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SEZIONE STACCATA DI RODI GARGANICO (FG) A.A. 2015/16.

CORSO DI MUSICA DA CAMERA II

Docente: Francesco Mastromatteo ;


Allievo : Vincenzo Bellotti.

FILIPPO GRAGNANI
Nasce a Livorno il 3 settembre 1768, discendente di un’antica famiglia di liutai livornesi
(suo padre era stimatissimo costruttore di violini, violoncelli e chitarre e i suoi strumenti
erano molto richiesti anche all'estero), fu avviato probabilmente allo studio del violino, e
successivamente del contrappunto e della composizione, per la quale fu allievo di Giulio
Maria Lucchesi.

Nel corso dei suoi studi ebbe poi modo di conoscere numerose opere per chitarra, che lo
colpirono a tal punto da indurlo ad apprendere velocemente la tecnica di quello strumento.
La sua prima esperienza come compositore per chitarra fu molto probabilmente in Italia,
dove pubblicò, agli inizi del XIX secolo, alcune opere per il suo strumento e cameristiche
con gli editori Ricordi e Monzino di Milano.

Dopo alcuni viaggi in Germania, si stabilì, verso la fine del 1810, a Parigi. Qui pubblicò le
sue più importanti opere e conobbe Ferdinando Carulli con il quale collaborò
intensamente.

Le notizie su Gragnani si fermano al 1812, data che veniva da tutti considerata come la
data della sua scomparsa, avvenuta poco probabilmente a Parigi poiche’ in seguito fu
ritrovata l’annotazione della morte, nel Registro dei Morti della Parrocchia S.Martino di
Salviano in Livorno avvenuta il 29 luglio 1820.
Per ciò che riguarda la sua produzione, in parte non del tutto esplorata (molte
composizioni manoscritte sono ancora giacenti in varie biblioteche italiane mai considerate
da alcun editore), oltre che dispersa si conoscono una ventina di composizioni, di cui
quindici con numero d'opera (tra le composizioni pubblicate senza numero d’opera vi sono
tre duetti per due chitarre dedicati a Ferdinando Carulli), molte delle quali cameristiche tra
cui vanno ricordati:
- i Duetti Op.8 per violino e chitarra;
- il Trio per tre chitarre Op. 12;
- il Trio per flauto, violino e chitarra Op. 13;

Mentre per chitarra sola, meritano la dovuta attenzione:


- la Fantasia Op. 5;
- la Sonata sentimentale Op. 15.

Dal punto di vista formale il Gragnani mostra di aver assimilato in modo esemplare i
modelli del “classicismo”, così come emerge dalla maggior parte delle sue composizioni, e
in particolare in quelle per più chitarre, fra le quali merita speciale menzione il trio per
chitarre op. 12, pubblicato a Parigi da Richault.
Il trio sembra sia stato infatti uno dei primi brani scritti appositamente per questo organico,
ed è per questa ragione che ancor oggi è molto conosciuto ed eseguito. Anche all'epoca le
esecuzioni del trio sembra incontrassero il più vivo favore, specie quando vi partecipava
l'autore, virtuoso di grande talento.

Nella storia della musica il classicismo è il periodo che succede al barocco e precede
l’avvento del romanticismo. Esso dominò la musica europea tra il 1770 e il 1830 ed ebbe il
suo centro in Vienna, città nella quale vissero ed operarono i suoi esponenti più illustri:
Haydn, Mozart e Beethoven.

Il classicismo musicale fu preparato dal lavoro dei musicisti che, durante l’ultima fase del
barocco e del periodo del rococò (1750-1770 circa) avviarono l’acquisizione delle strutture
formali e l’articolazione espressiva della sonata.

Infatti elementi differenziali rispetto al barocco sono soprattutto la mancanza, appunto, di


forme nuove (tutte o quasi tutte le forme musicali impiegate dai maestri del classicismo
hanno matrice e origine dal barocco) e il carattere internazionale della produzione artistica,
risultante dal superamento degli stili nazionali e dalla fusione di esperienza diverse. Non è
senza ragione il fatto che il classicismo abbia trovato la propria “capitale” a Vienna, città in
cui si incontrano geograficamente le culture del nord, del sud e dell’est europeo in cui
confluiscono musicalmente la logica costruttiva dei musicisti tedeschi e la propensione
melodica latina. Il classicismo musicale si realizzò soprattutto nella musica strumentale,
che conobbe in questo periodo una crescita produttiva, uno sviluppo tecnico e un
affinamento stilistico notevole.

L’amore immenso del Gragnani verso la chitarra è dimostrato anche dalla pubblicazione,
di cui ne è autore, di un Metodo per chitarra (il cui manoscritto è conservato presso la
Biblioteca del Conservatorio di musica G. Verdi di Milano), in cui sembra voler indagare
continuamente sulle possibilità esecutive dello strumento, mirando a estenderne il più
possibile i confini espressivi.

Oggetto di studio approfondito del sottoscritto (seconda chitarra) e dei mie colleghi
Michele Papa (prima chitarra) e Roberto Di Tullio (terza chitarra) è il Trio per tre chitarre
Op. 12.
Quest’ultima è una composizione tripartita:

La prima parte è un allegro in forma sonata nella tonalità di Re maggiore con tema molto
orecchiabile e in cui si esalta la virtuosità della seconda ma soprattutto della prima
chitarra. Sono molto evidenti le differenze di intensità sonore passando in breve da
pianissimo a fortissimo rendendo a mio avviso l’ascolto più gradevole e meno impegnato.

La seconda parte è un tema con variazioni nella tonalità (ad esclusione della terza
variazione che è La minore) di La maggiore. Anche qui sono esaltate le virtuosità, con
ancor più difficoltà della sonata, della prima e della seconda chitarra le quali sono
distanziate dalla terza variazione il cui andamento e decisamente più contenuto sia dal
punto di vista ritmico che sonoro che prepara alla variazione quarta, ultima e velocissima
la cui melodia è eseguita dalla prima chitarra.

La terza parte è un minuetto nella tonalità di Re maggiore (tranne la parte centrale nella
sua relativa minore) meno virtuosistica delle sue precedenti. Proprio per quest’ultimo
motivo a mio avviso da (probabilmente anche all’ascoltatore) una sensazione di
rilassamento dopo l’impegno applicato nell’eseguire e nell’ascoltare la sonata e il tema con
variazioni.

Le difficoltà maggiori riscontrate, nello studio e nella messa a punto del brano, dal
sottoscritto, oltre al fattore della virtuosità di alcune parti della composizione, sono state
alcune che man mano venivano a galla.
Le più evidenti sono state principalmente due: la prima quella di coordinarsi ritmicamente
con altri due chitarristi (molti di noi chitarristi “nascono” e “muoiono” solisti) nonostante le
precedenti esperienze di duetto e la seconda quella di impadronirsi del brano stesso, vista
la sua lunghezza, in modo da eseguirlo con i colori dovuti in maniera spontanea.
Come al solito soprattutto per merito del docente di musica da camera, la pazienza e la
collaborazione sincera dei miei colleghi (hanno più o meno la metà dei miei anni) credo di
aver fatto il massimo delle mie possibilità.