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Vito Sibilio, Alcide De Gasperi, La memoria e l’eredità, in «Theorein», settembre 2004,

(http://www.theorein.it/storia/sibilio/articoli%20vari/06%20de%20gasperi.htm): data ultima consultazione


19/11/2015

È difficile commemorare in modo significativo un personaggio storico di cui la


memoria collettiva si è impadronita trasfigurandolo in mito e simbolo di un'età
dell'innocenza politica irrimediabilmente perduta. Ed è ancora più difficile perché
tale trasfigurazione è avvenuta sulla base di eventi che realmente accreditano la
fisionomia dello statista onesto e capace, che gestì la critica situazione del
dopoguerra, traghettando il paese dalla Ricostruzione al Miracolo. Eppure il 19
agosto 1954 è una data che c'interroga, anno dopo anno, specie per lo sforzo che
puntualmente si ripete da parte delle forze politiche di appropriarsi della memoria
del personaggio. Dando per ovvio che la sparizione di un partito cattolico di massa e
del suo antagonista marxista-leninista, oltre che la scomparsa di un blocco
esclusivamente moderato e l'instaurazione di un sistema bipolare pseudo-
maggioritario impedisca del tutto che oggi ci sia qualcuno che possa svolgere una
funzione politica analoga a quella dello statista trentino, e considerando altrettanto
certo che nessuna figura politica possa oggi - come nel passato recente - essere
paragonata moralmente e intellettualmente allo stesso, noi considereremo queste
rivendicazioni come velleitarie prima ancora che propagandistiche, e rese ancor più
inani dal mutato contesto internazionale che fortemente influenzò il leader Dc.
Domandiamoci piuttosto cosa rimanga oggi dell'azione di questo integerrimo e
scabro personaggio pubblico.

In effetti, credo che come Cavour e più di Giolitti egli meriti di essere considerato
padre della Patria; e come il Conte e più dello statista di Mondovì e del dittatore di
Predappio ha influito sul corso degli eventi della storia. Anche senza la II Guerra
Mondiale, l'Italia, che sarebbe rimasta fascista, sarebbe entrata nella NATO e - finito
inevitabilmente il regime con la morte del Duce come successe al falangismo
spagnolo con il decesso di Franco o al giustizialismo lusitano con la dipartita di
Salazar - nella Comunità Europea; ma senza De Gasperi queste mete l'Italia
neodemocratica le avrebbe potute cambiare con il Patto di Varsavia e il COMECON, e
oggi sarebbe non la V potenza industriale del mondo ma una delle tante cenerentole
orfane dell'URSS. L'Italia di Giolitti e i suoi trasformismi furono di troppo breve
durata per essere paragonati all'Italia della Dc e ai suoi vizi pur analoghi, ma che
sortirono effetti diversi e migliori: infatti l'ambiguo politico d'inizio secolo non poté di
fatto impedire né la I Guerra Mondiale né il Fascismo, mentre l'era Dc, apertasi con
De Gasperi, evitò decisamente all'Italia derive plebiscitarie di destra e sinistra, e
rese inequivocabile la collocazione dello Stato democratico nel Blocco occidentale,
senza rinunciare ad una vocazione di pontiere verso il vicino Est comunista. De
Gasperi, ridefinendo in prima persona - quale ministro degli Esteri di Bonomi e Parri,
e a volte pure di se stesso - la posizione dell'Italia nel mondo dopo la guerra,
affidando il riassetto economico dello Stato a mani esperte - delle quali le più
qualificate furono quelle di Einaudi - gestendo con fair play ma anche con fermezza
le questioni legate alla riorganizzazione istituzionale dopo l'indecoroso crollo di
credibilità di Casa Savoia, e infine manovrando le maggioranze parlamentari fino a
raggiungere l'obiettivo di governi "normali" - ossia non di solidarietà nazional-
resistenziale - da cui fossero fuori le Sinistre delineò il futuro dell'Italia in un modo
sostanzialmente e inequivocabilmente positivo. Il tutto realizzato con uno stile
inconfondibile di statista cattolico, peraltro erede di una politologia sturziana,
temperata delle nuove acquisizioni tattiche e programmatiche rese necessarie dal
drammatico e inevitabile confronto con lo stalinismo. Il che dà alla ricostruzione
d'Italia una fisionomia guelfa che riscatta buona parte della storia risorgimentale, in
cui la nazione era stata proditoriamente costruita a danno e dispetto della sua
fortissima componente cattolica, assecondando un laicismo massonico ottuso e
vessatorio. Certo ognuna delle sue scelte tattiche - appena elencate - può essere
oggetto di valutazione complessa. Per esempio i suoi negoziati con gli Alleati forse
peccarono di eccessiva nettezza, specie per la questione del confine iugoslavo. Forse
un negoziato più scaltro - alla Talleyrand - avrebbe sortito altri effetti. Ma di sicuro
la situazione internazionale rendeva ardua una trattativa in cui - vergognosamente -
il PCI faceva da quinta colonna a Tito, ancora legato al carro del Cominform. Del
resto, dato l'esito del conflitto per le altre potenze dell'Asse, Germania in primis, la
trattativa di De Gasperi non può essere certo valutata troppo severamente, e ancora
oggi - per far entrare la Slovenia in Europa - ci si è attenuti a quella
regolamentazione di confini. D'altro canto il trattato di pace - sobriamente ratificato
ma non certo condiviso - è un aspetto della politica estera globale del trentino, nella
quale preluse sia all'inserimento organico dell'Italia nel piano dei provvidenziali aiuti
USA - culminati nel Piano Marshall - sia all'adesione alla NATO e alla conciliazione
con i partner europei nella fondazione del MEC. Quanto sagge fossero queste
puntate di credito nella partita politica dell'epoca si vede ancor oggi, con una NATO
che ancora gioca un ruolo nello scacchiere internazionale e con una UE a 25. Del
resto, l'acume dello statista italiano seppe vedere i limiti che ancor oggi sovrastano
queste strutture internazionali, e fortemente - ma inutilmente - volle la CED,
comunità europea di difesa, senza la quale la UE era zoppa e la NATO sbilanciata. Fu
la sua ultima battaglia politica, in un paese in cui gli statisti di solito la ingaggiano
per una poltrona importante che chiuda il loro cursus honorum. E fu una battaglia
lasciata insensatamente cadere dai suoi epigoni italiani e stranieri, e che ancora
oggi dev'essere combattuta e vinta. Se l'UE avesse avuto la CED, avremmo avuto le
Guerre Balcaniche del '90-'95 ? La crisi palestinese si sarebbe trascinata tanto ?
Avremmo avuto la II e la III Guerra del Golfo ? Sicuramente no.

La politica economica di De Gasperi è pure apparentemente controversa, sia per il


fatto che egli non aveva la formazione per farla in prima persona, sia per l'austera
ortodossia liberale di Einaudi, monetarista convinto. Certo, i tagli sociali e
l'abolizione dei prezzi politici dei generi di prima necessità sono misure dolorose, e
poco originali. Inoltre l'aumento del tasso di sconto e l'obbligo di deposito di alcuni
dividendi in conti fruttiferi della Banca d'Italia fatto alle imprese furono iniziative
sbagliate. Ma non mancarono correttivi legati a esigenze di politica sociale. E inoltre
furono queste scelte che portarono al Miracolo. Se aggiungiamo poi che l'alternativa
era unica e consisteva nella pianificazione sovietica invocata da Nenni, Lombardi e
Togliatti, vediamo che anche questa scelta degasperiana - più subita che sentita,
ma fortemente sostenuta, sebbene il trentino giustamente credesse nel primato
della politica sull'economia - fu saggia e efficace, e portò l'Italia alla rinascita
economica. Anzi fu molto più efficace delle ricette di rilancio realizzate dai governi di
Centrosinistra degli anni '60-'70. Ebbe delle punte di liberismo acceso, di crescita
disordinata, ma non mancarono interventi che drenarono risorse verso obiettivi
sociali. Sicuramente gli atti riformisti in tal senso più significativi furono la Riforma
agraria e quella Vanoni sul fisco, più la Cassa del Mezzogiorno. Della prima si disse
che era tardiva e insufficiente e che di fatto fu un fiasco. Certo non era colpa di De
Gasperi non esser diventato prima presidente, nè poteva realizzarla prima del '48,
col rischio di passare per collettivista. Furono espropriati 700000 ettari di terreno
con indennizzo. Probabilmente si poteva fare di più, ma le conseguenze elettorali e
politiche in genere sarebbero state gravi: le sinistre avrebbero demagogicamente
rilanciato con rivendicazioni più estreme - come in parte avvenne - e gli espropriati
avrebbero votato PLI o MSI, disperdendo suffragi. D'altro canto, non fu colpa del
governo se i contadini non seppero creare una media proprietà terriera e
frantumarono i lotti disponibili o li fecero riaccentrare in poche mani: se è vero che
osservatori attenti potevano prevedere questi esiti, è altrettanto vero che,
attenendosi a queste previsioni, non avrebbero dovuto fare neanche questa riforma.
In verità, molti critici di allora e di oggi, invece di riconoscere i limitati successi di
una riforma limitata ma coraggiosa, avrebbero voluto che lo Stato patrocinasse
forme più drastiche di collettivizzazione agraria, quasi dei kolkhoz italiani. Quali esiti
avrebbe dato questa forma di paradirigismo economico si può ben immaginare
confrontandoli con i risultati della politica agraria di Stalin negli anni '30, che
peraltro era un modello già obsoleto, replicato tra i guasti più catastrofici da Mao
proprio negli anni '50 e, sia pure in modo meno drammatico, dalle democrazie
popolari d'Oltrecortina. In quei paesi spesso scarseggiarono - e scarseggiano -
generi di prima necessità; grazie invece alla politica agraria della Dc, che privilegiò
questo settore anche più dell'industria - contraddicendo ancora una volta l'astratto
dottrinarismo bolscevico di ascendenza mercantilista - ancora negli anni '90 del '900
Forlani, segretario del partito, poteva rivendicare con orgoglio l'autosufficienza
alimentare dell'Italia, che altrimenti avrebbe dovuto importare persino il pane. In
quanto al Modulo Vanoni, fu certo più giusto del sistema fiscale precedente,
ammesso che ci sia un fisco pienamente equo e, peraltro nel contempo, amato.
Evitò tasse da harakiri economico come le patrimoniali ma con la flessibilità delle
aliquote tassò i redditi in modo differenziato. La Cassa del Mezzogiorno sicuramente
a posteriori è oggetto di esecrazione. D'altro canto non era nell'idea del Ministero De
Gasperi né la logica dei finanziamenti a pioggia né l'estensione arbitraria delle aree
considerate depresse. Inoltre, all'epoca era convinzione comune che lo sviluppo
potesse essere indotto con interventi mirati dirigistici. Questa tesi, in parte anche
esatta, fu alla base della speranza di una rinascita mirata del Sud. E va anche detto
che, sia pure in modo caotico, e a dispetto del clientelismo parassitario fiorito
all'ombra della Cassa, il Sud è cresciuto, e la Repubblica l'ha molto migliorato, nel
corso dei decenni. A completare l'affresco della politica economica degasperiana
serve il ricordo dell'adesione al Piano Marshall, comprensibilmente osteggiato dal
PCI: la rinascita economica, favorita da quei dollari tanto esecrati oltrecortina, fu il
miglior puntello della democrazia "borghese".

La questione istituzionale, ossia l'opzione monarchia - repubblica, virtualmente


risolta a danno della prima dalla scellerata condotta di Vittorio Emanuele III - certo
il più infausto sovrano d'Italia e di sicuro uno dei peggiori esponenti di una dinastia
pur millenaria e gloriosa come quella sabauda - fu affrontata saggiamente da De
Gasperi, che trovò in questo una sponda sensibile in Palmiro Togliatti. La Dc era
congressualmente repubblicana, ma elettoralmente agnostica. La Chiesa e gli Alleati
favorevoli alla monarchia. Ma il popolo, non solo per la propaganda isterica specie
dei socialisti, era ormai orientato per la Repubblica. Se la Dc si fosse legata alla
Corona, avrebbe tradito la voglia di palingenesi della nazione. Forse la Corona
sarebbe sopravvissuta se il vecchio Re avesse abdicato a favore del nipotino Vittorio
Emanuele IV, ma preferì farlo a favore del figlio, e non dopo resistenze e rinvii, che
produssero quell'ibrido regime transitorio che fece di Umberto per qualche tempo il
Luogotenente generale del Regno e non il vero Sovrano. Del resto, la pantomima
messa su dai monarchici, che contestarono il calcolo dei voti sul numero delle
schede valide, rivendicando invece la conta sui votanti, non avrebbe cambiato il
risultato degli scrutinii. Tuttavia la posizione rigida di Umberto II costrinse il governo
a forzare le tappe, e a precedere di fatto il responso della Corte di Cassazione. Così
il Re di Maggio andò in esilio. Ma De Gasperi salvò il governo e forse contribuì ad
evitare la guerra civile. I comunisti ebbero l'indubbio merito di non fare della
questione il motivo di una crociata. Togliatti era uomo troppo intelligente per dar
troppo peso all'ectoplasma della monarchia, che anche se fosse sopravvissuta
avrebbe avuto poco peso, almeno nell'immediato. Nella scelta poi dei Capi di Stato il
trentino ebbe sicuramente fiuto: buona scelta quella di De Nicola, nonostante
qualche aspetto troppo partenopeo del carattere del giurista ormai anziano, e ancor
migliore quella di Einaudi. Ma la migliore scelta di De Gasperi fu sicuramente quella
di non farsi mummificare lui stesso al Quirinale. E i voti dc erano indispensabili per
fare - e non fare - i presidenti. Un buon dosaggio politico delle varie componenti
ideologiche si ebbe, anche grazie al ruolo del leader dc, nella stesura della
Costituzione. Comunque la si giudichi, è uno sforzo riuscito di collaborazione tra
culture politiche assai diverse e persino conflittuali, e conserva il meglio delle nostre
anime risorgimentali - il federalismo alla Cattaneo, il repubblicanesimo mazziniano,
il liberalismo di Cavour - che pur non appartenevano ai maggiori partiti della
Costituente, ligi alla Chiesa o a Marx e Engels. L'inserimento dei Patti Lateranensi
nella Costituzione, bollato come clericalismo, fu una scelta saggia che conservò la
cosa più utile fatta dal Fascismo, per l'Italia e il mondo, prendendo atto della
situazione unica che ha il nostro paese, ospitando nella propria capitale il capo della
maggiore confessione organizzata del pianeta. Del resto, questo lo capì anche
Togliatti, che certo non aveva scrupoli di coscienza in materia religiosa.

Infine, il complesso cammino della maggioranza politica di De Gasperi,


dall'esapartito del CLN al Centrismo, mostra ai posteri la sua capacità manovriera. I
governi del CLN erano d'emergenza per definizione, e già con Bonomi e Parri
avevano di fatto compiuto il loro tempo. De Gasperi era sicuramente stato il più
adatto a presiederli: resistente doc perché arrestato dal Fascismo ed esule in
Vaticano, politico di ampia esperienza ma non maturato nel prefascismo, era un
uomo più nuovo di Bonomi e più capace di Parri. Ma il CLN poteva diventare un
Comitato di Salute Pubblica, un Soviet Supremo, se la politica non se ne fosse
liberata. Il passaggio dall'esapartito al tripartito DC-PCI-PSI portò la maggioranza
degasperiana a basarsi sui grandi partiti di massa, legittimati non solo dal "vento
del nord" ma soprattutto dall'opinione pubblica. Ma l'obiettivo riposto di Alcide De
Gasperi era l'estromissione del PCI. Era l'obiettivo naturale dei democratici, dei
moderati, dei riformisti, dei cattolici. E De Gasperi era tutte queste cose. Era il
desiderio degli USA e della Santa Sede. E De Gasperi era legato ad entrambi. Era
necessario per la collocazione irreversibile dell'Italia nell'Occidente, per il
consolidamento della democrazia parlamentare - cosa ben diversa da quella
popolare..- e per l'indipendenza internazionale del Papato. Ma era - meminisse iuvat
- necessario anche per la politica di Stalin. Questi non poteva più giocare a
nascondino con gli USA come aveva fatto finché presidente era stato l'ormai logoro
Roosevelt: la sua volontà imperialista in Oriente era chiara, e l'imposizione del
bolscevismo nei paesi occupati dall'Armata Rossa irreversibile. I metodi erano stati
riprovevoli. E ora il despota rosso si accingeva a fare altri grossi bocconi (in Grecia,
Turchia, Cina,Vietnam, Corea). Truman non era disposto a sopportare oltre, e la sua
dottrina del contenimento parlava chiarissimo. Stalin aveva reagito con la famosa
"offensiva di pace" che appunto era la sua risposta alla provocazione americana
mediante uno scontro frontale. In quest'ottica la politica dell'appeasement
ambiguamente perseguita da Togliatti non andava più bene. Come ebbero a
lamentarsi in Slesia i comunisti del Cominform, in una riunione presieduta da
Zdanov, i bolscevichi italiani facevano male a cercare un'intesa con i partiti
borghesi, visto che non era prospettabile un trionfo del marxismo-leninismo nel
nostro paese. Stalin avrebbe preferito piuttosto l'insurrezione armata, e si mise a
proteggere gli organigrammi occulti del partito armato. D'altro canto, gli Accordi di
Yalta non potevano essere tralasciati troppo allegramente, e bisognava al massimo
aspettare le elezioni. Ragion per cui Togliatti, uso ad obbedir tacendo come tutti i
quadri del bolscevismo, cambiò la sua politica e accettò gli eventi, che lo
estromisero dal potere. De Gasperi approfittò della crisi apertasi tra il PCI e gli USA
in seguito alla polemica sui finanziamenti illeciti provenienti dall'URSS per
giustificare l'estromissione tattica di Botteghe Oscure dal governo, al fine di non
perdere aiuti d'Oltreoceano. Del resto non conveniva andare alle urne con la Dc e il
PCI insieme al governo. La Dc aveva registrato qualche flessione nei test elettorali
intermedi, e voleva da sola il merito delle realizzazioni dell'esecutivo. Meglio era
andare a carte scoperte dall'elettorato. Del resto, anche il PCI poteva guadagnare
dal correre come forza di mera opposizione, senza compromissioni col governo. Il
monocolore Dc che portò l'Italia alle elezioni fu dunque una soluzione transitoria, al
termine della quale ognuno pensava e sperava di governare da solo. Tra l'altro il
piano di De Gasperi per lo sgancio dal PCI aveva la subordinata di un lavoro di
erosione del PSI: si voleva sganciare l'ala riformista e portarla in campo moderato.
D'altro canto, Togliatti mirava a fare lo stesso con l'ala massimalista. Lo
schieramento del PSI e del PCI nel fronte popolare non impedì al neonato PSLI - poi
PSDI - di conservare il 7% dei suffragi. Ma la DC trionfò al 48%. Segno che tutti i
moderati avevano visto nel partito cattolico l'antemurale contro il Comunismo. Ma
De Gasperi, che pure avrebbe potuto governare solo, varò la formula del Centrismo,
associando a sé tutti i moderati laici: liberaldemocratici (PLI), riformisti (PRI),
socialdemocratici (PSDI). Forse avrebbe fatto bene a governare da solo, ma certo
diede al Paese una lezione di democrazia. E fu l'unica fase della storia repubblicana
in cui non si cedette a consociativismi compromissori. E non è poco..Per tutta la sua
carriera, De Gasperi fu sordo alle sirene che lo tentavano al Centrosinistra, e a
quelle che lo volevano in un Fronte anticomunista che inglobasse anche il MSI.
Diede cioè all'arco costituzionale un ampiezza pari a quella della fede democratica
dei partiti. Forse l'Operazione Sturzo, che univa Cattolici e Missini, non era del tutto
sbagliata in un'ottica di scontro frontale col PCI, ma l'elettorato la sentì estranea,
come l'aveva sentita estranea la nomenklatura Dc, De Gasperi in testa. Ma lo
statista trentino sentì bene che la precarietà delle alleanze politiche partitiche e la
risicatezza delle maggioranze ottenute in Parlamento con la proporzionale erano
delle minacce. Tentò quindi di rafforzare il sistema politico introducendo un premio
di maggioranza alla coalizione che arrivasse al 51%. Era una soluzione ottima, che
avrebbe risparmiato all'Italia decenni di instabilità e anche i pasticci del
Centrosinistra. Ma le opposizioni la bollarono come legge truffa e tale rimase nella
memoria collettiva, con una di quelle riuscitissime mistificazioni con cui il PCI ha
fatto spesso politica nella sua storia. Certo è che le urne sconfessarono, di un soffio
- frazioni di percentuale - De Gasperi e la sua legge. E lo statista non ebbe la fiducia
col suo VIII governo, il I della II Legislatura (1953). Il trentino uscì di scena, ma
meditando di tornarvi presto, e concependo il governo successivo come "amico" ma
non democristiano a tutti gli effetti. La morte lo colse prima, quando già i suoi
diadochi avevano fatto sì di emarginarlo.

Sebbene statista cattolico, De Gasperi non ebbe buoni rapporti con il mondo
ecclesiastico. Le esigenze politiche della Chiesa postulavano un anticomunismo più
rigoroso, che un premier democratico non poteva garantire. Pio XII sostenne senza
riserve la Dc ma considerò sempre troppo morbido il leader Dc. Avrebbe voluto che
il PCI fosse messo fuori legge: non lo diceva ma si capiva. Ma l'impresa sarebbe
stata troppo ardua. Voleva un antemurale alla scristianizzazione, ma un governo
democratico non può più di tanto occuparsi del costume. Certo, Gedda, presidente
dell'Azione Cattolica, forse capì più di De Gasperi l'importanza di mass media
cattolici, di una cultura militante. E la Dc non fece nulla per impedire al modello
gramsciano di intellettuale di soppiantare quello crociano. Non diede alla sua politica
un connotato culturale. Non bloccò l'invasione comunista della magistratura.
Insomma non si avvide di gravi crepe nella "civitas christiana" che Pacelli e l'Azione
Cattolica avevano a cuore, ma da cui pure scaturì la Dc. Ma nel campo strettamente
politico il fiuto del trentino surclassò quello del Vaticano, e lo si vide nella bocciatura
dell'Operazione Sturzo da parte degli elettori romani. Certo, se Pio XII e De Gasperi
si fossero intesi più profondamente, avrebbero operato in modo più incisivo per
l'Italia e la Chiesa. Ma le differenze di temperamento incisero quanto quelle
culturali. E il Papa non si avvide della gravità dell'emarginazione dello statista dopo
il suo VIII Governo, che pure aprì la strada a ciò che più la Chiesa di allora temeva:
l'incontro con le Sinistre.

La sua morte rese vittoriosa la sua sconfitta, e lo consegnò alla migliore tradizione
nazionale. Ma nessuno poté ereditare il suo lascito. La Dc di Fanfani, Moro e Rumor
- ossia la Dc del Centrosinistra - fu una Dc molto diversa, che non si concepì come
alternativa alle Sinistre ma come loro sponda democratica, come loro meta di
approdo. E diversi furono Fanfani - dirigista in economia - Moro - più uomo di
partito che di Stato - e Rumor da De Gasperi. Neanche chi, programmaticamente,
come la corrente Dc del Grande Centro o come Andreotti, si è richiamato a De
Gasperi, gli è stato simile. Né poteva in mutati contesti storici. Oggi poi, con la fine
di un partito cattolico di massa e di un gran partito comunista, l'idea di uno statismo
alla De Gasperi è impossibile. E inconciliabile con essa è il bipolarismo: la Dc di De
Gasperi era destinata a governare da sola. Oggi non c'è posto per un nuovo Alcide.
Ma c'è sempre bisogno di altrettanta onestà e capacità politica.
Theorèin - Settembre 2004