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ONCE AND ALWAYS (UNA VOLTA E PER SEMPRE)

di Judith McNaught
( traduzione senza scopo di lucro)

Capitolo 1
Inghilterra, 1815
- Ah, sei lì, Jason – disse la bellezza dai capelli neri, vedendo il riflesso del
marito nello specchio.
Con sguardo diffidente, esaminò la figura attraente che le si avvicinava e
poi rivolse di nuovo la sua attenzione alle diverse scatole di gioielli aperte
davanti a sè. Con le mani leggermente tremanti e un sorriso forzato, prese
una vistosa collana di brillanti e la tese verso il marito.
- Aiutami a metterla, per favore – chiese. I lineamenti del marito si
indurirono quando i suoi occhi si posarono sulla collana di
rubini e smeraldi che già ornavano l’audace scollatura del vestito.
- Non credi che questa esibizione di gioielli, così come del tuo corpo, sia
un tantino volgare per una donna che pretende di farsi passare per una gran
signora?
- Che cosa ne sai tu della volgarità? – rispose Melissa Fielding con
irritazione -. Questo vestito è l’ultimo grido della moda. Inoltre al barone
Lacroix piace tanto che mi ha chiesto di indossarlo al ballo di questa sera.
- Sono sicuro che non vuole fare troppa fatica con troppi bottoni, quando
arriverà il momento di spogliarti, più tardi – replicò il marito, sarcastico.
- Esattamente. In fin dei conti, come molti francesi, è molto impetuoso.
- Disgraziatamente, non ha un soldo.
- Lacroix mi trova attraente – lo provocò Melissa, con la voce leggermente
tremante per l’irritazione trattenuta.
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Jason Fielding studiò sua moglie da capo a piedi, esaminando con
profondo disprezzo il bel viso dalla pelle di alabastro, gli occhi verdi,
leggermente a mandorla, le labbra rosse e carnose, la ferma curva del suo
seno, messa in evidenza dalla scollatura del vestito di velluto scarlatto.
- Lui ha ragione. Sei bella, ambiziosa e immorale. – Si voltò e si
incamminò verso la porta, poi si fermò ed aggiunse con implacabile
autorità:- Prima di uscire, vai a salutare nostro figlio. Jaime è troppo
piccolo per capire quanto tu sia una vagabonda. Sente la tua mancanza.
Partirò per la Scozia entro un’ora.
- Jaime! – gridò Melissa, adirata -. È tutto quello che ti importa. – Il marito
aprì la porta, senza degnarsi di negare l’accusa e lei continuò:- Quando
tornerai dalla Scozia, non sarò più qui!
- Bene – replicò Jason.
- Bastardo! Dirò a tutti come sei realmente quando me ne andrò. Non
ritornerò mai. Mai! Con la mano sul pomo della porta, Jason si voltò per
guardarla con espressione
impassibile.
- Ritornerai, sì – si prese gioco di lei, - quando sarà finito il denaro.
Quando la porta si chiuse, gli occhi di Melissa brillarono di trionfo.
- Non ritornerò mai, Jason – mormorò – perchè il mio denaro non finirà
mai. Tu stesso mi darai tutto ciò che vorrò...
- Buona sera, milord – lo salutò il maggiordomo con voce tesa.
- Buon Natale, Northrup – rispose Jason automaticamente, mentre si
toglieva la neve dagli stivali e consegnava il mantello al maggiordomo.
L’ultima scenata con Melissa, due settimane prima, ritornò alla sua mente,
ma allontanò in fretta il ricordo -. Il cattivo tempo ha ritardato di un giorno
il mio ritorno. Mio figlio è già a letto?
Il maggiordomo sembrava di pietra.
- Jason... – un uomo robusto, di mezza età e con la pelle abbronzata come
un marinaio, lo chiamò dalla porta che separava l’ingresso da uno dei vari
saloni, facendogli segno affinchè lo raggiungesse.
- Che cosa ci fai qui, Mike? – domandò Jason sorpreso, osservando l’uomo
che chiudeva la porta dietro di sè.
- Jason – disse Mike Farrell con voce tesa, - Melissa è andata via. Lei e
Lacroix sono partiti per le Barbados, subito dopo la tua partenza per la
Scozia. – Fece una pausa,
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aspettando qualche reazione che però non ci fu. Allora, respirò
profondamente e continuò: -hanno portato Jaime con loro.
Una furia selvaggia illuminò gli occhi di Jason.
- L’ammazzerò per questo! – dichiarò, andando verso la porta -. La
troverò e l’ammazzerò...
- E’ tardi per questo – la voce desolata di Mike interruppe i passi nervosi
di Jason -. Melissa è già morta. La nave è naufragata a causa di una
tempesta, tre giorni dopo aver lasciato l’Inghilterra. – Distolse lo sguardo
dal terribile dolore che già contraeva i lineamenti di Jason, prima di
aggiungere: - non ci sono superstiti.
In silenzio, Jason camminò fino a un tavolo, prese una bottiglia di cristallo
piena di whiskey e riempì un bicchiere. Bevve il liquido in un solo sorso e
poi si servì di un’altra dose, lo sguardo perso nel vuoto.
- Lei lasciò questa per te – Mike Farrell gli tese due lettere i cui sigilli
erano stati aperti. Dal momento che Jason non faceva alcun gesto per
prenderle, Mike gli spiegò: - Le ho lette. Una di esse è una richiesta di
riscatto, che Melissa ti aveva lasciato nella sua stanza. Lei voleva
scambiare Jaime con il denaro. La seconda, invece, è stata scritta con
l’intenzione di screditarti. La consegnò ad un lacchè con l’ordine che fosse
spedita al Times dopo che fosse partita. Però, quando Flossie Wilson
scoprì che aveva portato via Jaime, interrogò immediatamente i domestici
sulle azioni che Melissa aveva fatto la sera precedente e il lacchè le
consegnò la lettera invece di portarla al giornale. Flossie non riuscì a
raggiungerti per informarti che Melissa aveva portato via Jaime. Così mi
chiamò e mi consegnò le lettere. Jason – Mike parlò con voce roca, - so
quanto amavi Jaime. Mi dispiace molto. Io...
Jason alzò lentamente lo sguardo torturato verso il quadro sul camino. In
silenzio, osservò il ritratto di suo figlio, un bambino robusto, con un
sorriso angelico sulle labbra e un soldatino di legno tra le mani.
Il bicchiere che stringeva tra le mani, si ruppe ma non pianse. L’infanzia di
Jason Fielding gli aveva già rubato tutte le lacrime.
Portage, New York 1815
Gli stivali che avvolgevano i delicati piedi di Victoria Seaton scivolarono
sulla neve quando aprì la porta di legno bianco del giardino della modesta
casa in cui era nata. Le sue guance erano rosse e i suoi occhi brillavano
quando li alzò per osservare il cielo picchiettato di stelle, con il piacere
innocente di una giovane di quindici anni per il Natale cantando le
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ultime note di una canzone natalizia, che aveva intonato insieme ad altri
parrocchiani in chiesa. Poi si diresse alla porta di casa, che si trovava al
buio.
Senza voler svegliare i suoi genitori, o sua sorella minore, aprì la porta con
cautela ed entrò in punta di piedi. Si tolse il mantello, l’appese alla gruccia
accanto alla porta e si voltò. E allora si fermò sorpresa. La luce della luna
entrava dalla finestra vicino alla scala e illuminava il corridoio, dove vide i
suoi genitori, davanti alla porta della camera di sua madre.
- No, Patrick! – Sua madre lottava per sciogliersi dalle braccia del marito -.
Non posso! Semplicemente non posso!
- Non mi respingere, Katherine – implorò Patrick Seaton – per l’amor di
Dio, no...
- Tu lo promettesti! – Katherine rispose, disperata, rinnovando lo sforzo
per liberarsi. Lui abbassò la testa per baciarla, ma lei tirò in fretta la testa
indietro, parlando tra i singhiozzi -. Tu promettesti, il giorno in cui nacque
Dorothy, che non me lo avresti chiesto di nuovo. Mi hai dato la tua parola!
Immobile per la sorpresa e l’orrore della scena, Victoria si rese conto che
non aveva mai visto prima che i suoi genitori si toccavano. Però non aveva
idea di quello che il padre stava chiedendo alla madre che glielo negava
con tanta forza.
Finalmente Patrick liberò sua moglie lasciandosi cadere le braccia sui
fianchi.
- Scusa – mormorò. Katherine corse verso la sua stanza e chiuse la porta.
Invece di andare in camera sua,
Patrick si voltò e scese la stretta scala, passando a pochi centimetri dalla
figlia.
Victoria si appiattì alla parete, con il terribile presentimento che la
sicurezza e la pace del suo mondo erano minacciate da quella scenata a cui
aveva assistito. Temendo che suo padre percepisse la sua presenza e che si
accorgesse che era stata testimone di quella scena umiliante, lo guardò
sedersi sul divano e guardare fisso le braci del camino. Una bottiglia di
whiskey, che era stata per anni sugli scaffali della cucina, si trovava al
centro della tavola, accanto a un bicchiere pieno a metà. Quando Patrick si
allungò per prendere il bicchiere, Victoria si girò e, con cautela, mise il
piede sul primo scalino.
- So che sei lì, Victoria – disse con voce priva di emozione suo padre,
senza guardarsi dietro -. Non ha senso fingere che tu non abbia visto
quello che è appena successo tra tua madre e me. Perchè non vieni a
sederti al mio fianco? Non sono il bruto che stai immaginando.
La simpatia per i sentimenti di suo padre provocò un suono nella gola di
Victoria e, immediatamente, si sedette accanto a lui.
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- Non penso che tu sia un bruto, papà. Non potrei mai pensare una cosa del
genere. Lui bevve un lungo sorso di whiskey, prima di dire:
- Non devi nemmeno incolpare tua madre. La voce di Patrick suonò
leggermente spessa, come se avesse bevuto molto. Con la
mente annebbiata dagli effetti dell’alcool, fissò l’espressione contrariata
sul viso di sua figlia e concluse che lei avesse capito più di quanto
pensava. Passandole un braccio intorno alle spalle, in un gesto di conforto,
cercò di rassicurarla. Ma, quello che disse, fece solo peggiorare ancora di
più i timore della ragazza.
- Non è colpa di tua madre, bambina mia. Lei non riesce ad amarmi ed io
non riesco a smettere di farlo. Semplicemente questo.
Victoria uscì nel modo più rapido, dalla confortante sicurezza dell’infanzia
verso la fredda e terrorizzante realtà degli adulti. A bocca aperta, rimase a
guardare suo padre, mentre il suo mondo sembrava sgretolarsi intorno a
loro. Scosse la testa, cercando di negare le orribili parole che aveva
pronunciato suo padre. Sua madre doveva amare quell’uomo
meraviglioso!
- L’amore non può essere forzato – continuò Patrick Seaton, confermando
l’orribile realtà, senza distogliere lo sguardo amareggiato dal proprio
bicchiere -. Non si tratta di qualcosa che nasce a nostro piacere. Se così
fosse, tua madre mi amerebbe. Lei pensava che avrebbe imparato ad
amarmi quando ci siamo sposati. E anch’io. Ci volevamo credere. Più
tardi, cercai di convincermi che non faceva alcuna differenza se mi amava
o no. Dissi a me stesso che il matrimonio sarebbe stato felice anche senza
amore.
Le parole seguenti furono dette con tanta angoscia che colpirono il cuore
di Victoria.
- Ah, che stupido che fui! Amare qualcuno che non ci ama è come vivere
all’inferno! Non lasciare mai che qualcuno ti convinca che potrai essere
felice al fianco di un uomo che non ami.
- Io... non lo farò – mormorò Victoria, lottando per trattenere le lacrime.
- E non amare mai qualcuno più di quanto ti ami quella persona, Tory.
Non lo fare.
- No... non lo farò. Lo prometto – dichiarò Victoria, incapace di reprimere
le lacrime provocate dall’amore e dalla pena che sentiva adesso per il
padre -. Quando mi sposerò, papà, sarà esattamente con qualcuno come te.
Invece di commentare la dichiarazione di sua figlia, Patrick le rivolse un
tenero sorriso e disse:
- Non tutto è stato cattivo, figlia mia. Tua madre ed io abbiamo avuto te e
Dorothy da amare. E questo amore ci unisce.
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Il cielo cominciava ad albeggiare quando Victoria uscì da casa sua dopo
una notte di insonnia. Vestita con una gonna blu da cavallerizza ed un
mantello rosso, prese il suo cavallino dalla stalla e montò con difficoltà.
Arrivando al fiume che correva di fianco alla strada che portava al
villaggio, a meno di due chilometri da casa sua, smontò. Scese facilmente
sull’argine scivoloso, coperto dalla neve e di sedette su una roccia. Con i
gomiti appoggiati sulle ginocchia e il viso tra le mani, si mise ad osservare
l’acqua grigia che correva lenta tra i blocchi di ghiaccio.
Il cielo divenne giallo e poi rosa mentre lei rimaneva ancora lì, cercando di
recuperare la gioia che di solito avvertiva quando era in quel posto, ogni
volta che vedeva l’alba di un nuovo giorno.
Un coniglio uscì correndo dagli alberi dietro di lei, mentre un cavallo si
avvicinava nitrendo. Un sorriso curvò le labbra di Victoria, un secondo
prima che una palla di neve le sfiorasse la spalla destra. Deviando
rapidamente a sinistra, parlò senza voltarsi:
- La tua mira è pessima, Andrew. Un paio di stivali lucidi si fermarono al
suo fianco.
- Ti sei svegliata presto stamattina – commentò Andrew, sorridendo alla
giovane e delicata bellezza seduta sulla roccia.
I capelli fulvi dai magnifici riflessi dorati, che erano parzialmente tenuti
fermi da un pettine di tartaruga, cadevano sulle spalle come una cascata di
fuoco. Gli occhi un pò spalancati erano di un azzurro profondo,
incorniciati da ciglie folte e lunghe. Il naso, perfetto, ombreggiava
delicatamente i contorni delle guance arrossate, e metteva ancora più in
risalto la leggera fossetta che le segnava il mento.
La promessa della futura bellezza era già sui lineamenti del viso di
Victoria, anche se era ovvio a qualunque osservatore che la sua bellezza
era destinata ad essere più esotica che fragile, come si poteva notare
dall’ostinazione della forma del mento e dall’allegria nei suoi occhi, e
tuttavia, quella mattina gli occhi di Victoria non erano illuminati dalla
solita luce.
Victoria si abbassò e prese un pugno di neve con le mani inguantate.
Automaticamente, Andrew si chinò, ma invece di tirare la palla di neve su
di lui, come faceva di solito, Victoria si limitò a tirarla nel fiume.
- Che cosa ti succede, occhi azzurri? – le domandò ironicamente -. Hai
paura di sbagliare?
- Certamente no – rispose Victoria con un sospiro.
- Fammi spazio così potrò sedermi al tuo fianco. Lei ubbidì e, studiando la
sua espressione triste, Andrew chiese, preoccupato:
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- Perchè sei così triste? Victoria si sentì profondamente tentata di
raccontargli tutto. Andrew era molto più saggio
di quanto lo fossero in genere i ragazzi di vent’anni. Era l’unico figlio
della signora più ricca della cittadina, una vedova dalla salute
apparentemente delicata, che aveva lasciato sulle spalle del figlio tutta la
responsabilità dell’amministrazione della casa e della terra di cui era
proprietaria, così come della coltivazione che riguardava la tenuta.
Prendendole delicatamente il volto tra le mani, Andrew la obbligò a
guardarlo.
- Raccontami quello che è successo – le disse. Quella seconda richiesta, fu
più di quanto potesse sopportare. Andrew era suo amico. In
tutti quegli anni le aveva insegnato a pescare, nuotare, sparare e anche i
trucchi da fare con le carte da gioco, affermando che tale conoscenza era
importante perchè potesse scoprire se qualcuno cercava di imbrogliarla.
Victoria l’aveva ricompensato, diventando molto brava in ognuna di quelle
attività. Erano amici e sapeva di potersi fidare di lui in tutto. Però anche se
aveva quel tipo di rapporto con Andrew, non era capace di parlare con lui
del matrimonio dei proprio genitori. Così decise di parlare di un’altra
questione che la preoccupava: l’avvertimento di suo padre.
- Andrew, come è possibile sapere se qualcuno ci ama? Mi riferisco al vero
amore.
- Come l’amore di chi si sposerà. Se fosse stata un pò più grande e un pò
più esperta, Victoria avrebbe saputo interpretare
la tenerezza che illuminò gli occhi castano dorati di Andrew, prima che
questi li distogliesse dai suoi.
- Sarai amata dall’uomo che sposerai – promise -. Hai la mia parola.
- Ma deve amarmi, come minimo, quanto lo amerò io.
- E sarà così.
- Forse. Ma io come saprò che mi ama davvero? Andrew le lanciò uno
sguardo cauto.
- Per caso qualche ragazzo delle vicinanze è andato a chiedere la tua mano
a tuo padre? – chiese in tono contrariato.
- Certo che no! Ho solo quindici anni e papà mi ha detto che devo
aspettare i diciotto anni per sapere ciò che voglio.
Andrew volse lo sguardo verso il viso di Victoria e rise a bassa voce.
- Se tuo padre vuole solo essere certo che tu sappia quello che vuoi, può
darti il permesso di sposarti domani stesso. Tu sai quello che vuoi da
quando avevi dieci anni.
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- Hai ragione – ammise con ingenua sincerità, prima di chiedere -.
Andrew, non ti chiedi mai con chi ti sposerai?
- No – rispose con un leggero sorriso, tornando a fissare lo sguardo sul
fiume.
- Perchè no?
- Perchè lo so già. Sorpresa da quell’inaspettata rivelazione, Victoria gli
rivolse uno sguardo incuriosito.
- Davvero? Dimmi chi è? Qualcuno che io conosco? Siccome lui rimase
silenzioso, Victoria cominciò a formare una grande palla di neve tra
le mani.
- Stai pensando di tirare quella palla di neve nel mio cappotto? – le
domandò, lui, osservandolo con aria divertita.
- Certamente no – rispose con una luce maliziosa negli occhi -. Sto
pensando ad una scommessa. Se con il mio lancio la palla arriverà vicino a
quella roccia dall’altra parte, dovrai dirmi chi è.
- E se il mio tiro sarà migliore?
- In quel caso, dovrai scegliere tu il premio – concesse Victoria con
magnanimità.
- Ho commesso un grave errore quando ti ho insegnato a scommettere –
concluse Andrew con un sorriso, soccombendo all’ingenuo fascino di
Victoria.
Andrew sbagliò il bersaglio di pochi centimetri. Victoria fissò lo sguardo
sulla roccia, concentrandosi profondamente e riuscì a colpirla in pieno.
- E ho commesso un altro errore, ancora più grave, quando ti ho insegnato
a tirare le palle di neve – ammise.
- Io lo sapevo già fare, prima che tu me lo insegnassi – annunciò Victoria
in modo petulante, posando le mani sui suoi fianchi -. E ora, dimmi con
cui vuoi sposarti.
Togliendosi le mani dalle tasche, Andrew sorrise con crescente tenerezza.
- Con chi credi che vorrei sposarmi, occhi azzurri?
- Non so – rispose seriamente, - ma spero che lei sia molto speciale, perchè
tu lo sei.
- Lei è molto speciale – le confermò Andrew, in tono solenne -. È così
speciale che ho pensato a lei per tutto il tempo che sono stato a scuola,
quest’inverno. In realtà, sono molto felice di essere ritornato a casa, perchè
posso vederla più spesso.
- Dal modo in cui ne parli, sembra essere molto buona – commentò
Victoria, sentendosi improvvisamente arrabbiata con quella sconosciuta.
- Io direi che è più “meravigliosa” che “buona”. Lei è dolce, coraggiosa,
bella, sincera gentile e ostinata. Tutti quelli che la conoscono poi la amano.
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- Bene, allora perchè non la sposi subito e metti fine alla competizione? –
domandò Victoria, visibilmente irritata.
Le labbra di Andrew si incurvarono e, in un raro gesto di intimità, le tirò i
capelli.
- Perchè, - mormorò con voce tenera, - lei è ancora troppo giovane. Suo
padre vuole che aspetti di compiere i diciotto anni perchè sia sicura di
sapere ciò che vuole.
Gli occhi di Victoria si spalancarono.
- Stai parlando di me? – domandò, incredula.
- Di te – confermò -. Solo di te. Il mondo di Victoria, minacciato da quello
che aveva visto e sentito la notte precedente,
improvvisamente tornò a sembrarle sicuro e consolante.
- Grazie, Andrew – mormorò timidamente -. Sarà meraviglioso sposarmi
con l’amico più caro.
- Io non avrei dovuto parlarti delle mie intenzioni nei tuoi riguardi, non
senza prima averne parlato con tuo padre. E non potrò farlo per i prossimi
tre anni.
- A papà tu piaci molto e non farà nessuna obiezione, finchè rispetteremo
il termine fissato da lui. Come potrebbe, dal momento che siete tanto
simili?
Qualche minuto più tardi, Victoria montò sul suo pony, sentendosi allegra
e felice. Però, il suo entusiasmo sparì nel momento in cui aprì la porta
della cucina.
Sua madre era china sul focolare, occupata a preparare la colazione. Aveva
i capelli legati sulla nuca e indossava un semplice abito, ma pulito e
perfettamente stirato. Appesi ai ganci di lato e al di sopra del focolare, vi
erano pentole, barattoli, colini, coltelli e altri utensili, tutti perfettamente
puliti e in ordine, come era abitudine di Katherine. Seduto al tavolo,
Patrick beveva il suo caffè.
Guardandoli, Victoria si sentì triste e profondamente arrabbiata con sua
madre che negava al suo meraviglioso padre l’amore di cui tanto aveva
bisogno.
Siccome le sue passeggiate mattutine erano solite, nessuno si meravigliò
del suo arrivo. I suoi genitori la guardarono, le sorrisero e la salutarono.
Victoria restituì il saluto a suo padre e sorrise alla sorella, ma riuscì appena
a guardare sua madre. Poi cominciò a preparare il tavolo per la colazione
con tutte le stoviglie e le posate necessarie, una formalità considerata da
sua madre, inglese, “il minimo per una colazione civile”.
Victoria si occupò del suo compito svogliatamente, ma quando prese posto
a tavola, l’ostilità fu sostituita da un sentimento di pietà. Osservò
Katherine Seaton che tentava in tutti i modi di compensare il marito,
parlando spigliatamente, servendogli il caffè e il pane
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caldo, appena uscito dal forno, e allo stesso tempo si occupava nella
preparazione delle frittelle che costituivano il cibo preferito da Patrick
Seaton per la colazione.
Victoria mangiò in silenzio, mentre nella sua mente cercava
disperatamente un modo per consolare il padre per il suo matrimonio senza
amore.
La soluzione le fu chiara quando lui si alzò, annunciando la sua intenzione
di cavalcare fino alla tenuta dei Jackson, per controllare come stava il
braccio rotto della piccola Annie.
- Vengo con te, papà – annunciò Victoria, alzandosi -. È gia da qualche
tempo che stavo pensando di chiederti se potevo aiutarti nel tuo lavoro.
Tanto suo padre quanto sua madre, la guardarono sorpresi. Victoria non
aveva mai manifestato interesse nell’arte della medicina. Per la verità, fino
a quel momento, non era stata altro che una bambina allegra e spensierata,
interessata solo a divertirsi. Ma comunque, nessuno dei due, fece
obiezione.
Victoria e suo padre erano stati sempre molto uniti, ma da quel giorno,
divennero inseparabili. Lei lo accompagnava dappertutto e, benchè si
rifiutasse fermamente di permettere che l’assistesse nella cura dei pazienti
maschili, il padre si mostrava felice dell’aiuto della figlia in ogni altra
circostanza.
Nessuno dei due parlò mai del triste problema di cui avevano discusso in
quella fatidica notte di Natale. Al contrario, riempivano il tempo che
passavano insieme con tranquille conversazioni e scherzi innocenti.
Nonostante l’infelicità che gli stringeva il cuore, Patrick Seaton era un
uomo che apprezzava il valore della allegria.
Victoria aveva ereditato la bellezza esotica di sua madre e il coraggio e il
carattere di suo padre. Ora, stava imparando a sviluppare il senso di
compassione e l’idealismo, anche queste, caratteristiche di suo padre. Da
bambina, aveva conquistato con facilità la simpatia degli abitanti della
cittadina con il suo sorriso irresistibile. Ora quelli a cui piaceva quella
bambina allegra, adoravano la giovane che si impegnava a curarli e si
preoccupava dei loro malanni e di diminuire la loro sofferenza.
Capitolo 2
- Victoria, sei assolutamente sicura che tua madre non abbia mai
menzionato il duca di Atherton o la duchessa di Claremont?
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Victoria allontanò i dolorosi ricordi della funzione funebre dei suoi
genitori ed alzò gli occhi verso il medico dai capelli bianchi seduto
all’altro lato del tavolo di cucina. Essendo i più vecchio amico di suo
padre, il dr. Morrison si era assunto la responsabilità di provvedere al
futuro delle ragazze, mentre curava anche i paziente del dr. Seaton in
attesa che il nuovo medico arrivasse in città.
- Tutto ciò che Dorothy ed io sappiamo è che la mamma lasciò la sua
famiglia, in Inghilterra. Non parlava mai di nessuno di loro.
- E’ possibile che tuo padre avesse dei parenti in Irlanda?
- Papà è cresciuto in un orfanotrofio. Non aveva nessun parente. – Victoria
si alzò -. Le piacerebbe prendere un caffè, dottor Morrison?
- Non ti preoccupare per me, vai a sederti là fuori, con Dorothy – le
suggerì il dottor Morrison gentilmente -. Sei pallida come un fantasma.
- E’ sicuro che non ha bisogno di nulla? – insistette Victoria.
- Solo di essere più giovane di qualche anno – rispose, con un triste
sorriso, mentre affilava una piuma -. Sono troppo vecchio per farmi carico
dei pazienti di tuo padre. Il mio posto è a Filadelfia, con un mattone caldo
sotto i piedi e un buon libro tra le mani. Non so proprio come farò a fare
tutto ciò che deve essere fatto nei prossimi quattro mesi, finchè non
arriverà il nuovo medico.
-Mi dispiace molto – si scusò Victoria con sincerità -. So che deve essere
molto difficile per lei.
- E’ ancora peggio per te e per Dorothy – replicò il vecchio medico -. Ora
vai fuori e approfitta di questo gradevole sole invernale. È difficile avere
un giorno così soleggiato in gennaio. Nel frattempo, scriverò alcune lettere
ai tuoi parenti.
Era passata una settimana da quando il dottor Morrison era stato chiamato
sul luogo dell’incidente, dove la carrozza che portava Patrick Seaton e sua
moglie si era rovesciata e poi caduta in un burrone. Patrick Seaton era
morto sul colpo. Katherine aveva ripreso conoscenza quel tanto che
bastava per cercare di rispondere alle domande disperate del dottor
Morrison sui suoi parenti in Inghilterra. Con un filo di voce, era riuscita a
mormorare:
- .... nonna... duchessa di Claremont. E poco prima di morire, aveva
sussurrato un altro nome: Charles. Avvilito, il dottor
Morrison l’aveva implorata di dargli un nome completo e, aprendo gli
occhi sfocati per un brevissimo istante, Katherine aveva sospirato:
- Fielding... duca... di.. Atherton.
- E’ un suo parente? – aveva chiesto con urgenza il medico.
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- Cugino... Al dottor Morrison toccò l’arduo compito di localizzare e
contattare quei parenti fino a
quel momento sconosciuti al fine di chiedere loro se erano disposti ad
offrire una casa a Victoria e Dorothy. Quel compito diventava ancora più
difficile per il fatto che, a quanto sembrava, nè il duca di Atherton, nè la
duchessa di Claremont avevano la minima idea dell’esistenza delle
ragazze.
Con un sospiro determinato, il dottor Morrison bagnò la piuma nel
calamaio, scrisse la data sul foglio e pensò, aggrottando le sopracciglia.
- Come devo rivolgermi a una duchessa? – chiese a se stesso.
Cara Madame Duchessa,
è per me uno spiacevole compito informarla della tragica morte di sua
nipote Katherine Seaton, oltre a doverle comunicare che le due figlie della
signora Seaton, Victoria e Dorothy, si trovano temporaneamente sotto la
mia tutela. Ma, essendo io un uomo vecchio e celibe, non posso
continuare a badare alle due orfane in modo appropriato. Prima di
morire, la signora Seaton menzionò solo due nomi: il suo e quello di
Charles Fielding. Così, scrivo a madame e al signor Fielding, con la
speranza che uno dei due, o ambedue, possano ricevere le figlie della
signora Seaton nella propria casa.
Devo informarla che le ragazze non hanno dove andare. Le loro finanze
sono limitate e hanno urgentemente bisogno di una casa appropriata.
Il dottor Morrison si inclinò sulla sedia e rilesse la lettera, con la fronte
aggrottata dalla preoccupazione. Se la duchessa avrebbe ignorato le sue
bisnipoti, era facile prevedere una risposta negativa per quanto riguardava
l’ospitalità alle ragazze, specialmente se non sapeva niente di esse.
Cercando di pensare al modo migliore per descriverle, si avvicinò alla
finestra.
Dorothy era seduta sul dondolo, le spalle chine, in una posa disperata.
Victoria si dedicava, con determinazione, nel disegno, cercando di
allontanare la tristezza.
Il vecchio medico decise di descrivere in primo luogo Dorothy perchè
risultava più facile.
Dorothy è una ragazzina molto bella, con i capelli biondi e gli occhi
azzurri. È gentile, dai modi cortesi e molto simpatica. Ha diciassette anni,
si sente già prossima all’età del
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matrimonio, ma fino ad ora, non ha dimostrato nessuna particolare
attenzione verso qualche giovane dei dintorni...
Il dottor Morrison fece una pausa. La verità era che parecchi giovani
avevano manifestato un serio interesse per Dorothy. E chi avrebbe potuto
incolparli? Lei era molto bella, allegra e molto docile. Era angelica, pensò
il dottore, soddisfatto di aver trovato finalmente la parola esatta per
descriverla.
Però, quando rivolse la sua attenzione verso Victoria, aggrottò la fronte
con espressione sconcertata. Benchè Victoria fosse la sua preferita, era
anche la più difficile da descrivere. I suoi capelli non erano dorati come
quelli della sorella, nè erano del tutto rossi. In verità erano una
combinazione di ambedue i colori. Dorothy era così carina, gradevole e
discreta, e faceva girare la testa a tutti i ragazzi dei dintorni. Possedeva
tutti i requisiti per essere una buona moglie: docile, gentile, amorevole e
tranquilla. In sintesi, era il tipo di donna che non avrebbe mai pensato a
contraddire o disubbidire suo marito.
Victoria da parte sua, aveva passato troppo tempo in compagnia del padre
e, a diciotto anni, era eccessivamente intelligente, possedeva una mente
acuta, oltre a una forte tendenza all’indipendenza.
Dorothy avrebbe accettate le idee di suo marito e avrebbe fatto quello che
lui le diceva di fare, ma Victoria avrebbe certamente preso da sola le sue
decisioni e, probabilmente, avrebbe fatto solo ciò che considerava meglio.
Dorothy era angelica, concluse il dottore, ma Victoria... no.
Socchiudendo gli occhi dietro gli occhiali, osservò Victoria che disegnava
il muro ricoperto di edera; esaminò il profilo aristocratico, cercando le
parole giuste per descriverla. Coraggiosa, pensò, sapendo che lei disegnava
perchè preferiva fare qualcosa piuttosto che dare libero sfogo al dolore. E
pietosa, concluse, ricordandosi dei suoi sforzi per consolare e rallegrare i
pazienti del padre.
Il dottor Morrison scosse la testa, frustrato. Essendo un vecchio,
apprezzava l’intelligenza e il senso dell’umorismo di Victoria, ne
ammirava il coraggio, la forza e la compassione. Però, se metteva in
evidenza quelle qualità ai parenti inglesi della signora Seaton, essi
avrebbero certamente immaginato una donna indipendente e pedante a cui
sarebbe stato impossibile trovare un buon marito, e che si sarebbe
trasformata in un peso per le loro esistenze. Esisteva anche la possibilità
che quando sarebbe tornato dall’Europa, entro pochi mesi, Andrew
Bainbridge facesse richiesta formale della mano di Victoria, ma il dottor
Morrison non era certo che sarebbe successo. Il padre di Victoria e la
madre di
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Andrew avevano concordato che prima che la giovane coppia si
impegnasse, dovevano provare i loro sentimenti per un periodo di sei mesi,
durante i quali Andrew avrebbe compiuto una versione abbreviata del
Grand Tour, il viaggio educativo comunemente intrapreso dai giovani
dell’aristocrazia britannica.
L’affetto di Victoria per Andrew era rimasto forte e costante per quello che
ne sapeva il dottor Morrison. I sentimenti di Andrew, invece, sembravano
vacillare. Secondo quello che la signora Bainbridge aveva confidato al
vecchio dottore, Andrew sembrava aver sviluppato una forte attrazione per
una cugina di secondo grado che viveva in Svizzera con la famiglia e di
cui era ospite. Con un sospiro di tristezza, il dottor Morrison continuò a
guardare le due ragazze, entrambe vestite da semplici abiti neri.
Nonostante gli abiti scuri, formavano un quadro adorabile.
E fu allora che ebbe l’ispirazione: avrebbe risolto il problema della
descrizione delle ragazze con un ritratto!
Una volta presa la decisione, finì la lettera chiedendo alla duchessa di
parlare delle ragazze con il duca di Atherton che avrebbe ricevuto una
lettera identica, e chiedendo che lo informassero di cosa doveva fare lui
con le ragazze. Dopo aver scritto anche la seconda lettera, indirizzata al
duca di Atherton, scrisse una nota al suo avvocato, a New York,
istruendolo affinchè chiedesse a qualcuno di fiducia a Londra, di
localizzare il duca e la duchessa e di consegnar loro le lettere. Con una
piccola preghiera affinchè i nobili gli rimborsassero quelle spese, il dottor
Morrison si alzò.
In giardino, Dorothy muoveva la punta del piede per dondolarsi mentre
diceva: - Non posso crederci – mormorava con un misto di disperazione e
eccitazione -. La mamma era la nipote di una duchessa! che cosa siamo,
allora, Tory? Possediamo qualche titolo?
Victoria le lanciò uno sguardo ironico. – Sì, rispose -. “Parenti poveri”.
Quella era la pura verità, perchè sebbene Patrick Seaton fosse amato e
rispettato dai suoi pazienti le cui malattie aveva curato per anni, raramente
quella povera gente di campagna aveva avuto risorse per pagarlo in
denaro. E, sempre generoso, il dottor Seaton non li aveva mai pretesi.
Così, lo pagavano con prodotti e servizi come galline, pesce, cacciagione,
riparazioni alla sua carrozza, in casa o anche con pane fresco e cesti di
frutta. Come risultato, la famiglia Seaton non aveva mai dovuto
preoccuparsi per il cibo, ma non era mai riuscita ad avere qualche soldo da
parte. Prova di quello, erano gli evidenti rammendi negli abiti tinti a mano
che Dorothy e Victoria indossavano in quel momento. Perfino la casa in
cui vivevano era stata data dagli abitanti della cittadina, come in passato lo
era stata dello
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stimabile dottor Milby. Le case erano prestate ai loro occupanti in cambio
dei servizi medici e pastorali.
Ignorando la risposta sensata della sorella alla domanda sul loro status
sociale, Dorothy continuò con la sua aria sognante.
- Nostro cugino è un duca e la nostra bisnonna una duchessa! riesco
appena a crederci! E tu?
- Ho sempre pensato che nostra madre era un pochino misteriosa – replicò
Victoria, reprimendo le lacrime di solitudine e disperazione che le
riempirono gli occhi -. Ora, il mistero è stato svelato.
- Che mistero? Victoria pensò, prima di rispondere.
- Voglio solo dire che la mamma era diversa da tutte le altre donne che
abbiamo conosciuto.
- Credo che tu abbia ragione – ammise Dorothy. Sua sorella ritornò a stare
in silenzio così Victoria fissò lo sguardo sul disegno che aveva
appoggiato sulle ginocchia. Il mistero era svelato. Ora capiva molte cose
che l’avevano preoccupata e confusa. Capiva solo adesso perchè sua
madre non era mai stata capace di sua volontà di stare insieme alle altre
donne del posto, perchè usava sempre il linguaggio sofisticato della società
inglese, esigendo con forza, che almeno in sua presenza, Dorothy e
Victoria facessero lo stesso. L’eredità della famiglia spiegava l’insistenza
di Katherine affinchè le sue figlie imparassero il francese, oltre che
l’inglese. E questo spiegava il suo modo esigente e l’espressione strana,
sognante, che copriva i suoi lineamenti nelle rare occasioni in cui si
menzionava l’Inghilterra.
Forse, spiegava perfino il suo riserbo con il marito che trattava con gentile
cortesia, ma nient’altro. E ciononostante, all’apparenza, era stata una
moglie esemplare. Katherine non aveva mai discusso con il marito, non si
era mai lamentata della loro povera esistenza. Era ormai da tempo che
Victoria aveva perdonato a sua madre di non amare il padre. Ora,
rendendosi conto che probabilmente era stata educata tra i lussi e le
ricchezze, si sentiva portata ad ammirare il suo comportamento.
Il dottor Morrison uscì in guardino, sorridendo alle due ragazze.
- Ho scritto le lettere e le invierò domani. Con un pò di fortuna, riceveremo
una risposta dai vostri parenti tra tre mesi, o forse chissà, anche meno.
Sembrava soddisfatto di come stava conducendo le cose cercando di
riunire le due sorelle ai loro nobili parenti inglesi.
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- Che cosa faranno quando riceveranno le lettere, dottor Morrison? –
domandò Dorothy. Il medico le scompigliò i capelli con aria paterna e,
alzando gli occhi al cielo, cercò di
usare la fantasia.
- Suppongo che rimarranno sorpresi, ma non lo dimostreranno, perchè in
Inghilterra, le classi più alte normalmente non rivelano i loro sentimenti e
sono più formali. Dopo aver letto le lettere, si invieranno cortesi messaggi
l’un l’altro e, allora, si incontreranno per discutere il futuro di voi due. Un
maggiordomo servirà il tè...
Sorrise immaginando il delizioso scenario con tutti i dettagli. Si formò
nella sua mente la visione di due aristocratici inglesi, molto ricchi e gentili
che seduti in un salotto elegante, prendevano il tè servito su un vassoio
d’argento, prima di discutere del futuro di due loro giovani parenti, fino ad
allora sconosciute, ma già care. Dal momento che la duchessa di
Claremont e il duca di Atherton erano imparentati con Katherine,
certamente erano amici, alleati...
Capitolo 3
- Sua altezza, la duchessa di Claremont – annunciò il maggiordomo in
tono maestoso, dalla porta del salone dove Charles Fielding, duca di
Atherton, era seduto.
Subito il maggiordomo fece un passo di lato e una donna anziana ed
imponente entrò, seguita da un avvocato dall’espressione tormentata.
Charles Fielding la guardò con i suoi occhi castano chiari carichi di odio.
- Non deve alzarsi, Atherton – disse la duchessa con sarcasmo, quando lui
rimase seduto, in atteggiamento deliberatamente insolente.
Completamente immobile, lui continuò a osservarla in un freddo silenzio.
A cinquantacinque anni, Charles Fielding era ancora un uomo attraente,
dai lunghi capelli bianchi, anche se la sua malattia aveva lasciato i suoi
segni. Il corpo era troppo debole per la sua statura e costituzione, e il suo
viso era marcato da linee di tensione e fatica.
Incapace di provocare una qualunque reazione, la duchessa sfogò la sua ira
sul maggiordomo.
- In questa sala fa troppo caldo! – si lamentò, battendo il bastone intarsiato
di pietre preziose, sul pavimento -. Apra le tende affinchè passi un poco
d’aria fresca – ordinò.
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- Lascia le tende come sono! – la contraddisse Charles, senza nascondere il
disprezzo che la sola visone di quella donna gli provocava.
La duchessa gli lanciò uno sguardo fulminante.
- Non sono venuta qua per soffocare – dichiarò in tono minaccioso.
- Allora se ne vada. Il corpo eretto e fragile tremò di indignazione.
- Non sono venuta qui per soffocare – ripetè tra i denti -. Sono venuta ad
informarla della mia decisone rispetto alle figlie di Katherine.
- Dica quello che deve dire e poi se ne vada! – ripetè Charles, implacabile.
La duchessa strizzò gli occhi, furiosa, ma invece di uscire, si sedette.
Nonostante la sua
età avanzata, la sua posizione era eretta come quella di una regina. Un
turbante porpora sui capelli bianchi occupava il posto della corona e il
bastone nella sua mano sostituiva lo scettro.
Charles la osservò, sorpreso e diffidente, poichè era stato sicuro che lei
avrebbe insistito per quell’incontro solo per avere la soddisfazione di dire,
guardandolo negli occhi, che il futuro delle figlie di Katherine non era
affar suo. Non aveva mai pensato che si sarebbe seduta nè riusciva a
pensare a cose dovesse dirgli.
- Lei ha visto il ritratto delle ragazze – affermò la duchessa. Lui abbassò
gli occhi verso il ritratto che aveva tra le mani e le sue dita lo strinsero in
modo convulso e protettivo. Un dolore crudele gli oscurò lo sguardo
fissando Victoria. Era l’immagine di sua madre, l’immagine della sua bella
e amata Katherine.
- Victoria è l’immagine della madre – dichiarò la duchessa
improvvisamente. Charles alzò lo sguardo su di lei, indurendo
immediatamente l’espressione.
- Ho perfettamente chiaro la cosa.
- Meglio. Così comprenderà i miei motivi per non accettare quella ragazza
nella mia casa. Accetterò solo l’altra. – Dal momento che aveva detto ciò
che doveva, la duchessa si alzò e si volse verso il suo avvocato: - Si accerti
della quantità di denaro per coprire le spese del dottor Morrison e il costo
del viaggio della nave per la ragazza più giovane.
- Sì, Vostra grazia – annuì l’avvocato, con una riverenza -. C’è altro?
- Ah, sì, ci saranno di sicuro molte altre cose! – replicò la duchessa in tono
rude -. Dovrò presentare la ragazza in società, assicurarle una dote,
trovarle un marito adeguato...
- E per quanto riguarda Victoria? - la interruppe Charles -. Che cosa ha
deciso di fare della maggiore?
La duchessa gli lanciò uno sguardo adirato.
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- Ho già detto che mi ricorda sua madre e che non la voglio in casa mia.
Se vuole, la ospiti lei. Ricordo che lei amava la madre più di qualunque
altra cosa al mondo. Ed è ovvio che anche per Katherine era lo stesso.
Perfino nel momento della sua morte, ha pronunciato il suo nome. Può
assumersi la responsabilità della copia di Katherine, adesso. Lei si merita
di guardare quella ragazza tutti i giorni.
La mente di Charles vorticava rapidamente, sommersa dalla sorpresa e
dalla gioia, quando la vecchia duchessa aggiunse con arroganza:
- La sposi a chi vuole, eccetto che con quel suo nipote. Venti anni fa non
permisi una alleanza tra la sua famiglia e la mia. E voglio che continui
così. Io... – Come se all’improvviso le fosse venuta un’idea, fece una
pausa, mentre i suoi occhi brillavano di un trionfo maligno -. Farò in modo
che Dorothy sposi il figlio di Winston! – annunciò in tono maligno -.
Volevo che Katherine sposasse il padre e lei rifiutò di soddisfare il mio
desiderio per causa sua. Sposando Dorothy al figlio, finalmente avrò il
legame che ho sempre desiderato per la mia famiglia! – Un demoniaco
sorriso fece diventare ancora più profonde le rughe sul suo viso mentre
scoppiava in una risata di disprezzo davanti all’espressione tormentata del
viso di Charles -. Anche dopo tutti questi anni, sarò l’artefice del
matrimonio più splendido del decennio.
E con quelle parole, lasciò il salone, seguita dal suo avvocato.
Charles stette a guardare la porta, con le emozioni che oscillavano tra
l’amarezza, l’odio e l’allegria. Quella maledetta vecchia gli aveva,
inavvertitamente, dato l’unica cosa che lui desiderava di più al mondo. Gli
aveva dato Victoria, la figlia di Katherine, l’immagine di Katherine. Una
felicità quasi insopportabile lo invase, immediatamente seguita da un odio
feroce. Finalmente quella vecchia senza cuore avrebbe realizzato il sogno
della sua famiglia: imparentarsi con i Winston. Non aveva esitato a
sacrificare la felicità di Katherine per raggiungere quell’insensato obiettivo
e, ora, avrebbe ottenuto il suo scopo.
La rabbia di Charles davanti alla constatazione che lei era così vicina ad
ottenere quello che aveva sempre desiderato, riuscì quasi a cancellare la
sua gioia per l’opportunità di avere Victoria. E fu in quel momento che gli
venne un’idea.
Socchiudendo gli occhi, la considerò e la valutò. Lentamente, un sorriso
gli incurvò le labbra.
- Dobson – chiamò il maggiordomo -. Mi porti carte e penna. Voglio
scrivere un annuncio di fidanzamento. Si assicuri che sia recapitato
immediatamente al Time.
- Sì, Vostra grazia. Charles guardò verso il vecchio maggiordomo con
gioia.
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- Lei si sbaglia, Dobson – annunciò -. La strega si è completamente
sbagliata!
- Sbagliata, Vostra grazia?
- Sì, sbagliata! Lei non sarà la responsabile del matrimonio più splendido
del decennio. Lo sarò io!
Era un rito. Tute le mattine, intorno alle nove, Northrup, il maggiordomo,
apriva la pesante porta dell’ingresso principale della casa di campagna del
marchese di Wakefield e riceveva una copia del Time dalle mani del
lacchè che portava il giornale direttamente da Londra.
Dopo aver chiuso la porta, Northrup attraversava la hall e consegnava il
giornale ad un altro lacchè che lo portava ai piedi della scala.
- Il giornale per milord – annunciava. Il lacchè portava il giornale fino alla
sala da pranzo, dove generalmente Jason Fielding
faceva la colazione e leggeva la corrispondenza.
- La sua copia del Time, milord – mormorava il lacchè, poggiando il
giornale accanto alla tazza di caffè del marchese e ritirando il suo piatto.
Senza dire una parola, Jason prendeva il giornale e l’apriva.
Tutto questo succedeva con la più assoluta precisione, poichè lord Fielding
era un uomo esigente che voleva che nelle sue proprietà tutto funzionasse
come macchine perfettamente lubrificate.
I domestici lo temevano, trattandolo come una divinità inquietante e
intransigente, sicchè tutti si sforzavano al massimo per piacergli.
Le donne che Jason portava ai balli, all’opera, a teatro e ovviamente a
letto, sentivano la stessa cosa, poichè le trattava con appena un pò più di
calore umano di quanto ne riservava ai domestici. Anche così, le donne lo
guardavano con sguardi lascivi, dovunque fosse, e dunque, nonostante il
suo atteggiamento cinico, Jason sembrava avvolto da un’aura di virilità
che faceva sì che le donne facessero qualunque cosa per lui.
I suoi capelli erano neri come il carbone, gli occhi penetranti, verdi come
la giada, le labbra ferme e sensuali. Una forza implacabile sembrava
scolpita su ognuno dei lineamenti del suo viso attraente e abbronzato, dalle
folte sopracciglia dritte fino al mento arrogante. Perfino la sua corporatura
fisica era eccessivamente maschile, con il suo metro e ottantotto
centimetri, le spalle larghe e fianchi stretti e gambe lunghe e muscolose. In
groppa d un cavallo o in una sala da ballo Jason Fielding risaltava sugli
altri esemplari maschili come un felino selvaggio circondato da gattini
indifesi.
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Come aveva detto tra le risa lady Wilson-Smyth, Jason Fielding era
pericolosamente attraente come il peccato e, certamente, altrettanto
perverso.
Tale opinione era condivisa da molti. Chiunque guardasse per una volta in
quei cinici occhi verdi avrebbe saputo che non vi era più nemmeno un
grammo di innocenza o ingenuità in quel corpo spettacolare. Nonostante
ciò, o meglio, a causa di ciò, le donne erano attratte da lui come farfalle da
una fiamma, ansiose di provare il suo ardore, o semplicemente dilettarsi
con uno dei suoi rari sorrisi. Le sposate programmavano degli stratagemmi
per poter occupare il suo letto, mentre le nubili sognavano di essere quella
che avrebbe sciolto il suo cuore di ghiaccio, facendolo inginocchiare ai
propri piedi.
Alcuni dei membri più vecchi del ton, come era chiamata l’alta società
inglese, credevano che lord Fielding possedesse anche troppe ragioni per
essere cinico riguardo alle donne. Tutti sapevano che il comportamento
della moglie, quando era venuta a Londra, quattro anni prima, era stato
scandaloso. Dal momento in cui aveva messo piede in città, la bella
marchesa di Wakefield si era dedicata ad una relazione dopo l’altra, senza
preoccuparsi minimamente di essere discreta. Aveva tradito il marito
ripetutamente. Tutti lo sapevano, compreso Jason Fielding a cui sembrava
non importare...
Il lacchè si fermò accanto alla sedia di lord Fielding, prendendo una
delicata caffettiera d’argento.
- Vuole altro caffè, milord? Il marchese mosse la testa e voltò la pagina del
giornale. Il lacchè fece una riverenza e
cominciò ad allontanarsi, abituato al fatto che raramente il signore si dava
la pena di parlare con i domestici. La verità era che il lord non sapeva il
nome della maggior parte di essi, non sapeva niente di loro e non gli
importava. Ma, almeno, non li trattava male come la maggior parte dei
nobili. Al contrario, il marchese si limitava a rivolgere lo sguardo gelido
sul responsabile del suo dispiacere, raggiungendo sempre lo scopo di
lasciarlo pietrificato. Mai, nemmeno davanti alla più estrema
provocazione, lord Fielding alzava la voce.
E fu proprio per quel motivo che il lacchè quasi fece rovesciare la
caffettiera, quando Jason diede un cazzotto sul tavolo, gridando:
- Quel miserabile! – Si alzò, il viso trasformato in una maschera rabbiosa
-. Quel maledetto, quel gros... Solo lui è capace di fare una cosa del
genere!
Lanciando uno sguardo furioso in direzione del povero lacchè, uscì dalla
sala, prese il mantello dalle mani del maggiordomo e si diresse alle stalle.
Northrup chiuse la porta e corse fino alla sala da pranzo.
- Che cosa è successo al marchese? – domandò.
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Il lacchè, che stava ancora con la caffettiera in mano, era chino sul
giornale aperto.
- Credo che sia per questo annuncio sul Time – mormorò il ragazzo,
leggendo l’annuncio di fidanzamento tra Jason Fielding, marchese di
Wakefield e la signorina Victoria Seaton -. Non sapevo che milord stava
pensando di risposarsi.
- E’ da vedere se milord lo sapeva – rispose Northrup, pensoso.
All’improvviso, si rese conto di aver fatto un errore imperdonabile,
lasciandosi andare a
commenti con i subalterni. Così, chiuse il giornale con aria autoritaria.
- I fatti personali di lord Fielding non sono di sua competenza, O’Malley.
Se lo ricordi, se vuole mantenere il suo posto.
Due ore dopo, la carrozza di Jason si fermò davanti alla residenza
londinese del duca di Atherton. Con passo deciso entrò in casa.
- Buon giorno, milord – Dobson lo salutò aprendo la porta -. Sua Grazia la
sta aspettando.
- Lo immaginavo – replicò Jason di pessimo umore -. Dov’è?
- Nel salone, milord. Jason si diresse verso l’uomo seduto con la maggiore
dignità possibile.
- Immagino che sia tu – accusò senza preamboli – il responsabile di
quest’annuncio assurdo sul Time.
Senza alterarsi, Charles sostenne il suo sguardo minaccioso.
- Esattamente.
- Dovrai mettere un secondo annuncio, per smentire il primo!
- No. La ragazza sta già arrivando in Inghilterra e tu ti sposerai con lei. Tra
le altre cose, voglio un nipote. Voglio prenderlo tra le braccia, prima di
andarmene da questo mondo.
- Se vuoi un nipote, tutto quello che devi fare è cercare gli altri tuoi
bastardi. Sono sicuro che ti potranno dare una dozzina di nipoti.
Un’ombra attraversò rapidamente il viso di Charles, ma subito riprese il
controllo e dichiarò a bassa voce:
- Voglio un nipote legittimo, da presentare al mondo come mio erede.
- Un nipote legittimo! – ripetè Jason con sarcasmo -. Vuoi che io, tuo
figlio illegittimo, ti dia un nipote legittimo? Dimmi una cosa. Se tutti
credono che io sia tuo nipote, come speri di presentare mio figlio come
nipote?
- Lo presenterò come pronipote, ma saprò che invece è il mio nipote
legittimo e solo quello importa. – Senza impressionarsi per la furia del
figlio, Charles concluse implacabile -. Voglio un erede da te, Jason.
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Lottando per controllarsi, Jason si abbassò, appoggiò le mani sui braccioli
della poltrona di Charles, con il volto a pochi centimetri l’uno dall’altro.
Con un lento mormorio, annunciò:
- Te l’ho detto già in precedenza, ma te lo ripeto per l’ultima volta: non mi
sposerò mai più. Capisci? Non lo farò di nuovo!
- Perchè? – chiese Charles, irritato -. Non si può dire che detesti le donne,
perchè tutti sanno che hai delle amanti e che le tratti molto bene. Per la
verità, tutte sembrano innamorarsi perdutamente di te. È ovvio che a
queste donne piace molto condividere il tuo letto e, è ancora più ovvio che
a te piace...
- Basta! – sibilò Jason. Uno spasmo di dolore contrasse il volto di Charles
che si portò una mano al petto, prima
di abbassarla lentamente.
Jason strinse gli occhi, ma benchè sospettasse che Charles stesse solo
fingendo, si costrinse a rimanere in silenzio, mentre suo padre continuava:
- La giovane che ho scelto per essere tua moglie deve arrivare tra tre mesi.
Manderò una carrozza al porto, per portarla direttamente a Wakefield Park.
In nome della decenza, verrò anch’io finchè il matrimonio non sarà
celebrato. Conoscevo sua madre, molto tempo fa e Victoria le assomiglia
moltissimo. Non sarai deluso. – Prese il ritratto -. Guarda, Jason – disse
improvvisamente con voce dolce e persuasiva, - non sei nemmeno un pò
curioso verso di lei?
I lineamenti di Jason diventarono ancora più duri.
- Stai perdendo il tuo tempo. Non accetterò questo.
- Sì – gli assicurò Charles, ricorrendo alla minaccia -. Se non accetti, ti
diseredo. Tu hai già speso mezzo milione di sterline per i cambiamenti
apportati nelle mie proprietà che non ti apparterranno mai, a meno che tu
non sposi Victoria Seaton.
La reazione di Jason fu di puro disprezzo.
- Le tue preziose proprietà possono andare all’inferno, per quanto mi
riguarda. Mio figlio è morto. Non ho bisogno di nessuna eredità.
Percependo l’ombra dell’antico dolore che oscurò lo sguardo di Jason nel
menzionare il bambino, Charles ammorbidì il tono della voce.
- Ammetto di essere stato precipitoso annunciando il tuo fidanzamento,
Jason, ma ho avuto le mie buone ragioni per farlo. Forse non posso
obbligarti a sposare Victoria, ma almeno, non avere dei pregiudizi contro
di lei. Prometto che non troverai difetti nella ragazza. Guarda, ho un
ritratto di Victoria. Puoi vedere con i tuoi occhi quanto è bella... –
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Charles smise di parlare quando si accorse che Jason stava uscendo dalla
sala, sbattendosi la porta alle spalle.
Allora, fissando arrabbiato lo sguardo sulla porta chiusa, parlò a voce alta
nella stanza vuota:
- Tu ti sposerai con lei, Jason, dovessi farti entrare in chiesa con una
pistola puntata alla testa!
Pochi minuti dopo, Dobson entrò, portando su un vassoio d’argento una
bottiglia di champagne e due bicchieri.
- Mi sono preso la libertà di scegliere qualcosa di appropriato per
l’occasione – annunciò il maggiordomo, con fiducia.
- Avresti dovuto scegliere la cicuta – replicò Charles -. Jason è andato già
via.
- Di già? Ma non ho avuto nemmeno il tempo di congratularmi con milord
per il suo fidanzamento!
- Questo è stata una fortuna – commentò Charles con una risata maliziosa
-. Lui sarebbe stato capace di farti cadere tutti i denti.
Quando Dobson uscì, Charles riempì un bicchiere di champagne e, con un
sorriso risoluto, lo alzò in un solitario brindisi.
- Al tuo imminente matrimonio, Jason.
- Ancora un minuto, signor Borowski – disse Victoria, scendendo dalla
carrozza, su cui viaggiavano lei e Dorothy con il loro bagaglio.
- Non abbia fretta – le rispose con un sorriso il signor Borowski -. Sua
sorella ed io non partiremo senza di lei.
- Però fai presto, Victoria – le disse Dorothy -. La nave non ci aspetterà.
- Abbiamo tempo – assicurò il signor Borowski -. Arriveremo in città
prima del tramonto, ve lo prometto.
Victoria salì correndo gli scalini dell’ingresso della casa di Andrew e
bussò alla porta.
- Buongiorno, signora Tilden – salutò la governante -. Potrei parlare con
la signora Bainbridge per un momento? Mi piacerebbe salutarla e
consegnarle una lettera affinchè la spedisca a Andrew. Così lui saprà dove
scrivermi, in Inghilterra.
- Le dirò che è qui, Victoria, ma non le garantisco che la riceva – la
informò la simpatica governante, senza mentirle -. Lei sa meglio di me
come si comporta quando non si sente bene.
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Victoria annuì. Conosceva molto bene i malesseri della signora
Bainbridge. Secondo suo padre, la madre di Andrew era una ipocondriaca
cronica che inventava malattie con lo scopo di non dover fare quello che
non desiderava e, sopratutto, per manipolare e controllare suo figlio. Il
medico glielo aveva detto in presenza di Victoria anni addietro.
Evidentemente, la signora Bainbridge non li aveva mai perdonati.
Victoria sapeva, come Andrew, che la signora Bainbridge faceva finta. Col
risultato che, le palpitazioni, le nausee e i formicolii esercitavano poco
effetto sui due, e questo faceva sì che la donna fosse del tutto contraria alla
scelta del figlio riguardo a Victoria come moglie.
La governante ritornò con espressione contrariata.
- Mi dispiace molto, Victoria. La signora Bainbridge dice di non essere in
condizioni di riceverla. Le consegnerò la lettera che ha scritto per il signor
Andrew. Lei mi ha chiesto di chiamare il dottor Morrison – aggiunse in
tono impaziente.
- Il dottor Morrison asseconda le malattie della signora Bainbridge, invece
di ordinarle di alzarsi dal letto e fare qualcosa di utile – commentò Victoria
con un sorriso, dispiacendosi che la posta fosse così cara e quindi lei era
obbligata a consegnare le sue lettere affinchè la madre di Andrew le
includesse nella propria corrispondenza -. Inoltre lei preferisce
l’atteggiamento del dottor Morrison a quello di mio padre.
- Secondo me – sussurrò la signora Tilden, storcendo il naso, - a lei
piaceva suo padre più di quanto era normale. Io mi stancavo ad osservarla
prepararsi, prima che poi lo chiamasse durante la notte e... – La governante
interruppe in fretta la frase, correggendosi -. Non che suo padre, un uomo
così meraviglioso, accettasse le sue profferte.
Quando Victoria andò via, la signora Tilden consegnò la lettera alla
signora Bainbridge. – Signora, questa è la lettera di Victoria per il signor
Andrew.
- Dammela e fa chiamare il dottor Morrison – ordinò la signora con la
voce sorprendentemente forte per un’invalida -. Sto per sentirmi male.
Quando arriva il nuovo medico?
- Tra una settimana – rispose la governante, passandole la lettera. Quando
la signora Tilden uscì, la signora lanciò uno sguardo di malcelato
disprezzo alla
lettera lasciata sul letto.
- Andrew non sposerà quella contadina! – dichiarò con arroganza alla sua
cameriera -. Lei non è nessuno! Lui mi ha scritto due volte, dicendo che la
cugina Madeline, in Svizzera, è adorabile. Ho detto questo a Victoria, ma
la stupida non mi ha ascoltata.
- Crede che lui porterà la signorina Madeline a casa, come sua moglie? –
domandò la domestica, aggiustando i cuscini alla signora Bainbridge.
24
I lineamenti della signora si contrassero di rabbia.
- Non essere sciocca anche tu! Andrew non ha tempo per una moglie. Io
gliel’ho già detto. Questa proprietà è più che sufficiente a mantenerlo
occupato e, inoltre, ha degli obblighi verso di me. – Prese la lettera di
Victoria tra le dita, come se fosse sporca e la tese verso la donna -. Lei sa
cosa deve fare con questa.
- Io non sapevo che ci potesse essere tanta gente, o tanta confusione in un
solo posto – commentò Dorothy, impressionata, quando arrivarono al
porto di New York.
I facchini andavano e venivano dalla nave con i bauli sulle spalle, mentre
grosse catene in alto sulle loro teste, issavano a bordo i carichi più pesanti.
Le grida degli ufficiali che davanti gli ordini si mischiavano alle risate dei
marinai e agli inviti immorali delle donne, poco vestite, sparse ovunque
nel porto.
- E’ eccitante – dichiarò Victoria, osservando i due bauli che contenevano
tutti i loro averi che venivano caricati a bordo della Gull da due facchini
giganteschi.
Benchè Dorothy annuì dandole ragione, sembrava però anche turbata.
- Sì, è eccitante, ma in ogni momento ricordo che alla fine del nostro
viaggio, saremo separate per colpa della nostra bisnonna. Che motivo può
avere per non volerti nella sua casa?
- Non lo so, ma tu non devi preoccuparti per questo – affermò Victoria con
un coraggioso sorriso -. Pensa alle cose belle. Guarda verso il fiume,
chiudi gli occhi e respira profondamente.
Dorothy guardò, ma storse il naso con una smorfia.
- Tutto quello che riesco a sentire è l’odore di pesce marcio! Tory, se la
nostra bisnonna ti conoscesse meglio, sono sicura che vorrebbe averti con
sè. Lei non può essere così crudele ed insensibile fino al punto da insistere
nel mantenerci separate. Le parlerò molto di te e le farò cambiare idea.
- Non devi dire o fare niente per offenderla – le disse Victoria -. In questo
momento, siamo completamente dipendenti dai nostri parenti.
- Non l’offenderò, se potrò evitarlo, ma metterò ben in chiaro, in tutti i
modi possibili, che lei deve ripensarci e farti venire nella sua casa. – Dal
momento che Victoria si limitò a sorridere, senza parlare, Dorothy sospirò
-. C’è una consolazione in questo viaggio in Inghilterra. Il signor Wilheim
mi disse che, con più pratica e molti sacrifici, potrò diventare una pianista.
Lui mi ha assicurato che a Londra, sarà facile trovare degli ottimi maestri.
Chiederò, o meglio, insisterò affinchè la nostra bisnonna mi permetta di
seguire dei corsi di
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musica – concluse Dorothy, esibendo una determinazione che pochissime
persone sapevano che esisteva dietro quella facciata tanto docile.
Victoria decise di non elencare tutti i possibili ostacoli che sua sorella
avrebbe potuto trovare. Con la saggezza di qualche anno più di lei, si
limitò a suggerire:
- Non insistere molto, cara.
- Sarò discreta – fu d’accordo Dorothy.
Capitolo 4
Signorina Dorothy Seaton? – chiese un gentiluomo cortesemente.
- Sono io – rispose Dorothy, guardando l’uomo dai capelli bianchi,
impeccabilmente vestito.
- Ho avuto l’incarico da Sua Grazia, la duchessa di Claremont, di portarla
a casa sua. Dov’è il suo bagaglio?
- Lì. Lui guardò appena dall’alto in basso che subito due domestici, vestiti
con impeccabili
livree, uscirono da una lussuosa carrozza nera, con uno scudo dorato
dipinto sulla porta, si affrettarono a prendere il baule.
- In questo caso, credo che possiamo partire – si rivolse l’uomo a Dorothy.
- E per quanto riguarda mia sorella? – chiese Dorothy, stringendo la mano
di Victoria con evidente trepidazione.
- Sono sicuro che chi deve venire a prendere sua sorella, non tarderà. La
vostra nave è arrivata quattro giorni prima della data prevista,
- Non si preoccupi per me – dichiarò Victoria con una fiducia che non
sentiva -. La carrozza del duca arriverà da un momento all’altro. Nel
frattempo, il capitano Gardiner mi permetterà di rimanere a bordo.
Dorothy abbracciò sua sorella.
- Tory, ti prometto di convincere la bisnonna affinchè ti inviti a venire a
stare con me. Sono spaventata. Non dimenticare di scrivermi tutti i giorni!
Victoria rimase dov’era mentre osservava la carrozza che si allontanava, e
Dorothy che gesticolava dal finestrino. Circondata da marinai ansiosi di
bersi un boccale di birra e di compagnia femminile di dubbia reputazione,
si sentì più sola che mai.
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Passò i due giorni seguenti sola nella sua cabina, interrompendo le lunghe
ore di noia solo per brevi passeggiate in coperta e per mangiare in
compagnia del capitano Gardiner, un uomo affabile e paterno, che
sembrava apprezzare la compagnia di Victoria, che lo considerò da subito
un nuovo amico.
Quando, la mattina del terzo giorno, nessuna carrozza arrivò per portare
Victoria a Wakefield Park, il capitano assunse il controllo della situazione
e affittò un calesse.
- Siamo arrivati prima della data prevista, un avvenimento molto raro –
spiegò -. Suo cugino può tardare ancora molto prima di ordinare che
qualcuno la venga a prendere. Io devo sbrigare alcuni affari a Londra e non
posso lasciarla a bordo, senza protezione. Il tempo che un messaggio
impiegherà ad arrivare, è lo stesso che impiegheremo noi per il viaggio.
Per ore, Victoria apprezzò il paesaggio della campagna inglese in tutto il
suo splendore. Fiori colorati coprivano valli e colline. Nonostante la strada
non fosse in perfette condizioni durante il viaggio, il coraggio di Victoria
aumentava ad ogni chilometro in più percorso. Il conducente apparve dal
finestrino anteriore.
- Siamo a meno di tre chilometri dalla proprietà, madame. Se volesse...
Tutto successe molto in fretta. La ruota urtò una grande radice, la carrozza
sbandò su un
lato, il conducente sparì dal finestrino e Victoria fu sbalzata a terra. Un
minuto dopo, la porta si aprì e il conducente l’aiutò ad alzarsi.
- E’ ferita? – chiese preoccupato. Victoria scosse la testa, ma prima che
potesse pronunciare una sola parola, il conducente
già si voltava per sfogare la sua rabbia su due uomini, vestiti per il lavoro
nei campi che stringevano i loro cappelli al petto.
- Maledetti idioti! Perchè vi siete messi sulla strada in questo modo?
Avete visto cosa avete combinato! L’asse della carrozza si è rovinata!
Continuò a gridare, recitando una litania di parolacce.
Victoria si allontanò dal fianco dell’uomo e dal suo linguaggio offensivo, e
cercò di pulire, senza il minimo successo, la sporcizia dalla sua gonna. Il
conducente scivolò sotto la carrozza, per verificare l’asse rotto, ed uno dei
contadini si avvicinò a Victoria, torcendo il cappello tra le mani.
- Jake ed io siamo molto dispiaciuti di quello che è successo, madame. La
porteremo fino a Wakefield Park, cioè, se non le importa di mettere il suo
baule sul nostro carro, vicino ai nostri maiali.
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Felice di non dover camminare per i restante tre chilometri, Victoria
accettò immediatamente. Pagò il conducente con una parte del denaro che
Charles Fielding le aveva inviato per le spese del viaggio e si accomodò
sul carro, tra i due contadini. Viaggiare sul carro, nonostante fosse meno
prestigioso della carrozza, era molto più comodo. La brezza le accarezzava
il viso ed aveva una visione più ampia ed ineguagliabile della campagna
intorno.
Con i suoi modi amichevoli e senza affettazione, Victoria non tardò a
partecipare all’animata conversazione tra i due contadini. Evidentemente, i
contadini inglesi erano violentemente contrari all’impiego dei macchinari
agricoli.
- Esse ci lasceranno disoccupati – argomentò uno di loro, giustificando
così la sua appassionata condanna di “quelle macchine infernali”.
Victoria sentì appena quel commento, perchè avevano appena attraversato
i pesanti cancelli che si aprivano su dei giardini così ben tenuti e che si
estendevano fin dove il suo sguardo poteva arrivare. I prati sembravano
scolpiti da fiori e ruscelli.
- Sembra un posto da favola! – mormorò Victoria, affascinata dallo
spettacolare paesaggio -. Devono essere necessari decine di giardinieri per
badare a un posto così.
- E’ vero – confermò Jack -. Milord ha al suo servizio quaranta domestici e
dieci tra di loro badano solo ai giardini della casa. – Dopo aver percorso la
strada ancora per quindici minuti, voltarono in una curva e Jack guardando
avanti, annunciò: - Ecco Wakefield Park. Ho sentito dire che ha
centosessanta stanze.
Victoria respirò profondamente. La sua mente andava in tutte le direzioni,
mentre lo stomaco, completamente vuoto, si contraeva. Davanti ai suoi
occhi vi era la casa a tre piani più spettacolare che avesse mai visto e il cui
splendore andava oltre la sua immaginazione. La costruzione di mattoni,
coi in suoi camini, si innalzava su di lei come un palazzo le cui finestre
riflettevano la luce dorata del sole.
Il carro si fermò davanti all’entrata, anch’essa magnifica, e Victoria
allontanò lo sguardo dalla casa, mentre uno dei contadini l’aiutava a
scendere.
- Grazie. Siete stati molto gentili – ringraziò i due e cominciò a salire gli
scalini con difficoltà, poichè l’apprensione le faceva tremare le ginocchia.
Dietro di lei, i due contadini aprirono la parte posteriore del carro per poter
prendere il baule di Victoria. Disgraziatamente, quando lo fecero, due
maialini saltarono al suolo mettendosi a correre per il prato.
Victoria si voltò nel sentire le grida dei contadini e scoppiò a ridere
vedendoli correre dietro i velocissimi animali.
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In quel momento, la porta del palazzo si aprì e un uomo dall’espressione
rigida e dall’uniforme impeccabile, lanciò sguardi adirati ai contadini, ai
maialini e, chiaramente, alla giovane spettinata, con l’abito inzaccherato.
- Le consegne – disse a voce alta e minacciosa, - devono essere fatte dalla
porta sul retro e alzò il braccio guardando verso il sentiero che girava
intorno alla casa.
Victoria aprì la bocca per spiegare che non stava facendo nessuna
consegna, ma si distrasse poichè vide uno dei maialini che, cambiando
direzione, correva adesso nella sua direzione.
- Togliete quel carro, quei maiali e la vostra persona immediatamente da
qui! – urlò l’uomo in uniforme.
Lacrime provocate dalla risate offuscavano gli occhi di Victoria che si
chinò per prendere un maialino.
- Il signore non intend....
- Ignorandola, Northrup si voltò verso il lacchè e parlò al di sopra della
spalla:
- Liberati di tutti loro. Adesso!
- Che diavolo sta succedendo qui? – esclamò un uomo di circa trent’anni,
dai capelli neri. Il maggiordomo guardò verso Victoria con occhi furiosi.
- Questa donna è...
- Victoria Seaton – lei parlò in fretta, cercando di trattenere le risate. Un
miscuglio di tensione, stanchezza e fame stavano per avere il sopravvento
su di lei.
Quando vide lo stupore stampato sul viso dell’uomo dai capelli neri, una
volta menzionato il suo nome, si sentì invadere da un profondo senso di
allarme che, in una frazione di secondo divenne un’esplosione di risate.
Sforzandosi al massimo per contenere le risate, Victoria si voltò, e
consegnò il maialino al contadino. Poi, si lisciò la gonna e fece una piccola
riverenza.
- Credo che ci sia stato un errore – disse con voce soffocata -. Io sono
ven... La gelida voce dell’uomo alto, la interruppe:
- E’ stata lei cha ha sbagliato venendo qui, signorina Seaton. Tuttavia,
siamo molto prossimi al tramonto per mandarla indietro da dove è venuta.
Prendendola per un braccio, la portò dentro casa con gesti bruschi.
Victoria recuperò la serietà in quello stesso istante. La situazione non le
sembrava ormai per niente comica. Al contrario, era appena diventata
preoccupante. Fu invasa dalla timidezza quando vide l’atrio di ingresso,
tutto rivestito di marmo, grande più di tutta l’intera casa in cui era vissuta a
New York. Al lato opposto della porta di entrata, due scale
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curve portavano ai piani superiori. Al di sopra della sua testa, ad un’altezza
vertiginosa, una volta di vetro filtrava la luce del sole che illuminava il
magnifico ambiente. Victoria rimase alcuni secondi a guardare verso
l’alto, finchè delle lacrime le riempirono gli occhi e la volta incominciò a
ballare mentre contemporaneamente l’angoscia le stringeva il petto. Aveva
viaggiato per migliaia di chilometri, per mare e per terra, sperando di
essere ricevuta da un gentiluomo cortese. Ma, era stata portata in giro,
lontano da Dorothy... La volta girò più in fretta, formando un
caleidoscopio di colori brillanti.
- Sta svenendo – intuì il maggiordomo.
- Oh, mio Dio! – esclamò l’uomo dai capelli neri, prendendola tra le
braccia. Il mondo cominciò a riprendere il suo ritmo per Victoria, quando
si accorse che lui la
stava già portando per la scala di marmo.
- Mi metta a terra – gli disse con voce debole, muovendosi -. Sto bene.
- Stia buona! – le ordinò lui. Raggiungendo il primo piano, svoltò a destra
ed entrò nella prima stanza, dirigendosi
verso un letto immenso, coperto da un bellissimo copriletto azzurro e
argento, ben abbinato alle tende. Senza dire una parola, l’uomo la stese sul
letto senza la minima delicatezza. Quando lei cercò di alzarsi, lui la
obbligò a rimanere distesa, posandole le mani sulle spalle, senza nessuna
gentilezza.
Il maggiordomo entrò di corsa.
- Ecco, milord, i sali – annunciò. L’uomo prese la bottiglietta e l’avvicinò
al volto di Victoria.
- No! – gridò, cercando di voltare la testa dall’altra parte, senza riuscirci.
Disperata, chiese: - Cosa sta cercando di fare? Vuole farmi bere questa
roba?
- Ottima idea – replicò, con poco umorismo, benchè diminuisse la
pressione della mano che la teneva per la nuca.
Esausta e vilipesa, Victoria si voltò, chiuse gli occhi e deglutì mentre
lottava per reprimere le lacrime che le si erano fermate in gola.
- Spero, sinceramente – le disse, in tono di profondo dispiacere – che non
stia pensando di vomitare su questo letto, perchè devo informarla che
dovrà pulire lei stessa.
Victoria Elizabeth Seaton, il prodotto di diciotto anni di diligente
educazione che fino ad allora era sempre stata gentile, rovesciò lentamente
la testa sul cuscino e chiese con uno sguardo assassino:
- E’ lei Charles Fielding?
- No.
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- In questo caso, mi faccia il favore di uscire da questa stanza, o uscirò io!
Aggrottando la fronte, lui guardò la giovane ribelle che lo guardava con
una luce
eccezionalmente brillante negli occhi azzurri. I suoi capelli sparsi sul
cuscino sembravano fiamme dorate, e incorniciavano un viso che
ricordava una scultura di porcellana scolpita da un artista. Le ciglia erano
incredibilmente lunghe, le labbra rosa dolci e...
In fretta, si alzò e uscì dalla stanza seguito dal maggiordomo. La porta si
chiuse dietro di loro lasciando Victoria nel più assoluto silenzio.
Lentamente si mise a sedere sul letto, appoggiò i piedi sul pavimento e si
alzò, timorosa che la nausea potesse ritornare. La disperazione le faceva
sentire un senso di gelo, ma le sue gambe rimasero ben salde mentre si
guardava intorno. Alla sua sinistra, le tende azzurre erano legate da
delicate frange argentate rivelando una parete coperta quasi interamente da
finestre. All’altra estremità della stanza, un paio di divani, anch’essi
azzurri e argento, formavano un accogliente angolo accanto al camino.
L’espressione “splendore decadente” le attraversò la mente. Mentre si
lisciava la gonna, lanciava un altro sguardo intorno e tornava a sedersi sul
letto.
Un nodo di desolazione le si formò in gola. Victoria incrociò le mani sulle
ginocchia e cercò di pensare al da farsi. Era evidente che sarebbe stata
rimandata indietro a New York come un pacco indesiderato. Ma allora,
perchè suo cugino, il duca, l’aveva portata fatta arrivare fin lì? E dov’era
lui?
Victoria non avrebbe potuto rivolgersi a sua sorella o a sua nonna, poichè
la duchessa aveva scritto una lettera al dottor Morrison, dicendo
chiaramente che Dorothy e solamente Dorothy sarebbe stata ricevuta nella
sua casa. Confusa, Victoria aggrottò la fronte. Riflettè che, poichè era stato
l’uomo alto, dai capelli neri, che l’aveva presa in braccio e portata fino alla
stanza, forse quello che era venuto fuori, con l’espressione rigida, fosse il
duca. A prima vista, il più vecchio le era sembrato un domestico tra i più
importanti, come la signora Tilden, la governante della casa di Andrew.
Qualcuno bussò alla porta e Victoria si alzò di scatto, prima di dire:
- Avanti. Una domestica vestita con un abito nero inamidato, grembiule e
cuffietta bianca, entrò,
portando un vassoio d’argento tra le mani.
Altre sei domestiche la seguivano, indossando identiche uniformi, tanto da
sembrare delle marionette, e portando dei secchi di acqua calda. Dietro di
loro apparvero due lacchè, in uniformi verdi e con passamaneria dorata,
somiglianti all’uniforme dell’uomo che aveva aperto la porta al suo arrivo,
portando il suo baule.
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La prima domestica appoggiò il vassoio sul tavolino tra i due divani, e
mentre le altre sparivano dietro una porta che Victoria non aveva visto
prima, i lacchè posarono il baule ai piedi del letto. Un minuto dopo tutti
lasciarono la stanza, in fila, facendo ricordare a Victoria i soldatini di
piombo animati. L’unica domestica che rimase, la stessa che aveva portato
il vassoio, si voltò verso di lei che era rimasta immobile accanto al letto.
- Ho portato qualcosa affinchè la signorina mangi – la informò col viso
inespressivo, nonostante la sua voce dolce e gradevole.
Victoria andò a sedersi sul divano e alla vista delle fette biscottate con
burro e cioccolato caldo le si riempì di acquolina la bocca.
- Milord ha ordinato di chiedere alla signorina se voleva un bagno –
annunciò la domestica, dirigendosi verso la porta dove le altre avevano
portato l’acqua calda.
Victoria immobilizzò la mano che portava la tazza alle labbra.
- Milord? – ripetè -. Si riferisce al... gentiluomo... che aprì la porta, quando
sono arrivata? Quello con i capelli bianchi?
- No! – rispose la cameriera in tono di sorpresa -. Quello è il signor
Northrup, il maggiordomo, signorina.
Il sollievo di Victoria durò poco, solo fino a quando la domestica continuò:
- Milord è un uomo alto, dai capelli neri e ondulati.
- E ha ordinato che dovevo prendere un bagno? – chiese Victoria, furiosa.
La ragazza annuì, confermando.
- Bene, è proprio quello di cui ho bisogno – ammise Victoria con
riluttanza. Dopo aver mangiato le fette biscottate e bevuto il cioccolato,
andò fino al bagno, dove la
domestica buttava dei sali nella vasca fumante. Mentre si spogliava
dell’abito da viaggio, eccessivamente sporco, Victoria pensò alla breve
lettera che Charles Fielding le aveva inviato, invitandola in Inghilterra. Le
era sembrato ansioso di ospitarla. “Venga immediatamente, mia cara”,
aveva scritto, “qui sarà la benvenuta. Aspettiamo ansiosi il suo arrivo”.
Forse milord aveva commesso un errore.
La domestica l’aiutò a lavarsi i capelli e, dopo averle porto un
asciugamano, l’aiutò ad uscire dalla vasca da bagno.
- Ho già messo a posto tutti i suoi abiti e le ho preparato il letto, nel caso
che lei desideri riposare un momento.
Victoria sorrise e le chiese il suo nome.
- Il mio nome? – ripetè la ragazza, incredula -. Beh, è... Ruth.
- Molte grazie, Ruth, per aver riposto i miei abiti.
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Un lieve rossore coprì le guance di Ruth mentre faceva una riverenza.
- La cena è alle otto – la informò -. Milord di solito non segue gli orari
della campagna, a Wakefield.
- Ruth – disse Victoria, un pò dispiaciuta – ci sono due lords? Mi riferisco
a Charles Fielding...
- Ah, sta parlando di Sua grazia! – esclamò Ruth, guardandola ansiosa,
come se avesse paura di essere sentita -. Lui non è ancora arrivato, ma lo
aspettiamo per questa sera. Sentii milord dire a Northrup di inviare un
messaggio a Sua grazia, informandolo dell’arrivo della signorina.
- E com’è... Sua grazia? – chiese Victoria, sentendosi ridicola nell’usare
quei titoli altisonanti.
Ruth sembrò disposta a descriverlo, però poi cambiò idea.
- Mi dispiace molto, signorina, ma milord non permette che i domestici
facciano commenti. Nè siamo autorizzati a conversare con gli ospiti.
Facendo una nuova riverenza, uscì dalla stanza.
Victoria si sentì dispiaciuta, nel sapere che in quella casa, due persone non
potevano conversare solo perchè una era una domestica e l’altra un ospite.
Però, considerando il suo breve incontro con milord, non era difficile
immaginarlo che stabiliva quelle regole completamente inumane.
Prendendo la sua camicia da notte dall’armadio, Victoria la indossò e si
coricò. Beandosi tra le morbide lenzuola che le sfioravano la pelle, fece
una preghiera chiedendo che Charles Fielding fosse più gentile e simpatico
dell’altro lord. Poi i suoi occhi si chiusero e si addormentò
immediatamente.
Capitolo 5
La luce del sole invase la stanza, attraverso le finestre, mentre la dolce
brezza accarezzava il viso di Victoria. Da qualche parte, lì vicino, gli
zoccoli di un cavallo risuonarono sul selciato e due uccellini si posarono
sul davanzale della finestra, iniziando quello che sembrava una rumorosa
discussione sui diritti territoriali. Tutto ciò penetrò lentamente nella mente
di Victoria, risvegliandola dai bei sogni di casa sua.
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Ancora semiaddormentata, si mise prona e seppellì il viso nel cuscino.
Invece del tessuto leggermente ruvido che copriva il suo cuscino a casa,
che odorava di sole e sapone, il suo viso trovò la morbida seta. Prendendo
coscienza che non era nel suo letto, con sua madre che preparava la
colazione di sotto, Victoria chiuse gli occhi con forza, cercando di
catturare i suoi sogni, ma era troppo tardi. Con riluttanza, voltò la testa e
aprì gli occhi.
Alla luce chiara del mattino, osservò le tende azzurre e la sua mente si
rischiarò. Era a Wakefield Park. E aveva dormito tutto la notte.
Allontanando i capelli dagli occhi, si sedette sul letto e si appoggiò sui
cuscini.
- Buon giorno, signorina – salutò Ruth, arrivando accanto al suo letto.
Quasi Victoria gridò di spavento.
- Scusi! Non avevo l’intenzione di spaventarla – spiegò la domestica, in
fretta – ma Sua grazia è di sotto e ha chieste di chiederle se le piacerebbe
fare colazione con lui.
Felice alla notizia che suo cugino, il duca, la voleva vedere, Victoria
scostò le coperte.
- Le prenderò un vestito – disse Ruth, aprendo l’armadio -. Quale vuole
indossare? Victoria scelse il migliore tra i cinque che possedeva, un abito
di mussolina nera, con la
scollatura quadrata, ornato sulle maniche e sul bordo da delicati fiori
bianchi che lei stessa aveva ricamato durante il noioso viaggio in nave.
Rifiutando l’offerta di Ruth che si affrettò ad aiutarla a vestirsi, Victoria
indossò l’abito e prese una fascia nera e se la mise intorno alla vita sottile.
Mentre Ruth sistemava il letto e puliva l’immacolata stanza, Victoria si
sedette alla toilette e si spazzolò i capelli.
- Sono pronta – annunciò alzandosi -. Può dirmi dove trovare... Sua
grazia? Affondando i piedi nel folto tappeto rosso che copriva il corridoio
e le scale, Victoria
seguì Ruth fino ad una doppia porta intagliata, dove ai due lati vi erano
due lacchè. Prima che avesse il tempo di respirare a fondo per calmarsi, i
lacchè aprirono la porta con una riverenza silenziosa e Victoria vide una
sala all’incirca di venti metri il cui centro era occupato da un tavolo
immenso, anch’esso in marmo, sul quale vi erano sospesi tre giganteschi
lampadari di cristallo. All’inizio pensò che la sala fosse deserta, mentre
guardava le sedie dallo schienale alto rivestite di velluto dorato, allineate
intorno all’infinito tavolo. Poi, sentì il rumore di carta e si avvicinò
all’origine di quel suono.
- Buongiorno – mormorò. Charles alzò gli occhi per guardarla e impallidì.
- Dio onnipotente! – esclamò, alzandosi lentamente, esaminando ogni
dettaglio del viso giovane che aveva di fronte.
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Vide Katherine, esattamente come era stata anni addietro. Ah, con che
chiarezza, e con quale piacere, ricordava quel bel viso, ben strutturato, con
le sopracciglia inarcate e le ciglia così folte che circondavano degli occhi
dal colore degli zaffiri più preziosi! Riconobbe le morbide e sorridenti
labbra, il naso piccolo ed elegante, la piccola fossetta sul mento, oltre ai
gloriosi capelli rosso dorato che le cadevano sulle spalle come cascate di
fuoco.
Posando la mano sinistra sullo schienale della sedia, per sostenersi, lui
stese la destra verso di lei.
- Katherine – mormorò. Senza sapere come comportarsi, Victoria
appoggiò la mano su quella di lui, sentendo che
gliela stringeva con le sue lunghe dita.
- Katherine – ripetè, emozionato, mentre le lacrime brillavano nei suoi
occhi castani.
- Il nome di mia madre era Katherine – disse dolcemente Victoria. Lui le
strinse ancora di più la mano, scosse la testa e si schiarì la voce.
- Sì, sì, è chiaro. Sei la figlia di Katherine. Victoria annuì, notando che il
duca era un uomo molto alto e molto debole, con gli occhi
castano chiari che la studiavano in ogni dettaglio.
- Il mio nome è Victoria. Una strana tenerezza illuminò i suoi occhi.
- Il mio è Charles Victor Fielding.
- Io... capisco – lei balbettò.
- No, non capisci – la corresse con un sorriso gentile. Poi, l’avvolse
inaspettatamente in un abbraccio affettuoso -. Benvenuta – dichiarò.
E Victoria fu invasa dalla strana sensazione di essere a casa. Lui la liberò
con un timido sorriso e scostò una sedia.
- Devi essere affamata. O’Malley! – chiamò il lacchè che si trovava di
fianco al tavolo, vicino alla parete, coperto da vassoi d’argento -. Siamo
affamati, tutti e due.
- Sì, Vostra grazia – rispose il lacchè, affrettandosi a servire due piatti.
- Ti faccio le mie scuse più sincere per non aver mandato la carrozza ad
aspettarti, quando sei arrivata – Charles tornò a guadare Victoria -. Non ho
proprio pensato che la nave potesse arrivare prima della data stabilita,
poichè ero stato informato che le navi che arrivano dall’America di solito
ritardano. Hai fatto un buon viaggio? – chiese, mentre il lacchè metteva
davanti a Victoria un piatto con uova, patate, prosciutto e pane croccante.
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Lanciando un’occhiata all’insieme di posate sistemate accanto al suo
piatto, Victoria ringraziò in silenzio l’insistenza di sua madre affinchè lei e
Dorothy imparassero ad usare ognuna di esse in modo appropriato.
- Sì, il viaggio è stato molto piacevole – rispose con un sorriso, prima di
aggiungere timidamente: - Vostra Grazia.
- Per l’amor di Dio! – protestò Charles e rise -. Non credo che tanta
formalità sia necessaria tra noi. Se così fosse, sarei obbligato a chiamarti
contessa di Langston, o lady Victoria. E penso che non mi piacerebbe.
Preferisco essere chiamato “zio” Charles, Victoria, che ne pensi?
- Sono d’accordo. Sono certa che non mi ricorderei di rispondere se mi
chiamasse contessa di Langston, chiunque lei sia. E lady Victoria non
somiglia per niente al mio nome! – lei rispose allegramente, scoprendo che
l’atteggiamento gentile ed amichevole del duca le faceva germogliare un
profondo affetto nel cuore.
Charles la contemplò in modo strano.
- Ma sei tanto una, quanto l’altra. Tua madre era l’unica figlia del conte e
della contessa di Langston. Essi morirono quando era ancora una bambina,
ma il titolo, di origine scozzese, le fu trasmesso per diritto ereditario.
Essendo la figlia maggiore di Katherine, il titolo ora è tuo.
Victoria sembrò divertita da quell’informazione.
- E che cosa ne devo fare di esso? – chiese.
- Fa quello che facciamo tutti noi: ostentalo – rispose il cugino con una
risata e, allora, fece una pausa mentre finalmente O’Malley gli serviva la
colazione -. In verità, se non sbaglio, oltre al titolo sei erede anche di una
piccola proprietà in Scozia, ma non ne sono sicuro. Che cosa ti disse tua
madre?
- Niente. Mamma non parlava mai dell’Inghilterra o della sua vita qui.
Dorothy ed io immaginavamo che era... beh, una persona comune.
- Non c’era niente di comune in relazione a tua madre – la corresse lui con
voce emozionata, ma cercò di eludere le domande che Victoria stava per
fargli -. Un giorno, ti prometto di raccontarti tutto. ora, credo che
dovremmo conoscerci meglio.
Passò un’ora con incredibile velocità, mentre Victoria rispondeva alle
domande di Charles. Quando finirono la colazione, si rese conto che lui
aveva ottenuto un resoconto preciso della sua vita fino al momento in cui
aveva bussato alla porta di Wakefield Park con un porcellino tra le braccia.
Victoria gli aveva parlato degli abitanti della cittadina in cui aveva vissuto
prima, di suo padre e di Andrew. Per qualche motivo che Victoria non
riuscì a
36
capire, sentirla parlare dei due uomini, aveva lasciato il duca leggermente
agitato, anche se si era mostrato molto interessato nel sapere di loro. Su
Katherine, aveva evitato qualunque domanda.
- Confesso di essere confuso riguardo al tuo fidanzamento con Andrew
Bainbridge – ammise Charles, quando lei finì il racconto -. Nella lettera
che ho ricevuto dal tuo amico, il dottor Morrison, non faceva alcun cenno
al riguardo. Al contrario, diceva che tu e tua sorella eravate sole al mondo.
Tuo padre aveva già dato il consenso al fidanzamento?
- Sì e no – rispose Victoria onestamente, chiedendosi perchè l’argomento
sembrava turbarlo tanto -. Andrew e d io ci conosciamo da quando
eravamo bambini, ma papà credeva che io dovessi compiere i diciotto anni
prima di fidanzarmi. Secondo lui, si trattava di un impegno troppo serio
per assumerlo prima del tempo.
- Un uomo molto saggio, tuo padre. D’altra parte, hai compiuto diciotto
anni prima che morisse, ma non sei ancora formalmente promessa a
Bainbridge. È così?
- Beh, sì.
- Tuo padre era restio a dare la sua approvazione?
- Non esattamente. Poco prima del mio diciottesimo compleanno, la
signora Bainbridge, la madre di Andrew, propose a mio padre che Andrew
facesse una versione abbreviata del Grand Tour, così da provare i nostri
sentimenti e, anche, per dargli l’ultima occasione per godersi la vita da
celibe. Benchè Andrew considerasse l’idea completamente insensata, papà
fu pienamente d’accordo con la signora Bainbridge.
- A quanto pare, tuo padre aveva qualche dubbio nel permetterti di sposare
quel ragazzo. Infatti, se vi conoscevate da anni, non c’era la minima
necessità di mettere alla prova i vostri sentimenti. Questa mi sembra più
una scusa che una ragione. Allo stesso tempo, ho l’impressione che la
madre di Andrew si opponeva al fidanzamento.
Siccome il duca sembrava dare segni di assumere una posizione
sfavorevole a Andrew, Victoria si vide obbligata a spiegare la noiosa
verità.
- Papà non aveva nessuna riserva riguardo a Andrew, nè pensava che non
fosse un buon marito per me. Però, aveva dei seri dubbi per quanto
riguarda la mia vita con la mia futura suocera. Lei è una vedova molto
attaccata al figlio. Inoltre, è sempre malata e per quel motivo non è mai di
buon umore.
- Ah! – esclamò il duca, comprendendo finalmente la situazione -. E le sue
malattie sono gravi?
Victoria negò.
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- Secondo quello che mio padre le disse una volta, quando ero presente
anch’io, tutte le malattie della signora Bainbridge non erano che una finta.
Da giovane, davvero aveva sofferto di qualcosa al cuore, ma papà
affermava che uscire dal letto l’avrebbe aiutata molto di più che stare
sempre rinchiusa in casa, affogando nell’autocommiserazione. Come può
immaginare, loro non andavano molto d’accordo.
- Lo immagino e posso anche capire perchè! Tuo padre aveva certamente
ragione facendo obiezioni al matrimonio, cara. La tua vita sarebbe stata
molto infelice.
- Non sarò infelice – affermò Victoria, convinta, decisa a sposare Andrew
con o senza l’approvazione del duca -. Andrew è cosciente che sua madre
usa le sue malattie per cercare di manipolarlo e non permetterà che queste
finte gli impediscano di fare ciò che vuole. È stato solo d’accordo con il
viaggio perchè mio padre insistette che sarebbe stata la cosa migliore per
tutti e due.
- Hai ricevuto qualche lettera da lui?
- Solo una, ma Andrew era partito solo quindici giorni prima che
accadesse l’incidente dei miei genitori, tre mesi fa. Le lettere mandate in
Europa tardano più o meno per lo stesso tempo che ci mettono ad arrivare
alla loro destinazione. Gli scrissi, raccontandogli ciò che era successo e, di
nuovo, poco prima di prendere la nave che ci portasse qui, affinchè lui
sapesse dove trovarmi. Immagino che starà tornando a casa credendo di
trovarmi lì. Io volevo rimanere a New York ad aspettarlo, ma il dottor
Morrison non mi diede ascolto. Per qualche motivo, lui era convinto che i
sentimenti di Andrew non avrebbero resistito ala prova del tempo. Di
sicuro, fu quello che gli disse la signora Bainbridge – sospirò Victoria e
guardò fuori dalla finestra -. Lei preferisce che suo figlio si sposi con
qualcuno più importante che la figlia di un medico senza un soldo.
- Io direi che preferisce che suo figlio non si sposi con nessuno e rimanga
prigioniero accanto a lei – si arrischiò a dire il duca -. Una vedova che si
finge ammalata può essere solo una madre possessiva e dominatrice.
Non potendo negare tale affermazione, invece di condannare la sua futura
suocera, Victoria decisa di stare in silenzio al riguardo.
- Alcune delle famiglie del vicinato mi offrirono ospitalità, finchè Andrew
non fosse ritornato, ma non era una buona soluzione. Tra le altre cose, se
Andrew mi avrebbe trovato a casa di uno di loro, si sarebbe infuriato.
- Con te?
- No, con sua madre perchè non mi aveva ospitata in casa sua.
38
- Bene, il giovanotto sembra un modello di virtù – mormorò Charles,
contrariato, che dopo tutte le spiegazioni di Victoria avrebbe dovuto
rivedere il suo giudizio su Andrew.
Charles appoggiò la sua mano su quella di Victoria.
- Dimentichiamoci di Andrew e rallegriamoci che tu sia in Inghilterra.
Raccontami come ti sembra.
Victoria gli disse che le era piaciuto molto quello che aveva visto e
Charles si mise a descrivere la vita che aveva pianificato per lei. Per
cominciare, voleva che avesse un nuovo guardaroba, con una cameriera
personale che l’aiutasse. Victoria era pronta a rifiutare il suggerimento,
quando vide una figura minacciosa incamminarsi verso il tavolo con la
sicurezza di un pericoloso selvaggio, vestendo pantaloni di daino aderente
alle cosce muscolose e con una camicia bianca, aperta sul collo. Lui
sembrava ancora più alto e forte che il giorno precedente. I capelli neri
erano folti e leggermente ondulati, il naso dritto, le labbra perfettamente
formate. Se non fosse stato per l’arrogante linea del mento, ed il cinismo
indecifrabile di quei freddi occhi verdi, Victoria l’avrebbe considerato
l’uomo più attraente che avesse mai visto.
- Jason! – lo salutò Charles con entusiasmo -. Permettimi di presentarti
formalmente a Victoria, Jason, è mio nipote – spiegò voltandosi verso di
lei.
Nipote! Lei aveva sperato che fosse un semplice visitatore e, ora, scopriva
che si trattava di un parente che probabilmente viveva con Charles. La
constatazione la lasciò desolata, contemporaneamente l’orgoglio le fece
alzare il mento e sostenere lo sguardo di sfida di Jason. Lui salutò con un
breve movimento del capo, prima di sedersi e rivolgersi a O’Malley.
- E’ rimasto del cibo per me? – domandò con freddezza. Il lacchè sospirò.
- Sì, milord. C’è abbastanza cibo, ma si è raffreddato. Vado subito in
cucina, a cercarle qualcosa di caldo.
E con quelle parole, uscì dalla sala quasi correndo.
- Jason – disse Charles – ho appena detto a Victoria che deve avvalersi di
una cameriera, oltre a dover avere un guardaroba adatto a...
- No – lo interruppe Jason. Immediatamente, l’impeto di fuggire superò
tutti gli altri istinti di Victoria.
- Se mi dà il permesso, zio Charles, io... ho alcune cose da fare.
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Charles le lanciò uno sguardo di gratitudine e contemporaneamente di
scuse. Allora, come un vero gentiluomo, si alzò. Il nipote, tuttavia, si
sedette, osservandola uscire con aria annoiata.
- Niente di tutto questo è colpa di Victoria – protestò Charles, appena i
lacchè incominciarono a chiudere la porta dietro di lei -. Devi capire...
- Capire? – Jason lo interruppe -. E, per caso, quell’accattona
piagnucolosa comprende che questa è casa mia e non la voglio qui?
La porta si chiuse, ma Victoria aveva sentito abbastanza. “Accattona
frignona!”. Un’ondata di umiliazione la frustò. Apparentemente, Charles
l’aveva invitata senza il consenso di suo nipote.
Quando Victoria entrò nella stanza, col viso pallido, ma controllato, si
diresse verso il suo baule e lo aprì.
In sala da pranzo, Charles cercava di persuadere l’uomo freddo e cinico
che aveva davanti.
- Jason, non capisci...
- Sei stato tu che l’hai fatta venire in Inghilterra. Se la vuoi, portala a
vivere con te a Londra.
- Non posso farlo! – argomentò Charles con veemenza -. Lei non è ancora
pronta ad affrontare la società. Ci sono molte cose da fare, prima che possa
debuttare a Londra. Tra le altre cose, Victoria ha bisogno di
un’accompagnatrice in nome delle apparenze.
Jason fece un segno impaziente al lacchè che teneva la caffettiera sospesa
in aria, aspettando il permesso di servirgli il caffè. Poi si voltò verso
Charles e disse:
- La voglio fuori di qui, domani! Sono stato chiaro? Portala a Londra o
mandala di nuovo a casa sua, ma portala fuori di qui! Non spenderò un
centesimo per lei. Se vuoi offrirle una stagione a Londra, trova un altro
modo per evitare le spese.
Charles si massaggiò le tempie.
- Jason, so che non sei così insensibile ed inumano come stai cercando di
apparire. Lasciami almeno raccontare qualcosa su di lei.
Appoggiandosi alla sedia, Jason sospirò con aria contrariata, ma sentì
quello che Charles voleva dirgli.
- I suoi genitori sono morti alcuni mesi fa in un incidente. In un solo
giorno, Victoria ha perso sua madre, suo padre, la sua casa, la sua
sicurezza, tutto... – Quando Charles vide che Jason rimaneva in silenzio,
perse la pazienza -. Diavolo! Hai già dimenticato come ti sentisti quando
perdesti Jaime? Victoria ha perso le tre persone che più amava, incluso il
giovane al
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quale doveva fidanzarsi. Lei è ancora abbastanza ingenua da credere che il
ragazzo verrà di corsa a cercarla tra qualche settimana, ma la madre di lui
non approva il matrimonio. Puoi scrivere le mie parole: lui cederà alle
pressioni della madre, ora che Victoria è lontana separati da un oceano. La
sorella si trova sotto la protezione della duchessa di Claremont. Pertanto,
perfino la compagnia della sorella le è negata, adesso. Pensa a come ti
sentiresti, Jason! Tu sai cosa significa affrontare la morte e la perdita... o
hai già dimenticato il dolore? Si accorse che le sue parole aveva esercitato
l’effetto desiderato, perchè vide Jason tremare davanti ai suoi ricordi,
Charles ammorbidì il tono della voce.
- Lei è una ragazza innocente e sperduta, Jason. Non ha nessuno al mondo
oltre me... e te, ti piaccia o no. Pensa a lei come penseresti a Jaime nelle
stesse circostanze. Ma Victoria possiede coraggio ed orgoglio. Per
esempio, benchè abbia riso raccontandomelo, ho percepito che
l’accoglienza che ha avuto qui, ieri sera, l’ha umiliata terribilmente. Se
Victoria sente che non è benvoluta, troverà un modo per partire, e se
succede questo, non sarò mai capace di perdonarti, Jason.
Con espressione tetra, Jason si alzò.
- Per caso, è una dei tuoi figli bastardi? Charles impallidì.
- Mio Dio! Certe che no! Pensa a quello che stai dicendo! Credi che avrei
annunciato il vostro fidanzamento se lei fosse stata mia figlia?
Invece di calmare Jason, l’argomento gli fece ricordare l’annuncio del
fidanzamento che tanto lo aveva irritato.
- Se la tua figlioccia è tanto innocente e coraggiosa, perchè ha accettato di
sposarmi?
- Lei non sa niente dell’annuncio che ho fatto – replicò Charles, come se
quello fosse un dettaglio senza la minima importanza -. Si può dire che io
mi sono troppo entusiasmato dall’idea. Ti garantisco una cosa: Victoria
non ha il minimo desiderio di sposarsi con te.
L’espressione glaciale di Jason cominciò a sciogliersi e Charles si
aggrappò a quell’opportunità.
- Dubito che Victoria accetterebbe, anche se tu lo volessi. Sei molto cinico
ed indurito per una ragazza idealistica e tanto ben educata come lei.
Victoria ammirava suo padre e mi ha detto apertamente che vuole sposare
un uomo come lui: sensibile, gentile ed idealistico. E tu, mio caro, non sei
niente di tutto ciò. Mi arrischio a dire che se Victoria sapesse che è
fidanzata con te, preferirebbe la morte a...
- Credo di aver capito – Jason lo interruppe, irritato.
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- Bene – concluse Charles soddisfatto -. Ora, posso suggerire di
mantenere in gran segreto l’annuncio del fidanzamento per il momento?
Penserò a un modo per annullarlo, senza causare fastidio a nessuno di voi
due, ma non possiamo farlo immediatamente. Lei è una giovane
orgogliosa e piena di coraggio che si sta sforzando di sopravvivere in un
mondo crudele, al quale non è preparata. Se cancellassimo troppo presto il
fidanzamento, sarebbe oggetto di ogni chiacchiera a Londra. Direbbero
che tu l’hai vista e poi hai sciolto il fidanzamento.
La visione di un paio di occhi azzurri, circondati da lunghe ciglia, su un
viso troppo bello per essere vero, occupò la mente di Jason. Si ricordò del
sorriso affascinante che le aveva incurvato le labbra, poco prima che si
rendesse conto della sua presenza nella sala da pranzo. Pensandoci,
davvero Victoria sembrava una bambina vulnerabile.
- Per favore, parla con lei! – implorò Charles.
- Lo farò – fu d’accordo Jason, secco.
- Ma cerca di farla sentire benvenuta.
- Questo dipende da come si comporterà quando la troverò. Nella sua
stanza, Victoria tirò fuori alcuni abiti dall’armadio e li buttò nel baule,
mentre
le parole di Jason Fielding le ronzavano nella mente. Accattona frignona...
Non la voglio qui... Accattona frignona..., si rese conto, sentendosi
sull’orlo dell’isteria, che non aveva trovato una nuova casa. Il destino le
aveva fatto solo uno scherzo crudele. Ritornò all’armadio per prendere il
resto dei vestiti, ma sobbalzò quando vide una figura minacciosa sulla
soglia, a braccia conserte. Furiosa con se stessa per aver permesso che lui
si accorgesse della sua paura, Victoria alzò il mento con audacia,
determinata ad impedirgli di intimorirla ancora.
- Qualcuno le avrebbe dovuto insegnare a bussare prima di entrare –
dichiarò.
- Bussare? – lui ripetè in tono sarcastico -. Anche quando la porta è aperta?
– abbassò gli occhi sul baule -. Sta pensando di partire?
- E’ ovvio.
- Perchè?
- Perchè non sono un’accattona piagnucolosa e detesto essere di peso a chi
non mi vuole. Invece di mostrarsi colpevole per le parole che aveva
pronunciato, Jason represse un
sorriso.
- Nessuno le ha insegnato a non ascoltare dietro le porte?
- Non ho fatto quello! – protestò Victoria, adirata -. Lei ha criticato il mio
carattere a voce così alta che l’avranno sentita perfino a Londra!
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- Dove vuole andare? – chiese, ignorando la critica.
- Non è di sua competenza.
- Risponda alla mia domanda! – ordinò Jason freddamente. Victoria lo
guardò dalla testa ai piedi. Appoggiato allo stipite della porta, sembrava
pericoloso e invincibile. Per la verità, sembrava disposto a strapparle la
risposta a qualunque costo. Invece di dargli tale soddisfazione, dichiarò:
- Ho del denaro. Troverò un posto dove vivere nel villaggio.
- Lei? – le chiese con sarcasmo -. Solo per curiosità, che cosa farà quando
“quel denaro” sarà finito?
- Lavorerò! Jason continuò a guardarla con aria ironica.
- Che idea emozionante! Una donna che desidera davvero lavorare! Mi
dica che lavora sa fare. Può condurre un aratro?
- No...
- Tagliare la legna?
- No.
- Mungere una vacca?
- No!
- Allora vedo che è inutile, tanto per se stessa, quanto per qualunque altra
persona.
- Non è vero! – Victoria si difese -. Sono capace di fare molte cose, come
cucire, cucinare e...
- E fare in modo che gli abitanti del villaggio commentino sui mostruosi
Fielding che l’hanno cacciata dalla loro casa? Lo dimentichi. Non lo
permetterò.
- Non mi ricordo di aver chiesto il suo permesso – replicò Victoria con
arroganza. Sorpreso da quella risposta, Jason rimase in silenzio per alcuni
istanti. Raramente degli
uomini adulti osavano sfidarlo, ma lì c’era una ragazza che non aveva
esitato un istante a farlo. Se non fosse stato tanto esasperato da tutta la
situazione, Jason le avrebbe dato una pacca sulla spalla, con un sorriso di
ammirazione per il suo coraggio. Frenando il raro impulso di ammorbidire
il tono della sua voce, cercò di mantenersi freddo.
- Se è tanto ansiosa di pagare per il suo mantenimento, cosa di cui dubito,
può fare qui quello che ha detto.
- Mi dispiace molto – annunciò tranquillamente, - ma non è possibile.
- Perchè no?
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- Perchè semplicemente non riesco ad immaginarmi di fare riverenze,
acquattandomi e tremando di paura ogni volta che lei passa, come fanno i
suoi domestici. Quasi quel pover’uomo con il dente infiammato, sveniva
quando lei...
- Chi? – chiese Jason, confuso.
- Il signor O’Malley.
- E chi è il signor O’Malley? Victoria socchiuse gli occhi.
- Non sa i nomi dei suoi dipendenti, vero? Il signor O’Malley è il lacchè
che è andato a prenderle la colazione e cammina col viso così gonfio...
Jason proseguì:
- Charles vuole che lei rimanga qui. Punto. – Già sulla porta, la osservò di
nuovo con sguardo duro e minaccioso -. Se sta pensando di partire,
contrariamente ai miei ordini, devo avvisarla di non provarci. Mi
obbligherà a seguirla e le garantisco che non le piacerebbe nemmeno un pò
quello che succederebbe quando la troverei. Mi creda.
- Non ho paura delle sue minacce – mentì Victoria, cercando in fretta di
pensare alle alternative che aveva. Non voleva ferire Charles con la sua
partenza, ma il suo orgoglio non le permetteva di essere una “accattona” in
casa di Jason. Ignorando la luce pericolosa in quegli affascinanti occhi
verdi, dichiarò: - resterò, ma pretendo di lavorare in cambio del mio
sostentamento.
- D’accordo – rispose Jason, con la strana sensazione che lei stava uscendo
vittoriosa dal quel conflitto.
Si girò per andare via, quando Victoria chiese in tono professionale.
- Posso sapere quanto riceverò al giorno? Jason respirò a fondo, sul punto
di perdere a pazienza.
- Sta cercando di irritarmi?
- Assolutamente no. Voglio solo sapere quanto guadagnerò, così che potrò
fare i miei piani per il giorno in cui... – Victoria tacque vedendolo uscire
senza aggiungere altro.
Charles mandò una domestica ad invitarla a pranzare con lui. Il pranzo fu
molto piacevole, poichè Jason non era presente. Il pomeriggio invece,
passò lentamente e, senza riuscire a sopportare ancora l’inquietudine,
Victoria decise di uscire a fare una passeggiata. Vedendola scendere le
scale, il maggiordomo le aprì la porta d’ingresso. Per mostrargli che non
conservava nessun risentimento nei suoi riguardi per quello che era
successo il giorno precedente, Victoria sorrise.
- Molte grazie, signore...
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- Northrup – la guardò lui con espressione accuratamente impassibile.
- Northrup? – ripetè Victoria cercando di prolungare la conversazione -. È
il suo nome di battesimo o il cognome?
- E’... il mio cognome, signorina – rispose, sembrando irritato e sorpreso.
- E’ da molto tempo che lavora qui? – continuò. Northrup incrociò le mani
dietro la schiena con aria solenne.
- Sono nove generazioni che la mia famiglia ha servito i Fielding,
signorina. Spero di compiere questa rispettabile professione come i miei
antenati.
- Capisco – mormorò Victoria, trattenendo l’impulso di ridere davanti al
profondo orgoglio che rivelava per il lavoro che sembrava non essere altro
che aprire e chiudere porte alle persone.
Come se le avesse letto nella mente, aggiunse:
- Se ci fosse qualche problema con i domestici, basta comunicarmelo,
signorina. Come capo dei domestici, è mio compito assicurarmi che
qualunque mancanza sia immediatamente corretta.
- Sono certa che questo non succederà. Qui sono tutti molto efficienti – lo
elogiò gentilmente.
Troppo efficienti, pensò, uscendo nel giardino illuminato dal sole.
Attraverso i giardini e fece un giro intorno alla casa, decisa a visitare le
stelle e conoscere i cavalli. Mentre si stava avvicinando, si ricordò che le
mele erano un ottimo frutto per avvicinarsi ad essi. Così andò in cucina
seguendo le istruzioni datele dai giardinieri.
L’enorme cucina era piena di domestici. Alcuni preparavano il pane, altri
mescolavano in alcune pentole o tagliavano delle verdure. In mezzo a
quella confusione, un uomo molto grasso, con un immenso grembiule
bianco e impugnando un cucchiaio di legno, gridava istruzioni in inglese e
francese.
Victoria si avvicinò ad una donna che lavorava al tavolo più vicino.
- Per favore, può dirmi dove posso trovare delle mele o delle carote? La
donna lanciò uno sguardo furioso all’uomo del grembiule bianco che
guardava
Victoria come se volesse colpirla col suo cucchiaio. Poi sparì dietro una
porta, tornando dopo pochi istanti portando due mele e due carote.
- Grazie, signora...
- Northrup, signorina – le disse precipitosamente la donna.
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- Oh, bene. Ho conosciuto suo marito, il maggiordomo – commentò
Victoria con un sorriso, - ma non mi ha detto che anche sua moglie
lavorava qui.
- Il signor Northrup è mio cognato – la corresse.
- Ah – mormorò Victoria, percependo la riluttanza della donna a
conversare sotto gli occhi dell’uomo grasso e arrabbiato che sembrava
essere il capo -. Bene, allora buona giornata, signora Northrup.
Si incamminò per il sentiero sterrato di fianco al bosco che portava alle
stalle. Victoria camminava senza fretta, ammirando la vasta estensione di
campagna e di giardini spettacolari che stava alla sua sinistra.
All’improvviso, un rapido movimento a pochi metri da lei, la fece fermare.
Nelle sue vicinanze, tra la strada e il bosco, vi era della spazzatura
destinata a trasformarsi in concime, e accanto vi era un grande animale
grigio che scavava in essa. Quando lo vide, a Victoria le si gelò il sangue.
Era un lupo!
Paralizzata dal terrore, Victoria rimase dov’era, con la paura di fare
qualunque movimento o rumore. I peli grigi del lupo, nonostante fossero
molto folti, non nascondevano le sue costole prominenti indicando così la
sua eccessiva magrezza. Per cui, la conclusione di Victoria fu che
quell’animale era affamato e, probabilmente, disposto a mangiare
qualunque cosa avesse trovato. Compreso lei stessa. Cautamente, Victoria
fece un passo indietro, in direzione della casa.
L’animale ringhiò, alzando il labbro superiore esibendo così i suoi enormi
e taglienti canini. Victoria reagì automaticamente, tirando le mele e le
carote nella sua direzione, con lo scopo di distrarlo dall’ovvia intenzione di
attaccarla. Ma, invece di lanciarsi sul cibo, come sperava, il lupo corse
verso il bosco, con la coda tra le gambe. Victoria si voltò e corse in
direzione della casa, entrando per la prima porta che vide. Allora, andò alla
finestra e scoprì che l’animale, parzialmente nascosto dagli alberi,
osservava le mele e le carote con sguardo affamato.
- Sta cercando qualcosa, signorina? – domandò un lacchè, interrompendo
il suo passo veloce in direzione della cucina.
- Ho visto un animale – spiegò Victoria, spaventata -. Credo che sia un... –
Vide il lupo lasciare il suo nascondiglio, prendere il cibo che lei gli aveva
gettato e correre di nuovo nel bosco. Oh, era spaventato! Ed affamato -.
Avete dei cani qui? – chiese, pensando che avrebbe potuto commettere un
errore che l’avrebbe fatta passare per una incredibile ignorante.
- Sì, signorina, molti.
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- Qualcuno di essi è grande, magro e grigio?
- Quello è il vecchio cane di milord, Willie. È sempre fuori, alla ricerca di
cibo. Non è pericoloso, se è quello che la preoccupa. La signorina lo ha
visto?
- Sì – rispose Victoria, sentendo crescere dentro di sè la rabbia, ricordando
il vecchio animale in cerca di cibo tra la spazzatura -. Ma sta morendo di
fame! Qualcuno dovrebbe dargli del cibo.
- Willie si comporta sempre come se fosse affamato – le disse il lacchè in
tono indifferente -. Milord dice che se mangia di più, diventerà troppo
grasso per correre.
- Se mangia di meno, sarà troppo debole per vivere – replicò Victoria,
furiosa. Non era difficile immaginare quell’individuo senza cuore che
lasciava il proprio cane a
morire di fame. Adirata, ritornò in cucina e chiese altre mele, carote e un
piatto con degli avanzi di cibo.
Nonostante la simpatia che sentiva per l’animale, Victoria dovette lottare
per dominare la paura, mentre si avvicinava al bosco, da dove il cane la
osservava. Ricordandosi della sicurezza del lacchè che il cane, sì, solo un
cane, non era pericoloso, si avvicinò il massimo che le permise il suo
coraggio, porgendo il piatto.
- Qui, Willie – chiamò con voce dolce -. Ho portato del cibo per te. Con
passi timidi, si avvicinò un pò di più. Willie alzò le orecchie e tornò ad
esibire i suoi
denti affilati. Perdendo il coraggio, Victoria lasciò il piatto a terra, si voltò
e andò di corsa verso le stalle.
Cenò con Charles, e dal momento che Jason era di nuovo assente, la
conversazione fu molto gradevole. Tuttavia, quando Charles si ritirò, si
ritrovò di nuovo senza niente da fare. Oltre alla passeggiata fino alle stalle
e alla sua avventura con Willie, Victoria non aveva fatto altro che
passeggiare di qua o di là completamente annoiata. Decise di cominciare a
lavorare il mattino seguente. Era abituata ad essere occupata e doveva
trovare assolutamente un modo per riempire il suo tempo. Non aveva
parlato a Charles della sua intenzione di lavorare per il suo sostentamento,
ma certamente sarebbe stato sollevato che lei si rendesse utile,
risparmiandosi così nuove esplosioni adirate da parte di quel suo nipote.
Andò subito in camera sua e passò il resto della serata a tentare di scrivere
una lettera allegra e ottimista per Dorothy.
Capitolo 6
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Il mattino dopo, Victoria si svegliò presto, al canto degli uccellini.
Scendendo dal letto, guardò dalla finestra aperta e vide il cielo di un
azzurro intenso, con appena qualche piccola nuvola bianca. La giornata
sembrava invitare alla vita all’aria aperta.
Senza perdere tempo, si lavò e si vestì prima di andare in cucina in cerca di
cibo per Willie. Jason Fielding era stato molto sarcastico quando le aveva
chiesto se era capace di maneggiare un aratro, tagliare la legna o mungere
una vacca. Bene, Victoria non credeva di essere capace di fare le prime
due cose, ma le vacche le aveva munte varie volte, quando era a casa sua.
Il compito non le sembrava tanto difficile. Inoltre, dopo sei settimane
confinata su una nave, qualunque attività fisica sarebbe stata ben accolta.
Stava per uscire dalla cucina, quando un pensiero improvviso la colse.
Ignorando lo sguardo adirato dell’uomo del grembiule bianco, che la
osservava come se fosse una matta che aveva invaso il suo regno, si rivolse
alla signora Northrup.
- C’è qualcosa che posso fare per aiutare qui in cucina? – chiese. La
signora Northrup socchiuse gli occhi.
- No, certo che no. Victoria sospirò.
- In questo caso, può dirmi allora dove si trovano le mucche?
- Le mucche? – ripetè l’altra, sorpresa -. Perchè?
- Voglio mungerle. La donna impallidì, ma non disse nulla. Dopo un
istante, Victoria si strinse nelle spalle
ed uscì, decisa a scoprire da sole dov’erano le mucche. Andò in direzione
del bosco, alla ricerca di Willie. In quello stesso momento, la signora
Northrup si ripulì della farina ed andò alla ricerca del signor Northrup.
Avvicinandosi agli alberi, Victoria vide Willie. Per un momento, si
distrasse con il pensiero che tale nome non sembrava adatto ad un animale
così grande, e dall’aspetto così feroce. Benchè continuasse a sentirsi
impaurita, si avvicinò ancora di più rispetto al giorno precedente, prima di
posare il piatto a terra e mormorare:
- Vieni, Willie, ti ho portato la colazione. Vieni a mangiare. Gli occhi
dell’animale si posarono sul cibo, ma non si mosse.
- Non ti vuoi avvicinare? – insistette Victoria, determinata a fare amicizia
con il cane di Jason Fielding, poichè il suo padrone era irraggiungibile.
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Sfortunatamente, il cane non si mostrò più amichevole del padrone,
limitandosi a guardarla con sguardo diffidente e minaccioso. Con un
sospiro, Victoria si allontanò, lasciando il piatto a terra.
Un giardiniere le spiegò dove poteva trovare le vacche e Victoria andò fino
al granaio, impeccabilmente pulito e ben tenuto. Allora, si fermò davanti
ad una dozzina di mucche, che la osservavano con i loro grandi e miti
occhi. Prese uno sgabello e un secchio e si avvicinò alla più grassa.
- Buongiorno – la salutò e le accarezzò la testa, mentre cercava di prendere
coraggio. Ora che era di fronte al compito imposto a se stessa, non era
sicura di sapere come
procedere. Dopo qualche momento di esitazione, Victoria si sedette sullo
sgabello e mise il secchio sotto le mammelle della vacca. Lentamente, si
tirò su le maniche del vestito e strinse intorno a sè la gonna. Senza
accorgersi della presenza dell’uomo che era appena entrato, accarezzò il
fianco dell’animale e respirò profondamente.
- Devo essere completamente onesta con te – confessò a voce alta -. La
verità è che questo non l’ho mai fatto prima.
Tale ammissione interruppe i passi di Jason che si fermò ad osservarla con
sguardo divertito. Seduta sullo sgabello, sembrava una principessa sul suo
trono. Il suo profilo ben delineato era messi in risalto dai capelli rosso
dorato che brillavano sotto i raggi del sole che invadevano il granaio.
Quando Victoria si chinò per mettere meglio in posizione il secchio, Jason
non potè evitare di notare le curve promettenti del seno, che si
intravedevano dalla scollatura dell’abito nero. Le parole che pronunciò di
seguito, gli fecero reprimere una risata.
- Questo è noioso per te quanto per me. Victoria stese le mani e toccò le
mammelle della mucca, facendo una smorfia di disgusto.
Respirò a fondo e tentò di nuovo, stringendo velocemente, due volte di
seguito per poi fermarsi e riprovare ancora. Poi guardò dentro il secchio,
piena di speranza. Non c’era nemmeno una goccia di latte.
- Ah, per favore. Non rendermi le cose ancora più difficili – implorò
rivolta alla mucca. Ripetè il processo più volte, ma non accadde nulla.
Sconsolata, al terzo tentativo strinse
più forte le mammelle, così che la vacca voltò la testa verso di lei
lanciandole uno sguardo infuriato.
- Sto facendo la mia parte – dichiarò Victoria, restituendole lo sguardo
maligno -. Il minimo che puoi fare è fare anche tu il tuo dovere.
Dietro di lei, una voce maschile disse:
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- Il latte caglia, se continua a guardarla in quel modo. Allarmata, Victoria
cadde dallo sgabello.
- Lei! – esclamò, mortificata dalla scena a cui lui aveva assistito -. Perchè
deve essere sempre così silenzioso? Il minimo che potrebbe fare è...
- Applaudire? – le suggerì, sforzandosi di non ridere -. È sua abitudine
conversare con gli animali?
Victoria non si sentiva in vena di sopportare gli scherzi e, notando la luce
che brillava negli occhi di Jason, era proprio ciò che lui stava facendo. Con
tutta la dignità che le rimaneva, si alzò e si aggiustò la gonna. Poi cercò di
passargli di fianco.
Con un rapido movimento, Jason la prese per un braccio.
- Non finisce di mungere?
- Lei già lo sa che non posso.
- Perchè no? Victoria alzò il mento e lo guardò direttamente negli occhi.
- Perchè non so come fare.
- Vuole imparare?
- No. Tolga la mano dal mio braccio – disse nello stesso momento in cui
lo tirava, -cercherò un’altra cosa da fare per pagarmi il mio mantenimento.
Sentì il suo sguardo che la seguiva mentre si allontanava, ma la sua
attenzione fu immediatamente distratta, quando vide Willie, nel suo
nascondiglio dietro gli alberi, che la osservava. Sentì un brivido alla spina
dorsale, ma decise di ignorarlo. Era appena stata intimorita da una vacca e
per niente al mondo avrebbe permesso ad un cane di farle la stessa cosa.
Jason la osservò sparire e, allora, allontanò dalla mente l’immagine della
ragazza angelica e ritornò al lavoro che aveva abbandonato quando
Northrup lo aveva informato che la signorina Seaton voleva mungere le
mucche.
Riprendendo il suo lavoro dietro la scrivania, si rivolse la suo segretario.
- Dove eravamo rimasti, Benjamin?
- Mi stava dettando una lettera per il suo uomo a Delhi, milord.
Avendo fallito il suo tentativo con la mucca, Victoria cercò il giardiniere
che le aveva spiegato come arrivare al granaio. Gli si avvicinò e chiese se
avrebbe potuto essere d’aiuto a piantare i bulbi che lui stava piantando.
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- Badi alle faccende del granaio e rimanga fuori dalla mia strada, donna! –
rispose di cattivo umore.
Victoria rinunciò. Senza spiegare che non aveva alcun lavoro da sbrigare
nel granaio, si voltò e ritornò verso casa, andando nell’unico posto dove
sarebbe stata davvero qualificata per fare qualcosa di utile: la cucina.
Quando la vide andarsene per il sentiero, il giardiniere interruppe il suo
lavoro e andò alla ricerca di Northrup.
Senza essere notata, Victoria si fermò accanto alla porta della cucina per
qualche minuto. Otto domestiche lavoravano, preparando il cibo, il cui
piatto principale sembrava essere lo stufato di carne con verdure, oltre al
pane a ad altri contorni. Devastata dai due tentativi fatti per rendersi utile,
cercò qualcosa da fare che davvero sarebbe stata in grado di svolgere.
Quindi si avvicinò all’irascibile cuoco francese.
- Mi piacerebbe poter essere d’aiuto.
- Sparisca! – lui gridò, confondendola evidentemente con una domestica, a
causa del suo semplice abito nero -. Fuori! Fuori di qui! Vada a fare il suo
lavoro!
Victoria era stanca di essere trattata come un’idiota inutile. Con voce
educata ma forte, disse:
- Posso aiutare qui, è evidente, visto come state lavorando, è ovvio che ha
bisogno dell’aiuto di più persone.
Il cuoco sembrò sul punto di scoppiare.
- Lei non è preparata! – rispose -. Fuori! Quando Andrè avrà bisogno di
lei, chiederà lui stesso un aiuto e allora la preparerà.
- Non c’è assolutamente niente di complicato nella preparazione di una
zuppa, monsieur – insistette Victoria, esasperata. Ignorando il colore
scarlatto sorto sulle guance dell’uomo, davanti al modo insolente in cui
ella si riferiva della sua ben attrezzata cucina, continuò: -Tutto quello che
si deve fare è tagliare le verdure su questo tavolo e metterle in quella
pentola.
Il cuoco emise un suono soffocato, prima di strapparsi il grembiule.
- Farò in modo che lei sia cacciata da questa casa entro cinque minuti! –
annunciò, uscendo dalla cucina.
Nel teso silenzio che seguì, Victoria si guardò intorno, vedendo le
domestiche che la guardavano, pietrificate, con espressioni che andavano
dalla simpatia al divertimento.
- Mio Dio, bambina – disse una signora di mezza età, ripulendosi la farina
dalle mani -. Che cosa ha detto per provocarlo in quel modo? Lui vuole
cacciarla da questa casa!
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Eccetto Ruth, la cameriera che badava alla camera di Victoria, quella era la
prima voce amichevole che sentiva dai domestici di quella casa.
Disgraziatamente, era così infelice per aver creato problemi, quando il suo
scopo era solo quello di essere d’aiuto, che la simpatia della donna la
ridusse quasi in lacrime.
- Non che lei abbia sbagliato nel dire che è semplice fare uno stufato –
continuò la donna, dandole una pacca sulla spalla -. Chiunque di noi
potrebbe occuparsi della cucina anche se non ci fosse Andrè. Ma milord
vuole il meglio e Andrè è considerato il miglior cuoco del paese. Ora,
conviene che lei prepari le sue cose, perchè non c’è dubbio che sarà
licenziata immediatamente.
- Non sono una domestica, ma un’ospite – la informò Victoria a bassa
voce -. Pensavo che la signora Northrup ve ne avesse parlato.
La donna si limitò a guardarla a bocca aperta.
- No, signorina, lei non ha detto nulla. Ai domestici è proibito conversare
e la signora Northrup sarebbe l’ultima a disubbidire ad un ordine, perchè è
uguale al signor Northrup, il maggiordomo. Io sapevo che avevamo
un’ospite, ma... – Lanciò uno sguardo al vestito semplice di Victoria,
provocandole un intenso rossore alle guance -. Vuole mangiare qualcosa?
Le spalle di Victoria si piegarono di frustrazione e disperazione.
Jason aveva appena ripreso la lettera che aveva smesso di dettare quando
era stato informato che Victoria era andata a mungere le vacche, quando
Northrup bussò di nuovo alla porta.
- Che cosa c’è, adesso? – chiese, impaziente, vedendo entrare il
maggiordomo.
- E’ di nuovo la signorina Seaton, milord. Lei... beh... ha cercato di aiutare
il giardiniere a piantare i bulbi. Lui l’ha confusa con una domestica e, ora
che l’ho informato che è un’ospite, è preoccupato che milord può essere
scontento del suo lavoro, e per quel motivo lei è andata fin lì per...
- Dica al giardiniere – Jason lo interruppe con voce gelida – che ritorni al
suo lavoro. E poi avverta la signorina Seaton di non disturbare più il
giardiniere. E lei – aggiunse in tono minaccioso, - se ne vada! Ho del
lavoro da finire. – Si voltò verso il segretario e chiese di nuovo: - Dove
eravamo rimasti, Benjamin?
- Alla lettera per il suo uomo a Delhi, milord. Jason aveva dettato solo
alcune righe, quando sentì dei forti mormorii dall’altro lato della
porta del suo ufficio. Un secondo dopo, la porta si aprì ed il cuoco entrò,
seguito dal disperato Northrup che cercava di impedirgli l’ingresso in ogni
modo.
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- O va via lei o vado via io! – Monsieur Andrè dichiarò urlando,
camminando verso la scrivania di Jason -. Non ammetto che quella rossa
metta piede nella mia cucina!
Con una tranquillità preoccupante, Jason appoggiò la penna sul tavolo ed
alzò lo sguardo verso il cuoco.
- Che cosa ha detto?
- Ho detto che non ammetto...
- Fuori – ordinò Jason, con voce dolce. Il cuoco impallidì.
- Oui – rispose in fretta, indietreggiando di qualche passo -. Ritornerò in
cucina...
- Fuori dalla mia casa – chiarì Jason -. E dalla mia proprietà. Ora!
Alzandosi, Jason uscì dall’ufficio e si diresse in cucina. Le domestiche
rimasero di pietra nel vederlo.
- Qualcuna di voi sa cucinare? – chiese, senza preamboli.
Immediatamente, Victoria concluse che il cuoco aveva dato le dimissioni a
causa sua.
Inorridita all’idea, si avvicinò, ma lo sguardo di Jason le disse che se si
fosse offerta per occupare quella mansione, le conseguenze sarebbero state
nefaste. Lui si guardò intorno, furioso e contrariato.
- E’ mai possibile che qui nessuno sa cucinare? – chiese di nuovo. La
signora Craddock inspirò e poi rispose:
- Io ne sono capace, milord.
- Bene, a partire da ora, è lei la responsabile della cucina. In futuro, per
favore, eviti quelle orribili salse francesi che ho dovuto mangiare. – E con
quelle parole, Jason si voltò poi verso Victoria ed ordinò: - Lei stia lontana
dal granaio, dai giardini e dalla cucina!
Uscì e le domestiche si voltarono verso Victoria con un sguardo di
gratitudine. Dispiaciuta per i problemi che aveva causato, si limitò ad
abbassare la testa e a continuare a preparare il cataplasma per il signor
O’Malley.
- Al lavoro! – la signora Craddock ordinò con un sorriso -. Dobbiamo
provare a milord che siamo capaci di badare alla cucina, senza che sia
necessario romperci le orecchie dalle urla o le nostre mani da un mestolo
di legno!
Victoria alzò gli occhi, guardando la donna con uno sguardo sorpreso e
inorridito.
- Era un tiranno crudele – spiegò la signora Craddock, riferendosi al cuoco
francese -. Le siamo profondamente grate per averci liberato di lui.
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Ad eccezione del giorno in cui i suoi genitori erano morti, Victoria non si
ricordava di aver avuto un giorno peggiore di quello nella sua vita. Prese il
miscuglio che suo padre le aveva insegnato a preparare per alleviare il mal
di denti ed uscì.
Non trovando O’Malley, cercò Northrup e lo trovò che usciva da una
stanza strapiena di libri. Là dentro, vide Jason seduto davanti a una
scrivania, che conversava con un uomo con gli occhiali.
- Signor Northrup – chiamò con voce soffocata mentre gli porgeva il
miscuglio – potrebbe avere la gentilezza di consegnare questo al signor
O’Malley? Gli dica che è un cataplasma da applicare sul dente e sulle
gengive, varie volte al giorno. L’aiuterà a diminuire il gonfiore e anche il
dolore.
Distratto di nuovo dalle voci fuori alla porta del suo ufficio, Jason posò il
documento che stava leggendo, si alzò ed aprì la porta. Senza accorgersi di
Victoria che stava salendo le scale, si rivolse a Northrup:
- Che diavolo c’è questa volta?
- Lei... ha preparato un rimedio per il dente di O’Malley, milord. – Il
maggiordomo rispose con voce tesa, indicando con un dito tremante la
scala.
Jason si voltò e spalancò gli occhi nel vedere la figura delicata e piena di
curve che saliva le scale.
- Victoria – disse. Lei si voltò, pronta a sentire una aspra predica, ma lui
parlò con voce controllata, anche
se autoritaria.
- Non usi più abiti neri. Non mi piacciono.
- Mi dispiace molto se i mie vestiti la offendono – rispose con dignità, -
ma sono in lutto per i miei genitori.
Jason aggrottò la fronte, ma aspettò che scomparisse prima di parlare di
nuovo a Northrup.
- Mandi qualcuno a Londra a comprare vestiti decenti per lei. E poi, si
liberi lei di quegli stracci neri.
Quando Charles scese per il pranzo, Victoria si sedette al suo fianco, con
espressione abbattuta.
- Mio Dio, bambina! Che cosa è successo? Sei pallida come un fantasma.
Victoria confessò le sue disavventure della mattinata e Charles sentì che le
labbra gli
tremavano per il riso trattenuto.
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- Eccellente! – esclamò quando finì di ascoltare -. Continua così, a mettere
sottosopra la vita di Jason, cara. È esattamente quello di cui ha bisogno. In
superficie, può sembrare freddo e duro, ma è solo apparenza. La donna
giusta sarà capace di scoprire la gentilezza che si nasconde dentro di lui. E
quando ciò succederà, Jason la farà molto felice. Tra le altre cose, è un
uomo molto generoso...
Charles alzò le sopracciglia, lasciando la frase a metà. Victoria si sentì
intimidita davanti allo sguardo attento del cugino e si chiese se Charles si
stava per caso cullando nell’illusione che quella donna potesse essere lei.
Oltre a non credere che ci fosse una briciola di gentilezza in Jason
Fielding, non voleva nessun tipo di implicazione con lui. Ma, invece di
dire quelle parole a Charles, con molto tatto cambiò argomento.
- Dovrei ricevere notizie da Andrew nelle prossime settimane.
- Ah, sì... Andrew – mormorò lui, con espressione cupa.
Capitolo 7
Il giorno dopo, Charles portò Victoria a fare una passeggiata in carrozza
nel villaggio più vicino e, benchè questo le provocò un’immensa nostalgia
per casa sua, Victoria fu felice dell’uscita. Fiori da tutte le parti: in vasi,
dove erano trattati con attenzione e affetto, e nelle montagne e nei campi,
dove avevano solo le cure e le attenzioni di madre natura. Il villaggio era
molto carino con le sue casette imbiancate e le strade sterrate. Victoria si
innamorò immediatamente del posto.
Ogni volta che uscivano da uno dei piccoli negozi, gli abitanti della
cittadini si fermavano, si toglievano il cappello e facevano una riverenza.
Si rivolgevano a Charles come “Vostra grazia” e, benchè lui non sapesse il
nome di nessuno di loro, trattava tutti con simpatia e semplicità, senza dare
la minima importanza alla differenza sociale che li separava.
Quando ritornarono a Wakefield Park, quel pomeriggio, Victoria si sentiva
più ottimista in relazione alla sua nuova vita ed aveva buone speranze di
poter conoscere meglio gli abitanti della cittadina.
Per evitare nuovi problemi, per il resto della giornata si limitò a stare nella
sua stanza a leggere, oltre a fare due escursioni nel bosco, dove cercò
senza successo di avvicinarsi a Willie.
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Prima di cena, si mise a letto e dormì, pensando che nuovi conflitti tra lei e
Jason Fielding potevano essere evitati se lei si fosse tenuta fuori della sua
vista, come aveva fatto per tutto il giorno.
Si sbagliò. Quando si svegliò, Ruth stava mettendo nel suo armadio una
grande quantità di abiti colorati.
- Non sono miei – la informò Victoria con voce insonnolita, alzandosi.
- Certo che lo sono, signorina – la corresse Ruth con entusiasmo -. Milord
li ha ordinati a Londra.
- Per favore, gli dica che non li metterò – chiese gentilmente Victoria,
usando però un tono fermo.
- Ah, no, signorina! Non posso farlo!
- Ma io sì, che posso! – dichiarò Victoria, aprendo l’armadio per prendere
uno dei suoi abiti.
- Non ci sono più – spiegò Ruth, afflitta -. Sono stati buttati. Per ordine di
milord...
- Capisco – disse Victoria con calma, benchè si sentisse invasa da una
furia quale non avrebbe mai pensato di poter provare.
- Signorina – chiamò la domestica, torcendosi le mani, - milord mi ha
detto che potrò essere la sua cameriera personale, se i miei servigi
l’avessero soddisfatta.
- Non ho bisogno di una cameriera personale, Ruth. Le spalle della ragazza
si piegarono.
- Sarebbe meglio dei miei compiti attuali...
- D’accordo – concesse Victoria, incapace di resistere al tono di supplica
di Ruth -. Che cosa fa esattamente una cameriera personale?
- Beh, dovrò aiutarla a vestirsi e a curare i suoi vestiti così che siano
sempre puliti e ben stirati. Devo prendermi cura dei suoi capelli. Posso? La
signorina ha dei capelli così belli e mia madre dice sempre che sono molto
brava per questo.
Victoria fu d’accordo, non perchè le piacesse particolarmente avere i
capelli a posto, ma perchè aveva bisogno di tempo per calmarsi, prima di
affrontare Jason Fielding. Un’ora dopo, indossando un abito di seta color
pesca, con piccoli volants di raso dello stesso colore, Victoria si guardò
allo specchio. I suoi capelli erano stati pettinati in alto sulla testa, da dove
poi scendevano in riccioli intrecciati con dei nastri dello stesso colore del
vestito, il tutto risultava essere un’acconciatura tra le più sofisticate. Le sue
guance erano leggermente rosse per la rabbia e i suoi occhi azzurri
brillavano di risentimento e vergogna.
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Non aveva mi visto, nè immaginato un vestito meraviglioso come quello e
nemmeno aveva mai immaginato di poter apparire così diversa dal solito.
Non le piaceva affatto sentirsi forzata a smettere il lutto per i propri
genitori.
- Ah, signorina! – esclamò Ruth, incrociando le braccia sul petto -. È tanto
bella! Milord non crederà ai suoi occhi quando la vedrà.
Ruth aveva ragione, ma Victoria era troppo infuriata per sentirsi gratificata
dall’espressione affascinata di Jason, quando entrò in sala da pranzo.
- Buona sera, zio Charles – salutò il cugino con un bacio sulla guancia,
notando che Jason si era alzato.
Invasa da un profondo senso di ribellione, Victoria si voltò verso di lui e
rimase in silenzio, osservandolo con disprezzo e risentimento, mentre gli
occhi verdi di lui percorrevano insolentemente tutto il suo corpo. Benchè
fosse abituata a ricevere sguardi di ammirazione da diversi uomini,
Victoria riconobbe che non c’era niente di gentile nel modo in cui Jason la
guardava.
- Ha finito? – chiese furiosa. Senza fretta, lui alzò lo sguardo verso di lei,
mentre un sorriso ironico gli curvava le
labbra davanti alla furia che Victoria non si era data pena di nascondere.
Jason allungò una mano e, in una reazione automatica, Victoria
indietreggiò di un passo, prima di rendersi conto che lui stava solo per
scostarle la sedia affinchè potesse sedersi.
- Ho commesso un’altra sciocchezza, come quella di non bussare alla
porta? – le chiese, divertito, avvicinando pericolosamente le labbra al volto
di Victoria, mentre lei si sedeva -. Non è abitudine in America che un
gentiluomo aiuti una signora a sedersi?
Victoria allontanò la testa bruscamente.
- Mi sta aiutando a sedermi o sta cercando di mangiarsi il mio orecchio?
Jason non trattenne una risata.
- Forse lo farò, se la nuova cuoca non ha preparato una cena soddisfacente.
– Sedendosi, si rivolse a Charles e spiegò: - Ho licenziato quel grasso
francese.
Victoria si sentì colpevole per la parte avuta nell’incidente, ma era così
arrabbiata con Jason per aver ordinato di buttare i suoi abiti che nemmeno
il senso di colpa diminuì la sua rabbia. Decisa a parlare della cosa dopo la
cena, si rivolse esclusivamente a Charles. Però, man mano che la cena
proseguiva, si sentiva turbata dal modo in cui Jason la osservava, tra le
candele del candelabro che occupava il centro del tavolo.
Jason si portò il bicchiere alle labbra, studiandola. Sapeva che Victoria era
furiosa con lui per aver ordinato alla cameriera di disfarsi dei suoi stracci
neri. Tanto che, a giudicare dalla
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luce assassina di quei spettacolari occhi azzurri, non aveva il minimo
dubbio che appena ne avrebbe avuto l’opportunità, lo avrebbe redarguito.
Lì stava una vera bellezza, orgogliosa e piena di coraggio, pensò Jason con
imparzialità. Prima si era già accorto che era una bella ragazza, ma non
aveva immaginato che si trasformasse in modo così affascinante,
semplicemente cambiando vestito. Forse, il suo odio per i colori del lutto,
era così intenso che ne aveva distorto la percezione. Comunque, Jason non
aveva dubbi che Victoria Seaton aveva fatto impazzire i ragazzi, in
America. E non aveva dubbi che lo stesso sarebbe successo in Inghilterra.
Oh, sarebbero impazziti i ragazzi e anche gli uomini, si corresse Jason.
E questo era adesso il suo problema. Nonostante le curve provocanti e il
viso perfetto, Jason cominciava a credere che Victoria fosse la ragazza
innocente ed inesperta che Charles aveva difeso. Un’innocente che si era
fermata in casa sua e per la quale Jason era diventato l’involontario
responsabile. L’immagine di se stesso, nella parte del tutore di Victoria,
guardiano della virtù di una ragazza nubile, era così ridicola che quasi rise
a voce alta. Ma, era esattamente quello che si sarebbe sforzato di fare.
Qualunque persona che lo conoscesse avrebbe trovato la situazione
ridicola come la trovava lui, considerando la sua famigerata reputazione
con le donne.
O’Malley gli servì del vino e Jason lo bevve, pensoso, cercando di
immaginare un modo rapido ed efficiente di liberarsi di Victoria il più
presto possibile. Quanto più pensava alla cosa, più si convinceva che
avrebbe dovuto assicurarle la stagione londinese che Charles tanto
ansiosamente voleva che avesse.
Con l’esuberante bellezza di Victoria, sarebbe stato molto facile lanciarla
con successo in società. E, con l’aiuto di una piccola dote, offerta da lui,
sarebbe stato altrettanto facile assicurarle un buon matrimonio. D’altra
parte, se davvero Victoria credeva che quel tale Andrew la cercava,
avrebbe potuto insistere per aspettarlo per mesi, o forse per anni, prima di
accettare la proposta di un altro uomo. E tale possibilità non soddisfaceva
in nessun modo le necessità di Jason.
Con lo scopo di verificare le sue considerazioni, approfittò della prima
pausa nella conversazione tra Charles e Victoria.
- Charles mi ha raccontato che è praticamente fidanzata a... Anson?
Albert?
- Andrew – lei lo corresse immediatamente.
- Com’è? – chiese Jason. Un sorriso affettuoso curvò le labbra di Victoria.
- E’ gentile, attraente, intelligente, cortese...
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- Credo di aver capito – la interruppe Jason contrariato -. Le dò un
consiglio: lo dimentichi.
Frenando l’impulso di tirargli qualche oggetto personale, Victoria chiese:
- Perchè?
- Lui non è l’uomo adatto a lei. In quattro giorni lei mi ha buttato la casa in
subbuglio. Che tipo di matrimonio avrebbe con un campagnolo sereno,
determinato a fare una vita tranquilla e serena? La cosa migliore che può
fare è dimenticarlo ed approfittare al massimo delle opportunità che le si
presenteranno qui in Inghilterra.
- In primo luogo... – cominciò Victoria, ma fu rapidamente interrotta da
Jason che sembrava deciso a lanciare ancora i semi della discordia.
- E’ chiaro che esiste la possibilità che lei non riesca a dimenticarlo, ma
sarà certamente dimenticata da Albert. Com’è il detto? “Lontano dagli
occhi, lontano dal cuore”.
Facendo uno sforzo inumano per controllarsi, Victoria rimase in silenzio.
- Non risponde? – la provocò Jason, ammirandola per come la rabbia le
oscurava gli occhi -. Non è possibile!
Victoria alzò il mento.
- Nel mio paese, signor Fielding, discutere a tavola è considerato una
grande mancanza di educazione.
Il rimprovero fece divertire ancora di più Jason.
- Questo deve essere un grande inconveniente per lei – replicò dolcemente.
Charles si abbassò sulla sedia, con un sorriso sulle labbra, osservando la
calorosa
discussione tra suo figlio e la giovane bellezza che gli ricordava tanto sua
madre. Erano perfetti l’uno per l’altra. Al contrario della maggior parte
delle donne, Victoria non si lasciava impressionare da Jason. Il suo
coraggio e la sua generosità, lo avrebbero reso più gentile e, una volta
domato, Jason si sarebbe trasformato nel tipo di marito che tutte le ragazze
sognano di trovare. Insieme, i due sarebbero stati felici e Victoria avrebbe
dato un figlio a Jason.
Pervaso da una profonda gioia, Charles si immaginò il nipote che gli
avrebbero dato, dopo il matrimonio. Dopo tutti quegli anni di vuoto e di
disperazione, finalmente lui e Katherine avrebbero avuto un nipote
insieme. Bene, era vero che in quel momento Jason e Victoria non
sembravano andare d’accordo, ma quello era prevedibile. Jason era un
uomo esperto, indurito ed amareggiato, ed aveva dei buoni motivi per
esserlo. Victoria da parte sua, aveva il coraggio, lo spirito e la generosità di
Katherine. E Katherine aveva cambiato la vita di Charles. Gli aveva
insegnato il significato dell’amore. Come quello della perdita. La
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mente di Charles vagò negli avvenimenti del passato che avevano portato a
quello che stava succedendo in quel momento...
Già all’età di ventidue anni Charles si era conquistato la fama, meritata, di
libertino e giocatore. Non aveva responsabilità, restrizioni e nessuna
prospettiva di vita, poichè suo fratello maggiore aveva ereditato il titolo di
duca, unitamente alle proprietà e al denaro di famiglia. Il denaro, in verità,
era poco, perchè per quattrocento anni, gli uomini della famiglia Fielding
avevano dimostrato una forte tendenza verso ogni tipo di vizi e tutti
costosi. In realtà Charles non era peggio del padre o di suo nonno. Il
fratello minore di Charles fu l’unico Fielding a manifestare il desiderio di
combattere le tentazioni del demonio, ma con l’eccesso tipico dei Fielding,
diventò missionario trasferendosi in India.
Più o meno nello stesso periodo, l’amante francese di Charles aveva
annunciato di essere incinta. Quando Charles le offrì del denaro, senza
parlare di matrimonio, pianse e discusse, ma non riuscì a fargli cambiare
idea. Poi, furiosa, decise di abbandonarlo. Una settimana dopo la nascita di
Jason, andò da Charles e, senza il minimo rimorso, abbandonò suo figlio e
sparì. Dal momento che lui non sentiva il minimo senso di responsabilità
nell’allevare suo figlio, ma non era nemmeno capace di abbandonarlo
semplicemente in un orfanotrofio, ebbe la brillante idea di dare Jason a suo
fratello missionario e a sua moglie che stavano per partire per l’India allo
scopo di convertire “i pagani”.
Senza nessun dubbio, aveva consegnato il bambino a quei due fanatici
religiosi, timorosi di Dio, insieme a praticamente tutto il denaro che
possedeva, per essere usato per Jason. E con quello, se ne lavò le mani.
Fino ad allora, era riuscito a reggersi con il denaro che vinceva ai tavoli da
gioco. La fortuna, tuttavia, era capricciosa e finì per abbandonarlo. A
trentadue anni, fu obbligato ad affrontare il fatto che ormai non era più
possibile mantenere il modello di vita adeguato ad un uomo della sua
posizione solo con le entrate delle vincite al gioco e alle scommesse. Si
trattava di un problema comune tra i figli minori della nobiltà e Charles
risolse il problema come la maggior parte di loro: decise di sposare
qualcuno con una ricca dote in cambio del proprio nobile casato. Senza
pensarci, chiese in moglie la figlia di un mercante, una ragazza con molto
denaro, poca bellezza e pochissima intelligenza.
Tanto la giovane, quanto il padre, accettarono rapidamente la proposta.
Perfino il fratello maggiore di Charles, il duca, decise di dare una festa per
il loro fidanzamento.
E fu esattamente in quell’occasione che Charles incontrò una sua lontana
cugina, Katherine Langston, la nipote diciottenne della duchessa di
Claremont. L’ultima volta che l’aveva vista, lui era andato in visita dal
fratello, a Wakefield Park, e Katherine, di dieci
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anni, aveva trascorso le vacanze in una proprietà vicina. Per due settimane
intere, lei lo seguì dappertutto, senza nascondere la luce di ammirazione
nei suoi incredibili occhi azzurri. Charles la considerava una ragazzina
molto bella, di un coraggio infinitamente più grande di molte donne col
doppio della sua età. Insieme, avevano cavalcato e saltato ostacoli, bevuto
e conversato.
Ora si era trasformata in una donna dalla bellezza senza pari, e Charles non
era capace di distogliere gli occhi da lei.
Fingendosi freddo e indifferente, aveva studiato quella donna affascinante,
i suoi tratti perfetti, i suoi capelli rosso dorati, mentre lei si teneva al
margine della folla che riempiva il salone, sembrando altera e serena.
Allora, Charles si avvicinò e, con aria casuale, appoggiò il braccio sul
bordo del camino, ammirando la bellezza di Katherine con sguardo franco
e audace. Si aspettava che lei manifestasse qualche tipo di obiezione ai
suoi modi diretti, ma Katherine non fece nulla. Non andò via, nè cercò di
sfuggire al suo sguardo. Semplicemente, sostenne il suo sguardo, come se
stesse aspettando che lui finisse la sua valutazione.
- Ciao, Katherine – Charles finalmente la salutò.
- Ciao, Charles.
- Stai trovando la festa tanto noiosa come me, cara? Invece di balbettare
qualche sciocchezza e dire che la festa era meravigliosa, Katherine
aveva fissato i suoi occhi in quelli di lui e risposto con calma:
- E’ il preludio perfetto per un matrimonio che si fa esclusivamente per
questioni di denaro.
La sua franchezza l’aveva sorpreso, anche se quello che davvero lo
disarmò fu la strana ombra di accusa che le oscurò gli occhi, prima che si
voltasse e cominciasse a d allontanarsi. Senza pensarci, Charles la prese
per un braccio. L’innocente contatto fisico provocò una reazione
inaspettata in tutti e due. Così la portò in giardino. Alla luce della luna, la
guardò negli occhi e, perchè la sua accusa l’aveva raggiunto in pieno, la
sua voce suonò brusca:
- E’ molto presuntuosa da parte tua concludere che il denaro è l’unica
ragione per cui sposo Amelia. Le persone hanno tantissime ragioni per
prendere decisioni del genere.
Ma ancora una volta, quello sguardo sconcertante aveva sostenuto quello
di lui.
- Non quando si tratta di persone come noi – aveva spiegato -. Noi ci
sposiamo per aumentare la ricchezza, o il potere delle nostre famiglie, o
per migliorare la nostra posizione sociale. Nel tuo caso, il matrimonio
servirà per aumentare la tua ricchezza.
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Bene, era evidente che Charles stava scambiando il suo lignaggio
aristocratico per denaro e, benchè tale pratica era comunemente accettata,
Katherine l’aveva fatto sentire indegno.
- E tu? – aveva reagito Charles -. Non ti sposerai per una di queste ragioni?
- No. Io mi sposerò per amare qualcuno ed esserne amata. Non accetterò
un matrimonio come quello che hanno avuto i miei genitori. Voglio di più
dalla vita e ho molto da dare.
Le parole, pronunciate in tono tanto dolce e piene di convinzione, fecero
rimanere Charles in silenzio per un lungo momento, prima che potesse
dire:
- Tua nonna non sarà per niente soddisfatta se ti sposerai per amore invece
che per la posizione sociale, mia cara. Corrono delle voci sull’alleanza che
vuole con i Winston e che vuole ottenerla attraverso il tuo matrimonio.
Il cuore di Charles sobbalzò quando Katherine sorrise.
- Mia nonna ed io – aveva replicato in tono casuale – discutiamo spesso di
questo argomento. E io sono decisa a fare le cose a modo mio.
Era così bella, franca ed onesta che l’armatura di cinismo che aveva
portato Charles per trent’anni a distruggersi, lo fece sentire
improvvisamente triste e solo. Senza rendersi conto di quello che faceva,
lui alzò la mano e con la punta del dito, toccò dolcemente il viso di
Katherine, mormorando con tenerezza:
- Spero che l’uomo che amerai, sarà degno di te. Per un momento
interminabile, Katherine aveva osservato i suoi lineamenti, come se
fosse stata capace di vedergli l’anima. Poi, aveva sussurrato a bassa voce:
- Io credo che bisogna vedere se io posso essere degna di lui. Lui ha molto
bisogno di me, ma solo ora sta cominciando a percepirlo.
Dopo un breve istante, il significato delle parole di Katherine aveva
raggiunto la mente di Charles che sentì la propria voce parlare con la
disperazione febbrile dell’uomo che ha appena scoperto quello che stava
cercando, senza nemmeno rendersene conto, da tutta la vita: una donna che
lo amasse per quello che era, per quello che voleva essere. E Katherine
non aveva un’altra ragione per amarlo, perchè il suo lignaggio era
aristocratico quanto quello di lui, la sua cerchia di amicizie molto
superiore, la sua ricchezza, infinitamente maggiore.
Charles la osservava, cercando di negare i sentimenti che lo invadevano.
Quella era una pazzia, disse a se stesso. Si conoscevano appena. Non era il
tipo di uomo che credeva che un uomo e una donna si potessero
innamorare a prima vista. In realtà, fino a quel momento, non aveva
nemmeno creduto all’amore. Ora, però ci credeva, perchè voleva che
quella donna bella, intelligente ed idealistica l’amasse. Per la prima volta
nella sua vita, aveva
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trovato qualcosa di raro e prezioso, ed era determinato a mantenere quella
donna come era. Voleva sposarla e viziarla, proteggerla contro il cinismo
che sembrava corrompere tutti i membri della loro classe sociale.
L’idea di mettere fine al suo fidanzamento con Amelia non pesava sulla
sua coscienza, perchè non aveva alcuna illusione sulle ragioni per le quali
lei aveva accettato la proposta. Era vero che Amelia sentiva una certa
attrazione per Charles, ma lo sposava anche perchè suo padre voleva
imparentarsi con la nobiltà.
Per due indimenticabili settimane, Charles e Katherine erano riusciti a
tenere in gran segreto il loro amore. Furono due settimane di preziosi
momenti passati da soli, di lunghe passeggiate per i campi, di molte risate
e di sogni sul futuro.
Alla fine di quelle due settimane, Charles non poteva ormai più rimandare
un incontro con la duchessa di Claremont. Voleva sposare Katherine.
Era preparato alle obiezione della duchessa, perchè, sebbene la sua
famiglia fosse di antica nobiltà, lui era solo il figlio cadetto, senza titolo.
Anche così, nozze del genere avvenivano spesso e Charles immaginava
che dopo qualche discussione, la duchessa avrebbe ceduto perchè
Katherine desiderava quell’unione tanto quanto lui. Non gli passò
nemmeno per la testa che si sarebbe infuriata al punto di chiamarlo
opportunista “libertino” e degenerato “corrotto e dissoluto”. Nè si
aspettava che parlasse del comportamento promiscuo dei suoi antenati, e
ancora meno che chiamasse gli uomini della sua famiglia come “matti
irresponsabili”
A parte tutto questo, Charles non aveva immaginato che fosse capace di
giurare che se Katherine lo avesse sposato, l’avrebbe diseredata e sarebbe
rimasta senza un centesimo. Per fortuna, quel tipo di cose non succedeva
nella società londinese. Però, uscendo da quella casa, Charles aveva la più
assoluta certezza che la duchessa avrebbe fatto esattamente ciò che aveva
minacciato di fare. Una volta in camera sua, passò la notte senza riuscire a
dormire, alternando momenti di odio e di disperazione. All’alba sapeva
che non avrebbe potuto sposare Katherine, anche se era disposto a lavorare
e guadagnarsi da vivere onestamente con le proprie mani, se fosse stato
necessario, ma non avrebbe mai permesso che la sua bella e orgogliosa
Katherine fosse umiliata per causa sua. lui non voleva essere il
responsabile della rovina di Katherine che sarebbe stata diseredata e
emarginata dalla società.
Semplicemente non poteva permettere che si trasformasse in una comune
casalinga. Katherine era giovane ed idealista, ma oltre ad essere
innamorata di lui, era anche abituata ai bei vestiti e a tanti servitori pronti a
soddisfare tutti i suoi desideri. E Charles non avrebbe
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mai potuto offrirle tutto quello con il solo lavoro. Katherine non aveva mai
lavato un piatto, pulito pavimenti, stirato qualche abito e lui non voleva
vederla ridotta a quel tipo di vita solo perchè era stata abbastanza sciocca
per amarlo.
Quando finalmente riuscì ad incontrarla di nascosto, il giorno dopo,
Charles la informò della sua decisione. Katherine disse che il lusso non
significava niente per lei, lo implorò di portarla in America, dove a aveva
sentito dire che qualunque uomo era capace di vivere una vita decente,
purchè fosse disposto a lavorare.
Sentendosi incapace di sopportare le sue lacrime, o la propria angoscia,
Charles fu brusco rispondendole che tali idee non erano altro che
sciocchezze e che lei non sarebbe mai sopravvissuta in America. Katherine
gli lanciò uno sguardo angosciato, come se lui non volesse davvero
lavorare per vivere. Allora, lo accusò di essere interessato alla sua dote,
non a lei... esattamente come sua nonna le aveva detto.
Per Charles, che stava sacrificando la propria felicità per lei, l’accusa era
stata come una pugnalata nel petto.
- Credi quello che vuoi – aveva dichiarato, voltandosi e andando via,
prima che la sua determinazione cedesse e fuggisse con lei quello stesso
giorno. Raggiungendo la porta, Charles scoprì che non era capace di
permettere che Katherine credesse che voleva solo il suo denaro -. Per
favore, Katherine, non pensare questo di me.
- Non lo penso – aveva confessato. Katherine non credeva che Charles
avrebbe messo fine a quel tormento sposando Amelia
la settimana seguente. Tuttavia fu esattamente quello che fece, prendendo
per la prima volta nella sua vita una decisione assolutamente priva di
egoismo.
Katherine si presentò al suo matrimonio in compagnia di sua nonna e,
finchè avrebbe vissuto, Charles non avrebbe mai dimenticato l’espressione
dei suoi occhi alla fine della cerimonia.
Due mesi dopo, si era sposata con un medico irlandese ed era partita verso
l’America. Lo aveva fatto perchè era furiosa con sua nonna e perchè non
avrebbe sopportato di continuare a vivere in Inghilterra, tanto vicino a
Charles e sua moglie. E, anche, per provargli, che era capace di vivere in
America.
Quello stesso anno, il fratello maggiore di Charles era morto ubriaco, in un
duello e Charles ereditò il titolo di duca. Benchè non avesse ereditato
molto denaro, sarebbe stato abbastanza per dare a Katherine un livello di
vita molto vicino a quello a cui era abituata. Ma Katherine era andata via.
Charles non aveva creduto che l’amore di lei fosse abbastanza
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forte da superare delle ristrettezze. Non diede alcuna importanza al denaro
che ereditò. Ormai non dava più importanza a niente.
Non molto tempo dopo, il fratello missionario di Charles morì in India.
Sedici anni dopo anche Amelia morì.
La sera della funzione funebre di Amelia, Charles si ubriacò, come faceva
spesso in quel periodo. Ma, sedendosi nella sala vuota della sua casa, un
tetro pensiero gli attraversò la mente: molto presto sarebbe morto anche
lui. E, quando ciò sarebbe successo, il ducato sarebbe finito per sempre dal
momento che Charles non aveva eredi.
Per sedici anni aveva vissuto in uno strano limbo. Quella notte, però,
mentre pensava alla sua vita vuota, qualcosa cominciò a crescere dentro di
lui. Al principio, si trattava solo di una piccola inquietudine che si
trasformò poi in un profondo dispiacere, poi in risentimento e alla fine in
furia. Aveva perso Katherine, aveva perso sedici anni della sua vita. Aveva
sopportato una moglie insipida, un matrimonio senza amore e, ora, sarebbe
morto senza nemmeno un erede. Per la prima volta in quattrocento anni, il
ducato correva il rischio di estinguersi e fu invaso da una forte
determinazione, di non perderlo come aveva fatto con il resto della sua
vita.
Era vero che i Fielding non erano stati una famiglia particolarmente onesta
e degna, ma il titolo apparteneva a loro e avrebbe fatto di tutto per
mantenerlo.
Per quello, aveva bisogno di un erede, quello significava che avrebbe
dovuto sposarsi di nuovo. Dopo tante avventure nella sua gioventù, l’idea
di dormire con una donna alla sua età, solo con lo scopo di avere un erede,
gli sembrava più spossante che eccitante. Pensò a tutte le belle donne che
si era portato a letto, tanti anni prima, si ricordò di una ballerina francese
che era stata la sua amante e gli aveva dato un figlio bastardo...
Una immediata esplosione di allegria lo fece balzare in piedi. Non doveva
sposarsi di nuovo, perchè aveva già un erede! Aveva Jason. Charles non
sapeva se le leggi di successione permettevano che il titolo di duca fosse
ereditato da un figlio bastardo, ma quello non faceva alcuna differenza.
Jason era un Fielding e le poche persone che sapevano della sua esistenza
in India, credevano che fosse il figlio legittimo del fratello minore di
Charles. Inoltre, re Charles aveva concesso un ducato a tre dei suoi
bastardi e, ora, Charles Fielding, duca di Atherton, avrebbe fatto la stessa
cosa.
Il giorno dopo, Charles aveva assunto degli investigatori, ma erano passati
due lunghi anni, quando finalmente uno di loro gli inviò una relazione, con
delle specifiche informazioni. Non avevano trovato il minimo segno della
cognata di Charles in India, ma Jason fu localizzato a Delhi, dove
apparentemente aveva fatto fortuna nel ramo degli affari e
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della navigazione. La relazione cominciava con l’attuale indirizzo di Jason
e finiva con tutte le informazioni che il detective aveva ottenuto sul
passato del ragazzo.
L’orgoglio esultante di Charles davanti al suo successo finanziario si era
trasformato rapidamente in orrore e poi in furia, man mano che leggeva
dell’uso depravato che sua cognata aveva imposto all’innocente bambino
che aveva consegnato nelle sue mani. Finendo la lettura, Charles vomitò.
Più deciso che mai a fare di Jason il suo erede legittimo, gli aveva scritto
una lettera, chiedendo che tornasse immediatamente in Inghilterra,
affinchè potesse riconoscerlo formalmente.
Non ottenendo risposta, Charles era partito per l’India. Invaso da un
profondo rimorso e da una determinazione assoluta, arrivò alla magnifica
casa di Jason. Al loro primo incontro, ebbe la conferma di ciò che il
detective gli aveva già detto nella relazione: Jason si era sposato, aveva un
figlio e viveva come un re. Fu anche abbastanza chiaro nel dire che non
voleva nessun tipo di relazione con Charles o con l’eredità che voleva
offrirgli. Nei mesi che seguirono, Charles rimase in India e, lentamente,
convinse il freddo e reticente figlio che lui non aveva mai sospettato dei
terribili abusi di cui Jason aveva sofferto quando era un bambino. Ma non
riuscì a convincerlo di tornare in Inghilterra come suo erede.
Melissa, la bella moglie di Jason, era rimasta affascinata dall’idea di vivere
a Londra, con il titolo di marchesa di Wakefield, ma nè i suoi accessi di
rabbia, nè le suppliche di Charles esercitarono il minimo effetto su Jason,
poichè lui non dava la minima importanza ai titoli, nè aveva alcuna
simpatia per i Fielding nè tantomeno per l’imminente perdita del ducato.
Charles stava già per rinunciare quando scoprì l’argomento perfetto. Una
sera, mentre osservava Jason giocare con il figlioletto, si rese conto che
c’era una persona al mondo per cui Jason avrebbe fatto di tutto: Jaime.
Così Charles cambiò immediatamente tattica. Invece di cercare di
convincere Jason dei benefici che avrebbe avuto se fosse tornato in
Inghilterra, cominciò a fargli capire che negando a Charles di riconoscerlo
come suo erede, Jason avrebbe negato anche a Jaime la sua eredità per
diritto di nascita. Perchè ovviamente, un giorno il titolo sarebbe passato
con tutte le proprietà a Jaime.
E quello aveva prodotto il risultato.
Dopo aver assunto un professionista competente per badare ai suoi affari a
Delhi, Jason si era trasferito con tutta la sua famiglia in Inghilterra. Con
l’intenzione di costruire un “impero” per suo figlio, Jason aveva speso di
buon grado cifre astronomiche per restaurare le proprietà quasi
abbandonate da Charles, dando ad esse uno splendore che non avevano
mai avuto.
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Mentre Jason si occupava dei restauri, Melissa passava tutto il suo tempo a
Londra, assumendo il suo posto di marchesa di Wakefield. Un anno dopo,
la città ribolliva dei commenti sulle sue storie extraconiugali. Pochi mesi
più tardi, lei e suo figlio erano morti...
Charles si destò dai suoi tristi ricordi quando la tovaglia stava per essere
tolta dalla tavola.
- Possiamo cambiare l’abitudine questa sera? – chiese a Victoria -. Noi
uomini invece di restare al tavolo a bere il porto e a fumare il sigaro,
possiamo venire con te nel salone? Vorrei stare ancora un pò in tua
compagnia.
Benchè Victoria non fosse al corrente di questa abitudine, accettò. Mentre
entravano nel salotto, arredato in toni del rosa e dorato, Charles le prese un
braccio, parlandole a bassa voce.
- Vedo che hai abbandonato il lutto prima della data prevista, mia cara. Se
la decisione è stata tua, ne sono felice. Tua madre detestava il nero. Me lo
disse quando era una bambina e fu obbligata a vestirsi di nero in segno di
lutto per la morte dei suoi genitori. Lo hai deciso tu, Victoria?
- No – ammise lei -. Il signor Fielding ha ordinato a una domestica di
togliere tutti i miei abiti dall’armadio e sostituirli con altri.
Charles annuì.
- Jason ha un’avversione per tutti i segni di lutto. A giudicare dagli
sguardi fulminanti che gli hai rivolto durante la cena, non ti è piaciuto
quello che ha fatto. Devi dirlo a Jason. Non lasciarti intimorire da lui,
bambina, perchè detesta le persone pavide.
- Non voglio dispiacerle, zio Charles. So che il suo cuore è un pò debole.
- Non ti preoccupare per me – replicò lui con un sorriso -. Il mio cuore è
un pò debole, ma non al punto da non poter sopportare un pò di
eccitazione. Per la verità, questo fa anche bene. Qui la vita non era per
niente eccitante prima che arrivassi tu.
Quando Jason si sedette, godendosi di una dose di Porto e di un buon
sigaro, Victoria tentò varie volte di fare ciò che Charles aveva suggerito.
Però, ogni volta che guardava Jason, il coraggio l’abbandonava. Jason
indossava un paio di pantaloni grigio scuro abbinati ad una giacca in tinta
e una camicia grigio perla. Nonostante l’abito elegante e la posizione
rilassata, Jason sembrava irradiare un potere devastante. C’era qualcosa di
primitivo in quell’uomo e Victoria sospettava che gli abiti eleganti e l’aria
indolente servivano solo come maschera per ingannare le persone, dando
loro l’impressione di essere civilizzato, quando in realtà, non era altro che
un selvaggio.
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Più di una volta, Victoria lo osservò con la coda dell’occhio e fu
immediatamente attraversata da un brivido. Quali erano i misteriosi segreti
del passato di Jason? Certo, dovevano essere molti, era l’unica spiegazione
del perchè fosse tanto freddo e cinico. Secondo lei, Jason aveva visto e
vissuto ogni tipo di cose terribili e proibite che lo avevano indurito in quel
modo. Anche cose, era attraente, con i capelli neri, gli occhi verdi e un
fisico superbo. Victoria non poteva negare che, se non fosse stata per la
maggior parte del tempo intimorita da quell’uomo, le sarebbe piaciuto
conversare con lui. Era disposta a cercare la sua amicizia e quello sarebbe
stato una sciocchezza tanto grande quanto quella di guadagnarsi l’amicizia
del diavolo. Ed altrettanto pericoloso.
Victoria respirò profondamente, preparandosi ad insistere, con ferma
decisione che i suoi vestiti da lutto le fossero restituiti. In quel momento,
però, Northrup entrò nel salone, annunciando l’arrivo di lady Kirby e della
signorina Kirby.
Jason lanciò uno sguardo cinico a Charles che si strinse nelle spalle ed
ordinò al maggiordomo:
- Le faccia passare.
- Non serve annunciarci, Northrup – dichiarò una voce mentre una donna
grassoccia entrava nel salotto, seguita da una più giovane, più o meno della
stessa età di Victoria -. Charles. Ho sentito dire che oggi è stato al
villaggio, in compagnia di una certa signorina Seaton. Così ho deciso di
venire a conoscerla. – Fece una pausa così breve che ebbe appena il tempo
per riprendere fiato, prima di volgersi verso Victoria -. Lei deve essere la
signorina Seaton. – La studiò dalla testa ai piedi, come se fosse alla ricerca
di qualche difetto. E lo trovò -. Oh, che segno strano che ha sul
sopracciglio, cara! Che successe? È stato un incidente?
- Di nascita – rispose Victoria con un sorriso, chiedendosi se l’Inghilterra
fosse piena di persone come lady Kirby, eccessivamente poco educate, le
cui eccentricità erano accettate solo a causa dei propri titoli e della loro
ricchezza.
- Che peccato! – proseguì lady Kirby -. Le dà fastidio?
- Solo quando mi guardo allo specchio, madame – rispose Victoria,
sforzandosi di trattenere una risata.
Evidentemente insoddisfatta, la donna si volse verso Jason che nel
frattempo si era alzato e ora si trovava in piedi, appoggiato col gomito al
camino.
- Bene, Wakefield, a quanto vedo, l’annuncio del giornale era vero. Per la
verità, non ci avevo creduto. E allora? È vero?
- E’ vero cosa? – chiese Jason con aria innocente.
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- Northrup – la voce di Charles interruppe quella di lady Kirby -. Serva
delle bibite alle signore.
Tutti si sedettero e Charles diede inizio ad un’animata discussione sul
tempo. La signora Kirby ascoltò impazientemente il suo monologo e, alla
prima opportunità, tornò ad insistere, rivolgendosi di nuovo a Jason e
chiedendo a bruciapelo:
- Wakefield, il suo fidanzamento è vero oppure no? Jason si portò il
bicchiere alle labbra.
- No. Victoria osservò le varie reazioni a quella risposta sul viso dei
presenti. Lady Kirby si
mostrò soddisfatta, mentre sua figlia ne sembrò deliziata. Charles non
nascose il profondo dispiacere e Jason, come sempre, mantenne
un’espressione chiusa. Immediatamente il cuore generoso di Victoria si
dispiacque per lui. Chiaro, non era strano che Jason si comportasse in quel
modo. A quanto sembrava, la donna che amava lo aveva abbandonato,
mettendo fine al suo fidanzamento. E contemporaneamente le sembrò
strano che le due Kirby si voltassero verso di lei aspettandosi che
commentasse la cosa.
Senza capire ciò che stava succedendo, Victoria esibì un sorriso
disorientato, e quello convinse lady Kirby a ricominciare la conversazione.
- Bene, Charles, se è così, immagino che presenterà la signorina Seaton in
società, nella prossima stagione.
- Aspetto di prendere le misure necessarie affinchè la contessa di Langston
assuma il suo posto in società – la corresse Charles.
- Contessa di Langston... – Lady Kirby ripetè, muovendo gli occhi.
Charles annuì.
- Victoria è la figlia maggiore di Katherine Langston. A meno che non mi
sia sbagliato sulle leggi di successione, è l’erede del titolo scozzese di sua
madre.
- Anche così, non sarà facile trovarle un buon partito – dichiarò la donna,
lanciando poi uno sguardo di falsa simpatia a Victoria -. Sua madre
provocò uno scandalo quando fuggì con quel lavoratore irlandese.
Il commento offensivo in relazione a sua madre, fece fremere Victoria di
rabbia.
- Mia madre si sposò con un medico irlandese – la corresse.
- Senza il permesso di sua nonna – rispose lady Kirby -. Le ragazze
rispettabili non si sposano contro la volontà delle loro famiglie, in questo
paese.
Adesso, era chiaro il sottinteso: Katherine non era stata una ragazza
rispettabile!
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- Bene, la società finisce per dimenticarsi di questi vecchi scandali – lady
Kirby continuò in tono di falsa generosità -. In quanto a questo, avrà molto
da imparare, prima di essere formalmente presentata. Dovrà imparare il
modo corretto di rivolgersi ad ogni membro della società, come disporre
dei posti a tavola, come fare visite, dare cene e questo è tutto piuttosto
complicato. Ci vorranno mesi per imparare tutto. Le persone che vengono
dalle colonie sono completamente ignoranti sulle regole dell’etichetta, ma
noi, gli inglesi, diamo un’importanza primaria alle norme di convivenza
sociale.
- Forse è questo il motivo per cui noi vi sconfiggiamo sempre nelle guerre
– suggerì Victoria, con un sorriso innocente.
Lady Kirby socchiuse gli occhi.
- Non avevo l’intenzione di offenderla, ma vedo che dovrà imparare a
dominare la sua lingua, se pretende di trovare un buon partito e riabilitare
la reputazione di sua madre.
Victoria si alzò in piedi e, con grande dignità, dichiarò:
- Sarà difficile imitare la reputazione di mia madre. Lei è stata la donna
più amabile e gentile che potesse esistere. Ora, con il loro permesso, ho
alcune lettere da scrivere.
Victoria chiuse la porta e andò in biblioteca, una sala enorme, il cui
pavimento di legno lucido era completamente coperto da tappeti persiani,
mentre librerie enormi strapiene di libri ricoprivano le pareti. Troppo
furiosa per sedersi a una delle scrivanie e scrivere una lettera a Dorothy, o
a Andrew, si mise a guardare i libri, alla ricerca di qualcosa che potesse
calmarla. Dopo aver esaminato diversi libri di storia e mitologia, arrivò
alla sezione della poesia, dove trovò opere di vari autori, compresi alcuni
che già conosceva, come Milton, Shelly, Keats e Byron. Non essendo
particolarmente interessata a leggere, prese un piccolo libro,
semplicemente perchè non era allineato agli altri. Poi si accomodò in una
poltrona confortevole ed accese la lampada a gas sul tavolo al suo fianco.
Aprendo il libro, un foglio di carta profumata color rosa cadde a terra.
Automaticamente, Victoria si chinò per raccoglierlo e stava già per
metterlo al suo posto, quando le prime parole della lettera scritta in
francese richiamarono la sua attenzione.
Caro Jason,
sento la tua mancanza. Aspetto, impaziente, contando le ore, di rivederti
di nuovo...
Victoria disse a se stessa che leggere una lettera scritta ad un’altra persona
era una grande mancanza di educazione, imperdonabile e al disotto della
propria dignità. Però, l’idea che una donna stesse aspettando impaziente
Jason Fielding era così incredibile che non fu
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capace di controllare la propria curiosità. Per quanto la riguardava, lei era
più incline ad aspettare impazientemente che lui sparisse! Troppo assorta
nella sua scoperta, non si accorse dell’arrivo di Jason e della signorina
Kirby nel corridoio.
Ti sto inviando queste belle poesie con la speranza che tu le legga
pensando a me e alle meravigliose notti che abbiamo passato l’una nelle
braccia dell’altro...
- Victoria! – Jason la chiamò con tono irritato. Sentendosi immediatamente
nervosa e colpevole, Victoria si alzò di scatto, lasciando
cadere il libro, poi lo raccolse e tornò a sedersi. Cercando di sembrare
assorta nella lettura, aprì il volume e fissò gli occhi su una pagina, senza
rendersi conto che il libro era alla rovescia.
- Perchè non ha risposto quando l’ho chiamata? – chiese Jason, entrando
in biblioteca con la signorina Kirby al suo fianco -. Johanna voleva
salutarla ed aiutarla, se lei desidera fare acquisti al villaggio.
Dopo l’inspiegabile attacco di lady Kirby, Victoria non riuscì ad evitare di
chiedersi se la signorina Kirby stava insinuando, con la sua offerta, di non
saper fare i propri acquisti.
- Mi scusi, ma non ho sentito che mi chiamava – rispose, sforzandosi di
non sembrare arrabbiata o colpevole -. Come vede, stavo leggendo e mi
ero distratta. – Chiuse il libro e lo appoggiò sul tavolo. Guardando i due
con un’espressione serena che si dissolse immediatamente quando vide
Jason che mostrava un’espressione di profondo dispiacere -. E’ successo
qualcosa? – chiese con voce tesa, credendo che lui si fosse ricordato della
lettera conservata nel libro.
- Sì – rispose lui, prima di volgersi verso la signorina Kirby che esibiva
un’espressione molto simile a quella di lui -. Johanna, può raccomandarmi
un buon professore del villaggio che possa insegnare a Victoria a leggere?
- Insegnarmi a leggere? – ripetè Victoria incredula e irritata nello stesso
tempo nel vedere il sorriso di disprezzo che curvò le labbra della ragazza -.
Non sia sciocco! Non ho bisogno di un professore. So leggere
perfettamente.
Ignorandola, Jason continuò a guardare l’altra e ripetè:
- Può raccomandarmi un buon professore affinchè venga ad insegnarle?
- Sì, milord. Sono sicura che il vicario, il signor Walkins, accetterà il
compito. Con la decisione di chi è stata già sottoposta a troppi insulti e non
intende più accettarne
altri, Victoria dichiarò:
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- Francamente, tutto questo è assurdo. Non ho bisogno di un professore. So
leggere. Jason le rivolse uno sguardo gelido.
- Non mi menta mai più – l’avvertì con uno sguardo minaccioso -. Detesto
i bugiardi, specialmente le donne bugiarde. Lei non è capace di leggere
nemmeno una parola e lo sa molto bene!
- Non posso credere a quello che sta succedendo! – disse Victoria alzando
il tono della sua voce, senza dare la minima importanza all’espressione
inorridita della signorina Kirby -. Le sto dicendo che so leggere!
Furioso con lei credendo che stava oltrepassando i limiti nel tentativo di
ingannarlo, Jason fece tre lunghi passi fino al tavolo, prese il libro e glielo
mise tra le mani, senza lacuna gentilezza.
- Allora, legga! – le ordinò. Sentendosi profondamente offesa per essere
trattata in quel modo davanti ad un’estranea,
Victoria aprì il libri e si trovò davanti la lettera d’amore.
- Andiamo! – insistette Jason, in tono di scherno -. Legga! Victoria gli
lanciò uno sguardo di sfida.
- E’ assolutamente sicuro che desidera sentire quello che è scritto qui? –
domandò.
- Legga.
- Davanti alla signorina Kirby?
- Legga o ammetta una volta per tutte che non sa leggere.
- Molto bene – rispose Victoria e, sforzandosi di controllare la risata, lesse
in tono drammatico:
Caro Jason,
sento la tua mancanza. Aspetto impaziente, contando le ore, il momento di
rivederti di nuovo. Ti mando queste belle poesie con la speranza che tu le
legga e pensi a me e alle notti meravigliose che abbiamo passato l’uno
nelle braccia dell’altro...
Jason strappò il libro dalle sue mani. Con aria innocente, Victoria lo
guardò direttamente negli occhi e spiegò:
- La lettera è scritta in francese. Stavo traducendo man mano che leggevo.
– Si voltò verso la signorina Kirby, prima di aggiungere con un sorriso: -
La lettera continua, ma non credo che sia il tipo di lettura che debba essere
lasciata in giro, specialmente se ci sono nei paraggi ragazze innocenti. Non
è d’accordo?
Prima che chiunque dei due avesse il tempo di rispondere, Victoria si voltò
ed uscì dalla biblioteca a testa alta.
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Lady Kirby aspettava nell’atrio, pronta per partire. Victoria salutò le due
donne e cominciò a salire le scale, con la speranza di evitare l’ira di Jason
che, certamente, avrebbe voluto affrontarla una volta che le donne fossero
andate via. Disgraziatamente l’ultimo commento di lady Kirby paralizzò
del tutto la mente di Victoria.
- Non si addolori per il rifiuto di lord Fielding, cara. – La donna parlò
mentre Northrup le poggiava il mantello sulle spalle -. Poca gente ha
creduto all’annuncio del fidanzamento stampato sul giornale. Tutti erano
certi che, una volta che lei fosse arrivata, lui avrebbe trovato il modo per
rompere il fidanzamento. Sappiamo bene, senza alcun dubbio che lui ha
sempre messo in chiaro che non vuole sposarsi con nessuno...
Charles la spinse fuori, col pretesto di accompagnarla fino alla carrozza.
Victoria si voltò e, come una dea oltraggiata, affrontò Jason con sguardo
furioso.
- Devo arguire – domandò in tono pericolosamente controllato – che il
fidanzamento che ha detto che era finito era il nostro fidanzamento?
Jason non rispose, ma la tensione che notò in tutta la sua persona era una
risposta inconfondibile.
- Come osa? – protestò Victoria, ignorando i domestici che la
osservavano, paralizzati dal terrore -. Come osa insinuare che potrei
considerare l’idea di sposarmi con lei? Io non sposerei un uomo come lei,
nemmeno se...
- Non mi ricordo di averla chiesta in sposa – la interruppe Jason
sarcasticamente -. Ma non posso che essere sollevato all’idea che, se un
giorno io perdessi la testa e le facessi una proposta così assurda, lei
avrebbe abbastanza giudizio da rifiutarsi.
Sul punto di scoppiare in lacrime, lei lo guardò dalla testa ai piedi con
espressione di biasimo.
- Lei è un mostro freddo e arrogante, senza il minimo rispetto per nessuno,
nemmeno per i morti! Qualunque donna con la testa sulle spalle
preferirebbe morire piuttosto che sposarsi con lei! Lei è un...
Mancandole d’un colpo la voce, Victoria si voltò e corse verso la sua
stanza.
Fermo in mezzo all’atrio, Jason la osservò sparire per le scale. Dietro di
lui, due lacchè e il maggiordomo aspettavano, con gli sguardi rivolti a
terra, che milord scoppiasse e facesse cadere su di loro la rabbia provocata
da quella ragazza insolente che aveva appena commesso un atto
imperdonabile. Dopo un lungo momento, Jason si mise le mani in tasca e
si rivolse al maggiordomo:
- Credo di aver appena sentito un sermone distruttivo, Northrup. Con
quelle parole, sparì per il corridoio.
73
A bocca aperta, O’Malley disse all’altro lacchè:
- Lei mi ha preparato un cataplasma per il mio dente infiammato e, ora,
sono guarito. Forse ha preparato qualche rimedio anche per il cattivo
carattere di milord.
Senza a spettare la risposta, si diresse in cucina, per raccontare alla signora
Craddock e ai suoi aiutanti l’incredibile incidente a cui aveva assistito.
Dopo la partenza di monsieur Andrè, grazie alla giovane americana, la
cucina si era trasformata in un luogo abbastanza gradevole per passare
alcuni momenti di riposo, quando gli occhi da aquila di Northrup erano
occupati in qualche altra cosa.
Un’ora dopo, una domestica perfettamente discreta e ben preparata di casa
Wakefield aveva sentito la storia di ciò che era successo nell’atrio. In
mezz’ora l’incidente aveva raggiunto già le stalle e i giardini.
Al piano di sopra, le mani di Victoria tremavano, mentre toglieva le
forcine dai suoi capelli e si toglieva l’abito color pesca. Lottando per
trattenere le lacrime, lo ripose nell’armadio, indossò una camicia da notte e
si mise a letto. In quello stesso momento, si senti pervadere da
un’insopportabile nostalgia della sua casa. Voleva fuggire, mettere un
oceano tra la gente come Jason Fielding, lady Kirby e lei. Probabilmente
sua madre aveva lasciato l’Inghilterra per lo stesso motivo. Pensando alla
donna bella e gentile che era stata Katherine, Victoria non riuscì a
trattenere un singhiozzo.
I primi ricordi della vita felice che aveva avuto riempirono la mente di
Victoria. Si ricordò del giorno in cui aveva colto un mazzo di fiori di
campo per sua madre e si era sporcato il vestito nel farlo.
- Guarda, mamma. Non sono belli? – aveva chiesto -. Li ho colti per te,
ma mi sono sporcata il vestito.
- Sono i fiori più belli che io abbia mai visto – aveva risposto sua madre, -
ma tu sei ancora più bella.
Si ricordò della febbre che l’aveva assalita quando aveva sette anni,
portandola sul punto di morte. Notte dopo notte, sua madre si era seduta
sul bordo del letto, applicandole panni bagnati sulla pelle ardente, mentre
lei oscillava tra la coscienza e il delirio. Alla quinta notte, si era svegliata
nelle braccia di sua madre, sentendo sul viso le lacrime di Katherine che
l’abbracciava e implorava tra i singhiozzi:
- Per favore, Mio Dio, non lasciare morire mia figlia! Lei è così piccola e
ha tanto paura del buio...
Avvolta nelle morbide lenzuola, a Wakefield Park, Victoria affondò il viso
nel cuscino scoppiando a piangere.
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- Ah, mamma – balbettò – sento così tanto la tua mancanza... Jason si
fermò davanti alla stanza di Victoria ed alzò la mano per bussare. Però si
immobilizzò sentendola singhiozzare. Dopo aver riflettuto per qualche
istante, concluse che lei si sarebbe sentita meglio se avesse pianto tutte le
lacrime che aveva. Ma, d’altra parte, se continuava a piangere in quel
modo, certamente si sarebbe ammalata. Così andò fino alla sua stanza,
riempì un bicchiere di cognac e ritornò alla sua porta.
Seguendo l’arrogante consiglio che gli aveva dato, bussò alla porta. Dal
momento che Victoria non rispose, Jason entrò e rimase fermo sulla soglia
osservando che le sue spalle erano scosse da singhiozzi angosciosi. Anche
se aveva visto piangere molte donne, le loro lacrime erano sempre false e
miranti ad uno scopo, destinate a convincere qualche uomo. Victoria, però,
si era trattenuta e con dignità quando erano nell’ingresso gli aveva detto
forte e chiaro ciò che pensava di lui. Poi si era rifugiata nelle sue stanze,
per poter piangere in gran segreto.
Jason posò leggermente la mano sulla sua spalla.
- Victoria... Lei si appoggiò suo gomiti, guardandolo con i suoi enormi
occhi azzurri.
- Fuori di qui! – ordinò con voce roca -. Esca prima che la veda qualcuno!
Jason studiò la bellezza dal temperamento forte che gli stava di fronte. Le
guance di
Victoria era rosse di rabbia, i capelli rosso sciolti sulle spalle. Indossava
una camicia da notte bianca, chiusa fino al collo, e sembrava una bambina
innocente ed abbandonata. Anche così, c’era un’aria di sfida nella
posizione in cui teneva il mento, nella luce di quei suoi affascinanti occhi
azzurri. Era come se avvertissero Jason di non sottovalutarla. Lui si
ricordò dell’audace impertinenza di Victoria, in biblioteca, quando aveva
letto a voce alta la lettera, senza nascondere la soddisfazione che sentiva
per averlo preso di sorpresa. Melissa era stata l’unica donna ad avere
coraggio sufficiente per sfidarlo, ma l’aveva fatto solo per denaro. Victoria
Seaton lo sfidava faccia a faccia, e quello provocava in lui un sentimento
molto vicino all’ammirazione.
Jason non si mosse e Victoria si asciugò le lacrime dal viso, tirò le coperte
fino al mento e si sedette.
- Ha idea di quello che direbbe la gente, se sapessero che lei è qui? –
chiese infuriata -. Non ha dei principi?
- Nessuno – ammise Jason tranquillamente -. Preferisco la realtà ai
principi. Ora, beva questo.
Lui avvicinò il bicchiere al viso di Victoria e lei sentì il forte odore
dell’alcool.
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- Niente affatto! – protestò.
- Beva, o sarò obbligato a forzarla! – insistette Jason, impassibile.
- Lei non lo farebbe!
- Sì, lo farei, Victoria. Ora, beva come una brava bambina. Si sentirà
meglio. Intuendo che non sarebbe servito a niente discutere e sentendosi
troppo stanca per lottare,
Victoria bevve un sorso e cercò di restituirgli il bicchiere, dicendo:
- Mi sento già meglio. Nonostante la luce divertita che illuminò gli occhi
di Jason per un breve istante, la sua
voce si tenne impassibile:
- Beva anche il resto.
- Se bevo, uscirà dalla mia stanza? – chiese Victoria, irritata. Quando lui
annuì, si decise a mettere fine a quella storia e, come se dovesse inghiottire
uno sciroppo amaro, bevve due grandi sorsi. Dopo essersi quasi soffocata e
tossito, sentì il liquido tracciare una scia di fuoco fino allo stomaco e
mormorò:
- E’ orribile! – poi si voltò per appoggiarsi ai cuscini. Jason rimase in
silenzio per un lungo momento, aspettando che l’effetto confortante del
cognac si diffondesse in tutto il corpo di Victoria. Poi parlò:
- In primo luogo, fu Charles ad annunciare il nostro fidanzamento sul
giornale. Secondo, lei vuole sposare me tanto quanto lo voglio io. Dico
bene?
- Perfettamente.
- Se è così, vuole spiegarmi perchè sta piangendo nel sapere che non siamo
promessi? Victoria gli rivolse uno sguardo di sdegno.
- Io non stavo piangendo – dichiarò.
- No? – con un sorriso, Jason le porse il fazzoletto -. Allora perchè il suo
naso è rosso e i suoi occhi gonfi?
Victoria trattenne la risata provocata dal cognac e si asciugò gli occhi con
il fazzoletto.
- Il suo commento non è per niente gentile. Jason esibì uno dei suoi rari
sorrisi che gli ammorbidivano i lineamenti.
- Sono sicuro di una cosa, ed è che fino ad ora, non ho fatto niente che
potesse darle l’impressione che io sia un gentiluomo!
Il tono leggermente scherzoso di Jason fece incurvare in un riluttante
sorriso le labbra di Victoria.
- Assolutamente niente – lei confermò -. Non stavo piangendo a causa di
quel ridicolo fidanzamento. Quello mi ha reso solo furiosa.
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- E allora perchè piangeva? Victoria abbassò lo sguardo sulle sue mani.
- Piangevo per mia madre. Lady Kirby ha detto che io avrei dovuto
riabilitare la sua reputazione e questo mi ha reso così furiosa che non sono
stata capace di risponderle per le rime. – Lanciò un rapido sguardo a Jason
e, dal momento che sembrava sinceramente preoccupato e, per la prima
volta, umano, continuò: - Mia madre era affettuosa, gentile e molto
amabile. Ho cominciato a ricordare tutto questo e ho finito per piangere.
Da quando i miei genitori sono morti, ho di... questi momenti di mancanza
di controllo. Un momento sto bene, e subito dopo sento che mi mancano
terribilmente. Quando questo succede, piango.
- E’ naturale piangere per le persone che si amano – disse Jason con tanta
tenerezza che Victoria riuscì a stento a credere che le parole fossero state
pronunciate da lui.
Sentendosi stranamente confortata dalla sua presenza e dalla sua voce
tranquilla e profonda, Victoria mosse un pò la testa e confessò:
- La verità è che piango per me stessa. Piango per autocompassione, per
aver perso i miei genitori. Non sapevo di essere così vigliacca.
- Ho visto uomini molto coraggiosi, piangere, Victoria. Victoria studiò i
suoi bei lineamenti. Anche sotto l’effetto tenue della luce delle candele,
Jason continuava a sembrarle invulnerabile. Era impossibile immaginarlo
con le lacrime agli occhi.
- Lei ha pianto? – gli chiese, con il suo riserbo naturale ridotto di molto per
effetto del cognac.
- No – rispose Jason, e allo stesso tempo i suoi occhi si riempirono di
nuovo di quella fredda luce che lei già conosceva.
- Nemmeno quando era bambino? – insistette Victoria, cercando di
provocarlo per mantenere il buon umore della conversazione.
- Nemmeno allora. Con un rapido movimento, Jason cercò di alzarsi, ma
Victoria gli appoggiò la mano sul
braccio, impedendoglielo.
- Signor Fielding – disse dolcemente, cercando di rinforzare quella piccola
tregua che erano riusciti a stabilire – so che non mi vuole qui, ma non
rimarrò per molto tempo... solo fino a quando Andrew verrà a cercarmi.
- Rimanga quanto vuole – replicò lui, stringendosi nelle spalle.
77
- Grazie – disse Victoria, senza nascondere la confusione per i repentini
cambiamenti d’umore che lo assalivano -. Quello che voglio dire e che...
beh, mi piacerebbe molto che noi potessimo essere... amici.
- Che tipo di amicizia ha in mente, milady? Già completamente annebbiata
dagli effetti dell’alcool, Victoria non percepì la punta di
sarcasmo nella voce di Jason.
- Beh, siamo cugini, anche se molto alla lontana, e non ho parenti vivi,
tranne zio Charles e lei. Crede che potremmo trattarci come dei cugini?
Jason ne fu sorpreso e poi divertito da quella proposta.
- Credo di sì.
- Grazie.
- Ora cerchi di dormire. Lei annuì e si accomodò nel letto.
- Ah! Stavo dimenticando di chiederle scusa per le cose orribile che ho
detto quando mi sono arrabbiata.
Le labbra di Jason si curvarono in un sorriso.
- E’ pentita di quello che ha detto? Victoria alzò le sopracciglia e sorrise
impertinente, e insonnolita.
- Lei si è meritato ogni parola.
- Ha ragione – ammise, sorridendo -. Ma non abusi della sua fortuna.
Frenando l’impulso di accarezzare i capelli di Victoria, Jason andò nella
sua stanza, si
servì di una dose di cognac e sedette in poltrona. Si chiese perchè Victoria
Seaton risvegliava in lui quell’istinto protettivo, da tempo sopito. Era a
arrivato a decidere di mandarla di nuovo in America non appena era
arrivata e invece lei aveva buttata all’aria la sua vita e la sua casa. Forse il
fatto che sembrava così sperduta e vulnerabile, essendo così giovane e
ingenua, gli risvegliava l’istinto paterno. O, forse, era proprio quella fresca
innocenza che lo aveva colto di sorpresa. O, chissà, forse quei suoi
incredibili occhi azzurri, che lo guardavano in viso come se avesse voluto
guardargli nell’anima. Victoria non aveva malizia, nè ne aveva bisogno
perchè quegli occhi sarebbero stati capaci di sedurre anche un santo.
Capitolo 8
78
- Non ho parole per dirti quanto mi dispiace per quello che è successo ieri
sera – si scusò Charles con Victoria, durante la colazione del mattino dopo
-. Ho sbagliato ad annunciare il tuo fidanzamento con Jason ma aveva la
speranza che voi due andaste d’accordo. Quando lady Kirby... Beh, quella
donna è una vecchia strega e la figlia è da due anni che cerca di
conquistare Jason. È stato quello il motivo per cui sono venute a
conoscerti, non appena saputo del tuo arrivo.
- Non c’è alcun bisogno di spiegarmelo di nuovo, zio Charles – disse
Victoria, in tono gentile -. Non è successo nulla di irreparabile.
- Forse no, ma oltre a tutti i difetti che già hai potuto constatare, lady Kirby
è la peggior pettegola della regione. Ora che sa che sei qui, lo dirà a tutti i
suoi conoscenti. Questo significa, che in breve tempo, avremo una fila di
visitatori, tutti ansiosi di darti un’occhiata. Per questo motivo, dovremo
procurarci un’accompagnatrice adeguata, affinchè nessuno si metta a
discutere sul fatto che tu viva con due uomini celibi.
Charles alzò gli occhi quando Jason entrò in sala da pranzo. Victoria si
irrigidì immediatamente, pregando che la tregua della notte precedente
resistesse alla luce del sole.
- Jason, stavo spiegando a Victoria la necessità di un’accompagnatrice. Ho
mandato un messaggio a Flossie Wilson. – aggiunse, riferendosi alla zia
nubile, che in passato, aveva aiutato a badare al piccolo Jaime -. So che lei
è un pò svanita, ma è l’unica parente viva che ho, oltre ad essere l’unica
accompagnatrice accettabile per Victoria che io conosca. E, anche perchè,
Flossie conosce bene le regole della società.
- Molto bene – rispose Jason, distratto, prima di avvicinarsi a Victoria -.
Spero che non stia soffrendo di nessun effetto indesiderato per la sua prima
esperienza con il cognac.
- Nessuno – rispose lei, con un sorriso -. In verità, mi è perfino piaciuto,
dopo essermi abituata al suo orribile sapore!
Un lento sorriso incurvò le labbra di Jason e Victoria sentì il cuore balzarle
in gola. Jason Fielding possedeva un sorriso capace di sciogliere anche il
ghiaccio!
- Attenzione che non le piaccia troppo – l’avvisò provocandola e
aggiungendo: - Cugina. Distratta dai suoi piani per trasformare Jason in un
vero amico, Victoria non prestò
attenzione alla conversazione tra i due uomini finchè Jason non le rivolse
la parola:
- Mi sta ascoltando, Victoria? Lei alzò gli occhi confusa.
- Scusi, non prestavo attenzione.
79
- Venerdì, riceverò la visita di un vicino che è appena ritornato dalla
Francia – spiegò Jason -. Se porterà la moglie, mi piacerebbe
presentargliela. La contessa di Collingwood è un eccellente esempio di
come una donna dovrebbe comportarsi in società. Spero che la osservi e
che la imiti.
Victoria annuì, sentendosi come una bambina maleducata che aveva
appena ricevuto l’ordine di seguire il buon esempio di un’altra. Inoltre,
aveva già conosciuto degli aristocratici inglese: Charles, Jason, lady Kirby
e Johanna Kirby. Ad eccezione di Charles, erano tutte persone difficili da
trattare, e quello non la faceva sentire particolarmente ansiosa di
conoscerne altri due. Comunque, cercò di reprimere i brutti sentimenti e di
allontanare la paura.
- Grazie – disse gentilmente -. Sarò felice di conoscerli. Victoria passò i
seguenti quattro giorni occupata a scrivere lettere, o godendosi della
compagnia di Charles. Nel pomeriggio del quinto giorno, andò fino in
cucina a cercare degli avanzi per Willie.
- Quell’animale presto avrà un peso sufficiente per portare in groppa un
cavaliere, se continuerà ad alimentarlo in quel modo! – commentò
allegramente la signora Craddock.
- Ci vorrà ancora molto prima che arrivi a quel punto – replicò Victoria,
restituendole il sorriso -. Posso prendere quell’osso grande, o deve usarlo
per la zuppa?
Assicurandole di no, la signora Craddock le consegnò l’osso. Victoria la
ringraziò ed era arrivata già sulla soglia quando si ricordò di qualcosa e
tornò a guardare la cuoca.
- Ieri sera, il signor Fielding, o meglio, milord – si corresse, accorgendosi
che le cameriere si erano irrigidite al solo sentire il suo nome -. Disse che
l’anatra arrosto è stata la migliore che abbia mai mangiato in vita sua. non
se se ha ricordato di dirglielo, signora Craddock, ma credo che le faccia
piacere saperlo.
Le guance grassocce della cuoca arrossirono di piacere.
- Grazie, milady. Con un sorriso, Victoria uscì alla ricerca di Willie.
- Quella è una vera lady – disse la cuoca alle altre cameriere -. È gentile, e
non somiglia nemmeno un pò a quelle insipide donne di Londra, nè alle
creature antipatiche che milord porta ogni tanto a Wakefield. O’Malley
sentì dire da sua grazia a lady Kirby che è una contessa.
Victoria portò il cibo nel posto dove aveva lasciato i piatti con gli avanzi
negli ultimi nove giorni. Invece di spiarla da l suo nascondiglio dietro gli
alberi, come faceva di solito, Willie si avvicinò di qualche passo non
appena la vide.
80
- Guarda cosa ti ho portato oggi – disse, cercando di attirarlo più vicino.
Sentì il cuore batterle forte vedendolo che si avvicinava -. Se ti fai
accarezzare, Willie, ti porterò un altro osso dopo cena.
Lui rimase immobile, osservandola con sfiducia e paura. Facendo un passo
in direzione dell’animale, Victoria si chinò per poggiare il piatto a terra,
continuando:
- So che vuoi mangiare. Ed io voglio essere tua amica. Probabilmente stai
pensando che il cibo è una specie di corruzione. E hai perfettamente
ragione! Sono sola quanto te e penso che potremmo essere amici. Non ho
mai avuto un cane prima, sai?
Willie guardò il cibo e, poi fissò lo sguardo su Victoria, senza distoglierlo
nemmeno mentre si abbassava sul piatto e divorava il cibo. Victoria
continuò a parlargli in tono sommesso, con la speranza di tranquillizzarlo.
- Non so a cosa stava pensando il signor Fielding quando decise di
chiamarti Willie. Tu non hai la faccia di un Willie! Io ti avrei chiamato
Lupo, o Imperatore, o qualunque altro nome forte e feroce come appari.
Non appena ebbe mangiato, Willie cominciò ad allontanarsi, ma Victoria
stesela mano sinistra, presentandogli l’enorme osso.
- Devi prenderlo dalla mia mano, se vuoi mangiarlo – disse. Il cane guardò
l’osso per un momento prima di strapparlo dalla mano di Victoria. Lei
pensò che si sarebbe messo a correre immediatamente verso il bosco, ma
invece, con sua sorpresa e profonda soddisfazione, si accucciò ai suoi piedi
e si mise a rosicchiarlo.
Victoria fu pervasa da una rapida sensazione di benessere, pensando che,
finalmente, il cielo le stava sorridendo. Non si sentiva più ormai non
voluta a Wakefield, ora che i due Fielding erano diventati suoi amici. E, tra
poco, avrebbe avuto come compagnia anche Willie. Si inginocchiò e
accarezzò la testa dell’animale.
- Hai bisogno di una bella spazzolata – diagnosticò -. Mi piacerebbe che
Dorothy ti vedesse, lei adora gli animali e ha un modo speciale per trattarli
sono sicura che ti insegnerebbe un sacco di cose, in pochissimo tempo –
aggiunse sorridendo e contemporaneamente avvertendo una grande
nostalgia nel cuore per la mancanza di sua sorella.
A metà pomeriggio del giorno dopo, Northrup andò in cerca di Victoria,
per informarla che lord Collingwood era appena arrivato e che lord
Fielding chiedeva che li raggiungesse nel suo ufficio.
Sospettosa, Victoria guardò la propria immagine attraverso lo specchio.
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Allora si sedette alla toilette e si acconciò i capelli in un impeccabile
chignon, preparandosi per essere presentata ad un aristocratico freddo ed
orgoglioso, dell’età di lady Kirby.
- La sua carrozza si ruppe nei pressi e due contadini la portarono su un
carro – stava raccontando Jason a Robert Collingwood con un secco
sorriso -. Quando presero il baule di Victoria dal carro, due maialini
fuggirono e lei ne prese uno nel momento esatto in cui Northrup aprì la
porta. Vedendola con un maialino tra le braccia, la confuse con una
contadina e le ordinò di fare la sua consegna per la porta sul retro. Quando
Victoria cercò di spiegare chi fosse, Northrup ordinò ad un lacchè di
cacciarla dalla proprietà. – finì il racconto, porgendo un bicchiere di vino
rosè al suo amico.
Il conte rise.
- Mio Dio! Che accoglienza! – alzò il bicchiere in un brindisi -. Per la tua
felicità e per la pazienza della tua promessa!
Jason aggrottò le sopracciglia e Robert spiegò:
- Dal momento che non ha preso la prima nave in partenza per l’America,
posso solo concludere che la signorina Seaton è una ragazza molto
paziente. Questa è una qualità molto desiderabile in una sposa.
- L’annuncio del fidanzamento sul Time è stata opera di Charles – chiarì
immediatamente Jason -. Victoria è una lontana cugina e, quando seppe
che doveva venire in Inghilterra, decise che dovevo sposarla.
- Senza prima consultarti? – domandò Robert incredulo.
- Ho saputo di essere fidanzato come lo hanno saputo tutti: leggendo il
giornale. Gli occhi castani del conte si illuminarono di una luce divertita.
- Immagino che tu sia rimasto un tantino sorpreso.
- Furioso – corresse Jason -. Poichè entriamo in argomento, io speravo che
oggi tu portassi tua moglie, affinchè Victoria potesse conoscerla. Caroline
è un pò più grande di Victoria e credo che potrebbero diventare amiche.
Per essere sincero, Victoria ha bisogno di un’amica qui. C’è stato uno
scandalo quando sua madre decise di sposare un medico irlandese e ho la
certezza che lady Kirby farà in modo di ricordare l’avvenimento. Oltre a
questo, Victoria è nipote della duchessa di Claremont che non si è mostrata
disposta a riconoscere la ragazza. Victoria è contessa per diritto, ma il
titolo non garantisce che sarà accettata dalla società. È chiaro che Charles
le darà tutto l’appoggio necessario, e speriamo che nessuno la respinga
apertamente.
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- Lei potrà contare anche sul peso di tutta la tua influenza, che è
considerevole – commentò Collingwood.
- Non se si deve tentare di affermare la reputazione di una giovane
innocente e virtuosa – gli ricordò Jason.
- Vero – concordò Robert, con una risata.
- Comunque, Victoria ha già conosciuto le due Kirby avendo una
dimostrazione dell’aristocrazia inglese. Credo che tua moglie potrebbe
farle una migliore impressione. La verità, e che ho suggerito a Victoria di
prendere Caroline come esempio di buon comportamento...
Robert Collingwood tirò indietro la testa scoppiando in una rumorosa
risata.
- Le hai detto questo? In questo caso comincia a pregare affinchè lady
Victoria non segua il tuo consiglio. Il comportamento di Caroline è
eccellente... tanto che ingannò perfino te, facendoti credere di essere un
modello di virtù. Invece capita che vivo continuamente togliendo di
impaccio la mia dolce mogliettina da terribili imbrogli. Non ho mai
conosciuto una donna più ostinata e determinata.
- In questo caso, Victoria e Caroline andranno perfettamente d’accordo –
concluse Jason.
- Vedo che sei molto interessato a lei – commentò Robert.
- Solamente come guardiano, benchè abbia ricevuto questo incarico
contro la mia volontà.
Victoria ferma davanti alla porta dell’ufficio, si aggiustò la gonna
dell’abito di mussolina verde chiaro, bussò ed entrò. Trovò Jason seduto in
poltrona, conversando con un uomo più o meno della sua età. Quando la
videro, i due uomini smisero di parlare e si alzarono in piedi, e questo mise
in risalto le somiglianze tra i due. Come Jason, il conte era lato, attraente e
possedeva un fisico atletico. Solo i capelli e gli occhi era diversi di un
castano più chiaro. D’altra parte, possedeva la stessa aura di tranquilla
autorità che Jason esibiva, benchè fosse meno evidente. C’era nei suoi
occhi una luce d’allegria e il suo sorriso era più amichevole che ironico.
Anche così, non sembrava un uomo che qualunque persona potesse
desiderare avere come nemico.
- Mi scusi, signore se l’ho fissata – disse Victoria, quando Jason finì le
presentazioni -. Quando vi ho visti insieme, ho notato delle somiglianze.
- Sono certo che è un complimento, milady – Robert Collingwood
commentò, sorridendo.
- Non lo è – lo corresse Jason in vena di scherzare.
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Victoria cercò disperatamente qualcosa da dire, ma non le venne in mente
nulla. Per fortuna fu salvata da una figuraccia peggiore, dal conte, che
lanciò uno sguardo indignato a Jason chiedendo:
- Bene, lady Seaton come si dovrebbe rispondere? Victoria non sentì la
risposta di Jason, perchè la sua attenzione fu distolta dall’altro
occupante della stanza: un bambino adorabile, di circa tre anni, che la
guardava affascinato, tenendo una barchetta tra le mani. Con gli occhi e i
capelli castani chiari era l’immagine del padre, perfino negli abiti che
indossava. Victoria sorrise al bambino.
- Credo che nessuno ci abbia presentato – commentò.
- Mi scusi – disse il conte -. Lady Victoria, mi permetta di presentarle mio
figlio, John. Il bambino posò la barchetta sulla sedia al suo fianco e fece
una riverenza in gesto di
rispetto. Victoria gliela restituì, inclinando anche la testa. Il bambino
scoppiò in una risata infantile e guardando i suoi capelli, si rivolse la
padre:
- Rosso? – chiese.
- Sì – confermò Robert.
- Bello – sussurrò John, provocando una risata del padre.
- John, sei troppo giovane per cercare di conquistare una lady!
- Bene, ma non sono una lady – lo corresse Victoria, conquistata dal
bambino -. Sono un marinaio! – siccome John la guardava dubbioso,
aggiunse: - E anche molto brava. Il mio amico Andrew ed io di solito
costruivamo delle barchette per farle navigare sul fiume, quando eravamo
bambini. Naviga bene la tua barca, se la portiamo al fiume?
John annuì e Victoria si rivolse al conte in cerca del suo permesso.
- Lo sorveglierò – gli assicurò -. E anche la barca, ovviamente. Una volta
che Robert diede il suo permesso, John diede la mano a Victoria e i due
uscirono dall’ufficio.
- E’ evidente che adora i bambini – osservò il conte.
- Lei stessa è poco più di una bambina – replicò Jason con indifferenza.
Robert si voltò e osservò la bella ragazza che attraversava l’atrio. Poi,
tornò a guardare
Jason, alzando le sopracciglia, confuso. Ma non disse nulla.
Victoria passò quasi un’ora seduta su una coperta stesa sul bordo del fiume
che attraversava il parco. Col sole che le illuminava il viso, inventava
storie di pirati e tempeste che, per finta, avevano attaccato la sua nave
durante il viaggio dall’America all’Inghilterra. John, ascoltava affascinato
tenendo ferma tra le mani la lenza che Victoria aveva legato alla barchetta
che galleggiava in acqua. Quando il bambino si stancò delle acque
tranquille in cui
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la sua barchetta navigava, Victoria afferrò la lenza e proseguirono
sull’argine del fiume dove era più profondo, passando sotto un ponte di
pietra. Lì le acque erano un pò più turbolente, grazie ad un albero caduto
da molto tempo. Allora Victoria restituì la lenza a John dandogli istruzioni:
- Tienila con fermezza, o la barca andrà contro il tronco.
- Lo farò – rispose sorridendo il bambino. Victoria si era allontanata di
alcuni passi per cogliere alcuni fiori che crescevano sul
bordo del fiume, quando john gridò, dispiaciuto per aver lasciato la lenza
in un momento di distrazione.
- Rimani fermo dove sei! – ordinò Victoria in tono pressante, correndo
verso il bambino. Sforzandosi di non piangere John guardò la barchetta
che scivolava direttamente verso i
rami dell’albero caduto sotto il ponte.
- Mi è scappata – singhiozzò, mentre le lacrime brillavano nei suoi occhi -.
È stato zio George che mi ha costruito la barchetta. Sarà molto triste.
Victoria sospirò. Benchè quel tratto fosse profondo, Andrew e lei avevano
ripreso barchette da un fiume molto più pericoloso di quello, dove di solito
giocavano. Guardò da entrambi e lati e verso l’argine e si rese conto che
sarebbe rimasta fuori della vista di chiunque. Allora, prese la sua
decisione.
- Possiamo ancora salvarla – disse con fermezza, togliendosi il vestito e le
scarpe -. Siediti qui ed aspettami. Cercherò la tua barchetta.
Indossando solo la camiciola, Victoria entrò in acqua e, quando non riuscì
più a sentire il fondo sotto i piedi, nuotò con bracciate vigorose. Fu facile
trovare la barchetta. L’unica difficoltà consistette nel liberare la lenza che
si era attorcigliata intorno ai rami dell’albero. Così Victoria si immerse
varie volte, per la delizia di John che apparentemente, non aveva mai visto
prima nuotare qualcuno. Nonostante l’acqua fredda e turbolenta,
l’esercizio fu rinvigorente e Victoria diede il benvenuto alla sensazione di
libertà quasi dimenticata che la colse.
Preoccupata nel controllare che John non cercasse di unirsi a lei, Victoria
gesticolò gridando:
- Questa volta l’ho presa! Rimani dove sei e aspetta che la nostra barca sia
in salvo! Dopo aver visto che annuiva solennemente, Victoria si sentì più
tranquilla e tornò ad
immergersi.
- Northrup ha detto che sono venuti in direzione del ponte e... – Jason
smise di parlare quando la parola “soccorso” raggiunse le sue orecchie.
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I due uomini si diressero di corsa in direzione del ponte. Inciampando e
scivolando, scesero fino all’argine, correndo in direzione di John.
Raggiuntolo, Robert prese suo figlio per le spalle.
- Dov’è lei- chiese allarmato.
- Sotto il ponte – rispose il bambino con un sorriso -. Lei si è immersa per
salvare la barca che zio George ha fatto per me.
- Oh, mio Dio! Quella pazza! – mormorò Jason, afflitto, togliendosi la
giacca e correndo verso l’acqua. All’improvviso, una sirena dai capelli
rossi emerse dall’acqua, con il corpo inarcato, le labbra atteggiate in un
sorriso trionfante e i capelli bagnati sugli occhi.
- L’ho presa, John! – gridò allegramente.
- Meraviglioso! – gridò il bambino in risposta, applaudendo. Jason si
immobilizzò, sentendo il terrore trasformarsi immediatamente in furia
cieca,
mentre osservava Victoria nuotare con facilità verso l’argine del fiume
seguita dalla barchetta. Con le gambe leggermente aperte, le mani in vita
ed un’espressione terrorizzata sul viso, aspettò impazientemente il suo
arrivo.
Comprendendo e perfino condividendo i sentimenti del suo amico, Robert
Collingwood gli lanciò uno sguardo di simpatia, prima di prendere il figlio
per mano.
- Ritorniamo indietro, John – ordinò con gentile fermezza -. Credo che
lord Fielding voglia dire qualcosa alla signorina Victoria.
- Le dirà grazie?
- Non proprio. Victoria uscì di spalle dall’acqua e continuò così, facendo
passi indietro mentre portava a
riva la barchetta.
- Hai visto, John? Non ti avevo detto che saremmo riusciti a salvare la
tua... La sua schiena sbattè in pieno contro qualcosa di grande, immobile e
resistente, e
contemporaneamente un paio di mani forti la prendevano per le spalle,
forzandola a voltarsi.
- Sei pazza! – disse Jason tra i denti -. Pazza! Avresti potuto annegare!
- No... no, io non correvo il minimo pericolo – spiegò in fretta, spaventata
dalla rabbia che gli scuriva gli occhi -. So nuotare molto bene... e lei ha
potuto vedere...
- Così come il domestico che quasi affogò in questo stesso punto, l’anno
scorso! – la interruppe lui.
- Bene, stringermi le braccia non serve a niente! – si lamentò Victoria,
sforzandosi invano di liberarsi delle sue mani implacabili che la tenevano
prigioniera -. Vedo che si è
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spaventato molto, e mi dispiace molto, ma non correvo nessun rischio...
non stavo facendo niente di male.
- Non faceva niente di male? Non correva nessun rischio? – ripetè Jason in
tono sempre più allarmato, mentre abbassava lo sguardo verso la profonda
scollatura della sua camiciola, facendo ricordare a Victoria che, oltre che
bagnata, era anche quasi nuda -. Immagini se ci fosse un altro uomo
adesso, qui, che la guardasse in questo modo. Che cosa crede che potrebbe
succedere?
Victoria deglutì, ricordandosi improvvisamente, di quando era tornata a
casa molto dopo il tramonto. Suo padre aveva organizzato un gruppo per
cercarla tra i boschi. La prima reazione di lui fu di sollievo e gioia. Poi...
Victoria aveva passato alcuni giorni senza riuscire a sedersi in modo
confortevole.
- Non so cosa potrebbe succedere... Credo che qui qualunque persona ci
fosse, mi darebbe i mie vestiti e...
Gli occhi di Jason tornarono a posarsi sulla sua scollatura che esponeva
una buona parte dei suoi seni sodi che a causa della respirazione affrettata
salivano e scendevano rendendola una donna estremamente desiderabile,
invece della bambina che Jason si era convinto che fosse.
- Adesso le mostro cosa potrebbe succedere! – le disse, bruscamente e,
subito dopo, le sue labbra si posavano con violenza su di lei.
Victoria resistette, cercando di scappare dalla braccia di ferro e dal suo
bacio. Però, la sua lotta sembrò solo farlo diventare più furioso e crudele.
- Per favore – lo implorò, quasi piangendo -. Mi dispiace molto se l’ho
spaventata... Lentamente, le mani di Jason allentarono la pressione sulle
spalle di Victoria. Allora,
alzò la testa e la guardò direttamente negli occhi. Con un gesto automatico,
lei incrociò le braccia sul petto. I suoi capelli cadevano come un lenzuolo
di rubini sulle spalle, e i suoi occhi, più azzurri degli zaffiri, non
mascheravano la paura e il pentimento.
- Per favore – balbettò, con voce tremula, cercando disperatamente di
recuperare la tregua che avevano mantenuto per quasi cinque giorni -. Non
si arrabbi. Non avevo intenzione di spaventarla. Ho imparato a nuotare
quando ero bambina, ma solo ora mi rendo conto che non avrei dovuto
fare ciò che ho fatto oggi.
L’ammissione franca e diretta di Victoria prese Jason di sorpresa. Tutti gli
artifici femminili erano già stati usati con lui, da quando aveva fatto
fortuna e aveva ricevuto il titolo nobiliare, ma sempre senza successo. La
totale assenza di malizia di Victoria, sommata a quel viso bello e
innocente, e alla sensazione di quel morbido corpo stretto al
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suo, agirono da potente afrodisiaco. Il desiderio si impadronì di Jason,
facendogli ribollire il sangue nelle vene, e le sue braccia la strinsero contro
di sè.
Victoria vide qualcosa di primitivo e preoccupante negli occhi di lui che
non seppe riconoscere. Allarmata, aprì la bocca per gridare, ma non ebbe il
tempo per farlo perchè le labbra di Jason tornarono ad appoggiarsi sulle
sue, lasciandola stordita. Victoria resistette per alcuni momenti, ma poi fu
lentamente pervasa da una sconosciuta sensazione, mentre le mani di lui
scivolavano con tenerezza per la sua schiena.
Cercando di tenere l’equilibrio che quel contatto sembrava farle perdere,
lei posò le mani sul suo largo petto, risvegliando in lui l’immediata
reazione di stringerla ancora di più. Invasa da sensazioni sempre più
intense, Victoria si appoggiò a lui, arrendendosi alla deliziosa esplorazione
delle sue labbra. Allora, lui approfondì il bacio, rendendo il contatto più
intimo, come lei non aveva mai provato, nè immaginato possibile.
Spaventata, tirò indietro la testa, spingendolo.
- No! – gridò. Lui la liberò subito e respirò a fondo, con lo sguardo fisso al
suolo. Victoria lo affrontò,
furiosa, e aspettando che Jason si scusasse per quel bacio indecoroso.
- Immagino che darà a me la colpa! – dichiarò arrabbiata -. Di sicuro, dirà
che io l’ho voluto, di essere trattata in questo modo!
Vedendo che le labbra di Jason si curvavano abbozzando un sorriso,
Victoria ebbe l’impressione che lui stava lottando per recuperare il suo
contegno.
- Lei ha commesso il primo errore – mormorò finalmente -. Ma l’ultimo è
stato mio. Mi perdoni.
- Che cosa? - chiese, senza credere a ciò che sentiva.
- Al contrario di quello che evidentemente pensa di me, non ho l’abitudine
di sedurre ragazze innocenti...
- Io non correvo il rischio di essere sedotta – mentì Victoria. Una luce
divertita illuminò gli occhi di Jason.
- No? – le chiese, un pò ironico.
- Assolutamente no!
- In questo caso, è meglio per lei vestirsi, prima che io sia tentato di
dimostrarle che si sbaglia.
Victoria aprì la bocca, pensando di dare una risposta all’altezza
dell’insolente commento, ma il sorriso di Jason fu più di quanto la sua
indignazione potesse sopportare.
- Lei è impossibile! – si limitò a dire, senza convinzione.
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- Ha ragione – disse Jason, e le diede la schiena per permetterle di
rivestirsi. Lottando disperatamente per controllare le sue caotiche
emozioni, Victoria si vestì in
fretta. Andrew l’aveva baciata varie volte, ma mai in quel modo. Jason non
avrebbe dovuto fare ciò che aveva fatto e poi mostrarsi tanto indifferente,
dopo. Victoria era convinta che aveva tutti i motivi per sentirsi furiosa con
lui, ma poi pensò che, forse, in Inghilterra erano abituati in quel modo. Era
possibile che le donne lì reagissero con naturalezza a baci come quello. Se
avesse dato troppa importanza all’evento questo l’avrebbe fatta sembrare
una sciocca. E, anche se lo avesse fatto, Jason avrebbe trattato la cosa
come qualcosa di insignificante, come in realtà aveva già fatto. Concluse
che non aveva niente da guadagnare irritandosi più di quanto non avesse
già fatto. Ma nonostante questi pensieri, non riuscì a controllare del tutto la
sua rabbia.
- Comunque è impossibile! – ripetè.
- Abbiamo già concordato su questo.
- E, è anche imprevedibile.
- In che senso?
- Beh, sono arrivata perfino a pensare che mi avrebbe potuto picchiare,
tanto ero spaventata. Invece, al contrario, lei mi ha baciata! Sto
incominciando a pensare che lei e il suo cane siate molto simili. Tutti e due
vi dimostrate molto più feroci di quanto siete in realtà.
- Il mio cane? – chiese Jason, apparentemente senza sapere di quale di essi
stesse parlando.
- Willie – chiarì Victoria.
- Lei deve aver paura anche degli uccellini, se pensa che Willie sia feroce.
- Sto giungendo alla conclusione che non c’è motivo di aver paura di
nessuno di voi due. Un sorriso biricchino incurvò le labbra sensuali di
Jason, mentre si chinava a prendere la
barchetta di John.
- Non lo dica a nessuno, o rovinerà la mia reputazione. Victoria si buttò la
coperta sulle spalle e, poi alzò il mento.
- Lei ha una reputazione?
- La peggiore che si possa immaginare. Vuole che le racconti i sordidi
dettagli?
- Certo che no! – rispose immediatamente Victoria e, riconoscendo il
leggero pentimento per averla baciata in modo così audace, decise di
armarsi di coraggio e affrontare l’argomento che la faceva sentire a disagio
da vari giorni -. Esiste un modo in cui lei può riparare al suo errore.
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Jason le lanciò uno sguardo strano.
Io direi che un errore giustifica l’altro, ma dica pure ciò che vuole.
- Voglio di nuovo i miei vestiti.
- No.
- Lei non capisce! Io sono in lutto per i miei genitori.
- Capisco molto bene, ma non credo che i dolore sia così grande da non
poter essere conservato dentro di noi. Così come non credo alle esibizioni
del lutto. Inoltre, Charles ed io vogliamo che lei si ricostruisca una vita
qui.
- Non ho bisogno di una nuova vita! Rimarrò finchè Andrew non verrà a
cercarmi e...
- Lui non verrà, Victoria – la interruppe Jason implacabile -. Non le ha
nemmeno scritto una lettera in tutti questi mesi.
Le parole raggiunsero Victoria come una spada affilata.
- Verrà! So che verrà! Non è passato ancora abbastanza tempo perchè una
lettera possa arrivare.
L’espressione di Jason si indurì.
- Spero che sia vero, ma continuo a proibirle di indossare abiti neri. Il lutto
deve essere conservato nel cuore.
- Come lo sa? Se avesse cuore, non mi costringerebbe ad usare questi
abiti, come se i miei genitori non fossero mai esistiti. Lei non ha un cuore!
- Ha ragione. Non ho un cuore. Cerchi di ricordarlo e non commetta
l’errore di credere che sotto la maschera feroce, sono mite come un
gattino. Molte donne lo hanno pensato e se ne sono pentite.
Victoria si allontanò con gambe tremanti. Come aveva potuto pensare che
avrebbero potuto essere amici? Jason era freddo, cinico, ed amareggiato,
oltre ad avere un temperamento irascibile e, chiaramente, di essere
completamente squilibrato! Nessun uomo con un pò di discernimento,
sarebbe stato capace di baciare una donna con tenerezza e passione per
passare poi subito dopo ad essere freddo e crudele. No, Jason non era un
gattino, ma pericoloso come la pantera che le veniva in mente, con i suoi
capelli neri e gli occhi verdi.
Erano arrivati insieme ai gradini che portavano alla porta principale della
casa. Il conte di Collingwood era ad aspettarli, già in groppa al suo
splendido cavallo sauro, con John confortevolmente seduto davanti a sè.
Arrabbiata ed imbarazzata, Victoria balbettò un breve saluto al conte e,
forzando un sorriso, restituì la barchetta a John. Poi, corse dentro casa.
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John la osservò sparire e, quindi guardò Jason e subito dopo il padre.
- Non l’ha rimproverata, vero padre? – chiese ansioso. Robert alzò lo
sguardo divertito dalla camicia bagnata di Jason al suo viso.
- No, John. Lord Fielding non ha rimproverato la signorina Victoria. – Poi
chiese a Jason: - devo chiedere a Caroline di venire domani a far visita alla
signorina Seaton?
- Vieni con lei, così che possiamo finire la nostra discussione d'affari.
Robert annuì. Passando un braccio protettivo intorno a suo figlio, spronò
leggermente il
cavallo che uscì trottando dolcemente dal giardino.
Jason li osservò partire, dispiacendosi man mano che, per la prima volta, si
permetteva di affrontare ciò che davvero era successo sull’argine del
fiume.
Capitolo 9
A metà del pomeriggio seguente, Victoria non era ancora riuscita a
togliersi dalla mente il rovente bacio di Jason. Seduta sull’erba, di fianco a
Willie, accarezzava la testa dell’animale, mentre lui rosicchiava l’osso che
gli aveva portato. Osservandolo, torno a ricordarsi dell’atteggiamento di
Jason dopo il bacio e sentì che si contraeva lo stomaco quando paragonò la
sua ingenuità con l’esperienza sofisticata di lui.
Come era stato capace di baciarla ed abbracciarla, come se volesse
divorarla con la sua passione e poi scherzare al riguardo? E lei, come era
riuscita a fingere indifferenza, quando si sentiva ancora stordita e le
ginocchia le tremavano? E, dopo tutto ciò, come poteva guardarla con
quello sguardo freddo e avvertirla di non commettere lo stesso errore di
“molte altre donne”?
Cosa lo aveva portato a pensare in quel modo? Era davvero difficile da
capire! Victoria si era sforzata di essere sua amica e tutto ciò che aveva
ottenuto era essere baciata in modo inatteso e... ardente. Tutto le sembrava
troppo diverso in Inghilterra. Pensò che, forse, quel modo di baciare era
comune tra gli inglesi. Se era così, non aveva motivo per essere arrabbiata
o sentirsi in colpa. Disgraziatamente non riusciva a liberarsi di nessuno dei
due sentimenti. Allo stesso tempo, si sentì pervadere da un’intensa
nostalgia per Andrew, vergognandosi di aver corrisposto, almeno in parte,
al bacio di Jason.
Alzò lo sguardo sentendo il rumore di zoccoli in lontananza e constatò che
Jason stava cavalcando verso la stalla. Quando lui l’aveva cercata in
mattinata, Victoria era riuscita ad
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evitare il confronto, prendendosi del tempo per riprendersi. Però la
tranquillità stava per finire, perchè la carrozza del conte di Collingwood
era ferma davanti alla casa. Con un sospiro rassegnato, Victoria si alzò.
- Vieni, Willie. Avvisiamo lord Fielding che il conte e la contessa sono
arrivati. Così risparmieremo al povero signor O’Malley una camminata
inutile fino alle stalle.
Il cane la guardò con i suoi occhi intelligenti, ma non si mosse.
- E’ ora che tu la smetta di nasconderti alle persone! non sono la tua
domestica, sai? Presto mi stancherò di portarti il cibo fin qui. Northrup mi
ha raccontato che di solito mangiavi nella stalla. Vieni, Willie! – ripetè,
decisa a controllare almeno quella parte della sua vita.
Vedendo che si alzava, lasciando capire che aveva compreso il suo
desiderio, insistette con voce irritata:
- Willie, sto incominciando a perdere la pazienza con i maschi arroganti,
vieni! – fece alcuni passi avanti, prima di chiamare di nuovo:- Su, vieni,
Willie!
Questa volta, il cane ubbidì e la seguì. Incoraggiata da quella piccola
conquista, Victoria camminò verso la stalla, da dove Jason ne stava
uscendo, caricando il suo fucile da caccia. Davanti a casa, il conte di
Collingwood aiutò sua moglie ad uscire dalla carrozza.
- Sono lì – indicando in direzione della stalla e, prendendo per un braccio
la moglie con un gesto affettuoso, cominciò ad attraversare il giardino,
sussurrandole all’orecchio: -Sorridi. Sembri che stai camminando verso
una veglia funebre!
- Perchè è così che mi sento – Caroline ammise con un sorriso biricchino -.
So che riderai di me, ma lord Fielding mi spaventa. E non sono l’unica ad
aver paura!
- Jason è un uomo brillante, Caroline. Ho guadagnato molto con gli
investimenti che lui mi ha gentilmente raccomandato.
- Ti credo. Ma per me continua ad essere una figura minacciosa. Inoltre, ha
la capacità di dare risposte sconcertanti, che lasciano profondamente
confuse. Il mese scorso, disse alla signorina Farradday che detesta in
special modo le donne che hanno tutto il tempo un sorriso timido sulle
labbra, quando gli prendono il braccio.
- E come ha reagito la signorina Farradday?
- Che cosa avrebbe dovuto dire, se proprio in quel momento gli stava
prendendo il braccio sorridendo? Fu estremamente imbarazzante! –
Ignorando la risata di suo marito, Caroline continuò: - Semplicemente non
riesco a capire quello che le donne vedono in lui, per struggersi tanto ogni
volta che si avvicina. È vero che lord Fielding è ricco come un re, con sei
grandi proprietà e un reddito di... Dio sa di quante sterline all’anno. E,
chiaramente,
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sarà il prossimo duca di Atherton. E sono obbligata ad ammettere che è un
uomo molto attraente e...
- E non capisci quello che le donne vedono in lui? – Robert la interruppe
in tono scherzoso.
Caroline scosse la testa ed abbassò il tono della voce, mentre si
avvicinavano all’amico.
- Lui non ha dei bei modi. Al contrario, è troppo diretto nelle sue risposte
e nei suoi commenti, completamente senza tatto!
- Quando un uomo è perseguitato senza tregua, per la sua fortuna e titolo,
deve essere scusato se ogni tanto perde la pazienza.
- Tu puoi pensarla in questo modo, ma, da parte mia, sento una profonda
solidarietà per la povera signorina Seaton. Immagina, la poverina deve
essere atterrita nel dover vivere sotto lo stesso tetto!
- Non so se è atterrita, ma ho avuto l’impressione che si senta molto sola e
che abbia bisogno di un’amica che l’aiuti a capire le abitudini inglesi.
- La poveretta deve sentirsi molto infelice – commentò Caroline con
simpatia, osservando Victoria che ora, parlava con Jason.
- Il conte e la contessa sono appena arrivati – gli stava dicendo in tono
neutro.
- Li ho visti. Stanno venendo verso di noi – replicò Jason, guardando verso
l’amico che si avvicinava, e, quando tornò a guardare Victoria, rimase
pietrificato, con gli occhi fissi su qualcosa dietro di lei -. Via di qui –
ordinò a bassa voce, spingendola di lato e portandosi la carabina alla
spalla.
In quello stesso istante, Victoria sentì ringhiare Willie e, subito, si rese
conto di ciò che voleva fare Jason.
- No! – gridò, raggiungendo la carabina con la mano e, poi, cadendo in
ginocchio per abbracciare il cane -. Lei è pazzo! Che cosa ha fatto Willie
per privarlo del cibo e per ammazzarlo ora? Per caso, anche lui ha nuotato
nel fiume... o ha osato disubbidire a uno dei suoi ordini?
Jason abbassò lentamente la carabina. Poi con voce eccessivamente
tranquilla, che contraddiceva con l’espressione tesa e il pallore del suo
volto, disse:
- Victoria, quello non è Willie. Willie è un collie che ho prestato tre giorni
fa ai Collingwood per la riproduzione.
La mano che accarezzava affettuosamente la testa di “Willie”, si bloccò a
mezz’aria.
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- A meno che la mia vista, o il mio raziocinio, non funzionino bene – Jason
continuò, -l’animale che sta abbracciando come una madre che protegge il
suo bambino, è per metà un lupo.
Victoria si alzò lentamente.
- Anche se non è Willie, è comunque un cane, non un lupo – insistette
ostinatamente -. Lui capisce l’ordine “vieni”.
- E’ in parte cane – la corresse Jason. Poi, con l’intenzione di allontanarla
da lì, la prese per un braccio. Il gesto provocò la
reazione immediata dell’animale che si mise in posizione di attacco,
ringhiando ed esibendo i denti. Jason lasciò il braccio di Victoria e mosse
lentamente la mano sul grilletto.
- Si allontani da lui, Victoria – le ordinò. Gli occhi di Victoria erano fissi
sull’arma.
- Non lo faccia! – disse isterica -. Non glielo permetterò! Se gli spara, io la
sparerò. So tirare meglio di quanto so nuotare, Jason! Quell’animale è un
cane e sta solo cercando di proteggermi da lei. Chiunque lo capirebbe. È
mio amico. Per favore, non spari.
Sollevata, vide Jason ritirare le dita dal grilletto e tornare ad abbassare il
fucile.
- Molto bene, lascerò perdere – grugnì -. Non gli sparerò.
- Vuole darmi la sua parola di gentiluomo? – Victoria insistette,
mantenendo ancora se stessa tra Jason e il coraggioso animale che cercava
di proteggerla.
- Le dò la mia parola. Victoria cominciò a muoversi, ma il ricordo di un
commento che aveva fatto Jason la
fermò.
- Lei mi ha detto che non è un gentiluomo e che non ha principi. Come
posso essere certa che manterrà la sua parola?
Jason dovette sforzarsi di nascondere il divertimento e l’ammirazione che
gli provocò la giovane che non solo difendeva la vita di un lupo, ma osava
anche sfidarlo, faccia a faccia.
- Prometto di mantenere la mia parola. Ora, smetta di comportarsi come
Giovanna d’Arco.
- Non so se posso crederle. Farebbe la stessa promessa al conte di
Collingwood? – insistette Victoria.
- Sta abusando della sua fortuna, cara – le fece notare Jason con voce
dolce. Benchè pronunciata dolcemente, la frase suonò eccessivamente
minacciosa. Percependo
che Jason non stava giocando, Victoria ubbidì e fece un passo di lato, ma
l’animale si tenne in posizione di attacco, lo sguardo feroce fisso sul
presunto aggressore.
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Jason, da parte sua, osservava l’animale, il fucile ancora in mano.
Disperata, Victoria ordinò al suo più recente amico:
- Seduto! Sorprendendola, dopo aver esitante per qualche istante, il cane
ubbidì.
- Visto? – lei si voltò verso Jason, sollevata -. È stato ben addestrato da
qualcuno. E sa che la sua arma può ferirlo. È questo il motivo per cui
continua a osservarlo con sfiducia. È un cane intelligente.
- Molto intelligente – confermò Jason ironicamente -. Abbastanza per
vivere nella mia proprietà, sotto il mio naso, mentre tutti gli abitanti della
regione tentano di scacciare il “lupo” che invade i pollai e atterrisce la
cittadina.
- E’ quello il motivo per cui esce ogni mattina a cacciare? – Quando Jason
annuì, Victoria pensò immediatamente alla possibilità che l’animale
potesse essere cacciato da lì -. Bene, lui non è un lupo, è un cane, come
può vedere. Inoltre, io stessa ho l’intenzione di continuare ad alimentarlo
tutti i giorni. Pertanto, non avrà più motivi per invadere i pollai. È
intelligente e comprende ciò che dico.
- In questo caso, forse dovrebbe dirgli che è, come minimo, mancanza di
educazione rimanere lì seduto, aspettando l’opportunità di mordere la
mano che, indirettamente, lo alimenta.
Victoria lanciò uno sguardo verso il suo fedele protettore, prima di tornare
a guardare Jason.
- Credo che, se lei stendesse la mano di nuovo verso di me ed io gli
parlerei, comprenderebbe. Andiamo, ci provi. Stenda la mano nella mia
direzione.
- Quello che mi piacerebbe fare è stendere la mano verso il suo collo e
strangolarla – mormorò Jason, ma fece quello che lei gli aveva chiesto e le
prese il braccio.
Immediatamente, l’animale tornò a ringhiare mettendosi di nuovo in
posizione di attacco.
- No! – ordinò Victoria con fermezza. Nello stesso istante, il lupo chiamato
Willie, si trattenne, si rilassò e le leccò la mano.
- Grazie. Ci siamo riusciti. Baderò io a lui e le garantisco che nessuno
dovrà più preoccuparsi per un lupo nelle vicinanze.
Jason non resistette al coraggio, nè allo sguardo di supplica che Victoria
gli rivolse.
- Cerchi di curarlo – disse con un sospiro rassegnato -. Chiederò a
Northrup di informare i domestici che lui non deve essere disturbato, ma
se il suo cane si avventura in altre proprietà, lo ammazzeranno. Anche se
non ha mai attaccato nessuno, i latifondisti ci tengono alle loro galline,
oltre che alle proprie famiglie.
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Volendo evitare una discussione, Jason si voltò a salutare i Collingwood e,
solo allora, Victoria si ricordò della loro presenza.
Mortificata, si voltò per affrontare la donna che Jason considerava un
modello di comportamento. Invece dello sdegno che Victoria si aspettava
di vedere sul volto della contessa, lady Collingwood la guardava con
aperta ammirazione, oltre a cercare di trattenere chiaramente una risata.
Dopo aver fatto le presentazioni, Jason si allontanò insieme al conte,
parlando di affari, lasciando Victoria sola con la contessa.
Lady Collingwood fu la prima a rompere il silenzio.
- Posso accompagnarla mentre cura il suo cane? Victoria annuì torcendosi
le mani.
- Deve pensare che sono la donna più maleducata del mondo – mormorò
confusa.
- No. Credo che sia molto coraggiosa.
- Solo perchè non ho paura di Willie? – chiese Victoria, sorpresa.
- Perchè non ha paura di Jason Fielding – la corresse la contessa, senza
riuscire più a trattenere la risata.
Guardando la bella bruna e il suo abito elegante, Victoria riconobbe la
divertita malizia nei suoi occhi, così come l’offerta di amicizia nel suo
sorriso. Rendendosi conto di aver trovato finalmente un’anima gentile in
quel paese così poco amichevole, si sentì risollevare il morale.
- Per essere sincera, ero terrorizzata! – ammise, mentre prendeva la strada
che correva dietro la casa, dove avrebbe legato il suo cane, finchè non
avrebbe convinto Jason a permettergli di entrare in casa.
- Ma non lo dimostrava, e questo è un bene, perchè ho l’impressione che
ogni volta che un uomo si rende conto che una donna ha paura di qualcosa,
lui usa quelle informazioni nel modo più orribile. Per esempio, quando
mio fratello Carlton scoprì che avevo paura dei serpenti, nei mise uno nel
cassetto dei fazzoletti. Io non mi ero ancora rimessa dallo spavento quando
l’altro mio fratello, Abbott, ne mise un altro nella mia scarpetta della
danza.
Victoria tremò.
- Anch’io ho paura dei serpenti – confessò -. Quanti fratelli ha, signora?
- Sei, tutti uomini, e capaci di fare le cose peggiori, finchè non imparai a
vendicarmi. E lei, ha fratelli?
- No, solo una sorella.
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Quando i gentiluomini finirono la loro conversazione di affari e si
riunirono alle donne per cenare, Caroline e Victoria si chiamavano già per
nome ed erano solo ad un passo da una solida amicizia. Victoria aveva
spiegato già alla contessa che il suo fidanzamento con lord Fielding era
stato un errore commesso da Charles, anche se con le migliori intenzioni, e
le aveva parlato di Andrew. Caroline, da parte sua, le confidò che erano
stati i suoi genitori ad aver scelto lord Collingwood come suo marito, ma,
per come le brillavano gli occhi ogni volta che lo nominava, era evidente
che lo adorava.
La cena si svolse in un clima allegro e sereno, mentre Caroline e Victoria
parlavano delle loro avventure d’infanzia. Perfino lord Collingwood
contribuì alla conversazione, raccontando delle sue imprese di bambino.
Era chiaro per Victoria che loro tre avevano dei bei ricordi della loro
fanciullezza, avendo la certezza dell’amore dei loro genitori. Jason, invece,
si rifiutò di parlare delle sue esperienze benchè mostrava un genuino
interesse per i racconti degli altri.
- Sa usare un’arma da fuoco? – chiese Caroline a Victoria con sguardo
ammirato.
- Sì. Andrew mi insegnò a sparare perchè voleva qualcuno con cui
competere, quando si esercitava al tiro al bersaglio.
- E riuscì a trasformarsi in una valida avversaria per lui?
- Sì. La prima volta che lui mise l’arma nelle mie mani, seguii le sue
istruzioni, mirai e centrai il bersaglio. Non mi sembrò poi così difficile.
- E poi?
- Diventò sempre più facile.
- A me piace la scherma – raccontò Caroline -. Mio fratello, Richard, di
solito si allenava con me. Basta avere un pò di forza nel braccio.
- E una buona vista – completò Victoria. Lord Collingwood sorrise.
- Io invece di solito fingevo di essere un cavaliere medievale e creavo
tornei per combattere contro altri cavalieri. Di solito, mi andava molto
bene, ma è chiaro che un domestico non avrebbe mai avuto il coraggio di
disarcionare un futuro conte dal suo cavallo. Per cui, credo che non fossi
poi così bravo.
- Di solito giocava ai soldati, in America? - Caroline si rivolse di nuovo a
Victoria.
- Certo! Inevitabilmente, erano bambini contro bambine.
- Questo non mi sembra giusto! I bambini sono più forti.
- No, se le bambine scelgono un posto dove esiste un albero e passano la
corda, senza volere, è chiaro, intorno al tronco – la corresse Victoria con
una smorfia biricchina.
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- Che vergogna! – protestò Jason ridendo -. Voi facevate delle trappole!
- Certo, ma le probabilità erano sempre contro di noi, così non può
considerarsi una vera trappola.
- Che cosa sa sulle probabilità? – le chiese in tono di provocazione.
- Si riferisce ai giochi di carte? A dire la verità, non solo sono capace di
calcolare le probabilità delle varie mani, ma so anche distribuire le carte in
un certo modo così da avere i risultati desiderati. In altre parole, so
esattamente come barare.
- Che le ha insegnato?
- Andrew. Mi diceva che erano trucchi che aveva imparato a scuola.
- Mi ricordi di non presentare mai questo Andrew in nessuno dei club che
frequento – commentò lord Collingwood -. Non vivrebbe per molto tempo.
- Andrew non bara – Victoria si affrettò a difendere il suo promesso -.
Crede che sia importante sapere come si fa, affinchè non si sia vittime di
giocatori disonesti.
Accomodandosi meglio sulla sedia, Jason guardò Victoria con interesse.
aera affascinante la facilità con la quale si comportava davanti agli ospiti,
mettendoli a proprio agio e garantendo che tutti partecipassero alla
conversazione. notò anche come le si illuminavano gli occhi tutte le volte
che parlava di Andrew e come quel sorriso contagiava tutto l’ambiente.
Victoria era innocente, piena di vita, senza il minimo tratto della bambina
viziata. Nonostante la sua giovinezza, il suo comportamento si distingueva
per la sua naturalezza,certamente dovuta ad una mente sagace e ad una
intelligenza invidiabile.
Jason sorrise, ricordando il coraggio con cui Victoria si era lanciata in
difesa del cane che, come aveva annunciato prima di cena, lo avrebbe
chiamato Wolf, che significava Lupo in inglese. Lui aveva conosciuto
alcuni uomini coraggiosi, ma non aveva mai trovato una donna che avesse
così tanto coraggio. Si ricordò della reazione timida di Victoria al suo
bacio e del desiderio ardente che aveva provocato nel suo corpo.
Victoria seaton era piena di sorprese,piena di promesse, concluse Jason,
studiandola di nascosto. C’era un tocco di bellezza esotica in ogni
lineamento del suo viso, ma il suo fascino andava più in là, avvolgendolo
nella sua risata musicale e con i suoi gesti dolci. Qualcosa dentro di lei la
faceva brillare come un gioiello perfetto che aveva bisogno solo dei
complementi necessari, come i vestiti che esaltassero la sua bellezza, una
casa magnifica dove avrebbe regnato come una sovrana assoluta, un
marito capace di domare gli impulsi più audaci, un bambino al seno...
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Assorto nei suoi pensieri, Jason si ricordò del proprio sogno, molto
vecchio, di avere una moglie che rallegrasse la sua tavola, una donna da
avere tra le braccia la sera, ed allontanare l’oscuro vuoto che gli opprimeva
il petto, una donna capace di amare i figli che le avrebbe dato...
Si scosse mentalmente, liberandosi dagli stupidi ed ingenui sogni della sua
gioventù, come degli ideali che mai si sarebbero realizzati. Aveva davvero
avuto tali sogni, trasportandoli nella vita reale e sposando melissa. Fu uno
stupido a credere che una bella donna potesse trasformare quei sogni in
realtà. Ora, era ancora più stupido se immaginava che una donna si
impegnasse con amore e con i figli o con qualunque cosa che non fossero
gioielli,denaro e potere. Aggrottò le sopracciglia con espressione scura
rendendosi conto che la bella Victoria era la responsabile del subitaneo
ritorno di quei ricordi nella sua mente.
Capitolo 10
Nel momento in cui i Collingwood se ne andarono, Jason si diresse in
biblioteca, dove Charles aveva passato l’ultima ora.
Vedendolo, Charles mise da parte il libro che stava leggendo e sorrise.
- Hai fatto caso al comportamento di Victoria durante la cena? – chiese
ansiosamente -. Non è splendida? Possiede molto fascino, disinvoltura,
conoscenza... stavo quasi per scoppiare d’orgoglio! Ora, è...
- Domani portala a Londra – lo interruppe Jason in tono brusco -. Flossie
Wilson potrà venire lì, per la stagione.
- Londra? Perchè così all’improvviso?
- Voglio Victoria lontana da Wakefield e dalla mia responsabilità. Portala
a Londra e cerca di trovarle un buon marito. La stagione inizia tra due
settimane.
Benchè fosse impallidito, Charles mantenne una voce ferma.
- Credo di meritare una spiegazione per questa tua repentina decisione.
- Te l’ho già detto: voglio Victoria lontano da qui e lontano dalla mia
responsabilità.
- Le cose non sono così semplici – protestò Charles, disperato -. Non
posso mettere semplicemente un annuncio sul giornale per cercarle marito.
Dobbiamo seguire le convenzioni sociali e presentarla in società nel modo
più appropriato.
- Puoi farlo dopo che l’avrai portata a Londra.
99
Charles scosse la testa e, di nuovo cercò di convincere Jason a cambiare
idea.
- La mia casa non è in condizioni di ricevere ospiti...
- Usa la mia.
- Allora non potrai venire tu – argomentò Charles, cercando
disperatamente di mettere degli ostacoli al piano di Jason -. Se fai questo,
tutti penseranno che Victoria non sia altro che una delle tue conquiste. Il
fatto che voi siate falsamente promessi, non avrà alcuna importanza.
- Quando dovrò venire a Londra, rimarrò nella tua casa. Portati i miei
domestici da qui. Sono capaci di organizzare una festa in ventiquattr’ore.
Lo hanno già fatto.
- E per quanto riguarda i vestiti, il comportamento e...
- Chiedi a Flossie Wilson di portare Victoria nella sartoria di madame
Dumosse, con le mie istruzioni affinchè Victoria abbia il meglio... e
subito. Flossie saprà cosa fare per quanto riguarda l’etichetta. Che altro?
- Che altro? – sbottò Charles -. Per cominciare, madame Dumosse è così
famosa che ho sentito parlare di lei perfino io. Non avrà tempo per riuscire
a fare un guardaroba completo per Victoria, essendo la stagione così
vicina.
- Dì a madame Dumosse che io ho suggerito che lei segua il proprio
giudizio per il guardaroba di Victoria e che non badi a spese. I capelli rossi
e il fisico minuto di Victoria saranno una sfida per madame Dumosse. La
vestirà con l’unico obiettivo di oscurare tutte le bionde e le brune di
Londra. Lo farà anche se dovrà passare le prossime due settimane senza
dormire. Poi farà in modo da farmi pagare il doppio dei suoi già esorbitanti
prezzi, così da compensare l’inconveniente. Mi è già successo prima. Ora
che è tutto risolto, - concluse freddamente Jason – ho molto lavoro da
sbrigare.
Charles emise un lungo sospiro di frustrazione.
- D’accordo, ma partiremo tra tre giorni invece di domani. Questo darà il
tempo a Flossie Wilson di arrivare a Londra. Essendo celibe, non posso
vivere nella stessa casa di Victoria, senza la presenza di
un’accompagnatrice appropriata, specialmente a Londra. Lascia andare i
tuoi domestici avanti, così avranno il tempo di preparare la casa. Nel
frattempo, manderò un messaggio a Flossie, affinchè si faccia trovare a
Londra dopodomani. Ora devo chiederti un favore.
- Che favore? Scegliendo accuratamente le parole, Charles parlò
lentamente:
- Non voglio che si sappia che il tuo fidanzamento con Victoria non è
reale. Almeno, per il momento.
100
- Perchè no? – chiese Jason, impaziente.
- Beh, se i membri del ton credono che Victoria è la tua promessa, non
l’abborderanno immediatamente. Così, lei avrà maggiore libertà per
conoscere i gentiluomini disponibili, prima di decidersi per uno di essi. –
Jason si stava accingendo a contraddirlo quando Charles aggiunse in fretta:
- Victoria sarà ammirata e desiderata, se gli uomini celibi di Londra
crederanno che abbia ricevuto la tua proposta di matrimonio. Tutti
penseranno che è molto speciale tanto che tu vuoi sposarla. Mentre, se
immaginassero che l’hai respinta, la respingerebbero anche loro.
- A questo proposito, la tua amica Kirby si sarà già incaricata di spargere
ai quattro venti che il fidanzamento non è vero – gli ricordò Jason.
- Nessuno dà la minima importanza a ciò che dice Kirby, se tu
confermerai il fidanzamento, quando verrai a Londra.
- Molto bene – cedette Jason, disposto ad essere d’accordo con qualunque
cosa, purchè Victoria trovasse un marito.
- Portala a Londra e presentala in società. Destinerò una dote ragionevole
per lei. Organizza pure delle feste ed invita tutti i celibi di buona posizione
d’Europa. Sarò personalmente presente al debutto e rimarrò a Londra per
conoscere tutti i candidati. Non sarà difficile trovare qualcuno che la tolga
dalle nostre responsabilità.
Si sentiva così sollevato per aver risolto il problema di Victoria, che
neanche si rese conto degli aspetti conflittuali degli argomenti di Charles a
favore del finto fidanzamento.
Victoria entrò in biblioteca mentre Jason ne usciva. I due si scambiarono
dei sorrisi e, quando lui andò via, lei si avvicinò a Charles.
- E’ disposto a giocare a dama con me, adesso, zio Charles?
- Che cosa hai detto? – le chiese distrattamente -. Ah, sì, cara. Ho
aspettato questo momento per tutto il giorno.
I due si sedettero ai lati del tavolino. Mentre sistemava i pezzi, Victoria
osservò l’uomo alto ed elegante, dai capelli bianchi, di fronte a sè. Durante
la cena si era mostrato allegro e rilassato, ridendo delle storie raccontate
dai più giovani. Ora, però, sembrava preoccupato.
- Si sente bene, zio Charles? – gli chiese.
- Sto bene, cara. Però, in meno di cinque minuti di gioco, Victoria aveva
già vinto la prima partita con
facilità.
- Sembra che non riesca a concentrarmi – ammise Charles.
- Perchè non conversiamo, invece di giocare? – suggerì Victoria.
101
Non appena lui fu d’accordo, Victoria si mise a pensare ad un modo per
scoprire, con molto tatto, cosa lo preoccupava. Suo padre aveva difeso
sempre la tesi che le persone dovevano parlare di ciò che le affliggeva,
specialmente quelli che avevano il cuore debole, perchè così avrebbero
evitato lo stress che poteva provocare un nuovo attacco di cuore.
Ricordandosi che Jason era stato poco prima in biblioteca, Victoria
concluse che il lord era la causa più probabile della contrarietà di Charles.
- Si è divertito durante la cena? – chiese in tono casuale.
- Molto – lui rispose con sincerità.
- Crede che anche Jason è stato bene?
- Oh, sì. Certamente. Perchè me lo chiedi?
- Bene, non ho potuto fare a meno di notare che, al contrario di tutti noi,
lui non ha raccontato alcun episodio della sua infanzia.
Charles distolse lo sguardo dal suo.
- Forse non è riuscito a ricordare nessuna storia divertente da raccontare.
Victoria notò appena la risposta, perchè era concentrata a scoprire un
modo per riuscire a
portare la conversazione al punto che desiderava.
- Credo che, forse, fosse contrariato per qualcosa che ho fatto, o detto, col
risultato che se ne è venuto a parlare con lei.
Charles la guardò di nuovo, ma, questa volta, il suo sguardo e il suo sorriso
brillavano di tenerezza.
- Sei preoccupata per me, non è vero, cara? Vuoi sapere se c’è qualcosa
che mi turba? Victoria fece una risatina.
- Sono così trasparente? Lui posò la mano su quella di lei.
- Tu non sei trasparente, Victoria. Sei meravigliosa. Ti interessano
davvero le persone. Quando ti guardo, ho una forte speranza per il futuro.
Nonostante tutta la sofferenza che hai dovuto affrontare negli ultimi mesi,
sei ancora capace di accorgerti che un vecchio è stanco e di preoccuparti
per lui.
- Milord non è vecchio – protestò Victoria.
- A volte mi sento ancora più vecchio di quello che sono. Questa è una di
quelle sere, ma tu sei riuscita a rallegrarmi. Posso dirti una cosa?
- Qualunque cosa.
- Molte volte nella mia vita ho desiderato avere una figlia. Tu sei
esattamente come ho sempre immaginato che fosse. Quando ti vedo
passeggiare in giardino o parlare con i
102
domestici, il mio cuore si riempie di orgoglio. So che deve sembrarti
strano, poichè non è merito mio che tu sei quella che sei, ma è così che mi
sento. Ho voglia di gridare a tutti i cinici del mondo: “Guardatela e
imparate il significato della vita, del coraggio, della bellezza. Lei è quella
che Dio aveva in mente quando diede al primo uomo la sua compagna. Lei
lotterà per quello in cui crede, si difenderà quando sarà offesa, così come
accetterà un segno di scuse per l’ingiustizia subita e perdonerà senza il
minimo rancore”. – Victoria si sentì un nodo alla gola mentre Charles
aggiungeva: - So che hai perdonato a Jason più di un’offesa, per come lui
ti ha trattata. Penso a tutto questo e allora mi chiedo:”Che posso darle, per
dimostrarle tutto il mio affetto? Che regalo può dare un uomo ad una
dea?”.
Victoria ebbe l’impressione di veder brillare delle lacrime negli occhi di
Charles, ma non ne era certa, poichè anche i suoi occhi erano pieni di
lacrime.
- Ora basta! – esclamò Charles con una risata un pò forzata -. Finiamo di
piangere come bambini e gettiamo le nostre lacrime sul tavolo della dama!
Poichè ho risposto alla tua domanda, posso fartene una? Che cosa pensi di
Jason?
Victoria ebbe un sorrisino nervoso.
- Lui è stato generoso con me – iniziò con cautela, ma Charles la
interruppe con un gesto della mano.
- Non è di questo che sto parlando. Voglio sapere cosa ne pensi di lui in
termini personali. Dimmi la verità.
- Io... io credo di non aver capito la domanda.
- Molto bene, sarò più specifico. Pensi che Jason sia attraente? Victoria
represse una risatina imbarazzata.
- La maggior parte delle donne sembra pensare che sia così – continuò
Charles con un sorriso che, a Victoria, sembrò di orgoglio -. E tu?
Riavendosi dal disagio provocato dalla domanda diretta, Victoria annuì,
cercando di non dimostrare la confusione che sentiva.
- Bene, bene... E concordi che è molto... virile? Con orrore di Victoria, la
sua memoria scelse proprio quel momento per farle ricordare il
bacio che Jason le aveva dato sull’argine del fiume. Immediatamente, le
sue guance divennero scarlatte.
- Vedo che sei d’accordo con questo – concluse Charles erroneamente, con
una risatina biricchina -. Bene. Ora ti racconto un segreto: Jason è uno dei
migliori uomini che io abbia mai conosciuto. La sua vita non è stata per
niente felice, ma lui è andato avanti perchè ha
103
un’incredibile forza di volontà e di carattere. Leonardo da Vinci
disse:”Quando più grandiosa è l’anima di un uomo, più profondamente lui
amerà”. Queste parole mi hanno sempre fatto pensare a Jason. Lui sente
molto profondamente le cose, ma non dimostra quasi mai i suoi veri
sentimenti. E visto che è tanto forte, raramente trova qualcuno che gli si
oppone... mai in nessun caso delle giovani donne. È questo il motivo per
cui tu lo trovi tanto... prepotente.
La curiosità di Victoria fu più grande del desiderio di essere discreta.
- In che modo la sua vita non è stata felice?
- E’ Jason che deve raccontarti della sua vita. Non ho il diritto di farlo. Io
so, in fondo al mio cuore che un giorno lui ti metterà al corrente di tutto.
Però, ho ancora una cosa da dirti: Jason ha deciso che tu devi passare la
prossima stagione a Londra, con tutta la pompa e la magnificenza.
Partiremo tra tre giorni. Flossie Wilson sarà ad aspettarci lì e, durante i
quindici giorni che precedono la riapertura della stagione, ti insegnerà tutto
ciò che riguarda il comportamento nella società londinese. Abiteremo in
casa di Jason che è molto più adatta per le feste e per ricevere gli ospiti
della mia, e Jason starà in casa mia quando verrà a Londra. Non vi sono
grandi problemi se viviamo insieme noi tre, qui in campagna. A Londra,
però, questa situazione non è consona.
Victoria non aveva idea di quello che una stagione londinese comportava e
si sentì a disagio mentre Charles parlava dei balli, delle feste, delle serate
all’opera e a teatro che l’aspettavano. La sua ansia stava già per
trasformarsi in isteria, quando finalmente lui la informò che anche
Caroline Collingwood sarebbe stata a Londra per la stagione.
- Anche se tu non hai prestato attenzione quando lei lo ha detto –
concluse, - lady Caroline per ben due volte ha detto che sperava di vederti
a Londra, così che voi due possiate continuare nella vostra amicizia. Ti
piacerà, non è vero?
Victoria gli rispose che gli sarebbe piaciuto moltissimo, almeno quella
parte della stagione londinese. Però, detestava l’idea di lasciare Wakefield
ed affrontare centinaia di sconosciuti, specialmente se essi assomigliavano
alle due Kirby.
- Molto bene, visto che è tutto risolto – disse Charles, aprendo un cassetto
del tavolo e prendendo un mazzo di carte, - dimmi una cosa. Quando il tuo
amico Andrew ti ha insegnato a giocare a carte, incluse anche il gioco del
piquet nelle sue lezioni?
Victoria annuì.
- Bene! allora giochiamo – E dal momento che Victoria fu subito
d’accordo, Charles le lanciò uno sguardo di falso biasimo -. Non barerai,
vero?
- In nessun modo – promise in tono solenne.
104
Charles le consegnò il mazzo di carte.
- Per prima cosa mostrami la tua abilità nel mischiare e nel dare carte.
Paragoniamo le nostre tecniche.
Ridendo, Victoria si mise a mescolare le carte con una destrezza
invidiabile.
- Per cominciare, le lascio credere che questa è la sua serata fortunata – gli
spiegò, distribuendo dodici carte per ognuno.
Charles guardò le carte che aveva in mano e fischiò a bassa voce.
- Quattro re! Io scommetterei una fortuna su questa mano.
- E perderebbe – gli assicurò Victoria con un sorriso malizioso, esibendo le
sue carte, che includevano quattro assi.
- Ora tocca a me – annunciò Charles, guardandola con la coda dell’occhio
mentre prendeva le carte.
Quello che avrebbe dovuto essere una partita a piquet degenerò in una
farsa, nella quale ognuno si serviva delle carte per vincere, ogni volta che
le distribuiva. Le loro risate facevano vibrare le pareti della biblioteca.
Incapace di concentrarsi sul lavoro a causa della confusione nella stanza
accanto, Jason decise di andare in biblioteca per scoprire cosa stavano
facendo. Quando aprì la porta, l’orologio stava battendo le nove. Entrando,
scoprì che Charles e Victoria ridevano e si asciugavano le lacrime dal viso
mentre davanti a loro sul tavolo, vi era un mazzo di carte.
- Le storie che vi state raccontando adesso devono essere ancora più
divertenti di quelle raccontate durante la cena – commentò, senza
nascondere un leggero fastidio -. Posso sentire le vostre risate dal mio
ufficio.
- La colpa è mia – Charles mentì, guardando verso Victoria ed alzandosi -.
Victoria voleva giocare a carte ma io non ho smesso di distrarla con dei
trucchi. Non riesco a mantenermi serio, questa sera. Perchè non giochi tu
con lei?
Victoria sperava che Jason rifiutasse il suggerimento, ma con sua grande
sorpresa, dopo aver lanciata un’occhiata strana verso Charles, Jason prese
posto davanti a lei. Immediatamente, Charles si pose dietro Jason e mandò
un messaggio chiaro a Victoria con il suo sguardo divertito come a
dirle:”Sconfiggilo senza pietà! Usa i tuoi trucchi”.
Incoraggiata dai trucchi che avevano usato fino a quel momento,
specialmente per i nuovi trucchi che le aveva insegnato Charles, Victoria
accettò il suggerimento senza esitazione.
- Vuole dare le carte, o preferisce che le dia io per prima? – chiese a
Jason innocentemente.
105
- Dia pure le carte – le rispose con cortesia. Facendo attenzione a farlo
sentire sicuro, Victoria mescolò le carte senza dimostrare
alcuna abilità. Poi iniziò a distribuirle. Jason chiese a Charles di servigli un
bicchiere di cognac, accese un sigaro che gli piaceva fumare dopo cena e si
accomodò sulla sedia.
- Non le guarda? – chiese Victoria. Jason mise le mani in tasca, prendendo
il sigaro tra i denti e guardandola con uno strano
sguardo.
- Di solito, preferisco che le mie carte siano prese dalla cima del mazzo,
non dal di sotto – mormorò.
Reprimendo una risata, Victoria cercò di bluffare.
- Non so di cosa stia parlando – si difese. Jason alzò un sopracciglio.
- Sa cosa succede con i bari, nei circoli? Smettendo di fare la finta
innocente, Victoria appoggiò i gomiti sul tavolo e il mento
sulle mani. Allora, lo guardò con sguardo divertito.
- No. Che succede?
- La vittima del baro generalmente lo sfida a duello.
- Vuole sfidarmi a duello? – chiese Victoria, divertendosi come mai prima.
Jason la guardò per alcuni momenti, come se stesse considerando l’idea.
- E’ davvero brava con la pistola come ha detto, quando mi ha minacciato
oggi pomeriggio?
- Meglio – dichiarò lei audacemente.
- E come va con la scherma?
- Non ho mai impugnato una spada, ma forse lady Caroline si offrirà di
prendere il mio posto. Lei è una buona spadaccina.
La risata di Jason provocò strane reazioni in Victoria quando lui
commentò:
- Non so dove avessi la testa quando ho pensato che Caroline Collingwood
e lei sareste state delle compagne sicure una per l’altra. – Poi, Jason
aggiunse quello che Victoria considerò un gran complimento: - Che Dio
aiuti tutti gli uomini celibi di Londra, in questa stagione. Non rimarrà un
solo cuore intatto quando lei li avrà conosciuti tutti.
Victoria si stava ancora riprendendo dalla sorpresa provocata dal
commento di Jason sull’effetto che lei avrebbe avuto sugli uomini, quando
lui si drizzò sulla sedia e dichiarò:
- Ora, giochiamo. Lei annuì mentre Jason prendeva il mazzo di carte.
106
- Baderò a lei, se non le dispiace – disse in tono scherzoso. Jason aveva
vinto già tre mani, quando Victoria lo vide prendere una carta che avrebbe
dovuto stare tra quelle scartate e che non avrebbe potuto prendere.
- Baro! – lo accusò con una risatina indignata! -. Vivo con due
delinquenti! Ho visto quello che ha fatto! Sta rubando questa mano!
- Si sta chiaramente sbagliando, cara – Jason la corresse con un sorriso,
mentre si alzava con un agile movimento -. Ho usato questo trucco
all’inizio del gioco.
Poi, si inchinò e la baciò in fronte, prima di toccarle i capelli con un gesto
affettuoso ed uscire dalla biblioteca.
Victoria era così confusa dal comportamento di Jason che non vide
l’espressione di piacere e soddisfazione sul viso di Charles, quando Jason
uscì.
Capitolo 11
Due giorni dopo La Gazzette e il Time annunciarono che lady Victoria
Seaton, contessa di Langston, il cui fidanzamento con Jason Fielding,
marchese di Wakefield era già stato annunciato, sarebbe stata presentata in
società con un ballo offerto dal cugino, il duca di Atherton, dopo due
settimane a partire da quella data.
Dopo questa notizia così eccitante per la società londinese, si notò
immediatamente un’esplosione di attività nella residenza londinese del
marchese di Wakefield, in Bond Street.
Per prima, arrivarono due carrozze, su cui viaggiavano, oltre ai domestici
di poca importanza, Northrup, il maggiordomo, O’Malley, il capo dei
lacchè e la signora Craddock, la cuoca. Seguivano un immenso carro che
trasportava la governante, varie cameriere, tre aiutanti di cucina, quattro
lacchè e una montagna incredibile di bauli.
Poco dopo, arrivò un’altra carrozza, su cui viaggiava la signorina Flossie
Wilson, la zia nubile del duca. Si trattava di una signora grassottella, dal
viso tondo e arrossato incorniciato da riccioli dorati. In testa, portava un
cappello colorato, molto più adatto ad una giovane donna, che la faceva
sembrare una bambola invecchiata. Conosciuta dalla società londinese, la
signorina Flossie, uscì dalla carrozza e salutò allegramente due amici che
passavano per strada e salì di corsa gli scalini che portavano alla porta
principale della casa del suo bis-nipote.
107
Tutta quell’attività fu notata dalle dame e dai gentiluomini eleganti che
passavano per Bond Street, ma nulla causò più curiosità dell’arrivo, il
giorno dopo, della carrozza di Jason Fielding, tirata da quattro magnifici
cavalli. Dal suo lussuoso interno, uscì Charles Fielding, duca di Atherton,
seguito da una giovane che poteva solo essere la promessa di Jason
Fielding. La giovane discese gli scalini della carrozza con movimenti
allegri, accettò il braccio offertole dal duca ed esibì un affascinante sorriso
quando alzò gli occhi verso la bella casa di quattro piani.
- Mio Dio! È lei! – esclamò il giovane lord Wiltshire, dall’altro lato della
strada, dando di gomito con entusiasmo all’amico che lo accompagnava -.
È la contessa di Langston.
- Come fai ad esserne sicuro? – domandò lord Crowley, lisciando una
piega immaginaria dalla sua giacca.
- E’ evidente. Potrà essere una creatura completamente sprovvista di
intelligenza, ma guardala... è una bellezza. È incomparabile!
- Non possiamo vederle il viso – disse l’amico, con ragione.
- Non abbiamo bisogno di vederlo, idiota. Se non fosse bella, non avrebbe
mai ricevuto una proposta di matrimonio da Wakefield. Lo hai mai visto in
compagnia di qualche donna che non fosse bella?
- No – ammise lord Crowley, prima di aggiunger a basa voce -. Ha i
capelli rossi! Non me lo aspettavo.
- Non sono rossi. Sono più dorati che fulvi.
- No, sono del colore del rame. Detto tra noi, un colore affascinante. Ho
sempre preferito le rosse.
- Sciocchezze! Tu non hai mai preferito le rosse, perchè non sono mai state
di moda.
- A partire da ora, lo saranno – predì lord Crowley con un sorriso -. Se non
mi sbaglio, mia zia Mersley è amica di Atherton. È invitata al ballo di
presentazione della contessa di Langston. Credo che andrò... – smisero
ambedue di parlare quando la bellezza della quale stavano discutendo, si
voltò verso la carrozza, richiamando qualcuno. Un istante dopo, un
animale immenso, coperto da pelo grigio, saltò dalla carrozza e solo allora
il trio si incamminò verso l’entrata della casa -. Mio Dio! È un lupo!
- Ha stile – decretò lord Wiltshire, quando recuperò la voce -. Non ho mai
sentito parlare di una donna che avesse un lupo come compagno. È
originale.
Ansiosi di portare la notizia che erano stati i primi a vedere la misteriosa
lady Victoria Seaton, i due giovani si separarono e corsero in direzioni
opposte, ognuno al suo club.
108
La sera dopo, quando Jason arrivò a Londra e andò per la prima volta al
White’s dopo molti mesi, volendo godere alcune ore di svago al tavolo da
gioco prima di andare in teatro, era già sulla bocca di tutti che la sua
fidanzata era una magnifica bellezza, oltre ad aver imposto una moda.
Come risultato, invece di giocare in pace, Jason veniva interrotto in ogni
momento da amici e conoscenti che insistevano nell’elogiare il suo
buongusto e la sua fortuna, oltre a fargli le congratulazioni e gli auguri per
il futuro.
Dopo aver sopportato per due ore quella farsa, ricevendo strette di mano e
pacche sulle spalle, Jason pensò che, nonostante le veementi
argomentazioni di Charles, non era una buona idea lasciar credere alla
società che Victoria fosse la sua fidanzata. Jason arrivò a quella
conclusione dopo aver riflettuto che nessuno degli uomini celibi che si
erano congratulati con lui si sarebbe arrischiato ad offenderlo corteggiando
la sua fidanzata. Così cercò di avvicinarli e incuriosirli, ringraziando per i
saluti, ma aggiungendo ad ogni sua risposta: “il matrimonio non è ancora
stato fissato” oppure “lady Seaton non è ancora sicura del suo affetto per
me, ancora non mi conosce molto bene”.
Diceva quelle cose perchè le giudicava necessarie, ma si sentiva
profondamente disgustato da quella farsa ed irritato per essere costretto a
rappresentare la parte del fidanzato disposto anche ad essere respinto.
Alle nove, quando la carrozza si fermò davanti alla elegante casa che
ospitava la sua amante, Jason era di pessimo umore. Salì gli scalini della
casa e bussò impaziente.
La domestica che aprì la porta vedendo il suo volto, indietreggiò
spaventata.
- La signorina Sybil mi ha detto di dirle che... non desidera vederla.
- Davvero? – Jason parlò con voce dolcemente morbida. La ragazza,
sapendo molto bene che il suo stipendio era pagato dall’uomo alto e
minaccioso che le stava di fronte, annuì, deglutì e balbettò:
- Sì... Sì, signore... La signorina Sybil ha letto del ballo della sua fidanzata
e si è messa a letto. È lì, adesso.
- Meglio! – esclamò bruscamente Jason. Spazientito da un altro attacco di
Sybil, passò davanti alla domestica, salì la scala ed
entrò nella stanza senza bussare. Socchiuse gli occhi trovando la bella
donna reclinata su una montagna di cuscini foderati di raso.
- Un’altra crisi depressiva, dolcezza? – domandò con indifferenza,
appoggiandosi sulla porta.
Sybil lo guardò con occhi scintillanti ma non rispose. Jason stava per
scoppiare in un attacco di rabbia.
109
- Esci dal letto e vestiti – ordinò con voce pericolosamente bassa -.
Andiamo ad una festa questa sera, come ti ho detto nel messaggio che ti ho
inviato.
- Non verrò in nessun posto con te. Mai più! Con un gesto casuale, Jason
cominciò a sbottonarsi la giacca.
- In questo caso stai pure a letto. Passeremo la notte qui.
- Animale! – L’adirata bellezza, sbottò, saltando fuori dal letto -. Come
osi? Come puoi pensare di avvicinarti a me dopo quell’articolo sul Time?
Esci dal mio letto!
Jason si limitò a studiarla con freddezza.
- Devo ricordarti che questa è casa mia?
- Allora me ne andrò io! – dichiarò Sybil, ma contemporaneamente le sue
labbra cominciarono a tremare. Subito Sybil si sciolse in un pianto -.
Jason, come puoi farmi questo? Mi dicesti che il tuo fidanzamento era una
farsa ed io ti ho creduto! Non ti perdonerò mai...
La rabbia abbandonò l’espressione di Jason, avvertendo un senso di
pentimento, quando si accorse che i singhiozzi erano di vera sofferenza.
- Credi che questo potrà aiutarti a perdonarmi? – domandò mentre tirava
fuori dalla tasca una piccola scatola foderata di velluto e gliela tendeva.
Lei guardò tra le lacrime e il pianto cessò immediatamente, davanti allo
splendore del braccialetto di brillanti che si trovava nella scatolina.
Alzando il gioiello con riverenza tra le sue dita tremanti, mormorò:
- Jason, per una collana abbinata a questo braccialetto, posso perdonare
qualunque cosa. Jason, che stava per giurarle che non aveva la minima
intenzione di sposare Victoria, tirò
indietro la testa e scoppiò in una sonora risata.
- Sybil, questa è la qualità che più mi attrae di te.
- Quale?
- L’avidità sfacciata! Tutte le donne sono interessate, ma almeno tu sei
onesta. Ora, vieni qui e mostrami quanto sei felice per il tuo nuovo regalo.
Sybil obbedì, ma continuò a guardarlo con lo sguardo leggermente
amareggiato.
- Tu non hai una buona opinione delle donne. Vero Jason?
- Credo – rispose in tono evasivo, mentre slacciava i lacci della vestaglia di
Sybil – che le donne sono meravigliose... a letto.
- E fuori dal letto?
110
Ignorando la domanda, Jason la spogliò, accarezzandole il seno con mani
esperte e baciandola con un ardore quasi selvaggio. Allora, prendendola in
braccio la portò a letto. Sybil nemmeno si rese conto che Jason non aveva
risposto alla sua domanda.
Capitolo 12
Victoria era seduta su un divano nella sua stanza, circondata da scatole
appena arrivate dalla sartoria di madame Dumosse, che contenevano altri
vestiti, che si aggiungevano alla grande varietà di vestiti per il giorno, per
la sera, abiti per cavalcare, mantelli, giacche, cappelli, guanti, scialli e
scarpe che formavano il suo nuovo guardaroba.
- Milady – esclamò Ruth, spiegando un mantello di raso azzurro reale, con
un cappuccio ornato da ermellino -. Ha mai visto qualcosa di più bello?
Victoria alzò gli occhi dalla lettera di Dorothy che stava leggendo.
- E’ bello – mormorò senza molto entusiasmo -. Quanti mantelli ho?
- Undici. No, dodici. Mi ero dimenticata di quello di velluto giallo. O sono
tredici? Mi lasci pensare... Sono quattro di velluto, cinque di raso, due di
pelle e tre di lana. Sono quattordici!
- E’ difficile credere che io ero abituata a pensare di stare molto bene con
appena due mantelli – ricordò sorridendo Victoria -. E quando tornerò a
casa, tre o quattro saranno più che sufficienti. Credo che sia uno spreco
che lord Fielding spenda tanto denaro in vestiti che non userò che per due
settimane. A Portage, le donne non usano abiti così sofisticati – concluse,
riprendendo la lettura della lettera di sua sorella.
- Quando tornerà a casa? – domandò Ruth, allarmata -. Che vuole dire? Mi
scusi, milady, se glielo chiedo.
In realtà, Victoria non sentì la cameriera, perchè era già profondamente
concentrata nella lettera che aveva ricevuto poco prima.
Cara Tory,
ho ricevuto la tua lettera una settimana fa e sono stata tanto felice nel
sapere che saresti venuta a Londra, perchè non vedo l’ora di rivederti.
111
Ho detto alla nonna che voglio incontrarti non appena arrivi, ma, invece
di rimanere a Londra, partiremo il giorno dopo per la casa in campagna
della nonna, ad appena un’ora di cavallo da Wakefield Park. Ora sono in
campagna e tu sei a Londra. Tory, ho l’impressione che la nonna vuole
tenerci completamente separate, e questo mi rende molto triste e furiosa.
Dobbiamo trovare il modo per incontrarci, ma lascerò che sia tu a trovare
una soluzione, visto che sei molto più brava di me ad ideare piani.
Forse sto solo immaginando le intenzione della nonna. Non posso dirlo
con certezza. Nonostante sia rigida, non è stata crudele con me nemmeno
una volta.
Dice che vuole concludere per me, quello che chiama un buon matrimonio
e, sembra che abbia già scelto un gentiluomo, chiamato Wilson.
Ho decine di abiti meravigliosi, benchè non ne posso usare nessuno fino
al mio debutto, che sembra essere una tradizione molto strana. E la nonna
afferma che non posso debuttare finchè tu non sari sposata, anche questo
è una tradizione. Non credi che le cose erano molto più semplici a casa?
Ho perso il conto di quante volte ho spiegato alla nonna che tu sei
praticamente fidanzata con Andrew Bainbridge e che il mio desiderio è
quello di seguire un corso di musica, ma lei sembra semplicemente non
sentire.
Lei non ti chiama mai per nome, ma io parlo di te per tutto il tempo, a
proposito, perchè voglio cercare di vincerla per stanchezza affinchè ti dia
un appuntamento. Nonna non mi ha proibito di parlare di te, ma non
pronuncia mai una sola parola quando io lo faccio. È come se lei
preferisse fingere che tu non esista. Si limita a d ascoltarmi, tenendo il
viso completamente inespressivo. Per essere onesta, la sto torturando, a
furia di parlare di te, benchè mi mantenga discreta, come ti ho promesso.
All’inizio, mi limitavo ad includere il tuo nome nella conversazione,
quando era possibile. Quando nonna dice che ho un bel viso, io le faccio
sempre capire che il tuo lo è ancora di più; quando lei commenta il mio
talento nel suonare il piano, io dico che tu lo fai molto meglio; quando
elogia le mie maniere a tavola, le garantisco che tu sei una vera lady.
Quando tutti i miei tentativi di farle capire, fallirono, mi sono vista
costretta a prendere misure più drastiche. Così, portai il tuo ritratto, che
tanto mi piace, nel salotto e l’ho misi sopra il camino. Nonna non disse
nulla, ma il giorno dopo fece in modo che io andassi a passeggiare per
Londra e quando ritornai, il ritratto era di nuovo nella mia stanza.
Qualche giorno dopo, sapendo che lei aspettava alcune amiche per il tè,
entrai di nascosto nel salone preferito della nonna e preparai una piccola
esposizione dei disegni che facesti, ritraendo il paesaggio di Portage.
Quando le amiche della nonna entrarono,
112
rimasero trasognate e non smettevano di elogiare il tuo talento. Ma,
nonna non disse nulla, e il giorno dopo, mi ha mandò nello Yorkshire. Al
ritorno, due giorni dopo, i disegni erano stati messi nell’armadio della
mia camera.
Questa sera, lei ha ricevuto di nuovo i suoi amici e mi ha chiesto di
suonare il piano per intrattenerli. Ho obbedito, ma mentre suonavo, ho
cantato le canzoni che abbiamo composto tu ed io e che abbiamo
chiamato “Sorelle per sempre”, ricordi? A giudicare dall’espressione
della nonna, era furiosa con me. quando i suoi ospiti sono andati via, mi
ha informato che andrò nel Devonshire, dove dovrò rimanerci per una
intera settimana. Se continuo a provocarla, hi l’impressione che sarà
capace di mandarmi a Bruxelles, o in qualunque altro posto, per un mese!
Ma comunque non ho intenzione di desistere.
Bene, cambiando argomento. Sarai rimasta sbalordita nel sapere che il
tuo fidanzamento con lord Fielding era stato annunciato. Immagina come
si sentirebbe Andrew se lo sapesse! In ogni modo, ora che è stato tutto
chiarito, e questa storia è stata dimenticata, credo che tu debba essere
felice del tuo nuovo guardaroba e non sentirti colpevole per non aver
conservato il lutto per mamma e papà. Sto usando i guanti neri, perchè
nonna dice che così si dimostra il lutto in Inghilterra, tuttavia alcune
persone si vestono di nero per sei mesi e di grigio nei sei seguenti. Nonna
non è il tipo che si rifiuta di rompere le tradizioni o le regole. Per quel
motivo, non dice nulla quando io affermo che tu sei fidanzata con Andrew,
perchè non potrò debuttare fino alla prossima primavera. Lei dice che
deve passare almeno un anno, dalla morte di un parente stretto, prima di
poter partecipare a degli eventi sociali, fatta eccezione per piccole
riunioni informali. La verità è che non mi importa affatto di questo, poichè
la prospettiva dei gran balli mi spaventa. Ti prego di scrivermi e
raccontami se davvero è così brutto.
Nonna verrà a Londra con una certa frequenza durante la stagione per
andare a teatro che lei adora. Ha promesso che di tanto in tanto mi ci
porterà. Così, appena saprò quando, ti manderò un messaggio e
troveremo il modo per incontrarci.
Devo stare chiusa qui, poichè nonna ha assunto un professore di etichetta
per insegnarmi il comportamento da usare in società, quando finalmente
debutterò. C’è così tanto da imparare che ne rimarrò stordita...
Victoria conservò la lettera in un cassetto e guardò l’orologio che era sul
camino e sospirò. Sapeva molto bene a cosa si riferiva Dorothy con le
ultime righe, poichè la signorina Flossie Wilson aveva passato le ultime
due settimane insegnandole le regole dell’etichetta. Ora aveva da fare
un’altra ora di lezioni.
113
- E’ qui – disse con un sorriso la signorina Flossie, vedendo Victoria
entrare nel salone -. Oggi, ripasseremo il modo giusto di rivolgersi ai
membri della nobiltà, perchè domani sarebbe un disastro se commettesse
un errore proprio nel giorno del suo ballo di presentazione.
Frenando l’impulso di fuggire, Victoria si sedette accanto a Charles, di
fronte alla signorina Flossie. Per due settimane, l’anziana donna l’aveva
trascinata di negozio in negozio, incluse le interminabili visite alla sarta,
dalla modista di cappelli, dal calzolaio... tutto questo tra interminabili
lezioni di etichetta, danza, e francese. Nelle ultime due settimane, la
signorina Flossie aveva prestato molta attenzione ai minimi errori di
Victoria, facendole un vero interrogatorio sui suoi interessi e piani per il
futuro.
- Molto bene – cominciò la signorina Flossie -. Iniziamo la nostra lezione
con i duchi. Come le ho già detto, un duca possiede il titolo più alto di
tutta la nobiltà, superato solo dai titoli della famiglia reale. Tecnicamente, i
duchi sono “principi”. Può sembrare che la posizione dei principi sia
superiore a quella di un duca, però deve ricordare che i figli dei reali, sono
già nati principi, ma educati per essere duchi. Il nostro caro Charles è un
duca! – aggiunse con un sorriso trionfante, dando un’informazione
assolutamente non necessaria.
- Certo – fu d’accordo Victoria, scambiando un sorriso solidale con
Charles.
- Dopo il duca, c’è il marchese. Un marchese è l’erede del ducato. È per
quel motivo che il nostro caro Jason è un marchese! Quindi viene il conte,
il visconte e alla fine il barone. Vuole che le faccia una lista scritta, cara?
- No, no – si affrettò a rispondere Victoria -. So a memoria l’ordine dei
titoli.
- E’ così intelligente! Molto bene, studiamo i modi di rivolgersi ad
ognuno di essi. Quando ci si rivolge a un duca, deve chiamarlo “altezza”.
Mai – disse in modo enfatico – si deve rivolgere a un duca chiamandolo
“milord”. Anche una duchessa deve sempre essere chiamata “altezza”.
Tutti gli altri devono essere chiamati “milord e milady” che è la forma
corretta per rivolgersi a loro. Quando sarà duchessa, sarà chiamata
“altezza”! non è eccitante?
- Sì – mormorò Victoria, imbarazzata. Charles le aveva spiegato i motivi
per cui era così importante che la società londinese
credesse ancora che Jason e Victoria fossero promessi. E da come parlava
Flossie, anche lei ne era convinta.
- Ho avuto il permesso dalle gentildonne più anziane perchè lei possa
ballare il valzer domani, ma questo non ha importanza ora. Crede che
dobbiamo ripassare il lignaggio Debrett?
114
Con profondo sollievo di Victoria, Northrup entrò in quel momento nel
salotto, per annunciare l’arrivo della contessa di Collingwood.
- Accompagnala qui, Northrup – ordinò Charles in tono gioviale. Caroline
Collingwood entrò nel salone e, vedendo i libri di etichetta ed il grosso
volume
sui Debrett aperti sul tavolo, guardò Victoria con aria di cospirazione.
- Sono venuta ad invitarla a fare una passeggiata con me nel parco – disse.
- Ah, mi piacerebbe! – rispose Victoria alzandosi rapidamente -. Vi
dispiacerebbe se uscissi, signorina Flossie, zio Charles?
Ambedue diedero la loro approvazione e Victoria corse fino alla sua stanza
per prendere un cappellino.
Mentre aspettava la sua amica, Caroline cercò di esibire i suoi modi più
impeccabili.
- Immagino che siate ansiosi per il ballo di domani sera – commentò.
- Ah, sì, molto! – la signorina Flossie confermò, scuotendo i riccioli dorati
con molta energia -. Victoria è una giovane adorabile, non è necessario
dirglielo, poichè la conosce. Lei è molto simpatica e piacevole da avere
come amica! E che occhi! È anche molto bella. Ho la più assoluta certezza
che sarà un successo. Mi dispiace solo che non sia bionda – si lamentò con
un sospiro, senza rendersi conto dei riccioli castano rossicci di lady
Collingwood -. Le bionde sono sempre di moda. – Poi rivolgendosi a
Charles: - Ti ricordi lord Hornby, quando era giovane? Io lo consideravo
l’uomo più attraente del mondo. Aveva i capelli rossi e un fisico
invidiabile. Il fratello invece era il contrario... – e continuò a parlare
andando da un argomento all’altro come un uccellino che vola di ramo in
ramo.
Victoria guardò verso il parco e sospirò profondamente.
- È così tranquillo qui – commentò con Caroline -. Sei stato molto buona a
salvarmi dalla Signorina Flossie quasi tutti i pomeriggi con queste
passeggiate.
- Che cosa stavate studiando quando sono arrivata?
- La maniera corretta di rivolgersi ai membri della nobiltà.
- Ed hai già imparato a memoria tutti i titoli e come bisogna trattarli?
- Certo!. Tutto quello che devo fare è chiamare gli uomini “milord” come
se fossero degli dei e le donne “milady”, come se fossero la domestica! –
Le due donne scoppiarono a ridere, prima che Victoria continuasse:- La
maggior difficoltà, è il francese. Mia madre ci ha insegnato a leggere
molto bene il francese, ma non riesco a ricordare i vocaboli quando lo
debbo parlare.
Caroline che parlava fluidamente il francese, cercò di aiutarla.
115
- A volte, è più facile imparare una lingua con delle frasi utili invece che
con parole a caso. Così è più difficile unirle insieme. Il resto poi viene da
sè. Per esempio, come mi chiederesti del materiale per scrivere una lettera?
- Mon pot d’encre veut vous emprunter votre stylo ? – si arrischiò Victoria.
Caroline non riuscì a trattenere una risata.
- Hai detto: “Il mio calamaio desidera prendere la sua piuma prestata?
- Almeno ci sono andata vicina – concluse Victoria tra le risate. Gli
occupanti delle altre carrozze che passeggiavano per il parco, si voltarono
udendo il
suono musicale delle loro risate. E, più di una volta, si accorsero
dell’interesse particolare dell’intrepida contessa di Collingwood per lady
Victoria anche i membri del ton che ancora non la conoscevano
personalmente.
Victoria accarezzò la testa di Wolf che l’accompagnava sempre durante le
passeggiate, prima di mormorare pensosa:
- E’ incredibile che abbia imparato matematica e chimica da mio padre
senza la minima difficoltà mentre ho tanti problemi con il francese. Forse,
non ci riesco perchè lo trovo un compito inutile...
- Perchè inutile?
- Perchè presto Andrew arriverà e mi porterà a casa.
- Sentirò la tua mancanza – dichiarò Caroline malinconica -. La maggior
parte delle amicizie tardano anni a diventare forte come la nostra. Quando
credi che verrà Andrew?
- Gli ho mandato una lettera, una settimana dopo la morte dei miei
genitori. La lettera sarebbe arrivata a destinazione approssimativamente
entro sei settimane e più o meno lo stesso tempo perchè Andrew riuscisse
a ritornare in America. Quindi altre quattro o sei settimane per arrivare qui.
Il totale sarebbe dalle sedici alle diciotto settimane. Domani saranno
diciotto settimane da quando gli ho inviato la lettera.
- I tuoi calcoli presuppongono che lui abbia ricevuto la lettera in Svizzera,
ma la posta europea non è sempre affidabile. Inoltre, Andrew potrebbe
essere già partito per la Francia quando la tua lettera è arrivata.
- Ho consegnato una seconda lettera alla signora Bainbridge, la madre di
Andrew, con l’indirizzo della Francia, nel caso fosse successo ciò – spiegò
Victoria -. Se avesse saputo in quell’occasione che io sarei venuta in
Inghilterra lui sarebbe potuto rimanere in Europa e tutto sarebbe stato più
facile. Disgraziatamente, non lo sapevo, così gli ho scritto appena sono
morti i miei genitori. Sono sicura che lui è partito per l’America non
appena ha ricevuto la notizia.
116
- Allora come mai non è arrivato prima che tu partissi?
- Probabilmente non c’è stato tempo. Credo che sia arrivato una o due
settimane dopo la mia partenza.
Caroline osservò la sua amica per un momento prima di chiedere:
- Victoria, hai detto al duca di Atherton che sei sicura che Andrew verrà a
cercarti?
- Sì, ma lui si rifiuta di crederci. E non vuole crederci perchè ha deciso che
io devo avere la mia stagione londinese.
- Non trovi strano che lui voglia che Jason e tu fingiate di essere promessi?
Non voglio spettegolare – si scusò in fretta Caroline -. Se tu preferisce non
parlarne, saprò comprendere.
Victoria scosse all’improvviso la testa.
- No! È già un pò di tempo che volevo parlarne con te, ma non volevo
abusare della nostra amicizia, parlando di tutti i miei problemi.
- Andiamo, io ti ho raccontato tutto della mia vita – rispose Caroline –
dopotutto è per questo che esistono gli amici. Non hai idea di quanto sia
difficile parlare con un membro della nobiltà senza che quello si affretti a
raccontare le tue confidenza a tutti.
Victoria sorrise.
- In questo caso... Zio Charles dice che il motivo per cui vuole che tutti
credano che sono promessa è perchè in questo modo sarò libera da altre
“complicazioni”. Essendo promessa, secondo lui, potrò godere di tutti i
piacere del debutto senza essere pressata da pretendenti o dalla società che
pressano per farmi scegliere un fidanzato.
- Questo è vero – ammise Caroline -. Anche così, si sta sforzando molto
per evitare che i gentiluomini ti pressino con le loro proposte.
- Lo so – confessò Victoria pensosa -. Stavo pensando... a zio Charles
piaccio molto, e, a volte, credo che lui abbia delle speranze che io e lord
Fielding ci sposiamo, nel caso che Andrew non venga a cercarmi.
- Credi che questo sia possibile? – Caroline domandò, preoccupata.
- Assolutamente no – assicurò convinta Victoria.
- Meglio così – l’amica non nascose il suo sollievo -. Sarei preoccupata
per te se ti sposassi con lord Fielding.
La curiosità assalì Victoria.
- Perchè?
- Non avrei dovuto dirti questo, ma visto che l’ho fatto, dovrò darti delle
spiegazioni. Se Andrew non viene a cercarti, devi sapere che tipo di uomo
è lord Fielding. Ci sono delle case in cui lui viene ricevuto, ma non è il
benvenuto...
117
- Per quale motivo?
- A quanto pare, ci fu uno scandalo, quattro anni fa. Non conosco i
dettagli, perchè ero troppo giovane perchè parlassero in mia presenza di
cose scandalose. La settimana scorsa, ho chiesto a mio marito, ma lui è un
suo amico e si rifiuta di toccare l’argomento. Mi ha solo detto che sono
tutti pettegolezzi senza fondamento, pronunciati da una donna vendicativa.
Inoltre, mi ha proibito di chiedere a chiunque sull’argomento, poichè crede
che se lo facessi il vecchio pettegolezzo potrebbe tornare a circolare.
- La signorina Flossie dice che la nobiltà è sempre alle prese con qualche
tipo di pettegolezzo, e che per la maggior parte non sono privi di
fondamento – commentò Victoria -. Comunque sia, sono sicura che lo
saprò nelle prossime settimane.
- Ti sbagli – affermò convinta, Caroline -. In primo luogo, sei giovane e
nubile, nessuno commenterà nulla di scandaloso in tua presenza per paura
di ferire la tua sensibilità. In secondo luogo, le persone parlano degli altri,
ma raramente ne parlano a chi ne è coinvolto. Fa parte della natura del
pettegolezzo, parlare alle spalle delle persone che ne sono intimamente
coinvolte.
- E’ per questo che il pettegolezzo causa ancora più danni e provoca
eccitazione - fu d’accordo Victoria -. Il pettegolezzo non è estraneo a
Portage anche se di rado ha un fondamento.
- Forse, ma voglio avvisarti su un’altra cosa – continuò Caroline,
sentendosi colpevole, ma decisa a proteggere la sua amica -. A causa del
suo titolo e della sua ricchezza, lord Fielding è comunque considerato un
buon partito e le donne lo trovano molto attraente. Per queste ragioni, le
nubili non risparmiano alcun sforzo per piacergli. E nonostante ciò, lui non
le tratta in modo gentile. In realtà, arriva ad essere spesso molto brusco.
Victoria, lord Fielding non è un gentiluomo.
A quelle parole, la contessa si aspettava qualche reazione da Victoria, ma
questa si limitò a guardarla come se quel difetto del carattere non avesse la
minima importanza e così Caroline continuò:
- Gli uomini lo temono molto, anche più delle donne, non solo per la sua
freddezza e per il suo cinismo, ma a cause dei pettegolezzi sui suoi duelli
in India. Dicono che abbia preso parte a decine di duelli ed ammazzato i
suoi rivali a sangue freddo, senza dimostrare la minima reazione o
pentimento. Dicono che sia capace di sfidare un uomo a duello per l’offesa
più banale...
- Non ci credo – la interruppe Victoria con una lealtà di cui nemmeno si
rese conto.
- Tu puoi non crederlo, ma molta gente ci crede e ne ha paura.
118
- E’ questo il motivo per cui è emarginato?
- Al contrario. Le persone si inchinano davanti a lui. Nessuno ha il
coraggio di affrontarlo.
- Non è possibile che tutti quelli che lo conoscono abbiano paura di lui! –
esclamò Victoria incredula.
- Quasi tutti. Robert è sinceramente suo amico, e ride quando gli dico che
c’è qualcosa di sinistro in lord Fielding. Una volta, però, ho sentito la
madre di Robert dire ad un gruppo di amiche che lord Fielding era un
depravato che usa le donne e poi le abbandona.
- Non può essere così vile. Tu stessa hai detto che è considerato un buon
partito.
- E’ vero, è considerato il miglior partito dell’Inghilterra.
- Vedi? Se le persone credessero che lui è davvero così terribile, nessuna
giovane, o le loro madri, penserebbe mai di fare un matrimonio con lui.
Caroline sorrise ironicamente.
- Per un titolo di duchessa e una gran fortuna, esistono donne disposte a
sposarsi perfino con Barbablù! – e siccome Victoria continuava a stare del
tutto tranquilla, insistette: - Non ti sembra strano e terrificante?
Victoria considerò la domanda con grande attenzione. Ricordò i modi
bruschi di Jason quando era arrivata a Wakefield e alla sua ira incontrollata
quando l’aveva sorpresa a nuotare nel fiume. Ricordò anche la facilità con
cui lui l’aveva imbrogliata nel gioco delle carte, come l’aveva consolata la
notte in cui l’aveva trovata piangente e come avesse riso del suo tentativo
di mungere una vacca. E anche di come l’aveva stretta a sè e baciata con
passione e tenerezza, ma quest’ultimo pensiero si affrettò a scacciarlo dalla
propria mente.
- Lord Fielding ha senza dubbio un carattere forte – cominciò -. D’altra
parte, ho notato che lui non serba rancore a lungo, si mostra davvero
disposto a lasciar perdere quello che ormai è successo e a cui non si può
porre rimedio. Sotto questo aspetto, siamo molto simili, benchè io non mi
arrabbio con tanta rapidità. E posso affermare che lord Fielding non mi ha
sfidato a duello, quando l’ho minacciato di sparargli – aggiunse ridendo -.
Pertanto, non credo che a lui piaccia tanto uccidere le persone. Se mi
chiedi di descriverlo, probabilmente ti direi che è un uomo molto
generoso, perfino gentile dietro il suo...
- Stai scherzando!
- No. Solo lo vedo in modo diverso. Tendo sempre a guardare le persone
come mi ha insegnato mio padre.
- E tuo padre ti ha insegnato ad essere cieca davanti ai difetti delle
persone?
119
- Mio padre era un medico e mi ha insegnato a cercare le cause e non solo i
sintomi. Per quel motivo, ogni volta che qualcuno si comporta in modo
strano, comincio a chiedermi perchè lo fa. Credimi, esiste sempre una
ragione. Per esempio: hai notato che quando qualcuno non si sente bene, è
irritato?
Caroline annuì.
- I miei fratelli erano sempre di cattivo umore davanti al più piccolo mal di
testa.
- E’ proprio di questo che sto parlando. I tuoi fratelli non sono delle brutte
persone, ma quando non si sentono bene, sono di malumore.
- Vuoi dire che credi che lord Fielding sia soffrendo?
- Credo che non sia felice e questo equivale a non sentirsi bene. Inoltre,
mio padre mi ha insegnato anche a dare più importanza a quello che le
persone fanno piuttosto che a quello che dicono. Se tu analizzi lord
Fielding da questo punto di vista, vedrai che è stato molto buono con me.
Mi ha dato una casa e dei vestiti tra i più belli che mai indosserò in tutta la
mia vita. E mi lascia tenere Wolf in casa.
- Tu devi possedere una comprensione superiore della natura umana –
concluse Caroline, pensosa.
- Non è vero – protestò Victoria con un sorriso scherzoso -. Divento di
malumore ed angosciata con la stessa facilità degli altri. È solo che dopo
mi ricordo di cercare di capire il motivo per cui una persona mi ha trattato
in quella maniera.
- E non hai paura di lord Fielding nemmeno quando è arrabbiato?
- Solo un pò, ma non l’ho più visto da quando sono a Londra e, pertanto,
posso essere piena del coraggio dovuta alla distanza che ci separa in questo
momento.
- Separava – la corresse Caroline in quel momento, mentre la carrozza
entrava nel giardino di casa Wakefield, dove un’altra carrozza era ferma
all’ingresso -. Quello è il blasone di lord Fielding – spiegò e guardando
verso una terza carrozza continuò -: E quello è il nostro. Questo significa
che mio marito ha già concluso i suoi affari e ha deciso di venire a
cercarmi.
Victoria sentì il cuore balzarle in gola quando capì che Jason era in casa.
Ma l’attribuì al senso di colpa per aver parlato di lui con Caroline.
I due uomini erano nel salone, ascoltando pazientemente il racconto della
signorina Flossie sui progressi di Victoria in quelle due settimane,
frequentemente interrotto dai ricordi nostalgici del suo debutto, di almeno
cinquant’anni prima. A Victoria bastò guardare i lineamenti di Jason per
rendersi conto che mentalmente lui stava strangolando la povera donna.
120
- Victoria! – esclamò la signorina Flossie vedendola -. Finalmente! Stavo
raccontando delle sue doti al pianoforte a questi due gentiluomini che sono
più che ansiosi di ascoltarla suonare. – Senza accorgersi dell’espressione
ironica che apparve sul viso di Jason, nel sentirsi descrivere come “più che
ansioso”, lei guidò Victoria fino al pianoforte, insistendo che suonasse
immediatamente.
Senza sapere cosa fare, Victoria si sedette sulla panca e lanciò uno sguardo
a Jason che era concentrato nel togliersi un pelo di lana dai pantaloni.
Sembrava più annoiato che mai e anche più attraente del solito. Victoria
sentì un’ondata di nervosismo quando lui alzò lo sguardo per guardarla
con un sorriso ironico.
- Non ho mai avuto l’opportunità di conoscere una donna capace di
nuotare, sparare, addomesticare gli animali selvaggi e suonare anche il
piano – scherzò.
Per il suo tono di voce, Victoria si rese conto che lui si aspettava che
suonasse molto male. Desiderò ardentemente poter suonare in un momento
in cui non era così nervosa.
- Il signor Wilheim ci dava lezioni di piano, come pagamento per le cure
che mio padre gli dava per i suoi polmoni, ma Dorothy suona molto
meglio di me. Sono passati mesi dall’ultima volta in cui ho suonato e ho
ripreso solo due settimane fa. Ancora non ho recuperato del tutto – tentò di
scusarsi -. La mia interpretazione di Beethoven è mediocre e...
La speranza di essere scusata morì quando Jason inarcò un sopracciglio e
guardò la tastiera.
Victoria sospirò e si arrese.
- Vuole ascoltare qualcosa in particolare?
- Beethoven – rispose. Victoria gli lanciò uno sguardo esasperato che servì
solo ad allargare di più il sorriso di
Jason. Subito, lei abbassò la testa e si preparò a suonare. Quando posò le
dita sulla tastiera, il salone vibrò della melodia della Sonata in Fa Minore
per Piano, di Beethoven.
Nel corridoio, Northrup interruppe la lucidatura di un pezzo d’argento e
chiuse gli occhi, estasiato. Nella hall, O’Malley sospese il sermone che
stava dando ad un suo subordinato e si volse in direzione del salone con un
sorriso di piacere.
Quando Victoria finì, tutti nel salone esplosero in applausi spontanei.
Eccetto Jason che si inclinò sulla poltrona con un sorriso malizioso sulle
labbra.
- Possiede qualche altro talento mediocre? – chiese in tono provocate,
benchè vi fosse una luce di sincera ammirazione nei suoi occhi.
Quello diede a Victoria un immenso piacere.
121
Caroline e suo marito partirono subito, promettendo di presentarsi al ballo,
il giorno dopo. La signorina Flossie li accompagnò fino alla porta. Nel
vedersi sola con Jason, Victoria si innervosì e, per nasconderlo, cominciò a
parlare:
- Sono sorpresa di vederla qui.
- Non avrà pensato che non sarei stato presente al suo debutto, vero? Non
sono completamente indifferente alle tradizioni. Se tutti credono che siamo
promessi, che cosa penserebbero se fossi assente?
- Milord... – Victoria cominciò a parlare.
- Questo suona molto bene – la interruppe con una risata -. Rispettoso.
Non mi ha mai chiamato così, prima.
- E non lo avrei fatto neppure adesso, se la signorina Flossie non avesse
passato gli ultimi giorni torturandomi con i titoli e i modi con cui
rivolgermi alla nobiltà. Quello che stavo per dire è che non so mentire
molto bene e l’idea di dire alle persone che siamo promessi mi fa sentire a
disagio. Zio Charles non ascolta le mie obiezioni, ma non credo che questa
farsa sia una buona idea.
- Non lo è – ammise Jason -. Il motivo per cui si trascorre una stagione a
Londra e ovviamente per presentarle dei potenziali pretendenti...
Victoria aprì la bocca per ribadire che Andrew sarebbe diventato suo
marito, ma Jason la fermò con un gesto.
- Il motivo è presentarla ai potenziali pretendenti nel caso Ambrose non
venisse a cercarla.
- Andrew – lo corresse Victoria -. Andrew Bainbridge. Jason si strinse
nelle spalle.
- Se qualcuno le parlerà del nostro fidanzamento, voglio che dica quello
che sto già dicendo io.
- Che cosa?
- Ho detto che niente è deciso perchè ancora non mi conosce bene per
essere certa dei suoi sentimenti nei miei confronti. Così, lasceremo una
porta aperta per qualunque futuro pretendente, e in questo modo nemmeno
Charles si potrà lamentare.
- Ciononostante preferirei dire la verità dicendo che non siamo affatto
promessi.
- Questo non possiamo farlo. Se uno di noi metterà subito fine al nostro
supposto fidanzamento, dopo così poco tempo dal suo arrivo dall’America,
tutti cominceranno a dire che uno dei due è stato respinto e i pettegolezzi
non finiranno più.
122
In quello stesso istante, Victoria si ricordò di quello che le aveva
raccontato Caroline sull’atteggiamento della nobiltà in relazione a Jason e
capì cosa avrebbero potuto dire se avessero pensato che lei lo aveva
respinto. Analizzando la situazione da quel punto di vista, si sentì
immediatamente disposta a portare avanti la farsa. Per niente al mondo
avrebbe ripagato l’attenzione e la generosità di Jason nei suoi confronti
permettendo che pensassero che lei lo trovava ripugnante o minaccioso
come futuro marito.
- Molto bene – disse -. Dirò anch’io che niente è ancora deciso.
- Brava bambina. Charles ha già avuto un brutto attacco di cuore e il suo
cuore è molto debole. Non voglio causargli delle preoccupazioni inutili e
lui è deciso a vederla ben sposata.
- Ma... Che cosa succederà con lui quando Andrew verrà a cercarmi? –
chiese Victoria, afflitta -. E che cosa dirà la gente quando io... quando io la
respingerò per sposare Andrew?
Jason la osservò divertito.
- Se questo dovesse succedere, diremo che deve onorare un fidanzamento
assunto da suo padre prima della sua morte. In Inghilterra, il dovere di una
figlia è di sposare l’uomo scelto dalla sua famiglia. Così tutti capiranno.
Charles sentirà la sua mancanza, ma se sa che è felice, il colpo sarà più
dolce. Nel frattempo non credo che succederà niente di tutto ciò. Charles
mi ha parlato di Bainbridge e, a quanto pare, si tratta di un uomo debole,
dominato dalla madre vedova. Senza la sua presenza a rinforzare il suo
coraggio, certamente lui non avrà la forza necessaria per sfidare sua madre
e venire a cercarla.
- Ma, per amor... – Victoria cominciò a protestare con veemenza, ma Jason
la interruppe in tono autoritario.
- Non ho ancora finito. Apparentemente, suo padre non era sicuro che
questo matrimonio fosse la cosa migliore per lei. In fin dei conti, ha
insistito per una separazione di prova dei vostri sentimenti, nonostante vi
conoscevate da bambini. Quando suo padre è morto, lei non era promessa
a Bainbridge, Victoria. Per cui, se lui verrà alla nostra porta, dovrà ottenere
la mia approvazione per poterla sposare e portarla di nuovo in America.
Victoria si sentì divisa tra la furia e un accesso di risate.
- Quante storie! – esclamò -. Non conosce Andrew, ma ha già deciso che
tipo di uomo è. E ora, dice che non potrò sposarlo a meno che lei non lo
approvi. Proprio lei che quasi mi ha cacciato da casa sua quando sono
arrivata a Wakefield! – La situazione era così assurda che cominciò a
ridere -. Francamente, lei non fa mai quello che ci si aspetta da lei, mi
sorprende sempre. Non ho mai la minima idea di come comportarmi con
lei.
123
- Tutto quello che deve fare – rispose Jason con un sorriso – è prestare
abbastanza attenzione a tutti i giovani scapoli che conoscerà durante la
stagione, scegliere quello che più le piacerà e farmelo conoscere affinchè
io approvi e dia la mia benedizione. Niente di più facile, visto che io sarò
qua nel mio ufficio, per la maggior parte del tempo.
- Qui? – ripetè Victoria, soffocando la risata provocata dalla descrizione
di come lei avrebbe dovuto scegliere un marito -. Avevo pensato che si
sarebbe sistemato in casa di zio Charles.
- Dormirò là, ma lavorerò qui. La casa di Charles è troppo scomoda.
L’arredamento è molto vecchio e le stanze sono piccole e buie. Inoltre,
nessuno avrà da ridire se io starò qui durante il giorno, se lei ha la dama di
compagnia adeguata, e a questo si è già provveduto. Così, non c’è alcun
motivo che io sia disturbato mentre lavoro. Parlando di complicità, Flossie
Wilson l’ha già fatta impazzire con la sua parlantina?
- E’ adorabile – rispose Victoria, sforzandosi di non ridere.
- Non ho mai conosciuto una donna capace di parlare tanto e di dire tanto
poco.
- Ha buon cuore.
- E’ vero – ammise Jason, guardando distrattamente l’orologio -. Ho i
biglietti per l’opera, questa sera. Quando Charles arriverà, le dica che sono
venuto e che tornerò in tempo per ricevere gli invitati, domani.
- Va bene, ma voglio avvisarla che sarà più soddisfatta quando Andrew
verrà e lei dovrà ammetter di essersi sbagliato su di lui.
- Non ci conti.
- Ah, ma io ci conto già! E penserò ai modi più umilianti per farglielo
ammettere!
- Non ha paura di niente?
- Non ho paura di lei.
- Invece, dovrebbe – disse in tono enigmatico e se ne andò.
Capitolo 13
- Quasi tutti gli invitati sono arrivati – annunciò la signorina Flossie
eccitata, mentre Ruth dava gli ultimi ritocchi alla pettinatura di Victoria -.
È ora di fare la sua entrata trionfale, cara.
Victoria si alzò, ubbidiente, ma sentiva le ginocchia tremanti.
124
- Avrei preferito ricevere gli invitati insieme a zio Charles e a lord
Fielding. Così avrei potuto conoscerli uno alla volta e ora non sarei così
nervosa.
- E non causerebbe nemmeno la metà dell’impatto che causerà! Victoria si
guardò un’ultima volta allo specchio, accettò il ventaglio che Ruth le
consegnò e si aggiustò la gonna.
- Sono pronta – disse senza molta convinzione. Quando passarono per la
balaustra che si affacciava sull’ingresso Victoria si fermò per
osservare come l’immenso atrio era stato trasformato in un magnifico
giardino, con piante di felci giganti ed enormi ceste di rose bianche.
Respirò profondamente e si dispose a salire la scala che portava al piano
superiore dove era il salone da ballo. Lacchè vestiti con uniformi formali
di velluto verde, ornati da galloni dorati, occupavano posizioni strategiche,
al fianco a piedistalli di marmo che sostenevano altri cesti di rose. Victoria
sorrise ai domestici che conosceva e salutò rapidamente gli altri con un
discreto gesto. O’Malley si trovava in alto alla scala e raggiungendolo,
Victoria chiese:
- Il suo dente non le ha più dato fastidio? Se dovesse succedere, non si
trattenga a dirmelo, perchè non mi è di nessun disturbo preparare un nuovo
cataplasma.
Lui le sorrise con profonda devozione.
- Non ho sentito nessun altro dolore, dopo che la signorina mi ha
preparato il medicamento, milady.
O’Malley aspettò che Victoria si allontanasse per mormorare al lacchè al
suo fianco:
- E’ una gran signora, non credi?
- La migliore che abbia mai visto – affermò l’altro -. Esattamente come lei
predisse il primo giorno.
- La vita è migliorata per tutti noi, perfino per milord, quando saranno
sposati e gli darà un erede. Questo lo renderà felice.
Northrup si trovava all’entrata del salone, la schiena ritta, pronto ad
annunciare chiunque arrivasse. Victoria si avvicinò, non avendo mai
sentito le sue gambe tremare come in quel momento.
- Mi dia un istante per recuperare il fiato – chiese -. Poi, mi potrà
annunciare. Sono molto nervosa – confessò.
Un abbozzo di sorriso illuminò i rigidi lineamenti del maggiordomo,
mentre esaminava la giovane spettacolare donna che gli stava di fronte.
- Mentre riprende fiato, milady, mi permetta di dirle che ho adorato
sentirla suonare Beethoven, ieri pomeriggio. Quel pezzo, è uno dei miei
favoriti.
125
Victoria rimase così soddisfatta e sorpresa per l’inaspettata cordialità
dell’austero maggiordomo che quasi si dimenticò della folla minacciosa
che attendeva nel salone.
- Grazie – rispose con un sorriso -. E quale è la sua preferita? Benchè
sembrasse a disagio per la dimostrazione di interesse da parte di Victoria,
glielo
disse.
- Suonerò per lei, domani – promise Victoria.
- E’ molto gentile, milady! – Northrup replicò, un pò rigido; ma quando si
voltò per annunciarla, la sua voce traboccava di orgoglio:- Lady Victoria
Seaton, contessa di Langston... e la signorina Flossie Wilson.
Una corrente di aspettativa sembrò attraversare il salone, quando
contemporaneamente cinquecento invitati si volsero, ansiosi di vederla per
la prima volta, con il titolo della madre, e che in breve avrebbe ricevuto un
altro, il più desiderato, quello di Jason, lord Fielding.
Videro un’esotica dea fulva, coperta da un abito di stile greco, di seta
azzurra, ben abbinato ai colori dei suoi luccicanti occhi azzurri e che le
metteva in risalto le voluttuose curve del corpo. Lunghi guanti le
coprivano le braccia e i morbidi capelli raccolti in alto sulla testa, le
ricadevano in morbidi riccioli rossicci, inframmezzati da fili di zaffiro e di
brillanti. Videro anche un viso delicato, dalla bellezza incomparabile, e dai
contorni ben definiti, naso perfetto, labbra generose e una piccola e
intrigante fossetta sul mento.
Nessuno che la osservava avrebbe sospettato che le ginocchia della
giovane bellezza stavano per piegarsi per il nervosismo.
Il mare di volti senza nome, con gli occhi fissi su di lei, sembrò aprirsi
man mano che lei scendeva per la scala. Allora, Jason comparve tra la
folla, le si avvicinò e le porse la mano. Victoria accettò con un gesto
automatico ed alzò un paio di occhi spalancati in una silenziosa domanda
di aiuto.
Inchinandosi verso di lei, come se le stesse rivolgendo un complimento in
particolare, Jason le mormorò all’orecchio:
- E’ spaventata, vero? Vuole che cominci ora a presentarle gli ospiti o
preferisce ballare con me e lasciare che la osservino ancora un pò?
- Che alternativa! – sussurrò Victoria, con una risata quasi isterica.
- Comanderò l’orchestra di incominciare – decise saggiamente Jason
ordinando con un gesto ai musicisti di dar inizio ad un valzer. Portò
Victoria fino al centro della pista da ballo e la prese tra le braccia -. Sa
ballare il valzer, vero?
- E’ questo il momento per chiedermelo?
126
- Victoria! – Jason pronunciò il suo nome in tono severo, anche se
continuava a sorridere per mantenere le apparenze -. È la stessa dama che
minacciò, con incredibile freddezza, di spararmi al cervello con una
pistola. Non osi spaventarsi proprio ora!
- No, milord – replicò, cercando disperatamente di accompagnarlo man
mano nei passi del valzer.
Percepì che Jason ballava con la stessa eleganza naturale con cui indossava
l’abito da sera.
Improvvisamente, le braccia di lui si strinsero intorno alla vita di Victoria,
stringendola a sè con una forza che le toglieva il fiato.
- Quando una coppia balla – spiegò – i due cominciano a conversare o a
flirtare. Altrimenti chi li sta osservando, arriva alla conclusione che
nessuno dei due è soddisfatto del proprio compagno.
Victoria si limitò a guardarlo, sentendosi la bocca secca.
- Dica qualcosa, diamine! L’imprecazione, pronunciata con un sorriso
molto galante, fece scoppiare Victoria in una
risata e per un momento si dimenticò di tutti. Cercando di ubbidirgli, disse
la prima cosa che le venne in mente.
- Balla molto bene, milord. Jason si rilassò e il suo sorriso divenne più
ampio.
- Questo è quello che avrei dovuto dire io.
- Voi inglesi avete regole per tutto! – replicò in tono scherzoso.
- Non dimentichi che adesso anche lei è inglese, cara. La signorina Flossie
le ha insegnato a ballare molto bene. Cos’altro ha imparato?
Leggermente contrariata per l’insinuazione che non sapeva ballare,
Victoria rispose:
- Può stare tranquillo, le assicuro che so tutto quello che gli inglesi
considerano necessario per una giovane raffinata di ottima nascita.
- Può essere più specifica?
- Oltre a suonare il piano, sono capace di cantare, ballare senza
inciampare e ricamare con punti precisi. Inoltre, leggo il francese e so
come inchinarmi davanti ai membri della famiglia reale con una profonda
riverenza. A quanto pare, in Inghilterra ci si aspetta che una donna sia
completamente inutile.
Jason tirò indietro la testa e scoppiò in una profonda risata. A suo parere,
Victoria era una incredibile combinazione di contrasti intriganti: sofisticata
e innocente, femminile e coraggiosa, bella e di buon carattere. Possedeva
un corpo creato per le carezze maschili,
127
occhi che potevano portare qualunque uomo alla pazzia, un sorriso che era
contemporaneamente ingenuo e sensuale, oltre ad una bocca... una bocca
che invitava ai baci.
- E’ una mancanza di educazione, guardare così una donna – protestò
Victoria, più preoccupata di mantenere le apparenze che alla direzione
dello sguardo di Jason.
Lui alzò rapidamente gli occhi.
- Mi perdoni.
- Ha detto che dobbiamo flirtare quando balliamo – gli ricordò lei -. Non
ho nessuna esperienza in questo campo. E lei?
- Più che a sufficienza.
- Molto bene. Mi mostri cosa fare. Sorpreso dall’invito, Jason guardò
quegli occhi incredibilmente azzurri e si perse in essi.
Il suo corpo si tese per il desiderio e la strinse tra le sue braccia.
- Non deve imparare – mormorò con voce roca -. Lo sa fare già molto
bene.
- Di cosa sta parlando? L’evidente confusione di Victoria restituì la
ragione a Jason.
- Che si sta cacciando in guai che nemmeno immagina. In un angolo del
salone, lord Crowley guardò lady Victoria dalla testa ai piedi.
- Bella – concluse, rivolgendosi al suo amico -. Ti avevo detto che era
magnifica, la prima volta che l’abbiamo vista, il giorno del suo arrivo a
Londra. Non ho mai visto una donna come lei. È divina... un angelo.
- Una bellezza! – ammise lord Wiltshire.
- Se non fosse per Wakefield, la corteggerei – disse Crowley.
- Ma, per conquistarla, dovresti essere dieci anni più vecchio e venti volte
più ricco, però ho sentito dire che il matrimonio non è stato ancora fissato.
- In questo caso, farò in modo che mi sia presentata, questa stessa sera.
- Io farò lo stesso – replicò lord Crowley. Poi i due se ne andarono alla
ricerca delle loro madri, per poter ottenere una
presentazione adeguata.
Per Victoria, la serata fu un grande avvenimento. Temeva che i membri
dell’alta società fossero uguali a lady Kirby, ma la maggior parte di essi
sembrò accettarla di buon grado nel loro circolo chiuso. In realtà, alcuni,
particolarmente i gentiluomini, si mostrarono abbastanza entusiasti nelle
loro attenzioni e complimenti. Fu praticamente circondata per tutto il
tempo, sollecitando presentazioni e balli, disputandosi la sua attenzione e
chiedendo
128
il permesso per poterle far visita. E benchè non prendesse sul serio quelle
manifestazioni, Victoria trattò tutti con gentilezza e cortesia.
Ogni tanto, vedeva Jason in mezzo agli invitati e gli sorrideva. Lui era più
affascinante che mai, nel suo impeccabile abito nero, che ben si adattava
con i suoi folti capelli e contrastava con la camicia bianca e il suo sorriso
devastante. Paragonati a lui, gli altri uomini sembravano pallidi e
insignificanti.
Molte altre donne pensavano la stessa cosa. Victoria lo scoprì, quattro ore
dopo, quando ballava con uno dei suoi ammiratori, notando che varie
donne filtravano con Jason sfacciatamente, ignorando il fatto che egli era,
si supponeva, il promesso di Victoria. Con segreta compassione, osservò
una bella bionda, sforzarsi di richiamare la sua attenzione, con sguardi e
sorrisi insinuanti, mentre Jason rimaneva appoggiato ad una colonna,
senza nascondere la profonda noia che la sua compagna gli causava.
Fino ad allora, Victoria aveva creduto che Jason trattasse solo lei con
quell’atteggiamento che tanto la irritava. Però si rese conto che Jason
sembrava trattare tutte le donne con fredda tolleranza. Senza dubbio, era a
quello che si riferiva Caroline quando le aveva detto che lui era rude e non
aveva nemmeno un poco di gentilezza. E nonostante ciò, le donne
sembravano attratte da lui, come le farfalle dalla fiamma. E perchè no? Si
chiese Victoria, vedendolo liberarsi della bionda ed incamminarsi verso
lord Collingwood. Jason era incredibilmente irresistibile.
Robert Collingwood guardò Jason indicandogli gli ammiratori di Victoria
che si affollavano accanto a Flossie Wilson, aspettando che la loro musa
tornasse dalla pista da ballo.
- Se pretendi di trovarle un marito Jason, non dovrai aspettare molto. Si è
trasformata nella grande protagonista della stagione.
- Meglio così – rispose Jason, lanciando uno sguardo indifferente verso i
giovani e stringendosi nelle spalle.
Capitolo 14
La predizione di Robert sul successo di Victoria, fu confermata. Il giorno
dopo il ballo, dodici gentiluomini e sette giovani gentildonne, andarono in
visita, ricambiando l’invito e supplicandola di mostrar loro Wolf. Northrup
visse il suo giorno di gloria, conducendo i
129
visitatori da un salone all’altro e dirigendo il lavoro dei lacchè che
portavano vassoi di tè da una parte all’altra.
Quando fu servita la cena alle nove, Victoria era esausta, senza la minima
voglia di andare a qualunque ballo in cui era stata invitata. Si era
addormentata all’alba e a fatica riusciva a tenere gli occhi aperti mentre
ascoltava la conversazione. Jason, a sua volta, si mostrava pieno di
energia, come sempre, dopo aver lavorato nel suo ufficio per un intero
pomeriggio.
- Victoria, è stato un successo incredibile, ieri sera – le disse -. È evidente
che Crowley e Wiltshire sono già innamorati. Così come lord Makepeace
che è considerato il miglior partito della stagione.
Gli occhi sonnolenti di Victoria brillarono divertiti.
- Questa espressione mi fa pensare ad una succulenta sogliola! Un minuto
dopo, chiese il permesso di ritirarsi. Jason le augurò la buonanotte, mentre
stava ancora sorridendo per la battuta di Victoria. lei era capace di
illuminare un ambiente con il suo sorriso, anche se era assonnata. Dietro
quella sua ricercata naturalezza, c’erano anche dolcezza e intelligenza.
Jason bevve il suo cognac, ricordando come lei avesse abbagliato il ton, la
notte precedente con la sua bellezza e simpatia. Aveva conquistato anche
Northrup in modo definitivo quando aveva suonato in particolare Mozart
per lui, prima di cena. Quando Victoria aveva finito, il maggiordomo
aveva le lacrime agli occhi. Poi aveva ordinato di chiamare O’Malley e
aveva suonato una giga irlandese per il capo dei lacchè. Alla fine della
musica, c’era una dozzina di domestici, vicino alla porta del salone,
affascinati dal concerto improvvisato. Invece di ordinare che andassero a
svolgere i loro compiti, come Jason stava per fare, Victoria aveva chiesto
se qualcuno di loro voleva ascoltare qualche pezzo in particolare. Sapeva i
nomi di ognuno e si interessò della loro salute e delle loro famiglie. E
nonostante la stanchezza, rimase al pianoforte per più di un’ora. Jason si
rese conto che tutti i domestici sentivano una profonda devozione per lei. i
lacchè sorridevano e facevano qualunque cosa per piacerle: le cameriere si
affrettavano a soddisfare ogni suo minimo desiderio. E Victoria
ringraziava personalmente ognuno di essi per i loro servizi. Sapeva trattare
con le persone ed era capace di conquistare baroni e maggiordomi con la
stessa facilità, forse perchè trattava tutti con lo stesso interesse sincero e
disinteressato.
Distratto, Jason girò il bicchiere tra le dita, riflettendo che dopo l’uscita di
Victoria, il salone sembrava cupo e vuoto. Non si rese conto che Charles lo
stava osservando con una luce di profonda soddisfazione nello sguardo.
130
- E’ una giovane straordinaria, vero? – Charles commentò in tono casuale.
- Sì.
- Oltre alla sua bellezza, possiede una rara intelligenza. Senza andare
troppo lontano, hai riso di più da quando Victoria è arrivata, di quello che
hai fatto in un intero anno! Non lo negare, la ragazza è splendida.
- Non lo nego – rispose Jason, ricordando l’incredibile facilità con cui lei
si comportava come contessa, come una contadina, come una bambina
biricchina, o come donna sofisticata, a seconda del suo stato e del
momento.
- Lei è affascinante e innocente, ma ha anche forza e coraggio. L’uomo
giusto potrà trasformarla in una donna ardente e appassionata, per
scaldargli il letto e la vita. – Charles fece una pausa, ma Jason non disse
nulla così continuò: - quel tale Andrew non ha la minima intenzione di
sposarla. Non ho alcun dubbio a questo riguardo. Se così non fosse, a
quest’ora si sarebbe già messo in contatto con lei. – Fece un’altra pausa e
Jason rimase ancora in silenzio -. Mi dispiace più per lui che per Victoria.
Inoltre, mi fa pena qualunque uomo che sia così sciocco da ignorare
l’unica donna che può renderlo felice. Mi stai ascoltando, Jason?
Jason lo guardò con aria impaziente e nello stesso tempo confuso.
- Ho sentito ogni parola. Ma che cosa ha a che vedere tutto questo con me?
- Che cosa...? – Charles cominciò, frustrato, ma poi cercò di controllarsi -.
Ha molto a che vedere con te e con me. Victoria è una giovane nubile.
Anche con la presenza di Flossie come sua accompagnatrice, non può
continuare a vivere indefinitivamente in compagnia di un uomo celibe e di
un altro celibe che passa qui la maggior parte del suo tempo. Se
continuiamo così per molto tempo, le persone crederanno che lei non è
altro che un’altra delle tue conquiste e la emargineranno. Tu non vuoi
essere la causa dell’umiliazione di quella giovane donna, vero?
- Certamente no.
- Allora non resta che un’unica soluzione: lei deve sposarsi il più in fretta
possibile. – Charles aspettò, ma Jason rimase zitto -. Non credi, Jason?
- Sì, sì.
- E con chi dovrebbe sposarsi, Jason? – chiese Charles, trionfante -. Chi
potrebbe trasformarla in una donna ardente e appassionata? Chi ha bisogno
di una moglie per scaldargli il letto e dargli un erede?
Jason si strinse nelle spalle, visibilmente irritato.
- Come faccio a saperlo? Non sono l’indovina della famiglia.
131
- Stai dicendo che non sei capace di pensare a un solo uomo con cui
Victoria potrebbe sposarsi? – Charles domandò, a bocca aperta.
Jason vuotò il bicchiere di cognac in un solo sorso, e poi si alzò.
- Victoria sa cantare, suonare il piano, cucire, comportarsi bene in società
– riassunse -. Trova un uomo con un buon orecchio per la musica, buoni
occhi per apprezzare la bellezza e con l’amore per i cani. Ma assicurati che
sia tranquillo o Victoria finirà per farlo impazzire. Molto semplice, non
credi?
Charles continuava a guardarlo con la bocca spalancata così che Jason
aggiunse in tono irritato:
- Ho sei proprietà da amministrare, una flotta di navi da sovrintendere e un
centinaio di altri affari da tenere in considerazione. Io baderò a queste
cose. Tu cercherai di trovare un buon marito a Victoria. Farò la mia parte,
accompagnandola ad alcuni balli e visite, per le prossime due settimane.
Lei è già un successo. Basta che appaia ancora qualche altra volta, in
diverse altri eventi sociali, che ci sarà una fila di pretendenti maggiore di
quanto tu potessi sognare. Cerca di studiarli quando verranno a farle visita
e fai una lista dei migliori candidati. Esaminerò la tua lista e ne sceglierò
uno.
Le spalle di Charles caddero per il peso della sconfitta.
- Come desideri.
Capitolo 15
- Non ho mai visto una giovane causare tanto entusiasmo a Londra, dal
debutto di Caroline – commentò con Jason, Robert Collingwood, mentre
ambedue osservavano Victoria ad un ballo, una settimana dopo -. È stata
l’evento della settimana. È vero che Victoria ha detto a Roddy Carstairs
che sarebbe stata capace di vincerlo in un torneo di tiro al bersaglio,
usando la propria pistola?
- No. Victoria ha detto che se Roddy Carstairs tentasse di prendersi
qualche libertà indesiderata, lei gli avrebbe sparato... e se avesse sbagliato
bersaglio, gli avrebbe lanciato contro Wolf. E, in caso Wolf non avesse
finito il servizio, ha garantito che lo avrei fatto io.
132
– Jason rise e scosse la testa -. È stata la prima volta che qualcuno mi ha
indicato come un eroe. Sono rimasto un pò male per essere stato scelto
come secondo, dopo il cane.
Robert guardò dispiaciuto Jason che non se ne accorse, perchè stava
osservando attentamente Victoria. circondata dai suoi ammiratori che si
disputavano la sua attenzione, si mostrava serena e imperturbabile, come
una regina corteggiata dai suoi vassalli. Indossava un vestito di raso
azzurro chiaro e guanti dello stesso tessuto, mentre i rossi capelli le
cadevano in cascate sulle spalle, e dominava il ballo con la sua presenza.
Mentre la osservava, Jason notò lord Warren molto vicino a Victoria, con
gli occhi fissi sulla scollatura profonda del suo vestito. Pallido di rabbia, si
voltò verso Robert:
- Scusami. Devo parlare con Warren.
Fu la prima di molte volte, durante i quindici giorni seguenti, che la società
fu testimone dell’incomparabile spettacolo del marchese di Wakefield che
furioso, si dirigeva come un falco feroce su qualunque corteggiatore
entusiasta, le cui attenzioni verso lady Victoria diventavano troppo
invadenti.
Tre settimane dopo il debutto di Victoria, Charles entrò nello studio di
Jason.
- Ho fatto la lista dei candidati per Victoria, ti piacerebbe vederla? –
annunciò nel tono di chi è costretto a portare a termine un compito
ripugnante e non vedeva l’ora di fare in fretta.
Jason smise di leggere il documento che aveva tra le mani e socchiuse gli
occhi in direzione del foglio di cui parlava Charles.
- Ora sono occupato.
- Non importa. Vorrei esaminare la lista con te. Il compito di prepararla
non è stato per niente piacevole. Ho selezionato alcuni candidati, ma non è
stato facile.
- Ne sono certo – commentò Jason con sarcasmo -. Alla fine tutti gli
elegantoni di Londra sono qui, come cuccioli che muovono la coda a
Victoria! – dopo quelle parole, tornò a concentrarsi sul documento -.
Molto bene, leggimi i nomi, se lo desideri.
Aggrottando le sopracciglia davanti all’atteggiamento indifferente di
Jason, Charles si sedette davanti a lui e inforcò gli occhiali.
- In primo luogo ho scelto lord Crowley che già mi ha chiesto il permesso
di corteggiarla.
- No. Troppo impulsivo – decretò Jason.
- Perchè dici questo? – domandò Charles, confuso.
- Crowley non conosce abbastanza Victoria per volerla “corteggiare” come
hai detto.
133
- Non essere ridicolo! I primi quattro giovani di questa lista mi hanno già
chiesto il permesso per corteggiare Victoria, da quando è ovvio che il tuo
matrimonio con lei non è stato ancora fissato.
- Ritira i quattro... per lo stesso motivo – insistette Jason, senza alzare lo
sguardo dal documento -. Chi è il prossimo?
- Lord Wiltshire.
- Troppo giovane. Il prossimo?
- Arthur Landcaster.
- Troppo basso. Il prossimo.?
- William Rogers che è alto, conservatore, maturo, intelligente ed attraente
– recitò Charles in tono provocatorio -. Inoltre, è l’erede di una delle
migliori e più grandi proprietà dell’Inghilterra. Credo che sarà un
eccellente marito per Victoria.
- No.
- Perchè no? – esplose Charles.
- Non mi piace come cavalca.
- Non ti piace... Molto bene. l’ultimo nome della lista e lord Terrance,
eccellente cavallerizzo, buon amico, anche alto, attraente, intelligente e
ricco. Che difetto puoi trovare in lui? – chiese Charles trionfante.
- Non mi piace.
- Non sei tu quello che lo deve sposare! Jason si abbassò sulla sedia e
diede un cazzotto sulla scrivania.
- Ho già detto che non mi piace. Chiuso l’argomento. Lentamente
l’irritazione di Charles fece posto alla sorpresa e, allora, ad un sorriso
malizioso.
- Tu non la vuoi, ma nemmeno vuoi che l’abbia nessuno... vero?
- Vero – rispose Jason sarcastico -. Non la voglio. La voce bassa e furiosa
di Victoria entrò dalla porta.
- Nemmeno io lo voglio! I due uomini si voltarono verso di lei, ma il suo
sguardo lampeggiante si tenne fisso su
Jason, mentre gli si avvicinava e piantava le mani sulla scrivania.
- Poichè è tanto preoccupato di liberarsi di me, nel caso in cui Andrew
non venga a cercarmi, cercherò di sforzarmi per trovare un suo sostituto.
Ma lei non sarà mai uno di essi! Non vale un decimo di quello che vale
Andrew. Lui è gentile, gentile e di buon cuore, mentre lei è freddo, cinico,
presuntuoso e... un bastardo!
134
La parola “bastardo” accese di furia gli occhi di Jason.
- Se io fossi in lei – le rispose in tono pericolosamente basso – comincerei
a cercare i sostituti, perchè il suo caro Andrew non la vuole più di quanto
la voglio io.
Offesa al punto da non poter più sopportarlo, Victoria si voltò e andò via,
determinata a provare a Jason Fielding che altri uomini la volevano. E non
si sarebbe mai più fidata di lui. Nelle ultime settimane, era arrivata a
credere che fossero diventati amici. Poi si ricordò di come lo aveva
chiamato poco prima e diventò rossa di vergogna. Come aveva potuto
lasciare che la provocasse in quel modo al punto da insultarlo? Quando
Victoria uscì, Charles si voltò verso Jason con espressione mesta.
- Auguri! Mi sono reso conto che volevi che ti disprezzasse dal giorno in
cui ha messo piede a Wakefield, ma solo ora capisco perchè. Ho visto il
modo in cui la guardi, quando pensi che nessuno ti vede. La desideri e hai
paura che, in un momento di debolezza la puoi...
- Basta!
- La desideri – continuò Charles, infuriato -. La vuoi e ti detesti per questo
motivo, perchè ti consideri debole. Bene, non devi preoccuparti, perchè
l’hai umiliata così profondamente che non ti perdonerà mai. Avete ragione
tutti e due. Sei un bastardo e Andrew non verrà a cercarla. Puoi
festeggiare, Jason, perchè non devi più preoccuparti per le tue debolezze.
Victoria ti odierà ancora di più quando si renderà conto che Andrew non
verrà. Spero che tu ti goda il tuo trionfo.
Jason prese il documento che stava leggendo, mantenendo un’espressione
indifferente.
- Fai un’altra lista e portamela la settimana prossima.
Capitolo 16
Il compito di selezionare i migliori partiti per Victoria, per preparare una
nuova lista, fu per Charles piuttosto difficile. Alla fine della settimana
seguente, la casa era strapiena di bouquet di fiori, portati da una vera folla
di ammiratori entusiasti, la cui speranza era di conquistare le attenzioni e i
favori di Victoria.
Perfino l’elegante marchese francese, De Salle, si inchinò al suo fascino. E
ciò, nonostante la barriera della lingua o forse proprio a causa di essa. Lui
venne in visita, un giorno, in compagnia del barone Arnoff e di un altro
amico che aveva deciso di fare una visita mattutina a Victoria.
135
- Il suo francese è eccellente – mentì il marchese in inglese, galantemente.
Victoria lo guardò divertita.
- Il mio francese è mediocre! – protestò -. Ho tante di quelle difficoltà
nell’imitare i suoni nasali del francese quanto i toni gutturali degli apache.
- Che cosa sono gli apache?
- Un tribù di Indiani americani.
- Si riferisce ai selvaggi americani? – intervenne il barone russo,
leggendario cavallerizzo dell’Esercito della Russia imperiale, dimostrando
un immediato interesse -. Ho sentito dire che quei selvaggi sono uomini
superbi. È vero?
- Ho conosciuto un solo Indiano, barone Arnoff, molto vecchio e molto
educato. Mio padre lo trovò nel bosco, ammalato e lo portò a casa nostra
per curarlo. Il suo nome era Rushing River e rimase con noi, aiutando i
miei genitori nelle faccende di casa. Per rispondere alla sua domanda,
anche se era solo per metà apache, Rushing River era ugualmente un uomo
superbo. Io avevo dodici anni quando lo vidi fare delle acrobazie su un
cavallo e ne rimasi affascinata. Lui non usava a sella e...
- Non usava la sella! – esclamò il barone.
- Nessun apache la usa.
- Che tipo di acrobazia faceva? – chiese il marchese, più interessato al bel
viso di Victoria che alle sue parole.
- Una volta, lui mi chiese di lanciare un oggetto in mezzo al campo. Poi
cavalcò in quella direzione a tutta velocità. Quando arrivò dove avevo
lanciato l’oggetto, allungò le redini, abbassò il corpo da un lato e raccolse
l’oggetto, con il cavallo in corsa. Dopo, mi insegnò a farlo – confessò
Victoria, ridendo.
Il barone sembrava molto colpito.
- Mi piacerebbe vederlo. Mi potrebbe mostrare come si fa?
- Ah, mi dispiace molto, ma sarebbe impossibile. Il cavallo deve prima
essere stato addestrato da un apache.
- Potrebbe insegnarmi alcune parole in lingua apache? – suggerì galante il
marchese – io le potrei insegnare in cambio il francese.
- La sua offerta è molto generosa, ma non sarebbe giusto, poichè ho molto
da imparare e molto poco da insegnare. Ricordo solo alcune delle parole
che Rushing River mi insegnò.
- Sono sicuro che potrebbe almeno insegnarmi una frase – insistette.
- Ah, no, io...
- Insisto.
136
- Va bene – Victoria cedette con u sospiro, prima di pronunciare una frase
apache -. Ora cerchi di ripeterlo.
Il marchese ci riuscì al secondo tentativo e sorrise, soddisfatto.
- Che cosa significa quello che ho detto? – chiese. Victoria gli lanciò un
sorriso biricchino, prima di tradurre:
- Quell'uomo sta pestando la mia aquila.
Il marchese, il barone e tutti quelli che erano presenti, lanciarono una
risata. Il giorno dopo, il barone russo e il marchese ritornarono di nuovo in
visita, e questo
aumentò ancora di più il prestigio e la popolarità di Victoria.
In qualunque luogo della casa in cui Victoria era presente, si sentivano
risate. Nel resto della casa, però, la tensione che emanava da lord Fielding
faceva vibrare l’aria. Man mano che le settimane passavano e gli
ammiratori di Victoria si moltiplicavano, l’umore di Jason andava di male
in peggio. Dovunque fosse, trovava sempre qualcosa che gli dava fastidio.
Criticava la cuoca perchè preparava il suo piatto preferito con troppa
frequenza; si infuriava con la governante per un granello di polvere sotto le
ringhiere; minacciava di licenziare un lacchè la cui uniforme aveva un
bottone non cucito bene.
Nel passato, lord Fielding era un signore esigente, ma ragionevole. Ora
niente sembrava soddisfarlo, e qualunque domestico che incrociasse la sua
strada, non riusciva ad evitare un brusco rimbrotto. Disgraziatamente,
quanto più lui diventava impossibile, più i domestici si innervosivano e si
agitavano con il risultato che cercando di lavorare di più e più in fretta,
finivano per diventare meno precisi.
Prima, le proprietà di Jason funzionavano come delle macchine ben
regolate. Ora, i domestici inciampavano e sbattevano l’uno contro l’altro,
nella loro disperata corsa di fare i fretta i compiti assegnati ed evitare l’ira
del loro padrone. Come risultato di quel nervosismo, un prezioso vaso
cinese si ruppe, un secchio d’acqua con sapone fu rovesciato sul tappeto
persiano della sala da pranzo e il caos si impadronì della casa.
Victoria si accorse della tensione che regnava in casa, ma quando cercò
con ogni attenzione, di parlare dell’argomento con Jason, lui l’accusò di
“cercare” di iniziare una rivolta. Poi iniziò a fare commenti spiacevoli sul
chiasso provocato dai visitatori di lei, mentre lui cercava di lavorare, così
come dell’odore “nauseabondo” dei fiori che riempivano la casa.
Per due volte, Charles tentò di presentargli la nuova lista di candidati, ma
tutto quello che ottenne fu di essere cacciato dalle sue urla dall’ufficio.
137
Quando perfino Northrup fu punito con una brusca sgridata, i domestici
entrarono in panico. Ma, tutto finì alla fine di un pomeriggio, cinque
settimane dopo il debutto di Victoria. Jason lavorava nel suo ufficio e
chiamò Northrup che stava sistemando in un vaso un bouquet appena
arrivato per Victoria.
Invece di fare aspettare il suo irascibile padrone, il maggiordomo si
affrettò ad entrare nell’ufficio con il bouquet ancora in mano.
- Mi ha chiamato, milord? – chiese apprensivo.
- Oh che belli! – commentò Jason con sarcasmo -. Ancora fiori? Per me? –
Prima che Northrup potesse rispondere, lui continuò: - La casa intera piena
di fiori! Sembra di essere ad una veglia funebre! Si liberi di quei fiori e poi
dica a Victoria che voglio vederla immediatamente. Poi, trovi l’invito per
la festa dei Frigley, di questa sera. Non riesco a ricordarmi l’ora. E avvisi
il mio valletto che mi prepari l’abito da sera. E allora? Che cosa sta
aspettando? Vada!
- Sì, milord – rispose Northrup, prima di uscire correndo dalla stanza. Nel
corridoio trovò O’Malley, a cui Jason aveva appena rimproverato di non
aver
lucidato i suoi stivali come sempre.
- Non l’ho mai visto in questo stato! – commentò il capo dei lacchè, con
gli occhi spalancati, mentre Northrup metteva i fiori nel vaso, prima di
andare a cercare Victoria.
- Milord mi ha chiamato prima e mi ha sgridato perchè gli avevo servito il
caffè.
- Milord non prende il tè – spiegò Northrup teso.
- Ho fatto quello che mi ha chiesto quando mi ha chiamato – rispose
O’Malley -. E sono stato chiamato insolente!
- E questo non è altro che la verità – lo criticò il maggiordomo,
alimentando l’animosità che c’era tra i due da oltre vent’anni. Poi
Northrup si allontanò rapidamente.
Nel salone piccolo, Victoria fissava la lettera che aveva appena ricevuto
dalla signora Bainbridge, mentre le parole incominciavano a sfuocarsi
davanti ai suoi occhi:
...non vedo un modo delicato per raccontarle che Andrew si è sposato con
sua cugina, in Svizzera. Ho cercato di avvisarla di questa possibilità
prima della sua partenza per l’Inghilterra, ma lei non mi ha voluto
ascoltare. Ora dovrà accettare la realtà, e le suggerisco di cercarsi un
marito adatto a sposare una donna della sua posizione.
- No. Per favore! – mormorò Victoria mentre i suoi sogni e le sue speranze
andavano in pezzi, così come la sua fiducia negli uomini.
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Ricordò il volto attraente e sorridente di Andrew, che la lodava mentre
cavalcavano insieme. “Nessuno monta come te, Tory...”. Si ricordò anche
del primo bacio, così innocente, nel suo sedicesimo compleanno.
“Se fossi solo di qualche anno più grande, ti darei un anello invece di un
braccialetto...”.
- Bugiardo! – balbettò tra i singhiozzi -. Bugiardo! Le lacrime scorrevano
per le sue guance, cadendo sulla lettera. Northrup entrò nel salone ed
annunciò:
- Lord Fielding desidera vederla immediatamente nel suo ufficio, milady, e
lord Crowley è appena arrivato. Ha chiesto se... – smise di parlare quando
Victoria alzò verso di lui gli occhi rossi di pianto.
Lei si alzò in fretta e coprendosi il volto con le mani, gli passò davanti e
salì correndo le scale. Northrup la guardò sparire e, in un gesto automatico,
si chinò per raccogliere la lettera che le era caduta. Al contrario degli altri
domestici, che ascoltavano solo alcune frasi delle conversazioni della casa,
Northrup aveva accesso a molte più informazioni. E al contrario di altri,
non credeva che lady Victoria avrebbe sposato lord Fielding. Inoltre, aveva
sentito dire molto spesso dalla stessa Victoria che avrebbe sposato un
gentiluomo americano.
- Northrup! – gridò lord Fielding dal suo ufficio. Come un automa, il
maggiordomo ubbidì alla chiamata.
- Ha detto a Victoria che desidero vederla? – chiese Jason -. Che cosa ha
in mano? È l’invito dei Frigley? Me lo dia... – Jason allungò la mano,
spazientendosi nel vedere con quanta lentezza si avvicinava il
maggiordomo -. Che diavolo le è successo, Northrup? – chiese,
strappandogli il foglio dalle mani -. Che macchie sono queste?
- Lacrime – rispose Northrup con la schiena dritta, in posizione
impeccabile e gli occhi discretamente fissi sulla parete.
- Lacrime? – ripetè Jason, cercando di leggere le parole sbiadite -. Questo
non è l’invito, è... – smise di parlare quando finalmente si rese conto di
quello che stava leggendo. Alla fine, alzò gli occhi fiammeggianti verso
Northrup -. Ha fatto in modo che fosse la madre a raccontare a Victoria
che si è sposato con un’altra? È un insolente, codardo, miserabile!
- Sono d’accordo con lei, milord. Per la prima volta in quasi un mese, la
voce di Jason non risuonò carica di rabbia e
risentimento quando annunciò:
- Parlerò con lei. Si alzò e si diresse in camera di Victoria.
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Come sempre, lei non rispose al suo richiamo. Come sempre, Jason aprì la
porta ed entrò senza permesso. Invece di stare a piangere sul cuscino,
Victoria guardava fuori della finestra, la schiena rigida come se l’avessero
costretta a tenersi dritta. Jason chiuse la porta dietro di sè ed esitò,
guardandola affinchè lei si voltasse e gli facesse una delle sue prediche per
essere entrato senza bussare. Ma, quando finalmente Victoria parlò, la sua
voce risuonò così calma e priva di emozione che si allarmò.
- Per favore, se ne vada – gli disse. Ignorando il suo comando, Jason si
avvicinò.
- Victoria, mi dispiace... – si bloccò vedendo l’ira negli occhi di lei.
- Si dispiace, certo! Non si preoccupi, milord, perchè non ho la minima
intenzione di rimanere qui ancora per molto tempo, nè di continuare a
essere un peso per lei.
Lui allungò le braccia nel tentativo di consolarla, ma Victoria si allontanò
di scatto.
- Non mi tocchi! Non osi! Non voglio essere toccata da nessun uomo,
specialmente da lei! – respirò a fondo, cercando di mantenere il controllo -.
Stavo pensando a come dovrò badare a me stessa. Non sono tanto inutile
come immagina. Sono una brava sarta. Madame Dumosse ha menzionato
più volte che è difficile trovare delle sarte competenti e responsabili. Lei
potrà darmi un impiego e...
- Non sia ridicola! – la interruppe Jason, furioso con se stesso per averle
detto che era inutile quando era appena arrivata a Wakefield ed ancora più
furioso con lei per avergli rinfacciato le sue parole, quando tutto ciò che
voleva era consolarla.
- Ah, ma sono ridicola! – balbettò lei -. Sono una contessa senza un
centesimo, senza casa, senza orgoglio. Non so nemmeno se sono
abbastanza brava con l’ago per impiegarmi come sarta...
- Basta! – Jason si affrettò a interromperla -. Non permetterò che lavori
come sarta, punto e basta! Ripaga la mia ospitalità, mettendo Charles e me
in una situazione imbarazzante davanti a tutta la società londinese?
Victoria si strinse nelle spalle e scosse la testa.
- Bene. Allora non voglio più sentir parlare della sciocchezza di lavorare
per madame Dumosse.
- E che cosa farò? – domandò in un sussurro, con gli occhi pieni di una
sofferenza insopportabile.
Una strana emozione brillò negli occhi di Jason e chiuse la bocca, come se
stesse lottando per non dire quello che pensava.
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- Faccia quello che fanno tutte le donne – disse finalmente -. Si sposi con
un uomo capace di offrirle un buon livello di vita. Charles ha ricevuto già
una mezza dozzina di richieste per poterla corteggiare. Sposi uno di questi
uomini.
- Non voglio sposarmi con un uomo che non amo – rispose Victoria,
recuperando parte dello spirito che la contraddistingueva.
- Cambi idea – affermò Jason con freddezza.
- Forse è la cosa migliore – mormorò lei con voce rotta – perchè amare fa
troppo male. Quando la persona che amiamo ci tra... Ah, Jason! Che cosa
ho che non va in me? Lei mi odia, Andrew...
La resistenza di Jason si sgretolò e la prese tra le braccia stringendola forte
a sè.
- Non c’è niente che non va in lei – le assicurò, mentre le accarezzava i
capelli -. Andrew è un idiota vigliacco. Ed io sono ancora più idiota di lui.
- Lui ama un’altra donna più di me – singhiozzò contro il petto di Jason -.
Mi fa tanto male sapere che è così.
Jason chiuse gli occhi e respirò profondamente.
- Lo so – confessò. Victoria bagnò la camicia di Jason con le sue lacrime
che, poco a poco, sciolsero il
ghiaccio che avvolgeva il cuore di lui da anni. Abbracciandola con forza,
lui aspettò che il pianto si calmasse, poi la baciò sulla fronte e chiese
dolcemente:
- Si ricorda quando a Wakefield mi ha chiesto se potevamo essere amici?
Lei annuì con la testa.
- Mi piacerebbe molto essere suo amico – continuò Jason -. Potrebbe
darmi una seconda opportunità?
Victoria alzò la testa e lo osservò con uno sguardo pieno di dubbi. Poi
annuì.
- Grazie – le disse lui abbozzando un sorriso.
Capitolo 17
Nelle settimane che seguirono, Victoria avvertì l’impatto del rifiuto di
Andrew. All’inizio ne fu addolorata. Poi furiosa. E poi, finalmente fu
invasa da un profondo e doloroso senso di perdita. Ma, con forza e
determinazione, si costrinse ad affrontare la dura realtà di quel tradimento
come un fatto innegabile che la sua vita precedente era ormai
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finita. Imparò a piangere nell’intimità della propria camera e a indossare i
suoi begli abiti esibendo nel contempo il suo miglior sorriso agli amici e
conoscenti.
Cercava di tenere i suoi sentimenti ben nascosti a tutti, eccetto a Jason e
Caroline Collingwood che l’aiutavano in maniere diversa. Caroline
manteneva Victoria occupata con interminabili attività sociali mentre
Jason l’accompagnava dappertutto.
La maggior parte del tempo, trattava Victoria come se fosse un fratello
maggiore, accompagnandola alle feste, a teatro, all’opera, permettendole di
godere della compagnia dei suoi amici mentre lui si intratteneva con i suoi.
Ma, era sempre vigile e protettivo, rapido nell’allontanare qualunque
pretendente che lui non approvava. E Jason non approvava una buona
parte i essi. Per Victoria che ora conosceva la fama di Jason come libertino
incorreggibile, era molto divertente vederlo intimorire l’ammiratore più
entusiasta con la semplice forza dello sguardo. Per il resto del ton, il
comportamento del marchese di Wakefield era non solo comico, ma anche
molto strano e sospetto. Nessuno credeva che loro pensassero a sposarsi,
specialmente perchè Jason continuava a ricevere gli ammiratori di Victoria
nella sua casa ed affermando che il fidanzamento non era un impegno
definitivo. A causa del fatto di aver annunciato il fidanzamento prima che
la contessa arrivasse in Inghilterra, la conclusione alla quale tutti
arrivarono era che il fidanzamento era stato annunciato prematuramente
dal duca che oltre a non avere una salute perfetta, non nascondeva il
profondo affetto per i due giovani. Così era un fatto accettato che la coppia
stava mantenendo il fidanzamento per compiacerlo.
Ora, però, questa teoria stava cominciando ad essere soppiantata da
un’altra, più maliziosa.
All’inizio, alcuni membri della società avevano manifestato obiezioni per
quanto riguardava il fatto che Victoria vivesse nella casa dei Wakefield.
Dal momento che lei era una ragazza tanto dolce e siccome lord Fielding
non manifestava un interesse speciale per lei, la maggioranza delle persone
non dava ascolto a queste dicerie. Ma, man mano che le apparizioni
pubbliche di Jason al fianco di Victoria aumentavano, i pettegolezzi
crescevano, dicendo che il famoso lord Fielding aveva deciso di
trasformare Victoria in una delle sue conquiste... se ormai non lo aveva già
fatto.
Alcuni dei pettegolezzi più offensivi arrivarono ad insinuare che il
fidanzamento non era altro che un comodo travestimento per una relazione
immorale, portata avanti sotto il naso della povera signorina Flossie
Wilson. Questo pettegolezzo però, benchè ripetuto e passato di bocca in
bocca, non fu comunque creduto perchè lord Fielding benchè
accompagnasse Victoria in tutti i luoghi, non esibiva mai il
comportamento dell’amante possessivo. Inoltre,
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lady Victoria aveva conquistato già un gran numero di difensori, tra i quali
la contessa di Collingwood e suo marito che prendevano come offesa
personale qualunque commento malizioso nei riguardi della contessa di
Langston.
Victoria non ignorava la curiosità che causava la sua relazione con Jason,
nè smetteva di avvertire che molti membri sella società sembravano
diffidare di lui. Man mano che si abituava al modo di essere dei suoi nuovi
amici, prendeva maggior coscienza delle leggere insinuazioni fatte dalle
persone, ogni volta che Jason le stava accanto. Sospettavano di lui, e
assumevano una posa diffidente. All’inizio, Victoria credeva di
immaginare questo tipo di comportamento, ma poi si convinse di aver
ragione: tutti diventavano tesi e formali in sua presenza. A volte, sentiva
dei commenti, o parti di conversazioni sussurrate, nelle quali riconosceva
un’insinuazione maliziosa o provocatoria.
Caroline l’aveva avvertita che le persone temevano Jason e non si fidavano
di lui. Una sera, Dorothy cercò di fare la stessa cosa.
- Tory, Tory, sei tu? – la chiamò la sorella, attraversando una piccola folla
che circondava Victoria nel giardino della casa di lord e lady Potham, dove
vi era una festa.
Victoria che non vedeva sua sorella da quando erano sbarcate, la guardò
con tenerezza.
- Dov’eri? – domandò -. Mi scrivi così di rado che ho pensato che eri
ancora confinata in campagna!
- Nonna ed io siamo tornate a Londra tre giorni fa – Dorothy spiegò
rapidamente -. Io volevo vederti subito, ma nonna non vuole che io abbia il
minimo contatto con te. Però mi sono tenuta al corrente di tutto ciò che ti
riguarda. Ma adesso lasciamo perdere questo, perchè ho poco tempo. La
mia accompagnatrice verrà a cercarmi da un momento all’altro. Le ho
detto di aver visto un’amica di nonna e che dovevo darle un messaggio. –
Lanciò uno sguardo apprensivo al di sopra della spalla, senza notare la
curiosità con la quale gli ammiratori di Victoria la osservavano -. Ah,
Tory, sono così preoccupata per te! Andrew ha fatto una cosa orribile, ma
tu non puoi nemmeno prendere in considerazione la possibilità di sposarti
con Wakefield! Non piace a nessuno. Ho sentito lady Faulklyn, la dama di
compagnia della nonna, parlare di lui. Sai quello che si dice?
Victoria volse la schiena ai suoi ammiratori che non nascondevano il loro
avido interesse.
- Dorothy, lord Fielding è stato molto buono con me. Non mi chiedere di
ascoltare altri pettegolezzi spiacevoli, perchè non lo farò. Lasciami dirti
che...
- Non ora! – la interruppe Dorothy disperata -. Sai le cose orribili che
dicono di lui? Lady Faulklyn dice che lui non sarebbe ricevuto a Londra se
non fosse un Fielding. La sua reputazione è addirittura al di sotto delle
critiche. Usa le donne per i suoi scopi depravati e
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poi le abbandona! Tutti hanno paura di lui e anche tu dovresti! Dicono... –
smise di parlare vedendo una signora di mezza età che si faceva strada tra
la folla -. Devo andar via. Quella è lady Faulklyn.
Dorothy corse incontro alla donna e le due sparirono.
Il signor Warren che stava di fianco a Victoria, approfittò dell’opportunità
per dare il suo contributo.
- Quella giovane ha ragione, sa? Con espressione infastidita, Victoria si
voltò verso il giovane che sembrava essere
incapace perfino di affrontare la propria ombra. Poi guardò tutti gli altri
che la circondavano con sguardi apprensivi. Era evidente che aveva
ascoltato una buona parte del discorso di Dorothy.
Sentì un sentimento di disprezzo nel petto. Nessuno di quei giovani si
dedicava mai nemmeno per un giorno ad un lavoro onesto come faceva
Jason. Erano sciocchi, superficiali, dei semplici bambocci ben vestiti che
adoravano criticare Jason per il semplice fatto che lui era molto più ricco e
molto più desiderato dalle donne che tutti loro messi insieme.
Il sorriso dolce che le curvò le labbra non nascose la luce minacciosa nei
suoi occhi.
- Oh, signor Warren, è preoccupato per il mio benessere?
- Sì, milady, e non sono il solo.
- Che assurdità! Se vuole la verità, invece di perdere il tempo con sciocchi
pettegolezzi, gliela racconto. Sono arrivata qui, sola al mondo, senza
famiglia, nè fortuna, completamente dipendente da Sua grazia e da lord
Fielding. Ora voglio che mi guardi bene.
Victoria dovette trattenere le risate quando il sempliciotto inforcò il
monocolo per obbedire alla lettera alle sue istruzioni.
- Sembro una donna bistrattata? – domandò impazientemente -. Sono stata
assassinata nel mio letto? No, signore! In realtà, lord Fielding mi ha dato la
comodità di una bella casa, oltre ad offrirmi la protezione del suo nome.
Ad essere onesti, signor Warren, penso che molte donne a Londra
adorerebbero essere “maltrattate” in quel modo e, da quello che ho potuto
vedere, da quell’uomo in particolare. Inoltre, credo che sia l’invidia e la
gelosia che danno origine a questi ridicoli pettegolezzi.
Il signor Warren si vergognò e Victoria si rivolse agli altri.
- Se conosceste tanto bene come me lord Fielding, sapreste che è l’uomo
più gentile, generoso, raffinato e... e gentile! – concluse.
Dietro di lei la voce di Jason risuonò divertita.
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- Milady, nel tentativo di difendere la mia nera reputazione, mi ha
trasformato in un uomo noioso!
Victoria si volse a guardarlo imbarazzata.
- Ma – continuò con un sorriso, - potrò perdonarla se accetta di ballare con
me. Lei appoggiò la mano sul suo braccio e si lasciò portare nel salone. Il
sentimento di orgoglio che la invase per aver avuto il coraggio di
difenderlo cominciò
a svanire quando Jason la prese tra le braccia scivolando in silenzio sulla
pista da ballo. Solo allora Victoria si rese conto che sapeva ancora molto
poco su di lui, anche se aveva imparato, per esperienza diretta, che Jason
dava un gran valore alla propria privacy e non gli piaceva parlare di sè
stesso. Però si chiese se lui si fosse arrabbiato nel sentirla discutere di lui
con altre persone. Siccome continuava a star tranquillo, Victoria alzò lo
sguardo e si arrischiò:
- E’ arrabbiato con me perchè stavo parlando di lei?
- Era di me che stavate parlando? – domandò alzando le sopracciglia -.
Dalla descrizione che ho sentito, non l’avrei mai indovinato. Da quando
sono gentile, generoso, raffinato e gentile?
- E’ arrabbiato – concluse Victoria con un sospiro. Jason rise
nascostamente, mentre la stringeva contro di sè.
- Non sono arrabbiato – la corresse -. Sono imbarazzato.
- Perchè?
- Per un uomo della mia età e posizione, con la mia dubbia reputazione, è
un pò imbarazzante essere difeso da una giovane tanto dolce come lei.
Affascinata dalla tenerezza che illuminò i suoi occhi, Victoria dovette
lottare contro l’assurdo impulso di appoggiare la testa sulla sua spalla.
La notizia che Victoria difendeva in pubblico lord Fielding si propagò
velocemente. Apparentemente, lei lo ammirava, anche se non si era ancora
decisa a sposarlo. E ciò nonostante, il ton concluse che la data delle nozze
sarebbe stata in breve decisa. Tale possibilità causò agli ammiratori di
Victoria il panico e essi raddoppiarono i loro sforzi per piacerle. Si
disputavano le sue attenzioni con ferocia, litigavano tra di loro alla fine
lord Crowley e lord Wiltshire, si batterono in duello per lei.
- Lei non ama nessuno di noi due – disse il giovane lord Crowley a lord
Wiltshire un pomeriggio, mentre uscivano da casa Wakefield dopo una
breve e insoddisfacente visita.
- Sì, invece – protestò lord Wiltshire -. Ha dimostrato un interesse per me!
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- Oh, non essere idiota! Lei ci considera dei cuscinetti inglesi e è evidente
che non gli piacciono gli inglesi. Preferisce quei rudi coloni! Non è la
creatura gentile che sembra. In realtà deve ridere di noi e...
- Bugiardo! - lo interruppe furioso l’amico.
- Mi stai dando del bugiardo, Wiltshire? – chiese Crowley indignato.
- Sì – confermò Wiltshire con petulanza.
- Molto bene. Domani, all’alba nei boschi della mia proprietà – decretò
Crowley. Subito dopo partì al galoppo in direzione del club che
frequentava, dove la notizia dell’imminente duello si propagò, arrivando ai
tavoli da gioco, dove il marchese De Salle ed il barone Arnoff si stavano
rilassando.
- Maledetti idioti! – sbottò De Salle quando ne venne a conoscenza -. Lady
Victoria ne sarà sconvolta quando lo saprà.
Il barone Arnoff si limitò a sorridere sotto i baffi.
- Nè Crowley, ne Wiltshire hanno la mira per far danni. Sono stato
testimone di questo partecipando ad una battuta di caccia nella casa di
campagna di Wiltshire, nel Devon.
- Forse dovrei cercare di impedire quest’assurdità – disse il marchese. Il
barone scosse la testa, ancora divertito.
- Non vedo perchè debba preoccuparsi. Il massimo che potrà accadere ad
uno dei due, sarà riuscire a ferire il cavallo dell’altro.
- Sto pensando alla reputazione di lady Victoria. Un duello per causa sua,
non è per niente appropriato.
- Meglio! – scherzò il barone -. Se diventa meno popolare le mie
opportunità di conquistarla saranno maggiori.
Ore dopo, occupando un altro tavolo da gioco, Robert Collingwood seppe
del duello, ma non accolse la notizie nello stesso modo. Chiedendo
permesso e scusandosi con i suoi amici, lasciò il club e si diresse
all’abitazione del duca di Atherton, dove dimorava Jason. Dopo aver
aspettato per un’ora il rientro del suo amico, Robert convinse il
maggiordomo a svegliare il valletto di Jason. Come risultato di tanta
insistenza, il domestico gli diede, restio, l’informazione che il signore era
ritornato dalla serata a cui aveva accompagnato lady Victoria e, poi era
uscito per far visita ad una certa dama, in William Street.
Robert tornò alla sua carrozza e diede l’indirizzo al conducente,
ordinando:
- In fretta! Finalmente i forti ed insistenti colpi alla porta svegliarono la
domestica francese che, con
molta discrezione, negò qualunque legame con lord Fielding.
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- Chiami immediatamente la sua padrona! – ordinò impaziente Robert -.
Non ho molto tempo.
La domestica lanciò uno sguardo al blasone sulla porta della carrozza e
dopo un breve momento di esitazione, salì la scala in tutta fretta.
Dopo un’altra lunga attesa, una bella mora scese le scale indossando una
elegante vestaglia.
- Che cosa succede, lord Collingwood? – chiese sybil.
- E’ qui Jason? – domandò Robert.
- Sì.
- Gli dica che Crowley e Wiltshire si batteranno in duello per Victoria
all’alba, nel bosco della proprietà di Crowley.
Quando Sybil si sedette sul bordo del letto, Jason stese la mano e, con gli
occhi chiusi, trovò l’apertura della vestaglia e le accarezzò la coscia.
- Ritorna a letto – la invitò con voce sonnolenta -. Ho di nuovo bisogno di
te. Un sorriso triste curvò le labbra di lei.
- Tu non hai bisogno di nessuno, Jason. Mai. Ridendo, Jason si mise
supino e la appoggiò sopra al suo corpo eccitato.
- Se questo non è bisogno, allora cos’è?
- Non era questo quello che volevo dire con “bisogno” e tu lo sai. No! –
protestò Sybil, quando le mani esperte cominciarono una sensuale
esplorazione del suo corpo -. Non c’è tempo ora. Collingwood è di sotto!
Mi ha detto di avvertirti che Crowley e Wiltshire si batteranno a duello
all’alba, nelle proprietà di Crowley.
Jason aprì immediatamente gli occhi, ma non sembrò preoccupato.
-Si battono per Victoria – completò Sybil.
In una frazione di secondo, Jason era già in piedi vestendosi rapidamente.
- Che ora è? – chiese.
- Manca più o meno un’ora all’alba. Egli annuì, si chinò a baciarla sulla
fronte ed uscì. Il cielo cominciava ad albeggiare quando finalmente Jason
localizzò il bosco di proprietà
di Crowley e trovò i due rivali. Alla destra, sotto le frondose querce, c’era
la carrozza del medico. Jason conficcò le ginocchia nei fianchi del cavallo,
partendo al galoppo veloce. Raggiunti i due, saltò dal cavallo prima che
questo si fermasse e corse verso Crowley.
- Che diavolo succede? – chiese, e si sorprese di vedere il marchese De
Salle avvicinarsi a Wiltshire -. Che cosa sta facendo qui? Dovrebbe avere
più giudizio di quei due ragazzini!
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- Sto facendo la stessa cosa che fa lei, ma senza molto successo, come
scoprirà molto presto.
- Crowley mi ha sparato – accusò Wiltshire con la voce resa roca
dall’alcool che aveva ingerito, cercando di trovare il coraggio per il duello
-. Crowley non si è comportato... da gentiluomo. Ora... gli sparo.
- Non gli ho sparato – protestò Crowley, irritato -. Se l’avessi sparato
sarebbe ferito!
- Non ha sparato in aria! – Wiltshire insistette -. Non è un gentiluomo...
merita di morire... e adesso me ne occuperò.
Allora Wiltshire alzò il braccio tremante, mirando l’arma in direzione del
rivale. Poi, successe tutto contemporaneamente. La pistola sparò nel
momento in cui il marchese De Salle si lanciava su Wiltshire cercando di
prendere l’arma. Nello stesso momento Jason si lanciò su Crowley
buttandolo a terra. La pallottola passò ronzando vicinissima all’orecchio di
Jason, rimbalzò sul tronco di un albero e poi gli raggiunse il braccio.
Dopo un momento di debolezza. Jason si sedette lentamente, con
espressione incredula. Mise la mano sulla ferita dolorante del suo braccio e
vide il sangue che poi gli macchiò le dita.
Il medico, il marchese e Wiltshire corsero verso di lui.
- Mi lasci esaminare il suo braccio – disse il dottor Whorting, scostando
gli altri e inginocchiandosi accanto a Jason.
Il medico gli strappò la manica della camicia e il giovane Wiltshire emise
un gemito strozzato quando vide la ferita.
- Oh, mio Dio! Lord Fielding, non avevo l’intenzione di...
- Lei stia zitto! – ordinò il dottor Whorting -. Qualcuno può darmi la
bottiglia di whiskey che è nella mia valigia? – A Jason spiegò: - E’ una
ferita senza grandi conseguenze, Jason, ma è profonda. Dovrò pulirla e
darle dei punti. – Prese la bottiglia che il marchese gli consegnò e guardò
Jason chiedendo scusa -. Brucia come il fuoco dell’inferno.
Jason annuì e strinse i denti quando il medico rovesciò il liquido ambrato
sulla ferita e poi gli porse la bottiglia.
- Se io fossi in lei, Jason berrei il resto. Ha bisogno di molti punti.
- Non le ho sparato – gridò Wiltshire, cercando di fuggire dall’ira di lord
Fielding che aveva tutto il diritto di chiedere una rivincita. Quattro paia di
occhi si fissarono su di lui, con evidente disprezzo.
- Non le ho sparato! – ripetè disperato -. Ho colpito l’albero. Ho sparato
sull’albero e poi, la pallottola ha raggiunto lord Fielding.
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Jason lo guardò con espressione tetra.
- Se vuole essere fortunato, Wiltshire, cerchi di tenersi lontano dalla mia
vista finchè non sarà troppo vecchio per picchiarla.
Wiltshire si voltò e cominciò a correre, Jason si voltò verso Crowley che lo
guardava, pietrificato.
- Crowley, la sua presenza mi offende.
Seguendo l’esempio dell’amico, il giovane montò a cavallo e sparì. Subito
dopo, Jason bevve un lungo sorso di whiskey, inarcandosi per il dolore
provocato
dall’ago con il quale il dottor Whorting chiudeva la sua ferita. Allora
rivolgendosi a De Salle disse:
- Disgraziatamente non disponiamo di un bicchiere, ma la prego di voler
bere con me. Senza esitare, il marchese accettò la bottiglia e bevve, prima
di spiegare:
- Mi sono diretto a casa sua, subito dopo aver saputo del duello, ma mi è
stato detto che era fuori. I suoi domestici si sono rifiutati di darmi un suo
recapito. Sicchè, ho portato con me il dottor Whorting per cercare di
evitare che succedesse il peggio.
- Avremmo dovuto lasciare che si ammazzassero – mormorò Jason
dispiaciuto, inarcandosi di nuovo perchè aveva appena ricevuto un altro
punto.
- Ha ragione – fu d’accordo De Salle. Jason bevve ancora del whiskey e
cominciò a sentire l’effetto dell’alcool sui suoi sensi.
Appoggiò la testa sul tronco dell’albero e, con un sospiro, domandò:
- E che cosa, esattamente, ha fatto la mia piccola contessa per provocare
questo duello? De Salle si irrigidì al suono della voce falsamente calma di
Jason.
- A quanto ho potuto capire, lady Victoria ha chiamato Wiltshire
cuscinetto inglese.
- In questo caso, Wiltshire avrebbe dovuto sfidare Victoria a duello – disse
Jason ridendo -. Lei non avrebbe sbagliato il bersaglio.
Il marchese non trovò divertente lo scherzo.
- Che vuole dire con la “sua piccola contessa?” – domandò -. Se è sua, si
sta trattenendo troppo nell’ufficializzare il vostro fidanzamento. Lei stesso
ha detto che niente era ancora deciso. Sta giocando con i suoi sentimenti,
Wakefield?
Jason sostenne lo sguardo ostile dell’altro, poi chiuse gli occhi e sorrise.
- Se sta pensando di sfidarmi a duello, sappia che so sparare molto bene. È
troppo umiliante per un uomo della mia posizione essere preso per un
albero.
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Victoria si agitava da un lato all’altro del letto, troppo esausta per dormire
ed incapace di allontanare i suoi agitati pensieri. All’alba rinunciò ai suoi
tentativi per dormire e si sedette, appoggiandosi sui cuscini e pensando alla
sua vita come un lungo e nero tunnel davanti a sè.
Pensò ad Andrew che si era sposato con un’altra ed era ormai perso per lei.
Si ricordò dei contadini che aveva imparato ad amare quando era ancora
una bambina e che l’amavano come una figlia. Ora, erano troppo lontani,
totalmente fuori della sua portata. Gli rimaneva solo zio Charles, ma
nemmeno il sincero affetto di quell’uomo poteva calmare l’agitazione e
riempire il vuoto che aveva nel cuore.
Per tutta la sua vita, in qualche modo si era sentita utile e necessaria. Ora,
la sua vita era una sequenza continua e interminabile di frivolezze, con
Jason che pagava tutte le spese. Si sentiva inutile, non necessaria... un
peso.
Aveva cercato di seguire l’insensibile consiglio di Jason e scegliere un
altro uomo per sposarsi. Sì, ci aveva provato, ma semplicemente non
riusciva ad immaginarsi sposata con nessuno di quei frivoli londinesi, tutti
tanto superficiali, sforzandosi come potevano di piacerle. Non avevano
bisogno di lei come moglie. Victoria sarebbe stata un semplice ornamento,
come un oggetto di arredamento nelle loro vite. Ad eccezione dei
Collingwood e di altre rare coppie, i matrimoni del ton non erano altro che
semplici accordi di convenienza, nient’altro.
Raramente le coppie andavano insieme agli stessi eventi, e quando lo
facevano, non era considerato di buon gusto rimanere in compagnia l’uno
dell’altra. I figli nati da quei matrimoni erano in fretta dati alle cure delle
loro balie e tutori. Il significato del matrimonio era molto diverso in
Inghilterra, concluse Victoria.
Con nostalgia, ricordò i mariti e le mogli che aveva conosciuto a Portage.
Si ricordò del vecchio signor Prowther, seduto sul balcone durante l’estate,
leggendo con determinazione alla moglie paralizzata che era appena
cosciente di dove si trovava. Ricordò l’espressione dei volti dei
Makepeace, quando suo padre li aveva informati che, dopo venti anni di
inutili tentativi, la signora Makepeace era finalmente incinta. Pensò come
la coppia in età avanzata, si era abbracciata, piangendo insieme per la
felicità condivisa. Quelli sì che erano matrimoni come avrebbero dovuti
esserlo tutti: due persone unite, che si aiutano l’un l’altra, nella buona e
nella cattiva sorte; due persone che ridono, allevando i propri figli e che
perfino piangono insieme.
Victoria pensò ai suoi genitori. Benchè Katherine Seaton non amava suo
marito, gli aveva comunque dato una casa accogliente ed era stata la sua
compagna. I due facevano
150
quasi tutto insieme, come giocare a scacchi davanti al camino durante
l’inverno ed uscire per fare lunghe passeggiate, in estate.
A Londra, Victoria era desiderata per una ragione molto semplice e
stupida: era “di moda”, in quel momento. Come sposa, non avrebbe avuto
alcuna utilità, eccetto quello di occupare il suo posto a tavola, quando ci
sarebbero stati ospiti a cena. E sapeva che non sarebbe mai stata felice nel
vivere in quel modo. Voleva condividere la sua vita con qualcuno che
avesse bisogno di lei, rendere suo marito felice ed essere importante per
lui. Voleva sentirsi utile, sapere che possedeva uno scopo non solo
puramente decorativo.
Il marchese De Salle le piaceva molto, era vero, ma non lo amava. Victoria
si morse un labbro, assalita di nuovo dal dolore della perdita, ricordando le
parole d’amore di Andrew. In realtà lui non l’aveva amata. Nemmeno il
marchese De Salle l’amava. Forse gli uomini ricchi, incluso Andrew,
erano incapaci di amare. Forse...
Victoria si tese sentendo dei pesanti passi che strisciavano per il corridoio.
Era troppo presto perchè fosse qualche domestico. A parte questo,
praticamente loro correvano per la casa cercando di soddisfare i desideri
del loro signore. Qualcosa sbattè contro la parete ed un uomo gemette.
Forse zio Charles si stava sentendo male, pensò Victoria, scostando le
coperte all’indietro ed uscendo dal letto. Corse verso la porta e l’aprì.
- Jason! – esclamò vedendolo appoggiato alla parete,il braccio sinistro
tenuta da una provvisoria fasciatura -. Che cosa è successo? Beh, non fa
nulla. Non cerchi di parlare. Chiamo un domestico affinchè l’aiuti.
Si voltò ma lui le afferrò un braccio, rivolgendola di nuovo a sè, con uno
strano sorriso.
- Voglio che tu mi aiuti – mormorò Jason con la voce spessa e le passò un
braccio sulle spalle, appoggiando tutto il suo peso -. Portami in camera
mia, Victoria.
- Dove è la sua stanza? – sussurrò Victoria.
- Non lo sai? Io so dove è la tua.
- Che differenza fa, adesso? – domandò irritata.
- Nessuna – ammise Jason e di fermò davanti alla prima porta sulla destra.
Victoria l’aprì e lo aiutò ad entrare. Dall’altra parte del corridoio, un’altra
porta si aprì e Charles Fielding comparve,
indossando una vestaglia di seta, con aria preoccupata. Poi si bloccò
sentendo Jason che ordinava in tono seducente:
- Ora, mia piccola contessa, accompagnami fino al mio letto. Victoria
percepì il modo strano con cui Jason aveva pronunciato quelle parole ma
lo
attribuì al dolore o alla perdita di sangue.
151
Quando si fermarono accanto all’enorme letto, Jason tolse il braccio dalle
sue spalle e aspettò pazientemente che lei scostasse le coperte. Poi si
sedette, guardandola con uno sciocco sorriso. Victoria lo studiò, cercando
di nascondere la sua ansia. Usando il tono di voce dolce e professionale di
suo padre, chiese:
- Potrebbe raccontarmi cosa è successo?
- Certo! – rispose lui infastidito -. Non sono un imbecille, sai?
- Bene, allora cosa è successo? – ripetè cominciando a spazientirsi.
- Aiutami a togliermi gli stivali. Victoria sospirò.
- Meglio chiamare Northrup.
- Dimentica gli stivali – decise Jason, prima di stendersi con tutti gli
stivali ai piedi -. Siediti al mio fianco e prendi la mia mano.
- Non sia sciocco. Lui le lanciò uno sguardo ferito.
- Dovresti essere più gentile con me, Victoria. In fin dei conti, sono stato
ferito in un duello per il tuo onore.
Inorridita nel sentirlo parlare di un duello, ubbidì.
- Oh, mio Dio, un duello! Perchè?- gli esaminò il corpo e sentì il suo cuore
struggersi. Per qualche ragione, Jason aveva lottato per lei -. Per favore, mi
dica che non si è ferito in un duello per me – lo implorò.
Jason sorrise.
- Perchè hai chiamato Wiltshire cuscinetto inglese.
- Che cosa? – Victoria domandò, incredula -. Jason, quanto sangue ha
perso?
- Abbastanza. Ti dispiace?
- Molto. Ora, per favore, cerchi di parlare seriamente. Wiltshire le ha
sparato perchè... Jason mosse gli occhi disgustato.
- Wiltshire non mi ha sparato. Sarebbe incapace di colpire una parete a
due metri di distanza! Ha colpito un albero. – Allungò una mano ed
accarezzò il viso di Victoria, attirandola a sè -. Sai che sei bella? – disse
con voce roca e questa volta il forte odore di whiskey raggiunse il naso di
Victoria.
- E’ ubriaco! – lo accusò, indietreggiando.
- Hai ragione – confermò di buon umore -. Mi sono ubriacato insieme al
tuo amico De Salle.
- Oh, Dio! C’era anche lui?
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Jason annuì, ma non disse altro perchè era affascinato dalla bella donna
che aveva davanti a sè. I capelli dello stesso colore dell’oro brunito le
cadevano sulle spalle, incorniciando un volto di incomparabile bellezza.
La pelle trasparente come l’alabastro, le sopracciglia delicatamente
arcuate. Gli occhi sembravano due luminosi zaffiri che studiavano il corpo
di Jason con preoccupazione, cercando di valutare il danno.
Il suo volto esprimeva orgoglio e coraggio, le fattezze del viso ben
delineate, il naso piccolo e dritto, e il mento con la sua affascinante
fossetta. E la bocca, così dolce e vulnerabile, così come il suo seno che
minacciava di saltar fuori dalla scollatura della fine camicia da notte, tanto
che sembrava chiedere a Jason che lo accarezzasse. Però, era la bocca di
Victoria quella che voleva catturare... Lentamente la attirò più vicino.
- Lord Fielding! – lo avvertì Victoria cercando di allontanarsi.
- Mi hai appena chiamato Jason. Non lo negare.
- E’ stato un errore.
- Allora sbaglia di nuovo. Mentre parlava, lui posò la mano dietro la nuca
di Victoria, forzandola ad avvicinarsi.
- Per favore, no – implorò -. Non mi obblighi a lottare contro di lei. La sua
ferita potrebbe peggiorare.
La pressione sulla nuca diminuì. E benchè non l’avesse liberata, Jason
rimase quieto, limitandosi a tenerla per evitare che si allontanasse, mentre
le studiava il volto con l’espressione divertita.
Victoria aspettò pazientemente, sapendo che Jason era confuso per colpa
del dolore, della perdita di sangue e dell’incredibile quantità di alcool
ingerito. Nemmeno per un momento credette che la desiderava davvero e,
per quel motivo, lo guardò con aria divertita.
- Ti ha baciato qualcun altro, a parte Arnold? – le chiese Jason.
- Andrew – lo corresse Victoria, sforzandosi di non ridere.
- Non tutti gli uomini baciano allo stesso modo, lo sapevi? Una risata
scappò a Victoria prima che potesse reprimerla.
- Davvero? Quanti uomini ha baciato? Benchè lui sorridesse, ignorò le sue
parole scherzose.
- Avvicinati – le ordinò con voce roca, tornando a intensificare la
pressione della sua mano sulla nuca di Victoria -. Metti le tue labbra sulle
mie. Lo faremo a modo mio.
La compiacenza di Victoria svanì e cominciò ad aver paura.
- Jason, lasci perdere. Non vuole baciarmi. Non le piaccio nemmeno,
quando è sobrio. Lui scoppiò in una triste risata.
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- Mi piaci molto più di quanto dovresti – disse. Poi l’attirò a sè con un
brusco movimento e la baciò con ardore. Victoria lottò per
liberarsi, ma Jason le avvolse le dita nei capelli e li strinse.
- Non lottare! – disse tra i denti -. Mi stai facendo male.
- E’ lei che mi sta facendo del male! – protestò Victoria -. Mi lasci!
- Non posso – rispose Jason però le liberò i capelli, lasciò cadere la mano
lungo il collo e la sua schiena, tenendo gli occhi fissi in quelli di lei -.
Mille volte ho tentato di convincermi che non ti voglio, Victoria, ma è
stato inutile – confessò, desolato.
E, mentre Victoria ancora si stava riprendendo dallo stupore provocato da
quella dichiarazione, Jason la attirò di nuovo a sè e la baciò. Questa volta,
però, il suo bacio fu un miscuglio di tenerezza e passione che lasciò
Victoria stordita ed immobile. All’inizio, si lasciò semplicemente baciare,
abbandonandosi alle sensazioni completamente sconosciute che
invadevano il suo corpo. Poi, in un movimento di febbrile passione,
restituì il bacio, imitando ogni movimento delle labbra e della lingua di
Jason.
La reazione di lui fu immediata. In un unico gesto, passò il braccio intorno
alla vita di Victoria e la strinse con forza a sè, felice del contatto del seno
sodo e morbido contro il suo petto.
Dopo quella che sembrò un’eternità, Jason staccò le labbra da quelle di lei,
passando a baciarle il viso e il collo con profonda reverenza e tenerezza.
Poi, all’improvviso, si fermò.
Victoria recuperò lentamente la ragione, e questo portò con sè l’inorridita
coscienza del comportamento lascivo che aveva appena esibito. Il suo viso
era appoggiato sul petto di Jason ed era parzialmente stesa su di lui, come
una... una qualunque! Innervosita, si costrinse ad alzare la testa, sicura che
gli occhi di Jason avrebbero esibito la solita luce di gelido trionfo, o
addirittura con il più profondo disprezzo. Che era esattamente ciò che si
meritava. Con cautela, aprì gli occhi e si impose di guardarlo.
- Oh, Dio! – mormorò lui con lo sguardo perso. Victoria si irrigidì un pò
vedendolo alzare la mano, perchè pensò che la voleva spingere
lontano da sè. Invece, le prese il viso dolcemente con le dita,
accarezzandole il volto col pollice.
Confusa dall’inaspettata reazione, aspettò.
- Il tuo nome non è adatto a te – le disse finalmente -. Victoria è troppo
lungo e freddo per una creatura tanto dolce ed adorabile.
Catturata dall’aria di intimità con cui la osservava, Victoria disse:
- I miei genitori mi chiamavano Tory.
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- Tory – ripetè Jason, sorridendo -. Mi piace. Ti sta perfettamente. Mi
piace anche la luce del sole che riflettono i tuoi capelli, il suono della tua
risata e il modo in cui i tuoi occhi mi guardano quando sei arrabbiata. Sai
cosa mi piace di più? – aggiunse, mentre i suoi occhi si chiudevano
lentamente.
Affascinata dal suono della sua voce roca e dalla dolcezza delle parole di
Jason, Victoria scosse la testa.
Con gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra, lui mormorò:
- Mi piace come ti sta la camicia da notte che indossi... Victoria si
allontanò di scatto, offesa. La mano di Jason cadde inerte al suo fianco. Si
era
profondamente addormentato.
Per quanto cercasse di essere furibonda, Victoria sentì che il cuore
accelerava. I lineamenti di Jason, normalmente rigidi, erano invece molto
dolci mentre dormiva. Inoltre, l’assenza della luce cinica nei suoi occhi lo
faceva sembrare vulnerabile e quasi infantile.
Si domandò come era stato da bambino. Sicuramente non era stato un
ragazzo freddo e cinico.
- Andrew ha rovinato tutti i miei sogni di ragazzina – mormorò a bassa
voce -. Mi piacerebbe sapere chi ha rovinato i tuoi. Ti racconterò un
segreto – aggiunse – sapendo che non poteva udirla -. Anche tu mi piaci
molto, Jason.
Dall’altra parte del corridoio, si sentì il clic di una porta che si chiudeva.
Sentendosi colpevole, Victoria si alzò di scatto, lisciando la sua camicia da
notte e aggiustandosi i capelli. Ma, quando guardò fuori della porta, il
corridoio era deserto.
Capitolo 18
Quando scese a far colazione, Victoria si sorprese di trovare Charles già a
tavola, molto prima dell’ora abituale, che sembrava eccessivamente felice.
- Sei bella come sempre – disse con un ampio sorriso, alzandosi e
scostando la sedia per Victoria.
- E milord è più in forma che mai – le rispose lei restituendogli il sorriso.
- Non sono mai stato meglio – ammise Charles -. Come sta Jason? Victoria
lasciò cadere il cucchiaino con il quale stava girando il tè.
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- L’ho sentito in corridoio, stamattina presto – spiegò Charles -. E ho
sentito anche la sua voce. Mi è sembrata un pò... strana.
- Io direi che era ubriaco come una botte! – Victoria lo corresse con una
risata.
- Northrup mi ha informato che il tuo amico, Wiltshire, è stato qui, più o
meno un’ora fa, chiedendo con aria afflitta della salute di Jason. A quanto
pare, il giovane crede che Jason abbia partecipato ad un duello all’alba e
sia rimasto ferito.
Rendendosi conto che sarebbe stato impossibile nascondere la verità a
Charles, Victoria raccontò:
- Secondo Jason, il duello con lord Wiltshire è stato perchè mi ha chiamato
“cuscinetto inglese”.
- Bene, Wiltshire mi sta facendo impazzire con la sua insistenza affinchè
gli dia il permesso di corteggiarti formalmente. Non avrebbe dovuto dire
una cosa del genere.
- Sono sicura di no, perchè non ha il minimo senso.
- Esattamente – concordò Charles, divertito -. Ma sia come sia,
apparentemente Wiltshire ha sparato a Jason.
Victoria non riuscì a trattenere una risata.
- Jason ha detto che è stato ferito al braccio... da un albero!
- Che coincidenza! – esclamò Charles, condividendo con lei l’assurdità
della storia -. È esattamente quello che ha detto Wiltshire a Northrup!
Bene, non credo che esista motivo di preoccuparci. Sono stato informato
che il dottor Whorting ha curato Jason e, essendo un nostro buon amico,
oltre ad un eccellente medico, se la salute di Jason corresse il minimo
pericolo, ora starebbe qui. E, cosa più importante, possiamo fidarci della
discrezione di Whorting. Devi sapere che i duelli sono illegali.
Victoria impallidì e Charles si affrettò a mettere la sua mano su quella di
lei, guardandola con grande tenerezza.
- Come ti ho detto, non c’è da preoccuparsi. Non ho parole per dirti quanto
sono felice di averti qui, cara. Ci sono tante cose che mi piacerebbe
raccontarti di jas... su tutto – si corresse in fretta -. Credo però, che tra
breve potrò farlo.
Victoria approfittò dell’occasione per insistere che le parlasse del tempo in
cui aveva conosciuto sua madre. Ma, come sempre faceva, rifiutò,
promettendo:
- Presto, presto, ma ora ancora no. Il resto del giorno passò, mentre
Victoria aspettava nervosamente che Jason apparisse.
Non sapeva come l’avrebbe trattata, dopo quello che era successo all’alba.
La sua mente era in fermento non smettendo di analizzare tutte le
possibilità. Forse l’avrebbe disprezzata per
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essersi lasciata baciare. Oppure, l’avrebbe odiata per aver ammesso che gli
piaceva, inoltre, era possibile che niente di ciò che Jason aveva detto
potesse essere preso sul serio.
Victoria aveva la certezza che la maggior parte degli atteggiamenti che lui
aveva assunto la notte precedente, erano stati prodotti dall’alcool, però
voleva credere che un’amicizia più solida potesse nascere da quello che
era successo tra loro due. Durante le ultime settimane, aveva incominciato
a piacerle molto e ad ammirarlo e... Beh, era meglio non pensarci più.
Man mano che la mattinata passava, le sue speranze si andarono
assottigliando e la tensione si fece più forte a causa delle dozzine di
visitatori che andarono a cercarla, ansiosi di sapere la verità sul duello di
Jason. Northrup si incaricò di dire a tutti che lady Victoria era andata per
un giorno fuori città, mentre lei continuava ad aspettare.
All’una, finalmente Jason scese, ma andò direttamente nel suo ufficio,
dove si rinchiuse con lord Collingwood e due altri gentiluomini, per una
riunione di affari.
Alle tre, Victoria andò in biblioteca. Profondamente contrariata con se
stessa per essersi preoccupata tanto, cercò di concentrarsi su un libro, una
volta che si vide incapace di condurre una conversazione intelligente con
Charles che era seduto in poltrona a leggere un giornale.
Quando finalmente Jason entrò in biblioteca, la tensione di Victoria era
così grande che quasi sobbalzò spaventata nel vederlo.
- Che stai leggendo? – chiese in tono casuale, fermandosi accanto a lei.
- Shelley – rispose Victoria, innervosita per aver esitato nel ricordare il
nome del poeta.
- Victoria – cominciò Jason e, solo allora, lei notò la tensione che gli
irrigidiva il volto -. Ieri sera ho fatto qualcosa per cui mi dovrei scusare?
Il cuore di Victoria si strinse. Jason non ricordava nulla!
- Niente che io ricordi – disse, cercando di mascherare la sua delusione.
Un abbozzo di sorriso incurvò le labbra di lui.
- In genere, chi non ricorda le cose è quello che beve troppo – osservò.
- Capisco.... Beh, no. Non hai fatto niente di brutto.
- Bene. In questo caso, ti vedrò più tardi, andremo a teatro. – Con un
ampio sorriso, Jason aggiunse: - Tory.
E poi si voltò per uscire.
- Hai detto che non ti ricordavi nulla! – sbottò Victoria, senza pensare.
Jason si voltò a guardarla.
- Mi ricordo di tutto, Tory. Volevo solo sapere se, a parer tuo, avevo fatto
qualcosa per cui avrei dovuto scusarmi.
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- Sei l’uomo più irritante del mondo! – lo accusò senza riuscire a trattenere
una risata.
- E’ vero, ma a te piaccio così. Un intenso rossore coprì le guance di
Victoria. Non avrebbe mai pensato che Jason
potesse essere sveglio, quando gli aveva sussurrato i suoi sentimenti.
Affondò nella sedia e chiuse gli occhi, sentendosi mortificata. Un leggero
rumore le ricordò la presenza di Charles. Tornò ad aprire gli occhi e lo
scoprì a guardarla con un’espressione di allegro trionfo.
- Molto bene, cara – commentò con un sorriso -. Ho sempre avuto la
speranza che arrivassi a volerlo. Ora, vedo che è successo.
- Sì, ma ancora non lo capisco, zio Charles. Lui si mostrò più che
soddisfatto.
- Se ti piace adesso nonostante tu non lo comprenda, quando finalmente ci
sarai riuscita, ti piacerà molto di più te lo assicuro. – Charles si alzò -. Ora,
devo ritirarmi. Ho un appuntamento con un vecchio amico.
La sera, quando entrò nel salone, Victoria trovò Jason che la stava
aspettando. Era più attraente che mai, vestito con un abito color vino e una
camicia bianca. Il rubino della spilla della sua cravatta era ben abbinato
con altri due, che gli chiudevano le asole dei polsini.
- Ti sei tolto la fasciatura! – Victoria lo accusò.
- E tu non sei ancora pronta per andare al teatro – replicò -. I Mortram
danno una festa questa sera. Dopo il teatro ci recheremo da loro.
- Oggi non ho voglia di uscire. Ho già mandato un messaggio al marchese
De Salle, chiedendogli di scusarmi per non accompagnarlo alla cena dei
Mortram.
- Ne sarà rimasto devastato – concluse Jason soddisfatto -. Specialmente
quando vedrà che sarai con me.
- Non posso fare questo!
- Sì, che puoi.
- Credo che dovresti usare la fasciatura – disse Victoria nel tentativo di
cambiare argomento.
- Se comparirò in pubblico usando la fasciatura, Wiltshire finirà di
convincere tutta Londra che io sono stato ferito da un albero.
- Non credo che lo dirà – rispose divertita Victoria -. Lui è molto giovane
e, pertanto, è più probabile che cerchi di vantarsi dicendo che ti ha colpito.
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- Questo è ancora peggio che essere colpito da un albero. Wiltshire non sa
nemmeno quale lato della pistola puntare verso un bersaglio.
Victoria represse una risata.
- E perchè devo uscire con te, se tutto ciò di cui hai bisogno è apparire in
pubblico dimostrando che non sei ferito?
- Perchè se non sarai con me, qualche donna ansiosa di diventare la mia
duchessa mi si appenderà al braccio. E a parte questo, voglio che tu mi
accompagni.
- Va bene. non potrei sopportare i sensi di colpa, se dovessi essere la
responsabile della distruzione della tua eccellente reputazione di duellante.
– Prima di uscire, Victoria si voltò verso Jason con un malizioso sorriso
sulle labbra -. È vero che hai ammazzato dozzine di uomini in duello, in
India?
- No – rispose seccamente -. Cerca di affrettarti.
A quanto sembrava, tutta la società londinese aveva deciso di andare a
teatro quella sera. E tutti gli occhi erano puntati sul palco di Jason, quando
arrivò, accompagnato da Victoria. I mormorii incominciarono
immediatamente. Naturalmente, Victoria calcolò che erano tutti sorpresi di
vedere Jason in buona salute, ma cambiò subito idea. Quando lasciarono il
palco, durante l’intervallo, avvertì qualcosa di diverso nell’aria.
Gentiluomini e dame, che prima erano stati molto amichevoli con lei, la
guardavano con sguardi sospettosi e perfino sdegnosi. E Victoria non tardò
a scoprirne il motivo: Jason si era battuto a duello per lei. La sua
reputazione aveva subito un duro colpo. Non molto lontano da lì, una
donna anziana, con un turbante bianco in testa, ornato da una grande
ametista, osservava Jason e Victoria con interesse.
- Allora, è vero che si è battuto in duello per lei? – domandò la duchessa di
Claremont alla sua accompagnatrice.
- E’ quello che ho sentito dire, Vostra grazia – rispose lady Faulklyn. La
duchessa si appoggiò al suo bastone, esaminando la sua bisnipote.
- E’ l’immagine di Katherine.
- E’ vero, Vostra grazia. Di nuovo la duchessa esaminò Victoria dalla testa
ai piedi e poi, rivolse il suo sguardo a
Jason.
- E’ un uomo attraente, vero? Lady Faulklyn impallidì, senza sapere cosa
dire.
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Ignorando il silenzio della sua accompagnatrice, la duchessa tamburellò le
dita sul bastone e continuò ad esaminare il marchese di Wakefield.
- Somiglia a d Atherton – concluse.
- C’è una certa somiglianza – ammise lady Faulklyn.
- Bene, Wakefield è esattamente uguale ad Atherton quando era giovane!
- Esattamente – ammise l’accompagnatrice. Un sorriso malizioso curvò le
labbra della duchessa.
- Atherton pensa di realizzare un matrimonio tra le nostre due famiglie
contro la mia volontà. Ha aspettato per ventidue anni di vendicarsi di me e
pensa che, finalmente sia arrivato il momento – disse con una risata
maligna, mentre osservava il marchese -. Atherton si sta sbagliando.
Innervosita, Victoria distolse lo sguardo dall’anziana signora che
indossava quello strano turbante. Tutti sembravano osservarli, lei e Jason,
perfino persone che non aveva mai visto prima, come quella signora.
- E’ stato un grande errore quello di venire insieme – disse a Jason
ansiosamente.
- Perchè? A te piace l’opera e a me piace guardarti.
- Invece non dovresti stare a guardarmi e, ancora meno, dimostrarti
soddisfatto per questo – lo rimproverò, cercando di nascondere il profondo
piacere che le aveva causato il suo complimento.
- Perchè no?
- Perchè ci stanno guardando tutti.
- Ci hanno già visti insieme prima – commentò con indifferenza Jason,
portandola di nuovo nel palco.
La situazione peggiorò quando arrivarono alla festa dei Mortram. Nel
momento in cui misero piede nel salone, tutti gli invitati tornarono a
guardarli con aria decisamente poco amichevole.
- Jason, è orribile! Qui è ancora peggio che in teatro. Lì almeno alcune
persone prestavano attenzione anche all’opera. Qui, invece, ci guardano
tutti! Vuoi fare il favore di smetterla di sorridermi? Ci stanno guardando!
- Quello che vedo – disse con calma Jason – sono i tuoi ammiratori che mi
guardano come se stessero pensando a un modo per tagliarmi la gola.
Victoria sospirò, esasperata.
- Stai deliberatamente ignorando la realtà. Caroline Collingwood è al
corrente di tutti i commenti del ton. Lei mi ha raccontato che nessuno ha
mai creduto che fossimo interessati
160
l’uno all’altra. Tutti erano d’accordo nel pensare che stavamo portando
avanti una farsa, solo per il bene di zio Charles. Ma ora, avendo tu
partecipato ad un duello, perchè qualcuno ha fatto un commento offensivo
su di me, è cambiato tutto. Stanno osservando tutti il tempo che hai passato
in casa da quando sono lì e...
- Si dà il caso che quella sia casa mia – Jason la interruppe, aggrottando le
sopracciglia.
- Lo so, questo, ma è il decoro quello che conta. Tutti, specialmente le
donne, stanno pensando le cose più orribili su di noi. Se tu fossi qualunque
altro, il problema non sarebbe tanto grave – aggiunse Victoria, riferendosi
alle confuse condizioni del loro supposto fidanzamento -. E il decoro...
Jason abbassò il tono della voce per sussurrarle gelido:
- Ti sbagli se credi che mi preoccupa quello che possono pensare le
persone, compresa te. Non perdere tempo facendomi la predica sui principi
perchè non ne ho. E non mi confondere con un gentiluomo, perchè non lo
sono. Ho vissuto in posti dei quali non hai nemmeno sentito parlare. E ho
fatto cose, che offenderebbero la tua sensibilità puritana. Sei una ragazza
innocente. Io non lo sono mai stato. Nemmeno da bambino. Ma poichè sei
tanto preoccupata per quello che le persone possono pensare, possiamo
risolvere il problema molto facilmente. Puoi passare il resto della serata
con i tuoi ammiratori mentre io cerco qualcuna che mi faccia compagnia.
Victoria rimase così confusa e ferita dall’inaspettato attacco di Jason che
riuscì appena a pensare mentre si allontanava. Però fece esattamente quello
che le aveva suggerito e nonostante percepisse che le persone non la
guardavano più in modo così spiacevole, fu una delle peggiori serate della
sua vita. L’orgoglio ferito le fece fingere un divertimento, che in realtà non
provava, in compagnia dei suoi ammiratori. In realtà, le sue orecchie
sembravano incredibilmente sintonizzate solo sul suono profondo della
voce di Jason. Invece il suo cuore sembrava avvertire ogni suo passo.
Presa sempre più dalla tristezza, Victoria si rese conto che Jason non aveva
perso tempo ed era già circondato da tre bellezze bionde che si
disputavano la sua attenzione, disposte a tutto, pur di conquistare un solo
sorriso dell’uomo più desiderato dal ton. Dalla notte precedente, non si
permetteva di pensare al piacere che le avevano dato le sue labbra. Ora,
però, la sua mente rifiutava di pensare a qualunque altra cosa che non fosse
quello. Abbattuta, scoprì che voleva averlo di nuovo al suo fianco e non
vederlo in compagnia di quelle orribili donne. E, per quel motivo, si
sentiva più che disposta a mandare all’inferno l’opinione degli altri.
Un giovane di circa venticinque anni le ricordò che gli aveva promesso il
prossimo ballo.
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- Sì, certo – rispose Victoria, senza molto entusiasmo -. Sa che ora è,
signor Bascomb?
- Sono le undici e mezza – la informò. Victoria represse un gemito
angosciato. La serata sarebbe durata ancora per ore.
Charles rientrò in casa Wakefield e incontrò Northrup.
- Non doveva aspettarmi, Northrup – disse gentilmente -. Che ora è?
- Le undici e mezza, Vostra grazia.
- Jason e Victoria dovrebbero rientrare all’alba. Pertanto, è meglio non
aspettarli. Lei sa come finiscono tardi queste feste.
Northrup gli augurò la buona notte e si diresse nelle sue stanze. Charles
andò nel salone dove voleva gustarsi un buon bicchiere di porto e divertirsi
a pensare al bel romanzo cavalleresco tra Jason e Victoria fiorito
finalmente nella stanza di Jason, all’alba. Aveva fatto solo alcuni passi in
corridoio, quando sentì un colpo alla porta. Credendo che Jason e Victoria
avessero dimenticato la chiave e deciso di rientrare più presto, si voltò e
andò ad aprire la porta, con un allegro sorriso sulle labbra. Però il sorriso
svanì e al suo posto nacque uno sguardo interrogativo quando si imbattè in
uno sconosciuto impeccabilmente vestito.
- Mi perdoni se disturbo a quest’ora, Vostra Grazia – disse l’uomo -. Sono
Arthur Winslow e il mio studio è stato contattato da uno studio di avvocati
dall’America, con le istruzioni di consegnarle personalmente questa
lettera. Ho un’altra lettera indirizzata alla signorina Victoria Seaton.
Un terribile presentimento funesto si impadronì di Charles.
- Lady Seaton non è in casa, in questo momento.
- Lo so, Vostra grazia. Sono ore che aspetto nella mia carrozza l’arrivo di
uno di voi due. Nel caso che io non riesca a contattare lady Seaton, ho
istruzioni di consegnare la lettera a Sua grazia e chiedergli di farla avere
nelle sue mani. Buona notte, Vostra grazia.
Con le mani tremanti e umide di sudore, Charles chiuse la porta ed aprì la
lettera indirizzata a lui, cercando di scoprire l’identità del mittente. Il nome
“Andrew Bainbridge” gli balzò agli occhi. Fissò la lettera, sentendo il
cuore che sembrava sul punto di balzargli dal petto. Allora, si costrinse a
leggere il messaggio. Mentre lo faceva, le sue guance impallidirono e le
parole incominciarono a ballargli davanti agli occhi.
Quando finì la lettura, si lasciò cadere le braccia sui fianchi, e abbassò la
testa. Le sue spalle cominciarono a tremare e le lacrime gli corsero per le
guance, mentre i suoi sogni e le sue speranze si disintegravano in una
esplosione che gli fece rimbombare il sangue nelle orecchie. Molto tempo
dopo che le lacrime si furono asciugate, continuava ancora a stare
162
fermo e immobile, guardando fisso a terra. Finalmente, con passi pesanti e
lenti, raddrizzò le spalle e alzò la testa.
- Northrup – chiamò, mentre saliva le scale -. Northrup! Il maggiordomo
comparve in corridoio, mentre ancora stava indossando la giacca.
- Ha chiamato, Vostra grazia? – domandò, posando lo sguardo allarmato
sul duca che stava fermo sulle scale, aggrappandosi alla ringhiera con
forza.
- Chiami il dottor Whorting – ordinò Charles -. Gli dica di venire
immediatamente.
- Devo anche far chiamare lord Fielding e lady Victoria? – chiese in fretta
Northrup.
- No! – rispose Charles, gridando, cercando poi di recuperare il controllo -.
L’avviserò se sarà necessario, dopo che sarà arrivato il dottor Whorting.
Stava quasi albeggiando quando la carrozza di Jason si fermò davanti
all’ingresso di casa. Nè Jason, nè Victoria avevano pronunciato una sola
parola durante il tragitto di ritorno a casa. Però, notando la reazione di
allarme di Jason, Victoria domandò:
- Di chi è quella carrozza?
- Del dottor Whorting – rispose, aprendo la portiera e balzando a terra.
Senza cerimonie, la prese per un braccio e la portò su per le scale
dell’ingresso. Poi,
corse in direzione della porta che Northrup stava già aprendo. Alzandosi la
gonna, Victoria si affrettò a seguirlo, mentre il panico l’attanagliava il
petto.
- Che cosa è successo? – domandò Jason a Northrup.
- Suo zio, milord... Lui ha avuto un attacco di cuore. Il dottor Whorting è
con lui, ora.
- Oh, mio Dio! – esclamò Victoria stringendo il braccio di Jason alla
ricerca di appoggio. Insieme, salirono la scala, ma Northrup che li seguiva,
li avvertì:
- Il dottor Whorting ha detto di non entrare, se prima non fosse avvisato.
Quando Jason alzò la mano per bussare alla porta della stanza di Charles, il
dottor
Whorting aprì. Dopo essere uscito dalla stanza, chiuse la porta dietro di sè.
- Ho sentito il brusio e ho concluso che eravate arrivati – disse, passandosi
le mani tra i capelli.
- Come sta lui? – domandò Jason. Il dottor Whorting respirò
profondamente prima di dire:
- Ha avuto un brutto colpo, Jason.
- Possiamo vederlo?
- Sì, ma devo avvertirvi di non dire, nè fare nulla che possa contrariarlo o
preoccuparlo. Victoria si portò la mano al petto.
- Lui non... Non morirà, vero, dottore?
163
- Prima o poi tutti dobbiamo morire, cara – rispose il medico con tanta
serietà che Victoria si sentì tremare tutta.
Entrarono nella stanza del moribondo e si avvicinarono al letto. Jason si
fermò da un lato e Victoria dall’altro. Benchè le candele fossero accese, a
Victoria la stanza sembrò scura e tetra come un tunnel. La mano di Charles
era inerte sulle coperte e la prese tra le sue, con forza, come se così potesse
trasmettergli la sua energia.
Gli occhi di Charles si aprirono e si focalizzarono sul volto di Victoria.
- La mia cara bambina – mormorò con voce debole -. Non volevo morire
tanto presto. Volevo vederti prima ben sistemata. Chi baderà a te, quando
non ci sarò? Chi ti potrà ospitare?
Le lacrime riempirono gli occhi di Victoria. Aveva imparato ad amare
quell’uomo come un vero zio e ora stava per perderlo. Cercò di parlare, ma
un nodo alla gola glielo impedì. Per quel motivo, si limitò a stringersi al
petto la mano di Charles.
Si voltò verso Jason.
- Mi somigli tanto... ostinato quanto me... Ora rimarrai solo, come lo sono
sempre stato anch’io.
- Non parlare – gli ordinò Jason con voce rotta dall’emozione -. Riposa.
- Come posso riposare? Come posso morire in pace, sapendo che Victoria
rimarrà sola? Voi due sarete soli, ognuno alla sua maniera. Lei non potrà
continuare a stare sotto la tua protezione, Jason, perchè la società non
glielo perdonerebbe mai... – Charles smise di parlare, lottando visibilmente
per riunire le forze per continuare, prima di rivolgersi a Victoria -.
Victoria, ti chiami così per me. Tua madre ed io ci amavamo. Volevo
raccontarti tutto, un giorno, ma ormai non mi rimane molto tempo.
Victoria non riusciva più a trattenere i singhiozzi. Charles tornò a guardare
Jason.
- Il mio sogno era vedervi sposati l’un l’altro così che quando fossi
morto... Il viso di Jason era una maschera di dolore controllato. Annuì con
aria grave.
- Baderò a Victoria... Prometto di sposarmi con lei – aggiunse in fretta,
capendo che Charles stava per protestare.
Victoria alzò gli occhi spalancati su Jason, ma subito si rese conto che lui
voleva solo tranquillizzare Charles nel momento della morte. Charles
chiuse gli occhi con uno stanco sospiro.
- Non ti credo, Jason – mormorò. Disperata, Victoria si inginocchiò
accanto al letto.
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- Non si deve preoccupare per noi, zio Charles – lo implorò piangendo.
Con difficoltà, Charles voltò la testa sul cuscino ed aprì gli occhi. Poi li
fissò in quelli di
Jason.
- Lo prometti? – domandò -. Puoi promettere di sposare Victoria e di
proteggerla sempre?
- Lo prometto – dichiarò Jason. E fu in quel momento che Victoria si
accorse della luce decisa negli occhi di Jason e
comprese che non stava fingendo, ma stava davvero facendo un solenne
giuramento a un moribondo.
- E tu, Victoria? – domandò Charles -. Prometti di accettare ? Victoria
rimase pietrificata. Quello non era il momento per discutere. Il fatto era
che
senza Charles e senza Jason, lei non aveva più nessun altro al mondo. Si
ricordò del piacere che le aveva provocato il bacio di Jason. Benchè
temesse la sua freddezza, sapeva che era forte e capace di proteggerla. I
suoi piani che un giorno sarebbe potuta tornare in America da sola, le fece
avvertire l’urgente necessità della sopravvivenza e di offrire la pace a
Charles, nel momento della sua morte.
- Victoria – insistette Charles con la voce sempre più debole.
- Prometto di sposarlo! – dichiarò.
- Grazie – mormorò Charles, facendo un patetico sforzo per sorridere. Poi
liberando la mano sinistra dalle coperte, prese quella di Jason -. Ora, posso
morire in pace.
All’improvviso, il corpo di Jason si irrigidì. I suoi occhi si fissarono in
quelli di Charles e il suo viso si trasformò in una maschera di cinismo. Con
voce sarcastica, replicò:
- Ora puoi morire in pace, Charles.
- No! – Victoria esplose tra i singhiozzi -. Non morire, zio Charles. Per
favore! – Cercando disperatamente di dargli una ragione per lottare per la
sua vita, aggiunse: - Se muori ora, non potrai portarmi all’altare, il giorno
del nostro matrimonio...
Il dottor Whorting si affrettò ad aiutare Victoria ad alzarsi. Facendo un
segno a Jason, la portò verso il corridoio.
- Sta bene per adesso, cara – mormorò il medico con voce gentile -. Se
continua così, si ammalerà anche lei.
- Crede che possa vivere, dottore? – gli chiese, senza trattenere le lacrime.
- Sarò al suo fianco e la informerò di qualunque cambiamento del suo
stato. Senza dar loro una vera speranza, il medico rientrò in camera e
chiuse la porta. Victoria e
Jason scesero verso il salone. Jason le si sedette accanto e, volendo
consolarla, le passò un
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braccio intorno alle spalle e l’attirò verso di sè. Victoria affondò il viso nel
suo petto e singhiozzò fino a che rimase senza lacrime. Passò il resto della
notte tra le sue braccia, pregando in silenzio.
Nel frattempo, Charles passò il resto della notte giocando a carte con
Whorting.
Capitolo 19
All’inizio del pomeriggio, il dottor Whorting li informò che Charles
lottava “ancora per la sua vita”. Il giorno dopo, entrò in sala da pranzo,
quando Jason e Victoria stavano cenando, e dichiarò che Charles
“sembrava stare meglio”.
Victoria riuscì appena a trattenere la gioia, ma Jason si limitò ad osservare
il medico con sguardo cinico e a invitarlo a cenare.
- Grazie – ringraziò il dottor Whorting, distogliendo lo sguardo da Jason –
credo di poter lasciare il mio paziente per un breve spazio di tempo.
- Ne sono certo – fu d’accordo Jason.
- Crede che si riprenderà, dottore? – chiese Victoria, stupita dalla fredda
reazione di Jason.
- E’ difficile dirlo – rispose il medico, facendo attenzione ad evitare lo
sguardo di Jason -. Lui dice che vuole vivere per assistere al vostro
matrimonio. Si può dire che si sta aggrappando a questo pensiero per
lottare per la sua vita.
Lanciando un rapido sguardo a Jason, Victoria domandò:
- Che cosa succederebbe se migliorasse ancora e poi, gli diremmo che
abbiamo cambiato idea?
- In quel caso – fu Jason che rispose, - certamente avrebbe una ricaduta.
Non è così, dottore?
- Sono certo che lo conosce meglio di me, Jason – replicò il dottor
Whorting, contrariato -. Lei cosa crede?
- Credo che avrebbe una ricaduta. Victoria si sentì come se il destino stesse
giocando con la sua vita. In primo luogo,
togliendole la sua casa e le persone che amava, poi per averla mandata in
una terra così distante e poi, per forzarla ad un matrimonio senza amore,
con un uomo che non la voleva.
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Molto dopo che i due uomini si erano ritirati, Victoria stava ancora
giocherellando con il cibo nel suo piatto, cercando di trovare una soluzione
al problema che la incatenava a Jason. I suoi sogni di una casa felice, di un
marito che l’amasse e un bambino tra le braccia, gli riempì la mente come
un brutto scherzo. Per la prima volta, si permise un momento di
autocompassione. Non aveva mai desiderato tanto della vita. Non aveva
sognato pellicce nè gioielli, nè case spettacolari dove avrebbe potuto
vivere come una regina. Voleva solo ciò che aveva già in America, solo un
marito e dei figli per completare il suo ideale di vita felice.
Un’ondata di nostalgia la invase. Ah, come le sarebbe piaciuto tornare
indietro nel tempo e vedere i sorrisi dei suoi genitori, sentire suo padre
parlare dell’ospedale che sognava di costruire per i contadini che erano
stati come una seconda famiglia per Victoria. Avrebbe fatto qualunque
cosa per ritornare a casa. L’immagine del viso attraente di Andrew tornò a
tormentarla, ma cercò di cancellarne il ricordo, perchè aveva giurato di
non versare più nemmeno una lacrima per l’uomo che l’aveva tradita e che
tanto aveva amato.
Si alzò e andò alla ricerca di Jason. Andrew l’aveva abbandonata a se
stessa, ma Jason era lì ed aveva l’obbligo di aiutarla a trovare un mezzo
per scappare da un matrimonio che nessuno dei due voleva.
Lo trovò solo, nel suo ufficio, il braccio appoggiato sul bordo del camino,
lo sguardo fisso nel fuoco. Sentì il cuore riempirsi di compassione
rendendosi conto che benchè lui avesse finto freddezza davanti a lei e al
dottor Whorting, aveva cercato rifugio nell’intimità della sua solitudine,
per lasciarsi andare alla sofferenza.
Frenando l’impulso di offrirgli conforto, perchè sapeva che l’avrebbe
respinto, lo chiamò a voce bassa.
- Jason? Lui alzò lo sguardo, impassibile.
- Che cosa facciamo? – domandò.
- Riguardo a cosa?
- Sull’assurda idea di zio Charles di vederci sposati.
- Perchè è assurda? Victoria rimase sorpresa dalla reazione di Jason, ma
era decisa a discutere della cosa con
calma e francamente.
- Perchè non voglio sposarmi con te.
- Questo lo so molto bene, Victoria – replicò Jason con lo sguardo duro.
- Nemmeno tu vuoi sposarti con me.
167
- Hai ragione. Tornò a guardare il fuoco, senza aggiungere altro. Victoria
si voltò per andare via ma le
parole che Jason pronunciò la fecero fermare.
- Il nostro matrimonio potrebbe darci quello che veramente noi vogliamo.
- E che cosa è quello che noi vogliamo?
- Tu vuoi ritornare in America, essere indipendente, vivere tra i tuoi amici,
e forse, costruire l’ospedale che tuo padre tanto sognava. Almeno, fu
questo quello che mi dicesti. Se sei onesta con te stessa, ammetterai che ti
piacerebbe tornare anche per mostrare ad Andrew e a tutti quelli che ti
conoscono che il fatto che lui ti abbia abbandonato non ha significato nulla
per te e che lo hai dimenticato con la sua stessa facilità continuando la tua
vita e con successo.
Victoria si sentì così offesa da quel commento che tardò alcuni istanti per
registrare le seguenti parole di Jason.
- Ed io – concluse diretto – voglio avere un figlio. Possiamo dare l’uno
all’altra ciò che vogliamo. Sposati con me e dammi un figlio. In cambio, ti
manderò in America con denaro sufficiente per poter vivere come una
regina e costruire una dozzina di ospedali.
Victoria lo guardò instupidita.
- Darti un figlio? – ripetè incredula -. Darti un figlio e, dopo ritornare in
America? Darti un figlio e lasciarlo qui?
- Non sono così egoista. Potresti rimanere con lui fino a... diciamo, ai
quattro anni. Ogni bambino ha bisogno della madre a quell’età. Dopo,
voglio averlo con me. Forse preferiresti rimanere qui, con noi, quando lo
porteresti. In realtà, anch’io preferirei che tu rimanessi in modo
permanente, ma credo che questa decisione debba essere tua. Ho solo una
condizione da porre.
- Che condizione? – domandò Victoria, stordita. Jason esitò, come se
stesse scegliendo accuratamente le parole. Quando finalmente parlò,
distolse lo sguardo, fissando la finestra.
- Per il modo in cui mi hai difeso in pubblico, qualche tempo fa, le persone
credono che tu non mi disprezzi, nè mi temi. Se sei d’accordo e mi sposi,
voglio che tu rinforzi quell’idea e non faccia mai nulla per far credere il
contrario. In altre parole, qualunque cosa succeda tra noi, quando siamo in
pubblico voglio che tu ti comporti come se mi avessi sposato per qualcosa
di più che solo per il mio denaro o il mio titolo. Per dirlo in parole
semplici, come se tu mi amassi.
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Allora Victoria si ricordò delle sue parole alla festa dei Mortram: ti “sbagli
se credi che mi preoccupi ciò che pensa la gente...”. Jason aveva mentito,
si rese conto, sentendo il cuore riempirsi di tenerezza. Era ovvio che gli
importava dell’opinione altrui, altrimenti non le avrebbe detto quelle
parole.
Guardò quell’uomo freddo, fermo davanti al camino. Sembrava forte e
molto sicuro. Era impossibile credere che davvero desiderava un figlio,
che la volesse o che gli importasse di quello che le persone pensavano o
dicevano. Impossibile ma vero. Victoria si ricordò allora di quanto le era
sembrato come un bambino, al ritorno dal duello e di come l’avesse
baciata. Si ricordò della passione contenuta in quel bacio e della solitudine
delle sue parole:” mille volte ho tentato di convincermi che non ti voglio,
Victoria, ma è stato inutile”.
Forse, dietro a quella sua facciata di freddezza, Jason si sentiva solo e
vuoto come lei. Forse aveva bisogno di lei, ma non era capace di
ammetterlo. D’altra parte, era anche possibile che si stesse sbagliando.
- Jason, non puoi aspettarti che io abbia un figlio e poi te lo consegni e me
ne vada. Non puoi essere tanto freddo ed insensibile come la tua proposta.
Non ci credo.
- Non sarò un marito crudele, Victoria, se è quello che stai pensando.
- Non è di questo che sto parlando! – sbottò Victoria -. Come puoi parlare
di sposarmi, come se stessi discutendo di una proposta di affari, senza
sentimenti, emozioni e senza fingere amore...?
- Bene, non mi dire che hai ancora delle illusioni sull’amore! – la prese in
giro -. La tua esperienza con Bainbridge avrebbe dovuto insegnarti che
l’amore è un sentimento usato solo per manipolare le persone ingenue.
Non mi aspetto che tu mi ami, Victoria.
Victoria si aggrappò allo schienale della sedia, infuriata da quelle parole.
Aprì la bocca per protestare, ma Jason scosse la testa e disse:
- Non rispondere prima di considerare attentamente quello che ti ho
proposto. Se ti sposi con me, sarai libera di fare ciò che vuoi. Potrai
costruire l’ospedale in America e un altro vicino a Wakefield e rimanere in
Inghilterra. Ho sei proprietà ed un’infinità di domestici. Essi già da soli
potrebbero far funzionare il tuo ospedale, ma se questo non basta, posso
pagarli per farli ammalare – aggiunse con un barlume di sorriso.
Victoria però, era troppo ferita per riconoscere l’ironia in quelle parole.
Davanti al suo silenzio, Jason continuò:
- Potrai coprire tutte le pareti di Wakefield con i tuoi disegni e, quando non
ci sarà più spazio, farò costruire nuove pareti. – Poi le accarezzò il viso
con profonda e inattesa tenerezza -. Scoprirai che sono un marito molto
generoso. Te lo prometto.
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Il modo come lui pronunciò la parola marito, fece risvegliare Victoria.
- Perchè io? – domandò con un sorriso -. Se è un figlio quello che vuoi,
esistono dozzine di donne a Londra, che sarebbero felici di sposarsi con te.
- Perchè sono attratto da te... lo sai. Inoltre ti piaccio. Lo dicesti quando
pensavi che stavo dormendo, ti ricordi?
Per un momento, Victoria si limitò a guardarlo, confusa dalla sua
confessione sull’attrazione che sentiva per lei.
- Mi piaceva anche Andrew – disse irritata -. Il mio giudizio sugli uomini
lascia molto a desiderare.
- E’ vero – ammise. Prendendola per le spalle, Jason l’attrasse lentamente
a sè.
- Credo che tu sia impazzito – mormorò lei con voce strozzata.
- Probabilmente – replicò, passandole un braccio intorno alla vita.
- Non accetto... non posso...
- Victoria, non hai scelta. Posso darti tutto ciò che una donna desidera...
- Tutto, tranne l’amore.
- Tutto ciò che davvero una donna desidera – insistette lui -. Ti darò
gioielli e pellicce. Avrai più denaro di quanto hai mai sognato di
possedere. E tutto ciò che dovrai darmi in cambio è questo... – concluse,
abbassando lentamente la testa e baciandola.
Uno strano pensiero attraversò la mente di Victoria: Jason si stava
vendendo per molto poco. Era attraente, ricco e desiderato e, certamente,
aveva il diritto di aspettarsi di più da una moglie. Poi la sua mente si
svuotò completamente, nel momento in cui lui approfondì il bacio,
provocandole ondate di piacere in tutto il corpo.
Quando Jason finalmente staccò le sue labbra dalla sua bocca, Victoria, si
sentiva confusa, tremante ed inspiegabilmente impaurita.
- Guardami – mormorò, prendendole il mento tra le dita -. Stai tremando.
Hai paura di me?
Nonostante il torrente di sentimenti confusi che si agitavano nel suo petto,
Victoria scosse la testa. Non aveva paura di Jason. Per qualche motivo che
non avrebbe saputo spiegare, fu invasa dalla paura di se stessa.
Davanti alla silenziosa risposta di Victoria, Jason sorrise.
- Credo che tu abbia paura, sì, ma non ne hai alcun motivo. Ti farò male
una sola volta e solo perchè sarà inevitabile.
- Che cosa... Perchè?
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- Forse invece non ti farò male, vero? – le disse con voce improvvisamente
dura.
- Vero, cosa? – Victoria alzò la voce -. Mi piacerebbe che tu non parlassi
per enigmi, quando sono già tanto confusa che riesco appena a pensare!
Con uno dei suoi subitanei cambiamenti di umore, Jason si strinse nelle
spalle con indifferenza.
- Non ha importanza. Non mi importa di quello che hai fatto con
Bainbridge. Quello è stato prima.
- Prima? – ripetè sull’orlo dell’isteria -. Prima di che cosa?
- Prima di me. Però, sappi che non ammetto infedeltà. Sono stato chiaro?
- Sei del tutto pazzo!
- Su questo siamo d’accordo – le rispose con sarcasmo.
- Se continui con le insinuazioni insultanti, me ne vado in camera mia.
Jason la guardò negli occhi, lottando contro l’impulso di prenderla di
nuovo tra le braccia
e divorarle le labbra.
- Molto bene. Parliamo di banalità. Che cosa ci sta preparando la signora
Craddock per cena?
Victoria sentì che il mondo girava in un senso e lei in un altro,
completamente confusa e persa.
- La signora Craddock? – ripetè con lo sguardo vacuo.
- La cuoca. Come vedi adesso so il suo nome. So anche quello di
O’Malley che è il tuo lacchè preferito. Ora, dimmi quello che la signora
Craddock sta preparando.
- Anatra – gli rispose, cercando di riaversi -. È di tuo gradimento?
- Perfettamente. Ceniamo in casa?
- Io sì.
- In questo caso, allora, anch’io. Bene, stava svolgendo già il ruolo di
marito!
- Informerò la signora Craddock – dichiarò Victoria e si voltò per uscire.
La sua confusione si rifiutava di scomparire. Jason aveva detto di sentirsi
attratto da lei.
Voleva sposarsi con lei. Impossibile! Se Charles fosse morto, sarebbe stata
obbligata a sposarsi con Jason. Se si sposavano subito, forse Charles
avrebbe ritrovato le forze per vivere. E Jason voleva avere dei figli. Anche
lei li voleva. Voleva qualcuno da amare. Forse avrebbero potuto essere
felici insieme. A volte, Jason era adorabile, a volte il suo sorriso la faceva
sorridere. Lui aveva promesso di non ferirla...
Victoria era arrivata alla porta, quando la voce tranquilla di Jason la fermò.
171
- Victoria, credo che tu abbia già preso la decisione riguardo al
matrimonio. Se la tua risposta è “sì”, credo che dovremmo dirlo a Charles
dopo cena e fissare la data. Gli farà piacere, e quanto prima glielo diremo,
meglio sarà per lui.
Victoria si rese conto che Jason insisteva nel sapere se voleva sposarlo. Lo
guardò per un lungo momento. Perchè sembrava teso, aspettando la sua
risposta? Perchè doveva chiederle una risposta se tutto era stato condotto
come una proposta di affari?
- Io... – cominciò Victoria. Però la romantica proposta di Andrew le venne
alla memoria: “dì che ti sposerai con me,
Victoria. Ti amo. Ti amerò sempre...”
Almeno Jason non aveva pronunciato parole d’amore che non sentiva. Nè
l’aveva chiesta in sposa con dimostrazioni di affetto. Col risultato che,
accettò la proposta con la stessa freddezza con cui era stata fatta. Guardò
Jason e rispose con indifferenza:
- Parleremo con zio Charles dopo cena. Victoria poteva giurare che, in
quel momento, la tensione aveva abbandonato i
lineamenti di Jason.
Tecnicamente era la sera del suo fidanzamento e, per quel motivo, Victoria
decise di usarla per stabilire un modello migliore per il futuro. Ritornando
dal duello, Jason aveva confessato che gli piaceva sentirla ridere. Se, come
sospettava, si sentiva tanto solo e vuoto come lei, forse ognuno avrebbe
potuto dare gioia alla vita dell’altro. Scalza, passò un lungo momento
davanti al guardaroba, cercando di decidere che vestito usare per
l’occasione apparentemente festosa. Finì per decidere per un vestito di
chiffon azzurro pallido la cui scollatura era ricamata da fili dorati, e
indossò anche una collana d’oro con pietre di acquamarina che Jason le
aveva regalato la sera del suo debutto. Ruth le spazzolò i capelli finchè
brillarono e, dopo, li raccolse in alto, lasciando che delle ciocche cadessero
come una cascata sulle spalle. Una volta soddisfatta di come era vestita,
andò in salone. Apparentemente, Jason aveva avuto la stessa idea, perchè
indossava un abito da sera, con gilet di broccato e bottoni color rubino.
Si stava riempiendo un bicchiere di champagne quando lei entrò, ed
interruppe ciò che stava facendo per esaminarla dalla testa ai piedi, con
indiscutibile ammirazione. Victoria sentì un battito di ali nello stomaco
riconoscendo l’orgoglio maschile di quello sguardo possessivo.
- Hai la sconcertante capacità di sembrare una bambina in un momento, e
una donna seducente in un altro – commentò lui.
172
- Grazie... credo.
- E’ un complimento – le assicurò Jason -. Cercherò di essere più chiaro, in
futuro. Felice di quelle parole che indicavano la volontà che lui era
disposto a cercare di
compiacerla, Victoria lo osservò mentre le serviva lo champagne. Quando
le tese il bicchiere, lei si diresse verso il divano ma Jason la prese per il
braccio con delicatezza. Con la mano libera, aprì una scatola di velluto al
cui interno vi era una collana di tre giri di perle, tra le più spettacolari che
Victoria avesse mai visto. Senza parlare, le tolse la collana di acquamarina
che aveva indossato, e la sostituì con quella di perle.
Nello specchio, Victoria lo osservò mentre le chiudeva il fermaglio e solo
allora, lui la guardò.
- Grazie – lo ringraziò, un pò intimidita.
- Preferisco che tu mi ringrazi con un bacio. Victoria si mise in punta di
piedi e lo baciò sulla guancia. Qualcosa nel modo in cui lui le
aveva dato le perle e poi le aveva chiesto un bacio, la turbò. Era come se
Jason stesse comprando i suoi favori, cominciando con un bacio come
ricompensa per una collana. La sconcertante idea fu confermata quando lui
le disse:
- Questo bacio non arriva nemmeno a sfiorare la collana che ti ho appena
dato. E subito dopo, la baciò con ardore. Alla fine, le chiese:
- Non ti piacciono le perle, Victoria?
- Oh, sì, mi piacciono molto! – rispose nervosa -. Non ho mai visto delle
perle così belle. Nemmeno quelle di lady Wilheim sono così grandi.
Queste dovrebbero appartenere a una regina.
- Appartennero a una principessa russa, cento anni fa – le spiegò Jason,
facendo emozionare Victoria al pensiero che la considerasse degna di un
regalo così prezioso.
Dopo cena, salirono a vedere Charles. La reazione di lui alla notizia della
loro decisione di sposarsi, lo rianimò immediatamente. Quando Jason
passò un braccio intorno alle spalle di Victoria, l’invalido fu così felice che
arrivò a emettere una sonora risata. Sembrava così soddisfatto e sicuro che
i due giovani avessero preso la decisione migliore che quasi anche Victoria
si convinse di ciò.
- E quando è stata fissata la data? – chiese Charles.
- Tra una settimana – lo informò Jason, ricevendo uno sguardo sorpreso da
Victoria.
- Eccellente! – esclamò Charles -. Voglio essere in condizioni di poter
assistere alla cerimonia.
173
Victoria aprì la bocca per protestare, ma Jason le strinse il braccio,
affinchè non discutesse.
- Cos’è quella, cara? – chiese Charles guardando la collana.
- Jason me l’ha regalata questa sera, per siglare il nostro ac... il nostro
fidanzamento – spiegò.
Quando la visita fu terminata, Victoria disse di essere esausta e Jason
l’accompagnò fino alla porta della sua camera.
- Qualcosa ti preoccupa – disse -. Cos’è?
- Tra le altre cose, mi sento male a sposarmi prima che il periodo di lutto
per i miei genitori sia finito. Già mi sento colpevole per ogni ballo a cui
partecipo. Ho dovuto essere evasiva sulla loro morte, affinchè le persone
non scoprissero che sono una figlia irrispettosa.
- Hai fatto ciò che dovevi fare. Sposandoti subito con me, stai dando a
Charles una ragione per vivere. Tu stessa hai visto come è sembrato stare
subito meglio quando ha sentito che avevamo fissato la data. Inoltre, la
decisione di concludere il tuo lutto è stata mia, così che non hai avuto altra
scelta. Se devi incolpare qualcuno, incolpa me.
Victoria sapeva che, in termini logici, Jason aveva ragione. Per questo,
cambiò argomento.
- Ora che ho scoperto che “noi” abbiamo deciso di sposarci entro una
settimana, ti dispiacerebbe dirmi dove “noi” ci sposeremo? – chiese con un
sorriso biricchino.
- Molto bene – rispose lui -. Noi, abbiamo deciso di sposarci qui.
- Per favore, Jason, non potremmo sposarci nella piccola chiesa del
villaggio vicino a Wakefield? Potremmo aspettare che zio Charles sia in
condizioni di affrontare il viaggio.
Stupefatta, Victoria vide gli occhi di Jason rabbuiarsi con un moto di
repulsione al solo sentir parlare della chiesa, ma dopo un breve istante,
annuì.
- Se vuoi un matrimonio in chiesa, allora ci sposeremo qui, a Londra, dove
ci sono chiese abbastanza grandi per poter contenere gli invitati.
- No! Sono molto lontana dall’America, milord. La chiesa del villaggio di
Wakefield è meglio, perchè mi ricorda casa mia. Da bambina, ho sempre
sognato di sposarmi in una chiesa...
Rendendosi conto che aveva sognato di sposarsi in una chiesa al cui
interno ci sarebbe stato Andrew ad aspettarla, Victoria desiderò non averci
pensato affatto.
- Voglio che il nostro matrimonio sia celebrato a Londra, davanti a tutto il
ton – dichiarò Jason con fermezza -. Ma faremo un patto: ci sposeremo qui
e dopo, andremo a Wakefield, per una cerimonia più intima.
174
- Dimentica che ho parlato della chiesa – affermò Victoria -. Invita qui
tutti per la cerimonia. Sarebbe una bestemmia entrare in una chiesa e
avallare quello che non è altro che un accordo commerciale. – Con un
tentativo di umorismo, aggiunse: - Quando ci giureremo di amarci e
rispettarci l’un l’altro, mi aspetterei che un fulmine ci cadesse addosso!
- Ci sposeremo in chiesa – Jason mise fine alla discussione -. E se cade un
fulmine, regaleremo un tetto nuovo alla chiesa.
Capitolo 20
- Buona sera, cara – Charles salutò, allegro, guardando verso il bordo del
suo letto -. Siediti qui. La tua visita con Jason, ieri sera, ha fatto dei veri
miracoli per la mia salute. Ora, raccontami qualcosa sui piani per il
matrimonio.
Victoria si sedette.
- In realtà, è tutto molto confuso, zio Charles. Northrup mi ha appena
informato che Jason è tornato a Wakefield e si è portato tutto ciò che aveva
nel suo ufficio.
- Lo so – disse Charles con un sorriso -. È venuto a salutarmi prima di
andar via e ha detto che ha deciso di farlo in nome “dell’apparenze”
affinchè passi meno tempo con te, così da provocare pochi commenti.
- Allora è stato questo il motivo della sua partenza – mormorò Victoria con
espressione pensosa.
Le spalle di Victoria si scossero per la risata che non riuscì a trattenere.
- Mia cara bambina, credo che questa sia la prima volta nella sua vita, che
Jason abbia fatto una concessione alle convenienze! Non deve essere stato
facile per lui, però lo ha fatto. Decisamente, eserciti una buona influenza
su di lui. Chissà, forse riuscirai anche ad insegnargli a non prendersi gioco
dei principi.
Victoria gli restituì il sorriso, sentendosi improvvisamente sollevata e
felice.
- Credo di non sapere nulla sui progetti del matrimonio, tranne che si farà
in una grande chiesa qui a Londra.
- Jason si sta occupando di tutto. ha portato con sè a Wakefield il suo
segretario, così come alcuni domestici, affinchè inizino i preparativi. Dopo
la cerimonia, ci sarà una festa di nozze a Wakefield, per i suoi amici
residenti nel villaggio. Credo che la lista degli invitati,
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così come gli inviti, siano già state preparate. Per cui, non devi far altro
che rimanere qui e divertirti a vedere la sorpresa delle persone, quando
sapranno che tu sarai l’unica e vera duchessa di Atherton.
Victoria gesticolò con la mano, indicando che non le importava di tutto
ciò. Poi, si arrischiò a toccare un argomento piuttosto delicato.
- La notte che ti sei ammalato, hai parlato di qualcosa a proposito di mia
madre... qualcosa che avresti voluto raccontarmi.
Charles si voltò verso la finestra e Victoria si affrettò ad aggiungere:
- Non devi raccontarmi niente, se i ricordi sono troppo dolorosi.
- Non è per quello – disse, rivoltandosi di nuovo ad affrontarla -. So che
sei sensata e comprensiva, ma sei ancora tanto giovane. Amavi tuo padre,
probabilmente tanto quanto amavi tua madre. Quando ti dirò ciò che devo
raccontarti, potrai pensare a me come un intruso nel matrimonio dei tuoi
genitori, benchè ti giuro che non sono mai stato in contatto con tua madre,
dopo che si è sposata con tuo padre. Victoria... la verità è che temo che mi
disprezzerai, quando saprai la mia storia.
Victoria prese la sua mano tra le sue e gli assicurò:
- Come posso disprezzare qualcuno che ha avuto il buon senso di amare
mia madre?
- Hai ereditato anche il cuore di tua madre, lo sapevi? – dichiarò Charles
con voce commossa.
Dal momento che Victoria non rispose, si voltò di nuovo verso la finestra e
cominciò a raccontarle la storia dell’amore per Katherine. Si voltò a
guardarla solo alla fine e, facendolo, non vide il minimo segno di
riprovazione ma solo tanta compassione e tristezza.
- Come vedi – concluse – l’amavo con tutto il cuore. L’amavo e
l’allontanai dalla mia vita, quando lei era l’unica vera ragione che avevo
per vivere.
- La mia bisnonna ti obbligò a farlo – lo corresse Victoria.
- I tuoi genitori erano felici? Ho sempre voluto sapere che tipo di
matrimonio aveva, ma non ho mai avuto il coraggio di chiedere.
Victoria si ricordò dell’orribile scena a cui aveva assistito una notte di
Natale, ma fu superata da diciotto anni di affetto e stima che i due avevano
dedicato l’uno all’altra.
- Sì, erano felici. Il matrimonio di mamma e papà non somigliava per
niente a quello che si vede nel ton.
- Che vuoi dire con questo? – domandò Charles, sorridendo davanti
all’avversione con la quale aveva pronunciato quelle parole.
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- Mi riferisco al tipo di matrimonio che ha in questo ambiente la maggior
parte delle persone, fatta eccezione per Caroline e Robert Collingwood e
pochi altri. Il tipo di matrimonio nel quale raramente una coppia è vista
insieme e, quando succede ad un evento, si comportano in modo strano,
gentili e cortesi tra loro. I gentiluomini sono sempre fuori casa,
dedicandosi ai loro divertimenti, mentre le donne hanno degli amanti. I
miei genitori, invece, vivevano in una casa e noi formavamo una vera
famiglia.
- Suppongo che tu voglia avere un matrimonio ed una famiglia all’antica –
la provocò Charles, dimostrando che gli piaceva l’idea.
- Non credo che Jason voglia quel tipo di matrimonio. Victoria non poteva
raccontare a Charles che Jason le aveva proposto di avere un figlio e
che poi, era libera di andarsene. Anche se le era di consolazione sapere che
lui aveva detto di preferire che rimanesse al suo fianco.
- Dubito che Jason sappia ciò che davvero vuole in questo momento. Lui
ha bisogno di te, Victoria. Ha bisogno del tuo calore e del tuo spirito. Non
l’ammetterà, nemmeno a se stesso e, quando lo farà, non gli piacerà
affatto. Credimi, cercherà di lottare contro i suoi sentimenti. Ma, quando
presto o tardi cederà, Jason ti aprirà il suo cuore e, quando ciò succederà,
troverà la pace. Allora, farà di te la donna più felice del mondo.
Lei si mostrò così scettica che Charles aggiunse rapidamente:
- Abbi pazienza, bambina. Se Jason non fosse tanto forte di corpo e di
carattere, non sarebbe sopravvissuto fino ai trent’anni. Ha profonde
cicatrici, ma tu hai il dono per curarlo.
- Che tipo di cicatrici? Charles scosse la testa.
- Sarà meglio per voi due, che sia Jason a raccontarti della sua vita e,
specialmente, della sua infanzia. Se non lo farà, allora potrai chiedermelo e
io te lo racconterò.
Nei giorni che seguirono, Victoria ebbe poco tempo per pensare a Jason, o
a qualunque altra cosa. Aveva appena lasciato la camera di Charles, quel
pomeriggio, quando arrivò madame Dumosse, accompagnata da quattro
cucitrici.
- Lord Fielding mi ha chiesto di confezionare un vestito da sera per la
signorina – la informò, girandole tutto intorno -. Mi ha detto che il vestito
deve essere elegante, esclusivo, degno di una regina.
Divisa tra la voglia di ribellarsi e la voglia di ridere davanti
all’autoritarismo di Jason, Victoria chiese ironicamente:
- Per caso, ha scelto il colore?
- Azzurro!
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- Azzurro! – ripetè Victoria, preparata a lottare per il bianco, se fosse stato
necessario. Madame Dumosse annuì, esaminandola con aria pensosa.
- Sì, azzurro pallido. Lui disse che quel colore le sta molto bene, la fa
sembrare un angelo dai capelli di fuoco.
Istantaneamente, Victoria decise che l’azzurro pallido era un bellissimo
colore per il suo vestito di nozze.
- Lord Fielding ha molto buon gusto – commentò madame Dumosse -.
Non crede?
- Senza il minimo dubbio – dichiarò Victoria con una risata. Quattro ore
dopo, quando finalmente madame Dumosse se ne andò, Victoria fu
informata
che lady Caroline Collingwood la stava aspettando nel salotto giallo.
- Victoria – la sua amica la salutò con espressione ansiosa -. Lord Fielding
è venuto a casa nostra, questa mattina, per invitarci al matrimonio. Sono
onorata di essere la tua damigella d’onore, appena ho saputo che è tuo
desiderio, ma è stato tutto così rapido...
Victoria sentì un immenso piacere nel sapere che Jason si era ricordato che
avrebbe avuto bisogno di una damigella d’onore e che aveva invitato
Caroline, la sua migliore amica, ad esserlo.
- Non avevo pensato che stesse nascendo una relazione duratura con lord
Fielding – continuò Caroline -. Vuoi sposarlo? O ti stanno forzando in
qualche modo?
- Solo dal destino – rispose Victoria con un sorriso e si lasciò cadere in
una poltrona. Percependo la genuina preoccupazione dell’amica, chiarì: -
Non sono obbligata. È quello che voglio fare.
Il viso di Caroline si rilassò, esprimendo il suo sollievo e la sua gioia.
- Sono così felice di sentirlo! Stavo aspettando che le cose si chiarissero
tra voi. – Davanti allo sguardo scettico di Victoria, la contessa spiegò: -
Nelle ultime settimane ho avuto l’occasione di conoscere meglio lord
Fielding e sono costretta ad ammettere che, ora, sono d’accordo con
Robert. A quanto pare, tutto ciò che si dice su di lui non sono altro che
pettegolezzi pronunciati da una donna particolarmente crudele. Dubito che
qualcuno avesse creduto a tutte quelle cose, se lord Fielding non fosse così
chiuso. Ma, come dice Robert, lord Fielding è un uomo orgoglioso e, per
quel motivo, non si sforzerà mai di far cambiare l’opinione che hanno di
lui alcune persone. Specialmente quando queste persone sono ingiuste!
Victoria represse la risata davanti all’appassionata difesa che la sua amica
stava facendo dell’uomo che, un giorno, aveva temuto e condannato.
Tuttavia, quello era l’atteggiamento tipico di Caroline, incapace di trovare
un difetto nelle persone che le piacevano e, nello
178
stesso tempo, ammettere qualche qualità in quelle che non le erano
simpatiche. Questa caratteristica faceva di lei la più leale delle amiche, e
Victoria si sentiva profondamente grata di poter contare su quella
inestimabile amicizia.
- Grazie – disse a Northrup che era entrato con il vassoio del tè.
- Non so perchè mi preoccupavo – disse Caroline, mentre Victoria serviva
il tè -. Ho commesso un grave errore permettendo che la mia
immaginazione turbasse la mia razionalità. Credo che, in parte, lui mi
spaventasse perchè è tanto alto e forte e ha i capelli così neri. Questo è
ridicolo, è vero. Sai quello che ci ha detto questa mattina, quando ci ha
salutati?
- No – rispose Victoria, divertita dall’urgenza di Caroline di assolvere
Jason dal suo cattivo giudizio -. Che cosa ha detto?
- Che gli ricordo una bella farfalla.
- Quanta gentilezza.
- Vero, ma non tanto quanto la descrizione che ha fatto di te.
- Di me? Bene, ma come siete arrivati a parlare di ciò?
- Ti stai riferendo agli elogi? Io gli ho detto di quanto ero felice di sapere
che avresti sposato un inglese e che saresti rimasta qui, perchè così
avremmo potuto continuare ad essere amiche e a frequentarci. Lui ha riso e
ha detto che noi due ci completavamo, perchè io ricordo una bella farfalla
e tu sei come un fiore di campo che resiste alle avversità ed illumina la vita
di tutti intorno a te. Non è stato bello?
- Molto – ammise Victoria, invasa da un sentimento di soddisfazione.
- Credo che sia molto più innamorato di te di quanto dimostra – disse
Caroline -. In fin dei conti, si è battuto in duello per te!
Quando Caroline andò via, Victoria era già quasi convinta che lei piacesse
molto a Jason. Tale constatazione fu la responsabile del suo eccellente
buon umore il mattino dopo, quando un’interminabile processione di
visitatori venne in visita per farle gli auguri per l’imminente matrimonio.
Victoria conversava con un gruppo di giovani donne, quando l’oggetto
della romantica discussione entrò nel salone. La risata allegra fu sostituita
da mormorii nervosi nel momento stesso in cui le ragazze si accorsero
dell’imponente figura dell’imprevedibile marchese di Wakefield. Vestito
con un abito da cavallerizzo nero che lo faceva sembrare ancora più
attraente e possente, non si rese nemmeno conto dell’effetto che produceva
su quelle donne, molte delle quali avevano cullato per molto tempo la
speranza di poter un giorno, sposarlo.
179
- Buon giorno, signorine – le salutò con uno smagliante sorriso, prima di
voltarsi verso Victoria -. Puoi concedermi un minuto?
Victoria si alzò immediatamente, chiese il permesso alle sue ospiti e lo
accompagnò nel suo ufficio.
- Non voglio tenerti lontana per molto tempo dalle tue amiche – promise,
mettendo la mano nella tasca della sua giacca.
Senza dire altro, prese la mano di Victoria e le mise un anello al dito. Lei
guardò il gioiello. Una fila di bellissimi zaffiri al centro, circondata da due
fila di brillanti, uno per ogni lato.
- Jason, è bellissimo! – esclamò -. È l’anello più meraviglioso che abbia
mai visto. Grazie...
- Ringraziami con un bacio – le ricordò dolcemente. Quando Victoria si
mise in punta di piedi, le labbra di Jason catturarono le sue in un
bacio inebriante che le tolse tutta la forza. Mentre ancora si stava
riprendendo da quell’assalto sensuale, lui la guardò negli occhi e le chiese:
- Credi che la prossima volta potrai baciarmi senza che io te lo chieda? Il
tono quasi di supplica sciolse il cuore di Victoria. Jason si era offerto di
essere suo
marito, chiedendo molto poco in cambio. Per quel motivo, lasciò che le
mani gli percorressero l’ampio petto, fino a raggiungere la sua nuca e
incrociare le dita tra i suoi capelli neri, leggermente ricci. Sentì un tremito
scuotere il corpo di Jason quando, con un gesto innocente, sfiorò le sue
labbra con le sue, in un’esplorazione lenta ed inesperta della sua bocca che
le dava delle sensazioni così meravigliose quando lui la baciava.
Abbandonandosi al torrente di emozioni provocate da quel bacio, Victoria
non capì il desiderio che cresceva nel suo ventre e, in un impulso naturale,
modellò il suo corpo a quello di Jason. E, allora, tutto cambiò. Le braccia
di Jason la strinsero con una forza inaspettata, mentre le sue labbra
diventavano più esigenti. Un istante dopo, i loro corpi erano incollati,
brucianti nel fuoco della passione.
Quando Jason finalmente, staccò le sue labbra da quelle di Victoria, la
guardò con un’espressione strana, nella quale si mischiavano il desiderio e
il divertimento.
- Avrei dovuto darti zaffiri e brillanti, invece di perle, la sera in cui ci
siamo fidanzati. Ma non mi baciare di nuovo in questo modo, finchè non
saremo sposati.
Victoria era stata avvisata da sua madre e dalla signorina Flossie che un
uomo avrebbe potuto farsi trasportare dal suo ardore, così che facilmente
avrebbe potuto comportarsi in modo indesiderato con una giovane che,
erroneamente, gli avesse permesso delle libertà. I
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suoi istinti le dissero che Jason stava cercando di dirle che era stato sul
punto di perdere la testa a causa di quel bacio ardente. E Victoria non
riuscì ad evitare una fitta di femminile soddisfazione nel sapere che il suo
bacio, perfino così inesperto, era capace di esercitare un tale effetto su un
uomo come lui. Specialmente considerando che Andrew non si era mai
mostrato così colpito dai suoi baci, benchè non l’avesse mai baciato nel
modo in cui piaceva a Jason.
- Vedo che hai capito ciò che ho detto – concluse Jason con un sorriso
biricchino -. Personalmente, non dò molta importanza alla verginità.
Esistono molti vantaggi nello sposare una donna che sa già come
soddisfare un uomo...
Aspettò qualche reazione da parte di Victoria, ma lei si limitò a distogliere
lo sguardo, confusa. In fin dei conti, la sua verginità avrebbe dovuto essere
il miglior regalo di nozze per suo marito, o, almeno quello era ciò che
aveva sempre creduto. Pertanto, non avrebbe potuto offrirgli la minima
esperienza per “soddisfare” un uomo, qualunque fosse il significato di
quelle parole.
- Io... mi dispiace molto... di deluderti – balbettò -. In America, le cose
sono diverse. Nonostante l’evidente tensione nella voce di Jason, le sue
parole furono gentili:
- Non devi scusarti, nè sentirti triste, Victoria. Non aver mai paura di dirmi
la verità, per quanto brutta possa sembrare. Non solo la voglio, ma ammiro
anche chi ha il coraggio di dirla. – Le accarezzò il viso con tenerezza -.
Nient’altro ha importanza. Ora, dimmi se ti piace l’anello e poi ritorna
dalle tue amiche.
- Mi piace – disse sinceramente -. È tanto bello che sto già morendo dalla
paura di perderlo.
Jason si strinse nelle spalle con indifferenza.
- Se lo perdi, te ne comprerò un altro. Con quelle parole andò via,
lasciando Victoria a guardare l’anello, desiderando che Jason
non fosse così generoso nei riguardi di una possibile perdita. Le sarebbe
piaciuto che quell’anello fosse stato importante per lui, oltre a non essere
così facile da sostituire. D’altra parte, come pegno di affetto, era
appropriato, poichè lei era così poco importante ed altrettanto facile da
sostituire nella vita di Jason.
Lui ha bisogno di te. Le parole di Charles, risuonarono nella sua mente e
sorrise ricordando che, almeno quando stava tra le sue braccia, davvero
Jason aveva bisogno di lei. Sentendosi meglio, rientrò nel salone dove
l’anello provocò esclamazioni trasognate tra le signore.
181
Nei giorni che precedettero il matrimonio, trecento persone fecero visita a
Victoria per farle i loro auguri. Carrozze eleganti lasciavano i loro
occupanti alla porta della casa e tornavano a riprenderli circa venti minuti
dopo, ubbidendo alle regole dell’etichetta del ton. Nel frattempo, Victoria
rimaneva nel salone, ascoltando vecchie matrone che la riempivano di
consigli sul difficile compito di amministrare una casa e ricevere ospiti
appartenenti alla nobiltà. Le più giovani raccontavano di quanto fosse
difficile assumere buone governanti e selezionare i migliori professori per i
loro figli. E, in mezzo a quell’allegro caos, Victoria cominciò a sviluppare
un sentimento di appartenenza a quella vita. Fino ad allora, non aveva
avuto l’opportunità di conoscere meglio quelle persone, nè di parlare con
loro su argomenti che non fossero abbastanza superficiali. Col risultato
che, era stata portata a vederle solo come donne ricche e viziate, incapaci
di preoccuparsi di qualunque altra cosa che non fossero il denaro, i gioielli,
i vestiti e i divertimenti. Adesso invece le vedeva sotto una nuova luce,
come mogli e madri affezionate, sinceramente preoccupate di compiere i
propri doveri nel modo migliore. E questo le piaceva moltissimo.
Jason si tenne a distanza da tutte le persone che conosceva, ma lo faceva
solo in nome delle apparenze e Victoria doveva essergli grata, benchè a
volte questo allontanamento le dava l’impressione che stava per sposare un
estraneo. Charles scendeva spesso, per ricevere i visitatori e far capire
bene che Victoria contava sulla sua più completa approvazione. Per il resto
del tempo, rimaneva nella sua stanza, “a recuperare le forze”, come diceva,
per poter essere in ottima forma per accompagnarla all’altare. Nè Victoria,
nè il dottor Whorting furono capaci di dissuaderlo da quell’idea, nè Jason
cercò di farlo.
Man mano che passavano i giorni, Victoria apprezzava sempre più la
compagnia dei visitatori, eccetto nelle occasioni in cui il nome di Jason era
menzionato e sentiva la solita tensione pervadere l’ambiente. Era evidente
che le sue nuove amiche e conoscenti ammiravano il prestigio sociale che
avrebbe goduto come moglie di un marchese eccezionalmente ricco, ma
aveva la spiacevole sensazione che molte di esse mantenevano ancora
delle riserve nei confronti del suo futuro marito. E questo la metteva a
disagio perchè quelle persone incominciavano a piacerle molto e
desiderava che a loro piacesse Jason. Con una certa frequenza, mentre
conversava con qualcuno, sentiva delle frasi di dialoghi su Jason all’altra
parte del salone. Però tali conversazioni venivano improvvisamente
interrotte nel momento in cui lei prestava ascolto. Questo le impediva di
lanciarsi in sua difesa, perchè non sapeva contro cosa doveva difenderlo.
Un giorno prima del matrimonio, finalmente i pezzi del rompicapo furono
svelati, formando un quadro che quasi ruppe l’equilibrio di Victoria.
Quando lady Clappeston,
182
l’ultima visitatrice del pomeriggio, stava salutando Victoria, le diede una
pacca sulla spalla dicendo:
- Lei è una giovane molto sensata, cara. Al contrario di quelle persone
pessimistiche che temono per la sua sicurezza, io ho fiducia che lei saprà
combattere con Wakefield. Lei non somiglia per niente alla sua prima
moglie. A mio parere, lady Melissa si è meritata tutto quello che ha detto
di aver sofferto per mano sua, e anche molto di più! In fin dei conti non
aveva fama di essere una moglie onesta.
E con quelle parole, lady Clappeston andò via, lasciando Victoria nel
salone, sola con Caroline.
- Prima moglie? – ripetè stupefatta -. Jason è già stato sposato? Perchè
nessuno me lo ha detto?
- Pensavo che lo sapessi – si difese Caroline -. Ovviamente, ho pensato che
tuo zio, o lo stesso lord Fielding te lo avessero detto. Certamente, hai
sentito, almeno qualche pettegolezzo su questo.
- Tutto quello che ho sentito, sono stati solo degli spezzoni di frasi che si
interrompevano nel momento in cui la mia presenza veniva notata. Ho
sentito il nome di lady Melissa connesso a quello di Jason, ma mai
nessuno si è riferito a lei come a sua moglie. Di solito, le persone parlano
di lei con un tono di grande biasimo, per questo avevo pensato che doveva
trattarsi di qualche... conquista di Jason. Come lo è stato finora, con la
signorina Sybil.
- Finora? – ripetè Caroline, sorpresa dall’uso del verbo passato. Poi,
distolse velocemente lo sguardo.
- Naturalmente, ora che ci sposiamo, Jason non avrà... o sì? – chiese
Victoria, come se stesse parlando a se stessa.
- Non so dirti quello che farà – ammise Caroline -. Alcuni uomini, come
Robert, smettono di avere storie con altre donne quando si sposano. Altri,
invece, no.
Victoria si massaggiò le tempie, profondamente confusa.
- A volte, l’Inghilterra è ancora un mistero per me. In America, i mariti
non dedicano la loro attenzione o il loro affetto ad altre donne che non
siano le loro mogli. Almeno, non ne ho mai sentito parlare. Qui, al
contrario, per i commenti che sento fare, è perfettamente accettabile che un
uomo sposato abbia delle amanti.
Caroline cercò di cambiare argomento.
- Che lord Fielding sia stato già sposato prima è così importante per te?
- Ovviamente! Almeno, credo di sì. Non lo so più ormai. Quello che
davvero mi rende furiosa, è il fatto che nessuno della famiglia me lo abbia
detto. – Victoria si alzò in fretta,
183
provocando un sobbalzo alla sua amica -. Se mi dai il permesso, devo
parlare con zio Charles.
Il valletto di Charles si portò un dito alle labbra quando Victoria bussò alla
porta della stanza e la informò che il duca stava riposando. Troppo turbata
per aspettare che si svegliasse per rispondere alle sue domande, andò nella
stanza della signorina Flossie. Nelle ultime settimane, la signorina Flossie
aveva praticamente delegato la funzione di accompagnatrice a Caroline
Collingwood, così che Victoria aveva visto poco l’adorabile signorina dai
capelli biondi, eccetto che durante i pasti.
La signorina Flossie si mostrò felice di vederla e la invitò ad entrare.
Victoria accettò e le due si sedettero nel confortevole salottino.
- Victoria, cara, sembra una raggiante promessa – osservò la signorina
Flossie con il suo lieve sorriso e, come sempre, con pessimo giudizio,
poichè Victoria si sentiva pallida e visibilmente turbata.
- Signorina Flossie – cominciò Victoria decisa ad entrare direttamente in
argomento -. Sono andata in camera di zio Charles ma sta dormendo. Per
questo motivo, lei è l’unica persona che mi può aiutare. Si tratta di Jason.
C’è qualcosa che non va.
- Mio Dio! Di cosa sta parlando?
- Ho appena scoperto che Jason è stato già sposato!
- Beh, ho pensato che Charles glielo aveva detto, oppure lo stesso
Wakefield. Comunque, Jason è stato sposato. Ora lo sa – dichiarò con
naturalezza e ritornò al suo ricamo.
- Non so niente! – protestò Victoria, esasperata -. Lady Clappeston ha
detto che la moglie di Jason ha meritato tutto ciò che lui le ha fatto. Che
cosa è successo?
- Niente che io sappia con certezza. Lady Clappeston è stata, come
minimo, precipitosa nel dire quelle parole, poichè nemmeno lei può sapere
niente, a meno che non sia stata sposata con lui, e non è così. Bene, si
sente meglio, adesso?
- No! Voglio sapere perchè lady Clappeston crede che Jason abbia fatto
qualcosa a sua moglie. Deve avere dei motivi per pensare questo e, a meno
che non mi sbagli, molte persone pensano la stessa cosa.
- Forse. La moglie di Jason, che riposi in pace, anche se io non vedo come
possa avere pace dopo il modo in cui si comportò quando era viva, sparse
ai quattro venti che Wakefield la trattava in modo abominevole.
Evidentemente, alcune persone ci hanno creduto, ma il semplice fatto che
lui non l’abbia uccisa, dovrebbe invece provare che è un uomo dal
controllo ammirevole. Se io avessi un marito, cosa che non ho mai avuto, e
avessi fatto le cose che ha fatto lei, e che io, è chiaro, non farei mai, è
ovvio che lui mi picchierebbe.
184
Pertanto, se Wakefield ha picchiato Melissa, e questo non si sa con
certezza, ha avuto tanti buoni motivi per farlo. Mi creda.
Victoria si ricordò delle volte in cui Jason era arrabbiato, e della furia
trattenuta che aveva visto nei suoi occhi. La sua mente atterrita formò la
scena di una donna che gridava, terrorizzata da lui, per aver commesso
qualche piccola infrazione delle norme stabilite da lui.
- Che cosa fece, esattamente, Melissa? – domandò con un filo di voce.
- Bene, non esiste un modo dolce per dirlo. La verità è che si incontrava
con altri uomini. Victoria tremò. Quasi tutte le donne sposate di Londra si
incontravano con altri uomini.
Sembrava essere perfettamente accettabile che avessero degli amanti.
- E Jason la picchiò per questo?
- Nessuno ha mai saputo se è successo per davvero. Personalmente ne
dubito. Una volta ho sentito un gentiluomo criticare Jason, alle spalle
chiaro, perchè nessuno avrebbe mai il coraggio di criticarlo personalmente,
che ignorava il comportamento di Melissa.
Un repentino pensiero attraversò la mente di Victoria e domandò:
- Quali furono esattamente le parole di quel gentiluomo?
- Esattamente? Beh, poichè insiste... disse: “Wakefield viene tradito
davanti a tutta la società londinese, lo sa molto bene e ignora la cosa e
sembra accettare il tradimento. Sta dando un pessimo esempio alle nostre
mogli. Se vuole sapere la mia opinione, credo che dovrebbe rinchiudere
quella donna nel suo castello, in Scozia, e buttare la chiave”.
Victoria abbassò il capo sul petto e chiuse gli occhi, con un miscuglio di
sollievo e dolore.
- Tradito – mormorò -. Allora è quello il motivo... Pensò a quanto fosse
orgoglioso Jason e a come il suo orgoglio era stato certamente
ferito dalle pubbliche infedeltà della moglie.
- Le piacerebbe sapere qualcosa di più? – domandò la signorina Flossie.
- Sì – rispose all’improvviso Victoria, anche se non sapeva bene da dove
cominciare. La tensione nella sua voce fece irrigidire anche la signorina
Flossie.
- Bene, spero che non sia su “quello”, perchè essendo io la parente più
prossima, so che è mia precisa responsabilità spiegarle tutto, ma la verità è
che sono del tutto ignorante sull’argomento. Spero che sua madre abbia
fatto in tempo a spiegarle tutto, prima di morire.
Victoria la guardò incuriosita.
- Non so di cosa stia parlando – annunciò con voce stanca.
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- Sto parlando di “quello... come lo chiama la mia migliore amica,
Prudence, lo chiama... “quello”. Tutto ciò che posso fare è ripeterle ciò che
la madre di Prudence le disse, il giorno del suo matrimonio.
- Che cosa sta dicendo? – chiese Victoria, sempre più confusa.
- Sto dicendo che mi dispiace di non poterle dare l’informazione di cui ha
bisogno, ma le donne di una certa moralità, non parlano di “quello”. Le
piacerebbe sapere ciò che raccontò a Prudence la madre?
- Sì, per favore – rispose Victoria, senza avere la minima idea di ciò di cui
stava parlando la signorina Flossie.
- Molto bene. La notte del matrimonio, suo marito verrà per unirsi nel suo
letto, o forse la porterà nel suo. Non ricordo bene i dettagli. In ogni modo,
non deve, assolutamente, dimostrare la sua repulsione, nè gridare o
svenire. Deve chiudere gli occhi e permettere che lui faccia “quello”,
qualunque cosa sia. Fa male, oltre ad essere ripugnante e, la prima volta,
sanguina. E anche così, deve chiudere gli occhi e sopportare fino alla fine.
Se non mi sbaglio, la madre di Prudence suggerì che, finchè stava
succedendo “quello”, pensasse a un’altra cosa, come per esempio, al
cappotto di pelliccia che potrebbe comprarsi in breve tempo, se lascia suo
marito soddisfatto. Strano, vero?
Le spalle di Victoria furono scosse dalla risata silenziosa provocata dal
divertimento della situazione, così come per l’ansia che le si era formata in
petto.
- Grazie, signorina Flossie. Mi è stata di molto aiuto. Fino ad allora,
Victoria non si era fermata a pensare all’intimità del matrimonio, alla
quale Jason aveva diritto e che certamente avrebbe preteso, poichè
desiderava avere un figlio da lei. Nonostante fosse la figlia di un medico,
suo padre aveva sempre fatto attenzione ad evitare che vedesse
determinate parti di anatomia maschile. Nonostante questo, Victoria non
era completamente ignorante sul processo di riproduzione. La sua famiglia
aveva un pollaio in fondo al guardino di casa e aveva visto come il gallo
con uno schioccar di ali accompagnava l’atto, benchè fosse impossibile
dire esattamente cosa succedeva. Forse perchè aveva avuto sempre la
discrezione di distogliere lo sguardo, per dare alle galline l’intimità
necessaria a riprodurre i loro pulcini.
Una volta, quando aveva quattordici anni, suo padre era stato chiamato a
badare alla moglie di un contadino che era entrata in travaglio. Mentre
aspettava la nascita del bambino, Victoria era andata a passeggiare nel
pascolo, dove i cavalli brucavano durante il giorno. Lì, aveva visto il
preoccupante spettacolo di un asino da riproduzione che copriva una
186
giumenta. Lui conficcava i suoi enormi denti nel collo della femmina,
tenendola ferma ed indifesa, mentre faceva con lei delle cose crudeli. E la
povera giumenta gridava di dolore.
Visioni di ali che sbattevano, di galline che chiocciavano e giumente
atterrite riempirono la mente di Victoria che tremò.
- Mia cara bambina, è molto pallida e non posso incolparla per questo –
disse la signorina Flossie, peggiorando ancora di più la situazione -. Però,
a quanto ho potuto capire, dopo che una moglie compie il suo dovere e dà
alla luce un erede, un marito affezionato cerca di farsi un’amante per fare
“quello” e lascia in pace la moglie.
- Un’amante – ripetè Victoria, pensierosa. Sapeva che Jason aveva
un’amante e che, secondo i pettegolezzi, si trattava di una donna
molto bella. Aveva sentito dire anche che ne aveva avute a dozzine, e tutte
molto attraenti. Cercò di pensare di nuovo ai suoi sentimenti in relazione ai
gentiluomini del ton e delle loro amanti. Prima, avrebbe considerato una
perfidia il fatto che tutti avessero altre donne, essendo sposati. Però, forse
non era tutto così perfido. A quanto sembrava, i gentiluomini del ton erano
molto civili ed avevano una grande considerazione per le loro mogli.
Invece di usare le mogli per soddisfare i loro bassi istinti, semplicemente si
sceglievano un’altra donna, la installavano in una bella casa, con domestici
e bei vestiti e lasciavano le mogli in pace. Sì, concluse, quella era la
situazione ideale al problema. A quanto pareva, le donne del ton
sembravano pensarla così e, certamente, conoscevano l’argomento meglio
di lei.
- Molte grazie, signorina Flossie – ringraziò con sincerità -. Mi ha aiutato
molto. La signorina Flossie annuì con un ampio sorriso.
- Sono io che devo ringraziare lei, cara, perchè ha reso Charles più felice
che mai. E anche Jason.
Victoria sorrise, anche se non era del tutto d’accordo con l’idea che stava
rendendo davvero felice Jason.
Di ritorno in camera sua, Victoria si sedette davanti al camino e si
costrinse a pensare ai suoi sentimenti e a smettere di nascondersi le cose.
La mattina seguente, si sarebbe sposata con Jason. Voleva renderlo felice...
lo desiderava tanto che non sapeva come combattere le emozioni che la
pervadevano in quel momento. Il fatto che fosse stato sposato con una
donna infedele aveva fatto nascere in lei simpatia e compassione, oltre al
desiderio ancora più grande di compensarlo per tutta l’infelicità che aveva
sofferto nella sua vita.
Inquieta, Victoria si alzò, e si mise a camminare da un lato all’altro della
stanza. cercò di convincersi che sposava Jason perchè non aveva scelta, ma
quando si sedette sul bordo del letto, ammise che quello non era del tutto
vero. In realtà una parte di lei voleva sposarlo. A
187
Victoria piaceva Jason fisicamente, il suo sorriso, il suo senso
dell’umorismo. Apprezzava l’autorità della sua voce profonda e la fiducia
che trasmettevano le sue mani lunghe e forti. Le piaceva anche il modo
come gli brillavano gli occhi quando sorrideva. Così come il modo in cui
si scurivano quando la baciava. E Victoria adorava l’eleganza naturale con
cui indossava i vestiti e le sensazioni che le provocavano le sue labbra...
Si costrinse ad allontanare i suoi pensieri dalle labbra di Jason. Le
piacevano molte cose di Jason, troppe. Non aveva molta esperienza su
cosa piacesse agli uomini. L’esperienza con Andrew era la prova di ciò.
Victoria si era sbagliata, credendo che Andrew l’amasse, ma non aveva
nessuna illusione sui sentimenti di Jason per lei. Lui era attratto da lei e
voleva che Victoria gli desse un figlio. Gli piaceva anche lei, certo, ma
Victoria sapeva che non sentiva altro che un pò di amicizia. Lei, da parte
sua, correva il serio rischio di innamorarsi di Jason, anche sapendo che lui
non voleva il suo amore, come le aveva detto chiaramente.
Per settimane, Victoria aveva cercato di convincersi che sentiva solo
gratitudine e amicizia nei suoi confronti, ma ora sapeva che i suoi
sentimenti andavano ben oltre ciò. Perchè altrimenti avrebbe sentito la
necessità di farlo felice e di far in modo che lui l’amasse? Perchè aveva
provato una rabbia così profonda sapendo dalla signorina Flossie delle
infedeltà della sua prima moglie?
Una paura terribile la pervase. La mattina seguente, Victoria avrebbe
consegnato la sua vita nelle mani di un uomo che non voleva il suo amore
e che avrebbe potuto usare i suoi sentimenti per ferirla. L’istinto di
autoconservazione le diceva di non sposarlo. Le parole di suo padre le
ronzavano in testa, come succedeva ormai da giorni: “Amare qualcuno che
non ci ama è come vivere all’inferno... Non lasciare mai che nessuno ti
convinca che potrai essere felice accanto a qualcuno che non ti ama... E
non amare mai qualcuno più di quanto sia amato da quella persona,
Tory...”
Victoria chiuse gli occhi e strinse i pugni. La ragione le diceva che non
doveva sposare Jason, perchè l’avrebbe resa infelice. Il suo cuore, però,
implorava che scommettesse tutto su Jason e che lottasse per la poca
felicità che poteva essere a portata di mano.
La ragione le ordinava di fuggire, ma il cuore la supplicava di non essere
vigliacca.
Northrup bussò alla porta ed annunciò con voce piena di riprovazione e
fastidio:
- Con permesso, lady Victoria. C’è di sotto una giovane, apparentemente
senza controllo che è arrivata senza un’accompagnatrice su una carrozza in
affitto, dicendo di essere... beh, sua sorella. Siccome non sono stato
informato di nessun suo parente residente a Londra, le ho suggerito di
andarsene, ma...
- Dorothy! – quasi gridò Victoria e, alzandosi di scatto corse verso la porta
-. Dov’è?
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- L’ho fatta accomodare nel salotto piccolo – rispose Northrup, in evidente
confusione – ma se è sua sorella, è chiaro che debbo farla accomodare in...
Victoria stava già scendendo le scale.
- Tory! – gridò Dorothy, abbracciando sua sorella con forza, ridendo e
piangendo contemporaneamente -. Avresti dovuto vedere l’espressione del
tuo maggiordomo quando ha visto la mia carrozza in affitto!
- Perchè non hai risposto alle mie lettere? – chiese Victoria, restituendole
l’abbraccio.
- Perchè sono arrivata solo ieri da Bath. Domani partirò per la Francia,
dove rimarrò per due mesi, per quelli che nonna chiama i “ritocchi finali”.
Lei si è irritata quando ha saputo che sarei venuta fin qui, ma non potevo
lasciarti sposare quell’uomo, così semplicemente. Tory, cosa hanno fatto
per obbligarti ad essere d’accordo? Ti hanno picchiata? Ti hanno lasciata
senza cibo?
- Niente di tutto questo – le assicurò Victoria con un sorriso -. Io voglio
sposarlo.
- Non ci credo. Stai cercando di ingannarmi perchè non vuoi che mi
preoccupi.
Jason si stese sul sedile della carrozza, mentre osservava le case di Brook
Street. Il suo matrimonio era per il giorno seguente...
Dopo aver ammesso con se stesso di desiderare Victoria ed aver preso la
decisione di sposarla, sentiva il bisogno irrazionale di averla subito. Il suo
crescente desiderio per lei lo faceva sentire vulnerabile, perchè sapeva, per
esperienze precedenti, come il cosiddetto “sesso debole” poteva essere
crudele. E nonostante tutto, era incapace di contenere il desiderio, così
come di reprimere la speranza quasi infantile che, insieme, avrebbero
potuto trovare la felicità.
La vita accanto a Victoria non sarebbe mai stata monotona, pensò con un
sorriso scherzoso. Lei lo divertiva, lo avrebbe frustrato e lo avrebbe sfidato
per tutto il tempo. Aveva la certezza di quello così come del fatto che lei si
sposava con lui perchè non aveva avuto scelta. Lo sapeva, così come
sapeva che la sua verginità l’aveva data ad Andrew.
Il sorriso svanì, Jason aveva sperato che lo negasse, il pomeriggio in cui le
aveva dato l’anello, ma Victoria aveva distolto lo sguardo e aveva
detto:”Mi dispiace molto”.
Nello stesso momento in cui aveva odiato sentirle ammettere la verità,
l’aveva però anche ammirata per averla detta. In fondo al suo cuore, non
riusciva ad incolparla per essersi data ad Andrew, specialmente perchè
capiva come potesse succedere ciò. Era facile immaginare come una
ragazza innocente, che viveva in campagna, era stata convinta dall’uomo
più ricco della regione che sarebbe diventata sua moglie. Dopo averla
convinta di
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ciò, certamente Bainbridge non aveva avuto alcuna difficoltà a rubarle la
verginità. Victoria era una donna ardente e generosa e probabilmente si era
arresa all’uomo che amava con la stessa semplicità con cui prestava
attenzione ai domestici, o affetto a Wolf.
Dopo la vita libertina che Jason aveva condotto finora, condannare
Victoria per aver perso la verginità con l’uomo che amava sarebbe stato il
colmo dell’ipocrisia. E Jason detestava gli ipocriti. Sfortunatamente,
detestava anche l’idea di immaginare Victoria nuda, nelle braccia di un
altro uomo. Andrew era stato un buon professore, pensò con amarezza,
quando la carrozza stava già entrando nella sua proprietà. Lui le aveva
insegnato a baciare in un modo che faceva aumentare il desiderio di un
uomo, stringendo il suo corpo contro quello di lui...
Allontanò dalla sua mente i dolorosi pensieri ed uscì dalla carrozza.
Andrew era un capitolo chiuso nella vita di Victoria, disse a se stesso. Lei
lo aveva dimenticato nelle ultime settimane.
Bussò alla porta, sentendosi uno stupido per essere andata a farle visita la
vigilia del matrimonio. Non aveva nessun motivo per farlo, eccetto il
piacere che il solo vederla gli procurava. Pensava anche di farla felice
informandola del pony americano che aveva provveduto a farsi mandare
dall’America su una nave. Sarebbe stato uno dei suoi regali di nozze e per
la verità era impaziente di vedere quanto fosse abile nel cavalcare. Sapeva
che sarebbe stata bellissima, inchinata sul dorso del cavallo, i capelli al
vento...
- Buonasera, Northrup. Dov’è lady Victoria?
- Nel salotto giallo, milord, con sua sorella.
- Con sua sorella? – ripetè Jason, sorridendo per la sorpresa -. A quanto
pare, la vecchia strega ha sospeso il divieto affinchè le due si potessero
incontrare.
Felice per l’occasione di conoscere sua cognata, Jason andò direttamente
fino al salotto ed aprì la porta.
- Io non potrei sopportarlo – si lamentava una giovane, il volto nascosto in
un fazzoletto -. Sono felice che la nonna mi abbia proibito di assistere al
tuo matrimonio, perchè non potrei stare lì, ferma, a vederti entrare in
chiesa, fingendo che lui sia Andrew...
- E’ evidente che sono arrivato in un brutto momento – disse Jason. La
segreta speranza che aveva cullato che Victoria voleva davvero sposarlo
ebbe una
morte istantanea e dolorosa davanti alla scoperta che avrebbe fatto finta
che lui fosse Andrew, per poter riuscire ad entrare in chiesa.
- Jason! – esclamò Victoria, dispiaciuta nel rendersi conto che lui aveva
sentito le sciocchezze che sua sorella stava dicendo. Recuperando la
compostezza, stese la mano
190
verso di lui e sorrise -. Sono così felice che tu sia qui. Per favore, lascia
che ti presenti mia sorella. – Sapendo che non c’era altro modo per
ammorbidire la situazione, Victoria decise di raccontargli la verità -.
Dorothy ha sentito alcuni commenti spiacevoli fatti da lady Faulklyn, la
dama di compagnia della nostra bisnonna e si è formata l’assurda
convinzione che tu sia un mostro crudele. – Vedendo Jason inarcare un
sopracciglio, con espressione ironica, rivolta a Dorothy, Victoria si rivolse
alla sorella: - Dorothy, vuoi farmi il favore di essere ragionevole e
permettere che, almeno, ti presenti lord Fielding, affinchè veda tu stessa
che è una brava persona?
Scettica, Dorothy alzò gli occhi verso l’uomo dall’espressione fredda che
stava su di lei, minaccioso. Allora si alzò e lo guardò con aria di sfida.
- Lord Fielding, non so se lei è una brava persona o no. Però, voglio
avvisarla che se oserà fare qualcosa a mia sorella, non avrò il minimo
scrupolo ad ammazzarla. Sono stata chiara?
- Perfettamente.
- In questo caso, siccome non è possibile convincere mia sorella a non
accettare questo matrimonio, devo ritornare a casa. Buona sera.
Con quelle parole, Dorothy uscì, seguita da vicino da Victoria.
- Dorothy, come puoi essere stata così scortese?
- Preferisco che mi consideri una maleducata, perchè così non potrà
approfittare di te, senza pagar caro per quel motivo!
Victoria chiuse gli occhi, salutò sua sorella e ritornò verso il salone.
- Mi dispiace – si lamentò, rammaricata, vedendo Jason fermo davanti alla
finestra.
- Sa sparare? – chiese al di sopra della spalla. Nervosa, Victoria scosse la
testa.
- Dorothy ha un’immaginazione molto fertile e vuole credere che mi stia
sposando con te solo perchè sono furiosa con Andrew.
- Non lo sei?
- No. Jason si voltò per affrontarla con uno sguardo gelido.
- Quando entri in chiesa, domani, il tuo prezioso Andrew non ci sarà
sull’altare. Ci sarò io. Ricordalo. Se non sei capace di affrontare la realtà,
non venire al matrimonio.
Jason era andato fin là con l’intenzione di dirle del pony, di farla sorridere,
ma uscì senza pronunciare più una sola parola.
191
Capitolo 21
Il cielo si presentava nuvoloso e grigio quando la carrozza nera di Jason
attraversò le strade di Londra, tirata da quattro magnifici cavalli marroni
con paramenti in argento. Sei palafrenieri, con la livrea di velluto verde,
erano avanti alla carrozza mentre altri quattro la seguivano. I due
conducenti, sedevano ritti ed orgogliosi sui sedile anteriore dei veicolo,
mentre due imponenti lacchè occupavano il sedile posteriore.
All’interno della carrozza, Victoria, vestita con un abito dalla bellezza
incredibile e dal valore esorbitante, aveva lo sguardo perso e i pensieri
tanto neri come il giorno là fuori.
- Senti freddo, cara? – chiese Charles, sollecito, vedendo la sua posizione
rigida. Lei scosse la testa, chiedendosi perchè Jason aveva insistito nel fare
del loro matrimonio
uno spettacolo così grandioso.
Pochi minuti dopo, Victoria accettava la mano tesa di Charles per uscire
dalla carrozza e, lentamente, salì gli scalini della enorme chiesa,
sembrando una bambina condotta da suo padre a un evento molto
importante.
Aspettò, accanto a Charles, in fondo alla chiesa, cercando di non pensare
all’enormità di quello che stava per fare, lasciando vagare lo sguardo tra la
folla di invitati. Ricettiva, focalizzò l’attenzione sull’enorme differenza tra
gli aristocratici londinesi, vestiti di seta e di broccati che erano presenti al
matrimonio, ed i contadini semplici ed amichevoli che aveva sempre
immaginato di vedere nel giorno più importante della sua vita. Victoria
conosceva appena la maggior parte di quelle persone. Alcune non le aveva
mai viste prima. Distogliendo gli occhi dall’altare, dove Jason, non
Andrew, l’avrebbe in breve ricevuta, esaminò i sedili. C’era un posto
vuoto in prima fila, alla destra, riservato per Charles, ma il resto erano tutti
occupati. Anche nella prima fila, sulla sinistra, posto normalmente
riservato ai parenti stretti della sposa, era seduta una donna anziana, con le
mani appoggiate sul pomolo di un bastone ornato di pietre preziose, i
capelli nascosti da un turbante di satin che sembrò vagamente familiare a
Victoria. Ma, era troppo nervosa per ricordare dove l’avesse vista prima.
Charles la distrasse guardando lord Collingwood che si avvicinava.
- E’ arrivato Jason? – chiese Charles a Robert Collingwood. Il conte che
era il testimone dello sposo, baciò la mano di Victoria e, dopo averle
sorriso,
rispose:
192
- E’ arrivato e sta per entrare.
Le ginocchia di Victoria cominciarono a tremare. Non era pronta! Caroline
le sistemò lo strascico del vestito, una vera opera d’arte, confezionata in
satin
azzurro pallido, tempestato di brillanti, e sorrise a suo marito.
- Lord Fielding è nervoso?
- Lui dice di no, e vuole che la cerimonia incominci subito. Quanta
freddezza, pensò Victoria, sentendo crescere il panico. Charles non
riusciva a nascondere l’ansia.
- Siamo pronti – disse -. Cominciamo. Sentendosi come una marionetta
manovrata da tutti, Victoria mise la sua mano sul
braccio di Charles e diede inizio all’interminabile e lenta camminata lungo
la navata illuminata da centinaia di candele.
Il coro aveva intonato un bel canto, ma Victoria non lo sentiva. Dietro di
lei, lontani sempre più ad ogni passo che faceva, c’erano i giorni allegri e
spensierati della sua gioventù. Davanti, c’era Jason, vestito con un
bellissimo abito di velluto azzurro scuro. Col volto parzialmente nascosto
dalle ombre, sembrava ancora più alto e triste. Triste come uno
sconosciuto... come il futuro di Victoria.
Perchè stai facendo questo? Una voce piena di panico gridò nelle mente di
Victoria.
Non so, rispose in silenzio. Jason ha bisogno di me.
Non è quello il motivo! Le disse la ragione. Puoi ancora fuggire.
Non posso! Replicò il cuore.
Sì che puoi. Basta voltarsi e correre. Ora, prima che sia troppo tardi.
Non posso! Non posso semplicemente abbandonarlo.
Perchè no?
Sarebbe un’umiliazione ancora più grande di quella della sua prima
moglie.
Ricorda le parole di tuo padre: non lasciare che mai nessuno ti convinca
di poter essere felice accanto a qualcuno che non si ama. Ricordati come
fu infelice lui stesso. Corri! In fretta! Fuori di qui, prima che sia troppo
tardi!
Il cuore di Victoria perse la battaglia contro il terrore nel momento in cui
Charles depositò la sua mano gelata in quella di Jason e poi si allontanò. Il
suo corpo si preparò alla fuga, la mano libera afferrò l’ampia gonna, il suo
respiro divenne più rapido. Cominciò a ritirare la sua mano da quella di
Jason, ma, in quello stesso istante, le dita di lui si strinsero, come una
trappola, intorno alle sue. Lui la guardò con sguardo duro, come di
avvertimento
193
affinchè non osasse scappare. Poi, il suo sguardo tornò freddo e distante.
Nello stesso momento, liberò la mano di Victoria. Poi Jason si voltò verso
l’arcivescovo.
Sospende il matrimonio! Pensò Victoria, triste, sentendo la voce
dell’arcivescovo:
- Possiamo cominciare, milord? Jason scosse leggermente la testa ed aprì
la bocca.
- No! – sussurrò Victoria, cercando di impedirglielo.
- Che cosa ha detto? - chiese l’arcivescovo, aggrottando le sopracciglia.
Victoria alzò gli occhi verso quelli di Jason e riconobbe in essi la lotta per
nascondere
l’umiliazione che lo consumava.
- Sono solo spaventata, milord – disse -. Per favore, prendi la mia mano.
Lui esitò, studiandole il volto e, lentamente, il sollievo prese posto nel suo
corpo. La sua
mano toccò quella di lei e, un secondo dopo, le sue dita le trasmettevano la
fiducia di ferro che era il marchio di Jason Fielding.
- Possiamo proseguire, ora? – chiese l’arcivescovo in tono leggermente
indignato.
- Per favore – rispose Jason con un leggero sorriso. Mentre l’arcivescovo
cominciava a leggere, Charles posò lo sguardo felice e soddisfatto
sulla coppia di sposi, sentendosi il cuore sul punto di scoppiare. Però, un
luccichio lilla captato con la coda dell’occhio, oltre all’impressione di
sentirsi osservato, gli distolse l’attenzione. Si voltò di lato, e sobbalzò
quando i suoi occhi si fissarono in quelli della duchessa di Claremont. Per
un lungo momento, Charles la guardò con un’espressione di orgoglio e
trionfo. Poi, in un gesto di disprezzo, tornò a guardare verso l’altare,
allontanando quella nefasta presenza dalla sua mente. Osservò suo figlio
accanto a Victoria, due bei giovani, che pronunciavano i voti che li
avrebbero uniti per sempre. I suoi occhi si riempirono di lacrime, quando
l’arcivescovo intonò:
- Victoria Seaton, accetta...
- Katherine, amore mio – mormorò a se stesso – stai vedendo i nostri figli
insieme? Non sono belli? Tua nonna ci impedì di avere figli nostri, mia
amata... Quella vittoria fu sua, ma questa volta, vinceremo noi, cara.
Avremo i nostri nipoti, mia dolce e bella Katherine...
Charles abbassò la testa sul suo petto, per impedire che la donna seduta
all’altro lato della navata lo vedesse piangere. La duchessa di Claremont,
però, non poteva vedere niente, perchè le lacrime che riempivano i suoi
occhi, le offuscavano la vista.
- Katherine, cara – mormorò lei a se stessa -. Vedi quello che ho fatto. Nel
mio egoismo cieco e stupido, ti ho impedito di sposarti ed avere dei figli
con lui. Ma, ora, curerò che voi
194
possiate avere dei nipoti. Ah, Katherine, quanto ti voglio bene! Volevo che
il mondo fosse ai tuoi piedi e non volli credere che tutto ciò che tu volevi
era lui...
Quando l’arcivescovo chiese a Victoria di ripetere i suoi voti, lei ricordò il
patto, secondo il quale avrebbe dovuto dare l’impressione che la sua
relazione con Jason fosse vera e profonda. Alzando lo sguardo su di lui,
cercò di parlare a voce alta e fiduciosa, ma quando promise di amarlo, lui
guardò verso l’alto e le sue labbra si incurvarono in un sorriso cinico.
Victoria si rese conto che lui stava aspettando che un fulmine colpisse il
tetto della chiesa e, allora, la sua tensione si dissolse in una risatina
soffocata che le guadagnò uno sguardo di biasimo dall’arcivescovo.
Il momento della perdita di controllo, però, finì subito, perchè Jason recitò
i suoi voti e, subito dopo la cerimonia si concluse.
- Può baciare la sposa – autorizzò l’arcivescovo. Jason si voltò verso di lei
con un’espressione di trionfo tanto intensa che Victoria si sentì
di nuovo presa dal panico, mentre lui le cingeva la vita con le braccia.
Abbassandosi verso di lei, la baciò con un tale ardore che l’arcivescovo si
schiarì la voce, irritato, mentre molti invitati sorridevano. Poi la liberò e le
offrì il braccio.
- Milord – sussurrò in tono di supplica, quando attraversarono la navata
verso l’uscita – non riesco a camminare.
- Cerca di chiamarmi Jason – replicò in tono brusco, benchè rallentasse il
passo -. E, la prossima vota che ti bacio, finirà per piacerti.
Il tono freddo della sua voce colpì Victoria con un secchio d’acqua fredda,
ma riuscì a restare ferma, tra Charles e lui, all’entrata della chiesa,
esibendo un radioso sorriso verso gli ottocento invitati che li salutavano.
Charles si voltò per parlare con un amico, nel momento in cui l’ultima
invitata attraversava la porta, appoggiandosi ad un bastone tempestato di
pietre preziose.
Ignorando completamente Jason, la duchessa si avvicinò a Victoria e la
guardò direttamente negli occhi.
- Sai chi sono io? – le chiese senza preamboli.
- No, madame. Mi dispiace molto, ma non lo so. Credo che ci siamo già
viste prima, perchè la signora mi sembra familiare, ma...
- Sono la tua bisnonna. La mano di Victoria strinse il braccio di Jason con
uno spasmo. Quella era la sua
bisnonna, la donna che aveva negato e distrutto la felicità di sua madre.
Alzò il mento e dichiarò con falsa tranquillità:
195
- Non ho una bisnonna. La dichiarazione fece uno strano effetto alla
duchessa i cui occhi si accesero di
ammirazione, mentre i suoi lineamenti si ammorbidivano.
- Ah, sì invece, cara. Somigli molto a tua madre, ma quella luce di sfida
nei tuoi occhi l’hai ereditata da me. Non serve negare la mia esistenza,
perchè il mio sangue corre nelle tue vene e è la mia stessa ostinazione
quella che vedo nel modo in cui alzi il mento. Hai gli occhi di tua madre e
la mia determinazione.
- Si allontani da lei! – disse Charles furioso -. Fuori di qui! La duchessa gli
rivolse uno sguardo scintillante.
- Non osi usare quel tono di voce con me, Atherton, o...
- Cosa farà? – la interruppe -. Non ci guadagna niente nel minacciarmi,
adesso. Ho tutto ciò che voglio.
La duchessa lo guardò con aria di trionfo.
- Ha quello che vuole perchè gliel’ho dato io, sciocco. – Poi, ignorando il
confuso sguardo di Charles, tornò a guardare Victoria, con le lacrime agli
occhi -. Spero che tu venga a Claremont a trovare Dorothy, quando tornerà
dalla Francia. Non è stato facile tenerla lontano da te, ma avrebbe rovinato
tutto portando a galla gli antichi scandali o meglio, i pettegolezzi. – poi si
voltò verso Jason -. Lascio la mia bisnipote alle sue attenzioni, Wakefield,
ma la riterrò responsabile della sua felicità. Sono stata chiara?
- Molto chiara – rispose lui in tono solenne, benchè studiasse, con fare
divertito, la magra donna che lo stava minacciando.
La duchessa lo guardò per un momento, prima di scuotere la testa.
- Molto bene, poichè ci siamo capito, posso andar via. – Alzò la mano
davanti al viso di Jason -. Può baciare la mia mano.
Con un galante arzigogolo, lui ubbidì.
Voltandosi verso Victoria, la duchessa disse, un pò nervosa:
- Immagino che sia sperare troppo... Victoria non aveva capito nulla di
quello che era successo negli ultimi minuti, ma
avrebbe potuto giurare che i sentimenti che aveva visto negli occhi della
vecchia signora erano di amore e di profondo rimorso.
- Nonna – mormorò con voce tremula e si lasciò abbracciare dalla sua
bisnonna. Immediatamente dopo, la duchessa tornava ad assumere la sua
posizione imperiosa, per
annunciare:
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- Wakefield, ho deciso di non morire finchè non avrò il mio tris-nipote tra
le braccia. Siccome non posso vivere per sempre, non tollererò ritardi da
parte sua.
- Darò la priorità assoluta alla sua richiesta, Vostra grazia – replicò Jason
con voce seria, ma con una luce divertita nello sguardo.
- Nemmeno da parte tua tollererò esitazioni, cara – la duchessa avvisò la
bisnipote che era ancora commossa -. Ho deciso di ritirarmi a casa, in
campagna. Claremont è a meno di un’ora di cavallo da Wakefield.
Pertanto, mi aspetto che tu venga a farmi visita di tanto in tanto. Poi si
volse verso l’avvocato che l’aspettava accanto alla porta -. Mi dia il
braccio, Weatherford. Ho visto ciò che dovevo e ho detto quello che
dovevo dire.
E, con un ultimo sguardo verso lo stordito Charles, si allontanò con le
spalle erette, il bastone che appena toccava il suolo.
Molti degli invitati aspettavano accanto alle loro carrozze, quando Jason
aiutò Victoria ad entrare nelle loro. Lei sorrise automaticamente alle
persone che la guardavano e salutavano, ma il caos di emozioni che le
avevano sconvolto la giornata le riempiva la mente. Si accorse appena di
ciò che succedeva intorno a sè, finchè non arrivarono al villaggio vicino a
Wakefield. Con un forte senso di colpa, si rese conto che non aveva
parlato con Jason per più di due ore.
Guardò verso l’uomo attraente che ora era suo marito. Lui aveva il viso
rivolto verso il finestrino, il profilo dalle linee dure ed implacabili non
rivelava alcuna emozione. Era arrabbiato per aver cercato di lasciarlo
all’altare. Victoria si sentì assalire dalla paura di una possibile vendetta, e
questa le rese ancora più nervosa. Si chiese, afflitta, se aveva creato un
abisso incolmabile tra di loro, col suo atteggiamento da codarda.
- Jason – lo chiamò timidamente -. Mi dispiace molto per quello che è
successo in chiesa. Lui si strinse nelle spalle, mantenendo inalterata la sua
espressione. Il suo silenzio aumentò l’ansia di Victoria. In quel momento
la carrozza stava già
percorrendo l’ultima curva prima dei giardini di Wakefield. Victoria aprì
la bocca per scusarsi di nuovo, ma le campane cominciarono a suonare e
vide i contadini allineati sulla strada che portava alla casa, tutti vestiti con i
loro abiti della domenica.
Sorridevano e gesticolavano man mano che la carrozza avanzava. Bambini
che correvano accanto alla carrozza, impugnando mazzi di fiori che
porgevano a Victoria.
Un bambino di circa quattro anni, inciampò nella radice di un albero e
cadde, senza mai lasciar cadere i fiori.
- Jason, - implorò Victoria – chiedi al conducente di fermarsi, per favore!
Lui ubbidì e Victoria aprì la portiera .
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- Che bei fiori! – esclamò, mentre il bambino si alzava circondato da risate
e scherzi dei più grandi -. Sono per me?
Il bambino si asciugò le lacrime con una delle mani, prima di rispondere:
- Sì, milady, erano per la signora, prima che io cadessi su di essi.
- Mi piacerebbe averli ugualmente – assicurò Victoria con un sorriso -.
Staranno bene vicino al mio bouquet.
Timidamente, il bambino le porse i fiori appassiti e rovinati.
- Li ho raccolti io – confidò orgogliosamente -. Il mio nome è Billy – la
informò, fissando il suo occhio sinistro su Victoria, mentre l’altro
sembrava guardare l’orizzonte -. Vivo nell’orfanotrofio del villaggio.
- Il mio nome è Victoria, ma i miei amici mi chiamano Tory. Ti piacerebbe
chiamarmi così?
Il petto del ragazzo si gonfiò d’orgoglio, ma lanciò un cauto sguardo verso
Jason e aspettò che il lord annuisse, prima di scuotere la testa per dire un
esuberante “sì”.
- Ti piacerebbe venire a visitarmi a Wakefield e aiutarmi a brindare? –
Victoria lo invitò, notando che Jason le lanciava uno sguardo sorpreso.
Il sorriso di Billy svanì.
- Non riesco a correre, perchè cado spesso – confessò, abbassando gli
occhi. Victoria annuì con aria comprensiva.
- Forse è a causa del tuo occhio, ma conosco un modo per farlo tornare
normale. Ho conosciuto un altro bambino che aveva l’occhio uguale al tuo.
Un giorno, mentre stavamo giocando agli Indiani e colonizzatori, cadde e
si ferì l’occhio buono. Mio padre dovette coprirglielo con una toppa,
finchè non guarì. Mentre l’occhio buono era coperto, il cattivo cominciò a
raddrizzarsi. Mio padre pensò che era perchè l’occhio malato era stato
obbligato a lavorare, mentre il buono era coperto. Ti piacerebbe venire da
me e cercare di usare la toppa?
- Sembra strano, milady – le rispose.
- Tutti i bambini pensarono che Jimmy, l’altro bambino, sembrava un
pirata. E, dopo, tutti noi volemmo provare la toppa. Credi di poter venire
affinchè possiamo giocare ai pirati?
Billy annuì e si voltò con un sorriso trionfante verso gli altri bambini.
- Che cosa ti ha detto? – gli domandarono quando Jason fece un segno
affinchè il conducente proseguisse.
Billy si mise le mani in tasca, gonfiò il petto e dichiarò:
198
- Lei ha detto che posso chiamarla Tory. I bambini si unirono agli adulti
che seguivano in processione la carrozza. Victoria pensò
che si trattava di un’abitudine locale dei contadini per festeggiare il
matrimonio del loro signore. Tornò a guardare verso Jason ed ebbe
l’impressione che celasse un sorriso.
La ragione di tale sorriso diventò ovvia quando la carrozza si fermò
davanti alla casa. Victoria aveva detto a Jason che aveva sempre sognato
di sposarsi in una piccola cittadina, con i contadini che avrebbero
partecipato alla cerimonia. Con uno strano gesto di cavalleria, l’enigmatico
uomo con cui si era sposata, stava cercando di realizzare, almeno in parte,
il suo sogno. Lui aveva trasformato i giardini di Wakefield in un mare di
fiori. Immense composizioni di orchidee, iris e rose adornavano enormi
tavoli, apparecchiati con porcellane, posate d’argento e carichi di cibo. Il
padiglione all’estremità del prato era strapieno di fiori e lampioni colorati.
Torce illuminavano diversi punti del giardino, allontanando l’oscurità della
notte che cadeva ed aggiungendo una nota allegra alla scena.
Invece di arrabbiarsi per aver dovuto abbandonare tutti gli invitati a
Londra, Jason aveva speso una fortuna per trasformare la proprietà in un
paradiso magico per Victoria, oltre ad aver invitato tutti gli abitanti del
villaggio e i contadini. Perfino la natura aveva collaborato, perchè le
nuvole si erano dissolte, permettendo che il tramonto del sole colorasse il
cielo con i suoi vividi colori.
Victoria si guardò intorno, considerando l’atteggiamento gentile di Jason
che contraddiceva con la sua solita indifferenza e freddezza. Guardò suo
marito e, vedendo il sorriso che ormai non riusciva più a nascondere, gli
mise la mano sul braccio.
- Jason – mormorò con voce tremante di emozione -. Molte... molte grazie.
Ricordandosi delle sue parole, che lo ringraziasse con un bacio, si abbassò
e lo baciò
sulle labbra con timidezza ma con profonda tenerezza.
La voce allegra di un irlandese portò bruscamente Victoria alla realtà.
- Jason, ragazzo mio! Esci da quella carrozza e presentami a tua moglie, o
dovrò presentarmi per conto mio?
Jason si voltò felicemente sorpreso ed uscì dalla carrozza. Stese la mano
verso l’enorme irlandese, ma l’altro lo strinse in un abbraccio da orso.
- Vedi che finalmente hai trovato una moglie per scaldare questo freddo
palazzo! – dichiarò l’uomo, senza nascondere il profondo affetto che
sentiva per Jason -. Avresti almeno potuto aspettare che la nave attraccasse
così che potessi assistere alla cerimonia!
- Mi aspettavo di vederti il mese prossimo – disse Jason -. Quando sei
arrivato?
199
- Ho aspettato che la nave fosse scaricata e oggi stesso sono venuto qui.
Sono arrivato un’ora fa, ma invece di trovarti immerso nel lavoro, mi
hanno informato che eri molto occupato con tuo matrimonio. Allora, non
mi presenti a tua moglie?
Jason aiutò Victoria ad uscire dalla carrozza e, dopo, presentò il suo amico
come il capitano Michael Farrell. Lei calcolò che doveva avere circa
cinquant’anni, con capelli radi e gli occhi castani più allegri che avesse
mai visto. Piacque immediatamente a Victoria, ma il fatto di essere stata
chiamata per la prima volta “moglie” di Jason, la innervosì al punto che lo
salutò nello stesso modo formale con cui era stata accolta lei al suo arrivo
in Inghilterra.
In quello stesso istante, l’espressione del capitano Farrell cambiò e la
salutò in modo più rigido.
- E’ un piacere conoscerla, lady Fielding. Deve perdonare il mio abito, ma
non sapevo che avrei partecipato ad una festa, venendo qui. Ora, se mi
scusa, ho passato sei mesi in mare e non vedo l’ora di andare a casa.
- Ma non può andare via adesso! – protestò Victoria con la semplicità che
le era propria. Aveva notato che il capitano Farrell era un grande amico di
Jason e voleva farlo sentire il benvenuto -. Mio marito ed io siamo vestiti
in modo esagerato per quest’ora del giorno – disse con un sorriso
biricchino -. Inoltre, dopo aver passato solo sei settimane in mare, io non
vedevo l’ora di mangiare ad un tavolo che non dondolasse. Posso
assicurarle che i nostri tavoli rimarranno esattamente dove sono.
Il capitano la studiò, come se non sapesse quale fosse il modo giusto di
comportarsi con lei.
- A quanto pare, non ha apprezzato il viaggio, lady Fielding – commentò.
Victoria scosse la testa con un sorriso contagioso.
- Tanto quanto potrei apprezzare di rompermi un braccio, o avere il
morbillo. In questi casi, non ho tremato in continuazione, come mi è
successo per una settimana intera a bordo della nave! Temo di essere una
pessima navigatrice, poichè quando la tempesta colpì la nave, prima che
mi rimettessi dalle nausee, ero quasi morta dalla paura!
- Mio Dio! – esclamò il capitano Farrell, recuperando l’allegria iniziale -.
Non si consideri una vigliacca per questo. Ho visto marinai esperti morire
di paura durante una di quelle tempeste.
- Ma io non avevo paura di morire – lo corresse Victoria con una risata.
Mike Farrell prese le mani di lei tra le sue e sorrise.
- Adorerò festeggiare con lei e Jason. Mi scusi per essere stato tanto...
dubbioso poco fa.
200
Victoria sorrise, prese un bicchiere di vino da un vassoio portato da un
lacchè e si diresse verso i due contadini che l’avevano aiutata il giorno del
suo arrivo a Wakefield. Non appena si fu allontanata, Mike si girò verso
Jason.
- Quando l’ho vista baciarti, in carrozza, mi è piaciuta immediatamente il
suo modo di fare – disse -. Ma, quando mi ha salutato, con quell’aria
distante, sono arrivato pensare che ti eri trovata un’altra Melissa come
moglie.
Jason osservò Victoria che aveva messo a proprio agio i contadini.
- Victoria non somiglia per niente a Melissa. Il suo cane è per metà un lupo
e lei è per metà un pesce. I miei domestici le sono devoti, e Charles
l’adora. Inoltre, tutti gli uomini celibi di Londra sono innamorati di
Victoria.
- Perfino tu? Jason la osservò lasciare il bicchiere vuoto e prenderne un
altro. l’unico modo che aveva
trovato per sposarsi con lui era fingere che Jason fosse Andrew. E, inoltre,
quasi lo aveva lasciato impalato lì sull’altare, davanti a ottocento persone.
Siccome non l’aveva mai vista prima bere più di un sorso di vino, mentre
adesso la vedeva bere un secondo bicchiere, concluse che Victoria stava
cercando di ubriacarsi, per poter sopportare il pensiero di andare a letto
con lui, più tardi.
- Non sembri, esattamente, il più felice degli sposi – commentò Mike
Farrell, notando la sua espressione malinconica.
- Non sarò mai più felice – replicò amaramente Jason e si allontanò, per
andare a salutare invitati di cui ignorava perfino i nomi, per poterli poi
presentare alla donna che cominciava già a pentirsi di aver sposato.
Interpretò la sua parte di ospite e sposo con sorridente cortesia, benchè non
riuscisse a dimenticare che Victoria era quasi fuggita dalla chiesa e da lui.
Semplicemente il ricordo umiliante e doloroso si rifiutava di lasciarlo in
pace.
Le stelle brillavano nel cielo e Jason osservava Victoria ballare con il
giudice del posto, con Mike Farrell e con diversi contadini. Sapeva che lo
stava evitando, perchè nelle rare occasioni in cui i loro sguardi si
incontravano, lei cercava di distogliere rapidamente il suo.
Era già da molto che si era tolta il velo e la ghirlanda, chiedendo
all’orchestra che suonasse musiche più animate. Quando la luna brillò alta
nel cielo, tutti ballavano e battevano le mani, perfino Victoria che aveva
già bevuto cinque bicchieri di vino. Era evidente che si stava ubriacando,
pensò Jason con sarcasmo, sentendosi arrossire. Sentì un peso al petto
pensando alle speranze che aveva cullato per quella notte, e per il futuro.
Era stato uno stupido a pensare che la felicità era, finalmente, a portata
della sua mano.
201
Appoggiato su un tronco d’albero, Jason si chiese perchè le donne si
sentivano tanto attratte da lui fino al matrimonio, per poi disprezzarlo
subito dopo. Infuriato, concluse che aveva commesso lo stesso errore per
la seconda volta. Si era sposato con una donna che lo aveva accettato
perchè voleva qualcosa da lui, ma che non lo desiderava.
Melissa aveva desiderato tutti gli uomini che aveva conosciuto, tranne
Jason. Victoria desiderava solo Andrew, il buono, gentile, cortese e
vigliacco Andrew.
L’unica differenza tra Melissa e Victoria, era che Victoria era un’attrice
migliore. Dall’inizio, Jason sapeva che Melissa non era altro che
un’interessata, egoista e calcolatrice. Invece, di Victoria aveva pensato che
era un angelo... un angelo caduto, grazie ad Andrew, ma non aveva dato
importanza a tale fatto. Ora, invece, glielo dava. La disprezzò per aver
ceduto ad Andrew e ora, che per evitare di darsi a suo marito, che era
esattamente ciò che stava cercando di fare, beveva fino a perdere la
coscienza. Aveva detestato il modo in cui aveva tremato tra le sue braccia
ed evitato di guardarlo negli occhi quando avevano ballato insieme, pochi
minuti prima. e detestato ancora di più la reazione di evidente repulsione
che non cercò nemmeno di nascondere, quando le aveva suggerito che era
ora che loro due si ritirassero.
Amareggiato, Jason si chiese perchè era capace di far sì che le sue amanti
gridassero di piacere, mentre le sue mogli non sopportavano nemmeno di
stargli vicino, una volta giurato i voti matrimoniali. Si domandò perchè era
tanto facile per lui guadagnare denaro ed accumulare fortune e,
contemporaneamente, gli era impossibile conquistare la felicità.
Certamente la maledetta donna che lo aveva cresciuto aveva ragione. Jason
era il figlio del demonio, non meritava di vivere e meno ancora, di essere
felice.
Le uniche tre donne che avevano fatto parte della sua vita, Victoria,
Melissa e la madre adottiva, avevano visto qualcosa di maligno in lui che
lo faceva risultare ripugnante per loro, benchè le sue due mogli fossero
state capaci di nascondere questa repulsione fino a che non lo avevano
sposato mettendo le mani sulla sua fortuna.
Con implacabile determinazione, Jason si avvicinò a Victoria e la prese per
un braccio. Lei si scostò, come se il contatto la bruciasse.
- E’ tardi ed è ora che ci ritiriamo – dichiarò. Alla luce della luna, il viso di
Victoria impallidì ed un’espressione di orrore si dipinse sul
suo volto.
- Ma... non è ancora così tardi...
- E’ ora che andiamo a letto, Victoria – insistette Jason, implacabile.
- Ma non ho sonno!
202
- Meglio – dichiarò in tono brusco e si accorse che Victoria aveva
compreso le sue intenzioni sentendola tremare -. Abbiamo fatto un patto –
le ricordò – e spero che tu rispetti la tua parte dell’accordo, per quanto
repellente possa essere per te, venire a letto con me.
Il tono freddo e prepotente congelò Victoria fin dentro le ossa. Annuendo,
lo seguì nella sua nuova stanza che comunicava con quella di Jason.
Intuendo lo stato d’animo della signora, Ruth stette in silenzio mentre
l’aiutava a togliersi il vestito da sposa e indossare la camicia da notte di
seta crema, creata da madame Dumosse proprio per quella notte speciale.
Victoria sentì l’amaro in bocca e si spaventò vedendo Ruth preparare il
letto. Il vino che aveva bevuto con la speranza di placare la paura l’aveva
instupidita e messa in tensione. Invece di calmarla, come era successo
all’inizio, il vino le stava togliendo il controllo delle sue emozioni. Troppo
tardi desiderò non averlo bevuto. L’unica volta che aveva bevuto in
precedenza, era stato immediatamente dopo i funerali dei suoi genitori,
quando il dottor Morrison aveva insistito che bevesse del vino. Era stata
male e il buon dottore le aveva detto che probabilmente, lei era un di
quelle poche persone il cui organismo non tollerava gli effetti dell’alcool.
Con l’orrenda descrizione della signorina Flossie che le ronzava nella
mente, Victoria andò verso il letto. In breve, il suo sangue avrebbe
macchiato le lenzuola pensò, disperata. Quanto sangue? Quanto dolore?
Cominciò a sudare freddo e ad avere la nausea, mentre Ruth sistemava i
cuscini. Victoria si mise a letto, cercando di contenere il panico e la
nausea. La signorina Flossie l’aveva avvertita di non gridare, nè di
dimostrare repulsione, ma quando Jason aprì la porta che collegava le due
camere, indossando una vestaglia scura che lasciava ben visibile una
buona parte del suo ampio petto e delle gambe nude, Victoria perse il
controllo sulla paura.
- Jason! – esclamò, spaventata, schiacciando la schiena contro i cuscini.
- Chi ti aspettavi di vedere ora? Andrew? – chiese in tono indifferente
mentre si portava le mani alla cintura di seta che chiudeva la sua vestaglia.
Piena di panico, Victoria balbettò:
- N-no fare... quello! Un gentiluomo non si spoglia davanti a una donna,
anche se sono sposati!
- Se non mi sbaglio, abbiamo già parlato di questo in precedenza, ma nel
caso tu lo abbia dimenticato, devo ricordarti che io non sono un
gentiluomo. Ma, se la visione del mio corpo poco cavalleresco offende la
tua sensibilità, puoi risolvere il problema chiudendo gli occhi.
203
L’unica soluzione sarebbe mettermi sotto le coperte e poi togliermi la
vestaglia. Disgraziatamente, tale scelta offende la mia sensibilità e,
pertanto, è fuori discussione.
Con quelle parole, Jason tirò l’estremità della cintura di seta e si denudò.
Gli occhi di Victoria si spalancarono, inorriditi dalla visione del corpo
virile e muscoloso.
Qualunque speranza, per quanto piccola fosse, che Jason aveva cullato
pensando che Victoria avrebbe accettato le sue proposte morì quando lei
chiuse gli occhi e voltò il viso dall’altro lato.
Jason la guardò per un momento e, poi con movimenti deliberatamente
bruschi, le strappò le lenzuola dalle mani, scoprendola. Le si mise accanto
e, senza pronunciar parola, le slacciò il laccio della camicia da notte.
Respirò profondamente davanti alla perfezione del suo corpo nudo.
Victoria aveva dei seni rotondi e pieni, la vita sottile e gambe lunghe e
leggermente tornite. Man mano che gli occhi di Jason scivolavano lungo il
suo corpo, le guance di Victoria divennero scarlatte. Nel momento in cui
mise la mano sul suo seno, lei si scostò, respingendo la carezza.
Per essere una donna esperta, Victoria era fredda come un blocco di
ghiaccio, stesa con il viso rivolto alla parete, rigida per la repulsione.
Jason pensò di sedurla con delle carezze ma poi cambiò subito idea. Lei lo
aveva quasi abbandonato sull’altare ed era più che evidente che non aveva
la minima voglia di sopportare le sue carezze per più tempo del necessario.
- Non lo fare – lo implorò Victoria, mentre Jason continuava ad
accarezzarle il seno -. Mi farai male! – gridò, cercando di uscire dal letto.
Le parole raggiunsero Jason come un colpo di pugnale e una rabbia cieca
scoppiò dentro di lui. Prendendola per i capelli, le si mise addosso.
- Se è così, finiamola in fretta! – dichiarò con voce selvaggia. Visioni di
sangue e dolore invasero la mente di Victoria, aumentando ancora di più il
suo
terrore e la nausea provocata dal vino.
- Non voglio! – si lamentò tra i singhiozzi.
- Abbiamo fatto un accordo e, finchè saremo sposati, compirai la tua parte
– le sussurrò Jason all’orecchio, e contemporaneamente le separava le
gambe. Victoria gemette nel sentire l’implacabile pressione contro la sua
femminilità, ma, da qualche parte nella sua mente, riconobbe che lui stava
compiendo la sua parte di accordo. Per quel motivo, smise di lottare -.
Cerca di rilassarti – le ordinò -. Forse non sarò tanto gentile come il tuo
caro Andrew, ma non voglio farti alcun male.
204
La crudele menzione del nome di Andrew in un momento come quello, fu
un colpo al cuore di Victoria e tutta la sua angoscia si espresse in un
profondo grido di dolore, quando Jason la penetrò. Il suo corpo si
contorceva sotto il suo mentre lacrime calde, dovute al dolore e
all’umiliazione, le bagnavano le guance, mentre suo marito la usava senza
la minima gentilezza e attenzione.
Nel momento in cui sentì Jason ritirare il suo peso da lei, si voltò di lato e
seppellì la faccia nel cuscino.
- Fuori di qui! – mormorò tra singhiozzi amari che le scuotevano il corpo
contratto -. Fuori!
Dopo un momento di esitazione, Jason uscì dal letto, prese la vestaglia e se
ne andò in camera sua. Anche con la porta chiusa, continuava a sentire il
pianto di Victoria. Ancora nudo, prese una bottiglia di cognac e si riempì
un bicchiere. Bevve in un solo sorso, cercando di cancellare dalla memoria
il ricordo della resistenza di Victoria, così come di allontanare il suono dei
suoi singhiozzi.
Ah, come era stato stupido a credere di aver sentito del calore umano nei
di Victoria. Quando aveva suggerito, per la prima volta, che si sposassero,
lei glielo aveva detto che non voleva sposarlo. Molto tempo prima, quando
aveva scoperto del suo presunto fidanzamento annunciato da Charles,
Victoria aveva rivelato i suoi veri sentimenti nei suoi confronti: “lei è un
mostro freddo e arrogante... Nessuna donna con del giudizio si sposerebbe
con lei...”.
Questo era ciò che lei pensava.
Era stato uno stupido nel convincersi che Victoria lo voleva... Jason si
servì di un altro bicchiere di cognac mentre guardava il suo riflesso nello
specchio. E solo allora notò le macchie di sangue sulle sue cosce.
Il sangue di Victoria.
Certo il suo cuore era appartenuto a Andrew, ma il suo corpo perfetto lo
aveva dato solo a Jason. Rimase a guardarsi nello specchio, mentre un
profondo disprezzo per se stesso gli invadeva tutto il corpo e la mente. Si
era così lasciato prendere dal dolore e dall’orgoglio ferito che non si era
neppure accorto che era vergine.
Chiuse gli occhi per il rimorso e l’angoscia, incapace di sopportare la
visione di se stesso. Aveva trattato Victoria con meno gentilezza e
considerazione di un marinaio nei confronti di una prostituta del porto.
Pensò a come era stata rigida e forte, come gli era sembrata fragile e
vulnerabile nelle sue braccia, si ricordò del modo selvaggio in cui l’aveva
posseduta... e sentì un’onda di repulsione che lo scuoteva.
205
Aprendo gli occhi, Jason guardò di nuovo se stesso allo specchio,
rendendosi conto che aveva trasformato la notte di nozze di Victoria in un
incubo. La verità era che lei era davvero l’angelo forte e coraggioso che
aveva pensato all’inizio. E lui... ora, era esattamente ciò che la madre
adottiva aveva sempre detto: il figlio del demonio.
Con la vestaglia chiusa, Jason prese una scatola di velluto dal cassetto del
tavolino e rientrò in camera di Victoria. Rimase fermo accanto al letto,
osservandola dormire.
- Victoria – sussurrò. Lei si mosse leggermente al suono della sua voce e
Jason si sentì immediatamente
sommergere dal dolore e dal rimorso. Lei sembrava così vulnerabile, così
bella, con i capelli sparsi sul cuscino, che riflettevano la morbida luce della
candela.
Jason la osservò in un tormentato silenzio, senza volerla svegliare. Dopo
qualche istante, le coprì le spalle con le coperte e le allontanò i capelli dal
viso.
- Mi dispiace molto – mormorò a bassa voce.
Capitolo 22
Victoria aprì gli occhi e li fissò sulla finestra, da dove poteva vedere il
cielo nuvoloso. Ancora instupidita dal sonno, non riconobbe le tende rosa.
Si sentiva stanchissima, come se non avesse affatto dormito, ma anche
così, non sentiva alcun bisogno di tornare a dormire, o di rimanere sveglia.
I suoi pensieri galleggiavano, sperduti nel vuoto finchè all’improvviso, la
sua mente non cominciò a rischiararsi.
Era sposata! Davvero sposata. Era la moglie di Jason!
Represse un grido di protesta davanti a quella realtà e si sedette sul letto,
ricordando con chiarezza tutto ciò che era successo durante la notte. Ora
sapeva ciò che la signorina Flossie aveva voluto dirle. Era ovvio che
nessuna donna perbene sentisse il desiderio di parlarne! Cominciò ad
uscire dal letto, reagendo all’impulso di fuggire. Però, cercò di controllarsi.
Sistemò i cuscini e tornò a distendersi. Gli umilianti dettagli della sua notte
di nozze le popolarono la mente, mentre si ricordava di come Jason si era
bruscamente denudato davanti ai suoi occhi. Tremò nel ricordare le parole
crudeli con cui si era preso gioco di lei, pronunciando il nome di Andrew e
poi subito dopo, usarla. L’aveva presa come un animale, completamente
privo di sentimenti, come se non meritasse la minima tenerezza o
considerazione.
206
Una lacrima solitaria le scivolò sulla guancia quando pensò alla prossima
notte e a tutte le notti che sarebbero seguite, finchè Jason non sarebbe
riuscito a piantare il suo seme nel suo ventre. Quante volte sarebbero state
necessarie? Una dozzina? Due dozzine? Di più? Ah, per favore, no! Non lo
avrebbe sopportato.
Si asciugò la lacrima con la mano, furiosa con se stessa per soccombere
alla paura e alla debolezza. La notte precedente, Jason aveva lasciato
chiaramente intendere che pretendeva di continuare con la sua parte di
accordo facendole quella cosa orribile. Ora che sapeva cosa era
esattamente l’accordo, voleva immediatamente disfarlo!
Scostò le coperte ed uscì dal letto caldo e morbido che avrebbe dovuto
essere il simbolo di una vita di felicità, imposta da un uomo cinico e senza
cuore. Bene, Victoria non era una piagnucolosa ragazzina inglese, paurosa
di lottare per se stessa, o di affrontare il mondo. Avrebbe affrontato un
plotone di esecuzione prima di sopportare di nuovo una notte come quella!
Era perfettamente capace di vivere senza lussi, se quello era il prezzo da
pagare.
Si guardò intorno, cercando di pensare alla prossima mossa da fare, e i
suoi occhi si posarono su una scatolina di velluto accanto al candelabro. La
prese e l’aprì, e strinse i denti infuriata, quando vide la bellissima collana
di diamanti che giaceva al suo interno. Larga circa cinque centimetri, il
gioiello era stato progettato per sembrare una delicata composizione di
fiori, con diamanti montati in forme diverse, che componevano petali di
tulipani rose e orchidee.
L’ira quasi la accecò, quando alzò la collana tra le dita, come se fosse un
serpente velenoso, per poi gettarla da parte senza la minima delicatezza.
Comprese solo allora il disagio che avvertiva quando Jason le regalava dei
gioielli, così come la sua insistenza che fosse lei a ringraziarlo con dei
baci. La stava comprando. In effetti, credeva di comprarla, come se fosse
una qualsiasi economica prostituta di strada. No... non economica. Al
contrario, eccessivamente cara, ma ugualmente una prostituta.
Dopo quello che era successo la notte precedente, Victoria si sentiva usata
e violentata. La collana servì solo a farla sentire ancora più insultata
accrescendo il numero delle offese commesse da Jason. Non riusciva a
capire come avesse fatto a convincersi che lui avesse bisogno di lei. a
Jason non importava di nessuno, non aveva bisogno di nessuno. Non
voleva essere amato, e non possedeva nemmeno un pò di amore da dare.
Lei avrebbe dovuto saperlo... lui glielo aveva detto chiaramente.
Uomini! pensò, sentendo il rossore salirle alle guance. Non erano altro che
mostri! Andrew con le sue false dichiarazioni d’amore, e Jason, pensando
che poteva usarla e, dopo, comprarla con una stupida collana!
207
Irrigidendosi per l’acuto dolore che sentiva tra le gambe, camminò fino al
bagno ed entrò nella vasca. Avrebbe chiesto il divorzio. Aveva sentito
parlare di quello e quanto prima ne avrebbe parlato con Jason
comunicandogli la sua decisione.
Ruth entrò nella stanza da bagno mentre Victoria usciva dalla vasca.
Le labbra della domestica si curvarono in un sorriso allegro, mentre si
guardava intorno. Qualunque cosa fosse ciò che si era aspettata di trovare,
certamente non era che la signora fosse in piedi e avvolta in un
asciugamano, spazzolandosi vigorosamente i capelli. Nè si aspettava di
sentire dalla nuova moglie di lord Fielding, la cui fama era di amante
irresistibile, dichiarare con voce gelida:
- Non è necessario che tu cammini in punta di piedi, come se avessi paura
della tua ombra, Ruth. Il mostro è nella stanza accanto. – Intuendo la
confusione dall’aspetto della cameriera, Victoria si scusò: - mi dispiace
molto se ti ho spaventato, Ruth. Credo di essere molto stanca.
Per qualche ragione, quel commento fece arrossire Ruth e scoppiare in una
sciocca risatina che irritò Victoria che già era sull’orlo di una crisi di nervi,
nonostante i suoi sforzi nel ripetere a se stessa che era una persona fredda,
logica e determinata. Aspettò, tamburellando le dita, finchè Ruth non finì
di sistemare la stanza. Quando l’orologio segnò le undici, si incamminò
verso la porta della camera di Jason. Appoggiò la mano sulla maniglia e
respirò profondamente, cercando di ricomporsi. Benchè il suo intero corpo
tremasse all’idea di affrontarlo e chiedergli il divorzio, era esattamente
quello che voleva fare, senza permettere che niente la ostacolasse. Non
appena avesse informato Jason delle sue decisioni, lui avrebbe perso ogni
diritto matrimoniale su di lei. Più tardi, avrebbe deciso cosa fare e dove
andare. Per il momento la cosa più importante era accordarsi sul divorzio.
O era necessario ottenere il suo permesso? Siccome non era sicura,
concluse che la cosa migliore da fare era non irritarlo inutilmente,
rischiando di avere un rifiuto. Però non poteva nemmeno più esitare.
Victoria raddrizzò le spalle, strinse la cintura che le chiudeva la vestaglia
di velluto, girò la maniglia della porta ed entrò nella stanza di Jason.
Frenando il desiderio di colpirlo con la brocca di porcellana che si trovava
sul mobile, lo salutò civilmente.
- Buongiorno.
Gli occhi di Jason si aprirono con espressione cauta. Poi, sorrise. Il sorriso
raggiante e sensuale che, prima, avrebbe potuto sciogliere il cuore di
Victoria, ora le fece stringere i denti per la rabbia, ma riuscì, sforzandosi, a
mostrarsi indifferente.
208
- Buongiorno – rispose Jason con voce insonnolita, con gli occhi che le
percorsero le curve del corpo nascoste dalla morbida vestaglia.
Ricordando il modo in cui l’aveva trattata la notte precedente, cercò di
distogliere lo sguardo dalla profonda scollatura e muovere il suo corpo per
farle spazio accanto a sè sul letto. Profondamente commosso dal fatto che
lei si era recata in camera sua per dargli il buongiorno, quando aveva tutto
il diritto di disprezzarlo, diede un colpetto allo spazio vuoto accanto a sè.
- Non vuoi sederti? Victoria era così concentrata nel trovare il modo di
dire quello che doveva nel modo
migliore che accettò l’invito senza pensare.
- Grazie.
- Perchè? - le chiese Jason in tono provocante. Era esattamente l’apertura
che lei aspettava.
- Grazie per tutto. Per molti aspetti, sei stato eccessivamente generoso con
me. So quanto ti è dispiaciuto il mio arrivo, alcuni mesi fa, ma anche non
volendomi qui, hai lasciato che restassi. Mi hai comprato dei bei vestiti e
mi hai portato alle feste di società, e questo è stato molto gentile da parte
tua. Hai perfino affrontato un duello per causa mia, e quello non era
assolutamente necessario, ma fu molto galante. Ti sei sposato in chiesa con
me, nonostante non lo desideravi, e mi hai offerto una festa meravigliosa,
invitando persone che nemmeno conoscevi, solo per farmi piacere. Grazie
per tutto questo.
Jason alzò la mano e le accarezzò il viso.
- Di niente – mormorò.
- Adesso, voglio il divorzio. La mano di Jason si immobilizzò a mezz’aria.
- Vuoi che cosa? – chiese in un basso mormorio minaccioso.
- Voglio il divorzio – ripetè con finta tranquillità.
- Così, semplicemente? – Jason chiese con una voce terribilmente morbida.
Anche se era più che disposto ad ammettere che l’aveva trattata in modo
abominevole la notte precedente, non si era aspettato affatto una simile
richiesta da parte sua -. Dopo un solo giorno da sposata, vuoi il divorzio?
Bastò uno sguardo alla rabbia che gli scuriva gli occhi verdi che tanto
l’avevano attirata un giorno, perchè Victoria si alzasse di scatto, solo per
essere afferrata per un braccio e fatta sedere nuovamente.
- Non osare farmi di nuovo del male, Jason! – lo avvertì.
209
Jason, che la notte precedente aveva lasciato nella stanza accanto una
bambina ferita e offesa, si vide improvvisamente affrontare da una donna
fredda e furiosa. Invece di scusarsi, come aveva pensato, mormorò tra i
denti:
- Sei pazza! L’Inghilterra ha visto solo una mezza dozzina di divorzi fino
ad oggi e il nostro non farà parte di quella lista.
Victoria liberò il braccio dalle forti dita di Jason, con un violento strattone.
Poi, si rialzò, mettendosi fuori dalla sua portata.
- Sei un animale! – lo accusò -. Non sono impazzita e non sarò trattata di
nuovo come un animale!
Ritornò in camera sua, sbattendo la porta dietro di sè e, poi la chiuse a
chiave. Aveva fatto appena alcuni passi, quando la porta si aprì dietro di
lei, con un rumore assordante, mentre i cardini e le viti volavano per la
stanza. Pallido di rabbia, Jason apparve, tra gli stipiti e ruggì:
- Non chiudermi mai più la porta in faccia, finchè vivrò! E non mi parlare
un’altra volta di divorzio! Questa casa è di mia proprietà, e agli occhi della
legge, anche tu sei una mia proprietà. Mi capisci?
Victoria annuì, allarmata, intimidita davanti alla furia cieca che gli
oscurava gli occhi. Poi Jason si voltò ed uscì dalla stanza, lasciandola
tremante di paura. Lei non aveva mai visto una reazione così violenta in un
essere umano. Jason non era un animale. Era un mostro impazzito!
Aspettò, sentendo che lui apriva e chiudeva rumorosamente i cassetti
mentre si vestiva, cercando disperatamente di pensare ad un modo di
fuggire dall’incubo in cui la sua vita si era trasformata. Quando sentì la
porta di Jason sbattere e si assicurò che fosse sceso, si sedette sul letto.
Rimase lì, quieta, per quasi un’ora, pensando, ma scoprì che non aveva
dove fuggire. Era caduta in una trappola e sarebbe stata prigioniera di essa
per tutta la vita. Jason aveva detto la verità: Victoria era di sua proprietà,
come la casa e i cavalli.
Se non era d’accordo nel darle il divorzio, come avrebbe potuto ottenere la
separazione? Benchè non sapesse con certezza se aveva un giustificato
motivo per convincere un giudice a concederle il divorzio, era sicura che
non avrebbe mai potuto spiegare ad un altro uomo quello che Jason le
aveva fatto la notte precedente, così da farle desiderare di porre fine al
matrimonio.
Stava sognando l’impossibile, pensando al divorzio. Sospirando, ammise
che si trattava di una soluzione eccessivamente radicale. Sarebbe stata
prigioniera di quell’incubo finchè non avesse dato a Jason il figlio che
voleva. Poi, sarebbe stata prigioniera a Wakefield
210
dall’esistenza stessa del bambino che avrebbe dovuto rappresentare la sua
libertà, perchè sapeva che non sarebbe mai stata capace di abbandonare il
proprio figlio.
Lanciò uno sguardo desolato per la stanza. Avrebbe dovuto trovare il
modo per accettare la sua nuova vita, vivendola nel modo migliore
possibile, finchè il destino non fosse intervenuto ad aiutarla. Nel
frattempo, avrebbe dovuto lottare per essere saggia, decise, man mano che
una tranquilla pace l’avvolgeva. Poteva passare il suo tempo in compagnia
di altre persone, uscire di casa e dedicarsi ai suoi divertimenti e ai suoi
passatempi. Avrebbe dovuto trovare delle attività gradevoli che la
distraessero dai suoi problemi. E doveva incominciare immediatamente.
Detestava l’autocompassione e non si sarebbe fermata a indulgervi.
Si era già fatta degli amici in Inghilterra. Avrebbe avuto un bambino da
amare e che l’avrebbe amata. Avrebbe fatto il possibile per riempire la sua
vita vuota con tutto ciò che poteva per tenersi occupata.
Allontanò i capelli dal viso e si alzò, decisa a farlo. Anche così, le sue
spalle ricaddero quando suonò per chiamare Ruth. Perchè Jason la
disprezzava tanto?, si chiese, angosciata. Aveva bisogno di parlare con
qualcuno e di confidarsi. Prima, aveva sempre contato su suo padre, sulla
madre e su Andrew che l’ascoltavano e le davano dei consigli. Parlare era
sempre un grande aiuto per risolvere qualunque tipo di problema. Ma, da
quando era arrivata in Inghilterra, non aveva avuto più nessuno. La salute
di Charles era debole e, per quel motivo, Victoria era obbligata a farsi
vedere forte e tranquilla, quando era in sua compagnia. Inoltre, Jason era
pur sempre suo nipote, e non avrebbe potuto parlare dei suoi difetti con
suo zio. Caroline era una buona amica, ma era a Londra, ora, e Victoria
dubitava che lei fosse capace di capire Jason, benchè si sforzasse di farlo.
Non le rimaneva altro da fare che tenere i suoi pensieri per sè e fingersi
allegra e fiduciosa finchè un giorno non lo sarebbe stata davvero. Sarebbe
pur arrivato il giorno in cui sarebbe stata capace di guardare Jason senza
sentire niente, nè paura nè dolore o umiliazione. Quel giorno sarebbe
arrivato, ah, sì, sarebbe arrivato! Non appena avessero concepito un
bambino, l’avrebbe lasciata in pace. Ora, doveva solo pregare perchè
potesse succedere al più presto.
- Ruth, per favore, chiedi a un palafreniere di mettere un cavallo alla
carrozza più piccola che abbiamo – disse, quando vide la cameriera -. E
chiedi che scelga il cavallo più docile, perchè non sono abituata a guidare
una carrozza. Poi chiedi alla signora Craddock di fare dei pacchetti con i
resti del cibo della festa di ieri sera, così che posso portarli con me.
- Ma, milady – protestò Ruth, incerta – dia un’occhiata dalla finestra. Fa
molto freddo là fuori, e si sta avvicinando una tempesta.
211
Victoria guardò fuori, verso il cielo coperto da nuvole grigie.
- Non mi pare che comincerà a piovere tanto presto – concluse, un pò
disperata -. Voglio uscire tra mezz’ora. Lord Fielding è uscito o sta nel suo
ufficio?
- E’ uscito, milady.
- Sapresti dirmi se ha lasciato la proprietà o è nei dintorni? – chiese
Victoria, senza riuscire a nascondere l’ansia.
Nonostante la decisione di pensare a Jason come ad un estraneo e trattarlo
come tale, non le piaceva l’idea di incontrarlo di nuovo, quando ancora si
sentiva così vulnerabile. Inoltre, era sicura che le avrebbe ordinato di
rimanere in casa. Jason non le avrebbe permesso di uscire, sapendo che la
tempesta poteva scoppiare in qualunque momento. E la verità era che
doveva assolutamente passare qualche tempo lontano da quella casa.
- Lord Fielding ha ordinato di sellargli un cavallo ed è uscito, dicendo che
aveva alcuni appuntamenti di affari – la informò Ruth -. Io stessa l’ho visto
andar via al galoppo.
Quando Victoria scese, la piccola carrozza l’aspettava davanti all’ingresso,
piena di pacchetti di cibo.
- Cosa devo dire a milord? – chiese Northrup, dispiaciuto per non essere
riuscito a dissuaderla ad uscire, nonostante il temporale che si avvicinava.
Victoria si voltò affinchè le mettesse il mantello sulle spalle.
- Gli dica che ho detto addio – rispose, evasiva. Fece il giro della casa,
sciolse Wolf e ritornò seguita dal cane. Un palafreniere l’aiutò a
salire in carrozza. Subito, Wolf occupò il posto al suo fianco, sembrando
molto felice di stare senza catene. Victoria sorrise e gli accarezzò il dorso.
- Sei libero, finalmente – mormorò verso l’animale -. Come me.
Capitolo 23
Victoria mosse le redini con più sicurezza di quella che sentiva in realtà.
- Tranquilla – disse ad alta voce, quando la giumenta si lanciò verso
l’uscita, con grande velocità.
A quanto pareva, Jason non credeva che i cavalli miti potessero fare un
buon lavoro, tirando le sue carrozze. Il palafreniere aveva assicurato a
Victoria di aver scelto l’animale più mite della stalla, e nonostante tutto, la
giumenta era eccessivamente difficile da
212
controllare. Sobbalzava da un lato all’altro, finchè Victoria non sentì che le
scottavano le mani, per lo sforzo di tenerla ad un passo più leggero.
Quando Victoria si stava avvicinando al villaggio, il vento incominciò a
soffiare con violenza, mentre i lampi illuminavano il cielo, già quasi nero
come la notte. Pochi minuti dopo, iniziò a cadere forte la pioggia,
colpendole il viso, offuscandole la vista e bagnandole tutto il mantello.
Socchiudendo gli occhi nel tentativo di guardare la strada davanti a sè,
Victoria allontanò i capelli bagnati dal viso e tremò. Non era mai andata
prima all’orfanotrofio, ma il capitano Farrell le aveva spiegato come
arrivarci da casa sua. Vide una strada che somigliava alla descrizione che
le aveva fatto il capitano, una biforcazione alla sua sinistra. Tirò le redini
in quella direzione, senza essere sicura se si stava dirigendo
all’orfanotrofio o a casa del capitano Farrell. In quel momento stava solo
cercando un riparo dalla pioggia torrenziale. La strada fece una curva, e
subito dopo iniziava una salita che si addentrava nel bosco. Più avanti,
divenne così stretta trasformandosi rapidamente in un sentiero fangoso.
Il fango aderiva alle ruote della carrozza e la giumenta faceva un grande
sforzo ad ogni passo. Un pò più avanti, vide una luce tra gli alberi.
Sollevata, portò la carrozza fino ad un rifugio offerto da alcune vecchie
querce. Quando un fulmine illuminò il cielo, constatò che la luce
apparteneva ad un cottage sufficientemente grande per essere una casa per
una famiglia, ma certo non per essere un orfanotrofio. Un tuono assordante
scoppiò, spaventando la giumenta, che iniziò ad imbizzarrirsi. Victoria
saltò in fretta a terra e, prendendo l’animale per la cavezza, cercò di
calmarla, prima di legarla ad un tronco.
Con Wolf al suo fianco, vigile e protettivo, Victoria salì gli scalini del
cottage e bussò alla porta.
Pochi secondi dopo, il capitano Farrell aprì la porta, col viso illuminato dal
fuoco del camino.
- Lady Fielding! – esclamò, sorpreso, facendola entrare. La fauci aperte di
Wolf, che ringhiava furiosamente, lo immobilizzarono.
- Buono, Wolf! – ordinò Victoria, e l’animale ubbidì. Senza distogliere gli
occhi dall’animale, Farrell chiuse a porta.
- Che diavolo sta facendo qui, con questo tempo? – le chiese, preoccupato.
- Sto... nuotando – cercò di scherzare Victoria, ma i suoi denti battevano
forte e il corpo era scosso da tremiti di freddo.
Il capitano le tolse il mantello e lo appese a una sedia, davanti al camino.
213
- Deve togliersi quei vestiti bagnati, o si ammalerà! Quell’animale le
permette di uscire dal suo campo visivo il tempo sufficiente per cambiarsi
d’abito?
Victoria passò le braccia intorno al corpo e lanciò uno sguardo fermo a
terra.
- Rimani dove sei, Wolf!
- Metto altra legna sul fuco – la informò il capitano, dopo averle
consegnato un cambio di abiti suoi -. È il meglio che le posso offrire e non
mi venga a dire quelle sciocchezze che non è appropriato vestirsi da uomo,
ragazza. Usi l’acqua della brocca per ripulirsi, si metta i miei vestiti e poi
si avvolga in questa coperta. Quando è pronta, venga accanto a me, vicino
al fuoco. Se è preoccupata di quello che potrebbe dire Jason per l’uso dei
miei vestiti, stia tranquilla. Lo conosco da quando era un bambino.
Victoria si mise immediatamente sulla difensiva.
- Non sono affatto preoccupata per quello che può pensare Jason – disse,
incapace di nascondere il tono ribelle che aveva nella voce -. Non ho la
minima intenzione di morire congelata per piacergli. Nè ad altri - aggiunse
in fretta rendendosi conto che stava lasciando capire al capitano la sua
insicurezza.
Lui la guardò in un modo strano, ma si limitò a commentare:
- Molto bene. È un modo abbastanza saggio di pensare.
- Se io fossi stata saggia, oggi sarei rimasta a casa – Victoria lo corresse
con un sorriso, cercando di nascondere la sua infelicità.
Quando uscì dalla stanza, il capitano Farrell aveva messo la giumenta nella
stalla, messo più legna nel camino e preparato una tazza di tè. Le tese un
asciugamano.
- Lo usi per asciugarsi i capelli – le ordinò con gentilezza, indicando la
poltrona davanti al camino, dove avrebbe potuto sedersi -. Le dispiace se
fumo?
- Assolutamente no. Dopo aver riempito la pipa di tabacco, l’accese e si
sedette davanti a Victoria,
studiandola con uno sguardo franco e, per quel motivo, sconcertante.
- Perchè non lo ha fatto? – finalmente le chiese.
- Che cosa?
- Perchè non è rimasta in casa? Chiedendosi se sembrava tanto colpevole e
infelice come si sentiva, Victoria si strinse
nelle spalle.
- Volevo portare del cibo all’orfanotrofio. Ne è rimasto molto dalla festa di
ieri.
214
- Era evidente che avrebbe piovuto. Avrebbe potuto comandare un
cameriere perchè portasse il cibo all’orfanotrofio che è a meno di due
chilometri da qui. Nonostante ciò, ha preferito affrontare il brutto tempo e
cercare il posto da sola.
- Io avevo bisogno... volevo uscire di casa.
- Sono sorpreso che Jason non abbia insistito che rimanesse in casa.
- Non ho creduto necessario chiedergli il permesso.
- Allora deve essere molto preoccupato, ora.
- Dubito che si accorgerà della mia assenza. O che gli importi, quando lo
scoprirà, pensò Victoria, infelice.
- Lady Fielding? Qualcosa nel modo in cui Farrell le si rivolse, le fece
pensare che non le sarebbe piaciuto
continuare quella conversazione. Allo stesso tempo, sapeva di non avere
scelta.
- Sì, capitano?
- Stamattina ho visto Jason. Il malessere di Victoria crebbe, perchè gli
venne da pensare che Jason era andato a
cercare il suo amico per parlare di lei. All’improvviso, sembrava che il
mondo intero stesse girando all’incontrario.
- Lo ha visto?
- Jason è il proprietario di una flotta di navi. Sono al comando di una di
esse e voleva sapere del mio ultimo viaggio.
Victoria approfittò dell’opportunità per distogliere il discorso da se stessa.
- Non sapevo che lord Fielding si intendesse di navi – dichiarò con uno
sciocco sorriso.
- Strano.
- Perchè?
- Forse io sono troppo semplice e all’antica, ma penso che sia abbastanza
strano che lei non sappia che suo marito ha passato la maggior parte della
sua vita a bordo di una nave.
Victoria lo guardò, a bocca aperta. Per quel che sapeva, Jason era un lord
inglese, un aristocratico arrogante, ricco e viziato. L’unica cosa che lo
distingueva dagli altri uomini della nobiltà era il fatto che passava la
maggior parte del suo tempo a lavorare nel suo ufficio, quando la
maggioranza dei nobili che aveva conosciuto a Londra sembravano
passare il loro tempo solo tra piaceri e divertimenti.
- Forse, semplicemente non è interessata alla vita di suo marito – suggerì il
capitano con freddezza -. Perchè lo ha sposato?
215
Victoria socchiuse gli occhi, sentendosi con un uccello preso in trappola,
un sentimento che cominciava già a far parte della sua routine e che feriva
sempre più il suo orgoglio. Alzò la testa ed affrontò il capitano, senza
nascondere il suo risentimento. Allora, con tutta la dignità di cui era
capace, rispose evasivamente.
- Mi sono sposata con lui per i soliti motivi.
- Denaro, potere e posizione sociale – riassunse Farrell con dispiacere -.
Bene, ora ha tutte e tre le cose. Auguri.
Quell’attacco gratuito fu troppo perchè Victoria potesse sopportarlo.
Lacrime di rabbia le bagnarono il viso mentre si alzava aggiustandosi la
coperta che la copriva.
- Capitano Farrell, non sono abbastanza bagnata, nè abbastanza infelice o
disperata per rimanere qui seduta, sentendomi accusare di essere una
mercenaria egoista e...
- Perchè no? Non è quello che ha detto di volere? O no?
- Non mi importa di quello che lei pensa di me. Io... Victoria fu incapace
di continuare a parlare, perchè un nodo le stringeva la gola. Così si
diresse nella stanza dove avrebbe potuto rimettersi i suoi vestiti bagnati e
andar via. Però, in una frazione di secondo, Farrell era già in piedi
bloccando la porta, osservandola con sguardo infuriato.
- Perchè vuole il divorzio? – le domandò senza mezzi termini, anche se il
suo volto si ammorbidì nel guardarla.
Anche avvolta in una coperta, Victoria Seaton era una visione adorabile,
con i capelli color del fuoco e i suoi magnifici occhi azzurri brillanti di
risentimento. Lei possedeva molto coraggio, ma le lacrime che le facevano
brillare gli occhi in quel momento, indicavano che stava sul punto di
scoppiare per l’infelicità.
- Questa mattina – continuò il capitano Farrell – ho chiesto per scherzo, se
lei lo aveva già abbandonato. Mi ha risposto di no, ma che voleva il
divorzio. Ho pensato che stava scherzando, ma quando lei è arrivata qui,
non mi è sembrata la più felice delle mogli.
Disperata, Victoria sostenne lo sguardo del capitano, lottando per
trattenere le lacrime.
- Per favore, si vuole allontanare? Invece di ubbidire, lui la prese per le
spalle.
- Credo che abbia tutto ciò che voleva da Jason, il denaro, il potere, la
posizione sociale. Allora perchè vuole il divorzio? – insistette, implacabile.
- Io non ho niente! – sbottò Victoria -. E ora mi lasci!
- Non finchè non avrò capito come abbia potuto sbagliarmi tanto su di lei.
Ieri, quando ha parlato con me, ho pensato che era meravigliosa. Ho visto
la gioia nei suoi occhi e come ha
216
trattato i contadini. Ho davvero pensato che era una donna dal cuore
grande e molto coraggiosa, e non una codarda viziata e mercenaria!
Le lacrime offuscavano la vista di Victoria davanti alle accuse tanto
ingiuste di quell’estraneo tanto amico di Jason.
- Mi lasci in pace! – disse con la voce soffocata, cercando di spingerlo.
Sorprendendola, le braccia di lui la avvolsero facendola appoggiare contro
il suo largo
petto.
- Pianga, Victoria! Per l’amor di Dio, pianga, donna! Dia corso alle
lacrime, bambina. Se cerca di trattenere tutta l’angoscia che l’attanaglia,
scoppierà.
Victoria aveva imparato a combattere con le tragedie e con le avversità.
Però, non sapeva come affrontare la gentilezza e la comprensione. Le
lacrime uscirono come un torrente in piena, accompagnate da singhiozzi
che le scossero tutto il corpo con violenza. Non avrebbe saputo dire
quando il capitano l’avesse fatta sedere sul divano di fronte al camino, nè
quando aveva incominciato a raccontargli della morte dei suoi genitori e la
catena di eventi che erano culminati con la fredda proposta di matrimonio
di Jason, mentre col viso sepolto nella sua spalla, rispose alle domande su
Jason e perchè si era sposata con lui. E, alla fine, si sentì meglio di quanto
si fosse sentita nelle ultime settimane.
- Allora – concluse lui con un sorriso di ammirazione – nonostante la
fredda proposta di Jason, nonostante non sapesse nulla di lui, ha creduto
ugualmente che lui avesse bisogno di lei?
Confusa, Victoria si asciugò le lacrime con le mani e scosse la testa.
- E’ ovvio che sono stata una stupida e un’illusa pensando in questo modo,
ma c’erano dei momenti in cui sembrava tanto solo... momenti in cui lo
osservavo ai balli, circondato dalla gente, specialmente da donne, ed avevo
la strana sensazione che si sentisse solo come me. E anche zio Charles mi
disse che Jason aveva bisogno di me. Ma ci siamo sbagliati. Jason vuole
solo un figlio. Non ha bisogno di me, nè mi vuole.
- Non è vero – affermò Farrell, convinto -. Jason ha bisogno di una donna
come lei dal giorno in cui è nato. Ha bisogno che lei curi le sue ferite più
profonde e che gli insegni ad amare ed essere amato. Se sapesse di più su
di lui, capirebbe quello che le sto dicendo.
Alzandosi, il capitano prese una bottiglia, riempì due bicchiere e ne porse
uno a Victoria.
- Mi parla di Jason? – domandò speranzosa.
- Sì. Victoria guardò il suo bicchiere di whiskey e cominciò a stendere il
braccio per posarlo
sul tavolo.
217
- Se vuole sentire la storia di Jason, le suggerisco di bere. Ne avrà bisogno.
Avvertendo la serietà e l’amarezza nel tono di voce del capitano, ne bevve
un sorso, poi
lo guardò mentre lui beveva il suo tutto d’un colpo, come se anche lui
avesse bisogno dell’effetto della forte bevanda.
- Le racconterò cose su Jason che solo io so. Cose che, ovviamente, lui
non vuole che sappia, o gliele avrebbe già raccontate. Dicendole queste
cose, io tradirò la fiducia di Jason e, fino ad oggi, sono in un modo o
nell’altro, una delle pochissime persone che non l’hanno mai tradito. Lui è
come un figlio per me, Victoria, e mi fa male farlo, ma sento che è
importante che lei lo capisca.
Victoria scosse lentamente la testa.
- Forse allora non dovrebbe raccontarmi nulla, capitano. Jason ed io non
riusciamo a capirci, ma odierei vedere uno di voi due ferito da quello che
mi racconterà.
- Se sospettassi che potrebbe usare quello che le racconterò come un’arma
contro Jason, starei in silenzio. Ma so che non lo farà. Lei ha coraggio,
compassione ed è generosa. Ho visto il modo in cui si è comportata con i
contadini ieri sera. Quando l’ho vista ridere con loro, mettendoli a proprio
agio, ho capito che è una donna meravigliosa... la moglie perfetta per
Jason. Ne sono convinto.
Poi fece un profondo respiro e cominciò a raccontare.
- Ho visto per la prima volta Jason a Delhi, alcuni anni fa, quando
lavoravo per un ricco commerciante del posto, chiamato Napal, che
trasportava prodotti dall’India al mondo intero. Napal era padrone non solo
dei prodotti che trasportava e vendeva, ma anche delle quattro navi con cui
effettuava i trasporti. Io ero capitano in seconda su una di quelle navi.
Avevo passato sei mesi in giro per il mondo conducendo affari lucrosi e,
quando tornai in porto, Napal invitò me e il capitano ad una piccola festa
in casa sua. Il clima in India è sempre caldo, ma quel giorno sembrava più
caldo che mai, specialmente quando mi persi, cercando di trovare la casa
di Napal. Finii in un labirinto di vicoli e, dopo che finalmente riuscii ad
uscirne mi trovai in una piccola piazza piena di indù immobili, vestiti di
stracci. Là la povertà va oltre l’immaginazione. Beh, mi guardai intorno,
con la speranza di trovare qualcuno che parlasse inglese o francese e che
potesse spiegarmi come arrivare alla mia destinazione. Vidi una piccola
folla riunita in fondo alla piazza, che assisteva a qualche attrazione. Non
riuscivo a vedere cosa fosse, ma andai fin lì. Erano fermi davanti a una
costruzione, osservando ciò che succedeva dentro. Io mi stavo già
allontanando quando vidi una croce di legno sistemata fuori dell’edificio.
Credendo che fosse una chiesa, dove avrei potuto parlare con qualcuno
nella mia lingua, mi feci strada tra la folla ed entrai. Mentre mi
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dirigevo verso il fondo con difficoltà, sentii una donna gridare come una
fanatica, in inglese, cose sulla perdizione e l’ira dell’Onnipotente.
Finalmente, arrivai in un punto da dove riuscivo a vederla.. Lei era lì, sul
palco di legno, con un bambino accanto. Guardava verso il bambino e
gridava che era un demonio. Lo accusò di essere il seme “della perdizione”
ed il “prodotto” del male. Poi afferrò i capelli del bambino e gli alzò la
testa. E vidi il suo viso. Rimasi stupefatto scoprendo che si trattava di un
ragazzino bianco, e non di un indù. Lei gridò:” Guardate il demonio e
vedrete la vendetta di Dio”. Poi, forzò il bambino a fare un mezzo giro, per
esibire la “vendetta di Dio”. Quando vidi la sua schiena, pensai che stavo
per vomitare.
Il capitano fece una breve pausa e respirò a fondo, come se avesse bisogno
di riprendere le forze per continuare.
- Victoria, la schiena del bambino era coperta di lividi provocati
dall’ultima bastonata, inoltre esibiva le cicatrici di... solo Dio sa di quante
altre. A quanto sembrava, lo aveva appena bastonato davanti alla sua
“congregazione”. Gli indù non si oppongono a quel tipo di barbara
crudeltà.
I lineamenti del capitano si rabbuiavano man mano che continuava:
- Mentre assistevo a quell’orrendo spettacolo, quella pazza ordinò al
bambino di inginocchiarsi e di pregare per il perdono di Dio. Lui la guardò
negli occhi, senza dire niente, ma non si mosse. Lei abbassò la frusta con
forza sufficiente a metter in ginocchio un uomo adulto. Il bambino cadde.
“Prega, demonio”, gridò e continuò a frustrarlo. Il bambino non disse nulla
ma si limitò a guardarla in faccia. E quando vidi i suoi occhi... I suoi occhi
erano asciutti. Non c’era una lacrima in essi. Ma il dolore... Dio, quanto
dolore!
Victoria tremò di pietà per lo sconosciuto bambino, chiedendosi perchè il
capitano le stava raccontando quella terribile storia, prima di parlarle di
Jason.
- Non potrò mai dimenticare il tormento che vidi negli occhi di quel
bambino – mormorò con voce rotta, - nè quanto verdi mi sembrarono in
quel momento.
II bicchiere di Victoria cadde a terra rompendosi in mille pezzi. Allora,
scosse la testa, disperata, cercando di negare quello che aveva appena
sentito.
- No! – gridò, angosciata -. Oh, per favore, no... Apparentemente non
udendo il suo grido di dolore, il capitano continuò, gli occhi fissi su
un punto della parete, perso nei suoi ricordi.
- Il bambino, allora, pregò. Unendo le mani davanti al petto, recitò: “mi
inginocchio davanti al Signore ed imploro il suo perdono”. La donna lo
obbligò a pregare più forte, molte e molte volte. Quando fu soddisfatta, lo
obbligò ad alzarsi. Poi, guardò verso gli
219
sporchi indù ed ordinò al ragazzo di chiedere il suo perdono. Gli consegnò
una piccola scatola. Io rimasi lì, fermo, osservando il bambino
inginocchiarsi ai piedi della congregazione, baciando il bordo sudicio dei
suoi paramenti implorando il suo perdono.
- No... – ripetè Victoria, passandosi le braccia intorno al corpo, cercando di
allontanare dalla mente l’immagine di un bambino dai capelli neri e ricci,
con gli occhi verdi così familiari, sottoposto a tale umiliazione da una
pazza.
@@
- Qualcosa successe dentro di me – proseguì Farrell -. Gli indù sono una
banda di fanatici
e non mi sono mai informato sulle loro abitudini. Ma, vedere un bambino
della mia razza, usato in quel modo, mi rese come pazzo. E, sembrava che
ci fosse qualcosa in quel bambino che mi spronava a fare qualcosa.
Nonostante fosse sporco e denutrito, la luce di orgoglio e sfida nei suoi
occhi mi colpì al cuore. Aspettai che si inginocchiasse e baciasse il bordo
dei vestiti degli indù, implorando il loro perdono, e ricevendo le monete
che lanciavano nella scatola tra le sue mani. Allora, consegnò la scatola
alla donna e lei sorrise. Prese la scatola e gli sorrise, dicendolo che adesso
era “buono”. E continuò ad esibire quel sorriso fanatico e pazzo. Guardai
quella creatura oscena, ferma su quel provvisorio altare, impugnando una
croce, ed ebbi voglia di ammazzarla. Però, non sapevo quanto fedele le
fosse la congregazione e, siccome non avevo la minima probabilità di
vincerli da solo, le chiesi se mi vendeva il ragazzo. Aggiunsi che aveva
bisogno di uno che lo correggesse nel modo giusto.
Distogliendo gli occhi dal punto sulla parete, finalmente Farrell guardò
Victoria con un sorriso amaro.
- Lei me lo vendette per il pagamento che avevo ricevuto per sei mesi di
lavoro. Suo marito era morto un anno prima e aveva bisogno di denaro,
tanto quanto di un bambino da picchiare. Ma, mentre uscivo da lì, lei tirava
il mio denaro ai suoi fedeli, gridando qualcosa su fatto che Dio mandava
loro dei regali tramite lei. Era una pazza. Definitivamente pazza.
- Crede che la vita di Jason fosse migliore, prima che suo padre morisse?
– Victoria chiese con un filo di voce.
- Il padre di Jason è ancora vivo – dichiarò Farrell con freddezza -. Jason è
il figlio illegittimo di Charles.
La stanza cominciò a vorticarle intorno e Victoria dovette chiudere gli
occhi per controllare la nausea.
- Le dispiace tanto sapere che ha sposato un bastardo? – chiese, mal
interpretando la sua reazione.
220
- Come può farmi una domanda così assurda? – sbottò indignata. Farrell
sorrise.
- Bene. Non ho pensato che le potesse importare, ma gli inglesi danno un
eccessivo valore a queste cose.
- Questa è una grande ipocrisia, poichè mi vengono in mente tre duchi, in
questo momento, che sono discendenti diretti di tre figli bastardi di re
Carlo. Inoltre, non sono inglese. Sono americana.
- Lei è adorabile.
- Per favore, mi racconti il resto di quello che sa su Jason – chiese
Victoria, col cuore già stracolmo di compassione.
- Il resto non è così importante. Andai con Jason a casa di Napal quella
stessa sera. Uno dei domestici di Napal lo pulì e lo portò nella stanza dove
stavamo noi. Il bambino non voleva parlare, ma quando lo fece, fu
evidente che era intelligente. Raccontai la sua storia a Napal. Lui ne rimase
sconvolto per Jason e gli diede un impiego di... diciamo di assistente.
Jason non riceveva denaro, ma aveva un letto nell’ufficio di Napal, vestiti
e cibo decenti. Imparò a leggere e a scrivere, dimostrando una insaziabile
sete di sapere. Quando compì sedici anni, Jason aveva già imparato tutto
ciò che bisognava sapere sugli affari di Napal. Oltre ad essere intelligente
e possedere una mente pronta per gli affari, era padrone di una eccellente
accortezza commerciale. Credo che fosse la conseguenza di aver chiesto
l’elemosina con la scatola, nella sua infanzia. Bene, comunque fosse, il
cuore di Napal si ammorbidiva man mano che invecchiava. Siccome non
aveva figli, cominciò a pensare a Jason più come a un figlio che come un
dipendente appena un pò pagato ma molto lavoratore. Jason riuscì a
convincerlo a lasciarlo navigare su una delle sue navi mercantili, per poter
imparare il commercio nella sua pratica. A quell’epoca, io ero già capitano
e Jason ha navigato con me per cinque anni.
- Era un buon marinaio? – domandò Victoria, sentendosi orgogliosa del
bambino che si era trasformato così bene in un uomo fatto.
- Il migliore. Cominciò come un semplice marinaio, ma imparò tutto sulla
navigazione rimanendo con me nel suo tempo libero. Napal morì due
giorni dopo che ritornammo da un viaggio. Stava seduto nel suo ufficio,
quando il suo cuore si fermò. Jason tentò di tutto per rianimarlo. Arrivò
perfino a fargli la respirazione bocca a bocca. Le persone che si trovavano
nell’ufficio pensarono che fosse impazzito, ma la verità era che amava il
vecchio mercante. Fu sconvolto dalla morte di Napal per molti mesi, ma
non versò una sola lacrima. Jason è incapace di piangere. La strega che lo
aveva allevato era convinta che i “demoni”
221
non potessero piangere, e lo picchiava con maggior forza se lo faceva.
Jason mi raccontò questo quando aveva nove anni. Comunque, morendo,
Napal lasciò tutto quello che possedeva a Jason. Per i seguenti sei anni,
Jason fece quello che aveva cercato di convincere Napal a fare: comprò
una flotta di navi e finì per triplicare la fortuna che il vecchio gli aveva
lasciato.
Quando il capitano Farrell si alzò e rimase a guardare fisso il fuoco,
Victoria disse:
- Jason è stato sposato, vero? L’ho saputo solo pochi giorni fa.
- Ah, sì. Si sposò – confermò il capitano con una smorfia di dispiacere,
mentre si serviva di un altro bicchiere di whiskey -. Due anni dopo la
morte di Napal, era già uno degli uomini più ricchi di Delhi. Tale
distinzione attrasse l’interesse mercenario di una donna bella, immorale,
chiamata Melissa. Suo padre era inglese, ma viveva a Delhi, al servizio del
governo. Melissa possedeva bellezza, nome e eleganza, tutto eccetto ciò di
cui più aveva bisogno: il denaro. Si sposò con Jason per quello che lui
poteva offrirle.
- E Jason perchè la sposò? Mike Farrell si strinse nelle spalle.
- Lui era più giovane di Melissa e credo che fosse affascinato dalla sua
bellezza. E sono obbligato ad ammettere che aveva un modo di fare che
avrebbe fatto credere a qualunque uomo di poter trovare del calore umano
tra le sue braccia. E vendette quel calore a Jason, come ricompensa per
tutto quello che lui poteva darle. Jason le diede di tutto: gioielli sufficienti
da far invidia a una regina. Lei li accettava e sorrideva. Aveva un bel viso,
ma quando la vedevo sorridere in quel modo, mi ricordava quella pazza
strega che lo aveva allevato.
Victoria si ricordò di Jason che le dava perle e zaffiri, chiedendo baci in
cambio, si domandò se credeva che fosse necessario comprare una donna
per ottenere il suo affetto. Mike bevve un lungo sorso di whiskey.
- Melissa era una civetta che passava la vita saltando da un letto all’altro,
dopo che si sposò. Il fatto più interessante fu che ebbe un attacco isterico
quando scoprì che Jason era un bastardo. Io ero nella loro casa a Delhi,
quando il duca di Atherton apparve, reclamando suo figlio. Melissa si
infuriò scoprendo che Jason era il figlio “illegittimo” di Charles. A quanto
sembrava, i suoi principi erano stati offesi nel sapere che aveva mescolato
il suo sangue con quello di un bastardo. Però, non offendeva i suoi principi
consegnare il suo corpo a qualunque uomo della sua classe sociale che la
invitasse nel proprio letto. Un codice di etica molto strano, non crede?
- Molto strano! – ammise Victoria.
222
Farrell sorrise davanti a quella reazione di lealtà.
- Qualunque amore che Jason aveva, quando si erano sposati, fu
rapidamente distrutto dalla vita in comune. Ma, dal momento che Melissa
gli diede un figlio, la manteneva nel lusso e ignorava le sue avventure
amorose. Ad essere onesto, credo che non gli importasse più di quello che
faceva.
Victoria che non sapeva che Jason aveva avuto un figlio, si accasciò sul
divano, guardando stupefatta il capitano, mentre lui continuava:
- Jason adorava quel bambino. Lo portava in qualunque posto andasse.
Finchè fu convinto a ritornare in Inghilterra e a spendere una fortuna per
restaurare le proprietà di Charles, affinchè Jaime potesse ereditare un vero
impero. E, alla fine, tutto quello sforzo fu inutile. Melissa fuggì con il suo
ultimo amante e portò con sè Jaime, per cercare di avere da Jason un
riscatto in cambio del figlio. La nave naufragò a causa di una tempesta. Fui
il primo a scoprire che Melissa aveva portato Jaime con sè. E fui io a
raccontare a Jason che suo figlio era morto. Io piansi. Jason no. Nemmeno
quel giorno. Jason è incapace di piangere.
- Capitano Farrell – lo chiamò Victoria con voce soffocata -. Mi
piacerebbe tornare a casa. Si sta facendo tardi e Jason può essere
preoccupato per me.
La tristezza abbandonò il volto del capitano, mentre un sorriso si allargava
sulle sue labbra.
- Buona idea! Ma, prima che vada, voglio dirle ancora una cosa.
- Che cosa?
- Non permetta che Jason la inganni, dicendo che vuole solo un figlio da
lei. Lo conosco meglio di chiunque altro, e ho visto il modo in cui la
guardava ieri sera. Lui è più che innamorato di lei, anche se non credo che
gli piaccia.
- Non posso incolparlo per non voler amare nessuna donna – disse Victoria
con tristezza -. Non so come sia sopravvissuto a tutto questo e a mantenere
la ragione.
- Lui è forte. È l’essere umano più forte che abbia mai conosciuto. Ed il
migliore. Si permetta di amarlo, Victoria. So che lo desidera. E tenti di
insegnargli ad amarla. Jason ha molto amore da dare, ma, prima di quello,
dovrà imparare a fidarsi di lei. Quando questo succederà, le metterà il
mondo ai suoi piedi.
Victoria si alzò.
La voce dell’irlandese si affievolì e il suo sguardo divenne distante.
- Io ho conosciuto una donna come lei, molto tempo fa. Possedeva la sua
generosità e il suo coraggio. Lei mi insegnò ad avere fiducia, ad amare ed
essere amato. Non ho paura di
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morire, perchè so che lei è lì, ad aspettarmi. La maggior parte degli uomini
amano molte volte, ma Jason è come me. Ama una sola volta, per sempre.
Capitolo 24
Mentre Victoria indossava ancora i vestiti umidi, il capitano Farrell
agganciò la giumenta alla carrozza. Dopo averla aiutata ad accomodarsi,
montò sul proprio cavallo. La pioggia era diminuita, trasformandosi in una
pioggerellina persistente, ma dal momento che era quasi l’imbrunire,
l’accompagnò fino a Wakefield.
- Non è necessario che mi accompagni fin lì – protestò Victoria -. Conosco
la strada.
- Si sbaglia. Le strade non sono sicure, dopo il tramonto. La settimana
scorsa, una carrozza fu assalita, nei pressi del villaggio, ed uno degli
occupanti morì. Quindici giorni fa, una delle bambine più grandi
dell’orfanotrofio è uscita a passeggiare, di sera. Il giorno dopo, hanno
trovato il suo corpo nel fiume. Siccome si trattava di una ragazza ritardata,
non è stato possibile sapere quello che è successo.
Benchè sentisse le parole del capitano, la mente di Victoria era rivolta a
Jason. Il suo cuore era pieno di tenerezza per l’uomo che le aveva dato una
casa, quando era arrivata Inghilterra, oltre a dei bei vestiti. Lui aveva
offerto anche uno sfogo alla sua solitudine e alla fine l’aveva anche
sposata. Era vero che Jason si teneva a distanza per la maggior parte del
tempo, ma quanto più considerava la cosa, più credeva che il capitano
Farrell avesse ragione. Jason doveva volerla. Altrimenti, non si sarebbe
arrischiato ad un nuovo matrimonio.
Si ricordò della passione nei suoi baci, prima del matrimonio, e si convinse
ancora di più. Nonostante i tormenti sofferti da bambino in nome della
religione, aveva accettato di sposarsi in chiesa, solo perchè Victoria glielo
aveva chiesto.
- Credo che sia meglio che lei non continui, a partire a qui – disse Victoria,
avvicinandosi ai cancelli di Wakefield.
- Perchè?
- Perchè se Jason sa che ho passato il pomeriggio in casa sua, sospetterà
che lei mi ha raccontato qualcosa su di lui, e penserà che sia quello il
motivo per cui io agisco in maniera diversa.
Farrell alzò le sopracciglia.
224
- Vuole agire in modo diverso? Victoria annuì.
- Probabilmente. Credo che dovrò cercare di domare una pantera.
- In questo caso ha ragione. È meglio non dire a Jason che è stata con me.
Ci sono due cottage abbandonati, poco prima di casa mia. Dica di essersi
rifugiata in uno dei due. Però deve sapere una cosa: Jason detesta le bugie.
Non si lasci scoprire.
- Anch’io odio le bugie e, ancora di più, di essere scoperta da Jason mentre
lo faccio.
- Credo che sarà preoccupato e furibondo, se è già tornato a casa e ha
scoperto che è uscita sola con questo temporale.
Jason era ritornato. Era decisamente, preoccupato e furioso. Victoria sentì
la sua voce non appena entrò dal retro, dopo aver lasciato Wolf.
Sentendosi contemporaneamente allarmata e ansiosa di vederlo, andò
direttamente nel suo ufficio. Lui camminava da un lato all’altro della
stanza. parlando ad un gruppo di sei domestici dalle espressioni atterrite.
La camicia bianca che indossava era bagnata e i suoi stivali coperti di
fango.
- Mi dica di nuovo, quello che lady Fielding le ha detto – gridò a Ruth -. E
la smetta di piangere! Cominci dall’inizio e ripeta le sue parole,
esattamente come le ha dette!
La cameriera si torse le mani.
- Lei... lei ha chiesto che uno stalliere scegliesse il cavallo più mite e la
carrozza più piccola, perchè non è abituata a condurre carrozze. Poi, mi ha
chiesto di dire alla signora Craddock..., la cuoca... di fare dei pacchetti con
i resti del cibo di ieri sera e di metterli in carrozza. Io l’aveva avvisata che
stava per scoppiare il temporale, ma... lei mi ha risposto che non avrebbe
piovuto ancora per ore. Poi mi ha chiesto se io... se io ero sicura che
milord avesse lasciato la proprietà. Io le ho risposto di sì. E se ne è andata.
- E voi lo avete permesso! – sbottò Jason con i domestici -. Avete lasciato
che una donna, visibilmente nervosa che non ha alcuna esperienza nel
condurre carrozze, uscisse sotto un terribile temporale, con cibo sufficiente
per un mese! – Si voltò verso il palafreniere -. L’ha sentita dire al cane che
erano “finalmente liberi” e non ha pensato che era strano?
Senza a spettare la risposta, Jason si avvicinò a Northrup che teneva la sua
posizione rigida e eretta come un uomo davanti al plotone d’esecuzione,
pronto ad affrontare con dignità un destino ingiusto e terribile.
- Mi racconti un’altra volta, esattamente, quello che le ha detto.
- Ho chiesto a lady Victoria quello che avrei dovuto dire a milord, quando
sarebbe rientrato – rispose Northrup -. Lei mi ha risposto: gli dica che ho
detto “Addio”.
225
- E non le è sembrato strano? – domandò Jason, adirato -. Una donna
appena sposata esce di casa da sola, ordinando di dire addio a suo marito e
non ci trova niente di strano!
Northrup arrossì fino alla radice dei capelli.
- Considerando altri avvenimenti, milord, quella situazione non mi è
sembrata strana. Jason smise di camminare avanti e indietro e lo affrontò,
socchiudendo gli occhi.
- Considerando quali “altri avvenimenti”? – chiese, minaccioso.
- Considerando ciò che milord mi ha detto uscendo, un’ora prima di lady
Victoria, ho concluso, naturalmente, che c’era stata una lite e per quel
motivo era infastidita.
- Che cosa le ho detto, uscendo? – Jason insistette, sembrando ancora più
pericoloso. Le labbra di Northrup tremarono di risentimento.
- Quando milord è uscito, questa mattina, io le ho augurato il buongiorno.
- E?
- E milord ha risposto che aveva “già altri piani”. Naturalmente, ho
concluso che milord non avesse avuto un buongiorno e, quando lady
Victoria è scesa, annunciando che sarebbe uscita da sola, ho concluso che
c’era stato qualche problema tra milord e milady.
- E’ un peccato che non “abbia concluso” che ci stava lasciando e non
abbia cercato di impedirglielo.
Il cuore di Victoria si strinse per il rimorso. Jason credeva che lo avesse
abbandonato. E, per un uomo come lui, ammettere questo davanti ai
domestici, significava solo che era molto disperato. Victoria non aveva
mai pensato che Jason poteva giungere a questa conclusione. Ora, però,
sapendo ciò che Melissa aveva fatto, era facile comprendere la sua
reazione. Determinata a salvare l’orgoglio di suo marito, Victoria si sforzò
di fare un gran sorriso conciliatore, prima di avvicinarsi.
- Northrup non sarebbe mai stato tanto sciocco da immaginare che potessi
lasciarla milord – disse in tono allegro, prendendo il braccio di Jason con
un gesto affettuoso.
Jason si voltò così violentemente, che quasi la fece cadere. Victoria
recuperò l’equilibrio e continuò:
- Posso essere una donna arrabbiata, ma non sono un’idiota. Gli occhi di
Jason si illuminarono per il sollievo, ma subito dopo il sollievo fu
sostituito
dalla furia.
- Dove diavolo sei stata? – domandò tra i denti. Dispiaciuta per i
domestici, già mortificati, Victoria mormorò:
226
- Hai tutto il diritto di essere arrabbiato con me e vedo che hai intenzione
di dirmi esattamente ciò che pensi del mio comportamento. Ti chiedo solo
di non farlo davanti ai domestici.
Jason respirò profondamente, come se il suo controllo fosse agli sgoccioli
e, allora, con un leggero movimento del capo, congedò i domestici. Nel
pesante silenzio che seguì, tutti lasciarono in fretta l’ufficio. L’ultimo ad
uscire chiuse la porta alle sue spalle. Il momento dopo, Jason diede libero
sfogo alla sua furia.
- Idiota! Sono andato per i campi a cercarti! Victoria guardò verso l’uomo
attraente e virile, ma quello che vide fu un bambino
sporco, che veniva picchiato per essere il “demonio”. Un nodo le si formò
alla gola e, pervasa da una profonda tenerezza, gli accarezzò il volto senza
pensarci.
- Mi dispiace molto – sussurrò. Jason si allontanò con un gesto violento.
- Ti dispiace? – ripetè con sarcasmo -. E perchè? Per gli uomini che ti
stanno ancora cercando sotto la pioggia? O per il cavallo che è crollato nel
fango?
- Mi dispiace che tu abbia pensato che io ti avessi abbandonato – spiegò
con voce tremante -. Non lo farei mai.
Jason le lanciò uno sguardo ironico.
- Considerando che ieri mi hai quasi abbandonato all’altare e che questa
mattina mi hai chiesto il divorzio, le tue parole sono sorprendenti! A che
cosa si deve questa crisi di “fedeltà”, ora?
Nonostante il suo sarcasmo e la sua indifferenza, Victoria riconobbe il
dolore nella voce di Jason, quando aveva detto che lo aveva quasi
abbandonato sull’altare. Sentì una forte peso sul petto rendendosi conto di
quanto quello lo avesse turbato.
- Milord...
- Per l’amor di Dio! Smettila di chiamarmi milord! E non ti umiliare,
perchè lo detesto!
- Ma non mi sto umiliando! Stavo solo cercando di dirti che la mia
intenzione era portare del cibo all’orfanotrofio. Mi dispiace di averti fatto
preoccupare e prometto che non succederà più.
Lui la guardò con aria stanca, mentre l’ira lo abbandonava.
- Sei libera di fare ciò che vuoi, Victoria. Il nostro matrimonio è stato il più
grande errore della mia vita.
Victoria sospirò, sapendo che niente di quello che avrebbe detto gli
avrebbe fatto cambiare opinione, specialmente finchè Jason si trovava in
quello stato d’animo. Dopo
227
qualche istante, chiese il permesso e se ne andò in camera sua per
cambiarsi i vestiti umidi. Jason non cenò con lei e Victoria andò a letto,
sicura che lui l’avrebbe raggiunta nel letto, almeno per obbligarla a
compiere la sua parte di accordo per dargli un figlio.
Jason non la cercò quella notte, nè le tre seguenti. Anzi, fece il possibile
per evitarla completamente. Passava tutto il giorno in ufficio, dettando
lettere al suo segretario, il signor Benjamin, e discutendo di affari con
degli uomini che venivano da Londra. Quando trovava Victoria a pranzo, o
per i corridoi della casa, si limitava a salutarla con cortesia ma
freddamente, come se fosse una completa estranea. Quando finiva il suo
lavoro, andava in camera sua, si cambiava d’abito e poi partiva per
Londra.
Dal momento che Caroline era andata al sud, per far visita al fratello la cui
moglie stava per dare alla luce un bambino, Victoria passava la maggior
parte del tempo all’orfanotrofio, organizzando giochi per i bambini, e
visitando i residenti della cittadina, affinchè continuassero a sentirsi a
proprio agio con lei. ma, per quanto occupata si mantenesse, rimpiangeva
Jason. A Londra avevano passato molto del loro tempo insieme. Lui
l’aveva accompagnata in quasi tutti i posti, compreso le feste, i balli e a
teatro e, benchè non passasse tutto il suo tempo al suo fianco, Victoria
sapeva di averlo sempre vicino, sempre molto protettivo. Ora, sentiva la
mancanza dei suoi scherzi e perfino dei suoi scoppi di collera. Le
settimane che avevano seguito l’arrivo della lettera della madre di Andrew,
lui era stato un amico molto speciale.
Ora, era un estraneo che forse aveva bisogno di lei, ma che la teneva a
distanza. Victoria sapeva che ormai non era arrabbiato. Semplicemente,
l’aveva esclusa dal suo cuore e dalla sua mente, come se non esistesse.
La quarta notte, Jason andò di nuovo a Londra. Victoria rimase sveglia nel
suo letto, con gli occhi fissi al soffitto, persa in sciocche fantasie a
proposito di ballare con lui e di come avevano ballato tante volte in
precedenza. Era delizioso ballare con Jason, perchè lui si muoveva
leggermente e...
All’improvviso, una domanda si presentò alla mente di Victoria: che cosa
faceva a Londra, di sera? Dopo averci pensato molto, concluse che passava
il tempo giocando in uno dei club che frequentava.
La quinta notte, Jason non si prese nemmeno il disturbo di rientrare. Il
mattino dopo, durante la colazione, Victoria sfogliava la Gazette, quando
scoprì come occupava le sue notti a Londra. Lui non andava a giocare, nè
si incontrava con i gentiluomini per trattare gli affari. Jason aveva
partecipato ad un ballo in casa di lord Muirfield ed aveva ballato tutta la
sera con una giovane sposata ad un lord di mezza età. Il giornale diceva
anche che, la notte
228
precedente, lord Fielding era andato a teatro in compagnia di una mora,
cantante di opera. Victoria sapeva tre cose sull’amante di Jason: il suo
nome era Sybil, era cantante d’opera ed era mora.
La gelosia afferrò Victoria e fu un sentimento così violento che scosse il
suo equilibrio, perchè non l’aveva mai provata prima.
Jason scelse proprio quel momento per entrare in sala da pranzo, con gli
stessi abiti che aveva quando era partito per Londra, il giorno precedente.
La differenza era che, ora, portava negligentemente la giacca sulle spalle,
la cravatta slacciata, che pendeva dal collo, e la camicia sbottonata. Era
evidente che non aveva dormito nella sua casa di Londra, dove aveva un
guardaroba completo.
Si limitò a salutare in fretta Victoria con un cenno, prima di servirsi di una
tazza di caffè.
Victoria si alzò lentamente, tremando di rabbia.
- Jason – lo chiamò con voce fredda e controllata. Lui la guardò dall’alto
in basso, ma percependo l’espressione furiosa negli occhi della
moglie, si girò a guardarla.
- Che succede?
- Ti ricordi come ti sentivi quando la tua prima moglie stava a Londra e
dava scandalo?
- Perfettamente – rispose, con indifferenza. Sorpresa e, perfino
impressionata dal suo stesso coraggio, Victoria lanciò uno sguardo
significativo verso il giornale, prima di alzare il mento e dichiarare:
- In questo caso, spero che non mi faccia provare lo stesso. Jason guardò
rapidamente il giornale, prima di tornare a guardarla.
- Sebbene mi ricordo, che io non davo importanza a quello che faceva.
- Invece io sì! – sbottò Victoria, incapace di tenere il controllo più a lungo
-. Comprendo perfettamente che i mariti civilizzati abbiano delle amanti,
ma ci si aspetta che siano discreti. Voi inglesi avete regole per tutto,
perfino per la discrezione. Quando esci a Londra, con la... tua amica al
braccio, mi sento offesa e ferita.
Con quelle parole, Victoria uscì, sentendosi come una scarpa vecchia
messa da parte.
Sembrava una bella regina, con i capelli sciolti che le sbattevano sulla
schiena, il corpo che si muoveva con grazia ineguagliabile. Jason la
osservò uscire, dimenticandosi della tazza di caffè che aveva in mano. Fu
pervaso dal familiare desiderio di prenderla nelle sue braccia e seppellire il
viso in quei capelli di fuoco, ma non si mosse. Qualunque fosse ciò che
Victoria sentiva per lui, non era amore, nè desiderio. Lei considerava
“civilizzato” il fatto che mantenesse un’amante, discretamente, per
soddisfare i suoi repellenti istinti.
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D’altra parte, il suo orgoglio era stato ferito quando Jason era stato visto in
pubblico al fianco di un’altra donna.
Sì, si trattava di orgoglio ferito, nient’altro. Però, ricordando il duro colpo
che l’orgoglio di Victoria aveva subito col tradimento di Andrew, si scoprì
incapace di ferirla ancora di più. Comprendeva i suoi sentimenti, perchè
ricordava con chiarezza come si era sentito scoprendo il tradimento di
Melissa.
Passò in ufficio, per prendere alcuni documenti e, poi salì le scale
leggendo le carte e togliendosi la giacca.
- Buongiorno, milord – lo salutò il valletto con uno sguardo di biasimo per
i suoi vestiti in disordine.
- Buongiorno, Franklin – rispose, senza nemmeno distogliere lo sguardo
dai documenti appena arrivati.
Franklin preparò l’occorrente per la barba di Jason e, subito, si mise a
spazzolare la giacca che Jason gli aveva appena dato.
- Il suo abito per questa sera dovrà essere formale o informale, milord?
Jason voltò una pagina del documento.
- Informale – rispose, distrattamente -. Lady Fielding crede che io abbia
passato troppo tempo fuori di casa, la sera.
Si incamminò verso il bagno, senza accorgersi dell’espressione di piacere
che illuminò il volto del valletto. Franklin aspettò che Jason entrasse in
bagno per poi correre subito al piano di sotto, e dare la notizia a Northrup.
Prima che lady Victoria invadesse la casa, alcuni mesi prima, distruggendo
l’ordine e la noiosa disciplina che vi regnava, Franklin e Northrup avevano
mantenuto le loro posizioni con le unghie e con i denti, ardendo di gelosia
l’uno dell’altro. In realtà, si erano evitati scrupolosamente per anni. Ora,
però, i due vecchi avversari avevano unito le forze e gli interessi in favore
del benessere del signore e della signora.
Northrup era nell’atrio, incerando un tavolo. Guardandosi intorno per
assicurarsi che non aveva intorno nessuno di grado inferiore che potesse
sentirli, Franklin si avvicinò al maggiordomo ansioso di condividere la
novità del tumultuoso romanzo di milord, o meglio, dell’assenza del
romanzo cavalleresco. In cambio, voleva sentire qualunque novità
Northrup avesse da raccontargli. Si abbassò verso il suo confidente, senza
accorgersi della presenza di O’Malley che si trovava nel salone attiguo,
con l’orecchio incollato alla parete.
- Milord ha annunciato che cenerà in casa questa sera, signor Northrup –
sussurrò il valletto in tono cospiratorio -. Presumo che sia un buon segno.
230
Northrup si voltò mantenendo un atteggiamento indifferente.
- Si tratta di un avvenimento raro, considerando l’assenza di milord nelle
ultime cinque serate. Tuttavia, non giudico la notizia così promettente.
- Credo che non abbia capito! Milord è stato molto specifico: rimane in
casa perchè lady Victoria così desidera!
- Ah, questo sì che è promettente, signor Franklin! – Allora, fu Northrup
che guardò intorno a sè, per assicurarsi che nessuno li sentisse -. Credo che
il motivo della domanda di lady Victoria è stato un certo articolo sulla
Gazzette di questa mattina, che insinuava che lord Fielding ha goduto della
compagnia di una certa cantante d’opera, a Londra.
O’Malley staccò l’orecchio dalla parete e, uscendo dalla porta laterale del
salone, corse verso la cucina.
- Ci è riuscita! - annunciò trionfante, entrando nella grande cucina. La
signora Craddock smise di mescolare l’impasto della torta che stava
preparando, così
ansiosa di sapere delle novità che non le importò nemmeno quando
O’Malley prese uno dei biscotti che aveva lasciato sul tavolo.
- Che cosa è successo?
- E' riuscita ad imporre la sua volontà a lord Fielding! Ho sentito la
conversazione tra Northrup e Franklin. Lady Victoria ha letto sul giornale
che lord Fielding è stato con la signorina Sybil e gli ha detto di rimanere in
casa, che è il suo posto. Ed è esattamente ciò che lui farà. Io avevo detto a
voi tutti che lei era capace di lottare con lui. L'ho saputo nel momento in
cui mi disse che era per metà irlandese! Ma lady Victoria è davvero una
lady, oltre ad essere molto gentile e allegra.
- La povera bambina è stata l'immagine della tristezza in questi ultimi
giorni - commentò preoccupata la signora Craddock -. Tocca appena cibo
quando lui non è in casa. E ho preparato tutti i suoi piatti preferiti!
Ringrazia sempre con tanta gentilezza che mi viene voglia di piangere.
Non riesco a capire perché lui non dorme con lei, come dovrebbe…
O'Malley scosse la testa, anche lui preoccupato.
- Lui non l'ha più cercata dalla sera delle nozze. Ruth è assolutamente
sicura di questo. E lady Victoria non ha dormito nel suo letto, perché le
cameriere hanno guardato in camera di milord ed hanno detto che tutte le
mattine trovano un solo cuscino sgualcito.
In un pensoso silenzio, O'Malley divorò il suo biscotto e allungò la mano
per prenderne un altro, ma questa volta la signora Craddock lo fermò.
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- Smettila di rubare i miei biscotti, Daniel. Li ho preparati per fare un
dolce. - Un repentino sorriso illuminò il volto della cuoca -. Pensandoci
meglio, puoi mangiarli. Preparerò qualcosa di meglio che una semplice
torta, per il dolce di oggi.
La più giovane delle aiutanti di cucina, una sedicenne grassa, decise di
partecipare alla conversazione.
- Una delle ragazze della lavanderia mi stava parlando di una polvere che
deve essere messa nel vino per far in modo che un uomo desideri una
donna, se il problema è la virilità. Tutte le cameriere, lì, concordano che
forse milord dovrebbe provare un po’ di quella polverina… Può darsi che
lo aiuti.
Le altre aiutanti furono d'accordo con entusiasmo, ma O'Malley scoppiò a
ridere.
- Per Dio, ragazza! Da dove ti vengono queste idee? Milord non ha
bisogno di nessuna polverina. Puoi dire alle ragazze della lavanderia che io
garantisco per questo. John, il conducente, ha ormai il raffreddore cronico
per aver aspettato in carrozza, sotto all'intemperie, durante tutte le notti
dell'inverno scorso, finchè milord non lasciava il letto della signorina
Hawthorne che è stata l'amante di milord, prima della signorina Sybil.
- E' stato con la signorina Sybil, ieri sera? - domandò la signora Craddock
-. O è solo un pettegolezzo del giornale?
- Lui è stato con lei - rispose seriamente O'Malley -. Ho sentito i
palafrenieri confermare la notizia. Ma non sappiamo quello che è successo
mentre stava lì. Forse è andato solo per liberarsi di lei.
La signora Craddock fece un sorriso per niente convinto.
- Bene, almeno cena con la moglie, questa sera. È già qualcosa. O'Malley
annuì d'accordo con lei e si diresse alla stalla, per dare la notizia al
palafreniere
che lo aveva informato sulle attività di lord Fielding la notte precedente.
E fu così che, delle centoquaranta persone residenti a Wakefield park, solo
Victoria si sorprese quando vide Jason entrare in sala da pranzo, quella
sera.
- Rimarrai in casa, questa sera? - domandò sollevata.
- Ho avuto l'impressione che era quello che volevi che facessi.
- Infatti - ammise Victoria, chiedendosi se la scelta del vestito verde
smeraldo era adeguata e desiderando che lui non fosse seduto così lontano,
all'altra estremità del tavolo -. Solo non mi aspettavo che lo facessi.
Cioè… - smise di parlare quando O'Malley si incamminò nella sua
direzione, con una luce decisa nello sguardo.
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- Il suo vino, milady - annunciò, prendendo uno dei bicchieri e
appoggiandolo sul tavolo con una riverenza esagerata che, come si poteva
immaginare, finì per provocare un incidente.
Tutto il vino si sparse sul tavolo davanti a Victoria.
- O'Malley…! - Northrup lo rimproverò dal fondo della sua posizione,
accanto al tavolo delle vivande, da dove di solito soprintendeva il servizio
dei lacchè durante il pranzo.
O'Malley gli lanciò uno sguardo innocente, prima di ritirare la sedia di
Victoria e condurla fino all'altra parte del tavolo, dove era seduto Jason.
- Le chiedo di perdonarmi, milady - si scusò esageratamente con aria
pentita, quando la fece accomodare alla destra di Jason -. Porterò
immediatamente altro vino. Poi, pulirò la tovaglia. L'odore del vino
versato è terribile, vero? Sarà meglio che milady mangi lontano dal suo
posto. Non so come sia potuto succedere. Deve essere il mio braccio… Ho
sentito molto dolore. Non è niente di serio, niente che debba preoccuparla.
Solo un osso che mi ruppi, quando ero bambino.
Victoria si mise il tovagliolo sulle gambe e lo guardò con un sorriso di
simpatia.
- Mi dispiace di sapere che il suo braccio le dà ancora fastidio, signor
O'Malley. O'Malley si voltò verso lord Fielding, disposto a ripetere le sue
false scuse, ma sentì che
la bocca gli si seccava quando si ritrovò a guardare il penetrante sguardo di
Jason che passava lentamente il dito sul filo del coltello, come per provare
la sua lama. Dopo essersi schiarito la voce, O'Malley tornò a rivolgersi a
Victoria:
- Le porto un altro bicchiere di vino, milady.
- Lady Fielding non beve vino durante i pasti - fece notare ironicamente
Jason -. O hai cambiato le tue abitudini, Victoria?
Lei scosse la testa, senza comprendere quello che sembrava stesse
succedendo, senza necessità di parlare, tra Jason e il povero O'Malley.
- Ma credo che berrò un pochino, questa sera - aggiunse, cercando di
risolvere la strana situazione.
I domestici si ritirarono, lasciandoli soli. Un pesante silenzio, persistette
per tutta la cena, rotto solo dall'occasionale rumore delle posate d'argento
contro la porcellana. Questo silenzio diventò ancora più difficile per
Victoria quando pensò all'allegria di Londra dove sarebbe stato Jason se
non fosse rimasto a casa con lei.
Quando i piatti furono ritirati dal tavolo ed il dolce fu servito, l'infelicità di
Victoria si era trasformata già in disperazione. Due volte aveva cercato di
rompere quel silenzio con innocui commenti sul tempo o sull'ottima
preparazione delle portate che aveva preparato la
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signora Craddock. Le risposte di Jason, però, erano state solo dei
monosillabi e per niente promettenti.
Victoria sapeva che doveva fare qualcosa e in fretta, perché il vuoto che li
separava si ingrandiva ogni giorno sempre di più. Non si poteva non
avvertirlo.
La sua ansia diminuì un poco quando O'Malley, nascondendo appena il
sorriso soddisfatto, entrò con un pan di Spagna, su cui vi erano due
bandierine: quella inglese e quella americana.
Jason guardò il dolce ed alzò cinico lo sguardo verso il capo dei lacchè.
- A quanto vedo, la signora Craddock si sente particolarmente patriottica,
oggi. O il dolce è stato preparato nel tentativo di farmi ricordare che sono
sposato?
Il lacchè impallidì.
- Assolutamente no, milord - rispose e, non appena Jason lo congedò con
aria di fastidio, sparì.
- Se il pan di Spagna dovrebbe rappresentare il nostro matrimonio -
commentò Victoria con una strana allegria, - la signora Craddock avrebbe
dovuto decorarlo con due spade incrociate e non con due bandiere.
- Hai ragione - fu d'accordo Jason. Lui sembrava così disinteressato del
pietoso stato del loro matrimonio che finalmente
Victoria ebbe il coraggio di abbordare l'argomento che avrebbe voluto
discutere dall'inizio della cena.
- Non voglio aver ragione, Jason. Per favore, voglio che le cose siano
diverse tra noi. Jason si abbassò sulla sedia, guardandola negli occhi, senza
nascondere una punta di
sorpresa.
- Che cosa hai in mente, esattamente?
- Beh, in primo luogo, mi piacerebbe che fossimo amici. Normalmente
conversavamo e ridevamo insieme, prima.
- Allora conversiamo.
- C'è qualche cosa di cui ti piacerebbe parlare? Gli occhi di Jason si
fissarono in quelli di lei, mentre pensava:" Voglio sapere perché hai
dovuto ubriacarti prima di accettare l'idea di venire a letto con me. Voglio
sapere perché le mie carezze ti fanno star male".
- Niente in particolare - rispose a voce alta.
- Molto bene… Ti piace il mio vestito? È uno di quelli che ha fatto
madame Dumosse per me.
234
Jason guardò la candida pelle esibita dalla scollatura del vestito. Victoria
stava benissimo con il verde, pensò, ma aveva bisogno di smeraldi per
completare il vestito. Se le cose fossero state diverse, in quel momento
avrebbe congedato i domestici e l’avrebbe fatta sedere sul suo grembo. Poi
le avrebbe sbottonato il vestito, esponendo i seni sodi alle sue labbra e alle
sue mani. Poi, dopo averla baciata e accarezzata, l’avrebbe portata verso la
propria camera, e avrebbero fatto l’amore fino ad esaurire tutte le sue
forze.
- E' un bel vestito, ma merita una collana di smeraldi. Victoria si portò la
mano al collo, ricordandosi che non possedeva una collana di
smeraldi.
- Anche tu stai molto bene - si complimentò, ammirando la giacca azzurra
che lui indossava con una naturale eleganza -. Sei molto attraente -
aggiunse con tenerezza.
- Grazie - le rispose Jason, visibilmente sorpreso.
- Di niente - replicò Victoria e, credendo che gli fosse piaciuto il suo
complimento, decise di esplorare quel luogo comune di conversazione -.
Sapevi che, quanto ti ho visto la prima volta, ti trovai inquietante? È vero
che era già quasi buio ed io ero molto nervosa, ma… beh, sei così grosso,
che arrivi quasi a far paura.
Jason quasi soffocò con il vino.
- Di cosa stai parlando?
- Del nostro primo incontro - dichiarò candidamente -. Io ero lì fuori, con il
maialino tra le braccia. Mi trascinasti dentro, dove era tutto piuttosto scuro
e…
Jason si alzò di scatto.
- Mi dispiace se non ti ho trattato gentilmente. Ora se mi scusi, ho del
lavoro da sbrigare.
- No! - protestò Victoria, alzandosi in fretta -. Per favore, non lavorare.
Facciamo qualcosa insieme… qualcosa che ti piaccia.
Il cuore di Jason prese a battere più forte. Vide l'invito in quegli occhi
supplichevoli e, in quello stesso istante fu invaso dalla speranza e dalla
incredulità che gli scoppiarono nel petto. Senza pensare, alzò la mano ed
accarezzò il viso di Victoria continuando poi ad accarezzarle i morbidi
capelli.
Victoria tremò di piacere, perché finalmente la stava trattando con affetto.
Avrebbe dovuto tentare prima quell'avvicinamento, invece di soffrire in
silenzio per giorni.
- Possiamo giocare a scacchi - gli suggerì, rianimata -. Non sono molto
brava, ma se tu… La mano di Jason si bloccò nell'aria e il suo viso si
trasformò in una maschera gelida.
- Scusa, Victoria. Ma ho del lavoro da fare. Le passò davanti e andò a
rinchiudersi nel suo ufficio, dove passò il resto della serata.
235
Arrabbiata, Victoria passò il tempo cercando di leggere. Nel momento di
mettersi a letto, era arrivata alla conclusione che doveva cercare di
impedirgli di trattarla come un'estranea, costasse quel che costasse. Si
ricordò di come l'aveva guardata prima che lei suggerisse di giocare a
scacchi. Era lo stesso sguardo che aveva sempre prima che la baciasse. Il
suo corpo aveva riconosciuto subito quello sguardo e aveva reagito in quel
modo inspiegabile che sempre sentiva quando Jason la toccava. Forse
avrebbe preferito baciarla, invece di giocare a scacchi. Beh, forse voleva
fare di nuovo quella cosa orribile con lei.
Victoria tremò all'idea, ma era disposta perfino a quello, se fosse servito a
riportare l'armonia. Sentì lo stomaco contrarsi pensando a come lui aveva
guardato il suo corpo, con indifferenza, la notte del loro matrimonio. Forse
non sarebbe stato poi così brutto, se l'avesse trattata come quando la
baciava.
Aspettò di sentire Jason entrare in camera sua e, indossando la sua
vestaglia turchese, aprì la porta di comunicazione, che era stata sostituita,
ad eccezione degli stipiti, ed entrò.
- Jason, devo parlarti - annunciò, senza preamboli.
- Fuori di qui, Victoria - replicò lui irritato, finendo di togliersi la camicia.
- Ma…
- Non voglio conversare - la interruppe con sarcasmo -. Non voglio
giocare a scacchi, non voglio giocare a carte.
- Allora, che cosa vuoi fare?
- Voglio che tu esca di qui. Sono stato chiaro?
- Direi di sì - rispose Victoria con dignità -. Non ti disturberò di nuovo.
Rientrò in camera sua e chiuse la porta, anche se continuava a essere
determinata a fare
in modo che il suo matrimonio fosse solido e felice. Non aveva idea di
quello che Jason si aspettava da lei. Per la verità, non lo capiva. Però
conosceva qualcuno che capiva Jason. Jason aveva trent'anni, era più
grande e più esperto di lei, ma il capitano Farrell era ancora più grande di
Jason e, di sicuro, avrebbe saputo consigliarla su cosa fare.
Capitolo 25
Il mattino dopo, decisa, Victoria andò fino alla stalla e aspettò mentre lo
stalliere le portava un cavallo. Il suo nuovo abito da cavallerizza era molto
ben fatto, e la giacca ne accentuava il volume arrotondato del seno e la vita
sottile. La camicetta bianca metteva in
236
risalto la sua pelle chiara e i capelli rossi che aveva stretto in uno chignon,
morbido, sulla nuca. Guardandosi allo specchio, prima di uscire dalla
stanza, si era sentita abbastanza bella e sofisticata, e quello aveva
contribuito ad aumentare la sua autostima.
Esibì un gran sorriso quando lo stalliere le portò un sauro dal mantello
scuro luccicante sotto il sole.
- E' un animale molto bello, John. Come si chiama?
- Torero, credo che venga dalla Spagna. Milord ha lasciato istruzioni
affinché milady usi questo cavallo, fin dal suo arrivo, qualche settimana fa.
Jason le aveva comprato un cavallo, concluse, mentre montava con l'aiuto
di John. Non riusciva a capire perché avesse sentito la necessità di
comprare un nuovo cavallo, quando le sue stalle erano famose per ospitare
i migliori cavalli d'Inghilterra. E nonostante ciò, era un comportamento
molto generoso e molto tipico di Jason Fielding il fatto che non l'avesse
nemmeno detto.
Fermandosi davanti allo chalet del capitano Farrell, sospirò sollevata
vedendolo aprire la porta ed uscire per aiutarla a smontare.
- Grazie - ringraziò -. Speravo di trovarla in casa. Lui sorrise.
- Volevo venire fino a Wakefield, oggi, per vedere come lei e Jason ve la
state cavando.
- In questo caso - commentò con un sorriso triste - è stato un bene che non
lo abbia fatto.
- La situazione non è migliorata? - le chiese, sorpreso, invitandola ad
entrare. Mentre Farrell metteva dell'acqua a bollire, per preparare il tè,
Victoria si sedette sul
divano scuotendo la testa.
- Io direi che, se la situazione è cambiata, è stata in peggio. Beh, non
proprio. Per lo meno, Jason è rimasto in casa ieri sera, invece di andare a
Londra a visitare la sua… beh, lei sa di cosa sto parlando.
Victoria non aveva pensato di affrontare un argomento così intimo. Voleva
solo discutere del carattere di Jason.
Il capitano prese due tazze dall'armadietto e le lanciò uno sguardo
perplesso al di sopra della spalla.
- No, non so di cosa parla. Victoria sospirò, e distolse lo sguardo.
- Andiamo ragazza! Mi sono fidato di lei. Dovrebbe sapere che può fidarsi
di me. Con chi potrebbe parlare, altrimenti?
- Con nessuno - rispose desolata.
237
- Se quello che deve dire è tanto difficile, pensi a me come se fossi suo
padre, o il padre di Jason.
- Oltre a non essere né una cosa, né l'altra, non so se sarei capace di
raccontare a mio padre quello che vuole sapere, capitano.
Lui mise le tazze sul tavolo e poi si voltò a guardarla.
- Sa cosa è l'unica cosa che non mi piace del mare? La solitudine della
mia cabina. A volte, mi piace stare lì, solo, ma quando qualcosa mi
preoccupa, come per esempio, un temporale che si avvicina, non ho
nessuno con cui condividere le mie paure. Non posso lasciare che i miei
uomini percepiscano la mia paura, perché entrerebbero nel panico. Per
quel motivo, devo tenermi tutto dentro, dove la paura cresce, fino a
raggiungere proporzioni esagerate. A volte, mi trovavo in alto mare ed
aveva il presentimento che mia moglie fosse malata, o corresse qualche
pericolo, e quella sensazione mi spaventava perché non avevo nessuno che
mi potesse dire che non era altro che una sciocchezza. Se non può parlare
con Jason e non vuole parlare con me, non troverà mai le risposte che
cerca.
Victoria lo guardò con affetto.
- E' uno degli uomini più gentili che abbia mai conosciuto, capitano
Farrell.
- Allora, perché non immagina che sia suo padre e si confida con me?
Molta gente, incluse le donne, avevano confidato ogni tipo di problema al
dottor Seaton,
senza la minima difficoltà o vergogna. Victoria lo sapeva. E se voleva
riuscire a capire Jason, doveva confidarsi col capitano.
- Molto bene - cominciò, sentendosi a suo agio perché lui aveva avuto il
tatto di fingersi occupato con il tè e le dava la schiena, perché era molto
più facile parlare, quando non ci si guardava negli occhi -. La verità è che
sono venuta a chiederle se è sicuro di avermi raccontato tutto ciò che sa di
Jason. Ma, per rispondere alla sua domanda, Jason è rimasto in casa, ieri
sera, per la prima volta da quando sono stata qui. Lui è andato a Londra a
visitare la sua… beh, la sua amante.
Il capitano si irrigidì, visibilmente sorpreso, ma non si girò a guardarla.
- Che cosa l'ha portata a pensare questo? - chiese.
- L'ho letto sul giornale, ieri mattina. Jason aveva passato la notte fuori ed
è arrivato proprio mentre io leggevo l'articolo. Ero furiosa e…
- Posso immaginarlo.
- E ho quasi perso la calma, ma ho cercato di essere ragionevole. Gli ho
detto che capisco il fatto che un marito civilizzato avesse un'amante, ma
penso che debba essere discreto e…
Il capitano si voltò immediatamente, a bocca aperta.
238
- Gli ha detto che crede"civilizzato" che abbia un'amante, ma che deve
essere "discreto?"
- Sì. Non avrei dovuto?
- Perché ha detto questo? Davvero la pensa così? Victoria riconobbe il
tono di critica nella voce del capitano e si irrigidì immediatamente.
- La signorina Wilson… Flossie Wilson mi spiegò che in Inghilterra, è
comune che i mariti che hanno in considerazione le mogli, abbiano…
- Flossie Wilson? - ripetè incredulo -. Flossie Wilson è una zitellona, senza
menzionare che non ha tutta la testa a posto! Jason di solito la teneva a
Wakefield per aiutare a badare a Jaime, così che il bambino potesse
ricevere attenzioni e affetto quando Jason era in viaggio. Flossie era
affettuosa e attenta, certo, ma un giorno perse il bambino dentro casa! E lei
ha chiesto consiglio a una donna come lei?
- Non gliel'ho chiesto. Lei mi diede l'informazione - si difese Victoria,
vergognandosi.
- Scusi, se ho gridato, ragazza. In Irlanda, una moglie picchierebbe il
marito con il manico di una scopa, se andasse a cercare un'altra donna! È
più semplice, più diretto e molto più efficace, glielo assicuro. Per favore,
continui con quello che stava raccontando. Ha detto di aver affrontato
Jason e…
- Penso sia meglio non continuare. In realtà, non è stata una buona idea
essere venuta fin qui. Io volevo solo sapere se lei mi può spiegare perché
Jason si è allontanato da me dopo la prima notte di nozze…
- Che cosa vuol dire con "allontanato?"
- Non so come spiegarlo. Lui riempì due tazze di tè.
- Victoria, sta cercando di dirmi che Jason non è venuto nel suo letto? Le
guance di Victoria divennero scarlatte.
- La verità è che non lo ha più fatto dalla nostra notte di nozze, benché io
temessi che lo facesse, quando ha buttato giù la porta, dopo che l'avevo
chiusa…
Senza dire una parola, il capitano posò le tazze sul tavolo e riempì due
bicchieri di whiskey. Poi ne tese uno a Victoria.
- Beva questo - ordinò -. Le sarà più facile parlare e io voglio sentire il
resto della storia.
- Sa, prima di venire in Inghilterra, non avevo mai bevuto, tranne dopo la
funzione funebre per i miei genitori, quando bevvi del vino. Ma, da
quando sono arrivata qui, le persone mi danno del vino, cognac e lo
champagne, dicendo che mi sentirò meglio, ma non mi succede mai.
- Beva - insistette il capitano.
239
- Il giorno del matrimonio, ero così nervosa che cercai di fuggire da Jason,
sull'altare. Poi, quando arrivammo a Wakefield, pensai che un poco di vino
mi avrebbe aiutato ad affrontare il resto della serata. Bevvi cinque
bicchieri, durante la festa, ma tutto ciò che ottenni fu sentirmi nauseata,
quando… quando andai a letto, più tardi.
- Mi sta dicendo che ha quasi abbandonato Jason all'altare, davanti a tutte
le persone che lo conoscono?
- Sì, ma non mi resi conto di quello che stavo facendo. Sfortunatamente,
Jason se ne accorse.
- Mio Dio!
- E, durante la nostra notte di nozze, quasi vomitai.
- Mio Dio! - ripetè -. E, il mattino dopo, ha lasciato Jason fuori della sua
stanza? E ieri gli ha detto che considera "civilizzato" che cerchi la sua
amante?
Quando Victoria annuì di nuovo, Farrell si limitò a guardarla a bocca
aperta, per un lungo istante.
- Ho cercato di rimediare, ieri sera - lo informò Victoria sulla difensiva.
- Mi fa piacere sentirlo.
- Sì, suggerii di fare qualunque cosa ci fosse piaciuto di fare.
- Questo ha dovuto migliorare un pò il suo umore - disse il capitano con
un sorriso soddisfatto.
- Beh, per un momento è quello che ho pensato. Ma, quando ho suggerito
di giocare a scacchi, lui si fece…
- Ha suggerito di giocare a scacchi? Per l'amore di Dio! Perché a scacchi?
Victoria lo guardò con espressione ferita.
- Cercai di pensare alle cose che mio padre e mia madre facevano di solito
insieme. Pensai di suggerire una passeggiata per la campagna, ma faceva
molto freddo.
Visibilmente tra la voglia di ridere e la quasi disperazione, il capitano
scosse la testa.
- Povero Jason - mormorò a bassa voce, prima di guardare di nuovo
Victoria con serietà -. Le assicuro che i suoi genitori facevano… altre cose,
insieme.
- Come per esempio? - chiese innocentemente, pensando alle notti che i
suoi genitori passavano davanti al camino, leggendo dei libri.
Anche sua madre cucinava i piatti preferiti da suo padre, manteneva la
casa pulita e in ordine e badava ai suoi vestiti. Jason, però aveva un vero
esercito di domestici per svolgere tali funzioni alla perfezione. Lei guardò
Farrell con espressione confusa.
- A che tipo di cose si sta riferendo? - domandò.
240
- Mi sto riferendo alle cose intime che i suoi genitori facevano quando lei
era nel suo letto e loro nel proprio - rispose il capitano.
Un antico ricordo tornò alla memoria di Victoria: i suoi genitori fermi
davanti alla stanza della camera di sua madre, la voce supplichevole del
padre che tentava di abbracciare sua moglie, dicendo: "non mi respingere,
Katherine. Per l'amor di Dio, no…"
Solo ora Victoria si rese conto che la madre respingeva suo padre perché
non voleva che condividessero il letto. Allora, si ricordò di come lui le
fosse sembrato ferito e disperato e di come lei era diventata furiosa nei
riguardi della madre, perché lo feriva. I suoi genitori erano amici, di
sicuro, ma sua madre non aveva mai amato suo padre. Katherine amava
Charles Fielding e, così, si era rifiutata di dormire con suo marito, dopo la
nascita di Dorothy.
Victoria pensò a come suo padre le fosse sembrato sempre solo. Si
domandò se tutti gli uomini si sentissero soli o, forse, rifiutati, se le loro
mogli decidevano di non dividere il letto con loro.
Sua madre non aveva amato suo padre, ma erano stati amici. Amici…
Victoria si rese conto che stava cercando di trasformare Jason in un amico,
esattamente come sua madre aveva fatto con suo padre.
- Lei è una donna piena di vita e di coraggio, Victoria. Dimentichi i
matrimoni del ton, perché sono vuoti, insoddisfacenti e superficiali. Pensi
al matrimonio dei suoi genitori. Erano felici, non è vero?
Il silenzio prolungato di Victoria fece corrugare le sopracciglia al capitano
e cambiare la domanda.
- Dimentichi anche il matrimonio dei suoi genitori. Conosco gli uomini e
conosco Jason. Per questo, voglio che ricordi una cosa. Se una donna
chiude il marito fuori della propria stanza, lui la elimina dal proprio cuore.
Questo è quello che succede, perché ha il suo orgoglio. E quello che
proprio non manca a Jason è l'orgoglio. Non si inginocchierà ai suoi piedi,
né implorerà i suoi favori. Lei ha rifiutato di darsi a lui. Adesso, le resta
solo da far comprendere a Jason che non è così che vuole vivere insieme a
lui.
- E come devo fare?
- Non certo suggerendo una partita a scacchi. Né pensare che è normale e
corretto avere un'amante -. Il capitano si grattò la testa, un pochino
confuso -. Non mi ero mai reso conto prima di quanto sia difficile per un
uomo allevare una figlia. Ci sono cose difficili da discutere col sesso
opposto.
Victoria si alzò in piedi.
241
- Penserò a tutto quello che mi ha detto - promise, cercando di mascherare
la propria confusione.
- Posso farle una domanda?
- Mi sembra giusto, dal momento che ne ho fatte tante io a lei - rispose con
un sorriso, nascondendo il panico.
- Qualcuno, le ha mai parlato dell'amore fisico nel matrimonio?
- Non è un argomento di cui una donna parla, a meno che non sia la madre
- rispose, vergognandosi -. Ho sentito parlare di obblighi matrimoniali, è
chiaro, ma non ho capito molto bene…
- Obblighi! - ripetè Farrell con dispiacere -. Nel mio paese, le donne
riescono appena ad aspettare la notte delle nozze. Vada a casa e tenti di
sedurre suo marito, ragazza. Lui farà il resto. E non penserà mai più a
quello come a un "obbligo", dopo che vi sarete capiti. Conosco Jason
abbastanza per essere sicuro di ciò che sto dicendo.
- Se farò come dice, lo renderò felice?
- Sì. E lo sarà anche lei. Victoria lasciò il bicchiere di whiskey intatto sul
tavolo.
- So poco a proposito del matrimonio, meno ancora su come essere una
buona moglie e assolutamente nulla della seduzione.
Il capitano studiò la bellezza fulva di fronte a sé e dovette trattenere una
risata.
- Non credo che si debba sforzare molto per sedurre Jason, cara. Non
appena capirà che lei lo vuole nel suo letto, sono certo che non perderà
tempo nell'accontentarla.
Victoria si vergognò ancora di più, sorrise imbarazzata e si diresse alla
porta.
Ritornò a casa così distratta dai propri pensieri che non si accorse che
Torero era gentile ma anche molto veloce. Quando tirò le redini davanti
alla porta di casa, era sicura di una cosa almeno: non voleva che Jason
avesse un matrimonio che lo facesse sentire solo come era successo a suo
padre.
Sottomettersi a Jason non sarebbe stato tanto terribile, specialmente se lui
l'avesse baciata in quel modo così audace che le faceva tremare e ardere il
corpo. Invece di pensare ai vestiti nuovi come le aveva suggerito la
signorina Flossie, quando Jason stava nel suo letto, avrebbe cercato di
ricordare quei baci. E a quel punto poteva anche ammettere che adorava i
baci di Jason. Era un peccato che gli uomini non facessero quel tipo di
cose quando stavano a letto, pensò. Tutto sarebbe stato più facile!
- Non mi importa! - disse a voce alta e decisa.
242
Era decisa a fare qualunque cosa potesse rendere felice Jason e recuperare
l'amicizia che avevano in precedenza. Secondo il capitano Farrell, tutto ciò
che doveva fare era insinuare a Jason che lo voleva nel suo letto.
- Lord Fielding è in casa? - chiese a Northrup, appena arrivò in casa.
- Sì, milady. È nel suo ufficio.
- Solo?
- Sì, milady. Victoria lo ringraziò ed andò fino all'ufficio. Aprì la porta ed
entrò senza far rumore.
Jason era seduto alla scrivania, davanti ad una pila di carte. Victoria lo
guardò, vedendo il bambino che era uscito da un'infanzia povera e
miserabile, per trasformarsi in un uomo ricco, attraente e potente. Lui
aveva fatto fortuna, comprato proprietà, perdonato suo padre e ricevuto
un'orfana venuta dall'America. E nonostante tutto ciò era solo. E lavorava.
"Lo amo", pensò, e le sue ginocchia quasi cedettero davanti a quella
inaspettata rivelazione. Aveva sempre amato Andrew, ma non aveva mai
sentito quella disperata necessità di renderlo felice. Sì, amava Jason,
nonostante l'avvertimento di suo padre e quello dello stesso Jason che non
voleva il suo amore, ma solo il suo corpo. Era un'ironia del destino che
Jason avrebbe ottenuto esattamente ciò che non voleva e,
contemporaneamente, non avesse quello che voleva. E Victoria era decisa
a fargli desiderare tutte e due le cose.
- Perché lavori tanto? - gli chiese dolcemente. Lui si allarmò sentendo la
sua voce, ma non alzò la testa.
- Mi piace lavorare - rispose -. Vuoi qualcosa? Sono molto occupato. Non
era un buon inizio e, per una frazione di secondo, arrivò perfino a pensare
di dirgli
direttamente che voleva che la portasse a letto. Però non era così audace,
né si sentiva così ansiosa di andare a letto, specialmente quando Jason
sembrava essere di umore peggiore della notte di nozze. Con la speranza di
migliorare la situazione, disse:
- Devi soffrire di mal di schiena, stando tutto il tempo seduto.
Riunì tutto il coraggio che possedeva per mettergli le mani sulle spalle e
massaggiarlo. Il corpo di Jason si irrigidì nel momento in cui lo toccò.
- Che cosa stai facendo? - chiese.
- Ho pensato di farti un massaggio sulle spalle.
- Le mie spalle non hanno bisogno delle tue attenzioni, per il momento,
Victoria.
- Perché mi tratti così? - domandò, girando intorno alla scrivania e
fermandosi davanti a lui.
243
Siccome Jason ritornò a scrivere, ignorandola totalmente, Victoria si
sedette sul bordo della scrivania.
Jason scostò la penna con espressione contrariata, si inclinò sulla sedia e la
guardò. La gamba di Victoria era accanto alla sua mano, la gamba
penzoloni, mentre leggeva il documento sulla scrivania. Come se avessero
vita propria, gli occhi di Jason salirono fino all'altezza dei seni tondi, messi
in risalto dalla blusa e continuarono fino a posarsi sulle sue labbra
generose e ben fatte.
- Scendi dalla scrivania e lasciami in pace - ordinò.
- Come desideri - replicò con un sorriso e si alzò -. Sono solo venuta ad
augurarti il buongiorno. Che cosa ti piacerebbe per cena?
"Tu", pensò, ma rispose.
- Qualunque cosa.
- E come dolce, vuoi qualcosa di speciale? "La stessa cosa con cui mi
piacerebbe cenare", pensò Jason.
- No - disse a voce alta, stringendo i denti per tentare di controllare gli
impulsi che avevano aggredito il suo corpo.
- Sei molto facile da compiacere - lo provocò Victoria, passando un dito
sulle sopracciglia nere di Jason.
Lui le scostò la mano con un rapido movimento, prendendola con forza.
- Che cosa credi di fare? Benché nel proprio intimo stesse tremando, riuscì
a stringersi nelle spalle, fingendo
indifferenza.
- C'è sempre una porta tra noi. Ho pensato solo di aprire la porta del tuo
ufficio e vedere quello che stavi facendo.
- E’ molto più di una porta quello che ci separa - la corresse, lasciandole la
mano.
- Lo so - ammise con tristezza, guardandolo direttamente negli occhi.
Jason distolse lo sguardo.
- Sono molto occupato - dichiarò, prima di ritornare al documento che
aveva lasciato.
- Lo vedo - mormorò Victoria -. Sei sempre troppo occupato per me, ora.
Poi uscì in silenzio. Poco prima di cena, Victoria entrò nel salone,
indossando un abito color pesca che
aderiva ad ogni curva del suo corpo, oltre ad essere quasi trasparente.
Jason socchiuse gli occhi.
- Ho pagato io quell'abito?
244
Rendendosi conto della direzione del suo sguardo, Victoria sorrise e
rispose:
- Certo, io non posseggo denaro.
- Non indossare quel vestito fuori di casa. È indecente.
- Sapevo che ti sarebbe piaciuto! - commentò con una risatina. Jason la
guardò come se non credesse a ciò che sentiva.
- Vuoi un bicchiere di liquore?
- No! Come avrai capito, non mi fa bene l'alcool. Ogni volta che bevo, mi
viene la nausea. Guarda ciò che è successo durante la nostra prima notte di
nozze. - Senza avere idea dell'importanza di quello che stava dicendo,
Victoria si voltò per esaminare un prezioso vaso da fiori in porcellana
cinese, e subito ebbe un'idea -. Domani vorrei andare a Londra.
- Perché? Lei si accomodò sul bracciolo della sedia su cui era seduto
Jason.
- Per spendere il tuo denaro, è chiaro.
- Non mi ricordo di averti dato del denaro - mormorò, distratto dalla
vicinanza di una gamba ben tornita.
- Ho ancora la maggior parte del denaro che mi hai dato come mensilità.
Vieni con me a Londra? Quando finisco gli acquisti, potremmo andare in
teatro e dormire nella casa di Brook Street.
- Ho una riunione d'affari, qui, dopodomani.
- Non c'è problema, ritorneremo domani sera.
- Non posso perdere tanto tempo.
- Jason… - Victoria parlò con tenerezza, passandogli le dita nei capelli.
Lui si alzò, guardandola con disprezzo.
- Se vuoi del denaro, dimmelo immediatamente, ma smettila di
comportarti come una prostituta da strada, o ti tratto come tale e finirai su
quel divano, con la gonna al di sopra della testa.
Victoria si infuriò per l'umiliazione.
- Allora sappi che preferisco essere una prostituta da strada ed essere
stupida e cieca, piuttosto che essere come te che interpreti tutti i gesti delle
persone e continui a trarre conclusione sbagliate!
- E con questo, che vorresti dire, con esattezza?
- Scoprilo! Sei così bravo a indovinare tutto ciò che sento e penso. È un
peccato che ti sbagli sempre! Ma voglio dirti una cosa: se fossi una
prostituta, morirei di fame, se dovessi
245
dipendere da te! E ancora una cosa! Puoi cenare da solo e sfogare il tuo
cattivo umore sui domestici, invece che su di me. Domani andrò a Londra
senza di te!
Poi, Victoria uscì dal salone, lasciando Jason più confuso che mai.
Arrivata in camera sua, si tolse il vestito trasparente e indossò una
vestaglia di satin. Si sedette sul letto e, man mano che la sua ira sbolliva,
un sorriso malizioso le curvava le labbra. L'espressione di Jason quando
l'aveva sentita dire che sarebbe morta di fame se fosse stata una prostituta
che dipendeva da lui, era stata comica.
Capitolo 26
Victoria partì di mattina presto per Londra. Ritornò a Wakefield al
tramonto. Portava tra le mani un oggetto che aveva visto in un negozio la
prima volta che era andata a Londra. Si era ricordata di Jason non appena
aveva messo gli occhi su quell'oggetto, ma, in quell'occasione, il prezzo le
era sembrato eccessivamente alto. Inoltre, non sarebbe stato appropriato
comprargli un regalo, allora. Però, durante tutte quelle settimane, il ricordo
di quell’oggetto era rimasto stampato nella sua mente, così che cominciò a
temere che, se avesse tardato a comprarlo, qualcun altro lo avrebbe fatto.
Non aveva idea di quanto avrebbe dato il regalo a Jason. Certamente, non
ora, quando il clima tra di loro era così teso e ostile. D'altra parte, sapeva
che non poteva aspettare molto. Chiuse gli occhi pensando al prezzo che
avrebbe pagato. Jason le aveva dato una cifra eccessivamente alta per le
sue mensilità e Victoria aveva appena toccato il denaro fino a quel
momento. Però, quell'oggetto, le era costato ogni centesimo che possedeva
e molto di più. Fortunatamente, il proprietario del lussuoso negozio si era
mostrato più che disposto ad aprire un conto a nome della marchesa di
Wakefield, in modo che potesse pagare più tardi la cifra rimanente.
- Milord è nel suo ufficio - la informò Northrup, aprendo la porta.
- Desidera vedermi? - chiese Victoria, sorpresa dall'atteggiamento del
maggiordomo dandole un'informazione che non aveva chiesto.
- Non lo so, milady - disse, distogliendo lo sguardo -. Ma… ha chiesto se
lei era già rientrata.
Accortasi della tono preoccupato di Northrup, Victoria si ricordò dell'ansia
di Jason quando si era assentata per un pomeriggio intero, il giorno dopo il
matrimonio. Il viaggio a
246
Londra era durato più del necessario, semplicemente perché non riusciva a
ricordare il posto esatto in cui si trovava il negozio, e quindi pensò che il
povero maggiordomo si era trovato sulla linea di fuoco più volte.
- Quante volte lo ha chiesto? - volle sapere.
- Tre… nell'ultima ora.
- Capisco - disse Victoria con un sorriso, sentendosi eccessivamente
soddisfatta dall'informazione.
Dopo aver permesso a Northrup di toglierle il mantello, Victoria andò
nell'ufficio di Jason. Non potendo bussare alla porta a causa del pacchetto
che aveva tra le mani, abbassò la maniglia col gomito e spinse la porta con
la spalla. Invece di stare a lavorare dietro la sua scrivania, come si
aspettava, Jason era davanti alla finestra, con lo sguardo perso nel vuoto.
Avvertendo la sua presenza, si voltò.
- Sei tornata - disse, mettendo le mani nelle tasche.
- Credevi che non sarei tornata? Lui si strinse nelle spalle.
- Ad essere sincero, non so mai quello che farai. Pensando alla sua
condotta di quegli ultimi giorni, Victoria ammise con se stessa che era
facile capire perché lui la considerava la donna più impulsiva ed
imprevedibile del mondo. Solo la sera prima, aveva flirtato con lui, l'aveva
trattato con tenerezza e, poi, lo aveva aggredito con furia, lasciandolo da
solo nel salone. Ora, doveva controllare l'impulso di lanciarsi tra le sue
braccia ed implorare che la perdonasse. Invece di seguire tale impulso, che
avrebbe potuto facilmente essere rifiutato, decise di cambiare i suoi piani e
consegnargli immediatamente il regalo.
- C’era una cosa che dovevo comprare a Londra - annunciò, mostrandogli
il pacchetto -. L'ho vista alcune settimane fa, ma non avevo il denaro per
comprarla.
- Avresti dovuto chiedermi il denaro che ti occorreva - replicò Jason,
incamminandosi verso la scrivania, con l'ovvia intenzione di sprofondare
di nuovo nel suo lavoro.
Victoria scosse la testa.
- Non potevo chiederti del denaro per comprare un regalo per te! - gli tese
il pacchetto -. È tuo.
Jason si fermò e fissò il pacchetto.
- Che cosa? - chiese, confuso, come se non avesse capito le sue parole.
- Il motivo per cui sono andata a Londra era perchè volevo comprare
questo per te -spiegò Victoria.
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Lui continuò a guardare il pacchetto, immobile, con le mani ancora nelle
tasche. Con un repentino senso di soffocamento al petto, Victoria si chiese
se, qualche volta, qualcuno avesse mai fatto un regalo a Jason. Era
improbabile che la sua prima moglie, o anche la sua amante, lo avessero
fatto. E non era necessario dire che la matta che lo aveva cresciuto, non gli
avrebbe mai regalato qualcosa.
Il desiderio di lanciarsi nelle sue braccia era quasi incontrollabile, quando
finalmente Jason tolse le mani dalle tasche. Prese il pacchetto e lo rigirò tra
le mani, come se non sapesse che fare. Mascherando la profonda tenerezza
che sentiva con un ampio sorriso, Victoria si sedette sul bordo della
scrivania e chiese:
- Non lo apri?
- Vuoi che lo apra ora? - domandò, visibilmente confuso e sconvolto.
- Quale momento migliore per farlo? - lei giocherellò e diede un colpetto
sulla scrivania accanto a sé -. Puoi metterlo qui, prima di aprirlo, ma fa
attenzione, perché è fragile.
- E' pesante - commentò Jason con un sorriso esitante, mentre apriva il
pacchetto.
- Mi ha ricordato te - confessò Victoria, osservandolo tirare fuori dalla
scatola foderata di velluto la bella pantera scolpita in onice, con gli occhi
di smeraldi.
Come se il felino fosse stato catturato in un magico momento e, poi
trasformato in onice, ogni linea del corpo della pantera trasmetteva l'idea
del movimento, grazia e potere. Gli occhi verdi esibivano pericolo e
intelligenza.
Jason, la cui collezione d'opere d'arte era considerata come una delle
migliori d'Europa, studiò la pantera con tanta riverenza che Victoria fu
obbligata a lottare contro le lacrime. Si trattava, di sicuro, di un pezzo
molto bello, ma lo stava trattando come se fosse un tesoro inestimabile.
- E' bellissima - mormorò finalmente, passando un dito sulla schiena della
pantera. Con estrema cura, mise il pezzo sulla scrivania e si rivolse a
Victoria -. Non so che dire - ammise con un sorriso scherzoso, quasi
infantile.
- Non devi dire niente… eccetto "grazie", se vuoi - replicò Victoria,
sentendosi più felice che mai.
- Grazie - mormorò Jason con voce roca. "Ringraziami con un bacio". Le
parole sorsero nella mente di Victoria, e senza pensarci,
disse:
- Ringraziami con un bacio. Jason respirò profondamente e, appoggiando
le mani sul tavolo, si inchinò e sfiorò le sue
labbra. La tenerezza di quell'innocente bacio fece perdere l'equilibrio a
Victoria e, quando
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Jason stava per scostarsi, si aggrappò alle sue braccia. Per lui, il gesto fu
un invito innegabile, al quale Jason rispose, approfondendo il bacio.
Quando Victoria si abbandonò ad esso, Jason perse il controllo. Le sue
braccia la afferrarono e Jason l'allontanò dalla scrivania, stringendola a sé.
Victoria lasciò vagare le mani sul suo largo petto, per poi passargli le dita
tra i capelli che le ricordavano il mantello della pantera. Senza pensare,
Jason lasciò che una delle sue mani arrivasse fino al seno di Victoria,
accarezzandola con riverenza. Invece di sfuggire al contatto, come si
aspettava che facesse, Victoria aderì con il suo corpo ancora di più a Jason,
tanto persa nella passione di quel bacio quanto Jason. L'allegra voce del
capitano Farrell si sentì per il corridoio, di fronte alla porta dell'ufficio.
- Non si preoccupi, Northrup. Conosco la strada. La porta dell'ufficio si
aprì e Victoria si allontanò da Jason si scatto.
- Jason io… - il capitano cominciò a parlare nello stesso momento in cui
entrava nella stanza, ma si fermò vedendo il rossore di Victoria e
l'espressione scura di Jason -. Avrei dovuto bussare.
- Abbiamo finito - Jason parlò in tono brusco. Incapace di affrontare il suo
amico, Victoria sorrise a Jason e balbettò qualcosa su salire
per cambiarsi d'abito.
Il capitano Farrell stese la mano.
- Come va, Jason?
- Non so - rispose lui, distratto, osservando Victoria lasciare l'ufficio. Le
labbra di Mike Farrell si incurvarono in un sorriso, ma il suo divertimento
si
trasformò in preoccupazione quando vide Jason dirigersi alla finestra a
passi lenti. Come se fosse eccessivamente stanco, Jason si passò la mano
sui capelli e si massaggiò la nuca.
- Sta succedendo qualcosa di brutto? - domandò il capitano. Jason rispose
con una risata amara:
- Niente di brutto, Mike. Niente che meriti l'attenzione. Niente che non
possa risolvere. Quando Mike se ne andò un'ora dopo, Jason si inclinò
sulla sedia e chiuse gli occhi. Il
desiderio che Victoria gli aveva acceso in corpo lo faceva bruciare ancora
di più internamente. La desiderava con tanto ardore che dovette stringere i
denti e lottare contro l'impulso di salire e fare immediatamente l'amore con
lei. Aveva voglia di strangolarla per avergli detto che dovrebbe essere un
marito "civilizzato" ed avere un'amante.
La sua nuova moglie lo stava facendo impazzire. Prima aveva cercato di
giocare a scacchi, ma, ora, si stava avventurando in un gioco pericoloso:
quello della provocazione. Si sedeva sul bordo della scrivania, sul
bracciolo della sedia, gli faceva un regalo, chiedeva
249
baci… All'improvviso, Jason si chiese se avesse fatto finta che fosse
Andrew, un'ora prima, quando si erano baciati.
Contrariato dalla reazione del suo corpo a Victoria, si alzò e si diresse
nella sua stanza. Aveva saputo dall'inizio che stava per sposare una donna
che apparteneva ad un altro uomo. Quello che non sapeva, era che gli
avrebbe fatto tanto male. Ed era per orgoglio che non cercava di andare di
nuovo a letto con lei. Per orgoglio e perché sapeva che, quando fosse tutto
finito, non sarebbe stato soddisfatto più di quanto lo era stato nella loro
notte di nozze.
Sentendolo nella stanza, Victoria bussò alla porta di comunicazione. Lui
disse di entrare, ma il sorriso di Victoria le morì sulle labbra quando vide
Franklin che stava preparando una valigia, mentre Jason conservava una
pila di documenti in una cartelletta di cuoio.
- Dove vai? - chiese.
- A Londra.
- Ma… perché? - insistette Victoria, profondamente delusa. Jason si voltò
verso il valletto.
- Finirò io stesso di preparare la valigia, Franklin. - Aspettò che il
domestico uscisse, per rispondere -. Lì potrò lavorare meglio.
- Ieri mi hai detto che non potevi accompagnarmi a Londra oggi, perché
qui avevi una importante riunione di affari domani presto.
Jason smise di mettere i documenti nella cartelletta, si voltò e l'affrontò.
- Victoria, sai quello che succede ad un uomo che passa giorni senza
soddisfare le sue necessità sessuali?
- No.
- Allora te lo spiegherò. Victoria scosse la testa, apprensiva.
- Forse è meglio che tu non lo faccia… Almeno, non ora, che sei di
pessimo umore.
- Di solito, prima di conoscerti non ero mai di cattivo umore. - Dandole la
schiena, appoggiò le mani sul bordo del camino e fissò lo sguardo a terra -.
Ti avverto. Torna nella tua stanza, prima che mi dimentichi che devo agire
come un marito "civilizzato" e non vada più a Londra.
Victoria si sentì assalire dalla nausea.
- Vai dalla tua amante, non è vero? - domandò, incredula, ricordandosi del
momento di grande tenerezza che avevano condiviso quando gli aveva
dato il regalo.
- Stai cominciando a parlare con lo spiacevole tono di una moglie gelosa -
commentò Jason tra i denti.
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- Succede che sono tua moglie!
- Oh, hai una strana idea di quello che significa essere una moglie -
replicò in tono di scherno -. E adesso, fuori di qui.
- Sarà perché non ti rendi conto che non so esattamente ciò che significa
essere una moglie? - sbottò Victoria -. So cucinare, cucire e badare a un
marito, ma tu non hai bisogno di me per niente di tutto questo, perché hai
altre persone che svolgono queste funzioni. E voglio dirti una cosa, lord
Fielding. Posso non essere una buona moglie, ma tu sei il peggior marito
del mondo! Quando ti invito a giocare a scacchi ti arrabbi. Quando cerco
di sedurti, ti arrabbi…
Jason alzò la testa con un movimento fulmineo e violento, ma Victoria era
così furiosa che non diede la minima importanza all'espressione di
sorpresa sul suo volto.
- E quando ti faccio un regalo, corri a Londra, a visitare la tua amante!
- Tory, vieni qui - la chiamò con voce soffocata.
- Ancora non ho finito! - proseguì furiosa e offesa -. Continua a vedere la
tua amante, se è questo ciò che vuoi, ma non dare la colpa a me se non
avremo mai un bambino. Posso essere ignorante e ingenua, ma non fino al
punto da credere che posso avere un bambino senza… senza la tua
cooperazione!
- Tory, per favore, vieni qui - ripetè Jason, ma, questa volta, la sua voce
era solo un basso mormorio.
Finalmente, la cruda emozione di quella domanda, si registrò nella mente
di Victoria, dissipando la sua ira in un momento. Ma, temeva ancora di
sentirsi rifiutare da suo marito.
- Jason, credo che tu non sappia quello che vuoi. Affermi di volere un
figlio, ma…
- So esattamente quello che voglio - la corresse, aprendo le braccia -. Se
venissi qui, te lo dimostrerei.
Ipnotizzata dal seducente invito di quegli occhi verdi, così come la
dolcezza vellutata della sua voce grave e profonda, Victoria si avvicinò
lentamente e fu avvolta in un forte abbraccio. Le labbra di Jason si
posarono sulle sue con tenerezza, per poi iniziare un'audace esplorazione
che le trasformò il corpo in un falò in pochi secondi. Sentì l'intimità del
contatto del corpo di Jason, che premeva fortemente contro il suo, mentre
allo stesso tempo le sue mani scivolavano, affamate, per la sua schiena,
sulle spalle, sui seni, allontanando le paure ed infiammandola di desiderio
dovunque passassero.
- Tory - mormorò Jason con voce tremula, baciandole le guance e il collo,
prima di tornare a catturarle le labbra, con passione crescente.
251
Questa volta la baciò senza fretta, lasciando che le sue mani continuassero
il percorso affascinante di quel corpo strapieno di curve seducenti,
dilettandosi con i piccoli gemiti di piacere che Victoria non riusciva ormai
più a reprimere.
Quando Jason la prese tra le braccia, con delicatezza e tenerezza e la portò
sul letto, Victoria ebbe l'impressione che il mondo le girasse intorno. Si
aggrappava a quel magico universo, dove non esisteva nient'altro che suo
marito, tenne gli occhi ben chiusi mentre Jason si denudava. Sentendo il
suo peso sul materasso al suo fianco, lottò contro il panico e aspettò che le
sciogliesse la cintura della vestaglia.
Però, invece di spogliarla, Jason le depositò dei baci teneri e dolci sulle
palpebre, attirandola a sé con movimenti delicati.
- Principessa - le sussurrò all'orecchio, - apri gli occhi per favore. Prometto
di non fare in fretta, questa volta.
Victoria respirò profondamente ed aprì gli occhi, sentendosi pervasa da un
profondo sollievo scoprendo che lui aveva avuto la delicatezza di spegnere
tute le candele, eccetto quelle appoggiate sulla mensola del camino,
dall'altro lato della stanza.
Riconoscendo la paura in quei grandi occhi azzurri, Jason si appoggiò su
un gomito e le accarezzò i capelli sparsi sul cuscino. Nessun uomo, tranne
lui stesso, l'aveva mai toccata, pensò con riverenza, prima di sentirsi
invadere dall'orgoglio nel saperlo. Quella donna bella e coraggiosa si era
data… solamente a lui. Voleva compensarla per la sua notte di nozze,
sentirla gemere di passione e di estasi.
Ignorando l'urgente tensione che si accumulava nel suo corpo, Jason sfiorò
le sue labbra con quelle di Victoria, sussurrando:
- Non so quello a cui stai pensando, ma sembri molto spaventata. Non è
diverso da quello che è successo alcuni minuti fa, quando ci stavamo
baciando.
- Eccetto per il fatto che siamo senza vestiti - gli ricordò, visibilmente
preoccupata. Jason represse un sorriso.
- E' vero, però tu continui ad esserlo. Non per molto, pensò, e sentì la bassa
risata di Jason che sembrava averle letto nel
pensiero.
- Ti piacerebbe continuare a tenere la vestaglia? - le domandò, baciandole
il viso. Sua moglie la cui verginità lui le aveva tolto brutalmente, lo guardò
negli occhi, gli
accarezzò il viso e dichiarò:
- Voglio piacerti. E non credo che tu voglia che io continui ad essere
vestita.
252
Con un gemito soffocato, Jason la baciò con tenerezza e passione,
tremando quando lei gli restituì il bacio con il suo innocente ardore.
- Tory, se mi piacesse più di quanto mi piace quando mi baci, finirei per
morire di piacere.
Respirando profondamente, cominciò a slegare la cintura della vestaglia
con dita tremanti, ma la mano di Victoria si posò, rigida, sulla sua.
- Non l'aprirò se non vuoi, cara - promise -. Ho solo pensato che non ci
sarebbe nient'altro che ci separi, né malintesi, né porte… né vestiti. Mi
sono spogliato per mostrarmi a te, non per spaventarti.
Struggendosi a quella spiegazione così tenera, Victoria ritirò la mano dalla
sua e, facendo felice Jason, gli passò le braccia intorno al collo, offrendosi
a lui, senza più pudore.
La vestaglia scomparve e Jason tornò a baciarla, e contemporaneamente le
accarezzava il seno. Invece di sottostare alle sue carezze, Victoria lo attirò
a sé baciandolo con un ardore sconosciuto per lei. Jason sentì indurirsi
sotto le sue dita il roseo capezzolo e, preso dalla passione, si abbassò per
baciarlo.
Victoria si allarmò e Jason si rese conto, più felice ed orgoglioso che mai,
che nessun uomo l'aveva mai toccata come stava facendo lui in quel
momento.
- Non ti farò male, cara - le assicurò, prima di tornare a baciarle
dolcemente il seno, finchè sentì che lei si rilassava nuovamente.
Allora, diede sfogo al suo ardore, strappandole un gemito di intenso
piacere.
La sorpresa e lo stupore provocati da quelle carezze mai immaginate,
diedero a Victoria il più puro piacere. Affascinata dalla scoperta che quel
tipo di contatto era eccessivamente piacevole e provocava nel suo corpo
reazioni del tutto nuove, però piacevoli, si abbandonò alle esperte carezze
di Jason, intrecciando le dita nei suoi capelli, tirando la sua testa contro il
seno, come se desiderasse che lui non smettesse di fare quello che stava
facendo… fino a quando non sentì la sua mano scivolarle lentamente tra le
gambe.
- No! - Atterrita, smise di baciarlo mentre contemporaneamente le sue
gambe si chiudevano, irrigidendosi.
Invece di irritare Jason, come temeva, la sua resistenza gli strappò una
tenera risata. Il momento dopo, baciava la sua bocca, di nuovo, tornando a
tormentarla di piacere.
- Sì - mormorò lui contro le sue labbra -. Sì, così… Tornò ad abbassare
lentamente la mano, accarezzando, provocando, giocherellando,
finchè non sentì che la tensione l'abbandonava, tanto che le sue gambe si
aprirono liberamente e spontaneamente, cedendo alla gentile persuasione.
Il calore e l'umidità con cui
253
Victoria lo accolse, fecero quasi perdere il controllo a Jason. Però, lottò e
vinse, offrendo alla sua dolce sposa, un barlume delle delizie che potevano
far parte del loro matrimonio da quel momento in poi.
Riusciva appena a credere all'ardore di Victoria, così come la naturale
facilità che possedeva di farlo impazzire di piacere. Ogni volta che
Victoria vinceva le sue paure, e dava a Jason una piccola parte del suo
corpo, lo faceva interamente, senza riserve né pudori.
All'invasione delicata delle dita di lui, alzò i fianchi andando incontro alla
mano che l'accarezzava, come se cercasse di più, come se potesse appena
aspettare di averlo dentro di sé.
Così, Jason si mise su di lei, senza smettere mai di baciarla ed accarezzarla
in modo seducente.
Il cuore di Victoria batteva forte nel petto, in un miscuglio di piacere e
terrore, quando sentì la virilità di Jason che premeva tra le sue gambe.
Però, invece di penetrarla, Jason appoggiò le sue anche su quelle di lei,
muovendosi in circolo, lasciandola istupidita di desiderio, allontanando la
paura, sostituita dalla disperata necessità di arrendersi completamente a
lui.
- Non aver paura - supplicò Jason. Victoria aprì gli occhi guardando
l'uomo che le parlava sopra di lei. Il volto di Jason
esprimeva una disperata passione, le sue braccia e le sue spalle erano
irrigidite e respirava con difficoltà. Affascinata, gli toccò le labbra con le
nocche delle dita, rendendosi conto di quanto la desiderava, così come
dello sforzo che faceva per controllarsi e non dare libero sfogo al desiderio
che lo soffocava.
- Sei così tenero - mormorò, emozionata -. Tanto tenero… Con un gemito
soffocato, Jason la penetrò parzialmente, per poi tornare a penetrarla con
maggior profondità, finchè i loro corpi non furono completamente uniti. Il
sudore gli imperlava la fronte, mentre lottava forte contro le tiranniche
esigenze del suo corpo, muovendosi lentamente dentro Victoria,
osservando il suo viso accaldato. Con la testa sul cuscino, lei alzò i fianchi,
tremante e desiderosa, cercando la soddisfazione che lui era deciso a darle.
Immediatamente, Jason aumentò il ritmo dei suoi movimenti.
- Arrenditi al piacere, Tory. Voglio dartelo. Te lo prometto. Un'esplosione
di estasi si impossessò del corpo di Victoria, strappandole quasi un
selvaggio grido di piacere. Con un ultimo e disperato bacio, Jason si unì a
lei nel momento culminante del piacere.
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Temendo che il suo peso potesse ferire il corpo delicato e languido di
Victoria, Jason si tirò di lato, portandola con sé, i corpo ancora uniti in una
profonda intimità. Quando, finalmente, recuperarono il fiato, la baciò e le
accarezzò i capelli.
- Come ti senti? - domandò. Victoria aprì gli occhi e lo guardò.
- Mi sento come una moglie - rispose. Lui rise e l'abbracciò con forza.
- Jason - disse Victoria, con voce piena di emozione -. Devo dirti una cosa.
- Che cosa?
- Ti amo. Il sorriso morì sulle labbra di Jason.
- E' vero. Tu… Lui le mise un dito sulle labbra, per farla tacere, e scosse la
testa.
- No, tu non mi ami - dichiarò con voce bassa e implacabile -. Né devi
farlo. Né io desidero più di quanto già mi dai, Tory.
Victoria distolse lo sguardo senza dire niente, ma il rifiuto di Jason le fece
male più di quanto avrebbe mai immaginato. Allora, si ricordò delle sue
parole schiaccianti: "non ho bisogno del tuo amore e non lo voglio".
Franklin bussò alla porta, per verificare se lord Fielding aveva bisogno di
aiuto con la valigia. Non ricevendo risposta, pensò che Jason fosse in
bagno e, come d'abitudine, aprì la porta.
Fece un passo nella stanza poco illuminata e poi si bloccò. I suoi occhi si
posarono sulla coppia distesa a letto, prima di guardare, inorridito, verso la
pila di vestiti che Jason stava scegliendo per portare a Londra e che, ora,
giacevano sparsi sul pavimento. L'efficiente valletto lottò contro l'impulso
di prendere l'elegante cappotto di velluto e spazzolarlo. Poi indietreggiò, in
silenzio, e chiuse la porta con attenzione.
Una volta fuori nel corridoio, il dispiacere provocato dalla disattenzione
con cui lord Fielding aveva trattato i suoi vestiti, fu sostituito da una
profonda soddisfazione per la scena a cui aveva assistito. Fece una
giravolta e corse fino al pianerottolo.
- Signor Northrup! - chiamò, appoggiandosi pericolosamente alla
balaustra, gesticolando verso il maggiordomo, che si trovava vicino alla
porta d'ingresso -. Signor Northrup, ho una notizia molto importante! Si
avvicini, così che nessuno ci possa sentire…
Nel corridoio alla sinistra di Franklin, due cameriere attente, uscirono dalle
stanze che stavano pulendo, sbatterono l'una contro l’latra cadendo nella
fretta di sentire ciò che
255
Franklin doveva dire. Alla destra, un lacchè si materializzò
improvvisamente e cominciò a pulire uno specchio con grande entusiasmo,
sfregando con cera d'api e olio di limone.
- E' successo! - annunciò Franklin a Northrup in un basso mormorio,
passando l'informazione in codice, usando una parola così vaga che,
certamente, nessuno avrebbe compreso, anche se avesse sentito.
- E' sicuro?
- Certo che sì! Un sorriso illuminò le fattezze normalmente austere di
Northrup, ma immediatamente
recuperò la compostezza e la formalità.
- Molte grazie, signor Franklin. Suppongo che dovrò dire ai conducenti
che rimettano di nuovo la carrozza nella stalla.
Poi, Northrup si voltò e si incamminò verso l'esterno, dove la lussuosa
carrozza, con lo stemma dei Wakefield sulla portiera, aspettava.
Fermandosi in alto sugli scalini dell'ingresso, il maggiordomo informò i
cocchieri.
- Milord non ha bisogno dei vostri servizi questa sera. Potete conservare la
carrozza e i cavalli.
- Non… - cominciò John, sorpreso -. Bene, ma ho ricevuto ordini di stare
qui quando lui esce.
- Milord ha cambiato idea - dichiarò Northrup con voce fredda e
autoritaria. John sospirò, esasperato.
- Si sta sbagliando - insistette -. Lui vuole andare a Londra.
- Idiota! Voleva andare a Londra, ma poi si è ritirato nella sua stanza!
- Alle sette e mezza di sera… - Appena Northrup gli voltò la schiena ed
entrò in casa, John sorrise e lanciò uno sguardo malizioso al compagno -.
Credo che lady Fielding abbia deciso che le more siano passate di moda!
Poi, prese le redini, incitando i cavalli in direzione della stalla, ansioso di
dare la notizia agli stallieri.
Northrup andò fino in sala da pranzo, dove O'Malley fischiettava
allegramente, mentre ritirava dal tavolo i piatti e le posate che aveva messo
per la solitaria cena di lady Fielding.
- C'è stato un cambiamento, O'Malley - annunciò Northrup.
- Sicuramente, signor Northrup - fu d'accordo l'insolente lacchè.
- Può sparecchiare.
- L'ho già fatto.
- Però, sia pronto nel caso che lord e lady Fielding decidano di cenare più
tardi.
256
- Di sopra - completò O'Malley con un audace sorriso. Northrup si voltò ed
uscì.
- Irlandese insolente! - brontolò.
- Inglese pomposo! - O'Malley replicò alle sue spalle.
Capitolo 27
- Buongiorno, milady - Ruth la salutò con un ampio sorriso. Victoria
rotolò nel letto di Jason con aria sognante.
- Buongiorno. Che ora è?
- Le dieci. Vuole che le porti la vestaglia? - domandò la cameriera,
lanciando un sguardo sorridente verso la rivelatrice confusione dei vestiti
sparsi a terra.
Victoria annuì, ma si sentiva troppo languida, oltre ad essere
deliziosamente esausta, per sentirsi più che appena un pò in imbarazzo per
essere stata sorpresa nel letto di Jason, completamente nuda. Avevano fatto
l'amore ancora due volte, prima di addormentarsi l'uno nelle braccia
dell'altro e, ancora una volta, quel mattino presto.
- Non ti disturbare, Ruth. Credo che dormirò ancora un po’. Appena la
cameriera fu uscita, Victoria si stese sulla pancia e seppellì il viso nel
cuscino,
con un sorriso sulle labbra. I membri del ton credevano che Jason fosse
freddo, cinico e crudele, pensò divertita. Come sarebbero rimasti sorpresi
se avessero conosciuto l'amante tenero e appassionato che era a letto.
Forse, questo non era un segreto, pensò, un pò turbata. Aveva visto con i
propri occhi l'avidità negli sguardi di molte donne sposate che, dal
momento che non potevano sperare di averlo come marito, potevano solo
essere interessate ad averlo come amante.
Pensando a quello, ricordò le tante volte in cui aveva sentito il nome di
Jason abbinato a quello di qualche donna sposata i cui mariti erano vecchi
e brutti. E non c'era il minimo dubbio che avesse avuto molte donne, prima
di lei. Infatti, Jason sapeva esattamente come baciarla e dove toccarla, per
farla impazzire di piacere.
Victoria tentò di allontanare quegli indegni pensieri dalla sua testa. Non
importava quante donne avevano goduto delle delizie dell'amore con
Jason, perché da quel momento in poi, era suo e soltanto suo. I suoi occhi
stavano già per chiudersi, quando finalmente si accorse della scatolina di
velluto nero sul candeliere. Senza molto interesse, stese il braccio
257
e l'aprì. Una magnifica collana di smeraldi riposava nel suo interno,
accompagnata da una nota di Jason:" Grazie per l'indimenticabile notte".
Victoria aggrottò le sopracciglia. Desiderava che non avesse protestato
sentendola dire che lo amava. Voleva che le avesse detto che anche lui
l'amava. E, più di tutto, voleva che smettesse di darle gioielli ogni volta
che lo soddisfaceva, quel regalo in particolare, sembrava un pagamento per
i servizi prestati…
Victoria si svegliò di soprassalto. Era quasi mezzogiorno e Jason aveva
detto che la sua riunione di affari sarebbe finita verso quell'ora. Ansiosa di
vederlo e di godere dell'intimità del suo contagioso sorriso, scelse un abito
lilla, con maniche strette ed aspettò con impazienza, mentre Ruth la
pettinava, intrecciandole nei capelli dei nastri dello stesso colore del
vestito.
Una volta pronta, uscì rapidamente in corridoio e poi cercò di mantenere
un certo decoro nello scendere le scale. Northrup sorrise, e quello le
sembrò abbastanza strano, quando Victoria gli chiese dove fosse Jason. E,
passando accanto a O'Malley, mentre andava nell'ufficio, avrebbe potuto
giurare di averlo visto fare l'occhiolino. Rifletteva ancora su quello,
quando bussò alla porta dell'ufficio di Jason e entrò.
- Buongiorno - lo salutò con un sorriso -. Ho pensato che oggi ti
piacerebbe pranzare con me.
Jason la guardò appena.
- Mi dispiace molto, Victoria. Ma sono molto occupato. Sentendosi come
un bambino indesiderato, che era appena stato messo al suo posto,
chiese esitante.
- Jason, perché lavori tanto?
- Mi piace lavorare - ripetè sempre la solita risposta. Era evidente che gli
piaceva più il lavoro che la sua compagnia,concluse, sapendo che
suo marito non aveva bisogno di denaro.
- Scusami per averti disturbato. Non succederà più. Quando Victoria uscì,
Jason aprì la bocca per richiamarla e dirle che aveva cambiato
idea. Però trattenne l'impulso. Voleva pranzare con sua moglie, ma sapeva
che non sarebbe stato sensato passare molto tempo in sua compagnia. Era
disposto a permettere che Victoria fosse una parte piacevole della sua vita,
ma non le avrebbe mai lasciato essere il suo centro. Non avrebbe mai dato
un tale potere ad una donna.
258
Victoria rise quando il piccolo Billy tirò fuori la spada di legno, nell'atrio
dell'orfanotrofio, ed ordinò ad un altro ragazzo di "uscire fuori dalla
plancia". Con la toppa, il bambino sembrava proprio un adorabile pirata.
- Crede che la toppa risolverà il problema? - le chiese il vicario,
fermandosi accanto a Victoria.
- Non ne sono sicura. Mio padre fu sorpreso come tutti noi, quando capì
ciò che era successo a quel ragazzo, lì in America. Papà pensò che la
deficienza non era nell'occhio in sè, bensì nei muscoli che controllano i
suoi movimenti. Se così è, coprendo l'occhio intatto, i muscoli dell'altro
occhio devono sforzarsi per lavorare e, di conseguenza, diventerebbero più
forti.
- A me e mia moglie, ci piacerebbe se ci onorasse della sua compagnia a
cena, dopo lo spettacolo con le marionette che faranno i bambini. Mi
piacerebbe anche dirle, milady, che i bambini di questo orfanotrofio sono
molto fortunati a poter contare su una madrina così devota e generosa
come milady. Oso dire che in Inghilterra non c'è un altro orfanotrofio i cui
bambini posseggano abiti migliori e una alimentazione come quella che
hanno ora, grazia alla sua generosità.
Victoria sorrise ed aprì la bocca per respingere gentilmente l'invito, ma,
poi cambiò idea e decise di accettare. Mandò uno dei bambini più grandi a
Wakefield, con un messaggio per Jason, avvisandolo che sarebbe rimasta a
cena a casa del vicario. Poi, si appoggiò ad un albero e si mise ad
osservare i bambini che giocavano sul prato, chiedendosi come avrebbe
reagito Jason alla sua assenza di quella sera.
La verità era che non aveva i mezzi per scoprire se gli importava. La vita
era diventata strana e confusa. Oltre ai gioielli che Jason le aveva già dato,
ora possedeva anche un paio di orecchini e un braccialetto di smeraldi che
facevano parure con la collana, un altro paio di orecchini di brillanti, una
spilla di rubini ed u insieme di spille con brillanti per ornare i suoi capelli;
un regalo per ognuna delle cinque notti consecutive in cui avevano fatto
l'amore, dalla notte in cui Victoria aveva confessato che stava cercando di
sedurlo.
Tutte le notti facevano l'amore con passione. Di mattina, Jason lasciava un
costoso gioiello sul candeliere e, poi l'allontanava rapidamente dalla sua
mente, finchè non si incontrava di nuovo con lei, per la cena e per andare a
letto. Come risultato di quello strano modo di essere trattata, Victoria stava
sviluppando un profondo risentimento contro Jason, oltre ad una grande
avversione per i gioielli.
Forse sarebbe stato più facile accettare il comportamento di Jason se lui
veramente avesse passato tutto il tempo lavorando, ma invece non era ciò
che succedeva. Aveva il
259
tempo per cavalcare con Robert Collingwood, per visitare il giudice e per
fare altre cose ancora. Victoria aveva diritto alla sua compagnia solo
all'ora di cena e, dopo, a letto. La constatazione di come sarebbe stata la
sua vita, in un primo momento la intristì, poi la rese furiosa. Ora, la sua
furia le permetteva di stare lontano da casa, e proprio nel momento della
cena.
Era ovvio che Jason voleva un matrimonio uguale a quelli del ton. Victoria
avrebbe dovuto avere la sua vita e Jason la sua. Le coppie alla moda non
facevano nulla insieme, era considerato volgare e comune. Non si
dichiaravano nemmeno l'amore l'un l'altro, benché, in quello, Jason si
comportava in modo strano. Aveva detto chiaramente a Victoria che non
avrebbe dovuto amarlo, ma nello stesso tempo, faceva l'amore con lei,
tutte le notti, per ore, sommergendola nel più profondo e totale piacere,
finchè lei perdeva il controllo e dichiarava di essere innamorata di lui.
Quanto più si sforzava di trattenere le parole "ti amo", maggiore era
l'ardore di Jason, finchè le sue mani, le sue labbra, il suo corpo febbrile, le
estorcevano la confessione. Solo allora Jason la lasciava godere finalmente
dell'estasi che era capace di darle, o di negarle.
Era come se Jason volesse, dovesse sentire quelle parole di amore. Ma
nemmeno nel momento culminante del suo piacere, le diceva la stessa
cosa. Victoria sentiva il suo corpo e il suo cuore schiavi di Jason. La
tormentava deliberatamente, con intelligenza, usando il proprio piacere
contro di lei. D'altra parte, continuava a essere emotivamente staccato da
lei.
Dopo aver vissuto così per una settimana, era decisa a forzarlo in qualche
modo, a sentire dalle sue labbra le stesse parole, a fargli ammettere i suoi
sentimenti. Lei lo amava, non poteva credere che Jason non l'amasse.
Sentiva la tenerezza delle sue mani e la passione delle sue labbra. Inoltre,
se non voleva il suo amore, perché insisteva nel forzarla a dirgli che lo
amava?
Avendo sentito tutto ciò che il capitano Farrell le aveva raccontato, non era
difficile comprendere perché Jason si rifiutava di fidarsi di lei e
consegnarle il suo cuore. Però, benché capisse, era determinata a cambiare
quella situazione. Il capitano affermava, convinto, che Jason avrebbe
amato una sola volta… e per sempre. Victoria voleva disperatamente
essere amata da lui. Forse, se non fosse stata sempre così disponibile per
lui, Jason avrebbe sentito la sua mancanza. E, chissà, forse ad ammettere i
suoi sentimenti. Almeno, era quello che sperava quando aveva scritto il
messaggio per informarlo che non avrebbe cenato in casa.
Victoria non riuscì a concentrarsi sullo spettacolo delle marionette, né
sulla conversazione del vicario e di sua moglie, durante la cena. Non
vedeva l'ora di arrivare a
260
casa e vedere con i propri occhi come Jason aveva reagito alla sua assenza.
Nonostante le sue proteste, il vicario l'accompagnò fino a Wakefield,
recitando per tutto il percorso i pericoli che potevano colpire di sera una
donna che si avventurasse da sola per le strade.
Con la mente piena di fantasie su Jason che si inginocchiava ai suoi piedi e
le professava il suo amore, perché aveva sentito troppo la sua mancanza
durante la cena, Victoria salì correndo gli scalini verso l'ingresso
principale della casa.
Northrup la informò che lord Fielding, sapendo dell'intenzione della
moglie di non cenare in casa, aveva deciso di visitare alcuni vicini e non
era ancora rientrato.
Profondamente avvilita, salì in camera sua, fece un lungo bagno e si lavò i
capelli. Jason non era ancora rientrato quando finì e, così, Victoria si
coricò nel proprio letto e, senza il minimo interesse si mise a sfogliare un
giornale. Se Jason pretendeva di insegnarle una lezione, non avrebbe
potuto trovare il modo migliore, anche se dubitava che si fosse preso il
fastidio di farlo.
Erano già passate le undici quando Victoria, finalmente, lo sentì entrare
nella sua stanza. In quello stesso istante, mise il giornale davanti al suo
viso, come se fosse la lettura più interessante del mondo. Pochi minuti
dopo, lui entrò nella sua stanza. La camicia aperta fino alla vita gli lasciava
scoperto il petto ricoperto dalla fitta peluria nera. Victoria si sentì seccare
la bocca davanti a quella esplosione di virilità.
- Non hai cenato in casa, questa sera - commentò Jason in tono casuale.
- No - cercò di sembrare indifferente anche lei.
- Perché?
- Mi piace la compagnia di altre persone, come a te piace il tuo lavoro -
rispose con sguardo innocente -. Ho pensato che non ti sarebbe importato.
- E infatti, non mi è importato - dichiarò Jason, con grande delusione di
Victoria e, dopo averle dato un casto bacio sulla fronte, ritornò nella
propria stanza.
Guardando il cuscino vuoto accanto a sé, si rifiutò di credere che a Jason
davvero non importava dove cenava e con chi. E nemmeno voleva credere
che voleva davvero dormire da solo quella notte. Così, aspettò sveglia, ma
Jason non ritornò da lei.
Si sentiva in un modo orribile quando si svegliò il mattino seguente, e
ancora peggio quando Jason entrò in camera sua, già rasato e trasudando
vitalità. In tono così casuale che tanto la irritava, suggerì:
- Se senti la mancanza di compagnia, Victoria, perché non passi qualche
giorno a Londra?
261
Nonostante la disperazione la invadesse. Victoria esibì un sorriso radioso.
Anche se non sapeva se Jason la stava solo provocando o voleva liberarsi
di lei, decise di seguire il suo suggerimento.
- Buona idea, Jason. Lo farò. Grazie per il suggerimento.
Capitolo 28
Victoria andò a Londra e vi rimase quattro giorni, cullando la speranza che
Jason sarebbe venuto e sentendosi più sola ad ogni momento che passava
senza che lui arrivasse. Assistette a tre commedie, andò all'opera e visitò le
sue amiche. Di sera, rimaneva distesa a letto, sveglia, cercando di capire
come un uomo poteva essere così affettuoso ed appassionato nel letto e
tanto freddo e distante durante il giorno. Non riusciva a credere che lui la
vedeva solo come uno strumento conveniente per soddisfare il suo
desiderio. Non era possibile, specialmente quando a Jason sembrava
piacere tanto la sua compagnia durante la cena. Lui si attardava sempre a
tavola, provocandola con allegri scherzi e conversando di tanti argomenti.
Una volta era arrivato perfino a lodare la sua intelligenza e la sua acutezza.
Altre volte, aveva chiesto la sua opinione su argomenti come, per esempio,
la sistemazione dell'arredamento del salone e se avesse dovuto mandare in
pensione l'amministratore della proprietà per assumerne un altro più
giovane.
La quarta sera, Charles l'accompagnò a teatro e dopo Victoria tornò in
Brook Street per cambiarsi l'abito per partecipare al ballo a cui aveva
accettato di partecipare. Decise che sarebbe tornata a Wakefield il mattino
seguente, con un miscuglio di irritazione e rassegnazione. Era pronta a
rendere la vittoria a Jason per quella battaglia e riprendere la lotta per il
suo amore, a casa.
Indossando uno spettacolare vestito, entrò nel salone da ballo,
accompagnata dal marchese De Salle e dal barone Arnoff.
Tutti si voltarono nella loro direzione e, di nuovo, Victoria si accorse delle
strane occhiate di cui era oggetto. La notte prima, aveva avuto la stessa
spiacevole sensazione. Non credeva che il ton avesse da ridire perché era a
Londra senza suo marito. Inoltre, gli sguardi che riceveva da signore
eleganti, così come dai loro mariti, non erano di biasimo. Piuttosto, la
osservavano con un sentimento che sembrava di comprensione o forse, di
pena.
262
Caroline Collingwood arrivò più tardi e Victoria la prese da parte alla
prima occasione, per domandarle se sapeva perché le persone si stavano
comportando in quel modo così strano. Prima che formulasse la domanda,
Caroline chiarì i suoi dubbi.
- Victoria, va tutto bene tra te e lord Fielding? – domandò la sua amica, in
ansia -. O siete separati?
- Separati? – ripetè Victoria, confusa -. È questo quello che crede la gente?
È questo il motivo per cui mi guardano in maniera tanto strana?
- Tu non stai facendo niente di male – si affrettò a dire Caroline -. Il
problema è che, date le circostanze, le persone stanno traendo delle
conclusioni… Beh, tutti credono che tu e lord Fielding siate disinteressati
l’uno all’altra e che tu l’abbia abbandonato.
- Io, che cosa? – Victoria sibilò, furiosa -. E perché pensano una cosa così
assurda? Lady Calliper non è accompagnata da suo marito, così come la
contessa di Graverton e…
- Nemmeno io sono con il mio – la interruppe la sua amica – ma i nostri
mariti non sono mai stati sposati prima. Il tuo sì.
- E che differenza fa questo? – insistette Victoria, chiedendosi, furiosa, che
convenzione avesse rotta, questa volta.
Il ton aveva regole di comportamento per tutto, con una lunga lista di
eccezioni, che rendeva la vita a Londra molto confusa. Anche così, non era
possibile che le prime mogli avessero la libertà di vivere la loro vita
mentre le seconde no.
- C’è una grande differenza – affermò Caroline con un sospiro – perché la
prima lady Fielding raccontò cose orribili sulla crudeltà di lord Fielding…
e molta gente le ha creduto. Tu ti sei sposata meno di due settimane fa e
sei già a Londra, sola. E, peggio ancora, non sembri per niente felice,
Victoria. Le persone che hanno creduto a Melissa Fielding, che ricordano
ancora le sue orribili storie, ora, stanno ripetendo quello che sentirono
alcuni anni fa e ti guardano per averne conferma.
Victoria la guardò, incredula.
- Non ho mai pensato che potesse succedere questo! In ogni modo, avevo
già deciso di ritornare a casa, domani. Se non fosse così tardi, andrei via
subito!
Caroline le mise una mano sul braccio.
- Se hai qualche problema che preferisci non discutere, sai che puoi
sempre contare su di me. Non ti farò fretta.
Victoria scosse la testa e mormorò:
- Voglio tornare domani a Wakefield. Per questa notte, non c’è altro che
possa fare.
- Eccetto cercare di sembrare molto felice – suggerì la sua amica con un
sorriso.
263
Considerando l’ottimo consiglio, Victoria cercò di seguirlo, facendo solo
delle piccole variazioni. Nelle due ore seguenti, si sforzò di conversare con
il maggior numero di persone possibili, badando a menzionare Jason,
riferendosi a lui sempre in termini più che lusinghieri. Quando lord
Armstrong commentò che stava trovando difficoltà nel soddisfare i
contadini delle sue proprietà, Victoria affermò all’improvviso che suo
marito aveva risolto quel problema nel migliore dei modi.
- Lord Fielding ha un ottimo punto di vista per quanto riguarda
l’amministrazione delle sue proprietà – dichiarò in tono ammirato -. I
contadini lo adorano e i domestici addirittura lo idolatrano!
- Non mi dica! – lord Armstrong esclamò, sorpreso e interessato -. Credo
che dovrei scambiare qualche parola con suo marito. Non sapevo che
Wakefield avesse un così buon rapporto con i suoi contadini.
A lady Brimworthy che elogiò la sua collana di zaffiri, Victoria disse:
- Lord Fielding mi ricopre di regali! Ah, è tanto generoso, così gentile! E
ha anche molto buon gusto, non crede?
- E’ vero – ammise lady Brimworthy, ammirando la profusione di brillanti
e zaffiri che adornavano il collo di Victoria -. Brimworthy ha dei veri
attacchi, quando compro dei gioielli – aggiunse, con una punta di invidia -.
La prossima volta che mi chiamerà stravagante, parlerò della generosità di
Wakefield!
Quando la contessa di Draymore ricordò a Victoria la colazione alla quale
l’aveva invitata, Victoria rispose:
- Mi dispiace, ma non potrò parteciparvi, contessa. Ho passato già quattro
giorni lontano da mio marito e, per essere sincera, mi manca molto. Lord
Fielding è la gentilezza in persona!
A bocca aperta, la contessa osservò Victoria allontanarsi e, allora,
commentò con le sue amiche:
- La gentilezza in persona? Da dove ha tirato fuori quell’idea, essendo
sposata con Wakefield?
Nella sua casa di Brook Street, Jason camminava da un lato all’altro, come
un animale in gabbia, maledicendo il maggiordomo londinese per avergli
dato informazioni sbagliate su dove si trovasse Victoria. Si maledisse
anche per esserle corso dietro, come un adolescente geloso e innamorato.
Era andato al ballo dei Berford, dove il maggiordomo gli aveva assicurato
che avrebbe trovato Victoria, ma Jason non aveva visto la minima traccia
di lei
264
tra gli invitati. Così come non l’aveva trovata negli altri tre posti in cui il
maggiordomo aveva creduto che potesse essere.
Il successo di Victoria, nel suo tentativo di dimostrare devozione a suo
marito, fu così grande, che alla fine della serata, tutti la guardavano con
sguardi più divertiti che preoccupati. Lei sorrideva, soddisfatta di se stessa
quando entrò in casa, poco prima dell’alba.
Accese una candela che i domestici avevano lasciato sul tavolo
dell’ingresso e salì la scala. Stava accendendo le candele della sua stanza
quando un rumore nella stanza attigua richiamò la sua attenzione.
Pregando affinchè ci fosse un domestico, e non un ladro, si incamminò in
quella direzione con passi malfermi. Tenendo la candela con una mano usò
l’altra per abbassare la maniglia della porta, ma nello stesso momento
questa si aprì.
- Jason! - gridò spaventata -. Mio Dio, sei tu! Pensavo fossi un ladro. Jason
lanciò uno sguardo ironico verso la candela che impugnava.
- E che cosa avresti fatto se fosse stato un ladro? Lo avresti minacciato di
dare fuoco ai suoi capelli?
Victoria cercò di trattenere la risata riconoscendo la luce minacciosa negli
occhi verdi di suo marito. Si rese conto di una cosa, che dietro la sua
ironia, stava cercando di nascondere la furia. Reagendo in maniera
automatica, cominciò a indietreggiare man mano che lui avanzava verso di
lei. Nonostante l’eleganza dei suoi abiti, Jason non le era mai sembrato
così pericoloso.
Quando sentì il letto dietro le sue gambe, Victoria si fermò e cerò di
dominare la sua irrazionale paura. Non aveva fatto niente di brutto, e ciò
nonostante si stava comportando come una bambina paurosa! Decise di
affrontare la situazione in modo civile e razionale.
- Jason, sei arrabbiato? – domandò, cercando di dimostrarsi tranquilla. Lui
si fermò a pochi centimetri da lei, le gambe aperte, le mani in vita.
- Potrei dire di sì – rispose -. Dove diavolo eri?
- Sono stata al ballo di lady Dunworthy
- E sei rimasta là fino ad ora?
- Sì. Sai come finiscono tardi queste feste e…
- No, non lo so. Mi sai dire perché, nel momento in cui ti allontani da me,
ti dimentichi di come si conta?
- Contare? – ripetè Victoria, senza avere alcuna idea di ciò che lui
intendeva dire, ma spaventandosi sempre di più ad ogni minuto che
passava.
265
- Contare i giorni – chiarì lui, irritato -. Io ti ho dato il permesso di
rimanere due giorni, non quattro!
- Non ho bisogno del tuo permesso – protestò Victoria, senza pensare -. E
non cercare di fingere che fa qualche differenza per te dove sto, qui o a
Wakefield!
- Succede che fa differenza, sì – disse Jason con voce velata, nel momento
stesso in cui si toglieva la giacca e cominciava a sbottonarsi la camicia -. E
tu hai bisogno del mio permesso, sì. Sei molto smemorata cara. Sono tuo
marito, ricordi? Togliti i vestiti.
Victoria scosse la testa .
- Non obbligarmi ad obbligarti – l’avvisò -. Non ti piacerebbe, credimi.
Victoria gli credeva, senza il minimo dubbio. Con mani tremanti, cominciò
a sbottonarsi
il vestito.
- Jason, per Dio, che ti sta succedendo?
- Sono geloso, cara – rispose, sbottonandosi i pantaloni -. Sono geloso e
non mi piace nemmeno un po’.
In altre circostanze, Victoria sarebbe stata felice di quelle parole. Ora,
però, la dichiarazione servì solo a spaventarla di più rendendola tesa e
tremante.
Accorgendosi della difficoltà che aveva con i bottoni, Jason la obbligò a
voltarsi con un gesto brusco, e provvide a sbottonarle il vestito.
- Mettiti a letto – le ordinò, guardando verso il letto. Victoria era già
terrorizzata quando Jason si stese al suo fianco e, senza la minima
delicatezza o considerazione, l’attirò a sé. Al suo bacio violento, strinse i
denti.
- Apri la bocca! Victoria lo respinse appoggiandogli le mani sul petto e
girò il viso.
- No! così no! Non permetterò che tu mi faccia questo! Jason esibì un
sorriso crudele.
- Lo permetterai, sì dolcezza. Prima che finisca, mi implorerai. Con una
forza inaspettata, generata dal panico, Victoria lo spinse e scappò dal
brutale
abbraccio, era già in piedi quando Jason le afferrò il braccio e la rimise a
letto. Poi, le mise le mani al di sopra della testa e passò una gamba tra
quelle di lei, immobilizzandola.
- Non avresti dovuto farlo – mormorò, mentre abbassava lentamente la
testa. Gli occhi di Victoria si riempirono di lacrime, quando, impotente,
osservò le labbra di
Jason avvicinarsi. Però, invece dell’attacco violento che si aspettava, la
baciò con tenerezza e passione. Nello stesso tempo, con la mano libera, le
accarezzò tutto il corpo, lentamente, passando per il seno, per l’addome,
giocherellando con la peluria dorata sulla sommità delle
266
gambe. Dopo qualche momento, il corpo di Victoria, come se avesse vita
propria, cominciò a reagire alle esperte carezze.
Un’ondata di calore la pervase e la sua resistenza andò scemando
lentamente, finchè non riuscendo più a sopportare quell’attacco erotico ai
suoi sensi, si arrese completamente, muovendo il suo corpo languido e
restituendo il bacio con passione. In quello stesso istante Jason le liberò le
mani.
Ma le carezze continuarono, più audaci ed erotiche che mai, finchè
Victoria fu incapace di ragionare, cosciente solo della passione che la
consumava e della necessità disperata di placare il desiderio.
Jason le si mise sopra. Con un gemito, Victoria alzò i fianchi. Lui la
penetrò, solo un poco, per poi penetrarla con maggior profondità, sempre
più, finchè non si accorse di averla portata al limite del desiderio. Allora la
penetrò completamente, strappandole un grido di puro piacere e, nello
stesso istante si ritrasse.
- No! – protestò, sorpresa dalla repentina perdita.
- Mi vuoi , Victoria? –le chiese Jason in un mormorio. Lei aprì gli occhi
febbrili per guardarlo, ma non pronunciò una parola.
- Mi vuoi? – insistette.
- Non ti perdonerò mai per questo – protestò Victoria con voce soffocata.
- Mi vuoi? – ripetè senza alterarsi -. Dimmelo. La passione faceva sì che il
corpo di Victoria ardesse, Jason era geloso. Gli importava di
lei. Si era sentito ferito dalla sua prolungata assenza. Le labbra di Victoria
si mossero, formando un “sì” ma nemmeno il forte desiderio l’avrebbe
obbligata a pronunciare la parola.
Soddisfatto, Jason le diede ciò che voleva. e, siccome voleva sottometterla
ancora di più, si arrese con determinazione e generosità, ignorando le
esigenze del proprio desiderio, cercando esclusivamente il modo per dare a
Victoria il massimo piacere. E solo dopo averla portata al piacere più
intenso, si permise di soddisfare i propri istinti.
capitolo 29
Victoria si svegliò, sentendo il cuore pesante, stordita come se non avesse
dormito. Un nodo le si formò in gola ricordando l’ingiusta umiliazione alla
quale Jason l’aveva
267
sottoposta la notte precedente. Scostò i capelli dal viso e, appoggiandosi su
un gomito, lanciò uno sguardo distratto per la camera. E fu allora che i
suoi occhi si posarono sulla scatola di velluto sul candeliere.
Una rabbia mai sentita prima le scoppiò nel petto, cancellando ogni altra
emozione. Victoria uscì dal letto, si mise la vestaglia e prese la scatola.
Furiosa, aprì la porta che comunicava con la stanza di Jason.
- Non mi darai mai più un gioiello! – gridò. Lui era fermo accanto al letto,
indossando solo i pantaloni beige, senza la camicia. Si
voltò in tempo per vedere Victoria scagliare la scatola nella sua direzione,
ma non mosse nemmeno un muscolo per scappare. La scatola passò ad un
centimetro dal suo orecchio, per poi atterrare al suolo e scivolare sotto il
letto.
- Non ti perdonerò mai per quello che hai fatto ieri sera – annunciò
Victoria con i pugni chiusi -. Mai!
- Lo so – disse Jason con voce priva di emozioni e prese la camicia.
- Odio i tuoi gioielli, odio il modo in cui mi tratti e ti odio! Non sai amare
nessuno, sei un cinico, senza cuore… un bastardo!
La parola scappò dalle labbra di Victoria prima che potesse impedirlo.
Però, la reazione di Jason la sorprese.
- Hai ragione – ammise – è esattamente ciò che sono. Mi dispiace
distruggere le illusioni che tu possa ancora avere su di me, ma la verità è
che sono il prodotto indesiderato di una breve relazione tra Charles
Fielding e una ballerina da tempo dimenticata, che conobbe in gioventù.
Mentre indossava la camicia, Victoria lo osservava, in silenzio, rendendosi
conto che Jason pensava che le stava confessando qualcosa di brutto e
ripugnante.
- Sono cresciuto tra la sporcizia, allevato dalla cognata di Charles. Più
tardi, ho dormito in un magazzino. Ho imparato a leggere e scrivere da
solo. Non ho frequentato Oxford, né ho fatto le cose che i tuoi altri
corteggiatori raffinati ed aristocratici hanno fatto. In breve, non sono
niente di ciò che credi. Almeno, niente di buono. Non sono un marito
adatto a te. Non dovrei nemmeno toccarti. Ho fatto cose di cui non
sopporteresti nemmeno sentir parlare.
Le parole del capitano Farrell tornarono alla mente di Victoria: “La matta
lo obbligò ad inginocchiarsi e ad implorare perdono davanti a quegli
immondi indù”. Victoria guardò Jason e si sentì stringere il cuore. Ora
capiva perché non voleva, non poteva accettare il suo amore.
268
- Sono un bastardo – concluse – nel senso più vero del termine.
- In questo caso, sei in ottima compagnia – disse Victoria con voce calma
– perché anche tre figli del re Carlo lo erano, e lui li trasformò in duchi.
Per un momento, Jason sembrò sorpreso, ma poi si strinse nelle spalle.
- Il problema è che hai detto che mi ami e non posso permettere che
continui a pensarlo. Ami un miraggio non me. Non mi conosci.
- Ah, ti conosco – Victoria lo corresse, sapendo che il suo futuro
dipendeva completamente da ciò che avrebbe detto in quel momento -. So
tutto di te. Il capitano Farrell me lo ha raccontato, più di una settimana fa.
So quello che ti successe, quando eri bambino…
- Lui non aveva il diritto di dirtelo.
- Tu avresti dovuto raccontarmelo – gridò, incapace di controllare il tono
della sua voce, o le lacrime che le coprivano il viso -. Ma non potevi,
perché ti vergognavi di quello che, in realtà dovrebbe inorgoglirti! Sarebbe
stato meglio se non me lo avesse raccontato. Prima, ti amavo solo un po’.
Dopo, quando mi sono resa conto di quanto forte e coraggioso sei, ti ho
amato ancora di più. Io…
- Che cosa? – domandò Jason con un mormorio quasi inudibile.
- Io non ti ammiravo prima di sapere la tua storia. Ora, ti ammiro e non
posso più sopportare quello che stai facendo…
Attraverso le lacrime, Victoria vide Jason avvicinarsi e subito dopo,
sentirsi stretta in un disperato abbraccio.
- Mi importa poco di chi siano i tuoi genitori – singhiozzò col viso sepolto
nel suo petto.
- Non piangere, cara – mormorò -. Per favore, non piangere.
- Detesto quando mi tratti come una idiota, dandomi vestiti da sera e…
- Non ti comprerò mai più vestiti – cercò di scherzare, ma la sua voce
suonò roca e soffocata.
- E coprendomi di gioielli..
- Non ti comprerò più gioielli.
- E quando ti stancherai di giocare con me, mi metterai da parte.
- Sono un imbecille – concluse, accarezzandole i capelli.
- Non mi dici mai quello che pensi, o senti, e non sono capace di
indovinare quello che succede nella tua testa.
- Non succede niente, perché ho perso la testa mesi fa.
269
Victoria sapeva di aver vinto, ma il sollievo era tanto intenso che i
singhiozzi continuavano a scuoterla.
- Per l’amor di Dio, non piangere così! – la implorò Jason -. Giuro che
non ti farò più piangere. Andiamo a letto. Lascia che ti faccia dimenticare
la notte scorsa.
In risposta, Victoria gli passò le braccia intorno al collo e si lasciò portare
fino al letto, dove Jason le si mise accanto, baciandola con tenera passione.
Quando si alzò per liberarsi dei vestiti, Victoria lo guardò senza pudore, né
imbarazzo. Al contrario, si dilettò con la visione dei muscoli forti e ben
modellati, coperti dalla pelle abbronzata. Poi Jason le diede la schiena e un
grido proruppe dalla gola di Victoria.
Sentendola, Jason si immobilizzò, teso, sapendo ciò che Victoria stava
vedendo. Le cicatrici! Si era dimenticato delle maledette cicatrici.
Immediatamente, si ricordò dell’ultima volta che aveva dimenticato di
nasconderle, della repulsione e del disprezzo sul volto della donna nel suo
letto, scoprendo che era stato bastonato come un cane. Col risultato che era
sempre molto attento a spegnere le candele e a non dare mai la schiena a
Victoria, quando facevano l’amore.
- Mio Dio! – esclamò lei e stese la mano per toccarlo dolcemente -. Ti
fanno ancora male?
- No – rispose, pieno di vergogna, aspettando l’inevitabile reazione davanti
all’evidenza della sua umiliazione.
Sorpreso, Jason sentì che le braccia di Victoria lo circondavano e subito
dopo le sue labbra sulla schiena che lo baciavano.
- Devi essere stato molto forte per sopportare questo – mormorò -. Molto
forte per sopravvivere e continuare…
Quando Victoria cominciò a baciare ogni cicatrice, si girò e la prese tra le
braccia.
- Ti amo – confessò -. Ti amo tanto… Allora, le sue labbra tracciarono
linee di fuoco sulla pelle di Victoria, man mano che
copriva il suo corpo di baci.
- Per favore – chiese con voce roca e appassionata – accarezzami, lasciami
sentire le tue mani sul mio corpo.
Fino a quel momento, non era mai successo che Jason le chiedesse di
essere accarezzato da lei come lui l’accarezzava. L’idea era eccitante. Gli
appoggiò le mani sul petto sorpresa nel sentire il suo respiro affrettato.
Lasciò scivolare le mani sull’addome di Jason, dilettandosi nel vedere
come i suoi muscoli si contraevano di riflesso. Allora, sentendosi più
audace, gli accarezzò un capezzolo e lo baciò esattamente come Jason
faceva con lei
270
accendendola di piacere. E fu ricompensata da un gemito strangolato che
servì ad infiammarla ancora di più.
La scoperta di tale potere sul corpo di Jason la ubriacò e lo costrinse a
mettersi supino e, dopo averlo accarezzato e baciato per lunghi momenti,
si mise su di lui.
Invece di penetrarla immediatamente, come Victoria si aspettava, perché
poteva sentire i battiti accelerati del suo cuore, Jason prese il suo viso tra le
mani e, con umiltà, pronunciò le parole che l’aveva forzata a dire la notte
precedente.
- Ti voglio… Per favore, Tory… Sentendo il cuore sul punto di scoppiare
da tanto amore, Victoria rispose con un bacio
appassionato. Subito, i loro corpi si fusero in uno solo e i due cavalcarono
insieme alla ricerca dell’estasi più completa che avessero mai provato.
Jason si sentì pervadere da una felicità come non aveva mai immaginato
potesse esistere. Dopo tutti i trionfi finanziari e le relazioni senza senso,
finalmente aveva trovato quello che aveva sempre cercato, senza saperlo.
Aveva trovato il suo posto. Jason possedeva sei proprietà in Inghilterra,
due palazzi in India, una flotta di navi, ma mai, in nessun posto, si era
sentito a casa. Ora, era a casa, al suo posto, nelle braccia di quella bella
donna.
La baciò sulla fronte, quando lei aprì gli occhi, Jason pensò che sarebbe
annegato in quell’azzurro intenso.
- Come ti senti? - chiese Victoria con un sorriso, ricordandosi che un
giorno lui le aveva fatto la stessa domanda.
- Mi sento come un marito – rispose in tono solenne. poi la baciò, prima di
guardarla di nuovo -. E pensare che non ho mai creduto agli angeli –
mormorò con un sospiro -. Che idiota…
- Sei intelligente - lo corresse sua moglie con lealtà.
- No, non lo sono. Se fossi un poco intelligente, ti avrei portato a letto la
prima volta che ne ebbi l’impulso e, poi ti avrei obbligata a sposarmi.
- E quando fu la prima volta che hai pensato di portarmi a letto?
- Il giorno in cui arrivasti a Wakefield – ammise con un sorriso birichino
-. Credo di essermi innamorato nel momento in cui ti vidi sulla porta, con
un maialino tra le braccia e i capelli al vento.
- Jason, per favore, non mentiamo l’uno con l’altro. Tu non mi amavi
allora. E non mi amavi quando ci siamo sposati. Non ha importanza.
Quello che importa è che tu ora mi ami.
Jason le prese teneramente il mento con la mano.
- No, mia cara, ti ho detto la verità. Ti ho sposato perché ti amavo.
271
- Jason! Tu mi hai sposata per soddisfare il desiderio di un moribondo!
- Il desiderio di un… - lui tirò la testa indietro con una sonora risata -. Ah,
mia adorata Tory! il “moribondo” che ci chiamò accanto al suo letto,
aveva un mazzo di carte sotto le coperte!
Victoria si appoggiò su un gomito.
- Lui cosa? – chiese, divisa tra la risata e la furia -. Sei sicuro?
- Assolutamente. Le vidi, quando la coperta scivolò di lato. Aveva quattro
regine.
- Perchè lo avrebbe fatto? Jason si strinse nelle spalle.
- Sicuramente, Charles ha pensato che stavamo tardando troppo a prendere
una decisione.
- Quando penso a quanto ho pregato perché guarisse, ho voglia di
ammazzarlo!
- Non dire questo. Non ti piace il risultato del suo piano?
- Beh, sì, mi piace, ma… Perché non me lo hai detto, o… Perché non
glielo dicesti?
- Per quale motivo? Rovinare lo scherzo di Charles? Mai! Victoria gli
lanciò uno sguardo indignato.
- Tu avresti dovuto dirmelo. Non avevi il diritto di nascondermi la verità.
- Hai ragione.
- E perché non lo hai fatto?
- Mi avresti sposato se non avessi creduto che fosse assolutamente
necessario?
- No.
- E’ stato quello il motivo per cui non te l’ho detto. Victoria rise,
arrendendosi alla determinazione priva di principi di Jason nell’ottenere
ciò
che voleva e della sua completa mancanza di rimorso.
- E’ possibile che tu sia completamente privo di scrupoli? – chiese, con
finta severità.
- A quanto pare, no – rispose Jason con un sorriso.
capitolo 30
Victoria era seduta nel salone, aspettando Jason che aveva avuto degli
incontri d’affari, quando il maggiordomo aprì la porta.
- Sua grazia, la duchessa di Claremont desidera vederla, milady. Le ho
detto…
272
- Lui mi ha detto che non ricevi nessuno – completò la duchessa, entrando
nel salone, con orrore del maggiordomo -. Questo stupido sembra non
capire che sono della famiglia.
- Nonna! – esclamò Victoria, sorpresa dall’inaspettata visita. La duchessa
si voltò verso il maggiordomo.
- Ha sentito? Nonna! – ripetè con soddisfazione. Mormorando delle scuse,
lui si ritirò, chiudendo la porta e lasciando Victoria sola con la
bisnonna. La duchessa si sedette, appoggiò le mani sul bastone e studiò
Victoria con attenzione.
- Ti vedo molto felice – concluse, come se quello la sorprendesse.
- E’ per questo motivo che siete venuta a Londra? – domandò Victoria,
sedendosi davanti a lei -. Per sapere se sono felice?
- Sono venuta a parlare con Wakefield.
- Lui non è qui – le spiegò Victoria, sospettosa vedendo l’espressione
infastidita sul viso dell’anziana donna.
- E’ quello che mi hanno detto. Tutti a Londra sanno che lui non è con te!
E sono disposta ad affrontarlo, anche se dovessi percorrere l’Europa intera
per trovarlo!
- Penso che sia divertente – commentò Jason con voce tranquilla, entrando
nel salone – che quasi tutte le persone che mi conoscono abbiano paura di
me, eccetto la mia fragile moglie, la mia giovane cognata e la Signora, che
ha tre volte la mia età e un terzo del mio peso. Posso solo concludere che il
coraggio, o forse l’imprudenza, è trasmessa attraverso il sangue, come le
somiglianze fisiche. Però – aggiunse con un sorriso, - le do l’opportunità
di incontrarmi qui, nel salone della mia casa.
La duchessa si alzò, osservandolo con sguardo arguto.
- Bene, vedo che finalmente si ricorda di dove vive e che ha una moglie!
Le avevo detto chiaramente che l’avrei ritenuta responsabile per la felicità
di Victoria e, per quanto ne so, lei non sta rendendo felice la mia bisnipote
nemmeno un pò!
Jason lanciò uno sguardo interrogativo a Victoria che scosse la testa e si
strinse nelle spalle, come se non sapesse di cosa stava parlando la nonna.
Soddisfatto di constatare che sua moglie non era la responsabile delle
accuse della vecchia duchessa, passò un braccio intorno alle spalle di
Victoria e poi tornò a guardarla.
- In che modo sto venendo meno ai miei obblighi coniugali?
- In che modo? – ripetè la duchessa, stupefatta -. Lei è lì, col braccio
intorno alle spalle di sua moglie! Succede che le mie fonti mi hanno
informata che è stato nel suo letto solo sei volte, a Wakefield!
273
- Nonna! – protestò Victoria, profondamente sbalordita.
- Calma, Victoria – ordinò la bisnonna, senza distogliere gli occhi da
Jason -. Due dei miei domestici sono parenti di due dei suoi. Mi hanno
raccontato che tutti a Wakefield Park erano dispiaciuti perché non ha
dormito con sua moglie per una settimana, dopo il matrimonio.
Victoria emise un gemito mortificato e Jason la strinse a sé per confortarla.
- Molto bene – proseguì la duchessa, implacabile -. Che cosa pensa di fare,
giovanotto? Jason alzò un sopracciglio.
- Credo che debba avere una conversazione molto seria con i miei
domestici.
- Non osi scherzare sull’argomento! Lei, più di tutti gli uomini sulla terra,
dovrebbe sapere come tenere una moglie felice al suo fianco. Dio è
testimone che la metà delle donne di Londra hanno passato gli ultimi
quattro anni a sospirare per lei. Se fosse uno di quei frivoli dandy dai
vestiti inamidati, comprenderei perché non sa ciò che deve fare per darmi
un erede…
- Voglio fare del suo erede la mia priorità – la interruppe Jason in tono
solenne.
- Non permetterò che continui ad esitare! – dichiarò la duchessa, benchè la
sua voce avesse perso parte dell’autorità iniziale.
- La signora è stata molto paziente finora – la complimentò Jason.
Ignorando le parole scherzose, lei annuì.
- Visto che ci siamo capiti, può invitarmi a cena, benchè non posso
rimanere fino a tardi. Con un sorriso ironico, Jason le offrì il braccio.
- Spero che sia d’accordo nel farci una visita più lunga, da qui a qualche
tempo… diciamo, nove mesi.
- Ovviamente – affermò la duchessa con audacia, ma volgendosi verso
Victoria, i suoi occhi brillavano divertiti. Una volta in sala da pranzo, si
abbassò verso la nipote e sussurrò: - E’ attraente come il demonio, non è
vero, cara?
- Molto – ammise Victoria, stringendo la mano della duchessa.
- E, nonostante i commenti che ho sentito, sei felice, non è così?
- Più di quanto possa immaginare.
- Mi piacerebbe che venissi a trovarmi uno di questi giorni. La casa dei
Claremont è ad appena quindici minuti da Wakefield, costeggiando la
strada del fiume.
- Lo farò – promise Victoria.
- Puoi portare tuo marito.
- Grazie.
274
I giorni seguenti, il marchese e la marchesa di Wakefield assistettero a vari
eventi sociali del ton. Nessuno più parlava della presunta crudeltà di Jason
con la sua prima moglie, perché era chiaro a tutti che lord Fielding fosse il
più devoto e generoso dei mariti.
Bastava guardare la coppia e verificare che lady Victoria irradiava felicità
e che il suo alto e attraente marito l’adorava. Le persone furono addirittura
stupite nello scoprire che il, fino ad allora freddo e austero Jason Fielding,
sorridesse appassionato a sua moglie, mentre ballavano o ridevano per
qualche scenetta vista in teatro o per qualcosa che lei gli sussurrava
all’orecchio.
Non ci volle molto tempo e l’opinione generale del ton cambiò, giungendo
alla conclusione che il marchese fosse l’uomo più incompreso del mondo.
E i nobili che lo avevano temuto per tanto tempo adesso cercavano la sua
amicizia con entusiasmo.
Cinque giorni dopo il tentativo di Victoria di mettere fine ai pettegolezzi
sull’assenza di suo marito, si dicevano meraviglie su di lui. Lord
Armstrong fece visita a Jason per chiedergli consiglio su come conquistare
la fiducia e la lealtà dei suoi domestici e dei suoi affittuari. Passata la
sorpresa iniziale, lord Fielding sorrise e gli suggerì di parlarne a lady
Fielding.
Quella stessa sera, nel club White’s lord Brimworthy accusò Jason, di
buon umore, per l’ultimo stravagante acquisto di lady Brimworthy: una
parure costosissima composta da una collana e da orecchini di zaffiri. Lord
Fielding gli offrì un sorriso divertito, scommise cinquecento sterline sulle
carte che aveva in mano e, in seguito vinse la stessa cifra del lord in
questione.
II pomeriggio seguente, in Hyde Park, mentre Jason insegnava a Victoria
come condurre la piccola ma confortevole carrozza che le aveva appena
comprato, un’altra carrozza si fermò improvvisamente e tre signore
anziane li osservarono, incuriosite.
- E’ incredibile! – esclamò la contessa di Draymore, guardando Jason con
gli occhi socchiusi -. Lei è proprio la stessa persona che è sposata con
Wakefield! Quando lady Victoria descrisse suo marito come “la gentilezza
in persona”, pensai che si stava riferendo ad un altro uomo!
- Lui non è solo gentile, ma anche molto coraggioso – osservò una delle
sue amiche, osservando il piccolo veicolo passeggiare per il parco -. Lei ha
fatto quasi rovesciare la carrozza per ben due volte!
275
Per Victoria la vita si era trasformata in un arcobaleno di piaceri. Di sera,
Jason faceva l’amore e le insegnava a soddisfarlo in tutti i modi possibili.
La lasciava stordita di piacere, soffocata da una passione ardente che non
avrebbe mai immaginato potesse esistere.
Lei gli aveva insegnato ad avere fiducia e, ora, Jason le si dava
completamente: corpo cuore e anima. Lui le dava tutto: il suo amore, la
sua attenzione e ogni tipo di regalo ai quali potesse pensare, dal più
semplice al più stravagante.
Jason fece cambiare il nome del suo yacht con quello di Victoria e la portò
in navigazione sul Tamigi. Quando Victoria disse che le era piaciuto molto
di più navigare sul fiume piuttosto che sul mare, Jason comprò un altro
yacht, ad uso esclusivo della moglie, e la fece decorare nei toni azzurro e
oro, per la sua comodità e per quella delle sue amiche. Nel sapere di quella
stravaganza, la signorina Wilber commentò, invidiosa, ad un ballo:
- Vediamo che le comprerà dopo, per superare la nave!
Robert Collingwood sorrise all’invidiosa donna.
Per Jason che non aveva mai provato prima il piacere di essere amato non
per quello che possedeva o per quello che sembrava essere, bensì per
quello che era davvero, la pace interiore che lo pervase era come un sogno.
Di sera, la sua passione per Victoria era insaziabile. Durante il giorno,
uscivano a fare dei picnic e nuotavano nel fiume di Wakefield Park.
Mentre lavorava, lei occupava sempre i suoi pensieri, facendolo ridere di
se stesso. Voleva mettere il mondo ai suoi piedi, ma tutto quello che
Victoria sembrava volere era lui, e quella consapevolezza lo riempiva di
profonda tenerezza. Jason donò una fortuna per la costruzione di un
ospedale vicino a Wakefield, l’Hospital Patrick Seaton. Poi, cominciò a
prendere accordi affinchè ne fosse costruito un altro a Portage, New York,
anche quello intitolato al padre di Victoria.
Capitolo 31
Nel giorno del compimento di un mese di matrimonio, Jason ricevette un
messaggio che esigeva la sua presenza a Portsmouth, dove una delle sue
navi aveva appena attraccato.
La mattina della sua partenza, baciò Victoria davanti alla porta d’entrata,
con un ardore sufficiente a farla vergognare e costringere il cocchiere a
trattenere una risata.
- Mi piacerebbe che tu non dovessi partire – disse Victoria affondando il
viso nel suo petto ed abbracciandolo -. Sei giorni mi sembrano un’eternità.
Sarò molto sola senza di te.
276
- Charles sarà qui per farti compagnia, tesoro – Jason la confortò,
nascondendo la sua tristezza nel dover partire -. Mike Farrell vive vicino e
potrai fargli visita. O, puoi andare da tua nonna. Sarò di ritorno martedì,
prima di cena.
Victoria annuì e si mise in punta di piedi per baciargli il viso rasato.
Con un grande sforzo di volontà, lei si tenne occupata per tutto il tempo,
durante quei sei giorni. Lavorava all’orfanotrofio e sovrintendeva al
governo della sua casa. E anche così, il tempo sembrava non passare mai.
Le notti erano ancora più lunghe. Cenava con Charles e passava alcune ore
in sua compagnia, ma quando si ritirava nelle sue stanze, l’orologio
sembrava fermarsi.
La sera prima della data del rientro di Jason, Victoria camminava avanti e
indietro, nella sua stanza, cercando di far arrivare l’ora di mettersi a letto.
Entrò nella stanza di Jason, sorridendo davanti alla differenza tra
l’arredamento prevalentemente maschile e quello della sua stanza, così
femminile. Sorridendo, toccò le spazzole e l’attrezzatura per la barba. Poi,
controvoglia, ritornò in camera sua e, finalmente, si addormentò.
Il giorno dopo, si svegliò all’alba, col cuore che sprizzava felicità, e
cominciò a programmare una cena speciale per l’arrivo di Jason.
- Sta arrivando, zio Charles! - annunciò, estasiata, guardando dalla finestra.
- Deve essere Mike Farrell, Jason tarderà ancora qualche ora per arrivare –
Charles la corresse, sorridendo affettuosamente -. So quanto possano
ritardare questi viaggi e Jason è riuscito già a risparmiare un giorno,
tornando ora.
- Ha ragione, zio Charles, ma sono le sette e mezza e io ho invitato il
capitano Farrell a cena per le otto. – Il sorriso abbandonò le sue labbra
quando la carrozza si fermò davanti all’ingresso e si accorse che non era
quella di Jason -. Credo che debba chiedere alla signora Craddock che
ritardi la cena… - stava dicendo, quando Northrup aprì la porta del salone,
livido.
- C’è un gentiluomo che chiede di vederla, milady – annunciò con voce
tesa.
- Un gentiluomo? – domandò, senza avere la minima idea di chi potesse
essere il visitatore.
- Il signor Andrew Bainbridge, dall’America. Victoria impallidì e si afferrò
allo schienale della sedia, per mantenere l’equilibrio.
- Devo farlo entrare? Lei annuì, cercando di controllare la violenta ondata
di risentimento che la pervase al
ricordo del freddo rifiuto di Andrew. Pregò di essere capace di affrontarlo
senza dimostrare quello che sentiva in realtà. Troppo scossa dalla propria
reazione, non si accorse del pallore
277
mortale di Charles, né lo vide alzarsi lentamente dalla sedia per guardare
verso la porta come chi è sul punto di affrontare un plotone d’esecuzione.
Un minuto dopo, Andrew entrò nel salone con passi decisi e quel volto
sorridente, così familiare fece rivoltare il cuore di Victoria per il
tradimento subito.
Andrew si fermò davanti a lei, esaminando la bella ed elegante giovane
donna che gli stava di fronte.
- Tory – mormorò, guardandola negli occhi. Poi la prese tra le braccia e
seppellì il suo viso nei suoi capelli -. Avevo dimenticato quanto sei bella!
– sussurrò, stringendola a sé.
- Questo è ovvio! – replicò Victoria, riavendosi dalla sorpresa e spingendo
Andrew. Lo guardò con occhi luccicanti, indignata per la sua audacia di
andare fin là e, peggio ancora, per abbracciarla con una passione che non
aveva mai dimostrato prima -. Apparentemente, ti dimentichi facilmente
delle persone – lo accusò.
Con sua grande sorpresa, lui rise.
- Sei arrabbiata perché ho tardato più di due settimane ad arrivare come
invece ti avevo promesso nella lettera che ti ho mandato, vero? – Senza
aspettare risposta continuò:- La mia nave fu investita da un temporale, una
settimana dopo essere salpato, e abbiamo dovuto attraccare su un’isola per
fare le riparazioni necessarie. – Passando un braccio intorno alle spalle
rigide di Victoria, Andrew si voltò verso Charles e stese una mano -. Il
signore deve essere Charles Fielding. Non ho parole per ringraziarla per
aver badato a Victoria fino a quando non sono potuto venire a cercarla. È
chiaro che voglio rimborsare tutte le spese che ha fatto per lei, e bei i bei
vestiti che indossa. – Poi si votò verso Victoria -. Detesto metterti fretta,
Tory, ma ho prenotato il viaggio su una nave che parte tra due giorni. Ho
parlato con il suo capitano che ci sposerà…
- Lettera? – Victoria lo interruppe, stordita -. Quale lettera? Non ho
ricevuto nessuna lettera, da quando ho lasciato l’America.
- Ho scritto diverse volte – le disse, corrugando la fronte -. Come ti ho già
spiegato nell’ultima, avevo continuato a scriverti in America, perché mia
madre non mi ha mai mandato le tue lettere e non sapevo che tu fossi in
Inghilterra. Tory, ti ho spiegato tutto nell’ultima lettera… quella che ho
mandato in Inghilterra, con un messaggero speciale.
- Non ho ricevuto nessuna lettera! – rispose istericamente. L’espressione di
Andrew si oscurò.
- Prima di partire, voglio andare da un certo avvocato a Londra che ha
ricevuto una piccola fortuna per garantirmi che le mie lettere fossero
consegnate nelle tue mani o in quelle di tuo cugino, il duca. Voglio proprio
sapere che spiegazioni mi daranno!
278
- Diranno di avermi consegnato le lettere – dichiarò Charles senza
indugiare. Disperata, Victoria mosse la testa. La sua mente riconosceva già
quello che il suo cuore
si rifiutava di ammettere.
- No, zio Charles, non hai ricevuto nessuna lettera. Ti stai sbagliando. Sei
confuso a causa della lettera che ricevetti dalla madre di Andrew che mi
informava che si era sposato.
Gli occhi di Andrew brillarono di furia quando riconobbe la colpa
dell’espressione di Charles. Così prese Victoria per le spalle con decisione.
- Tory, ascoltami! Ti ho scritto dozzine di lettere mentre ero in Europa, ma
le ho spedite tutte in America. Ho saputo della morte dei tuoi genitori solo
quando sono tornato, due mesi fa. Dal giorno in cui essi sono morti, mia
madre ha smesso di spedirmi le tue lettere. Quando sono arrivato a casa,
mi ha raccontato della loro morte e che eri stata mandata in Inghilterra da
un ricco cugino che ti prospettò il matrimonio. Mi ha detto che non aveva
nessuna idea di dove tu fossi né come ritrovarti. Conoscendoti, sapevo che
non mi avresti cambiato con nessun altro uomo, solo perché ricco e
titolato. Ho tardato un pò, ma finalmente sono riuscito a localizzare il
dottor Morrison che mi ha raccontato la verità sulla tua venuta qui e mi ha
dato il tuo indirizzo. Quando ho informato mia madre della mia decisione
di venire a cercarti, mi ha confessato il resto delle bugie che aveva messo
in piedi. Mi ha raccontato della lettera che ti mandò in cui ti diceva che
avevo sposato la cugina Madeline. Poi ebbe uno sei suoi “attacchi”.
Sfortunatamente, quella volta è stato vero. Siccome non potevo lasciarla in
punto di morte, ho scritto a te e a tuo cugino – e lanciò uno sguardo furioso
a Charles – che per qualche ragione non ti ha parlato delle mie lettere. In
esse, ti spiegavo ogni cosa e lo informavo che sarei venuto il prima
possibile.
La voce si ammorbidì quando prese il viso di Victoria tra le sue mani.
- Tory – mormorò con un tenero sorriso – sei l’amore della mia vita dal
giorno in cui ti visi attraversare i campi sul pony di Rushing River . Non
ho sposato nessuno, tesoro.
Victoria deglutì, sforzandosi di parlare nonostante il nodo che le si era
formato in gola.
- Ma io, sì. Andrew si allontanò, sorpreso.
- Che cosa stai dicendo?
- Ho detto – Victoria ripetè con difficoltà, - che mi sono sposata. Il corpo
di Andrew si tese, come se stesse lottando per sopportare fisicamente il
colpo.
Poi lanciò uno sguardo di disprezzo a Charles.
- Con lui? Con questo vecchio? Ti sei venduta per qualche gioiello e dei
bei vestiti?
- No!
279
Charles finalmente parlò con la voce priva di emozione, e le spalle chine:
- Victoria si è sposata con mio nipote.
- Suo figlio! – lo corresse Victoria in tono di accusa. Poi gli voltò la
schiena, odiando Charles per averla ingannata e Jason per aver
collaborato con lui.
Andrew tornò a prenderla per le spalle.
- Perché? – domandò, angosciato -. Perché?
- La colpa è mia – dichiarò Charles, lanciando uno sguardo di supplica
verso Victoria -. Ho temuto questo momento da quando ho ricevuto le
lettere del signor Bainbridge, ma è peggio di quello che immaginavo.
- Quando ha ricevuto le lettere? – chiese Victoria, benchè sapesse già nel
suo cuore la risposta.
- La notte del mio attacco.
- Del suo finto “attacco” – lo corresse di nuovo, con la voce tremante di
amarezza.
- Esattamente – confermò Charles, distrutto, prima di rivolgersi ad Andrew
-. Quando ho letto la sua lettera, nella quale mi informava che sarebbe
venuto a prendere Victoria, feci l’unica cosa che mi venne in mente. Finsi
un attacco di cuore e la implorai di sposare mio figlio, così che qualcuno
potesse badare a lei.
- Bastardo! – sibilò Andrew tra i denti.
- Non mi aspetto di essere creduto, ma io pensavo, sinceramente, che
Victoria e mio figlio potevano essere felici insieme.
Andrew tornò a guardare Victoria.
- Vieni a casa con me – la implorò, disperato -. Non possono obbligarti a
rimanere sposata con un uomo che non ami. Deve essere illegale… sei
stata costretta. Tory, per favore! Vieni con me, sai che troverò il modo per
liberarti di questo matrimonio. La nave parte tra due giorni. Noi ci
sposeremo a bordo. Nessuno saprà mai…
- Non posso! – le parole uscirono dalle labbra di Victoria sotto forma di
un sorriso tormentato.
- Per favore… Con gli occhi pieni di lacrime, Victoria scosse la testa.
- Non posso – ripetè.
Andrew respirò profondamente e, lentamente distolse lo sguardo. La mano
che Victoria aveva steso, cadde inerte, mentre lo osservava uscire dal
salone,
dalla sua casa, dalla sua vita.
280
I minuti passarono in un penoso silenzio. Victoria si torceva le mani
mentre l’immagine dell’espressione distrutta di Andrew le bruciava nel
cuore. Si ricordò di quello che aveva provato quando aveva saputo che si
era sposato, della disperazione nel dover continuare la sua vita fingendo di
sorridere, mentre in verità, moriva dentro.
All’improvviso, il dolore e la rabbia scoppiarono dentro di lei e Victoria si
voltò verso Charles, arrabbiata.
- Come ha potuto? – gridò -. Come ha potuto fare una cosa del genere a
due persone che non hanno fatto niente per ferirla? Ha visto l’espressione
del suo viso? Ha idea del dolore che gli ha causato?
- Sì - rispose Charles con un filo di voce.
- Ha idea di come mi sentivo, durante tutte quelle settimane, quando ho
creduto di essere stata tradita e di non avere più nessuno al mondo? Mi
sono sentita un’accattona in casa sua! Sa come mi sentivo, pensando che
mi stavo sposando con un uomo che non amavo perché non avevo scelta…
- la voce le rimase in gola e le lacrime le impedirono di vedere l’angoscia
che alterava i lineamenti di Charles.
- Victoria, non incolpare di questo Jason – la implorò con voce soffocata
-. Lui non sapeva che stavo fingendo l’attacco, né sapeva della lettera…
- Stai mentendo!
- No! Lo giuro! Victoria si indignò a quest’ultimo insulto alla sua
intelligenza.
- Se pensa che crederò ancora a qualunque altra cosa mi diciate voi due…
- smise di parlare, per paura del pallore che si intensificò sul volto di
Charles, ed uscì correndo dal salone.
Salì in fretta le scale, senza guardare, perché le lacrime le offuscavano la
vista, e si rinchiuse in camera. Là, tenne il corpo appoggiato alla porta e i
denti stretti. Il viso di Andrew, sconvolto dal dolore, le tornò alla mente.
Con gli occhi chiusi, sentì che il cuore le doleva per il rimorso.
“Sei l’amore della mia vita dal giorno in cui ti vidi attraversare i campi di
Rushing River sul tuo pony… Tory, per favore! Vieni a casa con me…”
Victoria si rese conto che non era stata altro che una marionetta,
manipolata da due uomini egoisti e senza cuore. Per tutto quel tempo,
Jason aveva saputo che Andrew la cercava, così come sapeva che Charles
stava giocando a carte, la notte del suo finto attacco di cuore…
281
Si allontanò dalla porta, si tolse il vestito e indossò un abito per cavalcare.
Se rimaneva ancora un’ora in quella casa, sarebbe impazzita. Non poteva
gridare a Charles tutto ciò che sentiva e non voleva rischiare di avere la
sua morte sulla coscienza. E Jason… avrebbe dovuto arrivare quella stessa
sera. Se fosse rimasta, gli avrebbe conficcato un coltello nel cuore non
appena lo avesse visto, per come si sentiva arrabbiata. Prese il mantello dal
guardaroba e scese le scale.
- Victoria, aspetta! – la chiamò Charles vedendola correre sul retro della
casa. Victoria si girò e lo affrontò, sentendo che il suo corpo intero
tremava.
- Si allontani! – gridò -. Vado a Claremont! Voi avete già fatto troppi
errori!
- O’Malley! – Charles chiamò disperato il lacchè, quando Victoria uscì
dalla porta sul retro.
- Sì, vostra grazia?
- Sono sicuro che ha sentito quello che è successo nel salone. O’Malley
scosse la testa con espressione triste, senza nemmeno pensare di negare
che
stava ascoltando dietro le porte.
- Sa cavalcare?
- Sì, ma…
- Le vada dietro – gli ordinò Charles addolorato -. Non so se Victoria ha
preso la carrozza o il cavallo, ma le vada dietro. Lei le è simpatico e
l’ascolterà
- Lady Victoria non è disposta ad ascoltare nessuno e non posso fargliene
una colpa.
- Si dimentichi di questo, uomo! Se rifiuta di tornare a casa, la segua fino a
Claremont e si assicuri che arrivi là sana e salva. Claremont è a
venticinque chilometri da qui, seguendo la strada del fiume.
- E se prende la strada per Londra e cerca di partire con il gentiluomo
americano? Charles si passò la mano tra i capelli e poi, scosse la testa
- Lei non lo farà. Se voleva partire con lui lo avrebbe fatto quando glielo
ha chiesto.
- Ma io non sono tanto bravo a cavallo… non quanto lady Victoria.
- Lei non potrà andare troppo veloce al buio. Ora, corra nella stalla e la
segua! Victoria stava già uscendo al galoppo in sella a torero, con wolf che
le correva al fianco,
quando O’Malley arrivò nella stalla.
- Aspetti, per favore! – gridò, ma Victoria non lo sentì -. Sellami il cavallo
più veloce che abbiamo – ordinò allo stalliere -. Presto!
Avvilito, osservò il mantello bianco di Victoria sparire nella curva
dell’entrata di Wakefield Park. Victoria aveva percorso già cinque
chilometri, mantenendo Torero ad un
282
galoppo veloce, quando dovette tirare le redini, forzando il cavallo a
diminuire la velocità, a causa di Wolf. L’affettuoso cane correva al suo
fianco, con la testa bassa, disposto a seguirla, anche se sarebbe morto di
stanchezza. Aspettò che recuperasse il fiato ed era già pronta a partire di
nuovo al galoppo, quando sentì dietro di sé il rumore di zoccoli, così come
il grido di un uomo.
Senza sapere se stava per essere assalita da qualche bandito o da Jason che
sarebbe potuto arrivare nel frattempo, e aver deciso di correrle dietro,
Victoria si incamminò all’interno del bosco e si mise a zigzagare, per
depistare chiunque fosse alla sua ricerca. Anche l’inseguitore si addentrò
nel bosco, continuando a seguirla, nonostante i suoi sforzi per confonderlo.
Il panico e la furia le stringevano il petto quando tornò sulla strada. Se il
suo inseguitore era Jason, avrebbe preferito morire piuttosto che
permettere che la raggiungesse. Lui l’aveva presa in giro troppe volte. No,
no poteva essere Jason! Victoria non aveva visto nessuna carrozza, da
quando aveva lasciato Wakefield Park.
La rabbia si dissolse nel più puro terrore. Si stava avvicinando allo stesso
fiume dove una ragazza era stata trovata morta, in circostanze misteriose.
Si ricordò delle storie raccontate dal vicario sui delinquenti assetati di
sangue che attaccavano i viaggiatori solitari e lanciò uno sguardo atterrito
al disopra della spalla, mentre attraversava il ponte sul fiume. Vide che il
suo inseguitore si trovava fuori della sua vista però lo sentiva avvicinarsi.
Era come se una luce lo guidasse da lei… Il mantello! Il mantello di lana
bianca che le svolazzava sulla schiena, la trasformava in un facile
bersaglio nell’oscurità.
Al suo fianco, un sentiero costeggiava l’argine del fiume, mentre la strada
continuava di fronte a lei. Victoria tirò le redini del cavallo, obbligandolo a
fermarsi. Saltò dalla sella e si tolse il mantello, pregando che il suo piano
avesse successo. Poi, buttò il mantello sulla sella e diede una pacca sul
fianco a Torero, con la frusta, facendogli seguire il sentiero che
costeggiava il fiume. Con Wolf al suo fianco, corse verso il bosco e si
chinò dietro gli arbusti, col cuore che le batteva come impazzito.
Un minuto dopo, sentì il rumore degli zoccoli del cavallo del suo
inseguitore che attraversava il ponte. Guardò tra gli arbusti e lo vide girare
a destra e seguire il sentiero, ma non riuscì a vedere il suo viso.
Non vide nemmeno Torero che diminuiva la velocità e fermarsi a bere dal
fiume. Né vide il mantello cadere in acqua ed essere trasportato dalla
corrente, fino ad impigliarsi in alcuni rami secchi sul bordo del fiume.
283
Victoria non vide nulla di tutto questo, perché stava già correndo per il
bosco, seguendo parallelamente la strada, soddisfatta di se stessa per aver
confuso le sue tracce, usando i trucchi che Rushing River le aveva
insegnato. Per depistare un inseguitore, bastava mandare il cavallo in una
direzione e poi correre dall’altra. Il mantello sulla sella era stata una
geniale improvvisazione di Victoria.
O’Malley tirò le redini del suo cavallo vedendo torero, solo, sul margine
del fiume. In preda all’agitazione, si guardò intorno, alla ricerca di qualche
segno di lady Victoria, pensando che il cavallo l’avesse sbalzata a terra, lì
intorno.
- Lady Victoria! – gridò, socchiudendo gli occhi in direzione del bosco, e
poi, del fiume, dove
Finalmente vide il mantello che galleggiava, impigliato tra i rami -. Lady
Victoria – gridò atterrito, e smontò in fretta -. Il maledetto cavallo l’ha
buttata nel fiume! – mormorò a se stesso, mentre si strappava il cappotto e
gli stivali, prima di lanciarsi in acqua ed immergersi -. Lady Victoria! –
gridò di nuovo, emergendo e poi immergendosi di nuovo.
Capitolo 32
La casa era tutta illuminata quando la carrozza di Jason si fermò davanti a
casa. Ansioso di vedere Victoria, salì rapidamente gli scalini.
- Buona sera, Northrup! – salutò il maggiordomo con u sorriso, gli diede
una pacca sulle spalle e gli consegnò la sua giacca -. Dov’è mia moglie?
Hanno già cenato tutti? Ho ritardato perché una ruota della carrozza si era
rotta.
Il viso di Northrup sembrava una maschera e la sua voce non fu che un
mormorio: - Il capitano Farrell la sta aspettando nel salone, milord.
-Perché ha quel brutto tono di voce, Northrup? – chiese Jason di buon
umore -. Se gli fa male la gola, ne parli a lady Victoria. Lei sa cosa è
meglio per risolvere questi tipi di problemi.
Northrup deglutì ma non disse nulla.
Lanciandogli uno sguardo curioso, Jason si girò e si incamminò verso il
salone. Aprì la porta con un ampio sorriso.
- Ciao Mike, dov’è mia moglie? – si guardò intorno, aspettando che
Victoria si materializzasse davanti a sé, ma tutto ciò che vide fu il suo
mantello appeso sullo schienale
284
di una sedia, che ancora gocciolava -. Scusa le mie maniere, amico – si
rivolse a Farrell -. Ma non vedo Victoria da giorni. Lascia che la trovi e
poi ti prometto di sedermi con te ed avere una lunga conversazione. Lei
deve essere…
- Jason – Mike Farrell lo interruppe con voce tesa -. C’è stato un
incidente… Il ricordo di una notte come quella attraversò la mente di
Jason: una notte in cui era
arrivato ansioso di vedere suo figlio e Northrup si era comportato in modo
strano; una notte in cui Mike Farrell lo stava aspettando in quello stesso
salone. Come se volesse allontanare il terrore e il dolore che già lo stavano
invadendo, indietreggiò, scotendo la testa.
- No! – mormorò a bassa voce, per poi gridare a pieni polmoni: non me lo
dire…!
- Jason…
- Non osare dirmi quello! – gridò angosciato. Mike Farrell parlò, ma Jason
voltò il viso, rifiutandosi di vedere l’espressione tormentata
del suo amico.
- Il cavallo l’ha sbalzata di sella buttandola nel fiume, a circa venticinque
chilometri da qui. O’Malley si è immerso più volte, ma non è riuscita a
trovarla. Lui…
- Fuori – gli ordinò Jason con un filo di voce.
- Mi dispiace molto, Jason, più di quanto riesca a dire.
- Fuori! Quando Mike Farrell uscì, Jason stese il braccio e afferrò il
mantello di Victoria. Affondò
il viso nel mantello gelido, pervaso da onde di lacerante dolore che si
trasformarono in quelle lacrime che aveva sempre pensato di non saper
versare.
- No! – singhiozzò, impazzito di dolore. E poi gridò quella parola ripetute
volte, fino a non avere più voce.
Capitolo 33
- Bene, cara –mormorò la duchessa di Claremont con un colpetto sulla
spalla della bisnipote Mi si stringe il cuore nel vederti così triste.
Victoria continuò a guardare per la finestra, verso il giardino ben curato,
senza dir niente.
- Non riesco ancora a credere che tuo marito non sia venuto ancora a
scusarsi per ciò che hanno fatto lui e Atherton – continuò la duchessa,
irritata -. Forse non è ancora tornato dal suo viaggio, come ti aspettavi. –
Inquieta, camminò per il salone, appoggiandosi sul suo
285
bastone e lanciando sguardi ansiosi verso la finestra, come se si aspettasse
che Jason Fielding comparisse da un momento all’altro -. Quando
finalmente verrà, mi farà un grande piacere vederti mentre lo costringi ad
inginocchiarsi ai tuoi piedi! Un sorriso malizioso, anche se triste, incurvò
le labbra di Victoria.
- Resterai delusa, nonna, perché ti assicuro cha Jason non lo farà. È più
probabile che entri e mi baci e… e…
- E ti seduca per farti ritornare a casa? – completò la duchessa.
- Esattamente.
- E credi che ci possa riuscire? Victoria sospirò, poi si voltò e si appoggiò
sul davanzale della finestra. Poi si strinse le
braccia intorno al corpo.
- Probabilmente.
- Beh, certamente sta aspettando che tu ti calmi, per comparire. Sei sicura
che sapeva delle lettere di Bainbridge? Se lo sapeva, è stato veramente
senza scrupoli a non dirtelo.
- Jason non ha scrupoli – disse Victoria con rabbia -. Lui non ha principi..
La duchessa riprese a camminare nel salone, ma si fermò quando si
accorse che si stava
avvicinando a Wolf, steso davanti al camino.
- Non so che peccato abbia commesso per meritare di avere un animale del
genere come ospite – si lamentò.
Victoria rise.
- Vuoi che lo tenga legato fuori?
- No! Ha strappato i pantaloni di Michaelson, quando il poveretto ha
cercato di dargli del cibo, questa mattina!
- Lui non si fida degli uomini.
- E’ un animale molto saggio, anche se brutto.
- Penso che abbia una bellezza selvaggia e predatoria – come Jason, pensò
Victoria, tentando di cancellare in fretta il pensiero.
- Prima che Dorothy andasse in Francia, aveva già adottato due gattini e
una rondine con l’ala rotta. Non mi piacevano, ma almeno loro non mi
guardavano con sfiducia, come fa questo cane. Credimi, sta decidendo di
mangiarmi. In questo momento, è ansioso di sapere che sapore ho.
- Lui ti sta osservando perché pensa di proteggerti – spiegò Victoria.
- Sta proteggendo il suo prossimo pasto! No, no – la duchessa alzò una
mano in segno di protesta, quando Victoria si avvicinò a Wolf con
l’intenzione di portarlo fuori -. Ti supplico
286
di non mettere i domestici in pericolo. Inoltre, non mi sento più sicura in
questa casa, da quando tuo nonno era vivo – ammise con una certa
reticenza.
- Ladri? Nessuno oserebbe entrare in questo salone! Victoria rimase ancora
per alcuni minuti accanto alla finestra e poi, andò a prendere un
libro che aveva lasciato sul tavolo.
- Siediti, Victoria, o finiremo per sbattere l’una contro l’altra! Che cosa
mai starà facendo il tuo attraente marito per tardare tanto a venire?
- E’ meglio che non sia ancora venuto – disse Victoria, sedendosi in una
poltrona -. Sto solo ora cominciando a calmarmi.
La duchessa prese il posto della nipote vicino alla finestra.
- Credi che ti ami?
- Io credo di sì.
- Sì, è chiaro che vi amate! – affermò convinta la duchessa -. Tutti a
Londra non fanno che parlare di questo. Lui è innamorato di te. Di sicuro è
quello il motivo per cui collaborò con la farsa di Atherton, e non ti ha
raccontato delle lettere di Andrew. Alla prima occasione dirò ad Atherton
quello che penso del suo comportamento! Anche se – aggiunse, senza
distogliere lo sguardo dalla finestra, probabilmente anch’io avrei fatto la
stessa cosa, in quelle circostanze.
- Non ci credo!
- Invece lo farei. Se dovessi scegliere tra lasciare che sposi un coloniale
che non conosco e nel quale non ho alcuna fiducia, e vederti sposata con il
miglior partito d’Inghilterra, un uomo con ricchezza, titolo e attraente,
avrei fatto la stessa cosa che ha fatto Atherton.
Victoria pensò che fosse meglio non dire che fu esattamente quel suo
modo di pensare che aveva fatto di sua madre e di Charles Fielding due
persone così infelici. La duchessa le parlò di nuovo.
- Sei sicura che desideri tornare a Wakefield?
- Non ho mai avuto l’intenzione di andarmene per sempre. Credo che
volevo solo punire Jason per il modo di come Andrew è stato costretto a
sapere che mi ero sposata. Se avessi visto l’espressione sul suo volto,
capiresti i miei sentimenti. Siamo stati i migliori amici, quando eravamo
bambini. Andrew mi ha insegnato a nuotare, tirare e giocare a carte.
Inoltre, mi fa infuriare il modo come Jason e Charles mi hanno trattato
come un giocattolo, un oggetto senza sentimenti, né importanza. Tu non
hai idea di quanto mi sia sentita sola e infelice, per molto tempo, pensando
che Andrew si era dimenticato di me.
287
- Bene, cara – disse la duchessa, pensosa, - credo che non ti rimanga
molto tempo. Wakefield è appena arrivato… no, aspetta… ha mandato
qualcuno al suo posto! Chi è quell’uomo?
Victoria corse verso la finestra.
- E il capitano Farrell, il miglior amico di Jason.
- Ah! Ha mandato un altro al suo posto! Non mi sarei mai aspettata un
comportamento simile da Wakefield! – Si voltò verso Victoria con
espressione di allarme: - Nasconditi nel salone piccolo e non comparire,
prima che ti faccia chiamare.
- Che cosa? No, nonna!
- Sì. Adesso! Se Wakefield pretende di trattare la questione come se fosse
un duello mandandomi un emissario per negoziare i termini dell’accordo,
che si faccia come desidera! Sarò la tua emissaria! E prometto di non
cedere nemmeno di un millimetro!
Victoria ubbidì senza convinzione, ma non avrebbe permesso al capitano
Farrell di andarsene senza aver parlato con lei. Decise che se la nonna non
l’avrebbe mandata a chiamare entro cinque minuti, sarebbe ritornata nel
salone!
Tre minuti dopo, le porte del salone piccolo si aprirono e la duchessa
rimase a fissare Victoria, con un miscuglio di stupore, divertimento e
orrore.
- Cara – disse – apparentemente, sei riuscita, senza volerlo, a mettere
Wakefield in ginocchio.
- Dov’è il capitano Farrell? – domandò Victoria abbattuta -. È già andato
via?
- No, è ancora nel salone. Il gentiluomo è seduto sul divano, aspettando il
tè che, generosamente gli ho offerto. Deve considerarmi la creatura più
insensibile sulla faccia della terra, perché quando mi ha comunicato le
notizie che portava, sono rimasta così sorpresa che gli ho offerto il tè,
invece delle condoglianze.
- Nonna! Non mi stai dicendo niente! Jason ha mandato il capitano Farrell
per chiedermi di tornare a casa? È questo il motivo per cui è qui?
- In poche parole, no. Charles Fielding lo ha mandato con la triste notizia
della tua morte.
- Mia che cosa?
- Sei annegata – spiegò la duchessa con calma -. Nel fiume. Almeno,
sembra che il tuo mantello sia caduto nel fiume. – Guardò verso Wolf -.
Questa bestia è fuggita nel bosco, dove viveva in precedenza, prima che tu
l’addomesticassi. I domestici di Wakefield sono in lutto, Charles è a letto,
questa volta per davvero, e tuo marito è rinchiuso nel suo ufficio e non
permette che nessuno entri.
Victoria si sentì assalire dalla nausea, ma cercò di controllarsi ed uscì
correndo.
288
- Victoria! – la chiamò sua nonna, cercando di seguire sua nipote e Wolf.
Victoria aprì la porta del salone e gridò:
- Capitano Farrell! Lui alzò la testa e guardò Victoria come se stesse
vedendo un fantasma. Poi abbassò gli
occhi verso l’altra “apparizione” che slittò su quattro zampe prima di
fermarsi accanto a lei ringhiando verso il capitano.
- Capitano, io non sapevo – dichiarò Victoria, stupita per come lui la
guardava -. Wolf, basta!
Farrell si alzò lentamente. Nel suo aspetto, l’incredulità diede luogo
all’allegria e, poi, alla furia.
- Che scherzo è questo, ragazza? Suo marito è sull’orlo della pazzia…
- Capitano Farrell! – la duchessa lo chiamò con voce imperiosa -. Cerchi di
abbassare la voce quando si rivolge a mia nipote. Lei non sapeva, fino a
questo momento, che Wakefield ignorava che fosse qui, come lasciò detto,
prima di partire.
- Ma il mantello…
- Qualcuno mi inseguiva e io pensai che potesse essere un ladro, come lei
stesso mi raccontò. Allora, buttai il mantello sulla sella del mio cavallo e
lo mandai per un sentiero accanto al fiume, pensando che questo lo
avrebbe depistato.
Farrell scosse la testa.
- Chi la seguiva era O’Malley che quasi annegò, cercando di trovarla nel
fiume, dove vide il suo mantello.
Victoria chiuse gli occhi, invasa dal rimorso. Poi, li aprì e si voltò,
frenetica, abbracciò sua nonna, parlando in fretta:
- Nonna, grazie di tutto. Devo partire. Vado a casa…
- Non vai da nessuna parte senza di me! – protestò la duchessa con un
sorriso – in primo luogo, non mi perderei il tuo arrivo a casa per nulla al
mondo. Non vivo un’avventura come questa da… beh, ora non mi viene in
mente.
- Puoi seguirmi con la carrozza, ma io andrò a cavallo. È più veloce –
dichiarò Victoria.
- Verrai con me in carrozza – ordinò la duchessa -. Credo che tu non abbia
pensato che, non appena si rimetterà dalla sorpresa e dalla gioia, tuo marito
reagirà esattamente come il suo maleducato emissario! - Lanciò uno
sguardo di biasimo verso Farrell, prima di continuare: - Inoltre, può reagire
con violenza maggiore. In breve, cara, dopo averti baciata, e sono sicura
che lo farà, è probabile che cerchi di ammazzarti, pensando che questo sia
stato uno scherzo mostruoso da parte tua. Col risultato che, devo esserti
vicina, per
289
soccorrerti e confermare la tua spiegazione. – Battendo il bastone a terra,
chiamò il suo maggiordomo. – Norton! Ordini di portare immediatamente i
cavalli!
Si voltò verso il capitano Farrell e, avendo cambiato apparentemente la sua
opinione su di lui, dichiarò:
- Può venire con noi nella nostra carrozza… - Poi rovinò qualunque sua
illusione a proposito del perdono, aggiungendo: - …affinchè non la perda
di vista. Non voglio rischiare che Wakefield sia avvisato del nostro arrivo
in anticipo e che ci aspetti furibondo.
Il cuore di Victoria batteva impazzito quando finalmente la carrozza si
fermò davanti a casa sua, a Wakefield, al tramonto. Nessun lacchè si
presentò ad aprire la porta della carrozza e solo alcune delle innumerevoli
finestre erano illuminate. Il posto sembrava deserto, pensò Victoria e, con
orrore, vide le frange nere alle finestre e sulla porta.
- Jason detesta qualunque manifestazione di lutto – disse, addolorata,
aprendo lei stessa la porta della carrozza -. Dirò a Northrup di togliere
quelle frange!
Rompendo il suo risentito silenzio per la prima volta, Farrell la prese per
un braccio e la informò con gentilezza:
- E’ stato Jason a farle mettere, Victoria. Lui è impazzito di dolore. La sua
bisnonna ha ragione, non so come potrà reagire vedendola.
A Victoria non importava di quello che Jason potesse fare, quando avrebbe
saputo che era viva. Saltò dalla carrozza, lasciando che il capitano aiutasse
sua nonna a uscire. Poi, salì correndo gli scalini. La porta era chiusa e
dovette bussare con violenza. Dopo quello che le sembrò un’eternità,
Northrup aprì lentamente la porta.
- Northrup! Dov’è mio marito? Il maggiordomo si limitò a fissarla,
sbattendo le palpebre più volte.
- Per favore, non mi guardi come se fossi un fantasma. Non è stato altro
che un malinteso. Northrup, non sono morta! – affermò Victoria, mettendo
la mano sul suo braccio.
- Lui… lui… - Un repentino sorriso illuminò il volto di Northrup -. Lui è
in ufficio, milady, e non ho parole per dirle quanto felice sono e…
Victoria ormai non lo sentiva più perché stava già correndo in direzione
dell’ufficio di Jason.
- Victoria? – Charles gridò dall’alto della scala -. Victoria!
- Nonna ti spiegherà tutto, zio Charles – disse in fretta.
290
Arrivata fuori dell’ufficio, appoggiò la mano sul pomo della porta,
momentaneamente paralizzata dall’enorme disastro che aveva provocato.
Poi respirò profondamente ed entrò, chiudendo la porta dietro di sé.
Jason era seduto in una poltrona, accanto alla finestra, coi i gomiti
appoggiati sulle ginocchia e il viso nascosto tra le mani. Sul tavolino
accanto a sé, c’erano due bottiglie vuote di whiskey e la pantera di onice
che Victoria gli aveva regalato.
Victoria deglutì il nodo che aveva in gola e si avvicinò.
- Jason – lo chiamò, dolcemente. Lui alzò lentamente la testa e, con i
lineamenti contorti dal dolore, guardò attraverso di
lei, come se fosse un’apparizione.
- Tory – mormorò angosciato. Lei si pietrificò vedendolo appoggiare la
testa sulla poltrona e chiudere gli occhi.
- Jason, guardami – gli chiese, desolata.
- Posso vederti, tesoro – disse, senza aprire gli occhi. Poi mise la mano
sulla pantera -. Parla con me – la supplicò -. Non smettere mai di parlare
con me, Tory. Non mi importa se impazzirò, finchè potrò sentire la tua
voce.
- Jason! – gridò Victoria, correndo verso di lui e prendendolo per le spalle
-. Apri gli occhi. Non sono morta. Non sono annegata! Mi stai ascoltando?
Lui aprì gli occhi, ma continuò a parlare come se lei fosse il prodotto della
sua immaginazione, al quale doveva disperatamente dare una spiegazione.
- Io non sapevo delle lettere di Andrew. Ora lo sai, vero? Devi saperlo…
-All’improvviso, alzò gli occhi al soffitto e piegò il corpo, come se fosse
posseduto da un dolore insopportabile -. Diglielo! Per favore, digli che non
sapevo delle lettere!
Victoria indietreggiò, spaventata.
- Jason, pensa! So nuotare come un pesce, ricordi? Mi sono accorta che
qualcuno mi stava inseguendo, ma non sapevo che fosse O’Malley.
Credevo fosse un ladro e, per quel motivo mi sono tolta il mantello e l’ho
messo sulla sella del mio cavallo. Poi ho camminato fino a casa di mia
nonna e… Ah, mio Dio!
Disperata, Victoria si guardò intorno, pensando a quello che lui poteva
fare. Allora, corse verso la scrivania di Jason e accese una candela. Poi,
accese il camino e… Un paio di mani forti la presero per le spalle e la
obbligarono a voltarsi, trovandosi stretta contro il suo petto. Lei riconobbe
il ritorno della coscienza negli occhi del marito, prima che la baciasse con
ardore e che la accarezzasse per tutto il corpo, stringendola contro di sé
come se volesse
291
assorbirla nel suo corpo. Victoria passò le braccia intorno al collo del
marito, tremando di piacere.
Un lungo momento dopo, Jason staccò le labbra da quelle di lei, la sciolse
dal suo abbraccio e la guardò negli occhi. Immediatamente, Victoria
indietreggiò di un passo, riconoscendo la furia in quei magnifici occhi
verdi.
- Ora che tutto è chiarito, - disse con voce ingannevolmente tranquilla, - ti
sculaccerò al punto che non potrai più sederti.
Un suono che era un miscuglio di risata allarmata scappò dalla gola di
Victoria e balzò all’indietro, nel momento in cui Jason stese la mano per
afferrarla.
- No, non lo farai – dichiarò Victoria con voce tremante, così felice di
vederlo tornare alla normalità che non riusciva a smettere di sorridere.
- Quanto vuoi scommettere? – le chiese, avanzando nella sua direzione.
- Non molto – rispose Victoria, riparandosi dietro la scrivania.
- E, quando avrò finito, ti legherò al mio fianco.
- Questo puoi farlo.
- E farò in modo che tu non possa mai più allontanarti dal mio sguardo.
- Non posso fartene una colpa se desideri questo – ammise, lanciando un
rapido sguardo verso la porta.
- Non pensarci – l’avvisò. Ignorando l’avvertimento, Victoria si lanciò
verso la porta. Un sentimento di profonda
felicità, unito a un forte senso di autoconservazione, le fece alzare la gonna
e correre verso le scale. Jason la seguì a lunghi passi, raggiungendola quasi
senza correre.
Ridendo forte, lei percorse il corridoio rapidamente, oltrepassando
Charles, Farrell e sua nonna, che erano usciti dal salone, per godersi da
vicino lo spettacolo.
Victoria continuò a correre fino ad arrivare a metà scala. Poi, si voltò e
continuò a salire, scalino per scalino, all’indietro, con gli occhi fissi su
Jason che avanzava senza fretta verso di lei.
- Jason, per favore, sii ragionevole – pregò, benchè continuasse a sorridere.
- Continua a salire, cara. Stai andando nella direzione giusta. Puoi
scegliere: la tua stanza o la mia.
Victoria si voltò e corse verso la sua stanza. Era già a metà della stanza,
quando Jason aprì la porta, entrò e la richiuse.
Victoria lo affrontò con occhi pieni di amore e cautela.
- Ora, angelo mio – mormorò, attento a vedere la direzione che lei avrebbe
preso.
292
Lei guardò da un lato all’altro. Poi guardò suo marito con occhi
appassionati e corse… direttamente tra le sue braccia.
Per un momento, Jason rimase immobile, cercando di controllare le sue
intense emozioni. Ma poi la tensione lo abbandonò e le sue braccia
strinsero Victoria contro il suo corpo.
- Ti amo – le confessò, più volte -. Ah, come ti amo!
Nell’atrio d’ingresso, fermi davanti alla scala, Charles, il capitano Farrell e
la duchessa sorridevano, sollevati, quando constatarono del silenzio che
ragnava lassù. La duchessa fu la prima a parlare:
- Bene, ora Atherton sa come è avere la responsabilità del futuro dei
giovani affidati alle sue cure, e sopportare le conseguenze, come è
successo a me per tutti questi anni.
- Devo parlare con Victoria – disse preoccupato -. Devo spiegarle che ho
fatto quel che ho fatto perché credevo che sarebbe stata più felice con
Jason.
Fece un passo in direzione delle scale, ma la duchessa lo bloccò.
- Non osi interromperli! – gli ordinò con arroganza -. Sono ansiosa di
avere un tris-nipote e, almeno che non mi stia completamente sbagliando,
è esattamente quello che stanno facendo in questo momento. – Poi
aggiunse, magnanima: - Ma accetto la sua offerta di bere un liquore.
Chiacchiera guardò la donna che aveva odiato per più di due decenni.
Aveva sofferto solo le conseguenze dei suoi atti due giorni. Lei aveva
sofferto per ventidue anni. Sospirando, le offrì il braccio. Per un lungo
momento, la duchessa guardò il braccio, sapendo che si trattava di
un'offerta di pace. Poi, mise la sua fragile mano su quella di lui.
fine
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