Sei sulla pagina 1di 18

IL PAESAGGIO TRA FONTI E ARCHEOLOGIA:IL CASO DELLA DECIMA REGIO.

DAL PAESAGGIO NATURALE AL PAESAGGIO URBANO

". . . Ci sono almeno tre categor~e di paesaggi: uno del


passato; uno del presente che sta ingiallendo; e uno del
sogno. . .~, (da un'intervista rilasciata da Pier Paolo
Pasolini ad Achille Millo nel 1967: « La Repubblica-
Mercurio », II, 8 del 24.2.1990, p. 3 s.).

Da oltre undici anni il gruppo di ricerca da me coordinato lavora prioritariamente nell'ambito di un


comprensorio veneto molto definito e caratterizzato, quale è il Pedemonte altotrevigiano. Tale
comprensorio si articola, tra il fiume Brenta a occidente e il fiume Piave a Oriente, in un sistema
collinare "a quinte", quasi a rappresentare un termine di passaggio naturalmente predestinato per una
mediazione tra una realtà di pianura (meridionale) e una realtà di montagna (settentrionale) (1). Ma i
nostri interventi sul campo, per non parlare di quello che ci dovrebbe vedere impegnati nei prossimi
anni in Istria, nel sito dell'oppidam Nesactium (2), si sono svolti anche in altri contesti territoriali della
decima regio: voglio qui segnatamente ricordare lo scavo della necropoli di epoca romana di Tires/
Tiers in Alto Adige/Sudtirol (fine I-II sec. d.C.), all'interno di una vallata dolomitica e quindi in
relazione con una viabilità fortemente gerarchizzata per necessità ambientali (3), e il "survey" di
superficie finalizzato a una possibilità di scavo, che poi non c'è stata, a Val Nova di Castagnaro nelle
Valli Grandi Veronesi (a SE di Verona), in un'area di bassa pianura, contraddistinta dalla presenza di
paleoalvei e di dossi fluviali (4). Se infine si aggiunge l'interesse rivolto alla fascia costiera alto
adriatica, per la sua navigabilità endolagunare, per il suo "sistema" portuale, organizzato
funzionalmente tra scali marittimi (più esterni) e soprattutto scali alla foce dei fiumi (più interni) (5),
che sono numerosi nella decima regio più che in altre regioni (6), allora si può già capire, al di là degli
impegni che abbiamo da tempo in cantiere, che il Venetorum angulus liviano (dilatato a comprendere
anche tutto il settore nord orientale dell'Italia) è una terra particolarissima, che si segnala subito per una
serie di aspetti morfologici che non trovano altrove riscontro, nella nostra penisola, per varietà e
diversità.
In proposito credo che non vi sia niente di meglio di un'immagine da satellite per poter considerare
appieno questa eccezionalità regionale, cogliendola, straordinariamente, attraverso il suo nuovo codice
cartografico d'insieme, come ci è stato trasmesso per esempio dal Landsat IV in orbita polare
(attraverso il "multispectral scanner") (7). Qui abbiamo la possibilità di un'immediata comprensione,
già a un primo esame da "non specialisti", di quegli elementi costitutivi del "paesaggio" morfologico
della Venetia et Histria a cui in precedenza mi riferivo: sono il mare, la fascia costiera dove si
inseriscono le grandi lagune, la vasta pianura, i rilievi collinari pedemontani, le alte montagne delle
catene prealpine e alpine; a collegare infine, quasi in una sorta di unità organica naturale, tutte queste
fisionomie fortemente diversificate vi sono i numerosi corsi d'acqua che dalle vallate montane o dalle
linee delle risorgive innervano a raggiera la pianura per poi sfociare sul litorale, marittimo o di gronda
lagunare che sia.
Questo, tuttavia, è il paesaggio complessivo come appare a noi, che siamo ormai in qualche modo
abituati a "vedere", anche grazie ai rilievi da satellite, secondo la "prospettiva" del nostro tempo e del
nostro spazio; prospetti va che rappresenta, abbiamo detto, una sorta di codice sintetico delle
informazioni, adatto perciò a fornire una veloce lettura generale del territorio. Di fatto la prospezione
da satellite, superando le stesse tradizionali riprese da aereo e sfruttando, pur con una piccola scala di
partenza, una resa ottimale di risoluzione al suolo, permette a chi intenda correttamente il contenuto dei
suoi dati una interpretazione amplissima e soprattutto onnicomprensiva delle qualità fisico-antropiche
di una intera regione, senza che al contempo siano trascurati i minuti particolari comprensoriali.
Ben diverso invece doveva essere il meccanismo della percezione e dell’acquisizione" del paesaggio
nei tempi antichi, tempi che sono poi da considerare in realtà non tanto lontani da noi, visto che, per
taluni aspetti qui pertinenti, essi sono durati almeno fino a tutto il XVIII secolo, fino cioè alla
diffusione dei mezzi di trasporto a motore. Senza suscitare nel caso problemi di ordine più
propriamente culturale, voglio dire che è già possibile intuire una prima, ma fondamentale diversità di
percezione (e quindi una diversa qualità della stessa) degli antichi e dei moderni ponendo mente per
esempio alla semplice categoria di quantità delle immagini comunque acquisibili in relazione alla
velocità (più, meno), oltre che alla modalità, di visione delle stesse.
Per spiegarmi meglio, quando i Romani superano l'Appennino tosco emiliano non potevano avere
immediatamente (e noi pure del resto, se fossimo sprovvisti di sussidi tecnici) un quadro generale e
completo delle peculiarità ambientali che si trovano al di là della catena montuosa e ancor più a
settentrione. Di queste infatti essi erano in grado di apprezzare e verificare solo quelle più vicine al
loro punto di osservazione, mentre per le restanti, oltre il limite imposto dall'orizzonte visibile, erano
costretti a basarsi o su un inaffidabile criterio di estendibilità analogica di talune caratteristiche
morfologiche o, senza ulteriori alternative, su una ricognizione diretta dei suoli (che ancor oggi resta
tuttavia una pratica non eludibile), per forza di cose frammentaria e mai globale.
In un altro contesto è per queste ragioni concrete che Cleonimo re di Sparta, secondo un passo liviano
assai noto (8), una volta giunto ad litora Venetorum, manda avanti alcuni uomini, expositis pancis,
qui loca explorarent: e gli esploratori ritornano fornendo una descrizione circostanziata di quanto
hanno potuto vedere oltre il tenue praetentum litus. Riferiscono di « un'area occupata dalle acque ed
alimentata dalle maree e perciò in diretto contatto con il mare aperto »: più in là dicono che è possibile
scorgere « terreni coltivati e colli sullo sfondo; vi era poi la foce di un grande fiume, in grado di offrire
un sicuro attracco alle navi ». Gli uomini, dunque, mandati in avanscoperta riportano indietro in
sostanza quasi una sorta di cartografia commentata, redatta attentamente sul campo nel corso della
stessa esplorazione.
Ugualmente tutta una serie di informazioni sembrano essere indispensabili ad Annibale prima
dell'avventura in terra italica e prima del suo affacciarsi sulle Alpi, che rappresentavano di fatto, stando
alle parole di Polibio, « l'acropoli dell'Italia intera » (e perciò un punto di "osservazione", privilegiato:
cfr. POLYB., III, 54, 2-3). Sempre Polibio ci fa sapere che il comandante cartaginese volle avere in
quell'occasione specifiche notizie (anche per mezzo di ambascerie presso i Celti) « sia sulla fertilità
della regione posta ai piedi delle Alpi e intorno al fiume Po', sia sul numero dei suoi abitanti, sia poi
sul loro valore di fronte al nemico. . . » (POLYB., III, 34, 1-2, 4-5, 8). In poche parole, Annibale si
dotò di un preciso rapporto sulle caratteristiche fisiche e antropiche della Cisalpina ovvero, anche qui,
di una illustrazione geotopografica dei luoghi che avrebbe attraversato portando guerra a Roma.
Così si può pensare accadesse anche per altre e ben più allargate conoscenze territoriali, per le quali,
ragionevolmente, si dovevano utilizzare analoghi criteri di accorpamento progressivo delle notizie
geografiche, per molta parte derivate da esplorazioni effettuate in parallelo alle spedizioni utilitaristiche
(di guerra o di commercio) in terre lontane. Vale ricordare in proposito il lungo viaggio che ogni anno
si intraprendeva verso l'India, descritto con cura attenta da Plinio perché, oltre tutto, è « un argomento
che merita attenzione (digna res), se è vero che l'India non fa mai spendere meno di 50.000.000 di
sesterzi all'anno al nostro impero in cambio di mercanzie, vendute poi qui da noi a un prezzo cento
volte superiore » (PLIN., Nat. hist., VI, 96-106) (9). Non diversa da tali viaggi, sia nelle modalità
generali, sia negli aspetti collaterali indotti, dovette essere poi, per citare ancora Plinio e per ritornare a
un ambito in cui i Veneti dell'Adriatico si collegano con i Venedi, Venetti o Ou~ve~ar del Baltico
(10), la spedizione del cavaliere romano (equesR ), che fu inviato durante il principato di Nerone « alle
coste della Germania, da dove si importa l'ambra. . . Egli attraversò i mercati e le coste (commercia ea
et litora peregravit) e ne riportò una quantità così grande. . . » (PLIN., Nat. hist., XXXVII, 45) (11).
Non vi è dubbio infatti, come del resto sottolinea con evidenza il Kolendo (12), che con l'occasione «
il cavaliere romano abbia riportato a Roma, insieme all'ambra, un gran numero di informazioni di
carattere geotopografico sui paesi situati tra il Danubio e il Baltico e ugualmente sulle località
rivierasche. . . ».
Insomma per "conoscere" adeguatamente un territorio non vi era altro modo che visitarlo di persona
(ovvero documentarsi sui resoconti di chi l'aveva già fatto) e ciò era possibile solo a piedi o al più a
cavallo o su un mezzo di trasporto comunque a traino animale (13). È chiaro pertanto che tale
approccio, proprio per motivi che diremo "tecnici", aveva bisogno di tempi sicuramente lunghi e,
come si è detto in precedenza, di accorpamenti di più esplorazioni per avere infine una visione
complessiva della regione di cui si voleva essere informati (14). Ma c'è di più: quanto veniva visto era
"registrato" con un ritmo di acquisizione correlato alle modalità delle stesse ricognizioni; cioè alla
lentezza del mezzo di locomozione (in ogni caso "naturale") corrispondeva un carico di immagini
limitato nella quantità, sebbene fosse certamente puntuale nel rilievo e nella verifica dei particolari
fisiografici che venivano effettivamente "visitati" e controllati.
Oggi al contrario si può anche prescindere da un'esplorazione diretta per intendere correttamente i
caratteri morfologici, i fenomeni insediativi o le risorse naturali di un dato territorio: le tecniche di
"remote sensing" di cui si parlava all'inizio sono in realtà i mezzi che ci consentono di comporre un
quadro topografico d'unione assai vasto, facendo emergere subito, con chiarezza e globalità, proprio le
risorse fondamentali dell'area considerata. E tutto ciò in tempi relativamente rapidi e veloci,
corrispondenti alle possibilità offerte dalla tecnica e dagli strumenti utilizzati nella prassi dell'indagine
conoscitiva. Si capovolge quindi per molti versi il processo conoscitivo antico, che presuppone realtà
tangibili per ricavarne codici di lettura, mentre quello odierno privilegia piuttosto il codice, per
attingere solo più tardi alla concretezza dei riscontri sul terreno (15).
C'è ancora da dire che attualmente la percezione quotidiana di ciò che ci circonda è a più forte ragione
del tutto condizionata sia dalla qualità della locomozione, sia dalla quantità del "visibile". Non vi è
dubbio, per esempio, che aerei e automobili, con la diffusione generalizzata della loro utenza, ci fanno
"vedere" il cosiddetto paesaggio naturale, ma insieme anche quello artificiale urbano-antropico e i
"manufatti" ivi contenuti, in tempi infinitamente più brevi di quanto era possibile appena cinquant'anni
addietro. Basta solo in proposito far riferimento alle nostre esperienze abituali negli spostamenti da
una città all'altra o all'interno di un medesimo centro. Inoltre si deve aggiungere che oggi le nostre
registrazioni di immagini dall'esterno risultano pure eccezionalmente affollate di soggetti disparati e
diversissimi. Pensiamo a tutto ciò che riusciamo a immagazzinare, sempre con una velocità prima
sconosciuta, guardando un film, la televisione o semplicemente soffermandoci in un qualsiasi settore
di una città, con il suo traffico, i suoi cartelloni pubblicitari e con gli altri vari poli di attrazione e di
interesse. È una successione continua di temi, di prospettive, di quadri ambientali che si stratifica e si
consolida o si disperde e si annulla nel volgere di brevi momenti (ma comunque passa davanti ai
nostri occhi) (16).
Si può allora ben capire la "qualità" particolare del nostro "point of view", che appare, per riscontri
oggettivi, radicalmente rivoluzionato rispetto a quello di chi, in passato, era in grado di allargare
l'orizzonte ristretto dell'hic et nunc soltanto con reiterate osservazioni (sempre che ne avesse voglia) di
quadri e sculture presenti per lo più in spazi pubblici, religiosi o civili che fossero, anch'essi esaltati
dalla generale povertà di immagini alternative. La stessa attenzione ai contenuti e ai significati di tali
opere o fabbriche doveva essere assai maggiore della nostra, fatalmente distratta su piani troppo
articolati di conoscenza. La lettura "antica" pertanto, utilizzando un minor numero di codici
interpretativi (che in molta parte ora sfuggono alla nostra comprensione), semplificati e di continuo
"ripassati", poteva cogliere relativamente più a fondo e con adesione più immediata sia il messaggio
culturale e di propaganda trasmesso attraverso un monumento (e si potrebbe ricordare in merito la
suggestiva lettura della colonna traiana, tra racconto, epitome ed exemplum, proposta di recente dal
Settis) (17), sia anche, per quel che qui ci riguarda, gli aspetti morfologici e paesaggistici
caratterizzanti un determinato territorio e direttamente interattivi con la vita dell'uomo.
Le considerazioni che siamo venuti ora esponendo mi sembrano congrue almeno per meglio
comprendere taluni meccanismi sottesi alla scoperta da parte di Roma (ma non solo di Roma) di una
fisionomia ambientale molto diversa da quella conosciuta nel contesto geotopografico medio italico. È
infatti sicuramente di valore decisivo l'approccio che avviene, nella seconda metà del III sec. a.C., a
seguito di un lungimirante interesse romano, verso i territori transpadani e cisalpini in genere. Non che
fosse poco celebrato di per sé il privilegio territoriale dell'intera Italia rispetto ad altre regioni
mediterranee; di esso si può ricavare un mediato e insieme esplicito richiamo dall'esortazione
contenuta nel responso dell'Apollo Delio a Enea, eroe incerto sulla propria meta dopo la fuga da Troia
distrutta: Antiquam exquirite matrem (VERG., Aen., III, 96). Nelle parole dell'oracolo si manifesta in
realtà con chiarezza il tópos dell'immagine materna dell'Italia, che è generatrice feconda di ogni frutto
terreno (salve, magna parens frugum, Saturnia tellus,/magna virum. . ., come la saluta ancora
Virgilio: Georg., II, 173-174), ma che, allo stesso tempo, da ogni frutto dipende strettamente in uno
scambio reciproco, mostrandosi essa non diversa come madre e come figlia (. . .terra ownium
terrarum alumna eadem et parens. . ., come sottolinea Plinio, inserendo anche una evidente nota di
rimando culturale: Nat. hist., III, 39) (18).
Se questa Italia, sentita e fatta sentire fin dall'inizio della sua "storia" quasi come una sorta di "terra
promessa" (19), appare di certo una proiezione di stampo dichiaratamente "ideologico", già Esiodio
parlava della regione « presso le rapide correnti dell'Eridano profondo » indicandola quale « terra dai
molti pascoli » (20) e sucessivamente Teopompo di Chio afferma che « intorno al golfo Adriatico si
coltivava una terra fertile e produttiva, tanto che il bestiame, si dice, dà parti gemellari » (21). Con più
precisione Polibio, alla metà del II sec. a.C., indica che « le estreme pianure, a nord dell'intera Italia. . .
superano per fertilità ed estensione quelle d'Europa, almeno quelle venute a nostra conoscenza »,
aggiungendo addirittura che « non è facile parlare della loro fertilità », tanto esse sono produttive e
ricche a livello agricolo e di allevamento (22). È un concetto questo che viene espressamente ribadito
dallo stesso Polibio, quando racconta, come si è già detto in precedenza, che di tale era stato
minuziosamente informato Annibale, prima di scendere nella « regione posta ai piedi delle Alpi e
intorno al Po » (23).
Coerente con lo storico greco è anche Livio, che motiva « l'attraversamento delle Alpi e l'occupazione
dei territori prima abitati dagli Etruschi » da parte dei Galli con la tradizione secondo la quale « questo
popolo sarebbe stato attratto dal desiderio di messi e soprattutto di vino, per essi allora piacere del
tutto nuovo » (24). Alla stessa stregua Floro ricorda come i Cimbri fossero stati impressionati nella
mollissima Venetia dalla dolcezza del clima e dalla particolare qualità del vino, della carne cotta e del
pane (25).
Anche Strabone, che sottolinea la posizione « ai piedi dell'arco alpino » della Padania (26), riprende
l'immagine di una « pianura estremamente ricca e costellata di fertili colline, divisa circa a metà dal Po
in due regioni, chiamate rispettivamente Cispadana e Transpadana la Cispadana quella verso i monti
Appennini e la Liguria, la Transpadana quella restante. . . » (27). « La bontà della regione viene
testimoniata »—sempre secondo il nostro geografo—« sia dal numero degli abitanti, sia dalla
grandezza delle città e dalla loro ricchezza, cosa per cui i Romani di qui hanno superato quelli del resto
di Italia. Infatti la te-rra coltivata »—come a ribadire le analoghe espressioni di Polibio—« offre frutti
copiosi e di ogni genere », mentre l'allevamento fiorente di suini e ovini fornisce per parte sua
abbondanza di materie prime, quali prosciutti e lane (28). Si comprende allora perché Padova, definita
« superiore a tutte le città della regione », faccia registrare un numero di ben cinquecento cittadini di
ordine equestre, restando alla pari con Gades (dove però c'erano le miniere d'argento) e al di sotto solo
di Roma (29). Se infine si aggiunge la testimonianza dell'esistenza « nella regione di Aquileia, presso i
Taurisci Norici », addirittura di una miniera d'oro e di fiumi che trasportano il prezioso metallo in
pagliuzze (30), si capisce appieno anche il noto giudizio formulato da Tacito su quantum inter Padam
Alpesque camporum et urtium, che veniva a costituire, a suo dire, il florentissimam Italiae latus (31).
Le Alpi, cioè le montagne, sono certamente uno dei termini di riferimento fondamentali nell'ambito
della Cisalpina e della decima regio in particolare, come pure sottolinea il passo di Tacito ora citato.
Costituiscono infatti un'alta catena di rilievi che formano con i loro versanti meridionali un'ampia
curva, quasi fosse un golfo aperto verso l'Italia: sono le parole di Strabone (32) che mi pare meglio
racchiudano il senso quasi storico dei confini naturali della nostra penisola, almeno nel suo settore
settentrionale. Per un verso infatti esse richiamano un concetto di barriera e di separazione
conseguente, dall'altro tuttavia indicano insieme possibilità di frequentazione, di arrivo e di partenza e
comunque di passaggio (non a caso le Alpi delimitano "un golfo" di pianura). Sono in realtà i concetti
all'interno dei quali si svolgono le impressioni degli antichi, a cominciare da Polibio che cita gli storici
a lui precedenti perché vedevano le Alpi come inaccessibili, aspre e deserte (33), ma ugualmente
avverte che le stesse sono state spesso varcate dagli eserciti dei Celti e che numerose tribù vi hanno
sede (34); del resto esse sono pure una sorta « di acropoli rispetto all'Italia tutta » (35). Da
quest'ultima definizione polibiana trae sicuramente spunto Livio per affermare che « le Alpi sono i
bastioni non solo dell'Italia, ma della stessa Roma; ed è dall'alto di queste che Annibale mostra ai suoi
le fertili piane del Po » (36). In realtà sembra quasi che qui l'autore latino attribuisca alle Alpes,
raffigurate propes inexsuperabilem finem (37), un significato traslato di vera e propria cinta urbica di
difesa ovvero di muro perimetrale che associa in sé anche l'immagine complessiva e formale di città,
soprattutto secondo gli affermati moduli ideologici augustei; così, per il medesimo motivo, nelle «
fertili piane padane » si potrebbe vedere non soltanto l'accenno all'estensione di un territorio, quando
piuttosto, più precisamente, la proiezione dell'interno, al di là del muro, di una città, anzi, per esplicita
indicazione, il cuore stesso della città capitale (38).
Naturalmente—avverte Strabone—« su tutta la catena delle Alpi vi sono zone collinari molto adatte
all'agricoltura e anche valli ben coltivate; la maggior parte tuttavia, soprattutto presso le creste dove di
solito si riuniscono i briganti, è sterile e infruttuosa per il ghiaccio e l'asprezza del suolo » (39).
Ancora Strabone pur confermando che « dalla Liguria fino a questo punto (cioè all'area retica—n.d.r.
—) le vette delle Alpi si susseguono elevate e ininterrotte, assumendo l'apparente aspetto di un'unica
montagna » (40), ci informa che tuttavia all'epoca sua « i valichi montani (in particolare quelli centro-
orientali dell'arco alpino—n.d.r.—), prima poco numerosi e difficili al transito, si sono moltiplicati,
sono perfettamente sicuri da uomini malintenzionati e sono, grazie a fattivi lavori di cantiere, praticabili
per quanto possibile. Infatti Cesare Augusto, con l'annientamento dei briganti, si è adoperato, nei limiti
delle possibilità, alla sistemazione delle strade; non si poteva infatti far fronte dappertutto agli ostacoli
naturali, dato che le rocce e gli eccezionali dirupi da una parte sovrastavano la strada, dall'altra si
aprivano sotto di essa. Cosi anche una piccola deviazione costituiva un inevitabile pericolo di caduta
negli immensi burroni. La strada perciò è in qualche punto così stretta da far venire le vertigini sia ai
viandanti, sia agli animali inesperti e solo gli indigeni vi trasportano in tutta sicurezza le loro merci.
Non è possibile ovviare né a queste difficoltà, né agli enormi blocchi di ghiaccio che scivolano giù
dall'alto e sono capaci di bloccare e far precipitare un intero convoglio negli abissi che si aprono al di
sotto » (41). Sono le difficoltà che deve in parte superare anche la grande strada che Claudio stenderà
come collegamento tra mare Adriatico (e quindi fiume Po e area padana), le montagne e, attraverso il
passo di Resia/Reschenpass, i territori transpalpini afferenti al bacino danubiano; l'imperatore infatti,
come ci dicono le iscrizioni sui miliari di Rablà/Rabland (Merano/Meran) e di Cesiomaggiore
(Belluno), viam Claudiam Augustam quam Drusus pater Alpibus bello patefactis derexerat munit a/o
Altino ( o a flumine Pado) usque ad fiumen Danavium (42). Vengono alla mente in tale quadro le
particolari necessità di questi itinerari montani, soggetti, per le loro stesse caratteristiche di inserimento
ambientale, ai pericolosi degradi a cui fa esplicito cenno il passo straboniano, se non conservati da
costanti opere di manutenzione. Basti pensare a quanto si può leggere in due iscrizioni su roccia
presso il passo di Monte Croce Carnico/Plockenpass (m 1362), sulla strada che per conpendium si
portava da Aquileia a Veldidena (Wilten presso Innsbruck) (43). La prima, databile tra 168182 d.C.,
si riferisce di un tale Respectus, serrus di un conductor publici portorii vectigalis Illyrici, che «
restituì una buona stabilità a una strada impraticabile, dove i viaggiatori correvano continuamente
pericolo » (CIL, V, 1864); la seconda, dell'epoca di Velentiniano I (373 d.C.), ci informa che il
curator rei publicae di Iulium Carnicum (Zuglio) aprì hoc iter ubi hamines et animalia cum periculo
commealant (CIL, V, 1862).
A molti secoli di distanza Paolo Diacono non fa che confermare la "qualità" orografica della catena
alpina: « L'Italia. . . verso oriente, là dove si unisce alla Pannonia, ha un valico assai largo e di
agevolissimo transito », al contrario che a occidente e a settentrione, dove « è così chiusa dai gioghi
delle Alpi (iugis Alpium ita circumcluditur), che non vi si può trovare un passaggio, se non per strette
gole o attraverso gli alti valichi dei monti (per angustos meatus et per summa iuga montium) » (44). E
non è un caso che proprio ah orientali parte, attraverso quel largius patentem et planissimam
ingressum di Paolo, che ricorda da vicino Strabone (45), entreranno in Italia i Longobardi, sotto la
guida di Alboino che, giunto ad extremos Italiae fines, salì sul monte più alto di quei luoghi (da allora
chiamato Mons Regis) a guardare, non diversamente da Annibale secondo i racconti di Polibio e di
Livio, « fino dove poté spingere lo sguardo, le terre che gli si aprivano intorno » (46).
In conclusione, se le Alpi furono sempre sentite come segno inequivocabile di diaframma e di confine
naturale, esse furono anche, soprattutto nel loro settore orientale, una porta aperta che consentiva, nel
contesto di una situazione interna forte, un favorevole passaggio e un'ampia praticabilità "in uscita",
ma che, in condizioni interne di debolezza difensiva, poteva immediatamente diventare, con
pericolosissima reversibilità d'uso, un facile varco "in entrata" per un'eventuale transgressio, a
cominciare da quella, nella prima metà del II sec. a.C., dei Galli Transalpini transgressi in Venetiam
(47).
Si potrebbe dire ora che dalla parte opposta delle montagne, come contrappunto ugualmente
"naturale", ci sta il mare, quel mare Adriatico sul quale si affacciava la regione dei Veneti. È un legame
strettissimo questo che si stabilisce tra dato etnico e dato idrografico, sottolineato sin dalle fonti più
antiche, a cominciare da Erodoto che cita gli « Eneti », definendoli « quelli sull'Adriatico » (48).
D'altra parte tale sorta di osmosi tra i Veneti e l'elemento acqua è curiosamente (ma forse non tanto)
rintracciabile pure in tutti quei casi in cui si trovano insediate popolazioni che si possono con qualche
ragione presumere legate a un unico originario ceppo venetico: mi riferisco ai Veneti della Paflagonia
(49), dell'Illiria (50), dell'Europa settentrionale, presso le lagune del Baltico (51), dell'Armonica (52),
se non anche a quelli attorno al Venetus lacus di Costanza (53) o ai Venetalani, un gruppo del Lazio
già scomparso ai tempi di Plinio il Vecchio (54).
Tralascio in questa sede tutte le suggestioni che vengono dalle possibili interrelazioni tra dati antropici
e dati ambientali nel contesto delle aree rivierasche e di laguna che sono, queste ultime, uno degli
aspetti fondamentali che contraddistinguono il lungo litorale tra Ravenna e la penisola istriana. Su tali
temi infatti, riferiti a un orizzonte in cui per lo più l'incremento insediativo ha anche, già in partenza,
una ben precisa destinazione funzionale (si pensi in proposito alla valenza che assume lo sviluppo del
sistema portuale), c'è ormai, come è noto, un'ampia letteratura recente, alla quale conviene rimandare
(55).
Voglio soltanto sottolineare il valore che in un simile quadro fisiografico assumeva il fenomeno delle
maree, perché fu un fenomeno che colpì molto l'attenzione degli antichi scrittori, al punto che lo si
trova trasversalmente ripreso da Vitruvio a Livio, a Strabone, a Claudiano, a Procopio, a Cassiodoro e
fin'anche a Paolo Diacono (56). Era d'altra parte questo continuo alternarsi di flusso e deflusso
all'origine della salurità eccezionale (incredibilis) delle Gallicae paludes che si situavano circum
Altinum, Ravennam, Aquileiam e insieme di una attività di pesca largamente praticata e praticabile,
non soggetta ai guasti causati dall'acqua stagnante; era inoltre un tale meccanismo naturale che
consentiva l'accessibilità anche dei bassi fondali, che dobbiamo credere diffusi su vaste superfici,
segnatamente in un ambito lagunare (57); allo stesso tempo consentiva anche di imboccare la foce dei
molti fiumi che mettevano capo sulla fascia dell'alto Adriatico e di risalirli, secondo le diverse
condizioni di navigabilità ( verso le aree più interne della decima regio: « la terra >> così, per
riprendere una felice espressione di Procopio, « si rendeva navigabile in pieno continente ». Insomma
le maree, che erano già di per sé un evento straordinario, assumevano caratteristiche assai più
rimarcabili negli spazi racchiusi delle lagone (che in area polesana e adriese prendevano anche il nome
di maria), tanto che, stando alle parole di Strabone e di Paolo Diacono, potevano venire correlate
addirittura « agli stessi fenomeni dell'occano ». E naturalmente ciò prende ancor più evidenza in una
regione, « soprattutto nella parte abitata dai Veneti », in cui « l'intero territorio abbonda di fiumi e di
lagune », come dice sempre Strabone (59), al quale si aggiunge in seguito Servio, che in proposito
ribadisce la presenza di una ricca idrografia affermando che proprio perché fluminibus abundans la
pleraque pars Venetiarum era favorita « per le necessità del commercio, della caccia e pure delle
colture dei campi » (60). Si viene a sapere dunque che anche per scopi agricoli, in molti casi, ci si
poteva o doveva spostare utilizzando barche (ovviamente adatte alla bisogna, planis alveis, o come le
lintres) e percorrendo itinerari per bassi fondali o lungo fiumi o canali (i vada stagnorum di Livio)
(61). Sono le stesse vie d'acqua che, assieme a dighe e altre opere artificiali, ritroviamo puntualmente
citate da Vitruvio e da Strabone (62), « per cui da una parte la terra viene drenata e coltivata, dall'altra
viene resa possibile la navigazione».
Cominciamo a vedere in questi riferimenti tutta una strategia di bonifica che, in un territorio tanto
permeato di acque o di fiumi che fossero (63), diventava una necessità primaria per lo sfruttamento
intensivo dei suoli, sia a livello di utilizzazione agricolo-produttiva, sia a livello semplicemente
insediativo. Non si dimentichi infatti che ancora all'epoca di Catullo, come è noto, la stessa città di
Verona mostra molte sue aree interessate da vaste paludi (cava palus), da terreni fangosi (lutum,
grave caenum) e acquitrinosi (lacus) (64). Non a caso perciò si poteva dire che la definizione di
lutuosa riferita alla Gallia era cosa a tutti cognitissima (65). Del resto proprio per tale situazione
complessa da un punto di vista idrografico, che vedeva « gran parte della Cispadana occupata da
paludi », vi erano stati, già a partire dalla fine del II sec. a.C. una serie di interventi da parte di Marco
Emilio Scauro volti « a drenare le pianore, tracciando canali navigabili dal Po a Parma » (66).
Naturalmente con tali opere ci avviamo a quella cultura della bonifica e dell'organizzazione territoriale
"regolata" che troverà segnatamente sistemazione e stabilizzazione ideologica in epoca augustea. Basti
ricordare quanto si legge in Virgilio: « Che dire poi di chi, dopo la semina, di propria mano rıfà ıl
lavorato e rompe i cumuli infecondi di terreno arido e poi porta sul seminato l'acqua corrente con i
suoi rigagnoli? e, quando il campo seccato brucia e le erbe muoiono, fa scatutire l'onda dal ciglio di un
sentiero inclinato?. . . che dire. . . di chi drena l'acqua stagnante della palude per mezzo di sabbia che
l'assorbe? Soprattutto se, nei mesi di tempo variabile, il fiume in piena esce dagli argini e ricopre con
la sua coltre di limo i terreni all'intorno e nelle cavità si formano pozze che esalano una tiepida
umidità? » (67). È evidente che questo tipo di approccio al territorio lo "monumentalizza" da un punto
di vista funzionale, ma al contempo si rivela profondamente "antiambientalista", confinando solo in
patetici richiami di natura suggestiva la « villalam palustrem, coperta di frasche di giunco e di fasci di
carici » (68).
Opere idrauliche, bonifiche, divisione e cura dei suoli dovettero così progressivamente esaltare le
possiblità produttive già insite nelle risorse naturali della decima regio e, attraverso gli stessi interessi
che da queste derivavano, costituire un solido legame di valenza politica tra possesso e difesa delle
terre da parte dei coloni che avevano accettato le sortes. E non vi è dubbio che un ulteriore significato
strategico logistico veniva offerto alla regione in mediterraneo (interna) (69) del settore nord orientale
dell'Italia dalla presenza di quel gran numero di fiumi e corsi d'acqua che collegavano interno ad
esterno, aree di pianura con aree rivierasche e di cui Plinio ci fornisce la testimonianza più completa
(70). Tra tutti importante, perché "serviva" l'intera Transpadana, era il Padus, quem Italiae soli
fiavioum regem dicunt (71); era infatti il suo corso che garantiva, con le sue acque abbondanti e con le
sue diramazioni deltizie, uno stretto rapporto dinamico, economico e funzionale tra territori finitimi e
settentrionali e il mare Adriatico, al punto da essere definito fructuosus (72) proprio per la sua qualità
di via di comunicazione sicura e affidabile (in caso di guerra, per esempio, l"'hinterland" si riforniva
del necessario per la sussistenza dal mare, utilizzando imbarcazioni, naves, in risalita del fiume).
Senza contare le acque interne lacustri, quali quelle afferenti al grande bacino gardesano, è certamente
il sistema idrografico fluviale a costituire una sorta di solida e articolata nervatura che riconduce a una
unità d'insieme le rilevanti differenze morfologiche e di paesaggio naturale presenti nella decima regio.
Sono in realtà tali nervature i tramiti e i raccordi (con il mare e con la terra ) su cui sembra
sostanzialmente basarsi la fisionomia omogenea di una regione che altrimenti omogenea non è,
neppure a livello etnico.
A quanto si è finora detto credo si debba infine aggiungere la presenza nella regione dei Veneti di un
altro ben individuabile aspetto fisiografico, che oltre tutto in questi anni ci interessa da vicino a
riguardo delle nostre attività sul campo. Mi riferisco a quelle « fertili colline » di cui è « ricca e
costellata », secondo le parole di Strabone (73), la Cisalpina e che spesso vengono a determinare una
mediazione e un termine di passaggio tra montagna e pianura. Vengono anche alla memoria in
proposito i versi di Venanzio Fortunato riferiti a un tratto dell'itinerario "ideologico-religioso" che egli
fa fare, a ritroso dalla Gallia a Ravenna, al suo litellus sulla Vita Sancti Martini. Il poemetto in effetti,
dopo aver attraversato « il territorio roccioso di Osotus (Osoppo) » ed esser uscito in pianura « dove
la collina di Reunia (Ragogna) è lambita dalle acque del Teliamentum (Tagliamento) », deve passare
per « il territorio e le fertili pianure dei Veneti, seguendo la linea degli alti castelli pedemontani », per
proseguire poi verso Ceneta (Ceneda) a andare dagli amici Duplaven ses (di Duplavilis/
Valdobbiadene) (74). È un'indicazione in qualche modo preziosa che ci avverte di una triplice realtà:
anzitutto che l'esistenza di una linea pedemontana era sentita come morfologicamente significativa; che
questa (e non soltanto tra Tagliamento e Livenza) era seguita da una direttrice stradale che correva in
parallelo ai rilievi collinari; infine che tali colline erano pure insediate, sfruttando così le favorevoli
condizioni locazionali offerte dall'orografia e dai siti di versante. Non è casuale quindi che lungo
questi percorsi e questi rilievi, per lo più allungati in senso sud ovest/nord est, si riscontrino
testimonianze antropiche e insediative da epoca protostorica (se non addirittura preistorica) a epoca
romana e insieme una continuità ravvisabile di vita anche in epoca altomedioevale/medioevale (75).
È dunque in un tale contesto territoriale cosI denso di possibilità che gli derivavano da una
concentrazione inusuale di risorse naturali e ambientali che si inserisce, a partire dal III sec. a.C., la
politica egemonica ed espansionistica di Roma. Un simile intervento, che in progressione di tempo
individua nello scacchiere nord orientale della penisola dapprima una regione di frontiera militare e
successivamente una regione di frontiera economica, modificò in larga misura il rapporto tra l'uomo e
lo spazio che lo circondava, dando a quest'ultimo una valenza, un ruolo e una portata in precedenza
sconosciuti. In fondo era proprio attraverso l'impatto con la realtà della terra e delle sue caratteristiche
che si potevano misurare le qualità e le condizioni di un controllo logistico e di un possesso
stabilizzato. Sotto questo aspetto noi possiamo allora vedere le grandi iniziative volte alla stesura di
strade e necessariamente (visti i caratteri idrografici dei luoghi) alla costruzione di ponti,
all'organizzazione di vaste divisioni agrarie (e le centuriazioni, come si è anche accennato, erano di
fatto opere di bonifica, riassetto e regolamentazione del territorio, nonché di sfruttamento, dominio e
difesa dello stesso) soprattutto come una presa d'atto di una situazione favorevole, esistente nella
Cisalpina in genere e nella Venetia in particolare; di essa tuttavia ci si doveva "appropriare" per mezzo
di una "normalizzazione" sistematica, senza trascurare il potenziamento delle cosiddette infrastrutture e
di ogni area comunque funzionale della regione.
Ora pare anche indubbio che a un siffatto sforzo volto alla "razionalizzazione" e alla progressiva
trasformazione del paesaggio, non dovette essere disgiunto neppure uno sforzo di trasformazione più
sottile, di stampo "ideologico-culturale", così come altrove l'ho definito (76). Soltanto in una tale
prospettiva infatti si può spiegare, a mio avviso, quella straordinaria fioritura di cultura latina che si
sviluppò nella decima regio, segnatamente nel cuore della Venetia, tra I sec. a.C. e I d.C., al punto da
produrre, oltre al poeta novas veronese Catullo, i massimi cantori "ideologici" del principato augusteo
e insieme del mito e dell'idea di Roma, un altro poeta, il mantovano Virgilio, e uno storico, il patavino
Livio (77). Si possono ben intendere allora, con il medesimo proposito di cui si diceva, gli espliciti
riferimenti di Cicerone alla Cisalpina come « il fiore e la forza dell'Italia », nonché come « salda
sicurezza dell'impero del popolo romano, l'ornamento della sua dignità » (78).
Credo che a questo punto del nostro discorso risulti utile considerare, almeno brevemente per cenni,
alcuni esempi "campione" di aree insediate nella decima regio per appurare come in concreto si sia
verificato non solo l'impatto tra strutture urbane (monumentali o meno) e caratteri morfologici dei
rispettivi ambienti naturali, ma anche quali schemi di impianto si siano utilizzati per esaltare l'idea di
città (e quindi la sua scenografia) nel contesto dello stesso dato ambientale.
Il primo caso è quello di Brixia (Brescia), città tutta in mediterraneo «, dove appare chiaro uno stretto
rapporto biunivoco tra pianura e collina, che sono poi i termini territoriali compresi in unità, sin da
epoca probabilmente augustea, all'interno della cinta urbica di difesa (B). Ma non vi è dubbio che il
polo di attrazione dell'intera struttura cittadina è soprattutto il colle Cidneo (M) con il sùo rilievo
eminente sulla campagna circostante: un aspetto che Catullo precisa con le parole Brixia Cycnne
supposita speculue (79). Pare quindi naturale che esso diventi un punto di riferimento "direzionale"
sia della strada proveniente (da sud) da Cremona (A), sia del santuario di epoca repubblicana che fu
fondato sulle sue pendici più meridionali (F). Quest'asse verticale sud-nord o nord-sud così
individuato sarà in seguito incrociato ortogonalmente dalla direttrice Bergomum (Bergamo)—Verona
(asse fondamentale est-ovest o ovest-est) (H), venendo insieme a determinare in sostanza le linee
generatrici di una planimetria urbana regolare. Tuttavia è sempre il colle Cidneo a informare di sé la
definitiva fisionomia di Brescia, allorché si verifica l'intervento urbanistico di Vespasiano, intervento
che è una sorta di tangibile ricompensa per l'aiuto ricevuto nel corso della guerra di successione. In
questo nuovo` disegno il capitolium si sovrappone infatti sulla medesima area già occupata in
precedenza dal santuario repubblicano (F) e ribadisce pertanto la posizione privilegiata del
terrazzamento ricavato sul declivio collinare, che diventava l'excelsissimus locus unde moenium
maxima pars conspiciatur, secondo quanto raccomandavano le norme vitruviane (80). Conferma
ulteriormente tale scelta locazionale la stessa fabbrica del teatro, che a oriente si affianca al complesso
capitolino (G), sfruttando come quest'ultimo il pendio naturale. A meridione di questi edifici e a una
quota assai più bassa (oltre 8 m di dislivello) correva la ricordata strada Bergomam —Verona (H) che
separava dalla zona alta la piazza forense (E), allungata sulla direttrice di Cremona che veniva da sud
(A). In conclusione due assi stradali di pianura, di cui il più importante risulta senza dubbio quello
nord sud, individuavano al loro ideale incrocio il fulcro originario della città, coniugando l'area del
foro e la pianura con il rilievo del Cidneo, dove in prospettiva scenografica si poneva il capitolium,
quasi a raccordo e cerniera tra due realtà morfologiche urbane e come simbolo concreto del potere di
Roma (81).
Un secondo caso è Verona, città anch'essa in mediterraneo, ma che aggiunge agli aspetti già
qualificanti della pianura e della collina di S. Pietro (a NE dell'abitato) (T) anche la presenza
determinante del corso dell'Adige (U), che circonda con una delle sue prime grandi anse dopo lo
sbocco vallivo il nucleo antico della struttura urbana. L'organizzazione planimetrica cittadina a
scacchiera regolare prende avvio a partire dalla metà del I sec. a.C., impostandosi sull'asse della via
Postumia (148 a.C.) (M), che in quel tratto ha un orientamento SO/NE, e trova il suo definitivo
assetto, anche formale, tra l'epoca augustea e la metà o poco oltre del I sec. d.C. In quegli anni di
grandi trasformazioni prende forma un'immagine di città molto equilibrata all'interno di articolate
rispondenze monumentali e scenografiche che si adeguano in termini precisi e calcolati ai caratteri
morfologici e idrografici del sito. Abbiamo ricordato l'asse generatore dato dalla Postumia ed è su
questa strada così importante per tutta la Cisalpina che si dispongono le prime fabbriche significative:
dapprima il ponte sul fiume (tradizionalmente detto ponte Postumio e ora non più esistente) (P), poi, al
capo opposto e aperta nelle mura tardo repubblicane (C), la porta Borsari o meglio Iovia (B) (82), che
ha il suo corrispettivo sud orientale nella coeva porta dei Leoni (F), a sua volta in rapporto, con molta
probabilità, con un passaggio sull'Adige (di cui tuttavia non si ha per ora testimonianza archeologica)
(E) e la via proveniente dal Po e da Ostiglia (detto da Tacito vicus Veronensium) (83). A questi
riferimenti, che si allineano su direttrici ortogonali e già definiscono spazi e nessi interattivi, se ne
aggiungono poi altri che completano in progressione il volto urbanistico territoriale di Verona. Così si
pensi al ponte Pietra (O), che costituisce di fatto un `'pendant" pressoché peculiare del Postumio (il
primo verosimilmente in funzione della direttrice verso la val d'Adige, come il secondo della
Postumia), venendo insieme a inquadrare, attraverso due passaggi obbligati e quindi "guidati", il colle
di S. Pietro, sulle cui pendici sud occidentali si sarebbe addossato, in epoca augustea, il teatro, in vista,
dall'alto, della città e del fiume (S). Ma c'è di più. Recenti ricognizioni sulla riva sinistra atesina hanno
evidenziato, in corrispondenza dei ponti ora citati, due porte, che risultano perciò anch'essi in
posizione simmetrica rispetto al sito del teatro, oltre a essere tipologicamente analoghe (per il cavedio e
le torri laterali) a quelle Iovia/Borsari e dei Leoni di fase tardo repubblicana (Q-R). In realtà il dato più
interessante è che tali ingressi non sembrerebbero essere in connessione con una cinta stesa a
comprendere il vicino colle, ma piuttosto, come monumenti a se stanti, assumere il valore di
magniloquenti propilei, strettamente legati ai due ponti e quindi agli accessi della città, assai prima che
in quell'area sorgesse l'edificio di spettacolo a definire compiutamente la qualità e la funzione urbana
del sito (84). A questi propilei nord orientali corrisponde, all'altro capo del medesimo asse, quello
costituito dall'arco tetrapilo dei Gavi (augusteo), a cavaliere della Postumia, circa 550 m all'esterno di
porta Iovia (A). Tale arco si doveva proporre infatti, per la sua stessa collocazione, in sintonia con il
tracciato stradale, con le mura e in particolare con la porta urbica, come sorta di ingresso avanzato
nella campagna, quasi un diaframma che permetteva una visione "trasgressiva" e scenografica della
città sullo sfondo (dove si apriva un altro diaframma frapposto dai due fornici della porta vera e
propria). Centro di tutto questo sistema di correlazioni era la piazza del foro (ora occupata in parte da
piazza delle Erbe) (G), allungata sull'asse che conduceva a porta dei Leoni (N). Anche qui recenti
indagini hanno potuto accertare con sicurezza la reale ubicazione del complesso capitolino, che viene a
trovarsi nel punto individuato dall'incrocio dei due assi della Postumia e della via di porta dei Leoni,
sul lato corto nord occidentale del foro (H) (85). Risalta evidente che tale scelta qualifica in modo
particolare un'area che diventa così nodale nel contesto di tutto il sistema urbano di cui si diceva,
assumendo il significato di sutura e insieme di rimando a quelle proiezioni della città che abbiamo
visto realizzate almeno su tre lati del perimetro mura-fiume. Tale impostazione generale, scenografica
di per sé, ma che utilizza pure scenograficamente le risorse del terreno (come del resto si può
riscontrare in altri centri romani, quali per es. Aosta, Rimini, Aquino, dove si ritrovano soluzioni
analoghe), viene ribadita sostanzialmente anche dagli interventi architettonici realizzati intorno alla
metà del I sec. d.C. Vale soltanto sottolineare l'impronta "palaziale" che assumono le porte urbiche con
i nuovi paramenti che sono addossati, in epoca claudia, a quelli vecchi tardo repubblicani, nonché la
costruzione dell'anfiteatro (D) che, posto come il teatro all'esterno delle mura e come questo allineato
con il suo asse maggiore in parallelo ai decumani, occupava una posizione diametralmente opposta al
colle di S. Pietro, stabilendo pertanto nella planimetria cittadina una nuova corrispondenza in senso
trasversale nord-sud e tra due settori altimetricamente differenziati (c86).
Il terzo caso è Pola/Pula. La colonia polese, risalente alla seconda metà del I sec. a.C. (se non a tempi
cesariani, come vogliono alcuni), ci porta in ambito rivierasco, coniugando, non diversamente da
Tergeste (Trieste), area terragna collinare e mare. È proprio la morfologia dei suoi rilievi collinari (A,
L, T) prospicienti la marina a condizionare non solo la struttura urbana, ma anche talora la stessa
architettura monumentale. Se guardiamo infatti all'anfiteatro (R), situato nella parte settentrionale della
città, quasi sul margine del litorale, separato da questo soltanto dal tracciato della via che proveniva da
Trieste (via Flavia) (Q), è già possibile constatare un adattamento inusitato della fabbrica al pendio su
cui si appoggia (T), cosa che comportò la necessità di dimezzare quasi lo sviluppo perimetrale del
primo ordine di arcate, che si chiudono completamente ad anello solo nei piani successivi. Tale
condizionamento tuttavia lo si può rilevare appieno soprattutto nell'area occupata dalla città antica, che
si conforma in un assetto per così dire centripeto, a tela di ragno come è stato anche definito,
tutt'intorno alla collina (L), che ne rappresenta il polo naturale di riferimento. Così al dato morfologico/
orografico si adeguano le mura urbane (C) e di esso addirittura si tiene talora conto nell'approntare i
piedritti delle porte di accesso, tagliati in un caso (N) a sguancio per permettere un migliore
inserimento nel sistema stradale interno, impostato fondamentalmente a seguire le curve di livello.
Anche l'attuale via Sergia (F) ricalca questo andamento, attraversando, alla base del rilievo collinare, il
cuore della Pola romana tra due capilinea importanti e in modo diverso significativi. Da una parta la
porta cosiddetta « Aurea » (secondo la denominazione di origine cinquecentesca) (D), turrita e con
cavedio, sulla cui facciata interna, nell'ultimo quarto del I sec. a.C., si giustappose l'arco dei Sergi (E)
con dichiarata intenzione di rendere monumentale quel particolare ingresso, dall'altra la stessa piazza
forense (G) con il capitolium (H) tra i due templi gemelli, uno dedicato ad Augusto pater patriae e uno
di attribuzione incerta (forse a Diana, secondo una tradizione tuttavia non confermata). Ed è alle spalle
di quest'ultimo, inglobato ora nel palazzetto del Municipio risalente al XIII sec., che nella seconda
metà degli anni Settanta fu scavato un edificio rettangolare, absidato sul lato corto di SO, orientato
obliquamente rispetto al foro e allungato nel senso delle linee di quota che proseguivano verso
settentrione la direzione della citata via Sergia (I). La cosa importante è che questa fabbrica (forse un
mercato) è più antica (fase di fondazione della colonia?) di quelle che si affacciavano sulla piazza
pubblica e anzi con ogni probabilità per costruire queste ultime si dovette abbattere e spianare la
struttura preesistente, che manteneva un andamento più marcatamente "centripeto". La nuova fase
edilizia previde dunque un allargamento dell'area utilizzabile verso la marina (S), venendo quindi a
occupare terreni ancor più vicini all'acqua, più umidi e perciò meno solidi e sicuri, come sembrerebbe
confermato dall'uso di fondazioni su palificate lignee negli edifici che lì subentrarono (87). Così a un
primitivo impianto rispettoso dei limiti imposti dal contesto ambientale, si sostituì in progresso di
tempo uno spazio attrezzato con intento scenografico ben preciso: una grande piazza che era raggiunta
dalla strada più importante della città ed era definita su un lato dall'alta mole dei tre templi capitolini. In
sostanza in epoca augustea si trasformò quel settore cittadino in un ornato percorso che sfociava in
una sorta di spettacolare terrazzo panoramico sul mare. Sempre in questo periodo si costruì inoltre
anche il teatro (B), che sfruttava le pendici della collina più meridionale (A), con la cavea rivolta a uno
scenario di fondo costituito dalla stessa città. Forse soltanto più tardi (II sec. d.C.?) si mise mano alla
"sistemazione" del versante nord orientale della collina polese (L) con la costruzione del teatro (M) e,
in basso, della cosiddetta porta Gemina (con valore verosimilmente onorario o comunque
ornamentale) (O), che diventava speculare della più meridionale e ben più antica porta di Ercole (N).
Insieme venivano anche a costituire di fatto l'inquadramento degli accessi che portavano a salire le
rampe in direzione dell'edificio di spettacolo (88).
Con Altino siamo in un ambito rivierasco del tutto particolare: ci troviamo infatti EV T0~5 ~65L (89),
in mezzo cioè a quelle Gallicae paludes (90) tanto salubri da essere addirittura decantate come zone
privilegiate di insediamento. Altino è paragonata da Strabone (91) a Ravenna, che non solo è ubicata
in un'area lagunare, ma si fonda interamente su palafitte, è attraversata da canali ed è percorribile a
mezzo di ponti e di barche. È una vita quindi "anfibia" che ci si presenta e che ben ci può richiamare
l'immagine di Venezia o, meglio, « della Venezia delle origini », come commenta il Bosio (92).
Tale immagine in realtà sembra essere offerta anche dagli stessi dati archeologici (almeno quelli che
finora conosciamo), che rivelano aspetti territoriali ambivalenti, terragni e lagonari, articolati tra dossi
emergenti e canali, tra bassure e paludi e zone regolate idrograficamente dall'uomo. Segnatamente in
epoca augustea e nel corso del I sec. d.C. pare svilupparsi un assai caratteristico insediamento urbano
che si organizza sul margine interno degli spazi lagunari e al centro di una rete stradale di rilievo
strategico-logistico (la "vecchia" Annia -A, H/I-, la Claudia Augusta -C-, le vie per Treviso -L- e
Oderzo -M-), ma che soprattutto si mostra come città capace di sfruttare un diffuso sistema di
canalizzazioni, spesso provviste di arginature e banchine poggianti su robuste palificate; presso queste
opere di contenimento idraulico potevano situarsi scali e strutture di attracco, nonché edifici porticati,
forse a uso di magazzini (cfr. a NE, lungo il corso del Sioncello -F/G-, e a SO, in loc. Fornasotti -B-).
C'è inoltre un motivo di grande suggestione costituito dal ritrovamento nel settore nord orientale
dell'abitato, all'esterno della porta urbica (D) e in stretta connessione con essa, di un avancorpo in cui
si è creduto di riconoscere i resti della spalla di un ponte. Se questa indicazione è corretta, si avrebbe
nel caso, tenendo conto della presenza accertata di un corso d'acqua o canale che scorreva a ridosso
(E), un esempio molto interessante di porta canale a cui si poteva correlare, oltre al ponte di accesso,
fors'anche una riva attrezzata. Come si vede una soluzione architettonico-urbanistica che sottolineava
una volta di più il rapporto biunivoco esistente tra l'acqua e le strutture cittadine. Le stesse mura di
cinta infine, di cui si sono trovate consistenti tracce presso la citata porta, più che a opere funzionali di
difesa militare (si ricordi che l'epoca di costruzione è augustea) farebbero pensare, in relazione a una
idrografia complessa, a sistemazioni in alzato con valore prevalente di contenimento dei quartieri
insediati, con un ruolo a un di presso simile (almeno in parte) a quello dei muraglioni degli isolotti
veneziani, detti "ottagoni" (93)
Asolo è la cittadina dove scaviamo da anni. Il municipio romano occupò uno degli estremi rilievi sud
occidentali del sistema collinare che, articolato come in una serie di quinte successive, corre con
orientamento SO-NE tra i corsi del Brenta e del Piave, allo sbocco delle loro profonde incisioni
vallive: posizione magnifica e felicissima che consentiva da una parte di dominare la pianura
altotrevigiana, dall'altra di volgersi verso la montagna, cioè verso il comprensorio prealpino e alpino.
Questi luoghi assunsero così da sempre un ruolo geografico di tangibile mediazione e quasi di
cerniera tra i due differenti territori, ma mantennero anche una loro chiara valenza di separazione
fisiografica che si può avvertire ancor oggi, quando, arrivando da Padova nei giorni di nebbia, si
osserva che la fascia del pedemonte asolano separa nettamente la zona della foschia da quella del
sereno. Mediazione e cesura che potrebbero essere testimoniate pure su un piano storico-archeologico,
se il frammento epigrafico di Castelciés di Cavaso del Tomba, appena più a nord di Asolo, con le sue
impenetrabili scritture in reto-etrusco e in latino arcaico (94), risultasse rappresentare, come ora credo,
la traccia superstite di un segnacolo bilingue relativo a una sorta di linea di demarcazione e insieme di
passaggio tra due aree e culture di diversa afferenza etnica: quella retica a settentrione e quella veneta,
in fase di avanzante e progressiva romanizzazione, a meridione. Alla risorsa topografica Asolo ne
affiancò poi, sin dai tempi più antichi, un'altra ugualmente "naturale", come la presenza di vasti
pascoli, che dovevano, incentivare l'attività di allevamento, aumentando perciò la produzione della
materia prima lana destinata soprattutto alla manifattura patavina. Non a caso quindi, considerando le
ragioni economiche, il centro paleoveneto fu raggiunto abbastanza presto, con ogni probabilità nel 74
a.C. (cioè ancora durante il processo di romanizzazione a cui sopra si accennava), da una direttrice di
collegamento e di "servizio" con Padova. La via Aurelia infatti, oltre a diventare in seguito strada di
centuriazione, fu pure strada di transumanza (95) e costituì, a molti anni di distanza, una precisa
anticipazione, nel suo significato complessivo, della Claudia Augusta, in partenza da Altino,
fondamentale arteria di penetrazione verticale (mare-montagna) nel contesto del sistema di
comunicazione della Venetia (96).
Acelum romano si disponeva sulle dorsali collinari a ovest/sud ovest del Montericco, con esposizione
solatia, adeguando verosimilmente l'articolazione urbana (difficile ora da rilevare perché su di essa
insiste il borgo medievale moderno) alle possibilità offerte dalle stesse dorsali e dai terrazzamenti
naturali o artificiali, adattabili comunque ai fini insediativi. In realtà la morfologia generale del sito
dovette fortemente condizionare l'assetto planimetrico del municipio all'interno di guide obbligate e
senza molte alternative, di cui resta con ogni probabilità un qualche riscontro, sebbene solo indicativo,
nei tracciati degli attuali "foresti", strade cioè che, venendo da "fuori", salgono pressoché a raggiera da
sud e da nord le pendici collinari fino a raggiungere il centro della cittadina pedemontana. Come si sa,
di Asolo romana poco, anzi pochissimo si conosce a eccezione dell'acquedotto in cunicolo (E) sotto il
Montericco (97), dell'area delle terme (C) presso piazza Brugnoli (un tempo occupata da un quartiere
medioevale, poi abbattuto) e infine (insieme a qualche sporadica struttura riferibile a edifici con
carattere residenziale) del teatro (R), che in questi anni noi stiamo rivisitando scientificamente dopo gli
scavi e le distruzioni della seconda metà dell'Ottocento (98). E proprio il sito su cui insiste
quest'ultimo mi pare di un certo interesse per avviare una breve riflessione sulle soluzioni di
architettura urbana adottate nel caso specifico. Siamo infatti al margine meridionale dell'abitato, appena
all'esterno delle mura veneziane della fine del XIV secolo e fors'anche dell'eventuale o ipotetica cinta
romana (finora non rintracciata), nel parco della settecentesca villa Freja; verso sud il pendio scende
rapidamente verso l'aperta pianura alto trevigiana, da dove saliva invece la via Aurelia (B), proveniente
da Padova, che entrava in Asolo rasentando il teatro. Come si può desumere da queste sommarie
indicazioni, la scelta locazionale, già a un primo esame, non sembra essere stata lasciata a una casualità
non controllata. D'altra parte la stessa fabbrica, secondo quanto emerge dalla planimetria ottocentesca e
dalle nostre indagini, sembra essere qualcosa di più di un teatrino di periferia montana, il più
settentrionale oggi sconosciuto nella decima regio (99). Sono segnatamente le strutture e gli elementi
ornamentali ivi presenti che testimoniano ciò: la probabile porticus post scaenam, l'ambulatio tra
questa e il muro di scena, con pareti decorate da dipinti e stucchi, la costruzione accurata sia dei
pozzetti per le antenne dell'aulueum, sia delle canalizzazioni per lo smaltimento delle acque di
superficie, infine i marmi pregiati di diversa origine che furono utilizzati nei rivestimenti. È un edificio
che si mostra legato per molti suoi aspetti per un verso alle norme vitruviane (orientamento, porticus
forse duplex, ambulatio o criptoportico, intercapedini intramurarie, rapporti di misure interne), per un
altro a esempi riferibili a epoca augustea o tra I e II sec. d.C., soprattutto (ma non solo) in ambito
settentrionale (ligure e piemontese). Il confronto più convincente da un punto di vista planimetrico
strutturale lo si trova a Libarna, antico centro ligure sulla Postumia, in un teatro di pianura, dove la
cavea, conclusa all'esterno da un ambulacro a pilastri che ne segue l'andamento, poggiava su un
terrapieno di riporto e su sostruzioni atte a contenere le sollecitazioni e le spinte; il corridoio d'ingresso
passava sotto l'asse mediano delle cavea e a metà del passaggio due nicchie semicircolari costituivano,
oltre che spazi a uso ornamentale, ulteriori e necessarie contraffortature delle fondazioni; è anche
attestata una canalizzazione sotterranea per il drenaggio; l'edificio scenico infine si presentava rettilineo
e piuttosto stretto, provvisto di parasceni e di porticus post scaenam (100). Ora talune di queste
connotazioni, che molto avvicinano il complesso teatrale di Libarna a quello di Asolo, si riconoscono
anche in altri edifici di spettacolo, ad Anzio (101), a Luni (102), ad Aosta (103), a Torino (104), per
citarne solo alcuni. Questi tre ultimi in particolare sembrano essere interessanti pure per i muri
rettilinei di facciata che racchiudono la cavea e che potrebbero suggerire una soluzione analoga per la
fabbrica asolana, almeno per quanto si è in grado di rilevare sulle piante del secolo scorso e solo in
parte, per ora, direttamente sul terreno. Ma del nostro teatro pedemontano va messo in evidenza
specialmente l'orientamento che ne condiziona in modo preciso sia l'impianto, sia l'architettura. La
scelta infatti di rivolgere la cavea verso settentrione, al fine che gli spettatori non fossero offesi nella
vista dai raggi del sole, secondo il consiglio vitruviano (105), comportò che essa fosse impostata in
contropendio e su sostruzioni, con conseguenti interventi tecnico architettonici senza dubbio onerosi e
di una qualche difficoltà. Così l'intero edificio si articola, data la conformazione del terreno, su tre
piani terrazzati, distinti e gradualmente a quota più alta: quello comprendente la cavea, l'orchestra, il
pulpitum e il muro di frontescena, quello riferibile all'ambulatio o criptoportico retrostante e, a
conclusione della serie, quello corrispondente all'area della porticus post scaenam. In un simile
quadro di riferimento, in cui interagiscono profondamente strutture antropiche e caratteristiche
ambientali, è naturale che prendano rilievo e importanza taluni accorgimenti tecnici, quali
l'approntamento di robusti muri di terrazzamento (tra porticus e ambulatio, lo stesso muro di scena),
l'utilizzo in opera di ingegnosi espedienti contro l'umidità e le infiltrazioni d'acqua dalla linea di pendio
(intonaci impermealizzati, muro di scena con intercapedine, canali di drenaggio che si convogliavano
in un collettore lungo il passaggio sotto la cavea).
Il teatro di Asolo assume dunque con questi presupposti una fisionomia di edificio complesso e di
variate valenze, tale da sfruttare appieno anche la sua posizione e il suo orientamento e mostrare
scenograficamente verso valle la scansione delle aperture pilastrate della sua facciata: cosa che doveva
essere sicuramente di effetto non trascurabile, come immagine prima della città, per quanti arrivavano
al municipio romano da Padova, percorrendo la via Aurelia (B), che, come abbiamo detto, giungeva
nei pressi, dopo aver risalito un breve e non faticoso pendio. Per altro verso, se questo era il "punto di
vista" del viaggiatore, anche chi stava seduto sui gradini della cavea, lo spettatore cioè, poteva avere
per così dire, un riscontro di ambiente e di paesaggio, guardando, oltre la scena e il porticato che le
stava dietro, la cima del Montericco (D), che, priva della Rocca che l'occupò in epoca medioevale,
doveva emergere in lontananza, quasi un'ulteriore e naturale quinta di fondo. E non è da dimenticare in
proposito che i linguisti fanno derivare il toponimo Acelum da un tema ak'- che equivale ad agozzo ,
con probabile allusione a una ben precisa particolarità orografica del sito (106).
C'è infine un'ultima cosa a cui conta solo accennare. Le nostre indagini sul campo hanno infatti indotto
a pensare, per taluni rapporti stratigrafici degli alzati ancora ben rilevabili, che la fabbrica del teatro
possa essere di fase successiva alla porticus posta sul terrazzo a quota più alta. È una sfasatura
cronologica che per ora non sembra più precisabile, ma che, qualora fosse meglio verificata e
confermata, assumerebbe un valore non piccolo nel contesto del problema urbanistico di Asolo. Si
potrebbe cioè non escludere che lo spazio terrazzato e porticato, nonché definito a meridione da
un'ambulatio criptoportico, possa aver anche rivestito il ruolo e la funzione di piazza pubblica,
fors'anche forense, come avviene in altri centri romani, quali per esempio Minturno (107), Tuscolo
(108), Ostia (109). Se questa identificazione della porticus con un'area pubblica sarà provata dal
progresso dei lavori archeologici, il complesso architettonico incentrato sul teatro asolano assumerà
anche il valore di una magniloquente balconata sospesa tra pendio collinare e pianura sottostante, non
diversamente da quella terrazza sul mare che abbiamo visto essere stato, il foro polese.

GUIDO ROSADA
(1) Cfr. Indagini archeologiche in Valcavasia, a cura di G. Rosada, in La Valcavasia. Ricerca storico-ambientale, a cura
di M. Pavan, Dosson (Treviso) 1983, pp. 493-615; A.N. RIGONI, Indagini archeologiche sul medievale Castelàr di
Rovèr-Possagno (Tv): II e III campagna di scavo (1982-1983), « Archeologia Medievale », XI, 1984, pp. 249-253;
Progetto Rocca di Asolo, a cura di G. Rosada, « Quaderni di Archeologia del Veneto (QdAV) », I, 1985, pp. 113-138;
II, 1986, pp. 38-84; III, 1987, pp. 19-76; IV, 1988, pp. 40-58; G. ROSADA, A.N. RIGONI, La Rocca asolana nel
Pedemonte della Grapa (Treviso), « Archeologia Medievale », XV:, 1989, pp. 205-226; Indagini archeologiche ad
Asolo. Scavi nella Rocca medioevale e nel Teatro romano, a cura di G. Rosada, Padova 1989; Asolo. Progetto Rocca,
a cura di G. Rosada, « QdAV », VI, 1990, pp. 66-92; Asolo. Teatro romano, a cura di G. Rosada, il~id, pp. 92-116,
A.N. RIGONI et alii, Castelciés di Cavaso del Toml~a: saggi di scavo nella chiesetta di 5. Martino, ibid., pp. 117134
(per Asolo e Castelciés aggiornamenti successivi in QdAV), L'impianto castellano sul Colle Bastia di Romano
d'Ezzelino (Vicenza). L'indagine archeologica, in I da Romano a la Marca Gioiosa, Atti del Convegno internazionale,
Romano d'Ezzelino, 27-30 settembre 1989, c.s.
(2) Nesazio, come attesta Livio (XLI, 10-11, citazioni in PLIN., Nat. hist., III, 129; PTOL., III, 1, 27; AN.RAV., IV,
31, V, 14; GUIDO, 20, 116), era la capitale degli Histri, l'estremo rifugio dove trovò la morte, nel 177 a.C., il loro
ultimo re Epulo, incalzato dalle forze romane comandate da Giunio Bruto e Manlio Vulsone. Per i dati topografici cfr.
L. BOSIO, L'Istria nella descrizione della Tal7ula Peutingeriana, « Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia
e Storia Patria », 1974, pp. 78-80; per la bibl. di riferimento cfr. Archeologia e arte dell'Istria, Pula 1985, pp. 30 s., 46
ss., 68 ss.; R. MATIJASIC, Breve nota sui templi forensi di Nesazio e Pola, in La città nell'Italia settentrionale in età
romana. Morfologie, strutture e funzionamento dei centri urbani delle regiones X e XI, Collection Éc. Franc. Rome,
130, TriesteRoma 1990, pp. 635-644.
(3) Tires a Aica. Necropoli di epoca romana, a cura di G. Rosada e L. Dal Ri, Verona 1985.
(4) Il "survey" archeologico a Val Nova di Castagnaro nella Valli Grandi Veronesi: una questione di metodo per una
ipotesi di scavo, in Tipologia di insediamento e distribuzione antropica nell'area veneto-istriana dalla protostoria all'alto
medioevo, Atti del Seminario di studio, Asolo (Treviso), 3/5 novembre 1989, c.s.
(5) Cfr. da ultimi con bibl. precedente A. MARCHIORI, Aquilieia: porto e "sistema " portuale, « Aquileia Nostra »,
LX, 1989, cc. 113-148; G. ROSADA, La direttrice endolagunare e per acque interne nella decima regio maritima: tra
risorsa naturale e organizzazione antropica, in La Venetia nell'area padano-danubiana. Le vie di comunicazione, Padova
1990, pp. 153-182 ID
Dati e proolemi topografici della fascia costiera fra Sile/Piave e Tagliamento, in Aquileia e i'arco adriatico, « Antichità
Altoadriatiche », XXXVI, 1990, pp. 79- 101; A. MARCHIORI, Sistemi portuali della Venetia romana, ibid., pp.
197-225.
(ó) Cfr. SERV. auctus, In Georg., I, 262:. . . quia pleraque pars Venetiarum, fluminibus alundans. .
(7) I satelliti della nuova generazione, tuttavia, offrono ora una definizione ancora più alta.
(8) Cfr. LIV., X, 2, 4-6. Il passo è stato variamente ripreso e da ultimo da L. BRACCESI, L'avventura di Cleonimo a
Venezia prima di Venezia, Padova 1990. Cfr. anche L. BOSIO, Note per una propedeutica allo studio storico della
laguna veneta in età romana, « Atti dell'Istituto Veneto di SS., LL. e AA. », CXLII, 1983-84, p. 99 ss. Per le fonti
letterarie citate di seguito cfr. ora C. VOLTAN, Lefonti letterarie della Venetia et Histria. I: da Omero a Strabone, «
Memorie dell'Istituto Veneto di SS., LL. e AA. », XLII, Venezia 1990 (a questo lavoro si è fatto spesso riferimento
anche per le traduzioni).
(9) Come è noto Plinio dedica alle descrizioni geografiche segnatamente i libri III-VI della sua Naturalis historia.
(10) PLIN., Nat. hist., IV, 97; TAC., Gerrn., 46,2; PTOL., III, 5, 1, 15, 19-20. Su questi Veneti cfr. J. KOLENDO, I
Veneti dell'Europa centrale e orientale. Sedii e realtà etnica, « Atti del l'Istituto Veneto di SS., LL. e AA. », CXLIII,
1984-85, pp. 415-435.
(11) Cfr. J. KOLENDO, A la recherche de l'ambre balhque. L'expedition d'un chevalier romain SOMS Néron,
Warszawa 1981.
(12) Ibid., p. 96 ss. Nel testo pliniano i commercia hanno valore di luoghi di mercato o di fattorie dove si faceva
commercio, i litora possono riferirsi sia ai cordoni litoranei, sia al margine interno delle vaste aree lagunari che
dovevano interessare, un tempo più di oggi, la regione alla foce della Vistola.
(13) Oltre che su barche lungo la costa o lungo i fiumi navigabili. Cfr. su questi temi R.
CHEVALLIER, Voyages et déplacements dans l'empire romain, Paris 1988, in part. p. 346 ss.
(14) Si potevano comunque perdere quelle correlazioni ambientali che sono sottese a un insieme territoriale più ampio e
che solo i nostri moderni rilievi a piccola scala sono in grado di fornire per un'adeguata lettura a livello di
comprensorio.
(15) Cfr. G. ROSADA, Nota preliminare per un progetto di carte tematico-archeologiche nel comprensorio della lagana
di Venezia, in Venezia e l'archeologia. Un importante capitolo nella storia del gusto dell'antico nella cultura artistica
veneziana, Atti Congr. Intern., Venezia, 25-29 maggio 1988, « Rivista di Archeologia », Suppl. 7, Roma 1990, pp.
291-297, t. LXXIX.
(16) Ma si pensi anche ad altre immagini particolarissime che vengono oggi recepite durante i voli spaziali degli
astronauti, moderni esploratori su strade e in territori non conosciuti.
(17) Cfr. S. SETTIS, La Colonna, in La Colonna Traiana, Torino 1988, pp. 45-255, in part. 231-241.
(18) Cfr. anche VARRO, De re rustica, I, 2, 3-8; DION. HAL., I, 36-37.
(19) Per i limiti tuttavia di questa « terra promessa » cfr. G. HAUSSMANN, Ilsuolo d'Italia nella storia, in Storia
d'Italia, I, Torino 1972, p. 71 s.
(20) HESIOD., frg. 150, 22-24, edd. R. MERKELBACH, M. L. WESt,1967.
(21) THEOP, CHIUS, 115, fg. 130, in Die Fragmente der Griechischen Historiker, a cura dj F. JACOBY, II, Berlin
1926.
(22) POLYB., II, 14, 7 e 15, 1-7.
(23) POLYB., III, 34, 2 e 48, 11.
(24) LIV., V, 33, 2: Eam gentem traditurfama dalcedinefrugam maximeque vini, nova tum voluttate, captam Alpes
transisse agrosque ah Etruscis ante cultos possedisse. . .
(25) FLOR., Epit., I, 38, 11-13 e anche CASSIUS DIO., XXVII, 94, 2; OROS., V, 16, 14. Cfr. E. BUCHI,
Tarvisium e Acelum nella Transpadana, jn Storia di Treviso. I. Le origini, VeneZia 1989, P. 201 S.
(26) STRABO II, 5, 28-29, 128; V, 1, 3, 211.
(27) STRABO, V, 1, 4, 212.
(28) STRABO, V, 1, 12, 218. Sulle greggi e sulle lane cfr. anche VARRO, De re rustica, II, 3, 9; PLIN., Nat. rist.,
VIII, 190; COLUM., VII, 2, 3-4.
(29) STRABO., III, 5, 3, 169; V, 1, 7, 213.
(30) Cfr. POLYB., XXXIV, 10, 10-14 e STRABO, IV, 6, 12, 208.
(31) TAC., Hist., II, 17, 1. Per « la pianura situata ai piedi delle Alpi » ed estesa « fino al fondo dell'Adriatico e alle
regioni vicine », cfr. STRABO, II, 5, 29, 128.
(32) STRABO, II, 5, 28, 128; V, 1, 3, 210-211.
(33) POLYB., III, 47, 9.
(34) POLYB., III, 48, 5-7. SU altri piani cir. anche HORAT., Carm., IV, 14, 10-12 e PLIN., Nat. hist., III, 136-137
(per le popolazioni alpine sottomesse da Augusto).
(35) POLYB., III, 54, 2-3. Cfr. CATO, Orig., frg. 85, in Historicorum Romanorum Reliquiae, a cura di H. Peter, I,
Lipsiae 1914 2 (rist. Stutgardiae 1967).
(36) LIV., XXI, 35, 8-9. Sono tuttavia bastioni del tutto particolari, come si avvertirà in seguito, che, oltre a presentare
valichi e passaggi soprattutto praticabili nel settore orientale del sistema, non hanno mai costituito nel loro complesso
una valida ed effettiva linea di difesa. E in realtà da sempre la strategia difensiva per quanto riguarda la penisola italiana
si è giocata "al di qua" della catena alpina, nella pianura padana (cir. P. UGOLINI, La formazione delsistema territoriale
e urbano della Valle Padana, in Storia d'Italia. Annali. 8. Insediamenti e territorio, Torino 1985, p. 166 ss.).
(37) LIV., XXXIX, 54, 12.
(38) In ogni caso si ritrova ancora una volta in questo passo liviano il senso del rapporto molto stretto che legava, su
base strategica ed economico-logistica, Roma alla Cisalpina.
(39) STRABO, IV, 6, 9, 207. Sull'asprezza, le solitudini alpine e i briganti che si potevano incontrare in luoghi isolati
cfr. CATULL., XI, 9 (altae Alpes); HORAT., Carm, IV, 14, 12 (Alpes tremendae); APOLL. SID., Carm., V, 373-374
(Alpes. . . per longa silentia); SI, 58 = ILS, 2646 = InscrIt, X, 4, 339 (briganti in Alpes Iulias, in una località
chiamata per questo scelerata). Si ricordi anche l'espressione altius adsurgens et mons in nubila pergit riferita alla Iulia
Alpes da Venanzio Fortunato (Vita S. Martini, IV, 651-652).
(40) STRABO, IV, 6, 9, 207.
(41) STRABO, IV, 6, 6, 204. Per il problema del brigantaggio e per le guide "indigene" utilizzate per passaggi difficili
in montagna cfr. D. VAN BERCHEM, Nyon et son "praefectus arcendis latrociniis" e Du portage au pénge. Le róle des
cols transalpins dans l'histoire du Valais celtique (1956), in Les routes et l'histoire, Genève 1982, rispettivamente pp.
47-53 e 67-78.
(42) CIL, V, 8002-8003 ( = IBR, 465). Sui miliari cfr. G. WALSER, L impegno dell imperatore Claudio nella
costruzione delle strade (1980), Bologna 1982, P. 28 SS.; A. DONATI, Alpibus lhello patoiactis, « Historia »,
Einzelschriften-Heft 60, 1989, PP. 21-24; sulla Claudia Augusta cfr. da ultimo L. BOSIO, Le strade romane della
Venetia e dell'Histria, Padova 1991, pp. 133-147 (ivi bibliografia precedente).
(43) It. Ant., 279-280, P. 42 (ed. O. Cuntz, 1929). La strada per Alpom Iuliam, lungo la quale si procedeva pendulus
montanis anfractus, si trova citata anche in Venanzio Forunato
(Praefatio, 4) (cfr. anche n. 39). SU questa direttrice si veda BOSIO, Le strade romane, cit. a n. 42, PP. 173-183.
(44) PAUL. DIAC., Hist. Lang., II, 9. Cfr. per le Alpi Giulie AMM. MARC., XXI, 12, 21 en. 43.
(45) STRABO, IV, 6, 10, 207; VII, 5, 2, 314.
(46) PAUL. DIAC., Hist. Lang., II, 7-8.
(47) LIV., XXXIX, 22, 6.
(48) HEROD., V, 9. Già Alcmane, citando i « puledri enetidi », dice che il loro nome deriva « dall'Enetide, regione
dell'Adriatico » (frg. 172, in Poetue Melici Gracci, a cura di D. L. Page, Oxford 1962). Cfr. anche THEOP. CHIUS,
115, frg. 274, P. 594 S., in Die Fragmente der Griechischen Historiker, cit. a n. 21, e soprattutto POLYB., II, 14,
4-11; 17, 5-ó; STRABO, V 1, 4, 212; XII, 3, 8, 544; 25, 553; LIV., V, 33, 10; PLIN., Nat. hist., XXXVII, 43.
(49) HOM., Il., II, 851-852; LIV., I, 1.
(50) HEROD., I, 196.
(51) PLIN., Nat. hist., IV, 97; TAC., Germ., 46,2; PTOL., III, 5, 1, 15, 19. Cfr. KOLENDO, I Veneti dell'Europa
centrale e orientale, cit. a n. 10.
(52) CAES., De {7. Gall., II, 34; III, 7-11, 16-18; VII, 75; STRABO, V, 1, 4, 212.
(53) MELA, III, 2, 24.
(54) PLIN., Nat. hist., III, 69.
(55) Cfr. da ultirni (ivi la bibliografia precedente) i testi citati supra a n. 5.
(56) VITR., Dearch., I, 4, 11-12; LIV., X, 2, 5-6; STRABO, V, 1, 5, 212; 7, 213-214; CLAU DIAN., Carrn.,
XXVIII, 494-499; PROCOP., De b. Goth., I, 1, 16-23; CASSIOD., Var., XII, 24; PAUL. DIAC., Hist. Lang., I, 6.
(57) Cfr. HERODIAN., VIII, 6-7.
(58) STRABO, V, 1, 8, 214.
(59) STRABO, V, 1, 5, 212.
(60) SERV. auctus, In Georg. I, 262. Per i tipi di imbarcazione cfr. M. BONINO, Barche e navi antiche tra Aquileia e
Trieste in Grado nella storia e nell'arte, « Antichità Altoadriatiche » XVII, 1, 1980, PP. 57-83 (e bibl. ivi) e insieme G.
UGGERI, La navigazione interna della Cisalpina in età romana, in Vita sociale, artistica e commerciale di Aquileia
romana, « Antichità Altoadriatiche », XXIX, 2, 1987, PP. 305-354; ID., Aspetti archeologici della navigazione interna
della Cisalpina, in Aquileia e l'arco adnatico, cit. a n. 5, PP. 175-196.
(61) LIV., X, 2.
(62) VITR., Dearch., I, 4, 11-12; STRABO, V, 1, 5, 212. SU queste fonti cfr. BOSIO, Note per una propedeutica, cit.
a n. 8, PP. 95-126.
(63) Per i corsi fluviali nella decima regio cfr. G. ROSADA, I fiumi e i porti nella Venetia orientale: osservazioni
intorno ad un famoso passo pliniano, « Aquileia Nostra », L, 1979, CC. 173-256 e, in questo contributo, la n. 5 (con
bibl. desumibile dai testi citati). Per la definizione di navigabilità cfr. PROCOP., De b. Goth., I, 1, 16-23; IV, 26, 23;
CASSIOD., Var., V, 17.
(64) CATULL., XVII, 4, 9-11, 25. Cfr. A. CORSO, Amliiente e monumenti della Cisalpina in Catullo, « Aquileia
Nostra », LVII, 1986, CC. 583-584.
(65) Append. Verg., Catal., X, 12-13.
(66) STRABO, V, 1, 11, 217.
(67) VERG., Georg., I, 104-117. Cfr. anche ibid. II, 207-211. Sulle bonifiche nell'antichità e sulla cultura a essa
sottesa si vedano da ultimi R. CHEVALLIER Geografia, archeologia e stoHa della Gallia Cisalpina. 1. Il quadro
geografico (1980), Torino 1988, P. 282 S. e G. TRAINA, Paludi e /~onifiche del mondo antico. Saggio di archeologia
geografica, Roma 1988.
(68) Append. Verg., Priap., 3, 1-4: Runc ego, o iavenes, locum villalamque palustrern/tectam vimine iunceo caricisque
maniplis,/quercus arida. . ./nutrior. . . Per lo sfruttamento delle terre e l'approntamento di "infrastrutture" nelle province
e in particolare della Britannia cfr TAC., Agr., 31 (« . . .il lavoro di un anno nei campi è il frumento che bisogna
consegnare » ai Romani, n.d.t.—« e anche il nostro corpo e le nostre braccia si logorano, tra bastonate e insulti, a
costruire strade per loro in mezzo alle paludi e alle foreste. . . >>).
(69) STRABO, V, 1, 5, 212; PLIN., Nat. hist., III, 130; PTOL., II, 8, 7; III, 1, 28-30.
(70) PLIN., Nat. hist., III, 117-121, 126-129 e n. 63.
(71) IORDAN., Get., XXIX, 150. Cfr. VERG., Georg., I, 482.
(72) POLYB., II, 16, 6-15; III, 75, 2-3; LIV., XXI, 57,5; STRABO, IV, 6, 5, 203-204; V, 1, 5, 212; MELA, II,
62-64; PLIN., Nat. hist., III, 123; CASSIOD., Var., IV, 45; S. AMBROSIUS, Hexaem., II, 3, 12. Cfr.
CHEVALLIER, Geografia, cit. a n. 67, PP. 134 SS., 160 S.; M. CALZOLA Rl, 11 Po tra geografia e storia, <<
Civiltà padana », I, 1989, PP. 13-43.
(73) STRABO, V, 1, 4, 212.
1~74) VEN. FORT., Vita S. Martini, IV, 654-657 e G. ROSAPA, Il "viaggio" di Venanzio Fortunat) ad Turones: il
tratto da Ravenna ai Breonum loca e la strada per submontana castella in Venanzio Fortunato tra Italia e Francia, Atti
del Conv. Intern. di Studi, Valdob/uiudene / Treviso, 17-19 maggio 1990, c.s.
(75) A.N. RIGONI, G. ROSADA, Emergenze archeologiche e ricostruzione storico-amI7ientale nella fascia
pedemontana tra Brenta, Piave e Livenza dalla protostoria all'incastellamento medioevale. Appunti di lavoro, in La
Venetia dall'Antichità dell'Alto Medioevo, Acta Encyclopaedica 10, Roma 1988, pp. 243-273; G. ROSADA, A.N.
RIGONI, Insediamenti pedemontani del Veneto e del Friuli: emergenze archeologiche, continuità e discontinuità tra
protostoria e incastellamento medioevale, in Aquileia e le Venezie nell'alto Medioevo, « Antichità Altoadriatiche >~,
XXXII 1988, pp. 281-324.
(76) Cfr. G. ROSADA, Funzione e funzionalità della Venetia romana: terra, mare, fiumi come risorse per un'egemonia
espansionistica, in Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano. Il caso veneto, Modena 198,4, p. 34.
(77) A questi, altri autori si potrebbero ancora aggiungere che sembrano complessiva mente confermare l'aura particolare
che si doveva vivere nella Venetia del I sec. a.C. Cfr. G. ROSADA, Il territorio, le aggregazioni insediative e le loro
strutture urbane nella 'decima regio'. Alcune linee per l'archeologia della 'civitas Venecia' in Storia di Venezia, I, Roma
c.s.
(78) CICERO, Orator, 34; Phil., III, 5, 13. Cfr. anche TAC., Hist., II, lt, 1.
(79) CATULL., LXVIII, 32.
(80) VITR., De arch., I, 7, 1.
(81) SU Brescia cfr. in particolare M. MIRABELLA ROBERTI, Archeologia e arte di Brescia romana, in Storia di
Brescia, I, Brescia 1961, PP.231-320, H. GABELMANN, Das Kapitol in Brescia, «Jahrbuch des romisch-
germanischen Zentralmuseums , XVIII,1971, PP.124-145, P. TOZZI, Ifattori topografici di Brescia romana e lo
sviluppo urbanistico della città, in ID., Saggi di topografia storica, Firenze 1974, PP.29-43; ID., Viabilità di età
romanafra Cremona e Brixia ibid., PP.61-70; A. ALBERTINI, Romanità di Brescia antica, Brescia 1978; Brescia
romana, I-II Brescia 1979; Archeologia urbana in Lombardia, Modena 1984, PP. 38-41, 81-98, 157-193 M.P.
ROSSIGNANI, Gli edifici pu661ici nell'Italia settentrionalefra 1'89 a.C. e l'età augustea, in La città nell'Italia
settentrionale, cit. a n. 2, PP.305-339; A. FROVA, Il Capitolium di Brescia ibid., PP.341-363 (nei testi citati altra
bibL di riferimento); ROSADA, Il territorio, cit. a n. 77.
(82) L. FRANZONI, Collegium iumentariorum Portae loviae in una nuova iscri;!ione veronese, « Aquileia Nostra »,
LVII, 1986, CC. 617-632.
(83) TAC., Hist., III, 9, 1-2.
(84) G. CAVALIERI MANASSE, Le mura di Verona, in Mura delle città romane in Lombardia Atti del Convegno,
Como, 23-24 marzo 1990, c.s.
(85) G. CAVALIERI MANASSE, Verona. Palazzo Maffei-Resti di edificio pubb1ico, « Quaderni di Archeologia del
Veneto », I, 1985, PP. 47-50; G. CAVALIERI MANASSE, S. THOMPSON, Verona: Monte dei Pegni-Scavo del
Capitollum, ibid., III, 1987, PP. 119-122.
(86) SU Verona cfr. Verona e il suo territorio, I, Verona 1960; V. GALLIAZZO, Nuove considerazioni sull'idrografia e
sull'urbanistica di Verona romana, in Il territono veronese in età romana, Atti del Convegno tenuto a Verona il 22-24
ottobre 1971, Verona 1973, PP.33-54; L. FRAN ZONI, Immagine di Verona romana, in Aquileia nella Venetia et
Histria, « Antichità Altoadriatiche », XXVIII,1986, PP.345-373; G. CAVALIERI MANASSE, Verona, in Il Veneto
nell età romana, II, Verona 1987, PP.3-57; E. BUCHI, Porta Leoni e la fondazione di Verona romana, « Museum
Patavinum », V, 1987, PP.13-45; G. ROSADA, Mura, porte e archi nella decima regio: significati e correlazioni areali,
in La città nell'Italia settentrionale, cit. a n. 2, p. 383 SS.; G. CAVALIERI MANASSE, Ilforo di Verona: recenti
indagini, ibid., PP.579-616; ROSADA, Il territorio, Cit. a n. 77 (nei testi citati la bibl. precedente).
(87) Archeologia e arte dell'Istria, cit. a n. 2, p. 67 ss., in part. p. 83.
(88) Su Pola cfr. B. FORLATI TAMARO, S.V. Pola, in Enciclopedia dell'Arte Antica, VI, ROma 1965, pp. 261-264,
S. MLAKAR, Die Romer in Istrien, Pula 1966 3, p. 27 ss.; B. MARUSIC, Das spatantike und byzantinische Pula,
Pula 1967, G. TRAVERSARI, L'arco dei Sergi, Padova 1971, S. MLAKAR, The Amphitheatre in Pula, Pula 1971,
ID., Das antike Pula, Pula 19722;
M. MIRABELLA ROBERTI, Urbanistica romana di Trieste e dell'Istria, in Aquileia nella Venetia et Histria, cit. a n.
86, p. 194 ss.; ROSADA, Mura, porte e archi, cit. a n. 86, pp. 383, 394-395;
MATUSIC, Breve nota sui templi forensi di Nesazio e Pola, cit. a n. 2, pp. 635-652; ROSADA, Il territorio, cit. a n.
77 (nei testi citati la bibl. precedente).
(89) STRABO, V, 1, 5, 212; 7, 213-214.
(90) VITR., De arch., I, 4, 11.
(91) Cfr, supra n. 89.
(92) BOSIO, Note per una propedeutica, cit. a n 8, p. 111.
(93) Su Altino cfr. B.M. SCARFÍ, M. TOMBOLANI, Altino preromana e romana, Quarto d'Altino (Venezia) 1985,
M. TOMBOLANI, Altino, in Il Veneto nell'età romana, cit. a n. 86, pp. 311-344; B.M. SCARFÍ, Gli scavi e il
musco di Altino, in Aquileia e l'arco adriatico, cit. a n. 5, pp. 311-327; ROSADA, Il territorio, cit. a n. 77 (nei testi
citati la bibl. precedente).
(94) Cfr. M. PAVAN, Per una storia della Valcavasia, « Archivio Veneto », s. V, CXIII, 1979, p. 9 ss.; L. BOSIO, La
Valcavasia in età preromana e romana, in La Valcavasia. Ricerca storico-ambientale, Dosson (Treviso) 1983, p. 287 s.;
Carta Archeologica del Veneto, I, Modena 1988, F. 37, nr. 41,2, p. 138. Il sito continuò ad avere una certa importanza
anche in tempi successivi, come testimoniano altre due iscrizioni latine (cfr. Carta Archeologica, cit. ivi) e recenti
indagini archeologiche (RIGONI et alii, Castelciés di Cavaso del Tomba, cit. a n. 1).
(95) Cfr. in generale A. MARCHIORI, Pianura, montagna e transumanza: il caso patavino in età romana, in La Venetia
nell'area padano-danubiana, cit. a n. 5, pp. 73-85.
(96) A. RANZATO, Un contributo allo studio della via Patavium-Acelum (via Aurelia) « Quaderni in Archeologia del
Veneto », IV, 1988, pp. 304-312
(97) I. RIERA, L'acquedotto romano di Asolo, tesi di laurea, Univ. di Padova, a.a. 1987-88 (rel. G. Rosada,
Archeologica delle Venezie), ora in « Quaderni di Archeologia del Veneto » VII, 1991, pp. 181-197.
(98) Per questi dati cfr. n. precedente e il capitolo Asolo, in Il Veneto nell'età romana cit. a n. 86, pp. 427-439 (solo
per i rimandi bibliografici). Per il teatro cfr. n. 1.
(99) Più settentrionale potrebbe essere un eventuale teatro a Feltre, se fosse confermata l'ipotesi di una sua presenza
suggerita dalla sagoma planimetrica di alcune case disposte a semicerchio nel settore nord orientale della città,
all'esterno di Porta Oria.
(100) Per il teatro asolano si rimanda alla bibliografia citata alla n. 1 (ivi le notizie precedenti); per Libarna cfr. Forma
Italiae. Regio IX 1. Libarna, a cura di G. Monaco, Roma 1936, cc. 7-12; S. FINOCCHI, Libarna, Villanova
Monferrato (Alessandria) 1981; M.P. ROSSIGNANI, in Piemonte Valle d'Aosta. Liguria. Lombardia, Bari 1982, p. 20
s.
(101) F. COAREEEI, Lazio, Bari 1982, p. 297 s. Cfr. anche i teatri di Nemi (F. COARELLI, Dintorni di Roma, Bari
1981, p. 103) e di Grumentum (E. GRECO, Magna Grecia, Bari 1980, p. 164 s.) per gli ingressi al di sotto della
cavea.
(102) A. FROVA, Sul teatro romano di Luni, in Omaggio a Nino Lamboglia, « Rivista di Studi Liguri », XLVI, 4,
1980, pp. 7-24; G. MASSARI, in Piemonte. Valle d'Aosta, cit. a n. 100, p. 154 s.; Luni. Guida archeologica, Sarzana
(La Spezia) 1985, p. 110 ss.; cfr. anche il teatro di Ventimiglia (MASSARI, cit., p. 217 s.).
(103) ROSSIGNANI, cit. a n. 100, p. 105 s.
(104) IlE7id., p. 46 s.
(105) VITR., De arch., V, 3, 2.
(106) G.B. PELLEGRINI, Introduzione alla toponomastica veneta (1979), in ID., Ricerche di toponomastica veneta,
Padova 1987, P. 35; A.L. PROSDOCIMI, La lingua, in G. FOGOLARI, A.L. PROSDOMI, I Veneti antichi. Lingua
e cultura, Padova 1988, P. 402.
(107) COARELLI 1982, cit. a n. 101, pp. 369 55., 376.
(108) COARELLI 1981, cit. a n. 101, p. 123 55. (109) C. PAVOLINI, Ostia, Bari 1983, P. 64 SS.

Potrebbero piacerti anche