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ANALISI DEGLI SCENARI CRITICI

Alex Lombardi

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E’ vietata la traduzione e la diffusione di questo testo o di parti di esso in altre lingue: il titolo
“Critical Scenarios” di Lombardi Alex è relativo a un Copyright diverso.

© 2009 Calamèo “NBC e calamità naturali”


© 2011 Caosfera edizioni “Manuale NBC”
© 2014 Calamèo “Analisi degli scenari critici”
© 2014 Bibliotheek.nl “Critical scenarios”
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INDICE

PRESENTAZIONE E RINGRAZIAMENTI …………………………...pg. 5

DEFINIZIONI……………………………………………………………..pg. 8

TIPOLOGIE DI CALAMITA’ NATURALI E RELATIVI RISCHI ...pg. 11

I PROBLEMI SOCIALI NEGLI SCENARI CRITICI …….……….…pg. 23

MANUALE NBC …………………………………………………………pg. 39


N - ATTACCO NUCLEARE STRATEGICO, INCIDENTE NUCLEARE………......pg. 39
B - LA GUERRA BIOLOGICA E LE EPIDEMIE ENDEMICHE …….…………...pg. 58
C – IL RISCHIO CHIMICO................................................................................pg. 72

APPENDICE 1: LE SCORTE NECESSARIE…………………………..pg. 82

APPENDICE 2: LA PSICOLOGIA NELL’EMERGENZA……………pg. 83

LA TUTA NBC CIVILE, classe III ……………………………………....pg. 84

STRUTTURE CIVILI NEGLI SCENARI CRITICI ………………….pg. 90

L’ORGANIZZAZIONE DURANTE UNO SCENARIO CRITICO.…pg. 95

CONSIDERAZIONI FINALI ………………………………………….pg. 104

BIBLIOGRAFIA……….………………………………………………..pg. 106

COPYRIGHT IMMAGINI…………………..…………………………pg. 108

NOMI COMMERCIALI CITATI………………………………….…..pg. 108

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- PRESENTAZIONE E RINGRAZIAMENTI –

Questo testo é una riedizione completamente rivista ed ampliata del mio titolo
“Manuale NBC”, pubblicato nel 2011 da Caosfera Edizioni, che a sua volta derivava
da “NBC e calamitá naturali – manuale formativo e di sopravvivenza”, pubblicato per
la prima volta nel 2007 come insieme di schede tecniche riguardante il solo rischio
NBC (nucleare – biologico – chimico) in relazione a calamità naturali: in realtá però
avevo iniziato a scriverlo nel 2004. Quando facendo il corso per volontari addetti allo
spegnimento incendi boschivi ho ricevuto i manuali “Supporti didattici per lo
svolgimento dell’attività formativa da parte dei Comandi Provinciali dei Vigili del
Fuoco” e giá ero appassionato di questa materia, nello stesso periodo un mio collega,
Perroni Umberto, ex alpino, mi ha regalato il “manuale del combattente”
dell’Esercito Italiano: beh, tra i due testi mi sono stupito di non trovare molto al
riguardo e ho deciso di scriverne uno io, ricercando tutte le informazioni possibili. Al
tempo stesso, ho iniziato a collezionare dispositivi di protezione individuale per
poterne studiare le schede tecniche e conoscere “dal vivo” questi materiali. Ho finito,
con gli anni, nel costruire in effetti un intero bunker avente tutte le caratteristiche
necessarie per un isolamento NBC. E cosí piú passava il tempo, e piú mi potevo
rendere conto nella realtá quanto fosse difficile curare tutti gli aspetti, potendo poi
trovare pochi scritti al riguardo e soprattutto i pochi erano in altre lingue. E
spendendo anche parecchio, ho finito col preparare proprio tutto, anche il materiale
medico, mentre intanto le schede tecniche diventavano un manuale NBC vero e
proprio. Questa materia é sempre stata la mia passione e mi ci sono dedicato in tutti i
modi. Ringrazio il dott. Bandini Piergiuseppe, che ha dimostrato interesse nei
confronti del mio lavoro ed è sempre stato molto gentile rispondendo a molte mie
domande, e la dott.ssa Barbara Tremulo che ha corretto alcuni miei errori in alcune
definizioni riguardo sostanze chimiche, dovuti a errate traduzioni. Forse la parte
riguardante le terapie non é molto attuale: ho usato una edizione molto vecchia
dell’enciclopedia della medicina scrivendo quel capitolo. Online, per diversi anni, era
l’unico manuale NBC disponibile in italiano, oggi si trova anche qualche testo di
origine militare: ma a un civile non interessano di certo simbologie convenzionali e
apparecchiature sofisticate, contatori geiger e quant’altro. I manuali militari spiegano
questo appunto, un soldato deve sapere solo quello che deve sapere, fare le cose
senza porsi domande. Forse sarebbe peggio se un soldato avesse tutte le nozioni
fornite qui, sono troppo utili alla sopravvivenza e a volte un militare deve pensare
prima di tutto ai propri compiti, piuttosto che sopravvivere. Questo libro ha un
approccio diverso, perché invece è scritto per chi deve sopravvivere ed ha diritto
d’informazione, la popolazione. Le schede tecniche sono rimaste pressoché identiche
a quelle del primo manuale, nelle ultime due edizioni sentivo di dovere aggiungere
un’analisi dei problemi sociali in relazione agli scenari critici, e in questo mi é stata
di certo d’aiuto la conoscenza della Jugoslavia, che dal 1999 visitavo regolarmente, e
la mia amicizia con l’ing. Nikola Kiralj. Cosí nel 2009 pubblicavo, tramite la sig.ra

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Milena Bressan (che anche ringrazio), la prima edizione online. Volevo che il testo
fosse online per poterne discutere con altri appassionati come me, credevo di
trovarne, invece non ho mai ricevuto commenti che mi potessero fare pensare di
cambiare parti sostanziali del testo. Ringrazio Laura Biagi, che per due edizioni mi ha
fatto da segretaria e riletto mille volte tutti i capitoli. Poi é accaduto Fukushima, e il
testo improvvisamente é diventato piú importante, diverse visualizzazioni, una
proposta di stampa che non ho accettato. Nel 2011 ho aggiunto alcuni capitoli,
cercando soprattutto di ridimensionare molte teorie di quelli che pensavano alle
catastrofi del 2012: io un bunker l’avevo giá da anni ma non aspettavo niente di
particolare. In effetti a volte mi sono stati d’aiuto, soprattutto quando si trattava di
modificare paragrafi che potessero apparire troppo politici. E mi sono reso conto che
spesso chi ha siti sulla sopravvivenza in realtá non glie ne importa nulla. Tutti, e dico
tutti, hanno il tabú delle armi. Parlavano di fine del mondo, di cataclismi, di
estinzione della civiltá, e si preoccupavano di non citare nemmeno una cerbottana nei
loro super-siti. Ringrazio Andrea (asterion 2012 era il nome utente), che se non altro
aveva dato una ottima recensione al mio libro. Sono andato a Vicenza, e alla fine ho
sottoscritto un contratto con la Caosfera che a fine 2011 ha messo in stampa il mio
libro. L’analisi degli scenari critici era giá piú importante del manuale NBC, e alla
fine qualche soddisfazione c’é stata: un articolo sulla Voce a pagina intera, che
comunque al momento non avevo apprezzato; e i complimenti del generale di brigata
Fernando Termentini, questi invece molto importanti per me. Caosfera mi invió uno
scatolone di copie, e io le ho regalate qua e lá, a qualche rivista, uffici stampa, ma
soprattutto a biblioteche e alle forze dell’ordine. E cosí un giorno mi contattó una
certa Daniela Lombardi, il cui nome non mi diceva nulla se non il fatto di avere il
mio stesso cognome. Mi ha riempito di complimenti e voleva propormi i suoi servizi,
per quasi un anno e mezzo a soli mille euro. Ho ancora il contratto che mi ha inviato
e che non ho mai sottoscritto. Sono corso invece a chiedere consiglio ad un mio
amico fidato, Marco Gorlani, e al generale Termentini, perché non avendo esperienza
con i giornalisti la mia paura principale era di poter essere screditato, o di finire tra
quelli detti “duemiladodicisti”. Motivo in piú che Daniela Lombardi era anche press
office di Cecchi Paone riguardo il suo libro “2012 manuale contro tutte le apocalissi”.
Mi hanno convinto a non accettare: perchè avrei corso il rischio di essere usato,
strumentalizzato nei modi che tutti conosciamo, magari ospitato in televisione in
qualche stupidissimo programma pomeridiano (certamente ottenendo come
contropartita la vendita di qualche migliaio di copie). Non posso dire nulla di Cecchi
Paone, non lo conosco e non ho mai letto quel libro, eppure ho dato due copie del
mio a Daniela, di cui una autografata per Alessandro come da lei richiesto. Almeno
una copia del suo me la poteva regalare, ero curioso. Invece, nulla. Poi, quando le ho
detto che non avrei firmato il contratto, ha cambiato totalmente atteggiamento. Non
posso ripetere quello che ci siamo detti, io credo di non essere stato sincero ma di
essere stato sempre corretto, lei da parte sua sa bene cosa ha detto e cosa aveva
intenzione di fare, anche se ovviamente non sto accusando nessuno di nulla ed erano
tutte mie supposizioni. Di cosa sono sicuro, è che io non andró mai a fare il

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pagliaccio in televisione, e questa é una cosa certa. Posso farlo sì, il buffone, ma in
privato tra i miei amici. Questo invece è un argomento serio. Infine mi ha contattato
A. U. , che invece stava realizzando un documentario per il National Geographic e
ritenevo fosse un approccio completamente diverso. Non sapevo nulla in merito,
nemmeno il titolo: stavano preparando “gli apocalittici italiani”. Io figuro solo nella
copertina del sito, ancora oggi, e fugacemente nella promo. La mia intervista non é
andata in onda. Motivi contrattuali: gli stessi che mi impongono, come ovvio in
questi casi, di non parlare della cosa. Ma la mia faccia é li e credo di poter dire che é
mia. In ogni caso sarei stato un pó fuori tema, e sono ben felice di non esserci. Non
aspettavo il 2012, qualcosa puó succedere sempre, perché sono i libri di storia ad
insegnarci che ogni tanto qualcosa succede. Oggi, questa é la nuova edizione 2014, e
come sempre chiedo a chiunque possa aiutarmi a migliorare questo libro, o se
qualcuno pensa io abbia errato in qualcosa, di scrivermi. Lo citeró sicuramente e lo
ringrazieró. Peró queste cose si fanno gratis, che se uno vuole dei soldi dovrebbe
lavorare. Giornalista, non trovo sia un lavoro dignitoso, ma questa é solo una mia
opinione personale.

4 Febbraio 2014

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- DEFINIZIONI –

Cos’é uno scenario critico? Per scenario viene inteso un luogo, comprensivo delle
risorse, delle strutture artificiali, dell’ambiente naturale e delle persone ivi presenti,
comprendendo anche tutte le interazioni tra di esse. Per critico, é intesa la situazione
in cui vengono a mancare uno o piú dei seguenti fondamenti dell’ordine sociale:
moneta, legge e polizia. Per moneta é intesa la ricchezza rappresentata da tutto ciò
che ha valore puramente intrinseco (denaro contante, carte di credito, fidi bancari
ecc), usati abitualmente negli scambi.
La moneta rappresenta quindi la quantificazione della libertá e ordina in modo
matematico e certo molti tipi di interazioni tra le persone. É cosí anche nella vita di
tutti i giorni, se ci pensiamo: se ho soldi sono “libero” di andare a comprare cibo se
ho fame, vestiti se ne ho bisogno eccetera. Altrimenti ovviamente non posso.
La legge è qui intesa non solo come identificazione del diritto, ma anche la condotta
che il Paese ha deciso di assumere volontariamente con gli altri stati, la sua linea
diplomatica e la sua politica.
La polizia é la forza dello Stato nell’imporre la sua volontá, la deterrenza che
conduce alla certezza teorica che venga rispettata la legge e che venga punito chi non
la rispetta. Ma in questo termine, nello studio degli scenari critici, si racchiude in
senso piú largo qualsiasi risposta dello Stato: vengono anche compresi i servizi
essenziali quali ad esempio quelli di soccorso e le forze armate.
Legge e polizia riassumono anche i tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e
nella materia qui studiata formano insieme ció che possiamo definire “ordine”. Un
Paese che funziona, ovvero ordinato, ha leggi che vengono rispettate ed ogni abuso
viene punito. Lasciando cosí la libertá ai singoli individui, ovvero di spendere il loro
denaro onestamente guadagnato come meglio ritengono opportuno.
Se vogliamo paragonare una nazione ad un aereo, legge e polizia sono i motori e la
moneta é il sistema di guida. É infatti la legge di un Paese che lo spinge verso il suo
futuro, le relazioni diplomatiche con gli altri Paesi e lo stile di vita al suo interno
dipendono da questo; l’economia ne guida la direzione, ovvero é direttamente
correlata al livello di benessere e di sviluppo rispetto agli altri Paesi. Sistemi diversi
possono avere diverse caratteristiche, proprio come gli aerei: forti regole e scarso
valore attribuito alla moneta, come ad esempio nei casi dei Paesi basati su dottrine
(nazista, socialista, comunista ecc) o su religioni (paesi islamici fondamentalisti, ma
anche cristiani, pensiamo durante il medioevo) stanno tendendo a scomparire. In
questi Paesi le regole imposte sono generalmente più dure, e l’estremizzazione di
queste può portare ad un più difficile mantenimento dell’ordine perché la
popolazione cerca di eluderle, rendendo così in effetti la legge debole. Ad esempio:
molti Paesi comunisti vietano l’attività religiosa, ma non per questo tutti rispettano
questa legge. Oppure: nella Repubblica di Salò come nella Francia occupata era
vietato essere comunisti quando invece questi erano addirittura organizzati in brigate
partigiane. Come un aereo che ha un motore in panne, all’altro deve essere data

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massima potenza: così troviamo una polizia sempre più violenta in tali situazioni. Tra
parentesi era detto “stato di polizia” il tipo di stato che nell’Europa del secolo 18°
rappresentava la più compiuta forma evolutiva dei regimi assolutistici (e in questo
senso contrapposto allo “stato di diritto”). Al tempo stesso l’altra soluzione in
diverse epoche é stata cercare di indottrinare o convertire la popolazione, provando a
renderla piú fedele possibile all’ordine costituito.
In un Paese capitalista i “motori” risultano meno importanti, ricercando invece un
perfezionamento nella “guida”. Regolando l’economia si controlla altrettanto bene
una nazione, entro certi limiti. Ed i limiti sono infatti proprio dettati dal valore della
moneta: se questa ha un valore troppo basso, avró presto una polizia corrotta perché
affamata, e le leggi non vengono rispettate. Al contrario, con una situazione
esageratamente ricca mi ritroveró con una popolazione assuefatta perché ha tutto ció
di cui necessita, e si dimostrerá col tempo improduttiva. Le borse e l’economia di
mercato, non sono forse altro che un moderno pilota automatico? Oggi il discorso è
molto più complicato rispetto a quanto lo fosse fino a cento anni fa, perché i singoli
Paesi non hanno più molto potere decisionale sulla moneta, pur essendo questa uno
dei pilastri da cui dipende l’ordine.
La gestione di un popolo risulta molto piú facile se il fattore piú forte é quello della
moneta rispetto gli altri due: leggi piú liberali garantiscono una situazione in linea di
massima piú distesa, chi non ha denaro non trova direttamente lo Stato come
colpevole ma innanzi tutto sé stesso (in quanto la legge garantisce un diritto teorico
uguale per tutti e tutti hanno le stesse possibilità di arricchirsi) e la soluzione piú
immediata risulta sempre un maggiore impegno al fine di ottenere piú denaro. L’uso
della moneta ha poi permesso a molte civiltá di salvarsi nonostante situazioni sociali
critiche: erogando denaro alle fasce di popolazione piú povere si puó non solo evitare
una grave crisi, ma anche apparire come i fautori di una situazione prospera. Ed entro
certi limiti, in condizioni di emergenza é molto piú facile stampare bancali di
banconote piuttosto che formare un forte esercito per tenere sotto controllo la
situazione. Sarebbe solo un palliativo e ci sono molti altri aspetti, é vero, ma questo
non é un testo di economia e i meccanismi sono stati descritti in modo essenziale e
solo per quanto riguarda l’analisi degli scenari critici.
Vediamo ora quando in effetti mancano uno o piú di questi tre fattori (moneta, legge
e polizia). Quando crolla la moneta, lo stato si indebolisce fortemente e rischia di
perdere l’ordine: pensiamo ai crolli dei Paesi dell’est. Se il denaro perdesse
improvvisamente il suo valore, la polizia rischierebbe di finire in situazioni di
autogestione e le leggi verrebbero ignorate. Quando sono invece le regole, ovvero le
leggi, ad avere minato il loro potere, si ha una rivoluzione: in questo caso la polizia si
troverebbe in stato di caos e molto probabilmente anche la moneta perderebbe valore.
Infine si ha la situazione in cui é la polizia a non seguire piú le leggi stabilite, e in
questo caso molto facilmente la nazione va incontro ad una guerra civile o un colpo
di stato.
Tutti questi possono essere scenari critici, dipende per quanto tempo questi fattori
vengono a mancare e se sono in fretta sostituiti. Qualora si parli di giorni o settimane,

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non si potrebbe definire come “scenario critico” ma semplicemente sarebbe una
“situazione critica”: a volte questo tempo é necessario affinché il Paese si organizzi
per rispondere a un cataclisma o a una crisi, ma anche qualora il Sistema stesso sia
cambiato e si debba riorganizzare. Uno scenario critico vero e proprio si ha quando il
rischio che la situazione rimanga invariata permane per molte settimane, mesi o anni.
Uno scenario critico a parte é lo “scenario critico logistico”: in questa situazione lo
Stato esiste, ma l’area colpita é tagliata fuori dal punto di vista di comunicazioni e
trasporti, pertanto si potrebbe dire che mancherebbero in pratica i tre fattori indicati,
seppure in sostanza siano ancora in essere. In questo senso uno scenario critico inizia
72 ore dopo dal “momento zero” ovvero dall’evento: questo il tempo di autonomia
degli ospedali, e di riserva di rifornimento per una cittá moderna isolata.
Infine si hanno scenari critici in stallo, ovvero dove teoricamente la situazione
necessita di diversi anni per ritornare alla normalitá: in questi casi piú il tempo passa
e piú sará difficile riorganizzare una situazione analoga alla precedente, ed il limite
temporale estremo é quello corrispondente a una generazione: si vedrá che oltre
questa linea di tempo sarebbero in pericolo la civiltá stessa e le conoscenze acquisite.
Ad uno scenario critico ci si puó arrivare anche a causa di fattori naturali: qualora la
polizia non avesse modo di intervenire é ovvio pensare che le leggi non siano
rispettate, soprattutto se lo scenario è già stato debilitato da una calamitá. Anche la
moneta perderebbe valore, perché avrebbero sempre piú importanza i beni materiali
necessari alla vita di tutti i giorni. E la legge verrebbe ignorata, deliberatamente in
alcuni casi (sciacallaggi, stupri ecc) ma anche come conseguenza di situazioni al
limite della sopravvivenza. Il “diritto di pugno” medievale rispunta fisiologicamente
anche al giorno d’oggi ovunque vi sia uno scenario critico.
Altri fattori che possono determinare l’insorgenza di uno scenario critico possono
essere guerre o situazioni di rischio NBC (nucleare – biologico – chimico) ove
elevata mortalitá e perdita dei servizi essenziali lasciano la popolazione abbandonata
a sé stessa. Scenari NBC possono essere una forma di stadio seguente a un normale
stato di scenario critico. Basti pensare alle epidemie a seguito di un disastro, o a forti
contaminazioni chimiche o radioattive come conseguenza di un bombardamento o di
una calamitá. Epidemie possono essere anche conseguenza di carestie, o di una grave
crisi per cui il servizio sanitario non sia piú in grado di agire efficacemente.
Infine uno scenario critico puó presentarsi quando una crisi economica o sociale porti
la moneta a non avere piú alcun valore, o anche all’opposto ad averne troppo: in
questi casi innescando forme di odio tra le diverse classi sociali, o tra diversi gruppi
etnici o religiosi. Fisiologica infatti per la specie umana é la competitivitá, che si
accentua al verificarsi di una differenza troppo grande del tenore di vita di diversi
gruppi o quando le risorse scarseggiano. Sono esempi i genocidi e le guerre di
religione, che oltre alla causa scatenante hanno sempre in background situazioni di
invidia dettate dalla povertá, o di competizione estrema nello stesso territorio.

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- TIPOLOGIE DI CALAMITA’ NATURALI E RELATIVI RISCHI –

Sono qui presi in considerazione i rischi di sviluppo di scenario critico in relazione a


fenomeni di origine naturale.

1: Rischio sismico

Un discorso generico riguardante l’Italia è troppo vario per essere trattato in questa
sede. Cito solo ad esempio le colline della Romagna occidentale, dove la
classificazione del rischio sismico varia da medio-basso a alto a distanza di poche
decine di chilometri. Le stesse valli che a monte sono classificate a rischio, pochi
chilometri a valle poggiano su un basamento sedimentario (che trasmette molto meno
le onde sismiche rispetto ad uno roccioso) e non vengono considerate zone esposte a
pericoli rilevanti. Scendendo nella pianura si incontrano di nuovo aree soggette a forti
terremoti, e cosí via, rendendo la mappa della zona “a macchia di leopardo”. Ad un
centinaio di chilometri dall’epicentro di grossi sismi avvenuti pochi anni fa, si
incontrano aree che non hanno storicamente (in pratica) mai avuto terremoti gravi (i
terremoti di intensità percepibile registrati dal 1570 ammontano a 29, con una media
di un terremoto ogni circa 15 anni). L’ultima vittima causata da una scossa sismica
risale al 1784 (esclusi i decessi accidentali e/o non correlabili direttamente al sisma,
come ad esempio infarti o incidenti stradali), dopodichè i terremoti non hanno più
superato il V grado scala Mercalli, né vi sono notizie di feriti gravi (sto citando dati
relativi ai comuni della parte alta della provincia di Ravenna). Il picco di attività fu
nel periodo 1909-1919 con 6 scosse forti. All’opposto le alte valli forlivesi sono
classificate in modo totalmente diverso, e devono tralaltro considerare di avere sopra
di loro il bacino artificiale della diga di Ridracoli, quindi oltre al rischio sismico sono
possibili effetti collaterali di ben più rilevante entità. Analizzando qui esclusivamente
scenari di tipo “strategico” si può dire con certezza che è molto remoto il rischio di
un sisma che porti la nostra nazione ad una situazione di scenario critico, e allo stesso
tempo non é possibile affrontare un discorso comune che sia valido per tutto il Paese.
Inoltre i pericoli correlati al rischio sismico seppur gravi sono in genere molto
limitati. Non abbiamo metropoli situate in aree a grave rischio (come potrebbero
essere invece Los Angeles o San Francisco), e questo implica un non troppo grave
pericolo di incendi urbani; poche sono le aree densamente abitate che si trovano a
valle di dighe o bacini idrici; non vi sono centrali nucleari né serie possibilità di
maremoti o tsunami paragonabili a quelli oceanici: si puó cosí presupporre che il
rischio NBC sia nell’eventualitá quindi di entità limitata, in conseguenza a un
eventuale sisma forte, per le sole aree in prossimitá di industrie chimiche, raffinerie o
grossi centri industriali. Escluderei che in Italia possano verificarsi epidemie gravi a
seguito di eventi tellurici anche gravi, perché comunque saremmo in grado di
intervenire tempestivamente ed efficacemente in brevi tempi, perlomeno dal punto di

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vista sanitario: questo l’abbiamo giá visto nella storia recente dei terremoti avvenuti
nel nostro Paese. Possiamo concludere dicendo che una scossa sismica
comporterebbe un unico rischio immediato, in base alla propria localizzazione in quel
momento e, anche in caso di un evento catastrofico, sarebbe sufficiente trovarsi al di
fuori delle strutture in muratura (ovviamente a debita distanza) e spesso saremmo già
fuori pericolo. Ma i terremoti, a differenza di molte altre calamità, sono prevedibili
con certezza solo in un breve lasso di tempo precedente al sisma.
Molti testi di sicurezza aziendale o scolastica istruiscono la popolazione sul giusto
comportamento in questi casi, tuttavia riporto un promemoria per quanto riguarda noi
civili e le nostre abitazioni: non solo su “dove andare in caso di terremoto” (vicino a
muri portanti, architravi, ancor meglio se sotto la tavola o sotto il letto, soprattutto se
ci si trova al piano terra; lontano da alberi e linee se ci si trova all’aperto). Ma anche
su “cosa fare subito dopo” e cioè: conoscere l’ubicazione del proprio rubinetto
principale del gas, e se è agibile chiuderlo immediatamente; togliere tensione
all’impianto dal contatore principale (queste operazioni ovviamente solo in caso di
scosse forti e qualora si ritengano gli impianti compromessi, e ovviamente se non vi
siano rischi incombenti che rendano indispensabile una evacuazione immediata:
come incendi, muri pericolanti o crolli di macerie).
Se si possiede un cancello automatico è indispensabile conoscere lo sblocco manuale
(potrebbe essere necessario trasportare urgentemente feriti con propri mezzi).
Guardare sempre con attenzione dove ci si sta muovendo, e soprattutto sopra la
propria testa; conoscere le vie di esodo e le scale di emergenza; non utilizzare gli
ascensori, conoscerne l’arresto di emergenza e come sbloccarne le porte; non pensare
ai beni mobili ma all’incolumità personale.
Ricordo inoltre l’estrema importanza di usare i telefoni solo qualora sia veramente
necessario: dovremmo cercare di non sovraccaricare le linee al fine di permettere la
chiamata a chi ne ha veramente bisogno.

2: Rischio maremoto - tsunami – inondazione

Riguardo questo argomento dai molteplici aspetti prendo ad esempio la costa italiana
più bassa e densamente abitata, ovvero quella adriatica di fronte alla pianura padana.
La conformazione idrogeologica della nostra penisola è troppo varia e andrebbe
analizzata come migliaia di situazioni diverse anche in questo caso. Riguardo il
rischio maremoti, é facile intuire che per tutte le valli appenniniche e prealpine non
sussiste pericolo: oltre alla distanza dal mare che esclude questa possibilitá, é anche
basso il rischio di inondazioni. Dove i fiumi si trovano a quota 50 - 100 metri s.l.m;
il mare generalmente si trova ad una distanza superiore ai 60 km e i torrenti
rimangono in piena solo per un breve lasso di tempo.
Riguardo eventuali tsunami, forse non sembrano quote di entità rilevante, tuttavia va
ricordato che l’ Adriatico, alla latitudine di Ravenna e Cervia, non supera in nessun
punto gli 80 metri di profondità; mare che oltretutto se visto in un mappamondo

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appare chiaramente di dimensioni ridicole. Ad esclusione di poche città, come ad
esempio le cittá costiere affacciate sullo Ionio o sui lati piú esposti al Mediterraneo
aperto, la maggior parte del territorio nazionale non corre alcun rischio di questo tipo,
nemmeno in caso di eventi catastrofici. Tutte le località del centro e del sud, poi, ad
esclusione di quelle costiere, non corrono grossi rischi di questo tipo: ovviamente
però rimangono i rischi legati a smottamenti, frane e tracimazione dei corsi d’acqua.
Eventi recenti hanno dimostrato che, in Italia, sono di gran lunga più pericolosi eventi
limitati e di origine torrentizia piuttosto che eventi catastrofici causati dal mare. In
una situazione catastrofica, il rischio inondazione potrebbe essere pericoloso se
associato ad un aumento del livello del mare dovuto ad un disgelo delle calotte polari:
alcune fonti confermano che tutti i chilometri cubi di ghiaccio presenti sul nostro
pianeta, sciogliendosi, potrebbero arrivare a portare ad un aumento del livello del
mare a una quota compresa tra i 30 e i 60 metri: in questo caso molti torrenti e fiumi
potrebbero trovarsi improvvisamente molto più vicini alla foce con conseguenza il
fatto che potrebbe venire a formarsi un delta, allagare le zone adiacenti ad esso,
circondare dalle acque molte colline e provocare numerose frane o smottamenti, oltre
a formare immense zone palustri e sommergere una rilevante fetta di territorio
densamente abitato e industrializzato, rendendo impraticabili anche tutte le principali
vie di comunicazione tra le varie parti della penisola.
Questa ipotesi non ha comunque nessun riscontro storico e, per molti, pare addirittura
impossibile. Sarebbe un fenomeno molto lento, e comunque compensato dal
sollevamento delle placche dovuto al minor peso su di esse. E probabilmente il
cambiamento della salinità marina potrebbe portare ad una nuova glaciazione prima
dello scioglimento completo delle calotte polari. Se si volessero analizzare comunque
i rischi; molte zone dovrebbero certamente essere evacuate. Sarebbe comunque una
evacuazione facile in quanto non precipitosa e, per le aree pre-appenniniche, una
salita in direzione della dorsale non sarebbe ostacolata da valli: queste infatti sono
tutte pressochè parallele tra loro e perpendicolari alla linea montana di quota più
elevata. La pianura padana, poi, nella parte occidentale supera la quota “a rischio”; le
zone alpine e dell’appennino centrale obiettivamente non corrono alcun pericolo.
La valutazione e/o una simulazione di tale evento tuttavia si possono solo basare sulla
conoscenza del territorio e sui pochi dati a disposizione, non esistendo nessun
modello simulativo valido e testato.
Ad esclusione di alcune fasce costiere e di poche città (come Venezia) a rischio per
motivi diversi da quelli qui analizzati, il nostro territorio non corre il rischio di
rimanere sommerso definitivamente in seguito ad un avvenimento catastrofico, visti
la quota media e la conformazione del terreno, e su questo è certamente d’accordo
tutta la comunità scientifica. La teoria per la quale si ipotizza un’onda di portata
globale, oltre a non avere nessun riscontro storico (certamente non si è verificata
negli ultimi milioni di anni) è in contrasto con la fisica stessa, che stabilisce un
rapporto tra la base dell’onda e il fondale da lei incontrato: ne risulta che un’onda
marina verosimilmente non potrebbe assolutamente attraversare poche centinaia di
chilometri una volta raggiunta la terraferma. Oltre al fatto, difficile da calcolare ma

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che logicamente è evidente: la massa di acqua presente sul nostro pianeta non è
illimitata, e nell’ipotesi più grave (impatto di asteroide di dimensioni molto grandi)
difficilmente l’onda creata colpirebbe un intero emisfero. Forse, piuttosto che
l’argomento “inondazioni”, ciò che dovremmo essere pronti ad affrontare in Italia
sono le conseguenze delle alluvioni, causando queste non di certo scenari critici ma
che causano numerose vittime e danni alle infrastrutture ogni anno.
Sicuramente é vero che non ha senso ora prodigarsi per i preparativi in vista di una
inondazione definitiva, tsunami di entitá limitata e alluvioni rimangono peró un
rischio sempre attuale. E questi fenomeni, cosí come i terremoti o gli uragani, hanno
un brevissimo preavviso. Se il fine ultimo di questo testo é analizzare gli scenari di
rischio estremi congiuntamente ad una preparazione efficace alla sopravvivenza da
parte della popolazione civile, il presupposto principale é che esista un sistema
efficace di allarme in vista di questi tipi di evento. L’alluvione di Olbia nel 2013 ci ha
dimostrato che in questi casi e per motivi diversi la popolazione non viene
tempestivamente avvisata; spesso invece accade che in circostanze simili, dopo i fatti,
si pensa solo a scaricare le responsabilitá e trovare qualche capro espiatorio. Se
guardiamo qualche video riguardante lo tsunami giapponese, molto piú grave ed
altrettanto imprevedibile, ci accorgeremmo che in Giappone la segnalazione
dell’allarme é stata tempestiva ed efficace. Dopo diverse edizioni questo testo compie
10 anni, eppure posso dire che l’interesse per una preparazione efficace intesa in
questo senso, in Italia, é quasi nullo. Ci limitiamo a criticare dopo i fatti, cercare i
colpevoli e piangere le vittime dopo gli eventi, non volendo mai pensare a possibilitá
funeree quando tutto va bene (guidati in tutto questo in primis dalla stampa e dalla
televisione). Il comune di Amsterdam ha un sistema di allarme udibile da tutto il suo
territorio, ed é testato ogni primo lunedí del mese. A mezzogiorno, in ogni punto
d’Italia, possiamo udire i rintocchi di qualche campanile: questo dimostra che
avremmo giá le strutture per rendere un allarme udibile in ogni punto del nostro
territorio. Mai nessuno peró ad esempio ha pensato di precettare i campanili
dotandoli di sirene da potere usare in caso di necessitá, e che possano fungere da
sistema di allarme. Ogni comune italiano ha un piano di evacuazione, un punto
almeno sulla carta definito “di raccolta”, un piano di Protezione Civile. Ma l’allerta
passa dalla prefettura al municipio nel momento in cui l’allarme dovrebbe essere giá
stato trasmesso ai cittadini. Avremmo giá la tecnologia per bypassare diversi livelli in
questa burocrazia, potremmo giá avere un servizio automatico messo in funzione
direttamente dalle prefetture. Con costi irrisori confrontandoli ai costi necessari ad
affrontare una sola semplice emergenza come ne capitano ogni anno nel nostro
territorio. La legge italiana dá parecchie responsabilitá e competenze, durante un
allarme, al sindaco: ma questi spesso non é un esperto in materia e non puó averne
colpa. Forse, ció che piú sarebbe importante durante le prime fasi di una calamitá,
sarebbe la certezza di un allarme puntuale e l’istruzione della popolazione civile. E
forse proprio nel secondo punto, dovrebbero stare le competenze dei singoli comuni:
questo giá é, in effetti, visto che proprio il Comune stabilisce il piano comunale di
Protezione Civile. Quindi dovrebbe solo indicare, viste le probabilitá di rischio, la via

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di fuga preferibile nelle diverse porzioni di territorio in luoghi considerati sicuri:
siano questi anche edifici in cemento armato a piú piani come scuole o ospedali, se si
tratta di un rischio allagamento, o aree lontane da terreni instabili se si pensa a un
possibile smottamento, eccetera. Se si disponesse di un sistema di allarme rapido ed
efficace, e la popolazione sapesse dove potere evacuare in un luogo piú sicuro in
pochi minuti, il numero delle vittime avrebbe una drastica diminuzione durante
parecchie tipologie di calamitá. Infine, se la popolazione fosse realmente preparata ad
eventi piú gravi e a scenari critici, questi ultimi in effetti non esisterebbero piú, e il
numero delle vittime oltre che essere piú contenuto si limiterebbe al solo momento
effettivo della calamitá.

3: Rischio uragano – tifone

È il più remoto dei rischi: prima di tutto non fa parte del nostro clima, in secondo
luogo non abbiamo pianure di dimensioni sufficienti a fare prendere discreta potenza
ad un uragano.
Unica area interessata da questo ipotetico rischio sarebbe la pianura padana, ma va
ricordato che le case in muratura tipiche delle nostre cittá offrono una resistenza
maggiore rispetto ai prefabbricati utilizzati in molte altre aree del globo. Trattiamo
comunque gli eventuali rischi: ovviamente trovarsi all’aperto sarebbe rischioso anche
con vento molto forte, le nostre case invece sopporterebbero mediamente fino ad
uragani di livello 2-3, in una scala fino a 4. Uragani di quarto grado sarebbero in
grado di abbattere interi muri e facciate di palazzi, poiché verrebbero trasportati
nell’aria intere coperture di case, auto ed anche mezzi pesanti. In questi casi sarebbe
necessario rifugiarsi in cantine, parcheggi sotterranei, bunker, seminterrati, o
addirittura in mancanza d’altro calarsi in fogne o tombini di contenimento. Anche in
questi casi sarebbe d’importanza vitale la tempestivitá dell’allarme.
Riguardo la possibilitá che un evento di questo tipo causi uno scenario di criticitá, é
certamente molto bassa. Direi quasi che é impensabile che un uragano possa causare
uno scenario critico in Italia.

4: Rischio vulcanico

Riguardo il nord Italia, il vulcano attivo più vicino si trova a quasi 400 km a sud
della dorsale appenninica. Vulcani non attivi si trovano a distanze inferiori, sebbene
non possano creare pericolo (colli Euganei, monte Amiata). Ovviamente le aree nel
raggio di 100 km dai vulcani attivi corrono rischi di entità rilevante, e tutto il sud
potrebbe subire effetti derivanti da eventuali eruzioni. Tuttavia questo pericolo non
coinvolge gravemente la nostra nazione, perlomeno non in modo tale da poter
considerare il fatto che dopo una eruzione ci si trovi con il Paese in situazione critica.
Tutta l’Italia poi è lontana dai punti caldi e dalle dorsali oceaniche. Se si considera

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per ipotesi la formazione di nuovi vulcani, allora anche una zona termale può essere
considerata ad un rischio maggiore, anche se comunque remoto. In questo caso, non
può essere presa alcuna contromisura: se si partecipa in prima persona alla
formazione di un vulcano, o a un’eruzione, si impara dopo se si è ancora vivi e come
la si è scampata.
Ad esclusione della Campania, su cui incombe la “spada di Damocle” del Vesuvio e
della caldera dei Campi Flegrei; ed oltre alle zone vulcaniche della Sicilia; l’unico
altro vulcano che potrebbe costituire per noi un rischio è il maggiore supervulcano
del mondo: trovandosi alla nostra stessa esatta latitudine Yellowstone poggia su una
enorme riserva di uranio, e si sta preparando ad una eruzione simile a quella di 1,3
milioni di anni fa. Questa riverserebbe polvere e lapilli radioattivi in tutto il
continente nordamericano e provocherebbe una contaminazione globale compresa nei
dieci gradi di latitudine. La caldera di questo vulcano si è già sollevata di 75 cm dal
1992, ed è la più grande del mondo. Il lago di Yellowstone negli ultimi anni si sta
inclinando a causa dell’aumento della convessità del terreno sottostante,
sommergendo gli alberi che fino a poco tempo fa erano all’asciutto. E statisticamente,
l’eruzione attesa sarebbe già in ritardo (c’è da dire però che stiamo parlando di tempi
geologici). Fonti diverse sono in disaccordo riguardo l’entità dell’evento, ma
comunque indicano al massimo una potenza di 200 megatoni. Un evento simile a
Yellowstone contaminerebbe anche l’Italia (per ricaduta stratosferica trovandosi
compresa negli stessi 10° di latitudine). Questa contaminazione dovrebbe comunque
essere inferiore o al limite simile a quella causata da Chernobyl nel nostro territorio.
Per la protezione, la difesa e il comportamento da tenere si porta alla voce “N” del
manuale NBC.
La più recente eruzione VEI-8 (il grado più devastante), avvenuta 74.000 anni fa, ha
immesso nell’atmosfera alcune migliaia di tonnellate di tufi di Bishop oltre a una
notevole quantità di biossido di zolfo. È dimostrato che in tale periodo nell’area
interessata la vita è stata quasi eliminata e tutto l’emisfero ha subìto gli effetti per
diversi anni (principalmente a causa della diminuzione della temperatura dovuta
all’oscuramento del sole), tale glaciazione però ha portato l’homo sapiens allo stadio
finale della propria evoluzione, dimostrando di essere in grado di adattarsi in modo
vincente al nuovo clima, ovvero, se per la nostra specie fu un vantaggio allora, oggi
non dovrebbe essere un grave problema, perlomeno a livello globale. E sicuramente
questo tipo di fenomeno non ci farebbe correre il rischio di estinzione.
Tornando al discorso del Vesuvio, questo vulcano in effetti potrebbe causare
condizioni critiche non solo a Napoli, ma in tutta la Campania e anche nelle regioni
vicine. Una eruzione esplosiva VEI-8 del Vesuvio o dei Campi Flegrei paralizzerebbe
immediatamente il traffico aereo, seguito poi da quello stradale, per via delle ceneri.
Probabilmente anche le linee elettriche subirebbero gravi danni, e quindi si puó
pensare che in un caso simile siano paralizzate anche le industrie e le linee
ferroviarie. La situazione forse non rimarrebbe critica a lungo, potendo i soccorsi
arrivare sia via mare che via terra da diverse direzioni: dipenderebbe esclusivamente
dall’organizzazione e dall’entitá dell’evento. Per quanto riguarda le aree piú prossime

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al vulcano, in diversi punti anche densamente abitate, é stato detto che esiste un
piano di allarme ed evacuazione. Conoscendo storicamente il Vesuvio e tecnicamente
le eruzioni esplosive, é facile intuire quanto questo piano sia di quasi impossibile
attuazione anche in via teorica. Considerando il preavviso possibile, guardiamo in
una mappa Napoli e pensiamo di doverla evacuare in poche ore. Pensiamo alla
Salerno – Reggio Calabria, pensiamo alle vie urbane di Napoli in orario di punta:
sarebbe di certo uno scenario critico per diverse zone dell’hinterland napoletano e
forse oltre. A differenza di altre calamitá sarebbe anche complicato spiegare alla
popolazione come mettersi in salvo, ovvero in questo caso non sarebbe utile scappare
verso l’alto, spesso sarebbe inutile anche un bunker. L’evacuazione dovrebbe
avvenire verso luoghi molto distanti, non di certo poche centinaia di metri, per
moltissime persone e in un breve lasso di tempo. E chi dovrebbe dare un allarme di
questo tipo avrebbe una grandissima responsabilitá qualora si rivelasse un falso
allarme che giá solo in per sé causerebbe morti, disordini, incidenti e quant’altro.
Napoli si troverebbe in un breve ed intenso scenario critico, dove le possibilitá di
sopravvivenza sono solo legate al fato. Forse tacitamente, senza ammetterlo,
sappiamo che in tale evenienza molte persone sarebbero condannate e il giorno in cui
il Vesuvio erutterá davvero non suonerá nessun allarme se non ad eruzione iniziata. O
forse la tecnologia ci dará modo di avere un lasso di tempo maggiore, con precisione
ed accuratezza nelle previsioni, cosa che ad oggi ancora non abbiamo. Quello che giá
sappiamo é come funziona un vulcano esplosivo, e che costruire sui suoi fianchi é
come decidere di vivere sui binari della ferrovia: forse un treno non passerá oggi o
domani, ma prima o poi passerá.
Se ci si documenta riguardo l’eruzione avvenuta in epoca romana, e si pensa ad un
evento simile oggi, risulta chiaro che le infrastrutture attuali non supporterebbero
modi efficaci di evacuazione. Ora una domanda: se oggi ci fosse una eruzione simile,
e Pompei fosse servita ad esempio da una linea sotterranea metropolitana, non
sarebbe questa la via migliore per evacuare la popolazione? Napoli ne avrebbe
comunque bisogno per altri motivi. Una rete metropolitana creata tenendo conto del
problema, sia per quanto concerne capo-linea in punti sicuri sia per quanto riguarda
sistemi di emergenza nella sua alimentazione elettrica; unita a un piano di
evacuazione delle aree costiere per via marittima; potrebbe essere un valido progetto
evacuativo di possibile realizzazione nel lungo periodo.

5: Rischio meteorite

Questa tipologia di rischio lascia tutto al fato: se colpiti direttamente da un meteorite,


non si può proprio fare nulla, sarebbe inutile anche trovarsi in un bunker.
Meteoriti di notevoli dimensioni potrebbero eliminare completamente la specie
umana. Potrebbero portare a cambiamenti dell’atmosfera per cui in pochi anni
rimarrebbero solo i batteri anaerobi, in un mondo privo di luce (a causa delle polveri)
e quindi di piante. In pochissimo tempo terminerebbe l’ossigeno, risolvendo

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definitivamente il problema di quello che si potrebbe o non si potrebbe fare.
Un impatto di questo tipo potrebbero tentare di evitarlo solo alcuni governi o agenzie
spaziali, sicuramente la popolazione non può fare altro che sperare. Tuttavia tutti i
corpi in ipotetica rotta di collisione con la terra sono costantemente monitorati e i
rischi di impatto sono remoti, per esempio il meteorite con cui rischiamo
maggiormente di scontrarci è Apophis, il 13/04/2036, con una probabilità su 250000.
In breve, se non giá oggi, possiamo comunque pensare di avere la possibilitá di
deviare o distruggere corpi in rotta di collisione col nostro pianeta.

6: Rischio glaciazione

Esiste una teoria per la quale il disgelo delle calotte polari possa portare al blocco
della corrente del Golfo, a causa dell’abbassamento della salinità dell’acqua sul cui
principio si muove questa corrente. Questo blocco porterebbe a vari sconvolgimenti
climatici che potrebbero culminare con una nuova glaciazione nell’emisfero nord:
ebbene, noi e il nostro clima mediterraneo ci troveremmo con la Grecia ad essere i
meno colpiti in Europa, teoricamente dovremmo avere in questo scenario un clima
simile a quello attuale in Norvegia. Molte terre emergerebbero a causa della massa
marina congelata: durante l’ultima glaciazione ad esempio si poteva attraversare a
piedi l’Adriatico da Ancona alla Croazia, incontrando nel tragitto il fiume Po che
allora deviava verso sud e aveva un tragitto più lungo di quello attuale di alcune
centinaia di chilometri.
Questa teoria è abbastanza plausibile ed è pubblicizzata dagli scienziati ambientalisti
per allertare i governi in tutte le conferenze internazionali sul clima; la controversia è
causata dal fatto che, statisticamente, le glaciazioni hanno cadenza regolare nel tempo
e sono causate esclusivamente dalla posizione del sole. Per questo motivo molti paesi
(compresi gli Stati Uniti e la Cina) sostengono che l’accumulo di gas serra non possa
influire sulle glaciazioni, e inoltre la prossima è attesa tra diverse migliaia di anni;
quindi non sussiste alcun pericolo attuale.
Ma è ormai dimostrato, e supportato da evidenti dati statistici, che seppure i gas serra
non siano imputabili con certezza del continuo scioglimento dei ghiacci, ne siano
stati una rilevante causa scatenante; e che ormai dobbiamo aspettarci (anzi, sta già
accadendo) un sicuro innalzamento dei mari di circa 2,5-3 metri entro i prossimi 30
anni; oltre all’innalzamento della temperatura che, seppure trattasi di pochi gradi,
avrebbe ripercussioni biologiche rilevanti. Pare, secondo altri, che i dati piú recenti
dimostrino una controtendenza e l’inizio di una fase di raffreddamento, escludendo le
prospettive sopra indicate o posticipando le previsioni di diversi anni.
Da questi presupposti, a livello teorico il rischio di una glaciazione anomala è sempre
aperto, seppur non probabile. E comunque non é da sottovalutare l’altra probabilitá,
ovvero quella di dovere pensare ad un innalzamento del livello marino di 3 metri, che
farebbe presupporre notevoli sforzi e spese nella costruzione di strutture a difesa delle
coste.

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Qualora si verifichi in effetti una glaciazione, i lunghi tempi necessari al
cambiamento uniti alla nostra situazione nel Mediterraneo farebbero presupporre che
comunque non si possano verificare situazioni critiche gravi e generalizzate.

7: Rischio tempesta magnetica

Una tempesta magnetica, se di origine stellare (ovvero causata dal sole ma anche da
un’altra stella) è provocata da una bolla di plasma che, nel caso di contatto con la
Terra, assume il comportamento di una tempesta elettromagnetica: instabilità della
polarità terrestre, aurore boreali, perdita di tensione negli apparati elettrici,
sconvolgimento delle specie migratorie, probabili sconvolgimenti climatici. Questo è
accaduto nel 1859, piccole tempeste si sono verificate ache nel 2012-2013 (solari) ed
erano state previste dalla NASA e dall’ESA. Per il 2012 alcuni sostenevano che vi
fosse la possibilitá che la terra si potesse fermare e ripartire in senso opposto, o che
invertisse i propri poli magnetici. Teorie non verificabili, e il 2012 é passato. In
effetti tempeste solari ci sono state, ma non ci hanno colpito gravemente, sebbene
abbiano avuto effetti visibili. Non dobbiamo dimenticare peró che il Sole e ancor di
piú altre stelle hanno potenzialmente la capacitá di danneggiare in modo irreversibile
gran parte di tutto ció che é elettrico ed elettronico, qualora fossimo colpiti in modo
grave, e questa rimane una evenienza sempre possibile.
I danni principali direttamente causati da una tempesta elettromagnetica,
principalmente consistono in: trasformatori di corrente istantaneamente bruciati,
quindi perdita di tensione a tutti gli apparati elettrici; probabile perdita della
posizione geostazionaria dei satelliti e perdita della funzionalità delle bussole; moria
di cetacei e uccelli migratori. Questo sarebbe uno scenario critico generalizzato, di
durata indefinita.
Il pericolo in questa situazione è principalmente sociale: la nostra società, la cui
economia è basata su trasporti e comunicazioni, verrebbe paralizzata su entrambi i
fronti. Questo sarebbe uno scenario critico logistico che rischierebbe uno stallo.
Sicuramente vi sarebbero un tracollo finanziario globale e una inflazione mai visti
prima; contemporaneamente alla paralisi industriale vi sarebbero scene di caos e
sciacallaggii nelle città; i reati sarebbero coperti dalla garanzia di assenza di allarmi,
telecamere e comunicazione con le forze dell’ordine.
A questo, quando le scorte alimentari e medicinali saranno esaurite (in brevissimo
tempo nelle grandi città), e quando gli ospedali non saranno più operativi (72 ore
circa), si aggiungerà il panico dovuto alla fame. Anche l’acqua e il gas non
verrebbero più erogati, così le popolazioni dei paesi caldi morirebbero di sete e nei
paesi freddi si morirebbe di ipotermia. Il blocco delle fognature porterebbe a breve a
focolai di epidemie e sarebbe impossibile controllare gli incendi.
Inoltre vi è la possibilità che in alcune centrali nucleari si possa arrivare alla fusione
del nocciolo: infatti pompe e motori elettrici ausiliari, nonché i generatori di
emergenza, sarebbero bloccati pure loro (questo comunque a livello teorico è

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considerato impossibile: anche i reattori più instabili e obsoleti, come gli RBMK,
dovrebbero arrestarsi con la funzione Rapid Emergency Control 5, che esegue lo
SCRAM ovvero l’arresto di emergenza proprio in caso di assenza di tensione). C’è da
dire che se vi è una percentuale di rischio, questa aumenta notevolmente in quanto
tutti i reattori del mondo avrebbero contemporaneamente lo stesso problema.
Sicuramente in una situazione simile ci sarebbe da aspettarsi un intervento militare:
per loro verrebbero utilizzate le ferrovie con le poche locomotive rimaste, e il
presidio delle città, qualora anche i soldati avessero scarsità di cibo, diverrebbe una
occupazione militare molto pericolosa.
Tuttavia, i problemi sopra descritti si avrebbero in concomitanza di una tempesta
magnetica che colpisca l’intero pianeta e in modo molto violento. L’impulso
elettromagnetico che precede un’esplosione nucleare paralizza in un ampio raggio
tutti gli apparati sia elettrici che elettronici, compresi quelli a batteria: se una stella
fosse così violenta con noi, torneremmo nel Medioevo per un periodo molto lungo.
Ipotizzando una tempesta più lieve, invece, potrebbero verificarsi solo guasti nelle
linee elettriche e telefoniche, concedendoci almeno l’uso delle batterie e dei mezzi a
motore (finché c’è carburante); oppure solo un fenomeno circoscritto in alcune parti
del mondo. Ovviamente i problemi da affrontare sarebbero diversi da situazione a
situazione, quelli descritti sono l’ipotesi più estrema.
In ogni caso 10 anni sono considerati, nelle varie ipotesi, il periodo massimo
necessario per il ritorno alla normalità: sempre e comunque considerando il caso di
una tempesta elettromagnetica di una potenza finora mai registrata.
C’é poi da aggiungere una cosa: l’avanzamento tecnologico e diverse prove indiziarie
come ad esempio alcuni brevetti registrati hanno dato modo a sempre piú persone di
pensare che sia possibile ed attuabile una “guerra climatica”. Siti sospettati di studi in
questo campo sono le installazioni HAARP, le corrispettive russe e cinesi; alcuni
studiosi sostengono poi la concretezza delle “scie chimiche”: che sia complottismo o
meno, che ad oggi tali possibilitá siano reali o meno, di certo gli studi utili al fine di
una guerra climatica esistono, perlomeno a livello teorico e da piú parti. Pensando ad
uno scenario di guerra NBC, il terrore di una potenza all’idea di attaccarne un’altra é
stato sempre dettato dalla sicura rappresaglia a cui sarebbe andata incontro. In questo
una “guerra climatica” a livello strategico é immaginabile come piú simile ad una
guerra biologica ben architettata. Ovvero, una nazione puó pensare di potere attaccare
senza essere scoperta e quindi senza subire ritorsioni. Questa linea di strategia, se ci
si pensa, é in linea con le paure dei complottisti, ovvero “se non si puó dimostrare
nulla, beh, puó essere considerato un piano ben riuscito”. E cosí si potrebbero vedere
tutte le calamitá naturali dell’ultimo decennio come colpi inferti una volta dagli Stati
Uniti alla Cina, una volta viceversa, una volta un colpo all’Unione Europea eccetera.
E ufficialmente sempre col sorriso sulle labbra. Forse é stupido pensarlo, ma
tecnicamente invece sarebbe una forma di guerra perfetta che indebolisce l’avversario
senza uso di truppe e senza bisogno dell’appoggio dell’opinione pubblica, anzi
ufficialmente preservando la pace. Sarebbe una tecnologia utilissima, sia per
indebolire economicamente il nemico, che per distruggere impunemente risorse e

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strutture di altre fazioni, ma potrebbe anche avere scopi funzionali all’interno del
Paese stesso, sviare attenzione da fatti politici, si potrebbe avere la possibilitá di
guidare i prezzi dei prodotti agricoli, distruggere gratuitamente un’area da riallocare...
piú si pensa a possibilitá di questo tipo, piú si aprono prospettive di strategie finora
sconosciute. Molto probabilmente (e ufficialmente) niente di tutto questo é ancora
possibile, ma sicuramente l’idea del controllo del clima é una corsa tecnologica
affascinante per molti Paesi e una sfida prossima ad essere raggiunta. Il 2025 era
stato citato ufficialmente dagli USA come l’anno in cui dovrebbero perseguire nel
raggiungimento del loro progetto, giá dai tempi di Reagan sono iniziati studi e
ricerche in questo campo. In tutto questo non dimentichiamoci che a livello teorico
abbiamo giá le conoscenze, e forse le capacitá, di simulare una tempesta magnetica in
un intero Paese. E anche i piú scettici dovrebbero ammettere che se tali ipotesi sono
pura teoria oggi, saranno reali e praticabili di certo entro la prossima generazione.

8: “L’inverno nucleare”

Questa teoria è stata sviluppata pensando alle eventuali conseguenze di un conflitto


nucleare globale, ma teoricamente potrebbe anche essere causato da una eruzione
vulcanica grave o dall’impatto di un meteorite con la terra. Si tratta di un inverno
provocato dall’oscuramento del sole dovuto alle polveri presenti nell’atmosfera e
nella stratosfera ed aggravato dalle radiazioni persistenti. Sicuramente l’emisfero
colpito si troverebbe in una situazione molto grave e senza precedenti nella storia
dell’uomo; tuttavia tale evento necessiterebbe della detonazione contemporanea di
diverse migliaia di testate nucleari, in varie località e molte delle quali all’esterno
dell’atmosfera.
Un conflitto USA/URSS infatti avrebbe avuto le più gravi ripercussioni nell’emisfero
nord e, a causa della separazione delle correnti e delle perturbazioni tra i due
emisferi, il lato sud del globo sarebbe quasi rimasto illeso. L’Europa, invece, in
questo caso si troverebbe in una delle peggiori situazioni ipotizzabili, trattata nella
parte “N” del manuale NBC.
Qualcosa di simile potrebbe verificarsi anche a causa dell’impatto di un grosso
meteorite, ma in questo caso quasi certamente le radiazioni non costituirebbero un
grave pericolo e, se la luminosità fosse sufficiente alla fotosintesi clorofilliana di
piante e alghe, la vita a livello globale correrebbe rischi molto più limitati.
Un’ultima ipotesi riguarda le eruzioni vulcaniche: in questo caso lo svilupparsi di un
“inverno nucleare” a livello esteso è impossibile. Simulazioni di eruzioni VEI-8
parlano di potenze comprese tra i due e i venti megatoni. E se anche si
raggiungessero potenze di 200 MTon (200 milioni di tonnellate di tritolo equivalenti),
non sarebbero sufficienti a cambiare il clima in modo così radicale. Test nucleari non
hanno provocato conseguenze di rilievo per il clima pur superando nell’insieme tali
potenze. Basti pensare che il mondo in cui viviamo è stato vittima di 2053 esplosioni
nucleari ufficialmente dichiarate (due in guerra e 2051 durante test effettuati da USA,

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URSS, Gran Bretagna, Francia, Cina, India e Pakistan; nel periodo tra il 1945 e il
1998). L’esplosione nucleare più poderosa è stata la detonazione della Tsar russa, da
sola addirittura 56 Mton. Detonazioni nel sottosuolo, esplosioni in quota e sommerse,
forniscono un’ampia documentazione e pertanto il margine di errore è molto basso
(alcuni scienziati, infatti, hanno sminuito il termine in “autunno nucleare”).
Un’anomalia sarebbe l’esplosione della caldera di Yellowstone, trovandosi su un
filone di uranio e pericolosa anche per le radiazioni: anche in questo caso però il
rischio per l’Europa meridionale e orientale è di livello molto basso e di certo non
porterebbe a conseguenze globali di rilievo.

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- I PROBLEMI SOCIALI NEGLI SCENARI CRITICI -

1: Situazione post-nucleare

Dopo cento giorni la contaminazione ambientale è molto bassa e si può uscire dal
bunker. Ma che mondo troviamo fuori?
Innanzi tutto, la situazione sarebbe totalmente diversa se si fosse trattato di un singolo
attacco, rispetto a un conflitto mondiale.
Nel primo caso, si sarebbe trattato molto probabilmente di un ADM (Atomic
Demolition Monition), ovvero di un ordigno trasportabile, tipo zaino, della potenza di
pochi chilotoni; fatto brillare verosimilmente in una capitale o in una grande città.
Questo tipo di ordigno interessa molto i gruppi terroristici, ma anche i governi
potrebbero farne uso, data la sua discrezione e la possibilità di fare ricadere la colpa
su altri. I danni sarebbero però molto limitati e ripristinati in fretta dal resto del paese,
non colpito. Anche se fosse organizzato un massiccio attacco, in più città, la
dimensione ridotta degli ordigni non destabilizzerebbe comunque una intera nazione:
si tratterebbe più che altro di attacchi atti a demoralizzare un popolo, oltre a
comunque ingenti quantità di vittime.
Diversa la situazione in caso di attacco strategico: un paese in possesso di armi
atomiche, qualora lanciasse un attacco, lo farebbe quando certamente in grado di
colpire gravemente il paese nemico. Questo è il senso stesso del termine “strategico”:
sarebbe tutto ridotto a un insieme di cifre, dove civili, infrastrutture, città, militari,
insomma tutta la nazione verrebbe ridotta a formule matematiche e numeri, e
l’obiettivo da raggiungere “X” equivarrebbe a un danno tale da impedire ulteriori atti
ostili.
Inizio e fine della guerra mondiale. Proprio per questo gli arsenali nucleari hanno
garantito la stabilità mondiale e su larga scala la pace a partire da Hiroshima.
Perché una guerra nucleare sarebbe quasi certamente una guerra mondiale. Faccio un
esempio: se ci fossero ostilità tra Cina e Stati Uniti, entrambi dai satelliti sarebbero in
grado di capire quando i silos dei missili, o i sottomarini nucleari, stiano per lanciare.
Ma a chi? E i francesi, e i russi, in possesso delle stesse informazioni, cosa farebbero?
Si farebbero trovare impreparati, o preventivamente si preparerebbero pure loro al
lancio? Risulta così che una guerra nucleare possa essere (direi quasi certamente e
inevitabilmente) “tutti contro tutti”. Chi vorrebbe rischiare di avere anche solo un
alleato non coinvolto, quando il proprio paese è stato distrutto? Se ci si mettesse nei
panni degli americani, sarebbe vantaggioso trovarsi con l’Europa indenne dopo un
conflitto, mentre si è stati rasi a suolo?
Più verosimilmente, se davvero un paese decidesse di lanciare in massa i propri
missili nucleari, le probabilità che le altre potenze attacchino è davvero un rischio
elevato. E il mondo di oggi dovrebbe essere concepito strategicamente in cinque
blocchi principali: l’Unione Europea, la Cina, gli USA, la Russia, e la nuova potenza

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rappresentata da Iran e paesi islamici, tra i quali il Pakistan che già ne possiede. Il
“club del nucleare” ufficialmente è formato da: USA, Russia, Cina, Francia, Gran
Bretagna, Pakistan, India e Israele, con le nuove entrate in scena da parte di Iran e
Corea del Nord ultimamente molto presi dai loro progressi nei rispettivi programmi
nucleari. Infine Paesi Bassi, Belgio, Germania e Italia hanno sul proprio territorio
ordigni nucleari in effetti in mano agli americani.
In un conflitto moderno, poi, si deve aggiungere che molte esplosioni avverrebbero
fuori dall’atmosfera. Proprio così: i satelliti sono un pericoloso nemico, il primo da
eliminare.
Niente fungo atomico: da terra si vedrebbero come stelle molto luminose,
trasformarsi in anelli di luce. Questi esperimenti sono stati interrotti negli anni ’60,
perché fortunatamente abbiamo capito quanto stavamo danneggiando la nostra
magnetosfera. Ma in guerra, tutto questo passerebbe in secondo piano. Così non solo
si verrebbe colpiti da violente radiazioni ad alta velocità (perché l’esplosione sarebbe
nel vuoto), ma si dovrebbe pure fare i conti, in futuro, con lo scudo elettromagnetico
planetario gravemente colpito e ricco di voragini.
Ora, passiamo a vedere come si vivrebbe dopo un attacco strategico.
Nelle città, pestilenze, epidemie e acque putride darebbero il colpo di grazia ai pochi
sopravvissuti. I più fortunati, forse, verrebbero uccisi dai vicini di casa per un pezzo
di pane o un bicchiere d’acqua.
L’esercito sarebbe sicuramente allo sbando: un attacco strategico è calcolato per
provocare l’armistizio immediatamente, a fine attacco. Nessun servizio, vie principali
interrotte. Forse le prefetture delle aree meno colpite potrebbero riorganizzare un
minimo di polizia e una mera produzione agricola di sussistenza. L’unico vantaggio è
dato dal fatto che, diminuendo la produzione, poca gente dovrebbe essere sfamata. I
centri urbani avrebbero già avuto le perdite più pesanti nel primo dopoguerra, invece,
nelle aree poco colpite la probabilità di riavviare un minimo le produzioni delle
industrie leggere sono elevate. L’industria pesante, al contrario, trovandosi spesso tra
i bersagli strategici, non avrebbe possibilità di riavviarsi in fretta.
In Italia mancano poi le materie prime e il petrolio: quindi sarebbe difficile produrre
nuovamente e velocemente i macchinari necessari alle fabbriche leggere. Così ciò che
è rimasto funzionante diverrebbe estremamente prezioso.
Se si vuole immaginare un mondo di questo tipo, sarebbe sufficiente guardare un
documentario sulla vita in un paese del terzo mondo.
Ipotesi comunque rosea, se si pensa alla ricaduta radioattiva a seguito di un conflitto
mondiale. E si dovrebbe comunque fare i conti con gli isotopi che, fissandosi negli
alimenti e poi nell’organismo, continuerebbero a causare tumori e leucemie in
maniera spropositata per molti anni.
C’è un fattore sociale importante da valutare: i sopravvissuti sarebbero pochi, gli
spostamenti difficili e il DNA compromesso.
In questo tipo di scenario, per quanto possa sembrare astruso, la monogamia
dovrebbe essere abbandonata per il bene dei nostri stessi geni.
Ad esempio un villaggio con venti coppie, avrebbe in poche generazioni seri

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problemi di consanguineità, ovvero un ulteriore indebolimento genetico. Se, invece,
le coppie si scambiassero, la generazione successiva sarebbe composta da fratellastri,
con quindi meno geni in comune. E nelle generazioni future, un matrimonio tra
cugini ad esempio avrebbe la metà delle probabilità di consanguineità. Questo per noi
è sicuramente strano e immorale, ma è dimostrato non solo da esperimenti su animali,
si può osservare tra gli abitanti di alcune isole ed è confermato dall’usanza di alcune
tribù esquimesi che chiedono all’ospite forestiero di giacere con le proprie femmine.
Anche per i Neanderthal, che socialmente vivevano in gruppi molto isolati tra loro,
era consuetudine rubare le femmine ad altri gruppi.
Il rafforzamento dei geni è una legge della natura.
In ultimo, come già detto, si deve pensare al fatto che gli insetti sono gli animali più
resistenti alle radiazioni. E si troverebbero a riprodursi e moltiplicarsi, privi o quasi di
predatori e di trattamenti insetticidi. Sciami di locuste e cavallette, mosche e
quant’altro invaderebbero anche le nostre terre, spesso rovinando i raccolti. Unica
soluzione, quindi, è di considerare che sono ricchi di proteine, e in uno scenario
critico di questo tipo è certo debbano divenire un alimento principale.
Altro animale causa di problemi è il ratto. Veicolo di malattie e sabotatore di
provviste, si farebbe scudo dalle radiazioni rimanendo nel suo habitat sotterraneo, tra
cunicoli e fognature. E senza più l’uomo a causare problemi, troverebbe sfogo in
un’esplosione demografica che compenserebbe i danni delle radiazioni. Questo
mammifero sopravvissuto ai dinosauri è quello con le più alte capacità di
sopravvivenza e adattamento, che veicolerebbe diversi parassiti e malattie, e la cui
lotta risulterebbe allo stesso tempo difficile e molto importante.

2: Epidemia mondiale - pandemia

Qui non tratteremo agenti patogeni nello specifico (che verranno trattati in seguito)
né parleremo riguardo come sopravvivere. Pensiamo solo di essere sopravvissuti a
una epidemia con un tasso di mortalità oltre l’80%.
In che realtà ci troveremmo? Questa ipotesi differisce da un conflitto nucleare perché
non si tratterebbe di una mortalità distribuita su certe zone piuttosto che su altre: la
velocità e la massa di gente in movimento sarebbe causa di una distribuzione totale
sul territorio della malattia, almeno per tutti i paesi evoluti. Forse i pigmei, gli zulù o
gli aborigeni non verrebbero colpiti dall’epidemia; noi globalizzati, invece, siamo in
continuo contatto, sia direttamente che indirettamente, con tutto il mondo.
Ma “il giorno dopo” sarebbe molto più facile da affrontare. Le infrastrutture, i mezzi,
le risorse, tutto insomma, sarebbero quasi indenni e a completa disposizione di chi è
rimasto. Passato il primo periodo, la ripresa sarebbe solo ostacolata dalla
specializzazione della popolazione. E in pochi anni si avrebbe non solo una ripresa
economica, ma forse anche un notevole miglioramento della società. Il problema
della sovrappopolazione sarebbe ovunque risolto, così anche la disoccupazione non
esisterebbe più. Questo implica una drastica diminuzione della delinquenza e un

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rafforzamento della sicurezza sociale. In ogni caso, quindi, la ripresa sarebbe
garantita; e i servizi, anche se non ripristinati immediatamente, non impedirebbero un
miglioramento del tenore di vita. Enormi quantità di scorte di qualsiasi tipo
potrebbero essere sfruttate da un così esiguo numero di persone per un periodo molto
lungo, e renderebbero un eventuale peggioramento molto lento e graduale; quindi
aumentando ancor di più le possibilità di ripresa. C’è poi da dire che, finché ci sono
scorte, la popolazione rimasta non avrebbe altra preoccupazione ed attività se non
quelle della ricostruzione e della riproduzione.
Questo discorso è valido anche in caso di evoluzione negativa degli eventi: qualora
ad esempio la mortalità sia così alta da impedire la specializzazione degli individui
(accadrebbe nel caso in cui fosse impossibile reperire docenti universitari, tecnici
specializzati ecc.) per alcune generazioni si potrebbe vivere di rendita sfruttando ciò
che è rimasto, avendo quasi come unico problema la sanità. Finché si hanno
combustibili, infatti, si possono utilizzare i mezzi e produrre energia elettrica, anche
con piccoli generatori; tuttavia probabilmente si avrebbero problemi in caso di
necessità di diagnostica e operazioni chirurgiche che richiedano personale altamente
qualificato. E i trasporti, soprattutto navali (per le materie prime e il petrolio),
diverrebbero indispensabili nel lungo periodo. Nel caso in cui non si riesca a ovviare
a questi problemi, lentamente ma inesorabilmente, si ritornerebbe a vivere come
alcune centinaia di anni fa. La ripresa sarebbe di gran lunga più lenta e certamente la
struttura geopolitica mondiale risulterebbe completamente diversa da quella che
conosciamo.
Questo scenario ha pochissime possibilità di divenire reale: non solo la ricerca e la
sanità al giorno d’oggi sarebbero (forse) in grado di combattere nuovi agenti
patogeni, ma anche le condizioni di igiene e salute nel mondo sono molto migliorate.
A scopo bellico, poi, le malattie risultano spesso un’arma a doppio taglio, e sono
utilizzati dai militari batteri e virus che certamente non avrebbero una esplosione
epidemica a livello mondiale. A tale proposito, a livello teorico non è sempre stato
così: in passato si sono certamente studiati batteri e virus che possano provocare una
gravissima epidemia mondiale nel minore tempo possibile. Perché? In attuazione
alternativa alla potenza nucleare, per assicurare comunque il MAD (“mutual assured
destruction”, ovvero in strategia militare la teoria della distruzione mutua assicurata,
sulla quale si presuppone un deterrente che garantisca lo sterminio del nemico in caso
di attacco, in pratica un “quantitativo x per una vendetta sicura”). Tutte le
superpotenze avevano nei loro arsenali quantità ingenti di spore di batteri e virus,
studiati, prodotti e immagazzinati durante la guerra fredda ma anche dopo, e di certo
ancora oggi ne sono conservati perlomeno dei campioni.

3: Dopo una catastrofe naturale

La natura, generalmente, provoca catastrofi a livello locale. Difficilmente questi


eventi hanno effetti su un continente intero, eppure abbiamo visto recentemente come

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uno tsunami possa colpirne completamente le fasce costiere e nazioni intere
gravemente danneggiate, se non distrutte, da un terremoto.
Tuttavia il resto del mondo, o la parte di mondo non colpita, continua la propria vita
e, sia con aiuti umanitari sia tramite l’invio di truppe, aiuterebbe i paesi colpiti a
riportare l’ordine e i servizi essenziali. Sciacallaggii e quant’altro sarebbero quindi
limitati ad un breve periodo.
Se i terremoti andrebbero per questo esclusi da un’analisi più approfondita, per
quanto riguarda le inondazioni il discorso è più difficile. Non si dovrebbe pensare
solo a un fenomeno violento, stiamo rischiando molto di più per altri motivi.
Se la teoria della glaciazione dovuta allo stallo della corrente del golfo è solo
un’ipotesi, altri dati fanno pensare a cambiamenti importanti possibili a breve.
Ad esempio recentemente diversi studi di istituiti di ricerca e università hanno
confermato che i ghiacci della Groenlandia e del circolo polare artico arriverebbero a
uno scioglimento completo entro il 2040. Il fenomeno è stato causato inizialmente
dall’effetto serra, ma ora questo influisce solo in minima parte.
Ormai l’innalzamento della temperatura è dovuto al fatto che, diminuendo la
superficie coperta dai ghiacci, la terra è in grado di riflettere meno i raggi solari,
provocando autonomamente un innalzamento della temperatura. Sul pack si stanno
formando crepe sempre più consistenti, dove l’acqua scorre e ne raggiunge la base,
aiutando gli iceberg in formazione a scivolare ancora più velocemente. Vent’anni fa,
una superficie pari a quella degli Stati Uniti era coperta dal ghiaccio. Ora, questa
superficie avrebbe perso un’area pari a tutti gli stati orientali. E l’effetto domino, con
il passare del tempo, accelera sempre più. Cosa comporterà è stato teorizzato: un
innalzamento della temperatura medio di circa 5 gradi centigradi, e l’innalzamento
del livello medio del mare di circa 3 metri. Non ci sono conferme sull’evoluzione
futura della situazione, in quanto in effetti potrebbe verificarsi anche una
controtendenza: rimane quindi teoria, ma comunque è uno scenario possibile.
Riguardo la temperatura sembra un cambiamento irrilevante, ma non è così: potrebbe
avere invece gravi ripercussioni sulla fauna ittica, molto sensibile a variazioni di
temperatura; ma anche sulle colture e sulla proliferazione degli insetti, che
troverebbero un habitat più ospitale e spesso ricco di nuove zone palustri. I fiumi
sarebbero ancor di più sfruttati per l’irrigazione, aggravando ulteriormente la
situazione. L’innalzamento del mare poi non causerebbe i più gravi danni in Italia,
che avrebbe a rischio solo poche città.
Per quanto riguarda il resto del mondo, invece, va ricordato che molte aree
densamente abitate sono a livello del mare. Se c’è di positivo il fatto che poche
sarebbero le vittime, vista la lentezza del fenomeno, vero è anche che questa gente si
vedrebbe costretta a ritirarsi in massa nell’entroterra. Questa non sarebbe una causa
diretta sufficiente a determinare da sola l’insorgenza di uno scenario critico, ma
potrebbe essere una concausa o un fattore aggravante.

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4: Teorie riguardanti le glaciazioni

Una glaciazione, qualora si verificasse, non sarebbe di certo risolta in un breve


periodo. La situazione globale cambierebbe per secoli. Ma come già detto, passato il
primo periodo e le prime vittime, rimarrebbe solo l’ipotesi della migrazione verso
sud. Le glaciazioni precedenti hanno interessato l’emisfero nord fino alle Alpi: non
trovo nulla da aggiungere per quanto riguarda l’Italia se non quello che è già stato
detto. Se pensiamo a una glaciazione oggi, forse una forte migrazione diretta nel
nostro paese e proveniente da Austria, Svizzera, Germania, e tutto il nord Europa,
porterebbe uno spostamento di grossi capitali ed investimenti che, personalmente,
ritengo possa avere risvolti positivi: forte industrializzazione e rapida urbanizzazione
penso ci possano verosimilmente trasformare in breve tempo in un paese simile al
Giappone, anche pensando alla nostra posizione al centro del Mediterraneo e ai nuovi
traffici marittimi diretti verso l’Africa e il medio oriente, intensificati poi dal loro
sicuro sviluppo in tale frangente. Pensare però di avere un clima del tipo scandinavo
alle nostre latitudini può fare anche supporre un’impennata dei consumi di
combustibili e la probabilità di gravi crisi energetiche ed economiche. Ovviamente, il
clima risentirebbe ulteriormente di questa intensificazione di emissioni di gas serra e
probabilmente innescherebbe un effetto domino sempre più rapido e difficilmente
reversibile. Questa comunque rimane una ipotesi di uno scenario considerato da molti
impossibile per ancora molte generazioni, ed al limite della fantascienza.

5: Le tempeste magnetiche

È di certo un fenomeno anomalo rispetto a tutti gli altri. Questo perché non influisce
direttamente sul territorio, né causa vittime in modo diretto. Se pensiamo a una
tempesta elettromagnetica di portata planetaria, tutti nel mondo si troverebbero vivi,
ma senza più traccia di quelle che sono le comodità di oggi. Se si pensa che sia un
grave problema vivere senza riscaldamento e al buio, poi, non si è ancora tenuto
conto di ciò che accadrebbe alla nostra economia.
Immaginiamo un giorno qualsiasi, qualche tempo dopo la tempesta: i trasporti sono
bloccati, non arrivano più né i beni di consumo né le materie prime. Comunicare con
un paese a trenta chilometri di distanza occorrerebbe un’ora, esclusivamente con
carta stampata, trasportata in bicicletta o a cavallo. Compiere velocemente la tratta
Roma-Milano significherebbe impiegare non meno di tre giorni. Ogni stabilimento
produttivo è fermo non solo per la mancanza di energia elettrica, ma anche per la
carenza di materiali. Le industrie pesanti che dovrebbero ricostruire i trasformatori di
corrente per gli enti di distribuzione elettrica, ovvero le prime fabbriche da riavviare,
avrebbero gli stessi problemi e farebbero parte di questo circolo vizioso.
Qui sarebbero concentrati gli sforzi delle brigate di genieri militari, dove dovrebbero
operare di certo per anni: l’inizio della ripresa è un’opera del tutto manuale e

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rallentata da logistica e trasporti molto lenti. L’economia, poi, verrebbe colpita in
modo mai visto prima: la borsa rimarrebbe ferma per anni, tutti i dati informatici
andrebbero persi (o comunque paralizzati dall’assenza di comunicazioni) e la valuta
cartacea perderebbe in breve gran parte del proprio valore.
In una situazione di mera sopravvivenza, infatti, poca importanza avrebbe un capitale
con un valore intrinseco quasi nullo e continuamente svalutato: molti tornerebbero
involontariamente al baratto, o a valute grezze come il sale, l’oro e quant’altro.
Anche questo aggraverebbe ulteriormente la situazione economica.
Socialmente, i problemi sono svariati e molto gravi: nelle città continui disordini,
furti, sciacallaggii, omicidi e stupri. Mentre le fognature e le pompe delle acque
reflue bloccate causerebbero un proliferare di malattie e roditori nel sottosuolo,
associato alla creazione di fogne a cielo aperto; niente acqua dai rubinetti e niente
gas.
La carenza di cibo porterebbe a denutrizione e ad una ancor maggiore delinquenza,
che di certo sarebbe associata alla formazione di bande di quartiere che controllando
il loro territorio competerebbero con le forze di polizia, potendone forse avere il
sopravvento in diversi casi.
Presto, poi, ci si accorgerebbe quanto tutti i tipi di reati diventino parte della vita di
tutti i giorni, con conseguente aumento della violenza e della brutalità delle pene,
arrivando a linciaggi e esecuzioni svolte anche dagli stessi civili.
Nelle campagne le terre coltivate troverebbero nei molti disoccupati la forza lavoro
necessaria: ma se con metodi arretrati si necessiterebbe per la sopravvivenza almeno
di 0,5 ettari per famiglia, la nostra densità di popolazione ci può fare intuire quanto
sarebbe comunque grave il problema alimentare. Anche qui, e sempre a causa
dell’assenza di comunicazioni e della lentezza dei trasporti, probabilmente si
verrebbero a formare molte piccole aree di influenza, spesso isolate tra loro, e in
alcune di queste una sorta di sistema feudale sorgerebbe spontaneamente.
Lo stato si troverebbe a dover combattere tutto questo, oltre a dover affrontare lo
sforzo di riportare il sistema alla normalità. Intere divisioni isolate e ostacolate nei
rifornimenti correrebbero il rischio di venire assorbite dal nuovo sistema e competere
con lo stato stesso, se non addirittura di avviarsi ad attività corsare o piratesche.
Un’ulteriore organizzazione dei sistemi locali potrebbe ostacolare ancor di più un
ritorno alla normalità, combattendo tra loro ad esempio, o addirittura rivendicando
l’indipendenza, apportando pedaggi ai ponti, dazi alle frontiere ecc.
Il commercio di beni deperibili sarebbe impossibilitato dalla lentezza dei trasporti,
così insorgerebbero in breve anche problemi derivati da malnutrizione.
Oltre a tutto questo, come in tutte le situazioni difficili, aumenterebbero razzismo,
xenofobia e altre forme di persecuzione; molte aree sarebbero di certo interessate da
guerre civili locali, soprattutto dove la multietnicità è più accentuata.
Questa situazione è quella di gran lunga dove sono più richiesti una responsabilità
personale e un senso civico atti a migliorare la società, anche se a scapito di interessi
personali e mire di ricchezza.
Devo comunque ricordare che quanto detto è valido esclusivamente qualora la

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tempesta magnetica ipotizzata coinvolga completamente, e in modo violento, il
nostro pianeta. Statisticamente è più probabile un fenomeno circoscritto a una
determinata area.

6: Gli extraterrestri???

Riguardo questa ipotesi, tutta la comunità scientifica è certa che non ci siano forme di
vita intelligenti che visitino attualmente il nostro pianeta. E vorrei ricordare anche il
fatto che UFO sta semplicemente a significare Oggetti Volanti Non Identificati, e non
necessariamente che provengano da altri pianeti. Radar civili a volte non sono a
conoscenza di manovre militari: con questo voglio solo dire che un “UFO” segnalato
ufficialmente dall’aviazione civile non significa proprio nulla. Eppure molti sono
convinti di presenze aliene, e sostengono di avere prove. Quindi, parleremo anche di
questo: in senso puramente ipotetico ovviamente.
Di certo, non sono di nessun interesse eventuali visite extraterrestri come quelle
attualmente presunte: una presenza discreta e non visibile e dimostrabile a tutti
corrisponde in pratica ad una assenza di contatto, questo dovrebbero ammetterlo tutti
coloro convinti di presenze aliene. Indipendentemente dal fatto che crediamo o meno
che esistano: in questo senso volere dimostrare l’esistenza degli extraterrestri sarebbe
come voler dimostrare la veridicità di una religione.
Una ipotetica visita reale invece potrebbe riassumersi a due tipi di atteggiamento.
Uno pacifico, che certamente sconvolgerebbe positivamente le nostre conoscenze, il
nostro modo di vivere e sarebbe il fenomeno più importante dalla comparsa
dell’uomo sulla terra ad oggi. Un atteggiamento ostile e con il fine di sfruttamento
delle nostre risorse o di colonizzazione, invece, non ci lascerebbe margine di scelta.
Cortez e molti altri esempi ci insegnano come ci si è comportati verso civiltà
inferiori. E sul fatto che saremmo inferiori è una certezza. Noi non saremmo
nemmeno in grado di spiegarci con quale tecnologia potrebbero arrivare,
intravediamo solo ora rami nuovi della scienza e della fisica come si potrebbe
osservare la punta di un iceberg: non possiamo nemmeno immaginare ciò che
accadrebbe, ma di certo non dipenderebbe dalla nostra volontà.

7: Lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche

Ultimamente molte associazioni ambientaliste criticano pesantemente l’ICCAT1 e gli


altri enti, statali e sovranazionali, riguardo la sproporzione della pesca in mare.
In effetti, l’aumento della popolazione, soprattutto in Asia e Africa, ha portato a un
continuo aumento delle flotte mercantili da pesca per lo sfruttamento di questa risorsa
così a buon mercato.
L’uomo ha da secoli praticamente colonizzato tutte le terre emerse, e molte specie di
1
International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas è l’organizzazione responsabile per la conservazione
dei tonni nell’Oceano Atlantico e nei mari adiacenti.
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cui ora si ciba sono ormai presenti quasi solo negli allevamenti (bovini, suini,
pollame, ovini e conigli).
Ora, però, sta influendo come mai prima anche sull’ambiente ittico, con la differenza
che qui non alleva nulla, ma attinge semplicemente da quanto offre la natura. Se non
attuassimo in breve un programma di allevamento ittico tale da garantire i consumi
senza sfruttare troppo l’ambiente naturale, ci renderemmo in pochi anni responsabili
di molti problemi.
Il più grave di questi è già visibile nell’Adriatico: si chiama mucillagine, o
gelificazione delle acque. Non è dovuto solo all’inquinamento: stiamo eliminando dal
mare tutti i pesci di grosse dimensioni (e le dimensioni medie diminuiscono anno per
anno), causando una proliferazione dei pesci di dimensioni ridotte. Questi a loro volta
si cibano di avannotti, protozoi, piccoli crostacei, larve di molluschi ed echinodermi:
così, oltre a eliminare parte delle generazioni future, vengono ridotti di numero quegli
esseri che sono indispensabili perché si cibano dei microorganismi presenti
nell’acqua. Senza di loro, come possiamo spesso vedere in estate, proliferano alghe e
batteri, danneggiando ancor di più questo ecosistema così grande e in così grave
pericolo.
Qualora gli oceani arrivassero ad avere questo tipo di problemi, la situazione
mondiale sarebbe certamente compromessa e difficilmente reversibile.
Gli ambientalisti, da parte loro, si limitano a condannare questi atteggiamenti
proponendo un inseverimento delle pene e dei regolamenti, non tenendo per niente
conto di quanta popolazione sopravviva grazie alla pesca e abbia come unica fonte di
proteine il pesce. Inoltre, forniscono dati troppo divergenti dalle cifre di altri enti,
quindi come sempre le loro stime risultano non del tutto attendibili.
Questo problema potrebbe essere un fattore aggravante qualora altre cause portino ad
uno scenario critico, soprattutto dal punto di vista alimentare.

8: Crisi economiche e migrazioni

Questi fattori possono essere sia causa di guerre civili, sia una conseguenza di altri
problemi.
Sotto molti punti di vista rischiamo una vera crisi: sia per l’indebitamento dei paesi
occidentali nei confronti dei produttori di petrolio e di altre nazioni che ora stanno
sviluppandosi molto velocemente, sia per lo stallo economico e produttivo in cui
molti paesi industrializzati stanno trovandosi da qualche anno. Oltre a questo negli
ultimi decenni molti paesi stanno crescendo economicamente in modo esponenziale,
e molti stranieri lavorano in Europa occidentale e America portando grandi quantità
di capitali all’estero: il mondo sta lentamente diventando economicamente
omogeneo.
Grandi paesi come la Cina e l’India stanno industrializzandosi molto velocemente,
consumando sempre più petrolio (già estratto oltre il picco di produzione)
determinando un aumento continuo del prezzo, allo stesso tempo sono in grado di

31
immettere sul mercato tutti i tipi di prodotti a prezzi più competitivi di quelli dei
paesi occidentali. Non soffermandoci troppo su aspetti economici e politici, i paesi
occidentali stanno attuando una strategia difensiva che si può riassumere in pochi
punti: vendendo capitali di proprietà dello Stato per diminuire il debito; favorendo il
consumismo e le spese dei privati con incentivi di vario tipo, per tenere in vita
l’economia e le aziende; incentivando il riciclaggio e il risparmio di materie prime;
attuando campagne indirizzate a diminuire la spesa pubblica (contro il fumo, ad
esempio, poiché meno fumatori e quindi meno tumori significano meno spese per la
sanità), aumentando le tasse e le sanzioni pecuniarie. Altra strategia vincente nelle
aziende di tutti i tipi è quella di trarre beneficio dal deterrente della stessa crisi
economica, ottenendo più produttività e meno insubordinazione nei dipendenti
preoccupati dalla situazione. Oltretutto, diminuendo le possibilità di trovare lavoro si
hanno di certo dipendenti con meno pretese. E l’aumento della disoccupazione, come
sempre nella storia, è dovuto anche al rapido avanzamento tecnologico. Ultimamente
i toni sono visibilmente sempre più accesi ed accaniti arrivando ad eliminare parte
delle libertà personali, ovvero perdendo diritti che erano considerati scontati da ormai
50 anni, per il bene di tutti e per potere riuscire a mantenere la situazione stabile.
Se parti del mondo si stanno arricchendo, in altre già ricche accade tutto questo come
conseguenza del bilanciamento dettato soprattutto dalla produzione a basso costo
unita a una crescita esponenziale di possibilità di trasporto marittimo e aereo (anche
questi a costi sempre più bassi): così un prodotto creato a diecimila km di distanza a
volte è comunque più economico di un prodotto nazionale.
Questo tipo di crisi non porta certamente ad una situazione di scenario critico. Quanto
è accaduto nel 1929 e dopo il primo dopoguerra in Germania e Unione Sovietica ci
mostrano il volto di una vera crisi. Si pensi solo che nel secolo scorso si è arrivati alla
distillazione di residui di fogna e all’uso di escrementi animali come cibo, alla cottura
di scarpe in cuoio, o addirittura ad andare a caccia di bambini usando come esche i
gatti (a loro volta facile preda). Diverse testimonianze di fatti come questi indicano
che forse non sia stata pratica comune, ma di certo può accadere durante una
situazione logorante e di fame continua. Si provi ad immaginare una guerra civile
quando già parte della popolazione sia arrivata al cannibalismo: è ciò che a volte è
successo in Africa anche nella storia recente.
Oppure si pensi a una vera grave crisi economica avvenuta in un Paese
industrializzato e moderno come potrebbe essere una piccola Unione Europea di
trenta anni fa: la Jugoslavia.
Come noi si trattava di una unione di stati, anzi nazioni vere e proprie, riunite in un
organo federale (con un legame più stretto del nostro quindi) e con una stessa
moneta. Il problema Jugoslavo iniziò con la fine dei due blocchi, e quindi con il
taglio della moneta proveniente da USA e URSS. Prima degli anni ‘80, e con un
picco all’inizio degli anni ’70, la Jugoslavia aveva un benessere pari alla Germania
occidentale, ed i cittadini godevano di privilegi internazionali pari in Europa solo alla
Svizzera. Poi, improvvisamente, una inflazione galoppante e una grave crisi
economica distrussero il sistema e favorirono i nazionalismi locali, e in breve

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scoppiarono guerre civili. Uno scenario critico causato innanzi tutto dalla moneta. Le
differenze e gli interessi nazionali hanno fatto sì che per ottenere più ricchezza in
effetti si sia distrutto, e infine venduto, gran parte della ricchezza stessa: un esempio
sono le autostrade croate, oggi di proprietà di società austriache. O il famoso
scandalo (ben conosciuto in Italia) di Telecom Serbia, che alcuni ricorderanno. Lo
Stato quando perde la capacità di controllare la moneta non ha più potere decisionale,
e in un paese sviluppato arrivati al punto critico (ovvero quando la moneta non
garantisce più l’acquisto dei beni essenziali) non si combatte con le clave, ma con
armi moderne, e la popolazione stessa lo fa, infatti chiamiamo questo tipo di guerra
“civile”. E l’immigrazione? Diventa un fattore aggravante durante simili
cambiamenti economici. Ad esempio, nei decenni passati il Kosovo ha subìto una
grande immigrazione dalla vicina Albania, l’etnia albanese è cresciuta in alcune zone
fino a cinque volte in trent’anni, ovvio perché la situazione economica jugoslava era
migliore di quella albanese, e non si è verificato alcun problema. Poi, molti anni
dopo, è stato indetto un referendum per la secessione, vinto ovviamente dagli
indipendentisti che nel frattempo erano diventati la maggioranza della popolazione.
Da qui è scoppiata una violenta guerra civile e di religione. In Bosnia e in Kraina
invece il problema era di natura territoriale, e anche lì si trovavano gruppi eterogenei
dal punto di vista religioso e di nazionalità. Bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e
croati cattolici. Religioni e sentimenti patriottici diversi, culture diverse, anche un
tipo di scrittura diverso. Questo ha fatto sì che si formassero “squadre” allo stesso
modo in cui esistono tifoserie diverse negli stadi, ma con ragioni molto più
coinvolgenti e valide.
Possiamo vedere in tutti i paesi che recentemente hanno accolto grandi flussi
migratori che le generazioni successive ai migranti vengono assorbite e divengono
parte del nuovo sistema, in breve poi perdono praticamente i contatti con il paese
d’origine e talvolta rimangono solo alcune tradizioni folkloristiche. È l’esempio dei
neri e degli italiani in America, o sempre dei nostri connazionali in Germania.
Passato qualche decennio, viene persa anche la considerazione criminale (che segue
sempre la reputazione di un popolo migrante) e, scemando la discriminazione dei
nativi nei confronti degli arrivati, l’integrazione è completa. Questo però accade se il
Paese garantisce la possibilità di un discreto standard dello stile di vita. E comunque
un popolo che da centinaia di anni sulla religione fonda il proprio stile di vita, e che
mantiene rigidamente tutto quanto è stabilito da essa, risulta difficilmente integrabile
in modo omogeneo. Viene sì a far parte del nuovo sistema, ma nel contempo ne
rimane estraneo. E dove la popolazione è suddivisa in parti più o meno bilanciate (ad
esempio tra musulmani e non) possiamo vedere che la situazione diviene molto
instabile; e qualora vi sia un minimo problema sociale è facile si verifichino guerre o
perlomeno gravi disordini. Se osserviamo una mappa mondiale, noteremo che dove
l’Islam convive con altre civiltà si hanno sempre problemi non risolti, o guerre che a
intermittenza perdurano a volte da secoli. Sul Corano è scritto: “O l’Islam o la
spada”, indicando la scelta che i popoli invasi avrebbero dovuto compiere, o come è
inderogabile che il figlio di un musulmano debba essere musulmano

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indipendentemente da quale religione possa avere la moglie. Ho citato l’Islam,
semplicemente perché a differenza di moltissimi cattolici che lo sono solo
teoricamente, molti musulmani credono davvero ai fondamenti della propria
religione. Avrei potuto citare i cattolici praticanti, gli ortodossi, o gli ebrei: i
musulmani semplicemente risultano essere molto spesso i credenti più rigidi. Il
problema è che se una persona crede davvero che in qualche modo una parola scritta
sia la parola di Dio, non esiste dialogo: questa è senz’altro una squadra molto
motivata. E’ vero, l’islam è anche una cultura tollerante. Ma qui stiamo parlando di
cambiamenti drastici della società, dovuti anche ad altre ipotetiche cause.
L’intolleranza e l’estremismo religioso divengono quindi effetti forse inevitabili, e
come conferma la Storia le conseguenze sono sempre simili. Inoltre, molti capi
islamici, sia politici che religiosi, alludono spesso (e a volte spudoratamente) ad un
futuro predominio mondiale della religione musulmana, e in effetti così facendo
buttano benzina sul fuoco. E qualsiasi islamico, anche il più moderato, valuta e
ascolta queste cose essendo perfettamente consapevole di ciò che potrebbe accadere
in futuro: sicuramente compiacendosene; per quanto mi riguarda invece,
preoccupandomene. Preoccupandomene perché so che, volente o nolente, se davvero
la situazione degenerasse in scenario critico dovrei fare parte della squadra opposta.
Anche se non fossi credente, anche se non me ne importasse nulla. Non dipende da
me, ma dalla mia famiglia, da dove sono nato e come sono cresciuto, dalla mia
cultura e dalle mie tradizioni, dai miei affetti e da ciò che considero la mia civiltà: se
sentissi tutto questo in pericolo, avrei ovviamente un nemico. E i dati statistici
riguardo la mia civiltà, non sono davvero rosei. Cito:
- una cultura con un tasso di crescita di 1.9 (figli per coppia) è in grave rischio di
estinzione;
- l’Italia ha un tasso di natalità pari all’1.2, la media europea è di 1.38;
- la crescita della popolazione in Europa è dovuta al 90% da immigrazione islamica;
- il tasso di natalità degli immigrati islamici varia da 4.1 a 7.9;
- la Francia conferma che avrà il 20% di cittadini islamici entro il 2027, l’Olanda avrà
il 50% di cittadini musulmani entro il 2025;
- il governo tedesco ha denunciato per primo questa situazione, e ha annunciato che
“la caduta della popolazione tedesca non può essere fermata… dobbiamo essere
pronti a divenire una nazione musulmana entro il 2050”.
Ovviamente, questa immigrazione non deve essere considerata esclusivamente come
un fenomeno negativo, tuttavia se possiamo dire che in caso di crisi gli attriti
aumentano, queste cifre possono essere viste con preoccupazione e indicano la
possibilità di gravi disordini nei paesi occidentali. Perché, se è vero che se una civiltà
che garantisce il benessere assorbe gli immigrati e li naturalizza, è anche vero che il
malcontento attacca ancor di più i popoli alle proprie tradizioni, e soprattutto per i
musulmani, alla propria religione. Insomma rende tutti meno tolleranti e più
aggressivi verso chi è diverso. E difendersi è un pensiero sempre presente, nelle
civiltà che si sentono in pericolo.
Come risolvere questo problema sarebbe davvero semplice: in caso di criticità è

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sufficiente dare alla popolazione più moneta. Quando c’è benessere, tutti sono felici,
rilassati, e non ci sono mai problemi. Già lo sapevano i romani, “panem et circenses”
dicevano, ovvero giochi al circo massimo e cibo per tutti garantiscono un futuro
senza rivoluzioni. Dovremmo pensare di riconsiderare colpe e responsabilità che
attribuiamo a nazioni e a popoli, perché la fame fa sempre diventare estremisti. Se da
qualcuno oggi dipende l’andamento dell’economia, da loro dipende anche la sorte e il
futuro di tutte le nazioni che rischiano uno scenario critico in questo senso: loro a
monte sono i veri responsabili, sia che possa accadere per incapacità o in malafede,
ma se ci saranno genocidi in futuro il responsabile dovrebbe essere ricercato tra
questi, e queste sarebbero le persone da rinchiudere in carcere a L’Aia.
Cambiando discorso, analizziamo ora invece le conseguenze di una grave crisi
economica durante uno scenario critico. Qualora la nostra banca ad esempio vada in
fallimento, in Italia saremmo abbastanza tutelati. Quanto presente nel nostro conto
corrente dovrebbe essere restituito fino alla somma di Euro 103291, come previsto
dal D.l. del 4 dicembre 1996, e garantito dal fondo interbancario di tutela dei depositi.
Chi avesse depositato una somma superiore a questa cifra perderebbe la quota
eccedente senza nessuna possibilità di recupero. E anche i titoli azionari diverrebbero
carta straccia. Chi avesse stipulato un mutuo con questa banca, potrebbe vedersi
richiedere tutta la somma subito, ma solo nel caso in cui nel contratto sia presente una
clausola che dia questa facoltà alla banca.
Ma se fallissero diverse banche, o se la stessa valuta subisse una grave inflazione, e la
nostra nazione andasse in fallimento? Sarebbero eventi eccezionali, certamente, ma è
già successo (Dinari YU, Marchi DDR , Pesos argentini ecc.) e forse qualcuno
ricorderà che abbiamo corso questo rischio pure noi, con le nostre Lire negli anni ’80.
Ora con l’Euro siamo certamente più tutelati, e siamo legati all’andamento
dell’Unione Europea. Non per questo però siamo sicuri, anzi, forse un eventuale
crack sarebbe ancora più grave perché trascinerebbe tutti.
È erroneo, anche se siamo abituati a farlo, associare alla carta valuta un determinato
potere d’acquisto. Non dobbiamo dimenticare mai che quel potere d’acquisto siamo
noi stessi ad averlo attribuito, e che in realtà quanto abbiamo tra le mani sono solo
pezzi di carta che potrebbero tornare ad avere il loro valore reale.
E, se questo discorso è valido per i contanti, lo è ancor di più per le nuove forme di
“valuta”, come i bancomat e le carte di credito. È facile intuire che anche solo in
assenza di linea telefonica o corrente elettrica, queste tesserine non avrebbero nessun
valore… pensiamo allora alle situazioni che abbiamo qui analizzato.
Come tutelarsi? Ricordiamoci che il nostro sistema comunque si basa sul rischio, e
che questo è premiato (con l’interesse) in modo proporzionale a quanto è alto il
rischio. Non parleremo quindi di “come investire al meglio il proprio denaro”, ma di
come ripararlo nel modo migliore, ovvero di come tutelarsi da questi eventuali crack.
E non è detto che siano scelte intelligenti, soprattutto se la situazione economica è
stabile.
Prima di tutto, in situazioni dubbie sarebbe meglio avere i contanti in casa propria
piuttosto che in banca, e questa è una cosa ovvia e una tecnica molto comune adottata

35
in passato.
Sarebbe anche meglio tornare all’abitudine dei contanti nei pagamenti e limitare o
escludere l’uso di carte di credito e bancomat: preciso comunque che mi riferisco a
cifre di poche migliaia di Euro, che è quanto utilizziamo nell’arco del mese.
Parlando di cifre superiori, ovvero di investimenti, vorrei indicare come beni di
rifugio i preziosi e soprattutto l’oro. Un capitale aureo ha sempre avuto il suo valore
indipendentemente da qualsiasi fenomeno sociale, crisi o calamità da oltre duemila
anni, accrescendo anzi il proprio valore durante le guerre e le crisi. Anzi, durante le
crisi tutti cercano di comprare oro, e chi lo vende sono sempre i più poveri. Basti
pensare a quanti compra-oro ci siano oggi rispetto a dieci anni fa.
Anche i beni immobili, come dice il loro nome, risultano un investimento sicuro.
Per quanto riguarda eventuali debiti nei confronti di istituti bancari, questi sarebbero
da evitare in situazioni di pericolo. I tassi variabili sarebbero un grave rischio in caso
d’inflazione alta e durante una crisi non si dovrebbe mai rischiare di divenire
insolventi.
Quanto visto in altre nazioni dovrebbe averci insegnato che sarebbe meglio comprare
qualcosa solo quando siamo già in possesso della somma necessaria: risparmieremmo
così la cifra di interesse, e questa compenserebbe il fatto che abbiamo tenuto fermo il
capitale fino al raggiungimento di tale somma. Certamente, però, questo discorso
sarebbe veramente difficile da attuare qualora decidessimo di fare un mutuo per
l’acquisto di una casa: non tutti potrebbero aspettare vent’anni per racimolare i soldi
necessari.

9: Crisi energetiche

È già passato qualche anno da quando abbiamo superato il picco di produzione del
petrolio. Questo significa che ciò che viene estratto è inferiore alla domanda, e questa
forbice è in continua divergenza. Ultimamente poi i paesi emergenti, con in testa la
Cina, hanno un fabbisogno energetico in continua e rapida ascesa, ovviato dai
combustibili fossili in quanto risultano la soluzione più rapida e quindi più consona al
loro fabbisogno.
Ma per noi occidentali, il problema è totalmente diverso e molto più complesso. Oltre
agli interessi delle più potenti multinazionali, vanno aggiunti i debiti colossali nei
confronti dei paesi produttori. Questi poi hanno comprato diverse aziende in tutto il
mondo e sono spesso i maggiori azionisti in diverse società negli USA e in Europa.
Anche se già da anni possediamo le tecnologie per fare a meno del petrolio, come
possiamo terminare pacificamente un così grande rapporto commerciale e saldare i
debiti? Questo è certamente un grosso grattacapo per molti governi, intravediamo ora
parte della soluzione nelle opere faraoniche che si stanno sviluppando in medio
oriente e che noi, indirettamente, stiamo pagando a caro prezzo. Ma stiamo
comunque solo cercando di rinviare tutto ad un prossimo futuro.
Nell’Unione Europea, solo il Portogallo ha nella propria produzione energetica una

36
consistente fetta proveniente da fonti rinnovabili. Ma i costi di costruzione sono
molto alti, e i paesi più industrializzati necessitano di grandi quantità di energia: per
questo la fonte ancora oggi più rapida e valida è quella nucleare.
L’ENEL adotta da decenni una strategia di questo tipo: generatori di vapore a
combustibili tradizionali associati all’energia idroelettrica. Durante i picchi di
consumo, vengono azionate le turbine facendo scendere l’acqua a valle, poi durante
la notte si utilizza il surplus di energia delle centrali termiche per ripompare l’acqua
nei bacini più alti (perché per noi tali bacini sono preziosi anche come riserva idrica).
Non abbiamo ancora una voce rilevante di energia da fonti rinnovabili, e spesso
siamo costretti ad importare energia dalla Francia e dalle centrali nucleari in gestione
nei paesi dell’est. Le fonti rinnovabili poi non hanno una produzione costante e
necessitano di molti più impianti di quanti ne sarebbero necessari, volendo garantire
una determinata produzione. Così in estate, nei periodi di massimo consumo,
abbiamo assistito a volte a black-out molto gravi.
Se questi problemi riguardano la produzione di energia, ancora peggio ci troviamo
nel nostro continuo e crescente fabbisogno di idrocarburi.
Il trasporto su ruote, voce di primaria importanza nel commercio tra i paesi europei, è
il settore più colpito in quanto è totalmente dipendente dal petrolio. Così i costi sono
in continuo aumento, influendo sui prezzi di tutti i beni e ostacolando l’economia.
Ma c’è un altro problema ben più grave: il riscaldamento domestico e le industrie
necessitano continuamente di gas. In Italia, il più utilizzato, e di gran lunga in misura
superiore agli altri combustibili, è il metano. Abbiamo sì qualche giacimento, ma
ormai la maggior parte di gas viene importato dalla Russia tramite le pipe-line che
arrivano attraversando l’Ucraina e l’Europa orientale.
Tutti ricorderanno i problemi che ogni anno giornali e televisioni trattano al riguardo,
ma non abbiamo ancora avuto alcun tipo di disagio. Perché paghiamo in Euro, e
finché è una moneta forte, il servizio è garantito a tutti i costi. Ma proviamo a pensare
per un momento cosa accadrebbe se fossimo coinvolti in una vera, grave crisi,
oppure, se uno dei paesi attraversati da queste tubazioni, si trovasse in condizione di
non poter pagare il gas: questo continuerebbe ad arrivare nelle nostre case? O ci
troveremmo come chi, al ristorante, è seduto in una tavolata di affamati ma si trova
lontano dal piatto di portata?
Se diplomaticamente in qualche modo riuscissimo a farci vendere a credito il loro
gas, ottenerlo nella seconda ipotesi sarebbe molto più difficile. Ogni governo sa che
tagliare le risorse energetiche pone le industrie, e quindi tutta l’economia, in una fase
di stallo; cercherebbe quindi di evitarlo in ogni modo: prima razionando l’erogazione
nelle zone residenziali, poi, al limite, attingendo da quello che attraversa il proprio
territorio diretto ad altri.
Cosa accadrebbe in Italia? Sicuramente sarebbe un periodo molto difficile,
probabilmente associato ad un aggravamento della crisi economica ma soprattutto al
freddo e al gelo che calerebbero nelle case. Da qui certamente poi si avrebbe
un’impennata nei consumi di elettricità, rischiando di mettere in crisi pure questo
settore con pericolosa conseguenza una situazione simile a quella che si

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verificherebbe durante una breve tempesta elettromagnetica. E se si pensa che possa
accadere durante un duro inverno come quello 2009-2010, lo scenario oltre che
sgradevole potrebbe essere accompagnato da numerose vittime.
Le soluzioni sono difficili e spesso controverse. Pensando al lungo periodo è lodevole
l’impegno assunto nell’investimento per le energie rinnovabili, nonché gli incentivi
diretti ai privati per la messa in opera di pannelli fotovoltaici. L’energia solare e
quella eolica non offrono una produzione continua, però. E il bisogno è impellente: la
possibilità di costruzione di alcune centrali nucleari, anche se sicuramente presenze
sgradevoli, dovrebbe essere valutata seriamente anche dagli ambientalisti più
convinti, nonostante tutto quello che è successo. Tre note al riguardo: la prima, è che
tra tutte le centrali nucleari del mondo solo due volte si sono verificati incidenti gravi,
e Chernobyl era senza dubbio una centrale obsoleta. Sarebbe come dire che l’aereo
sia un mezzo di trasporto da bandire perché in caso di incidente spesso muoiono tutti
i passeggeri: statisticamente invece è il mezzo di trasporto più sicuro. In secondo
luogo, l’inquinamento: quanti sono i morti causati da micropolveri e sostanze
tossiche immesse nell’atmosfera dalle centrali termiche (a carbone, gas o petrolio)?
Un numero impossibile da stabilire, ma si tratta certamente di milioni di persone. Le
scorie radioattive sono una piccola quantità al confronto, stoccabile in luoghi isolati,
a differenza dei fumi. Una centrale nucleare per l’ambiente circostante è molto più
pulita di una tradizionale. Terzo: siamo circondati da centrali nucleari, molto vicine a
noi: in Svizzera, in Francia, persino la Slovenia ne ha una. E compriamo da loro
energia, pur condividendo i rischi.
Utilizzare la legna per il riscaldamento, se spesso in campagna è tornato di moda, non
potrebbe essere una soluzione per tutta la popolazione: non avremmo nemmeno la
superficie boschiva per affrontare pochi anni. La necessità dell’entrata in commercio
di nuove tecnologie è ormai un’urgenza impellente, e nel frattempo dovremmo essere
molto realistici.

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- MANUALE NBC -

Questa sezione è divisa in tre parti: N (nucleare), B (biologico), C (chimico).

N - ATTACCO NUCLEARE STRATEGICO, INCIDENTE NUCLEARE

1- Chi dovrebbe essere il “nemico”?

Pensare ad una guerra nucleare strategica al giorno d’oggi é anacronistico, eppure gli
arsenali nel mondo stanno crescendo invece di diminuire, e quindi l’argomento verrá
affrontato. Se consideriamo una guerra nucleare, attualmente l’Italia fa parte della
NATO, pertanto sarebbe da escludere un attacco americano o dei suoi alleati. Allo
stesso tempo, questa cosa non significa proprio nulla: pur dichiarandosi “amici”
proprio gli alleati hanno compiuto i bombardamenti piú pesanti sull’Italia, e questo
perché avevamo truppe nemiche sul nostro territorio. Di certo durante la guerra
fredda gli americani avevano considerato, in caso d’invasione, di bombardare a
tappeto il Veneto per impedire un’eventuale avanzata sovietica. Tutte queste ipotesi
sembrano ormai superate… peró é chiaro che non si possa mai predire cosa potrebbe
verificarsi durante una guerra nucleare e se dopo un primo momento anche tra Stati
Uniti ed Europa vi possano essere ostilità. Potremmo essere colpiti anche dalla
Russia, cosí come (teoricamente) dalla Francia o dalla Gran Bretagna. Anche la Cina
sarebbe in grado di colpirci, cosí come siamo a tiro utile degli MRBM (missili
balistici a medio raggio) israeliani, e molto probabilmente di quelli iraniani (appena
renderanno ufficiale il fatto di essere in possesso di armi nucleari). La Corea del Nord
non avendo ICBM (missili intercontinentali) non riuscirebbe ad attaccarci, e cosí
nemmeno il Pakistan o l’India: sempre che non abbiano la possibilitá di inviare
sottomarini nucleari nel Mediterraneo. Oltre la capacitá peró si dovrebbe pensare al
motivo: al momento non pare possano esserci ragioni plausibili per cui si debba
pensare ad un attacco del genere. Un attacco terroristico potrebbe essere teoricamente
possibile con ADM (atomic demolition monition, bombe di piccole dimensioni)
anche se escluderei questa possibilitá a priori: un ordigno nucleare di cosí piccole
dimensioni richiede per la costruzione una tecnologia forse posseduta da cinque Paesi
in tutto il mondo. Oltre a questo, se venisse scoperta la bomba prima dell’esplosione
non vi sarebbe nessuna pietá per il Paese che l’avesse venduta a questi “terroristi”:
rischiando cosí una rappresaglia durissima, rispetto al relativamente piccolo danno
inferto al nemico o al profitto ricavato.

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ADM potrebbero piú facilmente essere usati da servizi segreti: contro al nemico, in
caso di un attacco molto focalizzato; o contro il proprio Paese facendo ricadere la
colpa su altri, qualora si voglia ottenere un forte appoggio della popolazione in vista
di un attacco giá pianificato. Si chiama “strategia incidente Gleiwitz”. A Gleiwitz
infatti i tedeschi, travestiti da polacchi, si sono auto-attaccati per avere il pretesto di
invadere la Polonia e cosí fare iniziare la Seconda Guerra mondiale.
Si spera queste cose non accadano mai: una guerra nucleare globale porterebbe
probabilmente l’emisfero nord a condizioni di radioattività tali da lasciare pochissime
speranze di sopravvivenza, oltre agli isotopi e al cambiamento climatico che
renderebbero il mondo un posto non piú molto ospitale. Ovviamente è uno scenario
non analizzabile. Riguardo le “bombe sporche” l’argomento verrà trattato in seguito.
Riporto, solo a titolo esemplificativo, cosa accadrebbe durante un attacco nucleare
strategico diretto all’Italia.
Prendiamo come esempio un arsenale strategico di una potenza nucleare
(USA,1983):
- 1000 Minuteman: ICBM da 5-15 Mton2
- 43 Titan: ICBM da 20-50 Mton
- 241 B-52G/H model bombers: 482 bombe
- 56 FB-111 bombers: 112 bombe
- 496 sottomarini SSBM classe POSEIDON: portata media 10 Polaris A-3 da 3
MTon
- 72 sottomarini SSBM classe TRIDENT: portata media 16 Polaris A-3
Efficienza: I silos di Titan e Minuteman sono completamente vulnerabili a un attacco
da ICBM, B-52 e FB-111 da oltre 20 anni “non sarebbero in grado di penetrare le
difese aeree russe” e sono usati per altri scopi, gli SSBM sarebbero in grado di
lanciare tutti i missili solo qualora non venissero intercettati.
Una stima pessimistica di missili sul bersaglio è la seguente:
- 500 Minuteman da 5 Mton
- 22 Titan da 20-50 Mton
- ca 3000 Polaris A-3 da 3 Mton
Comunque una potenza di fuoco di oltre 12000 megatoni (garantiti sui bersagli).
Si può così simulare cosa accadrebbe in caso di conflitto tra l’Italia e una potenza
nucleare che ordinasse un attacco strategico contro la nostra nazione.
ICBM, MRBM = missili balistici intercontinentali e a medio raggio;
SSBM = sottomarini nucleari strategici.
La potenza nominale delle testate é del tutto indicativa.

2
Mton, o megatone, indica la potenza in esplosivo convenzionale equivalente. 1 Mton equivale a 1 milione di tonnellate
di tritolo. Per rendere l’idea, la bomba di Hiroshima era 4000 volte meno potente di una moderna testata atomica. Test
nucleari confermano che l’onda d’urto di un ordigno da 50 Mton attraversa tre volte l’intera superficie del pianeta. La
totalità dell’esplosivo utilizzato nella II guerra mondiale ammonta a 10 Mton.

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2- Scenario esempio: attacco strategico sull’Italia, bersagli strategici

- Aeroporto militare di Rimini: Polaris A-3,esplosione a bassa quota


- Base NATO di Aviano: Titan II, esplosione a bassa quota
- Vicenza: Polaris A-3, esplosione ad alta quota
- Taranto: Polaris A-3, esplosione in mare
- Aeroporto militare di Sigonella: Polaris A-3, esplosione a bassa quota
- Base NATO Trapani-Birgi: Polaris A-3, esplosione a bassa quota
- Base NATO Comiso-Ragusa: Polaris A-3, esplosione a bassa quota
- Porto di Trieste-Monfalcone: Minuteman, esplosione in mare
- Golfo di Napoli: Minuteman, esplosione in mare
- Roma: Minuteman, esplosione ad alta quota
- Golfo della Spezia: Minuteman,esplosione in mare
- Alessandria: Titan II, esplosione ad alta quota

Il tipo d’esplosione e di arma utilizzata, nonché la localizzazione dei bersagli


strategici sono stati scelti in base a calcoli automatici teoricamente simili ai
programmi di lancio strategici (statunitensi) di inizio anni ’80.

Nota: attualmente in Italia sono dislocate 90 (o 70) testate nucleari USA tipo B61 da
50 chilotoni: 50 ad Aviano e 40 a Ghedi Torre. Altre fonti citano differenze di poche
decine di unità, e una potenza massima di 0.3 Mton (cadauna).

3- Effetti del bombardamento

Un bombardamento nucleare strategico ha due funzioni: rendere inoffensivo il


nemico bombardandone le basi missilistiche e aeronautiche (con esplosioni a bassa
quota, più devastanti e usando sottomarini atomici che possono portarsi più vicini al
bersaglio dando minor tempo di reazione) e in secondo luogo colpire le principali
città e siti industriali, distruggendo inoltre le vie di comunicazione (attacco di
rappresaglia). Per il secondo scopo sono preferiti gli ICBM con esplosione ad alta
quota (maggior raggio d’esplosione) o in mare (maggior effetto di fall-out).

4- Area dell’esplosione, Titan II da 50 Mton

- Fascia 1 (raggio = circa 10 km) area dell’esplosione: tutte le persone allo scoperto,
in veicoli, in edifici in muratura ecc. vengono disintegrati all’istante. Sollevamenti e
abbassamenti del suolo a onde; vengono raggiunte pressioni fino a 500 atm. e

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temperature di alcuni milioni di gradi. Persone in edifici in cemento armato e bunker
civili talvolta possono sopravvivere, tuttavia l’innalzamento della temperatura e le
radiazioni possono provocare ustioni e ulcerazioni incurabili.
- Fascia 2 (raggio = 35-40 km) area dell’onda d’urto: gli effetti in quest’area sono
simili a un terremoto di intensità X-XI scala Mercalli. Pochi edifici superstiti, ponti
danneggiati, condutture e cavi fuori uso, vetri esplosi, vento fino a 400 km/h di
temperatura oltre i 250°C. Persone all’aperto e in edifici poco resistenti vengono
carbonizzate, chi si trova in edifici resistenti può sopravvivere, anche se con il rischio
di ustioni e ulcerazioni che possono portare alla morte in alcuni giorni. La carta, le
plastiche, i capelli e i vestiti in condizioni di buona visibilità si incendiano
istantaneamente, presenza di numerosi incendi di edifici e boschi.
- Fascia 3 (raggio = 50-70 km) area di prossimità: intensità simile al grado VII-VIII
scala Mercalli: crepe nei muri, crollo di camini ed intonaci. Il fungo atomico è
visibile, osservare l’esplosione da questa distanza porta alla cecità. All’interno di
edifici in muratura le persone non hanno conseguenze derivanti dall’esplosione, le
radiazioni sono ancora elevate ma non letali. Oltre a questa distanza possono trovarsi
apparecchiature elettroniche non colpite dall’impulso elettromagnetico
dell’esplosione atomica.
- Fascia 4 (fino 75-80 km) area di sicurezza: l’esplosione atomica è visibile ma le
radiazioni sono limitate. All’aperto è possibile osservare l’esplosione con occhiali
protettivi. Le abitazioni non subiscono danni ad esclusione dei vetri. Questa area
delimita una ricaduta locale in genere inferiore ai 3000r.

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Immagine 1: Tipologie di rifugi interni

43
Immagine 2: L’Italia colpita da un bombardamento nucleare strategico:
blu = fascia 1,
azzurro = fascia 2,
giallo = fascia 3,
la linea rossa delimita la fascia 4.

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5 - Area del fall-out, Titan II da 50 Mton.

Il fall-out è la ricaduta radioattiva, ovvero il pulviscolo portato in alto dal fungo


durante l’esplosione (10-20 km di quota) e che ricade al suolo sotto forma di polvere,
neve o pioggia. La ricaduta comunque varia dalla direzione del vento, dalle
condizioni metereologiche, dal clima e dalla latitudine. Le radiazioni emanate dal
fall-out non possono essere viste o percepite e non hanno odore.
Queste radiazioni vengono misurate in rad, la radiazione x in roentgen = r. Per
esempio, la radiazione esistente in natura varia da 0,1 a 0,2r , considerando 0,5r come
un livello di sicurezza. Un’esposizione di 100r induce nella persona irradiata
leucemia o cancro osseo, che possono rivelarsi dopo diversi anni; ma con una
probabilità 10 volte maggiore rispetto a una persona non irradiata. Per una
esposizione totale di 450r si ha una mortalità del 50% (D.L. 50).
L’area di fall-out per una Titan è di circa 22000 chilometri quadrati, con vento a 20
km/h.
Nella direzione del vento vi è una ricaduta di 100r a 280 km dal punto dell’esplosione
18 ore dopo; la stessa quantità di roentgen vi è a 30 km in un’altra direzione.

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Immagine 3: ricaduta locale. Il diagramma a sinistra riporta le linee di ugual dose
in r per le radiazioni emesse dalle precipitazioni radioattive delle prime 36 ore dopo
un’esplosione termonucleare in mare da diversi MTon; i tre a destra danno le stesse
informazioni per la ricaduta dopo un’esplosione in superficie.

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6 - Protezione dal fall-out

La formula matematica che esprime il decadimento locale è che all’aumentare di 7


volte del tempo la radiazione diminuisce di 10 volte. Inoltre, la radiazione gamma è
assorbita al 50% da 9 mm di piombo; o 5 cm di cemento o 6,3 cm di terra, legno,
carne o acqua.

Esempio di diversi tipi di protezione, distanze diverse:

Rad esterni 3000r 1000r 300r 100r


Distanza 5 km 10 km 20 km 30 km
(sopravento)
Distanza 50 km 80 km 220 km 280 km
(sottovento)
Casa in 97r 34r 7r 5r
muratura, 30cm
Casa con muri 16r 7r 4r 1r
in sasso, 50 cm
Edificio in 6r 2r 1r 0.5r
cemento armato
Seminterrati e 3r 1r 0.3r 0.2r
cantine
Bunker civili, 1r 0.3r 0.2r 0.2r
1mt profondità

È quindi intuibile l’assoluta importanza di rimanere al chiuso e di non esporsi in


nessun modo al fall-out, addirittura si potrebbe sopravvivere all’interno di un grande
edificio anche con 3000r esterni e a soli 35km dall’esplosione senza subire un grave
irraggiamento purché l’edificio sia in buono stato e non ci si debba mai recare
all’esterno.
La durata del pericolo da radiazione locale varia, ma in circa quindici giorni il
decadimento del miscuglio dei prodotti di fissione dovrebbe portare a una attività
inferiore ai 3r, dove vi era una attività di 3000r nelle prime 24h.
La ricaduta troposferica e stratosferica, invece, ha durata massima di circa un mese,
infatti, in questo periodo praticamente tutta l’aria troposferica passa qualche ora in
una nube. Permane, invece, il rischio di avvelenamento da isotopi.

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7 - Comportamento consigliato in caso di bombardamento atomico

- Se si ha il tempo per prepararsi, scegliere uno spazio il più lontano possibile dai
muri esterni e dal tetto della casa. Meglio una cantina o un seminterrato, altrimenti
una stanza centrale al piano terra.
- Riempire di sacchi di terra o sabbia le finestre, il camino e le altre aperture, così
anche il pavimento del piano superiore. Sono validi anche mattoni, cemento, legna,
libri e mobili.
- Al centro della stanza prescelta improvvisare un rifugio interno tipo “appoggiato”,
“tavolo” o “armadio”. Qui vi si dovrà rimanere continuamente per almeno 15 giorni.
Per i servizi igienici saranno necessari secchi da vernice o preferibilmente un WC
chimico. In questa situazione, l’assorbimento di radiazioni dovrebbe essere limitato
entro i 10r anche con 3000r esterni, a patto che non si esca mai da questa stanza.
- Immagazzinare in questa stanza quanta più acqua e cibo è possibile, e una radio a
transistor: quando ricomincerà a funzionare significherà una diminuzione notevole
delle radiazioni, inoltre potrà informare sulle condizioni locali.
- Fornirsi di un kit di sopravvivenza: fornellino e bombole di GPL, armi, torce
elettriche, candele, stivali di gomma, tute NBC, ipoclorito di sodio, medicinali.
- Le bombe cadranno sui bersagli ogni 10 secondi, la durata del conflitto durante
l’attacco e la prima rappresaglia è di circa 25-45 minuti.

8 - Il periodo post-nucleare

Passati 15 (o meglio 30) giorni si potrà uscire per brevi periodi dal rifugio. È
importante, a questo punto, venire a conoscenza di dove si trovano le aree più
contaminate e dove sono cadute le bombe.
La ricaduta stratosferica è limitata a circa 10 gradi di latitudine, e le perturbazioni si
spostano generalmente da ovest verso est. Pertanto, in caso di attacco termonucleare
diretto all’Italia, il punto privo di radiazioni più vicino sarebbe la Libia al di sotto del
30° parallelo. Sempre che non siano esplose bombe anche in altri Paesi.
Tuttavia, siccome sarebbero più elevate le probabilità di non potere essere evacuati,
analizziamo il comportamento migliore da tenere al fine di sopravvivere
contaminandosi il meno possibile.
Di indubbia importanza è l’essere a conoscenza delle previsioni meteorologiche delle
48 ore successive al bombardamento, per evitare di rimanere in zone colpite da
precipitazioni contaminate, e nel contempo per evitare di essere sorpresi dal fall-out
allo scoperto. A questo punto si potranno tracciare in una mappa le aree non colpite
dal fall-out tra quelle considerate in fascia 4 da esplosioni nucleari, verranno poi
privilegiate le zone rurali, di montagna, vicino a corsi d’acqua con bacino idrico
privo di aree contaminate.
Bisognerà, infatti, evitare le città, anche perché l’elevato numero dei morti in
putrefazione, la scarsità di igiene e la difficile reperibilità di acqua pulita porteranno

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presto a conseguenze di rischio biologico, trattate in seguito. Le città possono avere il
vantaggio di una difesa militare, di reperibilità di cibo e di medicinali, ma essendo
più densamente abitate possono essere molto pericolose non solo per le malattie
infettive, ma anche per lo stato di panico e caos che si creerebbe (sciacallaggii, bande
armate, sbando delle stesse forze armate) e che porterebbe molto probabilmente a una
forte repressione o addirittura alla legge marziale.
La reperibilità di cibo e di acqua è il problema più serio per i primi mesi, a cui si
potrebbe ovviare in una simile emergenza rifornendosi da negozi, supermercati,
aziende conserviere e casearie, magazzini e consorzi agrari. Questo sicuramente
risulterebbe più facile in piccoli paesi piuttosto che in grossi centri. Possibilmente,
poi, non si dovrebbero assumere cibi freschi fino all’inverno successivo per evitare
una contaminazione da isotopi. Passato il primo inverno, ci si potrà cibare di prodotti
agricoli, presenti in grande quantità nel nostro territorio e che sarebbero certamente
trascurati, oltre a poter coltivare un appezzamento di terreno, qualora si riuscissero a
reperire le sementi.
L’allevamento e la caccia dovrebbero essere limitate alle sole generazioni successive
agli animali presenti nel periodo di maggiore radioattività, dovrebbero essere poi
scartate le ossa, le interiora e il fegato in quanto vi si potrebbero trovare tracce dei
prodotti di fissione. Per lo stesso motivo si dovrà evitare il consumo di latte per
almeno un anno.

9 - Incidente nucleare nelle centrali svizzere, francesi o slovene

È un’evenienza più probabile di un bombardamento, e più facile da gestire in quanto


non sarebbe un fenomeno globale, ma la contaminazione proverrebbe da un’unica, o
poche, località.
Un incidente simile a Chernobyl porterebbe a una contaminazione locale,
stratosferica e troposferica simile a un potente ordigno bellico, ma almeno per quanto
riguarda l’Italia non ci sarebbero vittime derivanti dall’esplosione, né danni alle
infrastrutture, inoltre il sistema statale potrebbe mantenere l’efficienza per rispondere
al disastro.
Ci sarebbero probabilmente zone gravemente colpite dal fall-out e fino a migliaia di
morti, ma in diverse zone si potrebbe avere il tempo di evacuare, dato che una
perturbazione che viaggia a 50 km/h impiegherebbe circa 7 ore dalla frontiera
francese a Bologna, per esempio. Ulteriori aree a rischio sono le zone di Aviano (PN)
e Ghedi Torre (BS) per le testate nucleari ivi presenti: vorrei ricordare che anche se in
Italia non abbiamo centrali nucleari operative, nei bunker di dette basi vi è una
potenza nucleare che varia dai 3.5 ai 32 Mton.
Il comportamento da adottare segue gli stessi principi già trattati, in questa evenienza
sarebbe però più facile conoscere le aree contaminate e lo svolgimento degli eventi
perché sicuramente in primo piano in tutti i mass-media.
Per chi si trova in zona a rischio:

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- Ricordarsi, se si è in una zona ove è impossibile evacuare, di approntare un rifugio
come già trattato;
- Non uscire mai, per nessun motivo, per almeno 15gg;
- Quando si esce, meglio con tuta NBC, evacuare: a sud degli Appennini e a est di
Perugia la contaminazione dovrebbe essere molto bassa;
- È preferibile non mangiare, piuttosto che ingerire cibi freschi contaminati, inoltre
controllare sempre, anche in seguito, di cibarsi con prodotti confezionati prima
dell’incidente. In questi casi i governi potrebbero essere costretti, per riportare a
condizioni di normalità le aree disagiate, ad alzare i livelli limite di contaminanti e a
riavviare le produzioni troppo presto.
In ogni caso non può essere prevista la strategia adottata dai governi in tale
evenienza, in questa sede analizzeremo i comportamenti migliori per uscire da simili
situazioni assorbendo le minori radiazioni possibili, ovvero:
- Non esporsi alla pioggia o alla neve durante i primi 3-4 mesi.
- Non cibarsi di prodotti agricoli fino alla stagione successiva, eliminare ogni animale
da ingrasso vivo al momento dell’incidente. Cercare di raccogliere frutta e verdura
per portarli all’interno come scorte, prima del fall-out.
- Prestare particolare attenzione anche all’acqua come al cibo. Bere solo acqua
confezionata prima dell’incidente. A tale scopo è consigliato, prima del fall-out, di
riempire ogni contenitore a disposizione di acqua, sfruttando anche l’acqua
dell’acquedotto, e di portarlo in una stanza sicura.
- Le scorte di cibo e acqua dovranno essere portate nel rifugio interno, scorte stoccate
in altre stanze potranno essere utilizzate dopo minimo 15 giorni.

Immagine 4: I reattori nucleari operativi in Europa, ad agosto 2009

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REATTORI OPERATIVI PIÙ VICINI ALL’ITALIA, DISTANZA DA BOLOGNA

TRICASTIN (F): 4 Reattori - Km 526,4 Ovest


CRUAS (F): 4 Reattori - Km 520,7 Ovest
PHENIX (F): 1 Reattore - Km 511,4 Ovest-nord-ovest
SAINT-ALBAN (F): 2 Reattori - Km 525,2 Nord-ovest
BUGEY (F): 4 Reattori - Km 492,8 Nord-ovest
FESSENHEIM (F): 2 Reattori - Km 468,3 Nord-nord-ovest
GOESGEN (CH): 1 Reattore - Km 367,2 Nord-nord-ovest
BEZNAU (CH): 2 Reattori - Km 374,1 Nord-nord-ovest
LEIBSTADT (CH): 1 Reattore - Km 409,9 Nord-nord-ovest
MUEHLEBERG (CH): 1 Reattore - Km 444,7 Nord-nord-ovest
GUNDRENMINGEN (D): 2 Reattori - Km 457,1 Nord
ISAR (D): 2 Reattori - Km 476,8 Nord
NECKAR (D): 2 Reattori - Km 549,4 Nord
KRSKO (SLO): 1 Reattore - Km 362,8 Est-nord-est

NOTA: Sono stati presi in esame solo i reattori operativi a Agosto 2009, nel raggio di
550 km da Bologna.

Immagine 5: zone di contaminazione da incidente nucleare in Francia o Svizzera


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In azzurro: contaminazione max fino a 1500r.
In giallo: contaminazione max fino a 450r.
la linea rossa indica il limite dei 100r massimi.
È consigliabile, finita l’emergenza, trasferirsi oltre questa linea. La ricaduta è stata
calcolata da un ipotetico incidente di classe 7 (fusione del nocciolo) nelle centrali
vicine alla frontiera italiana, con vento in direzione dell’Italia.

Immagine 6: La zona contaminata di Chernobyl.


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I dati relativi alla contaminazione di quest’area mostrano che i livelli più elevati di
radioattività, in alcune direzioni, vengono registrati fino a una distanza di quasi 260
km dal reattore.
Tuttavia la contaminazione derivante da un fall-out è solo parzialmente prevedibile,
in quanto fortemente influenzata dai fattori climatici del momento, e ha una copertura
sul territorio detta a macchie di leopardo. L’unico tipo di previsione (quasi) sicura di
un’ipotetica contaminazione viene effettuata utilizzando i dati di contaminazione
massima registrati nel punto più distante dal punto zero. In base a questi semplici
calcoli è stata creata l’immagine 5.

10 - Radiazioni ionizzanti: patologia umana

Quanto si dirà per l’uomo vale anche per tutti gli altri mammiferi. Saranno descritti
brevemente: gli effetti da irradiazione acuta e cronica su alcuni organi e tessuti, le
alterazioni indotte nell’embrione, la sindrome da irradiazione acuta generalizzata, le
alterazioni dovute a irradiazione totale subacuta e cronica, le conseguenze
dell’intossicazione radioattiva, le alterazioni di tipo neoplastico, le implicazioni

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genetiche dell’irradiazione delle ghiandole sessuali.
- Cute e annessi. L’irradiazione della cute al di sopra del valore soglia (dose eritema)
produce la comparsa di un arrossamento della stessa. Un fugace arrossamento può
comparire dopo qualche ora, ma l’eritema da radiazione X, gamma appare dopo 7-12
giorni e permane a lungo. Per dosi più elevate compaiono anche vescicole e, in
seguito, anche ulcerazioni necrotiche difficili da guarire e che lasciano cicatrici che in
seguito possono degenerare in tumori.
Peli e capelli nell’area irradiata cominciano a cadere dopo circa 7 giorni e dopo
qualche tempo ricrescono, normali nell’uomo, depigmentati negli animali. La dose
eritema si aggira sui 500r. L’irradiazione cronica della cute per esposizione frequente
a piccole dosi di radiazione porta a alterazioni della pigmentazione e dell’elasticità
della cute con l’apparizione di fini grovigli di capillari iniettati di sangue. La cute
diviene arida per distruzione delle ghiandole sebacee, in seguito compaiono ragadi e
ulcerazioni dolorose; le unghie si fanno fragili e deformi.
Col tempo l’obliterazione dei vasi cutanei può dar luogo a gravi fenomeni necrotici e
spesso a degenerazione carcinomatosa.
- Apparato digerente. La massima sensibilità si osserva nella mucosa gastrica e più
ancora nei villi del duodeno e del tenue. Possono formarsi ulcere, ma se non
insorgono complicazioni necrotiche e infettive la riparazione dell’epitelio è di solito
rapida. Le ghiandole salivari hanno media sensibilità, molto resistenti sono fegato e
pancreas.
- Gonadi. Nell’adulto l’irradiazione di 100 roentgen porta a sterilità, che sopravviene
dopo qualche tempo e che cessa dopo diversi mesi o qualche anno, la fertilità
riappare più tardi nella donna.
- Utero. È abbastanza resistente alle radiazioni, tuttavia dosi di 15 rad portano spesso
alla morte del feto, o alla nascita di un feto deforme destinato a breve vita o con una
alta probabilità di una insorgenza di leucemia nella prima infanzia.
- Organi emopoietici. L’irradiazione del timo, delle linfoghiandole, della milza e del
midollo porta alla distruzione delle cellule emopoietiche, così che linfociti, monociti,
granulociti, emazie e piastrine scompaiono gradualmente portando spesso a diverse
forme di leucemie.
- Irradiazione acuta generalizzata (male da raggi). È causata da un’irradiazione totale
superiore ai 150r, dopo la quale è avvertibile un sapore metallico: la soglia per la
mortalità si aggira sui 250r; la dose semiletale sui 450r, che risultano letali nel lungo
periodo al 95% degli irradiati. Dopo una dose semiletale, trascorse 12-24h,
incominciano i primi sintomi, che consistono in malessere, ipotensione, cefalea,
vomito, diarrea. Per i 7-10 giorni successivi il soggetto si sente bene, in seguito le
condizioni si aggravano rapidamente: febbre, eccitazione o depressione psichica,
vomito, diarrea, ulcerazioni e piccole chiazze emorragiche cutanee e mucose,
emorragie gastriche, renali e intestinali. La morte sopravviene dopo 4-6 settimane per
setticemia. La terapia è difficile e di esito incerto. Le trasfusioni di midollo portano a
reazioni immunitarie gravi, possono essere utili iniezioni e creme antibiotiche,
sulfamidici, chemioterapici e antinfiammatori.

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Vi è la seria probabilità per i sopravvissuti che compaia dopo qualche anno una
leucemia o più tardivamente una neoplasia. Infine, va ricordato che nei sopravvissuti
le mutazioni indotte nelle cellule sessuali possono essere causa di alterazioni sia nella
prole diretta sia nella successiva discendenza.
- Irradiazione cronica. Se la dose di radiazione semiletale (450r) anziché in una sola
volta viene erogata nel corso di qualche giorno (in caso di fall-out, ad esempio),
l’effetto risultante è meno grave, e non si osservano reazioni acute come il male da
raggi. 10r al giorno porterebbero alla morte in pochi mesi, 1r al giorno produrrebbe il
quadro di un lento avvelenamento cronico. La ricaduta radioattiva passerebbe da
3000r a 0,3r in circa 100 giorni, quindi anche se si potesse uscire dal rifugio senza
gravi rischi dopo un mese, si dovrebbe farlo con tute NBC e per il minor tempo
possibile.
Anche per l’irradiazione cronica sono da temere l’insorgenza di leucemie e neoplasie,
nonché un danno alla prole diretta e lontana. Per evitare un’irradiazione cronica, si
dovrebbero assorbire un massimo di 0,5r al giorno, durante il fall-out.
- Intossicazione radioattiva. Trattasi di intossicazione fisica data dall’ingestione e
dall’inalazione di sostanze radioattive. Se il radioisotopo è stato ingerito in forma
insolubile, verrà eliminato con le feci, altrimenti entrerà in circolo e verrà espulso con
le urine. Alcuni radioisotopi però sono assunti in forme assimilabili dai tessuti,e qui
si fissano dando origine a forme diverse di tumori e leucemie che si manifestano
dopo 5-10 anni. Per questo si devono escludere alimenti freschi entro il primo anno
dopo l’esplosione, le verdure e il latte sono gli alimenti più pericolosi.
Per ridurre la fissazione dei radioisotopi è consigliabile bere acqua con carbonati di
calcio, anni fa i russi erano poi convinti fosse utile anche bere vino rosso.
- Conseguenze genetiche. Sono indotte già da dosi di pochi rad, l’esposizione per
diversi giorni a dosi di 1r raddoppierebbe le probabilità di avere una discendenza
malforme; le condizioni ritornerebbero alla normalità solo dopo alcune generazioni.

11 - Altre considerazioni

Mammiferi e uccelli sono le specie più sensibili alle radiazioni. Anfibi e pesci hanno
una dose letale che si aggira al doppio (800-1500r).
Gli insetti sono i più resistenti, per esempio la vespa Habobracon resiste a 180000r.
Per questo una guerra nucleare produrrebbe un notevole cambiamento della fauna
locale nelle aree contaminate, a cui ci si dovrebbe poi adattare in seguito, soprattutto
per quanto riguarda l’alimentazione, cioè integrando nella dieta gli insetti. Problemi
seri si osserverebbero poi a lungo in agricoltura, dove sempre gli insetti si
rivelerebbero sicuramente un problema più grave di quello attuale anche a causa di
una notevole diminuzione dei loro predatori.

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12 - Conclusioni3

Un incidente nucleare di classe 7 (il più distruttivo) nelle centrali oltralpe porterebbe
in Italia alla seguente situazione:
- da decine o fino ad alcune migliaia di morti nelle quattro settimane successive,
numero che comunque potrebbe sensibilmente variare in base al tipo di incidente;
- un numero tra i 45.000 e i 450.000 morti nei 94 anni seguenti, dovute a tumori e
leucemie; e un aumento del 2,5% dei nati malformi in questo periodo;
- diverse aree contaminate e che necessitano di chiusura per i 20 anni seguenti, a una
distanza massima di circa 260 km dal reattore.
- in caso di fusione del nocciolo, il reattore deve essere messo in sicurezza e
controllato per almeno 150 anni, a causa del pericolo che possa sprofondare e
raggiungere una falda acquifera causando una seconda esplosione.
Una stima più complicata riguarda i danni dovuti a un bombardamento strategico:
- circa 7 - 14 milioni di morti nella prime 6 ore dal bombardamento;
- circa 10 - 20 milioni di morti nelle 4 settimane successive, dovute a: male da raggi,
setticemie, malattie infettive, disidratazione;
- tutto il territorio nazionale contaminato, seppure in misura diversa;
- circa 1.5 - 3 milioni di morti nei 5 anni successivi, dovuti a tumori e leucemie;
- circa 2.5 - 5 milioni di morti nei 90 anni seguenti, dovuti a tumori e leucemie;
- assenza di energia elettrica, acqua e gas; vie di comunicazione e reti telefoniche interrotte
per un periodo indeterminato: questo porterà a focolai di epidemie, morti derivanti da
freddo, fame e sete;
speranza di vita abbassata a 45 anni, aumento del 1000% dei nati malformi;
- l’Italia arriverebbe a toccare il picco minimo di 6 - 14 milioni di abitanti, prima di
riprendere una crescita demografica;
Occorrerebbero 4 generazioni per ritornare ai livelli odierni di speranza di vita, e un
tempo indeterminato per arrivare al numero attuale di popolazione (periodo di
recupero).
Qualora ci si trovasse in un’area non direttamente coinvolta dall’esplosione, e
seguendo le norme prescritte in questo manuale, si verrebbe contaminati nella
peggiore delle ipotesi da un massimo di 90 rad, dose comunque elevata e che
porterebbe a sterilità temporanea, oltre che a un elevato aumento del rischio di
contrarre leucemie e tumori; ma che tuttavia permetterebbe la sopravvivenza e,
rapportato alla popolazione nazionale, aumenterebbe il numero dei sopravvissuti e
diminuirebbe la durata del “periodo di recupero”.

3
I calcoli sono stati effettuati dai dati sulle popolazioni di Chernobyl e Hiroshima, variandoli in base alla densità di
popolazione, al numero di abitanti, alla quantità di rad previsti nelle diverse zone e considerando un abbassamento del
tenore di vita a paese del terzo mondo (in questo ho utilizzato i dati relativi a Chernobyl unitamente ai dati statistici di
alcuni Paesi africani). Ovviamente questi dati non hanno alcun valore scientifico, sono solo una stima.

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13 – Note

Alcuni stati, tra cui anche la Svizzera, promuovono tuttora piani di formazione per
civili, e hanno reparti operativi NBC sempre pronti in caso di pericolo nucleare: a
differenza di noi, loro sono molto preparati qualora si verificasse questa malaugurata
evenienza. Ovvero, anche noi abbiamo reparti militari NBC e nuclei NBCR in quasi
tutte le caserme principali dei Vigili del Fuoco, ma non siamo assolutamente in grado
di rispondere ad un evento critico NBC di portata nazionale: quindi queste situazioni
degenererebbero in scenari critici, in Italia, mentre in Svizzera molto probabilmente
no. Tutti sono preparati, “luoghi sicuri” di rifugio sono organizzati per tutti come lo
sono le scorte di beni necessari, l’esercito è formato anche da gran parte di civili che
prenderebbero servizio immediatamente durante l’emergenza: il “ridotto svizzero” è
vero che sia praticamente impenetrabile e in grado di affrontare qualsiasi tipo
d’evento. Non dimentichiamo che il suolo elvetico non vede una guerra da oltre 150
anni, e di certo non grazie al fatto che sia dichiaratamente neutrale: Belgio e Olanda,
pur facendo la stessa cosa, hanno subìto diverse invasioni, e così si potrebbe dire di
molti altri Paesi europei. Nemmeno possiamo dire che la Svizzera sia un Paese
povero e che non abbia mai destato interesse per le ricchezze da lei possedute.
Perché non ci troviamo oggi nella stessa loro situazione, è un discorso politico e
strategico: in primo luogo molti Paesi europei aderenti alla NATO hanno forze
armate costituite da specialisti e non vi è più il servizio di leva. La popolazione non è
addestrata e non sa maneggiare armi, quindi. L’esercito, ben preparato e limitato,
interviene in effetti solo come vassallo degli Stati Uniti, o della NATO, o in qualche
missione ONU; e non avrebbe una minima capacità di risposta in caso di scenario
critico all’interno del proprio Paese se non supportato dagli alleati. In secondo luogo
la popolazione stessa non avrebbe autonomia per quanto riguarda beni essenziali e
ordine, se in caso di criticità non ricevesse in breve tempo i soccorsi necessari. Credo
che dovremmo essere pronti ad organizzarci in modo completamente diverso.

B - LA GUERRA BIOLOGICA E LE EPIDEMIE ENDEMICHE –

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La guerra biologica, meglio conosciuta come guerra batteriologica (il termine è meno
corretto in quanto vengono utilizzati anche i virus) ha origini molto antiche, e anche
se ora è vietata dalla convenzione di Ginevra, molti stati (soprattutto Russia, Cina e
Stati Uniti) hanno riserve considerevoli di spore di batteri e virus.
Oltre a questo, la produzione di materiale biologico infetto è molto più facile e meno
costosa rispetto alle armi nucleari e chimiche, quindi anche i terroristi potrebbero
praticare vantaggiosamente questo tipo di lotta. Oppure, anche se le probabilità sono
più remote, potrebbe verificarsi una epidemia per cause accidentali o per l’evoluzione
naturale di microorganismi già esistenti.
Infine, un’epidemia potrebbe verificarsi come effetto secondario: di un
bombardamento atomico, o più semplicemente di un grave terremoto, di una
inondazione o in guerra.
In questi casi, dove sono presenti una quantità di persone e animali morti, acquedotti
e rete fognaria fuori uso e scarse condizioni igieniche, vi è un’alta probabilità che si
sviluppino epidemie, anche di più malattie contemporaneamente. Inoltre, la varietà
degli agenti patogeni permette più strategie di attacco, potendone adottare il più
indicato in condizioni diverse: ad esempio l’antrace e i virus garantiscono un’alta
letalità come attacco primario, altri batteri, invece, potrebbero venire usati per
contaminare zone di guerra già debilitate, e avrebbero scarso risultato in un paese
dove il servizio sanitario è efficiente.
Un uso bellico di agenti patogeni è poi conveniente in quanto:
- lo stato che ne fa uso può essere fornito del vaccino o comunque è preparato;
- non si recano danni a infrastrutture e risorse;
- in alcuni casi il mandante non è identificabile.
Prenderemo ora in esame:
- il comportamento da tenere in caso di epidemia,
- la disinfezione degli ambienti,
- la potabilizzazione dell’acqua e la sanità degli alimenti,
- le varie infezioni e gli agenti patogeni.
Non verranno presi in esame quegli agenti patogeni che sono già globalmente diffusi
e non sono considerati bellici, come ad esempio il tetano, l’AIDS, l’epatite virale, la
salmonella ecc., ma verranno esaminati solo quelli presenti nei vari arsenali, o che
siano già stati utilizzati, o che possano causare epidemie in caso di guerra o durante
uno scenario critico.

1 - Il comportamento da tenere.

È difficile stabilire se si sta sviluppando un’epidemia, in quanto l’allarme potrebbe


essere dato troppo tardi. In epoca moderna gli spostamenti di centinaia di chilometri
sono rapidi, e si potrebbe essere contagiati anche se il focolaio dell’infezione è
lontano.

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Sicuramente si può dire che un’epidemia nella propria nazione mette a repentaglio la
sicurezza di tutti e che sarebbe già sconsigliabile recarsi in stazioni, aeroporti, grossi
centri, e in tutti quei luoghi dove si potrebbe incontrare qualcuno proveniente
dall’area in pericolo. Anche se i governi si adoperassero per circoscrivere l’area
dell’infezione, potrebbe rivelarsi impossibile e questa si espanderebbe sino ai limiti
geografici naturali. Questo dipende anche molto dal tipo di malattia, i vari casi
verranno esaminati singolarmente in seguito. In caso di epidemia comunque è
consigliabile:

Immagine 7: aree di influenza delle città italiane. Le aree a maggiore rischio


epidemico sono quelle più densamente abitate, secondariamente sono a rischio le
aree d’attrazione delle città colpite dall’epidemia.

- fare scorta di cibo a lunga scadenza e acqua, sempre che non siano questi i veicoli
d’infezione (potrebbero essere contaminati gli acquedotti, ad esempio, o le derrate
alimentari, ma se ne verrebbe presto a conoscenza);
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- se è una epidemia grave, sottoporsi autonomamente a quarantena, restando chiusi in
casa, meglio ai piani alti;
- evitare, se possibile, di recarsi negli ospedali: sarebbero sicuramente affollati da
molte persone infette;
- portarsi il più lontano possibile dalle città;
- considerare che, se viene interrotta per più di 48 ore l’erogazione di corrente
elettrica e vi è una epidemia in corso, molto probabilmente la mortalità è stata
talmente alta che ha paralizzato completamente il sistema logistico e l’economia
nazionale, e che molto probabilmente non è più garantito alcun servizio;
- il periodo più pericoloso è quello dopo la quarantena, venendo a contatto con un
ambiente altamente contaminato.

2 - La disinfezione degli ambienti.

Passato il periodo di quarantena, sarà indispensabile bonificare l’area in cui si vive e i


terreni circostanti, agendo come segue:
1) munirsi di tuta NBC e portare in una zona circoscritta le carcasse di animali e
persone, nonché tutto il materiale evidentemente infetto, incendiare e seppellire;
2) se possibile, incendiare le costruzioni non indispensabili, i prati, i campi ecc;
3) bonifica di edifici: nebulizzare su tutte le superfici una soluzione di ipoclorito di
sodio al 5% e lasciare porte e finestre chiuse per 30 minuti. Nel caso l’agente
eziologico fosse un virus è preferibile utilizzare ammoniaca diluita al 3%.
4) bonifica di aree aperte: da carbonchio e altre infezioni batteriche trasmissibili per
via aerea: nebulizzare con atomizzatore agricolo fungicidi Mancozeb e Ziram alla
concentrazione massima consentita, in soluzione di ipoclorito di sodio allo 0,5%;
praticare prima del periodo primaverile una forte concimazione ammoniacale. C’è da
dire però che questa area dovrebbe anche essere recintata, per impedire agli animali
selvatici potenzialmente infetti di accedervi, e di ripetere il trattamento più volte
possibile, anche se a scapito delle colture.
Per la malaria e per la peste poi è consigliabile intervenire con forti insetticidi,
indossare sempre abiti lunghi, soggiornare in locali protetti da zanzariere e utilizzare
repellenti per insetti, evitare di tenere recipienti con acqua stagnante e comunque
soggiornare ad almeno 500 metri da laghi, rii, canali e acque stagnanti, in locali non
accessibili ai topi.
Va ricordato che le spore dell’antrace mantengono la capacità germinativa per 12
anni, che possono essere portate dal vento e sono molto resistenti, pertanto i
trattamenti di disinfezione devono essere periodici e comunque non garantiscono una
sicurezza totale.

3 - La potabilizzazione dell’acqua e la sanità degli alimenti.

Il metodo di potabilizzazione qui indicato è limitato al rischio infettivo, e ha scarsa

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efficacia contro inquinanti di tipo chimico:
1) Munirsi di un grande contenitore, ad esempio un barile, e pratichiamo un foro a
circa 1/3 della sua altezza, dove verrà posto un rubinetto: poi verseremo l’acqua
prelevata, meglio se da un corso d’acqua piuttosto che da un luogo dove l’acqua è
ferma. Se è possibile, sarebbe meglio risalire il corso per almeno 500 metri e
controllare che non vi siano fattori di rischio (ad esempio animali morti, rifiuti,
sostanze sospette), e se ci sono devono essere eliminati.
2) Riempire il contenitore e lasciare decantare 24 ore.
3) Spillare l’acqua dal rubinetto e versare in una pentola. Vengono così esclusi il
deposito sul fondo e i microorganismi di superficie.
4) L’acqua deve essere portata a ebollizione e deve bollire per almeno 15 minuti.
5) Quando è fredda, può essere versata in un contenitore pulito attraverso un imbuto
dove è stato posto uno strato di carta assorbente, che fungerà da filtro.
6) Ora può essere imbottigliata con l’aggiunta di una goccia di ipoclorito di sodio per
litro di acqua, e conservata fino a un anno.
Per gli alimenti, oltre alle consuete norme di igiene, è consigliabile:
1) Lavare gli ortaggi con soluzione di ipoclorito di sodio allo 0,3%;
2) Macellare gli animali dopo un periodo di isolamento che abbia almeno la stessa
durata del periodo di incubazione dell’infezione, e prediligere le specie che non
vengono colpite dall’agente eziologico che ha provocato l’epidemia;
3) Evitare di assumere cibi che siano particolarmente a rischio, e comunque cuocere
tutti i cibi;
4) Qualora l’agente eziologico abbia una o poche specie animali come veicolo di
trasmissione, cercare di eliminarli completamente dall’area;
5) Derrate alimentari e prodotti confezionati, comprese le bottiglie d’acqua, possono
essere utilizzate purché le confezioni siano integre e previo lavaggio con ipoclorito al
2%. Ovviamente però, in caso di guerra, potrebbero essere state infettate
volontariamente, così anche l’acqua di acquedotto potrebbe essere stata contaminata.
6) Un metodo rapido di disinfezione dell’acqua, che può essere utilizzata per vari
scopi, ma da bere solo in caso di emergenza: clorare con ipoclorito di sodio allo
0,03% e lasciare agire un’ora.

4 - Malattie e agenti eziologici.

1) Carbonchio: il batterio responsabile di questa malattia è il Bacillus Antracis


(antrace). È molto resistente alla disidratazione e alle variazioni di temperatura, le
spore mantengono per 12 anni la capacità germinativa.
Bovini, pecore, maiali, cavalli e capre contraggono la malattia e possono trasmetterla
all’uomo nella forma intestinale per ingestione di cibo infetto. Gli animali contagiati
nella forma acuta muoiono entro alcuni minuti, nella forma subacuta presentano
febbre, aumento di volume della milza, disturbi intestinali; il decorso generalmente è
fatale. Nella forma locale i bovini e i cavalli presentano lesioni cutanee specifiche

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circoscritte, nei maiali lesioni dello stesso tipo sono localizzate nella gola.
Nell’uomo la malattia può presentarsi in 3 forme principali: pustola maligna,
carbonchio polmonare e carbonchio intestinale. Il carbonchio cutaneo insorge in
seguito a contaminazione cutanea. Si forma un’area d’infiammazione, con necrosi
centrale, che diventa bruna, purpurea o nera, circondata da vescicole contenenti un
fluido giallo. Il pus è assente e il dolore non è forte. La letalità è bassa ed è dovuta
all’eventuale insorgere di setticemia generalizzata.
Il carbonchio polmonare è causato dall’inalazione di polvere contenente spore. Nei
polmoni si formano aree emorragiche che vanno incontro a epatizzazione, insorge
setticemia e, se la diagnosi non è precoce, la malattia termina fatalmente in poche
ore.
Il carbonchio intestinale provoca lesioni a carattere infiammatorio nell’intestino e
aree emorragiche localizzate. Se la diagnosi non è precoce, insorge una setticemia
mortale. Negli ultimi due tipi il trattamento è difficile a causa del breve periodo che
intercorre tra l’insorgere dei primi sintomi e la morte. La streptomicina, la penicillina
e i suoi derivati semisintetici consentono la cura del carbonchio se il loro impiego è
tempestivo.
2) Tifo: è una grave malattia infettiva provocata dal batterio Salmonella Typhi,
l’origine è rappresentata dai malati e dai portatori che eliminano i germi soprattutto
con le feci. Esistono anche portatori sani, ossia che non hanno mai contratto la
malattia ma sono stati in contatto con malati.
Il contagio può avvenire per via diretta (interumana) o indiretta, conseguenza
dell’inquinamento di alimenti con escrementi infetti. Il periodo di incubazione è di
circa 15gg: in questo periodo i germi sono annidati nelle ghiandole linfatiche
dell’intestino tenue. Nella terza settimana i germi provocano un’ulcerazione delle
pareti dell’intestino, e quindi la colonizzazione del germe nei vari organi sarebbe
responsabile dell’insorgenza delle varie complicanze: polmoniti, pleuriti, ascessi ai
polmoni, al fegato e al cervello, meningiti, pericarditi, nefriti ecc. Se le difese
dell’organismo non hanno presto il sopravvento la malattia diviene rapidamente
mortale. Altrimenti, passando un periodo con notevoli oscillazioni termiche (periodo
anfibolico), si arriva alla guarigione in circa 4 settimane. Decorso clinico: durante i
primi 7 giorni si notano oscillazioni ascendenti della temperatura, fino a 39-40°C,
mentre la frequenza del polso non aumenta corrispondentemente, intanto si ha cefalea
continua, anoressia e stipsi, e la lingua è patinosa al centro e arrossata ai bordi. Nella
seconda settimana la febbre è elevata, i sensi sono obnubilati (stato tifoso), l’addome
è meteorico, sulla cute dell’addome sono presenti piccole e poche aree di colorito
roseo che scompaiono con la pressione. Altri segni costanti sono bronchite diffusa e
diarrea.
La terapia è antibiotica (cloramfenicolo) e antireazionale (cortisone). Può essere
necessaria una terapia reidratante.
3 ) Colera: è una malattia infettiva acuta, contagiosa. L’agente patogeno è il batterio
Vibrio comma, gramnegativo. Le sorgenti di infezione sono i malati, i convalescenti e
i portatori sani. Il vibrione viene eliminato con le feci, il vomito e le urine, il contagio

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in genere è interumano, sono veicoli le mosche, l’acqua, oggetti e alimenti inquinati.
Sintomi clinici: il periodo di incubazione varia da 1 a 6 giorni, l’inizio della malattia
è caratterizzato da diarrea sempre crescente con perdita del controllo degli sfinteri. Il
paziente accusa dolori addominali talora modesti talora di colica. La temperatura è
normale, polso e respiro sono frequenti, la pelle è grinzosa, le guance sono incavate;
vi è ipotensione. Oltre alla diarrea si presentano nausea e vomito, a volte la morte
giunge prima della diarrea (colera secco).
La mortalità nelle epidemie varia dal 15 al 90%. La terapia è antibiotica
(amoxicillina), chemioterapica (sulfamidici), antistaminica (clorfenamina),
antireazionale (cortisone) accompagnata da flebo reidratanti. Il colera è molto
sensibile a tutti i disinfettanti.
4 ) Peste: è una malattia infettiva acuta, endemo-epidemica, contagiosa, comune agli
uomini e agli animali. L’agente eziologico è il batterio Pasteurella pestis, si
conoscono due forme di malattia: la peste bubbonica e quella polmonare. La
trasmissione avviene tramite le pulci del ratto o per contagio interumano (saliva e
sangue). La sintomatologia della forma bubbonica può essere così riassunta: dopo un
periodo di incubazione di massimo 10 giorni si ha un esordio rapido con febbre alta
con brividi, cefalea, ottusità mentale, convulsioni, episodi maniacali, dolori
generalizzati, disturbi dell’equilibrio, sete intensa e vomito; l’udito può essere
menomato, le congiuntive sono iniettate. Al terzo giorno possono comparire macchie
nere, i bubboni (linfonodi ingrossati e dolenti) appaiono tra il secondo e il quinto
giorno. Possono sopravvenire anche emorragie gastro-intestinali e polmonari.
Nella forma polmonare si presenta tosse produttiva: l’espettorato prima è mucoso, poi
striato di sangue e contiene il germe in coltura quasi pura. La terapia è
chemioterapica (sulfamidici), e antibiotica (amoxicillina e streptomicina).
La prevenzione si basa sulla derattizzazione, sull’impiego di forti insetticidi e sul
rispetto delle normali norme di igiene. Esiste un vaccino. La Repubblica Popolare
Cinese ha fatto uso di questo batterio come arma, e sempre questa malattia pare sia
stata la prima ad essere utilizzata come arma batteriologica in senso moderno. I
mongoli, durante l’assedio di Caffa, catapultarono cadaveri infetti entro le mura, e da
qui si ritiene si sia innescata la prima grande epidemia europea di peste del medioevo.
5) Morva: malattia infettiva, contagiosa, dovuta al bacillo Malleomices mallei.
Colpisce gli equini, ed è stata largamente usata come arma batteriologica (inquinando
le acque) più per recare danni agli allevamenti e all’economia che per uccidere
persone. Esistono tre forme cliniche: nasale, polmonare e cutanea. In tutti i casi si
nota la presenza di noduli, ulcere e cicatrici nella parte colpita, oltre a un
ingrossamento dei linfonodi. L’esito è spesso infausto, la terapia a base di
amoxicillina e sulfamidici a dosi elevate e prolungate nel tempo.
6) Vaiolo: malattia acuta da virus (Vaiola major) caratterizzata da febbre elevata,
malessere e dolore alla cervicale a cui segue dopo 2-5 giorni un’eruzione cutanea e
mucosa che inizia in forma di piccole macchie che si trasformano poi in vesciche e in
pustole. L’ultima fase è l’essiccamento delle lesioni che termina dopo 15-20 giorni.
La caduta delle croste e la formazione delle cicatrici si ha dopo circa 30 giorni. Nei

63
casi gravi l’eruzione cutanea è emorragica, la mortalità è del 5% nelle forme discrete
e del 40% nelle forme gravi.
Epidemiologia: il virus può vivere anni a basse temperature, tuttavia a 20°C
sopravvive pochi mesi, è molto sensibile alle alte temperature e ai disinfettanti
ammoniacali. Non esiste una terapia, tuttavia il virus è trasmissibile solo per contatto
mediante secrezioni orali e nasali di persone infette e mediante materiale contaminato
da lesioni cutanee (soprattutto lenzuoli e vestiti).
La vaccinazione era obbligatoria fino alla fine degli anni 70, quando la O.M.S. ha
dichiarato definitivamente debellato il virus, che tuttavia è ancora presente in
laboratori russi e americani. I russi ne possedevano grandi quantità, e questo virus in
caso di guerra era considerato selettivo: ovvero avrebbe causato vittime solo nella
popolazione giovane, essendo i più vecchi vaccinati.
7) Rabbia o idrofobia: infezione causata da un virus (Virus Rabies) neurotropo che
determina una caratteristica sindrome sempre mortale. Veicoli di trasmissione
dell’infezione sono la saliva e il sangue, la rabbia colpisce la una buona parte dei
mammiferi compreso l’uomo.
Patogenesi e sintomatologia: ordinariamente il virus penetrato nei tessuti con la saliva
infetta raggiunge, attraverso i nervi periferici, il sistema nervoso centrale ove si
moltiplica con la distribuzione delle cellule specifiche. Nell’uomo il periodo di
incubazione varia da un minimo di 10-12 giorni per le ferite gravi, a un massimo di
60 giorni. La sintomatologia è di tipo encefalitico con febbre, grave eccitazione,
spasmi laringo-faringei al contatto con l’acqua. Nella fase terminale della malattia
compaiono anche paralisi: la morte è dovuta a paralisi cardiorespiratoria.
La forma furiosa inizia con lo stato prodromico, caratterizzato dal cambiamento di
carattere e di abitudini, manifestazioni allucinatorie visive ed uditive, esaltazione dei
poteri riflessi, pervertimento del gusto, accentuata aggressività. A esso segue lo
stadio di eccitazione, della durata di circa 3 giorni, caratterizzato da un’accentuazione
dei sintomi sopra descritti e dall’insorgenza di eccessi furiosi dove l’infetto diviene
aggressivo e cerca di addentare gli oggetti più svariati producendosi ferite alla lingua
e alle labbra, inoltre tende a fuggire dall’abituale dimora. Per la paralisi laringo-
faringea la voce diventa rauca, la deglutizione si fa molto difficile; si possono
riscontrare alterazioni a carico degli occhi (miosi o midriasi). Infine, si ha lo stadio
paralitico, caratterizzato dalla paralisi della mandibola e degli arti. Allo stadio di
eccitazione, dopo massimo 8 giorni, segue la morte.
La rabbia paralitica o tranquilla invece passa direttamente dallo stadio prodromico
alla paralisi muscolare, la morte sopravviene in 2-3 giorni. L’agente patogeno isolato
in persone o animali infetti è detto “virus da strada”, il virus ottenuto
sperimentalmente dopo ripetuti passaggi in serie nel cervello del coniglio è detto
“virus fisso”.
Il virus fisso ha scarsa attività patogena e un breve periodo di incubazione, è usato
come vaccino antirabbico. Infatti l’unico rimedio per la rabbia è la vaccinazione il più
possibile tempestiva in tutti i casi in cui si sia morsi o si sia venuti a contatto con
sangue o saliva infetti.

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Militarmente il virus è stato studiato per avere un breve periodo di incubazione, fino
a poche ore, ma che porti in breve tempo allo stato di eccitazione, tipico della rabbia
furiosa. Questo virus, insieme all’antrace, garantirebbe nell’area colpita un’altissima
letalità, ma con il vantaggio strategico di una rapida propagazione garantita dagli
infetti che, comunque, hanno la tendenza a mordere e sono difficili da soccorrere.
In caso di epidemia di rabbia probabilmente potrebbe essere necessario abbattere tutti
gli infetti, e si dovrebbe poi affrontare il problema dei portatori sani rimasti in vita.
8) Tubercolosi: è causata dal bacillo di Koch (Mycobacterium Tuberculosis),
patogeni per l’uomo sono il tipo umano, quello bovino, i micobatteri atipici e più
raramente il tipo aviario. Ha carattere generalizzato, nel senso che non si esaurisce in
lesioni localizzate in un determinato organo, ma si ripercuote su tutto l’organismo.
La patogenesi è varia, il batterio può essere inalato, ingerito con cibi contaminati, ma
si può essere contagiati anche per via cutanea, oculare o urogenitale; pur essendo
queste ultime evenienze eccezionali. La tubercolosi polmonare può essere così
schematizzata: febbre, deperimento, manifestazioni emorragiche, espettorato spesso
caseoso. Dopo la polmonare, quella ossea è la forma più frequente. La
tubercolizzazione dei tessuti ossei ha un esordio subdolo e silente, impossibile da
diagnosticare senza mezzi ospedalieri sino alla comparsa di ascessi freddi, curabili
solo chirurgicamente. La terapia è a base di derivati semisintetici della penicillina
(amoxicillina) associata a rifabutina, e da una dieta ricostituente.
9) Difterite: è una malattia contagiosa, acuta, tossi-infettiva, endemo-epidemica:
l’agente eziologico è il bacillo Corynebacterium diphteriae. È un batterio resistente
alla disidratazione, alla luce del sole e al freddo; è sensibile agli agenti disinfettanti
quando sia in ambiente umido. Sorgente di infezione è l’uomo, sia malato che
portatore. Il 50% dei malati diviene portatore durante la convalescenza, ma per breve
periodo. La trasmissione è in genere diretta per contagio interumano, ma anche per
contatto con oggetti o per ingestione di bevande.
Sintomi: locali (laringite e rinite dovute all’impianto del germe sulla mucosa
orofaringea e nasale) e a distanza (lesione del miocardio e dei nervi dovute alle
tossine secrete dai bacilli). In Italia la vaccinazione antitetanica è associata a quella
antidifterica.
10) Dissenteria amebica: è provocata da un protozoo (Entamoeba hystolitica) che
vive nelle acque stagnanti e che può essere parassita dell’uomo e di alcuni animali. È
stata usata come arma biologica sino dalle antichità, ora è praticamente limitata ad
alcune zone tropicali. Precauzione per evitare l’ameba è bollire l’acqua da bere, o
aggiungervi un 0,02% di cloro e lasciare agire un’ora. Terapia: metronidazolo.
11) Malaria: sono così definite un gruppo di malattie infettive causate da protozoi
dell’ordine emosporidi appartenenti alla famiglia Plasmodiidae (la malaria è
trasmissibile all’uomo da zanzare del genere anofele), i quali completano il ciclo di
sviluppo sessuato (sporogonico) nelle femmine di zanzare ematofaghe della famiglia
Culicidae e il ciclo asessuato (schizogonico) nei vertebrati (tra i mammiferi i roditori,
i pipistrelli e i primati).
Patologia: il periodo di incubazione varia dalla forma tropica (6-15 giorni) a quella

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quartana (12-50 giorni). Nell’infezione iniziale la febbre non presenta sempre le
caratteristiche di intermittenza che sono tipiche dell’accesso acuto di malaria e la fa
talvolta confondere con l’influenza, la febbre tifoide e altre malattie.
L’accesso malarico tipico è caratterizzato dalla successione di tre sintomi: freddo e
brividi intensi, calore e sudore. Il primo periodo varia da 20 minuti a più di un’ora, la
febbre intanto sale a 39-40°C, quando arriva al suo massimo (40-41°C) la sensazione
di freddo si trasforma in calore. Dopo un periodo che varia dalle 3-4 alle 20-24 ore di
febbre e delirio, la pelle si inumidisce e l’accesso malarico prende fine con
abbondante sudorazione e la temperatura scende, talvolta anche sotto la norma, fino
ad un nuovo attacco malarico che si verifica nelle forme gravi ogni 24-36 ore.
Dopo un ciclo di attacchi malarici, può esservi un periodo di latenza di durata
variabile da settimane a mesi, le ricadute sono frequenti. Di solito l’esito della
malattia è benigno, anche se l’infezione può durare anni, o portare alla morte se
l’organismo è già debilitato da altre malattie, denutrito ecc. Teoricamente a scopo
bellico la malaria può essere resa trasmissibile da altre specie di zanzare. Terapia:
antimalarici derivati della chinina e della acridina. Importante la prevenzione con la
lotta alle zanzare e la vaccinazione preventiva.
12) Lebbra: malattia infettiva cronica contagiosa causata da Mycobacterium leprae
(bacillo di Hansen). È rara nei primi 5 anni di vita; è favorita dalle cattive condizioni
igieniche. È propria della razza umana e non colpisce gli animali, esiste anche una
lebbra dei ratti ma non è patogena per l’uomo.
Le fonti di infezione sono i malati e i portatori sani; il contagio può avvenire tramite
contatto cutaneo o per inalazione di goccioline infettanti eliminate dal malato, il
germe inoltre è presente nel secreto nasale, nelle lacrime, nelle feci, nelle urine, nel
sudore e nel latte.
È possibile la trasmissione indiretta tramite oggetti o vestiti infetti e tramite gli
insetti. Nel contagiato i germi si annidano nelle fibre nervose in rigenerazione
presenti nella cute, moltiplicandosi nell’assoplasma e penetrando nelle cellule di
Schwann. La malattia può rimanere silente tutta la vita oppure, in rapporto a
cambiamenti dell’equilibrio organico (pubertà, gravidanza, malattie anche banali), i
germi riprendono a moltiplicarsi. L’ulteriore evoluzione della malattia dipende dalla
capacità a reagire dell’organismo, che giunge sino a distruggere il germe in sede di
lesione. Se l’organismo non è reattivo si avrà la forma lepromatosa: lesioni cutanee e
nervose, che evolvono per una durata fino a 10 anni; interessamento dei visceri e
scadimento delle condizioni generali, insufficienza renale. Le lesioni cutanee
divengono da rosso vivo sino a giallo fulvo, delle dimensioni di un uovo, indolenti, di
consistenza diversa, con sede preferenziale agli zigomi, alle guance, alle arcate
sopraccigliari e ai padiglioni auricolari. Sono pure interessate le mani e i piedi. Altra
conseguenza delle lesioni dei nervi è l’atrofia muscolare, specialmente del viso
(paralisi facciale), e degli arti (mano atteggiata ad artiglio). All’atrofia muscolare
corrispondono gravi disturbi trofici, per cui le estremità delle dita o tutte le dita
cadono determinando gravi mutilazioni. Per la profilassi è importante eliminare le
fonti di contagio ed isolare gli infetti, la cura è a base di chemioterapici

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(sulfametoxazolo) sino all’eliminazione totale dei germi.
13) Botulismo: intossicazione da Botulina. È una tossina liberata da un batterio, il
Clostridium botulinum, che con le sue spore può infettare gli alimenti tenuti a
temperatura di 30°C per 9-20 giorni. Lo sviluppo di tali spore è bloccato da
antibiotici in modestissima quantità (penicillina 0,2 ppm). Ha una tossicità
elevatissima: 0,1 mg sono letali per un uomo.
La malattia dovuta al botulino provoca disturbi gastrointestinali, stanchezza, cefalea
cui segue paralisi dei nervi cranici. Può portare a una morte rapida o durare da uno a
tre mesi con esito letale nel 50% dei casi.
Norma profilattica è quella di cuocere bene i cibi, e di mantenere ottime condizioni di
igiene durante la preparazione di alimenti conservabili. La cura nel periodo iniziale
ha spesso buon esito e si basa su lavaggi gastrici, purganti, fleboclisi, siero
antibotulino endovena. I chemioterapici (cloramfenicolo) sono attivi contro il
botulino, ma non risolvono l’intossicazione. Questo agente eziologico è considerato il
migliore per i sabotaggi delle derrate alimentari.
14) Leptospirosi: le leptospirosi sono, come le brucellosi, delle zoonosi trasmissibili
all’uomo. La leptospirosi più diffusa è quella che ha per agente eziologico Leptospira
ictero-hemorrhagiae. Il più importante serbatoio di questi virus sono i ratti, i cui
escrementi, in particolare le urine, rappresentano i veicoli di inquinamento di acque e
suolo. La modalità di infezione è per via oro-faringea, mucosa e congiuntivale,
nonché per ingestione di materiale infetto.
I sintomi classici sono rappresentati da febbre, ittero, che compare dopo alcuni giorni
di malattia quando la febbre comincia a cadere, grave compromissione renale e
iperazotemia con manifestazioni emorragiche. Si hanno anche forme con decorso
simile all’epatite virale, forme solo febbrili o solo renali che simulano la nefrite
acuta, forme meningitiche simulanti la meningite linfocitaria benigna. L’evoluzione
spontanea della malattia è in genere benigna, la terapia è antibiotica a base di
amoxicillina a dosi elevate.
Misure profilattiche sono la derattizzazione, la disinfezione degli ambienti, la
potabilizzazione dell’acqua tramite cloro, evitare di fare il bagno nelle acque dolci a
rischio.
15) Ebola e altri virus di recente scoperta: molti virus, a differenza dei batteri,
causano malattie che risultano in pratica incurabili. Ebola stessa è incurabile, sebbene
sia una malattia poco contagiosa e diffusa praticamente per ora solo in alcune parti
dell’Africa. E ne esistono altre. Certamente, nessuno può stabilire se un nuovo virus
un giorno potrà causare epidemie gravi così come fece il batterio della peste centinaia
di anni fa. Può accadere per via naturale, così come un virus sconosciuto potrebbe
essere utilizzato in guerra. Gli agenti patogeni sopra descritti esistono già da centinaia
di anni, si trovano in natura e sappiamo come dovremmo agire con loro. In caso di
epidemia di una nuova malattia, invece, potremmo solo comportarci nel modo
generico qui descritto riguardo uno scenario critico di questo tipo. A proposito vorrei
dire come definisce il dizionario “terrorismo” (Treccani): “L’uso di violenza
illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e

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a destabilizzarne o restaurarne l’ordine…”. Incutere terrore, non significa in fondo
spaventare la gente? In questo, in senso moderno, includerei quindi anche diversi
giornalisti o servizi giornalistici. Quante volte hanno allarmato la popolazione, quante
volte stressano ripetendo notizie allarmanti o all’uopo preparate per dovere sembrare
molto più gravi di quanto lo siano in realtà? Un giorno i suini, l’altro i polli, perfino i
cetrioli killer. Tutti ricorderanno queste cose, tutte vere, ma molto meno gravi di
quanto spesso hanno voluto farci pensare. I virus si evolvono in modo naturale e ogni
anno ce ne sono dei nuovi, si pensi alla famosa H1N1. Quanta gente ha ucciso, e chi?
Principalmente persone anziane o già debilitate, che una semplice influenza forse
avrebbe comunque ucciso. Non dimentichiamo quanti interessi abbiano le case
farmaceutiche e chi in realtà paghi tutto questo. Leggendo questo libro spero che si
impari a distinguere quando realmente una situazione possa diventare critica. E
soprattutto, ad essere realistici nell’allarmare le persone. Se un giorno dovremo farlo
davvero, sarà indispensabile avere credibilità. Aver gridato “al lupo” troppe volte e
senza senso solo per un po’ di audience in più, potrebbe essere fatale il giorno in cui
si debba dare un vero allarme in questo senso.

Medicinali: una cassetta medica per il rischio batteriologico deve contenere:


- antibiotici: amoxicillina, Augmentin® (amoxicillina+acido clavulanico)
- amoxicillina iniettabile e.v. (per la terapia del carbonchio)
- chemioterapici: norfloxacina, rifabutina, Bactrim® (trimetoprim+sulfametoxazolo)
- cortisone iniettabile e.v./ i.m.
- antistaminico: Trimeton® iniettabile e.v./ i.m.
- antinfiammatorio (diclofenac) iniettabile e.v./ i.m.
- antipiretico (paracetamolo)
- flaconi di soluzione fisiologica iniettabile
- siero specifico antibotulino
- vaccino antirabbico e amebicida (metronidazolo)
- chinina e acridina (per la terapia della malaria).

- TABELLA RIASSUNTIVA DELLE TERAPIE -

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antibiotici chemioterapici vaccino specifica

carbonchio **

tifo *** **** *****

colera ** ***

peste *** *** *****

morva ***** *****

vaiolo *****

rabbia ***

tubercolosi **** ***

difterite ***** *****

dissenteria *****

malaria **** **

lebbra ***

botulismo ** ****

leptospirosi ****

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Il numero di * in tabella indica l’efficacia riguardo al tipo di terapia: molti agenti
eziologici possono essere contrastati in modi diversi e con risultati differenti, ma a
volte le necessità impongono una terapia meno efficace. E’ il caso ad esempio dei
batteri gram-negativi, che non reagiscono ai derivati della penicillina; e dei virus,
contro i quali gli antibiotici risultano pressochè inutili.
Le zoonosi e le malattie dovute a parassiti (come ad esempio la malaria) hanno come
migliore rimedio la prevenzione e il vaccino, ma ovviamente si è parlato anche di
terapie.

Diagnostica: per le comunità isolate sarebbe impossibile effettuare analisi del sangue
o esami accurati. Unica soluzione potrebbe essere quella di isolare gli individui
sospetti, contaminare con il loro sangue, saliva e feci uno o più animali sensibili
all’agente patogeno in oggetto e trattenere entrambi in quarantena in isolamento. In
questo modo si potrebbero riconoscere anche eventuali casi di portatori sani.

- Note e informazioni sull’impiego dei medicinali


In condizioni normali, qualsiasi malato grave si reca all’ospedale o dal medico.
Quanto descritto in questo manuale è utile solo qualora si debba affrontare uno
scenario NBC senza la possibilità di aiuti esterni. Sbagliare una diagnosi e
somministrare una terapia errata può causare la morte del paziente. In una situazione
di rischio NBC invece si è già in pericolo, e quindi si possono correre dei rischi.
Somministrare medicinali a terzi, poi, comporta una responsabilità penale nel caso
causino lesioni o la morte del paziente. Tuttavia una buona preparazione e sicurezza
nelle azioni possono permettere di salvare vite umane.
Per questo, in condizioni estreme, si dovrebbe tentare una diagnosi e somministrare la
terapia prevista in modo tempestivo, oltretutto con una farmacia molto limitata.
Probabilmente in tali circostanze si dovranno effettuare anche interventi chirurgici:
estrazione di proiettili, amputazioni, medicazioni, parti cesarei, tracheotomie,
appendiciti ecc.
Il possesso di anestetici e morfina in Italia non è consentito: sarà quindi necessario
possedere degli psicofarmaci ansiolitici (tipo benzodiazepine) da utilizzare in dosi
massiccie prima dell’operazione, e come anestetico si potrebbe utilizzare un gel a
70
base di lidocaina. Per i feriti gravi e le vittime di un attacco chimico, in assenza di
una terapia specifica, si agirà solo con una terapia sintomatica: ansiolitici,
antinfiammatori, antireazionali, antidolorifici.
Le scorte dei medicinali sarebbero molto preziose, un uso di medicinali su pazienti
inguaribili potrebbe essere uno spreco di cui pentirsi all’esaurimento dei farmaci.
Si spera di non dovere ricorrere all’eutanasia e all’abbattimento dei malati.

Una valigetta medica NBC dovrebbe contenere i medicinali presenti nelle liste dei
capitoli “B” e “C”.
Non tutti questi però sono reperibili: alcuni prodotti purtroppo sono a esclusivo uso
militare o ospedaliero (solfato di atropina, vaccino antirabbico).
Anche il siero antibotulino è di reperibilità molto difficile: comunque una valigetta
medica contenente i farmaci elencati è estremamente valida anche se priva di queste
poche sostanze.

Immagine 8: cassetta di pronto soccorso e valigetta medica.

71
C - IL RISCHIO CHIMICO

A differenza delle armi nucleari, le armi chimiche colpiscono un’area molto ridotta, e
la permanenza nell’ambiente dei contaminanti è molto più limitata: in genere non
supera le 3-4 settimane. Per questo molti Paesi, e anche recentemente, ne hanno fatto
largamente uso, nonostante il divieto della convenzione di Ginevra.
A volte i contaminanti chimici sono associati a un attacco batteriologico e, anche per
i diversi punti in comune, si identificano nell’insieme in guerra bio-chimica.
Le armi chimiche propriamente dette sono tutte le sostanze (polveri, fumi, nebbie,
aerosol e gas) prive di attività biologica ma con un carattere tossico per inalazione,
ingestione e/o contatto con la pelle.
Si distinguono in:
- irritanti: attaccano le mucose e l’apparato respiratorio, se solubili in acqua si
arrestano nel primo tratto dell’apparato respiratorio (es. ammoniaca, anidride
solforica), se insolubili, attaccano gli alveoli polmonari (es. fosforo, fosgene, ossido
di azoto)
- asfissianti/soffocanti: sottraggono l’ossigeno (es. azoto, metano, anidride carbonica)
-chimici: danneggiano i globuli rossi entrando in circolo nel sangue, provocando un
avvelenamento (es. monossido di carbonio, acido cianidrico, anilina, nitrobenzene,
acido solfidrico);
- narcotici: deprimono l’attività del sistema nervoso centrale e procurano incoscienza
(es. protossido di azoto, anestetici);
- veleni: compromettono e distruggono i vari organi;
- tossici: agiscono sul sistema nervoso centrale, sul sistema emopoietico e su
determinati organi (fegato, milza, reni) alterandone il funzionamento; possono poi
avere un’azione teratogena (sul feto), cancerogena e/o mutagena (a carico del DNA).
Il comportamento da adottare, da parte dei civili presenti in un’area bombardata con
sostanze chimiche, è il seguente:
- chiudere immediatamente porte e finestre
- indossare la maschera quindi la tuta NBC
- collocare dei panni bagnati in tutte le fessure che danno sull’esterno
- cibarsi solo di alimenti confezionati e sigillati previo lavaggio accurato della
confezione
- l’acqua non è potabile né può essere resa potabile
L’allarme in genere sarà di breve durata.
C’è da dire comunque che un attacco chimico potrebbe avvenire sotto diverse forme,
e che quindi l’atteggiamento da tenere dovrebbe essere diverso in base al tipo di
attacco.
In caso di attacco terroristico, ad esempio, le procedure indicate sopra non sarebbero

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le migliori: infatti, la contaminazione potrebbe coinvolgere solo un edificio, quindi la
cosa migliore da fare sarebbe di certo evacuare all’esterno.

1 - Le armi chimiche

Sono dette armi chimiche tutte le sostanze artificiali che agiscono sulle condizioni
biologiche e sull’ambiente, e i mezzi usati o predisposti per consentire un loro
impiego bellico efficace.
In ambito militare, per mezzi chimici si intendono tutti i prodotti destinati a essere
usati in operazioni di combattimento e i mezzi tecnici: bombe, granate, generatori di
aerosol e mine.
Oltre a questi, che sono usati direttamente per abbattere esseri viventi o per
distruggere materiali, vi sono i mezzi tecnici per sabotaggi: trattasi di semplici
contenitori contenenti l’aggressivo chimico, e utilizzati per contaminare tramite
acquedotti, condotti d’aerazione ecc. Quest’ultimo tipo di attacco colpisce
principalmente la popolazione civile, quindi formalmente non potrebbe essere
adottato da nazioni in guerra (o almeno non in modo palese), ma è il principale
sistema di attacco chimico terroristico e di attacco tramite servizi segreti.
Delle armi chimiche fanno poi parte anche le sostanze che agiscono sull’ambiente: i
disseccanti, i diserbanti, gli incendiari e i nebbiogeni.
Le proprietà caratteristiche di questo tipo di attacco, a differenza dei contaminanti
nucleari e biologici, sono:
- area contaminata estremamente ridotta e limitata alla zona colpita e alle sue
immediate adiacenze;
- il contaminante non ha attività biologica, quindi non porta a focolai epidemici, ovvero il
contaminante non essendo vivo e quindi impossibilitato a riprodursi ha una efficacia
facilmente stimabile e conosciuta con rilevante precisione;
- il periodo di contaminazione è limitato all’attività della sostanza, a differenza del
decadimento radioattivo che, invece, è di durata di gran lunga superiore.
Questi fattori hanno determinato che questo tipo di sostanze siano le più utilizzate in
scenari NBC.
Ci sono poi sostanze biologiche o radioattive che per proprietà siano molto simili alle
sostanze chimiche: ad esempio le “bombe sporche”, la contaminazione da uranio
impoverito e l’antrace. La contaminazione da isotopi e il carbonchio, infatti, non
fanno prettamente parte della categoria chimica: però si apprenderà dalla visione del
testo nell’insieme che le materie nucleare-biologico-chimico siano strettamente
correlate tra loro.
Vediamo ora le categorie principali delle armi chimiche.

1) Aggressivi chimici: sono sostanze chimiche artificiali idonee all’impiego bellico.


Esse ebbero il loro esordio effettivo durante la Prima Guerra Mondiale, dove vennero
prodotte e impiegate in grande quantità per la prima volta. Basti pensare che nel 1918

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il 30% delle munizioni dell’esercito austroungarico aveva carica chimica. Non
comportando un importante squilibrio di forze, salvo che in episodi locali, non ebbero
importanza strategica rilevante: tuttavia colpirono un milione di soldati, con una
letalità del 10%, e comportarono gravi problemi di salute ai sopravvissuti. Per questo
gli aggressivi chimici furono vietati dal Protocollo di Ginevra del 1925 e il loro uso
durante la seconda guerra mondiale fu di gran lunga più limitato.
Gli Stati Uniti hanno impiegato aggressivi chimici e altri tipi di armi chimiche
durante la guerra in Vietnam e hanno ratificato il Protocollo di Ginevra solo nel 1974.
Da allora si sono dedicati alla ricerca di nuove sostanze e alla produzione di nuovi
prodotti: le cosiddette armi binarie.
Altri stati, ad esempio la Gran Bretagna, hanno studiato la formulazione di miscele al
fine di aumentare la tossicità e rendere più facile lo stoccaggio: il mix di Yprite e
diisopropilfluorofosfato (DFP) fu l’arma chimica principale del Regno Unito durante
la Seconda Guerra Mondiale.
Le caratteristiche tecniche comuni a tutti gli aggressivi chimici sono: efficacia
correlata alle condizioni meteorologiche e alla conformazione del terreno, e letalità
correlata alla densità del contaminante proporzionalmente alla sua concentrazione
letale. A seconda del mezzo usato e delle condizioni locali, potrebbe crearsi un’area
contaminata uniformemente oppure una nube di detonazione, oppure ancora una
corrente aerea che trasporti il contaminante in modo disforme.
In caso di aggressivi altamente tossici e di ordigni di grande potenza, la
contaminazione potrebbe essere letale fino a 20-50 km, con vento ottimale da 3 a 6
metri al secondo e con il fenomeno di inversione termica favorevole.
Nel caso in cui gli aggressivi siano altamente volatili, invece, potrebbero crearsi
nuvole di condensazione e una ricaduta in luogo diverso (ovvero il fenomeno sarebbe
simile al fall-out radioattivo).
Dopo la contaminazione, il terreno potrebbe rimanere contaminato per ore, o a volte
per giorni, inoltre potrebbero essere compromesse le falde acquifere e i corsi d’acqua
trasportando il contaminante a valle.
Segnalo inoltre che alcuni moderni contaminanti sono stati creati inodori, rendendo
così l’attacco più subdolo ed efficace perché riconosciuto solo da strumenti
professionali.
Altri aggressivi chimici sono creati per contaminare foraggi, riserve idriche, scorte
alimentari e/o oggetti di uso comune; altri ancora sono creati per usi di polizia (il
cosiddetto manganello chimico), tra questi il CN e il CS.
Ecco ora i principali aggressivi chimici conosciuti:
- Fosgene: dose letale per 1 minuto di esposizione 3200 mg/m3.
Trattasi di ossicloruro di carbonio. Come il difosgene e il cloro appartengono alla
categoria degli asfissianti. Sono utilizzati prima dell’attacco perché molto volatili e si
disperdono rapidamente. Persistenza: poche ore. Effetto: differito nel tempo. Odore
caratteristico: fieno marcio.
- Iprite, HD, gas Mostarda: dose letale per 1 minuto di esposizione 1500 mg/m3.
Liquidi della famiglia dei vescicanti che agiscono sulla cute e annessi provocando la

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formazione di necrosi, bolle e ulcerazioni gravi che possono portare alla morte. In
altri liquidi la letalità è alla dose di 3 mg/litro. Persistenza: da diverse ore ad alcuni
giorni. Effetto: differito nel tempo. Odore caratteristico: aglio o mostarda.
- Sarin, GB, Trilon 144, Tabun: dose letale per 1 minuto di esposizione 100 mg/m3.
Agiscono rapidamente per via enzimatica provocando danni al sistema nervoso,
infatti la famiglia di questi aggressivi è detta dei “nervini”. Sono liquidi molto
volatili. Persistenza: massimo 24 ore. Effetto: immediato. Odore caratteristico:
inodori.
- VX o Estere di Tammelin: dose letale per 1 minuto di esposizione 36 mg/m3.
Veleno nervino liquido utilizzato in forma di aerosol. Agisce sul sistema nervoso per
via enzimatica provocando la morte in brevissimo tempo, questa sostanza può essere
assorbita anche dalla cute. È molto persistente nel terreno e inquina le falde
acquifere. Persistenza: 15 giorni circa d’estate, fino a 40 giorni d’inverno. Effetto:
immediato. Odore caratteristico: inodore.
- Aggressivi binari: composti da due sostanze innocue che si compongono quando
catalizzate, ad esempio da una esplosione, trasformandosi in una sostanza letale.
Questo sistema elude i controlli internazionali durante i trasporti ed il Protocollo di
Ginevra. Inoltre la produzione di aggressivi binari rende più sicuro il trasporto e lo
stoccaggio, nonché la sicurezza degli stabilimenti produttivi.
Conosciamo tra questi l’ EA. Dose letale per 1 minuto di esposizione 10 mg/m3.
Agisce sul sistema nervoso per via enzimatica provocando la morte in brevissimo
tempo, questa sostanza può essere assorbita anche dalla cute. Persistenza: massimo
24 ore. Effetto: molto rapido. Odore caratteristico: inodore.
- Cianuri (acido cianidrico e cloruro di cianogeno): dose letale per 1 minuto di
esposizione 500 mg/m3. Di questa famiglia fanno parte le sostanze emointossicanti,
ovvero che avvelenano il sangue. Vengono utilizzate in molti Paesi che adottano la
pena di morte tramite camera a gas. Persistenza: poche ore. Effetto: rapido. Odore
caratteristico: mandorle amare o uova marce.
2) Aggressivi irritanti: sono sostanze che provocano forte irritazione alla cute, alle
mucose ed annessi. In genere non sono letali alle normali concentrazioni di utilizzo,
vengono utilizzate tuttora da eserciti e alcune forze di polizia. La persistenza è
limitata a poche ore. Fanno parte di questo gruppo:
- Adamsite o DM: Agisce solo per inalazione, in tre minuti alla “dose da
combattimento”. Provoca: dolori al torace, nausea, vomito, tosse, emicrania e
sensazione di panico. Questi sintomi perdurano alcune ore.
- CN, CAP, Sale O, Cloroacetofenone: agiscono sulla vista irritando fortemente gli
occhi e sono detti “lacrimogeni”. A dosi elevate (10 mg/litro) possono essere letali.
- CS, OSBM, CB: forti lacrimogeni usati in campo bellico, specialmente dagli USA
in Vietnam, tramite generatori portatili di aerosol (M-106, Mighty Mite) venivano
fumigati i tunnel sotterranei dei vietkong.
- Olio di peperoncino e lacrimogeni civili: sostanze innocue create per uso civile e di
difesa personale. CN e CS vengono prodotti allo scopo appositamente diluiti: in
questo modo vengono ridotti gli effetti secondari ed è permessa l’omologazione non

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trattandosi di “aggressivi chimici militari”.
3) Tossine e sabotaggi chimici: sono mezzi e sostanze chimiche utilizzate per il
sabotaggio di acqua, alimenti e materiali in genere. Sono utilizzati allo scopo sia
tradizionali aggressivi chimici quali il VX, l’Iprite, il Soman, oppure veleni quali gli
alcaloidi, il fluoroacetato di sodio, il tetraetile di piombo, o ancora tossine come il
botulino, potrebbero essere utilizzate allo scopo anche sostanze radioattive.
In USA sono state sperimentate sostanze naturali, al fine di impedire una immediata
identificazione del sabotaggio: tra queste la ricina (ricavata dai semi di ricino), la
palitoxina (proveniente dagli anemoni di mare) e la saxitossina (ricavata da alcuni
molluschi).
Anche l’uso di questi prodotti è vietato dalle convenzioni internazionali, in uno
scenario NBC esteso però questo tipo di attacco avrebbe di certo una posizione di
rilievo: pertanto l’unico tipo di difesa in caso di guerra o attacco terroristico è lo
stoccaggio in posizioni sicure. Consiglierei l’analisi delle sostanze di provenienza
sconosciuta (acquedotto, alimenti di dubbia provenienza ecc.) oppure,
nell’impossibilità di queste, si dovrebbe considerare l’utilizzo di cavie per conoscere,
anche se in modo parziale e impreciso, un’eventuale contaminazione.
4) Fitoveleni: sono sostanze atte a distruggere l’ambiente vegetale, ma che hanno
anche effetti sull’uomo: direttamente causano problemi dermatologici, a lungo
termine provocano anche danni teratogeni, cancerogeni e mutageni. Le tipologie di
queste sostanze utilizzate dalla NATO sono le seguenti:
- Agente blu: acido cacodilico, disseccante di monocotiledoni (riso, grano ecc.);
- Agente arancione: estere di butile, defoliante;
- Agente porpora: Glifosate, diserbante;
- Agente bianco: sale di triisopropilamina, diserbante/defoliante a lunga azione.
Queste sostanze sono utilizzate spesso in concomitanza di prodotti incendiari:
principalmente il NaPalm, mix di benzina e sapone sodico (sodio palmitato).
In questo modo l’effetto sull’ambiente è del tipo “terra bruciata” e persistente,
rendendo più difficile per il nemico la mimetizzazione e facilitando le future
operazioni aeree. Inoltre, in questo modo, si creano numerose difficoltà al nemico, tra
cui la distruzione delle risorse agricole, quindi provocando carenza di cibo.
5) Sostanze psicotossiche (dette anche temperamental toxin): le più note sono l’LSD
e il BZ. Queste sono state sperimentate durante la guerra in Vietnam, hanno avuto
uno scarso utilizzo e il loro scopo è veramente dubbio, peraltro in gran parte segreto.
Provocano allucinazioni, disturbi del carattere e del comportamento. Questo tipo di
sostanze non letali fanno parte della categoria dei cosiddetti “inabilitanti”.
Alla dose di 5/10 milligrammi provocano già gravi disturbi, che subentrano dopo
diversi minuti e perdurano fino a 12-24 ore. Provocano danni di diversa entità al
sistema nervoso centrale agendo sulle sinapsi dei neuroni. A questo gruppo di
sostanze vanno aggiunti i derivati semisintetici degli alcaloidi (della morfina, della
scopolamina e della psilocibina).
Utilizzi a scopo bellico non trovano validi riscontri storici, ma vi è stato di certo negli
anni passati un forte investimento da parte degli USA in questo campo. Sono stati

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utilizzati verosimilmente in interrogatori compiuti da parte della CIA e sono stati
sperimentati anche sugli stessi soldati americani. Alcuni progetti, che seppure non si
ha certezza se siano stati compiuti, risultano comunque verosimili e fattibili e
potrebbero rientrare in una ipotetica strategia di attacco NBC. Ovviamente, ad
esempio, una contaminazione segreta di massa in un’area con questi contaminanti,
causerebbe scene di panico e disordini, insomma provocherebbe caos e anarchia
rendendo lecita un’azione militare. Questa potrebbe avere lo scopo apparente di
riportare la situazione alla normalità, quando invece l’intento reale sarebbe stato
quello di attuare una occupazione armata altrimenti ritenuta illecita in condizioni
normali. E ovviamente potrebbe fornire il pretesto, difficile in altre situazioni, di
attaccare la popolazione civile. Ne esistono altre, come la metamfetamina, inventata
dai tedeschi all’inizio del secolo scorso e con obiettivo contrario, ovvero di voler
creare una sostanza che possa rendere i soldati “super-uomini” insensibili al dolore e
sprezzanti del pericolo. Pare che questa sostanza a volte sia stata somministrata ai
combattenti prima affrontare la battaglia.
6) Armi radiologiche e “bombe sporche”: sono dette tali le armi atte a diffondere
materiale radioattivo (soprattutto radioisotopi, scorie o rifiuti radioattivi). Possono
essere usati esplosivi convenzionali per diffondere polveri radioattive (ottenendo un
effetto simile a un piccolissimo fall-out) oppure potrebbe essere utilizzato un vettore
per distribuire direttamente la sostanza (ad esempio le tubature degli acquedotti). Tali
armi, essendo economiche e molto grezze, possono essere utilizzate da terroristi o
Paesi poveri o poco sviluppati.

2 - La rivelazione del rischio chimico

I militari sono dotati di appositi strumenti per la rivelazione chimica, la loro sarà di
conseguenza una valutazione tecnica e quindi “oggettiva”.
Come nel capitolo inerente il rischio nucleare, dove non si è parlato di contatori
Geiger per la misurazione delle radiazioni, anche qui sorvoleremo su questo
argomento. Pochi sono, infatti, i civili che potrebbero possedere (ed essere in grado di
usare) questo tipo di strumenti, inoltre questo discorso rivolto a professionisti sarebbe
inutile.
Parleremo allora di “rivelazione sensoriale” e quindi soggettiva: è quello che
possiamo fare noi, con i nostri sensi, in qualsiasi momento ci trovassimo davanti a
questo rischio.
Dobbiamo stare attenti a due fattori: le percezioni e i sintomi.
Percezione sensoriale:
- Udito: esplosione attutita e/o soffocata di proiettili esplosi. Emissione di vapori e/o
poche schegge;
- Vista: goccioline non giustificabili sulla vegetazione e sugli oggetti e chiazze scure
sul terreno. Dense nuvole di vapori aderenti al suolo; aerei che sorvolano a bassa
quota e/o lentamente e/o che lasciano dietro di sé una nube che tende a cadere al

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suolo; due o più persone che accusano simultaneamente lo stesso sintomo di
malessere;
- Olfatto: percezione di odori inconsueti per l’ambiente o irritanti, percezione di odori
caratteristici degli aggressivi chimici.
Percezione sintomatica:
- Testa: emicranie, capogiri, nausea;
- Occhi: forte lacrimazione, dolori, vista annebbiata;
- Naso: scolo nasale, starnuti;
- Bocca: salivazione abnorme;
- Pelle: irritazione, dolori, vesciche;
- Polmoni: senso di soffocamento, dolori retrosternali.
Ovviamente, se si è in guerra, questi segnali sono tutti campanelli d’allarme, tuttavia anche
nella vita di tutti i giorni, qualora capitasse di essere in un luogo pubblico e più di due
persone abbiano simultaneamente questi sintomi, sarebbe di certo un segnale di
allarme. Le probabilità, ad esempio, che due persone in metropolitana abbiano un
infarto nello stesso momento sono poche, che l’abbiano contemporaneamente tre
persone è impossibile: comportatevi quindi di conseguenza.
In questi casi: trattenete il respiro, chiudete gli occhi, indossate subito la maschera
NBC, indossate la tuta in seguito.
Ma se non avete vicino a voi la maschera e vi trovate in questa situazione, potrebbe
essere molto difficile sopravvivere.
Dovrete comportarvi così:
- prendete il primo pezzo di stoffa che avete o che trovate e portatelo davanti al naso
e respirate con il naso, non con la bocca;
- se avete tra le mani una bibita (analcolica) o ancor meglio dell’acqua rovesciatela su detto
straccio;
- uscite immediatamente, se siete al chiuso, seguendo le vie di esodo anti-incendio;
- cercate di tenere gli occhi chiusi quanto più vi è possibile, piuttosto seguite la parete con le
mani (se siete in un posto conosciuto) per portarvi all’esterno;
- cercate di trattenere il respiro quanto più potete, senza sforzarvi: non fate respiri profondi
ma piuttosto pochi respiri rapidi e incompleti quando proprio ne avete necessità;
- non vi agitate, per quanto sia possibile in queste situazioni, e ricordatevi che dovete
risparmiare ossigeno. Non correte e non urlate, piuttosto date l’allarme anti-incendio
dagli appositi pulsanti; camminate di passo veloce a passi lunghi;
- appena siete al sicuro, segnalate alle autorità il luogo dove vi trovavate inizialmente,
ovvero dove si è verificato l’attacco chimico;
- se non siete stati colpiti direttamente ma vedete persone con questi sintomi in fuga,
andate in direzione del percorso di esodo che stanno seguendo loro: forse un’uscita è
più vicina, ma la zona da dove provengono è molto probabilmente contaminata.
Ovviamente in questi scenari sperare in una situazione di ordine e pacata fuga è
impossibile: ricordate però che l’indole umana è suscettibile alle emozioni, e che
queste in gruppo diventano contagiose. Se dimostrate di sapere quello che fate e agite
razionalmente, si può sperare che altri facciano come voi con il risultato di una

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maggiore sopravvivenza nel gruppo di persone coinvolte.
Ricordate inoltre che in luoghi urbani e in pace è altamente improbabile un attacco
chimico militare: se si tratta di un attacco terroristico, questo avrà coinvolto quasi
certamente un solo edificio. Portatevi all’esterno, quindi, e allontanatevi di almeno
100 metri: poi chiamate i soccorsi, anche se al momento vi sentite bene.
Se invece siete all’aperto, la via migliore di fuga è in direzione perpendicolare al
vento, meglio prendere vie traverse se vi trovate in luogo urbano.
Importante: oltre la rivelazione sensoriale ci sono altri indizi che indicano una
contaminazione chimica o la presenza di radiazioni. Gli uccelli sono molto più
sensibili dell’uomo a tutti gli agenti chimici, se notate la loro presenza e si
comportano normalmente ci sono buone probabilità che la contaminazione sia quasi
nulla. Lo stesso vale per i pesci, la cui salute indica un’acqua non eccessivamente
inquinata chimicamente. Cercate di osservare ad esempio se tendono a sollevare il
ventre, o se boccheggiano in superficie: questi a volte sono pessimi indizi.

3 - Incidenti chimici industriali

Costituiscono un’elevata probabilità, sia come incidente vero e proprio, sia come
conseguenza di sabotaggi, calamità, esplosioni o incendi. Il personale di stabilimenti
di qualsiasi tipo deve saper affrontare i rischi del proprio posto di lavoro (o almeno
teoricamente dovrebbe sapere esattamente cosa fare), comunque ogni azienda ha
apposite squadre anti-incendio e personale abilitato alla gestione dei gas tossici (es.
ammoniaca) o di quanti altri fattori di rischio si trovino in questi posti: pertanto non
ne parleremo, la formazione specifica è già svolta per conto di dette aziende.
Qualora si viva, invece, nelle adiacenze di industrie pesanti, centrali elettriche,
industrie chimiche, industrie della gomma-plastica, raffinerie, distillerie, zuccherifici,
depositi di gas tecnici o frigoriferi industriali; il rischio varia in base al tipo di
incidente e può coinvolgere un’area di raggio compreso tra i 200 metri e i 30
kilometri. La varietà di casi è quindi troppo alta: si riporta alle indicazioni generiche
già trattate.
Un solo consiglio: chiamate e consultate l’ARPA qualora notiate scarichi anomali,
fumi eccezionali e persistenti o morie di animali e state pronti ad evacuare
immediatamente qualora notiate un afflusso eccezionale di Vigili del Fuoco in
direzione di detti stabilimenti.

4 - Terapie da aggressione chimica

Qualora si pensi seriamente di essere stati contaminati, contattate immediatamente il


118 o consultate un centro antiveleni (reparto rianimazione di centri specializzati).
Fornisco comunque le indicazioni per una terapia sintomatica, seppure non risolva il
problema. Ricordo che quanto descritto in questo manuale è utile solo qualora si

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debba affrontare uno scenario NBC senza la possibilità di aiuti esterni. Sbagliare una
diagnosi e somministrare una terapia errata può causare la morte del paziente.
Ricordo inoltre che somministrare medicinali a terzi comporta una responsabilità
penale nel caso causino lesioni o la morte del paziente.
Medicinali necessari per il rischio chimico e terapie consigliate:
- solfato di atropina (uso militare, specifico contro i nervini);
- benzodiazepine (somministrare in caso di tremori e/o convulsioni);
- Trimeton® i/m (somministrare in caso di difficoltà respiratoria);
- diclofenac i/m e Bentelan® i/m (due iniezioni, terapia antidolorifica);
- garze per ustioni con crema antibiotica (in caso di ulcerazioni della pelle);
- antipiretico: Tachipirina® 1000 in caso di febbre superiore a 38°C;
- ciclo completo di terapia antibiotica: Augmentin® (per attacco da vescicanti);
- Riopan® (somministrare dopo almeno due ore, in caso di forte acidità di stomaco, vomito
o gastrite);
Ossigeno: somministrare in caso di perdita di coscienza o dopo una contaminazione da
emointossicanti. In assenza di bombola di ossigeno incitare il soggetto a iperventilare
ogni 10 minuti per almeno un’ora. Controllare battiti cardiaci e respirazione per
almeno 24 ore e praticare, se necessario, la rianimazione cardio-polmonare e lavaggio
di occhi e faccia con acqua borica;
- somministrare FastJekt® adrenalina pronta sottocute in caso di shock;
- in caso di temperatura inferiore a 36°C: svestire il paziente, portarlo a letto e coprirlo
abbondantemente. In casi gravi può essere necessario stare sotto alle coperte insieme
a lui, frizionando la schiena e gli arti al fine di aumentare la temperatura e favorire la
circolazione: diversamente posizionare il soggetto nei pressi di una fonte di calore;
- somministrare Cardioaspirin® in caso di attacchi di angina pectoris.
Non provocare il vomito nel caso i contaminanti siano di origine organica e neppure,
qualora fossero sostanze fortemente acide o basiche. Inoltre, può essere estremamente
pericoloso provocare il vomito a soggetti in preda a convulsioni o in coma.
Somministrare solo acqua per almeno 8 ore e solo su richiesta della persona
contaminata. Dopo 12 ore può essere somministrato latte: ricordo tuttavia che,
nonostante il presunto potere disintossicante, in alcuni casi è controindicato.
I trattamenti riportati sopra sono consigliati qualora non ci sia altra possibilità di
salvezza: siamo quindi autorizzati a intervenire, sapendo che il decorso non sarà
garantito ma che comunque l’esito sarebbe infausto.
In condizioni normali, in caso di ingestione (o inalazione, contatto con la pelle o gli
occhi) di sostanze chimiche, la procedura da adottare sarà la seguente:
- portare la persona contaminata in luogo sicuro;
- lavaggio immediato di occhi e faccia con acqua borica in caso di contatto con
prodotti basici (alcali); in caso di contatto con acidi lavaggio abbondante con
soluzione fisiologica o acqua salata;
- telefonare al 118: se possibile prima di chiamare procurarsi il recipiente del
contaminante al fine di poter leggere l’etichetta all’operatore;
- indicare esattamente i sintomi della persona contaminata e seguire scrupolosamente le

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indicazioni date dal personale sanitario;
- non permettere al paziente di addormentarsi.
In un secondo momento, e per almeno 5 giorni, somministrare collirio antibiotico
qualora gli occhi siano stati contaminati.
Un collirio antistaminico può essere utile al fine di alleviare il senso di irritazione, ad
esempio da lacrimogeni, tuttavia questa tipologia di farmaci è molto aggressiva e se
ne sconsiglia l’uso qualora vi siano lesioni oculari.

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- APPENDICE 1: LE SCORTE NECESSARIE -

È ovvio che, oltre a quanto già considerato necessario, o indispensabile, si abbia


bisogno di tutte quelle cose che crediamo siano banali nella vita di tutti i giorni, ma
che in caso di emergenza potrebbero risultare indispensabili. E forse non si potrebbe
avere il modo di cercarle quando è già troppo tardi. Lamette da barba, accendini,
saponette, coperte, carta, assorbenti igienici, sacchi in nylon ecc… sarebbero cose
molto preziose in questi casi. E ovviamente si dovrebbe già esserne in possesso,
quando costretti a entrare nel rifugio. Anche stando barricati in una semplice stanza
di un appartamento ci si potrebbe salvare: si deve essere pronti a non dovere uscire
mai, però, durante la quarantena.
È anche inutile dire che si dovrebbe essere in possesso di alimenti a lunga scadenza,
sufficienti per l’alimentazione dei membri della famiglia per la durata di questo
periodo. E i vestiti, almeno cinque cambi completi, dovrebbero essere usati a
rotazione portandoli un solo giorno, e lavandoli a secco con pulenti a base di
tensioattivi non ionici ed etanolo (tipo Febreze).
Detto questo, è consigliabile avere un WC chimico e grandi contenitori ermetici per
lo stoccaggio dei rifiuti organici: questa banalità è invece il più grande problema del
vivere in uno spazio ristretto per lungo tempo. Consiglio l’acquisto di prodotti per
WC nautici, a base di formaldeide, che impediscono la fermentazione e ne
permettono la conservazione per lunghi periodi senza problemi.

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- APPENDICE 2: LA PSICOLOGIA NELL’EMERGENZA -

Penso che sopravvivere sia un dovere nei confronti della nostra specie e della nostra
civiltà. E salvare la propria famiglia dovrebbe essere la priorità assoluta per tutti.
Le situazioni trattate, però, ci porterebbero a dover affrontare quanto non saremo mai
abbastanza preparati ad affrontare. La vita stessa avrebbe un valore diverso, la morte
sarebbe molto più comune, insomma in uno scenario critico ci troveremmo nelle
condizioni in cui ci si trovava alcune centinaia di anni fa, socialmente e
psicologicamente.
L’unica soluzione sarebbe mantenere sempre la razionalità, e agire in modo
matematico pensando sempre e solo alle probabilità di sopravvivenza, in tutto ciò che
si fa. Si dovrebbe creare una routine giornaliera, scandita regolarmente, e che
impegni quanto più tempo possibile; allo stesso tempo si dovrebbe cercare di
svolgere attività fisica, almeno mezz’ora al giorno. Durante la quarantena il rischio
maggiore in un rifugio è dato dagli attacchi di panico.
Si pensi di vivere due mesi al silenzio e al semibuio pensando a ciò che accade
all’esterno: nessuno sa esattamente cosa farebbe. Per questo i bunker migliori hanno
l’entrata temporizzata: non devono esistere ripensamenti, e comunque uscendo si
rischierebbe solo di morire. Se non si è soli si deve aiutare, anche con la violenza, chi
è colto da un attacco di panico. Ma soprattutto, non ci si deve assolutamente lasciare
morire.
Un’ultima nota. Ansiolitici e psicofarmaci in generale sarebbero da evitare e da usare
solo in casi estremi: primo perché potrebbero servire come anestetici; secondo perché
abbassano lo stato di vigilanza, indispensabile in queste situazioni.

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- LA TUTA NBC CIVILE, classe III

È costituita da:
- maschera facciale con filtro
- indumento protettivo categoria III
- guanti in gomma a norma NBC
- stivali in gomma o calzari a norma NBC
La maschera facciale è un apparecchio di protezione delle vie respiratorie (APVR),
cioè un dispositivo individuale che le protegge in caso di atmosfera inquinata da
contaminanti depurando l’aria inspirata, che deve comunque contenere più del 17%
di ossigeno ed essere a temperatura inferiore a 60°C. La maschera è formata da una
bardatura con cinghie regolabili, un visore in metacrilato, un bocchettone a madrevite
che incorpora una valvola di inalazione; all’interno è collocata una mascherina oro-
nasale munita di due valvole di ingresso dell’aria, che si chiudono automaticamente
all’espirazione, con la funzione di evitare l’appannamento del visore. L’aria espirata
si scarica dal facciale attraverso una o due valvole di esalazione poste generalmente
sulla parte inferiore della maschera.
Il filtro serve a trattenere, per azione fisica o chimica, i gas e i vapori nocivi dell’aria
inalata. Vengono classificati in:
- monovalenti (proteggono da un solo gas)
- polivalenti (proteggono da più gas)
- universali (proteggono da qualsiasi gas)
I diversi tipi di filtri, a seconda dei tossici alla cui protezione sono destinati, sono
suddivisi in serie contraddistinte da una lettera maiuscola e da una determinata
colorazione dell’involucro. Qualora il filtro assicuri anche una protezione dalle
polveri e dagli aerosol, il filtro è contrassegnato da una “f” minuscola e la
colorazione dell’involucro è attraversata da una fascia bianca.

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Immagine 9: maschera facciale Drager® con filtro combinato ABEK Drager® e
filtro di scorta AP Spasciani™.

Immagine 10: Tuta NBC Tyvek® Pro-tech® della Du Pont® e guanti per rischio
NBC della Ansell-Edmont®.

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- TABELLA DELLE LETTERE E DELLE COLORAZIONI DEI FILTRI –

A questi filtri specifici sono da aggiungere:


- filtro Vf per fumi e gas d’incendio (bianco-rosso)
- filtro U universale (rosso con fascia bianca)
- filtro P antipolvere (bianco)

Una ulteriore classificazione è data da un numero, per i filtri antipolvere indica:


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1: bassa efficienza, TLV > 10 mg/m3 per particelle di elevata granulometria;
2: media efficienza, TLV < 10 mg/ m3 per particelle a media granulometria;
3: alta efficienza, per particelle di qualsiasi granulometria
Nei filtri antigas, invece, il numero indica:
1: piccola capacità, concentrazione del gas fino a 1000 ppm
2: media capacità, concentrazione del gas fino a 5000 ppm
3: grande capacità, concentrazione del gas fino a 10000 ppm
I filtri mantengono la loro capacità filtrante (indice TLV-TWA) alla massima
concentrazione di soglia ammissibile su un tempo di esposizione pari a 8 ore
giornaliere per 40 ore settimanali; l’indice TLV-STEL indica la concentrazione di
soglia ammissibile per un tempo di esposizione di 15 minuti, l’indice TLV-C indica
la concentrazione immediatamente pericolosa per la vita.
Comunque, i vigili del fuoco utilizzano filtri universali o Vf, negli interventi quasi
sempre gli autorespiratori a circuito aperto (ARAC); i nuclei NBC, invece, hanno in
dotazione maschere con filtro combinato in genere A2 B2 E2 K1, adatti a gas
organici e inorganici, anidride solforosa e ammoniaca. In caso di necessità, infatti,
questo tipo di filtro è molto resistente e alcuni gas hanno la capacità di forare i filtri
semplici (di tipo A o universali); in caso di attacco chimico quindi si ha il tempo di
sostituire il filtro con uno più adatto anche solo dopo un certo periodo di tempo.
Inoltre il filtro è preferibile all’ARAC poiché non necessita di un quantitativo di
bombole di ricambio e comunque all’aria aperta non ci si troverebbe mai in
condizioni di scarsità di ossigeno come capita invece negli incendi.
Un filtro ottimale, invece, per le sostanze batteriologiche e per i gas (non corrosivi) in
guerra è un Af2 P3 di media capacità per gas organici e ad alta efficienza per le
particelle. I militari NBC, oltre a queste dotazioni, hanno la disponibilità di
autorespiratori a ossigeno (ARO) per le situazioni più critiche e in spazi chiusi
fortemente contaminati.
Tutti i filtri non hanno una durata stabilita, comunque in genere è necessario
sostituirli quando si presentano i primi sintomi fisici del passaggio del gas
(lacrimazione, fatica a respirare, irritazione ecc.), dopo un intervento in area colpita
da fall-out radioattivo o dopo un uso in area con la presenza di gas o vapori
fortemente acidi. I filtri per gas privi di odore, poi, emanano un certo odore quando
iniziano a perdere di efficacia.
Dopo un intervento in area a rischio biologico, invece, è sufficiente lavare
esternamente il filtro con disinfettante, e può essere riutilizzato (unica eccezione
qualora la contaminazione sia da antrace, in questo caso il filtro è da sostituire).
La tuta NBC è un indumento di protezione individuale, di almeno categoria III,
protegge da polveri, aerosol, liquidi e vapori. Un valido modello, molto comune e di
facile reperibilità, è il Tyvek® pro-tech® della Du Pont®.
Questa tuta è conforme agli standard europei per gli indumenti di protezione chimica,
protegge contro la contaminazione di: particelle radioattive, agenti biologici, polveri
e spray. Offre una protezione del 92,7% contro gli aerosol, e del 99,18% contro i gas.
È elettrostatica e a limitata tenuta di schizzi di liquidi, garantendo comunque una

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protezione per 8 ore da tutte le sostanze ad esclusione dell’acido solforico (140
minuti), nitrico (80 minuti), cloridrico (30 minuti).
Il tessuto Tyvek® è infiammabile e fonde a 135°C. I guanti in gomma sono conformi
agli standard europei per i rischi N, B e C e sono comunque più resistenti della tuta.

Questi materiali, le maschere e i filtri antigas sono facilmente reperibili nei negozi di
antinfortunistica e antincendio, ma anche nei consorzi agrari.

Come indossare la tuta NBC:


- indossare prima la tuta poi gli stivali o i calzari, poi passare la tuta all’esterno degli
stivali ed eventualmente fissarla ad essi con nastro isolante all’altezza delle caviglie;
- indossare la maschera, con l’indice e il pollice distendere i due tiranti guanciali della
bardatura, appoggiare il mento nell’apposito incavo della maschera e tirare
simmetricamente prima i tiranti guanciali, quindi i tiranti temporali. Con la maschera
indossata, accostare il palmo della mano al raccordo del filtro chiudendolo
completamente e inspirare creando una depressione all’interno della maschera.
Trattenendo il respiro non si devono avvertire perdite verso l’esterno, quindi avvitare
con cura il filtro;
- indossare il cappuccio sovrapponendolo ai bordi della maschera, eventualmente fissare il
colletto con nastro isolante;
- alzarsi le maniche, indossare i guanti, portare i polsini sopra i guanti ed
eventualmente fissare con nastro isolante.
Togliersi la tuta:
- per prima cosa, effettuare un lavaggio accurato con acqua e ipoclorito al 5% (per
contaminanti di tipo B), con acqua e bicarbonati di calcio e sodio (per i contaminanti
di tipo N e C), nebulizzando tutte le superfici della tuta e la maschera, lavare
accuratamente guanti e stivali;
togliere il nastro isolante, quindi togliersi la tuta rovesciandola “come un calzino”,
non toccando cioè le parti esterne, poi togliersi gli stivali ed infine i guanti;
- disinfettare ulteriormente la maschera dentro e fuori e gli stivali.
L’utente è l’unico in grado di giudicare se si può riutilizzare una tuta o un filtro,
tenendo conto delle loro caratteristiche protettive, del tipo di rischio e dell’intensità
della contaminazione.
Si ricorda che comunque una tuta NBC protegge dalla contaminazione da parte di
particelle radioattive, ma non è efficace contro le radiazioni ionizzanti.
Altri indumenti protettivi: in condizioni di particolare contaminazione può essere
utile indossare, sopra la tuta NBC, una tuta in gomma. Questo indumento
impermeabile servirebbe a proteggere soprattutto da strappi, lacerazioni, fori e da una
contaminazione diretta eccessiva. Può essere utilizzato più volte, l’importante è
considerare sempre che è potenzialmente contaminato anche all’interno, quindi
quando lo si indossa e lo si toglie si deve già essere muniti della tuta NBC; dopo ogni
uso è importante decontaminarlo dentro e fuori.
Sotto la tuta NBC invece è consigliabile indossare indumenti di tessuto resistente e

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non infiammabile (jeans, cotone), se vi è il rischio di incendio è preferibile una tuta
ignifuga.
Nota importante: le istruzioni riguardanti “come indossare la tuta” indicano la
procedura migliore qualora si abbia il tempo di prepararsi: ad esempio prima di uscire
dal rifugio. In caso di emergenza, indossare subito la maschera e la tuta solo in
seguito.

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- STRUTTURE CIVILI NEGLI SCENARI CRITICI -

1 - Bunker civili

Un bunker, detto anche rifugio antiaereo o rifugio antiatomico, è una costruzione


difensiva interrata o seminterrata atta a difendere da bombardamenti e radiazioni.
In Italia i bunker civili sono estremamente rari: in Svizzera, invece, la loro
costruzione è incentivata dal governo, la manutenzione è detassata e, qualora non si
sia provvisti di rifugio, si è tenuti a pagare un contributo per il rifugio pubblico di
competenza. Oggi la Svizzera definisce questi non più “bunker” ma “luoghi sicuri”.
Un bunker civile dovrebbe avere queste caratteristiche: autonomia (per la capacità di
persone indicata) di almeno 40 giorni; profondità o spessore superiore di almeno un
metro; uscita secondaria d’emergenza; schermatura antiradiazioni al piombo in caso
di costruzione seminterrata; sistema di ricircolo dell’aria con filtraggio e impianti
ausiliari autonomi.
L’omologazione varia in base alla resistenza all’onda d’urto di un ordigno nucleare:
in genere è indicativa sui 35 km, ovvero sarà efficace ad una distanza minima di 35
km da un’esplosione nucleare da 20 Mton. Ad una distanza inferiore infatti anche il
rifugio potrebbe essere coinvolto dall’onda d’urto, oltre ai raggi gamma e
all’innalzamento della temperatura che potrebbe causare la morte degli ospiti.
Il bunker comunque risulta la difesa più efficace dal fall-out e da qualsiasi ricaduta
radioattiva, oltre a essere certamente un posto sicuro in caso di guerra bio-chimica o
in caso di uragano. Il costo di questi fabbricati varia e parte da circa 25.000 Euro.
Ma, come qualsiasi cosa, ha i suoi difetti. Ad esempio un bunker in un’area soggetta
ad allagamenti è fortemente sconsigliato: rimanere sotto terra quando si ha sopra la
testa anche solo un metro d’acqua è una situazione a dir poco critica. Le tubazioni e i
filtri si riempirebbero e rimarrebbero bloccati, sarebbe impossibile aprire la porta e in
questo caso si potrebbe sopravvivere solo per quanta aria c’è all’interno. Per questo
motivo la propaganda delle aziende costruttrici, riguardo alle ipotesi catastrofiste del
2012, era ingannevole oltre che ridicola.
Oltre alle inondazioni sono poi da valutare i rischi legati a fenomeni sociali: un
bunker se localizzato è facilmente espugnabile e difficile da difendere dall’interno.

2 - Stanze blindate o caveau

Queste strutture sono all’interno di fabbricati semplici, costruite secondo specifiche


antieffrazione e antiscasso, atte alla custodia di armi, apparati di videosorveglianza,
valuta o preziosi in genere. La localizzazione favorita è al piano terra o al semi-
interrato, le caratteristiche specifiche sono: infissi blindati di grande resistenza, muri
rinforzati con kevlar o pannelli d’acciaio, eventuale protezione anti-incendio a base di

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isolanti termici e materiali ignifughi.
L’entrata, in genere, è di misura ridotta e camuffata, ovvero dietro uno specchio o un
quadro; o in alcuni casi addirittura a scomparsa e protetta da mobili girevoli. Queste
stanze sono però in genere di misura ridotta e non sono concepite per ospitare
persone: offrirebbero comunque la difesa migliore da rischi sociali, oltre ad essere un
valido rifugio per tutti i fenomeni naturali. Per la protezione NBC, dette stanze
dovrebbero essere trasformate in panic-room e gli infissi dovrebbero essere a tenuta
stagna. La protezione dalle radiazioni dipende poi dallo spessore dei muri, del
soffitto, e dalla distanza dall’esterno. Il costo minimo è approssimabile in 5000 Euro.

Immagine 11: Dispositivo antiscasso/antisfondamento e porta da caveau. Gentile


concessione by Pierrebi®, Mariano Comense (CO). Ringrazio il sig. Pozzi Eugenio
per l’immagine e il disegno.

3 - Panic-room

Trattasi di stanza blindata atta ad ospitare persone in condizioni d’emergenza. Questo


tipo di rifugio detto “stanza antipanico” è di concezione moderna ed è ormai
abbastanza comune negli edifici di lusso americani. Anche in Italia recentemente
alcune ditte operano nel settore e alcune ville sono provviste di questo tipo di rifugio.
Le caratteristiche di sicurezza sono varie, a partire da una semplice stanza con porta
blindata fino ad arrivare a veri e propri caveau attrezzati per ospitare persone.
Storicamente forse la panic-room più famosa fu quella che ospitò la famiglia di Anna
Frank. E come la storia dimostra, una panic-room è molto più efficace se nascosta e

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difficilmente identificabile dall’esterno. I posti migliori dove costruirne una sono:
soffitte, cantine, intercapedini nei muri o stanze prive di finestre con entrata
occultata. In base alla localizzazione una panic-room può fornire protezione da
fenomeni diversi. Qualora questo rifugio abbia un impianto di ventilazione con filtri e
un’alimentazione elettrica autonoma (ad esempio con pannelli fotovoltaici), sarà
sufficiente montare una porta a tenuta stagna e diverrà così un valido rifugio contro il
rischio bio-chimico.
Un’ulteriore sicurezza sarà data da eventuali impianti di telecamere a circuito chiuso
o da spioncini mimetizzati; che permetteranno all’utente di controllare la situazione
all’esterno stando al sicuro, e di intervenire in caso di necessità nel migliore dei modi.
Qualora non si intervenga nei muri sconsiglio porte eccessivamente resistenti, perché
sarebbe inutile: eventuali malintenzionati potrebbero accedere con facilità attraverso
la parete invece di cimentarsi contro una porta blindata. Personalmente ritengo
sufficiente una porta che fornisca una protezione equilibrata a un muro di 30 cm:
avremmo infatti tempo sufficiente per chiamare i soccorsi o per prepararci alla difesa.
In una stanza di un edificio normale ritengo una panic-room valida se risponde ai
seguenti parametri:
- muri perimetrali di 30 cm;
- assenza di finestre ed entrata occultata;
- sistema d’aerazione con filtro e ventilazione autoalimentata;
- sistemi di comunicazione all’interno;
Porta rispondente ai seguenti requisiti:
- sicurezza anti-effrazione UNI 1627: classe 4,
- sicurezza anti-proiettile UNI 9187: classe C,
- a tenuta stagna, e con chiusura manuale dall’interno.
All’interno della panic-room dovrebbero poi essere stoccati i materiali elencati in
seguito. Questa tipologia di rifugio protegge discretamente da fenomeni naturali, oltre
ad essere estremamente valida contro pericoli sociali e di origine bio-chimica.
Protegge dalla contaminazione da particelle radioattive; per quanto riguarda fall-out e
radiazioni limitatamente alla protezione fornita dallo spessore di pareti e soffitto.
Il suo costo è vario, una panic-room approntata artigianalmente ha un costo che non
supera i 1000 Euro, mano d’opera esclusa.

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4 - Infissi dell’abitazione: norme generiche di sicurezza

Immagine 12: a sinistra, chiave semplice,


al centro chiave per “cilindro europeo”,
a destra, chiave a doppia mappatura (la classica chiave per porte blindate).

Se in parte è vero che lasciare la chiave inserita inclinata impedisce l’effrazione nei
primi due tipi di serratura, nel terzo è assolutamente falso.
Lasciare una chiave a doppia mappatura inserita all’interno, facilita l’effrazione
usando la stessa chiave dall’esterno con apposite pinze. Se si ha una porta blindata, la
cosa migliore da fare è dare tutte le mandate e disinserire la chiave.
La sicurezza in casa è un argomento del tutto intimo e personale: voglio dare qui solo
alcuni semplici consigli, e qualche informazione che il lettore valuterà
personalmente. In primo luogo consiglio di sostituire i cilindri dalle serrature di
vecchio tipo (a sinistra) con i cosiddetti “cilindri europei” (foto chiave al centro): la
spesa è di pochi Euro e impedirà di entrare facilmente con un semplice tensore e
grimaldello. Questo tipo di cilindro poi è intercambiabile con il primo e chiunque è in
grado di montarlo.
Ovviamente una porta blindata offre sicurezza maggiore, ma non tutti sono disposti
ad affrontare questa spesa. In ogni caso un catenaccio dall’interno è la cosa migliore:
dall’esterno si potrebbe agire solo tagliando la porta.
Riguardo le finestre, inferriate e scuri sono due scelte completamente diverse e
ognuna ha i suoi pro e i suoi contro.
Le inferriate, se correttamente murate e se non offrono uno spessore sufficiente a
inserirvi un cric, sono una valida protezione e permettono di tenere le finestre aperte

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anche quando assenti.
Ma gli scuri offrono in genere una schermatura superiore delle tapparelle e
permettono di usare le finestre per la fuga (in caso d’incendio, ad esempio).
Infine, qualora si viva in un’area soggetta ad allagamenti, è consigliabile avere gli
infissi già predisposti in modo da consentire l’inserimento di piastre o assi che
possano sbarrare l’accesso all’acqua: a volte, potendo bloccare così i pochi accessi
all’interno di casa, potremmo salvare quest’ultima dall’allagamento (fino a un metro).

5 - Impianti domestici: sicurezza

Riguardo questo argomento credo non si possa fare economia: gli impianti di gas e
corrente elettrica devono essere eseguiti a norma e mantenuti efficienti; gli edifici
dovrebbero essere a norma antisismica come previsto dalla legge già dagli anni ’80.
Per la sicurezza e l’incolumità questo argomento è della massima importanza,
indipendentemente dalle calamità naturali. Consiglio a tutti coloro che hanno una
stufa o un bruciatore in casa di munirsi di un rivelatore di monossido di carbonio.
Questo gas, infatti, è inodore ed è tra le principali cause di morte negli incidenti
domestici. Sarebbe consigliabile, ove possibile, montare la caldaia in locale separato.
Anche i rivelatori di fumo e d’incendio sono utili: si dovrà valutare la necessità, ma è
sempre consigliabile qualora in casa vi siano stufe o camini a legna.
Ricordo a tutti che quanto è nella nostra proprietà è sotto la nostra responsabilità
civile e penale: saremmo costretti a risarcire un danno causato anche, per esempio, da
eventuali alberi che abbiamo nel cortile.
Pertanto, oltre che avere un’assicurazione R.C. domestica, sta nel nostro buon senso
non avere nulla che possa essere un potenziale pericolo per noi e per gli altri.
Oltre al fatto che, in caso di calamità, eventuali nostre negligenze possano costituire
pericolo per tutti: incendi, esplosioni, ma anche interruzione delle linee elettriche e
telefoniche dovute al crollo di alberi o edifici.
Per quanto riguarda gli impianti antifurto, l’argomento è invece soggettivo e dipende
da come questo rischio è valutato.
Ma una coperta antifiamma e un estintore dovrebbero essere a casa di tutti:
potrebbero non servire mai nella vita, è vero, ma la loro mancanza in caso di
necessità potrebbe essere amaramente rimpianta.
Aggiungo a questo proposito che sarebbe meglio avere un estintore ad anidride
carbonica: questo infatti è più “pulito”, ovvero non lascia una quantità di residui
difficili da pulire come invece accade dopo aver usato un estintore a polvere.
Infine, per chi vive nei pressi di grandi fiumi in pianura, consiglierei di avere un
gommone di salvataggio: in casi come quello dell’alluvione del Polesine, forse, a
volte potrebbe essere stato utile.

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- L’ORGANIZZAZIONE DURANTE UNO SCENARIO CRITICO –

Verrà qui illustrata l’organizzazione teorica che dovrebbe essere susseguita in ambito
rurale e urbano durante uno scenario critico. Nelle aree densamente abitate infatti uno
scenario critico dovrebbe essere affrontato in modo totalmente diverso.

1 – Trasporti, comunicazioni e logistica nelle zone rurali

Le comunicazioni a sistema tradizionale (trasporti a motore, radio UHF, radiotelefoni


VHF, cellulari e internet) sono utilissimi in tutti i casi escluso quello di una tempesta
elettromagnetica. Importante sarebbe avere la possibilità di comunicare via radio. Le
scorte di cibo in una organizzazione NBC si basano su una durata di 2-3 mesi
procapite, ma in alcuni scenari critici potrebbe non essere sufficiente. Ci si deve
basare invece sulla possibilità di organizzare una autarchia alimentare simile al
ripristino dopo un conflitto atomico esteso. Per questo dovrebbero essere stoccate le
sementi di ortaggi, ma soprattutto si dovrebbero avere un numero minimo di 8-10
galline e altrettanti conigli a persona. E non si potrebbero utilizzare sementi ibride,
poiché la risemina diverrebbe sempre più difficoltosa e meno produttiva. Ogni area
dovrebbe basarsi sulle produzioni tipiche e tradizionali.
Per una unità famigliare che vive in campagna è un facile obiettivo, e il cibo di questi
animali è facilmente reperibile (e poi sarebbe l’attività principale della giornata, non
avendo altro da fare); animali più grandi potrebbero risultare problematici (bovini e
suini necessitano di molto cibo; e dopo la macellazione, peraltro difficoltosa senza
strutture, si avrebbe il problema dello stoccaggio della carne). Gli ovini, per chi ne
avesse la possibilità, risulterebbero un buon allevamento: di piccole dimensioni, con
un buon livello di riproduzione, fornirebbero anche il latte.
L’attività venatoria sarebbe importante, quindi dovrebbero essere stoccate munizioni
nei limiti di legge e apparati per la ricarica delle cartucce.
Per quanto riguarda l’acqua, sarebbe preferibile stabilirsi vicino a torrenti. Questa
andrebbe bollita, quindi è importante avere in casa un camino o una stufa a legna,
anche per la cottura dei cibi e per il riscaldamento.
Importante poi se si è a grande distanza dal mare, stoccare grandi quantità di sale
marino: non è deperibile e costa poco, ma in situazioni simili diviene indispensabile.

2 - Sanità

È importante avere frequentato almeno i corsi indirizzati al personale non sanitario


(118 o croce rossa) ed essere in possesso di una cassetta di pronto soccorso, oltre ad
avere una cassetta medica per il rischio batteriologico (vedi voce “B” del manuale
NBC). Qualora si decida di preparare e detenere una valigetta medica, è

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indispensabile avere un inventario e controllare le scadenze. I farmaci indicati
dovrebbero inoltre essere conservati in luogo non accessibile ai bambini. È pure utile
avere un manuale di medicina, in casi estremi occorrerebbero attrezzi per operazioni
cerusiche, ovvero chirurgiche “artigianali”: coltelli nuovi e ben affilati, serie di clamp
per arterie, un divaricatore e una sega possibilmente nuova.

3 - Gli armamenti

In condizioni come quelle in cui ci si troverebbe durante una situazione critica, è


sempre meglio essere armati. Questo discorso non è violento, ma semplicemente
realistico, pensando che ci si potrebbe vedere costretti a difendere la propria famiglia
senza la possibilità di aiuti esterni. Un porto d’armi per uso sportivo è alla portata di
tutti (purchè incensurati) e permette l’acquisto di 3 armi comuni (in pratica pistole), 6
sportive e armi da caccia in numero illimitato. Le armi da guerra ex ordinanza,
riomologate da un banco di prova come semplici armi semiautomatiche, sono
considerate dalla legge armi da caccia o sportive, pur essendo palesemente armi
d’assalto (M-16, AK-47 ecc). Ogni persona può poi detenere 1000 o 1500 cartucce di
cui 200 da pistola.4
Così una piccola comunità isolata può avere più armi (e migliori) e più munizioni
della stazione Carabinieri del proprio comune, e potrebbe costituire un rischio per le
altre comunità o agire nell’interesse della popolazione. Questa situazione non
riguarda solo le aree rurali d’Italia, ma in pratica quasi tutte le campagne del mondo
industrializzato. In Europa, in questo senso; Francia, Germania, Italia, Romania,
Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Spagna e Portogallo si trovano in
situazioni molto simili.
Pertanto, se l’evoluzione della calamità portasse ad una situazione critica, è
facilmente intuibile l’importanza dell’essere armati e pronti a difendersi. Ma allo
stesso tempo, non si può sapere se tutte le persone in possesso di armi si comportino
allo stesso modo.
Chi detiene armi illegalmente (e queste sono moltissime in tutto il mondo,
indipendentemente dalle leggi dei singoli Paesi) si sta già comportando in modo
criminoso indipendentemente dalla situazione.
Vorrei invece parlare di chi le detiene legalmente.
Se si è in possesso di un’autorizzazione (porto d’armi: sia questo sportivo, per la
caccia o per la difesa) significa che si ha un diritto riconosciuto, ovvero quello di
acquistare e detenere armi e munizioni. Questo però implica che, in uno scenario
critico, queste persone siano di gran lunga avvantaggiate rispetto al resto della
popolazione, anzi, in situazioni critiche possono essere competitive con la polizia
stessa. La cosa non è validamente analizzata da nessuno, se non (ovviamente) dalla
Svizzera: infatti ai cittadini elvetici è addirittura concesso di detenere nella propria
4
Controllare il T.U.L.P.S. : non ci soffermeremo qui sulle leggi in materia di armi e munizioni; consiglio a tutti i
detentori di armi di informarsi in modo approfondito sulla legislazione vigente. A tal proposito consiglio la lettura del
manuale “Come detenere armi in Italia” e di consultare la sezione “armi” sul sito internet della Polizia di Stato.
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abitazione anche armi d’ordinanza, da guerra, proprio perché i cittadini in caso di
necessità sono precettabili. Volendo rendere il sistema simile, sarebbe molto facile e
utile in casi d’emergenza. Ad esempio chi ha un’autorizzazione a detenere armi, per
ottenerla o mantenerla, potrebbe dovere compiere un giuramento simile a quello che
le guardie giurate in Italia già fanno. Perché in questo modo qualora abusassero
(anche in caso di estrema necessità) dell’arma che sono autorizzati a detenere,
potrebbero essere puniti con aggravanti molto pesanti. Non sto parlando di chi si
vedrebbe costretto a difendere la propria famiglia o i propri beni: parlo di chi, anche
per necessità, si vedrebbe costretto ad attaccare altre persone, o a rubare per sfamare
la propria famiglia. Invece non può essere consentito, perché onde evitare uno
scenario critico la cosa più importante è proprio cercare di mantenere l’ordine.
Così, ragionando sullo stesso principio, potrebbe essere anche utile stabilire che chi è
in possesso di armi da fuoco sia tenuto a possedere nella sua abitazione tutto ciò che
il suo nucleo famigliare necessita per un determinato periodo, ad esempio 15 giorni.
E allo stesso modo, lo Stato dovrebbe dare a queste persone la relativa responsabilità
in questa tipologia di eventi, come negli Stati Uniti accade per la Guardia Nazionale.
Organizzando appositi turni di guardia e utilizzando un sistema di comunicazioni
fondato su staffette e razzi di segnalazione, potrebbero essere controllate e protette
aree molto ampie, in modo nettamente migliore a quello che i militari potrebbero.
Altri vantaggi a sostegno di queste tesi: la conoscenza del territorio da parte degli
abitanti, la fiducia in loro da parte della popolazione, l’immediatezza della risposta a
livello locale, il fatto che potrebbero sostentarsi autonomamente. Mantenendo infine
l’ordine a livello locale, lasciando così alle autorità tempo ed energie per
concentrarsi riguardo le zone urbane. A volte, in alcuni tipi di scenario, anche i
militari possono rimanere abbandonati a loro stessi, rischiando così di poter essere
soggetti ad atteggiamenti di brigantaggio. Un ordine del tipo sopra descritto
renderebbe questo più difficile, ed anzi porterebbe a una più efficace sintonia tra
autorità militari, popolazione e Stato.

4 - Il lavoro

Come già accennato, le attività lavorative sarebbero totalmente diverse da quelle


attuali, e ci si dovrà preparare a compierle per un tempo indeterminato: la raccolta di
erba e cibo per gli animali; la macellazione degli stessi; lo stoccaggio dell’acqua; il
lavaggio dei panni in fiumi e fontane con la cenere; la caccia; l’organizzazione di un
servizio di guardia; la preparazione all’automedicazione; lo stoccaggio della legna;
l’agricoltura con mezzi manuali: tutto questo per tutta la durata dello scenario critico.
Chi ne avesse la possibilità si dovrebbe organizzare per potere produrre salumi e
latticini con attrezzature manuali. In questo contesto, è facile intuire che una
comunità rurale avrebbe molti meno problemi di una urbana. Una comunità cittadina
o di un’area densamente abitata, dovrebbe avere un programma basato
verosimilmente sull’evacuazione di molti, verso le aree rurali dove ci sarebbe

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necessità e possibilità di lavoro.
Nelle città, durante una situazione critica, qualora non si possa organizzare
efficacemente la ridistribuzione della popolazione, il numero degli abitanti
risulterebbe essere inversamente proporzionale alle possibilità di sopravvivere: fatto
dovuto sia per quanto riguarda l’igiene e la proliferazione delle malattie, sia per
quanto riguarda sicurezza personale, reperibilità di cibo e acqua. Per questo proprio
nelle aree urbane non deve essere perso il controllo da parte dello Stato, e qui devono
essere indirizzati tutti gli aiuti possibili.

5 - L’organizzazione a livello di autonomia famigliare (aree rurali)

1) L’allevamento: come già detto, è preferenziale l’allevamento di animali di stazza


ridotta: pollame e conigli (ma anche le cavie). Per i polli, il possesso di 9 femmine e
un maschio pro-capite garantirebbero per l’alimentazione umana uno-due uova al
giorno, inoltre si potrà avere modo di aumentare il numero dei capi lasciando ad
alcune femmine la possibilità di figliare. I conigli si riproducono molto rapidamente:
lasciando in vita le femmine i maschi potranno essere macellati, salvo uno-due
maschi riproduttori. 8 coniglie e 2 conigli in breve tempo si riproducono in modo tale
da poterne macellare uno a settimana. Un allevamento famigliare di questo tipo
garantirebbe oltre 400 calorie giornaliere (media settimanale) ad ogni membro della
famiglia. Chi avesse il vantaggio di possedere suini e bovini dovrebbe attrezzarsi per
potere macellare e produrre salumi e formaggi in proprio.
2) L’agricoltura: i cereali, come ad esempio il grano, hanno un’ottima resa, sono
ricchi di carboidrati e sono indispensabili per il nostro tipo di alimentazione (pane,
pasta). Ma la raccolta manuale non si effettua ormai da un secolo, i mulini ormai
sono tutti dipendenti dall’elettricità, e produrre farine in casa è un po’ complesso. Si
opterà quindi per la produzione di mais: ottima resa, ciclo breve, pannocchie facili da
raccogliere e da stoccare; macinandolo poi si ottiene facilmente una farina grezza.
Ortaggi consigliati sono: patate, fagioli, piselli, aglio, cipolle e in genere quelli
essiccabili. Le scorte devono essere stoccate in ambiente asciutto e inaccessibile ai
topi, deve inoltre essere calcolata una parte di produzione per l’alimentazione
animale invernale e un’altra per la semina successiva. Zone montane possono trarre
vantaggio dalla produzione di farina di castagne.
In ogni caso, si dovrebbe cercare di coltivare ogni appezzamento di terreno a
disposizione.
3) Produzioni casearie e conserviere: cimentarsi nella produzione di formaggi e
salumi, se non lo si ha mai fatto e non se ne possiede l’attrezzatura, è sconsigliato. Se
un prodotto diviene avariato è uno spreco di cibo, o ancor peggio ci si può
intossicare.
Più facile la produzione artigianale di conserve (passata di pomodori, marmellate,
sottaceti, salamoie di olive e cetrioli in agrodolce) in base alla tradizione della zona e
alle piantagioni presenti. Dove si trovano vigne può venire prodotto il vino e, se si

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possiede un distillatore, alcool etilico alimentare. Questo potrebbe essere
vantaggiosamente utilizzato nella preparazione di frutta sotto spirito. Queste conserve
saranno un prezioso apporto di calorie durante il periodo invernale.
4) L’attività venatoria: la caccia, nelle campagne, darà un supplemento di proteine
che potrebbe essere di vitale importanza, soprattutto nei periodi di scarso raccolto.
Va considerato che le munizioni sono molto preziose: la detenzione, come già detto,
non può superare le 1500 unità pro-capite (per i muniti di licenza). Se si pensa alla
ricarica, poi, si deve pensare al fatto che si possono ricaricare tante cartucce per
quanti inneschi si possiedono; dopodiché, se non si ha la possibilità di trovarne altri,
le armi divengono inutili.
Inoltre le armi potrebbero essere necessarie a scopo difensivo, uno spreco di
munizioni è impensabile. Analizzando la situazione, consiglierei quindi di dare la
caccia ad animali di grosse dimensioni (cinghiali, cervi, daini, caprioli, lepri e
fagiani) piuttosto che ai piccoli uccelli. Infatti una cartuccia che abbatte un daino ci
porterà diversi chili di cibo, nel caso degli uccelli a volte la preda è più leggera della
munizione stessa. Privilegerei i fucili calibro 12, adatti a tutti i tipi di caccia, con
un’ampia varietà di munizionamenti diversi (dalla palla per il cinghiale ai pallini per
gli uccelli) e validi anche come arma da difesa, oltre che la ricarica è facile e non
necessita di scorte di proiettili, ma solo una quantità di pallini, polvere e inneschi.
Però, ai fini del risparmio di munizioni, per la caccia agli ungulati è preferibile una
carabina da selezione di grosso calibro, con ottica.
Stimando una precisione del 50% e un abbattimento a settimana, si avrebbero
munizioni per oltre 14 anni.
5) Le scorte: oltre agli alimenti per i primi due mesi, i medicinali, le munizioni e i
disinfettanti; per un’organizzazione famigliare che punti all’autarchia alimentare per
10 anni occorrono: 50 kg di sale marino (chi abita sulla costa può ricavarlo per
evaporazione dell’acqua marina); attrezzature agricole manuali (zappe, badili,
vanghe, falci ecc.); sementi per la prima semina (50 kg di mais e varie buste di
sementi per ortaggi); un distillatore; una pentola molto grande per la preparazione
delle conserve; vari vasi di vetro; scorte di fiammiferi, accendini e candele; diversi
contenitori per lo stoccaggio delle granaglie; una considerevole scorta di carta;
recipienti ermetici per lo stoccaggio dell’acqua potabile (e per la raccolta dell’acqua
piovana se si vive in una zona lontana da fonti idriche); minimo 50 litri di cloro
(ipoclorito di sodio) per la clorazione dell’acqua potabile.

6 – Le aziende agricole

A queste, in condizioni di scenario critico, dovrebbe essere data grande importanza:


da loro infatti dipenderà la sopravvivenza di gran parte della popolazione.
Dovrebbero avere la possibilità di richiedere mano d’opera in base alle esigenze
sicuramente superiori durante situazioni critiche, e verosimilmente le prefetture
dovrebbero organizzare l’avacuazione di forza lavoro verso di esse. Molti campi, ora

99
utilizzati come frutteti, forse dovrebbero essere trasformati in colture di sussistenza,
principalmente cerealicole; e anche gli allevamenti dovrebbero poter disporre di più
mano d’opera al fine di mantenere in vita e produttivi gli animali. Se non ci fosse la
possibilità di utilizzare l’energia e i trasporti non fossero operativi, molti animali
dovrebbero tornare ad essere usati per il lavoro e la trazione: risulta quindi che le
aziende agricole siano in questi tipi di emergenza i siti più importanti.

7 - Atteggiamento da tenere durante l’emergenza

È solo questione di fortuna trovarsi in un’area dove è possibile sopravvivere (e se


questo non è possibile, è inutile parlarne in quanto si sarebbe morti in breve tempo).
Come abbiamo visto però la durata di uno scenario critico dipende soprattutto da
quanto si è preparati, e da come viene affrontata la cosa nell’immediatezza.
L’organizzazione pacifica di ricostituzione della comunità locale affronterebbe i
problemi più gravi durante il periodo iniziale, e verrebbero superati solo qualora si
fosse in grado di produrre generi alimentari sufficienti per tutti i membri. Pertanto
l’attività lavorativa dovrebbe essere riavviata il prima possibile, permettendo così
anche una ripresa economica a livello locale basata sul baratto, qualora la valuta
corrente abbia perso totalmente di valore a causa degli eventi.
È altresì importante che nessuno degeneri in sciacallaggii e briganterie. La ricchezza
in queste situazioni sarebbe molto relativa, e così anche l’ordine costituito. Creare
situazioni di odio tra le comunità vicine potrebbe portare a spargimenti di sangue
inutili e controproducenti, mettendo forse a rischio entrambe le comunità in conflitto.
Lo stato dovrebbe mantenere nella sua polizia la forza per rispondere alle situazioni
più gravi, e perseguire questo obiettivo in certe situazioni implica il coinvolgimento
della popolazione stessa.

8 - Il ritorno alla normalità

Molti studiosi hanno stabilito che, dopo catastrofi simili a quelle trattate, il ritorno a
condizioni stabili e il ripristino dell’ordine e dei servizi si abbia dopo un periodo
massimo di dieci anni circa. Ovviamente, se il fenomeno ha avuto portata globale,
alcune zone potrebbero recuperare prima di altre, e la situazione sarebbe molto più
complessa rispetto a un evento che colpisca solo alcune regioni che sarebbero aiutate
e controllate dai governi dei Paesi non colpiti.
È poi da valutare il fatto che in tali situazioni la condizione geopolitica cambierebbe,
forse a vantaggio delle nazioni meno colpite. Potrebbe accadere che un Paese
industrializzato decada a condizioni da terzo mondo, e un Paese attualmente in via di
sviluppo possa divenire un leader a livello mondiale. Ma questo non si può
prevedere. L’unica cosa certa, invece, è che se vi fosse una mortalità a livello globale
superiore all’80%, il recupero della nostra civiltà sarebbe in serio pericolo. Pur non

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rischiando l’estinzione, rischieremmo di perdere molte delle conoscenze acquisite.
Questo perché oggi la nostra società è basata su una elevatissima specializzazione; e
necessita di molti individui con competenze diverse (ingegneri, medici, tecnici ecc.),
di tecnologie, e di una grande forza lavoro per sopravvivere. Oltre al fatto che tali
individui dovrebbero lavorare per la propria sussistenza, abbandonando per la
sopravvivenza l’impiego precedente.
Una soluzione potrebbe essere di dare la possibilità a questi individui di lavorare per
il ripristino, venendo “mantenuti” dagli altri che dovrebbero lavorare per procurare
cibo e beni di prima necessità per tutti. Per questo si dovrebbe pensare al lungo
periodo avendo quanti più figli possibile. Ora pensiamo ai figli come una spesa nel
bilancio famigliare, ma in passato, e in queste condizioni, non sarebbe così.
Sarebbero, invece, presto nuova forza lavoro, portando a un recupero più rapido e a
un maggior benessere per tutti. Questo appare avvenga fisiologicamente alla fine di
scenari critici: sia dopo pestilenze che dopo guerre, il tasso di crescita è sempre
superiore.

9 - I materiali necessari all’autarchia alimentare

L’inventario qui sotto si riferisce a chi, comunque, abiti in campagna ed abbia la


possibilità e la voglia di organizzarsi in questo senso. Darò per scontate molte cose,
ad esempio: si sarà già in possesso di attrezzi agricoli manuali, o perlomeno da
giardinaggio; si dovrebbe avere, se non una stufa a legna, almeno un camino; ma
soprattutto lo spazio necessario per alcuni piccoli animali domestici e almeno un orto.
Sarebbe importante avere anche canne e attrezzature per la pesca.
Ho riportato anche i costi: questi sono indicativi per la mia zona (la provincia di
Ravenna), e ho riportato i prezzi più economici. Il tutto per due persone.
- Porto di fucile uso sportivo, due fucili calibro 12 e 1000 cartucce.
Costo: circa 1000 euro.
- Valigetta medica e cassetta di primo soccorso (vedi cap.”B”).
Costo: circa 300 euro.
- Due maschere facciali, due paia stivali, 6 filtri ABEK+P, 6 tute Tyvek classe III.
Costo: circa 300 euro.
- 15 litri ipoclorito di sodio, 5 litri ammoniaca, 2 litri formaldeide, nebulizzatore.
Costo: circa 50 euro.
- Scorta detergenti per igiene personale, lamette, spazzolini ecc.
Costo: circa 100 euro.
- Scorta alimenti in scatola (scadenza media dopo 4 anni), 50 kg sale marino per 2
persone per 2 mesi: almeno 80 kg.
Costo: circa 200 euro.
- 120 litri acqua minerale, 120 litri acqua potabile in taniche.
Costo: circa 70 euro.
- Scorta batterie, torce elettriche, radio a transistor, 2 lpd (Walkie-talkie).

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Costo: circa 80 euro.
- Insetticidi, repellenti per insetti, topicidi.
Costo: circa 50 euro.
- Sementi varie da orto, 1 sacco da 50 kg di mais, alcuni barili vuoti.
Costo: circa 50 euro.
Riguardo le spese inerenti i materiali vorrei aggiungere che non si deve pensare alla
spesa affrontata come un fondo perduto.
I generi alimentari, ad esempio, possono essere sostituiti regolarmente con un
anticipo sulla data di scadenza ed utilizzati normalmente in cucina.
Lo stesso discorso vale per i farmaci generici e l’acqua; le munizioni, invece, se
conservate al riparo dall’umidità, sono funzionali anche dopo 50 anni.
Infine, lo spazio necessario a queste scorte non sarebbe un grave problema: un paio di
scaffalature potrebbero contenere gran parte di quanto indicato.

Per gli abitanti in zone urbane: oltre a quanto scritto sopra, consiglio l’acquisto di
materiali da campeggio e attrezzi da campo (suppellettili, badili pieghevoli, tende
igloo, lampade a gas ecc.). In certe situazioni la sopravvivenza in città è impossibile.
Un’eventuale evacuazione dovrebbe essere organizzata dal governo, e quindi dalle
prefetture. E sarebbe di importanza vitale per la sopravvivenza. L’esodo dalle città
dovrebbe essere in direzione delle zone rurali ed al limite anche dei parchi alpini ed
appenninici. Qui infatti come già detto vi sarebbe carenza di mano d’opera per le aree
coltivate. Una piccola parte di popolazione potrebbe poi rimanere in città: soprattutto
coloro i quali hanno una specializzazione e risultano importanti per la ricostruzione.
La distribuzione degli altri, invece, è materia delicata e complessa. Si dovrebbe
evitare una densità troppo elevata nelle aree rurali, che potrebbe portare a disordini,
ed evitare uno sfruttamento eccessivo delle aree boschive onde evitare l’esaurimento
delle risorse. Le comunità in riva a mari e laghi potrebbero riorganizzare la pesca
d’altura e costiera.

10 - Testi scritti importanti

Negli scenari critici, molte volte potrebbe essere di importanza vitale avere almeno
una minima competenza in diversi campi, cito alcuni testi utili e di facile reperibilità:
- manuale di primo soccorso;
- manuale di medicina e/o farmacia;
- manuale chirurgico per medici da campo (utili i testi della Seconda Guerra Mondiale che
trattano di amputazioni, estrazione di proiettili e operazioni chirurgiche svolte da
personale non qualificato);
- manuali di sopravvivenza;
- manuale NBC militare o “manuale del combattente”;
- testi di elettrotecnica e meccanica (scuole IPSIA/ITIS);
- testi di termotecnica;

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- testo didattico: Guida alle analisi di laboratorio (scuole ITIS/IPAA);
- manuale per fuochini (conoscenza base degli esplosivi);
- testi riguardanti la ricarica delle munizioni;
- testo didattico: Industrie agrarie e agroalimentari (scuole ITAS);
- testo di cucina: Frutta e verdura sotto vetro;
- testi tecnici riguardanti la produzione casearia artigianale, se svolta;
- testi tecnici riguardanti la produzione di salumi artigianale, se svolta;
- testo didattico: Zootecnia e zoognostica (scuole ITAS).
Questi testi farebbero di certo parte di quella che potrebbe senz’altro essere una
“biblioteca da salvare”. Oltre ai libri citati, ritengo molto importanti anche i dizionari
di lingue straniere e tutti i testi scolastici.
Merita di essere letto, e potrebbe risultare utile negli scenari descritti, il testo La
scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi. Questo libro, scritto
nella seconda metà dell’Ottocento, insegna non solo la preparazione di ricette
tradizionali e tipiche, ma fornisce anche le dovute indicazioni al fine di cucinare
senza fare uso di elettrodomestici e prodotti industriali (cosa ovvia, pensando alla sua
datazione). Altra nota di merito a questo testo è la sua scientificità: cioè fornisce
anche istruzioni riguardanti le norme d’igiene in una cucina dell’epoca, e queste
potrebbero ritenersi ancora valide, soprattutto nell’ipotesi di una momentanea carenza
di tecnologia.

11 - Difendere la cultura e la storia

Quanto indicato sopra è certamente tutto ciò che possiamo fare per tutelare noi stessi
e la nostra famiglia. Non dobbiamo dimenticare, però, che anche difendere la
conoscenza significa proteggere le generazioni future. Qualora ci si trovi in uno degli
scenari descritti infatti si dovrebbe pensare alla trasmissione della cultura come una
priorità assoluta: meglio avere freddo e non soddisfare qualche bisogno, quindi,
piuttosto che utilizzare dei libri. O se pensiamo che nel Medioevo si arrivò a usare il
Colosseo come fosse una cava di pietre, capiamo quanto la Storia rischi di perdere
testimonianze importanti durante i periodi difficili. Certamente, da persone comuni
sopravvissute a un cataclisma, potremmo fare molto poco: sarebbe sufficiente tutelare
ciò che si trova vicino alla nostra dimora, e nelle nostre possibilità dovremmo
difendere ciò che sarebbe rimasto. Ciò che oggi è protetto come “patrimonio
dell’umanità” sarebbe indifeso in questi scenari, dovremmo quindi pensarci noi. La
natura avrebbe modo di evolversi autonomamente come ha sempre fatto, non
dimentichiamo, invece, che quanto ha fatto l’umanità esisterà solo fin quando l’uomo
sarà presente su questo pianeta. E chi vivrà in futuro, avrà diritto di conoscere le
proprie origini.

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- CONSIDERAZIONI FINALI –

La Storia dovrebbe averci insegnato che l’uomo impara ad adattarsi in ogni


situazione, questo è sempre stato vero e lo sarà fino al giorno della nostra eventuale
estinzione. Non vorrei aver destato preoccupazioni ossessive, in quanto forse
nell’arco della nostra vita non affronteremo mai problemi del genere.
Ma conoscere quanto comunque potrebbe accadere, e cosa comporterebbe, credo sia
importante. Dovremmo avere una coscienza collettiva, e dovremmo imparare a non
dare per scontato tutto ciò che abbiamo oggi e come stiamo vivendo.
Telefonando al 118 si è certi che arriverà un’ambulanza, chiamando la polizia si è
sicuri che il Sistema interverrà per mettere a posto le cose. Eppure leggendo un libro
di Storia e immedesimandosi in certe situazioni, si capisce che per lunghi periodi non
è stato così. Lo stato, la civiltà, siamo anche noi stessi. E c’è una linea oltre la quale
nessuno può più offrire garanzie: questo lo pensarono di certo i cittadini romani
quando subirono le invasioni barbariche, o gli italiani dopo il 1943, o gli jugoslavi
durante gli anni ‘90.
Può capitare che venga il giorno che si gridi aiuto e nessuno sia in grado di
rispondere, perché tutti sono presi a salvare loro stessi. In questi casi non esiste
protezione civile, non esistono vigili del fuoco: è normale che tutti pensino alla
propria vita e alla propria famiglia, e purtroppo anche agli interessi personali.
La vita di tutti i giorni va avanti normalmente: sarebbe sufficiente avere la mente
pronta, e soprattutto essere preparati per agire tempestivamente in caso di allarme. La
durata di uno scenario critico dipende solo in minima parte dal cataclisma che lo
causa, il resto dipende solo dalla capacità di reazione della società, e da quanto essa è
stata preparata ad affrontare queste situazioni sia in senso intellettuale che pratico.
L’evoluzione degli eventi nell’area di Fukushima è stata totalmente diversa da quella
vista a New Orleans: infatti sono due popoli completamente differenti.
E noi siamo italiani, la nostra indole è diversa e molto più individualista, facciamo
fatica a volte ad identificarci con i nostri stessi connazionali. Spesso nemmeno
vogliamo affrontare certi discorsi, pensando che a noi non potrebbe mai accadere
qualcosa di simile, molti direbbero che non vogliono saperne nulla e che se accadesse
“tanto moriremmo tutti”. Però siamo bravissimi a piangere quando qualcosa accade
proprio a noi, e dobbiamo assolutamente trovare un colpevole da punire, sempre.
Non importa far parte di associazioni che forse non sarebbero in grado di organizzarsi
in tempo per reagire: è meglio conoscere le persone della propria zona, e aver bene in
mente cosa fare. Perché in questi casi, tra conoscenti, si avrebbe certamente modo di
dare e ricevere di più, senza nulla togliere alle associazioni di volontariato e al loro
impegno. L’italiano tra i suoi difetti ha almeno il pregio di essere solidale, ancor di
più con chi conosce.

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Qui si parla di casi estremi dove sarebbe inutile aspettare i soccorsi e ci si dovrebbe
rialzare in piedi da soli: se avessimo la coscienza di poterlo fare, non avremmo più
paura di niente. Per essere volontari non serve una divisa, serve la volontà.
E in democrazia non si possono accusare i politici: a quegli stessi politici noi stessi
abbiamo dato il potere, scegliendoli. Un popolo è sempre artefice del suo destino, in
base alle sue scelte.

Non avevo mai vissuto in città, sono nato e cresciuto in campagna. Ora, dopo due
anni in città, e da straniero, ho capito molto meglio diverse cose. Spero che chi ha
letto gli altri miei libri legga anche questo. Mi sembra quello venuto meglio.

Alex Lombardi

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