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NOTE DI SALA

“Il golfo di Sorrento visto dalla Mole”

Carissimo ascoltatore,
ti scrivo queste note di sala per incuriosire e stuzzicare la tua voglia di sbirciare al di là delle note che udirai:
il surreale titolo del concerto “Il golfo di Sorrento visto dalla Mole” contiene l’azzardato accostamento di
canzoni piemontesi con canzoni napoletane. Il titolo, in verità, ha radici nella storia del nostro paese:
Torino e Napoli sono due capitali che nel 1861 si unificano in un'unica realtà chiamata Italia, realtà questa,
che mai dimenticherà la propria origine plurale e che, anzi, di questa pluralità ne ha fatto un proprio punto
di forza. Una veloce occhiata ai titoli del programma musicale, mette in evidenza la tematica principale
delle canzoni ovvero sia, l’amore, sentimento universale e senza tempo che illumina il cammino delle
nostre esistenze.
“Ti amo”:
espressione inesistente nella lingua piemontese: in piemontese si può dire “at vőj ben” (ti voglio bene), “ a
son annamurà ad ti” (sono innamorato di te) ma non ci sono parole che traducano “Ti amo”.
Questa incredibile rivelazione già basterebbe a comprendere musicalmente tutti i canti popolari
piemontesi; come meravigliosamente scrive A. Baricco “la piemontesità è un mito non pervenuto fatto di
una miscela di timidezza e ribellione, di coraggio e modestia. Il mix è micidiale: siamo goffi al cospetto della
felicità, e dignitosi nelle avversità: così manchiamo lo spettacolo della vita, spesso, ma ne rispettiamo la
dignità come pochi altri.”
Ecco come dobbiamo prepararci all’ascolto della stroficità e la ripetizione di carattere “corale” con le quali i
canti popolari piemontesi fan sì che il contastorie e gli ascoltatori si stringono in un abbraccio rassicurante
e riscaldante contro le fredde nebbie dell’inverno piemontese.
Nel “Il cacciator del bosco” la signorina canta il proprio scoramento per esser stata sedotta dall’amore e
abbandonata, nel “Convegno notturno” è la fijeta che si prende burla del giovincello innamorato come ne
“L’aria del molino” e, ne “La rana e il rospo”, la rana “bela come na fiur” piange per essersi malmaritata:
tutti eseguiti nell’armonizzazione lungimirante del compositore torinese Leone Sinigaglia, i canti sono stati
rielaborati e, qualche volta, reinventati dal Duo Teste dure con l’intento di creare e sottolineare una
“teatralizzazione…alla piemontese”. Piccola curiosità sul brano “Il sogno”, composto da C. Mosso, del quale
è stata allieva la pianista: “io sogno in francese – era nato a La Seyne sur Mer- e quelle poche volte che
sogno in italiano… non riesco a finire il sogno: ecco perché in questo canto mancano le chiuse armoniche
delle frasi”.
E se la piemontesità è un mito non pervenuto, la napoletanità è un mito del Parnaso: il napoletano è colui
per il quale tutto appare poetico, o meglio ancora, il napoletano sa rendere tutto poetico, pulsante,
amplificato, atemporale, estatico… figuriamoci l’ammore:
“a vucchella” (la boccuccia) che sembra un fiorellino appassionato, le rose belle del “Dolce sera” che
bisbigliano tra loro, la passione che bussa alla finestra a “Marechiare”, sono tutte canzoni napoletane
sapientemente armonizzate da Tosti che, con l’utilizzo di una ricercata semplicità, è riuscito a mantenere la
veracità poetica del testo.
Come isole in mezzo a questo mare di canti popolari, il Duo teste dure ha scelto di proporre due arie
d’opera tratte da melodrammi: l’una, ambientati a Napoli, ovvero la celeberrima “L’amore è un
ladroncello” dal “Così fan tutte” di Mozart che non ha bisogno di presentazioni ma che riascoltata con l’eco
delle canzoni popolari del luogo nel quale si svolge la vicenda, ritrova una nuova freschezza e l’altra, di
rarissimo ascolto, tratta da “Amica” di Mascagni e ambientata sulle montagne piemontesi, sottolinea ancor
più, quanto la “cinta naturale” di montagne del Piemonte, porti ad un istinto di chiusura (il piemontese è
leggendariamente “chiuso”) e attaccamento alla natura della propria terra.
Altra “isola” in mezzo al mare di canti popolari sono le celeberrime “o sole mio”, la cui duplice valenza del
sole interpretato come “sole di Napoli” e “sole” come amata e “Funiculì funiculà”, scritta per
l’inaugurazione della funicolare che raggiungeva la cima del Vesuvio: una curiosità su questa canzone è che
Richard Strauss incluse il brano nel suo poema sinfonico “Dall’Italia”, Casella nella sua Rapsodia “Italia”, e
addirittura Schoenberg in un suo quartetto e Rimsky-Korsakov in una delle sue “canzoni napoletane” per
orchestra!
Sempre a proposito di isole in mezzo al mare, a conclusione del concerto, due brani tratti dal repertorio
odierno (difficile classificarli in un genere musicale senza sminuirne o snaturarne il valore!):
“Caruso” di Lucio Dalla e “Vieni via con me” di Paolo Conte: curiosa la storia di Dalla che con la propria
imbarcazione in panne, si trovò costretto a soggiornare in un albergo a Sorrento, proprio nella stanza che
anni prima aveva ospitato il tenore Enrico Caruso, poco prima della morte. Qui i proprietari dell'albergo gli
raccontarono degli ultimi giorni della vita del tenore e della sua passione per una giovane a cui dava lezioni
di canto. Da quei racconti Lucio Dalla trasse ispirazione per scrivere il brano.
Con “Vieni via con me”, Conte, piemontese fin sulla punta dei baffi, sembra voler esortare il piemontese a
uscire dal proprio guscio e godere le gioie della vita senza perdere la propria “stroficità esistenziale”.
Caro ascoltatore, è giunta l’ora di salutarci e di augurarti buon ascolto.
Un’ultima cosa: ho parlato di distanze improbabili (la Mole e Sorrento) e di isole ma ti rammento una cosa
che mi insegnò un’anziana amica “togli l’acqua e vedrai che tutto è collegato”!