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- Il Vajra Mushti
- Movimenti fondamentali
- Foto e note

Rivista Arte d'Oriente


Il vajra-mushti è una disciplina attigua al kalari-ppayat. Avversata dai colonizzatori
occidentali, è scivolata, al pari delle altre discipline, nella clandestinità. A questo
si aggiunge il tradizionale metodo di trasmissione quasi esclusivamente orale e la
difficoltà a reperire le fonti, che la rendono ancora poco accessibile.

Rendere volgari e banalizzare le conoscenze, spingere l’uomo verso altre forme di


egoismo e competizione è la tendenza presente, oggi, nel mondo, che si ritrova
anche nella arti marziali. In occidente le arti marziali spesso vengono proposte
svuotate del loro profondo significato; infatti le antiche tradizioni ormai stanno
scomparendo o si riducono a formule sintetizzate per esaudire le richieste del
mercato. La logica che salvaguarda gli interessi economici di profitto incentiva la
vendita di libri, videocassette e corsi intensivi per illudere chi crede di trovare una
risposta preconfezionata senza considerare il sacrificio che comporta praticare
un’arte marziale.
Per capire il senso reale e lo scopo ultimo delle discipline marziali indiane è
necessaria una premessa storica: l’India è stata invasa da molti popoli che si
sono insediati in territori diversi, dove le popolazioni avevano caratteristiche
fisiche, religioni e dialetti differenti. Questa varietà di gruppi etnici, però, non ha
mai influito sulla visione comune di queste arti, cioè il raggiungimento di
un’armonia con tutto l’universo. Si diversificarono i modi di combattimento e i
nomi delle tecniche, ma il principio rimaneva sempre lo stesso, per li Indù, i
Buddisti, i Jainisti e i Sikh. Gli stranieri non hanno considerato questo aspetto,
hanno invece giudicato in modo razionale e analitico, piuttosto che vivere
concretamente la cultura in questione, “indossando i sandali” di quel popolo.
Questo atteggiamento per molto tempo ha protetto la conoscenza profonda di tali
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arti, che non erano accessibili, se non parzialmente, agli occidentali. Ora la
situazione è cambiata e ormai si conoscono molte tecniche che assumono nomi
diversi: il Malahkhara-gatka nel Punjab, il Nakh-a-khamushti nel Gujarat o il
Kalarippayatum nel Kerala, per esempio.
Per capire veramente le arti marziali in India è importante ricordare un antico
testo sacro dei Veda che comincia con queste parole: il mondo è stato creato
per essere abitato, non per essere posseduto. Questo concetto è alla radice del
pensiero indiano; un tempo erano i rishi o i saggi che vivevano immersi totalmente
nella natura a possedere la conoscenza del mondo, che secondo questa visione
fa parte di un movimento continuo, ininterrotto e nel quale ogni essere umano
cerca di unire la sua energia personale al flusso armonico della vita, per essere
cosciente della sua evoluzione. Chi intraprendeva questa strada si muoveva con
l’aiuto di tre strumenti: l’istinto, l’intuizione e gli insegnamenti dei guru.
Quest’ultima parola, guru, significa “dissipare il buio”.; il maestro ha il compito di
mantenere la mente dell’allievo concentrata sull’energia interna, chiamata prana,
chi o ki. È importante ricordare che in Occidente ci si avvicina a molte discipline
orientali più con l’immaginazione che con la pratica. Lo yogi che vive in
montagna, invece, sopporta il freddo e la fame perché ha raggiunto una grande
armonia fisico-mentale e con questa energia è in grado di superare condizioni
normalmente inaccessibili.
La vera conoscenza o mallavidya si acquisisce con l’esperienza diretta, vissuta in
prima persona; malla è il filo che unisce delle palline vuote all’interno, formando
così una collana, o un rosario. Questa immagine può aiutare a capire come
attivare questa energia, ma per farlo è necessario “uccidere” una parte di sé;
pensare di essere, già blocca il flusso, l’azione e il movimento. La filosofia e la
religione sono aspetti esterni, mentre il legame con la vita si esprime attraverso la
pratica. Pratico, infatti, in sanscrito significa qualcosa che si fa e si sente dentro
si sé e contemporaneamente è legato al movimento della vita, il quale si muove
anche quando è statico.
La scienza delle arti marziali indiane si suddivide in tutti gli stili in tre filoni
principali: mondo animale, vegetale e minerale. Il primo è legato a movimenti che
stimolano le ghiandole e gli organi interni ed esprime l’istinto, l’azione dell’istante.
Il secondo riguarda la percezione, durante il movimento, di una parte di sè, che
entra in sintonia con la natura. Il terzo è uno stato d’animo che permette di
assorbire l’energia degli esseri minerali presenti sulla terra, per raggiungere un
equilibrio interiore. Le spiegazioni in questo caso non bastano, le parole offrono
solo sollievo alla mente delle persone che sperano di trovare l’energia che
cercano in certi movimenti; ma l’unica strada è quella di allenarsi molto, con
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cercano in certi movimenti; ma l’unica strada è quella di allenarsi molto, con
costanza, in modo che il corpo possa diventare come un’antenna sempre pronta
a sintonizzarsi.
Nell’antica arte indiana del movimento chiamata vajra-mushti, vajra rappresenta il
fulmine che conduce l’uomo verso la totalità, mushti la mano che non si chiude
del tutto, ma trattiene qualcosa all’interno. Questa antica arte non serve solo per
difendersi, per proteggere o per ottenere salute; si tratta di piccoli risultati,
rispetto al vero scopo, che è essere in armonia con il mondo.
I segreti del vajra-mushti erano un tempo accessibili solo alla casta dei guerrieri e
al vincitore dei tornei veniva offerta la possibilità di diventare l’allenatore degli
uomini del Maharajà. Nel Gujarat la tecnica originale si trasformò in modo più
brutale, i combattimenti diventarono mortali: i guerrieri potevano servirsi di oggetti
taglienti e di posizioni sia in piedi che a terra. Ma il significato originale del vajra-
mushti non è colpire o difendersi, bensì tenere in mano, senza schiacciarla,
quella forza della vita che unisce il cielo alla terra attraverso una scarica elettrica
(il fulmine).
Gli uomini possiedono questa elettricità al loro interno, ma devono unirla a tutte le
altre espressioni di vita; il messaggio di quest’arte marziale è dunque che il
nostro corpo e le nostre abilità diventano il mezzo per metterci in contatto con gli
altri. Alcuni testi antichi, come il Mahabharata o il Ramayana, sono utili per
capire il significato racchiuso in quelle parole. Per apprendere le arti marziali non
serve chiedere ai maestri come funzionano le tecniche, ma è necessario
dedicarsi con umiltà, fedeltà e sensibilità, giorno dopo giorno, fino a che
spontaneamente non avviene il movimento in perfetta armonia con il tutto: a quel
punto il maestro trasmetterà nuovi movimenti all’allievo, per permettergli di
migliorare; ma se l’allievo impara le tecniche in modo meccanico, diventerà solo
un abile lottatore. Colore che s’interessano a queste arti sono spesso medici e
fisioterapisti, ma per tutti è importante un comportamento di base da rispettare:
fare per gli altri quello che faresti per te stesso, cioè la cosa migliore.
Il sentiero spirituale di un guerriero differisce totalmente dal dovere di un
combattente. Il guerriero non deve dimostrare la sua superiorità, non combatte
per sé, non pensa a sé; il suo corpo, la sua mente e il suo spirito sono al servizio
della giustizia del momento, il vero guerriero non fa interagire il suo ego nella
situazione che sta vivendo: è la divinità, la coscienza di quell’istante che agisce,
perché è giusto agire senza emotività. I guerrieri odierni invece sono solo dei
lottatori competitivi che non sono presenti a sé stessi; cercano la potenza della
tecnica per colmare il loro vuoto interiore. L’arte in sé non è efficace, sono gli
uomini che la rendono viva. In India le tradizioni sono il culto della pratica, non

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soltanto la coreografia di movimenti; capire questo non è difficile, se dove viviamo
proviamo a interagire con la natura e a risvegliare la coscienza alla vita.

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IL VAJRA-MUSHTI
Il vajra-mushti è probabilmente il ramo più antico del mallavidya, ovvero la filosofia
del comportamento umano in battaglia descritta nei Veda. Quest’arte nasce
nell’India settentrionale, in luoghi oggi conosciuti come Patna (nel Bihar) e Lumini
(in Nepal), cioè le antiche terre del Kappilawastu. Il vajra-mushti è diffuso in tutta
l’India, fino alle coste del Malabar, e cambia spesso nome a seconda delle forme
dialettali: malakhara-gatka, thangta-mukna, adi-ada etc… In origine era un sapere
scientifico che comprendeva atteggiamento mentale, movimento fisico, sviluppo
della percezione istintiva e delle abilità terapeutiche. Il sistema completo
comprendeva 64 specialità e discipline, tra cui cavalcare elefanti e guidare carri,
forme di combattimento a terra e in piedi, l’uso di innumerevoli armi con la spada,
il pugnale, la frusta, la lancia (erano classificate in quattro categorie, armi a corta
distanza, a lunga distanza, armi di ritorno e da lancio), l’ammaestramento di
animali come tigri, leopardi, serpenti e falchi. Il terreno d’allenamento era vario e a
volte impervio: montagne, rocce e acquitrini. Un aspetto curioso riguardava il fatto
che non praticavano solo gli kshatriya (guerrieri), ma anche i bramini (preti) e gli
arhat (i monaci itineranti).
Durante le invasioni islamica, britannica e francese, tutte le arti marziali furono
proibite con la minaccia di pena di morte; questo fece sì che le discipline di
combattimento indiane fossero insegnate in segreto e a poche persone di provata
affidabilità, il che fece credere agli stranieri che si fossero estinte. L’altra difficoltà
nel recepire queste discipline da parte degli stranieri stava nel fatto che esse
erano vissute e praticate non come un allenamento, ma come una preghiera del
corpo; andare a praticare le antiche discipline psico-fisiche era per gli indiani
come andare al tempio.

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MOVIMENTI FONDAMENTALI
Prima di essere in grado di usare qualsiasi tipo di strumento o arma, tutti gli
studenti devono conquistare la piena padronanza dei loro corpi e quindi si
sottopongono a una serie di esercizi speciali, detti sarpa o “forme del serpente”.
Questi esercizi sono eseguiti in varie condizioni e su vari tipi di terreno: terra,
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Questi esercizi sono eseguiti in varie condizioni e su vari tipi di terreno: terra,
sabbia o superfici scivoloso. Sollevamenti, salti e torsioni vengono effettuati per
allenare un equilibrio eccellente, in seguito alla stabilizzazione del quale si può
cominciare ad apprendere i movimenti del leone, della tigre e del leopardo,
conosciuti come nakha. Queste tecniche sono a metà tra i movimenti di lotta a
terra e in piedi, e il loro scopo è creare uno stato mentale particolare (shakti o
forza universale). Dopo questa fase si apprende una serie di forme che imitano il
mondo animale e vegetale, con lo scopo di migliorare la flessibilità e di controllare
il flusso del prana o “soffio vitale”. Solo a questo stadio si praticherà una grande
combinazione di tecniche in piedi (pantera).

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FOTO E NOTE:

Riproduzione di un dipinto del III secolo a.C. (Stato del Rajasthan). Vi si


raffigurano le forme di allenamento alla lotta “kushti”, importata in India dal popolo
degli Arya e che costituì la base di tutte le successive forme di combattimento
indiane.

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Le tecniche di respirazione e controllo del prana sono eseguite anche in mezzo
alla neve.

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Le tecniche del pipistrello consistono nello stare in equilibrio in situazioni difficili,
appendendosi per i piedi.

Il vajra-mushti utilizza una grande varietà di posture per lo sviluppo dell'


allenamento.

Nei movimenti di calcio “bisogna andare al di là del necessario”: la gamba deve


diventare come un braccio, non solo un mezzo di sostegno; i praticanti di vajra-
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mushti si allenano a usare le gambe e i piedi per afferrare gli oggetti. “Il corpo
deve diventare l’antenna del cervello; il cervello deve diventare l’antenna dello
spirito”.

Tecniche sugli alberi: apparentemente ci si muove come scimmie, ma in realtà


queste tecniche mirano a incorporare e assorbire energia dal vegetale con cui si
è in contatto. “Prima dai un nome all’albero; poi tu sei l’albero; infine l’albero ti
dice chi sei”.

I felini sono molto importanti nel vajra-mushti; si imitano i comportamenti di leone,


tigre, leopardo, pantera e lince. Ognuno di questi animali ha un carattere
particolare.
Il leone quando avanza non torna mai indietro.
La tigre ti prende all’improvviso, quando ti fa difetto l’attenzione. Gli adepti del
vajra-mushti in India si allenano anche con le tigri in gabbia. Quando nella gabbia
ci sono due tigri, una delle due attrae l’attenzione del praticante, così l’altra gli
morsica la gamba. È un gioco di potere.
Il leopardo usa la strategia; valuta tutto prima di fare qualsiasi mossa e quando
agisce, ha già preparato anche la ritirata. Rappresenta l’abilità di inserirsi e uscire
senza rimanere intrappolati.

Le tecniche in cui si rimane sollevati da terra fanno parte dei movimenti del
pipistrello.

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Le proiezioni devono essere fatte senza fatica, senza applicare forza fisica;
bisogna sfruttare il “buco” causato dalla mancanza di equilibrio dell’altro. “Devi
essere come una donna che prende un lenzuolo di seta, non come un uomo che
cattura un toro”.

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