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Il dramma satiresco

(a cura di Federica Bayre, Federica Ezza e di Lucia Giagnoni, cl. 2° D)

Secondo Aristotele il nome “drama” deriverebbe dal dorico drān “fare/agire”.


Il dramma satiresco era un particolare genere di spettacolo articolato in prologo,
parodo ed episodi divisi da canti corali che metteva in scena storie mitiche con
ironia e prendeva nome dalla presenza fissa di un coro di uomini travestiti da satiri
che alternavano momenti di recitazione teatrale a momenti di vivace danza
chiamata sìkinnis. Questi erano legati al culto di Dioniso poiché il loro padre era
uno sciamano al seguito del dio. I satiri, esseri mitologici popolari dalle fattezze
metà animali e metà umane, erano personificazioni della fertilità della natura.
Erodoto testimoniò la diffusione dei cori satireschi nel Peloponneso ipotizzando
che fossero di provenienza dorica. Ma è attestato, in particolare dalle pitture
vascolari del “Vaso del dramma satiresco” a Napoli che questi particolari cori erano
presenti anche in Attica dove avevano delle particolari caratteristiche fisiche: i
satiri erano raffigurati con orecchie, coda, zoccoli di cavallo, con una barba
caprina, una pelle di capra attorno ai fianchi e un fallo in evidenza in segno di
fertilità. Gli argomenti del dramma in un primo tempo riguardavano le leggende
connesse con Dioniso e i satiri.

In seguito si trattò anche di nuovi argomenti connessi al mito degli eroi e degli
dei. Si creò così un collegamento tra il mondo spensierato dei satiri e la serietà del
mondo della tragedia anche grazie all’introduzione di nuovi personaggi da
entrambi i mondi come Papposileno, padre dei satiri, uomo perennemente ubriaco e
grossolano ma di animo nobile, e un altro personaggio ma di natura eroica.
La rappresentazione satiresca diventò una parte integrante di una tetralogia
tragica nelle feste teatrali ateniesi come elemento obbligatorio finale affinché fosse
un momento di culto verso Dioniso e allo scopo di rasserenare gli animi commossi
dalla tragedia prima del congedo finale.
La lingua del dramma satiresco è caratterizzata da un’alta percentuale di
aggettivi composti, da espressioni colloquiali, da una resa mimetica di alcune scene
mediante l'uso di imperativi, interiezioni, sintassi paratattica e il più delle volte
semplice, da frasi relativamente corte e da una struttura metrica che verrà poi
adottata anche se con alcune variazioni anche nella tragedia. A noi è pervenuto un
solo dramma satiresco integro, ossia il Ciclope di Euripide, solo circa metà di un
dramma di Sofocle (I cercatori di tracce) e ampi frammenti di due drammi di
Eschilo (i Pescatori con la rete e gli Spettatori o atleti ai giochi istmici).
Maschere caratteristiche del dramma satiresco. Gli antichi sentivano l'affinità
esistente, tra l'universo dionisiaco e le maschere esposte per scongiurare le
influenze malefiche.

Un personaggio di Aristofane (450 a.C. circa – 385 a.C. circa) dice:


"Si chiede dove si trova il dionisismo? Dovunque vengono appesi
mormolykeia", che sono maschere dall’aspetto sogghignante e terrifico. Si
pensava infatti che la divinità si impossessasse in due modi della persona che
avesse indossato una di queste maschere: cambiando il suo aspetto esteriore e
trasformandola in seguito interiormente in una divinità o in un demone.
(cfr. Letteratura Dario del Corno; Wikipedia sotto nome “Dramma satiresco”; Pagine web:
teatroantico.it , guide.supereva.it › Istruzione e Formazione › Greco e Classici)

Il Ciclope (Euripide -Atene, 485 a.C. – Pella, 407-406 a.C-) ( cfr.


Wikipedia sotto voce omonima)

Dell’unica opera che ci è pervenuta integralmente, “Il Ciclope,” non si sa a


quale trilogia tragica sia legato. Alcuni indizi disseminati nel testo suggeriscono
una data di rappresentazione collocabile tra gli anni della spedizione ateniese in
Sicilia (415 – 413 a.C.) e la partenza di Euripide per la Macedonia (408 a.C.). Si
tratta però di ipotesi assai incerta. È una parodia dell'episodio del ciclope Polifemo,
narrato nell' Odissea.
Quando Odisseo arriva al paese dei Ciclopi, la Sicilia, incontra Sileno (capo di
un gruppo di satiri che sono stati catturati e resi schiavi dal ciclope), e gli offre di
scambiare il proprio vino con del cibo. Essendo un servo di Dioniso, Sileno non sa
resistere alla tentazione di farsi dare il vino, ma lo scambia con cibo non suo, bensì
del ciclope. Quest'ultimo poco dopo arriva e Sileno, per giustificare la mancanza
del cibo, accusa Odisseo di averlo sottratto di nascosto ed inoltre di averlo preso
con la forza: ne nasce una discussione, ma il ciclope, poco interessato alla diatriba,
porta Odisseo e alcuni uomini del suo equipaggio nella sua grotta e divora alcuni di
loro. Per liberarsi, Odisseo idea un piano: offrirà il vino al ciclope per farlo
ubriacare e poi lo accecherà con un palo di legno. Il ciclope e Sileno si ubriacano
insieme, tanto che il primo comincia a chiamare il secondo Ganimede (il coppiere
degli dei) e lo invita nella sua grotta, probabilmente con qualche intenzione
sessuale. A quel punto Odisseo decide di mettere in atto il suo piano. I satiri
all'inizio si offrono di dare il proprio aiuto, ma quando arriva il momento si
defilano con una serie di scuse assurde. Odisseo allora chiede ai satiri un
incitamento per l'impresa che a quel punto compie con i suoi compagni e acceca il
ciclope. Egli in precedenza aveva detto al ciclope di chiamarsi Nessuno, così
quando il ciclope accecato urla di dolore, e il coro di satiri gli chiede (non per
aiutarlo, ma per prenderlo in giro) chi sia stato a ferirlo, la risposta è la famosa
"Nessuno mi ha accecato", che scatena la derisione da parte dei satiri. Nel
frattempo Odisseo e il suo equipaggio scappano sulla nave.
Le due immagini riportate sotto ci mostrano Odisseo nella grotta di Polifemo,
un dipinto di Jacob Jordaens (XVII sec.) e una scultura di Aimé-Jules Dailou
intitolata Il trionfo di Sileno.
I cercatori di tracce/ I segugi o I satiri alla caccia (Sofocle -Colono, 496 a.C. – Atene,
406 a.C.-) (cfr. Wikipedia sotto voce omonima)

Il dramma era andato perduto in tempi antichi, ma circa metà del testo venne ritrovata nel
1907, nei Papiri di Ossirinco 1174 e 2081. Modello di quest'opera è l'inno omerico dedicato ad
Ermes, che racconta lo stesso episodio mitologico.
Il dio Apollo con un bando si rivolge agli dei e ai mortali: poiché le sue vacche sono state
rubate, chiunque gliele riporterà e scoprirà il ladro, riceverà una lauta ricompensa. Sileno ed i satiri
si fanno avanti, offrendosi di condurre a termine l’impresa. Il dio offre loro, oltre ad un gruzzolo di
quattrini, anche la libertà. I satiri individuano subito alcune orme sul terreno e cominciano a
seguirle, ma ad un certo punto le orme si confondono, si ingarbugliano e tornano indietro. I satiri
restano incerti, quando all’improvviso si sente nell’aria un suono di lira. Sileno, spaventato, si
defila, mentre i satiri seguono il suono, arrivando davanti ad una grotta dove la ninfa Cillene, sia
pure seccata per i modi bruschi e rumorosi dei satiri, li accoglie. Ella spiega la provenienza del
misterioso suono: appena sei giorni prima è nato Ermes, figlio di Zeus e della ninfa Maia, che in sei
giorni è diventato grande e grosso, ed ha tratto da un animale morto uno strumento nuovo, che ora
suona con grande gioia. I satiri a questo punto si convincono che Ermes sia anche il ladro delle
vacche di Apollo, ma Cillene, indignata, respinge le accuse. Qui termina la parte del dramma a noi
nota. Grazie ai pochissimi frammenti rimasti della parte finale del dramma, e per analogia con
l’Inno ad Ermes, si ritiene che la vicenda proseguisse all’incirca nel seguente modo: i satiri, forse
insieme a Sileno, riuscivano a liberare le vacche, reclamando quindi la ricompensa. Il dio
concedeva loro quanto promesso (denaro e libertà), trovando così anche l’occasione per una
riconciliazione col fratello Ermes, sancita con il dono della lira allo stesso Apollo.