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PERIODICO DI CULTURA NEO-ILLUMINISTA
PERIODICO DI CULTURA NEO-ILLUMINISTA

NUMERO 29 GENNAIO 2019 (ANNO XIII

N.1)

www.civiltalaica.it PERIODICO DI CULTURA NEO-ILLUMINISTA NUMERO 29 GENNAIO 2019 (ANNO XIII N.1) ? TIFIAMO ESTINZIONE

?

TIFIAMO

ESTINZIONE

PROPRIETARIO ED EDITORE Associazione Culturale Civiltà Laica, Via Carrara, 6 - 05100 Terni e-mail:

PROPRIETARIO ED EDITORE

Associazione Culturale Civiltà Laica, Via Carrara, 6 - 05100 Terni e-mail: redazione@civiltalaica.it

DIRETTORE RESPONSABILE

Marco Vulcano

COMITATO DI REDAZIONE

Stefania Paolucci, Alessandro Gentiletti, Alessandro Petrucci, Silvia Castellini, Federico Piccirillo, Francesco Saverio Paoletti, Marcello Ricci, Massimiliano Agostini, Alessandro Chiometti, Valentina della Bella, Massimilano Brasile

Stampato per l’Ass. Cult. Civiltà Laica da IRIS G.T.F.C. srl Narni Scalo (TR)

Autorizzazione del Tribunale di Terni n. 03/07 dell/8 Marzo 2007

GRAFICA

Katapulta Design di Agnieszka Goclowska http://katapultadesign.eu

Design di Agnieszka Goclowska http://katapultadesign.eu IMMAGINE IN COPERTINA KatapultaDesign TIFIAMO ESTINZIONE? Di

IMMAGINE IN COPERTINA

KatapultaDesign

IMMAGINE IN COPERTINA KatapultaDesign TIFIAMO ESTINZIONE? Di Alessandro Chiometti Fin qui tutto

TIFIAMO ESTINZIONE?

Di Alessandro Chiometti

Fin qui tutto bene

C’era una vecchia barzelletta che raccontava di un lord inglese nel suo bell’appartamento di Londra che sorseggia il suo Tè delle cinque e legge un libro con il suo monocolo. Ad un certo punto la porta si apre ed entra il suo maggiordomo.

“Sir?”

“Sì Alfred?” (un maggiordomo non può che chiamarsi Alfred) “Il Tamigi è in piena, Sir!” “Alfred, cosa vuoi che mi importi di queste storie? Queste sono notizie buone per il contadini, ti sembro un contadino che si preoccupa dei raccolti? Non disturbarmi più con queste sciocchezze per favore.” Passano un paio di ore e il maggiordomo riapre la porta, il Lord è ancora lì

seduto sulla sua poltrona, con il suo libro, il suo monocolo e con un’altra tazza

di Tè.

“Sir?”

“Si Alfred?” “Non vorrei disturbarla ma il Tamigi ha rotto gli argini, Sir.”

“Alfred… (con tono sgarbato) allora non ci siamo capiti. Perché disturbi i miei tanti impegni con queste baggianate? Cosa vuoi che importi a me del Tamigi ma che se li portasse via tutti quei contadini, tanto il mio Tè viene dalle Indie,

il mio Brandy da Glasgow e il mio manzo da Dublino. Alfred non osare più

importunarmi con queste cose non adatte a un gentiluomo del mio stampo”.

Il Maggiordomo se ne va e richiude la porta.

Dopo una mezz’ora Alfred bussa di nuovo alla porta del suo padrone chieden- do “Sir?” “Cosa c’è ancora Alfred?”

Il maggiordomo apre la porta, l’acqua allaga lo studio del Lord e Alfred dice:

“Le presento il Tamigi, Sir.”

Questa barzelletta è l’unica parte di questa rivista in cui ci sia qualcosa da ri- dere (se apprezzate lo humour inglese, ovviamente). Per il resto, scusateci se

vi roviniamo l’appetito natalizio, ma saranno solo bruttissime notizie.

Viviamo in una società in perenne allarme per emergenze inesistenti: fan- tomatiche invasioni di immigrati, diffusione dei ragni violino o di calabroni killer in estate, meteoriti che passeranno a qualche milione di chilometri, “strani” cambiamenti delle macchie solari e chi più ne ha più ne metta. Ma per una volta che c’è un allarme serio e condiviso da tutta la comunità scientifica (si da tutta, statisticamente parlando, ne parleremo dopo) ce ne freghiamo allegramente e continuiamo a comportarci come se fossimo l’or- chestra del Titanic. Siamo messi così male? Sì, e forse anche peggio. Cercheremo di mostrarvelo con la maggiore chiarezza possibile e senza possibilità di fraintendimenti. Se poi volete continuare a credere che siano tutte fake news della “lobby delle energie rinnovabili” (notoriamente molto più potente di quella dei petrolieri arabi e statunitensi) fatelo pure. Del resto come diceva Mathieu Kassovitz nel suo film “L’odio”: la storia re- cente della nostra società è quella di un uomo che sta precipitando da un grattacielo e continua a ripetersi “Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene! Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

DATI DI FATTO

Attualmente non esiste quasi più nessun scienziato che ne- ghi il fatto che il pianeta Terra si stia scaldando. Tutti or- mai si sono convinti che questo sia un dato inconfutabile. Del resto 17 dei venti anni più caldi della storia del pianeta sono successivi al 2001 (Questo e altri dati riportati così come i grafici, eccetto dove diversamente indicato, sono presi dal sito nasa.gov)

Ecco la variazione dell’anomalia termica media del pianeta dal 1880 ad oggi.

anomalia termica media del pianeta dal 1880 ad oggi. Altro dibattito che scientificamente non ha più

Altro dibattito che scientificamente non ha più senso è su quali siano le cause di questo riscaldamento. Le cause sono antropiche, cioè la temperatura aumenta a causa dell’uo- mo e delle sue attività che hanno incremen- tato a dismisura l’anidride carbonica presen- te in atmosfera. Il grafico seguente del resto lascia spazio a ben poche discussioni.

seguente del resto lascia spazio a ben poche discussioni. È certo che l’anidride carbonica aumenti a

È certo che l’anidride carbonica aumenti a causa dell’uomo?

Sì, anche se qualcuno insiste ad affermare il contrario (vedi parte finale della rivista con la cronaca di un surreale con- vegno alla Sapienza di Roma).

La “divisione” degli studi scientifici peer reviewed che so- stengono che l’uomo è la causa del cambiamento climatico

e quelli che dicono che “le cause sono altre” è di 54164 a 31

(fonte www.jamespowell.org). No, non c’è nessun errore con i numeri: cinquantaquattro- milacentosessantaquatro a trentuno, ovvero il 99,94% del- la comunità scientifica concorda sulla causa antropica del riscaldamento. Non ci risultano altre teorie scientifiche al- trettanto vastamente accettate. Il pianeta si scalda per colpa dell’uomo quindi… “Ma cosa vuoi che cambi se la temperatura del pianeta aumenta di un grado e mezzo o di due gradi centigradi?” La comunicazione e la divulgazione scientifica non sono mai semplici e gli stessi e indicatori che hanno un signifi- cato lampante per gli addetti ai lavori non sono chiari per tutti gli altri. I vari accordi internazionali (per inciso, tutti già ampiamen- te disattesi compreso quello del 2015 di Parigi) che cerca- no di convincere gli Stati mondiali a mantenere l’anomalia termica (A.T.) entro i +2,0 °C entro il 2040 si riferiscono a

questo parametro che per l’appunto indica (vedi il primo grafico precedentemente riportato) la variazione dell’A.T.

MEDIA del pianeta. In questo momento, mentre impagi- niamo questa rivista il sito della Nasa la riporta a +1,0008

°C (per la prima volta abbiamo superato la soglia del grado

centigrado).

Se

pensate che sia poco, pensate a voi stessi quando aumen-

ta

di un grado la temperatura del vostro corpo. Se da 36,5

°C

passate a 37,5 °C avete al febbre e state male. Se aumenta

di

due gradi arrivate a 38,5 state molto male e dovete pren-

dere provvedimenti. Per aumenti di 4 o 5 gradi centigradi

rischiate anche di morire se la temperatura non scende in fretta.

Inoltre dovete sempre pensare che se l’Anomalia Termica Media del pianeta vuol dire che alcune zone del pianeta sono comunque molto più calde di altre. Attualmente con l’A.T. Media a +1,0°C la nostra zona del Mediterraneo (una delle più esposte) si è scaldata già di quasi 4,0°C. Con l’A.T. a +2,0°C arriveremo senz’altro sopra i 6,0°C. “Che bello andremo più giorni al mare!” qualcuno di voi penserà. Certo o forse sarà il mare a venire da voi.

A sinistra lo scenario dell’innalzamento del mar Adriatico

con un inquinamento incontrollato (inquinamento a livello mondiale si intende) a destra quello con un taglio drastico alle emissioni di inquinanti.

quello con un taglio drastico alle emissioni di inquinanti. Fonte: http://sealevel.climatecentral.org/ Civiltà Laica

Fonte: http://sealevel.climatecentral.org/

Sì, un impatto devastante è ormai inevitabile secondo tutte le previsioni. Ma la differenza potrebbe salvare intere città come Venezia, ad esempio. Quando questo avverrà? La mappa che vedete a destra è comunque pre- vista nel 2050 ed è ormai inevitabile. Quella a sinistra sarà il 2100 se l’inquinamento continuerà ad essere in- controllato. Lo stesso sito mostra l’impatto nel Sud – Est asiatico dove la differenza fra uno scenario e l’altro significa l’al- lagamento o il non allagamento di città come Ho Chi Min City, Singapore, Shangai. Non è certo un caso che l’Onu abbia messo in conto centinaia di milioni di profughi da quella regione del pianeta. Ci sono anche previsioni mol- to più pessimiste e catastrofiche, ma che ci importa? Ci penseranno i nostri nipoti no?

Va bene allora proviamo a smuovere la vostra apatia raccon- tandovi di questa pagina interattiva del New York Times. (Indirizzo completo: https://www.nytimes.com/interacti-

ve/2018/08/30/climate/how-much-hotter-is-your-hometown.html)

Il gioco è semplice, si imposta il luogo e l’anno di nasci- ta e il grafico ci fa vedere di quanto sono aumentati i “giorni veramente caldi” (ovvero quelli con temperatu- ra media superiore ai 32 °C) della nostra città durante la nostra vita. Perché 32°C? Perché è il limite oltre il quale il calore assorbito dal corpo umano comincia a dare pro- blemi fisiologici: asma, fatica, stress muscolare e psichi- co, disidratazione se non compensiamo con i liquidi etc. Insomma per una persona nata a Terni nel 1972 questo è quello che è successo in 45 anni e cosa ci si può attendere per i prossimi 35.

in 45 anni e cosa ci si può attendere per i prossimi 35. Cosa questo comporti

Cosa questo comporti per la vostra salute lo potete facilmente immaginare.

Sesta estinzione di massa

Nei 4,5 miliardi di anni (minuto più, minuto meno) della storia terrestre la “vita” biologica dopo essere apparsa, più o meno “misteriosamente”, per ben cinque volte ha subito drastici ridimensionamenti che l’hanno quasi fatta sparire del tutto. Si chiamano “estinzioni di massa” e quello che ancora non viene comunicato con la necessaria chiarezza è che oggi, in pieno Antropocene (ovvero l’era del pianeta caratteriz- zata dalla presenza umana) stiamo vivendo in questi ultimi decenni l’inizio della sesta estinzione di massa. L’inizio abbiamo detto, ma un inizio come mai ce n’è stato nel corso delle cinque estinzioni precedenti. Le specie vi- venti spariscono a una velocità mai raggiunta (almeno per quello che ne sappiamo e che riusciamo a stimare). Come scrive Telmo Pievani su “L’Ateo” (num. 3 del 2016):

Perdiamo complessivamente ogni anno dalle 11.000 alle 58.000 specie, concentrate soprattutto nelle regioni tropicali. […] Si per- de una specie ogni venti minuti. Estinguiamo specie che nemme- no abbiamo fatto in tempo a classificare. Il raggelante termine tecnico coniato da Rodolfo Dirzo su Science è “defaunizzazione dell’Antropocene”: stiamo “de-faunando” il pianeta. Entra così nel gergo scientifico il nome finora informale proposto da Paul Crutzen nel 2002 di Antropocene, dato all’epoca “geologica” at- tuale in cui una specie sola, Homo sapiens, è riuscita in una man- ciata di secoli ad alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e a trasformare la superficie del pianeta. La barriera corallina al largo dell’Australia l’abbiamo prati- camente già persa; tigri, elefanti, rinoceronti e orsi bianchi quasi certamente dovremo raccontarli solo con le foto ai nostri pronipoti (o con qualche clone in cattività). Tutto

questo perché nonostante il disastro fosse previsto da mol-

to tempo (il chimico Arrhenius calcolò la curva di aumento

della temperatura del pianeta in base alla concentrazione

di anidride carbonica in atmosfera nel 1903, ed è ancora

valida) la politica appoggiata dalla sedicente 1 “volontà po- polare” ha scelto di continuare a usare i combustibili fossili nonostante i danni causati dal loro uso fossero ben chiari

da almeno 50 anni.

Leonardo Di Caprio, da sempre in prima linea fin dai tem-

pi di Al Gore nella battaglia ambientale, ha realizzato due

anni fa, su mandato dell’Onu, il documentario “Punto di

non ritorno” (in originale: “Before the flood”) che andreb- be proiettato quotidianamente a scuola e in televisione

al posto degli inutili telegiornali a base di gossip, cronaca

nera e sfilate di moda.

Il documentario raggiunge forse l’apice della drammaticità

quando a bordo di un elicottero l’attore sorvola la foresta boreale fra Usa e Canada, e ad un certo punto questa fini- sce lasciando spazio ad un incredibile paesaggio desolato di fango e fiumi di catrame. Di Caprio guarda in camera e chiede “Siamo arrivati a Mordor?”. No, quella è la parte della foresta boreale distrutta dall’uo- mo per estrarre petrolio tramite il processo di fracking, ovvero pompando gas nel sottosuolo per far emergere il prezioso idrocarburo. 2

Non so voi, ma noi non troviamo altri termini che “follia” per definire questo comportamento.

E magari voi siete ancora lì a dire “va bene si estingueran-

no un sacco di specie e allora?”.

Allora cari lettori e care lettrici non è detto che non vi estinguiate anche voi. O meglio la nostra specie di Homo sedicente Sapiens.

Al di là dei costi economici della perdita della biodiversità

del pianeta che meriterebbero un numero a parte (perdi-

ta di acqua potabile, perdita di cibo, inquinamento, costo

sociosanitario etc.) quando si va a modificare in modo così pesante un sistema complesso le conseguenze sono lette- ralmente imprevedibili.

E’ inutile starvi a spaventare con ipotesi fantahorror di

superpredatori o di supervirus che potrebbero apparire a causa dell’imprevedibilità dell’evoluzione biologica; vi la- sciamo leggere la narrativa di genere per quello. Cerchia- mo invece qui di fare l’esempio più terra terra possibile.

Il cucchiaio di acciaio.

Quant’è difficile piegare un cucchiaio di acciaio inossidabi- le se fatto bene e con un giusto spessore? Dovete impiegare tanta forza, non tutti ce la fanno. Poi provate a rimetterlo a posto. Sorpresa, di forza ne ser-

ve un poco di meno.

Piegatelo di nuovo. Ci vuole forza ma meno della prima

volta, E così via, fino a quando basta la pressione di un bambino di pochi anni per piegarlo come se fosse burro.

In termini tecnici si dice che avete sorpassato il “punto di

snervamento”.

Infine quando provate per l’ennesima volta a rimetterlo a

posto

L’ecosistema “Pianeta Terra” è un sistema enormemente più complesso di un cucchiaio. Ma anch’esso ha una sua resistenza e una sua resilienza che non sono infinite. E lo stesso vale per l’uomo. Ci siamo adattati a tutto, fino ad

crack, il cucchiaio si è rotto.

oggi. Può darsi che domani arrivi un mutamento ambien- tale al quale non riusciremo ad adattarci. “Viviamo nel periodo più pericoloso della storia dell’umanità. Abbiamo il potenziale per distruggere il nostro pianeta, ma non quello per colonizzarne altri.” Cit. Stephen Hawking.

NOTE:

1 si può definire “volontà popolare” quella di un popolo che non ha accesso alle informazioni scientifiche o è stato forte- mente distratto e disincentivato nel cercare queste?

2 questo e altri tipi di estrazioni “suicide” del petrolio sono forse il motivo principale dell’imprevista permanenza a basso prezzo dei carburanti per le nostre autovetture. “Godi popolo” come si suol dire.

Aggiornamento dell’ultim’ora: mentre impaginiamo questa rivista giunge come un fulmine a ciel sereno che

tutto quello che vi abbiamo raccontato è falso. Chi l’ha detto? Il prode “Capo del gabinetto del Ministero della Famiglia” Cristiano Cerasani . (Ministero del Governo

Italiano, non quello pontificio, si intende

ste figure se ne guardano bene dal farle). Nella trasmis- sione di Uno Mattina del 9 dicembre 2018 ha rivelato al mondo che il riscaldamento globale è colpa di Satana. In attesa dell’inevitabile premio (ig)nobel per il politico italiano avremmo la tentazione di buttar via tutta la ri- vista. La pubblichiamo lo stesso, a testimonianza delle nostre colpe da impenitenti.

che loro que-

pubblichiamo lo stesso, a testimonianza delle nostre colpe da impenitenti. che loro que - Civiltà Laica

Frappiglia contro Golia.

Cronaca di un convegno negazionista alla Sapienza

Di Andrea Capocci

Preso dal sito della Wu Ming foundation https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/11/negazionismo-climati - co-abruzzese/ e condiviso secondo le regole del creative commons.

Martedì 13 novembre 2018 Eugenio Gaudio, rettore della più grande università d’Europa, ha a disposizione un’am- pia scelta su come passare il pomeriggio. Al dipartimento di chimica farmaceutica si svolge il nono Bemm Symposium. Il grande architetto svizzero Mario Botta tiene una lectio magistralis su Francesco Borromini per la facoltà di Archi- tettura. In quella di Psicologia c’è un importante convegno sulle fake news. Al dipartimento di fisica, Cinzia Sciuto pre- senta il libro Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo. Tutti invitano il rettore per un salu- to, pur sapendo che non ha il dono dell’ubiquità. In più c’è anche una riunione del Consiglio di Amministrazione della Sapienza a cui il rettore non può mancare. Eppure, a uno degli inviti vorrebbe tanto rispondere di sì. È la presentazione di un libro prevista per le 15.30 presso la facoltà di Scienze della Terra. Nonostante l’agenda fitta, Gaudio fa sapere all’ufficio stampa che a quella presenta- zione parteciperà almeno per un saluto. L’ufficio aggiunge il suo nome alla locandina di presentazione. Qualcuno della segreteria dà un’occhiata al titolo del libro, poi vede il nome del rettore tra i partecipanti. Si gratta la testa e ne parla col capo. Il capo ci ripensa: d’accordo, non ci vado, però voglio che la Sapienza ci sia. Tra i miei vice, i prorettori, ho il nome giusto per sostituirmi. Alle 15.30 di martedì 13 novembre 2018, alla facoltà di Scien- ze della Terra tutto è pronto per la presentazione del saggio Clima: basta catastrofismi. Riflessioni scientifiche sul pas- sato e sul futuro , libro collettaneo pubblicato dall’editore 21mo Secolo. La decisione del Rettore di declinare l’invito è stata saggia. Un evento analogo doveva tenersi al mattino al Senato: se all’ultimo momento è saltato, qualche moti- vo ci sarà. In vari punti della Sapienza, il collettivo degli studenti di biologia ha appeso striscioni di protesta contro l’evento. Il libro che si sta per presentare, infatti, non è un libro qualunque. È un saggio di «negazionismo climatico». Per negazionismo climatico si intende quel movimento di scienziati e non scienziati che non crede al riscaldamento del pianeta oppure, dato che ormai il riscaldamento è inne- gabile, pensa che il riscaldamento sia naturale e non causa- to dai gas serra legati all’attività economica umana, come l’anidride carbonica emessa bruciando idrocarburi. Al pari del metano, del vapore acqueo e di altri gas, l’ani- dride carbonica possiede una particolare proprietà fisica:

lascia passare la luce ad alta frequenza emessa dal sole ma trattiene la radiazione infrarossa riemessa dalla Terra. Que- sta asimmetria intrappola l’energia solare nell’atmosfera come in una serra, e scalda l’aria e l’acqua. Le varie correnti del negazionismo climatico hanno un punto in comune: si oppongono a ogni politica di limitazione delle emissioni, giudicandola immotivata o inutile. Secondo alcune stime, i negazionisti climatici rappresentano meno dell’1% dei cli- matologi. La maggioranza dei climatologi, infatti, si ritrova nei rap- porti periodici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo incaricato dall’Onu di spulciare

la letteratura scientifica per ottenere stime sulla situazione attuale e scenari per il futuro. Da quasi trent’anni, l’IPCC avverte che il pianeta si scalda e che la causa verosimile è l’anidride carbonica liberata dall’uomo, che ormai supera le 400 parti per milione. Appena un mese fa, l’ultimo rapporto IPCC avvertiva che se l’aumento di temperatura raggiun- gerà +1,5 °C rispetto alla temperatura pre-industriale, le conseguenze sul clima saranno incontrollabili. Oggi siamo

a circa +1 °C. Senza interventi radicali sulle emissioni di gas

serra, arriveremo alla soglia di +1,5° nel giro di qualche de- cennio.

Starring

I relatori non sono facce sconosciute a chi segue il dibatti-

to sul clima. A moderare il dibattito, c’è il padrone di casa

Alberto Prestininzi. È un geologo in pensione (non un cli- matologo) ed è membro del Comitato Tecnico Scientifico per il Ponte sullo Stretto di Messina. Dirige la rivista Italian Journal of Engineering, Geology and Environment. Gli au- tori presenti sono:

Franco Battaglia.

È un chimico (non un climatologo). Lui stesso nel CV non

indica alcuna competenza in ambito climatologico. È auto-

re di un libretto che, secondo il sito Climalteranti, contiene

112 errori scientifici in 31 pagine. È un editorialista seriale de Il Giornale.

Uberto Crescenti.

È un geologo in pensione (non un climatologo). È stato per

dodici anni rettore dell’università di Chieti. Sul clima ha scritto un solo articolo scientifico nel 2010, pubblicato sulla rivista diretta da Prestininzi, che non porta dati originali ma difende le tesi dei negazionisti più noti come Fred Sin- ger, già noto per aver negato i danni del tabacco negli anni Novanta.

Mario Giaccio.

È un economista (non un climatologo) ed è stato preside del-

la facoltà di Economia dell’università di Chieti-Pescara. È au-

tore di un libro sui temi esoterici nel Parsifal di Wagner e di

un altro sulle abitudini gastronomiche dei templari, nonché

di Climatismo: una nuova ideologia, apprezzato sul quotidia-

no Il Foglio e pubblicato presso lo stesso editore 21mo Secolo,

la cui intera produzione è di stampo negazionista.

Nicola Scafetta.

Lavora all’università di Napoli “Federico II”. Ha avuto il suo momento di celebrità nel 2009, quando affermò che la metà del riscaldamento del clima è dovuta al sole. Nonostante le richieste della comunità scientifica, non divulgò il software con cui aveva compiuto i suoi calcoli. Su di lui c’è una voce

di Wikipedia in inglese, la cui gestazione è stata quantome-

no controversa.

A portare i saluti del rettore c’è il prorettore Gabriele Sca-

rascia Mugnozza. È anche lui un geologo (non un climatolo- go), e non uno qualunque: è il presidente della Commissio- ne Grandi Rischi, l’organo incaricato dalla Presidenza del Consiglio di fornire «pareri di carattere tecnico-scientifico

su quesiti del Capo Dipartimento e dare indicazioni su come

migliorare la capacità di valutazione, previsione e preven- zione dei diversi rischi». Per esempio, alla Commissione fu chiesto di valutare il rischio di forti terremoti all’Aquila alla

vigilia della scossa del 6 aprile 2009. Quella valutazione, ricorderanno molti, finì malissimo. La scossa fece 309 morti e i geologi furono accusati in sede le- gale di aver minimizzato il rischio alla vigilia del terremo- to, condannati in primo grado e assolti in secondo dopo un processo complicato. Al clima ostile agli scienziati non fu estranea la teoria pseudoscientifica proposta dall’aquilano Giampaolo Giuliani, secondo il quale i terremoti potevano essere previsti. Dopo quell’esperienza, il presidente della Commissione Grandi Rischi dovrebbe essere in grado di fiu- tare da lontano complotti e pseudoscienze. Invece è proprio Scarascia Mugnozza ad aprire le danze:

elogia i relatori e si compiace del pluralismo della sua uni-

versità, in cui si affrontano dibattiti spinosi «alla luce dei dati senza pregiudizi». Fa appena in tempo a parlare, e una buona parte del pubblico che riempie la sala si alza e sroto-

la uno striscione: «THERE IS NO PLANET B». È il Collettivo

degli studenti di Scienze. Chi si stupiva per il pienone della

sala è servito.

La contestazione degli studenti.

La protesta è ferma ma civile. Solo i relatori sembrano infa-

stiditi dalla contestazione. Il pubblico è solidale con lo stri- scione, ma non abbandona la sala come i contestatori. Tan-

ti, infatti, non vogliono perdersi lo spettacolo negazionista

Un convegno di negazionisti climatici assomiglia più a uno show che a una conferenza scientifica. Quasi mai vengono presentati nuovi dati: i negazionisti si basano sempre sulle stesse fonti, anche perché la le pubblicazioni negazioniste sono solo lo 0,06% del totale. Dunque, si limita perlopiù alla riproposizione di alcuni Grandi Classici.

Franco Battaglia Il primo Grande Classico del negazionismo climatico lo tira

fuori Battaglia: è il rallentamento del riscaldamento cli- matico. La teoria aveva preso piede alla fine del primo de- cennio del 2000: la temperatura del pianeta sembrava aver smesso di crescere, senza apparente spiegazione dato che

la quantità di CO2 continuava a salire. Questo aveva due

conseguenze: forse il riscaldamento climatico non era così grave e forse i modelli dei climatologi non erano così cor- retti.

Analisi dei dati più esaustive hanno poi dimostrato che il riscaldamento non si è mai fermato. Anzi, ha proseguito al ritmo di circa 0,1 °C per decennio anche nel periodo 1998-

2012.

Il secondo Grande Classico del negazionismo climatico lo ha illustrato Scafetta. Si tratta della variabilità climatica natu- rale, che c’è sempre stata e ha provocato mutamenti termi-

ci di entità paragonabile a quelli osservati oggi. In effetti,

il clima sulla Terra nei suoi 4,5 miliardi di anni di storia è cambiato notevolmente per vari motivi.

La questione è già stata studiata a fondo, con risultati ine-

quivoci: nel riscaldamento attuale il fattore umano preva-

le

di gran lunga su quelli naturali. È anche una questione

di

scale temporali: il riscaldamento di cui si discute oggi si

è verificato in un tempo geologicamente brevissimo – un paio di secoli – e ha accelerato negli ultimi cinquant’anni.

La mazza da hockey

La «mazza da hockey», il grafico sul clima più noto al mon- do. Mostra l’andamento della temperatura globale negli ul- timi 1000 anni, secondo la ricostruzione di Mann, Bradley e Hughes (1999). Il grafico è stato aggiornato varie volte alla luce dei nuovi dati. È interessante notare come uno dei fattori della variabili-

tà naturale sia proprio l’anidride carbonica, che può essere

rilasciata nell’atmosfera anche dall’attività vulcanica natu- rale. Eppure, la variabilità naturale del clima è spesso uti- lizzata per negare la relazione tra l’attuale tasso di anidride carbonica nell’atmosfera e riscaldamento.

Il terzo Grande Classico riguarda la stessa CO2: come spiega

di nuovo Scafetta, l’aumento di CO2 aiuta la crescita delle

piante e rende più verde il pianeta. «L’anidride carbonica

non ha mai fatto male a nessuno», dice, citando uno studio apparso su Nature nel 2017 secondo cui grazie all’aumento

di anidride carbonica la vegetazione mondiale sta diven-

tando più florida. Ma gli stessi autori dello studio spiegano che non è una buona notizia. Le piante possono assorbire solo una piccola parte dell’anidride carbonica in più e quindi non possono fermare l’aumento di temperatura, perdono in capacità nu- tritive danneggiando l’agricoltura e, infine, non potranno continuare ad assorbire CO2 all’infinito. Il quarto Grande Classico riguarda l’IPCC. Ogni buon nega- zionista deve denigrarlo. Quando lo fa Pristininzi, ne esce una gaffe: «se qualcuno avesse davvero compreso il clima, avrebbe vinto un premio Nobel». Nel 2007, proprio l’IPCC ha vinto un premio Nobel per «la produzione e la diffusione di conoscenza sul mutamento climatico indotto dall’uomo». «L’IPCC», rincara Prestininzi, «è un organo politico di cui non fanno parte i ricercatori». E Giaccio, l’economista del gruppo, lo accusa nientemeno di aver camuffato i dati, mo- dificando i grafici già pubblicati per eliminare dati scomodi. Anche Scafetta critica i modelli dei climatologi, ma (mettia-

mola così) sbaglia a leggere i dati, e parte del pubblico se ne accorge. Volendo dimostrare che i modelli sono aggiustati

in corsa per tenere conto della variabilità naturale, Scafet-

ta mostra due grafici dell’IPCC. Nel primo, più vecchio, la

variabilità naturale è stimata a 0,2°C. Nel secondo, a dire di Scafetta, a 0,7 °C. Ma mentre nel primo caso si tratta dello scostamento dalla temperatura media, nel secondo grafico si rappresenta la variazione tra il valore massimo e il valore minimo della temperatura, cioè il doppio dello scostamen- to. Quando si tiene conto di questo fattore, la stima fornita

da modelli diversi è più o meno la stessa: 0,2 °C contro 0,3

°C, in stime che hanno necessariamente un margine di in- certezza piuttosto elevato.

L’economista del gruppo, Mario Giaccio, dedica il suo inter- vento all’Emission Trading System (ETS), il mercato delle emissioni con cui l’Unione Europea ha cercato di limitare

le attività economiche ad alto tasso di CO2. Giaccio ne de-

nuncia la debolezza, come se questo dimostrasse la sua tesi centrale: l’ETS è un complotto ordito dalla finanza per di- struggere l’industria europea a tutto vantaggio della Cina. Anche Donald Trump ritiene che il riscaldamento globale sia un’invenzione cinese per danneggiare l’industria statu- nitense. Ma ogni spettacolo che si rispetti ha il suo improvvisatore. Alla Sapienza, il ruolo è coperto da Uberto Crescenti, abruz- zese come Giaccio. Inizia col botto: «La CO2 è un gas nobi-

le», facendo sobbalzare i presenti, che qualche nozione di chimica da liceo ce l’hanno. Crescenti pensa locale e (non) agisce globale. Le sue verità sul clima provengono tutte dal territorio pescarese: «Ventimila anni fa il Po sfociava

a Pescara», oppure «Già D’Annunzio raccontò le alluvio-

ni di Francavilla, gli eventi meteorologici estremi ci sono sempre stati». A supporto delle sue analisi cita Antonino Zi- chichi – che sulla questione climatica ha rimediato diverse figuracce – e Fred Singer. Tra Giaccio e Criscenti la comunità accademica abruzzese non fa certo un figurone. Dopo tre ore in cui non è stato permesso porgere domande, viene data la parola al pubblico. Ormai in sala ci sono so- prattutto studenti, e di fronte alle loro obiezioni i relatori svicolano facilmente. L’assenza di ricercatori e docenti non permette di riequilibrare il dibattito, con contestazioni più puntuali su dati e modelli.

I nuovi Galilei

Quando ai negazionisti si chiede conto dell’imponente mole di dati in contraddizione con le loro tesi, scatta un riflesso condizionato: loro sono Davide in lotta contro i poteri for- ti, rappresentati da Golia-IPCC. Non manca mai, nemmeno alla Sapienza, il riferimento alla vicenda di Galileo schiac- ciato da forze più potenti della sua scienza. Che sia una retorica strumentale lo rivela il loro stesso co- municato stampa di annuncio dell’evento, in cui per accre- ditarsi i negazionisti si descrivono invece come «la netta maggioranza». Oltre a essere un espediente è un tranello, perché istiga a utilizzare un principio di autorità e nel pub- blico incerto insinua il sospetto che si rifiuti il confronto. Anche scienziati e divulgatori professionisti ci cascano spesso con tutte le scarpe. Non solo: il vittimismo dei negazionisti è infondato. Nono- stante tutto, i «poteri forti» NON stanno con l’IPCC e con chi lancia allarmi sul riscaldamento climatico. In questo momento, la maggiore potenza industriale al mondo è pre- sieduta da un negazionista DOC come Trump, che tra i pri- mi atti della sua amministrazione ha revocato gli impegni assunti dagli Usa in materia di clima e ha sostituito i vertici delle agenzie ambientali statunitensi con funzionari della sua stessa corrente di pensiero. Anche in India, Russia e Brasile, in cui vive circa un quarto dell’umanità, i rispettivi presidenti hanno tenuto posizioni apertamente negazioniste, salvo correzioni recenti. Altre potenze globali, come Giappone e Cina, mantengono un at- teggiamento molto ambiguo: a parole Abe e Xi Jinping non negano il problema climatico, e nel caso cinese ne fanno anche una bandiera verso il futuro. Ma allo stesso tempo incentivano l’uso del combustibile con le più alte emissioni,

il carbone.

L’Europa ha certamente la posizione più chiara sul riscalda- mento climatico. Eppure, per ammissione degli stessi negazio- nisti, dal punto di vista delle politiche non brilla per incisività. Perciò, chi oggi alimenta dubbi sulla realtà del mutamento climatico fornisce giustificazioni utili alla classe dirigente per mantenere la sua sostanziale inerzia. Cioè, permette la conservazione del potere sia nell’ambito politico che in quello economico. Tutto il contrario di Galilei. Il 99% dei climatologi invece, chiede a gran voce di rompere gli equilibri e adottare provvedimenti scomodi. Non hanno ragione per forza in virtù del loro numero, an- che se la replicabilità degli esperimenti è uno dei criteri che si è data la scienza moderna. Né si tratta necessaria- mente di scienziati più onesti di altri. Qui nessuno vuole santificare la comunità scientifica ufficiale o nasconderne le contraddizioni. Come ogni attività sociale organizzata, la scienza riflette i rapporti economici vigenti nella società con i relativi conflitti, ad esempio sulla scelta degli ogget- ti di indagine scientifica. Proprio in Italia si è sviluppata una profonda critica dell’immagine neutra e asettica del- la scienza secondo cui, al contrario, lo sviluppo scientifi- co fornisce nuove configurazioni dei rapporti di potere tra sfruttati e sfruttatori. Forse un giorno i climatologi odierni saranno considerati gli alfieri inconsapevoli di un nuovo modello di capitalismo, ingiusto tanto quanto quello attuale. Anche l’astronomia copernicana, in fondo, aiutò i colonizzatori a orientarsi sul- le rotte transoceaniche verso le Indie. Ma questo non fa di Copernico e Keplero dei servi. Perciò, il pensiero critico sull’attività scientifica non può essere ridotto alla barzelletta complottista secondo cui «i climatologi dell’IPCC sono al servizio della finanza globale». In questo momento, la comunità scientifica dei climatologi

è in oggettiva collisione – non collusione: collisione, con la

i – col modello di sviluppo attuale, da qualunque punto lo

si osservi. È quantomeno sorprendente che un’università in cui que- sta stessa comunità si forma e lavora ospiti un incontro del genere. E addirittura metta a disposizione le sue cariche più rappresentative. Sarebbe sbagliato intravedere chissà qua- le complotto. In fondo, si tratta soprattutto di una piccola rivalsa dei geologi che aspirano agli stessi finanziamenti oggi destinati alla scienza del clima. Più che il comportamento dei vertici dell’università, col- pisce l’inerzia della comunità nel senso più largo. Solo gli

studenti si sono dimostrati all’altezza nel rispondere all’of- fensiva negazionista. I docenti, che in epoche non lontane avevano impedito una visita papale all’ateneo, stavolta sono rimasti chiusi nei loro laboratori, mentre all’esterno

l’aria si fa sempre più irrespirabile.

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