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A.A. 2007-08

Prof. Massimo Ciaravolo

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Lineamenti di storia della Scandinavia

I concetti di parlamento e monarchia in Scandinavia, dal Thing alle democrazie


moderne.

“Scandinavia” e “Nord”: una definizione preliminare.

I due termini (e i rispettivi aggettivi “scandinavo” e “nordico”) coincidono e si sovrappongono solo


in parte. La Scandinavia (s./d. Skandinavien, n. Skandinavia) è “il Nord” (s./n./d. Norden), ma non
tutto il Nord è incluso nella Scandinavia propriamente detta. Nel suo significato più ristretto, la
Scandinavia è una penisola percorsa da nord a sud da una dorsale alpina che da sempre divide la
popolazione norvegese, a ovest, dalla svedese a est. Ma la “Scandinavia” va normalmente intesa
oltre questo primo significato strettamente geografico, ed include la Danimarca sulla base della
forte parentela – sul piano della lingua, dell’organizzazione sociale e di tutta la cultura materiale e
spirituale – che almeno dall’epoca vichinga ha legato questi tre paesi (il che non esclude una serie
di differenze e sfasamenti tra loro: sono strettamente legati ma non identici). Agli eventi storici
dell’epoca vichinga e del medioevo cristiano, come vedremo, risale l’ingresso di Islanda e Finlandia
in questa specifica sfera di influenza scandinava. Islanda e Finlandia, oltre a una serie di isole
minori, come le Fær Øer nel Mare del Nord (attualmente ancora sotto amministrazione danese), non
sono dunque “Scandinavia”, ma la loro storia e la loro cultura sono legate a doppio filo a quella
scandinava. Definiamo allora come “Nord” tutta quest’area geografica e culturale allargata, che ha
al suo centro la Scandinavia, ma che va oltre la Scandinavia.
L’Islanda fu colonizzata e popolata da emigranti norvegesi nel corso del IX-X secolo,
mentre la Finlandia, conosciuta e abitata sulle coste già dai vichinghi svedesi che percorrevano le
rotte dell’est (i cosiddetti variaghi o vareghi), fu formalmente annessa al regno svedese a partire dal
XIII secolo. La posizione di Islanda e Finlandia differisce però sul piano linguistico. L’islandese è,
né più né meno, la diretta evoluzione del norreno, ossia la lingua parlata dai norvegesi che
colonizzarono l’Islanda; è dunque oggi una delle cinque lingue scandinave, ossia del gruppo
germanico settentrionale: danese, svedese, norvegese, feringio (o faeroese) e islandese. Le lingue
scandinave odierne diventano poi sei, se si considera che in Norvegia ci sono due lingue ufficiali, il
bokmål (“lingua libresca”) e il nynorsk (“neonorvegese”). In Finlandia sono invece convissute da
sempre due lingue: il finnico, lingua non germanica e nemmeno indoeuropea, ma del ceppo
ugrofinnico (imparentata con l’estone e l’ungherese), parlata dalla maggioranza della popolazione
locale; e lo svedese, parlato da una minoranza, la popolazione delle coste sud-occidentali e, più a
nord, delle coste dell’Ostrobotnia (sv. Österbotten, attorno alla città di Vasa). Ancora oggi il finnico
e lo svedese sono le due lingue ufficiali della Finlandia, anche se ormai lo svedese è la madrelingua
di solo il 6% della popolazione. Anche i termini “finnico” e “finlandese”, sebbene noi italiani
possiamo comunemente utilizzarli come sinonimi, non sono neutri né univoci, e riflettono tale
ambiguità e sovrapposizione. In svedese (e conseguentemente nelle altre lingue scandinave) finsk
(finnico) vuole tendenzialmente connotare ciò che è etnicamente finnico e non svedese (svensk);
mentre finländsk (finlandese) dovrebbe connotare ciò che appartiene alla nazione Finland,
indipendentemente dalla sua origine linguistico-culturale ugrofinnica o germanica. Ma anche per gli
svedesi madrelingua questa distinzione è spesso relativa. Finsk può indicare tutto ciò che appartiene
a Finland, e se si vuole indicare la matrice svedese di Finlandia, si parla, appunto, di
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finlandssvensk. In ogni caso: la lingua finnica o finlandese che dir si voglia (sv. finska) è totalmente
diversa dalle lingue scandinave (“Finlandia” e “finlandese” si dicono ad esempio Suomi e
suomalainen), e tale differenza non ha mancato di creare conflitti nella storia di questo paese.
Infine includiamo anche la Groenlandia nel Nord. Attualmente è sotto amministrazione
danese (e con minori ambizioni separatistiche delle Fær Øer), e anche questa appartenenza ha radici
antiche: i norvegesi colonizzarono l’Islanda; poi gli islandesi colonizzarono la Groenlandia (e
arrivarono, come è noto pure in America); poi il regno di Norvegia si impossessò nel 1262 della
libera Islanda; e infine il regno di Danimarca si impossessò poco più di un secolo dopo della
Norvegia, in decadenza dopo la “falciata” apportata dalla peste. Ecco perché ancora oggi la
Groenlandia è un possedimento danese. La lingua eschimese dei groenlandesi, assieme alle lingue
lapponi, o sami, delle popolazioni indigene, e non germaniche, della Scandinavia settentrionale e di
tutta la calotta polare (Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia), completano il quadro delle identità
linguistiche del Nord.
Già a partire dalla comune civiltà vichinga (circa 800-1050) si formano tre distinte identità
nazionali – danese, norvegese e svedese – che coprono territori pressappoco coincidenti con quelli
odierni. La differenza più importante è che le regioni meridionali dell’attuale Svezia (Scania,
Blekinge, Halland e Bohuslän) furono originariamente parte della Danimarca, poiché il mare
rappresentava la principale via di comunicazione e di contatto, e la montagna (i massicci dello
Småland) il “confine naturale”. Solo dalla metà del 1600 quelle regioni furono conquistate dalla
Svezia. La Norvegia, poi, poté nelle fasi di sua maggiore espansione estendersi verso est, in territori
attualmente svedesi (le regioni centrosettentrionali dello Jämtland e Härjedalen, alla stessa
latitudine della città norvegese di Trondheim). Un altro confine storicamente mobile e conteso – in
assenza di confini naturali – fu quello della Danimarca a sud. Le regioni dello Slesvig-Holsten (in
danese) o Schleswig-Holstein (in tedesco) hanno sempre avuto una popolazione mista. Possiamo
dire che l’attuale confine tra Danimarca e Germania è ben più a nord di quello che la Danimarca ha
difeso per molti secoli, fino a quando, nella guerra dano-prussiana del 1864, la nascente nazione
tedesca non iniziò la sua espansione sotto l’egida della Prussia di Bismarck. La muraglia difensiva
detta Dannevirke, fatta costruire dal re danese che combatté contro Carlo Magno tra l’VIII e il IX
sec., è oggi in territorio tedesco. Solo lo Slesvig del nord è attualmente danese, mentre il resto dello
Schleswig-Holstein fa parte della Germania. Anche la questione lappone pone la definizione dei
confini a nord in una prospettiva storica. I sami, popolazioni transumanti la cui economia si basa
sull’allevamento della renna, non conoscevano confini nazionali, e in verità non li hanno mai
riconosciuti. Li hanno subìti, da quando l’organizzazione degli stati nazionali moderni, a partire dal
1500, e poi più decisamente nel 1600 e 1700, ha avuto bisogno di definire i confini e di sfruttare
“razionalmente” le risorse del territorio. Le frontiere della Finlandia, infine, sono state contese e
mobili, ma solo a est, nel rapporto problematico e conflittuale con la Russia, soprattutto da quando,
agli inizi del Settecento, venne fondata San Pietroburgo (1703) e la Russia cominciò a espandere la
sua sfera di interessi verso l’area baltica.

Il senso e gli obiettivi di questo corso introduttivo: la periodizzazione storica.

Attraverso lo studio dell’evoluzione delle funzioni e del ruolo delle assemblee giuridico-legislative,
presenti nelle civiltà germaniche e scandinave dai primordi, e, parallelamente, delle funzioni e del
ruolo del monarca e del suo consiglio, si vuole fornire il “filo conduttore” di un percorso attraverso
la storia della Scandinavia e del Nord dall’epoca vichinga ai giorni nostri. Questi elementi di storia
e storia delle istituzioni serviranno per rafforzare la consapevolezza che le odierne democrazie
scandinave, considerate da molti un modello di moderna organizzazione sociale, hanno “radici
antiche”, di un millennio almeno. Esse nacquero e presero forma certamente nel corso dell’Otto- e
Novecento, sulla spinta di movimenti e ideali di origine europea (liberalismo, democrazia,
socialismo), ma è pur vero che tale sviluppo trovò un sostrato significativo in una secolare
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tradizione, specificamente nordica, di pratiche assembleari almeno potenzialmente/parzialmente


democratiche (e si rifletterà anche sulla opportunità o meno di usare questo termine).
Volendo abbozzare una prima indicativa periodizzazione del nostro percorso, diremo che
l’epoca vichinga (s. vikingatid, d. vikingetid, n. vikinge- o vikingtid) comincia nel momento in cui,
tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX sec., la presenza degli scandinavi – marinai, predatori, guerrieri
e commercianti allo stesso tempo – si fa sentire in Europa. Gli scandinavi non appaiono ovviamente
da un giorno all’altro. “Periodo di Vendel” si è soliti definire quella precedente fase di espansione
economica e sociale interna, nel VII e VIII sec., che permette agli scandinavi di evolversi e, tra
l’altro, perfezionare le navi che “conquisteranno” (e intimoriranno) l’Europa. Delle popolazioni
scandinave prima della loro “discesa” in Europa abbiamo molte fonti archeologiche ma poche fonti
scritte. Vedremo come la Germania di Tacito, del I sec. d.C., contiene un’interessante descrizione
dell’assemblea dei germani (e non specificamente degli scandinavi), il che ci potrà fornire un utile
indizio, un punto di partenza.
Con la definitiva conversione al cristianesimo degli scandinavi, un lento processo che
matura nel corso dell’XI secolo, finisce l’epoca vichinga e comincia quello che nella storiografia
scandinava si definisce il “medioevo” (ca. 1050-1520/50). Il medioevo scandinavo (s. medeltid,
d./n. middelalder) è dunque una definizione in parte diversa e sfasata rispetto a quella generalmente
nota (ossia il millennio che va dal crollo dell’impero romano al fiorire dell’Umanesimo): il
medioevo scandinavo è il tempo cristiano e cattolico fino all’avvento della riforma protestante (s./d.
reformation, n. reformasjon), altra svolta decisiva per l’evoluzione culturale, e fondamento degli
stati monarchici moderni di Svezia (più Finlandia) e Danimarca (più Norvegia, Islanda, Fær Øer e
Groenlandia).
L’età moderna è caratterizzata dalla rivalità e dai conflitti tra le due potenze Svezia e
Danimarca. Nel Cinque- e Seicento cresce la Svezia, grande potenza baltica, alle spese della
Danimarca. Nella Grande Guerra del Nord dei primi due decenni del Settecento anche la Svezia
comincia a essere ridimensionata, questa volta a favore della Russia. Sia nel periodo di guerre, sia
nel periodo di pace (il resto del Settecento dopo il 1721) le due monarchie scandinave crescono, si
rafforzano e organizzano piuttosto efficientemente i rispettivi regni. Assolutismo monarchico, ma
anche interessanti esperimenti parlamentari (nella Svezia del Settecento), caratterizzano questa fase.
È l’età dell’Illuminismo, improntata al progresso, alla razionalità e all’utile.
Una nuova svolta avviene contestualmente alle guerre napoleoniche, a cavallo tra XVIII e
XIX secolo. Ci sono innanzitutto degli importanti cambiamenti geopolitici, in quanto la Finlandia è
persa dalla Svezia e ceduta alla Russia nel 1808/09 – diventando “Granducato di Finlandia” entro il
grande impero zarista – e la Norvegia passa nel 1814 dalle mani della Danimarca a quelle della
Svezia (Islanda, Fær Øer e Groenlandia restano invece danesi). E nel corso di tutto l’Ottocento la
ridefinizione della propria identità nazionale (sia per le ex “potenze” ora ridimensionate di
Danimarca e Svezia, sia per Norvegia e Finlandia che, pur politicamente non ancora indipendenti,
cominciano a svilupparsi in quanto nazioni autonome) si intreccia con la progressiva affermazione
di ideali, riforme e istituzioni di stampo liberale e democratico, che originano dall’età dei lumi e
dalla rivoluzione francese del 1789. Questo processo, pur non privo di conflitti e tensioni, avviene
senza rivoluzioni, ma per lenta evoluzione e progressiva riforma. È un fatto che caratterizza
l’immagine di sé e la reputazione che gli scandinavi ancora oggi hanno: capacità di trattativa, di
compromessi ragionevoli, di soluzione mediata dei conflitti per il bene comune. Per contro la
Finlandia raggiunge l’indipendenza nel 1918/19, diventando repubblica, solo dopo una sanguinosa
guerra civile tra “bianchi” (vittoriosi) e “rossi”. Norvegia e Svezia si separano invece
“consensualmente” (pur con forti mugugni e proteste svedesi) già nel 1905, e la Norvegia decide di
tornare a essere una monarchia, come nel suo glorioso medioevo. L’Islanda ottiene dalla Danimarca
un’ampia autonomia legislativa nel 1874, ma diventa repubblica indipendente solo nel 1944.
La storia del Novecento è ovviamente segnata dalle due grandi guerre, ma anche dal
consolidamento delle strutture e delle forme della democrazia parlamentare “compiuta” (ossia
fondata sul suffragio universale per uomini e donne), e dalla costruzione di un modello sociale
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unico nel mondo occidentale, in grado di conciliare per diversi decenni (mentre altrove dominavano
le dittature) le libertà individuali e di impresa e lo stato di diritto con l’idea, di origine socialista,
dell’uguaglianza non solo giuridica e formale, ma sociale ed economica dei cittadini. La crisi
interna di questo modello e la contemporanea affermazione del neoliberismo in tutto il mondo
occidentale degli ultimi vent’anni hanno significato, almeno in parte, una rinuncia al tentativo di
middle way, “via mediana” o “terza via” tra il capitalismo liberista dei paesi occidentali e il
“socialismo reale” dell’URSS e dei paesi dell’Europa orientale sotto la sua influenza.

Epoca vichinga: espansione in Europa e strutture interne. Thing e re.

L’immaginario comune tende a vedere l’epopea vichinga unicamente come uno scorrazzare per
mari e per terre, un conquistare e depredare. È vero in realtà che con l’epoca dei vichinghi una
società contadina in crescita conosce una fase di ulteriore, straordinario dinamismo, fatto di intensi
scambi – commerciali ma non solo – con l’Europa e l’Asia (l’America resta un incidente di
percorso, una scoperta mancata…), di sete di ricchezza e affermazione. Certo, i vichinghi viaggiano
e conquistano; ma i vichinghi tornano anche a casa, coltivano e si amministrano. L’immagine
tramandata dall’Europa medievale, che dai vichinghi veniva attaccata, tende a vederli solo dal di
fuori. Ma come era fatta la società scandinava di quel tempo al suo interno?
Vediamo innanzitutto un po’ più in dettaglio l’aspetto dell’espansione esterna, le rotte e le
direzioni degli scambi. L’enorme mobilità dei vichinghi è ottenuta attraverso un gioiello tecnologico
perfezionato nel IX secolo, un tipo di nave, detta knörr, agile, veloce e non particolarmente grande,
capace di coprire molte miglia in poco tempo. Le rotte portano: 1) verso nord, oltre Capo Nord
verso il Mar Bianco, alla ricerca di pelli, pellicce e avorio di tricheco; 2) verso sud-ovest, le Isole
Britanniche, le Shetland e le Orcadi. L’assalto al monastero di Lindisfarne in Northumbria (ossia
Inghilterra nordorientale) nel 793 è considerato l’inizio dell’epopea vichinga, la prima apparizione.
La presenza vichinga in Inghilterra si consolida a tal punto nel corso del IX secolo, che viene
istituito (ufficialmente nell’886) un vasto territorio amministrato direttamente dai vichinghi, il
cosiddetto Danelaw, che copre tutta l’Inghilterra orientale e settentrionale. Tale presenza scandinava
prosegue con alterne vicende nel X sec., ed essa rappresenta, ad esempio in città come Londra,
Dublino e York (alla vichinga Jórvik è dedicato un bel museo di York), un fattore di crescita, vitalità
e attivazione di scambi. Un ultimo re vichingo, il danese Canuto il Grande, sarà addirittura re di
Danimarca, Norvegia e Inghilterra, ma solo per un breve periodo (1016-1035). In Inghilterra i
vichinghi lasciano molte parole scandinave, tuttora presenti nell’inglese (ad es. window, knife); e
tornando a casa i vichinghi portano nella loro società pagana i primi semi del cristianesimo che
poco alla volta si affermerà; 3) verso sud, la Normandia. La regione prende il nome dai normanni,
cioè uomini del nord, cioè vichinghi. A differenza di quanto avviene in Inghilterra, qui i vichinghi
arrivano nel IX sec. e si stabiliscono per sempre. Nel giro di un paio di generazioni, essi assumono
la lingua e la cultura francese di sostrato perdendo la propria identità nordica (la cui traccia resta in
effetti solo nel nome). I normanni che conquisteranno l’Inghilterra e l’Italia meridionale nell’XI sec.
sono dei francesi. 4) verso est e sud-est, attraverso la Finlandia e il Mar Baltico, lungo i grandi
fiumi delle pianure russe e ucraine, per le città di Novgorod, Kiev e fino al Mar Nero e a Bisanzio,
dove i variaghi diventano addirittura corpo scelto dell’imperatore. I Variaghi giocano un ruolo
importante nella formazione del primo nucleo statale slavo con Vladimiro (fine del X sec.), attivano
commerci e contatti, anche con gli arabi, incrociano le grandi vie della seta che portano in Oriente.
Nei tesori vichinghi trovati nei siti archeologici in Scandinavia non sono rare le monete arabe con
caratteri cufici; 5) verso nord-ovest, in Islanda. È questa la rotta che ci interessa di più, quella
fondamentale per gli sviluppi del nostro racconto sul rapporto tra corona e assemblea. E prima di
arrivare ai motivi della colonizzazione dell’Islanda, dobbiamo allora rivolgere lo sguardo
all’organizzazione sociale interna di queste società.
Il processo di unificazione dei tre regni scandinavi si sviluppa lentamente e con alterne
vicende tra la fine del IX, il X e l’XI secolo. Il potere dei re (s. kung o konung, d./n. konge) doveva,
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specialmente in Norvegia e Svezia, fare i conti con quello dei signori locali (s./n./d. jarl), che erano
anche i capi delle spedizioni vichinghe; spesso le due entità “re (nazionale)” e “signore (locale)”
non erano neanche chiaramente distinte; a volte il termine “re” poteva indicare entrambi i ruoli
(successivamente, nella Scandinavia medievale e cristiana, lo jarl è piuttosto il funzionario al
servizio del re). Il re era soprattutto il capo dei guerrieri della società vichinga, ma era anche colui
che doveva garantire con la propria persona la prosperità della sua gente e i buoni raccolti. La
persona del re aveva dunque importanza anche per l’altra faccia della società scandinava, un ruolo
propiziatorio, anche attraverso i sacrifici, per una società contadina (un noto affresco del 1914 del
pittore svedese Carl Larsson, Sacrificio del solstizio invernale, di gusto nazional-romantico, al
Museo Nazionale di Stoccolma, raffigura addirittura il re che si accinge a sacrificare se stesso per
tale rito propiziatorio. Questa pratica è un’ipotesi non provata, ed eventualmente vera solo per
epoche molto remote, prima dei vichinghi).
In tutte le comunità scandinave, anche prima dell’epoca vichinga, erano inoltre presenti
assemblee di uomini liberi, dove si risolvevano le dispute piccole e grandi (ad esempio il
risarcimento pecuniario in caso di omicidio diventava un’alternativa alla faida familiare e alla
vendetta di sangue) e si stabilivano le regole della convivenza comune. Gli “uomini liberi” si
situavano tra gli schiavi e i signori (tutte le donne erano escluse), e il loro status dipendeva dalle
ricchezze e dalla proprietà, dalla grandezza del loro podere, ecc. Una scala sociale indicativa,
dall’alto in basso, dei “liberi” poteva essere: contadino proprietario, mezzadro, artigiano, bracciante
e liberto. L’assemblea era sempre pubblica, si radunava solitamente in spazi aperti, con gli uomini
in armi, e poteva essere locale, e allora tutti i liberi potevano parteciparvi direttamente. Altre
assemblee più vaste, regionali, potevano avere funzioni più importanti, come ad esempio quella di
eleggere il re, e a queste assemblee partecipavano dei rappresentanti (in vista) di ogni comunità
locale. Il re era una persona di nobili origini, la cui genealogia si faceva volentieri risalire agli dei.
La monarchia non era ereditaria in senso stretto: un qualsiasi membro della famiglia reale poteva
succedergli. E l’assemblea, appunto, lo eleggeva, aveva voce in capitolo. Una figura centrale
dell’assemblea era colui che la presiedeva, l’”uomo della legge” o “l’uomo che recitava la legge”
(in norreno lögmaðr o lögsögumaðr, in svedese lagman; oggi “legge” = s. lag, d./n. lov). Prima
dell’avvento della scrittura, egli era il custode del codice e della memoria, e aveva espressamente il
compito di recitare il corpus di leggi di fronte all’assemblea.
In lingua norrena, cioè della Norvegia (e poi dell’Islanda) vichinga e medievale, questa
prima forma di assemblea giuridico-legislativa si chiamava þing (traslitterato: thing). Nelle tre
lingue scandinave moderne questa parola è non solo sopravvissuta (ting), ma forma il nome degli
attuali parlamenti nazionali norvegese e danese, nati con le costituzioni democratiche
dell’Ottocento: lo Storting norvegese (“grande T.”) e il Folketing danese (“T. del popolo”). Il
parlamento nazionale svedese si chiama invece, sulla base di un’altra tradizione che vedremo più
avanti, Riksdag (cfr. tedesco Reichstag); ma i consigli regionali in Svezia mantengono il nostro
termine, chiamandosi landsting (“t. regionale”). È un dato che sottolinea – da un punto di vista
strettamente linguistico – come le strutture democratiche sviluppatesi nel corso del XIX e XX sec.
potessero poggiare su una eredità interna di lunga data. È in uso poi in tutte tre le lingue scandinave
moderne il termine più generale, di origine romanza, di parlament a indicare l’assemblea
legislativa.
Nell’undicesimo capitolo della Germania, Tacito descrive un’assemblea:

I primati deliberano sui problemi più semplici, tutti sui più importanti, ma in modo che anche quelli affidati all’arbitrio
del popolo siano trattati in presenza dei primati. Si radunano, salvo caso fortuito imprevisto, in giorni stabiliti, a luna
nuova o a luna piena: pensano essere questi i tempi più propizi per cominciare un’azione […]. Quando il numero
sembra sufficiente, armati siedono. I sacerdoti, che hanno il diritto d’intimarlo, impongono il silenzio. Si ascoltano il re,
o il capo, e ognuno in ordine di età, di nobiltà, di gloria bellica, di eloquenza: e la persuasione prevale al diritto di
comandare. Se la sentenza non va a genio, la respingono col mormorio; se è piaciuta, scuotono le aste: il consenso
preferito è lodare con le armi.1

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Da Tacito, La Germania, traduzione di Massimo Bontempelli, Milano, SE, 1990, pp. 25-27.
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Da questo brano evinciamo due elementi compresenti: 1) il prevalere del principio del confronto,
del consenso e della persuasione su quello della costrizione e della legge del più forte; 2) ma
intanto, il fatto che l’assemblea, cui partecipa anche il popolo, è controllata dai personaggi di
spicco, i “primati”. La Germania di Tacito descrive territori vasti e popolazioni a volte misteriose.
Per certi versi i germani possono spaventare l’uomo latino, in quanto primitivi e rozzi rispetto
all’evoluta Roma imperiale; d’altro canto offrono un’immagine di libertà, salute, organizzazione e
virtù civili, che paiono invidabili agli occhi di chi già considera le istituzioni romane sulla via del
declino. In questo tipo di visione possiamo inquadrare il brano riportato sopra.
Possiamo affermare che anche il þing più specificamente scandinavo rispecchi i due
elementi ricavati dal brano di Tacito. Le assemblee, pur partecipate, sono dominate dai personaggi
di spicco; l’opinione dei liberi – che comunque possono e devono esprimere assenso o
disapprovazione – è guidata. Abbiamo molte fonti scritte in lingua norrena – risalenti soprattutto al
XIII e XIV secolo, ma spesso riferite a vicende di qualche secolo prima, cioè del periodo vichingo
che stiamo esaminando – che descrivono scene dall’assemblea. Nella Saga di Olav il Santo scritta
nel Duecento dal maggiore scrittore islandese Snorri Sturluson, e dedicata al re norvegese Olav
Haraldsson, colui che portò a termine la cristianizzazione e l’unione della Norvegia (tra il 1015 e
1030), si narra nel capitolo 37 dell’investitura di Olav all’assemblea, che viene radunata dai re
locali (e si osservi che nel brano il termine “re” vale sia per i capi locali sia per Olav):

Poi i re convocarono l’assemblea. Qui Olav espose al popolo le proprie intenzioni e avanzò la sua richiesta di potere.
Chiese ai contadini di accettarlo come re del paese, e promise loro in cambio di reintrodurre le antiche leggi e difendere
il paese da eserciti e capi stranieri. Parlò di ciò a lungo e assennatamente. Il suo discorso fu accolto bene. Di seguito si
alzarono i re, parlando l’uno dopo l’altro e perorando tutti la stessa causa dinanzi al popolo. E alla fine Olav ottenne il
titolo di re di tutto il paese, e il paese fu a lui affidato secondo la legge dell’Oppland. 2

Riconosciamo gli stessi elementi della descrizione di Tacito: il consenso del popolo non è un
dettaglio irrilevante, ma la “mozione” è portata avanti dai capi. Questo tipo di “contratto” sancito
tra re e þing rappresenta anche un vincolo per il re, che ha poteri importanti ma non assoluti in
ambito legislativo-esecutivo. L’ultima parola spetta all’assemblea, che può anche opporsi al re
(nella stessa saga, al capitolo 80, si descrive un’assemblea svedese dove il re si deve piegare alla
volontà dei contadini, i quali non approvano la sua guerra contro la Norvegia), e può addirittura
deporlo.
Una tradizione svedese risalente a quest’epoca vuole che il re nazionale, una volta eletto,
facesse poi un viaggio di investitura in tutto il paese, per raccogliere il consenso delle varie
assemblee regionali, a dimostrazione dei poteri limitati del centro sulla periferia. Questo giro, che
partiva da Uppsala e lì tornava, si chiamava eriksgata, termine di etimologia incerta. Ancora oggi
questo vocabolo di antiche origini sopravvive nello svedese, a indicare le visite ufficiali e i viaggi
(ormai solo di rappresentanza) che i regnanti intraprendono in patria (es.: kungaparet är på
eriksgata i Skåne, “i reali sono in visita ufficiale in Scania”).
Sulla scorta di questo excursus possiamo finalmente tornare all’Islanda, facendo un passo
indietro, agli anni attorno all’870. Avvenne infatti che il motivo dell’emigrazione di massa di
famiglie norvegesi verso l’isola praticamente vergine dell’Islanda (nota e ritenuta terra buona) non
fu propriamente una spedizione vichinga, ma piuttosto la risposta all’accentramento del potere da
parte del re Harald Hárfagri (Araldo Bellachioma), il quale ambiva a governare su tutta la Norvegia.
La battaglia decisiva, vinta da Harald, avvenne nell’874. Molti norvegesi liberi non vollero piegarsi
e sottomettersi al costituendo potere centrale, e preferirono l’indipendenza. Il periodo della
colonizzazione durò dall’870 al 930 circa. I coloni portarono con sé la propria cultura e le proprie
istituzioni nella nuova patria, tra cui le assemblee. Esistevano diverse assemblee locali nella prima
fase della colonizzazione dell’Islanda, ma attorno al 930 avvenne la fondazione di un’assemblea
2
Da Snorre Sturluson, Nordiska kungasagor. Olav den Helige, Stockholm, Fabel, 1993, p. 39. La traduzione dallo
svedese è mia.
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nazionale, l’Alþingi, che in sostanza, nel suo funzionamento, non differiva molto da un’assemblea
regionale norvegese o svedese. La differenza era però che tutta la vicenda islandese indicava una
volontà di indipendenza dal re, e dunque l’Alþingi diventò il centro unico del potere islandese. In
realtà, gli islandesi mantennero sempre un atteggiamento ambivalente verso la Norvegia: ci si
distingueva nettamente da essa, si era indipendenti e non sottomessi al re; allo stesso tempo la
Norvegia restava l’origine e il punto di riferimento principale. Un esempio di questo doppio
rapporto di indipendenza e legame è la conversione al cristianesimo. L’Alþingi la sancisce per
l’Islanda esattamente nell’anno 1000. Ma proprio in quegli anni regnava in Norvegia il primo re
cristiano, Olav Tryggvason.
L’Alþingi si radunava una volta all’anno d’estate, in una località molto suggestiva,
Þingvellir, non lontana da Reykjavík. È sicuramente la più famosa tra le assemblee dell’epoca
vichinga e medievale scandinava, proprio per il suo impatto simbolico, quasi organo di una libera
repubblica democratica ante litteram. Nell’immagine di sé che gli islandesi hanno ancora oggi, vi è
l’orgoglio di essere stati “la prima democrazia parlamentare d’Europa”. Ovviamente, come per le
altre assemblee scandinave, possiamo parlare di “democrazia” solo se teniamo bene presente che
anche nell’Alþingi dominavano le famiglie più ricche e in vista d’Islanda. Qui le figure di spicco, i
“capitani”, si chiamavano goðar (sing. goði). Il termine democrazia, il “governo del popolo” nella
polis Atene d’epoca classica, è ripreso dai movimenti liberali e democratici del 1800. Ma già la
“democrazia” ateniese, come sappiamo, era assai ristretta, escludendo le donne e gli schiavi.
Dobbiamo distinguere con attenzione la realtà storica, nei suoi elementi complessi, e
l’appropriazione del passato operata da epoche successive ai propri fini. Il ritorno in voga del
termine “democrazia” nel XIX sec. è un esempio di tale (assolutamente legittima, ma non ovvia né
neutrale) appropriazione. Usiamo dunque pure i termini “democratico” e “democrazia” per l’Islanda
dell’Alþingi, ma con accortezza e senso storico. Le assemblee scandinave d’epoca vichinga e
medievale – e l’Alþingi in particolare – erano assemblee dove la funzione giudiziaria e la funzione
legislativa non erano separate, come invece avviene nelle nostre democrazie moderne, basate sulla
distinzione dei “tre poteri” esecutivo, legislativo e giudiziario; erano un po’ parlamento e un po’
aula di tribunale, per così dire. E tuttavia: il problema del governo dei pochi, dei “poteri forti” che si
impongono sulla volontà e gli interessi generali, se era valido per l’Alþingi non è attualissimo anche
per le moderne, odierne democrazie cosiddette “compiute”? Gli spunti di riflessione non mancano.
Il fascino indubbio dell’Alþingi deriva anche dal fatto che esso simboleggia quei secoli di
“libertà” – dall’870 circa fino al 1262 – in cui nascono in Islanda una fiorente civiltà e una
stupefacente cultura letteraria. Con le lotte intestine tra l’oligarchia di famiglie che si contendevano
il potere all’Alþingi, l’Islanda perde la sua indipendenza e unità, ed entra a far parte del regno
norvegese, in quel momento all’apice del suo splendore. E da allora fino al XIX secolo la storia
dell’Islanda è una storia di sottomissione alla Norvegia, prima, e alla Danimarca poi. Nell’Ottocento
rinasce il parlamento nazionale islandese, e si chiama sempre Alþingi: nel 1845 con poteri solo
consultivi, nel 1874, come detto, con un ampio mandato legislativo. L’assemblea legislativa
islandese si chiama con lo stesso nome ancora oggi (anche se ha ovviamente sede in un palazzo).
L’Alþingi sarà lo scenario di uno dei monumenti letterari dell’Islanda medievale, La saga di
Njál, che narra della strenua e tragica lotta di due amici per far prevalere nelle rispettive famiglie,
diventate nemica l’una dell’altra, il principio dell’accordo giuridico e legale sull’istinto della
vendetta e sulla legge del taglione.

La letteratura norrena (islandese medievale).

Possiamo dire sinteticamente che la grande cultura letteraria norrena, sviluppatasi in Islanda dal XII
fino al XIV sec., sia il risultato di due fattori che si sono felicemente combinati: la colonizzazione
norvegese dell’Islanda e la cristianizzazione del Nord (attorno al X/XI sec.). Da una parte c’è negli
islandesi la tenace volontà di preservare con la memoria le proprie tradizioni e i propri racconti
pagani, legati alla “madrepatria” Norvegia, dall’altra la cristianizzazione tarda arriva per fissare
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quel patrimonio, e non per cancellarlo. In questa estrema periferia settentrionale dell’area germanica
i miti pagani e le vicende eroiche, tramandate oralmente di generazione in generazione, possono
resistere più a lungo rispetto a quei territori germanici a più stretto contatto con il mondo latino e
cristiano. È vero che i “barbari” invadono e abbattono l’impero romano, ma è altrettanto vero che
essi vengono presto conquistati dalla cultura superiore. La Ravenna dell’ostrogoto Teodorico (fine
V – inizio VI sec.) è ancora oggi una delle più straordinarie testimonianze di quell’ibrido “romano-
barbarico”. Quando invece il cristianesimo arriva in Islanda – e con esso la scrittura – arriva per
salvare un ricchissimo patrimonio di racconti e miti che era sopravvissuto oralmente. La letteratura
norrena ci ha così trasmesso, tra l’altro, quasi tutto quello che sappiamo sulla religione, i miti e gli
eroi degli antichi germani, di tutti i germani. È probabile, anzi, che al momento della redazione
scritta (il secolo d’oro è il XIII) prevalga negli autori/compilatori, ormai cristiani, uno spirito
“antiquario” e nostalgico verso la cultura delle origini. Anche questa fu una forma di sincretismo
religioso, di (felice) fusione di elementi pagani e cristiani.
I tre grandi generi in cui comunemente si suddivide la letteratura norrena sono: 1) la poesia
eddica, dell’Edda: una serie di poemi (o carmi) anonimi che narrano le vicende degli dei e degli eroi
germanici; e, correlato alle poesie, un testo in prosa che pure si chiama Edda e tratta gli stessi
argomenti. L’autore di questo secondo testo è Snorri Sturluson, il più grande scrittore islandese,
della prima metà del Duecento. 2) La poesia scaldica, degli scaldi (skald è “poeta” nelle lingue
scandinave), che nasce nell’ambito della corte vichinga, al seguito del re o del signore, e in cui il
poeta – noto con nome e cognome – esalta in versi volutamente difficili le doti e le imprese del suo
capo: una poesia encomiastica e d’autore. 3) Le saghe: racconti in prosa più o meno lunghi sulle
vicende familiari e individuali dei coloni islandesi, o sulla vita dei re medievali norvegesi, oppure,
anche, racconti più leggendari e fantastici, meno legati a una cronologia storica e a una cornice
“reale”.
Questo notevole insieme di testi presenta nel suo complesso diversi problemi filologici
aperti, relativi alla loro genesi e al rapporto tra oralità e scrittura. Dobbiamo tenere presente che gli
autori e/o compilatori tanto dell’Edda quanto delle saghe sono ecclesiastici o individui ricchi di
cultura cristiana, che a partire dal XII sec. fino al XIV sec. redigono i loro testi. Se ricordiamo
inoltre i confini temporali dell’epoca vichinga (ca. 800-1050) e della civiltà medievale islandese
(ca. 870-1260), capiamo che i manoscritti sopravvissuti fino a noi sono di epoca tarda, e che si
collocano sul finire, se non addirittura oltre sia l’epopea vichinga sia la grande fioritura
dell’indipendente civiltà islandese (l’Islanda viene sottomessa alla corona norvegese nel 1262). C’è
uno scarto di qualche secolo tra la presunta origine di questi testi e la loro redazione scritta. Che
cosa c’era prima dei codici scritti a noi pervenuti? Quale fu il rapporto tra oralità e scrittura? La
memoria fu così tenace da riuscire a tramandare inalterati i racconti e le poesie per secoli? O i
manoscritti a noi pervenuti sono copie tarde di originali andati perduti? E “quanta” componente
cristiana c’è in questi testi che rappresentano una realtà e una civiltà pagana germanica?
Non è un’esagerazione affermare che la letteratura medievale islandese è la più ricca nell’Europa
dell’epoca. E la sua fioritura ha, al di là di tutte le circostanze storiche, qualcosa di inspiegabile e
quasi miracoloso. Sappiamo che l’Islanda comincia una lunga fase di sottomissione e decadenza a
partire dal XIII-XIV sec. La rinascita nazionale avverrà solo a partire dal XIX e XX sec. Eppure per
ogni islandese di media cultura questi testi e i personaggi che li popolano sono un patrimonio ovvio
e familiare, così come la lingua in cui essi sono scritti si è conservata praticamente immutata: è
l’odierno islandese. Così non sarà invece per la Norvegia, dove il decadimento del XIV e XV sec.
vuole anche dire la progressiva e definitiva perdita del norreno, l’antica lingua della gloriosa
tradizione scritta medievale.
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Medioevo cristiano: stati nazionali forti e rapporto privilegiato tra chiesa, corona e nobiltà.
Contadini e città. Hansa e unione di Kalmar. I primi embrioni di “stati generali”.

Il processo di unificazione e accentramento del potere nei regni di Danimarca, Norvegia e Svezia
avviene, sul finire dell’epoca vichinga, contestualmente alla conversione al cristianesimo. La
persona del singolo re che si converte, poco prima o poco dopo l’anno 1000, fornisce un incipit più
che altro simbolico, perché la conversione effettiva alla nuova fede su tutto il territorio scandinavo è
un processo lento che si completa nel corso di tutto l’XI secolo. Nel X sec. il re Gorm il Vecchio e
suo figlio Harald Gormsson Blåtand (Denteblu) uniscono la Danimarca. Re Harald Blåtand sposta il
centro del regno dalla penisola dello Jylland all’isola di Sjælland, ed è anche colui che si converte al
cristianesimo nel 965. La bellissima pietra di Jelling, con una scritta in caratteri runici su un lato e
l’immagine incisa del Cristo crocifisso sull’altra, è considerata “il battesimo” della nazione danese.
In Norvegia, sono due discendenti di Araldo Bellachioma a cristianizzare e unire il paese: Olav
Tryggvason (995-1000) e il già menzionato Olav Haraldsson il Santo (1015-1030). È Nidaros,
l’odierna Trondheim, il centro del loro regno. In Svezia il re degli Svear Olof Skötkonung si
converte nel 1008, ma dei tre paesi scandinavi la Svezia è il più resistente alla nuova fede, la cui
affermazione richiederà oltre un secolo. A conferma dell’importanza strategica dell’acqua, è la
regione del lago Mälar a costituire il nucleo del regno svedese. Da qui gli Svear sottomettono la
regione più meridionale del Gautaland (oggi Götaland) e così uniscono il regno; il nome attuale
della Svezia, Sverige, deriva dalla contrazione di Svear e rige, cioè “regno degli Svear” (oggi
“regno”: s./n. rike, d. rige). In Islanda è l’Alþingi a sancire nell’anno 1000 il passaggio alla nuova
fede; ma, altrettanto significativamente, tale decisione è spinta e promossa dalla corona norvegese.
Anche in Norvegia, Danimarca e Svezia, però, la decisione di un’assemblea locale può giocare un
ruolo importante per l’introduzione del cristianesimo.
Una volta completata la conversione, l’istituzione monarchica nazionale cresce e si
consolida alleandosi con il potere della chiesa, la quale costituisce una grande forza unificatrice e
organizzatrice sul territorio. La chiesa di Roma esercita a sua volta il proprio influsso in
Scandinavia rafforzando le monarchie. Sulla base di questa alleanza si sviluppano i tre regni
nazionali scandinavi tra il XII e il XIV sec. All’inizio del XII sec. risalgono le prime sedi
arcivescovili della Scandinavia: Lund (oggi in Svezia, ma allora in Danimarca) nel 1104,
Trondheim in Norvegia nel 1152 e infine Uppsala in Svezia nel 1164. In precedenza tutto il Nord
faceva capo all’arcivescovado di Amburgo-Brema, fino ad allora il più settentrionale della
cristianità. Re Olav Haraldsson viene beatificato, e Trondheim diventa meta di pellegrinaggio per i
cristiani scandinavi. È sempre a Trondheim che si costruisce (tra il 1183 e il 1320) il duomo
romanico-gotico che è uno dei maggiori monumenti della Scandinavia medievale. Un’altra
straordinaria testimonianza della cultura cristiana e della fiorente civiltà medievale norvegese sono
le chiese di legno dette stavkirker (“chiesa”: n./d. kirke, s. kyrka), una forma architettonica
assolutamente unica in Europa. L’altro grande duomo romanico (in pietra) della Scandinavia è a
Lund. Simbolo della monarchia nazionale sotto l’egida cristiana sono anche le bandiere nazionali
scandinave e nordiche, che rappresentano tutte una croce. La leggenda vuole ad esempio che la
bandiera danese detta Dannebrog, croce bianca su campo rosso, apparisse in cielo ai danesi durante
la loro crociata di conquista dell’Estonia, nel 1219. Tra il XII e il XIV sec. i tre regni raggiungono
fasi di particolare coesione e forza: con la dinastia dei re Valdemar in Danimarca (ca. 1150-1240),
con il lungo regno di Håkon Håkonsson (1217-63) in Norvegia e con l’inizio della nuova dinastia
dei Folkungar in Svezia (1250-1364). Il vescovo di Roskilde Absalon fonda Copenaghen nel 1167,
quando è re Valdemar I (a questa fase di forte alleanza tra re e vescovo risale anche una
fondamentale opera letteraria e storiografica danese in latino, Gesta Danorum di Saxo
Grammaticus, dell’inizio del 1200). Ed è il re folkungo Birger Jarl a fondare Stoccolma e a iniziare
ad annettere formalmente la Finlandia al regno di Svezia dalla metà del XIII sec., anche questa volta
con una prima crociata di cristianizzazione (1249). Già dal XIII sec., dunque, si delinea una lotta
tra Danimarca e Svezia per la supremazia nel mar Baltico e la conquista dei suoi territori. Guerre e
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scontri per il potere continuano a caratterizzare, beninteso, anche le vicende interne dei singoli
regni. Periodi di coesione e stabilità si alternano ad altri di instabilità e conflitti
Durante tutta questa evoluzione verso monarchie centrali più forti (e verso una struttura
sociale più gerarchica e più simile a quella feudale del resto dell’Europa), le assemblee scandinave
degli uomini liberi, i þing o ting, non scompaiono, anzi continuano a svolgere un’importante
funzione a livello locale, soprattutto in Svezia, fino alle riforme liberal-democratiche del XIX sec.
Ma tali assemblee risultano indebolite e private di più importanti funzioni a livello regionale e
nazionale (anche l’Alþingi islandese, indebolito ed esautorato, continuerà comunque a sopravvivere
fino al XVIII sec.). Con il rito dell’incoronazione del re da parte dell’arcivescovo, che comincia con
i Valdemar in Danimarca e con Håkon Håkonsson in Norvegia, si afferma ad esempio l’idea del
diritto divino del re su quella del contratto sancito dinanzi all’assemblea. Håkon Håkonsson riesce a
imporre l’ereditarietà della corona in Norvegia, estromettendo di fatto i þing. Più resistenza incontra
questo tentativo in Danimarca e Svezia, dove – come vedremo tra poco – il clero e la nobiltà sono i
nuovi poteri forti con cui la corona deve fare i conti. La successione ereditaria tende però di fatto a
imporsi anche in Danimarca e Svezia, dove l’atto dell’elezione, per quanto formale, continuava a
essere richiesto. Nella Svezia del Due- e Trecento l’elezione del re avveniva a Uppsala, al cospetto
dei rappresentanti dei ceti della nazione. Un’altra perdita di potere legislativo subiscono le
assemblee nel momento in cui – anche per l’evolversi della società e dell’economia verso strutture
più vaste e complesse – le leggi cominciano a essere raccolte in codici scritti; la memoria del
lagman non basta più. La Svezia produce il corpus più abbondante di “leggi regionali”,
landskapslagar (s./n. landskap e d. landskab valgono “paesaggio”, ma in s. anche “regione”); il
processo in atto in Norvegia e Svezia tra il XIII e il XIV sec. è quello di produrre anche unitarie
“leggi nazionali”, che emanano dalla persona del re, e non più dall’organo legislativo del þing. La
legge regionale danese dello Jylland, la Jyske Lov del 1241 emanata da Valdemar II, assolve un po’
alla stessa funzione, e si apre con una frase che ancora oggi campeggia sulla neoclassica facciata del
palazzo di giustizia di Copenaghen: Med lov skal land bygges, “con la legge si deve edificare il
paese” – a dimostrazione di quanto il principio della legalità e quello che noi italiani chiamiamo il
“senso dello stato” (evocandolo, perché ne abbiamo poco), sia costitutivo dell’identità degli
scandinavi, e si riferisca, anche questo, a un’eredità antica. La “legge nazionale” norvegese è del
1275 e quella svedese del 1350 circa. È dunque sempre più il re e sempre meno il þing a promulgare
le leggi. L’approvazione data dal þing, se c’è, rimane una formalità.
Costituire una forte monarchia centrale vuole anche dire creare una corte, un corpo di
funzionari e un esercito. La nobiltà assume in questo senso un ruolo sempre più importante in
Scandinavia, e consolida la sua posizione a fianco della corona. In assoluto, se paragonato al resto
dell’Europa feudale, il ceto nobiliare scandinavo non è numeroso. È più forte in Danimarca che in
Svezia, e ancora meno forte in Norvegia. Le prerogative e i privilegi della nobiltà (e in certa misura
anche del clero) cominciano a essere definiti in documenti scritti; il re non può governare da solo,
ma deve tenere conto degli altri interessi forti, si deve alleare con loro (cosa non sempre facile). Nel
1282 si stabilisce che il re danese debba convocare ogni anno un’assemblea legislativa formata dai
nobili. Questa istituzione si chiama Danehof (“corte danese”), dura un secolo e mezzo e non ha un
corrispettivo negli altri paesi scandinavi. Ma nei tre i paesi si va formando l’organo del consiglio
(s./d./n. råd), un organo ristretto attraverso cui la nobiltà e il clero possono influenzare il re o
addirittura (ad esempio negli anni di reggenza per la minore età del monarca) direttamente
governare il paese. Possiamo dire che è il råd, il “consiglio dei ministri”, a rilevare la funzione di
legislazione e di controllo dell’operato del re, che prima spettava al þing. Accanto al potente clero,
dunque, i nobili diventano un altro “blocco sociale” di rilievo, che difende gli interessi comuni (la
proprietà terriera e i privilegi, primo fra tutti l’esenzione dalle tasse) e rappresenta la cultura feudale
e cavalleresca proveniente dall’Europa.
Corona, clero e nobiltà rappresentano complessivamente gli interessi delle classi ricche e
privilegiate. Più loro sono forti, più terre posseggono, più sottomessa e debole è la classe dei
contadini. Già in quest’epoca medievale si delineano aspetti della composizione sociale che
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caratterizzeranno la vita (sociale e istituzionale) di Danimarca, Norvegia e Svezia per secoli, fino in
pratica al XIX secolo. Riassumendo, diremo che i contadini liberi (cioè proprietari) sono più forti e
numerosi in Svezia, ancora abbastanza forti e numerosi in Norvegia, e decisamente più deboli e
sottomessi in Danimarca. Inversamente, la nobiltà danese è tradizionalmente la più forte e quella
norvegese la più debole. Il resto della “torta” è spartito in misura variabile tra corona e chiesa,
poteri comunque forti. Intanto, tra il XIII e il XIV sec. scompare la schiavitù. Una stima della
percentuale di terra posseduta sul finire del medioevo presenta il seguente quadro:

Svezia Norvegia Danimarca


Corona 8% 12% 22%
Clero 20% 50% 33%
Nobiltà 22% 13% 33%
Contadini 50% 25% 12%

Rispetto all’Europa più meridionale, la Scandinavia del medioevo è senz’altro meno urbanizzata, e
nel complesso meno densamente popolata anche nel contado (è così ancora oggi). Si sviluppa
tuttavia in una certa misura nel corso del medioevo una cultura urbana e, potremmo dire,
“comunale”. Il territorio più densamente abitato e più urbanizzato è, da sempre, quello danese,
pianeggiante, poco esteso e non impervio. Come Copenaghen, che cresce e si sviluppa sulla pesca e
il commercio delle aringhe, anche le maggiori città svedesi e norvegesi (Visby, Kalmar, Stoccolma,
Oslo e Bergen) si sviluppano lungo le coste, ma più attraverso l’influsso e l’immigrazione dei
commercianti tedeschi della Hansa che per spinta endogena, come invece avviene in Danimarca
(dove i centri urbani si mostrano più refrattari all’ingresso dell’elemento borghese tedesco). In un
caso come nell’altro, le città – così come nella coeva cultura comunale italiana o tedesca – si dotano
di statuti e leggi, di propri organi di amministrazione e governo e di consigli comunali. Nelle città,
inoltre, si tengono mercati e fiere che radunano tutta la popolazione locale, e che rappresentano
l’evento sociale più importante dell’anno; anche questa poteva essere un’occasione per tenere
assemblee, anche da parte del re e del consiglio, che andavano a “tastare il polso” della situazione.
Sono tutti fattori di innovazione rispetto al þing d’epoca vichinga, un suo superamento verso
organismi e pratiche più rispondenti alle nuove esigenze.
La Hansa è una lega commerciale che fa capo alle città tedesche del nord (in particolare
Lubecca, sul Baltico), e che si espande con successo in tutta l’area baltica, appunto, tra il 1150 e il
1250 ca. Già attorno al 1160 Visby, capoluogo dell’isola di Gotland, posta strategicamente in mezzo
al Baltico, è un’importante, fiorentissima città hanseatica. Oggi Visby antica, interamente circondata
da mura, offre la più straordinaria testimonianza urbanistica di quella fase. Più tardi, a partire dal
XIII sec., tale sviluppo varrà anche per Stoccolma e, sul Mare del Nord, per Bergen. Anche l’area
portuale della città di Bergen, con i caratteristici magazzini in legno, testimonia ancora di questa
permanenza hanseatica. Da questa città i mercanti tedeschi tengono le redini di tutta l’economia
norvegese per qualche secolo, fino ad almeno il XVI sec. (commercio del merluzzo delle Lofoten in
primo luogo, poi legname, bestiame). E se l’Hansa indebolisce gli stati nazionali, agendo da “fattore
di disturbo” dell’organizzazione economica interna, dall’altro dà un incredibile impulso allo
sviluppo delle culture urbane, e immette una notevole quantità di idioma tedesco nelle lingue
scandinave che stanno prendendo forma. Essendo tale influsso tedesco più marcato in Svezia che
non altrove, non è forse un caso che in svedese città si dica stad (cfr tedesco Stadt), mentre in
danese e in norvegese “città” e “cittadina/paese” si indicano con l’unico termine by. In svedese by
esiste, ma vuol dire solo “paese”. Dobbiamo immaginarci le città medievali svedesi con una
popolazione mista, metà tedesca e metà svedese. Si sta formando insomma, accanto ai contadini
numericamente in maggioranza, un limitato ma importante ceto borghese – e questo nuovo “stato”,
o ceto sociale, si va ad aggiungere agli altri tre: nobiltà, clero e contadini.
Il XIV sec. è caratterizzato da una intricata serie di questioni dinastiche, sulle quali non mi
dilungo (le tre corone scandinave sono a più riprese imparentate tra loro), di turbolente lotte interne
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tra corona e nobili, e – forse soprattutto – da un evento tragico che letteralmente dimezza la
popolazione della Scandinavia a metà del secolo, la peste, che fa ingresso dalla Norvegia nel 1349
(n. svartedauden, den svarte døden, s. svarta döden, d. den sorte død; cfr. inglese Black Death). La
peste non fa che prostrare ulteriormente chi, come i contadini, già sopportano tutto il carico fiscale.
Molti liberi contadini perdono le loro proprietà, e diventano braccianti e mezzadri al servizio dei
nobili. I paesi scandinavi – la Danimarca in primo luogo – sentono inoltre di doversi coalizzare per
difendere gli interessi economici nazionali, proteggendoli dal dominio incontrastato dell’Hansa. La
combinazione di tutti questi fattori porterà a un passo politico importante: nel 1397 i tre regni
scandinavi sanciscono nella città svedese di Kalmar la loro unione sotto l’egida danese. È, questo, il
capolavoro politico di una donna, la regina danese Margherita I, figlia dell’ultimo re Valdemar (il
IV). La già scarsa nobiltà norvegese è immiserita dalla peste; il regno di Norvegia non riesce più a
stare in piedi da solo, e già nel 1380 entra nell’orbita della corona danese. Nel 1397, come detto,
anche la Svezia aderisce all’unione, non prima però di avere piegato la lunga resistenza (di nove
anni!) di Stoccolma che, in quanto città con una considerevole componente tedesca, è contraria a
un’unione in funzione anti-Hansa. Tale entità politica è detta appunto Unione di Kalmar. Essa dura
formalmente, tra molti conflitti, strappi e guerre, dal 1397 al 1523, quando la Svezia (che vi ha
sempre partecipato malvolentieri) ne esce definitivamente. Mai più sarà tentata una simile unione
politica tra i paesi scandinavi. La Norvegia, però, inizia nel 1380 una sudditanza alla corona danese
che durerà per oltre quattro secoli, fino al 1814.
Il XV sec., che porta alla grande stagione dell’Umanesimo e del Rinascimento in Italia e in
Europa, è un periodo culturalmente buio per la Scandinavia, lacerata dai conflitti interni
dell’Unione di Kalmar. L’equilibrio tra il potere monarchico centrale, che risiede a Copenaghen, e i
tre consigli (råd) nazionali, formati da nobili e clero, è problematico. Gli interessi locali sono
molteplici e contrastanti. Mentre la Norvegia si piega sotto il dominio danese, la più forte Svezia si
ribella a più riprese. Gli svedesi mal sopportano il potere danese (della corona e dei nobili), che
pretende di governare in Svezia, e oltretutto l’economia svedese (ad es. la già importante industria
mineraria del ferro e del rame) fa buoni affari con i tedeschi. Questo complesso di motivi
nazionalistici ed economici è alla base di una serie di rivolte “anti-danesi”, la più famosa delle quali
è quella guidata dal proprietario di miniere Engelbrekt Engelbrektsson negli anni 1432-36. A questa
rivolta vengono chiamati a collaborare tutte le forze e tutti i ceti della nazione svedese: la nobiltà e
il clero, ma anche i contadini, i minatori e i borghesi. All’epoca della rivolta di Engelbrektsson si fa
tradizionalmente risalire la prima riunione degli “Stati generali” svedesi (1435): quell’assemblea
successivamente chiamata riksmöte o riksdag, “riunione/giornata del regno” (ossia “nazionale”),
che doveva discutere delle questioni vitali per il paese.
Poco importa se “il primo Riksdag svedese” risalga ai giorni di Engelbrektsson o al secolo
successivo (cioè se la chiamata a raccolta del 1435 corrispondesse formalmente a una riunione degli
“Stati generali”: la questione è controversa); ciò che importa è che dal medioevo (tra il XIV e XV
sec.) si comincia a sentire in Scandinavia la necessità del consenso formale dei rappresentanti del
“corpo” della nazione, che si cristallizzano poi in quattro “stati” (s. stånd, ständer; d. stand,
stænder, n. stand, stender): nobiltà (s. d. n. adel), clero (s. präster, n. prester, d. præster), borghesia
(s. borgare, d. n. borgere) e contadini (s. bönder, d. n. bønder). Gli “stati” cominciano a figurare
negli atti legislativi e nei momenti solenni (ad esempio nell’elezione del re svedese già dal XIV
sec.), e di conseguenza si sviluppano anche le forme del loro riunirsi.
A questa tradizione risale l’attuale nome del parlamento svedese, Riksdag. Quanto esplicito
sia il riferimento che l’attuale sistema democratico svedese fa all’antica riunione degli “stati”, è
testimoniato dalle quattro statue sulla facciata dell’edificio del parlamento a Stoccolma, ognuna
rappresentante uno stato (la statua che tutto domina è madre Svea, personificazione e simbolo della
nazione svedese). Un altro esempio: nel 1935 la socialdemocratica Svezia, in un’Europa segnata dal
diffondersi di dittature e totalitarismi, celebrò con orgoglio e nel segno della continuità i
cinquecento anni del proprio Riksdag.
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Questa istituzione si svilupperà anche in Danimarca sempre nel XV sec., ma qui i borghesi
e soprattutto i contadini contano ancora meno. Lla stessa parola ha una tradizione anche in danese:
Rigsdag, che diventerà poi un modo per definire il parlamento bicamerale danese, come vedremo
più avanti.
Ancora una volta: questi embrioni di Riksdag/Rigsdag che prendono forma nel Trecento e
nel Quattrocento non sono “democratici” nel senso che noi oggi attribuiamo al termine; anzi, le
riunioni non avvenivano a intervalli regolari, erano decise dalla corona e dai nobili e spesso
avevano solo un significato formale, ufficiale: l’avallo della “nazione” a nuove tasse! È un dato di
fatto, però, che i rappresentanti dei contadini e dei borghesi siano, già dal XIV/XV sec., parte di una
consulta nazionale, e qui abbiano una qualche voce in capitolo (seppure meno influente rispetto ai
nobili e al clero). La cosa è comunque indice di una qualche forza, di un ruolo istituzionale e sociale
riconosciuto.

Medioevo latino e cristiano

Il maggiore monumento in latino della letteratura scandinava medievale è Gesta Danorum del
danese Saxo Grammaticus (ca. 1140-1210). Saxo è un intellettuale che opera all’interno della
alleanza tra corona e chiesa, che è alla base degli stati medievali scandinavi. Egli lavora infatti come
segretario del vescovo Absalon (il fondatore di Copenaghen) e come ministro del re Valdemar I.
Gesta Danorum è l’opera di tutta una vita, composta da 16 libri che, in un latino prezioso,
raccontano la “storia” della Danimarca dalle origini mitiche e leggendarie (ca. 800 a.C.) fino agli
eventi quasi contemporanei all’autore (1185). L’opera, commissionata da Absalon, riflette nel suo
impianto l’alleanza tra chiesa e corona. Essa culmina con l’affermazione del Regno nazionale e del
Cristianesimo. Il progetto di Saxo è ambizioso: presentare la Danimarca al mondo latino e cristiano;
inserire la “barbara” storia danese nel grande filone della cultura europea; dire: ci siamo anche noi.
Già altre popolazioni germaniche, cristianizzate nel medioevo, avevano prodotto simili origines,
cioè storie nazionali che si inserivano nell’universale storia cristiana: Beda aveva scritto la storia
degli Angli (ca. 730) e Paolo Diacono aveva scritto la storia dei Longobardi (ca. fine del 700).
Similmente a queste, anche Gesta Danorum combina mito, leggenda e cronaca storica. Nei primi 8
libri dominano fatti favolosi e mitologici, e infatti Gesta Danorum è anche una rielaborazione in
latino del patrimonio che abbiamo trovato nell’Edda norrena (anche se non ci sono corrispondenze
esatte). La nascita del Salvatore è nel X libro, e la seconda parte dell’opera tende a diventare più
storica. Siamo ancora di fronte a una complessa compresenza di cultura antico-nordica e di
cristianesimo. La particolarità è che il latino di Saxo non è quello “internazionale” medievale, ma si
rifà direttamente ai modelli della poesia e della prosa latina classica.
La perizia retorica e metrica di Saxo rendeva il suo testo troppo difficile ai contemporanei.
Infatti la fortuna di Gesta Danorum è una storia successiva: appartiene al Cinquecento. Nell’ambito
della cultura umanistica e rinascimentale il latino classico dell’opera può essere apprezzato. La
diffusione avviene grazie all’edizione a stampa prodotta a Parigi nel 1514, su iniziativa
dell’umanista e riformatore danese Christiern Pedersen (anche traduttore in danese della Bibbia). È
così che Gesta Danorum viene conosciuta in tutta Europa. Da questo punto di partenza la storia di
Amleto principe di Danimarca, contenuta tra i libri III e IV di Gesta Danorum, arriva (non si sa se
direttamente in latino o attraverso una traduzione francese) a William Shakespeare, che nel 1600
pubblica The Tragedy of Hamlet. In Gesta Danorum la vicenda del principe che vendica il padre si
esaurisce in una ventina di pagine. E il passaggio da questo scarno scheletro “barbaro” al
capolavoro della letteratura universale è opera del genio shakespeariano. Il passaggio ci illustra
comunque un modo di procedere tipico di Shakespeare, che raramente inventava di sana pianta i
suoi soggetti, ma attingeva da storie già esistenti, di varia provenienza.

La più grande personalità religiosa e culturale del medioevo svedese è una donna: Birgitta, poi
beatificata; dunque: Santa Brigida (1303-1373). È la prima grande visionaria della letteratura
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svedese, ma anche una figura orientata all’azione, a un cristianesimo pratico, all’opera per la
moralizzazione dei costumi nella chiesa. Di origine aristocratiche e imparentata con la stirpe reale
dei Folkungar, si dedica alla vita religiosa dopo essere rimasta vedova, con molti figli, nel 1349. Va
in pellegrinaggio a Roma e vi resta fino alla morte. Qui si prodiga per riportare il papa a Roma
(siamo nel periodo della “cattività avignonese”: 1308-77); per mettere fine alla lunga guerra “dei
cent’anni” tra Francia e Inghilterra (a più riprese, 1337-1453); e, infine, per fondare un proprio
ordine. Le sue visioni mistiche, scritte originariamente in svedese antico, ma andate per lo più
perdute (danno enorme per la cultura svedese), ci sono note attraverso le trascrizioni in latino fatte
dai suoi confessori. L’opera è nota come Revelationes Celeste, e l’edizione a stampa è del 1492.
Birgitta vede Gesù e Maria, parla con loro, ha un filo diretto con l’aldilà; d’altra parte osserva il
mondo contemporaneo e lo critica, attacca i potenti e i corrotti, fuori e dentro la chiesa, ha un
intento morale e civile oltre che religioso.
Birgitta sarà canonizzata nel 1391 e l’ordine brigidino nasce per opera di sua figlia Katarina:
l’Ordine di Santo Salvatore, che è l’originale contributo scandinavo alla cultura monastica
medievale europea. Grande importanza religiosa e culturale riveste il monastero di Vadstena, presso
il lago Vättern, che diventa il grande centro irradiatore di fede e di cultura, e meta dei pellegrini
nordici. Qui si produce una grande quantità di manoscritti, tra cui le traduzioni in svedese di alcuni
libri della Vulgata, la versione ufficiale cattolica in latino della Bibbia. Purtroppo questa ricchezza
culturale sarà devastata dalla Riforma protestante, che sentirà il bisogno di cancellare le tracce del
cattolicesimo in Svezia. Ma la figura di Santa Brigida è un’eredità viva della cultura svedese, anche
se luterana. Diversi scrittori moderni, convertiti al cattolicesimo o meno, torneranno a lei.
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Dalla fine dell’Unione di Kalmar (1523) alla grande guerra del Nord (1700-1721): Riforma
protestante. Formarsi dei moderni stati nazionali di Svezia e Danimarca. Guerre per
l’egemonia nel nord Europa. Corona, potere dei nobili e ruolo degli altri “stati”. L’importanza
del Riksdag in Svezia.

I conflitti tra Danimarca e Svezia continuano, e anzi si inaspriscono nel corso della seconda metà
del XV sec. e nei primi due decenni del XVI, fino alla rottura dell’Unione; ma nel XV sec. si
gettano anche le basi per la nascita dei due moderni stati nazionali. Già dal 1429 la Danimarca
impone alle navi che entrano nel Mar Baltico il dazio di passaggio attraverso il canale dell’Øresund
(in questo momento la Danimarca possiede ancora entrambe le sponde). Questa tassa costituirà per
secoli uno dei principali introiti per le casse dello stato. Sempre in Danimarca inizia con il regno di
Cristiano I (1448-81) la dinastia degli Oldenburg, che durerà per quattro secoli, fino al 1863, e che
dopo Cristiano II porterà a un’alternanza regolare di un re di nome Federico e di un altro di nome
Cristiano (C2°, F1°, C3°, F2° ecc.), una tradizione interrotta solo dall’attuale monarca di
Danimarca, la regina Margrethe II, figlia di Federico IX. L’opposizione svedese alla Danimarca si
coalizza nel 1470 attorno al nobile Sten Sture, che viene nominato re di Svezia; l’Unione di Kalmar
si sta dissolvendo ed è ormai solo formale. In questo periodo di guerre Sten Sture e Cristiano I
trovano però anche il tempo di inaugurare le due prime università scandinave: a Uppsala e a
Copenaghen attorno al 1477.
La formazione degli stati moderni di Svezia e Danimarca passa però soprattutto attraverso la
riforma protestante. L’introduzione del luteranesimo in Scandinavia rappresenta una svolta di vasta
portata e riguarda contemporaneamente vari ambiti: la teologia, la cultura e la lingua, ma anche la
politica, l’economia e l’organizzazione sociale. Il monaco tedesco Martin Lutero da Wittenberg
comincia a rendere pubblica la sua dottrina della fede dal 1517, e nel giro di pochi anni questo
movimento raggiunge i paesi scandinavi, vuoi attraverso predicatori tedeschi che viaggiano al Nord,
vuoi attraverso gli studenti scandinavi presenti a Wittenberg, vuoi, infine, tramite i commercianti
dell’Hansa. La riforma luterana rappresenta, come è noto, una risposta radicale ai fenomeni di
corruzione e degenerazione della chiesa cattolica. Tale risposta non avviene sul piano morale (ossia,
è sbagliato fare compravendita della remissione dei peccati), ma più “a monte”, sul piano della
dottrina: la condotta immorale ha avuto luogo perché si è creduto erroneamente di potere mediare
tra il peccatore e Dio. Per Lutero, invece, il peccatore si può salvare solo grazie alla sua fede, e non
in virtù delle sue “opere”. Così, la “giustificazione per sola fede” taglia potenzialmente fuori tutta la
gerarchia ecclesiale (cattolica) che si interpone tra il credente e il divino; così, l’esigenza di
“autoesame” del singolo di fronte a Dio rende superflua la mediazione del confessionale; così, il
“libero esame dei testi sacri” impone la traduzione della Bibbia nelle lingue volgari e nega il
primato e la “infallibilità” del papa rispetto alla lettura del credente. Per il momento ci interessa
sottolineare qui la ricaduta politica, economica e sociale di tale dottrina della fede che, per così dire,
“mette tra parentesi” la chiesa cattolica romana in quanto istanza mediatrice tra il credente e Dio. Su
tale ruolo di mediazione la chiesa cattolica aveva costruito nel medioevo un grande potere
temporale. Proprio tale potere economico e politico del clero fa gola ai re di Svezia e di Danimarca
nel momento in cui si accingono a dare una struttura più moderna e centralizzata al loro regno. Il
potente clero era diventato un concorrente scomodo; la percentuale di proprietà fondaria posseduta
dal clero sul finire del medioevo in Danimarca, Norvegia e Svezia, indicata nella precedente tabella,
fornisce con la nuda oggettività dei numeri la “fetta” di ricchezza e potere che è in gioco.
L’introduzione del luteranesimo come religione di stato ha un percorso più lineare e rapido
in Svezia, e uno più contrastato in Danimarca-Norvegia. La svolta viene impressa in Svezia dal
nuovo re e uomo forte della nazione, Gustav Vasa, che è anche colui che esce vittorioso dal conflitto
con il re danese Cristiano II e riesce definitivamente a portare la Svezia fuori dell’Unione di Kalmar
tra il 1520 e il 1523. Cristiano II, deciso a imporre il proprio potere sulla ribelle Svezia, fa
giustiziare un elevato numero di nobili a Stoccolma nel 1520, radunati in occasione della sua
incoronazione a re di Svezia. Gustav Vasa, fuggito a tale “massacro di Stoccolma” (Stockholms
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blodbad), organizza la riscossa, sia con aiuti economici da parte dell’Hansa di Lubecca, sia
mobilitando forze nazionali ed eserciti di contadini e minatori (soprattutto della Dalecarlia) contro
“Cristiano il Tiranno”. Nel 1523 Gustav Vasa viene eletto nuovo re di Svezia dai rappresentanti
della nazione riuniti a Strängnäs, sul lago Mälar, e nel 1527 la cosiddetta “Dieta di Västerås” (altra
città sempre sul Mälar) decide l’introduzione del luteranesimo come religione di stato e, fatto più
importante, la confisca da parte della corona di tutti i beni della chiesa. Nel 1523, intanto, anche i
nobili danesi cacciano Cristiano II. Da qui inizia nel paese una fase di guerra civile e lotta per il
potere. Il successivo re Federico I apre al luteranesimo nel 1527, ma senza ancora rompere
definitivamente con la chiesa cattolica. Solo con il nuovo, forte re protestante Cristiano III vengono
approvate nel 1536, dinanzi agli Stati generali, la confisca dei beni della chiesa e l’introduzione del
luteranesimo quale religione di stato. In questo Rigsdag viene anche decisa l’abolizione del råd
(consiglio dei nobili) norvegese, e la Norvegia viene espressamente ridotta al rango di una qualsiasi
altra regione della Danimarca, senza più alcuna specificità nazionale. È questo l’ultimo atto del
processo di sottomissione della Norvegia cominciato nel 1380; lo stesso destino di dipendenza e
sottomissione vale ovviamente anche per Islanda, Groenlandia e Fær Øer. Da qui in avanti e per un
po’ di secoli la scena scandinava sarà dominata dalla Danimarca e dalla Svezia. In Danimarca, così
come in Svezia, il luteranesimo diventa una monolitica e ortodossa chiesa di stato con una posizione
molto forte (seppure non di potere temporale) per almeno tre secoli. Il luteranesimo si diffonde, su
iniziativa danese e con resistenze iniziali, anche in Norvegia e in Islanda; e su iniziativa svedese
prende piede in Finlandia, nonostante la differenza linguistica. Le diverse traduzioni della Bibbia
nelle lingue volgari saranno fondamentali per la capillare penetrazione della nuova dottrina.
Gustav Vasa e Cristiano III danno ai rispettivi paesi alcuni decenni di stabilità e crescita.
Fino a circa il 1560 Svezia e Danimarca non si fanno guerra e si concentrano invece sulla rispettiva
organizzazione interna. Qui possiamo scorgere alcune tendenze simili, ma anche delle differenze,
dettate dal maggiore potere dei nobili in Danimarca e, per contro, dal maggior peso dei contadini
svedesi negli organi nazionali.
Re Gustav Vasa di Svezia rappresenta la figura di un padre fondatore della nazione, un
monarca autoritario e deciso, un drastico padrone e un pragmatico organizzatore e ammistratore.
Vasa si mostra anche abile nella comunicazione e nella retorica di fronte ai suoi sudditi, sia nei
discorsi tenuti alle varie diete e assemblee, sia nelle numerose lettere inviate alla nazione. Queste
lettere raggiungono l’uomo comune, parlandogli direttamente, sia dal pulpito, attraverso il nuovo
clero riformato, oppure tramite il nuovo corpo di funzionari regi attivi sul territorio. Il forte
accentramento del potere operato da Gustav Vasa provoca anche ribellioni e rivolte – perfino da
parte di quegli stessi contadini che lo avevano aiutato contro Cristiano II. Lui sopprime ogni
opposizione senza esitare. Tiene a bada anche gli interessi nobiliari, e le terre confiscate alla chiesa
vanno ad arricchire soprattutto la corona. Con la Riforma – e questo è un dato da tenere ben
presente anche per la Danimarca-Norvegia, per l’Islanda e la Finlandia – il clero perde il suo status
di ceto materialmente potente e privilegiato; esso non fa più parte del råd, del consiglio. I nuovi
sacerdoti protestanti della chiesa di Stato sono in un certo senso paragonabili a dei funzionari del
regno, importanti non solo quali pastori di anime, ma anche per i numerosi compiti amministrativi
sul territorio (l’anagrafe ad esempio, è così ancora oggi) e, forse soprattutto, per l’importante
funzione dell’organizzazione del consenso attraverso il pulpito domenicale: il luteranesimo di stato
promuove così la fedeltà dei sudditi, l’obbedienza e il rispetto dell’autorità. Gustav Vasa è un
“principe” nel senso dell’uomo forte delineato da Machiavelli, ma non è certo un “principe
rinascimentale” in quanto mecenate della cultura. A lui interessa amministrare il regno e controllare
le finanze, organizzare un nuovo esercito nazionale in grado di non dipendere dai mercenari;
sviluppare le infrastrutture, l’agricoltura, i commerci con l’estero e la fiorente industria del ferro e
del rame, che vengono estratti ed esportati.
Nell’organizzazione dello stato svedese che prende corpo a partire dal XVI sec., l’assemblea
che raduna gli “stati generali”, il Riksdag, acquista un ruolo sempre più riconosciuto e
istituzionalmente definito. E se qui il ceto borghese non è particolarmente forte, dato il peso nel
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complesso ancora scarso delle città svedesi (e la stessa cosa vale per la Danimarca-Norvegia), il
ceto dei contadini (proprietari) ottiene un ruolo che non trova un corrispettivo né in Danimarca, né
negli altri nascenti grandi stati moderni d’Europa, i quali per altro conoscono un simile sviluppo
verso forti monarchie centralizzate. La decisiva “Dieta di Västerås” del 1527, che nella storiografia
svedese si chiama comunemente Västerås Riksdag (anche se allora non portava quel nome), si
caratterizza anche per la presenza riconosciuta dei contadini (che sono pur sempre i proprietari di
metà delle terre svedesi) accanto alla nobiltà (sempre, naturalmente, il ceto più potente, quello che
assieme al re ha in mano le redini dell’economia e della politica), al clero (con le nuove funzioni
descritte sopra) e alla borghesia. E così sarà anche per i numerosi Riksdagar che verranno convocati
sempre più regolarmente a partire dal 1560 (quando muore il padre-padrone Gustav Vasa) e per
tutta l’età moderna. Nel 1544 il re decide in accordo con il Riksdag di rendere ereditaria e non più
elettiva la corona di Svezia. Se questo permetterebbe ai futuri re, in linea teorica, di non dovere più
“rendere conto” ai nobili e agli altri stati, ad esempio redigendo una “carta” o “promessa” o
“dichiarazione di intenti” al momento della loro ascesa al trono, d’altra parte il Riksdag viene
definitivamente riconosciuto quale terzo organo consultivo-legislativo dello stato, accanto al kung e
al råd dei nobili. E di fatto, spesso il re svedese che sale al trono redige comunque una “carta”
legislativa (il suo nome tecnico è (kunga)försäkran, ossia “assicurazione”, “promessa”). Tale ruolo
del Riksdag crescerà e si definirà ancora nel corso del Seicento, ma la linea del suo sviluppo è
tracciata già ora.
In Danimarca Cristiano III introduce la riforma ed espropria i beni ecclesiali, come detto,
non prima del 1536. In precedenza, sia Cristiano II sia Federico I si erano mostrati interessati al
luteranesimo, e tolleranti, ma non così anticattolici. In occasione del Rigsdag del 1536, dove
comunque sono presenti i quattro stati, il re conferma i privilegi della potente nobiltà danese e, anzi,
apre a quella classe la possibilità di sfruttamento economico sia degli ex terreni della chiesa sia dei
territori della Norvegia, ormai sottomessa al rango di provincia danese. Anche durante il lungo
regno di Cristiano III (che muore nel 1559) – così come in quello di Gustav Vasa in Svezia – la
Danimarca migliora l’economia, i commerci, le esportazioni, le infrastrutture e l’amministrazione;
la Danimarca si specializza da subito quale produttore ed esportatore di prodotti agricoli (cereali e
bestiame) e ittici (aringhe), mentre viene sfruttato, sempre per l’esportazione, il grande “serbatoio”
di materie prime della Norvegia: merluzzo, aringhe e legname. La differenza rispetto alla Svezia è
che in Danimarca l’alleanza tra corona e nobiltà rappresenta un blocco sociale ancora più coeso,
dominante e privilegiato. Mentre i nobili e la corona si arricchiscono, le condizioni dei contadini
sono spesso di miseria e asservimento. Di fatto è solo in Danimarca, e non in Svezia, e nemmeno in
Norvegia, che si sviluppano nell’età moderna forme di vera e propria servitù della gleba, dove i
nobili proprietari terrieri possono avere un potere di vita o di morte su una massa di lavoratori della
terra non liberi di muoversi. Pochi sono in percentuale i contadini proprietari in Danimarca, che
pure rappresentano a quest’epoca circa il 75% della popolazione totale. I nobili, meno di 2000
individui, possiedono metà di tutta la terra. La differenza nei rapporti di forze tra classi sociali in
Svezia e in Danimarca si riflette anche sullo sviluppo dell’istituzione del Riksdag/Rigsdag, che in
Danimarca si presenta più debole e occasionale, meno strutturato, e con un peso trascurabile dei
borghesi e dei contadini. Di fatto dopo il 1536 il Rigsdag danese non sarà convocato per tutto il
secolo, e ricomparirà solo nei primi anni del Seicento.
Nonostante la sottomissione politica, la distanza geografica permette ai contadini norvegesi
una maggiore libertà (e una maggiore proprietà delle terre). La debolezza della nobiltà norvegese è
anche un riflesso della conformazione del territorio: non essendoci pianure degne di tal nome, non
ci sono grandi latifondi ma, piuttosto, molti piccoli contadini indipendenti.

L’importanza della Riforma

In assenza dei fermenti dell’Umanesimo e del Rinascimento, in Scandinavia è la Riforma luterana


l’evento culturale fondamentale, sia per quanto riguarda l’evoluzione della lingua e della letteratura,
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sia per quel che possiamo definire “la visione del mondo”. Dei precetti di Lutero qui conta
sottolineare il libero esame dei testi sacri, perché questo implica la traduzione in volgare, in termini
semplici e comprensibili alla gente comune, della parola di Dio. Lutero espone queste idee nella sua
Lettera sulla traduzione (Sendbrief vom Dolmetschen) e traduce egli stesso in tedesco il Nuovo
Testamento (1522) e l’Antico Testamento (1534).
Sappiamo dalla storia che la Riforma è introdotta nei paesi scandinavi pochi anni dopo la
svolta di Lutero in Germania. La stessa rapidità di ricezione vale per le traduzioni della Bibbia. Le
Bibbie danese e svedese sono monumenti linguistici e letterari, per secoli la base della lingua scritta
e il punto d’inizio delle due lingue moderne. In Danimarca il Nuovo Testamento è pubblicato nel
1524 e la Bibbia completa (“di Cristiano III”) nel 1550. In Svezia il Nuovo Testamento appare nel
1526, mentre la Bibbia completa (“di Gustavo Vasa”) è del 1541. Alla loro rapida e capillare
diffusione contribuisce poi la stampa coi caratteri mobili, di recente invenzione. Per queste
traduzioni gli umanisti e riformatori lavorano in gruppo. Tra questi, due figure di spicco sono il
danese Christiern Pedersen (colui che fa anche stampare Gesta Danorum di Saxo Grammaticus) e lo
svedese Olaus Petri. Le fonti su cui i traduttori scandinavi si basano per la loro versione sono la
nuova traduzione tedesca di Lutero, la Vulgata latina, ma anche l’edizione greca del Nuovo
Testamento (con nuova traduzione latina) di Erasmo da Rotterdam, il quale dimostra
l’inattendibilità di alcuni passi della Vulgata.
Il precetto luterano della traduzione della Bibbia in un idioma comprensibile vale anche per i
territori dominati dai due nascenti stati moderni di Danimarca e Svezia. Tra il Cinque- e il Seicento
la Bibbia viene tradotta sia in finnico sia in islandese. L’unico paese che non ha una “sua”
traduzione della Bibbia è la Norvegia, che non ha in effetti più neanche una vera e propria lingua
scritta, e che dunque adotta il danese. Se la Bibbia è il fondamento della lingua scritta, e dunque
della letteratura, questo ha conseguenze capitali per la Norvegia da allora fino a oggi.
Lo scrittore romantico inglese William Blake ha definito la Bibbia “il Grande Codice della
letteratura”. Questo è più che mai vero per la Scandinavia. La Bibbia entra da subito in ogni casa e
in ogni chiesa. È il Libro, la fonte della fede in Dio e della legge morale, ma anche un inesauribile
tesoro di racconti, con i quali la cultura luterana scandinava sviluppa un rapporto intimo. Le società
contadine scandinave formeranno per secoli il loro immaginario su un Grande Codice letto e riletto.
Tale traccia è indelebile in tutta la letteratura scandinava, anche in quella contemporanea, e anche
quella scritta da atei dichiarati. La Bibbia si legge nelle lunghe notti invernali, e diventa racconto
che genera racconto, passando di generazione in generazione. Noi italiani “mediamente cattolici”
dobbiamo pensarci, perché per noi tale prospettiva non è affatto ovvia. La Controriforma proibì la
Bibbia in italiano, e per superare la messa in latino si è atteso fino al Concilio Vaticano II di papa
Giovanni XXIII (1962). Dunque la Bibbia è piuttosto assente nella letteratura italiana, anche se ha
naturalmente una notevole presenza nella nostre arti figurative (si può dire che da noi la narrazione
biblica, inaccessibile a molti proprio perché in latino, venne riccamente e meravigliosamente offerta
sul piano iconografico). Cultura, arte e letteratura dei paesi scandinavi non si comprendono se non
si considera il Grande Codice. “Introspezione” è una parola chiave delle letterature scandinave.
Certo, ci sono le grandi distanze che favoriscono la solitudine e il silenzio; ma ci sono anche il
luterano autoesame, l’assiduo confronto (o corpo a corpo) con Dio e con il Verbo. L’arte moderna
fisserà spesso le immagini del Dio come assenza e silenzio, di un Dio cercato e non trovato (si pensi
ai film di Ingmar Bergman). E anche questa tensione irrisolta non si capisce senza il Luteranesimo,
che certamente è introdotto per motivi di opportunità politica ed economica, ma che per secoli
permeerà la vita culturale del Nord. Se dunque il Cinquecento è di per sé un periodo piuttosto buio
per la cultura scandinava, in questo secolo si pongono tuttavia le basi di un suo tratto distintivo.
La figura più rappresentativa del buio culturale è forse proprio il re svedese Gustav Vasa,
che mostra totale disprezzo e disinteresse per la cultura e per l’arte, soprattutto per quella cattolica
medievale, che fa distruggere. I codici di Vadstena sono utilizzati come copertine dei libri contabili;
gli affreschi delle chiese vengono ricoperti di calce bianca (così sparisce, o quasi, quella modalità di
racconto biblico, che noi abbiamo preservato): la perdita è inestimabile. Per Gustav Vasa la
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“cultura” utile è la formazione dei funzionari del suo regno, che lui dirige con pugno di ferro. Per
ironia della sorte, uno dei documenti letterari più interessanti del Cinquecento svedese sono proprio
le lettere scritte dal re ai suo sudditi (il re raggiunge il suo auditorio attraverso i funzionari civili e,
soprattutto, quelli religiosi, i pastori, durante la messa domenicale: un uso ante litteram dei mass
media, si potrebbe dire). In queste lettere appare la proverbiale eloquenza del re, il suo tono
personale e drastico, duro e permaloso al tempo stesso. Un padre-padrone.

Con la scomparsa di Gustav Vasa e Cristiano III finisce, nel 1560, anche la tregua tra Svezia e
Danimarca. Fatta eccezione per qualche periodo di pace più o meno lungo, sarà la guerra a
caratterizzare la storia del Nord Europa tra gli ultimi decenni del Cinquecento, per tutto il Seicento
e fino ai primi due decenni del Settecento. Per queste guerre cruente la popolazione civile e le
truppe pagheranno un prezzo altissimo; ciò non impedirà né alla trionfante Svezia né alla sconfitta
Danimarca di arricchirsi (e saranno soprattutto i signori nobili ad arricchirsi) e di rafforzarsi
internamente dal punto di vista sia organizzativo-amministrativo, sia economico. La rivalità tra
Danimarca e Svezia riguarda la supremazia economica e commerciale nell’area baltica. Ed è la
Svezia, come già detto, a ottenere vittorie militari sempre più importanti, a crescere fino a diventare
una temibile “macchina da guerra” e una grande potenza europea. Nonostante la successione a
Gustav Vasa sia caratterizzata da turbolente vicende interne, che portano tre dei suoi quattro figli
maschi a diventare re l’uno dopo l’altro (con relativi scontri tra re e fazioni nobiliari avverse), la
Svezia inizia proprio in questo scorcio finale del Cinquecento ad allargarsi e conquistare territori sul
Baltico, e a rafforzarsi a spese dei suoi concorrenti Danimarca, Polonia e Russia. L’apice del
cosiddetto stormakt svedese (“grande potenza”; s./n. makt e d. magt valgono “forza”/”potere”) si
colloca tra il 1630 e il 1660, dalla vittoriosa partecipazione alla Guerra dei Trent’anni (un conflitto
che devasta l’Europa centrale e soprattutto la Germania dal 1618 al 1648) ai ripetuti, terrificanti
assalti svedesi alla Danimarca e a Copenaghen (1657-59), che portano alla definitiva conquista della
Scania e delle regioni limitrofe (sancita dalla Pace di Roskilde del 1658), e che per qualche anno
minacciano la sopravvivenza stessa dello stato danese. Uno sguardo alla cartina della Svezia nel
1660 mostra un Mar Baltico diventato una specie di mare nostrum svedese: fanno parte dell’impero
le coste della Svezia propriamente detta, della Finlandia, della Carelia e Ingermanland (dove poi
sorgerà San Pietroburgo), degli odierni paesi baltici Estonia e Lettonia, inoltre i territori tedeschi
della Pomerania, e anche i territori attorno a Brema, sul Mare del Nord. Per un paio di anni, dal
1658 al 1660, la Svezia avrà anche la regione di Trondheim in Norvegia; poi questa sarà restituita
alla Danimarca. Le province meridionali tolte alla Danimarca hanno l’effetto di “allontanare” la
Norvegia dalla madre patria danese o, detta in altri termini, di interrompere la striscia di territorio
continuo sotto la giurisdizione danese. Ora una delle due sponde dell’Øresund (od Öresund) è
svedese: la Danimarca continuerà a riscuotere il suo vitale dazio d’ingresso nel Baltico, ma le navi
svedesi saranno dispensate dal pagamento.
Che cosa rende la Svezia tanto forte? Un’incredibile coesione e organizzazione interna, i cui
attori istituzionali sono il già noto trio: corona, råd dei nobili e Riksdag dei quattro stati riuniti.
Nonostante in Svezia si susseguano nel Seicento una serie di figure molto forti di monarca – dal
quarto figlio di Gustav Vasa, Carlo IX, a suo figlio Gustavo II Adolfo, eroe della Guerra dei
Trent’anni, poi alla regina Cristina, a Carlo X Gustavo e fino a Carlo XI, questo non impedisce mai
al råd e al Riksdag di giocare il loro ruolo istituzionale, che può variare, essere più o meno forte, ma
mai accessorio. A parte la grande coscienza nazionale e il patriottismo che si sviluppano nel secolo
dello stormakt, ai nobili interessa allearsi con un potere militare regio che permette conquiste,
bottini, terreni e titoli nobiliari. In questo senso possiamo vedere la stretta collaborazione tra re
Gustavo II Adolfo (che schieratosi sul fronte protestante nella Guerra dei Trent’anni sbaraglia gli
avversari, ma che perisce anche in battaglia nel 1632) e il nobile Axel Oxenstierna, l’”eminenza
grigia” della Svezia. E anche il Riksdag appoggia la politica estera dello stato, perché il clero “vede
bene” la guerra di religione della giusta dottrina luterana contro l’errore cattolico, e perché
l’espansione territoriale favorisce l’economia in generale. Anche i rappresentanti dei contadini
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appoggiano le guerre, sebbene il potente, disciplinato e bene armato esercito svedese sia formato dai
figli di contadini, attraverso un sempre più efficiente sistema di arruolamento nazionale, che
permette agli svedesi di non dipendere dai mercenari. L’organizzazione della “macchina
burocratica” svedese porta nel Seicento all’istituzione dei primi ministeri o dipartimenti, diretti da
nobili appartenenti al råd, e del crescere di una nobiltà fatta non più (solo) di proprietari terrieri e
capi militari, ma anche di burocrati e funzionari che devono “tenere assieme” quel vasto impero,
connettendo la periferia con il centro. Il sistema di prelievo fiscale viene perfezionato; in tutto il
paese è in atto una grande modernizzazione. Sulla costa occidentale da poco strappata alla
Danimarca viene fondata la città di Göteborg, che presto diventerà un importante porto. Per
diffondere la cultura svedese nei territori conquistati o più periferici si fondano altre tre università
oltre a Uppsala: a Dorpat in Estonia nel 1632 (oggi Tartu), a Åbo in Finlandia nel 1640 (Turku in
finlandese) e a Lund (ex danese) nel 1668.
Insomma, quello che vediamo dal 1560 e per tutto il Seicento è una posizione di forza del
Riksdag svedese all’interno di una monarchia forte. I “quattro stati” sono sempre più organizzati,
riconosciuti e parte del gioco politico-istituzionale. Il re ha bisogno dell’appoggio del Riksdag, sia
per il significato simbolico e formale del “consenso della nazione” alle decisioni da prendere, ma
anche per il potere effettivo del Riksdag, le cui prerogative non possono essere scavalcate
facilmente. Per ciò che riguarda la tassazione e la politica fiscale, ad esempio, l’approvazione dei
quattro stati ci vuole. Il re, inoltre, può in certe fasi della vita politica usare il peso dei tre stati
minori del Riksdag contro le richieste dei nobili. Questo tipo di Riksdag, è bene sottolinearlo, non è
certo “espressione della volontà del popolo”, e non è tantomeno l’organo di uno “stato
democratico”. Ricordiamo: 1) che sono sempre i rappresentanti dei ceti dominanti, ovvero i nobili, a
dirigere, con il råd, la politica dello stato e a controllare più efficacemente le mosse del re; 2) che i
borghesi e i contadini rappresentati nel Riksdag sono solo i proprietari, e che dunque una parte
vasta della popolazione attiva (mezzadri, artigiani, braccianti e naturalmente tutte le donne) è
esclusa da ogni partecipazione; 3) che i rappresentanti da mandare al Riksdag vengono scelti da
ogni stato con modalità diverse, senza elezioni ufficiali o un unico criterio. Ma è altrettanto
importante sottolineare che il Riksdag diventa, tra il Cinque- e il Seicento, uno dei tre perni del
gioco politico-istituzionale, e che la monarchia svedese si fonda già a partire da questa fase su un
confronto a tre. Quando Gustavo II Adolfo diventa re nel 1611, la sua “promessa” contiene il primo
riconoscimento formale del råd e del Riksdag, il cui assenso è necessario nell’attività legislativa,
soprattutto nella legge finanziaria e nel controllo delle tasse. Qualche anno dopo, nel 1617, compare
anche un primo regolamento scritto sulle modalità e i tempi di riunione dei quattro stati del Riksdag.
Nel 1634 viene redatta in Svezia, con la regia di Oxenstierna, la prima costituzione scritta, che in 65
punti definisce i compiti e le prerogative del råd e del Riksdag. Il råd è formato da 25 nobili, e
cinque di questi formano una specie di consiglio ristretto. Essi sono a capo dei nuovi ministeri,
detengono col re il potere esecutivo e formano un chiaro embrione di ciò che, nei secoli, diventerà il
“consiglio dei ministri”.
Nel 1654 accade un altro evento importante nella storia svedese. Dopo dieci anni di regno, la
regina Cristina, figlia di Gustavo II Adolfo e la più colta e rinascimentale dei regnanti svedesi, si
converte al cattolicesimo e abdica per trasferirsi a Roma. La cerimonia dell’abdicazione in favore
del cugino Carlo X Gustavo avviene solennemente di fronte agli Stati generali riuniti. Il disegno a
inchiostro di un testimone oculare, Erik Dahlbergh, ci dà un’idea del tipo di assemblea in questione
(e vediamo dunque non una ricostruzione storica fatta a posteriori, ma una rappresentazione
pressoché “in diretta”!).
Dopo Cristiano III, la Danimarca di Federico II combatte con la Svezia la lunga guerra dei
sette anni (1563-70), con cui ha avvio il dominio svedese nel Baltico; ma intanto a Helsingør in
Danimarca si costruisce il castello di Kronborg (quello “di Amleto” a Elsinore), connesso alla
riscossione del dazio per il passaggio delle navi nell’Øresund, vera miniera d’oro per le casse
statali. Sono due fatti che “fotografano” la situazione della Danimarca, sconfitta a più riprese dalla
più potente Svezia, e tuttavia prospera e ben organizzata. Nel 1588 diventa re il giovanissimo
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Cristiano IV, che dà vita a uno dei regni più lunghi della Danimarca, fino al 1648. Cristiano IV è
un’altra figura di padre fondatore della nazione, un monarca che segna un’epoca. Nelle guerre
contro la Svezia egli è sempre destinato a perdere. Anche la partecipazione della Danimarca alla
Guerra dei Trent’Anni, che precede l’ingresso degli svedesi nello stesso conflitto, si rivela un
fiasco. Le sue guerre arricchiscono solo la nobiltà ed espongono la nazione ai saccheggi dei nemici,
a enormi sofferenze per la popolazione civile e anche al collasso finanziario. Ma ciò nonostante,
nella coscienza danese Cristiano IV occupa un posto tutto particolare. La sua epoca è vista
soprattutto per la lunga prosperità, per l’ambizione di fare della Danimarca uno splendido regno del
Nord; per il grande dinamismo e la modernizzazione del paese. Da vero principe rinascimentale,
Cristiano dà enorme impulso allo sviluppo urbano nel suo regno, e tutti i progetti che partono in
quest’epoca portano il suo nome: Copenaghen raddoppia la sua superficie e un altro nuovo quartiere
della città, sul mare, si chiama Christianshavn (“porto di Cristiano”; per “porto” d./n. havn, s.
hamn). Poi Cristiano avvia il progetto della nuova città norvegese di Christiania, sorta presso
l’antica Oslo di origine vichinga, ormai bruciata dall’ennesimo grande incendio; d’ora in avanti, e
fino al 1925, Oslo si chiamerà Christiania (Kristiania dal 1870 circa). Infine vengono fondate altre
città che prendono il nome da Cristiano: Christiansand nella Norvegia meridionale e Christianstad
in Scania. Sempre Cristiano IV avvia la costruzione di una grande flotta e di diverse fortezze; a dare
impulso alle compagnie commerciali delle Indie orientali e occidentali e ai viaggi di spedizione. A
uno di questi viaggi – la ricerca del “passaggio a nord-ovest” verso il Pacifico, ossia a nord del
Canada – è dedicato il bel romanzo storico Il capitano Jens Munk (1965, ed. it. Iperborea 2000)
dello scrittore danese Thorkild Hansen.
Ma il Seicento, così come il Cinquecento, è caratterizzato in Danimarca dallo strapotere dei
nobili, i quali, come in Svezia, si arricchiscono ulteriormente con le campagne militari, mentre il
territorio danese è devastato dalle guerre, il cui peso ricade interamente sulla gente comune, in
campagna come nelle città. Anche il debito di guerra e le spese della ricostruzione sono a carico
delle città e delle campagne, essendo i nobili esentati dalle tasse. Questo quadro implica anche, sul
piano politico-istituzionale, una scarsa, per non dire insignificante presenza del Rigsdag: il clero
assolve diligentemente al suo compito religioso-educativo-amministrativo all’interno dello stato,
mentre troppo deboli sono borghesi e contadini per portare avanti le loro istanze. Il Rigsdag
mantiene semmai il suo ruolo simbolico: cerimoniale di un radunarsi della “nazione” per dire sì a
decisioni già prese dal re e dai nobili.
Eppure le disastrose campagne belliche portano molto malcontento nel paese. Sia durante
l’invasione dello Jylland da parte delle truppe imperiali durante la Guerra dei Trent’anni (tra il 1627
e il 1629), sia durante i ripetuti assalti e assedi svedesi alla città di Copenaghen tra il 1657 e il 1659,
i nobili e il clero se la svignano, lasciando il campo agli invasori. L’eroica difesa della città di
Copenaghen, che assieme al suo re Federico III resiste all’assedio salvando in pratica la Danimarca
tutta, porta a una grande coalizione del re e degli stati “minori” contro il potere nobiliare. A re
Federico III si deve la riforma dello stato in senso assolutista, che viene inaugurata nel 1660, alla
fine delle devastazioni. Questo stato assoluto si chiama in danese enevælde (letteralmente “potere di
uno solo”, n. enevelde, s. envälde), e costituirà da qui al 1848 la cornice istituzionale dello stato
danese. Con l’assolutismo la monarchia diventa ereditaria e riduce (ma non per molto) il potere dei
nobili e del råd, senza per altro accrescere quello del Rigsdag. Di fatto questa riforma vuole anche
dire la fine del Rigsdag, non più convocato per quasi due secoli. Eppure i rappresentanti del clero,
della borghesia e dei contadini sostengono nel 1660 la riforma verso uno stato dove il re governa
per diritto sovrano e assoluto; questo assetto appare loro una garanzia contro i soprusi dei nobili.
Ciò è in parte vero; in Norvegia, ad esempio, l’assolutismo porta a un minore dominio dei
proprietari terrieri danesi, e in tutto lo stato danese si sviluppa una classe di funzionari regi, che
spesso si mostrano più vicini alle esigenze della periferia del regno. All’interno di questo stato
“piramidale” e gerarchico si spera di potere edificare una società moderna, ordinata e bene
amministrata. La cosa in parte riesce, ad esempio nel 1683 re Cristiano V pubblica un un nuovo
codice di leggi, che “mettono ordine” in ambito giuridico e contengono già elementi di legislazione
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“illuminata”. Un simile codice è approvato per la Norvegia nel 1687. Ma presto la corte e i nobili si
riprenderanno il potere solo provvisoriamente perduto. La Danimarca resta comunque il paese
scandinavo con il più forte squilibrio tra ricchi e poveri, dove la grande massa della popolazione è
fatta di sudditi senza diritti.
Una simile evoluzione verso l’assolutismo si verifica in Svezia, un paio di decenni più tardi,
sotto il regno di Carlo XI. Le cause sono simili a quelle descritte per la Danimarca, anche se la
situazione svedese è più stabile (si è reduci da grandi vittorie e non da sconfitte). La nobiltà svedese
si è enormemente arricchita durante le campagne di guerra in Europa e con tutte le nuove terre
conquistate. La vita di corte, specialmente con Cristina, è intensa e sfarzosa. Poiché la nobiltà è
sempre una categoria esentasse, a un certo punto i conti dello stato non tornano più (anche perché i
costi della guerra sono sempre elevati). Bisogna ridurre il potere dei nobili; la corona deve
espropriare una parte dei terreni donati alla nobiltà. Anche in Svezia si parla allora di envälde – di
assolutismo – ma la riforma più specifica prende qui il nome di reduktion: è la “riduzione”/confisca
dei terreni dei nobili da parte della corona, avviata – anche qui con il pieno assenso dei tre stati
“minori” – nel 1680; i terreni nelle mani dei nobili passano così da due terzi a un terzo del totale. Il
råd e il Riksdag, continuano a esistere, ma con poteri più limitati, più consultivi che effettivi. In
Svezia, così come in Danimarca, questi ultimi decenni del Seicento sono un periodo di ulteriore
crescita economica e di organizzazione interna. Le strutture burocratiche e amministrative degli stati
si consolidano nell’ambito dei nuovi regni assolutistici.
Ma questo secolo e mezzo di guerre tra Svezia e Danimarca si deve ancora concludere.
Manca l’apoteosi, al tempo stesso grandiosa e totalmente folle, del “re guerriero” svedese, quel
Carlo XII che imperversa per i campi di battaglia della “Grande guerra del Nord”. Il quindicenne
Carlo, diventato re nel 1697, forma un esercito fortissimo e muove guerra ai tre concorrenti
dell’area baltica: Danimarca, Russia e Polonia. Sbaraglia tutti tra il 1700 e il 1706 con “guerre
lampo” e rapidi spostamenti. La Danimarca è per la verità sconfitta e “archiviata” subito. Carlo,
grande condottiero ma pessimo politico, non sa capitalizzare le vittorie sul campo. Mentre i grandi
stati gli fanno la corte, pronti a concedergli alleanze e un posto di rilievo in Europa, Carlo decide
invece di intraprendere l’impresa impossibile: invadere e conquistare la Russia. La disfatta dello
stremato esercito svedese arriva a Poltava, in Ucraina, nel 1709. Da qui al 1715 Carlo XII vaga
esiliato per la Turchia e per l’Europa, nel vano tentativo di ritornare in patria, riorganizzare
l’esercito e riprendere a fare la guerra. Nel 1718 finalmente rientra, e muove guerra contro la
Norvegia. Viene ucciso da una pallottola alla testa, non si sa ancora se sparata dai nemici o da un
complotto interno. Con l’assurda epopea di Carlo XII (ovviamente egli è da sempre l’eroe di tutti i
nazionalisti svedesi più accesi, fino agli odierni naziskin) si conclude la Grande guerra del Nord.
Con gli accordi di pace del 1721 la Svezia ha già perso una bella fetta del suo impero baltico: tutti i
territori costieri a est e a sud della Finlandia sono andati alla Russia, che ha fondato San Pietroburgo
nel 1703 (su territorio ufficialmente ancora svedese!), e che si accinge a minacciare sempre più
seriamente la Finlandia. E la Svezia deve tornare a pagare il dazio d’ingresso nel Baltico alla
Danimarca.
Non è un caso che durante il regno (si fa per dire) di Carlo XII il Riksdag non venga
convocato neanche una volta. Carlo si incorona (da solo) davanti al Riksdag, poi parte per le guerre.
Il Riksdag si autoconvoca nel 1715 per decidere che cosa fare, ma il re lo ignora. Con la caduta di
Carlo XII, però, una Svezia stanca di guerra, re forti e stormakt, e già parzialmente ridimensionata,
si sveglia dall’ubriacatura. Proprio dalla reazione contro il “re forte” parte un cinquantennio di
interessante (e piuttosto unico) esperimento di governo parlamentare, che nella storiografia svedese
si chiama frihetstid, “periodo della libertà” (1719-1772) (“libertà” s./n. frihet e d. frihed). Il resto
del Settecento sarà, sia per l’assolutista Danimarca sia per la parlamentare Svezia, un periodo di
pace e crescita interna.

Alla ricerca del blasone antico


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Se la guerra caratterizza i rapporti tra Svezia e Danimarca dagli ultimi decenni del Cinquecento fino
ai primi del Settecento, anche in campo culturale i due stati scandinavi sono in competizione. Il
bisogno di legittimarsi attraverso le antiche tradizioni culturali dirige la loro attenzione sui tesori
“interni” da riscoprire: la scrittura runica dei vichinghi e la letteratura norrena dell’Islanda
medievale. Nel Seicento Svezia e Danimarca gareggiano ad accaparrarsi manoscritti e
testimonianze dell’antichità scandinava: è l’età delle cosiddette “riesumazioni antiquarie” e di un
nuovo, decisivo impulso per gli studi filologici e archeologici. La ricerca porta al ritrovamento di
molti manoscritti (tra cui il Codex Regius dell’Edda poetica nel 1643), che vanno ad arricchire le
collezioni delle biblioteche reali di Copenaghen e Stoccolma. Comincia lo studio scientifico delle
rune. Vengono tradotte e pubblicate molte saghe ed escono le prime edizioni a stampa dell’Edda di
Snorri (1665) e dell’Edda poetica (1673).
Ma non dimentichiamo il “goticismo” svedese: un fenomeno di storiografia patriottica che
prende piede nel Cinquecento e ha la propria apoteosi nel Seicento: dalla fondazione dello stato
svedese moderno, quindi, fino all’epoca dello stormakt. Secondo il goticismo, gli svedesi sono i
discendenti dei goti, antica popolazione germanica dell’Europa sud-orientale, inizialmente stanziata
sulle coste baltiche della Polonia, ma che secondo un’ipotesi storica proverrebbe ancora prima dalla
Svezia (a sostegno dell’ipotesi ci sono anche alcuni toponimi svedesi: Götaland, Gotland). Nel
1648, alla fine della Guerra dei Trent’anni, le truppe svedesi saccheggiano Praga e si impossessano
del Codex Argenteus che lì è custodito. Si tratta di un prezioso manoscritto del V o VI sec.,
contenente parti della Bibbia tradotta in gotico dal vescovo Wulfila nel IV sec. Dopo varie
vicissitudini il Codex Argenteus va a finire a Uppsala, dove è custodito ancora oggi (visitabile alla
biblioteca Carolina Rediviva). Ne restano 188 fogli su un originale di 336, e si chiama così perché
ha caratteri argentati (o dorati) su fogli di pergamena purpurea. Per l’ideologia goticista non è male
impossessarsi del maggior monumento di quella lingua germanica estinta: il gotico ritorna alla sua
presunta culla d’origine, la Svezia.
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Il XVIII secolo della pace e del progresso tra parlamentarismo e assolutismo

Dalla fine della Grande guerra del Nord, Danimarca e Svezia godono di un lungo periodo di pace,
durante il quale entrambe le nazioni segnano costanti progressi in campo economico e commerciale,
in campo scientifico e tecnologico e in quello sociale. La Scandinavia del Settecento partecipa
pienamente al vasto movimento europeo di idee e riforme che va sotto il nome di illuminismo. Alla
luce della ragione si cerca l’utile e il progresso: l’illuminismo è così un momento decisivo di lancio
del “progetto moderno” dell’Occidente. In Scandinavia esso lascia tracce senza le quali non
potremmo comprendere in pieno l’attuale modernità.
La “lunga pace” settecentesca dura per la Danimarca fino ai primi anni del XIX secolo,
quando sarà coinvolta suo malgrado nelle guerre napoleoniche. La pace svedese è invece ogni tanto
interrotta da campagne di guerra contro la Russia: negli anni Quaranta, poi negli anni Ottanta e
infine nel decisivo conflitto del 1808/09, quando la Finlandia, dopo essere stata lungamente
insidiata, viene ceduta dalla Svezia. Il paese perde così l’ultimo pezzo del suo “impero” e viene
ridotta alle sue attuali dimensioni. Ma se la pace e il progresso accomunano nel complesso
l’evoluzione dei due stati, questi si differenziano per assetti istituzionali molto diversi. In
particolare, il Riksdag svedese è al centro della vita politica per un cinquantennio (1719-1772). In
questo periodo la Svezia rimane una monarchia; ma con la costituzione (detta in svedese “forma di
governo”, regeringsform) approvata nel 1719, il kung è privato di ogni funzione effettiva e il potere
viene condiviso tra råd e Riksdag. Questa anticipazione settecentesca del parlamentarismo ha fine
con il colpo di stato di un nuovo re forte, Gustavo III, il quale introduce nuovamente una monarchia
assoluta, seppure di impronta illuminata. La splendida e illuminata età gustaviana arriva fini ai
primi anni dell’Ottocento, anche oltre dunque l’assassinio di Gustavo III, avvenuto nel 1792 nello
stesso Teatro dell’Opera da lui fondato. La costituzione del 1809 e la formazione statale che unisce
Svezia e Norvegia sotto la stessa corona (svedese) nel 1814 rappresentano l’inizio di una nuova
fase.
In Danimarca di parlamento non c’è invece più traccia. Il regime assolutista continua e si
consolida, ma nel contempo si riforma quel blocco dominante di corona e nobiltà che aveva nella
corte di Copenaghen il suo centro. Nuovi segnali giungono tuttavia anche in Danimarca, e un primo
tentativo – inaspettato e isolato – di riforma di stampo illuminista si ha tra gli anni 1768 e 1772,
quando per singolari coincidenze un medico tedesco, Friedrich Struensee, tenta di scardinare il
potere dei nobili. Dopo la vittoria della reazione nobiliare, i semi gettati dal quel tentativo
rivoluzionario danno i loro frutti nell’ultimo quindicennio del XVIII sec., quando la Danimarca
conosce finalmente – pur all’interno del regime assolutista – un periodo di riforme sociali e di
maggiore apertura verso la modernità. Anche per la Danimarca il rimescolamento geopolitico
provocato dalle guerre napoleoniche inaugurerà una nuova fase della vita nazionale: quando cede la
Norvegia alla Svezia nel 1814, la Danimarca rimpicciolita si deve ridefinire come nazione.
Dopo la disfatta di Carlo XII la corona svedese resta senza eredi e viene costretta ad
accettare un nuovo ordinamento istituzionale. I due monarchi che si succedono in questo
cinquantennio, Federico I e Adolfo Federico, sono di origine straniera, fuori dei giochi e privi di
ogni potere sostanziale. Con il frihetstid i nobili riprendono le redini della guida politica in Svezia,
sia nel råd sia nel Riksdag. Essi ricoprono le cariche centrali nell’amministrazione, ma agli incarichi
inferiori cominciano ad accedere anche membri del clero e della borghesia. Anche per i contadini il
frihetstid rappresenta un momento di crescita e nuovo prestigio. Attraverso le vendite della corona
essi tornano a possedere circa la metà dei terreni del paese, e i loro rappresentanti al Riksdag
cominciano a rivestire un ruolo perfino di spicco. Il ceto è molto bene organizzato internamente,
anche per quel che riguarda le pratiche elettive per la scelta dei rappresentanti. Lo storico K. T.
Derry li definisce “a democratic body without parallel in eighteenth-century Europe”. Il Riksdag è
al centro della vita politica perché da qui si controlla e si decide l’orientamento dei ministri del råd
e la politica dei diversi dipartimenti. Nel Riksdag le decisioni passano prima con un voto a
maggioranza all’interno dei singoli stati, e poi con una verifica, ed eventualmente una trattativa, tra
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i quattro stati per la decisione finale. Si pratica insomma un’anticipazione di quello che sarà il
parlamentarismo moderno, dove il governo, ovvero il potere esecutivo, deve essere sostenuto da
una maggioranza nell’assemblea legislativa e a questa deve rendere conto del suo operato. In questo
quadro il re non deve fare altro che apporre la sua firma alle decisioni prese in altre sedi. Un
simbolo eloquente del non-potere del monarca in questi anni è il timbro con la sua firma fatto
fabbricare dal Riksdag: tanto valeva “firmare” i decreti con il timbro, senza scomodare il re in
persona.
Nel frihetstid si sviluppa una vita politica e parlamentare che in Europa si può solo
raffrontare con quella inglese. Il Riksdag si riunisce regolarmente ogni tre anni; iniziano le prime
forme di attività politica sul territorio, con campagne elettorali per i candidati all’interno dei quattro
stati, club politici a sostengo di questa o quella fazione. I “seggi” della nobiltà non sono in realtà
elettivi, bensì ogni famiglia nobile “introdotta” ha diritto a un membro al Riksdag. Negli altri tre
stati si svolgono elezioni: tra i preti l’alto clero non è più così dominante, e anche la borghesia
comincia ad acquisire un profilo più spiccato, anche perché nella società si sta formando un
dinamico ceto borghese dal peso economico sempre più considerevole. Dei contadini, che per
importanza rimangono comunque il quarto stato, s’è già detto. Nasce un’opinione pubblica che si
esprime tra l’altro attraverso la stampa periodica e altri scritti. Un posto centrale è occupato da Den
svenska Argus, la rivista del principale scrittore illuminista svedese Olof Dalin, pubblicata tra il
1732 e il 1734 sul modello di The Tatler e The Spectator degli inglesi Addison e Steele. Si praticano
di fatto le libertà di stampa, di opinione e di riunione, sempre, beninteso, per la parte agiata e
possidente della nazione. La libertà si esprime anche nella dialettica tra i due partiti che si formano
nel Riksdag in questa fase, e che assumono nomi un po’ bizzarri: mössor (berretti) e hattar
(cappelli). Nel primo periodo, fino al 1738, sono i berretti a governare, poi la guida passa ai cappelli
fino al 1765, e l’ultima fase del frihetstid è caratterizzato da accese lotte e continui cambi di
governo. È interessante osservare che rispetto alle quattro “parti” (gli stati) in cui è rigidamente
diviso il corpo politico, i partiti rappresentano un altro tipo di divisione; una divisione, per così dire,
trasversale, che passa per tutti e quattro gli stati. Diverse sono le ipotesi sull’origine dei nomi. I
“berretti” (da notte) potrebbero essere un appellativo in origine dispregiativo, dato dagli avversari
alla politica più prudente, passiva e poco interessata alle questioni estere di una fazione. Questo
gruppo, guidato da Arvid Horn, cerca una politica diplomatica, che mantenga buoni rapporti con
l’Inghilterra e la Russia. I “cappelli” rappresenterebbero allora i tricorni dei militari, indice di una
politica più “virile”, che vuole riportare la Svezia agli antichi fasti dello stormakt e desidera perciò
una condotta più aggressiva contro la Russia. Saranno i cappelli, negli anni Quaranta, a fare guerra
alla Russia, perdendola (la Russia occupa per qualche anno la Finlandia). Le differenze tra le due
fazioni non riguardano solo la politica estera, ma anche quella interna ed economica. I cappelli, più
propensi a un’alleanza con la Francia, vogliono promuovere l’economia tramite il mercantilismo
(alte tariffe doganali che favoriscano le manifatture e i prodotti interni; attivo della bilancia
commerciale).
Sicuramente il frihetstid, con la sua vivace vita politica attorno alle istituzioni stoccolmesi,
porta con sé – specialmente nella sua ultima fase, la più caotica – anche fenomeni di malcostume
politico, di corruzione, di compravendita dei voti e di generale “instabilità”. È questo uno dei
giudizi che si sono affermati nella storiografia; tale giudizio prende le mosse dalla condanna che
Gustavo III in persona e tutta la sua epoca hanno espresso nei confronti del frihetstid dopo il 1772;
ma è pure ovvio che il nuovo “uomo forte” e monarca assoluto della nazione tenda a dipingere a
tinte fosche il passato cinquantennio parlamentare in termini di caos, corruzione e instabilità. In
realtà – per tutta l’impostazione data a questo modulo – mi sembra molto più aderente al vero
un’altra, più moderna opinione storica, che pur non negando gli aspetti negativi del frihetstid coglie
i suoi significativi spunti anticipatori verso i sistemi delle moderne democrazie parlamentari. Non è
che magari una dose di “instabilità” e di “disordine” delle opinioni contrastanti sia fisiologica in
democrazia, e sempre da preferire alla voce unica dell’”uomo forte” o “uomo della provvidenza”
che periodicamente si affaccia sulla scena? Il confronto delle idee e delle visioni del mondo porta
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sempre con sé la pluralità di voci, e al limite la dissonanza. Può essere anche questo uno spunto di
riflessione.
Dal 1660 è l’assolutismo, invece, a caratterizzare la storia politica danese. Dopo Cristiano V
che riforma i codici delle leggi, l’epoca di Federico IV conosce, attorno agli anni Venti del
Settecento, l’inizio di una tradizione teatrale nazionale a Copenaghen e la diffusione delle idee
illuministe grazie a Ludvig Holberg, commediografo, storico e filosofo – il maggiore scrittore
scandinavo dell’illuminismo. Con Dalin in Svezia e Holberg in Danimarca-Norvegia comincia tra
l’altro anche la fase contemporanea delle lingue svedese e danese. Il successivo re Cristiano VI
reagisce invece alle idee moderne con il pietismo religioso e con una nuova chiusura, e sia lui sia i
successivi regnanti Federico V e Cristiano VII sono sempre più ostaggio della corte e del potere
nobiliare. Se in Svezia si sviluppa in questi anni una vita politica caratterizzata dall’aperto
confronto (e scontro) tra le forze, in Danimarca tutto avviene segretamente a corte, lontano dalla
nazione reale, nei luoghi nascosti del potere. Questa situazione sfocia in una crisi estrema quando il
giovane e sensibile Cristiano VII, diventato re nel 1766, comincia a mostrare i segni della pazzia. I
nobili, che hanno in mano il potere, devono mantenere una certa parvenza e contenere le sfuriate di
Cristiano. Friedrich Struensee è un medico tedesco di Altona, città sull’Elba nei pressi di Amburgo,
possedimento danese. Struensee, di idee illuministe, viene chiamato quasi per caso a corte per
badare a Cristiano (a quest’epoca molti sono i tedeschi che operano a corte e nell’amministrazione
danese). Succede che il giovane re si affida a tal punto a Struensee da consegnarli (e lui, monarca
assoluto per diritto divino può farlo!) l’intero potere legislativo ed esecutivo. Dal 1768 al 1772
Struensee si sostituisce al re (diventando pure l’amante della regina Carolina Mathilde) e promulga
con attività indefessa una grande quantità di decreti che cercano di spezzare il potere e i privilegi
dei nobili danesi, di introdurre nel paese maggiore libertà (ad esempio la libertà di stampa e di
espressione, i diritti individuali della persona), di promuovere riforme sociali che sollevino dalla
prostrazione e dalla servitù il ceto contadino. Struensee tenta una difficile rivoluzione “dalla
scrivania”. Egli stesso, in effetti, si muove sempre all’interno della corte, e fa fatica a conoscere il
paese reale; la sua rivoluzione non ha una base sociale ed egli diventa sempre più solo. Nel 1772 un
golpe orchestrato dalla reazione nobiliare arresta e condanna a morte Struensee ed esilia Carolina
Mathilde. Tutta questa vicenda è recentemente tornata alla ribalta, perché uno dei maggiori scrittori
svedesi viventi, Per Olov Enquist, le ha dedicato nel 1999 il romanzo Livläkarens besök (trad. it. Il
medico di corte, Iperborea 2001), tradotto in molte lingue e accolto con grande successo in tutta la
Scandinavia.
Fino a Struensee, e per una quindicina di anni ancora, la pur moderna, prospera ed efficiente
Danimarca mantiene strutture sociali ancora feudali. L’istituto dello stavnsbånd – la servitù della
gleba – fa dei contadini una proprietà delle mani dei nobili, né più né meno. In Islanda e in
Norvegia non esistono né nobiltà né grande proprietà terriera, ed è dunque minore il numero dei
fittavoli e dei servi della gleba, e maggiore quello dei contadini indipendenti. In Svezia la nobiltà è
forte, ma diversamente dalla Danimarca esiste come controparte una classe altrettanto forte di
contadini proprietari. In tutti i paesi nordici – è sempre bene specificarlo – gli artigiani, i mezzadri e
i braccianti senza proprietà sono la classe più numerosa e vivono, chi più chi meno, in una
condizione di oppressione, sfruttamento e controllo sociale. La Svezia è il primo paese ad avviare,
attorno agli anni Trenta, una serie di vaste riforme agrarie, che introducono miglioramenti, nuove
tecniche e nuovi macchinari, e che aumentano la produzione. È l’inizio di quella “rivoluzione
agraria” che costituisce in qualche modo la premessa della rivoluzione industriale dell’età moderna.
Come in Inghilterra (cfr. il sistema di recinzioni dette enclosures), si sperimenta in Svezia un nuovo,
più razionale sistema di suddivisione dei terreni. Prima esistevano i villaggi rurali e, attorno, i
terreni comuni e i vari campi, non radunati, degli agricoltori. Ora si riducono o eliminano i terreni
comuni del villaggio e si radunano tutti i terreni di un agricoltore, collocandovi al centro il suo
podere, staccato dagli altri. In questo modo la coltivazione può diventare più intensiva e fare uso di
macchinari. Se questa serie di riforme aumenta la prosperità generale nelle campagne, esse
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significano anche, per diverse regioni agricole della Svezia, come la Scania, il vero e proprio
smembramento di molti villaggi a favore di poderi “sparpagliati”.
Questo tipo di innovazioni e riforme verranno introdotte in modo massiccio anche in
Danimarca a partire dall’ultimo quindicennio del Settecento, quando si riprende, dopo un nuovo
golpe nobiliare (questa volta più illuminato), il filo interrotto delle riforme iniziate da Struensee.
Questo processo ha in Danimarca un “peso specifico” maggiore, perché si tratta di emancipare la
società contadina da secoli di servitù e di renderla più attivamente partecipe dei cambiamenti
sociali. Non è un caso, allora, che le riforme agrarie si accompagnano all’abolizione delle servitù
della gleba (1788), che viene festeggiata dai borghesi illuminati di Copenaghen con la
Frihedsstøtten, la “colonna della libertà”, un monumento posto in prossimità dell’attuale stazione
ferroviaria centrale (Hovedbanegård). Nel giro di un paio di decenni si attua una grande svolta,
poiché ben tre quinti dei terreni danesi diventano proprietà di chi la coltiva (sebbene resti numerosa
la categoria dei fittavoli e dei braccianti). Tutta la legislazione sociale danese, in effetti, si apre a
esigenze più moderne e ad annunciare le conquiste dell’Ottocento: (nuovamente) la libertà di
stampa, i primi passi dell’istruzione obbligatoria, opere pubbliche, cura dei poveri, nuova
legislazione carceraria (fine delle torture e dei supplizi), abolizione della schiavitù e del commercio
degli schiavi (su cui la piccola potenza coloniale danese aveva prosperato).
Questa età di riforme sociali, che in parte è anche il risultato delle nuove idee diffuse
in tutta Europa dall’epoca dei lumi e dalla rivoluzione francese, tocca anche la Svezia assolutista
dell’epoca gustaviana. Lo stesso Gustavo III, cresciuto in Francia, ha un’educazione illuminista e si
pone, almeno inizialmente, come monarca assoluto illuminato. In realtà il grande significato del suo
regno riguarderà soprattutto la cultura, che Gustavo III, grande mecenate e amante dell’arte,
promuove, anche attraverso la fondazione di importanti istituzioni quali il Teatro Drammatico, il
Teatro dell’Opera e l’Accademia Svedese (1786). l’Accademia Svedese, in particolare, è composta
da diciotto membri eletti a vita (De Aderton), e ha il compito di studiare, curare e promuovere la
lingua svedese; di favorire lo sviluppo della poesia e delle lettere attraverso concorsi e premi.
L’Accademia mantiene questi compiti ancora oggi, ma ha assunto un ruolo internazionale da
quando Alfred Nobel l’ha incaricata nel suo lascito di conferire (dal 1901) un premio di letteratura
così cospicuo da essere diventato il più importante del mondo.
Tornando all’assolutismo illuminato di Gustavo III, il problema è che le istituzioni politiche
svedesi mal lo sopportano. Il Riksdag viene messo da parte dal re e convocato poche volte; e
soprattutto: il råd viene ridotto e indebolito. Nel lungo conflitto tra Gustavo III e i nobili, oltre che
nella gestione non condivisa delle campagne belliche contro la Russia, ha origine il complotto
interno che porterà all’attentato contro Gustavo III e alla sua morte.
Abbiamo parlato di secolo di progresso, e nel concludere questa panoramica sul Settecento
non possiamo tralasciare i grandi progressi economici e commerciali dei due regni del Nord in
questo secolo. Se l’agricoltura rimane la fonte di occupazione e reddito per la gran parte della
popolazione, le città cominciano a crescere e si comincia a formare un nucleo più forte di borghesia
imprenditoriale. Soprattutto Copenaghen, con il suo porto, conoscerà un grande sviluppo nel
Settecento, ma anche Stoccolma, Göteborg e Bergen si ingrandiscono. La vocazione mercantile e
marinara di Danimarca e Svezia si realizza con grandi flotte e anche con la fondazione di varie
compagnie commerciali delle Indie orientali e occidentali, che portano nei paesi merci da tutto il
mondo. La Danimarca possiede addirittura delle basi coloniali, dei territori, sia in India, sia nei
Caraibi, sia nell’Africa nera. Gli schiavi neri vengono trasportati sulle isole dei Caraibi, e qui
impiegati nella coltivazione della canna da zucchero, da cui si ricava il prodotto finito per tutti i
mercati scandinavi. L’industria è nel complesso ancora poco sviluppata, se si eccettua la grande
attività di estrazione e lavorazione dei metalli in Svezia, da sempre una delle voci forti
dell’esportazione. Il grande serbatoio di materie prime per la Danimarca (e per l’esportazione) è
sempre la Norvegia: legname, metalli, pesce. Sarà proprio il fiorente commercio internazionale
della Danimarca a “metterla nei guai” durante le guerre napoleoniche, quando Inghilterra e Francia
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impongono blocchi navali e limitazioni del commercio neutrale. Sarà l’Inghilterra a “punire”
l’intraprendenza danese nel 1801 e 1807.
Tutta questa evoluzione in campo economico ha anche un risvolto culturale: cresce e si
rafforza nel Settecento il senso di appartenenza e l’identità nazionale. E questo “seme” crescerà e si
svilupperà ulteriormente nell’Ottocento percorso dalle idee del Romanticismo. Tale consapevolezza
di sé in quanto nazione non riguarda più solo danesi e svedesi. Anche in Norvegia si sta formando
un ceto imprenditoriale borghese che prende sempre più coscienza delle grandi potenzialità della
Norvegia. Cominciano a farsi sentire le richieste di indipendenza dalla Danimarca, di proprie
istituzioni finanziarie (una banca nazionale) e culturali (un’università). Solo quest’ultima verrà
concessa e inaugurata prima della separazione dalla Danimarca, tra il 1811 e il 1813. Il resto sarà
conquistato dalla Norvegia nel corso dell’Ottocento.

Settecento tra ragione e fede

Un aspetto interessante che contraddistingue l’illuminismo scandinavo è che esso, pur esprimendo
nel complesso un orientamento laico e rivolto all’utile, non prescinde da una fede cristiana ancora
fortemente sentita. Il grande botanico svedese Linneo è un primo esempio. In lui l’entusiasmo per la
natura è sempre legato al fervore religioso; la natura è testimonianza della grandezza della creazione
divina. Tra le molte opere scientifiche in latino di Linneo troviamo i capolavori Sistema naturae
(1735) e Fundamenta botanica (1736). Linneo procede a una grande, razionale opera di
catalogazione e sistemazione dei regni minerale, vegetale e animale; individua e descrive il sistema
sessuale delle piante (pistilli e stami); inventa infine la denominazione binaria in latino per le piante
che è utilizzata ancora oggi. In quanto botanico Linneo scrive, studia e pubblica molto anche in
Olanda, paese allora più avanzato della Svezia nella ricerca. Linneo ci ha lasciato anche degli
affascinanti testi in svedese non legati alla sua produzione strettamente scientifica. Si tratta delle
descrizioni dei suoi viaggi attraverso le regioni della Svezia, intrapresi per incarico del Riksdag al
fine di studiare il territorio e la sua natura, e di individuarne le possibili fonti di sfruttamento
economico. La testimonianza più nota è quella del primo viaggio, nella selvaggia Lapponia abitata
dai Sami (è nel Settecento, per inciso, che comincia la colonizzazione sistematica e l’espansione
della civiltà moderna nelle regioni scandinave della calotta polare). Il libro è Iter Lapponicum, detto
anche Lapplandsresan (Viaggio in Lapponia) del 1732. Linneo descrive sotto forma di diario il suo
viaggio in un territorio praticamente vergine. Qui unisce l’osservazione utile e razionale – concisa,
chiara e minuziosa – al caldo entusiasmo per la natura e le sue grandiose manifestazioni. L’opera ha
anche un notevole interesse etnografico, proprio perché l’autore si sofferma a descrivere le
popolazioni indigene con le quali entra in contatto, la loro vita e la loro organizzazione sociale. La
sua lingua è uno svedese conciso e poco letterario, quasi da appunti, singolarmente alternato a frasi
o parole in latino e in francese.
Un’altra originale compresenza di scienza e misticismo la troviamo nella vita e nell’opera di
Emanuel Swedenborg, anch’egli scienziato e scrittore svedese. Swedenborg si occupa inizialmente
di meccanica, matematica, astronomia, geologia e metallurgia. Per incarico dello stato è ispettore
delle miniere svedesi. Studia in Inghilterra, dove entra in contatto con l’Empirismo; è un
cosmopolita che viaggia per l’Europa (Inghilterra, Olanda, Francia, Italia). Ma a mezza età, tra gli
anni Trenta e Quaranta, attraversa una crisi che lo porta a una radicale svolta mistica. Con
l’esperienza sconvolgente di sogni e visioni che lo mettono in contatto con l’aldilà, Swedenborg
abbandona gli interessi professionali e mondani, e impronta tutta la sua opera successiva alla
missione religiosa. Egli si sente investito da una missione divina: essere medium di trasmissione
agli uomini, attraverso il suo filo diretto con l’aldilà, della vera interpretazione delle Sacre Scritture
e della vera fede cristiana. La teosofia di Swedenborg (cioè la visione medianica, iniziatica del
divino, il contatto personale attraverso l’esperienza extrasensoriale) è un’espressione di platonismo:
esiste un mondo spirituale perfetto e superiore, di cui il mondo sensibile è emanazione e “copia”.
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Swedenborg elabora una dottrina delle “corrispondenze” dove tutto quanto è terreno ha un esatto
equivalente nella sfera spirituale. Swedenborg appare a molti contemporanei una figura
imbarazzante e singolare. Il filosofo tedesco Kant lo giudica un folle visionario. Al di là delle
complicazioni della sua teosofia, quello che importa sottolineare è lo spazio che Swedenborg
concede – in piena epoca di lumi – al sogno e alla visione, a una zona psichica profonda e
sotterranea che un’epoca più tarda (da Freud in poi) chiamerà inconscio. La facoltà visionaria di
Swedenborg influenzerà scrittori svedesi e non: Stagnelius, Almqvist, Strindberg, ma anche Blake,
Goethe, Balzac e Baudelaire.
Neanche l’illuminista danese Ludvig Holberg, sebbene meno coinvolto dalla fede, è ateo.
Egli cerca piuttosto, nella sue riflessioni morali e filosofiche, di conciliare la fede con un ideale di
tolleranza e di umana ricerca di verità ed equilibrio. Holberg e il suo teatro sono però vittime del
Pietismo, che si diffonde in Danimarca nella prima metà del Settecento, provenendo da alcune
comunità cristiane della Germania. Il Pietismo esprime una rivolta del “cuore” contro la rigidità
dogmatica della chiesa di stato. Gruppi di fedeli si riuniscono in conventicole, fuori dai canali
ufficiali e dalla forme tradizionali del culto, per pregare, cantare e leggere il Verbo. C’è in loro un
appello al sentimento e alla spontaneità, la ricerca di una dimensione più intima e vissuta della fede.
Inizialmente il Pietismo è visto dal potere assoluto danese e dalla chiesa luterana come un pericolo:
si tratta pur sempre di forme che sfuggono al controllo centrale. Nel 1706 re Federico IV proibisce
le riunioni delle conventicole. La battaglia è però vinta dai pietisti, i cui esponenti entrano nelle
gerarchie della chiesa (negli anni ’30 e ’40 del Settecento), “conquistando” pure gli ambienti della
corte e la famiglia reale. Il re Cristiano VI (1730-46) è pietista, ed è lui che ordina la chiusura dei
teatri, in quanto luoghi di “peccato”. Lo scrittore che impersona la religiosità del Pietismo è il
vescovo e autore di salmi Adolph Brorson. I salmi di Brorson pongono un forte accento sulla
conversione personale, sull’immagine della nuova fede e della nuova nascita in Cristo. È
un’espressione religiosa radicalmente luterana, tendente a una contrapposizione tra peccato e
redenzione, mondo e anima. Il luteranesimo radicale di Brorson vuol anche dire una permanente
condizione di tormento e incertezza: nel momento in cui l’uomo crede orgogliosamente di
possedere la fede, egli è perduto. Su questa matrice pietistica nasceranno nella Scandinavia
moderna (dal Settecento al Novecento) diversi risvegli religiosi (cfr. ingl. awakenings), che
giocheranno un ruolo importante nel processo di democratizzazione delle società scandinave: una
religiosità, dunque, antimoderna e moderna allo stesso tempo.
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Le costituzioni dell’età liberal-democratica. Le moderne identità del Nord prendono forma


(ca. 1800-1865).

Finora abbiamo parlato della “preistoria” della democrazia nei paesi nordici. Abbiamo seguito i fili
che dal þing di mille e oltre anni fa portano al XIX secolo. Ma è nel XIX secolo che inizia la storia
delle democrazie moderne. E anche in Scandinavia il termine comincia a essere usato (s./n./d.
demokrati). Le idee e i movimenti ereditati dall’illuminismo e dalla Rivoluzione francese
producono cambiamenti sostanziali nell’organizzazione degli stati occidentali, in Europa e in
America. Nello Spirito delle leggi (1748) Montesquieu elabora l’idea di uno stato moderno fondato
su tre poteri connessi ma tra loro distinti e indipendenti: potere esecutivo, legislativo e giudiziario.
A ciò si aggiunga la fondamentale domanda di libertà e uguaglianza proveniente dalla rivoluzione.
Si intrecciano poi con questi aspetti i profondi mutamenti della struttura sociale e dei modi di vita
provocati dalla rivoluzione industriale. La domanda di partecipazione alla cosa comune, di
istruzione, di diritti, in breve: di democrazia, non può essere compresa senza considerare i
rivolgimenti economici e sociali che portano all’affermazione di due nuove classi, la borghesia
capitalista prima e gli operai poi. Più in generale, il dinamismo e la mobilità impressi alla vita
collettiva e individuale in questi due secoli sono dati imprescindibili, anche nel Nord. E la
modernità non è solo positiva e progressiva; è anche difficile, profondamente inquietante e
distruttrice. La modernità, scrive Marshall Berman, è una condizione di continuo e rapido
mutamento, di incessante passaggio da una cosa a un’altra; è l’assenza di stasi e di permanenza, la
dissoluzione di ciò che fino a ieri “era”.3
In questi ultimi due secoli tutti i paesi nordici si sono mossi verso la democrazia
parlamentare. Il processo è stato certo graduale e anche conflittuale, ma ha anche segnato una
costante e decisa progressione, senza molti passi indietro. Per tre delle cinque nazioni, Norvegia,
Islanda e Finlandia, l’acquisizione delle strutture democratiche è coinciso in vario modo con il
processo di indipendenza (da Svezia, Danimarca e Russia). Dei cinque stati nordici moderni, tre
(Danimarca, Svezia e Norvegia) restano monarchie e due (Finlandia e Islanda) diventano
repubbliche; ma anche nelle monarchie il ruolo del re diventa nel corso del Novecento sempre più
simbolico e rappresentativo. Schematizzando, possiamo dire che l’evoluzione verso la democrazia
parlamentare ha seguito questi tre stadi progressivi:

1) la divisione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario;


2) il parlamentarismo, per cui i ministri devono rispondere al parlamento del loro operato;
3) il parlamento è eletto con un suffragio sempre più allargato, fino al suffragio universale
per uomini e donne senza distinzione di censo.

L’affermazione del parlamentarismo e del suffragio universale possono dirsi conclusi nei primi
decenni del Novecento, attorno agli anni della prima grande guerra. Osserviamo ora più da vicino
le tappe principali di un’unica grande evoluzione verso la democrazia parlamentare nei paesi
nordici, tenendo però presente anche certi inevitabili sfasamenti, i tempi diversi e le vicende
nazionali particolari. Dovremmo praticare un esercizio di equilibrio tra il generale e il particolare.
Il Nord è coinvolto solo marginalmente nelle guerre napoleoniche che imperversano in
Europa dal 1796 al 1815. Ma i sommovimenti europei implicano anche per il Nord decisivi
cambiamenti geopolitici. La Danimarca-Norvegia, e in particolare la capitale Copenaghen, paga lo
scotto maggiore. La sua potente e intraprendente flotta mercantile è costretta a sottostare ai
reciproci blocchi commerciali e navali che le contendenti Francia e Inghilterra impongono
all’Europa. La Danimarca è punita dalla flotta inglese con una prima battaglia navale fuori
Copenaghen nel 1801, e poi con un più grave bombardamento da mare, che distrugge il centro della
città e provoca circa duemila morti (il centro storico ricostruito dopo il 1807 è quello ottocentesco
3
Marshall Berman, All That Is Solid Melts into Air. The Experience of Modernity, New York 1982 (trad. it. L’esperienza
della modernità, Bologna, Il Mulino, 1985)
31

che percorriamo ancora oggi, la Copenaghen di Søren Kierkegaard e di Hans Christian Andersen).
La Danimarca paga la sua successiva alleanza con Napoleone con la perdita della Norvegia, sancita
nel 1814. La Svezia, intanto, perde la Finlandia con una disastrosa condotta di guerra contro la
Russia nel 1808/09. Nella prospettiva di un vuoto di potere, viene nominato principe ereditario un
ex ufficiale francese di Napoleone, Jean Baptiste Bernadotte, il quale diventa poi il nuovo re di
Svezia come Karl XIV Johan, inaugurando la dinastia che tuttora detiene la corona. Karl Johan
cerca presto nella conquista della Norvegia una compensazione della perdita subita; e la sua politica
ottiene i frutti desiderati nel 1814: la Norvegia non è più sotto il dominio danese, ma neanche
indipendente, bensì è una nazione autonoma con una propria costituzione, ma unita alla Svezia dalla
persona del re. Ossia, Karl Johan, e i futuri re svedesi fino al 1905, sono re sia della Svezia sia della
Norvegia.
La Svezia è il primo paese nordico ad accogliere – con la nuova costituzione del 1809 – il
principio della divisione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Storicamente, questa carta
costituzionale si chiama in svedese regeringsform, “forma di governo” (“governo”: s./d. regering, n.
regjering; “governare”: s. regera, d. regere, n. regjere). Così la Svezia esce dall’assolutismo e si dà
un assetto entro cui formalmente rimane, pur evolvendo verso la democrazia parlamentare, fino al
1974/75, quando entra in vigore una nuova costituzione. Con la costituzione del 1809 il re conserva
un potere sostanziale. Egli nomina i ministri di suo gradimento ed è a capo dell’esecutivo; governa
con i ministri, ma l’ultima parola spetta a lui. Il re nomina anche i funzionari e buona parte dei
giudici, i quali spesso provengono ancora dalla nobiltà. La costituzione accoglie le libertà
fondamentali dell’individuo ma il re mantiene un potere di censura su scritti che reputa pericolosi.
Questo ordinamento, tra l’altro, ben si adatta a Karl Johan, un re tendenzialmente autoritario e
antiliberale. Il potere di fare le leggi e il controllo sugli atti dell’esecutivo spettano invece al
Riksdag, che si riunisce però inizialmente solo ogni cinque anni (dagli anni Quaranta ogni tre);
questi intervalli lunghi sono fattore di debolezza per il Riksdag, poiché tra una seduta e l’altra è
l’esecutivo che può legiferare per decreto. C’è una chiara distribuzione dei poteri tra esecutivo e
legislativo, ma non siamo ancora al parlamentarismo, nel senso che il potere esecutivo non deve
rendere conto al Riksdag, e dunque rispecchiare una maggioranza parlamentare che lo sostenga.
L’aspetto meno moderno di questa riforma è dato paradossalmente proprio dalla lunga e consolidata
tradizione del Riksdag svedese. Resiste, cioè, la classica divisione nei quattro stati e
conseguentemente, almeno nella prima fase, il forte potere della nobiltà. La storia del Riksdag dal
1809 fino all’abolizione degli stati nel 1866 è segnata da questa struttura anacronistica (quasi di
“caste” chiuse) che sempre meno riflette, anche agli occhi degli osservatori contemporanei, la
composizione sociale in un’epoca di grandi trasformazioni; un’epoca dove la mobilità degli
individui – da un posto all’altro, da una condizione sociale all’altra – diventa un dato
imprescindibile. La nobiltà, che perde di importanza nella società, risulta allora sempre più
sovrarappresentata, mentre la borghesia e le classi medie in ascesa sono sottorappresentate. Nel
corso degli anni, fino al 1866, si cercherà di “allargare le maglie” e comprendere sempre più le
nuove categorie emergenti entro gli stati (insegnanti, borghesi, altri contadini, le classi medie); di
conseguenza si allargherà (ma di poco) il suffragio. Ma a un certo punto bisognerà cambiare tutto il
sistema di rappresentanza del Riksdag. Un’altra funzione introdotta dalla costituzione del 1809,
questa invece modernissima, adottata in seguito da tutti gli stati nordici e tuttora vigente, è quella
dell’ombudsman (n. ombudsmann, d. ombudsmand), il difensore civico: colui che ha il compito di
difendere i diritti del singolo cittadino di fronte ai possibili errori e soprusi della burocrazia.
Già dal 1812 gli spiriti norvegesi più intraprendenti cominciano a riunirsi per elaborare una
costituzione nazionale e un percorso che conduca la Norvegia all’indipendenza. La località di
Eidsvoll, poco a nord di Christiania, diventa il centro di questa assemblea costituente
autoconvocata. I 112 “uomini di Eidsvoll” provengono da quasi tutte le regioni norvegesi; circa la
metà di loro sono funzionari civili o militari o rappresentanti del clero. La seconda componente è
quella dei contadini proprietari e infine c’è un gruppo più ristretto di imprenditori borghesi e
commercianti; non ci sono esponenti della nobiltà, che in Norvegia era del resto quasi sparita. La
32

nuova costituzione viene approvata e firmata da tutti il 17 maggio 1814 (i due termini, praticamente
sinonimi, per dire “costituzione” nelle lingue scandinave sono: n. konstitusjon, s./d. konstitution e s.
grundlag, n. grunnlov, d. grundlov, ovvero “legge fondamentale”). A questo punto la Norvegia,
liberatasi dalla zavorra danese, confida ancora di potere essere uno stato sovrano con un proprio re;
ma poco dopo deve sottomettersi alle pretese svedesi sulla Norvegia e accettare Karl XIV Johan.
Ciò nonostante questa costituzione si deve considerare l’atto fondante della Norvegia moderna. La
Norvegia rinasce nel 1814, sebbene sarà veramente indipendente solo nel 1905. Per questo motivo
den syttende mai è ancora oggi la vera festa dei norvegesi, in cui si sfila nei costumi tradizionali
lungo il principale viale di Oslo. Per ironia della sorte, questo viale si chiama proprio Karl Johans
gate o, più familiarmente, “Karl Johan”. Con la costituzione di Eidsvoll la Norvegia ottiene un
proprio ordinamento legislativo, amministrativo e giuridico, e diventa a tutti gli effetti un’entità
nazionale autonoma. Tutta la battaglia della Norvegia dal 1814 fino al 1905 consisterà nel difendere
la propria autonomia e, anzi, procedere verso la definitiva separazione dalla Svezia. Si profila qui
una battaglia costituzionale tra il potere legislativo, il parlamento, che è norvegese, e il governo (il
potere esecutivo), nominato e diretto dal re svedese. La battaglia costituzionale e la battaglia per
l’indipendenza nazionale sono dunque profondamente correlate. La costruzione dell’identità
norvegese passerà da qui.
Anche la costituzione di Eidsvoll accoglie il principio della separazione dei tre poteri, ma
con un importante passo avanti: i deputati del nuovo parlamento, chiamato Storting, non sono
suddivisi nei quattro stati come nel Riksdag svedese. Per votare bisogna certo essere proprietari, ma
di nobili non ce ne sono e molti proprietari sono contadini (due terzi delle circoscrizioni sono
rurali). Il suffragio non è ancora universale, ma già abbastanza allargato per i tempi: alla fine
possono votare il 40% dei maschi sopra i 25 anni. L’elezione dei membri dello Storting sono,
inizialmente, indirette: cioè i votanti eleggono dei rappresentanti, che a loro volta eleggono i
deputati. Nonostante il sistema macchinoso, una buona rappresentanza dei contadini entra nello
Storting, e fa sentire il suo peso politico molto più che in Svezia. Lo Storting è una camera singola
che si divide internamente in due “sottocamere” con pari poteri, dette Odelsting (3/4 dei membri) e
Lagting (1/4 dei membri). Tale sistema vige ancora oggi. Lo Storting si riunisce ogni 3 anni, dunque
più spesso del Riksdag, e con maggiore possibilità di incidere. La costituzione e lo Storting
diventano i principali strumenti politici per la rivendicazione della propria diversità, i simboli e i
fondamenti nazionali cui i norvegesi fanno costante riferimento in questi anni. Lo Storting, e in
particolare la classe di funzionari e borghesi che costituisce il ceto dirigente del paese fino agli anni
Ottanta, cerca di mantenere al minimo il controllo del re, del potere esecutivo dunque, sugli atti del
parlamento. La posizione di Karl Johan è meno forte in Norvegia che in Svezia. Il re può porre tre
veti consecutivi a una legge, ma alla quarta approvazione dello Storting il re deve accettarla. Si
arriva più volte a questo “braccio di ferro”. Il consiglio dei ministri resta per ora espressione della
volontà del re, ma anche questo diventa negli anni un oggetto del contendere, finché nel 1884 non si
arriverà al parlamentarismo, per cui i ministri devono essere l’espressione dell’orientamento dello
Storting.
In Danimarca prosegue nel corso della prima metà dell’Ottocento la politica di riforme
inaugurata già dalla fine del secolo precedente. Nonostante l’enorme debito di guerra che deve
pagare, il paese si risolleva e vive nell’arte, nelle lettere e nelle scienze la sua Guldalder, l’età
dell’oro. L’assolutismo si fa più illuminato e comincia a concedere qualcosa alle richieste dei
liberali. Dal 1834, ad esempio, la monarchia concede la formazione di quattro assemblee regionali
elettive: per le isole, lo Jylland, lo Slesvig e l’Holsten. Sono in realtà assemblee solo consultive, ma
tuttavia importanti perché con loro si comincia a praticare l’esercizio del voto e a svilupparsi una
vita politica. Su questa scia, si formano negli anni successivi gli organi delle amministrazioni locali
(ad esempio i comuni), altra importante “anticamera” della cittadinanza politica piena. Nell’ambito
di queste riforme viene riaperto, con funzioni consultive, anche l’Alþingi islandese, tra il 1843 e
1845; e da qui in avanti si farà sempre più forte la richiesta islandese di home rule e indipendenza.
Ma la vera svolta arriva in Danimarca nel 1848, con la salita al trono di Federico VII, che abolisce
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l’enevælde e firma l’anno successivo una costituzione liberal-democratica. Si può ben affermare che
i movimenti del Quarantotto portino i frutti politici più grandi in Danimarca. Ancora una volta
sottolineo il procedere per evoluzione e non rivoluzione, a differenza di quanto accade in molte altri
parti d’Europa nel 1848. Eppure si tratta di una svolta enorme rispetto al potere autocratico e
nobiliare di secoli. Non solo finisce ogni tipo di sottomissione dei contadini (le punizioni corporali,
la servitù della gleba che non scomparve da un giorno all’altro nel 1788) e la chiamata alle armi
diventa uguale per tutti; ma il suffragio diventa pressoché universale per tutti gli uomini dai
trent’anni: anche chi non è proprietario può votare. Un passo avanti anche rispetto alla costituzione
norvegese. Il parlamento si chiama Rigsdag ed è bicamerale, composto da una camere alta,
Landsting, e una camera bassa, Folketing, con uguali poteri. Le elezioni sono dirette per i deputati
del Folketing e indirette per quelli del Landsting; questi ultimi devono essere più anziani e facoltosi.
Similmente a Svezia e Norvegia, il potere esecutivo è esercitato dal re costituzionale che nomina i
ministri del governo e a cui i ministri devono fare riferimento. Siamo in altre parole in una
situazione precedente al parlamentarismo.
Rimane la Finlandia, che segue un percorso per certi versi simile a quello della Norvegia.
Nel 1809 non diventa indipendente, e neppure otterrà nei decenni a seguire una costituzione liberal-
democratica. Ma in quanto granducato all’interno dell’impero zarista il paese gode per diversi
decenni di un’autonomia che gli permette di porre comunque le basi della propria identità
nazionale. Nel 1809 Alessandro I riunisce nella città di Borgå (Porvoo in finnico) la dieta dei
quattro stati finlandesi, detta Lantdag. I quattro stati, corrispondenti alla rappresentanza che prima
la Finlandia mandava al Riksdag di Stoccolma, giurano fedeltà allo zar, il quale in cambio lascia che
la Finlandia mantenga le sue istituzioni e leggi di epoca svedese, tra cui le carte costituzionali
d’epoca gustaviana. La funzione legislativa è così nominalmente affidata al Lantdag. Ma siccome
neanche nella costituzione gustaviana era obbligatorio convocare i quattro stati, lo zar in pratica fa
decadere il Lantdag. Sono le ordinanze dello zar ad avere forza di legge. Un Governatore generale
alle sue dipendenze è la più alta autorità esecutiva in Finlandia, coadiuvato da un Senato composto
da finlandesi che si occupano delle questioni interne. La Finlandia eredita certamente molto dal suo
passato svedese, nella cultura, nelle leggi e nelle istituzioni; ma oramai non sarà mai più Svezia, e
né potrà mai essere Russia: come diventare allora Finlandia? E che cosa vuol dire “finlandesi”? La
risposta alla domanda è più complessa che in altri casi, anche perché deve passare per il conflitto
linguistico, che comincia a opporre duramente una minoranza svedese, finora egemone, a una
maggioranza finnica che col Romanticismo prende coscienza di sé e si emancipa a grandi passi in
senso culturale, sociale e politico. Il problema è dunque anche di rappresentanza democratica,
poiché la proporzione tra svedese e finnico in Finlandia è di uno contro nove. Nel 1906, come
vedremo, avverrà una svolta.

Romanticismo e definizione dell’identità nazionale, l’esempio della Norvegia.

Il vasto movimento letterario europeo del romanticismo, che interessa la fine del Settecento e i
primi decenni dell’Ottocento, presenta aspetti molteplici e complessi . Tra questi aspetti vi sono:
una reazione all’universalismo illuminista, con un forte accento posto invece sulla peculiarità di
ogni storia e di ogni identità nazionale; e una diversa e rivoluzionaria concezione della poesia
rispetto all’illuminismo e al classicismo. Dove il classicismo esaltava il momento tecnico e perfino
normativo della poesia, per i romantici la poesia è “di natura”: essa è, come la natura, un momento
che collega all’Assoluto, alla nostra origine; è poesia che nasce già perfetta, come un organismo
biologico, dall’animo popolare, senza bisogno di regole, poetiche o addirittura autori. I concetti di
identità, popolo e storia nazionale sono tra l’altro fondamentali perché con l’inizio dell’Ottocento i
paesi nordici, dopo i rivolgimenti geopolitici dell’era napoleonica, sono chiamati a una definizione,
o ridefinizione, di sé in quanto nazioni: Danimarca e Svezia sono rimpicciolite, avendo perso buona
parte del loro “impero” costruito nei secoli. Norvegia e Finlandia si trovano in una nuova situazione
di autonomia politica che pone loro il problema oggettivo della definizione del sé nazionale; e
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questa presa di coscienza vale anche per l’Islanda, che nella seconda metà del XIX sec. compie i
primi passi verso l’autonomia e l’indipendenza dalla Danimarca.
Il caso norvegese è particolarmente significativo. Solo attorno agli anni Trenta
dell’Ottocento si sviluppa una vita culturale e letteraria che possiamo definire nazionale. E il
problema centrale per gli intellettuali e scrittori di questi anni è riassumibile nelle domande: che
cosa è veramente norvegese? Come creare, dopo oltre quattro secoli di dominio danese, un’identità,
una cultura, una letteratura e una lingua che siano autenticamente norvegesi? I due maggiori
scrittori romantici Wergeland e Welhaven, si scontrano su questo punto; secondo il primo bisogna
recidere i ponti con la cultura danese; per il secondo quell’eredità è comunque imprescindibile se si
vuole che la Norvegia rimanga legata alla cultura europea. Entrambi i punti di vista difendono buoni
motivi. Il dibattito tra Wergeland e Welhaven si inserisce in un vasto e fondamentale movimento di
risveglio nazionale. Dopo la lunga parentesi danese ci si vuole ricongiungere alla propria storia e
identità passata, all’epoca del grande regno medievale norvegese; e allora si ritraducono in lingua
moderna (ancora il danese!) le antiche saghe norrene che parlano dei re norvegesi. Un altro modo è
cercare di trovare il filo più “sotterraneo” della norvegesità nella cultura orale e popolare, che
dopotutto era sopravvissuta ininterrottamente anche durante i secoli “danesi”. In questo senso
assumono rilievo centrale l’elaborazione romantica del concetto di poesia popolare e lo studio e la
raccolta dei generi anonimi, come le fiabe e le ballate. È qui, nel popolo, che va cercato il seme
della norvegesità, come “al di sotto” della cultura libresca e amministrativa che invece è sempre
stata danese.
La più importante raccolta scandinava di fiabe popolari, quella che più ripercorre il progetto
dei fratelli Grimm in Germania, è Norske Folkeeventyr (Fiabe popolari norvegesi, 1841-44), di
Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe. Asbjørnsen e Moe raccolgono materiale popolare orale di
tutta la Norvegia, lo trascrivono, lo elaborano letterariamente e lo pubblicano. Essi danno così
dignità letteraria a una forma semplice e popolare, che rivela, secondo la visione romantica, il
carattere nazionale più autentico e profondo. In questo processo di trasposizione i due etnografi e
scrittori non possono eludere il problema linguistico, poiché i narratori popolari che forniscono loro
il materiale parlano in dialetto norvegese (ognuno nel suo) e non certo in danese. Trasporre in
lingua letteraria, per quanto semplice e popolare, vuol però pur sempre dire tornare al danese, anche
se Asbjørnsen e Moe cercano di adattarlo alla parlata norvegese, inserendo parole ed espressioni
locali.
È evidente che la contraddizione, per la visione romantica, rimane: come si può rivendicare
l’autenticità norvegese di un patrimonio di racconti, se poi non si ha neanche una lingua propria
nella quale scriverli? Con la perdita del norreno nel XIV e XV sec., la Norvegia adotta infatti il
danese come lingua scritta della cultura (la Bibbia) e dell’amministrazione. Ma la lingua parlata
dalla gente è costituita – anche per il territorio montuoso del paese – da molti dialetti diversi, senza
dignità di lingua scritta.
Il linguista Ivar Aasen cerca di risolvere in modo radicale il problema dell’identità
linguistica norvegese. Egli comincia nel 1841 a girare la Norvegia. Raccoglie prove cospicue del
legame tra i dialetti del paese, specialmente quelli occidentali, e l’antico norreno, la gloriosa lingua
medievale delle saghe ora sopravvissuta solo in Islanda. Nasce così il suo grandioso progetto: creare
ex novo, sulla base dei dialetti norvegesi, una specie di koinè, una lingua comune norvegese che li
sintetizzi, che possa costituire un comune denominatore, arrivando così a quella moderna lingua
autenticamente norvegese diversa dal danese. Aasen espone i suoi risultati e il suo progetto nel 1853
in Prøver af Landsmaalet i Norge (Saggi della lingua del paese in Norvegia).
Ha origini qui, da questo problema che la cultura nazionale romantica di metà Ottocento
pone, il bilinguismo norvegese tuttora esistente. Da una parte la lingua proposta da Aasen prende
piede e si sviluppa, chiamandosi landsmål (lingua del paese) oppure nynorsk (neonorvegese).
D’altra parte il dano-norvegese continua a essere la lingua scritta e parlata dalla grande
maggioranza della popolazione, anche se la presenza del dialetto rimane forte nel parlato. Il dano-
norvegese, detto riksmål (lingua del regno, cioè dell’amministrazione) oppure bokmål (lingua
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libresca), è, in quanto lingua scritta, un’evoluzione del danese che cerca di distinguersi, anche
attraverso una serie di riforme ortografiche nel corso del XIX e XX sec., dalla lingua madre (per
quanto riguarda la fonetica, invece, il bokmål è molto più vicino allo svedese). Oggi il quadro è
molto composito. Entrambe le lingue sono ufficialmente riconosciute come lingue nazionali; e le
differenze tra loro non sono poi così grandi. Possiamo dire che il nynorsk è usato da circa il 15%
della popolazione e il bokmål dall’85%. Chi parla dialetto può ritenere che il nynorsk si avvicini di
più alla propria identità linguistica, e allora lo adotta nella lingua scritta (sebbene sia difficile che
egli parli il nynorsk – parlerà più facilmente il proprio dialetto). D’altra parte anche il bokmål più
“progressista” tende ad avvicinarsi al nynorsk e ad assumere, anche nello scritto, forme dialettali e
non danesi. Diciamo che la comunità linguistica norvegese ha un senso molto spiccato della
diversità e della tolleranza reciproca. È difficile perciò, nonostante si tratti di cinque milioni scarsi
di parlanti, trovare regole uniformi. Per contro i norvegesi sono, tra gli scandinavi, quelli che con
più facilità e apertura mentale si accostano alla comprensione dello svedese e del danese, allenati
come sono da sempre al pluralismo linguistico.
La percentuale tra le due lingue norvegesi vale indicativamente anche per gli scrittori del
tardo Ottocento. In maggioranza essi scrivono in bokmål (ad esempio Ibsen e Hamsun). Ma il
radicamento del nynorsk non sarebbe stato possibile se alcuni scrittori non lo avessero adottato,
rendendolo strumento letterario vivo, duttile e moderno. Lo stesso discorso vale per il Novecento,
ed è così ancora oggi.

In questi decenni non sono solo le istituzioni politiche nordiche a evolversi, ma tutta la società. Fino
al 1830, anche per effetto del clima europeo della restaurazione, i cambiamenti sono più prudenti e
lenti. Ma già nel 1814 l’assolutistica Danimarca rende obbligatoria l’istruzione elementare: uno dei
primi paesi europei a farlo. Da qui fino al 1865 circa si registrano in tutti i paesi una serie di riforme
sociali in vari ambiti: codice penale, salute e istruzione pubblica obbligatoria, libertà di stampa, di
culto, di riunione e di espressione, tolleranza per gli ebrei, emancipazione delle donne. Soprattutto
dal 1830, dopo la rivoluzione di luglio in Francia, prendono forza le richieste dei liberali. In Svezia
e Danimarca vengono fondati due giornali, Aftonbladet (1830) e Fædrelandet (1834), importanti
organi per la diffusione delle loro idee. La società tutta, e non solo i ceti borghesi, si sta muovendo
dal basso e chiede emancipazione e diritti. In Danimarca si forma un movimento per
l’emancipazione dei contadini non proprietari già nel 1846. In questi stessi anni parte un importante
movimento culturale-religioso, capeggiato dal pastore e scrittore Grundtvig, per scolarizzare e
formare i contadini danesi: è il movimento delle folkehøjskoler (“università popolare”: d.
folkehøjskole, n. folkehøyskole, s. folkhögskola). Questa istituzione si diffonderà poi con successo in
tutta la Scandinavia; ma è soprattutto in Danimarca che gioca un ruolo importante per promuovere
nelle classi subalterne il senso di appartenenza nazionale e il diritto di cittadinanza. Le “università
popolari” offrono corsi liberi agli adulti, di qualsiasi età. Esse promuovono il senso di
partecipazione, uguaglianza e coesione del gruppo. Studenti e insegnanti vivono insieme nella
scuola, spesso posta in campagna, e sono in un continuo rapporto di scambio e dialogo.
All’università popolare ognuno sente il valore e la dignità della propria persona; ma bisogna pure
riuscire a stare nel gruppo senza essere troppo individualisti. Anche le donne frequentano queste
scuole, che dunque diventano fattore di uguaglianza anche tra i sessi. L’università popolare è
un’istituzione emblematica dello spirito paritario scandinavo, ed emblematica della vita associativa
che caratterizzerà l’evoluzione dal basso delle democrazie nordiche. Sono diffuse in tutto il Nord
ancora oggi.
In Norvegia si sviluppa un movimento democratico più radicale, simile al cartismo inglese,
capeggiato dall’agitatore Marcus Thrane, il quale attraverso periodici, dimostrazioni e assemblee
chiede la vera uguaglianza politica, cioè il suffragio universale. Il movimento viene represso e
Thrane emigra in America. La lotta di Thrane è pre-operaia, perché il proletariato degli anni
Quaranta e Cinquanta è ancora sostanzialmente contadino (bracciante/piccolo mezzadro: torpare, n.
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husmann, d. husmand). La rivoluzione agricola in atto in questi decenni produce molti braccianti
salariati, e si crea una sempre più netta separazione sociale tra il bonde proprietario e i braccianti
(specialmente in Danimarca, dove le aziende agricole possono essere molto grandi). La Scandinavia
è ancora prevalentemente contadina, l’industria sta muovendo i primi passi, specialmente in Svezia,
ma la vera rivoluzione industriale arriverà qui attorno al 1870, come in Germania e in Italia. A metà
del secolo le classi in ascesa, anche dal punto di vista politico, sono i contadini proprietari e in
generale le classi medie: amministratori e funzionari, ceti intellettuali e insegnanti, in parte il ceto
urbano imprenditoriale. La nobiltà registra una costante perdita di posizioni. Sempre verso la metà
del secolo comincia una decisa liberalizzazione in campo economico, con l’abolizione delle tariffe
protezionistiche e l’imporsi del libero scambio. Crescono le banche, le infrastrutture e i trasporti, si
costruiscono canali e ferrovie (impresa sempre più difficoltosa in Norvegia!). Da una parte la
laicizzazione e secolarizzazione della modernità portano a una perdita di egemonia del clero
luterano; d’altro canto – e anche come risposta agli inquietanti mutamenti moderni – l’Ottocento
scandinavo è percorso da una serie di risvegli religiosi di origine più o meno pietista, che pure
rappresentano un importante “movimento dal basso”.
L’evento di politica estera che coinvolge la Scandinavia tra gli anni Cinquanta e Sessanta
dell’Ottocento è l’acutizzarsi del problema nazionale dello Slesvig-Holsten. Il processo di unione
nazionale che intanto va avanti anche in Germania porta a rivendicazioni di separazione da parte
della popolazione tedesca delle due regioni; d’altro canto il programma dei “nazional-liberali”
danesi ha due mete: la nuova costituzione e il cosiddetto Helstat, lo “stato intero” o Grande
Danimarca che includa tutto lo Slesvig-Holsten. Va subito detto che i tedeschi portano avanti
richieste giuste dal punto di visto del diritto dei popoli all’autodeterminazione. I danesi sono infatti
in maggioranza solo nello Slesvig del nord. Nello Slesvig del sud e in tutto l’Holsten prevale la
popolazione di lingua tedesca. Questo conflitto sfocia in una prima guerra tra il 1848 e il 1851. È un
conflitto cruento che provoca molte perdite tra i danesi, ma il confine resta invariato, cioè la
Danimarca mantiene tutti i territori contesi.
Intanto si va sviluppando in Scandinavia un fenomeno culturale che coinvolge gli studenti
universitari: lo scandinavismo. Si sogna una nuova unione politica panscandinava, si sente il
bisogno di rafforzare ciò che unisce e superare le divisioni e i conflitti di molti secoli. Vari stimoli
contribuiscono a questo movimento: un panscandinavismo culturale, alimentato dal romanticismo e
dalla voga dell’antico Nord; e uno più politico-economico: si vuole creare un contrappeso al
pangermanesimo e al panslavismo, diventare piccola grande potenza del Nord. Il movimento ha un
certo peso, anche perché a quell’epoca gli studenti universitari sono i rampolli dell’élite, la futura
classe dirigente. La manifestazione più classica dello scandinavismo sono i grandi raduni estivi
dagli anni Venti agli anni Sessanta, che attirano studenti svedesi e danesi, poi anche norvegesi e
finlandesi. L’apice si raggiunge a metà del secolo. Fanno parte dello scandinavismo le solenni
promesse di mutuo soccorso tra gli stati. E non sorprende dunque che il movimento si sgonfia e
scompare dopo la delusione del 1864.
Succede che la politica espansionistica della Prussia di Bismarck sfrutta abilmente il
nazionalismo regionale dei tedeschi dello Schleswig-Holstein. Prussiani e austriaci attaccano la
Danimarca da febbraio ad aprile 1864, spazzando in poco tempo ogni resistenza. Anche questa è
una guerra pesante e cruenta, annuncio di una tecnica bellica sempre più devastante. Per la
Danimarca la guerra dano-prussiana è una disfatta nazionale, che coincide pure con la morte di re
Federico VII, il padre della costituzione liberale. Bismarck si piglia tutto lo Schleswig-Holstein. Del
soccorso svedese-norvegese neanche l’ombra; prevale una prudente realpolitik che evita il
coinvolgimento in guerra, e la Danimarca è abbandonata al suo destino. La sconfitta del 1864 vuole
anche dire la fine delle ambizioni dei nazional-liberali danesi. Questo ha anche conseguenze
interne. La reazione conservatrice impone nel 1866 un restringimento del suffragio per il Rigsdag;
una parte dei membri della camera alta è ora nominata direttamente dal re e non più eletta. Questo
passo indietro fa sì che il piatto della bilancia tenda verso il potere esecutivo, mentre il parlamento è
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penalizzato. Sarà questo il germe dei duri conflitti politici in Danimarca negli ultimi tre decenni
dell’Ottocento.
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Battaglie per la democrazia, il parlamentarismo e il suffragio universale. Rivoluzione


industriale e questione operaia. Nascita dei moderni partiti di massa. Guerra civile in
Finlandia e prima guerra mondiale (ca. 1865-1920).

Tra il 1865 e il 1866 ha finalmente luogo in Svezia la riforma che abolisce i quattro stati e inaugura
il nuovo Riksdag bicamerale, formato da Första Kammaren e Andra Kammaren. Le elezioni sono
per la prima volta uniche, ma il suffragio è ancora ristretto, concesso a chi è al di sopra di un certo
reddito o patrimonio (di fatto 1/5 degli uomini). Questo favorisce borghesia e contadini, ma esclude
ancora tutte le classi meno abbienti. Nobiltà e clero sono invece le classi che più hanno da perdere
dall’abolizione della rappresentanza per stati. Si vota direttamente per la Camera Bassa, mentre gli
elettori della Camera Alta sono i consiglieri regionali e comunali (dunque elezioni indirette). Per
essere eletti alla Camera Alta bisogna essere facoltosi. Si tratta, come si vede, di una riforma
prudente, anche rispetto alle costituzioni già in vigore in Norvegia e Danimarca. Fino a circa il 1900
il dibattito parlamentare sarà poco vivace, risultato di una sua scarsa rappresentatività rispetto alla
società reale. Ma da ora in poi il Riksdag si riunisce ogni anno, e nel quadro di questa istituzione,
pur ancora dominata dai conservatori, si arriva nel giro di mezzo secolo (e soprattutto dal 1900 in
poi) al riconoscimento di diritti democratici sempre più allargati, al parlamentarismo (1917) e al
suffragio universale (deciso nel 1918, attuato con le elezioni del 1921).
In Svezia come negli altri paesi del Nord questo cinquantennio è caratterizzato dalle grandi
trasformazioni della rivoluzione industriale. I paesi nordici fanno segnare enormi progressi in tutti i
settori economici e un generale innalzamento degli standard di vita. Ma la massiccia espulsione di
forza lavoro dalle campagne provoca anche povertà, urbanizzazione del proletariato ed emigrazione
negli Stati Uniti, soprattutto tra il 1880 e il 1905 (due milioni e mezzo di persone, soprattutto
svedesi e norvegesi). La vocazione all’export dei paesi scandinavi si rafforza (metalli e legname
dalla Svezia; legname e pesce dalla Norvegia; prodotti agricoli dalla Danimarca) e si forma una
forte classe imprenditoriale borghese – un’alta borghesia che si allea presto con la grande proprietà
terriera, la élite dei funzionari e, dove esistono, la nobiltà e la corona. Intanto il proletariato urbano
e la nuova classe operaia spingono dal basso e chiedono rappresentanza e diritti. Nel mezzo, emerge
una nuova generazione radicale (di cui fanno parte anche gli scrittori e gli intellettuali di punta,
come il critico danese Georg Brandes, il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen e lo scrittore svedese
August Strindberg), che attacca il potere costituito e rappresenta la coscienza critica della società
borghese. Le idee socialiste diventano una nuova potente arma politica; nascono i moderni partiti di
massa e il movimento sindacale. Ma tra i “movimenti popolari” giocano un ruolo importante anche i
risvegli religiosi e i movimenti per la temperanza (contro l’abuso di alcol), anch’essi promotori, in
qualche modo, dell’emancipazione individuale e collettiva dei meno abbienti. È un’età di lotte
politiche anche aspre, che però solo in un caso, quello della Finlandia, non si riescono a contenere
nella dialettica democratica e sfociano nello scontro armato. In questo cinquantennio, la nascita e la
forte crescita della socialdemocrazia e del movimento sindacale sono connessi a tutte le lotte per i
diritti, il suffragio universale e la democrazia parlamentare “compiuta”. Si tratta di una
socialdemocrazia marxista nelle idee, ma riformista e pragmatica, pronta ad inserirsi in sistemi
multipartitici e ad allearsi con la borghesia liberal-radicale. Ovunque tale alleanza è decisiva per
provocare il cambiamento, e già alla fine della prima guerra mondiale essa ha portato alle
legislazioni sociali più avanzate d’Europa, pervase, come dice lo storico Derry, da un “feeling for
equality”.
Il primo paese scandinavo ad affermare il principio del parlamentarismo è la Norvegia. Nel
1884 si forma un governo formato dalla Venstre (Sinistra) cioè dai radicali urbani e dai contadini
liberal-patriottici, e guidato dall’abile primo ministro Johan Sverdrup, mentre la Høyre, Destra, è
formata dai funzionari e dall’alta borghesia (“destra” e “sinistra”: n. høyre/venstre, d. højre/venstre,
s. höger/vänster). Sverdrup vuole stabilire il principio della responsabilità dell’esecutivo verso lo
Storting. Il re svedese Oscar II oppone per tre volte il veto, dopo di che lo Storting tenta, con
successo, la prova di forza, e approva alla quarta votazione il principio del parlamentarismo nel
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1884. Oscar II deve piegarsi. Venstre e Høyre nascono ufficialmente come partiti nel 1884; nel 1887
viene fondato anche Arbeiderpartiet, “il partito dei lavoratori”, ovvero socialdemocratico, che
ottiene i primi deputati al parlamento nel 1903 (“lavorare” e “lavoratore”, cioè “operaio”: n.
arbeide/arbeider, d. arbejde/arbejder, s. arbeta/arbetare). Alle elezioni del 1912 Arbeiderpartiet è
già il secondo partito. Si allarga progressivamente il suffragio, che diventa universale (per gli
uomini) nel 1898. Quando si arriverà alla definitiva crisi con la Svezia nel 1905, il 99,95% dei
votanti si esprimerà in un referendum a favore della separazione e dell’indipendenza, che la Svezia,
pur con l’opposizione dei conservatori, accetta. La Norvegia decide di tornare a essere una
monarchia, e re diventa un principe danese (nipote di Cristiano IX di Danimarca), che prende il
nome di Håkon VII. Dopo il 1901 ci sono progressivi allargamenti del suffragio anche alle donne,
fino ad arrivare nel 1913 al suffragio universale (n. allminnelig stemmerett, d. almindelig stemmeret
e s. allmän rösträtt – dove l’aggettivo vuol dire “generale”. Il verbo “votare” è d./n. stemme e s.
rösta; l’ultimo termine del composto vale “diritto”).
Anche in Danimarca si delinea uno scontro tra il re, Cristiano IX, e i conservatori da una
parte e le forze che premono per il parlamentarismo dall’altra. I grandi proprietari e le classi
privilegiate hanno il controllo del Landsting, la Camera Alta (perché qui il suffragio è più ristretto,
gli eletti hanno un censo elevato e il re nomina una parte dei deputati), mentre nelle elezioni dirette
e generali del Folketing, la Camera Bassa, l’opposizione ottiene la maggioranza già nel 1872.
Quest’ultima, organizzata come Venstre, è formata dai contadini e dai liberali radicali e urbani;
mentre i conservatori diventano la Højre. Il problema è a questo punto decidere quale delle due
maggioranze sia più “valida”: quella determinata nella Camera Alta, anche per il diretto intervento
del re, o quella espressa dalle urne nella Camera Bassa? Per quasi un trentennio il re e la Højre
formano governi che rispecchiano gli interessi dei ceti dominanti e non tengono conto del sempre
più chiaro orientamento a favore della Venstre espresso dall’elettorato nel Folketing. Il primo
ministro è per molti anni il conservatore J. B. S. Estrup, grande proprietario terriero, che scavalca
l’opposizione del Folketing attraverso decreti e leggi provvisorie. Si arriva a momenti di grande
impasse e tensione, come quando, nel 1885, Estrup impone stato di polizia e leggi speciali. Questi
ostacoli non fanno che aumentare la spinta dal basso e l’organizzazione politica e sindacale dei
lavoratori. Al movimento cristiano grundtvighiano, legato ai piccoli contadini e alla Venstre, si lega
il forte movimento delle cooperative agricole di produzione e di vendita, e nelle città stanno
crescendo il sindacato e il partito socialdemocratico, Socialdemokratiet (fondato già nel 1878, il
primo in Scandinavia). Nel 1894 passa il principio che per il bilancio e la legge finanziaria ci deve
essere l’approvazione del Folketing. Nelle elezioni del 1901 Venstre e Socialdemokratiet avanzano,
mentre Højre è ai minimi storici.
Il “cambio di sistema”, come viene chiamata la svolta danese verso il parlamentarismo,
avviene subito dopo queste elezioni: l’anziano Cristiano IX prende atto della maggioranza espressa
dai votanti e nomina un primo ministro della Venstre per formare il governo. Due anni prima, nel
1899, sindacati e imprenditori mettevano fine a una dura stagione di conflitti con un patto sociale, di
riconoscimento reciproco e collaborazione per il bene comune, che ha tenuto per tutto il Novecento.
In politica si forma un sistema di quattro partiti: Højre, Venstre, Det Radikale Venstre (in cui l’ala
urbana e radicale si stacca dalla Venstre più moderata e filocontadina) e Socialdemokratiet. Sono
questi ultimi due a costituire più spesso governi di coalizione. Da qui alla prima guerra mondiale
parte una fase di riforme sociali, che pongono le basi del velfærdsstat, o welfare state. Prevale un
atteggiamento tipicamente scandinavo di compromesso e concertazione sia nei rapporti sindacali sia
tra i partiti politici. Nel 1915 si arriva al suffragio universale per uomini e donne.
Intanto l’Islanda ottiene una propria costituzione e poteri effettivi per l’Alþingi nel 1874. Nel
1904 arriva l’autonomia (home rule) e nel 1918 l’indipendenza formale sotto la corona danese (Atto
di Unione).
In Svezia si forma la socialdemocrazia più forte, con un ruolo “di guida” anche per il resto
della Scandinavia. Il leader e padre di questa tradizione è Hjalmar Branting, un borghese
stoccolmese capace di legare organicamente il movimento operaio alla borghesia più illuminata e
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radicale delle città (tutti i principali scrittori del periodo, ad esempio). Socialdemokratiska
arbetarepartiet (o comunemente: socialdemokraterna) è fondato nel 1889, e politicamente si allea
da subito con i liberali per ottenere il parlamentarismo (di fatto in vigore dal 1917) e il progressivo
allargamento del suffragio, un processo che giunge a conclusione nel 1921, anno del suffragio
universale per uomini e donne nelle elezioni all’Andra Kammaren del Riksdag. Negli anni della
prima guerra mondiale si consolida in Svezia un sistema quadripartitico, con socialdemocratici e
liberali (alleati), partito contadino e conservatori. Anche qui, socialdemocratici e liberali pongono le
basi per il välfärdsstat.

La Russia cambia politica attorno al 1880; il panslavismo si fa più aggressivo e provoca via via
restrizioni delle autonomie nazionali anche nella più libera Finlandia. C’è la volontà di “riportare
all’ordine” il Granducato e sottolineare il suo status di provincia dell’impero e nulla più. Questi anni
di “russificazione” portano a resistenze e proteste dei finlandesi, che sognano una difficile
liberazione dalla Russia zarista. Se la battaglia patriottica li unisce tutti, i finlandesi sono però divisi
da altri due conflitti che complicano il quadro: 1) il conflitto linguistico tra “fennomani” e
“svecomani”; ovvero: il diritto della maggioranza a ottenere l’emancipazione e l’equiparazione del
finnico in tutti i campi, e il diritto della minoranza a continuare a esistere in quanto svedesi di
Finlandia; 2) il conflitto sociale: la differenza tra classi privilegiate e nuova borghesia da un lato e
proletariato delle campagne e delle città dall’altro è, storicamente, maggiore in Finlandia che non
negli altri paesi scandinavi; e maggiori sono di conseguenza le ingiustizie sociali. È una situazione
in cui è più difficile mediare. Di fatto qui non si crea quell’alleanza politica tra borghesia liberale e
socialdemocrazia, come negli altri paesi scandinavi. Difesa dei privilegi e rabbia rivoluzionaria
tendono a uno scontro. Nel 1899 la russificazione è al massimo, con le misure repressive del
governatore generale Bobrikov. Ma nel 1904 un patriota finlandese assassina Bobrikov e si uccide.
Nel 1905 la Russia è scossa dalla prima rivoluzione e dalla sconfitta militare con il Giappone.
Anche in Finlandia ci sono scioperi e dimostrazioni contro lo zarismo e la russificazione, e per
l’indipendenza. Una Russia indebolita concede al granducato di Finlandia un’avanzata costituzione
democratica (la più avanzata del Nord!) nel 1906, che prevede il suffragio universale per uomini e
donne: i socialdemocratici ottengono così una maggioranza schiacciante, così come il nuovo
parlamento rispecchia, proporzionalmente al corpo sociale, una chiara maggioranza finnica. Gli
svedesi di Finlandia sono ora davvero in minoranza, e una grande vittoria democratica si trasforma
per loro in una beffa, “l’inizio della fine”.
Quella riforma, però, dura poco, perché la Russia si riprende presto e intensifica le misure
repressive. Il parlamento è sospeso nel 1910. Intanto monta il conflitto sociale che, incrociandosi
con la rivoluzione russa dell’ottobre/novembre 1917, provoca una miscela esplosiva. Nell’inverno
1917/18 la Finlandia è lacerata da una sanguinosa guerra civile tra “bianchi” e “rossi”. Vincono i
bianchi, e su questa vittoria nasce anche l’indipendenza dalla Russia, che si avvia a diventare
URSS. La repubblica di Finlandia è proclamata nel 1919. Si svilupperanno anche qui, come negli
altri stati nordici, solide istituzioni democratiche, ma con una ferita più profonda da rimarginare.
Queste istituzioni passeranno per prove dure prima, durante e dopo la seconda grande guerra, anche
perché la Finlandia non ha finito di fare i conti con il potente vicino a oriente, l’URSS.
Durante la prima guerra i tre regni scandinavi restano compattamente neutrali, decisi a
mantenersi fuori del conflitto. Sono proprio i re Håkon VII, Gustavo V e Cristiano X a impegnarsi
pubblicamente per questa scelta. I socialdemocratici e i liberali formano in Svezia un fronte
antimilitarista e antinterventista, e si scontrano politicamente nel 1914 con i conservatori e i
contadini che sostengono la necessità del riarmo in funzione antirussa. Ma nel complesso gli anni
della prima guerra mondiale sono un periodo di stabilità, prosperità e crescita economica per la
Scandinavia, che esporta abbondantemente materie prime e derrate alimentari ai paesi belligeranti, e
così si arricchisce. La Germania esce perdente dal conflitto, e sotto l’egida della nascente Società
delle Nazioni si tiene, nel 1920, un referendum nelle regioni dano-tedesche dello Slesvig-Holsten.
Secondo il principio dell’autodeterminazione dei popoli, i votanti decidono a quale nazione
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appartenere. E i risultati rispecchiano il rapporto tra maggioranza e minoranza linguistica: lo Slesvig


settentrionale, a maggioranza danese, torna alla Danimarca (dopo che Bismarck si era preso tutto lo
Slesvig-Holsten nel 1864), mentre lo Slesvig meridionale e lo Holsten, a maggioranza tedesca,
restano alla Germania. Quel confine non è stato più cambiato.
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La costruzione del welfare state tra le due guerre. Le democrazie scandinave e la seconda
guerra mondiale (ca. 1920-45).

Tra le due guerre mondiali assistiamo a una situazione singolare: i paesi nordici imboccano una
strada diversa e per certi versi unica rispetto alla cupa piega degli eventi nel resto dell’Europa.
Mentre in Italia e Spagna si impongono dittature fasciste; mentre prende forma, con il nazismo e lo
stalinismo, l’esperienza tutta novecentesca del totalitarismo; mentre ci si prepara a una nuova
grande catastrofe bellica che pare inevitabile – in Scandinavia e nel Nord si consolidano le strutture
democratiche così come si sono definite istituzionalmente nel periodo 1870-1920. I parlamenti sono
ordinamenti stabili, dove si sviluppa la dialettica democratica tra maggioranza di governo e
opposizione. I partiti socialdemocratici sono in costante crescita e di regola maggioritari, ma essi
riescono anche a praticare una politica di coalizione e concertazione con le forze di centro (liberali o
partito contadino, a seconda delle situazioni e dei paesi). E tale coalizione ha tra i suoi scopi
principali l’allargamento e il consolidamento del welfare state, lo “stato sociale” che nelle lingue
scandinave si chiama: s. välfärdsstat, n. velferdsstat e d. velfærdsstat. Diversi “pilastri” sostengono
la costruzione del welfare state scandinavo: 1) l’idea, sostanzialmente socialista, che si debba
andare oltre il principio liberale e democratico dell’uguaglianza formale dei cittadini, oltre gli
“uguali diritti di tutti davanti alla legge”. Perché tale uguaglianza formale resta una chimera se non
si mette mano agli squilibri sociali ed economici. Uguaglianza vuol dire allora una più effettiva
parità di opportunità, un’eguaglianza sociale ed economica. 2) Di conseguenza, un principio
solidale sorregge la politica fiscale. Le tasse sono fortemente progressive – chi più guadagna, più
paga percentualmente. Questo porta a una ridistribuzione del reddito nazionale sotto forma di
servizi sociali gratuiti per tutti: istruzione pubblica, sanità e assistenza, case popolari, diritti dei
lavoratori (ad es. ferie, malattia e maternità retribuite), pensioni di anzianità. 3) Questo comporta
anche un intervento regolatore dello stato nel libero mercato, che pure viene garantito; lo stato
interviene per promuovere opere pubbliche e investimenti e per ridurre gli squilibri. È una politica
economica di stampo “keynesiano”, dal nome dell’economista inglese J. M. Keynes che la teorizza
negli anni Trenta. 4) Fondamentale per tutto questo progetto è il consenso delle parti sociali, cioè
degli imprenditori e dei sindacati. E gli accordi si trovano, in uno spirito di coesione nazionale, che
sa quasi di “isola felice” se pensiamo a quanto contemporaneamente sta accadendo in altre parti
d’Europa. Gli imprenditori accettano in sostanza di sacrificare una parte del loro profitto per il bene
comune; e i lavoratori accettano la libertà della controparte di fare impresa e di produrre profitto.
Questa legittimazione reciproca è alla base della middle way scandinava tra capitalismo e
socialismo.
La Svezia rappresenta un po’ il paese guida in questo senso. Più spesso, in effetti, si sente
parlare a livello di luogo comune di modello svedese. È vero che la Svezia è il paese più
socialdemocratico di tutti, ma Norvegia e Danimarca, e anche Finlandia e Islanda, si muovono con
modalità simili, proprio perché condividono con la Svezia numerosi presupposti culturali
specificamente nordici. In Svezia il concetto del welfare state prende un nome “famigliare”
particolare: folkhem, che letteralmente sta per “casa per il popolo”. In un discorso del 1928, il leader
socialdemocratico Per Albin Hansson – che succede a Hjalmar Branting e diventa primo ministro
svedese dal 1932 al 1946 – afferma che la “buona casa” è quella che si regge su principi di
solidarietà e mutuo soccorso. E dunque tale principio, che governa per il meglio la famiglia, deve
essere esteso alla collettività della famiglia-nazione; lo stato deve essere “una buona casa” per tutto
il popolo e tutti i cittadini. Ovviamente non mancano gli aspetti problematici e le voci critiche,
anche contemporanee, rispetto a tale modello: l’accusa più frequente è quella di appiattimento,
livellamento e omologazione. E la riflessione critica (a volte, e giustamente, molto critica) verso il
folkhem è uno dei dati più interessanti della cultura e della letteratura svedese del Novecento, anche
perché è dagli anni Ottanta che questo “modello” ha smesso di essere veramente tale, per ragioni
cui accennerò più avanti.
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Il quadro politico generale presenta, come detto, socialdemocrazie forti e spesso al governo.
Dopo la rivoluzione russa nel 1917/18 nascono anche in Scandinavia partiti comunisti che si
collocano alla sinistra dei socialdemocratici. Per ora hanno un peso elettorale abbastanza piccolo e
sono tenuti fuori dalle maggioranze di governo. Negli anni Trenta si sviluppano anche piccoli partiti
e organizzazioni nazifasciste; rimangono forze minoritarie e marginali, che a malapena riescono a
fare eleggere un loro deputato al parlamento. Una di queste forze è il partito norvegese Nasjonal
Samling (“Coalizione nazionale”) del visionario antisemita Vidkun Quisling, che giocherà una parte
rilevante negli anni Quaranta. Da questo quadro si discosta la Finlandia, dove il partito
socialdemocratico, pur molto forte elettoralmente, fa meno spesso parte delle coalizioni di governo
(le paure e le ferite della guerra civile pesano ancora), e dove si formano gruppi fascisti e squadristi
più violenti e minacciosi (ad esempio il “movimento di Lapua”), che però si riesce a contenere ed
emarginare. È questo il quadro quando scoppia la Seconda guerra mondiale, che a differenza della
Prima coinvolge pienamente il Nord.
Il primo paese a essere colpito è la Finlandia. Con il patto di non-aggressione tra Germania e
URSS nel 1939, l’Europa nordorientale viene come “spartita”: la Germania invade la Polonia nel
settembre 1939, mentre l’URSS attacca tra il 1939 e il 1940 i paesi baltici e la Carelia finlandese.
La “guerra d’inverno” (Vinterkrig) oppone finlandesi e sovietici dal novembre 1939 ai primi mesi
del 1940, e nonostante la tenace resistenza finlandese i russi conquistano la Carelia. Questo attacco
suscita la reazione di tutti i democratici scandinavi; molti giovani partono volontari dalla Svezia e
dagli altri paesi per partecipare alla difesa della Finlandia. Dal 1941 al 1944 si svolge quella fase
più problematica della guerra finlandese che va sotto il nome di “guerra di continuazione”. La
Finlandia, non nazista, stringe una difficile alleanza con la Germania in funzione antirussa nel
momento in cui Hitler apre il fronte orientale e invade l’URSS. Ma l’esito non cambia per la
Finlandia: alla fine della guerra la Carelia è definitivamente persa, e 400.000 finlandesi careliani
devono abbandonare le proprie case ed emigrare in Finlandia per sfuggire allo stalinismo.
Nell’aprile del 1940 i tedeschi invadono la Danimarca e la Norvegia, e tale occupazione
dura per tutto il tempo della guerra fino alla liberazione nel maggio 1945. È soprattutto la Norvegia
ad avere importanza strategica, sia perché il possesso della lunga linea costiera sull’Oceano
Atlantico è decisivo per le sorti della guerra navale contro gli alleati, sia perché al porto
settentrionale di Narvik arriva la ferrovia con il ferro estratto nelle miniere della Lapponia svedese,
fondamentale per la produzione bellica. La Danimarca, in tutta questa operazione, non è che un
“ponte” che deve facilitare l’occupazione della Norvegia. Il paese, piccolo e privo di difese naturali,
si sottomette senza opporre resistenza: tutti sono consapevoli che sarebbe vano. I tedeschi
rinunciano perfino a imporre un loro governo: il re Cristiano X, il governo, il parlamento e tutta
l’amministrazione nazionale rimangono al loro posto, formalmente in vigore. La Danimarca può
continuare a “fare la sua vita”, lasciando fare la guerra ai tedeschi. Naturalmente è così solo
apparentemente. Tutta l’economia danese – con la sua forte agricoltura e industria agroalimentare –
è asservita ai bisogni della guerra tedesca. E quando, soprattutto dal 1943, anche in Danimarca si
intensificano gli atti di sabotaggio e la resistenza armata, la Gestapo e le SS intervengono con le
note rappresaglie e il terrore. Il re Cristiano X, dignitosamente in sella, diventa un simbolo di
resistenza passiva e unità di tutta la nazione. Più tenace è la resistenza armata in Norvegia. Qui i
tedeschi impiegano due mesi per occupare il territorio e sconfiggere i partigiani, ma per tutti gli
anni dell’occupazione la Wehrmacht avrà vita dura. Il territorio montano e il lungo confine con la
neutrale (e amica) Svezia permettono continui atti di sabotaggio e fughe. Anche in questo caso la
resistenza al nazismo pagherà un alto prezzo di vite umane. Diversamente da Cristiano X di
Danimarca, Håkon VII di Norvegia – assieme a sua moglie inglese, a tutto il governo e ai funzionari
– lascia il paese e raggiunge l’Inghilterra. Qui si costituisce un governo costituzionale norvegese in
esilio che, attraverso la voce della BBC, raggiunge i norvegesi e li invita a resistere. Per i norvegesi
questa fuga non è un tradimento, al contrario: è l’orgoglio e l’intima certezza che i nazisti “non li
avranno mai” e che il paese tornerà libero e riavrà il suo re. E infatti così avverrà. Anche in questo
caso il re diventa un simbolo che rappresenta tutta la nazione unita, o quasi tutta, se si esclude la
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falange del Nasjonal Samling e il suo capo Quisling, il “traditore” per antonomasia che durante
l’occupazione diventa il primo ministro di un governo-fantoccio filonazista. Il vero capo della
Norvegia durante l’occupazione è comunque il Reichskommissar Terboven, il governatore che
prende ordini direttamente dal Führer.
Rimane la Svezia, che non viene occupata e resta neutrale e fuori del conflitto. Gli anni della
guerra – ce lo testimonia con forza tutta la letteratura svedese del periodo – sono pervasi da una
strana e quasi irreale atmosfera di stato di allerta (si dice beredskap, e diventa un concetto-chiave):
un’apparente tranquillità dietro cui si cela angoscia e senso di imminente pericolo. La
socialdemocratica Svezia, che ora ha un governo di coalizione nazionale comprendente tutti i partiti
costituzionali e sempre presieduto da P. A. Hansson, è in una posizione molto ambigua, e pure lei
deve scendere a pesanti, e in un certo senso vergognosi patti con il nazismo. Non solo
l’esportazione del metallo alla Germania è una fonte di grande arricchimento, ma la Svezia cede ai
tedeschi per la durata della guerra l’uso delle proprie linee ferroviarie per il trasporto di materiali e
truppe; e le voci più libere contro il nazismo, ad esempio quelle di alcuni giornali, vengono fatte
tacere. Detto questo, la grande maggioranza della popolazione e tutto il governo sono antinazisti, e
dove possono, gli svedesi aiutano clandestinamente le vittime dell’occupazione in Danimarca e
Norvegia e la loro resistenza. Quando si viene a sapere dell’intenzione dei tedeschi di rastrellare gli
ebrei danesi nell’ottobre del 1943, quasi tutti (circa 7000) riescono a trovare rifugio in Svezia via
mare.
L’Islanda, infine, è occupata invece dagli alleati per tutta la guerra, e costituisce
un’importante base nell’Atlantico del nord. Nel 1944 l’Islanda “approfitta” dell’occupazione nazista
della Danimarca per sciogliere unilateralmente il vincolo di unità che ancora la lega alla corona
danese, e proclamarsi indipendente. Nasce la repubblica d’Islanda, con al centro il suo Alþingi.
Con la Seconda guerra mondiale i re scandinavi hanno giocato un grande ruolo in quanto
simboli positivi dell’unità nazionale e dell’ordinamento democratico. A partire dal secondo
dopoguerra e fino a oggi, con il progressivo rafforzamento della democrazia parlamentare, questo
ruolo simbolico e di garanzia è l’unica vera funzione che resta alle pur amate famiglie reali di
Danimarca, Norvegia e Svezia.
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“Boom economico” e fortuna del welfare state. Ultime riforme costituzionali e del parlamento.
Ordinamenti nazionali e strutture sovranazionali (NATO, ONU, Consiglio Nordico, CEE/UE).
Svolta a sinistra negli anni Settanta. Crisi del welfare state e neoliberismo dagli anni Ottanta a
oggi. Gli attuali partiti e le coalizioni di governo. Le attuali case regnanti (ca. 1945-2000).

I sistemi del welfare state scandinavo conoscono il loro maggior successo durante i decenni del
“boom economico” dal secondo dopoguerra fino ai primi anni Settanta. L’organizzazione sociale
che ha preso forma nel corso del Novecento, e i cui tratti abbiamo sinteticamente delineato, può, a
partire dagli anni Cinquanta, fondarsi su un PIL sempre in crescita e su livelli di ricchezza pro
capite tra i più alti al mondo. I paesi scandinavi sviluppano società moderne, anzi, ipermoderne e
tecnologicamente avanzate. Il secolare retaggio di povertà contadina, ancora vivo fino agli anni
Quaranta, scompare per sempre (lasciando, come altrove nel mondo occidentale, anche vuoto e
senso di perdita irreparabile). Nasce qui quell’immagine moderna, di successo e tendenzialmente
stereotipata della Scandinavia, coltivata ad esempio anche dalla cinematografia (pensiamo ad Anita
Ekberg nella Dolce vita di Federico Fellini; ai diversi film con Alberto Sordi “italiano in Svezia”):
un luogo progredito, libero ed emancipato, anche sessualmente, una “società felice” del benessere
diffuso, in cui tutti godono di diritti e sono relativamente benestanti senza mai essere troppo ricchi.
Come tutti i luoghi comuni, queste rappresentazioni contengono una parte di verità, la quale però è
talmente assolutizzata da diventare fuorviante (come il dire ad esempio che “gli italiani amano la
pasta, il sole e la mamma e sono caotici e passionali”). Anche perché si sviluppa nel frattempo un
luogo comune opposto sulla Scandinavia, altrettanto rischioso per la comprensione autentica: la
Scandinavia come grigia e noiosa prigione di uniformità, dove si pagano tasse assurdamente alte,
dove non ci sono passioni e chi non si suicida è quantomeno alcolizzato-infelice-depresso-
divorziato. La conoscenza vera e non banale non sta mai, evidentemente, in simili formule e
semplificazioni, sebbene anche questo luogo comune possa contere degli aspetti veri.
Anche questa fase storica è caratterizzata dalla grande forza dei partiti socialdemocratici,
che sono spesso al governo in tutti i paesi nordici, soli o in coalizione con partiti di centro. In Svezia
è la lunga era del terzo leader socialdemocratico dopo Branting e Hansson: Tage Erlander, primo
ministro dal 1946 al 1969. I partiti conservatori e di centro, sia che si collochino all’opposizione sia
che partecipino al governo, condividono le linee di fondo del welfare state, insistendo magari sulle
garanzie per la libertà di impresa e su una minore pressione fiscale. Dal punto di vista istituzionale
tutti i paesi hanno un parlamento eletto con sistema proporzionale e allargano progressivamente il
voto fino ai diciotto anni. Anche Danimarca e Svezia passano a parlamenti monocamerali, simili a
quelli esistenti negli altri tre paesi. In Danimarca il Landsting, la Camera Alta, è abolita nel 1953,
con il risultato che “parlamento” in danese si dice da questo momento in poi Folketing (anche il
termine comprensivo delle due camere, Rigsdag, esce dall’uso comune). In Svezia il parlamento
bicamerale è abolito nell’ambito di una vasta riforma della costituzione tra il 1969 e il 1975, e il
Riksdag risulta composto da una nuova unica camera. Questa riforma costituzionale supera la
vecchia regeringsform del 1809 e mette per la prima volta nero su bianco i principi del
parlamentarismo e del suffragio universale (praticati di fatto con la svolta avvenuta tra gli anni 1917
e 1921). Nelle monarchie scandinave il potere esecutivo è esercitato dal governo, con un
coinvolgimento sempre più formale e “di garanzia” da parte del re, e una posizione sempre più forte
del primo ministro. Con la nuova costituzione svedese il re viene privato di ogni potere sostanziale;
gli rimangono solo funzioni simboliche e rappresentative. Ad esempio spetta al presidente del
Riksdag (talman, anche se è donna, come adesso), e non al re, di nominare il primo ministro
candidato a formare il nuovo governo dopo le elezioni; così come è lo stesso talman a guidare le
“consultazioni” tra i partiti. In Danimarca e in Norvegia questa funzione è esercitata ancora dal re
(anche in Italia spetta al Presidente della Repubblica in quanto capo dello stato). Danimarca (nel
1953) e Svezia (nel 1980) modificano la legge di successione al trono permettendo anche a una
primogenita donna di diventare regina. È avvenuto così per l’attuale monarca di Danimarca
Margrethe II, e così sarà per l’erede Victoria in Svezia. Islanda e Finlandia sono invece repubbliche
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parlamentari. In Finlandia il presidente della repubblica mantiene poteri piuttosto forti (è più simile
al presidente francese che non a quello italiano). Uhro Kekkonen, primo ministro (1950-56) e poi
presidente della repubblica (1956-81) rappresenta tutta un’era per la Finlandia: un politico capace di
garantire un sistema democratico “occidentale” al suo paese mantenendo rapporti di buon vicinato
con l’URSS, anche nei difficili decenni della Guerra Fredda.
Un aspetto interessante da considerare è come questi ordinamenti nazionali nordici, così
progrediti e funzionanti, si siano integrati con le diverse strutture politico-economiche internazionali
dal secondo dopoguerra a oggi. 1) ONU: i paesi nordici aderiscono tutti all’ONU e hanno
tradizionalmente portato avanti, già dai tempi della Società delle Nazioni del primo dopoguerra, una
comune politica di difesa della pace e dei diritti umani e di attenzione per il Terzo mondo. Pur non
avendo grande peso politico, i paesi nordici hanno sempre goduto di rispetto internazionale per
questo loro profilo (un solo esempio: gli “accordi di Oslo” tra israeliani e palestinesi all’inizio degli
anni Novanta, che avviano un processo di pace purtroppo ancora molto incerto). Ovviamente la
posizione che caratterizza i paesi scandinavi non è immune dalla generale crisi di legittimità in cui
versa l’ONU, specialmente nell’ultimo decennio. 2) NATO: dopo la Seconda guerra mondiale il
Nord si divide sulle alleanze internazionali. La Svezia vuole mantenersi neutrale e non aderire a
nessuno dei due blocchi occidentale od orientale, e preme per un’alleanza internordica neutrale. La
Norvegia invece, anche sulla scia delle vicende belliche, aderisce al Patto Atlantico. Danimarca e
Islanda, pur tra forti contrasti interni, seguono la strada della Norvegia. La Finlandia, infine, riesce a
mantenersi neutrale e fuori dei blocchi – come la Svezia – nonostante i vari accordi di “amicizia” e
“collaborazione reciproca” che deve siglare con l’URSS. Formalmente tale situazione permane
ancora oggi, ma anche in questo caso gli eventi politici degli ultimi quindici anni – caduta del muro
di Berlino, Guerra del Golfo, USA nel ruolo di unica potenza mondiale – hanno portato a un
ingresso di fatto di tutti i paesi nordici, anche Svezia e Finlandia, nella sfera di interessi della Nato.
3) CONSIGLIO NORDICO: la cooperazione internordica ha per altro avuto un notevole successo
grazie al Consiglio Nordico, nato negli anni Cinquanta e comprendente i cinque paesi. Il Consiglio
riunisce rappresentanze dei cinque parlamenti e opera nel campo delle relazioni culturali, del
mercato del lavoro (che è unico: ogni cittadino di un paese nordico può lavorare negli altri) e della
legislazione. Il costante scambio di esperienze e informazioni porta a legislazioni, statuti e
organizzazioni simili, ad esempio in campo sociale – un fatto che ancora tende a sottolineare la
comune identità nordica e la sua specificità rispetto al “resto del mondo”. 4) CEE/UE: è
fondamentale tenere presente questa peculiare identità nordica, fondata su comuni assunti culturali e
pratiche sociali, sull’efficienza e sugli standard elevati dei servizi, se vogliamo capire certe tendenze
“antieuropeiste”, o comunque certi timori rispetto al percorso dell’integrazione europea dell’ultimo
mezzo secolo. Nessuno dei paesi nordici aderisce alla CEE dal principio (1957), preferendo l’EFTA
guidata dall’Inghilterra. Ma quando la stessa Inghilterra e l’Irlanda aderiscono alla CEE all’inizio
degli anni Settanta, la Danimarca li segue. Poi Svezia e Finlandia aderiscono al trattato dell’Unione
Europea all’inizio degli anni Novanta. La Norvegia – forte del suo petrolio nel mare del Nord –
resta fuori, così come l’Islanda. In tutto questo processo gioca un ruolo politico importante l’istituto
del referendum popolare (s. folkomröstning, n. folkeavstemning, d. folkeafstemning), dove il
pronunciamento degli elettori, anche se consultivo e non vincolante, viene sempre rispettato dai
governi. Questo è avvenuto anche nel caso dei referendum, che in Finlandia, Svezia e Danimarca,
cioè nei tre paesi aderenti all’Unione, dovevano decidere dell’ingresso nella moneta unica. Solo i
finlandesi hanno votato sì a maggioranza, mentre in Svezia e Danimarca hanno prevalso i no. E
ancora nel settembre 2003 una netta maggioranza in Svezia si è espressa, nel corso di un nuovo
referendum promosso dal governo, per il no all’ingresso nella moneta unica, confermando lo
scetticismo di molti verso un processo di integrazione europea che rischia di indebolire il controllo
nazionale sulle scelte politiche importanti, ad esempio in ambito economico e finanziario. È
possibile che Svezia e Danimarca torneranno su questa decisione con un nuovo referendum, anche
in considerazione dei futuri passi dell’Inghilterra, che pure è rimasta fuori della “zona-euro”; ma
questo non avverrà in tempi brevi. I più pessimisti (o i più antieuropeisti) prevedono addirittura
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un’uscita di Danimarca e Svezia dall’Unione Europea, ma questo sembra al momento improbabile.


I referendum pro o contro l’Unione Europea non hanno mai mancato di suscitare passioni forti e
dibattiti polititi accesi tra i pur pacati nordici: da una parte ci sono l’identità culturale europea e
l’interesse a far parte di una grande area economica, dall’altra parte ci sono i timori – anche fondati
– di una perdita di identità nordica, di un peggioramento della legislazione sociale e, problema
democratico fortemente sentito, di un allontanamento ulteriore dei centri decisionali della
“politica”, dato dal verticismo delle istituzioni di Bruxelles.
Negli anni Sessanta e Settanta, così come nel resto del mondo occidentale, crescono nel
Nord la protesta studentesca, la critica al capitalismo e all’imperialismo degli Stati Uniti,
l’opposizione alla guerra degli USA contro il Vietnam. Emerge nella società una sinistra giovanile
marxista più radicale, che comporta sul piano politico una crescita dei partiti alla sinistra dei
socialdemocratici. Questo è in Scandinavia un periodo di esperimenti sociali, improntati
all’ecologismo, al rifiuto del “sistema” e dei valori della società consumistica, capitalistica e
borghese. È il periodo delle case occupate e della vita nelle “comuni” (s./d./n. kollektiv), di recente
rappresentato con distanza ironica, ma anche con affetto e nostalgia, dal film svedese Tillsammans
(tit. it. Together). Ed è forse soprattutto il periodo della comunità anarchica e “hippy” di Christiania,
nel quartiere copenaghese di Christianshavn, dove si tenta di istituire una comunità “altra”, diversa
dal resto del paese. È indicativo dell’idea di democrazia sviluppatosi nel Nord, che Christiania
riesca anche a trovare un accordo con le autorità municipali e nazionali, le quali concedono una
sorta di statuto speciale alla comunità, un territorio franco dove non vigono le regole dello stato
borghese. Christiania esiste ancora, nonostante l’attuale governo danese abbia tentato di chiuderla, e
nonostante oggi essa abbia perso parte della carica ideale dei suoi primi anni, e rischi di diventare
un fenomeno marginale, turistico e un po’ da baraccone. Ciò che il governo è riuscito a ottenere, è la
proibizione della vendita delle droghe leggere, prima di fatto tollerata. Chi visita Christiania, oltre a
soddisfare le sue curiosità e a cogliere il fascino dell’esotico, non deve dimenticare l’origine e le
motivazioni della sua esistenza.
Olof Palme – primo ministro socialdemocratico svedese dal 1969 al 1976 e dal 1982 al 1986
– è stato uno dei personaggi più emblematici di questa fase, perché radicale, “giovanile” nei modi,
dotato di vena oratoria e polemica, terzomondista e aspramente critico verso gli Stati Uniti. Per
questo il suo assassinio, ancora non chiarito, avvenuto a Stoccolma nel febbraio del 1986,
rappresenta un po’ lo spartiacque simbolico tra il prima e il dopo. Ma il welfare state scandinavo
entra in crisi anche a prescindere dall’omicidio Palme. Dagli anni Ottanta certi nodi vengono al
pettine. La crisi energetica ed economica non permette più i prodigiosi tassi di crescita dei decenni
precedenti, e tutto il sistema dello stato sociale è ovviamente oneroso: si percepisce diffusamente
che esso “non regga più”; che si debba cominciare a “tagliare” la spesa pubblica; che per contro la
pressione fiscale abbia assunto a volte forme esagerate; e che anche dal punto di vista della
mentalità e della cultura non abbia fatto sempre bene tutelare il cittadino “dalla culla alla tomba” –
ovvero proteggerlo eccessivamente, inducendo a volte apatia, mancanza di iniziativa e parassitismo.
Tale svolta degli anni Ottanta riflette inoltre tendenze in atto in tutto il mondo occidentale. I lunghi
governo di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margareth Thatcher in Inghilterra pongono le basi
di una politica neoliberista tesa a smontare lo stato sociale e a lasciare libero il campo alla forza
dell’impresa, sola regolatrice della dinamica sociale e motore di un’economia sempre più
multinazionale e “globalizzata”. Questa ondata neoliberista è, come sappiamo, in pieno sviluppo
ancora oggi, sebbene non manchino e anzi si moltiplichino le forme di critica e di opposizione a
essa. Anche in Scandinavia il neoliberismo significa, sia che al governo ci siano i socialdemocratici
o il centro-sinistra, sia che ci siano i conservatori, una politica di privatizzazioni e di tagli al settore
pubblico e ai servizi sociali. Per quanto riguarda la politica estera e la generale collocazione della
Scandinavia e del Nord, è finita, o perlomeno sfumata la loro peculiarità, il loro essere middle way
tra capitalismo e socialismo. I paesi nordici di oggi – pur mantenendo la loro tradizionale
organizzazione, efficienza e modernità, gli alti standard dei servizi, e un’idea tutto sommato ancora
forte di equità e giustizia sociale – somigliano a qualsiasi altro paese dell’Occidente ricco e
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capitalista. Può essere indicativo osservare la posizione dei nostri paesi verso l’ultima guerra degli
Stati Uniti in Irak. La Svezia, non appartenente alla Nato, ha mantenuto una posizione
prudentemente critica verso gli USA; la Norvegia, nella Nato, non ha appoggiato l’invasione con
invio di truppe, mantenendo anch’essa una posizione diplomatica di basso profilo; la Danimarca,
similmente all’Italia, ha invece aderito con convinzione all’invio di truppe internazionali a sostegno
del progetto di “democratizzazione” dell’Irak sotto l’egida USA.

Resta da dare un ultimo sguardo ai “nostri” tre parlamenti nazionali: il Riksdag di Stoccolma, lo
Storting di Oslo e il Folketing di Copenaghen: dove si trovano (anche per eventuali visite,
caldamente consigliate) e di quali forze si compongono.
Il Riksdag si trova sul centrale isolotto di Helgeandsholmen, di fronte al Palazzo reale
(Slottet). L’edificio del parlamento inaugurato nel 1905 contiene le due camere, ma quando si passò
al parlamento monocamerale negli anni Settanta, si ricavò sul retro dello stesso edificio, dagli ex
locali della Banca di Svezia, una nuova, moderna camera ad anfiteatro. Le due vecchie camere
nell’edificio principale sono ora utilizzate dai gruppi parlamentari dei due maggiori partiti, i
Socialdemocratici e i Moderati. Il Riksdag ha 349 seggi e i partiti attualmente rappresentati sono
(indicativamente, da sinistra a destra dello schieramento politico):4

Vänsterpartiet (ex partito comunista)


Miljöpartiet de gröna (partito ambientalista) (s. miljö, d./n. miljø)
Socialdemokratiska arbetarepartiet, comunemente Socialdemokraterna
Centerpartiet (ex partito agrario)
Folkpartiet liberalerna,
Kristdemokraterna,
Moderaterna (ex partito conservatore)

L’attuale governo è presieduto dal moderato Fredrik Reinfeldt, vincitore delle elezioni che si sono
tenute nel settembre 2006. La sua coalizione è formata dai moderati, i cristiano-democratici, i
liberali e i centristi. Reinfeldt è subentrato al socialdemocratico Göran Persson, che ha guidato il
paese dal 1994 al 2006, con un governo socialdemocratico appoggiato dal partito della sinistra e dai
verdi; le ultime elezioni hanno dunque portato a un cambiamento della maggioranza di governo. Tra
i partiti socialdemocratici scandinavi, lo svedese è ancora quello che gode di miglior salute,
nonostante la recente sconfitta, attestato com’è attorno al 35% dei consensi. L’egemonia
socialdemocratica svedese si può leggere anche nel nome “prudente” che ha assunto il partito
conservatore: “i moderati” (moderati che hanno comunque già avuto la guida del governo in alcune
legislature dagli anni Settanta ai Novanta). Il programma politico del nuovo governo è più di centro
che di destra; le conquiste del welfare state svedese non vengono messe in discussione; e i toni
xenofobi sono banditi nelle discussioni sulla presenza degli immigrati in Svezia.
Dopo il trauma dell’omicidio Palme, la Svezia si è trovata di fronte, nel settembre del 2003, un
giorno prima del voto referendario sull’ingresso nell’euro, a un simile trauma nazionale: nel più
importante grande magazzino di Stoccolma è stata assassinata il ministro degli esteri Anna Lindh,
socialdemocratica, che faceva acquisti come una cittadina qualunque, senza scorta. L’assassino, un
giovane figlio di immigrati dalla ex Jugoslavia, è stato catturato ma non si capisce ancora se il suo
sia stato un gesto isolato o il frutto di un complotto. Resta il forte impatto simbolico: per la
concezione della democrazia e dell’uguaglianza radicata negli svedesi è difficile per i politici
accettare l’idea della scorta, l’idea di essere un corpo separato dal resto della nazione. Eppure, forse,
bisogna prendere atto che certe persone, come la Lindh – per altro la più promettente candidata
nella successione a Persson – sono particolarmente esposte.

4
I termini “destra” e “sinistra” rimangono nell’uso politico svedese, anche se nell’emiciclo del Riksdag i deputati non
siedono raggruppati in partiti, ma secondo i collegi di provenienza e l’anzianità di servizio. Un moderat può sedere
fianco a fianco con un vänsterpartist.
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Lo Storting di Oslo si trova sul lungo viale principale della città, l’asse est-ovest di Karl Johans
gate. L’edificio fu costruito nel 1866. Lo Storting ha 165 seggi e le elezioni si tengono ogni quattro
anni. I partiti sono (sempre, indicativamente, da sinistra a destra):

Sosialistisk Venstreparti
Arbeiderpartiet
Senterpartiet (ex partito agrario, ora con un profilo ecologista)
Venstre (i liberali)
Kristelig folkeparti
Høyre
Fremskrittspartiet (“partito del progresso” populista e xenofobo) (“progresso”: n. fremskritt,
d. fremskridt, s. framsteg)

Innanzitutto bisogna spiegare perché il nome Venstre (lett. “sinistra”) indichi nella Norvegia di oggi
i liberali; il nome risale alla divisione storica, ottocentesca, tra “destra” conservatrice e “sinistra”
liberal-democratica. A sinistra della Venstre è poi cresciuta nel Novecento, in posizione egemonica,
la socialdemocrazia (lett. “partito dei lavoratori”, ossia “laburista”). Negli anni Ottanta e Novanta la
socialdemocrazia norvegese è calata nei consensi, perdendo un po’ per volta il suo ruolo egemonico.
Le elezioni del settembre 2001 hanno decretato il successo del centrodestra; la coalizione di
governo, presieduta da Kjell Magne Bondevik (Kristelig folkeparti) includeva: Høyre, Kristelig
folkeparti e Venstre, con l’appoggio esterno del Fremskrittspartiet, allora il terzo partito della
Norvegia. I socialdemocratici rimanevano il partito di maggioranza relativa, con circa il 25% dei
consensi, ma restavano al di sotto delle tradizionali posizioni di forza (ca. 35-40%) e apparivano in
crisi e lacerati da conflitti interni. Per contro il Fremskrittspartiet aumentava notevolmente i suoi
consensi. Nel settembre 2005 le elezioni hanno portato al cambio di maggioranza, con la vittoria di
Arbeiderpartiet, guidati da Jens Stoltenberg. I socialdemocratici governano in coalizione con
Sosialistisk Venstreparti e Senterpartiet. Dopo i socialdemocratici, tornati forti, il secondo partito
del paese è comunque Fremskrittspartiet, con ancora più consensi di prima.

Il Folketing si trova nell’ex palazzo reale di Christiansborg, sull’isolotto al centro della città che è il
vero e proprio luogo di fondazione di Copenaghen (Slotsholmen). Comprende 179 seggi. Le
elezioni si svolgono ogni quattro anni. Oltre a due rappresentanti groenlandesi e uno delle Fær Øer,
i partiti che siedono attualmente nel Folketing sono (da sinistra a destra):

Enhedslisten (“Lista unitaria” che raccoglie vari movimenti della sinistra)


Socialistisk Folkeparti
Socialdemokratiet
Det Radikale Venstre (i liberali)
Kristelig Folkeparti
Venstre (NB! ora partito conservatore, ex agrario)
Det Konservative Folkeparti
Dansk Folkeparti (partito populista e xenofobo)

Notiamo una dicitura dei partiti ancora più peculiare, ma che ha in sostanza la stessa spiegazione
data per la Norvegia: Venstre (“sinistra”) era nell’Ottocento il partito agrario e grundtvighiano, che
comprendeva anche la borghesia radicale urbana. All’inizio del Novecento quest’ultima si è staccata
dalla Venstre formando Det Radikale Venstre. Oggi i primi sono un partito conservatore, di
centrodestra, e i secondi corrispondono ai liberali. Notiamo inoltre come il concetto di “popolo”
(folk) sia radicato nella cultura politica danese: ben quattro partiti, di tutto l’arco costituzionale, si
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chiamano “partito popolare”. Le ultime elezioni hanno avuto luogo nel settembre 2005 e hanno
confermato al governo i partiti di centrodestra, già vittoriosi nel 2001, e la sconfitta dei
socialdemocratici. L’attuale governo, presieduto da Anders Fogh Rasmussen della Venstre (partito
di maggioranza relativa), si basa su una coalizione tra Venstre e Det Konservative Folkeparti, con il
decisivo appoggio esterno di Dansk Folkeparti, oggi il terzo partito danese. La socialdemocrazia
danese è attualmente in crisi profonda, divisa internamente e indecisa sulla linea da seguire.

I recenti esiti elettorali, che indicano un certo spostamento a destra e un’affermazione di partiti più o
meno dichiaratamente xenofobi, rispecchiano tendenze in atto anche in altri paesi europei. La
questione dell’immigrazione è stata al centro dell’attenzione negli ultimi due o tre decenni;
possiamo dire che essa sia un aspetto particolare di tutto il dibattito sul welfare state e sul
mantenimento della propria identità nazionale e nordica. Se gli immigrati dal terzo mondo (presenti
massicciamente in Svezia, moderatamente in Danimarca, e in misura ancora minore in Norvegia e
in Finlandia) devono essere inclusi nel sistema sociale che tutela gli altri cittadini, fino a che punto
li si può accogliere? Non rischia l’ondata migratoria di minacciare le identità e lo stile di vita di
paesi piccoli per popolazione? A queste domande norvegesi e danesi hanno dato una risposta in cui
prevalgono la chiusura e la paura. Il loro welfare state viene visto come un giardino da proteggere
contro interferenze esterne, e tende a diventare di fatto esclusivo e non inclusivo. Le nozioni etniche
di “norvegesità” e “danesità” segnano un discrimine. In Svezia, almeno per il momento, i toni
xenofobi sono invece banditi dal dibattito politico e nell’opinione pubblica, anche in quella
conservatrice. Nonostante l’integrazione presenti ovviamente problemi e generi conflitto anche in
Svezia, si ha l’impressione che qui prevalga un clima di maggiore tolleranza e che il melting pot –
basta camminare per le città per accorgersene – funzioni meglio. Unione Europea, immigrazione dal
terzo mondo e processi economici multinazionali sono vari aspetti di quella globalizzazione che
provoca inquietudine anche in Scandinavia: può ogni nazione ancora essere “padrona a casa
propria”?
In conclusione diamo uno sguardo alle attuali case reali, ai loro componenti e alle loro
prospettive. In Danimarca a Cristiano X (1910-47) succede Federico IX (1947-1972) e, con la
modifica costituzionale del 1953, sale al trono Margrethe II (1972), sposata con il principe francese
Henrik. Margrethe è una regina amata e rispettata da tutti, una donna intelligente, elegante e
creativa (lavora tra l’altro come stilista e disegnatrice). Il suo discorso alla nazione, tenuto per
Capodanno, è un intervento non formale, che va a toccare sempre aspetti importanti e sentiti della
vita civile nazionale, e che viene riportato e commentato da tutti gli organi di informazione. Il
principe ereditario è il bel Fredrik, sportivo, amante della vela e dell’aviazione. Nel 2004 si è
sposato con l’australiana Mary, giurista; la coppia ha due figli piccoli, il primogenito è l’erede al
trono Christian. Suo fratello minore Joachim è stato sposato con Alexandra, di origine europeo-
asiatica, anch’essa beniamina della nazione come Mary; Joachim e Alexandra, che hanno due
bambini, hanno ufficializzato il loro divorzio nel 2005.
A Håkon VII (1905-57) succede in Norvegia il figlio Olav V (1957-91), anche lui molto
amato; ad Olav subentra Harald V (1991), che infrange la tradizione sposando una donna borghese,
Sonia. L’esempio è ripetuto ora dal figlio, il principe ereditario Håkon, che nell’estate del 2001 si è
sposato con Mette-Marit, la quale non solo non ha il sangue blu, ma ha un figlio da una precedente
relazione e un passato, almeno secondo la stampa rosa, piuttosto “sesso droga e rock’n’roll”. Håkon
e Mette-Marit hanno avuto una bambina nel 2004 e danno l’impressione di voler vivere come una
coppia assolutamente normale. Una buona parte dei norvegesi approva, poiché i reali mostrano così
di volere essere come tutti gli altri. I monarchi più tradizionalisti obiettano: perché tenere una
coppia di reali che è proprio “come tutti gli altri”?
In Svezia, infine, Gustavo V (1907-50) è un re meno amato dai socialdemocratici, in quanto
non proprio “sopra le parti”, conservatore e filotedesco. Il figlio Gustavo VI Adolfo (1950-73), fine
umanista e archeologo, pur diventando re a 68 anni suscita più consenso. L’attuale re è suo nipote
Carlo XVI Gustavo (1973), sposato con la borghese tedesco-brasiliana Silvia, molto amata (più del
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re che è un personaggio timido e non brillante). La loro primogenita Victoria, erede al trono, è
fidanzata ma non ancora sposata. Ma nonostante qualche guaio con l’anoressia, ora superato, anche
lei dà l’impressione di volersi preparare con convinzione al compito di regina che la attende.
Che futuro hanno le monarchie in Scandinavia? Un dato emblematico è che nel programma del
partito socialdemocratico svedese c’è scritto da sempre che si desidera abolire la monarchia e fare
della Svezia una repubblica; ma tale principio resta per molti svedesi – magari socialdemocratici,
ma affezionati alla corona – solo sulla carta. È in generale così per molti scandinavi. Sì è
consapevoli che la corona è diventata un’istituzione superflua e in fondo anacronistica, utile solo a
dare lavoro ai giornalisti della stampa rosa. Ma molte persone sono ancora attaccate al suo valore di
simbolo dell’unità nazionale. Resta da vedere se gli eredi al trono avranno la voglia di assumersi il
compito, e a quali condizioni.