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Semisepolto in mezzo a una pista sciistica sopra Champoluc, in Val d’Aosta, viene rinvenuto un cadavere. Sul corpo è passato un cingolato in uso per spianare la neve, smembrandolo e rendendolo irriconoscibile. Poche tracce lì intorno per il vicequestore Rocco Schiavone da poco trasferito ad Aosta:

briciole di tabacco, lembi di indumenti, resti organici di varia pezzatura e un macabro segno che non si è trattato di un incidente ma di un delitto. La vittima si chiama Leone Miccichè. È un catanese, di famiglia di imprenditori vinicoli, venuto tra le cime e i ghiacciai ad aprire una lussuosa attività turistica, insieme alla moglie Luisa Pec, un’intelligente bellezza del luogo che spicca tra le tante che stuzzicano i facili appetiti del vicequestore. Davanti al quale si aprono tre piste: la vendetta di mafia, i debiti, il delitto passionale. Difficile individuare quella giusta, data la labilità di ogni cosa, dal clima alle passioni alla affidabilità dei testimoni, in quelle strette valli dove tutti sono parenti, tutti perfettamente a loro agio in quelle straricche contrade, tra un negozietto dai prezzi stellari, un bar odoroso di vin brulé, la scuola di sci, il ristorante alla mano dalla cucina divina. Quello di Schiavone è stato un trasferimento punitivo. È un poliziotto corrotto, ama la bella vita. È violento, sarcastico nel senso più romanesco di esserlo, saccente, infedele, maleducato con le donne, cinico con tutto e

chiunque, e odia il suo lavoro. Però ha talento. Mette un tassello dietro l’altro nell’enigma dell’inchiesta, collocandovi vite e caratteri delle persone come fossero frammenti di un puzzle. Non è un brav’uomo ma non si può non parteggiare per lui, forse per la sua vigorosa antipatia verso i luoghi comuni che ci circondano, forse perché è l’unico baluardo contro il male peggiore, la morte per mano omicida («in natura la morte non ha colpe»), o forse per qualche altro motivo che chiude in fondo al cuore.

Antonio Manzini, attore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio e La giostra dei criceti e tre racconti («Sei il mio tesoro» e «Giochiamo?» a quattro mani con Niccolò Ammaniti e «L’accattone» per l’antologia Capodanno in giallo pubblicata da questa casa editrice). Pista nera è il suo terzo romanzo.

La memoria

916

Antonio Manzini

Pista nera

Sellerio editore Palermo

2013 © Sellerio editore via Siracusa 50 Palermo

EAN 978-88-389-3028-7

Pista nera

A mia sorella Laura

Una montagna non può spaventare chi vi è nato.

F. SCHILLER

In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile.

V. MAJAKOVSKIJ

Giovedì

Gli sciatori se n’erano andati e il sole, appena sparito dietro le cime rocciose grigio azzurre dove s’era impigliata qualche nuvola, colorava la neve di rosa. La luna aspettava il buio per poter illuminare tutta la valle fino al mattino successivo. Gli impianti di risalita erano fermi e gli chalet in quota avevano spento le luci. Si sentiva solo il brontolio dei motori dei gatti che andavano su e giù per risistemare il fondo delle piste da sci scavate tra boschi e rocce sulle costole delle montagne. L’indomani sarebbe cominciato il week-end e la stazione sciistica di Champoluc si sarebbe riempita di turisti pronti a mordere la neve con le lamine. Andava fatto un lavoro certosino. Ad Amedeo Gunelli era toccata la pista più lunga. La Ostafa. Un chilometro di lunghezza per una sessantina di metri di larghezza. La pista principale di Champoluc, quella che serviva ai maestri di sci con gli allievi alle prime armi come agli sciatori esperti per provare la superconduzione. Era quella che richiedeva più lavoro, che perdeva il manto nevoso già all’ora di pranzo. Infatti era scoperta in più punti. Sassi e terra, soprattutto al centro, la deturpavano. Amedeo aveva cominciato dall’alto. Faceva questo lavoro da soli tre mesi. Non era difficile. Bastava ricordarsi i comandi del bestione cingolato e la calma. Quella era la cosa più importante. Calma e nessuna fretta. Aveva infilato le cuffiette dell’iPod con i successi di Ligabue e s’era acceso la canna che gli aveva regalato Luigi Bionaz, il capo dei gattisti, il suo amico più caro. Era grazie a lui se Amedeo aveva un lavoro e portava mille euro al mese a casa. Sul sedile accanto aveva appoggiato la borraccetta con la grappa e il walkie-talkie. Tutto era pronto per le ore di fatica. Amedeo recuperava la neve dai bordi, la spalmava sui punti più scoperti, la trinciava con la fresa mentre i pettini la appiattivano rendendo la pista una tavola da biliardo. Era bravo Amedeo, solo che stare lì da solo non gli piaceva. Spesso si pensa che la gente di montagna ami la vita solitaria e un

po’ forastica. Niente di più falso. O almeno, niente di più falso per Amedeo.

A lui piacevano le luci, il casino, la gente e chiacchierare fino all’alba. «Una vita da medianoooo» cantava a squarciagola per tenersi compagnia.

La sua voce rimbombava sui finestrini di plexiglas mentre concentrava lo sguardo sulla neve che sotto i raggi lunari stava diventando sempre più

azzurra. Se avesse alzato gli occhi avrebbe visto uno spettacolo da togliere il fiato. Il cielo in alto era blu scuro, come le profondità marine. Intorno alle creste dei monti invece, era arancione. Gli ultimi raggi sbiechi del sole coloravano i ghiacciai eterni di viola e le pance delle nuvole di grigio metallico. Su tutto dominavano imponenti i fianchi scuri delle Alpi. Amedeo

si fece un goccio di grappa e buttò l’occhio a valle. Un presepe di strade,

casette e lucine. Uno spettacolo da sogno per chi non ci fosse nato in mezzo a quelle valli. Per lui un diorama squallido e desolante.

«Certe notti la radio che passa Nil Jàng sembra avere capito chi seiiiii…». Aveva finito il muro iniziale. Girò il gatto per scendere verso il secondo troncone e si trovò davanti a un tratto di pista nera. Faceva paura. Una distesa di ghiaccio e neve che non se ne vedeva la fine. Solo chi lavorava da anni e manovrava il gatto come un triciclo si avventurava ad attraversare quella serpentina a precipizio che immetteva sulla diramazione. E quel punto lì comunque non si batteva. Lo si lasciava così. Troppo stretto. A mettere male i cingoli rischiavi di capovolgerti, e quel bestione ti sarebbe ricaduto addosso con tutte le sue tonnellate. Ci pensavano gli sciatori passando e ripassando a sistemare la neve. Una volta

sola al mese ci si andava con le pale, quando la situazione era drammatica e

i massi ghiacciati che si formavano andavano assolutamente appiattiti.

Altrimenti su quei blocchi e sulle lastre, crociati e menischi saltavano che era una bellezza. Il walkie-talkie appoggiato sul sedile occhieggiava. Qualcuno lo stava chiamando. Amedeo si tolse gli auricolari e afferrò la radio. «Sono Amedeo». L’aggeggio scrocchiò, poi dalle scariche spuntò la voce del capo, Luigi:

«Amedeo, dove sei?». «Sono proprio davanti al muro in alto». «Basta così. Scendi a valle e fatti il pezzo sotto, al paese. Lassù ci penso io».

«Grazie Luigi». «Ascolta» aggiunse Luigi «ricordati che per andare giù al paese devi fare la scorciatoia». «La stradina dici?». «Sì, quella che parte dal Crest, così non passi sulla pista che sta facendo Berardo. Passa sulla scorciatoia, capito?». «Ricevuto. Grazie!». «Macché grazie! Mi devi un bianco prima di cena!». Amedeo sorrise: «Promesso!». Si rimise l’auricolare, ingranò la marcia più bassa e lasciò il pendio. «Balliamo un fandango… ohhhh» riprese a cantare. Nel cielo le nuvole s’erano addensate all’improvviso e avevano coperto la luna. Sempre così, in montagna basta un attimo e il tempo cambia alla velocità del vento d’altura. Amedeo lo sapeva. Le previsioni per il fine settimana erano pessime. I fari potenti del gatto illuminavano la pista e la massa di tronchi di abeti e larici sul bordo. Fra le braccia scure degli alberi si intravedevano ancora le luci di Champoluc. «Balliamo sul mondoooo ohh». Doveva passare davanti alla scuola di sci e ai garage dei gatti per poi scendere verso il paese e ricominciare a battere la pista dal fondo. Buttò il filtro bruciacchiato della canna dal finestrino. In quel momento i fari di un altro gatto lo abbagliarono. Si mise la mano davanti agli occhi. Il mezzo che risaliva in senso contrario si avvicinò. Era Berardo, un suo collega. «Oè, ma sei scemo? Mi hai accecato!». «Eh eh…» ridacchiava l’idiota. «Senti, su ci pensa Luigi. Io vado giù a farmi la fine della pista, al paese». «Ricevuto» rispose Berardo che aveva già il naso rosso, «stasera ci prendiamo un bianchetto da Mario e Michael?». «Lo devo offrire a Luigi, mi tocca comunque. Vado giù all’arrivo!» urlò Amedeo. «Fai la stradina del Crest che la pista su l’ho già fatta!». «Tranquillo, passo per la scorciatoia! A dopo!». Berardo proseguì per la sua strada. Amedeo invece come da ordini ricevuti svoltò per il Crest. Che era un piccolo agglomerato di baite sopra le

piste. Quasi tutte disabitate a parte un rifugio e un paio di villette di genovesi che amavano lo sci più della loro città. Da lì attraverso i boschi sarebbe rispuntato sulla scorciatoia che lo avrebbe riportato 800 metri più in basso. Avrebbe dato una pettinata all’arrivo della pista giù al paese e poi finalmente il bianchetto e le chiacchiere e due risate con gli inglesi già ubriachi. Attraversò le poche luci del villaggio. Se lo lasciò alle spalle. La stradina che serviva per il passaggio dei gatti era chiara e leggibile. «Ti brucerai, piccola stella senza cielo…». Cominciò a scendere lento su quella carraia che solo d’estate veniva usata dai 4x4 per arrivare al villaggio del Crest. I fari montati sul tetto illuminavano la scorciatoia a giorno. La possibilità di uscire fuori era prossima allo zero. «Ti brucerai…». Nessun problema. I cingoli tenevano alla perfezione. Solo la cabina si era inclinata come una giostra del Luna Park. Ma era pure divertente. «Ti bruceraiiii». Poi la fresa batté su qualcosa di duro e il gatto sobbalzò sui cingoli. Amedeo si girò per vedere cosa avesse colpito il mezzo. Una roccia o terra. Dal lunotto posteriore le luci illuminavano la neve smossa del sentiero. Qualcosa però non andava, se ne accorse subito, proprio al centro della stradina. Una chiazza sporca lunga almeno un paio di metri. Frenò. Si tolse l’iPod, spense il motore e scese a controllare. Silenzio. Gli scarponi affondavano nella neve. Al centro della stradina c’era una macchia. «Cristo, cos’è?». Si incamminò. Man mano che si avvicinava la chiazza in mezzo alla scorciatoia cambiava colore. Prima nera, ora violacea. Il vento fischiava appena tra gli aghi degli abeti e spargeva piume tutt’intorno. Bianche, piccole e leggere. Una gallina? Ho preso una gallina!? pensò Amedeo. Continuava ad avanzare nella neve alta sprofondando di una decina di centimetri ad ogni passo. Le piume sulla neve si alzavano in piccoli vortici. Ora la macchia era diventata marrone.

Che cazzo ho preso? Un animale? Ma non l’aveva visto? Con quei sette fari alogeni? E poi col rumore sarebbe scappato. Stava quasi per metterci gli scarponi sopra, quando finalmente la vide per quello che era: una chiazza di sangue rosso, amalgamato al manto candido

della neve. Era enorme e a meno che non avesse investito un pollaio intero, per una sola bestia tutto quel sangue era esagerato. Aggirò la macchia fino ad arrivare al punto dove il rosso era più intenso, quasi lucido. Si abbassò, guardò meglio.

E vide.

Scappò di corsa, ma non riuscì a raggiungere il bosco. Vomitò direttamente sulla scorciatoia del Crest.

Una telefonata sul cellulare a quell’ora di sera era una rottura di coglioni, sicuro come una raccomandata di Equitalia. Il vicequestore Rocco Schiavone, classe 1966, era sdraiato sul letto e si guardava l’unghia del

pollicione del piede destro. S’era annerita. Colpa del cassetto dello schedario che D’Intino gli aveva fatto cadere sbadatamente sull’alluce mentre cercava istericamente la richiesta di rilascio di un passaporto. Il dottor Schiavone odiava l’agente D’Intino. E quel pomeriggio, dopo l’ennesima cazzata fatta dal poliziotto, aveva promesso a se stesso e all’intera cittadinanza di Aosta che avrebbe fatto di tutto pur di mandare quel deficiente in qualche commissariato dell’entroterra lucano.

Il vicequestore allungò il braccio e afferrò il Nokia che non smetteva di

suonare. Guardò il display. Il numero era quello della questura. Una rottura di coglioni di ottavo grado. Se non addirittura nono. Rocco Schiavone aveva una sua personalissima scala di valutazione delle rotture di coglioni che la vita insensibilmente gli consegnava ogni giorno. La scala partiva dal sesto grado, ovvero tutto ciò che riguarda i doveri casalinghi. Giri per negozi, idraulici, affitti. Al settimo c’erano invece i centri commerciali, la banca, le poste, i laboratori di analisi, i dottori in generale con un’attenzione particolare ai dentisti, per finire con le cene di lavoro o con i parenti, che almeno quelli grazie a Dio se ne stavano a Roma. L’ottavo grado vedeva in primis il parlare in pubblico, poi le pratiche burocratiche di lavoro, il teatro, riferire a questori o magistrati. Al nono i tabaccai chiusi, i bar senza l’Algida, incontrare qualcuno che gli attaccasse

delle chiacchiere infinite, e soprattutto gli appostamenti con agenti che non si lavavano. Poi per ultimo c’era il decimo grado della scala. Il non plus ultra, la madre di tutte le rotture di coglioni: il caso sul groppone. Si appoggiò coi gomiti sul materasso e rispose:

«Chi scassa?» chiese. «Dottore, sono Deruta». L’agente scelto Deruta. Cento chili di inutile massa corporea in ballottaggio con D’Intino per il più deficiente della questura. «Che vuoi, Michele?» ruggì il vicequestore. «Abbiamo un problema. Sulle piste di Champoluc». «Dove l’abbiamo un problema?». «A Champoluc». «E dove sta?». Rocco Schiavone era stato spedito ad Aosta a settembre dal commissariato Cristoforo Colombo di Roma. E dopo quattro mesi tutto quello che conosceva del territorio di Aosta e provincia era casa sua, la questura, la procura e l’osteria degli artisti. «Champoluc è in Val d’Ayas!» rispose Deruta quasi scandalizzato. «Ma che vuol dire? Che è Val d’Ayas?». «La Val d’Ayas dottore, la valle sopra Verres. Champoluc è il paesino più famoso. Ci si scia». «Vabbè, ma insomma?». «Ecco, un paio d’ore fa è stato rinvenuto un cadavere». Un cadavere. Schiavone lasciò scivolare la mano che stringeva il cellulare sul materasso e chiuse gli occhi imprecando fra i denti: «Un cadavere…». Decimo grado. Era proprio una rottura di coglioni di decimo grado. E forse anche cum laude. «Mi sente, dottore?» gracchiava il telefono. Rocco riportò l’apparecchio all’orecchio. Sbuffò. «Chi viene con me?». «Scelga. Io oppure Pierron». «Italo Pierron, tutta la vita!» rispose rapido il vicequestore. Deruta incassò l’offesa con un silenzio prolungato. «Deruta? Che ti sei addormentato?». «No, dica dottore». «Di’ a Pierron di venire con la BMW».

«Forse per la montagna è meglio la jeep, no?». «No. La BMW è comoda, ha il riscaldamento, funziona la radio e mi piace. Sulla jeep ci vanno gli sfigati della forestale». «Allora mando Pierron a prenderla a casa?». «E digli di non citofonare». Gettò il telefono sul letto e chiuse gli occhi poggiandoci sopra la mano. Percepì il fruscio della camicia da notte di Nora. Poi il suo peso sul materasso. Poi le sue labbra e il fiato caldo sull’orecchio. Infine i denti sul lobo. In un altro momento l’operazione lo avrebbe sicuramente eccitato, ma adesso i preliminari di Nora lo lasciarono del tutto indifferente. «Che succede?» chiese Nora con un filo di voce. «Era l’ufficio». «E?». Rocco si tirò su e si mise a sedere sul letto senza neanche guardare la donna. Si infilò lentamente i calzini. «Non puoi parlare?». «Non mi va. Lavoro. Lascia stare». Nora annuì. Si tolse un ciuffo di capelli che le era caduto davanti agli occhi. «E te ne devi andare?». Rocco finalmente si girò a guardarla: «Secondo te che sto facendo?». Nora era lì, stesa sul letto. Il braccio poggiato sulla testa mostrava l’ascella perfettamente depilata. La camicia da notte di raso bordeaux le accarezzava il corpo sottolineando con giochi di ombre e luci riflesse le curve generose. I capelli lunghi lisci e castani inquadravano il suo viso bianco come la panna. Gli occhi neri sembravano due olive pugliesi appena colte dall’albero. Le labbra erano sottili ma lei sapeva passarci il rossetto facendole sembrare più grandi. Nora, un bellissimo esemplare di donna che aveva appena superato i quaranta. «Puoi essere pure più gentile, però». «No» le rispose Rocco. «Non posso. È tardi, devo andare in mezzo alle montagne, la serata con te se n’è andata a farsi benedire e magari fra un po’ comincia pure a nevicare!». Si alzò con uno scatto dal letto e andò a sedersi sulla poltrona per infilare le scarpe: le Clarks, altro tipo di calzature Rocco Schiavone non ne conosceva. Nora era rimasta stesa sul letto. Si sentiva un po’ stupida, truccata e vestita di raso. Una tavola apparecchiata per nessun invitato. Si

tirò su. «Che peccato. Per cena ti avevo preparato la raclette». «Che è?» chiese torvo il vicequestore. «Non l’hai mai assaggiata? Un piatto di fontina che si scioglie e si mangia coi carciofini, olive, pezzetti di salame». Rocco si alzò per infilarsi il maglione girocollo. «Una roba leggera insomma». «Ci vediamo domani?». «Ma che ne so, Nora! Io non so neanche dove sarò domani». Uscì dalla stanza. Nora sbuffò e si alzò in piedi. Lo raggiunse davanti alla porta. Poi gli sussurrò: «Ti aspetto». «E che so’ un autobus?» le disse Rocco. Poi sorrise. «Nora, scusa, non è serata. Sei una donna straordinariamente bella. E sicuramente l’attrazione numero uno di Aosta». «Dopo l’arco romano». «A me i serci romani m’escono dagli occhi. Tu no». La baciò frettolosamente sulle labbra e si chiuse la porta alle spalle. A Nora venne da ridere. Rocco Schiavone era così. Prendere o lasciare. Guardò la pendola che teneva nell’ingresso. Era ancora in tempo per chiamare Sofia e andarsene al cinema. Poi magari una pizza.

Rocco uscì dal portone e una mano gelida gli afferrò la gola. «… freddo di merda!». Aveva lasciato l’auto a cento metri dal portone. I piedi nelle Clarks s’erano già raffreddati al contatto col marciapiede glassato da un velo bianco di neve lurida. Tirava un vento tagliente e per le strade non c’era nessuno. Salì sulla Volvo e per prima cosa accese il riscaldamento. Si soffiò sulle mani. Erano bastati cento metri per congelarsele. «… freddo di merda!» ripeté come un mantra, e le parole insieme al fumo della condensa andarono a spalmarsi sul parabrezza appannandolo. Accese il motore diesel, il tasto per spannare il vetro e si fissò a guardare un paralume di ferro che oscillava al vento. Nel cono di luce passavano granelli di neve che attraversavano il buio come pulviscolo di stelle. «Nevica! Lo sapevo!». Inserì la retromarcia e lasciò Duvet.

Quando parcheggiò sotto casa a rue Piave, la BMW con Pierron a bordo era

già lì con il motore acceso. Rocco si fiondò dentro l’abitacolo che l’agente aveva già portato a 23 gradi. Un piacevole senso di benessere lo avvolse come una coperta di lana. «Italo, mica avrai citofonato a casa mia?». Pierron ingranò la marcia: «Sono mica scemo, commissario». «Bravo. Però ti devi levare ’sto vizio. Commissario non esiste più». I tergicristalli scacciavano i fiocchi di neve dal parabrezza. «Se nevica qui, figuriamoci su a Champoluc» disse Pierron. «Sta in alto?». «Mille e cinquecento». «Roba da matti!». Il massimo dell’altitudine sul livello del mare che Rocco Schiavone avesse mai raggiunto nell’arco della sua vita erano i 137 metri di Monte Mario. Se si escludevano è ovvio gli ultimi quattro mesi con i 577 metri di Aosta. Non poteva neanche immaginare che qualcuno potesse vivere a 2.000 metri sul livello del mare. Una cosa da far girare la testa. «Che fanno a 1.500 metri?». «Si scia. Si scala il ghiaccio. L’estate si fanno le passeggiate». «Ma pensa te». Il vicequestore prese una Chesterfield dal pacchetto dell’agente. «A me piacciono le Camel». Italo sorrise. «Le Chesterfield sanno di ferro. Compra le Camel, Italo». La accese e tirò una boccata. «Manco le stelle» disse guardando fuori dal finestrino. Pierron era concentrato sulla guida. Sapeva che adesso sarebbe partita la sonata del nostalgico. E infatti fu così. «A Roma di questi tempi fa freddo, ma spesso c’è la tramontana che spazza via le nuvole. E allora c’è il sole. C’è il sole e fa freddo. La città è rossa e arancione, il cielo azzurro ed è bello camminare per le strade sui sampietrini. Escono fuori tutti i colori, quando c’è la tramontana. Come uno straccio che toglie la polvere accumulata su un quadro antico». Pierron alzò gli occhi al cielo. Lui a Roma c’era stato una sola volta, cinque anni prima, e per la puzza aveva vomitato per tre giorni consecutivi. «E poi la figa. Tu non hai idea della quantità di figa che c’è a Roma. Guarda, forse solo a Milano. Ci sei stato a Milano?». «No». «Male. Vacci. È una città splendida. La devi solo capire». Pierron era un buon ascoltatore. Uomo di montagna, sapeva tacere

quando c’era da tacere e parlare quando invece era il momento di aprire bocca. A 27 anni ne dimostrava dieci di più. Non era mai uscito dalla Val

d’Aosta, a parte quei giorni a Roma e una settimana a Djerba con Veronica,

la fidanzata di una volta.

A Italo, Rocco Schiavone piaceva. Perché era uno alla mano, e a stare con lui c’era sempre da imparare. Prima o poi gli avrebbe chiesto al vicequestore, che lui si ostinava a chiamare commissario, cosa fosse

successo a Roma. Ma il loro rapporto era troppo fresco, Italo lo sentiva, non era ancora il momento di scendere nei particolari. Per ora aveva accontentato la sua curiosità andando a sbirciare nelle carte e nei rapporti. Rocco Schiavone aveva risolto una bella quantità di casi, omicidi, furti, truffe, e sembrava destinato ad una carriera fulgida e soddisfacente. Invece all’improvviso la stella Schiavone era caduta, precipitata con un trasferimento rapido e silenzioso in Val d’Aosta per motivi disciplinari. Ma cosa avesse comportato quella macchia nel CV di Rocco Schiavone non era riuscito a capirlo. Gli agenti in questura ne avevano parlato. Caterina Rispoli propendeva per un’alzata di testa di Schiavone. «Avrà pestato i piedi

a qualcuno molto in alto, a Roma è facile». Deruta invece era sicuro che

essendo troppo bravo e senza raccomandazioni dava fastidio. D’Intino sospettava una storia di corna. «Magari ha toccato una donna che non doveva toccare». Italo invece aveva un sospetto e se lo teneva solo per lui. Nasceva dall’indirizzo di residenza di Rocco Schiavone. Via Alessandro

Poerio. Gianicolo. Prezzi delle case più di 8.000 a metro quadrato, come suo cugino, immobiliarista a Gressoney, gli aveva detto. E non si comprano case

in

quel quartiere con lo stipendio da vicequestore. Rocco spense la sigaretta nel portacenere. «A che pensi, Pierron?». «A niente, dottore. Alla strada». E Rocco si mise in silenzio a guardare l’autostrada picchiettata dai fiocchi

di

neve.

Alzando lo sguardo dalla strada principale di Champoluc si vedeva una macchia di luce in mezzo ai boschi. Era il luogo del ritrovamento illuminato dai fari alogeni. E se si strizzavano gli occhi si riuscivano a scorgere le ombre dei poliziotti e dei gattisti che si davano da fare. La voce era circolata con la velocità del vento di montagna. E tutti se ne stavano alla base dell’ovovia coi nasi puntati verso il bosco, a mezza costa, ognuno con la

stessa domanda che difficilmente a breve avrebbe avuto una risposta. I turisti inglesi ubriachi, gli italiani coi visi preoccupati. Gli indigeni nel loro patois ridacchiavano pensando alle torme dei milanesi, genovesi e piemontesi che l’indomani avrebbero trovato le piste chiuse. La BMW guidata da Italo si fermò ai piedi della cabinovia. C’era voluta un’ora e mezza da Aosta. Salendo la strada piena di curve a gomito, Rocco Schiavone aveva osservato quel paesaggio. I boschi neri, i ghiaioni vomitati dalle coste rocciose a valle come fiumi di latte. Almeno, durante quella scalata infinita, all’altezza di Brusson aveva smesso di nevicare e la luna libera in cielo picchiava sul manto candido che rifletteva la luce. Sembrava che avessero seminato tanti piccoli diamanti in mezzo alla campagna. Rocco smontò dall’auto avvolto dal suo loden blu e subito sentì la neve mordergli le suole delle scarpe. «Commissario, è lassù. Ora ci vengono a prendere col gatto» disse Pierron indicando i fari seminascosti dagli alberi a mezza costa. «Il gatto?» chiese Rocco sminuzzando il fiato fra i denti che gli battevano per il freddo. «Sì, è il mezzo cingolato che lavora le piste». Schiavone prese un respiro. Che cazzo di posto per andare a morire, pensò. «Italo, dimmi un po’ una cosa. Come è possibile che in mezzo ad una pista nessuno si sia accorto che c’era un corpo? Dico, non ci si passa con gli sci?». «No, commissario… pardon, vicequestore» si corresse immediatamente Pierron. «L’hanno trovato nel bosco, proprio in mezzo ad una scorciatoia. Lì non ci passa nessuno. A parte quelli coi gatti». «Ah. Capito. Comunque chi è che va a seppellire un cadavere lassù?». «Questo lo deve scoprire lei» chiuse Pierron con un sorriso ingenuo. Il rumore di un martello pneumatico riempì l’aria fredda e tersa. Non era un martello pneumatico, però. Era arrivato il gatto delle nevi. Si fermò alla base della cabinovia col motore acceso sputando fuori un fumo denso dalla marmitta. «Quello è il gatto, vero?» chiese Rocco. Un affare di quel genere lui l’aveva visto solo nei film o nei documentari sull’Alaska. «Già. E adesso ci porta su, commissario! Vicequestore, pardon». «Senti, fa’ una cosa, tanto non t’entra in testa. Chiamami come ti pare, sai

quanto me ne frega. E comunque» proseguì Rocco guardando il mezzo cingolato, «perché lo chiamano gatto se pare un carrarmato?». Italo Pierron si limitò ad alzare le spalle. «E annamo su ’sto gatto, va’!». Il vicequestore si guardò i piedi. Le Clarks s’erano completamente bagnate, la pelle scamosciata s’era imbevuta d’acqua e l’umidità gli stava penetrando nei calzini. «Dottore, le avevo detto che si doveva comprare un paio di scarpe adatte». «Pierron, non mi rompere il cazzo. Io quelle betoniere che portate ai piedi non me le metto manco morto». Si incamminarono fra cumuli di neve e buche provocate dalle derapate degli sciatori. Il gatto con le luci montate sul tettuccio fermo in mezzo alla neve sembrava un grosso insetto meccanico pronto a ghermire una preda. «Ecco dottore, poggi il piede sul cingolato e venga dentro» gli urlò il gattista seduto al posto di guida nella cabina rivestita di plexiglas. Rocco obbedì. Si sedette dentro l’abitacolo, subito seguito da Pierron. Il pilota chiuse la portiera e ingranò la marcia. Rocco percepì una puzza di alcol mista a sudore. «Sono Luigi Bionaz, quello che comanda i gatti qui a Champoluc» disse l’autista. Rocco si limitò a guardarlo. Il tipo aveva la barba di un paio di giorni e gli occhi chiari ed etilici. «Luigi, stai bene?». «Perché?». «Perché prima di partire su ’sto coso, voglio sapere se sei ’mbriaco». Luigi lo guardò con gli occhi grossi quanto i fari del gatto delle nevi:

«Io?». «Non me ne frega niente se bevi o ti fai le canne. Solo non mi va di ammazzarmi su questo trabiccolo a millecinquecento metri d’altitudine». «No dottore, è tutto a posto. Io bevo solo la sera. L’odore che sente capace che è di qualche ragazzo che ha usato il mezzo oggi pomeriggio». «E come no» disse scettico il vicequestore. «Vabbè. Annamo va’». Il gatto si inerpicò sulla pista da sci. Illuminato dai fari, Rocco vedeva un muro di neve davanti a sé, e non poteva credere che quel pachiderma riuscisse ad arrampicarsi su un pendio così erto. «Dimmi un po’! Ma non è che ce ne andiamo a gambe all’aria?».

«Non si preoccupi dottore. Queste bestie salgono pendenze oltre il 40 per cento». Presero una curva e si ritrovarono in mezzo ai boschi. La lama dei fanali rischiarava il manto soffice e i tronchi neri degli alberi che soffocavano la pista. «Quant’è larga ’sta pista?». «Una cinquantina di metri». «E in un giorno normale quante persone ci passano?». «Questo dobbiamo chiederlo all’ufficio direzione. Loro sanno quanti ski- pass giornalieri vendono. Si può fare un conteggio, ma mica tanto preciso». Il vicequestore annuì. Si mise le mani in tasca, estrasse un paio di guanti di pelle e li indossò. La pista piegava a destra. Pierron non diceva una parola. Guardava in alto, sembrava stesse cercando una risposta fra i rami degli abeti e dei larici. La salita proseguì, accompagnata solo dal ruggito del motore. Poi finalmente nel pieno di una radura apparvero i quarzi piazzati dai poliziotti intorno al luogo del ritrovamento. Il gatto abbandonò la pista e tagliò per il bosco. Sobbalzò su un paio di radici e di cunette. «Senti, chi ha trovato il corpo?» chiese Rocco. «Amedeo Gunelli». «E ci posso parlare?». «Sì commissario, è giù alla stazione della cabinovia che aspetta. Ancora non s’è ripreso» rispose Luigi Bionaz mentre fermava il mezzo. Finalmente spense il motore.

Appena mise i piedi sulla neve, il vicequestore Rocco Schiavone capì quanto avesse ragione il suo collega a portarsi gli scarponi con la suola insulate, quelli che Rocco chiamava betoniere. Che a due betoniere ci assomigliavano proprio. Il gelo gli morse le piante dei piedi che ormai formicolavano per il freddo e la scarica gli percorse i nervi dai calcagni fino al cervello. Respirò. L’aria era ancora più sottile che a valle. La temperatura abbondantemente sotto lo zero. Gli pulsava la cartilagine delle orecchie e il naso s’era già messo a colare. L’ispettore Caterina Rispoli si avvicinò a passi leggeri. «Vicequestore».

«Ispettore». «Siamo saliti io e Casella per mettere in sicurezza il posto». Rocco annuì. Guardò il viso dell’ispettore Rispoli che spuntava appena dal cappello calcato fin sotto le orecchie. Il rimmel e l’eyeliner colavano come da una maschera di cera. «Resti qui ispettore». Poi si voltò. In basso si vedevano le luci del paese. Alla sua destra c’era il gatto guidato da Amedeo ancora parcheggiato in mezzo al bosco dove quel poveretto l’aveva lasciato ore prima.

Avanzando con la neve quasi al ginocchio, Rocco si avvicinò al bestione. Controllò il muso. Ci passò sopra la mano, lo squadrò per bene, neanche avesse deciso di comprarselo. Poi si accucciò e guardò sotto i cingolati coperti di neve fresca. Annuì un paio di volte e si incamminò verso il luogo del ritrovamento. «Che stava controllando, dottore?» gli chiese Italo, ma il vicequestore non rispose. Un poliziotto con gli sci in spalla gli venne incontro agilmente, nonostante gli scarponi coi ganci rigidi e pesanti: «Commissario! Sono l’agente Caciuoppolo!». «’Azzo, un nativo anche tu!». Il giovane sorrise. «Ho messo in sicurezza il posto». «Bravo Caciuoppolo. Adesso dimmi, dov’è che hai imparato a sciare?». «A Roccaraso. I miei tengono una casa là. Lei è di Roma, commissario?». «Trastevere. E tu?». «Vomero». «Bene. Andiamo a vedere che abbiamo».

Che avevano? Un corpo semiassiderato sotto una decina di centimetri di neve. Chiamarlo corpo era un eufemismo. Una volta forse lo era. Un pasticcio di carne, nervi e sangue maciullati dalle frese del gatto delle nevi. E intorno c’erano piume. Dappertutto. Il vicequestore si strinse nel loden. Il vento, anche se lieve, penetrava nel bavero e gli accarezzava il collo lasciando una scia di peli sull’attenti come soldati schierati davanti a un generale. A Rocco faceva già male il ginocchio, quello che s’era spappolato a 15 anni giocando l’ultima partita con la sua squadra, la Urbetevere Calcio. Chino sul morto c’era Alberto Fumagalli. L’anatomopatologo di Livorno,

che con una penna smuoveva i piccoli lembi della giacca a vento del poveraccio. Il vicequestore si avvicinò senza salutarlo. Da quattro mesi, giorno del loro primo incontro, non lo facevano. Perché cominciare adesso?

«Che sono tutte ’ste piume?» chiese Rocco. «L’imbottitura della giacca a vento» rispose Alberto chino sul cadavere. La faccia del poveretto non si distingueva. Un braccio era stato tranciato

di netto e la gabbia toracica s’era aperta sotto la pressione e il peso del

mezzo, sputando fuori il contenuto. «Come è ridotto» disse Rocco a bassa voce. Fumagalli scosse la testa. «Devo portarlo in sala autoptica. Gli do un’occhiata e poi ti dico. Così a occhio e croce… boh! Quel coso l’ha massacrato. Solo a rimettere insieme tutti i pezzi sai che lavoro! Adesso siccome mi son congelato e rotto i coglioni, me ne torno giù a bere una cosa calda. Comunque è un uomo». «E fino a qua ci arrivavo pure io». Alberto guardò storto Rocco. «Mi fai finire? È un uomo sui 40. L’orologio segna le sette e mezzo. E secondo me è quando quel carrarmato gli è passato sopra». «Condivido». «Non ha documenti con sé. Ferite ne ha troppe. Però la sai una cosa, Schiavone?». «E dimmela, Fumagalli». «C’è sangue in giro». «Pure troppo. E quindi?» chiese Rocco. «Vedi? Il sangue con tutte le sue componenti, acque e cellule, già a 0 gradi celsius ghiaccia. Ma nei laboratori per sicurezza lo si tiene a – 4 gradi

centigradi. Comunque la cosa che ti deve far pensare è che quassù s’è a zero gradi, capito? Zero gradi centigradi. E invece il sangue è ancora bello liquido, direi. Quindi significa che non è morto da molto tempo». Il vicequestore annuì silenzioso. S’era fissato a guardare la mano sinistra del cadavere. Grossa. Nodosa. Gli ricordava le mani di suo padre, massacrate

da anni di inchiostri e soluzioni acide della stamperia. A quella sinistra del

morto mancavano tre dita. La destra invece giaceva a una decina di metri dai resti di quel corpo ancora anonimo. «Ho visto ricci sull’autostrada ridotti meglio!» disse Schiavone e un fumo

di condensa uscì grasso e compatto dalla sua bocca. Poi finalmente girò lo sguardo sul luogo messo in sicurezza dagli agenti. Era un macello.

A parte le tracce profonde lasciate dal gatto, c’erano impronte

dappertutto. A dieci metri, sul limitare del bosco, c’era addirittura un agente che stava pisciando su un tronco. Stava di spalle, e Rocco non riusciva a capire chi fosse. «Oh!» gridò. Quello si voltò. Era Domenico Casella. «Che cazzo fai?» gli urlò Rocco. «La pipì, dottore!». «Bravo Casella. Così fai felici quelli della scientifica!». Fumagalli lanciò un’occhiata a Casella e a Caciuoppolo che se ne stava con gli sci in spalla ad una distanza di sicurezza per non vedere i resti maciullati. «Siete un branco di bucaioli!» bofonchiò il medico livornese. «Ma dico io. Ma non v’hanno insegnato niente a voi?». Casella si tirò su la lampo e si avvicinò al vicequestore: «No, è che proprio non la tenevo più. E poi, dottore, mica è detto che l’hanno ammazzato qui, no?». «Ecco, abbiamo Sherlock Holmes qua! Vaffanculo Casella. Stai lontano da qui e mettiti accanto al gatto delle nevi che lì non fai danni. Laggiù, vicino all’ispettore Rispoli. Forza! Hai toccato altro?». «No». «Bravo. Stai lì buono e a cuccia». Poi Rocco allargò le braccia sconsolato. «La sai una cosa, Alberto?».

«E dimmela».

«Fra un po’ li senti tu quelli della scientifica quando troveranno impronte digitali dei nostri, urine, peli, capelli. Che alla fine se pure l’omicida ha defecato per terra non sono più in grado di risalire a una traccia. E grazie a imbecilli come Casella… e pure te Caciuoppolo! Dici che hai messo in sicurezza il luogo e poi?». Caciuoppolo abbassò la testa. «Guarda che hai fatto! Ci sono tutte le tue impronte intorno al cadavere, sulla strada, ovunque! Madonna di Dio! Poi dice che uno si rompe i coglioni e molla tutto!». Le scarpe erano fradice. Il freddo aumentava in maniera esponenziale man

mano che passavano i minuti. Gli zero gradi di Fumagalli erano un ricordo e

il vento continuava a infastidirlo fin dentro la maglietta della salute. E Rocco avrebbe voluto essere ad almeno 600 chilometri da lì, magari

all’osteria Gusto in via della Frezza, da Antonio, a due passi dal lungotevere

a mangiare i fritti e la tartare insieme a una bottiglia di Verdicchio di

Matelica. «Ma è possibile che sia uno sciatore?» chiese per spezzare la tensione l’agente Pierron, che fino a quel momento se n’era stato a distanza di sicurezza dal morto. Rocco lo guardò con tutto il disprezzo accumulato in quattro mesi di esilio: «Italo, ha gli stivali! Hai mai visto uno sciare con gli stivali di vitella con la suola di gomma?». «No, da qui non lo vedevo. Scusate!» rispose Italo incassando la testa nelle spalle. «E allora invece di sparare cazzate, fai due passi avanti e guarda! Fa’ il tuo mestiere!». «Declinerei volentieri, commissario!». Rocco si intristì. Guardò l’anatomopatologo negli occhi: «Questi mi danno, e questi mi porto in giro. Vabbè Alberto, grazie. Chiamami appena sai qualcosa. Speriamo che è morto d’infarto, è caduto e poi la neve l’ha ricoperto». «Speriamo» disse Alberto. Rocco gettò un’ultima occhiata al cadavere: «Salutami quelli della scientifica». E si girò per andare via. Ma qualcosa lo aveva colpito, tipo un insetto quando si va in motorino senza parabrezza. Si girò su se stesso. «Alberto, tu che sei un uomo di mondo. Addosso aveva vestiti tecnici?». Alberto fece una smorfia. «Mah, i pantaloni sono imbottiti. La giacca a vento sì, è seria. Una North Face Polar. Costa pure un sacco di quattrini. L’ho comprata identica a mia figlia. Rossa però». «E?». «Più di 400 euro». Rocco si chinò nuovamente sul corpo semiassiderato: «Non ha i guanti. Perché?». Alberto Fumagalli allargò le braccia. Il vicequestore si rialzò: «Meditiamo su ’sta cosa. Meditiamo».

«Be’ commissario» prese la parola Caciuoppolo che se n’era stato appoggiato alle racchette da sci ad ascoltare, «magari è uno che abita in una delle casette al Crest. Vede? Sono lì a duecento metri». Rocco guardò il piccolo agglomerato di tetti nascosti fra la neve. «Ah. C’è gente che vive lassù?». «Sì». «In mezzo al niente? Boh…». «Se uno ama la montagna, quello è un posto per pochi, sa?». Rocco Schiavone fece una smorfia di disapprovazione. «Può essere Caciuoppolo, può essere. Bravo». «Grazie». «Ma può anche essere che è morto da un’altra parte e che qui ce l’hanno portato. No?». Caciuoppolo rimase pensieroso. «Anche se…» aggiunse Rocco «… allora la giacca a vento gliel’hanno infilata dopo. Perché uno mica muore al chiuso con la giacca a vento. Oppure no? O magari stava per uscire, ed è morto? Oppure era andato a trovare qualcuno, ha fatto solo in tempo a togliersi i guanti ed è morto?». Rocco guardava Caciuoppolo senza vederlo. «Oppure non l’hanno ucciso, è morto per i fatti suoi e io sto a spara’ un sacco di stronzate. No, Caciuoppolo?». «Commissa’, se lo dice lei». «Grazie agente. Appureremo pure ’sta cosa. E comunque non so se leggi le circolari, se ti informi, ma nel corpo di polizia i commissari non ci sono più. Ora ci chiamano vicequestori. Ma è solo per dovere di informazione. A me non me ne frega meno di niente!». «Sissignore». «Caciuoppolo, ma perché uno che nasce a Napoli, che ha Capri Ischia e Procida a mezz’ora di traghetto, Positano, la costiera, se ne viene a schiattare di freddo da ’ste parti?». Caciuoppolo lo guardò e sparò un sorriso guappo con tutti i denti bianchi al loro posto. «Commissa’, pardon, vicequestore. Come dice il fatto là? Che più di una coppia di buoi il carro lo tira…». «Capito». Rocco guardò il cielo nero, dove le nuvole correvano per scoprire le stelle. «E tu l’hai trovata in mezzo ai monti?». «No. Ad Aosta. Tiene una gelateria».

«Una gelateria? Ad Aosta?». «Eh. Guardi che pure qui viene l’estate». «Non lo so ancora. Sono arrivato a fine settembre». «Abbia fiducia dotto’. Arriva, arriva! Ed è bellissima». Rocco Schiavone si incamminò per raggiungere il gatto che lo aspettava per riportarlo al paese. I piedi oramai erano due filetti di platessa surgelati.

Quando il mezzo depositò Schiavone e Pierron alla base della cabinovia, la folla di curiosi era diminuita, potenza del freddo e della neve. Solo gli inglesi resistevano compatti a cantare a squarciagola «You’ll never walk alone». Il vicequestore li guardò. Rossi in viso, gli occhi semichiusi dalle birre. Gli girarono i coglioni. Ancora ricordava il 30 maggio 1984. Conti e Graziani che sparavano il pallone a cazzo di cane sugli spalti e il Liverpool che si portava a casa la quarta coppa dei campioni. «Pierron, falli smettere!» gridò. «Lassù c’è un cadavere, un po’ di rispetto, ecchecazzo!». Pierron si mosse e andò a parlare con gli inglesi. I quali si scusarono civilmente, gli strinsero la mano e si azzittirono. Rocco ci rimase male. Primo perché ormai gli giravano e una bella lite lo avrebbe aiutato a sfogarsi un po’. Secondo perché Pierron sapeva l’inglese. Schiavone a malapena sapeva dire «Imagine all the people», frase di nessuna utilità in patria quanto in terra d’Albione. «Sai l’inglese, Italo?» gli chiese. «Ma sa dottore…» rispose l’agente con un tono di scusa, «nelle valli parliamo tutti francese e l’inglese a scuola ce lo insegnano bene. Sa, noi viviamo di turismo. Vede, le scuole della Val d’Aosta sono ottime. Impariamo le lingue, la tecnica bancaria, siamo abbastanza all’avanguardia nella…». «Pierron!» lo interruppe il vicequestore. «Quando voi stavate nelle caverne a grattarvi i pidocchi, a Roma già eravamo froci!» e affrettò il passo verso l’automobile che li aspettava. Pierron scosse la testa. «Che facciamo, torniamo in città?». «Voglio farmi quattro chiacchiere con quello che ha trovato il cadavere» rispose Rocco e si avviò verso gli uffici della cabinovia. Italo lo seguì come un bracco.

Gli uffici del Monterosa Ski a quell’ora erano deserti. A parte una ragazza

in tailleur e un poliziotto vestito da sci che se ne stavano seduti nella hall. Le luci al neon segnavano i loro visi. Ma mentre il poliziotto portava una bella abbronzatura di chi passa ore sulle piste, la ragazza, formosa, era pallida e sfinita. Un po’ sovrappeso, ma mica da buttare via, pensò Rocco appena la vide entrando dalla doppia porta a vetri insieme a Pierron. Il poliziotto sugli sci scattò. Ai suoi piedi una piccola pozzanghera d’acqua, segno che la neve attaccata ai suoi scarponi Nordica s’era sciolta. E segno ineludibile che l’agente se ne stava seduto lì già da un pezzo. «Agente De Marinis». Rocco lo squadrò. «E perché non sei su col tuo collega del Vomero, Caciuoppolo, a presidiare il luogo dell’omicidio?». «Stavo qui accanto ad Amedeo, quello che ha trovato il corpo» si giustificò il poliziotto. «Che sei, una baby-sitter? Piglia gli sci e va’ su a dare una mano». «Subito, dottore». Sbatacchiando gli scarponi De Marinis abbandonò l’ufficio. «Dov’è?» chiese Rocco alla ragazza. «Venga, Amedeo è di là» gli rispose l’impiegata indicando una porta chiusa alle sue spalle, «gli ho dato un tè caldo». «Brava… Margherita» disse Rocco leggendo il nome sulla targhetta appuntata al risvolto della giacca, «brava. Portacene uno pure a noi due, fai

il favore». La ragazza annuì e si allontanò.

Amedeo era seduto su una sedia di finta pelle. Occhi gonfi e i capelli spiaccicati sulla testa. Aveva poggiato berretto e guanti sul tavolo, lo

sguardo sul pavimento. Rocco e Italo presero due poltroncine con le rotelle

e si sedettero davanti a lui. Finalmente Amedeo alzò gli occhi. «Chi siete?»

chiese con un filo di voce. «Vicequestore Schiavone. Te la senti di rispondere a un paio di domande?». «Giuda porco. Una cosa da non credere. Ho sentito un tac e…». Rocco lo fermò con un gesto della mano. «Fa’ il favore, Amedeo. Andiamo per ordine. Allora, tu lavori sui cosi, lì… i gatti delle nevi, no?». «Sì, da qualche mese. Il lavoro me l’ha trovato Luigi, il capo. Che è un mio

amico caro». «È quello che ci ha portati su, dottore» aggiunse Italo. Rocco annuì. «Io avevo appena finito la pista lassù in alto. C’era un muro e…». «Un muro?» chiese Schiavone storcendo la faccia. «Quando la pista diventa molto ripida è così che si chiama. Muro. O pista nera» venne in soccorso Italo. «Vai avanti, Amedeo». «Il muro è troppo ripido. Non si fa. È pericoloso, stretto, e se uno non è in gamba e d’esperienza può finire male. Per fortuna Luigi, il mio capo, mi ha chiamato e mi ha detto che potevo tornare giù a fare la parte finale della pista, quella che arriva al paese». «E?». «E io me ne sono andato. Solo che per tornare giù a valle non si passa sulle piste appena lavorate. Si fa la scorciatoia, quella del Crest». «La usate tutti?». «Cosa?». «’Sta scorciatoia del Crest» fece Rocco. «Alla fine del lavoro sì. Sennò roviniamo il lavoro già fatto. Io ho finito per primo perché sono quello che ha meno esperienza insomma. Allora si passa per il Crest, che è quel villaggetto di poche case. Da lì, alla fontana, parte la scorciatoia che passa per i boschi e ti riporta giù a valle». «Ed è lì che hai beccato il cadavere». Amedeo non rispose. Abbassò gli occhi. «E da quella scorciatoia poi uno che fa?» chiese ancora Rocco. «Si ritrova in mezzo alla pista che porta al paese. Che è l’ultima che battiamo. E poi il lavoro è finito». «Capito. Passate uno alla volta e l’ultimo la batte così è pronta per il giorno dopo» concluse Rocco. «Quindi se non eri te sarebbe stato qualcun altro a investire il cadavere. Hai avuto sfortuna a essere il primo, Amedeo». «Già». «Bene. È tutto chiaro» disse Rocco nel momento in cui Margherita entrò con due bicchierini di plastica fumanti. Rocco ne prese uno. «Grazie del tè, Margherita» e lo tracannò. Sapeva di detersivo per i piatti. Ma almeno era caldo. Margherita fece per uscire quando Rocco la fermò. «Dimmi una cosa, Margherita». La ragazza si voltò. «Certo dottore».

«Quanti abitanti fa Champoluc?». «Escluso i turisti?». «I residenti, intendo». «Neanche 400». «Una grande famiglia, no?». «Sì. Siamo quasi tutti parenti alla fine. Io e Amedeo per esempio siamo cugini». Amedeo annuì per confermare. Margherita, visto che il vicequestore non aggiungeva altro, si accomiatò con un sorriso. Rocco diede una pacca sul ginocchio dell’autista dei gatti. Era la prima volta che Italo vedeva il suo capo avere un moto d’affetto verso uno sconosciuto. Amedeo sobbalzò spaventato. «Allora Amedeo, ora tu vattene a casa. Dormi, se ci riesci. Anzi, lo vuoi un consiglio? Prendi una bella ciucca. E non pensarci più. Mica è colpa tua, no?». «No. Infatti. Io guidavo, poi all’improvviso ho sentito un tac fortissimo e ho frenato. Pensavo, che ne so? Una radice, un masso. Poi invece tutto quel sangue. Mica l’avevo visto io il corpo!». Rocco mosse appena la testa di lato, poi allungò una mano verso il taschino della giacca a vento del ragazzo. Ci infilò due dita e tirò fuori un pacchetto di cartine Rizla. «Non l’hai visto, a meno che non ti sei fumato pure l’anima» Rocco annusò le cartine. «Erba. L’erba almeno tiene su l’umore. Quante te ne sei fatte mentre eri su a pettina’ la neve?». «Una» disse con un rantolo Amedeo. «E magari mettici pure un paio di bicchierini sopra, capace che quel poveraccio t’ha attraversato la strada e manco l’hai visto, no?». «No, dottore! No! Le giuro che quella persona non l’ho proprio vista. Il gatto ha sette fari montati sul tetto, se m’avesse attraversato la strada me ne sarei accorto!». Con gli occhi spalancati Amedeo guardava un po’ Rocco un po’ Italo cercando uno sguardo comprensivo. «Quando sono sceso ho pensato che avevo preso una gallina, un tacchino, pure se tacchini e galline lassù non ce ne sono mica. Ma c’erano piume, piume dappertutto. Un mare di piume». Rocco sorrise appena. «Poteva essere pure una coperta dell’Ikea, no?». «Mi creda dottore. Io non l’ho visto!». «Che cazzo ne sai che è un uomo?» scattò Rocco e il cambio repentino

d’umore spaventò anche Italo Pierron. Amedeo sembrò rimpicciolirsi sulla sedia. «Non lo so. Ho detto così per dire». Rocco fissò il ragazzo in silenzio per almeno dieci secondi. Amedeo sudava. Le mani aggrappate al tavolino tremavano. «Amedeo Gunelli, guarda che se scopro che l’hai messo sotto tu è omicidio colposo. Ti fai un bel po’ di anni al gabbio, lo sai?». «Per gabbio il vicequestore intende prigione» tradusse Italo che ormai un po’ di romano dopo quattro mesi di frequentazione cominciava a masticarlo. Le mandibole di Amedeo caddero come se qualcuno le avesse slegate. «Ricordati una cosa, Amedeo» disse Rocco alzandosi dalla sedia. «La polizia può essere amica tua o il tuo peggior incubo. Dipende da te».

Fuori il vento schiaffeggiò i due poliziotti con le sue mani ghiacciate. Italo

si avvicinò trotterellando al vicequestore. «Perché gli ha detto così? Pensa

che l’abbia investito lui?». «Magari. Avevamo risolto. No, non l’ha beccato lui. Il gatto lassù, non ha tracce di botte o graffi sulla parte anteriore. Se l’avesse preso in pieno qualcosa ci sarebbe stata. Invece niente». «E allora?» chiese Italo che non capiva. «Vedi Italo, se li spaventi saranno sempre a tua disposizione. Quello è un

bravo ragazzo, magari può tornare utile. È sempre meglio che abbiano paura

di noi, credimi».

Italo annuì convinto. «C’è una cosa che invece dobbiamo tenere a mente: con quei fari così potenti non ha visto il corpo di quel disgraziato steso per terra. Ecco, su questa cosa ci dobbiamo meditare sopra». «Segno che il cadavere era ricoperto dalla neve?». «Evvai Italo. Cominci a ingranare».

Rocco e l’agente Pierron stavano per risalire in auto quando una Lancia Gamma blu frenò a dieci metri da loro. Rocco alzò gli occhi al cielo. L’equazione era immediata, Lancia blu=procura. Dall’auto scese un uomo sul metro e settanta scarso, chiuso in un piumino che gli arrivava sotto al ginocchio. Portava un cappello di pelo che quasi gli

copriva gli occhi. A passi veloci si avvicinò a Rocco Schiavone allungando la mano destra. «Sono Baldi. Piacere». Rocco gli strinse la mano. «Schiavone, vicequestore mobile». «Allora, mi dice cosa abbiamo qui?». Rocco lo squadrò dalla testa ai piedi. Quell’uomo che sembrava un reduce dell’armata italiana in Russia era il magistrato di turno. «Lei è il magistrato?». «No. Sono sua nonna. Grazie che sono il magistrato». Cominciamo benissimo, pensò Rocco. Al dottor Baldi giravano ancora più velocemente che a lui. Era di turno e adesso anche lui si prendeva questa bella rottura di coglioni sul groppone. Un po’ gli fece piacere, evidentemente non era stato l’unico strappato al tepore e alla tranquillità di una serata piacevole e sbatacchiato in mezzo alla neve a 1.500 metri sul livello del mare. «Allora lassù c’è un cadavere. Uomo. Fra i 40 e i 50». «Chi è?». «Se l’avessi saputo le avrei fatto nome e cognome». «Niente documenti?». «Niente. E che è un uomo lo si intuisce. Non so se rendo l’idea». «No, non la rende» rispose il magistrato, «e non faccia giri di parole. Vada al sodo. Mi descriva bene cosa abbiamo perché io ne ho già le palle piene. Allora dottor Schiavone, perché si intuisce che è un uomo?». Schiavone si schiarì la voce. «Perché c’è passato sopra il gatto delle nevi e l’ha spappolato con le frese. Vede, la testa è stata schiacciata con relativa fuoriuscita di cervello, dalla cassa toracica escono a casaccio pezzi di polmoni e altre interiora che lo stesso Fumagalli, il nostro anatomopatologo, stenta a riconoscere. Una mano è a dieci metri dal corpo, un braccio è stato staccato, le gambe sono piegate come natura non riuscirebbe a fare, quindi è chiaro che sono spezzate in più punti. Lo stomaco è attorcigliato in diverse spirali sanguinolente e…». «E basta!» urlò il magistrato. «Che fa, si diverte?». Rocco sorrise. «Lei mi ha chiesto una descrizione particolareggiata di cosa abbiamo lassù e io gliela sto dando». Maurizio Baldi annuì più volte guardandosi intorno come a cercare una domanda da fare o una risposta da dare. «Io sono in procura. Ci vediamo. Mi auguro sia una morte accidentale».

«Me lo auguro pure io ma non credo». «Perché?». «Perché me lo sento. Colpi di fortuna è da tempo che non li vedo». «A chi lo dice. Di tutto avrei voglia tranne di un omicidio in mezzo ai testicoli». «Copia conforme». Il magistrato guardò il vicequestore. «Le posso dare un consiglio?». «Certo». «Se come lei dice non si tratta di un incidente, le toccherà lavorare quassù. Vestito così rischia delle amputazioni alle mani e ai piedi per avvenuta cancrena». Rocco annuì. «La ringrazio per il consiglio». Il magistrato puntò gli occhi su quelli di Rocco. «Io la conosco, dottor Schiavone. Su di lei cose ne so tante» poi strizzò gli occhi. «Quindi la avverto: poche cazzate». «Non le ho mai fatte». «Quello che so io è diverso». «Ci vediamo sulla sponda del Don, dottore». «Non mi fa ridere». Rocco senza stringere la mano al magistrato tornò alla sua auto dove Pierron lo stava aspettando. Maurizio Baldi invece si incamminò verso la base dell’ovovia. Però, sotto quel cappello di pelo, un sorrisetto era apparso fugace. «È il dottor Baldi quello, vero?» chiese Pierron. Rocco non rispose. Non ce n’era bisogno. «È mezzo matto, lo sa?» disse Italo salendo in auto. «Vuoi mettere in moto e portarmi via da questo posto o devo chiamare un taxi?». Pierron eseguì immediatamente.

È mezzanotte e quarantacinque. Uno non può rientrare a casa a mezzanotte e quarantacinque mezzo congelato. Appena apro la porta mi rendo conto che ho pure lasciato le luci accese. Del corridoio e del bagno. Mezzanotte e quarantacinque e guardo i miei piedi mezzo congelati. Scarpe e calzini sono da buttare. Tanto di Clarks ne ho altre tre paia. Il pollicione è ancora nero. Quell’imbecille di D’Intino. Lo devo far trasferire, trasferire al più presto. Ne va del mio equilibrio psico-fisico. Ne ho mai avuto uno?

Apro l’acqua. Ci infilo dentro i piedi. È calda e bollente. Solo che me ne

accorgo tre minuti dopo della temperatura. La faccio scorrere sulle caviglie, in mezzo alle dita, e pure sull’unghia nera. Che almeno non mi fa male. «Così ti vengono i geloni».

Mi giro.

È Marina. In camicia da notte. Mi sa che l’ho svegliata. Se c’è una cosa che

mi dà fastidio (una? Ce ne sono migliaia) è svegliare mia moglie. Dorme come

un sasso ma sembra avere un sesto senso quando mi sente girare per casa. «Ciao amore».

Mi

guarda coi suoi occhi grigi e assonnati. «Mi hai svegliata» dice.

Lo

so. «Lo so. Scusami».

Si appoggia allo stipite della porta a braccia conserte. S’è messa in posizione

di

ascolto. Vuole sapere. «Abbiamo trovato un cadavere in mezzo ad una pista

di

sci, sotto la neve. A Champoluc. Una bella rottura di coglioni, amore mio». «Questo significa che per un po’ te ne vai lì?». «Manco morto. È un’ora di macchina. Speriamo che si tratti di una morte

accidentale». Marina mi guarda. Tengo i piedi sommersi nel bidet che fuma come una pentola di spaghetti. «Sì, però domani mattina ti compri delle scarpe adatte. Sennò capace che nel giro di un paio di giorni te li devono amputare per sopravvenuta cancrena». «La stessa cosa ha detto il magistrato. E comunque mi fanno schifo le scarpe adatte». «Hai mangiato?». «Una pizza rancida per strada».

Marina sparisce dietro la porta. Se n’è andata a letto. Mi asciugo i piedi e me

ne vado in cucina. Questa casa già ammobiliata mi fa schifo. La cucina è

l’unica cosa decente che c’è. Che poi vorrei capire le case della gente. La maggior parte sono arredate da fare pietà. Solo in cucina spendono una quantità di soldi allucinante e la arredano con tutta roba elettrica, forni, microonde, lavastoviglie che sembra di stare dentro l’Enterprise. Invece il salone arte povera e quadri coi pagliacci alle pareti. Mistero. Ogni tanto la confronto con casa mia, a Roma. Sul Gianicolo. Guardo la città e quando c’è vento vedo San Pietro piazza Venezia e dietro le montagne. Furio m’ha consigliato di affittarla. Invece che lasciarla lì vuota. Ma non me la sento.

Non posso pensare a piedi estranei che calpestano il parquet che ha scelto Marina, a mani estranee aprire i cassetti delle credenze indiane che abbiamo comprato anni fa a Viterbo. Per non parlare dei bagni. Culi estranei poggiati sui miei sanitari e facce estranee che si riflettono nei miei specchi messicani. Non se ne parla proprio. Mi prendo una bella bottiglia d’acqua. Sennò mi sveglio in mezzo alla notte con la lingua e la gola che sono due pezzi di carta vetrata. Marina è sotto le coperte. E come sempre s’è messa a leggere il dizionario. «Non è un po’ tardi per leggere?». «Sennò non riprendo sonno». «Che abbiamo oggi di nuovo?». Marina ha un libretto nero che tiene sul grembo insieme alla matita. Apre al segno e legge: «Agucchiare, verbo transitivo. Cucire o ricamare qualcosa. Si può anche usare quando si lavora con l’ago senza particolare voglia». Poggia il bloc-notes. Il materasso è comodo. Si chiama memory. Un materiale inventato dalla

Nasa per gli astronauti negli anni ’60. Ti riveste tipo guanto perché conserva la forma del corpo. Così diceva il dépliant. «Si può dire che qui ad Aosta agucchio?» chiedo a Marina. «No. Mica sei un sarto. Sono io quella che sa cucire».

Il materasso è comodo. Ma il letto è gelido. Mi appiccico a Marina. Cerco un

po’ di calore. Ma la sua metà è gelata come la mia. Chiudo gli occhi.

E chiudo pure con questa giornata di merda.

Venerdì

Il telefono trapanò il silenzio che vetri termici e assenza di traffico regalavano all’appartamento di rue Piave del vicequestore Schiavone. Rocco saltò come una spigola e sbarrò gli occhi. Nonostante l’urlo del cordless sul comodino, riuscì lo stesso a radunare i pensieri: era mattina, era a casa sua, nel suo letto dopo aver passato la notte in mezzo alla neve. E non era steso sotto Eva Mendez vestita solo di un paio di tacchi vertiginosi che ballava in piedi come una serpe spettinandosi i capelli. Quell’immagine era una ragnatela che il telefono aveva bruciato con le sue strilla impazzite. «Chi scassa alle sette?». «Io». «Io chi?». «Sebastiano!». Rocco sorrise passandosi una mano sul viso. «Sebastiano! Come stai?». «Bene, bene» ora la voce catarrosa dell’amico si fece riconoscibile. «Scusa se t’ho svegliato». «Sono mesi che non ti sento!». «Quattro mesi e dodici giorni, per essere precisi». «Come stai?». «Bene, bene». «Che fai?». «Vengo su». Rocco si adagiò sul materasso memory foam. «Vieni su? E quando?». «Domani sera. Arrivo con il treno da Torino delle sette. Ci sei?». «Certo che ci sono. Ci vediamo alla stazione». «Ottimo. Fa freddo?». «Che ti devo dire, Seba? Da morire». «Allora vengo col piumino». «E le scarpe isolate, mi raccomando» aggiunse Rocco. «Non ce l’ho. Tu che scarpe porti lì?». «Le Clarks».

«E che so’ scarpe isolate?». «No. Per questo ti dico di venire con le scarpe isolate. Ho i piedi che sono due pezzi di ghiaccio». «E allora perché non le prendi pure tu?». «Mi fanno schifo». «Fa’ come te pare. Io vado da Decathlon e me le compro. Allora a domani?». «A domani». E Sebastiano chiuse la comunicazione. Rocco gettò il telefono sul piumino. Se Sebastiano Cecchetti, detto «Seba» dagli amici, veniva ad Aosta, la cosa si faceva molto interessante.

Quando Rocco entrò in questura alle otto e un quarto, gli venne subito incontro l’agente scelto Michele Deruta. Muoveva i piedini con la velocità massima che i suoi cento e passa chili gli permettevano e ansimava come un vecchio treno a vapore. Era sudato sul mento e i capelli bianchi radi e pettinati ad arte per nascondere la calvizie luccicavano, oliati da chissà quale crema. «Dottore?». Rocco si bloccò in mezzo al corridoio. «Hai la faccia e i capelli umidi. Perché sei umido, Deruta? Hai messo la faccia in una tanica di olio?». Deruta tirò fuori il fazzoletto e cercò di asciugarsi. «Non lo so, dottore». «Eppure sei umido. La mattina ti lavi?». «Sì, certo». «Ma non ti asciughi». «No, è che prima di venire al lavoro aiuto mia moglie al panificio». L’agente Deruta, ormai prossimo alla pensione, cominciò a parlare del panificio della moglie un po’ fuori città, degli orari antelucani, del lievito e della farina. Rocco Schiavone non lo ascoltava. Gli guardava i labbroni umidi e un po’ calanti, i capelli striati di bianco e gli occhi bovini e sporgenti. «Quello che sorprende» disse il vicequestore interrompendo il monologo dell’agente scelto, «non è che lavori al panificio di tua moglie, Deruta. Che tu abbia una moglie, questo è veramente straordinario». Deruta si azzittì. Non è che si aspettasse un encomio per il sacrificio quotidiano del doppio lavoro, ma una parola gentile, una cosa tipo «Ti

stanchi troppo, Deruta. Sei un brav’uomo», oppure «Ce ne fossero persone come te». Invece niente. Una sprezzante mancanza di considerazione era tutto quello che il suo superiore gli dedicava. «A parte il tuo doppio lavoro, c’è qualcosa di importante che devi dirmi?» chiese il vicequestore. «Il questore ha già chiamato tre volte stamattina. Deve parlare coi giornali». «E quindi?». «Vuole prima sapere da lei». Rocco annuì e piantò lì Deruta che lo inseguì sui suoi piedi piccolissimi. A guardar sobbalzare i cento chili su quel 39 scarso ci si aspettava di vederlo rotolare per terra da un momento all’altro. «Il questore non è in città, dottore. È inutile che sale da lui. Lo deve chiamare». Rocco si fermò e si voltò a guardare l’agente Deruta. «Ho capito. Allora, stammi a sentire. Due cose: primo, fa’ dell’attività fisica e mettiti a dieta. Secondo: dopo ti devo affidare un compito importante da svolgere». Strizzò le palpebre e lo guardò dritto. «Molto importante. Mi posso fidare? Te la senti?». Gli occhi di Deruta si spalancarono e divennero ancora più grossi. «Certo, dottore!» e stirò un sorriso a 32 denti. Anzi a 24, perché nella sua chiostra c’era qualche finestra. «Certo, dottor Schiavone. Si può fidare ciecamente!». «E trovati un cazzo di dentista!». «Dice?» fece Deruta coprendosi la bocca con la mano. «Ma sa quanto costano? Con lo stipendio che prendo». «Fatteli dare da tua moglie». «Quei soldi servono per mantenere nostra figlia a studiare veterinaria a Perugia». «Ah. Capito. Vi state tirando su il medico di famiglia. Bravi!» e finalmente entrò nella sua stanza sbattendo la porta sul viso dell’agente che ancora rimuginava sul significato dell’ultima frase del vicequestore.

Nei lontani tempi del liceo Rocco aveva letto che un filosofo, forse Hegel, aveva definito il giornale «la preghiera laica del mattino». Per lui invece la preghiera laica del mattino era rollarsi una canna d’erba che lo rimetteva in pace con la vita e con lo stare così lontano da Roma da ormai quattro mesi. Senza possibilità di tornarci.

Non che ce l’avesse con Aosta. Anzi. Era una bellissima città, civile, gente educata. Ma sarebbe stato lo stesso se l’avessero mandato a Salerno, o a Mantova, o a Venezia. Il risultato non cambiava. Non era la destinazione ad affliggerlo. Era la casa madre, il suo recinto esistenziale, la sua cuccia a mancargli più di ogni altra cosa. Prese la chiave da sotto la foto incorniciata di Marina e aprì il primo cassetto a destra. Dentro c’era una scatola di legno con una decina di

spinelli belli gonfi già preparati. Ne accese uno e mentre richiudeva a chiave

il cassetto fece una tirata lunga e generosa che gli arrivò dritta nei polmoni. Curioso come bastasse questo piccolo gesto quotidiano a placargli il cervello. Alla terza boccata si sentiva lucido e cominciò a pianificare la giornata. Per prima cosa chiamare il questore. Poi ospedale. Poi Nora.

Appoggiò la canna fumata a metà sul portacenere. Stava per afferrare il telefono quando l’apparecchio si mise a strillare. «Pronto, sì?». «Sono Corsi!». Era il questore. «Ah dottore, la stavo chiamando». «Dice sempre così». «Ma stavolta è vero». «Allora le altre volte mi ha mentito?». «Sì». «Va bene Schiavone, mi dica». «Non sappiamo ancora niente. Non sappiamo chi sia né perché e come sia morto». «E io cosa dico a quelli?». Non è che il questore avesse dimenticato il sostantivo. Semplicemente lui

i giornalisti della carta stampata non li nominava. Li chiamava «quelli».

Quasi avesse paura di sporcarsi le labbra chiamandoli con il loro nome. Li odiava. Per lui quelli erano una forma di vita appena un gradino sopra l’ameba, la stecca nella grande orchestra del Creato. Questo per parlare dei giornalisti della carta stampata. «Quelli» della televisione invece, neanche li

considerava esseri viventi. L’odio affondava le radici nella sua storia personale. Erano passati quasi diciotto anni da quando sua moglie l’aveva piantato per un editorialista de «La Stampa» e da allora Corsi aveva cominciato la sua crociata insensata contro tutta la categoria, qualunque fosse la razza, la religione e il credo politico. «Dottore, noi sappiamo questo. Se hanno pazienza, se i signori giornalisti fossero così pazienti da aspettare gli sviluppi delle indagini, io purtroppo altro non so». «Quelli non aspettano. Sono lì pronti a mordermi il sedere». «Questo lo pensa lei, signor questore. I giornalisti qui la amano» fece serio Rocco. «Come fa a saperlo?». «Sento quello che dicono in giro. La stimano. Hanno bisogno di lei». Ci fu una pausa. Il questore stava riflettendo sulle parole del suo sottoposto. E Rocco sorrideva, felice di continuare a incasinare la matassa del rapporto fra il suo capo e quelli. «Non dica cazzate. Io quelli li conosco. Senta un po’ Schiavone, lei esclude che quella di ieri sera sia stata una morte accidentale?». «Con la sfiga che mi ritrovo? Sì». Andrea Corsi prese un respiro profondo. «Quand’è che mi dà delle notizie più confortanti?». «Diciamo 48 ore?». «Diciamo 24!». «Facciamo 36 e non se ne parli più». «Schiavone, ma che sta a Porta Portese? Gliene do 24, e 24 saranno». «La richiamo domani a quest’ora». «Ci credo quanto alla mia Samp che vince lo scudetto». «Se non la chiamo entro 24 ore giuro che le regalo i biglietti per Genoa- Sampdoria». «Sono un questore. Non ho bisogno dei suoi biglietti». E attaccò il telefono. «Che palle!» urlò Rocco sgranchendosi le braccia. Lo aspettava solo il lavoro, lavoro e lavoro. Era così la vita lassù ad Aosta. Gente seria, città seria, fatta di persone serie che sgobbano e che si facevano i fatti loro. E se si sballava, lo faceva al massimo con le grolle. Finiti i tempi di Roma, dove la

roba andava avanti e indietro come in una catena di montaggio. Finiti i tempi dei colpi decenti, le occasioni. Quanto sarebbe durato ancora questo purgatorio? Era nel posto più ricco d’Italia, con un reddito pro-capite ai livelli del Lussemburgo, eppure dopo quattro mesi ancora non gli capitava niente per le mani. Poi pensò a Sebastiano. Che sarebbe arrivato l’indomani. E se si scomodava a prendere un aereo fino a Torino e poi il treno in pieno inverno, un motivo, un buon motivo, doveva esserci. Quel pensiero lo elettrizzò a tal punto che si ritrovò in piedi stropicciandosi le mani. Solo quando afferrò la maniglia si ricordò la cicca col filtro appoggiata sul portacenere. Tornò indietro, se la mise in tasca e finalmente lasciò l’ufficio.

Le strade erano deserte. Il cielo coperto prometteva ancora nevicate e le montagne di pietra lavica nera sembravano dei mostri pronti a ingoiarsi il paesaggio tutt’intorno. Italo Pierron guidava concentrato sulla strada, Rocco invece era al cellulare «Eppure non è difficile, D’Intino! Stammi a sentire bene» Rocco scandì le parole, come se stesse parlando a un bambino ipodotato. «Scopri se ad Aosta o in provincia, soprattutto nella Val d’Ayas, ci sono state denunce di sparizioni, gente che non è tornata a casa, capito? Non solo da ieri. Diciamo da un mese a questa parte». Rocco alzò gli occhi al cielo. Poi sempre con infinita pazienza ripeté il concetto: «D’Intino, ascolta: da un mese a questa parte. È chiaro? Passo e chiudo». Spinse il tasto OFF e guardò Italo che teneva gli occhi incollati sulla strada. «Ma D’Intino ci fa o ci è?». Italo sorrise. «Di dov’è?». «Abruzzese. Della provincia di Chieti». «E non ha qualche raccomandazione? Così torna laggiù e non ci rompe più il cazzo?». «Non lo so, dottore». «Tutti in Italia hanno una raccomandazione. A me doveva capitare un mentecatto cerebroleso e in più senza uno straccio di santo in paradiso».

Lasciarono la macchina nel parcheggio dell’ospedale nonostante una guardia giurata gli avesse intimato di non farlo, che quello era il parcheggio

del primario. Schiavone s’era limitato a estrarre il tesserino e a zittire il solerte funzionario della Sanità. Scesero le scale, passarono i laboratori e finalmente arrivarono alla doppia porta a vetri dove lavorava Fumagalli. L’obitorio. «Dottor Schiavone?» fece Italo con un filo di voce. «Che c’è?». «Posso restare qui ad aspettarla?». «No. Vieni con me e ti godi lo spettacolo. Hai voluto fare il poliziotto?». «Veramente no. Ma è una storia lunga». Poi abbassò la testa e seguì il suo superiore. Non c’era da togliersi il cappotto, perché nella sala autoptica i gradi erano più o meno quelli dell’esterno. Da sotto il camice di Fumagalli spuntava un maglione a collo alto. Aveva i guanti di lattice e una specie di senale verde macchiato di schizzi marroni. «Poi mi lamento io che faccio un lavoro di merda!» gli disse Rocco. Fumagalli come al solito non salutò, fece solo un gesto ai due poliziotti e li portò nella seconda stanza che era una piccola anticamera. Lì il medico consegnò ai poliziotti la mascherina, le soprascarpe di plastica e un curioso grembiule di carta. «Bene, seguitemi». Al centro c’era un bel tavolo per le autopsie e sopra il tavolo il cadavere pietosamente coperto da un telo bianco. Nella stanza si sentiva gocciolare un rubinetto accompagnato dal ronzio continuo delle prese d’aria che spandevano un misto di puzze feroci. Disinfettante, ruggine, carne marcia e uova sode. Italo Pierron sentì un cazzotto al plesso solare, si piegò in due portandosi le mani alla bocca e corse via per sfogare la colazione che rapida aveva risalito l’esofago. «Bene, ora che siamo soli» disse Rocco sorridendo, «ci hai lavorato?». «Ho provato a rimettere insieme i pezzi. Ho fatto puzzle più semplici» rispose il medico e scoprì il cadavere. «Cazzo!» uscì bello tondo e preciso dal cuore del vicequestore. Non c’era un corpo. C’erano una serie di brandelli più o meno ricomposti a formare un oggetto che si avvicinava solo lontanamente a qualcosa di antropomorfo. «Ma come fai?». Fumagalli si pulì le lenti. «Pian piano. Come fanno i restauratori».

«Sì, ma quelli mettono a posto un capolavoro, che fa piacere guardare». «Anche questo è un capolavoro» disse Fumagalli, «è opera di Dio, non lo sapevi?». Nella testa del vicequestore il sospetto che la frequentazione assidua e forzata di cadaveri lenisse l’equilibrio psichico del medico livornese divenne una certezza. «Si può fumare qui dentro?» chiese Rocco mettendosi la mano in tasca. «Come no. Vuoi che ti faccia portare un whisky o preferisci una cosa più leggera? Mettiamo una musichetta lounge? Ti va? Allora cominciamo con questo». L’anatomopatologo indicò un pezzo del pettorale destro del cadavere: «Ha un tatuaggio». Una scritta e dei segni che Rocco non riuscì a decifrare. «Che c’è scritto?». «Maa vidvishhaavahai» disse Alberto. «Per fortuna sono riuscito a leggerlo». «E che è?». «È un mantra indù. Più o meno vuol dire “Possa nessun ostacolo sorgere fra noi”». «Come fai a saperlo?». Alberto sorrise dietro gli occhiali spessi. «Sono uno che si informa, io». Il viso del defunto era maciullato. Dalla poltiglia rosso-nera che a Rocco ricordava il quadro di un pittore italiano importante, ma di cui in quel momento gli sfuggiva il nome, fuoriuscivano denti, pezzi di labbro, filamenti giallognoli. «La prima cosa strana è questa» attaccò Alberto prendendo il lembo di un fazzoletto che una volta doveva essere una bandana. «Infatti è stranissima» disse Rocco, «un pezzo di fazzoletto. Mai vista una cosa simile». «Allora basta con la facile ironia, va bene?». «Va bene. Ma hai cominciato tu con la storia del whisky e della musichetta lounge». «Dunque, questo fazzoletto il morto ce l’aveva nella trachea». «Nella?» chiese Rocco. «Trachea». «E non può essere che gliel’ha sbattuto il gatto delle nevi passandogli

sopra la faccia?» ipotizzò Rocco. «No. Era appallottolato. E quando l’ho aperto guarda che bella cosa ci ho trovato dentro?». Alberto Fumagalli prese una specie di coppetta metallica nella quale riposava una roba viola e viscida con due mentine accanto. «Che cos’è? Una melanzana marcita?». «La lingua». «Oh porca…». «E c’erano anche un paio di denti. Vedi? Questi che sembrano delle tic

tac» continuò il medico, «il mezzo ha schiacciato la testa al poveretto e la pressione ha spinto giù questo pezzo di fazzoletto. L’aveva in bocca». «Gliel’ha fatto ingoiare?». «Oppure l’ha ingoiato lui». «Sì, ma se l’ha ingoiato lui allora era ancora vivo!». «Può essere, Rocco. Può essere». Alberto prese un respiro profondo. «Allora ho schiacciato le ipostasi». «Traduzione prego». Fumagalli alzò gli occhi al cielo infastidito. «E che t’incazzi? Io ho studiato giurisprudenza, mica medicina! Come se

io ti chiedessi l’usucapione».

«Dicesi usucapione il mezzo col quale, per effetto di un possesso protratto nel tempo, si produce l’acquisto medesimo della proprietà o del godimento». «E basta!» lo interruppe Rocco. «Torniamo a ’ste ipotesi». «Ipostasi» lo corresse Alberto. «Allora, le ipostasi si formano quando

cessa l’attività cardiaca. Finisce la pressione e il sangue per gravità finisce nei vasi delle zone più declive del cadavere. E siccome il corpo stava in posizione supina ecco, vedi?» Fumagalli alzò appena pietosamente il tronco

di quel poveraccio. Si sentì uno scricchiolio, come di una medusa trascinata

sul pavimento. «Vedi queste macchie rosso-violacee?». Si distinguevano appena. Sembravano dei lividi appena accennati. «Sì» disse Rocco. «Quando il cuore smette di pompare che succede? Che il sangue segue la sua via più naturale, e cioè quella che le indica la forza di gravità. Ci sei?». «Ci sono». «Bene. Il corpo stava supino e quindi il sangue è defluito sul dorso. Ieri quando sono arrivato cominciavano a formarsi». «E vuol dire che?».

«’Sta roba si forma due tre ore dopo la morte. Vuol dire che il poveraccio è morto più o meno tre ore prima che io arrivassi. Quindi, io sono arrivato

intorno alle dieci, questo è morto fra le sei e le sette. Ma più le sette, direi». «Non è morto. È stato ucciso tra le sei e le sette». «Per amor di precisione sì. È così». Rocco Schiavone continuava a guardare quei resti disarticolati. «Sempre per amor di precisione, ce la fai a capire come l’hanno seccato?». «Devo guardare gli organi interni. Per escludere avvelenamenti o soffocamenti. Mi serve un po’ di tempo. Vieni con me» e il dottore si staccò dal tavolo delle autopsie. Rocco invece rimase lì per un po’ a guardare quella massa di carne e sangue che una volta era il viso di un uomo. «A guardarlo

mi viene in mente il quadro di uno, non è che ti ricordi quel pittore? Quello

che faceva le bruciature nere sul fondo rosso e che…». «Burri» rispose Alberto mentre apriva un cassetto di una credenza accanto alla porta, «me l’ha fatto venire in mente anche a me». «Burri, sì. Ecco». Rocco raggiunse il medico. «No, è che se uno cerca di

ricordare una cosa e quella cosa non gli viene in mente, capace che si brucia

un sacco di neuroni. Burri. Cos’è?» chiese all’anatomopatologo che gli stava

mostrando un’altra bustina di plastica. «Qui dentro ci sono i resti del fazzoletto. Pendeva dalla bocca». «L’ha tranciato il gatto delle nevi? Boh, mi sembra così strano». «Il mio mestiere è leggere i cadaveri. Il tuo è capire perché lo sono diventati». Rocco si staccò dalla parete e afferrò la maniglia della porta. «Aspetta! C’è un’ultima cosa che ti interessa». Il dottore prese altre due bustine. Una conteneva un guanto. L’altra un pacchetto di sigarette. «Allora, queste le ho trovate nella tasca interna del piumino. Un pacchetto di Marlboro light vuoto, e questo è un guanto. Nero. Da sci. Marca Colmar». «Ah. Ecco, bene. Un guanto lo abbiamo ritrovato. E l’altro?». «Boh». «La sai una cosa Alberto? Questa è una rottura di coglioni livello 10 cum laude». «Sarebbe?». «La madre di tutte le rotture di coglioni!». Imprecando fra i denti, Rocco infilò la porta e lasciò il medico coi suoi pazienti.

Italo era fuori dall’ospedale e fumava una sigaretta. Rocco lo sorpassò. «Sei di grande aiuto, Italo». L’agente gettò il mozzicone e seguì il vicequestore. «Era per il sapore in bocca». «Ecco, siccome ora avrai un alito da collettore fognario, in macchina non parlare». «Ho le gomme da masticare». «Mangiale» gli ordinò Rocco salendo sull’auto.

Non fecero neanche 50 metri e il cellulare di Rocco si mise a squillare. «Chi è?». «Dottore, sono l’agente D’Intino». «Qual buon vento?» disse Rocco accendendosi l’ennesima Chesterfield di Italo. «C’è vento?» rispose spiazzato l’agente D’Intino. Rocco sospirò e con infinita pazienza disse: «No D’Intino, non c’è vento. È un modo di dire. Che vuoi?». «Ecco, infatti. Ho telefonato per dirle…» e la comunicazione sparì. «Pronto? D’Intino, pronto?». Scariche e sospiri dall’altra parte. «Agente D’Intino, pronto?». «Sì? Dica, dottore!». «Dica un par di palle! Che c’è? Perché mi hai chiamato?». «Infatti. Stavo cercando come lei mi ha ordinato se c’era qualche denuncia di sparizioni, gente che non torna a casa, cose così». «E?». «Non c’è stato bisogno. Poco fa qui al commissariato è venuta Luisa». Rocco si trattenne dallo sparare un bestemmione. «Agente! Chi è Luisa?» urlò. «Luisa Pec. Dice che suo marito ieri sera non è tornato. E neanche stamattina». «Dov’è?». «E chi lo sa, dotto’? Quello il marito è sparito!». «Dov’è Luisa Pec! Non il marito!» urlò Rocco a squarciagola. Italo tratteneva a stento le risate.

«Ah… è qui… aspetti, gliela passo?». «Ma che mi passi e mi passi, D’Intino?». Rocco guardò Italo. «Lo ammazzo. Io giuro davanti a tutti i Santi che l’ammazzo. Ascoltami agente D’Intino, ci sei?». «Sì, dottore!». «Ecco». Rocco prese due respiri cercando di calmarsi. «Ora da bravo di’ alla signora Luisa Pec di aspettare in commissariato perché fra poco arriviamo. Tutto chiaro?».

«Sì, dottore. Certo. Mo’ arrivate. Allora se non devo cercare le sparizioni

mi posso mettere a ordinare i faldoni all’ufficio personale che oggi l’agente

Malta è malato e io allora…». «No. Continua a cercare. Mica è detto che questa Luisa Pec è la persona giusta, no?». «Vero. Ha ragione, commissario». «Vaffanculo D’Intino!». «Sissignore».

E Rocco chiuse la chiamata. Guardò Italo: «Il marito non è tornato a casa

ed ecco che subito la gente pensa al peggio. Magari quello se ne sta a casa di

qualche zoccola». Italo annuì accelerando verso il commissariato. «Dottore, senta, se vuole con D’Intino ci parlo io e gli dico di non chiamarla più?». «Lascia stare. Non capirebbe. È la mia nemesi quello. Sai quando hai fatto

un po’ di cose così così? C’è una giustizia divina. Io sto pagando. D’Intino è

il mezzo che Iddio usa per punirmi. Ognuno deve accettare il suo destino!». «Ma perché, lei che ha fatto?». Rocco spense la sigaretta nel portacenere e guardò Italo. «Un po’ di cose le sai. Sei andato a vedere nelle carte». Italo deglutì. «Ma è normale. L’avrei fatto anch’io. Diciamo che giù a Roma non era più il caso per me di rimanere. Decisioni dall’alto». «Capisco». «No, non capisci. Ma fattelo bastare».

Gli occhi di Luisa erano la prima cosa che colpiva. Azzurri e grandi. Insieme all’ovale del viso e al biondo rame dei capelli la facevano somigliare vagamente ad un’attrice italo-inglese.

«Greta Scacchi» spiò Rocco all’agente Pierron avvicinandosi a Luisa che se ne stava seduta su una panca. «Come?» chiese Italo. «Somiglia a Greta Scacchi. L’attrice. La conosci?». «No». Il vicequestore allungò la mano verso la donna che si alzò in piedi tendendo la sua. «Vicequestore Rocco Schiavone». «Luisa Pec». La donna aveva la palma dura e callosa, in netto contrasto con la morbidezza del viso e delle forme del corpo. Sulle guance un po’ di rossore le dava un’aria di salute e benessere. «Mi segua nell’ufficio, signora Pec». Luisa e Rocco si incamminarono per il corridoio. «Dunque suo marito non è rientrato?». «No. Stanotte non è rientrato». «Prego, si accomodi» e Rocco aprì la porta. Percepì immediatamente l’odore di cannabis e si precipitò ad aprire la finestra. Fece un cenno a Luisa Pec che si accomodò sulla sedia davanti alla scrivania. Ora Rocco poteva osservarla con più attenzione. Gli occhi erano spenti, segnati da due occhiaie profonde come una trincea. Luisa era il ritratto dell’angoscia, ma riusciva a essere bella lo stesso. Rocco si sedette sulla poltrona di pelle con lo schienale alto: «Mi dica». E poggiò i gomiti sulla scrivania. «Mio marito ieri sera non è rientrato». «E questo è un concetto che ormai abbiamo sviscerato. Come si chiama suo marito?». «Leone. Leone Miccichè». «Miccichè. Non è nativo di queste montagne o mi sbaglio?». «Non si sbaglia. È di Catania». «Dove abitate?». «Io e Leone abbiamo uno chalet a Cuneaz». «Dov’è?». «Sulle piste, un trecento metri dopo l’arrivo della cabinovia. Lì ci sono un po’ di case, quasi un villaggio insomma, che si chiama Cuneaz. Ecco, lì noi abbiamo il rifugio. Ieri sera Leone è sceso al paese. Se la fa sempre a piedi,

all’andata. Poi al ritorno prende la cabinovia». «E non lo vede da ieri sera?». «Da ieri sera». Schiavone aprì il cassettino della scrivania. Gli era venuta voglia di farsi una cannetta, magari solo un paio di tiri, ma aveva deciso per una più ufficiale Camel. «La disturba?». «No. Io non fumo ma Leone sì e ormai ci sono abituata». «Che andava a fare in paese suo marito?». «Ci andava un giorno sì e un giorno no. Scendeva. Vedeva un po’ di gente, faceva un salto in libreria a comprare un romanzo, cose così». Rocco accese la sigaretta. «E ieri sera non è tornato…». «No. Ho sentito quello che è successo, e non ho chiuso occhio. La persona che avete trovato aveva i documenti?». Rocco la fermò con il gesto della mano. «Signora Pec, purtroppo l’identità della persona ritrovata ieri notte non ci è nota». Luisa ingoiò un pacco di ansia. Poi gli occhi le si inumidirono. «Magari suo marito ha dormito giù in paese, no? Ha bevuto un po’ troppo e…». «Mi avrebbe chiamata stamattina!». Schiavone sorrise: «Signora, se uno si prende una ciucca, la mattina dopo non sa neanche dove si trova, ascolti me». «Vede dottor…». «Schiavone». «Schiavone. Io prima di venire qui ho girato tutti i posti che frequenta Leone. E ieri sera non l’ha visto nessuno». Una lacrima scivolò sulla guancia di Luisa. Rocco rimase a guardarla nel viso. Era attratto dalle labbra leggermente all’ingiù che le disegnavano un’espressione sorpresa e allo stesso tempo sensuale. Lacrima e tristezza stonavano su quell’incarnato salubre e vitale. E quel curioso contrappunto così evidente eccitò inopinatamente il vicequestore. Luisa si asciugò gli occhi con la manica del maglione della Patagonia. «Vuole un po’ d’acqua signora?». Luisa scosse la testa. «No. Io vorrei sapere se posso andare a vedere quello che avete trovato. Così magari mi tolgo ogni dubbio, no? Io su al rifugio da sola non ci posso stare. Non con quest’angoscia». Rocco si alzò e andò alla finestra. Buttò la cicca in strada, poi chiuse i

vetri. «Mi dica una cosa: ma questo rifugio, questo chalet, cos’è di preciso? Una specie di baracca?». «No, dottore. È un piccolo bar trattoria in mezzo alle montagne. Una volta i rifugi erano proprio rifugi. Oggi sono chalet, lo sa? Si mangia, si beve e sono arredati meglio di una boutique a Milano». «Ah. Ed è un buon affare?». «Se la stagione va bene sì. È un ottimo affare». Rocco appoggiò la fronte al vetro e si mise a guardare i marciapiedi maculati di neve. Una donna che teneva per mano un bimbo attraversò la strada. «Quanto si guadagna con uno chalet?». «Perché? Vuole cambiare mestiere?». Rocco rise. «Magari». Poi finalmente si voltò a guardare Luisa Pec seduta davanti alla scrivania. «No. È solo per capire. Io sono qui da pochi mesi. Vengo da Roma e diciamo che io e le montagne siamo distanti come… come Roma e le montagne». Un piccolo sorriso ruppe le pieghe d’angoscia sul viso di Luisa che si illuminò come se qualcuno ci avesse acceso una lampadina dentro. «Be’, adesso così, che posso dire? Abbastanza per vivere più che dignitosamente». Rocco tornò a sedersi alla scrivania. «Lo vuole vedere davvero, Luisa? Non è un bello spettacolo, sa?». La donna si morse le labbra. Poi fece sì con la testa tre volte. Rocco si alzò. «La faccia, insomma, non è più riconoscibile. Magari se…». «Leone ha un tatuaggio. Sul petto». Rocco guardò per terra, come se cercasse un oggetto prezioso appena caduto sul pavimento. La donna percepì che qualcosa non andava per il

verso giusto. Un velo grigio e invisibile si depositò nuovamente sul bel volto

di Luisa. «Che c’è, commissario? Che succede?».

«Non sono sicuro che… vabbè, lasci perdere. Che tatuaggio era?». «Ce l’ho anch’io. L’abbiamo fatto insieme. È un mantra indù. Maa vidvishhaavahai, che vuol dire…». «Possa nessun ostacolo sorgere fra noi» concluse Rocco con la testa china.

Gli occhi di Luisa si dilatarono come due macchie d’olio. «Come… come

fa a…?». Poi Luisa capì. E scoppiò a piangere.

La processione all’ospedale se l’era evitata. Aveva lasciato l’agente Casella ad accompagnare Luisa Pec da Fumagalli a sbrigare tutte le pratiche che si dovevano sbrigare. Per le telefonate informative al magistrato e al questore aveva delegato l’ispettore Rispoli, uno dei pochi agenti di cui si fidava quasi ciecamente. Ora Rocco era seduto alla scrivania. Davanti a lui, stesa come un lenzuolo, c’era la cartina della Val d’Ayas. Di fronte alla scrivania invece c’era quello che lo Stato gli forniva: l’agente D’Intino, che lo guardava con gli occhi vuoti, e l’agente scelto Deruta, sempre umido e coi capelli pettinati all’indietro. L’ispettore Caterina Rispoli coi suoi occhi azzurri e vivaci se ne stava un po’ discosta dai due, quasi a rimarcare di possedere un QI di gran lunga superiore a quello dei colleghi. Il vicequestore guardava i due agenti maschi. Sapeva perfettamente che quello che stava per affidargli era un compito superiore alle loro possibilità, ma sapeva anche che quel compito li avrebbe impegnati a lungo, e il pensiero di non veder gironzolare D’Intino e Deruta per la questura lo metteva di buon umore. «Allora statemi a sentire. Come ti dicevo Deruta ho un compito molto importante da affidarvi». Deruta emozionato deglutì. «È una cosa lunga, snervante e difficilissima. Ma è un compito che solo due agenti pronti, svegli e assolutamente discreti possono portare a termine». «Dica, dottore» intervenne Deruta che non si teneva più col petto gonfio d’orgoglio. «D’Intino. Deruta. Voi adesso vi fate un giro di tutte le caserme dei carabinieri, gli alberghi, pensioni, case in affitto di…» il vicequestore buttò un occhio sulla cartina «Champoluc, Brusson Antagnod, insomma diciamo tutti i comuni vicino a Champoluc in un raggio di una cinquantina di chilometri». «Ci vorrà un’eternità!» disse Deruta fra i denti. «Sì» disse Rocco, «ma proprio per questo ho scelto voi due». «Non capisco» disse D’Intino. «Non è una novità. Allora, che dovete fare? Voglio le schedine di notifica di tutte le persone che hanno alloggiato in questi posti. Voglio pure i nomi e i cognomi di tutte le persone che hanno preso una casa, una stanza, una stalla, una grotta in questa settimana».

«Chi cerchiamo?» chiese l’agente Deruta. «Se lo sapessi vi direi nome cognome e codice fiscale, no? Allora D’Intino! Deruta! Voi due adesso andate su. E mi raccomando: l’ispettore Rispoli coordina dalla questura. Chiaro?». «Sissignore» rispose Rispoli. Deruta e D’Intino le lanciarono un’occhiata di fuoco. L’ispettore Rispoli aveva preso servizio solo da un anno, e già coordinava. «Insomma Rispoli» continuò il vicequestore, «tu te ne stai al telefono, fax, computer ricevi le informazioni dei nostri agenti e gestisci tutta l’operazione». «Ottimo». Rocco guardò i due agenti maschi. «Che c’è che non va? Vi vedo perplessi». Fu Deruta a farsi coraggio. «No, è che, insomma, pensavo che…». «Tu non devi pensare. Devi fare quello che ti dico io. Ora una cosa importante». Rocco prese la cartina e cercò di ripiegarla. Senza riuscirci.

Alla fine la appallottolò e la gettò a terra. «Ma come cazzo si chiudono ’ste cartine di merda! Allora, dicevo una cosa importante! Potete saltare le famiglie con i figli e le comitive di studenti o gruppi che hanno a che fare con parrocchie. Per il resto fatemi avere i nomi appena possibile. Andate in pace». Deruta e D’Intino si avventarono sulla porta e uscirono. Caterina Rispoli

li seguì. Rocco la richiamò. «Tenga d’occhio Stanlio e Ollio». Caterina sorrise. «Va bene. Stia tranquillo». Da quattro mesi per il vicequestore Schiavone Caterina Rispoli era una

divisa coi capelli corti. Ma quando vide il suo sorriso per la prima volta dopo 120 giorni capì che sotto le mostrine e le scarpe d’ordinanza c’era una donna. Di 24 anni, con gli occhi grandi e le palpebre un po’ calate, le guance spruzzate di lentiggini e la bocca, piccola e carnosa, sempre pronta al sorriso. Sul naso una minuscola gobba, una lieve imperfezione che le donava. Il corpo infagottato nella divisa era tutto da scoprire. Ma lo sguardo del vicequestore, peggio di una radiografia, era in grado di intuire che anche

lì l’ispettore Rispoli se la cavava egregiamente.

Le tette le deve avere all’insù, si disse Rocco. Mancava solo un ultimo particolare da scoprire. «Bene ispettore. Vada pure».

Caterina Rispoli si girò e l’occhio attento di Rocco afferrò subito, come fa il falco con un topo, le chiappe tonde e sode della giovane funzionaria di polizia. Doveva appurare se fosse fidanzata. Sperava di sì. Meno rotture di coglioni.

Seduto al bar a sorseggiare un caffè, Rocco Schiavone sentì la campana di una chiesa suonare i tocchi del mezzogiorno. Non aveva voglia di andare a casa. Non aveva fame. Si limitava a guardare il cielo grigio dove le nuvole si rincorrevano a strati in una gara di velocità senza senso. «Dottore, vuole una cosa da mangiare?» gli chiese Ugo, il proprietario del bar davanti alla questura. Rocco fece no con la testa. Rimaneva lì, a guardare il cielo. Quanto avrebbe retto ancora in quella città? Non c’era niente che gli appartenesse. Tutto Rocco Schiavone era a Roma. Lo era da 46 anni. Un fazzoletto in bocca, pensava. Ci mancava una resa dei conti fra famiglie siciliane ai piedi del Monte Rosa. «Ma uno si può arrendere?» chiese Rocco al vetro della finestra che dava sulla strada. Fu invece Ugo a rispondergli. «Certo che può. Ma io preferisco combattere che consegnarmi prigioniero». Rocco sorrise. E in quel momento dal suo cellulare un segnale acustico sgradevole e penetrante lo avvertì che aveva appena ricevuto un sms. Fai un salto da me? Era Nora. Se l’era scordata. Doveva scegliere se andare da lei a Duvet oppure a Champoluc e cominciare a fare il suo mestiere. Scelse la prima ipotesi.

«Posso fare una telefonata?» chiese Rocco alzandosi dal letto. Nora gli guardava il sedere. Era un bel sedere. Muscoloso, tonico e tondo. Un po’ meno belle le gambe. Troppo magre per un uomo e sarebbero state meglio addosso a una ragazza. Ma almeno erano dritte. Forse a Rocco Schiavone un po’ di dieta e di esercizio non gli avrebbe fatto male. Non tanto per le maniglie, Nora sapeva che dopo una certa età quelle non le levi

più e poi, secondo uno studio di una delle solite università americane sperdute nell’Ohio, c’era anche un fatto genetico se un uomo non riusciva ad avere gli addominali scolpiti. Anche i bicipiti non erano tanto male. Ma

dieta ed esercizio li avrebbero tonificati un po’, insieme ai muscoli del petto. Se ne stavano cadendo. «Perché non fai un po’ di palestra?» gli chiese. Rocco si guardò. «Non l’ho mai fatta. Perché dovrei cominciare adesso?». «Così». «La posso fare ’sta telefonata o no?». «Lo sai che hai un bel naso?» disse Nora tirandosi addosso le coperte e nascondendo il seno. «Lungo e a punta. È strano. E quanti capelli che hai! Com’era la canzone?». Nora attaccò a canticchiare: «Quanti capelli che hai, non si riesce a contare. Sposta la bottiglia e…». «Oh! Io me sto a puzza’ dal freddo! La posso fare questa telefonata o no?». «Certo che la puoi fare» rispose Nora. Rocco tirò via la trapunta dal letto, lasciando Nora solo con il lenzuolo, se l’avvolse intorno al corpo e si avviò verso il salone. «Augh!» fece Nora. Rocco si girò guardandola senza capire. «Con questa coperta addosso sembri un apache».

Il vicequestore si vide riflesso nello specchio accanto alla porta. Sorrise. Si

aggiustò i capelli. «Un Urone, semmai». Poi senza aggiungere altro sparì dietro la porta della camera da letto trascinandosi dietro la trapunta dell’Ikea. Era sempre così. Dopo il coito l’umore di Rocco Schiavone diventava più nero della gola di una caverna. Dopo quattro mesi di frequentazione Nora l’aveva capito. Quello che ancora non capiva erano i tempi di quell’uomo:

prima di fare l’amore era intrattabile. Dopo, peggio. Solo durante si apriva

uno squarcio fra le nubi e si vedeva il sole, quello che Rocco avrebbe potuto essere se la vita gli avesse sorriso un po’ di più. Però Nora non poteva mica passare il resto dei suoi giorni nuda e incastrata al corpo di Rocco Schiavone per avere un po’ di serenità! No, decisamente era una storia con pochissimo futuro davanti. Lo sapeva lei.

E lo sapeva anche lui.

«Dottor Corsi? Vicequestore Schiavone».

«Ah! Bene. Addirittura in anticipo sulle 24 ore. Ha buone notizie?». La voce del questore era tonica e vibrante. «Non lo so se sono buone. Allora, il cadavere si chiamava Leone Miccichè. Aveva un rifugio, uno chalet su a Cuneaz, sulle piste di Champoluc insieme a sua moglie, Luisa Pec, anni 32, che somiglia un po’ a Greta Scacchi». «A Margherita Buy». «Cosa?». «Somiglia a Margherita Buy, non a Greta Scacchi» rispose il questore. «La conosce?». «È evidente. Sono uno che scia, e spesso vado al Belle Cuneaz a mangiare. Fanno una zuppa d’orzo che è la fine del mondo. Li conoscevo tutti e due, sa? Ma porca miseria, Leone Miccichè. Che brutta notizia che mi dà». «Mi dispiace» disse Rocco sentendosi un cretino. «Comunque per ora l’autopsia non è stata ancora effettuata, ma dalle prime analisi Fumagalli avanza l’ipotesi di omicidio». «Oh porca!» imprecò il questore, trattenendosi dal finire la frase. «E posso sapere come fa a esserne così sicuro?». «Certo. Leone Miccichè aveva un fazzoletto appallottolato in bocca». «Un fazzoletto in bocca?». «E un lembo di quel fazzoletto è stato ritrovato nella trachea. Dentro c’era un pezzo di lingua e due denti. L’ha ingoiato, perché la trachea è intatta. Se ce l’avesse schiacciato il gatto delle nevi, anche la trachea sarebbe spappolata». «Chiaro». «Già. E la morte risale alle sette di sera, più o meno. Fumagalli sarà più preciso dopo il riscontro della temperatura corporea riportata a quella esterna eccetera eccetera. Be’, io le ho detto tutto quello che so. Per ora. Da parlare coi giornalisti ne ha». «Mi piacerebbe ci fosse anche lei insieme a me a parlare con quelli». «Io sto andando a Champoluc. Non voglio perdere tempo, dottore» svicolò Rocco. «Certo. Giusto. Vada. Stanotte la scientifica è salita da Torino. Sono sul luogo. Vada a dare un’occhiata» e il questore chiuse la telefonata senza salutare. Rocco si alzò dalla poltrona. Nora era lì, appoggiata allo stipite della porta, con il viso fresco di chi si è appena svegliato.

«Tutto quello che hai sentito tu non l’hai mai sentito» disse Rocco. «Vendo abiti da sposa. Non sono un avvocato». «Bene. Io adesso devo andare. Su. Al paese». «Certo. Stasera?». «Stasera torno tardi sicuro. Me ne vado a casa». «Se ci ripensi…». «Se ci ripenso ti chiamo, sempre che tu ne abbia voglia. Lo so che prima o poi mi manderai a…». «Ti sbagli. Non ti ci mando. Almeno non oggi. E stasera ho voglia di vederti». «Bene. E scusami. Magari un giorno farò pace con me stesso». «Allora mi chiami?». «Ti chiamo, Nora». «Non ti credo».

Rocco Schiavone fissava la porta chiusa del magistrato da più di un quarto d’ora. Ormai conosceva le venature del mogano a memoria e aveva già trovato nei ghirigori dei nodi del legno due elefanti, una tartaruga marina e il torso di una donna con tanto di ombelico. Cominciava ad innervosirsi. Odiava le convocazioni, odiava la procura, odiava quel clima e soprattutto odiava il fatto che mancavano più di 3.650 giorni ai suoi 55 anni. 55 anni era la meta che s’era prefissato. Non più così giovane da poter fare la vita sregolata di un ventenne, ma neanche tanto vecchio da doversene stare su una sedia a rotelle a sbavarsi addosso la minestrina e ingollare pillole. Il posto l’aveva scelto già da sei anni, dopo parecchi studi e discussioni con sua moglie Marina. Non lontano dal mare perché lui amava il mare, ma in piena campagna perché Marina amava la campagna. Sarebbe andata bene la Maremma, ma in Italia non era proprio il caso di rimanere. Alla fine avevano scelto la Provenza. Dove avrebbe portato le ossa a sbiancarsi al sole fino a che morte non l’avrebbe separato da quel paradiso in terra. Ancora 3.650 giorni. Un casale. In piena campagna. Con almeno 10 ettari di terra in modo che nessun rompicoglioni potesse dormirgli vicino nel raggio di un paio di chilometri. Il casale doveva avere almeno sei stanze da letto per gli amici di

Roma. E la piscina. Spulciando fra le offerte immobiliari sotto ai quattro milioni di euro non c’era neanche da pensarci. Mancavano ancora un bel mucchio di soldi. Stava pensando all’arrivo di Sebastiano Cecchetti quando la porta dell’ufficio del magistrato si aprì e apparve Maurizio Baldi. Con la giacca e la cravatta migliorava di molto il suo aspetto. Non pareva più il commilitone di Rigoni Stern sperduto nella steppa ucraina della sera prima. Anzi sul suo viso disteso ora c’era anche l’ombra di un sorriso. Rocco se l’era immaginato senza capelli, sotto quel colbacco di pelo che indossava ai piedi dell’ovovia, invece Baldi aveva una chioma bionda e fluente con un bel ciuffo liscio che lo faceva somigliare a uno degli Spandau Ballet. «Schiavone» disse il magistrato allungando la mano. Rocco si alzò, gliela strinse, poi il magistrato lo fece accomodare. La stanza era piccola. Il solito tricolore, la foto del presidente, diplomi, attestati e un paio di librerie a vetro con decine di tomi che nessuno leggeva più da anni. Sulla scrivania un codice di procedura penale e una foto incorniciata rivoltata a faccia in giù. «Ieri siamo partiti col piede sbagliato, dottore» disse il magistrato e distese finalmente il suo sorriso. «Ma sono su un caso importante di evasione fiscale e questo cadavere fra capo e collo non ci voleva» poi fissò gli occhi su Rocco. «Di lei so parecchie cose. So perché è qui, ma so anche che lei ha una percentuale altissima di casi risolti. È così?». «Sì, è così». Rocco stava sulla difensiva. Quello che aveva davanti poteva essere il fratello del magistrato incontrato la notte prima. Non sembrava proprio lui. «Allora. Avete indagato su questo Miccichè?». Rocco annuì. «Qui non si fuma, vero?». «No». «Miccichè Leone. Anni 43. La sua famiglia vive in provincia di Catania. Hanno un’azienda vinicola molto importante». «Sono stati avvertiti?». «Sì. Salgono domani». «Ieri ero molto nervoso» saltò di palo in frasca il magistrato. «Non ha bisogno di spiegarsi. Anche io lo ero». «Mi ascolti, Schiavone. Lei ama il suo lavoro?». Dove voleva arrivare, pensò Rocco. «No. E lei?».

«Io sì. E ci sono dei giorni che mi viene la voglia di mandare tutto a quel paese e ricominciare in un’isola dell’Oceano Indiano mangiando cocchi». «L’Oceano Indiano è pericoloso. Tsunami, maremoti sono all’ordine del giorno» rispose Rocco che lo sapeva. Era stata una delle prime mete che aveva studiato attentamente con Marina, «poi c’è un’assistenza sanitaria mediocre. Meglio un paese civile e pulito». «Civile…» disse Baldi a se stesso, «civile, sì, ha ragione. Sa a cosa pensavo stamattina?». La domanda era retorica e Rocco non rispose. «Stavo pensando alle squadre di calcio». «E?». «E allora, ci pensi. Guardi, per esempio, cosa fa una squadra di calcio per raggiungere migliori risultati?». «Si allena?» azzardò Rocco. «Non solo. Compra i giocatori. Stranieri. Ne conviene?». «Sì. Vero, basta dare un’occhiata all’Inter». «Appunto. Si forma la squadra con le eccellenze internazionali e si vincono coppe e scudetti. Mi dica se sbaglio». «Non sbaglia». «Bene, Schiavone. Ora trasferisca questo concetto al nostro paese». Rocco incrociò le gambe. «Non la seguo». «Faccia conto che per raggiungere risultati noi, l’Italia, ce ne andiamo in giro a comprare i giocatori migliori». «E no mi scusi, ma la Nazionale di calcio italiana deve essere formata tutta da giocatori italiani» obiettò Rocco. «Non mi riferisco più al calcio. Il calcio è solo una metafora. Mi riferisco alla politica. Allora che farei? Si compra un bel primo ministro svedese, un Reinfeldt, poi all’economia ci mettiamo un tedesco, un Bruederle, poi alla cultura un francese, la Albanel, alla giustizia un danese, insomma! Pensi che squadra della Madonna! E finalmente ’sto paese la smetterà di essere il paese di pulcinella. Ha capito?». La probabilità che il magistrato fosse affetto da una forma di patologia ciclotimica si affacciò prepotente nella mente di Rocco Schiavone. «Chiaro e tondo. Una bella campagna acquisti» rispose, perché dargli ragione era la strada migliore. «Esatto!» e il magistrato mollò un pugno sul tavolo. «Esatto, Schiavone.

Sarebbe bello, non trova?». «Sì». «Scherzo, è ovvio. Lei mica mi avrà preso sul serio, no?». «Un po’ sì». «No. Anche perché non basta cambiare le teste di serie. Qui c’è mezza classe politica da mandare al confino. Ma non si stia a preoccupare, sono solo un po’ schifato da quello che vedo e leggo sui giornali ogni giorno. Mi stia bene e mi tenga informato» si alzò all’improvviso tendendo la mano. Rocco lo imitò. Appena gliela strinse il magistrato strizzò gli occhi:

«Troviamolo quest’assassino, va bene?». Rocco annuì scuotendo su e giù la mano di Baldi. Poi lo sguardo gli cadde sulla foto capovolta sulla scrivania. I due uomini rimasero così, con le mani strette a guardare la cornice argentata. Rocco non fece domande. Baldi non aggiunse nulla. Sparò un sorriso falso a denti stretti e mollò la mano del vicequestore. Rocco girò i tacchi e uscì dall’ufficio senza aggiungere altro. Scendendo le scale della procura pensò che lutto o non lutto doveva andarsi a fare una bella chiacchierata con Luisa Pec.

Italo Pierron risaliva dolcemente i tornanti che da Verres portano nella Val d’Ayas. Rocco se n’era stato in silenzio per tutto il viaggio a guardare fuori dal finestrino. Solo un quadrato piccolissimo di cielo era spuntato fra la monotona macchia grigia delle nuvole. Quando il cartello li avvertì che stavano entrando nel comune di Brusson il vicequestore parlò:

«Tu sei sposato, Italo?». «No, dottore». «Fidanzato?». «Nemmeno. Avevo una fidanzata ma tre mesi fa ci siamo lasciati». «E perché?». «L’ho trovata al ristorante con un altro. Una sua vecchia fiamma». «Embè?». «Embè, ci sono rimasto male». Rocco guardò Italo. Aveva ancora i lineamenti da ragazzo ma la bocca, che sembrava un taglio fatto con il bisturi sul viso, lo faceva sembrare più anziano di qualche anno. Da vecchio avrebbe portato sicuro la barba o i baffi per nascondere la mancanza di labbra. La testa era piccola e si muoveva a scatti. Il naso appena sporgente pareva stare sempre all’erta. Gli occhi erano

neri e profondi. Svegli. L’agente Pierron si sentì osservato. Gettò un’occhiata al vicequestore, fece un sorriso e si riconcentrò sulla guida. Rocco da piccolo aveva l’enciclopedia degli animali, che insieme al Manuale delle Giovani Marmotte e ai Quindici erano gli unici libri di casa. L’ultimo volume dell’enciclopedia, il quinto, era composto da tavole disegnate da bravissimi illustratori dell’800. Era il suo preferito. Accovacciato sul tappeto della sua cameretta passava interi pomeriggi ad osservare quelle tavole, una per una. S’era sempre chiesto come facessero quei disegnatori a fare i ritratti agli animali. Nell’800 mica c’erano le fotografie. Non è che tucani e pipistrelli se ne stanno lì buoni e fermi, pronti ad obbedire alle richieste del ritrattista. Quindi capì che i pittori avevano come modelli degli animali imbalsamati. Morti. Eppure quelle tavole restituivano una vitalità e un movimento da farli sembrare vivissimi, più vivi delle fotografie. Amava i colori, le specie, soprattutto quelle che s’erano ormai estinte. Se non fosse per quelle tavole, pensava sempre, ora non sapremmo mai com’era fatto un Tilacino, o lupo della Tasmania, o anche un aye aye, l’asino selvatico africano. Da allora, se nella vita incontrava qualcuno che gli ricordasse una di quelle tavole, subito lo catalogava come uno zoologo nel suo taccuino mentale. Italo Pierron era una Mustela Nivalis Linnaeus. Meglio conosciuta come Donnola. Ne aveva già incontrate di donnole, ma tra le forze dell’ordine mai. «Italo» disse all’improvviso e il pomo d’adamo dell’agente fece su e giù un paio di volte. «Italo, ti piace il tuo lavoro?». Quello spalancò gli occhi. Un sorriso appena accennato spuntò sulla bocca senza labbra. Alzò le spalle. «È un lavoro». «Quanto prende un agente di polizia al mese?». «Poco, dottore. Poco». «Senza orari, no? Difficile farsi una famiglia». «Non la voglio una famiglia. Sto bene così. Ma perché mi fa queste domande?». «Per conoscerti. Sei uno in gamba. Lo sai. E secondo me potresti fare di più». «Di più di quello che faccio?». «No. Di più». E Rocco si azzittì lasciando l’agente a rimuginare su quell’ultima frase. «Senti» riprese, «prima di andare su da Luisa Pec dobbiamo fare un salto

all’ufficio postale». «Va bene. Ma a quest’ora lo troviamo chiuso». «Tu non ti preoccupare e portami là».

Quando arrivarono davanti all’ufficio postale, ad attenderli davanti alla porta c’era un uomo sulla cinquantina. Aveva addosso un maglione di lana a coste larghe. Le guance rosse e si sfregava le mani. Italo fermò la macchina. Appena Rocco scese prese subito un bel ceffone d’aria fredda. Anche se pieno giorno, la temperatura era abbondantemente sotto lo zero. «Porca troia che freddo di merda!» mormorò il vicequestore. «Tu aspettami qua!» disse a Italo chiudendo lo sportello della BMW. Poi raggiunse l’uomo sulle scale che subito tese la mano: «Sono Riccardo Peroni. Il direttore dell’ufficio postale. Ho avuto la chiamata dalla questura…». «Sì, sì» disse Rocco stringendogli la mano, «vicequestore Schiavone. Entriamo che c’è da rimanere congelati!». Il direttore aprì la porta a vetri dell’ufficio e fece entrare Rocco. «Chiuda pure» gli disse il poliziotto una volta dentro. Peroni eseguì. «Che cosa posso fare per lei?». L’ufficio vuoto aveva solo i numeri salva fila elettronici accesi sopra gli sportelli e i cestini pieni di bollette stracciate. Su una libreria i prodotti che le poste vendevano e che niente avevano a che fare con la loro attività: libri di ricette culinarie, libri per bambini, un paio di best seller, penne e pennarelli. Anche le poste fanno il doppio lavoro per arrotondare, pensò Rocco. E gli venne in mente che doveva ancora pagare l’elettricità dell’ultimo mese. Si rammaricò. Poteva pensarci e risolvere anche questa piccola incombenza familiare. «Ho letto su un libro una cosa che m’è rimasta impressa». «Quale?» chiese il direttore con un sorriso gentile sulle labbra. «Le poste sono come le unghie e i capelli. Quando uno muore quelli continuano a crescere. E così fanno lettere e bollette. Continuano ad arrivare al destinatario anche se è già sottoterra. Vero, no?». Peroni ci pensò un attimo su. «Non l’avevo mai vista sotto questo aspetto». «Allora da oggi tutta la posta che dovesse arrivare al signor Leone Miccichè lei la gira a me in questura. Con la massima velocità».

Il direttore divenne serio. «Ma come? Leone? È morto?». «Ha un ottimo spirito di osservazione». «E quando?». «Ieri. Sulle piste». Il direttore sbiancò. «Era suo il cadavere che avete ritrovato?». «Suo proprio. Dalla testa ai piedi». «Povera Luisa…». «Infatti. Ha capito allora? E mi raccomando, non deve farne parola con nessuno. Sono stato chiaro?». Peroni guardava in terra, ancora scosso dalla notizia. Schiavone lo fece ritornare nel mondo reale. «Oh! Ha capito o no?». «Eh? Ah, sì. Ho capito. La posta di Leone…». «La deve mandare a me. Esatto». Peroni spennazzò gli occhi, segno che il suo cervello aveva ripreso a funzionare. «Ma io non so. È una cosa legale?». «No. Non credo proprio» rispose tranquillo il vicequestore. «E allora lei mi sta chiedendo…?». «La posta di Leone. Nel mio ufficio, in questura, strettamente personale». «Io devo vedere se, insomma, ho dei doveri. Non posso mica prometterle che…». Peroni non lo vide arrivare. Sentì solo il dolore sulla guancia e la testa che contemporaneamente compiva un arco di una trentina di gradi alla sua sinistra. Si toccò la guancia proprio dove Rocco gli aveva mollato la sberla improvvisa. «Allora» disse calmo il vicequestore. «Glielo ripeto con civiltà. Mi farà avere la posta di Miccichè oppure le devo rendere la vita un inferno?». Il direttore annuì spaventato. Poi Rocco allungò il bigliettino da visita all’uomo. «Qui c’è scritto tutto. E grazie per la collaborazione». Fece due passi verso la porta a vetri, afferrò la maniglia ma non uscì. Rimase fermo, colto da un pensiero improvviso. Si voltò a guardare Peroni che se ne stava in piedi con il bigliettino da visita in una mano mentre con l’altra ancora si carezzava la guancia. «Peroni. Non una parola di questo nostro accordo. Sennò torno. Sono stato chiaro?». «Sì». «Buona giornata».

Per arrivare fin sopra alle piste c’era da prendere la cabinovia a sei posti. Una specie di baccello attaccato a un’enorme fune di acciaio grazie ad un ranuncolo di metallo. Rocco e Pierron presero la numero 69 che partì a tutta velocità per portarli a quota 2.000 metri. L’addetto alla cabinovia aveva guardato intensamente l’abbigliamento fuori luogo di Rocco, soffermandosi sulle Clarks per almeno una decina di secondi, ma poi, chiuso nel suo lavoro

e nel silenzio del montanaro, non aveva detto niente. Semplicemente aveva

verificato la chiusura del doppio sportello e s’era dedicato ai passeggeri che seguivano. «Ma oggi sciano?» disse Rocco guardando fuori dai finestrini di plexiglas. «Solo sulle piste a monte. Quella a valle dove abbiamo trovato Miccichè è chiusa». La cabina sfiorava già le cime degli abeti. Il bosco avvolto in una fitta nebbiolina impenetrabile sembrava uscito da una saga celtica. Rocco osservò

il manto di neve fra le rocce e i tronchi d’albero. C’erano aghi di pino ma soprattutto orme. Piccole e grandi.

«Uccelli, lepri e pure stambecchi e camosci» disse Italo Pierron, «tutti in cerca di cibo». «Ci sono anche donnole?». «Sicuro. D’inverno diventano bianche. Perché?». «Una mia curiosità». «E sì, le donnole sono furbe. Si mimetizzano». «Vero?» fece Rocco guardando intensamente gli occhi di Italo Pierron che arrossì perché non capiva le intenzioni del suo superiore. Lo stava studiando, questo gli era chiaro. Gliene sfuggiva il motivo. «È importante mimetizzarsi, Italo. Se si vuole sopravvivere in un mondo

di predatori».

All’improvviso la melassa fuligginosa si aprì e un sole pieno e pesante illuminò il paesaggio. Rocco rimase a bocca aperta. Erano sbucati sopra le

nuvole, come in aereo. Adesso il cielo era azzurro, e intorno i picchi innevati delle Alpi li circondavano come una corona. Sembravano isole che spuntavano da un lago d’acqua grigia e spumosa. Rocco strinse gli occhi per

la luce accecante. «Che bello» gli uscì spontaneo, «proprio bello».

«Vero?» convenne Italo. La neve, come un’immensa colata di panna soffice, rivestiva i pianori, gli scoscesi, le rocce. Guardarla così, dall’alto, non sembrava neanche una cosa

fredda. Anzi, a Rocco venne voglia di buttarcisi dentro e rotolarsi per un quarto d’ora. Mangiarla, anche. Doveva essere dolce e soffice. Splendeva di mille schegge di luce e se fissava troppo lo sguardo sentiva dolore agli occhi

e la testa che girava. I tetti neri di lavagna dei piccoli rifugi e delle casette erano sommersi, e se non fosse stato per i comignoli fumanti, sarebbe stato impossibile individuarli. Se ne stavano sepolti in mezzo a quel mare bianco

di un nitore assoluto come greggi beate al pascolo, pigre e sonnacchiose.

Finalmente la cabina arrivò a destinazione. Rocco scese, felice di non aver sentito neanche minimamente le vertigini.

Fuori dalla stazione della cabinovia la neve era alta, un po’ sciolta dal sole. Sciatori vestiti con i colori più disparati, tanto da farli somigliare a delle maschere di carnevale, stavano spaparanzati ai tavolini di un bar chalet a godersi gli ultimi raggi della giornata davanti a dei bicchieri schiumosi di birra. Altri andavano verso le piste incollandosi sci, racchette e caschi, camminando come dei Golem con scarponi grossi e rumorosi. A Rocco vennero in mente i dannati di qualche girone dantesco. «Ma pagano per tutto questo?» chiese a Italo. «Signor vicequestore» disse Pierron azzeccando incredibilmente il grado

di Rocco, «lei ha mai provato a sciare?».

«Mai». «E allora sappia che se ci provasse una sola volta capirebbe. Come prima, nella cabinovia. Ha visto? All’improvviso sole e cielo e neve. Così è sugli sci. La stessa sensazione». Ma Rocco non lo ascoltava più. Confrontava la neve a terra con le sue scarpe inadatte a quella situazione. «Non si preoccupi dottore, dobbiamo fare solo un centinaio di metri. Ci aspetta Luigi». «Chi è Luigi?». «Il capo dei gatti. Quello che ieri sera ci ha portato su. Luigi Bionaz. Lui ci accompagna a Cuneaz. Vede quell’avvallamento laggiù?». Rocco guardò. Quattrocento metri più avanti, a metà di una pista percorsa da sciatori impazziti di gioia, c’erano dei montarozzi coperti di neve. «Sì, vedo. Quindi?». «Cuneaz è là, dietro a quei rialzi. D’estate una passeggiata. Ma d’inverno per arrivarci ci vogliono le ciaspole». «Le che?».

«Le ciaspole… le racchette ai piedi. Ha presente?». «Ah. Tipo Umberto Nobile?». «Chi?». «Lascia perdere, Italo. Annamo da Luigi».

Appena venti metri fuori dalla stazione, su un lato c’era un’enorme struttura di legno e pietra. Era il garage dei gatti delle nevi. In fondo, davanti a una porta a vetri con l’insegna della scuola di sci, i maestri stanziavano su delle panche di legno, al sole, tutti con la giacca rossa e i pantaloni neri. Italo alzò una mano per richiamare l’attenzione di qualcuno. Rocco invece guardava le sue Clarks che somigliavano a due ratti di fogna fradici d’acqua. «Ehilà!» urlò qualcuno che Rocco non riusciva a distinguere per colpa dei riflessi del sole. «Ecco, Luigi è lì. Andiamo» disse Italo, «ci aspetta». Camminando a fatica nella neve alta, vestito con il suo loden verde e i pantaloni di velluto grigi sotto gli sguardi incuriositi degli sciatori, Rocco arrivò finalmente alla porta del garage. Luigi Bionaz era lì che li aspettava. «Buongiorno commissario, si ricorda?». La notte precedente il viso di Luigi era solo una massa indistinta sotto un pesante berretto con il paraorecchie. Ora alla luce del giorno finalmente Rocco riusciva a distinguere i lineamenti. La prima cosa che colpiva erano gli occhi, di un azzurro così chiaro da sembrare quello dei cani da slitta, gli aski. Gli zigomi alti, la mascella pronunciata e i denti bianchi, sembravano riflettere la neve tutt’intorno. Se fosse nato negli Stati Uniti, Luigi Bionaz sarebbe potuto diventare un attore di film d’azione. Il corpo e la faccia ce li aveva e non gli mancava nulla per far impazzire le donne di mezzo emisfero. «Ho saputo. Leone. Mi dispiace tantissimo. È stato un incidente?» chiese mentre si rollava una sigaretta. Rocco non disse una parola e Luigi capì che non era il caso di fare altre domande. Allora sorrise e batté la mano due volte sulla sella di un quod 4x4. «Niente gatto. Andiamo con questo». Una specie di moto con quattro ruote. Rocco l’aveva guidata tanti anni prima sulle dune di Sharm el Sheikh nella famosa motorata nel deserto dove si cappottò spezzando la falange del dito medio di sua moglie. «È più veloce» aggiunse Luigi. «Per le piste non ci si potrebbe passare

con quest’affare» si accese la sigaretta che bruciò in punta lasciando cadere zampilli di brace sulla neve, «ma siete della polizia, no? Quindi chi ci dice niente?». «Vero. Però potevi venire a prenderci alla stazione dell’ovovia, no?» disse Rocco. «Mi sono fracicato i piedi per arrivare fino a qui!». Luigi rise divertito. «Dottore, lei si deve fare l’attrezzatura per la montagna!» rispose il capo dei gattisti salendo sul quod. «Così sembro un pagliaccio come questi?» e indicò col naso gli sciatori. «Annamo va’». Si mise dietro a Luigi. Montò anche Pierron. «Luigi, ma ’sto coso le porta tre persone?». Luigi non rispose al vicequestore. Accese il motore e con un mezzo sorriso e la sigaretta stretta fra i denti diede una sgasata e partì. Le quattro ruote dentate morsero subito la neve e lasciandosi dietro uno schizzo micidiale spararono il veicolo a una velocità impressionante su per le piste. Rocco vedeva sciatori sfiorati dal mezzo mentre aghi di ghiaccio gli pungevano la faccia. Le ruote derapavano, riprendevano la linea, sterzavano all’improvviso per scivolare su una lastra di ghiaccio. Sentiva il quod traballare, piegarsi di lato, urlare, affondare nella neve, recuperare per poi riabbassarsi di botto, peggio del beccheggio di una barca in mezzo alle onde. Due minuti di corsa senza respiro e arrivarono a Cuneaz. Rocco scese pulendosi la neve dal loden. Poi guardò Luigi che aveva ancora la sigaretta in bocca. «Al ritorno guido io!» gli disse puntandogli il dito sul petto. «Perché?» chiese innocente Luigi. «Ha avuto paura?». «Ma de che! È una figata assurda!». Pierron invece era di tutt’altra opinione. Si limitò a scuotere la testa disapprovando. Cuneaz era un paesino vero e proprio. Con la piazzetta, le case, la legna tagliata e accatastata in bell’ordine fuori dalle abitazioni. C’erano tre rifugi. Il più bello era proprio il Belle Cuneaz del povero Leone Miccichè. Era chiuso. Fu Luigi a bussare. Passarono neanche trenta secondi e il viso triste di Luisa Pec apparve sul vetro della porta-finestra, proprio dietro l’adesivo della Visa e del pagobancomat. Essenziali, perché permisero a Rocco di restare coi piedi per terra, altrimenti fra la carenza d’ossigeno, il paesaggio onirico innevato, il silenzio, i comignoli fumanti e le case di legno con le

misteriose scritte in gotico avrebbe potuto confondersi e credere di stare dentro una roba scritta dai fratelli Grimm.

Luisa fece accomodare Rocco e Pierron su due divani Chesterfield. «Ora vi porto da bere. Riscalda ed è un piacere» disse senza un filo di sorriso, come recitando una parte a memoria. Il rifugio, come lo chiamavano da quelle parti, sembrava appena uscito da una rivista d’arredamento. La boiserie chiara alle pareti, la pietra a terra inframezzata con un vecchio parquet di risulta brunito dal tempo, il camino antico con gli alari di cristallo. Le luci, soffuse, calde. I tavoli di legno decapato e alle pareti quadri notevoli di paesaggi montani di fine ’800. Il bar era un antico bancone da farmacia veneziano con la rastrelliera per le bevande fatta con i vecchi asciugatoi della paglia tipici di quelle valli. Tutto, dal grande al particolare, diceva chiaramente: ristrutturare è costato un patrimonio! E il risultato era spettacolare. La padrona tornò con una bottiglia di grappa al ginepro e due bicchieri. «Ma è vero che la polizia in servizio non beve?» chiese. «Sì» e Rocco si servì un bicchiere di liquore. Pierron invece rifiutò. Luigi era rimasto in piedi accanto alla finestra, come un servitore fedele. Rollava una seconda sigaretta e ne stava leccando il bordo per chiuderla. Rocco lo guardò. «Senti Luigi, ti vai a fare un giro? Le cose che diciamo ce le diciamo solo per noi». Luigi si infilò la cicca fra i denti e a passi decisi uscì dallo chalet. «Questo posto è meraviglioso» disse Rocco abbracciando con un’occhiata la sala principale. «Grazie» rispose Luisa, «sopra ci sono anche sei camere da letto e di là c’è il ristorante. Dopo lo vediamo, è una bella sala anche perché ha una vetrata che dà direttamente sulla valle». «È enorme» commentò Rocco, «uno mica si immagina che fra le montagne…». «Questa una volta era la scuola. Fino alla guerra. Poi la gente abbandonò Cuneaz, se ne andò giù a Champoluc, e allora…». «Lei l’ha comprata?». «Io? No» disse Luisa con un sorriso. «Era dei miei nonni. Diciamo che era una catapecchia, la usavano come stalla. Aspetti». Si alzò. Andò fino alla

parete di fronte, staccò una foto in bianco e nero dal muro e la portò al vicequestore. «Vede? Era così prima dei lavori». Rocco guardò la foto. Una baracca di pietra e legni sfondati che vomitava paglia dalle finestre senza vetri. «Be’, è irriconoscibile. Chissà quanto ci ha speso». Luisa fece una smorfia. «Non me lo dica. Comunque sui quattrocentomila». Il vicequestore fischiò come un bollitore. «Guardi, prima che me lo chieda, glielo dico io, tanto qui tutti lo sanno. I soldi erano di Leone. Se questo posto è così, lo si deve a lui» poi il mento le tremò, l’epiglottide emise un rantolo e una fontana sgorgò dai begli occhi di Luisa Pec. Italo scattò subito dandole un fazzoletto. «Scusate… scusate». «No, ci scusi lei. Purtroppo il mio mestiere fa schifo. Peggio di un condor. Vabbè…» e Rocco con un sorso vuotò la grappa al ginepro. Era buona. Gli scese giù come una carezza calda fino allo stomaco e ai piedi congelati. «Luisa, io glielo devo chiedere. Leone ha mai avuto problemi con, diciamo, con gente di giù?». Luisa tirò su col naso, si asciugò le lacrime e restituì il fazzoletto a Pierron. «Come problemi?». «Lui o la sua famiglia, che lei sappia, ha mai avuto qualcosa di poco chiaro in Sicilia? Sto parlando di criminalità organizzata». Luisa Pec avvampò. Sgranò gli occhi. «Ma… mafia?». «La chiami così». «Leone? No, Dio mio, no. La famiglia fa il vino. Lo fanno da cento anni. Un’azienda solida. Vede? Quello lo fanno loro» e voltandosi appena mostrò una rastrelliera piena di bottiglie con tanto d’etichetta. «È gente tranquilla. Mai un litigio». «Lei è sicura? L’ha mai visto preoccupato per qualcosa? Qualche telefonata misteriosa?». «No. Le giuro di no». Poi un’ombra passò sul viso di Luisa Pec. Rocco sapeva leggere le sfumature, figuriamoci una roba segnata con l’evidenziatore. «Cosa c’è, Luisa?». «Qualche giorno fa aveva avuto una telefonata con Mimmo… Domenico, suo fratello maggiore. Avevano litigato. Però io non so perché, magari non è

niente». «Magari». «Ma glielo può chiedere lei. Salgono per il funerale». «Lo so. Anzi dovrebbero essere arrivati. Mi ha fatto piacere rivederla». «Io sono sempre a disposizione. Non lo vuole vedere il ristorante?». «No. Troppe cose belle una dietro all’altra fanno male all’autostima» rispose Rocco che sorrise e si alzò. Pierron lo imitò e strinse la mano a Luisa Pec. «Coraggio» fu l’unica cosa che disse Italo.

«Coraggio?» chiese il vicequestore a Italo appena usciti dal Belle Cuneaz. «Ma come te ne esci, Italo?». «Poveretta. Sta male, mi sembrava…». «Quello che sembra a te, te lo tieni, ci pensi, lo ingoi e te lo porti a casa. Coraggio. Ma dimmi te! Forza Luigi, prendiamo ’st’attrezzo e torniamo giù». «Guida lei allora?» fece il capo dei gattisti con la cicca spenta in bocca. «Ti credo».

Un minuto e quarantacinque secondi dopo il quod pilotato dal vicequestore Rocco Schiavone si fermò davanti alla rimessa dei gatti delle nevi. «’St’affare è troppo divertente». «Alla cunetta alla fine della pista mi sono visto con le gambe all’aria» disse Italo Pierron togliendosi i residui di neve dalla giacca a vento. «Perché non hai fiducia». «Allora ci vediamo?» disse Luigi allontanandosi. «Ci vediamo». Italo e Rocco si stavano incamminando verso la stazione della cabinovia, quando una voce urlò: «Dottore! Dottor Schiavone!». Rocco si girò. Dal gruppetto dei maestri stravaccati sulle panche vide emergere la divisa di Caciuoppolo, il napoletano sugli sci. Alzava una mano per attrarre l’attenzione e sorrideva con i suoi denti bianchi. Si avvicinava rapido con gli scarponi e gli sci in spalla. Il vicequestore gli andò incontro tenendo le mani in tasca, che dopo la motorata a 2.000 metri erano diventate due pezzi di ghiaccio. «Caciuoppolo!» rispose ad alta voce e una nuvola di fumo denso gli uscì

dalla bocca. «Com’è che non sei con la scientifica?». «Dottore!» il giovane si portò la mano alla fronte accennando un saluto militare. «Non gradivano la mia presenza. Pare che abbiamo fatto un bordello sul luogo» il sorriso dell’agente Caciuoppolo si spense, la sua faccia divenne triste nonostante l’abbronzatura terra di Siena. «Commissa’, io le devo parlare». «E di che?». «Non qui». «E dove?». «Stavate tornando giù al paese?». «Sì». «Allora vengo con voi. Dentro la cabinovia è meglio».

Per primo salì Pierron, poi il vicequestore e per ultimo Caciuoppolo dopo aver assicurato gli sci dentro alla rastrelliera esterna. L’addetto alle cabine controllò la chiusura delle porte e l’ovulo cominciò la discesa. «Allora, che mi devi dire?». «Ci sono cose che lei deve sapere. Leone Miccichè, il cadavere…». «Embè?». «Mbè, stava da tre anni con Luisa Pec. E aspettavano un figlio». Rocco guardò gli occhi scuri di Caciuoppolo. «Te come lo sai?». «Lo so perché me l’ha detto Omar». Italo Pierron annuì. «Lo conosci tu?» gli chiese Rocco. «Sì. Omar è uno dei maestri di sci. Diciamo il capo, va’» rispose Italo. «E a Omar che gliene frega? Invece di insegnare ad andare su quegli attrezzi che fanno? Le comari?». «No». Caciuoppolo rise. «No, vede dottore. Omar Borghetti era il fidanzato di Luisa Pec. Prima che lei si mettesse con Leone. E insomma, sa tutto». «Fidanzato?». «Sì». Rocco guardò fuori. Il sole si stava spappolando sulle montagne colorandole di arancione e facendole sembrare degli enormi mont blanc al caramello. «Il fidanzato. Tu questo mi volevi dire?».

«Non solo dottore» proseguì Caciuoppolo, «c’è una cosa che forse lei deve sapere. Omar Borghetti c’è stato malissimo quando Luisa l’ha lasciato. E non s’è dato pace. Volevano mettere su il rifugio insieme. E Omar aveva chiesto prestiti e tutto. Poi il sogno è finito. Insomma, lei a Luisa Pec l’ha vista, no?». «E bravo Caciuoppolo. Tu hai già il sospettato. Bravo». «Grazie». La cabina si infilò fra nuvole e cielo, monti e tramonto sparirono, ingoiati dalla glassa lattiginosa. Il vicequestore si mise a riflettere ad alta voce. «Insomma, ha scoperto che Luisa era incinta e gli è partito l’embolo. Può essere, eh? Non dico di no, Caciuoppolo. Non lasciamo niente per strada». La stazione a valle si avvicinava sempre di più. Rocco vide gli uomini della scientifica caricare casse di plastica sui loro pick-up parcheggiati. Alzò gli occhi al cielo. «Ecco quelli della scientifica» disse. Anche Italo e Caciuoppolo si affacciarono per guardare. «Sapete come si riconoscono? Quando camminano sembra che abbiano paura di pestare una merda. Deformazione professionale. Lo vedete quello col giubbotto verde?». E indicò con l’indice un uomo che aspettava con le braccia conserte accanto al pick-up: «Quello è un sostituto commissario. Ed è il capo». «Come fa a saperlo?» chiese Italo. «Perché lo conosco. Si chiama Luca Farinelli. È un rompicoglioni di prima, ma è il migliore che c’è. Soprattutto ha una cosa da perdere la testa». «Sarebbe?» domandò Caciuoppolo. «La moglie. Un tocco di donna da far spavento. Carnagione olivastra, riccia, occhi verdi. Non si capisce come si sia innamorata di Farinelli. Da qui non lo potete vedere, ma è l’uomo più squallido che conosca. Sapete quelle facce che le vedi e le dimentichi?». Il cellulare di Rocco suonò le prime note dell’inno alla gioia. «Dimmi, Deruta, che vuoi?». «Ah dottore, stiamo lavorando. Però ci sono un sacco di inglesi. Che facciamo, controlliamo?». «Tutti, Deruta, controllate tutti. Hai altro da dirmi?». «D’Intino». «Embè?». «Ha collassato». Rocco scoppiò in una risata liberatoria. «E com’è?».

«Ha visto il cadavere di Miccichè. Prima è diventato bianco, poi viola, poi è stramazzato per terra. Ora è all’ospedale ma dicono che domani già può uscire». «Va bene, Deruta. Va bene. Mi sembra una bella notizia». «Dice?». «Dico. Statti bene» e ridacchiando fra sé rimise in tasca il cellulare. Pierron lo stava interrogando con gli occhi, ma Rocco non vide il motivo per dare soddisfazione alla curiosità del giovane agente.

L’ovetto si fermò vomitando fuori i tre poliziotti. «Allora Italo, tu ora te ne vai con Caciuoppolo al bar e scambiatevi i numeri di telefono. Io vado da Farinelli. Statevi bene. Ah no, un attimo. Italo, dammi una sigaretta». Pierron tirò fuori il pacchetto di Chesterfield e ne offrì una al suo superiore. «Perché non compri le Camel, Italo? Le Chesterfield non mi piacciono». Rocco si mise la sigaretta in bocca e se la accese mentre i due giovani agenti si avviavano verso la scala di ferro che conduceva alla strada principale di Champoluc. Il vicequestore sgranchì il collo e si incamminò verso il parcheggio dove lo aspettava il sostituto commissario della scientifica.

«Come va?». «Va» rispose Rocco. «Che mi dici?». «Avete fato un casino». «Farinelli, vieni al dunque. Mi fa male la gamba destra, ho i piedi congelati, sto fumando una sigaretta che sa di ferro e non ho tempo. C’è qualcosa che mi interessa?». «Questa». Tirò fuori dalla tasca un sacchetto di plastica. Dentro c’erano delle macchie indistinte, piccole e nere. Sembravano moscerini spiaccicati sul parabrezza. «Che roba è?». «Tabacco. Ce n’era abbastanza, vedi?». «Tabacco?». «Ora facciamo le ricerche e vediamo di sapere qualcosa di più». «Sì vabbè buonanotte» Rocco sapeva che ricerche del genere prendevano

tempi biblici. E sapeva anche che se l’omicida non si ferma entro 48 ore, poi diventa troppo tardi. «Marlboro light. Il cadavere ne aveva un pacchetto in tasca. L’ha fumata lui». «Ah. Bene. L’ha fumata lui. Allora…» si rimise il sacchetto in tasca. «Qualcuno ha pisciato sull’albero davanti al luogo del delitto. Abbiamo raccolto l’urina». «Buttala». Farinelli guardò Rocco spostando di lato la testa, come se non avesse sentito bene. «È dell’agente Casella». Farinelli si intristì. «C’erano un mucchio di tracce, ma scommetto che se approfondiamo scopriamo che è roba vostra». «Le mie so’ facili da riconoscere». Rocco alzò il piede e lo indicò: «Sono l’unico con le Clarks». «Quelle sono Clarks?». «Una volta sì». «Sembrano due stracci. Io devo riferire al giudice». «Fa’ come ti pare». «Vieni anche tu e lo facciamo insieme?». «No, io ho da fare». «Senti Schiavone, come fai le cose te a me non me ne frega niente. Io seguo la procedura». «E bravo, seguila. Ma al cadavere gli hai dato un occhio?». Farinelli annuì un paio di volte mentre Rocco gettava il mozzicone di sigaretta. «Gli ho fatto lo scretching sotto le unghie» rispose il sostituto commissario. «Bravo. E che hai trovato?». «Niente. Non ha avuto una colluttazione. Solo tracce di stoffa nera ma…». Farinelli si chinò. A terra teneva una valigetta nera con la combinazione. La aprì. «Sotto le frese del gatto abbiamo trovato di tutto. Pezzi di vestiti, sangue, vomito, due denti e pure questa roba qui». Cacciò fuori un altro sacchetto. Dentro c’era il dito di un guanto nero. L’uomo della scientifica si alzò e mostrò il reperto al vicequestore. «Resti di un guanto. E sono sicuro che le fibre che il tizio aveva sotto le unghie appartengono a questo qua. È pelle. Ora cerco di capire modello e tipo».

«Tranquillo, lo so io. Questo è un guanto da sci di pelle marca Colmar. L’altro l’abbiamo trovato vicino al cadavere». «È importante?» chiese Farinelli guardando Rocco negli occhi. «Fondamentale».

Aveva spento il cellulare. Ora sotto un cielo nero senza stelle stretto nel suo loden e con un nuovo paio di Clarks ai piedi, Rocco Schiavone era a piazza Manzetti davanti alla stazione. Aveva lasciato la macchina in doppia fila e sgridato un vigile urbano che voleva fargli presente la cosa. Il treno con Sebastiano tardava una mezz’oretta. Finalmente sentì rumore di sferragliamento sulle rotaie. Gettò la sigaretta e entrò nella stazione. C’era poca gente. Il Café de la Gare era vuoto e stava per chiudere. Ma tanto non aveva voglia di bere o prendersi un caffè. Voleva solo abbracciare Sebastiano, andarsene a mangiare qualcosa insieme e parlare dei vecchi tempi andati. Lo vide scendere dal vagone. Alto, grosso, con una valigetta da commesso viaggiatore, la barba sempre lunga e i capelli neri ricci e spettinati. Sebastiano nella classificazione zoologica mentale di Rocco era un Ursus arctos horribilis, brutto nome per indicare il grizzly. Placido, bello, grosso, ma molto, molto pericoloso. Si mise sotto il lampione, bene in vista, ad aspettarlo. Appena lo riconobbe Sebastiano sorrise e accelerò il passo nonostante si fosse comprato un paio di pedule che dovevano pesare una settantina di chili. Si abbracciarono senza dirsi una parola.

Sebastiano era voluto andare al ristorante degli artisti Pam pam. Segnalato sul Gambero Rosso, l’unico libro che si portava sempre dietro, e parecchi commenti positivi su internet. Davanti al tagliere di salumi con la mocetta e a una bottiglia di Le Cret, finalmente Sebastiano e Rocco si ritrovarono. «Come stai allora?». «Lo vedi Seba, sto come quando giochi a sette e mezzo e in mano hai un cinque». «Una merda» concluse Sebastiano. «Già. E tu?». Sebastiano ingoiò una fetta di prosciutto e la mandò giù. «Roma non è più

Roma. Da un po’ non è più Roma. Ci sto male. Ci stiamo tutti male. A proposito, ti porto i saluti di Furio di Bizio e di Cerveteri». «Come stanno?» chiese Rocco con un sorriso di dolce nostalgia sulle labbra. «Brizio lotta con gli alimenti e gli avvocati. Furio ha aperto due posti con le slot e Cerveteri pare che ha trovato una bella pista in America». «Sempre roba etrusca?». «No. Mo’ s’è buttato sui quadri. Dopo la storia del vaso di Eufronio rubato

e venduto al museo americano con tutto il casino che ha fatto la stampa, quello è un canale rischioso e non si fa più un euro». «E già». Rocco prese una fetta di speck e se la sparò dritta in bocca. «Perché dici che Roma non è più Roma?». «Perché? La gente. Quando eravamo piccoli e giocavamo a San Cosimato

a ora di pranzo sentivi: A Mario! Vieni a casa! Che se non sali subito poi

facciamo i conti, mannaggia alla miseria!». «Come no. Che se mi sbucciavo un ginocchio, mamma me dava il resto». «Mo’ i ragazzini per strada non li vedi più. E se la madre li chiama dice:

Enrico, porca mignotta! Se non sali ti spacco la faccia!». Sebastiano guardò

triste l’amico. «Capisci? Una madre che dice ti spacco la faccia al figlio. Non

è una cosa possibile. E lo sai perché? Perché non c’è più una lira. So’ tutti

arrabbiati, strozzati dai debiti, dalle macchine e dai pullman dei turisti che te parcheggiano pure nel cesso di casa. Mentre te, se non hai il permesso, te ritrovi una multa da 100 euro sul parabrezza. Poi c’è una cosa che ammazza

il cuore». Sebastiano si versò mezzo bicchiere di vino e lo tracannò con un

sorso solo. «I vecchi. Tu vai a un mercato. A Trastevere, a Campo dei Fiori,

a piazza Crati, dove te pare a te. E aspetta l’ora di chiusura. Prima della

mondezza, arrivano loro. I vecchi. Qualcuno pure in giacca e cravatta, sai? Si mettono lì con la loro busta di plastica e raccolgono la frutta e la verdura ancora buona. E mica so’ barboni, Rocco. So’ pensionati. Gente che ha lavorato una vita. Che dovrebbe stare a casa a gioca’ coi nipoti, a legge, a guarda’ la televisione. Invece sta lì, con la pioggia o con il sole a racimola’ i finocchi e i cavoli vecchi». Rocco annuì. «Lo so, Sebastiano, lo so». Anche lui finì il vino nel bicchiere. «Tutto questo lo so. Mica è tanto che sono partito, eh? Solo quattro mesi». «E poi Rocco mio, ormai comandano gli zingari. Ma no quelli delle

roulotte. Quelli con le ville e gli appartamenti al centro». «Hanno sempre comandato loro» rispose Rocco guardando gli occhi dell’amico bovini, calmi e sereni. Seba era uno che si lamentava sempre. Da quando lo conosceva, dal primo giorno alle elementari. Il fiocco era di nylon e puzzava. Il colletto troppo rigido segava il collo, le copertine del sussidiario si staccavano. Penna blu e penna rossa non scrivevano mai. E pure il Padre Nostro che sei nei cieli, recitato ogni mattina prima delle lezioni, era troppo lungo e non capiva la storia di «rimetti a noi i nostri debiti». Ma ora nello sguardo dell’amico Rocco ci leggeva una nostalgia curiosa. Saranno i capelli bianchi, pensò, o magari lo saprò meglio domani. Ma sembrava lo sguardo di uno che si stava per arrendere. Che stesse per gettare la spugna. «Io me ne voglio andare» riprese Sebastiano, «ma mo’ è ancora presto. Tu?». «Ora sto qui. Aspetto. Manca ancora parecchio. Però se non si muove niente, bisogna che faccia qualcosa». «Almeno ’sta città è calma, no?». «Pareva. Mo’ proprio è sbucato fuori un cadavere. Un siciliano. L’hanno ammazzato sulle piste da sci». «Incidente?». «Macché. Omicidio». «Bella rottura di coglioni». «Da dieci e lode» chiuse Rocco. «Dormi da me?». «No. Ho preso un albergo. Tanto è una cosa di un paio di giorni». Rocco non chiese. Tanto sapeva che appena Sebastiano finiva di versare il vino, avrebbe parlato. E infatti l’amico attaccò. «Allora Rocco, la cosa è semplice. È un camion che passa la frontiera. Porta mobili etnici. Viene da Rotterdam e va diretto a Torino». «Quando?». «Dopodomani sera. Nel camion ci sarà una cassa. Ho le misure. Sopra c’è scritto Chant number 4. Che in inglese vuol dire canto numero 4. Era un pezzo degli Spandau Ballet». «E che c’è dentro ’ste casse?». «Maria». «Quanta marijuana?».

«Qualche chilo». Rocco si fece due conti. «Da chi arriva la notizia?». «Da Ernst». «E ti fidi del tedesco?». «Poco. Però da perdere che abbiamo?». «Com’è la storia? Come la vuoi fare?». «Semplice. Diciamo che lo fermiamo, controlliamo il carico, scopriamo lo schifo e te lo porti dentro. E quello che arriva in questura arriva. Non è che stanno lì a fare la pesa, no?». «Dove la mettiamo la roba che avanza?». «A quella ci penso io. La porto giù a Roma». «Quanto c’è per me?». «Trentamila euro». «Puliti?». «Puliti. Come sempre. Li do all’avvocato e ci pensa lui». Rocco annuì. «Certo, certo. Di questa merda ne farei volentieri a meno, ma… va bene. Io e te?». «Io e te. In borghese» rispose Sebastiano. «Quanti camionisti?». «Non lo so, Rocco». «Se viene da Rotterdam c’è la possibilità che siano in due. Sui lunghi tragitti si danno il cambio». Il cameriere arrivò al tavolo e Rocco e Sebastiano si zittirono. Con un sorriso il ragazzo portò via il tagliere dei salumi ormai vuoto. «I signori hanno scelto?». «Sì» disse Sebastiano che aveva studiato il menu e messo tutto a memoria. «Due costolette alla valdostana e una polenta concia che ci smezziamo». Il cameriere lo guardò senza capire. Sebastiano chiarì il concetto: «Ci smezziamo significa che ce la dividiamo». «Ah. Bene». «Per il vino ci porti un rosso tranquillo. Asciutto però. Sennò fra fontina burro e uova non si asciuga il sapore». «Bene» disse solerte il cameriere, «allora propongo un Enfer d’Arvier». «Ottimo!» disse Sebastiano sorridendo. Il cameriere con un lieve inchino sparì. «Se quello che cucinano è pari ai salumi e ai vini questo posto è un

paradiso». «Non è pari, Sebastia’. È meglio!». «Torniamo a noi» riprese Sebastiano. «Dunque, tu dici che ci possono essere due camionisti. E che proponi?». «Pensavo che una divisa potrebbe aiutare». «Serve uno fidato. Te ce l’hai?». Rocco ci pensò. «Forse sì. Tre e cinque per lui ci stanno?». «Ne metto 1.500 io e 2.000 te?». «Andata. Entro domani ti faccio sapere». Fecero un brindisi all’affare. Poi attaccarono con le cose serie. «Come va a figa qui?» chiese Sebastiano. «Bene. Ce n’è». «E io stasera che faccio?». Rocco si mise una mano in tasca. Prese il portafogli, lo aprì e tirò fuori una cartuccella. «Tieni. I primi tempi m’è tornata utile. Sono 150 e viene nella tua stanza». Sebastiano prese il biglietto. «Ma, italiane?». «Dipende. Se ti dice culo sì. Sennò di solito moldave». «Meglio. Non parlano. 150 euro dici? Se po’ fa’».

Le dieci. Sono le dieci e mi sento come fossero le tre di notte. Ho pure lasciato accesa la televisione e le luci. Che casino. «Brava! In questa foto sei splendida. Hai una carica sensuale da vera top model». C’è una in televisione, nera, bella, coi capelli lisci. Secondo me è una parrucca. Una ex modella famosa. Si chiama Tyra Banks. Mi siedo sul divano e me la guardo. È una specie di concorso. Ci sono un gruppo di fighe paurose che vogliono diventare la prossima top model d’America. «Brava Jeannie… hai dato il massimo». Che cazzo di trasmissione. Una ex top model un trans e un paio di cazzoni che decidono chi è la migliore. Roba da matti. «Perché la guardi?» dico a Marina che se ne sta stravaccata sulla poltrona. Mi sorride Marina, ma mica mi risponde. «Ho visto Sebastiano. È qui per un affare, ma riparte subito». «Lo potevi portare a casa» mi dice Marina. «Ha preso un albergo. Preferisce così».

Marina fa spallucce. Non mi chiede. Non vuole sapere. Non ha mai voluto sapere. «Vedi Elizabeth? In questa foto non hai dato il massimo» dice Tyra Banks dalla televisione a una delle candidate. «Sei spenta, senza energie». «Come sta Sebastiano?». «Benone. Grosso e silenzioso. Se ne vuole andare da Roma». Marina sorride. Lo sa che quell’orso non andrà mai via dalla sua tana. Sebastiano a Roma ci morirà. Marina mi guarda. Vuole sapere. E allora le racconto. «Si chiamava Leone Miccichè. L’hanno ammazzato. Per ora non ho niente in mano. Solo che era siciliano e che aveva un fazzoletto in bocca». «Un fazzoletto in bocca?». «Lo so a cosa pensi. Ma non c’entra niente mafia e faide del cazzo». «Perché?». «Per due motivi: primo, se la mafia ti uccide o il cadavere non lo trovi più oppure, se è dimostrativo, un messaggio insomma, il morto capace che lo trovi in mezzo alla strada o su un marciapiede o sotto un cavalcavia. Lo devono vedere tutti, no? Mica lo lasci in mezzo ad un bosco, su una scorciatoia che fanno solo i gatti delle nevi». «Secondo motivo?». «In bocca non si lasciano fazzoletti da collo. Ci mettono pietre, che significa che hai parlato troppo, oppure direttamente il pisello. No. Chi l’ha ammazzato è di qui. Anzi è di Champoluc». «Brava Eveline» dice Tyra Banks mentre guarda la foto di una ragazza anoressica alta come un palo della luce, «qui sei finalmente te stessa!». «Questo programma mi ha rotto» dice Marina. «Cambia, vedi se c’è qualcos’altro». «Allora perché lo guardavi?» le dico. Marina sorride. «Perché le ragazze sono belle. Cretine, ma belle. E mi ricordano quando avevo la loro età». «Tu eri bella ma non eri cretina». Marina mi guarda. «Correggi. Tu eri bella ma non sei cretina. Suona meglio, no?». «È vero, non sei cretina» le dico. E mi si riempiono gli occhi di una cosa liquida. Li devo strizzare almeno tre volte, sennò non riesco a vedere neanche il divano sul quale sono seduto.

«Non piangere, Rocco. Non vale la pena. Io me ne vado a letto».

Si alza, raccatta il suo bloc-notes e si incammina verso il corridoio. «Spegni tu?». «Sicuro» le dico. «Che abbiamo oggi?». «Oggi la parola è Sanioso. Che vuol dire: versa pus purulento». «Chi è che versa pus purulento, Marì?». «Di solito chi agucchia con l’ago». Agucchiare. Perdere tempo. Sanioso. Versare pus purulento. «Sono io Marì?». Ma se n’è già andata di là a dormire. Spengo la televisione e dentro casa cade il silenzio, come un quintale di piombo. Spengo pure le luci. Rimango in piedi a guardare il salotto. È strano.

La televisione è spenta. Però manda un alone chiaro, più chiaro del buio. E alla

fine io lo so. O la butto ’sta televisione o me ne faccio un’altra. Di quelle nuove, al plasma, HD. Ma a questa ci sono troppo affezionato. Mi ricorda tante cose. I ricordi. Sono quelli che mi hanno sempre lasciato a piedi. C’era un poeta tedesco che diceva che il passato è un morto senza cadavere. Non è vero. Il passato è un morto il cui cadavere non la smette mai di venirti a trovare.

Di notte come di giorno. E la cosa ti fa pure piacere. Perché il giorno che il

passato non dovesse più farsi vivo a casa tua, significa che ne fai parte. Sei diventato passato. Forse dovrei scopare di più.

Sabato

Domenico e Lia Miccichè, al secolo fratello e cognata del defunto, erano seduti nel salone rivestito di velluto verde dell’Hotel Europa. Domenico era grasso. Anche sua moglie. E avevano la faccia triste. Ma di quella tristezza un po’ generica, a buon mercato, che va bene per un brutto voto del figlio a scuola come per l’auto incidentata da buttare. Appena videro Rocco Schiavone si presentarono. Al poliziotto non sfuggì l’alito lievemente alcolico della cognata. Domenico Miccichè invece pronunciò il suo nome fra i denti. Quasi se ne vergognasse. Era già stato all’obitorio. Le pratiche le aveva sbrigate e sembrava non vedesse l’ora di tornare alla sua azienda vinicola. Parlarono del freddo, della neve, fino a quando Domenico disse: «Perché?». Rocco scosse la testa. «Per ora sono solo in grado di dirle quando e a che ora. Per il perché e il chi non sono ancora pronto». Domenico Miccichè si sedette sulla poltrona di velluto seguito a ruota dalla moglie. A Rocco non rimase che imitarli. «Io però un paio di cose da chiederle le avrei». «Se può aiutare le indagini» disse Domenico. Dal maglione nero a collo alto spuntava la faccia rossa come una boa. Sulla fronte, esattamente all’attaccatura dei capelli ricci, c’era una patina oleosa. Poteva essere sudore come olio per capelli. L’orologio era un Rolex con la cassa d’acciaio. E incastrato fra i peli neri del polso spuntava un braccialetto d’oro. «Leone, suo fratello, era qui da tre anni. Aveva messo su uno chalet con…». «Luisa». Finì la frase Lia accarezzandosi il doppio mento e facendo tintinnare una collana che portava sul cardigan bianco. «Già. Luisa Pec. Le cose finanziariamente pare che andassero benone. Però c’è un fatto che magari mi potete aiutare a capire. Qualche giorno fa lei e suo fratello avete litigato al telefono, a quanto mi dice sua moglie». Domenico sbuffò. «Sempre la stessa storia. Vede, io l’ho liquidato anni fa della sua parte dell’azienda. Ora insieme abbiamo ancora un paio di

proprietà. Leone le voleva vendere». «E cioè?». «Un maso da ristrutturare vicino Erice e un dammuso a Pantelleria». «Di quanti soldi parliamo, signor Miccichè?». «Un milione, circa. Da dividere, è ovvio». «È ovvio». Domenico si sistemò meglio sulla poltrona. «Senta, dottore. La mia azienda fattura più di sei milioni all’anno, come da dichiarazione dei redditi. Non penserà che io per meno di 500.000 euro…». Rocco lo fermò con un semplice gesto della mano. «Io non penso niente, signor Miccichè. Ci voglio vedere chiaro. E lei dandomi queste notizie mi sta facendo solo risparmiare tempo. Suo fratello dunque voleva vendere e lei no?». «Non è esattamente così». «Questo è quello che dice Luisa» intervenne Lia Miccichè. «Per favore, Lia. Fai dire a me? È di mio fratello che si tratta!». Lia abbassò gli occhi. «Scusi, dottore. Allora dicevo, non è esattamente così. Io anche avrei voluto vendere, però a un buon prezzo. Oppure ricomprarmi la parte. Vede, Leone voleva questi 500.000 euro, e non so cosa volesse farci. Solo che non ci mettevamo d’accordo. Sa com’è tra fratelli?». «No. Non lo so. Me lo dica lei». «Stratificazioni, signor vicequestore. Storie che durano anni, e si incancreniscono, tanto che non si sa più come sono cominciate. Io sono più vecchio di Leone, cinque anni. E lui è sempre stato la testa calda di casa. Alla morte di mamma e papà se non ci fossi stato io si sarebbe mangiato tutta l’azienda. Ecco, questo era Leone. Correva, senza calcolare i pro e i contro. Viveva così, seguendo quello che più gli piaceva al momento». «Lei sa quanti soldi ha lasciato morendo?». «No. Non lo so». «Conoscendolo, non credo molti» si reintrodusse Lia. «Anzi, chissà che non ci siano debiti da saldare». Rocco guardò la donna, con le sue labbra piccole e umide incastonate in una faccia bianca e burrosa. «Un dammuso e un maso basteranno e avanzeranno, non crede signora Miccichè?». «No. Perché ora quelle proprietà passano da Leone a sua moglie. E mi

stupisce che un uomo di legge come lei certe cose non le sappia!». «E forse la stupirà ancora di più, signora, sapere che oltre ai crediti si ereditano anche i debiti. Quindi sarà un problema di Luisa Pec, non pensa?». Lia Miccichè si azzittì. Il marito la guardò torvo. Se i suoi occhi fossero stati coltelli, Lia Miccichè sarebbe stata fra i più già da un pezzo. Rocco non ne poteva più di stare lì seduto a parlare con quei due. Gli pizzicavano le mutande e avrebbe voluto darsi una bella grattata, farsi due passi, fumare una sigaretta. «Io e mio fratello non ci siamo mai voluti troppo bene» disse all’improvviso Domenico, «da sempre. Speravo che magari un giorno, chissà. Le cose si sarebbero aggiustate. Invece non s’è aggiustato niente. Ed è troppo tardi». «Già, è troppo tardi» ammise Rocco, «e a proposito, lo è pure per me».

Il bar ai piedi della cabinovia era il posto preferito del povero Leone Miccichè. Era quello frequentato dai gattisti e dai maestri di sci. Il defunto la sera se ne stava lì a chiacchierare con Mario e Michael, i gestori del locale. A quell’ora c’era solo Mario. Rocco s’era seduto sullo sgabello di legno, aveva appoggiato i gomiti al bancone, un tronco unico di legno intagliato, e s’era messo a guardare la strada dal finestrone appannato con ancora le decorazioni natalizie sul davanzale. Mario era di spalle, a riempire il macinacaffè coi chicchi. E non badava a quel tipo con il loden e la faccia stanca seduto al banco già da un po’. «Per avere un caffè ci vuole un mandato?» disse Rocco sempre guardando la finestra. Mario si girò, sorrise e si avvicinò al bancone: «Buongiorno, mi dica allora, un caffè?». «No. Un etto di prosciutto stagionato. Certo che voglio un caffè. È un bar, no?». Mario fece una smorfia e si avvicinò alla Faema. «Lei è Mario?» disse Rocco. L’uomo annuì mentre metteva una tazzina sotto il braccetto della macchina per l’espresso. «Leone lo conosceva, vero?». «Sì. Stava sempre qui. Poveretto. Che brutta fine». «Lo faccia ristretto. Com’era?». «Chi, Leone?». «Esatto».

«Era uno pieno di energie, sa?» poggiò il caffè sul bancone. Rocco ci mise mezza bustina di zucchero. «Quando arrivò non aveva mai visto una montagna. E invece dopo neanche un paio d’anni già sciava e l’estate arrampicava. Ci sono un sacco di arrampicate belle da queste parti, sa?». «Senta un po’. A chi è che stava sul cazzo?». Il barman guardò il vicequestore senza capire. «C’era qualcuno che odiava Leone?». Rocco bevve il caffè. Era buono e cremoso. «Ah, no. Nessuno. E perché poi? Si faceva i fatti suoi. Sempre gentile. Stava con Luisa e hanno aperto quel rifugio bellissimo su a Cuneaz». «Qualche concorrente in affari?». «Qui a Champoluc? No. C’è abbastanza grana per tutti, sa? No, erano tranquilli e amati lui e Luisa. Volevano mettere su famiglia. Poveretti. E c’erano quasi riusciti, sa?». «A fare che?». «Luisa aspetta un figlio da Leone. L’ha scoperto un mese fa, vicequestore». «Come fa a sapere chi sono?». «L’ho già vista. La notte dell’omicidio. Luigi l’ha portata su al Crest col gatto. Luigi Bionaz è un mio carissimo amico ed è il cugino del mio socio, Michael. Siamo tutti un po’ parenti a Champoluc. Noi indigeni, intendo, sa?». Rocco leccò il cucchiaino. «Buono questo caffè. Grazie. Senta un po’, Mario. Qual è il negozio di sport meno costoso in giro?». «Lei esca, prosegua cento metri e sullo stesso marciapiede c’è un negozio. È ottimo, ed è il meno caro, sa?». «È di sua cugina?». Mario rise. «No. Semplicemente è di una mia amica». «Qui siete tutti un po’ parenti, no?». «Tutti, quasi, sa?». «E allora mi spiega perché, se siete tutti parenti, a qualcuno gli è saltato in mente di fare fuori Leone?». «Chi glielo dice che è uno di qui? Può anche essere venuto da fuori, no?». «No, è di qui, mi creda. Devo solo capire perché». Rocco cacciò un euro dalla tasca, si alzò dallo sgabello e uscì dal bar senza salutare.

L’aria era fine e bruciava nei polmoni. Il vicequestore guardava le case dai tetti spioventi e la neve ghiacciata e sporca ai lati della strada. Un’auto passò sferragliando le catene sull’asfalto. Un piccolo supermercato era pieno di inglesi, ognuno con due birre in mano in fila alla cassa. La vetrina del negozio dell’amica di Mario era decorata con finti fiocchi di neve di polistirolo coperti di porporina argentata. In bella mostra diversi sci coloratissimi. Rocco rimase colpito dai prezzi. Sotto gli ottocento euro non c’era niente da fare. Entrò. Un campanello suonò per avvertire che un cliente aveva appena fatto il suo ingresso. Rocco si guardò intorno ma del proprietario non c’era traccia. C’erano gli scaffali, il bancone con la cassa, maglioni, cappelli, guanti, pantaloni, piumini, tute da sci e scarponi. «Oh! C’è qualcuno?». Niente. Nessuna risposta. Pensò alla sorte che sarebbe toccata a quel negozio incustodito in una qualsiasi via di Roma. L’avrebbero lasciato spolpato come una lisca di pesce. Si avvicinò al bancone della cassa. Almeno quella era chiusa. Aleggiava un piacevole odore di legno e resina. E ad annusare attentamente, c’era anche un leggero profumo di marmellata di ciliegie. I passi scricchiolavano sull’impiantito di legno. Un bel pavimento, parquet a listoni. Sarebbe stato bene anche in una casa al mare, così chiaro. Rovere, si disse Rocco, senza nodi. Buona scelta. Accanto alla cassa c’era un computer portatile acceso. Un Vaio ultima generazione, la prima cosa che a Roma si sarebbero fregata senza neanche battere ciglio. Sul monitor il vicequestore riconobbe l’immagine della partenza della cabinovia a 2.000 metri. Si vedeva un pezzo del grande garage che ospitava i gatti, l’ufficio dei maestri di sci. Rocco si avvicinò al monitor. Il notebook era collegato al sito del Monterosa Ski. Stava osservando quel fermo immagine quando il campanello della porta suonò. Una donna sui 35 anni, alta, coi capelli bruni e corti, zigomi sporgenti, entrò sorridente. «Buongiorno. Cosa posso fare per lei?». A Rocco la proprietaria piacque immediatamente. Si allontanò dal bancone. «Salve. Guardi un po’ come sono combinato» e indicò le Clarks che di scarpe avevano solo il nome. «Il suo amico Mario mi ha detto che qui fate i prezzi migliori di Champoluc».

«Ha detto la verità. Prezzi migliori e qualità superiore. È il mio motto. Ho parecchi modelli, quanto porta?».

«44».

La donna sparì dietro una colonna rivestita di specchi carichi di adesivi. «Venga» disse la proprietaria del negozio da dietro un paravento e Rocco si avvicinò. S’era chinata per prendere alcuni modelli di scarpe sulla mensola più bassa dello scaffale. L’operazione aveva provocato la discesa del pantalone nero attillato con conseguente fuoriuscita del piccolo elastico della mutandina. A fiori. Un tanga, decretò Rocco. «Guardi, le faccio vedere vari modelli. Lei preferisce il cuoio oppure il materiale tecnico?». «Per favore niente plastica». La donna sorrise. Mostrò due paia di scarponi. Uno era grosso tozzo nero coi lacci rossi. «Questo va molto». Rocco lo osservò scetticamente. «Andavano molto, mi sa. Sembrano quelli degli alpini sulle tofane nella ’15-18!». La donna si fece una bella risata e gli mostrò un altro paio di scarpe. Sembravano più tranquille. Di cuoio marrone. Delle brutte scarpe da città. «Vabbè, preferisco queste». «Venga a provarle» fece la negoziante e Rocco la seguì. Si sedette e si slacciò le Clarks. Per un momento ebbe paura di avere un buco nel calzino. Non poteva fare una figura di merda con l’amica del barista. Non perché fosse l’amica di Mario, ma perché ancora non sapeva come si chiamava e già s’era fatto un certo progetto su quel bel tipo femminile. Si tolse la scarpa. Il calzino era integro. Tirò un bel sospiro di sollievo. «Ha saputo che cosa è successo su al Crest?» chiese la proprietaria del negozio mentre toglieva la carta dell’imbottitura dall’interno dello scarpone. «Sì. Io sono quello che fa le indagini». «Ah» fece la donna secca, come se avesse schioccato la lingua a bocca aperta. «Lei è un poliziotto». «Vicequestore Schiavone» allungò una mano alzandosi in piedi. «Annarita Pec». «Pec? Mi faccia capire, come Luisa, la moglie del povero Leone?».

«Sì. Siamo cugini di terza però. Sa, qui a Champoluc…». «Lo so. Siete tutti parenti». «Però io e Luisa non ci frequentiamo. Oddio, buongiorno e buonasera. Questo non significa che non le voglio bene, sia chiaro. È pur sempre una mia cugina. Ma cos’è successo?» chiese Annarita con gli occhi che brillavano di curiosità. «È stato un incidente oppure…». «Oppure» rispose secco il vicequestore. La proprietaria del negozio annuì e passò la scarpa a Rocco. «Ecco, la provi». Rocco si riaccomodò e la indossò. Appena infilata ebbe la sensazione che dentro ci fosse un termovalorizzatore acceso. «Sono calde» disse con un sorriso. Si mise in piedi. Fece un passo. Comode. «Bene, le prendo». Poi afferrò anche l’altra scarpa dalle mani di Annarita, si sedette e cominciò ad infilarsela. Annarita era rimasta lì a guardare negli occhi il vicequestore. «Lei di dov’è?» gli chiese. «Roma» e lo disse arrotando la erre il più possibile. «C’è mai stata?». Annarita fece no con la testa. «Ahi ahi ahi, male. È una città meravigliosa. Se un giorno dovesse decidersi, la porto io in giro. La conosco piuttosto bene» e sparò il sorriso migliore che aveva. Quello a mezza bocca che stirava la pelle e formava le zampe di gallina intorno agli occhi. L’aveva visto da piccolo sul viso di Clint Eastwood e giurò che appena cresciuto sarebbe diventato anche il suo. E di solito funzionava. «La città deve essere meravigliosa. Si offende se le dico una cosa?». «Ma si figuri». «Sono i romani che non sopporto. E lì ce ne sono almeno un paio di milioni» e chiuse l’affondo con un sorriso. Anche quello bello tirato che sembrava farle brillare ancora di più gli occhi color nocciola. Annarita Pec era una che si sapeva difendere. E per avere qualche chance con una così ci sarebbero volute settimane di lavoro. Ma con il cadavere di Leone e Sebastiano ad Aosta il vicequestore non aveva tempo. Peccato, si disse Rocco e si alzò in piedi. «Bene, ricevuto Annarita, forte e chiaro». «Mica si sarà offeso». «Assolutamente no. E le do anche ragione. L’80 per cento dei romani è

gente insopportabile». «Sono sicura che lei fa parte del 20 per cento buono». «E qui si sbaglia. Io faccio parte del 2 per cento pessimo» e lo disse senza sorridere continuando a fissare gli occhi di Annarita. «Torniamo alle cose serie. Ho bisogno di un paio di guanti». Annarita scosse la testa come per risvegliarsi. «Bene. Come li vuole, in goretex o in pelle?». «No, guardi, cerco un tipo particolare di guanti. Forse ce li ha. Sono guanti da neve. Marca Colmar. Di pelle nera». «Un modello che andava qualche anno fa. Ma nel cesto delle occasioni forse… Ci do un’occhiata» e veloce si avvicinò ad un contenitore di abete chiaro pieno di guanti da sci. Cominciò a tirarne fuori diverse paia. «Sono per lei?». «Lei è la cugina di Luisa. Quindi avrà conosciuto Leone». Annarita si voltò verso il vicequestore. «Certo, perché?». «Faccia conto che i guanti sono per lui». La donna sorrise scuotendo un po’ la testa. «Non capisco». «Più o meno doveva avere la mia misura, no?». La proprietaria del negozio gli guardò la mano. Poi triste annuì. «Più o meno» e si rimise a cercarli nel cesto di legno. «Eccoli. Vanno bene?». Rocco li guardò. «Ottimi. Prendo anche questi. Quant’è?». «Eh? Sì, allora. Le Teva vengono 230 euro. I guanti 80». Rocco non batté ciglio. Estrasse il portafogli, superò Annarita e andò alla

cassa. Annarita veloce si mise dietro il bancone. «Posso pagare con la carta

di credito?».

«Certo certo». La donna infilò il tesserino e batté la cifra sulla cassa e sul Pos. «Dov’è quella telecamera?» disse Rocco indicando il computer acceso. «Ah, quella? È su una terrazza di fronte alle piste. Serve per vedere che tempo fa sui campi. Sta su internet».

«Ed è sempre accesa 24 ore su 24?». «Sempre. Ma fa fermo immagini, non filmati». «Chi l’ha messa?». «Quelli del Monterosa Ski. La controllano loro dagli uffici». Rocco ritirò la carta. Firmò lo scontrino. Si voltò. Prese le vecchie Clarks e

le mise in una busta. «Posso?» chiese ad Annarita indicando il cestino.

«Le vuole buttare?». «Già» e scaraventò le vecchie Clarks nella pattumiera del negozio. «La ringrazio. Lei è stata molto gentile». «Si figuri. È stato un piacere, vicequestore. Posso chiederle perché ha comprato un paio di guanti per il povero Leone?». «Non sono per il povero Leone. Sono per me. Buona giornata».

Salendo agli uffici del Monterosa Ski, Rocco guardava i suoi nuovi scarponi. Alti alla caviglia, con la suola insulate, caldi da far bollire i piedi. Erano grossi, ma almeno avevano un colore accettabile ed erano aderenti alle caviglie, tanto che i pantaloni potevano coprire il gambale per intero. Non doveva infilarci dentro i calzoni e somigliare a uno sfigato con l’acqua alta dentro casa. Anche i guanti erano caldi. Gli avvolgevano la mano con l’interno morbido e accogliente di qualche brutto materiale sintetico, che però faceva il suo lavoro. L’unico problema erano le dita. Enormi, da yeti. E a parte sbattersi le mani una contro l’altra come un orango non permettevano altro tipo di azioni.

Pierron aveva parcheggiato proprio davanti agli uffici della cabinovia. Quando vide arrivare il vicequestore, subito notò il cambiamento nell’abbigliamento. «Finalmente!» disse. «Queste sì che sono scarpe serie!». «230 euro. Le ho pagate troppo?». «Dipende. Che marca sono?». «Boh. Sono di cuoio e sotto hanno il carroarmato. Ah sì, c’è scritto Teva». «Marca Teva? 230 euro? Buono». «Mentre andiamo agli uffici, tu chiama come cazzo si chiama… Luigi, il capo dei gatti, e fallo venire qui. Ci deve portare su». «Possiamo prendere l’ovovia». «Italo, tu sei una brava persona, ma quando ti dico una cosa c’è un suo motivo». «Ricevuto. Scusi» disse Italo afferrando il cellulare e seguendo Rocco che si avviava verso gli uffici di legno e cristallo del Monterosa Sky.

A Rocco dispiacque non trovare Margherita, la ragazza della sera prima. Al suo posto c’era un tipo completamente privo di capelli che masticava

lento una gomma americana. Aveva il viso lungo e come se non bastasse, s’era fatto crescere un pizzetto biancastro a punta che glielo allungava

ancora di più. Gli occhi erano tondi e distanti, spenti e privi di vita. L’unico segno della presenza di un’attività cerebrale era il continuo e incessante lavorio di denti e mandibole sul chewing-gum. Rocco lo catalogò subito come un Connochaetes gnou, il ruminante bovide africano, quello che nei documentari viene sempre massacrato da ghepardi e leonesse. Quando il ragazzo allungò la mano per presentarsi come Guido, il responsabile dell’ufficio, Rocco s’era quasi stupito di trovare delle dita al posto di uno zoccolo ungulato. «Noi le immagini le mandiamo su internet e rimangono nel computer per un po’ di giorni. Poi ogni tanto le cancelliamo perché altrimenti la memoria si riempie. Ultimamente non abbiamo cancellato. Lei è fortunato» disse lo gnu, e rimase lì fermo a ruminare e a guardare il vicequestore. «Ce l’ha qui ’ste immagini?». «No. Sono nell’ufficio tecnico».

E il bovide rimaneva impalato lì, davanti ai due poliziotti.

Rocco sorrise. «Che sta?».

«Giù». «Giù dove?». «Giù accanto ai depositi degli attrezzi».

Il vicequestore guardò Italo. «Ma secondo te questo ci fa o ci è?».

«No, secondo me è proprio così» rispose Italo. Rocco quasi si stupiva di se stesso, perché riusciva a mantenere i nervi a

posto. «Se lei, Guido, non mi fa strada, io che ne so dove sono i depositi e l’ufficio tecnico?». «Non so se ce la posso portare».

Il vicequestore prese un bel respiro. «Guido, mettiamola così. O mi porti

in quell’ufficio tecnico o ti prendo a calci in culo fino in questura giù ad Aosta». Poi indicò Pierron: «E lui mi dà una mano». Negli occhi del ruminante non si accese nessuna luce. Né allarme, né paura, né ira, né sfida. Niente. Un buco nero inespressivo. Guido si tolse la gomma da masticare dalla bocca, un bolo rosa grosso quanto una pallina da ping pong, l’attaccò sotto la scrivania e finalmente uscì dalla stanza. Allargando le braccia Rocco lo seguì.

L’ufficio tecnico era una specie di garage vuoto con un paio di computer e una poltrona con la stoffa lisa. La puzza di muffa e di altri funghi sconosciuti prendeva le narici. «Ecco, il computer è quello» disse Guido indicando una specie di vecchio termosifone. «Lì è collegata la telecamera e da lì manda le immagini in rete». «Tu lo sai usare, Guido?» chiese Rocco guardando i muri putridi mentre Italo fissava il pc con molta attenzione. «No». «E allora, mi chiami uno pratico?». «Ci penso io» disse Italo. «È un vecchio pc. Che ci vuole?». «E vai allora, Italo. Fammi dare un’occhiata». L’agente si avvicinò al tavolo, prese la sedia, toccò appena il mouse e il monitor si accese. Guido se ne stava in piedi, a distanza di sicurezza dal computer, come se avesse paura di vederlo saltare in aria da un momento all’altro. C’erano una ventina di cartelle tutte nominate con delle date. «Vede che casino che c’è? Rischiamo di farci notte» disse Guido. «Cosa contengono ’ste cartelle?». Per risposta Italo ne aprì una a caso. C’erano decine di fotografie. Sempre la stessa inquadratura. Quella della webcam sulle piste. Ora per ora. Il mese prescelto era maggio e invece della neve e delle nuvole basse c’erano prati in fiore e sole a picco. A sinistra il grande garage con la scuola dei maestri, al centro l’ingresso dell’ovovia per le piste, sulla destra il colle che nascondeva Cuneaz, il piccolo paese in mezzo alla gola dove Miccichè aveva il rifugio. «Bene, Italo. Cerca le foto dell’altro ieri. Giovedì». «La notte però non si vede niente». «E tu fammi vedere dalle quattro del pomeriggio e così via». Italo trovò la cartella. «Eccola qua. Giovedì 5 febbraio, vediamo un po’». C’erano decine di fotografie. Tutte uguali. Cambiava solo il colore del cielo. «Sentite» fece Guido, «tanto lo sapete usare. Io vi lascio qui, non posso stare troppo via dall’ufficio». Rocco osservava le fotografie sul desktop e annuì senza rispondere. «Quando avete finito mi venite ad avvertire?».

Poi Guido, lento, si incamminò senza salutare verso la porta dell’ufficio seminterrato. «Alzati un attimo» disse Rocco e Italo lasciò la sedia al vicequestore. Cominciò a guardare le foto di giovedì. Scattate ora per ora. Le mise in fila. Creò un bell’effetto del passaggio del sole dalla mattina alla sera. Guardò soprattutto quella delle 17:30 e quella delle 18:00. Sperava in un colpo di fortuna. Di vedere qualcosa o qualcuno che lo potesse aiutare. Invece niente. C’era solo neve. E su quella delle 18:00 un gatto cingolato che passava diretto a monte. «Magari quello è proprio il mezzo di Amedeo, quello che ha scoperto il cadavere» disse Italo. I due poliziotti tenevano gli occhi inchiodati sul monitor. Rocco cliccò sul mouse e aprì la cartella che conteneva le foto dei giorni precedenti. Anche queste erano divise per orari. Scelse sempre la stessa ora, le 17:30, e le estrasse dalle cartelle. Le trascinò sul desktop e cominciò a confrontarle con quelle di giovedì. «Che fa?» chiese Italo. Il vicequestore lavorava col mouse: «Metto le foto a confronto. Vediamo se c’è qualcosa. Hai presente il giochino della settimana enigmistica:

aguzzate la vista?». «Come no! Scopri i 20 particolari che differenziano le due vignette». «Esatto, Italo. Concentrati». La luce blu del monitor illuminava i visi di Rocco e Italo, talmente concentrati nell’operazione che avevano diminuito il battito delle palpebre. Sulle loro pupille si riflettevano le decine di fotografie. Tutte uguali. Non trovavano niente di diverso. Sempre la stessa cosa. La neve. Il garage dei cingolati. La scuola dei maestri. La base dell’ovovia. La pista per i principianti. Il dosso dietro al quale c’era Cuneaz. Nessun’ombra. Nessuno che passasse. «Qui!» urlò all’improvviso Rocco facendo sobbalzare Italo. «Cosa?». Rocco tornò alla foto del giorno dell’omicidio: giovedì 5 febbraio, ore 18:00. Qualcosa in quella foto non andava. La confrontò con quella di mercoledì. Sempre delle 18:00. Le mise una accanto all’altra. Tutto uguale. Il garage, l’ovovia. «Mi pare tutto uguale» disse Italo. «La scuola di sci. Guarda bene!» e Rocco la indicò con la freccetta del

mouse. «Vedi?». Italo si avvicinò. Sulla foto del giorno dell’omicidio la porta della scuola di sci era aperta. «È aperta!». «Già» fece Rocco, «e ora guarda la foto di mercoledì». La porta della scuola di sci era chiusa. «Ora apro le foto dei giorni passati». Sempre alle 18:00. Sempre la stessa inquadratura. E la porta della scuola di sci sempre chiusa. «Lo vedi? Alle 18:00 la porta è chiusa. Tranne il giorno dell’omicidio». Poi Rocco si distese sulla sedia. Incrociò le braccia dietro la testa e sorrise. «Queste foto me le vorrei portare in questura». «E che ci vuole? Vado a comprare una pennetta e le scarico» disse Italo alzandosi.

Con il solito rumore di ferraglia, il cingolato arrivò alla base della funivia sbuffando fumo e neve. «Eccolo!» disse Italo. «Me n’ero accorto» rispose Rocco. Luigi Bionaz scese, salutò i poliziotti facendogli segno di avvicinarsi. Non c’era paragone. Camminare con quei due canotti al posto delle Clarks migliorava sensibilmente la vita. Quasi si divertiva Rocco a schiacciare i cumuli di neve, quegli stessi cumuli che fino al giorno prima evitava come nemici mortali. «Buongiorno commissario!». Rocco non lo corresse. S’era rotto il cazzo. D’altra parte anni di letteratura e seriali televisivi, da Maigret a Cattani, avevano inculcato nella gente quella parola: commissario. Che invece a lui faceva venire in mente i processi politici dell’Unione Sovietica di Josif Stalin. Salì sul mezzo seguito da Pierron. Luigi inserì la marcia e cominciò la risalita sul pistone principale. «Dove andiamo?» chiese Luigi. «Dove abbiamo trovato Leone». «Ricevuto» e affrontò una curva stringendo la solita cicca spenta fra i denti. Rocco guardò Italo. «Io dopo ti devo parlare». Italo annuì con gli occhi un po’ preoccupati. «Ho fatto una cazzata?».

«No. Ti devo parlare proprio perché tu cazzate non ne fai». «Non la seguo». «Non puoi seguirmi. Perché non sai di cosa ti devo parlare». Luigi si era interessato al dialogo dei due poliziotti. «E adesso mi avete messo una certa curiosità addosso» fece cambiando la marcia al mezzo. «E ’sti cazzi!» gli rispose Rocco. «Pensa a non far cappottare ’sto coso e già mi fai felice». Luigi Bionaz scoppiò a ridere, diede una manata sul volante. «Voi romani siete troppo simpatici!». «Trovi?». «Sì. Sembrate persone chiuse e cattive, invece siete sempre lì a fare battute». «Se la vedi così» disse Rocco.

Avevano messo un nastro bianco e rosso tutt’intorno al luogo del ritrovamento. Chino sulla neve c’era un uomo che stava raccogliendo qualcosa. Aveva la tuta bianca i guanti e le soprascarpe. Un berretto di lana calato sulla testa lo proteggeva dal freddo. Italo lo guardò con attenzione. «La scientifica sta ancora lavorando?». «Già». L’uomo in tuta bianca si voltò. Rocco lo salutò e lui da lontano rispose con un cenno della testa. Poi si rimise a cercare chissà cosa. Rocco e Italo superarono il nastro, mentre invece Luigi rimase accanto al mezzo riaccendendosi il mozzicone. Il vicequestore arrivò nel punto preciso del ritrovamento. La neve era ancora macchiata di sangue marrone. Si guardò intorno. Davanti a lui, sulla sommità di una collinetta, c’era il Crest, il villaggio con sei case e un rifugio. Chiara e visibile la scorciatoia, che scendeva verso di loro e che proseguiva fino al pistone che portava al paese. Alla sua destra alberi. Alla sua sinistra alberi e una catapecchia abbandonata. Lontano il tetto di una casa. Il camino sputava del fumo. «Laggiù ci abita una donna sola. Ha ottant’anni» attaccò Italo che sembrava leggere i pensieri di Rocco, «ci abbiamo parlato ma è mezza sorda ed è un miracolo che si ricordi come si chiama». «Perché Leone era qui?». Le parole di Rocco si dispersero insieme al fumo del fiato. «Se scendeva al

paese a piedi attraverso il pistone che è laggiù, per quale motivo è venuto fino a qui?». «Magari è sceso dal Crest». «Qualcuno l’ha visto?». «Nessuno. Al rifugio ci sono sei ospiti, il cameriere il cuoco e due ragazzi che ci lavorano. Nessuno l’ha visto quella sera. E le case sono tutte disabitate». «Per andare al Crest avrebbe dovuto fare una deviazione. Quindi se ci fosse andato doveva avere un motivo. E un motivo non l’aveva. Allora io dico che è venuto giù da casa sua dritto per il pistone. Però non capisco perché era qui, in mezzo alla scorciatoia, lontano dalla pista. Non torna». «No. Non torna. A meno che non ce l’abbiano portato». «Solo che segni di trascinamento non ce ne sono. Quindi ce l’hanno portato da vivo?». «E poi l’hanno ammazzato?». Rocco guardò ancora il pistone. I segni del gatto che la notte di giovedì aveva travolto il corpo di Leone erano evidenti. Misurò a occhio la distanza.

«Fra qui e il pistone ci sono una quarantina di metri. Difficile trascinare uno

in mezzo alla neve fresca per quaranta metri. Una traccia, almeno una, ci

dovrebbe essere, no? Mica è caduto dal cielo!».

Italo non aveva una risposta. Rocco annuì un paio di volte. «Ci è venuto

di sua spontanea volontà. Qui c’era qualcuno che lui conosceva. Che lo ha

chiamato o con il quale addirittura aveva un appuntamento. Si sono fumati una sigaretta e quello probabile che l’abbia ammazzato. Io dubbi su questa

cosa non ne ho». Tirò un bel respiro e sentì l’aria fredda e pulita penetrargli nei polmoni. «Bene, torniamo da Luigi. Io vado a fare una visita alla scuola

di sci, tu aspettami alla partenza dell’ovovia».

Camminava verso la grande costruzione che serviva da garage per i mezzi cingolati in fondo alla quale, dietro a una porta a vetri, c’era la scuola di sci. Donne imbacuccate in pelliccia se ne stavano sedute ad aspettare i figli sciatori. Somigliavano a delle tartarughe, con la testa quasi interamente infilata nel carapace peloso e le mani in tasca. Ai piedi sembrava avessero dei fox terrier abbracciati alle caviglie. Rocco gettò un’occhiata alle sue spalle. C’era la stazione della cabinovia che portava su la gente dal paese. Italo aveva acceso una sigaretta e si stava godendo un po’ di sole. Sopra la

stazione, su una terrazza che tutti si guardavano bene dal frequentare per il gelo, c’era un bar. Nascosta dietro il palo di ferro che teneva alta la bandiera italiana c’era la webcam. Il vicequestore salutò l’obiettivo sperando che in quel momento la macchinetta scattasse la foto del meteo immortalandolo. Poi proseguì verso la scuola di sci.

Uno dei maestri era spalmato su una sdraio con un paio di Ray-Ban a specchio e le braccia incrociate dietro la testa. La faccia nera di sole. Rocco lo superò ed entrò nell’ufficio. Fu subito colpito da una zaffata di vin brulé acido. C’erano due maestri, un uomo e una donna. L’uomo sui 25 anni, un bel tipo atletico e riccio. La donna era seduta dietro la scrivania. Appena vide il vicequestore si alzò. Era parecchio sovrappeso. «Buongiorno» disse. «Buongiorno» rispose Rocco. «Vuole prenotare una lezione?» chiese gentile il balenottero abbronzato. «No. Sono qui per un altro motivo». «Se è per informazioni, dica pure». Il ragazzo sui 25 anni fece per muoversi ma Rocco lo fermò con un gesto. «No, aspetti per favore. Stia anche lei. Può essere utile. Anzi, giacché c’è, chiami anche il suo collega lì fuori». Il ragazzo aggrottò le sopracciglia. Rocco gli sorrise. «Vicequestore Schiavone, squadra mobile di Aosta. Polizia. Comprì?». Il ragazzo annuì velocemente e andò a chiamare il suo collega, che entrò subito portandosi dall’esterno un atteggiamento strafottente di chi non ha paura di niente e di nessuno. «Cos’è?» chiese. «Per la storia di giovedì notte?». «Bravo. Lei ha intuito. Dovrebbe venire a lavorare con noi» lo gelò Rocco. Poi si mise davanti ai tre maestri e li guardò per una decina di secondi. Dieci secondi che ai tre draghi delle nevi parvero un’eternità. Il ghiaccio metaforico lo ruppe la donna. «Cosa possiamo fare per lei?». «A che ora chiudete?». «Alle quattro. Le lezioni durano un’ora e alle 16:45 chiudono gli impianti, quindi l’ultima ora buona per prendere una lezione sono le tre e mezzo». «Chi chiude?». «Dipende. Facciamo i turni». «Giovedì chi ha chiuso?» chiese Schiavone.

«L’altro ieri ho chiuso io» rispose il ragazzo di 25 anni. «Alle 16:45?» chiese il vicequestore. «Sì, più o meno. Anzi un po’ prima, perché quando sono andato via l’ovovia stava facendo l’ultima corsa». Rocco buttò un’occhiata in giro. Guardò il manifesto della squadra dei maestri della stagione al completo. Erano almeno una ventina di persone. Tutte sorridenti. «Chi chiude è lo stesso che apre la mattina dopo?». «Sì. È sempre lo stesso» disse il ragazzo, «infatti ieri, venerdì, ho aperto io». «E com’era la porta dell’ufficio?». «Chiusa, perché?». Rocco indicò la foto di gruppo. «Chi altri fra questi ha le chiavi del posto?». «Quello di turno che chiude e Omar, che è il responsabile della scuola». «Omar Borghetti, vero?». Lo strafottente si tolse i Ray-Ban a specchio. Aveva gli occhi storti. Per poco Rocco non gli sbottò a ridere in faccia. «Lo conosce?» chiese il maestro. «Per sentito dire. Dov’è?». «Sta facendo lezione a un gruppo». Rocco riportò lo sguardo sul maestro giovane. «Lei dopo aver chiuso cosa ha fatto?». «Ho messo gli sci e sono sceso a valle». «Per la pista o ha fatto la scorciatoia del Crest?». «Ma è matto, dottore? Per la pista! Su quella scorciatoia con tutti i sassi che ci sono mi gioco lamine e solette. A fine giornata per tornare a casa uso i miei sci, mica quelli che mi danno qui». «E poi?». «E poi niente. Sono andato a casa. Doccia, sigaretta, cena fuori. Quando sono uscito dal pub alle dieci ho trovato tutto quel casino». «Quindi diciamo dalle 16:30 alle 19 lei è stato a casa. Qualcuno può avallare questa cosa?». Il ragazzo guardò con imbarazzo il poliziotto e abbassò gli occhi proprio mentre il donnone alzava una mano. Il maestro con gli occhi storti scoppiò a ridere. «Che si ride lei?» lo freddò di nuovo Rocco.

«Scusi, è che non lo sapevo». Poi guardò i colleghi. «E da quando?». «Ma che ti frega? Fatti gli affaracci tuoi» disse il donnone che era diventata più rossa del maglione di ordinanza. «Mi può chiamare questo Omar Borghetti?» tagliò corto Rocco. «Guardi, dottore, sta con un gruppo di svedesi a Gressoney che è dall’altra parte della valle. Prima di un paio d’ore non torna». Rocco scosse la testa. «Sono sfortunato, eh? Appena rientra alla base, ditegli di mettersi in contatto con la questura di Aosta. Ci devo parlare. Statemi bene». Sorrise a mezza bocca, poi guardò il giovane riccioluto. «Ciao, Achab». E lasciando il ragazzo a rimuginare su quello strano saluto, Schiavone si congedò dai tre maestri.

Appena sceso dall’ovovia che lo aveva riportato in paese insieme ad Italo, Rocco prese il cellulare: «Ispettore Rispoli, sono Schiavone». La voce squillante della funzionaria di polizia risuonò nel cellulare di Rocco: «Dica, dottore…». «Quanto ci metti a darmi l’indirizzo di Omar Borghetti?». «Champoluc?». «Boh, credo di sì». «La richiamo tra un minuto. Ah, senta, D’Intino e Deruta non danno cenni di vita. Non richiamano e non rispondono al cellulare. Che devo fare?». «Lascia perdere. Fregatene. Consideriamoli missing in action». Rocco chiuse la telefonata. Si infilò i guanti da neve della Colmar. Guardò Italo. «Con questi cazzo di guantoni a parte dare uno schiaffo non puoi fare altro». «Ma sono come quelli della vittima?». «Stessa marca e più o meno stessa taglia». C’era il sole e i tetti delle case fumavano. Un odore di cose buone da mangiare si spandeva per l’aria. Tutto era calmo e silenzioso. Scendendo i gradini di ferro che lo portavano sulla strada principale, per un momento Rocco pensò che non doveva essere poi tanto male vivere in un posto così. C’era abbastanza calma e serenità. Ma non poteva essere il rifugio per la sua vecchiaia. Aveva tre difetti fondamentali: non c’era il mare, faceva troppo freddo e stava in Italia. «Peccato, cominciavi a starmi simpatico» disse rivolto al paese, ma la

frase fu catturata da Italo che se n’era stato zitto per tutto il viaggio. «Io? E cosa ho fatto di sbagliato?». «Non ce l’avevo con te. Dicevo al paese». Italo non commentò.

Si stavano dirigendo verso l’auto quando la voce inconfondibile di Deruta li fece voltare. «Dottore! Dottore!». Deruta e D’Intino erano dietro di loro, a una cinquantina di metri. Avevano la faccia livida di freddo. D’Intino batteva i denti e Deruta aveva le orecchie viola tumefatte. A quella penosa visione di stanchezza e annientamento Rocco sorrise, complimentandosi con se stesso. I due poliziotti si avvicinavano a passetti lesti, e più si avvicinavano più Rocco notava che scarpe pantaloni e giacca a vento d’ordinanza erano fradici. «Sembrano due comici da avanspettacolo, no?». Italo rise sotto i baffi che non aveva. «Mamma che freddo, eh?» disse Deruta una volta raggiunto il vicequestore. «Secondo me no» rispose Rocco mostrando i suoi bei guantoni nuovi. «Allora D’Intino, si sente meglio? Ho saputo che ieri ha avuto un mancamento». «Sì, mi sento meglio. M’hanno fatto pure la flebo». «Bravo. E come va la ricerca?». D’Intino tirò fuori il bloc-notes. «Stiamo raccogliendo tutti i nomi come ci ha detto lei e…» il bloc-notes cadde a faccia in giù sulla neve. D’Intino lo recuperò, ma la neve stava già sbavando le scritte che fra poco sarebbero state illeggibili. «D’Intino, che cazzo combini?». D’Intino, cercò affannosamente di asciugare la prima pagina ma riuscì solo ad allargare la macchia di inchiostro blu su tutto il foglio. Rocco lo strappò, lo appallottolò con calma, lo sbatté a terra, gli diede un calcio mandandolo in mezzo alla strada. Poi guardò i due agenti: «Tornate al lavoro. Non siamo qui in vacanza, sono stato chiaro?». «Certo, dottore. C’è una cosa che forse la può interessare». «E sentiamo». «Presso quell’hotel lì» e indicò una casa con su scritto Hotel Belvedere sotto un cespuglio di caprifogli dipinti. «Abbiamo trovato due persone, una

coppia, che è partita in fretta e furia la notte dell’omicidio. L’altro ieri». «Bene. Avete preso i nomi?». «Sì». «Comunicateli all’ispettore Rispoli». Deruta abbassò gli occhi. «Che c’è, Deruta?». «C’è che, insomma dottore. Rispoli è solo due anni che sta in polizia. Io e D’Intino prestiamo servizio dal ’92. Non ci sembra giusto che…». Rocco lo interruppe. «E che, adesso si discutono gli ordini? Se vi dico che Rispoli coordina, Rispoli coordina. Sono stato chiaro?» si girò di scatto e si incamminò verso la macchina seguito da Pierron. Proprio in quel momento il cellulare del vicequestore squillò. «Dimmi, Rispoli». «Allora, l’indirizzo preciso di Omar Borghetti è a Saint Jacques, Chemin de Resay al numero 2. Prima che me lo chiede ho guardato la mappa sul pc. Le spiego come arrivare». «Spiegami». «Continui sulla strada da Champoluc, superi Frachais, poi a un certo momento arriva a un villaggio. Saint Jacques appunto. Là c’è un albergo. Davanti parte la strada. Al 2 è casa di Borghetti». «Grazie, Rispoli. Guarda che ho appena incontrato Stanlio e Ollio qui a Champoluc. Stanno bene. Avverti le famiglie». Caterina Rispoli rise al telefono. E quella risata cristallina e sincera fece tornare il buon umore a Rocco Schiavone.

Con il riscaldamento al massimo Rocco e Italo lasciarono Champoluc proseguendo verso la frazione di Frachais. La strada si stava infilando nella pancia delle montagne, che incombevano sul paesaggio e sembravano potersi ingoiare loro e la macchina da un momento all’altro. Rocco le osservava in silenzio. La sensazione che gli davano non gli piaceva per niente. Masse pronte a schiacciarti. E scattava automatica la solita percezione della piccolezza dell’essere umano, la fragilità della vita e cose così. Per fortuna a interrompere i pensieri foschi quanto inutili del vicequestore arrivò la telefonata di Sebastiano. «Sebastiano! Come butta?». «Avevi ragione, Rocco. Ho beccato un’ucraina da paura». «Divertito?».

«Sì. E manco è costata troppo. Dove sei?». «Su a Champoluc. Seguo le piste». «Da sci?» fraintese Sebastiano. «Ma che da sci Sebastia’, mi ci vedi sugli sci? Senti, ancora non ho parlato con la divisa che ci serve» e gettò un’occhiata furtiva a Italo che teneva gli occhi fissi sulla strada. «Ma lo faccio più tardi. Ci vediamo al ristorante e pianifichiamo». «Mi sembra ottimo. Io mi vado a mangiare una cosa e nel pomeriggio richiamo la tipa». «Non ti innamorare». «Rocco, fa certi pompini che la dovrebbero nomina’ patrimonio dell’Unesco!». Rocco sorridendo chiuse la telefonata. E avrebbe preferito anche lui starsene con un’ucraina o con Nora a passare un pomeriggio tranquillo, sotto le coperte. «Ecco, siamo arrivati» disse Italo. Il cartello Saint Jacques lo riportò ai suoi merdosi doveri di poliziotto.

«Che bella casa!» esclamò Pierron. «È un rascard». «Un?». «Rascard» spiegò Italo. «Sono le case tipiche di queste parti, e pure in Francia. Una volta a piano terra c’erano le stalle, e vivevano solo sopra. Poi invece…». «Sono arrivati gli architetti» concluse Rocco, «be’, è bella». «Ma Omar non c’è. Che facciamo?». «Tu te ne stai tranquillo in macchina». «E lei?». «Io no. Ce l’abbiamo un cacciavite?». Italo aprì il vano portaoggetti e prese un piccolo cacciavite con il manico rosso. Lo allungò al vicequestore. «Che ci deve fare?». «Italo, te l’ha mai detto tua madre che fai un sacco di domande?». «No, è morta che ero piccolo». «Allora te lo dico io». Rocco aprì la portiera e scese dall’auto. Buttò un’occhiata in giro. Le abitazioni e la strada della frazione di Saint

Jacques sembravano deserte. Si avvicinò alla porta di Omar che si apriva su un vicolo chiuso da una casa in costruzione con la neve che copriva le impalcature, l’impastatrice di cemento e le mattonelle abbandonate lì dai muratori alla fine dell’autunno. Il rascard era nascosto alla strada e agli occhi indiscreti. Il vicequestore guardò il portoncino d’ingresso. Una sola serratura semplice. Niente blindatura. Una normale serratura di interni. Si fidano parecchio da ’ste parti, pensò. Si avvicinò alla finestra laterale. Una piccola finestra a baionetta. Il legno era vecchio, crepato in un paio di punti. Cercò di guardare l’interno, che era nascosto però da una tendina velata. Ma quello che voleva sapere era l’esatta ubicazione della leva di chiusura. Era al centro. Tirò leggermente il vetro inferiore lasciando pochissimo spazio fra i due battenti, abbastanza però da poterci infilare la punta del cacciavite. Lo mosse due tre volte rapidamente fino a che sentì un «tac». Spinse il cacciavite verso l’esterno. Poi lentamente tirò su il vetro inferiore. La finestra si aprì. Rocco la scavalcò e scivolò nell’appartamento di Omar Borghetti.

La casa era piccola, rivestita di legno. Su una parete c’era una libreria ricolma di romanzi. Un tavolo e quattro sedie, due poltrone di velluto verde, un piccolo televisore. La cucina piccola ed essenziale era in un angolo in fondo. Una sola camera da letto, un bagno e infine un armadio a muro pieno di attrezzature da sci. Quaranta metri quadrati, una cuccia accogliente. Un bel rifugio dove staccare la spina e stare per conto proprio senza più contatti col mondo esterno. Rocco non aveva idea di cosa stesse cercando con esattezza. Ma sapeva che a spulciare fra gli oggetti di qualcuno spesso si vengono a sapere molte più cose che a farci quattro chiacchiere. Gli oggetti non mentono. Cominciò dal cassettone nel saloncino. La prima cosa interessante che trovò furono delle foto. Non prese sui campi da sci, come si sarebbe aspettato. Al mare. Con le palme. E i soggetti erano Omar Borghetti e Luisa Pec. Sulla sdraio con un cocktail. Sotto una foglia di banano. Lei a cavallo di lui infilato fino al petto in un’acqua bianca azzurra. Loro due abbronzati a mangiare a lume di candela davanti a un tramonto mozzafiato. Sempre loro due davanti alla piramide del Louvre. Loro due a un «café» del Quartiere Latino. Sempre e solo loro due.

Una bella fissa per Omar Borghetti. E a parte la passione dell’uomo per la moglie di Leone Miccichè, l’altra cosa che Rocco scoprì grazie alle foto sul bagnasciuga, era il corpo di Luisa Pec. «Cazzo!» commentò secco il vicequestore. Perfetto. Per una così si può morire? Forse sì, si rispose. E si può anche uccidere. Luisa Pec aveva strappato, dilaniato e s’era portato via il cuore di Omar ed ora lui se ne stava come un orso nella sua tana a leccarsi le ferite e a ricordare la pelle, le natiche e gli occhi di Luisa. L’amore. L’amore e Rocco s’erano incontrati spesso per strada. Una volta s’innamorava facile. Il suo cuore e i suoi pensieri correvano dietro alle compagne di liceo, d’università, alle colleghe di lavoro. Mariadele, Alessandra, Lorenza, Myriam, Finola. Bastava uno sguardo, una pettinatura, un’occhiata da sotto in su e il cuore di Rocco Schiavone aumentava i battiti, impazziva, si lanciava per poi crollare miseramente. Un giorno arrivò Marina e si sposò. E lì ci fu un tac, come la serratura di una finestra che si chiude. A 35 anni. Marina aveva premuto un bottone e il cuore di Rocco si era messo a sobbalzare solo per la A.S. Roma. Stava con sua moglie, la amava e spazio per altre non ce n’era più. Chiuso. Finito. E la cosa non gli pesava per niente. Le guardava le altre donne, ma come si può guardare un bel quadro o un paesaggio che ti lascia senza fiato. Marina era il suo porto. Lui aveva attraccato e di andare in giro per il mare non ne sentiva più il bisogno. Nel bagno di Omar c’erano una sequenza di creme per le mani, per il viso, alla calendula, nivea, leocrema. L’attenzione con la quale Omar trattava la sua pelle strideva con l’attrezzo che usava per farsi la barba: un rasoio monolama, antico, di quelli che si vedono nei vecchi film di gangster quando il barbiere rade Al Capone o dei banditi si sfidano in mezzo a un vicolo di East Harlem. Manico d’osso bianco e lama estremamente affilata. Ma vestiti e cianfrusaglie di Omar Borghetti non interessavano il vicequestore Schiavone. Avrebbe voluto fare un passo in più. Scoprire una virgola, un’inezia che però gli aprisse un mondo. E arrivò. Fra due faldoni di carte e documenti, dove c’erano i fogli pensionistici, le ricevute delle bollette, l’atto di acquisto della casa comprata da Omar nel

2008, prezzo 280.000 euro, spuntò la piantina di un immobile su un foglio A4. Era la fotocopia di un documento del catasto. In alto la scala del disegno, 1: 100. E il luogo dove si trovava l’immobile: Cuneaz. Era una casa enorme. E si capiva che quella era la piantina del rifugio che Luisa e Leone avevano messo su insieme. Perché ce l’hai tu? si chiese Rocco e si dette immediatamente la risposta, ad alta voce. «Il siciliano t’ha fregato sul tempo e sul denaro, amico mio» e lui quel denaro l’aveva usato per quella casetta dove ora il vicequestore, come un ladro d’appartamenti, si aggirava sficcanasando nel passato e nel presente del proprietario.

«È stato dentro quasi mezz’ora» disse Italo Pierron al vicequestore mentre quello riponeva il cacciavite nel vano portaoggetti. «E allora?». «Mi chiedevo se ha trovato qualcosa di interessante». «Parecchie. Ho fame. Cerchiamo un posto decente, ci mangiamo una cosa e parliamo». Italo accese il motore, inserì la prima. «La finestra l’ha chiusa bene?». Rocco lo guardò. «Non se ne accorgerà che siamo stati lì dentro». «Siamo?». Un sorriso ironico si affacciò sul viso di Rocco. «D’accordo, sono. Ma perché, non ti piace lavorare con me?». «Tantissimo. Vorrei fare di più però». «Per fare di più mi dovrei fidare». «Rocco, tu di me già ti fidi». Il sorriso del vicequestore si aprì ancora di più. «Sei un bel paraculo, Italo». «Mai quanto te, Rocco. Posso darti del tu, vero?». «Lo stai già facendo. In questura però rimaniamo con un lei ufficiale, va bene?». «Ricevuto. Che facciamo, lo convochiamo a questo Omar Borghetti?». «Per ora sa che deve fare un salto in questura. Ma noi lo facciamo bollire un po’».

Si fermarono vicino Frachais, in un albergo dal nome che prometteva molto «Le charmant petit hotel». Il ristorante dell’albergo era accogliente e i

profumi che venivano dalla cucina sembravano mantenere le promesse fatte dal nome. Era tutto rivestito di legno antico, con il camino acceso. Finestre enormi davano sui boschi e sul parco innevato. Rocco sgranocchiava un grissino mentre insieme ad Italo ascoltava Carlo, un giovane con la barba, viso aperto di una bellezza mediterranea, quasi araba. «Come primi abbiamo un risotto al barolo che è la fine del mondo, altrimenti…». «Stop!» disse Rocco. «Mi hai già convinto. Io prendo quello». «Anche io» si aggiunse Italo. «Vino?». «Mi piace il Le Cret. C’è?». «Certo. Per i secondi aspettiamo?». «Va bene. Carlo, me la togli una curiosità? Sei amico di Caciuoppolo?». «Chi?» disse il ragazzo sorridendo. «È un collega nostro, lavora sulle piste». «Ah sì, lo conosco. Lui è del Vomero. Io vengo da Caserta. Siete qui per il fattaccio su al Crest, vero?». «Già» rispose Rocco. «Lo prenderete quel figlio di zoccola che ha ammazzato Leone?». «Ci stiamo provando». Italo intervenne nella discussione: «In paese che si dice?». Carlo appoggiò le nocche sul tavolo. «Se ne dicono tante. C’è chi sospetta che Leone ha pestato i calli a qualcuno giù in Sicilia. Qualcun altro è convinto che aveva fatto troppi debiti e non ce la faceva a pagarli». A Rocco il ragazzo piaceva. Aveva la faccia intelligente e sveglia. «E tu che idea ti sei fatto, Carlo?» gli chiese. «Nessuna. Non lo conoscevo abbastanza. E nemmeno i suoi traffici. Ma la storia che sia qualcuno da giù mi pare una stronzata. Se ti uccidono per una vendetta o perché hai sgarrato, il corpo lo fanno ritrovare in centro città, oppure lo fanno sparire per sempre. Lassù non ha senso». «Bravo Carlo. È giusto». «Però qualcuno lo odiava» aggiunse Italo. «Guardate» fece Carlo prendendo un bel respiro, «c’era solo una cosa che aveva Leone e che qui a Champoluc avrebbero voluto tutti». «Il rifugio su a Cuneaz?» azzardò Rocco. «No. Luisa Pec. L’avete vista, no?».

«Eccome» rispose Italo. «Con permesso, vado in cucina sennò il risotto ve lo servo per cena». E si accomiatò dai due poliziotti sparendo poi dietro la porta a doppio battente. Italo abbassò leggermente la testa avvicinandosi al vicequestore per non farsi sentire dalle tre coppie che stavano ai tavoli lì intorno. «Rocco, ma io un posto così mica me lo posso permettere». «Italo stai tranquillo, sei mio ospite. Ecchecazzo se manco posso offrirti un pranzo, che campiamo a fare?». Italo scosse un po’ le spalle. «Infatti. E che campiamo a fare se a 27 anni continuo a stare a casa da papà per risparmiare su affitto e bollette, e se devo fare i conti per andare al cinema e a mangiare una pizza…». «Già». Rocco morse un grissino. «Sei uno in gamba, Italo. Le tue prospettive di carriera in polizia non è che siano così allegre». «Lo so. E ti dico di più. Le mie prospettive in generale non sono così allegre. Ma se trovo qualcosa di meglio, io la polizia la lascio». Italo non stava aprendo uno spiraglio a Rocco. Aveva spalancato il portone. Rocco senza perdere tempo entrò. «C’è una cosa che possiamo fare per migliorare un pochino la nostra esistenza su questa terra. Ti va?». «Di cosa si tratta?». «È una cosa illegale». Italo si prese un grissino. Lo morse. «Quanto?». «Parecchio illegale». «Rubare?». «Ai ladri». «Ci sto!» e sparò un altro morso al grissino. «Sono io la divisa di cui parlavi col tuo amico al telefono, vero?». «Esatto. Vuoi sapere i particolari?». «Quelli magari con calma. Dimmi, di che si tratta? Non c’è da sparare, vero?». «No. Si tratta di marijuana. Un bel po’». «Un sequestro?». «Esatto, Italo. Ma non tutto torna all’ovile». «Quanto c’è per me?». «Tremila e cinque». «Affare strafatto!».

E in quel momento un odore intenso annunciò l’arrivo dei due risotti al barolo. Italo e Rocco si voltarono verso la porta della cucina. Carlo avanzava con un enorme piatto di peltro fumante e col sorriso sulle labbra. Depose il risotto sul tavolo. Fece le porzioni mentre volute di fumo si alzavano dalla pietanza. In un silenzio religioso i poliziotti osservavano i chicchi rossastri e annusavano il profumo da paradiso in terra che si spandeva per tutta la sala. Carlo non disse una parola. Finì di fare le porzioni, poi fece un leggero inchino divertito e si allontanò dal tavolo. Rocco prese la forchetta. Mise in bocca il risotto al barolo. Chiuse gli occhi. Dopo Luisa Pec e i ghiacciai eterni, quel risotto sarebbe stata la terza cosa di Champoluc che il vicequestore avrebbe per sempre portato con sé.

Solo mentre sorseggiava una grappa al ginepro e chiacchierava amabilmente con Carlo e Italo, Rocco s’era ricordato che il giudice Baldi lo aveva convocato alle tre e mezzo. La faccia del magistrato in attesa dietro la scrivania gli era apparsa con la violenza di una mazzata in piena fronte. Italo aveva azzardato la guida tagliando i tornanti e scalando le marce come un invasato. Rocco gli aveva ordinato di rallentare. Non per la paura di schiantarsi, ma perché rischiava di far finire il risotto al barolo sulla tappezzeria dell’auto, e sprecare quel capolavoro per la chiamata di un giudice non gli pareva cosa. Arrivarono con mezz’ora di ritardo. Baldi però non era nel suo ufficio. Rocco seduto davanti alla scrivania del magistrato guardava il cielo piatto e grigio fuori dalla finestra. La foto incorniciata d’argento era sempre lì, al lato del tavolo, capovolta. Si allungò. La girò e la osservò. Era la foto di una donna sui 40 anni. Riccia, un bel sorriso colgate. La ex del giudice era una bellezza discreta, almeno guardando il mezzo busto incorniciato. Non una che ti giri in mezzo alla strada per guardarla, ma poteva andare. La rottura fra i due doveva essere recente. Perché la foto capovolta era solo il primo dei passi verso il divorzio definitivo. Foto capovolta significava che il giudice qualche speranza di recuperare il rapporto l’aveva ancora. Da lì poi si passa solitamente alla foto nel cassetto, segno che le cose vanno peggiorando, per finire con la foto nell’immondizia, la parola fine, la pietra tombale. Rocco ripose la fotografia proprio mentre la

porta si apriva. Baldi sembrava fresco e allegro, il ciuffone che gli copriva una parte della fronte era più vaporoso del giorno prima e sobbalzava ad ogni passo. Quando gli strinse la mano la sentì asciutta, sicura e forte. «Mi dispiace per il ritardo, ero su a Champoluc». «Abbiamo novità?» chiese Baldi. «Qualcuna. Sto seguendo la pista dell’amante ferito. Tale Omar Borghetti. L’ho convocato in questura». «Io una cosuccia l’ho trovata, sa? Guardi qui» disse il giudice alzando l’indice. Fece il giro della scrivania, aprì un cassetto e tirò fuori una cartellina rossa. Si sedette sulla poltrona e aprì l’incartamento. «Cosa abbiamo… cosa abbiamo» ripeteva il magistrato mentre girava i fogli umettandosi le dita. «Allora. Luisa Pec e Leone Miccichè erano convolati a nozze un anno e mezzo fa. Li ha sposati un assessore. Niente chiesa. La cerimonia l’hanno fatta a Cuneaz dove hanno quella specie di albergo sulle piste. Comunione dei beni, eccetera eccetera. Ecco». Baldi alzò lo sguardo su Rocco tenendo l’indice sui documenti. «Avevano chiesto un prestito di parecchie decine di migliaia di euro alla Banca Intesa qui ad Aosta. Che però non avallò». «Qualche progetto in vista, secondo lei?». «Direi di sì. Vede?» il giudice estrasse un foglio dal faldone. «Avevano dato come garanzia un paio di immobili giù in Sicilia». «Proprietà di Leone Miccichè e del fratello. Questo però non dimostra niente». «No. Non dimostra niente. Tasselli, Schiavone. Sono tutti tasselli che se messi insieme magari ci danno un bel quadro della situazione». «E sì, un bel quadro della situazione. A proposito di tasselli, guardi qua». Rocco tirò fuori i guanti comprati qualche ora prima nel negozio di Annarita. «Belli» fece il giudice. «Vero? Sono identici a quelli del povero Leone. Posso fumare?». «Direi di no». «È dimostrativo». «Allora faccia pure». Rocco si mise una sigaretta in bocca. Prese l’accendino. Poi si infilò i guanti. Cercò di accendere la sigaretta. Non ci riusciva. Il giudice lo osservava. «Cosa mi vuole dimostrare?».

«Una cosa semplice. Leone Miccichè prima di essere stato ucciso, ha fumato. È andato in mezzo a quella scorciatoia lasciando la pista principale, e ha fumato una sigaretta, probabilmente s’è anche fatto due chiacchiere, con l’assassino. Però non indossava i guanti. Questo vuol dire che: primo!» e alzò il pollice ancora inguantato, «la sigaretta non gliel’ha offerta l’assassino ma ha preso una delle sue». «Poteva averla già in bocca, no? Prima di arrivare a farsi due chiacchiere con l’assassino». «No, perché se l’avesse avuta in bocca, i guanti li avrebbe avuti addosso». «Giusto». «Secondo!» e Rocco alzò l’indice, «probabilmente se l’è anche accesa. La cosa che non si spiega però è un’altra». «Sarebbe?». «Perché togliersi due guanti? Basta levarsene uno». Baldi ci pensò su. «È vero. E lei s’è fatto un’idea?». «No. Per ora no. So solo che il pacchetto di Marlboro che aveva in tasca Leone Miccichè era vuoto. Magari ha preso l’ultima e non l’ha gettato a terra perché aveva un po’ di coscienza ambientalista». «Può essere. Ottimo, dottor Schiavone. Ottimo. Ragioniamo su questa cosa». Rocco si tolse i guanti e li rimise in tasca mentre il giudice chiudeva l’incartamento di Leone Miccichè. «Ora Schiavone mi faccia lavorare. Ho la finanza fra capo e collo. Abbiamo beccato un bel paio di evasori. Roba grossa». Rocco si alzò dalla sedia. «Lo sa? Se non ci fosse tutta quest’evasione, saremmo uno dei paesi più ricchi d’Europa». Rocco si fermò ad ascoltare. Sentiva che stava per partire una giaculatoria del magistrato. Infatti. «Ma nessuno riconosce lo Stato come qualcosa che gli appartiene. Molti in Italia pensano e ragionano come nell’800, che lo Stato sia un nemico, un invasore che sta lì a succhiare e basta. E c’è un solo modo, molto semplice, per troncare per sempre l’evasione fiscale. E sa qual è?». «Tanto lei adesso me lo dice». «Eliminare le banconote. Tutti i pagamenti, e dico tutti, devono avvenire con carta di credito o bancomat. Nessuno può pagare cash. Ed ecco fatto!

Avremmo la rintracciabilità dei pagamenti e nessuno potrà dire di non aver incassato». Rocco Schiavone ci pensò su. «Può essere un’idea. Ma c’è un ma, dottore». «Dica» lo incoraggiò il magistrato. «Dove lo mette il signoraggio?». Baldi lo guardò. «Sa quanto costa stampare un biglietto da cento euro? Trenta centesimi. E vale cento euro. La differenza la intascano le banche centrali. Ora secondo lei i banchieri rinuncerebbero a questi guadagni immensi per combattere l’evasione fiscale?». «Non ci avevo pensato. Bravo, bella ipotesi. Ci ragiono su».

«Che cazzo è tutta ’sta roba sulla mia scrivania?» urlò Rocco guardando le buste e i plichi. Era la posta di Leone Miccichè. Si ricordò di aver ordinato al direttore dell’ufficio su a Champoluc di fargliela recapitare. E quello solerte e spaventato aveva obbedito. Si mise a controllarla. Bollette. Una lettera della banca. La fattura di Sky. Una lettera del Club Alpino Italiano. La aprì. Era il rinnovo della tessera. Niente di interessante. Gettò tutto dentro il cestino della carta straccia. Si sedette alla scrivania, prese la chiave da sotto la foto incorniciata di Marina e aprì il cassetto. Aveva bisogno di farsene uno, tranquillo, per distendere i nervi e allontanare la stanchezza. Afferrò il primo spino bello gonfio e già la testa era andata dalle parti di Nora. Stasera avrebbe dormito con lei? Non lo sapeva. Non gli piaceva stare fuori casa la notte. Amava il suo letto, il suo materasso che lo riconosceva ogni sera e lo abbracciava insieme alle coperte. Si accese il joint e tirò la prima boccata. Poi gli tornò in mente Annarita, quella del negozio di sport. Che l’aveva respinto con la potenza di una molla. Sì, aveva scambiato la gentilezza della venditrice con la disponibilità. Ed era un errore imperdonabile. Forse, si disse, era abituato alla cafoneria e ai modi sgarbati dei negozianti romani. Quel sorriso e quella gentilezza avevano un altro significato. A Roma. Ad Aosta e provincia invece era semplice cortesia dovuta a un cliente. Niente più. Era al secondo tiro quando qualcuno bussò alla porta. «No!» urlò il vicequestore. Fece una terza profonda boccata, poi spense la cicca direttamente sul piano della scrivania. Un centinaio di zampilli

caddero a terra come un fuoco d’artificio. Sputò sopra il mozzicone e lo gettò nel cestino. Si alzò. Per prima cosa andò ad aprire le finestre. Fuori era già buio. Una lama di freddo lo colpì in petto. «Porca troia che freddo», poi smosse l’aria con le mani come se stesse cacciando una mosca e andò verso la porta del suo ufficio. Aprì uno spiraglio. Apparve la faccia dell’agente Casella. «Che vuoi?». «C’è qui Farinelli della scientifica. Faccio entrare?». Rocco si girò verso la sua stanza. Annusò l’aria. L’odore di maria era ancora troppo evidente. Tornò a guardare Casella. «Farinelli ha il raffreddore?». Casella fece una smorfia. «Il raffreddore? No, non credo, ma perché?». «Allora fallo accomodare nella sala passaporti». «Gli faccio riempire il modulo?» chiese Casella. «Quale modulo?». «Per il passaporto». «Casella, l’unico modulo che vorrei tu riempissi è quello del tuo trasferimento nell’entroterra calabrese. E vattene!» lo spinse via e chiuse la porta.

Farinelli giocherellava col bicchierino di plastica ancora pieno di caffè. Quando Rocco Schiavone entrò nell’ufficio passaporti neanche lo guardò in faccia. «Ma come fate a bere questa schifezza? Un giorno di questi la porto in laboratorio e la analizzo». «Non farlo» gli rispose Rocco sedendosi di fronte al collega, «certe cose meglio non saperle. Si campa meglio». «Tu lo puoi dire forte, no?». «Sì, lo posso dire forte. Sei venuto qui a rivangare il mio passato o hai qualcosa di veramente sensazionale da farmi vedere?». Farinelli si chinò e prese la borsa di pelle. La aprì. Con una lentezza che neanche un monaco zen giapponese durante la cerimonia del tè. Rocco appoggiò il mento sulla mano e si mise ad osservarlo. Il naso di Farinelli era grosso, ma ci stava bene su quel faccione tondo. Aveva un po’ di prognatismo e grazie alla mandibola leggermente sporta in avanti sembrava avere sempre un sorrisetto sprezzante sulle labbra. Gli occhi neri e veloci

erano intelligenti, ma di quell’intelligenza precisa, da ragioniere che spacca il capello in quattro. A Rocco non faceva venire in mente nessun animale. Anche se da tempo cercava una somiglianza nella memoria. E la cercava fra i rettili. Perché gli occhi così, fermi e scuri, ce li hanno solo loro. «Come sta tua moglie?» gli chiese. Farinelli lo guardò. «Bene. Perché?». «Niente, dicevo così per dire. È sempre bella?». «Mi piacerebbe tu non ci pensassi proprio, a mia moglie». Finalmente Farinelli tirò fuori delle carte. «Allora, due cose di estrema importanza. La prima, si tratta del fazzoletto trovato in bocca al cadavere». «Sì». «Pieno di sangue. Lo abbiamo esaminato». «Fammi indovinare? Era di Leone Miccichè!». Farinelli si passò la lingua sui denti. Sembrava volesse sputare in faccia al vicequestore. «Ovvio» rispose, «ma non tutto. Vedi, abbiamo fatto una semplice analisi e risulta gruppo A Rh negativo. Il gruppo di Miccichè. Poi però, quasi per caso, cosa abbiamo scoperto?». «Che ce n’è un altro?». «Già. Gruppo 0. Capisci? Gruppo 0 negativo 4.4. Ed è di un uomo. Il che ci dice due cose: o l’assassino si è tagliato, magari Leone l’ha morso mentre gli infilava il fazzoletto in bocca, sempre che in quel momento Miccichè fosse ancora vivo, oppure è sangue di una vecchia ferita. Ma io credo che abbiamo il gruppo sanguigno dell’assassino». «Ottimo! Adesso facciamo le analisi del sangue a un paio di migliaia di persone, vediamo chi non aveva l’alibi e zac! Lo becchiamo». «Era una battuta?». «Lascia perdere, Farinelli. Ottimo lavoro comunque» e gli diede una pacca sulla schiena. «È una bellissima notizia». «Sì, ma ne ho un’altra ancora più curiosa». «Ti ascolto». «Ti ricordi il tabacco che abbiamo trovato sul luogo?». «Sì, quello sbriciolato, come no. Embè?». «Non è della Marlboro». Rocco si mise le mani davanti alla bocca. «Che c’è?» chiese Farinelli. «Sapete che tipo di tabacco sia?».

«Dovremmo fare delle analisi molto lunghe e tediose. Però se serve…». «Serve da morire. Da morire» disse Rocco e immerso nei suoi pensieri si alzò dalla sedia. «Dimmi un po’ Luca, avete per caso trovato anche l’accendino lassù?». «No. Non l’abbiamo trovato. Perché?». «Allora mi sa che ho capito perché Leone s’è tolto tutt’e due i guanti. Grazie Luca… grande lavoro». Poi uscendo dall’ufficio passaporti a gran voce chiamò: «Pierron!».

Italo frenò ai piedi dell’ovovia. Era buio già da un pezzo e le macchine con gli sciatori se n’erano andate. Sulle piste, in alto, Rocco vedeva i fari dei gatti che lavoravano la neve. I negozi erano ancora aperti e le luci allegre davano un’aria natalizia a tutto il paese, anche se Natale era passato da un pezzo. La temperatura era abbondantemente sotto lo zero. Inutilmente Rocco si chiuse l’ultimo bottone del loden. La mano gelida penetrava comunque nei suoi vestiti accarezzandogli sadicamente la pelle. «Dove lo cerchiamo?» chiese Italo facendo scattare la serratura elettronica della BMW. Rocco non rispose. Si diresse immediatamente verso il bar di Mario e Michael, che era il punto di ritrovo dei maestri di sci in paese. Fuori c’era un banchetto che vendeva vin brulé e un paio di loro con le giacche a vento rosse, i visi bruciati dal sole, gli scarponi coi ganci ancora ai piedi, scherzavano ridevano e bevevano il liquore insieme a degli inglesi. «Vicequestore Schiavone. Sto cercando Omar. Dov’è?». Il maestro con gli occhi storti si girò stringendo in mano il bicchiere di vino. Era brillo. «È dentro. Gioca a carte». «Grazie». Rocco superò il banchetto del vin brulé e si volse verso Italo. «Fattene un goccio. Torno subito». I vetri del bar erano appannati dall’interno, segno che era pieno come un uovo. Rocco aprì la doppia porta, entrò e un caldo da foresta tropicale lo avvolse insieme ad un forte odore di alcol e caffè. Non c’era posto neanche a stare in piedi. Il rumore del vapore della Faema che lavorava per punch, cappuccini e tè, le voci, le risate e il tintinnio dei bicchieri era assordante. Il vicequestore gettò un’occhiata a 360 gradi. Intravide Amedeo Gunelli, il ragazzo che aveva ritrovato Leone, seduto a un tavolino con un paio di

persone. C’era la maestra di sci, quella senza punto vita, insieme al suo collega-amante riccetto. Poi un’altra macchia rossa. Era il pile di Omar Borghetti. Se ne stava seduto a un tavolino con tre persone, carte in mano, impegnato in uno scopone scientifico. Schioccò una carta sul tavolo urlando «Scopa!» e il suo compagno urlò di gioia. Omar sorrise. «E con questo siamo a 21, no?». Fu in quel momento che sentì sulla spalla la mano di Rocco Schiavone pesante come la benna di una scavatrice.

Mario gli aveva dato due sedie e s’erano messi dentro la dispensa, in mezzo a casse e a cartoni. Seduti uno di fronte all’altro Rocco guardava Omar. Omar invece per terra. Il vicequestore non diceva una parola. Aspettava. Faceva trascorrere i secondi senza dire una parola. Omar Borghetti aveva passato da un po’ la quarantina, ma il fisico diceva tutt’altro. I capelli folti e corti, spruzzati di bianco. Viso abbronzato e attraversato da decine di piccole rughe chiare, soprattutto accanto agli occhi dove sembravano stare lì a evidenziare il colore verde acqua delle iridi. Doveva fare strage sulle piste. Immaginava decine di babbione e ragazzine che lo adoravano urlanti «Maestro! Maestro! Come vado?» e che gli cadevano sbadatamente addosso per farsi raccogliere dalle sue braccia possenti e virili. Quel silenzio imbarazzava lo sciatore che lo affrontava lisciandosi la pelle delle guance appena rasate. E che portavano decine di piccoli tagli, soprattutto sotto il collo. «Dove è stato finora?» fece all’improvviso Rocco Schiavone. «La cercavo. Lei questo lo sa?». «No». «Sono venuto su alla scuola di sci. Lei non c’era. I suoi colleghi non gliel’hanno detto?». «Sì, ma pensavo fosse una storia di una multa che non ho pagato il mese scorso. Insomma, per queste cose c’è tempo, no?» e mise su un sorrisetto alla «io e te ci capiamo, vero?». «Una multa?» ruggì il vicequestore e il sorrisetto di Omar sparì come l’onda sul bagnasciuga. «E secondo te per una multa del cazzo si scomoda un vicequestore?». «E allora perché mi ha cercato?». «Perché mi sono innamorato di te» disse Rocco. «Brutto imbecille,

quando la polizia ti cerca tu ti rendi reperibile, sono stato chiaro?». «Perché non abbassa i toni?». «Perché qui non siamo sulle piste, Borghetti, io potrei già portarti dentro. Qui io sono il vicequestore e tu non sei un cazzo e rispondi alle mie domande, chiaro?». «Lei è un animale, mi dia del lei!». Rocco scattò in piedi. «Se non chiudi quel cesso di bocca ti faccio una cosa che s’attacca al lavoro del tuo dentista». «È bravo lei a nascondersi dietro una divisa». «Io non ho una divisa addosso, faccia di merda, ho un loden. E ti aspetto quando vuoi e dove vuoi e ti riduco un ammasso di carne macinata!». «Mi faccia le domande che mi deve fare e si tolga dai coglioni!» urlò Omar. Prima percepì lo spostamento d’aria, poi l’impatto della mano sul viso che gli girò la testa e quasi lo fece cadere dalla sedia. Omar strabuzzò gli occhi, sembrava non poterci credere a quello che era appena successo. Rocco era in piedi, con le mani poggiate sullo schienale della sedia e gli incombeva addosso come un temporale in arrivo. «Tu ancora non hai capito con chi hai a che fare». Omar si toccò la guancia. La narice destra s’era macchiata di sangue. «Tenga» disse il vicequestore passando improvvisamente al lei e allungandogli un fazzoletto. Il maestro di sci si asciugò il sangue. «Va bene, siamo partiti col piede sbagliato. Cercherò di mantenere il dialogo sul piano del reciproco rispetto, signor Borghetti». Un bipolare, pensò Omar. Questo è pazzo da legare. Rocco si accese una sigaretta. «Veniamo a noi, va bene?». Sputò il fumo in aria, poi tornò a guardare il maestro di sci. «Perché la sera di giovedì lei era nell’ufficio, su alle piste, dopo l’ora di chiusura?». «Giovedì?». «La sera in cui è stato ucciso Leone Miccichè. Perché era ancora lassù?». «Io? Io non ero lassù. Io non sto mai all’ufficio dopo le quattro e mezzo». Gli tremava il mento e sbatteva le palpebre. Rocco non gli staccava gli occhi di dosso. «La porta dell’ufficio era aperta. Lei è l’unico ad averne le chiavi oltre a chi era di turno. Chi può averla aperta se non lei?». «Quello di turno che aveva le chiavi». «Risposta sbagliata. Non era lui. Quindi?».

Omar Borghetti si passò la mano sul viso. «Se lei non era nella scuola mi può dire allora dov’era?». «È una cosa delicata». «Mai quanto un’accusa di omicidio, mi creda». «Omicidio?» nonostante la bella abbronzatura, Omar impallidì come un canovaccio. «Ma quale omicidio? Cosa…?». «Esattamente poco dopo che lei finisse di armeggiare lassù nell’ufficio, qualcuno stava facendo fuori Leone. Lei questo non lo sa, ma ora spero che la situazione le sia chiara». «No. Io no. Non lo sapevo. Cioè, sapevo che Leone quella notte… ma non lo sapevo, non a quell’ora. Dio mio, Dio mio, Dio mio» si coprì la faccia con le mani. Omar Borghetti aveva capito. Rocco recuperò il fazzoletto sporco di sangue. Lo guardò sorridendo e se lo mise in tasca. «Allora lei non vuole proprio dirmi cosa stesse facendo lassù?». «Voglio un avvocato» disse Omar Borghetti con una voce stonata, di testa, sembrava che qualcuno lo stesse doppiando. «Lei ha visto troppi film in televisione, Borghetti. Io le sto solo chiedendo…». «Lei mi sta rompendo le palle commissario, e se ce l’ha con me lo dica perché io voglio un avvocato!». Rocco alzò nuovamente la voce. «Le ho appena chiesto di mantenere questo dialogo su dei livelli accettabili di civiltà. Ma lei mi sta facendo girare i coglioni contromano, e le assicuro, non è una cosa piacevole. Io voglio solo sapere che ci faceva lassù la sera dell’omicidio!». «E io voglio l’avvocato». «Va bene. Allora facciamo così. Io le consegnerò ufficialmente un avviso di garanzia entro domattina, lei dovrà presentarsi dal giudice, con l’avvocato, io in mano ho elementi per farla stare dentro per un po’, e le assicuro che casomai lei se la dovesse cavare, impegnerò i tre quarti del mio tempo per renderle la vita un inferno. Sono appena arrivato ad Aosta, Borghetti, e non ho un cazzo da fare. Lei maledirà il giorno in cui non ha voluto rispondere civilmente alle mie domande. La saluto». Rocco voltò le spalle proprio nel momento in cui Omar parlò. «Ero al Belle Cuneaz. Da Luisa».

Rocco tornò a guardare Omar. «Perché?». «Volevo parlare con lei». «Lei odiava Leone Miccichè. Le aveva portato via Luisa e pure il progetto del rifugio sulle piste, dica la verità». «Come fa a sapere certe cose?». Ma Rocco non rispose. Omar proseguì. «Io e Luisa eravamo, anzi siamo molto amici». «Ma a lei la cosa mica andava giù, no? E poi ha saputo che era incinta e allora non ci ha più visto». «Luisa amava Leone e spazio per me non ce n’era, lo sapevo e lo so anche oggi che Leone non c’è più. Io e Luisa siamo come fratelli ormai». «E di cosa voleva parlarle quella sera?». «Di cosa?». «Eh, bravo. Di cosa?». Omar si passò una mano sulla faccia. «È una cosa delicata». «Io sono una persona delicata». Omar fece una smorfia sarcastica. Rocco rispose con un sorriso. «Lo so che faccio un altro effetto, vero? Ma lei ha mai letto Pirandello? Ognuno recita una parte in questa vita, e la maschera, e bla e bla?». Finalmente Omar parlò. «Luisa ha un debito con me». «Quanto?». «Quasi cento». «Centomila? E come mai?». «La stagione scorsa è stato un disastro. Poi Leone aveva fatto dei lavori aggiuntivi, ha voluto mettere le vasche idromassaggio in ogni camera e una jacuzzi esterna. Ma non aveva copertura finanziaria. Così ci ho pensato io. Erano i miei risparmi. Li rivolevo, sa, non è che facendo il maestro di sci si diventa miliardari». «Neanche facendo il poliziotto. E avete discusso? Litigato?». «No. Semplicemente mi ha detto di aspettare massimo un mese, che la stagione stava andando a gonfie vele e che avrebbe onorato il debito». «E poi?». «Poi me ne sono andato. Ho inforcato gli sci e sono tornato giù al paese». «Che ore erano?». «Non lo so, era buio. I gatti stavano già lavorando la pista». «Lei sa sciare al buio?».

Omar sfoderò il miglior sorriso che aveva. «Signor vicequestore, io sono medaglia di bronzo agli Italiani dell’82 e facevo parte della squadra azzurra. Potrei sciare su un crepaccio all’indietro e ad occhi chiusi. Ho imparato prima a scendere con gli sci e poi a camminare». «Ha incontrato qualcuno scendendo al paese?». «No. Nessuno». «Lei e Luisa vi vedete spesso?». «Quasi ogni giorno. Lei a casa mia viene ogni tanto. Chiacchieriamo, prendiamo un tè. Oppure vado io al rifugio. Gliel’ho detto, siamo come fratelli». «E se io a Luisa Pec le chiedo di confermare questa versione dei fatti lei cosa mi direbbe?». «Quello che le ho detto io. La verità». Rocco si fece due passi nello stanzino. Guardò gli specchi dipinti della coca-cola, il frigorifero dei gelati che aspettava la stagione estiva, una rastrelliera piena di bottiglie di vino rosso e le casse di gin. «Quindi lei cosa pensa? Chi poteva esserci nell’ufficio a quell’ora?». «Non lo so proprio». «C’è qualcosa in quell’ufficio che può fare gola a qualcuno?». «No, macché. C’è un armadietto e ci mettiamo le cose per ogni evenienza. Stronzatine, sa? Tipo un maglione di ricambio, occhiali. Soldi non ce ne sono e nemmeno effetti di valore. A parte un televisore del ’90 che non so neanche se funziona». «Se la dovessi ricontattare?». «Chiami la scuola di sci. Io richiamerò ogni giorno per sapere se lei m’ha cercato. Le do anche l’indirizzo di casa per ogni evenienza». «Non la devo venire a cercare, vero?». «No». Rocco aprì il pacchetto di sigarette e ne offrì una a Omar Borghetti. «Fuma?». Il maestro di sci negò decisamente con il capo. «No grazie, non ho mai fumato». Rocco registrò l’informazione. «Mi dispiace per il ceffone». «Dispiace a me. Mi sono comportato come un idiota». Omar allungò la mano ma Rocco non gliela strinse. «Se permette» disse il poliziotto, «gliela stringerò quando tutto questo sarà finito».

«Vuol dire che ancora pensa che io…». «Quando sarà finito» ripeté Rocco sillabando la frase parola per parola.

Italo era già al secondo bicchiere di vin brulé quando Rocco uscì dal bar di Mario e Michael. «Questa roba va giù che è una bellezza. L’ha trovato?». «Tutto a posto. Torniamo a casa». Rocco lo guardò. «Ce la fai a guidare? Non è che sei ubriaco?». «Con questo freddo per ubriacarsi ce ne vogliono sei bicchieri». «Guarda che non mi va di sfracellarmi su un albero». «È tutto sotto controllo». Si incamminarono verso la macchina. «La porto a casa?». «Non siamo in questura. Puoi pure darmi del tu». «Ah, già, è vero, me l’ero dimenticato. A casa allora?». «Prima al laboratorio. Devo dare una cosa a Fumagalli». «Cosa?». «Un fazzoletto». Salirono in macchina. Sei secondi dopo la BMW di Italo schizzando fango e neve tutt’intorno partì verso Aosta.

Calda bollente, raschio via la pelle, la voglio sentire urlare di calore. Mi piace farmi cadere l’acqua sulla testa e chiudere gli occhi. Solo che dietro le palpebre c’è sempre qualcosa che me le fa riaprire. C’è una specie di album fotografico, dietro le palpebre. E sono tutte fotografie che io non riguarderei mai. Invece sono lì. Qualcuno ce l’ha appiccicate. Riapro gli occhi allora. Il bagno è diventato un hammam. A malapena mi vedo i piedi. L’unghia è diventata violacea. Esco dalla cabina doccia. Fumo e vapore dappertutto. Bianco lattiginoso, come se dentro il bagno fosse entrata una nuvola. Bella. Calda. «Che fai?». È la voce di Marina. Non riesco a vederla. È nascosta dal vapore. «Devo uscire amore. C’è Sebastiano che m’aspetta. Anzi sono pure in ritardo». «Fate qualche scemenza?». Mi viene da ridere. Le scemenze, come le chiama mia moglie, ancora non lo sa, ma è grazie a quelle se un giorno ce ne andremo a vivere in Provenza. «Sì. Facciamo una scemenza».

«Stai attento. Non metterti nei guai». «Va bene amore. Dove sei? Non ti vedo». «Sono qui, vicino alla porta». Tolgo il vapore dallo specchio con la mano. Appare la mia faccia. La barba è ricresciuta. E guarda che occhiaie. «Sembro un procione, vero?». Marina ride. Lei ride silenziosa. Te ne accorgi perché dal naso le escono dei getti piccoli e regolari d’aria. Tz tz tz tz… sembra un irrigatore dei prati. «La vuoi sapere la parola di oggi?». «Sì. Qual è?». «Iattazione. Quando uno compie azioni senza senso per colpa di uno stato d’ansia». Comincio a passarmi la schiuma da barba sul viso. Iattazione. «Chi è che compie azioni senza senso per colpa di uno stato d’ansia?» le chiedo. «Questo lo dovresti capire da te, Rocco». «Io? E quali sono queste azioni?». «Prima o poi la cosa va affrontata, non credi?». Lo so. E vorrei chiudere gli occhi. Ma poi l’album fotografico dell’orrore potrebbe tornare a farmi visita dietro le palpebre. Riapro gli occhi. Il vapore nel bagno è sparito. Solo sullo specchio c’è l’alone di una manata. Devo essere stato io.

Non ricordava però di averci disegnato un cuore. Rocco ci appoggiò la fronte sopra. Poi riprese a spalmarsi la schiuma da barba sul viso.

Sebastiano Cecchetti era al tavolo della sera prima. Appena vide Rocco entrare nel ristorante gli fece cenno alzando la mano. Aveva una striscia di sudore all’attaccatura dei capelli, e qualche perlina proprio sotto il naso. E non era la temperatura del ristorante a provocargli quella reazione. Seba era teso e preoccupato. Bastava guardargli gli occhi per capirlo. «Che succede, Seba?». «Sto aspettando una telefonata. Il camion forse arriva prima. Domani all’ora di pranzo». «Di domenica?». «Di domenica». «Domani c’è Roma-Udinese. Mica me la voglio perdere». «Rocco, mi sa che te la perdi». Sebastiano buttò un occhio al cellulare. Si

stava sincerando della presenza di campo. «Hai parlato con la divisa?». «A posto. È con noi. Aspetta solo che io lo chiami. Sapeva per domani sera, ma non c’è problema». Sebastiano si massaggiò la pancia. «Mi s’è chiuso lo stomaco. Non lo so. Qualcosa mi puzza, ho paura che ci sia qualche casino». «Già. Che vogliamo fare?». «Mangio solo un po’ di formaggio». Rocco scosse la testa. «Intendo dire per domani. Andiamo dritti?». «Te lo dico appena riceviamo la telefonata». «Ciao Rocco!». Non l’aveva neanche sentita arrivare. Era apparsa da dietro la colonna. Nora sgranocchiava un grissino, mollemente poggiata al muro. I capelli legati con la coda mettevano in mostra il collo lungo e il delicato incavo della gola, ornata di una collana di perle. «Ciao Nora». Sebastiano si voltò verso la donna. «Sei sparito. Molto da fare?». «Un casino. Questo è il mio amico Sebastiano. Viene da Roma». Sebastiano si alzò eseguendo un elegante baciamano. «Molto piacere». «Sei sola?» le chiese Rocco. Nora indicò un tavolo dove c’erano un uomo e una donna sui 50 anni ben tenuti che ridevano facendo splendere le chiostre dei denti più dei bicchieri e delle posate sul tavolo. «Chi sono?» chiese Rocco. Nora sbocconcellò un pezzo di grissino. «Amici. Geloso?». «No» le rispose Rocco mentre Sebastiano la spennellò con uno sguardo dall’alto in basso, peggio di uno scanner all’aeroporto. Nora rimase lì appoggiata alla parete con il suo tailleur grigio antracite. Sentiva gli occhi di Sebastiano addosso e la cosa sembrava darle un sottile piacere. «Domani è domenica. Che facciamo? Ci vediamo?». «Guarda Nora, ora non è il momento. Se vuoi ti chiamo più tardi». «Più tardi è tardi». «Allora ci sentiamo domani e ti dico cosa facciamo». Nora fece un occhiolino a Rocco, regalò un sorriso a Sebastiano e se ne tornò al tavolo. Sebastiano non la perse di vista fino a quando la donna si sedette.

«Bella figa. Chi è?». «Una». «La tratti di merda». «Trovi? La tratto come ci trattiamo a letto. Niente di più e niente di meno». «Ce la vedo bene accanto a te». «Dici?» chiese Rocco. «Dico. Stasera ci vai?». «Boh». «Portatela a casa, no?». «Non ci penso nemmeno, Seba. Io a casa non ci porto nessuna». Sebastiano si versò un bicchiere d’acqua. «Questa cosa un giorno la devi superare, Rocco». Rocco non rispose. Guardava la tovaglia, cacciando via delle immaginarie briciole di pane. «Non puoi andare avanti così. Sono passati quattro anni. Quand’è che…». Rocco alzò gli occhi sull’amico. «Sebastiano, io ti voglio bene. Ma su questa cosa, per favore, non dire niente. Non darmi consigli di cose che già so. Io non ce la faccio. Punto e basta». «Rocco, Marina è…». «Basta, Seba! Per piacere» urlò Rocco, con gli occhi rossi e umidi e la bocca contratta in un grido smozzicato dalla disperazione che gli bloccava gli arti, e gli strozzava la gola quasi da impedirgli di respirare. Sebastiano gli accarezzò la mano che teneva poggiata sulla tavola. «Scusa, Rocco. Scusami». Rocco spennazzò gli occhi un paio di volte. Si asciugò una lacrima, tirò appena su col naso e poi sorrise. «Niente, Seba. Ti voglio bene». Le nuvole erano passate e gli uccellini avevano ripreso a trillare felici. Sebastiano recuperò il sorriso e indicò Nora all’altro tavolo. «Io un giro con quella me lo farei». «Non t’è bastata l’ucraina?». «Hai ragione. M’ha succhiato come una tellina». Scoppiarono a ridere e proprio in quel momento il cellulare di Sebastiano vibrò. Con uno scatto l’omone allungò la zampa e prese il BlackBerry. Se lo portò all’orecchio senza dire una parola. Stava lì, in ascolto, facendo molta attenzione a quello che il suo interlocutore diceva. Rocco non capiva,

Sebastiano non tradiva nessuna emozione. Poi l’omone chinò la testa accompagnando il gesto con un paio di grugniti «Mmm. Mmmm». E si mise ad appallottolare una mollica di pane. Altri grugniti. Finalmente disse una parola di senso compiuto: «Cazzo!» e chiuse la telefonata. Guardò Rocco negli occhi. «Non è per domani a pranzo». «Meno male». «È per stasera, Rocco!».

Sabato sera

Esattamente mezz’ora dopo la telefonata di Rocco, Italo Pierron si presentò a corso Ivrea in divisa, tirato e sbarbato. Si mise alla guida della Volvo del vicequestore. Rocco tirò fuori la lucciola e la poggiò sul tettuccio dell’auto. Mentre Italo sgasava verso l’autostrada Rocco fece le presentazioni. «Seba questo è Italo, Italo questo è Sebastiano». «Molto piacere» disse Italo. Invece Seba non disse niente. Guardava fuori le luci delle altre macchine e le masse scure delle montagne. Per mezz’ora nessuno parlò. Poi Sebastiano attaccò. «Allora, il piano è questo. Il camion si riconosce facilmente. È arancione e sul container c’è scritto Kooning S.p.A. Ci siamo?». «Sappiamo la strada che fa?» chiese Rocco. «Il tir lascia l’autostrada dopo il traforo alle undici circa, e se ne va sulla statale 26. Deve fare uno stop a Morgex, ma noi dobbiamo fermarlo prima». «A Chenoz?» propose Italo tirando a indovinare. «Bravo!» disse stupito Sebastiano. «È indigeno» aggiunse Rocco. «Una volta fermati tesserini alla mano e ci facciamo aprire il carico, e tu Seba?». «Mi devi lasciare prima di Morgex, a Chez Borgne. Lì ho il furgone. Io vi raggiungo al posto di blocco, carichiamo e ce ne andiamo». «Non dobbiamo scortarli in questura?» chiese Italo. Fu Rocco a rispondere. «Dipende. Se accettano la proposta li lasciamo andare un po’ più leggeri. Se invece rompono il cazzo allora sì, dobbiamo portarli in questura». «E quello che è nostro?» chiese Italo che sembrava non aver fatto altro per tutta la vita. «Ce lo prendiamo dopo il sequestro» aggiunse Rocco. «Ma io sono sicuro che non ce ne sarà bisogno».

Un vento forte e insistente torceva le cime degli alberi che si chinavano come volessero raccogliere le pigne appena perdute. La neve a brandelli sui bordi della strada era nera. Italo se ne stava impalato dietro una curva in mezzo alla strada con la paletta in mano e batteva i piedi per il freddo. Rocco invece fumava appoggiato al tettuccio dell’auto, illuminato ad intermittenza dalla lucciola blu. Le nuvole in alto correvano e ogni tanto lasciavano intravedere uno spicchio di cielo puntellato di stelle. Un unico lampione a duecento metri di distanza colorava la neve e la strada di un giallo marcio. Le poche macchine che passavano non appena vedevano l’agente di polizia al lato della carreggiata, rallentavano di colpo. Ma Italo agitava la paletta per farli proseguire e perdere nella notte. Erano le undici e mezzo di sera. Non doveva mancare molto. «E cos’altro hai scoperto su di me?» chiese Rocco nel silenzio della notte rotto solo dal fruscio degli alberi. Italo si girò a guardarlo. Il vicequestore con gli occhi puntati sulla strada sputava il fumo bianco della sigaretta che si mischiava a quello del fiato. «Che sei sospettato di un paio di morti e qualcosa che ha a che fare con un politico». Rocco fece un altro tiro di sigaretta. «Ah. E tu che idea ti sei fatto?». «Io? Nessuna. Meglio, sui due morti qualche pensiero l’ho avuto. Avevano dei nomi?». «Certo che li avevano». «Ma sei stato tu?». Rocco buttò la sigaretta. «La sai una cosa? La vendetta non serve a niente. Meglio, serve solo a farti credere di aver aggiustato tutto, ricomposto il mosaico. In realtà hai solo dato sfogo alla tua frustrazione. Comprensibile, ma sempre di frustrazione si tratta. Il problema però è che finché la vendetta non la compi, queste cose non le capisci. Eliminare chi ti ha fatto del male è inutile. Continui a fare lo stesso errore. E io ci morirò con quell’errore». «È per questo che ti hanno mandato qui?». Rocco sorrise. «No. Quella è storia vecchia. Quattro anni fa. No, io sto qui per un altro motivo. Non ne sai niente, perché niente s’è saputo». «Ti va di dirmelo?». «Uno stronzo di trent’anni violentava ragazzine. L’ho beccato e invece di consegnarlo come avrei dovuto fare l’ho massacrato di botte. Ora cammina con una stampella e ha perso la vista ad un occhio. Ti basta?».

«Porca… e ti hanno denunciato?». «No. Il tipo è figlio di uno abbastanza potente da farmi il culo. E me l’ha fatto». «Quante ragazzine ha violentato?». «Sette. Una s’è tolta la vita sei mesi fa. Lo sai dove ho sbagliato? Andare a parlare con loro, coi genitori, vederle e farmi un quadro di come le aveva ridotte. Mai farsi coinvolgere emotivamente, Italo. È un errore. Un grosso errore. Si perde lucidità e autocontrollo». «E ora il tipo dov’è?». «Te l’ho detto. A spasso. Anche se con la stampella. E prima o poi lo rifarà. Bello, no?». Italo scosse la testa. «Per questo t’hanno mandato via da Roma?». «Ci crederesti? Per questo. Che è una delle poche cose giuste che ho fatto nella vita». «Io l’avrei ammazzato». «Non dire così, Italo. Hai mai ammazzato qualcuno?». «Io no». «Non lo fare. Perché poi ci prendi l’abitudine». Rocco guardò il cielo. Poi sorrise appena. «Si vedono le stelle. Domani ci sarà il sole». Italo guardò in alto. «Non è detto. Forse fra dieci minuti è di nuovo tutto coperto». Lontano abbaiò un cane. Rispose il belato di una pecora. Poi un ruggito distante. Un gorgoglio sotterraneo e continuo. Poteva sembrare la piena di un fiume o una valanga in avvicinamento. Erano invece i cavalli motore di un camion. Rocco si staccò dalla Volvo. «Vai Italo che ci siamo». Italo sputò a terra, si irrigidì stringendo la paletta. «Slacciati la sicura» gli suggerì il vicequestore. Italo aprì l’automatico della fondina liberando la pistola. «Tu ce l’hai?». Rocco annuì. Andò verso la strada. Ora il rumore si faceva più forte. Il camion si stava avvicinando. Mancava poco e i fari del bestione sarebbero spuntati dalla curva illuminando l’asfalto e il bosco ai lati della strada. Italo deglutì. Rocco gettò la sigaretta sulla neve sporca di fango. «Fai parlare me. Tu seguimi». Il giovane poliziotto annuì nervoso. «E stai calmo, Italo».

Il rumore era sempre più vicino. Rocco tirò su con il naso e improvvisamente, come d’incanto, il vento smise di schiaffeggiare uomini e cose. Poi dalla curva spuntarono otto fari abbaglianti insieme all’urlo delle centinaia di cavalli motore. Il tir, un drago di metallo enorme e fumante, sembrava volersi ingoiare la valle e i suoi abitanti. Italo pronto alzò la paletta. Rocco si staccò dalla sua auto. Il motore del bestione sobbalzò, si sentirono scalare le marce e il mezzo perse velocità man mano che si avvicinava ai poliziotti. Era un tir senza rimorchio. Sul lato era chiara e visibile la scritta «Kooning S.p.A». «È lui» gridò Rocco. Il mostro rallentava. Una freccia cominciò ad occhieggiare sul lato destro del veicolo che lento superò i poliziotti. La cabina di guida era buia. Mentre veniva superato, Rocco riuscì solo a vedere un piccolo riflesso luminoso di qualche spia sul cruscotto. Il camion sbuffando e sferragliando si fermò una ventina di metri davanti ai due poliziotti. Le marce scalarono e il bestione rimase lì, con le luci degli stop accese e il fumo che usciva dalle due marmitte posteriori. In attesa. Lo sportello del guidatore non si aprì. «Andiamo!» disse Rocco. E si incamminò verso il tir. Italo appoggiò la paletta sul tettuccio della Volvo, si assicurò che la pistola fosse sempre al suo posto, poi seguì il vicequestore. Rocco aveva raggiunto il camion. Le cromature risplendevano alla luce dell’unico faro lontano che segnalava l’incrocio. Il motore in folle picchiava ritmicamente la notte. Il vicequestore bussò tre volte e poi sentì il rumore del vetro che si abbassava. Spuntò la faccia dell’autista. Biondo, naso schiacciato, occhi chiari e pieno di brufoli. Poco più che ventenne. Sorrise e guardò il vicequestore. Gli mancavano almeno tre denti. «Ja?» disse. Ja, pensò Rocco. «Apri idiota!» urlò. L’uomo fece cenno di non capire l’idioma. «Open and come down!» urlò Italo appena sopraggiunto, con un timbro e un tono di voce insospettabilmente perentorio.

Lo sportello si spalancò e il guidatore poggiò un piede sul primo scalino. «Am I to come down?». «Yes! Now!» gli rispose Italo. L’uomo obbedì. Scese i gradini e con un ultimo saltello raggiunse la

strada. Rocco gli fece cenno di venire verso di lui. Quello obbedì tranquillo, sempre col sorriso sulle labbra. Italo invece montò sul camion. Si affacciò nella cabina: «You!» urlò. «Come down. Documents!». Rocco non capì con chi stava parlando. Ma evidentemente gli autisti

dovevano essere in due. L’agente Pierron si ritrasse dall’abitacolo e ridiscese la scaletta. Poco dopo un secondo uomo uscì dalla cabina con la faccia di chi s’è appena svegliato. Era nero, grosso e con i capelli rasta. Portava in mano una busta di plastica.

I due camionisti uno accanto all’altro, vestiti solo con un maglione,

sembravano non sentire il freddo, non tremavano. Stavano lì, come se fosse

piena primavera e i ciliegi già in fiore. Erano più alti di Rocco di almeno una decina di centimetri e anche i loro bicipiti facevano la loro porca figura. «So’ grossetti, eh?» disse Italo. «Stay quiet and calm down, ok?». «Ok» risposero in coro i due camionisti mentre Rocco apriva la busta coi documenti. Fingeva interesse, ma non gliene fregava niente delle scritte e dei timbri doganali. Con poca sorpresa trovò delle banconote dentro la carta di circolazione. Erano due pezzi da cento. Fece un sorriso guardando i due camionisti. Che risposero sorridendo anche loro, ammiccanti. Rocco prese le due banconote verdi e le mostrò a Italo. «Guarda che ho trovato nelle bolle d’accompagnamento? Sono vostri?». Rocco allungò i soldi, ma i due autisti non fecero cenno di riprenderseli. «Sono per me? Cos’è? Una mancia? Traduci, Italo!». «It’s a tip?».

Il nero sorrise e annuì.

«Ah grazie, grazie veramente. Capito, Italo? Questo è un tentativo di corruzione. Secondo questi due pezzi di merda, io e te valiamo 200 euro. Un po’ pochino, no?». «Direi» rispose Italo, teso e con la mano sempre pronta a estrarre. Rocco appallottolò lentamente le banconote e le infilò nella tasca dei jeans del biondo. «Tu mi capisci vero?» il biondo sgranò gli occhi spaventati. «Questi soldi infilateli nel culo». Poi si portò la mano alla tasca interna e tirò fuori una carta sbattendola sotto il naso del biondo. «Italo, digli che questo è il mandato di perquisizione!». In realtà erano le note delle spese a piè di lista per gli spostamenti a Champoluc.

«Non lo so dire». «Perquisizione!» urlò Rocco. «Understand?». Il camionista sbiancò. «Perquisition?» disse. «Bravo. Apri» e Rocco indicò il retro del camion. «But… polizia italianna good! Forza l’Italia! Cannavaro!». «Che cazzo dice ’sto mentecatto?». Poi il vicequestore si mise ad un palmo dalla faccia del biondino. «Apri subito o ti massacro!». «I have to take the keys… may I?». «Dice che deve prendere le chiavi» tradusse Italo. «Digli che le prendo io». Rocco salì il primo gradino e si issò nell’abitacolo. Il cruscotto era un oceano di luci e lucette di tutti i colori. Attaccato al parabrezza c’era il tom tom acceso. Rocco girò le chiavi spegnendo il motore. Sfilò il mazzo. Poi le mostrò all’autista: «Sono queste? This?». L’autista annuì. Mentre Rocco e l’autista biondo si avviavano verso il retro del tir, l’altro, il nero, rimase attaccato alla carrozzeria del mezzo con la faccia un po’ spaventata. Italo lo guardava con la mano appoggiata alla fondina della pistola. Il nero la notò, sorrise. Gli tremava una palpebra e ogni tanto si inumidiva le labbra. «Questo se la sta facendo addosso!» urlò Italo. «Portalo qua!» gli rispose Rocco. «E tira fuori il ferro. Ora la cosa si fa pesante». Italo sfoderò la pistola, guardò il ragazzo rasta che alla vista dell’arma sgranò gli occhi. «C’mon let’s go…» e i due si avviarono.

Erano tutti davanti allo sportello posteriore del camion. L’autista infilò le chiavi nella doppia serratura del container. Ci stava mettendo troppo tempo per i gusti di Rocco. Che gli strappò le chiavi dalle mani e le girò lui. La serratura fece uno scatto e le maniglie ruotarono libere. Italo, pistola in mano, non staccava gli occhi dai due camionisti. Le due grosse porte del container si aprirono. All’interno del camion non c’erano scatole, ma un altro container. «Che cazzo? Un container dentro un container?» disse Rocco. «Saliamo e apriamo anche questo». Il rumore di un mezzo in avvicinamento fece voltare Italo. Era un furgone

Fiat blu che si fermò proprio accanto al tir. «E ora?» disse Italo. «Tranquillo» rispose il vicequestore proprio nel momento in cui Sebastiano scendeva dal Ducato. Italo sorrise. «Me l’ero scordato». E lo

salutò militarmente. Quello, calato nella parte dello sbirro, rispose al saluto. I due camionisti osservavano in silenzio il nuovo arrivato. Sebastiano ricambiò con un’occhiata minacciosa. Il suo metro e novanta pareggiava con

la statura dei due ragazzi. Poi sputò a terra e squadrò il contenuto del

camion. «Bene bene bene. Che abbiamo qui?». «Un container dentro un container» gli rispose Rocco mentre faceva cenno al biondo di seguirlo. Salirono. Il container più piccolo era rosso e aveva una serratura sulle due porte posteriori. Il vicequestore guardò il mazzo di chiavi. Le indicò all’autista brufoloso. «Quale?». Quello le prese in mano e si mise a controllarle per scegliere quella giusta. Poi fu un attimo. Le scagliò in faccia a Rocco che preso di sorpresa scivolò

all’indietro, abbastanza perché l’autista con un balzo uscisse dal camion e si desse alla fuga. Il nero, veloce come un lampo, mollò una capocciata secca a Italo che stramazzò a terra perdendo la pistola. Sebastiano fece appena in tempo a voltarsi per vederli scappare sulla strada. Rocco era sceso dal camion e si avvicinò a Italo che con una smorfia di dolore si teneva una mano sul labbro. Raccolse la pistola e si gettò dietro i due fuggiaschi. Sebastiano invece rinunciò in partenza all’inseguimento. Correvano i bastardi. Al bivio per Chenoz i due si divisero. Rocco decise

di inseguire il bianco. Aveva visto troppe gare d’atletica per sapere che se

c’è una cosa che non devi fare con un nero è una gara podistica. Troppe sigarette e troppo tempo lontano da una qualsiasi attività fisica gli stavano già spezzando il fiato. Il biondino guadagnava terreno. Il ginocchio del vicequestore urlava di dolore. Avrebbe potuto sparargli, atterrarlo e poi portarlo dentro. Ma poi la deformazione professionale svanì di colpo. Che sto facendo? si disse. Ma ’sticazzi. E si fermò. «Vai bello, vai! A piedi fino a Rotterdam coglione!» gli urlò dietro. Piegato in due dal fiatone sputò a terra un grumo di saliva. Poi si tirò su con le mani appoggiate sui muscoli lombari e tentò uno stretching inutile quanto doloroso. La schiena scricchiolò un paio di volte. Infine si girò e

tornò sui suoi passi.

Italo aveva il labbro spaccato. Sebastiano ci aveva messo su un po’ di neve. Niente di grave. Rocco raccolse le chiavi del tir da terra. «Meglio, dico io. Abbiamo più tempo per lavorare, no?». Sebastiano annuì. Italo sorrise. «Ci hanno fregato come dei coglioni» disse, «e questo non mi piace». «Siamo noi che abbiamo fregato loro» rispose Sebastiano. «Vai, forza Rocco, apri». Rocco risalì sul camion e si avvicinò alla serratura del container interno. Provò la prima chiave. Poi la seconda. Finalmente alla terza la serratura girò. Le porte si spalancarono con un cigolio metallico. Occhi. Decine di occhi che li guardavano. Rocco indietreggiò e quasi cadde dal camion. Il container era pieno di gente. «Porca troia!» disse Rocco con un filo di voce. Dal buio del container incastrato nel tir spuntavano occhi denti e facce. «Chi sono?». Sebastiano scosse la testa. Italo con la mano sul labbro dolorante si avvicinò. «Indiani?» chiese a mezza voce mentre Rocco scendeva dal camion. La cosa impressionante era il silenzio assoluto che regnava dentro quel rifugio allucinante. Nessuno degli abitanti della spelonca di ferro emetteva un suono. «Facciamoli uscire. Out!» cominciò a gridare. «Out of here!» e insieme a Italo e Sebastiano si mise a gesticolare per convincere quelle persone a lasciare il camion. Lentamente la massa oscura partorì un gomitolo di braccia, gambe e teste. E denti. Sorridevano, quegli uomini, e sussurravano qualcosa in una lingua lontana che sembrava una preghiera. Italo cominciò a farli schierare sul ciglio della strada. «Uno, due, tre…» dal camion scendevano anche delle donne, con bambini in braccio, ragazzi, bambine sui 10 anni. «56, 57, 58» Italo continuava la conta. Quasi non ci stavano più sul ciglio della strada. «59… Rocco, che facciamo?». Rocco continuava a guardare il camion che sembrava non la finisse più di vomitare persone. Una cornucopia di umanità dolente. A 87 Italo si fermò. Erano scesi tutti. E stavano lì, con gli occhi sgranati, spaventati. Magri da far paura, infreddoliti. Uno di loro allungò una mano

che stringeva un passaporto. Sebastiano gli si avvicinò e prese il documento. «Acoop Vihintanage… sono dello Sri Lanka». L’uomo dondolò la testa da destra a sinistra. «Ah!» disse. Poi abbracciò un uomo alla sua destra e una donna alla sua sinistra. «Amma… akka!». «Mica te capisco» disse Sebastiano. «Brother… sister… mine». «Dice che sono suo fratello e sua sorella» tradusse Italo. «E chissenefrega» disse Sebastiano restituendogli il passaporto. Poi si avvicinò a Rocco. «E mo’?». «E che ne so? Cerchiamo di capire dove andavano. Italo? Questi parlano inglese, fatti spiegare un po’ dove vanno». «Subito». Italo si avvicinò all’uomo che aveva consegnato il passaporto. Rocco invece si issò nuovamente sul camion. «Che fai?» gli chiese Sebastiano. «Do un’occhiata. Voglio vedere che c’è dentro». «Tieni» e l’amico gli lanciò una piccola torcia. Rocco la accese e entrò nel camion. Una puzza di sudore e di umanità lo aggredì con la ferocia di una fiera affamata. Dovette uscire di corsa tossendo. «Porca puttana… c’è il colera!». «Chissà da quanto erano chiusi dentro. Metti un fazzoletto davanti alla bocca». Sebastiano gli lanciò anche un fazzoletto bianco. «È pulito almeno?». «Peggio di quello che c’è la dentro nun po’ esse» gli rispose Sebastiano. Rocco si tappò il naso e la bocca, accese la torcia ed entrò. Riusciva a malapena a starci dentro senza toccare il soffitto con la testa. Milioni di granelli di pulviscolo ballavano nel fascio di luce che tagliava il buio. A terra c’erano stracci. Borse di pezza. Un cavalluccio di legno e un’automobilina di latta. Poi la torcia inquadrò una specie di interruttore. Rocco lo girò e si accese una luce al neon sul soffitto del container. Ora la scena si presentò in tutto il suo squallore. Accatastati a terra i pochi averi di quelle persone, chiusi in buste di plastica della pattumiera o in fagotti di stracci lerci e strappati. Rocco attraversò tutto il container. I suoi passi risuonavano ferrosi nella stanza di metallo. Arrivò alla fine del container. Non c’era altro. Ma qualcosa non lo convinceva. Rifece la strada all’indietro e contò dieci passi calpestando fogli, pezze, torsoli di mela. Poi scese dal camion.

«Che succede?» gli chiese Sebastiano che lo vedeva pensieroso. Rocco non rispose. Rifece i dieci passi lungo la carrozzeria del tir. Si fermò. Alla fine del contenitore mancavano ancora tre passi. «Seba?». L’amico gli venne incontro. «Che c’è?». «Il container è lungo dieci passi. Cioè fino a qui, vedi? Alla fine del contenitore del camion mancano almeno tre metri».

«Che vuoi dire?». «Che dietro al container c’è qualcosa». «Come facciamo? Mica possiamo tirarlo fuori. Ci vuole una gru». «Già, oppure…» saggiò il metallo che rivestiva il contenitore del camion.

Ci bussò sopra. Poi afferrò una pietra e ce la sbatté contro con forza.

Neanche si scalfì. «Qui so’ cazzi». «Vogliamo provare a bucare il container?» propose Sebastiano. «E con cosa?». «Lo prendiamo a criccate». Sebastiano si girò dirigendosi verso il furgone blu. Aprì il portellone di dietro mentre l’esercito muto dei cingalesi osservava i due uomini darsi da fare intorno al tir. Italo continuava a parlare con l’uomo del passaporto e con suo fratello. Sebastiano salì sul camion brandendo una chiave a croce. Arrivò alla fine del container e cominciò a picchiarci sopra. Il ferro si abbozzava appena, ma a parte scalfirne la vernice e fare un rumore d’inferno Sebastiano non otteneva risultati apprezzabili. Gettò a terra la chiave e tornò indietro. Fuori dal camion lo aspettava Rocco:

«Embè?». «Niente. Ci vuole un trapano, una fresa, che ne so?». Rocco si guardò intorno. Campagna con fosso a destra, campagna con

alberi a sinistra. Si portò al centro della strada. Si incamminò verso la curva.

In quel momento Italo si avvicinò a Sebastiano. «Allora erano diretti a

Torino. Lì avevano l’incontro non so con chi che gli procurava dove stare e

un lavoro».

«Ma a me che me ne frega? Io mica so’ un poliziotto, Italo!» gli rispose Sebastiano. «Era tanto per dire» rispose l’agente, «per capire queste due cose mi sono fatto un mazzo così». Il labbro almeno non si stava gonfiando. «Che sta cercando?» chiese poi l’agente guardando il vicequestore in mezzo alla strada.

«Boh». «Che facciamo con questi?» disse Italo. «Mica li possiamo lasciare in mezzo alla strada. Fra un po’ si congelano». «Facciamoli risalire sul camion. Almeno se ne stanno al caldo. Altro non mi viene in mente» disse l’omone allargando le braccia. «Ma guarda te che cazzo me doveva capita’!». Italo si mosse verso la colonna di cingalesi proprio mentre Rocco tornava indietro. Guardò Italo che stava cominciando a portare quel gruppo di disperati verso il camion. «Che fai?». «Sebastiano dice di riportarli dentro. Che sennò muoiono di freddo». «No. M’è venuta un’idea migliore. Sebastiano, rimani qui a controllare!» urlò verso l’amico che fece cenno d’assenso col pollice tirato su. «Ce l’hai il ferro?». Sebastiano lo cacciò da dietro la cintola mostrando una Beretta a Rocco. «Ottimo!» gli urlò e si incamminò. «E noi dove andiamo?». «Prendi questa gente e digli di seguirci». Italo annuì e andò verso l’uomo con il passaporto. «Ok you. Follow us. Follow!».

Marco Traversa e sua moglie Carla stavano tornando a casa. Avevano passato una serata terrificante a cena con i vecchi amici del liceo. Una di quelle rimpatriate che Marco di solito evitava. Sapeva che dopo i 30 anni era meglio non rivedersi più. Non erano serate piacevoli. Erano ore spese a

raccontare i guai di salute, guai coi figli e a calcolare chi nella vita avesse fatto più strada rispetto agli altri o mantenuto più capelli in testa. Marco lavorava in banca. L’Audi che guidava l’aveva comprata di seconda mano e Carla stava a casa a fare traduzioni per una piccola casa editrice valdostana. Niente figli, pochi viaggi, una vita normale. Da raccontare ai suoi vecchi compagni di classe aveva ben poco. E il ruolo dell’ascoltatore non gli era mai andato giù. Soprattutto se doveva stare a sentire i racconti di Giuliano e

la sua barca a vela o di Elda e i cuccioli di pit bull del suo allevamento a

Champorcher. Per fortuna i coniugi Traversa s’erano sganciati con la scusa

di una sveglia antelucana per il giorno dopo e avevano lasciato il villino

ristrutturato dei Miglio insieme agli altri 15 componenti della vecchia terza

B del liceo classico XXVI Febbraio. L’unico pensiero che aveva Marco

affrontando le curve verso l’autostrada era la prova del palloncino. Se l’avesse fermato la stradale sarebbero stati problemi. Non che lui avesse

bevuto troppo, ma si sa che bastano due bicchieri e ti strappano la patente,

ti smagnetizzano il bancomat e ti mandano ai lavori forzati a Cividale del

Friuli a scavare roccia carsica. Guidava piano, 70 all’ora, nonostante Carla lo

incitasse a dare un’accelerata, se non altro sui rettilinei dove la polizia, se c’è, si vede eccome. «Dopo questa curva accelero, te lo giuro» le disse sorridendo. La affrontò

a 60 chilometri orari. Poi davanti a lui, illuminato dai fari alogeni della vettura, si materializzò un uomo con un loden e le braccia spalancate. Marco inchiodò. «Porca!». «Ma che cos’è?» chiese Carla. «Boh. Speriamo niente di grave». Davanti al parabrezza passò un secondo uomo con la divisa della polizia. «Porco Giuda, la stradale!» disse Marco Traversa aggrappandosi così forte

al volante che le nocche gli diventarono bianche. Vedeva già la sua patente

ridotta in coriandoli sull’asfalto. Ma a sorpresa il poliziotto non venne verso

la sua Audi. Continuò invece ad attraversare la strada.

«Ma dove vanno?». «Carla, ma che ne so?». Dietro il poliziotto in divisa poi apparve un uomo scuro di carnagione. Magro, piccolo, un po’ gobbo. Dopo un altro, poi un altro ancora. «Chi… chi sono?» chiese Carla con un filo di voce. Marco si strofinò il viso. «Non lo so. Proprio non lo so». Uomini bambini e donne col capo coperto da un sari, continuavano ad attraversare la strada. Passando davanti alla macchina sorridevano e salutavano la coppia con un leggero inchino del capo. Anche Marco sorrideva di rimando come un cretino e faceva ciao ciao con la mano. Insieme alla moglie osservava quella diaspora biblica, un gregge disperato, neri nella notte nera, vestiti di stracci e fazzoletti. «Sono indiani?» chiese Carla. «Mah…» fece Marco, «forse sì». «E dove vanno?». «E dai. Ma che ne so?». Passavano e passavano. La fiumana di gente sembrava non finire mai. Poi, così come erano apparsi, sparirono inghiottiti dal buio della campagna.

Marco aspettò, col motore acceso e i fari che illuminavano la carreggiata libera. «Che dici, vado?». «Vai amore, vai» disse Carla accarezzandogli la mano che lui teneva fissa sul cambio. Marco Traversa ingranò la prima e partì lento. Guardò alla sua sinistra ma di quella fila indiana interminabile non c’era più traccia.

Quando Emilio Marrix aprì la porta si trovò davanti un uomo con il loden, un agente di polizia e seminascosti nell’ombra dei tronchi dei larici un gruppo di uomini e donne. «Chi… chi siete?» chiese Emilio e le guance gli diventarono ancora più rosse. L’uomo con il loden tirò fuori un tesserino: «Vicequestore Schiavone, mobile di Aosta. Lui è l’agente Pierron». «Piacere, Emilio Marrix, pensionato delle poste» rispose con un sorriso lisciandosi i capelli bianchi che portava pettinati all’indietro. «Possiamo?». Emilio fece sì con la testa e si tirò in disparte. Schiavone entrò seguito da Italo. Poi uno alla volta entrarono i cingalesi. Emilio sorrideva senza sapere cosa fare, e quelli rispondevano unendo le mani al petto e chinando appena la testa. «Che posso fare?» chiese Emilio. Rocco guardò la casa. Una bella villetta, ordinata, con la televisione accesa. Davanti alla televisione su un divano di velluto c’era una donna che dormiva. Un gatto se ne stava accovacciato sul marmo del camino acceso. Le pareti rivestite di legno erano piene di quadri di paesaggi. In un angolo un cavalletto e una tela mezza dipinta. Tubetti di colore appoggiati su un tavolino basso con le rotelle. «È lei che dipinge?» chiese Rocco. «No, mia moglie» rispose Emilio. «Ginevra!» chiamò. Ginevra si svegliò di soprassalto. Appena vide il suo salotto affollato come un autobus all’ora di punta sgranò gli occhi. «Che… che succede?». «Il signore qua è il vicequestore di Aosta» la rassicurò subito il marito. La donna si alzò dal divano. Le tremava il mento. Guardava quella massa di gente rassettandosi i capelli bianchi con un semplice gesto della mano, poi passò al vestito a fiori, infine si tirò su la zip del maglione di pile verde. «Buonasera» disse con una voce esile e sottile.

«Non spaventatevi» fece Rocco, «ora vi spiego. Abbiamo intercettato un camion carico di questi immigrati». «Sì, ma qui non c’è posto. Abbiamo solo una camera da letto per gli ospiti» obbiettò Emilio. I cingalesi s’erano piazzati lungo le pareti di casa. Formavano più di tre file e lasciavano giusto un po’ di spazio a Ginevra e al marito per parlare coi poliziotti. Il gatto dondolava la coda. Poi si mise a fare un po’ di toletta leccandosi la zampa anteriore. «Non è che devono dormire qui» disse Rocco, «vi chiederei di ospitare al caldo questa gente mentre io e il mio collega finiamo col camion». «Avranno fame» disse Ginevra. «Non vi preoccupate» fece Rocco, «questione di poco. Emilio, le posso chiedere una cosa?». Il padrone di casa sorrise. «A questo punto una più o una meno che differenza fa?». «Ce l’ha un frollino?». «Quello per tagliare il metallo?». «Esatto». «Sì, però è a batteria». «Meglio. Me lo può prestare?». «Certo, venga con me. Scusi…». Emilio cercava di farsi spazio fra i corpi dei cingalesi ammassati nei pochi metri quadrati del salone. «Scusi, permesso. Permesso?» attraversò la sala seguito da Italo e Rocco. Riuscirono a fendere la massa e ad arrivare alla porta d’ingresso. «Ecco, un momento. Permette?» disse a due donne che si fecero da parte, riuscendo ad aprire il battente della porta blindata. Poi finalmente i tre uomini uscirono dalla casa. Ginevra era rimasta lì, piantata in mezzo al salone e guardava quegli uomini e quelle donne che stavano tutti con gli occhi bassi. Si vergognavano. «Qualcuno parla italiano?». Nessuna risposta. Non sentiva volare una mosca. Anche i bambini piccoli stavano in silenzio senza lamentarsi. Ginevra guardò una donna negli occhi. Poteva avere 30 come 50 anni. «Lei… venga con me. Venez avec moi, ok?» e le fece cenno di seguirla. «Tout le monde» disse poi rivolgendosi alla sala. «Asseyez! Asseyez s’il vous plaît». E con le mani mimava l’atto di mettersi giù. Uomini e donne cominciarono a guardarsi intorno e a cercare un posto

dove sedersi. Chi finì sui divani, chi sulle sedie, molti per terra. Intanto Ginevra e la donna se ne andarono in cucina. La padrona di casa cominciò ad aprire scansie e ripostigli. Tirò fuori qualsiasi cosa avesse di commestibile mettendola sul tavolo. Scandì le parole lentamente. «Facciamo una bella pasta e quello che c’è lo dividiamo, va bene? Per i bambini ho il latte. L’ho munto oggi. Lait, comprì? Pour les enfants!» e sorrise alla donna che ringraziò chinando la testa. «Mi dispiace non ho molto. Mannaggia, se avessi saputo che venivate sarei andata a fare la spesa». Poi Ginevra cominciò a prendere pentole e padelle.

Sebastiano se n’era stato accucciato fra le casse con le orecchie tese ad ogni rumore. I due camionisti potevano tornare, e lui era lì, seminascosto nell’ombra ad aspettarli con il colpo in canna. Ogni rumore di fronde, alito di vento, un ramoscello che si spezzava faceva scattare i suoi nervi in allerta. Dalla curva spuntarono delle ombre. Armò il cane. Ma poi lo riabbassò sorridendo. Erano Rocco e Italo accompagnati da un uomo sulla settantina che teneva in mano un attrezzo. «Questo è Emilio. Lui ci aiuta» disse Rocco. Emilio sorrise a Sebastiano e i due si strinsero la mano. «Ha portato un frollino» aggiunse Rocco. Emilio lo mostrò a Sebastiano. «Se uno non ha pratica è meglio che non lo usi. Ecco perché sono venuto io». Sebastiano guardò storto Rocco. Ma Rocco fece spallucce. Poi salì sul camion e allungò una mano per aiutare Emilio, che invece salì agilmente da solo. Appena l’uomo vide il container cominciò a scuotere la testa. «Stavano qui dentro? Cose dell’altro mondo!». «Vero? Invece sono cose di questo mondo, signor Emilio. Venga qui in fondo per favore!». Emilio raggiunse il vicequestore che bussava con le nocche sulla parte finale del container. «Caro Emilio, abbiamo ragione di credere che qui dietro ci sia qualcosa». «Ma quelli che portavano il camion dove sono, dottore?». «Scappati. Allora, vogliamo bucare?». «Certo, certo». Emilio afferrò il frollino. «Ecco, stia indietro». Lo accese. Il rumore era assordante e amplificato dallo spazio chiuso. Quando poi la lama morse il metallo divenne insopportabile. Uno stridio a metà fra il gesso sulla lavagna e il trapano del dentista. Fuori dal camion Italo si turò le

orecchie. Sebastiano era rimasto sul chi vive a guardare la strada. Rocco invece s’era limitato ad attorcigliare due pezzi di carta e a infilarseli nelle orecchie. Emilio ci mise neanche cinque minuti ad aprire un varco dove potesse passarci agilmente un bambino di dieci anni. Spense il frollino e si asciugò le labbra. «Ecco fatto». Rocco si avvicinò al taglio mentre Italo e Sebastiano salivano sul camion per andare a vedere. Il vicequestore si appoggiò alla parete di metallo, poi sferrò un calcio al centro della lamiera tagliata. Che cominciò a staccarsi. Ne mollò un altro, poi un altro. Sebastiano e Italo stavano con gli occhi di fuori in un’attesa febbrile. Emilio s’era seduto su una della panche laterali e aspettava educatamente istruzioni. Al quinto calcio la lastra finalmente cedette cadendo all’interno del vano segreto. Rocco prese la torcia ed entrò. Sebastiano e Italo si avvicinarono al buco. Casse. Di legno. Cubi e parallelepipedi, uno sull’altro. Nello spazio angusto Rocco riusciva appena a girarsi su se stesso. Illuminava con la torcia le cataste mentre Sebastiano sulla soglia del pertugio appena aperto si sforzava di leggere le scritte sul legno. «Vedi se trovi scritto Chant number 4. Quelle sono le nostre casse!». «Macché» rispose Rocco. La sua voce rimbombò nella lamiera. «Solo cifre». «Ma che roba è?». «Non lo so. Portiamola fuori e gli diamo un’occhiata».

Le casse erano pesanti e Emilio non lesinò il suo aiuto. Dopo un’ora di lavoro duro, sudati e sfracellati dalla fatica, gli uomini si sedettero sulle casse che avevano poggiato sul lato della strada. Una piramide di legno. Ogni cassa aveva un lucchetto. E una scritta con un codice misterioso. Il cielo si era schiarito e le stelle fredde occhieggiavano dall’alto. Era l’una del mattino e di macchine sulla strada non ne passavano più. Emilio tornò con un bel thermos. «Ecco. Mia moglie ha fatto un po’ di caffè. Ha dato da mangiare a quei poveracci. Ora dormono tutti». Lo versarono. Era buono e soprattutto caldo. Rocco e Italo si accesero una sigaretta. «Che facciamo adesso, Rocco?». «Apriamo e vediamo cos’è che abbiamo qui dentro».

Emilio con un colpo preciso di frollino segò il lucchetto della prima cassa. Rocco aprì. Dentro c’era paglia. E sotto la paglia dei rettangoli di plastica. «Porca troia!» urlò il vicequestore. «Che c’è?» chiese Sebastiano. «Plastico». Sebastiano e Italo si guardarono. Emilio non capì. «Plastica?». «Plastico» rettificò Italo. «Esplosivo». Emilio sgranò gli occhi spaventato. «Apriamone un’altra. Forza Emilio». «Comandi!». Nella seconda trovarono fucili mitragliatori. Poi ancora plastico. Poi detonatori. Ancora plastico. Un lanciamissili smontato. Munizioni. Seduti sulle casse aperte i quattro uomini si guardarono smarriti. «Sebastia’ a me sta venendo un dubbio» disse Rocco, «ma Chant number 4 starà mica per C 4? Esplosivo? Guarda quanto ce n’è!». Sebastiano annuì. «Può essere. Può essere. Che fregatura, vatti a fidare di Ernst» rispose l’amico. «Chiamiamo la polizia!» fece Emilio. Rocco gli dette una pacca sulla spalla. «Siamo noi la polizia, Emilio». Sebastiano e Italo si lanciarono un’occhiata perplessa. «Va bene» proseguì il vicequestore, «ora tu prendi il frollino e te ne torni a casa, vatti a riposare che già hai preso un sacco di freddo. Grazie per tutto l’aiuto che ci hai dato. Senza di te non potevamo fare niente». Il vecchio pensionato delle poste sorrideva e annuiva. «Figuratevi, per così poco. Anzi, sono contento, sapete?». «Dai, va’ da Ginevra. Poi ti raggiungiamo e risolviamo il problema dei cingalesi». «Va bene. Allora vado. Vi aspetto dentro. È stato un piacere aiutarvi. Bell’avventura, bell’avventura…» e Emilio se ne tornò a casa con il suo frollino e il passo agile. «Qui va chiamata l’Interpol, altroché!» fece Sebastiano. «No dico, ti rendi conto? Questo è un arsenale!». «Sì, dobbiamo sequestrare il camion. Non ci sono cazzi» e Rocco gettò via la cicca spenta che teneva ancora in bocca. «Chant number 4!» urlò Italo. «Cosa?» fecero all’unisono Sebastiano e Rocco.

Italo era chinato a terra con la faccia davanti ad una cassa. «Qui c’è scritto Chant number 4!». I due si avvicinarono. Era vero. Su una cassa col pennarello c’era proprio scritto Chant number 4. Sebastiano e Rocco si guardarono. Rocco afferrò un fucile mitragliatore dalla cassa più vicina, poi, con due colpi precisi del calcio, spaccò il lucchetto. Aprirono la cassa. Dentro c’erano otto teste di Buddha in pietra. Sebastiano ne afferrò una. La schiantò a terra. Dai cocci uscirono tre pacchi di cellophane pieni di marijuana. Il sorriso tornò sulle labbra di Rocco e Sebastiano. E anche su quelle di Italo. Erano lì per quello. «Forza!» gridò Sebastiano caricandosi i pacchi appena trovati e tre teste di Buddha. «Diamoci una mossa!» e trotterellò verso il furgone. «Bravo Ernst, bravo! Era vero!» ripeteva a squarciagola. Italo e Rocco finirono di caricare le sculture. Poi Sebastiano si girò verso l’amico. «Io vado. Certo, ti lascio nella merda». «Non ti preoccupare. Tanto il mio conto ce l’hai, no?». «Al massimo tre giorni e arrivano i soldi». «Anche a lui!» disse Rocco indicando Italo. «Con lui facciamo subito!». Sebastiano si infilò la mano in tasca. Tirò fuori un rotolo di banconote verdi da cento euro. «Tremila e cinque. Tieni e contali». «Mi fido» disse l’agente intascando i quattrini. Sebastiano gli dette una pacca sulla spalla, montò sul furgone e mise la retromarcia. «Ciao, Italo. Sei uno a posto. A presto, Rocco!». «A presto amico mio. Pensami. E fatti vivo». «Salutami l’ucraina se la vedi». «Non mancherò». Il furgone partì accelerando verso la notte. Italo e il vicequestore rimasero lì a guardarlo fino a quando le luci posteriori furono ingoiate dal buio. «Bene. E ora con i cingalesi?». Rocco indicò il camion con le luci ancora accese. «Tu lo sai guidare ’st’affare?». «Io posso guidare anche i tir col rimorchio, perché?». «Da qui a Torino è un’ora e mezzo». Rocco guardò l’orologio. «Ora è l’una e quaranta. Diciamo che carichiamo, parti e alle tre e mezzo sei a Torino. Lasci i cingalesi, e alle cinque e mezzo sei di nuovo qui». «E?».

«E io alle sei chiamo la centrale. E facciamo scoppiare il casino. Ti sembra una bella idea?». «Dammi il thermos di caffè, altrimenti mi addormento già a Verres». Rocco passò il thermos a Italo, poi andò verso la cabina del camion. Si sedette al posto di guida. Attaccato al parabrezza in bella vista c’era il tom tom. Rocco sorrise e urlò a Italo: «L’indirizzo di Torino ce l’hai qui sopra. Hai culo, amico mio. Neanche devi uscire dall’autostrada. È ad un’area di servizio. Felice?». «Per tremila e cinque io col camion ci arrivo fino a Catania!». Rocco scese dalla cabina di guida. «A proposito. Dammi 500 euro. Te li ridò domani». «E perché?». «Gli abbiamo messo 87 cingalesi dentro casa. Due lire non gliele vogliamo dare?». Italo annuì e cacciò fuori il rotolo di banconote. «Ora io vado a prendere quei poveracci. Tu stai qui. In guardia. Pistola in mano. Quei due pezzi di merda dei camionisti potrebbero rifarsi vivi. Il carico è troppo importante. Occhi aperti, mi raccomando».

Il cielo si andava schiarendo. Seduto su una cassa di legno con un AK 47 a ripetizione sul grembo e l’ennesima sigaretta in bocca Rocco Schiavone aspettava. Pensava a Ginevra e ad Emilio che avevano accettato tutto quello che era successo senza dire una parola. E che avevano pure fatto storie per prendersi quei 500 euro, ma alla fine Rocco aveva avuto la meglio. Promisero che non avrebbero detto nulla dei cingalesi e che anzi appoggiavano il vicequestore nella scelta di non denunciare la cosa alle autorità. Dimenticando il particolare che l’autorità in quel caso fosse proprio Rocco Schiavone. Le macchine che passavano rallentavano per dare un’occhiata a quella strana pila di casse di legno abbandonate sul ciglio della strada e a quell’uomo coperto con un piumino a fiori seduto con un fucile mitragliatore in grembo come un vecchio apache in attesa. Erano le cinque di una domenica mattina gelida come un banco di surgelati. Se non ci fossero stati i caffè, le grappe, il prosciutto, il cioccolato che Ginevra gli aveva portato continuamente fino alle quattro del mattino insieme al piumino a fiori, Rocco avrebbe fatto la fine di un alpinista alle prime armi

sulle punte dell’Everest. Aveva il naso rosso e non si sentiva più le orecchie. Per il resto, a parte il dolore al ginocchio, andava benone. Aveva seguito il consiglio di Emilio e tenuto le gambe dentro la cassa piena di paglia del plastico. Finalmente vide in lontananza i fari del tir che si avvicinavano. Italo era tornato con più di mezz’ora d’anticipo. Il vicequestore si alzò, buttò la sigaretta lontano dalle casse, ripiegò il piumino e si avvicinò alla strada. Il tir rallentò fischiando come una locomotiva, poi i freni cigolarono e finalmente si fermò all’altezza del vicequestore. La faccia di Italo stanca ma sorridente si affacciò dal finestrino. «Tutto fatto capo. Parcheggio!». Rocco sorrise. «Vai Italo, vai!». Poi afferrò il cellulare godendo come una bestia all’idea di tirar giù dal letto questore, giudice, giornalisti e compagnia bella.

Domenica

La cosa ebbe una eco a livello nazionale. Il questore gongolava di piacere e continuava a indire conferenze stampa su conferenze stampa nonostante fosse domenica. La magistratura plaudiva all’intelligenza e all’abilità di un vicequestore e di un agente sconosciuto dal brillante avvenire, e cominciarono a fioccare le ipotesi su chi fosse il destinatario di quell’arsenale. Italo e Rocco avevano deciso una via comune e la rispettarono. Una soffiata di un informatore di frontiera amico del vicequestore, la fuga dei due camionisti e il ritrovamento delle armi. «Certo quel container così grosso e vuoto… è strano» avevano detto il questore e il giudice. E Rocco aveva allargato le braccia e aveva sorriso. «Evidentemente qualcuno ha scaricato materiale prima della frontiera, o chissà cosa». Dei cingalesi non ne fecero parola, e quegli uomini e quelle donne tornarono ad essere un’ombra indistinta nella vita quotidiana dei cittadini italiani. «Lo sa che all’interno della cabina di guida abbiamo perfino trovato un sacchetto di marijuana?» aveva proseguito il questore Corsi. Rocco aveva sorriso e allargato le braccia un’altra volta. «Che ci vuole fare? Quella è gente senza Dio». «Già. Guidare un bestione del genere fumati come Jimi Hendrix. Roba da matti». «Lei conosce Jimi Hendrix?». Il questore tacque per un momento. «Caro dottor Schiavone, quando lei doveva fare l’esame della quinta elementare, il sottoscritto ballava con “Hey Joe”, “Little wing” e “Killing floor” davanti alla facoltà di architettura». «Non ci posso credere! Lei un sessantottino?». «Avevo 19 anni ed ero innamorato». «Lei faceva le risse con la polizia?». «No. Scappavo. Ora credo che entrambi abbiamo cose più importanti da fare, vero?».

Il resto della domenica Rocco lo passò a dormire. E perse Roma-Udinese. Ma non fu una gran perdita. I giallorossi ce le presero di santa ragione.

Lunedì

Rocco non amava gli ospedali, men che meno gli obitori. Ma Alberto Fumagalli lavorava lì e Rocco sapeva che se uno vuole le cose fatte come Dio comanda e velocemente, è bene che se le faccia fare da chi è molto impegnato. Quando la porta dell’obitorio si aprì e Alberto uscì col suo solito grembiule macchiato di ruggine, ma forse ruggine non era, Rocco si alzò in piedi e gli andò incontro. «M’hanno appena chiamato dal laboratorio. Le analisi del sangue sul fazzoletto che m’hai portato sono pronte». «Nel pomeriggio ci sono i funerali di Leone». «Sì, lo so. Ho mandato tutta l’anamnesi al giudice Baldi. Ho lavorato tutto il week-end. Sugli organi interni eccetera eccetera». «E sei riuscito a capire qualcosa di fondamentale?». «Sì. Leone Miccichè godeva di ottima salute». «Nient’altro?». «Mi gioco una palla, anzi tutt’e due che Leone è morto fra le sette e le nove di sera». Rocco si fermò in mezzo al corridoio. «Tu sai che vuol dire questo?». «Sì. Praticamente l’ha ammazzato Amedeo Gunelli senza volerlo. Quando gli è passato sopra con quel carrarmato al 90 per cento Leone era ancora vivo. Semiassiderato, sotto venti centimetri di neve, ma era ancora vivo. Che sfiga, eh?». «Dici?». Ripresero a camminare e uscirono dal corridoio della morgue per prendere l’ascensore. «Hai la faccia stanca» disse Alberto. «Ho sentito che ieri notte hai fatto un bel colpo». «Sì. Un sequestro di armi da fuoco». «Che culo, no?». «Basta avere le informazioni giuste». Alberto lo guardò con gli occhi vuoti e inespressivi, quelli che di solito usava quando non voleva essere preso in giro: «Chi c’era nel container?».

Rocco si grattò la testa: «87 cingalesi». «E dove li hai portati?». «A Torino. Avevano un contatto per un lavoro». Alberto Fumagalli annuì un paio di volte. L’ascensore aprì le porte e i due uscirono. «Sei una testa di cazzo, Rocco». «Lo so». «Avresti fatto lo stesso se fossero stati rumeni?». «Primo non ne faccio una questione di razza. Le razze non esistono. Poi i rumeni fanno parte della comunità europea, mica entrano clandestini. Non ne hanno bisogno». «Touché!». «Vaffanculo». «Ti voglio bene, Rocco». «Basta co ’ste frociate, Alberto». «No, ma dico sul serio». «Se mi conoscessi meglio non diresti così». «Ora sei te che mi vai sul bucaiolo». «Quanto manca a questo laboratorio?». «Poco, perché?». «Perché sostenere una discussione con te è stancante e mi mette in uno stato di apprensione emotiva». «Rocco, te non hai un’apprensione emotiva». Poi Alberto aprì la porta del laboratorio.

Il tecnico passò un foglietto al vicequestore. «Il sangue sul fazzolettino di carta che ci ha consegnato appartiene al gruppo 0 negativo 4.4». «Ma, è lo stesso gruppo che c’è sul foulard trovato in bocca a Leone!» esclamò Alberto. «Cazzo» mormorò fra i denti Rocco Schiavone. «È una cosa brutta?» chiese l’anatomopatologo. «Lo è per Omar Borghetti. Il sangue sul fazzoletto di carta è il suo. Gliel’ho preso con una scusa diciamo poco ortodossa. Ci vediamo, Alberto. Grazie!». «Allora l’abbiamo beccato! Ti voglio bene» gli strillò dietro, poi il medico scoppiò in una solenne risata mentre la porta del laboratorio si chiudeva alle spalle di Rocco.

L’inno alla gioia di Beethoven avvertì Rocco che era in arrivo una telefonata. Rispose senza guardare il display: «Schiavone, chi è?». «Sono Italo, dottore, scusi se la disturbo». Italo era passato al lei ufficiale, segno che era in questura con qualcuno accanto. «Dimmi, Italo». «Deve venire in ufficio. L’ispettore Rispoli mi ha fatto vedere una cosa che credo le interesserà moltissimo». «Puoi anticiparmela?». «No. Perché è una busta chiusa. E secondo me lei la deve leggere».

L’intestazione era Laboratorio analisi cliniche LAB 2000. La busta era indirizzata a Leone Miccichè. «L’ha portata direttamente il direttore dell’ufficio postale qualche ora fa. Mi sono permessa» disse l’ispettore Rispoli. «Ha fatto bene». Rocco aprì la busta. Erano tabelle con delle analisi. Spermiogramma, ecografia scrotale, TSH, spermiocoltura. Rocco cercò di leggere e di capirci qualcosa. «Azoospermia. Boh!». «Cosa dicono, dottore?». «Non lo so. Si direbbe un’analisi che Leone s’è fatto… vediamo quando» rigirò il foglio. La data parlava chiaro. «Neanche quindici giorni fa». «Ma analisi di che?». «Così a naso sono esami per la fertilità». Rocco allungò i fogli a Italo. «Tieni, chiama Fumagalli. Io ci sono appena stato e non mi va di starlo a sentire. Fatti dire che roba è. E fammi chiamare al cellulare, io sono dal giudice». Rocco si alzò dalla sedia e mollò una pacca sulla spalla dell’ispettore Rispoli. «Brava, Caterina. Secondo me questa è una cosa molto importante!». Caterina arrossì. Italo invece scattò verso il telefono del vicequestore.

«Vuole un mandato di cattura?» chiese il giudice Baldi al vicequestore Rocco Schiavone. «Non ancora. Vede, c’è una cosa che non torna. Il sangue sul fazzoletto rosso trovato in gola al cadavere appartiene a Omar Borghetti, e questo lo

inchioderebbe, ma…». Il giudice si sporse un poco verso il vicequestore. «Ma?». «Vede, come le ho dimostrato ieri, Leone Miccichè lassù, in mezzo alla scorciatoia, s’è fumato una sigaretta. S’è tolto i guanti probabilmente per accendere. Ma il mozzicone non è stato trovato. Sono state trovate tracce però di tabacco sul luogo del delitto». «E con questo?». «Omar Borghetti non fuma». «Aspetti, e chissenefrega? Il tabacco era chiaramente della sigaretta di Leone, no?». «No. Leone fuma Marlboro light. Da sempre. Il tabacco è di un altro tipo». Il giudice si stravaccò sulla sedia emettendo un respiro sonoro. «Questo vuol dire che chi era con lui fuma, e non fuma Marlboro?». «Già. E mi sono persuaso che l’assassino abbia offerto una sigaretta a Leone. E che lui se la sia fumata. Primo perché altrimenti troveremmo tracce di Marlboro oltre a quelle dell’altro tipo di tabacco. Secondo perché la moglie ci ha detto che le sigarette lui le aveva finite. Va bene, da fumatore quando ne ho tre nel pacchetto anch’io dico che le ho finite e le vado a comprare, però il pacchetto trovato sul cadavere era vuoto. Le probabilità che non le avesse sono molto forti». «E la cicca? Perché non è stata trovata? Il filtro, qualcosa…». «Perché il figlio di puttana che l’ha ammazzato le ha raccolte. Quelle sono una prova, no?». Il giudice si mise a giocherellare con la penna. La morse un paio di volte guardando Rocco negli occhi. «Lei un’idea se l’è fatta, vero?». «Io? Sì. Mi manca solo un particolare, e poi la cosa comincia ad avere una luce nuova. Vede? Omar Borghetti il movente ce l’avrebbe. Gelosia, scopre che ora Luisa Pec è incinta e si scaglia contro il nuovo fidanzato. Ma perché aspetta tre anni? Addirittura dopo che loro si sono sposati? Vede che non quadra?». «Non tanto». «E allora il movente deve essere un altro». «Soldi?». «Non solo. Luisa e Leone dovevano 100.000 euro a Omar. Le cose andavano così così. Leone cercava di vendere le sue proprietà giù in Sicilia a tutti i costi per rientrare. E aveva quasi convinto suo fratello. Che detto tra

noi mica lo amava tanto a Leone». Baldi si alzò di scatto. «E se non sono i soldi?». L’inno alla gioia risuonò nella tasca del loden di Rocco. «Mi permette? Aspetto una chiamata molto importante». «Faccia». «Schiavone, chi è?». «Ciao Rocco. Sono ancora io, il tuo anatomopatologo preferito!». «Hai letto le analisi?». «Mica ci vuole una laurea per capirle». «E che dicono?». «Una cosa semplice semplice. Leone Miccichè non era fertile. Non poteva avere figli. Addirittura nella spermiocoltura hanno trovato la azoospermia». «Azoospermia? Che è?». «Non uno spermatozoo in un emme elle di sperma. Pensa che minimo ce ne dovrebbero essere 20 milioni». «Mi stai dicendo che Leone Miccichè non poteva avere figli?». «Già. E guarda che questo non è il primo esame. Diciamo che queste analisi sono la madre di tutte le analisi, parlo per farmi capire da un povero ignorante come te». «Spiegati meglio». Alberto Fumagalli sbuffò. «Allora, prima di fare un’analisi così precisa, Leone deve essere stato da un medico che gliel’ha prescritte o che aveva già un sospetto. Insomma, una visita se l’era fatta sicuramente. Poi è andato al laboratorio e s’è fatto ’ste analisi». «Come faccio a sapere il medico che gliel’ha prescritte?». «Facile. Chiama il laboratorio. Loro dovrebbero avere una traccia della richiesta del medico. E lì c’è nome cognome e pure l’indirizzo». «Grazie Alberto, ti devo una cena!». «Figurati, per così poco. Bye» e chiuse la comunicazione. «Ho capito bene?» disse Baldi. «Direi di sì». «E allora? Chi ha messo incinta Luisa Pec?». «Il figlio di puttana che ha ammazzato Leone. Il poveraccio aveva scoperto la tresca, s’è andato a fare le analisi e quello deve averlo saputo. Fila?». «Direi di sì. E il sangue sul fazzoletto? Era di Omar Borghetti, no?».

«Io un’idea me la sono fatta. La saluto. Spero di venire da lei entro 24 ore con l’amico in manette». Rocco si alzò dalla sedia. Si rimise il telefono in tasca. Il giudice lo richiamò. «Lei è in gamba. Ma io lo sapevo già. Solo c’è una cosa che deve spiegarmi». «Mi dica». «Vede? Il camion mezzo vuoto, quello con le armi». Rocco mise su la faccia dell’innocenza. «Sì?». «C’è una cosa che non quadra». «Mi dica, dottore». «Il tom tom. Quello aveva segnato degli indirizzi. Uno era vicino Torino, sull’autostrada, in un’area di parcheggio». Rocco deglutì senza farsene accorgere. «L’altro invece era… era…» si mise a cercare un foglietto fra le carte. «Eccolo. Alekse Santica, chissà se si pronuncia così. È una strada di un piccolo paese che si chiama Bicic, in Montenegro». «Mmm». «Bicic è vicina ad una bella città che si chiama Buvda». «Mmm». «La smetta di ruminare. L’Interpol è già scattata da stamattina. Ci sono buone probabilità che le armi andavano laggiù. Buvda è un porto, lo sa?». «Lo apprendo adesso». «Solo che, e mi segua, le armi con ogni probabilità erano dirette laggiù, e allora perché c’era l’indirizzo di un’area di parcheggio vicino Torino?». Rocco cominciò a sentire un sudore freddo colargli lungo la spina dorsale. «E allora sa cosa ho fatto?». «Mi dica». «Ho chiesto all’ente autostrade le immagini della A5, l’autostrada Aosta- Torino. Per vedere se quel camion ha transitato da lì. E giacché c’ero ho chiesto anche le immagini dell’area di servizio. Lei non ci crederà». Tana! si disse Rocco. Preso in trappola come un topo in una cantina. «Ma le immagini non c’erano» proseguì il giudice. «Come?». «Pensi, c’è stato un guasto all’intero sistema informatico della A5. L’hanno riparato, ma di ieri notte non hanno alcuna immagine. Peccato dico io, no?» e guardò Rocco con un sorriso sinistro, un sorriso che il

vicequestore aveva visto solo sulla bocca di pezzi grossi della mala o su qualche politico dell’ultim’ora. Il sorriso di chi sa. E preferisce non dire. Il vicequestore si schiarì la voce. «Peccato, quando il diavolo ci mette la coda, eh?». Il giudice guardò Rocco. «Già, peccato. Oppure un gran colpo di fortuna. Dico bene, vicequestore? Mi porti l’omicida di Leone Miccichè, dottor Schiavone. E io ’sta storia del container e di Torino me la scordo. È un consiglio d’amico». Rocco annuì due volte. Ringraziò con gli occhi il giudice Baldi, poi infilò la porta e uscì dallo studio.

Alle dieci e dieci Italo e Rocco erano già in strada verso Champoluc. «Ti fa male il labbro?». «No. Il freddo me l’ha praticamente anestetizzato». «Mi si cominciano a otturare le orecchie». Rocco si tappò il naso e soffiò forte. «Fa male alla sinusite quella cosa lì». «Tante cose fanno male, Italo. Una più…». Italo scalò la marcia. «Dobbiamo preoccuparci?». «Di cosa?». «Come di cosa? Della storia dei cingalesi». «No, stai tranquillo. È tutto a posto. Anzi, ricordami che ti devo restituire 500 euro». «Non sospettano di niente?». Rocco tamburellò con le nocche sul vetro. «Il giudice Baldi sa». Italo sbiancò. «Cosa sa? Dell’erba?». «No, dell’erba no. Sa dei cingalesi». «Oh cazzo!». «Già. S’è inventato una cazzata su un guasto alla rete informatica dell’autostrada. Lui le immagini le ha viste e come!». Italo si passò una mano davanti alla bocca. «E che farà?». «Non lo so. Non ho capito se si tiene la cosa per avermi in pugno oppure se ci passa sopra. Baldi mica è tanto normale». «Invece te sì, vero?». Il vicequestore scoppiò in una risata grassa e catarrosa. Era la prima volta che Italo lo sentiva ridere così, a cuore aperto. Gli venne da ridere anche a

lui. E risero. Insieme. Fino alla fontana ghiacciata all’ingresso del paese. Smisero solo quando videro che sopra l’entrata della chiesa due uomini

stavano issando dei paramenti viola e neri. Se l’erano dimenticati, ma oggi

ci sarebbero stati i funerali di Leone Miccichè.

«Facciamo in tempo?» chiese Italo. «Certo che facciamo in tempo. È una questione di poco. Alla prossima ferma a destra. Lì, sopra al negozio di alimentari».

Al primo piano di un palazzotto di legno e pietra c’era lo studio del dottore Alfonso Lorisaz. Rocco salì una rampa di scale. Spinse la porta con la targa d’ottone che recitava «Alfonso Lorisaz. Specialista apparato urogenitale». Entrò. La sala d’attesa era piena di gente. Appena il poliziotto

fece il suo ingresso, tutti si voltarono verso di lui. Un’infermiera sui 60 anni

se ne stava seduta ad una scrivania a stampare ricette. «Dica?» chiese a Rocco tenendo gli occhi fissi sul monitor del computer. «Schiavone. Devo parlare col dottore». «Ha un appuntamento?». Rocco allungò la mano e mise il tesserino della questura davanti al monitor. Fu allora che la donna alzò gli occhi. «Ho la sua attenzione?». «Sì». «Sono il vicequestore Schiavone e non ho un appuntamento. Ma sono anche convinto che lei troverà il modo di evitarmi la fila, nespà?». L’infermiera si alzò di scatto e andò a bussare alla porta del medico. Entrò. Ne uscì dopo pochi secondi con le guance rosse. «Il dottore ha finito la visita. La riceve subito». «Ottimo!».

Classificare Alfonso Lorisaz nel bestiario mentale fu di una semplicità imbarazzante per il vicequestore. Era un roditore sciuromorfo castor, ossia un castoro. Gli incisivi sporgenti e gli occhi nascosti dietro un paio di occhialini tondi con la montatura dorata, le mani piccole apparentemente palmate, calvo ma con un ciuffo di peli che spruzzavano fuori dal bottone della camicia. Sembrava avesse finito di costruire una diga e annusasse l’aria nervosamente in cerca di un pericolo imminente. Scattò in piedi appena

Rocco entrò nel suo studio. Non arrivava al metro e settanta.

«Cosa posso fare per lei?» squittì Alfonso. «Ho avuto dal LAB 2000 che è giù ad Aosta il suo nome per una richiesta

di analisi che lei avrebbe fatto per Leone Miccichè. Lo conosce, vero?».

«Certo che lo conosco. Lo conoscevo, anzi. Poveretto. Era un tipo simpatico, sa? Mi ricordo…». «Stop. Il vicequestore non è interessato ai suoi rapporti interpersonali. Mi dica una cosa: si ricorda qual era il suo problema, no?».

«Certo. E lo visitai. Feci un’analisi d’approccio a Leone e mi resi conto del suo problema. Quindi gli prescrissi quelle analisi. La mia anamnesi…». «Stop. Il vicequestore non è interessato alle sue anamnesi. Comunque, se

lo vuole sapere, Leone risultava sterile».

«Lo avevo capito. Si ricorda i valori della spermiocoltura? Così, tanto per curiosità». «Azoospermia. Non uno spermatozoo in un emme elle di sperma. È contento?». «Non sono contento. Ne ero sicuro». «Senta un po’ dottor Lorisaz, lei di questa cosa ne ha parlato con qualcuno?». «Di questa cosa di Leone?». «Bravo». «No, che io mi ricordi, no. Ma sa, questo è un paese piccolo». «Che vuol dire?». «Magari la voce gira. Sa perché glielo dico? Siamo un po’ tutti parenti. Qui non è come in città. Si sa abbastanza tutto di tutti». «Se lei s’è fatto gli affari suoi, come si poteva venire a sapere questa cosa?». «Lei ha ragione, ma…». «Ma lei i fatti suoi non se li è fatti». «No, no, io me li sono fatti eccome. Non ho detto niente a nessuno, figuriamoci, una cosa così delicata». «E allora?». «E allora, che ne so? La prima spermiocoltura l’abbiamo fatta qui, in un piccolo laboratorio che ho al piano di sotto. Magari l’infermiera l’ha saputo. Oppure un altro, chi lo sa?». Rocco guardò il dottore negli occhietti protetti dalle lenti. «Perché ho la

sensazione che lei mi stia nascondendo qualcosa?». «È una sensazione sbagliata, signor vicequestore. Io non ho detto niente a nessuno». «Guardi, è molto importante. C’è di mezzo un omicidio, e se lei sta nascondendo informazioni si tratta di un reato penale. Le indagini vanno favorite, lo sa?». «Oddio, ora lei mi sta facendo preoccupare». «Bene. Si preoccupi». Il dottore guardò il pavimento, come a cercare un aiuto fra gli interstizi delle mattonelle. Rocco sapeva che in realtà stava pensando alla via meno dolorosa e più furba per uscire dall’angolo. Sbatteva gli occhi e si mordeva le labbra coi due incisivi sporgenti. «Ricorda nulla?». S’era fatto i conti il medico, e rispose: «Nulla che la può interessare. Non credo di aver parlato con nessuno». «Spero che lei abbia detto la verità. Lei è sposato?». «Io? Sì. Ma perché?». «Posso sapere il nome di sua moglie?». Il medico strabuzzò gli occhi: «Perché?». «Curiosità professionale». «Certo. Mia moglie si chiama Annarita». «Annarita. Ce l’avrà un cognome, no?». «Il mio, Lorisaz». «Dico prima di essere sposata». «Pec. Come la moglie del povero Leone. Annarita e Luisa sono cugine di terza». Annarita Pec. La tipa del negozio di sport. Quella che lo aveva respinto con grazia dignità e fermezza. «E già, siete tutti un po’ parenti qui, vero?». «Vero. Ma perché me lo chiede?». «Perché vede, magari la sera, rientrando a casa, due chiacchiere con sua moglie e le è sfuggito il segretuccio di Leone Miccichè. Non può essere?». Alfonso respirò profondamente tirando su le spalle. «Oddio, non lo so. Certo me lo ricorderei. E comunque, anche se gliel’avessi detto, mia moglie è una persona estremamente riservata». «Possiamo insomma contare sulla sua discrezione?». «Certo dottore» fece il medico sorridendo come se si fosse tolto un peso

dallo stomaco. «Mia moglie è una tomba». «La sua metafora è di pessimo gusto, dottor Lorisaz. La saluto».

Italo mise in moto la BMW nello stesso momento in cui Rocco usciva dal palazzetto del dottore. Appena chiuse lo sportello Italo staccò la frizione. «Dove andiamo ora?». «A prendere l’ovovia. Il dottore ha parlato con sua moglie delle analisi di Leone». Italo evitò un vecchio che deambulava sulla strada ghiacciata con gli sci in spalla come un Cristo sul Calvario. «Be’, magari la moglie poi è stata zitta». «La moglie del medico è la cugina di Luisa. E secondo te non gliel’ha detto? A lei, o magari a Mario, il suo amico del bar?». «Potrebbe essere. Sì, hai ragione Rocco. Ma perché l’ha fatto?». «È un paese. Pettegolezzi? Chiacchiere? Oppure per una sana e endemica virtù femminile. Si chiama sadismo. Mai sentito parlare?». «Hai voglia!».

Il sole alto aveva avuto la meglio sulle nuvole e gli sciatori erano formiche colorate su uno scivolo di zucchero. Rocco e Italo avanzavano verso gli uffici della scuola di sci. Camminavano a grandi falcate. Sotto il sole il loden di Rocco lasciava andare volute di vapore acqueo dalle spalle, tanto da farlo sembrare un demone fumante appena uscito da un libro dell’apocalisse. Incrociarono Luigi, il capo dei gatti, intento come sempre a rollarsi una sigaretta. «Buongiorno vicequestore!». «Buongiorno Luigi. Me la offri una sigaretta?». «Certo». E allungò la cicca appena rollata. «Mmm, queste le fumavo al liceo». «Io riesco solo a sopportare queste». «Che tabacco usi Luigi?». «Samson. È il migliore». Luigi accese la sigaretta al vicequestore. «È salito per il funerale di oggi, dottore?». «Te ci vai?». «Certo che ci vado. Ci vanno tutti». «E allora ci vediamo dopo giù in chiesa». «Scende con me?» e indicò il suo quod a quattro ruote. «La faccio guidare. In discesa è ancora più bello».

«No, no. Vai pure. Ci vediamo lì. Buona però. Un po’ forte, ma questo tabacco gliel’ammolla».

Quando Rocco Schiavone entrò nell’ufficio c’erano la maestra un po’ sovrappeso seduta alla scrivania e un altro maestro di una certa età impegnato in un cruciverba senza schema. Appena vide entrare i poliziotti la donna si alzò. «Vicequestore!» disse. «Vicequestore, bene! Finalmente cominciate ad azzeccarci». Rocco si guardò intorno, poi si diresse deciso verso la fotografia del gruppo di maestri di sci della Val d’Ayas. «L’ha poi trovato Omar Borghetti?». Rocco non rispose, concentrato a guardare quella foto di gruppo. Italo fece cenno alla donna di fare silenzio. La donna annuì un po’ spaventata. «Quando è stata fatta questa foto?». «All’inizio della stagione». «C’è un armadietto qui con oggetti personali?». «È questo» disse la donna indicando una credenzina bassa con la serratura. Rocco si avvicinò al mobiletto. «La chiudete a chiave?». «No. Ci sono solo sciocchezze dentro. Soprattutto cose di Omar». Rocco si accovacciò e aprì la scansia. Tirò fuori un paio di occhialoni da sci, un berretto di lana, due guanti di goretex bianchi, crema per le labbra, crema solare, due magliette di ricambio e due fazzoletti da collo, uno verde e uno blu. «Abile il ragazzo» disse ad alta voce e nessuno capì a chi si stesse riferendo. Italo un sospetto lo aveva, ma se lo tenne per sé. «Tre verticale, seguito di azioni senza senso spesso dovute a uno stato di ansia. Comincia per I e finisce per E. Dieci lettere» disse il maestro di sci sprofondato nella sua «Settimana Enigmistica». Rocco lo guardò: «Iattazione». «Caspita, è giusto, si incrocia con zorro sette orizzontale! Grazie!» fece contento l’uomo e lo scrisse sul cruciverba proprio nel momento in cui la silhouette di Omar Borghetti in controluce apparve nell’ingresso dell’ufficio. «Dottore!» disse togliendosi i guanti e portando una folata d’aria pulita dentro l’ufficio rivestito di legno. Anche lui aveva la giacca a vento rossa e pantaloni neri, al collo invece un bel fazzoletto giallo. «Ah, Omar Borghetti» fece Rocco, «controluce non l’avevo riconosciuta. Proprio lei cercavo. Dov’è?».

«Cosa?» chiese Omar gettando i guanti da sci sul tavolo. «Il fazzoletto rosso. Quello che indossa nella foto». E indicò la foto di gruppo appesa alla parete. «L’ha messo a lavare?». «No. Dovrebbe essere lì dentro» e si avvicinò alla scansia che Rocco aveva appena esplorato. «Non c’è». «Come non c’è? Ne ho uno rosso, uno blu, uno verde e questo giallo». E si pizzicò la bandana legata intorno al collo. Rocco prese i due fazzoletti, il verde e il blu, fra pollice e indice e li alzò mostrandoli come fossero due topi morti. «Quello blu e quello verde eccoli qui. Manca quello rosso». Le bandane penzolavano inerti davanti alla faccia di Omar. «Non capisco». «Capisco io, Omar». Omar guardava i suoi colleghi confuso. «Cosa vuol dire? Che c’entra il mio fazzoletto rosso?». «Oh, c’entra e come!». Rocco guardò Italo. Che capì al volo e proseguì al posto del suo superiore: «Il fazzoletto rosso è stato ritrovato sul cadavere di Leone Miccichè». Omar impallidì. Nell’ufficio piombò un silenzio di tundra e sembrava anche che la temperatura fosse scesa di una decina di gradi. Il vecchio maestro staccò gli occhi dal cruciverba, la donna invece si portò le mani davanti alla faccia. «Sul… cadavere?» mormorò Omar Borghetti. «Però scusate, sapete quanti fazzoletti rossi ci sono in giro? Perché deve essere proprio il mio? Magari è a casa e l’ho messo a lavare, no?». «No» rispose Rocco seccamente. «Perché no, vicequestore?». «Mi creda Borghetti. Il suo è proprio quello lì. E sa perché?». Omar fece solo no con la testa. «Perché c’erano macchie di sangue su quel fazzoletto rosso che lei usa portare intorno al collo» e Rocco si avvicinò a Omar «e il sangue appartiene al suo gruppo. Zero negativo quattro punto quattro. Il suo. Brutto, eh?». Omar si dovette sedere. «Come… come?». «Lasci perdere come faccio a sapere queste cose. Ma io sono giunto a una conclusione. E a questo punto mi dispiace, ma le devo dire una cosa che non

le farà piacere». Rocco si appoggiò ai braccioli della sedia e si mise a dieci centimetri di distanza, tanto che quello poteva sentirgli l’alito di tabacco e caffè. Non lo guardava però negli occhi. Gli osservava il collo. Con estrema attenzione. «Che… cosa deve dirmi?». «Cambi rasoio».

Sull’ovovia che li riportava giù in paese, Rocco era silenzioso. Italo si limitava a guardare il cielo azzurro sul quale si ritagliavano le creste dei picchi e dei ghiacciai. Il vicequestore aveva appoggiato i gomiti sulle ginocchia e ingobbito teneva le mani davanti alla bocca muovendo appena le dita, come se stesse suonando la tromba. L’agente Pierron invece sentiva lo stomaco vacuo e gli improvvisi sobbalzi dell’ovovia peggioravano la situazione. Lo scricchiolio della cabina e il vento che attraversava le prese d’aria accompagnavano la rapida discesa verso Champoluc. Già si distinguevano i tetti pieni di neve e le macchine degli sciatori parcheggiate che mandavano riflessi argentei sotto i raggi del sole. «Che ore sono?». «Quasi l’una» rispose Italo. «A che ora fa buio?». «Alle cinque. Perché?». «Dovremmo aspettare le cinque. Certe cose vanno fatte senza dare troppo spettacolo, non credi?». No, Italo non credeva. Anche perché non sapeva minimamente di cosa stesse parlando il vicequestore. Pure se un sospetto che si andava sempre più concretizzando nella sua testa ce l’aveva. L’unica nota stonata era la strana tristezza che aveva avvolto Rocco. Se, come sentiva, erano arrivati alla fine di quella storia, si sarebbe aspettato di vederlo sorridente. Ma non era così. Il suo viso, il suo corpo dicevano tutt’altro. Gli occhi s’erano spenti, intristiti, avevano tirato fuori una patina che ne spegneva la luce. Sembrava anche che Rocco avesse qualche capello bianco in più. Meglio, l’agente Pierron lo sapeva, i capelli bianchi erano sempre gli stessi, ma ora si notavano. Erano evidenti e sembravano aver preso il sopravvento su quelli castani. Era come se in pochi minuti dieci anni di vita fossero scivolati via da Rocco Schiavone.

«Tu aspettami qui, al bar di Mario e Michael. Fatti un panino, una birra e rilassati. Io torno subito». «Dove vai?» chiese Italo. Bastò uno sguardo torvo di Rocco e Italo si dette la risposta da solo. «Mi devo fare i fatti miei». Rocco sorrise e lasciò l’agente davanti al locale.

Fece un centinaio di metri sul marciapiede fino al negozio di sport. Entrò. Il campanello risuonò fra il legno delle boiserie e l’abbigliamento da sci in bella vista. Annarita spuntò da una porticina dietro alla cassa: «Buongiorno. Cos’è, non è contento delle scarpe?». «No, le scarpe vanno benissimo. È lei la mia delusione». Le guance della donna diventarono rosse facendo risplendere ancora di più gli occhi nocciola. «Io? E che c’entro io? Se si riferisce a quello che ci siamo detti l’ultima volta…?». «Non c’entra niente. So perdere, sono molto sportivo. Volevo solo darle un consiglio». Lo scrutava con gli occhi nervosi. Non capiva dove andasse a parare il discorso di Rocco. Che proseguì: «Ci sono delle cose che è meglio tenere per sé. Cose intime, segrete o familiari. Non è bene andarle a sbandierare in giro come capi all’ultima moda». «Io non capisco a cosa si riferisce». «Suo marito. È un medico». «Sì. E con questo?». «A chi l’ha detto che Leone Miccichè era sterile?». Il sorriso si spense sulle labbra di Annarita e gli occhi si ingrandirono come due pozzi di cui non si vede il fondo. Quasi barcollò, tanto che dovette appoggiarsi alla scansia che conteneva i berretti di lana. «Come? Che dice… quale…?». «La sa una cosa, Annarita? Se lei si fosse fatta gli affari suoi, e se non fosse andata in giro a dire le cose private di Leone e delle sue analisi, probabilmente non staremmo qui a prepararci per andare ai funerali di quel poveraccio». Annarita si portò le mani davanti alla bocca. «Che cosa vuole dire?». «Ci rifletta su. Si ricordi a chi ha detto queste cose. Si faccia due conti. E

tempo tre ore capirà che quello che le sto dicendo è assolutamente vero. Spero che per il futuro imparerà la lezione». Rocco riaprì la porta del negozio sportivo. Annarita era rimasta impalata a guardarlo con gli occhi vuoti. «La sa una cosa? A me la gente di queste valli piace. Siete puliti, onesti e sinceri. Anche lei. Ha solo un difetto. Non si fa i cazzi suoi».

Rimase sul marciapiede a guardare un vecchio che camminava con due sabot intagliati nel legno. Il passo incerto e l’andatura claudicante lo facevano somigliare a una vecchia marionetta tarlata. Scuotendo la testa il vicequestore prese il cellulare. «Dottor Baldi?». «Dica. Ci sono novità?». «Sì. Le posso mandare l’ispettore Caterina Rispoli in procura?». «Posso saperne il motivo?». «Due mandati di custodia cautelare». Il giudice Baldi rimase in silenzio. Un vulcano prima dell’eruzione. «Dottore? Mi sente?». «La sento Schiavone. Lo sa cosa dice la procedura?» si tratteneva ancora il giudice Baldi, forse non era solo nella sua stanza. «Lei Schiavone dovrebbe venire qui a spiegarmi come e perché, poi se io ritengo opportuno firmo i mandati». «Non c’è tempo. Ho paura che gli assassini di Leone Miccichè possano sparire da un momento all’altro». «Cosa glielo fa credere?». «Sono intelligenti». «Perché parla di assassini?». «Perché sono due. Uno ha ucciso Leone, l’altro è il complice nell’omicidio». «Porca puttana, Schiavone!» finalmente il vulcano eruttò, «lei è appeso a un cazzo di filo e continua a fare come le pare? C’è una procedura da rispettare, lo sa? Vuole finire a fare fotocopie al ministero?». «Magari» disse a bassa voce Schiavone, «se mantengono lo stipendio per me va bene». «La pianti di fare il sarcastico dei miei coglioni! E mi dica chi e perché dovremmo sbattere dentro. E cerchi di essere convincente, perché io così non lavoro».

«Va bene. Lei li ha cinque minuti?». «Oh sì che ce li ho. Cerchi di sfruttarli bene, perché se mi dice cazzate farò in modo che le minacce diventino realtà. Sono stato chiaro?». «Cristallino come il ghiaccio di queste montagne». «Vada allora. E mi racconti».

Italo era seduto al bancone del bar di Mario e Michael. Davanti aveva il bicchiere di birra vuoto e su un piatto di legno le briciole del panino. Non s’era accorto che il vicequestore era seduto fuori ai tavolini a sgranocchiare un pezzo di cioccolato fin quando ne scorse la nuca e il colletto del loden verde tirato su. L’agente lasciò cinque euro sul bancone e uscì per raggiungere il suo capo. Rocco, chiuso nel cappotto, masticava lentamente la barretta di Milka. Guardava un punto fisso sulla strada. Poteva essere il cerchione della Land Rover come il mucchio di neve vicino agli scalini del marciapiede. Passò un uomo barbuto con un grosso labrador nero. Il cagnolone aveva un fazzoletto rosso al posto del collare e seguiva l’uomo senza guinzaglio. Passò davanti al vicequestore e si fermò ad annusarlo. Rocco senza neanche guardarlo cominciò a carezzarlo sotto il mento. Il cane scodinzolava e la sua grossa coda colpiva rumorosamente le zampe del tavolino. L’uomo barbuto si fermò in mezzo alla strada e si girò verso il suo cane. «Billo!» lo chiamò. Ma quello non gli dava retta ora che Rocco lo guardava negli occhi umidi e tondi e gli affondava le dita nel pelo nero per massaggiarlo. Billo allungò la zampa per poggiarla sul grembo di Rocco. «Ehi tu…» disse il vicequestore, «che bel fazzoletto elegante che hai». Il padrone sorridendo si avvicinò. «Mi scusi, ma se qualcuno lo coccola non si stacca più». «Si figuri. Io i cani li amo. Quanti anni ha?». «Sei. Ma rimane un cucciolo. Dai Billo, andiamo!». Rocco dette un’ultima grattata dietro le orecchie di Billo che abbaiò felice

e seguì il suo padrone. «Arrivederci». Rocco alzò una mano per rispondere al saluto. Solo allora Italo si avvicinò

e senza dire una parola gli si sedette accanto. «Avevo un cane una volta. A Roma. Si chiamava India. Non aveva una razza, meglio ne aveva quattro o cinque e le mancava la parola. Lo so, tutti quelli che hanno un cane dicono così, ma per lei era vero. Un giorno si

ammalò e dopo sei settimane morì. Lo sai com’è morta?». «No». «Io la curavo. Le facevo le flebo. Mi sono alzato un solo momento dalla sua cuccia per andare a prendermi da bere e quando sono tornato lei non c’era più. Capisci? Ha aspettato che me ne andassi. Perché la morte per gli animali è una cosa estremamente privata. Più privata della nascita. E non va condivisa con nessuno». Italo pensò a quelle parole, ma non capiva a cosa si stesse riferendo il vicequestore. «In natura la morte non ha colpe. La morte è solo vecchiaia, malattia o sopravvivenza. Questo i cani lo sanno. Glielo puoi leggere negli occhi. Dovresti farti un cane, Italo. Impareresti un sacco di cose. Per esempio impareresti che in natura non esiste la giustizia. Quello è un concetto tutto umano. E come tutte le cose umane è opinabile e fallace». Rocco si voltò improvvisamente verso Italo. «Dammi una sigaretta». Italo cacciò fuori il pacchetto. «Ancora le Chesterfield? Te l’ho detto che a me piacciono le Camel» e il vicequestore ne prese una lo stesso. «Lo so Rocco, ma a me le Camel mi fanno schifo». Italo accese la sigaretta e Rocco fece una tirata profonda. Poi guardò il cielo. S’era improvvisamente ingrigito. Una specie di lastra piatta e senza forma, come il coperchio di un vecchio barattolo di latta. «Un momento c’è il sole, quello dopo è tutto coperto». «In montagna è spesso così». «Un clima affetto da bipolarismo, non trovi? Ma a te non fa paura?». «Ci sono nato. A me fa paura la metropolitana sottoterra». «Vogliamo incamminarci verso la chiesa?». «Va bene. Rocco?». «Sì». «Chi è stato?». «Ora sale l’ispettore Rispoli coi mandati del giudice». «I mandati?». «Sì. Gli assassini sono in due». «E chi sono?». «Ora lo vedi».

C’era mezzo paese davanti alla chiesa. I turisti passavano guardando

curiosi. In pochi sapevano di cosa si trattasse. Chi aveva assistito al ritrovamento del cadavere aveva finito le vacanze ed era ripartito, quelli appena arrivati cercavano di informarsi con i locali. Il vicequestore e l’agente Pierron traversarono la folla. L’odore era un misto di creme solari, profumi dolciastri delle signore, tabacco e gas di scarico. Salirono le scale. Non si riusciva ad entrare, la chiesa era piccola e stipata all’inverosimile e il muro umano sembrava impossibile da superare. Si sentiva la voce amplificata del prete rimbombare nella volta di cemento. «Ed è per questo che ogni volta che ci troviamo di fronte alla morte, ci sentiamo in una situazione di estrema solitudine. Ma non è così…». «Permesso?» diceva a bassa voce Rocco. «Permesso?». «Il cristiano sa che in questo momento di distacco non è solo. Anche Gesù, sapete? Ha fatto l’esperienza della morte…». Una volta superato il muro di persone, davanti a Rocco si aprì la navata centrale. Erano tutti seduti. La bara di Leone ai piedi dell’altare. Una corona di fiori al lato e un mazzo deposto con cura sul legno del catafalco tirato a lucido. Il prete, un uomo sui 40 anni vestito dei suoi paramenti, era accanto alla bara. Le teste tutte concentrate su di lui. Rocco proseguì verso i primi banchi. Qualcuno gettava un’occhiata fugace al vicequestore. C’era il direttore dell’ufficio postale che lo salutò con un cenno della mano, lo stesso fece Mario, il barman, e il medico castoro accanto alla moglie Annarita. Lei invece di salutare teneva lo sguardo basso. C’erano i maestri di sci al completo in tenuta da lavoro, e anche Omar Borghetti. Amedeo Gunelli, quello che aveva ritrovato Leone in mezzo alla neve, era seduto accanto al suo capo Luigi Bionaz che almeno in chiesa aveva evitato di rollarsi l’ennesima sigaretta. «Sulla croce Gesù è solo. Non ha più accanto a sé i suoi discepoli, gli apostoli che aveva istruito per tre anni. Non c’è la folla osannante. Ci sono solo Maria, sua madre, e Giovanni ai piedi della croce. Ma Gesù sa nel profondo del cuore che Dio padre onnipotente non l’ha abbandonato: è questo il senso del salmo 21…». Finalmente Rocco si fermò. Scorgeva il profilo di Luisa Pec. C’erano anche il fratello di Leone, Domenico con sua moglie. «… e lui ci insegna che la morte è l’inizio, è andare incontro al Padre nostro che è nei cieli, dove Lui ci accoglie, nelle sue braccia infinite per un nuovo inizio, la nuova vera vita. Preghiamo. Padre nostro che sei nei

cieli…». Tutti i fedeli ripetevano col prete. Tutti tranne Luisa, che se ne stava con gli occhi bassi a guardare il pavimento della chiesa. Poi lentamente alzò la testa, si girò verso Rocco, neanche si sentisse addosso lo sguardo del vicequestore. Si guardarono. Una mater dolorosa di una bellezza rinascimentale, coi suoi capelli biondo rame che le cadevano sulle spalle. Sì, pensò Rocco, per una così si può morire. E si può anche uccidere. «Le parole non servono» continuò il sacerdote, «tutta la valle, la città che si stringe intorno a Luisa, al fratello Domenico e a sua moglie, agli amici tutti di Leone che era stato accolto come un fratello fra queste montagne che non gli appartenevano, ma che ora, senza di lui, sembrano più vuote, tutti insomma siamo desiderosi, vogliamo sapere e abbiamo bisogno della verità. E vedo che qui fra noi ci sono anche le forze dell’ordine» il prete accennò appena un sorrisino a mezza bocca, «che noi ringraziamo, vero? Per il lavoro che svolgeranno affinché l’autore di questo orribile delitto venga preso e assicurato alla giustizia». Il tono del prete non piaceva a Rocco. Era chiaro che il pastore di quelle anime non riponesse fiducia in lui e negli agenti che si portava dietro. Certo, a pensare a Deruta e D’Intino come poteva dare torto al ministro di Dio? Però l’ironia serpeggiante nella voce del sacerdote cominciava a dargli ai nervi. «Li abbiamo visti lavorare, no? Il vicequestore e i suoi impavidi agenti». Stava esagerando. Ma Rocco rimase fermo ad ascoltare con le braccia incrociate davanti al petto e con gli occhi della comunità puntati addosso. «Magari a volte hanno dei metodi poco ortodossi i nostri tutori dell’ordine…». Rocco lanciò un’occhiata al direttore dell’ufficio postale che abbassò lo sguardo. L’ometto era andato a fare la spia dal prete per lo schiaffo. Merdone, pensò Rocco. «Ma si sa che le vie per arrivare alla verità a volte sono lastricate di difficoltà e imprevisti». Avrebbe voluto togliergli la parola, ma giocava fuori casa. E poi una discussione durante un’omelia funebre gli sembrava fuori luogo. «Con questo riponiamo in loro la nostra fiducia sicuri che al più presto avremo dei risultati. Dico bene?».

Stavolta lo aveva interrogato in prima persona. L’eco della domanda amplificata dal microfono fu accompagnata dal rumore di tutte le teste che si giravano verso di lui. Rocco Schiavone sorrise, si schiarì la voce. «Dice bene, padre» rispose. «Molto prima di quanto lei possa immaginare». Il prete inchinò leggermente la testa, guardò i fedeli e proseguì. «Luisa mi ha chiesto di poter dire qualche parola sul nostro fratello Leone» e si ritrasse dal microfono proprio mentre Luisa Pec si alzava dal suo posto. Camminò vero il leggio nel silenzio generale. Aveva due occhiaie profonde. Un maglione nero e un paio di jeans erano il suo abbigliamento per il lutto. Luisa prese un respiro e poi attaccò: «Leone non è cattolico». Un mormorio percorse la sala. «Scusate. Non era cattolico. E questo funerale è stato fortemente voluto dalla famiglia Miccichè e anche da me, perché nonostante abbia abbracciato idealmente un’altra religione, mi sento sempre fortemente radicata alle mie origini». ’Sticazzi, pensò Rocco, ma non lo disse. Anche se ateo, stava sempre in una chiesa. «Le parole di don Giorgio sono state belle e sincere. Ed è vero, il funerale serve, è un bell’aiuto. Uno pensa che condividendo il dolore con gli altri soffra di meno. Non è così. Il dolore come tutte le cose è soggettivo, ha diversi strati, ognuno lo sa e lo può vivere in maniera diversa». Si schiarì la voce. Ma non era un groppo emotivo il suo, era semplice saliva di traverso. «Leone era mio marito. E io aspettavo un figlio da lui. Questo perché…». «Stop!» urlò Rocco gelando l’intera assemblea. Padre Giorgio sgranò gli occhi. Tutti voltarono la testa verso il vicequestore. Anche Luisa si bloccò e afferrò il microfono. «La prego Luisa. Si attenga alla verità, grazie». Poi Rocco fece un cenno come a dirle «può continuare» e si rimise in ascolto. Le teste si girarono tutte verso Luisa Pec. «Io sto dicendo la verità!». «C’è una sola persona che qui conosce la verità» disse Rocco e nuovamente le teste si girarono verso di lui. Sembrava di stare a una finale del Roland Garros. «Per chi crede, e parliamo di verità con la V maiuscola, allora c’è don Giorgio» e lo indicò con un gesto della mano, «per chi invece è terra terra come me e crede solo in quello che vede e capisce, allora il detentore di quella verità, quella con la v minuscola intendo, be’, quello sono io». «La prego signor vicequestore, siamo nella casa del Signore» intervenne

don Giorgio. «Appunto, padre. Proprio qui, davanti alla bara di Leone, non si dovrebbe mai mentire e dire solo la verità. L’ha detto lei, poco fa. Leone è stato ucciso. Tutti qui lo sappiamo, Dio lo sa ancora meglio di noi. E anche io lo so. Solo che a differenza di tutti voi, so anche chi è stato». Un mormorio strisciò fra i banchi della navata. Teste si agitavano per cercare di vedere meglio. Per parlare con un vicino. La platea fino a quel momento era stata tranquilla e rilassata, compassata nel dolore come la superficie di un lago calmo. Ma improvvisamente, percorsa da brividi di curiosità quella superficie si era increspata di piccoli spruzzi e onde schiumose. L’agente Pierron, che aveva capito, indietreggiò precipitandosi all’esterno della chiesa. Omar Borghetti si guardava intorno, parlando a bassa voce nell’orecchio del collega con gli occhi storti che scuoteva la testa. Annarita si era artigliata al braccio del marito e succhiava avidamente con occhi orecchie e naso ogni particolare, frase, movimento e odore. Amedeo Gunelli fissava lo sguardo sul vicequestore, terrorizzato che Rocco Schiavone potesse improvvisamente fare il suo nome e metterlo al centro dell’attenzione. «Non è questo il luogo per fare processi. Questo è un luogo di preghiera» tuonò il prete e la sua voce arrivò fino al soffitto dove il Cristo in trionfo allargava le braccia per accogliere le anime degli innocenti. «Certo, padre. Certo. E allora pregate. Ma non fate discorsi che con la verità non c’entrano niente». Ora la platea si stava disunendo, in dubbio se guardare la vedova, Rocco o padre Giorgio. Luisa si staccò dal pulpito e si rimise a sedere. Rocco si appoggiò alla colonna e incrociò le braccia. La parola tornava di diritto a padre Giorgio che lentamente raggiunse l’altare, seguito dal chierichetto con il turibolo e cominciò a spargere incenso sulla bara del povero Leone. Ma il mormorio della platea non s’era placato. All’improvviso da quel ginepraio di voci ne spuntò una più potente delle altre: «Chi è stato?». «Sì, lo vogliamo sapere. Chi è stato?». Un uomo anziano si alzò in piedi. «Sono vecchio e una cosa la so. La chiesa è un luogo di preghiera, è vero. Ma è pure il luogo della comunità. E la comunità vuole sapere. Chi è stato? Io lo voglio sapere, tutti noi lo vogliamo sapere!».

Padre Giorgio si bloccò a metà dell’opera. Guardava i suoi fedeli e guardava Rocco. Il chierichetto era rimasto lì con la catena ciondolante in mano e il fumo dell’incenso che si alzava verticale verso il soffitto. «Per favore Ignazio» disse padre Giorgio al vecchio, «per favore! Siamo qui per ricordare Leone, mica per fare un processo». Ma il vecchio Ignazio non si dava per vinto. «Padre, il miglior modo per ricordare Leone è quello di sbattere in galera chi l’ha ucciso. Lei poco fa ha ringraziato le forze dell’ordine. Ecco, ora un loro rappresentante ci dice di sapere chi è stato a togliere la vita a Leone. La vita è sacra, solo Dio la può togliere. E se quel peccatore è qui fra noi, be’, glielo dico col cuore in mano:

non è degno di stare nella casa del Signore!». «Vero!». «Vero! Bravo Ignazio!». «Levategli il vino!» disse una voce fuori dal coro. A quel punto intervenne Rocco che con le mani cercava di calmare la gente. «Ha ragione padre Giorgio. Questo è il funerale del povero Leone. Non è un luogo per fare processi. La prego padre, continui pure e mi scusi. Mi scuso anche con tutti voi per il mio intervento inopportuno». Poi, com’era entrato, Rocco uscì dalla chiesa senza chiedere permesso, perché la gente si apriva davanti a lui come il Mar Rosso davanti a Mosè. «Dottor Schiavone!» la voce di padre Giorgio risuonò come la tromba del giudizio divino. «Lei sa chi è stato? Ne è sicuro?». Rocco si fermò. Si voltò verso l’altare. Gli occhi della gente erano centinaia di punte di spillo fisse sul suo viso. Stava per rispondere al prete quando una voce femminile catturò l’attenzione di tutti: «Permesso? Permesso?». Ora la platea si girò verso la porta della chiesa. La finale del Roland Garros non era ancora finita. «Scusate, fate passare». E finalmente tra i fedeli in piedi davanti alla porta, apparve la divisa e il viso affannato dell’ispettore Caterina Rispoli. Che appena si accorse di avere qualche centinaio di occhi addosso, arrossì. Cercò con lo sguardo Rocco che era a pochi metri da lei. «Scusate. Dottore?». La donna consegnò una busta al vicequestore. Il prete era lì in attesa di una risposta alla sua domanda. Rocco aprì la busta, lesse il contenuto nel silenzio generale. Poi alzò lo sguardo verso l’altare, verso padre Giorgio. «Sì padre, io lo so. E i colpevoli sono qui, come diceva Ignazio, sotto il tetto di Dio, mentre invece non dovrebbero esserci. Meglio, per me ci possono pure

stare, ma trovo che per un credente come Ignazio sia un’offesa bell’e buona. No?». «Chi sono?» urlò una voce impaziente che non si teneva più. Poteva sentirsi il fremere dei respiri, la tensione negli occhi e nei nervi di tutta quella comunità di tranquilli lavoratori portata all’estremo. Amedeo Gunelli girava la testa verso i suoi vicini, il direttore dell’ufficio postale stava con le mani davanti alla bocca. I coniugi Miccichè s’erano alzati in piedi e guardavano tutti con fare accusatorio. Annarita continuava a tenere gli occhi bassi scuotendo leggermente la testa. Rocco tornò sui suoi passi seguito dall’ispettore Rispoli. Avvicinandosi all’altare superò Omar Borghetti. Si fermò. L’uomo impallidì. Ma Rocco allungò una mano e gliela strinse. «Mi devo scusare con lei». Omar sorrise appena. «Nessun problema dottore. Lo schiaffo era per prendermi il sangue, vero?». Rocco annuì e riprese a camminare mentre Omar tirò un respiro di sollievo e il suo collega dagli occhi storti gli diede un paio di pacche sulle spalle. Il vicequestore superò i coniugi Miccichè. Superò il prete, mentre gli occhi dei fedeli gli stavano attaccati come mignatte affamate. Centinaia di occhi, che finalmente stavano per avere una risposta. Neanche prima dei rigori fra Italia e Francia nel 2006 Rocco aveva percepito una tensione simile. Si fermò davanti a Luisa Pec. La guardò. Poi con un lento gesto della mano le disse:

«Mi segua». Luisa sgranò gli occhi. Il prete si ancorò al microfono e una scarica di fischi ruppe quel silenzio irreale. Domenico Miccichè impallidì. Sua moglie dovette sedersi. I fedeli, come rispondendo a un ordine preciso di un coreografo, si portarono tutti le mani davanti alla bocca. Luisa lentamente si alzò dalla panca. Fece sì due volte con la testa, poi lenta seguì i poliziotti. Rocco gettò un’occhiata accusatoria a Annarita, poi fece il giro dall’altra parte della navata. Arrivato al centro si fermò un’altra volta. Ancora silenzio. Solo dalla strada arrivò il clacson di un pullman e lontano l’urlo di gioia di un bambino. Rocco guardò Amedeo Gunelli che aprì la bocca spaventato. Poi il poliziotto fissò gli occhi su Luigi Bionaz, il capo dei gattisti. «Luigi Bionaz, voglia seguirmi per favore». Luigi guardò nervosamente i suoi vicini. «Lei è pazzo o cosa?». «Signor Bionaz, non mi costringa a usare metodi che in una chiesa sarebbero peggio di una bestemmia». «Io…».

Ma intorno a Luigi s’era fatto il vuoto. Era un appestato, e anche Amedeo fece scivolare le chiappe sulla panca e mise un buon mezzo metro fra lui e il suo datore di lavoro. «Questa cosa è una follia. Io avrei… io e Leone eravamo amici!». «Impari dalla vedova» sussurrò Rocco, «le sue motivazioni ce le viene a spiegare in questura. Forza!».

Luigi si alzò. Tutta la sua fila scattò sull’attenti per farlo uscire dai banchi. Lentamente e senza chiedere permesso passò di taglio davanti ai suoi colleghi e ai suoi compaesani. Ma nessuno fece un gesto, nessuna pacca di solidarietà. Nulla. Si limitavano a guardarlo andare verso il vicequestore nel silenzio più assoluto. «Sentirete il mio avvocato» disse Luigi. «È un suo diritto». Finalmente Luigi sgusciò dalle panche e si incamminò verso l’uscita della chiesa insieme a Luisa, Rocco e all’ispettore Rispoli. A pochi passi dalla porta di legno a doppio battente Rocco si fermò e si girò verso il prete e verso i fedeli: «Non è mia abitudine fare una boiata del genere. Ma l’avete chiesto voi». Con un cenno del capo salutò gli astanti e uscì fuori dalla casa

di Dio senza farsi il segno della croce.

Italo era riuscito ad avvicinare l’auto a una ventina di metri dal sagrato. Dietro s’era piazzata la volante con Casella alla guida, che aveva portato su l’ispettore Rispoli. La gente fuori non capiva cosa stesse succedendo. Perché soprattutto la vedova e Luigi fossero usciti dalla chiesa prima della bara. Ma la notizia si diffuse come un’epidemia di ebola e quando Rocco e Luisa salirono sulla macchina della questura, mentre Luigi Bionaz e Rispoli su quella di Casella, anche la gente che era rimasta fuori sapeva e sussurrava

con gli occhi increduli. Qualcuno scattava foto col cellulare, altri scuotevano la testa. Si avvicinarono alle auto della polizia, come falene ad una lampadina accesa. Rocco li guardava attraverso il parabrezza. «Vai Italo, andiamo via da qui». Italo ingranò la marcia e la siepe di uomini e donne si aprì per far passare

le

auto. Casella per dare più pathos alla scena, o forse solo perché applicava

il

regolamento, fece partire la sirena. Rocco afferrò la radio e comunicò

subito con la volante che li seguiva. «Casella, spegni quella sirena altrimenti

te la faccio ingoiare». Neanche un secondo dopo la sirena si ammutolì e finalmente Rocco poté

fumarsi una Camel in santa pace. «Non poteva aspettare che lo portassimo al camposanto?» chiese Luisa. «Io non l’avrei neanche fatta entrare in chiesa. Ma sono arrivato troppo tardi» rispose Rocco. «E ora apprezzerei un bel silenzio fino a quando

arriviamo ad Aosta» fece un tiro di sigaretta e sputò il fumo nel centimetro

di finestrino che aveva lasciato aperto.

Il questore non la smetteva più e continuava esaltato a fare i complimenti

a Rocco Schiavone. «Neanche il tempo di fare il funerale e lei li ha

inchiodati!». «La ringrazio, signor questore» cercava di tagliare corto Rocco, ma quello insisteva. La cornetta del telefono era calda e sudata. Rocco si slacciò gli ultimi due bottoni della camicia. Il questore aveva già indetto una conferenza stampa nonostante l’ora tarda, voleva finalmente trionfare su quelli della carta stampata, annichilirli, frantumare le loro chiacchiere e il loro scetticismo con risultati concreti, altro che fogli di giornale buoni per pulire la cacca dei canarini il giorno dopo. E voleva che Rocco ci partecipasse. Ma Rocco non ne aveva voglia. Le luci della ribalta lo indisponevano peggio di un’indigestione. Tentò con tutti i mezzi che aveva di svicolare da quella situazione, fino al perentorio ordine di Corsi. «Schiavone! Lei sarà alla conferenza esattamente fra venti minuti». «Mestiere di merda» ringhiò il vicequestore mentre premeva con tutte le

forze il tasto rosso. E la solita spiacevole sensazione di colpevolezza calò sui suoi sensi, sul suo corpo stanco e infreddolito. Era sempre così. Ogni volta che chiudeva un caso si sentiva sporco, lurido, bisognoso di una doccia o di un viaggio di un paio di giorni. Come se fosse lui l’assassino. Come se fosse colpa sua se quei due idioti avevano ucciso Leone. Ma non si può toccare l’orrore senza farne parte. E lui lo sapeva. Doveva per forza infilare le mani in quella melma appiccicosa, in quello schifo di palude per catturare i coccodrilli. E per farlo doveva trasformarsi inevitabilmente anche lui in una creatura di quei posti. Doveva sporcarsi. Il fango diventava casa sua. E la puzza di decomposizione, il suo deodorante. Ma la palude con le libellule a pelo d’acqua, i serpenti mortali e la sabbia grigia simile alla scarica di diarrea di un elefante, a Rocco non riusciva a piacere. Era la parte più brutta

e oscura della sua vita, tornarci era doloroso, faticoso. E tutto questo, le

indagini, gli assassini, le falsità lo costringevano a rifarci i conti. A lui, che cercava di lasciarsi alle spalle le cose più brutte che aveva vissuto. Che tentava di dimenticare il male fatto e quello ricevuto. Il sangue, le urla, i morti. Che si ripresentavano dietro le palpebre ogni volta che le chiudeva. Ogni volta che aveva davanti qualcuno come Luisa Pec o Luigi Bionaz. Figli

di puttana, gente schifosa, fauna di quegli acquitrini, gente marrone come il

fango e come le feci di cui erano composti. Che lo trascinavano giù, nelle sabbie mobili della sua esistenza, lo costringevano a tornare nella palude. Ed era peggio di un incubo. Perché gli incubi hanno questo di bello, spesso spariscono con le luci dell’alba. La palude invece era sempre lì. Vera, tangibile, viva e pestifera. E lo aspettava. Nella palude Rocco Schiavone era

come tutti gli altri. Né più né meno. Nella palude il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato non c’è. E non ci sono neanche le sfumature. O ti ci butti dentro, o ne stai fuori. Vietati i mezzi termini.

La casa in Provenza era lontana come la cometa di Halley. Chissà, anzi, se

sarebbe mai ripassata da quelle parti.

«Mestiere di merda» ringhiò un’altra volta. Poi uscì dal suo ufficio verso

la conferenza stampa.

Non ci fu bisogno della domanda di uno dei professionisti della carta

stampata o di qualche emittente televisiva per introdurre Rocco Schiavone e

il risultato delle sue indagini. Fu lo stesso questore Corsi, finalmente in

carne e ossa e non solo una voce al telefono, ad anticipare tutti. «Il dottor Schiavone ora vi descriverà come è riuscito ad arrivare alla richiesta di carcerazione di Luisa Pec e Luigi Bionaz».

Di solito le conferenze stampa del questore Corsi erano dei monologhi.

Dava il tempo ai giornalisti di fare solo una o due domande e poi partiva. Lui era il primo attore e guai se qualcuno provava a rubargli la scena. Fu quindi un gesto di enorme generosità, questo Rocco lo percepì immediatamente, cedergli i riflettori della scena. Una generosità inutile quanto una conferenza stampa, perché a Rocco Schiavone dei riflettori e dell’attenzione dell’opinione pubblica non gliene fregava una beneamata. Corsi si era messo da parte, a braccia conserte, accanto a lui. A sottolineare che quello era il suo vice, una sua creatura, una sorta di sua emanazione. Viso sorridente, vestito impeccabile, capelli impomatati, occhiali da vista in titanio e soprattutto gioia da ogni poro della pelle.

Rocco attaccò. «Buonasera, vista l’ora tarda cercherò di essere il più breve possibile…». Erano tutti concentrati. Taccuini in mano, telecamere accese. Doveva solo stare attento alle cosce della biondina in prima fila. Con gli occhi neri a mandorla da gatto asiatico, sembrava essere lì per rendere il compito di Rocco il più arduo possibile. Perché stava in prima fila? Poteva mettersi più indietro, no? pensò Rocco mentre si schiariva la voce. «Parto dall’inizio, se mi consentite. Giovedì. Sono le sei di sera circa. Leone sta scendendo per andare al paese. Sigarette, una chiacchiera, insomma si incammina. A tre quarti della pista principale, al centro di una radura, dove passa la scorciatoia, qualcuno lo aspetta. Lo chiama. Leone lascia la pista e si indirizza verso quella persona. Un amico, questo è certo. Va lì. L’amico gli offre una sigaretta. Leone l’accetta. Si toglie i guanti. Se li toglie tutti e due» fece una pausa e guardò i giornalisti. «Comincia a parlare con quest’uomo. Poi il dialogo diventa una lite e il nostro misterioso individuo colpisce Leone Miccichè. Ma non lo uccide. Leone è solo svenuto. Allora gli mette un fazzoletto in bocca per non farlo urlare e lo lascia lì, coprendolo di neve perché nessuno lo possa vedere». «E perché farebbe una cosa così? Lo vuole far morire assiderato?» chiese un giornalista con gli occhiali e il naso aquilino provocando una smorfia di disgusto sul viso del questore Corsi. «No. Il nostro uomo misterioso ha un piano preciso. Lo lascia lì, svenuto, sotto mezzo metro di neve con il fazzoletto in bocca. Ma non è mica suo il fazzoletto. L’ha rubato. E precisamente a Omar Borghetti. Omar Borghetti è il capo dei maestri di sci su a Champoluc. Lo conoscono tutti». «Sì, ma perché glielo ruba?» chiese la scosciata. «Il figlio di puttana… pardon, l’assassino» si corresse fra l’imbarazzo appena celato del questore, «voleva farlo ritrovare sul luogo, no? Morto e col fazzoletto di Omar in bocca. Omar Borghetti. Fidanzato storico di Luisa Pec, la moglie di Leone. Insomma, vuole buttare la colpa su quel poveraccio». «Delitto passionale?» ancora la scosciata. «Già. Delitto passionale. Gelosia, rabbia, frustrazione, eccetera. Ecco perché ho detto che il nostro assassino quest’omicidio l’ha premeditato. Il fazzoletto parla chiaro. Cosa sappiamo di lui? Innanzitutto che non è uno

scemo». «Già» intervenne il questore Corsi che fino a quel momento s’era trattenuto. «Qualche romanzo giallo deve averlo letto o visto in televisione».

I giornalisti annuirono ma riportarono l’attenzione su Rocco. Che si sentì

in dovere di riprendere la spiegazione. «Il mio superiore ha detto una cosa verissima. Il tipo qualcosa sul DNA deve saperlo. Ecco perché fa sparire le cicche fumate da lui e da Leone». «Ok, fin qui ci siamo» intervenne il giornalista col nasone, «poi?». «Se ci dà il tempo di spiegare, dottor Angrisano!» lo redarguì il questore con la severità di un preside in visita alla peggiore classe del liceo. Rocco riprese la parola per evitare che l’aria diventasse irrespirabile. «Infatti. Ora però io mi sono chiesto: perché i due hanno litigato? Debiti? Non ce li vedo.

La loro non è una semplice lite. Il nostro assassino era lì con l’idea precisa di togliere la vita a Leone. Quindi mi sono detto: fra i due la lite neanche c’è stata. La premeditazione non ha bisogno di un’occasione. Se hai deciso di ammazzare uno, vai dritto al bersaglio. Il nostro uomo misterioso colpisce e tramortisce Leone perché la vittima aveva scoperto qualcosa». La platea di giornalisti aspettava in silenzio. Le penne ferme sui taccuini. I telefonini in registrazione lampeggiavano. «Sì. Aveva scoperto una cosa che sospettava e che aveva approfondito con delle analisi precise. Luisa, sua moglie, era incinta. Ma Leone Miccichè non era fertile». «Oh porca…» disse qualcuno. «Di chi era incinta?». «Secondo me dell’assassino» concluse la scosciata della prima fila. «La prego» ancora il questore, «faccia terminare il dottor Schiavone». «No no, lei ha perfettamente ragione. Resta solo capire chi è». «Be’, basterebbe fare un prelievo del DNA del nascituro, no?» azzardò il giornalista col nasone. «Vero. Ma c’è un’altra cosa che ci può aiutare a farcelo capire prima, senza andare a scomodare la scienza forense. E il nodo sta nelle sigarette. Mi ci sono scervellato, sapete? La storia dei guanti non mi ha mai convinto. La vittima li aveva tolti tutti e due. E per fumare basterebbe togliersene uno solo, no?».

«Invece Leone se n’è tolti due. Perché?». «Per accendere?» ipotizzò un giornalista completamente calvo. «No. Ne basta sempre una di mano» rispose Rocco. «Poi l’ho capito. È semplice. Uno si leva due guanti se la sigaretta se la deve rollare. Capite? Ecco perché» e mimò il gesto di rollare una sigaretta. «Quindi l’assassino che gli ha offerto la cicca fumava tabacco sfuso?». «Bravo!» rispose Rocco al nasone. «Sappiamo anche la marca. Samson. La stessa marca che fuma Luigi Bionaz». Il pelato annuì. Anche la scosciata. Quello con il nasone invece si morse le labbra. «Aspetti, aspetti un momento. Va bene, fuma quelle sigarette. Mica basta però per accusarlo, no?». «Senta, lei e le sue domande!» intervenne il questore Corsi. «Non è la prima volta che lei fa di tutto per mettere in difficoltà il mio ufficio». «Ma io…». «E le dirò di più. Taccia. E faccia parlare il vicequestore. Chissà che finalmente anche sul suo giornale si riesca a leggere qualcosa di sensato». «Ma roba da matti» fece il giornalista. Gli altri ridacchiavano. Era evidente che naso aquilino e il questore avessero una ruggine ancora più antica degli altri. «Mi scusi» intervenne Rocco Schiavone, «posso chiederle la sua testata?». «“La Stampa”». Anche Rocco sorrise. Era chiaro. Non era il giornalista a dare sui nervi a Corsi. Era la testata. «La Stampa». La stessa per la quale lavorava l’uomo che aveva portato via la moglie al questore anni prima. «Torniamo a Luigi Bionaz». Rocco riprese il filo del discorso. Poi per non irritare di più il suo superiore gli chiese: «Posso, dottore?». Corsi annuì serio. «Luigi Bionaz lo inchiodiamo per un altro motivo. Lui è il capo dei gattisti. Lui decide chi va e chi viene. Quali piste fare, quali scorciatoie prendere. E soprattutto lui ha sepolto Leone Miccichè ancora vivo proprio in mezzo a una delle stradine che usano quei carrarmati per tornare in paese. Ecco che appena può ci manda il povero Amedeo Gunelli. Che ignaro passa sul corpo di Leone ancora in vita sotto mezzo metro di neve e lo riduce in mille pezzi». «Magari era già morto» osò di nuovo il nasone della «Stampa». «No. Leone era ancora vivo. Fumagalli, il nostro anatomopatologo, ne è

certo». «E quindi è un omicidio senza arma del delitto!» concluse il pelato. «Esatto. Ma l’arma del delitto è la conoscenza che Luigi Bionaz aveva degli orari e degli spostamenti dei mezzi. Era lui che li comandava. E quella sera ha insistito con Amedeo perché lasciasse il lavoro da fare e se ne tornasse al paese. Insomma Leone era legato e semiassiderato, ma avrebbe potuto scavare, uscire dal nascondiglio, insomma. La cosa poteva diventare pericolosa per Luigi, no? E pensateci bene. Se ti passa addosso un mostro del genere, quante possibilità ci sono di risalire all’arma, all’oggetto che ha colpito Leone quando era in vita facendolo svenire? Ve lo dico io. Nessuna! Ecco dov’è il colpo di genio di Luigi Bionaz». «E come ha rubato il fazzoletto di Omar Borghetti?». «Questo è un altro paio di maniche. Luigi ha accesso allo chalet di Luisa quando e come vuole. Omar Borghetti da ex e da grande amico della Pec quasi ogni sera, finito il lavoro, andava da Luisa. Fra le altre cose, oltre all’amicizia, fra i due c’era una questione di denaro. Luisa deve parecchi soldi al capo dei maestri. Per Luigi prendere le chiavi di Omar è stato un gioco da ragazzi». «Ma le prove?» chiese la scosciata. I suoi colleghi annuivano. Il questore Corsi si sentì in dovere di intervenire. «Le prove sono nel tabacco, nell’assoluta mancanza di alibi di Luigi alle cinque, ora in cui l’assassino ha stordito Miccichè, e poi quel figlio nascerà. Il DNA è peggio di un’impronta digitale». «Come si dichiarano Luisa Pec e Luigi Bionaz?» chiese il pelato mentre prendeva appunti sul suo taccuino. «Luisa Pec ha già rilasciato una sua confessione spontanea. Luigi Bionaz invece si dichiara innocente». Solo in quel momento Rocco si accorse che alle spalle dei giornalisti c’era il giudice Baldi. Sorrideva. Rocco ricambiò il saluto silenzioso.

«Bravo, dottor Schiavone. Ottimo lavoro. Rapido e preciso» e Baldi gli diede una pacca sulla spalla mentre i giornalisti stavano abbandonando la stanza della conferenza. «Grazie, dottore». Baldi lo guardò serio. Annuì. «Io gliel’ho chiesto e lei me l’ha dato». «Cosa?».

«L’assassino. Anzi, gli assassini. Ha mantenuto la promessa». «È vero, dottor Baldi. Allora che fa? La mantiene anche lei?». Il giudice sorrise. Guardò il questore che s’era trattenuto a parlare con una donna. «Sì. La mantengo anche io. Sono un uomo di parola, sa? Solo le posso chiedere una cosa?». «Dica pure». «Di dov’erano?». Rocco annuì. «Cingalesi. Erano 87. E avevano un appuntamento con qualcuno che gli dava un lavoro. Non me la sono sentita di sequestrarli come fossero armi anche loro». «Cingalesi» mormorò Maurizio Baldi. «Ottimo lavoro, Schiavone. Però si ricordi. Mi deve un favore». Rocco annuì. «Chissà che alla fine io e lei riusciremo a diventare amici» e il giudice sparò un sorriso radioso. «Domattina venga in ufficio da me. Voglio sentire cosa ne pensa. Gliel’ho detto, no? Ho a che fare con un bel mucchio di evasioni fiscali. Ci terrei alla sua opinione». Rocco tirò un sospiro. «Certo, dottore. Domattina sarò da lei. Però le posso dare un consiglio? Meno si fa vedere con me e meglio è. Lo dico per la sua carriera e per il suo futuro». «Futuro? Quale futuro, Schiavone? Siamo in Italia, se n’era accorto?» e lasciò lì il vicequestore. Rocco si mise una mano in tasca per prendere il pacchetto di Camel. Era vuoto. Imprecò a mezza bocca guardando i cameramen che stavano rinfilando le telecamere negli astucci e nelle valigette rigide. Cercava con lo sguardo la scosciata con gli occhi da gatta asiatica. Ma della donna non c’era più traccia.

Quando arrivò con l’auto guidata da Italo a Brissogne, erano le nove passate. Le luci esterne della casa circondariale erano accese. Le altre finestre sembravano occhi spenti e minacciosi. Tirava un vento glaciale che alzava vortici di neve sull’asfalto illuminato dai fari. «Ci mettiamo tanto, Rocco?». «È una cosa da pochi minuti».

Luisa era lì, con le braccia appoggiate al tavolino, una bottiglia d’acqua accanto. Rocco entrò nella stanza e guardò la donna negli occhi. Stanchi e

rossi, non vedevano l’ora di chiudersi e farla finita con quella giornata di merda. La testa di Luisa crollò sul petto, come si fosse addormentata di colpo. Rocco con l’indice sotto il mento le alzò il viso. «Perché?» le chiese. Luisa riabbassò gli occhi. «Era da un po’ che io e Luigi… la cosa m’è scappata di mano. Leone era geloso, la vita con lui un mezzo inferno». «Però lei si è detta: abbiamo i debiti, questo ha proprietà giù in Sicilia, no?». «Io non volevo finisse così. Luigi mi aveva promesso che ci avrebbe solo parlato». «Luigi aveva già deciso di farlo fuori. Il suo era un piano preciso. Lei questo non lo sapeva?». «Lui doveva solo parlarci per cercare di aggiustare la cosa. Questo era l’accordo. Luigi ha preso l’iniziativa». «È una tecnica antica quanto Roma, lo sa? Quella di rimbalzarsi la palla fra tutti e due». «Lei non mi crede?». «No. Io dico che l’avete programmato insieme. Lei si sarà anche pentita, ma l’ha fatto, Luisa. Mi ascolti. Lei è inchiodata qui. E lo sa benissimo cosa la inchioda. Quello che porta in pancia, dico bene?». Luisa si toccò il ventre. «Si liberi ora, e non se ne parli più. Cerchi almeno di uscire da questa situazione con un po’ di dignità, ammesso che lei ne abbia mai avuta». Luisa Pec piangeva. «Se io le dico una cosa importante che inchioda Luigi, lei poi me la dà una mano?». «Che mano?». «Insomma, ci parla col giudice?». «Vediamo. Di che si tratta?». «Giovedì sera, alle 17 e 15, Luigi mi ha chiamato sul cellulare. Era sconvolto. Mi disse di andare alla scorciatoia del Crest. Che era successo un disastro». Rocco rimase in silenzio. «C’ero anch’io lì, quella sera. Arrivai dopo. Luigi aveva già seppellito Leone». Le lacrime presero ad uscire come se qualcuno avesse dimenticato il rubinetto aperto. «E mi disse che non c’era più niente da fare. Che era morto. E che dovevamo cercare di proteggerci a vicenda».

«Leone era ancora vivo lì sotto, lei lo sa?». Luisa guardò il vicequestore negli occhi. «Leone…?». «Già. È morto due ore dopo. Investito da Amedeo Gunelli che lo ha spappolato in diciottomila pezzi». Luisa si nascose la faccia con le mani e i singhiozzi le esplosero dal petto. Rocco aspettò che la donna si calmasse. Poi le allontanò le mani dal viso. «Chi c’era oltre lei e Luigi?». «Nessun altro. Solo noi due. E… Leone». «Dov’era Omar Borghetti?». «Non lo so. Era passato da me qualche mezz’ora prima. Io ho un debito con lui». «Sì. Questo lo so. Ma quale sarebbe la prova schiacciante su Luigi?». «Prenda il mio cellulare. Ce l’hanno le guardie». «Cosa ci trovo?». «Vada a cercare le fotografie. Ce n’è una che non lascia dubbi». «Che cosa c’è sulla fotografia?». «C’è Luigi, davanti al mucchio di neve sotto il quale c’era Leone. Ha in mano una pala e guarda per terra». «Lei l’ha fotografato?». Luisa fece sì con la testa. «E così lo teneva per le palle, no?». «Non lo so. Era una cosa brutta, terribile. Non sapevo che fare. Io non volevo ucciderlo e pensavo che se fosse successo qualcosa, quella foto mi avrebbe dato una mano, no?». Rocco esplose. «Vaffanculo Luisa Pec, tu e questi occhi da figlia di puttana. Io con te non ci voglio più parlare. Guarderò il tuo cellulare, lo metterò agli atti, ma farò il possibile perché qualche anno dentro tu te lo faccia». «Io non volevo…». «Ancora? Sono incazzato con te per almeno due motivi: primo, avete reso la mia vita una sequela di rotture di coglioni negli ultimi giorni che non ti dico. Secondo, mi fate mettere le mani in questa merda e ne farei volentieri a meno». Fece ancora due passi. Poi inchiodò gli occhi su quelli di Luisa. «Lo sa cosa diceva un grande poeta inglese? La donna è un piatto degli dèi se a condirla non è il diavolo».

«Perché lei è un santo, dottor Schiavone?». «No, io sono il peggiore dei figli di puttana, Luisa. E comunque con me ci faccio i conti ogni santo giorno. Davanti allo specchio, in una pozza d’acqua, quando guido, quando mangio e quando vado al cesso. E pure quando vedo ’sto cazzo di cielo grigio che avete da queste parti. Sempre. E prima o poi pagherò il conto. Ma cadaveri innocenti sulla coscienza io non ne ho. E se secondo te non è abbastanza me ne sbatto allegramente le palle». Fece per uscire ma sulla porta si bloccò. «Comunque un complimento glielo voglio fare. Lei somiglia a due grandi attrici, lo sa? E la recita che ha fatto il primo giorno in questura quando ha saputo che il corpo era quello di suo marito, be’ io c’ero cascato. Lei ha sbagliato mestiere. Doveva provare a Cinecittà». E se ne andò sbattendo la porta della stanza colloqui alle sue spalle.

«Ti riporto a casa, Rocco?» chiese Italo. Rocco annuì. Non aveva voglia di vedere Nora, non aveva voglia di andare al ristorante, non aveva voglia di avere voglia. Solo farsi una doccia, un uovo fritto, rincoglionirsi con lo zapping e addormentarsi sul divano sperando in un lungo sonno senza sogni. «Perché l’hanno ucciso?». «Per i soldi. Perché erano amanti. Perché aspettavano un figlio e Leone aveva scoperto che non era il suo. Perché sono dei vigliacchi, perché è gente di merda». Italo si toccò il labbro sul quale s’era formata una crosticina. «Senti, Rocco. Quello che io e te abbiamo fatto con Sebastiano». «Sì». «Pensi che lo rifaremo?». «Ti sei pentito?». «No. Voglio solo saperlo». «Se capita una buona occasione sì. Ci possiamo riprovare. Perché, hai qualcosa in mente?». Italo fece un sospiro profondo. «Qualcosa in mente ce l’ho. Però ne dobbiamo parlare». «Non questa sera». «No, stasera basta così».

«Forse lei non ha compreso quello che sto provando a dirle… se regge

l’assioma di Confindustria…». «Le patate vanno tagliate a strisce sottili insieme ai peperoni». «Ma anche giocare con un 4-4-2 può essere un rischio contro una squadra forte come…». «… il ribasso di tutti gli indici di borsa che segnano un meno…». «Robin Hood, principe dei ladri, è capace di amare?». Chissà se uno riesce a cambiare canale talmente in fretta da ottenere comunque un senso compiuto. O almeno non peggiore di quello che trasmettono. Ha ripreso a nevicare. Forte. Guarda come sbattono i fiocchi sulla finestra. Hanno detto che non ce n’è uno uguale all’altro. Ma chi li ha controllati? Cioè uno si è messo lì a esaminare dodici milioni di fiocchi di neve prima che si sciogliessero? O forse no. I fiocchi di neve sono come le impronte digitali. Ognuno ha la sua. Ognuna è diversa. Mi pesano le palpebre. Dovrei dormire. Sul divano? Davanti alla televisione come un vecchio ubriacone? E se chiudo gli occhi e vedo le fotografie? Le fotografie? Che poi diventano film. Piazza Santa Maria in Trastevere. Marina è seduta sulla fontana e parla con dei ragazzi di Oslo. Me lo ricordo. Era una notte di luglio. La prima volta che l’ho vista. L’ho deciso subito: quella deve diventare mia moglie. Così, all’improvviso l’ho deciso, fra lo scroscio della fontana e i cani dei punkabbestia che ululavano alla luna. ’Sto divano sprofonda. E non posso, non devo… mi lascio andare? Sì, è comodo, e fa pure caldo. Fuori continua a nevicare mi sa. Ma non voglio aprire gli occhi. Me ne vado piano piano. Chissà se morire è così. Dice che quando uno muore congelato in realtà si addormenta, dolcemente, senza accorgersene. Meglio di un carrarmato che ti passa sopra e ti fracassa la testa, direi. Decisamente meglio. «Ho saputo tutto. Li hai presi» mi dice Marina. «Sì». «Qualche idiota ti ha chiesto di festeggiare stasera?». «No. Per fortuna nessuno». «Non c’è da festeggiare». «Direi di no». Se ne sta seduta accanto a me. Fuori la neve ha smesso di cadere. «Stai bene, Rocco?». «Sì».

Marina ride. «Sei bravo a scoprire le bugie ma non le sai dire». «Ti andrebbe di partire, Marì?». «E dove vorresti andare?». «A dare un’occhiata in Provenza. Da qui è neanche un’ora di macchina». «E facciamo un po’ di fantasie?». «Sì. Ci immaginiamo un po’ di cose». «Come adesso?». «Come adesso». «Rocco, lo fai troppo spesso, lo sai?». «Sì, lo so». «Non ti fa bene». «Senza non riesco a campare». «Invece dovresti, Rocco. Ti tocca campare».

Il razzo tirato da Sylvester Stallone contro l’accampamento vietcong lo risvegliò. Rocco aprì gli occhi. Fuori nevicava. Lui era steso sul divano e Rambo stava massacrando un esercito di fottutissimi charlie. Spense il televisore. Si alzò. Dovevano essere le due o le tre di notte. Si avvicinò alla finestra. La neve cadeva, ma i fiocchi erano diminuiti. La strada era bianca, tranne il segno degli pneumatici di un’auto che avevano disegnato di nero il manto sull’asfalto. I lampioni erano attraversati dal pulviscolo gelato e l’insegna verde di una farmacia lampeggiava. Una mano gelata gli strinse il cuore. Un’altra la gola. Appoggiò la testa al vetro. Chiuse gli occhi. Erano quattro mesi che non portava un fiore a Marina. Decise che il prossimo week-end sarebbe andato a Roma. Ma solo per lei. Per Marina.

«Faccio una doccia. Marina, me lo prepari un caffè?». «Vuoi partire subito?». «Prima che la palude mi ingoi un’altra volta, amore mio».

Ringraziamenti

Pochi ringraziamenti necessari. A Patrizia che ci ha creduto prima di tutti. A Luisa per la sua pazienza e che grazie alle cose che mi ha spiegato, mi ha evitato brutte figure. A Patricia che ha dato la prima spinta. A Toni che intanto è diventata mia moglie e riempie la mia vita. A mio padre e ai suoi quadri, immagini che mi accompagnano da quando sono piccolo e a mia madre per la sua mente matematica. A Marco e Jacopo che insieme a mia sorella mi hanno portato a 1.500 metri d’altezza. Ai mai ringraziati abbastanza Nic e Lollo che continuano inopinatamente a credere nelle cose che faccio. A Mattia, energia e talento puro che mi ha aiutato a rendere il libro sicuramente migliore. In ultimo, ma non per ultimi, Nanà Smilla Rebecca e Jack Sparrow che illuminano d’amore la mia casa. Poi un ringraziamento speciale alla città di Champoluc e soprattutto a Luigi, Carlo, alla libreria Livres et Musique, al rifugio Vieux Crest dove ho cominciato questo libro e allo Charmand Petit Hotel dove l’ho terminato.

A. M.

Pista nera

Dedica

Epigrafe

Giovedì

Venerdì

Sabato

Sabato sera

Domenica

Lunedì

Ringraziamenti

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