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rat
LA LUCILLA
DISINGANNATA
03S14

IL PROTESTANTESIMO SVELATO
PER
GIOVANNI PERRONE

TORINO
PIETRO DI G. MARIETTI
TIPOGRAFO PONTIFICIO
L'Editore intende godere del diritto di proprietà
accordato dalie vigenti leggi.
AL LETTORE ITALIANO

La eterodossia, già confinata e sepolta


nel fondo di alcune valli, sotto le Alpi, uscì
pocanzi col favore dei pubblici rivolgimenti,
come una esalazione sprigionata dal lezzo
di malsana palude, ad infettare la nostra
bella penisola. Per impedire i tristi effetti
di tanto male si richiedeva un antidoto: e
i dotti e buoni italiani non mancarono di
apprestarlo conforme al bisogno. Ciò nulla
ostante, ci è sembrato opportuno di racco
gliere in breve quanto di specioso seppe
finora recare in mezzo il protestantesimo,
vuoi a propugnare i suoi molti errori, vuoi
ad impugnare la verità cattolica, e di mo
strarne la falsità.
Il lettore italiano troverà in questo lavoro
tutti i paralogismi, tutte le fallacie, tutti i
sofismi, che si vanno tra noi spargendo dai
propagatori della eterodossia, ed avrà in
sieme una piena e chiara confutazione degli
errori che si vorrebbono intrudere nelle
menti italiane da cotesti stranieri nemici
della nostra più bella gloria, o da quei di
4
seriori italiani, che procacciano di nascon
dere la loro infamia con accrescere il nu
mero delle apostasie.
Ogni errore è un veleno all' intelligenza;
ma nell'ordine religioso l'errore volontario
è veleno mortalissimo a lutto l'uomo, giac
ché corrompe il principio stesso della vita,
e, dove non sia riparato a tempo, stende i
suoi danni a tutto l'interminabile avvenire
dell'individuo umano. Noi ci studiammo di
apprestare a sorsi a sorsi il contraveleno
con pubblicare il presente opuscolo in al
trettanti articoli , che uscirono alla luce
nell'ottimo periodico bolognese il Conser
vatore. Ora, dopo averli accresciuti di nota
bili aggiunte e perfezionati, presentiamo il
nostro antidoto tutto insieme facendo voti,
che valga a risanare gl'infetti ed a preser
vare tutti gli altri dalla corruzione.
L.A. LUCILLA
DISINGANNATA
OSSIA
IL PROTESTANTESIMO SVELATO

Introduzione
A conoscere il merito di una causa difesa pas-
sionatamente da scaltri patrocinatori non v' ha
mezzo più acconcio che il paragone delle prove
poste al cimento della verità sì dei fatti come dei
principii. Di questo mezzo noi ci valemmo nel con
futare quell'ingannevole libretto il quale si aggi
rava per le nostre contrade con in fronte il pom
poso titolo dell'Impossibilità storica del viaggio di
San Pietro in Roma, quando, per forza di ragioni
e di fatti , fu da noi provato che lo scrittore di
quell'opuscolo non altro giunse quivi a dimostrare
che un eccesso d'ignoranza sventuratamente ac
coppiata ad altrettanto di mala fede. E dello stesso
mezzo ci varremo al presente nella disamina di un
libretto scritto in francese dal ginevrino Monod,
col titolo di Lucilie ou La lecture de la Bible, e
voltato in italiano col titolo dimezzato di Lucilla,
il quale, ristampato nel 1859, fu detto dall'editore
aureo libro, benchè non abbia dell'oro punto nulla
se non forse la virtù di sedurre ; e Storia vera,
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benchè non sia se non un semplice racconto ro
manzesco. Il dovere di carità che ci stringe ai no
stri cari compatrioti , c' indusse a prendere l'im
pegno di confutare i libri eterodossi che spargono
il veleno dell'errore per la nostra penisola ; e quel
dovere e quell'impegno ci obbliga ora all'esame
ed alla confutazione di questo tristo libretto.
Divideremo questa confutazione in varii capi,
tenendo dietro passo passo all'insidioso lavoro del
l'avversario che imprendiamo a combattere. Per
venuti al termine che ci siamo prefisso, di porre
in chiaro la meschinità e falsità dell'impugnazione
della verità cattolica, a più pieno trionfo di nostra
confutazione , argomenteremo dal fatto e propor
remo nettamente il concetto che ogni cattolico
deve avere di quel protestantesimo onde ora si
vorrebbe far dono all'Italia. Laonde di propugna
tori ci faremo aggressori col dimostrare tutta la
deformità di questo sistema vólto a distruggere il
cristianesimo, anzichè a riformarlo, come preten
dono quei così detti ministri, che ora si arrabat
tano nella nostra penisola per farla apostatare
dalla vera fede ricevuta in retaggio prezioso dalle
generazioni precedute e rimasa pel corso di di
ciannove secoli intemerata.
E qui, giacchè mi è uscito dalla penna la men
zione dei così detti ministri, vorrà qualche lettore
che io gli dica chi sono mai cotesti propagatori
del nuovo vangelo. Di ciò faremo parola nel pro
gresso della nostra confutazione. Basti frattanto
l'avvertire ch'essi col chiamarsi ministri del van
7
gèo si arrogano un titolo il quale ad essi non com
pete. E' sono uomini laici, senza missione e senza
carattere, che di per sè si tolsero la briga di pre
dicare ai popoli quanto loro talenta , sotto lo spe
cioso pretesto di annunziare quelle sole verità che
si contengono nella Bibbia, e questa, già s'intende,
mozzata, corrotta, interpretata a modo loro, ov
vero a modo della setta alla quale ciascun di loro
appartiene. Se alcuno di cotesti ministri, lettor
gentile, ti dicesse il contrario, e tu pregalo dimo
strarti il mandato di predicare, e da chi e come
lo abbia ricevuto. Ma ciò sia detto per incidenza ;
torniamo al nostro proposito.
Affinchè la lettura di ciascun capo non riesca
troppo grave per la sua prolissità, il partiremo in
distinti paragrafi che circoscrivano le sue parti, e
cosi alleggino la fatica dell'intendere.

CAPO I PRELIMINARE

dell'autore, dell'indole del suo scritto,


e del metodo da koi tenuto
nel confutarlo.

Nel presente capo daremo prima alcuni cenni bio


grafici dell'autore ginevrino, poscia un breve epilogo
del suo lavoro accompagnato da alcune nostre ri
flessioni, per ultimo un'idea del metodo che inten
diamo di tenere nel confutarlo. L'opera alla quale
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poniamo mano riuscirà, speriamo, tanto più van
taggiosa, in quanto essa ne porge il destro non so
lamente di spuntare gli arguti sofismi che si av
ventano contro l'unica vera Chiesa istituita dal
Salvatore divino, ma eziandio di scoprire agl'Ita
liani l'amarezza mortifera di quel veleno che si
vorrebbe far loro ingolare in questo vaso di orli
melati, e insieme tutta la deformità e laidezza del
protestantesimo, che dagli stranieri si vorrebbe
far loro abbracciare col blandimento di una finta
religiosità.

§ 1. — Cenni biografici delVAutore.

Adolfo Monod, scrittore della Lucilla, ebbe i


natali in Ginevra, nel seno del pretto calvinismo.
Ma però appunto che volle tenersi alla pura dot
trina del Calvino, fu scomunicato dalla così detta
venerabile compagnia dei pastori ginevrini, ed
avuto da essi in conto di scismatico o momier che
vogliamo dire.
Datosi al ministero, non è a credere con quanto
ardore si esercitasse nell'ignobile mestiere del se
durre i cattolici al calvinismo, recandosi per tal
fine alla vicina città di Lione, e cominciando quivi
a raunare quanti gli venne fatto di comperare tra
la gente più miserabile e vendereccia. La quale ac
cozzaglia di persone, al consueto dei seduttori pro
testanti, egli s'ingegnò di sostenere chiamandola
col nome di chiesa.
Nè di ciò pago , lasciandosi andare alla furia
9
del suo fanatismo, non si peritò di provocare ad
una conferenza religiosa i cattolici di quella me
tropoli, e pubblicò a tal proposito un poverissimo
scritto intitolato Ragguaglio delle conferenze, nel
quale ebbe la bizzarra fantasia di designare alge
bricamente gl'interlocutori colle lettere dell'alfa
beto A, B, C, D. Se non che, fornito a dovizia di
presunzione, ma sprovveduto altrettanto di cogni
zioni, ne riuscì colla peggio ; per il che, scornato,
dovette senza più ricalcare le sue orme e tornare
là d'onde era partito. Tanti furono e si saldi gli
argomenti contrapposti al suo cartello di disfida
nell'opera intitolata : Il ministro protestante alle
prese con se stesso e suoi correligionari. Sbaldan-
zito il Monod al cospetto dei buoni Lionesi. prese
a percorrere altri paesi in caccia di fortuna mi
gliore. Dovunque andò, come persona agitata dal
mal demonio, a voce e colla penna, di furto e alla
scoperta, da per tutto cercò di concitare i popoli
al rinnegamento dell'antica fede, senza mai po
sarsi ; finchè, morendo da eretico ostinato, profes
sando la giustificazione per la sola fede senza le
buone opere, e sfumantesi tutto da buon pietista
nel suo preteso Spirito Santo in opporsi alla Chiesa,
terminò non ha molto colla vita l'esercizio della
professione seduttrice. Ecco l'uomo che dal tradut
tore italiano viene proclamato qual santo che con
santa morte finì sua vita !
Tra le meschine produzioni del Monod pri
meggia la Lucilla, siccome quella che dal prote
stante ginevrino Vinet ebbe l'onore di una cita
IO
zione (1). Di essa ci conviene ora dare in succinto
la tessitura, perchè il lettore si addentri nell'ar
gomento con cognizione di causa. E qui, tra per
essere più fedeli nel riferire, e per dare ai lettori
qualche saggio della pessima traduzione, non ci
dipartiremo gran fatto dai vocaboli stessi del tra
duttore italiano, se non forse quando lo sgramma
ticare ne riuscirebbe troppo stomacoso.

§ 2. — Indole dello scritto del Monod.

Fingesi in essa che certa Lucilla, nata prote


stante, si facesse poi cattolica col solo intento di
sposare un marito deista, o vogliam dire incre
dulo , il quale certamente non esigeva da lei tal
sacrifizio. Cattolica di nome, anzichè di convinci
mento, ella non pratica la religione se non se allo
esterno e materialmente coll'andare a Messa le
feste e col leggere il suo Eucologio, senza punto
intendere nulla nè di Messa nè di preghiere. Il
cuore di Lucilla è vuoto di Dio ; e ciò, come ognun
vede , non per colpa della religione cattolica, la
quale fino ad ora ninna parte si ebbe nella vita di
lei, ma per vizio personale.
Ora avviene che un giorno, per una previdenza
sagacemente maneggiata dal Monod, Lucilla si
svia, e trovasi, senza saper come, a passare sotto
le mura di un cimitero. Coll'occasione di tal vici-
fi) Nell'Bs.«ai sur la manifestation dei convinctions religieu-
les. Paris 1843. pag. 181, nota 1.
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nanza, che dà sempre a pensare, ella chiede a se
stessa: « Se io venissi a morire, a qual chiesa, pro
testante o cattolica, apparterrebbe il mio corpo?»
Fu questa la prima riflessione religiosa che essa
facesse in vita sua , e questa appunto le fece pi
gliare la risoluzione di diventare vera cattolica.
Non è già che ella riguardasse come il miglior
partito pel bene dell'anima e del destino del corpo
il divenir vera cattolica, anzichè farsi vera prote
stante; ma sì ella, come suo marito, e forse anche
i loro figliuoli, passavano per cattolici. Il cattoli-
cismo adunque di Lucilla era un affare o determi
nazione di convenienza.
Quindi ella ritorna alla Messa, vi legge di nuovo
il suo libro di preghiere, ma questa volta con at
tenzione ; e in questo suo libro s'imbatte in certi
tratti che la feriscono in ispecial modo, e la ren
dono quasi cristiana.
Questi tratti sono i passi della Bibbia che ven
gono frammischiati a preghiere di origine tutta
umana. Lucilla ha il fiuto assai delicato, e con ciò
solo senza più distingue tosto cosa da cosa ! ! !
Ma la Bibbia contiene cose che non si accor
dano colla sua ragione filosofica, quali sono le pro
fezie, i miracoli, la rivelazione stessa. Qui mani
festamente Lucilla non è che un'eco , l'eco di suo
marito incredulo e filosofo, il signor Lassalle. Ella
vuol essere illuminata per sapere definitivamente
qual chiesa sia per ereditare il suo corpo , ed un
pocolino eziandio vuol acquistare una certa sicu
rezza sull'avvenire dell'anima. Ne scrive pertanto
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ad un certo D. Fabiano, prete di sua conoscenza.
Questa guida religiosa le sembra migliore del suo
curato : « Uomo per certo dabbene, dice ella, ma
una delle giovani teste delle quali si riempiono
in questi tempi le chiese, e che non sanno che il
loro seminario > cioè quel solo che si trovano
avere appreso materialmente dopo l'ecclesiastica
educazione.
Il vero motivo per cui Lucilla non vuol sapere
del suo curato si è perchè a lei fa d'uopo « di un
uomo sulla cui discrezione ella possa contare. »
Or ella può contare sulla discrezione dell'abate
Fabiano, ma non sulla discrezione del suo curato.
L'abate Fabiano adunque risponde esser lui preso
da meraviglia per le buone disposizioni di Lucilla,
ma non poter dissimularle che essa prende la con
versione sua tutto al rovescio leggendo dei fram
menti della Bibbia. Ella dovrebbe in quella vece,
prima di ogni altra cosa, fare un atto di fede nel
l'autorità della Chiesa ; e, ciò fatto, chiudere devo
tamente gli occhi col ricevere tutto il resto.
Prima d'andare innanzi, qui ci convien osser
vare che questo abate Fabiano nel racconto del
Monod fa due parti in commedia: una di agguer
rito campione in difesa della rivelazione divina in
generale ; l'altra di stolido dabbenuomo nel soste
nere la causa cattolica siffattamente da cedere la
vittoria al protestantesimo. Col quale ingegno il
Monod pretende di vincere due partite a un tratto,
cioè di farsi credito per aver così bene e valorosa
mente difeso il cristianesimo in generale, e d'aver
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condotto il prete cattolico a perdere la causa della
sua religione.
Ma ripigliamo il filo della tessitura. Il dabben-
uomo dell'abate Fabiano ( che meglio si sarebbe
chiamato don Abbondio) mostra nella sua proposta
di avere gran bisogno d'andar a prender lezioni
da qual s'è l'una « di quelle giovani teste che non
sanno che il loro seminario. » Egli è tuttavolta con
discendente, ed acconsente ad esaminare i titoli
della Bibbia per la credenza di Lucilla. Nè qui
più si tratta di corrispondenza epistolare, ma di
conversazione tra l'abate , Lucilla e suo marito, il
Lassalle.
Quest'ultimo fa le parti di spirito forte; ma è
di facile contentatura, e si lascia battere regolar
mente ed a tempi misurati dall'abate, il quale dà
parecchie buone ragioni in favore della rivelazione
cristiana. Parmi tuttavia che io stesso, posto nella
condizione del Lassalle, avrei dato all'abate qualche
altro nodo a sgroppare, potendosi quelle medesime
difficoltà condurre assai più oltre che non fece il
Lassalle.
La Lucilla è convinta, e vuol andare più in
nanzi; ma l'abate la conduce brutalmente all'au
torità della Chiesa. Ella ricalcitra, e vuole la
Bibbia; e l'abate gliela interdice, e non si presta
che a malincuore a recarle delle ragioni in favore
del principio di autorità. Lanciato in questa nuova
via, batte la campagna, e viene ad incagliarsi in
un biglietto di Lucilla. Coperto di allori per la sua
prima vittoria, non entra in lizza una seconda
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volta che per farsi battere con piena rotta, e pren
dere vergognosamente la fuga.
Quegli che tiene il broncio ed esce in campagna
è un certo Mercier, veterano uffiziale del genio,
che d'incredulo, ossia di cattolico nominale, è di
venuto protestante divoto mediante la lettura della
Bibbia. Esso investe Lucilla, e la -convince tal
mente della necessità di leggere la Bibbia che ne
fa una protestante non men divota di lui stesso. Il
lettore vede il momento in cui Lucilla alla sua
volta va a convertire l'abate; se non che questi
non ardisce di rendersi protestante, rattenuto dalle
strettoie del suo abito. Fortunatamente per lui la
tela cade a proposito. La parola resta al Monod,
il quale, stanco senza dubbio della violenza che
dovette farsi in quattrocento e più facce per ser
bare una cotale moderazione a ritroso del suo fa
natismo, esce in una prosa sdegnosa contro la
Chiesa , che proibisce la lettura della Bibbia, e
contro i preti cattolici, i quali prestano la mano a
tale proibizione con grave detrimento delle anime.
Tale è l'orditura di questo libro.

§ 3. — Riflessioni sull'andamento del libro


di Monod.
Or qui mi sia lecito di osservare coli' egregio
scrittore abate Martin, già curato di Farney, quanto
alla condotta di questo lavoro, come v'abbia non
poco a riprendere in cotesta foggia di trionfare.
Se due schiere nemiche fossero per entrare in
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campagna, l'ima, a cagion d'esempio, d'austriaci,
e l'altra di francesi, che si avrebbe # dire se si
mettessero ambedue sotto il comando di un solo
generale? Quando questi fosse austriaco, certo è
che ordinerebbe tutte le mosse francesi per guisa
che pure i francesi avessero a soccombere sotto i
colpi dell'esercito austriaco. Ma si proverebbe forse
con ciò che l'esercito francese è meno valoroso
dell'altro? Se al contrario il generale comune fosse
francese, non è men certo che la sconfitta tocche
rebbe agli austriaci ; ma chi direbbe pertanto che
l'esercito austriaco è meno valente del francese ?
Ma veniamo al fatto della nostra polemica.
Allorchè il Monod si prese cura di porre in
bocca a don Fabiano gli argomenti per la tesi cat
tolica, ha egli veramente scelto i migliori argo
menti? Li ha egli maneggiati, come avrebbe fatto
un vero cattolico ? Non ha egli per avventura la
sciata qualche uscita nel combattimento, affine di
penetrare più facilmente tra le file nemiche ? Basta
udire lo stesso Monod, il quale a tal proposito non
si perita di scrivere appunto così : « Le ragioni
che ho io messe in bocca dell'abate Fabiano sono,
se non le migliori di quelle che avrebbero a dare
i preti della chiesa romana, sono almeno le mi
gliori che io abbia potuto trovare. > Che te ne
sembra, lettor sensato ? A me pare che il signor
Monod avrebbe dovuto appigliarsi alle ragioni ap
punto che avrebbero potuto recare i preti della
Chiesa romana, e non altrimenti a quelle che trovar
poteva qualsivoglia ministro protestante. Nella
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guerra buona e leale si deve combattere contro i
veri avversarii forniti delle loro proprie armi ; non
si deve scaramucciare contro a fantocci di paglia
che il nemico stesso abbia vestito ed arredato ed
ordinato a sua posta.
Ma sventuratamente questo, e non altro , è il
modo di battagliare che tengono gli alunni del
protestantesimo. Quando essi impugnano la reli
gione cattolica, la prima cosa la sfigurano, la de
formano, anzi , come direbbe il Pascal , la imbe-
stiano, trasformandola in un mostro, per poi moz
zare ad essa la testa , e presentarla ai circostanti
gridando Ecco la Chiesa cattolica. Ecco la Chiesa
cattolica? No, non è questo il modo di porre le
due parti opposte in contradditorio. Nella po
lemica tra cattolici e protestanti fa d'uopo che un
vero cattolico prenda a difendere la causa catto
lica, ed un vero protestante la causa protestante ;
a chiarire il vero non basta che un protestante si
incarichi di per se solo di ambedue le cause, che
sarebbe come giocar solo agli scacchi, sempre si
curo della vittoria. Se questa legge di giusta po
lemica si fosse osservata davanti alla Lucilla, in
troducendo a parlare un vero cattolico di fronte
ad un vero protestante, si sarebbe ella mai lasciata
trarre al protestantesimo? Vi prometto che no.
Ella si trovò abbindolata , come al presente quei
goccioloni d'italiani che prestano orecchio ai sal
timbanchi venuti d'oltre mare e d'oltre alpe, affin
d'arreticarli nelle panie, non si saprebbe dire se
del protestantesimo o dell'incredulità. Benchè, a dir
17
vero, questi medesimi seduttori, non ostante il tra
visamento della dottrina cattolica, nulla profitte-
rebbono dove in loro sussidio non venisse l'oro
delle società protestanti, e non trovassero anime
venali, pronte a far mercato delle loro anime non
solo col protestantesimo, ma eziandio coll'isla-
mismo e coll'ateismo , qualora i costoro emissari
offerissero miglior paga. E meno assai profittereb-
bono dove non sopravvenisse in loro soccorso un
governo il quale, mentre a visiera levata impri
giona i vescovi, incatena i preti, toglie d'impiego
e sbandeggia i cattolici sinceri, protegge sfronta
tamente i seminatori dello scisma e dell'eresia ; un
governo che coi detti e coi fatti mostra di essersi
assunto il compito di sterminare dall'Italia il nome
cattolico , e a questa meta procede con passi or
lenti or accelerati, ma sempre diritti e fermi con
ostinazione senza pari.
Ma per collegarsi che facciano tra di loro le
potestà dell'inferno, mai non sarà che i nemici
della Chiesa cattolica pervengano ad ottenere il
tristo intento. Chè Dio veglia sopra la sua Chiesa,
di cui l' Italia è parte cotanto vitale , contenendo
in sè Roma, capo e cuore della Chiesa. Ciò nulla
ostante, nostro debito si è l'adoperarci a tutt'uomo
di allontanare il morbo micidiale dalle menti e
dai cuori dei nostri fratelli nella fede. Ed ecco
quello che ci siamo proposto di fare nella tratta
zione presente.

Pirrone, La Lucilla
18
§ 4. — Scopo e metodo nella confutazione
della Lucilla.

Questo lavoro polemico versa segnatamente in


torno alla seconda parte del libro, nella quale il
Mercier protestante, ossia cattolico rinnegato, co
mincia a pervertire la mal disposta Lucilla, ma
non sì che ci teniamo per disdetto il fare alcune
osservazioni anche sopra la prima parte, per di
mostrare come il supposto abate Fabiano non sia
che un finto cattolico. Nel tórre ad esame la se
conda parte, ove si racchiude tutto il nerbo della
corrispondenza tra la Lucilla'ed il Mercier, ver
remo tratto tratto scoprendo la fina malizia quivi
usata dallo scrittore; porremo in mano al lettore il
filo per uscire con sicurezza dal laberinto in cui si
vorrebbe che egli si smarrisse ; sventeremo i so
fismi e le calunnie colle quali il Monod si avventa
contro la Chiesa ed il suo Pontefice. Nella conclu
sione metteremo nella sua vera luce la saldezza e
la venustà del cattolicismo, contrapponendolo alla
debolezza ed alla deformità del protestantesimo,
il quale, come opera umana, si va putrefacendo,
mentre la Chiesa cattolica, come opera divina,
verdeggia e fiorisce nella perpetuità di sua giovi
nezza.
Protestiamo di non parlare a coloro che non
cercano la verità per cagione che questa non si
affà punto alla loro vita ; e per conseguenza dit
chiariamo di ragionare sì a coloro che sono in pe
ricolo di essere sedotti, sì a coloro che bramano
19
di agguerrirsi per cessare da sè e dagli altri il pe
ricolo della seduzione. Può ben essere che tra i
generati ed educati nel protestantesimo si trovino
persone di buona fede ; ma non può fare che tali
siano coloro i quali, nati ed istruiti nell'unica vera
Chiesa, l'abbandonano per appigliarsi ad una nuova
religione, la quale consacra ogni errore non solo
passato, ma presente ed avvenire, come quella che
sottopone al giudizio individuale la regola del
credere, ed accoglie nel proprio seno quanti sono
al mondo dissidenti nella più stravagante dispa
rità di dottrine, e favoreggia tutte le tendenze di
un cuore depravato. Dal nostro ragionamento ap
parirà come, a persuadere un sistema religioso co
tanto viziato nella sua essenza, non valgono nè le
frasi profumate di divozione, nè il sentimento che
informa un cuor tenero , ma vuoto di fede, come
vorrebbero i così detti pietisti o sentimentalisti, ai
quali appartiene il Monod e con esso la sua Lu
cilla. Qui non si tratta di ricreare la mente col
mezzo della poesia ; si tratta di credere ciò che
Dio ha rivelato, e di operare ciò che Dio stesso ha
ordinato per poter passare dopo questa vita di
prova a ricevere il perpetuo guiderdone della
nostra fedeltà.
20
capo n.

ESAME DELL'APOLOGETICA DIMOSTRAZIONE


DELLA CRISTIANA RIVELAZIONE.

§ 1. — Arte insidiosa delVAutore


nel condurre il suo romanzo.

Dal sunto dato della Lucilla, racconto che il


traduttore italiano chiama storia vera, e noi chia
miamo romanzo protestante, ogni sensato lettore
potè arguire da se stesso l'indole, la condotta, lo
intendimento di quell'operetta. Ciò che v'ha di
vero non è la narrazione delle altrui venture; ma
sibhene il ritratto che l'autore, senza volerlo,
quivi fa di se stesso, mal celando i tratti carat
teristici di sua profonda malizia e di sua sottile
ipocrisia. Perocchè non è mai che lupo o volpe
possa mantellarsi per modo da non rendere niun
sentore di se medesimo. Egli introduce quivi a
parlare un finto cattolico sotto il nome di abate
Fabiano, confidando a lui le difese vuoi della ri
velazione divina in generale, vuoi della cattolica
religione in particolare. Senonchè (siccome avver
timmo di sopra) la lingua del finto abate si muove
tutta a piacere e in pro dell'autore, di guisa che il
medesimo personaggio mostra di essere un Achille
nel dimostrare la verità del cristianesimo , ma
riesce quindi un Tersite nel propugnare le ragioni
della Chiesa cattolica. E questo tratto può consi
21
derarsi come la prima parte, o vogliam dire scena,
di tutta la finzione.
La seconda parte si distingue per l'intervento
del protestante Mercier. La terza è quella in che
sottentra l'autore stesso nel luogo de' suoi finti
personaggi per insegnare agli uditori qual con
clusione contro la Chiesa cattolica si debba trarre
dal premesso racconto. Nel presente articolo ter
remo ad esaminare soltanto la prima parte, la
quale, benchè sia la più innocua in quanto è ordi
nata a dimostrare la divinità della rivelazione cri
stiana, contiene tuttavia non poche cose che sve
lano fin dal principio il bieco intendimento dello
autore.

§ 2. — Fallacia delVAutore intorno alla supposta


brama nella sua Lucilla di leggere la Bibbia,
in lei eccitata dal suo libro di divozione.

E primieramente ci si fa innanzi la Lucilla con


una sua lettera piena di romantica affettazione
intorno i passi della Scrittura , che essa dice di
distinguere tra le preghiere del suo Manuale di
divozione, e che essa chiama fondamento comune
delle due religioni, della cattolica e della prote
stante (pagina 3). Or qui si osservi fin dal prin
cipio la mira dell'autore, che in tutto il romanzo
è diretta ad invogliare i cattolici della Bibbia vol
garizzata dai protestanti. A questo fine tende la
lettera della Lucilla non meno che la condotta del
l'abate Fabiano cell'interdirgliela. Ma di questa
22
lettera parleremo più avanti. Si osservi inoltre
quella proposizione che si dà per uscita da labbro
cattolico, essere la Bibbia fondamento comune delle
due religioni, mentre niun cattolico assennato si
sarebbe mai lasciato sfuggire un tale pronunciato.
La Chiesa nacque e crebbe per alcun tempo senza
le Scritture del Nuovo Testamento ; e queste del
pari che quelle dell'Antico non si potrebbero te
nere per autentiche e divinamente inspirate, dove
non ce ne sincerasse l'autorità della Chiesa. In
riscontro a questa lettera della Lucilla risponde
l'abate Fabiano consentendo nella sentenza che nel
punto al quale ella è giunta non potrebbe bastare
la sola autorità della Chiesa infallibile (pag. 7).
Ma, di grazia, perchè no? Alla fede cristiana l'in
fallibile autorità della Chiesa può bastare per
fermo, come bastò a quei popoli, dei quali fa men
zione sant'Ireneo fin dalla fine del secondo secolo,
i quali senza i libri della Scrittura, che non sape
vano leggere, erano pure perfetti cristiani. E tali
sono stati in ogni tempo innumerevoli cristiani
senza usare nè poter usare della Bibbia. Non così
qualora si avesse a rendere ragione del credere o
a sciogliere le difficoltà proposte dagli avversari
della fede, i quali non ammettono l'autorità infal
libile di essa Chiesa. Ma qui il Monod vuole insi
nuare per mezzo del suo Fabiano il principio pro
testante del dovere ognuno esaminare da sè ogni
dogma prima di prestar fede.
23
§ 3. — Si scoprono i varii errori sparsi dalVAu
tore nelVapologia della rivelazione cristiana
sotto la maschera di un finto abate cattolico.

Ora veggiamo se nella stessa parte apologetica


della rivelazione cristiana si nasconda il veleno
dell'errore protestante sotto il veleno di perso
naggi o nomi cattolici. E qui, prima d'andare in
nanzi , si vuol notare come tutte le prove ivi re
cate in difesa della religione rivelata sono tolte da
scrittori cattolici, i quali nondimeno sposero i mo
tivi di credibilità con assai più di gagliardia che
non facesse il Monod. Nè di ciò sono a fare le me
raviglie, giacchè tai motivi debbono di necessità
possedere altra forza nella mente di un cattolico
il quale difende il vero cristianesimo, di quella che
si abbiano nel cervello di un protestante che pro
fessa un cristianesimo dimezzato. E vagliano di
esempio le prove tolte dal numero e carattere dei
martiri, dalla cattolica ossia universale propaga
zione del cristianesimo in mezzo ai tanti interni
ed esterni ostacoli, senza verun sostegno ed aiuto
temporale ; dalla non mai interrotta conservazione
del cristianesimo in onta dell'universale cospira
zione degl'infedeli e degli eretici di ogni età; dal
l'eroismo di innumerevoli figli della Chiesa catto
lica; dalla continuazione di carismi quali sono i
veri miracoli e i veri vaticinii; e così vadasi dis
correndo di altri molti argomenti, che dimostrano
il cristianesimo cattolico singolarmente sollevato
tra tutte le comunanze religiose, come una pira-
24
mide tetragona alle tempeste e torreggiale sopra
quel mare di sabbia che la circondano.
E pure chi il crederebbe? Il Monod si loda di
quella sua meschina e sparuta apologia come se
fosse un trovato tutto suo, del quale dovesse pro
fessargli tenuta la repubblica cristiana ! Se non
avesse fatto altro che trascrivere gli apologisti
cattolici, sarebbe meno improbabile la sua vanità;
ma pur troppo egli non si contentò di trascrivere,
volle aggiugnere del suo, ed aggiunse in vero
molti errori. Ne daremo un saggio in conferma
zione dell'accusa dal Monod provocata. Tale è
per cagion d'esempio lo sproposito seguente alla
pagina 15, dove fa dire che la Bibbia venga da
Dio o dagli uomini, questo è, per dir così, un
fatto terrestre. Come? Un fatto terrestre che la
Bibbia sia da Dio, o divinamente da Dio ispirata?
No per fermo, sendo che la divina ispirazione della
Scrittura è opera di Dio, nè si può conoscere altri
menti che per divina rivelazione. Senza di questa,
l'uomo non potrebbe dimostrarla in eterno ; e que
sta rivelazione ci viene appunto manifestata dalla
Chiesa, alla quale i sacri libri furono consegnati.
Ondechè in niun vero senso può dirsi fatto terre
stre quella Bibbia che solo viene da Dio. Un altro
esempio ce l'offre alla pag. 38, ove fa dire al suo
finto abate queste parole : Ecco qui la Bibbia. Nel
Testamento antico, le ultime pagine del quale fu
rono scritte cinque secoli avanti VEra cristiana.
Qui è manifesto che la Bibbia di cui si tratta non
è altro che la Bibbia protestante, la quale termina
25
il Testameuto antico con Malachia, che fiori presso
a cinque secoli prima dell'Era cristiana. Avrebbe
mai un cattolico fatto man bassa su tutti i libri
posteriori, e particolarmente sui due libri dei Mac
cabei, i quali furono scritti poco più di un secolo,
ossia centotrenta anni prima dell'Era cristiana ?
Che dire della genealogia di Zorobabele, la quale
vien protratta per dieci generazioni dopo Malachia
nel primo libro dei Paralipomeni? che dire dei non
pochi salmi detti Maccàbaici, così denominati, per
chè in tal epoca furono composti a giudizio degli
stessi critici protostanti? Su questo tratto il Mo-
nQjj tradisce ar ertamente se stesso.
Nè nreno manifesta pruova di siffatto infingi
mento è quanto il Monod pone sulle labbra del
l'Abate (a pag. 56) con dire che la religione sta
più assai nei sentimenti del cuore che nei concetti
della mente. Questo è da lasciar ai pietisti od ai
sentimentalisti, se così appellar si vogliono coloro
che, disperando di trovare tra le controversie reli
giose insorte nel protestantismo là vera fede, si sono
rifuggiti al semplice sentimento religioso. Il cat
tolico sa e conosce che la religione sta più assai
nella vera fede, che non nel sentimento. 11 divin
Redentore ha espressamente detto che chi non cre
derà, sarà condannato (Marc. ult). Che chi non
crede è già giudicato (Io. 3, 15); e di simili sen
tenze è piena la scrittura del nuovo Patto. Il sen
timento senza la vera fede, troppo è fallace : l'Isla
mita ed il Pagano si struggono talvolta per ecces
siva commozione di affetto; chi non dirà che i
26
poveri islamiti e i pagani siano illusi? Veda
adunque il Monod , se un cattolico si sarebbe
giammai lasciato sfuggire siffatto errore.
Altra pruova ne sia quella oltraggiosa allu
sione che il Monod mette in bocca all' incredulo
Lassalle (pag. 64) laddove, parlando di pia frode,
gli fa dire che la Chiesa ri è piuttosto pratica. Chi
non iscorge in questo detto tutta la malignità onde
è animato quello scrittore verso la Chiesa cattolica?
Frodi e menzogne sono il retaggio inalienabile dei
protestanti di mala fede. Perocchè come ogni falso
sistema, così non vive nè si alimenta il protestan
tismo che di frodi e di bugie.
Ella è poi supremamente leggiadra quella prova
della divinità della Bibbia, che per mezzo del suo
Fabiano pretende di raccorre dai caratteri interni
della stessa Bibbia dicendo (pag. 104.) : Le interne
(prove) poi sono così chiare e calzanti che, se voi
trovaste quel libro in mezzo ad un deserto, senza il
sostegno d'alcuna testimonianza, voi lo riconosce
reste come opera di Dio. Questo poteva solo darlo
ad intendere ad un incredulo finto dal Monod : chè
un incredulo vero avria potuto incalciare il suo
maestro con dirgli: Se di tanta luce rifulge la
Bibbia che al solo imbattersi in lei in un deserto,
tosto la si conosce qual opera di Dio, come avviene
che non illumini veruno quando dai protestanti è
lasciata a disegno come dimenticata in una locan
da, in un vagone, in una capanna, o gittata lungo il
lido del mare, perchè sia del primo avventore, o
dispensata viene con tanta prodigalità agli indiani
27
ed ai cinesi? Perchè succede al contrario, che tanti
e tanti si affrettano di lacerarla per mestare le viti
e le altre piante, o di venderla agli artieri per
avere in cambio le più comuni derrate? Perchè
altri l'abbominano come un libro malvagio ? Per
chè dei vostri razionalisti, altri non ne conoscono
l'ispirazione, altri la tacciano di falsità, altri ne ri
cusano l'autenticità o rigettano la più parte dei
libri dell'uno e dell'altro Testamento!' Perchè voi
stessi alla Bibbia accompagnate i vostri trattatelli
con animo di raccomandarla ai lettori ? Ecco quello
che avrebbe potuto rispondere un vero incredulo.
E tanto basti aver osservato per saggio di quella
parte che pure è la meno spregevole di questo sci
pito libretto, siccome quella che ha per obbietto
l'apologia della rivelazione cristiana.

§ 4. — Altri peggiori errori dalVAutore disse


minati nella finta apologia della religione
cattolica, e specialmente intorno alle versioni
bibliche protestanti.

Che se tale riuscì il Monod nella difesa del cri


stianesimo, come vorrà essere riuscito nella difesa
della religione cattolica? Di una religione che egli
osteggiava senza conoscerla, ponendo sulle labbra
di un finto abate le sue proprie parole, in difesa
di ciò che egli combatteva ? Quanto sia buon cat
tolico cotesto abate, il dà a divedere nell'apologia
che fa delle versioni protestanti della Bibbia fin
28
dalla sua seconda lettera dove scrive così : / rim
proveri poi di falsificazione (delle versioni prote
stanti ) sono veramente senza fondamento. Non
conosco le versioni protestanti che si vendono, ma
io stesso ho comprato da uno di quei venditori
una Bibbia cattolica: era insomma la versione di
Sacy, la migliore francese. L' ho riscontrata con
una antica edizione munita delVapprovazione di
più vescovi e non vi ho trovato altro che qualcuno
di que' leggieri cambiamenti, che quasi sempre il
tempo porta in un libro spesso ristampato. Sono
veramente afflitto che il signor Alessi (forse il Cu
rato della Lucilla), il quale con tutti i suoi difetti,
è un uomo rispettabile, siasi permessa un'accusa
sì grave, senza aver bene accertato il fatto. Sven
turatamente egli non è il solo, e io temo assai che
da tali difese la Chiesa cattolica riceva danno più
grave che dagli assalti de' suoi nemici (pag. Ili e
112).
Or chi scrive in tal forma delle versioni prote
stanti potrà dirsi cattolico? No davvero: egli è
un protestante in anima ed in corpo. Tralasciando
quanto dicesi in lode della versione del Sacy, la
voro niente ortodosso di un giansenista, e trala
sciando altresì le alterazioni, che per confessione
dello stesso Monod vi furono introdotte, mi fermo
a smentire la invereconda affermazione dell'inte
rezza e sincerità delle versioni bibliche protestanti.
Premendo ai protestanti il conciliar fede alle
versioni che dalla società biblica si diffondono tra
i cattolici, sbuffano e si arrovellano allorchè si sen
29
tono rinfacciare che le loro Bibbie non solamente
sono mozzate di più libri, ma di più sono falsificate
a danno della verità e della fede. Quindi con una
franchezza senza pari vanno sdegnosamente ripe
tendo che un uomo onorato non si lascierà mai
sfuggire dalle labbra un' accusa tanto calunniosa.
Ma che pro di cotesto affettato sdegno, se i dotti
cattolici hanno più e più volte provato e fatto ai
protestanti toccar con mano le molte falsificazioni
introdotte con arte nelle Bibbie pubblicate in lin
gua volgare dalle lor società? Ci contenteremo di
ricordare al finto Fabiano, ossia al vero Monod,
l'opera insigne del vescovo di Bruges intorno alla
lettura della Bibbia (1). Il dotto prelato, al capo ix,
per cinquanta pagine consecutive, reca esempi
palpabili di così fatte falsificazioni. Oltre a que
st'opera, noi raccomandiamo ai nostri lettori gli
Annali Cattolici di Ginevra, dove in una lunga
serie di articoli si conferma la stessa accusa con
argomenti irrepugnabili, e si recano l'un dopo
l'altro i testi corrotti a bello studio, ovunque trat
tisi di punti controversi tra i protestanti ed i cat
tolici. Il primo di questi articoli trovasi nel quarto
numero della prima serie alla pag. 253. Il se
condo, diretto specialmente contro il Monod, leggesi
nel terzo numero della seconda serie. Il terzo nel
fascicolo primo della terza serie. Il quarto e il
quinto, nel fascicolo secondo della stessa serie ; il
sesto, è un supplemento ai due precedenti.
(1) La lecture de la Sainte Bitte en langue vulgaire par Jf.
Ualou. Louvain 1846.
Noi ci tratterremo segnatamente sopra il quarto
articolo, poichè concerne la versione del Sacy, pro
posta dal Monod qual versione ortodossa munita
dell'approvazione di più vescovi. Or bene, dall'al
legato articolo risulta che quella versione, pub
blicata in Mons nel 1667, fu proibita dalla Santa
Sede con due decreti: l'uno dei 29 aprile 1668, e
l'altro dei 19 settembre 1669. Non fu approvata
che dal cardinale di Noilles, allorchè questi favo
reggiava il partito giansenistico, e da quattro o
cinque dottori in teologia, addetti essi pure alla
medesima fazione. Così per appunto fu approvata
da parecchi dottori la versione del Nuovo Testa
mento fatta dal Quesnel, ma poi condannata da
Clemente XI nella Costituzione Unigenitus. Vero
è che il Sacy emendò la sua versione del Nuovo
Testamento, affinchè non cadesse sotto la censura
della edizione di Mons; ma nondimeno tal ver
sione, come osserva il Teller, vuol essere letta con
diffidenza , contenendo essa qua e colà gli errori
proprii dei giansenisti. Fatto sta che in parecchi
tratti egli ha seguita la versione corrotta del Beza,
aggiustandola in più luoghi all'orribile dottrina di
Calvino, modificata nel giansenismo. Se ne arre
cano fra gli altri in prova due palpabili esempi :
l'uno tratto dal capo II della seconda epistola ai
Tessalonicesi, versetti 10, 11; l'altro dal capo XI,
versetto 8, dell'epistola ai Romani. Tal è l'avvele
nata sorgente dalla quale il Sacy tolse le sue fal
sificazioni.
E questo è il motivo per cui il Monod careggia
31
tanto e quasi inciela la versione del Sacy, che
fu adottata dalla società biblica. Di ciò si avvide
l'illustre Cardinale De la Tour d'Auvergne, vesco
vo di Arras, e perciò diede un suo mandamento
col quale proibì tanto l'edizione mutilata del Vec
chio Testamento, quanto quella del Nuovo fatta
dal Sacy. Ecco le parole dell' insigne porporato :
Proibisco positivamente ed assolutamente ai catto
lici della mia diocesi la lettura delle due sopra
citate opere. Ordino a voi {curati) di far cono
scere questa proibizione ai vostri parrocchiani.
E diffatti questa versione è ormai universalmente
proscritta dalla Francia, ossia si viene sostituendo
dove quella del Carrière e dove quella del Glaire.
Ora tutto questo dissimula lo scaltrito Monod per
dar ad intendere alla sua Lucilla lucciole per lan
terne; e quel che è peggio, pone tali menzogne
sulle labbra di un cattolico.
Ma ritorniamo al punto principale. Da tutte le
falsificazioni scoperte e dimostrate colle irrepu
gnabili citazioni di ciascun passo biblico, e spe
cialmente da quelle raccolte ultimamente da un
sacerdote di Bordeaux, in un'opera fatta per or
dine di quell'arcivescovo per dare una solenne
mentita ai protestanti, si vogliono trarre le se
guenti conclusioni :
Queste falsificazioni sono altrettanti fatti che
non ponno nè distruggersi nè coprirsi, perchè le
Bibbie protestanti sono per le mani di tutti. Da
esse si raccoglie la mala fede del Monod nel far
dire ad un finto cattolico che l'accusa è senza fon
32
damento, e si raccoglie parimente che è pretta ipo
crisia l'affermare che da tali difese la Chiesa cat
tolica riceva danno più grave che dagli assalti dei
suoi nemici. Conviene aver perduta ogni erube
scenza per parlare in questa forma. Ió stesso ho
fatto osservare alcune falsificazioni nella stessa
versione del Diodati pubblicata in Londra dalla
società biblica nel 1855, raffrontata coll'edizione
fatta in Ginevra nel 1641. La versione genuina
del Diodati è pure uno scritto nel quale campeggia
il calvinismo puro ; ma i protestanti inglesi non si
tennero paghi a tanto : vollero di più alterarla,
per cavare maggior costrutto in loro favore. Che
dovrà dunque pensarsi delle versioni protestanti
fatte dagli originali ? Ma [di ciò basti per il pre
sente.
Che dirò della dimostrazione cattolica raffazzo
nata dall'abate Fabiano nella terza e nella quarta
lettera diretta alla Lucilla? Me ne spaccierò in
due parole, con dire che ella è quale poteva uscire
dalla penna di un protestante avverso al cattoli-
cismo, cioè senza nerbo e senza vita, perchè si po
tesse poi vieppiù facilmente abbattere dagli av-
versarii. Laddove la dimostrazione data dai veri
cattolici è tale da non lasciare uscita agl'impugna-
tori, ma di ridurli alla scelta tra il puro deismo e
il vero cattolicismo.
Tale è la miglior parte del meschino lavoro del
Monod, detto aureo libro dall'editore italiano. Che
se di tal portata è quanto in esso vi ha di più in
nocuo, che si avrà a pensare della peggiore, in
33
cui l'autore a visiera levata fa venire in scena un
protestante a prendere le difese del nuovo van
gelo con oppugnare il cattolicismo? Dal saggio
che in questo articolo ne abbiamo dato, ne trove
ranno di per sè ragione i lettori.

capo nr.

INTORNO LA LETTURA DELLA BIBBIA.

Quante opere protestanti mi è accaduto di leg


gere (e furono molte), tutte le ho trovate di una
medesima stampa ; e voglio dire che in tutte ho
trovato, con lieve differenza di proporzioni, lo
stesso misto di artificiosità e di fallacia, velato da
una cotale naturalezza posticcia per insinuare
grado per grado insensibilmente nei semplici let
tori il veleno dell'errore. Tale per appunto, ma
con un eccesso di artificiosa malizia, è la Lucilla
del Monod. Abbiamo veduto nel precedente capo
come egli, benchè s'infinga cattolico nella persona
dell'abate Fabiano per meglio coprire se stesso,
pur si discopre, senza volerlo, più di una volta ; e
lascia abbastanza intravedere qual egli è in verità,
protestante pietista sentimentale, cioè dire, nella
fase media tra il puro protestantesimo e il pretto
razionalismo. Eppure non eravamo che sul limi
tare di questa professione, alla quale egli vuole
condurre la sua Lucilla. Quanto più si avvicina il
tempo di consegnarla ad un protestante dichia-
Pkrronb, La Lucilla . 3
34
rato, affin di compiere l'opera della costei apo
stasia, tanto più si va scoprendo nella persona di
Fabiano il cattolico contraffatto.
Giunti a questo punto, noi comincieremo dallo
svelare gli artifizii adoperati dal Monod per sor
prendere l'incauto lettore. Tra i quali noteremo
primieramente le affettate ripugnanze della Lu
cilla nell'arrendersi agli avvertimenti dell'abate
istruttore, e l'imbattersi che ella fa nel nuovo con
dottiero Mercier, supposto cattolico ricreduto.
Apertasi così la via, entreremo nella discussione
delle ragioni colle quali quest'autore s'ingegna di
indurre la docile sua discepola alla lettura della
Bibbia , quasichè questa fosse interdetta ai cat
tolici.

§ 1. — È falso che la Chiesa divieti a tutti indi


stintamente la lettura della Bibbia in lingua
volgare.
E per cominciare da quest'ultimo punto, che
costituisce il fondamento di tutte le lettere del
Mercier alla Lucilla, sarebbe mai vero che la
Chiesa cattolica divieti a' suoi fedeli indistinta
mente la lettura della Bibbia, e segnatamente dei
libri del Nuovo Testamento, come suppone il
Monod sostenendo il personaggio del Mercier?
Rispondo ricisamente che no. Questa risposta fu
data le mille volte ai protestanti, ma la più parte
di loro fece sempre orecchio da mercante per aver
di che accusare la Chiesa. Nè si contentarono i
cattolici di una semplice negativa : a confermare
la loro negazione, aggiunsero prove di fatto col
mostrare che non vi ha nazione cattolica senza la
sua versione della Bibbia in lingua volgare. Note
remo singolarmente che in questa quistione si
vuol tener conto delle versioni espressamente ap
provate dai Sommi Pontefici, quali sono la polacca
del padre Wieicko, approvata dai Pontefici Gre
gorio XIII e Clemente VII; l'italiana del Martini,
approvata da Pio VI; la tedesca dell'Allioli, ap
provata da Gregorio XVI; l'inglese di Douai, ap
provata almeno negativamente dalla Santa Sede,
e positivamente dall'arcivescovo diBaltimora mon
signor Carroll co' suoi suffraganei fin dal 1810; la
quale approvazione fu poscia confermata dal Si
nodo provinciale di Baltimora nel 1829. A questa
or viene sostituita la versione fatta in lingua in
glese meno antiquata da monsignor Kenrik, ora
defunto, dopo essere stato trasferito dalla sede
episcopale di Filadelfia all'archiepiscopale di Bal
timora. Lo stesso vuol dirsi delle versioni in lingua
francese, approvate da parecchi vescovi, e tra le
altre di, quella del Glaire, sottoposta alla revisione
della Congregazione dell'Indice ; lo stesso si vuol
intendere della versione spagnuola della lingua
boemica del dottor Franncl nel 1865 , e così va
dasi discorrendo per le altre lingue. Lo provarono
inoltre coWespresso invito fattone dai Sommi Pon
tefici, e nominatamente da Pio VI, il quale nel
Breve di approvazione della versione italiana di
monsignor Martini, tra le altre parole di commen
36
dazione , pronunziò ancora le seguenti : Molto
bene avvisi se giudichi necessario che i cristiani
sieno grandemente animati alla lettura dei libri
divini, perocché questi sono copiosissime fonti alle
quali DEBBE A CIASCUNO ESSERE APERTO E FA
CILE l'accesso per attingerne la santità dei co
stumi e della dottrina.
Lo provarono colle reiterate esortazioni degli
scrittori cattolici alla lettura della Bibbia, tra le
quali mi piace di riferire quanto ne lasciò scritto
un gesuita, che fiorì da oltre due secoli innanzi,
cioè Paolo Segneri. Questi, commentando nella
Manna delVanima, le parole dell'apostolo S. Pie
tro : Habemus firmiorem propheticum sermonem,
cui bene facitis attendentes quasi lucernae lucenti
in caliginoso loco: « Considera, dice, come gli
antichi fedeli non mai quasi levavano i loro occhi
da questa benedetta lucerna; tanto erano sempre
intenti a meditare le scritture divine, a riscontrarle,
ad approfittarsene. Quindi vedi che qui l' Apostolo
non ebbe punto necessità di esortarli a sì bello
studio, ma solamente opportunità di lodarli, tanto
già lo usavano attenti, cui bene facitis attendentes.
E mentre l'Apostolo dice qui ai suoi discepoli bene
facitis, vi saranno poi direttori del tutto opposti,
che ai loro piuttosto dicano male facitis? ... Con
sidera come questa attenzione a lucerna di tanto
pro, non dee essere solo di poco tempo, come con
cedono alcuni, ma di tutta la vita, donec dies elu-
cescat, cioè dev'essere fino che alla notte di questo
secolo succeda finalmente quel beato giorno, che
37
solo merita fra tutti il nome di giorno, perchè sarà
giorno chiaro. E tu frattanto, vedi fin a che tempo
abbi da durare a tener gli occhi attentissimi alla
lucerna , cioè a quel lume che porgono i libri sa
cri? Finchè tu non ti parta da questo mondo, do-
nec dies elucescat; perchè fin a tanto che sarai
qui, non potrà mai venir giorno per te, o almeno
giorno chiaro (1) » Così scrivea dugento e più anni
or sono un gesuita in un'opera destinata alla quo
tidiana meditazione dei fedeli. Hanno mai detto
più o meglio i protestanti affin di persuadere la
lettura dei libri santi ? Potrei aggiugnere più altre
esortazioni di autori cattolici , allo stesso fine, ma
sarà meglio convincerli coi loro medesimi autori.
Un dotto protestante ebbe la franchezza di giu
stificare la Chiesa cattolica accusata di sottrarre la
Bibbia alla cognizione dei fedeli. — Noi crediamo,
dice Abauzit, di aver sopraffatto la Chiesa di
Eoma con dare libero corso alla Bibbia. Eppure
ella già si trova aver un tal corso; imperciocchè
la proibizione è relativa, non assoluta. Queste pro
ibizioni relative non furono mai altro che cautele
contro le versioni infedeli, contro l'interpretazione
arbitraria, che spalanca la porta a tutti gli errori,
contro l' uso di abbandonare senza discernimento
alla inesperienza della gioventù, alla intemperanza
delle immaginazioni corrotte, che abusano di tutto,
scritti la cui lettura per essere profittevole richiede
la maturità della mente e la purezza del cuore (2).
(1) Segneri. Manna, 1» ottobre.
(2) Presso il Gregoire Syst. des sécles relioienses, Tom. 4,
Paris 1829 pag. 421.
58
Nè da questo discorda punto un altro celebre
protestante dei giorni nostri, il Dottor Leo, il quale
al Nathusio di Halla rispondeva: — Pretendere
che la Chiesa Cattolica ricusi ai suoi aderenti la
lettura della Bibbia è calunniarla. Dove ella trova
semplicità e fedeltà cristiana, non l'ha fatto giam
mai. Ma ella fa opera di prevenire le ricerche
di pura curiosità, i dubbii di pura critica, la
lettura superficiale. Questa cura potrebbe senza
dubbio qua e colà trapassare i confini del giusto ;
taluni confessori potrebbero essere soverchio rigidi
sopra questo punto ; ma di fronte agli agenti in
glesi, somiglianti agli uccelli di rapina che vanno
da per tutto seminando la discordia senza consi
derare l'uomo qual è; che nel loro orgoglio inglese
non rispettano veruna convenienza; cotale severità
e queste timide cautele dei preti cattolici a ris
petto delle loro greggie, debbono parere giustifi
cate, dato ancora che non ottenessero la nostra
approvazione (1).
Ed ecco la Chiesa Cattolica dai suoi stessi ne
mici non solo scolpata, ma commendata singolar
mente per la sua condotta. Di fatto io stesso di
questi giorni, nel rivedere alcuni regolamenti per
la educazione delle fanciulle in Roma, vi ho trovata,
tra le altre regole, quella del far leggere il vecchio
e il nuovo Testamento ; di più, se ben si prescri
vano eziandio altre letture di libri pii, — però, si
aggiunge, le pie istitutrici non cesseranno mai di
alternarle con quella della Sacra Scrittura. Si
(1) Anna]. Cithol. do Genève IV. Lion Mors 1853.
59
preferiranno sempre i libri storici, e quei che son
detti sapienziali. Di questi libri abbiamo molte
libere versioni o parafrasi gradevoli, utilissime ed
acconcie alla gioventù (1).
Egli è adunque falso che la Chiesa cattolica
proibisca indistintamente ogni lettura della Bibbia
in lingua volgare. 11 contrario si raccoglie indubi
tatamente dai Brevi Pontificii fatti ai fedeli e
dall'uso : brevemente, dal diritto e dal fatto con
fermati dalla confessione stessa dei nostri avver-
sarii. Dovetti insistere alquanto sopra questo punto,
perchè i protestanti ne abusano ritornando mai
sempre a calunniare la Chiesa, e perchè questa ca
lunnia è il fondamento su cui poggia l'edifizio del
Monod nella sua Lucilla.

§ 2. — II decreto delVIndice.
Ma dove lasciate voi (ripiglia il Monod) la
quarta regola dell'Indice data dal Concilio di
Trento? Avverto primieramente, per non lasciar
passare un solenne sbaglio del Monod, che questa
quarta regola non è punto del Concilio, ma bensì
del Pontefice Pio IV che la pubblicò insieme con
una bolla nel 1564 allorchè il Concilio era già
chiuso. Aggiungo in secondo luogo che quella re
gola è un capo lavoro di squisita sapienza e pru
denza, avuto riguardo alle circostanze pratiche in
(1) Regole ielle maestre pie del Preziosissimo Sangue fondato
dal ven. servo di Dio Canonico Gaspare del Bufalo romano.
Roma 1863, cap. 8.
40
cui fu data. Noto in terzo luogo che il Monod nella
sua versione ne alterò le parole traducendo rego
lari per preti, come se non corresse tra gli uni e gli
altri niuna differenza. Osservo finalmente che ces
sate quelle circostanze, per decreto della Congrega
zione delVIndice sotto il dì 13 giugno 1757, quella
regola fu modificata nei seguenti termini : — Che se
tali versioni della Bibbia in lingua volgare sieno
state approvate dalla Sede Apostolica, o pubbli
cate con note tolte dai Santi Padri, ovvero da uo
mini dotti e cattolici, si concedono. — Ciò pre
messo, veniamo alle corte : o il Monod sapeva questa
dichiarazione allorchè scrisse la sua Lucilla, o non
la sapeva. Se non la conosceva, come accingersi a
scrivere senza cognizione di causa in cosa sì grave?
Se poi la conosceva e la dissimulò per calunniare
la Chiesa, chi L'assolverà della taccia di finto, di
menzognero e di calunniatore?

§3. — Qualità dei cattolici convertiti al prote


stantesimo per la lettura della Bibbia.
Ma torniamo alla Lucilla e singolarmente all'af
fettata brama, che il Monod le appone , di leggere
la Bibbia, quasi come volesse presentarci in quella
un esempio del nitimur in vetitum. A sentir la Lu
cilla ti sembra quasi di sentir le smanie delle Ma-
diai. Sehonche, dimostrata la falsità del fonda
mento su cui posa il Monod, che cosa significano
gli smorfiosi sospir» della Lucilla e le ostentate e
serie lezioni del Mercier? Dove va mai a parare
41
la sincera conversione del Mercier nata dalla let
tura della Bibbia, che gli fu consigliata da un pro
testante ? A che fine tutti quei discorsi del Mercier
indirizzati a ridur la Lucilla al protestantesimo ?
Tutte queste cose riescono ad una mostra di gioco-
coliere simile a quelli che nei villaggi si compiac
ciono di sorprendere e di gabbare gli allocchi.
Cotesti santi di conio protestante, non hanno in
vero che un'esterna vernice di santità simile a quella
del celebrato infra i santi del protestantesimo ,
il buon Necker, di cui abbiamo tante belle cose, e
tra le altre il bel trattato sopra la ragionevolezza
del deismo. La costui divota nipotina, duchessa di
Broglie, nata dalla Stael, è l'autrice d'infami ro
manzi, della Delfina , nonchè dell'apologia dello
adulterio e del suicidio. Non hanno cotesti santi
che un'apparenza di onestà filosofica o natu
rale , o, se ancor si voglia , sociale e politica,
colla quale coprono con orgoglio senza misura, una
vita sciolta da ogni dipendenza, una libertà reli
giosa senza freno, una religione senza culto, la
quale si contenta di una lettura della Bibbia senza
costrutto.
Per soprassello si aggiunge in questo libercolo
romanzesco , che tutti i convertiti alla santità del
protestantesimo furono dapprima cattolici, poscia
increduli e licenziosi, infine ravveduti colla sola
lettura della Bibbia. Così il Lassalle, così la Lu
cilla, così il Mercier. Singolare trasformazione di
cose ! Fino a ieri si è detto sempre, secondo in
segna la ragione e la sperienza, che il protestan
42
tesimo era il ponte di passaggio all'ateismo, ossia
(come diceva non ha guari Edgardo Quinet) che
le sette protestanti sono le mille porte per uscir
dal cristianesimo. Vogliano o no, tutte le religioni
che hanno combattuto Roma sono còn noi (incre
duli e deisti). La loro esistenza è tanto inconcilia
bile quanto la nostra colla dominazione di Roma;—
ossia come soggiugneva Eugenio Sue che - il miglior
mezzo di scristianizzare VEuropa, è protestantiz-
zarla (1). Ma ora nelle mani del Monod il deismo
è divenuto il mezzo per condurre alla santità del
protestantesimo ! Ma sia ciò che si vuole di questo
paradosso, io so che quando un governo vuole de
pravare e corrompere un' intera nazione, non trova
miglior mezzo che quello di propagare il protestan
tesimo, di proteggerlo, di diffonderne gli scritti.
Come dunque vorrebbe ora il Monod persuadere
agli italiani, che il protestantesimo è di convertire
il mondo guasto e corrotto? La pratica veramente
qui viene in conferma della teoria. Quali sono in
Italia gli uomini più rotti ad ogni nequizia se non
se i proseliti e i fautori del protestantesimo ?
Cotesti apostoli del protestantesimo da principio
si presentano nelle città nostre e nei nostri villaggi
con una gravità e modestia che ti sorprende: nel loro
servizio e nelle loro preghiere si atteggiano a di
vozione, che pare svaporino in affetti tutto celesti
da disgradarne gli antichi farisei. Ma che ? Tutto
questo è colore esterno che cuopre l'interna ma
gagna del tronco. I frutti che provengono fanno
(1) Ved. Le Monde 6 Juin 1863.
43
tosto conoscere la malvagità della pianta, e guai a
chi li assapora; chè iminantinenti cominciano co
storo, come già i primi nostri progenitori, ad aprir
gli occhi ed a sentire il cangiamento in male che
in essi si operò.

§ 4. — Sofismi del Monod per indurre i cattolici


non meno alla lettura, che alVesame privato del
protestantesimo.
Scendendo ora ai particolari per vieppiù sco
prire la finzione dei personaggi cattolici posti in
scena dal Monod, raccoglierò qui in breve le frasi
qua e colà disseminate, il cui complesso ci dà chia
ramente a conoscere l'intendimento dell'autore.
Cominciamo dalla Lucilla. In una delle costei
lettere a D. Fabiano si trova espresso quanto i
protestanti sogliono recare contro i cattolici, ri
spetto all'oscurità dellar Bibbia, ed eccone le pre
cise parole : La Bibbia sarà dunque sì oscura, che
le anime semplici senza Vinterprete nonla possano
capire? Dio non ha parlato altro che per i dotti?
Non ha pensato ai piccoli ed agli ignoranti come
me? Ah se Gesù Cristo fosse ancora sulla terra,
non volerei ad ascoltarlo ? Non vorrei io vedere
coi miei occhi, udire coi miei orecchi Lui in per
sona? Ebbene! io provo qualche cosa di similepa
la Bibbia. Io so che è la parola di Dio, voi stesso
me lo avete detto. Bramo di udire in essa parlare
Iddio; vorrei vederlo da me. Ogni uomo che si
frappone fra Dio e me è un incomodo, mi fa ug
u
già... (pag. 118). Si vede chiaro che l'autore di
questa lettera, scritta a nome della Lucilla, era
assai versato nella lettura delle opere eterodos
se. La luce viva e diretta che viene senza l'in
termedio della Chiesa, è un concetto comune a pa
recchi protestanti, come a cagion d'esempio, del
Vinet, il quale lo espresse nel suo Saggio. Lo stesso
dicasi dell'uomo che si frappone fra Dio e il cre
dente, e dell'uggia che ciò faceva alla supposta Lu
cilla. Chi non ravvisa tosto in tali parole l'intel
letto depravato del protestante Monod ?
Quello però che meglio ti palesa il lupo sotto
pelle di agnello è la risposta che esso ti appone al
suo D. Fabiano. Questi non si briga di rispondere
direttamente alle insinuazioni della Lucilla collo
scoprirle i sofismi tolti in prestanza dai prote
stanti. Non dice che altro è ascoltare la voce di
una persona vivente, in cui l'atteggiamento , il
tuono delle parole , gli accenti, i gesti, tutto ha
vita, e poi se alcuna cosa non s'intenda, si spiega ;
laddove la lettera morta consegnata alla carta
nulla dice, è muta, nulla risponde, non risolve dif
ficoltà veruna, e lascia che altri s'inganni nel signi
ficato delle parole. Non ritorce contro l'avversario
l'argomento intorno all'intramesso della Chiesa,
con far osservare che i protestanti stessi pongono
in mano ai loro aderenti non già gli originali
ebraici o greci, ma le versioni più o meno fallaci
senza guarentigia di sorta, e pretendono che si stia
alla loro affermazione, che quella e non altra è la
vera parola di Dio. Ma invece di questa ed altre
45
risposte che avrebbero polverizzato l'avversario, si
riduce il buon Abate a fare una lunga e scarna
slombata discussione sopra l'autorità della Chiesa,
così condotta da potersi poi di leggieri confutare.
Può egli dirsi leale questo modo di procedere ?
Mettere in bocca di un cattolico l'apologia del
cattolicismo gettando in essa tutti i semi della
eresia?
Dico che i protestanti per essere a sè coerenti,
dovrebbero porgere ai loro alunni con le dovute
guarentigie di genuinità e d'interezza i testi ori
ginali ebraici e greci come furono composti dagli
scrittori ispirati. E di fatto il celebre protestante
Episcopio voleva che tutti i cristiani indistinta
mente sapessero l'ebraico e il greco per poter leg
gere i libri santi nella loro lingua originale. Dico
che i protestanti tra Dio e il fedele intramettono
versioni volgari più o meno infedeli, come si è pro
vato nel capo precedente. E di vero nella versione
di Lutero mille e quattrocento errori ereticali fu
rono scoperti dall'Emsero : le versioni del Beza
furono accusate d'infedeltà dai protestanti mede
simi: le versioni anglicane si succedettero le une
alle altre in breve tempo perchè colme di errori,
come ne attesta lo stesso Horn. (1). Le versioni ge
nuine per la stessa cagione fin presso i giorni nostri
si vennero rifacendo. Ma tralasciando tutto ciò, mi
contento di recare due recentissimi documenti di
somma importanza, i quali confermano il fin qui
(1) Ved. le nostre Prelezioni di Teologia de locis Theolog.
P. II, cap. V, Prop. II.
46
detto. L'uno è tolto da un'adunanza protestante di
Germania; l'altro da un altro convegno officiale
d'Inghilterra. — Raunatisi nel giugno del 1863 in
Eisenach i rappresentanti delle Chiese protestanti,
tutti ad uno con una concordia senza esempio
negli annali delle conferenze evangeliche, conven
nero nel riconoscere che la versione luterana della
Bibbia, comechè sorgente della pura fede evange
lica, è piena di errori assai gravi, e però bisognosa
di pronta emendazione (1).
Passiamo di Lamagna in Albione. La Chiesa
officiale d' Inghilterra rappresentata dal Primate
di Cantorbery, dall'Arcivescovo di York, e dai
Vescovi di Londra, di Lichfeld, di Llandoff, di
Chester, di Bristol, non che di altri trenta reve
rendi, prese il partito di rivedere la versione in
glese della Bibbia per ovviare agl'inconvenienti del
libero esame tra i dissidenti. Il Times giunge ad
affermare che questo gran lavoro non deve essere
inferiore in importanza alla versione dei Settanta,
od alla versione inglese del re Giacomo (versione
accusata di più errori dal Lowth, dal Newcombe,
dal Vesemfield, dal Ballani e dall' Horn), e che si
acquisterà forse il nome della versione dei Trenta.
Checchè sia di ciò abbiamo per confessione dei
protestanti medesimi che le loro versioni furono
fino ad oggi imperfette e guaste da errori. Or non
è questa un'interposizione dell'uomo tra Dio e il
fedele, con la giunta di errori pur troppo fatali in
opera di rivelazione divina?
(1) Veci. Monde 24 Juin 1863.
47
A convalidare vie meglio il fin qui detto, voglia
mo aggiugnere un irrepugnabile documento som
ministratoci, non ha guari, dagli stessi protestanti,
conforme scrivesi da Basilea sotto il principio di
novembre del 1864. — Un congresso degli Amici
della Bibbia, composto principalmente di ministri
protestanti, ha testè avuto luogo in Basilea. L'Ar
cidiacono Baggesen dichiara che con tutto il suo
desiderio di far plauso alla diffusione della Bibbia
in francese e in tedesco deve confessare dapprima
che il rispetto per la Bibbia è andato sempre sce
mando dalla Riforma in poi. Chè se Voltaire ne
ha distolto lo spirito dell'aristocrazia, i ministri
protestanti (increduli oggigiorno quasi tutti) ne
distornano il popolo. Il signor Scholl di Stuttgarda
aggiunse, rapportarsi dai sette nuovi pastori no
minati per le grandi città, che in esse ninno o
quasi niuno dei protestanti vuol più comperare la
Bibbia. Da ultimo il pastore Staiger di Turgovia
disse, non doversi dimenticare l'altra cagione del
poco numero dei compratori e dei lettori della
Bibbia, cioè la cattiva e poco intelligibile tradu
zione di Lutero, la quale pure si vuol continuare a
diffondere (1). Ma v'ha di più: nel giugno del 1863 si
raunarono i pastori rappresentanti i venticinque go
verni della Chiesa protestante in Eisenach (Sasso
nia Ducale), e tra le controversie da essi ventilate,
ebbe il primo luogo la emendazione della Bibbia
luterana. Dove, non ostante la estrema divergenza
delle opinioni, v'ebbe pure un punto, unico e solo,
(1) V. La YcTÌIè 6 nov. 18G4.
in che tutti s'accordarono con unanimità senza pari
negli annali delle conferenze protestanti. Tutti ri
conobbero la urgente necessità di emendare la
traduzione luterana della Bibbia, attesochè questa
sorgente di pura fede evangelica è piena di errori
assai gravi (1). Preziose confessioni verso le af
fettate smanie del Monod sono queste, che ci sve
lano insieme la imperfezione delle traduzioni ete
rodosse, e la disposizione de' protestanti rispetto
alla lettura della Bibbia.
Nel resto, se il personaggio introdotto dal Mo
nod sotto il nome di D. Fabiano fosse stato un
vero cattolico, avrebbe potuto rispondere alle sma
nie disperate della Lucilla nei termini seguenti :
Chi v'impedisce dal leggere la Bibbia nel testo ori
ginale ovvero in una versione, che sia approvata
dalla legittima autorità e corredata dalle oppor
tune note? Leggetela pure a piacer vostro, fatene
pur pascolo alla vostra pietà, conformate ai divini
documenti, che in essa contengonsi, la vostra con
dotta, accogliete le ispirazioni che per lei riceve
rete nel cammino della più sublime santità. Niuno
vel divieta, anzi a ciò vi esortano e vi spronano i
saggi maestri della vita spirituale.
Il divoto autore dell'Imitazione di Cristo con
sacra a questa esortazione un intiero capo nel suo
quarto libro, dipingendo coi più vivi colori le de
lizie di chi medita nelle sante scritture, e protesta
che non avrebbe potuto vivere in questo pellegrinag
gio senza il pane di vita, che è la santissima Eucari
(1) Le Monde 24 iuin 1863.
49
stia, e senza questa mensa delle divine scritture
da Dio a tutti lautamente imbandita (l).Ma nulla
di ciò rispose il malizioso Monod in persona di
D. Fabiano, al quale con ironica espressione fa dire
la scempiezza seguente : / soli preti mi paiono
capaci a sostenere impunemente una sì viva luce,
ed a loro in fatti le scritture furono in ogni tempo
confidate (pag. 139).
Il vero è che la lettura della Bibbia in volgare
nello scritto del Monod non è che un filo teso per
condurre la sua proselita alla interpretazione in
dividuale della Scrittura, emancipandola dall' au
torità della Chiesa e rendendola protestante. E a
questo fine sono pure indirizzate tutte le lettere
del Mercier che sottentrano a quelle delFAb. Fa
biano. Fin dalla prima, questo finto convertito
spande a larga vena il veleno, che si voleva far
tracannare alla Lucilla. Ecco come il pietista
messo in scena fa il racconto della pietosa sua
conversione, cioè della sua apostasia dalla Chiesa.
Feci quel elici mi suggeriva (parla d'un prete si
mile a D. Fabiano), e intende di significare che si
pose a leggere il Nuovo Testamento pregando Iddio
che lo illuminasse: — Io stesso son divenuto cri
stiano in questo modo, e ben presto notai quelle
parole di Gesù Cristo. — Se voi che siete malvagi,
Sapete dar buoni doni ai vostri figliuoli, quanto
più il vostro padre celeste donerà lo Spirito Santo
a coloro che gliel dimanderanno (2)? Quindi mi
(1) De Imitat. lib. IV, c. XI.
(2) Lue. 11, 13.
Plutoni, La Lucilla 4
50
sentii confortato a chiedere lo Spirito Santo, e
cominciai a sentire i miei peccati, e il bisogno che
aveva di un Salvatore; poi riconobbi in Gesù Cri
sto la santa vittima che ha offerto se stesso a Dio
per noi. Era tuttora un'idea confusa, ma fui me
ravigliato di non trovar nulla nel Testamento
Nuovo ne sul culto dei Santi e della Madonna,
ne sulla Confessione, ne sulla Messa, ne su molte
altre cose ch'era uso a riguardare come essenziali
al cristianesimo. Quando rividi Vamico prete, me
ne apersi con lui; egli si spaventò dell'opera pro
pria, e volle disfarla. Non glie ne feci un carico,
poiché egli era uomo schietto, e voleva certamente
il mio bene; ma se stava attaccato alV Evangélio,
non stava meno alla Chiesa, e quando vide che
seguendo quello mi allontanava da questa, credè
ben fatto provarsi a rattenermi...
Or chi non ravvisa in questo brano della lettera
di Mercier quasi il puro e pretto stillato del pro
testantesimo? Qui la parte positiva del protestante
simo, cioè l'interpretazione privata della Bibbia,
la sola fede giustificante senza pentimento dei pec
cati, l'indipendenza dalla Chiesa, l'antagonismo tra
Chiesa e Vangelo ; qui la parte negativa, cioè il
rifiuto del culto dei Santi , del sacrifizio della
Messa, della Confessione, e di quelle tante altre
cose, che sono insomma tutti gli altri articoli di
fede dalla Chiesa professati, e rigettati dal prote
stantesimo.
Questo corpo morto del protestantismo, che il
Monod ci pone sotto gli occhi, sarà da noi noto
Si
mizzato nel capo seguente, dove mostreremo a che
si riduca il preteso Spirito Santo dei protestanti e
quali effetti procedano dai principii costitutivi del
protestantesimo a confusione del Monod e a disinf
ganno dell'illusa Lucilla.

CAPO IV.

INTORNO ALLA CHIAREZZA


ED INTERPRETAZIONE DELLA BIBBIA.

§ 1. — Due assunti del Monod intorno alla chia


rezza della Scrittura ed alla interpretazione
della medesima.

Sul chiudere il capo precedente avvertimmo


come il Mercier fin dalle prime parole svela tutto il
concetto protestante intorno alla supposta sua con
versione, sino a mostrarsi protestante provetto. E
di vero, seguendo egli il consiglio ricevuto (come
e' dice) da un buon sacerdote cattolico , simile
all'ab. Fabiano, si pose a leggere il nuovo Testa
mento, ma leggendolo si trovò involto nella sorto
comune ai protestanti, che è vedere nella Scrittura
ciò che non vi è, e non vedere ciò che vi è. Non è
pertanto a meravigliarsi se, leggendo con tale
occhio le sacre pagine, tanto più si dilunghi egli
dalla Chiesa , quanto più si avanza nella lettura
della Bibbia. Per accorciare il nostro cammino
52
sopra le orme di cotesto incredulo divenuto cri
stiano dopo di essersi imbattuto in certo Orbelino,
protestante, pastore di Strasburgo, e di un suo
amico, richiameremo ad alcuni punti principali le
dottrine sulle quali poggia il sistema protestante,
che il Monod propone sotto il mantello del suo
Mercier. Dalla discussione di questi punti si rac
coglierà di leggieri tutto l'assurdo di quel prote
stantesimo, che or si vorrebbe persuadere agli ita
liani. Questi principii sono raccolti e concentrati
nelle lettere del Mercier, corrispondenti a quelle
dell'ab. Fabiano e della Lucilla, e si riducono ai
due seguenti: 1° la Scrittura è chiara per tutti;
2° la Scrittura sola interpretata, non già dal nudo
intelletto, ma bensì dallo Spirito Santo, è quella
che conduce alla salute, come unica regola di fede.
A dimostrare la falsità di questi due principii del
protestantesimo ortodosso e pietista, io stabilisco
questi due contrapposti: 1° la Scrittura non è chiara
come si suppone e si vuol dare ad intendere dal
Monod ; 2° la interpretazione biblica dal Monod
attribuita allo Spirito Santo, non è che un man
tello per coprire il più anticristiano razionalismo.
Messi fuori di ogni controversia questi due prin
cipii, noi ne avremo quei conseguenti i quali mo
strano tutta la turpitudine di quel protestante
simo, che oggi si vorrebbe in Italia sostituito al
cattolicismo.
53
§ 2. — Dimostrasi la Sacra Scrittura
non esser chiara come il pretendono i protestanti.

E per entrare di lancio nella quistione, dimando


io : È poi la Sacra Bibbia così chiara che ognuno
possa convenevolmente intenderla in ogni sua
parte ? Dopo l'esperienza d'oltre a tre secoli non vi
dovrebbe essere protestante alcuno che rispon
desse affermativamente a tale proposta. Che altro
fecero gli acattolici, per tutto questo lasso di
tempo, se non gridare a gola che la Bibbia è chiara .
ed aperta a tutti , e nondimeno accapigliarsi , e
combattersi, e scerpersi in quasi altrettante sètte
quante furono le diverse interpretazioni di una
stessa Bibbia? La Scrittura è chiara, dicono tutti
gli acattolici, e frattanto da oltre a mille sètte, in
che sono divisi, protestano col fatto il contrario.
La Scrittura è chiara, eppure non è facile incon
trar due pastori che intendano nel medesimo senso
un medesimo testo. La Scrittura è chiara, non che
ai dotti anche ai semplici, tanto che la nostra Lu
cilla trovava inconveniente e assurdo che Dio avesse
parlato ai soli dotti, e non ugualmente ai semplici
ed ignoranti (pag. 118); e nondimeno i protestanti
hanno riempiute le Biblioteche di commentarii di
versi sopra la Bibbia, cominciando da Martin Lu
tero e da Giovanni Calvino lino ai Rosenmuller ed
ai Kuinoel; e queste esposizioni sono tali che non
ve n'ha pur una nella quale convengano tutti. Deh!
se volete predicare la lucidità della Scrittura Sacra,
se pretendete che ella splenda di luce propria agli
5'i
occhi di tutti , nascondete almeno, per l'onor vo
stro, i tre volumi in foglio dell'edizione di Iena,
composti da m esser Lutero, e gli altri sette volumi
in foglio dell'edizione di Amsterdam, composti da
messer Calvino, e i dieci enormi volumi in foglio
dei critici sacri, e poi le migliaia di volumi di
coloro che tennero lor dietro, e poi gli innumere
voli volumi in 4" ed in 8° intorno alla parte filolo
gica e alla ermeneutica e all'esegetica pubblicati
dai protestanti di ogni colore. Per attenermi al
solo Testamento nuovo io trovo meglio che cento
quindici commentatori protestanti, i quali tutti dis
cordano fra di loro. Fate di grazia scomparire
tanti volumi di lezioni varianti nei codici ebraici e
greci , sottraete all'occhio dei veggenti le trenta-
cinque concordanze bibliche, sì stranamente di
scordi tra di loro ; togliete dalle mani dei vostri
arrolatori gli insulsi trattatelli coi quali accompa
gnate le vostre Bibbie corrotte, sotto colore di illu
strarle. Come mai non vi coprite di vergogna nel
proclamare nella seconda metà del secolo XIX,
non meno che ai giorni di Lutero la chiarità evi
dente della Scrittura ? o perchè alla impudenza
aggiugnete la mostruosità della contraddizione
smentendo col fatto ciò che affermate colla pa
rola?
Che se oltre ai fatti, incomparabilmente più elo
quenti delle parole, noi vogliamo aggiugnere le
confessioni esplicite degli avversarii, neppur queste
mancano all'uopo. Io mi terrò pago ad alcune che
vagliano di saggio per le rimanenti. Il celebre
55
Francovitz, fervido protestante, più conosciuto
sotto il nome di FI accio Illirico, fin da due secoli
fa, recava centocinquantuna ragioni per provare
l'oscurità della Scrittura (1), tra le quali annovera
i tropi, le metafore, i tipi, le allegorie, le para
bole, le locuzioni oscure. Si burlava egli del Dalleo,
che nel suo libro délVuso deipadri volle infatuare
il popolo calvinista della pretesa chiarezza della
Scrittura. Lo stesso calvinista Bayle sostiene es
sere impossibile agli ignoranti del pari che ai dotti
l'accertarsi del vero senso dei libri santi. Osservò
egli che la pretesa grazia dello Spirito Santo,
che i protestanti si promettono , non aumenta nè
l'intelletto, nè la memoria, nè la perspicacia natu
rale, che ella non c'insegna nè l'ebraico, nè il greco,
nè le regole del ragionamento , nè la soluzione
dei sofismi, nè i fatti storici. A tal fine sarebbe
mestieri di una grazia simile al dono miracoloso
della profezia ; e pretendere di possederla, è un
dare nel fanatismo dei Quaqueri e delle altre sètte
fanatiche al par di loro. Il Mosheim, lo storico del
protestantesimo, parlando del socinianismo, il cui
principio è doversi la Sacra Scrittura intendere
conforme ai lumi della ragione, dice che seguendo
questa regola dovrebbero avervi tante religioni
quanti sono individui (2). Convien dunque confes
sare che la Scrittura non è poi così chiara e lumi
nosa come pretende il Monod.
Ma trattandosi di un punto sì rilevante, ragion
(1) Catalogne des ttmoins de la venti. Francfort 1672.
(2) Sec. XVI, Sec. Ili, par. 2, cap. i, § 16.
vuole che lo confortiamo con più altre e più re
centi confessioni di autori protestanti, di che ne
abbiamo un gran numero; ma dobbiamo limitarci ad
alcune per non essere soverchio lunghi. — A niuna
sensata persona, scrive l'Hermann, può entrare in
capo che la Bibbia non enunzii oscuramente non
solo delle verità dogmatiche, ma eziandio delle ve
rità morali (1). — La Bibbia, soggiunge l'Ernesti,
è più difficile ad intendersi, che le opere di Omero ,
di Tucidide, di Polibio, e degli altri scrittori
greci (2). — Ed il Wieland dal canto suo scrive :
Gli è d'uopo innanzi tutto saper l'ebraico , aver
letto molti libri, possedere un gran capitale di co
gnizioni di storia, di critica, di antichità, di crono
logia, di geografia, di fisica e di altre scienze, se
si vuol leggere la Bibbia con frutto. La Bibbia ha
dei tratti che sono intesi e spiegati differentemente
da diverse intelligenze (3). — Ed il Grabe non du
bitò di scrivere come segue: — L'esperienza ha di
mostrato che gli scritti di controversia teologica nei
quali dall'una e dall'altra parte le prove sono tolte
solamente dai passi della Santa Scrittura , che
ognuno interpreta a suo modo, non terminano mai
la discussione. Imperocchè la Scrittura Santa di
raro si esprime con tale precisione, che un avver
sario preoccupato in favore della sua opinione ed
animato dallo spirito di parte non possa volgere a
suo vantaggio i testi citati contro di lui. Troppo è
(1) J. D. Hermann in Comp. Theol. dogmat. 1701, p. 38.
(2) J. A. Ernesti, De dipelili. N. T. recle interprel.
(3) Wieland Yermischts iufuiize, cap. 1.
57
vero che le Sante Scritture sono talvolta sì difficili
a spiegare, che uomini eziandio scevri dall'influsso
dei pregiudizii e delle passioni restano indecisi,
non sapendo qual senso dessero ai loro pensamenti
gli Apostoli ed i Profeti (1). — Nè meno esplicito è
YAhlmann, che non si peritò di scrivere: — Un
amor puro e sincero della verità può incontrarsi
in due difensori di sentenze teologiche differenti,
ed anche diametralmente opposte (2). — Amendue,
prosiegue il Iacobi, credono veramente che la loro
opinione sia la ragione, e che la ragione sia la
opinione loro. Conosceste mai un uomo di qualche
zelo, il quale pensi di non appassionarsi se non in
favore della sua opinione, e non della manifesta
zione della verità (3)?
Queste ed altrettali confessioni dei protestanti sa
rebbero più che bastevoli a convincere chicchessia
della oscurità inerente alla Sacra Scrittura ; ma
posciachè i volgari proselitisti, che ora si aggirano
per l'Italia, s'incaponiscono a pronunciare chiara
ed intelligibile ad ognuno la dottrina dei sacri libri,
rechisi in mezzo la testimonianza del patriarca
stesso del protestantesimo. Lutero adunque, il
gran Lutero, dopo aver da principio proclamata
sotto ogni rispetto la chiarezza evidente della di
vina Scrittura, ammaestrato poi dalla sperienza co
minciò a smettere la baldanzosa sua sicurezza, e

(1) Io. Ernesti Grabii, Epist. ad reg. Burussiae ante Opera


ìrenaei.
(2) Animami, in die. Theolog. Quarta!. Schrifl. etc. 1829.
(3) Iacobi Schriftt.
58
fece le più solenni dichiarazioni intorno alla oscu
rità de' libri santi. Eccone le parole volte in nostra
lingua, lasciando a piè di pagina le originali. —
Non vorrei si presumesse di me ciò, che non potè
venir fatto agli uomini più insigni in santità e
dottrina, essere io giunto ad intendere ed esporre
in ogni sua parte il vero senso del Salterio. Basta
aver capito in parte qualche salmo. Molte cose ha
serbato a sè il Santo Spirito, per averci sempre di
scepoli; molte ne ha soltanto accennate, per allet
tarci; molte ne insegna, per muoverci... Io so che
sarebbe uomo d'impudentissima temerità chi osasse
professare d'aver inteso un libro solo della Scrit
tura in tutte le sue parti (1). — E più sotto ag-
giugne : — Noi dobbiamo rimanere sempre disce
poli; perchè non vagliamo a scrutare, quanto basta,
nè una parola della Scrittura: abbiamo e rite
niamo soltanto le primizie: dove ci pensiamo d'in
tender molto , appena conosciamo l'alfabeto , e
questo non abbastanza rettamente (2). — Per ultimo

(1) Nolim ab ulto id de me pracsumi, quodnultus ùihuc prae-


slare pvtuit sanclissimorum et doctissimorum, id est, Psalte
rium in omnibus legitimo suo sensu intelligere et ducere. Sat
est atiquos psalmos et eosdem ex parte intellexisse. Multa siti
reservavit Spiritus Sanctus, quo nos semper discipulos habeat ,
multa sotum oslendit ut allieiat, multa tradii ut affidat... Scio
esse impudentissimae lemerilalis eum qui amirat profileri unum
Scripturae librum a se in omnibus parlibus intellectum ( Praef.
in Psal. ad Frider. Saxon. Opp. tono. 2, Ienae 1557.)
(2) Nos oportet nianere discipulos ; nani ne unum quidem ver-
bum Scripturae salis snperque perscrutali valemus; nos dum-
taxat primilias, habemus et retinemus; ubi multa putamus per-
cipere,vix alphabetum, et id quidem non salis recte intelligimus.
(ibid).
59
due soli giorni prima di morire in Islebio vergò
sulla tavola questa memorabile sentenza : — Niuno
potrà mai intender bene Virgilio nelle Bucoliche,
dove non sia stato cinque anni mandriano; nè
nelle Georgiche, se non dopo cinque anni di vita
contadinesca. Cicerone nelle epistole (così la penso
io) non l'intenderà appieno se non chi abbia dimo
rato per vent'anni in una insigne repubblica. Le
Scritture Sante niuno, niuno affatto potrà affer
mare di aver gustato abbastanza, se coi Profeti,
come Elia ed Eliseo, Giovanni Battista, Cristo e
gli Apostoli, non sia stato per cento anni al governo
delle chiese (1). — Vengano ora il Monod e con
sorti ad affermare la somma chiarezza della Bibbia
per gabbare i cattolici; questi potrannno opporre
a tale affermazione le parole stesse di Martino
Lutero.
Se non che, a confondere vie maggiormente
questo banditore dello Spirito Santo che ispira
alle sètte la verità, gioverà opporgli un recentis
simo documento autorevole o vogliamo dire uffi
ciale, ed è l'anti-enciclica opposta a quella di
Pio IX dai teologi protestanti di Tubinga nel feb
braio del 1865, col loro sillabo di sedici proposi
ti) Yirgilimn in Bucolicis nemo potest intetligere, nisi fueril
quinque aiutis pastor. Virgiliani in Georgicis nemo potest intet
ligere, nisi fueril quinqne anni» agricola. Ciceronem in epistola:
[sic praecipio] nemo integre intelligit, nisi rigiriti annis sit ver-
satus in republica aiiqua insigni. Zcripturas Sanctas sciat se
nemo, nemo gustasse sali*, nisi centum annis cum prophetis ut
Elia et Eliseo, Ioanne Baptista , Carisio et /postoli! ecclesias
gubernaverit. (Apud Benedicti. Iaculo Ecclesiae Christi Catho-
licae, n. excm).
60
zioni. Il quale documento sebbene non contenga in
somma che sciocche ingiurie contro il cattolicismo,
tratte dai soliti luoghi comuni del protestantesimo
col solito abuso delle parole verità , unità , tolle
ranza, pur nondimeno ha qualche confessione non
ispregevole in ordine al nostro assunto. Lasciando
stare le altre, la settima dice appunto cosi:
« Tutti i dogmi che il protestantesimo ha annun
ziato fin qui non sono che saggi per iscoprir la
verità. » L' ottava aggiugne quanto segue : < In
oltre, attesa la loro contraddizione, questi dom
ini, non sono senza errore.» La nona inferisce così:
« Per conseguente niun professore nella chiesa
evangelica è tenuto a sostenere questi dogmi. » La
decima va più innanzi dicendo: « Lo stesso deve
dirsi dei libri simbolici del secolo XVI della chiesa
protestante, che tutti hanno degli errori. « La duode
cima finalmente ritorna indietro osservando : « Ma
tutti questi libri conservano la loro importanza ,
come negazione della Chiesa Cattolica Romana. »
Or come potrebbero dirsi suggerite dallo Spirito
Santo quelle pubbliche e solenni professioni di fede,
le quali contengono errori, e ciò per confessione
dei principali organi del protestantesimo (1)?

(1) V. La Yiritè 12 fevr. 1865.


61
§3. — S'impugna la pretesa illustrazione dello
Spirito Santo per la intelligenza della Sacra
Scrittura.

Ma diverrà almen chiaro un tal libro per la


illustrazione dello Spirito Santo, promessa e con
ceduta ad ogni individuo ? Così pretende il Monod,
il quale per mezzo del suo Mercier rigetta la inter
pretazione della Bibbia fatta dallo spirito privato,
come quello che conduce al pretto razionalismo.
Imperocchè, riferite le due vie proposte da don Fa
biano nell'interpretazione della Bibbia, delle quali
la prima consiste nel riportarsene allo spirito par
ticolare, gli fa dire — Questo andrebbe benissimo,
se il signor Abate l'avesse da fare coi così detti ra
zionalisti, con quei sedicenti cristiani, cioè, che
pretendono di sottomettere alla ragione propria gli
insegnamenti della Scrittura. Io pure condanno
quelle massime, e tanto il signor Abate quanto io
senza dubbio siamo di cuore sottomessi alla Bibbia,
come a parola di Dio , e non vogliamo aver nulla
di comune con quei tali. Noi non ci affidiamo al
nostro spirito particolare, fidiamo bensì nello Spi
rito di Dio (pag. 160). — E poco dopo — Secondo
noi lo Spirito Santo parla direttamente e senza inter
posizione alcuna (cioè della Chiesa) ad ogni fedele
(p. 161, c. 7). -
Ecco adunque il sistema teopneustico, ossia della
divina ispirazione, secondo il quale lo Spirito Santo
direttamente parla al fedele e gli dà l'unica vera
interpretazione della Bibbia, in quanto si distingue
62
dalla interpretazione della sola ragione e da quella
ricevuta dai cattolici, ai quali lo Spirito Santo
parla solo indirettamente, cioè per l'interposizione
della Chiesa. E affinchè non cada dubbio intorno
a quest'ultimo punto, rechiamo le stesse parole del
Mercier, ossia del Monod : — Il signor Abate, ne
son certo, fida nel Papa e nei concilii, unicamente
perchè crede che Dio abbia promesso di guidare
col suo Spirito l'uno e gli altri; noi dal canto no
stro ci affidiamo al nostro giudizio , solamente
perchè crediamo che Dio abbia promesso di con
durre noi così con quel medesimo spirito. — Co
sicchè in fondo in fondo noi tutti confidiamo nella
grazia dello Spirito Santo. Ecco però quello che ci
divide : secondo il signor Abate, lo Spirito Santo
parla soltanto indirettamente ad ogni fedele per
organo della chiesa cattolica; secondo noi, lo Spi
rito Santo parla direttamente e senza interposi
zione alcuna ad ogni fedele (pag. 161). — Così il
Monod distingue sè e i suoi dai razionalisti e dai
cattolici.
Ciò premesso a conoscimento del sistema teo-
pneustico del Monod, entriamo a farne osservare
tutta l'incoerenza ed assurdità, nonchè le tristi
conseguenze che ne discendono. E innanzi tratto
che cosa è mai l'ispirazione del Monod? Null'altro
se non il mal demonio dell'orgoglio che si am
manta sotto il nome augusto del Santo Spirito; è
il pretto razionalismo che si nasconde sotto il velo
di pietà; è la più turpe contraddizione che si pre
senta sotto le sembianze della verità.
Parvi troppo severo cosiffatto giudizio? Segui
temi ancora un tratto e troverete che esso è mite
oltre al merito di cotesto sistema. E primiera
mente, questa pretesa ispirazione è ella universale
e comune a tutti i protestanti, ovvero particolare
e propria di ciascun individuo? Se universale e co
mune a tutti, come è adunque che essa non insegni
a tutti la medesima verità, ossia la medesima in
terpretazione della Scrittura? Come è che il cal
vinista è ammaestrato in forma onninamente
contraria a quella del luterano? Come è che lo
zwingliano riceva un'ispirazione opposta a quella
del luterano e del calvinista? Onde nasce quel bat
tagliare senza posa, con che si assalgono, e feri
scono e lacerano a vicenda le varie sètte acatto
liche? Perchè, nonostante i conati sì frequenti,
ordinati ad accordarsi per mezzo di riunioni, di
alleanze , di concilii , di assemblee senza fine ,
mai non è che queste società illustrate dallo
stesso Spirito Santo abbiano potuto, nè possano
neppur oggigiorno intendersela fra di loro ? Egli
è pur fresco e solenne l'atto con che Atanasio Co-
querel e Martino Paschoud, protestanti liberali, ne
andarono cassi dall'uffizio pastorale , accusati di
eresia dal Consilio presbiterale nel febbraio del
l'anno 1864, perchè non vollero ammettere la pro
fessione di fede della Rochelle, indegna d'essere
riconosciuta, come essi dicono , dai pastori rifor
mati. Diffatto il corpo dei pastori di Parigi ed
anzi di Francia tutta dividesi in due parti o cor
renti contrarie; l'una che spinge all'interpretazione
64
libera, l'altra che vuol ricondurnela indietro col-
l'imprigionarla all'ortodossia (?), ed amendue sono
pure inspirate dallo stesso Spirito Santo ! ! ! Lo
stesso accade ora in Ginevra per l'anniversario
della morte di Calvino pel terzo centenario. Si di
vidono trascinati da due contrarie correnti.
Dirà forse il Monod che questi non invocano lo
Spirito Santo? E perchè no, se tutte le minori
sètte, cioè l'Anabattismo, il Quacherismo, il Meto-
dismo o Weslejanismo, lo Swendemborgismo, l'Ir-
vingismo, il Mormonismo e cent'altre, son tutte
sètte teopneustiche per eccellenza, e tutte profes
sano di aver lo Spirito Santo per maestro e lo
invocano senza posa, tuttochè sieno fra loro dis
senzienti per le diverse e spesso contrarie inter
pretazioni di un medesimo testo biblico ? Ma che
parlare delle sole sètte minori, quando le stesse
sètte maggiori, come il luteranismo ortodosso e il
calvinismo ortodosso e lo zwinglianismo ortodosso
pongono in cima alla loro professione la ispira
zione dello Spirito Santo? Certamente Lutero; dopo
di aver annullata la ragione colle sue dottrine in
torno al peccato originale, pronunciò come indu
bitabile principio che lo Spirito Santo è quegli che
rivela a ciascun fedele il vero senso della Scrittura.
Allo stesso principio si attenne Zwinglio afferman
do che ciascuno è dalla virtù divina tratto alla
parola scritta. Il principio medesimo fu posto dal
Calvino con insegnare che una semplice vecchie-
rella ispirata dallo Spirito Sunto poteva intendere
la Scrittura meglio che un intiero concilio ecume
65
iiico (1). Ciò nondimeno quanto queste sètte invo
catoci dello Spirito Santo sieno tra sè divise, a
cagione della diversità delle interpretazioni bibli
che, è noto a tutto il mondo, nè v'è bisogno che si
notifichi di vantaggio.
Or ecco qui ridotto il nostro Monod a tali strette
da non poterne uscire in eterno senza rinnegare
l'assunto sistema. Lo Spirito Santo è Dio essenziale
e semplicissima verità ; quindi se egli a tutti indi
stintamente si comunica, debbe di necessità a tutti
insegnare la verità medesima; non può contraddire
a sè stesso, ossia non può insegnare il contrario
intorno al medesimo obbietto, ed a diverse persone
insegnare il sì e il no. Ma noi veggiamo dall'espe
rienza di oltre a tre secoli che tutte queste sètte
si contraddicono per guisa che una medesima dot
trina è verità per le une, e falsità per le altre:
dunque è assurdo il supporre che lo Spirito Santo
insegni a tali società la genuina interpretazione
dei libri santi. Quindi conseguita che o tale Spi
rito invocato dalle sètte acattoliche è uno spirito di
menzogna, ovvero che cotesto loro sistema difeso
dal Monod è una ciurmeria impudente di chi lo
mise in campo non meno che di chi lo sostiene.
Che se il Monod restringe lo Spirito Santo a
ciascun individuo in particolare, allora l'assurdo si
rende ancora più palpabile; perocchè in tale ipo
tesi converrà riconoscere tanti Spiriti Santi
quanti v'ha individui discordanti fra loro. Può fin-
(1) Vedi la nostra regola di fede toni. 1, p. 1, c. 1, § 5 della
regola protestante.
Poloni, La Lucilla i
66
gersi follia maggiore di questa? Se colui che in
voca lo Spirito Santo è nella sètta dei calvinisti,
questo Spirito gli insegna ad interpretar la Bibbia
da buon Ugonotto, ed espone il capo IX della let
tera ai Romani, per mo' d'esempio, della predesti
nazione e riprovazione assoluta. Che se egli spetta
alla fazione luterana, questo Spirito Santo gli in
segnerà ad intendere il capo IV della stessa epi
stola della fede giustificante da sè sola ad esclusione
delle buone opere. Dove poi appartenga alla società
degli anabattisti, questo Spirito Santo gli darà a
conoscere la inutilità del battesimo dei fanciulli;
dove al partito dei rigidi pietisti e dei sentimen
talisti lo persuaderà a sbrigarsi di ogni articolo di
fede per lasciarsi annegare in un pelago d' insulsa
dolcezza, come i musulmani nella meditazione del
l'Alcorano. Che se appartiene alla sètta degli Swen-
deborgiani intenderà gli stessi testi biblici dell'as
soluta necessità delle buone opere per salvarsi.
Torno ora a ripetere, può fingersi follia o piuttosto
commettersi empietà maggiore di questa? Non è
forse questo un insulto al buon senso, alla ragione,
alla religione, a Dio ? E pure tale appunto è quel
melato discorso, che il nostro Monod mette sulle
labbra e sulla penna del Mercier, affine di allet
tare al protestantesimo la sciocca Lucilla !
Via di costà cotesto invoglio di falsate parole:
si chiamino le cose col proprio lor nome. Questo
preteso Spirito Santo altro non è, come già dissi,
se non il mal demonio dell'orgoglio, che si ribella
a Dio ed al suo Cristo, che sostituisce sacrilega
67
mente l'interpretazione individuale all'autorità
della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture
ispirate. E qui si avverta che, dove noi parliamo di
Chiesa, non parliamo, nè dobbiamo parlare se non,
di quella Chiesa, che è una, come è una la verità
rivelata, e che tale si mantenne dall'età degli apo
stoli fino a noi, ciò che si avvera unicamente della
Chiesa Cattolica Romana. Tutte le altre congre
gazioni di uomini, che si chiamano chiese, non sono
che fazioni ribelli e monumenti eterni dell'umana
superbia insorta contro il Verbo incarnato, il quale
volle fondata la sua Chiesa sovra di Pietro.
Ora vogliamo noi una riprova di quanto poc'anzi
abbiamo affermato, come cioè ognuno di cotesti, i
quali si danno per ispirati dallo Spirito Santo,
non tolga la sua ispirazione se non dalla sètta a
cui egli appartiene ? Rechiamo alla mente il brano
del Mercier da noi riferito sul chiudere del pre
cedente capitolo, dove io mi presi l'assunto di esa
minarlo e mostrare che esso racchiude il solo e
pretto calvinismo professato dal Monod.
Comincia il Mercier dal riferire come, aprendo-
egli il nuovo Testamento, giusta il consiglio del
amico, si abbattè in quelle parole che leggonsi
presso S. Luca al cap. XI, 13 — Se voi, che siete
malvagi, sapete dar buoni doni ai vostri figliuoli,
quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spi
rito Santo a coloro, che gliel domanderanno? —
Meniamogli pur buona questa versione del Diodati,
nella quale si sostituisce lo Spirito Santo al buoni
dono della Volgata; benché, secondo Erasmo, nella
68
più parte dei codici antichi, e secondo lo stesso
Griesbach nei codici usati da S. Ambrogio, nonchè
nel contabrigese, nel veronese, nel corbiacese, nel
colbertino, nel viennese, e nelle versioni armenica
e siriaca leggasi altrimenti, che non lesse il Dio
dati. Fra le varianti recate dal Griesbach si legge
«yaSov Sóp« buon dono, Siftaxa ayara buoni doni,
TTVsOpK ayaróv Spirito bllOHO, non già nvévpx uywv
Spirito Santo. Laonde non vi era ragione alla so
stituzione. Ma chi non lo sa? Ai protestanti com
pete il diritto assoluto di scegliere quelle lezioni
che più loro talentano, purchè giovino al loro in
tento. Ora, presa come vera questa lezione, il Mer-
cier soggiugne — Quindi mi sentii confortato a
- chiedere lo Spirito Santo, e cominciai a sentire i
miei peccati, e il bisogno che aveva di un Salva
tore: poi conobbi in Gesù Cristo la santa vittima,
che ha offerto sè stesso a Dio per noi. — Chi non
si avvede che siamo già sulla via, la quale mette
al sistema della fede in Gesù Cristo sola bastevole
alla giustificazione? Che vi pare di quei peccati
dei quali allora per appunto, e non prima, comin
ciò ad avere il sentimento? Se non che bisogna
lasciarlo dire più avanti — Ma fui meravigliato
di non trovar nulla nel nuovo Testamento, nè sul
culto dei Santi o della Madonna, nè sulla Confes
sione, nè sulla Messa, nè su molte altre cose che
era uso a riguardare come essenziali al cristiane
simo. — Vedete fatalità ! Se avesse voluto leggere
attentamente il nuovo Testamento vi avrebbe tro
vato come la Beata Vergine disse che — Beata
69
l'avrebbero detta tutte le generazioni (1); come i
fazzoletti e le cinture dell'Apostolo S. Paolo servi
vano alla guarigione degli infermi (2) ; come sotto
l'ombra del Principe degli Apostoli si dileguavano
le malattie; cóme S. Paolo raccomandavasi conti
nuamente alle preghiere dei fedeli ; come S. Pietro
dal canto suo prometteva le sue preghiere ai su
perstiti dopo la sua morte (3) ; come i ventiquattro
Seniori in cielo offri vano a Dio le orazioni dei Santi ;
le quali cose tutte costituiscono il fondamento della
venerazione e dell'intercessione della Madonna e
dei Santi. Vi avrebbe trovato la Messa nell'ultima
cena del Signore, il quale quivi ofterì in sacrifizio
il suo corpo ed il suo sangue sotto i due distinti
simboli del pane e del vino, valendosi in quell'oc
casione di parole federali e sacrificatone, conforme
confessano gli stessi dotti protestanti. Vi avrebbe
trovato l'obbligo di confessare i proprii peccati a
coloro, cui Gesù Cristo diede il potere di rimet
terli e di ritenerli (4). Vi avrebbe in una parola
trovato molte altre cose, che era uso a guardare
come essenziali al cristianesimo, e non mai da lui
nè credute, nè praticate, colpa l'incredulità del suo
cuore traviato.
Si vede bene che cotesto Mercier non era illu
minato dal Santo Spirito, ma sì bene acciecato
dal non santo spirito di Giovanni Calvino. Tante
sono e sì chiare le cose che si trovano nel nuovo
Testamento. Non vide avere il divin Salvatore fon
di Lue. I, 48. (2) Act. XIX, 12.
(3) li Pet. I, 10. (4) Io. XX, 83.
70
data la Chiesa sua su S. Pietro (1). Non vide pre
dicarsi l'oscurità delle divine Scritture in quella
parole di S. Pietro — Nelle quali (Epistole di
S. Paolo) sono alcune cose difficili ad intendersi,
e che gl'indotti ed instabili torcono, non meno
delle altre scritture, a loro propria perdizione (2).
— Non vide come l' Eunuco della regina Candace,
ehe pure essendo sì pio , aveva lo Spirito Santo,
interrogato dal diacono Filippo se intendeva ciò
che leggeva in Isaia, rispose ingenuamente — E
come potrei intenderlo se alcuno non me lo spie
ga? (3). Non vide.. . Ma che non vide? Se nulla
vide di quanto insegna la Chiesa, e pur si trova
espresso chiaramente nella Scrittura? Tanto è vero
che egli vide solo ciò che contro gl'insegnamenti
della Chiesa sognò Giovanni Calvino.

§ 4. — I protestanti contraddicono col fatto


ai dettati della Sacra Scrittura.
E qui, quasi come per intramessa, vorrei sapere
dal Monod e dai suoi fratelli pietisti , come egli
intenda e come pratichi alcuni testi biblici intelli
gibili a tutti, a cagion d'esempio, i seguenti : Il Si
gnore dice — Se alcuno vuol contender teco, e torti
la tunica, lasciagli eziandio il mantello (4). Ed
altrove — Niuno di voi, che non rinunzia a tutto
ciò che ha, può essere mio discepolo (5). — Quanti
(1) Matt. XVI, 16 e Io. XXI, 16.
(2) li Pet. III, 16. (31 Act. Vili, 30, 31.
(4) Matt. V, 40. (5| Lue. XIV, 33.
71
sono tra gli evangelici che pratichino questi docu
menti? Dice in altro luogo il Salvatore — Se voi
volete esser perfetti ( e questo fa pei riformati ),
vendete ciò che avete e fatene elemosina (1). —
Che pensa di un tal detto il Monod? Ed altróve —
Se io vi ho lavati i piedi, Signore e Maestro, voi
pure dovete lavare i piedi gli uni agli altri (2). —
Qui pare proprio che si tratti di un comando
espresso ; ma come lo intendono e lo praticano il
Monod coi suoi compagni ? — Poni, o Signore (3),
guardia alla mia hocca, guardate l'uscio delle mie
labbra — per le quali parole i Tascodrugiti, illu
minati del pari che il Monod dal loro Spirito Santo,
tenevano il loro dito sul naso pregando. Perchè di
grazia non fa egli altrettanto ? Come proverebbe
il nostro eroe colla sola parola di Dio scritta, che
questi testi non debbano intendersi, o non debbano
prendersi letteralmente ?
Ma v' ha di più, ed è che i protestanti fanno
quello che Dio proibisce, stando alla lettera della
Scrittura, com'essi pretendono. Infatti Gesù Cristo
proibisce il giuramento dicendo — Io vi dico : del
tutto non giurate (4). Sul qual testo appoggiati i
Quaqueri rifuggono dal giurare in giudizio; ora i
Calvinisti non solo giurano in ogni occasione, ma
eziandio si fecero una legge di quel loro principio :
Giura, spergiura; ma non rivelare il segreto.
Inoltre il Salvatore vieta il resistere al malvagio
là dove dice — Non resistere al cattivo (5) — ed
(li Lue. XII, 33. (2) Ioan. XIII, 14. (3) Salm. CXL.3.
(4) Matt. V, 34. (5) Ib. V, 39.
72
essi resistono non solo ai malvagi, ma eziandio ai
buoni. Egli proibisce il fare limosina in pubblico,
e il pregare pubblicamente (1) ; ma i protestanti al
contrario fanno la loro limosina per via di pub
bliche sottoscrizioni fastosamente proclamate in
tutti i loro giornali, e pregano pubblicamente nei
loro tempii. Egli non vuole che ci diamo pensiere
della dimane (2); e i protestanti che fanno? Forse
appoggiati a questo testo i Ginevrini fin dal 1835
hanno fatto raddoppiare il numero dei loro pa
stori in titolo, ed innalzare la somma del loro ono
rario dai 5000 ai 6000 fiorini. Anzi appunto
perchè i 2500 fiorini attribuiti ai principianti o
vicarii, non potevano contentare le brame dello ze
lante Monod, però egli prese il partito di andar
sene a Lione per ivi aprire la sua chiesa, le sue
scuole e le sue conferenze (3).
Ma proseguiamo la nostra enumerazione. Proibì
il Salvatore che si desse a veruno il nome di mae
stro o di padre (4) ; eppure questi evangelici si
fan chiamare dottori in Teologia (nome sinonimo
a quello di maestro), e volontieri odono chiamarsi
dai loro figliuoli carnali col dolce nome di papà,
sinonimo a quel di padre e di papa, parola co
tanto esecrabile al palato di un calvinista. Gli apo
stoli vietano ai fedeli di far uso del sangue e di
mangiar carne soffocata, ed essi niun conto fanno
di tal proibizione. Celebrano la domenica non
(1) Matt. VI, 2, 5. (2) Ib. VI, 34.
(3) Vedi Le Ministre protestan! pag. 30.
(4) Matt. XXIII, 8, 9.
73
ostante che nel decalogo si ordini di celebrare il sab
bato. Senonchè, per soddisfare alla loro coscienza,
che fanno cotesti signori? Scambiano il nome di
domenica in quel di sabbato, e frattanto trasgre
discono il sabbato, invece di osservarlo.
Il cattolico ha diritto e debito d'intendere
questi passi dei libri santi conforme alla tradi
zione ed all'insegnamento della Chiesa, che è la
regola prossima di sua fede, e su tale insegna
mento può riposare con sicurezza. Per contrario il
protestante non ha nulla da opporre a questi testi
positivi, e debbe di necessità rimanere ondeggiante
nel pelago irrequieto del dubbio e dell'incertezza.
Non è adunque la Scrittura, come dice il Monod,
ma il suo privato giudizio, che costituisce la sola
regola di fede. Quindi il nome di Spirito Santo è
una profanazione e una frode per coprire i suoi
errori, e così gabbare gl'ignoranti e gli sconside
rati suoi discepoli.
Mi piace di confortare il fin qui detto colla
ingenua confessione di un protestante, cioè di Ei-
cardo Steele, già collaboratore di Addisson nello
Spettatore inglese. Ecco ciò che egli scriveva a
Clemente XI, dopo di aver osservato che ciascun
ministro protestante si attribuisce Yautorità inter
pretativa della Sacra Scrittura. — Noi riusciamo
così bene con questo metodo, come se proibissimo
la lettura della Bibbia ; e poscia che questo lascia
ai particolari tutto il merito dell'umiltà , passa
dolcemente senza che altri se ne avvegga. Il po
polo rimane sempre persuaso che noi riconosciamo
74
la Scrittura come regola di fede, e che tutti la
possono leggere e consultare quando lor piace : così,
sebbene colle parole noi conserviamo alla Scrit
tura tutta la sua autorità, noi abbiamo frattanto
la destrezza di sostituirle realmente le nostre pro
prie spiegazioni. Di là ce ne torna un gran privi
legio, ed è che ogni ministro sia tra noi veramente
investito dell'autorità plenaria di un ambasciatore
di Dio; e ciò che è stato detto agli apostoli, sia
stato detto a ciascun ministro in particolare. Sta
bilito una volta questo pregiudizio, non vi ha sem
plice ministro o pastore che non sia come un
papa assoluto sulla sua greggia. Tutto questo di
mostra quanto noi siamo sottili e destri nello
scambio delle parole seguendo l'occasione , senza
nulla cangiare la sostanza delle cose. —
Questo solo tratto mette al nudo tutta la scal
trezza e malizia dei protestanti , i quali sotto il
velame di studiate parole, le quali sembrano piene
di riverenza verso la Santa Scrittura, sollevano
sopra ogni autorità la loro propria testimonianza,
e vengono veramente a sostituire la parola umana
alla parola divina, mentre dànno ad intendere ai
loro semplici alunni, che lo Spirito Santo è quello
che dà loro l'interpretazione della divina Scrittura.
Le stesse parole del Mercier ne somministrano
una prova evidente là dove conchiude, dopo il
tratto già riferito: — La mia giaculatoria predi
letta è quella che finisce il salmo XIX (XVIII della
Volgata) 0 eterno, mia rócca e mio Bedentore. —
La quale giaculatoria era pur di Lutero, allorché
75
trovavasi alle prese coi suoi avversarti ; senonchè
il Monod o il traduttore guastò la versione del
Diodati sostituendo la voce eterno a quella di Si
gnore, la quale si legge non solo nella Volgata, ma
nel testo ebraico eziandio.
Ma l'interpretazione della Scrittura, secondo la
ragione particolare e individuale di ciascuno, fa
traboccare direttamente nel razionalismo per con
fessione dello stesso Monod, il quale finge di vo
lere sfuggire, e con tuttociò vi cade, non ostante il
paracadute del suo Spirito illustratore, cioè il pre
teso suo Spirito Santo.
Non m'ebbi adunque io tutta la ragione di affer
mare che la interpretazione della Scrittura, attri
buita per istrazio dal Monod allo Spirito Santo,
non è che un mantello affìn di coprire il più ab
bietto e schifoso razionalismo ? Si dibatta pure a
sua posta il Monod, e sciorini quanto ha di più
recondito nella sua erudizione, non sarà mai che
si liberi da questa taccia. Tutto l'orpello del tra
duttore italiano di questa mal condotta operetta,
ossia di questo romanzo eterodosso, non giugnerà
mai a lavarlo dalla brutta macchia , la quale è
tanto indelebile, quanto è inerente alla natura
stessa del subbietto. Ma di questo malizioso e
ignorante traduttore, a suo tempo.
Frattanto, se io non erro, abbiamo già piena
mente conseguito il doppio scopo del presente capo,
che era contrapporre ai due principii del Monod
e dei suoi protestanti ortodossi due contrarie ve
rità ; alla chiarezza da lui vantata, l'oscurità della
76
Santa Scrittura ; alla sicurezza del non errare in
opera d'interpretazione sotto la condotta dello spi
rito individuale, la necessità logica di rinnegare
ogni verità rivelata e inabissarsi nel razionalismo.
Ora non mi rimane che dedurre la conseguenza,
che già da se si appalesa , ed è la mancanza di
fondamento solido nel protestantesimo. Questa è la
ragione che muove le menti serie ad abbandonarlo,
sebben, secondo le diverse disposizioni dell'animo,
corrano per vie contrarie a contrario fine. Gli uni
ritornano al seno della Chiesa dai loro padri sleal
mente abbandonata, gli altri s'incamminano alla
irreligione ed all'incredulità. Ecco il dono che of
frono di questi dì all'Italia i protestanti, una mac
china che scricchiola e si discioglie per ogni lato,
un mantello logoro e cencioso che si sbrandella
ogni giorno più, un carcame putridito e vermi
noso, tuttochè inorpellato , a cui non si avven
tano se non se coloro che amano d'avvoltolarsi nel
fango.
77
CAPO V.

INTORNO ALLA TRADIZIONE


ED ALLA INFALLIBILITÀ DELLA CHIESA.

§ 1. — Controversia fondamentale
tra i cattolici e gli eretici.

Abbiamo dimostrato con prove irrefragabili nel


precedente capo la individuale illustrazione dello
Spirito Santo, attribuita dal Monod alla sua sètta,
altro non essere che un mantello a coprire il ra
zionalismo, che lo spirito di menzogna sostituito
allo spirito di verità, e lo spirito di superbia co
perto col nome dello spirito di Dio. Orribile sacri
legio di che si resero colpevoli tutti gli eretici dal
Mago Simone fino agli ultimi novatori dell'età
nostra! Ora ci convien entrare nella discussione
della controversia fondamentale , che separa il
protestantesimo dal cattolicismo ; cioè se in fatto
di verità rivelate debba starsi all'autorità infalli
bile della Chiesa, ovvero all'individuale interpre
tazione della sacra Scrittura. Questo è il nodo al
quale debbono far capo tutte le quistioni agitate
tra cattolici ed eterodossi. Se in materia di fede
fa duopo sottostare all'autorità infallibile della
Chiesa, han vinto i cattolici ; se per converso basta
reggersi secondo l'individuale intelligenza di cia
scuno, la vittoria è dei protestanti.
Di ciò si avvide bene il Monod, e conseguente
mente in una lunga serie di lettere fatte scrivere
78
dall'apostata Mercier a Lucilla, volge a questo se
gno tutte le sue batterie ; ma con qual successo
il vedremo nel corso di questa nostra trattazione.
Or qui notisi di passaggio la sottile malizia di
costui nell'esporre, sotto il nome del sacerdote
Fabiano, le prove della dottrina cattolica per
modo che ella presenti ad ogni tratto un lato vul
nerabile, affine di riserbare a sè la soddisfazione di
un vano trionfo. Egli, al consueto dei protestanti
di mala fede, ci rappresenta la religione cattolica
quasi come farebbe un ebreo ad un maomettano ,
al quale ei proponesse le dottrine di quel cristia
nesimo che non conosce, per impugnarlo poscia ed
abbatterlo. Il Fabiano stabilisce la sua tesi della
infallibilità della Chiesa con argomenti tratti dalla
ragione, dalla tradizione e dalla Scrittura , ma
contro ciascuno di essi lievasi altezzoso il Mercier
e ad uno ad uno li confuta e li annienta. Vinto un
tal duello, passa egli a dimostrare vero il sistema
della privata interpretazione con una serie di let
tere indirizzate alla Lucilla, la quale, trasecolando
alla erudizione del Mercier, si persuade di leggieri
della verità del sistema. E la sua conversione
riesce così compiuta, da trasformare la discepola
in maestra di protestantesimo. Parmi di vedere e
di udire in costei una di quelle procaci eterodosse,
che Tertulliano fino dal secondo secolo adombrava
nel suo libro delle Prescrizioni. Ipsae niulieres
haereticae quam procaces! quae audent docere,
contendere (1).
(1) De praescript., c. 43:
79
Noi seguiremo il Monod nel campo in cui si è
posto, ma invertendo alquanto l'ordine logico da
lui seguito, e comincieremo dalla tradizione, la
quale nell'ordine logico egualmente che nel crono
logico è anteriore alla stessa Scrittura.
§ 2.—Falsa idea delMonod intorno allaTradizione
e contrapposizione della vera.
E primieramente è egli giusto il concetto che
esso si è formato della tradizione con chereggesi la
Chiesa? Sì lontana è questa dal concetto del Monod
che non è meno il cielo dalla terra. Male animato
contro essa, al paro di tutti gli eretici , se la finge
cagione ed origine di tutti gli aberramenti che
egli attribuisce alla Chiesa romana ; la chiama per
istrazio, come fanno gli eretici, un aiuto supple-
mentario della Scrittura ; la dichiara condannata
dalla Scrittura medesima, la quale a suo parere
mai non è che l'approvi ; la denunzia quale inven
zione di pessimi eretici ; la rappresenta rigettata
non solo, ma condannata dai Padri, i quali solen
nemente professano di non riconoscere se non
quello che sta scritto. E qui fa sfoggio di erudi
zione pellegrina, affastellando testi sopra testi in
prova dell'assunto. Quindi concliiude essere inetta
e nulla la prova che dai cattolici si vorrebbe trarre
dalla tradizione, per istabilire e sostenere l'autorità
infallibile della Chiesa. Tal è in iscorcio il modo
col quale costui combatte, o meglio armeggia
all'impazzata, senza sapere neppur egli contro
di che.
80
Ora a diradare le tenebre e la confusione in cui
l'avversario ha involta questa materia, conviene
che noi distinguiamo la tradizione dai mezzi pei
quali essa ci pervenne e pei quali conosciamo
quanto in essa si contiene. No, la tradizione non è
quella gretta cosa che il Monod si finge, cioè un for-
molario dagli apostoli trasmesso ai padri, e quindi
da essi ai successori loro di mano in mano. Non
costituiscono la tradizione alcune disgregate sen
tenze dei padri e dei concilii. Non è in fine la tradi
zione un mero insegnamento acroamatico od orale
trasmesso quasi occultamente dall'uno all'altro.
No, torno a ripetere, non è questa la tradizione.
Che cosa è dunque la tradizione? Eccolo in
chiari termini colla massima brevità. La tradizione
divina di cui parliamo è il complesso dell'insegna
mento teoretico e pratico di tutte le verità rive
late da Dio, consegnate da Cristo e dagli Apostoli
alla Chiesa col cui magistero si è immedesimato,
perchè fatto a lei subbiettivo, e però non potè mai,
come mai non può , nè potrà venir meno che col
cessare della Chiesa medesima, cioè sino alla con
sumazione dei secoli. Tale e non altra è la genu
ina idea della tradizione. La tradizione così intesa
è quella per cui la Chiesa fin dai suoi primordii
ebbe vita, quella per cui si resse e mantenne in
tutti i secoli, quella che non potè nè potrà mai al
terarsi, senza che venga a perire la Chiesa mede
sima incrollabilmente fondata dal divin Salvatore
sopra quella immobile rupe che è Pietro, reso tale
per la saldezza in lui derivata da Cristo.
81
Da questo principio inconcusso, ecco i corollarii
che in buona logica si derivano:
1° Se l'insegnamento di Cristo e degli apostoli,
quale abbiamo descritto, è divenuto soggettivo ed
immedesimato colla Chiesa, la quale con esso nac
que ed ebbe vita , ne conseguita che la Chiesa è
cronologicamente anteriore a tutti i libri scritti
dagli apostoli o da autori ispirati. E di fatto già
era formata la Chiesa, già insegnava, già si aggre
gava nuovi fedeli e gli ammaestrava, e ammini
strava loro i sacramenti, ed offeriva per loro il
sacrifizio, e pregava colla forinola insegnata dal
Redentore ; era già perfettamente costituita nella
sua triplice gerarchia di vescovi, di preti e di dia
coni; sottostava al suo Capo, prima che un sol libro
del nuovo Testamento fosse scritto, p. e. il Vangelo
di s. Matteo, che fu il primo, e il quale non vide
la luco se non se l'anno ottavo dopo l'ascensione
del Salvatore.
2° Se l'insegnamento di Cristo e degli apostoli,
che costituisce la tradizione, è immedesimato colla
Chiesa e col suo magistero, ne conseguita, tanto
esser falso che la tradizione abbia a riguardarsi
qual supplemento o aiuto supplementario della
Scrittura, come amano chiamarla i protestanti, che
anzi la Scrittura piuttosto debbe aversi qual sup
plemento, o aiuto supplementario della tradizione,
e questo ancora assai parziale, giacchè assai più
sono le verità contenute nella tradizione, che nella
Scrittura. Quella abbraccia l'intiero deposito delle
verità rivelate, mentre la Scrittura non ne contiene
Perrone, La Luiilla 6
82
che una parte. Nè potranno i protestanti giammai
provare che ai libri santi sieno state consegnate
le verità tutte contenute nel deposito della divina
rivelazione, tanto più che, oltre al non trovarsi ciò
scritto in verun luogo della Scrittura, questa per
contrario ci fa sapere, non essere stato scritto tutto
quello che Gesù Cristo fece od insegnò, o che gli
apostoli appresero dallo Spirito Santo.
Allorchè adunque gli eretici per ogni articolo ci
vogliono provocare alla Scrittura, e non trovandosi
esso in quella esplicitamente, tosto gridano a gola
esser quella un'invenzione umana, parlano senza
intendere ciò che dicono ; potendo ben essere, come
è di fatto, che quella verità la quale non è stata
registrata nella Bibbia, sia una di quelle che la
Chiesa ha appreso e conserva per via di tradizione.
E qui si osservi che la nozione di Scrittura Santa
è d'assai più ristretta di quella della tradizione,
mentre tutto quello che contiensi nella Scrittura è
contenuto nella tradizione, ma non per converso
quanto contiensi nella tradizione è contenuto nella
Scrittura.
3° Se la tradizione è anteriore alla Scrittura,
ed altro non è che l'insegnamento immedesimato
colla Chiesa e fatto a lei subbiettivo, parimenti ne
conseguita che dalla Chiesa, e dalla Chiesa unica
mente, noi dobbiamo ricevere e riconoscere come
divini, ossia divinamente ispirati quei libri, che
ella per tali riconobbe e come tali pose in mano
ai fedeli. Togliamo ad esempio i Vangeli di s. Luca
e di s. Marco. Avrebbero mai potuto i primi fedeli
83
riconoscerli come opera di s. Luca e di s. Marco,
tanto più che niuno dei due scrittori fu apostolo,
dove la Chiesa non li avesse posti nelle mani dei
fedeli medesimi quale Scrittura divina e veramente
di quegli autori sotto il cui nome correvano? Niun,
vi ha che ignori come fin dai tempi apostolici cor
ressero scritti o memorie sotto il finto nome di
questo o di quell'apostolo, o discepolo, ancorchè
contenessero qualche alterazione di dottrina. Son
noti gli Evangeli pubblicati sotto il nome di Pro
tovangelo di Giacomo, di Tommaso, di Nicodemo;
di più il Vangelo della Infanzia; il Vangelo dei do
dici Apostoli, ossia secondo gli Ebrei ; il Vangelo
degli Egiziani, gli Atti degli Apostoli, diversi da
quelli di s. Luca, il libro della Predicazione di
Pietro, l'Apocalisse di Pietro, ed altri non pochi,
de'quali si è fatta copiosa raccolta dal Grabe (1),
e poscia dal Fabricio (2) e da parecchi altri. Onde-
chè il Freret, ossia il Conte di Holbach, prese ad
impugnare la genuità dei quattro Evangeli pareg
giandoli, anzi posponendoli agli apocrifi: attentato,
che provocò una pronta e gagliarda confutazione
fatta da valentissimi apologisti, quali furono il
Bergier (3) e lo Spedalieri (4), ai quali tennero
poscia dietro molti altri dotti. Ora il principale
argomento adoperato in cosiffatta confutazione è
(1) 1. Ernest! Grabii. Spicilegium Sanclorum patrum et kee-
relicorum. Tom. I, saec. 1. Oxoniae 16D8.
(S) Codex apocryphus Novi Teslam. a lo. Alb. Fabricio. Ham
burg! 1703, voi. II.
(3) La crrtitiute des premei.
(4) Analisi dell'esame critico del signor Nicola Freni.
84
tolto appunto dalla preesistenza della Chiesa, la
quale approvò come autentici e divini quei soli che
pervennero fino a noi, rigettando, siccome alterati
od apocrifi, tutti gli altri. Dovette adunque la
Chiesa sceverare gli uni dagli altri, ed assicurare i
fedeli della verità degli uni, come contenenti dot
trine al tutto conformi a quelle, che ella già pro
fessava, e rigettare gli altri, quali infedeli ed apo
crife imitazioni da lei non riconosciute. Quel che
si è detto di questi libri, dicasi di tutti gli altri ;
finchè colla morte dell'ultimo apostolo si chiuse il
canone delle divine Scritture.
Non vuoisi già con ciò significare che la Chiesa
colla sua testimonianza abbia a colali scritti con
ferito un valore intrinseco che prima non avessero.
Sarebbe assurdo il pensarlo, mentre la Sacra Scrit
tura riceve tutto il suo pregio dalla ispirazione
divina. Ciò che abbiamo detto della Chiesa in or
dine alla Scrittura si vuole intendere in questo
senso, che ella dichiarò autorevolmente quali scritti
avessero un tal pregio, senza di che noi non avrem
mo giammai potuto fare un atto di fede intorno alla
divinità di essi libri. E a ciò si riferisce il profondo
detto di S. Agostino — Io non crederei al Vangelo,
qualora a ciò non mi movesse l'autorità della
Chiesa. —
4° Se nella tradizione ossia nell' insegnamento
della Chiesa già si conteneva quanto si contiene
nella Scrittura, ne conseguita che il senso domma-
tico di cui qui parlasi, già era noto alla Chiesa
medesima avanti che esso fosse consegnato allo
85
scritto. E'però ella sola può dare un'interpreta
zione autentica traendola dal suo deposito, e obbli
gare i fedeli a crederla come verità da Dio rivelata.
Il perchè chiunque ad essa scientemente e con per
tinacia si oppone, con ciò stesso si professa eretico
ed infedele, come eretica ed infedele è qualsivoglia
interpretazione che si oppone a quella della Chie
sa. Tale è l'origine e la natura delle definizioni
dommatiche opposte in ogni tempo dai concilii
ecumenici o dai Sommi Pontefici alle interpreta
zioni ed agli errori dei novatori. Le quali defini
zioni obbligano i fedeli in coscienza, sotto pena
di essere, come ribelli, ripudiati da essa e segregati
dal numero dei fedeli.
5° Se la divina tradizione, immedesimata col-
l'insegnamento della Chiesa fatta a lei subbiettiva,
è anteriore alle Scritture del Nuovo Patto, ne con
seguita altresì che la pruova di sua esistenza e di
tutte le prerogative divine delle quali ella fruisce,
e però della sua indefettibilità ed infallibilità, è
indipendente dalle Scritture medesime. Già ella
erane in possesso pieno e pacifico prima che anche
un solo dei libri santi fosse scritto, i quali, come si
disse, in virtù di queste stesse sue prerogative ella
approvò col suggello dell'autorità sua. Di che ognun
vede che quando gli innovatori, e tra questi il Mo-
nod, affermano non potersi la infallibilità della
Chiesa provar colla Scrittura (già s'intende inter
pretata a modo loro), menano colpi all'aria : poi
chè, dato ancora che così fosse, la Chiesa non ha
punto bisogno di una tal pruova, perchè già era in
86
possesso di sna infallibilità prima che le Scrittura
esistessero, e gli uomini riconobbero fin d'allora
l'autorità divina della Chiesa, non dalle Scritture,
che ancora non v'erano, ma da quei caratteri dei
quali ragioneremo fra poco.
Ma se è così, dirà taluno, a che servono le Scrit
ture? In mano alla Chiesa servono a tutto ; servono
come di documento contro quegli impugnatori che
le riconoscono per divine e debbono trovar quivi
registrate le prerogative proprie della Chiesa; ser
vono come di arsenale ove ella trova le armi per
{sgominare i suoi nemici; servono come monu
menti storici, non mai perituri , di molte verità,
che furono sempre conservate nella tradizione;
servono di dolcissimo pascolo della fede e della
pietà, giacchè, come parla l'Apostolo: Tutte le cose
che sono state scritte, per nostro ammaestramento
furono scritte: affinchè, mediante la pazienza e la
consolazione delle Scritture abbiamo speranza (1).
Ma non serviranno esse mai qual regola prossima
e adequata di nostra fede, come vorrebbero i pro
testanti, poichè non a questo fine furono da Dio
date alla Chiesa sua, avendo egli prima che si scri
vessero i santi libri, costituita qual regola prossi
ma e totale del nostro credere l'autorità infallibile
della Chiesa. Con ciò, come ognun vede, resta pre
occupata e disciolta la difficoltà proposta tante
volte dai protestanti del circolo vizioso, del provarsi
cioè la Scrittura per la Chiesa, e la Chiesa per la
Scrittura. Imperocchè quanto è vero il primo
(1) Rom. XV, 4.
87
membro dell'argomento, tanto è falso il secondo,
giusta il fin qui discorso.
Come adunque proverete voi, si replicherà, re
sistenza della Chiesa infallibile? Rispondo presso
a poco nello stesso modo col quale voi provate
l'esistenza del vostro corpo e del vostro spirito,
cioè col fatto stesso della vostra esistenza. Voi esi
stete, voi vivete, voi ragionate (o sragionate), voi
operatele con questo stesso provate non meno la
vostra esistenza, che le doti naturali di che siete
fregiato. Supponete che invece di trenta o quaran-
t'anni, ne aveste cento od anche mille o due mila ;
cessereste perciò di esser voi medesimi ? Dovreste
voi recare in mezzo documenti, testimonianze, di
plomi, scritture, per provare la medesimezza di
vostra esistenza continuata per tutto quel lungo
tratto di anni ? Sarebbe una stoltezza insoffribile
il pretenderlo. Or bene tale appunto è il caso della
Chiesa; ella fin dal primo istante di sua formale
esistenza, nel giorno di sua consacrazione, nel dì
della Pentecoste per mezzo della visibile effusione
dello Spirito Santo, si trovò piena di vigore e di
vita con tutte le proprietà e doti delle quali il di-
vin Salvatore la volle arricchita. Da quel punto
cominciò ad operare la conversione degli ebrei, e
quindi a non molto quella dei gentili, aggregando
a sè gli uni e gli altri, ammaestrandoli intorno alle
cose necessarie a credere ed operare, ponendo
loro in mano, come divini, quei libri nei quali si
conteneva, almeno in parte, ciò che aveva loro in
segnato. Come cominciò la Chiesa il suo corso,
così lo proseguì senza arrestarsi giammai fine al
di presente, e il proseguirà fino al compiersi dei
secoli. Cangiaronsi bensì le generazioni succes
sive, come si cangiano gli anni che si succedono
in ciascun individuo ; ma come l'individuo perse
vera sempre essenzialmente lo stesso, così la
Chiesa sempre mai rimase essenzialmente la me
desima. .
Che se chieggasi come la Chiesa nascente ab
bia potuto ottener fede alla sua autorità ed alle
altre sue prerogative, la risposta è ovvia e sem
plice : col provare la sua divina missione per mezzo
dei carismi ossia doni, come dire, miracoli e pro
fezie dei quali a dovizia fu dal suo divin Fonda
tore fornita ; carismi, i quali per lungo corso di
anni continuarono nella Chiesa di Dio dopo la
morte degli apostoli, come ne fanno fede S. Igna
zio martire, S. Ireneo, Tertulliano ed altri Padri
o scrittori ecclesiastici dei primi tempi (1). Seb
bene poi col tempo tali carismi cessassero di es
sere tanto comuni nella Chiesa , perchè ne era
cessata la necessità dopo la propagazione della
fede per tutto il mondo, pur non cessarono mai
pienamente; e quando si trattò di apostoli che
dovessero annunziare ad infedeli nazioni il Van
gelo, comparvero essi arricchiti di tali doni, come
l'attestano i fasti pubblici della Chiesa, e il con
fessano eziandio non pochi protestanti fino ai dì
nostri (2). Tale è il motivo per cui gl'infedeli di
(1) Vedi Milner, Fin de la controverse.
(2) Ivi, lell. 16, 17.
89
ogni età aggiustaron fede alla Chiesa insegnante,
e il modo col quale essa provò le divine preroga
tive delle quali è stata investita dal divin suo Fon
datore.
La sua dottrina poi appresa da Gesù Cristo e
dallo Spirito Santo, fatta a lei subbiettiva e con
lei immedesimata, la Chiesa la incarnò, per cosi
dire, in mille maniere, perchè non venisse mai
meno nella sua condotta giornaliera, nei suoi riti,
nelle sue liturgie, nelle sue pubbliche orazioni, nel
suo culto, nelle sue costumanze, nelle sue cerimo
nie le quali sono altrettante voci che manifestano
la credenza di quella Chiesa. Quindi la esternò
per la bocca dei suoi martiri, per le definizioni
de' suoi concilii, specialmente ecumenici, per la
testimonianza concorde de' suoi padri e dottori,
nel consegnare ai loro scritti una dottrina, come
dottrina della Chiesa: ma soprattutto la esternò
col fulminare quegli audaci, i quali nati ieri, ar
discono oggi di accusar questa loro madre di tra
viamento e di sostituire alle sue dottrine i falsi o
assurdi trovati del loro cervello balzano. Ai co
storo assalimenti la Chiesa costantemente oppose,
come asta e scudo ad un tempo, la sua tradizione
colla quale li confuse e sbaragliò, li conquise. E
ciò in ogni età, cominciando da quella di Simon
Mago sino a quella di Lutero, di Calvino, di So-
cino e dei loro successori o seguaci, tra i quali è
a noverarsi anche l'autore eretico della Lucilla.
90
§ 3. — Si discutono gli argomenti coi quali
il Monod impugna la Tradizione.

Posta pertanto la sopradetta definizione di ciò


che chiamiamo tradizione, a che si riduce quella
filatessa di testimonianze di Padri o scrittori ec
clesiastici quasi opposti alla tradizione? Filatessa
che il Monod ehbe copiata senza gran fatica dal
l'anglicano Shuttleworth in un opuscolo pubbli
cato in Londra nel 1839 col titolo: Non la tradi
zione, ma la scrittura. Se il Monod avesse alquanto
meglio conosciute le cose nostre, nè si fosse la
sciato andare ai suoi pregiudizi), avrebbe potuto
vederne la confutazione (se mi è lecito accennare
un libro non male accolto dagli editori cattolici,
e noto a tutti per la sua diffusione e tale acco
glienza) nelle nostre Prelezioni Teologiche, là dove
parlasi di tradizione, e dove neppur uno dei testi
opposti fu tralasciato senza discussione e confu
tazione (1). Quindi senza ingolfarmi inutilmente
e rifare senza costrutto un lavoro già fatto intorno
a queste viete difficoltà che il nostro Monod ci
propone quasi novissime ed inaudite, rimetto i
colti lettori a quella discussione e confutazione.
Qui basterà che dimandiamo al Monod come mai
avrebbono potuto i Padri rifiutare quella tradi
zione della quale essi vivevano ? Quella tradizione
che siccome fulmine scagliano essi medesimi con
tro gli eretici novatori ? Quella tradizione che agli
eretici opponevano nei concilii più sovente assai
(1) De loc. Theol. par. II, sec. II, de Trad. cap. 1.
M
che la Scrittura ? Quella tradizione o vogliam dire
dottrina viva della Chiesa, alla quale essi provo
cavano costantemente questi eretici stessi affine
di mostrarli maestri di errore? Onde apparisce
che in tutt' altro senso vogliono intendersi quelle
sentenze racimolate qua e colà dagli eretici negli
scritti dei Padri nelle quali si esprime un appa
rente rifiuto della tradizione. E così è nel fatto :
essi riprovano le false tradizioni degli eretici fog
giate contro l'insegnamento pubblico ed univer
sale della Chiesa. Essi riprovano le tradizioni oc
culte e clandestine di che si vantavano precipua
mente gli gnostici come se le avessero misteriosa
mente ricevute dall'apostolo S. Paolo, che professò
di parlar la sapienza tra i perfetti (1) ; le quali
parole essi per eccesso di umiltà appropriavano a
sè medesimi, come ne li garrisce S. Ireneo (2).
Essi riprovano le tradizioni che erano contrarie
alla Sacra Scrittura ed alle quali si attenevano
tenacemente. Essi riprovano le tradizioni gratuite,
false, sovversive della fede professata dalla Chiesa.
Essi riprovano tutte queste tradizioni, ordinate
come sono ad arreticare gl'incauti e sedurli al loro
partito, nè più nè meno di quello che or facciano
quei dispregevoli ed ignoranti valdesi, i quali com
piono ora quest'infame ufficio nella cattolica Italia.
Per la qual cosa s'intende agevolmente il signi
ficato di molte frasi adoperate dai Padri contro
gli eretici dei loro tempi. Così Tertulliano, il quale
impugna Ermogene, che contro l'autorità della
(1) I Cor. Il, 6. (2) Coni. Haeres. lib. 3, cap. 2, a. 1.
92
Scrittura sosteneva la eternità della materia. Così
S. Atanasio, che afferma bastar la Scrittura per
convincere di stolidezza l'idolatria, e per decidere
altre parziali controversie nelle quali non faceva
d'uopo di tradizione. Così S. Basilio, il quale af
ferma, doversi credere a quanto sta scritto : cioè
che il Verbo era Dio; e non a quello che contro
la Scrittura insegnavano gli ariani con sostenere
il loro non era e non Dio. Così S. Giovanni Cri
sostomo (seppure gli appartiene il brano allegato
dal Picteto), dove egli raccomanda e inculca di non
lasciarsi prendere dagli eretici allorchè vengono
a venderci lucciole per lanterne, ma di verificare
come si fa delle monete sospette, se la loro dot
trina sia conforme alla fede da lui appresa nella
santa Chiesa , ed alle Scritture da lei ricevute e
spiegate : nel qual tratto nondimeno non v' ha sil
laba contro la tradizione.
E posciachè con questi due padri l'erudito Mo-
nod chiude il cumulo indigesto di sue allegazioni
fuor di proposito ; per dare un saggio della costui
mala fede nell'intelligenza dei padri, riporterò la
esplicita testimonianza dell' uno e dell'altro pa
dre per la tradizione.
S. Giovanni Crisostomo neWOmel.IVsul II cap.
della seconda Epistola a' Tessalonicesi, spiegando
quelle parole dell'Apostolo — Tenete le tradizioni
che avete apprese tanto pel sermone quanto per la
nostra Epistola, così si esprime: « Di qui è per
spicuo che non tutte le cose ci trasmisero (gli apo
stoli) per l'epistola, ma molte eziandio senza lo
93
scritto, ed esse pure son degne di fede. Per la
qual cosa pensiamo che la tradizione della Chiesa
è degna di fede. È tradizione; non cercar al
tro.» — Poteva il Santo parlar più chiaro? Ma
non men chiaro di lui è S. Basilio, il quale nel li
bro dello Spirito Santo cap. 27, n. 66, ha le se
guenti notevolissime parole : — Tra i domrai pro
fessati dalla Chiesa altri li abbiamo dalla dottrina
consegnata allo scritto, altri li abbiamo ricevuti
per diversa via trasmessi dalla tradizione apo
stolica, e gli uni e gli altri hanno il medesimo
valore per la pietà. — Questo gran padre giunge
perfino ad affermare che, rigettata la tradizione,
tutto il Vangelo si riduce ad un puro nome. Ecco
le parole di lui nel luogo citato : — Dove pren
dessimo a rigettare le consuetudini che non furono
consegnate allo scritto, quasi come fossero di poco
rilievo, imprudentemente offenderemmo il Vangelo
nelle stesse cose principali, anzi ridurremmo la
predicazione ad un puro nome. —
E dopo ciò si avrà il coraggio di opporre ai cat
tolici questi padri come avversanti la tradizione ?
Non ci vuol meno dell'impudenza di un eretico in
verecondo per tenere un tal modo. Eppure, come
dissi, questo non è che un lieve saggio di quel
molto più che da ciascuno dei padri allegati con
tro di noi recar si potrebbe per conquidere la co
storo tracotanza. Conchiudiamo adunque che con
quelle loro sentenze i padri non vollero altro che
rigettare con esecrazione le fraudolenti tradizioni
introdotte degli eretici e contrarie alla Santa Scrit
94
tura, non meno che alla dottrina della Chiesa. Ma
da questa malvagia condotta medesima degli ere
tici antichi, non che infievolirsi puntola tesi nostra,
viene anzi a convalidarsi. Imperocchè non avreb-
bono gli eretici fatto ricorso a questa frode per
sedurre gl'incauti, dove non fosse stato universal
mente ricevuto e profondamente radicato il domina
cattolico riguardante il valore della vera tradizione
in opera di fede. Non si conierebbono monete false,
se di niun valore fossero le vere che sono in corso.

§ 4. — Riepìlogo ed esame degli argomenti coi


quali il Monod combatte V infallibilità della
Chiesa Cattolico-Romana.

Ed ecco come anche da quest'altro lato riman


convinto di errore il Monod, che tanto declama
per bocca del suo Mercier contro il pregio intrin
seco della tradizione cattolica. Ora, a più ampio
svolgimento delle avvertenze sovra esposte, giova
raccogliere in breve quelle verità, che da esse ap
prendiamo. E primieramente quindi apprendiamo
l'anteriorità della tradizione alla Scrittura, la
quale non è se non un autentico supplemento ed
un' autentica confermazione di quella. In secondo
luogo apprendiamo la esistenza della Chiesa divi
namente istituita e fornita di ogni sua dote, e però
ancora della sua infallibilità, senza la quale non
avrebbe mai potuto proporre e credere un sol
domma ; esistenza anteriore alla Scrittura, la quale
dalla Chiesa ebbe la sua esterna sanzione e la sua
95
vera interpretazione. In terzo luogo quindi racco
gliamo come le pruove della esistenza della Chiesa
e delle divine sue prerogative sieno indipendenti
dalla Scrittura, la quale ha dalla Chiesa ogni va
lore rispetto a noi. In quarto luogo intendiamo
come i passi controversi della Scrittura vogliono
essere interpretati secondo la intelligenza perpe
tua della Chiesa medesima, la quale stabilì un tal
senso innanzi a tutte le dubitazioni e innovazioni
degli eretici. In quinto luogo quindi conosciamo
sopra quanto salde basi poggi l' edifizio cattolico
e quanto disperata impresa sia quella degli eretici,
i quali osarono dar di cozzo a questa torre più che
tetragona all'impeto e all'urto di qualsivoglia assa
litore.
Che diremo pertanto di quegli argomenti, tutti
negativi, che il Monod propone contro la infalli
bilità della Chiesa? Diremo che tutti tornano o
piuttosto rimangono nella nativa lor nullità. Che
diremo del circolo vizioso da lui, non meno che da
tutti i protestanti volgari, apposto agli apologisti
cattolici ? Diremo che, se tutte le fallacie fossero
come questa, non vi sarebbero sofismi al mondo e
per conseguente non avremmo neppure la fallacis
sima Lucilla del Monod. Che diremo delle autorità
bibliche opposte con tal sussiego alla dottrina
cattolica dal Monod? Diremo che cotesto inter
prete è venuto troppo tardi a spiegare la Bibbia
già interpretata autorevolmente diciotto e più se
coli addietro dalla Chiesa cattolica.
Rimane nondimeno un appiglio al nostro avver
96
sario , ed è l'accusa da lui fatta ai nostri teologi
polemici di rivendicare l'infallibilità del magistero
ad una Chiesa ideale, vaga ed insussistente, per
poi volgere destramente la conclusione di loro
prove alla Chiesa particolare di Roma. Per tal
modo, se ascoltiamo il Monod, i teologi romani dal-
l'un dei lati nulla conchiudono, mentre dall'altro
cansano le difficoltà tremende già reiteratamente
sollevate contro la Chiesa e i vescovi e le preten
sioni di Roma (pag. 162). Meschino appiglio di
chi non ha che afferrare per camparsi dal preci
pizio! E qual altra Chiesa vera, reale, concreta,
universale fu mai al mondo, da quella infuori che
il Salvatore divino ebbe istituita in perpetuo e
fondata immobilmente sopra l'apostolo Pietro?
Tutta l'antichità non ne conobbe mai verun'altra ;
e da s. Pietro in poi fino a giorni nostri niun'al-
tra, fuori della Chiesa romana, fu riconosciuta da
tutto il mondo cristiano come cattolica ossia uni
versale, che da Gesù Cristo ha l'origine- e con essa
tutte le prerogative della vera Chiesa. Gli stessi
gallicani, checchè ne dica il Monod, convennero
sempre sopra quest'articolo di fede cattolica; seb
bene divergenti in alcune controversie particolari
e domestiche dal rimanente delle altre Chiese, mai
non si dipartirono dall'unità della fede e della
comunione cattolica. Come? dirà qui fremendo il
Monod : come? la sola Chiesa- romana avrà dunque
a dirsi la vera, la universale, la infallibile Chiesa
di Gesù Cristo? Abbiate un po'di pazienza, signor
Monod, e non vogliate, al consueto, sentenziare
«7
prima di aver udito la dichiarazione del nostro
verissimo pronunciato. La cagione della vostra
sorpresa dimora in quell'epiteto di Bomana, il
quale pare che restringa ad una Chiesa particolare
il subbietto universale che è la Chiesa di Gesù
Cristo. Avvezzo fin da fanciullo sui banchi delle
scuole protestanti a connetter quest'idea con sif
fatta denominazione, e cresciuto con questa equi
vocazione in capo senza brigarvi di conoscere la
netta verità, non è meraviglia che restiate sorpreso
al sentirvi dire che la Chiesa Romana è la Chiesa
universale. Mi proverò a togliere di mezzo cotesto
inveterato pregiudizio per dar luogo alla verità.
Convien dunque sapere come, nel primo secolo
della Chiesa, i fedeli che allora denominavansi
Santi, vennero ad acquistare il nome di Cristiani
dopo parecchi anni dalla fondazione della Chiesa,
come si ha dagli Atti Apostolici (1). Quindi le sin
gole comunità dei fedeli medesimi, sotto il pro
prio lor vescovo, ricevettero il nome di Chiese cri
stiane ; come per l' unione di tutte, sotto il capo
universale, ehbe il nome di Chiesa cristiana. La
cosa andò avanti così finchè parecchie sètte di
eretici arrogaronsi il titolo di Chiese cristiane.
Allora fu mestieri il distinguere la vera Chiesa
dalle spurie , e però all' epiteto di cristiana si
aggiunse quello di cattolica. Ma come poi in pro
gresso di tempo agognarono parecchie sètte an
che questo titolo, così fu necessario distinguere
dalle sètte spurie la vera Chiesa cattolica col titolo
(1) Act. XI, 26.
Pirrone, La Lucilla 7
98
di "Romana; e Romana appunto fu denominata
perchè il Vescovo di Roma è il successore di quel
Pietro sul quale Gesù Cristo fondò la Chiesa sua.
Perocchè ripudiata da Dio la Sinagoga rea del dei
cidio e di ostinazione nella volontaria sua cecità,
il centro della religione cristiana, sviluppo e com
pimento della israelitica, fu per l'apostolo s. Pietro,
per divina disposizione, trasportato di Levante in
Occidente e collocato nella Metropoli del mondo
pagano, da lui presa a convertire. Da quel punto il
centro di azione della Chiesa per tutto il mondo fu
Roma, dalla quale i raggi del potere spirituale
dirigevansi per tutto intorno fino all'estrema cir
conferenza, siccome tutti i punti di questa gravi
tavano per così dire sopra quell'unico centro.
Come la storia naturale dei fenomeni cosmici non
si spiega senza riconoscere un centro intorno al
quale si Aggirano le varie parti dell'universo, così
la storia soprannaturale del cristianesimo è ines
plicabile a chi non riconosca questo centro della
Chiesa cristiana.
Quanto io qui accenno in iscorcio, chi vuol ve
derlo più ampiamente svolto e dimostrato con ir
repugnabili documenti, il troverà in altra mia dis
sertazione, onde apparisce come fin dal principio
del terzo secolo, e più nel secolo seguente, toglie-
vansi per sinonime le voci Cattolica e Romana (1).
(1) Veci, dissert. Della denominazione che la chiesa cattolica
dà alte comunioni da lei divise di eretiche e di scismatiche ;
parte seconda : fra gli opuscoli teologici spettanti al catto-
licismo e protestantesimo. Bologna, società tipografica bo
lognese, 1851, Voi. i; e Milano 1858, Opuscoli teologici voi. 7.
99
Intenda adunque il Monod e lo intendano con
esso lui gli anglicani e gli altri acattolici tutti,
che quanto dicesi della esistenza, della proprietà,
dell'universalità, dell'infallibilità della Chiesa, si
afferma della Chiesa romana, la qual èia sola vera
Chiesa anteriore alle Scritture, interprete autentica
delle Scritture, condannatrice di tutte le eresie e
di tutte le scisme.
Ma che fia dei tanti rami della Chiesa univer
sale ? Di che rami parlate voi ? Non vi sono altri
rami fuor di quelli che provengono dal tronco vivo
dell'albero, cioè tutte e sole le Chiese che vivono
in comunione coll'unica vera Chiesa di Gesù Cristo,
cioè colla Chiesa Romana. Ogni altro ramo riciso
da questo tronco è ramo secco, infruttuoso, morto :
e come tale è un monumento dell'umano orgoglio
ribelle a Dio. E tali sono senza distinzione alcuna,
tanto quelle antiche sètte eretiche, quanto le mo
derne dei protestanti, dei valdesi e mormoni. Co
testi rami rammentano al cattolico quelle antiche
tribù o nazioni, che vogliam dire, i Moabiti cioè,
gli Ammoniti, gli Amaleciti, i Filistei, che furono
perpetui osteggiatori del popolo eletto, finchè gli
uni dopo gli altri non perirono, lasciando solamente
i loro nomi registrati nella Storia. Rami invero
singolari! che intendono di comune accordo a
perseguitare ed uccidere, se fosse possibile, quel
l'albero di cui si dicono rami! E con ciò penso che
sia chiarita abbastanza quella che il Monod chiama
maniera nuvolosa e difficile ad intendersi nella
dimostrazione cattolica delle prerogative della
100
Chiesa (pag. 163). La nuvola non trovasi se non
nel capo di chi chiude gli occhi, per vizio di vo
lontà, al sole della verità cattolica.
Rovesciato per tal forma da capo a fondo l'ar
tificioso edifìzio fabbricatosi dal Monod , e ri
stabilita sulle sue fondamenta naturali la contro
versia, più non accade brigarsi delle batterie da
lui rivolte ad arietare il Cattolicismo. Se la Lu
cilla invece di prestar orecchio ad un finto catto
lico, e ad uno scaltrito eretico, avesse inteso un
vero cattolico, non si sarebbe gittata incautamente
qual donnola in bocca al rospo che la divorò. Ma
l' infelice condizione del protestantesimo in sè, e
rispetto alla Chiesa cattolica sarà tema del pros
simo capitolo.

CAPO VI.
DELLE PSUOVE DELLA VEKITÀ
DELLA CHIESA CATTOLICA
E DELLA FALSITÀ DEL PROTESTANTESIMO.

§ 1. — Artifizio malizioso del Monod nelVaffievo


lire le prove della verità della Chiesa Cattolica.

Stabilita sopra irremovibile fondamento la ve


rità della Chiesa cattolica col mezzo di quella sola
ragione che il Monod aveva in conto di debolissi
ma, perchè da lui non intesa, ora ci convien dare
un passo più innanzi e scalzare dalle radici quel
101
protestantesimo, che all'immaginare del Monod è
il solo ed unico albero della vita nel deserto di
questa terra.
Di due cose ebbe mestieri il Monod per pro
pugnare comechessia l'assunto del suo libretto :
di affievolire al possibile gli argomenti che per
suadono le verità del cattolicismo, e di dare appa
renza di verità irrepugnabile alle prove, che egli
addurrebbe in favore del protestantesimo. Il per
chè dopo aver fatto proporre dall'ab. Fabiano le
prove del cattolicismo nel più fiacco e dilombato
modo che si poteva, egli si accinge a combatterle
partitamente con un trionfo pari al suo battagliare,
cioè tutto da beffa. Indi passa a rassegna tutte le
prove del protestantesimo e con un'arte , che ai
meno scorti potrebbe sembrare tutta naturale, con
duce la Lucilla ad abbracciarlo, ripudiando l'au
torità della Chiesa cattolica. La quale doppia
impresa si conduce dal Monod con tale un appa
rato di testi biblici, di studiate argomentazioni
e di sentenziosi pronunciati da ingarbugliare ogni
mal fermo cervello. Noi però toglieremo di sotto
a questa invoglia il nocciolo del suo discorso, e di
mostreremo come, ad ottenere l'intento, il Monod
ebbe a falsare il concetto della Chiesa cattolica, e
poi procedere a furia di affermazioni, di argo
menti, di autorità, che si riducono ad assurdi pa
radossi, a meschini paralogismi, a luoghi scrittu
rali arbitrariamente interpretati.
Incominciamo dalla prima parte dell'assunto, il
quale consiste .nell'indebolimento delle prove favo
102
retoli al cattolicismo. Al qual uopo si richiami per
poco il fatto ed il principio dell'anteriorità della
Chiesa alla Scrittura, senza di che saranno inter
minabili le dispute, o meglio le altercazioni fra
cattolici e protestanti. Potranno bene i cattolici
addurre in favor loro di molti testi scritturali, ma
questi saranno dagli avversarii negati, o intesi in
altro senso. Potranno similmente i protestanti
allegare a gran numero altri passi in loro difesa ,
ma questi saranno dai cattolici o negati, o inter
pretati in senso diverso di quello che è loro attri
buito. Di che ci porge tristo esempio lo stesso
Monod nella lettera dodecima, che egli fa scrivere
al suo Mercier, dove si rigettano tutti i passi re
cati dall'ab. Fabiano a dimostrare l'autorità e
l'infallibilità della Chiesa, mentre si riguardano
apodittici tutti i passi allegati dal Mercier in fa
vore dei protestanti. Da questo trarre di sega in
parti opposte (direbbe qui con africana enfasi
Tertulliano), qual costrutto si caverà? Niuno per
fermo, ancorchè si continuasse disputando fino al
dì del giudizio. E quel che dico dei protestanti,
debbe dirsi di qualsivoglia sètta di altri eretici.
La stessa disputazione ebbe luogo in ogni secolo
cogli Gnostici, cogli Ariani, coi Nestoriani, cogli
Eutichiani, coi Pelagiani i quali tutti avevano
sempre i loro testi scritturali apodittici a favor
loro, ed appellavano senza fine alla Scrittura, come
ne fan fede Tertulliano, S. Agostino, Vincenzo Lo-
rinese ed altri senza numero. Lo stesso avvenne
cogli eretici della età mediana, lo stesso di pre
103
sente avviene coi sociniani, i quali si ridono delle
autorità bibliche loro opposte dai cattolici.

§ 2. — Si stabilisce sulla sua base la pruova


della verità ed autorità della Chiesa Cattolica.

E' bisogna adunque abbandonare questa incon


cludente discussione risalendo ad un principio più
alto dal quale ci possiamo promettere sicura vit
toria. Ma qual sarà questo principio? L'anteriorità
della Chiesa, ed il suo propino insegnamento fatto
a lei soggettivo, nella maniera che già si disse per
addietro. Con ciò la Chiesa ebbe fissata autorevol
mente la intelligenza della Scrittura; dopo di che
non può aver luogo verun'altra interpretazione
che ripugni all'ecclesiastico insegnamento. E qui
è da notare come tutti gli eretici siano sempre in
sorti contro ciò che giàcredevasi universalmente,
perfino a che essi mettessero fuori le loro novità.
Potrei mostrare , colle testimonianze alla mano ,
come ciò siasi avverato di ciascun eresiarca; ma
basteranno alcuni esempi siepati da un'osserva
zione che si stenda a tutti. Che altro fecero le
sètte diverse dei Gnostici allorchè impugnarono
l'articolo di Dio creatore, se non opporsi alla cre
denza di tutta la Chiesa intorno a tale dottrina?
Che altro fece Ario allorchè prese a negare la di
vinità e consustanzialità del Verbo coll'eterno suo
Padre, se non impugnare la dottrina già domi
nante nella Chiesa? Così vadasi discorrendo di
mano in mano degli altri tutti i quali già con questo

t
m
stesso recavan seco la loro condannazione. Epo-
sciachè ho toccato alcunchè di Ario, mi cade in
acconcio un' opportuna osservazione che fa il
Monod medesimo a rispetto degli eretici , non si
avveggendo che egli viene con ciò a recidere quel
ramo stesso dal quale era sostenuto.
Parlando egli dei Padri e del loro modo di ar
gomentare contro alcune sètte eretiche, le quali,
come egli scrive, introducevano dogmi nuovi, non
potendo sostenerli dalle scritture, così si esprime :
— A cotestoro i padri opponevano la fede costante
ed universale che dagli apostoli in poi si è tras
messa e serbata nella Chiesa, dicendo: Come mai
crederemo a voi, mentre tutte queste chiese igno
rano la vostra dottrina, e ne ricevono un'altra con
traria? Come mai crederemo a voi, per esempio, o
Ario, che scaturiste dalla terra tre secoli dopo G.
C. ad informarci che Gesù Cristo è una semplice
creatura, quando tutte le chiese fondate dagli apo
stolica Gerosolimitana, l'Antiochena, l'Ateniese, la
Romana, e tutte quelle che da questo madri chiese
derivarono, come la Bisantina, l'Alessandrina, la
Cartaginese, la Lionese, tutte hanno costantemente
insegnato ed insegnano tuttodì che Egli è il vero
Dio, la vita eterna? (pag. 178, 179). — Fin qui
egli. E noi aggiungiamo che, tolto qualche anacro
nismo nel novero delle chiese, il ragionamento ò
giusto e senza replica ed applicabile a tutti gli ere
tici. Imperciocchè tutti gli eretici uscirono dalla
Chiesa ricusando di seguitarne la dottrina, e però
incominciarono ad esistere come eretici, dappoi
105
chè la Chiesa già era ed aveva insegnato il contra
rio di quanto essi furono osi di contrapporle. Ri
mane ora che noi rivolgiamo queste verità contro
di lui a confermazione del nostro assunto.
Allorchè Lutero e Calvino cominciarono a divul
gare le loro novità non avevano forse i cattolici
ragione di dir loro: — Come mai crederemo a voi,
mentre tutte queste chiese ignorano la vostra dot
trina e ne ricevono un'altra contraria? Come mai
crederemo a voi, per esempio, o Lutero, o Calvino,
che scaturiste dalla terra quindici secoli dopo Gesù
Cristo ad informarci che la sola fede giustifica
senza le opere, che due soli sono i sacramenti, che
non si offre sui nostri altari un vero sacrifizio, che
non è necessaria la confessione per la remissione
dei peccati; quando tutte le chiese fondate dagli
apostoli e tutte quelle che da queste madri chiese
derivarono in oriente ed in occidente, a mezzodì
e a settentrione, tutte costantemente hanno inse
gnato ed insegnano che, oltre la fede, son necessarie
le buone opere alla giustificazione ed alla salute,
che sette sono i sacramenti, che si offre sui nostri
altari un vero sacrifizio, che la confessione è neces
saria alla remissione dei peccati? — Che avrebbe
il Monod da contrapporre a questa rimbeccata?
Eppure tale appunto fu sempre la risposta data
dai cattolici ad ogni nuovo eresiarca. Nè può re
plicarsi col Monod che le sètte eretiche introdu
cessero dogmi nuovi, a parer suo non punto soste
nuti dalle scritture. Per convincersi del contrario
basta percorrere i loro libri polemici, e gli scritti
106
dei cattolici loro impugnatori, onde appare che
ciascun eretico si argomentò di provare colla Scrit
tura i nuovi suoi dogmi. Anzi così forti si crede
vano essi da questo lato, che rigettavano le tradi
zioni loro contrarie per appoggiarsi unicamente
alle Scritture interpretate a loro talento. E tale è
stata nè più nè meno la condotta dei fondatori del
protestantesimo.
Or qui ripigliamo il nostro discorso e stringiamo
i panni addosso al nostro Monod. Se tutti i nova
tori, niuno eccettuato, presero ad impugnare colla
Scrittura alla mano la dottrina già ricevuta e do
minante nella Chiesa, è manifesto che la Chiesa
intendeva già la Scrittura altrimenti da quello
che poi la intesero i novatori. Così, a cagion di
esempio, la Chiesa intendeva della sua infallibi
lità le parole dette da Cristo a San Pietro : Le
porte d' inferno non prevarranno contro di lei,
cioè contro la Chiesa (1). E similmente quelle
indirizzate a tutti gli Apostoli : — Ecco che io
sono con voi tutti i giorni fino alla consuma
zione dei secoli (2) : nonchè quelle dell' apostolo
Paolo : — Ed Egli altri costituì apostoli, altri pro
feti, altri evangelisti, altri pastori e dottori. . . af
finchè non siamo più. fanciulli vacillanti e portati
qua e colà da ogni vento di dottrina pei raggiri
degli uomini, per le astuzie, onde conduce l'erro
re (3): — e medesimamente intendeva quelle dello
stesso Apostolo a Timoteo, dove s'insegna che la
(1) Matt., XVI, 18. (2) lb., XXVIII, 20.
(3) Eph., IV. 11, 14.
107
Chiesa — È colonna e sostegno della verità — (1).
Si ostini pure il Monod a sostenere che in tutta la
Scrittura non vi ha sillaba intorno all'infallibilità
di un tribunale visibile : egli è già contradetto e
confutato dal senso in che la Chiesa intese questi
testi, prima che sorgessero i novatori ad impu
gnarlo.
Dopo ciò riesce superfluo il tener dietro a cia
scuno dei passi che in questa lettera sono addotti
dal Monod contro la verità cattolica. Muovono ve
ramente a riso quelle esclamazioni patetiche colle
quali si conchiude alla pag. 198 una prolissa sua
diceria. — Ma in nome del cielo, esclama il Monod,
mostratemi una volta questo tribunale infallibilei
questa seconda rivelazione, senza la quale la prima
mi diventa inutile affatto. 0 mio Signore, mostra
temelo voi! si tratta della salute dell'anima mia,
a voi solo io voglio ricorrere : ah sì ! la vostra santa
parola m'illuminerà! — Che scempiaggini sono
codeste ! Noi già gliel'abbiamo cogli addotti testi
biblici apertamente dimostrato questo infallibile
tribunale; ma per chi chiude gli occhi ostinata
mente al sole, non debbe che a sè unicamente ascri
verne la colpa se non vede e s'inciampa ad ogni
pie' sospinto. Che dire di quell'affettata tenerezza
con che va ognora esclamando: — Ah signora! Ah
signora ! non farebbe ridere anche un Eraclito ?
Ma poichè siamo nei testi scritturali nei quali a
suo giudizio non si fa motto di esterno tribunale
infallibile, vorrei che egli avesse addotto un solo
(1) I.Tim., Ili, 15.
108
testo della Bibbia col quale s'intimasse a tutti in
distintamente il debito di leggere la Scrittura.
Egli è più di trecent'anni, dacchè i cattolici chie
dono ai protestanti un tal testo, e non è mai che
l'abbiano potuto ottenere. Anzi vorrei che avesse
dimostrato colla Bibbia alla mano, che tutti i libri
del vecchio e nuovo Testamento sono ispirati da
Dio. Egli è più di trecent'anni che i cattolici hanno
provocati i protestanti a dimostrarlo, e mai non
ebbero da essi tale dimostrazione. Il nostro eroe,
che pur volle provarsi a questo cimento, dovette
con insigne disonestà corrompere un testo. Impe
rocchè dove l'Apostolo scrive: — Tutta la Scrittura
divinamente ispirata è utile ad insegnare, a con
vincere, a correggere, a formare secondo la giusti
zia (1); — egli traduce: —- Tuttala Scrittura È
divinamente ispirata e utile ecc. — E mentre il
Diodati per un resto di pudore pose quell'È in
carattere corsivo, a palesare che esso non appar
tiene al testo come si vede nelle edizioni di Gine
vra del 1640, e in quella di Londra del 1855, il
Monod più audace ve lo inserì come parte del testo
biblico : e ciò con tanta maggior malizia, in quanto
già gli era stata rimproverata la frode parecchi
anni innanzi che pubblicasse la sua Lucilla (2).
Direm noi che costui fosse di buona fede in tale
falsificazione?
Or andate a fidarvi dei protestanti allorchè ci
tano i testi biblici per convincere di errore i cat
ti) fi. Tim., Ili, 14.
(2) Vedi l'operaie Ministre protestan!. Lyon 1836, pag. 25.
109
tolici! Sarebbe cosa da non finirla sì presto l'ap
puntar tutti gli errori da lui commessi nell'allegare
e nell'interpretare la Scrittura nelle due lettere (XII
e XIII) colle quali pretese di abbattere l'autorità
della Chiesa insegnante e sostituirle l'arbitrio del
l'interpretazione privata. Imperocchè : — Eccoci
finalmente, o signora, dice egli nel principio della
lettera XII, in un terreno sicuro e ben circoscritto.
La quistione nella quale siamo per entrare è intel
ligibile e chiara. Si tratta di sapere se Dio vuole
che noi cerchiamo da noi medesimi il senso della
Scrittura, ovvero che lo chiediamo ad un tribunale
visibile (pag. 192 e seg.). — Ma del costui spro
positare in fatto di citazioni e d'interpretazioni
scritturali bastino i saggi che abbiamo dato.

§ 3. — Varii conati e paradossi del Monod nel


voler provare Vobbligo che ad ognuno incombe
di interpretar la Scrittura col suo spirito pri
vato.
Con qual felicità di successo egli sia riuscito a
scalzare l'autorità infallibile della Chiesa, l'ab
biamo veduto : ora non rimane che a vedere se
riesca meglio nell'altra parte, ove mantiene essere
voler di Dio che noi cerchiamo da noi medesimi il
senso della Scrittura.
Lasciamo stare la lunga filatera delle sue pre
messe intorno a quelli che non sanno leggere ; in
torno alla fedeltà delle versioni protestanti, intorno
alle citazioni inette o false da lui poste in bocca
140
all'ab. Fabiano, intorno alla confusione della Chie
sa particolare romana colla Chiesa cattolica, in
torno al potere conceduto dal Salvatore a s. Pietro,
intorno all'episcopato di s. Pietro in Roma contro
le più autentiche tradizioni (pag. 207)?! Intorno a
che si veda quanto abbiamo scritto nell'opuscolo
8. Pietro in Roma, il quale abbiamo testè opposto
ad un avventato anonimo Valdese, e si troverà il
modo del farlo ammutolire. Se non che e questa e
tutte le altre cose qui obbiettate, già da noi furono
prevenute. Dopo tutto ciò entra egli finalmente a
mostrare come volontà di Dio è che tutti intendano
e interpretino la sacra Scrittura da sè, indipen
dentemente dall'autorità della Chiesa, ossia, come
egli si spiega, senza l'interpretazione di umano
tribunale. E qui comincia dal dire che Dio non
solo permette, ma comanda di leggere la Bibbia.
Ma come provare questo comando ? A provar ciò
egli protesta di non aver altro impaccio, se non
quello che proviene dall'evidenza medesima e dal
l'abbondanza degli argomenti (pag. 224). Ma dove
sta cotesta evidenza e cotesta copia di argomenti?
Se io il dicessi colle mie parole, temerei di non
trovar fede; però mi è duopo dirlo colle stesse pa
role del Monod. Adunque dopo quella franca pro
testa egli prosiegue e dice: — Il mio tema è per
me quasi come la esistenza di Dio per la Bibbia ;
non la stabilisce in alcun luogo, perchè la suppone
per tutto. E perchè infatti, dovrebbe essa dire :
Leggetemi : quando appunto perchè si leggesse fu
scritta? - Adunque cotesta evidenza ed abbondanza
Ili
di argomenti, tutta risolvesi in una mera supposi
zione: negata la quale, come realmente si nega,
tutto va in fumo. Quindi ognuno può far concetto
del valore logico della dimostrazione monodiana.
Ma non è forse ridevole in sommo grado la ragione
che egli allega del suo pronunciato, inferendo l'ob
bligo del leggere un libro dall'essere esso stato
scritto? Si potrà qui esitare dai meno esperti, a
quale specie di sofismi debba riferirsi la fallacia
del Monod, ma niuno al fermo potrà dubitare che
essa non sia da porre tra i più vani paralogismi.
Io crederei di stancare il lettore se volessi chia
mare ad esame i testi che dal nostro controversista
fuor di proposito si tolgono da Mosè, dai Profeti,
da Cristo e dagli Apostoli ; mi contenterò pertanto
di notare, che niuno di essi tocca il nodo della qui-
stione trattata dall'autore.
Dopo di essersi arrabattato inutilmente per
molte pagine coll'intento di mostrare quel sognato
comando di leggere la Bibbia, passa finalmente a
dimostrare che, per volere di Dio, ciascuno debba
interpretarla di per sè stesso. Se non che qui non
si tratta più di paralogismi, ma d'incredibili pa
radossi. Annoveriamone alcuni. Paradosso primo,
che Gesù Cristo il quale ha stabilito la sua Chiesa
per insegnare ai popoli la sua dottrina, abbia poi
voluto emanciparli dal suo insegnamento col farli
interpreti indipendenti della Scrittura. Paradosso
secondo, che Dio abbia promesso lo Spirito Santo
a chiunque nel pregherà per intendere la Scrittura
e ribellarsi alla Chiesa di Gesù Cristo aecagiènà&'i
dola di errore. Paradosso terzo, che il Signore
abbia negata a tutta la Chiesa, ai suoi Pontefici ed
ai suoi concilii generali un lume sì necessario, con
cedendolo ai soli eretici per impugnarla. Para
dosso quarto, che una vecchiarella eretica, la quale
si creda illuminata dallo Spirito Santo, intenda la
Scrittura meglio di un concilio ecumenico, ossia
di tutta la Chiesa insegnante. Ecco alcuni dei pa
radossi che fa d' uopo inghiottire, da chi voglia
seguitare la bella teoria del Monod.
Se non che a proposito dell'ultimo tra gli anno
verati paradossi, gioverà rettificare un incidente
mal riferito dal Monod alla pag. 273 colle seguenti
parole: — Se è vero che Bossuet dimandasse a
Claudio se una povera vecchiarella potrebbe aver
ragione contro un concilio? e che Claudio non sa
pesse che rispondere; ciò vuol dire che costui man
cava di fede, giacchè poteva rispondere con tutta
franchezza: — Sì, perchè può darsi benissimo
che quella vecchiarella abbia lo spirito di Dio, e
l'adunanza dei Vescovi no. - Lasciando stare che
il ministro Claudio aveva tanta fede ugonotta ,
quanta ne potè avere il Monod, ecco come passò
quel fatto. Il Bossuet aveva affermato alla giovine
calvinista Duras, da lui presa ad ammaestrare,
dottrina costante dei calvinisti essere, che i sem
plici fedeli, per ignoranti che fossero, dovevano
credersi capaci d'intendere la Scrittura meglio di
tutti i concilii e di tutto il resto della Chiesa pre
so insieme. La signora Duras si mostrò stupita di
tale affermazione: di che il Bossuet le promise che
H5
in una conferenza da tenersi col celebre calvinista
Claudio, avrebbe tratto di bocca all' avversario
questa medesima confessione. La conferenza ebbe
luogo, ed il Bossuet chiese a Claudio se, assicura
tosi un cristiano della regolarità di un concilio,
dovesse accettarne le decisioni senza esame. È
avutone in risposta che no : — M'ebbi adunque ra
gione, rispose Bossuet, di affermare che secondo
la dottrina protestante, una femminuccia, un
idiota, un chicchessia può e deve credere di com
prendere la parola di Dio meglio che un concilio,
ancorchè adunato dalle quattro parti del mondo.—
Sì, rispose Claudio, questo è vero. — Come, riprese
Bossuet, questa donna, quest'ignorante possono
credersi capaci d' intendere la Scrittura meglio
che tutto il resto della Chiesa insieme? Un solo
individuo crederà dunque di aver più ragione, più
grazia, più lume che tutto il resto della Chiesa?
— Sì, rispose di nuovo il ministro. E come troppo
importava a Bossuet di dare risalto a tale dot
trina, così fece ancora due o tre altre simili di-
mande, e n'ebbe sempre la stessa risposta. Allora
la signora Duras, che aveva con grande atten
zione assistito alla conferenza , convinta dello
smisurato orgoglio della sua sètta, sì contrario
allo spirito del Vangelo, sensata com' era, abiurò
il protestantesimo e si rese cattolica (1). Che se
il Monod non conosce tampoco le cose domestiche
(1) Relation de la Cunférence de Bossuet avec le Ministre
Claude. Tra le opere del Bossuet.
Perrone, La Lucilla 8
114
della propria sètta, che avremo a pensare delle
altre nelle quali mostrasi ben più imperito ?
Per non ingoiare adunque tutti quegli assurdi
che per semplice eufemismo io chiamai paradossi,
bisogna conchiudere che tutti i testi addotti dal
Monod coll'intcnto di darci a trangugiare le sue
assurdità, debbano intendersi tutto al contrario
di quello in che esso gli intende. E di vero altri
debbono intendersi di tutta la Chiesa in generale,
altri della necessità della grazia preveniente a
ben credere, altri delle sante ispirazioni che que
sto divino Spirito comunica ai docili figli della
Chiesa per la propria santificazione, e via dicendo;
ma non è mai che possano significare il dovere e
l'onestà del ribellarsi a quella Chiesa che Gesù
Cristo ci diede a maestra di verità. Con ciò senza
altro rimane rovesciato da capo a fondo tutto il
sistema protestante , il quale si fonda sopra il
principio della privata intelligenza della Scrit
tura.
Ora veniamo ad altri paradossi, o antilogie, che
vogliamo dire, le quali si scontrano ad ogni poco
nella lunga diatriba del Monod. L' uno è che,
mentre egli applica alla sua sètta le parole del
Salvatore : — Se alcuno non ascolta la Chiesa, ei
sia per te come un pagano od un pubblicano, —
nega che sieno dette della Chiesa cattolica. —
Noi, scrive, appelleremo al concistoro, al collo
quio, al sinodo provinciale, finalmente al sinodo
nazionale e saliremo tutti i gradi della giurisdi
zione ecclesiastica per mostrare che la verità è
H5
dal canto nostro. — Caro il mio signor Monod,
così presto adunque dimenticaste quello che avete
scritto poc' anzi, che una vecchiarella può avere
ragione contro tutto il resto della Chiesa? (pa^
gina 276.) Tanto è vero il proverbio che il menzo
gnero non fa fortuna se non ha buona memoria.
Gli è poi lepido oltre modo ciò che dice a propo
sito di chi si opponesse all'interpretazione sua e
dei suoi consorti : — Come potremo noi chiuder
loro la bocca, e provar loro che la ragione vera
era la nostra ? Sapete come ? Io ve lo dirò, e forse
vi farà maraviglia : Ce ne staremo a noi, e non
glielo proveremo. Alla fin fine la cosa veramente
necessaria non è questa, poichè quello che importa
per noi è di avere la verità, non di provare che
l'ho. — Se io l'ho, Dio lo saprà sempre. — Il Si
gnore conosce quelli che sono suoi (ivi). — Bella
uscita davvero. Il sociniano e il mormone possono
dire altrettanto, e così non vi sarà sètta eretica
che non possa a buon diritto attribuirsi il nome
di Chiesa.

§ 4. — Si espongono altri paradossi, e si confuta


appieno il sistema della interpretazioneprivata.

Altro paradosso dell'unità interna senza l'ester


na, o piuttosto a ritroso dell'esterna. Due che al
tercano si ammazzano scambievolmente con furore
satanico per contrarietà di evidenza, possono con
venire nell'unità invisibile, la quale sola, al dir del
Monod, fu da Gesù Cristo voluta nella sua Chiesa.
ne
Può fìngersi, non dirò maggiore stravaganza, ma
empietà maggiore di questa? Gesù Cristo adun
que quando predisse che vi sarebbe stato un sol
pastore ed una sola greggia, nella quale molti,
che tuttora ne stavan fuori , dovevano entrare ,
parlava di unità invisibile? Or bene, tale e non al
tro è il paradosso che per più pagine il Monod
coi soliti testi affusolati cerca di persuadere alla
Sua Lucilla (pag. 279, 284).
E pure (chi il crederebbe?) la sciocca Lucilla
comincia a vacillare, a turbarsi, ed in una lettera,
che è la decimasesta di tutta la raccolta, propone
al suo corrispondente Mercier le sue difficoltà. Si
aggirano esse intorno all'incertezza del magistero
interiore dello Spirito Santo, intorno alla neces
sità di un tribunale esterno, infallibile per assicu
rarsi di possedere la verità che salva, intorno alla
inutilità del Ministero, se bastasse la Bibbia col
magistero interno dello Spirito Santo.
Alle quali difficoltà si prova di rispondere il
Mercier colla lettera susseguente; ma come n'esce
egli mai? Eccolo in succinto. Primieramente nega
che vi sia un tribunale infallibile, e ciò suppone
come già provato: ripiego in vero assai comodo!
Passa quindi ad affermare che la principale qui-
stione non riguarda la Chiesa, ma la propria sa
lute, come cosa individuale. E qui le fa riflettere
— Che innanzi che la Chiesa fosse, il fedele era,
come gli alberi esistevano innanzi che la foresta
esistesse: e Adamo per esempio, se egli ha creduto
alla funesta promessa, è stato salvato dalla fede
in
innanzi che vi fosse nel mondo una Chiesa. La
parola di Dio fa i credenti, e i credenti fanno la
Chiesa. Cominciate adunque dalla quistione della
salute, quella della Chiesa verrà poi (pag. 217).
— Colle quali parole il Mercier vuol significare
che la Chiesa visibile nacque dall'invisibile, e non
già la invisibile dalla visibile. Così parlò il Bauer
nell'impugnare che fece la simbolica del Moehler,
ma fu dal Moehler confutato e stretto per modo
che egli non ebbe più uscita. Perocchè il Moehler,
come doveva secondo verità, prese le mosse dalla
incarnazione visibile del Verbo, dalla esterna pre
dicazione di Gesù Cristo , dalla discesa visibile
dello Spirito Santo nel cenacolo, dalla fondazione
della Chiesa visibile, dalla predicazione pubblica
degli Apostoli e dei loro discepoli, dalla manifesta
introduzione dei catecumeni nella Chiesa per mezzo
del battesimo visibile, e così del resto; dimostrando
poi che la santificazione invisibile tenne dietro ai
visibili elementi sopra mentovati. Quindi giusta
mente egli conchiude — « Noi abbiam detto so
vente che la religione del secolo decimosesto di
strugge il dogma della incarnazione del Verbo. I
protestanti debbono intenderla al presente o non
la intenderanno giammai. Se il Figlio di Dio non
ha lasciato sulla terra veruna traccia del suo pas
saggio, nulla che lo rappresenti effettivamente,
nulla che ci continui la sua operazione, perchè mai
discese egli in questa valle di lacrime ? Se non ha
stabilito verun ministero che gli renda testimo
nianza viva e parlante ; se la sua divina parola,
«li
estinguendosi colla sua vita mortale, ha cessato di
vestire forma sensibile e di farsi intendere col
mezzo del linguaggio articolato ; se dopo diciotto
secoli egli rischiara le intelligenze immediatamente
col mezzo di una improvvisa illuminazione interiore,
perchè non si valse di questo mezzo fin dalla ori
gine? Perchè non ha egli scritto il suo Vangelo
nei cuori, e rivelata la sua dottrina per la ispira
zione dello Spirito Santo? Ciò che egli fa da alcuni
secoli, ciò che egli farà fino alla fine de' tempi, non
avrebbe egli potuto farlo sempre? Compiacciansi
dunque di dirci perchè ilFigliuol dell'Eterno lasciò
gli splendori della gloria, vestendo la forma dello
schiavo, e scese a conversare fra gli uomini (1). »
—. Tanto è falsa questa sognata preesistenza dei
cristiani a Gesù Cristo, e dei fedeli alla Chiesa vi
sìbile! All'incertezza del magistero interiore divi
no risponde il Mercfer allegando tutti quei passi
nei quali lo Spirito Santo ci rende certi della sua
presenza interiore. Ma chi non vede che questo è
un assumere ciò che è in quistione, potendosi sem
pre replicare che in questa parte può aver luogo
l'inganno? I montanisti del secondo secolo, e i
mormoni del secolo decimonono, e tutte le altre
sètte che si dicono teopneustiche, pretendono di
averlo ciascuna per sèk quantunque si contradi
cano nella più parte dei dogmi e per conseguente
s'ingannino nel credersi ammaestrate dallo Spirito
di verità. Espone quindi il Mercier la teoria tanto
(1) Vedi Moehler, Défense de la symbolique. Ch. IV ile
TÉglise, § XXIX.
H9
careggiata della distinzione degli articoli fonda
mentali, supponendo che essa si fondi nella Scrit
tura e precisamente nella I Cor. III, 10-15. Ma qui
nulla si dice di tutto ciò, giacchè l'Apostolo allude
solo alle pratiche legali, le quali dovevano termi
narsi colla distruzione del tempio di Gerusalemme.
Qui si vede che lo Spirito Santo suggerì al Monod
la vera interpretazione, come noi fece in tutti gli
altri luoghi dallo stesso autore tratti violentemente
al suo intento ; e si vede altresì come l'appoggiarsi
che fanno i protestanti al supposto magistero in
teriore, si riduce all'attribuire allo Spirito Santo i
sogni del loro malsano cervello.
A giustificare l'accusa d'interpretazione violenta
io non ho a far altro che percorrere rapidamente
i passi coi quali il Monod si attenta di ripudiare
la dottrina cattolica, sostituendo ad essa l'insegna
mento protestante. Vuol egli, a cagion d'esempio,
persuadere la sua Lucilla che non si dà magistero
autentico nel nuovo Testamento? Reca in mezzo
le parole di Geremia XXXI, 34. — E non insegne
ranno più ciascuno il suo compagno, e il suo fra
tello, dicendo conoscete il Signore; perciocchè essi
tutti, dal minore infino al maggiore di loro, mi
conosceranno, dice il Signore : imperocchè io per
donerò loro le loro iniquità, e non mi ricorderò
più del loro peccato. — Ma chi non iscorge a
prima vista, che qui trattasi della universale cogni
zione di Dio nel nuovo Testamento, mediante la
predicazione evangelica e la grazia più abbon
dante di quella, che si concedea nel Testamento
120
antico, racchiusa come era ordinariamente entro
la cerchia di un solo popolo? Che se si togliessero
queste parole alla lettera, si escluderebbe ancora
l'uffizio ministeriale e l'uso del catechismo ricevuto
eziandio presso i protestanti. Lo stesso dicasi degli
altri testi addotti pel medesimo fine. Intende egli
d'istillare alla sua figliuola spirituale il sistema
luterano del terrore cagionato dalle minaccie di
Dio, che il convince di peccato, e del qual terrore
si libera il fedele nell'apprendere per via di fede
Gesù Cristo, rimanendo così coperta ogni sua mal
vagità? — Fin allora, scrive egli (cioè fin che fui
cattolico), io mi era creduto peccatore, lo aveva
creduto solamente sulla fede altrui (vedete stra
nezza!), freddamente e senza cavarne conseguenza,
ma quando in quel libro (la Bibbia) che io aveva
imparato a ricevere come la parola di Dio (ciò che
prima non aveva imparato), lessi cogli occhi miei
proprii: — Il salario del peccato è la morte; ma
ledetto è chiunque non osserva tutto quello che è
scritto nella legge, — mi parve di vedermi aperto
sotto i piedi l'inferno. — La spada dello spirito —
mi aveva trapassato a parte a parte. Per qualche
settimana rimasi in questo stato. Era tutto inquie
tezza e temeva di morire (ecco il terrore). Final
mente quella stessa parola, che tanto mi aveva
turbato, mi fece vedere la liberazione che Dio ha
preparato al peccatore penitente. Ella mi mostrò
il mio Salvatore spirante sopra una croce per i
miei peccati ; sì, o Signore, per i miei, poiché io
credo con fermezza che, se nel mondo vi fossi stato
121
solo da salvare, tanto mi ama il mio Signore che
sarebbe venuto eziandio per me solo. — Dio ha
tanto amato il mondo che gli ha dato il suo figlio
unico, affinchè ciascuno che crede in lui non peri
sca, ma abbia la vita eterna (1). — Oh signora,
qual raggio di luce ! — Bel raggio di luce in vero
spiccato da Lutero, primo inventore di questo as
surdo sistema! Ma proseguiamo giacchè qui viene
il bello, cioè vengono i corollarii di così fatte dot
trine: — Fin da quel momento tutto cambiò per
me. — Tutte le antiche idee che aveva di merito
e di virtù svanirono ; io non vedeva più altro che
la grazia di Dio, una grazia tutta gratuita — per
parlar come s. Paolo (benché s. Paolo così non
dica) che io volgeva da tutte le parti. — Voi siete
salvati per grazia; per la fede; non per le opere,
affinchè nessuno glorifichi se stesso; poichè noi
siamo l'opera sua, essendo stati creati in Gesù
Cristo per le opere buone. — Creati in Gesù Cristo!
sì questa è la parola — (pagina 322 e seg.). Da
questa diceria adunque noi abbiamo i due perni
del sistema luterano, il terrore della coscienza e
l'abbracciamento di Gesù Cristo, previa la fede>
colla quale sola, senza penitenza, senza virtù, senza
merito alcuno, di adultero, di ladro, di omicida,
di empio, tutto ad un tratto l'uomo è trasformato
in un santo! Ma a qual santo? Ad un santo di
nuova foggia, cioè ad un santo, che sotto la estrin
seca imputazione dei meriti di Gesù Cristo, per cui
si agguaglia alla santità della stessa Vergine Ma
li) Gio. Ili, 16.
122
ria, nasconde tutte le più enormi ribalderie: ad
un santo che è necessitato a peccare, e pecca mor
talmente in ogni sua azione; ad un santo che è
dispensato dalla osservanza della legge di Dio.
Santo in vero, convien ripeterlo, di nuovo conio.
Ma tale appunto è la dottrina insegnata da Lutero,
la quale deriva come conseguente necessario dai
principii fondamentali del protestantesimo; non
se ne potrebbe cancellare la menoma parola senza
sconvolgere ed annullare tutto il Vangelo rifor
mato. Nel resto le opere quivi escluse dall'Apostolo
in ordine alla giustificazione, sono le osservanze
strettamente legali o ceremoniali e le opere natu
rali, ossia fatte colle sole forze della natura. Ma il
nostro protestante allarga il detto di S. Paolo a
quelle che prima della giustificazione si fanno col
soccorso soprannaturale della grazia. Così la Lu
cilla, che di ciò non s'intende, resta presa nella
rete.
Vuole egli abolita la confessione? Il Salvatore
disse agli Apostoli : — A cui voi avrete rimessi i
peccati, saranno rimessi, e a cui gli avrete rite-
> nuti saranno ritenuti; — ma il Mercier l'intende
della remissione operata per mezzo della predica
zione: ed eccone la prova: — S. Pietro esercitala
potenza delle chiavi a quelle migliaia di ebrei, che
nel dì della Pentecoste gli si affollavano intorno.
Obbliga forse ognuno di loro ad andare con lui in
un canto, confessargli all'orecchio i suoi peccati,
e ricevere all'orecchio pure una promessa di per
dono? (pag. 215). — Lasciamo correre quella
123
promessa di perdono, ancorchè secondo Gesù Cri
sto si rimettano propriamente i peccati a coloro
che ne sono prosciolti dal suo ministro. Ma non è
contro il senso comune ciò che qui suppone il Mer-
cier, doversi il sacramento della penitenza e però
della confessione, in cui si esercita giurisdizione,
amministrare a chi non è per anche entrato nella
Chiesa e ne sta tuttora fuora, non avendo ricevuto
il battesimo, e quindi non è ancor suddito della
medesima ?
Per una parte dispererei di finirla in un volume,
se volessi notare ogni abuso che costui fa della
Bibbia, sempre fingendosi ammaestrato dallo Spi
rito Santo: e per l'altra il fin qui detto basta allo
scopo che mi proposi, dimostrando come il Monod
per parte dell'autorità combatte a furia di testi
scritturali intesi arbitrariamente; a furia di para
logismi per parte del suo ragionamento; a furia
di paradossi nelle sue avventate affermazioni.

CAPO VIL

dell'unità della chiesa


e delle sètte protestanti.
§ 1. — Invano si attenta il Monod in affermare
Vunità delle sètte protestanti.
Dopo quanto si è detto nei due precedenti capi
sì intorno la lettura e la interpretazione della
Scrittura , come intorno alla tradizione , sarebbe
124
inutile il tenere dietro alle citazioni dei testi bi
blici colle quali il Mercier vuol far ingolare alla
Lucilla l'assurdo suo protestantesimo. Dove io vo
lessi pigliarmi il diletto di mostrare gli strafal
cioni colti da costui nell'interpretare la Bibbia,
avrei di che muovere a riso più di un lettore, ma
l'argomento è troppo serio , nè conviene volgerlo
a tali baie. Qui solo avverto che stieno all' erta
quei cattolici cui preme la loro eterna salute, ne-
diano ascolto alle speciose allegazioni della Scrit
tura proposte loro dai protestanti.
Tralasciando pertanto, come inutile, la discus
sione dei testi allegati dal Mercier, facciamoci ad
esaminare il paradosso dell'autore là dove pre
tende di provare che nel protestantesimo abbiavi
unità non meno esterna che interna, quale alla
vera Chiesa si richiede. Dall'esame di questo solo
punto si parrà chiaro come la verità del cattoli-
cismo, cosi la falsità di quell'accozzamento di sètte
che si appellano protestantesimo.
E qui non è da preterire una osservazione che
spontaneamente si presenta al considerare lo as
sunto del Monod. Presentando questo nome col
lettivo di protestantesimo tante faccie o forme di
verse, quante sono le sètte che in sè raccoglie (e
sono ben oltre a trecento le principali), con qual
fronte il Monod si costituisce rappresentante del
protestantesimo per prenderne le difese? Delle
trecento faccie o forme che vogliansi appellare, ei
non ne difende che una sola, cioè il pietismo cal
vinistico di Ginevra, il quale tribuisce ai singoli
425
suoi membri l'assistenza speciale dello Spirito
Santo. Ora, dato ancora che egli fosse riuscito nel
gran cimento, che avrebbe conchiuso? Che la sua
special foggia di protestantesimo sarebbe la vera?
Ma le altre duecento novantanove si acconcereb
bero elle al sistema difeso dal Monod? Quelle
eziandio che negano la divinità di Gesù Cristo?
Quelle che discredono la divinità, anzi la mede
sima esistenza dello Spinto Santo come persona
distinta dal Padre e dal Verbo? Quelle che ne
gano la ispirazione dei libri santi, ai quali appar
tengono alcuni errori? Ma, lasciando ancora queste
esorbitanze, si soscriverebbero alla sua fantastica
forma di protestantesimo i luterani o i calvinisti,
vuoi eterodossi, vuoi ortodossi, i presbiteriani di
Scozia, i Westeiani d'Inghilterra e di America?
Sarebbe un sogno il pensarlo. Adunque, riuscito
che fosse il Monod nella sua dimostrazione, non
avrebbe fatto se non un buco nell'acqua; come
appunto avviene ai valdesi nel voler diffondere
per l'Italia le goffe loro forme di professione ete
rodossa. Ma fatto sta che neppure in questa parte
riuscì l'autore ad ottenere l'intento. E di vero, egli
intende dimostrare nella lettera sedicesima, come
al protestantesimo non manca punto l'unità, e
come, quando pure gli mancasse, un tal difetto
per nulla nuocerebbe nè alla verità del protestan
tesimo nè alla salute dei protestanti. Alla quale
conclusione egli si spiana la via col foggiarsi la
più strana e bizzarra idea dell'unità propria della
Chiesa. Per eccesso di fedeltà, riferirò qui le pa
126
role medesime del Monod: « Questo punto (della
mancanza di unità senza un tribunale visibile) non
merita però tutta l'importanza che gli hanno dato.
La certezza di essere nella verità ne merita molto
di più. Poichè la verità è l'unione con Dio, l'unità
è l'unione cogli uomini ; colla verità senza unità
saremo salvi, coll'unità nell'errore perduti. Non
dimeno, io lo confesso, l'unità è cosa preziosissima
e vivamente raccomandata dalla Scrittura ; ma
quest' unità che Gesù Cristo vuole per la sua
Chiesa in che veramente consiste? » (pag. 279).
In che consista questa unità lo esamineremo dap
poi ; frattanto si notino gli errori che si racchiu
dono in questo brano.
L'unità, secondo il Monod, non è un punto di
tanta importanza quanto altri crede. — Eppure è
di tale importanza che senza di esso rimane di
strutta l'idea della Chiesa, la quale tutta poggia
sull'unità. Imperocchè Gesù Cristo istituì una
Chiesa che chiamò sua, dicendo Edificherò la mia
Chiesa ; e questa Chiesa rassomigliò ad un regno,
ad un ovile, ad una casa, ai quali presiede il suo
re, il suo pastore, il suo padre di famiglia con
tutta l'autorità che richiedesi a ben governarli; di
guisa che il regno non venga diviso per le fazioni,
il gregge non si disperda, e la casa non crolli.
Questa unità è di tale importanza che gli Apostoli
non cessano nei loro scritti di raccomandarla col
massimo calore ; è di tale importanza che lo stesso
divin Salvatore, prima della sua dipartita, pregò
il divino suo Padre perchè tenesse i suoi discepoli
127
sì uniti che fossero consumati nelVunità. Ond'è
mai che i protestanti leggono la Bibbia e non por
gono mente a questi testi ? La ragione è chiara :
i protestanti non leggono nella Bibbia se non
quello che loro talenta. « La certezza di essere
nella verità, segue a dire il Monod , ne merita
molto di più. » Come se l'unità della Chiesa non
fosse anch' essa una verità, e si potesse uscire
dall'unità senza abbandonare la verità! Ma, con
buona pace del Monod, al divin Salvatore ne parve
tutto il contrario, dacchè egli disse aperto che
fuori della unità della sua Chiesa non può tro
varsi quella unità la quale ci salva. Chiunque
scientemente sta fuori della Chiesa, per ciò solo
deve riguardarsi qual gentile o pubblicano, al
quale è riserbato, dove non torni nell'unità della
Chiesa, il fuoco eterno. Fuori della Chiesa adunque,
nel senso pur ora spiegato, non si ha altra cer
tezza che di essere nell'errore, e quindi nella via
della perdizione.
« La verità, soggiunge egli, è l'unione con Dio,
l'unità è l'unione cogli uomini ; colla verità senza
unità saremo salvi, coll'unità nell'errore perduti.»
Quasichè la verità non unisca al tempo stesso il
fedele con Dio e cogli uomini. Questo è il doppio
uffizio della verità rivelata e creduta: congiun
gere nel medesimo atto chi la professa con Dio
e cogli uomini, cioè cogli altri fedeli. Unisce con
Dio per l'atto interno, unisce agli altri fedeli
per la professione esterna. È falso adunque che la
verità non congiunga gli uomini fra di loro come
m
li congiunge con Dio. Che poi colla verità senza
unità siamo salvi, è una contraddizione manifesta,
non potendo, giusta il fin qui detto, essere verità
che salvi fuori dell'unità. L'unità nell'errore è ap
punto quella dei protestanti, allorchè fuor dell'u
nità della Chiesa si uniscono in una professione
qualechessiasi, non avendo veruna regola di fede,
tranne la ostinazione nell'accordarsi in credere
piuttosto questo che quello. Ossia hanno la unità
negativa, e non già l'unità positiva di fede.
« Nondimeno, conchiude l'autore, io lo confesso,
l'unità è cosa preziosissima e vivamente racco
mandata dalla Scrittura. » Questo è troppo poco,
per dir vero ; doveva francamente affermare che
l'unità è affatto necessaria, secondo gli oracoli di
vini, a conseguire la salute; ma seguitiamo ad
udire le sue parole.

§ 2. — Chimera delVunilà visibile ed esterna,


e delVunilà invisibile ed interna.
— Vi è, dice egli, un'unità esterna e visibile, e
ve ne è una pure invisibile ed interiore. La prima
esiste tra due uomini che hanno lo stesso nome
religioso, che seguono i medesimi pastori e comu
nicano alla stessa tavola. La seconda è quella che
esiste fra due uomini i quali hanno gli stessi sen
timenti, lo stesso spirito, lo stesso cuore. Queste
due unità sarebbero belle assai a vedere insieme,
come spesso vedesi l'una senza dell'altra ; e può
darsi che due uomini esternamente e visibilmente
429
sieno uniti in una stessa comunione , benchè uno
abbia la fede nel cuore e l'altro no, ed uno salga
la via del cielo, l'altro precipiti il pendio dell'in
ferno ; è una riunione terrestre e precaria che fi
nisce con una separazione eterna. Due altri uo
mini, al contrario, uniti con legami interni ed in
visibili, uniti di cuore nella fede, possono appar
tenere a comunioni diverse ; non importa, ambidue
vanno al cielo; e, se non si dànno la mano par
tendo, se la daranno arrivati ; è una separazione
momentanea che finisce con una riunione eterna.
Ora di queste due unità, quale credete voi, o si
gnora, che Cristo abbia voluto per i suoi disce
poli? La seconda di certo, perchè di certo vi è più
unione fra quei due che vanno al cielo con nomi
diversi, che fra quelli i quali col medesimo nome
vanno uno in cielo, l'altro all'inferno. Perciò la
medesima Chiesa primitiva non ha goduto com
pletamente l'unità esteriore ; fra i cristiani venuti
dalla sinagoga e quelli che erano usciti dal paga
nesimo vi è stata qualche diversità di credenza e
di pratiche, e gli Apostoli, piuttosto che fare sparir
tali differenze, sonosi dati pensiero di mantenere
« l'unità dello spirito col vincolo della pace (!).>
Fin qui il Monod. Ora a noi tocca di esaminare
questo passo, scovando tutte le fallacie che si ap
piattano sotto l'invoglia di tante parole.
Cominciamo dal negare la supposizione di co
desta doppia unità, interna ed esterna, sopra la
quale si fonda tutta la macchina dell'autore. La
(1) Ephes. iv, 3, e.
Porose, La Lucilla 9
130
unità della Chiesa è una sola, nè i libri santi fanno
menzione di due unità , ma sì di una sola che è
tutta insieme interna ed esterna. Questa dualità si
deve unicamente all'arbitrario fantasticare dei
protestanti , i quali , siccome non vedono nella
Bibbia ciò che vi è, così veggono in essa ciò che
non vi è. Nel resto chi direbbe mai da senno che
nell'uomo vi sono due unità, l'una esterna, ed in
terna l'altra , perchè vi ha nell' uomo spirito e
corpo ? Non costituiscono forse queste due parti
un solo individuo? Or bene, tale appunto è la
Chiesa, composta come è anch'essa di anima e di
corpo. L'anima, o vogliam dire la parte interiore,
altro non è che la grazia santificante col corredo
delle virtù teologali e delle altre che da esse di
pendono; il corpo, o vogliam dire la parte esteriore,
consiste nella unità di comunione, nella parteci
pazione ai medesimi sacramenti, nella soggezione
ai legittimi pastori sotto la condotta del pastore
supremo che è il Papa; finalmente nella profes
sione della stessa fede.
Ciò posto , dove vanno a riuscire tutte quelle
mirabili cose che intorno alla doppia unità va scio
rinando il Monod, cioè i due uomini che hanno lo
stesso nome religioso , e gli altri due che hanno
gli stessi sentimenti, lo stesso spirito e lo stesso
cuore? E qui notisi la scaltra preterizione, o piut
tosto l'affettato silenzio che l'autore tiene intorno
alla fede ed alla professione della medesima. La
quale omissione era necessaria per non offrire ai
lettori un argomento bastevole da sè solo a con
131
fatare i protestanti, che sono tanto discordi tra di
loro e da sè medesimi nella professione della fede.
In quella vece il Monod gettossi nel vago del sen
timento, dello spirito e del cuore.
Di più, tolta di mezzo quest'arbitraria dualità,
sen vanno in fumo quelle due supposte congiun
zioni precarie e momentanee di coloro che nella
visibile ed esterna unità corrono per opposte vie,
cioè per quella del cielo e per quella dell'inferno;
mentre due altri appartenenti a due esterne co
munioni diverse, ma uniti con legami interni ed
invisibili di cuore nella fede, che, sebbene non si
diano la mano partendo dalle diverse comunioni
esterne e visibili, se la daranno giunti alla meta, cioè
in cielo. Con questo gergo il Monod non altro può
significare se non che nella stessa unità esterna
può darsi che l'uno sia giusto e l'altro peccatore,
che l'uno si salvi, e l'altro si danni, che è quello
appunto che i cattolici insegnano della Chiesa, alla
quale appartengono tanto i giusti quanto i pecca
tori; con questa differenza che i giusti apparten
gono al corpo ed all'anima della Chiesa . laddove
i peccatori appartengono solo al corpo, ma tro-
vansi amendue nell'unità della Chiesa. Questi pec
catori poi, come possono peccare contro ogni altra
virtù , così possono peccare eziandio contro la
virtù della fede, e si dannano per questo come per
qualsivoglia altro peccato grave, del quale prima
di morire non siensi di cuore pentiti.
132
§ 3. — Dimostrasi impossibile Vunità di fede
nelle comunioni protestanti.
Ma che due spettanti a due comunioni esterne
e visibili possano essere uniti di cuore nella fede,
questo è ciò che non può accadere. E di fatto ogni
comunione esterna, separata da un'altra, ha una
fede diversa da quella di ogni altra comunione.
Tutte le sètte separate e divise dall' unica vera
Chiesa cattolica e romana, professano una fede (se
fede può dirsi un'opinione meramente subbiettiva)
diversa da quella che tiene e professa la Chiesa
cattolica, la quale per ciò stesso tutte le proscrive
senza divario. Quindi, qualora non sieno scusati
davanti a Dio per una ignoranza invincibile, come
nel dipartirsi senza darsi la mano da diverse co
munioni visibili ed esterne, così nel giugnere alla
meta, non istringeranno già la mano al cattolico
giusto che va per la via del cielo, ma solo a quelli
che dalle innumerevoli sètte si partono precipi
tando giù per lo pendìo dell'inferno. Quivi il lute
rano stringerà la mano al riformato, il riformato
all'anabattista, l'anabattista al valdese, e però
ognuno si ritirerà difilato nella casa della sua in
felice eternità , dove ognuno avrà il suo proprio
appartamento o la sua bolgia.
Riesce or facile il rispondere al quesito pro
posto dal Monod alla Lucilla: « Di queste due
unità qual credete, o signora, che Cristo abbia
voluta? » Rispondo, niuna delle due, perchè queste
due unità non ebbero mai luogo fuorchè nella fan
153
tasia degli eretici , i quali, per trarsi fuori d'im
barazzo, pensarono il capriccioso trovato delle due
Chiese, l'una visibile, l'altra invisibile ; laddove
Cristo ebbe istituita una sola Chiesa, visibile ed
invisibile ad un tempo, cioè visibile in quanto al
corpo, invisibile in quanto all'anima, come sopra
si dichiarò.
Il dire poi che nella Chiesa primitiva non fosse
completamente l'unità esteriore fra i cristiani ve
nuti dalla sinagoga e quelli venuti dal paganesimo,
è pretta calunnia, o alla men trista è un errore
nato dall'ignoranza. La Chiesa fu sempre una come
nell'interno cosi nell'esterno. Fino a tanto che la
Chiesa non pronuncia la sua sentenza sopra un
determinato punto o di fede o di morale, la diver
genza delle opinioni o delle usanze in quel parti
colare non si oppone per nulla all'unità. Tale era
il caso della Chiesa primitiva intorno alla pratica
delle osservanze legali, alle quali per qualche tempo
si attennero sì fortemente i fedeli provenienti dalla
Sinagoga, laddove i convertiti alla fede del genti
lesimo non ne volevano sapere. La Chiesa, per sa
pientissima condiscendenza verso quei nuovi e de
boli fedeli, per alcun tempo tollerò quell'usanza, e
tutti rimasero congiunti in iscambievole carità.
Trascorso il tempo della tolleranza, dopo la di
struzione della città e del tempio di Gerusalemme,
la Chiesa proibì l'uso delle legali osservanze ; e
quelli che pertinacemente si ostinarono a volerle,
vennero dalla Chiesa cacciati dal suo seno, nè
più nè meno che il fossero quindici secoli dopo i
m
così detti riformati di Lutero, e il codazzo dei loro
seguaci.
In fine le parole dell'Apostolo qui allegate non
contengono che una calda raccomandazione pel
mantenimento dello scambievole amore, senza far
cenno od allusione di sorta all'osservanza o non
osservanza delle pratiche legali. E poichè siffatte
parole nel loro contesto giovano mirabilmente ad
istabilire l'unità interna ed insieme esterna della
Chiesa, le recherò qui per disteso secondo la ver
sione dello stesso Diodati: « Studiamoci, scrive lo
Apostolo, di serbar l'unità dello spirito pel legame
della pace. V è un corpo unico ed un unico spi
rito, come ancora voi siete stati chiamati in una
unica speranza della vostra vocazione. V'è un unico
Signore, una fede, un battesimo; un Dio unico,
padre di tutti, il quale è sopra tutte le cose. » Se
non vi è che un corpo unico ed un unico spirito in
formante quel corpo, non vi ha per fermo che una
sola unità risultante dall' unione del corpo collo
spirito ; come nell'uomo non v'ha che un solo in
dividuo risultante dalla sintesi del corpo e dello
spirito umano.
Disfatta per tal modo la macchina, colla quale
il Monod avvisavasi di statuire le due unità,
esterna ed interna, visibile ed invisibile, noi non
gli terremo dietro nelle inferenze che ne vorrebbe
dedurre. Distrutto l'antecedente, crolla il conse
guente che in quello racchiudesi. Oltrechè tali de
duzioni egli le trae col mezzo della sua idea fissa
dello Spirito Santo, promesso e largito ai soli ere
135
tici affine di aiutarli a combattere e distruggere
l'unica vera Chiesa fondata dal Verbo stesso, onde
egli eternamente procede. Paradosso , anzi be
stemmia, che noi abbiamo già confutato nel capo
precedente. Ci fermeremo piuttosto in un altro
paradosso che l'autore vorrebbe far trangugiare a
più altri come già alla Lucilla.

§ 4. — Vano ricorso alla distinzione tra gli ar


ticoli principali e secondarli, ossia tra gli arti
coli fondamentali e non fondamentali.

Non ignorando egli la nullezza del suo sistema,


rivolge i suoi conati a provare che eziandio nel pro
testantesimo trovasi unità di fede, almeno nelle cose
essenziali. Udiamo a questo proposito le sue pa
role: — Questa unità (nelle cose essenziali) scrive
egli, sussisterà, o signora, non ostante alcune dif
ferenze sopra punti di secondaria importanza. La
esperienza medesima delle chiese protestanti lo
prova. Le diverse confessioni di fede, che elle
hanno pubblicato nel secolo decimosesto, sono nel
fondo della dottrina intieramente d'accordo. Poco
fa io lessi il sunto di alcune di quelle confessioni,
e, davvero, regna fra loro una tale armonia che
le differenze spariscono. Mi pareva di leggere
sempre il medesimo simbolo; e, pensando a tutto
quello che aveva udito dire sulle variazioni dei pro
testanti, quella maravigliosa unità m'empì di con
fusione (pag. 282). — Nel percorrere questo brano
mi pareva di udire il Vinet, altro .campione della
136
unità protestante, il quale con molto maggiore
eloquenza si esprime : — Si è molto parlato della
anarchia protestante, ma è dell'unità protestante
che si doveva parlare. L'accordo sorprendente che
regna fra i simboli delle differenti Chiese prote
stanti. Quest'accordo nato nella libertà e di cui
esso prova la realtà. Quest'accordo è la vera unità
di cui il cattolicismo nonha che Vombra (1).
Dal che ne conseguiterebbe che l'unità di cre
denza solo trovasi nel protestantesimo, ma vi si
trova per forma che al confronto ne perde l'unità
cattolica ! Noi però che non ci contentiamo delle
belle parole, ma vogliamo le cose, sottoporremo
questa sentenza a quell'esame che è richiesto alla
rilevanza del subbietto.
E primieramente vorremmo sapere dove poggia
la distinzione tra le differenze essenziali e le diffe
renze secondarie nella religione di Gesù Cristo in
materia di fede? Nella Bibbia, no davvero. Ella
ci dice che il divin Salvatore, nel dare ai suoi Apo
stoli la missione di predicare il Vangelo per tutto
il mondo, loro ingiunse che insegnassero tutte le
cose, che aveva loro comandato, senza distinzione
veruna ; ci dice che gli Apostoli, fedeli all'ingiun
zione loro data, predicarono difatto indistinta
mente quanto avevano appreso dalle adorabili
labbra di Gesù Cristo. Ci dice che ebbero gli Apo
stoli in conto di eretici chiunque in qualsivoglia
articolo deviasse dall'insegnamento loro; ci dice
infine, per non esser prolisso, che l'Apostolo di
ti) Essai sur la manifestation ecc. Paris 1847, pag. 369.
137
chiara essergli stata data da Dio la potestà di as
soggettare ogni mente all'ubbidienza di Cristo (1).
Al qual vero consuona pienamente la storia della
primitiva Chiesa, la quale non frappose differenza
alcuna tra quelli che negavano i punti principali
della rivelazione, e quelli che ne rifiutavano i
punti meno principali. Quindi condannò quali ere
tici e rigettò dal suo seno tanto i nazareni te
naci delle riprovate osservanze legali, quanto gli
gnostici distruttori di tutta la rivelazione cristiana;
tanto i novaziani che limitavano la potestà della
Chiesa nel prosciogliere dai peccati, quanto gli
ariani che negavano la divinità del Verbo incar
nato, e così vadasi discorrendo per tutti i secoli
susseguenti. Laonde, secondo lo stesso canone te
nuto dai protestanti del non doversi ammettere
nulla fuori della Bibbia, si deve rifiutare cotesta
distinzione tra le differenze essenziali e secondarie
in materia di fede; perocchè tale distinzione non '
solo non trovasi nella Bibbia^ ma vi si trova for
malmente esclusa. Di tal guisa, crollato il fonda
mento, forza è che cada il sovrapposto edifizio del
Monod. Quindi è che nulla vale quel trovarsi, come
egli dice, nel fondo d'accordo le diverse confes
sioni protestanti. E di vero, che importa il tro
varsi d'accordo nel fondo quando tu dissenta in
parecchi articoli di fede? Chi ha dato il diritto ai
protestanti di far la cerna tra articoli ed articoli,
ritenendo gli uni e rigettando gli altri ? Poterono
bensì Lutero, Calvino, Zuinglio esser larghi di co
li) II. Corint., X, 5.
138
siffatta licenza verso i loro seguaci ; ma a che pro,
se loro la diniego Gesù Cristo, pronunziando rici-
samente che cJd non crede, sarà condannalo?
Se non che, gli è poi vero che trovisi tra le di
verse confessioni del secolo xvi cotesto decantato
accordo? Il Monod dice di averne letto un sunto,
e di avervi riscontrato tale un'armonia da fare
svanire ogni dissonanza. Io poi, che non ho letto in
compendio, ma per disteso queste confessioni me
desime , cioè quelle dei luterani , pubblicate da
Meyer in Gottinga nel 1830, Libri simbolici eccles.
luteranae, e quelle dei riformati raccolte dal Nie-
meyer, stampate in Lipsia nel 1840, Collectio con
fessiamoii in ecclesiis reformatis, io trovo in esse
tali deformità, che non sono suscettive di veruna
conciliazione. Diamone un qualche saggio. Nella
Formolo della concordia si condannano tredici er
rori, cioè eresie contro il proprio insegnamento in
torno al peccato originale (1); se ne condannano
otto intorno al libero arbitrio (pag. 357) ; ventuno
intorno alla Cena, e similmente intorno alla per
sona di Gesù Cristo, intorno alla predestinazione
ecc. ecc. I quali errori od eresie sono nella mas
sima parte quei punti nei quali dissentono i ri
formati dai luterani. Vengono in appresso i capi
De aliis haeresibus et sectis (p. 387), e qui si ana
tematizzano le dottrine degli anabattisti, degli
schwelfeldiani, dei nuovi ariani, degli antitrinitari,
i quali pure tutti appartengono alla grande fa
miglia del protestantesimo. Imperocchè da cotesta
(1) Lib. Symbol., pag. 355.
159
sozza ed empia laguna del protestantesimo sbuca
rono i Riformati, gli Anabattisti, i Sociniani, i
Metodisti ecc. ecc., a tempi nostri ; come antica
mente dall' Eutichianismo, sbucarono i Giacobiti,
gl'Incorrutticoli i Corrutticoli , i Fantasiasti , gli
Agnoeti, i Triteiti, gli Angeliti, i Dormienti, i Te-
traditi, i Petriti, i Paoliti, i Patripassiani, i Tro
gloditi, ecc. ecc., i quali tutti, tra sè dissenzienti, si
accordarono pure in questo di far villania e guerra
cordiale alla Chiesa cattolica.
Che se dai libri simbolici luterani passiamo alle
confessioni dei Riformati, basta gittare uno sguardo
sulla esposizione di Zuinglio (pag. 3 e segg.), alle
due confessioni prima e seconda di Basilea, al Ca
techismo di Ginevra, alla professione Tigurina,
alla Palatina, all'Elvetica, all'Analtina, alla Dor-
dretana, ai libri simbolici dei Puritani, e vi trove
remo tanta opposizione dell'una coll'altra, e tanti
anatematismi che essi si lanciano contro a vicenda
da sembrare la più accanita mischia che mai si
facesse in un campo di guerra. L'armonia ed il
concento che da tutte queste confessioni risulta, è
quella stessa che risulterebbe dalle voci, dai canti,
dagli urli di tutti insieme gli uccelli, i quali,
del pari posando sopra uno stesso albero ( sul
grande albero della Bibbia, come scrive lo stesso
Vinet), si stessero sfiatando a tutta gola dal bar-
gianni, amico delle tenebre, fino all'aquila amica
del sole. Che se poi a tutte queste confessioni si
aggiungano le centinaia delle minori sètte, ed a
queste per soprassello si uniscano le speciali e
140
proprie delle sètte americane, raccolte recente
mente da Rupp dei battisti, liberi battisti, dei bat
tisti del settimo giorno, dei battisti fratelli ger
mani, dei congregazionalisti, dei santi degli ultimi
giorni ecc., nell'opera H naca èv.xlsatà (1), la mu
sica riuscirà un coro pieno da intronare il più
forte oreccbio che fosse al mondo. È tale e tanto
l'accordo armonioso delle confessioni simboliche
dei protestanti che essi medesimi, stanchi di tante
dissensioni e combattimenti senza fine tra sètta e
sètta, nella disperazione di armonizzarle, vennero
in fine nella determinazione d'abolirle tutte, come
si fece in Ginevra, in Zurigo e nei medesimi così
loro detti concilii ecumenici di Germania, cele
brati in Berlino ed altrove.
Dopo ciò, non è voler gabbare il lettore, un
mentire sfrontatamente alla storia, un contradire
ai fatti, pubblici e solenni quel magnificare che
fanno il Monod e il Vinet l'unità protestante, come
se al confronto ne perdesse l'unità cattolica? Queste
enormi falsità possono bene darsi ad intendere ad
un' insulsa Lucilla, ma non a uomini che abbiano
fior di senno.
Ora veniamo alla patetica perorazione colla
quale il Monod dà fine alla sua male augurata
trattazione dell'unità esterna protestante. — Fin
giamoci, prosegue egli dopo le riferite parole, che
un abitante di Otaitì, convertito alla fede cri
stiana dagli ammaestramenti di un missionario
(1) Ah originai History of the religions denominations at pre-
sent existing in Hoc United States, l'hiladelphia 1844.
141
luterano o anglicano, venga a vedermi, io vi as
sicuro che ci troveremo affatto concordi. Lontani
due mila leghe l'uno dall'altro, vedremo di avere
fatte le stesse esperienze, acquistati i medesimi
lumi, imparato ad invocare il medesimo Dio, il me
desimo Salvatore, il medesimo Spirito; e, quando
ci saremo rallegrati insieme colla carità di Gesù
Cristo, quando avremo piegato insieme il ginoc
chio innanzi a lui, quando gli avremo rese grazie
di averci dato uno stesso cuore ed un'anima stessa,
credete voi che, sapendo io come il mio fratello
porta un nome diverso dal mio, e sehhene non
segua quel maestro insieme con me, lo segue però
al par di me e meglio ancora di me, i miei sen
timenti si raffredderanno verso di lui? Vi è di più
ancora: questa divergenza fra cose di secondo or
dine, non solamente può esistere senza che l'ar
monia dei cuori ne sia turbata, ma può eziandio
favorirla. Ella esercita la tolleranza, umilia l'or
goglio, eccita per mezzo di una santa emulazione
ad investigar la Scrittura; ella ci obbliga a star
cene ognor più attaccati al principio, che ci è co
mune: Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso. Egli
è perciò che, intanto che il capo della Chiesa fa
di tutto il suo popolo — un solo gregge sotto un
solo pastore, — noi possiamo affermare che uomini
realmente condotti dallo Spirito Santo, saranno
uniti per cuore; e tanto più saranno uniti, quanto
più avranno pietà e carità. Aggiungo che questa
carità è il miglior mezzo di pervenire all'altra
(cioè all' esterna), e solamente cominciando con
142
avere un solo spirito, si finirà con avere un solo
corpo — (pag. 282, 284). Fin qui il Monod, il
quale, per arreticarci più facilmente, ti trasporta
all'ordine ideale e fantastico; ma noi lo richiame
remo, mal suo grado, all'ordine reale dei fatti, e
gli dimostreremo che egli proferì tanti spropositi
quanti periodi.
L'incontro dell'otaitiano, ammaestrato dal pro-
selitista luterano, suppone un uomo che non abbia
altre cognizioni che le ricevute dal luterano, e
però trovasi nella più piena fede. In questa sup
posizione, se egli ha creduto, non ha creduto sulla
parola dell'eretico, ma in quella della Chiesa della
quale il luterano ha mentita la persona. Imbattu
tosi pertanto il neofito in un eretico calvinista,
metodista, pietista, come il Monod, può ben darsi
che egli, ignorando il divario che corre tra il lu
terano ed il calvinista, l'abbracci come fratello.
Che se egli venga ammaestrato da un missionario
cattolico, il quale gli faccia conoscere gli errori
dell'uno e dell'altro, allora, secondando la grazia
che lo illumina nell'intelletto e gli muove la vo
lontà per conoscere ed abbracciare la vera fede,
allora egli detesterà la dottrina di amendue e non
sarà mai che riconosca il calvinista o luterano
come avente una stessa fede con essolui; compa
tirà l'errante, pregherà per lui, ma non comuni
cherà con esso. Che se, infedele alla grazia, dopo
conosciuta la verità persisterà di mala fede negli
errori dell'uno o dell'altro, egli pure si avvierà
148
con essoloro per la via della perdizione. Ed ecco
sciolto il sofisma.
Nel resto, che le divergenze di secondo ordine,
come piace al Monod di chiamare le discrepanze
che separano le due sètte luterana e calvinistica
col costituirle rivali, tolgano l'accordo armonico
tra le due comunioni ; prova di fatto ne è l'atroce
e profonda discordia che si eccitò allorquando Gu
glielmo III, re di Prussia, si attentò d'unificare
quelle due comunioni. Mentre i razionalisti ap
plaudivano la unione e la promovevano per ogni
modo ; altri, che non avevano perduto il pudore a
segno di sacrificare a tale unione qualsivoglia ve
rità rivelata, vi si opposero fortemente come al
sommo dell'empietà. Un diluvio di libri, di libelli
dall'una parte e dall'altra investì il suolo germa
nico (1). Parecchi pastori, ricalcitranti, furon cat
turati ed esiliati dal re evangelico; e, dopo tale
tempesta, tutto finì col restarsi l'una fazione di
visa dall'altra. Tale è, ripeto, il maraviglioso ac
cordo delle sètte protestanti in materie dommati-
che; non è in ultimo, se non una derisione di Dio
e della sua santa rivelazione.
Per queste sole considerazioni tornano a vuoto
tutte quelle lustre, che il devoto pietista ti va fa
cendo or sopra l'invocazione di Dio, la quale fi
nalmente è comune agli stessi ebrei e musul
mani ; ora sopra l'invocazione del Salvatore e del
Santo Spirito, la quale è comune ai quaqueri ed
(1) Presso il Wegscheider. praelecl. Theol. ediz. 6a, pag.
567 e segg.
144
ai mormoni; or sopra non so quale rallegramento
e non so quale carità di Gesù Cristo che riesce nel
fatto ad un vicendevole morsicarsi dell'uno col-
l'altro ; or sopra quel piegare il ginocchio innanzi
al divin Salvatore che ti rammenta l'insulto fattogli
dai giudei ; ora sopra quell'avere un cuor solo ed
un'anima sola, che solamente avverasi nell' odio
unanime degli eterodossi per la Chiesa cattolica.
Animati da quest'odio, possono usare, a rispetto
delle loro proprie dissensioni, ogni tolleranza, senza
che non potrebbero, raccolte insieme, combattere
la Chiesa cattolica. Ma questa è dunque l'unità vo
luta da Gesù Cristo nella sua greggia e nel suo
regno sopra la terra? Questo è un formare, sotto
la illusione d'un concetto chimerico d' unità, una
greggia di lupi intesi ad assannare gli agnelli del
l'ovile cristiano. Questo è presentare al mondo uni
verso il permanente spettacolo della divisione delle
menti e dei cuori, non dissimiglianti da quella delle
lingue che si operò nel campo di Sennaar. Tale è lo
stato reale dell'unità protestante che ci mostrano i
fatti.

§5. — Ufficio pastorale proveniente dal sacer


dozio universale di tutti i cristiani.

Porrò fine al presente capo colla discussione di


quanto il Monod viene affermando intorno a quello
che egli denomina ufficio pastorale.
Riduce egli con Lutero l'ufficio pastorale ad un
semplice e nudo ministero, che si esercita a nome
145
e per delegazione del popolo. Secondo lui il sacer
dozio è comune a tutti i fedeli, ai quali per diritto
appartiene e la predicazione, e i sacramenti, e la
parola che lega e scioglie, e il discernimento della
dottrina. Non potendo però essi esercitar cosiffatto
diritto, ne commettono la esecuzione ai condottieri.
Imperocchè secondo il Monod — è un' idea falsa
il credere che i ministri della religione sieno un
ceto tutto particolare di individui, cinti di una
specie di aureola misteriosa, i quali servano di
mediatori fra Dio e gli uomini, tali non dipingen
doli già la Scrittura (ivi, pag. 184 ).
Ma ecco un nuovo scoglio contro cui urta e s' in
frange questa nuova macchina, ed è che il sacer
dozio universale fu ignorato nella Chiesa di Dio
per 15 interi secoli. Fu questa Un' invenzione di
Lutero ordinata a sottrarsi dagli anatemi di che
per le sue innovazioni era stato colpito. Neppur
uno fra i tanti eretici, che lo precedettero, sognò
quest' universa! sacerdozio. La Chiesa, come ab
biami veduto pei precedenti capi, prima ancora che
si scrivessero i libri sacri, già reggevasi colla sua
triplice gerarchia di Vescovi, di Preti, di Diaconi,
dei quali tre ordini parla chiaramente la Scrittura.
Questi vescovi poi, e questi proti ci vengono di
chiarati come posti dallo Spirito Santo a reggere
la Chiesa che Dio si acquistò col suo sangue (1).
Troviamo nelle stesse Scritture come questi ve
scovi esercitavano una vera autorità sul popolo
alle loro cure commesso : che l' apostolo S. Pie-
(i) Act. XX, 28.
Perrone, La Lucilla 10
146
tro ordina loro di pascere il loro gregge : che
l'apostolo s. Paolo istruisce Timoteo e Tito circa
il come esercitare il loro ministero, fino ad ingiun
ger loro che ponessero mente alle persone, cui im
ponevano le mani, cioè a quelli che ordinavano ;
che parlassero, esortassero e riprendessero con
ogni autorità di comando (1) ; e così via dicendo,
senza che giammai si faccia menzione di autorità
delegata dal popolo fedele.
Che se l'apostolo s. Pietro chiama il popolo fe
dele un Sacerdozio regale, egli stesso ne spiega il
senso in quanto lo esorta ad offrire ostie spirituali,
cioè dir lodi a Dio. Laonde il sacerdozio comune
a tutto il popolo fedele, in vero e proprio senso, è
una chimera senza fondamento, anzi opposta alla
medesima Scrittura, la quale, oltre il comune dei
fedeli, ci presenta un ordine distinto ed investito
di autorità dall' alto per insegnare, per governare
e per offrire il perenne sacrifizio. Per tale obla
zione , segnatamente i sacerdoti , sono costituiti
veri mediatori presso Dio, offerendo la vittima
immacolata e propiziatoria pei vivi e pei defunti,
come si ha dalla pratica costante di tutti i secoli,
per confessione eziandio dei più dotti fra i prote
stanti, fra i quali mi contenterò di nominare il
Grabe nelle sue note a S. Ireneo (2). Ma quel che
svelle fin dall' ime radici la difficoltà tolta dal te-
8to obbiettato dell'apostolo Pietro, è che l'apostolo
(1) Tit. II, 15.
(2) In notis ad liti. ir. S. irenaci, cap. XVI et XVII, al
ixxn e xxxir.
147
nelle addotte parole, non fa che ripetere ed appli
care al popolo cristiano, quello che Dio per Mosè
disse al popolo ebreo tratto dalla schiavitù d'E
gitto e sceltolo fra tutte le nazioni dell'universo a
popolo suo perchè fosse a lui devoto e consacrato,
e leggonsi nell'Esodo al capo XXI, 6. — E voi mi
sarete un reame sacerdotale ed una gente santa. —
I settanta, invertendo la costruzione, interpretano
Sacerdozio reale, parole che da S. Pietro, come si
disse, vengono applicate ai cristiani del pari che
l'altro titolo di gente santa, ossia consacrata spe
cialmente al Signore. Or posciachè quel sacerdo
zio generale è tolto in largo senso, non impedì che
Dio non istituisse un sacerdozio in rigoroso senso
per offrirgli dei sacrifizi e compiere verso di lui
le altre funzioni sacerdotali nella sola tribù di
Levi e peculiarmente nella famiglia di Aronne;
così il sacerdozio spirituale da S. Pietro attri
buito a tutto il popolo fedele non impedisce che
si abbia a riconoscere un sacerdozio propriamente
detto, istituito dal divin Redentore nella persona
degli Apostoli e loro successori, per offrire un vero
sacrifizio perpetuo nella sua Chiesa, con dir loro,
ed a loro soli, nell'ultima cena — Fate questo in
memoria di me ; e comunicando loro, dopo il suo
risorgimento, lo Spirito Santo, diede a loro soli il
potere di rimettere e ritenere i peccati, con queste
solenni parole — Quelli ai quali voi rimetterete
i peccati saranno rimessi; e quelli ai quali voi ri
terrete i peccati, saranno ritenuti. Ed ecco come
bellamente tutto armonizzi nella Chiesa di Dio.
148
Tutte le affermazioni del Monod intorno a que
st'argomento sono gratuite, nè hanno altra prova
fuori che alcuni testi biblici straziati a capriccio,
per trarne un senso che non ebbero mai. Nel re
sto una vera aureola circonda il capo del sacer
dozio cattolico, investito da Gesù Cristo di una
missione sovrumana, che lo rende venerabile ai
veri credenti pel potere di prosciogliere e legare,
per quello di pascere colla parola di vita eterna,
per quello di rappresentare in terra il divin Salva
tore che per esso perpetua la sua visibile presenza
tra noi, e consola gli afflitti, e solleva i poverelli
ed esercita una inesauribile carità verso ogni con
dizione o stato di persone, pigliando il fedele dalla
culla, e accompagnandolo costantemente nel suo
lungo pellegrinaggio, fin a riporlo nelle mani di Dio
col raccogliere l'ultima lagrima, e poi col suffra
garne lo spirito separato, dopo di aver deposta la
spoglia nella tomba. Laddove, i così detti ministri
protestanti, non sono che uomini senza carattere
alcuno che li raccomandi all'occhio soprannatu
rale della fede ; usurpatori di un potere non loro,
traditori delle anime in quanto le seducono e le
tengono addormentate Dell'errore: uomini senea
missione, i quali si arrogano un ministero che loro
non compete, nè può competere: verissimi lupi
che entrano nell'ovile, non per la porta, ma d'al
tronde, per fare scempio delle pecorelle di Gesù
Cristo.
149
capo vm.

DELLE FALSE ACCUSE DEL MONOD


CONTRO LA CHIESA CATTOLICA.

§ 1. — Accusa prima, che la Chiesa


non crede alle promesse dello Spirito Santo.

Fin dal principio di questo lavoro abbiamo fatto


osservare come il Monod, dopo aver per lungo
tratto compressa l'atra bile ond'era colmo, final
mente sul terminarsi del suo romanzo le dà pieno
sfogo pigliandosela furiosamente colla Chiesa ro
mana, o vogliam dir cattolica. Sotto la maschera
del Mercier, nella lettera XVI, egli aduna quanto
può inventarsi da qualsivoglia più furioso eretico
a carico di essa Chiesa, significata secondo il solito
dai moderni eterodossi per la denominazione di
preti. Qual censore assiso sulla sedia curule passa
a rassegna tutto l'operato dalla Chiesa, e mirando
ogni cosa con occhio malsano, quanto non trova
egli da censurare ! Egli è ben vero che le sue ac
cuse furono già da molti secoli discusse e respinte;
ma i libelli dell'eterodossia contro il cattolicismo
sono stereotipi, ancorchè la millesima edizione ti
si presenti sempre come se fosse la prima ! Quindi
l'obbligo di ribattere cotali accuse per tutela di
quei semplici ed incauti lettori che si lasciano
allucinare dall'apparente franchezza dei calunnia
tori eterodossi. Faremo adunque di soddisfare a
150
questo debito nel capo presente, riserbando agli
ulteriori il contrapporre alle menzogne dei prote
stanti contro i cattolici, le vere accuse che inevita
bilmente condannano il protestantesimo , i suoi
fondatori, e i frutti da esso prodotti.
Comincia adunque il Monod alla pag. 289 dal
dire che dalla Chiesa non si crede alla promessa
dello Spirito Santo. Seguita poi ad accusarla di
perfida ipocrisia nella nota ivi apposta, coll'affer-
mare che egli — parla della dottrina della chiesa
romana, qual ella esiste nella pratica e nella
reale. Che nei trattati di teologia, e soprattutto
nelVapologia, ve ne sia un'altra, è possibile ; ma
questo non illumina il popolo e non lo salva. Fu
notato più di una volta che la chiesa romana ha
una dottrina per la controversia, ed un'altra per
la pratica: ed in questa solamente ella scuopre il
suo spirito vero. — Quest'accusa è tanto vecchia
quanto Lutero, nelle cui opere io ricordo di averla
letta pressochè colle medesime parole. La con
traddizione tra la teorica e la pratica può ben
darsi in quegli individui che si allontanano dalla
regola proposta loro dalla Chiesa, costituendosi
prevaricatori; ma che la Chiesa altro tenga nel
l'ordine ideale ed altro nel reale, è una pretta ca
lunnia, nè verun eretico potè o potrà giammai
dimostrarlo. I frutti di santità che la Chiesa del
continuo produce, bastano a palesare qual sia il
suo spirito vero, e se questo giovi al popolo e lo
salvi. Quali frutti abbia prodotto e produca il pro
testantesimo, lo vedremo a suo tempo.
151
— Si crede (allo Spirito Santo) per i preti, ma
non già per tutti i cristiani, e dello Spirito col
quale si crede per i preti se ne ha un falso con
cetto. Io ho udito dire a un curato col quale dis
cuteva su tale argomento : Io che sono ordinato
ho ricevuto di certo lo Spirito Santo. In verità, o
signora, . quello Spirito Santo che viene necessa
riamente comunicato da certa regola, da un certo
vestiario, non è quello di cui vi ho parlato in
questa e nella lettera innanzi. Ed ecco dunque
come costoro non credono per i fedeli allo Spi
rito, che Dio ha promesso, e per i preti credono
ad un certo Spirito Santo, del quale Iddio non ha
mai parlalo. — Tutto questo garbuglio non pro
viene che dallo storto pensare del Monod, il quale
pretende di parlare sopra ciò che ignora. Lo Spi
rito Santo si crede nella Chiesa cattolica e pei
preti e per quanti sono i fedeli; s'implora e si
chiede per tutti come spirito vivificatore di tutto
il corpo mistico di Gesù Cristo. In quanto al cu
rato, il quale diceva Io che sono ordinato ho ri
cevuto di certo lo Spirito Santo, ei voleva dire che
in forza del sacramento dell'ordine da lui rice
vuto, era certo di aver conseguita la grazia dello
Spirito Santo, annessa all'ordine sacro, e ciò coe
rentemente alle parole dell'Apostolo che esor
tava il suo Timoteo ad eccitare in sè la grazia,
ossia lo Spirito Santo, che aveva ricevuto per
Vimposieione delle mani (1). La glossa aggiunta
sopra lo Spirito Santo che viene necessariamente
(I) Timot., IV. 14, et II. 1, 4.
152
comunicato da certa regola , palesa non meno
l'ignoranza, che la eresia della sètta alla quale
apparteneva il Monod. Poichè è domma di fede
che i sacramenti della nuova Legge producono
la grazia, e però conferiscono lo Spirito Santo
a chi degnamente li riceve, ex opere operato,
ossia per virtù intrinseca ed inerente al rito stesso,
cioè appunto necessariamente in forza della loro
divina istituzione. Ma tutto questo è un enirama
alla testa confusa del nostro avversario, il quale
in questa parte sproposita sì grossolanamente da
confondere il rito col vestiario. Questo stesso Spi
rito Santo poi non ai soli preti si comunica, ma a
tutti i cristiani sia pel Battesimo, sia per la Cre
sima segnatamente, per l'Eucaristia e per gli altri
sacramenti che si ricevono dai fedeli, e sono al
trettanti canali comunicanti per divino volere
ognuno la grazia sua propria.

§ 2. — Seconda accusa, che la Chiesa prescrisse


il visibile dalVinvisibile.

Dopo questa insulsa premessa, il Monod si av


venta contro la Chiesa perchè preferisce il visibile
all''invisibile. Per dare poi una prova che lo Spi
rito Santo degli eretici non è lo spirito promesso
da Dio, egli interpreta un testo a rovescio del
l'Apostolo (1), qual dimostrazione del suo assunto.
L'Apostolo nel testo allegato è tutto inteso a di
staccare il cuore dei fedeli dalla terra e volgerlo
(1) II. Cor., IV, 17, 18.
153
al cielo pel quale son fatti, e di cui sono in con
tinua aspettazione. Laddove il Monod abusando
le parole dell'Apostolo, violentemente le tira a
condannare il culto visibile che si dà a Dio , per
istabilire il solo culto invisibile. Se non che, a con
fondere questo esegeta di nuovo conio, basta re
care tutto il contesto dell'Apostolo nel luogo
citato, il quale si legge appunto così : Imperocché
quella che è di presente momentanea e leggera tri
bolazione nostra, un eterno sopra ogni misura
smisurato peso di gloria opera in noi. Non mi
rando noi a quel che si vede, ma a quel che non
si vede. Imperocché le cose che si veggono sono
temporali; quelle poi che non si vedono sono eterne.
Imperocché ci è noto che ove la terrestre casa di
questo nostro tabernacolo venga a disciogliersi,
un edificio abbiamo da Dio, una casa non manu
fatta, eterna nei cieli. — Ha egli nulla che fare
questo testo colla visibilità ed invisibilità del culto
divino ? Eppure tal è lo strazio che del continuo
fanno i protestanti della Scrittura interpretata nel
senso privato di ciascuno !
Si allarga quindi l'autore intorno alla fede invi
sibile opposta alle cose visibili: frigge e rifrigge
la stessa stoppa per lungo tratto di tempo, senza
saper che si faccia. Se vi fosse una cosiffatta oppo
sizione, il divin Redentore non avrebbe istituiti i
sacramenti visibili per santificare le anime : non
avrebbe proposto il regno dei cieli sotto emblemi
visibili ; Dio stesso non si sarebbe rappresentato
sotto immagini sensibili o visibili, e ciò per adat
154
tarsi alla natura dell'uomo composto di corpo e di
anima. Ma la fede, penetrando per questo velo
sensibile , scopre le cose soprasensibili che vi si
nascondono. Senza la fede, a che servono i sacra
menti ? Senza la fede, a che giovano le opere vir
tuose e sante? Senza la fede, di qual pro sono le
divine promesse? Egli è adunque un disconoscere
la natura umana quello spirilualizzare eccessiva
mente il culto ; è un distruggere l'uomo sotto pre
testo di renderlo un puro spirito. Di fatto gli av
versarii, contro la loro stessa teorica , danno in
mano ai loro proseliti la Bibbia visibile; ricevono
dai seduttori e dànno ai sedotti danaro visibile ;
dispensano allo stesso fine calzari e vesti e vitto
visibili: insomma nulla fanno senza il mezzo delle
cose visibili, nell'atto stesso che rimproverano la
Chiesa pel suo culto visibile.

§ 3. — Term accusa, delVaver la Chiesa intro


dotto, contrariamente al secondo precetto del
Decalogo, il culto dei Santi.
Proseguiamo il novero delle costui accuse contro
la Chiesa cattolica. Alla pag. 395 esce in questa
invettiva — Come mai questa chiesa infallibile ha
insegnato ed insegna tuttora dottrinepotentemente
contrarie alle più esplicite dichiarazioni della
santa Scrittura ? E fede ne faccia il culto di Maria
e dei santi : la chiesa non vuole che si chiami ido
latria: ma non ha creduto poterlo sostenere se non
sopprimendo quello fra i dieci comandamenti che
155
appunto Vidolatria proibì, e per giustificarsi, con
dannandosi così da sè stessa. — Pare incredibile
che si possano chiudere tanti spropositi in sì poche
parole ! Eppure l'autore ci è riuscito a stupore,
obbligando i suoi confutatori a somministrare una
ampia dose di antidoto contro tante goccie di
veleno.
Il culto dei Santi comprende due parti, la in
vocazione e la venerazione, la seconda delle quali
si riferisce sì alle loro persone, sì alle loro reliquie.
Ora dell'una e dell'altra v'ha nella Scrittura esem
pi luculentissimi. Imperocchè ivi leggiamo come.
Giosuè si prostrò davanti all'Angelo che gli com
parve, e Vadorò, cioè lo venerò (1). Lo stesso fece
la Sunamitide con Eliseo, dopo di aver ricevuto il
miracolo del risorgimento del figliuolo suo (2), per
tralasciare gli altri fatti. Rispetto poi alle loro re
liquie, Diojstesso parve conciliare venerazione alle
medesime, coi prodìgi che per mezzo di esse degnò
operare. E di vero al contatto delle ossa di Eliseo
restituì la vita ad un estinto (3); per mezzo del
l'ombra di S. Pietro (4), come per mezzo dei faz
zoletti e delle fascie state sul corpo dell' Apostolo
S. Paolo (5),operò d'ogni maniera guarigioni, e ciò
per tralasciare quanto nei primi secoli della Chiesa
si avessero in venerazione le reliquie dei santi
martiri, come leggesi negli atti di S. Policarpo ed
in quelli di S. Ignazio, le cui reliquie tenevansi dai
fedeli in maggior pregio che l'oro e le gemme.
(1) Ios., V, 15. (2) IV. Reg., IV, 37.
(3) IV. Reg., XIII, SI. (4) Act., V, 15. (5) Ib., XIX, 12.
156
Per ciò poi che spetta all'invocazione dei santi,
troviamo Abramo aver supplicato all'Angelo, che
gli apparve in forma umana, mentre egli stavasi
all'ombra del Terebinto (1). E tuttochè nell'antico
patto le anime dei giusti non fossero pervenute
alla gloria, pure si pregava Dio per i loro meriti
passati. A ciò si riferiscono le formole: Ricordati,
o Signore, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe
servi tuoi (2). Bicordati di Davidde e di tutta la
mansuetudine di lui (3). E poco appresso: Per
amore di Davidde tuo servo non allontanare la
presenza del tuo Cristo (4), ed altrettali formole
in più altri luoghi. Nel nuovo Testamento i venti
quattro seniori offeriscono a Dio le orazioni dei
santi (5); l'Apostolo S. Pietro assicura i fedeli, ai
quali scrive, che avrebbe fatto opera che eziandio
dopo la morte di lui serbassero memoria di quanto
aveva loro inculcato (6). Del raccomandarsi che
facevano gli Apostoli alle orazioni dei vivi, dell'in
tercessione degli Angeli e dei Santi defunti in fa
vore dei viventi non occorre allegare i passi che
s'incontrano frequentissimi nelle sante Scritture.
Ora l'intercessione per parte degli uni e la invo
cazione per parte degli altri sono due cose corre
lative. Adunque l'invocazione dei santi è tutta
conforme alla lettera e allo spirito dei libri ispi
rati. E ciò basti di aver almen di volo toccato per
ribattere l'avventata affermazione del Monod in-
(1) Gen., XVIII, 23, e segg. (2) Esod., XXII.
(3) Ps., CXXX1, 1. (4) Ib., 10.
(5) Apoc, Vili, 3. , (6) 11. Pet„ I, 19.
157
torno all' essere patentemente contrario alle più
esplicite dichiarazioni della santa Scrittura , il
culto dei santi. Quanto alla piena trattazione di
questa materia possono vedersi i teologi pole
mici, i quali già molti secoli innanzi hanno sven
tate tutte le dicerie di cotesti riformatori. Fra
tali teologi basterà qui nominare il Bellarmino,
che copiosamente ne trattò in tre libri da lui pub
blicati sopra quest'argomento. Io poi tanto più
volentieri mi fo lecito di pretermettere una più
diffusa discussione di questo subbietto, perchè chi
amasse di leggere una mia trattazione di tal ma
teria, può di leggieri soddisfare a tal desiderio,
leggendo le mie lezioni De cultu sanctorum.

§ 4. — Quarta accusa, di aver la Chiesa per giu


stificare se stessa, soppresso il secondo precetto
del Decalogo.

Niente meno calunniosa è l'altra accusa che


questo ugonotto pietista osa dare alla Chiesa, in
sultandola come se per giustificar sè stessa avesse
soppresso uno dei comandamenti del Decalogo, in
cui si condanna l'idolatria. Imperocchè, se così
fosse, la divisione che abbiamo dei precetti del
Decalogo sarebbe di fresca data. Eppure ella si
trova la medesima, come è di presente, fin dal se
condo, terzo, quarto e quinto secolo dell' èra cri
stiana. Tale trovasi in S. Ireneo nel lib. IV contro
l'eresie al capo XVI; in Clemente alessandrino
nel libro VI degli stromati, non che in Tertulliano
158
nel libro delVidolatria; in S. Cipriano nel libro HI
a Quirino, cap. 59, i quali tutti riferiscono al pri
mo comandamento la proibizione fatta agli ebrei
di non adorar gli idoli. Lo stesso afferma S. Ago
stino, il quale di più nel libro XV contro Fausto
manicheo, al capo settimo, espressamente afferma:
cbe il secondo comandamento del Decalogo è:
Non prenderai il nome di Dio invano. E difatti,
se il precetto Non ti farai scultura ecc., costitu
isce un comandamento distinto dal primo, i co
mandamenti non sarebbero più dieci, ma undici,
posciachè il nono del Non desiderare la donna
altrui, ed il decimo di Non desiderare la roba al
trui sono precetti tra sè distinti e diversi, come
distinti e diversi ne sono gli oggetti. Laonde le
parole Non ti farai scultura ecc. non sono che una
spiegazione simile a quella degli altri precetti, per
es. dell'ultimo in cui per maggior chiarezza dicesi :
Non desidererai la casa, il campo , il servo, la
serva, il bove, Vasino e quanto al prossimo tuo
appartiene (1): dove sarebbe ridicolo il preten
dere che questa spiegazione contenga un precetto
distinto dal precedente contesto. Di qui è che
niuno degli antichi eresiarchi, Lutero, Calvino,
Zuinglio, Melantone e consorti, pensò giammai di
accusare i cattolici dell'aver tolto un precetto dal
Decalogo per coprire la loro supposta idolatria
nel culto o venerazione delle immagini, nè si trova
controversista che siasi occupato nel rigettare una
così fatta calunnia. Solo di recente da taluno fu
(1) Deiit., V, 81.
159
messa fuori questa falsa accusa, e poi ripetuta
pecorinamente dal gregge dei pedanti eterodossi,
come fa il Monod, VAmico di Casa, ed altrettali.
Ma quel cbe più manifesta non saprei dire se la
malizia o l'ignoranza di costoro, è il non sapere o
il fingere d'ignorare, come gli stessi luterani, così
detti ortodossi, hanno sempre ritenuto la divisione
del Decalogo, ritenuta fino ab immemorabili dalla
"Chiesa cattolica. Di che abbiamo mallevadore lo
stesso razionalista Wegscheider , il quale tra gli
altri mezzi che suggerisce ai luterani per imme
desimarsi colla chiesa evangelica, escogitata da Gu
glielmo II di Prussia, pone il togliere quella discre
panza per cui i luterani dalVesempio dei pontificii
omisero il 2° precetto del Decalogo mosaico (1) del
non rappresentare l'imagine di Dio; e del decimo (2),
affine di compiere il numero dei dieci, ne fecero
due (3). Ma più apertamente il Vater che nel Com-
ment. sul Pentateuco (4) scrive : — La chiesa ri
formata divide con Giuseppe i vv. 3-6 due coman
damenti, e per l'opposto ammette v. 17, soltanto
uno, mentre la chiesa romana-cattolica, e la lute
rana contano il IX e il X. (Halla 1802). Si ver
gogni adunque il Monod con tutti i suoi aderenti
di calunniare con tanta improntitudine l'immaco
lata Sposa dell'Agnello, e così dal dire, che ella
ammette cose patentemente contrarie alle esplicite
(1) Exod 20, 4. Deut. 5, 8.
(2) Exod., 20, 17. Deut., 5, 21.
(3) Imi. Par. HI, cap. IV,g. 180 » not. a e VI. Halla 1829.
(4) li Part., in Eiod., pag. 83.
160
dichiarazioni della santa Scrittura. Giacché la
Scrittura ci offre non pochi esempi d' immagini
per ordine di Dio scolpite, come dire il serpente
di bronzo, i cherubini allato dell'Arca santa, i buoi
collocati da Salomone sotto il suo trono d'avorio,
e quelli che giacevano sotto il mare di bronzo, e
i cherubini e le palme sulle pareti del tempio e
via discorrendo. Che più? Gli antichi ebrei di Roma
arricchirono di sculture e di pitture il loro cimi
tero che fu scoperto sulla, via Appia or sono due
anni. Questo cimitero fu costruito, come appare
dalle lapidi sepolcrali ivi stesso rinvenute, circa gli
inizii dell'era cristiana. Quivi si vedono figure di
uomini, di donne, di animali, come di uccelli, di
cavalli, di delfini, non che di alberi e piante, parte
dipinte, parte scolpite, come può vedersi nell'illu
strazione, che testè ne pubblicò l'eruditissimo Ar
cheologo Raffaele Garrucci. È dunque un errore il
tenere che la legge proibisca assolutamente agli
ebrei lo scolpire o dipingere ogni sorta d'imma
gini. La legge di Dio proibiva solamente l'idola
tria delle sculture e delle pitture, come si ha più
apertamente dal Levitico (1), ove si legge: Non
facietis vobis idolum et sculptile, nec titulos erige-
tis, nec insignem lapidem ponetis in terra vestra,
ut adoretis eum; ego enim sum Dominus Deus
vester. — E di vero gli stessi protestanti più dotti
convengono in questo. Così il Rosenmuller ne' suoi
Scolii sul vecchio Testamento, sponendo il testo
concernente alle scolture, dice intorno a tale di
ti; XXVI. 1, 2.
161
vieto : — « Con questa legge volle Dio fare inten
dere agl'Israeliti che egli per verun modo non ap
provava la mescolanza di varie religioni, nè sop
portava il culto degli altri Dei, tranne il suo.
Perocchè era divulgatissima superstizione a quei
tempi, che gli uomini potessero e dovessero ado
rare oltre il Dio del paese, ove abitavano, eziandio
gli Dei delle regioni altrui. » — Similmente al
v. 4 su quelle parole Non ti farai scultile, sog
giunge : — « S'intende facilmente, qui non proi
birsi indistintamente tutte le immagini, come pre
tesero alcuni interpreti, ma soltanto le immagini,
sì dello stesso Dio vero, sì degli altri Dei : dap
poichè v'erano nello stesso tempio delle immagini,
per esempio dei Cherubini. » — Conferma poi
questa interpretazione coll'autorità del Michaélis
nel suo Jus Mosaic. P. V, § 250, appoggiandosi
altresì all'autorità di Giuseppe Flavio e di Filone
nel suo libro intorno al Decalogo (1). Or come
proveranno i protestanti, che i cattolici adorino
le immagini nella guisa che i pagani adoravano i
loro idoli? Nel resto i Greci e i Russi, che man
tengono una divisione nel Decalogo diversa dalla
nostra, come si ha dalla Confessione ortodossa, e
mettono per secondo comandamento il Non facies
Ubi sculptile, fanno anch'essi e venerano nè più nè
meno dei cattolici le sacre immagini. Onde è chiaro
che, a loro giudizio, questo precetto ben si accorda
colla venerazione delle immagini, e che questa
nulla ha che fare coll'idolatria. Ma di ciò basti.
(2) Rosenmùller.ScAo/i'a in V. 7., ad cap. XX. Exod. v, 2-4.
Perequi, I.a Lucilla 11
162
§ 5. — Quinta accusa, la malvagità de' Papi.

Veniamo alla quinta accusa rivolta dal Monod


contro i papi dei quali non si perita di scrivere in
questa forma: — Come mai un gran numero dei
Capi di questa chiesa infallibile, di questi pretesi
vicarii di Gesù Cristo, sono stati empii, malvagi,
perfidi, sozzi ; e la storia dei Papi è una delle pa
gine più vituperose degli annali dell'umanità, men-
trechè gli interpreti ispirati da Dio nell'antico
Testamento e nel nuovo, sono quasi una raggiera,
una costellazione di Santi? (pag. 225 e segg.)
Dato ancora che fosse vero l'orribil quadro in
questi pochi tratti dipinto, qual ne sarebbe la con
seguenza? Non altra da quella infuori che si con
tiene nelle parole del Salvatore: Sulla cattedra di
Mose si assisero gli scribi ed i farisei; osservate
ed operate quanto essi vi dicono, ma non operate
secondo le loro opere (1). Onde appare che pel
loro mal vivere gli uomini immaginati dal Monod
non avrebbero cessato di essere pontefici e vicarii
di Gesù Cristo, come non cessarono gli scribi ed
i farisei di essere veri sacerdoti al tempo del patto
antico. Ma è egli poi vero che un gran numero di
papi siano stati empii, malvagi, perfidi, e che so
io? Il furioso ginevrino Bost, per quanto siasi
adoperato nel suo Appel di cercare papi malvagi
o di equivoca condotta, non ne trovò che otto, cioè
Sergio II, Giovanni IX, Giovanni XII, Benedetto IX,
Paolo II, Sisto IV, Innocenzo VIII ed Alessandro VI.
(i) aut., xn, s.
163
Or bene , dei parecchi di questi accusati non vi
sarebbe poco che dire a loro discolpa, come può
vedersi presso lo Chantrel , che accuratamente ce
ne ha dato la biografia. Pretermesso però tutto
questo, che altro sono gli otto papi dal Bost anno
verati, se non una goccia perduta nella immensità
dell'oceano? E di vero il seggio romano dal mag
gior Piero fino all' angelico Pio IX novera bea
257 Papi, dei quali 65 fra martiri e confessori ci
si presentano decorati dell'aureola della santità.
Se da tutto il novero se ne tolgano otto, ci riman
gono pure 249 d' irreprensibile condotta, e sono
ben lontani dalla proporzione dell'uno al dodici,
ossia del traditore Iscariota rispetto al collegio
degli Apostoli. E perchè tra i pochi Papi devianti
da quella santità che si richiede al loro posto, il
più incriminato è Alessandro VI, lasciando da
parte le falsità e menzogne che a carico di lui lasciò
scritte il Guicciardini, e ripetè Giannone colla
turba seguace degl'increduli moderni, non man
carono di quelli che ne rilevarono i pregi e le
buone qualità. Tali sono il Voltaire, il Muratori,
il Bosco, il Mathius e l'Audin. Quest'ultimo scrive,
che sotto Alessandro VI il povero ugualmente ed
il ricco poterono trovare equi ministri della giu
stizia in Roma, che prima di lui trovavasi abban
donata ai briganti. Plebe, soldati, cittadini mo-
stravansi affezionati al Pontefice eziandio dopo la
sua morte per le qualità veramente regie che egli
ebbe. Alessandro VI nella notte dormiva appena
due ore, passava alla mensa come un'ombra senza
164
fermarvisi, non ricusava giammai di udire la pre
ghiera del povero, pagava i debiti dell'infelice debi
tore, mentre si mostrava senza pietà verso il pre
varicatore (1). Laonde ben a ragione scrisse il conte
De Maistre di Alessandro VI come principe poli
tico: Trasferiamolo a Versailles: non dipenderà
se non da lui di essere un Luigi XIV, giustamente
celebre tanto pe' suoi talenti quanto per la sua po
litica e per la sua fermezza (2). Ma rispetto a
questo Papa è da vedersi la bella e robusta dis
sertazione pubblicata non ha guari da don Mario
Bernacchi, olivetano , sotto il titolo La memoria
di Alessandro VI riabilitata nella storia. Dopo
aver egli con ogni genere di argomenti sventate
le calunniose imputazioni che gli furono date dai
suoi nemici, finisce con le parole del chiarissimo
Chantrel: « Possiamo dunque conchiudere che il
Papa Alessandro VI è stato calunniato, che la sua
vita privata non fu scandalosa neanche prima
della sua elevazione al pontificato, che fu sempre
edificante dopo che fu assiso sulla cattedra di san
Pietro, e che finalmente Alessandro VI fu un gran
re ed un gran Papa (3). Quanto ad altri Papi,
tra gli otto sopra mentovati, il Baronio buona
mente credette alle sinistre relazioni di Liutprando;
ma il Muratori ed altri dopo di lui dimostrarono
nulla l'autorità di qnello scrittore longobardo, il

(1) Hist. de Leon X. Tom. II, pag. 500.


(2) Du Pape, Par. Ili, eh. 5.
(3) Dissertazione inserita ne\\'Archivio dell' Ecclesiastico nel
fascio. 16, volume III. Firenze 1865.
165
quale trascrisse a carico di quei Papi senza giu
dizio i volgari libelli composti per passione di
partito contro quei Pontefici (1). » Dove dunque
vanno a finire i tanti papi empii, malvagi, perfidi,
sozzi? Unicamente nel cervello balzano, maligno
e colmo di veleno dell'ugonotto Monod. E qui os
servo di passaggio come i protestanti sieno sì stra
namente delicati che , abbattendosi in un libro di
cattolici dove alcun che di aspro dicasi a loro ri
guardo, se ne sdegnano e gittano il libro come di
autore inurbano; laddove essi , senza uno scru
polo al mondo , si fanno leciti i modi più oltrag
giosi contro i cattolici.
Di simile tenore sono le parole susseguenti dello
stesso Monod : La storia dei papi è una delle pa
gine più vituperevoli degli annali delV umanità.
Se l'aver domata la crudeltà dei barbari invasori
dell'Europa, se l'aver salvato il mondo dalle sci
mitarre dell'islamismo , se l'aver compresso la ti
rannide del despotismo, se l' avere gittati e col
tivati fino all'ultimo svolgimento i germi della
civiltà europea, se l'aver conservato il fuoco sacro
della scienza, se l'aver recata la luce dell'evange
lica predicazione agli estremi confini della terra,
se l'avere promosso con ogni sollecitudine ogni
parte delle buone lettere e delle arti belle, se lo
aver arricchito il mondo di benefiche istituzioni a
sollievo di ogni ordine dell'afflitta società umana,
se l'aver mantenuto intatto il deposito della di-
(3) Bar. Annal., ari. 900, 912,931 .Muratori, annali d'Italia,
an. 911, 914; Duret, Geschichlsbl. der Sehviett.
166
vina rivelazione, a costo d'innumerevoli sacrifizi,
costituisce una delle pagine più vituperevoli degli
annali dell'umanità, tale al fermo si vuol denomi
nare la storia dei Papi. Ma se così fatte geste, per
opposto, ne sono la gloria più bella , se così fatte
geste sono un monumento immortale di ciò che
possa una successione di uomini illustri, tanto su
periori al comune degli uomini quanto è la som
mità delle più alte piramidi alle umili pianure
dell'Egitto, il vitupero proferito dal Monod si ri
versa tutto sopra di lui, che non si peritò di pro
nunciare quella stolta parola.
Ed affinchè niuno pensi quanto abbiamo detto
del romano pontificato sieno vane declamazioni,
gioverà convalidarlo colle esplicite confessioni
dei medesimi eterodossi. Ascoltisi il Guizot: Fu
la Chiesa (romana), scrive egli, che colle sue
istituzioni, co' suoi magistrati, col suo poter tem
porale lottò felicemente contro la interna dissolu
zione che minacciava Vimpero e contro la bar
barie. Ella fu che trionfò dei barbari medesimi, e
divenne Vanello , il medium, il principio incivili-
tore fra tutti i popoli del mondo (1). E altrove:
Noi discutiamo a parer nostro sui diritti del po
tere temporale, ma al tempo di che parliamo il
potere non era che una forza bruta, urì intratta
bile barbarie. La Chiesa, per imperfette che fossero
tuttora le sue idee di morale e di giustizia (è un
protestante che parla), era infinitamente superiore
a quest'ordine di cose ; ed il grido dei popoli si fa-
(1) Bist. de la Civiliz. en Europe. Paris 1861.
167
ceva continuamente sentire per chiedere alla Chiesa
di sostituire il suo governo a quello che li oppri
meva. Allorché un papa e alcuni vescovi dichia
rarono privato de' suoi diritti un sovrano e sciolti
dal loro giuramento di fedeltà i sudditi di lui,
questo intervento, tuttoché aprisse senza dubbio
la porta a molti abusi, era sovente nei casi parti
colari legittimo e salutare. In generale, ogni qual
volta il genere umano mancò di libertà, la reli
gione fu quella che gliela rese. Al decimo secolo i
popoli erano incapaci di difendere se stessi o di
far prevalere i loro diritti contro la violenza ci
vile, ma la religione veniva loro in aiuto a nome
del cielo (1). L'americano Brownson, allorchè era
tuttora protestante, scriveva così: Furono ben
tristi coloro che si lamentarono che i re e gli
imperatori fossero sottomessi al capo spirituale
della cristianità. Non era egli forse bene per
Vuomo che vi fosse un potere al disopra dei ti
ranni crudeli, chiamati imperatori, re, baroni, i
quali conducevano con una verga di ferro Vtimile
contadino e il povero artigiano? Non era forse
meglio che vi fosse anclie su questa terra un po
tere che valesse a toccare i loro cuori freddi ed
atei, facendoli tremare come schiavi? E poco ap
presso: Alla esistenza, cioè air esercizio di questo
potere, i popoli debbono Vessere ciò che sono; ad
esso si debbono altresì i progressi della dottrina
intorno alla uguaglianza tra gli uomini (2). Non
(1) Hill, de la civiliz. en Europe. Paris 1861.
(2) Boston Quarte/ In Review. 1813.

k
m
la finirei sì presto, se volessi confermare le stesse
verità colle confessioni che ci han lasciato ed il
Ranke ed il Macauley, il primo nella storia del
papato, il secondo nel suo lavoro sopra la storia
del primo. Mi terrò pago ad un tratto del discorso
pronunziato da quest'ultimo nel Parlamento in
glese, dove, dopo di aver encomiata l'immutabile
Chiesa di Roma, così prosegue : Se io fossi catto
lico, mi contenterei di dire che la mano onnipo
tente e il sollevato braccio di Dio si adoperò (a
seconda delle sue promesse) in difesa delVimmu
tabile Chiesa, e che Colui il quale nei tempi antichi
tramutò in benedizioni le maledizioni di Balaam,
e percosse Toste di Sennacheribbo, ha segnalata
mente confuse le arti degli eretici (1). Tralascio
l'Hurter, che nella celebre monografia di Inno
cenzo III non ebbe difficoltà di chiamare tutti
degni del pontificato quei sommi che ne furono
investiti; tralascio il celebre Leo e più altri per
non essere soverchio, giacchè gli scrittori qui al
legati bastano a stracciare la benda che fece velo
agli occhi del Monod.
E con ciò sono già mezzo confutate le speciali
accuse fatte dal Monod alla Chiesa, senza ombra
di prove o con argomenti condotti a ritroso della
storica verità. Questo è il caso in cui questa im
macolata ed augusta figlia del cielo, rivolta al suo
Dio, può dire con ogni fidanza ciò che l'innocente
Susanna, oppressa da immondi e perfidi accusa
tori, ebbe ad esclamare : Tu ben sai, o Signore,
(1) Macauley specchia in two volumes. Voi. II, pag. 141.
169
come costoro hanno detto falso testimonio contro
di me (1). Ora, posciachè l'esposizione di così fatte
imputazioni riuscirebbe troppo prolissa, mi con
viene ripartirle in tanti capi, perchè ognuna di
esse possa avere la sua risposta. Tanto farò parte
nello scorcio rimanente di questo capo, e parte nel
prossimo futuro.

§ 6. — Sesta accusa, la sevizie della Chiesa.


E innanzi tratto ascoltisi in che termini sfoghi
il Monod la sua atra bile contro la Chiesa di Dio
e i suoi Pontefici: Come mai questa Chiesa infal
libile ha eseguito e decretalo, come Chiesa, e in nome
de' suoi Papi e de' suoi Concila, alcuni dei più
esecrabili delitti dei quali la storia degli [uomini
abbia tenuto memoria? Come mai ha ella ordinato
(o fatto ordinare, poco importa) alla secolare po
tenza un sistema di oppressione e di tortura , il
quale sorpassa tutto quello che si può trovare di
più crudele presso gli stessi pagani ; ed ha ver
sato più sangue cristiano di quel che non fece
versare in dieci persecuzioni spietate Vantica Roma,
e messa a morte in una sola occasione un milione
di francesi, cioè, come spiegasi nella nota, gli al-
bigesi sul cominciare del secolo decimoterzo? (pa
gina 296.)
Lasciando da banda le vaghe generalità di
questo tratto , il primo delitto del quale si vuole
rea la Chiesa, è di aver ella ordinato o fatto ordi
ti) Dan., XIII, 43.
170
nare alla secolare potenza un sistema di oppres
sione e di tortura, il secondo è la strage di un mi
lione di albigesi. Or queste due accuse si riassu
mono nella intolleranza della Chiesa cattolica ri
spetto agli eretici. Non è necessario che noi ne
ghiamo alcuni fatti affin di giustificare la Chiesa
da questa taccia, ma nemmeno è necessario che ci
teniamo stretti nell'angusto cerchio di Popilio per
rispondere al Monod. Convien però prendere la
cosa da' suoi principii e svolgere tutta una teoria
concernente a questa notizia. E noi lo faremo dietro
la scorta di un valente apologista qual è il Martin,
già curato di Ferney, nel suo rilevante lavoro su
tale argomento. A questo fine si ponga mente ai
punti seguenti, che vogliono essere profondamente
meditati da ogni sincero amico della verità.

§ 7. — Considerazioni intorno alVintolleranza.


I. Il concetto della tolleranza, come oggi s' in
tende, è giovane assai; non risale di là dall'epoca
del filosofismo, il quale nacque alcuni anni prima
della rivoluzione francese; ed ognun sa quale sia
stata la infanzia , quanto sanguinolenta e agitata
fosse la culla di tal concetto. I padri nostri lo
ignoravano. L'intolleranza era la legge religiosa
del mondo presso tutti i popoli di tutti i tempi.
Egiziani, indiani, cinesi, greci, romani, cristiani e
maomettani, cattolici ed eretici, non si differen
ziavano in questo punto. Giudicavano essi che
chiunque rigettava la religione dello Stato, met
171
teva in pericolo la sicurezza dello Stato, e me
ritava a questo titolo di essere punito. Giudica
vano che la verità, o ciò che essi apprendevano
come tale, aveva dei diritti; che l'errore, o ciò
che tale reputavasi, non poteva essere ammesso
a parteciparvi. Torto o ragione che in ciò aves
sero, non è quello di cui si tratta ; quello di cui
si tratta è il fatto, il fatto irrepugnabile della in
tolleranza generale.
II. Gli stessi cattolici sono stati intolleranti in
materia religiosa. Ma è egli giusto di accusar essi
soli d' intolleranza, mentre tutto il mondo era in
tollerante almeno quanto essi, allorchè il concetto
stesso di tolleranza non era per anche nato? È
egli giusto l'esigere da essi una moderazione che
il loro secolo non comportava? È egli giusto l'in
colparli di non avere antivenuto i tempi, escogi
tando idee che oggi ancora sono ben lungi dallo
aver compiutamente prevaluto? Ci vuol di più per
metterli fuor di causa?
III. In favor dei cattolici militano non poche
circostanze attenuanti. Imperocchè alla perfine
essi non invocavano unicamente, come i loro av-
versarii protestanti od altri eretici, il loro convin
cimento profondo della verità; ma difendevano
inoltre il principio di autorità, fondamento della
loro Chiesa ; si appoggiavano alla prescrizione di
quindici secoli ed alla costituzione della civile so
cietà. All'occhio della loro mente impugnare sif
fatti principii era uno scalzare dalle fondamenta
il diritto divino e il diritto umano; il propu
172
gnarli era quanto mantenere l'uno e l'altro di
ritto. A giudizio loro ogni trasgressione di tali
principii era una ribellione che metteva in peri
colo la stessa esistenza della repubblica cristiana.
Col proteggere la loro fede, credevano di proteg
gere la società, e per tal ragione appunto stima
vano lecito l'invocare il diritto della spada. Chi
può negare che un tale atteggiamento non fosse
franco e forte del pari ?
IV. I protestanti sono stati intolleranti al par
di loro e più di loro senza le medesime scuse, anzi
con espressa contraddizione ai loro principii, come
proverassi a suo luogo. La tolleranza dei primi
riformatori non è oggigiorno se non una parola
vuota di senso per empir le orecchie degl'igno
ranti. La scienza storica, diventata più seria e più
profonda, ha fatto in questa parte giustizia alla
verità. Nè v'ha uomo grave che alloggi più il
vecchio errore, al quale gli stessi autori prote
stanti hanno dato i colpi più forti e più decisivi.
Tali sono le giuste e mirabili rappresaglie della
provvidenza! Ad ogni tratto d'intolleranza catto
lica, si può contrapporre un egual tratto d'intol
leranza protestante. Ai roghi dell'Inquisizione, i
roghi d' Inghilterra e di Ginevra; alla strage di
San Bartolomeo ed alla guerra dei fanatici delle
Cavenne, gli strozzamenti dell'Irlanda ed il ma
cello , freddamente ordinati da Cromwel e dalla
regina Elisabetta; alla revoca dell'editto di Nantes,
la brutale espulsione dei cattolici da tutti i paesi
nei quali la riforma si è stabilita per la violenza,
175
cioè da tutti i paesi che ella occupò, giacchè in
verun luogo essa ha trionfato se non alla maniera
degli ottomani. Quante e quali pagine di proscri
zioni, di confische, di stragi, di sangue non ci ha
lasciata la storia del protestantesimo !
V. Nonostante tuttociò i cattolici hanno voce
d'intolleranti , laddove i protestanti godono fama
di tolleranti, perchè oggidì più non innalzano pa
tiboli, e più non accendono roghi, mal confacen-
tisi all'indole dei nostri tempi. Ma pur non ces
sarono, uè cessano dal perseguitare i cattolici a sè
soggetti, mentre i governi cattolici offrono le più
ampie larghezze ai protestanti , e li favoreggiano
a tutto potere. Donde si avrà a ripetere cosiffatta
differenza di riputazione , malgrado i fatti contra
rli che cadono sotto degli occhi di tutti? Dall'av
versione del mondo a Dio, al suo Cristo, alla sua
Chiesa , a tutto ciò che impedisce l' abuso della li
bertà, non che dalla rispondente simpatia del
mondo per tutto ciò che lascia libero il freno alle
umane passioni, come fa il protestantesimo colle
gato con ogni sorta di ribellione. Di qui è che tutti
i libri che escono dalle costoro officine con una co
spirazione costante lasciano sepolta nell'oblio l'a
troce storia delle loro ribalderie, rappresentando-
a nerissimi colori quella dei cattolici. Nè sono con
tenti di questo solo, ma di più si studiano di atte
nuare le sofferenze dei cattolici , come se non fos
sero verissime efierissime persecuzioni. Valga per
le migliaia un solo esempio. L'eterodosso giornale
di Ginevra, che tanto esalta la tolleranza univer
174
sale, ecco come entra a parlare dei fatti nostri :
— A proposito di ciò, che a torto si appellano
persecuzioni contro il clero il Vescovo di
Faenza condannato a tre anni di carcere : quello
di Piacenza sarà condannato dimani alla medesima
pena ecc. ecc. — Notisi bene , si condanna alla
carcere il vescovo di Faenza , si fa altrettanto del
vescovo di Piacenza; vi è una folla di sacerdoti im
prigionati, cioè per confessione dei medesimi gior
nali liberali non meno di cencinquanta, perchè non
vogliono tradire la propria coscienza; v'ha da ol
tre a sei mila religiosi e religiose cacciate dai loro
chiostri, gettate alla ventura in cerca di pane; cen
tinaia di monache nei loro chiostri medesimi con
dannate a morir di fame perchè prive di suffi
ciente sussidio ; da mille e duecento conventi sop
pressi, oltre a cinquanta vescovi sbanditi dalle
loro sedi; la spada di Damocle pendente sul capo
delle autorità ecclesiastiche , da oltre ad ottanta
sedi vacanti, e nelle altre si vieta ai legittimi pa
stori di andarne al possesso ; e i cattolici hanno
torto di chiamar tutto questo una persecuzione ?
VI. Il protestantesimo, che è sì avverso ai cat
tolici, non solo ammette apertamente al beneficio
della più larga tolleranza civile i partigiani di tutte
le altre religioni e i membri di tutte le sètte per
empie che sieno, ma va più innanzi e careggia tutti
gli errori eli chiama a darsi il bacio fraterno presso
il suo focolare. Così a misura che stende le brac
cia della sua tolleranza a tutto che non è cattolico,
le chiude a tutto ciò che è cattolico, non avendo
175
la tolleranza nel protestantesimo altro senso che
la esclusione della Chiesa.
E tutto ciò è perfettamente logico. Conviene
che la Chiesa cattolica stia sola contro tutti; non
pure sbandita , ma perseguitata ; non pure perse
guitata, ma vilipesa ; non pure vilipesa, ma quasi
campata in aria e sospesa senza punto d'appoggio
tra il cielo e la terra. Contro essa Chiesa, coloro
che a tale stato la vogliono ridotta, insorgono bal
danzosi a rimproverarle la sua intolleranza, e
mentre la maltrattano spietatamente, le dicono in
aria di offesi — Sei tu che ci percuoti. Tale è la
sorte della Chiesa, nè da ciò tolgono scandalo se
non i cristiani di poca fede. Ma ella ben sa che i
dileggiamenti e le percosse e le offese, in una pa
rola, la croce, è il retaggio lasciatole dallo Sposo
per amore di lei crocifisso. Il sa ben ella e si glo
ria delle sue sofferenze, e ripete coll'Apostolo che
ella è possente quando soffre. Che più? Allor
quando sembra che sia sepolta, leva ella il guardo
a traverso dell'avello tuttochè suggellato da qual
sivoglia podestà della terra, e vede tosto spuntare
l'alba del suo risorgimento.
Queste avvertenze vorremmo noi che si ponde
rassero e si svolgessero da tutti i pensatori Cri
stiani prima di entrare nella presente controversia,
giacchè per esse potranno eglino di leggieri rendersi
ragione dello stato presente della società civile
rispetto alla Chiesa di Gesù Cristo. Quanto ai fatti
particolari apposti a noi con tanta sicurezza e bal
danza dalMonod, risponderemo nel capo seguente.
176
CAPO IX.

DISCUSSIONE CRITICA
DI ALCUNE FALSIFICAZIONI DELLA STORIA
PER PARTE DEL MONOD.

§ 1. — Biepilogo,e introduzione alla discussione


delle falsificazioni della storia.

Le poche osservazioni teorico-pratiche che noi


facemmo nel capo antecedente, bastano per nostro
avviso ad annullare tutte le accuse di persecu
zione, le quali furono e sono fatte alla Chiesa cat
tolica dalla leggerezza e dall'ignoranza dei suoi
volgari nemici. Qui ci sia lecito aggiugnere una
considerazione, la quale valga ad innestare il pas
sato capitolo col presente, quasi epilogo dell' uno
«e proemio dell'altro.
Quanta carità dimostrano mai costoro , quando
si tratta di trovare nella Chiesa la più fiera loro
persecutrice ! Eppure questa mitissima sposa del
l'Agnello fu ella sempre l'aggredita, la oppressa,
la vittima del furore de' suoi nemici ! Mentre la
storia ci presenta la città profana del mondo co
spirante a morte contro la santa città di Dio, ci si
vorrebbe dare ad intendere che questa città ebbe
la colpa di avventarsi spietatamente al cuore di
quella. Questo è come dire che Abele fu fratricida,
e Caino perì vittima della mano di lui, ossia che
177
le pecore o le colombe sono animali feroci e di
rapina, da cui rimangono ghermiti gli avvoltoi o
sbranati i lupi. E tali cose in qual tempo si rinfac
ciano alla Chiesa cattolica? Allora appunto si rin
facciano alla Chiesa, quando essa geme sotto l'op
pressione di ostili dominatori, quando il suo capo
supremo è assediato e minacciato da fazioni nemi
che, quando i suoi vescovi hanno serrate le labbra
perchè non possano annunziare la verità, ma la
scino risonare liberamente la voce della menzo
gna; quando i suoi sacerdoti non hanno libero l'e
sercizio del loro ministero, quando si vuol ridotta
la Chiesa tutta a stato di mendicità , quando il pro
testantismo trova protezione, favore, incoraggia
mento e d'ogni fatta sussidii per contrapporsi alla
Chiesa, quando l'incredulità tripudia, gavazza,
trionfa, sciolta da ogni freno; quando insomma
da tutte parti si cospira. Ecco il tempo in cui gli
eterodossi di mala fede a paro coi miscredenti,
gridano quanto ne hanno in gola contro il potere
tirannico della Chiesa di Dio.
Tra questi non tiene l'ultimo luogo il Monod, il
quale artificiosamente raccoglie e aduna in breve
tratto quanto può condurre a far odiosa la Chiesa
coll'intento di inimicarle ogni lettore del suo
scritto. Nel capo precedente riferimmo colle
sue proprie parole quanto egli scrisse in generale
sotto l'infinto nome del Mercier intorno all'intol
leranza della Chiesa. Ora è d'uopo venire ai par
ticolari, che sono altrettante pennellate colle quali
Pkrbone, La Lucilla 12
178
egli colorisce il suo torbido quadro. — Ha ( la
Chiesa) versato, scrive egli, più sangue cristiano
di quel che non fece versare in dieci persecuzioni
spietate l'antica Roma, e messo a morte in una
sola occasione un milione di Francesi, cioè di Albi-
gesi. Come mai il concilio di Costanza, un con
cilio generale, congiungendo lo spergiuro alla bar
barie bruciò Giovanni Hus , andato a Costanza
sotto la fede di un salvacondotto ; lo bruciò, dico,
facendosi forte di quella detestabile massima, che
i giuramenti fatti contro l'interesse della Chiesa
non sono obbligatorii ? — E qui in nota aggiunge
— Massima spiegatamente messa innanzi dal terzo
lateranese : — I giuramenti, che sono contrarii
all'interesse della Chiesa ed ai precetti dei santi
Padri, non sono giuramenti, ma spergiuri. — Bi
sogna vedere con quai termini il concilio di Co
stanza sostiene questa dottrina. — Fin qui l'acca
nito furioso ugonotto, ossia il Monod.

§ 2. — Falsità della strage degli Albigesi


imputata alla Chiesa.
Ora ripigliando ad una ad una cotali accuse ci
conviene esaminare primieramente la loro verità,
e quindi dedurre dal nostro esame le naturali con
seguenze.
E prima, è egli vero che la Chiesa cattolica
abbia in una sola occasione messo a morte un
milione di francesi ossia di albigesi? Bugia solenne.
Niuno degli antichi storici contemporanei o dei
179
vicini alla guerra degli albigesi ci lasciò memoria
di un numero così esorbitante di vittime. Niuno
degli scrittori storici dei tempi nostri sognò mai
sì strana novella. Non è adunque il milione di
vittime asserito dal Monod che una calunniosa
menzogna.
Nella funesta guerra che Simone di Montforte
imprese contro gli Albigesi nel mezzodì della
Francia, appena si conterà un centinaio di per
sone punite per la loro ostinatezza nell'eresia,
malgrado il perdono più volte loro offerto, qua
lora cessassero dall'infettare i cattolici e si rav
vedessero. Il resto degli uccisi, che non oltrepas
sano i quaranta mila, debbesi alle vicende di una
lunga lotta in varie battaglie, in città prese di
assalto e non volutesi arrendere e nelle quali fu
rono passati a hi di spada promiscuamente tanto
i cattolici quanto gli eretici. Debbesi al furore ed
alla licenza militare, non abbastanza infrenata dai
condottieri. Debbesi alla fellonia di coloro, che rup
pero la fede dopo la sommessione.
Arroge che quella guerra, sebbene da princi
pio s'imprendesse affine di sottomettere gli eretici
perchè non ammorbassero altrui col contagio dei
loro errori, non solo in fatto di fede, ma in opera
di morale pubblica e privata, quella stessa guerra
si volse poscia a tutt'altro intendimento. La colpa
d'eresia divenne un mantello a coprire l'ambizione
del signoreggiare, l'ingordigia del bottino, le gare
feudali dei conti e dei baroni di quell'età. Dalla
qual taccia non andò esente lo stesso conte di
180
Montforte. Ecco come di lui parla ingenuamente
uno scrittore di quei tempi : — Fintantochè l'eser
cito cattolico pugnò per rimettere in piedi la fede
e schiacciare l'eresia, tutto andò a meraviglia :
appena il conte Simone ebbe finito di conquistare
il paese, e l'ebbe diviso tra i compagni di guerra,
riservandosi però sempre l'alto dominio, si cangiò
di tratto in un altro lo scopo primitivo ; appena i
francesi lasciarono libero il corso alla propria
ambizione ed aspettarono più dalle proprie forze
che dalla mano del Signore la vittoria, quando lo
scoprire gli eretici e castigarli era divenuta cosa
affatto secondaria, allora il Signore prese a ver
sare il calice dell'ira sua (1). »
Con tuttociò siamo ancora lontani assai dalle
cento e più migliaia di contadini trucidati da Lu
tero (2); dalle orribili stragi fatte dallo Stork, dal
Munzer e consorti anabattisti nella Westfalia (3);
dalle devastazioni , dai saccheggi, dagli incendii,
dai macelli di ogni maniera commessi dagli Ugo
notti nella Francia (4); dalle crudeltà, dalle pro
scrizioni, dalle morti fatte soffrire ai cattolici dal
Knok nella Scozia, da Enrico VIII e dalla sua
degna figlia Elisabetta in tutta la Gran Bre
tagna; dalle decimazioni e dalle confische innu-
(1) Guill. De Pod. Laurent. c. 27.
(2) Audin, Hist. de la vie de Luther, toni. II, cb. Vili, ed.
2a. psg. 174. (3) Ivi, eh. XXVII.
(4) Comp. d'Oeil sur l'Hisl. du Calvinisme en Prance par M.
Roisselet de Sandières ; Paris 1844, pag. 2»7, 308 seqq. Hist.
de l'ètablhsement de la Riforme a Genève par Magniti ; Paris
1844.
181
merevoli degli anglicani nell'Irlanda, continuate
colla stessa intensità per più secoli fino ai dì nostri;
per tacer le inaudite stragi e sevizie dei calvinisti
in Olanda, dei luterani nella Svezia, nella Dani
marca, nella Norvegia (1), e durante la guerra
dei trent'anni per tutta la Germania, degli Hus-
siti nella Boemia, e via dicendo. Stragi tutte che
ascendono a più milioni di cattolici immolati dal
furor protestante al confronto dei quali le qua
ranta migliaia d'uomini tra cattolici ed eretici
cadute nella lunga guerra della Linguadoca sono
come una gocciola d'acqua rispetto al mare.
Non potremo noi dire con ogni verità che la
storia del protestantesimo è scritta a caratteri di
sangue ?
Con tuttociò, come se tali fatti registrati in tutte
le storie non fossero stati, il valente Monod non
ne fa motto, e in quella vece vorrebbe vendere ai
suoi lettori poche migliaia di belligeranti per un
favoloso milione di eretici. Serva questo saggio di
documento ai lettori se mai si abbattano a leg
gere qual s'è uno di quei romanzi che, sotto nome
di storie, divulgano parecchi scrittori eterodossi
col reissimo intendimento d'ingannare i loro fra
telli dissidenti e di sedurre i cattolici !
Ma chi furono quegli Albigesi, dei quali il
Monod compiange l'infausta sorte? Qui si accor
dano all'unisono tutti gli scrittori contemporanei
cogli storici posteriori nel qualificarli per nuovi
(1) Hist. Univers. de CÉglise ealhot. par l'ab. Rohrbacher;
2a. ed. Paris 1851, nei rispettivi libri.
182
manichei, per pagani anzichè cristiani, o piuttosto
per anticristiani, come li disse Innocenzo III (1).
Tutto quanto insegna ed opera la Chiesa tengono
per falso e per vano, come uno di loro, separatosi
da quella sètta, testificò all'arcivescovo di Co
lonia (2). Il che significa che quegli eretici face
vano man bassa sopra tutti i dommi cristiani, che
ne rigettavano tutta la morale, che ne proscrive
vano tutto il culto. Genìa per conseguenza rotta
ad ogni ribalderia, turbulenta, inquieta, cospirante
alla dissoluzione dello stato sociale. Uomini che,
sotto l'egida del più alto segreto, sapevano ad un
tempo e nascondersi alla vigilanza dei governanti
e traforarsi nelle famiglie e stabilirsi da per tutto
in società clandestine ben organate ; di guisa che
quando vennero scoperti, avevano già messe alte
radici negli Stati e minavano le basi del politico
reggimento. Per il che non mancarono scrittori
che da essi ripeterono le società segrete dei franchi
muratori o almeno il disegno dell'opera, alla
quale sono intese così fatte società. Imperocchè si
notò che i franchi muratori nutrono l'istesso livore
verso l'ordine sociale, contro di ogni autorità e se
gnatamente contro la Chiesa e i suoi difensori. Si
osservò altresì la somiglianza nell'uso dei misteri,
a cui non è iniziato se non chi ha dato lunga prova
di sè nel giuramento di nascondere il segreto anco
ai più stretti parenti ; nella oscurità in che si ten
gono i capisetta; nella divisione in provincie sotto
(1) Epist. Ili, 24.
(2) Eckbert, serm. XI.
183
capi speciali ; nella consuetudine dei contrassegni
per conoscersi per via ai gesti (1).
Siccome poi nel proteiforme sistema e sotto il
nome generico di protestantesimo si distinguono
tante legioni di protestanti, le quali convengono
tutte nel principio fondamentale, ma per le di
verse modificazioni di loro dottrine prendono
diversi nomi di luterani, di calvinisti, di presbite
riani, di anabattisti, di metodisti ecc. ; così tra
questi eretici si distinsero le denominazioni di
Petrobruisiani, di Enriciani, di Arnaldisti ecc.,
i quali tutti convenivano nel medesimo intento di
osteggiare la Chiesa e la società. Qual meraviglia
pertanto se, a riparo di tanti mali contro siffatti
nemici della Chiesa e della società, si levassero di
comune accordo i due poteri ecclesiastico e civile?
Eppure non si venne all'estremo rigore se non dopo
aver tentate tutte le vie della mansuetudine, della
persuasione, della carità. Non fu se non dopo la
reiterata offerta del perdono, a condizione di un
sincero ravvedimento, che s'impugnarono l'armi
per infrenare e punire la ostinazione, l'empietà e
la violenza di quei settarii. Tutto ciò è dimo
strato colla evidenza d'irrepugnabili documenti
contemporanei dal Pluquet (2), Rohrbacher (3) e

(1) Vedi Barruel, Memoires pour servir al'histoire du Jaco-


binisme, liv. 2, eh. XIII ; non che l'Hurter, storia d'Inno
cenzo III, trad. dal tedesco. Milano 1857, voi. Ili, lib. XIII,
pag. 211 e segg.
(2) Diclion. dee Ures ; Paris 1845, alla voce Albigeois.
(3) Hist. Univers. de l'Église cath. 2a. ed. Paris 1851.
184
dal già protestante Hurter (1), che più d'ogni al
tro ne tratta alla distesa, per tacere di tanti altri.
Or di tali settarii appunto piglia le difese il
Monod, facendo vista di deplorare la sconfìtta per
via di artificiosi ingrandimenti e di studiate men
zogne col manifesto intento di vomitare contro la
Chiesa quell'amaro fiele di che ha colmo il petto.
Non cosi per fermo ne parve al giudizioso storico
protestante Giovanni Muller, il quale a buon di
ritto diceva : « Ho per un'opera di misericordia,
non che per atto di buona politica, il non lasciare
che si svolgano i principii dei sudditi traviati, ma
reprimerli con forti provvedimenti (2). » Massima
dimenticata nelle politiche aberrazioni dei giorni
nostri , nei quali nulla si fa a preservare dalla
corruzione la società. GÌ' innovatori politici che
colle loro teorie gittano il seme onde germogliano
poi gli attentati contro la vita, contro la proprietà,
contro la riputazione, contro tutti i diritti, godono
per lo più il benefizio dell' impunità, non vi es
sendo pene sé non per coloro che da tali teorie
traggono alcune perniciose conseguenze.
Or, poichè qui mi si porge il destro di parlare
intorno alle guerre religiose onde sogliono certi
scrittori leggerissimi accagionare -la Chiesa, pia-
cemi di allegare il sentimento di due uomini dei
quali non è sospetto il giudizio , e sono il Tom
maseo ed il Gioberti. Il primo di questi così si

(1) Storia cil. Lib. XIII, XVII e XX.


(2) Presso l'Hurter, hist. XIII, ed. cit., pag. 233 in nota.
185
esprime : « Ormai la scienza storica ha posto in
luce, e porrà sempre meglio, come le divisioni
nella Chiesa fatte da certi eretici fossero guerre
civili e sociali, e dovessero per la dura necessità
dei tempi, e per l'esempio dagli stessi dissidenti
dato , essere , se non sempre, talvolta combattute
anche con la materiale forza (1). » L'altro, anche
più esplicitamente, scrive: « Quando la suprema
autorità della Chiesa ricorse ai mezzi coattivi
(come, per esempio, riguardo agli albigesi), l'eresia
non si restringeva fra i limiti dell'error dottri
nale, ma intorbidava lo Stato, e trascorreva alla
violenza ed al sangue; ond'era duopo infrenarla
non come errore speculativo, ma come fomite di
delitti e di tumulti. Ed anche in questi casi bi
sogna accuratamente distinguere gli ordinamenti
della potestà ecclesiastica dal procedere dei loro
esecutori, per non cadere nel grave errore d'im
putare a quella gli eccessi di questi, come fanno,
esempligrazia (pur nel caso degli albigesi), coloro
che imputano al magno Innocenzo o al santo e
mitissimo Domenico le orribili e detestabili se
vizie di Simone di Monforte. E se l'ordine dei
Predicatori, tanto benemerito della Chiesa, non si
può equamente accusare delle atrocità commesse
nel secolo decimoterzo, nè di quelle a cui in ap
presso il principato in alcuni luoghi porse sventu
ratamente la mano, abusando dello zelo e del
nome di quelli ; i gesuiti, non che approvare le
acerbità di tal genere, se ne tennero sempre net-
(i) Nel ragionamento al canto XII del Paradiso
tissimi e le condannarono col loro esempio. Non
sono già io che porga questa lode ai gesuiti , ma
uno scrittore illustre poco amico^della società loro,
il quale tuttavia confessa che essi non si disco
starono mai dalla dolcezza e dalla mansuetudine;
che erano strumenti di romana curia, quali si
convenivano ad una età dotta e gentile; e che in
ciò tanto maggior lode meritano quanto non sola
mente si conservarono immuni dalla persecuzione
religiosa, ma s'ingegnarono anche coi loro consigli
e credito di moderarne il furore nei paesi in cui
élla più crudèlmente infieriva (1). » Ma di ciò
sia detto abbastanza.

§ 3. — Falsità delV accusa data al Concilio di


Costanza, di aver rotto la fede a Giovanni Hus.

Veniamo alla disamina dell'altra accusa, colla


quale il Monod si avventa contro la Chiesa di
Roma, cioè la Chiesa cattolica, che è la Chiesa di
Gesù Cristo. « Come mai, soggiunge, il Concilio
di Costanza, un Concilio generale, cougiungendo
lo spergiuro alla barbarie, bruciò Giovanni Hus,
andato a Costanza sotto la fede di un salvacon
dotto?» Ma, di grazia, ricevette l'Hus il salva
condotto nel partirsi da Praga per Costanza dal
Papa o dal Concilio medesimo? Nè dall'uno nè
dall'altro ; ed egli stesso l'attestò esplicitamente

(1) Botta, SI. d'Hai. Lib. 4. — Gioberti, Primato deqtltal.


Tomo 1, pag. 376, 377, ediz. di Brusselle.
187
in una lettera scritta a' suoi partigiani prima di
partire, nella quale leggonsi queste parole : Io
parto senza salvacondotto (1). Di più, giunto a
Costanza, scrisse di nuovo a' suoi in Praga : Noi
siamo venuti senza salvacondotto ; alle quali pa
role gli Hussiti mettono in margine : S'intende del
papa (2). Checchessia da pensare di questa nota
appostavi per trarsi fuora d'impaccio, come pur
fece Hus medesimo (3) , qui gli è manifesto come
nè il Papa, che trovavasi presente al Concilio, nè
il Concilio a proprio nome, diedero all'Hus vermi
salvacondotto. Glielo avrà dato almeno l'impera
tore Sigismondo? Sì, ma quale e quando? Due
quesiti di sommo rilievo dai quali dipende lo scio
glimento della nostra quistione. Discutiamoli con
la massima accuratezza, affine di chiudere una
volta per sempre la bocca ai detrattori della
Chiesa, e facciamoci dal primo. Quale fu il tenore
del salvacondotto dato dall'imperatore a Giovanni
Hus? Eccolo trasportato a verbo in nostra fa
vella: « Sigismondo, per la grazia di Dio re dei
romani ecc., a tutti i principi ecclesiastici e seco
lari, come a tutti i nostri sudditi, salute. Noi rac
comandiamo con pieno affetto a tutti voi in gene
rale, ed a ciascuno in particolare, l'onorabil uomo
maestro Giovanni Hus, baccelliere in teologia c
graduato in belle lettere ed in filosofia, portatore
delle presenti , che si reca dalla Boemia al Con
fi) Lenfant, Hist. du Concil. de Const. T. I, pag. GKi e seg.;
e notisi che quest'autore è protestante.
(2) Opp. Hus., t. I, part. 4. (3) Ep. 49.
188
cilio di Costanza, il quale noi abbiamo preso sotto
la nostra protezione e guardia e sotto quella del
l'impero, desiderando che, allorquando arriverà
presso di voi, lo accogliate bene e lo trattiate fa
vorevolmente, provvedendolo di tutto il bisogne
vole ad agevolare ed assicurare il suo viaggio, sia
per acqua, sia per terra, senza nulla prendere nè
da lui nè da' suoi all'entrata od uscita per qual
sivoglia diritto di tributo o di pedaggio, e di la
sciarlo liberamente e sicuramente passare, dimo
rare, fermarsi e ritornare, fornito ancora, se ria
d'uopo, di buon passaporto, per l'onore e rispetto
della maestà imperiale. Dato a Spira, ai 18 ot
tobre del 1414, trentesimo del nostro regno d'Un
gheria , quinto di quello dei romani. Per ordine
del re. » E più basso « Michele di Passest, cano
nico di Breslavia » (1).
Da questo documento, riferito dagli storici con
temporanei, apprendiamo che dall'imperatore non
fn promessa all'Hus la immunità dalla pena, dove
questi fosse stato trovato colpevole. Di ciò non vi ha
cenno alcuno. Tutto riducesi ad un passaporto in
buona regola , quale ancora di presente si suole
accordare a chi viaggia in paese straniero con
formole somiglianti. Ora chi mai dirà che un
passaporto renda per modo invulnerabile chi ne è
fornito da non potersi applicare la pena quando
sia convinto di colpa? Di più questo passaporto
ha per solo obbietto il viaggio dalla Boemia
(1) Pressu fon der Hardt. T. I, pag. 12; e Lenfant, Hisl.du
Lancile de Comi. T. I, pag. 59.
189
fino a Costanza , e non già la sua dimora in Co
stanza, dove Hus doveva essere giudicato, mas
sime se in questa città medesima egli fosse dive
nuto reo di nuova colpa, come diffatti avvenne.
Ninno giammai, per frugar che faccia questo sal
vacondotto, potrà rinvenirvi una promessa qua
lunque di rendere il colpevole immune dalla pena
meritata. Ed ecco tolto ogni fondamento all'ac
cusa di spergiuro o d'infedeltà, non dirò già per
parte del Concilio o del Papa, i quali sono fuori
di controversia, ma nemmeno per parte dell'im
peratore che diede il salvacondotto, attesi i ter
mini nei quali fu conceputo , ed il fine per cui fu
dato. In virtù di tal carta l'Hus poteva senza mo
lestie fare il viaggio di Costanza, al cui Concilio
aveva appellato e dove doveva esaminarsene la
causa per averne sentenza favorevole o contraria,
ed in questo secondo caso soggiacere alla pena
che gli sarebhe applicata.
Rimane a cercare il tempo in che fu consegnato
all'Hus il salvacondotto o passaporto che vogliam
dire ; ed eccoci a discutere l'altro dei due punti
proposti. Nelle due lettere del novatore, l'una
data in Praga nell'atto di partire, l'altra da Co
stanza dopo l'arrivo in quella città, si afferma che
egli mettevasi in viaggio senza salvacondotto, e
che era giunto a Costanza parimenti senza salva
condotto. Notisi che l'Hus partì da Praga agli
11 di ottobre del 1414, e che il così detto salva
condotto è segnato sotto il dì 18 ottobre dello
stesso anno. Dal ravvicinamento di queste date
190
apprendiamo che egli di fatto partì senza salva
condotto. Giunto poi a Costanza il 3 novembre
dello stesso anno , egli scrisse che vi era perve
nuto senza salvacondotto. Dunque sino a questa
epoca, egli non l'aveva ricevuto. Fu egli arrestato
il 28 dello stesso mese di novembre per le ragioni
che tosto osserveremo, e non fu da' suoi parti
giani esibito il passaporto o salvacondotto che il
1° dicembre, cioè tre giorni dopo l'arresto di lui (1).
Dal che si pare che per l'arresto non venne di
guisa alcuna violato il salvacondotto, non aven
dolo egli avuto prima di questo avvenimento ; che
altrimenti egli avrebbe fatto rimostranza per la
violazione della data fede, ciò che non fece nè egli
nè niuno de' suoi difensori. Volendo nondimeno
l'Hus e suoi partigiani dare ad intendere al pub
blico che l'arresto si era fatto contro la fede data,
ed avendo peraltro egli stesso in Praga ed in Co
stanza affermato che era partito e giunto senza
salvacondotto , per uscir d' impaccio si escogitò
un'equivocazione che accordasse i due estremi
della contraddizione. Questo fu, come abbiamo di
sopra accennato, che tanto egli quanto i suoi ade
renti ricorressero alla glossa del doversi intendere
senza salvacondotto del papa, e non già senza il
salvacondotto dell'imperatore. Di fatto, avendo
l'Hus scritto formalmente che egli era partito e
giunto senza salvacondotto, soggiunge: — A questo
voi direte, che io quando partii non aveva passa

ti) Von der Hardt, tom. I, pag. 212.


191
porto veruno del papa (1 ) . — Ben comprese la sètta
il gergo del suo capo ; quindi è che, volendo pur
sostenere che esso fu arrestato contro la fede pub
blica del salvacondotto , mentre egli medesimo
aveva scritto il contrario, si accordarono gli scrit
tori bussiti nel dire che ciò era da intendere sema
salvacondotto del papa. Misero sotterfugio da
cui li scova la luce del fatto medesimo e la testi
monianza autorevole non pure dei cattolici , ma
dei partigiani stessi dell'eretico, i quali confessa
rono che non fu esibito il salvacondotto se non tre
giorni dappoi che l'Hus era stato arrestato. Potrei
confermar questo vero per la condotta medesima
di Giovanni Hus tanto nel viaggio quanto dopo il
suo arrivo in Costanza, nel qual tempo egli si fi
dava di propugnare la sua innocenza e la purezza
di sua dottrina, e però stimava superfluo un sal
vacondotto. Ma tale aggiunta non è necessaria in
tanta evidenza di fatti.
Bestino adunque ben fermi questi due punti,
cioè che il salvacondotto dell'imperatore, altro non
fu che un semplice passaporto senza alcuna pro
messa nè espressa nè sottintesa, di salvare dal me
ritato castigo il colpevole, quando fosse convinto ;
e che questo stesso passaporto non fu esibito, per
confessione dei suoi seguaci, se non tre giorni dopo
l'arresto di Giovanni.
Ma quale fu l'occasione o il motivo di tale ar
resto? Ecco altra quistione che ci convien chia
rire a disinganno di coloro che aggiustan fede alle
(1) Lenfant, op. cit. tom. I, pag. 38. Opp. Hus, p. 4, Ep.49.
m
fallaci storie degli eterodossi. Giovanni Hus sog
giaceva ancora, quando recossi in Costanza, all'in
terdetto ed alla scomunica, nè da tali censure fu
mai assoluto, come egli stesso confessò in una
udienza pubblica del concilio (1). Con tutto ciò
egli celebrava la messa ogni giorno in una camera
alla presenza di tutto il vicinato, che vi accorreva.
Allora fu, come riferisce di veduta Ulrico Reicheu-
thal canonico di Costanza e scrittore della storia
del concilio, che il vescovo di Costanza gli inviò il
suo vicario e il suo ufficiale per rappresentargli
come essendo egli scomunicato dal Papa e da un
concilio, non doveva dir la messa. Al che colui
rispose, che non si curava punto della scomunica,
e che direbbe la messa finchè il potesse (2). Di
più seguitava a sostenere liberamente la sua dot
trina sì nelle conversazioni e sì negli scritti che
veniva componendo. Per questi fatti egli fu arre
stato e dato a custodire ad Enrico Lantzelboch,
uno dei signori che l'avevano accompagnato dalla
Boemia. Avendo poi tentato per ben due volte di
sottrarsi colla fuga, fu posto sotto buona guardia
nel palazzo pontificio (3). Onde apparisce che il
novatore fu arrestato conseguentemente ai delitti
ed alle imprudenze commesse in Costanza, di che
conviene qui dare un ragguaglio più minuto.
Arrestato l'Hus nella sua seconda fuga pei di
scorsi ereticali detti davanti ad un'assemblea, e
(lj Lonfant, tom. 1, pag. 314.
(2) Reicheuthal, pag. 203, ediz. di Francfort 157G.
(3) lb. pag. 203, 204 ; e Lenfant, toni. I, pag. 88; nonché il
protestante storico Schovek, Hist. ecclesiast. tom. 34, p.627.
195
ricondotto a Costanza, fu chiuso nella fortezza di
Gotleben presso la stessa città. Fu allora che il
Pontefice o il concilio nominò le persone, che ri
cevessero le accuse contro di esso, ed altre in mag
gior numero per esaminare le dottrine di Gio
vanni (1), il quale di più ebbe tre o quattro udien
ze pubbliche nel concilio. Da tutto il processo
risultò che egli aveva risuscitate le dottrine ere
ticali di Wicleffo, aggiuntovi gli errori suoi proprii,
che furono estratti dai suoi proprii scritti, e dai
discorsi detti in Costanza, secondo la deposizione
di testimoni giurati. Tali errori furono per la più
parte confessati da lui medesimo.
La fondamentale sua dottrina fu che i soli prede
stinati sono membri della Chiesa cattolica, laddove
coloro che Dio prevede riprovati non sono affatto
membri della Chiesa. Dalla qual dottrina ne conse
guiterebbe la Chiesa essere invisibile, non potendo
noi discernere al presente i predestinati dai reprobi,
ed essendo però impossibile conoscere le membra
e il capo della Chiesa. Dottrina sovversiva di tutto
il corpo della Chiesa, ma formalmente ammessa
da quel novatore nell'art. XDI con queste parole:
— Senza una rivelazione niuno può assicurare
ragionevolmente di sè, nè di niun altro, che egli
sia il capo di una santa chiesa particolare. — E
nell'art. XIV dice: — Non bisogna credere che
quegli che è pontefice romano, chiunque egli possa
essere, sia perciò capo di una chiesa particolare,
se Dio non lo ha predestinato. — E ne dà in prova
(1) Lenfant, tom. I, pag. 67.
Perronb, La Lucilla 13
194
la favolosa papessa Giovanna, cui dà il nome di
Agnese. Notisi qui di passaggio quell'affettato par
lare di chiesaparticolare a proposito del Pontefice
romano; la cui ragione sta nel negare, che l'Hus
faceva, un capo visibile della Chiesa universale,
come si ha dall'art. IX. — S. Pietro non è stato
nè è il capo della santa Chiesa cattolica. —
Nè qui ristette il novatore, ma alla perversità
della dottrina aggiunse per soprassello la contrad
dizione. Poichè dove nell'art. IV aveva professato
che — un predestinato, il quale non è attual
mente in istato di grazia per la presente giusti
zia, è sempre membro della santa chiesa universale
— onde seguita che ben può esser papa, vescovo
o prelato chi trovasi in istato di peccato mortale ;
per l'opposto statuì nell'art. XXVII —, Se un papa,
un vescovo, un prelato è in peccato mortale, non
è nè papa, nè vescovo, nè prelato. — Nè temè
di applicare questo suo delirio al caso dei sovrani
temporali , conchiudendo che un re in peccato
mortale non è più re. Il che udendo l'imperatore e
due principi presenti al concilio, dicevan tra sè che
non si era mai veduto eretico più pernicioso di Gio
vanni Hus. Finalmente nell'art. XXXIII affermò
e sostenne : — La condanna, che i dottori han fat
to di quarantacinque articoli di Wicleffo essere
irragionevole ed ingiusta; e la ragione che.essi al
legano di cosiffatta condanna, cioè che niuno dei
detti articoli è cattolico, che tutti sono eretici, er
ronei e scandalosi , essere onninamente falsa. .—
Onde si fa manifesto che egli riconosceva per suoi
195
gli errori di Wicleffo, come gli altri da noi re
cati , conforme dichiarò apertamente egli stesso
dinanzi al concilio (1).
Dopo essere stato convinto di aver insegnato
ereticali dottrine, fu esortato benignamente alla
ritrattazione. Egli dapprima tergiversò quanto
potè ; poscia protestò di non poter ciò fare ripu
gnandovi la sua coscienza. Ma in fine dopo nuove
istanze tanto per parte del concilio quanto per
parte dell'imperatore, promise di farlo. Tanta fu
la gioia, che da tal promessa in tutti si diffuse,
che al riferire dello storico Reicheuthal presente
al fatto, si sonarono a Dio lodiamo tutte le cam
pane per la conversione di lui (Aut. cit. pag. 205).
Non attese però egli alla promessa, ma nonostante
le nuove rimostranze del concilio e dell' impera
tore , impietrì nella sua pertinacia. Nel tempo
stesso egli scriveva ai suoi amici , e contro la
Chiesa romana, e contro il concilio di Costanza,
lettere sì furiose, che, a giudizio dello stesso sto
rico protestante , esse sole sarebbero bastate a
fargli un giusto processo secondo i principii del
concilio (2).
Tentate per tal forma tutte le vie della persua
sione, delle esortazioni, delle minaccie, fino a far
ardere pubblicamente i suoi scritti affin di muo
vere quel cuor ostinato; quando egli infranse la
promessa fatta di ricredersi, allora primamente
il concilio dichiarollo degradato, e diello in mano
(1) von der Bardi, tom I, pag. 314 e segg.
(2) Lenfant, tom. HI, pag. 426.
196
alla potenza secolare. L'imperatore dal canto suo
lo rimise ai magistrati di Costanza, perchè si pro
cedesse contro lui a norma delle leggi, le quali,
in tutta Europa di que' tempi , dannavano al
fuoco l'eretico giudicato e convinto. Così la fa
mosa Elisabetta d'Inghilterra, senza crear nuova
legge, condannò alla pena medesima cinque ere
tici impugnatori della Trinità divina, tre dei
quali furono arsi dal vescovo protestante di Nor
wich. Sotto il regno seguente , il vescovo pro
testante di Londra ne abbruciò un sesto ; un
settimo ebbe lo stesso supplizio dal vescovo pro
testante di Lichfield (1). Così Calvino fece perire
Serveto ; così il Crammer diede la morte ad un
anabattista, e così di seguito. Tal fu pertanto la
morte che toccò a Giovanni Hus, ed alla quale egli
medesimo aveva dichiarato di assoggettarsi dove
fosse stato convinto — di qualche errore, o di
aver insegnata cosa contraria alla fede cristia
na (2). — Convinto adunque di tal colpa, fu pu
nito conseguentemente di tal pena.
Dimostrato il nostro assunto con irrepugnabili
prove tolte dagli stessi storici protestanti, chi po
trebbe più affermare come fece il Monod, che dal
concilio o dal Papa si violasse la fede pubblica
nella punizione dell' Hus? Come dire violata quella
fede che nè dal concilio nè dal Pontefice mai non
fu data? Come dirla violata dall'imperatore, il
(1) Vedi Newman Le catholicisme travesti par ses ennemii.
Trad. de Gondon, Paris 1850. Cinquième conférence,pag.236.
(2) Lenfant, tom. I, pag. 88.
1!)7
quale non fece altro che dare all' Hus un semplice
passaporto senza garantirlo della pena, dove ri
manesse convinto di averla meritata? 0 non fu
forse tentata ogni via per salvarlo da quella pena?
0 non fu egli dimostrato reo colla evidenza dei
suoi scritti e dei suoi discorsi, anzi di più col fatto
dei nuovi delitti commessi in Costanza ? Chi fosse
oso ripetere le stolte parole del Monod , mostre
rebbe di avere perduto ogni senso di naturale
onestà.
Aggiungasi al fin qui detto che gli errori pei
quali l' Hns fu condannato, costituiscono la minor
parte di quelli, che poscia si discoprirono nel rovi
stare gli scritti dopo la sua morte, raccolti e pub
blicati colle stampe dai protestanti. Si contengono
questi in due volumi in foglio, dei quali una metà,
o poco meno, consiste in dire e ripetere che il Papa
è l'anticristo, è il vecchio serpente, il gran dra
gone, la bestia di scarlatta, l'abbominazione della
desolazione, ed altre simili empietà, di che Lutero
e Calvino fecero poi dovizia. Trovasi in essi l'ana
tomia delle diverse membra dell'anticristo e quella
del suo regno, del suo popolo, della sua vita e dei
suoi costumi: Anatomia membrorum antichristi,
de regno, populo, vita et inoribus antichristi, pro
posta con un furore da forsennato. Crederemmo
far onta al lettore, se volessimo per minuto tener
dietro a quanto l' Hus si piacque di scrivere in
torno alla corona, ai polmoni, al fiele e alle altre
principali membra dell'anticristo, cui descrive in
ben ventotto sermoni. Non contento quel forsen
198
nato novatore di sovvertire tutto l'ordine della
gerarchia ecclesiastica e di corrompere il sacro
deposito della rivelazione cristiana, si accinse alla
funesta impresa di porre a soqquadro tutta la so
cietà, investendo di fronte ogni autorità ed ogni
proprietà. Nel suo libro delle decime egli impiega
due articoli per istabilire, che un signore qualun
que, in peccato mortale, perde ogni civile signo
ria : nullus est dominus civilis, dum est in peccato
mortali : nullus est digne et iuste dominus, dum est
in peccato mortali. Onde apprendiamo, che i co
munisti de' giorni nostri , questa falange affa
mata ed ansiosa di sfamarsi sulle altrui sostanze,
ebbero precursore, per appunto, Giovanni Hus.
Tal è l'uomo di cui si mostra sì tenero il nostro
Monod per l'affinità che corre tra la sua dottrina
e quella dell'eresiarca Boemo. Si abbia pure egli
in onore quel vecchio seguace del puro vangelo,
noi glielo cediamo di buon grado. Coglieremo non
di meno il destro, che qui ci si appresenta, per
indicare brevemente l'albero genealogico dei pro
testanti riformatori. Giovanni Hus in Boemia si
lasciò ispirare dai libri di Wicleffo, e ne accolse
tutte le dottrine, come disse egli stesso, rendendole
più popolari. Lutero in Germania si lasciò ispi
rare dagli scritti dell'Hus , di cui fece suoi gli
insegnamenti; Calvino in Francia, e Zuinglio in
Isvizzera, tolti alcuni punti di discrepanza, ab
bracciarono i dogmi di Lutero, attingendone dalle
opere tutto lo spirito. Ecco dunque la cagione
movente dello zelo, che in ogni tempo mostrarono
199
i protestanti, di pigliare le difese non pure di
Wicleffo e di Hus, ma degli stessi Albigesi, a cui
serbarono sempre affetto e fedeltà figliale.
Ma che per difendere gli antecessori si abbia
ad alterare la verità dei fatti ed a falsare la storia,
questo passa ogni segno di temperanza e di pu
dore. Nella quale opera fa pietà e sdegno ad un
tempo il vedere intesi alcuni scrittori eterodossi
del nostro secolo, mentre dall'altro lato si parla
tanto della critica coscienziosa e di fede storica.
Abbiamo finora dimostrato il Monod falsario nei
fatti, or ci resta mostrarlo fallace nelle supposi
zioni, alle quali si appoggia nell'inveire che fa
contro il concilio di Costanza e contro il terzo la-
teranese. A tal uopo basterà inferire alcuni con
seguenti dalla dimostrazione che abbiamo pre
messa. Non vi può essere spergiuro dove non pre
cesse giuramento. È dunque falso che il concilio
generale di Costanza abbia aggiunto alla barbarie
lo spergiuro.
No, non fu il concilio, ma il poter secolare che
condannò Giovanni alla pena del fuoco, per averlo
trovato colpevole di eresia e di sovvertimento del
potere politico e sociale. Nè a tal passo venne il
poter secolare, se non dopo di avere tentata ogni
altra via per condurlo al ravvedimento. Nè in ap
plicare tal pena il poter secolare altro fece che
seguire il codice penale allora vigente in Europa,
e sottoporre Giovanni ad una pena, alla quale egli
stesso erasi spontaneamente sottoposto. È dunque
200
falso che il concilio accoppiasse allo spergiuro la
barbarie.
Un passaporto e qualsivoglia salvacondotto non
può salvare dalla pena verun uomo che sia con
vinto di averla meritata. È dunque assurdo non
che falso, che Giovanni Hus incorresse tal pena
contro la fede di un salvacondotto.

§ 4. —Falsità della massima attribuita dal Monod


al Concilio Lateranese 111, del non doversi
tener conto de' giuramenti fatti agli eretici.
Quanto si è all'accusa data dal Monod al Con
cilio Lateranese III ed al Constanziese di essersi
fondati nei loro decreti sopra la detestabile massi
ma che i giuramenti fatti contro Vinteresse della
Chiesa non sono obbligatorii, bisogna distinguere
il senso del Monod da quello che ha una tal mas
sima presso i dottori della Chiesa cattolica e se
gnatamente presso Innocenzo III che nel 1204 la
pronunciò esplicitamente. Il Monod suppone che
questa massima significhi, non doversi osservare i
giuramenti fatti agli eretici, e che in tal senso essa
fosse presa dai concilii generali e dai ss. Padri
della Chiesa. Ma l'una e l'altra supposizione è
vuota di ogni verità, come ora siamo per dimo
strare.
E cominciando dal Pontefice Innocenzo III, che
proferì quel principio con formola determinata, è
da sapere come nell'anno sopramentovato il Ve
scovo di Amelia propose ad Innocenzo III il caso
201
di alcuni canonici di Todi, i quali in tempo di
sede vacante si erano stretti con giuramenti ad
appropriarsi contro ogni ragione alcune rendite
della mensa vescovile. A tal proposta rispose Inno
cenzo, dichiarando nullo tal giuramento, e sotto
ponendo a grave penitenza chi l'aveva fatto:
attendentes quod iuramentum, non ut esset iniqui-
tatis vinculum, fuerit institutum, et quod non iura-
menta, sed periuria potius sint dicendo, quae
contro, utilitatem ecclesiasticam attentantur (1).
Ecco dunque il senso genuino di quella massima :
11 giuramento non deve essere vincolo d'iniquità,
e però i giuramenti fatti contro la giustizia non
solamente non sono obbligatorii, ma sono ami
spergiuri die giuramenti. E chi oserebbe chiamare
in dubbio un tal principio ? Era forse Erode, in
virtù del suo giuramento, obbligato a mozzare il
capo del Battista ? Sono forse i francomuratori, i
solidarii ed altrettali sciaguratissime persone ob
bligate ad osservare quei giuramenti coi quali si
obbligano a violare la santa legge di Dio ? Che
direbbe il Monod-di uno scherano che lo aggre
disse, scusandosi col giuramento fatto di dargli la
morte? Il giuramento non può obbligare all'ini
quità: e questo è appunto il senso nel quale i
Padri di Costanza intesero un tal principio ,
quando dichiararono che imperatori , re e prin
cipi, non possono creare pregiudizio alla fede cat
ti) Collect. Decret. Augustini — Tertia colleetio decret.
lib. I de cotutitutionitta, Ut. lll.cap.licf/ notlris. Ed. Paris
1609, pag. 237.
202
tolica o alla giurisdizione della Chiesa, sia qualsi
voglia il vincolo col quale si sieno stretti: quocumque
rinculo seadstrinxerint; nullum fidei catholicae vel
iurisdictioni Ecclesiae praeiadicium generati (1).
E noi sfidiamo tutti gli eterodossi a mostrarci che
un tal principio fosse inteso mai dai concilii e
dai Padri della Chiesa in altro senso che nel sopra
esposto. Conchiudiamo intanto essere falsa la
doppia supposizione del Monod rispetto alla dot
trina cattolica sopra i giuramenti. E qui, per dare
un saggio della scienza storica del Monod , note
remo com'egli attribuisce al Concilio Latera-
nese III una massima, che non fu formolata se
non dal Pontefice Innocenzo III, il quale fiorì nel
secolo XIII, mentre il Concilio Lateranese III fu
celebrato nel secolo precedente.
Ed eccoci venuti al termine della confutazione.
Abbiamo esaminate e discusse per singole le accuse
del Monod attenentisi quali al fatto, quali al di
ritto. Da questa paziente discussione riman chia
rito fino all'evidenza che tali accuse altro non co
stituiscono che un tessuto di menzogne e di calunnie
affermate al consueto con la maggior sicurezza
del mondo, per abbindolare e trarre all'apostasia
un'ignorante donnicciuola per nome Lucilla. La
meschina nulla di ciò sospicando in un uomo, che
faceva professione di condursi in tutto secondo la
ispirazione dello Spirito Santo , si lasciò sedur
facilmente dalle insidiose narrazioni e dalle lusin
ghiere blandizie del frodolento pietista. Se la Lu-
(1) Con. Const., ed. Mansi, col. 799..
203
cilla avesse tenuto saldo il principio che non
bisogna fidarsi alle parole degli uomini senza mis
sione, quando ci si dàuno ad interpreti della divina
rivelazione, per certo non si sarebbe lasciata pren
dere nella rete, nè avrebbe giammai abbandonato
l'insegnamento della Chiesa di Gesù Cristo. Tanto
meno poi avrebbe commesso sì grave fallo, se
avesse conosciuto il protestantesimo nella sua
forma nativa. Or questa è appunto quella che noi
ci proponiamo di svelare negli articoli susse
guenti, coi quali si darà fine al nostro lavoro.

CAPO X.

DELLA ORIGINE DEL PROTESTANTESIMO


PER PARTE DEI CAPI RIFORMATORI.

§ 1. Disegno e ripartimento nelVaggressione


del protestantesimo.

Dopo aver difesa colla evidenza delle ragioni e


dei fatti la Chiesa Romana, che è quanto dire
l'unica Chiesa da Cristo istituita, ragion vuole che
di assaliti ci facciamo assalitori, affrontando co
loro che tanto ingiustamente la calunniano. Così
fecero gli antichi cristiani padri nostri dopo la
lunga loro lotta col paganesimo, e così faremo
ancor noi per bene degli stessi nostri calunniatori,
ai quali troppo è meglio l'essere conquisi, che il
204
trionfare in questa tenzone, Dalla quale impresa
proverrà eziandio un altro bene, cioè il far avvisati
quei cattolici di poca fede che stanno in pericolo
di lasciarsi arreticare dai seduttori, i quali si ag
girano per le contrade d'Italia in traccia d'anime
per averle consorti nella colpa e nella pena dei
miscredenti. Uomini simili in quest' opera al de
monio che, a detta del Principe degli Apostoli , si
aggira per tutto intorno, a guisa di lione che rugge,
in cerca di preda, per divorarsi chiunque non gli
resista forte nella fede (1).
La materia di questa parte sarà divisa in tre
capi coi quali si porrà fine al presente lavoro. Nel
primo si tratterà della origine, nel secondo della
natura, nel terzo degli effetti del protestantesimo.
E quanto si è al primo degli argomenti proposti,
che costituirà il capo presente, intendo di racchiu
dere in esso precipuamente quanto si attiene al ca
rattere personale dei capi riformatori. Perocchè
avendo il Monod rappresentato i Pontefici Romani
come quelli, la cui morale condotta costituisce il
più turpe periodo della storia, noi opporremo a
questa calunnia, già da noi confutata, la condotta
morale dei così detti riformatori, quale ci viene
dipinta dai medesimi scrittori riformati.

[I) l. Vel., v. 9.
205
§2. — Bitratto di Lutero e de' suoi primi disce
poli, lasciatoci da se e dai protestanti loro con
temporanei.
E prendendo le mosse da Lutero, vero fonda
tore del protestantesimo, ecco quale testimonianza
egli rende di sè medesimo. Confessa che egli —
essendo cattolico, avea passata la sua vita in au
sterità, in veglie, in digiuni, in orazione, con po
vertà , castità ed ubbidienza (1). — Diventato
una volta riformato, ossia protestante, egli si can
giò in un altro uomo. Imperocchè, segue a dire di
sè, — che, come non dipende da lui il non esser
uomo, da lui parimenti non dipende l'esser senza
donna, e che non può passarsene nel modo stesso
che non può passarsi dal soddisfare alle più vili
necessità naturali (2).
Ma vediamolo giudicato dal suo contemporaneo
Enrico VITI, capo dell' anglicanismo, il quale, tut
tochè invescato nelle stesse panie e condotto dallo
stesso vizio all' apostasia dalla Chiesa cattolica,
rinfaccia a Lutero la sua scostumatezza. — Io non
mi meraviglio più, o Lutero, come tu non ti vergo
gni davvero, e come ardisca di alzar gli occhi da
vanti a Dio e davanti agli uomini, per essere stato
così leggiero e volubile da lasciarti trasportare,
per istigazione del diavolo, alle tue pazze concu
piscenze. Tu, frate dell'ordine di S. Agostino, hai,
pel primo, abusato di una sacra vergine ; pel qual
(1) Comm. in cap. I. Epist. ad Galat., v. 14, opp.Tom. V.
(2) Ibid. Serm. de Halrim. fol. 119.
206
delitto ella sarebbe stata, nei passati tempi, punita
con essere sepolta viva, e tu battuto fino alla morte.
Ma tu invece di riparare il peccato, tu V hai (cosa
esecrabile !) pubblicamente tolta per moglie, con-
traendo con essa nozze incestuose ed abusando
della povera e miserabile pulzella, con iscandalo
del mondo, con rimprovero e vitupero di tua na
zione, con dispregio del santo coniugio, con sommo
disonore ed ingiuria dei voti fatti a Dio. Final
mente (cosa vieppiù detestabile!) invece di sentirti
abbattuto ed oppresso dal dispiacere e dall'onta
del tuo incestuoso matrimonio, tu miserabile ne
meni trionfo ; ed invece di procacciar perdono del
tuo infelice misfatto, tu provochi tutti i religiosi
colle tue lettere e coi tuoi scritti a fare altret
tanto (1).
Corrado Reiss , della sètta dei sacramentarii,
contemporaneo anche egli di Lutero, così scrisse
intorno a costui : — Dio, per castigye l'orgoglio
e la superbia che si scopre in tutti gli scritti di
Lutero, ritirò il suo spirito da lui , abbandonan
dolo allo spirito di errore e di menzogna, il quale
possederà mai sempre coloro che hanno seguito le
sue opinioni, finchè non se ne ritraggono (2).
Nè altra pittura fa del dottor vittemberghese
la così detta chiesa di Zurigo contro la confes
sione di Lutero, alla pag. 61 : — Lutero ci ri
guarda come sètta esecrabile e dannata ; ma badi
bene che non si dichiari egli stesso per arciere-
li) Presso Florimond, pag. 299.
(2) Serro, in Coena Dom. B. 2.
207
tico per ciò stesso che egli nè vuole nè può asso
ciarsi a quelli che confessano il Cristo. Ma che?
Quest'uomo si lascia stranamente travolgere dai
suoi demoni ! Quanto è sudicio il suo linguaggio,
quanto piene di demoni infernali sono le sue pa
role! Egli dice che il diavolo abita ora nel corpo
dei zningliani , che le bestemmie si esalano dal
loro seno indiavolato , suddiavolato e perdiavo-
lato; che la loro lingua non è che una lingua men
zognera, messa a piacimento di Satanasso, chiusa,
•perfusa, trasfusa dal suo veleno infernale. Si udi
rono mai così fatti discorsi uscire da un demonio
montato in furore? — Egli ha scritto tutti i suoi
libri per impulso del demonio e sotto la dettatura
di Satanasso, col quale egli ebbe a fare, e dal
quale in una lotta parve essere stato atterrato da
argomenti vittoriosi. —
Zuinglio ci descrive Lutero con queste parole :
— Vedete voi come Satanasso si sforzi d'entrare
totalmente in possesso di cotest'uomo (1)... Non è
raro il veder Lutero a contraddirsi da una pagina
all'altra... In vederlo in mezzo a' suoi, voi lo cre
dereste ossesso da una falange di demoni (2).
Erasmo cel dipinge coi tratti seguenti : — Le
genti dabbene gemono dello scisma funesto con
cui tu metti sossopra il mondo colla tua arroganza
sfrenata e sediziosa (3). — Lutero comincia a non
più piacere a' suoi discepoli sino al punto di trat-
(1) Risposta alla Conf. di Lutero
(2) Ibid., pag. 454 e 581.
(3) Bpist. ai Luth. 1526.
208
tarlo da eretico ; ed affermano che, spogliato dello
spirito del Vangelo, è abbandonato al delirio dello
spirito umano (1). —
Per ultimo, ecco come cel presenta Calvino : —
Veramente, dice egli, Lutero è assai vizioso ; pia
cesse a Dio che egli avesse preso cura di raffre
nare viemmeglio l'intemperanza che gli bolle in
tutta la persona! Piacesse a Dio che egli avesse
pensato un po' più a riconoscere i suoi vizii (2).—
Lutero non ha fatto cosa che vaglia... — Non
convien divertirsi in seguir le tue traccie coll'es-
sere papista per metà... Val meglio fondare una
chiesa al tutto nuova. — La tua scuola, diceva
Calvino al luterano Westfal, non è che una fetente
stalla di porci... M'intendi tu, cane? M'intendi
tu, frenetico? M'intendi tu, bestione? (3). —
Da Lutero passiamo al già suo maestro, e poi
suo discepolo, il celebre Carlostadio o Bodenstein,
arcidiacono di Vittemberga. Di lui così scrisse
Melantone : — Egli era un uomo brutale, senza
spirito, senza scienza, senza lume di senso co
mune, che, ben lungi dall'aver qualche segno dello
spirito di Dio, non ha giammai saputo nè prati
cato alcuno dei doveri dell' umana civiltà. Appa
rivano in lui segni evidenti di empietà. Tutta la
sua dottrina era o giudaica o sediziosa. Egli con
dannava tutte le leggi fatte dai pagani. Voleva
che si giudicasse secondo le leggi di Mosè, perchè
(1) Epist. ad Card. Sadolelum.
(2) Conr. Schlussemberg. Theol. Calvin. Lib. II, Col. 194.
(3) Fiorini, in admonit. de Libro concord., c, 6.
209
non conosceva la natura della libertà cristiana.
Abbracciò la dottrina fanatica degli anabattisti
tostochè Nicolò Stork cominciò a divulgarla... Una
parte della Germania può attestare che io nulla
dico che non sia vero. — E non è a dire che Car-
lostadio fosse avverso a tutti gl'insegnamenti del
suo maestro Lutero. Il Florimond ci fa sapere che
egli fu il primo prete della riforma che si ammo
gliasse. Ecco l'orazione che fu composta perla
Messa celebrata in occasione del matrimonio di
quest'uomo che manifestava in sè dei segni evi
denti d'empietà, e che i suoi particolari qualifi
cavano di Beato. — Deus, qui post tam longam
et impiam sacerdotum tuorum caecitatetn Beatum
Andream Carlostadium ea gratta donare dignatus
es, ut primus , nulla habita papitii juris ratione,
uxorem ducere ausus fuerit; da, quaesumus, ut
omnes sacerdotes, recepta sana mente, eius vestigia
sequentes, eiectis concubinis, aut eisdem ductis ad
legitimi consortiumthori, convertantur; per Dom.
nostr. ecc. — Non si può negare, ci dicono i lu
terani, che Carlostadio non sia stato strangolato
dal diavolo, attesi i tanti testimoni che lo riferi
scono , e tanti autori che l'hanno consegnato nei
loro scritti e le lettere stesse dei pastori di Ba
silea fi).

(1) Bi»t. de Coena August. fai. 41.

PeRHONf. La Lucilla !I
210
§ 3. — Ritratto di Zuinglio
e de' suoi principali discepoli.

Ma è tempo omai di passare al secondo capo


riformatore , qua! fa Zuinglio. Così egli dipinge
sè stesso : Io non saprei dissimulare il fuoco che
mi brucia e mi spinge alla incontinenza, poichè
egli è vero che i suoi effetti mi hanno pur troppo
tirato addosso umilianti rimproveri trale chiese (1).
La sua versione biblica, come scrive Lavatero,
mandata in dono a Lutero dallo stampatore di
Zurigo, fu da lui respinta con l'accompagnamento
delle ingiurie seguenti : — Io non voglio leggere
i libri di cotesta gente , dappoichè essi sono fuori
della Chiesa di Dio , dannati essi stessi e causa
della dannazione a molte miserabili persone. Finchè
io vivrò, farò loro la guerra colle mie preghiere e
co' miei scritti (2). — Di più Zuinglio, scriveva
Lutero , è morto dannato , volendo qual ladro e
sedizioso costringere gli altri colla forza delle
armi a seguire i suoi errori (3). — E veramente
Zuinglio perì agli 11 di ottobre del 1531, com
battendo alla testa di 20,000 zuingliani contro
6,000 cattolici (4). — Molti luterani, scrive il
suo apologista, non si sono fatti coscienza di pro
nunziare che egli era morto ne' suoi peccati, e di
inviarlo così all'inferno (5). —
(1) In Paiaenes. ad Helvet, tom. I, pag. 113.
(2) Schlassemb., H Teol. calvin.
(3) Florim., tom. II, 36.
(4) Sleidau. In comment. 1. Vili, pag. 355.
(5) Gualter. in Apolog., tom. I, opp. Zuingl. fol. 18.
211
Gli zuingliani scrivono che noi li teniamo per
fratelli, dissero i luterani nel loro sinodo ; ma è
una finzione sì sciocca ed impertinente che noi non
finiamo di stupirci della loro impudenza. Noi non
concediamo loro neppure un posto nella chiesa,
tanto siamo lontani dal riconoscere per fratelli
cotesta gente, che noi vediamo agitata dallo spi
rito di menzogna, e udiamo bestemmiare contro il
figlio delVuomo (1). Beato chi non ha assistito al
consiglio dei sacramentarii (scriveva Lutero), nè si
è fermato nella via dei zuingliani, nè si è assiso
sulla cattedra dei zurighesi. Voi sapete ciò che io
penso (2). — I dogmi di Zuinglio, dice Brenno,
sono diabolici, pieni di empietà , di depravazione
e di calunnia; i suoi errori intorno all'Eucaristia
ne tiran con se molti altri più sacrileghi. Per essi
si vedrà ben presto rinascere nella chiesa di Dio
l'eresia dei nestoriani, sparire gli articoli di nostra
religione l'uno dopo l'altro, e iu loro vece sotten
trare la superstizione dei pagani , dei talmudisti e
dei maomettani (3). —
Ora, come al maestro Lutero abbiamo aggiunto
il suo più celebre discepolo, Carlostadio; così
all'altro maestro, Zuinglio, aggiugneremo alcuni
de' suoi più fedeli discepoli, quali furono Ecolam-
padio ed Ochino, giacchè i loro conoscenti ce ne
han lasciata la triste memoria. Di Ecolampadio
scrissero i luterani che egli, fautore dell'opinione
(1) Epitome colloq. Maul-Branae, ann. 1564, pag. 55, 82.
(2) Luti). Epist. ad Jacob, presbyl.
(3) Breun, in rccognit. prophan. et apost. in fine et in Bui-
lingeri Coronide. 1544.
212
sacramentaria, parlando un giorno al Landgravio,
gli disse : — Io amerei meglio che mi avessero
tagliato il pugno, anzichè avere scritto contro la
opinione di Lutero in ciò che concerne alla cena.
— Queste parole, riferite al patriarca della ri
forma, Lutero, lo calmarono alquanto; contuttociò,
intesa la sua morte, esclamò : — Ah ! miserabile
e sfortunato Ecolampadio, tu sei stato il profeta
della tua disgrazia allorchè chiamasti Dio a pren
dere vendetta di te , quando insegnasti una rea
dottrina. Dio tei perdoni, se tu sei in tale stato
che egli ti possa perdonare (1). — Mentre gli
abitanti di Basilea collocavano nel chiostro della
cattedrale sulla sua tomba, nel 1551, il seguente
epitaffio : Qui giace Fautore della dottrina evan
gelica, primo e vero vescovo in questa città o di
questo tempio; Lutero alla sua volta scriveva, che
il diavolo di cui si serviva Ecolampadio, lo aveva
strozzato di notté nel suo letto. Da questo buon
maestro egli aveva appreso che nella Scrittura si
contengono contraddizioni. Vedete a che riduce
Satanasso i sapienti (2) !
Dello stesso Ecolampadio scriveva Erasmo : —
Ecolampadio , monaco sacerdote, ad esempio de'
suoi confratelli e di Simon Mago, volle altresì aver
un'Elena per addolcire le noie del suo apostolato...
E' si sposò poc'anzi a leggiadra donzella, volendo,
come pare , di tal guisa mortificare la sua carne.
Hassi un bel dire che il luteranismo è una cosa
(2) Florim, fol. 175.
(U) Luth. De miss, priiial.
213
tragica; per me io soii persuaso che nulla vi è di
più comico, imperocchè lo scioglimento dell'opera
che rappresentano cotesti dottori è sempre un
matrimonio (1). —
Tocchiamo brevemente di un altro monaco smo
nacato, cioè di Ochino, ammogliato altresì pel ri
poso dell'anima sua. Parlando di lui diceva Beza
a Didusio : — Egli è uno scellerato libidinoso,
fautore degli ariani, schernitore di Gesù Cristo e
della sua Chiesa. Egli è ben vero che questo santo
uomo era stato uno dei fondatori della Frammas
soneria, o dei deisti, o atei, raunati a Vicenza nel
1546 (2). Scampato alla giustizia di Venezia, alla
quale non poterono sottrarsi Giulio Trevisano e
Francesco de Rugo, che furono appiccati, si salvò
in Inghilterra, ove fondò loggie. In seguito, sotto
il regno di Maria Cattolica, se ne andò a Tras-
burgo, e nel 1555 a Zurigo, dove fu ministro. Pre
dicando egli la poligamia, ne fu scacciato e si ri
coverò in Polonia d'onde ebbe parimente lo sfratto.
Per ultimo morì di peste in Slancow nella Mora
via, nel 1577, odiato delpari dai luterani e dai cal
vinisti. Dal canto suo Ochino non odiava meno
quei settarii ; perocchè nel suo dialogo contro la
sètta degli dèi terrestri, così si esprimeva a propo
sito dei ministri di Ginevra é di Zurigo : — Que
sta gente pretende che si tengano per articoli di
fede tutto ciò che essi cavano dal loro cervello:
11) Spiti. 951. Ed. Lutg. Batav. 1703.
(2) Ponno consultarsi intorno a ciò Le voile levi, la Con-
juration contre l'Église catholique, ed il Journal Iiisi, et litter.
1.'. Juin 1792, p. 272.
214
chi non vuol seguirli è eretico; ciò che sognano di
notte (alludendo a Zuinglio) è messo in iscritto e
stampato e tenuto per oracolo di giorno... Nè pen
sate che essi giammai diano addietro. Sono eglino
sì lontani dall'ubbidire alla Chiesa, che per con
trario, vogliono che la Chiesa debba loro ubbidire.
Non è egli ciò esser papi, esser dèi in terra, e ti
ranneggiare la coscienza degli uomini? —

§ 4. — Ritratto di Calvino e de1 suoi discepoli


e cooperatori.
Ma è da passare al terzo riformatore Calvino e
suoi principali addetti. Giovanni Caovin, o vogliam
dire Calvino, nacque in Noyon da un bottaio, che
poscia divenne notaio e procuratore fiscale del
vescovato di questa città. Per uno di quegli abusi
frequenti, allorchè la Chiesa è dominata dai re o
dai popoli, Calvino fu provveduto all'età di dodici
anni di una cappellania nella chiesa di Noyon,
ed in seguito della cura di Pont-l'Evèque, senza
essere mai. stato promosso al sacerdozio. Quivi
quest'infelice beneficiato si rese colpevole di quel
l'infame delitto che è la sodomia. Ecco come l'in
glese Stapleton racconta questo memorabile avve
nimento: — Si vedono tuttora in Noyon, città
della Pi'cardia (l'anno 1590, cioè 20 anni dopo la
sua morte) i registri giudiziarii nei quali si legge
ancora, che questo Giovanni Calvino, convinto di
sodomia, fu segnato sul dorso per grazia speciale
del vescovo e dei magistrati: imperocché il rogo
215
era il supplizio ordinario per tali delitti, e venne
ignominiosamente scacciato dalla città. Le più
oneste persone di questa famiglia, le quali tuttora
vivono, non hanno fin qui potuto ottenere che cotal
macchia infamante sia cancellata dai pubblici re
gistri (1).
Il Bolsec, cioè Girolamo Hermes, afferma di
aver egli stesso veduto la prova autentica tra le
mani del Berthelier segretario del consiglio di Gi
nevra spedito dai magistrati di questa città a No-
yon per prendere di ciò autentiche informazioni.
Nella Vita di Calvino, Parigi 1577 (si noti questa
epoca, dalla quale apparisce essere stato il bio
grafo contemporaneo a Calvino), si racconta altresì
come in Ginevra Calvino ebbe il suo Adonide fan
ciullo, il quale abbandonollo fuggendo dopo di
averlo derubato (2). Questi fatti sono così comune
mente riconosciuti che, avendo il P. Campiano
affermato, come fatto notorio in Inghilterra, che il
capo dei calvinisti era stato segnato col fior di
giglio, lo stesso Wittakero, antagonista del Cam-
piano, lungi dal negarlo, gli rispose con un'inde
gna e profana comparazione, dicendo che se Cal
vino era stato stimmatizzato, S. Paolo ed altri lo
furono del pari (3).
Costretto a lasciar la Francia, Calvino passò in
Alemagna. In Basilea fu presentato da Bucero ad
Erasmo, il quale, dopo di essersi trattenuto con
(1) In Promptuario Calholic. Sabato Hebdom. 3 Quadrag.
pag. 749.
(2) Vedi Stapleton. 1, c.
(3) Campiano nella terza lezione, an. 1581.
216
essolui, rivolto a Bucero mostrandogli il giovine
Calvino : — Io veggo, disse, una gran peste le
varsi contro la Chiesa: Video magnam pestem ori-
ri in Ecclesia contro, Ecclesiam (1).
La dottrina di Calvino sulla Trinità svegliò lo
sdegno di un uomo, per altro suo partigiano, qual
fu lo Stancaro, che gli volse l'apostrofe seguente :
— Qual demonio ti ha spinto, o Calvino, a decla
mare con Ario contro il figlio di Dio? Egli è
l'anticristo del settentrione che tu hai avuto l'im
pudenza di adorare.... Guardati, lettor cristiano,
e voi soprattutto ministri della parola, guardatevi
dai libri di Calvino... Essi contengono una dot
trina empia, le bestemmie dell'arianesimo. Pare
che lo spirito di Michele Serveto , involandosi al
rogo, sia passato alla platonica tutto intiero in Cal
vino (2). — Che se così giudicò e scrisse di Calvino
un suo seguace, che ne avranno pensato e detto i
suoi antagonisti, i luterani? E di vero, insegnando
Calvino che Dio è l'autor di tutti i peccati, si sol
levò contro tutti i partiti della riforma. — Questa
opinione, dissero i luterani di Germania , debbe
essere avuta da per tutto in orrore, in esecrazione.
È un furore da stoico, fatale ai costumi, mostruoso
e blasfemo (3). — Cotesto errore calvinista, scrive
Corrado Schlussemberg, è orribilmente ingiurioso
a Dio, e di tutti gli errori è il più funesto al ge
nere umano. Secondo questa teologia calvinistica,
(1) Floremond, Hisloir. pag. 889.
(2) Stancharus, de Mediat, in Calcili. Institul. pag. 3 et 4.
(3) Corfus doclr. Cluist.
217
Dio sarebbe il più ingiusto tiranno, e non più il
demonio, ma Dio stesso sarebbe il padre della
menzogna (1). Questo medesimo autore, che era
sopraintendente generale delle chiese luterane ,
nei tre libri che pubblicò (2) contro la teologia
calviniana, non parla giammai dei calvinisti senza
denominarli infedeli, empii, bestemmiatori, cerre
tani, eretici, increduli, gente colpita da uno spi
rito di acciecamento e di vertigine, gente senza
fronte e senza pudore, ministri turbolenti e agita
tori di Satanasso. — Non solamente, soggiunge
Heshusio, essi trasformano Dio in demonio, cosa
che il sol pensarlo fa orrore, ma annichilano il me
rito di Gesù Cristo a tal punto, che essi son degni
di essere rilegati al fondo dell'inferno. —
Se non che non mancano calvinisti i quali insor
sero contro Calvino per cosiffatti insegnamenti.
Bullingero, tra gli altri, tonò dalla cattedra contro
le abbominevoli dottrine del suo capo, e ne dimo
strò la falsità colla Scrittura, coi Padri e colla
testimonianza dell'intera Chiesa. — Egli è adunque
evidentemente provato per la Scrittura, conchiuse
egli, questo domma insegnato sempre dagli Apo
stoli in poi, che l'autore del male, la cagion del
peccato, non è Dio, ma bensì la nostra volontà
corrotta, la nostra concupiscenza ed il diavolo che
la muove, l'eccita e l'infiamma. —
Or qui ci sia lecito il fare una breve intramessa
a rispetto del nostro Monod, discepolo così fedele
(1) Conrad. Schlussemb. Calvin, Theol. fol. 4b.
(2) Francfort 1592.
218
e seguace sì devoto di Calvino. Me la suggerisce
lo scrittore di un'opera eruditissima , nella quale
si legge il documento che ho pur dianzi allegato.
Povero Bullingero ! che avreste voi risposto al
Monod se vi avesse detto alla sua maniera, Io non
conosco nè padri, ne chiesa ; io non conosco che
la sola Scrittura, tal quale me l'ha mostrata lo
Spirito Santo ! La chiesa intiera e però la chiesa
romana non può sussistere in faccia alla Bibbia.
Povero Bullingero, voi vi gettaste come un imbe
cille nelle reti della tradizione. Non è così sciocco
messer Monod: al diavolo, dice egli, la tradizione,
lo non voglio che la Bibbia spiegata dal mio Spi
rito Santo, con questa sola io faccio fronte a
tutto (1).
Ripigliando ora il filo delle testimonianze dei
calvinisti contro la dottrina del loro maestro, ci si
presenta il famigerato Castiglione, il quale volge
al medesimo le seguenti parole : — Egli è un Dio
falso quel Dio che è lento alla misericordia, pronto
alla collera, che ha creato la maggior parte degli
uomini affine di perderli, e gli ha predestinati non
solo alla dannazione, ma alla causa stessa di lor
dannazione. Avrebbe dunque cotesto Dio decretato
da tutta la eternità, e vuole dunque attualmente e
fa che l'uomo sia necessitato a peccare, per forma
che i furti, gli adulterii, gli omicidii non si com
mettano che per suo impulso ? Imperciocchè egli è
che infonde negli uomini affezioni perverse e diso-
(1) Le Ministrr Protest, aux presa aree Lui me~iue. Lyon
1836, pag. 181.
219
neste, e gli indura, non già per semplice permis
sione, ma con efficacia tale che l'empio compie
l'opera di Dio e non la sua ; che non più Satana è
il vero padre della menzogna (1). — In vece di
negare un cosiffatto insegnamento da quell'empio
eresiarca, che egli era, così a tali accuse risponde
Calvino : — Giammai uomo ha spinto più oltre
l'orgoglio, la perfidia, l'inumanità. Chi non ti co
nosce per un impostore, per un buffone di una
cinica impudenza, ognora pronto ad abbaiar contro
la pietà, non è fatto per giudicare di cosa alcuna. —
E termina la sua risposta con questa benedizione
degna di Lui — Che il Dio Satanasso ti acquieti.
Così sia. Ginevra, 1558.
Nè altro giudizio di questo miserabile si fece a
quei tempi dagli anglicani. Circa il 1558 comparve
in Londra uno scritto composto o almeno appro
vato dai vescovi anglicani contro la sètta calvini
stica dei puritani. Calvino e Beza vi sono dipinti
quali persone intolleranti ed orgogliose, che per
aperta ribellione contro il loro legittimo principe,
avevano fondato il loro vangelo, e pretendevano
dominar la Chiesa con una tirannia più odiosa
di quella così sovente apposta ai sommi Pontefici.
Protestano in presenza di Dio onnipotente che —
Fra tutti i testi della Scrittura allegati da Calvino
o dai suoi discepoli per la chiesa di Ginevra contro
quella d'Inghilterra, non ve n'ha pur uno che non
sia stravolto ad un senso sconosciuto alla Chiesa
ed a tutti i padri dagli apostoli in poi : per modo
(2; Castellion. in Lib. de pracdesl. ai Calvin.
220
che se i ss. Agostino, Ambrogio, Girolamo, Griso-
stomo ecc. ecc. ritornassero in vita, e vedessero
di qual maniera la Scrittura è citata dai dottori
ginevrini, si meraviglierebbero che al mondo siasi
giammai trovato un uomo di audacia tanto sfre
nata, da abusare senza il menomo colore di verità,
della parola di Dio, di se medesimo, dei suoi let
tori e delVintiero universo. E dopo di avere dichia
rato che da questa sorgente ginevrina erasi sparsa
in Inghilterra una dottrina avvelenata, sediziosa,
catilinaria, aggiungevano: Beata le mille volte,
beata risola nostra, se niun inglese e niuno scoz
zese avesse giammai posto piede in Ginevra, nè
avesse giammai conosciuto un solo di cotesti dot
tori ginevrini.
Nè mancano di presente protestanti Calvinisti in
Ginevra, i quali severamente giudicano Calvino e
l'opera di lui. Tale, per esempio, è il signor Duce-
mann di Ginevra, cancelliere di Stato, il quale
pubblicò nel 1864 un opuscolo dove prova:
1° Che Calvino, lungi dall'iniziare in Ginevra
un' èra gloriosa di libertà, di pace, di fraternità,
di sapienza, di carità cristiana, non fece altro che
inaugurare e piantare nel suolo della repubblica
il più selvaggio e feroce reggimento civile, politico,
religioso ; un governo delatore, sospettoso, astioso,
spogliatore, sanguinolento, che al tempo di Cal
vino, e per lungo spazio dappoi, non cessò di ma
nifestarsi con gli atti del più crudo e brutale de-
spotismo. Alla quale conclusione 1' autore viene
condotto per via di prove quasi matematiche, ci
221
tando le centinaia e centinaia d'uomini e di don
ne che, il vendicativo e fiero riformatore, faceva
carcerare, esiliare, multare, uccidere, bruciare,
quando avessero avuto la sventura di dispiacergli
sia nel maneggio degli affari, sia nelle controver
sie religiose (1).
2° Che Calvino, cadendo tosto in aperta contrad
dizione col principio fondamentale della riforma
che diceva — Non più autorità ecclesiastica, e
nieiiV altro che la Bibbia — sostituì all'autorità
dei Vescovi e dei Papi la sua propria volontà ,
arbitraria, assoluta, oppressante ; talchè ogni cosa
nell'ordine civile e nel religioso; ogni persona, dal
primo sindaco della repubblica , sino all' ultimo
predicante delle campagne , . dovettero curvarsi
sotto il ferreo giogo di Messer Calvino ? L'autore
cita fatti oltre numero, i quali provano come il
grande e il piccolo consiglio della repubblica, il
concistoro, la venerabile Compagnia, gli Anziani,
le leggi, i tribunali, dovessero incessantemente pie
garsi alle voglie del focoso e violento riformatore.
3° Che Calvino, nel delirio di sua orgogliosa em
pietà, giunse fino a volere la sua causa e le sue vo
glie capricciose, quasi immedesimate colla causa
e colla volonta di Dio, affermando baldamente,
che Dio vuole ciò che vuole Calvino!
4° Che Calvino a forza di pressure, di bandi e
di sentenze capitali, riuscì finalmente ad ischiac-
ciare il partito nazionale di Ginevra, dominando
(1) Lo stesso appunto lu provato in un altro lavoro inti
tolato: Calvin et Genève par un Cathotique.
222
egli solo per mezzo degli stranieri, che da ogni
parte erano colà convenuti al servizio del nuovo
dominatore.
5° Che i predicanti chiamati ed autorizzati da
Calvino, e Calvino stesso coi suoi falsi profeti, i
quali tutti non rifinivano di declamare contro la
immoralità e gli abusi del clero romano, ebbero fin
dall'aurora della riforma costumi tali, da disgra
darne il pattume delle città più licenziose. Onde
venne a poco a poco il proverbio, che Ninno mai
si fé protestante per esser migliore. Nè potevano
altri frutti aspettarsi da una dottrina che tiene :
Le buone opere essere inutili — Le virtù cristiane
e meritorie essere impossibili — L'uomo non es
ser libero — Il male necessariamente operarsi
dalVuomo — L'uomo essere fatalmente predesti
nato al cielo o alVinferno senza riguardo alle
opere sue proprie ecc. ecc. !
6° Che le declamazioni di Calvino e de' suoi
aderenti ebbero, per effetto immediato, il profon
dare Ginevra in un abisso di licenza e di confu
sione, dove gli odii, le vendette, le sedizioni, le ri
volture divennero come connaturali al paese. Fin
qui l'autor protestante nell'opuscolo pubblicato ad
occasione dell' anniversario della morte di Calvino.
A questi cenni biografici, che di Calvino ci la
sciarono i protestanti suoi contemporanei e segua
ci, aggiungeremo un fatto notevolissimo, che con
cerne i suoi miracoli, ed è riferito dagli aderenti
medesimi di Calvino (1). Provocato e stretto dai
(1) Bolsec, Mem. hislor. vii. Olivini an. 1577. — Febeien
223
cattolici, questo innovatore, a provave la sua mis
sione per mezzo di miracoli, come fecero gli Apo
stoli, risolvette di metter fine alla loro persecu
zione col risuscitare un morto. Ad operare questo
prodigio diede occasione un certo Bruleus, che
aveva abbandonata la terra natale di Osbuni per
istabilirsi in Ginevra. Perocchè trovandosi egli e
sua moglie nella miseria, procacciarono di acqui
starsi la grazia di Calvino, per partecipare alle
elemosine che questi era incaricato di distribuire.
Promise veramente Calvino di sovvenirli, ma pose
loro la condizione, che dal canto loro il servissero
in cosa, che esigeva dalla loro parte gran discre
zione e piena confidenza. Costretto dalla miseria
il Bruleus ne diede promessa, e secondo il piacere
del riformatore, si finse malato. I ministri lo rac
comandarono alle preghiere ed alla carità del po
polo ; ma intanto la malattia divenne più grave, e
finalmente si disse che il Bruleus era morto. Cal
vino avvertito in segreto, esce, come per passeg
giare, accompagnato da un gran numero de' suoi
amici ; arriva, come per caso, presso il luogo ove
giaceva il creduto defunto, e sente venire da quella
volta il suono delle grida e dei lamenti di una
donna che si strappa i capelli per disperazione ; si
arresta, interroga, mette piede nella casa, cade in
ginocchio con tutto il suo seguito davanti al letto
del morto ; prega Dio ad alta voce, che voglia mo
strare la sua potenza, col restituire la vita a que-
Ninguarda in lib. cont. Ann. Burgensem — Lindanus in dubi
tatici. — Alanus, corpus, lib. VII, dialog. Cf. Surio.
224
st'uomo, e faccia manifestala sua gloria agli occhi
di tutto il popolo, approvando con questo atto la
missione ricevuta da Calvino per riformare la
Chiesa. Finita la preghiera, il taumaturgo si alza
con atto di solenne gravità, si avvicina al morto e,
prendendogli la mano, gli comanda in nome di Dio
di alzarsi ; glielo comanda una, due , tre volte al
zando sempre più la voce ; ma il morto non ri
sponde. La moglie allora si accosta e lo scuote, ma
non era più che freddo cadavere ! Fu allora che
incominciarono a versarsi le vere lagrime e a met
tersi urli non finti, rimanendo Calvino sopraffatto
da un torrente d'imprecazioni vomitate dalla ve
dova, che prese tosto a raccontare pubblicamente
tutta l'orditura di quella miserabile farsa.
Neghino a loro posta questo fatto i codardi adu
latori di Calvino, soggiunge qui lo storico sopral
legato; il fatto è sufficientemente accertato, e le
confessioni della donna che ne fu parte, non la
sciano luogo a dubitarne. Ecco i miracoli operati
dagli eretici, come fin da' suoi tempi faceva osser
vare Tertulliano, scrivendo appunto così —Voglio
adunque che si palesino anche i prodìgi di costoro
(degli eretici). Se non che riconosco la tragrande
loro virtù, colla quale emulano a ritroso gli Apo
stoli. Imperocchè quelli di morti facevan vivi ,
questi di vivi fanno morti (1). — Tanto è vero che
gli eretici di ogni tempo sono sempre gli stessi.
(1) De Praescript. haeret. cap. XXX. Le parole sue son
quest'esse: Volo igitur et virtutes eorum (haereticorum) pro
ferri. Nisi quod agnosco maximam virtutem eorum qua Apostolo*
in perversum aemulanlur. liti enim de morluis vivos faciebant,
hi de vivis mortuos faciunt. Ed. Rigali.
22ii
Ci siamo intrattenuti alquanto più a lungo in
torno a Calvino perchè riconosciuto per maestro
dal nostro Monod. Laonde a compimento dell'opera
non possiamo nè dobbiamo intralasciare la fine che
Calvino fece di sua mortale carriera, quale ci restò
descritta dal suo discepolo e testimonio di veduta,
Giovanni Haren, colle seguenti parole : — Calvino
terminando la vita nella disperazione, morì prima
divorato da vermi, e consumato poi da quella igno
miniosa e stomachevole malattia, che Dio ha mi
nacciato a chiunque infellonisce contro di lui. Tutto
ciò non temo di affermare, come verissimo. Io
presente ho veduto con questi miei occhi la funesta
e tragica sua fine (1). Le parole originali dell'au
tore sono queste: — Calvinus in desperatione fi-
niens vitam obiit turpissimo et foedissimo morbo,
quem Deus rebellibus comminatus est, prius excru-
ciatus et consumptus. Quod ego verissime attestavi
audeo, qui funesfum et tragicum illius exitum his
nteis oculispraesens aspezi. Nè men tetri sono i
colori coi quali ci dipinge questa morte Corrado
Schlussemberg. — I>io, dice egli, ha manifestato
anche in questo mondo il suo giudizio sopra Calvi
no, cui visitò colla verga del suo furore e punì orri
bilmente avanti all'ora della funesta sua morte.
Imperocchè Dio colla potente sua mano percosse
quest'eretico per forma, che disperato di sua sal
vezza ed invocati i demoni, giurando ed esecrando
e bestemmiando ogni cosa, esalò miseramente il
maligno suo spirito. Frattanto i vermi gli anda
ti) Gio. Haren presso Pietro Cutzenio.
Psrroms, la Lucilla li
S26
vano brulicando per entro ad una postema, od ul
cere fetentissimo sotto il ventre, talchè niuno dei
presenti ne poteva più sopportare il fetore (1).
Giova qui pure recare in mezzo le parole dello
scrittore. Deus etiam in hoc saeculo iudicium suum
in Calvinum patefecisse, guem in virga furoris
visitavit atque horribiliter punivit ante tnortis in-
felicis horam. Deus enim manu sua potenti adeo
hunc haereticum percussit, ut, desperata salute,
daemonibus invocatis, iurans, execrans et blasphe-
mans, miserrime animam malignarti exlialavit. Ver-
mihus, circa pudenda in apostJiemate seu ulcere
foetentissimo crescentibus, ita ut nullus assistentium
foetorem amplius ferre posset.
E di Calvino basti, chè troppo lungo sarebbe
al presente lavoro il dirne di vantaggio. Diciamo
alcuna cosa del suo favorito discepolo Teodoro
Beza, conforme ne scrissero non già i cattolici, ma
gli stessi luterani, cioè un'altra sètta di prote
stanti. Propongono essi il quesito perchè mai Beza,
nella sua vita di Calvino, non facesse motto dei
fiori di giglio roventi, coi quali fu suggellato il
suo eroe ? E rispondono che essendosi egli stesso
segnalato pei medesimi delitti e per la medesima
eresia del suo campione, avrebbe dovuto con ciò
infamarsi da sè stesso. Quindi l'avversione che i
calvinisti per istinto professano al fior di giglio,
fino a cancellarne tutte le immagini, ed a volerlo
divelto dalle loro terre ed a non lasciarlo spuntare
(1) Conr. Schlussemb. in Theol. Cale. lib. II, fol. 72, edit.
Francofurti 1592.
227
nei loro giardini (1). Or ecco il ritratto che di
questo panegerista di Calvino e successore di lui
nella supremazia di Ginevra ci lasciò l'Heshusio
di professione luterana : — Chi non istupirà della
incredibile impudenza di questo mostro, la cui vita
sozza ed infame è conosciuta da tutta la Francia
pei suoi epigrammi peggio che cinici ? Pur nondi
meno voi direste all'udirlo, che egli è un sant'uomo,
un altro Giobbe, o uno degli anacoreti del deserto,
maggiore di S. Paolo e di S. Giovanni : tanto egli
va dappertutto buccinando la storietta del suo esi
lio, delle sue sofferenze, della sua purità, dell'am
mirabile santità di sua vita, come quelli dei quali
parla Giovenale — Qui curios simulant, et baccha-
nalia vivunt (2). — Il Beza (scrive un altro) ri
trae al vivo nei suoi scritti l'immagine di quegli
uomini ignoranti e grossieri che per manco di ra
gioni e di argomenti mettono mano alle ingiurie,
ovvero di quegli eretici, il cui ultimo appiglio è
ricorrere agli insulti... Gli è così che, pari ad un
demonio incarnato, quest'uomo immondo, tutto
artifizio ed empietà, racconta le sue bestemmie sati
riche (3). — Lo stesso autore soggiunge, che dopo
aver passati 28 anni di vita in leggere da oltre a
220 pubblicazioni calvinistiche , non ne aveva
trovata veruna in cui le ingiurie e le bestemmie
fossero così accumulate come negli scritti di que
sta belva... Che se alcuno ne dubitasse, non avrebbe
(1) Conr. Schlussemb. 1. c.
(2) Heshusius, Vers. Fiorini, p. 1018.
(3) Schlusscmberg, in Theol. Calvin, toni. II, possim.
228
se non a svolgere i suoi famosi dialoghi contro il
dottor Heshusio. Non si crederebbe che fossero
scritti da un uomo, ma sì bene da Beelzebub in
persona. Io inorridirei al ripetere le oscene be
stemmie che questo essere imparo ed ateo vomitò
nel più grave soggetto con un miscuglio nauseante
di empietà e di buffoneria. Senza dubbio egli aveva
intinta la penna nell'inchiostro infernale (1).
Si dirà egli che i luterani sono sospetti siccome
antagonisti degli ugonotti? Ma io non ho detto
nulla che non sia confermato dai medesimi calvi
nisti. Commendano essi Beza come scrittore polito
ed elegante, ma quanto ai costumi cel dànno come
uno dei più scellerati uomini del suo tempo: li
bertino , empio, profanatore delle cose più sante
per le sue beffe che hanno dell'ateismo; crudele,
sanguinario, sempre pronto ad ispirare i più neri
e sanguinolenti attentati; impudente, dissoluto,
immerso nelle più ontose impudicizie, come appa
risce da' suoi IiwenUia, e precipuamente in quel
l'epigramma dove, ritraendo la Candida, sua favo
rita, ed un giovane drudo, ha la sfrontatezza prima
di vantarsi, e poscia di accusare sè stesso del più
esecrabile dei delitti. Per isfuggire le ricerche del
Parlamento e sottrarsi al fuoco, vendette il prio
rato ond'era investito e qualche altro piccolo be
nefizio che teneva per rassegna di suo zio Nicola
di Beza, e si fuggi a Ginevra con la sua Candida,
certa signora Claudia, moglie di un sarto di Pa
rigi, da lui sedotta e sposata vivente ancora il
(1) Schlussemberg, in Theol. Calvin, tom. li, passim.
229
marito. Così egli diede principio a Ginevra alla
sua riforma con un adulterio permanente che lo
rendeva degno di morte secondo tutte le leggi di
vine ed umane (1).
Non accade parlare di Melantone, prima lute
rano , poi zuingliano , poi calvinista, sempre on
deggiante ed irresoluto di fuori, perchè incredulo
al di dentro, che a quell'epoca chiamavasi la ban
deruola della Germania. A cagione di questa per
petua incostanza, gli fu da' suoi ricusato lo stesso
onore dei funerali. A quest'infelice balestrato fu
meritamente applicato il verso : Nunc me Pontns
habet, iactantque in littora venti (2).

§ 5. — Ritratto che fanno i capi Riformatori


dei loro ministri.

Or reggiamo come dai capi riformatori venis


sero dipinti i loro ministri: — La piaga più de
plorabile, scrive Calvino, si è che i pastori stessi
i quali salgono in cattedra sono oggi i più vergo
gnosi esempi della perversità e degli altri vizii ;
quindi avviene che i loro sermoni non ottengono
più di credito e di antorità che le favole rappre
sentate sulla scena da un istrione. E questi mes
seri ciò non ostante ardiscono di lamentarsi che
sono dispregiati e mostrati a dito per ischerno?

(1) Vedi Bolzec, Vii. Thcod. Bezae. — Florimond, de Raem.


lib. 8, c. 17. — Spondau ad an. 1519. — Balduin., Resp. od
Calumn.
;2) Le Ministre ecc. pag. 191.
230
Quanto a me stupisco che le donne e i fanciulli
non li coprano di fango e di sozzura (1).
Lutero poi alla sua volta ne' suoi simposii dice
che la maggior parte de' suoi discepoli vivevano
alla epicurea, predicavano ciò che era dettato dai
loro cervelli, e non pensavano ad altro che a pas
sare giorni gioviali. Tra i papisti non si troveranno
di tal fatta viziosi, di tal fatta porci, di tal fatta
mostri. Spremono dal Vangelo ciò che loro piace,
nè si recano a coscienza di calpestare la volontà
di Dio, e nemmeno di vomitare bestemmie. Sono
mascalzoni, pieni di orgoglio, più infetti di ava
rizia adesso di quello che fossero sotto il papato.
Il disordine è giunto a tale che , se a taluno sor
gesse il ghiribizzo di contemplare una ragunata
di furfanti, di usurai, di uomini dissoluti e ribelli,
di gente di mala fede , egli avrebbe solo ad en
trare in una di quelle città che chiamansi evange
liche : quivi troverebbe a gran numero uomini sozzi
di tal risma. Io dubito che s' incontri fra pagani ,
ebrei, turchi od altri infedeli, gente così ostinata e
arrogante per la quale ogni onesto sentimento,
ogni virtù sia spenta, e da cui non si faccia verun
conto di qual sia specie di peccati. Voi non ve
drete alcuna emendazione nei loro costumi; essi
conducono una vita tutta epicurea, somigliante a
quella delle bestie. Appo loro l'oppressione e lo
spogliamento dei poveri tengono il luogo dell'ele
mosina; l'orgoglio, l'insolenza sono sostituite alla
umiltà, le bestemmie alla preghiera (2).
(1) Lit. De Scavd. et in serm. 10 e 30 in Epist. ad Eplies. 23.
(2) Lutherus in colloquiis, pag. 234.
231
Giangiacomo Rousseau si tolse la briga di rap
presentarci i ministri di Ginevra : — Si dimanda
ai ministri di Ginevra (dice egli) se Gesù Cristo
sia Dio, e non osan rispondere. Si dimanda loro
qual mistero essi ammettano, non osan rispon
dere. A che cosa adunque risponderanno, quali sa
ranno gli articoli fondamentali di loro credenza?...
Un filosofo getta sovr'essi un'occhiata penetrante,
li vede ariani , sociniani , lo dice aperto e stima
così di far loro grand'onore... Sgomentati di tratto
e spaventati, non sanno a quali santi rivolgersi;
dopo lunghe consultazioni, deliberazioni, confe
renze, tutto viene a terminare in una oscura tan-
tafera in cui non si dice nè sì nè no, e di cui è dif
ficile d' intendere nulla più che delle due arringhe
del Rabelais. La dottrina ortodossa non è forse
chiara abbastanza, e non è posta in mani sicure ?
Sono per verità gente singolare cotesti vostri mi
nistri; non si sa neppure ciò che sembrano cre
dere ; la loro sola maniera di stabilir la fede è di
attaccare quella degli altri (1).
Tale è il quadro che ci presentano dei capi ri •
formatori del secolo XVI i riformatori stessi ed i
loro discepoli. Noi nulla abbiamo voluto aggiu-
gnere del nostro, perchè niuno ci accusasse di
averne noi stessi caricate le tinte. Anzi abbiamo
schivato in vero studio di allegare gli storici po
steriori e cattolici che con ogni fedeltà raccolsero
le memorie di quei tempi , come l'Audin, il Doel-
linger, il Nicolas ed altrettali. Niuno adunque avrà
(1) Second. Leti, rie la montagne.
232
ragione di lamentarsi al vedere così dipinta l'ori
gine della riforma, cioè di quell'opera dell'umano
orgoglio e dell'umana licenza. I così detti rifor
matori, uomini dominati da siffatte passioni, prima
procacciarono di far leva di uomini simili a sè, e
poi, valendosi della comune disposizione alla li
cenza , invece d' infrenarla, la promossero e dila
tarono. Trassero i loro primi proseliti dai conventi
e dai monasteri coll'offerire ai religiosi ed alle re
ligiose indisciplinate l'appagamento della sensua
lità per via di nozze sacrileghe ed incestuose. Fe
cero incetta di questi uomini, bruzzaglia più vile
di ogni plebe, dei quali nelle turbe v'ha sempre
dovizia, oziosi, dediti ad ogni nefandezza, faci
norosi, dissoluti, sempre pronti alle sedizioni, pro
mettendo loro una parte delle spoglie di Chiesa.
Inondarono il mondo di libercoli satirici, calun
niosi, per mettere in discredito tutto l'ordine ec
clesiastico. Sedussero non pochi principi sotto il
pretesto di sottrarli alla supposta tirannide ponti
fìcia e di arricchirne l'erario coi beni ecclesiastici.
Colla forza bruta, colla moltitudine e colla prote-
. zione di parecchi potenti mossero dappertutto se
dizioni, e misero ogni cosa a romore ed in tumulto.
Entravano all'improvviso nei sacri chiostri, ed ar
mata mano ne scacciavano i pacifici abitatori e si
dividevano la preda che vi trovavano. Dai chiostri
passavano alle parrocchie ed alle cattedrali, onde,
cacciati i parrochi ed i capitoli, pigliavano essi
possesso delle chiese. A guisa d'un vasto incendio,
si allargavano recando per ogni dove la desola
233
zione e la strage. I principi da loro sedotti pre
stavano anch'essi servigio ai novatori per via di
leggi, di editti, di bandi, cacciando via i sacerdoti
cattolici per sostituire ad essi i nuovi predicatori.
Guai a quel popolo che si fosse ardito di opporsi
a quest'arbitrio tirannesco. L'esilio, la confisca, la
carcere era sempre pronto a punire i renitenti.
Finalmente con un editto generale si proclamava
abolito il culto cattolico, e sottentratagli la reli
gione del nuovo Vangelo, scoperta alfine, dopo
quindici secoli , da quei grandi che vedemmo
poc'anzi ritratti al naturale dai loro stessi con
temporanei. Tal è in iscorcio la storia dell'ori
gine del protestantesimo e di coloro i quali lo in
trodussero nel mondo.

§ 6. — Riflessioni intorno al carattere morale e


religioso degli autori e cooperatori della ri'
forma protestante.
Or ci sia lecito di fare alcune dimande al no
stro Monod : — Che hassi a pensare di cotesti uo
mini i quali si arrogano il pomposo vanto e si die
dero il glorioso titolo di riformatori? Hassi dunque
a credere che Dio scegliesse a strumenti del suo
braccio per riformare il mondo uomini di tal fatta?
E che in tali anime abitasse lo Spirito Santo, e
desse loro la vera intelligenza delle sante Scrit
ture contraria al perpetuo insegnamento di tutta
la Chiesa? Perocchè gli è un fatto che ognuno
di loro si arrogava l'assistenza speciale del Santo
234
Spirito, e la sua novella dottrina, qual puro Van
gelo, sostituiva alla ricevuta dai cattolici suoi
maggiori. Ora, siccome coloro pretendono a torto
di farsi maestri di verità contro la Chiesa di Dio,
così voi pretendete a torto di avere ai vostri ser
vigi il divino Spirito per condannare l'insegna
mento e la pratica di quella medesima Chiesa. La
povera Lucilla non sospettò che voi colle vostre
ispirate e melate parole vi faceste beffe della sua
incauta semplicità per trarla fuori dall'unica vera
Chiesa, cioè dall'ovile di Gesù Cristo, in cui solo
è salute. Ma questo, e non altro, è quello che voi
faceste ; questo, e non altro, è quello che ora in
Italia tentano di fare altri eterodossi simili a voi.
Di più voi diceste alla vostra Lucilla che la
storia dei Papi è una delle più sozze pagine della
storia. Ma noi vi abbiamo dimostrato e fatto toc
care con mano quanto falsa e calunniosa sia co-
testa vostra asserzione. Ora inoltre avvertiamo
che, supposta ancora la condotta di quei sette od
otto Pontefici raccolti a stento dal Bost, degnis
simo vostro collega, questi stessi Papi furono co
lombe al paragone dei capi riformatori. Che se
poi si rifletta come questi sette od otto Papi incri
minati si dileguano nell'immensa maggiorità~di
oltre a ducento cinquanta uomini sommi, tra i
quali ben cinquantasette furono onorati sia dalla
palma del martirio, sia dall'aureola della santità ;
se si ponga mente ai beni inestimabili che per
ogni rispetto recarono alla specie umana, non che
al consorzio politico e civile, chi oserà mai di rin
Tacciare a questa portentosa serie di Pontefici
quella cauzione di sì menoma entità?
Confessi piuttosto a sua gran vergogna il Monod
che la più laida pagina della storia è quella che ci
offrono i suoi maestri, dei quali egli si mostra cosi
tenero ed ammirato. E ricordisi che questa pa
gina fu registrata dagli stessi capi riformatori e
dai loro discepoli. Che se i protestanti d'oggi
giorno si argomentano a tutto potere di tenerla
celata; e, vergognati di sì ignobile origine, so
gliono passarla sotto silenzio, noi l'abbiamo tratta
fuori qual monumento non perituro per far arros
sire i nuovi apostoli d'Italia , che non si peritano
di far nuovi proseliti di cotesti infami riformatori.

CAPO XI.

DELLA NATURA DEL PROTESTANTESIMO


NELLA FEDE E NELLA MORALE.

§ 1. — 11 protestantesimo per la sua natura


distrugge la fede.

Se il protestantesimo considerato nei suoi fon


datori ci apparve tale da doversene vergognare ogni
onesto protestante che venga a risaperne la vera
storia, non altro al fermo ci apparirà, dove si
consideri attesamente nella sua propria natura.
L'orpellino pure a loro talento i suoi difensori
colla nitida venustà delle loro frasi, sfoggino in
236
eloquenti declamazioni per dimostrarcelo un capo
lavoro di sovrumana sapienza; nulla sarà del pur
garlo dal vizio che ne accompagna ed infetta la
stessa essenza, siccome in questo capo sarà dimo
strato.
Tolgasi pertanto a disamina il protestantesimo,
e veggasi come esso fu naturato da chi lo intro
dusse nel mondo. Dal lato teoretico troveremo
essere il protestantesimo la distruzione della fede,
della Chiesa, della morale; dal lato pratico, il tro
veremo pieno di stranissime discordanze o vogliam
dire antilogie. Cominciamo dal considerarlo sotto
il primo rispetto.
Una breve analisi della fede, ci persuaderà di
leggieri la verità della nostra prima affermazione,
cioè che il protestantesimo è la distruzione della
fede. Sotto il nome di fede intendiamo qui l'assen
timento fermo dell'intelletto alle verità da Dio rive
late e nel senso in cui Dio le ha rivelate. Ora questo
verissimo concetto della fede è inconciliabile col
protestantesimo. Imperocchè, tolta di mezzo l'infal
libilità della Chiesa e sostituito ad essa l'esame
privato della Sacra Scrittura, o vogliam dire il
fallevole giudizio dell'uomo, non può questi cono
scere con certezza quanto Iddio ha rivelato , nè il
vero senso delle proposizioni rivelate. E notisi
che qui parliamo di tutte le verità rivelate, neces
sarie alla nostra eterna salvezza, tra le quali sono
per necessità molti misteri: non parliamo di quelle
poche verità, che per avventura s'intendono di
leggieri colla semplice lettura dei libri ispirati.
L'individuo pertanto che, secondo i principii del
protestantesimo, si fa giudice indipendente della
sua fede, si trova come una nave senza bussola ,
come una macchina locomotiva senza rotaie, come
un cocchio senza cocchiere. Nella ricerca delle
verità rivelate può farsi che egli la indovini ov
vero la sbagli, ma nè in quello nè in questo ha
mai certezza o sicurezza veruna. Tolte per avven
tura pochissime verità, nella più parte di quelle
che sono necessarie a credersi, ei non può dire :
Questa proposizione in questo senso è certamente
rivelata da Dio. E posto ciò, come potrà egli
avere quel fermo assentimento che è richiesto
all'atto di fede ? Avrà egli al sommo un'opinione
subbiettiva più o meno probabile; ma certa, ma
ferma, ma sicura, non l'avrà mai. Quindi quel
perpetuo ondeggiamento, che accompagna lo spi
rito del protestante in tutto il corso di sua carriera
mortale.
Ma poichè le cose meglio si apprendono nel
loro essere che nelle loro astrazioni, diamo una
occhiata alla storia del protestantesimo. Esso ci si
presenta come una fiumana irregolare, sia che si
consideri nella sua lunghezza, ossia che si riguardi
nella sua larghezza. Nella prima dimensione lo
vediamo cangiare ad ogni poco per innumerevoli
variazioni in opera di fede, onde i protestanti
sono in un continuo transito senza mai trovare
consistenza, come fu loro rimproverato e dimo
strato nelle pagine immortali del Bossuet e del
Mtihler. Nella seconda dimensione troviamo il ca
258
rattere del perpetuo sparpagliamento in sètte innu
merevoli, di che poterono già compilarsi volumi
nosi dizionarii, come quelli del Pluquet, del Rupp,
del Gregoire, del Migne (1). Il quale doppio ca
rattere d'instabilità e di sparpagliamento, così con
trario alla fermezza e all' unità della vera fede,
durerà tanto quanto la stessa essenza del pro
testantesimo, dalla quale l' uno e l' altro necessa
riamente procede.
Ed ecco dimostrato per via teoretica e per via
pratica, a priori ed a posteriori, come nel prote
stantesimo rimanga distrutto il concetto e la natura
della fede.

§ 2. — Distrugge inoltre la Chiesa.

Il protestantesimo adunque distrugge la fede :


ora veggiamo come esso venga a distruggere
eziandio la Chiesa. E qui sotto vocabolo di Chiesa
intendiamo una società bene organizzata, istituita
da Gesù Cristo, di cui professa la dottrina, e go
vernata da buone leggi, e fornita della necessaria
autorità. Che il protestantesimo veramente di
strugga la Chiesa, si dimostra per più ragioni.
Ragione prima: il protestantesimo non può provare
che esso sia istituito da Gesù Cristo, giacchè egli
nacque come per incanto da una disputa perso
nale quindici secoli dopo la istituzione della Chiesa
da Gesù Cristo fondata sopra S. Pietro. Seconda
ragione : il protestantesimo è privo di autorità sia
(1) Diction. des hérésies, des erreurs, et des schismes 18C4.
239
per costituire, sia per mantenere una professione
di fede, come si è provato di sopra dalla essenza
stessa del sistema protestante. Terza ragione : nel
protestantesimo non vi è gerarchia, ma tutti i
protestanti sono del pari sacerdoti in virtù del bat
tesimo a tutti comune, onde ognuno ha ugual diritto
di reggersi da sè stesso. Quarta ragione : i prote
stanti medesimi confessano di non avere alcun
centro, al quale i varii loro ceti convengano per
formar società: essi possono fino ad un certo
punto paragonarsi agli ebrei , i quali nelle varie
città hanno le loro sinagoghe col rispettivo loro
rabbino, senza potersi unire in una sola società.
Ogni sètta protestante, anzi ogni frazione di sètta,
vive e si governa separatamente senza mutua co
municazione sotto i diversi reggimenti politici in
Germania, in Francia, nell'Inghilterra, negli Stati
Uniti d'America e via dicendo. Quinta ragione : i
protestanti medesimi hanno perduto il concetto
della Chiesa : mercecchè alcuni la riguardano come
composta dei soli eletti o dei soli giusti , epperò
l'hanno per invisibile; altri ammettono due Chiese,
l'una visibile e l'altra invisibile, ma tengono che
la sola invisibile sia la vera ; altri suppongono la
Chiesa vera ed universale invisibilmente racchiusa,
come in un invoglio, nella Chiesa esterna e visibile;
molti affermano che le promesse fatte dal Salva
tore alla Chiesa sua pertengono solo alla Chiesa
invisibile : insomma non sanno proprio quel che si
dicano in un articolo di tanto rilievo. E donde mai
questo garbuglio di pensieri ? Dalla necessità di
240
liberarsi dalla gravissima difficoltà opposta loro
dai cattolici. Chiesero questi dove fosse la vera
Chiesa prima di Lutero, e i protestanti non potean
dire che nella comunione Romana, giacchè i cat
tolici avrebbono replicato, perchè dunque vi siete
da lei separati? Voi siete fuori della vera Chiesa.
Se avessero risposto essere perita la vera Chiesa,
ripigliavano i cattolici : chi ha dunque creata la
vera Chiesa presente ? Si è forse questa composta
da sè? Non è dunque più la Chiesa di Gesù Cristo
che era perita da più secoli. Per torsi pertanto da
questa terribile strettoia si rifuggirono nella Chiesa
visibile ed invisibile, ossia nè visibile nè invisibile:
in una parola distrussero il concetto di Chiesa. Le
costoro sentenze, col nome dei loro autori in per
petua contraddizione fra di loro, possono vedersi
presso il Murray (1) , al quale rimettiamo i let
tori per amore di brevità. Ragione sesta : l'aperta
confessione dei protestanti, alcuni dei quali nega
rono incisamente che Gesù Cristo abbia fondata
giammai una Chiesa, ma solo una cristianità o un
cristianesimo vago e indeterminato, come il cal
vinista Beniamino Constant (2), il luterano Bret-
schneider (3) , il Guizot riformato (4), il calvinista
Matter (5). Altri affermarono che la Chiesa è un
atomo impercettibile, come il ginevrino Cognard ;
(1) Traci, de Ka-les. Dublin 1860, voi. J, Par. 1, Diss. 5.
de Visibil. Eccl.
(2) Di la Relif. comidéree dans sa sourse ee.
(3) Nell'Op. Enrico ed Antonio.
(4) Guizot , Cours d' histoire modernc-civil. ec. en Fratce
tono. 1, 8.me Le?cm. (5) nirtoir. de riglis.
241
altri che la Chiesa non è altro che un ideale uni
versale, invisibile , cioè un puro essere di ragione
senza realtà, come l'organo del protestantesimo
ginevrino (1). Altri infine, tolta ogni ambiguità ,
dissero aperto nella loro desolazione, che non vi è
più Chiesa, come l'autore delle Lettere confidenzia
li al bibliotecario Biester, che alla pag. 45 scrive
così — Propriamente parlando non esiste più
Chiesa tra i protestanti. Il Pressensé afferma che
Gesù Cristo non ha fondata una Chiesa, ma che
ciascun fedele si forma la Chiesa propria; che la
Chiesa è un'associazione d'interessi spirituali libera
e revocabile. Il professor Diodati sul fine della sua
vita, come attesta il suo compagno ed amico
Ernesto Naville, esclamava pieno di tristezza: Non
vi è Chiesa. — Il protestantesimo è un metodo e
non una vera religione. Di tutto ciò possono ve
dersi le prove alla distesa nell'opera per noi pub
blicata — L'idea cristiana della Chiesa distrutta
nel protestantesimo, cap. VI, Genova 1862.

§ 3. — Distrugge eziandio la morale.


Gli è dunque fuor di ogni dubbio che il prote
stantesimo è la distruzione della Chiesa : veggiamo
se altrettanto egli sia rispetto alla morale. A per
suadercene basta por mente alle dottrine proprie
del protestantesimo. Scorriamole pertanto e rapi
damente, e cominciando dalla dottrina di Lutero
intorno ai divini comandamenti. Esso tiene che il
(1) La temarne religieuse ', 16 giugno 1833.
Persone, La Lucilla 16
242
Decalogo è abolito pel cristiano, il quale però non
è tenuto ad osservarlo. Ecco le precise parole del
l'eresiarca: — Importa assai il sapere e compren
dere come sia stata abrogata la legge, poichè il
conoscere che ogni legge è sospesa e messa da,
parte, e che perciò non può accusare nè condan
nare il fedele, il conoscere questo conferma la no
stra dottrina intorno alla fede, mentre serve a
consolare le coscienze... Io l'ho detto cento volte e
10 ripeto ancora (poichè non si potrà mai incuterlo
abbastanza) che il cristiano, il quale abbia affer
rato e abbracciato Gesù Cristo nostro Salvatore,
non è più sottomesso alla legge morale, ma sciolto
da ogni dovere di osservarla, e che la legge non
può sgomentarlo più nè condannarlo. — Se cre
diamo loro (cioè a S. Tommaso e agli altri teologi),
i dieci precetti da essi chiamati morali, non sono
stati abrogati. Credi a me, essi non sanno quel che
si dicano. Quanto a te, quando tratti dell' aboli
zione della legge, prendila pure in tutta la sua
estensione, e comprendi i dieci precelti come tutto
11 resto. Quando S. Paolo dice che noi, mercè di
Gesù Cristo, siamo stati liberati dalla maledizione
della legge, certamente intende la legge tutta
quanta, ma prima di tutto i dieci comandamenti,
perchè soltanto questi ultimi atterriscono la co
scienza e l'accusano avanti Dio (1). — Potrei
moltiplicare le allegazioni, giacchè Lutero insiste
sopra questo punto, come sopra un principio fon
ti) Come si tlelbano leggere i libri di Uosé, V. Part. Ed. d
Witemberg, p. 1, 6.
243
«lamentale, ma noi credo necessario, bastando il
tratto allegato a provare la mia asserzione. Frat
tanto chi non vede quale sarebbe la sorte "della
morale, se cosiffatta dottrina si mettesse in pra
tica ? Tutti potrebbono senza scrupolo rubare ,
uccidere, bestemmiare, fare in somma d'ogni erba
fascio a loro posta. Eppure v'ha di più. Si ponga
mente all'altro capo della costui dottrina circa la
inutilità delle buone opere per la salute, e la suffi
cienza della sola fede alla giustificazione dell'em
pio per certa cotale appropriazione dei meriti di
Gesù Cristo, dottrina in cui si accordano tutte le
frazioni del protestantesimo ; essa è tale che di
per sè sola rovina tutta la morale. Si ascoltino
sopra questo punto le parole stesse di Lutero : —
Trovo chi annovera quattro vangeli e quattro van
gelisti, poichè quanto gli Apostoli hanno scritto è
Vangelo; ma coloro i quali hanno meglio provato
e più frequentemente predicato che la sola fede
in Gesù Cristo giustifica, costoro sono i migliori
evangelisti (1). E poichè niuno dei sacri Scrittori
ha predicata questa dottrina, Lutero non solo fa
violenza al sacro testo per ispiegarlo a modo suo,
ma inventa egli stesso un testo a questo fine, scri
vendo: — Se il nuovo nostro papista vuol darci
noia a proposito della parola sola (aggiunta da
Lutero al testo di S. Paolo), e voi rispondetegli : Il
dottor Martino Lutero vuole cosi, e dice : Papista
ed asino è la medesima cosa. Sic volo, sic iubeo,
sit pro ratione voluntas... Mi duole di non avere
(1) Ediz. Walch IX, 624 e segg.
244
messo ancora alcuno od alcuna senza alcun'opera
d'alcuna legge, con che si esprimerebbe chiaro e
netto il mio pensiero. Perciò voglio che questo
rimanga nel mio nuovo Testamento; e dovessero
tutti questi asini di papisti diventar pazzi, non
riesciranno a toglierlo (1). — Tutto questo è chiaro
abbastanza; ma il dottor Lutero va più innanzi
fino a dichiarare nocevoli alla salute le buone
opere. Udiamolo da lui stesso : — Gesù Cristo, per
dispensare l'uomo dal dovere di osservare la legge,
l'ha egli stesso per conto dell'uomo osservata,
sicchè l'uomo non ha oggimai a far altro che im
putare, per mezzo della fede, a sè stesso l' osser
vanza della legge (2). La vera fede non conosce
uè peccati nè meriti. Essa dice : Io posso aver fatto
del bene o del male, ma di ciò non mi cale: ecco
Cristo che ha patito per me. Imperocchè la reli
gione cristiana sta propriamente in questo, che
l'uomo è giustificato non già perchè opera, ma sì
perchè si assimila le opere che sono fuori di lui,
cioè la passione di Gesù Cristo. Se il credente si
sente gravato di peccati, fa mestieri che vegga i
suoi peccati non nella sua coscienza, ma in Gesù
Cristo nel quale furono redenti e sepolti (3). Di
più il Vangelo per giustificarci non esige le opere,
anzi condanna le opere nostre (4). — Quelli che si
danno tanta pena per operare, non fanno se non
che accumulare ostacoli sulla strada. Imperocchè
(1) Leu. a Link 1530, ]. c. XXI, 314, 327.
[2; Op. cit. eri. Walch X. 1561, ed altrove.
(3; Cammelli, sui Prof. Isaia, 527.
(4) Ed. Walch HI, 4.
245
fino a tanto che l'anima e la coscienza è intenta
ad operare, non fa altro che mostrare diffidenza di
Dio (1). — La tristezza dell'anima, la dispera
zione e l'agitazione della coscienza non derivano
tanto dalla moltiplicità dei peccati commessi dal
l'uomo , quanto dalla moltiplicità delle opere
buone, e dal desiderio della propria giustizia. La
maggior follia dell'uomo in punto di morte sarebbe
quella di desiderare di aver praticate molte opere
buone... Il perchè la è cosa molto pericolosa il
conservarsi fino alla morte in istato di grazia e in
possesso di molti meriti, perchè un tale stato non
ci permette d'imparare a sperare in Dio : laddove
il peccato serve propriamente a rendere suscettivo
e capace di speranza colui che vi è immerso (2).
— Non la finirei sì presto se volessi qui riferire
quanto su tal proposito lasciò scritto il patriarca
della riforma. Basti dire che la grande conseguenza
pratica della costui dottrina si riassume nel cele
bre suo detto a Melantone : — Pecca fortemente,
ma credi più fortemente : Esto peccator et pecca
fortiter: sed fortius fide, et gaude in Christo...
Peccandum est quamdiu ine sumus. Sufficit qiiod
agnovimus per divitias Dei Agnum qui tollil pec
cata mundi: ab hoc nos non avellet peccatum,
etiamsi millies, millies una die fornicemur, aut
occidamus (3). — Ora io chieggo: Come potrebbe
sussistere la morale con tal dottrina?
(1) Loc. cit. Ili, 353, 6.
(2) Loessher, Ani della Riforma L. 368.
(3) Epist. Lutheri Collec. ab Aurifabro. Gen. 1556 in 4°,
Tom. 1, pag. 545.
246
E nondimeno ad avverare la nostra afferma
zione si aggiugne un altro capo di dottrina prote
stante, quella della predestinazione assoluta e
della inamissibilità della grazia; dottrina comune
a Lutero, Calvino e Zuinglio, cioè a dire ai prin
cipali autori del protestantesimo. Fa raccapric
ciare quanto essi lasciarono scritto sopra tale
argomento ; di che io non vo' qui trattare alla dis
tesa, contento di sfiorare tanto solo quanto si ad
dice al mio intendimento. Conviene tuttavia pi
gliare le mosse da più alto principio per poterla
intendere nella sua concatenazione col rimanente
del sistema. Secondo Lutero, seguito in ciò da
Calvino e da Zuinglio, l'uomo pel peccato origi
nale ha perduto affatto il libero arbitrio : — Io
dico , sono sue parole , che le facoltà intellettive
non solo sono guaste, ma sì affatto estinte pel pec
cato tanto negli uomini quanto nei demonii; onde
non vi ha in loro se non una volontà perversa, ne
mica di Dio in ogni cosa, ed inchinata unicamente
a ciò che è contrario ed esoso a Dio (1). — Ecco
alcune immagini colle quali egli spiega il suo pro
nunciato: — In quella guisa che la sega non con
tribuisce punto nulla al movimento che la fa ope
rare; così la mia volontà non .coopera in nessun
modo alla mia direzione morale e spirituale. Nelle
cose concernenti la salute, l'uomo è come una
statua, come un tronco, come una pietra (2). —
Più espressivo è il tratto seguente : — La volontà
(!) Ed. di Witemb. 1539, 1. 30.
(8) Commetti, in Gen. Witemb. 1559, IH, 3, 162.
247
dell'uomo è simile ad un cavallo : se Dio vi sale
sopra, essa va e vuole come Dio vuole e la con
duce; se il diavolo, essa corre ove il diavolo la
porta. Ogni cosa accade secondo i decreti immu
tabili di Dio. Dio fa in noi il bene ed il male; e
come ci salviamo senza alcun merito nostro, così
ci danniamo senz'alcun nostro fallo (1). —
Da tali principii Melantone inferisce che —
l'adulterio di Davide e il tradimento di Giuda, del
pari che la conversione di Paolo sono l'opera di
Dio (2). — Zuinglio ne conclude che — Dio è il
primo principio del peccato ; — che l'uomo com
mette ogni delitto, anche il tradimento e l'omi
cidio e il parricidio, per una necessità imposta da
Dio, volendo così Dio rivelare quelli che prede
stina alla dannazione (3). Calvino, per ultimo, ar
guisce aver Dio — necessitato il primo uomo alla
caduta, come presentemente necessita ad aggiu-
gnere peccati personali al peccato originale; ed
accieca apposta e fa inetti al bene ed inclinati al
male coloro che egli vuol riprovare (4). — Lo
stesso demonio, soggiunge Calvino, quando al di
dentro ci spinge al male, è pur ministro di Dio,
poichè senza comando ricevuto da Dio noi farebbe:
— Satan autem ipse, qui intus efficaciter agit, ita
est eius minister ut nonnisi eius imperio agat. <—
Nè qui si ristette ; ma, lasciando fuori il demonio,
personaggio inutile, nell'esempio di Assalonne ci
(1) De fervo arbit.ad Erasm. 1525, Bit. Walch XVIII.20, 50.
(2) ne loc. theolog. ed. August. 1831, pag. 29.
(3) Epist. an. 1327.
(4) Comm. in Epist. ad Rom. cap. IX, 18.
248
presenta Dio, che si appropria direttamente il de
litto di lui : — Assalonne, dice egli, contaminando
coll'incesto il talamo paterno, commette un delitto
detestabile; eppure Dio fa sua quest'azione: —
Absalon incesto coitu palris thorum polluens de
testabile scelus perpetrati Deus tamen hoc opus
suum esse pronunciat (1). — Deduce il Beza che
Dio non ha creato un numero d'uomini se non a
fine di servirsene per fare il male. Perocchè Iddio
per tali strumenti opera, non solo permettendo o
regolando l'avvenimento , ma eziandio incitando,
spingendo, movendo, reggendo, anzi, che è il più,
li crea coll'intento di fare per essi quanto ha de
cretato. — E affinchè niuno sospetti aver noi esa
gerato, ecco le sue stesse parole : — Sic autem
agit (Deus) per illa inslrumenta, ut non tantum
sinat illa agere , nec tantum moderetur evenlum,
sed etiam incitet , impellet, moveat, regat atque
adeo, quod omnino est maximum, et creet, ut per
illa agat quod constituit (2). — Io qui mi fermo,
quasi inorridito a tante bestemmie ! Chi ne vo
lesse di vantaggio le troverà riferite presso il Bel
larmino, il Coccio, il Moehler, il Nicolas, ove trat
tano di questo argomento.
Ora io qui di nuovo dimando ad ogni onesta
persona : Che avverrebbe della morale, dove si ab
bracciasse cosiffatta dottrina? Dottrina che rigetta
come inutili, anzi nocive alla salute, le buone
opere ; che canonizza ogni ribalderia ; che fa Dio
(1) Comtn. in Epist. ad Rum. 1. c.
(S) Bcza, Apkorism. XXII.
249
autore di ogni misfatto ; anzi cel rappresenta
come causa necessitante alla colpa la maggior
parte di queste sgraziate sue creature? Dottrina di
lunga mano peggiore dell'islamismo e del paga
nesimo, che mai non trascorsero a tali eccessi.
Dottrina secondo la quale gli uomini più scelle
rati sono i più perfetti cristiani. Dottrina che ap
pone al nostro divin Salvatore la istituzione della
più esecranda morale, come se, invece di chiamare
gli uomini alla santità, fosse venuto a popolare il
mondo di adulteri, di omicidi, di bestemmiatori.
Ebbene, tale e non altra, è la dottrina del prote
stantesimo. Ne abbiamo recate prove irrepugnabili,
tratte dalle fonti originali dei capi riformatori e
dagli organi principali del protestantesimo, e pro
vochiamo chiunque a darci una mentita intorno
alla genuinità delle testimonianze per noi allegate.

§ 4. — Serie di palpabili contraddizioni teoretiche


e pratiche, inerenti al protestantesimo.
Compiuta questa prima parte dal lato teoretico,
ci rimane ad esaminare il lato pratico del prote
stantesimo, enumerando le antilogie o contraddi
zioni che in esso si trovano.
Prima contraddizione: L'uomo per la colpa ori
ginale, secondo Lutero, ha perduto la libertà e
smarrito al tutto la ragione, essendo divenuto
come una sega, come un tronco. — Or bene, questo
strumento non solo ha da leggere la Bibbia, non
solo ha ad intenderla, ma può e deve interpretarla,
250
e, pel diritto di cui fruisce del libero esame, può e
deve formarsi la propria credenza, costruirsi la
sua religione, rifiutando quanto a lui sembra falso,
ed accogliendo quanto a lui sembra vero , con
piena indipendenza da qualsivoglia autorità. Vero
è che non pochi dei protestanti han date interpre
tazioni da tronchi e da sassi, ma pur le han date.
Si può egli fingere assurdità più palpabile e più
evidente contraddizione? E ciò supponendo già
bello e fatto il canone della Bibbia ; ma quanto
maggiore si mostra tale assurdità, dove si avverta
che al sasso appunto ed al tronco s' appartiene il
formarselo per intiero senza autorevole magistero?
Quanto maggiore altresì dove s'incontri tra i pro
testanti una irreconciliabile discordia in tale co
struzione, ammettendosi dagli uni come divini quei
libri che dagli altri sono esclusi come apocrifi e
puramente umani? Eppure questo è il sistema dei
protestanti !
Seconda contraddizione: Perchè l'uomo pecca
tore possa ottenere la giustificazione, deve, secondo
insegna Lutero, apprendere, o vogliam dire, affer
rare Gesù Cristo per mezzo della fede. — Ma
-come il peccatore può acquistarsi questa fede
mentre nelle cose della eterna salute è onnina
mente passivo ? Come può acquistarla, se Dio fa
tutto per via di assoluta necessità, alla quale il
peccatore non può resistere, privo com'è di libero
arbitrio? Come dunque provvedersi di un tale
strumento, qual è la fede , per apprendere Gesù
Cristo e coprirsi dei meriti di lui? Questa 'è una
251
pnra contraddizione. La quale viemaggiormente
si manifesta, dove riflettasi alla natura di cotesta
fede protestante. Essa consiste in credersi giusto,
santo al pari degli angeli e della stessa gran
madre di Dio pei meriti del Redentore, a sè im
putati ; tuttochè l'uomo sia guasto al tempo stesso
e sordidato da innumerevoli scelleratezze appiat
tate sotto tale estrinseca imputazione... Ma, di
grazia, come può l'uomo, senza interno rinnova
mento, credersi innocente nell'atto che egli è col
pevole? candido, nell'atto che egli è macchiato e
nero?
Terza contraddizione: In forza del libero esame
ognuno è indipendente nel credere, e deve fog
giarsi a modo suo il proprio Credo. Niuno può
obbligare un altro ad accettare una fede formu
lata, o, come parla lo Scherer, racchiusa in un
sillogismo : niuno può dominare la fede altrui, uè
condannarla per quanto possa sembrare strana e
ripugnante. - Or bene, a ritroso di questo principio
che costituisce 1' essenza del protestantesimo in
dai primi inizii della così detta riforma, si fecero
moltissime confessioni di fede, obbliganti in co
scienza , e ciò in adunanze denominate sinodi o
ooncilii. Basta ricordare la confessione Augustana,
la confessione Tigurina, la confessione Ginevrina,
la confessione Gallica, la confessione Elvetica, la
confessione di Dordrect, la confessione Analtina
ecc. ecc.; per guisa che se ne poterono fare colle
zioni in più volumi, siccome fecero il Meyer dei
libri simbolici luterani, il Niemeyer dei libri
252 .
simbolici delle chiese riformate, ed il Rupp delle
confessioni delle tante sètte americane. A queste
confessioni se ne aggiunsero delle altre, come il
catechismo maggiore e minore, come il libro della
concordia, come gli articoli smalcaldici e via di
cendo. Tutto questo fu fatto con tale un' autorità,
che si scomunicavano divotamente senz'altro, tutti
coloro che tenessero un simbolo, o una professione
diversa. E non è , se non in questi ultimi anni,
che si avvidero della flagrante contraddizione nella
quale si avvolgevano ; onde il dichiarare prima
nel concilio, ridicolosamente da essi appellato ecu
menico di Berlino, che i libri simbolici non obbli
gavano in coscienza, e poscia aboliti quanti erano,
compresovi lo stesso simbolo cristiano, come av
venne ai nostri giorni.
Quarta contraddizione è la sostituzione della
propria autorità a quella della Chiesa, da essi
scossa e rigettata per proclamare il principio
supremo della libertà cristiana e dell'assoluta
autonomia religiosa; mentre in verità ogni rifor
matore fece sottentrare la sua propria autorità a
quella della Chiesa. Guai a chi si fosse ardito di
,contraddire ad un solo deglt articoli di Lutero o di
Calvino ! Il bando od il rogo era riserbato al con
tradditore, e ben sel seppero il Carlostadio, gli
anabattisti, il Serveto, il Gentili e cento altri. Nel
l'atto che questi gridavano a gola libertà d'esame,
rizzarono le loro colonne di Ercole, oltre le quali
non era lecito avanzarsi ; e così, invece di un solo
papa legittimo, tanti ne sbocciarono quanti si tol
255
sero l'ufficio di riformatori. E qui, a dimostrazione
di siffatta contraddizione, si noti bene come, secon
do il principio dell'indipendenza protestante, niuno
ha diritto di accusare un altro di errore e molto
meno di eresia per il diverso modo con cui si forma
la sua propria e individuale persuasione ; giacchè
ciascuno ha diritto di opinare a sua posta in fatto
di religione, secondo che ha stimato di dovere in
tendere la Bibbia. Ebbene, noi troviamo tacciati
di eretici i sociniani, gli anabattisti , i gomaristi,
gli unitarii, e va dicendo ; anzi, tralasciando tutti
gli altri, ecco che troviamo nel 1864 il Coquerel e
il Pachaud, chiamati uomini di fede c di progresso
dal Lien 27 febbraio, essere puniti dal consiglio
protestante in Parigi per delitto di eresia dopo
quattordici anni di ufficio pastorale. Può fingersi
assurdità più palpabile, contraddizione più fla
grante?
Quinta contraddizione è la professione di libertà
di coscienza accompagnata alla persecuzione con
tinuata per più secoli contro alla Chiesa cattolica.
Non intendo io qui di entrare nei particolari, mas
sime dopo di averne toccato alcuna cosa in uno
dei capi precedenti , dove trattai della intolleran
za. Qui mi fermerò solo a considerare in genere
il protestantesimo in ordine alla tolleranza reli
giosa. In forza del principio della libertà d'esame
dovrebbe esso lasciare ognuno alla propria coscien
za; ma noi tutto al contrario troviamo nella storia
della riforma registrato a pagine di sangue il
modo violento con che s'introdusse, e quello con
254
che si mantenne per attraverso agli anni di sua
durazione. Insinuano i protestanti e predicano nei
paesi cattolici la libertà di coscienza, la tolleranza
universale; ma essi poi nei loro proprii paesi op
primono in tutti i modi possibili tra dirittamente
e per indiretto i cattolici, quelli specialmente che
per coscienza abbandonarono il protestantesimo.
Potrei allegarne in prova di molti documenti, che
ho tra le mani, ma mi terrò pago di soli alcuni
pochi, e il primo sia quello di recentissima data,
che ci somministra la Svezia. Ognun sa di qual
fatta vigessero leggi in quel regno contro chi avesse
abbracciata la religione cattolica. Son note le sei
povere donne che, spogliate per tal delitto degli
stessi loro cenci, furono sbandeggiate dalla patria.
Di che per più mesi, nei fogli cattolici, si fece pub
blico appello alla carità cristiana, sotto il titolo di
sovvenimento alle povere donne perseguitate per
la fede. Tutto il mondo fu testimone di un tale
spettacolo, e i protestanti medesimi ne arrossirono.
Allora, e allora solo fu, che vennero modificate le
dette leggi, ma con tali riserve, che nella pratica
le lasciano quasi in tutta la loro asprezza nativa.
Eccone il paragrafo primo — Chiunque annunzia
pubblicamente, o coll'intento di sedurre un altro,
divulga dottrine opposte alla pura dottrina evan
gelica (cioè al luteranismo svedese), è punito con
una multa da 50 a 300 rixsdalers, o colla prigione
da un mese ad un anno. — Eccone il terzo — Se
il delinquente non è svedese, gli sarà rivocato il
diritto di soggiorno nel paese dappoichè avrà por
255
tata la pena, r— Dopo ciò chi crederebbe che que
sta Svezia medesima, la più intollerante delle na
zioni, s'interponesse presso la regina di Spagna
per alcuni proselitisti protestanti condannati dai
tribunali — di non altro colpevoli, che di aver
distribuita la Santa Scrittura (s'intende mozzata
e guasta) e professate dottrine, che da noi e da
una gran parte della cristianità sono considerate
come le verità più preziose? (cioè le dottrine
protestanti. ) (1) E pure questa stessa Svezia nel
tempo medesimo, pel tribunale di Guthenbourg,
condannava un contadino a cento rixs, ossia a 140
franchi di multa, e in caso d'insolvibilità, alla car
cere in pane ed acqua, unicamente per aver letta
in sua casa una domenica mattina la Bibbia, e
recitate alcune preghiere in compagnia di altri
contadini ! La nuova gazzetta della chiesa evange
lica e la gazzetta della croce raccontano, che il
principe di Reuss Segretario di legazione, il Conte
di Behr-Neganauk , come altri uomini cristiani,
vollero interporsi presso la regina di Spagna in
favore degli spagnuoli condannati per aver letta
la Bibbia. Questi però non parlano delle persone
oneste incarcerate in Berlino, per aver mandati i
loro figliuoli alla scuola cattolica, nè della signora
Wescner che nel 1857 fu condannata ad un anno
di carcere, per aver raccolta ed inviata alla scuola
cattolica la figlia di un certo Bohrmann, ed alle
vatala nella religione cattolica secondo il diritto
della legge. E nulla dicono della Sciffert, ugual-
li) Monde 23 ottob. 1860.

f
256
mente condannata per lo stesso motivo (ivi). L'al
tro sia quello che ce ne offerisce il Mecklemburgo,
ove le più fiere persecuzioni, anche di questi giorni,
si fanno pesare sui cattolici, e ciò contro i trattati
stipolati nel 1808, allorchè si fece entrare quel
gran ducato nella confederazione del Reno, e raf
fermati nel trattato di Vienna del 1815. Non pos
sono leggersi senza fremiti di orrore le avanìe che
si fanno soffrire, non dico a chi di protestante si
fa cattolico, poichè questo non può farsi senza
pena di esilio, ma sibbene agli antichi cattolici: —
Dopo i trattati del 1805 e del 1815, testè accen
nati, ottennero i cattolici tratto tratto il libero
esercizio del loro culto. Onde avvenne che la reli
gione cattolica si allargò nel paese, e molti, ezian
dio degli ordini più alti della società, rientrarono
nel grembo della Chiesa. Dal solo anno 1849 al
1850 se ne convertirono undici, tra' quali sono a
nominare i signori di Gloeden, di Vogelsang, di
Bulow, di Florencourt, di Schroeter, di Ketten-
bourg, il Luogo-tenente di Stein, il balio Sacukow
e il dottor Maassen.
Tutti questi signori sono stati poi costretti ad
abbandonare la patria per cagione della loro con
versione, e solo il signor di Kettenbourg ha potuto
ritornarvi alcuni anni fa. L'anno 1852 il governo
gran-ducale diede principio ad una concertata
persecuzione contro i cattolici , violando senza ri
tegno i diritti positivi prestabiliti, senza che i cat
tolici avessero dato il menomo pretesto a somi
glianti rigori. Con un rescritto ministeriale dei 10
257
marzo 1857, si proibì ai preti cattolici di eserci
tare il loro ministero fuori delle due città di Schwe-
rin e di Ludwigslust, colla sola eccezione di -potere
amministrare anche altrove i sacramenti ai mori
bondi. Fu loro vietato per fino di esercitare il me
nomo atto sacerdotale in case private. In virtù di
queir inescusabile rescritto, si vietò al curato di
Schwerin di celebrare la messa nel castello di
Daenitg presso il signore di Sunkan. Il cappel
lano, dal quale il signor Kettenburg faceva edu
care i suoi figli e celebrare i divini uffizii in sua
casa, nel 1852 fu preso a viva forza dai poliziotti
e menato fuori dei confini, in onta delle più giuste
rimostranze.
Il corpo dei ministri stette saldo nel continuare
la persecuzione e, con altro rescritto del 1853,
ordinò che qualunque persona volesse ritornare in
seno alla Chiesa ne l'avvertisse antecedentemente.
Un altro rescritto del 24 aprile 1854, proibiva ad
ogni ecclesiastico cattolico il richiamare al dovere
i fedeli in caso di matrimonio misto, l'esigere qua
lunque impegno rispetto alla educazione dei figli,
il rifiutare la benedizione sotto qualsivoglia pre
testo. Si permise in seguitò al conte Ciamberlano
signor di Kettenburg di avere un cappellano presso
di sè nella sua possessione di Matgendorf; ma
colle restrizioni più incomode ed esorbitanti. A
nessun cattolico, che non sia della casa del conte,
si permette di assistere ai divini uffizii senza spe
ciale licenza del Granduca per ciascun caso par
ticolare ( e l'ottenerla è assai difficile ); ai fa-
Pebrosb, La Lucilla 17
258
migli dei protestanti è formalmente vietato l'in
tervenirvi.
A New-sterlitz , residenza del Granduca di
Mecklemburgo-sterlitz, (la famiglia della duchessa
d'Orleans) esiste pure una piccola comunità catto
lica. Dopo la morte del professore Eggers, celebre
scienziato di Germania, uno dei principali membri
di tale comunità è il signor Dechne di Berlino,
uffiziale al servizio del Mecklemburgo. Il detto
signor Eggers, ottimo cattolico, morì senza i soc
corsi della religione, perchè il prete che ha cura
di quella piccola comunità, non può dimorarvi se
non per dieci giorni stabiliti in ciascun mese, es
sendo obbligato a soggiornare abitualmente in
Wittelvek nella Prussia, a quindici leghe da New-
sterlitz!.... E molti cattolici , morti quest'anno, si
sono trovati nel medesimo lagrimevole caso.
Dalla parrocchia di Schwerin dipendono ventitrè
città, ciascuna delle quali ha i suoi cattolici ; ma
in due sole di esse, Rostock e Butzow, è permesso
l'officiare, e non più che una volta all'anno ! Ep
pure il numero dei cattolici non è così piccolo,
come si potrebbe immaginare. A Rostock ve n' ha
sopra cinquanta, e bene si potrebbe fondare una
parrocchia. Così avviene, che un migliaio di cat
tolici sparsi per quella contrada, (senza contare
quelli delle due città summentovate) rimangono
privati dell'esercizio del loro culto da quindici anni
a questa parte (1). Abbiamo voluto recare alla
distesa questi particolari, per dare un saggio dello
(1) Vedi // Divin Salvatore, 29 ottob. 1861.
259
spirito intollerante degli evangelici, i quali, dovun
que possono, usano contro i cattolici quella cru
deltà medesima, che appongono calunniosamente
alla Chiesa cattolica, rispetto agli eterodossi. Lo
stesso dicasi degli Stati dello Schleswig-Holstein,
dove prima dell'ultima guerra austro-prussiana
contro la Danimarca si esercitò una persecuzione
crudele sistematica per tre secoli continuata. Im
perocchè ivi niun prete cattolico poteva passar la
frontiera senza previa facoltà del governo. Il ve
scovo di Osnabruck, sotto la cui giurisdizione sta
lo Schleswig, aveva mestieri della facoltà del go
verno per farvi la visita. Era proibito ai cattolici
l'uso delle campane, e le sacre processioni dove
vano farsi entro il recinto delle chiese. Non si au
torizzavano i matrimoni misti senza la espressa
condizione che tutta la prole si educherebbe al
culto protestante. Di qui venne che il popolo pro
testante di quei paesi settentrionali, privo da oltre
a tre secoli di ogni cognizione della Chiesa catto
lica, che gli era stata sempre rappresentata nel
modo più assurdo ed odioso, al vedersi comparire
innanzi il cattolicismo sì tutt'altro da quello che
gli era stato dato a credere ; ed al mirarlo quasi
un angelo di pace e di carità, nell'ammirazione e
nella riverenza verso l'augusto carattere della
Chiesa cattolica, perdette gl'inveterati suoi pre-
giudizii. Finita la guerra, un certo numero di
quelle eroine di carità e di sacerdoti, rimaneva
quivi per istabilirvi spedali, scuole e parrocchie
cattoliche, con sommo giubilo di quel popolo che
260
poc'anzi per inganno e per ignoranza aveva in or
rore la nostra santa religione (1). Questi adunque
sono i predicatori della tolleranza, della libertà di
coscienza? Sono questi gli apostoli del libero esame?
A compimento del discorso e coll'intento di
porre in più chiara luce la contraddizione dei
fautori e promulgatori del libero esame, ci piace
di aggiungere un più recente documento, il quale
ci svela tutto lo spirito, onde i protestanti sono
animati verso i cattolici. Nell'Assemblea generale
presbiteriana, tenuta nel maggio del 1865 in Pit
tsburg di Pensilvania (uno degli Stati Uniti) fu
rono prese le determinazioni seguenti : - —* , Che
l'accrescimento disastroso del Papismo, come po
tere ecclesiastico e civile , in questo paese deve
risvegliare i timori, ed eccitare la più rigorosa
energia dei protestanti per iscegliere mezzi vale
voli a contrariare l'influenza segreta e maligna
dell'uomo del peccato, e presentare la fronte del
l'esercito della verità contro il sistema di corru
zione, che si prepara di ora in ora pel conflitto
vicino a scoppiare. Che le chiese protestanti di
America debbano formare una gran lega nazionale,
costituita in modo da satisfare alle urgenti neces
sità dell'epoca nostra. Che fra tutte le chiese pro
testanti dee concertarsi un progetto inteso ad
operare con energia e rigore contro Vateismo
insieme e contro il cattolicismo romano, due ne
mici per eccellenza della verità, arcitraditori della
(1) Vedi la Sodatila ilei Cavai. dell'Ori. Gerosolimit. Roma
1861.
261
libertà civile e religiosa nel mondo (1). — Non
potevasi certo con maggior gagliardia palesare
dall'ira de' lati la propagazione del cattolicismo
nell'America, e dall'altro l'odio profondo, e lo
spirito tirannesco di che sono animati contro di
esso cotesti presbiteriani, nell'atto che si fanno gli
apostoli della libertà religiosa.
Sesta contraddizione nel protestantesimo è il
proclamare la Bibbia , la sola Bibbia, tutta la
Bibbia, mentre tra i protestanti pende ancora in
decisa la quistione di quai libri si componga la
Bibbia, è ancora controversa la quistione intorno
all' ispirazione della Bibbia e di ogni sua parte,
rimane sospesa la quistione intorno alla genuina
versione della Bibbia. La sola Bibbia I e intanto
si fanno correre per l'India, per l'Oceania , per la
Francia, per l'Italia , per tutta Europa ed Ame
rica trattati d'insegnamento sopraggiunti alla
Bibbia, nei quali si propongono moltissime cose
fuori della Bibbia e contro alla Bibbia. Di che ab
biamo una prova in quella stessa Lucilla del
Monod, libercolo zeppo di bugie , di calunnie, di
fallacie, di sofismi, come si è dimostrato in tutta
la serie di questi articoli. Non parlo degli opuscoli
dei preti o frati apostati, i quali hanno un carat
tere tutto speciale. Il prete pervertito è un arcan
gelo precipitato dal cielo che passa sulla terra per
trarne seco gli abitatori nell'abisso, ed è però
chiamato dal Signore demonio (2). Non fu mai
(1) La verité, 25 Juin 1805.
(2) loan., VI, 71.
262
sacerdote apostata che non indirizzasse al Papa i
suoi saluti d'inferno. Dal deplorabile autore degli
Affari di Roma, fino al miserabile autore della
Soma papale, che è l'apostata De Sanctis, non si
troverà chi non esprima virtualmente ad ogni pa
gina l'odio a Roma. Non potendo essi scrollare
questa rócca più solida di qualunque scoglio, si
argomentano di coprirla almeno colla immonda
spuma delle loro livide labbra.

§ 5. — Come abbia il protestantesimo


promossa la riforma nei costumi.

Ma chi potrebbe tutte annoverare le contrad


dizioni del protestantesimo ? Dall'altro lato, senza
uscire dai confini della giusta brevità, le antilogie
sovraccennate bastano anche sole a farci cono
scere nel protestantesimo l'opera dell'uomo in
contraddizione coll'opera di Dio, qual è agli occhi
di ogni sincero cristiano la Chiesa cattolica. Con
chiuderò con dimostrare una contraddizione la
quale, essendo nata col protestantesimo, sarebbe
bastata essa sola ad antivedere quasi tutte le altre
che la seguirono. Si propose egli follemente di
riformare la Chiesa dagli abusi che in essa trova-
vansi, e quindi tolse lo specioso nome di Riforma.
Ma qual via tenne ad asseguire un tale intento?
Appunto quella che era contraria all'intendimento
del riformare. Vera riforma è quella che richiama
i costumi al paragone della legge e della dottrina;
falsa riforma è quella che piega e aggiusta la legge
e la dottrina alla perversità dei costumi. Univer
sale fu nel secolo decimosesto la persuasione della
necessità che vi era di una riforma. Quindi è che
tutti, qua! più qual meno, adoperarono di effet
tuarla. Ma si vegga quanto diversamente dalle due
parti si operasse per giugnere alla riforma del
clero e del popolo cristiano.
La Chiesa, che sentiva la necessità di riformare
la condotta di non pochi suoi figli, si vide tutta in
tenta a richiamare all'osservanza della legge ed
alla esatta disciplina e clero e popolo. E questo,
secondo l'eccitamento avutone eziandio da' suoi
Santi , dai Bernardi, dai Vincenzi Ferreri , dalle
Aldegarde, e dalle Brigide, i quali avevano a neri
colori dipinto lo scadimento della disciplina e la
corruttela dei costumi. Ondechè, pigliando essa
i costumi ove erano discesi, li fece risalire dalla
cupidigia alla più sublime annegazione, dalla in
continenza alla più illibata purezza, dalla insu
bordinazione alla più docile ubbidienza, dalla cru
deltà alla più dolce mitezza, da tutti insomma i vizi
alle più eminenti virtù. Tal fu lo spettacolo che
nella sua riforma diede la Chiesa con quella sua
luminosissima pleiade di santi che produsse a
quella età medesima i Filippi e le Terese e gli
Ignazii e i Saverii e i Franceschi Borgia e i Carli
Borromei e tanti altri, che colla salutare influenza
di loro esimia santità, infusero nuovo vigore in
tutto il corpo della Chiesa.
Per opposto, i capi della riforma protestante,
pigliando i costumi quali erano, invece di strin
264
gere il freno alla loro rilassatezza, allentarono
la briglia; e perchè cessasse la violazione della
legge, tolsero via la legge, legittimando il disor
dine. Eiformarono la cupidigia colla rapina de
beni ecclesiastici, l'incontinenza del clero col ma
trimonio dei preti e dei claustrali, l'insubordina
zione e il rilassamento della gerarchia coll'affran-
camento e colla ribellione, l'indebolimento del vin
colo dell'unità colla violenta divisione delle sètte,
il languore della fede col libero esame. Tale fu la
riforma protestante, tali furono le cause che lo
fecero accogliere dalle umane passioni: l'infran-
gimento di tutti i vincoli morali (1). Per cotale
riforma si giunse a coonestare d'ogni fatta disor
dini. Poichè, se l'incontinenza del clero ne auto
rizza il matrimonio, l'incontinenza del matrimonio
doveva autorizzarne il divorzio , come la inconti
nenza del divorzio doveva autorizzare la poligamia.
E così di fatto intervenne, come tutti sanno. Ecco
come, legittimata ogni rea pendenza col mezzo
dell'eccesso corrispondente, si riuscì finalmente a
quella compiuta riforma così enunciata dal Fourier:
— Non è vero che Dio abbia creata la più bella
passione per reprimerla , comprimerla , oppri
merla a grado dei legislatori , dei moralisti e dei
bascià. Dio ha creato l'uomo per costumi fanero
gami (2) ; — o come i moderni panteisti scrivono:
— La fedeltà coniugale è impossibile. — Volete
impedire l'adulterio ? Abolite il matrimonio e isti
lli Ved. Nicolas, Del Protestane lib. 3, cap. IV.
(1) Tratt. dell'Associai, pag. 339.
265
tuite la promiscuità. Volete togliere dal mondo
ogni male? Negate e distruggete il bene (1). —
Ed eccoci giunti alla riforma finale, che sopprime
ogni morale ed ogni società (2).
Ma basti quanto si è detto all'uopo di palesare
la mostruosità del protestantesimo considerato nel
la sua natura; di quel protestantesimo onde tolse
le difese il Monod nella sua Lucilla ; di quel prote
stantesimo, onde si vorrebbe far dono all' Italia;
di quel protestantesimo, alla cui diffusione concor
rono a prova tutti gl'increduli, tutti gli eterodossi
e tutti i pseudopolitici aprendo scuole, spargendo
libri, ergendo templi nella classica Italia ! ! !

CAPO XII.

DEGLI EFFETTI
PROVENIENTI DAL PROTESTANTESIMO.

§ 1. — Difficoltà prevenuta e disciolta


intorno agli effetti cagionati dal protestantesimo.

Se, giusta l'oracolo del Salvatore, dai frutti si


conosce la buona o la rea qualità della pianta, dai
pessimi frutti che furono prodotti e tuttora si
producono dal protestantesimo , ogni cristiano
può argomentare della reità di quest'albero, che
(1) Buchez, Storia parlar», della rivol. francese, t. 29, p. 3.
(2) Nicolas, 1. o.
266
aduggia sventuratamente una parte considerevole
del mondo cristiano. Quindi è che, dopo averne
dimostrata la origine e la natura, ora in confer
mazione delle verità sopra esposte, passiamo a
dimostrarne gli effetti. Se non che, prima di accin
gerci all'opera, ragion vuole che preveniamo una
difficoltà. Può egli il protestantesimo, dirà taluno,
essere la così rea cosa mentre il veggiamo profes
sato da tante oneste persone, da tanti uomini
dotti, da tanti patrizii e fino dai sovrani? Dire il
protestantesimo una istituzione sì malvagia, come
voi fate, ha del paradosso, non è credibile. Potrei
rispondere doversi la cosa considerare in sè stessa;
chè se dopo un serio e spassionato esame tale si
trova essere il protestantesimo, quale l'abbiamo
dimostrato e per la sua origine e per la sua na
tura, e come il dimostreremo tra breve per i suoi
effetti, ogni altra estrinseca considerazione a
nulla serve. La induzione di tutti i secoli dimostra
non esser nuove cosiffatte aberrazioni nel mondo,
e tanto meno essere incredibili quando possono
assegnarsi le cause, onde furono le moltitudini
sviate dalla verità. E quanto si è all'introduzione
e dilatazione del protestantesimo, tali cause furono
l'emancipazione da qualsivoglia autorità in ma
teria di religione, l'appagamento della cupidigia
nei principi coll'appropriarsi i beni della Chiesa,
la sfrenatezza delle più ignominiose passioni per
parte dei novatori e propagatori, quasi tutti o
preti o monaci stanchi del celibato. Oltre di che le
moltitudini furono in parte sedotte e in parte sog
267
giogate a viva forza colla violenza della persecu
zione. Compiuta così l'apostasia, si perdette a poco
a poco il senso cattolico ; il pensare e l'operare a
sua posta in fatto di religione divenne abituale:
gli interessi personali di famiglia e di patria con
corsero a mantenere in tale stato le nuove gene
razioni, alle quali con somma cura si tolse ogni
occasione di venire al conoscimento della verità.
A queste si aggiungano due altre considerazioni ,
la prima, che quei medesimi i quali ci affacciano
la proposta difficoltà, di leggieri si possono ridurre
al silenzio. Essi tengono per falso il cattolicismo,
eppure il cattolicismo supera di lunga mano e per
durazione, e per ampiezza, e per dovizia di lette
rati e di scienziati il protestantesimo. L'argomento
adunque che essi propongono in favore dell'etero
dossia non prova nulla. L'altra considerazione si
è che la storia la smentisce col fatto. 11 gnosti
cismo nei primi tre secoli della Chiesa non si
estese meno della moderna eterodossia; l'arianesimo
per lungo tratto dominò in guisa da vantare tra i
suoi e vescovi e regi e imperatori e intere nazioni;
così dicasi dello stesso paganesimo che fu pa
drone del mondo per tanti secoli. Dirassi dunque
impossibile che possa essere falso il protestante
simo perchè molti sono quelli che lo professano ?
Conchiudasi di qui piuttosto che per altri argo
menti bisogna dimostrare la verità o la falsità di
una professione religiosa.
Tolta così di mezzo questa difficoltà, è tempo
omai che ci facciamo alla dimostrazione dell'as
268
sunto, il quale mira a palesare la reità degli
effetti provenienti dal protestantesimo sì nel
l'ordine religioso, sì nell'ordine morale, sì nel
l'ordine politico.

§ 2. — Primo effetto del protestantesimo nel-


Vordine religioso è il razionalismo, ossia la
negazione del cristianesimo.

Effetto naturale del protestantesimo nell'ordine


religioso è il razionalismo, cioè il ripudio di quanto
trascende l'ordine naturale , ovvero si alza come-
chessia sopra l'intendere umano. Posto una volta
il principio che l'uomo cristiano è il giudice della
sua fede, che la fede vuol essere parto del libero
esame, che alla ragione si appartiene il decidere
ciò che hassi a credere o discredere, con ciò stesso
rimane stabilito il razionalismo. Così avviene che
il razionalismo altro non sia se non la naturale
trasformazione del protestantesimo, colla sola dif
ferenza che questo ritiene ancora l' invoglio del
soprannaturalismo, laddove quello si mostra, qaal
è veramente, la professione del pretto naturalismo.
Non altrimenti un pomo internamente magagnato
ti mostra talora esternamente un bel colore di
sanità, ma intanto il baco latente a poco a poco
va rodendo il buono che vi è rimasto, finchè infra
diciato tutto il pomo, ti si mostra nella sua nativa
deformità.
Diffatto, Lutero nella sua predicazione si pre
sentò al mondo qual banditore del Vangelo sceve
209
rato da ogni mistura di senso umano. La Bibbia
fu, secondo lui, la sola regola della fede, la quale
aveva patito notabili detrimenti per le giunte ossia
commentarii fatti a quel codice dalla umana ra
gione. Con tale apparato di sopranaturalismo entrò
il protestantesimo a riscuotere l'ammirazione delle
moltitudini che, intente solo all' esteriore appa -
renza, non s'internavano col pensiero a mirare il
verme che rodeva il bel pomo loro apprestato.
Eppure il verme del razionalismo già vi era dentro
appiattato sotto la buccia. E di vero, di quali parti
si componesse quella Bibbia che Lutero mostrava
di stimar tanto, chi ne era il giudice se non egli
solo? Chi pronunziava autorevolmente che quei
libri fossero dettato divino, se non Lutero? Chi
decideva qual fosse il senso da Dio inteso nei sacri
libri, se non il solo Lutero ? Di quali articoli do
vesse comporsi il nuovo simbolo, chi doveva defi
nirlo, se non il solo Lutero ? Adunque il privato
giudizio, la ragione individuale, il libero esame di
un uomo senza missione era costituito nel sistema
luterano, arbitro supremo in materia di religione.
Or che è questo mai se non il pretto embrione del
razionalismo? Non era certo in potere di Lutero
rizzare dove volesse le colonne di Ercole oltre cui
niuno potesse avanzarsi. Lo stesso diritto che egli
attribuiva alla propria ragione, sei sarebbono at
tribuito i suoi seguaci o certo la sua posterità, e
così avvenne di fatto. Mossero con Lutero, come
le locuste in Egitto, novatori a gran numero; e
noi ogni giorno ne veggiamo uscire dei nuovi,
270
ciascun dei quali si costituisce giudice ed arbitro
in opera di verità rivelate.
E affinchè niuno pensi che questo sia un sem
plice trovato nostro, il conforteremo coli' ingenua
confessione di un protestante, anzi di un apostata,
qual è l'autore della Storia critica del raziona
lismo in Alemagna, Amando Saintes, il quale
scrive appunto così : — Logicamente parlando, i
principii del razionalismo si confondono con quelli
del protestantesimo, o almeno ne rampollano. Lo
stabilimento della riforma doveva condurre ine
vitabilmente al razionalismo, ecc. (pag. 7). — E
altrove: — Si è veduto, dice, come il razionalismo
è uscito affatto naturalmente dalla riforma quale
Vhan fatta Lutero e i suoi collaboratori; esso è
il frutto racchiuso nella buccia di cui l'albero della
riforma doveva vestirsi, salvo che l'albero non
fosse reciso prima del suo svolgimento (pag. 439).
La ragione, costituita così arbitra suprema e
signora indipendente nell'ordine religioso, assog
gettò a sè tutto il rivelato, cominciando dalla Bib
bia stessa, onde rigettò gran parte non men del
l'antico, che del nuovo Testamento, come aveva
cominciato a fare Lutero. Anzi in quei libri, che
pure ammise, andò per mezzo della critica reci
dendo or l'una or l'altra parte, di guisa che nulla
ne restò intatto. Nè di ciò paga investì di fronte
la divina ispirazione della Bibbia col Semler, col-
l'Eickorn e consorti, fino a dichiararla semplice
parto della ragione, sebbene generato sotto una
special provvidenza. Ma neppur di tanto fu con
271
tenta e osò pronunciare che v' ha in essa errori
storici e scientifici, e che Gesù Cristo stesso, non
che l'apostolo delle genti, si erano accomodati ai
pregiudizi, ossia agli errori popolari del loro tempo.
Di tutto questo ne abbiamo recato prove irrepu
gnabili in una apposita dissertazione sopra questo
argomento più volte ristampata (1), senza che qui
dobbiamo ripeterla. Quest'arbitra medesima fece
man bassa su tutti i miracoli, su tutte le profezie,
su tutti i dommi : in una parola su tutto il sovran
naturale.
Ed eccoci al pretto naturalismo o deismo che
vogliamo denominarlo, al quale è giunto per isvol-
gimento logico il razionalismo originato, come
sopra si disse, dal protestantesimo. Ecco l'opera
di quell'edace e nascosto vermetto che tutto si di
vorò. Che se il razionalismo è la distruzione del
soprannaturale, egli è per ciò stesso la distru
zione del cristianesimo, religione essenzialmente
soprannaturale. Ora il razionalismo è l'immediato
e naturale effetto del protestantesimo ; adunque il
protestantesimo conduce di sua natura alla distru
zione del cristianesimo. Ed ecco verificata a rigor
di logica una proposizione che io nelle mie lezioni
teologiche stabilii, cioè che, se il protestantesimo
è vero, il cristianesimo è falso (2) ; proposizione
che a primo aspetto può sembrare paradossa, ep
pure è pretta è pura verità. Piacemi di recare in
confermazione del fin qui detto un evento recen
ti) // protestante e la Bibbia.
(2) De tocis Theol. Part. Ili, Risp. II.
272
tissimo , il quale ci palesa come la metà incirca
del protestantesimo francese ora professa il razio
nalismo. Il fatto, come altrove già abbiam riferito,
avvenne sul principio di quest'anno 1865, allorchè
si raccolse in Parigi il Consiglio presbiterale pro
testante; e il risultato generale mostrò il progresso
delle idee radicali che negano la divinità di Gesù
Cristo. Solo a Parigi per una tenue maggioranza
prevalsero gli ortodossi. Fu però in esso provvi
soriamente escluso il Guizot, il capo, il rappresen
tante e il più autorizzato degli ortodossi. Il signor
De-Saus trasse innanzi dimandando che debba
intendersi per protestantesimo ortodosso, e con
fessa di non comprendere che significhi questo biz
zarro accozzamento di parole. Il Guizot poi a chi
il consolava di questo sfratto umiliante : — Che
volete? rispose; mi hanno messo alla porta con
Cristo (1). — Ma il povero Guizot in un posteriore
squittinio venne in fine eletto dallo stesso Consiglio
presbiterale per dieci voti. Così gli è un fatto
acquistato (avverte il narratore dell'avvenimento),
che la metà almeno dei protestanti non appartiene
più al cristianesimo, ma sibbene al razionalismo,
che essi professano negando la divinità di Gesù
Cristo, e per conseguente la rivelazione. Il mo
mento viene in cui non vi saranno più nell'ordine
religioso che due campi, cattolici ed increduli ; o
piuttosto questo momento è già venuto, benchè
alcuni spiriti retrivi, a dispetto di ogni logica, si
provino di mantener ancora un posto intermedio (2).
(1) Monde, 1 Févr. 18C5. [ì)ril!es et Campagne*, 11 mars 1865.
Da tali premesse ognuno può vedere da se stesso
quanto sia agevole il venire alla piena indifferenza
in opera di religione, e quindi alla pratica profes
sione dell'ateismo.
Ed affinchè niun sospetti di aver noi caricato
troppo le tinte nell'affermare che la metà del pro
testantesimo in Francia sia caduto nel razionalismo
o, vogliamo dire, naturalismo, ascoltisi la solenne
intimazione fatta a ciascuno dei membri del Con
siglio sopraddetto per loro norma nella scelta dei
candidati ortodossi e dei candidati liberali ; ed è
come segue: «Conviene scegliere tra la rivelazione
divina e la religion naturale; - tra l'autorità supre
ma della parola di Dio e quella della ragione e della
coscienza ; — tra la Bibbia divinamente inspirata
e la Bibbia composta di leggende e di errori; — tra
il Vangelo ed un cristianesimo accomodato agli er
rori ed alle passioni del mondo; — tra la religione
di Gesù Cristo e quella dei saggi e dei filosofi; —
tra lo spirito del Cristo e lo spirito del secolo ; —
tra Gesù Cristo figlio di Dio e Gesù Cristo dottore
moralista; - tra Gesù Cristo salvatore e redentore,
e Gesù Cristo semplice modello che non ha pure
attinto il più alto grado della umana perfezione;
tra le speranze divine e quelle che non riposano che
sulla mobile arena degli effimeri sistemi; — tra la
immortalità e le vane aspirazioni; — tra la vita
eterna e la morte ; — tra la Chiesa cristiana rifor
mata ed una Chiesa umanitaria, atea o panteistica.
— Or bene, in questa terribile alternativa una gran
Perronk, La Lucilla 18
274
parte degli elettori, se non la maggioranza, non
esitò punto ad appigliarsi al secondo partito nella
sua scelta (1). Ecco il più accurato termometro a
conoscere la temperatura del protestantesimo ri
formato nella Francia.
Nè punto migliore di questa, anzi peggiore, è la
condizione del protestantesimo calviniano nella
Olanda, dove la maggioranza professa il raziona
lismo o, a dir più vero, il naturalismo nella mas
sima ampiezza del suo significato. Di che abbiamo
una prova irrepugnabile negli atti del Sinodo ge
nerale celebrato dai pastori calvinisti nel luglio del
1865. Ma, prima di venire ad essi, conviene pre
mettere che nella così detta Chiesa riformata dei
Paesi Bassi v' ha dei pastori i quali annunziano al
popolo che le narrazioni bibliche non meritano al
cuna fede, che il nostro divino Salvatore al sommo
è un filosofo di molta filantropia, che la esistenza
di un Dio personale è almeno problematica. E,
tuttochè si sieno fatte al Sinodo rimostranze sì
dai privati e sì da interi Consigli contro cosiffatti
insegnamenti, il Sinodo dichiarò di aver consen
tito a pieni voti al rapporto della Commissione in
caricata dell' esame di tali querele, e di averne
ammesse tutte le conclusioni. Questo rapporto è
stato pubblicato ad edificazione di tutti quei cal
vinisti, ed eccone il sunto : — Dopo rammemorati
i sopraddetti lamenti, si statuisce che non si deve
far verun conto di siffatte rimostranze. Se non
che, consigliandosi in una di esse al Sinodo, iro-
(1) Espérancc, Janvier 1865.
275
incarnente, l'abolizione di tutti i dogmi e la pro
fessione di un'assoluta libertà di dottrina, il Si
nodo ha giudicato necessario di pronunciare il suo
parere sopra questo punto; ed è che v'ha una
dottrina officiale che il Sinodo crede di dover
mantenere, obbligando ogni pastore a prometterle
fede e fedeltà nell'atto di entrare in carica. Il Si
nodo adunque giudica essere troppo radicale la
proposta di quell'ironico consiglio, e riprova l'as
soluta libertà di dottrina, perchè non comprende
l'esistenza di una Chiesa senza dottrina. Dichiara
per conseguente di mantenere la dottrina antica,
ma nel tempo stesso la riduce a questi quattro
punti : 1° credere in Dio, 2° credere in Gesù Cristo,
3° credere nel Vangelo della grazia divina in Gesù
Cristo, 4° attenersi al libero esame. — E ne dà
la ragione, perchè 1° non può essere predicatore
di una religione chi non crede in Dio , 2° non può
essere predicatore della religione cristiana chi
non crede in Gesù Cristo, 3° non può essere pre
dicatore evangelico chi non crede nel Vangelo della
grazia divina in Gesù Cristo, 4° non può essere
predicatore della Chiesa riformata chi non rispetta
il libero esame. — Dice inoltre il Sinodo espres
samente, non doversi aspettare ch'egli imponga o
sostenga questo Credo, perchè non gli dà l'animo
di resistere al movimento; i laici aver diritto di
abbandonare quei ministri che loro dispiacciono;
la verità del cristianesimo — tenuto finquì gene
ralmente e mascherato sotto nome di teologia —
essere ancora da trovarsi; mentre questa verità' si
276
cerca , doversi lasciar andare le cose giusta il
pendìo naturale.
Darei per intiero questo strano documento tra
dotto a verbo in nostra favella, se la sua prolis
sità mei permettesse ; ma non potendolo qui reci
tare tutto, mi contenterò di recarne la conclusione:
Signori e fratelli reverendi! voi siete persuasi che
si esce dalle differenze scientifiche le quali cagio
narono la tanto trista e confusa condizione della
Chiesa dei giorni nostri. Il progresso maravi-
glioso delle scienze naturali e le molte scoperte
della scienza storica, han recato un sistema filoso
fico opposto alla teologia generalmente fin qui te
nuta. Se questo sistema filosofico poggia sul vero ,
la presente teologia sparirà interamente. Se egli
non poggia sul vero, sarà rovesciato dalla pre
sente teologia. Se poi egli poggia parte in sul
vero e parte in sul falso, la teologia ne sarà ri
formata a proporzione della sua verità ; e questa
teologia, purificata dal contrasto, brillerà tosto
più splendida che mai. Così , qualunque sia per
esserne Vesito ed il frutto, non dobbiamo aspet
tarlo se non dalla sola libera scienza. Se la scienza
reca piaghe alla Chiesa, la sola scienza le potrà
sanare, purché sieno ancora sanabili. Le lentezze,
le commozioni, i sospiri non valgono a nulla, e
non fanno che aggravare il male. —
Dopo questa conclusione, che è tutta fiore di
logica protestante, il Sinodo si compiace delle sue
determinazioni, le quali serviranno, dice, ad im
pedire che la Chiesa riformata diventi cattolica,
277
musulmana o buddistica. Cotesta assemblea nel
resto non manca di coraggio e di ardimento nelle
sue parole. Nel fine del suo rapporto, ella si ral
legra che il Vangelo, ossia la Chiesa riformata,
abbia vinto il papismo nei Paesi Bassi (1). Ognun
vede l'assoluto razionalismo che apparisce in ogni
tratto di questo documento, dove quella che si
chiama vittoria riportata dal cattolicismo, non è
se non l'abolizione della fede cristiana.
Del progresso annunziato nel sopraddetto do
cumento abbiamo una recentissima prova di fatto
nel dottor Pierson, uno dei più celebri pastori
della chiesa protestante di Rotterdam. Nel riti
rarsi che egli fece poc'anzi dall'ufficio pastorale,
indirizzò a' suoi antichi parrocchiani una memoria
nella quale spiega il motivo del suo ritiro ; ed è
che le sue opinioni in fatto di religione, non gli
permettono più nè di battezzare nè d'intonar salmi
nè di pregare nè di adempiere gli altri doveri della
sua carica senza fare un atto d'ipocrisia. Egli si
protesta filosofo umanitario, e dichiara che questa
filosofia è molto sparsa nella chiesa nazionale,
benché i suoi ministri si spaccino per propagatori
del Vangèlo (2).
Or che questo pastore dimissionario non abbia
punto mentito od esagerato, prova di fatto ne è
l'adesione pubblicamente fatta da mille e cinque
cento ministri riformati di Olanda, sul numero to-
(1) Ved. Rapporl sur la liberté de i'enseignement dogmalique
dans l Église Reformée Néerlandaise. Présente par Ja Commi»-
sion an Synode general dans la session H luillet 1865.
(2) mila Caltol. 28 Novemb. 1865.
278
tale di mille ed ottocento, a Renan sul principio
del 1865. A questo spettacolo, un senatore prote
stante, M. V., diceva apertamente : — Non vi ha
altro avvenire nel mondo che per il cattolicismo.
La tempesta, che via trasporta le foglie secche,
consolida ed abbarbica i vecchi alberi. Noi siamo
le foglie secche, e voi (cattolici) siete l'arbore vec
chio. Ecco ove giunti noi siamo in questo paese:
gli spiriti elevati ed il signor Renan non sospet-
tavan tampoco che egli avesse la missione di scrol
lare le ultime rovine protestantiche e di raffermare
sulle sue basi l'immanchevole edifizio di Gesù
Cristo. Quali ammirabili speranze ! Ah che egli è
bene il veder Dio all'opera ! I musulmani raccon
tano che, nel momento della presa di Costantino
poli, un prete cattolico, il quale diceva la Messa
in Santa Sofia, tolse via il santo Sacramento, af
fine di sottrarlo alla loro profanazione; e po-
sciachè non sapeva dove fuggire, uno dei piloni
della immensa basilica si aprì miracolosamente
davanti a lui per lasciargli un rifugio , e si chiuse
immediatamente. Secondo la loro leggenda, il
prete è sempre nel pilone; lo scuote eziandio a
quando a quando nel muoversi che egli fa; ma
egli debbe uscirne un giorno per terminare la
Messa interrotta, ed allora sarà finita per lo Isla
mismo ; il mondo intiero sarà cattolico. Vi ha in
ciò una sorprendente immagine. Da trecento anni
il sacrifizio eucaristico è stato interrotto su ben
molti punti del globo, ma il prete è rimasto; egli
smuove ed agita il mondo, e ben presto va a ri
279
prendere ondunque la Messa interrotta ; e non vi
sarà che un sol sacrifizio, una sola religione ed un
solo Dio (1).
Dall'Olanda passiamo all'Alemagna, dove pure
ci si offre un documento autorevole, che ci mette
sott'occhio il pretto razionalismo in cui sono ca
dute le così dette Chiese evangeliche. La costoro
dottrina si riduce a questi punti : 1° come auto
rità, non può la Chiesa evangelica più giudicare
intorno a controversie religiose, sia per approvare
sia per proscrivere alcuna dottrina ; 2° ciascuno
ha piena libertà di pensare, parlare e scrivere se
condo la sua propria persuasione, non ostante la
proibizione o condanna della Chiesa del medio evo;
3° fa d'uopo limitarsi ai fatti storici, che sono il
fondamento della Chiesa evangelica ; 4° si debbe
avere altra idea di Gesù Cristo da quella ch'ebbe
la Chiesa nelle età passate ; ed è necessario appi
gliarsi alla parte storica della sua umanità ; 5° le
Scritture debbono considerarsi solo come docu
menti storia ; 6° si rigettano come incompossibili
colla libertà di esame tutti i simboli, ossia confes
sioni di fede, che la potessero limitare ; 7° si può
essere di diverso sentire intorno ai misteri più su
blimi della fede (2).
Adunque i frutti, che naturalmente provengono
dal protestantesimo nell'ordine religioso, sono il
razionalismo, il deismo, la distruzione di tutto il
(1) Semache Cathol. de Montauban, Janv. 1865.
(2) Exlrails de la dèclaration du Conseit Kcclcsiastique pro
testan! du Urand-Dnché de Bade. La Yerité 15 Nov. 1864.
280
soprannaturale, e però la distruzione del cristia
nesimo; quindi l'indifferenza in fatto di religione,
quindi l'ateismo, che è l'ultimo termine pratico a
cui si giunge. Ed appunto quest'indifferenza è
quella che ora più che mai si diffonde nella società
pel favore che trova nei governanti, e spiana la via
più breve all'ateismo, svellendo dai cuori umani
ogni radice di sentimento religioso. Tali sono gli
avvelenati frutti che nascono dalla rea pianta del
protestantesimo.

§ 3. — Secondo effetto del protestantesimo nel-


V ordine morale è V immoralità e la scostu-
matezza.
Nè meno tristi sono gli effetti, che dalla mede
sima pianta produconsi nell'ordine morale. Come
il protestantesimo coi suoi principii fondamentali
conduca all'immoralità, si è per noi dimostrato
nel capo precedente; ma taluno forse potrebbe
dubitare se tali frutti sieno veramente provenienti
dal protestantesimo. A togliere un tal dubbio, ci
accingiamo a dimostrare il fatto colla storia alla
mano e colla esplicita confessione degli stessi au
tori protestanti. Per procedere ordinatamente,
prima toccheremo di coloro che abbracciarono la
pretesa riforma fin dal principio; quindi di coloro
che l'hanno professata; e per ultimo della corru
zione, che dalla nuova riforma provenne nel po
polo dovunque essa ebbe attecchito.
E per farmi dai primi, i quali risposero pron
281
tamente all'appello dei capi riformatori, essi non
furono se non la più vile bruzzaglia, rotta ad ogni
nefandezza, insofferente di ogni giogo, schiava delle
più turpi passioni. Furono uomini di chiesa, cui
era grave la santità della cattolica disciplina; uo
mini che disertarono dal posto loro affidato per
satisfare alla incontinenza dei loro mal frenati
appetiti; uomini, che ebber cuore d'involare alle
chiese ed ai conventi gli arnesi degli ornamenti, i
reliquiarii d'oro e d'argento per costituire la dote
alla futura loro concubina legale. E tali apostati fu
rono i più fanatici nell'infuriare contro la Chiesa
cattolica e nel propagare da per tutto l'apostasia.
Quanto qui in iscorcio ho riferito è schietta storia
e genuina. E che sia così veggiamolo da prima
in Germania. Non appena Lutero diè fiato alla
tromba della rivolta, e tosto si strinsero a lui
d'intorno preti e monaci che, secondo l'esempio
del gran riformatore , si ammogliarono pubblica
mente. I primi furono Jacopo Seidler, prete a
Glashutte, e Bartolomeo Bernardo di Kemberga ( 1 ).
Nel convento degli agostiniani di Witemberga,
Gabriele Zwilling sermonando attribuì ad ispira
zione satanica i voti di castità. A sentire quel
frate, sarebbe impossibile l'entrare in Cielo col-
l'abito religioso (2). Gli uditori, già ben disposti,
si diedero vinti; e, terminato il discorso, si affret
tarono a smettere l'abito e ad abbandonare il mo
nastero. Gli uni si accompagnarono ai riottosi stu
di Corpus Reformat, toni. I, pag. 418.
(2) Ivi pag. 459.
282
denti dell'università , gli altri presero alloggio
presso i cittadini e tolsero moglie, e si diedero ad
esercitare arti meccaniche (1). Non contento di
ciò, l'apostata Gabriele predicò contro la Messa
ed eccitò a ribellione gli studenti suoi uditori. Lo
stesso fece a Zwickan il curato Munzer ; lo stesso
fecero e il già religioso Bucero, che si sposò ad
una monaca da lui sedotta, ed Antonio Zirm par
roco di S. Tomaso a Strasburgo, e Matteo Zeli
pastore anch'esso, benchè vivesse da lupo, e così
altri senza numero nei quali la carne prevalse
sopra lo spirito (2).
Nè punto diversa fu la condizione di coloro che
aderirono alla riforma in Ginevra. Luigi Bernardo
fu il primo ad ammogliarsi, a dispetto de' suoi voti
e del carattere sacerdotale. Tommaso Vandel, cu
rato di S. Germano e canonico di S. Pietro, tutto
chè vecchio e malsano, fino ad aver bisogno di chi
lo sostenesse e l'imboccasse, tolse anch' egli la sua
donna (3). Ma piacemi di lasciar qui parlare lo
storico protestante Froment, il quale così scrive
di coloro che di que' tempi si rifuggiavano in
quella nuova Roma dei protestanti. — Sono qua
venuti e vengono giornalmente a gran numero
frati ipocriti che seducono le povere serve, facen
do vista di sposarle, e poscia le lasciano in abban
dono coi loro proprii figli. Altri di loro, invece del
(1) Ranke, Hist. de la rapanle, tom. II, pag. 15; — presso
Audin, Hist. de la vii de Luther, edit. V, tom. II, p. 265 seqq.
(2) Ved. Audin, 1. e. coi documenti annessi.
(3) Ved. Magnin, Hist. de l'élablissement de la Réf. a Ge
nève, eh. VII.
283
Vangelo, si procacciano una donna, e finchè durano
i calici e i reliqniarii che hanno rubati, menano
lauta vita con essa, passando per grandi uomini
di buona famiglia e cautamente dissimulando la
loro qualità di religiosi e di sacerdoti ; ma poi,
dopo essersi abbandonati ad ogni vizio, si partono,
lasciando la donna e i figli a carico dello spedale.
Altri menano seco concubine, in vista di legittime
mogli, e dopo d'aver dato fondo a quanto avevano,
le lasciano come i primi, pigliando la fuga secre-
tamente. Ve ne sono altresì degli altri, che, usciti
dagli stessi ordini religiosi, si accordano a serbare
alto silenzio sopra la loro condizione con circospe-
zioni scambievoli, e costoro hanno cagionato nella
riforma gravi scandali e violente divisioni. Altri
in fine, anche più scaltri e maliziosi, dopo aver
minate col fallimento molte oneste case, tutto si
fanno lecito sotto l'ombra del puro Vangelo. Di
che Ginevra è stata biasimata senza ragione, come
se fosse il rifugio di ogni ribalderia, poichè ladri,
falsatori di monete, omicidiari, eretici, ciurmatori
stimano di essere quivi al sicuro (1). — Nella
qual sorte Ginevra non differisce da quelle delle
città riformate della Germania dove pure rifug-
giavansi preti ammogliati e frati apostati dai con
venti. — Là pure, diceva Erasmo , non si fa che
danzare, mangiare, bere e sollazzarsi. Addio studio,
istruzione, purezza di condotta, ritenutezza: do
vunque costoro si mostrano, tosto sparisce lo spi
li) Des actes et gesta mérveilleusef de la cité de Gèneve,
eh. 16.
284
rito di disciplina e di pietà (1). — Così in tutto
il rimanente della Svizzera, cosi nell'Olanda, così
nella Francia , così per tutto altrove , dovunque
propagavasi il protestantesimo.
Tutti cotesti preti e religiosi apostati si preci
pitarono verso la riforma, perchè in essa trova
rono modo di soddisfare alle impudiche loro voglie,
come avvenne di Jacopo Bernard , al dire dello
stesso Calvino. Ecco come il riformatore ci de
scrive Jacopo Bernard, prima guardiano nel con
vento di Riva e contrario alla riforma, sebbene già
guasto nel cuore e di corrottissimi costumi, come
sogliono essere coloro, che vanno in cerca di un
nuovo Vangelo. — Guardianus franciscanorum
cum esset inter Evangelii exordia , hostiliter
semper repugnavit, donec Christian aliquando in
uxoris forma contemplatus est, quam simul atque
habuit secum modis omnibus corrupit. In ipso
monachatu vixerat impudicissime et impurissime.
— Ex quo nomen Evangelio dedit, ita se gessit
ut omnibus appareret pectus Dei timore atque
adeo religione omni prorsus vanum (2). — Allora,
ed allora solo, restarono profondamente persuasi
della verità del nuovo Vangelo. Di che abbiamo
una lagrimevole ripetizione in quei pochi apostati,
che, aggirati dal turbine delle politiche rivolture,
in questi ultimi anni disertarono dalla fede cat
tolica.
Che dirò delle altre persone che abbracciarono
(1) Epist. Erasmi, lib. 20, pag. 17.
(2) Calvin. Bullingero, 10 iun. 1538.
285
la nuova dottrina del protestantesimo ! Quanto
laida fosse la costoro condotta , voglio che l'ascol
tiamo da essi medesimi. Questi primi riformatori
non avevano sulle labbra se non Vangelo, ma
nella pratica erano i veri antagonisti di quel Van
gelo, che mostravano di aver tanto a cuore. Ascol
tiamolo da un autor contemporaneo che, tratto
anch'esso dal suono di questa bella voce, ma poi
avvedutosi dell'inganno, l'abbandonò senza tornare
al cattolicismo. — Il Vangelo, scrive Giorgio Wizel,
è letto in ogni luogo. Il più vile artigiano, le donne, i
fanciulli contrastano fra loro a chi lo sa meglio; se
ne fa una pompa senza pari. S'incide sui metalli,
si rappresenta sui tappeti che si mettono sotto i
piedi, e sulle stoffe che servono a vestirsi. Non
v'è parete, non porta ove non si legga la parola
di Dio ; ma propriamente esso non è creduto,
nè praticato (1). — Erasmo faceva la medesima
osservazione : — Tutti, diceva egli, hanno mira
bilmente in bocca queste parole sacramentali:
Vangelo, parola santa, Dio, fede, Cristo, Spirito
Santo, e nondimeno io li vedo per la maggior
parte tenere tale condotta da far dubitare assai
non forse siano posseduti dal demonio (2).
Nè potea procedere altrimenti chi professava
una dottrina, che distruggeva fino la coscienza del
peccato. Tale è la considerazione che ai suoi cor-
religionarii proponeva il citato Wizel : — Ecco
ciò che avete ottenuto col vostro insegnamento
(2) Luther, c. I, 260, b.
(3) Erasm., Epist. pag. 596.
286
consolatore. Avete gettate le anime nel torpore,
avete distrutta la coscienza. Ora v'ha fra noi di
molti che si mettono a ridere quando si parla loro
di coscienza. Che venite a parlare della coscienza?
sclamano essi: Non siam noi tutti peccatori (1)?
E che, dicono altresì costoro, mi venite voi par
lando del peccato? Noi cancellò forse il Cristo
col suo sangue sulla croce? Il Cristo ha buone
spalle, egli si caricherà eziandio del male che io
posso fare : io non debbo curarmi di ciò : il regno
del Cristo è perdonare i peccati, come il nostro è
il commetterli (2).
Era questa dottrina, scrive il Nicolas, così alta
mente predicata e confessata, che si proponeva
eziandio per via d'immagini, dove Gesù Cristo era
rappresentato nell'atto di portare grandi sacca
piene di peccati ; e mentre si bruciavano e spezza
vano in tutti i luoghi i capi lavori della statuaria e
della pittura cattolica, i quali sollevavano le anime
e le conducevano alla pietà, si surrogavano a
questa pretesa idolatria, rozze, sformate e sconce
immagini di pagani, di turchi, di sultane, di bascià,
di danze e pitture lascive. Questo era il commen
tario del puro Vangelo, il cui testo si vedeva da
per tutto mescolato con queste profane rappre
sentazioni (3), come l'attesta Wizel, autore contem
poraneo del catechismo ecclesiastico, pubblicato
in Lipsia nel 1535.
(1) Confut. Cotumn. Resp. e. 6, e. 3. a.
(2) Lulh. C. T. 6. 2. a.
(3) Del protestarli, e di tutte le eresie, toni. II, pag. 222.
287
§ 4. — Formali confessioni dei capisetta
e fautori della Riforma intorno a questi effetti.

Dopo ciò a noi non rimane altro uffizio che il


recar testimonianze per dimostrare i frutti, che da
così fatta dottrina provennero nel popolo rifor
mato dal protestantesimo. Ne recheremo per saggio
alcune delle meno sospette fra le tante onde rac
colse una dovizia il Dollinger nello Sviluppo inte
riore della riforma , tratte dai testi originali e dai
manoscritti delle Biblioteche protestanti da lui
rovistate con ogni diligenza. Fra tali scrittori
l'Egrano amico di Lutero — Vedete, diceva tutto
inorridito dalla riforma, beirisultamenti! La storia
è lì per insegnarci come negli otto secoli dacchè
l'Alemagna divenne cristiana, non si è per anco
veduto in questo paese perversità comparabile a
quella, che per confessione di tutti vi regna ai
nostri giorni (1). —
— Desiderate voi, diceva il Belzius, altro con
temporaneo rimasto fedele alla riforma in ricono
scenza del divorzio a lui conceduto; desiderate voi
di vedere unita in un medesimo luogo tutta una
popolazione d'uomini selvaggi ed empii , tra i
quali è in uso cotidiano, e per così dire alla moda,
ogni specie d'iniquità? Andate in quelle nostre
città luterane, ove si trovano i predicatori più sti
mati, e dove il santo Vangelo è predicato con
maggior zelo : quivi la troverete.... I più laidi pec
cati hanno inondata tutta quanta la società, e
(1) Luth., I. G. 3. i.
288
come un immenso diluvio si sollevano fino alle
nubi (1). — Una barbarie ciclopea, soggiunge
Guy Dietrich, cresce da tutte parti: Crescit ciclo
pica feritas ubique (2).
Uno dei più ardenti campioni di Lutero, Andrea
Muscolo, scriveva similmente : — Noi siam tutti
i nostri proprii profeti, i profeti delle nostre pro
prie sciagure: noi ci lamentiamo tutti che la ma
lizia e la corruzione sono giunte ai loro ultimi
confini, e riconosciamo che il sole e la terra non
potrebbero più innanzi, l'uno illuminare e l' altro
sopportare un tale stato di cose. Ed io pure mi
unisco a questo generale lamento : anch' io sono
persuaso che l'inferno non ha altri vizii da aggiu-
gnere a quelli, che hanno invaso il mondo, e che
per conseguenza il tempo in cui viviamo è il più
pericoloso, il più corrotto che sia mai stato e che
possa esser mai (3).
Cinque anni dopo (nel 1561) crescendo sempre
il flutto della immoralità, lo stesso Muscolo riba
disce il chiodo e dichiara che si aspetta peggio
ancora da parte della giovine generazione: — Noi
siam giunti, diceva egli, a tal punto che non vi è
alcuno fra noi, il quale non professi altamente,
che non mai, dacchè il mondo è mondo, la gioventù
è stata più corrotta, e che non è neppur possibile
che possa diventar peggiore. Che se il mondo do
vesse durare ancora qualche tempo, e se i nostri
(1) Belzius, YonSaumtr, Leipsiac 1537, tom. 6, d. 8.
(2) Enarr. ptalmi secundi, auctore Lutkero. Edit. Vitus Theo
dor. I. 1555, Praef. a. 4.
(3) A. Muskulus, Von Gollestastera a. o. 1555, C. 2. F. 2.
289
figli, già quasi annegati nel vizio e nella corruzione,
dovessero un giorno aver discendenti, che li supe
rassero in vizii ed in malizia, bisognerebbe che gli
uomini si trasformassero in veri demonii ; perchè
non comprendo davvero come, conservando il ca
rattere umano, essi possano diventare peggiori di
quello che noi siamo (1). — Se non che questo
fervente luterano attribuisce cotal cataclismo di
immoralità non già alla dottrina, ma all'abuso di
essa dottrina: ma io vorrei sapere quale possa
essere l'abuso di una cosa, la quale a filo di logica
porta alla pienezza di ogni corruzione e vizio.
Non così per fermo Cristoforo Fischer che,
mentre si sfoga anch' egli in lamentazioni deso
lanti sui frutti della riforma, tuona e rugge contro
il Papa, perchè conservò la dottrina della necessità
delle buone opere per la salute : — Non possiamo
negare, scriveva egli, che la corruzione non abbia
tocco l'ultimo termine, che tutte le specie di pec
cati, di vizii e di turpitudini non ci abbiano invasi
e in certo modo inondati, come un altro diluvio, a
tal punto che molte persone non sanno più discer
nere il vizio dalla virtù nè l'onestà dalla disone
stà. — E per far vieppiù conoscere questa de
pravazione di nuovi costumi, li raffronta coi costumi
dei cattolici, che erano preceduti, e ne tesse uno
splendido elogio ; ma per questo stesso freme e si
arrabbia contro Roma perchè insegna — che noi
siamo tenuti a soddisfare pei nostri peccati (2). —
(1) Muskulus, Von der Teofcts Tyrannius Theol. Dial.
(2) Cristop. Fisch. christ. ani einfaeltige etc.Schmach.1572.
Perrone, l.a Lucilla 19
290
Lo stesso dicasi di un altro campione della ri
forma, Pietro Arbiter, il quale si attiene esso pure
alla dottrina del protestantesimo, nonostante i pes
simi frutti che esso produceva, per abbandonare
al cattolicismo tutte le virtù, delle quali, secondo
lui, non bassi a tener conto. Ma ecco le sue parole:
— A che si vuol egli attribuire che certuni riman
gono devoti al papismo, ed altri tornano ad esso do
po averlo ripudiato, se non all'averli lo spirito delle
tenebre sì bene acciecati che, sia fra noi, sia fra
loro, essi reputano come un nulla ciò che dovreb
bero considerare come la cosa principale, e attri
buiscono per lo contrario grandissima importanza
a ciò che non ne ha quasi niuna? Imperocchè che
cosa è tutto il bene del mondo, la perfezione, la
sapienza, Vautorità, Vordine, la concordia e gual
che altra virtù che noi ammiriamo fra i papisti,
quando la dottrina è cattiva, ed in ordine alla sa
lute la dottrina è la sola cosa indispensabile (1) ?
Non ci vuol meno del fanatismo di un settario a
trarre questa conclusione. Riconoscere da un lato
il sommo della corruzione proveniente da una dot
trina; riconoscere dall'altro gli effetti eccellenti
della dottrina contraria, quali sono la perfezione,
la saviezza, Vordine, la concordia, Vautorità, il
complesso delle più ammirabili virtù, e tuttavia
condannare questa per appigliarsi a quella, come
la miglioro !
Poniam fine a queste increscevoli allegazioni
colla autorità di Giacomo Andrea , il quale pei
(3) Arbiter, die Christi etc. Meklemburg V. 2, 3.
291
suoi numerosi viaggi e per le sue funzioni d'Ispet
tore, per molti anni aveva potuto fare svariatis-
sime considerazioni , che egli consegnò circa il
1567 ad uno scritto ove s'insegna come : a pro
porzione che era stata predicata la nuova dottrina,
si erano vedute andare in dileguo le antiche virtù
e spandersi nel mondo una gran piena di nuovi
vizii (1). — Questo effetto egli non vuole attribuire
alla dottrina , ma sibbene al demonio ; benchè
avrebbe fatto assai meglio, se l'avesse attribuito
all'una e all'altro. Ma quello che è più da stupire
si è che, consistendo tutto l'antagonismo del pro
testantesimo, comparato al cattolicismo, nella cor
ruzione autorizzata e praticata, si viveva dai
protestanti malvagiamente per dare maggior ri
salto a questo distintivo della riforma. Così l'at
testa l'autore ora citato: — Affinche il mondo
intero sappia che essi non sono papisti, e che
non mettono la loro fiducia nelle buone opere, i
nostri luterani hanno cura di non farne alcuna.
Invece adunque di digiunare, essi bevono e mau-
giano notte e giorno ; invece di sollevare i poveri,
essi finiscono- di spogliarli; invece di pregare, be
stemmiano e disconoscono Gesù Cristo in modo,
che i turchi stessi non oserebbero tanto ; e final
mente, invece dell'umiltà cristiana, hanno nel cuore
l'orgoglio e l'amore del falso. Tali sono i costumi
dei nostri evangelici (2).
Chi volesse aggiugnere novelle testimonianze in
(1) Jakob AnAve&e. Erinnevang. etc.Tubiiigenl563,p. UO, 5.
(2) lbiil.
292
prova della rea fecondità del protestantesimo non
troverebbe altro imbarazzo che quello della scelta
tra le moltissime che ve ne sono. Ma io non credo
necessario allegare nuove autorità, bastando le
sopramentovate a persuadere i più ritrosi, potendo
ognuno vederne delle altre assai o presso il Nico
las o presso il Doellinger nel terzo volume del
l'opera già citata.

§ 5. — Altra difficoltà disciolta.


Solo ci resta a togliere una difficoltà ed è come,
non ostante una cosiffatta dottrina, la morale con
dotta dei protestanti contemporanei non possa
paragonarsi con quella degli antichi, anzi da ta
luno sia preferita a quella dei cattolici. Alla sup
posta superiorità dei medesimi protestanti sopra
i cattolici, piacemi di opporre incontanente la con
futazione tolta dai fatti, e vengo senza più a farne
una breve rassegna.
Cominciamo dall'Inghilterra. I giornali inglesi
deplorano come nella sola città di Londra la pro
stituzione pubblica assorbisca 200 milioni di fran
chi per anno, e che 400,000 individui vivano di
essa e per essa. — Il Sig. Acton pubblicò nel
1860 un'opera in cui si dimostra con prove irre
sistibili, che in Londra la sorte della donna del
popolo è di gran lunga inferiore delle prostitute.
Il Karvignan, nell'opera intitolata GVInglesi, Lon
dra e VInghilterra nel 1860, colle statistiche alla
mano dimostra come in quell'anno erano in Lon
293
(Ira ben 220,000 donne pubbliche, e così nel resto
del regno giusta la proporzione della popolazione,
e che l'età in cui queste infelici fanno questo reo
mestiere corre fra i 12 e i 24 anni, non durando
esse oltre a questo termine. Nel Tom. II poi, al
cap. 2, Stato sociale, così conclude : — Si pongano
insieme i disordini di ogni fatta, che possono os
servarsi presso tutte le nazioni cattoliche montanti
a più di 150,000,000 (ora direbbe d'i 208,000,000J
di anime, la somma non uguaglierà quella di
che ho dato qui un cenno. — Fin qui egli. — Non
parlo dei suicidii: dal registro generale fatto nel
1863 risulta che sopra 22,759 ricerche si con
tano 1,118 suicidii d'uomini, 337 suicidii di donne,
393 morti cagionate per abuso di liquori; 3,664
pei cadaveri di fanciulli di meno di un anno, e
2842 di quelli sopra questa età, e sotto i sette
anni ; un numero straordinario di fanciulli abban
donati, come nella Cina, e così periti (1). Un an
glicano, Brother Ignatius, ossia fratello Ignazio,
che si diceva benedettino, in un'assemblea di
1500 persone ha dimostrato ad evidenza, che —
Il vizio si è triplicato in Inghilterra dalla fonda
zione della società biblica britannica e stranie
ra (2). — Ultimamente in una inquisizione giuri
dica fatta intorno ad un bambino trovato morto
su Parringdon Roard , il Dr Lankester dichia
rò, che l'infanticidio diventava una vergogna ed
un'onta nazionale per l'Inghilterra; che un'inquisi-
(1) V. Monde, 9 AoiitlSW.
(2) Ivi, 7 Mars 186*.
294
zione parlamentare su questo soggetto produr
rebbe il più gran bene con cessare questo flagello.
Egli ripete la sua dichiarazione non mai smentita,
che si contano in Londra dodicimila madri, che
hanno uccisi i proprii figliuoli (1). Quante rifles
sioni qui potrebbero farsi! ma passiamo ad altro
paese protestante.
Dirò di Ginevra quanto riferisce un testimone
di veduta, il quale assistè quivi ad una seduta pub
blica riservata esclusivamente ai soli uomini an
nunziata dal protestante Giornale di Ginevra sotto
il titolo della depravazione dei costumi in Ginevra,
e presieduta dai pastori direttori dell' opera del
rifugio. Quest'opera ha per iscopo di trarre e mo
ralizzare le donne di cattiva vita. Secondo la con
fessione di uno dei ministri, il numero di tali donne
fin dal 1863 ascendeva a 4000 nella sola Ginevra.
— Il vizio, disse egli, fa progressi spaventevoli ;
il vizio è privilegiato dalla legge, è sopra la legge.
La polizia è cieca. — Ginevra sarà presto cancel
lata dal libro della vita; Ginevra è all'orlo dell'a
bisso! Poc'anzi si chiamava la Roma protestante :
ebbene, col rossore sul volto e l'umiliazione nel cuo
re, noi diremo che abbiamo uditi i nostri compa
trioti degli altri cantoni dire e ripetere dovunque
che Ginevra è la Sodoma della confederazione ! —
L'emozione di questo ministro era pareggiata sola
mente dalla vergogna che ne provava l'uditorio di
400 a 500 ginevrini conservatori protestanti. E
quel testimone ivi presente diceva entro sè stesso
(3) Globe, SO Giugno 1865.
295
all'udire tali confessioni: Ecco il castigo di questa
città orgogliosa, di questa città ove si può insegnare
pubblicamente che nostro Signore Gesù Cristo non
è Dio! Eccola umiliata e diffamata da quei mede
simi, che avrebbono voluto innalzare questa Roma
protestante sopra la Roma cattolica (1). —
E di Ginevra basti. Diamo un'occhiata alla
Prussia. Ivi in una delle ultime sedute di una so
cietà protestante, la Pomerania, fu provato cogli
autentici registri che la proporzione delle nascite
illegittime era di 1 a 14 per tutti gli abitanti della
Prussia; questa proporzione è di 1 a 6 tra i pro
testanti , e di 6 a 19 presso i cattolici di questo
paese (2). Queste cifre sono più eloquenti di qual
sivoglia discorso. Potrei parlare allo stesso modo
degli Stati Uniti e di ogni altro luogo ove domina
la riforma ; ma bastano i cenni già dati all'uopo
di confutare la sopraddetta calunnia. Valga di
conclusione al fin qui discorso la non men vera
che profonda considerazione del Fitz William nel
suo celebre Atticus (p. 113), la quale compendia
in sè tutta la storia della riforma, ed è che — il
trapassar dalla Chiesa ad una sètta si fa troppo
spesso per la via dei vizii, e quello da una sètta
alla Chiesa avvien sempre per la via della virtù.—
Dimostrata la falsità della imputazione sovra
esposta, dirò che, se v'ha nel protestantesimo per
sone probe ed oueste (e ve n'ha senza dubbio), ciò
significa che v'ha nel protestantesimo uomini mi
ti) Monde, 11 Nov. 1863.
(2) Vérité, 7 Juill. 1865.
296
gliori della loro dottrina, che il buon senso morale
prevalse in essi all'insegnamento, che il contatto
col cattolicismo li ha preservati dall'intiero disfa
cimento, che il cattolicismo, da cui uscì il prote
stantesimo, lasciò in esso una parte almeno di
quel cristianesimo che nella sua interezza si man
tiene nella Chiesa cattolica; che il punto di onore
del raffronto coi cattolici ritiene molti dallo svia
mento totale, laddove i cattolici allora solo ope
rano malamente quando deviano dalla morale della
Chiesa. Queste ed altre riflessioni rendono ragione
dell'anomalia che scorgesi nella probità di alcuni
protestanti, sebbene molto inferiore alla comune
onestà cattolica, i quali non seguano logicamente
i principii della loro professione religiosa.

§ 6. — Terso effetto del protestantesimo nelVor-


dine politico è la distruzione della società pub
blica e domestica.

Ma qui è tempo di venire all'ultima parte del


l'assunto , la quale riguarda i pessimi effetti del
protestantesimo nell'ordine politico. A strignere
il tutto in poco , affermo , senza timore di essere
smentito, che tutti i mali i quali affliggono attual
mente lo stato sociale, nell'uno e nell'altro emi
sfero, debbono ripetersi, come da sua prima ori
gine e cagione , dal protestantesimo. E quando
parlo di tutti i mali sociali, comprendo le rivol
ture, le stragi, le guerre nell'ordine pubblico, com
prendo la dissoluzione della famiglia nell'ordine
297
domestico, comprendo il comunismo e il socia
lismo nell'unione di amendue questi ordini. E tutto
questo io dico appoggiato alla confessione degli
stessi protestanti, appoggiato all'irresistibile forza
dei fatti, appoggiato per ultimo alla testimonianza
dei socialisti e comunisti più rinomati.
Percorriamo rapidamente la serie dei punti ac
cennati. E quanto all'originarsi delle rivolture po
litiche dalla natura stessa del protestantesimo, ne
è mallevadore il protestante Guizot, il quale non
peritossi di affermare che — la crisi del secolo XVI
non era semplicemente riformatrice, era essenzial
mente rivoluzionaria. È impossibile toglierle questo
carattere, i suoi meriti, i suoi vizii ; ed essa n'ebbe
tutti gli effetti (1). — E ciò con gran ragione,
perchè Lutero stesso fu essenzialmente rivoluzio
nario, come nell'ordine religioso così nell'ordine
politico, essendo questi due ordini tanto fra sè in
trecciati da non potersi toccare l'uno senza del
l'altro. Scossa da cima a fondo per Lutero la re
ligione rivelata , era ben naturale il crollare dei
dettami di questa religione divina nelle scambie
voli relazioni del popolo e del principato, e lo
scompaginarsi dalle fondamenta su cui poggia la
società. Come ciascun uomo, secondo Lutero, è sa
cerdote e pontefice, così è ancora sovrano. Di fatto
egli stesso proclamò questo principio, come ce lo
attesta il protestante Gasparin : — Non si può di
fendere il Vangelo , scriveva Lutero al principe
Palatino che gli si opponeva, senza tumulto e
fi) Hist. de la Civilis. de fEurop, chap. XII.
i9»
298
senza scandalo. La parola di Dio è una spada, è
una guerra, è una mina , è uno scandalo, è una
distruzione, è un veleno ; o , come dice Amos, si
presenta a noi come un orso sul cammino, e come
una leonessa nella foresta... Perchè immaginarci
che Cristo promuoverà la sua causa per la via
della pace (1) ? — Gia s' intende che per Vangelo
il riformatore Witemberghese intendeva la sua
propria dotfrina, non già quella di Gesù Cristo ;
e quando egli parlava di guerra e di tumulto e
di scandalo, intendeva vera guerra e vero tumulto
in rigoroso senso, come dimostrò poi col fatto. Im
perocchè chi fu se non egli che eccitò i contadini
a ribellarsi contro i vescovi, che erano eziandio
principi temporali? Chi, se non egli, sollevò la no
biltà alemanna contro i suoi principi? Le sue ar
ringhe erano piene di furore, le sue minacce erano
lampi e tuoni accompagnati dal fulmine. Mosse
da quel nuovo Tirteo, si sollevarono tosto la Tu-
ringia, l'Alsazia, una parte della Sassonia, la Lo
rena, il Palatinato. Tutto andò sossopra: Pfeifer,
rinnegato premonstratese, da un lato, Miinzer
dall'altro, riempiono d'incendii, di rapine, di morti
una gran parte della Germania; dopo di che si
fece ad aizzare i principi del suo partito, ad in
crudelire contro questi contadini medesimi che
erano stati strumenti del suo furore, facendone
strage senza pietà e senza risparmio (2). Tale fu
(1) Les écoles du donle, pag. 366 seqq.
(2) V. Audin, Histoire de la vie de Luther, toni. II, eh. IV.
Les Paysans.
299
la teorica e la pratica di Lutero nell'ordine so
ciale.
Questa teorica e questa pratica, come essenziali
al protestantesimo, dovevano poi dilatarsi colla
propagazione del medesimo, di generazione in ge
nerazione , e produrre in ogni tempo gli effetti
medesimi. E di vero, la ribellione ebbe massimo
sfogo nell'anabattismo, giugnendo fino al furore.
Non si possono leggere senza orrore i fatti di que
sto primogenito del protestantesimo. Fu dichia
rata guerra di esterminio ai signori, ai principi,
ai re ; lo spogliamento dei ricchi e dei nobili di
venne universale : non vi fu più proprietà immune
dalle rapine degli anabattisti (1).
Questo spirito sedizioso divenne gigante nei cal
vinisti o ugonotti. Gli è impossibile raccorre in
poco i tumulti, le ribellioni, i saccheggi, le stragi,
gì' incendii da loro fatti nella Francia, la quale,
per essa, trovossi più di una volta messa sull'orlo
del precipizio ; nelle Fiandre, delle quali riusci
rono ad impadronirsi ; nella Scozia e altrove. Può
dirsi con sicurezza, che ogni lor passo fu segnalato
col ferro, col sangue, col fuoco, col tradimento,
collo spergiuro. E questo fu il distintivo di questa
sètta, in cui si trasfuse tutta la malignità calvi
niana (2).
Passando ora alla società domestica, ossia alla
famiglia, Lutero troncò di tratto il sacro nodo che
(1) Ved. Sudre, Ehi. du commun. Bruxelles 1850, eh. VII-
(2) Ved. Coup d'ail tur Chili, du calvinismi par M. Rois-
selet de Sanctières.
300
stringe l'unione coniugale. Imperocchè spogliò il
matrimonio della dignità di sacramento, e lo ri
dusse a semplice contratto, e di questo stesso non
ammise l'indissolubilità. Dal che ne conseguitarono
naturalmente il divorzio, la poligamia e di ogni fat
ta disordini, che tutta scompigliarono la domesti
ca società. Ed ecco come Lutero venne ad iniziare
il socialismo 'ed il comunismo, i quali col tempo
si svolsero e crebbero, ed ora minacciano infiniti
mali all'umano consorzio.
Che i fatti poi conseguitassero rapidamente alle
teoriche, il dimostreremo pigliando le mosse dal
divorzio, ossia dalla dissoluzione dell'unione coniu
gale. Nel codice prussiano, composto dai prote
stanti, oltre la causa di adulterio, si annoverano
altre dodici cause di divorzio. Or questo sciogli
mento del vincolo coniugale andò talmente cre
scendo, che si pensò seriamente a restringerne il
numero e i titoli ; ma fu tale la opposizione incon
trata nella camera che non si potè far nulla. E per
lasciare le date più antiche, dal 1850 in poi, ogni
anno nella sola Berlino, si pronunziano dai tribu
nali da quattro a cinquemila sentenze di divorzio. (1).
Nel 1864 furono formulate non meno di settecento
cinquantasei domande di divorzio fatte dai prote
stanti, mentre de' cattolici neppur una n' è stata
presentata. I divorzii consumati in Prussia furon
tutti di sposi calvinisti e luterani (2). — In In
ghilterra il caso di divorzio era per lo innanzi
(1) Vedi i documenti nell'opera da noi pubb. Ve matrim.
chriat.Tota. I, art. 2. 3.4. b.— (2)7illes et CampaffniiVav. 1865.
301
assai raro per le grandi spese che esigevano in
queste cause, per le quali era necessario l'inter
vento della camera dei Lordi. I soli grandi signori
ottenevano il divorzio. Ma la cosa cangiò d'aspetto
dacchè si modificò questa legge in favore della
dissoluzione ; da quest' epoca crebbero tosto le
cause introdotte presso i tribunali, e di due o tre
all'anno che se ne contavano prima, tosto salirono
a più centinaia; enel principio di gennaio del 1860
già se ne contavano 600, e questo numero va ogni
anno crescendo (1). Non è a parlar degli Stati
Uniti , ove il mutar moglie tra i protestanti di
certa specie, è divenuto una speculazione al pari
di qualsivoglia altro ramo d'industria. Basta dire
che si pervenne a fondare nella città di Nova
York una società così detta dei liberi amori, nel
cui primo articolo si statuisce che : Il matrimonio
è, e resta abolito (2).
Che diremo della poligamia? Anche questo
frutto in teorica ed in pratica provenne dal prote
stantesimo, come il divorzio. Vivente tuttora Lu
tero, Bucero, che pur era riguardato nella sua
sètta qual rigorista esagerato, pubblicò sotto il
pseudonimo di Halderich Nebulus una difesa della
poligamia. — È evidente , scrive egli , che v'ha
uomini talmente costituiti, che la bigamia è per
toro non solamente un partito di prudenza, ma
eziandio una necessità (3) — Non ha guari vi fa
(1) Vedi Unirers, 5 Janv. 1860.
(2) Vedi Univers, 10 Nov. 1858.
(3) Vedi Doellinger, La Reforme, tom. II, pag. 40.
302
chi presso l'Heuke nella Easébia scrisse : .— La
monogamia e la proibizione delle congiunzioni
extra-matrimoniali doversi porre tra i rimasugli
del monachismo, e questa morale essere fondata
sulla fede cieca (1). — Così non è che un pro
gresso della dottrina luterana quanto il soprain-
tendente luterano Cannebisch scrisse in questi
termini : — Un godimento sensuale fuori del ma
trimonio, se moderato, non è più immorale di
quello che sia nel matrimonio ; e se bisogna evi
tarlo, è perchè esso offende gli usi ricevuti, e
spesso trae seco la perdita dell'onore e della sa
lute (2). — Dissi esser questa immorale dottrina
un progresso della dottrina di Lutero, come gliela
rinfacciava Giorgio di Sassonia fin dal 1526, scri
vendo al novatore: — Quando mai Witemberga
fu popolata da tanti monaci sfratati e da tante
religiose mondane? Quando mai le donne furono
così rapite ai loro mariti per essere date ad altri,
conforme il tuo vangelo permette ? Quando mai
furono commessi tanti adulterii, quanti dappoichè
tu osasti scrivere : Quando una moglie non può
essere fecondata da suo marito, bisogna che vada
a trovarne un altro per averne figliuoli, che il ma
rito sarà obbligato di mantenere, potendo egli alla
sua volta far lo stesso in simile caso (3). — E qui
cade bene in acconcio la riflessione del Nicolas:
(1) 2a. par. del Magaz. di Heuke presso Stark nel Convito
di Teodul. pag, 155.
(2) Critica della morale crisi, per Cannabischs presso lo
Stark 1. c.
(8) Presso lo Sleidano ed altri.
303
— Pare che la riforma non avesse altro oggetto
che fare un delitto della castità e della continenza,
e permettere e promuovere ogni cosa, dal pudore
infuori e dalla virtù (1).
Dopo ciò mi sembra superfluo l'annoverare i casi
pubblici di poligamia presso le sètte protestanti
cominciando da quella del Landgravio di Hesse
fino all'ultima sètta del protestantesimo, cioè a
quella dei mormoni, sórta ai dì nostri. È super
fluo altresì, mi sembra, il dimostrare come i socia
listi e i comunisti ebbero seguita la teorica e la
pratica del loro comun padre Lutero, traendone i
principii fino alle ultime conseguenze. Essi hanno
predicato la promiscuità dei sessi, come nella re
pubblica di Platone ; hanno dichiarato la donna
libera in ben altro senso che cristiano; hanno abo
lito il matrimonio ; hanno proclamato l'emancipa
zione della carne qual supremo bene della vita,
e finalmente il Ubero amore. La cosa è notoria,
ed in altre mie opere ne ho recati i documenti
a dovizia, senza che sia d'uopo il qui ripro-
durli (2).

§ 7. — Riepilogo e conclusione.
Tali sono i frutti pessimi del protestantesimo,
prodotti nell'ordine religioso, nell'ordine morale,
nell'ordine politico. Se non che ho di sopra affer
ei) Op. cit. lib. IH, c. 4, pag. 218.
(2) Vedi De malr. christ. 1. o. o. 7, art. IV; e Videa crisi,
della Chiesa distrutta nel protestantesimo, cap. XVIII e segg.
504
mato essere stato il protestantesimo la cagione di
tutti i mali, i quali ora affliggono l'umanità, che
è quanto dire il protestantesimo aver diffuso il suo
veleno nelle menti e nei cuori di molti che si chia
mano cattolici. E chi potrebbe dubitarne? Io
chieggo qui, donde si originassero negli Stati cat
tolici i regii placiti , gli exequatur , gli articoli
organici, e tanti altri ceppi posti alla Chiesa di
Gesù Cristo, se non dal protestantesimo ? Donde
mai se non dal protestantesimo entrarono in certi
codici le leggi del divorzio e del matrimonio ci
vile? Donde mai se non dal protestantesimo le
teoriche della demagogia, per le quali si è perduto
ogni elemento conservatore della società ? Tale è
la vera ragione della simpatia di certi governi
cattolici per il protestantesimo e dei favori che ad
esso vengono prodigati nell'atto stesso che s'inca
tena e conculca la Chiesa cattolica nel suo clero ,
nella sua gerarchia e principalmente nel romano
pontificato. Tutto ciò debbesi a quella malnata
pianta distruggitrice di ogni fede, di ogni mo
rale, di ogni bene, la quale, col mezzo delle società
secrete, figlie anch'esse del protestantesimo, entra
di soppiatto nei gabinetti politici e mette in moto
le ruote per giugnere alla pratica dissoluzione di
ogni religione e di ogni civile società.
Ma, per concludere il presente lavoro, mi sia
lecito dimandare al Monod se l'incauta Lucilla
avrebbe mai lasciato il cattolicismo per passare al
protestantesimo, dove questo le fosse stato rappre
sentato per quel mostro che è in sè stesso rispetto
305
alla sua origine, alla sua natura ed agli effetti, dei
quali è la vera cagione nei tre ordini sopramen
tovati? Eppure non altrimenti doveva rappresen
tarsi il protestantesimo a volerlo esporre qual esso
è per essenza. Non si doveva toccare l'una o l'al
tra questione particolare, ma doveasi considerare
l'idea madre, il principio primo, la dottrina fon
damentale di quel sistema. Poco monta che altri
si chiamino gnostici, altri ariani, altri macedo-
niani, altri luterani, altri calvinisti, altri quacheri,
altri mormoni, se tutti convengano in un medesimo
principio, cioè nella negazione della verità rive
lata, e dell'organo per cui mezzo essa ci viene
comunicata. Laonde quando si tratta di dimostrare
dove sia la verità rivelata da Gesù Cristo, il car
dine della controversia consiste nel cercare se si
debba stare ad una autorità infallibile come si
professa nella Chiesa cattolica, ovvero se ognuno
debba stare alla mercè del suo proprio giudizio.
Se in fatto di religione rivelata si deve ammettere
la prima parte della disgiunzione, ecco il cattoli-
cismo uno, compatto, perpetuo, indissolubile, si
curo. Laddove se si ammette la seconda, ecco l'in
dividualismo senz'ordine, senza base, senza centro,
vagante alla ventura di sètta in sètta come le mi
nuzie dei corpi , che noi talora veggiamo aliare
senza posa, soggette ad ogni benchè leggiero mo
vimento dell'aria nelle nostre stanze illuminate
da un raggio di sole. Chi ha fior di senno inten
derà di leggieri che, il protestantesimo, mirato
spassionatamente alla luce della verità e sgom
306
brato dall'invoglia dorata delle parole del Monod,
non possiede altra virtù che quella di allontanare
da sè stesso non pure i buoni cattolici, ma ezian
dio gli onesti protestanti, come veggiamo, la Dio
mercè, succedere in ogni tempo e in ogni luogo.
INDICE

Al lettore italiano Pag. 3


Introduzione » 5
CAPO I. PRELIMINARE
Dell'autore, dell'indole del suo scritto
e del metodo da noi tenuto per confutarlo.
§ 1 . — Cenni biografici dell'autore ...» 8
§ 2. — Indole dello scritto del Monod . . » 10
§ 3. — Riflessioni sull'andamento del libro del Monod» 14
§ 4. — Scopo e metodo nella confutazione della
Lucilla » 18
CAPO II.
Esame dell'apologetica dimostrazione
della cristiana rivelazione.
§1. — Arte insidiosa dell'Autore nel condurre il
suo romanzo » 20
§ 2. — Fallacia dell' Autore intorno alla supposta
brama nella sua Lucilla di leggere la Bibbia, in
lei eccitata dal suo libro di divozione . . » 21
§ 3. — Si scoprono i varii errori sparsi dall'Autore
nell'apologia della rivelazione cristiana sotto la
maschera di un finto abate cattolico . . » 23
§ 4. — Altri peggiori errori dall'Autore disseminati
nella finta apologia della religione cattolica, e
specialmente intorno alle versioni bibliche prote
stanti • 27
508
CAPO III.
Intorno la lettura della Bibbia.
§ 1. — È falso che la Chiesa divieti a tutti indistinta
mente la lettura della Bibbia in lingua volgare pag. 34
§2.-11 decreto dell'Indice ...» 39
§3. — Qualità dei cattolici convertiti al protestan
tesimo per la lettura della Bibbia . . » 40
§4. — Sofismi del Monod per indurre i cattolici non
meno alla lettura, che all'esame privalo del pro- ,
testantesimo » 43
CAPO IV.
Intorno alla chiarezza ed interpretazione della Bibbia.
§ 1 . — Due assunti del Monod intorno alla chiarezza
della Scrittura ed alla interpretazione della mede
sima «51
§2. — Dimostrasi la Sacra Scrittura non esser chiara
cc-me il pretendono i protestanti . . . » 53
§ 3. — S'impugna la pretesa illustrazione dello Spi
rito Santo per la intelligenza della Sacra Scrittura» 61
§ 4. — I protestanti contraddicono col fatto ai det
tali della Sacra Scrittura ...» 70
CAPO V.
Intorno alla Tradizione ed alla infallibilità della Chiesa.
§ 1 . — Controversia fondamentale tra i cattolici e gli
eretici » 77
§ 2. — Falsa idea del Monod intorno alla Tradizione
e contrapposizione della vera . . . » 79
§ 3. — Si discutono gli argomenti coi quali il Monod
impugna la Tradizione -. . . . » 90
§ 4. — Riepilogo ed esame degli argomenti coi quali
il Monod combatte l'infallibilità della Chiesa Cat
tolico-Romana . . -. -. -. -. » 94
309
CAPO VI.
Delle pruove della verità della Chiesa Cattolica
e della falsità del protestantesimo.
j 1. — Artifizio malizioso del Monod nell'affievolire
le pruove della verità della Chiesa Cattolica pag. 100
§ 2. — Si stabilisce sulla sua base la pruova della
verità ed autorità della Chiesa Cattolica . » 103
§ 3. — Varii conati e paradossi del Monod nel voler
provare l'obbligo che ad ognuno incombe di in
terpretar la Scrittura col suo spirilo privato . » 109
§4. — Si espongono altri paradossi, e si confuta ap
pieno il sistema della interpretazione privata » 115
CAPO VII.
Dell'unità della Chiesa e delle sètte protestanti.
§ 1. — Invano si attenta il Monod in affermare l'unità
delle sètte protestanti » 123
§2. — Chimera dell'unità visibile ed esterna, e del
l'unità invisibile ed interna » 128
§ 3. — Dimostrasi impossibile l'unità di fede nelle
comunioni protestanti » 132
§ 4. — Vano ricorso alla distinzione tra gli articoli
principali e secondarli, ossia tra gli articoli fonda
mentali e non fondamentali 135
§ 5. — Ufficio pastorale proveniente dal sacerdozio
universale di tutti i cristiani ...» 144
CAPO Vili.
Delle false accuse del Monod contro la Chiesa Cattolica.
1 1. — Accusa prima, che la Chiesa non crede alle
promesse dello Spirito Santo ...» 149
§ 2. — Seconda accusa, che la Chiesa preferisce il
visibile all'invisibile ...,.» 152
§ 3. — Terza accusa, dell'aver la Chiesa introdotto,
t
810
contrariamente al secondo precetto del Decalogo,
il culto dei Santi pag. 154
§ 4. — Quarta accusa, di aver la Chiesa, per giusti
ficare se stessa, soppresso il secondo precetto del
Decalogo » 157
§ 5. — Quinta accusa, la malvagità de' Papi . » 162
§ 6. — Sesta accusa, la sevizie della Chiesa . j> 169
§ 7. — Considerazioni intorno all'intolleranza » 170
CAPO IX.
Discussione critica di alcune falsificazioni della storia
per parte del Monod.
§ 1. — Riepilogo, e introduzione alla discussione
delle falsificazioni della storia ...» 176
§ 2. — Falsità della strage degli Albigesi imputata
alla Chiesa » 178
§ 3. — Falsità dell' accusa data al Concilio di Co
stanza, di aver rotto la fede a Giovanni Hus « 186
§ 4. — Falsità della massima attribuita dal Monod
al Concilio Lateranese III, del non doversi tener
conto de' giuramenti fatti agli eretici . . » 200
CAPO X.
Della origine del protestantesimo
per parte dei capi riformatori.
§ 1. — Disegno e ripartimento nell'aggressione del
protestantesimo » 203
§ 2. — Ritratto di Lutero e de' suoi primi discepoli,
lasciatoci da sè e dai protestanti loro contempo
ranei , . » 205
§ 3. — Ritratto di Zuinglio e de' suoi principali di
scepoli 210
§4. — Ritratto di Calvino e de' suoi discepoli e co
operatori » 214
§ 5. — Ritratto che fanno i capi Riformatori dei
loro ministri » 229
311
§ 6. — Riflessioni intorno al carattere morale e re
ligioso degli autori e cooperatori della riforma
protestante pag. 233
CAPO XI.
Della natura del protestantesimo nella fede e nella morale.
§ 1. — Il protestantesimo per la sua natura distrugge
la fede » 235
§ 2. — Distrugge inoltre la Chiesa . . » 238
§ 3. — Distrugge eziandio la morale . . » 241
§ 4. — Serie di palpabili contraddizioni teoretiche e
pratiche inerenti al protestantesimo . . > 249
§5. — Come abbia il protestantesimo promossa la
riforma nei costumi 262
CAPO XII.
Degli effetti provenienti dal protestantesimo.
§ 1. — Difficoltà prevenuta e disciolta intorno agli
effetti cagionali dal protestantesimo . . » 265
§ 2. — Primo effetto del protestantesimo nell'ordine
religioso è il razionalismo, ossia la negazione del
cristianesimo » 268
§ 3. — Secondo effetto del protestantesimo nell'or
dine morale è l'immoralità e la scostumatezza • 280
§4. — Formali confessioni dei capiselta e fautori
della Riforma intorno a questi effetti . . » 287
§ 5. — Altra difficoltà disciolla ...» 292
§ 6. — Terzo effetto del protestantesimo nelP or
dine politico è la distruzione della società pub
blica e domestica » 296
§ 7. — Riepilogo e conclusione ...» 303

Erraia^Corrige
Pag. 152, lin. 19: la Chiesa prescrisse il visìbile dalV invisibile) leggi la Chiesa
preferisce il risibile alVinvisibile.
Con approvazione dell'Autorità Ecclesiastica.
B,BUOTECA
ALTRE OPERETTE
VENDIBILI NELLA STESSA TIPOC

F"ra GHuuipero svegliatole ai buoni dorn


in-16.
FEANOO. Sugli affari presenti, lettere tr
Donna March. N. N. delP. Secondo Franco d. (
Rome diurnae Breviarii romani, cum offlciis
usque ad nane diem (31 Januarii 1866J per Su
tillces concessisi edit. novissima in 32 . .
— Detto, legato in mottone con doratura sui fog
— Detto, pei Cappuccini, edizione nuovissima
KXJTSCHE VE LA GRANGE. Gli
di Gerusalemme, raccouto di Antonietta Kli
KNOLL.in-8.
Grange, Institutiones Theologiae Dogmatic
et Dogmatico-Polemicae, concinnatae a Rev.
Buls.ino 0. M. S. Fr. Capp. ; 7 voi. iii—8 a due i
— Institutiones Theologiae theoreticae seu dog
micie ab auctore in compendimi! red. 2 voi.
MARTINENOO K. 11 Pievano Cattolico,'
sitò del Protestantesimo dimostrata al buon pi
per via della ragione e de' fatti da Francesi
Prete della Missione ; in-8 ...
PEERONE. S: Pietro in Roma, ossia la ve
viaggio di S. Pietro a Roma , di Gio. Perroue
— De Matrimonio Christiano, libri tres. 1858, 3 \
— Praelectiones Theologicae, quas habebat
mano (Edilio secunda diligenter emendata,
sionibus ab auctore locupletata), 1840-44, 9
— Praelectiones Theologicae in compendimi
eodem auctore cum indice analitico, 1845,
8TUB. Meditazioni per gli ecclesiastici, ini
dell'anno, del Padre Paolo Stub, Barnabita;^