificato alcune critiche del postmodernismo al femminismo, critiche
alle quali MacKinnon reagisce in modo piuttosto vivace nell’ultimo degli
articoli del libro che si sta discutendo, intitolato Postmodernismo e diritti
umani. L’interesse è suscitato anche dal fatto che le contro-critiche (piut-
tosto energiche) che MacKinnon rivolge al postmodernismo e agli effetti
di quest’approccio sulla pratica dei diritti umani sono in parte coincidenti
con quelle di altri movimenti culturali avverso il postmodernismo, come per
esempio il cosiddetto nuovo realismo (Ferraris 2012), ma sono condivise
anche da autorevoli protagonisti del dibattito epistemologico ed etico in ge-
nerale (Nagel 1998). Ancora una volta però tali critiche mettono in luce
aspetti di più ampia portata. Non si tratta qui di saggiare la tenuta di queste
altre correnti, ed in particolare del nuovo realismo (di cui in Italia si è di-
scusso abbondantemente); se questo sia davvero un movimento di pensiero,
oppure se si tratti ancora una volta di proposte intorno alle quali si sia fatto
“molto rumore per nulla” (Veca 2012). Piuttosto si tratta di valorizzare alcu-
ni punti a mio modo di vedere importanti e significativi per lo studio delle
istituzioni giuridiche, nella linea di un certo sospetto nei confronti del post-
modernismo e della sua scolastica (contro le tesi di MacKinnon, Pitch 2012).
Le critiche di MacKinnon al postmodernismo sono raggruppate intorno
a tre nuclei tematici: donna-genere, metodo e realtà. Il lettore può notare che
si tratta in realtà di critiche che il postmodernismo ha rivolto al femminismo,
nel rispondere alle quali l’autrice rispedisce le accuse al mittente, e marca la
distanza rispetto ad esso, nonostante il primo abbia cercato di appropriarsi
del femminismo come di una sua sotto-versione. Il primo tema è occasione
per delineare il limite della lettura femminista della realtà: non tutto è ge-
nere, afferma la MacKinnon, ma dove esso è causa di discriminazione, va
combattuto. Rispetto al metodo, si nota che il postmodernismo – soprattutto
quello delle femministe seguaci di Foucault – si allontana pericolosamente
e ipocritamente dalla realtà delle donne subordinate. Riguardo alla realtà,
il postmodernismo, a favore di un’impostazione “mentalista” (MacKinnon
2012, 56), favorisce la invisibilità delle violazioni dei diritti.
Dicevamo che il femminismo assume uno schema costante d’interpreta-
zione della realtà, il gender analysis. La semplicità e la regolarità dello sche-
ma interpretativo potrebbe far pensare ad una meta-narrazione monocausa-
le, come quelle che il postmodernismo avversa.

Universalità, realismo e diritti 375


Non diciamo che il genere è tutto ciò che c’è. Non abbiamo mai detto che spieghi
tutto. Abbiamo detto che il genere è importante e pervasivo, mai assente, che ha una
forma, delle regolarità e delle leggi che ne governano il moto, e che spiega molto –
molto di ciò che, altrimenti, non si potrebbe cogliere e rimarrebbe privo di spiega-
zione. (158)

In questo senso il contributo del femminismo va valorizzato in relazione alla


capacità di spiegazione di alcuni meccanismi, senza perciò dover essere as-
sunto a schema interpretativo per eccellenza. “Se privilegiare il genere signi-
fica che il femminismo pone il genere alla sommità di una qualche gerarchia
delle oppressioni, l’accusa è falsa” (159). Ciò è particolarmente evidente
grazie ad un altro dei contributi del pensiero femminista più recente, quello
dell’approccio intersezionale della discriminazione (Crenshaw 1991): nella
maggior parte dei casi, infatti, le discriminazioni s’intrecciano tra loro (quel-
le sessuali, razziali, per ragione di cittadinanza). Peraltro, perfino la lettura
postmodernista – quando è in grado di fornire chiavi di lettura significative
delle dinamiche di potere – può essere considerata una meta-narrazione, se
non addirittura la madre di tutte le meta-narrazioni.
D’altra parte, la forza dello schema interpretativo usato dal femminismo
è stata provata precisamente dalla realtà: quando accade qualcosa alle don-
ne, questo qualcosa accade nella realtà. Tanto che
[l]e donne hanno trasformato le realtà dei senza potere in una forma di potere: la cre-
dibilità. E la realtà è stata dalla nostra parte. Ciò che dicevamo era credibile, perché
era reale. […] Non in molti hanno apertamente messo in dubbio che ciò che avevamo
scoperto, di fatto, esisteva. Ciò che è stato detto, invece, è che, nella società, niente
esiste realmente. (MacKinnon 2012, 156)

Quest’ultima tesi è appunto il portato della scolastica del postmodernismo e


della enfatizzazione della prevalenza della interpretazione sui fatti. La que-
stione non è qui se i fatti sociali siano fatti alla stessa stregua dei fatti naturali
(forse in questo il nuovo realismo lascia un po’ a desiderare), ma piuttosto se
i fatti sociali – in quanto intrinsecamente collegati alla dimensione dei signi-
ficati – perciò stesso non abbiano alcuna dimensione di realtà. Si ritorna così
al particolare approccio ai concetti che poco sopra è stato messo a fuoco.
A questo punto, l’accusa è quella di essenzializzare il genere, accusa
particolarmente infida perché l’antiessenzialismo è divenuta la cifra della
ricerca seria e affidabile. Se non fosse che l’alternativa, come MacKinnon
acutamente nota, è quella della politically correct difesa della relatività delle
culture, anche di quelle in cui è evidente il portato della subordinazione
delle donne. Il problema è che per avere un progetto di trasformazione della
realtà, qualcosa deve esistere, almeno appunto la realtà da cambiare. Il vero
problema del postmodernismo non sta nelle tesi che sostiene, ma nelle im-
plicazioni di quello che sostiene.

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La mia impressione è che, se i postmodernisti si assumessero la responsabilità di cam-
biare anche solo una cosa reale, imparerebbero più sulla teoria di tutte le cose che
hanno scritto finora messe insieme. Invece, così com’è praticato dai postmodernisti,
il lavoro della teoria, lo sport vitale dell’avanguardia accademica, è osservare, passare
oltre e giocare con queste grandi domande, al di fuori di ogni contatto e responsabi-
lità verso le vite degli ineguali. […] È tempo di chiedere a queste persone: cosa state
facendo? (174)

Isabel Trujillo
Università degli Studi di Palermo
Dipartimento di Scienze giuridiche, della Società e dello Sport
Piazza Bologni, 8
90134 Palermo
isabel.trujillo@unipa.it

Riferimenti bibliografici
Crenshaw, Kimberley W. 1991. “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity
Politics, and Violence Against Women of Colour.” Stanford Law Review 43, 6:
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