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2/1/2019 Le carovane dei migranti centroamericani.

Una questione politica centrale - Mondopoli - Mondopoli

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Le carovane dei migranti centroamericani. Una questione


politica centrale
19 dicembre 2018 Negro Virginia (http://www.mondopoli.it/autore/negro-virginia/) Achilli Luigi (http://www.mondopoli.it/autore/achilli-luigi/)
L’irruzione della questione centroamericana è stata battezzata “Exodus”, si è moltiplicata sulle testate internazionali, ha lasciato impresse nella memoria le
immagini di un folle brulichio umano sul ponte che unisce Messico e Guatemala e ha riaperto antiche questioni rimaste inascoltate mentre disseminava nuovi
dubbi. Non è più possibile evitare una presa di posizione rispetto ai complessi processi di trasformazione del nostro mondo; l’amnesia temporanea tra l’avvento di
una carovana di migranti e l’altra ha lasciato il posto al delicato status di una migrazione che assomiglia più ad una lotta e che, forse per questo, ha bisogno di
un’altra risposta.

Per poter interpretare quest’evento è necessaria una serie di informazioni preliminari che aiutino a comprendere la complessità del fenomeno. Il primo passo
consiste nell’interrogarsi sulle sue peculiarità, richieste e dinamiche.

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Foto di Alfredo Durante
Partiamo dall’inizio: il flusso migratorio verso gli USA viene dal cosiddetto triangolo nord centroamericano formato da quattro stati (Nicaragua, Honduras,
Salvador e Guatemala), dove negli anni Ottanta guerre civili e movimenti di guerriglia armata hanno causato la fuga di migliaia di persone. Nel corso degli anni la
topografia di questo fenomeno è cambiata e la concretezza della povertà, dell’assenza di uno stato sociale e di diritto – che ha permesso a gruppi criminali
associati a livello transnazionale e localizzati in America meridionale e centrale, come las maras, di governare attraverso la violenza – ha spinto migliaia di
persone a cercare un’alternativa in un altro paese.

La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo della Convenzione del 1951 relativa allo statuto dei rifugiati, sia la dicotomia tra
migrazione forzata e mobilità volontaria. Cercare rifugio deve essere inteso come il risultato di un complesso processo deliberativo motivato da una molteplicità di
fattori, tutti però riconducibili alla volontà di vivere una vita dignitosa.

All’incirca da un decennio alcune associazioni della società civile organizzano le cosiddette carovane di migranti per accompagnare le persone nel loro transito
attraverso il difficile territorio messicano: un tentativo di migliorare le condizioni di viaggio e di richiamare l’attenzione dei media sul tema. La traiettoria è tracciata
seguendo gli alberghi dove i migranti possono dormire e ricevere una prima assistenza, si cercano accordi con le compagnie di trasporto e con i vari governi
statali, e a livello federale l’obiettivo è da sempre la creazione di un visto per fare in modo che durante il viaggio queste persone godano di uno status legale
diminuendone le condizioni di vulnerabilità.

La peculiarità delle attuali carovane del 2018, fino ad ora cinque, è stata la loro misteriosa genesi, molto probabilmente spontanea. Sembra siano stati social
media e la facilità di comunicazione a riunire, il 13 di ottobre, un numero di persone eccezionale, rispetto alle carovane precedenti alla stazione centrale di San
Pedro Sula, nella zona nord-occidentale dell’Honduras.

Può questo Exodus trasformarsi in un nuovo modo di migrare? La nascita di questa tendenza in materia di migrazione non si può comprendere con sufficiente
chiarezza guardando solo al progressivo inasprimento delle politiche migratorie, concepite unicamente come questioni di sicurezza nazionale che richiedono
l’uso di strumenti straordinari di controllo (cosiddetta “securitizzazione”), dai muri a progetti di esternalizzazione (offshoring) della frontiera, per tentare di fermare
il fenomeno della migrazione irregolare. Un approccio politico che, nei fatti, ha invece portato ad un aumento del costo della migrazione e alla dipendenza dei
migranti dalle guide (coyote o polleros) per raggiungere le loro destinazioni.

Davanti alla difficile realtà del viaggio in solitaria, la carovana riduce considerevolmente i costi ma anche i rischi: la copertura mediatica e i messaggi virali sui
social media in America centrale e in Messico non solo hanno attirato un maggior numero di migranti, ma hanno anche stimolato la presenza e l’articolazione
della società civile nelle tappe cruciali del viaggio.

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La carovana non è solo una strategia concepita per ridurre le incognite del viaggio, ma può rivelarsi anche un’opportunità per sperimentare. Il divertimento e la
condivisione diventano una forma di resilienza per appropriarsi di un senso di normalità, rafforzando le reti di solidarietà tra i migranti. Il viaggio insieme si
trasforma in un’esperienza anche gioiosa, in cui si canta, si scherza e si gioca, in cui ci si può innamorare e addirittura sposare. Così che la carovana può essere
un mezzo di crescita personale.

Dobbiamo ricordarci che non esiste alcuna utopia ante-litteram, nessuna dottrina o teoria compiuta: piuttosto quest’esodo risulta dalla stratificazione di diverse
contingenze storiche e geopolitiche. L’Exodus non nasce per invertire il principio fondante dello Stato nazione, sfidandolo volontariamente, è piuttosto
un’esperienza di trasgressione la cui dialettica si può tradurre solo in parte in una risposta alle crescenti misure restrittive delle politiche migratorie. Lo schema
che condiziona il rapporto tra l’Exodus e le istituzioni è molto più complesso. Infatti, una delle sue conseguenze è stata l’esacerbazione del discorso xenofobo
statunitense, oltre ad una militarizzazione del confine tra Stati Uniti e Messico. Analoghe le ripercussioni nel territorio messicano, dove il governo ha reagito con
raid militari sul fiume Suchiate che separa Messico e Guatemala e con deportazioni periodiche e casuali.

Se de facto la risposta è stata piuttosto violenta, le dichiarazioni del nuovo governo del presidente messicano Manuel Lopez Obrador sembrano alludere a
politiche conciliatorie, ma fanno sospettare di dipendere dalle esigenze dei vicini nordamericani. Un esempio è il recente lancio del piano “Quédate en Mexico“,
che sembra assecondare il desiderio statunitense di esternalizzazione del controllo delle frontiere, trasformando il Messico in un grande filtro di migranti. Il piano
prevede di processare i casi dei richiedenti asilo centroamericani facendoli permanere in territorio messicano, con la prospettiva di avviare in parallelo un nuovo
piano di aiuti statunitensi per creare opportunità di impiego in loco.

Alla luce di questi interrogativi l’Exodus migrante è interpretabile come una possibilità per migliorare la mobilità delle persone o piuttosto come un incentivo
all’attuale programma di sicurezza e di controllo delle frontiere degli Stati Uniti? Un’aporia che solo il cammino della storia sarà in grado di risolvere.

PER MAGGIORI APPROFONDIMENTI


“Quedate en México”: Jesus Esquivel, Plan Quedate en México será aceptado por Lopez Obrador, Revista Proceso, 22 Novembre 2018, México
(https://www.proceso.com.mx/560664/plan-quedate-en-mexico-seria-aceptado-por-lopez-obrador)
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