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BEATRICE DI DIA

Beatriz de Dia, conosciuta come la Contessa di Dia, o Comtessa de


Dia in occitano, (1140 – ...), è stata la più famosa tra le trobatrici,
originaria del Delfinato, vissuta nella seconda metà
del 1100 tra Provenza e Lombardia.

Biografia
Molto scarse risultano essere le notizie fornite dalle fonti documentali
contemporanee o postume attualmente conosciute. Oltre alla sua presunta
data di nascita (1140), la sua vida non ne rivela il nome ma, fra le varie
ipotesi più o meno accreditate, si tende ad accettare la tradizione, che la
chiama Beatrix. Sarebbe stata la moglie di un tale Guillem de Peitieus (tra
il 1163 e il 1189), forse un conte del Valentinois che regnò
dal 1158 al 1189. Secondo altri, Beatrice sarebbe stata la moglie
di Raimon d'Agout (dal 1184 al 1214), un mecenate di trovatori (da cui
ebbe un figlio, Isnart d'Entrevenas) e figlia di Jaufre Reforzat de Trets.
Documentato dalle sue poesie è l'amore per Rimbaud
d'Orange (1146-1173) a cui dedicò poesie d'amore.

Opere e poetica
Delle sue canzoni, spesso accompagnate dalla melodia del flauto, gioielli
di rara e delicata bellezza, son rimaste solo cinque canzoni
(quattro cansos e una tenson). Gli studiosi sono incerti sul fatto se la
Contessa fosse o no autrice di Amics, en greu
consirier, una tenso comunemente attribuita a Raimbaut d'Aurenga. La
ragione di ciò è dovuta alla similarità tra questa composizione e la
sua “Estat ai en greu consirier”.

La sua canzone A chantar m'er de so qu'eu no volria in lingua occitana è


la sola canso sopravvissuta di una trobairitz comprensiva di notazione
musicale completa, conservata solo nel Le manuscript du roi, un
canzoniere copiato intorno al 1270 per Carlo d'Angiò, fratello di Luigi
IX. Può risultare assai insolita l’idea che in un’epoca in cui si cantava
l’amor cortese ad inarrivabili donne angeliche, fossero esse stesse capaci
di scendere dall’alto del loro piedistallo per farsi autrici di canzoni
infuocate. L’immaginario moderno colloca la donna del mille in un
contesto di scarse opportunità, analfabetismo e quieta rassegnazione
rispetto alla figura del marito. Non era insolito, però, che nei ceti medio-
alti emergessero talenti femminili di qualsivoglia sorta, inverosimilmente
apprezzati anche dall’altro sesso.

Il caso è questo della “Comtessa” Beatriz de Dia, nobildonna originaria del


Delfinato e la più celebrata tra le trobairitz del medioevo, autrice
di cansos e tensons in lingua d’Oc, a tratti segnate dalla delicatezza e le
pene di un cuore ferito e in altri casi da messaggi di diretta matrice
adulterina.
Sapchatz, gran talan n’auria, qe.us tengues en luoc del marit / Sappiate
che ho grande desiderio di avervi nel mio letto coniugale, non era quindi
una frase atipica alla corte di un Re, neppure se pronunciata dalle labbra di
una donna.
Nel caso di A chantar m’er de so qu’ieu non volria, Beatriz canta di un
amore vissuto e non più corrisposto, di un uomo che ha
improvvisamente mutato atteggiamento verso la donna amata in passato
che a sua volta non riesce a dimenticarlo, ma senza perdere l’autoironia.
Come spesso accadeva in questo tipo di componimenti, si valutava
l’entità del sentimento facendo comparazioni con coppie di eroi
protagonisti dei romanzi più in voga all’epoca; in questo caso Seguis e
Valensa.

Notazione musicale di “A cantar”


Le altre sue poesie prive di notazione musicale sono:

• Ab joi et ab joven m'apais


• A chantar m'er de so qu'ieu non volria
• Estât ai en greu cossirier
• Fin ioi me don'alegranssa

Il suo stile si distingue per l'eleganza del trobar leu, mentre i temi
ricorrenti utilizzati dalla Contessa de Dia nelle sue liriche, comprendono
l'esaltazione, il compiacimento di sé stessa e del suo amore, e il
tradimento. In A chantar, Beatrice "canta" interpretando la parte di
un'amante tradita, e nonostante il tradimento, continua a schermirsi e ad
autocompiacersi. In Fin ioi me don'alegranssa, dunque, la Contessa si fa
beffa del lausengier, una persona nota per i suoi pettegolezzi,
paragonando i maldicenti a una "nuvola che oscura il sole". In merito allo
stile poetico, Beatrice utilizza coblas singulars in A chantar,ripetendo lo
stesso schema metrico in ogni strofa, ma mutando ogni volta la rima
in a. Ab ioi, d'altra parte, fa uso di coblas doblas, con schema metrico ab'
ab' b' aab'. A chantar utilizza alcuni motivi dell'Idillio II di Teocrito.

Nei versi di Beatrice di Dia, a dispetto del contesto storico e sociale in cui
viveva (siamo in pieno Medio Evo e in un ambiente nobile e raffinato), si
trova un linguaggio spregiudicato, coraggioso, diretto, poiché l’amore di
cui parla, non è l’amore coniugale ne quello riconosciuto in qui tempi,
ovvero finalizzato al matrimonio, alla fedeltà, alla sacralità dell’unione
coniugale. Non ci si trova quindi l’idealizzazione del sentimento, non
sublimando il pathos e non idealizzando la persona amata ma quello
invece del desiderio, del desiderio ardente della vicinanza, del
contatto, con una schiettezza e realismo senza veli. In questa poesia la
donna dichiara apertamente all’uomo il suo desiderio. La richiesta è ardita,
coraggiosa, e insieme pudica, perché sogna e desidera la sua disponibilità
assoluta, la sua nudità, la sua accoglienza, la sua vicinanza. Il mondo di
Beatrice di Dia è quello dell’amor cortese, che cerca sempre di esprimersi
apertamente, o con metafore non nascoste la carnalità dell’amore e la
sacralità del piacere. L’eros della poesia provenzale è tutt’altro che
elementare, è un tentativo di sdrammatizzazione e nel contempo è un
tentativo di riconoscimento del ruolo della donna perno della sensualità e
della magia dell’incontro passionale. Nasce come un'esperienza
ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione
spirituale. Tale ambivalenza è detta “mezura”, cioè la "misura", la giusta
distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione. Per questo
motivo il concetto di amor cortese non può trovare ispirazione e
realizzazione dentro il matrimonio, è esso adultero per definizione. Esso è
desiderio fisico, esclusivo e sacro: è la passione, è magica lussuria.

IL CUORE MI DUOLE PER UNA GRANDE PENA

Il cuore mi duole per una grande pena


per un cavaliere che ho perduto
e che questo sia risaputo, ora e sempre
che l’ho soddisfatto oltre la morte e la follia.
Ora sono da lui tradita,
come se il mio amore non fosse abbastanza
anche se l’ho appagato giorno e notte
a letto, e tutta vestita.

Il mio cavaliere, io lo vorrei


tenere una sera tra le mie braccia nude,
per bearlo e appagarlo
gli farei da cuscino,
perché di lui sono molto infatuata
più di quanto lo fosse Florio di Biancofiore:
io gli concedo il mio cuore e il mio amore,
la mia mente, i miei occhi, e la mia vita.

Mio bell’amico, valoroso e dolce,


quando sarete in mio potere
distesi uno accanto all’altro sul letto
a diposizione dei miei baci amorosi,
colma di grande gioia
vi terrei al posto di mio marito
cosi che non potrete rifiutarvi
di far tutto ciò che io desidero.