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I libri di Viella

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Memoria e rimozione
I crimini di guerra del Giappone e dell’Italia

a cura di
Giovanni Contini, Filippo Focardi e Marta Petricioli

viella
Copyright © 2010 - Viella s.r.l.
Tutti i diritti riservati
Prima edizione: ottobre 2010
ISBN 978-88-8334-412-1

La pubblicazione di questo volume si avvale di un contributo concesso dall’Ente Cassa di


Risparmio di Firenze e del Dipartimento di Studi sullo Stato dell’Università di Firenze.
Le traduzioni dal giapponese sono opera di Nozomi Mitzsumori e di Edoardo Gerlini.
I saggi di Ken Ishida e di Takao Matsumura sono stati tradotti dall’inglese rispettivamente da Marta
Petricioli e Giovanni Contini.
GIOVANNI CONTINI, FILIPPO FOCARDI, MARTA PETRICIOLI

Introduzione*1

Quanti anni sono necessari a una società, a un paese, per capire e fermarsi
a riflettere sugli aspetti più laceranti del suo passato?
Questa domanda è fondamentale non solamente per il Giappone e l’Italia
ma resta aperta, è drammaticamente aperta, per le tante regioni che sono state
teatro di sanguinose guerre nel corso del XX secolo. Pensiamo all’America
Latina, all’Africa, al Medio Oriente, ai Balcani, solo per citarne alcune. La
responsabilità degli studiosi di scienze sociali è molto grande, soprattutto in
assenza di risposte da parte della sfera politica, o, peggio ancora, in presenza
di verità alternative. Poiché ci sono due modi di negare la verità dei fatti:
nascondendola oppure inventando una verità alternativa.
Obiettivo di questo volume è di mettere a confronto le esperienze del
Giappone e dell’Italia nell’affrontare un problema estremamente doloroso e
allo stesso tempo controverso. Il problema dei crimini perpetrati dagli eserciti
italiano e giapponese, prima e durante il secondo conflitto mondiale, non ha
infatti ricevuto la dovuta attenzione non solo da parte della storiografia dei
due paesi, ma neppure da parte dell’opinione pubblica e delle autorità
costituite: politiche, giudiziarie e militari.
Per quanto riguarda il Giappone, l’attenzione viene posta sulla condotta
dell’esercito giapponese durante l’invasione della Manciuria nel 1931, nel
corso della guerra contro la Cina a partire dal 1937, e durante il successivo
conflitto mondiale. Nel caso dell’Italia sono presi in considerazione i crimini
perpetrati nel corso della cosiddetta riconquista della Libia, della successiva
guerra per la conquista dell’Etiopia, e dell’occupazione dei territori dei
Balcani e dell’Unione sovietica durante la seconda guerra mondiale.
Le relazioni degli storici e dei giuristi giapponesi analizzano il contesto
storico in cui le forze armate del loro paese hanno agito, il tipo e l’entità dei
crimini che hanno commesso e la strada compiuta per far prendere coscienza
di questi avvenimenti all’opinione pubblica giapponese. Il problema, infatti,
non è solo quello di conoscere i fatti ma di spingere l’opinione pubblica
nazionale a riflettere sul proprio passato. Su questa strada, coloro che si sono
impegnati a difendere le vittime della guerra, e alcuni di loro sono fra gli
autori dei saggi di questo volume, hanno incontrato molti ostacoli e a volte
una totale chiusura da parte delle autorità. Anche l’opinione pubblica risulta
ancora scarsamente informata su quanto è avvenuto ormai oltre sessanta anni
fa, e ciò anche perché i manuali scolastici non affrontano il tema.
I saggi degli autori italiani si occupano di problemi analoghi, mettendo in
evidenza il ritardo con cui la storiografia ha studiato il comportamento
dell’esercito italiano nel corso delle guerre coloniali e quello delle truppe di
occupazione italiane durante la seconda guerra mondiale.2 Un ritardo che è
accompagnato dalla mancata – o quantomeno largamente inadeguata – presa
di coscienza da parte dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica sui
crimini commessi. Basti pensare alla lunga polemica tra Indro Montanelli e
Angelo Del Boca sull’utilizzazione di agenti chimici in Etiopia,
pervicacemente negata da Montanelli col sostegno di numerosi organi di
stampa, e ufficialmente ammessa dal governo italiano solo alla metà degli
anni novanta.3 A prevalere nel nostro paese è ancora il mito degli “italiani
brava gente” che aiutano le popolazioni dei territori occupati e le difendono
contro i tedeschi e che poi sono vittime sia delle stragi naziste sia delle foibe
jugoslave. L’Italia inoltre, a differenza del Giappone, alla fine della guerra è
riuscita ad evitare un processo esemplare sul modello di Norimberga, e la
consegna alla giustizia dei propri criminali di guerra.4 Nessuna aula di
tribunale in Italia si è pronunciata fino adesso sulle accuse di crimini di
guerra mosse a connazionali, né i manuali scolastici hanno dedicato
attenzione a questi aspetti poco edificanti della storia nazionale.
Il presente volume raccoglie gli atti del convegno Memoria e rimozione. I
crimini di guerra del Giappone e dell’Italia (Firenze, 24-25 settembre 2007).
Svoltosi in occasione del 70° anniversario della strage di Nanchino, il
convegno ha rappresentato la prima occasione per i ricercatori italiani e
giapponesi di affrontare, in una prospettiva storiografica comparata, i
processi di rimozione verificatisi nel periodo postbellico che sono stati
all’origine di una cancellazione quasi completa dalle rispettive memorie
pubbliche nazionali dei crimini di guerra compiuti su larga scala da entrambi
i paesi nel corso dei rispettivi conflitti coloniali e durante la seconda guerra
mondiale.
Nel saggio che apre il volume, lo storico giapponese Ken Ishida analizza le
caratteristiche e il contesto storico dei massacri compiuti dalle forze armate
dei due paesi e il modo con cui si sono fatti i conti con quella pesante eredità.
In primo luogo Ishida pone l’attenzione sul legame di lungo periodo esistente
tra i crimini compiuti da Italia e Giappone fin dalla fine del XIX secolo nel
corso delle guerre e occupazioni coloniali e le politiche e le strategie poste in
atto durante il conflitto mondiale.
In secondo luogo, l’autore analizza il problema della percezione della
guerra e degli effetti delle occupazioni militari attraverso l’esame
dell’atteggiamento degli intellettuali giapponesi e italiani. Se in Giappone si
deve aspettare fino al 1959 per avere, con il volume In Shanghai di Yoshie
Hotta, un testo critico di denuncia della politica aggressiva del proprio paese,
in Italia il processo di distacco degli intellettuali dalla politica del regime
avviene, secondo Ishida, già con la guerra civile spagnola ed è reso esplicito
nel 1941 da Vittorini con la pubblicazione di Conversazione in Sicilia.
Tuttavia, anche in Italia la cultura antifascista, che si afferma nel dopoguerra,
ha mancato a lungo di compiere un “esame di coscienza” approfondito sulle
responsabilità del paese nelle politiche di occupazione condotte all’insegna
della violenza prima in Africa e poi in Europa.
Ultimo e fondamentale aspetto, considerato da Ishida, è rappresentato dai
limiti della punizione contro i criminali di guerra negli anni che seguirono il
conflitto. A suo parere ciò trova spiegazione nel calcolo politico non solo dei
vinti ma anche dei vincitori della guerra, come dimostra la decisione
statunitense di salvaguardare la figura dell’Imperatore giapponese o la
protezione britannica accordata al maresciallo Badoglio.
Una comparazione la compie anche Hisashi Yano, ma questa volta tra
Giappone e Germania, tra i lavoratori forzati nelle colonie giapponesi e il
sistema di lavoro schiavistico dei tedeschi. Entrambi i paesi adottorano una
politica di sfruttamento su larga scala di lavoratori stranieri. L’autore rileva
però differenze legate sia alla diversa ideologia dei due regimi sia al
differente sistema di potere. A suo giudizio, ad esempio, la maggiore stabilità
del sistema di potere giapponese sia all’interno del paese sia nelle colonie e
nei territori occupati avrebbe impedito esiti genocidiari analoghi a quelli
prodotti dalle dinamiche di radicalizzazione tipiche del sistema policratico
nazionalsocialista. Un’importante differenza emerge anche nel livello di
sviluppo della storiografia, tra una Germania che svolge decine d’inchieste
sul complesso e stratificato mondo della concentrazione e il Giappone che ne
effettua poche, per giunta occupandosi quasi esclusivamente del lavoro
schiavistico all’interno del Giappone ed escludendo dal campo di ricerca
buona parte di quello che accadde nei territori dello sconfinato impero
nipponico.
Innovativi risultano in questo settore gli studi di Aiko Kurosawa, che nel
saggio qui presentato tratta un altro aspetto dei crimini giapponesi quello dei
Romusha, ovvero del lavoro forzato a cui furono costretti centinaia di
migliaia di operai deportati dall’Indonesia e dalla Malesia, impiegati nella
costruzione e riparazione delle ferrovie in Tailandia e Birmania. La questione
dello sfruttamento di massa del lavoro coatto, toccata da Kurosawa come da
Yano, richiama una dimensione del dominio giapponese che non ha
corrispettivo nel caso italiano, anche se non sono mancati esempi di
sfruttamento di manodopera da parte italiana, ad esempio in Libia.
Un inquadramento generale dei crimini giapponesi in territorio cinese, e in
particolare del massacro di Nanchino, è tracciato da Guido Samarani nel suo
contributo che definisce le fasi fondamentali della guerra di resistenza anti-
giapponese svoltasi in Cina dal 1937 al 1945.
Esponendo le vicende dell’Unità 731, relative al programma nipponico
della guerra batteriologica e delle sperimentazioni sugli esseri umani, Takao
Matsumura affronta il tema del sistematico occultamento delle prove, che ha
goduto di importanti coperture a livello politico.
L’Unità 731 riuscì con successo a selezionare i ceppi più resistenti di
batteri micidiali, tra gli altri quello della peste. Gli uomini che ne facevano
parte operavano su cavie umane, prigionieri cinesi nessuno dei quali riuscì a
sopravvivere. Pulci infette venivano lanciate nei pressi dei villaggi cinesi,
così che attraverso i ratti infettassero gli uomini. Le epidemie provocarono un
numero di morti che è difficile stabilire, spesso non furono riconosciute come
epidemie artificiali, ma certamente restarono attive per decenni.
La maggior parte di coloro che furono coinvolti negli esperimenti sui
prigionieri cinesi ha continuato ad occupare posizioni importanti nel
Giappone postbellico. Ciò anche grazie alla loro disponibilità a collaborare
con i programmi americani di guerra batteriologica in cambio della promessa,
ottenuta nel settembre 1947, di non perseguibilità dei crimini di guerra. Solo i
sovietici processarono e condannarono per crimini di guerra alcuni dei
responsabili giapponesi. Ma gli atti del processo che si tenne a Khabarovsk,
pubblicati nel 1950, non ebbero alcuna eco in Giappone. Takao Matsumura,
autore del saggio, è stato membro del gruppo che nel 1991 ha indagato sulle
operazioni della guerra batteriologica condotta dai giapponesi in Cina. In
seguito a tale inchiesta, nel 1995 hanno avuto luogo i primi processi basati
sulle richieste di risarcimento e di scuse avanzate da parte di alcune vittime o
dai loro familiari.
Sebbene la Corte distrettuale di Tokio, in primo grado, e in seguito l’Alta
Corte di giustizia e la Corte suprema abbiano respinto le richieste dei
querelanti, e nonostante che nel 1997 una nuova istanza, presentata da 180
vittime delle armi batteriologiche giapponesi, sia stata nuovamente respinta,
in ognuna di queste istanze e nel corso delle battaglie legali, gli eventi
denunciati sono stati accertati e riconosciuti come fatti storici. Matsumura
conclude il suo saggio sottolineando l’importanza della battaglia legale che si
sta svolgendo in Giappone, dove sono in corso ben quaranta processi basati
sulle denunce delle vittime dei crimini di guerra.
Anche i saggi di Kasahara e di Watanabe, quest’ultimo avvocato delle
vittime in alcuni dei processi in corso, sottolineano che proprio grazie ai
processi per i crimini commessi nel corso del cosiddetto “stupro di
Nanchino” del 1937, e nonostante che le istanze siano state respinte, si è
avuto un formale riconoscimento della storicità dei fatti da parte dei giudici
nipponici. Secondo Kasahara, uno dei maggiori esperti giapponesi sul
massacro di Nanchino, ciò assume grande importanza di fronte alla rimozione
e negazione dei fatti diffusa a ogni livello della società giapponese,
testimoniata dalla scarsissima attenzione dei media e dal fatto che ancora
oggi nei testi scolastici prevalga l’intervento censorio dello Stato. Ciò, a suo
parere, è dovuto anche all’impressionante continuità tra la classe politica del
periodo bellico e quella attuale e all’intervento negazionista da parte di
esponenti politici quali ad esempio l’ex-primo ministro Abe.
Interessantissime, a questo proposito, le genealogie sintetiche che l’autore ci
propone, che mostrano come molti ministri o addirittura primi ministri del
Giappone postbellico discendano direttamente da padri o nonni che furono
condannati come criminali di classe A al processo di Tokyo, o che furono
comunque responsabili di primo piano della politica militarista del paese.
Da notare qui una differenza rilevante rispetto al caso italiano, segnato nel
dopoguerra da una netta frattura politica e dal rapido avvicendamento della
classe dirigente antifascista. Anche in Italia vi fu però un forte elemento di
continuità negli apparati amministrativi dello Stato, e ciò può contribuire a
spiegare l’esito analogo della mancata maturazione di una coscienza critica
sul passato coloniale e sulle responsabilità belliche.
La versione negazionista dello “stupro di Nanchino”, secondo Kasahara, è
molto cresciuta negli ultimi anni, tanto da far temere che nel futuro potrebbe
finire per diventare l’unica versione dei fatti.
La diffusione in Giappone negli anni novanta del movimento revisionista è
ben illustrata da Rosa Caroli, che sottolinea ad esempio l’enorme successo
dei fumetti manga dell’ultranazionalista Yoshinori Kobayashi, contrario alle
ricerche sui crimini di guerra e a qualsiasi offerta di scuse alle popolazioni
asiatiche vittime dell’imperialismo nipponico. Le difficoltà incontrate da
quanti in Giappone cercano di rendere giustizia a queste vittime sono
segnalate dall’avvocato Hiroshi Hoyama, critico nei confronti delle istituzioni
giapponesi, troppo spesso schierate a difesa di posizioni revisionistiche se
non propriamente negazionistiche.
Nei loro saggi Nicola Labanca, Eric Gobetti e Thomas Schlemmer
affrontano la questione dei crimini italiani a lungo efficacemente rimossa nel
Paese attraverso il mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”.
Labanca definisce il quadro dei crimini, degli «atti inumani» e degli «atti
genocidiari» commessi nelle colonie africane dall’Italia liberale e da quella
fascista. Analizza quindi il recente «Trattato di amicizia, partenariato e
cooperazione» firmato il 30 agosto 2008 dal governo di Silvio Berlusconi e
dal leader libico Gheddafi, ratificato nel febbraio 2009. Nonostante il
proposito richiamato nel testo di voler chiudere il «capitolo del passato», il
trattato resta «stranamente silente» e vago sulle colpe del colonialismo
italiano in Libia. Si rischia così – nonostante l’importanza dell’accordo
diplomatico – di compiere un passo indietro rispetto ai riconoscimenti delle
responsabilità del colonialismo italiano avanzati nella seconda metà degli
anni novanta dal Presidente della Repubblica Scalfaro e dai governi Prodi e
D’Alema, che avevano iniziato ad intaccare sul piano istituzionale una
memoria repubblicana fino allora assai reticente sulle pagine oscure del
passato coloniale.
Il dibattito pubblico italiano ha posto l’attenzione negli ultimi anni sulle
foibe e sull’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, rinnovando
l’immagine del “bravo italiano” vittima della “barbarie slava e comunista”.
Eric Gobetti nel suo articolo prende in considerazione l’occupazione italiana
della Jugoslavia e smonta uno a uno i pilastri su cui l’immagine del “bravo
italiano” è stata costruita. Infondata risulta la raffigurazione (diffusa nel
dopoguerra dai Comandi militari italiani) dei “civili” soldati in grigioverde
contrapposti ai “barbari” partigiani comunisti. E parziale e distorsivo deve
essere considerato anche il paragone fra i “buoni” italiani e i “cattivi”
tedeschi. Nel caso della persecuzione degli ebrei, la differenza di
comportamento certamente fu netta, anche se non sempre e non dovunque gli
italiani figurarono nei panni dei salvatori dei perseguitati. Molto simile fu
invece la condotta nei confronti del resto della popolazione (che
rappresentava la stragrande maggioranza dei territori occupati). Nei casi in
cui differenze fra i due alleati effettivamente ci furono, ciò dipese da una
minore efficienza nel porre in atto le strategie repressive elaborate dai
Comandi, dalla cronica mancanza di mezzi degli italiani, o da contingenti
situazioni locali. Come dimostra la famigerata circolare 3C emanata dal
generale Roatta, gli ordini e le disposizioni inviate ai reparti non furono
diversi da quelli delle truppe di occupazione tedesche, prevedendo misure di
repressione collettiva contro i civili, che furono vittime di saccheggi,
fucilazioni e deportazioni di massa.
Per quanto riguarda la campagna di Russia, Thomas Schlemmer dimostra
che non si trattò affatto, come a lungo si è affermato esaminandone il tragico
esito, di una spedizione militare non sentita e mal sopportata dalle truppe,
solitamente raffigurate come vittime di pessimi comandi e del terribile
inverno russo. Al contrario, anche da parte italiana trapela una forte
motivazione ideologica, di “crociata” contro il comunismo non priva di
elementi di antisemitismo, rafforzata per altro dalla partecipazione attiva ed
efficace della Chiesa cattolica sul piano della propaganda. Fino allo
sfondamento del fronte sovietico nel dicembre 1942, l’Asse funzionò bene: le
truppe italiane collaborarono in più occasioni con quelle tedesche nella
repressione spiccia del movimento partigiano e non esitarono in varie
occasioni a consegnare gli ebrei catturati nelle mani dell’alleato-carnefice.
Sulla mancata “Norimberga italiana”, ovvero sulla mancata punizione dei
criminali di guerra italiani, si sofferma il contributo di Filippo Focardi. Il
riconoscimento alleato della cobelligeranza conferì all’Italia uno status
internazionale diverso rispetto alla Germania e al Giappone, consentendo
margini di azione che furono utilizzati sia dalla monarchia sia dai governi di
unità nazionale a partecipazione antifascista per evitare la consegna dei
criminali di guerra prevista dagli accordi armistiziali e poi dal trattato di pace.
La linea d’azione fu messa a punto soprattutto dal Ministero della Guerra e
dal Ministero degli Esteri, con il coinvolgimento di alcuni dei principali
responsabili dei crimini contro le popolazioni civili, come il generale Roatta
in Jugoslavia o il maresciallo Badoglio colpevole per l’impiego dei gas in
Etiopia, divenuti cobelligeranti nel 1943. Da un lato si rivendicò il diritto di
processare gli indiziati presso tribunali italiani, dall’altro fu avviata la
raccolta di una «controducumentazione» utilizzata per sottolineare i meriti
umanitari dei “bravi soldati italiani” e per ribaltare le accuse di crimini di
guerra sugli accusatori, in primo luogo sui partigiani jugoslavi. L’azione
italiana poté avere successo grazie al sostegno politico ricevuto prima dagli
Stati Uniti e poi dalla Gran Bretagna nel contesto della guerra fredda. Il
risultato fu che nessun italiano accusato di crimini di guerra fu estradato. A
sua volta, nel 1951 la giustizia militare italiana, che avrebbe dovuto condurre
i processi contro i presunti criminali di guerra, chiuse tutti i procedimenti
precedentemente avviati garantendo l’impunità agli indagati. Solo nel 2008
una denuncia dell’ex-procuratore militare di Padova, Sergio Dini, ha riaperto
la questione.5
Delle riparazioni per i crimini di guerra e della perseguibilità dei loro
autori si occupa il saggio di Laura Magi, che evidenzia le ambiguità del
trattato di pace con l’Italia in merito al problema dei risarcimenti. Oggi,
secondo Magi, l’evoluzione del diritto internazionale, con il riconoscimento
del diritto dei singoli individui al risarcimento del danno subito, renderebbe
possibile un’azione delle vittime dei crimini italiani – o dei loro familiari –
nei confronti dello Stato italiano. Esso, in ogni caso, avrebbe l’obbligo
morale di compiere gesti di solidarietà (ad esempio costruzione di scuole e
ospedali) a vantaggio di quegli Stati i cui cittadini hanno subito crimini di
guerra da parte italiana.6 Secondo l’autrice, il recente trattato italo-libico
segna una tappa importante in questa direzione.
Il volume rappresenta un primo confronto tra esperienze di ricerca diverse
e aiuta a chiarire gli elementi comuni e la specificità dei processi di
rimozione storica in Giappone e in Italia. Esso inoltre consente agli studiosi
italiani di conoscere aspetti inerenti ai crimini di guerra giapponesi
scarsamente noti in Italia7 e poco affrontati dalla ricerca storica italiana.
1. * Il presente volume raccoglie gli atti del convegno internazionale Memoria e rimozione. I crimini
di guerra del Giappone e dell’Italia, organizzato dal Dipartimento di Studi sullo Stato dell’Università
degli Studi di Firenze. Il convegno si è svolto a Firenze, presso la sede del Gabinetto G.P. Viesseux a
Palazzo Strozzi, nei giorni 24 e 25 settembre 2007.
2. Per una panoramica sugli studi più recenti e sui nodi storiografici principali cfr. Focardi F. e
Klinkhammer L., Italia potenza occupante: una nuova frontiera storiografica, in Politiche di
occupazione dell’Italia fascista. L’Annale Irsifar, Milano 2008, pp. 21-30; Focardi F., Introduzione, in
Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Africa e in Europa, a cura di F. Focardi e L. Ganapini,
in «Italia Contemporanea», 252-253 (2008), pp. 539-545.
3. Cfr. I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra di Etiopia, a cura di A. Del Boca, con prefazione
di N. Labanca e contributi di G. Rochat, F. Pedriali e R. Gentili, Roma 2007 (prima ediz. 1996).
4. Sulla cultura del ricordo in Italia, Germania e Giappone cfr. Erinnerungskulturen: Deutschland,
Italien und Japan seit 1945, a cura di C. Cornelissen, L. Klinkhammer, W. Schwentker, Frankfurt aM
2003.
5. Cfr. Giustolisi F., L’armadio della vergogna 2, in «il manifesto», 28 giugno 2008.
6. Un gesto di solidarietà dal forte significato morale è stato compiuto nel febbraio 2009
dall’ambasciatore italiano in Grecia, Gianpaolo Scarante, che si è recato in visita nel paesino di
Domenikon, in Tessaglia, porgendo le proprie scuse per la strage ivi commessa nel 1943 dall’esercito
italiano, responsabile della fucilazione di 145 persone. Il gesto non ha trovato, tuttavia, alcuno spazio
sui principali mezzi di comunicazione italiani. Cfr. www.nntp.it/cultura-storia/1725822-criminifascisti-
strage-di-domenikon-litalia-chiede-scusa-allagrecia.html, cosultato il 30 dicembre 2009.
7. Si segnala sul tema la recente pubblicazione in Italia del volume di Margolin J.L., L’esercito
dell’imperatore: storia dei crimini di guerra giapponesi, 1937-1945, Torino 2009.
I crimini giapponesi
KEN ISHIDA
Il problema dei crimini di guerra in Giappone e in Italia. Tre punti
di vista comparati*8

Come si possono confrontare i crimini di guerra dell’Italia e del Giappone?


Limitando la mia argomentazione al tema di questo convengo, cercherò di
affrontare il problema da tre diversi punti di vista. Anzitutto, allo scopo di
comprendere la ragione per cui furono commessi i crimini di guerra, è
opportuno utilizzare una prospettiva di lungo periodo. Poiché il Giappone e
l’Italia, in quanto ultime arrivate tra le potenze imperialiste, utilizzarono
metodi simili per controllare le loro colonie oltremare, esaminerò come esse
cominciarono ad adottare, fin dall’inizio del ventesimo secolo, metodi brutali
per eliminare la resistenza locale. In secondo luogo, poiché la sensibilità nei
confronti dei crimini di guerra è legata al modo in cui la popolazione in
Giappone e in Italia si poneva rispetto alle sofferenze causate dalla guerra,
accennerò all’atteggiamento adottato in proposito dagli intellettuali
giapponesi e italiani negli anni trenta. In terzo luogo, esaminerò la stretta
connessione tra i calcoli politici dei vinti e dei vincitori, in rapporto al
proscioglimento dei responsabili dei crimini di guerra. Concentrandosi sui
processi e le epurazioni successive alla seconda guerra mondiale, è facile
trovare nel contesto storico l’origine dei mancati processi agli autori di tali
crimini.
Il primo punto di osservazione concerne le caratteristiche dell’espansione
coloniale degli Stati nazionali di nuova indipendenza. Giappone e Italia
affrontarono problemi simili quali la presenza di scarse risorse a fronte di una
numerosa popolazione in aree rurali scarsamente produttive. Per superare la
loro debolezza economica si affrettarono a competere nella corsa coloniale.
Tutti coloro che idolatrano le ricchezze delle colonie raccontano solo bugie
senza sensi di colpa. Da parte mia, cercherò di fornire una visione di lungo
periodo dell’espansione militare di Italia e Giappone, soffermandomi anche
su esempi rilevanti di generali aggressivi quali Sadao Araki, Isamu Cho,
Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani.
Il Giappone, durante la sua prima guerra su larga scala contro la Cina nel
1894, sterminò 30 mila «contadini coreani ribelli». Nonostante che, con il
trattato di pace del 1895, il Giappone avesse ottenuto l’isola di Formosa,
l’esercito giapponese fino al 1915 impiegò 50 mila soldati in una campagna
di repressione contro la guerriglia uccidendo 30 mila persone. Tra il 1918 e il
1922, durante la spedizione siberiana, i militari giapponesi sperimentarono
un’altra guerra contro i partigiani. Il generale Sadao Araki, che negli anni
Trenta divenne un acceso militarista, fu fautore dell’intervento contro il
governo bolscevico e preparò la campagna militare in Siberia. Nel 1919
l’esercito di leva giapponese eseguì massacri, stupri e incendi per domare il
movimento coreano del «Primo Marzo». L’asservimento dei popoli
d’oltremare, anche durante la guerra russo-giapponese e la prima guerra
mondiale, gettò gradualmente un’ombra sui «rispettosi soldati giapponesi».9
L’impero giapponese, che aveva la pretesa di essere il fratello maggiore di
tutti i popoli asiatici, utilizzava il concetto dello scontro tra razze “di colore”
e razze bianche per giustificare la sua espansione nei paesi asiatici vicini. Il
complesso d’inferiorità nei confronti dell’Occidente alimentò anche la
propensione a ricorrere a misure energiche di controllo e a metodi coercitivi
verso le popolazioni asiatiche. D’altra parte i giapponesi sopravvalutarono il
significato delle loro continue vittorie sulla Cina; per questo non riuscirono
ad accettare le enormi perdite dovute alla forte resistenza incontrata intorno a
Shanghai nel 1937. Da Shanghai a Nanchino, la vendetta sanguinosa si
trasformò in un orrendo massacro. I soldati giapponesi, inoltre, vivevano
saccheggiando la popolazione cinese, poiché spesso soffrivano la fame a
causa dell’insufficiente appoggio logistico.10
L’Italia fece un ingresso peculiare nell’espansione coloniale con la
“disonorevole” esperienza della sconfitta di Adua nel 1896. Le sconfitte
strategiche si ripeterono anche durante la campagna libica dal 1911 al 1932.
Poiché l’esercito italiano incontrò la resistenza della guerriglia, commise
atrocità contro la popolazione facendo oltre 100 mila vittime. Oltre a far uso
dei bombardamenti aerei e dei gas velenosi, il governatore Pietro Badoglio e
il generale Rodolfo Graziani deportarono i contadini locali in campi di
concentramento circondati da filo spinato dove, secondo le statistiche
italiane, tra il 1930 e il 1932 morirono circa 30 mila prigionieri su 80 mila.11
A Graziani fu affibbiato il soprannome di “macellaio d’Etiopia”, per aver
portato «i capi dissidenti legati mani e piedi a bordo di un aeroplano e [averli
gettati] da un’altezza di diverse migliaia di piedi sugli accampamenti
tribali».12 Persino dopo il rilascio dai campi di concentramento molti
contadini furono costretti a lavorare «in condizioni di semischiavitù» per la
costruzione di strade e progetti di sviluppo agricolo nell’interesse dei coloni
italiani. La “missione civilizzatrice” spazzò via la popolazione locale o la
cacciò dalle terre fertili.13
In nome della civiltà, Emilio De Bono, governatore della Tripolitania,
ministro delle Colonie e comandante in capo durante la guerra d’Etiopia,
proclamò la liberazione degli schiavi dell’Etiopia settentrionale nell’ottobre
1935. Sebbene paragonasse Mussolini ad Abramo Lincoln, molti dei suoi
soldati furono reclutati con la forza nelle colonie italiane. La vita di questi
soldati di colore era considerata così poco che si dice che Ciano abbia ucciso
trentasei ascari dell’esercito italiano bombardandoli per sbaglio.14
Come i militari tedeschi che, tra il 1904 e il 1908, avevano perseguito una
«strategia di sterminio» uccidendo la metà degli Herero e dei Nama
nell’Africa sud occidentale, una volta promossi al ruolo di generali svolsero
poi un ruolo importante negli anni quaranta nella guerra di sterminio contro
l’Unione Sovietica, anche molti militari giapponesi e italiani, che avevano
condotto spietate guerre coloniali, furono responsabili negli anni trenta e
quaranta dell’espansione aggressiva dei loro paesi. Certamente il razzismo
bianco della Germania e dell’Italia era diverso dal complesso di superiorità
giapponese nei confronti della «famiglia asiatica», complesso in base al quale
il Giappone avrebbe dovuto castigare i suoi “maleducati fratelli minori”.
Tuttavia, non è possibile tracciare una netta distinzione tra la gerarchia delle
razze e la visione discriminatoria dei giapponesi nei confronti degli altri
asiatici considerati “inferiori”. Nella loro rapida espansione oltremare, i
modelli di crudele escalation militare dell’Italia, del Giappone e della
Germania si assomigliavano.15
Il generale Sadao Araki patrocinò nel 1931 l’operazione con cui venne
fatta saltare in aria parte della ferrovia della Manciuria del sud, nei pressi di
Mukden (cosiddetto Manchurian Incident) attribuendone la colpa ai cinesi, e
un gruppo di «esperti di Cina» dell’esercito giapponese organizzò subito
dopo un colpo di Stato con l’obiettivo di farlo diventare primo ministro. Uno
dei cospiratori, Isamu Cho, che avrebbe dovuto essere nominato
soprintendente generale nel progettato gabinetto Araki, fu uno dei principali
responsabili delle atrocità di Nanchino nel 1937.16
Studenti “patriottici” giapponesi, tra cui i seguaci del generale Araki,
furono inviati a Nanchino da undici università con il compito di uccidere i
cinesi, come se si trattasse di un’attività accademica. Essi non si sentivano
per nulla colpevoli, perché credevano fermamente nella onestà dell’esercito
giapponese. Il militarismo fanatico mise radici in Giappone anche perché –
circa ogni dieci anni a partire dal 1895 – il paese intraprese guerre e azioni
violente di repressione contro i suoi vicini d’oltremare. Campagne militari
condotte con grande crudeltà possono facilmente essere trasferite all’interno
del paese. Così quando nel 1945 il generale Cho divenne capo di Stato
Maggiore con il compito di difendere dal nemico le isole di Okinawa, anche
molti civili giapponesi furono assassinati in suicidi collettivi coatti o nel
corso delle operazioni suicide da lui volute.17
Sia Badoglio sia Graziani ricorsero all’uso di gas velenosi e a
bombardamenti indiscriminati nella guerra d’Etiopia dal 1935 al 1936, così
come l’esercito giapponese utilizzò i gas in Cina dopo lo scoppio della guerra
su larga scala nel 1937. L’esercito italiano interruppe, temporaneamente,
l’uso del gas solo quando la questione fu discussa dalla Società delle Nazioni,
e mise fine al bombardamento dei centri abitati del tutto inermi solo dopo
aver bombardato accidentalmente gli ospedali della Croce Rossa svedese.18
Durante l’occupazione italiana dell’Etiopia, per volontà e ordine del Duce,
i “nativi” continuarono a essere sterminati con i gas e tramite esecuzioni di
massa a scopo di rappresaglia. Graziani, nominato viceré, subito dopo
l’attentato effettuato contro di lui dalla resistenza etiope, concesse mano
libera alle camicie nere per distruggere e uccidere gli etiopi. Al di là del
complesso d’inferiorità di cui soffriva l’Italia per la sua posizione di potenza
imperiale di secondo rango, Mussolini – come ammise De Bono – era
ossessionato dal desiderio che il regime fascista conquistasse la gloria
militare.19
Il secondo punto di osservazione riguarda il modo in cui negli anni trenta
gli intellettuali italiani e giapponesi percepirono le guerre di quel periodo, dal
momento che le loro percezioni influenzarono la consapevolezza delle colpe
legate alla guerra. Maggiore era la distanza psicologica che esisteva tra la
madrepatria e una specifica regione oltremare, minore era lo sforzo di capire
esattamente la situazione. D’altra parte, spesso, il complesso d’inferiorità nei
confronti dell’Occidente impediva loro di provare un po’ di pietà nei
confronti delle popolazioni assoggettate. Inoltre, sia l’invasione giapponese
della Cina sia la conquista italiana dell’Etiopia isolarono Giappone e Italia da
resto del mondo: gli intellettuali di entrambi i paesi, del resto, erano già ben
avviati a perdere qualsiasi tipo di apertura mentale nel guardare ai territori
occupati.
L’invasione della Cina nel 1937 segnò uno spartiacque nella percezione
dell’espansione da parte degli intellettuali giapponesi. Si riteneva che la
riforma realizzata all’interno del paese sarebbe stata completata con la
costruzione all’esterno dell’«Unità dell’Asia Orientale sotto la guida del
Giappone». Dopo le vittorie del 1895-96 nella guerra sino giapponese e
quelle più recenti seguite all’incidente manciuriano del 1931, la maggior
parte dei giapponesi consideravano i cinesi inferiori e indisciplinati. Questa
era anche l’opinione di Riichi Yokomitsu il quale, negli anni venti, aveva
propugnato «una nuova letteratura materialista» contro il marxismo. Nel
1932 pubblicò un romanzo intitolato Shanghai, nel quale descriveva la
popolazione cinese come una plebaglia facile preda dell’istigazione dei
“comunisti”, e ciò nonostante il suo personaggio principale avesse un
atteggiamento favorevole alla resistenza contro l’imperialismo bianco.
Secondo Yokomitsu, il militarismo giapponese era l’unica ricetta possibile
per salvaguardare l’Oriente dalla dominazione occidentale. Nel 1940,
Yokomitsu entrò a far parte di un gruppo letterario patriottico e organizzò
conferenze gratuite per “servire” il suo paese.20
Nello stesso periodo si celebrava l’immagine naïve del “leale soldato
imperiale giapponese”: per esempio nel saggio Mugi to Heitai (Grano e
soldato) di Ashihei Hino del 1938, che vendette oltre un milione di copie.
Nonostante criticasse alcuni atteggiamenti arroganti dei soldati giapponesi e
la loro vita indolente in patria, il suo saggio-diario rivelò, pur senza volerlo,
che di solito le truppe giapponesi, quando attraversavano i villaggi cinesi,
saccheggiavano e uccidevano i loro «prigionieri».21 Hino era uno dei tipici
“pentiti” del marxismo giapponese. Era stato segretario generale del
sindacato degli scaricatori e si era convertito ad un sincero nazionalismo
dopo essere stato arrestato nel 1932. In effetti, Hino, anche dopo che
nell’agosto 1945 l’imperatore aveva dichiarato la fine della guerra, chiese con
insistenza di continuare la lotta contro gli Alleati e creò un governo locale
indipendente. Noncurante del fatto che la Cina fosse diventata uno stato
indipendente, anche nel dopoguerra Hino mostrò pochi segni di rimorso.22
Tatsuzu Ishikawa, invece, fu processato per aver pubblicato, dopo che nel
1938 gli era stato proibito di farlo, il romanzo Ikiteiru Heitai (Soldato
vivente). Nel volume, diversamente che nel racconto eroico di Hino, si
descrivevano con particolari realistici le uccisioni e le razzie compiute nella
marcia su Nanchino. Raccontando come i militari giapponesi avessero ucciso
i civili e i prigionieri, Ishikawa, per quanto facesse anche un ambiguo ritratto
dei cinesi, rivelava tutte le crudeltà della guerra.23
Persino nella letteratura giapponese postbellica ci sono scarsi riferimenti al
punto di vista cinese, eccetto casi rari come nel lavoro di Yoshie Hotta, il cui
saggio Shanghai nite (A Shangai) fu pubblicato nel 1959. Avendo fatto
un’esperienza di lavoro con il Kuomintang nel 1946, Hotta era in grado di
ritrarre sia la fragilità dei giapponesi sconfitti sia i sentimenti dei cinesi. Nel
periodo postbellico le sue simpatie anticolonialiste lo portarono a svolgere un
ruolo attivo nell’Associazione degli scrittori afroasiatici.24
Nel 1935 molti leader fascisti, come Giuseppe Bottai, Galeazzo Ciano,
Roberto Farinacci e Achille Starace, si recarono in Etiopia come volontari in
camicia nera per esibire il loro spirito fascista. I figli di Mussolini, Vittorio e
Bruno, e il genero Galeazzo Ciano, si divertirono a bombardare le truppe e i
villaggi etiopici come se si trattasse di uno sport. Dalla loro posizione
privilegiata, ritenevano che la guerra non solo fosse il più bello degli sport
ma anche che si dovesse farla per educare e temprare il popolo. Essi
consideravano i neri esseri subumani e descrissero senza vergogna le proprie
eroiche imprese addirittura sui libri di testo scolastici.25
L’ideologo del corporativismo, Giuseppe Bottai, uno dei maggiori
intellettuali fascisti, stigmatizzò tali gesta. Egli però, nonostante disprezzasse
la degenerazione dei leader fascisti, considerava la guerra un poema vivente e
una scuola per educare la borghesia corrotta. Dal canto suo, durante la
partecipazione alla campagna d’Etiopia, era così occupato a intrattenersi con
gli altri leader italiani che nel suo diario non fece il minimo accenno alla
popolazione locale.26 Poiché la guerra d’Etiopia era vista come un legittimo
tentativo di dare alla minore delle grandi potenze una pari opportunità di
espansione coloniale, persino Benedetto Croce – come tributo al paese contro
le sanzioni economiche decretate dalla Società delle Nazioni – donò la sua
medaglia del Senato durante la raccolta dell’oro («Oro alla patria»)
organizzata dal regime per finanziare la guerra.27
Nell’Italia fascista fu la guerra civile spagnola a produrre un drastico
cambiamento nell’atteggiamento degli intellettuali. Italo Calvino lodò
Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, pubblicato nel 1941, come il primo
e massimo esempio di letteratura di resistenza. Vittorini venne deluso nella
speranza da lui riposta nel corporativismo e nel regime fascista dalla guerra
civile spagnola. Tuttavia, rispetto alla Spagna, l’Etiopia era troppo lontana
persino per Vittorini per meritare una qualsiasi considerazione antifascista nel
suo romanzo.28 Nel 1935 pochi furono i giovani radicali fascisti, incluso
Vittorini, ad offrirsi volontari per la guerra d’Etiopia, alla quale alcuni
anticonformisti attribuivano un significato antimperialista e collettivista.
Tuttavia, nel 1937, l’impatto della guerra civile spagnola trasformò un certo
numero di radicali fascisti in antifascisti favorevoli alla Repubblica
spagnola.29 D’altra parte la guerra d’Etiopia non è menzionata nei romanzi
neorealisti di Cesare Pavese: sia in Paesi tuoi del 1941, sia in Il compagno
del 1947.30
La grande differenza tra Giappone e Italia sta nel momento in cui si è
verificato un risveglio del sentimento di resistenza. Mentre in Giappone,
persino dopo la guerra, la posizione di Hotta apparteneva ad una minoranza,
l’Italia postbellica si fondò sull’esperienza antinazista e antifascista. D’altra
parte, poiché molti italiani credevano di aver liberato da soli il proprio paese
dall’oppressione, quanto essi stessi avevano fatto contro altri popoli cadde
senza difficoltà in un completo oblio. Sebbene il lungo regime militare avesse
stremato il popolo giapponese e lo avesse spinto nel dopoguerra al pacifismo,
il discorso postbellico fu dominato dalla consapevolezza di essere stato lui
stesso “vittima della guerra” a causa del bombardamento atomico subito a
Hiroshima e a Nagasaki.
Il terzo e ultimo punto di osservazione sui crimini di guerra del Giappone e
dell’Italia concerne il motivo per cui i due paesi, dopo la caduta dei
precedenti regimi, non iniziarono, ciascuno sulla base del proprio sistema
giuridico, procedimenti contro i criminali di guerra. Ciò è dovuto al fatto che
i crimini più gravi erano stati compiuti da organizzazioni di massa «in
esecuzione di politiche criminali decise ai più alti livelli del governo»,31 e
quindi le élite politiche dei due paesi non erano certo ansiose di occuparsi
dell’argomento. Oltre alle ragioni interne, nel periodo postbellico c’erano poi
fattori internazionali come la nascita dei movimenti anti-coloniali e la politica
della guerra fredda. Da qui in avanti ci occuperemo dell’istruzione dei
processi, delle epurazioni e delle amnistie ai criminali di guerra, sotto il
profilo giudiziario.
Dal 1946 al 1948 il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo
Oriente enfatizzò la teoria della cospirazione, addossata a un’astratta
collettività di leader giapponesi. A differenza di quello di Norimberga, che
esaminò «le esatte connessioni tra specifici individui ed eventi precisi», il
processo di Tokio si concentrò su «la narrazione storica della scoperta di tale
cospirazione invece di esaminare la condotta degli imputati».32 Pur
riconoscendo che i soldati giapponesi, fin dai tempi della spedizione in
Siberia, erano ricorsi continuamente a pratiche criminali, gli imputati nel
processo di Tokio sostenevano che «le accuse contro di loro riguardavano
questioni estranee alla loro competenza formale in qualità di funzionari del
governo».33
Inoltre, allo scopo di consolidare l’occupazione, il generale Douglas
MacArthur, supremo comandante delle Forze alleate in Giappone, decise di
non incriminare l’imperatore, alla cui autorità un tempo ogni imputato per
crimini di guerra era stato legato gerarchicamente. Il processo alla
responsabilità collettiva, privato del fulcro dell’identità nazionale giapponese,
il kokutai, la cui somma espressione era l’imperatore, spinse alcuni
giapponesi a rifiutare la legittimità del giudizio del tribunale: essi infatti
consideravano gli imputati come vittime sacrificali all’imperatore
invulnerabile.34 All’origine del revisionismo, che giustificava i leader del
periodo prebellico, ci fu dunque in parte la manovra politica compiuta
dall’occupante in relazione al processo sui crimini di guerra.
Fu lo stesso governo giapponese a costituire un comitato che attuò
un’epurazione tra il 1946 e il 1948. Tuttavia, dal ministero della giustizia
furono espulsi solo 37 burocrati. L’indipendenza del giudiziario fu raggiunta
solo sul piano formale, i processi furono affidati alla vecchia burocrazia
giudiziaria, che evitò di portare sul banco degli accusati i responsabili di
crimini di guerra.35 Grazie alla rinascita nel dopoguerra dell’anticomunismo,
molti giudici e funzionari di polizia che avevano torturato o condannato
innocenti non vennero incriminati. Nel famoso processo per complotto noto
come “Affare Yokohama”, le vittime furono accusate di violazione della
Legge sul mantenimento dell’ordine pubblico, una famigerata legge per la
repressione interna. L’accusa mossa agli imputati di aver cercato di
ricostruire il partito comunista risultò del tutto infondata; tuttavia ai tre
funzionari di polizia, che avevano sottoposto a tortura gli accusati, fu
concessa l’amnistia in occasione della celebrazione della firma del trattato di
pace, senza che scontassero neppure un giorno di prigione. Anche se le
vittime hanno fatto ricorso per ristabilire il loro onore, il tribunale ha
continuato fino ad oggi a respingere la loro richiesta di un nuovo processo.36
In Italia nessuno cercò di portare in tribunale Badoglio e Graziani per gli
innumerevoli morti in Africa. Nessuno dei 500 mila italiani che avevano
invaso l’Etiopia finì in tribunale per lo sterminio della popolazione locale.
Poiché le potenze imperialiste temevano di incorrere nelle stesse accuse da
parte delle proprie colonie, la Gran Bretagna fece pressione sull’imperatore
d’Etiopia affinché non istruisse un processo contro i generali italiani. Hailé
Selassié fu costretto ad accontentarsi dell’inclusione di Badoglio nella lista
dei criminali di guerra stilata dalla Commissione per i Crimini di Guerra delle
Nazioni Unite.37
Ai leader italiani parve che la dichiarazione di guerra dell’Italia contro la
Germania nazista (ottobre 1943) li avesse sollevati dalle responsabilità della
guerra fascista. Quando fu chiesto a Carlo Sforza di diventare ministro degli
Esteri nel governo che si formò dopo la caduta di Mussolini, egli pose la
condizione che l’Italia potesse conservare tutte le colonie, inclusa l’Etiopia.38
E quando il primo ministro Alcide De Gasperi visitò gli Stati Uniti nel
gennaio 1947, al primo punto della sua agenda fu posto il problema delle
«colonie italiane», rispetto alle quali egli chiese agli americani di appoggiare
il progetto di un’amministrazione fiduciaria italiana.39
D’altra parte, il governo italiano epurò soltanto 49 funzionari del ministero
della Giustizia tra il 1944 e il 1945. I fascisti più importanti e i responsabili di
torture sfuggirono alla giustizia. La Corte di Cassazione fu troppo “prudente”
nello stabilire un “nesso causale” tra le loro azioni e la criminosità. Non
furono considerati casi gravi neppure le torture come lo stupro ripetuto o le
percosse. Inoltre, nel 1946, molti leader fascisti, incluso persino il nipote di
Mussolini, Vito, direttore de «Il Popolo d’Italia», furono beneficiati da una
speciale amnistia, decretata in occasione della proclamazione della
Repubblica.40 Nonostante le generose assoluzioni concesse ai fascisti, gli
antifascisti non potevano essere assolti per i “crimini partigiani”, a meno che
non fossero stati commessi in azioni contro i militari tedeschi o i loro
collaboratori. Molti giudici emisero pesanti sentenze contro i partigiani
antifascisti, considerati sovversivi e fautori della rivoluzione.41 Come
accadde in Giappone, la crescente tensione creata dalla guerra fredda fomentò
anche in Italia una campagna contro il “comunismo” e il desiderio di
“acquietare” i fascisti; così il governo italiano non spese le sue energie per
punire i crimini commessi sotto il fascismo.42
Mentre la condanna dei leader nazisti a Norimberga aprì solo ai tedeschi la
possibilità di perseguire gli esponenti di basso rango del precedente regime,
Giappone e Italia, in connivenza con le autorità angloamericane, non presero
in considerazione alcune importanti tipologie di crimini di guerra.43 Inoltre,
la continuità del personale impiegato nel settore della giustizia in entrambi i
paesi fece sì che gli autori dei crimini riuscissero a sfuggire alle proprie
responsabilità. Sebbene lo stesso problema si fosse verificato anche in
Germania, i paesi confinanti sia a Est sia a Ovest mantennero alta la guardia
contro la possibilità di una rinascita del nazismo.
Come abbiamo detto sopra, il Giappone e l’Italia ebbero molte
caratteristiche comuni nel modo in cui si confrontarono con i crimini di
guerra. Diversamente dalla Germania, in cui l’ideologia nazista aveva
apertamente incitato all’odio razziale, in Giappone la giustificazione
dell’aggressione si fuse con l’autoinganno della “fratellanza asiatica”, in
Italia con quello della “missione civilizzatrice”. Malgrado entrambi i popoli
spesso fossero convinti di portare avanti un’opera di emancipazione delle
popolazioni indigene, il loro atteggiamento paternalistico nei confronti sia
dell’Asia sia dell’Africa era il riflesso del loro complesso d’inferiorità nei
confronti dell’“Occidente” moderno. Per recuperare le loro arretratezze, il
Giappone e l’Italia si affrettarono ad accelerare il ritmo della loro espansione
oltremare; ciò si accompagnò alla trasformazione ideologica dei loro regimi:
in Giappone si affermò l’ultranazionalismo, in Italia il fascismo. Quando,
durante gli anni trenta, l’aspirazione del Giappone ad avere la meglio rispetto
alla supremazia dei bianchi e la rivendicazione italiana di diritti uguali alle
altre potenze imperiali accrebbero la loro aggressività, i loro efferati crimini
di guerra aumentarono di numero.
Il postulato della superiorità sulle loro colonie dominava la percezione
degli intellettuali di entrambi i paesi anche a livello incoscio. Per questo fu
facile per loro dimenticare l’intrinseca contraddittorietà dell’imperialismo. Di
conseguenza, persino dopo la guerra, molti leader che ne erano stati
responsabili non si sentirono in alcun modo colpevoli non solo di aver
commesso crimini di guerra fuori dai confini nazionali, ma neppure di aver
conculcato la libertà nei loro stessi paesi. In effetti, la continuità del personale
politico e giudiziario, insieme all’emergere di una politica anticomunista
negli stati occidentali, fece sì che italiani e giapponesi non richiedessero la
condanna dei loro criminali di guerra.
Ho fatto una breve analisi del processo storico riguardante i crimini di
guerra del Giappone e dell’Italia con un approccio comparato a livello
politico. Ora gli altri specialisti ne parleranno dettagliatamente. Mi auguro
che questo convegno possa avviare, in entrambi i paesi, un esame
approfondito dell’argomento, oltre a una critica comune di un certo tipo di
revisionismo totalmente infondato presente in Giappone come in Italia.

8. * Una versione di questo saggio è stata pubblicata in anteprima nella rivista «Italia
Contemporanea», 251 (2008), pp. 251-260.
9. Arakawa S., Nihon Kindaishi niokeru Senso to Shokuminichi, in Naze Ima-Taiheiyo Senso ka?, a
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10. Ishida K., Racism Compared: Fascist Italy and Ultranationalist Japan, in «Journal of Modern
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11. Laroui A., African Initiatives and Resistance in North Africa and the Sahara, in General History
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12. Pakard R. & E., Balcony Empire: Fascist Italy at War, New York 1942, p. 25.
13. Abdussalam A.A., Abusedra F.S., The Colonial Economy: North Africa, in General History of
Africa, p. 446.
14. De Bono E., La preparazione e le prime operazioni, Roma 1937, pp. 172-73; Salvemini G.,
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19. Mack Smith D., Mussolini’s Roman Empire, Middelsex 1979, pp. 67, 78-80; Graziani R., Ho
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della campagna d’Etiopia, Milano 1971, p. 111.
20. Yokomitsu R., Shanghai, Tokio 1983; Inoue T., Nicchu Sensoka no Nihon, Tokio 2007, pp. 50-
51.
21. Ibidem, pp. 46-48; Hino A., Mugi to Heitai, Tokyo 1938, pp. 65-66, 85, 102-103, 182, 214.
22. Hara H., Nihonkoku Kenpo Seitei no Keifu, vol. III, Sengo Nihon de, Tokio 2006, pp. 200, 202;
Suzuki Y., Kenpogaku 30nen, Tokio 1967, pp. 201-207.
23. Ishikawa T., Ikiteiru Heitai, in Ozaki Shiro, Ishikawa Tatsuzo, Hino Ashihei-shu, Tokio 1967,
pp. 195-247.
24. Hotta Y., Shanhai nite, in Hotto. Yoshe Zenshu, vol. XII, Tokio 1974, pp. 3-117.
25. Mussolini V., Voli sulle ambe, Firenze 1937, pp. 28, 47-48, 141, 150; Guerri, Galeazzo Ciano,
pp. 79, 83.
26. Bottai G., Diario 1935-1944, a cura di G.B. Guerri, Milano 1983, pp. 38-39, 53-54, 79-80.
27. De Felice R., Mussolini il Duce, vol. I: Gli anni del consenso 1929-1936, Torino 1974, p. 627.
28. Vittorini E., Conversazione in Sicilia, Torino 1966.
29. Zangrandi R., Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Milano 1962, pp. 103-104, 120-121.
30. Pavese C., Paesi tuoi, Torino 1941; Id., Il compagno, Torino 1947.
31. Cohen D., Beyond Nuremberg: Individual Responsibility for War Crimes, in Human Rights in
Political Transition: Gettysburg to Bosnia, a cura di C. Hesse e R. Post, New York 1999, p. 53.
32. Ibidem, p. 60.
33. Maruyama M., Thought and Behaviour in Modern Japanese Politics, a cura di I. Morris,
London 1969, p. 115.
34. Ibidem, p. 123; Brook T., The Tokyo Judgment and the Rape of Nanking, in «The Journal of
Asian Studies», LX/3 (2001), p. 676.
35. Masuda H., Koshoku Tsuiho, Tokyo 1988, pp. 81, 85; Toshitaka U., Nihon no Shiho
Seidokaikaku, in Sengokaikaku, a cura dell’Institute of Social Science, University of Tokio, vol. IV,
Shihokaikaku, Tokio 1975, pp. 42-43.
36. Kimura T., Yokohamajiken: Kimura Toru Zenhatsugen, Tokio 2002, pp. 53, 105, 141-142;
Asahi Shinbun, 15.3.2008.
37. Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, p. 118.
38. Archivio Centrale dello Stato, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio Riservato, B. 78, Fas.
Sforza C., 18.2. XXI.
39. Foreign Relations of the United States, 1947-III, Washington 1972, p. 837.
40. Mercuri L., L’epurazione in Italia 1943-48, Cuneo 1988, pp. 75-81, 161-62; Takahashi S.,
Otaria niokeru Sensosekinin Mondai to Fashizumu Seisai, in Gendaishi niokeru Sensosekinin, a cura di
A. Fujiwara e S. Arai, Tokyo 1990, pp. 110-114; Ginsborg P., A History of Contemporary Italy: Society
and Politics 1943-1980, London 1990, p. 92; Senese S., Dainiji Sekaitaisengo no Itaria niokeru
Shihoseido, in «Horistu Jiho», vol. XLVIII/ 3 (1976), pp. 79, 84; Franzinelli M., L’ammnistia Togliatti:
22 giugno 1946 colpo di spugna sui crimini fascisti, Milano 2006, pp. 174-75.
41. Valiani L., Il problema politico della nazione italiana, in A. Battaglia et alii, Dieci anni dopo
1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari 1955, pp. 35-37; Senese, Shihoseido, p. 85.
42. Del Boca A., Giovana M., Fascism Today: A World Survey, trad. di R.H. Boothroyd, London
1970, pp. 127, 134-35.
43. Brook, The Tokyo Judgment, p. 676.
TOKUSHI KASAHARA
Il massacro di Nanchino e la struttura del negazionismo politico in
Giappone

1. Che cosa è il massacro di Nanchino?


Definizione ed estensione geografica e temporale
Il massacro di Nanchino (“Incidente di Nanchino”) è l’insieme di atrocità e
di atti contrari al diritto internazionale umanitario, perpetrati dall’esercito
imperiale giapponese nel corso dell’attacco e dell’occupazione di Nanchino,
allora capitale del Governo nazionalista cinese nel mese di dicembre del
1937, durante la prima fase della seconda guerra sino-giapponese (1937-
1945). Il massacro comprende uccisioni di civili e militari cinesi, stupri,
saccheggi, incendi, devastazioni e così via. L’estensione geografica e
cronologica del massacro andrebbe definita come segue.
Le incursioni su Nanchino condotte dagli aerei della Marina giapponese
cominciarono il 15 agosto e durarono fino al 13 dicembre, il giorno della
caduta della città. I bombardamenti indiscriminati sarebbero stati il preludio
del massacro. Le atrocità cominciarono su vasta scala intorno al 4 dicembre,
quando l’Armata dell’area della Cina Centrale irruppe nell’area di
combattimento di Nanchino con l’ordine di occuparla da parte del Quartiere
Generale Imperiale. L’occupazione fu dichiarata ufficialmente terminata il 14
febbraio dell’anno seguente, ma il massacro perdurò ancora. Possiamo
considerare che si concludesse soltanto quando fu costituito il Governo
riformato della Repubblica Cinese (governo fantoccio insediato dall’Armata
di Spedizione nell’area della Cina Centrale).44
Per quando riguarda l’estensione geografica, il massacro interessò tutta la
«città speciale» di Nanchino che comprendeva sei contee adiacenti (le città
speciali dipendevano direttamente dal governo centrale ed erano simili a
province), oltre alla città circondata dalle mura (lunghe circa 34 km) e i
sobborghi. Questa equivaleva all’area di combattimento e poi all’area di
occupazione dell’esercito giapponese.
2. Tipologia di atrocità
2.1. Violazione della vita e del corpo umano
Violando il diritto internazionale umanitario, le truppe giapponesi uccisero
individualmente o in gruppo i soldati cinesi feriti, arresi, catturati e sbandati.
L’assedio e la battaglia di annientamento tolsero anche la vita a molti civili.
Durante le operazioni di “caccia agli sbandati”, col sospetto infondato che
fossero ex-soldati, furono uccisi numerosi maschi adulti e ammazzati
altrettanti cittadini trovati con un fucile o una spada; a volte i malcapitati
vennero uccisi dai soldati giapponesi semplicemente per un capriccio.
Le indagini del Nanking International Relief Committee (ex International
Committee for Nanking Safety Zone) di cui facevano parte Lewis S. C.
Smythe e Miner S. Bates, entrambi professori all’Università di Nanchino,
indicano un’alta percentuale di vittime anziane durante l’operazione di
eliminazione. Nella zona popolosa della parte sud della città molti anziani
persero la vita, essendo rimasti nelle case per custodirle. Dentro le mura fu
ucciso il 28 per cento degli uomini e il 39 per cento delle donne d’età
superiore a 60 anni, mentre l’ 83 per cento delle donne uccise in campagna
aveva più di 45 anni di età, e tra queste circa metà aveva più di 60 anni.
Queste anziane erano rimaste per difendere i pochi beni di famiglia, cioè la
casa, il bestiame e i raccolti, pensando di potersi salvare anche dagli assalti
feroci dell’esercito giapponese poiché in Cina, per tradizione, le donne non
erano mai state aggredite durante la guerra.
Fra le atrocità furono particolarmente numerosi gli stupri e le uccisioni di
donne. Dopo l’occupazione della città, il 16 dicembre si verificarono
moltissimi stupri: secondo i calcoli dell’International Committee for Nanking
Safety Zone furono violentate circa mille donne al giorno. Durante il primo
periodo dell’occupazione, ad essere prudenti nella stima, il numero delle
donne violentate fu almeno di ottomila e salì fino a decine di migliaia entro i
primi mesi dell’anno seguente.45
Queste donne, che avevano subito gravi ferite non soltanto sul corpo ma
anche nella psiche, o si suicidarono o soffrirono poi di disturbi mentali o
rimasero inferme, affette da gravi malattie veneree. Questa tragedia durò a
lungo. Per il periodo successivo Smythe ha osservato che tra le donne
violentate una su dieci concepì un bambino; alcune nubili si tolsero la vita per
lo shock causato dal concepimento. In genere i bambini così concepiti, furono
soppressi appena nati. Gli stupri commessi dalle truppe giapponesi
suscitarono conseguenze brutali, i cui effetti sarebbero durati a lungo.
2.2. Violazione dei beni
A Nanchino l’esercito giapponese continuò per un lungo periodo a
saccheggiare e a incendiare, anche al di fuori di vere e proprie azioni di
combattimento. Secondo le indagini dell’International Committee for
Nanking Safety Zone, il 73 per cento degli edifici in città riportò danni. In
centro furono molti gli edifici distrutti dal fuoco, dopo i ripetuti saccheggi e
le devastazioni compiute dai soldati giapponesi. I saccheggiatori venivano,
prima individualmente e poi in gruppo, trasportati su camion militari.
Il 24 per cento degli edifici della città andarono a fuoco nel periodo che
corre dall’inizio dell’occupazione alla prima decade del febbraio dell’anno
seguente. Dagli edifici rimasti furono rubati mobili, abbigliamento e soldi. Il
fuoco distrusse il 40 per cento delle case coloniche in campagna e provocò
gravi danni al bestiame, alle scorte di cereali e ai raccolti. I soldati giapponesi
rubavano il grano per foraggiare i cavalli e le verdure per alimentarsi. Nelle
contee di Jian-ning e Ju-rong, in particolare, la metà dei prodotti agricoli subì
dei danni. Una grande quantità di cibo, cereali e bestiame fu portata via con il
pretesto della «requisizione».46

3. Numero approssimativo di vittime


La sentenza del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente
(Tribunale di Tokyo) dichiarò che «il numero totale dei civili e prigionieri
uccisi, da parte dell’esercito giapponese nelle prime sei settimane dopo
l’occupazione, fu di oltre duecentomila».47 Secondo la sentenza del Tribunale
per i crimini di guerra di Nanchino
sale a più di centonovantamila il numero di soldati e civili che l’esercito giapponese catturò e uccise,
e i cui cadaveri bruciò per distruggere le prove. Inoltre si contano più di centocinquantamila
cadaveri di vittime per i massacri individuali, seppelliti dagli enti caritativi. E il numero totale di
vittime arriva a più di trecentomila.48
Gli studiosi giapponesi come Tomio Hora, Akira Fujiwara, Hiroshi
Yoshida ed io stesso, presumono che il numero approssimativo di vittime sia
all’incirca di 200 mila49 (con l’eccezione di Ikuhiko Hata, il quale sostiene
che il numero approssimativo sia di 40 mila).50 Fra le vittime vanno inclusi
numerosi soldati cinesi passati per le armi nonostante si fossero arresi,
fossero stati catturati o fossero sbandati.
Per quanto riguarda il numero totale dei soldati cinesi massacrati al di fuori
delle azioni di combattimento, si può fare una stima approssimativa sulla
base dei documenti che riguardano il Corpo di Difesa di Nanchino e l’Armata
nell’area della Cina Centrale. In base a questo materiale, si può desumere che
dei 150 mila soldati del Corpo di Difesa di Nanchino (compresi anche coloro
che svolgevano la funzione di manovali e coloro che facevano dei lavoretti
per le truppe), circa 40 mila riuscissero a fuggire dalla città e a riunirsi di
nuovo alle forze armate; circa 20 mila morissero in battaglia e circa 10 mila si
disperdessero durante le ritirate. Tutti i rimanenti, 80 mila uomini, furono
massacrati, nonostante si fossero arresi, o fossero sbandati o fossero stati fatti
prigionieri.51
Una delle ragioni per cui il popolo cinese considera il massacro di
Nanchino come il simbolo dell’invasione e delle stragi dell’esercito
giapponese è che questa strage produsse moltissime vittime fra i cittadini
cinesi che si trovavano nell’allora capitale del Governo nazionalista. Questo è
uno dei più vasti genocidi perpetrati nelle città cinesi e la più grave violenza
verso i cittadini cinesi commessa da parte dell’esercito giapponese.

4. Il massacro sconosciuto al popolo giapponese


Il governo giapponese e i dirigenti militari vennero informati del massacro
dai diplomatici residenti a Nanchino. Il Ministro degli Affari Esteri Koki
Hirota protestò col Ministro della Guerra Hajime Sugiyama e lo Stato
Maggiore dell’Esercito mandò un proprio ufficiale per indagare e verificare i
fatti. Il Capo di Stato Maggiore emanò una circolare riguardante la
«disciplina militare e la morale pubblica». Il Quartiere Generale Imperiale
decise la destituzione e la convocazione del comandante dell’Armata
nell’area della Cina Centrale, generale Iwane Matsui. Nonostante ciò, questa
misura fu occultata al popolo giapponese che, grazie a una manovra dei mass-
media, accolse in patria il generale Matsui come il trionfatore che aveva
occupato «la capitale dello Stato nemico».
La società giapponese dell’epoca era sottoposta a una severa censura. I
grandi giornali inviavano al fronte frotte di corrispondenti di guerra, ma
nessuno di loro pubblicò mai notizie relative al massacro, sebbene alcuni
giornalisti avessero assistito personalmente alle carneficine. Le lettere e i
diari scritti dai soldati venivano censurati e i reduci avevano l’ordine di
mantenere rigorosamente il silenzio perché il popolo non sapesse nulla delle
stragi. Inoltre il Ministero dell’Interno proibì la vendita dei giornali e delle
riviste che scrivevano sul massacro, per nasconderlo al pubblico.
Molti giapponesi seppero del massacro di Nanchino tramite la sentenza del
Tribunale di Tokyo che lo definì un «crimine contro l’umanità» condannando
a morte Iwane Matsui e Koki Hirota, accusati di «responsabilità di
omissione». Ma avendo conosciuto solo la sentenza, il popolo giapponese
non seppe che cosa era stato davvero il massacro. Questo purtroppo ha
portato la società giapponese a dare ragione agli storici revisionisti, i quali
insistono che «il massacro di Nanchino sia stato inventato per dare la colpa al
Giappone con la sentenza del Tribunale di Tokyo, espressione della giustizia
dei vincitori».

5. L’attuale struttura politica del negazionismo e il massacro di Nanchino


«Le controversie sul Massacro di Nanchino», cioè sulla domanda «se esso
ci sia stato veramente o meno», svoltesi negli anni Settanta, grazie anche ai
processi Ienaga sui libri di testo (dove il massacro è stato uno dei temi
centrali), hanno fatto progredire notevolmente l’indagine storica volta a
scoprire e raccogliere documenti e testimonianze al riguardo. E verso la metà
degli anni Novanta si è arrivati a delle conclusioni scientificamente fondate.
Sono usciti ben nove volumi di raccolte documentarie e molti lavori
monografici che descrivono l’evento in modo complessivo, riferendosi anche
alle cause principali e allo sfondo storico, come Le forze armate giapponesi a
Nanchino (Nankin no Nihon Gun) scritto da Akira Fujiwara (1997) e
L’Incidente di Nanchino (Nankin-jiken), da me pubblicato nel 1997.
Per quanto riguarda i Processi Ienaga, è stata riconosciuta l’illegalità della
censura operata dal Ministero dell’Istruzione che non aveva approvato la
descrizione del massacro fatta nel libro di testo del prof. Ienaga. Di
conseguenza, sono state poi migliorate le descrizioni del massacro nei
manuali per le scuole. Ma dal 1997 il governo liberaldemocratico ha ripreso i
provvedimenti repressivi nei confronti dei libri di testo e attualmente la
situazione sta peggiorando di nuovo. Questi attacchi sono istigati dal
cosiddetto «Gruppo dei Giovani Deputati che Pensano al Futuro del
Giappone e all’Insegnamento della storia», fondato nel febbraio del 1997 dal
Partito liberaldemocratico (LDP), il cui rappresentante principale era Shoichi
Nakagawa (ex Presidente del Comitato di Ricerca Politica del LDP) e il
segretario l’ex-premier Shinzo Abe. Nonostante questi sforzi revisionisti, il
massacro di Nanchino è descritto come fatto storico, anche se magari
insufficientemente, in quasi tutti i libri di testo e nei dizionari di storia.
Allora perché nei mass-media giapponesi si sta diffondendo «la negazione
del Massacro di Nanchino» con un’intensità stupefacente? La ragione
principale è che le posizioni revisioniste prevalgono nel mondo politico,
economico, editoriale e giornalistico.
Il governo Abe ha negato il pacifismo e la democrazia del Giappone
postbellico, insistendo che ci si deve «affrancare dal regime del dopoguerra».
Ha modificato la Legge Fondamentale per l’Istruzione (Kyoiku Kihonho)
rendendola più nazionalistica e ha fatto approvare la legge sul referendum per
facilitare la revisione della Costituzione giapponese, la quale definisce come
valori fondamentali la pace, la libertà e la democrazia. Per chi sostiene
l’«affrancamento dal regime del dopoguerra», l’attuale Costituzione
rappresenta un ostacolo perché fondata sulla «riflessione riguardo la guerra
d’invasione compiuta dal Giappone».
Il governo Abe e il nucleo del LDP sono occupati dai figli, nipoti e
pronipoti dei politici, burocrati e militari che guidavano e promuovevano la
guerra d’invasione. È un fenomeno che non si può verificare in Germania e in
altri paesi occidentali. I seguenti politici sono quelli che ereditano il DNA
politico, nel senso che sono coloro che affermano e glorificano apertamente
la guerra fatta dai loro padri, nonni e bisnonni, conquistando con questi
comportamenti l’appoggio degli elettori per consolidare le basi del proprio
potere:
Shinzo Abe (ex-Primo Ministro) è nipote di Nobusuke Kishi (sospettato
come criminale di guerra di classe A, vice-direttore del settore industriale del
Manchukuo, Ministro del Commercio e dell’Industria sotto il Governo Tojo
nel 1941, Primo Ministro 1957-1960).
Takeo Hiranuma (ex Ministro del Commercio e dell’Industria) è figlio
adottivo di Kiichiro Hiranuma (condannato all’ergastolo, Primo Ministro nel
1939).
Taro Aso (Segretario Generale del LDP, ex Ministro degli Affari Esteri) è
nipote da parte di madre di Shigeru Yoshida (diplomatico durante la guerra,
Ministro degli Affari Esteri nel 1945-1946, Primo Ministro nel 1946-1947 e
nel 1948-1954) e pronipote di Takichi Aso (grande proprietario delle miniere
di carbone, soprannominato “il re del carbone”, Presidente della
Confederazione delle Miniere di Carbone).
Nobutaka Machimura (Ministro degli Affari Esteri, ex Ministro
dell’Istruzione) è figlio di Kingo Machimura (Prefetto di Polizia di Tokyo
sotto il governo Kantaro Suzuki nel 1945, responsabile dell’ordine pubblico).
Masahiko Komura (Ministro della Difesa, ex Ministro degli Affari Esteri)
è figlio di Sakahiko Komura (funzionario della Polizia Segreta, Direttore
della Polizia della Provincia di Osaka, estromesso dagli uffici pubblici nel
dopoguerra).
Yasuo Fukuda (ex Segretario Generale del Gabinetto) è figlio di Takeo
Fukuda (funzionario del Ministero delle Finanze e del Tesoro, dirigente
dell’economia delle terre occupate in Cina, Primo Ministro nel 1976-78).
Kunio Hatoyama (Ministro della Giustizia, ex Ministro del Lavoro, ex
Ministro dell’Educazione) e Yukio Hatoyama (Segretario Generale del
Partito Democratico) sono nipoti di Ichiro Hatoyama (Ministro
dell’Istruzione nel 1931-1934, estromesso dagli uffici pubblici nel
dopoguerra, Primo Ministro nel 1954-1956).
Hirofumi Nakasone (ex Ministro dell’Istruzione) è figlio di Yasuhiro
Nakasone (funzionario del Ministero Interno, ufficiale dell’Amministrazione
Navale, aveva partecipato alla costruzione in Borneo del ianjo, campo di
detenzione per le ianfu, le cosidette “donne di conforto”; Primo Ministro nel
1982-1987, ha compiuto, per la prima volta dopo la guerra, la visita ufficiale
a Yasukuni come Primo Ministro).
La Polizia segreta «Tokko» (dipendente dal Ministero dell’Interno) aveva
contribuito a consolidare il regime fascista imperiale con misure autoritarie,
soffocando le idee e opprimendo il popolo per mobilitarlo alla guerra
d’invasione. E tuttavia nel dopoguerra, più di 40 ex-funzionari della Polizia
segreta sono diventati parlamentari e non sono pochi coloro che, provenendo
dai ranghi della polizia segreta, sono riusciti a coprire alti incarichi nella
Polizia, nell’Ente Investigativo per la Sicurezza Pubblica e nell’Agenzia della
Difesa, come dimostrano le ricerche di Tadashi Yanagase, autore del libro
Denuncia. I funzionari della Polizia Segreta dopo la guerra – l’origine della
corrente reazionaria (Kokuhatsu. Sengo no Tokko Kanryo – Hando Choryu
no Genryu), 2005.
Facendo indagini analoghe su ex militari, funzionari e finanzieri, attivi
durante la guerra, si può verificare che la politica del LDP nel dopoguerra ha
ereditato una buona parte dei rapporti umani costruiti dalla politica autoritaria
del Giappone durante la guerra. Ciò che si teme di più è che il governo, la
società e il popolo del Giappone facciano le proprie scuse alle vittime della
guerra d’invasione e le risarciscano, perché i politici rischierebbero la propria
vita politica, i funzionari rischierebbero il proprio posto e soprattutto il
mondo economico e industriale dovrebbe caricarsi del peso del risarcimento
per le vittime dei lavori forzati e delle aggressioni.
Dopo il crollo del governo monocolore del LDP, c’è stato un momento in
cui il Giappone ha avuto la possibilità di “fare i conti con il proprio passato”
tramite la «Deliberazione per le riflessioni e scuse sulla guerra d’invasione»,
durante il governo Murayama del Partito Socialista, in occasione del
cinquantenario della fine della guerra nel 1995. Il LDP ha svolto però una
vasta campagna d’opposizione ed è riuscito a riprendere il sopravvento,
facendo adottare in numerosi consigli locali la «Deliberazione per la
commemorazione e il ringraziamento dei caduti di guerra».
Tale campagna è stata guidata dalla «Commissione per l’esame della
Storia» del LDP, fondata nel 1993, il cui consulente era Seisuke Okuno e il
cui segretario generale era Tadashi Itagaki. Ebbene, Okuno era stato
funzionario del Ministero dell’Interno e caporeparto della Polizia segreta e
subito dopo la sconfitta del 1945 aveva girato tutto il Giappone per guidare la
distruzione col fuoco dei documenti più compromettenti. Mentre Itagaki è
figlio di Seishiro Itagaki, condannato a morte come criminale di classe A dal
Tribunale di Tokyo. Lui stesso, ex-ufficiale dell’esercito giapponese, aveva
vissuto in campo d’internamento in Siberia, dove si era trasformato in un
ammiratore di Stalin. Dopo il suo rimpatrio, Itagaki era entrato nel Partito
Comunista, ma più tardi aveva cambiato idea assumendo l’incarico di
Presidente dell’Associazione delle Famiglie dei Caduti in Guerra. Con
l’appoggio di quest’associazione è stato eletto deputato e ha promosso la
visita ufficiale al santuario Yasukuni da parte dei membri del Gabinetto.
Okuno e Itagaki si sono già ritirati dalla vita politica parlamentare, ma sono
stati loro a guidare e a educare Shinzo Abe, Shoichi Nakagawa e Taro Aso.
Dopo aver impedito la «Deliberazione per le riflessioni e scuse sulla guerra
d’invasione», le forze conservatorici di destra sono riuscite a organizzare su
scala nazionale il «Movimento conservatore di base», insistendo nel dire che
condannare la guerra del Giappone come guerra d’invasione sarebbe «una
profanazione dei caduti sacri (Eirei)». Di conseguenza è stata fondata la
Japan Conference, la più grande associazione di destra (1997), sostenuta
anche dalla maggior parte dei membri del governo Abe.
Le forze che hanno quel DNA politico manifestano la tenace volontà di
eliminare dalla memoria del paese il ricordo del massacro di Nanchino, una
evidente testimonianza della guerra d’invasione giapponese. Se non cambierà
la struttura politica giapponese – dove queste forze occupano le posizioni
predominanti all’interno del mondo politico, burocratico, economico e
giornalistico – il negazionismo stentoreo sul massacro di Nanchino
continuerà a diffondersi tramite i mass-media, fino a diventare la versione
definitiva dei fatti.

44. Kasahara T., Nankin Jiken (L’Incidente di Nanchino), Tokyo 1997, p. 214.
45. Bates M.S., Letters to Friends (Nov. 29, 1938), traduzione giapponese, America no
Kirisutoshya-eno Beitsu-no Kaijyo, in Nankin Jiken Shiryoshu, vol. 1, a cura di Nankin Jiken Chosa
Kenkyukai, Tokyo 1992, p. 338.
46. War Damage in the Nanking Area, a cura di L.S.C. Smythe, 1938.
47. Nitchu Senso Nankin Daigyakusatsu Jiken Siryo Shuu, vol.1, p. 396.
48. Nankin Jiken Shiryoshu, vol. 2, p. 298.
49. Hora T., Ketteiban Nankin Daigyakusatsu (Il Massacro di Nanchino: Edizione definitiva), Tokio
1982, p. 145; Fujiwara A., Nankin no Nihon Gun (Le forze armate giapponesi a Nanchino), Tokio
1997, p. 73; Yoshida Y., Tenno no Guntai to Nankin Jiken (Le forze armate dell’Imperatore e
l’Incidente di Nanchino), Tokyo 1986, p. 160; Kasahara T., Nankin Jiken, p.228.
50. Hata I., Nankin Jiken (L’Incidente di Nanchino), Tokio 1986, p. 244.
51. Tokushi Kasahara, Nankin Boeisen to Chugoku Gun (La Battaglia di difesa di Nanchino e le
Forze armate cinesi), in Nankin Daigyakusatsu, a cura di T. Hora, A. Fujiwara, K. Honda, Tokio 1992,
p. 314. Kasahara T., Nankin Jiken, p. 223.
HISASHI YANO
I lavoratori forzati nelle colonie giapponesi.
Un confronto con il caso tedesco

Prima di entrare nel merito del discorso, dovrei accennare ai limiti di una
comparazione tra le esperienze dei due paesi, Giappone e Germania.
In primo luogo, bisogna considerare la diversa situazione documentaria. In
Germania le ricerche sui lavori forzati, basate sui documenti, cominciano a
uscire già a partire dalla seconda metà degli anni settanta e si intensificano a
partire dalla seconda metà degli anni ottanta, grazie al fatto che i documenti
pubblici vengono resi accessibili dopo trenta anni dal rilascio. In Giappone,
privo invece di documenti pubblici accessibili, il numero di ricerche è
considerevolmente inferiore, anche se si può citare la pubblicazione di alcune
ricerche fondamentali della seconda metà degli anni sessanta, alcune raccolte
documentarie degli anni settanta e ricerche sulla deportazione e i lavori
forzati dei coreani, anche a livello di singola impresa, a partire dalla seconda
metà degli anni ottanta in poi.
In secondo luogo, esiste una differenza relativa al numero degli studiosi di
storia contemporanea che si occupano del problema dei lavori forzati. A
differenza del Giappone, sono numerosi gli storici tedeschi che conducono
ricerche a diversi livelli (imprese, regioni, Reich) sull’utilizzo di manodopera
degli internati nei campi di concentramento e anche sulle diverse realtà dei
lavori forzati nei territori occupati. Questo dislivello nelle situazioni e nel
numero delle ricerche riflette le differenze qualitative di cultura politica fra i
due paesi.
In terzo luogo, bisogna rendersi conto della diversa estensione geografica
che si prende in considerazione. In Germania gli studi considerano non l’area
delimitata dai confini del Reich del 1937, ma il Grossdeutsches Reich
(Grande impero tedesco) che comprendeva Austria, Sudeti, Polonia; le cifre
statistiche sono sempre riferite al Grossdeutsches Reich. Invece le ricerche
giapponesi hanno per oggetto quasi esclusivamente le deportazioni e i lavori
forzati all’interno del Giappone, prescindendo da Taiwan, penisola coreana e
Manchukuo. Perciò un semplice confronto statistico al riguardo rischia di
sottovalutare l’estensione dello sfruttamento giapponese di lavoro
schiavistico.
Tenendo presente i limiti e le riserve sopraddetti, farei, in questa sede,
un’analisi comparata dei lavori forzati in Germania e in Giappone. A mio
avviso, ricerche del genere non esistono ancora. L’analisi richiede la massima
cautela perché bisogna prendere in considerazione gli enormi numeri
dell’olocausto ebraico compiuto dalla Germania nazista. Però, anticipando
una conclusione provvisoria, ritengo che, riguardo al lavoro forzato, le realtà
dei due paesi non siano tanto diverse.
Teniamo conto delle differenze sostanziali tra i due casi. La Germania
prima estese il proprio territorio con la guerra d’invasione, e poi fece
rifornimento di manodopera dai paesi stranieri conquistati. Mentre il
Giappone, dopo essersi procurata la manodopera nelle sue colonie, iniziò la
guerra d’invasione e poi raccolse anche la manodopera dai paesi stranieri
invasi.
I dirigenti dello Stato nazista non poterono realizzare un’ampia
mobilitazione delle donne tedesche perché erano loro stessi portatori di
un’ideologia che si basava sulla protezione della donna tedesca ariana e
perché dovevano fare attenzione a non suscitare atteggiamenti critici verso il
regime da parte del popolo. Al posto della mobilitazione nazionale, svolsero
dunque una politica di sfruttamento dei lavoratori stranieri. In Giappone,
invece, si riuscì a mobilitare le donne e gli studenti realizzando una vasta
mobilitazione del popolo giapponese e, in aggiunta, furono poi utilizzati i
lavoratori forzati coreani e cinesi.
Guardiamo i dati statistici relativi all’impiego di manodopera straniera. In
Germania i lavoratori stranieri (in particolare polacchi) prima del 1942 erano
impiegati per lo più nei settori agricoli, ma in seguito aumentarono i
lavoratori nei settori industriali. Nel 1944 circa un lavoratore su tre, di quanti
impiegati nell’industria, era straniero e nell’agosto dello stesso anno i
lavoratori stranieri erano più di 7,6 milioni, fra cui 2.670.000 russi, 1.690.000
polacchi, 1.250.000 francesi.
Per il Giappone si stima che il numero dei lavoratori coreani, mobilitati
durante la guerra, sia stato all’incirca di 670 mila persone, il 73,6 per cento
della quota prevista pari a 907.697, che non fu raggiunta. Dei lavoratori
coreani, il 48 per cento fu impiegato nelle miniere di carbone, l’11 per cento
nelle miniere di metalli, il 16 per cento nelle costruzioni edili, il 25 per cento
nelle fabbriche e in altri settori. Invece i lavoratori cinesi deportati in
Giappone furono circa 40 mila (impiegati per il 34 per cento nelle miniere di
carbone, il 20 per cento nelle miniere di metalli, il 28 per cento nelle
costruzioni edili, il 16 per cento nei lavori portuali). In Giappone i lavoratori
stranieri furono concentrati nei settori che riguardavano direttamente o
indirettamente le industrie belliche, ma questa tendenza si può riscontrare
anche nella Germania nazista durante la seconda parte della guerra.
La misura della mobilitazione della manodopera coloniale e straniera
dipendeva dalla stabilità del governo. La Germania nazista, di fronte alle
opposizioni passive, sfruttò la manodopera di popoli stranieri fino all’estremo
con il sistema dei campi di lavoro (Arbeitserziehungslager) e dei campi di
concentramento (Konzentrationslager). Questa politica oppressiva dei
lavoratori stranieri era direttamente connessa alla debolezza del governo
interno, caratteristica di tutto il sistema di potere nazista.
Invece il Giappone – che poteva godere di un governo stabile dato che il
popolo si conformava al regime di guerra – realizzò le deportazioni dei
lavoratori coreani e cinesi nel proprio paese. A differenza del sistema tedesco
che “istituzionalizzava” l’uccisione e l’eliminazione del corpo umano, il
Giappone collocava i coreani, pur con una discriminazione razziale, nella
categoria dei “sudditi” dell’Impero giapponese, tentando di educarli come
sudditi dell’Imperatore. Cercava comunque di controllarli fisicamente e di
farli lavorare duramente. Nel caso dei cinesi la situazione era però diversa,
poiché essi non erano considerati sudditi dell’imperatore. Ci si limitava
dunque a sfruttare la loro manodopera, dominandoli con la violenza.
Entrambi i paesi elaborarono e realizzarono la politica relativa ai lavoratori
stranieri, senza avere progetti precostituiti ma decidendo a seconda di come
evolveva la situazione bellica e rispondendo ai problemi posti dalla mancanza
di manodopera. Nel 1939 il Giappone decise di sistematizzare l’introduzione
dei lavoratori coreani con il “reclutamento in massa” per superare la
mancanza di manodopera, e in seguito realizzò provvedimenti adeguati alle
situazioni man mano che si presentavano.
Nel 1936 i vertici nazisti dello Stato avviarono il piano economico
quadriennale autarchico di riarmo ed entrarono nella fase preparatoria della
guerra totale. Un’autarchia basata sull’allargamento dello «spazio vitale».
Appena iniziata l’invasione della Polonia in settembre, la Germania si occupò
dell’organizzazione del lavoro e stabilì una politica nei confronti dei
lavoratori stranieri sempre più coercitiva e oppressiva in relazione
all’andamento della guerra e del mercato del lavoro. La politica nazista nei
confronti della manodopera aveva una stretta relazione con le politiche
razzista e coloniale. Furono concepiti tre piani razzisti di trasferimento delle
popolazioni: 1) il piano d’insediamento di popolazione tedesca nella parte
ovest della Polonia; 2) il piano di ristrutturazione della popolazione polacca;
3) la politica di espulsione del popolo ebraico. All’inizio della guerra
mondiale il programma nazista di ristrutturazione delle popolazioni dell’Est
oscillava fra questi tre piani, che divennero tra loro sempre più conflittuali.
Nel gennaio del 1940 il Governatorato generale polacco
(Generalgouvernement) ordinò a un milione di polacchi di lavorare
all’interno del Reich. Nel marzo successivo, Himmler, con il Polenerlaß, rese
in vario modo oppressive le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori
polacchi all’interno del Reich. Eppure all’inizio del 1941, quando la
Germania progettò in modo concreto di appropriarsi di prodotti agricoli e
materie prime della Russia, non tenne conto della manodopera russa. Fu
l’industria mineraria della Ruhr che prese per prima l’iniziativa di utilizzare
la manodopera costituita dai prigionieri di guerra russi (fine giugno 1941);
tuttavia il mondo industriale nel suo insieme aveva ancora dubbi su come
collocarli. Questa situazione da una parte riguardava la guerra lampo
(Blitzkrieg), ma dall’altra era determinata da due fattori: 1) dall’ideologia
razzista dei vertici nazisti, 2) dalla paura di eventuali critiche al regime
nazista da parte del popolo tedesco, se si fosse arrivati alla mobilitazione dei
lavoratori russi.
Fra la fine dell’ottobre e l’inizio del novembre del 1941, Hitler decise il
collocamento su larga scala di russi (inclusi i prigionieri di guerra)
nell’economia tedesca. Furono applicati l’internamento sotto sorveglianza,
l’isolamento dai tedeschi, l’imposizione di segni particolari e il principio del
«collocamento collettivo chiuso». Nel febbraio del 1942 Himmler, con
l’Ordinanza per i lavoratori dell’Est (Ostarbeitererlaß), prese provvedimenti
di controllo repressivo nei confronti dei lavoratori russi, seguendo il modello
dell’Ordinanza per i polacchi.
Dopo l’introduzione in Germania di un regime di economia di guerra, nei
mesi di febbraio e marzo del 1942, i provvedimenti di mobilitazione
repressiva dei lavoratori dovettero tuttavia subire alcune modifiche con
l’adozione del sistema Speer (Ministro degli Armamenti)-Sauckel
(Plenipotenziario Generale per il Collocamento al Lavoro
Generalbevollmächtigte für den Arbeitseinsatz). Seguendo il «principio di
efficienza lavorativa» furono migliorate, ma con riserva, le condizioni
alimentari e il trattamento dei russi, che secondo il criterio razziale erano
collocati nella posizione più bassa.
Il rifornimento di manodopera nelle terre occupate dell’Est (besetzte
Ostgebiete), la fonte più importante, si basava su due elementi: il
collocamento in loco e la mobilitazione in Germania. Ma nella primavera del
1942 essi non erano più compatibili e nell’autunno il rifornimento stesso si
trovava in difficoltà. Nel marzo del 1943 fu data la priorità alla mobilitazione
in Germania e le SS e la polizia cominciarono ad assumere un ruolo
importante anche nella deportazione di lavoratori.
Così come la decisione di impiegare su scala di massa la popolazione russa
nel lavoro in Germania si legò anche alle uccisioni di russi, lo sterminio
(Vernichtung) degli ebrei e il sistema dei campi di concentramento furono in
stretta relazione con la mobilitazione dei lavoratori stranieri. Questo derivava
dalla caratteristica struttura policratica (polikratisch) del nazismo,
condizionata dalle situazioni belliche e dalla mancanza di manodopera in
regime di guerra, piuttosto che essere conseguenza di un dominio totalitario
con a capo Hitler e dell’ideologia antisemita.
Per decidere se la manodopera andava mobilitata in Germania o collocata
nel Governatorato o nelle terre occupate dell’Est non esistevano direttive
specifiche che seguissero precise vie gerarchiche. Ciascuno si occupava della
mobilitazione di manodopera straniera per conto proprio e indipendentemente
dagli altri: lo Stato, la polizia, i vertici militari, gli organi amministrativi. Gli
organi interessati erano i seguenti: sopra il Ministero del Lavoro e gli Uffici
del Lavoro, già esistenti, venne messo il Plenipotenziario Generale per il
Collocamento al Lavoro, creato con la ristrutturazione economica di guerra.
La Wehrmacht e le SS avevano rispettivamente poi potere sui prigionieri di
guerra e sui popoli dell’Est. Il Ministero degli Armamenti si occupava della
mobilitazione nelle imprese belliche e l’Ufficio Centrale Economico-
amministrativo (Wirtschafts-Verwaltungsamt) delle SS dirigeva i campi di
concentramento. Ognuno mobilitava i lavoratori indipendentemente,
esercitando il proprio potere.
In Giappone, rispetto alla Germania, esisteva una struttura piuttosto
unitaria, costituita dallo Stato, dai vertici militari, dagli organi amministrativi,
e questa caratteristica, unitaria e autoritaria, si intensificò nella seconda parte
del periodo bellico.
Dopo l’annessione della Corea nel 1910, il Giappone rafforzò il sistema
della polizia e confiscò enormi quantità di terre ai contadini coreani dando
esecuzione all’«Opera d’inchiesta sui terreni». Il Governatorato Generale di
Corea (Chosen Sotoku Fu) cercò di trasferire la manodopera eccedente in
Giappone, ma il governo lo impedì per motivi economici, sociali e di ordine
pubblico (“Controllo sui viaggi” del 1925).
Dopo lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese nel 1937, la colonia
coreana fu considerata un’ovvia fonte di viveri e di manodopera. Le imprese
e le industrie presero l’iniziativa di introdurre manodopera coreana in
Giappone. L’intervento del governo procedette in modo progressivo,
rispondendo alle necessità di rifornimento di lavoro all’interno del paese. Fra
la domanda di manodopera in colonia e la mobilitazione nella madrepatria ci
furono conflitti e fenomeni di concorrenza, ma, a mio avviso, essi non
arrivarono mai alle lotte accanite, che contraddistinsero la Germania.
Nell’autunno del 1941 il Giappone decise la mobilitazione in massa dei
lavoratori coreani nelle miniere e nell’industria siderurgica. Il Governo
giapponese e il Governatorato Generale di Corea introdussero la politica della
cosiddetta “mediazione dello Stato”, unificando il rifornimento e il
trasferimento dei lavoratori. Per evitare eventuali pericoli per l’ordine
pubblico, causati dall’aumento di coreani residenti in Giappone – il problema
più preoccupante in quel momento – in colonia fu potenziata la polizia
coreana (Naisen Keisatsu) e in Giappone furono rafforzate le attività
dell’Associazione Centrale di Concordia (Chuo kyowa kai), controllata dalla
Polizia segreta (Tokko).
Nel 1944, contemporaneamente alla “mediazione dello Stato”, iniziò la
deportazione dei coreani in Giappone tramite la requisizione d’intere
fabbriche e miniere in Corea. Fu poi applicata «la mobilitazione delle donne
volontarie del lavoro» sia in Giappone sia in Corea. Le scuole e gli ufficiali le
persuadevano con belle parole sul futuro, e quando non avevano successo,
con le minacce.
Come in Germania, anche in Giappone la polizia esercitava il suo potere
per realizzare la deportazione e lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella
madrepatria. Nel caso dei coreani, tuttavia, si adottò anche la politica di
«assimilazione» per disciplinarli come lavoratori “nostri”. Era una forma di
razzismo che sopprimeva la loro nazionalità. A differenza di quanto accadeva
in Germania, all’interno del Giappone la stabilità del potere dominante rese
possibile l’adozione di questa politica. Mentre in Corea, dove il potere era
meno stabile, si usarono provvedimenti più autoritari e repressivi.
Per i cinesi, la deportazione in Giappone fu studiata in modo concreto dopo
il 1940, perché prima i problemi di ordine pubblico e relativi
all’amministrazione del personale pesavano più della domanda di
manodopera da parte delle imprese.
Nell’estate del 1942 l’Istituto di Prosperità Asiatica (Koa In), che
dipendeva direttamente dal governo per la politica relativa alla Cina, cambiò
direzione e iniziò a organizzare la deportazione di lavoratori sotto il controllo
dell’Associazione dei Lavoratori della Cina Settentrionale (Kahoku Roko
Kyokai), organo direttivo dei lavoratori cinesi. Nel novembre il Consiglio dei
ministri decise in tal senso. Anche in questo caso il problema cruciale era il
mantenimento dell’ordine pubblico. Per tale motivo 1) l’amministrazione del
personale fu affidata a sorveglianti giapponesi e cinesi (amministrazione
indiretta), 2) ai lavoratori cinesi fu vietato durante il lavoro il contatto con i
giapponesi e con i coreani e le abitazioni cinesi furono isolate da quelle
coreane. I lavoratori cinesi e coreani furono quindi governati separatamente.
L’Associazione dei Lavoratori della Cina Settentrionale mobilitò in massa
la manodopera eccedente della campagna cinese, e anche le forze armate sul
posto e il Comitato Politico della Cina Settentrionale (organo politico
fantoccio) parteciparono alla deportazione dei lavoratori.
Lo sfruttamento in massa dei lavoratori forzati iniziò rispondendo alla
domanda delle imprese e delle industrie, ma non fu possibile realizzarlo senza
l’aiuto della polizia e degli organi amministrativi. I trattamenti brutali e
razzisti, le violenze non poterono aver luogo senza la collaborazione fra le
imprese, la polizia e gli organi amministrativi. Su questo punto non ci sono
differenze tra la Germania e il Giappone.
In Giappone indubbiamente non esisteva l’antisemitismo, che svolgeva
invece un ruolo molto importante nella Germania nazista, ma sotto il profilo
del razzismo si possono trovare dei punti in comune. In Giappone fra
giapponesi, coreani e cinesi, in Germania fra tedeschi, francesi, italiani,
polacchi, russi ed ebrei, si formò una struttura gerarchica razzista e si mise in
opera una dominazione separata. Mentre gli ebrei furono posti nel gradino
più basso della gerarchia razziale, i cinesi, isolati dai coreani, erano definiti
“nemici” e controllati con violenza. La struttura razzista dei due paesi era in
fondo uguale.
Vorrei aggiungere una parola sull’«assimilazione» dei coreani. Dopo lo
scoppio della Seconda guerra sino-giapponese, nella colonia coreana fu
promossa l’ideologia dell’«Unificazione di Giappone e Corea (Naisen Ittai)»,
esercitando così un’azione oppressiva nei confronti dell’identità nazionale
della popolazione coloniale. L’«assimilazione», tuttavia, non ottenne i
risultati attesi, per l’insoddisfazione e le preoccupazioni dei giapponesi che
temevano la “perdita del privilegio”. Nonostante le politiche di assimilazione,
i coreani iniziarono movimenti anti-giapponesi armati.
I deportati coreani in Giappone subivano un doppio controllo: la
sorveglianza sul lavoro e la vita quotidiana da un lato, e il controllo mentale,
tramite l’educazione all’ «assimilazione», dall’altro. Le imprese giapponesi li
mettevano in appositi dormitori e li sottoponevano alla sorveglianza di un
potente direttore giapponese. Inoltre li educavano all’«assimilazione» e
utilizzavano i coreani più “assimilati”, in collaborazione con la polizia, per
controllare gli altri coreani. Il governo giapponese era tanto più stabile quanto
più riusciva a trasformare i lavoratori stranieri, cioè “gli altri”, in “nostri”
lavoratori. Questo in Germania non si poteva verificare.
Invece i deportati cinesi, i “nemici”, erano controllati in modo severo dalla
polizia. Erano sottoposti alla violenza aperta, senza le buone maniere
dell’educazione all’“assimilazione”. In questo modo i coreani, “sudditi”
dell’Impero giapponese, furono isolati dai cinesi, considerati i “nemici”.
Infine, affronterei la questione della differenza ideologica. In Germania
l’idea della supremazia del popolo tedesco e l’antisemitismo caratterizzavano
l’ideologia nazista; in Giappone l’ideologia dominante si manifestava con
parole d’ordine come «tutto il mondo sotto un tetto (Hakko Ichiu)», la
«Concordia dei cinque popoli» (Gozoku Kyowa), la «Sfera di co-prosperità
della più grande Asia orientale» (Daitoa Kyowa Ken). A prima vista sembra
evidente la differenza: mentre la Germania nazista insisteva
sull’“esclusione”, il Giappone dichiarava l’“unificazione”. In ogni caso le
ideologie vanno distinte dalla realtà della dominazione coloniale e dai motivi
legati alla guerra, dove si mirava all’autarchia e alla conquista di risorse.
Entrambi i paesi nel corso della dominazione coloniale e della guerra
“esclusero” i popoli stranieri. Tenendo conto di ciò, vorrei sottolineare che la
differenza fra i due paesi consiste piuttosto nel livello di esclusione dei popoli
stranieri. Da dove viene dunque questa differenza?
Un elemento è costituito, come ho già detto, dalla stabilità del governo. La
Germania fu costretta a escludere all’estremo i popoli stranieri perché la
debolezza del regime all’interno era maggiore rispetto al Giappone, e anche
nei territori occupati seguì questa politica per mostrare la superiorità del
popolo tedesco e assicurarsi la sua solidarietà. Il Giappone, che poteva
contare sulla stabilità del governo interno, riuscì invece a realizzare la
dominazione coloniale, e in Corea non ci fu alcuna debolezza e crisi di
governabilità, anche se non si riuscì a realizzare l’«unificazione di Giappone
e Corea». Anche il controllo sul Manchukuo era piuttosto stabile rispetto a
quello esercitato dalla Germania sui territori occupati. Grazie a questa
stabilità, la dominazione autoritaria e repressiva del Giappone non finì in
genocidio, vale a dire che se il Giappone fosse stato più debole, avrebbe
potuto approdare a esiti diversi.
L’altro elemento riguarda la differenza nella struttura di potere. Entrambi i
paesi prelevavano i lavoratori stranieri e realizzavano la politica di
mobilitazione al lavoro in una situazione in cui i vari gruppi di potere (gli
organi politici, i vertici militari, i burocrati, le industrie, le imprese)
prendevano le loro decisioni indipendentemente. In questo senso i due paesi
non erano totalitari, ma il Giappone appariva più unitario e “concorde”. Nel
caso giapponese, infatti, sia nella madrepatria sia nella colonia coreana, gli
organi amministrativi, la polizia, le imprese collaborarono per superare le
resistenze passive che sorgevano fra i coreani. In Germania invece le SS, la
polizia, gli organi amministrativi, i vertici militari esercitavano il loro potere
indipendentemente gli uni dagli altri.
Per concludere, toccherei un ultimo punto. Si tratta del rapporto fra lo
sfruttamento di manodopera e i genocidi. La Germania nazista, che perpetrò
un numero di gran lunga maggiore di massacri rispetto al Giappone, si
impegnò nella cattura di prigionieri di guerra e anche di civili per utilizzarli
come manodopera, soprattutto nelle terre occupate dell’Est. Nei campi di
concentramento, lo sterminio e lo sfruttamento di manodopera coesistevano
con il sistema di selezione delle capacità lavorative. Il Giappone non aveva
immediato bisogno di reclutare i cinesi come manodopera e non aveva
interesse a sfruttare i prigionieri di guerra e i civili. Per questo in Cina fu
eseguita l’operazione «uccidere tutti, depredare tutto, bruciare tutto» (Sanko
Sakusen), e l’Unità 731 perpetrò uccisioni con sperimentazioni dirette su
cavie umane.

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AIKO KURASAWA
Romusha: la memoria più crudele
dell’occupazione giapponese in Indonesia

1. Cos’è il «problema Romusha»?


Se si chiedesse agli anziani indonesiani che hanno fatto l’esperienza
dell’occupazione giapponese quale sia stata l’esperienza più amara in quel
periodo, molti risponderebbero romusha.
Il significato iniziale del termine romusha è «lavoratore manuale non
specializzato». Ma nel contesto storico della guerra in Asia sudorientale prese
a significare quelli che erano costretti al lavoro forzato, in vari contesti
lavorativi, per le forze militari giapponesi. Per la sua numerosa popolazione
Giava fu la maggiore fonte di romusha. Si stima che circa 300 mila persone
furono deportate dall’isola come romusha. A questa cifra vanno aggiunti
quelli che furono reclutati come romusha per restare a lavorare nell’isola.
In Asia sudorientale, al contrario di quanto succedeva nelle colonie
giapponesi come la Corea e Taiwan dove era in vigore la legge sulla
Mobilitazione totale, in teoria i giapponesi non avrebbero potuto obbligare
nessuno al lavoro forzato. In realtà l’esercito giapponese spinse la gente ad
arruolarsi nella forza romusha utilizzando funzionari e leader locali. Talvolta
s’imponeva ai villaggi una quota di romusha e se la quota non era raggiunta il
capo villaggio se la vedeva brutta. Questi elementi di obbligatorietà nella
costrizione spiegano perché il problema romusha è considerato un’esperienza
tanto amara.
I romusha ebbero un’esperienza amara anche per la grande lontananza da
casa del luogo di lavoro, che spesso era oltremare, e per il tipo di lavoro,
spesso molto duro. Di solito i giapponesi costruivano in aree remote, spesso
nella giungla. Con poco cibo e con un’assistenza sanitaria insufficiente, i
romusha andarono incontro sovente a malattie causate da malnutrizione e
furono attaccati dalle infezioni. Per le cure mediche assai limitate, molti
romusha persero la vita.
Un terzo motivo di amarezza consiste nel fatto che numerosi romusha
furono abbandonati quando i giapponesi si arresero, e alcuni di loro non
riuscirono mai a tornare a casa. Solo una parte fu fortunata perché fu salvata e
rimpatriata dagli Alleati. Le informazioni che abbiamo vengono soprattutto
da coloro che riuscirono a tornare.
Per questi motivi l’esperienza romusha è ricordata dalla gente come
l’evento più simbolico della crudeltà e della durezza dei giapponesi.
In questo contributo parlerò del caso dei romusha che furono deportati in
Siam per costruire la ferrovia che doveva mettere in comunicazione la
Tailandia e la Birmania. La costruzione di questa ferrovia, che collegava
Nonpladok in Tailandia con Tanbyzaya in Birmania, cominciò nel dicembre
del 1942 e terminò nell’ottobre del 1943. Approssimativamente 60 mila
prigionieri di guerra e un numero anche superiore di romusha asiatici vennero
mobilitati per questo progetto. Si calcola che tra loro 15 mila prigionieri di
guerra e 50 mila romusha asiatici morirono (Yoshikawa, p. 146). All’inizio le
autorità giapponesei avevano pensato di reclutare la manodopera solo dalla
Tailandia e dalla Birmania. Ma il numero era del tutto insufficiente e il
reclutamento fu esteso alla Malesia e all’Indonesia, soprattutto Giava. Ci si
aspettava di poter ottenere 100 mila persone dalla Malesia (Nakahara, p.182)
e, in effetti, si riuscì a spedirne 78 mila. Non conosciamo il numero di
persone che furono prese in Indonesia, poiché mancano i dati.

2. Il ruolo dei ferrovieri: storia di Sastro


Tra i lavoratori asiatici c’erano i ferrovieri sia malesi sia indonesiani,
impegnati in lavori più specializzati. Questo contributo si baserà soprattutto
sul caso di Sastro Dibuyo, che ho intervistato più di una volta nel 1992. Non
era un romusha in senso stretto, ma avendo fatto lo stesso viaggio e avendo
lavorato nello stesso luogo dei romusha ha condiviso, più o meno, il loro
destino. Nelle pagine che seguono si mostrerà come fu reclutato, trasportato,
messo a lavorare nella giungla, e alla fine come riuscì a tornare a casa. Per
dare alla storia più movimento citerò anche i casi di alcuni suoi colleghi che
lavoravano nell’Ufficio Ferrovie, Wakijan (proveniente da Giacarta) e
Soetadi (proveniente da Madiun), e anche l’esperienza di una signora
tailandese sposata a un operaio indonesiano.
3. Storia di Sastro
Sastro Dibuyo era un ferroviere macchinista che lavorava per il porto
Yogyakarta dell’Ufficio Ferrovie di Giava, che in quel periodo era
amministrato dai giapponesi, cioè dal «Dipartimento per i trasporti via terra».
Un giorno lui e i suoi colleghi furono fortemente sollecitati ad accettare un
ottimo lavoro in Tailandia. Gli fu detto che il suo contributo era fondamentale
per la vittoria del Giappone in guerra e per la coprosperità dell’Asia, e gli fu
offerto un buon salario.52 Alla fine 50 lavoratori dell’Ufficio Ferrovie di
Yogyakarta vennero reclutati e partirono per Giacarta insieme a migliaia di
lavoratori non specializzati, romusha.
A Giacarta furono messi in un campo e aspettarono che arrivassero i
romusha dall’altra parte di Giava. Nel campo furono sottoposti a test medici e
vennero vaccinati. Wakijan – anche lui reclutato da Yogyakarta ma non nello
stesso gruppo di Sastro – fu invitato nella casa di Sukarno e ricevette la sua
benedizione, nel periodo in cui stava nel campo di transito.
Alla fine un gran numero di romusha insieme ai ferrovieri partirono su una
grande nave dal porto Tanjung Priok, a Giacarta. I romusha erano raggruppati
in sezioni (han) di 50 persone ciascuna. I ferrovieri erano in tutto 150
persone.53 Sastro fu messo nella parte più profonda della stiva. La nave era
sovraccarica e i passeggeri furono sistemati in spazi molto stretti. Benché la
sua condizione fosse pessima, i romusha erano trattati in modo ancora
peggiore dei ferrovieri.
Insieme ai passeggeri furono caricati sulla nave binari ed altri materiali
necessari a costruire la ferrovia, che provenivano dallo smantellamento delle
ferrovie di Giava. A nessun passeggero fu detto quale fosse la sua
destinazione. Se i ferrovieri capivano in modo vago quale fosse la loro
destinazione finale e i loro compiti, i romusha furono lasciati completamente
all’oscuro. Ad alcuni di loro, che erano stati prelevati dai villaggi, era stato
detto che sarebbero stati messi a lavorare in altre località sempre all’interno
di Giava.
Tra i ferrovieri c’era un ex boy scout al quale era stato insegnato come
capire una destinazione attraverso l’osservazione delle costellazioni. Secondo
le sue osservazioni, ci si stava spostando a nordovest, e Sastro e i suoi amici
arrivarono alla conclusione che forse stavano dirigendosi verso Singapore.
Una conclusione che poi si dimostrò corretta.
I giapponesi iniziarono a dimostrarsi crudeli fin dalla prima notte a bordo.
Uno dei passeggeri indonesiani si era infilato in un carro, per trovare un posto
tranquillo per dormire, e per sbaglio urtò un clacson. Sentendo questo, il
giapponese di picchetto si arrabbiò molto e chiamò tutti a raccolta per un
tenko (appello). Dato che in quei giorni c’erano già stati bombardamenti da
parte degli Alleati, i giapponesi stavano molto attenti a non produrre nessu
rumore e a nascondere ogni luce che potesse mostrare al nemico la loro
posizione. Il soldato giapponese di picchetto chiese chi fosse la persona
responsabile, ma nessuno si fece avanti. La sua collera raggiunse l’acme, e
accadde un evento incredibile. Il soldato uccise sette romusha che stavano in
prima fila, gettandoli uno dopo l’altro nell’oceano. Sastro non può
dimenticare le ultime grida disperate delle vittime che gridavano «aiuto!». In
quel momento lui e i suoi colleghi si resero conto che il Giappone e il suo
slogan «Asia più grande» non era altro che un crimine contro l’umanità.

4. Viaggio in ferrovia da Singapore alla Tailandia


Dopo alcuni giorni di viaggio arrivarono a Singapore e furono internati in
un campo di transito. Poi gli chiesero di incamminarsi verso la ferrovia di
Singapore per prendere un treno. A questo punto i passeggeri non erano solo
quelli che venivano da Giava ma anche quelli che venivano da Sumatra e
dalla Malesia. Quelli della Malesia erano cinesi malesi, malesi e indiani. Ogni
gruppo etnico fu separato e ogni vagone fu riempito con uomini che
appartenevano allo stesso gruppo. Furono stipati in vagoni merci senza
finestrini e dovettero soffrire per il caldo e la calca. I giapponesi avevano i
loro vagoni, ma in ogni vagone passeggeri c’era un giapponese che
controllava.
Non gli avevano detto quale fosse la loro destinazione, ma Sastro scrisse di
nascosto i nomi delle stazioni dalle quali passavano, per esempio Johore
Baru, Kuala Lumpur, Butterworth, Alorstar, ecc. Il treno si fermava solo per
rifornirsi di combustibile (legno) e di acqua per la locomotiva. Ai passeggeri
non si dava né cibo né acqua. Dovevano comprare dalla gente del luogo, che
arrivava con un cesto per vendere cibo già cucinato. Secondo quanto racconta
Sastro, sembrava che quella gente fosse abituata a sfruttare l’opportunità di
vendere cibi e bevande confezionate in casa. Quelli che non avevano denaro
dovevano scambiare oggetti per ottenere cibo. Man mano che il viaggio
procedeva, i beni in loro possesso diminuivano e alla fine ci fu uno al quale
restò da vendere solo l’oro di un’otturazione dentale.
Sastro ricordava che finché il treno era ancora in territorio malese i
passeggeri potevano ancora comunicare con la gente del posto quando il
convoglio si fermava, perché condividevano di fatto la stessa lingua; ma
quando il treno varcò il confine ed entrò in Tailandia comunicare divenne
molto difficile.
I passeggeri potevano lavarsi solo quando il treno si fermava vicino a un
fiume. Dato che non c’erano gabinetti sul treno, i passeggieri potevano
urinare solo durante le soste. Non sapendo quando ci sarebbe stata la
prossima fermata del treno spesso dovevano reprimere l’impulso naturale per
molto tempo. Se qualcuno soffriva di diarrea era terribile. Durante il viaggio
uno dei passeggeri nello stesso vagone di Sastro soffriva di una diarrea
particolarmente seria. Quando seppe la cosa, il comandante giapponese fermò
il treno e lo fece scendere. Sastro e i suoi amici furono molto sorpresi e
turbati nel vedere che il treno ripartiva lasciando il passeggero a terra. Era in
mezzo alla campagna, nessuna casa in vista, per non parlare di ospedali.
Finché Sastro rimase sul treno, non ci furono bombardamenti alleati, ma
nel caso di Soetadi e Paimin, che viaggiarono molto tempo dopo, il treno
poteva muoversi solo di notte, per evitare i frequenti bombardamenti alleati.
Ci vollero quindi nove giorni per arrivare a destinazione.
C’era un soldato giapponese su ogni vagone per controllare i romusha.
Quello che era sul treno di Sastro era molto diverso dall’immagine
stereotipata del Giapponese che non fa che dire «Bakero!». Quel Giapponese
divideva le sue sigarette con Sastro e cercava di comunicare con lui, anche se
non sapeva il malese. Quando Sastro chiese dove li stavano portando il
soldato giapponese disegnò un elefante, ma Sastro non riuscì a capire cosa
volesse dire.

5. Arrivo in Tailandia
Alla fine il treno si fermò a lungo in una città chiamata Nonplakok. In quel
momento Sastro non sapeva se era in territorio siamese o tailandese. Era
lungo un fiume, e furono autorizzati a lavarsi e a lavare i vestiti. Per la prima
volta il cibo fu servito da giapponesi. Con grande sorpresa Sastro incontrò un
indonesiano che veniva dall’isola di Madura e stava vendendo sate. Anche se
i romusha non erano autorizzati a stabilire contatti con la gente del posto, che
non fossero strettamente necessari all’acquisto di qualcosa, Sastro ebbe una
lunga conversazione con lui, facendo finta di comprare sate. Dal madurese
venne a sapere che si trovavano in un paese chiamato Siam.
A Nonpladok furono aggiunti nuovi vagoni e il macchinista, che fino allora
era stato un malese o un cinese, fu rimpiazzato da un giapponese. I nuovi
vagoni servivano a ospitare prigionieri di guerra alleati. Poi il treno partì per
la sua destinazione finale, che nessuno conosceva tranne i giapponesi. Al
contrario dei romusha, i prigionieri di guerra alleati non potevano mai
scendere dal treno durante il viaggio.
In una località chiamata Kancanaburi finalmente il treno si fermò per
l’ultima volta e a tutti fu detto di scendere. I prigionieri di guerra, i ferrovieri
e i romusha furono separati, e fu loro impedito di comunicare gli uni con gli
altri. Il campo per i ferrovieri fu separato da quello dei prigionieri di guerra (a
Kaudin) e dei romusha (a Tamuang), entrambi situati dall’altra parte dei
binari.
Ai ferrovieri fu ordinato di scaricare il materiale da costruzione portato da
Giava. Dovettero portarlo in un campo situato a quattro chilometri di distanza
dalla strada ferrata, nel bosco (Kaudin). C’erano baracche fatte di bambù per i
ferrovieri. Nel campo c’era un bengalese con un turbante in testa. Era il
responsabile per la sicurezza: disse ai ferrovieri di defecare in luoghi lontani
dalle baracche, e di non fischiare, perché i fischi tendevano ad attrarre gli
animali selvaggi.
Nel campo si servivano i pasti ma ognuno doveva portare il proprio piatto.
Dato che il cibo non era molto allettante, spesso andavano al mercato locale a
comprare dell’altro cibo supplementare.
C’era una clinica vicino al campo e una suora indiana lavorava lì.
All’arrivo, chi aveva sofferto di diarrea durante il viaggio fu alloggiato in
questa clinica. Tuttavia tre ferrovieri, colpiti da dissenteria, morirono.
Era vietato comunicare tra membri dei diversi campi, ma i ferrovieri
talvolta incontravano dei romusha giavanesi al mercato locale e si
scambiavano informazioni. Dato che le condizioni dei romusha erano ancora
peggiori di quelle dei ferrovieri, Sastro e i suoi amici regalavano ogni tanto
sigarette e cibo ai romusha. Con i prigionieri di guerra alleati c’erano alcuni
soldati indonesiani, per la maggior parte provenienti dall’isola di Ambon, un
tempo impiegati nell’esercito coloniale olandese.
Nel campo dei ferrovieri c’erano 150 uomini, dei quali 10 venivano da
Sumatra e gli altri da Giava. Quando arrivarono, la costruzione della ferrovia
era stata realizzata per metà e i treni stavano già funzionando nella parte
completata. Sastro fu scelto come macchinista e ingaggiato per guidare i
treni. Altri furono impiegati per riparare i vagoni e i binari distrutti dai
bombardamenti alleati. Lavoravano in un’officina distante tre chilometri,
nella giungla. I romusha erano ingaggiati come lavoratori non specializzati
per la costruzione della ferrovia e dei ponti. Man mano che il tempo passava,
il cantiere di costruzione si spostava verso ovest. Ricevevano il loro salario in
denaro tailandese.
Ogni giorno il numero dei morti aumentava e i cadaveri venivano sepolti
dappertutto, in modo casuale. Gli incidenti sul lavoro costituivano una delle
più frequenti cause di morte. Dato che la costruzione di questa ferrovia lunga
415 chilometri era eseguita in gran fretta e in modo molto primitivo, senza
l’aiuto di nessun tipo di macchinario moderno, il lavoro era molto duro e
rischioso. Molti altri morirono a causa di malattie o per i bombardamenti
alleati. Secondo quanto raccontano altri informatori (come Soetadi), le forze
armate alleate gettavano dei volantini che avvertivano che stavano per
bombardare e che i non giapponesi dovevano correre ad almeno venti metri
di distanza dai binari. Forse lo facevano perché sapevano che molti
prigionieri di guerra alleati lavoravano lì. Ci fu chi morì a causa di attacchi
armati da parte di bande locali. I ferrovieri in genere erano in condizioni
migliori, ma anche un terzo di loro perse la vita.54

6. Distruzione del sistema ferroviario


Gli alleati riuscivano a distruggere facilmente e rapidamente la ferrovia
appena costruita. La distruggevano appena una nuova tratta era aperta al
traffico. Quando le sirene dell’allarme aereo suonavano, i ferrovieri dovevano
coprire le carrozze con erba per mimetizzarle, prima di fuggire nei rifugi
antiaerei. La ferrovia veniva distrutta anche dalla gente del luogo, che di
nascosto smontava i binari e li rubava. C’era quindi necessità di riparare
continuamente i danni, anche dopo che la costruzione fu completata
nell’ottobre del 1943. I lavoratori, quindi, erano sempre necessari. Il loro
lavoro era necessario anche per raccogliere la legna per le caldaie delle
locomotive.
Dissero loro della resa giapponese molto dopo il 15 agosto 1945. Allora
arrivò l’esercito olandese e si prese cura degli indonesiani. Ma a quel punto
molti romusha erano già fuggiti nei villaggi tailandesi in aree remote, per
nascondersi. Temevano di essere considerati collaborazionisti dei giapponesi.
Nel dopoguerra un’organizzazione, chiamata NEBUDORI, fu creata a
Singapore, con filiali a Manila, in Siam e in Borneo. Cercavano di trovare gli
indonesiani lanciando volantini, ecc. Sastro racconta di come lasciò la sua
moglie tailandese nel villaggio. I primi ferrovieri che ho intervistati erano
stati tutti raccolti nei campi olandesi, ma ce n’erano molti altri che non
fornirono testimonianze.
Soldati indonesiani che servivano nell’esercito olandese, soprattutto
ambonesi, interrogarono i loro compatrioti. Secondo Sastro sembra che gli
olandesi considerassero i romusha e i ferrovieri come potenziali nemici non
perché avevano lavorato con i giapponesi, ma perché il movimento
indipendentista era nel suo massimo sviluppo in Indonesia e quegli
indonesiani erano potenziali seguaci del governo Sukarno. Trattati male,
molti indonesiani fuggirono nelle comunità tailandesi. Tuttavia Sastro
cominciò a lavorare per l’esercito olandese perché voleva tornare a Giava.
Alla fine fu rimpatriato a Giava da una nave olandese, la Plancius. Chi era
legalmente sposato a una tailandese, era autorizzato a portare la moglie in
Indonesia. Sotto il dominio giapponese era proibito sposarsi, anche se in
realtà c’erano state alcune storie amorose con donne locali. Anche Sastro
aveva una fidanzata e nell’ultimo periodo del dominio giapponese aveva
passato più tempo nel suo villaggio che nel campo. Le forze alleate tuttavia
dissero che dovevano sposarsi legalmente se volevano portare le mogli in
Indonesia. Secondo quanto racconta una donna tailandese che accompagnò il
suo marito giavanese, le spose tailandesi che scelsero di seguire i loro mariti a
Giava andarono anche loro a stare nel campo in attesa della partenza.
Quando partì, sulla nave c’erano approssimativamente 2400 donne
tailandesi, ma altre 400 si intrufolarono di nascosto senza permesso, che era
conferito solo dallo status di sposate. Si nascosero nella stiva e morirono tutte
soffocate. Il numero 2400 sembra eccessivo, ma è vero che non poche donne
vennero portate a Giava. Molte di loro non riuscirono ad adattarsi alla nuova
vita e divorziarono. Quelle che divorziarono non tornarono necessariamente a
casa e condussero una vita miserabile in Indonesia. Il mio informatore,
Paimin, stava sempre con la moglie tailandese al momento dell’intervista, nel
1992, e la signora tailandese Moni Bunag rimase col marito fino alla sua
morte.
Si può ipotizzare che un numero molto maggiore di coppie decise di
restare in Tailandia. A quel punto molti giavanesi che avevano sposato donne
tailandesi vivevano in villaggi tailandesi con le famiglie delle mogli. Di solito
i genitori delle mogli non permettevano alle loro figlie di andarsene. Si
capisce perché molti giavanesi decisero di non tornare a Giava. Recentemente
l’ex ministro degli esteri indonesiano, Ali Alatas, ha ricordato la sua
esperienza nei primi anni cinquanta, quando lavorava come giovane
diplomatico all’ambasciata di Bangkok. Molte persone arrivavano
all’ambasciata affermando di essere indonesiani. Dopo la chiusura degli uffici
di NEBUDORI, nessuna istituzione si occupò più di quelli che erano rimasti
in Tailandia. E molti di loro ci sono rimasti fino a oggi.
Cosa accadde ai fortunati che riuscirono a tornare in patria? L’Indonesia
era in guerra contro l’Olanda, in quel periodo, e Giava era divisa in due,
l’area controllata dall’Indonesia e quella controllata dall’Olanda. Tra
l’Indonesia e le forze alleate fu stabilito un accordo secondo il quale gli
indonesiani in procinto di essere rimpatriati sarebbero sbarcati al porto di
Tanjungpriok, a Giacarta allora controllata dagli Olandesi, ma avrebbero
potuto scegliere se andare in territorio indonesiano o restare a Giacarta e
lavorare sotto gli olandesi. Tuttavia, nonostante l’accordo, quando Sastro
arrivò a Giacarta non ebbe nessuna scelta e venne costretto a lavorare per gli
olandesi. In quel periodo gli olandesi soffrivano di una grossa carenza di
manodopera di ogni tipo e cercavano in ogni modo di persuadere gli
indonesiani a lavorare per loro.
Altre testimonianze affermano che era stato fatto un accordo secondo il
quale quelli che volevano andare nell’area della Repubblica sarebbero stati
sbarcati a Cirebon e non a Giacarta. Questo fu il caso di Paimin che tornò con
la moglie tailandese.
Tuttavia qualche mese dopo Sastro ebbe l’opportunità di fuggire a
Yogyakarta. La sua famiglia, a Yogyakarta, fu molto stupita di vederlo
tornare, tutti lo credevano morto.
La ferrovia tra la Tailandia e la Birmania, che aveva richiesto per la sua
costruzione un sacrificio così orrendo, non poté funzionare molto a lungo,
dopo la guerra. Nel settore birmano fu smantellata non appena tornò
l’esercito inglese, mentre nel settore tailandese fu confiscata dalle forze
alleate e poi venduta al governo tailandese per 1.250.000 sterline. Oggi solo il
tratto di 170 km tra Nonpladok e Namutok è ancora in funzione.
Furono costruiti vari cimiteri per i soldati alleati dalle autorità giapponesi.
Nella maggior parte dei casi i soldati alleati furono seppelliti in modo
accurato, con descrizioni dettagliate relative alla data, al luogo, alla causa e
alle circostanze della morte. Di conseguenza si poterono traslare i loro corpi
nel nuovo cimitero, oggi custodito dai governi alleati.
I romusha, invece, furono seppelliti in modo inaccurato e senza che fosse
conservata nessuna documentazione. Oggi è molto difficile costruire un
cimitero comune. C’è solo un monumento a Kancanaburi, ma nessuno
sembra preoccuparsi troppo del suo destino.

Bibliografia
Libri e articoli:
Kurasawa A., Nihon Senryoka Jawa Noson no Shakai Henyo (Il cambiamento sociale in un villaggio
giavanese sotto l’occupazione giapponese), Tokyo 1992
Nakahara M., Nihon Senryoki Eiryo Malaya ni okeru roumusha douin (La mobilitazione dei romusha
durante l’occupazione giapponese della Malesia britannica) in Japanese Occupation in Southeast
Asian History, a cura di A. Kurasawa, Tokyo 1996
Yoshikawa T., Taimen Tetsudo: Kimitsu Bunsho ga Akasu Ajia Taiheiyo Senso (La ferrovia Tailandia
Birmania: la Guerra nell’Asia del Pacifico rivelata dai documenti segreti), Tokyo 1994
Archivi:
The Thailanda- Burma Railway, 1942-1946. Documents and Selected Writings, 6 voll., a cura di P.
Kratoska, London-New York 2005
De Indonesische “Displaced persons”, in Zid-oost Azie (Indonesian Displaced Persons in Southeast
Asia) a cura dello staff di NEBUDORI, 1946, 2.21, 7 p (National Archives of Republic of
Indonesia, Algemeene Secretary Document of Dutch East Indies Colonial Government 1945-1950,
No. 1026)
Kort Verslag van de Zoogenaamde, Displaced Indonesiers, in Zuid Oost Azie (Short report of so-called
“Displaced Indonesians” in Southeast Asia) 35p (National Archives of Republic of Indonesia,
Algemeene Secretary Document of Dutch East Indies Colonial Government 1945-1950, No. 1026)
Brett C.C., Burma-Siam Railway (PRO, London)
Report by Warmenhoven (1947) (PRO, London FO371/63886)
Interviste (tutte del 1992):
Intervista con Sastro Dibuyo (ferroviere di Yogyakarta)
Intervista con Wakijan (ferroviere di Yogyakarta)
Intervista con Paimin (ferroviere di Yogyakarta)
Intervista con Soetadi (ferroviere di Madiun)
Intervista con Moni (donna tailandese sposata a un lavoratore indonesiano)
52. A Soetadi, che fu reclutato a Madiun, il salario fu alzato di quattro volte, mentre a Paimin, da
Giacarta, venne offerto il doppio.
53. Secondo quanto ricorda un informatore (Soetadi) vi furono cinque spedizioni di ferrovieri e lui
fece parte del terzo gruppo. Il gruppo di Soetadi consisteva di 150 persone, mentre il gruppo di Wakijan
era composto di 82 persone. Il gruppo di Paimin, che arrivò dopo che la ferrovia era stata completata,
era di circa 200 persone.
54. Non abbiamo informazioni circa il tasso di mortalità dei romusha indonesiani. «However, as for
Malay, Japanese record is available. According to that 78,204 persons were recruited and only 6,456
(8%) returned or were found alive at the time of Japanese surrender was 23,944(31%), while 21,620
(28%) disappeared. Considering those who disappeared were safe, death casuality was 38% but that is
most unlike. Allied Forces estimated the mortality rate was 51%», Nakahara, Nihon Senryoki, p.194
TAKAO MATSUMURA
L’Unità 731 e la guerra batteriologica
dell’esercito giapponese

L’Unità 731, nome in codice per «Ufficio contro l’inquinamento delle


riserve idriche dell’Armata del Kwantung», nel periodo tra lo scoppio della
Guerra sino-giapponese nel 1937 e la sua fine nel 1945 era dislocato a
Pingfang, circa 20 chilometri a sudest di Harbin, nella Manciuria del nord.
Dirigeva l’Unità 731 Ishii Shiro, un medico. Usando come pretesto la
depurazione dell’acqua, l’Unità 731 era in realtà impiegata nella produzione
di armi batteriologiche (BW).
Almeno tremila vittime furono trasportate contro la loro volontà nell’Unità
731, per essere uccise nel corso degli esperimenti. Molti erano stati arrestati
per una presunta resistenza all’invasione giapponese. Furono trasportati col
treno alla stazione di Harbin e da lì a Pingfang in carri coperti, sempre
attentamente sorvegliati dal Kenpei. Questi trasporti erano noti come
«trasporti mobili speciali» (tokuiatsukai). I documenti della polizia militare
del Kwantung, resi pubblici diversi anni fa e conservati negli archivi di
Heilongjang sheng e Jilin sheng, mostrano in modo molto dettagliato l’arresto
di più di trecento uomini destinati a Pingfang,1 negli archivi rimangono i loro
nomi e i loro indirizzi, in alcuni casi anche le loro fotografie. Erano descritti
come «pezzi di legno» (Maruta) ed erano costretti a fare da cavie per la
ricerca sulle armi batteriologiche. Tutti senza eccezioni erano destinati a
morire come effetto di quegli esperimenti. Nessuno uscì vivo dall’Unità di
Pingfang.
Come conseguenza dell’“incidente” accaduto fuori Mukden la sera del 18
settembre 1931, il Giappone aveva invaso il nordest della Cina e nel marzo
dell’anno successivo aveva costituito lo stato del «Manchukuo». In quello
stesso periodo Ishii Shiro aveva organizzato a Tokyo il Dipartimento di
Immunologia presso il College medico dell’Esercito, assumendone la
direzione. Poi, per iniziativa di Ishii, nel 1933 era stata costruita una fabbrica
di batteri a Beiyinhe, circa settanta chilometri a sudest di Harbin, per portare
avanti la ricerca sulle armi batteriologiche. Si trattava dell’Unità destinata a
precedere, col nome di copertura «Unità Togo», l’Unità 731. Nel settembre
del 1934 16 pazienti riuscirono a fuggire e quindi il segreto venne rivelato2 e
l’«Unità Togo» venne chiusa e trasferita a Pingfang. Nel 1936 a Changchun,
capitale del Manchukuo, fu costituita l’Unità 100, una struttura di ricerca
sulle armi batteriologiche, sotto il nome di copertura di «Prevenzione delle
epidemie degli equini dell’esercito e delle riserve idriche».3 L’unità
conduceva anche esperimenti sugli esseri umani.
Il 7 luglio 1937 il Giappone invase la Cina (Guerra sino-giapponese) e
poco dopo a Pingfang si cominciarono a costruire i quartieri generali
dell’Unità 731. Si ordinò di recingere una vasta area di 610 ettari vicino a
Pingfang, denominandola «Area militare speciale». Da quell’area furono
espulse più di 500 famiglie cinesi.4 Tra il 1938 e il 1940 fu costruito un
grande edificio (tre piani di cento metri quadri l’uno) chiamato Rogoutou.
Nel suo giardino interno si trovavano le prigioni speciali, N. 7 e 8, dove erano
incarcerati i Maruta.
L’Unità di Pingfang era composta di quattro sezioni. La prima sezione,
diretta da Kikuchi Hitoshi, si concentrava sulla ricerca relativa ai germi: la
peste, la dissenteria, il colera, le febbri tifoidi e paratifoidi, l’antrace, il tetano
e la cancrena gassosa. La peste, l’antrace, il colera e il tifo erano considerate
le armi batteriologiche più efficaci. La quarta sezione, diretta da Kawashima
Kiyoshi, era la divisione che si occupava della produzione di germi, con una
presunta capacità produttiva mensile di 300 chili di germi di peste. Vantava
anche una produzione mensile di 800-900 chili di germi di tifo, di una
tonnellata di germi di colera (anche se in realtà la quantità davvero prodotta
sembra fosse molto inferiore). In ogni modo questa sezione accumulò
un’enorme quantità di germi che poi furono utilizzati come vedremo. La
seconda sezione, guidata da Ota Kiyoshi, era la sezione sperimentale.
Utilizzava l’aeroporto di Anda, a 120 chilometri da Harbin, per i suoi
esperimenti all’aria aperta, nel corso dei quali i Maruta venivano legati e
infettati da germi di peste gettati dagli aerei.5
Andarono a lavorare a Pingfang giovani medici, prima dall’Università
imperiale di Kyoto, poi dall’Università imperiale di Tokyo e dall’Università
Keio. Nel momento di maggior sviluppo, intorno al 1942, il numero dei
giapponesi che vi abitava, familiari inclusi, arrivò a tremila persone. I medici
giapponesi eseguirono vivisezioni su soggetti vivi. Molti di questi morirono
ma c’era sempre una scorta pronta per il rimpiazzo. Si eseguì ogni
esperimento possibile: per esempio, sugli effetti del congelamento e di vari
tipi di germi, o su quanto a lungo si potesse mantenere in vita un soggetto
dopo che era stata estratta tutta l’acqua del suo corpo. Fu costruita una
camera speciale per determinare quanta pressione un corpo poteva sopportare
e cosa accadeva quando persone in carne ed ossa erano poste nel vuoto. Si
operavano trasfusioni utilizzando sangue di cavallo.6 Questi esperimenti, per
usare le parole di Morimura, appaiono come «la crudeltà in mostra». È stato
osservato che gli esperimenti condotti presso l’Unità 731 erano così crudeli
da far sembrare al paragone più umane persino le camere a gas di
Auschwitz.7
Simili «Uffici contro le epidemie e per la protezione delle riserve d’acqua»
furono istituiti in varie località della Cina. Entro il 1940 erano state istituite
l’Unità 1855 a Pechino, l’Unità 1644 a Nanchino, l’Unità 8604 a Guangdong,
seguite nel 1942 dall’Unità 9420 a Singapore. Ciascuna unità era composta
da più di dieci sezioni. Tutte queste unità erano strettamente connesse con
l’Unità 731 a Pingfang, e conducevano ricerche sulle armi batteriologiche che
includevano esperimenti umani. Va notato che l’esercito giapponese, in
quanto tale, disseminò una rete di strutture legate alla guerra batteriologica
sull’intero territorio della Cina. Alcune unità funzionarono come una sorta di
basi operative d’avanguardia, dalle quali le armi batteriologiche prodotte a
Pingfang venivano prelevate per essere utilizzate nel corso di operazioni
militari nel periodo tra il 1940 e il 1942.
La pulce infettata dalla peste fu un’invenzione dell’Unità 731,
un’invenzione che superò di molto le conoscenze biologiche del periodo.
Naturalmente si sapeva che la peste bubbonica si contraeva dalla puntura di
una pulce infetta. Ma, in quel periodo, tutti credevano anche che quando i
germi della peste lanciati dall’aria giungevano a terra non potessero
sopravvivere.8 Nell’autunno del 1940 l’Aviazione giapponese disseminò
pulci infettate da peste sopra Quzhuo, Ningbo e Jinhua nella provincia di
Zhejiangsheng. Nel tardo ottobre 1940 gli aerei giapponesi eseguirono un
raid su Ningbo lanciando sulla città un notevole quantitativo di chicchi di
grano infettati. Nell’aprile del 1997 un testimone dell’evento, Qian Guifa, mi
ha descritto in modo molto vivido dove e come caddero i pacchetti contenenti
grano e pulci infette e cosa avvenne subito dopo. Il 27 ottobre ci furono le
prime vittime. Per 35 giorni, fino al manifestarsi della malattia nell’ultima
vittima all’inizio di dicembre, vennero prese misure preventive. L’area infetta
fu isolata e il 30 novembre tutte le case furono date alle fiamme. Nel
momento di massima diffusione dell’epidemia di peste c’erano in ospedale
240 pazienti, e 109 morirono.9
Per chi utilizzava questo tipo di arma, le infezioni secondarie e terziarie
erano strategicamente importanti, perché la loro origine poteva essere
nascosta. Uno dei “meriti” dell’arma batteriologica consisteva nel fatto che il
nemico non poteva mai essere sospettato. Per esempio la peste si diffuse da
Quzhu a Yiwu, distante 130 chilometri, grazie allo spostamento di una
singola persona. Un ferroviere di 36 anni venne infettato a Quzhu e tornò a
casa sua, a Yiwu, in treno. Il giorno dopo era morto, e dalla sua casa
l’infezione si diffuse nel febbraio del 1942 nell’intera città, con un risultato
finale di 215 morti.10 In seguito da Yiwu si diffuse in almeno altri dieci
villaggi circostanti. In uno di essi, Chongshan Cun, su 1200 abitanti ne
morirono 400.11 Sembrò un evento naturale, soprattutto perché le epidemie di
peste in Cina erano ben note. È solo grazie alla ricerca storica recente che si è
potuto identificare il percorso dell’infezione da Quzhu a Chongshan Cun,
attraverso Yiwu.
Una simile infezione secondaria e terziaria ebbe luogo a Changde nella
provincia di Hunan. In un nebbioso mattino, il 4 novembre 1941, un solo
aereo giapponese volò molto basso sulla città di Chahgde e lanciò pacchetti
non identificati contenenti chicchi di grano e di altri vegetali, pezzi di carta e
batuffoli di cotone.12 Secondo quanto scrive nel suo diario Imoto – diario
oggi conservato nell’archivio del ministero della Difesa a Tokyo – il
bombardiere leggero 97, pilotato dal capitano di corvetta Masuda Yoshiyasu,
dell’Unità 731, arrivò a Changde alle 6:50 del mattino, per scoprire che:
«C’era una densa nebbia, ad un’altitudine di meno di 1000 metri. Una delle
due scatole non si aprì completamente e cadde nel lago Dongtinghu. Awa 36
kg».13 Awa era il nome in codice per «pulci infettate da peste». Alcuni
oggetti furono portati nell’ospedale locale della Missione presbiteriana perché
venissero esaminati. Tan Xuehua, un medico del luogo, e Wang Zhengyu, un
ispettore, scoprirono la presenza di microrganismi che sembravano
Pasteurella pestis. Il giorno dopo furono prese misure preventive contro le
epidemie e si chiese a uno specialista di peste, Chen Wengui, di venire in
città.
Dopo circa tre settimane, il 24 novembre, Chen arrivò a Changde; a quel
punto erano già morti sei pazienti. Condusse delle autopsie e tramite il
metodo della cultura batteriologica e il test d’inoculazione animale confermò
la diagnosi di peste bubbonica. Esaminò anche i dati relativi alle altre cinque
vittime e arrivò alla conclusione che erano tutte morte per la stessa causa.
Sembrava che il suo intervento avesse fermato con successo il contagio della
peste, e quindi il 12 dicembre lasciò Changde. Tre settimane dopo arrivò a
Changde H. Pollitzer, un epidemiologo della Commissione Epidemie della
Società delle Nazioni. Cominciò, dapprima, a esaminare i topi del luogo.
Scoprì che quelli che avevano i germi della peste si diffondevano dal centro,
dove i pacchetti erano stati lanciati, verso altre aree della città.14 Nonostante i
suoi avvertimenti, non fu presa alcuna misura efficace e come risultato,
nell’aprile e nel maggio del 1942, si ebbe un’infezione secondaria in almeno
31 persone.15 Inoltre l’epidemia si diffuse ulteriormente in molti villaggi
circostanti, fino a contagiare più di 5000 persone.
Fu nel 1942 che il governo giapponese fu sconvolto dal primo raid aereo su
Tokyo e Nagoya da parte dei bombardieri americani B29. Come risposta, fu
pianificata l’«Operazione Zhegan», che aveva come obiettivo la distruzione
delle basi aeree lungo la ferrovia Zhegan in Cina, utilizzate dai bombardieri
americani per rifornirsi di carburante di ritorno dal Giappone. Durante questi
attacchi l’Unità 731 e l’Unità 1644 di Nanchino cooperarono nell’uso di armi
batteriologiche come la peste, il colera, il tifo, l’antrace e la dissenteria,
gettandole nei pozzi, lasciando per le strade dolci impregnati di germi, e così
via. Vi furono molti morti nelle città di Lishui, Yushan, Quzhou e Jinhua.16
Per i giapponesi, come abbiamo accennato, il merito maggiore della guerra
batteriologica consisteva nel fatto che chi l’utilizzava poteva celare le proprie
responsabilità. Masuda Tomosada scrisse a proposito della sua esperienza
nell’Unità di guerra batteriologica a Nanchino: «è troppo difficile scoprire i
germi e distinguere tra un’infezione naturale e un’infezione artificiale. Così è
possibile continuare a distruggere senza neppure dichiarare guerra».17
Gli Alleati non riuscirono a rendersi conto che i giapponesi avevano
utilizzato armi batteriologiche in Cina, nonostante avessero ricevuto in
proposito informazioni d’intelligence. Il governo britannico il 31 marzo 1942
ricevette un rapporto da P.Z. King, direttore generale della National Health
Administration, che citava abbondantemente sia il rapporto Chen sia il
rapporto Pollitzer.18 Spedì tutte le informazioni che aveva ricevuto a Porton
Down perché fossero esaminate. La risposta di Paul Fildes, capo del team
britannico sulle armi batteriologiche a Porton, mostrava che, nonostante i
giapponesi avessero lanciato dei pacchetti dall’aria e nonostante la comparsa
della peste, non si erano potuti trovare i germi della peste nei pacchetti
aviolanciati, e neppure nei ratti e nelle pulci. C’era quindi la possibilità che la
peste fosse diventata endemica, perché si trattava di un’«area sporca» (parole
dal rapporto Chen). Il governo inglese rifiutò di abbandonare il sospetto che
le dichiarazioni cinesi fossero mera propaganda.19 Finalmente, nel maggio
del 1945 fu inviata dagli Stati Uniti a Changde una missione del Chemical
Warfare Service, la quale confermò il rapporto Giddes secondo cui nel
novembre 1941 la peste di Changde era stata causata da chicchi di grano e di
altri vegetali infettati di peste e gettati dagli aerei giapponesi.20
Il 9 agosto 1945 l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone.
L’esercito russo passò il confine e avanzò in Manciuria. Yamada Otozou,
comandante dell’armata Kwantung, ordinò che i locali dell’Unità 731 fossero
distrutti e con essi che venissero distrutti tutti gli strumenti medici, i
documenti, e tutti i prigionieri. Quest’ordine fu eseguito all’istante. Tutti i
pazienti delle prigioni speciali furono uccisi con gas asfissiante.21 Nel
pomeriggio i cadaveri furono bruciati nei giardini interni e le loro ossa e le
loro ceneri furono portate con dei camion a Harbin, per essere gettate nel
fiume Songhuajiang.22 Il fatto che nessun prigioniero sopravvivesse e che
nessuno potesse essere liberato alla fine della guerra rese difficile conoscere
la storia dell’Unità 731, che venne alla luce molto tempo dopo. L’edificio
principale, Rogoutou, non era facile da distruggere per la sua struttura
estremamente solida. Alla fine arrivò una squadra speciale e lo fece saltare
con la dinamite il 13 e il 14 agosto 1945. Ne risultò la fuga nei villaggi vicini
di un gran numero di ratti infetti di peste, e questo causò la morte di 121
persone nel corso degli anni successivi.23 Ancora oggi gli abitanti più anziani
di questi villaggi ricordano che prima di morire la pelle delle vittime diventò
tutta nera. La peste ha continuato a riaffiorare nell’area, anche se
sporadicamente, fino al 1960 circa. I luoghi utilizzati per gli esperimenti
all’aria aperta ad Anda vennero anch’essi distrutti nello stesso periodo.
Dato che l’Unità 731 era un corpo segreto, i suoi membri e le loro
famiglie, circa 1700 persone nel 1945, ebbero la priorità per tornare in
Giappone. Venne utilizzata la ferrovia della Manciuria e l’ultimo treno lasciò
Pingfang alle 7 del pomeriggio del 14 agosto. Le famiglie viaggiarono
attraverso la penisola coreana e per la fine di agosto erano arrivate in
Giappone. Quando l’Unità fu sciolta, Ishii ordinò agli ex membri: «portate
questo segreto nella tomba; non accettate impieghi pubblici; non restate in
contatto tra di voi». Dopo la guerra essi obbedirono a quest’ordine in modo
rigido. In contrasto con questi membri dell’Unità, i medici tornarono nel
mondo della medicina ufficiale, mantenendo il segreto sulla loro carriera
all’interno dell’Unità. Molti acquisirono notorietà per il loro lavoro, e questa
è un’altra ragione per la quale non parlarono per molti anni.
Subito dopo la resa del Giappone nell’agosto del 1945, gli americani
inviarono dei team di specialisti in Giappone per compiere indagini sulle armi
batteriologiche. Tra l’agosto del 1945 e il novembre del 1947 arrivarono
quattro gruppi, e i loro rapporti furono inviati al Pentagono.24 Murray
Sanders condusse la prima indagine fra il settembre e l’ottobre 1945. Ishii fu
identificato alla fine di dicembre di quell’anno, nonostante avesse organizzato
il suo falso funerale. In quel periodo anche Kitano Masaji, un tempo a capo
dell’Unità, era tornato in Giappone e Arvo Thompson fu inviato da Camp
Detrick (poi ribattezzato Fort Detrick) per compiere un’indagine su entrambi
i personaggi. Sia lui sia Sanders scoprirono l’organizzazione dell’Unità 731 e
la struttura delle bombe di germi, ma non vennero a sapere degli esperimenti
su esseri umani. Questo avvenne soprattutto per gli alibi incrociati che gli ex
membri si fornirono reciprocamente.
I sovietici furono più pronti nel rendersi conto dell’esistenza di esperimenti
condotti su esseri umani grazie alle confessioni di Kawashima e di Karasawa,
della sezione quattro. Quelle confessioni vennero ottenute nell’autunno del
1946. Entrambi gli uomini erano stati catturati dalle forze russe, e specialisti
spediti a Pingfang avevano confermato le loro confessioni. All’inizio del
gennaio 1947 i sovietici informarono gli americani delle loro scoperte e
chiesero loro di interrogare Ishii, Ota e Kikuchi. Ci fu quindi uno scambio di
telegrammi segreti tra il Pentagono e il generale MacArthur a Tokyo, relativi
al problema di come rispondere alla richiesta dei sovietici. Un terzo team di
specialisti, con alla testa Nobert H.Fell, uno specialista in germi a Camp
Detrick, arrivò in Giappone il 16 aprile 1947 e di nuovo condusse un
interrogatorio incalzante a più di due dozzine di giapponesi specialisti in armi
batteriologiche. Il rapporto Fell, datato 20 giugno 1947, rivelò che oltre 8000
vetrini di reperti patologici estratti da più di 200 cavie umane erano stati
nascosti all’interno di templi e seppelliti nelle montagne del Giappone
meridionale. Riassunse i dati relativi all’antrace, la peste, il tifo, il colera e la
cancrena sottolineando come «salvo casi specificamente menzionati, tutti i
dati riportati qui di seguito si riferiscono a esperimenti su esseri umani».25
Secondo una lettera di Fell datata 22 giugno 1947, quei vetrini insieme a
documenti scritti erano arrivati negli Stati Uniti in buone condizioni. Il
rapporto Fell terminava dicendo che «le informazioni che fino ad oggi sono
state raccolte sembrano di grande interesse e certamente avranno molta
importanza nel futuro sviluppo del nostro programma sulle armi
batteriologiche».26
Entro il settembre del 1947 si era deciso che i funzionari dell’Unità 731
dovessero essere dichiarati non perseguibili per crimini di guerra. Da parte
loro essi fornirono agli Stati Uniti informazioni preziose, incluse quelle
relative ai loro esperimenti sugli esseri umani. In un telegramma del
Sottocomitato per l’Estremo Oriente del Pentagono – datato 8 settembre 1947
– indirizzato a Douglas MacArthur, si ordinava al generale americano
(Comandante supremo delle forze alleate in Giappone) di non scrivere agli
ex-membri dell’Unità 731 in merito alla loro immunità, ma di accennare al
problema solo verbalmente, poiché se tale immunità fosse mai diventata di
pubblico dominio la dignità dell’America ne sarebbe uscita danneggiata.27
Un quarto e ultimo rapporto compilato da Hill e Victors, datato 12
dicembre 1947, includeva circa 70 pagine di spiegazioni estremamente
elaborate sui procedimenti segreti, germe per germe:
Le prove raccolte nel corso di questa inchiesta hanno largamente incrementato e amplificato le
conoscenze precedenti in questo campo. Si tratta di dati che sono stati ottenuti dagli scienziati
giapponesi con una spesa di molti milioni di dollari e dopo molti anni di ricerca […] tali
informazioni non sarebbe stato possibile ottenerle nei nostri laboratori per gli scrupoli che
circondano il problema della sperimentazione umana. Ci siamo assicurati questi dati per una spesa
totale, ad oggi, di 250.000 Yen, una vera miseria se si tiene conto del costo reale della ricerca.28
Tutta la documentazione e le informazioni relative all’Unità 731 e alle
armi batteriologiche finirono dunque negli Stati Uniti, mentre i funzionari
dell’Unità, compreso Ishii, ebbero garantita l’immunità da ogni
incriminazione per i crimini di guerra commessi. Così, durante i lavori del
Tribunale di Tokio sui Crimini di Guerra non si menzionò mai l’Unità 731 e
la guerra batteriologica. Questa è la principale ragione per la quale l’esistenza
dell’Unità 731 venne tenuta nascosta per così tanti anni. I sovietici, che non
erano riusciti ad ottenere le informazioni di intelligence da parte dei
funzionari dell’Unità, celebrarono il loro processo di guerra a Khabarovsk e
pronunciarono i loro verdetti. Il voluminoso rapporto relativo al processo fu
pubblicato nel 1950 in molte lingue, incluso l’inglese e il giapponese.29 Ma
quel rapporto non ebbe grande influenza in Giappone, nonostante contenesse
molto materiale di notevole valore.
Fu un libro, Devil’s Gluttony (La ghiottoneria del diavolo), uscito nel
1981, a raccontare ai lettori giapponesi la storia nascosta dell’Unità 731.30
Morimura, noto autore di romanzi gialli, scrisse la sua storia basandosi sulle
testimonianze orali di più di trenta ex membri dell’Unità. Utilizzò anche i
documenti del processo contro i crimini di guerra di Khabarovsk e articoli
pubblicati su riviste di medicina. Il suo libro era ben documentato, come un
buon libro di storia deve essere. Divenne un best seller in Giappone.
Contemporaneamente John Powell, un giornalista americano di San
Francisco, pubblicò un articolo Japan’s Biological Weapons: 1930-1945 (Le
armi batteriologice giapponesi, 1930-1945).31 In quell’articolo per la prima
volta veniva rivelato al pubblico lo “scambio” segreto tra i membri dell’Unità
731 e gli Stati Uniti. In seguito Morimura cooperò con Powell e l’anno
successivo scrisse un secondo volume de «La ghiottoneria del diavolo»,
focalizzando l’attenzione sui quattro rapporti investigativi stesi dagli
americani dopo la guerra. Infine, nel 1983, fu pubblicato un terzo volume,
basato su ricerche sul campo a Pingfang e in altre località cinesi. Così alla
fine Devil’s Gluttony si compose di tre volumi.
Dopo Devil’s Gluttony sono state condotte nuove ricerche relative sia
all’effettiva entità della produzione di armi batteriologiche da parte dell’Unità
731 sia al loro concreto utilizzo durante la guerra. Fu soprattutto grazie a due
processi che molti fatti storici vennero rivelati al grande pubblico. Nel 1991 il
team investigativo del quale anch’io facevo parte incontrò ad Harbin Jing
Lanzhi e dopo quattro anni di preparazione, nel 1995, lei ed altri fecero causa
al governo giapponese chiedendo delle scuse e un risarcimento. Di fronte al
tribunale distrettuale di Tokyo persero la causa, nonostante il giudice
riconoscesse l’esistenza dell’Unità 731 e i suoi esperimenti sugli esseri umani
come fatti storici e raccomandasse al governo di domandare scusa al
querelante per tali attività disumane. Fu persa anche la causa d’appello di
fronte all’Alta Corte, quando il giudice Monguchi respinse le richieste del
querelante senza entrare nel merito dei fatti. In questo senso la sentenza fu
peggiore di quella della Corte Distrettuale, e forse fu il peggiore risultato di
tutti i quaranta processi che si stanno svolgendo oggi in Giappone. Si fece
ricorso in appello presso la Corte Suprema, ma il caso ottenne un altro
giudizio negativo nell’aprile del 2007.32
Nel 1997, 180 vittime delle armi batteriologiche e i loro familiari fecero
causa al governo giapponese con modalità simili alla causa sopra descritta.
Anche questa causa fu persa di fronte alla Corte Suprema nel maggio del
2007. Tuttavia tanto la Corte Suprema quanto la Corte distrettuale di Tokyo
hanno riconosciuto il fatto che, tra il 1940 e il 1942, la guerra batteriologica
aveva causato numerosi morti in molte località cinesi. Questo è stato un
importante passo avanti. Da un punto di vista più generale, non ci sono dubbi
che attraverso la battaglia legale possano essere chiariti molti fatti storici. In
questo senso la battaglia legale è stata, è e sarà di grande importanza.33

1. I documenti dell’armata del Kuwantung sull’Unità 731 e il trattamento speciale mobile, a cura di
China Heilong Sheng Archive and Japan ABC Project Committe, Harbin 2001 in lingua cinese, Tokyo
2001 in lingua giapponese.
2. Kaitou R., Manshu no joukyo ni kansuru houkoku (Rapporto sulle circostanze in Manciuria),
manoscritto del 1936.
3. Per L’Unità 100, vedi Sensou to Ekibyou: 731butai ga motarasita mono (Guerra ed Epidemie: le
novità portate dall’Unità 731), a cura di T. Matsumura, X. Xueshi, K. Eda, Tokyo 1997, cap. 2 (in
giapponese e in cinese).
4. Chenghe G., 731butai ga yattekita Mura: Heibou no Shakaishi (Un villaggio invaso dall’Unità
731: Una storia sociale di Pingfang), Tokio 2000.
5. Risposta di Kiyoshi Kawashima del 25 Dicembre 1949, in Saikinsenyou Heiki no Junbi oyobi
Shiyou no Kado de Kisosareta Moto Nihongun Gunjin no Jiken ni kansuru Kouhan Shorui (I documenti
del processo Khabarovsk), Moscow 1950.
6. I documenti del processo Khabarovsk mostrano vari tipi di sperimentazioni su cavie umane. Vedi
Saiban to Rekishigaku: 731saikinsen-butai wo Houtei kara miru (Giurisprudenza e Storiografia:
l’Unità 731 osservata dal punto di vista dei tribunali), a cura di T. Matsumura e H. Yano, Tokio 2007,
pp. 236-237; 731butai Sakusei Shiryou (I documenti prodotti dall’Unità 731), vol. XXIX, a cura di A.
Tanaka, T. Matsumura, Tokio 1991.
7. Whymant R., The Butchers of Harbin. Experimentation on POWs-Japan World War II (I
macellai di Harbin. La sperimentazione sui prigionieri di guerra. La Seconda Guerra Mondiale del
Giappone), in «Conneticut Medicine», XLVII/3 (1983), p. 163.
8. Questo fu confermato da Joseph Needham durante un’intervista da me condotta al Needham
Research Centre di Cambridge nel marzo del 1992.
9. Per l’attacco batteriologico sopra Ninpo, vedi Saiban to Rekishigaku, pp. 236-237.
10. Per l’epidemia di peste a Yiwu, vedi, ibidem, p. 239.
11. Per l’epidemia di peste a Chonghan Cun, vedi ibidem, p. 240.
12. Per l’attacco batteriologico sopra Changdeh, vedi ibidem, pp. 240-248.
13. Il diario di Kumao I., in Yoshimi Y., Ikou T., 731butai to Tennou Rikugun-Chuuou (L’Unità
731, l’Imperatore e lo Stato Maggiore dell’Esercito), Tokio 1995.
14. Rapporto dell’epidemiologo dr. Pollitzer, della National Health Administration, al dr. P.Z. King,
direttore generale, National Health Administration, Chungking, 30 Dicembre 1941 (confidenziale).
15. Wang S.H., Rapporto sulla peste a Changtde e sulle misure per tenerla sotto controllo, 20 luglio
1942.
16. Per l’attacco batteriologico dell’Operazione Zhegan vedi Giusrisprudenza e Storiografia, pp.
248-252.
17. Tomosada M. (Colonnello medico dell’Esercito, Istruttore), La guerra batteriologica, rapporto
del 15 Dicembre 1942.
18. King P.Z., direttore generale del National Health Administration, Japanese Attempt at Bacterial
Warfare in China (I tentativi giapponesi di guerra batteriologica in Cina), 31 marzo 1942, in National
Archives (Londra), WO 188/680; Rapporto dell’epidemiologo dr. Pollitzer della National Health
Administration al Dr. King P.Z., direttore generale della National Health Administration, Chungking,
30 Dicembre 1941 (Confidenziale).
19. Memoriale dal Ministero degli Esteri, inviato il 6 aprile 1942 da L.C. Cross, del War Office, al
Dr. Fildes, del Biological Dept., Porton, 22 giugno1942 (M.I. 10/B/3495); memoriale inviato da H.
Seymour, Ambasciata inglese, Chungking, a Anthony Eden, Foreign Office, Londra, 14 Aprile 1942,
W.1232 (C.D.R.3).
20. Rapporto JJCA CHINA (argomento: L’utilizzo di armi batteriologiche da parte dei Giapponesi a
Changteh, Provincia di Hunan), inviato da J.R. Giddes a Harold Pride, 28 giugno, Kunming, R-731-
CH-45, Segreto, copia n. 4 di 5, National Archives (Londra).
21. Mizobuchi T., 731 butai wo hakai suru (Destroy unit 731), in 731 Saikinsen Butai (Germ-
Warfare Unit), ed. Kenkyukai, Tokyo 1966, pp. 120-128.
22. Koshi S., Hinomaru wa Akai Namida ni (Lacrime rosse sulla bandiera giapponese), Tokio
1983, pp. 157-162.
23. Per la diffusione della peste nei village vicini nel 1945-1946, vedi Sensou to Ekibyo, cap. 7.
24. Sui quattro rapporti investigativi americani dal 1945 al 1847 vedi Saiban to Rekishigaku, pp.
207-212.
25. Brief Summary of New Information About Japanese B. W. Activities (Breve sommario e nuove
informazioni relative alle attività giapponesi di guerra batteriologica), inviato da Nobert Fell, Chief-
PP-E Division, Camp Detrick, al Chief Chemical Corps, Pentagono, 12 dicembre 1947.
26. Ibidem.
27. Questo telegramma segreto dell’8 settembre 1947 fu pubblicato in Powell Jr. J.W., Hidden
Chapter in History (I capitoli nascosti della Storia), in «Bulletin of the Atomic Scientists», 10 (1981),
pp. 44-53.
28. Summary Report on B.W. Investigations (Rapporto riassuntivo sulle indagini relative alle armi
batteriologiche), inviato da Edwin V. Hill, M.D., Chief, Basic Sciences, Camp Detrick, al generale
Alden C. Waitt, Chief, Chemical Corps, Pentagono, il 12 dicembre 1947.
29. Vedi Saikinsenyou Heiki no Junbi.
30. Morimura S., Akuma no Houshoku (Devil’s Gluttony), vol. 1, 1981, vol. 2, 1982 e vol. 3, Tokio
1983.
31. Powell Jr. J.W., Hidden Chapter in History.
32. Vedi Saiban to Rekishigaku, cap. 3.
33. Ibidem, cap. 4.
GUIDO SAMARANI
Il massacro di Nanchino e la guerra di resistenza
anti-giapponese in Cina (1937-1945)

1. Premessa
Il 1937 non fu certamente un anno felice per la Cina e per i cinesi: al
contrario, fu uno degli anni più terribili e disastrosi all’interno del periodo
storico repubblicano (1912-1949).
Il 1937 è anche, com’è noto, l’anno del massacro di Nanchino, che
rappresentò un momento tra i più drammatici e tragici nella storia della
resistenza cinese all’aggressione giapponese.
Com’è noto, l’aggressione del Giappone alla Cina era iniziata con gli anni
Trenta; in seguito, dopo una relativa fase di stallo, essa aveva ripreso vigore e
slancio nella seconda metà del decennio, in particolare a partire dal luglio del
1937. Un mese dopo, le truppe giapponesi aprirono un secondo fronte a
Shanghai: la facile vittoria conseguita nel nord del paese non fu tuttavia
ripetuta a Shanghai, ove gli aggressori incontrarono una strenua resistenza da
parte di reparti cinesi assai meglio addestrati ed equipaggiati. Così, l’avanzata
nipponica rimase in sostanziale stallo per oltre due mesi; nello stesso periodo,
a partire da agosto, bombardamenti cominciarono ad essere effettuati su
Nanchino.
Nella seconda settimana di novembre, tuttavia, la resistenza cinese a
Shanghai fu spezzata e venne dato inizio all’invasione della Cina centrale: il
1° dicembre, venne dato l’ordine al comandante dell’Armata dell’area della
Cina centrale, generale Matsui Iwane, di avanzare verso Nanchino, capitale
politica della Cina e simbolo della nascita della Repubblica.
Sottoposte a un durissimo attacco, la maggior parte delle truppe cinesi
furono presto costrette a ritirarsi dalla città, assieme alle massime autorità di
governo. Il giorno 13 i reparti giapponesi entrarono in città.
Il presente contributo ha l’obiettivo, nella prima parte, di mettere in
evidenza alcuni elementi storici essenziali relativi al massacro di Nanchino e,
nella seconda parte, di porre in rilievo alcuni elementi più generali relativi
alla resistenza cinese al Giappone.

2. Il massacro di Nanchino (1937-1938)1


Come si è detto, con la seconda metà di novembre truppe nipponiche
cominciarono ad avviare l’invasione della Cina centrale e l’attacco alla
capitale, occupando innanzitutto le linee difensive cinesi lungo il percorso
che collegava Shanghai e Nanchino.
Nel frattempo, da quando con i primi di novembre del 1937 le incursioni
aeree giapponesi su Nanchino erano andate intensificandosi, molti cinesi
cercarono di lasciare in fretta e furia la città. La gran parte, tuttavia, per
mancanza di soldi o perché non volevano lasciare soli parenti e amici cari alla
fine non partirono, confidando che gli occupanti avrebbero quantomeno
rispettato i civili che si fossero arresi.
Anche numerosi occidentali si posero, in quelle frenetiche settimane,
domande analoghe: la stragrande maggioranza alla fine lasciò la città, ma una
piccola minoranza rimase. Si trattava perlopiù di missionari, insegnanti,
medici che decisero di restare ma anche di qualche uomo d’affari che volle
rimanere per continuare a rappresentare gli interessi della propria ditta. Ad
ogni modo, questi stranieri così diversi tra di loro avevano in comune una
convinzione: che il loro status privilegiato rispetto alla gran massa dei cinesi2
potesse loro consentire di avviare delle iniziative efficaci atte a portare aiuto e
sostegno alla popolazione quando le truppe giapponesi sarebbero entrate in
città.
Fu così che si posero le basi per la nascita dell’International Committee for
the Nanking Safety Zone. A presiedere tale comitato fu chiamato John Rabe,
uomo d’affari tedesco rappresentante della Siemens. Rabe era un profondo
conoscitore della Cina, essendovi giunto quasi trenta anni prima, ed era
altresì un membro del Partito nazista, fatto che – si riteneva – avrebbe potuto
essere di grande utilità al momento delle trattative con i giapponesi. Il ruolo
che Rabe svolse in quelle terribili settimane3 fu di minimizzare il più
possibile ogni frizione con gli occupanti, in particolare con i rappresentanti
consolari di Tokyo.
Il 13 dicembre i primi reparti giapponesi entrarono in città; il giorno
successivo John Rabe iniziò, in nome del comitato, la sua lunga e drammatica
trattativa con le autorità giapponesi, in particolare col console generale a
Nanchino e alcuni giovani ufficiali che agivano, di fatto, da traduttori essendo
in possesso di una conoscenza sufficientemente fluida della lingua inglese.
Alla luce delle testimonianze, rese e raccolte dai membri dell’International
Committee, sappiamo che le fasi più cruente nel saccheggio della città furono
essenzialmente due.
La prima copre una decina di giorni che partono da quelli immediatamente
successivi all’ingresso delle truppe in città (13 dicembre), giorni durante i
quali i soldati furono lasciati di fatto liberi di esercitare senza controllo la loro
violenza.
Il secondo periodo copre una settimana tra la fine di gennaio e i primi di
febbraio 1938, facendo seguito alla proclamazione, da parte delle autorità di
occupazione, di un ordine indirizzato a tutta la popolazione di rientro nelle
proprie abitazioni. L’ordine prevedeva che i campi rifugio, sorti rapidamente
in varie parti della città, fossero rapidamente chiusi e che almeno quella parte
di cinesi la cui abitazione non era stata distrutta nel corso dei saccheggi
potesse fare ritorno a casa o, quantomeno, cercare di ricuperare quanto
possibile dei propri beni. In realtà, i civili cinesi che lasciarono questi campi
negli ultimi giorni di gennaio dovettero scoprire a proprie spese che le
abitazioni non distrutte, che si trovavano al di fuori della zona di sicurezza,
non erano affatto protette, e molti di costoro finirono per cadere preda della
violenza di gruppi più o meno numerosi di soldati.4

3. La Guerra di resistenza cinese5


Il massacro di Nanchino rappresenta probabilmente il punto più alto (o uno
dei punti più alti) del dramma e della tragedia collettivi vissuti da moltissimi
cinesi durante quegli otto anni di guerra, sofferenze, violenze, atrocità,
crimini.
Tutto ebbe inizio, come spesso accade nella storia, da qualcosa di
apparentemente insignificante e occasionale, da un evento (o «incidente»
come lo definiscono molti libri di testo scolastici giapponesi) che nessuno
probabilmente immaginava foriero di tanti disastri.
Infatti, il 7 luglio del 1937, nella zona vicina a Lugouqiao (detto anche
ponte di Marco Polo), a una quindicina di chilometri a ovest di Pechino, colpi
di arma da fuoco furono sparati contro truppe giapponesi che stavano
compiendo delle manovre notturne nell’area. L’«Incidente del ponte di Marco
Polo» diede di fatto l’avvio alla guerra sino-giapponese.
Aldilà del fattore casuale, era indubbio che l’idea e la suggestione della
guerra affondava, al contrario, le proprie radici in anni di battaglie, scontri e
tensioni tra Giappone e Cina, nei rancori mai sopiti e nelle ambizioni
alimentate nel corso degli anni Trenta, nella volontà dell’uno (il Giappone) di
affermare la propria superiorità, i propri interessi e la propria visione del
mondo sull’altro (la Cina), che a sua volta non poteva né voleva cedere ad
ulteriori compromessi.
Ebbe così inizio la Guerra di resistenza cinese all’aggressione giapponese o
Guerra sino-giapponese del 1937-45.
La guerra era iniziata nel nord e qui si estese dopo il luglio del 1937: a fine
luglio, a distanza di pochi giorni, caddero Pechino e Tianjin. Tuttavia, tra
l’estate del 1937 e l’autunno del 1938, gran parte delle battaglie più
significative furono combattute nell’area del fiume Yangzi.
Tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, il Giappone cominciò ad
ammassare unità navali e truppe a Shanghai, difesa da parte delle migliori
divisioni dell’esercito nazionalista, rafforzate da effettivi provenienti in gran
parte dalla Cina meridionale. Tra la fine di agosto e i primi di settembre,
tuttavia, i giapponesi riuscirono ad accumulare una consistente forza e il 13
settembre diedero il via all’attacco: dopo poco più di un mese, le truppe
cinesi apparivano in grave difficoltà. L’ultima fase dell’offensiva si sviluppò
tra la metà di ottobre e la prima parte di novembre: il giorno 8 i cinesi
ordinarono la ritirata generale, che si svolse tuttavia in modo spesso confuso
e disordinato e, diversamente da quanto previsto dai piani, tra bombardamenti
aerei, disintegrazione del comando militare e diffusa demoralizzazione.
In quasi tre mesi di guerra e di scontri, il governo di Nanchino perse circa
il 60% delle divisioni più moderne e meglio equipaggiate, mentre i
giapponesi lasciarono sul campo circa 40 mila uomini.
Una volta occupate Shanghai e Nanchino, il principale obiettivo
giapponese fu di consolidare ed estendere il controllo sulla regione dello
Yangzi con la conquista della città di Wuhan.
A tal fine, appariva indispensabile impossessarsi preliminarmente di
Xuzhou. Situata più a nord della regione dello Yangzi, a diverse centinaia di
chilometri da Wuhan, Xuzhou era tuttavia fondamentale per la sua posizione
strategica: era infatti situata all’incrocio tra la linea ferroviaria Tianjin-Pukou,
che da nord a sud portava verso Nanchino, e quella del Long-Hai, che correva
da ovest (Xi’an) sino a est (porto costiero di Lianyun) e che si incrociava con
la linea Pechino-Hankou, che portava direttamente a Wuhan.6
Prima dello scontro finale per il controllo di Xuzhou, nell’aprile del 1938 a
Tai’erzhuang, nella provincia dello Shandong, il Giappone subì la sua prima
sconfitta militare, dovuta in gran parte all’abilità tattica dei cinesi e alla
sottovalutazione da parte giapponese della volontà di resistenza da parte di
questi. La notizia della vittoria riportata a Tai’erzhuang fu accompagnata da
grandi manifestazioni patriottiche, ma fu presto offuscata dalla caduta di
Xuzhou verso la metà di maggio.
La strada era ora aperta verso Wuhan: verso fine maggio, piani dettagliati
furono delineati da parte del comando nipponico per la conquista della città,
che avrebbe dovuto cadere in tempi il più possibile rapidi, ed essere
accompagnata dalla conquista di Canton, il grande centro della Cina
meridionale anch’esso obiettivo dell’avanzata giapponese.
Dopo che le truppe giapponesi presero ad avanzare celermente, occupando
Kaifeng e minacciando Zhengzhou, il 9 giugno il leader cinese Chiang Kai-
shek ordinò la distruzione delle dighe di Huayuankou sul Fiume Giallo: le
devastanti inondazioni che ne seguirono ritardarono di vari mesi l’avanzata
giapponese ma provocarono tremendi danni alle zone interessate, con diverse
migliaia di villaggi inondati e due milioni di persone senza tetto. Wuhan fu
infine occupata nel tardo ottobre del 1938; pochi giorni prima era stata
conquistata anche Canton.
In tal modo, alla fine del 1938 gran parte dei centri industrializzati e dei
principali nodi ferroviari erano in mano giapponese, anche se il territorio
controllato rappresentava solo una piccola porzione dell’intera area della
Cina settentrionale e centrale.
Occorreva ora consolidare le posizioni, estenderle alle parti ancora in mano
nemica e soprattutto sferrare un attacco decisivo a Chongqing, dove il nuovo
governo nazionalista cinese si era andato insediando: la caduta della nuova
capitale, osservavano gli strateghi di Tokyo, avrebbe sicuramente portato al
crollo dell’intera Cina.
Quanto ai comunisti, la prima fase della guerra li vide largamente
impegnati in quella che fu definita la strategia di «preservazione ed
espansione» delle «aree di confine» (ossia dei territori da essi controllati,
situati spesso al confine tra due o più province). Divisioni dell’Ottava Armata
di Campagna furono inviate nella provincia dello Shanxi: tra il settembre e
l’ottobre del 1937 esse furono impegnate in circa 100 battaglie e sconfissero
diversi battaglioni giapponesi, in particolare al Passo di Pingxing e a
Yangming. Tuttavia, parziali disaccordi – già emersi a Lochuan –
permanevano tra chi, come Zhou Enlai, spingeva per un impegno attivo delle
truppe comuniste nella guerra contro il Giappone in modo da non provocare
fratture insanabili all’interno del «fronte unito» tra nazionalisti e comunisti e
chi, come Mao Zedong, tendeva a non sacrificare unilateralmente la forza
militare comunista in campagne frontali contro il nemico e sottolineava
invece l’esigenza di ricorrere largamente alla guerriglia mobile.
Tra la fine del 1938 e l’autunno del 1939, quando la guerra scoppiò anche
in Europa, l’avanzata giapponese sostanzialmente si arrestò e le grandi
battaglie lasciarono il posto a scontri diffusi e dispersi, fortemente
differenziati tra area e area.
Il mutamento del corso della guerra fu dovuto a vari fattori: in particolare,
il Quartiere generale giapponese riconosceva ora che la guerra non sarebbe
stata di breve durata, puntava a ripulire le retrovie e a sopprimere l’attività di
guerriglia comunista e nazionalista e sembrava soprattutto ambire a
indebolire fortemente la macchina bellica (e quindi la forza politica) di
Chongqing in modo da creare larghi spazi all’azione dei vari regimi
collaborazionisti. A loro volta, i nazionalisti, consci della loro debolezza,
puntavano sempre più a una possibile vittoria in tempi lunghi.
Successivamente, Tokyo decise di riprendere l’offensiva in Cina in
seguito, in particolare, alla firma del «Patto di non aggressione» tra Germania
e Unione Sovietica e all’inizio della guerra in Europa. Infatti, scosso
dall’accordo sovietico-tedesco che lasciava potenzialmente ampio spazio a
Mosca di rafforzare la propria influenza nell’Estremo Oriente e costretto
quindi ad accettare una tregua con “il nemico comunista”, il Giappone
considerò che l’occasione fosse opportuna per riprendere l’offensiva in Cina
e dimostrare così al mondo intero la propria forza.
A sua volta, la Cina vide rapidamente svanire i presupposti di un conflitto
nippo-sovietico, che avrebbe severamente impegnato le forze giapponesi
indebolendone la presa sulla Cina, e si trovò altresì ad affrontare il problema
della riduzione dell’aiuto sovietico.
L’obiettivo primo della nuova offensiva giapponese fu la città di
Changsha, nella provincia dello Hunan: la conquista della città e della
provincia avrebbe consentito di porre sotto controllo un’area importante sul
piano della produzione agricola, di bloccare l’accesso alle aree controllate dai
nazionalisti e di assicurarsi il controllo dell’intera regione dello Yangzi sino
al confine con il Sichuan. La battaglia di Changsha ebbe inizio nel settembre
del 1939 e terminò dopo un mese con una grande sconfitta giapponese.
Su questa base, Chongqing decise di avviare nell’inverno dello stesso anno
una grande offensiva su scala nazionale, la quale tuttavia, prima di arenarsi,
incontrò presto notevoli difficoltà.
Da parte sua, tra l’agosto e il dicembre del 1940, l’Ottava Armata di
Campagna comunista lanciò quella che può esser considerata la più vasta
offensiva contro le posizioni giapponesi, conosciuta come «Offensiva dei 100
reggimenti» (dal numero presunto di reggimenti impegnati). L’attacco
conseguì nella prima fase significativi successi, ma a partire dalla fine di
ottobre lo slancio della campagna andò attenuandosi, portando
successivamente a una pesante controffensiva giapponese che inferse gravi
perdite alle truppe comuniste.
Con la fine del 1941 e lo scoppio della guerra del Pacifico, mutamenti
profondi e immediati intervennero sul fronte cinese.
In primo luogo, il Giappone dovette estendere e allungare ulteriormente la
dislocazione delle proprie forze, che ora erano tenute a coprire un’immensa
area dalla Cina al Sud-est asiatico fino al Pacifico, riducendo l’entità delle
truppe impegnate all’interno del territorio cinese e la loro capacità logistica.
In secondo luogo, gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra a fianco
della Cina, con benefici effetti soprattutto sul piano militare: fornitura di armi
e munizioni e programmi di addestramento. Infine, i comunisti cinesi si
fecero interpreti, con la Dichiarazione sulla Guerra nel Pacifico del dicembre
1941, della proposta di formare un grande fronte antifascista e antigiapponese
che avrebbe incluso tutti i governi e i popoli intenzionati a opporsi a Tokyo: i
membri del partito, in particolare, erano ora chiamati ad “evitare deviazioni
di sinistra”, cooperando attivamente con americani e inglesi.
Il 1941 fu altresì l’anno in cui negli alti comandi giapponesi si pose il
problema di un attacco o meno all’Unione Sovietica, in modo da serrare in
una morsa fatale, da ovest (Germania) e da est (Giappone), il “nemico
comunista”. Alla fine prevalse la posizione di chi era contrario a tale
strategia, sostenendo tra l’altro che sarebbero stati necessari molti mesi per
preparare un piano adeguato e che, in ogni caso, un’offensiva contro l’URSS
avrebbe potuto prendere corpo solo dopo che l’offensiva tedesca avesse
costretto i sovietici a dimezzare gli effettivi che fronteggiavano le truppe
giapponesi (stimabili in 700 mila uomini)
Ai primi di luglio, fu così riaffermato l’obiettivo centrale di creare una
«Sfera di coprosperità» nell’Asia orientale, secondo i contorni definiti nel
1940 dal Ministro degli Esteri giapponese, Matsuoka, e di dare priorità a
quella che sarebbe stata definita “l’avanzata verso Sud”, contando anche
sull’importante base indocinese resa disponibile dall’amico Governo di
Vichy.
Nei primi anni Quaranta iniziarono altresì i primi attacchi su larga scala da
parte dell’aviazione americana sulle forze e sugli insediamenti giapponesi,
partendo in genere dalle basi situate in Cina. Allo scopo di distruggere in
modo definitivo le basi aree, dalle quali partivano i bombardieri americani, e
di creare un unico collegamento tra il Nord (Manciuria) e il Sud (Hanoi, in
Vietnam), alternativo ai collegamenti via mare, furono avviate una serie di
offensive giapponesi: in particolare, tra l’aprile e il dicembre del 1944,
l’«Offensiva Ichigo» (ossia Numero uno) portò alla conquista da parte
giapponese di molti centri sino a quel momento non ancora occupati e alla
distruzione sostanziale delle basi aeree.
La strada verso Chongqing sembrava ora aperta: tuttavia, l’avanzata
nipponica si arrestò presto. È stato suggerito che tale scelta, da parte del
comando giapponese, fu dovuta a vari fattori e in particolare alle serie perdite
subite, al fatto di avere raggiunto sostanzialmente l’obiettivo di infliggere
gravi danni e perdite al nemico e infine al fatto che la priorità strategica era a
quel tempo diventata la sopravvivenza dello stesso Giappone, pressato
sempre più dall’offensiva americana e minacciato altresì all’interno del
proprio territorio (nel 1944 erano iniziati i bombardamenti alleati sulle città
giapponesi).
Aldilà dell’ambito strettamente militare, sul piano politico e diplomatico
gli ultimi anni del conflitto videro susseguirsi una crescente attività politica e
diplomatica che ebbe come protagoniste le maggiori Potenze (USA, URSS e
Gran Bretagna) finalizzata a tracciare il percorso possibile della guerra e
soprattutto a delineare il futuro assetto mondiale: Conferenza di Mosca
(ottobre 1943), Conferenza del Cairo (novembre 1943), vertice tra Roosevelt,
Stalin e Churchill a Teheran (novembre-dicembre 1943), Conferenza di Yalta
(febbraio 1945), Conferenza di Potsdam (luglio-agosto 1945).
In particolare, la Conferenza del Cairo vide la partecipazione anche del
leader cinese Chiang Kai-shek; essa rappresentò il tentativo da parte del
Presidente americano, Roosevelt, di sancire in qualche modo il ruolo di una
quarta potenza, la Cina, a fianco delle altre tre. Chiang Kai-shek avanzò
richieste piuttosto ambiziose e ricevette non poche incoraggianti promesse.
Roosevelt in particolare lo rassicurò circa l’impegno americano affinché, a
fine guerra, la Cina recuperasse quanto aveva dovuto cedere al Giappone, ma
fu fermo nel rifiutare quelle richieste cinesi che avrebbero potuto indebolire
la posizione americana nei confronti dell’URSS.
Infine, gli anni della guerra videro anche il sorgere e svilupparsi in Cina
del fenomeno del «collaborazionismo»: un tema che ancor oggi la
storiografia cinese, sia nella Cina popolare sia a Taiwan, ha difficoltà ad
analizzare e discutere nel suo significato più ampio e complessivo.
Lo studio del fenomeno del collaborazionismo cinese evidenzia una
gamma di scelte, di comportamenti, di sentimenti estremamente complessi e
articolati, i quali si ritrovano, in toto o in parte, nelle varie esperienze
collaborazioniste che segnarono quegli anni, soprattutto in Europa: il
confronto tra occupanti e occupati; il mero opportunismo e la difesa di
interessi e ambizioni specifiche; la scelta politica e ideologica vera e propria,
magari nutrita da passati legami (con il Giappone); la convinzione che solo
attraverso la collaborazione con il nemico la nazione e la patria (o anche solo
il distretto e il villaggio) potessero essere salvati e si potesse preservarne
l’esistenza futura.
Così, vi furono coloro che lavorarono direttamente nelle istituzioni
giapponesi in Cina, coloro che operarono sotto il comando indiretto degli
occupanti e coloro che prima collaborarono e successivamente furono attivi
nella resistenza; e vi fu chi militò nelle unità di polizia militare o scelse di
fare la spia per gli occupanti, chi, come gli insegnanti delle aree occupate, si
trovò nella necessità di propagare i valori del nemico, e chi decise che
comunque la vita doveva continuare e che l’importante era sopravvivere.
Milioni e milioni di cinesi vissero negli anni del conflitto bellico nei
territori occupati dai giapponesi e furono vittime e testimoni degli effetti e
degli orrori della guerra: nella loro esperienza, i due aspetti (guerra,
devastazioni e massacri, da una parte, aggressione e occupazione giapponese,
dall’altra) furono strettamente uniti e nella memoria dei sopravvissuti tali
aspetti rimasero inscindibilmente legati.
In Cina vi furono diverse forme ed esperienze di collaborazionismo.La
prima fu avviata nel dicembre del 1937 con la creazione a Pechino del
Governo Provvisorio della Cina Settentrionale. Esso estendeva il proprio
controllo sulle province settentrionali (Hebei, Chahar, Suiyuan, Henan e
Shandong) e batteva una propria moneta. In secondo luogo, nel marzo del
1938 fu fondato a Nanchino il Governo Riformato della Repubblica di Cina,
la cui base era posta nella valle del Basso Yangzi. Esso era costituito in larga
parte da politicanti che avevano in passato avuto un ruolo significativo in
diversi governi sostenuti dai «signori della guerra» ed esercitava la propria
sovranità sulle aree più ricche e sviluppate della Cina.
Nello stesso tempo, tuttavia, a Tokyo cresceva la consapevolezza della
scarsa rappresentatività e credibilità dei due governi: idealmente, bisognava
trovare qualcuno che godesse di tale prestigio e autorità da poter
efficacemente porsi in alternativa al leader cinese Chiang Kai-shek o,
eventualmente, costringerlo a rivedere la propria posizione anti-giapponese e
avviare un dialogo con il Giappone.
Fu così che furono avviati i contatti con un altro importante leader cinese,
Wang Jingwei. Preoccupato dalla possibile distruzione della Cina da parte
giapponese e stimolato dalle proposte di Tokyo, Wang alla fine decise di
incontrare nel giugno del 1939, a Tokyo, vari alti membri del governo
giapponese, ponendo così le basi per la firma dell’accordo che portò alla
nascita, il 30 marzo del 1940, del Governo Nazionale Riorganizzato della
Repubblica di Cina; con capitale a Nanchino. Verso la fine dello stesso anno,
fu siglato un trattato tra il Governo Nazionale di Wang Jingwei e il Giappone
con il quale quest’ultimo riconosceva il primo quale legittimo governo
nazionale cinese. Le precedenti esperienze collaborazioniste furono, di fatto,
inglobate all’interno del nuovo governo.
Nel gennaio del 1943 Nanchino entrò formalmente in guerra a fianco del
Giappone contro Stati Uniti e Gran Bretagna e nell’ottobre un nuovo trattato,
che sostituiva quello del 1940, fu siglato con il Giappone.
L’entrata in guerra di Nanchino accelerò tra l’altro il processo di estinzione
del vecchio sistema dei «trattati ineguali» imposti alla Cina a partire dalla
metà dell’Ottocento. Tokyo prima e le maggiori Potenze poi acconsentirono,
infatti, a por fine ai vecchi trattati e a sostituirli gradualmente con nuovi
imperniati tendenzialmente su princìpi di eguaglianza.
Quando, a partire dall’inizio del 1944, la malattia ridusse sempre più le
attività di Wang Jingwei, fu di fatto sancita la morte politica del Governo
Nazionale Riorganizzato di Nanchino, anche se esso sarebbe formalmente
rimasto in auge sino alla sconfitta giapponese nel 1945.

4. Conclusioni
Come si è visto, le truppe giapponesi che entrarono a Nanchino nel
dicembre 1937 si diedero nelle settimane successive a quella che il Tribunale
Militare Internazionale per l’Estremo Oriente, incaricato tra il 1946 e il 1948
di giudicare i crimini di guerra, definì come l’azione di un’orda barbarica
impegnata a dissacrare la città.7
Il massacro di Nanchino, come sono comunemente ricordate quelle terribili
e tragiche settimane, è stato per decenni in gran parte sepolto sotto la polvere
della storia, ma è stato negli ultimi anni riportato, con forza e vigore,
all’attenzione degli studiosi e della comunità internazionale. Gli studi e le
testimonianze recenti hanno consentito di avviare un’importante e preziosa
opera di ricostruzione della memoria storica e di affiancare, pur nella
diversità degli eventi, il massacro di Nanchino alle grandi tragedie
dell’umanità perpetrate durante la Seconda guerra mondiale.
Resta il fatto che su quelle settimane terribili e tragiche del 1937-38, e più
in generale sulla Guerra di resistenza della Cina al Giappone nel suo
complesso, il confronto e la polemica storiografica e politica rimangono
ancora oggi vive ed aperte, a testimonianza del fatto che, a distanza di
settanta anni (1937/38-2007/08), il percorso che la verità storica ha compiuto
è stato straordinario ma che, allo stesso tempo, il cammino che essa deve
ancora compiere per affermarsi pienamente non è così semplice e facile come
avremmo voluto e come sarebbe necessario.

1. Le principali fonti che saranno utilizzate per questa prima parte sono: Documents on the Rape of
Nanking, a cura di T. Brook, Ann Arbor 1999; The Nanjing Massacre in History and Historiography, a
cura di J. Fogel, Berkeley-Los Angeles-London 2000; Nanking 1937. Memory and Healing, a cura di
Fei Fei Li, R. Sabella, D. Liu, Sharpe, New York-London 2002; Yoshida T., The Making of the “Rape
of Nanking”. History and Memory in Japan, China, and the United States, Oxford 2006; Nanjing da
dusha shiliaoji (Raccolta di materiali storici sul Massacro di Nanchino), 55 voll., a cura di Z. Xianwen,
Nanjing 2005-2008.
2. A tutt’oggi appare assai difficile ricostruire con sufficiente esattezza il numero di civili cinesi che
si trovava a Nanchino in quei giorni. Le stime più credibili parlano di circa 200-250.000 abitanti tra la
fine di dicembre 1937 e i primi di gennaio 1938. Al riguardo cfr. in particolare Timperley H.J., What
War Means, London 1938, Timperley era un giornalista australiano corrispondente del «Manchester
Guardian»; Askew D., The Nanjing Incident: An Examination of the Civilian Population, in «Sino-
Japanese Studies», 2 (2001), pp. 2-20.
3. Egli avrebbe lasciato la città il 19 febbraio 1938, facendo ritorno in Germania. Qui sarebbe stato
arrestato dalla Gestapo e poi rilasciato, impedendogli tuttavia di continuare nella sua opera di
sensibilizzazione circa i fatti di Nanchino. Arrestato dopo la guerra a causa del suo passato nazista,
sarebbe morto nel 1950 all’età di quasi 70 anni.
4. Per un’analisi più dettagliata degli eventi e del ruolo dell’International Committee si veda
Samarani G., Il massacro di Nanchino tra storia e storiografia, in Le stragi rimosse. Storia, memoria
pubblica, scrittura, a cura di G. Procacci, M. Silver, L. Bertucellli, Milano 2008, pp. 81-97.
5. La parte che segue è basata essenzialmente sulle seguenti fonti: Zarrow P., China in War and
Revolution 1895-1949, London-New York 2005; China in the Anti-Japanese War, 1937-1945. Politics,
Culture, and Society, a cura di D. Barrett e L.N. Shyu, New York-Berlin-Brussels-Vienna-Oxford
2001; China’s Bitter Victory. The War with Japan, 1937-1945, a cura di C. Hsiung e S. Levine, New
York 1992.
6. Hankou era parte dell’insieme metropolitano che formava il grande centro di Wuhan.
7. Per alcuni estratti del giudizio finale cfr. Judgement of the International Military Tribunal for the
Far East, in Documents on the Rape of Nanking, pp. 257-267.
ROSA CAROLI
Storia e storiografia in Giappone.
Dai crimini di guerra ai criminali di guerra*1

L’ingresso dell’Italia e del Giappone (il quale rappresenta l’unico esempio


di potenza colonialista non occidentale) nella competizione imperialista fu –
così come ricordato da Ken Ishida – tardivo in entrambi i casi e, comunque,
segnato da una “disonorevole” sconfitta nel caso dell’Italia e da un netto
successo conseguito dal Giappone nella guerra contro l’Impero cinese (1894-
1895). Non fu questa, tuttavia, l’unica differenza che contraddistinse gli inizi
dell’avventura d’oltremare intrapresa dai due giovani Stati nazionali. Se,
infatti, le mire dell’Italia crispina (e, più in generale, delle potenze coloniali
occidentali) furono rivolte verso società e popolazioni di un altro continente,
percepite come primitive e “astoriche” e oggetto di un pregiudizio oramai
radicato in Europa, la dominazione giapponese si diresse in primo luogo
verso vicini asiatici con i quali esistevano antichi e robusti vincoli culturali.
In particolare, il paese contro il quale il governo di Tokyo mise alla prova le
forze armate nipponiche di recente ammodernate aveva per secoli occupato
una posizione centrale nell’ordine “mondiale” vigente in Asia Orientale,
essendo la Cina considerata da secoli come la culla della scrittura e del
pensiero confuciano, il fulcro di una diplomazia fondata su relazioni
tributarie e la detentrice del primato morale e culturale nella regione.2
Il debutto del Giappone nella gara imperialistica, pertanto, implicò non
solo la sfida al tradizionale gigante dell’Asia Orientale, ma anche la
confutazione degli stessi criteri su cui la gerarchia interstatale della regione
aveva poggiato per secoli, in primo luogo l’idea che la civiltà e il progresso di
un paese fossero proporzionali al suo livello morale e culturale, più che alla
sua forza economica e militare. In tal senso, la politica imperialista nipponica
non si limitò a insinuarsi nelle colonie asiatiche sconvolgendo – talvolta in
profondità – le istituzioni politiche, economiche, sociali e culturali locali, ma
contribuì anche a demolire il sistema di relazioni interstatali sino allora
operante in Asia Orientale. Nel nuovo ordine delineatosi dopo l’arrivo degli
occidentali in Asia, il Giappone poté assurgere a una posizione inedita nella
regione, giovandosi peraltro di un darwinismo sociale che, anche qui, procurò
al discorso coloniale una base “scientifica” atta a giustificare la diversa
posizione occupata dalle varie società sulla base del livello di progresso
(kaika) e di civiltà (bunmei) da esse raggiunto.3
Rivolgendosi verso i vicini paesi asiatici, la politica coloniale nipponica si
fondò su un rapporto con l’alterità che si presenta più complesso e, per molti
versi, ambiguo rispetto a quanto accadde nel caso dell’Italia e di altri paesi
occidentali. Se, infatti, tra questi ultimi prevalse una visione delle colonie
come realtà arretrate e stagnanti, la politica coloniale nipponica fece ricorso
all’idea di un’eredità condivisa da colonizzatori e colonizzati, sintetizzata nel
motto «dōbun dōshu» (stessa cultura, stessa razza). Una concezione, questa,
che – come richiamato da Ishida – servì di certo a concepire la competizione
imperialistica in Asia in chiave razziale (laddove il Giappone incitò i popoli
“gialli” a unirsi per difendersi dall’aggressione dei “bianchi”), ma che, allo
stesso tempo, era intesa a sanare la frattura che la politica coloniale nipponica
aveva, di fatto, aperto tra gli eredi della tradizione est asiatica.
Non si trattò ovviamente di un passaggio privo di esitazioni e indugi.
D’altra parte, per le generazioni formatisi negli anni precedenti al 1868
(quando cioè lo studio dei classici cinesi svolgeva ancora un ruolo essenziale
nell’istruzione) non fu facile confutare il prestigio che la tradizione assegnava
alla Cina. E, sino alla vigilia della guerra del 1894-1895, quest’ultima
continuò a essere percepita in primo luogo come sinonimo di arte, cultura e
scrittura, e valutata con rispetto e considerazione.4
Il conflitto contro l’Impero cinese rappresenta pertanto uno spartiacque
nella politica coloniale nipponica. E ciò sia per i nuovi equilibri politici che
scaturirono da un’impresa la quale fruttò al Giappone la sua prima vera e
propria colonia,5 sia per la nuova immagine dell’Asia che la propaganda
bellica diffuse nel Paese, ricorrendo a rappresentazioni visive assai efficaci in
grado di raggiungere anche un pubblico non ancora alfabetizzato. Fu, in
breve, la materializzazione di quella «dissociazione dall’Asia» agognata da
alcuni politici e intellettuali nipponici sin dal decennio precedente, i quali
esortavano a prendere le distanze dal decadente, debole e stagnante mondo
asiatico e dai “cattivi amici” che popolavano la regione, poiché da ciò
dipendeva la “reputazione” del Giappone.6
Come già accennato, proponendosi come nuovo leader della regione e
avviando la costruzione di un impero coloniale a spese della Cina e di altri
paesi dell’area, il Giappone aprì una frattura con l’Asia che tentò poi di
sanare evocando l’idea di un patrimonio etnico-razziale condiviso da
dominatori e dominati. Su tale concezione si fondò sia la politica di
assimilazione (dōka) delle popolazioni assoggettate, sia la formulazione di
quel panasiatismo in chiave antioccidentale volto a mobilitare i popoli della
regione contro il colonialismo bianco al fine di restituire «l’Asia agli
asiatici»; panasiatismo che sarebbe stato ufficialmente riaffermato nel 1938
allorché venne annunciata la costruzione di un Nuovo ordine in Asia
Orientale, dove la realizzazione di una Sfera di coprosperità asiatica serviva a
camuffare le mire imperialistiche del regime di Tokyo nella regione. Seppure
volta a stimolare forme di collaborazionismo nelle colonie, l’idea di una
comune eredità asiatica non riuscì comunque a vincere le resistenze
antigiapponesi presenti in vari territori occupati. In effetti, la frattura con il
resto dell’Asia si acuì con l’estendersi dei confini dell’impero nipponico7 e,
soprattutto, a seguito dei crimini commessi dalla forze armate nipponiche nel
corso della guerra combattuta in Asia e nel Pacifico, la cui effettiva entità non
è stata mai opportunamente riconosciuta dai tribunali di guerra, dalle autorità
governative di Tokyo, da buona parte della storiografia sul tema, così come
dall’opinione pubblica giapponese.
A questa parziale assoluzione hanno contribuito vari fattori, a partire dalla
scarsa e artefatta informazione che i giapponesi ebbero – anche negli anni
successivi alla fine della guerra – circa i crimini commessi nei territori
occupati. Ciò appare palese in una cronologia commemorativa che ha
assegnato al 15 agosto (anniversario della resa) il significato di un lutto
nazionale rievocato in primo luogo per le sofferenze causate dalla guerra al
popolo giapponese, come a voler eclissare il ricordo delle vittime straniere,
celare le ragioni di quei lutti e offuscare la stessa memoria della resa come
sconfitta totale. D’altra parte, quella del regime bellico può essere definita
una sconfitta totale nella misura in cui fu priva del contributo di significative
forme di resistenza attiva all’interno del paese. Lo sforzo bellico era stato
sostenuto da una massa dedita alla causa nazionale con fervore patriottico,
mentre le forme di dissidenza erano restate per lo più confinate in una
dimensione privata e in genere isolata dalla sfera sociale. Indicativo, in tal
senso, il fatto che i detenuti politici liberati al termine della guerra furono
circa 2.500, in maggioranza dirigenti comunisti e individui accusati di attività
di spionaggio.8 Alla resa fece poi seguito un’occupazione alleata a guida
statunitense che si protrasse per quasi sette anni, ma che ben prima del suo
termine vide compiersi la cosiddetta “inversione di rotta”, la conversione cioè
del governo di Tokyo da acerrimo nemico ad affidabile alleato di
Washington. Come ben illustrato da Filippo Focardi, il profilarsi del clima
della guerra fredda contribuì alla parziale assoluzione di molti crimini di
guerra e, anche in Giappone, la sua presa di posizione nel mondo bipolare,
così come la sindrome anticomunista che si diffuse presso il cosiddetto
“mondo libero”, condizionò in profondità l’attribuzione delle responsabilità
per i molti spietati e sanguinosi atti compiuti dall’armata imperiale nipponica
nel corso del confitto – oltre che i contenuti della storia bellica narrata e
rievocata nel dopoguerra, la quale assunse un atteggiamento di reticenza circa
il proprio trascorso militarista e coloniale. Nella sede del Tribunale Militare
Internazionale per l’Estremo Oriente che svolse i suoi lavori tra il 1946 e il
1948 al fine di individuare tali responsabilità, infatti, l’idea secondo cui le pur
brutali azioni addebitate agli imputati (e da loro ammesse) fossero state
compiute nell’esercizio delle proprie funzioni ispirò sia il verdetto finale sia,
soprattutto, i provvedimenti che riportarono in libertà i diciotto imputati che
erano stati condannati a pene detentive, ad alcuni dei quali furono persino
assegnati importanti incarichi governativi.9
Un altro fattore che contribuì a minimizzare tali responsabilità è costituito
dai bombardamenti atomici di Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto),
che non solo indussero il regime all’immediata capitolazione, ma
consentirono al Giappone di indossare le vesti di aggredito e di vittima,
prendendo le distanze dal proprio ruolo di aggressore e carnefice. L’effetto di
ciò è palese in primo luogo in un pacifismo postbellico impregnato da un
senso di vittimismo, come opportunamente ricordato da Ishida. Un fatto,
questo, che peraltro contribuisce a renderlo meno genuino di quanto sarebbe
se ispirato dalla consapevolezza delle privazioni e dei lutti inferti dalle forze
armate giapponesi alle vittime d’oltremare.
Questo pur sommario quadro può contribuire a spiegare le ragioni per cui
nelle ricerche presentate in questa sede risiede un valore che va al di là del
piano puramente storiografico. Preme ricordare, ad esempio, che Kasahara
Tokushi è tra i più eminenti studiosi della strage di Nanchino, i cui lavori
hanno avuto un forte impatto sulla società giapponese e sono stati essenziali
nel contrastare l’ondata di revisionismo storico che è emersa, con prepotenza
e spesso con toni apertamente negazionisti, dopo il crollo del mondo bipolare
e nel bel mezzo di una grave e prolungata crisi economica.10 Un
revisionismo, questo, che è volto a rivisitare il periodo bellico fornendone
una versione piena di minimizzazioni, omissioni e mutilazioni, e che ruota
attorno all’Associazione per la revisione dei libri di testo (Atarashii rekishi
kyōkasho o tsurukai) e al Gruppo di ricerca per una concezione liberale della
storia (Jiyūshugi shikan kenkyūkai), entrambi fondati nel 1996.
In realtà, non erano mancate in passato dichiarazioni di politici,
diplomatici, accademici o veterani tese a mitigare le responsabilità del regime
bellico e la condotta delle sue truppe, ma si era trattato di affermazioni più o
meno isolate, la cui portata era stata in genere sminuita catalogandole come
gaffe.11 Tuttavia, il movimento revisionista che ruota attorno alle
organizzazioni sopra menzionate rappresenta una novità sotto vari profili: in
primo luogo per l’audacia e per i toni passionali, talvolta persino spettacolari,
con cui si propone al grande pubblico, servendosi di programmi televisivi, di
produzioni cinematografiche e di una letteratura per lo più popolare e rivolta
in primo luogo ai giovani.12 Grande seguito hanno ottenuto, ad esempio, i
manga di Kobayashi Yoshinori che, attraverso i suoi personaggi, si appella ai
lettori affinché condannino le ricerche sui crimini di guerra e le scuse ufficiali
rivolte alle popolazioni asiatiche. Nei suoi fumetti il tema delle cosiddette
comfort women (più propriamente, le donne asiatiche costrette a prostituirsi
per le truppe nipponiche nel corso del conflitto) viene liquidato asserendo che
la loro reclusione da parte dei soldati giapponesi fu motivata dalla volontà di
difenderle dalla violenza che regnava nelle zone di guerra.13 Altro esponente
di spicco di questo movimento è Fujioka Nobukatsu, docente presso la
prestigiosa Università di Tokyo e autore di vari libri come La storia moderna
e contemporanea dell’umiliazione. È ora di superarla,14 Ricerche su “lo
stupro di Nanchino”. Modus operandi e strategie della “battaglia
d’informazione” in Cina15 o Dieci punti controversi dei manuali di storia su
cui non si può cedere,16 tutti accomunati da una condanna all’attenzione
«masochista» (jigyakuteki) che molti continuano a riservare alle
responsabilità belliche e ai crimini commessi dalle forze armate giapponesi, e
che prevarrebbe nella storia insegnata attraverso i libri di testo adottati nelle
scuole. Per questa ragione, tra i principali obiettivi del movimento vi è la
revisione dei manuali scolastici, la cui adozione nelle scuole necessita di una
preventiva autorizzazione governativa.17 Un passo significativo verso tale
obiettivo è rappresentato dall’assenso ministeriale concesso, nell’aprile del
2001, al Nuovo manuale di storia (Atarashii rekishi kyōkasho) redatto da
esponenti del movimento, il quale figurava tra gli otto approvati quell’anno.
È dunque evidente come l’intento di questo movimento sia quello di
propagandare, specie tra le giovani generazioni, una versione della storia
depurata da scomodi e inquietanti episodi, in primo luogo i crimini di guerra.
In tal senso, il contributo di Kasahara, assieme a quelli di Yano Hisashi
(esperto di storia tedesca e autore di vari lavori sulla storia operaia e sul
reclutamento coatto di lavoratori stranieri),18 di Matsumura Takao (che ha al
suo attivo numerosi lavori sulla storia sociale inglese e sulla storia operaia
con particolare riferimento ai territori colonizzati dal Giappone)19 e di
Kurasawa Aiko (che ha conseguito il dottorato alla Cornell University con
una ricerca sui movimenti sociali nelle campagne di Java ed è una nota
esperta di politica e sviluppo nel sudest asiatico, in particolare
dell’Indonesia)20 meritano senza dubbio un apprezzamento non solo per la
loro elevata qualità scientifica, ma anche in quanto contribuiscono a
illuminare le pagine più buie e inquietanti della storia giapponese del XX
secolo che questo genere di produzione tende invece a occultare.
Il merito delle loro ricerche risiede anche nel contrastare il tentativo di
tranquillizzare la coscienza collettiva giapponese proponendo una storia di
cui andare orgogliosi e una rassicurante immagine del proprio passato di
fronte alle incertezze aperte dalla fine della guerra fredda, alle sfide della
globalizzazione, alle sfavorevoli congiunture economiche, alla sfiducia nella
classe politica nazionale e alla minaccia del terrorismo internazionale. La
rilevanza delle loro indagini appare altresì importante alla luce del fatto che
«anche le tragedie storiche sono un momento di costruzione dell’identità»,21
e che la consapevolezza di aver inferto privazioni e lutti, per quanto dolorosa,
non può che rafforzare l’identità del Giappone, conferire una maggiore
genuinità alla sua vocazione pacifista e, anche, contribuire a sanare
quell’ormai annosa frattura che lo separa dall’Asia e che ha a lungo costituito
un ostacolo all’assunzione da parte del Giappone di un ruolo politico
internazionale coerente con la sua potenza economica.
Le loro ricerche si affiancano a quelle di altri studiosi impegnati a far luce
sui crimini commessi dalle forze armate nipponiche, anche al fine di rompere
quel silenzio che ha lungamente avvolto le molte vittime escluse dalla
“giustizia dei vincitori”.22 Coloro che furono usati come cavie umane dalla
famigerata Unità 731 in Manciuria, i cinesi massacrati a Nanchino, i giovani
asiatici costretti a trasferirsi in Giappone per sopperire alla scarsità di
manodopera maschile nel corso della guerra, i cosiddetti rōmusha reclutati in
Indonesia e molti altri ancora.
L’interesse di questa storiografia (che ha prodotto una vasta e articolata
letteratura, giovandosi peraltro della collaborazione tra studiosi di diverse
nazionalità23 e, anche, di nuove testimonianze venute alla luce nel corso di
processi intentati dalle vittime), appare tuttavia rivolto innanzi tutto a
ricostruire i dettagli di quella che si presenta come una vera e propria galleria
degli orrori, mentre minore considerazione sembra essere riservata alle cause
che portarono i militari giapponesi a compiere crimini così abnormi.
Non va, infatti, dimenticato che, solo pochi decenni prima, la condotta dei
soldati giapponesi aveva ottenuto il plauso della comunità internazionale,
come accadde in occasione del conflitto nippo-cinese del 1894-1895, quando
erano stati definiti dagli osservatori occidentali come disciplinati e valorosi.24
Un giudizio, questo, confermato in occasione della guerra contro la Russia
combattuta dieci anni dopo, che colpì l’opinione pubblica internazionale per
la valorosa condotta tenuta dai soldati giapponesi25 – oltre che per
l’inaspettata disfatta dell’armata navale russa e per l’inedito fatto che una
potenza bianca veniva sconfitta da un paese non occidentale (evento, questo,
che peraltro fu percepito presso alcune zone dominate, quali l’India, come
una speranza per il futuro). Sembrerebbe, inoltre, che sino all’invasione della
Cina nel 1937, i prigionieri di guerra (compresi i cinesi, divenuti in seguito
bersaglio delle più brutali azioni da parte dei giapponesi) fossero trattati in
osservanza alle norme internazionali dell’epoca.26 Alla luce di ciò, le ragioni
che spinsero verso questa rapida quanto brutale degenerazione sembrerebbero
degne di una più approfondita indagine.
Occorrerebbe allora forse ripartire dall’interrogativo formulato,
all’indomani della resa, dal noto intellettuale Maruyama Masao (1914-1996),
il quale si chiedeva quale fosse «il principale fattore ideologico che [aveva
assoggettato] tanto a lungo il popolo giapponese e che alla fine lo [aveva
condotto] addirittura a intraprendere una guerra contro il resto del mondo»,
individuandolo nell’ideologia e nella base psicologica su cui si era fondato un
ultranazionalismo che era stato in grado di «stendere con successo la propria
rete impercettibile sul popolo giapponese [non tanto grazie a] l’apparato di
coercizione esterno [quanto per la] coercizione psicologica ovunque
dilagante».27 Egli spiega ciò alla luce di alcuni tra i maggiori limiti
riscontrabili nella modernizzazione dello Stato nazionale post 1868, ovvero la
mancata distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, la mancata
interiorizzazione della morale (che egli definisce come il «prerequisito di
ogni autentica modernizzazione») e il fatto che «lo Stato giapponese, essendo
un’istituzione morale, monopolizzava il diritto di determinare i valori
morali».28 Il fatto che la moralità non riguardasse la coscienza e, dunque, la
responsabilità individuale, ma fosse invece identificata con il potere, rese la
condotta dell’individuo subalterna al controllo esterno. Un altro lascito del
periodo feudale è, secondo Maruyama, l’esercizio di un potere arbitrario
verso chi è considerato inferiore, il quale consente a ciascuno di rivalersi «del
senso di oppressione che proviene dall’alto» e contribuisce a spiegare le
ragioni per cui gli autori dei crimini bellici furono per lo più soldati
semplici.29
Se, quindi, la ricerca di nuove fonti e testimonianze in grado di attestare
con maggior chiarezza le atrocità commesse nel corso della guerra appare
essenziale anche al fine di contrastare il tentativo di minimizzare e persino
negare la veridicità di tali atti, altrettanto necessaria sembra essere
un’indagine finalizzata a spiegare le ragioni più complessive di questo
fenomeno. Varrebbe forse la pena di rileggere i diari e le confessioni di ex
soldati non solo al fine di ricercare elementi che comprovino le loro
responsabilità, ma anche per cercare di comprendere i motivi che li indussero
verso un così ampio ricorso alla violenza, evitando peraltro il rischio che tra
forze armate giapponesi e massiccio impiego della violenza possa essere
stabilito un nesso ineludibile quanto generalizzato. Sarebbe forse utile
fermarsi a riflettere su quegli uomini ordinari che provenivano per lo più
dalle zone rurali del Giappone e che si trovarono ad agire in circostanze
straordinarie, come ad esempio Tanaka Yoshiyuki ha tentato di fare,
limitandosi tuttavia a motivare il repentino slittamento verso uno sfrenato
impiego della violenza con il definitivo tramonto dei tradizionali valori della
casta militare attorno agli anni Venti e con un’ideologia militare dove la
presenza di germi del ricorso alla violenza e lo scarso valore attribuito alla
vita umana sarebbero stati percepibili sin dalla creazione del sistema militare
moderno.30 Ciò, infatti, pur se confermato dal contenuto delle norme
destinate alle forze armate successivamente all’istituzione del sistema di
coscrizione obbligatoria nel 1873, non appare sufficiente a spiegare la
condotta tenuta da molti soldati giapponesi nei confronti del nemico.
Occorrerebbe allora comprendere meglio come la politica educativa (che
affiancò i corsi di etica a quelli di educazione fisica militaresca) abbia
interagito con quell’individuo che aveva delegato la propria moralità ai propri
superiori, di cui scrive Maruyama, oppure chiedersi quali effetti può aver
generato su di lui l’idea del Giappone come una grande famiglia guidata da
un sovrano benevolo e paterno o la convinzione secondo cui i giapponesi
fossero dotati di innate qualità che li rendevano un popolo senza eguali.31
Idee e convinzioni, queste, che erano dispensate dallo Stato e alle quali
venivano indottrinati non solo i militari nelle caserme o al fronte, ma l’intera
popolazione in ogni sfera della vita pubblica e privata.
Degna di considerazione è anche la vicenda economico-sociale del
Giappone dell’epoca, dove un accelerato sviluppo industriale produceva
inedite tensioni sociali, mentre la rapida modernizzazione rischiava di minare
i valori tradizionali. Non a caso, infatti, è proprio attorno al 1920 (gli anni
cioè in cui Tanaka colloca il definitivo superamento del codice d’onore
tradizionale a favore dell’ideologia imperiale nelle forze armate) che il paese
conobbe una dura crisi economica, dovuta alla repentina e marcata
contrazione delle esportazioni dopo la fase di espansione industriale che
aveva caratterizzato gli anni della Prima guerra mondiale, e aggravata poi dal
catastrofico terremoto verificatosi nel 1923 nell’area della capitale. Furono
anni di tensioni economico-sociali tali da richiedere interventi radicali
concretatisi in una serie di provvedimenti legislativi, tra cui la famigerata
“Legge per la tutela dell’ordine pubblico” varata nel 1925 ed emendata tre
anni dopo introducendo la pena di morte per i crimini di pensiero.32 In questo
stesso periodo presero a proliferare varie associazioni di riservisti con
ramificazioni sul territorio nazionale e gruppi giovanili con strette
connessioni con le associazioni locali, dediti a diffondere capillarmente nelle
zone rurali il culto dell’imperatore, lo spirito militare e il mito del «buon
contadino, buon soldato».33
Il regime assunse così un carattere sempre più marcatamente autoritario e
totalizzante, controllando quasi ogni singolo aspetto della vita quotidiana dei
giapponesi, mentre l’impiego della violenza e del sopruso si affermò in
settori sempre più vasti della società. Violenze e abusi venivano, infatti,
regolarmente praticati dalla polizia (e puntualmente ignorati dai giudici) nei
confronti di indagati e prigionieri. La fama dell’Alta polizia militare speciale
(nota come Tokkō e alla quale lo stesso Kahasara accenna nel suo intervento)
diede vita a un detto secondo cui al solo sentire pronunciare «Tokkō»,
persino un bambino in lacrime taceva. Una violenza psicologica forse
difficilmente percepibile da chi sia estraneo al senso di responsabilità del
singolo verso la collettività dominante nelle microsocietà nipponiche fu
rappresentata dal tenkō (riconversione), una pratica cui venivano sottoposti i
criminali di pensiero per indurli a rinnegare le proprie convinzioni,
assegnando la responsabilità di ciò ai vari livelli delle comunità di
appartenenza del reo (la famiglia, il vicinato, la scuola, il luogo di lavoro,
ecc).34 A questo proposito, è stato scritto che «[…] non sembra esagerato
definire l’Impero del Grande Giappone come uno stato kafkiano dedito
all’abuso dei diritti umani».35
Tutto ciò può forse risultare utile al fine di comprendere le ragioni che
spinsero molti ordinari uomini giapponesi a compiere aberranti violenze una
volta indossata l’uniforme e inviati nelle zone di guerra, o che li indussero ad
affermare (nonostante il clima di violenza e di prevaricazione che regnava
nelle caserme)36 che, in fondo, la vita militare non era poi così dura e,
comunque, per molti aspetti migliore rispetto a quella di contadino.37 Ciò
lascerebbe presumere che le privazioni, gli abusi, l’oppressione di un potere
arbitrario o il limitato valore assegnato alla vita umana costituivano una realtà
non del tutto estranea all’esistenza di questi individui precedente al loro
arruolamento.
Per comprendere la spirale di violenza che divenne dominante presso le
truppe giapponesi e che produsse gli orrori di guerra, dunque, appare
indispensabile guardare a questi ex soldati e alle testimonianze che, pur se
frammentariamente, essi hanno lasciato, tenendo conto della degenerazione
più complessiva dello Stato e della società giapponese negli anni che
precedettero e che accompagnarono gli anni del conflitto. Viene da chiedersi,
tuttavia, quale sia il prezzo che gli studiosi giapponesi sono chiamati a pagare
per poter concentrare la propria attenzione sugli esecutori più che sulle
vittime di tali crimini, per riflettere cioè sul ruolo svolto dalla generazione dei
loro anziani genitori o da quella di nonni ormai scomparsi. Un problema,
questo, comune a quello di molti altri studiosi e cittadini di paesi con un
passato totalitario che si allearono tra loro e che uscirono sconfitti dalla
guerra, il quale sembra tuttavia riguardare in minor misura quei contesti
laddove il ricorso alla violenza pubblica è avvenuto, o continua ad avvenire,
in nome della giustizia o di una “guerra giusta”.38
Un’ultima, ma non per questo meno importante menzione va fatta
all’impegno dei molti studiosi che, assieme a giuristi e avvocati giapponesi
(come Watanabe Harumi e Oyama Hiroshi), operano per ottenere la
condanna di atti troppo a lungo ignorati dalla giustizia penale e militare, il cui
lavoro di reperimento di nuove fonti e testimonianze ha costituito la base su
cui fondare una battaglia legale a favore delle vittime di crimini di guerra,
così come giustamente rammentato da Matsumura. Ma il valore di questo
impegno, così come sottolinea Kasahara, va al di là del pur rilevante piano
legale.
Vale la pena di citare, a questo proposito, il Tribunale internazionale delle
donne per i crimini di guerra relativi alla schiavitù sessuale da parte dei
militari giapponesi, che si aprì a Tokyo nel dicembre del 2000 chiamando in
causa l’imperatore Shōwa (1901-1989), nove ex alti ufficiali giapponesi e lo
stesso governo nipponico con l’accusa di «crimini contro l’umanità», il cui
scopo era quello di affrontare la questione delle cosiddette comfort women in
termini di schiavitù sessuale, di dimostrare che il loro reclutamento e
sfruttamento andavano riconosciuti come crimini di guerra e di garantire una
giustizia alle vittime preservando la loro dignità. La testimonianza di oltre
sessanta sopravvissute provenienti da vari paesi e le numerose prove prodotte
nel corso del processo consentirono di stabilire come le autorità militari
avessero dato vita a una sistematica organizzazione di bordelli nelle zone
occupate di cui lo stesso sovrano era al corrente, e di giungere a un verdetto
finale che riconosceva tutti i singoli imputati colpevoli di crimini contro
l’umanità e lo Stato giapponese responsabile per i crimini sessuali commessi
nel periodo bellico.39 Il processo riuscì così a mettere in discussione non solo
l’impianto accusatorio prevalso nel processo di Tokyo (ove erano stati
ignorati molti dei crimini commessi dal Giappone coloniale), ma anche l’idea
che lo Stato possa monopolizzare l’esercizio della giustizia persino quando
esso sia l’agente di un crimine.40 Inoltre, pur non rappresentando il primo
esempio di tribunale popolare nella storia mondiale e seppur privo di
conseguenze legali, il processo ebbe aspetti inediti sia in quanto si svolse nel
paese contro cui erano rivolte le accuse, sia perché il diritto e la dignità
riconosciuta alla voce di donne consentì di riconoscere la violenza sessuale
come un crimine contro l’umanità, coniugando questa consapevolezza con
l’individuazione della responsabilità.41
Un altro, rilevante obiettivo conseguito in quella sede fu il reperimento di
documenti provenienti da vari paesi e l’acquisizione di nuovi materiali e
testimonianze che precedette e accompagnò il processo, al quale lo stesso
Kasahara prese parte in qualità di esperto. All’opera di Kasahara e di molti
altri studiosi, giuristi e avvocati, dunque, va ascritto il merito di contribuire
attivamente non solo a ricostruire in modo sempre più dettagliato l’ambiente
entro cui contestualizzare l’esercizio di queste forme di violenza, ma anche
ad arricchire un archivio storico in cui custodire la memoria pubblica di tali
eventi, difendendola dalle continue e inquietanti incursioni che provengono
da circoli nazionalisti, da movimenti revisionisti e da ambienti negazionisti, i
quali (come rileva ancora Kasahara) presentano una «impressionante
continuità» con la classe politica del regime bellico, e sono tuttora assai attivi
nell’occultare un passato che è di certo inquietante per la memoria e per
l’identità nazionale, ma che costituisce una parte integrante della storia di
questo paese.

1. * Dell’abbondante e articolata bibliografia esistente sui temi trattati, si è cercato di privilegiare


quella disponibile in lingue occidentali.
2. Sul valore del conflitto contro la Cina nel ridisegnare gli equilibri in Asia Orientale a favore del
Giappone e i relativi riferimenti bibliografici si rinvia a Caroli R., La Cina reinventata dal Giappone
Meiji, in L’invenzione della Cina, Atti del VII Convegno Aisc, a cura di Id., Galatina 2004, pp. 77-95.
3. Lo slogan bunmei kaika prese piede sin dagli inizi del periodo Meiji (1868-1912), quando cioè il
Giappone, riapertosi ai contatti con il mondo esterno, avviò una rapida modernizzazione e
industrializzazione su modello occidentale. Per l’evoluzione dell’idea di bunmei e il ruolo da essa
svolto nella politica coloniale, Tessa M.S., Re-Inventing Japan. Time, Space, Nation, Armonk (N.Y.)
1998, pp. 24-29; Weiner M., The Invention of Identity: “‘Self” and “Other” in pre-war Japan, in
Japan’s Minorities. The Illusion of Homogeneity, a cura di M. Weiner, London-New York 1997, pp. 4-
5 e 9-11.
4. A tal proposito lo scrittore Ubukata Toshirō (1882-1969) ricorda: «All’epoca, non esistevano
giapponesi che si vantavano di essere superiori ai cinesi. Semplicemente, si riteneva fosse sufficiente
non essere inferiori a loro». Cit. in Tsurumi S., Nihon no hyakunen. Kyōkoku o mezashite (Cent’anni di
Giappone. Aspirando a uno Stato potente), vol. VIII, Tôkyo 1967, p. 149.
5. Si tratta in realtà di un’interpretazione che, in anni recenti, è stata in parte confutata da alcuni
studiosi i quali, riesaminando le modalità che portarono il governo Meiji a estendere la propria
sovranità su due regioni esterne al Giappone storico (l’isola di Hokkaidō a nord nel 1869 e Okinawa a
sud nel 1879) e i provvedimenti qui varati dalla nuova amministrazione, rilevano varie analogie tra la
politica imposta in queste periferie e quella adottata nei territori propriamente coloniali; ne consegue
una riconsiderazione dei termini cronologici e geografici dell’avventura coloniale giapponese, oltre a
una propensione a includere lo Hokkaidō e Okinawa negli studi sul colonialismo giapponese. Si veda,
ad esempio, Christy A.S., The Making of Imperial Subjects in Okinawa, in «Positions: East Asia
Cultures Critiques», 1/3 (1993), pp. 607-639. Per una rassegna dei numerosi studi apparsi negli ultimi
anni, Caroli R., Recent Trends of Historiography on Modern Okinawa, in Theories and Methods in
Japanese Studies: Current State & Future Developments-Papers in Honor of Josef Kreiner, a cura di
H. Dieter Ölschleger, Göttingen 2008, pp. 229-250.
6. Questi i termini in cui si espresse Fukuzawa Yukichi (1835-1901), uno tra i più noti intellettuali
del Giappone del tempo, in un articolo apparso nel marzo del 1885. «Chi frequenta cattive compagnie»
scriveva Fukuzawa «non può evitare di avere una cattiva fama»; l’unico mezzo per vincere la
diffidenza dell’Occidente era dunque quello di «dissociarsi dall’Asia». Il testo è riportato in Nihonshi
shiryō (Documenti di storia giapponese), vol. IV Kindai (L’età moderna), a cura di K. Rekishigaku,
Tokyo 1999 (1a ed. 1997), pp. 186-187, e tradotto in inglese è in Lu D.J., Japan. A Documentary
History, vol. II, Armonk (N.Y.) 1997, pp. 351-353. In effetti, erano in molti a vedere nel legame con
l’Asia un ostacolo all’assunzione di un ruolo paritario con le potenze occidentali (che era stato
gravemente penalizzato dalla stipula di «trattati ineguali» nel 1858, i quali ponevano pesanti limitazioni
alla politica economica e alla stessa sovranità nazionale del Giappone), nonostante i successi già
prodotti dall’opera di modernizzazione, di industrializzazione e di rafforzamento militare avviata con
decisione e solerzia sin dal 1868. L’abolizione delle clausole inique divenne l’obiettivo prioritario della
politica estera di Tokyo e fu raggiunta gradualmente: l’extraterritorialità fu abolita nel 1899, nel 1902
fu concluso il primo trattato su basi paritarie con la Gran Bretagna, mentre le limitazioni poste
sull’autonomia tariffaria furono cancellate nel 1911.
7. Dopo Taiwan (1895), fu la volta della Corea, divenuta protettorato nel 1905 al termine della
guerra contro la Russia e poi, nel 1910, colonia del Giappone. Sempre nel 1905, il Giappone ottenne
concessioni e porzioni di territorio in Manciuria, dove istituì il Governo generale del Guandong che
andò via via estendendo il controllo attorno alle zone concesse, sebbene gran parte del territorio
mancese restasse nominalmente sotto il controllo cinese; un ruolo essenziale fu svolto dall’omonima
armata stanziata nella regione, decisa a rendere la Manciuria indipendente dalla Cina in modo da poter
stabilire un più diretto e totale controllo sulla regione. Furono gli stessi ufficiali dell’Armata del
Guandong a provocare nel 1931 uno scontro armato con le truppe cinesi che servì da pretesto per un
intervento armato in tutta la Manciuria e per creare, l’anno seguente, lo stato fantoccio del Manchukuo,
alla cui guida fu posto l’ultimo imperatore della dinastia mancese Qing che aveva regnato in Cina sino
al 1912. Da ricordare che l’atto provocò una denuncia pressoché unanime da parte della comunità
internazionale, di fronte alla quale il Giappone reagì abbandonando nel 1933 la Società delle Nazioni;
questo definitivo allontanamento dalla politica della diplomazia a favore di una politica fondata sulla
forza sarebbe stato peraltro confermato dall’attacco alla Cina nel 1937. Dell’impero giapponese
entrarono a far parte altri territori minori, come la zona meridionale di Sakhalin (parte del bottino della
guerra contro la Russia) e alcune isole del Pacifico sottratte alla Germania subito dopo l’inizio del
primo conflitto mondiale.
8. Shillony B.A., Politics and Culture in Wartime Japan, Oxford 1991 (1a ed. 1981), p. 13.
9. Ad esempio, ottenuta la libertà nel 1950, Shigemitsu Mamoru tornò a dirigere il ministero degli
Esteri (1954-1956) che aveva già guidato negli ultimi anni del periodo bellico. Per una lettura critica
dell’impianto accusatorio del processo Richard v. Minear H., Victor’s Justice. The Tokyo War Crimes
Trial, Princeton 1971.
10. Numerosi i lavori di Kasahara T. sul tema, tra cui Nankin jiken (L’incidente di Nanchino),
Tokyo 1997; Id., Nankin nanminku no hyakunichi. Gyakusatsu o mita gaikokujin (Cento giorni nella
zona di sicurezza a Nanchino. Gli stranieri che assistettero al massacro), Tokyo 2005 (1° ed. 1995); Id.,
Nankin jiken to Nihonjin. Sensō to kioku o meguru nashonarizumu to gurōbarizumu (L’incidente di
Nanchino e i giapponesi. Nazionalismo e globalismo attorno alla memoria della guerra), Kashiwa
shobō, Tokio 2006.
11. Nel 1986, ad esempio, l’allora ministro dell’Educazione affermò che le atrocità commesse dalle
truppe nipponiche a Nanchino nel 1937 non meritavano maggior biasimo di quelle commesse da altre
nazioni. Cit. in Gluck C., The Past in the Present, in Postwar Japan as History, a cura di A. Gordon,
Berkley 1993, p. 84. In occasione del 50° anniversario dall’attacco giapponese a Pearl Harbor, il
portavoce del governo Ishihara Nobuo, dichiarò: «tutto il mondo è responsabile […] non essendo
riusciti a evitare la guerra, tutti coloro che ne furono coinvolti dovrebbero riflettere […] Ci vorranno
decine o centinaia di anni prima che si possa esprimere un giudizio corretto su chi sia stato responsabile
della guerra». Cit. in Buruma I., Il prezzo della colpa. Germania e Giappone: il passato che non passa,
Milano 1994, pp. 306-307. A tali affermazioni, seguì una precisazione di Ishihara secondo cui egli non
intendeva in tal modo giustificare l’attacco giapponese a Pearl Harbor: «The Japan Times», 16 e 18
agosto 1991. Persino vari quotidiani italiani, nell’edizione dell’8 maggio 1994, riferirono della gaffe
compiuta dall’allora ministro della Giustizia, Nagano Shigeto, che aveva negato la veridicità dei fatti di
Nanchino e definito la guerra come di un’impresa finalizzata a liberare l’Asia dal colonialismo
occidentale; l’aspra reazione di molti paesi asiatici e di settori dell’opinione pubblica nazionale
costrinse Nagano a dimettersi; all’indomani della nomina, il suo sostituto si affrettò a definire crudele la
condotta dei soldati giapponesi a Nanchino. Cfr. «Asahi shinbun», 5, 7 e 8 maggio 1994. Tra gli autori
di opere di chiaro stampo negazionista, ricordiamo Tanaka M., “Nankin gyakusatsu” no kyoko
(L’invenzione del “massacro di Nanchino”), Tokyo 1984.
12. Maggiori dettagli in Nakamura M., The History Text book Controversy and Nationalism, in
«Bulletin of Concerned Asian Scholars», XXX/2 (1998), pp. 24-29; Censoring History: Citizenship
and Memory in Japan, Germany and United States, a cura di L. Hein e M. Selden, Armonk-New York
2000.
13. La rapida popolarità guadagnata da Kobayashi è testimoniata dal fatto che la sua pubblicazione
apparsa nel 1998 con il titolo di Sensoron (Dibattito sulla guerra) fu definita da molti come l’evento
editoriale dell’anno e indusse la prestigiosa rivista «Sekai» a dedicare un numero speciale al “fenomeno
Kobayashi” nel dicembre di quell’anno.
14. Nobukatsu F., Ojoku no kingendaishi. Ima, kokufuku no toki, Tokyo 1996.
15. Higashinakano O., Fujioka N., “Za reipu obu Nankin” no kenkyū. Chūgoku ni okeru “jōhōsen”
no teguchi to senryaku, Tokyo 1999.
16. Koredake wa yuzurenai rekishi kyōkasho jū no sōten, a cura di Fujioka N. e Atarashii R.K,
Tokyo 2005.
17. In Giappone, infatti, è prevista la standardizzazione dei curricula scolastici e l’adozione dei soli
libri di testo che (conformandosi alle direttive contenute in un’apposita guida che fissa scopi, obiettivi e
contenuti di ciascuna disciplina insegnata a ogni livello d’istruzione) abbiano superato il vaglio
ministeriale. Questa interferenza governativa nella politica scolastica è stata all’origine di vari scontri
accademici, politici e finanche costituzionali; il caso più noto è senza dubbio quello che vide come
protagonista lo storico Ienaga Saburo (1913-2002), autore di un testo di storia la cui approvazione
ministeriale fu vincolata all’omissione di alcuni brani (tra cui quello sull’Unità 731) e alla modifica di
numerosi passaggi, tra cui il termine «invasione» (shinryaku) dell’Asia da sostituirsi con quello di
«avanzata» (shinshutsu), o la strage di Nanchino che andava definita come «incidente» (jiken). Ne
seguì una pluridecennale serie di contese giudiziarie circa la legalità e la costituzionalità del sistema
vigente, che si protrasse sino al 1997, quando la Corte, pur riconoscendo la costituzionalità del potere
di intervento governativo sui contenuti dei manuali scolastici, diede ragione a Ienaga al quale venne
accordato un risarcimento da parte dello Stato. Sulla vicenda, Ienaga S., Japan’s Past, Japan’s Future.
One Historian’s Odyssey, Lanhan-Maryland 2001; Nozaki Y., Inokuchi H., Japanese Education,
Nationalism, and Ienaga Saburo’s Court Challenges, in «Bulletin of Concerned Asian Scholars»,
XXX/2 (1998), pp. 37-46; Hein L., Selden M., Learning Citizenship from the Past: Textbook
Nationalism, Global Context, and Social Change, in «Bulletin of Concerned Asian Scholars», XXX/2
(1998), pp. 3-15; nonché lo speciale Kyōkasho saiban nijūgonen (Venticinque anni di contese
processuali sui manuali scolastici), in «Rekishi hyōron», 487 (1990), pp. 1-61.
18. Tra i vari lavori, ricordiamo i due volumi curati da Yano H., assieme a Matsumura T., Tairyō
gyakusatsu no shakaishi. Senritsu no nijisseiki (Storia sociale degli eccidi. Il XX secolo da brivido),
Tokyo 2007, e Saiban to rekishigaku. Nanahyaku sanjūichi saikinsen butai wo hōtei kara miru
(Processi e storiografia. L’Unità 731 per la guerra batteriologica vista dalla Corte di giustizia), Tokyo
2007.
19. Tra le sue opere, oltre alla curatela di alcuni volumi della serie Jūgonen sensō gokuhi shiryōshū
(Raccolta di documenti segreti sulla guerra dei quindici anni) pubblicata dalla Fuji shuppan,
ricordiamo: Matsumura T., Nihon teikokushugika no shokuminchi rōdōshi (Storia del movimento
operaio nei territori sotto il dominio imperialista nipponico), Tokyo 2007; Id., Ronsō-Nanahyaku
sanjūichi butai (L’Unità 731. Una controversia), Tokyo 1994; Mantetsu no chōsa to kenkyū. Sono
“shinwa” to jitsuzō (Indagini e ricerche sulla Società ferroviaria della Manciuria meridionale. “Mito” e
realtà), a cura di T. Matsumura, Tokyo 2008.
20. Tra i molti lavori degni di menzione, Iwanami kōza Ajia Taiheiyō sensō (La Guerra dell’Asia e
del Pacifico), 8 voll., a cura di A. Kurasawa et alii, Tokio 2005-2006; Kurasawa A., Nihon senryōka no
Jawa nōson no hen’yō (Mutamenti nelle zone rurali di Java sotto l’occupazione giapponese), Tokyo
1992; Id., “Daitō A” sensō o shitte imasuka (Conosci la guerra per la “Grande Asia”), Tokyo 2002.
21. Losurdo D., Il revisionismo storico. Problemi e miti, Bari 1996, p. 253.
22. Questa, ad esempio, è l’opinione di uno studioso statunitense che definisce i tribunali chiamati a
giudicare tali crimini come «tribunali dell’uomo bianco» del tutto inconsapevoli dell’atteggiamento
razzista e sessista su cui si fondò il proprio giudizio. Dower J., Embracing Defeat. Japan in the Wake of
World War II, London 1999, p. 469.
23. Un esempio assai significativo è rappresentato dal volume Mirai o hiraku rekishi. Higashi Ajia 3
goku no kingendaishi (La storia che si apre al futuro. Storia moderna e contemporanea di tre paesi
dell’Asia Orientale), realizzato da un gruppo di studiosi provenienti da Cina, Corea e Giappone (tra cui
Kasahara Tokushi) e pubblicato nel 2005 nelle lingue dei tre paesi.
24. Lone S., Japan’s First Modern War. Army and Society in the Conflict with China, 1894-95, New
York 1994, p. 70.
25. Esemplificativo in tal senso è Thiess F., Tsushima. Il romanzo di una guerra navale, Torino1966
(1a ed. Wien-Hamburg 1936).
26. Yuki [Yoshiyuki] T., Hidden Horrors. Japanese War Crimes in World War II, Boulder 1996, p.
197. Pubblicato nel 1993 con il titolo Shirarezaru sensō hanzai. Nihongun wa Ōsutorariajin ni nani o
shitaka, il lavoro fu tradotto in inglese con l’aggiunta di un capitolo sugli esperimenti batteriologici
compiuti dall’Unità 731 e di una parte conclusiva.
27. Il saggio, apparso sulla rivista «Sekai» nel maggio del 1946 con il titolo di Chōkokkashugi no
ronri to shinri (Teoria e psicologia dell’ultranazionalismo), è tradotto in Maruyama M., Le radici
dell’espansionismo. Ideologie del Giappone moderno, Torino 1990, pp. 3-25; la citazione è tratta dalle
pp. 3-4.
28. Ibidem, pp. 5-7.
29. Ibidem, pp. 19 e 21.
30. Tanaka, Hidden Horrors.
31. Significativa, in tal senso, è la revisione dei manuali scolastici realizzata nel 1910 in coincidenza
con l’annessione della Corea; nei nuovi testi (che costituirono uno tra i più efficaci mezzi di
indottrinamento impiegati dalla propaganda di regime sino al 1945 e su cui si formarono i futuri soldati
inviati in Asia) si leggeva che la responsabilità di rigenerare l’Asia era stata assegnata al Giappone in
virtù delle proprie «naturali qualità superiori»: cit. in Weiner, The Invention of Identity, p. 8. I corsi di
addestramento militare nelle scuole furono introdotti nel 1885 in alcune sedi per poi entrare tre anni
dopo nei curricula degli istituti elementari e medi di tutto il paese; inizialmente sotto la competenza del
ministero dell’Educazione, passarono in seguito sotto quella del ministero dell’Esercito che provvedeva
a inviare ufficiali nelle scuole per impartire l’addestramento militare. Cfr. Parker Hall I., Mori Arinori,
Cambridge 1973, pp. 424-437.
32. Per la stretta repressiva attuata in questi anni, Mitchell R.H., Thought Control in Prewar Japan,
London-Ithaca 1976.
33. Sul tema, Smethurst R.J., A Social Basis for Prewar Japanese Militarism. The Army and the
Rural Community, Berkley 1974.
34. Tra la produzione in inglese su queste forme di repressione e controllo, Mitchell, Thought
Control in Prewar Japan; Smethurst, A Social Basis for Prewar Japanese Militarism; Tipton E.K.,
Japanese Police State: Tokko in Interwar Japan, London 1991; Society and the State in Interwar
Japan, a cura di Id., London-New York 1997; Havens T.R.H., Valley of Darkness. The Japanese
People and World War Two, New York 1978; Tsurumi S., An Intellectual History of Wartime Japan
1931-1945, London-New York 1987; Shillony B.A., Politics and Culture in Wartime Japan, Oxford
1981.
35. Ienaga S., The Pacific War, 1931-1945. A Critical Perspective of Japan’s Role in World War II,
New York 1978, p. 52 (ed. or. Taiheiyō sensō, Tokyo 1968, p. 68).
36. Varie le testimonianze che attestano come l’uso della violenza fisica e di abusi fosse una pratica
sistematicamente impiegata dai sottufficiali nell’addestramento delle reclute che, pur se formalmente
vietata, veniva motivata dalla necessità di forgiare il carattere del soldato, inflitta in nome
dell’imperatore e presentata come una sorta di atto di amorevolezza da parte del superiore; si trattava di
una pratica consolidata non solo nell’Esercito, ma anche nella più moderna e cosmopolita Marina.
Queste stesse testimonianze suggeriscono che nelle caserme prevaleva uno scarso grado di solidarietà e
un meccanismo di competizione più che di cooperazione, nonostante l’ideologia dominante mirasse a
estorcere il senso di identificazione del soldato con l’«esercito imperiale». Ienaga, The Pacific War, p.
262, nota 52.
37. Ibidem, p. 54.
38. Chizuko U., Nationalism and Gender, Melbourne 2004, pp. XXI-XXII, 59-62 e 174-175.
39. Kim P., Global Civil Society Remakes History: The Women’s International War Crimes
Tribunal 2000, in «Positions: East Asia Cultures Critique», 9/3 (2001), pp. 611-620. Altri dettagli in
Violence against Women in War-Network Japan, in http://www1.jca.apc.org/vaww-net-
japan/english/womenstribunal2000/whatstribunal.html. La sentenza è reperibile in http://www1.jca.
apc.org/vaww-net-japan/english/womenstribunal2000/judgement.html La stampa giapponese fu
piuttosto restia a dare risalto all’evento, anche perché chiamava in causa l’istituto imperiale che
continua tuttora a rappresentare una sorta di tabù in Giappone. Ad esempio, la rete televisiva pubblica
NHK, che aveva programmato di trasmettere la cronaca dei lavori del Tribunale, ricevette pressioni tali
da includere nella trasmissione solo il commento di un “esperto” che definì quella delle comfort women
come una semplice attività commerciale. Kim, Global Civil Society; Yayori M., How to End Impunity
for Wartime Sexual Violence? The Meaning of Women’s International War Crimes Tribunal 2000 on
Japan’s Military Sexual Slavery, reperibile nel sito web http://www1.jca.apc.org/vaww-net-
japan/english/womenstribunal2000 /impunity.pdf. Una stimolante lettura di genere del processo è in
Ueno C., Nationalism and Gender, Melbourne 2004.
40. Kim, Global Civil Society.
41. Ciò è quanto sottolinea Christine Chinkin, membro della giuria al processo, in Toward the Tokyo
Tribunal 2000, reperibile in
http://www.iccwomen.org/wigjdraft1/Archives/oldWCGJ/tokyo/chinkin.htm.
HARUMI WATANABE
Come condividere in modo razionale la memoria dei fatti storici.
Considerazioni sul massacro di Nanchino

1. Il massacro di Nanchino e l’andamento delle controversie giuridiche


Con questa relazione vorrei esprimere il mio parere su quello che la storia
ci permette di conoscere, questione molto attuale in Giappone, basato sulle
esperienze fatte da me come avvocato nel corso di processi riguardanti il
massacro di Nanchino (“Incidente di Nanchino”).
Si intende per massacro di Nanchino l’insieme di atti illegali e contro
l’umanità, come stragi, stupri, incendi ecc., commessi dall’esercito
giapponese in occasione dell’occupazione della città di Nanchino, allora
capitale del Governo Nazionalista Cinese, caduta il 13 dicembre 1937.
Il numero dei massacrati viene calcolato in circa duecentomila da molti
studiosi giapponesi, mentre per il governo cinese la cifra ufficiale sarebbe di
trecentomila; ma gli storici giapponesi hanno stabilito l’entità della strage in
modo storiograficamente impeccabile tramite ricerche scientifiche basate su
documenti di provenienza giapponese, occidentale e cinese.
Durante il periodo bellico il Governo giapponese occultò l’episodio del
massacro anche se la notizia venne diffusa nel mondo dagli occidentali che
risiedevano a Nanchino in quel momento. Ma dopo la guerra, nel corso dei
lavori del Tribunale Internazionale Militare per l’Estremo Oriente (Tribunale
di Tokyo), la realtà del massacro venne resa nota grazie alle testimonianze
del medico Wilson, del professore universitario Bates e del pastore Magee
che allora erano rimasti in città, e grazie alle testimonianze delle vittime
sopravvissute oltre a varie prove tratte dai documenti americani e tedeschi.
Molti giapponesi hanno poi saputo del fatto grazie al libro Viaggi in Cina
(Chugoku no Tabi), scritto da Katsuichi Honda, giornalista del quotidiano
«Asahi Shinbun», nonostante che gli eventi relativi al Massacro siano stati di
norma ripetutamente negati.
L’associazione degli ex ufficiali dell’esercito giapponese, «Kaiko Sha», ha
però presentato le proprie scuse ammettendo l’esistenza del massacro, che
risulta dalle testimonianze raccolte dai suoi stessi membri (quella del numero
delle vittime è una questione a parte). Soprattutto è decisiva la sentenza
dell’Alta Corte di Tokyo relativa al terzo processo Ienaga sui libri di testo,
che il 20 ottobre 1993 dichiara che il massacro di Nanchino fu un’atrocità
pianificata e provocò numerosi stupri, e che giudica illegale la censura dei
libri di testo perché contraria alla verità storica. Infine con la sentenza
inappellabile della Corte Suprema di Giustizia al riguardo, pronunciata il 29
agosto 1997, i negazionisti del massacro sono stati sconfitti definitivamente.
Eppure dalla seconda metà degli anni Novanta questa tesi negazionista,
nonostante fosse stata respinta, ha cominciato a girare di nuovo in Giappone.
Escono di continuo libri che negano l’esistenza del massacro e viene ripetuta
la tesi negazionista, nonostante essa sia stata sconfitta.
I processi riguardanti il massacro di Nanchino sono i seguenti:
1. Il Tribunale Internazionale Militare per l’Estremo Oriente (il Tribunale di
Tokyo)
2. Il Tribunale sui Crimini di Guerra di Nanchino
3. Il terzo processo di Ienaga sui libri di testo (intentato nel 1984)
4. Il processo per richiesta di risarcimento dei danni compiuti dall’Unità 731
e per il massacro di Nanchino (intentato nel 1995)
5. Il processo per diffamazione promosso da Li Xiuying (intentato nel 1999)
6. Il processo della cosiddetta “Gara delle cento uccisioni con la spada
(Hyakuningiri kyoso)” (intentato nel 2003)
7. Il processo per diffamazione intentato da Xia Shuquin nel 2006.
Fra questi ho preso parte come avvocato ai casi 3, 4, 5, 6, 7.
1.1. Sommario dei casi
a) Il terzo processo di Ienaga sui libri di testo
Mentre il prof. Saburo Ienaga ha affermato nel libro di testo da lui scritto
che «l’esercito giapponese uccise un gran numero di civili e militari cinesi» e
«non furono pochi i militari giapponesi che violentarono donne cinesi», il
Ministero dell’Istruzione gli ha chiesto una modifica sostenendo che il testo
«si può interpretare come l’affermazione che l’esercito giapponese avrebbe
commesso stragi pianificate» e che «gli stupri sono un fenomeno comune a
tutti gli eserciti del mondo e non è opportuno riferirsi solo a quello
giapponese».
Alla corte si cercò di stabilire se le uccisioni di cinesi fossero pianificate e
se fosse veramente stata commessa una grande quantità di stupri; come
testimoni comparvero studiosi e giornalisti che portarono prove tratte da
diversi documenti. Pur avendo perso in prima istanza, il prof. Ienaga ha vinto
la causa presso l’Alta Corte che definì illegale la censura.
b) Il processo per la richiesta di risarcimento dei danni compiuti dall’Unità
731 e per il massacro di Nanchino
Alcune vittime sopravvissute all’Unità 731 e al massacro di Nanchino
hanno intentato causa chiedendo nel 1995 un risarcimento, ma la richiesta è
stata rigettata.
Colei che intentò la causa, Li Xiuying, una delle vittime del massacro, fu
ferita a colpi di baionetta da tre soldati giapponesi mentre resisteva al loro
tentativo di sequestrarla nella Zona di Sicurezza della città di Nanchino dove
si era rifugiata col padre. Portata all’ospedale, si salvò per miracolo ma perse
il bambino che portava in grembo.
Quanto al caso di Li Xiuying, il pastore Magee la fotografò all’ospedale.
Anche la lettera di Wilson e la relazione del diplomatico tedesco Rosen
menzionano i danni da lei subiti.
Secondo la sentenza di prima istanza
dalla fine del novembre (del 1937) in poi fino a sei settimane dopo la caduta della città di Nanchino
fu commesso un massacro ai danni del popolo cinese, anche se il numero dei morti è incerto perché
oscilla tra alcune decine di migliaia e trecentomila. […] è quasi indiscutibile che ebbero luogo gli
eventi che si possono chiamare “il massacro di Nanchino”, ed è evidente che Li Xiuying fu vittima
dei Giapponesi.
c) Il processo per diffamazione intentato da Li Xiuying
Toshio Matsumura, uno dei nagazionisti, ha denunziato Li Xiuying come
falsa vittima nel suo libro Il Grande Dubbio sul “Massacro di Nanchino”
(“Nanchin Daigyakusatsu” no Daigimon). Li Xiuying ha fatto causa contro
questa diffamazione sostenendo di aver subìto grazie ad essa nuovi danni, che
si sono sommati a quelli già subìti nei giorni del massacro. Dopo una causa
molto combattuta, all’udienza di appello il caso si è risolto in favore di Li
Xiuying.
d) Il processo della cosiddetta “Gara delle cento uccisioni con la spada
(Hyakuningiri kyoso)”
Il quotidiano di Tokyo «Nichinichi Shinbun» (l’attuale «Mainichi
Shinbun») e altri giornali riportarono che mentre l’esercito giapponese
avanzava per l’attacco e l’occupazione di Nanchino, due sottotenenti fecero
una gara, che avrebbe vinto chi dei due avesse più rapidamente ucciso cento
persone con la spada, prima di arrivare in città.
I familiari dei due sottotenenti defunti, ritenendo infondata la storia della
gara, hanno denunziato per diffamazione il quotidiano «Mainichi Shinbun»
che diffuse la notizia all’epoca dei fatti, Katsuichi Honda che ha descritto la
vicenda nel suo libro Viaggi in Cina e il quotidiano «Asahi-Shinbun» che
l’ha pubblicato. Alla fine la parte di Honda e l’«Asahi-Shinbun» hanno
definitivamente vinto la causa di fronte alla Corte Suprema.
Questo processo è stato voluto dalle forze negazioniste che hanno
strumentalizzato i familiari dei sottotenenti. La sentenza dell’Alta Corte
riconosce che
non si può negare il fatto che i due sottotenenti, quando servivano nell’esercito in occasione
dell’occupazione di Nanchino, abbiano fatto quella gara, un fatto che non è incompatibile con
quanto diffuso dai giornali come la “Gara delle cento uccisioni con la spada (Hyakuningiri-kyoso)”
né è incompatibile con quanto dicono le memorie degli ex membri dell’Unità, i testamenti dei due
gareggianti, i documenti della loro divisione ecc.
e) Il processo per diffamazione intentato da Xia Shuquin
Il 13 dicembre 1937, delle nove persone che formavano la famiglia di Xia
Shuquin, i nonni, i genitori e tre sorelle furono uccisi, e lei stessa subì tre
colpi di baionetta da parte dei soldati giapponesi. Furono uccise anche tutte e
quattro le persone della famiglia del padrone di casa, che abitava insieme alla
famiglia di Xia Shuquin. Tuttavia Shudo Higashinakano, l’attuale polemista
che rappresenta i negazionisti, ha scritto nel suo libro Verifica esauriente del
“Massacro di Nanchino” (“Nankin Daigyakusatsu” no Tettei Kenkyu) che
Xia Shuquin è una falsa vittima.
Xia Shuquin, come Li Xiuying, ha fatto causa per diffamazione prima
presso il tribunale di Nanchino, poi anche presso il tribunale giapponese. Il
caso è attualmente in discussione presso l’Alta Corte di Tokyo.
I danni subiti da Xia Shuquin sono documentati dal film ripreso da Magee,
dalle sue didascalie aggiunte al film, dal suo diario e dal diario di Rabe. I
contenuti dei documenti concordano sostanzialmente con le testimonianze di
Xia Shuquin.
1.2. Caratteristiche dei negazionisti durante i processi
Gli eventi storici sono confermati dalla verifica esatta e fedele dei fatti
accaduti nel passato. Per questo è indispensabile raccogliere dati e documenti,
esaminarli con cura, confrontarli fra loro e infine valutarli con razionalità.
Quanto al massacro di Nanchino, i documenti giapponesi consistono in
quelli dell’esercito giapponese, nei resoconti ufficiali di battaglia (Sento
Shoho) redatti dalle truppe che parteciparono alla campagna di Nanchino, nei
diari e nelle memorie dei soldati, nelle fotografie, nei giornali e nelle riviste
dell’epoca, e infine nelle testimonianze dei soldati.
I documenti cinesi sono quelli relativi al Governo nazionalista cinese, alle
deposizioni scritte e alle testimonianze delle vittime.
Inoltre ci sono i documenti scritti dagli occidentali, come What War Means
(1938) di Timperley, le relazioni dell’Internatinal Committee for Nanking
Safety Zone, le relazioni delle ambasciate americana e tedesca, le
testimonianze di Magee, Wilson e Bates, e le lettere, i diari, le relazioni dei
membri del Committee.
L’importante è cercare di avvicinarsi ai fatti nel modo più esatto e fedele,
sottoponendo a critica i testi partendo dai documenti sopraddetti. Invece i
negazionisti presuppongono la loro conclusione soggettiva, che è quella che li
porta a negare il massacro di Nanchino e a non ammettere a priori gli errori
commessi dal Giappone in passato. Per arrivare a una conclusione del genere,
distorcono i documenti, ignorano quelli che non sono favorevoli alle loro tesi
e addirittura li falsificano.
Per esempio nel caso di Li Xiuying, la sua immagine filmata da Magee
all’ospedale e le parole della lettera del medico Wilson e del diario di Rabe
confermano le sue testimonianze, e anche le sue cicatrici le confermano. «Il
caso è supportato da ben tre tipi di documenti: le immagini del film, gli scritti
di Wilson e Magee e infine la testimonianza della vittima. Quasi mai è dato di
avere di fronte un caso più sicuro e certo di questo».(Tokushi Kasahara,
Cento giorni nella Zona profughi di Nanchino (Nanchin-Nanmin-Ku no
Hyakunichi).
Quando esistono diversi tipi di documenti, è normale trovare piccole
parziali discrepanze fra di loro. Selezionare i dati, giudicando in base alla
critica dei testi, è un procedimento elementare in storiografia.
Invece il negazionista Toshio Matsumura, benché i fatti fondamentali
coincidano nei vari documenti, prendendo a pretesto lievi discrepanze tra di
essi insiste sull’inesistenza del fatto stesso, accusando Li Xiuying di essere
una falsa vittima travestitasi da vittima vera. Anche Shudo Higashinakano,
utilizzando lo stesso metodo, definisce Xia Shuquin come falsa vittima,
arrivando addirittura a tradurre in modo errato le didascalie del film scritte da
Magee.
I negazionisti definiscono Li Xiuying e Xia Shuquin come false vittime
proprio perché sono ritenute vittime paradigmatiche del massacro, però la
loro metodologia contravviene ai principi fondamentali della storiografia. La
sentenza sul caso di Li Xiuying indica che «[il libro di Toshio Matsumura]
non ha condotto un’analisi critica appropriata al carattere dei documenti» e
descrive il fatto in forma di deduzione o supposizione, basandola su discrepanze e differenze
superficiali trovate nei documenti, ma molti lettori capaci di fare un esame critico dei documenti e di
giudicarli con razionalità comprendono facilmente che a una deduzione o supposizione del genere
manca la necessaria razionalità.
Così nei processi contro i negazionisti il punto cruciale è effettivamente
quello di esaminare e interpretare i documenti (le prove) con razionalità, per
constatare i fatti.
Ritengo che l’attuale dilagare dei negazionisti in Giappone derivi dalla
mancanza di spirito razionale e scientifico, oltre che da un orientamento
politico che tende ad idealizzare il Giappone.

2. Perché prevalga lo spirito razionale


e si possano condividere i fatti storici
Recentemente i dissensi sul giudizio storico hanno spesso creato problemi
nelle relazioni internazionali, non soltanto fra il Giappone, la Cina e la Corea.
È innegabile che il giudizio storico contenga una certa valutazione, non
sempre condivisibile da paesi (o popoli) che hanno posizioni diverse.
Eppure anche senza un accordo sul giudizio storico, possiamo condividere
la valutazione dei singoli fatti. Se i fatti storici vengono correttamente
ricostruiti partendo dai documenti, ritengo possibile che il giudizio scientifico
e razionale di questi conduca alla fine anche alla loro condivisione.
Nei processi del dopoguerra per i risarcimenti le vittime chiedono una
riflessione sul passato, le scuse per quanto avvenuto e risarcimenti basati
proprio sui fatti storici. È inutile dire che tramite questi atti si può creare un
vero rapporto di amicizia, ed è altrettanto inutile citare il caso della
Germania.
In Giappone si sta diffondendo una forte tendenza a leggere le controversie
sul massacro di Nanchino come lotta ideologica e politica, ma i fatti storici
sono già stati accertati attraverso esami e comparazioni dei vari documenti
giapponesi, cinesi e occidentali, come ho indicato nei processi sui libri di
testo e nel processo Li Xiuying.
Per sconfiggere gli attuali, numerosi, negazionisti ritengo che il popolo
giapponese, inclusi i dirigenti politici, debba guardare il suo passato, anche se
spiacevole, giudicandolo razionalmente. Questi sforzi, è elementare, sono
indispensabili per poter costruire un rapporto di fiducia con i popoli dei paesi
vicini, superando le diversità delle nostre rispettive posizioni.
Qualunque futuro attenda il Giappone e l’Asia, il popolo giapponese deve risolvere il problema
delle scuse. L’Asia e il Giappone devono procedere insieme. Anche per questo occorrono grande
fiducia e condivisione.
Per realizzare questo, secondo me, è molto importante che il popolo
giapponese specifichi i fatti con spirito razionale, li condivida con i paesi
vittime e cerchi di realizzare la convivenza dell’Asia orientale.
Nei processi viene dato un giudizio legale su fatti del passato che sono già
stati accertati tramite le prove. Per esempio, per pronunciare una condanna
bisogna confermare la realtà fattuale del reato, e per ordinare il pagamento
bisogna verificare il contratto e così via. Perciò nei processi si presuppone
che i fatti del passato siano conoscibili.
Nei processi i fatti storici vengono giudicati dal potere giuridico (lo Stato)
e qui si può formulare una domanda, se il potere giuridico (lo Stato) possa
giudicare la storia, punto già indicato fra i dotti che intervenivano al processo
di Ienaga sui libri di testo.
Al processo di Ienaga, ad ogni modo, partecipavano non soltanto lo stesso
prof. Ienaga, ma anche varie persone: giuristi, storici, pedagoghi, insegnanti,
e anche cittadini normali. E proprio grazie alla loro collaborazione vennero
presentati voluminosi documenti di prova e vennero rilasciate numerose
testimonianze.
Quanto al caso del massacro di Nanchino, nel corso della prima istanza
sono comparsi, tra gli altri, come testimoni il giornalista Katsuichi Honda e lo
studioso Akira Fujiwara, mentre nel corso della seconda istanza lo studioso
Tokushi Kasahara.
Quanto al caso dell’Unità 731, sono comparsi – tra gli altri – lo scrittore
Seiichi Moritura e lo studioso Keiichi Educhi nel corso della prima istanza, e
lo storico Takao Matsumura nel corso della seconda istanza.
Il prof. Ienaga inoltre ha fatto causa contro l’interferenza dello Stato nei
riguardi del contenuto dei libri di testo. Si trattava di provare la fondatezza
storiografica del contenuto più che i fatti storici stessi.
Nei processi del dopoguerra per i risarcimenti l’obiettivo è la conferma dei
danni subiti dalle vittime e per i processi per diffamazione la cosa più
importante è provare l’esistenza della diffamazione stessa.
Vediamo le conseguenze. Nel processo sui libri di testo il prof. Ienaga è
riuscito a provare le basi scientifiche del suo libro sconfiggendo il Ministero
dell’Istruzione che aveva effettuato una censura arbitraria e politica. La
sentenza dichiara l’illegalità della censura sulla descrizione del massacro di
Nanchino (Alta Corte di Tokyo) e dell’Unità 731 (Corte Suprema) da parte
del Ministero dell’Istruzione. La notizia è stata diffusa in più di cento paesi
del mondo. Come è ben noto, grazie al processo si è amplificata la libertà di
scrivere i libri di testo. Per quanto riguarda i processi di Li Xiuying e della
“Gara delle cento uccisioni con la spada”, si può parlare di lotta contro
l’irrazionalismo.
Quindi questi processi, ai quali ho partecipato, riguardavano sempre i fatti
storici, ma io sono convinto che erano battaglie per la libertà di conoscenza e
di parola e contro l’irrazionalismo.

Bibliografia
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To the Sites of the Great Nanking Massacre, a cura di T. Hora, A. Fujiwara, K. Honda, Tokyo 1988
HIROSHI OYAMA
Responsabilità di guerra e coscienza dei giapponesi.
Sul significato di questo convegno internazionale

1. Perché i giapponesi non riescono ad affrontare il proprio passato


Le parole del primo ministro Shinzo Abe del marzo 2007 sulle ianfu (le
cosiddette donne di conforto) ha messo in risalto il fatto che i giapponesi non
riescono ad affrontare il proprio passato. Bisogna quindi chiarire perché
questo accada; e ciò potrebbe essere utile anche per le persone di tutto il
mondo.
Il primo fattore da citare è che dopo la Restaurazione Meiji (1868) il
Giappone è “riuscito” a modernizzarsi (occidentalizzarsi) prima di tutti gli
altri paesi asiatici.
La concorrenza accanita fra le potenze occidentali per la colonizzazione
dell’Asia sconvolse fortemente il Giappone. La notizia della sconfitta subita
dall’Impero del grande Quing da parte dell’Inghilterra nella guerra dell’oppio
(1840-1842) diede il primo e decisivo impulso ai ceti intellettuali giapponesi.
Il Giappone si impegnò nella modernizzazione (occidentalizzazione) per
sottrarsi alla dominazione coloniale da parte dell’Occidente.
Ma questo rapido “successo” della «modernizzazione» suscitò in Giappone
e nell’animo dei Giapponesi un sentimento di superiorità e disprezzo nei
confronti degli altri paesi asiatici. I giapponesi vedevano gli altri paesi asiatici
come selvaggi, esattamente come gli occidentali vedevano il Giappone.
Questa sarebbe la versione giapponese dell’«Orientalismo» (Said E.,
Orientalism, 1978). Il Distacco dall’Asia (Datsua Ron) (1885) di Yukichi
Fukuzawa è un’opera tipica che rappresenta l’orientamento comune dei ceti
dirigenti e intellettuali di quell’epoca.
Scampato al colonialismo occidentale, il Giappone, a sua volta, seguì una
politica coloniale (imperialistica) sulla scia delle potenze occidentali.
Il sentimento giapponese di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri
paesi asiatici si intensificò con le vittorie della Prima guerra sino-giapponese
(1894-1895) e della Guerra russo-giapponese (1904-1905). Quel sentimento
di superiorità si estese addirittura ai paesi occidentali all’inizio dell’era
Showa (dal 1926 agli anni Trenta). I ceti politici e militari e anche il popolo
erano convinti che il Giappone fosse «il paese divino che si distingue nel
mondo» pertanto, alimentata questa superiorità egocentrica, il Giappone entrò
in guerra in Asia e nel Pacifico.
La sconfitta del Giappone nell’agosto del 1945 ha distrutto la sua
superiorità, ma solo in maniera eteronoma, dall’esterno, e i giapponesi non
hanno superato quella presunzione di superiorità autonomamente, da soli.
Molti giapponesi hanno vissuto più di sessanta anni nel dopoguerra senza
provare a correggere dall’interno il loro errato sentimento di superiorità e di
disprezzo nei confronti degli altri paesi asiatici.
Con l’inizio della Guerra fredda gli americani hanno rovesciato
completamente la loro originaria politica di occupazione che promuoveva
fortemente la democratizzazione e la smilitarizzazione del Giappone. Si sono
riaffermati i vecchi ceti dirigenti, che erano stati espulsi con la sconfitta.
Il Giappone, sostenuto dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda, è
diventato rapidamente il più grande paese industriale dell’Asia e poi la
seconda potenza economica del mondo. Negli anni Ottanta è stato addirittura
elogiato per essere diventato il numero uno, «Japan as number one».
Nel corso di queste vicende è risorto il sentimento giapponese di
superiorità e disprezzo nei confronti degli altri paesi asiatici.
Il secondo fattore deriva da qui. Condividendo questo sentimento i
giapponesi trovano umiliante e insopportabile fare le proprie scuse e risarcire
i danni ai popoli asiatici, benché in passato abbiano dominato la Corea come
una colonia e abbiano invaso la Cina e gli altri paesi del sud-est asiatico
governandoli in modo atroce.
Da qui nasce la propensione a glorificare il proprio passato invece di
affrontarlo. Il revisionismo storico si diffonde in tutto il Giappone,
condannando come «autolesionismo storico» il punto di vista di chi vuole
chiarire i crimini commessi nel passato.
Il terzo fattore nasce dal rafforzamento del revisionismo storico unito al
nazionalismo, in particolare a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.
In questo periodo lo scoppio della bolla speculativa e la successiva
recessione economica dei cosiddetti «dieci anni perduti» hanno fatto smarrire
ai giapponesi la fiducia in sé stessi. D’altra parte con la fine della Guerra
fredda i popoli asiatici, silenziosi fino a quel momento, hanno cominciato ad
alzare la voce, appellandosi al diritto e chiedendo risarcimenti per i danni di
guerra provocati dal Giappone. Per prime, nel 1991, le ex ianfu coreane
hanno fatto causa allo Stato giapponese chiedendo il risarcimento dei danni,
poi sono venute le ianfu, gli ex prigionieri filippini, inglesi, olandesi e cinesi
e le vittime del massacro di Nanchino e dell’Unità 731. Ma molti giapponesi
hanno provato antipatia per questi appelli e si sono chiusi nel loro guscio
mostrando un atteggiamento chiuso e introverso rispetto all’esterno.
Tutti questi elementi, sommandosi insieme, hanno fatto sì che il
revisionismo storico, unito a un nazionalismo intransigente, prendesse il
sopravvento a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.
Il quarto fattore nasce dal fatto che i giapponesi sono inclini a reagire
emotivamente nei confronti delle questioni politiche e diplomatiche invece di
giudicarle in modo razionale.
Nel periodo della recessione economica, in particolare, i giapponesi,
insicuri di se stessi, si lasciavano facilmente influenzare dai comportamenti
dei politici che li facevano sentire superiori agli altri popoli. Un caso tipico è
quello delle reiterate visite al santuario Yasukuni dell’allora primo ministro
Koizumi, che avvenivano nonostante che ciò suscitasse grandi proteste da
parte di Cina e Corea. Questo suo modo di fare da un lato creava un grosso
danno diplomatico, dall’altro aumentava notevolmente la sua popolarità come
primo ministro.
Il popolo giapponese, facilmente mosso dalle emozioni, applaude questi
“atteggiamenti risoluti e decisi” dei politici, senza ragionare.
I politici, che sanno bene come la società internazionale non accetti
atteggiamenti del genere, in patria si comportano in modo negazionista
relativamente alle colpe del passato, ma all’estero si mostrano più cauti.
Tuttavia questi double standard e double talk vanno inevitabilmente a finire
male, come nel caso del primo ministro Abe, che minimizzando la questione
delle ianfu, ha dovuto presentare subito le sue scuse, di fronte alle dure
critiche da parte degli Stati Uniti.
Questo non può che essere il segno evidente di quanto la democrazia sia
immatura in Giappone.
La libertà e la democrazia del Giappone postbellico non sono state
conquistate con sudore e sangue dal popolo stesso, ma offerte dall’alto dalla
politica di occupazione, che per giunta è cambiata radicalmente in breve
tempo, lasciando immatura la democrazia giapponese.
Il quinto fattore dipende dal fatto che gran parte del popolo giapponese non
sa nulla della sua storia recente. La responsabilità ricade sugli istituti
scolastici e sui mass-media che non fanno conoscere al popolo gli errori del
passato, errori dei quali non pochi hanno avuto la prima cognizione solo
visitando Corea e Cina.
Questa situazione si potrà migliorare incoraggiando la divulgazione della
verità storica da parte nostra e anche attraverso i libri di testo e i mass-media.
Ma i promotori del revisionismo dissentono, perché «il passato che essi
non vogliono accettare è un passato per loro inesistente». Quindi di fronte a
qualsiasi fatto o a qualunque prova di errori e crimini commessi nel passato,
non li ammettono mai. Purtroppo non sono pochi coloro che sostengono
questo tipo di convinzione con tenacia.
In questa situazione i negazionisti del massacro di Nanchino hanno
pubblicato libri che diffamavano come false vittime del massacro Li Xiuying
e Xia Shuquin, le quali hanno intentato una causa contro di loro con la
richiesta del risarcimento dei danni per diffamazione. Oppure i familiari dei
due sottotenenti defunti che erano stati i presunti protagonisti della cosiddetta
“Gara delle cento uccisioni con la spada” hanno intentato una causa contro il
giornalista Katsuichi Honda che ha descritto il caso nel suo libro e contro il
quotidiano «Asahi-Shinbun» che l’ha pubblicato, sostenendo che erano stati
diffamati i due defunti e che erano stati offesi i familiari. Con la vittoria
presso il Tribunale Distrettuale alla Corte Suprema, i revisionisti sono stati
sconfitti. Eppure i loro discorsi continuano a diffondersi. Apparentemente i
revisionisti sembrano chiamare in causa solamente i fatti del passato ma in
fondo sono sempre motivati dalla convinzione sopraddetta.

2. Che cosa dobbiamo fare per superare il revisionismo storico


e affrontare il nostro passato?
Dai fattori citati sopra risulta evidente che cosa dobbiamo fare per superare
il revisionismo storico.
In primo luogo noi giapponesi dobbiamo eliminare completamente il
nostro disprezzo, sia cosciente sia incoscio, nei confronti dei paesi asiatici.
Una volta raggiunto uno sguardo diverso e libero dal disprezzo, non saremo
più riluttanti a presentare sincere scuse e a versare i risarcimenti relativi alle
colpe commesse nel passato.
In secondo luogo, dobbiamo tener presente che se non affrontiamo con
sincerità il passato, metteremo a rischio il nostro futuro. Possiamo costruire il
futuro solo sulla base della verità storica. I giapponesi devono rendersi conto
che non si può creare niente sulle menzogne e l’egocentrismo.
In terzo luogo, dobbiamo ricordare che l’atto di riconoscere le proprie
colpe in base ai fatti e di chiedere scusa fa parte dell’idea democratica. La
democrazia parte da qui, mentre non nasce niente dall’occultamento. I
giapponesi devono allora smettere di chiudersi nel proprio guscio e di
insistere in una “logica” che in realtà è accettabile solo all’interno del
Giappone, e devono imparare a ragionare in un modo che sia comprensibile
da parte della società internazionale, basata sull’idea universale di giustizia,
umanità e diritti umani. Dovremo acquisire una visione degna di un cittadino
cosmopolita.
La cultura e la tradizione che il Giappone tramanda devono essere
comprensibili, accettabili e degne di rispetto da parte di tutti i paesi del
mondo e di quelli asiatici in particolare. Non possiamo permetterci di essere
troppo particolaristici e unilaterali.
Quando i giapponesi hanno provato shock e antipatia per la deliberazione
sulle ianfu da parte della Commissione Affari Esteri e poi da parte della
Sessione plenaria (il 30 luglio 2007) della Camera dei Rappresentanti degli
Stati Uniti, è risultato evidente che non avevano valori universali di giustizia,
umanità e diritti umani.
Il governo e i politici del Partito liberaldemocratico (LDP), prevedendo
l’esito delle deliberazioni, avevano tentato con tutti i mezzi di impedirle
(intense attività di lobbisti, annuncio sul «Washington Post»), ma invano; e
così facendo avevano mostrato la loro mancanza di buon senso.
Ad ogni modo ritengo preoccupante la situazione attuale dove si mette
l’accento sulla particolarità della cultura e della tradizione giapponese, con un
atteggiamento che conduce all’allontanamento dai valori universali.
In quarto luogo, lo Stato e il popolo di una democrazia matura dovrebbero
riconoscere gli errori del proprio passato e presentare le scuse necessarie
senza aspettare le indicazioni e le critiche degli altri Stati. Ma come ho già
detto, purtroppo la democrazia giapponese è immatura, anche se nel
dopoguerra, per difendere e stabilire i valori di libertà, diritti umani e
pacifismo, garantiti dalla Costituzione, ci sono stati diversi movimenti e lotte
(da parte di sindacati, studenti, semplici cittadini) contro le violazioni della
legge da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico.
Questa immaturità, per esempio, si può verificare nel fatto che gli
atteggiamenti intransigenti dell’ex primo ministro Koizumi verso la Cina e la
Corea hanno aumentato notevolmente la sua popolarità (dimostrando nei
cittadini un’assenza di coscienza politica). Un altro esempio: nel 2003 il
Consiglio per l’istruzione di Tokyo tramite una circolare ha resa obbligatoria
l’intonazione dell’inno «Kimigayo (il Tuo Regno)» in piedi davanti alla
bandiera «Hinomaru (Sol Levante)» nelle cerimonie ufficiali scolastiche, e
così facendo ha calpestato la libertà di pensiero, di coscienza e di religione
degli alunni e degli insegnanti (mancata coscienza dei diritti umani). Le
notevoli proteste da parte degli insegnanti e dei cittadini della capitale non
sono valse a far ritirare la circolare. Cose del genere in uno Stato democratico
non dovrebbero succedere. Avendo coscienza di ciò, dobbiamo impegnarci a
sviluppare la democrazia in Giappone.
In quinto luogo, per quanto riguarda i revisionisti storici, dobbiamo
combattere contro la convinzione che essi nutrono, della quale si è già
parlato, e dobbiamo isolarli. Mentre nei confronti della gente che
semplicemente è priva di conoscenza storica sarà sufficiente far loro
conoscere la verità storica.

3. Il significato di questo convegno


Il nostro ciclo di convegni internazionali, incluso quello tenuto a Firenze, è
stato progettato con l’intenzione di far riconoscere al popolo e ai politici
giapponesi quanto sia importante affrontare il proprio passato situandolo
all’interno di una vasta visione internazionale.
Il Giappone dovrà assumersi il ruolo di mostrarsi come esempio a tutto il
mondo, accanto alla Germania, nell’affrontare con sincerità il suo passato per
superarlo. Questo, tra l’altro, servirebbe anche a far crescere l’immagine del
Giappone nel contesto della società internazionale. Per realizzarlo bisogna
trasformare i convincimenti negativi dei quali si è parlato. Infine, evidenziare
i motivi che hanno impedito al Giappone di affrontare il suo passato servirà
anche al mondo del ventunesimo secolo nel quale continuano a ripetersi
stragi e distruzioni di massa nel corso di guerre e conflitti, e questo
nonostante l’esperienza di due devastanti guerre mondiali.
I crimini italiani
NICOLA LABANCA
Compensazioni, passato coloniale, crimini italiani.
Il generale e il particolare*1

Il 30 agosto 2008 il presidente del consiglio della Repubblica italiana cav.


Silvio Berlusconi e il qa‘id della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare
Socialista col. Mu’ammar al Qadhdhafi sono convenuti per firmare un
«Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione».
Poiché l’accordo è stato presentato da ambedue le parti contraenti come un
testo che mirava a chiudere lo storico contenzioso postcoloniale italo-libico, e
anche grazie ad un efficiente lancio giornalistico (che solo fra qualche tempo
gli storici sapranno se accreditare a Roma o a Tripoli), l’evento ha fatto
immediatamente il giro del mondo. Le maggiori agenzie internazionali
(Associated Press, Reuters ecc.) hanno rimbalzato la notizia. Quotidiani
statunitensi, britannici, francesi, tedeschi, spagnoli ecc. – in genere piuttosto
avari di copertura sui fatti italiani – hanno riportato la notizia. Fatto
significativo, la notizia sembra essersi diffusa su giornali del Terzo mondo.2
In un mondo sempre più virtuale, persino la «Wikipedia» anglosassone ha
aperto una pagina sull’evento: Italy will give Libya US$5 billion as
compensation for occupation.3
La notizia dell’entità dell’impegno economico italiano, in venti anni, e
dell’assenso di Roma circa la costruzione di un’autostrada a riparazione dei
trent’anni di dominio coloniale ha schiacciato presso l’opinione pubblica ogni
altra forma e dimensione dell’accordo, quale quella culturale su cui invece
vogliamo qui attrarre l’attenzione.
Abbiamo per la prima volta lavorato sul testo anticipato alla stampa nei
giorni successivi alla firma. Nei passi da noi esaminati, il testo non è stato
modificato al momento della ratifica, avvenuta con Legge n. 7 del 6 febbraio
2009 (Gazzetta Ufficiale n. 40 del 18 febbraio 2009). Per questo non è inutile
osservarlo più da vicino e metterlo in relazione a quanto gli storici sanno a
proposito del passato coloniale italiano e dei suoi cosiddetti crimini.4
1. Interesse internazionale, politica nazionale
L’ampio interesse internazionale verso il Trattato è facilmente spiegato e
va al di là della storia nazionale italiana o libica.
Passata l’ondata di fiducia nazionalistica degli anni Sessanta e Settanta, i
Paesi africani ed asiatici, resisi indipendenti nei decenni precedenti con
movimenti o guerre di decolonizzazione, si erano ritrovati in grandi difficoltà,
politiche ed economiche. La perdita di consenso popolare dei governi
nazionalisti si era sposata con la crisi economica e il mancato apprezzamento
delle materie prime esportate da quei Paesi.5 Per uscire dalla crisi strutturale
non pochi governi nazionalisti hanno ripreso a premere, o hanno accelerato, il
tasto delle antiche rivendicazioni contro le vecchie potenze coloniali: sono
così nate o tornate a moltiplicarsi le richieste di compensazione, specifiche o
generiche, per il passato coloniale. Tale movimento internazionale si è
sposato, abbastanza casualmente, con lo stato degli studi sul colonialismo nei
vari Paesi europei che erano stati potenze coloniali. Tali studi, fra anni
Ottanta e Novanta e poi oggi nel primo decennio del Ventunesimo secolo,
hanno ripreso a crescere e a svilupparsi. La crescita ha avuto, nelle diverse
forme assunte nei vari casi nazionali, in genere ragioni legate alla dinamica
degli studi: ma è certo che l’incrementarsi, negli stessi anni, delle migrazioni
internazionali verso l’Europa dal Sud (e dall’Est) del mondo ha ulteriormente
influenzato e stimolato il progresso postcoloniale degli studi sul passato
coloniale. Proprio di fronte a tale imponenti migrazioni la stessa più generale
opinione pubblica europea ha ripreso interesse verso il passato coloniale, ora
ricercando in quel passato le radici e i possibili antidoti nei confronti di un
presente che appare poco decifrabile, ora invece rivendicando
nostalgicamente quei tempi (ormai tramontati) di incontrastato potere
europeo “bianco” sui “neri” e sui “gialli”.
Se queste appaiono, nel Terzo mondo e in Europa, le principali ragioni
strutturali e generali, studiosi e analisti che si sono occupati in particolare del
tema delle compensazioni coloniali non hanno mancato di elencarne altre. È
stato così sostenuto che la crescita delle richieste di reparations sia da
collegarsi all’esperienza pionieristica della Truth reconciliation commission
sudafricana6 (la quale però non aveva tali competenze) o al protagonismo di
alcuni capi di stato africani, anche dittatoriali. Più solidamente, si è osservato
che esse si sono diffuse assieme al maturare della consapevolezza delle
atrocità del passato coloniale,7 e al parallelo (eppur contraddittorio) radicarsi
delle idee di diritti umani (dalla Commission for Human Rights dell’Onu alle
ufficiali prese di posizione dell’Organizzazione dell’unità africana alla
importantissima per quanto oggi dimenticata conferenza di Durban8) più che
allo svilupparsi delle più viete politiche identitarie.9 Si è anche affermato che
questa è stata, se non una risposta, quanto meno una reazione al ristabilirsi e
diffondersi di nuovi poteri occidentali, di tipo coloniale-territoriale, nelle aree
di crisi del Terzo mondo.10
In un’atmosfera così carica di interessi, è evidente che le rinnovate
richieste di compensazioni provenienti all’Europa dal Sud del mondo abbiano
qualcosa di strutturale e generale, e non nazionale o episodico e casuale.
È quindi facilmente comprensibile perché, presso le cancellerie delle
potenze ex-coloniali europee e più in generale laddove si decide la politica
internazionale, la scelta italiana (e libica) di andare ad un accordo formale
circa il passato coloniale abbia sollevato stupore e, forse, sorpresa. Da un
lato, infatti, sta un atteggiamento politico-diplomatico europeo che, pur nelle
sue varie articolazioni, ha sostanzialmente teso a scoraggiare e rifiutare il
riconoscimento di responsabilità storiche relative al passato coloniale, anche
quando questo è stato particolarmente lungo (Portogallo, Spagna ecc.) o
abbia conosciuto momenti di particolare asprezza (Gran Bretagna, Francia,
Belgio ecc.). Dall’altro lato, si sarebbe invece delineata l’improvvisa
decisione italiana di andare a un riconoscimento di proprie responsabilità
coloniali e alla compensazione economica di esse, relativamente quanto meno
alla Libia. L’accordo ha probabilmente sorpreso anche gli studiosi
internazionali, che hanno per lungo tempo ignorato e continuano spesso ad
ignorare le vicende del colonialismo italiano.11
Si tratta in generale di operazioni assai difficili.12 Anzi proprio dalla
difficoltà che tali richieste siano accolte parte la bibliografia oggi
disponibile.13 Il primo fattore è quello cronologico, del tempo intercorso
dagli eventi: rispetto agli altri casi che hanno sollecitato altre richieste di
compensazione, come quelle per la Soluzione finale, «quando il distacco
temporale è ancora più lontano la connessione fra sofferenze individuali e
richieste individuali si allenta inevitabilmente».14 Ciò non toglie che anche
per il più lontano o atroce passato coloniale si riaffaccino quelle re-words di
cui ha parlato Charles Maier in un intervento, breve e generale ma denso di
riflessioni, di qualche anno fa: la richiesta di compensazione (reparation) si
collega così all’apertura di processi (retribution), di ricordo (remembering),
di accumulazione di testimonianze (recording) e alla fine di riconciliazione
(reconciliation).15 Si tratta quindi di operazioni, e di un processo, di grande
complessità che è anche difficile concettualizzare. Uno fra i molti tentativi
vede il rapporto fra compensazioni, giustizia di transizione (transitional
justice), politica delle scuse (apologies) e conoscenza storica come una serie
di insiemi concentrici: immaginandoli ognuno più piccolo (e più immediato e
facile) del successivo, in una successione quindi dal minore al maggiore,
starebbero la giustizia di transizione, le richieste di compensazioni, la
richiesta e l’offerta di scuse, sino all’insieme più grande, e più difficile, della
conoscenza storica (una communicative history che comprendrebbe memory,
memorials e appunto historical consciousness).16 L’attivazione di processi
così complessi, tanto in generale quanto relativamente al particolare passato
coloniale, è stato osservato, appare tanto più difficile oggi, «in un’età di
richieste concorrenti, di storie multiple e di percezioni plurali».17
Tutto ciò, vero in generale, aumenta in difficoltà nella particolare
situazione italiana,18 che già al semplice livello politico si presenta assai più
complessa di quanto sembri a prima vista a osservatori internazionali.
Infatti, la scelta di riconoscere la responsabilità della pesantezza di alcune
pagine del passato coloniale accreditata, o addebitata, dalla stampa
internazionale al governo Berlusconi aveva avuto, a livello di politica estera
della Repubblica italiana, ben altri precedenti. Quanto meno è necessario19
ritornare al 24 novembre 1997 quando l’allora presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro ricordava le vittime del colonialismo in una
manifestazione pubblica ad Addis Abeba. Due anni più tardi, il 1° dicembre
1999, l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema dichiarava come
«negativa» la pagina coloniale delle relazioni italo-libiche. Nello specifico,
era stato il primo governo di Romano Prodi, con Lamberto Dini agli Esteri, a
siglare con Tripoli un importante «Comunicato congiunto» che avrebbe
dovuto rimettere su una strada nuova i rapporti, politici ma anche culturali,
fra i due Paesi.20 Ed è noto infine che era stato lo stesso governo precedente a
quello oggi in carica, guidato da Romano Prodi con agli Esteri di nuovo
D’Alema, ad aver negoziato l’avvio delle discussioni diplomatiche che poi,
sotto l’incalzare delle richieste libiche, hanno condotto al «Trattato di
amicizia, partenariato e cooperazione» del 30 agosto 2008. Era sembrato
anzi, o si voleva far sembrare, che già nell’autunno 2007 la firma del
documento fosse imminente.21
Fatto sta che quel Comunicato iniziava con parole non leggere:
diplomaticamente faceva riferimento a «le relazioni tra i due popoli di Italia e
di Libia, [a] i profondi e forti legami, le cui radici risalgono a secoli di
contatti, di attività commerciali, di storia comune». Ma non taceva, anzi
esplicitamente dichiarava che «la colonizzazione italiana ha cagionato delle
ferite ancora ricordate da molti libici». E non leggera era l’affermazione che
seguiva: «l’Italia invita la Libia a superare il passato, un passato che la Libia
invita l’Italia a non ripetere in futuro» laddove era l’ex-potenza coloniale, per
prima, a chiedere alla vecchia colonia ora indipendente la disponibilità a
“superare il passato”.
Come se non bastasse il quarto comma del Comunicato proseguiva:
Il Governo italiano esprime il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito
della colonizzazione italiana e si adopererà per rimuoverne per quanto possibile gli effetti, per
superare e dimenticare il passato, avviare una nuova era di amichevoli e costruttive relazioni tra i
due popoli.
Quanto delle affermazioni così impegnative del Comunicato congiunto
(siglato da un governo di centro-sinistra) sono state recepite e sviluppate nel
Trattato (firmato da un governo di centro-destra)?
Questo, ripetiamo, a condizione di cercare qualcosa di culturale al di là
dell’autrostrada.22

2. Il Trattato
Non è possibile qui, né interessa, discutere le origini e le ragioni del
documento siglato il 30 agosto 2008. Esse sono assai complesse e, ad avviso
di chi scrive, mirano a soddisfare interessi privati di ambedue i contraenti. Le
motivazioni di politica interna sono in tal senso importanti. Da parte libica
l’aver spinto l’Italia ad ammettere le proprie responsabilità coloniali è un
punto che potrebbe rafforzare il regime politico del colonnello Gheddafi, che
nel 1970 aveva espulso gli ultimi italiani residenti in Libia e che aveva
proclamato il 7 ottobre «giorno della vendetta» (oggi il 30 agosto
diventerebbe invece «Giornata dell’Amicizia italo-libica»). Da parte italiana,
l’aver chiuso il contenzioso con la Libia potrebbe essere preso a vanto di un
governo alla ricerca di un qualsiasi risultato di prestigio in politica estera.
Molto importanti sono soprattutto gli aspetti economici: da parte italiana il
trattato potrebbe portare, se non un’espansione, quanto meno una conferma
dello spazio occupato in Libia dalle grandi aziende italiane, a partire da
quelle operanti nel settore del petrolio e delle fonti d’energia: aziende che per
la progressiva apertura dell’economia libica potevano temere di essere
sopravanzate da altre concorrenti di altri Paesi.23 Da parte libica gli aspetti
economici sembrano diversamente rilevanti, anche se non inesistenti, e forse
meno legati al testo del Trattato rispetto alla realtà della vita economica:
l’ingresso di capitale libico in un Unicredit in affanno lo conferma.24 Infine,
da parte italiana, quanto meno a livello di opinione pubblica e di elettorato,
l’accordo con Tripoli sembra avere un non secondario rilievo ai fini di
consolidare l’impegno libico a contrastare l’immigrazione clandestina
africana verso l’Italia, appunto arrestando o riducendo drasticamente il
numero di «barconi» che dalle coste libiche salpano nottetempo per
raggiungere le spiagge siciliane con il loro triste carico di uomini, donne e
bambini.25
Come abbiamo detto, già prima della legge 2009/7, il 23 ottobre 2008 il
sito del quotidiano «la Repubblica» aveva pubblicato un «testo di lavoro»
dello strumento diplomatico.26 Ratifica a parte,27 molto del valore storico di
questo Trattato dipenderà da come esso verrà attuato. Non è, infatti, difficile
leggere, nelle ragioni che hanno portato all’accordo di cui qui si parla, una
certa insoddisfazione da parte libica per come alle clausole esplicite e
implicite del Comunicato congiunto del luglio 1998 (non) sia stato dato
seguito. A ciò si aggiunga il fatto per cui l’andamento delle relazioni italo-
libiche non dipende dalle volontà di questi soli due attori bensì da quelle dei
maggiori protagonisti della comunità internazionale. Ad esempio, se nelle
relazioni bilaterali la sigla del Trattato rappresenta sicuramente un capitolo
assai importante, per la politica presente e futura della Libia un valore assai
più importante della presenza di Berlusconi sulla «Quarta sponda» ha avuto
la visita davvero storica del Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America
Condoleeza Rice. Il fatto che la rappresentante di quella Washington, che
nell’aprile 1986 aveva bombardato Tripoli uccidendo una figlia adottiva e
ferendo la moglie e due altri figli di Gheddafi,28 sia giunta e sia stata accolta
in Libia con grande calore dimostra quanto il panorama politico
internazionale sia in movimento (questa visita ha rappresentato forse anche
uno dei motivi che hanno sospinto Roma ad affrettare i tempi per la sigla del
Trattato: era opportuno non farsi spiazzare del tutto, dopo che già in diverse
occasioni Londra e Parigi avevano dimostrato di aver saputo stringere
relazioni particolari con Tripoli).
Tutto ciò premesso, il Trattato si apre con un Preambolo che ne descrive
gli scopi generali. Si articola in un Capo I di «principi generali» (sette
articoli), un Capo II sulla «chiusura del capitolo del passato e dei
contenziosi» (sei articoli), un Capo III per un «nuovo partenariato bilaterale»
(dieci articoli, incluso uno per le «disposizioni finali»).
Il Capo I parla di rispetto della legalità internazionale, uguaglianza sovrana
fra i due Paesi, non ricorso alla minaccia o all’impiego della forza, non
ingerenza negli affari interni, soluzione pacifica delle controversie, rispetto
dei diritti umani e delle libertà fondamentali e di dialogo e comprensione tra
culture e civiltà. Il Capo II dettaglia invece le contropartite, o le
compensazioni, appunto per la «chiusura del capitolo del passato e dei
contenziosi». In particolare si parla di «progetti infrastrutturali di base», a
quanto pare una nuova «Balbia» dalla Tunisia all’Egitto, e di altre «iniziative
speciali» (duecento unità abitative, borse di studio universitarie e post-
universitarie, programmi di cure presso Istituti specializzati italiani a favore
di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine, ripristino del pagamento di
pensioni di guerra ad eventuali titolari libici e ai loro eredi, restituzione alla
Libia di manoscritti e reperti archeologici trasferiti in Italia in epoca
coloniale) ma anche di visti ai cittadini italiani espulsi dalla Libia, di
creazione di un «fondo sociale» bilaterale, di non meglio precisati crediti
reciproci relativi alle aziende. Il Capo III definisce le modalità organizzative
dell’attuazione del Trattato. Vi si parla di un «Comitato di Partenariato» e del
carattere periodico di consultazioni politiche nell’ambito delle relazioni
bilaterali. Si passa poi a norme d’indirizzo relativamente alla cooperazione in
ambito scientifico, culturale, economico e industriale, con particolare
attenzione alla dimensione dell’energia; importante è poi l’articolo relativo
alla collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al
traffico di stupefacenti e soprattutto all’immigrazione clandestina, nonché
quello sulla collaborazione nel settore della Difesa, della non proliferazione e
del disarmo.
3. Compensare in generale
Pur limitandosi ad esaminare solo il punto della collaborazione culturale e
in particolare della «chiusura dei conti con il passato coloniale», alcune
domande sono inevitabili. Va tenuto conto che se si escludono gli articoli del
Trattato di pace del 1947 e degli accordi del 1951 con la Libia e del 1956 con
l’Etiopia,29 a quanto si sa, i riferimenti contenuti nel recentissimo Trattato
italo-libico sono i primi (dopo quelli del Comunicato congiunto) in cui la
Repubblica italiana prende su di sé – a più di sessant’anni dalla sua fine – il
carico storico delle responsabilità nazionali per il periodo coloniale. Ma come
lo fa? La discontinuità con la passata e reticente memoria repubblicana del
colonialismo è netta? Vi troviamo un’enumerazione dei crimini commessi
dagli italiani – per quanto al tempo di altri regimi politici, liberale e fascista –
nelle colonie? Se così fosse, evidentemente, la discontinuità sarebbe totale.
Questo perché, com’è noto, per lungo tempo gli italiani della Repubblica
sono sembrati voler non menzionare le pagine coloniali del passato nazionale.
In particolare, sino alla fine degli anni Sessanta quasi non si parlava in Italia
di crimini, massacri, genocidi connessi all’azione coloniale in Africa. Eppure,
a differenza di altre potenze ex-coloniali, fra quegli atti coloniali e la
discussione postcoloniale non c’era stata solo la decolonizzazione ma anche
un radicale mutamento di regime. Se si esclude l’amministrazione fiduciaria
della Somalia, e solo dal 1952 al 1960, l’Italia repubblicana nata nel
dopoguerra non era stata una potenza coloniale, come invece erano in quegli
stessi anni altre potenze europee e come invece erano stati l’Italia liberale e il
regime fascista. Perché quindi, più che un oblio, quel silenzio? Da allora a
rompere quel silenzio – assieme alle periodiche richieste dalle ex-colonie e
all’incessante lavorìo della memoria individuale di chi in colonia c’era stato
davvero, a partire dai coloni e dai combattenti delle guerre d’Africa30 – ci
sono stati gli storici, a lungo purtroppo pochi studiosi, spesso operanti come
singoli individui.31 Ora la situazione è più chiara e disponiamo di un primo
elenco di crimini e – per quanto non manchino le ricerche da farsi –
conosciamo almeno approssimativamente la dimensione di quei misfatti.
Qualcosa è sempre possibile aggiungere: è recente, ad esempio, una ricerca
che ha documentato che il brutale attacco alla classe religiosa, e dirigente,
dell’Etiopia dopo l’attentato a Graziani nel 1937 fu assai più grave di quanto
già si sapesse,32 e che forse alcuni episodi, noti in Africa a livello locale, lo
sono assai meno in Italia.33 Ma il quadro generale è delineato.
Torniamo però intanto al Trattato. È ovvio che esso si interessi solo alla
storia della Libia. Ma cosa vi troviamo di riferimenti al passato? Sono questi
riferimenti espliciti o impliciti, vaghi o chiari? Visto il carattere accreditatogli
concordemente di volontà di superare il passato, la chiarezza sarebbe un
aspetto positivo. Ma cosa è permesso dalle consuetudini del levigato
linguaggio diplomatico? E cosa l’Italia, l’Italia di oggi, del governo di
centrodestra di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi, ha
concesso che vi fosse scritto?
Le parole pronunziate dal presidente del consiglio a corredo della sigla del
Trattato erano parse subito alquanto vaghe. Al tempo del Comunicato
congiunto Scalfaro, D’Alema e Dini avevano detto molto di più, e di più
specifico. A giudicare dai documenti disponibili, Berlusconi era stato invece
assai vago anche nel momento più solenne della richiesta di scuse,
limitandosi solo a
Un ringraziamento affettuoso e cordiale al vostro Leader che ha voluto fortissimamente arrivare a
firmare questo accordo. Accordo che giunge dopo quei momenti tragici e drammatici
dell’occupazione italiana del vostro Paese.
A nome del popolo italiano, come capo del governo, mi sento in dovere di porgere le scuse e
manifestare il nostro dolore per quello che è accaduto tanti anni fa e che ha segnato molte delle
vostre famiglie.34
Non c’era però alcuna indicazione precisa in queste scuse, che avrebbero
dovuto e potuto invece avere rilevanza storica, visto che preludevano alla
sigla di un trattato «definitivo»: vi si parla appunto di «momenti tragici e
drammatici» e di «quello che è accaduto tanti anni fa» non fornendo
indicazioni particolarmente scrupolose. Anche lo scopo del Trattato era
presentato in termini piuttosto vaghi, come di «un’amicizia che potesse
rendere i nostri popoli più felici» motivato dalla «volontà di lasciare alle
spalle tutto il passato e il suo dolore, e di guardare al futuro con una
collaborazione concreta in tutti i campi». Gli intendimenti politici non erano
più precisi: da una parte si presentava il Trattato come «un riconoscimento
completo e morale dei danni inflitti alla Libia dall’Italia durante l’epoca
coloniale»; da un’altra parte si affermava genericamente che
Lascio a voi in questa giornata il mio cuore, felice, veramente felice di essere riuscito a mettere da
parte tutto ciò che non era amore e guardare verso il futuro con quei sentimenti che soli portano la
felicità e il benessere all’uomo, che sono l’amicizia, la fratellanza e l’amore.35
Se si confrontano le parole che il presidente del consiglio avrebbe
pronunziato in occasione di una sua precedente visita in Libia, a Sirte il 27
giugno 2008,36 o durante il suo incontro con il primo ministro libico, El
Baghdadi Ali El Mahmudi, a Roma il 17 luglio,37 si osserverà come nei
comunicati ufficiali non fosse presente alcun preciso riferimento al passato
coloniale. Né parola vi ha fatto il ministro Frattini rispondendo alle
osservazioni dei senatori il 2 ottobre 2008.38 È possibile quindi affermare
che, con una certa differenza dalla coalizione di centrosinistra che l’aveva
preceduta e che aveva avuto un ruolo di rilievo nell’avviare la trattativa
diplomatica, la coalizione di centrodestra, al governo nel momento in cui il
Trattato è stato realizzato, ha teso a mantenere piuttosto nel vago la sostanza
delle scuse italiane, sulla cui base il passato coloniale delle relazioni italo-
libiche avrebbe dovuto definitivamente passare.
Varie possono essere state le ragioni di tanta insistita, e quindi non casuale,
reticenza: non conoscenza della storia, o persino rigetto dei risultati della
ricerca storica più aggiornata, imbarazzo nei confronti della propria
tradizionale base elettorale (che – dopo la visita di Gianfranco Fini in Israele
e nella sinagoga di Roma nella ricorrenza del 16 ottobre 1943 e dopo le sue
affermazioni circa il razzismo fascista come «male assoluto» – non è chiaro
come avrebbe digerito una ulteriore revisione delle proprie più viete idee
comuni, quale quella della fondamentale umanità del colonialismo italiano),
“astuzia” diplomatica nel non ammettere sino in fondo ciò che la controparte
si attende per ridurre la portata delle sue richieste di contropartita, semplice e
generica riluttanza nazionalistica ad accettare le critiche allo stereotipo dell’
“italiano brava gente”.
Peraltro gli umori circolanti negli ambienti del centrodestra, a giudicare
dalla stampa, sembravano tutt’altro che compattamente favorevoli. Pur non
tenendo conto dell’opposizione, data per scontata, degli ambienti degli
italiani espulsi dalla Libia nel 1970, l’annunzio della firma del trattato è stato,
infatti, accolto in significative sedi del centrodestra con profonde riserve,39 se
non con qualche dileggio,40 temperate solo dall’idea che esso avrebbe
apportato buoni affari alle grandi e medie imprese italiane.41
Qualunque sia stato il mix di ragioni, è evidente che delle due parti
contraenti una, quella italiana, ha pubblicamente dato dimostrazione di voler
evitare ogni riferimento specifico a quanto in passato era accaduto. Cosicché
– quanto meno – l’Italia ha perso un’altra occasione per rimeditare
pubblicamente e collettivamente una pagina del proprio passato nazionale.
Passando dalle parole al testo scritto, è quindi non sorprendente osservare
che, da questo punto di vista, anche il documento diplomatico si presenta
piuttosto reticente. Quanto questo sia responsabilità di un contraente o di un
altro potrà svelarlo solo lo storico diplomatico, quando fra qualche decennio
le carte saranno disponibili. Certo è singolare che, in questo Trattato,
sostantivi o aggettivi con radice «stor-» compaiano solo in sintagmi e contesti
generali come «comune patrimonio storico e culturale» e «legami storici ed
umani», ma nel senso de «la valorizzazione dei legami storici e la
condivisione dei comuni obiettivi di solidarietà tra i popoli».42 Gli accenni al
«passato» sono pochi ma almeno più chiari, come quando si intende
«chiudere definitivamente il doloroso capitolo del passato» per il quale
l’Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il
proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana,
con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali e sottolineando la ferma volontà di costruire una
nuova fase delle relazioni bilaterali, basata sul rispetto reciproco, la pari dignità, la piena
collaborazione e su un rapporto pienamente paritario e bilanciato.
Come già ricordato, a tale chiusura è dedicato l’intero Capo II, il cui primo
articolo però non si dedica a una rimeditazione sui trascorsi coloniali bensì
all’indicazione dei «progetti infrastrutturali di base» richiesti da Tripoli come
ammissione delle colpe del colonialismo, cioè dell’autostrada che dovrebbe
sostituire – a spese di Roma ma anche a vantaggio delle imprese italiane – la
vecchia Balbia. In seguito il termine «passato» ricorre poi solo con
riferimento ai «cittadini italiani espulsi nel passato dalla Libia», cioè agli
ultimi italiani cacciati da Gheddafi nel 1970, cui la Libia odierna
concederebbe di nuovo il visto d’ingresso. Il termine «memoria» non
compare nel trattato.
Mancano dal Trattato riferimenti specifici ad alcuni degli episodi più noti,
fra gli storici, e più tragici del passato coloniale: non c’è ad esempio
menzione dei campi di concentramento in Cirenaica43. L’unico riferimento
specifico, non è chiaro se esplicitamente menzionato per scelta o per inerzia
(visto che su di esso già si era lavorato abbondantemente negli anni
successivi al Comunicato congiunto),44 riguarda «la reciproca volontà di
continuare a collaborare nella ricerca, con modalità che saranno concordate
tra le Parti, riguardante i cittadini libici allontanati coercitivamente dalla
Libia in epoca coloniale»: una serie di episodi certo importanti, ma che hanno
riguardato direttamente solo alcune migliaia di cittadini tripolitani e cirenaici,
a più riprese deportati nelle isole di confino italiane. A parte questo, nessun
altro momento specifico della storia coloniale è stato inserito nel testo del
Trattato.
Più generali sono invece le richieste di una collaborazione culturale in vari
campi e in vari settori: ad esempio, «l’assegnazione di borse di studio
universitarie e post-universitarie per l’intero corso di studi a un contingente di
cento studenti libici, da rinnovare al termine del corso di studi a beneficio di
altri studenti», e poi «altre iniziative a favore dei giovani libici nel settore
della formazione universitaria e post-universitaria». Italia e Libia si
ripromettono
di intensifica[re] la collaborazione nel campo della scienza e della tecnologia e realizzano
programmi di formazione e di specializzazione a livello post-universitario. Favoriscono a tal fine lo
sviluppo di rapporti tra le università e tra gli Istituti di ricerca e di Formazione dei due Paesi.
Sviluppano ulteriormente la collaborazione nel campo sanitario e in quello della ricerca medica,
promuovendo i rapporti tra enti ed organismi dei due Paesi.
Ciò che colpisce in questo elenco, però, è l’assenza di ogni menzione
esplicita della ricerca storica, dello studio indipendente e critico del passato,
della divulgazione dei suoi risultati. In un paio di passaggi il testo assume
posizioni anche forti, come quando auspica «la restituzione alla Libia di
manoscritti e reperti archeologici trasferiti in Italia da quei territori in epoca
coloniale», per quanto la forza di tali affermazioni appare dilazionata nel
tempo e nello spazio, affidata com’è a un complesso sistema di comitati e
commissioni da istituirsi. A ciò si aggiunge che la formulazione dello stesso
punto nel precedente Comunicato congiunto del 1998 era ben più stringente:
L’Italia si impegna a restituire alla Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, tutti i
manoscritti, reperti, documenti, monumenti e oggetti archeologici trafugati in Italia, durante e dopo
la colonizzazione italiana della Libia, secondo la Convenzione dell’UNESCO del 14 novembre
1970 su importazione, esportazione e trasferimenti illeciti di beni culturali. I due Paesi
collaboreranno per individuare tali manoscritti, reperti, documenti, monumenti, pezzi archeologici
ed oggetti e indicarne l’ubicazione.
Come che sia, è certo che sul terreno della ricerca storica esso appare
stranamente silente.
A ciò si aggiunge che – e non pare che questa sia la norma internazionale
nelle discussioni diplomatiche relative alle richieste di compensazione per il
passato coloniale – ogni progresso sulla dimensione culturale (e, per quanto
qui ci riguarda, storica) sembra essere subordinato all’avvio di nuove
relazioni a livello economico. Il trattato, in un punto, lo afferma
esplicitamente: dopo aver dettagliato le richieste economiche della Libia,
recita che
La conclusione e il buon andamento di tali [economiche] intese rappresentano le premesse per la
creazione di un forte partenariato italo-libico nel settore economico, commerciale, industriale e negli
altri settori [fra cui quindi quello culturale] ai fini della realizzazione degli obiettivi indicati in uno
spirito di leale collaborazione.
Di nuovo, l’economia prima e la cultura (al cui interno, non nominata, la
storia) poi.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che la storia e la ricerca storica siano
estromesse dal trattato: ma sono rimaste implicite, generali, sottintese. Forse
uno spazio d’azione per chi sia interessato alla storia è incluso nel comma 1
dell’art. 16 relativo alla cooperazione culturale, nel quale si legge che «Le
due Parti approfondiscono i tradizionali vincoli culturali e di amicizia che
legano i due popoli ed incoraggiano i contatti diretti tra enti ed organismi
culturali dei due Paesi». Poiché non mancano nei due Paesi università ed enti
che già da tempo si sono mossi nel senso di un impegno nella scrittura e
riscrittura della storia della presenza italiana in Libia e del ruolo della Libia
nel Mediterraneo, fra Africa ed Europa, è forse da ritenersi che – se il Trattato
fosse applicato in tutti i suoi aspetti – qui essi potrebbero trovare un sostegno.
Ciò detto rimane singolare che un Trattato che si riprometteva di «chiudere
definitivamente il doloroso ‘capitolo del passato’», contenga solo impliciti
riferimenti alla ricerca storica e rimanga quindi stranamente silente sul
passato coloniale. È probabile che tutto ciò e la sopra ricordata genericità
siano addebitabili al carattere di «accordo-quadro» che almeno da parte di
Roma si è voluto dare al Trattato. Ma non è forse da ricollegarsi anche alla
dimostrata volontà politica della parte italiana, come abbiamo visto, di tenere
nel vago ogni precisa ammissione di responsabilità?
Se così fosse, almeno da parte italiana, ciò non stupirebbe. Anzi,
confermerebbe un trend che già aveva caratterizzato la storia repubblicana
rispetto al passato coloniale nazionale. Ma se così fosse, la discontinuità
subita-ricercata-auspicata con il Trattato sfumerebbe assai. E non basta, come
fa la relazione di accompagnamento del testo della legge di ratifica presentata
al Parlamento italiano, ripetere più volte la parola «cultura» o «culturale», nel
tentativo di coprire un’insufficienza del testo del documento diplomatico:
nella relazione si parla infatti di
un piano più generale, dopo aver rimarcato i legami di amicizia tra i due popoli e il comune
patrimonio storico e culturale, […] l’impegno al dialogo e alla comprensione tra culture e civiltà,
mediante l’adozione di tutte le iniziative che, ispirate ai princìpi della tolleranza, della coesistenza e
del reciproco rispetto, consentano di disporre di uno spazio culturale comune, […]
dell’intensificazione della cooperazione scientifica, culturale, economica e industriale, tra cui la
realizzazione di programmi di formazione e di specializzazione post-universitarie, nonché lo
sviluppo di rapporti tra università e istituti di ricerca e di formazione delle due Parti, […] contatti
diretti tra enti e organismi culturali dei due Paesi.
A meno di non ridurre questo, come pure è scritto, ad una «agevola[zione]
in particolare [del]l’attività dei rispettivi istituti culturali a Roma e a
Tripoli».45 Al di là di tante parole nella relazione di accompagnamento,
appare evidente che, più che culturale, questo trattato è politico ed
economico.
A questo punto poi il discorso si fa più ampio delle sole relazioni
diplomatiche italo-libiche e coinvolge l’insieme dei rapporti dell’Italia
repubblicana con il proprio passato coloniale: non solo in Libia ma anche in
Eritrea, Somalia, Dodecanneso, Etiopia.
Parallelamente, dalla genericità delle scuse italiane profferte dal governo di
Silvio Berlusconi nel 2008 (a contrasto con alcune prime ammissioni da parte
del governo di centro-sinistra nel 1998) ciò spinge a precisare in particolare
quali sono – a giudizio della più recente storiografia – i principali crimini
legati al colonialismo italiano, quelli cioè cui uno o più trattati di
compensazione potrebbero o dovrebbero far riferimento.
È insomma necessario passare adesso ad un discorso più ampio, ma meno
generico e più particolare e specifico, prima di tornare a concludere sul punto
del Trattato del 30 agosto 2008.

4. Crimini, crimini di guerra e colonialismo46


A fronte di una certa genericità riscontrabile nel Trattato italo-libico, non è
forse sbagliato infatti ricordare il punto d’approdo cui la storiografia è
arrivata, quanto meno a proposito dei cosiddetti crimini del colonialismo, che
sono poi quelli che in generale i Paesi di nuova indipendenza postcoloniale
hanno sempre rimproverato alle proprie expotenze coloniali. Si tratta in
genere di crimini di guerra, o ad essi apparentabili.
Per la verità il tema generale del possibile inserimento della guerra
coloniale all’interno del diritto internazionale bellico è controverso. Il diritto
bellico europeo, sin dal Medioevo, è stato pensato per le guerre fra cristiani,
non per quelle ai non-cristiani. Queste, di conseguenza, rimanevano al di
fuori di qualsiasi regolamentazione giuridica. Per tale ragione, in linea di
principio e da un punto di vista formale, parlare di crimini è oggetto di
discussione e non è scontato.47
Ciò sembra avvalorato dal fatto che il diritto bellico è una parte del diritto
internazionale che regola in primo luogo le relazioni fra gli Stati: e poiché le
guerre di espansione coloniale erano spesso fatte da Stati europei contro
realtà o istituzioni che gli Stati europei non riconoscevano come Stati (o
almeno come Stati comparabili a quelli europei) le guerre coloniali potevano
fare a meno di regole (o almeno nella parte che riguardava il comportamento
delle forze armate bianche nei confronti di quelle non bianche, non protette
da uno Stato riconosciuto come tale). Le ultime manifestazioni di questa
concezione di “mano libera” non sono molto lontane. È quindi argomento di
discussione se taluni atti potessero al tempo essere visti come crimini di
guerra.
A tale proposito può essere utile osservare che non ci fu un muro
invalicabile fra vittime e perpetratori, fra neri e bianchi. Del colonialismo non
tutti i neri furono vittime (senza collaborazioni non sarebbe stata possibile
alcuna conquista) né tutti i bianchi furono perpetratori (persino sotto il regime
fascista se si prende in considerazione l’antifascismo esiliato: come in tutte le
potenze coloniali e in tutti i secoli si sono avuti critici e anche radicali
oppositori delle guerre coloniali e dell’imperialismo). Anche fra gli eredi
delle vittime e dei perpetratori non sempre ci fu uno iato incolmabile: alcune
classi governanti dei paesi excoloniali, al momento della decolonizzazione,
preferirono chiudere i conti con il passato; mentre in Europa non sono mai
mancati partiti, movimenti, singoli studiosi che, richiamandosi
all’anticolonialismo, abbiano criticato e denunciato il colonialismo e in
particolare i suoi “crimini”.48
Il problema è poi ampliato dal fatto che molti di quegli atti
indubitabilmente criminosi sono stati commessi non durante le guerre di
conquista ma durante l’ordinaria amministrazione, o occupazione, coloniale
del territorio. Si complica quindi il ricorso alla categoria di crimini di guerra.
Di più. Possiamo dire che, sul fronte coloniale, la distinzione fra guerra e
pace, fra conquista e mantenimento dell’ordine è assai meno rigida che in
Europa. Guerra coloniale di conquista, dominio coloniale, repressione della
resistenza anticoloniale49 si collocano lungo un continuum che, se non
impedisce di distinguere la guerra dalla pace, rende però quest’ultima assai
meno presente e quindi amplia enormemente il campo della guerra, e dei
correlati crimini di guerra.
Anche per risolvere la questione è venuta in soccorso l’introduzione della
categoria di genocidio. Ciò ha però ulteriormente complicato il problema. Si
è parlato, infatti, di colonialismo in sé come genocidio: non solo singoli atti o
episodi (ad esempio, è difficile guardare altrimenti all’azione tedesca contro
gli Herero, che è stato definito così il primo genocidio di un secolo di
genocidi50) ma tutto il colonialismo potrebbe essere equiparato ad un
“crimine”.
Dal punto di vista della politica e della cultura, se non ancora del diritto
internazionale, un approfondimento importantissimo si è avuto con la recente
Conferenza di Durban sul razzismo. Le discussioni lì tenute sul colonialismo
come crimine dell’Occidente e sulla necessità di riparazioni nei confronti dei
popoli che ne sono stati vittime, e dei loro Stati attuali, sono state oscurate
dallo spirito di compromesso che ha ispirato la relazione finale e soprattutto
dalle nubi delle Torri Gemelle: ma è sicuro che se ne tornerà a parlare, prima
o poi.
Il rischio di equiparare il colonialismo ad un crimine51 è il solito, ed è
evidente: criminalizzando tutto, si finisce per perdere il senso delle
differenze, o per ridimensionare e assolvere i veri responsabili di atti
veramente criminosi.
Un’ultima osservazione è necessaria prima di parlare dell’Italia. Il tema dei
crimini del colonialismo non è solo italiano: anzi è molto più di altri Stati che
dell’Italia. Non c’entra qui la vecchia apologia degli “italiani brava gente”. Il
fatto è che l’Italia fu unita assai tardi, che il suo impero coloniale fu piccolo e
di breve durata (e poco vantaggioso).
Anche senza ritornare al colonialismo dell’età moderna, di quello
portoghese e spagnolo nell’America Latina e nell’estremo Oriente, è
doveroso ricordare il caso già citato degli Herero per la Germania. Anche il
Regno Unito ha scritto pagine non esaltanti, sino alle «guerre di
decolonizzazione» in cui fu impegnato. L’Algeria per la Francia è una ferita
ancora aperta, a giudicare dalle rivelazioni del generale Paul Aussaresses. Il
comportamento delle truppe giapponesi, dalla Corea a Nanchino, attrae
ancora l’attenzione degli studiosi e le proteste delle associazioni della
memoria o dei parenti delle vittime.52
A questi casi, indubitabilmente coloniali e legati ad episodi di guerra, è
aperto il dibattito se altre vicende potrebbero essere aggiunte: le guerre
indiane degli USA? l’espansione russa in Asia e la soggiogazione di varie
nazionalità? le decisioni militari e i comportamenti delle truppe americane in
Vietnam? la tattica israeliana in Palestina e Cisgiordania?
A parte la risposta che si voglia dare a questi interrogativi, è evidente che il
problema è generale, “bianco”. Proprio perché generale, risalta ancor più il
silenzio della Repubblica italiana, soprattutto nei suoi primi anni.

5. Crimini
Senza queste assai sommarie precisazioni, a necessaria distinzione fra il
campo della storia dell’espansione europea e il campo della storia della
seconda guerra mondiale, non era possibile inquadrare correttamente le
vicende coloniali italiane.
La ricerca storica ha ormai individuato con certezza alcuni episodi che –
contravvenendo a leggi, norme o convenzioni che l’Italia già al tempo aveva
adottato o sottoscritto – possono essere definiti «crimini». Essi coinvolgono il
colonialismo tanto dell’Italia liberale quanto quello del regime fascista, anche
se con esiti diversi di vittime e di impatto.53
Nel primo periodo, vanno ricordati 1) il ricorso a fucilazioni sommarie nel
mantenimento dell’ordine coloniale nei primi anni di presenza in Eritrea, 2) la
reazione organizzata alla disfatta di Sciara Sciat, quando Tripoli fu
nell’ottobre 1911 messa a fuoco, e 3) l’insieme di atti e comportamenti
definiti «eccessi delle truppe» fra 1911 e 1915, di nuovo in Libia, in
particolare al tempo dell’insurrezione che avrebbe poi rigettato gli italiani
dall’interno alla costa (ma andrebbe ricordata anche la vicenda del noto
«decreto Caneva del 5 novembre 1911 sulle sentenze di morte ‘secondo gli
usi locali’»).
Nel periodo fascista, devono essere menzionati almeno: 1) il ricorso ad
aggressivi chimici nella riconquista libica; 2) la costruzione di campi di
concentramento, particolarmente in Cirenaica, e il mantenimento di
popolazione civile al loro interno nel corso e successivamente alla
repressione della resistenza anticoloniale libica (1931-1933); 3) il ricorso ad
aggressivi chimici nel corso dell’aggressione all’Etiopia del 1935-1936; 4) la
reazione all’attentato a Graziani in Addis Abeba e nell’Africa Orientale
Italiana (AOI) in generale; 5) episodi durante le operazioni di grande polizia
coloniale e più in generale nel corso della repressione della resistenza
anticoloniale etiopica (1936-1941).
Per ognuno di questi episodi le forze armate (e in alcuni casi anche civili)
non seguirono le norme del proprio diritto bellico o infransero convenzioni
siglate dal loro Paese. In quasi tutti i casi si fu in presenza di autorizzazioni o
di ordini provenienti dall’autorità politica.
Come sempre avviene in caso di crimini di guerra, il Paese, le proprie forze
armate coloniali, i singoli comandanti e soldati sono “regrediti” da una
condizione “moderna” e regolata del diritto internazionale e bellico moderno
ad una “premoderna”. A tale arretramento conduce l’aver condotto sino alle
massime conseguenze l’antica inapplicabilità del diritto internazionale e
bellico europeo nei contesti extraeuropei.

6. L’ordinario
A ben vedere un approccio di impostazione giuridica – tendente ad
evidenziare fattispecie di reati, in quanto eventi patologici esulanti da una
norma fisiologica, considerata accettabile e accettata – non è pienamente
soddisfacente per lo storico. Costituisce il metodo forse obbligato per il
giurista, o per il giudice che fosse chiamato da possibili portatori d’interesse
(vittime? eredi delle vittime? stati?). Ma per lo storico esso ha il difetto di
isolare taluni eventi “straordinari”, appunto in quanto “crimini”, da un
processo storico “ordinario” più complesso. Inoltre non dà sufficiente
spiegazione dell’eziologia, dello svolgimento e delle conseguenze di questi
stessi eventi. Infine rischia di tralasciare altri eventi o strutture di più lunga
durata senza i quali quei crimini non sono spiegabili, pur non avendo essi
infranto norme all’epoca vigenti. All’opposto però, come abbiamo ricordato,
è necessario sfuggire alla “scorciatoia” di definire o equiparare tutto il
colonialismo ad un crimine.
In tema coloniale, oltre ai surriferiti specifici crimini altre prassi, altri
comportamenti e altre istituzioni più quotidiane e “normali” – anche se meno
episodiche e certo meno “luttuose” – meritano l’attenzione dello storico.
Anche queste prassi, comportamenti e istituzioni ebbero effetti risentiti da chi
li subì in Africa. Anch’esse furono fortemente criticate dagli anticolonialisti
in patria (o all’esilio). Ad esempio la deportazione come strumento ordinario
della gestione dell’ordine pubblico e coloniale (in Eritrea come in Libia),54 la
repressione manu militari della resistenza anticoloniale, la pesantezza del
sistema carcerario, l’instaurazione di un sistema razziale rischierebbero di
rimanere fuori dalla più nera short list. Eppure tali prassi, istituzioni ecc. non
furono senza conseguenze, né risultarono meno odiose alle popolazioni
“indigene”. (E si badi che non si vuole per questo allargare ulteriormente lo
sguardo: dalla pochezza degli investimenti educativi allo sfruttamento della
manodopera e delle risorse ecc., tratti questi “sostanziali” e ordinari di ogni
colonialismo, ma non per questo meno gravidi di drammi, di vittime e di
conseguenze di lungo periodo dei crimini “eccezionali”.)
Senza voler quindi cedere alla criminalizzazione in sé del colonialismo, e
pur accettando solo parzialmente il ricorso alla categoria dei «crimini» è
possibile osservare che l’Italia liberale e il regime fascista si resero
responsabili di misfatti straordinariamente gravi e odiosi. Come capire
(“comprendere”, prima ancora di “giudicare”), ad esempio, la scomposta e
violenta reazione italiana a Sciara Sciat senza tenero conto del resto? E come
giudicare la costruzione dei campi di concentramento in Cirenaica senza tener
conto dell’operare quotidiano dell’ideologia inegualitaria e razzista del
fascismo?
Singolare semmai è che tutto questo sia avvenuto per un (tutto sommato)
“piccolo” impero.

7. Atti inumani e genocidio


C’è una tendenza, frequentemente riaffiorante negli studi e nella opinione
pubblica di questo Paese, all’assoluzione dell’Italia e degli italiani. Quella
lista lo impedisce, a mio avviso, almeno per quanto concerne l’espansione
coloniale. Né essa può essere spiegata dicendo che tutti i colonialismi furono
uguali.
A ripercorrere le vicende coloniali italiane, non è difficile scoprire quanto
frequentemente potrebbero essere invocati alcuni capi d’accusa su cui
vengono imbastiti i processi per crimini di guerra. Gli “atti inumani” non
mancarono anche nelle colonie italiane. Tortura, trattamenti efferati, mancato
rispetto di persone e beni; detenzione, deportazione e trasferimenti forzati e
illegali; distruzione e appropriazione di beni non giustificate da necessità
militari; atti realizzati con l’intendimento consapevole di causare grandi
sofferenze; sparizione forzata di persone; non rispetto dei diritti ad un
processo regolare e imparziale: tutto questo avveniva tanto per
comportamenti positivi, quanto per comportamenti omissivi. E non si vuole
arrivare a prendere in esame il crimine di apartheid, perché riconosciuto da
una convenzione internazionale solo nel 1973. Il fatto è che non poche delle
fattispecie sopra ricordate erano vietate e punite dal diritto bellico anche al
tempo dell’avventura coloniale italiana.
Per il caso italiano è stato richiamato anche il crimine dei crimini, il
genocidio. In effetti, l’ipotesi di atti genocidiari appare forte in due casi: in
primo luogo in quello del trattamento rivolto alle popolazioni cirenaiche, e in
secondo luogo in quello della lotta alla resistenza etiopica dopo la conquista.
Si tratta di due casi diversi, in ambedue i quali ogni forma di legalità fu
stracciata. Si tratta di due azioni prolungate nel tempo che furono eseguite da
parte delle forze armate italiane, con responsabilità risalenti ai loro massimi
livelli e soprattutto allo stesso duce Benito Mussolini: cioè al vertice politico
dello stato totalitario fascista. Furono azioni che non sarebbero state possibili
senza la conoscenza, l’acquiescenza e in taluni casi il sostegno da parte delle
popolazioni coloniali civili italiane residenti all’oltremare.
Meno sostenibile a rigore di termini è l’accusa di genocidio in altri casi, se
non – ancora una volta – generalizzandone (e quindi sminuendone) il
termine, usandolo come semplice sinonimo di “colonialismo”: come in quello
della prima repressione coloniale in Eritrea, per la quale quell’accusa pure è
stata lanciata. L’impressione è che l’Italia fosse troppo debole per imbarcarsi
in un piano genocidiario completo: anche se singoli atti non sono per questo
da escludere.
Possiamo quindi affermare che quella short list ci aiuta a non accusare
genericamente il colonialismo italiano e a non assimilarlo, confondendolo e
assolvendolo, ad altri colonialismi proprio perché, storicamente, lo inchioda
ad alcune sue specifiche responsabilità. Così non fan tutti.
Elemento che continua a stupire è quello: perché tutto ciò per un impero
così breve e così ristretto?

8. Buoni codici e diffuse corresponsabilità


Se rivolte ai componenti delle forze armate, le accuse di “crimini” (cioè
sempre rimanendo all’interno della short list nera) devono essere giustificate
e precisate. E questo indipendentemente dal fatto che si voglia poi seguire la
logica storica del tentativo della comprensione o quella giudiziaria
dell’individuazione della responsabilità (politica, nazionale, collettiva, o
persino individuale: secondo quanto è oggi giunto a fare il diritto
internazionale umanitario e la normativa penale sui crimini di guerra e contro
l’umanità).
A tale proposito il codice penale militare italiano del 1869, prima di ogni
colonia, non prevedeva forse fattispecie di reati che potessero
immediatamente essere applicati in colonia: ma il rispetto dei prigionieri,
degli ostaggi ecc. era previsto dai codici ottocenteschi e poi riconfermato, e
ampliato, in seguito alle Conferenze internazionali del 1899-1907. Era
previsto di circoscrivere quanto possibile l’ambito dell’azione militare, e in
esso della giustizia militare. Analogamente è noto che quando il regime
ricorse ai gas, l’Italia aveva già siglato la convenzione di Ginevra del 1925.55
Sono però temi ancora da studiare meglio (studiando meglio continuità e
novità fra Italia liberale e regime fascista). Non sono disponibili ad esempio
studi storici sulla preparazione giuridica del corpo ufficiali italiano,56 né sulle
tecniche di addestramento delle truppe: studi dai quali si potrebbe ricavare se
i primi erano informati e se le seconde erano addestrate a non cadere in
«eccessi» quali quelli lamentati in Libia. I giuristi concordano nel ritenere che
il codice penale militare del 1941 fosse uno dei più avanzati in tutta Europa.57
Alcune osservazioni possono però essere fatte: in primo luogo esso arrivò
troppo tardi; in secondo luogo troppo spesso gli ufficiali e quasi sempre le
truppe non erano messi a conoscenza della lettera e dello spirito dei codici; in
terzo luogo l’estensione alla colonia di normative assai rigide (richiamanti la
vecchia legge Pica) poteva creare situazioni differenziate fra madrepatria e
oltremare.
Certo è che, anche per l’Italia, la guerra irregolare coloniale, sembrava
riportare nella “modernità” novecentesca della guerra regolare europea
concetti e prassi tipici di guerre premoderne, di guerre senza regole e senza
limiti58. Il rapporto stesso fra guerra europea e guerre coloniali non va inteso
tanto in termini di separazione di ambiti quanto di scambi e di osmosi. Per un
verso appare evidente che certe prassi di guerra irregolare coloniale –
precedenti alla legiferazione sulla guerra – sono poi state reimportate durante
la seconda guerra mondiale, contribuendo a “imbarbarirla”. Ciò vuol dire
guardare alla storia della guerra non isolando lo sterminio selvaggio degli
Herero dalla matematica precisione del piano Schlieffen, ma disegnando un
percorso che dagli Herero va al piano Schlieffen per poi tornare al Blitzkrieg
e alla guerra barbarizzata ad Est nel 1941. Né per un altro verso era questione
di tecnologie assenti in Africa e presenti in Europa: seppur non hi-tech, anche
alcuni crimini della guerra coloniale prevedevano tecnologie (ricorso ai gas) e
moduli organizzativi (campi di concentramento) pienamente moderni.
Se questo è il quadro generale, colpisce che questi “crimini” coloniali di
guerra, anche quelli italiani, pur eseguiti quasi sempre sotto ordine superiore,
furono realizzati da una moltitudine di “uomini comuni” che in tal modo si
resero corresponsabili (sia pure in diversa misura, almeno con il metro dello
storico, rispetto ai loro comandanti) di efferate crudeltà. Ci sono ovviamente
le drammatiche crudeltà patite dalle vittime. Ma anche l’aspetto della vastità
delle corresponsabilità dei perpetratori – un aspetto di storia sociale prima
che giudiziaria – colpisce in particolare nella vicenda del piccolo oltremare di
un Paese che solo negli ultimi due decenni dell’Ottocento si era improvvisato
“costruttore di imperi”.59

9. Tre silenzi, e una macchia postcoloniale


Un elemento abbastanza peculiare del caso italiano è il silenzio che, da
allora e per un lungo periodo, calò su questi episodi. Oltre che coloniale, il
problema fu postcoloniale.
In maniera caparbia, i primi governi dell’Italia repubblicana (e poi
centrista) hanno rifiutato di accedere alle richieste dell’Etiopia che, sia pure
in maniera non lineare, chiese un processo per coloro che essa riteneva
criminali di guerra.60 Utilizzando dilazioni, trucchi e ogni possibile
espediente l’Italia ha cercato di coprire con il trattato di pace e con
convenzioni ad hoc ogni richiesta da parte dei governi e degli stati excolonie,
dall’Etiopia alla Libia, aiutando a stendere un primo manto di silenzio.61
Un secondo manto di silenzio è stato quello steso dall’opinione pubblica,
che ha preferito ricordare i “buoni italiani”, che pure ci furono, anche se
spesso per ragioni diverse da quelle volute dalla propaganda, e dimenticare i
crimini.
Il terzo silenzio, moralmente anche più grave, è stato quello degli storici,
degli “storici coloniali”.62 La tardiva decolonizzazione degli studi storico-
coloniali e il controllo degli archivi da parte dei circoli colonialisti – anche
quando questi avevano perso ogni peso politico – ha influito nel senso di
rafforzare tale silenzio.
Grosso modo sino al 1970 è stato per questo triplice, e diversamente
motivato, manto di silenzio che il colonialismo è stato ricordato in Italia
soprattutto per il suo colore esotico, per le strade, le scuole e gli ospedali che
gli italiani avrebbero costruito in Africa. Eppure l’impero dell’Italia era stato
breve e piccolo. Eppure esso era stato già perso. Eppure, così facendo, l’Italia
repubblicana aveva perso l’occasione di differenziarsi più nettamente dai
regimi, fascista e liberale, precedenti. Forse, non meno dei crimini, questo
silenzio appare bisognoso di spiegazione storica.
Insomma non vi è dubbio che anche l’Italia – come le altre potenze
coloniali – si macchiò di “crimini”.
Ma la categoria di crimine di guerra, almeno per il contesto coloniale, è
troppo selettiva. E questo non perché crimini non vi furono, come hanno
sostenuto minimizzatori e apologeti. Isolare alcuni crimini dall’insieme di un
sistema razziale – ad esempio – rischia di impedire la necessaria complessità
dello sguardo storico, oscurando parti troppo importanti del contorno. Troppi
erano gli atti inumani all’interno del colonialismo, anche italiano, perché lo
storico possa illudersi di spiegarne alcuni isolandoli da prassi e atti “ordinari”
che pure furono già allora particolarmente odiosi alle vittime, e a non pochi
dei concittadini dei perpetratori.
Né, d’altronde, all’opposto, conviene generalizzare troppo: criminalizzare
genericamente tutto il colonialismo rischia di affogare episodi, istituzioni,
strutture specifiche.
Si potrebbe allora concludere che gli “straordinari” crimini coloniali vanno
analizzati in sé, ma tenendo presente che essi sono in qualche modo legati a
un’altra serie di istituzioni, prassi, attitudini e comportamenti “ordinari”. I
quali peraltro non possono essere relegati nel recinto lontano della storia
coloniale, separati dalla storia nazionale. Dispiegatisi all’oltremare, essi
invece venivano dalla madrepatria e nella madrepatria prima o poi sono
tornati. Cacciati all’oltremare dai processi di democratizzazione in Occidente
della politica e della vita associata e di giuridificazione della guerra, essi
hanno finito per far ritorno in Europa: nel caso tedesco, dagli Herero al
Generalplan Ost (e al Kommissarbefehl); nel caso italiano, dalla Libia e
dall’Etiopia ai Balcani. Questo ci pare possa essere il senso storico più
generale (anche se forse non quello giuridico) di questa vicenda.
Dal punto di vista della storia italiana quello che continua a colpire è stato
però quel triplice silenzio postcoloniale. Non si è mai trattato, in Italia, di un
silenzio completo: anche nel campo degli studi storici – da Roberto Battaglia
a Angelo Del Boca a Giorgio Rochat – non è mancato chi denunciasse tale
silenzio, contribuendo a suo modo a demolirlo. Ma il silenzio è stato, non di
meno, efficace. Se – agli occhi dei popoli africani soggetti alla Roma liberale
e fascista – i “crimini” avevano macchiato l’immagine dell’Italia sino al
1945, i silenzi hanno purtroppo coinvolto anche quella dell’Italia
repubblicana fra il 1945 e almeno il 1970 (ma dovremmo dire di più, solo a
guardare l’apparente inamovibilità da Roma dell’obelisco di Axum).
Ciò è particolarmente grave se si pensa che il colonialismo italiano ebbe
una vita più breve degli altri. Poiché la sua vita scorse in un’età in cui già i
popoli africani stavano rialzandosi in piedi, ciò non poteva non segnarlo.
L’Italia repubblicana non ha voluto capirlo, e i suoi silenzi l’hanno
macchiata.

10. Lo spazio aperto dal Trattato del 30 agosto 2008


Per concludere e ritornare al punto d’attualità, la firma del Trattato italo-
libico rappresenta un’interessante novità sul piano generale-internazionale
delle richieste di compensazione rivolte dalle ex-colonie ai Paesi ex-
colonizzatori. Poiché alcuni dei crimini (non solo di guerra) connessi al
colonialismo italiano sono legati alla presenza in Libia, quest’occasione ha
permesso di valutare come e se riferimenti a tali eventi sono presenti in quel
recente documento.
È stato abbastanza facile osservare come il Trattato in questione ha
sicuramente grandi valenze politiche, militari e soprattutto economiche: forse,
potremmo dire, è per ragioni di questo tipo che è stato redatto. Dal punto di
vista culturale, anche, esso apre uno spazio nuovo di cooperazione bilaterale.
Il giudizio storico sino a qui, ci pare, è inequivocabile.
Se invece si passa a giudicarlo per notare se – dalla parte italiana – esso
segni una rottura definitiva con il lungo silenzio dell’Italia e degli italiani sul
passato coloniale nazionale e in particolare sui crimini del colonialismo il
giudizio deve essere assai più articolato.
È evidente a tutti, per un verso, che per il solo fatto di esistere e di recitare
che con esso si vuole chiudere «il doloroso ‘capitolo del passato’», questo
Trattato – non un semplice Comunicato – assume una valenza periodizzante.
Per un altro verso però il suo testo, sebbene più ampio, è a livello culturale
e storico meno impegnativo per l’Italia di quanto fosse stato il Comunicato
congiunto del 1998. Le coraggiose aperture di dieci anni fa sono risultate
oggi assai sfumate. Segno dei tempi, e dei governi, si potrebbe dire. A ciò si
aggiunga un’ulteriore e non rassicurante notazione critica. Se al Comunicato
congiunto del 1998, pur più impegnativo, non è stata fatta seguire
un’iniziativa culturale ampia e profonda perché gli italiani fossero più edotti
del passato coloniale in Libia e, fra l’altro, dei crimini ivi commessi, cosa
potrà conseguire ad un Trattato che – sul punto specifico – usa parole molto
più generiche e meno impegnative per l’Italia? Come compensare così, senza
una specifica indicazione dei fatti e dei crimini? Peraltro, lo spazio dedicato
alla cultura nel trattato è piuttosto angusto.
Il punto non è senza rilevanza. Infatti, come già si è accennato,
l’accettazione di richiesta di compensazioni – e non solo per quanto concerne
il passato coloniale – non è in genere cosa facile, né semplice nemmeno sotto
il profilo teorico. Nel suo intervento già citato, Maier ha osservato che la
politica delle compensazioni ha a che fare con le perdite (culturali, materiali,
economiche, di vite umane) e che è in sé difficile perché cerca di
rimuovere le perdite dal regno del sacro, di quello che non deve essere mai perdonato [never-to-be-
forgiven], per portarlo nel regno della negoziazione politica [politically negotiated].
Come si comprende, non è operazione da poco, né da parte di chi avanza la
richiesta né da quella di chi è chiamato ad accettarla quando spesso i legami
con l’imposizione di quella perdita sembrano ormai persi e confusi nel
tempo. Essa solleva poi, presso il mittente come presso il destinatario,
questioni di livello che si potrebbero definire morali: in particolare quando ci
si riferisce, ed è per questo che qui se ne parla, ad un passato di crimini:
La richiesta di compensazioni [reparation] sembra spesso una questione più soddisfacente che una
restituzione punto per punto [item-by-item restitution], ma è un obiettivo concettualmente molto più
complesso […] la compensazione è, ad un certo livello, un lavoro impossibile [impossible job]; non
può mai essere sufficiente […] mette un prezzo ad una perdita che non ha prezzo.63
Proprio il caso della compensazione di crimini, che non è una novità per la
storia e in particolare per la storia contemporanea – si pensi alle dimensioni
della politica di compensazioni per gli effetti dei progetti di Soluzione finale
nazista –, apre questioni complesse. La politica delle compensazioni si pone
in una prospettiva di ricerca individuale dei perpetratori o di remunerazione
dei danneggiati da eleggere a beneficiari? Si pone cioè obiettivi di criminal
justice o di social justice?64 Alla fine dei conti, la compensazione deve
rimanere a livello di Stati – a cui anche l’accordo italo-libico si pone – o sono
da prevedere, sostitutive o aggiuntive, richieste e compensazioni a livello
individuale (come è stato scelto di fare per le vittime della Soluzione finale
nazista)65? Una risposta a tali interrogativi, si badi bene, non è senza
conseguenze per lo storico che sia chiamato ad intervenire in questo processo
e più in generale per le società in esso coinvolte. Sino a che punto la ricerca
storica riuscirà ad essere autonoma dalle azioni riparatorie? Ci si indirizzerà
verso una ricerca storica e una memoria collettiva perpetrator-centred o
victim-centred?66 Sono domande, ripetiamo, non nuove. Chiunque si sia
occupato di seconda guerra mondiale, stragi e crimini di guerra, vi si
dovrebbe essere imbattuto, come ha osservato di recente Tony Judt, che non a
caso ha parlato di retributive jurisprudence (e memory).67 Ma qualche
specificità va ricordata. Ovviamente i due eventi non sono fra sé paragonabili
(il Nuovo ordine europeo nazista e il colonialismo dell’Europa moderna e
contemporanea sino al 1960): nonostante ambedue abbiano dato origine a
richieste e politiche di compensazioni, scontano però una drastica differenza:
«l’Olocausto è ora divenuto un evento centrale nella coscienza europea»,68 il
colonialismo no.
Tutte queste questioni generali hanno un riverbero immediato sul
particolare caso italiano di cui qui ci si occupa: un caso che andrà prima o poi
studiato come uno degli anelli della catena internazionale che, anche sul
terreno del passato coloniale europeo, porta o dovrebbe portare secondo
alcuni «dalla memoria collettiva alla politica delle scuse».69 Peraltro già su
altri versanti le difficoltà – concettuali, politiche e culturali – della politica di
compensazioni in generale si erano moltiplicate proprio nei casi italiani di
compensazione o almeno di ammissione e riconoscimento. Ad esempio, se si
guarda alla politica di defascistizzazione dell’immediato dopoguerra come a
un versante della politica più generale di ammissione del passato nazionale
non è illegittima la considerazione per cui un «apparentemente casuale ma in
ultima analisi benigno esercizio di giustizia postbellica ha reso più facile
dimenticare, e incoraggiare gli altri a dimenticare».70 E, per fare un altro
esempio, se si guarda alla politica di ammissione del passato della
legislazione razzista antisemita, non è nemmeno qui illegittima la assai critica
considerazione di chi ne ha parlato in termini di «mancanza di volontà» e di
«oblio» rispetto alle vittime superstiti della persecuzione razziale, che
rimanevano una «scomoda presenza»:
da ultimo, ma non per importanza, operò anche un importante elemento di convenienza politica: per
i nuovi detentori del potere [la classe dirigente postfascista], la massima priorità era rafforzare la
legittimazione della democrazia appena nata, e dimenticare rappresentò un mezzo di stabilizzazione
assai efficace.71
Insomma, non c’è il rischio che anche per quanto riguardi i crimini del
colonialismo, o il colonialismo in generale, e sia pur per ragioni diverse, si
stia ripetendo qualcosa di analogo? Lo spazio aperto dal Trattato dell’agosto
2008 riuscirà ad essere del tutto sgombro da questi imbarazzanti precedenti?
Non si considerino come retorici tali interrogativi. Sergio Romano, in un suo
corrosivo commento, a proposito della sincerità dei firmatari dell’accordo ha
scritto che
l’incontro fra Berlusconi e Gheddafi delle scorse settimane fu un teatrino delle ipocrisie. Il leader
libico finse di credere che l’Italia fosse la causa di tutti i mali della Libia. E il premier italiano finse
di provare sentimenti di rammarico per il passato coloniale del suo Paese. Consumato ormai questo
rito diplomatico, non ci rimane che aspettare i frutti dell’accordo. La Libia è una grande cassaforte
piena di petrolio, a pochi passi dalle coste italiane. E potrebbe diventare, con una buona
amministrazione della sua ricchezza, un Paese moderno e civile.72
Una tale lettura “realista” dell’accordo – che tende, in una parola, a ridurre
il tutto all’autostrada e che, purtroppo, non sembra del tutto inappropriata a
giudicare da alcune inquietanti prese di posizioni della parte italiana73 – tende
inevitabilmente a deprimere, e in fondo a disprezzare, ogni sua dimensione
culturale, già presente o da sviluppare. Anche Angelo Del Boca aveva
ammonito di non prendere questa via, quando subito dopo la firma si era
chiesto se il Trattato parlasse di «amicizia o commercio».74 Pur non
ignorando le robuste ragioni economiche, ma anche politiche interne ed
internazionali, che lo hanno originato, crediamo invece che dimenticare o
sottovalutare la dimensione culturale, e in fondo etica, di quell’accordo –
come di ogni altro documento relativo alla compensazione di crimini del
passato – non sia altro che affossarlo sul nascere.
Vista in questa prospettiva, in sede di considerazioni conclusive, si
stagliano alcuni singolari paradossi. Da un lato a livello internazionale molti
osservatori si sono scomodati e taluni si sono anche allarmati per il possibile
effetto a valanga delle compensazioni accettate di pagare da uno dei
latecomer della storia europea dell’espansione coloniale, da quell’Italia cioè
che aveva avuto l’impero coloniale più piccolo e più povero. Da un altro lato,
a livello italiano, pur disposti a promettere di investire una cifra cospicua a
titolo di riparazioni per il passato coloniale, è sembrato che il governo
italiano in carica fosse intenzionato a parlare meno possibile, con parole
meno critiche rispetto a quelle di altri governi, di quel passato. Poiché inoltre
la storia coloniale nazionale è più ampia della Libia, altri paradossi
potrebbero originarsi. Ammesso che il Trattato spinga davvero il governo
italiano e più in generale l’Italia a ripensare criticamente il passato coloniale e
i suoi crimini sulla “Quarta sponda”, chi si occuperà di quello relativo alle
altre ex-colonie? Sarà possibile riflettere sui campi di concentramento in
Cirenaica e dimenticarsi della repressione della resistenza etiopica?
Come si vede, la situazione ha forme assai più complesse e problematiche
di quelle che appaiono a prima vista. E di certo, fra qualche decennio, quando
le carte saranno disponibili, non sono da escludere altri particolari, nella
ricostruzione della vicenda che ha portato a questo accordo diplomatico.
Per quanto è però già oggi possibile affermare che il Trattato del 20 agosto
2008 di certo apre uno spazio nuovo: ma da solo non dà garanzie di come
esso sarà riempito. Quanta cultura, e cultura storica, sarà possibile inserire
nell’applicazione di un trattato il cui testo ne parla così poco?
Mentre in Italia la politica postcoloniale si scusa in generale, e parla quasi
per tacere, a cercare di indicare con precisione cosa fu il colonialismo italiano
e quali furono in particolare i suoi crimini rimane solo la ricerca storica:
quella seria, indipendente, critica, quella che non è detto sia necessariamente
aiutata o facilitata dalle logiche degli Stati o dalle loro politiche e dalle
trattative diplomatiche dei governi per la compensazione dei passati coloniali.
Compensare il passato e i suoi crimini in generale, senza conoscerlo e
senza farlo conoscere nei suoi particolari, non solo non è produttivo e fa
dubitare della sincerità: proprio non è possibile.

1. * L’intervento che qui si pubblica, una parte del quale era stato presentato al convegno da cui il
presente volume prende le mosse, era stato poi ultimato nell’autunno 2008: una versione è stata edita
nel frattempo come Compensazioni, passato coloniale, crimini italiani. Il generale e il particolare, in
«Italia contemporanea», 251 (2008), pp. 227-250. Le vicende successive – dalla discussione
parlamentare italiana del Trattato italo-libico alla storica visita in Italia del leader libico e alle
accoglienze assai contrastate ricevute e alle discussioni insorte al momento della visita del premier
italiano in Libia in occasione del primo anniversario della sigla del Trattato, dalle polemiche attorno
alle scelte governative e italiane in merito a «respingimenti» di migranti e alle censure per questo
motivo ricevute da parte delle organizzazioni internazionali, sino ai modesti sviluppi delle relazioni
culturali italo-libiche nel campo della ricerca storica durante il primo anno di vigenza del Trattato –
pare non abbiano altro che confermato le linee di tendenza intraviste dal mio intervento alla data del
convegno e in quella sede discusse. Su alcuni temi più generali connessi mi permetto di rinviare inoltre
al mio più recente Perché ritorna la “brava gente”. Revisioni recenti sulla storia dell’espansione
coloniale italiana, in La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, a cura di A. Del Boca,
Vicenza 2009, pp. 69-106.
2. Cfr., solo per avere una prima idea delle dimensioni della ricezione dell’evento, per l’Occidente:
http://www.iht.com/articles/reuters/2008/08/30/africa/OUKWD-UK-LIBYA-
ITALY.php, http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/africa/article4648600.ece; http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/e
berlusconi-colonial-rule-compensation-gaddafi-italy-
libya; http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2008/0830/breaking28.htm; http://www.washingtontimes.com/new
with-libya-aims-at-curbing-illegals/; http://www.chicagotribune.com/news/nationworld/chi-
christinespolar,0,5068632.storygallery; http://www.canada.com/calgaryherald/news/story.html?
id=abce48ab-52a4-4406-88f4-a8a85312318e.
Per l’Asia: http://www2.chinadaily.com.cn/world/2008-08/31/content_6984218.htm;
http://www.chinapost.com.tw/international/africa/2008/08/31/172569/Libya%E2%80%99s-
Gadhafi.htm.
Per il mondo arabo: http://news.egypt.com/en/200809013780/news/world/italy-libya-deal-seals-
past.html; http://www.kuwaittimes.net/read_news.php?newsid=MTM0NjI5MTY4,
http://www.alarab.co.uk/Previouspages/North%20Africa%20Times/2008/08/01-
08/NAT020108.pdf; http://www.zawya.com/Story.cfm/sidv51n40-
1ts04/Libya%20s%20African%20Investments%20Gather%20Pace; http://www.shariahfinancewatch.org/blog/category/i
http://english.aljazeera.net/news/africa/2008/08/2008830102422596259.html (tutti consultati il 31
ottobre 2008). Ma, ripetiamo, si tratta di una mera selezione orientativa.
3. Cfr. http://en.wikinews.org/wiki/Italy_will_give_Libya_US$5_billion_as_compensation_for_occupation
(consultato il 31 ottobre 2008).
4. In generale cfr. Rochat G., Il colonialismo italiano. Documenti, Torino 1973; Miège J.-L.,
L’imperialismo coloniale italiano dal 1870 ai giorni nostri, Milano 1976 (ed. orig. Paris 1968);
soprattutto Del Boca A., Gli italiani in Africa Orientale, 4 voll., Roma-Bari 1976-1984; Id., Gli italiani
in Libia, 2 voll., Roma-Bari 1986-1988; e ora Labanca N., Oltremare. Storia dell’espansione coloniale
italiana, Bologna 2002, ried. 2007.
5. In generale, cfr. ancora Gentili A.M., Il leone e il cacciatore. Storia dell’Africa sub-sahariana,
Roma 1995.
6. Cfr. Ramcharan B.G., Contemporary Human Rights Ideas, London 2008.
7. Cfr. Maier C., Overcoming the Past? Narrative and Negotiation, Remembering and Reparation:
Issues at the Interface of History and the Law, in Politics and the Past. On Repairing Historical
Injustices, a cura di J. Torpey, Lanham-Boulder 2003, p. 195.
8. Cfr. Howard-Hassmann R.E., Moral Integrity and Reparations for Africa, in Politics and the
Past, p. 194.
9. Cfr. Torpey J., Introduction. Politics and the Past, in Politics and the Past, p. 14.
10. Cfr. Wilde R., Colonialism Redux? Territorial Administration by International Organizations,
Colonial Echoes, and the Legitimacy of the “International”, in State-building. Theory and Practice, a
cura di A. Hehir e N. Robinson, London 2007, p. 30.
11. Cfr. ad esempio proprio su questo tema il recente The Age of Apology. Facing up to the Past, a
cura di M. Gibney, Philadelphia 2008, in cui sono raccolti, fra gli altri, Howard-Hassmann R.E.,
Gibney M., Introduction: Apologies and the West; Parodi C.A., State Apologies under U.S. Hegemony;
Kerstens P., “Deliver us from Original Sin”: Belgian Apologies to Rwanda and the Congo; Jamfa L.,
Germany Faces Colonial History in Namibia: a Very Ambiguous “I am sorry”; Howard-Hassmann
R.E., Lombardo A.P., Words Require Action: African Elite Opinion about Apologies from the “West”;
Baehr P., Colonialism, Slavery, and the Slave Trade: a Dutch Perspective; Dahl E.S., Is Japan Facing
its Past? The case of Japan and its Neighbours; ma, come si vede, niente sul caso italiano.
12. Cfr. Retribution and Reparation in the Transition to Democracy, a cura di J. Elster, Cambridge
2006; Howard-Hassmann R.E., Lombardo A.P., Reparations to Africa, Philadelphia (PA) 2008; Barkan
E., The Guilt of Nations. Restitution and Negotiating Historical Injustices, New York 2000; Harring
S.L., The Herero Demand for Reparations from Germany. The Hundred Year Old Legacy of a Colonial
War in the Politics of Namibia, in Repairing the Past? International Perspectives on Reparations for
Gross Human Rights Abuses, a cura di M. du Plessis, S. Peté, Antwerpen 2007.
13. Cfr. Reparations. Interdisciplinary Inquiries, a cura di J. Miller, R. Kumar, Oxford 2007. Non
siamo però riusciti a vedere l’opuscolo di Grofe J., The Prospects of Success for the Herero Lawsuit
against the Deutsche Bank for Crimes Committed during German Colonial Times, Windhoek 2004, e il
volume di Sarkin J., Colonial Genocide and Reparations Claims in the 21st Century. The Socio-legal
Context of Claims under International Law by the Herero against Germany for Genocide in Namibia,
1904-1908, Westport (Conn.) 2008.
14. Cfr. Elster J., Conclusion, in Retribution and Reparation in the Transition to Democracy, a cura
di Id., Cambridge 2006, p. 320.
15. Cfr. Maier, Overcoming the Past?, p. 295.
16. Cfr. Torpey, Introduction. Politics and the Past, p. 6.
17. Olick J.K., The Politics of Regret. On Collective Memory and Historical Responsibility in the
Age of Atrocity, New York 2007, p. 21.
18. Il periodo è troppo recente, e il tema troppo specifico, perché abbia potuto trovare spazio nelle
recenti opere generali sulla storia dell’Italia repubblicana. Cfr. però in generale Ginsborg P., Storia
d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Torino 1989, e Id., L’Italia del tempo
presente, Famiglia, società civile, Stato, 1980-1996, Torino 1998, nonché Colarizi S., Storia politica
della Repubblica. Partiti, movimenti e istituzioni 1943-2006, Roma-Bari 2007, che segue una
precedente Id., Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Roma-Bari 1994. Di recente cfr. la traccia
disegnata da Di Michele A., Storia dell’Italia repubblicana 1948-2008, Milano 2008.
19. Cfr. Labanca N., Il passato coloniale come storia contemporanea, prefazione alla seconda
edizione di Del Boca A., I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, con contributi di G.
Rochat, F. Pedriali e R. Gentili, Roma 2007 (prima ediz. 1996), pp. 7-26.
20. Il testo può ritrovarsi in varie pubblicazioni. Lo abbiamo tratto, a dimostrazione anche del fatto
che gli storici più critici non sono prevenuti, dal sito dell’Associazione italiani rimpatriati dalla Libia:
http://www.airl.it/accorditrattati2.php e confrontato con quello presente sul sito dell’Azienda libico
italiana: http://www.ali.com.ly/M_13-Italian.htm. Cfr. anche però l’ufficiale
http://www.esteri.it/MAE/IT/
Politica_Estera/Aree_Geografiche/Mediterr_MO/Rapporti+bilaterali+Paesi+del+Maghreb/Libia.htm
(tutti consultati il 31 ottobre 2008). Per una nota, al tempo, cfr. Labanca N., Solo politica?
Considerazioni su contenzioso post-coloniale e decolonizzazione, a partire da alcuni studi recenti, in
«Studi piacentini», 22 (1998), pp. 163-178.
21. Cfr. Nese M., Accordo in vista tra Italia e Libia. D’Alema: “Giusto ammettere le colpe”, in
«Corriere della Sera», 30 ottobre 2007; Caprara M., Risarcimenti italiani alla Libia. D’Alema: accordo
quasi fatto, in «Corriere della Sera», 11 novembre 2007; Rinviato in extremis l’incontro Italia-Libia, in
«Il Sole 24 ore», 16 novembre 2007; Riz. F., Gheddafi, le rivendicazioni infinite. E Prodi promette:
andrò in Libia, in «Il Messaggero», 10 dicembre 2007. E cfr. poi U.d.g., “Tripoli rimpiange la
collaborazione con il governo Prodi”, in «l’Unità», 5 maggio 2008.
22. Cfr. peraltro Nigro V., Libia, D’Alema attacca “Risarcimenti molto generosi”, in «la
Repubblica», 4 settembre 2008.
23. Cfr. Eni e Libia, dimenticando Calderoli, in «il Foglio», 14 giugno 2008; Dragosei F.,
Medvedev: Gazprom con Eni in Libia, in «Corriere della Sera», 22 aprile 2008; Impregilo, 520 milioni
dalla Libia, in «il Sole 24 ore», 8 luglio 2008; Il doppio bluff di Gheddafi per riempire gli arsenali
della Libia, in «il Foglio», 11 maggio 2008.
24. Cfr. Livin E., Tutti gli uomini del Colonnello, in «la Repubblica», 27 ottobre 2008, suppl.
«Affari & finanza».
25. Solo una citazione, fra le molte possibili, perché quasi contemporanea alle ultime fasi
diplomatiche della preparazione del Trattato: Milone F., Libia, affonda un barcone con 150 migranti, in
«La Stampa», 17 giugno 2008.
26. Il testo si leggeva quindi già in http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/libia-italia/testo-
accordo/testo-accordo.html (consultato il 31 ottobre 2008): ora, oltre che sulla «Gazzetta ufficiale», su
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/09007l.htm (consultato il 7 dicembre 2009).
27. Cfr.http://www.esteri.it/MAE/IT/Stampa/Sala_Stampa/Comunicati/2008/10/200
81023_FrattiniItaliaLibia (consultato il 31 ottobre 2008).
28. Cfr. Del Boca A., Gheddafi. Una sfida dal deserto, Roma-Bari 1998, p. 190, che cita fonti
libiche.
29. Cfr. Del Boca A., Gli italiani in Africa Orientale; Id., Gli italiani in Libia; Labanca, Oltremare.
Storia dell’espansione coloniale italiana.
30. Cfr. Labanca N., Una guerra per l’impero. Memorie dei combattenti della campagna d’Etiopia
1935-36, Bologna 2005.
31. Per una documentazione e una forte rivendicazione del proprio ruolo cfr. Del Boca A., Un
testimone scomodo, Domodossola 2000, e adesso Id., Il mio novecento, Vicenza 2008.
32. Cfr. Campbell I.L., Gabre Tsadik D., La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del
massacro di Debrà Libanòs, in «Studi piacentini», 21 (1997), pp. 79-118; e Campbell I.L., La
repressione fascista in Etiopia: il massacro segreto di Engecha, in «Studi piacentini», 24-25 (1998-
1999), pp. 23-46.
33. Cfr. Dominioni M., Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia (1936-1941), Roma-Bari
2008.
34. Sintesi dell’intervento del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla firma del Trattato di
amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia: http://www.governo.it/
Presidente/Interventi/testo_int.asp?d=40139 (consultato il 31 ottobre 2008).
35. Ibidem.
36. Cfr. http://www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=39499 (consultato il 31
ottobre 2008).
37. Cfr. http://www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=39688 (consultato il 31
ottobre 2008).
38. Cfr. http://www.esteri.it/MAE/IT/Stampa/ Sala_Stampa/Rubriche/ Parlamento/
20081002_Frattini TrattatoLibia (consultato il 31 ottobre 2008).
39. Cfr. Buffa D., Quei crediti dispersi in Libia, in «l’Opinione», 25 settembre 2008; Andreotti G.,
Guai a ripensare la Libia come un problema a sé, in «Il Tempo», 27 settembre 2008; Rogari S., Libia
risarcita? Un precedente, in «QN», 5 settembre 2008.
40. Cfr. Cossiga F., “La soluzione? Importiamo docenti dalla Libia”, in «il Giornale», 24 ottobre
2008.
41. Cfr. Lo sviluppo dell’Italia passa per la Libia, in «il Foglio», 2 settembre 2008.
42. Qui e in seguito si legge da http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/esteri/libia-italia/testo-
accordo/testo-accordo.html.
43. Cfr. Labanca N., Lo stato degli studi italiani sui campi di concentramento coloniali in Libia.
Dai campi alla “politica dei campi”, presentato a “I campi di concentramento italiani in Libia. Una
violenza coloniale” (Roma, 1 dicembre 2006) e Id., New Sources on Fascist Colonial Camps in
Cyrenaica 1930-1933, presentato a “Colonial Camps in the History of Concentration Camps.
International Workshop” (Siena, 20-21 ottobre 2008), ambedue in corso di stampa.
44. Cfr. Primo Convegno su Gli esiliati libici nel periodo coloniale, Isole Tremiti, 28-29 ottobre
2000, a cura di F. Sulpizi, S. Hasan Sury, Roma 2002; Secondo convegno su Gli esiliati libici nel
periodo coloniale, Isole Egadi, Favignana, 3-4 novembre 2001, a cura di F. Sulpizi, S. Hasan Sury,
Roma 2003; Terzo Convegno su Gli esiliati libici nel periodo coloniale, Isola di Ponza, 30-31 ottobre
2002, a cura di C. Ghezzi, S. Hasan Sury, Roma 2004 (recte: 2005); e, più importante di tutti, Gli
esiliati libici nel periodo coloniale, 1911-1916. Raccolta documentaria, a cura di S. Hasan Sury, G.
Malgeri, Roma 2005.
45. Citiamo da Atti Parlamentari, Camera dei deputati, XVI legislatura, Disegni di legge e relazioni,
Documenti, n. 2041, Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la
Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30
agosto 2008.
46. Questa seconda parte di quest’intervento, più dedicata all’analisi dei crimini coloniali,
rappresenta un aggiornamento di quanto già avevamo scritto, su temi analoghi, in più occasioni: fra cui
Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana; Dominio e repressione. I crimini di guerra nelle
colonie italiane, in Crimini e memorie di guerra, a cura di L. Baldissara, P. Pezzino, Napoli 2004, pp.
260-270; Colonial Rule, Colonial Repression and War Crimes in the Italian Colonies, in «Journal of
Modern Italian Studies», IX/3 (2004), pp. 300-313;Considerazioni in tema di stragi, massacri e crimini
coloniali all’Oltremare, in Le stragi rimosse. Storia, memoria pubblica, scritture, a cura di G. Procacci,
M. Silver e L. Bertucelli, Milano 2008, pp. 41-58; Strade o stragi? Memorie e oblii coloniali della
Repubblica, in Politiche della memoria, a cura di A. Rossi-Doria e G. Fiocco, num. monografico di
«Annali del dipartimento di storia», 3 (2007), pp. 11-36; The Embarrassment of Libya. History,
Memory, and Politics in Contemporary Italy, in «California Italian Studies», I/1, di prossima
pubblicazione. Anche per tale motivo, i riferimenti bibliografici sono qui rimasti contenuti, mentre per
una più ampia bibliografia si rinvia a tali scritti.
47. Cfr. Greppi E., Crimini di guerra e contro l’umanità nel diritto internazionale. Lineamenti
generali, Torino 2001. A un livello divulgativo cfr. anche il silenzio in proposito di Crimini di guerra.
Quello che tutti dovrebbero sapere, a cura di R. Gutman, D. Rieff, Roma 1999.
48. Sull’anticolonialismo non esiste un’opera d’assieme: fra i molti lavori si potrà partire almeno da
Porter B., Critics of Empire. British Radical Attitudes to Colonialism in Africa 1895-1914, London
1968; Ageron C.R., L’anticolonialisme en France de 1872 à 1914, Paris 1973; e Rainero R.,
L’anticolonialismo italiano da Assab a Adua (1869-1896), Milano 1971.
49. Cfr. Rochat G., L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia 1936-1937, in «Italia
contemporanea», 18 (1975), pp. 3-38, ora in Id., Guerre italiane in Libia e in Etiopia, pp. 177-214; Id.,
La repressione della resistenza in Cirenaica (1927-31), in Id., Omar al-Mukhtar e la riconquista
fascista della Libia, Milano 1981, pp. 53-189, ora in Id., Guerre italiane in Libia e in Etiopia. Studi
militari 1921-1939, Pagus 1991); e Un nodo. Immagini e documenti sulla repressione coloniale
italiana in Libia, a cura di N. Labanca, Manduria 2002.
50. In Flores M., Il secolo-mondo. Storia del Novecento, Bologna 2002.
51. Scelta interpretativa, ad esempio, di Ottolenghi G., Gli italiani e il colonialismo. I campi di
detenzione italiani in Africa, Milano 1997. Ma cfr. anche Salerno E., Genocidio in Libia. Le atrocità
nascoste dell’avventura coloniale (1911-1931), Milano 1979; Del Fra L., Sciara Sciat Genocidio
nell’oasi. L’esercito italiano a Tripoli, Roma 1995.
52. Cfr. almeno, nella Histoire de la France coloniale, 1914-1990: Meyer J., Tarrade J., Rey-
Goldzeiguer A., Thobie J., Des origines à 1914, Paris 1991; e Thobie J., Meynier G., Coquery-
Vidrovitch C., Ageron C.R., 1914-1990, Paris 1990; e The Oxford History of the British Empire, a cura
di W.R. Louis, i tre tomi che qui rilevano: The Nineteenth Century, a cura di A. Porter, Oxford 1999;
The Twentieth Century, a cura di J.M. Brown e W.R. Louis, Oxford 1999; e Historiography, a cura di
R.W. Winks, Oxford 1999. In lingua italiana, su un caso giapponese, cfr. I. Chang, Lo stupro di
Nanchino. L’olocausto dimenticato della seconda guerra mondiale, Milano 2000.
53. Per quanto segue cfr. ancora Rochat, Il colonialismo italiano. Documenti; Del Boca, Gli italiani
in Africa Orientale; Id., Gli italiani in Libia; e Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale
italiana.
54. Su questo cfr., dopo gli studi di Del Boca, una serie di pubblicazioni: Moffa C., I deportati libici
nella guerra 1911-12, in «Rivista di storia contemporanea», XIX/1 (1990), pp. 32-56; Id., Il 2°
simposio scientifico sui deportati libici (Tripoli, 26-27 ottobre 1990), in «Africa», XLV/4 (1990), p.
695; Id., I deportati libici alle Tremiti dopo la rivolta di Sciara Sciat, in Fonti e problemi della politica
coloniale italiana, Atti del convegno, Taormina-Messina, 23-29 ottobre 1989, a cura del Ministero per i
Beni Culturali e Ambientali, Roma 1996, pp. 259-286; importante è il saggio di Missori M., Una
ricerca sui deportati libici nelle carte dell’Archivio centrale dello Stato, in Fonti e problemi della
politica coloniale italiana, pp. 253-258. Cfr. poi Genco M., L’agonia dei deportati libici nella colonia
penale di Ustica, in «Studi piacentini», 5 (1989), pp. 89-114; Calandra E., Prigionieri arabi a Ustica:
un episodio della guerra italo-turca attraverso le fonti archivistiche, in Fonti e problemi della politica
coloniale italiana, pp. 1150-1167.
55. Sulla questione, nota agli storici ma tornata ad essere oggetto di polemica a metà degli anni
Novanta, cfr. Rochat G., L’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia. 1935-36, ora in Id., Guerre italiane
in Libia e in Etiopia. Studi militari 1921-1939, pp. 143-176, poi in I gas di Mussolini. Il fascismo e la
guerra d’Etiopia, pp. 49-87. Cfr. anche Pankhurst R., Il bombardamento fascista sulla Croce Rossa
durante l’invasione dell’Etiopia (1935-1936), in «Studi piacentini», 21 (1997), pp. 129-152.
56. Ma cfr. il ricordo di Verri P., Istituzioni militari: il problema dell’insegnamento del diritto dei
conflitti armati e dell’adattamento dei regolamenti alle sue prescrizioni umanitarie, in «Rassegna
dell’Arma dei Carabinieri», 2 (1985).
57. Cfr. Greppi, Crimini di guerra e contro l’umanità nel diritto internazionale. Lineamenti
generali.
58. Cfr. Kiernan G., Eserciti e imperi. La dimensione militare dell’imperialismo europeo 1815-
1960, Bologna 1985; e Porch D., Wars of Empire, London 2000.
59. Per un significativo, microstorico, caso cfr. Lenci M., Quanto vale la vita di un nero? Un
insolito carteggio tra Roma e l’Asmara nel 1903, in «Studi piacentini», 10 (1991), pp. 137-149.
60. Cfr. Pankhurst R., Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of their Discussion, from
the League of Nations to the United Nations (1936-1949), datt., consultabile a Roma presso la
Biblioteca del Ministero degli Affari Esteri.
61. Cfr. Del Boca A., Le conseguenze per l’Italia del mancato dibattito sul colonialismo, in «Studi
piacentini», 5 (1989), pp. 115-128.
62. Per una nota e significativa polemica cfr. De Leone E., Il genocidio delle genti cirenaiche
secondo Giorgio Rochat, in «Intervento», 38-39 (1979), p. 12; con la risposta Rochat G., Il genocidio
cirenaico, in «Belfagor», XXXV/4 (1980), pp. 449-455.
63. Maier, Overcoming the Past?, p. 297.
64. Cfr. Torpey, Introduction. Politics and the Past, p. 10.
65. Cfr. Salerno E., Il trattato non basta per difendere la memoria, in «Il Messaggero», 25 ottobre
2008.
66. Cfr. Elster, Conclusion, p. 320.
67. Cfr. Judt T., The Past is Another Country. Myth and Memory in Postwar Europe, in The Politics
of Retribution in Europe. World War II and its Aftermath, a cura di I. Deák, J.T. Gross, T. Judt,
Princeton (N.J.) 2000, pp. 293-323.
68. Feldman G.D., Reflections on the Restitution and Compensation of Holocaust Theft. Past,
Present, and Future, in Robbery and Restitution. The Conflict over Jewish Property in Europe, a cura
di M. Dean, C. Goschler, P. Ther, New York 2007, p. 267.
69. Olick, The Politics of Regret, p. 3.
70. Judt, The Past is Another Country, p. 302.
71. Pavan I., Indifference and Forgetting. Italy and its Jewish Community, in Robbery and
Restitution.
72. Romano S., Scuse italiane alla Libia e teatrino delle ipocrisie, in «Corriere della sera», 4 ottobre
2008.
73. Cfr. Luzi G., E Berlusconi elogia Italo Balbo “In Libia ha fatto cose egregie”, in «la
Repubblica», 12 settembre 2008.
74. Cfr. Di Francesco T., Commercio o amicizia?, in «il manifesto», 31 agosto 2008; Cadalanu G.,
Angelo Del Boca: “I soldi non pagano i morti”. Per i crimini degli italiani servono parole più chiare,
in «la Repubblica», 31 agosto 2008.
ERIC GOBETTI
Il mito dell’occupazione allegra.
Italiani in Jugoslavia (1941-1943)

Per più di cinquant’anni la storiografia e la memorialistica italiane hanno


diffuso l’immagine di un comportamento mite e umano del nostro esercito in
Jugoslavia, contribuendo a consolidare il mito degli “italiani brava gente”.
Nonostante alcuni coraggiosi studiosi abbiano già da tempo infranto il velo di
silenzio intorno ai crimini commessi dagli italiani durante le guerre fasciste,75
lo stereotipo del “buon italiano” permane nell’immaginario collettivo (anche
internazionale).76 Ciò riguarda anche la guerra in Jugoslavia, sebbene le
ricerche più recenti si siano concentrate proprio sugli aspetti meno edificanti
del sistema d’occupazione italiano, in particolare sui campi d’internamento.77
Tuttavia il dibattito pubblico su questi temi è ormai da anni monopolizzato
dal tema delle foibe e dell’esodo italiano dalla Jugoslavia nell’immediato
dopoguerra,78 così da mettere in secondo piano la vicenda precedente
dell’occupazione e rinnovare la tematica dell’italiano buono, vittima della
barbarie slava e comunista.
Paradossalmente anche in alcuni paesi occupati dall’Italia, in particolare in
Jugoslavia,79 lo stereotipo degli “italiani brava gente” è stato spesso
riproposto con poche varianti. In realtà, il governo titoista aveva richiesto alla
fine della guerra la consegna di oltre 750 presunti criminali di guerra
italiani,80 fra i quali tutte le principali autorità politiche e militari. L’assunto
era che la responsabilità degli atti di violenza commessi in Jugoslavia fosse
del regime fascista e della sua politica e non dei singoli soldati, anche se non
mancarono un certo numero di imputazioni per casi di efferatezze compiute
da poliziotti o squadristi. Le richieste di estradizione vennero però a cadere,
senza aver sortito risultati, nel 1948, con l’inizio della Guerra Fredda,
l’adesione dell’Italia al blocco occidentale e la perdita di appoggi
internazionali da parte della Jugoslavia di Tito dopo la rottura con Stalin.81
Negli anni successivi, anche in relazione al progressivo riavvicinamento
fra i due paesi, alcuni studiosi jugoslavi cominciarono ad utilizzare
l’espressione vesela okupacija («occupazione allegra») per definire la
presenza dell’esercito italiano in Jugoslavia. Questa formula racchiudeva un
duplice significato: dispregiativo (gli italiani sarebbero stati pessimi soldati)
ed elogiativo (essi avrebbero dimostrato una mitezza e un’umanità ben
diverse dalla spietatezza espressa dagli altri occupanti e dai nemici interni).
Nei paesi eredi della Jugoslavia il contesto non è molto cambiato.
Nonostante le recenti polemiche politico-giornalistiche (che paiono più una
risposta stizzita alle accuse rivolte da parte italiana a sloveni e croati attorno
al tema delle foibe), non sembra esservi stata una profonda rielaborazione
della vicenda dell’occupazione italiana. Le ricerche sulla seconda guerra
mondiale sono particolarmente diffuse ma si limitano ad affrontare per lo più
il tema della guerra civile e dei massacri reciproci fra le varie nazionalità
jugoslave82 (magari con l’accusa agli italiani di aver condotto una politica del
divide et impera). Fa eccezione la Slovenia, dove già prima dell’indipendenza
erano stati condotti studi seri e scrupolosi sulle forme della repressione e
sulle deportazioni nei campi di concentramento,83 e dove non ha mai preso
forma un’immagine positiva dell’occupazione italiana. In generale però in
tutti questi paesi la seconda guerra mondiale viene studiata con un’ottica
radicalmente nuova, con una prospettiva incentrata sulla storia “nazionale”
(serba, croata, ma anche macedone, montenegrina ecc.),84 che considera
marginale la presenza delle forze d’occupazione e mette in secondo piano la
divisione fra collaborazionisti e antifascisti.
Ma cosa c’è all’origine del mito tanto diffuso del “buon italiano” e
dell’«occupazione allegra»? Esso si basa, nei suoi aspetti centrali, su una
serie di paragoni con le altre forze in campo in Jugoslavia. Innanzitutto quello
con gli Ustaša e i Četnici, le formazioni militari collaborazioniste, croata e
serba, responsabili di terribili stragi contro le popolazioni, rispettivamente,
serbe e musulmano-croate. Il teatro degli eccidi è lo Stato Indipendente
Croato, comprendente anche l’intera Bosnia-Erzegovina, uno stato fantoccio
comandato dal leader degli Ustaša, Ante Pavelić. Già nei primi giorni dopo la
sua instaurazione, nella primavera del 1941, il governo ustaša emanò leggi
persecutorie nei confronti degli ebrei e dei serbi, che costituivano però, questi
ultimi, una minoranza pari a circa il trenta per cento dell’intera popolazione
del paese. Poche settimane dopo cominciarono le deportazioni verso campi di
concentramento appositamente creati (Gospić, Pag, ma soprattutto l’enorme e
terrificante complesso di Jasenovac-Stara Gradiška), mentre nelle aree più
periferiche squadre di Ustaša seminavano il terrore, costringendo
all’emigrazione o alla conversione forzata al cattolicesimo centinaia di
migliaia di serbi di religione cristiano-ortodossa. La dimensione del massacro
è difficilmente quantificabile, anche perché suscita tuttora dibattiti accesi nei
paesi della ex Jugoslavia, tuttavia gli autori più credibili parlano di circa
500.00085 civili serbi uccisi dagli Ustaša fino al 1945, cui va sommato un
ugual numero di profughi e almeno 200.000 convertiti.86 Lo Stato
Indipendente Croato era attraversato da una linea di demarcazione che
virtualmente separava una zona d’influenza tedesca (a nord-est,
comprendente la capitale Zagabria, Sarajevo, Osijek e altre città importanti) e
una italiana (a sud-ovest, con Karlovac, Dubrovnik, Mostar). Nella
primavera-estate del 1941 l’esercito italiano era ancora schierato in una parte
di quest’area, ufficialmente come «truppa stazionante su territorio amico».
Sconcertati dalle stragi perpetrate dagli “alleati” Ustaša, sorpresi da un esodo
di massa difficilmente arginabile, lasciati generalmente privi di direttive
chiare, i comandanti italiani sul terreno intervennero spesso in favore dei
perseguitati, favorendo la fuga verso la zona della Dalmazia annessa all’Italia
(le province di Zara e Spalato) o nascondendo le vittime nelle caserme;
contribuendo in definitiva a salvare migliaia di vite umane. Si trattò quasi
sempre di iniziative spontanee di singoli reparti e di singoli ufficiali, solo in
un secondo tempo avvallate dai vertici militari, e mai da quelli politici.87
Nell’estate del 1941 scoppiò una rivolta contro gli Ustaša, condotta dai
serbi superstiti delle stragi e spesso proprio da quelli salvati dagli italiani e
organizzatisi militarmente sotto la loro protezione.88 A settembre l’esercito
italiano rioccupò gran parte della sua «sfera d’influenza» all’interno dello
Stato croato, assunse tutti i poteri civili e riportò la calma allontanando gli
Ustaša (cioè il partito fascista croato col quale era ufficialmente alleato!) e
accordandosi coi ribelli serbi.89
Molti di questi rivoltosi andarono a costituire negli anni successivi le unità
militari dei Četnici, che strinsero con gli italiani – in tutta la Jugoslavia da
essi occupata – una sorta di alleanza tattica contro i partigiani comunisti, ma
si distinsero anche per le stragi perpetrate soprattutto contro i musulmani di
Bosnia e del Sangiaccato montenegrino. Le vittime, fra croati e musulmani,
furono in tutto alcune decine di migliaia, anche se in questo caso è ancora più
difficile quantificare le stragi, spesso commesse durante operazioni militari,
in aree periferiche e senza una pianificazione istituzionale come invece nel
caso dello Stato Indipendente Croato.
I comandi italiani, dai quali (spesso solo in teoria) le truppe Četniche
dipendevano dal punto di vista logistico e operativo, valutavano molto
positivamente l’apporto di quelle truppe e tentarono con scarsa convinzione
di impedire i massacri, generalmente considerati in maniera acritica come
vendette spontanee alle stragi subite in precedenza dai serbi.90
Sia gli Ustaša sia i Četnici collaborarono in diverse forme con gli italiani
contro i partigiani comunisti, e non c’è dubbio che la politica delle autorità
italiane (e specialmente del generale Mario Roatta, comandante della
Seconda armata) fosse orientata a dividere le fazioni “indigene” per
indebolirle e mantenerne il controllo politico e militare, secondo una tipica
strategia coloniale.91 Le occasionali prese di posizione italiane in difesa delle
vittime sono più che comprensibili in assenza di ordini chiari e nell’ottica di
una politica del divide et impera.
Il paragone fra Ustaša / Četnici e italiani, così come è stato proposto, non
ha ragion d’essere, perché i primi erano impegnati in una guerra fratricida il
cui scopo era l’eliminazione fisica della popolazione “nemica”, mentre i
secondi rappresentavano una potenza occupante completamente estranea
all’ambiente e intenzionata semmai a controllare il territorio con la
collaborazione delle popolazioni.92 Può essere seriamente discusso invece
l’apporto che la presenza italiana diede nel fomentare la guerra civile:
nonostante l’asserita volontà di “pacificare” il territorio, non c’è dubbio che
l’appoggio diplomatico concesso agli Ustaša prima e l’alleanza militare
stretta coi Četnici dopo favorirono il compiersi delle rispettive pulizie
etniche.
In secondo luogo, soprattutto la memorialistica italiana, spesso
riprendendo vecchi temi della propaganda fascista, ha insistito sul diverso
comportamento fra i “civili” soldati italiani e i “barbari” partigiani slavi
comunisti. Nell’immediato dopoguerra venne pure istituito uno speciale
ufficio presso il Ministero degli Esteri per rispondere alle accuse del governo
jugoslavo tramite la raccolta di prove su innumerevoli atti di barbarie che
sarebbero stati commessi dai partigiani nel corso della guerra.93
È indiscutibile che occasionali atti di violenza gratuita contro i soldati
italiani si siano verificati, specie in Montenegro durante la sollevazione del
luglio 194194 o in altre zone ad opera di formazioni più periferiche e meno
legate al controllo diretto del comando supremo partigiano. Come ho già
detto, l’assunto ideologico comunista era che i soldati italiani fossero vittime
del loro stesso regime: il vero nemico era il fascismo e i suoi rappresentanti
politico-militari. Per queste ragioni la pratica più comune era quella di
liberare i prigionieri italiani dopo un periodo di detenzione più o meno lungo
e di curarne i feriti. Solo gli ufficiali e le Camicie Nere (i reparti della Milizia
aggregati all’esercito o le truppe squadriste attive in Dalmazia) venivano di
solito giustiziati immediatamente. I casi di fucilazioni di massa o di
abbandono dei feriti avversari (in occasione di ritirate precipitose) furono nel
complesso rari.95
Gli italiani invece non facevano alcuna distinzione fra comandanti e
semplici partigiani, ed anzi spesso nemmeno fra partigiani e civili, specie
durante i rastrellamenti. Le fucilazioni sommarie erano all’ordine del giorno
nelle azioni di guerra,96 anche se raramente si trattava di grandi numeri. I dati
più attendibili che abbiamo riguardano la parte della Slovenia occupata e
annessa. Su una popolazione di circa 340 mila abitanti, le persone giustiziate
furono in totale circa 1500. A questa cifra però andrebbero aggiunte
perlomeno le vittime dei campi di concentramento italiani (quasi 1400
censite)97 e i partigiani caduti in combattimento, di cui una parte non
trascurabile passata per le armi dopo la resa.98
Non c’è dubbio che la strategia delle imboscate, degli attentati, degli
omicidi di collaborazionisti fosse considerevolmente spregiudicata, ma lo era
soprattutto in quanto suscitava reazioni violente da parte degli occupanti
contro le popolazioni civili, costringendo queste ultime a schierarsi. Tranne
singoli casi di omicidi mirati, l’esercito di Tito non fu quasi mai responsabile
di stragi contro le popolazioni civili, a differenza dei suoi avversari nella
guerra civile jugoslava, e il suo comportamento verso i prigionieri era
certamente più rispettoso delle convenzioni internazionali di quanto non lo
fosse quello italiano, che non riconosceva nemmeno ai partigiani lo status di
combattenti.
Il paragone con “il cattivo tedesco”, infine, è servito, non solo per il caso
jugoslavo, da principale contrappunto alla costruzione del mito del “buon
italiano”.99 Senza dubbio i tedeschi applicarono in Jugoslavia una politica
molto più repressiva di quella adottata dagli italiani, specie nel caso della
Serbia, dove vennero talvolta eseguite rappresaglie esemplari con uccisioni di
100 uomini per ogni soldato tedesco caduto (come nel caso emblematico
della strage di Kragujevac del 21 ottobre 1941). Tuttavia gli ordini emanati
dai principali organi militari italiani non differivano di molto da quelli
tedeschi: cattura di ostaggi, rappresaglie sulla popolazione civile, esecuzioni
sommarie, distruzioni diffuse e politica della “terra bruciata”. Tutte misure
previste dalla nota circolare 3C100 redatta nel marzo 1942 dal generale Roatta
e da altre disposizioni dei vertici militari italiani.101
Da numerosi documenti e testimonianze però, risulta che la pratica
quotidiana fosse almeno in parte diversa, tanto che tali ordini severamente
repressivi andrebbero letti come un tentativo di infondere spirito combattivo e
“cattiveria” ai propri soldati, considerati dai loro stessi generali troppo
“buoni”.102 Le prove di questa discrepanza tra ordini repressivi e
applicazione concreta sono innumerevoli e vanno dai documenti ufficiali
dell’esercito italiano o dei distaccamenti partigiani, alle memorie di entrambi
gli schieramenti.103
La strategia che venne applicata in maniera più coerente fu quella della
“terra bruciata”, intesa sia in senso stretto – la distruzione col fuoco di interi
villaggi – sia in senso lato – saccheggi, distruzioni e deportazioni della
popolazione dalle zone di attività della guerriglia. A questo proposito si
calcola che siano stati circa 110 mila gli jugoslavi deportati dagli italiani.104
Qui è il caso di fare una precisazione: mentre le distruzioni e le
deportazioni erano azioni compiute in esecuzione di un piano strategico
preciso, il saccheggio era spesso il risultato della penuria dei mezzi che
l’esercito forniva ai propri soldati, ridotti quasi all’indigenza.105 Allo stesso
modo le alte percentuali di morti per fame o per malattia che si registrano in
alcuni campi di concentramento per internati jugoslavi (Arbe-Rab, ma anche
Gonars, Renicci, Colfiorito, Porto Re-Kraljevica, Melada-Molat, Mamula, e
molti altri) furono spesso dovute più alla negligenza, alla pochezza di mezzi e
alla lentezza organizzativa che ad una vera e propria volontà di
annientamento.106
Inoltre vanno distinte le diverse realtà locali in cui gli italiani si trovarono a
operare. In Montenegro e in Slovenia fu largamente utilizzata l’arma della
deportazione in massa: circa 26.000 montenegrini e 25.000 sloveni vennero
internati rispettivamente in Albania e nell’Italia nord-orientale.107 In queste
due regioni, ad un’iniziale politica moderata promossa dai rappresentati
civili, si sostituì presto una dura repressione, condotta con metodi spietati e
ampio dispiegamento di forze militari. In Montenegro la reazione alla rivolta
scoppiata il 14 luglio 1941 colpì indiscriminatamente, nelle settimane
successive, la popolazione civile.108 In Slovenia il progressivo rafforzamento
del movimento di liberazione indusse le autorità militari italiane a isolare
totalmente il capoluogo e a realizzare, nel corso del 1942, ripetute operazioni
di rastrellamento a vasto raggio.109 L’esercito italiano arrivò a impiegare fino
a 65.000 uomini nella provincia di Lubiana e quasi 100.000 nel
Governatorato del Montenegro.110
Nella Dalmazia annessa furono più numerose le catture di ostaggi e le
ritorsioni immediate contro i civili. Qui tra l’altro si scontrarono due strategie
repressive differenti, promosse rispettivamente dall’autorità civile (il
Governatore Giuseppe Bastianini) e da quella militare (il comandante del
XVIII corpo d’armata, di stanza in Dalmazia).111 Si trattò più che altro di uno
scontro di potere, risolto inizialmente a favore del Governatore, mentre
nessuno dei due contendenti transigeva sull’uso incondizionato della forza
contro le popolazioni civili considerate conniventi. Nello Stato Indipendente
Croato infine, si svilupparono le maggiori operazioni di rastrellamento contro
il nucleo centrale dell’esercito partigiano, durante le quali vennero applicati
più duramente gli ordini repressivi, specie riguardo alla fucilazione
immediata di individui catturati in zona di guerra.
Non è dunque riscontrabile in Jugoslavia una netta differenza tra l’esercito
tedesco e quello italiano nella strategia antiguerriglia, anche se, senza dubbio,
le forze di occupazione tedesche dimostrarono un’efficienza repressiva molto
maggiore, legata anche alla profonda consapevolezza ideologica della propria
superiorità tecnologica e razziale. Nelle scomposte e intermittenti azioni
repressive italiane si può leggere invece la debolezza psicologica di un
esercito privo di motivazioni, scarso di mezzi e costantemente sulla difensiva.
Un ultimo accenno va fatto alla questione del “salvataggio” degli ebrei nel
Governatorato di Dalmazia annesso all’Italia. Quando lo Stato Indipendente
Croato fu sconvolto dai primi pogrom antiebraici (contemporaneamente
all’inizio delle stragi contro i serbi), molti ebrei lì residenti (compresi
numerosi profughi dai territori già controllati dai nazisti) cercarono e
trovarono rifugio nella Dalmazia italiana.112 Nel corso del 1942 le autorità
croate e tedesche chiesero più volte – senza successo – al generale Roatta la
consegna degli ebrei rifugiati; infine, l’anno successivo, la Seconda armata ne
trasferì la maggior parte (circa 2500 individui)113 in una sezione speciale del
campo di concentramento di Arbe, dove sopravvissero fino al settembre del
1943.114
Le ragioni di questo comportamento non sono ancora state del tutto
chiarite. Ad animare i generali italiani non era certamente l’interesse
“umanitario” per gli ebrei perseguitati, sebbene tale persecuzione suscitasse
critiche anche dal punto di vista morale e culturale. Tuttavia non credo ci
fosse il recondito scopo di ottenere da parte degli Alleati un migliore
trattamento nelle condizioni di resa, com’è stato sostenuto,115 dal momento
che questa operazione venne portata avanti nel corso del 1942, cioè quando le
forze dell’Asse erano vincenti su tutti i fronti. Mi sembra più plausibile che si
volesse piuttosto affermare, attraverso un gesto soprattutto simbolico,
l’autonomia delle forze armate italiane di fronte alla prepotenza dell’alleato
germanico.
Si tratta di una questione marginale nella vicenda dell’occupazione italiana
in Jugoslavia e che riguarda poche migliaia d’individui (rispetto alle decine di
migliaia di jugoslavi uccisi, incarcerati o concentrati nei campi), i quali
comunque sono sopravvissuti solo grazie all’ostinazione degli alti comandi
italiani, verso i quali hanno dimostrato perpetua riconoscenza. È paradossale
che proprio il generale Roatta, considerato dal governo jugoslavo fra i
peggiori criminali di guerra italiani, venga ricordato in Israele come uno dei
pochi che protessero gli ebrei europei dall’annientamento.116

75. Dopo i pioneristici studi di Angelo del Boca sulle occupazioni in Libia e Africa orientale, vorrei
ricordare: Rodogno D., Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in
Europa (1940-1943), Torino 2003; Rochat G., Le guerre italiane 1935-1943, Torino 2005; e il volume
collettaneo curato da Luigi Borgomaneri, Crimini di guerra. Il mito del bravo italiano tra repressione
del ribellismo e guerra ai civili nei territori occupati, Milano 2006.
76. Facendo riferimento alla cinematografia, forse uno dei più potenti veicoli di costruzione
dell’immaginario, vorrei ricordare il successo internazionale di un film come Mediterraneo (di Gabriele
Salvatores, Italia, 1991), il melenso buonismo della produzione americana Il mandolino del capitano
Corelli (Captain Corelli’s mandolin, USA, 2000, di John Madden), ed infine l’insistito vittimismo del
recente prodotto televisivo Il cuore nel pozzo (di Alberto Negrin, Italia, 2005).
77. Capogreco C.S., I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Torino
2004; Kersevan A., Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Udine 2003; Id., Lager
italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento per civili jugoslavi 1941-1943, Roma 2008.
78. Mi riferisco alle recenti polemiche politiche che hanno coinvolto anche Slovenia e Croazia, oltre
che alla continua insistenza mediatica sulla questione, e alle numerose pubblicazioni a carattere
scientifico o divulgativo: Petacco A., L’esodo, Milano 1999; Pupo R., Il lungo esodo, Milano 2005;
Cernigoi C., Operazione foibe tra storia e mito, Udine 2005.
79. Ma anche in Grecia e, in parte, in Francia (per il caso francese cfr. Emprin G., L’esercito
italiano in Francia: una occupazione paradossale, in Crimini di guerra, pp. 75-86).
80. È la cifra risultante da numerose richieste di estradizione, consegnate in varie fasi, alcune rivolte
direttamente al governo italiano, altre alle Nazioni Unite. Cfr. Focardi F., Criminali impuniti. Cause e
responsabilità della mancata Norimberga italiana, in Crimini di guerra, pp. 133-178.
81. Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), a cura di Di Sante
C., Verona 2005.
82. Mi riferisco soprattutto alle ricerche di studiosi serbi sui crimini commessi dagli Ustaša, ad
esempio: Bulajić M., Never again. Ustashi Genocide in the Indipendent State of Croatia (NDH) from
1941-1945, Beograd 1991; e a quelle di autori croati sulle violenze dei Četnici, ad esempio: Sobolevski
M., Uloga četnika u Nezavisnoj državi Hrvatskoj, in «Časopis za suvremenu povijest», 3 (1995), pp.
627-644.
83. Segnalo in particolare i numerosi lavori pubblicati da Tone Ferenc, molti anche tradotti in
italiano. Per esempio: Ferenc T., La deportazione di massa della popolazione jugoslava nella seconda
guerra mondiale, in Spostamenti di popolazione e deportazioni in Europa, 1939-1945, Bologna 1987;
Id., Il collaborazionismo in Slovenia e in Venezia Giulia, in Una certa Europa. Il collaborazionismo
con le potenze dell’Asse 1939-1945. Le fonti, a cura di L. Cajani, B. Mantelli, Brescia 1992.
84. Si veda il recente volume di Andrijaševic Z., Rastoder S., Istorija Crne Gore, Podgorica 2006,
nel quale si esalta il ruolo delle formazioni politico-militari separatiste montenegrine, i cosiddetti
Zelenaši (Verdi).
85. Recentemente James Burgwyn ha parlato di 487.000-530.000 vittime. Cfr. Burgwyn H.J.,
L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia 1941-1943, Gorizia 2006, p. 82.
86. Nel suo libro dedicato all’arcivescovo di Zagabria Alojzije Stepinac, certamente un lavoro di
denuncia ma molto ben documentato, Marco Aurelio Rivelli parla di 240.000 persone. Cfr. Rivelli
M.A., L’Arcivescovo del genocidio, Milano 1999.
87. Numerosi documenti testimoniano l’imbarazzo dei rappresentanti diplomatici e del partito
fascista di fronte alle proteste croate. L’inviato del PNF in Croazia, Eugenio Coselschi, era compiaciuto
degli ustaša, «intransigentissimi nei loro metodi totalitari e rivoluzionari. Il che dovrebbe piacere a noi
fascisti» (ACS, S.P. Duce, C.R, b. 71, Coselschi, lettera del 10 agosto 1941), mentre il ministro italiano
a Zagabria, Raffaele Casertano, sosteneva che il «pietismo verso serbi ed ebrei […] rimane causa
profonda incomprensione tra militari italiani e ustasi» (Casertano R., lettera del 6 agosto 1941, citata in
Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1941), Roma 1985, p. 584).
88. È il caso per esempio del noto vojvoda Momčilo Đujić, un pope ortodosso della zona di Knin,
fuggito nella Dalmazia italiana e rientrato come leader militare di una formazione ribelle, cfr. Popović
J., Lolić M., Latas B., Pop izdaje. Četnički vojvoda Momčilo Djujić, Zagreb 1988.
89. Per i dettagli di queste operazioni in due aree specifiche dello Stato Indipendente Croato
rimando al mio: Gobetti E., L’occupazione allegra. Italiani in Jugoslavia 1941-1943, Roma 2007.
90. Almeno in un caso, quello del massacro della popolazione musulmana di Foča nell’estate del
1942, sembra ci sia stata una preventiva autorizzazione da parte italiana; cfr. Zbornik dokumenata i
podataka o narodnooslobodilačkom ratu naroda Jugoslavije, t. XIV, Četnička dokumenta, knj. 1,
Beograd 1981, br. 130, relazione del leader četnico Dobroslav Jevdjević, s.d. ma seconda metà luglio
1942.
91. L’ipotesi che fosse una vera e propria mentalità coloniale ad animare i responsabili della politica
italiana in Jugoslavia è stata proposta per la prima volta da Sala T., Guerra e amministrazione in
Jugoslavia 1941-1943: un’ipotesi coloniale, in L’Italia in guerra (1940-1943), a cura di P.P. Poggio, B.
Micheletti, Brescia 1990-1991, pp. 83-94.
92. Circa la politica di mediazione portata avanti dalle autorità militari italiane nello Stato
Indipendente Croato rimando nuovamente a Gobetti, L’occupazione allegra.
93. Cfr. Italiani senza onore.
94. Si veda a questo proposito il volume di Scotti G. e Viazzi L., Le aquile delle Montagne Nere.
Storia dell’occupazione e della guerra italiana in Montenegro (1941-1943), Milano 1987, di certo non
pregiudizialmente anti-jugoslavo.
95. La memorialistica italiana ha spesso sostenuto il contrario. Più volte si è fatto riferimento
all’«eccidio bestiale e totale dei 700 tra ufficiali e soldati del presidio di Prozor» durante la battaglia
della Neretva nel febbraio del 1943: cfr Zanussi G., Guerra e catastrofe d’Italia, Roma 1945, p. 243;
nella realtà si tratta di un evento che conferma la consuetudine di fucilare solo gli ufficiali, facendo
prigionieri i soldati: cfr. Bassi M., Due anni fra le bande di Tito, Bologna 1950, p. 106.
96. Si veda a questo proposito l’impressionante diario di un cappellano militare di stanza in
Slovenia, recentemente riedito: Brignoli P., Santa Messa per i miei fucilati, in Pagine di storia
“rimosse”, a cura di E. Vigna, Varese 2005, pp. 105-190. La prima edizione dell’opera risale al 1973,
quando fu pubblicata dalla Longanesi.
97. I dati scaturiscono dalle meticolose ricerche di Tone Ferenc, che ha indicato la cifra di 1.569
sloveni uccisi dagli italiani con o senza giudizio e 1.376 vittime della deportazione. Cfr. Ferenc T., “Si
ammazza troppo poco”. Lubiana 1941-43, Ljubljana 1999, p. 27.
98. Senza contare le vittime per fame o malattie causate dai rastrellamenti e dalla politica di “terra
bruciata”.
99. Focardi F., “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini
incrociate, in «Storia e memoria», 1 (1996), pp. 55-83.
100. Due versioni non integrali della circolare si possono trovare sul sito www.criminidiguerra.it e
in Legnani M., Il “ginger” del generale Roatta, in «Italia contemporanea», 209-210 (1997-1998), pp.
155-174.
101. Sono molto numerosi gli ordini repressivi emanati da singoli generali prima e dopo la circolare
3C, che ne ricalcano i contenuti. Notissimo lo scatto d’ira del comandante dell’XI corpo d’armata
Mario Robotti (in seguito comandante della Seconda armata): «Si ammazza troppo poco!», citata in
diverse ricerche, questa frase dà il titolo ad almeno due volumi: Ferenc, “Si ammazza troppo poco”;
Oliva G., “Si ammazza troppo poco”. I crimini di guerra italiani 1940-43, Milano 2006.
102. Giudizio espresso dagli stessi autori della circolare nelle loro memorie. Cfr. Zanussi, Guerra e
catastrofe d’Italia; Roatta M., Otto milioni di baionette, Milano 1946.
103. Più significative quelle jugoslave; per fare solo un esempio fra i tanti, in una serie di interviste
da me recentemente condotte ho appurato che l’ordine di incendiare per rappresaglia il villaggio di Bol
sull’isola di Brač, nell’agosto del 1943, venne eseguito solo in parte dai soldati preposti (interviste
dell’autore, Bol, agosto 2007).
104. La cifra ufficiale è di 109.437. Cfr. Human and Material Sacrifices of Yugoslavia in her Efforts
1941-1945, a cura della War Reparations Commission. Federative People’s Republic of Jugoslavia,
Beograd 1945, p. 52.
105. Su questo concordano i diari, la memorialistica e perfino alcuni documenti ufficiali dei
comandi superiori.
106. Capogreco, I campi del duce.
107. Capogreco C.S., Una storia rimossa dell’Italia fascista. L’internamento dei civili jugoslavi
(1941-1943), in «Studi storici», 1 (2001), pp. 220-229.
108. Secondo Stephen Clissold, furono 5000 le vittime civili della repressione; cfr. Le aquile delle
Montagne Nere, p. 243.
109. Per una ricostruzione dettagliata delle operazioni militari italiane in Slovenia si veda Cuzzi M.,
L’occupazione italiana della Slovenia, 1940-1943, Roma 1998.
110. La media si aggira sulle 75.000 unità in Montenegro (Giorgio Rochat, Le guerre italiane) e
45.000 in Slovenia (Ferenc, Gli italiani in Slovenia 1941-1943).
111. Sulla polemica si veda la dettagliata ricostruzione di Talpo O., Dalmazia. Una cronaca per la
storia (1942), Roma 1990 (orientato a privilegiare il punto di vista militare).
112. Non tutti ci riuscirono e ci furono alcuni casi noti di respingimento alla frontiera, in particolare
a quella di Fiume, dunque al confine con una regione italiana pre-guerra, non con il Governatorato di
Dalmazia.
113. Secondo i dati raccolti dalle autorità italiane nel febbraio del 1943 gli ebrei da concentrare ad
Arbe sarebbero stati 2661, di cui 1485 jugoslavi, cfr. Millo A., L’Italia e la protezione degli ebrei nelle
zone occupate della Iugoslavia, in L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), a cura di L.
Monzali, F. Caccamo, Firenze 2008 p. 368. Ne risulterebbero poi realmente internati 2244, cfr.
Kersevan, Lager italiani, p. 161.
114. Una parte dei sopravvissuti entrò a far parte di una brigata ebraica dell’esercito titoista. Cfr.
Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, pp. 447-459.
115. Ad esempio in Rodogno D., Italiani brava gente? Fascist Italy’s Policy Towards the Jews in
the Balkans, April 1941-July 1943, in «European History Quarterly», 35 (2005), pp. 213-240.
116. Shelah M., Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli Ebrei in
Dalmazia (1941-1943), Roma 1991.
THOMAS SCHLEMMER
Il Regio Esercito sul fronte russo.
Esperienza e memoria

1. La campagna di Russia e le ombre lunghe della memoria


La guerra contro l’Unione Sovietica ha provocato una profonda cicatrice
nella memoria collettiva italiana. La suggestiva miscela di poesia e verità,
riconfermata da innumerevoli testimonianze, si era consolidata ben presto,
tanto da far apparire superfluo ogni esame critico. Al contrario, il mito della
lotta e della sconfitta dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR) entrò
rapidamente a far parte del catalogo dei canoni quasi sacri della storia d’Italia
nella Seconda Guerra mondiale.
Che la campagna di Russia sia potuta diventare rapidamente un cardine
nella memoria collettiva, dipende non ultimo dal numero delle vittime.
Infatti, secondo le cifre ufficiali, dei 230.000 soldati dell’ARMIR, circa
85.000 persero la vita in battaglia o caddero prigionieri.117 La fine
dell’ARMIR ha però condizionato anche il modo in cui la guerra di
Mussolini contro l’Unione Sovietica è stata ricordata. Tale memoria si fonda
su quattro assiomi che possono essere descritti con i seguenti concetti:
«vittimismo», «ignoranza», «eroismo» e «Italiani brava gente». Si è
affermata infatti una memoria che descrive gli italiani come vittime di una
guerra non sentita e non voluta, che ne elogia le azioni a favore delle
popolazioni locali, che condanna il comportamento dei falsi alleati tedeschi e
che si concentra sulle fasi drammatiche della ritirata e della prigionia,
affrontate con eroismo e pagate con gravi lutti e sofferenze. La base di questi
modelli interpretativi fu posta già durante la guerra e fu rafforzata dopo il
1945. La memoria della guerra contro l’Unione Sovietica risulta dunque
relativamente omogenea, assume tratti tragici e non lascia nessun dubbio su
chi siano i buoni e i cattivi. Ciò ha reso più facile ai reduci del fronte
orientale, rispetto ai loro commilitoni impiegati ad esempio nei Balcani,
raccontare le proprie esperienze, tanto più che tali testimonianze venivano
ben accolte dall’opinione pubblica, e non raramente percepite come un valido
contributo alla costruzione di un discorso patriottico.118
Di norma si attribuisce alla guerra in generale, e alla divisa in particolare,
la capacità di livellare in notevole misura le differenze culturali o sociali, e di
plasmare il soldato mediante l’uniforme vita militare. Ma in realtà questa
visione risulta poco meditata. La struttura gerarchica dell’apparato militare
ostacola infatti la formazione di un’esperienza unitaria che viene resa ancora
più difficile, in tempi di guerra, da elementi imponderabili e fatti accidentali
che hanno luogo, in modo particolare, nel corso dei conflitti armati. Fattori
individuali, come appartenenza generazionale, grado d’istruzione e posizione
politica, capaci di determinare l’interpretazione degli avvenimenti,
contribuiscono a loro volta a non rendere mai omogenea quella che
chiamiamo l’esperienza di guerra. Oltre a ciò, a causa dei processi evolutivi
individuali e di influenze esterne, la memoria è sottoposta a una continua
rielaborazione. L’approccio basato sulla storia dell’esperienza, pertanto, svela
non ultimo le contraddizioni tra l’esperienza individuale di guerra da una
parte e la memoria collettiva dall’altra. Questo è l’obbiettivo anche del
presente contributo che si avvale ugualmente di fondi archivistici sia tedeschi
sia italiani.119

2. Aspetti della campagna di Russia nella prospettiva


di una storia dell’esperienza
Un esame di lettere da campo, di diari inediti e di relazioni delle
commissioni per la censura rivela quanti soldati si esprimessero in favore
della guerra contro l’Unione Sovietica e non si stancassero di lodare il
proprio forte spirito combattivo. A fine maggio 1942, ad esempio, un
appartenente al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) scrisse alla sua
famiglia: «[N]oi giovani Italiani con le nostre armi e il nostro corraggio
[sic!], sapremo dare alla nostra bella Italia la certezza della Vittoria come il
nostro amato Duce vuole, il morale è sempre altissimo».120 Certo, è facile
trovare anche tante citazioni che rivelano stanchezza nel fare la guerra,
nostalgia di casa e paura. Tuttavia, le assicurazioni d’altro tenore sono troppo
numerose per poterle accantonare, tanto più che in alcune fonti, come nei
rapporti sul morale della truppa stilati presso le Grandi Unità o dagli ufficiali
di collegamento tedeschi, si rispecchia un atteggiamento analogo. Il generale
comandante del CSIR, Giovanni Messe, terminò, nel bel mezzo dell’inverno
russo, un suo rapporto dettagliato «sull’efficienza morale e le condizioni
spirituali delle truppe» non per caso con le seguenti frasi:
L’ambiente è fondamentalmente sano, lo spirito elevato, il morale buono. Attraverso contatti con
questo mondo nuovo e con gente nuova, il nostro soldato ha imparato ad apprezzare maggiormente
la Patria ed ha acquisito una particolare fierezza di se stesso per quel senso di equilibrio, di civiltà,
di forza che egli ormai sente particolari prerogative della razza latina. Gli sforzi, il tormento fisico e
morale al quale è sottoposto da sette mesi di ininterrotta e durissima attività bellica, la percezione
delle prove che ancora l’attendono, non ne hanno fiaccato lo spirito.121
Se prescindiamo da alcuni stati d’animo di breve durata, se tagliamo le
punte di euforia e depressione causate dall’andamento della guerra, e
mettiamo in conto che non pochi soldati volevano tranquillizzare i loro cari a
casa, o temevano la censura, si delinea il quadro seguente: la motivazione dei
soldati e il loro spirito combattivo non davano motivo di preoccupazione ai
comandi militari. La durezza della guerra sul fronte orientale lasciava
senz’altro profonde tracce; tuttavia, gli effetti negativi riguardavano piuttosto
lo stato fisico dei soldati, ma non minavano nel profondo, né tanto meno
distruggevano, il morale della truppa. Quando l’Armata Rossa iniziò, nel
dicembre 1942, la sua offensiva contro l’ARMIR, non s’imbatté per niente in
formazioni demoralizzate che avrebbero accettato prontamente il loro
destino.
Il morale della truppa e la motivazione interiore dei soldati crollarono solo
di fronte allo sfondamento sovietico, alla ritirata con tutti i suoi effetti
collaterali, e al trasferimento dei soldati sopravvissuti dall’Ucraina alla
Bielorussia. Questo crollo si rivelò irreversibile nonostante tutte le
contromisure, colpì ufficiali e truppe allo stesso modo, e provocò un
profondo cambiamento dell’orientamento interiore, con cui i soldati italiani
avevano fino ad allora giudicato la campagna di Russia.
Ma perché il morale delle divisioni italiane rimase intatto così a lungo, e
non fu minato presto dalla consapevolezza di rischiare la vita in una guerra
tedesca? Ciò ci riporta al problema centrale dei motivi e degli obiettivi per i
quali i soldati italiani credevano di combattere. Nei documenti si rispecchia
tutto un insieme di motivi e d’intenzioni, con le quali i soldati tentavano di
giustificare la guerra al fronte orientale. Nel loro sforzo di dare un senso alle
proprie azioni e al proprio dolore, gli uomini, di norma giovani e poco
istruiti, dovevano ricorrere a modelli interpretativi ricevuti dalla famiglia e
dalla patria, perché essi stessi erano difficilmente in grado di sviluppare
propri criteri di valutazione. Non meraviglia pertanto se, nelle lettere dal
fronte, dominavano, accanto a motivi più o meno apolitici, come il desiderio
di far onore alla tradizione familiare o quello di vendicare dei commilitoni
caduti, soprattutto le convinzioni patriottiche e gli elementi ideologici
fascisti, nei quali erano cresciuti la massa dei soldati e i loro giovani
ufficiali.122
Un terreno particolarmente fertile sembra aver trovato la propaganda
anticomunista, anzi l’anticomunismo divenne l’anello centrale di
congiunzione tra il regime fascista e i suoi soldati sul fronte russo. Le
cartoline illustrate della posta militare italiana costituirono uno dei mezzi
favoriti per diffondere la propaganda del regime senza dover spendere troppe
parole.123 Il bolscevismo fu presentato quale bestia feroce, nemico della
civilizzazione europea e minaccia mortale per la propria famiglia; i soldati
dell’Armata Rossa furono considerati esseri di razza inferiore. Sull’esempio
tedesco, la propaganda contro l’avversario ideologico s’intrecciò con quella
contro l’avversario razziale: l’ebraismo. Nella rivista «La Difesa della
Razza», punta di diamante del razzismo di Stato nella pubblicistica, la
rivoluzione d’ottobre fu presentata ripetutamente come una manovra
orchestrata dietro le quinte dagli ebrei.124 E a fine agosto 1941 Guido Landra,
uno dei preminenti propugnatori del razzismo biologico in Italia, s’affrettò a
spiegare ai soldati del CSIR da una parte il nesso tra bolscevismo ed
ebraismo, e dall’altra l’importanza pericolosa dei commissari politici
prevalentemente ebraici.125 Non raramente i soldati italiani raccolsero questo
messaggio nelle loro lettere dal fronte, dove l’anticomunismo, il razzismo e
l’antisemitismo confluirono talvolta per creare una miscela aggressiva. Un
bersagliere della 3a divisione celere scrisse nel maggio 1942 a sua madre:
Pensare che voi vi immaginate che io soffra e sopporti disagi di ogni genere. Poi anche se ci fossero
sarei pronto a sopportarli per il bene e la sanità della nostra causa. Chi combatte per portare pane e
giustizia nella nostra Europa che fino ad ora era vessata dal giudaismo e dal capitalismo anglo-
sassone il quale per poter arginare questa forza giovane ed irrompente guidata dalla volontà ferma e
intelligente del Duce e Hitler si è coniugato col bolscevismo facendo l’unione più paradossale che si
possa immaginare. Infatti chi comanda il capitalismo? L’ebreo. Chi comanda in Russia? L’ebreo.
Loro sono i vessilliferi della morte. Loro sono che spingono alla morte la migliore gioventù. In loro
ricadrà la spada della giustizia impugnata dall’Asse.126
Con questo schema di giustificazione alla mano, i soldati potevano sentirsi,
a scelta, protettori della loro patria e famiglia, liberatori di un popolo
schiavizzato dal bolscevismo, portatori della civilizzazione, o addirittura
missionari sulle orme di Cristo. In altre parole, essi scambiavano il ruolo
dell’aggressore con quello del difensore impegnato in una guerra giusta.
Questo meccanismo mi sembra sia stato uno dei presupposti decisivi affinché
molti soldati italiani accettassero la guerra contro l’Unione Sovietica anche
come la loro guerra. Evidentemente non tutti gli italiani sul fronte orientale
erano fascisti militanti. Ma il messaggio centrale di questa guerra veniva
annunciato non solo dalla dirigenza fascista, ma anche da un’altra autorità,
cioè da parte della Chiesa cattolica. La guerra contro l’Unione Sovietica mutò
in tal modo in una crociata contro il bolscevismo, o in una guerra santa contro
i «senza Dio». L’immagine della guerra contro l’Unione Sovietica come
crociata contro il comunismo era dunque doppiamente legittimata,127 e ciò
avrà rafforzato decisamente la portata della propaganda antibolscevica
soprattutto tra quei soldati che erano solo debolmente legati al fascismo o si
distanziavano addirittura dal regime. In ogni caso, in molte lettere ci si mostra
convinti di lottare contro gli atei anche nel nome della Chiesa. In questo
senso osservò un sottotenente nell’estate del 1941: «[L]a Russia è nostra
nemica; guerra giusta, guerra santa contro il fiero mostro di Mosca, guerra
sentita da tutti noi, da tutta l’Europa cristiana e civile […]».128
Ma la ricerca ha ripetutamente messo in dubbio l’efficacia della
propaganda fascista. Si è affermato che le parole d’ordine ideologiche
trovarono un terreno fertile solo all’inizio della campagna: quando i soldati
italiani si sarebbero accorti che gli uomini nei territori conquistati
dell’Unione Sovietica non erano bestie, ma contadini poveri come loro, non
avrebbero più dato nessun credito alla propaganda fascista.129 Le fonti,
tuttavia, confermano questa tesi solo in parte. Certo, ci sono testimonianze
che parlano della gentilezza e della buona volontà della popolazione civile, o
anche della compassione dei soldati italiani per i bambini affamati. Da non
poche lettere si deduce, però, che gli stereotipi della propaganda fascista
erano penetrati profondamente nella coscienza dei soldati, e servivano loro
come criterio di valutazione per quello che stavano vedendo nell’Unione
Sovietica. In questa maniera la guerra italiana contro l’Unione Sovietica
rimase, in linea di massima, collegata a quella tedesca. L’impregnazione
ideologica delle forze armate italiane, e la loro integrazione nel sistema di
dominio fascista, non connobbero sicuramente i livelli raggiunti in Germania.
Ma perché la truppa potesse prendere parte alla guerra di sterminio sul fronte
orientale, non occorreva probabilmente una visione del mondo compatta;
come si presume oggi, bastavano disposizioni mentali, «alimentate da
elementi» ideologici, che permettessero «al singolo soldato […] di
giustificare il suo agire davanti a se stesso, o di non metterlo semplicemente
in discussione».130
Confermano questa tesi non poche lettere dal fronte in cui ci si mostra
convinti di una superiorità di fondo; i loro contenuti non solo erano
compatibili con i modelli interpretativi razzisti, ma in parte ne erano
permeati. In queste lettere il presunto «paradiso sovietico» veniva
ripetutamente descritto come inferno, e i suoi abitanti venivano diffamati con
tutti gli epiteti possibili. I russi, si legge, sono barbari, brutti, cattivi, vili e
crudeli, incivili, traditori, sporchi e pidocchiosi. Come, però, ha constatato
Klaus Latzel dopo l’esame di molte lettere tedesche dal fronte orientale, con
tale linguaggio «non si ponevano in evidenza in primo luogo delle condizioni
di vita, ma si denunciavano uomini».131 Scrivendo lettere di tale contenuto, i
soldati tracciavano una netta linea di separazione tra sé e gli abitanti dei
territori occupati; anzi, essi dubitavano addirittura che fossero uomini come
loro. Un appartenente al 4o reggimento contraerea ad esempio riferì a un suo
amico:
[…] ebbi modo di osservare e conoscere la famosa Russia e il tanto decantato paradiso sovietico, e ti
giuro che le mie impressioni sono state pessime. Uomini e cose allo stato primitivo, città e paesi
scalcinati e fatti esclusivamente di capanne di paglia e fango. Gente brutta sudicia che hanno più del
bestiale che dell’umano. Bimbi gracili, malati, trascurati che destano compassione. Ogni tanto dalle
capanne escono maiali e persone, vivono insieme e dormono pure insieme. […] La bellezza del
Regime bolscevico è chiara e evidente […].132
Erigere da una parte un rigido muro tra civilizzazione e barbarie, cancellare
il confine tra uomo e bestia dall’altra parte, pregiudicava però non solo il
giudizio dei soldati sul loro ambiente, ma poteva influenzare anche il loro
agire nell’Unione Sovietica, nelle particolari condizioni della guerra di
sterminio basata sull’ideologia razzista. In ogni caso, tali modi di pensare
avranno incrementato la disponibilità a ricorrere ad atti di violenza contro
combattenti e non combattenti, allentato i vincoli di civiltà, e minato alla
matrice le disposizioni del diritto internazionale.
Siamo arrivati alla difficile questione di come i soldati italiani si ponessero
di fronte all’orgia di annientamento scatenata nell’Unione Sovietica dalla
Germania nazista. Che questa guerra non fosse paragonabile a quanto
avevano visto fino allora, e che gli alleati tedeschi procedessero con una
consequenzialità micidiale non solo contro l’avversario militare, ma anche
contro quello ideologico, evidentemente non rimase nascosto alle truppe
italiane. Già dopo alcune settimane i soldati del CSIR riferirono che si
fucilavano dei commissari politici dell’Armata Rossa, dei prigionieri di
guerra, ma soprattutto degli ebrei.133
L’arco delle reazioni era molto ampio, cominciando dalla compassione per
gli assassinati, dall’aperto ribrezzo per le atrocità commesse dai tedeschi, per
arrivare all’indifferenza o, addirittura, alla comprensione per i provvedimenti
presi dagli alleati. La comprensione era particolarmente forte quando era in
gioco la sicurezza della truppa o il mantenimento dell’ordine nelle retrovie
del fronte. In questi casi, l’accordo tra tedeschi e italiani poteva essere
talvolta molto vasto.134 Un gruppo di combattimento condotto dal colonnello
Mario Carloni guidò, ad esempio, due “spedizioni punitive” insieme a reparti
tedeschi nei pressi di Dnepropetrovsk, distruggendo interi villaggi e
uccidendo una parte degli abitanti.135 Come i tedeschi, anche generali italiani
dichiaravano gli ebrei responsabili per la tenace resistenza dell’avversario e
per la guerra partigiana. Il generale Messe proibì a tutti i soldati del suo corpo
di spedizione di aver contatti con gli ebrei, dicendo che essi minacciavano la
vita dei soldati.136 E poco dopo attribuì, in modo generico, ai comunisti e agli
ebrei gli atti di sabotaggio compiuti alle spalle delle unità italiane.137 Questo
sospetto generalizzato non rimase evidentemente senza effetto. Quando i
tedeschi pretesero la consegna di gruppi di ebrei a Rykovo e nella zona di
Gorlovka, le autorità italiane li consegnarono, mandandoli a morte sicura.
Ciononostante, i crimini commessi nei territori occupati della Polonia e
dell’Unione Sovietica non costituivano un elemento centrale nella vita
quotidiana dei soldati. Vi si riferivano infatti solo di rado nelle loro lettere dal
fronte, e quando tornavano in patria, altri erano i temi principali delle loro
conversazioni. In molte testimonianze del dopoguerra invece il racconto dei
misfatti tedeschi assume un ruolo particolare, sia per sottolineare la
fondamentale differenza tra tedeschi e italiani, sia per accentuare il valore di
queste osservazioni per la propria maturazione individuale.138 Come si spiega
tale contraddizione? A parte il fatto che nei tempi della dittatura non pochi
avranno preferito tacere, si deve soprattutto presumere che solo a guerra finita
la maggioranza dei soldati sia stata in grado di porre le proprie esperienze in
un contesto più largo, e di rivalutarle. In altre parole: mentre la stella gialla
sui vestiti di ebrei polacchi o russi valeva, nel 1942, al massimo una foto per
curiosità o una breve annotazione nel diario, dopo il 1945 la stessa stella è
stata elevata a simbolo di un crimine contro l’umanità – l’assassinio degli
ebrei d’Europa. La conoscenza diretta della persecuzione e
dell’emarginazione degli ebrei non può aver colto i soldati dell’ARMIR di
sorpresa – almeno non tanto quanto appare spesso in retrospettiva. Perché
solo nel maggio 1942, e con un grande frastuono propagandistico, il regime
fascista aveva precettato gli ebrei italiani a scopo di lavoro,139 e per la propria
propaganda antisemita ci si era serviti anche dei provvedimenti, presi dagli
alleati tedeschi, come i lavori forzati o la stigmatizzazione mediante la stella
gialla.140
La sovrapposizione di diversi contesti di esperienza, oppure la rimozione
della memoria individuale con quella collettiva appare anche a proposito del
rapporto tra i soldati italiani e tedeschi sul fronte orientale. La maggior parte
degli autori non si stanca mai di dipingere questo rapporto coi colori più neri,
ma in verità l’Asse tedesco-italiano in Russia non ha funzionato così male,
almeno fino al settembre 1942. Fin quando non mancarono i successi militari,
e si poté sperare in una fine vittoriosa, fin quando i tedeschi si mostrarono
gentili e gli italiani servizievoli, anche i rapporti tra i due alleati disuguali
rimasero soddisfacenti. Quando però i successi cominciarono a mancare, e
l’Armata Rossa si accinse al contrattacco, il rapporto italo-tedesco peggiorò
quasi quotidianamente.141
Fino allora i commilitoni della Wehrmacht avevano occupato solo un posto
secondario nella percezione dei soldati italiani. Si combatteva nello stesso
schieramento, si scambiavano gentilezze e decorazioni, e si organizzavano
partite di calcio; un ulteriore riavvicinamento veniva impedito già dalla
barriera linguistica che, anzi, provocava molti spiacevoli malintesi. Nelle
lettere dal fronte gli alleati tedeschi appaiono, casomai, in modo vago, con
l’attribuzione di stereotipi positivi o negativi. Non ultimo per questa ragione
rimaneva di norma vuota, nei rapporti dei censori, la rubrica «Apprezzamenti
sui nostri alleati».

3. Esperienze, memoria e uso pubblico della storia


Con la catastrofe militare dell’inverno 1942/43 cambiò tutto.142 Durante la
precipitosa ritirata verso ovest si verificarono delle scene inenarrabili; non
raramente dei soldati tedeschi e italiani si contendevano, con l’arma in pugno,
automezzi, viveri, alloggi. Dopo il crollo pressoché totale dell’ordine militare
la legge del più forte governava in tutta la sua brutalità. E quando il peggio fu
passato, gli uffici tedeschi competenti non si distinsero per le grandi premure
nei riguardi dei soldati italiani sopravvissuti che non raramente si sentivano
eroi, ma erano trattati come incapaci o vigliacchi. I due alleati tentarono di
addossare l’uno all’altro la colpa per il disastro, anche per sviare l’attenzione
dagli errori che ciascuno aveva commesso.
Le esperienze difficili da mandar giù, il crollo quasi totale della gerarchia
militare, e l’atmosfera tesa dopo la sospensione delle azioni militari,
provocarono soprattutto nei soldati più giovani una profonda «crisi dei valori
tradizionali»143 che poteva portare fino all’abbandono delle convinzioni fino
allora mantenute, e a una sostituzione della figura del nemico. Gli ex
compagni d’armi si tramutarono in traditori, da odiare ancora di più che non
durante la prima guerra mondiale,144 mentre le popolazioni dei territori
occupati divennero gli “unici amici del soldato italiano” sul fronte
orientale.145 Con una rapidità fulminea si diffusero notizie, secondo cui i
tedeschi, così potenti e ben equipaggiati, si sarebbero rifiutati di soccorrere i
loro commilitoni italiani bisognosi, mentre la popolazione civile avrebbe
diviso, altruisticamente, con gli italiani quel poco che le era rimasto. Che
questi racconti si basassero su fatti realmente accaduti o meno, che
distorcessero la realtà o ne esagerassero la consistenza, era di second’ordine,
come il fatto che durante le battaglie di ritirata le esperienze delle truppe
dell’Asse fossero state spesso simili.146 Oltre a ciò, si erano manifestati anche
atti di solidarietà cameratesca tra tedeschi e italiani da un lato, e gravi
contrasti tra soldati italiani dall’altro – per non parlare dell’uso della violenza
da parte di soldati italiani contro quelli tedeschi. Un’armata sconfitta cercava
una valvola per la sua rabbia e afflizione e, nello stesso tempo, nuovi modelli
per ricreare un’identità collettiva; il sopravvenuto prevalente spirito
antitedesco era utile soprattutto agli ufficiali che dopo la catastrofe dovevano
rilasciare dichiarazioni, giustificare il proprio atteggiamento, e infondere
nuova vita alle loro truppe.
Quando gli ultimi soldati italiani dal fronte orientale furono trasferiti in
patria, a fine maggio 1943, tornarono in un paese che rischiava di diventare
teatro di guerra, e che si trovava in una profonda crisi. In questo contesto la
dirigenza fascista riuscì solo parzialmente nei suoi sforzi di attirare dalla sua
parte i soldati di ritorno dall’Unione Sovietica. La caduta di Mussolini li rese
comunque obsoleti.
Tuttavia, i soldati sopravvissuti dell’ARMIR non rimasero soli con le
esperienze che avevano fatto sul fronte orientale. Le forze politiche nell’Italia
postfascista iniziarono un’offensiva propagandistica, offrendone anche un
modello esplicativo e interpretativo, nel quale potevano essere inserite le loro
esperienze. Vorrei limitarmi a ricordare che si trattava soprattutto di
sbarazzarsi dell’accusa di tradimento, formulata dai tedeschi e dai fascisti di
Salò, anzi di ritorcerla possibilmente contro gli accusatori, di incitare la
popolazione italiana alla lotta contro i tedeschi sempre più brutali per
contribuire quanto più possibile alla liberazione del paese dai «nazi-fascisti»,
e di spingere i tentennanti governi anglo-sassoni al compromesso, per offrire
all’Italia il passaggio il più morbido possibile dal campo dell’Asse a quello
degli Stati democratici. In questo contesto si evocò lo stereotipo del “cattivo
tedesco” e del “bravo italiano”, e si fece di tutto per far apparire gli italiani
come vittime della guerra e del fascismo.147 Questo uso politico della storia
sfociò in un «accorciamento» settoriale di una «esperienza della guerra molto
più vasta», e in una sostituzione della memoria della guerra a fianco dei
tedeschi con la memoria della guerra contro i tedeschi.148 In tal modo si
sanzionava il cambiamento della figura del nemico, iniziato dai soldati
dell’ARMIR già nell’Unione Sovietica, e si riduceva la campagna di Russia
praticamente alla ritirata dal Don con tutti i suoi orrori.

117. Cfr. Le operazioni delle unità italiane al fronte russo (1941-1943), a cura dell’Ufficio Storico
dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 20003, p. 487. Nuove stime tuttavia partono da numeri più
alti; cfr. Rapporto sui prigionieri di guerra italiani in Russia, a cura dell’Unione nazionale italiana
reduci di Russia, Cassano Magnago 1995, p. 20. Sul destino dei prigionieri di guerra, dei quali
tornarono solo circa 10.000, cfr. Giusti M.T., I prigionieri italiani in Russia, Bologna 2003.
118. Cfr. Bendotti A., Il disago della memoria, in «Annali. Studi e strumenti di Storia
contemporanea», 5 (2000), pp. 409-418, in part. p. 410.
119. Cfr. Schlemmer T., Zwischen Erfahrung und Erinnerung. Die Soldaten des italienischen
Heeres im Krieg gegen die Sowjetunion, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und
Bibliotheken», 85 (2005), pp. 425-466.
120. Museo Storico in Trento (d’ora in poi: MST), fondo Ufficio Censura postale di guerra di
Mantova, busta 2, fasc. 3, Stralci di corrispondenze provenienti dal CSIR, 13 giugno 1942, p. 5.
121. Archivio Storico dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (d’ora in poi:
AUSSME), fondo Messe, busta P, rapporto del Comando CSIR (Nr. 932/op. di prot. – firmato
Giovanni Messe) sul morale della truppa, 11 febbraio 1942.
122. Luigi Argentieri ha osservato: «Colpisce, anzi, nelle lettere dal fronte orientale il ricorrente
riferimento al codice del dovere e dell’onore, l’uso di un lessico di sapore risorgimentale, frutto della
cultura nazionalista e patriottarda che sostanzialmente accomunava ufficiali e soldati.», cfr. Argentieri
L., Messe. Soggetto di un’altra storia. Una radiografia dell’Italia tra passato e presente, Bergamo
1997, p. 71.
123. Cfr. alcune riproduzioni in: della Volpe N., Esercito e propaganda nella seconda guerra
mondiale (1940-1943), Roma 1998, p. 160 e sgg.
124. Cfr. ad esempio «La Difesa della Razza», 4, 19 (1941) e 5, 14 (1942).
125. Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi: ACS), MCulPop, Gabinetto, busta 135, fasc. Ante
Pavelic, Il Soldato. Edizione italiana del giornale romeno «Soldatul», n. 3, senza data (fine agosto
1941).
126. Citazione tratta da Pardini G., Sotto l’inchiostro nero. Fascismo, guerra e censura postale in
Lucchesia (1940-1944), Montespertoli 2001, p. 118.
127. Cfr. anche Rizzi L., Lo sguardo del potere. La censura militare in Italia nella seconda guerra
mondiale 1940-1945, Milano 1984, p. 112.
128. ACS, T-821/119, ff. 918-922 (in part. f. 921), Comando Supremo-SIM: Relazione (1-15 luglio
1941) sulla revisione della corrispondenza effettuata dalle Commissioni provinciali di censura postale.
129. Cfr. Della Volpe, Esercito e propaganda, pp. 89-97; cfr. pure Filatov G.S., La campagna
orientale di Mussolini, Milano 1979, pp. 117-136.
130. Cfr. Ganzenmüller J., Ungarische und deutsche Kriegsverbrechen in der Sowjetunion 1941-
1944. Eine kleine Konferenz in Freiburg und die methodischen Probleme eines Vergleichs, in
«Jahrbücher für Geschichte Osteuropas», 49 (2001), pp. 602-606, la citazione si trova a p. 605.
131. Latzel K., Tourismus und Gewalt. Kriegswahrnehmungen in Feldpostbriefen, in
Vernichtungskrieg. Verbrechen der Wehrmacht 1942-1944, a cura di H. Heer, K. Naumann, Hamburg
1995, pp. 447-459, qui p. 453.
132. MST, fondo Ufficio Censura postale di guerra di Mantova, busta 2, fasc. 3, Stralci di
corrispondenze provenienti dal CSIR, 7 novembre 1942, p. 3 e sgg.
133. ACS, T-821/119, ff. 818-823 (in part. f. 822 e sgg.), Comando Supremo-SIM: Relazione (1-15
novembre 1941) sulla revisione della corrispondenza effettuata dalle Commissioni provinciali di
censura postale, oppure ff. 789-791 (in part. f. 789), Comando Supremo-SIM: Relazione (16-31
dicembre 1941) sulla censura posta estera.
134. Cfr. Gentile C., Alle spalle dell’ARMIR. Documenti sulla repressione antipartigiana al fronte
russo, in «Il Presente e la Storia», 53 (1998), pp. 159-181.
135. Cfr. Schlemmer T., Das königlich-italienische Heer im Vernichtungskrieg gegen die
Sowjetunion. Kriegführung und Besatzungspraxis einer vergessenen Armee 1941-1943, in Faschismus
in Italien und Deutschland. Studien zu Transfer und Vergleich, a cura di A. Nolzen, S. Reichardt,
Gottinga 2005, pp. 148-175; Id., Invasori, non vittime. La campagna italiana di Russia 1941-1943,
Roma-Bari 2009, pp. 64-65.
136. AUSSME, DS II 444, Diario Storico CSIR, luglio/agosto 1941, allegato 41: Comando CSIR
(Nr. 3778 di prot. Op. – firmato Giovanni Messe) ai reparti sottoposti, 25 luglio 1941.
137. AUSSME, DS II 628, Diario Storico divisione “Pasubio”, settembre/ottobre 1941, allegato
224: Comando CSIR (Nr. 3377 di prot. ris. – firmato Giovanni Messe) ai reparti sottoposti, 18
settembre 1941.
138. Cfr. ad esempio Ascari O., La lunga marcia degli alpini nell’inferno russo (1942-43). La
campagna di Russia nei ricordi di un superstite, in «Nuova Storia contemporanea», VII/5 (2003), pp.
63-82, in part. p. 66 e sgg.; oppure Revelli N., L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella
seconda guerra mondiale, Torino 1971, p. L e sgg.
139. Cfr. Collotti E., Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Roma-Bari 2003, pp. 112-
117. Sulla propaganda che aveva accompagnato la precettazione a scopo di lavoro, cfr. «La Difesa della
Razza», 5, 16 (1942), con numerose fotografie.
140. Cfr. ad esempio «La Difesa della Razza», 4, 23 (1941), p. 16 e sgg., e 5, 16 (1942), p. 14 e sgg.
141. Cfr. Schlemmer, Invasori, non vittime, pp. 121-156; Die Italiener an der Ostfront 1942/43.
Dokumente zu Mussolinis Krieg gegen die Sowjetunion, a cura di T. Schlemmer, München 2005, pp. 1-
75.
142. Cfr. Massignani A., Alpini e Tedeschi sul Don. Documenti e testimonianze sulla ritirata del
Corpo d’Armata Alpino e del XXIV Panzerkorps Germanico in Russia nel gennaio 1943. Con il diario
di guerra del “Generale Tedesco Presso l’8a Armata Italiana”, Vicenza 1991.
143. Rochat G., Memorialistica e storiografia sulla campagna italiana di Russia 1941-1943, in Gli
Italiani sul fronte russo, a cura dell’Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e provincia, Bari 1982,
pp. 465-482, qui p. 470.
144. Cfr. Revelli N., Mai tardi. Diario di un alpino in Russia, Torino 2001, pp. 191 e 201.
145. Tolloy G., Con l’armata italiana in Russia, Milano 1968, p. 92.
146. Cfr. Schlemmer T., “Tedeschi a piedi”. Der Rückzug deutscher und italienischer Truppen vom
Don im Winter 1942-1943 am Beispiel des Grenadierregiments 318, in «Annali dell’Istituto storico
italo-germanico in Trento», 32 (2006), pp. 127-149.
147. Cfr. Focardi F., “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini
incrociate, in «Storia e memoria», V/1 (1996), pp. 55-84.
148. Klinkhammer L., Kriegserinnerung in Italien im Wechsel der Generationen. Ein Wandel der
Perspektive?, in Erinnerungskulturen. Deutschland, Italien und Japan seit 1945, a cura di Ch.
Cornelißen, L. Klinkhammer, W. Schwentker, Frankfurt 2003, pp. 333-343, in part. p. 336 e sgg.
FILIPPO FOCARDI
Criminali a piede libero.
La mancata “Norimberga italiana”

Come potenza occupante, l’Italia è stata responsabile durante il regime


fascista di numerosi crimini di guerra1 sia prima del secondo conflitto
mondiale in Libia, Somalia ed Etiopia2 sia nel corso della guerra in Albania,
Grecia,3 Jugoslavia4 e Unione Sovietica,5 e non sono mancati maltrattamenti
e sevizie qualificabili come crimini bellici anche nella Francia meridionale e
in Corsica.6 Le forze militari e di polizia italiane si macchiarono – soprattutto
in Africa e nei Balcani – di molti delitti simili per tipologia a quelli compiuti,
certo su più vasta scala, dagli alleati tedeschi e giapponesi: torture e violenze
generalizzate, saccheggi, incendi e bombardamenti di villaggi con uccisione
anche di donne e bambini, esecuzioni indiscriminate di partigiani,
prelevamento e soppressione di ostaggi per rappresaglia, deportazione di
migliaia di civili in campi di concentramento. Se l’Italia non si rese
responsabile di altri crimini esecrabili come lo sterminio tedesco degli zingari
e degli ebrei (ma la Repubblica sociale italiana partecipò attivamente alla loro
cattura e deportazione) o come lo sfruttamento sistematico della forza lavoro
straniera organizzato da tedeschi e giapponesi, essa tuttavia non esitò a
ricorrere nei suoi territori africani – in Libia e soprattutto in Etiopia –
all’impiego su larga scala di agenti chimici (vietati dalle convenzioni
internazionali) sia contro le truppe nemiche sia contro i civili, con risultati
devastanti.7
La storiografia non ha ancora fornito stime affidabili sulle vittime di tutte
queste azioni criminose. Quelle più attendibili come scala di grandezza –
ancorché da prendere con cautela – riguardano le colonie in Africa: secondo
Angelo Del Boca sono stati 100 mila, su una popolazione di 800 mila, i libici
vittime della conquista e dell’occupazione italiane,8 mentre per l’Etiopia,
Matteo Dominioni ha recentemente indicato la cifra di 200-250 mila morti
«per privazioni, in combattimento o per rappresaglie» nel periodo seguito
all’occupazione italiana (1936-41);9 cifra che a suo giudizio andrebbe
raddoppiata se si includono anche le perdite patite dall’Etiopia durante la
guerra di aggressione del 1935-36.10 Per quanto riguarda invece i Balcani,
Brunello Mantelli – sulla base delle ricerche condotte presso gli archivi delle
Nazioni Unite dal giornalista statunitense Michael Palumbo11 – ha indicato la
cifra di 100 mila vittime per la Grecia12 e di 250 mila per la Jugoslavia.13
Questi dati si basano sulle denunce inoltrate dai due paesi alla United Nations
War Crimes Commission di Londra, e devono essere probabilmente
ridimensionati per quanto riguarda la Jugoslavia, e comunque scomposti e
analizzati con cura. Il numero dei greci vittime dell’occupazione oltrepassa,
infatti, la cifra di centomila se si considerano anche le vittime della grande
carestia che colpì il paese nell’inverno 1941. Ma in questo caso la
responsabilità italiana è condivisa con gli alleati tedeschi. Assai arduo, se non
impossibile, risulta poi il calcolo delle vittime dell’occupazione italiana in
Jugoslavia (Slovenia, Dalmazia, Croazia, Montenegro). Il loro numero oscilla
per altro considerevolmente a seconda che si considerino o meno le uccisioni
commesse dalle varie formazioni collaborazioniste create o supportate dagli
italiani. In realtà, i soli dati affidabili di cui disponiamo sono relativi alle
vittime dell’occupazione italiana della Slovenia, una parte della quale, con la
capitale Lubiana, fu annessa nel 1941 dal Regno d’Italia.14 Su una
popolazione di circa 330 mila abitanti, sono state censite da Tone Ferenc
almeno 1.569 esecuzioni capitali di sloveni (con o senza processo) e 1.376
decessi nei campi di concentramento italiani,15 dove furono deportate 25 mila
persone, pari grossomodo all’8% del totale della popolazione.16 Nessuna
stima abbiamo invece per l’Unione Sovietica e l’Albania, su cui disponiamo
comunque di ricerche17 che confermano in entrambi i paesi le responsabilità
italiane per la repressione violenta del movimento partigiano con azioni di
rappresaglia contro i civili (nonché il coinvolgimento italiano nella
persecuzione degli ebrei in Russia). Come si vede, la storiografia presenta un
quadro ancora lacunoso, ma dal quale emerge – soprattutto per i crimini
commessi in Africa e nei Balcani – l’indicazione di un fenomeno di
dimensioni tutt’altro che trascurabili.
Al pari della Germania e del Giappone, anche l’Italia fu chiamata a rendere
conto dei crimini commessi.18 Tanto l’articolo 29 del cosiddetto «lungo
armistizio», sottoscritto il 29 settembre 1943 dal governo monarchico di
Badoglio, quanto l’articolo 45 del Trattato di pace, firmato dall’Italia
repubblicana il 10 febbraio 1947, avevano imposto al paese di consegnare gli
esecutori e i mandanti dei crimini alle nazioni aggredite dall’Italia fascista
che ne avessero chiesta l’estradizione; a cominciare dalla Jugoslavia, che
durante la seconda guerra mondiale aveva subito i delitti più numerosi e più
gravi. Furono circa 750 i criminali di guerra italiani richiesti da Belgrado,19
un numero compreso fra 110 e 180 quelli richiesti dalla Grecia, 142
dall’Albania, 30 dalla Francia, 12 dall’Unione Sovietica, 10 dall’Etiopia (che
infine limitò le proprie pretese a Pietro Badoglio e a Rodolfo Graziani).20 A
questi si aggiunsero circa 800 militari italiani, fra responsabili diretti e
testimoni, ricercati dagli Inglesi e dagli Americani per violenze e uccisioni
commesse contro i propri prigionieri di guerra. Le autorità alleate –
soprattutto quelle britanniche – condussero in Italia fra il 1945 e il 1946 una
serie di processi portando sul banco degli accusati circa cento militari italiani,
alcuni dei quali furono severamente puniti con la fucilazione, come ad es. il
generale Nicola Bellomo.21 Nessuno, però, delle centinaia d’ italiani accusati
di crimini contro i civili fu mai consegnato alle autorità dei paesi dove aveva
compiuto i suoi misfatti per esservi processato secondo quanto previsto dagli
accordi internazionali. Solo un pugno di malcapitati – arrestati in Jugoslavia,
Grecia o Albania dopo l’armistizio del settembre 1943,22 o caduti nelle mani
dei sovietici dopo la rotta dell’Armata italiana in Russia dell’inverno
1942/4323 – finì sotto giudizio scontando le proprie colpe (vere o presunte)
con la vita o con condanne detentive. Tutti gli altri – la gran massa – la fecero
franca. L’Italia, infatti, a differenza dei suoi alleati del Patto Tripartito che
subirono numerosi processi per i loro crimini di guerra, riuscì a garantire
l’impunità pressoché totale ai suoi criminali di guerra evitandone
l’estradizione. Come fu possibile quest’esito?
Il primo punto da sottolineare riguarda il diverso status internazionale
dell’Italia rispetto a Germania e Giappone. Se da un lato, infatti, l’Italia si
trovò dal settembre 1943 nella situazione di potenza nemica sconfitta
sottoposta a occupazione militare alleata con tutti i vincoli previsti
dall’armistizio (fra cui la consegna dei criminali di guerra), dall’altro lato,
tuttavia, essa conservò sempre un suo governo legittimo che, dopo la
dichiarazione di guerra alla Germania dell’ottobre 1943, fu riconosciuto dagli
Alleati come cobelligerante. Dunque una situazione ibrida, che consentiva
alcuni margini d’azione al governo italiano. E in effetti fin dall’ottobre-
novembre 1943 il governo Badoglio sviluppò una precisa linea difensiva a
favore dei militari e civili italiani accusati di crimini di guerra.24 Ricordiamo
che fra questi figuravano personaggi di spicco dell’establishment militare
rimasto al fianco del re Vittorio Emanuele III, a partire dai generali Vittorio
Ambrosio e Mario Roatta, rispettivamente Capo di stato maggiore delle Forze
Armate e Capo di Stato maggiore dell’Esercito, i quali – come ex-comandanti
della seconda armata in Jugoslavia – erano considerati dagli jugoslavi fra i
peggiori criminali di guerra (Roatta figurava senz’altro al primo posto).
Furono soprattutto il Ministero della Guerra e il Ministero degli Affari
esteri, guidati ai vertici dei loro apparati da personale che aveva fatto carriera
durante il fascismo e direttamente coinvolti nelle politiche di occupazione di
Mussolini, a sviluppare un’azione concertata tesa a eludere la consegna dei
criminali di guerra. Essa si basava su alcune linee di fondo: 1) la
rivendicazione del diritto di giudicare i criminali di guerra presso tribunali
italiani; 2) la rivendicazione del carattere umanitario delle occupazioni
italiane e dei meriti acquisiti nella protezione delle popolazioni civili, in
particolare degli ebrei; 3) la distinzione netta della condotta italiana rispetto a
quella brutale degli ex-alleati tedeschi, cui si univa la rivendicazione del
contributo prestato nella lotta contro la Germania dopo l’8 settembre 1943; 4)
la colpevolizzazione dei partigiani per l’imbarbarimento della guerra (questo
punto riguardava soprattutto i partigiani comunisti jugoslavi).
Come si vede, questa strategia difensiva aveva uno dei suoi pilastri
principali nella creazione e rivendicazione diplomatica dell’immagine
autoassolutoria del cosiddetto “bravo italiano”.25 Pur poggiando su alcuni
elementi di verità (come l’aiuto prestato in varie circostanze agli ebrei),26
essa era funzionale a coprire un altro aspetto della realtà: quello che aveva
visto gli italiani rivestire i panni di aggressori, occupanti indesiderati,
oppressori e carnefici.
Le due direttrici principali su cui fu impostata l’azione italiana furono la
preparazione di una «controdocumentazione» per rispondere alle accuse di
crimini di guerra (in primo luogo a quelle mosse dalla Jugoslavia,
l’accusatore più tenace) e la rivendicazione del diritto di giudicare in Italia i
presunti criminali di guerra.
Già nella primavera del 1944 il Ministero degli Esteri, su indicazione del
Segretario generale Renato Prunas, aveva iniziato a raccogliere
documentazione sui crimini commessi nell’Italia centro-meridionale dalle
truppe di colore (per lo più marocchini) inserite nel corpo di spedizione
francese, responsabili di migliaia di violenze carnali contro donne, ma anche
uomini italiani.27 Negli intendimenti di Prunas, tale dossier sarebbe tornato
utile per rispondere alle accuse di crimini di guerra mosse all’Italia da
numerosi Stati esteri.28 Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1944, saputo da fonti
d’intelligence che la Jugoslavia aveva iniziato a preparare liste di criminali di
guerra italiani, Prunas decise di raccogliere un’apposita
«controdocumentazione», la cui preparazione fu affidata al servizio segreto
militare. Scopo principale della documentazione non fu di accertare le
eventuali responsabilità delle persone accusate dalla Jugoslavia ma di
produrre prove sulla loro innocenza e di ribaltare le accuse sui partigiani
jugoslavi. Sulla base della documentazione raccolta, nei mesi successivi
furono preparati dal Ministero della Guerra dei dossier sull’occupazione
italiana della Jugoslavia, che il Ministero degli Esteri provvide ad inviare alle
tre grandi potenze occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, allo
scopo di ottenerne appoggio politico-diplomatico nella questione della
consegna dei criminali di guerra.29 In questi dossier gli occupanti italiani
venivano raffigurati come soldati bonari e pacifici, solleciti a difendere le
popolazioni civili dalle angherie e dalle violenze perpetrate dai partigiani
comunisti e dagli ustascia croati. Si affermò, in spregio alla realtà, che le
truppe italiane nella loro condotta bellica non avevano mai violato le regole
internazionali, salvo casi sporadici ove ciò era accaduto come naturale
reazione agli atti di barbarie compiuti dai «ribelli comunisti», descritti come
crudeli seviziatori dei soldati italiani loro prigionieri. A queste accuse che si
riferiscono al periodo dell’occupazione 1941-43, si aggiunse presto una gran
mole di documentazione sulle uccisioni di civili e militari italiani compiute
da parte jugoslava dopo il settembre 1943 e, soprattutto, dopo la fine della
guerra, nel maggio-giugno 1945. Si trattava delle uccisioni nelle foibe.30
Anche questa «controdocumentazione» fu utilizzata come arma diplomatica.
Essa servì inoltre ad alimentare un’intensa campagna di stampa contro i
delitti jugoslavi, che raggiunse l’acme nel corso del 1946, anno di discussione
del trattato di pace. Sulla base del materiale raccolto, il Ministero degli Esteri
apprestò infine una «controlista» di criminali di guerra jugoslavi con circa
200 nomi. In cima alla lista figurava il Maresciallo Tito. I crimini imputati
andavano dalle sevizie alle uccisioni indiscriminate, dallo scempio dei
cadaveri al cannibalismo.31 Gli accusatori venivano così portati sul banco
degli accusati.
La seconda strada scelta dall’Italia per opporsi alle richieste di consegna
dei propri criminali di guerra fu, come accennato, la rivendicazione del diritto
italiano di processare i responsabili.32 Questa pretesa, contraria al dettato
dell’armistizio e del trattato di pace, si basava sulla rivendicazione dei meriti
della cobelligeranza e su un’interpretazione di comodo della dichiarazione sui
criminali di guerra fatta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica alla
conferenza di Mosca il 30 ottobre 1943.33 Ad elaborare la posizione italiana
era stato nel 1944 Giovanni Messe, il nuovo Capo di Stato maggiore delle
Forze Armate (subentrato al generale Ambrosio, costretto come Roatta alle
dimissioni per le proteste jugoslave). Messe rilevò che mentre nel caso della
Germania era stata prevista a Mosca la possibilità di procedere contro tutti i
responsabili di crimini di guerra, nel caso dell’Italia era stato previsto invece
di procedere soltanto «contro i capi fascisti e i generali dell’esercito», contro
coloro cioè che avevano dato gli ordini, non contro gli esecutori.34 In secondo
luogo – ed era questo il punto decisivo –, mentre a proposito dei criminali
tedeschi la dichiarazione di Mosca aveva previsto che essi fossero riportati
nei luoghi dove avevano commesso i propri delitti per esservi processati
secondo le leggi locali, nel caso dei criminali italiani affermava
semplicemente che essi dovevano essere «arrestati e consegnati alla
giustizia». L’espressione era generica, ma Messe non nutriva dubbi sul suo
significato: con essa si doveva intendere la «giustizia italiana». Solo così si
sarebbe spiegata la scelta di una diversa formulazione per italiani e tedeschi.
La dichiarazione di Mosca sarebbe stata a suo giudizio un premio degli
Alleati all’Italia cobelligerante e avrebbe avuto carattere «modificativo»
dell’art. 29 dell’armistizio.
La posizione italiana fu precisata ulteriormente nell’estate del 1945 quando
furono rese note le nuove categorie di «crimini contro la pace» e di «crimini
contro l’umanità» previste per il processo di Norimberga. Secondo gli esperti
giuridici del Ministero degli Esteri, la categoria di «crimini contro l’umanità»
non poteva essere applicata ai “bravi italiani”; i «crimini contro la pace»
potevano essere imputati solo a Mussolini e ai suoi più stretti collaboratori,
che però erano già stati puniti dal popolo italiano.35 Restavano i crimini di
guerra intesi in senso tradizionale, per i quali l’Italia vantava la propria
esclusiva giurisdizione sulla base dell’interpretazione della dichiarazione di
Mosca del 1943 sopra richiamata; una interpretazione in realtà distorta poiché
gli Alleati non avevano inteso tracciare sotto il profilo giuridico alcuna
distinzione fra criminali tedeschi e criminali italiani.
È importante sottolineare che questa linea difensiva fu condivisa da tutti i
governi italiani che guidarono il paese dopo l’armistizio. Vi fu infatti una
convergenza di fondo fra le diverse forze politiche, dalla monarchia ai partiti
antifascisti moderati alla sinistra antifascista (comunisti, socialisti,
azionisti).36 Naturalmente all’interno di questo fronte vi furono posizioni
diverse: mentre la monarchia, l’esercito, l’apparato del Ministero degli Esteri,
la democrazia cristiana e il partito liberale mirarono a garantire l’impunità
degli imputati, le sinistre viceversa puntarono – senza successo – a portare
effettivamente sul banco degli accusati i responsabili dei crimini di guerra,
specialmente i vertici civili e militari protagonisti delle occupazioni.37
Comune risultò però l’ostilità nei confronti di un’estradizione degli accusati,
che fu ostacolata con ogni mezzo.38
Per dimostrare la serietà del proposito di fare giustizia “in casa propria”,
nel maggio 1946 fu istituita presso il Ministero della Guerra una
Commissione d’inchiesta col compito di accertare le responsabilità di militari
e civili italiani accusati di crimini di guerra e di deferire gli indiziati colpevoli
alla giustizia militare perché fossero processati secondo il diritto italiano.39
La commissione si rivelò in realtà un ottimo strumento per rinviare sine die la
consegna dei criminali di guerra e per preparare il loro completo salvataggio.
Va detto che, nonostante la sua impostazione innocentista, la Commissione
deferì alla giustizia militare una quarantina di persone a carico delle quali
erano state riscontrate numerose prove di colpevolezza.40 Fra queste persone
figuravano i vertici dell’esercito e dell’amministrazione fascista in
Jugoslavia, come i generali Mario Roatta, Mario Robotti e Alessandro Pirzio
Biroli, come Emilio Grazioli già Alto commissario della Provincia di Lubiana
o come Francesco Giunta e Giuseppe Bastianini, ex-governatori della
Dalmazia. Dal 1946 al 1947 il Ministero degli Esteri, guidato da due figure di
antifascisti irreprensibili come Pietro Nenni e Carlo Sforza, sollecitò lo
svolgimento dei processi. Poi, nel 1948, dopo l’estromissione delle sinistre
dal governo (maggio 1947) e nel clima dell’incipiente guerra fredda, anche
gli Esteri si allinearono alla posizione del Ministero della Difesa e della
Procura generale militare, decisi a procrastinare a tempo indeterminato
l’inizio dei procedimenti giudiziari. Il governo De Gasperi avallò pienamente
questa decisione.41 Dopo la rottura di Stalin con Tito del giugno 1948, la
Jugoslavia, priva dell’appoggio sovietico, rinunciò a chiedere la consegna dei
criminali di guerra italiani. E anche gli altri paesi fecero lo stesso. Solo
l’Etiopia compì un ultimo tentativo infruttuoso nel 1949 per chiedere la
consegna del maresciallo Badoglio e del generale Graziani.42 L’Italia, dal
canto suo, evitò di procedere contro i criminali di guerra deferiti dalla
Commissione d’inchiesta alla giustizia militare (come avrebbe dovuto fare
secondo la legge).43 Nel luglio 1951 la magistratura militare archiviò tutte le
istruttorie ricorrendo ad un cavillo giuridico basato sulla mancanza di
reciprocità da parte jugoslava: in sostanza, siccome Belgrado non processava
i responsabili dei crimini delle foibe, Roma faceva altrettanto con i suoi
cittadini responsabili di crimini di guerra in Jugoslavia.44 Nel novembre
1952, infine, il governo greco fece un passo per regolare in via definitiva la
questione dei criminali di guerra. Atene inoltrò alle autorità italiane 19
denunzie per crimini di guerra che coinvolgevano circa cinquanta militari
italiani, con la proposta che l’Italia procedesse allo svolgimento dei processi
presso i suoi tribunali competenti. Le sentenze, qualunque fosse stato il
verdetto, sarebbero state riconosciute come valide da parte della Grecia. Il
Ministero degli esteri italiano rifiutò, però, di accettare la proposta.45 Nessun
procedimento fu dunque avviato nei confronti dei cinquanta presunti
criminali di guerra italiani segnalati dalle autorità greche, che li avevano
selezionati fra i responsabili dei peggiori delitti perpetrati durante
l’occupazione.46
È importante, in conclusione, accennare al ruolo svolto da Gran Bretagna e
Stati Uniti.47 Grazie alla loro presenza in Italia, le due potenze erano, infatti,
le uniche in grado di assicurare l’arresto e l’estradizione dei criminali di
guerra italiani. Il governo britannico dimostrò un forte interesse a tutelare la
posizione di Badoglio e di alcuni alti ufficiali delle forze armate rimasti al
fianco del re, impegnati nella lotta contro la Germania (fra questi il capo di
stato maggiore dell’esercito Paolo Berardi e il generale Taddeo Orlando,
prima ministro della guerra e poi comandante dell’Arma dei carabinieri).
Contrariamente ad una vulgata giornalistica corrente,48 Londra era tuttavia
decisa a procedere contro gli altri criminali di guerra italiani, sia – come
effettivamente fece – contro i responsabili di crimini commessi ai danni dei
prigionieri alleati, sia contro coloro (ad esclusione di Badoglio e della sua
cerchia) responsabili dei crimini contro i civili. La politica cosiddetta di
«adempimento» rispetto agli impegni presi in materia con la Jugoslavia e gli
altri paesi vittime dell’Asse si rafforzò dopo la vittoria laburista del luglio
1945.49 Anche l’opinione pubblica britannica esercitò una forte pressione
affinché i criminali di guerra italiani fossero assicurati alla giustizia.
Se ciò non avvenne fu soprattutto per l’opposizione americana.50 Essa si
profilò dopo la temporanea occupazione jugoslava di Trieste e della Venezia
Giulia nel maggio-giugno 1945, che provocò un irrigidimento di Washington
nei confronti di Tito, visto come una pericolosa pedina di Mosca. Da allora in
poi gli Stati Uniti di fatto presero ad appoggiare la linea italiana di resistenza
passiva alle richieste di estradizione dei criminali di guerra. La posizione
americana vanificò qualsiasi concreta possibilità delle autorità alleate in Italia
di procedere contro i criminali di guerra italiani. Già a partire dall’ottobre-
novembre 1945 sulla posizione statunitense venne a convergere il Ministero
della Guerra britannico, timoroso per la sorte di alcuni alti ufficiali italiani,
richiesti da Belgrado come presunti criminali di guerra, su cui la Gran
Bretagna aveva puntato per la ricostruzione delle forze armate italiane, non
ultimo in virtù delle garanzie in chiave anticomunista che essi assicuravano.51
Fino all’estate del 1946 si verificò un braccio di ferro fra il Foreign Office,
retto da Ernest Bevin, favorevole alla punizione dei criminali di guerra
italiani e il War Office che invece era contrario. Fu il punto di vista di
quest’ultimo a prevalere. Dunque, alla fine Londra si allineò a Washington a
favore di una politica «di stallo» nella questione dei criminali italiani che
facilitò i propositi del governo di Roma di sottrarsi all’obbligo di estradizione
degli accusati.52 Nell’ottobre del 1946 il governo inglese e quello statunitense
rimisero la questione della consegna dei criminali di guerra italiani nelle mani
dei diretti interessati, Italia e Jugoslavia. Successivamente, prima Washington
(agosto 1947) e poi Londra (aprile 1948) riconobbero il diritto italiano di
giudicare i criminali di guerra rinunciando unilateralmente all’applicazione
dell’art. 45 del trattato di pace.
La mancanza di un’azione giudiziaria che accertasse i crimini commessi
durante le occupazioni fasciste e ne punisse i responsabili – insomma la
mancanza di quella che potremmo chiamare una “Norimberga italiana” – ha
avuto effetti profondi sulla memoria nazionale della guerra, consentendo
l’affermazione dell’immagine parziale e autoassolutoria del soldato italiano
umano e bonario. Ciò ha contribuito a nascondere il volto degli italiani
invasori ed oppressori, responsabili di atti di violenza su migliaia di persone,
migliaia di vittime che non hanno mai avuto giustizia. Solo a partire dagli
ultimi anni una nuova stagione di studi53 sta facendo luce sul “lato oscuro”
delle occupazioni italiane, rompendo il velo di silenzio calato finora, anche
per interesse e volontà delle istituzioni del paese,54 custodi del comodo mito
del “bravo italiano”.

1. Omettiamo di occuparci dei crimini di guerra commessi dall’Italia liberale, come quelli perpetrati
in Eritrea o al momento della conquista della Libia.
2. Cfr. il volume di taglio divulgativo di Del Boca A., Italiani brava gente? Un mito duro a morire,
Vicenza 2005, pp. 145- 227; Labanca N., Colonial Rule, Colonial Repression and War Crimes in the
Italian Colonies, in «Journal of Modern Italian Studies», IX/3 (2004), pp. 300-313; Id., Considerazioni
in tema di stragi, massacri e crimini coloniali all’Oltremare, in Le stragi rimosse. Storia, memoria
pubblica, scritture, a cura di G. Procacci, M. Silver, L. Bertucelli, Milano 2008, pp. 41-57. Sui crimini
italiani in Etiopia, cfr. Del Boca A., I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra di Etiopia, Roma 1996
(con contributi di Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Ferdinando Pedriali e Roberto Gentili);
Dominioni M., La repressione italiana nella regione di Bahar Dar, in «Studi Piacentini», 33 (2003),
pp. 159-170; Id., La repressione di ribellismo e dissentismo in Etiopia, 1936-1941, in Crimini di
guerra. Il mito del bravo italiano tra repressione del ribellismo e guerra ai civili nei territori occupati,
a cura di L. Borgomaneri, Milano 2006, pp. 15-32; Id., Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia
1936-1941, Roma-Bari 2008. Negli ultimi anni la storiografia svizzera e quella tedesca hanno insistito
sul carattere di «guerra totale» e di «guerra di annientamento» dell’occupazione italiana dell’Etiopia.
Cfr. Mattioli A., Experimentierfeld der Gewalt. Der Abessinienkrieg und seine internationale
Bedeutung 1935-1941, Zürich 2005; Der erste faschistische Vernichtungskrieg. Die italienische
Aggression gegen Äthiopien 1935-1931, a cura di A.W. Asserate, A. Mattioli, Köln 2006; Brogini
Künzi G., Italien und der Abessinienkrieg 1935-36: Kolonialkrieg oder Totaler Krieg?, Paderborn
2006.
3. Sui crimini italiani in Grecia cfr. Santarelli L., Fra coabitazione e conflitto: invasione italiana e
popolazione civile nella Grecia occupata (primavera-estate 1941), in «Qualestoria», XXX/ 1 (2002),
pp. 143-155; Id., La violenza taciuta. I crimini degli italiani nella Grecia occupata, in Crimini e
memorie di guerra. Violenze contro le popolazioni e politiche del ricordo, a cura di L. Baldissara e P.
Pezzino, Napoli 2004, pp. 271-291; Id., Muted Violence: Italian War Crimes in Occupied Greece, in
«Journal of Modern Italian Studies», IX/3 (2004), pp. 280-299.
4. Per una valutazione delle violenze italiane nei Balcani (Jugoslavia, Albania e Grecia) cfr. in
generale: Collotti E., Sulla politica di repressione italiana nei Balcani, in La memoria del nazismo
nell’Europa di oggi, a cura di L. Paggi, Firenze 1997, pp. 181-208 (ora anche in Id., L’Europa nazista.
Il progetto di nuovo ordine europeo (1939-1945), Firenze 2002, pp. 257-292); Conti D., L’occupazione
italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Roma 2008; L’Italia
fascista potenza occupante: lo scacchiere balcanico, a cura di B. Mantelli, numero monografico della
rivista «Qualestoria», XXX/ 1 (2002); Rodogno D., Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di
occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Torino 2003; Focardi F., Italien als
Besatzungsmacht auf dem Balkan: Der Umgang mit Kriegserinnerung und Kriegsverbrechen, in Der
Zweite Weltkrieg in Europa. Erfahrung und Erinnerung, a cura di J. Echternkamp e S. Martens,
Paderborn-München-Wien-Zürich 2007, pp. 163-174 (sul tema della punizione dei criminali di guerra e
della memoria dell’occupazione). Per quanto riguarda in particolare la Jugoslavia, cfr.: Burgwyn H.J.,
L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia 1941-1943, Gorizia 2006 (ediz. orig.
2005), p. 123 e sgg.; Giusti M.T., La Jugoslavia tra guerriglia e repressione: la memoria storiografica
e le nuove fonti in L’occupazione italiana della Iugoslavia (1941-1943), a cura di F. Caccamo e L.
Monzali, Firenze 2008, pp. 379-418; Kersevan A., Lager italiani. Pulizia etnica e campi di
concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Roma 2008. Come opera di sintesi a carattere
divulgativo cfr.: Oliva G., “Si ammazza troppo poco”. I crimini di guerra italiani 1940-43, Milano
2006.
5. Cfr. Schlemmer T., Die Italiener an der Ostfront. Dokumente zu Mussolinis Krieg gegen die
Sowjetunion, München 2005; e Id., Invasori, non vittime: la campagna italiana in Russia, Roma-Bari
2009.
6. Sull’occupazione italiana della Francia cfr. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, pp. 260-277,
303-312, 392-396, 467-476; e Emprin G., L’esercito italiano in Francia: una occupazione paradossale,
in Crimini di guerra, pp. 75-86. Sui crimini italiani in Francia cfr. Focardi F., I mancati processi ai
criminali di guerra italiani, in Giudicare e punire. I processi per crimini di guerra fra diritto e politica,
a cura di L. Baldissara e P. Pezzino, Napoli 2005, p. 209.
7. Cfr. Del Boca, I gas di Mussolini.
8. La cifra comprende tutte le vittime dal 1911 al 1943, il maggior numero delle quali riguarda
comunque il periodo della «riconquista» fascista del territorio. Cfr. Del Boca A., L’Africa nella
coscienza degli italiani, Roma-Bari 1992, p. 113.
9. Cfr. Dominioni, La repressione di ribellismo e dissentismo, pp. 31-32. Alla fine della seconda
guerra mondiale il governo etiopico accusò l’Italia di essere stata responsabile della morte di circa 750
mila persone, di cui 275 mila durante la guerra di aggressione del 1935-1936. Dominioni cita un
documento proveniente dal Ministero dell’Africa Italiana che quantifica le perdite etiopiche nel periodo
successivo alla conquista (maggio 1936-giugno 1940) in 76.906 morti, 4.437 feriti e 2.847 prigionieri.
Tali cifre risultano dal computo delle informazioni giornaliere ricevute dalle autorità italiane, ma non
tengono conto delle segnalazioni generiche riguardanti gruppi numericamente non meglio specificati di
nemici uccisi. Le cifre riportate riguardano poi solo le perdite in combattimento, non quelle causate
dalle privazioni seguite alla distruzione dei villaggi e dei campi o al prelevamento del bestiame.
10. Cfr. Dominioni M., Il sistema di occupazione politico-militare dell’Etiopia, in Politiche di
occupazione dell’Italia fascista, Milano 2008, p. 57 (Annale Irsifar, Istituto romano per la storia d’Italia
dal fascismo alla Resistenza).
11. Sulla base di ricerche condotte a New York sui fondi della Commissione per i crimini di guerra
delle Nazioni Unite attiva dal 1943 al 1948, Palumbo aveva realizzato una monografia sui crimini di
guerra italiani, di cui nel 1992 fu preannunciata l’uscita per i tipi di Rizzoli con il titolo L’Olocausto
rimosso. Tuttavia, in seguito a polemiche suscitate da anticipazioni di stampa, la casa editrice decise di
non pubblicare il libro. Dalla lettura delle bozze del volume, che ho avuto modo di fare alcuni anni fa,
ho tratto la convinzione di un uso scientificamente non rigoroso del pur importante materiale raccolto
dall’autore. Sulla vicenda cfr. Fabre G., Come trucidavamo, in «Panorama», 12 aprile 1992, pp. 114-
117; Fiori S., Quel libro non si stampi!, in «la Repubblica», 17 aprile 1992.
12. Di cui gran parte dovute alla carestia scoppiata nel paese dopo l’occupazione italiana, tedesca e
bulgara. Cfr. Etmektsoglou G., Gli Alleati dissonanti. L’Asse e i costi dell’occupazione della Grecia, in
«Italia Contemporanea», 209-210 (1997-1998), pp. 109-142; Mazower M., Inside Hitler’s Greece, New
Haven-London 2001 (1a ediz. 1993), pp. 23-64.
13. Cfr. Mantelli B., Gli italiani nei Balcani 1941-1943: occupazione militare, politiche
persecutorie e crimini di guerra, in L’Italia fascista potenza occupante, p. 19. Una versione
dell’articolo di Mantelli era già uscita in tedesco (cfr. Id., Die italiener auf dem Balkan 1941-1943, in
Europäische Sozialgeschichte. Festschrift für Wolfgang Schieder zum 65. Geburtstag, a cura di C.
Dipper, L. Klinkhammer e A. Nützenadel, Berlin 2000, pp. 57-74).
14. Cfr. Cuzzi M., L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), Roma 1998.
15. Cfr. Ferenc T., “Si ammazza troppo poco”. Condannati a morte-Ostaggi-Passati per le armi
nella Provincia di Lubiana 1941-1943, Ljubljana 1999, p. 27. A queste cifre vanno poi aggiunti i
numerosi partigiani caduti in combattimento o passati per le armi dopo essersi arresi.
16. Cfr. Capogreco C.S., Una storia rimossa dell’Italia fascista. L’internamento dei civili jugoslavi
(1941-1943), in «Studi storici», XLII/ 1 (2001), pp. 212.
17. Ci riferiamo rispettivamente a quelle appena concluse di Thomas Schlemmer e a quelle in corso
di completamento di Giovanni Villari. Cfr. Schlemmer, Die Italiener an der Ostfront; Id., Invasori, non
vittime; Villari G., L’Albania tra protettorato e occupazione (1935-1943), in L’Italia fascista potenza
occupante, pp. 117-127.
18. Sulla vicenda della mancata punizione dei criminali di guerra italiani cfr. Pankhurst R., Italian
Fascist War Crimes in Ethiopia: a History of their Discussion, from the League of Nations to the
United Nations (1936-1949), in «Northeast African Studies»,VI/1-2 (1999), pp 83-140; Focardi F., La
questione della punizione dei criminali di guerra in Italia dopo la fine del secondo conflitto mondiale,
in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 80 (2000), pp. 543-624;
Focardi F. e Klinkhammer L., La questione dei «criminali di guerra» italiani e una Commissione di
inchiesta dimenticata, in «Contemporanea», IV/3 (2001), pp. 497-528; Focardi F., I mancati processi ai
criminali di guerra italiani; Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-
1951), a cura di C. Di Sante, Verona 2005; Pedaliu E.G.H., Britain and the “Hand-over” of Italian War
Criminals to Yugoslavia, 1945-48, in «Journal of Contemporary History», 39, 4 (2004), pp. 503-529;
Focardi F., Criminali impuniti. Cause e responsabilità della mancata Norimberga italiana, in Crimini
di guerra, pp. 133-178.
19. 729 erano i criminali di guerra italiani denunziati dalla Jugoslavia inscritti nelle liste dei
criminali di guerra stilate dalla United Nations War Crimes Commission di Londra. Belgrado chiese poi
direttamente all’Italia, tramite note diplomatiche, la consegna di 45 criminali di guerra, per la maggior
parte già compresi nelle liste della UNWCC. Ricordiamo che la Commissione delle Nazioni Unite per i
crimini di guerra era stata costituita a Londra nell’ottobre 1943 con lo scopo di vagliare le accuse e di
compilare le liste dei criminali di guerra. Vi avevano aderito diciassette Stati (Stati Uniti d’America,
Australia, Canada, Belgio, Gran Bretagna, Cina, Cecoslovacchia, Francia, Danimarca, Grecia,
Norvegia, India, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Polonia e Jugoslavia). L’URSS non partecipò
a quest’organismo, preferendo le intese dirette con le grandi potenze alleate, come quella siglata alla
Conferenza di Mosca nell’ottobre 1943. Cfr. Kochavi A.J., Prelude to Nuremberg. Allied War Crimes
Policy and the Question of Punishment, London 1998.
20. Cfr. Focardi, Klinkhammer, La questione dei «criminali di guerra», pp. 526-527.
21. Dai dati raccolti presso l’Internationales Forschungs-und Dokumentationszentrum
Kriegsverbrecherprozesse di Marburg, che mi sono stati gentilmente messi a disposizione da Wolfgang
Form, risulta un numero di 96 italiani posti sotto processo e un totale di quattro sentenze capitali
eseguite contro criminali di guerra italiani da parte britannica. Manca ancora uno studio complessivo
sulla vicenda dei processi condotti in Italia da corti alleate, britanniche e statunitensi, contro militari
italiani accusati di crimini di guerra. Sul caso Bellomo, l’unico studiato fino adesso, cfr. Bovio O., Il
generale Nicola Bellomo, in «Studi storico militari» (1987), pp. 363-428. Indicazioni sui criminali di
guerra italiani condannati da tribunali britannici in Focardi, I mancati processi ai criminali di guerra
italiani, pp. 211-212.
22. Si possono citare i casi del tenente colonnello Vincenzo Serrentino e del tenente Giovanni
Ravalli. Serrentino aveva fatto parte del tribunale straordinario di Sebenico. Arrestato dopo l’8
settembre dagli jugoslavi, fu poi processato per crimini di guerra, condannato a morte e fucilato.
Ravalli fu invece condannato all’ergastolo per crimini di guerra dal tribunale di Atene nel 1946, ma
tramite un intervento del governo De Gasperi riuscì ad ottenere un provvedimento di grazia e a tornare
in Italia nel 1950, dove svolse una brillante carriera come prefetto. Cfr. Focardi, Crimini impuniti, p
158.
23. Si trattava di sette persone. Sulla loro vicenda cfr. Bigazzi F., Zhirnov E., Gli ultimi 28. La
storia incredibile dei prigionieri italiani dimenticati in Russia, Milano 2002.
24. Cfr. Focardi, Crimini di guerra, pp. 137-158.
25. Cfr. Focardi F., “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini
incrociate, in «Storia e Memoria», V/1 (1996), pp. 55-83; Id., La memoria della guerra e il mito del
«bravo italiano»: origine e affermazione di un autoritratto collettivo, in «Italia Contemporanea», 220-
221 (2000), pp. 393-399; Focardi F., Klinkhammer L., La difficile transizione: l’Italia e il peso del
passato, in Nazione, interdipendenza, integrazione. Le relazioni internazionali dell’Italia (1917-1989),
vol. I, a cura di F. Romero e A. Varsori, Roma 2006, pp. 113-129.
26. Per una rilettura critica dello stereotipo degli italiani come “salvatori degli ebrei” cfr. Rodogno,
Il nuovo ordine mediterraneo, pp. 432-484.
27. Cfr. Baris T., Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav, Roma-
Bari 2003.
28. Cfr. Documenti Diplomatici Italiani, s. X, vol. I, Roma 1992, doc. 232, pp. 284-285.
29. Alcuni dei dossier sono pubblicati in Italiani senza onore, pp. 111-211.
30. Cfr. Pupo R., Spazzali R., Foibe, Milano 2003.
31. Si dispone di due liste italiane di criminali di guerra jugoslavi: una riguarda 153 persone, di cui
37 prive di dati identificativi; una seconda invece contiene 83 nominativi, in parte già presenti nella
prima lista. Cfr. Focardi, Crimini di guerra, pp. 144-145.
32. Cfr. ibidem, p. 146 e sgg. e Focardi, I mancati processi ai criminali di guerra italiani, pp. 191-
196.
33. Il testo della dichiarazione in Documenti della pace italiana, a cura di B. Cialdea, M. Vismara,
Roma 1947, pp. 17-19.
34. Cfr. Focardi, Criminali impuniti, p. 147.
35. Cfr. Focardi, I mancati processi ai criminali di guerra italiani, p. 196.
36. Cfr. Focardi F., L’Italia fascista come potenza occupante nel giudizio dell’opinione pubblica
italiana: la questione dei criminali di guerra (1943-1948), in «Qualestoria», 1 (2002), pp. 157-183; Id.,
Crimini di guerra, pp. 166-176.
37. Il tentativo prese corpo soprattutto nell’autunno 1944 nell’ambito della politica di epurazione
dell’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo guidato da Carlo Sforza. Sui motivi del
fallimento cfr. Focardi, L’Italia fascista come potenza occupante, pp. 159-161.
38. Il partito comunista rivendicò occasionalmente sulla stampa la necessità di estradare i criminali
di guerra italiani. Nelle istituzioni operò invece, come gli altri, per evitarne la consegna. Cfr. Focardi,
Criminali impuniti, pp. 166-176.
39. Cfr. Focardi, Klinkhammer, La questione dei «criminali di guerra» italiani.
40. Trentatre persone erano accusate di crimini commessi in Jugoslavia, una soltanto – il generale
Gherardo Magaldi – per crimini commessi in Grecia. Vi erano poi sette militari italiani accusati di
crimini contro soldati britannici inseriti nella lista su pressione della Gran Bretagna, che aveva
consegnato alle autorità italiane i rispettivi fascicoli delle inchieste già avviate dalla giustizia militare
inglese. Cfr. la relazione finale sull’attività della “Commissione d’Inchiesta per i criminali di guerra
italiani secondo alcuni Stati esteri”, in data 30 giugno 1951, firmata dal presidente della commissione,
senatore Luigi Gasparotto. Il documento si trova presso l’Archivio della camera dei deputati, Atti della
Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini
nazifascisti, doc. 94/1, pp. 57-62.
41. Cfr. Focardi, I mancati processi ai criminali di guerra italiani, p. 206.
42. Cfr. ibidem, p. 210.
43. Cfr. ibidem, pp. 208-214.
44. Cfr. ibidem, pp. 213-214. Si deve al giornalista Franco Giustolisi il rinvenimento della sentenza
del Tribunale supremo militare di Roma, emanata il 30 luglio 1951, che afferma la non punibilità degli
indagati «per mancanza di parità di tutela penale da parte dello Stato nemico». Cfr. Giustolisi F.,
Armadio della vergogna 2, arrivano le prime prove. La documentazione nel palazzo dove fu occultato
per 60 anni il primo, in «il Manifesto», 12 agosto 2008.
45. Cfr. Archivio della Camera dei Deputati, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle
cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, doc. 94/1, pp. 73-86.
46. Nel marzo 2008 l’ex procuratore militare di Padova, Sergio Dini, ha chiesto ufficialmente al
Consiglio della magistratura militare di indagare sui motivi del mancato svolgimento dei processi
contro i criminali di guerra italiani, compresi quelli richiesti dalla Grecia. Cfr. Giustolisi, L’armadio
della vergogna 2, in «il manifesto», 27 giugno 2008.
47. Cfr. Pedaliu, Britain and the “Hand-over” of Italian War Criminals; Focardi, Crimini di
Guerra, pp. 159-166. Manca ancora una ricostruzione definitiva del ruolo giocato dagli Stati Uniti e
dalla Gran Bretagna. Gli archivi americani non sono stati infatti ancora utilizzati.
48. Mi riferisco ad esempio al noto, e per altro meritorio, documentario Fascist Legacy, curato da
Ken Kirby con la consulenza di Michael Palumbo, mandato in onda nel 1989 dalla BBC inglese, con
immediato seguito di protesta diplomatica italiana. Sulla vicenda del documentario, comprato dalla RAI
ma mai mandato in onda dalla televisione di Stato, cfr. Beuttler U., Über den Dokumentarfilm “Fascist
Legacy” von Ken Kirby. Ein Beitrag zur längst fälligen Diskussion über italienischen
Kriegsverbrechen, in «Storia e Regione», XIII/2 (2004), pp. 175-188.
49. Cfr. Pedaliu, Britain and the “Hand-over”, pp. 510-511.
50. Cfr. ibidem, p. 511 e sgg.
51. Cfr. ibidem, p. 515.
52. Cfr. ibidem, p. 526.
53. Essa si pone su una linea di continuità rispetto al cammino aperto negli anni sessanta e settanta
da studiosi come Angelo del Boca, Teodoro Sala, Enzo Collotti, Giorgio Rochat. Cfr. Focardi F.,
Klinkhammer L., Italia potenza occupante: una nuova frontiera storiografica, in Politiche di
occupazione dell’Italia fascista, pp. 21-27; Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Africa e in
Europa, a cura di F. Focardi e L. Ganapini, in «Italia Contemporanea», 252-253 (2008), pp. 533-602.
54. Per un tentativo di reazione, sul piano culturale, degli ambienti militari si veda il saggio di
Cappellano F., Un dibattito venuto dal passato. Le truppe italiane e la questione dei crimini di guerra
(Jugoslavia, Albania, Grecia, Russia). Nuove scoperte e vecchie testimonianze, in «I Quaderni della
Rivista Aeronautica», III/3 (2008), pp. 1-24. Il saggio ha la pretesa di proporre un’analisi rigorosa della
questione dei crimini di guerra italiani durante il secondo conflitto mondiale, contrapposta alle
ricostruzioni “di parte” avanzate dalla storiografia più recente, accusata di essere afflitta da presunta
«pregiudiziale ideologica». Il saggio, in realtà, ripropone il punto di vista elaborato nell’immediato
dopoguerra dalle autorità militari italiane a scopi autoassolutori. Esso si basa su documentazione
depositata presso l’Archivio dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito a Roma (soprattutto
il fondo H-8), che da alcuni anni risulta inaccessibile agli studiosi perché ufficialmente in riordino.
Sulla vicenda del fondo H-8 cfr. Carioti A., “Sbloccate il fondo sui crimini di guerra”, in «Corriere
della Sera», 2 ottobre 2009.
LAURA MAGI
Fino a che punto l’Italia ha risarcito i danni alle vittime
dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale

1. Introduzione
Il mito degli “italiani brava gente” è stato ampiamente smentito dalla
storiografia55 che ha documentato i numerosi crimini commessi da organi
dello Stato italiano: sia durante le guerre per la conquista delle colonie
africane (Libia, Etiopia, Eritrea, Somalia italiana) sia durante la II guerra
mondiale, nelle stesse colonie italiane che divennero teatro di guerra e nel
territorio degli Stati che furono aggrediti ed invasi dall’esercito italiano
(Jugoslavia, Albania, Grecia, Unione Sovietica).
Come è noto, i membri delle forze armate italiane che durante la II guerra
mondiale si macchiarono di gravi crimini sono rimasti impuniti perché non
sono mai stati consegnati agli Stati sul cui territorio avevano commesso i
crimini e ivi processati, né processati e condannati in contumacia dagli stessi
Stati, né sono mai stati giudicati da corti italiane.56
Questo articolo si propone di indagare, dalla prospettiva del giurista, se
malgrado la mancata punizione dei responsabili, l’Italia abbia almeno
adempiuto all’obbligo derivante dal diritto internazionale generale di fornire
una riparazione per i crimini di guerra commessi durante la II guerra
mondiale, ed in particolare se le vittime di tali crimini (o i loro familiari)
siano riuscite ad ottenere dallo Stato italiano il risarcimento del danno
subito.57

2. Natura delle riparazioni previste dal Trattato di pace con l’Italia


Il Trattato di Pace di Parigi del 1947 fra l’Italia e le Potenze alleate ed
associate58 prevedeva, all’art. 74, l’obbligo dell’Italia di pagare riparazioni
per i danni di guerra nei confronti dell’Unione Sovietica, dell’Albania,
dell’Etiopia, della Jugoslavia e della Grecia. Le riparazioni ammontavano a
100 milioni di dollari per l’Unione Sovietica, 5 milioni di dollari per
l’Albania, 25 milioni di dollari per l’Etiopia, 10 milioni di dollari per la
Grecia e 125 milioni di dollari per la Jugoslavia.59
Non è chiaro quali condotte illecite tenute dalle forze armate italiane si
intendesse riparare attraverso il pagamento di tali somme di denaro.
Secondo alcuni le riparazioni di guerra previste dall’art. 74 del Trattato di
pace con l’Italia sarebbero un’imposizione unilaterale dei vincitori nei
confronti dei vinti piuttosto che somme dovute dallo Stato responsabile della
guerra di aggressione in adempimento dell’obbligo di riparazione.60
All’opposto per altri le riparazioni di guerra, comprese quelle previste dal
Trattato di pace con l’Italia, dovrebbero essere tenute distinte dalle
riparazioni dovute per la violazione del diritto bellico poiché sarebbero «una
forma di sanzione comminata contro lo Stato che ha illecitamente ricorso alla
forza armata».61 Sembrerebbe dunque che, secondo questa tesi, le riparazioni
di guerra previste nei trattati di pace siano esclusivamente la conseguenza
della violazione di norme dello ius ad bellum e non comprendano invece le
riparazioni dovute a causa della violazione delle norme che regolano la
condotta delle ostilità belliche.
Questa lettura sarebbe confermata dal fatto che i trattati di pace conclusi a
seguito della II guerra mondiale obbligavano gli Stati vinti a riparare tutti i
danni, anche quelli derivanti dalle operazioni belliche condotte nel rispetto
del diritto della guerra (ad esempio il bombardamento di obiettivi militari
legittimi). In dottrina è stato osservato che un tale obbligo sarebbe stato
giustificabile solo in virtù del fatto che operazioni militari, pur lecite, erano
state scatenate da una condotta internazionalmente illecita quale l’aggressione
armata.62
La tesi che considera le riparazioni di guerra come la (sola) conseguenza
della violazione dello ius ad bellum non sembra tenere in considerazione il
contenuto del diritto internazionale antecedente alla conclusione, nel 1919,
del Patto della Società delle Nazioni, poiché – come è noto – prima che tale
accordo ponesse i primi limiti al ricorso alla guerra, gli Stati erano totalmente
liberi di ricorrere ad essa.63
Non altrettanto può dirsi con riferimento alle riparazioni di guerra previste
nel Trattato di pace con l’Italia del 1947. Sia i limiti posti al ricorso alla
guerra da parte del Patto della Società delle Nazioni, sia la conclusione nel
1928 del Patto Briand-Kellog con il quale le parti contraenti si impegnavano
a rinunciare alla guerra come strumento di politica internazionale,
giustificano infatti la qualificazione delle riparazioni di guerra previste nel
Trattato di pace con l’Italia come la conseguenza (almeno) della violazione
dello ius ad bellum.
Resta dubbio se queste riparazioni possano essere considerate come il solo
effetto di tale violazione. Infatti la stessa dottrina che considera le riparazioni
di guerra previste nel Trattato di pace con l’Italia come una conseguenza
della violazione dello ius ad bellum fa notare come l’obbligo di riparazione
non si riferisse solo a tale infrazione, ma si estendesse anche ai danni
risultanti dai fatti di guerra, «c’est-à-dire tous les dommages présentant un
lien de causalité avec un fait préjudiciable dû à la guerre».64 Questa lettura
si basa sull’art. 80 del Trattato di pace con l’Italia ai sensi del quale le
Potenze alleate ed associate riconoscevano che
les droits qui leur sont attribués par les articles 74 et 79 du présent Traité couvrent toutes leurs
réclamations et celles de leurs ressortissants pour pertes ou dommages résultant de faits de guerre y
compris les mesures prises à la faveur de l’occupation de leur territoire, imputables à l’Italie et
survenues en dehors du territoriore italien. (corsivo mio)
A nostro modo di vedere, che i danni da riparare fossero tutti i danni aventi
un legame di causalità con la guerra, e dunque comprendessero anche quelli
prodotti da condotte belliche (lecite e non), non pregiudica, anzi a fortiori
conferma che i danni risultanti dalla violazione dello ius in bello fossero
comunque inclusi nelle riparazioni di guerra che l’Italia era obbligata a
pagare.
In conclusione risulta molto difficile accertare quali condotte illecite tenute
dalle forze armate italiane si intendesse riparare attraverso il pagamento delle
riparazioni previste nel Trattato di pace con l’Italia.
Ciò nonostante, come si è cercato di mettere in evidenza, considerare tali
riparazioni come una conseguenza della violazione dello ius ad bellum non
impedisce, alla luce di quanto previsto dall’art. 80 del Trattato di pace del
1947, di ritenerle, contemporaneamente, anche come una conseguenza della
violazione delle norme che regolavano le ostilità belliche.

3. A quali danni l’Italia intendeva riparare assumendosi gli obblighi previsti


ai sensi dell’art. 74 del Trattato di pace
Ove si propenda per l’interpretazione che considera le riparazioni di guerra
previste nel Trattato di pace con l’Italia come riparazioni conseguenti anche
alla violazione dello ius in bello, si pone un secondo interrogativo: quello,
cioè, di capire quali danni l’Italia s’impegnava a riparare attraverso il
pagamento delle somme suddette, e quali ne restavano invece esclusi.
L’art. 74 del Trattato di pace non forniva chiarimenti al riguardo, mentre
utili indicazioni potevano ricavarsi dall’art. 80 del medesimo Trattato, ai
sensi del quale – lo si è già detto –, le Potenze alleate ed associate
riconoscevano che
les droits qui leur sont attribués par les articles 74 et 79 du présent Traité couvrent toutes leurs
réclamations et celles de leurs ressortissants pour pertes ou dommages résultant de faits de guerre y
compris les mesures prises à la faveur de l’occupation de leur territoire, imputables à l’Italie et
survenues en dehors du territoriore italien. (corsivo mio)
Dalla lettura congiunta degli artt. 74 ed 80 si potrebbe ricavare che le
riparazioni che l’Italia si impegnava a pagare ai sensi del Trattato di pace
fossero intese a riparare non soltanto i danni prodotti allo Stato aggredito in
quanto tale durante la conduzione delle operazioni militari (e durante il
regime di occupazione istaurato dal governo italiano in alcuni di questi
territori), ma anche i danni subiti dai cittadini degli Stati aggrediti. Si
potrebbe dunque ritenere che nei confronti dell’Unione Sovietica,
dell’Albania, dell’Etiopia, della Jugoslavia e della Grecia, l’Italia, nella
misura in cui ha provveduto al pagamento delle riparazioni previste in loro
favore, abbia formalmente adempiuto all’obbligo derivante dal diritto
internazionale generale di riparare anche i crimini di guerra commessi dalle
forze armate italiane nei confronti dei loro cittadini. Ciò sarebbe valido sia
riguardo ai crimini di guerra consistenti nella distruzione o appropriazione di
beni di civili, non giustificati da necessità militare e compiuti su larga scala
sia per i crimini di guerra consistenti nella violenza contro le persone, ed
esattamente forme di violenza illegittima contro i membri delle forze armate
e altri legittimi combattenti, contro i civili e contro i prigionieri di guerra
dello Stato nemico.

4. Il diritto alla riparazione per crimini di guerra come un diritto


dello Stato di cittadinanza delle vittime
Pur ammettendo che con le riparazioni di guerra previste dal Trattato di
pace con l’Italia si intendesse indennizzare gli Stati aggrediti dall’Italia e i
loro cittadini anche per i crimini di guerra commessi dalle forze armate
italiane, non si può prescindere dal ricordare che nel diritto internazionale
dell’epoca era dominante la convinzione secondo la quale la riparazione fosse
soltanto un diritto dello Stato contro il quale un altro Stato aveva infranto le
norme del diritto bellico che vincolavano entrambe le parti, mentre agli
individui vittime dei crimini non era riconosciuta la titolarità di un autonomo
diritto al risarcimento del danno subito.
Secondo questa prospettiva le riparazioni pagate dall’Italia ad ognuno dei
cinque Stati sopra citati erano dunque riparazioni che ogni Stato aveva diritto
di ricevere non solo per i danni prodotti allo Stato in quanto tale, ma anche
perché era stato leso a causa dei crimini che le forze armate italiane avevano
commesso contro la persona e contro i beni dei suoi cittadini.
L’obbligo di riparare la commissione di crimini di guerra era dunque
concepito solo ed esclusivamente come un obbligo inter-statuale. Gli Stati
lesi restavano allora liberi di decidere come utilizzare le riparazioni pagate
dall’Italia. Essi potevano scegliere di utilizzarle solo per finalità di
ricostruzione post-bellica piuttosto che per risarcire le vittime o adottare
misure in loro favore (come, ad esempio, il pagamento di pensioni alle
vittime o ai loro familiari, la costruzione di abitazioni per le vittime dei
crimini contro il patrimonio, oppure l’erogazione di servizi sanitari).
Inoltre, essendo il diritto alla riparazione soltanto un diritto dello Stato e
non anche un autonomo diritto della vittima del crimine, il titolare del diritto
avrebbe potuto rinunciare a pretendere dallo Stato responsabile il pagamento
delle riparazioni e ciò avrebbe impedito alle vittime dei crimini (o ai loro
familiari) di agire individualmente per ottenere il risarcimento del danno
subito. Storicamente l’argomentazione secondo la quale il titolare del diritto
alla riparazione è soltanto lo Stato di cittadinanza delle vittime è stata fatta
valere da Stati responsabili di gravi crimini, i quali hanno negato in questo
modo che le vittime fossero titolari di un autonomo diritto al risarcimento del
danno. Questa tesi è stata sostenuta, ad esempio, dal governo giapponese65
nel caso di ricorsi presentati davanti a corti giapponesi da parte di cittadini
stranieri vittime di crimini di guerra ad opera delle forze armate giapponesi.66
Di recente la stessa argomentazione è stata fatta valere dalla Germania
davanti alla Corte di Cassazione italiana nei ricorsi riguardanti la richiesta di
risarcimento del danno da parte di cittadini italiani deportati in Germania
durante la seconda guerra mondiale e costretti ai lavori forzarti in fabbriche
tedesche.67
5. La mancata riparazione dei crimini commessi dall’esercito italiano
nei confronti delle popolazioni indigene delle colonie e delle concessioni
italiane
Diverso è invece il discorso in relazione alle (ex) colonie italiane (Libia,
Somalia italiana ed Eritrea) ed alla concessione italiana di Yenging (Cina)
che erano state teatro di guerra fra l’esercito italiano e le potenze alleate ed
associate.
Il Trattato di pace non prevedeva alcun obbligo dell’Italia di riparare i
danni causati dalle operazioni belliche agli abitanti di questi territori o ai loro
beni. L’assenza di un tale obbligo è spiegabile alla luce del fatto che i crimini
commessi a danno delle popolazioni indigene soggette al dominio coloniale
italiano non erano condotte vietate dal diritto internazionale dell’epoca. Né si
era ancora sviluppato quel significativo corpus di norme internazionali
pattizie e consuetudinarie a tutela dei diritti dell’uomo che oggi vietano agli
Stati di tenere, nei confronti di qualsiasi individuo soggetto alla propria
giurisdizione, condotte contrarie ai piú basilari diritti umani.

6. Cosa avrebbero potuto fare le vittime dei crimini


Da quanto detto emerge che le vittime dei crimini di guerra commessi dalle
forze armate italiane durante la II guerra mondiale sono rimaste
sostanzialmente prive di tutela giuridica. Infatti, anche considerando le
riparazioni previste dall’art. 74 del Trattato di pace come destinate a risarcire
anche i danni subiti dalle vittime dei crimini di guerra, all’epoca della
stipulazione del trattato con l’Italia il diritto alla riparazione restava un diritto
dello Stato aggredito, il quale non aveva alcun obbligo di re-distribuirla fra le
vittime, o almeno di impiegarla in attività economiche o sociali in loro
favore. Inoltre per i crimini commessi a danno della persona o dei beni delle
popolazioni delle colonie (e delle concessioni) italiane, l’Italia non era
obbligata, ai sensi del Trattato di pace, né secondo il diritto internazionale
pattizio o consuetudinario dell’epoca, ad effettuare alcun tipo di riparazione
nemmeno a favore agli Stati successivamente nati dal processo di
decolonizzazione.
Alla domanda di cosa, allora, avrebbero potuto fare all’epoca dei fatti le
vittime di tali crimini, si deve rispondere che una loro azione in giudizio,
intesa a ottenere il risarcimento del danno, avrebbe avuto scarse probabilità di
successo.
Infatti, le vittime (o i loro familiari) avrebbero potuto far ricorso a tribunali
italiani citando in giudizio lo Stato italiano, ma per le ragioni già dette i
tribunali dell’epoca non avrebbero riconosciuto l’esistenza di un loro
autonomo diritto al risarcimento del danno.
In alternativa, le vittime dei crimini di guerra (o i loro familiari) avrebbero
potuto agire in giudizio contro l’Italia davanti ai tribunali degli Stati sul cui
territorio erano avvenuti i crimini. Ma è molto probabile che in tale caso
l’Italia avrebbe invocato l’immunità dalla giurisdizione civile del foro
straniero, sostenendo che l’esercizio di attività belliche, nonostante avesse
comportato il compimento di crimini, era un’attività compiuta dallo Stato
come ente sovrano che realizza un fine pubblico essenziale.

7. L’impatto “rivoluzionario” della dottrina dei diritti umani sul diritto


internazionale odierno
La crescente sensibilità della comunità internazionale nei confronti della
protezione dei diritti umani e il progressivo riconoscimento dell’individuo
come diretto destinatario di norme giuridiche internazionali che gli
riconoscono diritti e gli impongono obblighi induce parte della dottrina a
ritenere che l’individuo è oggi titolare di un diritto proprio al risarcimento del
danno subito in quanto vittima di un crimine internazionale. Non si tratta di
una affermazione di principio, ma di un tentativo di ricostruire il diritto alla
riparazione individuandone il fondamento giuridico in alcune norme pattizie
di diritto internazionale umanitario, ed esattamente nell’art. 3 della IV
Convenzione dell’Aja del 1907 sulla guerra terrestre e nell’art. 91 del I
Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949 relativo alla
protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali.68
Secondo alcuni autori queste norme, interpretate alla luce della «dottrina
dei diritti umani», non potrebbero più essere considerate come norme che
riconoscono soltanto in capo agli Stati di cittadinanza delle vittime il diritto
alla riparazione, ma rappresenterebbero il fondamento giuridico di un
autonomo diritto della vittima alla riparazione.69 La dottrina fa anche notare
che il diritto della vittima al risarcimento, come diritto autonomo da quello
dello Stato di cittadinanza, sarebbe già ricostruibile dall’interpretazione
dell’art. 3 alla luce dei lavori preparatori della IV Convenzione dell’Aja.70
Indipendentemente dall’argomentazione usata per giustificare l’esistenza di
un diritto proprio della vittima di gravi violazioni del diritto bellico alla
riparazione, l’esistenza di un tale diritto è stata anche affermata da alcuni
tribunali interni71 così come da alcune dichiarazioni di principio adottate
nell’ambito delle Nazioni Unite.72 Anche il Progetto di articoli sulla
responsabilità internazionale degli Stati, adottato in seconda lettura dalla
Commissione del diritto internazionale nel 2001, pur occupandosi delle
conseguenze giuridiche derivanti dalla commissione di un illecito (anche
grave) nei soli rapporti fra Stati riconosce, nel commento all’art. 33, par. 2,
del Progetto che in alcuni casi la commissione di un illecito nei confronti di
uno Stato può comportare la violazione di diritti degli individui, i quali sono
al pari dello Stato diretti titolari del diritto alla riparazione del danno subito (e
del diritto ad agire per ottenere la riparazione).73
La validità di questa posizione sembra essere rafforzata da ragioni di pura
logica, ove si tenga conto che il diritto internazionale odierno riconosce la
responsabilità internazionale penale dell’individuo. Se dunque si ammette che
la commissione di un crimine comporta non soltanto la responsabilità dello
Stato di cui l’autore del crimine è organo, ma anche la responsabilità
internazionale penale dell’individuo-organo, sembrerebbe logico ritenere che
non solo lo Stato di cittadinanza dell’individuo vittima, ma anche l’individuo
in quanto tale sia titolare di un diritto al risarcimento del danno.
Questo consentirebbe, anche a distanza di anni, alle vittime o ai familiari
delle vittime di crimini di guerra commessi dall’Italia di agire in giudizio
contro di essa davanti ai tribunali italiani per ottenere la riparazione dei danni
subiti.

8. Cosa potrebbe fare oggi l’Italia nei confronti delle vittime dei crimini
commessi dalle forze armate italiane
In conseguenza del mutato ruolo che l’individuo sta progressivamente
assumendo nell’ambito del diritto internazionale si assiste oggi in più Stati al
moltiplicarsi di ricorsi promossi da vittime di crimini internazionali o dai loro
familiari contro gli Stati (e le organizzazioni internazionali) i cui organi sono
responsabili di tali condotte illecite.
Casi emblematici, oltre a quelli già citati, sono i ricorsi dei familiari delle
vittime dei bombardamenti della NATO del 23 aprile 1999 contro la radio-
televisione serba a Belgrado, presentati davanti ai tribunali degli Stati membri
della NATO che hanno partecipato alle operazioni di bombardamento74 e, più
di recente, i ricorsi presentati dai familiari delle vittime del genocidio di
Srebrenica davanti a corti olandesi contro il governo olandese e le Nazioni
Unite. I ricorrenti accusavano infatti il contingente militare olandese della
United Nations Protections Force (UNPROFOR), il cui mandato era quello di
proteggere la safe area di Srebrenica, di avere assistito al genocidio, senza
aver fatto ciò che era in suo potere per impedirlo.75 La Corte distrettuale
dell’Aja ha però dichiarato il difetto di giurisdizione in conseguenza
dell’immunità goduta dalle Nazioni Unite ai sensi dell’art. 105, par. 1, della
Carta delle Nazioni Unite e dell’art. II, par. 2, della Convenzione sui privilegi
e le immunità delle Nazioni Unite, nonostante che la condotta omissiva dei
soggetti convenuti in giudizio fosse connessa al crimine di genocidio.76
Alla luce di tale prassi non si può escludere che anche le vittime dei
crimini di guerra commessi dall’esercito italiano durante la II guerra
mondiale o, più probabilmente i loro familiari, possano in futuro far ricorso
davanti a tribunali italiani per chiedere il risarcimento del danno subito.
Purtroppo in Italia, così come in altri Stati, sono ancora forti le resistenze a
riconoscere l’esistenza di un tale diritto nei casi di coinvolgimento degli
organi dello Stato italiano.77 Ciò è ben dimostrato dall’orientamento espresso
recentemente dalla Corte di Cassazione in riferimento al caso Marković.
Adita dal tribunale di Roma in via pregiudiziale a seguito del ricorso
presentato a questo tribunale dai familiari delle vittime dei bombardamenti
della NATO contro la radio-televisione serba a Belgrado – bombardamenti
compiuti da aerei decollati dalla base militare di Aviano, in territorio italiano
–, la Cassazione ha dichiarato l’incompetenza del giudice italiano a
pronunciarsi sui fatti in questione perché la decisione di bombardare, essendo
una decisione di politica estera, non era «giuridicamente giustiziabile» (cd.
teoria dell’atto di governo).78 Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo,
alla quale i familiari delle vittime hanno fatto ricorso a seguito della
pronuncia della Cassazione per lamentare che la teoria dell’atto di governo
violava il diritto all’equo processo garantito dall’art. 6 della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo, ed equivaleva in pratica a far valere l’immunità
dell’Italia, non ha dato ragione ai ricorrenti.79
Il caso Marković è dunque emblematico delle resistenze che ancora
vengono opposte all’idea che la vittima di crimini internazionali sia la diretta
titolare del diritto al risarcimento del danno. Ciò non toglie che l’Italia
avrebbe almeno il dovere morale di compiere gesti di solidarietà
internazionale come la costruzione di ospedali, di scuole o d’infrastrutture
pubbliche a favore degli Stati i cui cittadini sono stati vittime di crimini
commessi dalle sue forze armate.
Sembra andare in questa direzione il Trattato di amicizia, parternariato e
cooperazione stipulato fra Italia e Libia nell’agosto del 2008 ed entrato in
vigore nel marzo 2009.80 Per mezzo di quest’accordo l’Italia si è impegnata a
finanziare la realizzazione in Libia di progetti infrastrutturali di base per un
importo annuale di 250 milioni di dollari americani per 20 anni (art. 8).
Inoltre l’Italia si è anche impegnata a costruire in Libia duecento unità
abitative, ad assegnare a studenti libici borse di studio universitarie e post-
universitarie, a fornire assistenza medica, presso istituti specializzati italiani,
a favore delle vittime libiche dello scoppio di mine, a ripristinare il
pagamento delle pensioni in precedenza erogate a cittadini libici e ai loro
eredi che sulla base della normativa interna risultino averne diritto e, infine, a
restituire manoscritti e reperti archeologici trasferiti in Italia dalla Libia in
epoca coloniale.

55. Cfr. Del Boca A., A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della
Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Milano 1987; Id., Italiani, brava gente? Un mito
duro a morire, Vicenza 2005; Id., I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma 2007.
56. Cfr. Focardi F., Criminali impuniti. Cause e responsabilità della mancata Norimberga italiana,
in Crimini di guerra. Il mito del bravo italiano tra repressione del ribellismo e guerra ai civili nei
territori occupati, a cura di L. Borgomaneri, Milano 2006, pp. 133-178.
57. Come è noto in diritto internazionale l’obbligo di riparazione non coincide solo con l’obbligo di
risarcire monetariamente il danno prodotto dall’illecito, ma può assumere varie forme quali la restitutio
in pristinum (cioè il ripristino, ove possibile, delle condizioni esistenti prima della commissione
dell’illecito) e la soddisfazione (consistente, ad esempio, nella presentazione di scuse ufficiali da parte
dello Stato responsabile allo Stato leso, oppure nel riconoscimento della condotta illecita, oppure nella
punizione degli individui responsabili dell’illecito).
58. United Nations Treaty Series, vol. 49, New York 1950, p. 1 e sgg.
59. Come precisava l’art. 74, tali somme avrebbero dovuto essere pagate non in denaro, ma in
natura sia attraverso la produzione industriale corrente, compresa quella dell’industria estrattiva
italiana, sia attraverso il trasferimento agli Stati creditori dell’attrezzatura dell’industria bellica italiana.
L’Unione sovietica avrebbe inoltre potuto soddisfare il diritto alla riparazione ai sensi dell’art. 74 anche
appropriandosi dei beni italiani presenti in Romania, Ungheria e Bulgaria, mentre gli altri quattro Stati
creditori (Albania, Etiopia, Jugoslavia e Grecia) avrebbero potuto pretendere dall’Italia il trasferimento
di qualsiasi altra categoria di beni o servizi. Inoltre i beni di proprietà italiana presenti nel territorio dei
cinque Stati in questione potevano essere confiscati, ai sensi dell’art. 79 del Trattato, a titolo di ulteriore
riparazione di guerra, ma il loro valore non poteva essere dedotto dall’ammontare delle riparazioni
dovute ai sensi dell’art. 74. In aggiunta alle riparazioni previste ai sensi dell’art. 74 (e dell’art. 79) il
Trattato di pace prevedeva altre «riparazioni»: a favore dell’Albania (art. 29) e dell’Etiopia (art. 34)
l’Italia rinunciava anche a tutti i propri beni, i diritti, le concessioni, gli interessi e i vantaggi presenti
nei rispettivi territori. Alla Jugoslavia, invece, veniva concesso parte del territorio della Venezia Giulia
(art. 11), mentre alla Grecia veniva concesso il Dodecanneso (art. 14), compresi i beni dello Stato
italiano presenti su entrambi i territori.
60. In questo senso v. Iovane M., La riparazione nella teoria e nella prassi dell’illecito
internazionale, Milano 1990, pp. 297-303.
61. Ronzitti N., Diritto internazionale dei conflitti armati, Torino 2006, p. 225 e sgg. Più
esattamente per questa dottrina «mentre il risarcimento per danni conseguenti alla violazione di norme
del diritto bellico appartiene allo ius in bello, danni di guerra e riparazioni vanno piuttosto considerati
come conseguenze della violazione di norme dello ius ad bellum». Una tale interpretazione
sembrerebbe confortata dal testo del Trattato di pace con l’Italia, il cui preambolo premette che
«l’Italie, sous le régime fasciste, est devenue l’une des parties contractantes du pacte tripartite avec
l’Allemagne et le Japon, qu’elle a entreprise une guerre d’agression et, de ce fait, à provoqué un état de
guerre avec tous le puissance Alliées et Associées et avec d’autres Nations Unies, et qu’elle porte sa
part de responsabilité dans la guerre».
62. Fitzmaurice G.G., The Juridical Clauses of the Peace Treaties, in «Recueil des cours. Académie
de droit international», 73, 2 (1948), p. 234 e sgg.
63. Per uno studio approfondito sulle riparazioni di guerra previste dai trattati di pace conclusi a
seguito della I guerra mondiale v. Gattini A., Le riparazioni di guerra nel diritto internazionale,
Padova 2003, p. 204 e sgg.
64. D’Argent P., Les réparations de guerre en droit international public: la responsabilité
internationale des États à l’épreuve de la guerre, Bruxelles 2002, pp. 247-250, in particolare p. 249:
«l’État auteur d’une violation du jus ad bellum peut être juridiquement tenu a réparer tous les
dommages résultant de faits de guerre – c’est-à-dire tous les domamges présentant un lien de causalité
avec un fait préjudiciable dû à la guerre –, mais […] sa responsabilité ne s’étend pas à toutes les autres
pertes nées des perturbations que produit immanquablement le recours illicite à la force armée»
(corsivo mio).
65. Il Trattato di pace di San Francisco fra il Giappone e gli Stati (ex) nemici distingueva fra Stati
aggrediti ed occupati dal Giappone e altri Stati (art. 14). Soltanto nei confronti degli Stati aggrediti ed
occupati (Birmania, Filippine, Indonesia, Vietnam del Sud, India, Cina nazionalista, Laos e Cambogia)
il Giappone si impegnava, ai sensi dell’art. 14, a concludere ulteriori accordi bilaterali per il pagamento
delle riparazioni di guerra (per il contenuto di questi accordi v. Gattini, Le riparazioni di guerra, pp.
386-391), mentre gli altri Stati si impegnavano, con il Trattato di pace, a rinunciare alle riparazioni di
guerra. Il Trattato prevedeva comunque il diritto degli Stati che avevano rinunciato alle riparazioni ad
agire per ottenere il risarcimento dei danni per le perdite subite dai propri cittadini in Giappone (art. 15,
lett. a). A tal riguardo fu successivamente concluso un accordo per la regolamentazione delle
controversie sorte ai sensi dell’art. 15, lett. a, del Trattato di pace di San Francisco fra il Giappone e
ventisei Stati alleati ed associati. Quest’accordo prevedeva la costituzione di commissioni miste,
competenti a risolvere le controversie fra il Giappone e gli altri Stati contraenti relative ai danni
provocati in Giappone ai beni di proprietà dei cittadini degli altri Stati contraenti a causa delle
operazioni belliche condotte dalle forze armate giapponesi. Anche gli Stati che avevano rinunciato alle
riparazioni non rinunciarono, dunque, almeno da un punto di vista formale, al diritto ad agire in
protezione diplomatica dei propri cittadini le cui proprietà erano state danneggiate o distrutte. Di fatto,
però, soltanto gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e i Paesi Bassi costituirono insieme al Giappone
tali commissioni. Pure fra gli Stati aventi diritto alle riparazioni ai sensi del Trattato di pace di San
Francisco vi furono rinunce: è questo il caso dell’India e della Cina nazionalista, con le quali il
Giappone concluse due successivi accordi di rinuncia alle riparazioni (rispettivamente l’Accordo di
Tokyo, concluso il 9 giugno 1952, e il Trattato di Pace di Taipei, concluso il 28 aprile 1952: v. United
Nations Treaty Series, vol. 138, New York 1952, p. 3 e sgg.). Viceversa il Laos e la Cambogia
rinunciarono al diritto alla riparazione attraverso un atto unilaterale.
66. Ci riferiamo ai ricorsi presentati da cittadine coreane e filippine costrette alla prostituzione
forzata dai militari giapponesi, ai ricorsi presentati da cittadini cinesi (o dai loro familiari) che furono
fatti prigionieri di guerra e sottoposti ad esperimenti medici, ai ricorsi presentati dai famigliari delle
vittime causate dall’uso di armi chimiche e batteriologiche e dagli estesi ed indiscriminati
bombardamenti giapponesi contro la Cina. Per un’analisi di tali ricorsi v. Bong S.H., Compensation for
Victims of Wartime Atrocities. Recent Developments in Japan’s Case Law, in «Journal of International
Criminal Justice», 1 (2005), pp. 187-206, in particolare pp. 201-203.
67. La Germania si è rivolta alla Cassazione perché dichiarasse il difetto di giurisdizione dei giudici
italiani. Oltre ad invocare l’incompetenza dei tribunali italiani per effetto del diritto della Germania
all’immunità dalla giurisdizione di uno Stato straniero, la Germania ha anche sostenuto che l’Italia
avesse rinunciato nei suoi confronti (e nei confronti dei propri cittadini) al diritto di chiedere per se
stessa e per i propri cittadini, il risarcimento dei danni prodotti dalla guerra. Secondo la Germania tale
rinuncia risultava dall’art. 77, par. 4, del Trattato di Pace fra l’Italia e le potenze alleate ed associate
(accordo di cui la Germania non era parte) ai sensi del quale «Italy waives on its own behalf and on
behalf of Italian nationals all claims against Germany and German nationals outstanding on 8 May
1945, except those arising out of contracts and other obligations entered into, and rights acquired,
before 1 September 1939 […] This waiver shall be deemed to include […] all claims for loss or damage
arising during the war» e dall’Accordo di Bonn del 2 giugno 1961 fra Italia e Germania, con il quale
l’Italia, avendo pattuito con la Germania un indennizzo forfettario e cumulativo, si impegnava a
considerare la Germania indenne da ogni eventuale azione o pretesa legale di persone fisiche o
giuridiche italiane relativa a diritti sorti nel periodo tra il 1° settembre 1939 e l’8 maggio 1945. La
Germania faceva anche valere che, a seguito dell’Accordo di Bonn, l’Italia, con il D.P.R. 6 ottobre
1963, n. 2043, aveva provveduto alla ripartizione della somma ricevuta anche in favore dei «lavoratori
non volontari». Tali rinunce, secondo la Germania, precludevano il diritto dei cittadini italiani, vittime
di crimini internazionali ad opera delle forze armate tedesche, di agire in giudizio nei suoi confronti.
Nell’ambito di un regolamento di giurisdizione, la Corte non ha però potuto prendere posizione sulla
questione se le vittime di crimini internazionali siano titolari di un diritto autonomo alla riparazione,
distinto da quello di cui è titolare lo Stato, e che consentirebbe loro di agire in giudizio per ottenere il
risarcimento del danno subito nel caso in cui lo Stato di cittadinanza vi abbia rinunciato. La Corte ha
infatti sostenuto che i due accordi richiamati non trattano la questione della giurisdizione dei tribunali
italiani (e dunque non valgono ad escludere la giurisdizione del giudice italiano), sulla quale invece
essa era chiamata a pronunciasi in via preliminare. Secondo la Corte essi pongono, invece, il distinto
problema dell’esistenza del diritto al risarcimento del danno in considerazione della rinuncia pattizia a
tale diritto da parte dell’Italia. Le ordinanze emesse dalla Cassazione civile, a sezioni unite, il 29
maggio 2008 (nn. 14201-14212) sono reperibili nel database http://dejure.giuffre.it/.
68. Il testo dei due articoli è pressoché identico. L’art. 3 della IV Convenzione dell’Aja afferma che
«[a] belligerent party which violates the provisions of the said Regulations [the Regulations annex to
the Convenzion] shall, if the case demands, be liable to pay compensation. It shall be responsible for all
acts committed by persons forming part of its armed forces», mentre ai sensi dell’art. 91 del I
Protocollo: «[a] Party to the conflict which violates the provisions of the Conventions or of this
Protocol shall, if the case demands, be liable to pay compensation. It shall be responsible for all acts
committed by persons forming part of its armed forces».
69. Pisillo Mazzeschi R., Reparation Claims by Individuals for State Breaches of Humanitarian
Law and Human Rights: an Overview, in «Journal of International Criminal Justice», 2 (2003), pp. 339-
347, in particolare pp. 340-343. V. anche il rapporto della Commissioni d’inchiesta istituita dalle
Nazioni Unite per indagare le gravi violazioni del diritto internazionale in Darfur: Report of the
International Commission of Inquiry on Darfur to the United Nations Secretary-General, 25 gennaio
2005, parr. 593-598. Di opinione opposta Ronzitti, Diritto internazionale dei conflitti armati, p. 222,
secondo il quale l’art. 3 della IV Convenzione dell’Aja e l’art. 91 del I Protocollo disciplinerebbero
soltanto rapporti inter-statuali, e dunque non conferirebbero situazioni giuridiche soggettive agli
individui. Di recente anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, pur pronunciandosi incidentalmente
sulla questione se dalle norme del I Protocollo addizionale sia ricostruibile un diritto della vittima al
risarcimento del danno subito, ha escluso questa possibilità, ritenendo anch’essa che il Protocollo
ponga soltanto diritti ed obblighi in capo agli Stati contraenti. La Corte ha infatti affermato che,
«[a]lthough it is not its role to express any view on the applicability of the 1977 Protocol […] the
statement that the 1977 Protocol regulates relations between States is true»: Marković and Others v.
Italy, sentenza del 14 dicembre 2006, par. 109.
70. V. in particolare Kalshoven F., State Responsibility for Warlike Acts of the Armed Forces. From
Article 3 of Hague Convention IV of 1907 to Article 91 of Additional Protocol I of 1977 and Beyond, in
«International and Comparative Law Quarterly» (1991), pp. 827-858.
71. Non è possibile in questa sede dare conto delle pronunce (seppur non molto numerose) nelle
quali alcuni tribunali interni si sono espressi a favore del riconoscimento di un diritto autonomo
dell’individuo alla riparazione. Ci limitiamo a ricordare il caso più famoso, meglio noto come caso
Distomo, dal nome della località greca in cui durante la II guerra mondiale si consumò l’omonimo
eccidio ad opera dell’esercito tedesco. A seguito del ricorso presentato dai parenti delle vittime e dalla
prefettura della provincia di Voiotia davanti al tribunale distrettuale di Leivadia (Grecia), questo
tribunale (con sentenza del 30 ottobre 1997) e, successivamente, la Corte suprema greca (con pronuncia
del 5 maggio 2000), hanno negato l’immunità della Germania dalla giurisdizione civile e l’hanno
condannata al pagamento del risarcimento del danno ai familiari delle vittime. Per un’analisi più
approfondita rinviamo a Gattini A., To What Extent are State Immunity Non-Justiciability Major
Hurdles to Individuals’ Claims for War Damages?, in «Journal of International Criminal Justice», 2
(2003), in particolare pp. 356-362. Per altri ricorsi presentati dalle vittime di crimini di guerra al fine di
ottenere il risarcimento del danno da parte dello Stato responsabile rinviamo ai casi citati in Bong,
Compensation for Victims of Wartime Atrocities, in particolare pp. 201-203; e in Gattini, Le riparazioni
di guerra, p. 249 e sgg.
72. V. United Nations Declaration on Basic Principles of Justice for Victims of Crime and Abuse of
Power, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1985 (UN Doc.
A/RES/40/34), in particolare l’art. 12. V. anche la dichiarazione adottata dalla Commissione dei diritti
umani delle Nazioni Unite il 19 aprile 2005 intitolata Basic Principles and Guidelines on the Right to a
Remedy and Reparation for Victims of Gross Violations of International Human Rights Law and
Serious Violations of International Humanitarian Law, UN Doc. E/CN.4/RES/2005/35, in particolare
la parte IX. Nel preambolo di quest’ultima risoluzione si afferma anche che l’art. 3 della IV
Convenzione dell’Aja e l’art. 91 del I Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949
riconoscono l’esistenza di un autonomo diritto dell’individuo alla riparazione accanto a quello dello
Stato di cittadinanza della vittima.
73. Draft Articles on Responsibility of States for Internationally Wrongful Acts Adopted by the
International Law Commission at its Fifty-Third Session (2001), in Official Records of the General
Assembly, 55th session, Suppl. No. 10, UN. Doc. A/56/10, par. 3 s., p. 234.
74. Ordinanza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, 8 febbraio 2002, riprodotta in
«Rivista di diritto internazionale» (2002), pp. 682-690.
75. Il ricorso è stato promosso a seguito della sentenza della Corte internazionale di giustizia
relativa alla controversia fra Serbia e Bosnia-Erzegovina nell’affare relativo all’Interpretazione ed
applicazione della Convenzione sul genocidio (Case Concerning the Application of the Convention on
the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (Bosnia and Herzegovina v. Serbia and
Montenegro), 26 febbraio 2007, reperibile nel sito internet della Corte www.icj-cij.org). Nella sua
pronuncia, infatti, la Corte, pur avendo accertato la responsabilità della Serbia per non aver prevenuto il
genocidio di Srebrenica, ha rigettato la richiesta della Bosnia Erzegovina per il risarcimento del danno
subito, a causa dei fatti di Srebrenica, dallo Stato in quanto tale e dai suoi cittadini, sostenendo che non
è stato dimostrato che il genocidio sarebbe stato evitato se la Serbia avesse adempiuto all’obbligo di
prevenirlo (ibidem, par. 462). Secondo la Corte l’accertamento della responsabilità della Serbia per la
violazione dell’obbligo di prevenire il genocidio di Srebrenica costituirebbe già una forma di
riparazione (v. il par. 9 del dispositivo della sentenza).
76. Sentenza 10 luglio 2008, Corte distrettuale dell’Aja, sezione civile, reperibile nel sito internet
della magistratura olandese all’indirizzo www.rechtspraak.nl/default.htm, in particolare paragrafi 5.9-
5.11. La sentenza è anche riprodotta in «Netherlands International Law Review», 3 (2008), p. 425 e
sgg. La Corte ha, fra l’altro, interpretato l’immunità funzionale di cui gode l’ONU ai sensi dell’art. 105
della Carta in senso ampio. Ha infatti affermato che l’immunità debba essere riconosciuta per tutte le
attività dell’organizzazione, escludendo che il riferimento contenuto nel medesimo articolo alle attività
necessarie alla realizzazione dei fini dell’ONU potesse costituire una limitazione al godimento
dell’immunità. Ha inoltre escluso che il diritto individuale di accesso ad un giudice possa costituire un
limite all’immunità delle Nazioni Unite: paragrafi 5.20-5.26.
77. Nei pochi casi nei quali gli Stati provvedono a risarcire le vittime, si preoccupano di precisare
che si tratta di un gesto commesso a titolo grazioso: affermano, in questo modo, di non riconoscere
l’esistenza di un diritto individuale delle vittime al risarcimento.
78. Per un commento Frulli M., When Are States Liable Towards Individuals for Serious Violations
of Humanitarian Laws? The Marcović Case, in «Journal of International Criminal Justice», 2 (2003),
pp. 406-427.
79. Secondo la Corte, infatti, la decisione della Cassazione non ha l’effetto di un’immunità, ma
indica soltanto entro quali limiti un giudice interno può esercitare il controllo su un atto di politica
estera come la decisione di partecipare ad un’azione bellica. In altre parole la teoria dell’atto di governo
limiterebbe, secondo la Corte, l’applicazione delle norme che nell’ambito di un ordinamento giuridico
interno stabiliscono i criteri di giurisdizione di un tribunale, ma non porrebbe alcun limite al diritto
dell’individuo di ricorrere a un tribunale per far valere i propri diritti: Marković and Others v. Italy,
parr. 111; 113-117.
80. «Gazzetta Ufficiale», 40 (18 febbraio 2009), pp. 5-13.
Indice dei nomi

Abdussalam, A.A., 21n


Abe, Shinzo, 12, 38-39, 41, 119, 121
Abusedra, F.S., 21n
Adu Bohaen, Albert, 21n
Ageron, Charles-Robert, 146n, 148n
Al-Mukhtar, Omar, 146n
Alatas, Ali, 63
Ambrosio, Vittorio, 193, 196
Andreotti, Giulio, 140n
Andrijaševic, Živko, 165n
Arai, Shin’ichi, 29n, 117
Arakawa, Shōji, 20n
Araki, Sadao, 20, 22
Argentieri, Luigi, 178
Ascari, Odoardo, 183n
Askew, David, 80n
Aso, Takichi, 39
Aso, Taro, 39, 41
Asserate, Asfa-Wossen, 187n
Atarashii, Rekishi Kyōkasho, 98n
Aussaresses, Paul, 147
Badoglio, Pietro, 10, 14, 20-21, 23, 28, 191, 192, 193, 198, 199
Baehr, Peter, 131n
Baldissara, Luca, 145n, 187n, 188n
Baris, Tommaso, 194n
Barkan, Elazar, 131n
Barrett, David P., 82n
Bassi, Maurizio, 169n
Bastianini, Giuseppe, 172, 198
Bates, Miner S., 34, 35n, 109, 113
Battaglia, Achille, 29n
Battaglia, Roberto, 156
Bellomo, Nicola, 192
Bendotti, Angelo, 176
Berardi, Paolo, 199
Berlusconi, Silvio, 12, 127, 132, 135, 138 e n, 144, 159
Bertucelli, Lorenzo, 82n, 145n, 187n
Beuttler, Ulrich, 199n
Bevin, Ernest, 200
Bigazzi, Francesco, 192n
Bong, Shin Hae, 209n, 213n
Boothroyd, R.H., 29n
Borgomaneri, Luigi, 163n, 187n, 203n
Bossi, Umberto, 138
Bottai, Giuseppe, 25 e n
Bovio, Oreste, 192n
Brett, Cecil Carter, 65
Brignoli, Pietro, 169n
Brogini Künzi, Giulia, 187n
Brook, Timothy, 27n, 30n, 80n
Brown, Judith M., 148n
Browning, Christopher Robert, 53
Bunag, Moni (tailandese sposata a un lavoratore indonesiano), 63, 65
Buffa, Dimitri, 140n
Bulajic, Milan, 165n
Burgwyn, James H., 166n, 188n
Buruma, Ian, 97n
Caccamo, Francesco, 173n
Cadalanu, Giampaolo, 160n
Cajani, Luigi, 165n
Calandra, Eliana, 150n
Calderoli, Roberto, 134n
Calvino, Italo, 26
Campbell, Ian L., 138n
Capogreco, Carlo Spartaco, 163n, 171n, 191n
Cappellano, Filippo, 201n
Caprara, Maurizio, 133n
Carioti, Antonio, 201n
Carloni, Mario, 182
Caroli, Rosa, 12, 91n, 93n
Casertano, Raffaele, 166n
Cernigoi, Claudia, 164n
Chang, Iris, 148n
Chenghe, Guan, 68n
Chiang, Kai-shek, 84, 87-88
Chinkin, Christine, 107n
Chizuko, Ueno, 105n, 106n
Cho, Isamu, 20, 22
Christy, Alan S., 93n
Churchill, Winston, 87
Cialdea, Basilio, 196n
Ciano, Galeazzo, 25
Clissold, Stephen, 171n
Cohen, David, 27n
Colarizi, Simona, 132n
Collotti, Enzo, 183n, 188n, 201n
Conti, Davide, 188n
Coquery-Vidrovitch, Catherine, 148n
Corelli, Antonio, 163n
Cornelissen, Christoph, 9n, 186n
Coselschi, Eugenio, 166n
Cossiga, Francesco, 140n
Croce, Benedetto, 26
Cross, L.C., 73n
Cuzzi, Marco, 171n, 190n
Czollek, Roswitha, 53
D’Alema, Massimo, 13, 132-133, 134n, 138
D’Argeant, Pierre, 206n
Dahl, Elizabeth S., 131n
Dallin, Alexander, 53
De Bono, Emilio, 21 e n, 23
De Felice, Renzo, 26n
De Gasperi, Alcide, 29, 192n, 198
De Leone, Enrico, 155n
Deak, Istvan, 158n
Dean, Martin, 158n
Del Boca, Angelo, 8, 21n, 28n, 29n, 127n, 128n, 132n, 135n, 137n, 148n, 150n, 154n, 156, 160 e n,
163, 187n, 189 e n, 201n, 203n
Del Fra, Lino, 147n
Della Volpe, Nicola, 178n, 180n
Di Francesco, Tommaso, 160n
Di Michele, Andrea, 132n
Di Sante, Costantino, 164n, 191n
Dibuyo, Sastro (ferroviere di Yogyakarta), 56-59, 61-62, 64-65
Dini, Lamberto, 133, 138,
Dini, Sergio, 14, 199n
Dipper, Christof, 190n
Dohse, Knuth, 54
Dominioni, Matteo, 138n, 187n, 189 e n
Dower, John W., 100n
Dragosei, Fabrizio, 134n
Du Plessis, Max, 131n
Djujic, Momčilo, 167n
Echternkamp, Jörg, 188n
Eda, Kenji’s, 68n
Eden, Anthony, 73
Educhi, Keiichi, 116
Eichholtz, Dietrich, 54
El Baghdadi, Ali, 139
Elster, Jon, 131n, 158n
Emprin, Gil, 164n, 188n
Endo, Koshi, 51
Etmektsoglou, Gabriella, 190n
Fabre, Giorgio, 190n
Farinacci, Roberto, 25
Feldman, Gerald D., 158n
Fell, Norbert H., 75 e n
Ferenc, Tone, 165n, 169n, 170n, 171n, 190 e n,
Filatov, Georgij Semenovic, 180n
Fildes, Paul, 73 e n
Fini, Gianfranco, 138, 139
Fiocco, Gianluca, 145n
Fiori, Simonetta, 190n
Fitzmaurice, Gerald G., 205n
Flores, Marcello, 147n
Focardi, Filippo, 8n, 14, 95, 164n, 170n, 186n, 188n, 191n, 192n, 193n, 194n, 195n, 196n, 197n, 198n,
199n, 201n, 203n
Fogel, Joshua A., 80n, 117
Form, Wolfgang, 192n
Franzinelli, Mimmo, 29n
Frattini, Franco, 139
Frulli, Micaela, 216n
Fujioka, Nobukatsu, 98
Fujiwara, Akira, 20n, 29n, 36 e n, 38, 116-117
Fukuda, Takeo, 39
Fukuda, Yasuo, 39
Fukuzawa, Yukichi, 93n, 119
Funabashi, Yoichi, 117
Gabre Tsadik, Degife, 138n
Ganapini, Luigi, 8n, 201n
Ganzenmüller, Jörg, 181n
Gasparotto, Luigi, 198n
Gattini, Andrea, 205n, 209n, 213n
Genco, Mario, 150n
Gentile, Carlo, 182n
Gentili, Anna Maria, 129n
Gentili, Roberto, 8n, 132n, 187n
Gheddafi, Muammar, 12, 127, 133n, 134 e n, 135 e n, 141, 159
Ghezzi, Carla, 141n
Giddes, J.R., 73 e n
Gibney, Mark, 131n
Ginsborg, Paul, 29n, 132n
Giovana, Mario, 29n
Giunta, Francesco, 198
Giusti, Maria Teresa, 175n, 188n
Giustolisi, Franco, 14n, 198n, 199n
Gluck, Carol, 97n
Gobetti, Eric, 12-13, 167n, 168n
Gordon, Andrew, 97n
Goschler, Constantin, 158n
Graziani, Rodolfo, 20, 21, 23 e n, 28, 138, 149, 192, 198
Grazioli, Emilio, 198
Greppi, Edoardo, 145n, 153n
Grofe, Jan, 131n
Gross, Jan, 158n
Guerri, Giordano Bruno, 21n, 25n
Guifa, Qian, 70
Gutman, Roy, 145n
Hailé Selassié, 28
Hara, Akira, 52
Hara, Hideshige, 24n
Harring, Sidney L., 131n
Hasan Sury, Salaheddin, 141n
Hata, Ikuhiko, 22n, 36 e n
Hatoyama, Ichiro, 39
Hatoyama, Kunio, 39
Hatoyama, Yukio, 39
Havens, Thomas R.H., 104n
Heer, Hannes, 181n
Hehir, Aidan, 130n
Hein, Laura, 97n, 99n
Herbert, Ulrich, 54
Hesse, Carla, 27n
Higashinakano, Osamichi, 98n
Higashinakano, Shudo, 112, 114
Hill, Edwin V., 76 e n
Himmler, Heinrich, 46
Hino, Ashihei, 24 e n, 25
Hiranuma, Kiichiro, 39
Hiranuma, Takeo, 39
Hiroshi, Tanaka, 52
Hirota, Koki, 37
Hisashi, Yano, 99
Hitler, Adolf, 46
Honda, Katsuichi, 36n, 109, 112, 116-117, 122
Hora, Tomio, 36 e n, 117
Hotta, Yoshie, 9, 25 e n
Howard-Hassmann, Rhoda E., 130n, 131n
Hoyama, Hiroshi, 12
Hsiung, James C., 82n
Ienaga, Saburo, 38, 98, 104n, 105n, 110, 115
Iko, Toshiya, 71n
Ikuhiko, Hata, 22n
Imoto, Kumao, 71 e n
Inokuchi, Hiromitsu, 98n
Inoue, Toshikazu, 24n
Iovane, Massimo, 205n
Ishida, Ken, 9, 20n, 22n, 23n, 91
Ishida, Y., 117
Ishihara, Nobuo, 97n
Ishii, Shiro, 67-68, 74-76
Ishikawa, Tatsuzu, 25n
Ishitobi, Jin, 52
Itagaki, Seishiro, 41
Itagaki, Tadashi, 41
Ito, Kazuhiko, 52
Jamfa, Leonard, 131n
Jevdjevic, Dobroslav, 167n
Judt, Tony, 158 e n, 159n
Kaitou, R., 68n
Kalshoven, Frits, 213n
Karasawa, Kiyoshi, 74
Kasahara, Tokushi, 11, 33n, 36n, 96 e n, 99, 100n, 104, 106, 107, 113, 116
Kawashima, 68, 69n, 74
Kersevan, Alessandra, 163n, 188n
Kerstens, Paul, 131n
Kiernan, Victor G., 153n
Kikuchi, Hitoshi, 68, 75
Kim, Puja, 106n, 107n
Kimura, Toru, 28n
King, P.Z., 72 e n, 73
Kirby, Ken, 199n
Kishi, Nobusuke, 39
Klinkhammer, Lutz, 8n, 9n, 186n, 190n, 191n, 192n, 194n, 197n, 201n
Kobayashi, Yoshinori, 12, 97, 98n
Kochavi, Ariel J., 192n
Koizumi, Junichiro, 121, 123
Kojima, Toshiro, 52
Komagome, Takeshi, 52
Komura, Masahiko, 39
Komura, Sakahiko, 39
Koshi, Sadao, 73n
Kosho, Tadashi, 52
Kratoska, Paul H., 64
Kumao, Imoto, 71 e n
Kumar, Rahul, 131n
Kurasawa, Aiko, 10, 20n, 64, 99 e n
Labanca, Nicola, 8n, 12, 129n, 132n, 133n, 137n, 141n, 146n, 148n, 187n
Landra, Guido, 179
Lanzhi, Jing, 77
Laroui, Abdallah, 21n
Latas, Branko, 167n
Latzel, Klaus, 181 e n
Legnani, Massimo, 170n
Lenci, Marco, 154n
Levine, Steven I., 82n
Li, Fei Fei, 80n
Livin, Ettore, 135n
Lincoln, Abramo, 21
Liu, David, 80n
Lolic, Marko, 167n
Lombardo, Anthony P., 131n
Lone, Stewart, 101n
Losurdo, Domenico, 100n
Louis, William Roger, 148n
Lu, David John, 93n
Luzi, Gianluca, 160n
MacArthur, Douglas, 27, 75
Machimura, Kingo, 39
Machimura, Nobutaka, 39
Mack Smith, Denis, 23n
Madden, John, 163n
Magaldi, Gherardo, 197n
Magee, John, 109, 111-114
Magi, Laura, 14
Maier, Charles, 130n, 131 e n, 157, 158n
Malgeri, Giampaolo, 141n
Mantelli, Brunello, 165n, 188n, 189, 190n
Mao, Zedong, 84
Margolin, Jean-Louis, 15n
Martens, Stefan, 188n
Maruyama, Masao, 27n, 101, 102 e n, 103
Masaji, Kitano, 74
Massignani, Alessandro, 184n
Masuda, Hiroshi, 28n
Matsui, Iwane, 37, 81
Matsumura, Takao, 10-11, 52, 68n, 69, 99 e n, 106, 116
Matsumura, Toshio, 111, 114
Matsuoka, Yosuke, 86
Mattioli, Aram, 187n
Mazower, Mark, 190n
Medvedev, Dmitrij, 134n
Mercuri, Lamberto, 29n
Messe, Giovanni, 177, 182, 183n, 196
Meyer, Jean, 148n
Meynier, Gilbert, 148n
Micheletti, Bruna, 168n
Miege, Jean-Louis, 128n;
Milone, Fulvio, 135n
Miller, Jon, 131n
Millo, Anna, 172n
Minear, Richard H., 96n
Missori, Mario, 150n
Mitchell, Richard H., 104n
Mizobuchi, Toshimi, 73n
Moffa, Claudio, 150n
Mokler, Anthony, 21n, 23n
Montanelli, Indro, 8
Monzali, Luciano, 173n
Morishima, Michio, 117
Morimura, Seiichi, 69, 76n, 77, 116
Morris, Ivan, 27n
Morris-Suzuki, Tessa, 92n
Müller, Norbert, 54
Müller, Rolf Dieter, 54
Murayama, Tomiichi (governo), 40
Musial, Bogdan, 54
Mussolini, Benito, 21, 23, 151, 166n, 196
Mussolini, Bruno, 25
Mussolini, Vito, 29
Mussolini, Vittorio, 25 e n
Nagahara, Yoko, 22n
Nagano, Shigeto, 97n
Nakagawa, Shoichi, 38, 41
Nakahara, Michiko, 56, 61n, 64
Nakamura, Masanori, 97n
Nakasone, Hirofumi, 40
Nakasone, Yasuhiro, 40
Naumann, Klaus, 181n
Needham, Joseph, 70n
Negrin, Alberto, 163n
Nenni, Pietro, 198
Nese, Marco, 133n
Nigro, Vincenzo, 134n
Nishinarita, Yutaka, 52
Noda, Masaaki, 22n
Nolzen, Armin, 182n
Nozaki, Yoshiko, 98n
Nützenadel, Alexander, 190n
Okuno, Seisuke, 40-41
Olick, Jeffrey K., 132n, 159n
Oliva, Gianni, 170n, 188n
Ölschleger, Hans Dieter, 93n
Orlando, Taddeo, 199
Ota, Kiyoshi, 69, 75
Otozou, Yamada, 73
Ottolenghi, Gustavo, 147n
Oyama, Hiroshi, 105
Paggi, Leonardo, 188n
Paimin (ferroviere di Yogyakarta), 63, 65
Palumbo, Michael, 189, 199n
Pak, Kyong-sik, 52
Pakard, Eleanor, 21n
Pakard, Rynolds, 21n
Pankhurst, Richard, 153n, 154n, 191n
Pardini, Giuseppe, 179n
Parker Hall, Ivan, 103n
Parodi, Carlos A., 131n
Pavan, Ilaria, 159n
Pavelic, Ante, 165, 179n
Pavese, Cesare, 26 e n
Pedaliu, Effie G.H., 191n, 199n, 200n
Pedriali, Ferdinando, 8n, 132n, 187n
Petacco, Arrigo, 164n
Pete, Stephen, 131n
Pezzino, Paolo, 145n, 187n, 188n
Pfahlmann, Hans, 54
Pirzio Biroli, Alessandro, 198
Pisillo Mazzeschi, Riccardo, 212n
Poggiali, Ciro, 23n
Poggio, Pier Paolo, 168n
Pollitzer, H., 71, 72e n, 73
Popovic, Jovo, 167n
Porch, Douglas, 153n
Porter, Andrew, 148n
Porter, Bernard, 146n
Post, Robert, 27n
Powell Jr., John William, 75 e n, 76, 77 e n
Pride, Harold, 73n
Procacci Giovanna, 82n, 145n, 187n
Prodi, Romano, 13, 133 e n,
Prunas, Renato, 194
Pupo, Raoul, 164n, 195n
Rabe, John, 81, 113
Rainero, Romain H., 146n
Ramcharan, Bertrand G., 130n
Rastoder, Šerbo, 165n
Ravalli, Giovanni, 192n
Reichardt, Sven, 182
Revelli, Nuto, 183n, 185n
Rey-Goldzeiguer, Annie, 148n
Rice, Condoleeza, 135
Rieff, David, 145n
Rivelli, Marco Aurelio, 166n
Rizzi, Loris, 180
Roatta, Mario, 13, 167, 170 e n, 173, 193, 196, 198
Robinson, Neil, 130n
Robotti, Mario, 170n, 198
Rochat, Giorgio, 8n, 128n, 132n, 146n, 148n, 152n, 155n, 156, 163n, 171n, 185n, 187n, 201n
Rodogno, Davide, 163n, 173n, 188n, 194n
Rogari Sandro, 140n
Romano, Sergio, 159, 160n
Romero, Federico, 194n
Ronzitti, Natalino, 205n, 213n
Roosevelt, Franklin Delano, 87
Rosen, Georg, 111
Rossi-Doria, Anna, 145n
Sabella, Robert, 80n
Said, Edward, 119
Sala, Teodoro, 167n, 201n
Salerno, Eric, 147n, 158n
Salvatores, Gabriele, 163n
Salvemini, Gaetano, 21n, 23n
Samarani, Guido, 10, 82n
Sanders, Murray, 74
Santarelli, Lidia, 187n
Sarkin, Jeremy, 131n
Sauckel, Fritz, 46
Scalfaro, Oscar Luigi, 13, 132, 138
Scarante, Giampaolo, 15
Schlemmer, Thomas, 12-13, 176n, 182n, 184n, 185n, 191n
Schwentker, Wolfgang, 9n, 186n
Scotti, Giacomo, 168n
Seidel, Hans-Christoph, 52
Selden, Mark, 97n, 99n
Senese, Salvatore, 29n
Serrentino, Vincenzo, 192n
Seymour, H., 73
Sforza, Carlo, 28, 197n, 198
Shelah, Menachem, 173n
Shigemitzu, Mamoru, 96n
Shillony, Ben Ami, 95n, 104n
Shuquin, Xia, 110, 112, 114, 122
Shyu, Larry N., 82n
Silver, Marc, 82n, 145n, 187n
Smethurst, Richard J., 104n
Smythe, Lewis S.C. , 34-35
Sobolevski, Mihael, 165n
Soetadi (ferroviere di Madiun), 65
Spazzali, Roberto, 195n
Speer, Albert, 46
Spoerer, Mark, 52
Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili), 164, 198
Starace, Achille, 25
Stepinac, Alojzije, 166n
Streit, Christian, 54
Sugihara, Toru, 52
Sugiyama, Hajime, 37
Sulpizi, Francesco, 141n
Sumya, Mikio, 53
Sukarno, Akmed, 57, 62
Suzuki, Kantaro, 39
Suzuki, Yasuzo, 24n
Takahashi, Susumu, 29n
Takahashi, Tetsuya, 117
Talpo, Oddone, 166n, 172n
Tanaka, Akihiko, 52, 69
Tanaka, Masaaki, 97n
Tanaka, Yoshiyuki, 102, 103 e n
Tarrade, Jean, 148n
Tenfelde, Klaus, 52
Ther, Philipp, 158n
Thiess, Frank, 101n
Thobie, Jacques, 148n
Thomas, Georg Richard, 54
Thompson, Arvo, 74
Timperley, Harold John, 80n, 113
Tipton, Elise K., 104n
Tito (Josip Broz), 164, 169, 195, 198, 200
Tojo, Yukihiko, 53
Tolloy, Giusto, 185n
Tomita, Takeshi, 20n
Tomosada, Masuda, 72 e n
Torpey, John, 130n, 132n, 158n
Toshitaka, Ushiomi, 28n
Totsuka, Hideo, 53
Tsurumi, Shunsuke, 93n, 104n
Ubukata, Toshirō, 93n
Unno, Fukuju, 53
Utsume, Aiko, 52
Valiani, Leo, 29n
Varsori, Antonio, 194n
Verri, P., 153n
Viazzi, Luciano, 168n
Victor, Joseph, 76
Vigna, Enrico, 169n
Villari, Giovanni, 191n
Vismara, Maria, 196n
Vittorini, Elio, 9, 26 e n
Vittorio Emanuele III, 193
Waitt, Alden C., 76n
Wakijan (ferroviere di Yogyakarta), 65
Wang, Jingwei, 89
Wang, S.H., 72n
Watanabe, Harumi, 11, 105
Weiner, Michael, 92n, 103n
Wengui, Chen, 71
Whymant, Robert, 69n
Wilde, Ralph, 130n
Wilson, Robert O., 109, 111, 113
Winks, Robin W., 148n
Xianwen, Zhang, 80n
Xiuying, Li, 111-116, 122
Xuehua, Tan, 71
Xueshi, Xie, 68n
Yamada, Akira, 22n
Yamada, Shoji, 53
Yanagase, Tadashi, 40
Yano, Hisashi, 10, 53, 69, 99 e n
Yayori, Matsui, 106n
Yokomitsu, Riichi, 24 e n
Yoshida, Hiroshi, 36 e n
Yoshida, Shigeru, 39
Yoshida, Takashi, 80n
Yoshida, Yutaka, 117
Yoshikawa, Toshiharu, 56, 64
Yoshimi, Yoshiaki, 23n, 71n
Yoshiyasu, Masuda, 71
Young, Louise, 53
Yuge, Toru, 117
Yuki (Yoshiyuki), Tanaka, 101n
Zangrandi, Ruggero, 26n
Zanussi, Giacomo, 169n, 170n
Zarrow, Peter, 82n
Zhengyu, Wang, 71
Zhirnov, Evgenij, 192n
Zhou, Enlai, 84
Memoria e rimozione
I crimini di guerra del Giappone e dell’Italia
a cura di Giovanni Contini, Filippo Focardi e Marta Petricioli

I saggi qui raccolti esaminano – per la prima volta in chiave comparativa – i


crimini di guerra commessi da Italia e Giappone e i processi di rimozione
nella memoria pubblica, messi in atto dopo il 1945, riguardo alle pagine più
buie del passato coloniale e alle violenze commesse durante la seconda
guerra mondiale.
Entrambi i paesi perseguirono obiettivi ambiziosi di espansione al fine di
creare spazi di controllo imperiale, utilizzando politiche di sfruttamento e di
controllo dei territori basate sul ricorso sistematico alla violenza: deportazioni
e sanguinose rappresaglie, con fucilazioni di ostaggi e incendi di villaggi,
come nel caso dell’occupazione italiana della Jugoslavia; oppure attraverso lo
sfruttamento intensivo della forza lavoro coatta dei prigionieri di guerra e
delle popolazioni assoggettate e lo stupro di donne dei paesi occupati da parte
dei soldati giapponesi.
Il volume analizza, inoltre, come il muro del silenzio sui crimini nazionali
abbia cominciato a sgretolarsi in anni recenti, in Italia grazie a una nuova
ondata di studi sulle occupazioni fasciste in Africa e in Europa, in Giappone
soprattutto grazie ai numerosi processi intentati dalle vittime delle violenze
giapponesi e dai loro familiari.
Contributi di R. Caroli, F. Focardi, E. Gobetti, K. Ishida, T. Kasahara, A.
Kurasawa, N. Labanca, L. Magi, T. Matsumura, H. Oyama, G. Samarani, T.
Schlemmer, H. Watanabe, H. Yano.
Giovanni Contini insegna Storia contemporanea presso la Sapienza
Università di Roma.
Filippo Focardi insegna Storia Contemporanea presso l’Università di
Padova.
Marta Petricioli insegna Storia del Vicino e Medio Oriente presso
l’Università di Firenze.