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Dialogo sul Bosforo

La Voce Repubblicana, 5/3/2005

Nel tempo che l'Europa era ubriaca d'odio e di militarismo, e intenta insanamente ad autodistruggersi, fu
la giovanissima, anzi appena nata, Turchia ad accoglierne e salvare una delle parti migliori. Il padre della
Turchia moderna, Atatürk, aveva molto a cuore l'educazione e coglieva ogni occasione per sottolinearne
l'importanza, anche con l' esempio personale, facendosi fotografare seduto fra i banchi come uno scolaro.
Una prima idea dell'Europa la troviamo dunque proprio in lui, Atatürk, quale modello dell' intenso
programma di riforme che modernizzò l'impero Ottomano. Modello ben scelto e perfettamente distinto
dalla follia che, non solo negli anni del nazismo, ma anche nei cinque secoli precedenti, aveva acceso
roghi di libri e persone, e perseguitato gli studiosi. E' questo intenso lavoro che ci permette oggi di
guardare alla sponda orientale del Mediterraneo con relativa sicurezza. Siamo sicuri di non avere nulla da
imparare?

Una crudele campagna, iniziata in Germania nell'aprile del 1933 pretendeva di spossessare gli ebrei
perfino della loro lingua madre. "Der Jude kann nur judisch denken" (l'ebreo può pensare solo in ebraico)
si argomentava con feroce ignoranza. La loro "lingua madre" non era quella che parlavano da bambini,
ma quella del loro testo sacro. Dunque essi andavano considerati estranei alla cultura tedesca e le opere
che scrivevano erano in realtà delle traduzioni dall'ebraico. Un vigliacco bizantinismo che sembrava fatto
apposta per perseguitare i filologi e una mediocre astuzia per non fare i conti coi contenuti. Ricorda Fritz
Neumarkt (economista, poi rettore dell'università di Francoforte): "Vidi con profondo stupore, sulla
lavagna, una nota della Unione degli Studenti Nazionalsocialisti, che diceva che d'ora in avanti tutte le
pubblicazioni dei professori ebrei sarebbero state considerate "traduzioni dall'ebraico" (un linguaggio che
io non conoscevo). Questa diffamazione di uomini che non avevano mai considerato altro che il tedesco
come la propria lingua madre, e l'avevano amata, mi mostrò finalmente che non era più possibile per me
lavorare in una università che continuava a portare il nome di "Johann Wolfgang von Goethe" per salvare
le apparenze". Se si pensa che la parola "Übersetzung", traduzione, vale, nella forma intransitiva,
trasferimento, si può cogliere il sinistro presagio che essa conteneva, oltre che per gli intellettuali, per le
persone comuni.

Nel luglio dello stesso anno, mentre venivano chiuse agli ebrei le porte delle università tedesche,
rendendo così accessibile una bella quantità di posti a conformisti meno dotati, a Istanbul il professor
Albert Malche, pedagogista di Ginevra in contatto con la "Società di soccorso per gli studiosi tedeschi
all'estero", creata tempestivamente in marzo dal prof. Philipp Schwartz, stringeva la mano del giovane
ministro dell'educazione Resit Galip. Col supporto del ministro della Sanità Refik Saydam, passò la
riforma del Dar-Ül Fünun (casa del sapere), istituzione educativa ereditata dall'impero Ottomano. Nacque
così l'Università Statale di Istanbul, dove fu accolto un gruppo di circa 130 intellettuali, alcuni di statura
enorme. Giova ricordare fra gli altri: Fritz Neumarkt, Ernst Reuter (urbanista, poi sindaco di Berlino),
Georg Rohde (filologo classico), Rudolph Nissen (medico), Rudolph Belling (scultore "degenerato",
nominato personalmente da Ataturk alla cattedra di scultura), Alexander Rüstow (sociologo), Wilhelm
Röpke (economista), Paul Hindemith (compositore), Carl Ebert (produttore teatrale), Leo Spitzer (filologo)
ed Erich Auerbach.

A Istanbul, per i nostri studiosi, il "trasferimento" era quello, tutto sommato piacevole, in vaporetto, dalla
sponda orientale, dove risiedevano a quella europea del Bosforo, dove si trovava l'università. Costretto,
come lui stesso racconta, a trovare l'universale nel particolare anche dalla mancanza di biblioteche,
Auerbach si arrangiava come poteva. Chiese libri al nunzio apostolico, un italiano gentile, con un gran
naso, del quale si sapeva non ci pensava due volte quando si trattava di aiutare la gente in quegli anni
difficili. E così, nella Istanbul di Atatürk, fu don Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa, ad aprire le porte
della sua piccola biblioteca al grandissimo studioso ebreo. Roncalli ricorderà poi con affetto, nei suoi diari,
le "lunghe conversazioni" e le "indicazioni scientifiche" da lui date allo studioso. Che scrisse in quegli anni
alcuni saggi (Figura, Sacrae Scripturae sermo humilis e S.Francesco) ma soprattutto un libro e un
poderoso monumento alla civiltà occidentale: Mimesis, edito negli USA nel 1946 e subito spedito a
Roncalli con affettuosa dedica personale. Il titolo originale era Mimesis: eine Geschichte des
abendländischen Realismus, als Ausdruck der Wandlungen der Selbstanschauung der Menschen (storia
del realismo occidentale, come espressione dei mutamenti della percezione della realtà da parte degli
uomini).
Le opere di Auerbach non sono molte, alcune ricavate da appunti o pubblicate postume. Ma tutte
costituiscono pilastri sui quali si sono formate generazioni di critici, di accademici e, cosa rara, di scrittori.
Tanto ferma è la presa del filologo tedesco sui testi che egli non cede, come accade spesso nella critica di
marca francese, alla tentazione di imitarli o di competere con loro. Le pagine che descrivono la
"gigantesca figura morale di Farinata" e quella, più impulsiva, di Cavalcante, tolgono il fiato. Esse
illuminano insieme l'epoca storica e in essa, con germanica precisione, fin nei minuti aspetti grammaticali,
lo straordinario vigore creativo di Dante. E' verso gli autori che tratta, non su sé stesso, che il generoso
Auerbach indirizza il gesto mimetico del suo lettore.

Altrettanto sicura è l'idea di Europa, costruita attorno allo sviluppo delle lingue romanze, con un
riconoscimento esplicito del loro primato su quella tedesca -certo non conformista in patria. Il lettore si
trova di fronte la concreta realtà del lavoro poetico: dall'analisi del commovente passaggio dell'Odissea,
quando la vecchia schiava riconosce il suo signore dall' antica ferita di caccia, alle ultime pagine, dove si
legge che "fu la storia di Cristo, con la sua spergiudicata mescolanza di realtà quotidiana e d'altissima e
sublime tragedia, a sopraffare le antiche leggi stilistiche". Niente meno di questo è il "realismo nella
letteratura occidentale", come recita il sottotitolo dell'opera, che arriva a Virginia Woolf.

L'esperienza degli anni '40 a Istanbul è inoltre da studiare per le riflessioni che essa indusse, in alcuni dei
maggiori pensatori europei, sul problema della traduzione, presente a tutti i livelli e in tutte le discipline:
non certo nei termini falsi e persecutori già menzionati, ma in quelli positivi e problematici della
riformulazione di un sapere e di un metodo in un contesto in trasformazione. Assieme a Georg Rohde, il
ministro Yücel, lui stesso studioso di linguistica comparata, si accinse all'opera, ciclopica, della traduzione
della letteratura europea in un turco appena nato e non ancora linguisticamente consolidato. Fu inventato,
infatti, anche l'alfabeto.

Auerbach fu accolto poi negli USA, dove ha ha seguito le sue tracce Edward Said, probabilmente il più
noto intellettuale palestinese, scomparso l'anno scorso. Questi ha scritto l' introduzione all'edizione del
cinquantenario, dove si sofferma sulle circostanze di esilio e di spaesamento dello studioso. Le
considerazioni di Said illuminano anche il destino dell'autore che Auerbach, e con lui tutta la grande
tradizione storiografico-filologica tedesca indicava come il suo punto di partenza: Giovan Battista Vico:
isolato in vita, studiatissimo all'estero e quasi ignorato in patria per due secoli. Said coglie l'occasione per
tracciare un profilo dell'intellettuale come figura di confine, mai veramente a casa: "Mimesis non è soltanto
una riaffermazione della tradizione occidentale, ma anche una manifestazione di alienazione da essa".

Non c'è bisogno di sottolineare l'attualità del problema posto. In una Europa che vede disfarsi
rapidamente le identità storiche di cui è composta e non riesce a darsene un'altra con la stessa rapidità,
lo spaesamento è la situazione abituale e la capacità di pensare e risolvere per insiemi complessi diventa
condizione di sopravvivenza. L'intellettuale spaesato è, per definizione e necessità, non conformista,
anche perché non ha niente a cui conformarsi.

Insomma, se per l'Europa è decisivo che la Germania superi finalmente il cliché sanguinario del nazismo,
meccanicamente ribattuto dai mezzi di comunicazione di massa, senza certo dimenticare gli orrori, ma
anche senza perdere -o limitando al minimo le perdite- ciò che il pensiero tedesco moderno ha significato
di progressivo e fecondo, la Istanbul degli anni '30 e '40 è un luogo di memoria obbligato, che qui
segnaliamo a dispetto dei pregiudizi. Quando l'inarrestabile Wehrmacht arrivò a 100 chilometri da Istanbul
e l'ambasciatore Franz Von Papen revocò i passaporti, i turchi difesero i loro ospiti a muso duro e
offrirono loro la nazionalità turca.

Basta e avanza, comunque, una realizzazione come Mimesis, quasi una carta d'identità culturale
dell'Europa, per dare alla Turchia dignità d'interlocutore da non umiliare con rozze semplificazioni, come
tutte quelle che si riducono ad un semplice "si o no al suo ingresso" in Europa. L'avvicinamento della
Turchia all'Europa moderna fu iniziato dagli Ottomani e prese slancio con Atatürk. E' un fatto
rilevantissimo e complesso. Di fronte alla lunga vicenda dei complessi rapporti con la sponda orientale del
mediterraneo, il "no" è sciocco e impossibile da pronunciare: in Turchia è stata combattuta la guerra di
Troia e ha predicato S. Paolo. Nel "no" è tutto il rischio del conformismo, che nel "sì" invece è assente. Ma
il "sì" comporta un impegno in un dialogo di lungo e profondo respiro al quale, probabilmente, molti sono
semplicemente impreparati.
©Francesco Sforza
labellascola@gmail.com

P.S. Nello scrivere questo articolo ho fatto largo uso del saggio German Academic Exiles in Istanbul di
Azade Seyhan (Univ. di Whashington). Il testo qui riportato è leggermente diverso da quello pubblicato su
La Voce.