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L'uomo e l'universo

L'uomo, fin dalla nascita, è caratterizzato da un tratto non comune a molti


animali, anzi direi unico: la curiosità scientifica. In quanto unico essere
vivente intelligente in grado di studiare un fenomeno e comprenderne le
dinamiche, egli si è sempre posto domande su ciò che vedeva accadere
intorno a lui, con lo scopo di scoprire le risposte. L'uomo preistorico si
poneva le domande fondamentali alla sopravvivenza: cosa mangiare e come
migliorare le sue condizioni di vita. L'uomo allora si poneva domande su ciò
che vedeva intorno a lui, sulla terra. C'è stato un momento, però, in cui
l'uomo ha iniziato a puntare lo sguardo al cielo, e a chiedersi cosa ci fosse in
quel celeste infinito.

La prima civiltà studiosa dello spazio e degli astri fu quella degli antichi
Greci, che diedero i nomi alle stelle e alle costellazioni. Per secoli la visione
dell'universo geocentrico, ossia con la terra al centro di esso e pianeti e stelle
che le girano attorno, fu proclamata come assoluta verità da ogni astronomo o
scienziato.
Nel 1543, ossia quasi due millenni dopo la nascita delle teorie geocentriche
dei filosofi e scienziati greci, Copernico teorizzò il sistema eliocentrico, che
prevedeva il sole al centro di tutto, Sistema Solare e universo. Qualche anno
dopo, Galileo Galilei lo provò con osservazioni astronomiche che
dichiararono vero il sistema eliocentrico per quanto riguardava il sistema
solare ma non l'universo. Oggi le nostre conoscenze riguardo l'universo e in
particolare il Sistema Solare sono molto molto più avanzate.
Ma quando è iniziata per davvero l'esplorazione dello spazio?

Nella seconda metà del XX secolo, la Guerra Fredda in corso tra gli USA e
l'URSS si disputò su un nuovo fronte: la conquista dello spazio.
Vennero così avviati i primi programmi spaziali; il primo in assoluto fu il
programma Sputnik lanciato dall'URSS nell'ottobre del 1957, mentre il primo
degli USA fu il programma Explorer, lanciato a gennaio del '58. Negli anni
seguenti varie sonde e satelliti vennero lanciati nello spazio; la missione più
famosa fu l'atterraggio dell'Apollo 11 sulla luna, dove Neil Armstrong posò
per primo il piede, pronunciando la celebre frase: “Un piccolo passo per un
uomo, ma un grande balzo per l'umanità”.

Una vera svolta nell'esplorazione dello spazio si compì il 5 settembre del


1977, con il lancio da parte degli USA delle sonde Voyager I e II, a bordo di
razzi vettori Titan-Centaur III. Lo scopo delle sonde era registrare dati ed
effettuare fotografie dei pianeti esterni del Sistema Solare: Giove, Saturno,
Nettuno e Urano. La sonda Voyager I ha scattato il 14 febbraio del 1990 la più
famosa fotografia della terra vista dallo spazio, da una distanza di ben 6
miliardi di km: The Pale Blue Dot, “Il Pallido Puntino Blu”.
Il 12 settembre 2013 Voyager I è ufficialmente entrata nello spazio
interstellare, uscendo dal nostro Sistema Solare.
Attualmente essa si trova alla modesta distanza di 20'106'828'000 km dal
nostro pianeta, classificandosi come l'oggetto costruito dall'uomo più lontano
dalla Terra. La sonda si sta allontanando alla velocità di circa 61'000 km/h; se
sapremo aspettare, tra 38'000 anni passerà alla distanza di circa 1,7 anni luce
(in scala cosmologica molto vicino) dalla stella Gliese 445, che disterà a quel
punto 3,45 anni luce dal nostro Sole. Voyager I sarà più vicino a quella stella
che al Sole.

Le vere scoperte in campo astronomico ebbero inizio nel 1990, con il lancio in
orbita del Telescopio Spaziale Hubble (HST, Hubble Space Telescope), un
telescopio spaziale che orbita attorno alla terra a circa 560 km di quota.
Lanciato il 24 aprile del 1990, è ancora operativo, e fu chiamato così in onore
di Edwin Hubble, famoso astronomo statunitense.
Lo scopo di Hubble è compiere osservazioni astronomiche dall'esterno
dell'atmosfera terrestre, poiché essa distorce le immagini e filtra le radiazioni
elettromagnetiche, non permettendone la rilevazione corretta dal suolo.
Hubble ha scattato alcune tra le più dettagliate immagini di sempre nello
spettro della luce visibile, cambiando il nostro modo di vedere l'universo,
permettendo importanti scoperte nel campo dell'astrofisica, come la precisa
determinazione della velocità di espansione dell'universo.
Si stima che Hubble possa continuare ad operare fino al 2020; il suo
successore nel campo dello spettro della luce visibile sarà il telescopio
spaziale James Webb, il cui lancio è previsto per il 2018.
Nel 1995, puntando la camera di Hubble nella porzione più buia del cielo e
tenendo l'obiettivo aperto con un tempo di esposizione di ben dieci giorni, i
ricercatori composero un immagine chiamata Hubble Deep Field, “Campo
Profondo di Hubble”. In questa minuscola porzione, grande un trentesimo di
milionesimo del cielo notturno, scoprirono l'esistenza di migliaia di galassie
lontanissime dalla terra. Nel 2003 Hubble a superato il suo record,
permettendo ai ricercatori, grazie ai dati rilevati, di comporre un'immagine
simile ma che può farci guardare “indietro nel tempo” fino a 13 miliardi di
anni fa. Nell'immagine, chiamata Campo Ultra Profondo, si possono vedere
quasi 10000 galassie, delle quali le più piccole e rosse non erano mai state
viste prima da nessun telescopio. Nel 2012 i ricercatori, con un lavoro che ha
richiesto 10 anni di rilevazioni e di impegno, hanno composto l'immagine che
mostra la più profonda visione di una minuscola porzione del cielo visibile:
l'Hubble eXtreme Deep Field. Quest'immagine mostra galassie molto
“anziane”, con età fino a 13,2 miliardi di anni. Queste tre immagini sono, a
mio parere, le rappresentazioni grafiche dell'universo più suggestive e
affascinanti che siano mai state realizzate.

Come è nato l'universo – Il Big Bang

Nel corso della storia varie teorie sono state formulate sulla nascita
dell'universo, ma finora nessuna è stata provata. La teoria più accreditata e
più vicina alla realtà secondo gli astrofisici è il Big Bang. Questa teoria prova
ad ipotizzare come l'universo si sia generato basandosi su osservazioni
scientifiche e calcoli matematici.
É provato da osservazioni astronomiche che l'universo è in continua
espansione, poiché la distanza tra gli ammassi di galassie sta aumentando.
Ciò suggerisce che un tempo questi fossero più vicini tra loro in passato e
andando a ritroso nel tempo, all'avvicinarsi degli ammassi gli uni agli altri, la
densità e quindi la temperatura dell'universo aumentano, mentre il volume
diminuisce. In un tempo molto remoto quindi, tutta la materia si trovava
concentrata in un punto, la cui densità e temperatura erano tendenti a
infinito, mentre il suo volume era tendente a zero. Einstein ha dato il nome a
questo iniziale stato dell'universo: singolarità gravitazionale puntiforme.
Essa non è altro che un punto nello spaziotempo che possiede forza
gravitazionale tendente ad infinito. Perché questo sia possibile, la massa e la
densità devono avere anch'esse valori tendenti ad infinito, tanto che il corpo
in questione abbia un raggio di Schwarzschild maggiore del suo raggio fisico.
Il raggio di Schwarzschild è la distanza a cui si trova l'orizzonte degli eventi
di una singolarità. Esso è il limite attraverso il quale nessuna informazione o
evento interno può raggiungere un osservatore esterno. Questo è dato dal
fatto che nemmeno la luce può uscire dall'orizzonte degli eventi di una
singolarità, poiché la velocità di fuga, ossia la velocità necessaria per
allontanarsi da un corpo che ha una forza gravitazionale, è superiore a quella
della luce.
Un esempio di singolarità sono i buchi neri, i “grandi attrattori” dello spazio,
teorizzati da Einstein ma di cui la relatività – come Einstein ha sempre
affermato – non può spiegare il funzionamento.
Le osservazioni e le prove che fanno pensare che la teoria del Big Bang sia
molto vicina alla realtà sono chiamate i Tre Pilastri del Big Bang.
La prova più concreta e per certi versi schiacciante è appunto
l'allontanamento tra gli ammassi di galassie, che rende quasi ovvio un
universo in espansione.
Un'altra prova è stata la scoperta e la mappatura nel 1964 della radiazione
cosmica di fondo, descrivibile come la radiazione residua emessa nella fase
iniziale della nascita dell'universo, che dovrebbe essere stata emessa proprio
dal Big Bang.
Infine, il terzo pilastro è rappresentato dalla scoperta della presenza in
quantità non trascurabile e abbondante di gas leggeri, quali idrogeno ed elio,
nello spazio. Questa abbondanza è stata causata dall'esplosione all'inizio
dell'universo stesso.

Come è fatto l'universo? Il modello cosmologico Δ-CDM


Il Big Bang è la teoria della nascita dell'universo: vediamo ora come esso è
fatto “ai giorni nostri”.
Albert Einstein negli anni '40 teorizzò un'equazione per stabilire la
composizione dell'universo: secondo quell'equazione esso avrebbe dovuto
collassare su se stesso; capì così che doveva esserci qualcosa di cui l'uomo
non conosceva l'esistenza, che permetteva all'universo di rimanere espanso e
di continuare a espandersi. Immaginò che questo qualcosa dovesse essere
una forza, e la chiamò Costante Cosmologica (Δ), che rappresenta l'energia
oscura o energia del vuoto, quella forza che non fa collassare l'universo,
poiché caratterizzata da pressione negativa, che invece lo fa espandere.
Il modello cosmologico standard, ossia il modello di universo considerato
come reale fino a prova contraria, deriva da una revisione di questa teoria di
Einstein.
Nel modello Δ-CDM l'abbreviazione CDM sta per Cold Dark Matter,
“Materia Oscura Fredda” si basa sul concetto di energia oscura e di materia
oscura e di energia oscura. Secondo i cosmologi l'energia oscura costituisce il
70% dell'energia-materia dell'universo, mentre il 25% è costituito dalla
materia oscura fredda, composta da particelle lente e quindi “fredde”, che
non emettono radiazioni rilevabili, la cui esistenza è provata
matematicamente e sperimentalmente. Il restante 5% è costituito dalla
materia ordinaria, ossia gli atomi, che compongono stelle, pianeti, nebulose di
gas, e tutti i corpi celesti.
Il modello Δ-CDM descrive un universo senza curvatura spaziale (piatto), nel
quale i normali sistemi di misurazione e teoremi geometrici, come quello di
Pitagora, funzionano normalmente.
L'universo in questione è quindi un universo in cui la geometria per stabilire
le distanza è la solita che abbiamo sempre usato, quella euclidea.

Siamo soli nell'universo?


Dimensioni
Spesso parlando di universo si menziona il concetto di infinito. Anche se
infinito non è, l'universo ha delle dimensioni che sfuggono ai nostri sensi.
Partiamo dal piccolo per arrivare al grande in questo viaggio attraverso lo
spazio.
La nostra casa, il pianeta Terra, ha un diametro di circa 12'000 km, e orbita
attorno al Sole alla velocità di circa 120'000 km/h. La distanza media tra la
Terra e il Sole è di circa 150 milioni di km, ed è stata adottata da molti
astronomi come unità di misura, con il nome di Unità Astronomica (UA).
La stella più vicina al Sole, Proxima Centauri, si trova a circa 4,2 anni luce,
ossia circa 63241 UA. La nostra galassia, la Via Lattea, ha un diametro di circa
120'000 anni luce... il che vuoldire che per percorrerla da un estremo all'altro
alla velocità della luce (circa 300'000 km/s) si impiegano 120'000 anni. Per
percorrerla invece alla massima velocità mai raggiunta da un veicolo costruito
dall'uomo (252'792 km/h) si impiegherebbero circa 4500 miliardi di anni. La
Via Lattea contiene tra 200 e 400 miliardi di stelle. Grazie al telescopio Hubble
sappiamo che esistono miliardi di miliardi di galassie nell'universo, e quindi
miliardi di miliardi di miliardi di stelle. Secondo i calcoli degli astronomi,
basati sulle osservazioni di Hubble e di altri strumenti, l'universo ha un
diametro di almeno 94 MILIARDI DI ANNI LUCE. Queste dimensioni non
sono nemmeno lontanamente immaginabili per noi esseri umani.
Come è possibile escludere che nell'universo non ci siano altre forme di vita
intelligenti?
È possibile che siamo DAVVERO soli nell'universo?
Alla ricerca degli esopianeti: il programma K2
La risposta a questa domanda è nelle mani dei ricercatori del programma K2
della NASA, finalizzato alla ricerca e all'esplorazione degli esopianeti, pianeti
esterni al sistema solare.
William Borucki, che fu scienziato spaziale della NASA e precursore della
ricerca agli esopianeti, affermò:
“Se trovassimo tanti pianeti come il nostro... sapremmo che è probabile che non siamo
soli, e che un giorno potremo essere in grado di unirci ad altre forme di vita
intelligente nell'universo”.
Secondo gli studi dei ricercatori del programma K2, ad oggi esistono 3280
esopianeti confermati, 2416 candidati che potrebbero esistere, e 2440 sistemi
solari oltre il nostro. L'esopianeta più lontano mai scoperto si trova a 13'000
anni luce dal sole, e chissà quanti altri ne esistono nell'universo...
Gli scienziati hanno studiato e sperimentato vari metodi di localizzazione,
nomenclatura e catalogo degli esopianeti, la maggior parte dei quali sono stati
scoperti solo recentemente, grazie a strumenti e tecniche più avanzate. I
metodi di localizzazione degli esopianeti più utilizzati sono tre:
• Il 78,6% è stato localizzato per Transito: quando un pianeta transita
davanti ad una stella, ne diminuisce la luminosità di un valore
misurabile.
• Il 17,9% è stato localizzato grazie alla velocità radiale: i pianeti che
orbitano attorno a una stella esercitano una forza di gravità su di essa,
che ne causa lo spostamento nello spazio.
• L' 1,7% grazie agli strumenti che gli astronomi possono usare per
rimuovere la luminosità della stella e poter così osservare gli eventuali
pianeti, come se la stella venisse “oscurata”.
Gli esopianeti scoperti nel corso della storia da tutti i progetti incluso il K2
sono stati classificati in cinque categorie:
• Gioviani caldi: pianeti la cui massa è simile o superiore a quella di
Giove, ma la cui orbita è più vicina alla stella rispetto a quella di Giove,
che orbita a circa 5 UA dal Sole (tipicamente gli esopianeti gioviani
caldi orbitano tra 0,5 UA e 0,015 UA dalla loro stella). 2098 dei 3280
esopianeti appartengono a questa categoria.
• Giganti gassosi: tipica definizione, inventata nella letteratura
fantascientifica da James Blish, è ormai entrata nell'uso comune, e
indica quei pianeti non composti prevalentemente da roccia ma da gas
(i giganti gassosi del nostro sistema solare sono Giove, Saturno,
Nettuno e Urano). Solitamente sono definiti giganti gassosi i pianeti con
massa superiore a 10 masse terrestri. A questa categoria appartengono
ben 564 esopianeti.
• Super Terra: nonostante questo termine faccia pensare a pianeti
estremamente belli ed abitabili, in realtà si definiscono super Terre tutti
i pianeti rocciosi con una massa compresa tra 1,9 e 10 masse terrestri.
Non esistono pianeti di questo tipo nel nostro sistema solare. La prima
super Terra fu scoperta nel 2005 attorno alla stella Gliese 876, e prese il
nome di Gliese 876d. A questa categoria appartengono 380 esopianeti.
• Infine, ben 244 esopianeti si collocano nella categoria Terrestre, ossia
pianeti rocciosi con una massa non superiore a 1,9 volte quella terrestre.
I pianeti del sistema solare appartenenti a questa categoria sono
Mercurio, Venere, la Terra e Marte. Ovviamente, non tutti i piaenti di
questo tipo sono abitabili, poiché le temperature sono spesso troppo
basse (come quella di Marte) o troppo alte (come quella di Venere e
Mercurio). L'esopianeta di questo tipo più vicino alla Terra si chiama
Wolf 1061 b, e orbita attorno alla stella Wolf 1061. Questa stella è
attualmente il sistema solare più vicino al Sole, alla distanza di circa 14
anni luce.
Esistono pianeti abitabili? E altre civiltà?
Esiste quindi la possibilità che vicino a noi si possa trovare un pianeta
abitabile molto simile alla terra, in cui spostarci in caso che la nostra Terra
divenisse inospitale? Sembrerebbe di sì, grazie alle scoperte e gli studi
incrociati del Carnegie Institution of Science e dell'Università di Gottinga,
uniti a quelli del Planet Habitability Laboratory. Le prime hanno scoperto a
fine 2011 l'esistenza di un pianeta chiamato Gliese 667 Cc che dista solo 22,74
anni luce dal Sole, appartiene alla categoria delle super Terre, si trova
all'interno della zona abitabile (orbita a 0,125 UA dalla stella madre) e che
impiega 28,13 giorni per compiere un periodo orbitale. Il Planet Habitability
Laboratory ha però fatto la scoperta più sensazionale: se il pianeta possedesse
un'atmosfera simile a quella della Terra (molto probabile data la sua distanza
dalla stella proporzionata al calore che la stella produce), essa avrebbe una
temperatura media di circa 13 °C, molto simile alla temperatura media del
nostro pianeta. Sarebbe quindi abitabile, e, in un futuro per ora lontano,
raggiungibile.
Tutti i 3280 esopianeti scoperti si trovano a meno di 13'000 anni luce da noi, e
sono perciò molto vicini in scala cosmologica: quanti altri ce ne sono
nell'universo? L'universo, su larghissima scala (parlando quindi di miliardi di
anni luce), è omogeneo: ciò sta a significare che i superammassi di galassie,
ossia le strutture più grandi delluniverso, sono distribuite più o meno
uniformemente nell'universo. Ciò sta a significare che l'universo è più o meno
uguale in ogni suo punto, e quindi c'è più o meno la stessa probabilità di
trovare un pianeta in un punto quanto in un altro. E se il pianeta più simile
alla Terra che noi abbiamo trovato dista solo 23 anni luce... quanti ne possono
esistere nell'intero universo? Tanti. Estremizzando il contesto, potremmo
mettere la questione nelle mani del fisico Frank Drake, che nel 1961 sviluppò
la cosiddetta “Equazione di Drake”, l'equazione che aveva come risultato il
numero di civiltà esistenti solo nella nostra galassia. Ovviamente, i parametri
di quell'equazione erano al tempo tutti sconosciuti e quindi l'equazione venne
considerata da molti inutile e priva di fondamento.
(formula Drake e spiegazione)
Drake era quindi quasi sicuro che, da qualche parte là fuori, esistessero altre
civiltà sviluppate che si sono create su altri pianeti.
Vi è però un'altra teoria che sostiene il contario; questa teoria ha preso il
nome di Ipotesi della rarità della Terra, ed è stata sviluppata dal
paleontologo Peter Ward e dall'astronomo Donald Brownlee, secondo i quali
la vita sulla Terra dipende da troppi fattori e circostanze fortuite quasi
irripetibili su altri pianeti vicino a noi. Anche Enrico Fermi è uno dei molti
astronomi e fisici che è in disaccordo con l'equazione di Drake, e lo dimostra
con la celebre frase a cui è stato attribuito il nome di Paradosso di Fermi: “
“se l'universo e in primis la nostra galassia pullula di civiltà sviluppate, dove sono
tutti quanti?”
A rigor di logica, sostiene Fermi, se davvero l'universo e la nostra galassia
sono la casa di una moltitudine di altre civiltà sviluppate, allora dove sono
tutte queste civiltà? Come mai non abbiamo mai avuto contatti con una di
esse?
Per conciliare tutte queste diverse teorie, ipotesi e punti di vista, si può
affermare una cosa: sicuramente non è probabile che altri pianeti vicino a noi
abbiano permesso lo sviluppo della vita sulla loro superficie, considerando il
termine “vicino” fino a 13'000 anni luce, dove siamo quasi certi che non
esistano altre civiltà, poiché abbiamo osservato e esplorato da lontano la
maggiora parte dei pianeti che siamo riusciti ad individuare e pochissimi di
essi sono simili alla terra.
Guardando il problema da un punto di vista molto scettico all'equazione di
Drake, ossia ponendo il caso che esista UN SOLO pianeta abitabile nella
nostra galassia, noi saremmo l'unica forma di vita esistente nella Via Lattea.
Poiché molte delle galassie nell'universo non sono ancora formate e grandi
come la nostra, possiamo supporre sempre in modo molto scettico che esista
un pianeta abitabile ogni dieci galassie. Dato che abbiamo scoperto grazie ad
Hubble che in una porzione di cielo grande un ventesimo della luna piena
vista da terra, ossia più o meno in una parte su tredici milioni dell'intera
superficie celeste, ci sono più di 10'000 galassie... portando il numero di
galassie a noi conosciuto a ben 130 miliardi e quindi il numero di civiltà
nell'universo a circa 13 miliardi.
Tutto basandoci sulla supposizione che la vita sia solo come la intendiamo
noi, ossia una forma di vita umanoide che ha le nostre stesse caratteristiche
fisiche, e che sia possibile solo su un pianeta simile alla Terra: non possiamo
assolutamente essere sicuri che la vita esiste solo in questi termini.
Perciò possiamo affermare, in caso prettamente locale e considerando il
problema da un punto di vista antropocentrico, che siamo quasi sicuri di
essere soli in quella zona dell'universo prettamente relativa ai dintorni del
nostro sistema solare. Non è possibile affermare di esserlo nella nostra
galassia, tantomeno nell'intero universo, poiché non abbiamo conoscenze
approfondite né della Via Lattea né in particolar modo delle altre galassie.
Si può affermare invece, quasi con certezza assoluta date le probabilità
infinite del caso, che non siamo soli nell'universo, ma che le forme di vita
sono -relativamente alla grandezza dell'universo stesso- rare, e perciò rende
molto difficile un incontro tra due civiltà, date le enormi distanze che le
separano.
Secondo me, è solo questione di tempo prima che si compia il processo che ci
porterà alla vera esplorazione dello spazio, della nostra galassia e poi
dell'universo. Non è possibile sapere se questo richiederà millenni di studi e
di avanzamento tecnologico o se potremo farlo il prossimo anno, ma ho
fiducia nell'umanità: 600 anni fa credevamo che la terra fosse piatta e che si
trovasse al centro dell'universo; ora mandiamo sonde nello spazio e
scopriamo nuovi pianeti che possono ospitare la vita così come la
conosciamo, e guardiamo miliardi di anni indietro nel tempo grazie ai
telescopi spaziali. Siamo esseri intelligenti, gli unici (o forse no...) capaci di
comprendere e studiare le leggi della Natura, e come tali abbiamo il dovere di
farlo. E, chissà, forse quelle poche probabilità di incontrare altre civiltà
sviluppate diventeranno certezza nel futuro... per adesso posso solo sperare
di vivere abbastanza a lungo da vedere alcune delle tante rivelazioni che
ancora l'universo ha da offrirci.