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Cap. 1 IL LIBRO E LA STAMPA: INTRODUZIONE


STORICA
di Maria Cristina Selva

II libro e la sua evoluzione storica


1.1.1 Materie e strumenti scrittori
La storia del libro ha origini molto antiche, e spesso non può essere ricostruita facilmente dalle poche tracce
tangibili lasciate.
Per sua natura il libro è un documento di conservazione del sapere e della conoscenza. L’uomo, fin dall’antichità,
ha da sempre utilizzato i materiali che la natura metteva a disposizione come base e supporto fisico per trasmettere le
proprie conoscenze.

Supporti per scrivere

Supporti antichi
Anticamente un supporto per la scrittura era la corteccia degli alberi. Le cortecce molto probabilmente sono stati i
primi supporti, tanto è vero che non a caso la parola liber in latino, prima di assumere l'attuale significato, indicava appunto
la corteccia dell'albero.
Altri antichi supporti erano le foglie, i tessuti.
Tra i popoli della Mesopotamia si utilizzavano tavolette d'argilla.
Nell'antica Roma tavolette di legno ricoperte di cera (dette tavolette cerate o dealbate).

Il papiro
Un altro antico supporto che, nell’antichità ha assunto particolare importanza tra i materiali scrittori, era la carta
ricavata dalla pianta di papiro, originaria dell'Egitto, dove fu usata a partire dal III millennio a.C. La carta dal papiro veniva
ricavata nel seguente modo: lo stelo della pianta di papiro veniva diviso in strisce sottilissime appoggiate una accanto
all'altra e bagnate con l'acqua del Nilo. Su questo strato ne veniva appoggiato un altro in senso trasversale e i due fogli
venivano fatti aderire per pressione. I fogli, una volta rifilati, venivano incollati uno accanto all'altro in una lunga striscia;
tale striscia veniva poi arrotolata lungo un'asticella di legno, avorio o osso. Il rotolo ottenuto veniva chiamato volumen e
veniva poi messo in commercio: esistevano rotoli più o meno pregiati e di costi diversi, a seconda della qualità del papiro,
della loro grandezza etc.
Fino alla fine del X secolo d.C. la carta da papiro si fabbricava solo in Egitto; poi, già dalla fine del X secolo d.C.
questa industria si diffuse anche in Sicilia, finché in Egitto la produzione cessò con l’XI secolo a causa della diminuzione
della portata del Nilo.

La pergamena
Il papiro fu usato come supporto scrittorio per volumina e documenta in maniera quasi esclusiva fino al III
secolo d.C., ma nel corso di questo secolo comincia ad essere utilizzata anche la pergamena. Papiro e pergamena nel
corso del III millennio avevano usi diversi: la pergamena veniva utilizzata soprattutto per i manoscritti letterari (chiamati
codex), mentre il papiro continuava a essere impiegato nei documenti cancellereschi. Poi, tra il III e IV secolo d.C. il codex
(codice) in pergamena finì per sostituire completamente il rotolo in papiro (volumen), trasformando notevolmente la forma,
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la struttura e l'aspetto dei libri.


La pergamena era fatta con pelle di animali, opportunamente trattata per ottenere un materiale liscio sul quale
si scriveva molto facilmente. Per la fabbricazione si usavano pelli di vari animali, tra cui pecora e vitello: la migliore o
peggiore qualità non era data dalla materia prima, ma dalla tecnica di lavorazione usata.
La pergamena rimase in uso per i manoscritti fino alla diffusione della carta e soprattutto della stampa a caratteri
mobili. La diffusione del suo uso per i documenti fu più lento. In questo caso, la pergamena usata veniva generalmente
scritta solo su un lato, e lisciata solo da quella parte. In alcuni codici di lusso veniva colorata.

Il palinsesto
Un altro antico modo per ricavarsi supporti scrittori è il palinsesto, usato soprattutto nell’Alto medioevo. Non è un
vero e proprio supporto scrittorio, ma un modo per riciclare la pergamena già utilizzata e farne un nuovo supporto per la
scrittura. Nell'alto Medioevo si adoperarono frequentemente fogli già usati, a causa dell'alto costo della pergamena nuova. Per
riciclarla anche più volte, veniva immersa nel latte e poi sfregata con pietra pomice per cancellare l'inchiostro. Così venivano
prodotti nuovi codici, detti "palinsesti".
La lettura delle scritture sovrapposte ha consentito di far riaffiorare opere che altrimenti sarebbero andate perdute: in
passato, tuttavia, l'uso di reagenti chimici per far riemergere la scrittura sottostante ha causato il deterioramento di molti codici.
Tecniche moderne permettono oggi di leggere i "palinsesti" senza rovinare i codici.

La carta
Un altro supporto scrittorio è la carta che ha origini cinesi. In Europa la diffusione della carta di
stracci (di cotone, canapa o lino) risale al sec. XI e fu importata dagli arabi.
Con la diffusione della carta la pergamena rimase in uso solo nei documenti, anche in seguito a espliciti divieti
di utilizzo della carta, che era ritenuta materiale troppo fragile.
La sua diffusione è stata determinante per l’avvento e lo sviluppo della tipografia. Le cartiere si installarono nell'alto e
medio corso dei fiumi, di cui utilizzavano l'acqua, appena fuori dai grandi centri abitati, dove avveniva l'approvvigionamento
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di stracci (Charles Moisé Briquet ha calcolato che fossero necessari 2000 litri di acqua per ogni chilogrammo di carta
prodotto). I corsi d'acqua, tra l'altro, servivano anche per il trasporto della carta.
Le cartiere sorsero inoltre o vicino a grandi città (generalmente dotate di università) oppure all'incrocio di grandi vie
commerciali, in quanto una condizione indispensabile per la diffusione di questa produzione era la possibilità di smerciare la
carta, quindi la vicinanza ai fiumi e alle grandi città erano condizioni indispensabili per il commercio di questo supporto.
La prima industria cartaria europea nacque in Italia, a Fabriano, intorno al 1276. La tecnica si diffuse rapidamente
e si perfezionò: nel 1283 a Fabriano erano già presenti otto cartai. Per molto tempo l'Italia produsse ed esportò carta in
Europa in maniera esclusiva, ma alla fine del Quattrocento il primato della produzione passò alla Francia.
Le fasi di produzione si perfezionarono nel corso dei secoli, senza cambiare molto: dopo la raccolta e la cernita
degli stracci di cotone, canapa o lino, che costituivano la materia prima, era necessario procedere alla loro bollitura e
lavatura; divisi in tre gruppi in rapporto alla qualità, gli stracci passavano poi nei tini dove venivano lavati più volte in acqua
corrente e poi pressati e lasciati fermentare per isolare la cellulosa. A volte il processo veniva favorito dall'aggiunta di calce.
Poi venivano tagliati e triturati con macchine speciali azionate dai mulini fino a ottenere una pasta omogenea e piuttosto
liquida. Questa pasta veniva versata nei tini in cui si immergeva la forma (vale a dire nella cornice che delimitava la parte
stampata del foglio, chiamata "specchio di stampa",), costituita da un telaio a cui erano applicati dei fili metallici, detti
vergelle. Nella forma si trovava anche la filigrana, il marchio di fabbrica delle cartiere, che consentiva, e consente ancora

1
Briquet ‹brikè›, Charles-Moïse. - Iniziatore dello studio scientifico delle filigrane della carta (Ginevra1839 -
ivi 1918), appartenente a una famiglia di fabbricanti di carta. Nel 1878 rese note le prime ricerche sulla storia
della carta in Svizzera; negli anni successivi pubblicò lavori minori su argomenti analoghi e compì viaggi di
studio in tutta l'Europa. Nel 1907 pubblicò un ampio repertorio, con la riproduzione a disegno, la descrizione
a
e la datazione di 16.112 filigrane dal 13º al 16º sec. (Les filigranes..., 1907, 2 ed. 1923). Da wiki.
3

oggi di sapere da dove provenisse la carta. Il disegno della filigrana (figure di animali, fiori, frutti, armi e così via) era
ottenuto intrecciando dei fili metallici più sottili ed era in leggero rilievo, così la pasta, colando, restava più sottile in
prossimità dei fili e faceva apparire il disegno in controluce. La pasta essiccata veniva messa sotto un torchio per eliminare i
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residui di acqua, dopo aver messo un feltro tra un foglio e l'altro. I fogli ottenuti venivano poi satinati, cioè strofinati con
una pietra levigata per renderli più lisci. A partire dal XV secolo venivano passati anche in una sorta di colla di amido
animale.
Questa tecnica e l'utilizzo degli stracci come materia prima rimase in uso fino al 1844, quando Friederich Keller inventò
una macchina in grado di utilizzare il legno come materia prima: l'invenzione cambiò l'aspetto dei libri, ma lo fece a danno
della loro conservazione. La carta di legno è infatti molto meno resistente della carta di stracci all'usura del tempo, e crea
problemi di conservazione molto maggiori.

Strumenti per scrivere

Gli strumenti che nell'arco dei secoli si utilizzarono per scrivere furono molti e molto diversi. Dallo strumento e
dalla posizione assunta dallo scrivano derivano anche le forme che la scrittura assunse nel tempo. Per scrivere sul papiro e
3
sulla pergamena si utilizzava il calamo , simile a un moderno pennino, che veniva intinto nell'inchiostro: esso venne usato
4
fino al secolo VII d.C, quando fu sostituito dalla penna d'oca .
Nel XIX secolo si diffonde invece l'uso della penna di metallo, mentre la matita, pur essendo conosciuta fin
dalla fine del secolo XIV divenne di uso comune solo nel XVIII.

2
Il feltro è una stoffa realizzata in pelo animale. Non è un tessuto ma viene prodotto con l'infeltrimento delle
fibre. Il materiale che lo compone comunemente è la lana cardata di pecora, ma si può utilizzare qualsiasi
altro tipo di pelo (lepre, coniglio,castoro, lontra, capra e cammello)
3
Il calamo, dal greco kalamos (καλαµος), è un pezzo di canna o giunco con un'estremità incisa a punta per
potersene servire ad usi scrittori, seguendo due modalità principali:
- a secco su tavolette d'argilla.
- intinto nell'inchiostro, su di un papiro, una pergamena, un foglio di carta o qualunque altro supporto atto
ad essere scritto con l'inchiostro.
4
La penna d’oca è uno strumento usato per scrivere che sostituì progressivamente il calamo in Occidente
tra il VI e il IX secolo poiché permetteva di scrivere in maniera più fine sulla pergamena.
4

1.1.2 II libro manoscritto


Il libro manoscritto (codex)è il testo antico scritto a mano ad opera dei copisti. Esso era composto da vari
fascicoli (preparati precedentemente dai copisti) su cui poi veniva trascritto il testo. Dal passaggio dal volumen (rotolo) al
codex (libro manoscritto) tra il II e il IV secolo d.C, fino a tutto il Medioevo, il libro manoscritto conservò lo stesso aspetto e
la stessa procedura di preparazione. Il procedimento di preparazione era il seguente:
1. I copisti preparavano innanzitutto i fascicoli su cui doveva essere trascritto il testo;
2. I fascicoli venivano poi numerati per evitare confusione al momento della legatura.
3. Dopodiché si poteva procedere alla stesura del testo, il quale doveva essere trascritto secondo precise regole
estetiche di riempimento degli spazi:
a. Sul foglio di pergamena venivano tracciate le righe (a secco o con una sottile riga di inchiostro) su cui poi
si scriveva.
b. I manoscritti erano privi di frontespizio, quindi iniziavano direttamente con il testo, a volte preceduto da
una frase, che cominciava con la parola incipit seguita dal titolo e dall'autore. Spesso queste indicazioni
potevano trovarsi anche in fondo al testo precedute dalla parola explicit. I due termini latini rimasero
nell'uso a indicare l'inizio e la fine del testo. A volte nella sottoscrizione finale il copista aggiungeva il
proprio nome, il luogo e la data in cui era stato composto il manoscritto.
4. I manoscritti erano spesso decorati. La decorazione poteva essere fatta con la semplice iniziale ornata o con
ricchissime e vivaci miniature, che si svilupparono soprattutto nel Medioevo. Le miniature erano decorazioni per
lo più molto piccole e ricchissime di colori e particolari, che ornavano e impreziosivano i volumi. L'uso di
illustrare i libri attraverso le miniature rimase, per breve tempo, anche nelle opere a stampa, poi venne sostituito
dalla silografia.

Centri scrittori

Nel corso del medioevo vi erano principalmente due tipi di centri scrittori:
- Gli scriptoria annessi ai monasteri;
- Le botteghe dei copisti laici.

La professione libraria all’interno dei monasteri


Generalmente ogni centro scrittorio, all'interno di un monastero, lavorava solo per la biblioteca di quel convento;
esistevano tuttavia pratiche di vendita e di scambio.
Fino al XIII secolo la professione dei copisti era coltivata essenzialmente all’interno dei centri scrittori annessi ai
monasteri, quindi pur essendoci pratiche di vendita e di scambio con altri monasteri, si può dire che ogni centro scrittorio,
all'interno del monastero, lavorava solo per la biblioteca di quel convento.

La professione laica libraria a partire dal XIII secolo


Attorno al XIII secolo si sviluppò invece anche la professione laica libraria: copisti di professione, riuniti in
botteghe, lavoravano soprattutto nelle città sede di università (Parigi, Bologna, Oxford, Cambridge etc.), mettendo a
disposizione degli studenti i testi scolastici.
Con la comparsa delle università che porta a bisogni della cultura più diffusa, nasce un libro nuovo.
Il libro dei secoli precedenti in Europa era stato sostanzialmente il codice prodotto all'interno degli scriptoria dei
monasteri, destinato a rimanere dentro il monastero e a costituirne, in molti casi, parte dei beni materiali, utilizzato per la
lettura collettiva ad alta voce.
Il libro universitario risponde a esigenze di fruizione diverse. Copiato nelle laiche botteghe artigiane di scrittura, era
opera della mano di un copista di professione che, con un apposito contratto, riceveva l'incarico della trascrizione. Il libro
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diventa così un bene destinato alla vendita, usato per lo studio individuale degli studenti.
Per la produzione dei libri universitari venne introdotto il sistema della pecia5,.
La pecia era un sistema di moltiplicazione del libro (di produzione in serie) utilizzato in molte università europee
(soprattutto Paris e Bologna), fin dai primi anni del XIII secolo. Tale sistema era nato sia per far fronte alle continue richieste
di libri di testo, sia per vigilare sull'autenticità e correttezza dei testi. Consiste nella seguente preparazione del libro:
1. Si faceva una copia ufficiale dei libri di testo (exemplar). Quello originario probabilmente era conservato a cura
della università.
2. Questi exemplares erano scritti in fascicoli pergamenacei, tutti della stessa lunghezza, chiamati appunto
peciae.
3. Agli stationarii (funzionari librai che tenevano bottega, appunto la statio, in prossimità dell’università) veniva
affidato il compito di conservare gli exemplares e di affittare le peciae agli scriptores (copisti).
4. Una commissione di petiarii, (commissione di docenti eletti tra i professori), verificava, all'inizio dell'anno
accademico, la conformità della copia esemplare al modello originale. Se conforme lo approvava e lo
dichiarava correctus.
5. Dopodiché la commissione ne fissava il prezzo di locazione. Veniva così redatta una lista ufficiale di questi
exemplares, con accanto la tariffa, che lo stationarius doveva affiggere alla bottega.
6. I copisti potevano dopodiché affittare, dagli stazionari, le peciae necessarie per la copiatura dell’esemplare. La
copiatura delle peciae avveniva su commissione, ossia il copista veniva incaricato e pagato dallo studente.

In parole più semplici ogni pecia costituiva un fascicolo dell’esemplare e tali peciae venivano affittate dai copisti
professionisti per poter trascrivere il libro e venderlo.
Con questo sistema era possibile sveltire il processo di copia del testo (diviso in tante peciae). Capitavano degli
incidenti: finita la trascrizione di una pecia, un copista poteva non trovare più la pecia successiva (data in locazione a qualcun
altro), per cui era costretto a "saltare" alla pecia ancora successiva lasciando delle pagine bianche, pagine che potevano
risultare non sufficienti quando la pecia mancante veniva finalmente trascritta o risultare eccessive ecc. Il sistema della pecia
fu tuttavia in grado, negli ambienti universitari, di far fronte alla domanda crescente di copie di libri di testo, e alla necessità del
controllo su quanto veniva trascritto e diffuso.
Era garantito così uno dei fini dell’università: offrire strumenti di studio uniformi e corrispondenti all’insegnamento.
Al suo interno il codice universitario presentava, in maniera sempre più standardizzata e tipica, la pagina scritta su
due colonne; ampi margini sono destinati a contenere le glosse6 (i commenti al testo). Si comincia a dividere le singole
parole all'interno del testo (cosa che non si faceva prima, nei codici monastici); si inseriscono titoli in rosso (rubricae), e segni
di paragrafo in modo da evidenziare le parti con cui è articolato il discorso.
La presenza delle università incide dunque in maniera determinante non solo sui costumi e sulla nascita di nuovi
ceti e figure umane (lo studente, il maestro universitario) ecc., ma anche sulla storia del libro.
La produzione diventò quindi molto più rapida di quanto non fosse negli antichi scriptoria, per quanto anche
meno curata. Quindi quasi due secoli prima della diffusione della stampa a caratteri mobili già esisteva una produzione in
serie del libro, ed era iniziato il processo di trasformazione del libro in una mercé di consumo e di vendita: sono queste le
premesse necessarie all'introduzione della stampa.
Riassumendo, nel corso del Medioevo vi erano principalmente due tipi di centri scrittori:
- Gli scriptoria annessi ai monasteri (copisti amanuensi) che scrivevano e copiavano solo per la biblioteca di
quel convento o monastero

5
Prima dell'invenzione della stampa a caratteri mobili fu il metodo più efficiente per realizzare libri a basso
costo. I singoli fascicoli venivano poi affittati dai librai editori agli studenti.
6
Nell'antichità, la glossa era l'interpretazione di parole oscure (perché ermetiche o cadute in disuso)
attraverso altre più comprensibili, ossia attraverso il linguaggio corrente. In linguistica e filologia le glosse
sono dei termini isolati che compaiono nei testi antichi affiancati da una spiegazione del loro significato, vuoi
6

- Le botteghe dei copisti laici che copiavano su commissione testi scolastici per gli studenti.

•B 1.2 Nozioni di storia della stampa e dell'editoria: da


Gutenberg all'era digitale

1.2.1 L'introduzione della stampa, elementi tecnici


La storia del libo manoscritto inizia il suo percorso di decadenza con l’invenzione della stampa nel corso del
Quattrocento, risalente al 1450 circa, quando vi fu in Europa l'introduzione della stampa a caratteri mobili. La tecnica era
già conosciuta in Oriente, in particolare in Cina, dove nel XII secolo apparvero i caratteri mobili. Già in passato erano
conosciute altre modalità di produzione di libri a stampa, per esempio la stampa silografica, molto usata per stampare
volumi a scopo religioso o per produrre carte da gioco o figure varie. La stampa silografica era realizzata incidendo a rilievo
un testo o, più frequentemente, un'immagine su una matrice di legno, che veniva poi inchiostrata e premuta sul foglio.
Tuttavia non si può dire che sia stata antesignana della stampa a caratteri mobili: la tecnica è infatti molto diversa dalla
stampa a caratteri mobili sia perché nella stampa silografica si usava il tampone e nella stampa a caratteri mobili si usava il
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torchio , sia soprattutto perché c'era una grande differenza nei caratteri usati. Il carattere di legno era infatti molto
delicato, non consentiva di ottenere la precisione necessaria per una produzione in grandi quantità e non poteva essere
riutilizzato molte volte.
Non è quindi dal mondo della stampa silografica che nasce la stampa a caratteri mobili: infatti l'incisore su legno
non ha alcuna competenza rispetto alla fusione dei metalli, e non a caso Gutenberg e altri proto-tipografi provenivano dal
mondo dell'oreficeria o erano comunque molto esperti nella fusione dei metalli. Alla stampa silografica, invece, si deve
l'idea dell'impiego della carta.
Oltre alla diffusione della carta, per poter arrivare alla diffusione della stampa a caratteri mobili fu necessario
risolvere il più difficoltoso dei problemi tecnici, quello delle produzione dei caratteri, che costituiscono l'essenza stessa
della stampa. La difficoltà maggiore era trovare la lega metallica adatta per fonderli: in tutta Europa furono fatti vari
tentativi, ma non abbiamo fonti certe, né archivistiche né documentarie, riguardo al processo che portò alla soluzione dei
problemi.
La tecnica arrivò a perfezione nella città tedesca di Magonza a metà del Quattrocento: nel 1455 Johann
Gutenberg, finanziato da Johann Fust e con l'aiuto di Peter Schòffer, produsse la famosa Bibbia a 42 linee. La Bibbia,
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stampata in circa 150 copie, è un'opera tipograficamente "matura", di grande bellezza, stampata in folio , con il testo
disposto su due colonne. Si nota la mancanza del frontespizio, che comparirà solo nel Cinquecento; mancano anche la
data e il nome dei tipografi.
I caratteri utilizzati per la stampa riprendevano i modelli di quelli manoscritti. Fino a metà Cinquecento la
produzione dei caratteri non fu un lavoro autonomo, ma veniva compiuto all'interno delle tipografie, mentre in seguito
divenne possibile per i tipografi acquistare serie di caratteri già pronti. Il processo di standardizzazione dei caratteri fu
comunque molto lento e la varietà in uso restò molto ampia, non solo in rapporto alla scrittura usata ma anche rispetto
alle dimensioni stesse del carattere: inizialmente quasi ogni tipografia aveva i suoi tipi. Col tempo, prevalse il carattere

ad opera degli stessi autori di tali testi, vuoi ad opera di autori e commentatori successivi ("glossatori").
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Il torchio tipografico è un meccanismo innovativo di stampa introdotto da Johann Gutenberg insieme ai
caratteri mobili. Si tratta di un meccanismo in grado di appoggiare un foglio di carta su di una matrice
ottenuta costruendo una forma per mezzo di caratteri mobili da stampa.
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L'espressione latina In folio (abbreviato anche in 2), tradotta letteralmente, significa nel foglio. È un
termine tecnico della legatoria: si intende indicare il formato di un libro i cui fogli di stampa sono stati piegati
una sola volta lungo il lato minore, in modo da avere quattro facciate. Le dimensioni in altezza della pagina
possono variare tra 30,49 cm e 38,1 cm. I filoni sono verticali e la filigrana si trova al centro di una delle
carte. La tiratura, per l'alto costo che il libro presenta, è in genere limitata a pochi esemplari.
7

romano tondo, che deriva dalla carolina, scrittura usata dagli umanisti. Il romano tondo si diffuse rapidamente in Italia, e
finì poi per scalzare il gotico del nord Europa, che tuttavia rimase in uso in Germania per i testi in lingua.
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MANUALE DI BIBLIOTECONOMIA

Un altro elemento tecnico importante è l'inchiostro, diverso da quello usato per scrivere a mano: deve essere
particolarmente grasso e oleoso perché aderisca ai caratteri metallici su cui viene spalmato con un tampone, detto
"mazzo". Gli inchiostri dei primi incunaboli sono praticamente perfetti, senza macchie o sbavature, che compariranno più
avanti, quando si tenderà a privilegiare la quantità sulla qualità.
Ultimo appunto: il torchio era composto da una struttura in legno con un carrello mobile che trasportava carta e
caratteri avanti e indietro e li metteva sotto una pressa, la quale premeva il foglio sopra i caratteri inchiostrati. Con questo
strumento si arrivò a tirare una pagina ogni 20 secondi, vale a dire un lavoro pesantissimo per gli operai che lo
svolgevano. Solo nella metà del Settecento si giunse ad avere un torchio interamente metallico.

1.2.2 I primi libri a stampa (gli incunaboli). Il secondo Quattrocento


I primi libri prodotti a stampa tra il 1455 e la fine del XV secolo, vengono chiamati "incunaboli", dal termine
"cuna" (culla) che indica la nascita dell'arte tipografica. Inizialmente il libro tipografico imitava in tutto il codice manoscritto:
conteneva infatti le stesse illustrazioni, al punto che veniva lasciato uno spazio vuoto all'inizio dei capitoli per l'esecuzione
delle miniature; inoltre il testo era distribuito nello specchio di stampa come nei manoscritti. Talvolta venne usata persino
la pergamena, e, per quanto riguarda i caratteri, rimase l'uso di legature e abbreviazioni, come nella scrittura a mano. Il
manoscritto infatti era l'unico modello che potesse essere imitato e la stampa, come tutte le innovazioni, per farsi accettare
ricalcò orme già note.
Fino all'inizio del Cinquecento circa, nel libro a stampa mancava il frontespizio, sebbene se ne conoscano alcuni
esempi già alla fine del Quattrocento: il libro cominciava direttamente con le prime parole del testo. Il frontespizio come lo
conosciamo oggi si sviluppò dall'occhietto, cioè dall'uso di stampare il semplice titolo dell'opera su una pagina iniziale a
protezione del volume.
9
Le notizie tipografiche si trovavano, invece, nel colophon , in fondo al volume, dove era possibile trovare il nome
del tipografo, la città di edizione, il titolo esatto dell'opera e il nome dell'autore. Il primo colophon si trova nel Salterio di
Magonza, stampato da Peter Schòffer nel 1457, che è anche il primo incunabolo datato.
Nell'arco del Cinquecento le informazioni tipografiche passarono tutte nella pagina iniziale, che fu arricchita da
elementi decorativi e illustrazioni. Quando la convivenza di tutti questi elementi divenne impossibile, il frontespizio si
sdoppiò in due elementi: una pagina con l'incisione e un motto o un occhietto (antiporta) e un'altra pagina con tutte le
informazioni rimanenti, il frontespizio vero e proprio. In Inghilterra e nei paesi germanici il frontespizio divenne molto
carico di elementi decorativi, meno diffusi in Italia e Francia.
Il frontespizio si arricchì anche della marca tipografica, che ne divenne uno degli elementi essenziali. Era questo
un vero e proprio marchio di fabbrica, generalmente formato da un disegno e da un motto, che ciascuno stampatore
utilizzava per distinguere le proprie edizioni.
Unità di base del libro a stampa è il fascicolo, che si ottiene piegando un foglio. Ogni fascicolo è cucito agli altri
lungo il dorso in mezzo alla piegatura, e queste cuciture sono unite alla legatura, antesignana della nostra "copertina".

9
In editoria, il colophon (o colofone) è una breve descrizione testuale, posta all'inizio o alla fine di un libro,
riportante le note di produzione rilevanti per l'edizione (i diritti dell'opera, le sue varie edizioni, eccetera). Dal
punto di vista bibliografico, i colofoni si avvicinano dunque più al frontespizio di un libro moderno. I colofoni
più dettagliati sono una tipica caratteristica delle edizioni a tiratura limitata e delle stampe d'editoria privata.
Nella maggior parte dei casi il colofone è una descrizione del testo tipografico, spesso intitolata Una nota sul
testo, che identifica i principali caratteri utilizzati riportandone i nomi, fornisce a volte una breve descrizione
della storia del carattere tipografico e del tipo di inchiostro, della carta e del contenuto di cotone. In quei libri,
non tutti, provvisti di colofoni, questi trovano solitamente posto o sulla stessa pagina delle informazioni sul
diritto d'autore o sul retro del volume. Il termine deriva dal tardo latino "colophon", dal greco "κóλοφων"
("sommità", "cima" oppure "finitura").
9

L'altezza di un fascicolo, e quindi del volume, dipende dalla grandezza del foglio originale e dal numero di
piegature eseguite:
- Si parla quindi di libro "in folio" quando il foglio ha avuto solo due piegature;
- Libro "in quarto" quando le piegature furono quattro,
- Libro "in ottavo" con otto piegature,
- Libro "in dodicesimo" con dodici e così via.

Non è quindi corretto definire le misure di un determinato formato in centimetri, in quanto la dimensione che
risulta dalle successive piegature è in funzione della dimensione iniziale del foglio. Tuttavia, essendo molto spesso i fogli
iniziali di dimensioni simili, si finisce con avere una certa standardizzazione anche nel formato del libro, per cui un libro in
folio è di grande formato e un libro in dodicesimo è di formato tascabile.
Per quanto riguarda invece la scelta dei diversi formati, i primi tipografi facevano riferimento alla tipologia dei
manoscritti che circolavano nel XV secolo. Tre sono i modelli essenziali:
- il libro scolastico di grande formato, nato in ambiente universitario,
- il libro umanistico, di medio formato, ispirato ad ambienti umanistici,
- il libro di piccolo formato, a grande diffusione e con un'ornamentazione piuttosto rozza.

Dalla fine del Quattrocento, tuttavia, cambiarono anche i formati: se prima il formato tascabile era riservato alle
opere di devozione o in generale di grande diffusione, in seguito questo formato venne usato anche per altre opere,
secondo una tradizione inaugurata da Aldo Manuzio.
Inizialmente le pagine non venivano numerate, e per mettere nel giusto ordine i fascicoli si ricorreva alla
10
"segnatura" : ogni fascicolo era contrassegnato da una lettera e da un numero (indicazione alfanumerica): per esempio in
un libro "in quarto" ogni fascicolo è formato da 4 carte e 8 pagine, e la segnatura del primo fascicolo sarà Al, A2, A3, A4,
quella del secondo B1, B2, B3, B4 e così via. Generalmente il tipografo, soprattutto agli albori della stampa, forniva un
compendio della sequenza dei fascicoli che componevano l'esemplare, ossia la successione alfabetica dei fascicoli e la loro
consistenza. Questo compendio era chiamato "registro" e il suo uso andò scemando nel corso del tempo fino a
scomparire. Questa segnatura, composta di lettere e numeri, fu eliminata solo nel Settecento, quando era ormai diffuso
l'uso di numerare le pagine.
Per l'illustrazione dei libri a stampa, abbiamo accennato come all'inizio si facesse ancora ricorso alla miniatura. Il
procedimento era però molto lungo e costoso: era necessario trovare una tecnica, che permettesse di riprodurre le
illustrazioni con la stessa velocità e possibilità di standardizzazione del testo scritto. Per ottenere questo risultato si ricorse
alla silografia, che si andò perfezionando e particolareggiando, con stili locali e influenze delle arti maggiori. Nei grandi
centri editoriali sorsero anche scuole per illustratori.

10 In editoria, la segnatura è un insieme di pagine che costituisce un elemento dell'intero lavoro editoriale,
partendo cioè da un unico foglio. Tipograficamente le testate editoriali vengono divise in segnature in base al
loro numero complessivo di pagine, alla macchina da stampa ed al tipo di carta impiegata. La successione
delle pagine dipende dal tipo di segnatura, dalla posizione e dall'allestimento che può essere
fondamentalmente di tre tipi: punto metallico; brossura; filo refe (o brossura cucita). Nel caso di un
allestimento brossurato oppure a filo refe, le segnature corrispondono a un vero e proprio fascicolo, pertanto
le pagine delle segnature saranno consecutive. Ad esempio, un libro in tre trentaduesimi brossurati avrà le
seguenti segnature:
 prima segnatura - pagine 1-32
 seconda segnatura - pagine 33-64
 terza segnatura - pagine 65-96
Se invece la rilegatura è a punto metallico, le pagine delle segnature saranno innestate l'una dentro l'altra.
Ad esempio, se il libro ha sempre tre trentaduesimi, ma è rilegato a punto metallico, le segnature saranno:
 prima segnatura - pagine 1-16 e 81-96
 seconda segnatura - pagine 17-32 e 65-80
 terza segnatura - pagine 33-48 e 49-64
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Verso la metà del Cinquecento prese il sopravvento l'incisione in rame (calcografia): essa può avvenire
direttamente, incidendo la lastra con uno strumento chiamato bulino, oppure attraverso l'azione di acidi (acquaforte o
acquatinta). Questa tecnica dura fino ai giorni nostri soprattutto per la grande possibilità di particolareggiare l'immagine e
di mettere a punto tratteggi, luci e ombre.
Per molto tempo le legature degli incunaboli furono simili a quelle dei manoscritti, con il dorso e i piatti (o
copertine) in legno, rivestiti di stoffe preziose o pelle.
Generalmente il libro viaggiava in fogli sciolti, che venivano legati in un secondo momento dando la possibilità
all'acquirente di scegliere la propria rilegatura. A poco a poco, tuttavia, le legature si fecero meno preziose: si cominciò a
usare il cartone invece del legno, il tessuto invece della pelle. A partire dalla fine del Seicento si diffuse l'uso della carta
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marmorizzata per le legature meno preziose, mentre nell'Ottocento si iniziò a impiegare la brossura .
Il primo a introdurre le legature fatte direttamente dall'editore era stato Aldo Manuzio, ma fino al Settecento
queste restarono l'eccezione. È evidente dunque che nelle legature si possono trovare le situazioni più diverse, e che le
legature possono dare molte informazioni sulla storia di un volume.

1.2.3 La diffusione della stampa


La stampa nel primo Cinquecento
Poco dopo la stampa della Bibbia a 42 linee la società tra Gutenberg e Schòffer si sciolse e i due continuarono a
stampare indipendentemente. Presto però la stampa si diffuse nelle altre città tedesche, e, molto rapidamente, in tutta
Europa: a fine Quattrocento c'erano officine tipografiche funzionanti in almeno 250 città europee.
La stampa giunse rapidamente in Italia, dove il primo libro fu pubblicato nel 1464 nel monastero benedettino di
Subbiaco, vicino a Roma, da due tipografi tedeschi: Corrado Sweinheim e Arnoldo Pannartz. Era il De Oratore di Cicerone,
e diede inizio a una collana di testi classici che i due tipografi pubblicarono a Roma negli anni seguenti. Intanto la stampa si
diffondeva in molte città italiane, e fu a Venezia che l'arte tipografica raggiunse i livelli di sviluppo più alti, grazie alle
relazioni commerciali che la città intratteneva, al vivace clima culturale e a una legislazione favorevole. Il primo tipografo a
lavorare a Venezia fu Giovanni Da Spira (Johann von Speyer) che iniziò la produzione tipografica nel 1469. Il più illustre
stampatore veneziano fu però Aldo Manuzio, attivo tra il 1494 e il 1515, con il quale la stampa giunse ai più alti livelli
tecnici e culturali dell'epoca. Egli cominciò a stampare in società con Andrea Torresani, dopo essere stato, in passato,
insegnante, con un'ottima conoscenza della cultura classica, in particolare quella greca, che contribuì, con le proprie edizioni,
a diffondere. A lui si deve la pubblicazione di quello che è considerato il più bel libro del Rinascimento: l'Hypnerotomachia
Poliphili di Francesco Colonna, stampato nel 1499, e, all'inizio del Cinquecento, l'introduzione del carattere corsivo e
greco. Le innovazioni di Manuzio non furono tanto nelle scelte dei testi da pubblicare, per le quali seguì strade già
tracciate, quanto nell'aspetto che i suoi volumi assunsero: Manuzio pubblicò i classici latini senza commenti e note, e in un
formato inusuale. Li stampò infatti in ottavo, cioè in piccolo formato, tascabile, come nessuno aveva ancora fatto. Le sue
opere sono così particolari e significative che ancora oggi hanno una particolare denominazione: sono le così dette
"aldine".
Il vivace clima culturale del Rinascimento italiano favorì lo sviluppo della stampa tipografica in Italia, dove fu

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La brossura è un tipo di rilegatura per libri o brochure che superino i 2-3 millimetri di spessore totale. Tale
legatura si ottiene incollando sul dorso delle segnature (ottavi, dodicesimi, sedicesimi, ventiquattresimi,
trentaduesimi, a seconda di quante pagine contengono) una copertina di cartoncino e poi rifilando sui tre lati.
Nel caso di stampa digitale non ci si trova, normalmente, di fronte a segnature, ma a singole pagine
stampate. La legatura in brossura può essere di due tipi: fresata (prima dell'incollatura le segnature vengono
raccolte e tagliate con una fresa dal lato della piega in modo da permettere una maggiore penetrazione della
colla) o a filo refe (le segnature vengono cucite al centro con un filo di cotone, lino, canapa o sintetico e poi
incollate). Il primo tipo è di fattura più rapida ed economica, il secondo resiste di più all'usura. Esiste inoltre,
specie per le rilegature di pregio, il classico libro in brossura cucita, per cui si usava spesso il filo di seta,
preferito per la resistenza e la delicatezza nei confronti della carta. La rilegatura avviene su copertina in
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prodotto il 42% delle opere stampate in Europa nel Quattrocento.


Nella prima metà del Cinquecento la produzione libraria continuò sulle orme di quella quattrocentesca,
producendo opere di grande ricercatezza e bellezza. Si tende a parlare del primo secolo della stampa come di un periodo
di continuità, sia dal punto di vista tecnico sia da quello dell'organizzazione del lavoro e dei risultati prodotti.

La stampa nel secondo Cinquecento


Nella seconda metà del secolo, anche in seguito ai movimenti religiosi della Riforma e della Controriforma,
l'aspetto del libro si fece meno ricercato e più pratico. In compenso aumentò il rigore filologico nelle edizioni dei classici.
Intere famiglie si dedicarono all'arte tipografica: tra gli stampatori attivi nel Cinquecento ricordiamo gli eredi dì Aldo
Manuzio (il genero Andrea Torresano, e i figli Aldo jr. e Paolo), i Giolito a Venezia, i Giunta a Firenze e Venezia, i Da Ponte a
Milano e i Da Soncino, principali stampatori di opere ebraiche.
Intanto, in Francia si diffondeva l'editoria umanistica soprattutto attraverso il lavoro degli Estienne, mentre in
Germania l'industria tipografica ebbe un particolare incremento con la diffusione delle idee riformistiche. Nel frattempo
emergevano anche i Paesi Bassi, con la produzione di Christophe Plantin, che continuerà poi nel secolo successivo.

La stampa nel Seicento


Nel Seicento il gusto barocco entrò nell'arte tipografica: l'ornamentazione ridondante divenne una delle
caratteristiche dei volumi e l'illustrazione uno degli elementi costitutivi del libro, il frontespizio si caricò di elementi
decorativi al punto da arrivare al suo sdoppiamento: una pagina iniziale portava gli elementi decorativi, mentre il
frontespizio vero e proprio, in cui si segnalavano gli elementi editoriali, risultò alleggerito delle figure. Dal punto di vista
qualitativo le numerose tipografie sparse sul territorio italiano ripercorrono le orme tracciate nel secolo precedente. Nella
tipografia europea, nel Seicento, sono dominanti i Paesi Bassi, con la produzione degli Elzevier, famiglia di Anversa, che
divenne famosa per la buona qualità grafica delle sue produzioni, grazie alla carta di qualità e ai bei caratteri, e per
l'introduzione di libri di piccolo formato, in dodicesimo.

La stampa del Settecento


Nel Settecento, per reazione al Barocco, si ebbe un ritorno alla semplicità, con la preminenza dell'elemento
tipografico rispetto all'elemento decorativo. I formati si fecero più piccoli e maneggevoli, le illustrazioni più semplici e
accurate, e i libri servirono alla diffusione delle nuove idee scientifiche e tecniche. Venezia e in generale il territorio
Veneto continuarono ad avere un ruolo dominante, ma il maggiore innovatore del libro italiano nel Settecento fu Giovanni
Battista Bodoni, attivo a Parma, presso la corte ducale, tra il 1768 e il 1813. Egli tolse al libro qualsiasi ornamentazione
accessoria, lasciando che fosse l'estrema proporzione degli spazi, dei caratteri, del rapporto tra margini e specchio di
stampa a conferire eleganza e preziosità al volume. La stessa corrente estetica fu perseguita anche in Francia da
Francesco Simone Fournier e in Inghilterra da Giovanni Baskerville. Intanto, dalla seconda metà del Seicento, la tipografia
aveva cominciato a diffondersi anche nel Nord America,
continuando nel secolo successivo a svilupparsi soprattutto con la stampa di opere religiose o di carattere pratico.

La stampa nell’Ottocento
Nell'Ottocento si registrano importanti cambiamenti nelle tecniche di stampa, con una sempre maggiore
meccanizzazione. Il progresso tecnico, unito a un'organizzazione più razionale del lavoro e all'aumentata alfabetizzazione,
portò alla stampa di un numero maggiore di opere, accessibili a prezzi più contenuti.
I progressi tecnologici di questo secolo riguardarono un po' tutti i settori della stampa: si cominciò con la
produzione meccanica della carta che consentì di aumentarne la produzione con costi più bassi. Importantissima fu
poi l'invenzione della stereotipia, tecnica che consente di riprodurre la pagina composta in un blocco curvo, simile a un

cartonato, che può avere dorso quadro o tondo, oltre a una fettuccia in tela a cui talvolta è applicato un
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rullo, e di conservare le pagine composte per poi utilizzarle per le ristampe future. Venne poi inventato il torchio
meccanico di Koenig, che consentì di passare dalla stampa di circa 250 fogli all'ora a circa 1100. Presto si trovò anche il
modo di fondere i caratteri a macchina, passando da una produzione oscillante tra i 3000 e i 7000 pezzi al giorno a una
produzione tra i 12000 e i 20000 pezzi.
Il processo di composizione fu meccanizzato più lentamente: dapprima nacquero delle macchine per la
composizione della pagina, poi si arrivò a eliminare la scomposizione del Times: ogni giorno i caratteri venivano fusi e
rifusi, con una macchina chiamata linotype, a cui poi seguì la monotype, ancora più precisa della precedente.

La stampa del Novecento


L'evoluzione tecnologica porterà, nel corso del Novecento, alla composizione tipografica realizzata attraverso
mezzi elettronici e fotografici, che prenderà il nome di fotocomposizione. La stampa con l'utilizzo di caratteri mobili sparì
quindi del tutto, rimanendo solo negli elaborati artigianali.

La stampa del 2000


Dagli anni Ottanta del XX secolo in avanti la rivoluzione informatica ha influenzato sia l'industria della stampa
sia il mondo dell'editoria. Fino a quel momento erano stati realizzati prodotti tradizionali su carta (libri e riviste), ma negli
anni più recenti la tecnologia informatica ha fatto il suo ingresso nel mondo dell'editoria, dando luogo alla così detta
editoria elettronica. Si sono così diffusi nuovi prodotti (cd-rom, dvd-rom, e-book, e-journal ecc.), che presuppongono un
nuovo modo di trattare il testo (che non viene più stampato, ma immagazzinato su supporti ottici o nella memoria di un
computer) e una modalità diversa di accedere all'informazione contenuta nel testo. L'autore compone il suo testo già in
formato elettronico e l'editore si occupa della distribuzione attraverso le reti telematiche oppure attraverso supporti
elettronici o ottici, lasciando all'utente finale la possibilità di stampare la propria copia cartacea o di leggere il testo
attraverso un computer.
Per il settore tradizionale del libro stampato è da ricordare l'evoluzione ulteriore dell'editoria verso la stampa su
richiesta (print on demand), in cui l'editore si fa carico di impaginare e di pubblicizzare il testo di un autore, ma produce
fisicamente le copie del volume solo su richiesta del possibile cliente. Vengono così stampate solo le copie vendute,
ottenendo un notevole risparmio, senza rischi di giacenze editoriali o resi, e la possibilità di aggiornare molto spesso il testo
senza sostenere i costi di una nuova edizione e di avere sempre il testo "in commercio".

1.2.4 L'industria tipografica


Parlando del libro tipografico si tende a sottolineare sempre gli elementi di continuità con il manoscritto, che
indubbiamente esistono; non vanno, tuttavia, dimenticati nemmeno gli elementi di rottura, dovuti sia alla completa
meccanizzazione del procedimento produttivo, sia alle nuove figure professionali che ne sono coinvolte.
La stampa è ormai un'industria come un'altra, e il libro una mercé come le altre: si devono quindi affrontare
problemi di costi e di finanziamenti. Inizialmente, l'attrezzatura era infatti piuttosto cara, così come la carta, e a questa
spesa si doveva aggiungere il costo della manodopera. All'impianto di un'industria tipografica occorrevano grandi capitali
iniziali, e dal momento che le vendite erano differite nel tempo bisognava anche mettere in conto che si rientrava
dall'investimento sostenuto molto lentamente.
A poco a poco le figure dello stampatore e dell'editore si differenziarono, e già nel corso del Cinquecento si
assistette alla comparsa di veri e propri industriali che si occupavano di editoria.
Il personale delle tipografie era formato, essenzialmente, da compositori e torcolieri, che lavoravano a cottimo. Il
torcoliere faceva un lavoro fisicamente molto pesante, che lo impegnava per almeno 12 ore al giorno e gli richiedeva
un'altissima produttività, dal momento che veniva stampato un foglio ogni 20 secondi. Anche il lavoro del compositore,
nonostante fosse sedentario, era pesante, tant'è che in una tipografia a ritmo continuo occorrevano due compositori per

nastro che funge da segnalibro.


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tenere il ritmo del torchio; inoltre al compositore era richiesto di saper leggere e scrivere e conoscere un po' di latino ed
eventualmente di greco. Spesso, fin dal XVI secolo, i lavoratori si ribellarono e si unirono in corporazioni chiamate
"fratellanze" per la difesa dei loro diritti.
Dopo la composizione della pagina nella forma, vale a dire nella cornice che delimitava la parte stampata del
foglio, chiamata "specchio di stampa", venivano tirate le prime bozze; seguiva poi la delicata fase della correzione delle
bozze: dal momento che il libro non era rilegato non si correggeva tutto il volume nel suo complesso e questo diede luogo
a numerose varianti nei primi libri a stampa, sia consce che inconsapevoli.
Una volta stampato il libro bisognava provvedere alla sua commercializzazione. La maggior parte degli
stampatori possedeva anche una libreria, ma per vendere più rapidamente gli editori dovevano disporre di una rete
commerciale ramificata. Non si facevano alte tirature per paura di accumulare troppe copie e di immobilizzare il capitale.
Fino al 1580 mediamente si tiravano 150 esemplari, poi il mercato cominciò a organizzarsi, cosicché si giunse a diminuire
il prezzo dei libri e ad aumentare le tirature, che si stabilizzarono attorno alle 1000 copie per titolo.
Molte erano le difficoltà per il commercio del libro. Prima di tutte il trasporto: il libro, infatti, è una mercé
pesante e ingombrante. Anche per questo motivo i libri venivano spediti non rilegati. Dal momento che spesso chi
trasportava i volumi non sapeva leggere, l'editore doveva avere un agente sul luogo di distribuzione, per ricomporre
correttamente i volumi e per occuparsi della commercializzazione. Per la vendita dei volumi c'era anche l'uso di andare
nelle varie città durante le feste e in alcune si crearono importanti mercati e nacquero delle fiere, le più importanti delle
quali si svolgevano a Lione, Francoforte e Lipsia.
Si diffuse l'uso di stampare cataloghi editoriali, molto utili agli storici per ricostruire la produzione dei singoli
tipografi, e anche cataloghi delle fiere, che ci consentono di conoscere cosa vi si vendesse. Queste pratiche portarono
presto all'abitudine di pubblicare bibliografie annuali e, a partire dal Seicento, di rendere disponibili periodici di
informazione bibliografica e di recensioni: primo tra tutti il «Journal des savants».
Uno degli ostacoli alla vendita dei libri era la mancanza di norme per salvaguardarsi dalle contraffazioni: chiunque poteva
ristampare un'opera anche appena uscita. Questo portava a un blocco delle iniziative, perché tutti avevano paura di stampare
qualcosa che poi potesse essere contraffatta e restare invenduta. Per salvaguardarsi dal pericolo, gli editori sollecitarono la
istituzione del "privilegio", vale a dire una sorta di monopolio che consentisse a un tipografo di stampare un'opera in esclusiva
per un certo numero di anni: per primi lo richiesero gli stampatori milanesi nel 1481. Questa tuttavia non era la soluzione
ottimale e provocava molti inconvenienti, a causa di una situazione legislativa poco chiara, a volte contraddittoria e, soprattutto,
della presenza di un grande numero di piccoli Stati regionali (in Italia e in Europa): il privilegio era valido infatti solamente nello
Stato in cui veniva emesso.
Esisteva poi un commercio librario clandestino, alimentato anche dalla censura ecclesiastica. La Chiesa voleva
evitare che circolassero idee eretiche, e la stampa fu, almeno in Germania, un veicolo formidabile per la circolazione delle
stesse. Nel 1487, Innocenze VIII emanò la bolla Inter multipli-ces, in base alla quale non era possibile stampare nulla senza
permesso, andavano consegnati i libri contrari alla morale e gli stampatori dovevano far pervenire degli elenchi di quanto
stampavano. Nel 1543 venne decretato che nessun libro potesse essere stampato senza l'autorizzazione dell'Inquisizione (il
così detto imprimatur), e nel 1558 fu pubblicata la prima edizione dell'Index librorum prohibitorum. La censura passò presto
nelle mani del potere secolare, e divenne uno strumento per salvaguardare interessi politici. Solo in Olanda la censura fu
essenzialmente simbolica, e infatti fu qui che trovarono rifugio i perseguitati: grazie ai floridi commerci, allo spirito liberale
delle Università e alla libertà di stampa, l'Olanda fu il più importante centro culturale dell'Europa del Seicento.
Ci volle molto tempo prima che un letterato cominciasse a trarre un utile economico dal proprio lavoro intellettuale. I
letterati per vivere dovevano ricorrere ad altre fonti di reddito, che per lo più si tradussero nella protezione di qualche signore.
Tra fine Settecento e Ottocento, in tutta Europa furono emanate leggi che regolavano la materia (vedi anche § 3.5): il
primo caso si ebbe in Inghilterra nel 1709, quando con il Copyright Act si riconobbe agli autori il diritto di proprietà presente e futura
delle opere. Occorrerà molto tempo, tuttavia, prima di arrivare alla situazione attuale in cui l'autore fa un lavoro intellettuale
riconosciuto come tale e si libera dei legami tranne di quello con il pubblico, ma il processo fu lento. A livello internazionale vi si
arrivò solo con la convenzione di Berna del 1886.
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1.2.5 L'effetto della stampa


II libro a stampa ebbe una forza di penetrazione impensabile con il manoscritto. Si calcola che nei primi cinquanta
anni di utilizzo di questa nuova tecnica si stamparono in Europa 20 milioni di libri: è una cifra incredibile (calcolata per
difetto, dal momento che molte edizioni sono scomparse senza lasciare traccia) se si pensa che pochissimi sapevano
leggere. Tuttavia più che in passato era necessario guadagnare dalla produzione dei libri per ricuperare i costi: di
conseguenza si stampavano essenzialmente i testi che, già all'epoca dei manoscritti, riscuotevano maggiore successo,
mentre le altre opere conobbero una sempre più scarsa diffusione. Quindi la stampa da un lato amplificò la diffusione del
libro, dall'altro compì una selezione dei testi da trasmettere. All'inizio si stampavano soprattutto opere di devozione: il 77%
degli incunaboli è in latino, il 45% sono testi religiosi, o di devozione religiosa, anche per la divulgazione.
La stampa contribuì alla diffusione del latino e dei testi classici, dal momento che la sua nascita coincise con il
periodo in cui si diffuse la lezione degli umanisti. Nel Cinquecento, infatti, diminuirono i testi religiosi e aumentarono i testi
umanistici e i classici latini. Si diffusero poi anche i testi greci, grazie anche ad Aldo Manuzio, che introdusse la stampa del
greco, dopo aver risolto il problema tecnico della produzione dei caratteri (vedi § 1.2.3). In Italia, dopo il 1474 fu possibile
stampare interi testi greci, mentre nel resto d'Europa bisognò aspettare il 1520 circa.
Oltre ai testi devozionali e ai classici si pubblicavano molti testi di diritto, sia romano, che canonico, ma anche
diritto consuetudinario e diritto moderno. Un'ampia fetta della produzione era poi costituita dagli almanacchi, calendari e
altre opere di larga circolazione: è preferibile chiamare così questa parte della produzione piuttosto che "libro popolare",
come si faceva un tempo, perché si tratta comunque di un prodotto che, vista la scarsissima diffusione
dell'alfabetizzazione, non raggiungeva certamente "il popolo", ma categorie sociali che avevano, a diversi livelli, una certa
dimestichezza con la cultura scritta, quali mercanti, basso clero, piccola nobiltà di campagna. Per lo più anche in questa
produzione è riscontrabile una certa continuità con i modelli manoscritti: sono libri di formato ridotto e di spessore esiguo,
con illustrazioni semplici, ripetitive, poco realistiche e scarsamente particolareggiate, realizzate con la tecnica silografica.
Erano però volumi che raggiungevano le più alte tirature, tra le 1500 e le 3000 copie.
Inizialmente i testi in volgare furono una minoranza, anche se talvolta ebbero un ampio pubblico, come avvenne
in Italia con le opere di Dante, Boccaccio o Petrarca. Tuttavia, dopo il 1520, gli stampatori cominciarono a preferire la
stampa in volgare perché garantiva una vendita più sicura. Si cominciò a tradurre i classici nelle lingue nazionali,
mettendoli così a disposizione di un pubblico più vasto; inoltre la stampa ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione delle
idee nuove, tra cui quelle della Riforma, nella fissazione delle lingue e nello sviluppo delle letterature nazionali. Se si
considera che nell'arco del Cinquecento furono stampate milioni di opere, è facile capire come ora il libro può arrivare a
chiunque sia in grado di leggere. Nel Seicento la diffusione di opere scritte nelle lingue nazionali segnò inoltre il declino
nell'uso del latino.
Già nel Quattrocento alcuni tipografi ebrei cominciarono a stampare anche opere in ebraico, in Italia e Spagna,
ma poiché nel 1492 gli ebrei vennero espulsi dalla penisola iberica, la tipografia ebraica finì per svilupparsi soprattutto in
Italia, dove la stamperia più nota era quella di Soncino.
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IL LIBRO E LA STAMPA

1.2.6 Tabella cronologica di storia del libro e della stampa


Data Evento
Dal 3000 a.C. Produzione della carta ricavata dal papiro in Egitto
Dal X sec. d.C. Produzione della carta di papiro in Sicilia
XI sec. d.C. Cessa la produzione di carta di papiro in Egitto
III sec. d.C. Comincia l'uso della pergamena
XI sec. d.C. Introduzione della carta in Europa
1276 Prima cartiera a Fabriano
XII sec. In Cina si cominciano a usare i caratteri mobili
1455 Gutenberg stampa la Bibbia a 42 linee
1455-1500 I libri di questo periodo sono detti "incunaboli"
1457 Primo libro datato: Salterio di Magonza
1464 Pubblicato il primo libro in Italia, a Subbiaco
1469 Giovanni da Spira comincia a pubblicare a Venezia
1481 Introduzione del privilegio di stampa a Milano
1494-1515 Aldo Manuzio attivo a Venezia
Inizio XVI sec. Manuzio introduce il carattere greco
Inizio XVI sec. Comincia a introdursi il frontespizio
1520 Si cominciano a stampare libri in volgare
Metà XVI sec. Introdotta la calcografia per le illustrazioni
1450-1550 Primato italiano nella tipografia
1550-1600 Primato della Francia e dei Paesi Bassi
1709 Copyright acf in Inghilterra: comincia a diffondersi l'idea del diritto d'autore
1768-1813 Bodoni attivo a Parma
1850 ca. Inventato il torchio meccanico
1844 Inventata una macchina per fare la carta con la cellulosa ricavata dal legno
1888 Inventata la macchina detta linotype
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