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Roberto Giacomelli e Alessandro Manzo

NEMETON
Guida pratica agli sport del coraggio
ISBN 978-88-272-2670-4

© Copyright 2015 by Edizioni Mediterranee, Via


Flaminia 109 – 00196 Roma - Versione digitale realizzata da Volume Edizioni S.r.l.
Un ringraziamento particolare a
Gruppo Escursionistico Orientamenti – G.E.O. per il contributo tecnico e la disponibilità a
usufruire di materiale per l’approfondimento e la comprensione di una visione integrale degli sport
alpini.
Associazione Italiana Arbitri – Sezione Lomellina per gli spunti e i suggerimenti frutto di anni
di impegno e di passione.
Bulldog Gym Milano e B.S.A. Pavia per l’impegno alla diffusione di una sana cultura pugilistica.
Luca del Rugby Roma Club.
Circolo Subacqueo Pavia e Nucleo Sommozzatori di Protezione Civile di Cremona per la
disponibilità e l’entusiasmo nel supportare l’attivitàdi volontariato e di risposta alle emergenze in
ambito subacqueo.
Valerio e alla Furor Catanzaro per la documentazione tecnica fornita e per i preziosi consigli.
Sabrina e Sveva: agnosco veteris vestigia flammae.
Indice

Capitolo 1 – Le discipline del coraggio


1.1 – Gli sport del coraggio come ritorno al Nemeton
1.2 – Essere o avere: lo sport virtuale
1.3 – All’origine degli sport del coraggio: il gioco
1.4 – Il coraggio come scelta agonistica
1.5 – L’aria vibrante: l’ebbrezza del volo
1.6 – La subacquea: l’immersione nel profondo
1.7 – La corsa: il vento della Terra
1.8 – Il fuoco freddo: le arti marziali
1.9 – Il combattimento come simbolo
1.10 – Che cos’è l’aggressività?
1.11 – Il vero nemico da battere
1.12 – L’ascensione alle altezze: la montagna
1.13 – Uccidete l’arbitro ovvero la disciplina della scelta
1.14 – La mente al centro: gli sport del tiro
1.15 – Il rugby, gli sport di squadra e il ritorno alla tribù

Capitolo 2 – Comprendere gli sport del coraggio


2.1 – L’idea di atleta
2.2 – L’attività atletica tra eroismo ed eros
2.3 – La degenerazione dell’ardimento atletico: l’estremismo sportivo
2.4 – Agonismo e autoformazione
2.5 – Il piacere del brivido
2.6 – Il dolore e la fatica
2.7 – La paura
2.8 – Il risveglio attivo
2.9 – Sportivi e agonisti: i guerrieri metropolitani
2.10 – Stabilità fisica ed equilibrio interiore
2.11 – L’equilibrio come simbolo
2.12 – Il maestro negli sport del coraggio

Capitolo 3 – Il training autogeno nello sport del coraggio


3.1 – La meditazione e gli sport del coraggio
3.2 – Training autogeno: parte operativa
3.3 – Che cos’è il training autogeno
3.4 – Preparazione agonistica e uso terapeutico
3.5 – L’esecuzione del training autogeno
3.6 – Il primo esercizio: LA PESANTEzzA
3.7 – Il secondo esercizio: IL CALORE
3.8 – Il terzo esercizio: IL CUORE
3.9 – Il quarto esercizio: IL RESPIRO
3.10 – Il quinto esercizio: IL PLESSO SOLARE
3.11 – Il sesto esercizio: LA FRONTE
3.12 – La chiusura degli esercizi: LA RIPRESA
3.13 – Casi reali di sportivi trattati con il training autogeno
3.14 – Un caso di ipertensione risolto con il training autogeno
3.15 – Uno strano caso di fobia
3.16 – La visualizzazione attiva
3.17 – Quando lo stomaco si lamenta
3.18 – I reumatismi: quando il fuoco brucia il corpo
3.19 – Cibo e ardimento

Conclusioni

Il testamento sportivo di Giovanni Parisi al figlio Carlos

Bibliografia
1. Le discipline del coraggio

1.1 Gli sport del coraggio come ritorno al Nemeton


L’attività agonistica sportiva è un’esperienza sulla quale è possibile confrontarsi a condizione di
tenere in considerazione un limite invalicabile: raccontare lo sport, attività corporea per eccellenza,
è lecito a chi è un praticante dell’agonismo1 e quindi portatore di un’esperienza diretta. Si è cercato
quindi di descrivere il messaggio essenziale di una visione integrale dello sport e di alcune
discipline particolari che abbiamo praticato e amato nella nostra vita. Una visione dell’agonismo che
può portare a un miglioramento delle attività praticate, offrendo un quadro più generale del proprio
approccio agli ostacoli e alle sfide della vita.
Il confronto dell’uomo con i propri limiti fisici e spaziali inizia prima della nascita, quando nel
grembo materno si struttura il sistema nervoso e la capacità di movimento del feto. Limitato in un
luogo ristretto, il progetto di uomo inizia il suo percorso di realizzazione e completamento. È la
costrizione nello spazio, che viene intuita come limitazione delle risorse, a generare il desiderio di
mettersi in movimento e raggiungere l’orizzonte per superarlo2.
Tale desiderio di movimento permane anche dopo la nascita e accompagna l’uomo nella sua
esistenza. Un sentimento che rivive nella pratica sportiva e che richiama una situazione di ristrettezza
superata e la vittoria sullo spazio. La corsa, per esempio, è forse la disciplina che più di altre
racconta della vittoria dell’atleta sulla distanza e sul tempo. Per questo motivo le discipline sportive
trasfigurano il conflitto dell’uomo nella realtà. Attraverso lo sport si realizza un perimetro spaziale
nel quale vengono rappresentate le regole a cui attenersi per un giusto sforzo: è la nascita dell’idea di
campo sportivo3.
È in questa particolare situazione di pre-nascita che inizia a svilupparsi il desiderio inconscio di
vincere i limiti della realtà attraverso l’uso delle proprie capacità motorie e sensoriali: un anelito di
libertà che non perdiamo mai e che condiziona tutta la nostra esistenza. È l’eterno movimento tra
l’ener gia in potenza e quella in atto che ci porta a considerare i tre elementi base della nostra
esistenza: il nostro sé, i limiti imposti dalla realtà e il loro superamento.
È sufficiente osservare l’euforia nella corsa di un bambino nei primi anni di vita e la reazione di
gioia che trasmette per ricordarci come il superamento dei nostri “record” fisici porta sempre a uno
stato di consapevole felicità.
È proprio per raccontare tale desiderio di libertà che è nata l’idea di realizzare un testo sugli
sport che abbiamo chiamato “del coraggio”, ovvero discipline che più di altre sviluppano a livello
materiale e simbolico un’armonia nella consapevolezza dei propri limiti e il loro superamento in una
agonistica catarsi che porta al “sorriso olimpico”4. Tale visione è frutto di un’esperienza diretta
vissuta in particolare nelle discipline degli sport di combattimento (pugilato, savate e Kali filippino),
della subacquea e della corsa in altura (skyrunning). È il tentativo di fondere in un libro le
esperienze e gli insegnamenti che abbiamo appreso e testimoniato in decenni di pratica e impegno
sportivo, nella consapevolezza dei propri limiti, ma anche nella certezza della passione per le
discipline praticate.
Gli sport del coraggio sono quindi quelle attività che hanno elementi comuni utili a una più alta
visione dell’attività agonistica e che possono essere riconosciuti da tre elementi fondamentali:

1. Attitudine allo sviluppo di una continua competizione con se stessi


2. Forte connotazione simbolica
3. Etica e approccio utili per l’attività quotidiana

Gli sport del coraggio, infatti, sono un terreno fertile per una consapevole e volontaria attività di
superamento dei propri piccoli o grandi limiti sia dal punto di vista fisico/corporeo (ad esempio la
resistenza nella corsa) che mentale (l’autocontrollo della respirazione nell’attività subacquea).
Tale competizione, tutta interna all’atleta, porta al secondo elemento che definisce tali discipline
ovvero il trasformare le prove e gli ostacoli in una dimensione di tipo simbolico. A tal fine,
attraverso una dissertazione semplice e immediata, tali simboli sono stati individuati e ricollegati a
ciascuna disciplina. Si lascia naturalmente al lettore la libertà di fare propria o lasciare cadere tale
visione. È un tentativo ragionato per una riflessione più profonda sulla propria esperienza sportiva e
sul portato della propria storia personale che naturalmente prevale su ogni tentativo ideologico di
forzare la realtà personale con modelli universali.
È proprio nell’esperienza personale di ciascuno di noi che ritroviamo l’ultimo elemento distintivo
degli sport del coraggio ovvero l’etica che alcune discipline portano a sviluppare e la sua utilità in
una corretta condotta quotidiana. Un’esperienza rivolta al rispetto per l’impegno altrui almeno pari al
rispetto dato ai propri sacrifici. È il nobile stato dell’empatia che si sviluppa nell’esperienza del
sacrificio e che porta quindi a una maggiore comprensione del sacrificio altrui non solo nel campo
sportivo ma nel contesto più generale della propria esistenza come persona.
Gli sport del coraggio sono quindi stati considerati un’attività che porta a un’accresciuta
percezione delle cose e del proprio sé, luoghi dell’anima che possono essere un ponte verso la
propria dimensione più profonda e vera. Lo sport come luogo della mente nel quale raccogliere
energia attraverso l’uso di energie, scambiando, in un’attività virtuosa, stanchezza fisica con riposo
mentale. Da tale immagine simbolica si è scelto di collegare gli sport del coraggio agli antichi
nemeton5, i luoghi delle foreste dove le antiche popolazioni europee pensavano di ritrovare energie
per accrescere la propria forza interiore e affrontare le sfide di tutti i giorni.
Gli sport del coraggio possono essere i nuovi nemeton e rispondere alla medesima esigenza6?

1.2 Essere o avere: lo sport virtuale


Queste due categorie, oltre a essere veri e propri stili esistenziali, sono anche diversi modi di
percepire la realtà. Mentre l’“avere” è basato sul possesso, che si rifà al principio biologico della
sopravvivenza fisica, l’“essere” si fonda sul cammino interiore, ovvero sull’evoluzione spirituale. In
una società complessa come quella attuale, anche in tempo di crisi economica la sopravvivenza in
realtà non è quasi mai difficoltosa, come nella natura selvaggia. A periodi di maggiore potere
d’acquisto seguono ciclicamente altri meno favorevoli, dove i consumi si restringono, a volte anche
sensibilmente. Ma la sopravvivenza per le masse è garantita, dal momento che proprio sui loro
consumi si regge il sistema stesso, che collasserebbe se i consumi, e di conseguenza la produzione, si
bloccassero totalmente.
L’ansia di possesso, quindi, si rivela una creazione artificiosa di questo tipo di società
materialista e desacralizzata. Si può morire d’inedia anche nel terzo millennio, ma è quasi
impossibile che ciò accada nell’occidente opulento dei nostri giorni. Si vive con meno, ma si
sopravvive praticamente tutti, almeno coloro che lo vogliono. Il desiderio di possesso sempre
maggiore è connaturato alla cultura consumista, che induce i bisogni subdolamente per i propri fini,
impoverendo, di fatto, le persone del bene più grande: i valori. L’uomo di successo, nella maggior
parte dei casi, possiede, non è. L’essenziale è apparire, ovvero l’immagine dell’ego, ciò che si
mostra agli altri. Fare vedere cosa si ha, attraverso le dinamiche odierne, colloca in una precisa
categoria sociale, rende apprezzabili, seducenti. Ma denuncia spietatamente il vuoto interiore, la
paura di vivere, l’insicurezza.
L’“avere” è figlio del vuoto che origina dalla paura di non essere. L’“essere”, al contrario
dell’apparire, è l’espressione della natura vera di ognuno: conoscere chi si è in realtà permette la
realizzazione della propria missione come persone. Le discipline del coraggio rientrano nella sfera
della valorizzazione dell’essere, rafforzano nella fatica e nel rischio la struttura della personalità e
permettono un virtuoso rapporto con l’inconscio, liberando l’aggressività e superando i limiti della
paura.
Gli “sportivi”, coloro che seguono lo sport come spettacolo praticato dagli altri, ma non da loro,
rientrano nella categoria dell’“avere”, possiedono le tecnologie più avanzate per guardare eventi e
partite, ma disdegnano gli strumenti più semplici per fare sport, cioè per essere realmente degli
atleti. Tra un economico paio di guantoni o di scarpe per correre, prediligono il maxischermo dove si
consumano i ludi di massa del nostro tempo. Sportivi da salotto e atleti arrivano a rappresentare due
categorie del carattere, due percezioni diverse della realtà. Da protagonisti o da spettatori. Anche se
spesso chi pratica ama guardare le imprese dei campioni della disciplina preferita e questo vedere ha
una funzione didattica.
Praticare anche al livello più elementare qualsiasi sport è sempre mettersi in gioco, ascoltare
sensazioni, provare emozioni. In una parola, “vivere”, mentre molti altri si accontentano di
identificarsi nelle gesta altrui. Questa identificazione è una proiezione delle proprie aspirazioni, che
non vengono soddisfatte realmente, ma in un modo assolutamente artificioso. Al reale, con tutti i suoi
limiti e problematiche, con la fatica e il sacrificio e il conseguente beneficio e soddisfazione, si
sostituisce lo sport virtuale, non vissuto, ma visto fare da altri. Atleti pagati per fare spettacolo a
beneficio dei sedentari, dei fruitori da salotto, sportivi che talvolta non hanno mai praticato la
disciplina amata, decisamente fuori forma fisica, se non addirittura affetti dalle patologie della
sedentarietà. Gli emuli europei degli statunitensi obesi che tifano le squadre del football americano
seduti sui loro divani, rimpinzandosi di cibi spazzatura ipercalorici e velenosi. Sportivi immaginari,
che pagano professionisti per fare attività al loro posto, nella migliore logica mercantilista.
Viviamo tempi in cui si combatte con videogiochi, in cui abbondano scenari violenti senza alcun
rischio ed emozione e ci si allena tramite uno schermo televisivo senza alcun beneficio psicofisico. Il
virtuale, o meglio il falso che stravolge la realtà, è una realtà sempre più squallida e disumana,
orientata esclusivamente al profitto economico, generatrice di malattia fisica e disagio mentale, dove
il corpo, tempio dello spirito, è annichilito, messo da parte, sostituito da ingannatrici protesi
tecnologiche.
Anche l’avviamento dei giovani allo sport segue la logica utilitaristica: si prediligono discipline
che portano al successo economico, spesso su pressione di genitori egoisti, che non sanno
riconoscere e tanto meno rispettare le inclinazioni dei figli. Questa diviene un’usanza così degenerata
che tutti hanno giocato a calcio a scuola o per la strada, molti meno hanno corso su di una pista di
atletica.
Gli sport del coraggio, spesso “poveri” e meno pubblicizzati, nonostante il grande valore
educativo, non sono i più popolari tra i giovani. Ciò che aiuta a scoprire la vera identità e allontana
dalla massificazione dominante è visto come violento, pericoloso, estremo. Il principio attuale del
minimo sforzo per il massimo rendimento mal si concilia con la sfida continua a se stessi. Sacrificio,
fatica, coraggio, superamento del dolore, appartengono alla sfera dei valori e quindi sono visti con
sospetto e diffidenza. Potrebbero stimolare il pensiero libero, il piacere di essere e non quello di
possedere.
Le discipline del coraggio sono educazione, autocontrollo, ascolto dell’anima, rispecchiano
l’ultima via eroica a portata di mano. Gli eroi del mito rinunciavano all’avere per l’essere,
distaccandosi dal possesso, dal mondo delle cose per quello degli archetipi, dei modelli divini.
Erano i prototipi dei lottatori, di coloro che affrontavano se stessi nel nemico per trascendere l’uma
no e superarsi costantemente.

1.3 All’origine degli sport del coraggio: il gioco


La società utilitaristica che vuole tutto finalizzato a un compenso materiale, possibilmente
immediato, considera il gioco come tempo sprecato. Questo tipo di attività viene tollerata nei bimbi,
ma solo come preparazione all’unica vera realtà, quella dei fatti concreti. La fantasia, l’immaginale,
il gioco e quindi gli sport, sono ammessi solamente in sfere ed età ristrette: nell’infanzia, nell’arte,
nel tempo libero, ovvero in quel tempo e in quei luoghi mentali dove la produzione non ha la funzione
dominante. Sovrastrutture, dunque, attività defaticanti, per riprendere più riposati e forti il lavoro.
L’attività ludica è riservata a coloro che ancora non partecipano alla demonia dell’economia.
Per gli adulti, invece, gli sport diventano delle attività principalmente da osservare come fruitori
passivi, strumento di controllo e di sfogo di pulsioni insopprimibili. Momenti sublimabili nella
partecipazione come spettatore e tifoso. L’irrefrenabile voglia di giocare, di rompere, trasgredire,
violare ed esprimere le proprie energie viene controllata, confinata in appositi spazi, repressa.
In realtà i giochi dei bambini e gli sport degli adulti, essendo attività di simulazione, quindi
simboliche, sono evocatori di stati alterati di coscienza. I piccoli immaginano amici, nemici da
combattere, mostri, eserciti, creano armi o bambole con poca materia e molta fantasia. Incarnano miti
e fiabe, evocano valori eterni, come la lotta tra il Bene e il Male. Maschi e femmine interpretano con
assoluta veridicità archetipi imperituri e nel gioco divengono mamme e mogli, soldati, guardie e
ladri, buoni e cattivi; sono generosi e crudeli, come gli antichi dei; liberano inconsapevolmente
energie, modelli assoluti, appunto archetipi. Una magica dimensione dove la realtà ordinaria si
scioglie in mille sfaccettature, dove gli opposti si fondono, in una sintesi di assoluta libertà.
Non rispettano alcuna legge, o regola, sono privi di morale, assolutamente buoni o perfettamente
perfidi. I modelli primi, s’incarnano direttamente e non vi è spazio per la ragione, ma solo per la
fantasia. Si gioca. Il gioco è creazione pura, non si spiega con la filosofia, che comporta speculazione
intellettuale, nemmeno con la metafisica, separata dalla fisicità. È un’esplosione di forze elementari.
Perché il gioco è semplicemente naturale, frutto dell’unione di corpo, anima e spirito. Esiste in
natura, da solo e da sempre. È un archetipo che vive nell’inconscio collettivo, l’anima mundi, prima
che nella mente degli uomini.
Giocare e fare sport sono riti che si perpetuano nelle generazioni, rappresentano l’ordine cosmico
nell’interpretazione umana. Si giocava a nascondino nell’antichità, ci giocano ancora i bimbi non
intossicati dall’elettronica. Rincorrersi, prendersi, occultarsi alla vista, lottare, sono ritmi naturali,
non vengono insegnati o tramandati, ma sono già compresi in natura. I cuccioli giocano istintivamente
nello stesso modo. Nel gioco c’è l’intuizione della verità, senza i limiti della civilizzazione.
Chi preferisce impersonare sempre la guardia, non diventerà obbligatoriamente un poliziotto, ma
sarà più incline alla conservazione e protezione, rispetto al compagno di gioco che fa il ladro, più
disposto a ruoli alternativi e trasgressivi. Talvolta da piccoli si gioca a fare simbolicamente ciò che
saremo da grandi. E da grandi nella pratica sportiva riveleremo inesorabilmente la nostra effettiva
personalità. Un cittadino modello che gioca scorrettamente, violentemente, fallosamente, denuncia le
sue paure, le pulsioni segrete, in una parola la sua natura profonda.
I giochi spalancano le porte dell’inconscio, ci guidano nel mondo della nostra personalità più
intima perché sono simboli e come tali ricollegano ad altre dimensioni: dimmi come giochi e ti dirò
chi sei. Non vi è ambito nel quale si manifesta potentemente per esempio un’indole aggressiva quanto
quello ludico e sportivo. Manager severi e ineffabili, nella partitella aziendale calano la maschera e
dimostrano la vera natura predatoria. L’archetipo del ladro emerge minaccioso sul campo, dove
nessuno lo riconoscerà e verrà vissuto dai sottoposti come carattere, grinta da vero dirigente.
Giocare libera, riporta allo stato primordiale di innocenza. Durante l’azione sportiva, gli adulti
urlano, imprecano, insultano, barano, prevaricano, ri tornano cuccioli rissosi. Perciò giocare è
terapeutico e liberatorio. Se si vuole scoprire con chi abbiamo a che fare, la sfida sportiva è la via
maestra. Nel la foga del gioco l’animale si slega dai lacci. Le emozioni risvegliate generano una
positiva regressione psichica all’età magica per eccellenza, quella in fantile. L’entusiasmo provato
dall’adulto durante una gara o un duro allena -men to è l’euforia del fanciullo immerso in un mondo
onirico, un’alterazione della percezione della realtà ordinaria, fatta di doveri, spesso di noia e
rassegnazione.
Lo sport è via di fuga dall’alienazione dei ritmi quotidiani, il ritorno alla fiaba, l’incarnazione del
mito. L’atleta amatore, l’agonista dilettante, il giocatore occasionale, al pari del campione
professionista, durante lo sforzo atletico divengono l’eroe che sfida i mostri del mito che vivono
celati nelle menti adulte e si manifestano incarnandosi nella paura, nella fatica e nel dolore. Lo sport
riaccende gli istinti soffocati dalla civiltà delle macchine, acuisce i sensi. Nell’ebbrezza dell’azione
si rompono i limiti, si trasgredisce con gioia, si può essere finalmente selvaggi e cattivi. Il bambino
sepolto nella mente si risveglia, la frenesia sopprime le regole, l’intuizione, il pensiero; non più
logica, ma analogia accedendo inconsciamente al mondo del simbolo.
Tornare bambini è riscoprire l’innocenza originaria, rivivere lo stupore del mondo infantile.
Nessuno è più saggio del puer, potente archetipo della trasformazione, in quanto è il doppio polare
del senex, il vecchio saggio, che tutto ha visto e vissuto. Nel giovane pervaso di energia Yang è già
presente il seme del vecchio che sarà, quando la forza Yin prevarrà. Non esiste giovane senza
vecchio e viceversa, non si diventa uomini se non si resta bimbi eterni. Chi sa giocare sa combattere,
vivere e morire. Il puer aeternus del mito vive nell’atleta.
Lo sport è l’ultima difesa dal mondo virtuale, fatto di immagini non prodotte dalla mente, ma da
macchine, dove il corpo, essenziale involucro per la traversata della vita, viene follemente eliminato.
L’esistenza diviene un videogioco, una realtà plasmata da altri, per indirizzare e controllare. La
fantasia non ha spazio, il mondo immaginario scompare e con esso la fonte stessa delle immagini.
L’attività atletica vivifica lo spirito, dà spazio al daimon che vive in ogni essere, evocato dagli
sforzi sovrumani. L’esaurimento delle forze permette l’accesso a energie solitamente sopite,
irraggiungibili dal mondo della ragione, disponibili solo da quello delle emozioni travolgenti. Non
record mondiali, ma sforzi oltre il proprio limite. I bimbi non si risparmiano mai durante il gioco,
sentono istintivamente che è metafora della vita, lo percepiscono nella sua sacra dimensione. Urlano,
non parlano, corrono e non camminano, sudano, si fanno male gioiosamente. Sono crudeli e generosi.
Posseduti dal demone che li agita, sono ancora vivi. Poi la società li piegherà al suo volere e
diventeranno grandi senza possibilità d’appello. Ma la via di fuga è sempre aperta, dove nessuno
controlla e nessuna legge vieta negli sport del coraggio, nel rischio senza compenso, nella sofferenza
eroica, perché sono discipline di conoscenza e liberazione7. È il senso del film e omonimo romanzo
Fight Club8. La spinta che porta i protagonisti del film a battersi in squallidi garage non è un
sentimento definibile in senso morale, come la cattiveria, ma è la voglia di ribellione alla società più
perfida e noiosa della storia. È una spinta di libertà, non sociopatia, o parafilia sadomasochista. È
l’urlo di rivolta degli schiavi della sedentarietà e della vita comoda che uccide la vita stessa.
La soppressione di emozioni fondamentali, quali la paura, la rabbia, l’aggressività, spegne le
coscienze, le anestetizza mortalmente. Superare queste emozioni molto umane, con il lavoro su se
stessi è ben diverso dal reprimerle, per vederle riesplodere più forti e incontrollate. La via degli
sport del coraggio è un percorso di liberazione: libera le pulsioni e permette il processo di
integrazione. La violenza e la paura s’incarnano in colui che le sta provando, che rende vivo il nume
di ogni essere umano. La pratica costante e regolare della disciplina scelta, apre le porte intime della
propria personalità attraverso il coraggio più grande che è quello di misurarsi con i propri limiti,
anche quelli più radicati nella propria natura. Cercare volutamente la fatica, il dolore, la paura, è
inebriante. Diviene una passione coinvolgente, da cui ci si separa con difficoltà. Uno stile di vita
guerriero, lontano dalle mollezze dell’esistenza borghese.
Il premio non è mai il danno all’avversario, combattente di pari dignità, ma la prova della propria
dignitas, la condizione di uomo libero. Qualsiasi combattimento, anche solo simbolico, come la
partita di un gioco individuale o di squadra, diventa la metafora vivente di una piccola guerra.
Battersi è un’attività naturale, disciplina ideale per infrangere il grigiore della realtà quotidiana. Le
lizze cavalleresche, le giostre equestri, le sfide tra liberi cittadini di diversi quartieri, nacquero
nell’Età di Mezzo, per dare sfogo all’aggressività, repressa in tempo di pace. L’ipocrisia del tempo
di pace più sconvolto da guerre ha spazzati o ridotti i combattimenti a patetiche sagre paesane,
lasciando un vuoto incolmabile nell’anima umana. Le sensazioni, i sentimenti, le emozioni, scatenati
dalla lotta, non emergono più come un tempo dall’inconscio sotto forma di potenti immagini, ma sono
esorcizzate, giudicate troppo spaventose. Ritornare a battersi è profondamente terapeutico, permette
di affrontare la paura, unico modo per vincerla.
Le discipline sportive demonizzate, perché più dure, non provocano nemmeno lontanamente i
danni dell’eccesso di stress, dovuto ai ritmi di lavoro dell’epoca attuale e all’adesione a modelli
sociali non in linea con la propria natura. Nessun atleta vuole arrecare seri danni a sé o
all’avversario, condizione che porrebbe fine a ogni sfida. L’agonismo è sempre costruttivo, mai
distruttivo. Anche tra i nobili cavalieri, la sfida era al primo sangue, un tributo simbolico d’energia
sottile al vincitore. Mai guerrieri dello stesso ceto avrebbero voluto la morte di un collega.
Una partita di rugby o un match di pugilato talvolta lasciano i lividi, “segni di guerra” degli atleti
più forti. L’interesse è misurarsi, non recare danno a un altro praticante. Quei segni sul corpo
generano una sottile soddisfazione, sono la prova dell’impegno, non una conseguenza dell’odio. Le
discipline del coraggio, e qualsiasi sport praticato al limite delle possibilità psicofisiche,
comportano un rischio calcolato, mai eccessivo o sconsiderato. La vittoria sulla paura non ammette
la sua mancanza, ovvero l’incoscienza, ma una prova di intelligente coraggio.
L’incidenza di traumi gravi o mortali – anche nelle pratiche più estreme, riservate ad atleti
professionisti e dilettanti di alto livello – è statisticamente estremamente bassa, irrisoria in confronto
alle morti sul lavoro, agli incidenti stradali, alla patologia cardiovascolare e tumorale.
Per uno spirito realmente agonistico non è essenziale quanto, ma come si vive lo sport. Lo stile
dell’esistenza conferisce il significato all’attività che si svolge. Una vita spesa per lavorare,
mangiare e sopravvivere, quindi vegetare, non riveste alcun interesse per chi ha scelto la via del
coraggio. La qualità della vita, non la quantità degli anni, fa la differenza tra gli uomini. La grande
paura della morte che contraddistingue la società attuale ha motivazioni profonde, tra cui la visione
materialistica che la contraddistingue dalle civiltà del passato. Ai nostri giorni la morte non è vissuta
come un passaggio, ma come la fine assoluta.
Gli sport del coraggio rappresentano le ultime prove accessibili per superare l’ansia di vivere e
la paura di morire. L’unico vero terrore che dovrebbe impadronirsi dei contemporanei è quello del
vuoto, della morte in vita, di quell’esistenza che le grandi masse sperimentano giorno dopo giorno
senza accorgersene. Anime anestetizzate, che vagano senza meta, senza conoscere il significato del
loro passaggio in questa dimensione. I funerali, i cimiteri, tutto ciò che concerne il trapasso è
sapientemente occultato alla vista. Non è estetico, perché in realtà spaventa. Dovrebbero fare più
paura i cosiddetti “non luoghi” – gli ipermercati, le discoteche, gli aeroporti, i luoghi virtuali, i
cosiddetti social network – popolati da zombi: morti viventi che traggono linfa vitale dalla presenza
degli altri, perché non hanno la forza di stare da soli, nascosti nel branco indistinto. I defunti
anzitempo che hanno conferma della loro esistenza esponendola volgarmente alla curiosità morbosa
di altri cadaveri. Una triste umanità che non fa per fare, quindi per sé, ma per far vedere agli altri
ciò che ha fatto. Una realtà artificiosa e artificiale, dalla quale si può sfuggire facilmente, tornando a
essere presenti a se stessi. Nella dimensione degli eroi di tutti i giorni, di coloro che sanno
sacrificarsi, ovvero fare ancora qualcosa di sacro. Gli sport del coraggio sono la via più diretta per
l’uomo contemporaneo per riappropriarsi della natura selvaggia del guerriero, in un mondo di
mercanti.

Mi facevano pena quei ragazzi ammassati nelle palestre


che cercavano di somigliare a quello che gli dicevano
Calvin Klein o Tommy Hilfiger.

FIGHT CLUB di David Fincher

1.4 Il coraggio come scelta agonistica


Le caratteristiche di un vero atleta sono la volontà, la perseveranza, l’audacia, la capacità di
prendere decisioni, ma la chiave per accedere a tutti questi stati mentali passano attraverso un unico
prisma: il coraggio. È difficile, infatti, che persone proiettate verso una dimensione irrisoluta,
paurosa ed eccessivamente dubitativa o cerebrale possano perseverare in attività atletiche senza
interromperle dopo poco o senza cambiare il proprio approccio. Senza una certa dose di coraggio è
impossibile mettersi in gioco, in particolare agli inizi. In tal senso coltivare discipline del coraggio è
sinonimo di coltivare il coraggio stesso, facendone un elemento qualificante della propria vita.
Simbolicamente il coraggio è sempre stato associato all’immagine del fuoco, la torcia è il
simbolo del calore che riscalda i cuori e nel consumarsi dona energia e permette agli uomini di
superare il freddo dell’esistenza.
Nelle palestre l’entusiasmo dell’istruttore è elemento essenziale per ingenerare un clima aperto al
miglioramento di sé e idoneo al superamento dei propri limiti e delle paure più profonde. Il fuoco del
maestro si trasmette e l’amore per la disciplina agonistica trasfigura in amore per le proprie
potenzialità e quindi per se stessi. Per superare i propri limiti fisici e mentali è necessario usare il
coraggio, per osare e scegliere di non essere più se stessi. Scegliere il coraggio per volere il proprio
superamento. In altre parole, essere ancora più in sé, sviluppando a pieno le proprie potenzialità.
Gestire la paura dell’insuccesso, situazione tra le più umane, e gettarsi dietro le spalle i propri
blocchi mentali è l’arte di ogni vero agonista e parte essenziale di chi ha intenzione di vivere
compiutamente una disciplina del coraggio. È importante sottolineare come in realtà gli ostacoli
principali provengano dal messaggio dell’attuale civilizzazione che della fuga e della paura hanno
fatto pilastri simbolici. Paura di provare dolore, dell’insicurezza, della solitudine.
Il coraggio atletico è essenziale per assoggettarsi alla realtà del proprio livello tecnico e fisico,
per analizzare le proprie azioni, per rettificare, rico-minciare e sviluppare una sana e severa
autocritica. Porsi sempre di fronte a se stessi ed essere impietosi giudici nel proprio tribunale
interiore dal quale è giusto essere giudicati e dal quale non si può fuggire.
Senza tale tensione al miglioramento l’attività sportiva rimane un esercizio squisitamente fisico.
Un divertimento che in una caduta verticale del proprio significato originale sprofonda in un’attività
estetica depotenziata della sua ricchezza ed essenza. Al posto di praticarlo e svolgerlo al meglio si
“subirà” l’allenamento con passività. Al posto di dirigere, l’uomo sarà diretto. Le difficoltà verranno
vissute con disagio e non come una scoperta o un superamento.
Il coraggio in ambito atletico può essere considerato come una tauromachia dove il toro
rappresenta le pulsioni e le paure primordiali all’autoconservazione e alla quiete, e il matador
invece impersona a livello simbolico il coraggio di domarle e atterrirle. E in questo scontro l’atleta
del coraggio si gioca tutto: la vita, il prestigio, l’integrità e la pace interiore. È il combattimento
contro il proprio ego che come un toro poderoso ma scaltro aspetta il momento opportuno per
attaccare alle spalle, attende i momenti di difficoltà per recuperare vantaggio sull’avversario.
Perdere questo combattimento significa privare di significato le piccole vittorie quotidiane che
possono arrivare anche solo per un momento favorevole e fortunato. Vittorie senza sacrificio e quindi
senza valore.
È necessario quindi molto coraggio per dire al proprio ego “tu sei mio nemico e io ti voglio
vincere”. Sottomettere il proprio io che tiene incatenati, che spinge incessantemente a conformarsi
alla sua capricciosa e tirannica forma. È un conflitto in campo aperto con un’infinità di avversari che
si annidano nell’anima umana: l’indolenza, l’inerzia, lo scoraggiamento e i facili entusiasmi. L’atleta
del coraggio deve quindi battersi in maniera incessante e con audacia contro i propri vizi e difetti. È
la sfida di chi vuole vivere l’attività sportiva da leader, usando tale termine nel significato
etimologico originario. La parola leader (lead in inglese significa “condurre”, “guidare”) ha come
radice semantica lid che unisce il vocabolo lotta con ludico, ma anche il greco lygo (letteralmente
“lottare legando e piegando con le braccia l’avversario”).
Un buon atleta deve rispondere con coraggio morale alle difficoltà che la quotidianità presenta.
Superare gli imprevisti che rendono il momento dell’allenamento una scelta che deve prevalere sulle
congiunture della giornata, che potrebbe essere dedicata al riposo o al lavoro. È necessario avere la
forza di dire “no” all’indolenza quando è necessario e in particolare quando questi cedimenti vanno a
intaccare abitudini e ritmi di allenamento essenziali per il raggiungimento e il superamento dei propri
obiettivi sportivi. Plutarco so steneva che molte popolazioni dell’Asia Minore erano state ridotte in
schia vitù per non aver saputo dire “no” in momenti nevralgici della loro esistenza.
Il momento di confronto fondamentale è quello del riconoscimento della realtà e del tempo che si
vuole dedicare al proprio perfezionamento atletico senza fatalismo, passività o pessimismo. Da un
lato, quindi, riconoscere e rispettare la realtà delle cose, dall’altro porsi obiettivi agonistici sempre
più sfidanti e ambiziosi. Bisogna avere come obiettivo lo sviluppo delle proprie potenzialità
attraverso lo studio e il perfezionamento tecnico e il confronto con i più esperti. È necessario rendere
costante un’attività dinamica di mantenimento e trasformazione delle proprie virtù agonistiche. È il
coraggio il fondamento della virtù agonistica. Il termine virtù deriva dal termine latino vir, che indica
l’uomo completamente realizzato attraverso la pratica del valore, della forza e del vigore che lo
innalza oltre se stesso e le proprie potenzialità.
C’è un mito da sfatare: il coraggio presuppone forza di volontà, energia interiore e di carattere,
ma questa forza non è un semplice dono di natura.
Come qualsiasi altro aspetto del proprio carattere, il temperamento idoneo alla pratica del
coraggio agonistico si può conseguire con il dovuto allenamento mediante un’adeguata ginnastica
fisica, sentimentale, etica e mentale. A tal proposito non ci devono essere fraintendimenti: il
fanatismo, l’aggressività e la chiusura mentale non sono segni di forza ma di debolezza. Sono
indicatori di un approccio sportivo sbagliato, espressione di un “io” individuale che si sente debole,
insicuro e minacciato, carente di solide fondamenta. La paura, infatti, è a volte una cattiva
consigliera, nemica di una vita libera e creativa.
Una mente dominata dalla paura sarà sicuramente inadatta a intraprendere un percorso di
perfezionamento atletico che per definizione impone di abbandonare i sicuri lidi del presente
mettendolo in discussione.
Il timore di sentirsi inadeguati a fronte dei primi insuccessi sportivi, la paura di sentirsi ridicoli
frenano gli esordienti che iniziano sostenuti dalle migliori intenzioni. Questo timore però è egoista in
quanto parte dal presupposto che si è troppo importanti per commettere errori e soprattutto non ci si
capacita all’idea di essere visibili nelle proprie fragilità.
Fondamento delle discipline del coraggio è l’accettazione dei propri limiti che è la base per il
miglioramento continuo. È necessario sapere che, come agonisti ed esseri umani, si è sempre esposti
al rischio di errore o fallimento. Nella preparazione atletica come nell’apprendimento tecnico si
commetteranno naturalmente molti errori e non tutto ciò che sarà tentato risulterà un successo. Però
tutto ciò non deve demoralizzare né deviare dalla linea di condotta, che si tratti del programma di
allenamento o del raggiungimento di un risultato sportivo che ci si è imposti. L’evento sfavorevole
deve unicamente obbligare a rivalutare realisticamente le cause e rafforzare il rigore e l’attenzione
per la propria attività.
Se non si applica un approccio positivo ai piccoli fallimenti sportivi, in particolare durante la
preparazione, tali eventi potrebbero minare la motivazione e il futuro del percorso intrapreso. Non
c’è capacità migliore, per un agonista che pratica una disciplina, di convertire con coraggio la
sconfitta nel germe di una futura vittoria. Trasformare quindi il veleno in farmaco.
Avere paura di sbagliare è umano, l’importante è che non sia la paura ad avere l’ultima parola.
Una visione lucida della realtà dimostrerà come siano presenti gli elementi che hanno portato alla
sconfitta esattamente come i presupposti per un riscatto. Tale prospettiva porta inimmaginabili
benefici in ogni campo dell’esistenza anche extrasportiva. Le discipline del coraggio, infatti, sono
proprio quelle che maggiormente rispetto ad altre portano a un collegamento tra il miglioramento
agonistico e quello umano e rappresentano quindi un’esperienza coinvolgente. In alcuni casi portano
a una vera e propria trasfigurazione del proprio essere. Praticare il coraggio e le discipline che si
richiamano a tale valore è quindi un’avventura appassionante.
Gli sport del coraggio cambiano lo stile di vita, da sedentario ad atletico, dalla mentalità passiva
a quella attiva: sono una nuova filosofia esistenziale. Praticare con impegno e costanza è già via di
ascesi attiva che permette di raggiungere consapevolezza delle proprie potenzialità fisiche e mentali.
La sfida quotidiana ai propri limiti e alle proprie paure proietta l’atleta in una nuova dimensione. Il
sacrificio costruisce una via di sacralità, altrimenti sconosciuta o dimenticata nella nostra società.
Non a caso il termine sacro e sacrificio derivano dalla stessa radice.
La sofferenza agonistica rende sacro l’atto atletico riportandolo a una dimensione ultramateriale e
collegandosi alle energie profonde dell’uomo. Lo rendono consapevole della fatica e quindi
maggiormente empatico verso le difficoltà altrui. Soffrire e impegnarsi allo spasmo senza altra
ricompensa se non l’intima soddisfazione di battersi giorno per giorno, allenamento dopo
allenamento, gara dopo gara contro i propri limiti e gli alibi che la vita moderna inesorabilmente
propone: tornare da lavoro stanchi, avere ancora molte cose da fare, le condizioni meteo non ottimali
e ogni altro ostacolo vero o percepito come tale. Vincere le proprie resistenze all’atto atletico è una
sensazione di vittoria sconosciuta ai più, nel mondo del godimento immediato di ogni piacere, della
ricompensa monetaria per ogni sforzo.
Fare per fare è un lusso per gli aristoi, i migliori, coloro che si possono permettere di irridere la
logica utilitaristica del profitto immediato. Coloro che lavorano duramente senza compenso, se non il
più grande: coltivarsi9. Prepararsi sempre a una sfida finale con il proprio lato debole che forse non
vedrà mai fine. Questa è di per sé la via marziale, qualsiasi sia la disciplina del coraggio iniziata. I
veri atleti del coraggio corrono, combattono, scalano, volano, si immergono, audaci militi di un
esercito senza nome, ma con un’unica patria: la ricerca di un limite da superare in un mondo che con
la quotidianità sopprime il significato profondo dell’esistenza. Essere vivi, vitali, entusiasti, ispirati,
rompendo le catene dell’illusione materiale, dell’anestesia dell’anima, è la via e il senso degli sport
del coraggio. Per conoscersi e superarsi, infrangere le regole imposte, per ritrovare il motivo del
passaggio in questa vita e riaccendere il daimon10, che vive in noi.
La parte “alta” del nostro essere ha bisogno di percezioni forti, di stimoli per battersi, per vivere
e impegnarsi in un miglioramento fisico e mentale che non ha mai fine. Nessun oggetto prezioso o
tecnologico darà mai l’ebbrezza della sfida alle proprie paure e ai propri limiti.
Nella storia antica gli Spartani rappresentano il modello per tutti gli atleti e di ogni epoca: grandi
soldati, parchi e severi, guardiani di una società po-vera, dove ognuno aveva come riferimento
l’importanza dell’addestramento come miglioramento delle proprie prestazioni a difesa propria e
della comunità.
Atleti appassionati, grandi corridori e lottatori, preparavano se stessi alla guerra allenandosi
quotidianamente; eroi nell’affrontare non solo il nemico, ma soprattutto la disciplina ferrea di una
società fondata sul mettere se stessi continuamente alla prova e rivolta ad accrescere e affinare,
attraverso l’ago -nismo, la percezione della realtà. Ascesi eroica, lotta quotidiana a fatica e timore.
Una vita dedicata alla protezione armata del proprio mondo e della propria comunità.
Il loro stile di vita, decontestualizzato dai tempi e dai luoghi, è un archetipo, un modello eterno.
Sempre riproducibile, adattandolo all’epoca in cui si vive. Nella complessa società odierna un
impegno serio e regolare con se stessi e con i compagni di squadra è differenziazione e
trascendimento della mera condizione di sopravvivenza biologica alla quale siamo abituati. La
pratica atletica è già un superamento del vuoto della modernità. È cercare di essere, in tutta umiltà,
gli Spartani del tempo corrente.
Diversamente dagli Spartani, l’uomo contemporaneo si deve occupare eminentemente dell’aspetto
economico della vita; la via agonistica rappresenta una parte essenziale, ma necessariamente parziale
della giornata. Anche se minoritaria, la parte dedicata all’attività agonistica nobilita il tutto
attraverso un simbolo. L’attività agonistica diventa il prisma per interpretare tutta la giornata,
dall’attività lavorativa ai rapporti personali. Qualsiasi lavoro si svolga, dovunque si viva, soli o con
la famiglia, chi si allena duramente diventa parte di una minoranza di persone che vivono nel
continuo miglioramento di sé attraverso lo sforzo e la fatica.
Chiarito che la via degli sport del coraggio è già di per sé una scelta di trascendimento della
normale condizione esistenziale, si possono praticare veri e propri esercizi per accedere alla
dimensione profonda del proprio essere. Questi esercizi devono essere effettuati durante la sessione
atletica. Non solo non interferiscono con la prestazione, ma potenziano le capacità e soprattutto
generano una particolare lucidità. Strumento privilegiato è il controllo della respirazione.
Quando il fisico è impegnato dallo sforzo è la mente che decide il momento in cui la stanchezza
comparirà; concentrandosi sul ritmo respiratorio si alleviano le sensazioni di fatica e dolore. La
concentrazione deve essere sull’atto respiratorio, così da liberarsi dai pensieri e dagli stimoli
molesti. Ritmando il respiro sul gesto atletico, lo si rende più fluido e potente. Una tecnica di pugno
o calcio (per esempio nelle discipline marziali) va portata espirando profondamente, eguale tecnica
per calciare un pallone o scagliare un attrezzo ginnico.
Nella corsa l’espirazione va sincronizzata con l’appoggio del piede: inizialmente è una cosa
impegnativa, ma possibile con l’abitudine e l’esercizio. Il respiro accelerato entra in sintonia con il
ritmo veloce dei piedi. Espirare prima di un tiro mirato o istintivo con qualsiasi arma migliora la
stabilità e la mira.
Respirare lentamente è essenziale durante l’immersione subacquea, si evita l’affanno respiratorio
e si allunga la durata dell’esplorazione. Una respirazione calma e profonda, addominale non
diaframmatica, determina lucidità e tranquillità. Prima di un lancio col paracadute, durante
un’ascensione alpinistica, di una maratona, di qualsiasi prova emozionante e impegnativa il controllo
del respiro è pratica utile ed efficace.
Il controllo della respirazione, il pranayama11 dello yoga, è strumento di accelerazione dei
processi di mutazione interiore. Gli alchimisti lo include-vano tra le acque corrosive, ovvero gli
agenti catalizzatori delle trasmutazioni spirituali. Il respiro è un acceleratore di risultati, non solo di
quelli sportivi, ma eminentemente di quelli legati al cammino interiore. Di grande potenza è la
ritenzione, ovvero la stasi respiratoria, prima a polmoni pieni e poi vuoti, da effettuare in movimento.
Pratica complessa durante la meditazione statica, diviene assai impegnativa in azione. Va affrontata
gradualmente, con apnee corte e sforzo fisico di bassa intensità per poi intensificare tempo e sforzo
con l’esperienza. Esercizio pericoloso, se svolto incoscientemente, che accresce fortemente le
potenzialità mentali.
Un’altra interessante tecnica legata alla respirazione è quella che invia mentalmente il soffio in un
distretto dolente del corpo. Lo si visualizza come corrente energetica e lo si spinge dove si
percepisce il dolore. Inizialmente è solo immaginazione, da cui potere immaginale, ma in breve
tempo si sente chiaramente una vibrazione benefica arrivare all’arto o alla zona interessata dal male.
Particolarmente indicato nelle discipline di resistenza, dove la stan-chezza diviene dolenzia.
La stanchezza, la paura, il malessere fisico sono strettamente legati alle emozioni negative, che
nell’atleta si manifestano come pensieri. Non si può fermare il pensiero, il cosiddetto dialogo
interiore, che è il brusio continuo della mente, ma solo disciplinarlo, cambiando i pensieri disturbanti
con altri piacevoli. È ben diverso correre gli ultimi chilometri di una maratona ascoltando il corpo
che si lamenta e chiede di fermarsi, piuttosto che visualizzarsi mentre si taglia il traguardo,
assaporando le emozioni che la vittoria su se stessi scatena. Questi pensieri positivi fanno la
differenza, danno la forza per ultimare la gara.
Il corpo e la mente sono un’unità organica. Quando sono in armonia permettono l’accesso a
energie profonde e mai utilizzate. Il fine ultimo non è quello atletico, ma l’abitudine a sorvegliare e
selezionare i pensieri. Questi sono energia e modificano la realtà. Pensare bene fa vivere bene e crea
la realtà che si desidera.
Un potente esercizio, una tecnica sciamanica, è l’agire in stato di consapevolezza, di superiore
controllo, ovvero guardarsi da fuori, come uno spettatore esterno, con distacco e senza giudizio.
Durante l’azione si sposta l’attenzione da dentro a fuori il corpo, si muta il ruolo da attore a regista.
Il distacco attivo che si genera permette di aggredire le emozioni negative, di smagnetizzarle,
rendendole meno invasive o addirittura annullandole.
Tendere l’agguato alla parte più debole della mente per dominarla rende padroni di sé. Si può
accedere al potere nascosto anche con la visualizzazione, vedendosi chiaramente nel pensiero come
un essere gigantesco, che si guarda dall’alto. Questo acuisce i sensi, conferisce forza e resistenza.
Qualsiasi immagine visualizzata potenzia la prestazione atletica. Vedersi come uno squalo durante
un’immersione, piuttosto che un giaguaro in una partita di hockey, fa sentire il proprio corpo come
quello dell’animale visualizzato, acquisendone momentaneamente le caratteristiche. L’essenza di
questa pratica non è nel correre più velocemente o colpire una palla con maggiore forza, ma
nell’usare capacità rimaste a lungo sopite.
La motivazione nell’esercizio fisico si determina anche creando una formula mentale, musicale e
sintetica, da ripetere costantemente nel pensiero. Il mantra dell’induismo, quella frase evocativa di
emozioni forti e positive, che sostiene la condizione mentale negli attimi più duri di una prestazione
atletica. “Sono forte e non sento dolore” o qualsiasi altro pensiero rinforzante aiuta a superare
momenti di crisi. Anche in questo caso però il fine ultimo è abituarsi a usare la mente come uno
strumento per migliorarsi. Allenando le funzioni mentali e sfruttando le loro potenzialità
nell’esercizio fisico, si sarà facilitati nel farlo in una situazione di calma meditativa.
La passione atletica è un fuoco sacro, le prestazioni vanno incrementate con ogni mezzo lecito e
onesto. Usando anche il pensiero, ma il fine ultimo è migliorare la condizione umana passando per la
via del coraggio.

Hanno detto...

Il coraggio ‘ un autentica forza creatrice.


CARL VON CLAUSEWITZ

Qualunque sia la condizione presente, la debolezza ‘ un pec Per questo motivo ‘ necessario che tu
acquisisca e mantenga vigore fisico e mentale.
ANANDAMAYI MA

Ø proprio dell uomo prudente prepararsi alle difficolt prima che sorgano. Ø proprio dell uomo
coraggioso affrontarle quando sono sorte.
PITTACo DI MITILENE

La pazienza e la resistenza sono gemelle e sono il prodotto del pi sublime coraggio.


IMAM ALI

La crescita morale ‘ in buona parte questione di coraggio; ‘ legata all ammissione di una propria
inadeguatezza e alla vo? lont di vincerla. Ci presuppone senza dubbio la volont di dare un taglio con
un coraggioso fendente, per cosfi dire, alla propria carne per liberare l albero interiore dell uomo dai
rami non nobili.
JOHANNES MARIA VERWEYEN
Il coraggio consiste nel fare ci che ‘ corretto.
INAZO NITOBE

Essere un essere umano significa: amare soprattutto la forza, la sapienza e la bellezza. Amare
significa fare. La volont che sa solo parlare non ‘ volont. La volont senza azione ‘ mentire a se stessi.
Amare la forza significa agire in modo risoluto. Amare la sapienza significa vivere in maniera
saggia. Amare la bellezza significa sentire l armonia delle cose.
FRANZ CARL ENDRES

? sciarsi vincere dalle circostanze avverse e rispondere auda? mente con il s della creazione a tutti i
no della dist e della negazione.
Il principale segno distintivo del vero uomo ‘ quello di non
GIOVANNI PAPINI

I rigori li sbagliano solo quelli che hanno il coraggio di


RoBERTo BAGGIo

Amo correre, ‘ una cosa che puoi fare contando sulle tue sole forze. Sui tuoi piedi e sul coraggio dei
tuoi polmoni.
JESSE owENS

Superare un limite, un confine stabilito, prima che coraggio, ‘ disciplina, esperienza, aiuto della
scienza, della medicina, della fisiologia, della psicologia. Solo concentrando nel corpo e nella mente
queste cose si pu diventare padroni dell estremo.
PATRICK DE GAyARDoN

Il coraggio ‘ resistenza alla paura e dominio della paura, ma non assenza di paura.
MARK TwAIN

Per essere un campione ci vogliono tanto cuore e coraggio.


JoE FRAzIER

Quando si agisce, cresce il coraggio, quando si rimanda, cresce la paura.


PUBLILIo SIRo

Ø la forza della vita che t insegna a non mollare mai, anche quando sei sul punto di dire basta.
AMBRoGIo FoGAR

Per ogni individuo, lo sport ‘ una possibile fonte di migliora? mento interiore.
PIERRE DE CoUBERTIN

Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non na da un imposizione, ma da un impulso


veramente libero e ge? neroso della potenza vitale: lo sport. [...] Si tratta di un lussuoso, che si d a
mani piene senza speranza di ricompen come il traboccare di un intima energia. Perci la qualit sforzo
sportivo ‘ sempre egregia, squisita.
JoSé oRTEGA y GASSET

Sei un atleta, non un seduttore. Non devi stare lfi ad ammir ma a gareggiare. Devi avere fame di
successi, di risultati, gloria. Lo sport non ‘ una sfilata, ‘ provarci per davvero con tutto te stesso.
SERGEy BUBKA

Sono pronto a sfidare i limiti. La storia li pone, gli uomini de? vono superarsi per generare altri
ostacoli che puntualmente verranno abbattuti. Ø lo sport, come la vita.
VALENTINA VEzzALI

Durante ogni allenamento, qualunque sia il tuo sport, ti senti distrutto perch” in ogni allenamento devi
andare oltre quello che sul momento ti sembra il tuo limite: tu cominci a correre, a scattare, a
calciare e dopo un po ti sembra di aver esaurito ogni energia, mentre hai solo esaurito quello che io
chiamo primo fiato. A quel punto bisogna sforzarsi per superare la piccola crisi che sembra
bloccarti, per arrivare al secondo fiato: che ovviamente arriva solo dopo qualche minuto di sof?
ferenza. Quando l allenatore d lo stop senti il cuore che batte vertiginosamente, sembra che debba
scoppiarti nel petto: devi riuscire a ricondurlo al suo ritmo normale in meno di due mi? nuti; se non
ci riesci ‘ meglio che apri una tabaccheria o tenti di diventare Presidente del Consiglio: vuol dire che
hai sbagliato mestiere.
JohAN CRUIJFF

La crescente difficolt dello star lontano da casa e quindi dalla famiglia, la battaglia quotidiana per
mantenere l impegno che ho preso con me stesso nella seconda parte della carriera, l or? goglio di
essere diventato una persona migliore e di aver c che ce l ho fatta proprio grazie al mio sport, un
grande am che per richiede impegno e sforzo quotidiano per tener semp vivo il rapporto. Con i figli,
per esempio, che insegnano a ascoltare pi che a parlare e quindi a essere paziente e go ogni giorno
della vita.
ANDRE AGASSI

L atleta vero ‘ colui che tra le righe del suo impegno, del passione, del suo successo ha valori che
fanno grande non s un atleta, ma l uomo stesso.
GIoVANNI PAoLo II

1.5 L’aria vibrante: l’ebbrezza del volo


Da sempre l’uomo ha tentato di rubare agli Dei il segreto del volo, studiando gli uccelli,
progettando macchine volanti, creando protesi alate. I miti raccontano dei tentativi falliti di acquisire
un potere divino: librarsi in volo staccandosi dalla madre terra, poco alla volta, si rivelava un
viaggio possibile solo dopo aver bruciato le scorie pesanti. Così cadde Icaro, arrogante e impudente,
che volle avvicinare il sole. Per divenire leggeri e riuscire a volare si devono lasciare le zavorre che
appesantiscono la vita: paure, rancori e bassi istinti.
Per pratica di volo libero (o più raramente volo librato) s’intende un volo effettuato senza
l’ausilio di un motore, e comprende quindi il volo effettuato con aliante, deltaplano, parapendio. È
evidente che, in assenza di correnti ascensionali, il volo libero si traduce in una planata la cui durata
dipende principalmente dall’altezza da cui si parte e dall’efficienza del mezzo impiegato (aliante,
deltaplano, parapendio). Se, per contro, sono presenti correnti ascensionali, queste possono essere
sfruttate dal pilota per guadagnare quota, salendo anche di molto sopra al punto di decollo (o di
sgancio, nel caso degli alianti). Nell’uso pratico, tuttavia, con volo libero si identifica il volo col
deltaplano e con il parapendio, dal momento che alianti e paracadute da lancio, apparsi molto prima
e dotati di una storia ben più lunga, vengono in genere identificati utilizzando termini specifici (in
particolare, per gli alianti, si parla di volo a vela e, semplicemente, di paracadutismo per i
paracadute da lancio). Non rientrano invece tra gli strumenti per il volo libero il deltaplano
motorizzato (che appartiene alla categoria dei velivoli ultra-leggeri) e il paramotore (parapendio
motorizzato).
La propulsione a questi apparecchi sprovvisti di motore è data dal sole. È, infatti, l’irraggiamento
solare che, riscaldando il suolo e per conduzione l’aria sovrastante (la quale diventando più calda
sale), forma delle vere e proprie colonne di aria ascendente. Queste sono le cosiddette termiche che
gli apparecchi per il volo libero utilizzano per guadagnare quota. Nel volo a distanza, che è
l’espressione più completa del volo libero, si utilizza l’altitudine così guadagnata per planare fino al
raggiungimento della successiva termica. Accade così che attraverso una successione di termiche e
traversoni si possano coprire distanze spesso superiori ai cento chilometri.
La mancanza di strumenti meccanici rende il volo libero un’attività che permette al pilota di
diventare un’entità unica che, attingendo esclusivamente alle energie solari, diventa autonoma nel
movimento e nella direzione. Il volo libero rappresenta perciò l’antitesi del volo moderno in cui non
la tecnologia ma l’uomo è protagonista. Tale disciplina realizza quindi il volo nella più alta e pura
accezione del termine, ed è uno dei mezzi atti a esprimere potenzialità nascoste nel praticante che si
accinge a imparare o perfezionarsi in questa tecnica.
La leggerezza e la bassa velocità sono le prerogative del deltaplano e del parapendio. Ciò li
rende mezzi suscettibili ai più piccoli mutamenti nell’aria, dalla turbolenza più ostile alle amate
correnti ascensionali. Tale caratteristica si traduce in una percezione assoluta da parte del pilota
dell’elemento aria, elemento nel quale lo stesso può così interagire attraverso un pilotaggio sensibile
e delicato. Inoltre il pilota, non essendo rinchiuso e isolato in una carlinga, riesce a riconoscere i
mutamenti intorno a lui attraverso una percezione che coinvolge tutti i sensi.
Volare in questi termini significa essere totalmente avviluppati nell’elemento aria in un legame
simbiotico attraverso un volo che rappresenta la sottomissione alla natura e alle sue leggi, stabilendo
una ritrovata armonia grazie alla quale è possibile espandere i confini della consapevolezza.
Anche nell’elemento aria, attraverso la disciplina del volo libero, è possibile avvicinarsi a
sviluppare alcuni aspetti della propria personalità. La capacità di osservazione innanzitutto, la forma
di cumulo contiene innumerevoli informazioni utili come la direzione e la velocità del vento nonché
l’intensità delle termiche; osservando la conformazione del suolo e l’esposizione solare sul pendio si
intuisce dove le termiche possono essere innescate. Inoltre sono senz’altro presenti tensioni verso un
rafforzamento della risolutezza e del realismo: in funzione delle condizioni meteo esistono, nel volo
libero, limiti sia oggettivi che soggettivi del mezzo e del pilota. Non ci sono strumenti meccanici a
supporto. Tali limiti non vanno mai oltrepassati; ignorandoli si incorre sicuramente in situazioni di
pericolo che possono portare a incidenti anche gravi.
Inoltre viene sviluppata la risolutezza in quanto durante la solitudine del volo ci sono
innumerevoli decisioni da prendere. Decisioni che non possono essere riconsiderate; per esempio un
traversone12 verso un cumulo in formazione dove si pensa di trovare la prossima termica è
sconveniente a metà tragitto, dopo aver già perduto buona parte della quota: meglio andare fino in
fondo.
Il volo libero è quindi una disciplina che rientra in quelle che possiamo indicare come le
discipline dell’Aria. Tra tutte, naturalmente deve essere ricordato il paracadutismo. Tale pratica è
particolarmente propedeutica al distacco dalla dimensione “umana” attraverso un’immersione
violenta nell’aria e nel vuoto. Sarà l’addestramento ricevuto che sosterrà mentalmente nel lancio
l’uomo nello staccarsi dalla terra per volare libero, superando i limiti gravitazionali.
Volando scompare la paura antichissima del vuoto, della perdita di contatto con il suolo, separati,
almeno in quei momenti densi di emozione, da ciò che trascina verso il basso. Quando si apre il
portello di lancio e si accende la luce verde, autorizzando a saltare nel vuoto, tutto diviene superfluo,
i disvalori materialistici scompaiono in presenza del vuoto. La mente si annulla ed emergono gli
istinti primordiali. Non si ha più tempo di avere paura, perché si diviene paura: finalmente si è al
cospetto dell’assoluto.
ogni timore è giustamente riservato al momento cruciale, il resto delle preoccupazioni
impallidisce e si scioglie sullo sfondo del cielo. Il pensiero si ferma, come nella meditazione, per
assaporare la gioia perfetta, quando l’ombrello del paracadute si apre. Un assaggio di infinità, di
eterno, vedere il creato dall’alto con gli occhi di un Dio.
La vittoria sulla paura dà l’ebbrezza assoluta. Volare con un paracadute o a bordo di un
deltaplano, in aliante o su un ultraleggero, ci restituisce alla dimensione simbolica di luce a cui
l’uomo aspira ad arrivare. Le preoccupazioni di ogni tipo, da quelle lavorative a quelle economiche,
fino a quelle riguardanti gli affetti e la salute, lassù scompaiono magicamente, travolte dall’ebbrezza
del vuoto. Questa sensazione è fondamentale per capire che sono le nostre emozioni a determinare la
percezione della realtà, che la sofferenza è vuoto attaccamento, eminentemente a se stessi, perché in
realtà è perdendosi nel nulla che ci si ritrova.
Anche l’immenso dolore di un lutto si annulla durante gli attimi spasmodici che precedono un
volo: viaggio interiore verso l’estremo, distacco dal mondo, come il ritorno verso la simbolica fonte.
Allora tutto riappare final-mente nella giusta luce, solo proiezione del pensiero, solo illusione. Come
l’incredibile ossimoro scritto nei sacri testi antichi: “Non vi è nulla di più irreale della realtà
ordinaria”.
Nel sogno lucido, dove si controlla lo svolgersi degli eventi, la più grande emozione è data dallo
spiccare il volo. Sovente il sognatore si accorge di vivere questa esperienza, proprio perché si
stacca a comando dal suolo e si libra nell’etere. In queste dimensioni più sottili ritroviamo il potere
perso nella caduta nell’umano, ricordando come sia naturale volare.
Le discipline dell’aria aiutano a scoprire i propri limiti velocemente. Sin dal periodo
dell’addestramento pongono lo sportivo davanti a uno specchio che rende l’immagine senza sconti.
Sono sport che rafforzano eminentemente la sfera psichica, costruiscono il carattere, forgiano il
coraggio. La sicurezza e l’aumento di autostima che determinano, inoltre, sono terapeutici in caso di
disagio psicologico.
Il simbolismo è quello dell’aria, elemento leggero e impalpabile: proprio il greco ανεμος
(anemos) origina il termine anima. Aria, ma anche il soffio vitale, il pneuma o prana. Gli archetipi
sono le aquile e altri magici uccelli, i cavalli alati, le figure mitiche volanti, che da sempre vivono
nel nostro inconscio e in quello collettivo dei popoli. L’integrazione da compiere è nel lasciare
esprimere la propria leggerezza, divenire come questi archetipi, dare spazio ai voli dell’anima,
godersi il mondo della fantasia, del mito.
Le patologie psicologiche che traggono beneficio da queste discipline, sono quelle dove il
controllo di sé è eccessivo, a scapito del benessere interiore e della libertà. Cadere nel vuoto o
percorrere l’aria è un tuffo nell’indifferenziato, dove le regole non esistono; è un’immersione nel
DoC (Disturbo ossessivo Compulsivo), dove i controlli e i rituali devastano l’esistenza e nella fase
maniacale del disturbo bipolare, quando per paura di trovarsi soli con se stessi ci si stordisce
nell’attività sfrenata. Super lavoro, sport fino a sfinirsi, sesso sfrenato: sprofondare nel nulla, aiuta a
riportare l’io alla sua centralità, sottraendolo alle spinte compulsive. Alla fermezza dell’anima deve
accompagnarsi un fisico in buon equilibrio, ovvero in forma e salute, un corpo temprato è sede di un
mentale egualmente forte.
Anche per questi sport la preparazione fisica è essenziale e, infatti, nelle scuole militari di
paracadutismo il corso in palestra è la prova iniziale e iniziatica per ogni aspirante parà. Quaranta
giorni di sudore e fatica sono il tempo necessario per fare spuntare le ali. Una buona condizione
atletica, basata sul lavoro aerobico e il potenziamento muscolare è essenziale per i cultori del volo.
Queste discipline nascono come tecniche di guerra: piloti, parà, delta-planisti, come
sommozzatori e alpinisti, incarnano il principio marziale nello spirito e nel fisico. È impensabile
affrontare la via del coraggio con un corpo flaccido, da obesi frequentatori di fast food, o da gracili
convalescenti. Non servono dunque masse muscolari ipertrofiche, ma corpi asciutti e saldi. Se si è
stati alpini, incursori, paracadutisti, subacquei o combattenti, in gioventù, lo si sarà per sempre.
Le discipline del volo provocano grandi modificazioni nel carattere, sono veri e propri stili di
vita. Preparano ad affrontare le avversità con forza e determinazione, ad attingere alle riserve
profonde della psiche. E anche nell’età matura scelte ardimentose avranno effetti dirompenti; il vuoto
generatore di ansia e depressione scompare per lasciare il posto allo spirito agonistico. Anche
l’uomo più mite e tranquillo, la cui vita è regolarmente scandita da doveri e orari, può lasciare la
monotonia e la noia esistenziale con una scelta rivoluzionaria. I veri agonisti sono coloro che sfidano
ogni giorno se stessi facendo la propria parte con dignità e spirito di servizio, qualunque sia il loro
ruolo sociale, ma con il coraggio e la volontà di un atleta.

Hanno detto...

La mente umana ‘ come un paracadute: funziona solo quando ‘ aperta.


ThoMAS DEwAR

Era come fare un lancio col paracadute: se non si apre non ci si pu mica incazzare con qualcuno.
ChARLES BUKowSKI

Quando riesci a scrutare bene in una direzione, vedi ovunque. Attraverso la comprensione di una
cosa puoi intuirne dieci? mila.
yAMAMoTo TSUNEToMo

Per me c ‘ solo il viaggio su una strada che ha cuore, in cia? scuna strada che pu avere cuore. Lfi
viaggio io, e la sfida di valore per me ‘ di percorrerla tutta. E lfi viaggio guardando e, guardando,
resto senza fiato.
CARLoS CASTANEDA

1.6 La subacquea: l’immersione nel profondo


La subacquea è senz’altro uno dei più appassionanti sport del coraggio e in Italia in particolare
sono vissuti veri e propri pionieri di tale disciplina13.
In realtà questa meravigliosa disciplina, più che uno sport, è una tecnica da sempre praticata
dall’uomo, un tempo solo ed esclusivamente in apnea; oggi, invece, anche con il supporto strumentale
dell’attrezzatura tecnica14. Il sommozzatore rimane ammaliato dall’essere entrato in una nuova
dimensione: un mondo fiabesco, di colori fantastici, popolato da straordinari animali, dove riposano
antichi relitti e si aprono oscure caverne. Grotte che, come i meandri dell’inconscio, contengono
favolosi tesori e mostri che incutono terrore. È la dimensione onirica dell’immersione che porta al
desiderio di ripercorrere con la mente le esperienze passate e condividerle con i compagni di
immersione. Non è un caso che elemento essenziale per vivere completamente tale disciplina è
l’analisi dell’immersione.
Di solito i subacquei si ritrovano con la guida per un confronto e uno scambio di opinioni ed
esperienze a seguito dell’immersione appena ultimata. Tale riunione (debriefing) consente a tutti di
porre domande (per esempio, su pesci e coralli non identificati) o di discutere problemi intercorsi
durante l’esperienza relativi alle attrezzature, alle correnti o allo stato fisico dei partecipanti.
È un vero momento comunitario per conoscere meglio la zona nel caso di future immersioni e
condividere con altri tecniche o esperienze per migliorare la propria acquaticità. A tal fine diventa
fondamentale il Log Book, un vero e proprio diario delle proprie immersioni nel quale vengono
riportate informazioni relative alla profondità, tempo e condizioni ambientali (ad esempio la
temperatura dell’acqua o la visibilità), oltre agli elementi chiave dell’immersione: dettagli di un
relitto, specie animali incontrate, attrezzatura usata, tipo di muta, zavorra ed eventuali problemi
riscontrati.
La subacquea quindi è solo in apparenza una disciplina solitaria15. In realtà è un’attività dove i
momenti di condivisione sono costanti e spesso sono addirittura essenziali per uno sviluppo in
sicurezza del percorso di crescita tecnica. L’attività di immersione è una piccola parte rispetto al
tempo dedicato alla preparazione dell’immersione stessa. Sapersi organizzare e controllare gli
elementi potenzialmente pericolosi nel proprio assetto e quello dei compagni è essenziale. Una buona
organizzazione, infatti, favorisce un’esperienza senza problemi.
Un’immersione riuscita inizia prima di uscire da casa con il controllo delle condizioni meteo e
dell’attrezzatura.
Un’immersione consapevole e completa non può rinunciare a una serie continua di controlli e
revisioni che evitino inconvenienti che in un ambiente non naturale per l’uomo possono essere molto
pericolosi. La distrazione può essere fatale e l’attenzione per l’attrezzatura propria e quella dei
compagni è molto importante. Quando si raggiunge il molo è necessario verificare di aver trasferito
tutta l’attrezzatura che sarà utilizzata per l’immersione nel punto di ritrovo o sulla barca.
Spetta alla guida la responsabilità di organizzare l’immersione, ognuno deve badare a se stesso e
alla propria attrezzatura. La subacquea si basa sul sistema di coppia che consiste nel praticare
l’immersione con un compagno. La preparazione dell’attrezzatura offre l’opportunità di discutere la
pianificazione dell’immersione con il gruppo e in particolare con il compagno. Ci si assicura di
essere d’accordo sulla formazione della coppia, sugli scopi e lo svolgimento dell’immersione. Si
decide chi guida l’immersione e se stare a destra o a sinistra del compagno.
Particolarmente importante è il ripasso dei segnali che, malgrado siano conosciuti, rimangono
essenziali per l’assetto di coppia e per mantenere aperto un canale di comunicazione non verbale:
l’interazione del controllo sulla reciproca attrezzatura rende l’immersione più sicura e permette
anche di facilitare l’individuazione di pesci o coralli poco visibili condividendo quindi la bellezza
dell’esperienza.
Tra gli sport del coraggio la subacquea ha una forte connotazione emozionale e simbolica. È
particolarmente idonea allo sviluppo di alcune caratteristiche umane attraverso un’esperienza che è
totalizzante ed estremamente intensa.
L’immersione nell’elemento liquido per eccellenza riporta all’archetipo dell’acqua, uno dei
quattro elementi: l’indifferenziato da cui tutto nasce e verso il quale tutto ritorna. Sogno ancestrale,
grande aspirazione umana, come il volo, l’invisibilità, la preveggenza: nuotare sott’acqua è entrare in
un’altra dimensione, dove il suono corre veloce, il movimento diviene lento e armonioso, i colori
sfumano in profondità in un blu immenso e perfetto.
Da sempre le tradizioni e le religioni associano l’acqua e l’immersione ai rituali e alla liturgia,
simbolo del caos primigenio dal quale nasce l’ordine cosmico. L’elemento contiene i due opposti,
vita e morte, feconda e distrugge, non ha forma e prende ogni forma, la sua forza è incontenibile.
Per queste caratteristiche è il simbolo dell’anima, l’inconscio, potente e senza limiti.
Nell’immersione rituale del battesimo si cancella la vecchia vita e si assurge a nuova dignità; le
acque lustrali purificano, le acque corrosive accelerano il cammino iniziatico dell’alchimista che
lavora per ottenere la pietra filosofale. Il passaggio tra le acque era la porta verso l’immortalità, dal
buio alla luce. Immersione è la discesa psicanalitica nel profondo, opera di trasformazione, dove si
lascia la vecchia personalità fino a trovare il Sé, la vera dimensione dell’essere, quella in armonia
col divino.
L’immersione simbolicamente è l’esplorazione dell’inconscio, il viaggio nella parte più nascosta
della propria personalità. La ricerca della luce interiore passa dal bagno nelle tenebre, il confronto
con i contenuti racchiusi nell’inconscio. Permette la purificazione necessaria al principio di
individuazione junghiano, la scoperta della propria natura essenziale, e la salita agli stadi superiori
dell’essere. Per vedere il Paradiso l’adepto deve passare dall’Inferno, dalla sicurezza al rischio. Un
inferno simbolico quindi, perché in realtà anche nell’immersione più semplice su di una secca
sabbiosa, agli occhi si apre una visione stupenda. Un mondo nuovo di luci e colori.
La subacquea è il passaggio obbligato per tutti coloro che vogliano conoscersi nel profondo, che
desiderano scoprire i propri limiti e le proprie paure, sebbene sia un’attività piacevolissima e meno
pericolosa di una partita di calcetto. Sconsigliata solo nel disturbo da attacco di panico, dà buoni
risultati in tutte le forme di disagio psichico.
La magnificenza di colori e la ricchezza di vita aiutano chi vive nella sindrome depressiva, il buio
dell’anima, dando gioia ed entusiasmo. Il silenzio e la cristallizzazione del tempo costringono
l’ansioso alla concentrazione sul “qui e ora”. La discesa nelle acque è simbolicamente propedeutica
alla salita verso le altezze. Se ci si misura col basso si salirà più facilmente in alto.
La disciplina, la verifica delle attrezzature, la preparazione tecnica di un sommozzatore devono
portare alla sicurezza e l’autocontrollo durante le emergenze. Anche un piccolo contrattempo, come
una maschera allagata, a trenta metri di profondità comporta un livello di stress assai elevato, che va
gestito con sicurezza e tranquillità. Una guarnizione o-ring che esplode, un erogatore che va in
emissione continua, un crampo muscolare possono divenire incidenti problematici. Per questo
l’addestramento è essenziale: le prove di risalita d’emergenza e la simulazione di altre situazioni
stressanti devono essere ripetute fino a un’esecuzione perfetta e automatica della risoluzione.
La subacquea non comporta particolare forza fisica, ma una mente salda. Per questo motivo è
salutare nel disagio psicologico. Ripetere le procedure di immersione, entrare in acqua, la
compensazione, la discesa sgonfiando il jacket, come assemblare il gruppo bombola, erogatori e
giubbotto idrostatico, sono tutte azioni che generano tranquillità, se le manovre vengono eseguite
nella massima calma. Questo può non verificarsi con gruppi troppo numerosi e condizioni di mare
non perfette. In questi frangenti l’immersione è sconsigliabile per sub ansiosi e apprensivi.
La presenza in acqua di una guida esperta è sempre indispensabile, ma lo diviene maggiormente
con sommozzatori inesperti o con un livello elevato di ansia. Questi subacquei non devono entrare in
acqua per primi, una lunga attesa può provocare l’affanno respiratorio. È bene che rimangano
immobili con il giubbotto equilibratore ben gonfio, aggrappati alla cima, in attesa di scendere con
l’istruttore. La respirazione deve rimanere controllata, calma e non particolarmente profonda. Lo
sbalzo di temperatura dovuto al contatto con l’acqua abbassa il ritmo del cuore e quello respiratorio
nei tachicardici.
Le immersioni per le persone che soffrono di un disagio psichico è bene che siano in acque poco
profonde, non troppo fredde e soprattutto con ottima visibilità. Con il progredire dell’addestramento,
aumenta la sicurezza e diminuisce il livello dell’ansia ed è quindi possibile affrontare discese più
impegnative in modo molto graduale16.
Si deve procedere lentamente, con soventi controlli del gruppo dei sommozzatori, avendo cura di
posizionare i soggetti ansiosi in testa al gruppo, subito dopo la guida subacquea17. Si ha grande
giovamento dal miglioramento dell’acquaticità, che è favorita dai movimenti in libertà che l’assenza
di peso permette. Al sicuro in piscina o sotto la barca, in pochi metri d’acqua, girare su se stessi,
capovolgersi, stare con la testa verso il fondo dà grande tranquillità e un piacere infantile molto
gradito dalla psiche.
La subacquea ha un duplice effetto benefico: sulla mente pacificandola e sull’energia interiore,
aumentando la consapevolezza, la precisa percezione di sé e del proprio agire, distaccandosi dalle
emozioni. Come ogni vera disciplina dona equilibrio e forza. Nuotare nell’elemento liquido senza
sforzo, con un leggero colpo di pinne, simbolicamente riporta all’agire senza agire dalla tradizione
yogica.
Il buon sommozzatore è composto, non muove mani e braccia, scivola leggero nel blu. Sembra
spostarsi senza movimento apparente. In realtà i muscoli quadricipiti femorali e i polpacci sono forti
e resistenti.
Si muove sicuro, come un guerriero dello Spirito tra le avversità della vita. Con amore e al tempo
stesso distacco dalle cose del mondo, che non possono così più sopraffarlo.
È lo sport del coraggio che permette di vivere in un’altra dimensione, pur essendo ancora di
questo mondo. ogni immersione è un viaggio onirico, un sogno lucido, dove si domina la realtà.
Come tutti i sogni è un anticipo di aldilà. Un’incursione nella sfera degli archetipi, dell’Anima, del
Sonno e della Morte. La subacquea è via di libertà.

Hanno detto...

Dopo l istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare, non mi ‘ stato pi possibile vedere,
pensare, vivere come prima.
JACQUES-YVES CoUSTEAU

Dalla nascita, l uomo porta il peso della gravit sulle sue spalle. Ø inchiodato (bloccato) a terra. Ma l
uomo deve solo immergersi sotto la superficie ed ‘ libero.
JACQUES-YVES CoUSTEAU

Uomo libero, amerai sempre il mare! Il mare ‘ il tuo specchio: contempli la tua anima nel volgersi
infinito dell onda che rotola e il tuo spirito ‘ un abisso altrettanto amaro.
ChARLES BAUDELAIRE

1.7 La corsa: il vento della Terra


La corsa può essere considerata uno sport del coraggio? Certamente sì. Sebbene, in un primo
momento, possa sembrare un’attività assai meno rischiosa dell’arrampicata, o dell’immersione
subacquea e degli altri sport ad alto rischio, questa disciplina è l’attività fisica più naturale e antica
tra quelle praticate dall’uomo, insieme alla lotta e ad altre di derivazione militare. ogni volta che
spicchiamo il balzo per scattare nella corsa alziamo il nostro peso innumerevoli volte, con grande
fatica e talvolta dolore, quando la forma fisica non è ancora a punto e la distanza è lunga. La corsa è
lo sport trasver-sale per antonomasia: può essere praticata da tutti, con ogni condizione atmosferica,
in qualsiasi contesto ambientale. È l’attività più antica: correvano i primi uomini per catturare le loro
prede; correvano per scappare e mettersi in salvo da animali più feroci di loro o dai nemici.
Oggi, la corsa di fondo e in particolare quella di montagna sono incluse a pieno titolo negli sport
che, incorporando una serie di rischi legati alla possibilità di incidenti, possono portare a un periodo
di inattività più o meno prolungato. Solo un grande fuoco interiore che emana volontà e sacrificio
permette di superare la sofferenza della maratona e di tutte le distanze che impegnano il corpo e la
mente allo spasmo. Diecimila metri corsi alla massima velocità sono già un impegno gravoso che
spreme, all’ultima goccia e all’ultimo fiato, l’energia di un atleta: nell’intensità mentale e fisica si
trova la vera essenza.
Questa disciplina intesa come sport del coraggio è diversa dal salutistico jogging a bassa
intensità, dalla corsetta fatta ogni tanto per mettersi in pace la coscienza, appesantita da un pasto
troppo abbondante. La vera prova comporta l’impegno psicofisico massimo, per distanza, asperità
del percorso, velocità. Come nelle altre discipline estreme è una sfida alla massima potenza
dell’atleta alla sua forza di resistenza e alla volontà.
La maratona, la mezza maratona, le gare ultra rail, le SkyRace e le Sky-Marathon di montagna
invece, sono sempre prove estreme18. Non solo per il fisico, che deve essere allenato, ma soprattutto
per la mente sottoposta allo stress di uno sforzo continuato nel tempo.
Gli eserciti antichi percorrevano lunghi tratti di avvicinamento spostandosi di corsa. I soldati
carichi delle loro armi e delle corazze superavano montagne, zone impervie e dopo, talvolta sfiniti,
affrontavano il nemico in battaglia. Negli scontri campali, le truppe marciavano spedite
accompagnate dai suonatori che davano il ritmo, suscitando l’entusiasmo, mentre le truppe
attraversavano immensi spazi a grande velocità.
Unica eccezione nell’antichità riguarda l’esercito spartano che aveva la caratteristica di caricare
il nemico in silenzio incutendo timore per il fatto di non necessitare di urla per rafforzare l’energia e
l’impeto dell’attacco. La corsa per quanto dura era solo il preludio allo sforzo e al pericolo
maggiore, quello della morte in combattimento. oggi di quelle prove ci rimane la corsa.
Le distanze si sono allungate, portando l’impegno sempre oltre ogni limite conosciuto. Nelle ultra-
maratone si corre per centinaia di chilometri, nutrendosi e riposando durante le corte soste. oppure
sui monti per lunghi tratti, tra pendii rocciosi, fitte boscaglie e passi alpini. Ai percorsi su sentieri
pianeggianti, o con dislivelli collinari, si sono aggiunti quelle in alta montagna, con salite
impegnative e fondi irregolari. Fino all’ascensione ripida e continua, per superare dislivelli di mille
metri nel tempo più breve possi-bile, il chilometro verticale. In notturna, nel freddo, sotto il sole
cocente dei deserti, nelle ultra rail, si raggiunge sempre la massima prestazione fisiologicamente
possibile. La gara non è solo con altri corridori, ma soprattutto contro se stessi, elemento che ricorre
in tutti gli sport del coraggio.
Contro il dolore muscolare, la sete, la stanchezza, lo sfinimento, che generano il calo della
determinazione e il pericolo dell’abbandono, si impone la disciplina mentale che esige di creare il
vuoto mentale propedeutico a evitare l’ansia dell’arrivo che porta a una scorretta percezione della
corsa e ne diminuisce l’utilità come pratica di rilassamento emotivo.
Correre dà una meravigliosa sensazione di libertà: nelle fasi di sprint o nelle discese, l’effetto
dell’aria che sferza la pelle e asciuga il sudore vale ogni sforzo e sacrificio. Il pensiero si ferma, la
mente si annulla, si ascoltano solo le sensazioni ancestrali e si recupera un’accresciuta percezione
della propria corporeità.
La corsa per eccellenza è meditazione attiva, ascoltare il rumore dei passi, il ritmo del respiro,
percepire le sensazioni più forti e quelle sottili, blocca il dialogo interiore. Attendere al varco come
un predatore le proprie reazioni allo sforzo fisico è l’arte dell’agguato praticata anticamente anche
dagli sciamani presso i nativi pellirossa d’America. Guardarsi da fuori con il distacco e la curiosità
di rovesciare lo sguardo aiuta a osservare il proprio corpo in uno stato di insolito sforzo; correre in
solitudine nella natura ci riporta alla condizione primigenia, occasione unica per riscoprire l’essenza
dell’umano.
Lontani da tutto, nel deserto o nei canaloni di montagna, si assapora la paura della solitudine. Il
pericolo di un banale incidente, una caduta, o una distorsione articolare e la volontà di evitare tali
insidie per spingersi oltre, fisicamente e mentalmente, accompagnano il ritmo della corsa. Scenari
immensi che incutono timore, in un mare di sabbia, su distese ghiacciate, lungo sentieri esposti su
profondi strapiombi. Condizioni anomale, sconosciute agli uomini civilizzati, portatrici di panico per
i meno esperti. Al cospetto delle forze elementari della natura che fanno da cornice all’emersione
della propria fisicità in atto si è profondamente soli e indifesi. Soltanto il vuoto mentale creato
entrando nell’azione fisica, divenendo l’atto atletico stesso, strappa dal timore della solitudine e del
nulla al quale ben pochi sono addestrati.
Incarnare il gesto sportivo annulla il timore del sibilo del vento in alta quota, la vertigine delle
altezze, i rumori del bosco all’imbrunire, la paura di perdersi nell’infinito. Sport del coraggio e del
panico, della fatica e dell’ebbrezza, della caduta negli inferi e della salita nei cieli, come nei misteri
dionisiaci. Nelle corse lunghe i pensieri diventano lievi, si stemperano sullo sfondo delle emozioni
più intense, tutto scolorisce, di fronte alla lotta contro il tempo.
I principianti iniziano correndo piano, senza guardare il cronometro, che poi diviene il nemico per
eccellenza. Superato lo stadio della corsa per dimagrire e rimettersi in forma fisica, inizia la ricerca
della prestazione. Abbassare i tempi, allungare le distanze, inseguire il primato personale. Grande
stimolo al miglioramento che è anche terapia per molti disagi psicologici.
La corsa è una disciplina particolarmente indicata nella cura del DAP (il Disturbo da Attacco di
Panico), dell’ansia acuta e in generale delle sindromi ansioso-depressive. Il simbolismo riguarda
l’archetipo della paura, data dal vivere proiettati nel futuro, del correre sempre in avanti,
caratteristico degli ansiosi. Mentre l’unica realtà, anche stavolta, è nel “qui e ora”. L’integrazione è
nell’amore per la corsa, che per quanto si sia veloci è sempre lenta, perché praticata solo con mezzi
fisici, quindi costringe a percepirsi lentamente, ascoltando i messaggi dell’anima.
La stanchezza della corsa lunga impone il riposo, l’introspezione, lo stare fermi sul posto, ovvero
la centratura, che ferma nel momento presente. In ciò vi è l’unica vera sconfitta dell’ansia e del
panico. Correre è libertà, eufo-rica gioia, ma con il costo elevato della sofferenza. Malgrado questo,
empiricamente quando si comincia a correre non ci si pente mai del tempo che si sta impiegando.
Spesso coincide con la parte migliore della propria giornata. Non bisogna convincersi che esiste un
solo momento buono per correre. È possibile ritagliare un po’ di tempo ogni giorno, anche se è buio
ed è sera. A volte ci si rende conto che non si corre solo per la gioia che se ne trae. Voler correre è
più simile all’esigenza di dormire, una necessità che si collega a un desiderio di quiete che porta a
una pace mentale attraverso la dinamica del moto.
È possibile svolgere un percorso profondo di introspezione e consapevolezza durante la corsa
favorito dalla ripetitività dei movimenti: lo scopo è sviluppare un elenco di sensazioni e opinioni che
occupano la mente e che riguardano la propria vita e la propria quotidianità. È possibile renderle
tangibili come se fossero delle cose con il loro peso, in modo da poterle staccare dal corpo.
L’esercizio quindi è quello di immaginare di correre su un percorso che si conosce bene. Cercare di
visualizzarlo mentre si corre. Cominciare a vedere ciò a cui si va incontro lungo ogni rettilineo e
ogni curva. Una volta che si è in grado di visualizzare mentalmente il tragitto con una buona
definizione, è possibile aggiungere suoni e odori che probabilmente si sentiranno. Il percorso così
svolto avrà una maggiore intensità e sarà utile per creare lo stato mentale per rendere la corsa
estremamente gratificante.
La corsa dunque è una disciplina completa che permette di aumentare la percezione della realtà
con strumenti alla portata di tutti. È utile quindi correre vivendo il momento come se fosse
un’esperienza unica e irripetibile. Nulla può essere monotono per un istante, ma solo quando un
suono o uno scenario si ripete ancora e ancora. A tal proposito la corsa durante condizioni
meteorologiche avverse può risultare più intensa e piacevole. Ad esempio si pensi a una corsa
intorno a un lago durante una giornata invernale particolarmente fredda. Il vento soffia sulla faccia.
Concentrandosi sulle sensazioni che si provano sarà più semplice trasformarle da disagio a
esplorazione della sensazione stessa spostando, quindi, l’attenzione dal fastidio alla curiosità. Invece
di essere il soggetto passivo delle emozioni sarà possibile scoprirle e viverle.
Chi giunge a questa disciplina provenendo da altri sport, anche assai duri, soffre la fatica estrema
dello sforzo prolungato per ore. Meno doloroso di un pugno sul ring, meno ansiogeno di un lancio
dall’aereo, meno pericoloso dell’esplorazione subacquea di un relitto, ma estremamente impegnativo
per la tenuta mentale. In corsa la dimensione temporale si dilata spaventosamente, negli ultimi
chilometri i mostri del profondo urlano la loro rabbia, solo una determinazione superiore riesce a
imporsi sul dolore e sulla fatica. Gli spasmi muscolari salgono dai piedi, percorrono le gambe e
arrivano spietati all’encefalo. La saliva diviene densa, le fauci secche, eppure qualcosa di grande
spinge dal profondo. In questo modo le condizioni che solitamente sono una scusa per non correre
non sono più una ragione valida per annullare l’allenamento.
L’aspetto della consapevolezza nella disciplina della corsa è quindi centrale. La coscienza del
proprio stato e delle proprie percezioni va di pari passo con la consapevolezza dei propri limiti e
della conoscenza dell’andatura ottimale per rendere al massimo durante l’allenamento.
Anche la ricerca dell’andatura consona al proprio stato psicofisico è un importante ed
entusiasmante esercizio. Usare eccessive energie all’inizio impedisce di svolgere il percorso;
parimenti il non mettere in campo tutte le proprie energie rende difficile un miglioramento nel tempo.
È la ricerca della giusta andatura che è anche quella del giusto mezzo. Il detto latino Est modus in
rebus significa proprio questo: trovare la misura adatta al proprio percorso per svolgerlo al meglio,
arrivando al traguardo esprimendo a pieno le proprie energie potenziali. Una massima buddhista
recita: “Ci sono due errori che si possono fare nel cammino verso la verità, non andare fino in
fondo e non iniziare”. Spesso le ambizioni umane si rivolgono a obiettivi di lavoro o sentimentali.
Più raramente la propria volontà è rivolta semplicemente al superamento dei propri limiti e
all’esplorazione di se stessi e del proprio equilibrio.
La semplice attività di time management per poter ritagliare un tempo consono all’allenamento è
anch’essa una sfida. Sapere di non avere tempo illimitato a disposizione rende prezioso il tempo
dedicato alla corsa e impone una maggiore efficienza nello studio e nel lavoro. Il tempo da dedicare
a questa disciplina c’è, basta trovarlo.
Possiamo dire che l’allenamento in fondo non è la pietra angolare dell’attività ma ciò che conta è
la forza interiore, la volontà di andare avanti, di non mollare e di poter dire arrivati al traguardo “la
fatica passa, l’orgoglio rimane”19. È proprio la volontà che assicura la tenuta fino all’ultimo metro,
per gustare la soddisfazione liberatoria di non essersi arresi, di riuscire a compiere l’opera. Vedere
lo sfondo in movimento, sentire gli odori nell’aria, il ritmo cadenzato dei piedi sul terreno, riporta a
sensazioni animalesche, riflesso delle ancestrali corse per catturare le prede. Su queste sensazioni si
deve concentrare la mente per superare la paura del fallimento. Spostare il pensiero dall’ascolto del
corpo a quello dell’essere un tutt’uno con l’ambiente. Immaginare l’energia che sale dalla Terra,
abituandosi a sentirla real-mente e lasciare andare le gambe senza sforzarle eccessivamente, porta
egualmente alla massima velocità con minor dispendio energetico e rischio di infortunio.
Nelle discese ripide la mente allenata sceglie il punto di appoggio per i piedi prima degli occhi,
permettendo una corsa più sciolta e veloce sullo sconnesso. Per ottenere questo effetto è bene
allenare le percezioni come prima fase esclusivamente durante la salita, sfiorando con sguardo
radente il terreno, non sotto, ma due passi davanti al corpo. La corsa in montagna deve essere fluida,
decontratta, guidata dalla forza di gravità nella discesa. In breve tempo si sceglieranno in modo
riflesso i punti d’impatto senza errori, eliminando la paura delle cadute. Allora si scenderanno
pietraie e canaloni a tutta velocità, senza guardare, ma sentendo solo la terra, come l’animale
totemico che vive nel profondo di ognuno.
La tecnica, la preparazione atletica, il lavoro di potenziamento in palestra, sono essenziali. Ma la
corsa è la disciplina dell’inconscio, correre d’istinto è il modo migliore per essere il vento della
Terra.

Hanno detto...

Corri quando puoi, cammina quando devi, striscia se serve; ma non mollare mai.
DEAN KARNAzES

C ‘ un circolo virtuoso nello sport: pi ti diverti pi ti alleni; pi ti alleni pi migliori; pi migliori pi ti


diverti.
PANCho GoNzALES

Da quando ho imparato a camminare mi piace correre.


FRIEDRICh NIETzSChE

E chiss se vale la pena di passare la vita a correre, o se la migliore mossa non sia di starmene
immobile, e tanto, se l onda arriva, arriva e basta, non serve perderci la testa, tanto vale sorridere.
MAX PEzzALI

1.8 Il fuoco freddo: le arti marziali


Le arti marziali e la loro versione contemporanea, gli sport di combattimento, sono per eccellenza
le discipline che maggiormente avvicinano a stati dell’essere profondi attraverso l’esperienza fisica
e diretta di un conflitto, anche se controllato e contenuto nello spazio e nel tempo. Nate come attività
primordiale guerresca sotto il segno di Marte, oggi sono divenute sport, ovvero attività codificate e
regolamentate che permettono di manife-stare lo spirito combattentistico limitando ai minimi termini
il danno e amplificando l’importanza dell’elemento agilità, della tecnica e della resistenza fisica
frutto dell’allenamento.
L’effetto di queste pratiche, oltre a rafforzare l’autostima e la sicurezza dell’atleta, è sicuramente
il confronto diretto con le proprie paure più profonde: anzitutto quella dell’essere sopraffatti dalla
forza altrui e di soccombere, elemento simbolico trasferibile in molti aspetti della quotidianità.
Pensiamo ai conflitti sul lavoro o a quelli che nascono dalle relazioni umane di ogni giorno fino ai
confronti verbali con le persone a cui siamo più legati a livello affettivo.
Sfidare in ogni allenamento un avversario costringe a misurarsi simbolicamente con le proprie
paure, e negli sport di contatto, come boxe e discipline con calci e pugni, il confronto archetipo della
lotta per la sopravvivenza diventa esperienza fisicamente percepita e vissuta. ogni esperienza fisica,
infatti, è anche un’esperienza mentale. Frequentemente si tende a tenere separati i due mondi come se
fossero impermeabili e non connessi tra loro.
Il combattimento agonistico, così come lo sparring a contatto pieno – entrambi praticabili in età
giovanile e con un alto livello di preparazione – sono essenziali per il lavoro interiore di riscoperta
delle proprie paure attraverso la rottura dell’immagine castrante di sé come soggetto intrinsecamente
vittima della forza altrui e incapace di sopravvivere agli eventi avversi esterni. Tale esperienza
positiva è avvertita nell’allenamento di coppia, incrociando i guanti, sia da parte dell’elemento più
forte, sia da quella del soccombente che comunque, a fine round, ha dimostrato a se stesso di essere
stato capace di non essere sopraffatto attraverso la sua preparazione atletica e tecnica. In alcune fasi
dell’allenamento il più debole può mettere in difficoltà l’avversario più forte. Una sensazione quindi
positiva che porta a desiderare un impegno atletico continuo per migliorarsi e onorare il proprio
sacrificio e quello altru20.
Le arti marziali di contatto sono, infatti, prove impegnative, mentalmente e fisicamente
traumatiche, richiedono movimenti con un forte dispendio energetico e rappresentano una delle ultime
modalità di scontro ammesse con un avversario a livello fisico.
Nella schizofrenia di una società dove la violenza è rimossa, ma praticata a livello mentale dalla
mancanza di stili di vita umani e naturali, gli sport di combattimento sono considerati attività
violente, mentre in realtà educano al rispetto delle regole, quindi a non violare il confine tra
agonismo e sopraffazione. Inoltre l’allenamento di coppia consiste nel confronto con un alter ego che
non è un nemico. L’avversario è un compagno di allenamento che sta cercando di migliorare
soprattutto se stesso e il proprio livello fisico-tecnico senza la minima presunzione o desiderio di
prevaricazione. Nell’allenamento di coppia, infatti, non esiste motivo né tempo per dedicarsi ad altri
pensieri se non rivolti al combattimento stesso.
I risultati della pratica marziale non sono solamente fisici, ma riguardano in particolar modo la
mente. Negli sport di combattimento s’imparano movimenti spesso innaturali come spostarsi
lateralmente tenendo la guardia o colpire velocemente mantenendo la massima stabilità sulle
gambe21. Anche l’attendere, il non fare nulla, in realtà è un modo per osservare l’avversario o
propiziare un attacco in entrata che potrebbe aprire dei varchi nella difesa. Tutte situazioni che
simbolicamente sono adattabili a qualsiasi circostanza. Anche il concentrarsi sulle distanze per
colpire o difendersi non è che il senso del modo di dire “tenere le distanze da qualcuno o qualcosa”.
Nelle persone coesistono diversi “io”: un io professionista, un io genitore, un io amico. Per gli
atleti naturalmente esiste un io agonista. Queste manifestazioni dell’essere spesso sono in conflitto
tra loro e nello sforzo atletico l’io agonista può essere capace di trasmettere qualità e virtù,
migliorando gli aspetti della propria personalità che probabilmente ha difficoltà a governare in altri
contesti. Per esempio una migliore precisione sull’attività lavorativa passa più facilmente attraverso
un’esperienza di sport intensa più che da mille libri sulla leadership di se stessi. L’obbiettivo è infatti
la formazione della volontà sul proprio corpo, sui sentimenti negativi come l’impulsività o l’ira, e la
creazione di un’unità interiore. Uno sviluppo può essere tale solo in presenza di vari elementi di tipo
motivazionale, mentale e fisico così come un fuoco può essere acceso solo in presenza di
combustibile22.
L’allenamento di un combattente migliora l’attenzione, la sensibilità, il tempo di reazione, oltre ad
avere un benefico effetto sui singoli sistemi: cardiovascolare, respiratorio e muscolo scheletrico.
Attività aerobica, ma con grande dispendio di forza esplosiva, che si può tranquillamente definire un
training atletico completo.
I benefici maggiori però non sono fisici, ma quelli che si determinano nella psiche. Sviluppano
una maggiore autostima, ovvero una migliorata immagine di sé, accrescendo la sicurezza, nei soggetti
timidi, introversi, paurosi. Inoltre, il confronto in combattimento, consente di scaricare la propria
aggressività in modo virtuoso, moralmente accettabile, quindi libero da sensi di colpa o eccessi di
autoesaltazione. La lotta rispettosa delle regole è altamente educativa.
Gli incidenti o i litigi sono infinitamente più rari di quelli che si verificano sui campi di calcio e
calcetto. Spesso l’immagine e l’archetipo del combat-timento sono rimossi al pari dell’idea della
morte, entrambi poco estetici e presentabili nel mondo delle vuote apparenze. Quindi un naso
sanguinante per un pugno è più impressionante di un intervento pericoloso, volutamente cattivo ma
generalmente accettato, per esempio di un ragazzino che inizia a giocare a calcio, sulle gambe di un
coetaneo della squadra avversaria.
Dietro gli sport di massa, soprattutto guardati e non praticati, gli interessi economici sono ingenti
e per questo molto spesso si è indulgenti verso forme di imbarbarimento della didattica sportiva
soprattutto a livello di etica. Non sono pochi, purtroppo, gli allenatori di calcio che insegnano a
“cadere” per simulare in partita e guadagnare una punizione a favore. Sono comportamenti che
porteranno a effetti nefasti quando i pulcini si affacceranno al mondo del lavoro o familiare senza una
forma etica che li supporti e li possa accompagnare a una sana e onesta maturità.
Combattere, lottare, battersi con determinazione, forza e lealtà, è la miglior terapia contro la
paura che porta a essere aggressivi e scorretti. È il sentimento della paura che genera tutte le altre
emozioni negative. Gelosia, invidia, avidità, insicurezza sono i mille volti della fragilità interiore e
fisica che sfociano in aggressività e a volte nella cattiveria. Battere la paura è rinascere dopo ogni
sfida come persone migliori. Senza paura non c’è violenza, bullismo, sopraffazione, intolleranza. Chi
ha regolato i suoi conti con i mostri del profondo non ha più bisogno di scaricare le frustrazioni sugli
altri.
Raccontava Bruce Lee23 che la notte aveva un sogno ricorrente; raccontava di un guerriero di cera
armato di spada che nella nebbia tentava di decapitarlo. Per anni non riuscì a interpretare quel sogno.
Dopo aver avuto successo negli USA decise di trasferirsi con la moglie e i due figli ad hong Kong,
per continuare la sua carriera di attore e combattente marziale nella patria delle sue origini.
Qualche giorno dopo il viaggio in Asia sognò il guerriero di cera che tentava di aggredire il figlio
Brandon. In quel momento con un colpo rabbioso riuscì ad abbattere il mostro e gli incubi si
interruppero per sempre.
Per anni Bruce meditò sul significato di quel sogno e arrivò alla conclusione che il guerriero di
cera rappresentava la sua identità cinese svilita in USA, malgrado i suoi grandi successi
cinematografici e la fortuna economica che ne era conseguita. Nonostante il successo infatti, si
sentiva un povero cinese immigrato e in fondo non rispettato dal mondo dorato che lo circondava.
Tornato in Cina con i figli aveva dimostrato di avere vinto il conflitto che lo tormentava: una vita
ricca negli USA o una vita dignitosa nella terra dei suoi antenati. Era riuscito a sconfiggere il
guerriero di cera perché aveva capito che il complesso d’inferiorità legato all’immagine del povero
migrante sarebbe passato al figlio Brandon se fossero rimasti negli USA.
Chi pratica sport di combattimento ha la possibilità di vivere l’archetipo della doppia battaglia:
quella interiore speculare a quella esteriore e fisica.

Hanno detto...

Dentro un ring o fuori non c ‘ niente di male a cadere. Ø sba? gliato rimanere a terra.
MUhAMMAD ALI

La boxe ‘ un po come il jazz. Meglio ‘, meno gente l apprezza.


GEoRGE FoREMAN

Un pugile al tappeto ‘ l uomo pi solo del mondo.


GENE TUNNEy

Un uomo che ha raggiunto la padronanza di qualsiasi arte, la manifesta in ogni suo gesto.
MASSIMA SAMURAI

Tu e il tuo avversario siete un unica cosa. C ‘ una relazione di coesistenza con te. Tu coesisti con il
tuo avversario e diventi suo complemento, assorbendo il suo attacco e usando la sua forza per
sopraffarlo.
BRUCE LEE

L uomo in preda all ira verr sconfitto sia in battaglia sia nella vita.
MASSIMA SAMURAI

La mente ‘ un terreno fertile. Qualsiasi cosa pianti crescer, sia che si tratti di fiori meravigliosi o di
erbacce.
BRUCE LEE

1.9 Il combattimento come simbolo


Il livello simbolico è quello dell’archetipo marziale del fuoco, la sua integrazione è
nell’accettazione della parte violenta e trasgressiva che alberga in ogni uomo, e che è tanto più
grande quanto è alto il livello di educazione, civiltà, cultura. Chi combatte diviene generoso, dà
molto di sé, si rapporta sempre con l’altro, superando l’individualismo e sviluppando nel sacrificio
agonistico l’empatia per il sacrificio altrui. Anche nel colpire riconosce l’essenza e la dignità
nell’avversario, che non è altro che un’immagine riflessa del proprio “io”. Nel battersi e
nell’abbandonarsi alla lotta si sviluppa quindi amore per sé e per l’avversario, anche nel determinare
la sua sconfitta. Ne sono prova le immagini dei pugili che si abbracciano con sincerità e trasporto
dopo incontri devastanti che li hanno portati ai limiti della resistenza fisica e mentale. Il contrario
polare della violenza, figlia della paura, Phobos, è quindi l’archetipo di Eros.
Le patologie psichiche trattabili con la pratica marziale sono quelle dove si ravvisa un eccesso di
aggressività, anche se controllata, inespressa o repressa. Alcuni esempi sono la depressione, le
compensazioni maniacali della struttura depressiva, la sindrome ansiosa, l’insicurezza patologica che
diviene disturbo di personalità.
Le arti marziali sono una forma di introspezione attiva, permettono di scoprire i propri limiti, di
superare le bassezze che albergano nell’anima. Vincere tramite un altro, l’avversario, è la piccola
guerra santa. La grande guerra santa è la battaglia contro se stessi. Nelle cosiddette “forme”, il
combattimento figurato solitario, si ottiene il vuoto mentale, ovvero la meditazione attiva, assai più
congeniale all’uomo occidentale, delle forme classiche yogiche o zen.
Per trovare centratura e radicamento, un ottimo esercizio è imparare a colpire e a schivare le
tecniche altrui, stando bloccati sul posto, come con i piedi inchiodati al suolo. Il lavoro è solo sul
busto, non si può scappare né prendere la distanza dallo sparring, si combatte fermi dove si è. Si
inizia lentamente e con un contatto molto leggero, per aumentare gradatamente la velocità, non la
forza. Per scaricare o aumentare l’aggressività a scopo difensivo, si urla durante l’ultima serie di
colpi. La voce deve provenire dal profondo, sorda e gutturale, come il ruggito di una fiera feroce.
Farsi aggre-dire simultaneamente da due avversari, o farsi attaccare mentre si colpiscono i guanti
dell’insegnante, simula la paura. Così come colpire dopo aver sentito dolore abitua a essere sempre
presenti a se stessi.
Per aumentare la concentrazione e la sensibilità è anche possibile abituarsi a combattere
lentamente a occhi chiusi o bendati. Acuisce i sensi e incrementa l’energia vitale. Combattere
guardando pochi centimetri dietro l’avversario, con sguardo sfocato, potenzia la velocità di reazione,
attivando la parte antica dell’encefalo. Per aumentare la precisione e la determinazione è utile,
sebbene inizialmente assai complesso, visualizzare il bersaglio mentalmente, prima di colpirlo nella
realtà.
Il combattimento, in ogni sua forma, favorisce un buon rapporto con la propria aggressività,
scaricando nella lotta la rabbia che nasce dalle frustrazioni accumulate nella quotidianità. Chi si batte
in palestra o sul ring non ha bisogno di trasformare le relazioni conflittuali in scontri fisici. Dare
spazio agli istinti primari ristabilisce l’equilibrio interiore, evita la repressione di forze naturali
essenziali per la sopravvivenza. Le arti marziali sono una via di libertà dall’insicurezza, dalla
violenza, in pratica dalla paura.
Accettare le pulsioni violente, sfidare la paura del confronto fisico, libe-rare la parte selvaggia
che vive in ognuno di noi, è il modo più vero e diretto di vivere bene, in pieno equilibrio psicofisico.
Nei libri dell’antropologo Carlos Castaneda, il suo maestro, lo stregone Don Juan, parla di
guerrieri dello spirito. Persone normali, immerse nella realtà ordinaria, che vivono una vita
apparentemente tranquilla. In realtà sono combattenti che sfidano, momento per momento, la loro
resistenza al compimento della retta azione, che tendono a comportarsi in modo impeccabile in ogni
contesto o situazione. Agonisti che fanno della vita una sfida. Studiano i metodi per accrescere
l’energia interiore e per superare i limiti dell’umano. La via migliore per aumentare la “forza fredda”
che permette di agire senza agire, ovvero modificare la realtà percepita solo con l’intento e la
volontà, è la via marziale.

1.10 Che cos’è l’aggressività?


L’aggressività secondo la psicoanalisi freudiana è un istinto, strettamente legato all’archetipo
della morte, forza distruttiva e quindi riequilibrante. Forza naturale e forma primordiale vivente
nell’inconscio collettivo, quella matrice energetica che connette tutto e tutti. Presente anche nella
sfera inconscia personale, nell’animo umano, è una pulsione istintuale con funzione strettamente
legata alla sopravvivenza dell’individuo. Quindi una forza benefica, che attacca e difende,
proteggendo la vita e la specie. Come ogni archetipo non è buona o cattiva, ma esclusivamente
funzionale: è come deve essere. Contiene al suo interno l’opposto polare, ovvero l’aspetto
costruttivo, affettivo e protettivo. Perché senza distruzione non può esservi costruzione e viceversa.
L’amore materno protettivo per antonomasia, se minacciato è il più violento e portatore di
distruzione. Anch’esso si basa sull’aggressività. Chi ha visto le cure parentali di una mamma gatta sa
quanto è protettiva anche a costo della vita, ma severa al limite della crudeltà con i cuccioli. La forza
istintuale che la spinge è sempre una sana aggressività. L’aggressività è inseparabilmente legata alla
vita, non vi è accoppiamento animale e umano che non abbia la sua forte componente di possesso,
spinta da pulsioni aggressive. Nel lavoro, nelle relazioni, nello sport questa forza primordiale è
essenziale.
La sua funzione non solo è indispensabile, ma anche benefica, è la spinta energetica verso
qualsivoglia realizzazione. All’origine di ogni impresa, opera d’arte, lavoro, vi è una sublimazione
di questo istinto fondamentale. La volontà che permette di affrontare un compito, anche e soprattutto
arduo, scaturisce dalla conversione dell’aggressività in volontà di esecuzione. Un eroe non
aggressivo non è che l’ombra del valore che deve incarnare. Eppure nella società contemporanea
l’aggressività è trattata con sospetto, se non addirittura con ostilità. L’eccesso di aggressività sfocia
in incontrollata violenza, la sua naturale espressione invece è fattore di equilibrio e di benessere
interiore.
L’attività fisica e in particolare gli sport del coraggio sono per eccellenza la valvola di sfogo più
naturale e sicura delle pulsioni aggressive. Sottostare a regole precise, rispettare l’avversario,
disciplinare se stessi, superare a ogni allenamento il proprio limite sono il modo migliore per vivere
virtuosamente le spinte ancestrali. Un atleta che si sfoga regolarmente lottando contro i nemici veri,
fatica e dolore, e contro l’antagonista, non ha bisogno di scaricare le frustrazioni al lavoro o in
famiglia. I violenti sono soggetti spaventati e incapaci di controllo, non persone addestrate alla
contesa.
Anche chi nella vita non sa dire di no, chi subisce passivamente la volontà altrui, è intimamente
spaurito. Teme inconsciamente di non essere all’altezza degli altri, vive nel senso d’inadeguatezza,
che altro non è se non un’ulteriore forma di timore proveniente dal profondo. Un sano rapporto con
l’aggressività fortifica i soggetti affetti da timidezza patologica, gli introversi, coloro che nella vita
non osano di fatto vivere. Temono di essere inopportuni, fuori luogo, di disturbare, di essere di peso
per il prossimo. Vivono come fantasmi in punta di piedi, senza mai affrontare la sfida dell’esistenza.
Gli sport del coraggio e tutte le discipline dure, quando vengono praticate senza risparmio di sé,
hanno un effetto terapeutico sui disturbi dell’umore e della personalità. Danno la gioia di essere e il
potere di esprimere total-mente la vera natura di ognuno, senza il timore del giudizio e della critica.
Ci si accetta per ciò che si è, continuando a superarsi, senza costruire realtà immaginarie dove
nascondersi. Il rapporto ambivalente con la violenza si chiarifica nell’atleta che porta i suoi sforzi
all’estremo o che pratica discipline oltre le normali capacità. Sono atleti che giorno per giorno
raggiungono il punto limite della loro esperienza e lo superano.
La violenza è un altro importante archetipo, vive in tutti indistintamente. È una forza primordiale
strettamente legata alla sopravvivenza e alla lotta. Sono violenti e crudeli i bambini, lo sono gli
adulti che si mascherano dietro le giustificazioni morali. Si uccide, si stupra, si ruba, per portare la
libertà e la civiltà; in realtà vi è un sottile piacere nell’esercitare la sopraffazione del prossimo. I
bimbi picchiano il compagno più debole, ricreando le dinamiche del branco che elimina il soggetto
malato. I grandi dall’io più strut-turato e con regole morali prevaricano rispettando le regole.
ovviamente le loro, non quelle delle vittime.
Nessuno osa ammettere che la violenza è inconsciamente affascinante, inebriante e dona un senso
di onnipotenza se consideriamo il lato più animalesco dell’uomo che è nascosto nell’ombra ma reale.
L’essere umano è un predatore, un carnivoro rapace, un animale crudele capace di ogni
nefandezza. Al contrario degli altri predatori agisce anche contro la propria specie. La grande
ipocrisia rimuove la violenza, la esorcizza creando gli eserciti di pace, assurda contraddizione,
riservandola ai professionisti, come fossero chirurghi che incidono a fin di bene. Però la violenza
piace, soprattutto a chi non la ammette e quindi non ci si confronta mai. Piace meno a chi per lavoro
la pratica o la subisce tutti i giorni, sugli altri ha un fascino magnetico e perverso. Perché l’essere
umano è tutt’altro che naturalmente buono, nasce da un atto sanguinoso e traumatico, il parto.
Nell’inconscio albergano pulsioni opposte e contrastanti. L’essere umano non nasce buono e viene
poi corrotto dalla società, non è il “buon selvaggio” di Rousseau. Il cosiddetto “stato di natura” degli
uomini è intriso di crudeltà, non di bontà24. In realtà, la vera natura umana è, come tutto l’esistente,
duale, quindi buona e cattiva. In tutti noi si manifesta Pan, il Dio della natura primigenia, incorrotta e
terribile, il portatore di incubi e di panico, ma anche di equilibrio interiore. Il Dio della follia è
anche la divinità della guarigione dalla pazzia. Tutto questo male è connaturato alla condizione
umana. Ed esercita un fascino magnetico anche sulle persone equilibrate, su coloro che giudichiamo
buoni e per bene. Costoro non sono indenni da passioni scorrette per le armi, per gli sport violenti,
per la storia militare, per le polemiche politiche più dure.
Uomini giusti spesso sono stati giustizieri, in nome di una fede o di un’idea. Spietati e risoluti
hanno imposto la loro legge a chi non la riconosceva. Altri più sensibili e delicati, artisti e sapienti,
gravemente depressi, hanno esercitato la violenza su se stessi, suicidandosi o vivendo schiavi di
dipendenze.
La violenza ha un fascino morboso, genera dipendenza, libera dalla paura e tiene prigionieri per
sempre. Distaccarsi dalle attività violente è doloroso e difficile, per gli atleti, per i professionisti
dello scontro, militari e tutori dell’ordine. Pugili e soldati rimangono tali per sempre, affascinati e
succubi delle loro pulsioni incontenibili e inammissibili. Il libro Fight Club di Palahniuck illustra il
fascino sottile e perverso della violenza tra le persone “normali”, non psicopatiche. La violenza
piace, attrae, genera fascinazione, è propedeutica alle vie spirituali. Il lavoro più difficile è
trasformare una violazione in regola, cambiare la violenza in sana aggressività.

1.11 Il vero nemico da battere


Nella società della tecnologia non è facile creare occasioni per mettere alla prova fisico e spirito;
semmai le sfide si restringono al campo intellettuale, al dominio della mente. Esami, colloqui di
lavoro, giochi elettronici, impegnano le capacità intellettive, mnemoniche, di attenzione, ma
trascurano quella dimensione totale che investe nella prova l’io e l’anima, il corpo e la parte di
super coscienza che dorme nell’uomo. Per coinvolgere tutte le sfere dell’umano rimane la via degli
sport del coraggio, dove il fuoco interiore può bruciare libero. I sensi sono all’erta, le pulsioni si
scatenano, l’istinto torna a farsi sentire potente. L’animale lascia il calore della tana per avventurarsi
nuovamente nella foresta. La resistenza psicofisica è messa a dura prova, la fatica e talvolta il dolore
spingono laddove non ci si sarebbe mai sognati di andare. Al limite del conosciuto, dove non
sappiamo cosa ci aspetta e come lo affronteremo. È l’ultima via di ascesi guerriera, di confronto
diretto col nemico che c’è in ogni essere umano: la paura.
Negli sforzi di lunga durata l’avversario è l’atleta stesso, più degli altri agonisti, in un confronto
spietato all’ultima goccia di energia. Nelle prestazioni più veloci ed esplosive, come il
combattimento o negli sport di squadra, gli avversari sono solo il mezzo fisico di misura di sé.
Affrontando l’altro si violano ogni volta i confini della propria determinazione. Nella sofferenza
fisica dello scontro, nella resistenza alla fatica, nel passare lento del tempo si battono le proprie
debolezze. Non solo nella gara, ma in ogni sessione di allenamento, dove bisogna superare il
risultato conseguito nella prova precedente. Volontà, decisione, sopportazione, fanno la differenza.
Sapere stringere i denti e andare avanti, non mollare mai, questa è la vera vittoria, oltre ogni tempo
di gara e piazzamento in classifica. Lasciare la zona di conforto, dove tutto è tranquillo e conosciuto,
sotto controllo, per l’ignoto, permette l’accesso alla forza profonda, alla connessione con l’inconscio
collettivo. Si ottiene la fusione con l’energia cosmica, la vibrazione primordiale, che annulla l’io,
destruttura la personalità, libera l’animale totemico che vive nelle profondità dell’anima.
Le vie di liberazione sono molteplici, le filosofie spirituali, lo yoga, la meditazione: tra queste la
più immediata e adatta all’uomo contemporaneo è la via dell’azione. La frenesia demoniaca della
nostra civiltà, la fretta compulsiva, l’ansia e il disagio di vivere che da queste conseguono rendono
difficoltose le pratiche spirituali, senza una guida esperta. Mentre la via liberatoria dell’azione è alla
portata di tutti coloro che hanno la volontà di trascendere se stessi, superando la pigrizia, la paura
della fatica e del dolore fisico, che giorno per giorno costruiscono un fisico e una mente più forti.
Nella sfida alla mollezza si è sempre soli: anche se la pratica è di gruppo, le sensazioni e le
emozioni sono personali e soggettive. Si combatte in silenzio, sentendo solo il ritmo del respiro che
diventa più veloce, profondo, ascoltando il rumore degli elementi: la pioggia, il vento, le onde del
mare, il re-spiro del bosco, il rumore di sottofondo della palestra.
Nella società dove la solitudine è una delle più grandi paure, il piacere di sentirsi soli nella lotta
vince ogni timore. La solitudine nell’uomo indifferenziato genera ansia, talvolta panico, in luoghi
aperti, grandi spazi, oppure chiusi, o solamente sconosciuti. Forme di paura, come l’agorafobia, la
claustrofobia, sono molto più diffuse di quanto si presuma. Segno di un io debole, fragile, che si
perde al cospetto dell’unica condizione assoluta, della solitu-dine, la sola occasione in cui siamo di
fronte esclusivamente a noi stessi. La solitudine è forma reale di ognuno, l’aspetto col quale ci si
presenta all’ignoto, alla morte.
È importante misurarsi con il vero avversario: se stessi. Sfidarsi in ogni ambiente e condizione,
contro avversità atmosferiche, fatica, dolore, paura, o gareggiare contro un avversario che incarna il
nostro lato d’ombra, da combattere con rispetto e amore, in quanto parte integrante di noi stessi. La
solitudine nella lotta favorisce questo processo di conoscenza e accettazione, è una forma
d’introspezione attiva. Si può meditare correndo, scalando, nuotando, controllare il respiro lottando,
respirando da un erogatore ad aria in immersione, marciando. L’ultimo modo certo per l’uomo
contemporaneo, che vive in un mondo desacralizzato, di scorgere il proprio nume, è guardarsi nello
specchio dell’anima mentre è vincolato a un paracadute, legato in cor-data, e in tutte quelle attività
dove torna a essere solo di fronte all’assoluto.

1.12 L’ascensione alle altezze: la montagna


Le discipline di montagna ovvero l’alpinismo, l’arrampicata e le varie diramazioni sono
discipline di particolare interesse per avere esperienze intense sia dal punto di vista fisico che
mentale. Chi pratica tali discipline è spesso una persona a cui piace misurarsi con se stesso e con la
natura incontaminata dalle brutture del mondo moderno. È alla ricerca di uno sforzo cercato per
provare un’esperienza che forma la mente alle avversità non solo dell’ascensione ma anche al
contesto di preparazione e sopravvivenza tipico degli sport alpini. In questo senso è possibile
tracciare un parallelismo con la subacquea, anch’essa una disciplina per cui la parte riferita alla
pianificazione e al controllo dell’attrezzatura è intimamente legata all’esperienza stessa.
Le discipline alpine convivono con le difficoltà tipiche degli scenari montani: la creazione e
l’efficienza del campo base, la difficoltà di accendere il fuoco, di dormire e di riscaldarsi sono un
tutt’uno con la salita e la discesa. Più di altre forse, le discipline alpine sono legate a doppio filo con
l’esperienza interiore di modifica del proprio carattere. La molla che spinge l’alpinista a ritornare in
montagna è l’intima sensazione di casa che lo scenario montano genera, attraverso una sensazione
spontanea e palpabile.
Per praticare tali discipline come sport del coraggio però è essenziale non considerarle come dei
semplici antistress in un’ottica squisitamente consumistica e materiale. Tale concezione, infatti, ha
recato notevoli danni. Si pensi agli effetti spiacevoli prodotti dalle moltitudini che vanno in
montagna, causando quel fastidio e turbamento del silenzio montano che è ormai diffuso. La montagna
è un luogo nel quale gli stati dell’essere si riflettono nel freddo e nel silenzio.
Secondo Ruskin le “montagne sono le grandi cattedrali della terra con le loro porte di roccia, i
loro mosaici di nubi, i loro cori di ruscelli, i loro altari di nevi, le loro volte eternamente scintillanti
di stelle”. Un altro grande alpinista-scrittore, Domenico Rudatis, che ha sempre ricercato nella
montagna non un semplice esercizio sportivo ma una pratica per giungere a più pro -fonde liberazioni
dell’animo umano, parla di una montagna “che nella severa e solenne armonia della sua architettura
sublimante protesa verso il cielo a invocare la congiunzione del mondo terreno col divino, si sente
davvero esprimere con muta sovraumana eloquenza, come nel più sacro dei santuari, l’unica e somma
verità: lo spirito immanente in ogni cosa che ha spinto anche le stirpi umane a elevarsi i propri
monumenti, le proprie torri, i propri templi”. È un’attività che vive la propria essenza
nell’immergersi nel vuoto rappresentato dalla cima, ovvero il culminare della terra dove tutto intorno
non vi è che aria tersa e luce. In questo si registra un elemento comune ad altre discipline del
coraggio come il lancio con il paracadute o la particolare immersione profonda o nel blu (Deep and
blu Diving) nella subacquea.
Come per altre discipline, il rischio è quello di svalutare l’attività di montagna attraverso una
ricerca spasmodica del record che spesso ha come sintomo la ricerca di attrezzature particolari o di
marca (spesso costose), a prescindere dall’effettiva utilità per quel particolare percorso o
arrampicata.
Anche Ernst Jünger nel suo scritto La Forbice sosteneva il rischio di essere attratti “dall’Everest
non per la vista che può offrire ma per il record che consente di raggiungere”. A tal proposito è da
ricordare come le esperienze più profonde in montagna provengano da un approccio che dimentica
l’ego per annullare il tempo nella salita, in questo modo riducendo anche la fatica mentale e fisica.
La vetta diventa il percorso stesso e il raggiungimento della cima è quasi un evento inaspettato se lo
stato mentale è allineato con una simbolica identità tra scalatore e montagna25.
Come disciplina del coraggio, l’alpinismo vissuto in senso integrale permette di trasformare la
montagna in uno specchio della propria interiorità, un viaggio intimo e personale che magicamente
non viene annullato dalla presenza di altri compagni di cordata, ma amplificato se lo spirito comune
è condiviso26. Le difficoltà e le paure cambiano a causa del mutamento del terreno, ma anche per le
trasformazioni psicofisiche che l’alpinista vive durante l’ascesa. E proprio in questo continuo ballo
tra le caratteristiche della salita e della personalità dell’uomo che emergono indicibili percezioni che
diventano il vero premio dell’agire.
Il movimento in arrampicata, al di là delle predisposizioni fisiche e motorie di ognuno, è
comunque il risultato di un equilibrio psicofisico che va ricercato attraverso una presa di coscienza,
un’appropriata respirazione, una lucidità, una capacità di concentrazione, una disciplina del corpo e
della mente che richiede allenamento, sacrificio, ma soprattutto volontà di affrontare quelle paure,
quelle debolezze, quelle radicate convinzioni che ci portiamo dentro. È la concentrazione lucida
conforme allo scopo: ecco dunque un’altra dote, che l’esperienza della montagna desta e stabilizza,
fino al punto di trasformarla, in molti, in modo naturale di essere, in una specie di habitus.
Chi in una traversata su una cresta di ghiaccio esposta pensa a qualcosa di diverso dalla traccia
successiva nella quale il piede ramponato dovrà trovar presa, o chi, in una scalata, lascia adito al
pensiero del pericolo e all’immagine del vuoto su cui pende, invece di fissare il suo spirito nella
rapida ed esatta soluzione dei vari problemi del peso, dell’equilibrio, dell’appiglio acconcio, costui,
una volta che da altri sia tratto all’avventura, tornerà difficilmente una seconda volta in montagna.
Tornarvi, invece, affrontare e amare gli stessi rischi, padroneggiare la tecnica necessaria, significa
dare una certa forma al proprio essere, forma che, di nuovo, in molti non manca di ripercuotersi
anche nel comportamento generale d’ogni giorno27.
Un episodio indicativo di come esperienze di montagna possono risvegliare energie elementari
apparentemente nascoste è raccontato dal Gruppo Escursionistico Orientamenti – Geo. Durante
un’ascesa sui monti Ernici con partenza da Morino (AQ), diretti verso il monte Crepacuore a 1998
metri s.l.m., il gruppo al ritorno è intenzionato a seguire un sentiero presente sulla carta che avrebbe
riportato al paese dopo aver effettuato un giro ad anello. A causa della totale inesistenza di seppur
minimi segnali, scende lungo dei “fuori sentiero” improvvisati, in alcuni tratti anche pericolosi (salti
di roccia). Non trovando il percorso, il gruppo si fa strada tra boschi di faggi nell’oscurità
sopraggiunta e, dopo oltre dieci ore di cammino, affidandosi all’istinto e all’orientamento, nonostante
i nervi e la stanchezza siano messi duramente alla prova, ritorna a valle28. La chiave di volta della
situazione è stata la capacità di riconoscere verso se stessi una maggiore stima e credere fortemente e
coraggiosamente di avere delle energie maggiori di quanto si possa imma -ginare.
È necessario quindi riconoscere ed esplorare i vari livelli che gli sport di montagna in generale e
l’alpinismo in particolar modo possono svelare. Riconoscere le regole della montagna e farle
proprie29. Proprio le regole della montagna definiscono tale scenario come carico di purezza.
L’alpinismo quindi diventa una pratica di espressione del proprio essere30.
Dall’antichità gli uomini sono stati attratti dalle montagne, affascinati e atterriti da quei bastioni di
pietra che svettano potenti verso il cielo. Ritenute dimora degli dei, luogo di mistero e di potere.
Sulle cime illuminate dai ful-mini e celate da cumuli plumbei di nubi, ritenevano che lì si dessero
convegno coloro che detenevano il controllo del destino degli esseri umani. I monti uniscono infatti
la Terra al Cielo, lo yin e lo yang, le basse energie telluriche e quelle alte cosmiche che in quel luogo
magico si fondono. La vibrazione pesante della pietra, i corsi d’acqua sotterranei, le umide foreste e
gli oscuri boschi, la dimensione femminile si fonde con quella maschile luminosa delle sommità
splendenti di luce, a contatto con il cielo.
La materia pesante, la cui vita scorre lenta, s’incontra con lo slancio verticale, con la spinta verso
l’alto che la trasforma in altezza: leggera, impalpabile, rarefatta, come l’aria delle vette così lontane
e così desiderate dagli ardimentosi. Come immense cattedrali naturali sono l’oscuro regno del buio,
che salendo in alto si trasforma in luce. In alta montagna si respira il senso del sacro, tutto appare
fermo, cristallizzato in una forma eterna e perfetta. Le nubi si muovono lente, il silenzio è irreale, mai
come lassù ci si sente liberi e soli. La sacralità degli alti luoghi intimorisce e attrae fortemente:
quando si comincia a frequentare le altezze è poi difficile dimenticarle. Si torna sempre per salire
più in alto, in cerca di qualcosa di perduto estremamente prezioso.
Le montagne sono luoghi pervasi di religiosità perché, dall’antico verbo latino religo, rilegano
l’uomo al divino, da cui da tempo si è separato. Simbolo dell’asse del mondo, colonna vertebrale
della terra, come l’albero sacro dei popoli del nord yggdrasil, sono la via di accesso dalla Terra al
walhalla, il regno degli dei. Il sacro monte Meru dell’induismo è la dimora del Dio della guerra
Indra, infatti, la montagna è per eccellenza luogo per guerrieri. Nella psicologia analitica junghiana è
il simbolo dell’evoluzione psichica dell’uomo, del principio di individuazione, della mistica unione
tra l’io e l’anima. Simbolo quindi della coniunctio oppositorum, degli alchimisti, del fondersi dei
due principi, maschile e femminile, nell’Uno.
Quando la mente razionale si sposa con l’inconscio si accende il sé, la parte divina dell’uomo.
Infatti non vi è luogo più indicato della montagna per ritrovare l’essenza intima di noi stessi: i suoi
profumi, le visioni spettacolari, il silenzio delle cime, conciliano l’introspezione.
Le montagne sono le immense antenne che raccolgono le energie cosmiche dallo spazio e le
convogliano nella terra. Salirle permette di caricarsi di una vibrazione potente, essenziale per
prendere consapevolezza della propria natura. Maghi, mistici, monaci, da sempre si ritirano in alto,
più lontani dal peso della materia, più vicini alla levità dell’etere.
Per la meditazione, la magia rituale, qualsiasi realizzazione spirituale, le altezze sono il luogo
eletto. La loro voce sottile, udibile come l’ululato del vento nelle gole, il mormorio dei torrenti, il
fruscio delle cime degli alberi, è un richiamo ancestrale, registrato nell’anima dei popoli, che spinge
gli uo-mini dall’immensità indistinta e magmatica delle acque alla rarefazione dell’aria delle vette.
Nell’infanzia e nella giovinezza è naturale sentire l’attrazione per il mare, simbolo dell’inconscio,
delle forze primordiali indistinte, delle pulsioni selvagge degli istinti. Nell’età matura, quando lo
sguardo si volge all’interno, si subisce il fascino magnetico delle altezze, dei luoghi dove ci si
ricollega più facilmente allo spirito.
La montagna è un archetipo che vive nell’inconscio collettivo e spesso riemerge dal profondo nei
sogni degli uomini. La visione onirica del monte rappresenta simbolicamente l’ostacolo da superare
nella vita, la prova iniziatica dell’eroe, il passaggio a un nuovo archetipo della trasformazione, al
nuovo ciclo dell’esistenza.
ogni ascensione, anche la più facile, è un’elevazione simbolica dalla Terra al cielo, dove
guardare dall’alto, da una prospettiva elevata, cambia radicalmente la visione di sé, non solo del
panorama.
Fermarsi durante la salita e guardare ciò che ci si è lasciati alle spalle può provocare una leggera
vertigine, una sensazione di distacco dal passato, anche assai prossimo, per vivere il momento, il qui
e ora delle tradizioni misteriche. Guardare avanti, verso il tratto non ancora compiuto è la spinta, la
motivazione a completare l’opera. Conquistare la vetta è il compimento del percorso interiore, la
pietra filosofale degli alchimisti. Tra le discipline del coraggio l’alpinismo è una di quelle con la più
forte valenza simbolica. L’ascesa fisica ben rappresenta quella spirituale.
L’effetto terapeutico della montagna è benefico su tutte le forme di disagio psicologico,
escludendo le sindromi ansiose acute e il disturbo da attacco di panico. Tutte le forme di nevrosi
possono avere giovamento dalla centratura che l’arrampicata comporta. La concentrazione, la
lentezza della salita, la precisione della tecnica, distaccano dai pensieri ossessivi, dall’ansia da
prestazione, dalle manie ossessivo compulsive. In poche discipline come nell’ascesa alpinistica lo
scalatore diventa il gesto atletico stesso. L’attenzione agli spostamenti è totalizzante, non vi è spazio
per null’altro. La ricerca del nuovo appiglio per sopravanzare, solo quando gli altri appoggi sono
stabili e sicuri, monopolizza l’attività cerebrale, come in una forma di meditazione attiva, il pensiero
si ferma. Il dialogo interiore, la voce dell’Io che accompagna l’essere umano in tutta la sua esistenza,
magicamente è sospeso. Non rimane spazio per gli agguati che la mente tende durante una maratona o
in altre prove di lunga durata. La roccia è un’amante esclusiva, non divide il suo tempo con nessuno.

Hanno detto...

Le montagne sono l inizio e la fine di ogni scenario natura


JohN RUSKIN

Anche le montagne respirano, ma la nostra vita ‘ troppo brev per potercene accorgere.
DETTo SIoUX

Andare fra le montagne selvagge ‘ una via della liberazione.


MILAREPA

Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni: e il sollievo di


dimenticare le miserie terrene. Tutto questo, perch” siamo pi vicini al cielo.
EMILIo CoMICI

...il senso che ogni andare, ogni ascendere, ogni osare ‘ solo contingente mezzo di espressione di una
realt immateriale, la quale ne potrebbe avere infiniti altri: e ci sarebbe la forza di coloro che, in
fondo, pu dirsi che mai ritornano dalle vette alla pianura, di quelli per i quali non vi ‘ pi n” l andare
n” il tornare, perch” la montagna ‘ nel loro spirito, perch” il simbolo ‘ diventato realt, perch” la
scorza ‘ caduta.
JULIUS EVoLA

Immensa ‘ la gioia d arrampicare e il godere cosmicamente le rupi, il sole, gli elementi, perch”
soltanto in questa intimit di rapporti c ‘ il respiro delle altezze, l estensione dei sensi, la libert.
DoMENICo RUDATIS

Chi sale sugli alti monti, ride sopra tutte le tragedie e tutte le tristezze seriose.
FRIEDRICh NIETzSChE

Ma non si pu sempre restare sulle vette, bisogna ridiscen? dere... A che pro, allora? Ecco: l alto
conosce il basso, i non conosce l alto.
RENé DAUMAL
Quanto pi ci innalziamo, tanto pi piccoli sembriamo a que che non possono volare.
FRIEDRICh NIETzSChE
La castit della parola e della espressione. La montagna insegna il silenzio. Disabitua dalla
chiacchiera, dalla parola inutile, dalle inutili, esuberanti effusioni. Essa semplifica e interiorizza. Il
segno, l allusione sono qui pi eloquenti di un lungo discorso.
JULIUS EVoLA

Non le cime, non le difficolt, non il record mi interessano, ma quello che succede all uomo quando si
avvicina alla montagna.
REINhoLD MESSNER

Che senso ha scalare una montagna? Ci che conta ‘ sapere di aver compiuto qualcosa. Bisogna esser
convinti di poter re? sistere fino alla fine. Sappiamo anche che non esistono sogni che non valgano la
pena di essere sognati. Abbiamo sconfitto un nemico? No, abbiamo vinto noi stessi. Abbiamo
conseguito qualcosa di pienamente soddisfacente. Lottare e capire: una cosa non ‘ possibile senza l
altra; questa ‘ la vita.
GEoRGE MALLoRy

Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria. La m‘ta raggiunta ‘ gi superata. Direi quasi un
senso di amarezza per
il sogno diventato realt. Credo che sarebbe molto pi bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa,
lottare continua? mente per raggiungerla e non ottenerla mai... L uomo felice non dovrebbe avere pi
nulla da dire, pi nulla da fare. Per mio conto preferisco una felicit irraggiungibile, sempre vicina e
sempre fuggente.
GIUSTo GERVASUTTI

L uomo della montagna raggiunge la vetta attraverso gli itine? rari dello spirito.
SAMIVEL

Il viaggiatore che sale la montagna nella direzione di una stella, se si lascia troppo assorbire dai
problemi della scalata, rischia di dimenticare quale stella lo guida.
ANToINE DE SAINT-EXUPéRy

1.13 Uccidete l’arbitro ovvero la disciplina della scelta31


Come per la subacquea esistono discipline che non possono essere considerate sport ma che
certamente sono da considerare utili a sviluppare abilità umane e agonistiche di alto livello. Una di
quelle che sono più visibili, ma di cui meno si conosce la portata sportiva, è probabilmente quella
dell’arbitro. Il grande spettacolo dei media naturalmente si concentra sui giocatori di calcio e la
figura arbitrale viene relegata a un ruolo apparentemente amministrativo e lineare. In realtà,
l’esperienza di arbitro necessita di caratteristiche fisiche e mentali non comuni e che probabilmente
rappresentano un unicum tra le discipline del coraggio.
Allenamenti intensivi, dieta ferrea e il continuo aggiornamento tecnico fanno dell’attività arbitrale
una disciplina completa e ricca di umanità. È senza dubbio la disciplina del coraggio nelle
decisioni. Il ruolo arbitrale si svolge in un contesto dinamico e di movimento nel quale l’adrenalina
domina il tempo e lo spazio. Una decisione sbagliata al momento sbagliato può determinare un vizio
della partita e quindi inficiare lo spirito del gioco e l’esito del match.
L’arbitro vive una doppia e contestuale difficoltà: la sfida fisica di reggere la velocità del gioco
per essere sempre in posizione ottimale per decidere e il coraggio di prendere la decisione stessa.
Non esistono tempi lunghi nella decisione arbitrale, gli occhi dei giocatori e del pubblico sono
puntati e pronti al giudizio. Sicuramente una delle due squadre sarà scontenta. Ma la decisione
tempestiva è parte essenziale del gioco stesso. La capacità di concentrazione è quindi elemento
parimenti importante rispetto alla preparazione fisica; ogni secondo può nascondere il pericolo di un
calo mentale e quindi di un “buio” nella valutazione.
L’attività arbitrale si svolge in team, la terna è un’unica unità che vive di continue percezioni
reciproche, l’affiatamento è essenziale per la buona riuscita dell’arbitraggio. Nel calcio moderno il
lavoro dell’arbitro assume un’importanza etica e agonistica ancora maggiore. Non solo per
l’importanza dell’onestà in un contesto dove circolano molti soldi e interessi commerciali (dagli
sponsor alle tifoserie), ma anche e soprattutto nei contesti minori, dove le partite sono giocate da
ragazzi non professionisti che spesso subiscono pressioni non sportive da parte di genitori o
allenatori. Lo stimolo all’allenamento non è più il divertimento, la socializzazione e il miglioramento
di se stessi, ma il replicare in peggio e in piccolo le deformazioni carrieristiche della società da
parte di ragazzi appena adolescenti rivolti a emergere a ogni costo anche a discapito degli altri o
delle regole del gioco. Sono purtroppo diffuse nei settori giovanili esempi negativi di allenatori che
insegnano a simulare e a contestare le decisioni arbitrali, o peggio ad approfittare delle distrazioni
arbitrali per commettere scorrettezze. Esiste quindi una cultura dell’“anti-regola” fondata
sull’inganno che complica l’attività dei giovani arbitri nelle partite minori e che sfocia a volte in
vere e proprie aggressioni fisiche e verbali da parte di giocatori o tifosi.
Deve quindi essere sempre presente una forte componente carismatica della figura arbitrale anche
nel coraggio di prendere decisioni e non essere influenzati dal contesto che, come abbiamo visto, a
volte può essere addirittura ostile. Non vengono tollerati errori all’arbitro tanto quanto si tende a
occultare con ogni mezzo i propri: atteggiamento tipico della cultura individualista ed egoistica che è
tanto diffusa in occidente. A tal proposito è da rilevare come la possibilità di avvalersi di tecnologie
per la valutazione degli episodi in campo, come la moviola, in realtà pone gli arbitri in condizione di
essere estromessi dal contesto di gioco proprio per la supposta impossibilità a essere parificati ai
giocatori nel più naturale e antico fardello dell’uomo: quello di poter commettere errori di
valutazione. È proprio nella capacità di ricominciare ritornando in campo dopo un errore che risiede
la forza di un vero arbitro, la consapevolezza della propria fallibilità che però non abbassa il proprio
ruolo, bensì lo innalza nel coraggio e nell’umiltà di rendere di nuovo sacro il terreno e olimpico lo
sport.

1.14 La mente al centro: gli sport del tiro


Le armi nascono con gli uomini e li accompagnano da sempre nella loro storia, seguendo il
cammino della specie, con la loro evoluzione tecnologica, come gli altri oggetti della vita quotidiana.
Ma le armi e gli esseri umani hanno da sempre un rapporto ambivalente, di attrazione magnetica e
grande repulsione. Alla base di questi sentimenti contrastanti c’è l’emozione più potente che alberga
nell’animo umano, la paura. Le armi compensano paure profonde e rassicurano da pericoli
immediati. Un’arma protegge durante la traversata di un bosco oscuro, i cui rumori riempiono di
timore, ma in realtà non comporta alcun pericolo reale, se non cadere inciampando in una radice
sporgente.
Stringere il calcio di un’arma da fuoco o l’impugnatura di un pugnale sono gesti che vengono dal
passato e dalla memoria collettiva. Ma è anche strumento effettivo di difesa in un mondo pacifista,
tormentato dalla violenza diffusa. Il possesso di un’arma è garanzia di difesa in caso di pericolo
reale, nelle zone isolate, come nelle giungle metropolitane. Ma la passione per le armi di taluni e la
repulsione di altri hanno ragioni ben più sottili.
La paura dell’oggetto in se stesso è assolutamente ingiustificata; nessun’arma ha potere offensivo
se non azionata da una mano. Eppure molti temono le armi, non il loro uso dissennato e criminale.
Costoro rimuovono l’attrazione vitale verso la violenza, che vive in ognuno e che le armi
simboleggiano. Scaricano sull’arma il sentimento che nutrono verso il prossimo. Egualmente la
passione di altri per le armi viene dall’inconscio, dove questi archetipi vivono da sempre e per
sempre. Spade, archi, lance e altre armi compaiono nei sogni degli uomini, perché sono componenti
di quella zona ricca e potente che sfugge al controllo della coscienza.
Chi vive in pace con le armi, le apprezza, le ama, non è un violento più dei pacifisti. È solo più
sincero con sé, ammette il fascino della guerra, della lotta, degli strumenti della contesa. Le arti
marziali nascono con l’uomo e con lui si sviluppano. Nessuno demonizza l’arco o la balestra, armi
micidiali, il fioretto o la sciabola, che per secoli hanno bagnato di sangue la terra, mentre lo sono le
armi da fuoco, come se loro fosse la responsabilità di ogni delitto e turpitudine.
Gli uomini hanno usato l’ingegno per creare mezzi di distruzione sempre più potenti e perfetti, che
colpiscono a distanza, annullando la diretta partecipazione del combattente. Missili, bombe aeree,
armi batteriologiche, sono i veri strumenti di distruzione di massa. Il loro sistema operativo simile a
quello di un videogioco sopprime i freni inibitori legati alla visione della sofferenza e del dolore del
nemico colpito. Queste sono le vere armi demo-niache usate dai liberatori e portatori di civiltà delle
varie epoche.
Fucili e pistole, archi, coltelli da lancio, invece, per il loro potenziale offensivo limitato, sono
utilizzabili anche come attrezzi sportivi, al pari di una mazza da baseball o da hockey. Le discipline
della mira possono rientrare tra gli sport del coraggio per il loro aspetto simbolico. Il tiratore
esercita funzioni cerebrali, ma anche fisiche. Una seduta di tiro con l’arco è allenante, come lo è una
gara di tiro pratico, dove si simulano le condizioni di uno scontro armato. Colpire un bersaglio di
paglia o cartone, in spostamento, nascosti dietro un ostacolo, correndo, sdraiati, riproduce un atto
guerresco, un modello registrato nell’anima umana.
Anche il tiro mirato, ovvero colpire un bersaglio da fermi, prendendo lentamente la mira diviene
una forma di meditazione attiva, svuota la mente dai pensieri e la fa fondere nel bersaglio. Il tiro con
l’arco è forma meditativa conosciuta, ma lo stesso principio può essere applicato a ogni disciplina
dove la mente si spegne per fare spazio al vuoto. Nei lunghi istanti in cui lo sguardo è fisso sul
centro, il respiro fermo, il corpo immobile, l’attività cognitiva è sospesa, si è liberi.
Questa specialità aiuta la concentrazione, combatte la frenesia, blocca l’ansia. I principianti hanno
fretta di tirare, stringono eccessivamente l’arma, schiacciano violentemente il grilletto. Il colpo parte
impreciso e manca il bersaglio. L’effetto terapeutico è nella calma, nella meditazione, nel rifiuto del
centro come unico risultato dell’atto.
In realtà il piacere è nel tiro, nell’unirsi simbolicamente al centro del bersaglio, che rappresenta il
centro spirituale. Il fiato va espulso prima del tiro, lentamente, il grilletto o la corda dell’arco,
rilasciati dolcemente, si può visualizzare un segmento di luce che collega la punta della freccia o il
mirino dell’arma al bersaglio. Vedere con gli occhi della mente aiuta a colpire il centro con più
precisione. La mira non è solo l’occhio, il cervello, il corpo, ma l’Io che si fonde nel Tutto. Il tiro
combat, dinamico, pratico, quello più realistico nelle sue diverse definizioni e peculiarità, comporta
una prestazione psicofisica decisamente più intensa e dispendiosa di energie. Il percorso con
bersagli in movimento, nascosti, parzialmente coperti, è più ansiogeno, il tempo scorre inesorabile,
scattano le penalità, si può colpire un obbiettivo amico.
Correre e mirare, tenere il dito lungo l’arma e non sul grilletto fino allo sparo, non dirigere la
canna verso zone pericolose, sentire i comandi del direttore di gara, è un’attività complessa, che
coinvolge tutti i sensi. L’attenzione è massima, la tensione allo spasimo, le azioni sono rallentate e
rese più difficili dall’elevato livello di stress. È la riproduzione più fedele di uno scontro a fuoco
reale, il miglior addestramento per operatori della sicurezza, per chiunque voglia superare le
distorsioni percettive e le difficoltà operative dello stress da combattimento.
Nella storia i vinti, gli schiavi, i fuori casta sono stati uomini disarmati; invece chi ha vissuto
nella dignità di essere libero ha sempre portato le armi. Dove la libertà ha radici profonde come nei
cantoni elvetici, i cittadini sono armati, senza particolari restrizioni burocratiche. Le limitazioni al
possesso delle armi, fino al divieto per i privati cittadini, hanno caratterizzato le dittature più
sanguinarie. Quando il regime teme la furia del popolo disarma i cittadini, spogliandoli di un diritto
naturale, quello alla difesa. Le armi e il tiro sono una tecnica sportiva, uno sport del coraggio,
un’espressione della natura degli uomini. Simbolo di lotta e battaglia, vivono nel profondo,
nell’anima e danno un piacere particolare, il piacere delle armi.

1.15 Il rugby, gli sport di squadra e il ritorno alla tribù


Cos’è una tribù al giorno d’oggi? Possiamo definire “tribù” un gruppo di persone fondato su un
insieme di valori condivisi. Si tratta, ad esempio, di un concetto estremamente importante all’interno
di una palestra, con riferimento agli allievi. Nel momento in cui si riesce a tradurre questo concetto
nella pratica, le persone risultano legate da sentimenti di amicizia sincera e duratura, tramite una
visione (un modo di vedere le cose), uno stile, un’etica da condividere che possono incidere in modo
anche significativo nella vita delle persone stesse. La tribù si basa dunque come detto sopra su dei
valori condivisi. Essa esprime il senso di appartenenza facendo sì che la “palestra” sia ben più di
una scuola, divenendo nell’immaginario del gruppo una sorta di clan. Uno slogan sintetico ma valido
in questo senso sarebbe proprio: “Più clan, meno scuola”.
La tribù usa un linguaggio comune e sfoggia un simbolo32 che può essere, per esempio, il logo
della palestra o della squadra. Proprio per la sua natura e per la sua valenza, il marchio dovrebbe
essere utilizzato e sfoggiato il più possibile, ad esempio impiegandolo capillarmente nel marketing
associativo in modo da ingenerare anche prima dell’adesione il clima di spogliatoio favorevole
all’accesso di nuovi praticanti. Più spesso esso viene manifestato e condiviso, più forte è il
riferimento al concetto ideale che lo sottende rafforzandone il messaggio. Da un punto di vista
psicologico, il marchio è un archetipo33 e cioè la tipologia ideale di una data categoria. È il caso, ad
esempio, degli stemmi delle squadre di rugby cucite non solo sulle maglie o sul materiale tecnico, ma
anche sulle giacche e sulle cravatte ufficiali di rappresentanza. Chi indossa quei capi di
abbigliamento in quel preciso momento veste una determinata tradizione, quella del club cui
appartiene, ma soprattutto esprime all’esterno l’appartenenza a una società sportiva.
Il sacrificio sul campo, dagli allenamenti della settimana alla partita della domenica, forgia
inevitabilmente lo spirito di squadra. Difficilmente negli spogliatoi di una squadra non nascono leali
e sincere amicizie: condividere le vittorie e le sconfitte nate dallo sforzo e dal dolore fisico aiuta in
maniera fondamentale i processi sociali all’interno di quella che può essere la tribù del terzo
millennio come una squadra di rugby.
Un documento interessante per capire tali dinamiche proprio nella disciplina del rugby è La guida
per gli allenatori di primo momento redatto dalla Federazione Italiana Rugby nella quale viene
illustrato ai futuri coach il gioco del rugby definito dalla letteratura sportiva come la disciplina “per
cui le caratteristiche di situazione e di combattimento, l’alto numero dei giocatori che vi
partecipano, l’intensità del contatto fisico, l’alto ritmo e le lunghe sequenze rappresentano gli
aspetti che maggiormente lo caratterizzano e lo distinguono dagli altri sport di squadra”.
Nella sua evoluzione, esso si fonda su due rapporti di relazione fondamentali che regolano e
determinano i comportamenti dei giocatori nello spazio di gioco:

– Un rapporto di opposizione tra i giocatori delle due squadre


– Un rapporto di cooperazione tra i giocatori di ciascuna squadra

In tale ambiente gli atleti, per poter diventare efficaci, anzitutto devono rispettare le regole del
gioco a cui sono collegati i principi fondamentali del gioco stesso e, in ogni istante, percepire la
situazione, individuare il più rapidamente possibile la soluzione tattica e metterla in essere con una
tecnica efficace. I giocatori, dunque, sin dal mini-rugby imparano a rispettare le regole, i principi del
gioco e a coordinare insieme ai compagni di squadra la loro attenzione alternativamente o
contemporaneamente sul pallone e sullo spazio in base alla propria posizione.
La missione, però, non è solamente sportiva, ma anche e soprattutto educativa: il progetto, infatti,
è finalizzato alla formazione di un giocatore “prestativo” e deve tendere a formare uomini-atleti che
sappiano competere ai massimi livelli sportivi e siano capaci di reagire positivamente sotto
pressione in ogni situazione della vita. In tale aspetto emerge quindi tutta la carica etica e pedagogica
che contraddistingue tale disciplina. I nuovi coach puntano i propri sforzi sul formare una persona
capace di apprendere e far evolvere ciò che apprende: “una persona che sia cosciente di ciò che fa,
capace di prendere iniziative, consapevole di sé, delle proprie capacità e dei propri limiti, capace di
cooperare, ma, soprattutto, una persona che abbia chiare le esigenze di prestazione a cui deve
rispondere”.
Nell’insegnare lo sport della palla ovale ai piccoli atleti che cominciano a praticarlo, s’insegnano
gli obiettivi principali: come segnare la meta o annullarla, assieme al placcaggio dell’avversario,
come evitare il passaggio in avanti e il fuori gioco. Mentre per l’attacco s’insegna – prima
individual-mente e poi, col passare del tempo, a livello collettivo – ad avanzare per raggiungere
l’obiettivo (segnare la meta), nella difesa è fondamentale trasmettere il concetto di difendere
avanzando, togliendo cioè terreno all’avversario che procede verso l’area di meta da preservare. E
poi, per difendere, si insegna a placcare per recuperare il pallone e contrattaccare.
Il contatto fisico si insegna progressivamente, ma gli infortuni non sono così frequenti tra i piccoli
che iniziano a giocare al mini-rugby (nel calcio giocato dai coetanei, ad esempio, ci si fa male più
spesso).
Tra gli esercizi che aiutano a prendere confidenza con il contatto fisico, c’è il gioco del lupo e
l’agnello: i compagni di squadra vengono posti in fila indiana tenendosi per i fianchi (gli agnelli). Un
singolo ragazzino, staccato dal gruppo (il lupo), deve cercare di prendere l’ultimo della fila senza
che questo si stacchi dal resto dei compagni, i quali provvederanno tutti insieme, con un unico
movimento, a impedire al lupo di catturare il proprio compagno. In questo modo, oltre a sviluppare il
contatto fisico gradualmente, si accresce anche il senso di squadra e di appartenenza.
Si possono trovare le radici di tale sport tra il V e il IV secolo a.C. quando si svilupparono le
discipline episkiros e phoenindia. Queste attività sportive, nel I secolo d.C., portarono alla nascita
dell’harpastum, lo sport di combat-timento praticato dai legionari romani che venne diffuso anche
presso le altre popolazioni durante le campagne belliche nei territori dell’Impero. Tra i popoli che
amarono praticare questa disciplina, ci furono quelli residenti nella Gallia e nella Britannia. La
pratica del gioco, però, col passare del tempo diventava sempre più violenta, arrivando a causare
gravi feriti e addirittura qualche morto nel corso degli incontri. Per questo Filippo V “il lungo”, re di
Francia e di Navarra, nel 1319 stabilì il divieto del soule, ovvero la derivazione dell’harpastum
romano.
In Gran Bretagna, invece, un gioco caratterizzato da un’aggressività simile era nominato hurling
over country, praticato intorno al 1200 e limitato proprio a causa del tasso di violenza. Qualche
secolo più tardi si ritroveranno le tracce di questa disciplina nel dribbling game in cui si usavano
soprattutto i piedi, e nell’handling game, in cui venivano utilizzate le mani. Così, fino al XIX secolo,
in molti college britannici si praticava questo sport diversificato in base all’uso che si faceva delle
mani e dei piedi.
La netta divisione tra calcio e palla ovale venne sancita il 1 novembre del 1823 quando williams
webb Ellis, durante un incontro prese il pallone con le mani per puntare dritto verso la linea di meta
o l’area di rigore. La vera rivoluzione consisteva nel correre in avanti, dal momento che prendere la
palla con le mani era concesso: la gara che passò alla storia venne disputata nella cittadina inglese di
Rugby, nel warwickshire, dalla quale derivò il nome della nuova disciplina sportiva. Uno sport che
affascina tanto chi lo pratica, quanto chi lo guarda dall’esterno, senza capire le tantissime regole in
continua evoluzione (basti pensare alle regole di ingaggio del pacchetto di mischia, che cambiano
ogni due anni per limitare i danni fisici degli atleti).
Tra le cose che un profano non riesce a comprendere quando si trova ad assistere a una gara c’è
sicuramente lo stamping, ovvero lo scalciare un avversario a terra senza che l’arbitro sanzioni chi lo
commette. Questo, infatti, è permesso nel caso in cui, durante un raggruppamento a terra, un giocatore
avversario non lasci uscire il pallone dalla ruck. Dal momento che nel rugby deve essere garantita la
giocabilità del pallone, l’arbitro può vedere e non multare le scarpinate che vengono rifilate al
giocatore che da terra impedisce l’uscita dell’ovale (ovviamente non devono essere eccessivamente
violente, ma devono servire come “segnale di avvertimento”).
Il rugby è uno sport di contatto e molto spesso questo avviene al di fuori del regolamento: negare
che nella palla ovale ci si scambi qualche colpo proibito sarebbe ipocrita. Quando questi vengono
ravvisati dall’arbitro, però, vengono duramente sanzionati: un’ammonizione, ad esempio, costringe il
giocatore punito a trascorrere 10 minuti fuori dal terreno di gara. L’espulsione lo manda sotto la
doccia in anticipo. Inoltre, se un rugbista si azzarda a contestare una decisione presa dal giudice di
gara per un calcio di punizione, l’arbitro può decidere di multare la squadra del contestatore facendo
battere la punizione all’altra formazione dieci metri più avanti.
Ogni singolo metro nel rugby viene conquistato con tanta fatica e vedersi costretti a retrocedere di
dieci metri perché qualcuno ha protestato con l’arbitro può risultare psicologicamente decisivo. I
colpi proibiti, dunque, nel rugby ci sono; eppure nel 99% dei casi, questi episodi vengono risolti dai
diretti interessati con una stretta di mano al termine della gara.
A suggellare la pace tra i contendenti intervengono due rituali che la massima serie del calcio
italiano ha provato a scimmiottare, senza successo. Queste consuetudini sono il “corridoio” e il
“terzo tempo”. Il primo consiste nell’abbraccio degli avversari a fine gara. Accade nelle serie minori
che all’inizio della partita le due squadre rivolgano ognuna un grido di incitamento alla formazione
avversaria. Quando la partita finisce, invece, ci si mischia e si scandisce un coro tutti insieme:
abbracciati, sporchi di fango e, molto spesso, feriti.
Dopo la doccia, poi, arriva il famoso “terzo tempo”. Più formale nelle gare importanti, come
quelle della nazionale o delle categorie superiori; più rustico e genuino nelle categorie inferiori. Sui
campi delle varie regioni italiane si possono assaggiare le diverse specialità gastronomiche
accompagnate da goliardiche bevute di vino o birra. Non è una mangiata fine a se stessa, ma è un
vero e proprio rito. Seduti al tavolo si scherza con l’avversario, quello che pochi minuti prima ti ha
placcato duramente o con cui hai avuto uno scambio di opinioni non proprio cordiale. La stanchezza,
la rabbia e il nervoso magari hanno causato un accenno di rissa. Il “terzo tempo”, invece, è un’ottima
occasione per lenire i dolori e stimolare i processi sociali al termine di una battaglia, seppur
sportiva, ma combattuta fino all’ultimo respiro.
Il senso di appartenenza alla “tribù” è quindi essenziale e la palestra si trasforma nella seconda
casa in particolare per gli sport di squadra. In un club, o centro sportivo che dir si voglia, oggetto
della vendita è un servizio e non un bene (prodotto) fisicamente identificabile. Basti pensare che, chi
si iscrive, riceve nell’immediato in cambio dell’importo pagato un semplice tesserino di iscrizione.
Iscriversi a una palestra e frequentare uno o più corsi ha valore sia dal punto di vista fisico, dal
punto di vista cioè dei benefici strettamente fisici derivati dall’attività sportiva, sia da quello mentale
(riduzione dello stress ecc.). Ecco allora che la comunicazione esterna posta in essere nel contesto di
un club è concettualmente più complessa rispetto ad altre realtà, poiché deve coprire entrambi i
piani. obiettivo della comunicazione attuata in palestra è naturalmente la vendita di abbonamenti e,
nello specifico, il raggiungimento della fidelizzazione della clientela esistente.
Studi di marketing di settore hanno dimostrato come risulta più economico conservare un socio
già esistente, piuttosto che farsene uno nuovo. Per raggiungere quest’obiettivo di fidelizzazione,
tuttavia, gli strumenti e le strategie prettamente commerciali non risultano sufficienti. È solo nel
momento in cui riesco a vendere non un semplice servizio, bensì un ideale, che riesco a legare le
persone al club. Il legame, infatti, a quel punto è con la tribù, con il marchio che la raffigura e,
appunto, con gli ideali di base che vengono condivisi.
Il senso ultimo del valore degli sport di squadra e del coraggio ovvero il senso del superamento
collettivo degli ostacoli e degli avversari è quindi anche la ragione del suo successo e diffusione. Si
può dire che l’investimento fatto per fidelizzare un iscritto, più che di tipo economico, sia di tipo
affettivo e ideale: lo faccio sentire parte della tribù perché è parte del gruppo impegnandosi e
allenandosi, non è un semplice consumatore.
Tale dinamica spesso sorge anche nelle palestre di pugilato o arti marziali che malgrado non siano
sport di squadra vivono la dimensione dello spogliatoio con rispetto e condivisione. Come
raggiungere questo risultato? Il riferimento di fondo, per la gestione della palestra, è quello del
villaggio turistico. In tale contesto, infatti, una persona si trova a vivere per alcuni giorni da
protagonista, incrementando la propria autostima. ognuno viene conosciuto e valorizzato per i suoi
punti forti; ognuno può “sognare” ed esaltarsi, venendo comunque ricompensato per il proprio sforzo.
La differenza rispetto al villaggio turistico è che tale sensazione aiuta un effettivo miglioramento che
se fissato può diventare permanente anche negli altri campi dell’esperienza umana dell’atleta.
Nell’ambito del clan ogni iscritto è “attore” e non semplice spettatore, viene sistematicamente
coinvolto, percepisce l’amicizia degli altri appartenenti al clan con i quali è in costante contatto. Non
può permettersi passività e non può essere un “signor nessuno”.
Un concetto di primaria importanza, per ottenere gli obiettivi prefissati, è quello della facilità. Si
tratta di fare capire al nuovo praticante che, se aderisce completamente al concetto di squadra e
s’impegna nell’allenamento regolare, imparare lo sport scelto risulterà facile.
Da quanto esposto sopra, si evince come l’aspetto umano sia di primaria importanza nel contesto
del superamento dal semplice concetto di “scuola” (di sport di combattimento, nel nostro caso
specifico) a “tribù” o clan. I contatti emotivi qualificati, tra gestore o insegnante e atleti potenziali o
acquisiti, sono possibili solo nei piccoli ambienti mentre in quelli di maggiori dimensioni sono
estremamente difficili da realizzare. Tale attività di coinvolgimento, dopo essere stata interiorizzata,
viene proposta dagli atleti diventati più esperti proprio con i nuovi, innescando un circolo virtuoso di
coinvolgimento e integrazione.
Il messaggio finale è anche la premessa dello stesso: siamo tutti esseri umani che con il coraggio
possono superare i propri limiti, quindi bisogna trattare con umanità e rispetto le persone. occorre
preoccuparsi più dell’essere umano che dell’atleta. È doveroso far divertire le persone, farle
diventare amiche le une con le altre, farle sentire bene fisicamente e mentalmente. Per riuscirci, come
si è detto, bisogna innanzitutto conoscere gli individui uno per uno e, se necessario, destinarli a corsi
che siano adatti al loro livello: potremmo tradurre questo in termini concettuali parlando di diverse
“sottotribù” di appartenenza degli iscritti. ognuno per esprimere le proprie potenzialità deve aderire
al proprio profilo sportivo per crescere e migliorarsi. ogni individuo porta nel proprio inconscio la
raffigurazione ideale di un “ideale-tipo” di una certa categoria.
Prendendo l’esempio della categoria “cane”, l’ideale per una certa persona può essere proprio il
bulldog e cioè un cane forte, buono, coraggioso anche se magari non particolarmente intelligente. Per
un’altra persona invece l’ideale potrebbe essere un setter, cane da caccia, e via discorrendo. Ecco
allora come il marchio diventa espressione dell’archetipo che la persona ha dentro di sé,
consentendo il collegamento dell’inconscio delle persone con la realtà. Così è per una squadra, una
palestra o un gruppo sportivo.
Riassumendo, la tribù è un gruppo di persone basato su dei valori condivisi da esse; parla un
linguaggio comune, utilizza un marchio e cioè un simbolo che lo identifica e – ancora – impiega una
propria liturgia. La liturgia è il sistema espressivo di un concetto e ha valore aggregante tra le
persone. Nel caso di un corso di kickboxing, la liturgia include di solito: il saluto all’inizio e alla
fine dell’allenamento (che esprime il concetto hindu shanti e cioè “pace”, a significare che si
combatte ma sempre da agonisti e da amici, con rispetto reciproco), i gradi espressi dalle cinture, le
cene sociali, i premi e i riconoscimenti.
Ovviamente gli sport del coraggio non sono solo quelli di cui si parla in queste pagine, molte altre
discipline sportive rientrano in questa categoria. Qualsiasi attività atletica praticata con sacrificio,
sofferenza e una buona dose di ardimento vi rientra a pieno titolo. Basta citare il ciclismo, dove la
lotta con se stessi è senza quartiere, per fare un esempio preciso. Sicuramente degli ardimentosi sono
i canoisti, coloro che volano con velivoli ultraleggeri, i fortissimi atleti del triathlon, i nuotatori
fondisti sulle lunghe distanze e potremmo continuare ancora. Anche questi atleti sono assimilabili
alle categorie archetipiche dell’aria, dell’acqua e della terra. ognuno con la sua tecnica e il suo modo
particolare di sfidare la materia pesante, che s’incarna nel dolore e nella paura, per trasformarla in
alta vibrazione, in movimento dello spirito.
Non si potevano quindi dimenticare gli sport del coraggio praticati in squadra, che nulla hanno da
invidiare come sfida a quelli individuali. Il loro valore, in un mondo dove viene insegnato a pensare
sempre prima a sé, è talvolta ancora più grande quando comporta il sacrificio dell’individualità per
la vittoria del gruppo. In queste discipline ci si misura sempre con noi stessi, ma è un processo che
avviene attraverso la sintesi di forza e volontà con gli altri membri della squadra.
Lottare spalla a spalla con gli atleti della propria compagine ha un forte effetto terapeutico sul
disturbo narcisistico di personalità. Insegna a condividere, successi e sconfitte, a sentirsi parte di un
tutto che è assai di più della somma dei singoli. Vengono favoriti i processi di socializzazione,
fondamentali per i timidi, gli introversi, per coloro che hanno un rapporto non equilibrato con la
propria aggressività.
Le squadre di rugby, di pallanuoto, hockey, riportano simbolicamente all’associazione umana
primordiale: la tribù. Quest’ultima aumenta il grado di responsabilizzazione nei soggetti più
immaturi, permette un controllo non repressivo delle pulsioni violente per l’equilibrio della squadra
e il risultato agonistico.
In pratica, la formazione tribale insegna a trovare il sé tramite i compagni, a gestire l’aggressività
eccessiva per evitare sanzioni al gruppo, a vincere la paura per non rallentare l’azione comune. Un
atleta falloso o timido in azione verrà spinto a controllarsi e migliorarsi dalle dinamiche interne alla
formazione sportiva, senza l’umiliazione e la frustrazione del richiamo dell’allenatore. La tribù
avvolge e protegge, ma anche emancipa e permette una migliore crescita umana e tecnica. Questo
istituto è quanto di più naturale ed equilibrato si possa trovare come gruppo di aggregazione, ed è la
via per eccellenza per riscoprire valori spirituali condivisi.
La società moderna e la cultura dominante non aiutano da questo punto di vista. Il cittadino
diviene fruitore, consumatore, eterno poppante di prodotti effimeri e senz’anima. L’aumento dei
disturbi alimentari – l’anoressia e la bulimia – sono un sintomo preciso del perverso rapporto
simbolico con il cibo, l’effetto sulla psiche di una società ipernutritiva. obesità patologica, disturbo
dismetabolico, diabete, colpiscono grandi masse di popolazione. Patologie espressione della società
dove ogni ruolo diviene sfumato. La società nutriente sottrae alle persone la dimensione agonistica
della vita, che è intrinsecamente violenta, conquistatrice, sovvertitrice: caratteristiche dell’archetipo
paterno. Fortunatamente gli effetti non sono sempre così estremi e distruttivi, colpiscono però più
sottilmente, manifestandosi nel disagio mentale.
Si manifesta così la paura simbolica della “piccola morte”, la perdita di controllo, il distacco
totale nell’abbandono. Attimi magici a cui si accedeva con i riti di iniziazione, oggi scomparsi se non
come eco in alcuni sport particolarmente simbolici, che preparavano i giovani all’entrata nel mondo
degli adulti senza traumi, in modo regolato e naturale, preservandoli dall’ansia da prestazione e dal
senso di inadeguatezza.
La soppressione dei riti iniziatici, avvenuta per la prima volta nella storia umana consequenziale
alla desacralizzazione del mondo, ha portato anche alla rimozione di un archetipo potente ed
essenziale alla vita, il suo opposto polare, thanatos, la morte. La fusione col tutto, l’abbandono nel
nulla, oggi terrorizza come non mai, per la mancanza di riti di passaggio, ovvero di quelle piccole
morti rituali che scandivano i grandi momenti dell’esistenza.
Così ora viviamo nel controllo compulsivo, nel timore di lasciarsi andare tra le braccia di eros,
quando culmina nell’estasi di thanatos. La vita rinasce a primavera sotto il segno di Marte, il Dio
della guerra e della lotta: il cosmo da un’esplosione, la vita umana dal parto laceratore di tessuti e
della tranquillità prenatale. Non si può soffocare un archetipo, formazione di energia pura, che
contiene sempre il suo opposto polare, senza esserne poi travolti, o posseduti dall’aspetto
complementare. Quegli atleti sporchi, sudati, laceri, a volte feriti, sono devianti giocosi. Scatenano le
loro pulsioni violente sul campo, non nella società, non aggrediscono gli indifesi, si battono tra pari.
Quegli atleti mordono e fuggono come i lupi del branco, non belano come le pecore del gregge.

Hanno detto...

Il rugby ‘ brutale nella sua chiarezza: se non sei disposto a batterti, perdi.
MASSIMo MASCIoLETTI

Ø sporco il rugby? Solo quando ‘ fatto bene.


FABIo TREVES
Il rugby ‘ sempre una storia di vita, perch” ‘ lo sport pi ade? rente all esigenza di ogni giorno: lavoro,
impegno, sofferen gioie, timori, esaltazioni. Non ‘ uno sport da protagonisti una somma di sacrifici.
LUCIANo RAVAGNANI
2. Comprendere gli sport del coraggio

Gli sport del coraggio sono altamente educativi a ogni età. Questa funzione interessa sia atleti
giovanissimi che maturi master in quanto favorisce la costruzione del carattere, oltre all’effetto
terapeutico. La formazione della psiche e del fisico dell’atleta inizia soprattutto con la pratica in età
giovanile, l’impronta dell’ardimento durerà per tutta la vita. Si impara a vivere uno spiccato senso
del dovere, abituandosi ai ritmi scanditi dagli allenamenti che poi si ritroveranno in quelli imposti
dallo studio e dal lavoro. Chi è puntuale alle sessioni in palestra o al campo lo sarà a scuola, chi si
assume la responsabilità di migliorare costantemente se stesso lo farà in qualsiasi altra attività. Il
senso del dovere, che oggi manca a molti giovani e meno giovani, si risolve con l’impegno costante
richiesto da attività che stimolano la volontà e il coraggio. I pigri sono costretti a superare
l’inconscio senso di inadeguatezza, che li tiene lontani dal confronto con gli altri.
Lavorare duramente in una squadra affiatata è lo stimolo più forte per superare qualsiasi paura. La
mancanza di tale tensione umana genera persone incostanti, in quanto anch’esse soffrono di una sottile
forma di pigrizia che le spinge velocemente alla noia. Come gli iperenergici che iniziano mille nuove
attività e le abbandonano velocemente per intraprenderne altre. Dietro questi comportamenti
disfunzionali troviamo sempre una sottile e profonda paura, un’immagine di se stessi non
sufficientemente elevata. Questo timore si manifesta spesso come un’ansia diffusa, non acuta, che
permette una buona qualità di vita, ma produce forme di protezione che vengono lette dalla famiglia,
dalla scuola, dalla società, come svogliatezza.
Non esistono pigri, soprattutto quando si devono praticare attività ludiche scelte liberamente, ma
personalità fragili e non ancora evolute. Questi ragazzi o adulti, che vivono in un universo talvolta
chiuso e spesso ricche d’immaginazione, non sono da punire in quanto svogliati, ma da ascoltare e
capire. Una volta inseriti in un contesto stimolante, divertente e soprattutto appagante per il rinforzo
dato dai risultati, diventeranno entusiasti praticanti. Spesso i più determinati e costanti.
La funzione formativa e terapeutica delle discipline del coraggio trova la sua massima
espressione nei soggetti timidi e introversi, poco inclini al confronto, tendenti alla solitudine. Questi
soggetti, se aiutati dalla squadra e dall’allenatore, imparano a sfidarsi con successo. La
socializzazione è favorita, la forza di volontà si sviluppa, le regole vengono accettate e fatte proprie.
Questa è la funzione educativa per eccellenza, portare alla disciplina giovani e adulti che mal
sopportano limiti, orari e impegni. Rendere le persone non servizievoli o accondiscendenti, ma fare
diventare le regole dello sport regole di vita, in modo che le rispettino e applichino con gioia e
convinzione, senza più lasciarle.
È facile sottostare a impegni e leggi che si scelgono liberamente, non ci sono più controllori e
guardiani, ma un maestro interiore. Atleti provenienti da situazioni di disagio familiare e sociale, o
addirittura devianti, si salvano scegliendo una dura disciplina da amare e seguire. I cosiddetti ragazzi
difficili, con problemi di dipendenza o di aggressività, traggono grande giovamento dall’inserimento
in un ambiente protetto, quale può essere la squadra, vissuta come clan o tribù. Ambito dove è facile
trovare la figura di riferimento paterna, nell’insegnante o nell’atleta più esperto, in un’epoca di padri
a volte deboli o assenti. Queste figure genitoriali sostitutive (i coach o gli allenatori) devono essere
portatori di valori e regole di comportamento, quindi di educazione intesa nel senso corrente, di
buona creanza. Le scuole di agonismo insegnano a stare al mondo con dignità e stile.
L’accettazione dei ruoli e delle gerarchie in generazioni disabituate al rispetto in generale, quindi
anche per se stessi, è uno dei frutti migliori dell’educazione sportiva. Vedere campioni o semplici
praticanti, umili, gentili, collaborativi con i compagni, deferenti nei confronti del maestro è la
risposta migliore al tempo della volgarità e della bassezza dei nostri giorni. La vera educazione
nasce nella disciplina e nel sacrificio.
Il comportamento in casa e a scuola migliora in quegli atleti che praticano con costanza e
passione. La frequenza e il profitto scolastico, così come l’impegno al lavoro, sono beneficamente
influenzati dalla dedizione alla propria disciplina. Chi ha volontà per allenarsi e competere la
applica anche nelle altre attività quotidiane. Il lassismo morale, la confusione di ruoli e tradizioni, la
volgarizzazione della cultura, generano cittadini fragili, soggetti al plagio e al controllo mentale. Al
contrario, chi si rende responsabile di sé e accetta la sfida con il limite personale giorno dopo
giorno, si allena alla libertà e rafforza la propria indipendenza.
L’effetto pedagogico influisce anche sull’apprendimento, eminentemente in quei soggetti meno
portati agli studi, coloro per i quali concentrazione e applicazione sono più problematiche. Imparare
un gesto atletico è solitamente più semplice che studiare le materie canoniche. Chi impara a tenere
ferma l’attenzione su qualcosa di divertente userà la stessa forza per impegnarsi negli insegnamenti
scolastici. La difficoltà ad apprendere, in molti casi non dipende dalla mancanza di strumenti
intellettuali, ma dal metodo per fissare nella memoria le istruzioni ricevute. Ancora una volta emerge
la centralità dell’allenamento a una disciplina fisica così come a quelle intel-lettuali. Chi si allena in
palestra o in un campo sportivo sa come ottimizzare i tempi per ottenere i risultati richiesti. Il metodo
è unico, lavorare sodo per migliorare. Molti studenti svogliati a scuola sono divenuti diligenti dopo
aver trovato la motivazione negli allenamenti sportivi. Essere disciplinati è uno stile di vita, si
applica quindi in ogni campo.
L’aspetto formativo degli sport del coraggio è assai conosciuto e da tempo utilizzato dalle aziende
per preparare agenti commerciali, dirigenti e collaboratori. La camminata sul fuoco, versione
moderna dell’antica pirobagia, è l’esempio più eclatante. In realtà non c’è bisogno di un tappeto di
braci ardenti per mettere alla prova il coraggio e la determinazione dei partecipanti. L’atmosfera
altamente suggestiva creata ad arte dagli organizzatori scatena una forza sconosciuta nei momenti di
lucidità. L’esaltazione, l’entusiasmo del gruppo, la spinta del preparatore, forniscono l’impeto per
affrontare prove paurose e sconosciute.
La vibrazione all’unisono di più menti sincronizzate su di un unico obbiettivo compie il miracolo:
suggestione collettiva che scatena forze potenti normalmente sopite, energie dell’inconscio collettivo
alle quali si attinge in particolari momenti di connessione con l’anima mundi.
L’effetto di tutti gli sport del coraggio è un’apertura dell’ombra, di quella dimensione profonda
della psiche ricca di potere.
L’effetto finale è la capacità di prendere decisioni velocemente senza ripensamenti, lavorare in
perfetta solitudine e al tempo stesso in sintonia con la propria equipe. Affrontare spavaldamente
l’ignoto senza alcuna paura di agire. I cultori dell’ardimento pensano tranquillamente quando sono
sospesi nell’aria col paracadute, prendono rapide decisioni durante una mischia sul campo di rugby,
reagiscono con lucido coraggio alle corde del ring pressati dai colpi dell’avversario. La scuola del
coraggio insegna a svolgere compiti ordinari in momenti straordinari.

2.1 L’idea di atleta


Nell’immaginario collettivo il praticante degli sport del coraggio ha solitamente una tipologia
antropologica precisa e stereotipata. È straordinariamente forte nel fisico, coraggioso e pronto a ogni
esperienza dura e pericolosa. Un supereroe tutto muscoli, dall’aspetto truce, magari anche coperto di
tatuaggi più o meno colorati.
Ai corsi di subacquea, di roccia, paracadutismo o nelle scuole di sport di combattimento, ci si
rende conto quanto la realtà sia diversa. I frequentatori sono persone comuni, anzi spesso timorose di
ciò che vanno ad affrontare.
Ci sono ragazzi gracili, uomini maturi, signore tranquille e ogni genere di atleta. Ed è proprio per
tutti loro che queste pratiche sono particolarmente utili e benefiche. Le discipline del coraggio
servono a sviluppare l’ardore in chi non è temerario, a fortificare il corpo e la mente di timidi,
deboli, ansiosi, depressi, di tutti coloro che cercano se stessi, sviluppando armoniosamente
l’equilibrio e la forza interiore. Sono vie di realizzazione spirituale, anche forme naturali di terapia:
danno significato alla vita e risolvono disagi dell’anima.
Nelle accademie pugilistiche si formano ragazzi con problemi di eccesso di aggressività, le
squadre di hockey o pallanuoto insegnano ai giovani lo spirito di corpo, la lealtà e la collaborazione.
Alle gare di qualsiasi disciplina si misurano master assai maturi, spesso fuori dal mondo del lavoro,
che ritrovano nell’impegno sportivo la motivazione che dava loro la professione. Anche
l’insegnamento dà nuovi stimoli: tra gli insegnanti di tutte queste pratiche sportive si trovano ex
agonisti o atleti che per ragioni anagrafiche o caratteriali non sono interessati alle gare, ma alla
trasmissione di una passione che conferisce significato alla vita.
Gli sport del coraggio sono per tutti coloro che vogliono stare bene e sentirsi vivi, per tutte quelle
persone che vogliono vivere e non essere vissute dagli accadimenti della vita, per coloro che
desiderano essere protagonisti delle loro esistenze. Volutamente in questo trattato sono descritti come
guerrieri, perché affrontano con spirito militare un cammino fatto di fatica, ti-more, incertezza,
impegno senza guadagno. Sono gli esploratori di una dimensione fatta di grandi emozioni, di prove da
superare, di nemici interiori da battere, di valori da scoprire e gioie da assaporare. Sono i “guerrieri
dello Spirito”, così come li definisce Carlos Castaneda nei suoi libri. Persone che affrontano
l’esistenza come una continua battaglia contro i propri limiti, che chiedono sempre il meglio da se
stessi, anche nei compiti più umili e banali. Cercano l’impeccabilità nei gesti ripetitivi di tutti i
giorni e per forgiare la volontà si allenano duramente nello sport prescelto. Questa condotta diviene
un preciso stile di vita, che li contraddistingue dai sedentari. Anche l’aspetto esteriore cambia
radicalmente. Il fisico si trasforma, la muscolatura diviene tonica senza essere ipertrofica, gli atleti in
sovrappeso si asciugano dal grasso in eccesso. Aumentano forza, resistenza, velocità, scioltezza
articolare e scompaiono i dolori della sedentarietà. La dolenzia degli allenamenti più duri diviene
quasi un piacevole segnale del corpo, la prova sensoriale del proprio impegno a superarsi.
Le modificazioni più importanti non riguardano solo il corpo, ma anche lo stato mentale cambia
significativamente. Pur mantenendo il proprio ruolo sociale e continuando nelle loro occupazioni, gli
atleti si identificano in una nuova immagine umana. Se prima si percepivano eminentemente secondo
la loro professione, ora si sentono esseri umani che svolgono il loro compito di uomini durante tutta
la giornata.
Un insegnante che pratica tali discipline si sentirà prima paracadutista o alpinista che docente di
fisica o matematica. Le nuove regole coinvolgono ogni aspetto della vita. Cambiano le abitudini
alimentari, gli orari, spesso le frequentazioni: di fatto nasce un’altra persona.
Inizialmente i familiari, i colleghi e gli amici stentano a riconoscerli, si preoccupano o peggio si
spaventano, poi di solito apprezzano la novità. I più sedentari a volte criticano e deridono gli asceti
dello sport, perché in realtà desiderano inconsciamente emularli, ma temono di non avere la forza di
volontà necessaria, preferendo così rimanere in pantofole a casa. Gli atleti veri a volte vengono
considerati dei pazzi da chi pazzo è veramente, perché con uno stile di vita pericolosamente statico
rischia la salute. Quando la mente è lucida e il corpo scattante, non si devono temere giudizi negativi.
Sono solo frutto della paura altrui.
Coloro che si allenano costantemente e con metodo vengono percepiti dai profani come degli
egoisti, individualisti, fanatici, come una specie aliena che non condivide aperitivi, lunghe sedute di
televisione sul divano, happy hour ipercalorici, sigarette, superalcolici e altri infallibili metodi di
autodistruzione. In verità, di tutte queste definizioni negative una è sicuramente vera almeno dal punto
di vista dell’origine etimologica della parola: gli atleti sono dei fanatici, dal latino fanum ovvero il
tempio. Gli atleti, dunque, sono frequentatori del sacro in tempi di dissoluzione spirituale. Guerrieri
che fanno una scelta radicale di vita, respingendo lo stile piccolo borghese, incentrato sulla pigrizia e
l’assoluta permissività con se stessi, normalmente accompagnata da una pretenziosa severità con gli
altri, caratteristica della debolezza di volontà e dipendenza dalle brame.
I cultori della disciplina invece spesso sono spietati con le loro prestazioni che spingono al
limite, ma nel conoscere il valore del sacrificio e della sofferenza sono tolleranti e generosi con il
prossimo. In gare durissime, non è raro vedere un concorrente che si ferma ad aiutare un altro
infortunato, perdendo posizioni in classifica o vanificando un vantaggio acquisito. Rispetto tra pari e
nessuno spazio all’arroganza o supponenza contrariamente ai fruitori degli sport da salotto. Il vero
atleta è generoso e cavalleresco, riconosce nell’avversario un antagonista, mai un nemico.
Le discipline del coraggio sono scuola di vita e come più accuratamente spiegato nei capitoli
dedicati alle varie specialità, sono particolarmente indicate nel trattamento di tutti i disagi
psicologici. Non solo non sono dannose, ma hanno sempre efficacia terapeutica. Le personalità
narcisistiche, dopo un periodo di pratica sportiva, ritornano ad avere una percezione dell’io non più
basata sul giudizio altrui, ma sulla propria visione di sé. Quindi divengono meno bugiarde,
aggressive, arroganti, accettano di buon grado se stesse e gli altri. Gli ansiosi, persone intimamente
spaventate e timide, vengono rassicurati dalle capacità che acquisiscono. Si sentono più forti e sicuri,
temono sempre meno le difficoltà, riducendo il senso di inadeguatezza fino a farlo scomparire. I
depressi che scelgono uno sport del coraggio automaticamente si avviano verso la guarigione.
Aumentano l’energia vitale, ritrovano motivazione e gioia di vivere, ma soprattutto non si sentono più
dei colpevoli meritevoli di ogni punizione. La durezza dell’impegno li redime ai loro stessi occhi, li
rende finalmente degni di essere amati e amarsi.
Non sempre il disturbo depressivo si contraddistingue con l’apatia e la mancanza di voglia di
vivere. Il buio dell’anima si può nascondere anche dietro l’iperattività. Molti atleti, anche di alto
livello che si allenano sempre in modo esasperato e senza sosta, possono soffrire di una
compensazione maniacale di questa patologia psichica.
Così la loro vita diviene accettabile, degna di essere vissuta. L’impegno ossessivo compensa il
vuoto e la vertigine che questo genera, dà significato alla vita e la riempie. Il pericolo per questi
atleti si nasconde nei periodi di riposo forzato, per un incidente, per il sovrallenamento. Il tono
dell’umore precipita pericolosamente, divengono talvolta aggressivi o auto aggressivi o perdono
ogni interesse per la vita. In questi casi, occorre reindirizzare la loro attenzione su blande attività
sportive sostitutive, svolte in modo leggero, evitando lunghi periodi di inattività.
Tranquille sessioni di nuoto, se l’atleta non è un nuotatore agonista, lunghe passeggiate a piedi o
in bicicletta sono le attività più consigliate. Qualsiasi allenamento che non aggravi l’eventuale
lesione o trauma, che non affatichi ulteriormente, sarà preferibile all’assoluta inattività, che viene
vissuta come una grave sconfitta, con conseguente perdita di autostima e sensi di colpa.
occorre, quindi, controllare attentamente l’intensità che istintivamente tenderà ad aumentare
compromettendo la guarigione. La spinta compulsiva porterà sempre verso un atteggiamento
competitivo, che in fase di ripresa va assolutamente evitato.
In pratica se l’atleta infortunato si riabilita pedalando su una cyclette tenderà a cercare un
risultato. Vorrà migliorare il tempo o la distanza percorsa, tornando inconsciamente al suo
comportamento usuale. Le persone che soffrono di manie ossessivo-compulsive, alla base delle quali
si annida una paura profonda, spesso causata da traumi sepolti nel passato, traggono beneficio
nell’affrontare la paura e le difficoltà crescenti dell’allenamento.
La concentrazione richiesta li costringe a un’attenzione mirata sull’azione che debbono compiere,
bloccando le spinte compulsive, fatti di continui controlli maniacali. L’effetto è simile a quello della
meditazione, che sospende il flusso caotico dei pensieri, disciplinando e calmando la mente. Gli
sport del coraggio sono meditazione attiva, in movimento, azione che diviene forma di pensiero.
Pulizia interiore nella disciplina, forza che cresce con la fiducia in sé, energia vitale stimolata dal
coraggio. Non azioni spettacolari, ma la costanza di affrontare giorno dopo giorno la durezza
dell’allenamento, le prove dure e faticose. La volontà si forgia come un metallo, alla fiamma della
volontà. Nessun disagio interiore resiste. una strada in salita, porta sempre verso l’alto, non solo
per i competitori, ma per tutti coloro che vogliono creare una realtà degna di essere vissuta. Sport
per tutti coloro che amano affrontarli.

2.2 L’attività atletica tra eroismo ed eros


Questi due vocaboli hanno chiaramente un’unica comune origine. La radice degli etimi, infatti, è
la stessa: eros, l’amore e l’eroe hanno dunque una provenienza comune. L’eroe brucia d’amore per la
sua missione. L’impresa da compiere è ispirata dal daimon, il demone che lo possiede. Quest’entità,
il genius per i Latini, è la parte divina dell’essere umano, la parte immortale, l’atman dell’Induismo,
che viene dal brahman, l’Uno. L’amore e l’eroe sono archetipi del profondo, modelli primari viventi
nell’inconscio collettivo, l’ani ma mundi, e in quello personale degli uomini: vibrano nell’Uno e si
riflettono nel molteplice. heros, l’eroe è figlio di Eros il Dio dell’amore, il cui significato primigenio
è “forza che tiene uniti elementi diversi e contrastanti”. heros, l’eroe in latino, origina dal sanscrito,
la lingua sacra degli Indoeuropei, da cui giunge anche vir, l’uomo dei Latini. heros aveva come
significato letteralmente “religioso”, colui che lega l’alto e il basso, il divino all’umano.
Nel mito l’eroe è figura intermedia tra l’uomo e il Dio, un umano ispirato che trascende la sua
condizione originale per ascendere al Cielo. Incarna una funzione religiosa, di trascendenza, di
rottura di livello ontologico. Quindi di creazione di un nuovo essere. Non più meramente umano, ma
non ancora divino. Le prove, le sue fatiche, sono il rito d’iniziazione alla dignità divina. L’eroe
libera l’anima sfidando i mostri, le sue paure, come l’io che si immerge nell’ombra per integrarne i
contenuti là nascosti. Molti eroi dei miti infatti salvano fanciulle dai draghi, i cavalieri liberano le
principesse rinchiuse nelle torri, immagini poetiche che rappresentano l’anima, l’inconscio
incatenato dalla ragione.
Gli elementi contrastanti riuniti dalla forza di eros, l’amore, sono le due polarità. Il maschio e la
femmina, le due parti dell’Uno. L’eroe spinto dall’amore salva la sua parte femminile. La Via
contemporanea all’eroismo sono gli sport del coraggio, nei quali brucia lo stesso fuoco dell’amore.
Sesso e coraggio si nutrono della stessa forza: il fuoco che scorre nelle vene degli atleti e degli
amanti. La kundalini della tradizione yogica è anche la vibrazione del tutto, l’energia cosmica.
Risvegliata, sale dalla base della colonna vertebrale, dove si dice dorma attorcigliata come un
serpente, verso l’encefalo, ed esplode come un fuoco.
Freud vedeva nelle attività intellettuali come l’arte e le professioni, e possiamo aggiungere anche
nelle discipline sportive, una sublimazione, cioè lo spostamento di una pulsione sessuale verso
un’attività non erotica o aggressiva, quindi socialmente accettabile. Letteralmente viene reso sublime
qualcosa di sporco, immorale, poco presentabile, come il sesso. Il limite di questa interessante teoria
è palese, è nella degradazione di un mistero sacro a perversione. La visione sessuofoba e
peccaminosa nelle religioni rivelate in realtà non si riferisce al sesso, forza divina della natura, ma
alla sua volgarizzazione, inversione demoniaca dei nostri tempi. La forzata commercializzazione,
l’ostentazione brutale, lo sfruttamento del corpo, invece di aumentare la spinta erotica ha determinato
la caduta verticale del desiderio sessuale. La società più bombardata dalla pornografia, nella quale
si usa il richiamo sessuale a fini pubblicitari, è la stessa società dell’uso massivo di sostanze
farmacologiche stimolanti. L’umanità che dovrebbe essere più eccitata è al contrario la più stanca e
impotente.
La massificazione del sesso ha provocato la diminuzione dello stimolo, il calo della libido,
soprattutto nelle giovani generazioni, più esposte alla mercificazione. L’impotenza sessuale, ormai
estremamente diffusa tra i nevrotici abitanti del mondo postindustriale, rappresenta simbolicamente
la decadenza della potenza spirituale caratteristica dell’epoca. Annullando nella volgarità il mistero
del sesso, lo si è spogliato della sua forza magica, della sua dimensione sacrale.
Nell’antichità classica i culti comprendevano le pratiche sessuali, quali momenti di scatenamento
di forze liberatorie, che provocavano l’estasi. Ed è proprio in questo stato alterato di coscienza che
si apre alla percezione di dimensioni numinose e divine. Il sesso come mezzo di trascendenza,
veicolo di energie sottili che innalza gli uomini agli Dei. La cultura classica descrive divinità
capricciose, gelose, traditrici, stupratori di ninfe, che si accoppiavano disinvoltamente con gli
animali, generando mostri zoomorfi: l’esempio più conosciuto è quello del minotauro. Dei perversi,
che incarnano le pulsioni più bestiali, quindi più umane. Spinte ferine ben presenti nell’ombra,
energie selvagge e potenti, essenziali per l’equilibrio interiore. Negate e represse dal nuovo mondo
che nasce dal tramonto di quello classico.
Si inaugura così un triste periodo di patologica regressione, nel quale l’erotismo viene abbassato
a lussuria, dimenticando che nell’unione carnale si fondono gli archetipi maschile e femminile.
Nell’attimo magico dell’eros si compie la comunione degli opposti, le nozze filosofali degli
alchimisti. Nel momento dell’estasi, la cosiddetta “piccola morte”, esperienza magica che si prova
prima della morte fisica, gli amanti si ricongiungono nell’uno. L’accoppiamento è un rito, momento
supremo di libertà e consapevolezza. Il gusto del proibito esalta la voglia di trasgressione.
Gli sport del coraggio e in generale un’intensa attività fisica hanno una funzione benefica. La
vitalità che queste discipline infondono è terapeutica, nel rilassamento che segue lo sforzo atletico si
liberano le endorfine, proteine morfino-simili, prodotte dall’ipofisi e dalla ghiandola pituitaria.
L’effetto di questi neurotrasmettitori è il senso di euforia che si prova dopo una prova prolungata.
Il cosiddetto Runner’s High o “sballo del corridore” è stato provato dalle ricerche scientifiche
sugli atleti degli sport di resistenza. Dopo circa 45 minuti si riversano nel torrente ematico sostanze
simili per effetto agli oppiacei, con spiccata attività analgesica ed eccitante. Curative per i dolori
articolari, reumi, algie postraumatiche, alzano il tono dell’umore e diminuiscono il livello dello
stress. Ansiolitici e antidepressivi naturali.
Lo stato euforico e il conseguente rilassamento sono simili a quelli provocati dalla soddisfazione
sessuale. Anche il testosterone, ormone androgenico, aumenta i livelli durante il gesto atletico e
rimane alto per circa un’ora dopo il termine della prestazione. Gli effetti benefici di questo
incremento ormonale determinano un innalzarsi del desiderio sessuale e della durata dell’atto stesso.
È documentato l’effetto di protezione da demenza e depressione, di miglioramento della circolazione
sanguigna, con diminuzione della patologia cardiovascolare. Nelle atlete, dove il testosterone viene
secreto in piccole dosi a livello ovarico, protegge dall’osteoporosi. Gli allenamenti intensi non
provocano la diminuzione della libido e l’apatia sessuale, ma al contrario stimolano risposte positive
anche nella sfera dell’eros.
Gli sport del coraggio migliorano sensibilmente tutte le funzioni vitali e quindi anche la potenza
sessuale. Una costante pratica sportiva, anche in discipline faticose e impegnative, non interferisce
con una sana vita erotica. Come un sano erotismo non peggiora le prestazioni atletiche, come si
pensava erroneamente. L’energia è la stessa, diversi e complementari i modi per accrescerla. Eros ed
eroismo sono strettamente connessi, un buon atleta è un ottimo amante.

2.3 La degenerazione dell’ardimento atletico: l’estremismo sportivo


Lo sport, come l’arte, è una manifestazione dell’attività umana che attraversa la storia. Come tale
può sicuramente essere considerato uno specchio delle epoche nel loro succedersi lungo il corso dei
secoli. Abbiamo spiegato come gli sport dell’ardimento sono un luogo mentale dove è possibile
affrontare se stessi attraverso l’incontro-scontro tra la paura e l’esaltazione. L’agonismo sportivo in
alcuni sport è un fiume di energia che permette di sgrassare le incrostazioni e far emergere aspetti
della propria persona che mai avremmo considerato come importanti. Eppure, come insegna il Tao, il
farmaco può diventare veleno e il veleno può diventare farmaco.
Il messaggio che nasce da una sana attività agonistica può degradare nel desiderio del racconto da
blog, nella banale gratificazione di blindare il proprio ego attraverso il racconto più o meno farcito
dei propri record e del proprio attivismo da criceto sulla ruota giocattolo34. Tale comportamento è
tipico della moderna concezione dello sport che poggia su due pilastri che non elevano bensì
affondano il valore dello sport: l’affermarsi dell’immagine virtuale e il marketing sportivo.
Attorno agli sport ruota un enorme volume di affari che ormai da tempo ha cominciato a
riguardare le strumentazioni e gli accessori per praticarli. Questo mercato economico fatto di
abbigliamento specifico, attrezzature tecniche, cronometri e centinaia di altri strumenti si evolve
grazie alla ricerca industriale e all’impiego di nuovi materiali più resistenti e più leggeri. Troppo
spesso, però, si ha la percezione che sia appositamente studiato per generare nell’agonista il bisogno
di elementi esterni che lo aiutino a migliorare le sue prestazioni.
Questi accessori pretendono di fornire quella sensazione di “completamento” che sopperisce
spesso a una insufficiente determinazione dell’attività agonistica. In questa direzione il superfluo
diventa necessario: un inganno insomma. Si corre un chilometro in meno, ma con la maglietta in
microfibra. Si finisce per rendere importante quello che può essere comprato, svalutando ciò che è
essenziale solo perché è più faticoso e soprattutto gratuito. Tale atteggiamento è figlio della
modernità. Ciò che per definizione è la suprema manifestazione dell’uomo in perenne sforzo nel
superamento dei suoi limiti, ovvero l’agonismo sportivo, si trasforma nel suo contrario: l’anestesia
agonistica.
Il diminuire la concentrazione sull’essenza del messaggio sportivo, inevitabilmente spinge masse
di sportivi all’acquisto di attrezzature spesso sproporzionate per il loro livello di maturità agonistica
e tecnica. Si sposta dunque l’attenzione su una linea esterna rispetto al centro del messaggio sportivo,
come il superamento del proprio io, per concentrarsi sui limiti estremi del proprio ego.
Un’immagine offerta dal cinema che racconta lo sport nella sua vera essenza è l’allenamento del
pugile Rocky Balboa prima dell’incontro con il campione Apollo Creed con il suo coach Miki.
Rocky indossa la sua vecchissima e lurida felpa grigia e Miki lo riprende: “Perché non la butti?
Attira le mosche!”. Rocky un po’ imbarazzato risponde “Lo so, ma... mi ha sempre portato fortuna”.
Oggi, dunque, si attribuisce estremo risalto al materiale con cui praticare l’attività agonistica,
distraendo lo sportivo dall’attività stessa. Il caso eclatante è il calcio che, con molta difficoltà, può
considerarsi sport di coraggio, assumendo sempre di più nel tempo la fama di sport dell’immagine.
Eppure un tempo il coraggio nel calcio veniva “messo in campo”.
Sono tanti gli esempi di giocatori temerari. Si ricorda il capitano della nazionale della Germania
dell’ovest, Franz Beckenbauer, che continuò a giocare con una fasciatura che bloccava mezzo busto a
causa della rottura di una spalla. Un altro campione fu Silvio Piola, storico centravanti della
nazionale azzurra, con la testa fasciata per una brutta ferita. Piola riuscì a segnare di testa una rete
molto importante. oggi, per infortuni molto meno gravi, si vedono scenate di calciatori in preda a
dolori lancinanti. Erano atleti in bianco e nero, sia per le immagini che ci hanno trasmesso le loro
gesta, sia per i piedi con cui colpivano il pallone. Le scarpe di allora, infatti, non erano colorate
come quelle che indossano i calciatori di oggi. Erano nere, in pelle, al massimo con qualche striscia
bianca, ma niente di più. Gli attuali professionisti super-milionari vestono calzature sgargianti che
ogni anno offrono un comfort o una potenzialità diversa dall’anno precedente. Magari più leggere e
comode, ma certamente molto meno resistenti rispetto a quelle di una volta.
Più immagine, meno coraggio: questo è il marketing sportivo, che convince migliaia, forse milioni
di persone in tutto il mondo a comprare le stesse calzature dei loro beniamini e poi, chissà, magari
anche a usare lo stesso shampoo e ad adottare lo stesso stile di vita.

2.4 Agonismo e autoformazione


Gli sport del coraggio vengono svolti in campi e condizioni diverse ed eterogenee. Dalla corsa
all’alpinismo, dalla subacquea al pugilato gli atleti vivono una crescita tecnica e personale in
contesti molto diversi tra loro. Tale diversità non solo è reale ma anche essenziale affinché ciascuno
possa trovare lo scenario ideale nel quale intraprendere il proprio percorso valorizzando le proprie
sensibilità ed esperienze. Ma se la prospettiva si sposta dallo scenario alle aspirazioni si vede come
le strade che sembravano diver-genti si allineano e tendono a un unico fine. Esprimersi e formarsi.
Questo vale per tutti gli sport ma in particolare per le discipline del coraggio. Se pensiamo infatti
alla concezione moderna dello sport si osserva come l’attività agonistica sia considerata come un
accumulo matematico di competenze tecniche e prestazioni fisiche quasi come fossero una somma
algebrico-matematica del tempo impiegato nell’attività moltiplicato per lo sforzo profuso. In realtà,
tale visione rispecchia la visione moderna della mercificazione di ogni attività umana: più faccio
l’atleta, più sono un atleta; più vinco, più sono un vincitore. Tale visione, legittima ma limitata e
limitante, non riconosce l’alto valore che le attività agonistiche e sportive hanno nel miglioramento
personale e nell’eliminazione di scorie personali anche in ambito extra sportivo.
La sessione di allenamento è un momento che si ripete periodicamente: un ritardo significa
soprattutto per il principiante essere considerato poco affidabile e poco motivato agli occhi sia
dell’istruttore sia degli altri compagni di spogliatoio. Probabilmente la stessa sensazione di disagio
non viene avvertita nei ritardi per lo shopping o per le serate in discoteca. La disciplina sportiva
quindi filtra i comportamenti accettati in società, ma non leciti in una seria attività sportiva.
Si può dire che gli sport migliorano per sottrazione ovvero sottraendo le parti della propria
personalità che non si allineano con la disciplina e il ritmo richiesto dall’insegnamento nella scuola.
Gli sport in generale, e quelli del coraggio in particolare, sono quindi dei formidabili strumenti di
autoformazione (il termine askèo in greco significa innalzarsi ma anche esercizio, esercitarsi o
praticare una disciplina). Esattamente il contrario della cultura dominante che sprona a ottenere il
“massimo risultato con il minimo sforzo”. Negli sport del coraggio invece trionfa il principio
sportivo del “massimo sforzo per ottenere il miglior risultato possibile”. I risultati sono importanti
ma debbono essere sempre messi in relazione all’uomo, alle sue capacità, alla sua volontà e ai suoi
limiti. Il percorso che collega lo sforzo, la formazione di sé e la liberazione dai propri limiti è stato
affrontato anche in ambiti molto lontani dallo sport come la Programmazione Neuro Linguistica in
particolare negli studi di John Grinder35.
Secondo Grinder, infatti, l’esperto in una disciplina è chiunque sappia fare abilmente qualcosa ma
non sa esattamente come, in quanto la propria competenza è strutturata talmente in profondità che egli
non si accorge di possederla, anzi crede che sia la normalità36. Per rappresentare meglio che cosa
significhi raggiungere il vero obiettivo dello sforzo atletico è possibile utilizzare una storiella tratta
del Tao Te Ching di Lao Tzu: “Permettetemi di chiedervi quale sia il vostro metodo, per nuotare
così agilmente nell’acqua. Non ho nessun metodo speciale, rispose l’uomo. È cominciato come
abitu-dine, è diventato come natura, poi come il mio destino. Scendo con i gorghi e risalgo con i
gorghi. Obbedisco al movimento delle acque, non alla mia volontà. Per questo riesco a nuotare
così agilmente nell’acqua. Nuoto così, senza sapere come”37.
I passaggi del perfezionamento sono quindi quattro:

1. Incompetenza inconscia: non so di non sapere. Non conosco l’esistenza di una disciplina.
2. Incompetenza conscia: so di non sapere. Conosco l’esistenza di una disciplina, ma non ne
conosco i contenuti.
3. Competenza conscia: so di sapere. Conosco i contenuti della disciplina e mi applico per
svolgerla correttamente.
4. Competenza inconscia: non so di sapere. I contenuti della disciplina ora sono così connaturati
alla mia persona che non devo usare la mente per applicarli.

È proprio nella quarta fase che sono possibili miglioramenti nella personalità anche in campi
come l’ambito lavorativo o interrelazionale. La capacità di concentrazione nel tiro con l’arco o
l’abilità di gestire l’ansia propria della subacquea se interiorizzate divengono parte integrante della
persona modificandone la natura. Si ampliano i confini a giovamento di un’accresciuta percezione
delle cose.
È frequente che le persone avvertano il bisogno di cambiamento perché si accorgono
dell’incongruenza tra l’intenzione delle proprie azioni e gli effetti che esse producono. In altre
parole, acquisire le virtù di una disciplina sportiva, in particolare di quelle che abbiamo definito del
coraggio, permette di fare proprie tali virtù in ogni parte del dominio umano rendendo la pratica
agonistica ben più profonda e appagante del semplice esercizio fisico. Ma per arrivare a tale
consapevolezza è necessario arrendersi al fatto che solo attraverso lo sforzo atletico e il sacrificio si
può raggiungere l’obiettivo. Tale scelta spesso deve avere una risposta positiva nel momento in cui si
capisce che si desidera di più da uno sport. Una semplice esperienza fisica non basta.
Chi desidera accedere a un’esperienza agonistica “totale” nell’accezione che abbiamo descritto
deve lavorare duro: agire e soprattutto operare su di sé. È l’unico modo per raggiungere una
formazione integrale. Senza sforzo e dolore, infatti, non c’è agonismo integrale38. È necessario
amare l’impeccabilità e l’eccellenza nell’apprendimento della tecnica, non adeguarsi a risultati di
medio livello ma procedere con la mente aperta al miglioramento continuo. L’iniziativa, la diligenza,
la volontà di rinnovarsi e intraprendere da un lato; l’inerzia, l’apatia, l’indolenza, la passività e
l’abbandono dall’altro. La prima sequenza rappresenta la tendenza ascendente agonistica che eleva
l’essere umano e che lo conduce più in alto; la seconda invece rappresenta l’impulso discendente che
è rivolto al peggio. Naturalmente è una scelta e come tale non è per tutti. In generale, la deviazione
moderna legata al sacrificio tende a “minimizzare” il disagio attraverso metodi più o meno
cialtroneschi e non veritieri. Non è difficile trovare su emittenti televisive locali attrezzi sportivi che
garantiscono risultati favolosi con poche sessioni di allenamento. Non a caso il messaggio che viene
lanciato non è rivolto a un cambiamento delle abitudini ma a un rafforzamento della sedentarietà. Si
propongono quindi elettrostimolatori o attrezzi per gli addominali che se utilizzati garantiscono un
fisico scolpito anche a chi “non ha tempo” per allenarsi.
Al di là dell’effettiva efficacia di tali strumenti è chiaro che la domanda del consumatore-tipo è di
avere il massimo risultato senza che vengano intaccati i propri stili di vita, esattamente il contrario di
quello che è il vero valore dello sport vissuto in modo compiuto e integrale.
Malgrado possa sembrare un approccio elitario al tema sportivo, in realtà scegliere una visione
integrale dello sport è alla portata di tutti. È la volontà di iniziare un’avventura totalizzante che a
volte spaventa. Proprio nella paura del cambiamento risiede il killer dello sforzo che si presenta
come alibi per non perseverare. È folle immaginare se stessi come impossibilitati “geneticamente” a
svolgere un’attività agonistica nella sua integralità. È più facile credere “non fa per me” piuttosto
che “posso farcela, dipende da me”.
Gli sport del coraggio rispetto ad altre attività portano a scegliere la via più difficile, la più
virtuosa, sono un grimaldello della personalità. Per questo non è raro il fenomeno di persone che
iniziano una pratica come le discipline marziali e successivamente esplorano anche la subacquea o il
paracadutismo. Le esperienze passate facilitano il superamento dei limiti mentali e aprono a nuovi
orizzonti. È oltremodo da non fraintendere un atteggiamento iperattivistico e non equilibrato che
denota più l’assenza che una presenza di desiderio di miglioramento. Si tratta dell’allenarsi senza un
senso in un’attività estenuante, uno sforzo irrazionale che è svincolato dal controllo interiore di ciò
che si sta facendo. È il caso di coloro che forzano il proprio corpo in un eccesso masochistico fatto
di tappe forzate e sforzi che vanno costantemente al limite delle loro capacità. Non è corretto il
tentativo di forzare i propri limiti, al contrario proprio il conoscerli e considerarli è la base per un
loro equilibrato superamento. Si deve costantemente vigilare dunque su tutti gli eccessi e i
comportamenti che possano allontanare da un ritmo sostenibile. Spesso tale difetto porta
semplicemente a infortunarsi e quindi a dover sopportare periodi di inattività.
È dunque importante imparare ad ascoltare l’allenatore o i compagni con più esperienza,
rapportarsi con delicatezza e cortesia, dominarsi nella frustrazione dell’insuccesso ed essere realisti.
Per fare tutto ciò è necessario sforzarsi. Impegnarsi, in particolare all’inizio, in un’opera incessante
di pratica e disciplina continua affinché la fatica si trasformi in naturalezza e lo sforzo diventi
un’abitudine. Mantenere la mente aperta affinché sia possibile cogliere ogni occasione di
miglioramento.
Tutte le cose importanti e valide della vita all’inizio sono difficili. In particolare per gli sport del
coraggio una norma da seguire è quella di agire senza mirare ai risultati ma avendo come meta
l’apprendimento stesso; vivere nell’interesse per lo sport che si pratica e non per l’interesse
egoistico che possiamo ottenere o per l’attrazione estetica a cui il moto fisico può portare.
Dimenticarsi di sé e diventare ciò che si sta facendo, un po’ come quando da bambini si giocava per
il gusto di farlo e non per vincere o perdere. Vivere i momenti di attività agonistica con ispirazione
che però non è un dono del destino, ma il frutto di un duro lavoro, metodico e disciplinato, rigoroso e
paziente. L’ispirazione, infatti, discende solo su un individuo creatore e la si cattura sforzandosi. ogni
disciplina produce euforia a fronte di un sempre maggiore impegno, come un fuoco che si
autoalimenta. Il fuoco del coraggio di intraprendere con rigore e con entusiasmo39.
Rigore ed entusiasmo non sono inconciliabili. La “serietà” non consiste nell’avere un viso serioso
o arcigno, non significa rigidezza o intolleranza. La serietà va intesa innanzitutto come rigore verso la
propria coscienza, rettificazione delle proprie motivazioni sportive rispetto alla realtà e alle regole
che la disciplina che si sta praticando impone. Una forma di guerra, di liberazione dal proprio
bambinesco approccio al piacere immediato. La ricompensa sarà la leggerezza nel sentirsi più liberi
dai condizionamenti con effetti davvero sorprendenti e motivanti. Conoscersi per curarsi; come
diceva Tirso de Molina40 “il male che non si conosce difficilmente si cura”.
Dire serietà significa dire maturità. Una persona immatura non potrà mai vivere pienamente una
disciplina agonistica nella sua totalità perché la sua manchevolezza è incapacitante verso tutto. La
maturità che permette di godere di ogni vittoria al massimo è autodisciplina, da intendersi soprattutto
come proiezione interiore, personale ed etica, di se stessi verso se stessi. L’esercizio di tale autorità,
infatti, richiede grande maturità dal punto di vista mentale, sentimentale e intellettuale. Non c’è
migliore indicatore di maturità del governarsi, governando i propri umori, creando una stabilità
emozionale e armonia tra le diverse tendenze che compongono il nostro essere. Nella subacquea, ad
esempio, mantenere il controllo in situazioni di criticità può fare la differenza ed evitare situazioni
anche molto pericolose. Da tale principio deriva la formula F-R-P-A: “Fermati, Respira, Pensa,
Agisci”.
Tali insegnamenti sono spesso in contrasto con la cultura dominante. Gli uomini del mondo
contemporaneo hanno una concezione negativa della fatica e di ogni forma di disagio fisico. Sono
divenuti insofferenti e intolleranti alle più naturali sollecitazioni a cui il corpo umano da sempre è
sottoposto. Infatti si combatte la fatica fisica come un nemico al punto che lo sport, nato come
filosofia della corporeità, ovvero conoscenza di se stessi, diventa spesso l’unica fonte generatrice di
atti fisicamente impegnativi.
Nel nostro tempo si devono ricreare artificialmente quelle normali sensazioni di dolore
muscolare, stanchezza, sfinimento, che sono assolutamente naturali. Tutto ciò che provoca fatica è
vissuto come basso, sporco, povero e quindi, in un mondo basato sull’avere invece che sull’essere,
scaraventato nel profondo dell’ombra. Il grande archetipo del dolore, misuratore dei limiti, ovvero
di quei confini umani da superare per accedere al divino, viene cacciato sempre più in basso, nei
meandri più reconditi dell’inconscio. Dal profondo riemerge non più come frutto di fatica fisica ma
come sofferenza provocata da una malattia. La civiltà anestetizzata è la più carica di dolore
patologico, perché si è perso il piacere della sofferenza come esperienza che ha un significato anche
positivo.
La sfida al dolore e alla fatica è il rituale magico di ricongiungimento al sé, alla parte divina.
L’accettazione del dolore è la sfida degli eroi mitici, di coloro che vogliono trascendere l’umano.
Nell’antichità classica il dolore era vissuto come esperienza formativa, mentre nel mondo
dominato dalla technè, dove ogni sfida scompare cancel-lata dall’analgesico che non cura la causa
ma sopprime solo il sintomo dolorifico, è considerata una punizione. Si sopporta passivamente e,
quindi, si diviene dei pazienti, passivi e indifesi, senza lotta e senza comprensione. Nella pratica
meditativa si prescrive l’ascolto del dolore, per incatenarlo alla volontà e batterlo. Quando è
fisicamente sopportabile, si può depotenziare con il controllo della respirazione, includendolo
nell’esperienza, invece di annullarlo, privandosi di un aspetto essenziale della realtà.
La sofferenza fisica vissuta come prova accresce il dominio di sé, la conoscenza profonda della
personalità e dei suoi limiti. L’eroe si batte contro il dolore come prova iniziatica, domina la
sofferenza, la imbriglia e assoggetta al suo volere, infrangendo il limes, il suo confine col cosmo.
Nella cultura classica indoeuropea la ricerca dei limiti tramite la sfida alla sofferenza fisica è
ascesi. oggi la sofferenza è vissuta come malattia e viene nascosta negli ospedali in un processo di
rimozione generato dalla paura. Ma è nell’amore che si sconfigge il timore e l’amore esige il
confronto diretto, la prova.
La fatica e la sofferenza generate dallo sforzo sovrumano che va oltre le normali capacità di
sopportazione, spinte a ogni prova o allenamento sempre un passo oltre i propri limiti, sono la rottura
delle proprie limitazioni.
Il piacere della corsa lunga genera, superata l’iniziale fatica, una straordinaria sensazione di
libertà, di gioco privo di regole e confini. Affiora una particolare freschezza, anche se il corpo è
surriscaldato dallo sforzo, una gioia dimenticata dai giorni dell’infanzia. Le maratone sugli impervi
sentieri montani, come l’arrampicata sulla roccia, provocano attimi di ebbrezza e di distacco dalla
dimensione pesante della materia. La lotta e il combattimento nelle sue molteplici forme liberano
l’aggressività repressa dalle convenzioni sociali, che altrimenti sfocerebbe in malattia, generando
una gioia focosa che vince il dolore dei colpi subiti. La piacevole dolenzia dovuta alla fatica e alle
sollecitazioni si trasforma in sensazione di compiutezza.
La libertà è nel superamento della sfida, non può sorgere nell’anestesia della paura.

2.5 Il piacere del brivido


Il mondo in cui viviamo è stato privato di pericoli apparenti, superficial-mente sicuro e comodo.
Gli sforzi fisici sono banditi, tutto deve essere facile e a portata di mano. Questo è il messaggio che
la cultura dominante e rassicurante vuole fare passare.
In realtà, il nostro orizzonte è tutt’altro che il migliore dei mondi possibili. La sedentarietà, le
comodità a tutti i costi, la falsa sicurezza delle megalopoli con tutti i loro servizi, privano le persone
di principi essenziali per una vita equilibrata e soddisfacente. Nell’inconscio collettivo dei popoli
del mondo contemporaneo non vibrano più i grandi archetipi indispensabili al respiro dell’anima. La
società più piatta e anonima della storia ha sterilizzato forze naturali, bandito pulsioni vitali,
nascosto accuratamente aspetti fondamentali per l’armonia sociale. La morte, la paura,
l’aggressività, il dolore, il sacrificio, essenziali modelli del profondo sono accuratamente rimossi,
per nasconderli alla vista di tutti. Ma queste potenti sorgenti energetiche non si possono annullare,
riemergono in modo incontrollato ed esplosivo là dove non dovrebbero, quando meno lo aspettiamo
e nel modo più perverso possibile.
L’aggressività inespressa diviene frustrazione insopportabile che può sfociare nella violenza
contro familiari o soggetti indifesi, la paura mal compen sata dalle false garanzie sociali esplode
sotto forma di ansia, la morte oc cultata genera gli attacchi di panico. È un mondo, quello attuale,
dove non è più necessaria la corsa come mezzo di sopravvivenza perché ci sono i mezzi di trasporto
anche per fare pochi metri. È rifiutato il combattimento perché l’aggressività è repressa e condannata;
si sostituisce la fatica fisica allo stress mentale.
Tutti questi fenomeni provocano un grave squilibrio psichico. Gli esseri umani privati di emozioni
essenziali, quali quelle provocate dal rischio calcolato, dal piacere della paura, dallo sforzo fisico
prolungato, soffrono di bassa pressione spirituale, ovvero di depressione o delle sue compensazioni
maniacali.
La società delle garanzie, della sicurezza, del progresso inarrestabile, per altro miti bugiardi,
elimina il piacere di vivere intensamente, in modo completo.
La fantasia, l’avventura, il brivido, sono esclusi da questo mondo perché non produttivi. Sono
spesso ridicolizzati e trattati come follia, in quanto distolgono le persone dal circuito della
produzione e del consumo e dal presunto realismo moderno. L’avventura è confinata nei parchi per
divertimenti, elefantiaci non luoghi, copiati da quelli statunitensi, dove anche la paura è artificiosa e
commercializzata. Finzioni per bambini che non cresceranno mai, perché privati delle prove
iniziatiche del coraggio e della fatica.
Il controllo sociale è basato sul divertimento, solo quello ammesso. Tutto ciò che è virtuale e
passa attraverso uno schermo è permesso e incoraggiato. È diffusa la violenza gratuita al cinema, alla
televisione e nei videogiochi truculenti, ma è considerato da incoscienti o masochisti voler provare il
duro contatto con la realtà. Potrebbe svegliare dal sonno della coscienza, eppure le avventure reali,
che sono scuola di vita, non hanno più spazio nella storia personale dei giovani del nostro tempo.
Corse a perdifiato, sassaiole, lotte infantili, battaglie con le pistole ad acqua, fionde e cerbottane,
non sono contemplate nella formazione di bam-bini sterilizzati in una vuota finzione di vita. I figli
dell’evo contemporaneo sono nel migliore dei casi trasportati dalla piscina alla palestra, in quelli
più comuni e drammatici, parcheggiati davanti alla televisione o al computer per ore. Il danno
mentale è enorme, lo sviluppo della fantasia, dello spirito di indipendenza, il confronto con la realtà
sono rimandati a data da destinarsi: tutto è previsto e scontato.
La strada, i campetti di calcio spelacchiati delle grigie periferie urbane, i cortili dei grandi
caseggiati, erano la sede della formazione dei quei ragazzi nati sul finire dell’ultima guerra e degli
anni della ricostruzione. Scuola di sopravvivenza urbana, di ardimento, di strategia di guerra di
bande giovanili: il confronto con le emozioni era appuntamento quotidiano, si cresceva con le
ginocchia perennemente sbucciate e il mito del coraggio. Ci si lanciava dal tetto della cabina sulla
spiaggia, si scalavano alberi, si provava la prima ebbrezza della velocità su macchine sgangherate
fatte di legno e cuscinetti a sfera che filavano senza freno dalle discese urbane.
Chi viveva in campagna o più vicino alla natura affrontava incoscientemente il brivido
immergendosi in rogge e gelidi torrenti, entrando da soli nel buio di una grotta, o sul far della sera al
cimitero. Le prove erano diverse e suggestive, come resistere al terrore provocato dal bagliore dei
lumini votivi, ai rumori sconosciuti, alla paura dei morti; scavalcare recinti, superare palizzate,
violare spazi e conquistarne altri a bande avversarie di ragazzini; tuffarsi dallo scoglio più alto e
immergersi più in fondo; cacciare innocenti animaletti per il gusto selvaggio di uccidere, crudeli e
innocenti come sanno essere solo i bambini. I tagli e le ferite, a un braccio al collo, i pantaloni
rammendati e le severe punizioni al ritorno a casa: era questa la scuola della vita nei giochi violenti
e spesso cattivi di bimbi che furono gli ultimi a diventare uomini reali.

2.6 Il dolore e la fatica


Gli uomini del mondo contemporaneo hanno una concezione negativa della fatica e di ogni forma
di disagio fisico. Sono divenuti insofferenti e intolleranti alle più naturali sollecitazioni a cui il corpo
umano da sempre è sottoposto. Infatti gli automi eseguono il lavoro manuale: le macchine trasportano
nei luoghi e costruiscono i manufatti, sostituendo l’antica manualità dell’artigiano che pratica un’arte,
tramandata da un maestro e coperta dal segreto professionale, ammantata di mistero e scandita da
regole sempre eguali nel tempo.
L’automatizzazione accelera i tempi, abbatte i costi, elimina l’uomo. Tutto ciò conviene alla
produzione di massa, senza qualità e priva d’anima. Nessuno può mettere qualcosa di creativo
nell’alienante lavoro alla catena di montaggio. Fatichiamo meno ma senza il piacere di un’opera
pensata e realizzata da un unico ideatore.
La fatica fisica si combatte come un nemico, al punto che lo sport, nato come filosofia della
corporeità, ovvero conoscenza di se stessi, è divenuto l’unica fonte generatrice di atti fisicamente
impegnativi. Nel nostro tempo si devono ricreare artificialmente quelle normali sensazioni di dolore
muscolare, stanchezza, sfinimento, che sono assolutamente naturali.
Tutto ciò che provoca fatica è vissuto come basso, sporco, povero e quindi in un mondo basato
sull’avere invece che sull’essere, scaraventato nel profondo dell’ombra41. Il grande archetipo del
dolore, misuratore dei limiti, ovvero di quei confini umani da superare per accedere al divino, viene
cacciato sempre più in basso, nei meandri più reconditi dell’inconscio. E proprio da quell’abisso
riemerge non più come frutto di fatica fisica, ma come sofferenza provocata da una malattia.
La civiltà anestetizzata è la più carica di dolore patologico, perché si è perso il piacere della
sofferenza come esperienza. Il dolore in realtà è il veicolo preferenziale di riconnessione al corpo,
alla dimensione umana, alla sfera dell’anima. Tramite il dolore si scopre la forza interiore, la spinta
alla trascendenza. Non certo nel piacere passivo e masochistico di farsi infliggere e sopportare una
sofferenza vuota di significato spirituale. In tale contesto l’unico fine sarebbe un perverso godimento
fisico, frutto di una bassa immagine di sé, di sensi di colpa e desiderio malato di autopunizione.
Diverso è un desiderio di vittoria sulla debolezza e sulla paura, quindi come atto d’amore per se
stessi. La sfida al dolore e alla fatica è il rituale magico di ricongiungimento al Sé42, la parte divina.

2.7 La paura
In un libro sugli sport del coraggio, non poteva mancare un paragrafo dedicato alla paura. Le
discipline sportive di cui parliamo comportano un confronto diretto e continuato a ogni allenamento
con diversi gradi di timore. L’atleta si confronta con prove sempre più ardue e rischiose, anche in
specialità dove il pericolo fisico non è predominante. In una lunga corsa ciclistica o nella maratona,
l’ansia da prestazione è egualmente presente. La paura di crollare, del dolore e della fatica non sono
meno paralizzanti del ti-more del vuoto di uno scalatore.
Gli atleti di tutti gli sport praticati senza risparmio di sé si confrontano sempre con le loro paure:
nel loro superamento si hanno indubbi benefici su psiche e corpo. Dal rilassamento del dopo
allenamento, alla sana abitudine al movimento per una popolazione pigra e sedentaria, che sul
modello statunitense tende all’obesità e al disturbo dismetabolico.
I benefici di una tranquilla partita a golf sono indubbi, ma l’impegno estremo degli sport del
coraggio investe una sfera diversa e più complessa.
Questi ultimi esigono un’ottima condizione fisica quando praticati a pieno regime, pur essendo
nella fase iniziale adatti quasi a tutti gli atleti, purché affrontati con gradualità e giudizio. Ci sono
persone di età avanzata che praticano ad alto livello subacquea, alpinismo, paracadutismo, nonché
grandi maestri di arti marziali assai maturi.
Non tutti hanno iniziato da giovanissimi, molte passioni tardive, per serietà e impegno, danno
risultati eccezionali. ovviamente nelle discipline del coraggio sono da escludere le patologie
psicotiche e quelle borderline, dove la percezione dell’Io è alterata. Eminentemente per ragioni
logistiche e di sicurezza, perché anche in alcuni disturbi più gravi, con strutture adatte e istruttori
altamente specializzati, si può presupporre egualmente un effetto benefico.
Che lo sport curi è risaputo, che aiuti a ristabilire l’equilibrio interiore è appunto la nostra teoria,
comprovata da anni di pratica come istruttori di molti atleti. I benefici più grandi si hanno su coloro
che riferiscono disagio mentale di diverso livello e atleti non sono. In queste persone il vantaggio
sarà molteplice, sui parametri squisitamente fisici e sul disturbo psicologico.
Migliorare le doti di resistenza, forza, velocità e l’immagine esteriore è estremamente appagante.
Aumenta l’autostima, ci si vede più attraenti in un abito mentale e fisico, decisamente più a propria
misura. Piacersi e piacere è molto rassicurante per tutti, riduce la paura di non essere accettati. E
questa è una delle innumerevoli paure che lo sport in generale e soprattutto quelli del coraggio
combattono efficacemente. È risaputo che una pratica sportiva seria e costante sia un toccasana per
gli insicuri, i timidi, gli ansiosi, per tutti coloro che hanno sbalzi repentini di umore, perché
all’origine di questi disagi vi è l’emozione più destabilizzante, la madre di tutte le emozioni
dissonanti: la paura. Questa potente emozione è una reazione primaria istintiva, una risposta
adattativa per la sopravvivenza nell’ambiente.
La paura permette di superare i pericoli, infatti gli stimoli paurosi vengono registrati
nell’amigdala, parte del sistema limbico, quindi della parte più antica dell’encefalo. Così vengono
inviati degli impulsi all’ipotalamo, la cui funzione è quella di riconoscere questi stimoli e attivare il
sistema nervoso simpatico, che aumenta la velocità dei riflessi, perciò delle reazioni. In ultimo i
segnali di pericolo vengono inviati alla neocorteccia, la sede del pensiero. L’amigdala è l’archivio
della memoria emozionale.
Ora sappiamo come funziona la paura e che serve semplicemente per vivere. Infatti chi non teme
non sopravvive. Il coraggio è la vittoria sulla paura, non la sua mancanza, che è l’incoscienza.
Avere paura è normale, quando si vive una effettiva situazione di rischio. Quando invece
l’allarme scatta senza una ragione reale e si teme qualcosa che è vero solo nella mente, allora siamo
in presenza di una fobia. Così la paura diviene disturbo e ne vanno indagate le cause profonde per
eliminarla. Soprattutto in questo caso gli sport del coraggio sono terapeutici. Non si scopre la causa
scatenante, ma si riduce per via omeopatica la fobia sfidando la paura, a piccole dosi, aumentandole
gradatamente: una forma di terapia desensibilizzante sportiva, attiva sul piano più completo, quello
psicofisico.
Tutto l’essere è coinvolto nell’esposizione agli stimoli paurosi, il pericolo è riconosciuto, diventa
abitudine e questo condiziona positivamente la risposta, che gradualmente diviene più salda e
naturale. Nei casi dove la sfida si presenta più dura e temibile, quando l’atleta è alle prime armi, si
può visualizzare col pensiero nel modo più realistico possibile il momento della prova, evocandone
le sensazioni e soprattutto le emozioni. L’effetto pauroso sarà simile a quello vero, abituando la
mente alla sofferenza e al rischio. Così anche le azioni più faticose e le emozioni più sconvolgenti
divengono consuetudini, il timore iniziale lascia il posto all’eccitazione, al piacere fisico.
Nell’apprezzatissimo film Point break del 1991, diretto da Kathrin Bigelow, il leader di una
banda di surfisti in cerca dell’onda perfetta sostiene che l’adrenalina è l’unica droga degli uomini. È
vero, l’ormone della paura è il miglior stimolo naturale per tutti i guerrieri, femmine e maschi.
Il pericolo, la fatica, il dolore muscolare, non devono divenire una ricerca dello stordimento, una
fuga della realtà, ma al contrario un’esperienza della sovracoscienza. ovvero uno stadio ontologico
più elevato, il frutto della ricerca interiore, una prova del procedere del proprio cammino verso
l’alto. L’emozione della paura fine a se stessa, senza un obiettivo superiore, non è più un atto sacrale,
un compito dell’atleta, ma l’ennesimo eccitante chimico di un mondo senza idee.
La differenza tra gli sport del coraggio e gli sport estremi è quindi nel fine: la sfida ai propri
limiti come via di accrescimento interiore, contro il pericolo come evasione e vuoto divertimento.
Nell’affrontare il rischio compulsivamente, alzandone sempre più il livello, si maschera la mancanza
di coraggio nell’affrontare le grandi tematiche esistenziali. Il vero coraggio è quello di vivere, di
battersi e talvolta morire per un motivo trascendente.
Ciò che spaventa attrae inconsciamente, si è spinti verso la paura perché provoca un incredibile
godimento. Prima di averla provata, respinge. Poi genera un’attrazione magnetica, una sorta di
dipendenza positiva. La paura fa sentire vivi e controllarla fino a vincerla produce un’ebbrezza
indescrivibile. Un meraviglioso senso di potenza e dominio su se stessi e sulla natura. Evoca il fuoco
dal profondo, l’energia sopita che è presente in ognuno. Questa straordinaria euforia unisce al divino,
svincola dalla dimensione umana, dal substrato animale dominato dalle emozioni: è la sensazione
della vittoria olimpica, la divinità che si personifica nell’atleta.
Gli sport del coraggio sono una terapia per la paura priva di effetti collaterali, che rafforza la
volontà e il carattere. L’atleta allenato è motivato, euforico, lucido e affronta nella migliore delle
condizioni i traumi dell’esistenza, i lutti, le malattie, tutte le prove della vita.

2.8 Il risveglio attivo


Nell’inconscio degli esseri umani vi sono pulsioni insopprimibili verso la morte, thanatos,
archetipo del profondo oltre che polo opposto e complementare di eros, l’amore che è la prima forza
vitale. Non vi è l’uno senza l’altra, non si vive pienamente senza il confronto simbolico con la morte.
Paura, aggressività, dolore, sono i suoi mezzi espressivi. Queste pulsioni distruttive sono essenziali
per ricostruire e per esprimersi compiutamente. Evocano emozioni forti e dolorose, come la paura
generata dal rischio della vita liberamente scelta. Pulsioni indispensabili per la centratura dell’io,
ovvero per l’espressione compiuta della personalità e percorso profondo per essere se stessi. Senza
la sfida alla morte, tramite il contatto ruvido con la paura, non si scopre la nostra natura profonda,
l’essenza ultima della vita.
Nel rischio troviamo una via iniziatica, una forma di risveglio attivo della parte più alta della
mente, il sé, la scintilla divina. L’atman della tradizione induista, quella parte del fuoco centrale che
si può riattivare in ognuno se si trascende la dimensione umana, anche solo per pochi minuti, ma
regolarmente per tutta la vita. La sfida di se stessi è indispensabile per salire a un livello più alto di
coscienza, per superare il troppo umano che caratterizza il tempo della dissoluzione.
Ogni volta che si sfida l’attaccamento alla vita biologica, si supera la condizione meramente
umana: il coraggio di affrontare il rischio è un vero atto d’amore verso se stessi. La scomparsa della
dimensione eroica ha privato l’uomo di una delle più grandi motivazioni alla vita.
Il grigiore quotidiano dell’esistenza nei formicai metropolitani genera esclusivamente
depressione, ovvero bassa pressione spirituale, disagio del profondo, producendo una patologia
mentale, indicatore per eccellenza della disumanità del vivere contemporaneo. La ricerca del
brivido, dell’azione, delle emozioni forti al contrario è segno di vitalità.
Chi cerca il confronto con la paura inconsciamente cerca anche quello con la morte. Sono coloro
che temono e quindi amano la morte a sfidarla anche solo simbolicamente, gli altri la rimuovono
dalla loro coscienza e la nascondono nel profondo dell’ombra. Ma questa, col suo enorme portato di
violenza, potrebbe esplodere prima o poi distruggendo in un attimo la vita della persona perbene e
socialmente integrata.
Ciò che spaventa attrae inconsciamente: i cultori del rischio sono simbolici sacerdoti di thanatos,
la morte, affascinati dalla sua paura, che li costringe a confrontarsi con essa. Sono gli ultimi viventi
in un mondo di morti, perché l’ardimento è il brodo di coltura delle forze vitalistiche.
Chi osa, teme e ama, mette in gioco la vita perché ne è profondamente affascinato. Nel contatto
ravvicinato con la morte riscopre ogni giorno il piacere di vivere. I temerari sono pavidi compensati,
gli altri che non amano la paura non sono coraggiosi, ma solo incoscienti. Vivono come se fossero
eterni, vogliono campare a lungo, ma disprezzano la vecchiezza, perché è l’imago mortis.
I veri eterni fanciulli, in realtà sono coloro che incarnano il puer, uno degli archetipi della
trasformazione, coloro che giocano sempre con la vita e con la morte. Gli altri sono vecchi
addormentati, prigionieri del sogno di una giovinezza illusoria, che troppo presto è interrotto dal
brusco risveglio di una triste realtà. Le prime rughe, la stanchezza, il senso di vuoto.
Un’età estremamente pericolosa per le sindromi depressive è infatti quella che coincide con la
fine della gioventù, oggi estremamente e artificiosamente spostata in avanti, proprio per esorcizzare
la senilità e la morte. I media parlano di quarantenni come giovani e di trentenni come ragazzi,
dimenticando che a quell’età si è uomini e donne.
La mancanza di riferimenti spirituali, di aneliti al divino, la desacralizzazione forzata del mondo,
hanno distrutto il senso del sovrumano che permeava le società tradizionali, lasciando solo il vuoto
spaventoso della materialità. “La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere”, cantavano i
CCCP Fedeli alla linea nella canzone Morire, accompagnata dal ritornello provocatorio “Produci,
consuma, crepa”.
Chi non teme la morte non perde la vita, l’atteggiamento entusiastico e talvolta fanatico dei
ricercatori di emozioni forti è un canale preferenziale di contatto con il proprio superamento. È nella
morte il seme dell’eternità. La scelta dell’ardimento è una canalizzazione virtuosa e moralmente
ammissibile delle pulsioni essenziali all’organizzazione dell’inconscio. L’energia dell’aggressività si
scarica senza sensi di colpa, la violenza è contenuta da regole, che divengono i rituali dell’epoca
senza ordine.
La prassi della disciplina praticata diviene liturgia, un rito che si ripete a ogni gara o allenamento,
caricandosi di significato e forza. Il riscaldamento prima della prestazione, l’uso di specifiche
attrezzature tecniche, la concentrazione avanti l’azione, il saluto tra atleti che precede un
combattimento, sono i gesti magici dei praticanti. È la via di Dioniso, esperienza bruciante di
dissoluzione e folgorazione. Non solo la Via apollinea di ordine e bellezza, ma anche quella
dionisiaca, orgiastica, violenta e caotica.
L’immersione nelle forze ancestrali è un processo catalitico di liberazione che vince la
dimensione umana per irrompere violentemente nel profondo.

2.9 Sportivi e agonisti: i guerrieri metropolitani


Alcune esperienze sportive possono essere dei veri momenti di frattura rispetto alla propria
quotidianità e proprio in questo risiede il loro valore. In alcune culture sudamericane questi shock
sono addirittura il centro della tradizione popolare. Ad esempio il Nagual, lo stregone, che insegna a
esplorare le altre realtà, a un tratto del percorso di insegnamento, invita a lasciare la vita profana e a
tornare a fondersi con le forze elementari della natura, in luoghi selvaggi dove è più semplice
sviluppare la forza interiore.
Anche senza vivere in Messico, la via della liberazione attraverso l’agonismo è aperta. La via
marziale degli sport del coraggio è tra quelle più praticabili e adatte al carattere dell’uomo
contemporaneo. La discesa nel profondo di se stessi, la meditazione e le altre tecniche introspettive
che comportano scelte e impegno radicali, non sono per tutti, quanto meno all’inizio del cammino.
Invece una buona preparazione marziale è propedeutica a qualsiasi disciplina che porta a un
miglioramento profondo.
Si rafforza la conoscenza di sé, si impara la disciplina, si supera la paura e la fatica. Si
sperimenta l’archetipo del guerriero metropolitano. I guerrieri da un punto di vista simbolico sono
esseri magici che vivono nella realtà quotidiana, esteriormente simili agli altri, con una migliore
forma fisica e un equilibrio psichico, soprattutto con uno stile di vita diverso da quello dei sedentari.
Combattono una perenne battaglia per abbattere il proprio limite. Il limite, il limes degli antichi, era
il confine territoriale, i guerrieri metro-politani superano simbolicamente il confine di una realtà
grigia e piatta per il mondo degli eroi. Nel sacrificio (sacrum-facere, fare la cosa sacra) di una
maratona o di un’ascensione alpinistica, nel superamento del dolore, della fatica e della paura,
trovano la dimensione eroica, il trascendimento dell’umano nel più che umano.
Superarsi nello sforzo, senza compenso, se non il piacere di battersi e vincere sempre se stessi è
la via eroica della nostra epoca. oggi i guerrieri metropolitani vestono la giacca o la tuta da lavoro,
ma con lo stile di vita e la forma mentale del combattente.
È in questo che si distinguono dalle persone indifferenziate e addormen-tate: nell’approccio attivo
alla vita che ha solo chi è padrone di sé o quanto meno desidera esserlo. La via del coraggio è via di
autoconoscenza, di esplorazione dell’inconscio per attivare attimi di super coscienza.
Dalla discesa agli inferi gli eroi ascendevano all’olimpo, dallo sprofondamento nell’inconscio i
guerrieri accedono al sè, l’atman degli induisti, la parte divina di ogni uomo. Il tempo dedicato
all’allenamento o alla gara è l’attimo magico della giornata, in cui il guerriero metropolitano si
stacca dalla demonia dell’economia e della grigia quotidianità. Momenti che nessuno può rubare,
dove vive intensamente la sua vita senza il dovere di fare alcunché, ma solo nel piacere, nell’unica
piena libertà, quella di scegliere come superarsi.
Non vi è compenso, ma il completo distacco, nulla da perdere e nulla da guadagnare, impegno
senza limite e senza prezzo. Ricerca della prestazione, della perfezione di un gesto atletico, spesso
inutile o superfluo, come correre chilometri a perdifiato, quando esistono mezzi meccanici di ogni
genere per fare prima e senza sforzo. Battersi per il possesso di una palla ovale e segnare una meta,
per penetrare una porta galleggiante a pallanuoto o fissata sul ghiaccio nell’hockey, con un dischetto
o una palla. Impegno assoluto e assolutamente inutile da un punto di vista materiale. Solo il piacere
di farlo, il divertimento puro e disinteressato. Atti magici nel mondo in cui più nessuno fa più niente
per nulla.
Il compenso negli sport del coraggio è nel controllo, nel pensiero calmo ed equilibrato,
nell’azione fulminea e senza paura. Il controllo che porta al distacco e alla centratura di sé: distacco
dal dare per avere, ritorno del Sé nella comunione col tutto. Ricerca della perfezione nel gesto
atletico, forma di meditazione in movimento, zen dell’agire.
L’impeccabilità del guerriero metropolitano è nel fare, senza il bisogno di fare. È questo il
profilo umano che nell’antichità era ricercato per formare coloro che erano preposti alla difesa della
comunità, dei beni del villaggio e delle persone, in particolare i più indifesi dal punto di vista fisico
come le donne, gli anziani e i bambini. Il termine guerriero, infatti, designava in origine quei membri
della tribù che si occupavano della protezione del villaggio e dei suoi abitanti attraverso una serie di
prove di fatto agonistiche: erano sportivi prestati alla guerra. Casta armata dell’organica società
tradizionale, svolgevano quella fondamentale attività sacra di cui non si occupavano i coltivatori, i
mercanti, i sacerdoti e tutti coloro che non potevano portare le armi.
Da questa aristocrazia nacque la prima nobiltà, quella guerriera. Un tipo umano differenziato,
dalle caratteristiche psicofisiche adatte all’impegno e alla resistenza al sacrificio. Le élite
combattenti avevano un addestramento militare specifico, uno stile di vita diverso da quello delle
altre caste o censi.
Anche la spiritualità fu caratterizzata da riti a loro riservati. A Roma, ad esempio, erano riservati
esclusivamente ai soldati i misteri di Mithra, culto solare di provenienza iranica, che prevedevano
prove di iniziazione di natura squisitamente militare, ovvero atletiche. Il ricordo di una spiritualità
guerriera si ritroverà poi nel medioevo occidentale, ove oltre ai culti specifici delle corporazioni di
arti e mestieri, anche i sodalizi e le confraternite armate ebbero i loro riti e divinità tutelari.
L’eco di queste cerimonie è giunta ai giorni nostri, spesso mal interpretata o addirittura travisata,
come gli insegnamenti alchemici dei cavalieri del Tempio.
Diversi in tutto dagli altri cittadini, i guerrieri, bellatores della società tripartita medioevale,
erano un corpo sociale separato, il sistema immunitario di quelle antiche comunità umane, che
provvedeva alla loro sopravvivenza e alla sicurezza. Nelle scuole veniva impartita un’educazione
marziale, fin da giovanissimi i futuri cavalieri condividevano addestramento e ogni altro aspetto
della vita con i compagni d’arme. Tutte queste caratteristiche delineano una tipologia umana diversa
dalle altre, una persona nata, selezionata e addestrata esclusivamente per il combattimento ma
soprattutto per il desiderio di diventare più forti non per sé, bensì per la protezione dei più indifesi.
Già agli albori dell’età moderna, con la nascita degli eserciti degli Stati nazionali, le cose si
modificarono radicalmente. Tutti i cittadini che potevano portare le armi furono chiamati a difendere
la loro terra. La figura romantica del cavaliere venne meno, per sempre inghiottita insieme a molti
altri valori dal nuovo mondo che stava nascendo. Di quegli antichi combattenti rimase solo lo spirito
che si è reincarnato nei militari dei corpi speciali, nelle truppe d’elite, nei veri professionisti della
guerra.
Eppure la definizione di “guerriero” ai nostri tempi è molto diffusa, ma il termine è usato spesso
fuori luogo. hanno un aspetto esteriore macho, i muscoli gonfiati chimicamente, un comportamento
rozzo da bullo di periferia che nulla ha a che fare con il tipo umano originario del difensore di
uomini.
In realtà vi è ancora un modo certo per vivere con spirito marziale nel nostro tempo, anche
svolgendo la più pacifica attività nel mondo. È sfidare se stessi, giorno per giorno, mettendosi alla
prova su ciò che più spaventa e respinge. Essere guerrieri nel senso inteso dagli sciamani, gli
“uomini di potere”, descritti da Carlos Castaneda nei suoi libri.
Ma vi è un’altra via di realizzazione spirituale, un altro modus vivendi da guerrieri, è la via del
fuoco, quella degli sport del coraggio. Si può vivere anche oggi con spirito eroico, assaporando ogni
giorno come se fosse l’ultimo dell’esistenza e pensare invece di non morire mai. Scalare una parete
di roccia, immergersi nell’azzurro del mare o battersi lealmente sul ring è lasciare le mollezze della
società consumista per l’ascesi eroica. Diventare più forti per aiutare gli altri e se stessi.

2.10 Stabilità fisica ed equilibrio interiore


L’equilibrio è un aspetto essenziale per qualsiasi disciplina sportiva e in generale nella vita di
ogni uomo. Avere un equilibrio significa essere presenti a se stessi e relazionarsi con le sfide della
quotidianità. Vivere con equilibrio è come trovarsi nel centro di una circonferenza da cui si osserva
con distacco tutto quello che accade intorno anche quando ci coinvolge o ci investe in prima persona.
La prospettiva è simile a quella che si osserva in alcuni materiali elastici come la gomma sintetica
che rispondono alle sollecitazioni esterne di deformazione in maniera istantanea, riuscendo a
riacquistare nell’immediato la loro forma originaria.
Questo esempio preso in prestito dal mondo della fisica serve a introdurre il concetto
dell’equilibrio dinamico negli sport del coraggio. L’equilibrio, infatti, per essere tale, non può essere
statico; non è certo equilibrato l’agonista rigido. Al contrario è equilibrato colui che sa di essere
elastico, disposto a modificare il proprio assetto fisico e mentale risultando capace di ritornare
facilmente ai fondamentali della propria disciplina rafforzati e sviluppati, proprio in virtù di quella
forza di richiamo interna che è stata rafforzata negli anni dalla tecnica. Non a caso in ogni disciplina
corporea è consigliato un iniziale momento di esercizi di allungamento o stretching. È utile quindi
diventare simili a una molla che si estende per tornare poi verso il centro. Per questo motivo, quando
alludiamo al fatto che gli sport del coraggio debbano essere caratterizzati da un atteggiamento
equilibrato, non si allude a condotte impostate o fisse che nella maggior parte dei casi denotano solo
una cattiva interpretazione della disciplina stessa. L’agonista deve vivere nell’alternanza, nei periodi
adatti e nei limiti concessi, nelle contraddizioni che nascono dal conciliare allenamento e
quotidianità fino allo studio della tecnica. Solo in questo modo potrà essere cosciente del suo
cammino e saldo nei presupposti sui quali si fondano le varie discipline.
È importante notare come maggiore è lo sforzo e la deformazione, più forte è la tensione per il
ritorno all’origine. Il senso dell’esplorazione è un forte strumento di miglioramento in particolare per
discipline come la subacquea o l’alpinismo che malgrado possano sembrare scenari molto distanti
sono accomunati da un costante rapporto tra l’attività svolta e la perenne attenzione al contesto
climatico e territoriale, sia esso marino o montano. L’immersione in corrente o su un relitto va
pianificata con attenzione rimanendo aderenti alla tecnica per il calcolo della decompressione o di
una revisione dell’attrezzatura.
Ogni nuova sfida, in definitiva, deve portare a un ritorno di attenzione ai fondamentali. E anche
questo è in sé un insegnamento che trascende lo sport.

2.11 L’equilibrio come simbolo


Il tema dell’equilibrio accomuna le attività umane. Si pensi ad esempio al tema del “centro”
relativo al collegamento tra attività fisica, corpo e mente. Nella lettura psicosomatica dei sintomi
nella psicologia junghiana si risale sempre al loro aspetto simbolico. Si cerca di capire anzitutto la
zona corporea affetta, poi il tipo di dolore o fastidio, quali attività la malattia preclude e a quali
cambiamenti comportamentali costringe, in concomitanza di quale cambiamento esistenziale il male
si è manifestato.
Attraverso queste analisi ci si chiede cosa esprima l’inconscio con un preciso tipo di sofferenza
fisica, incarnazione di un disagio del profondo che non è stato ascoltato quando era solo psicologico
andandosi a manifestare attraverso la somatizzazione. La lettura più semplice di una gastralgia è la
cattiva digestione di emozioni dolorose non integrate e spinte nei meandri della mente, fino a quando
si incarnano nell’organismo generando malessere fisico. Così una sindrome ansiosa può esitare in
ipertensione arteriosa, un disturbo depressivo in una patologia autoimmune e si potrebbe continuare
all’infinito.
In questi ultimi anni si sono moltiplicati gli acufeni, misteriosi sibili che si odono soprattutto nel
silenzio, i sintomi vertiginosi, la perdita di orientamento spaziale, la labirintite, che al di là della
diagnosi e delle cure mediche, indicano simbolicamente la perdita dell’equilibrio interiore in un
numero sempre maggiore di esseri umani. Questo processo ha rappresentato la scomparsa per l’uomo
medio contemporaneo di un punto di riferimento, punto focale dell’essere, rappresentato dalle antiche
tradizioni nel cuore, ritenuto sede dell’intelligenza e dello spirito.
Questo polo è stato illustrato con le orecchie dagli antichi Egizi, simbolo della sua sensibilità
“sottile”, per poi venir rappresentato infuocato nell’ico -nografia alchemica, in quanto maggiore
plesso energetico. Da tempo questo centro spirituale si è perso e con esso anche la percezione del sé,
la scintilla divina, che ormai manca nel genere umano. Dal distacco dalla sfera numinosa, dal
contatto con le forze primordiali che si manifestano nella natura incorrotta non più presente nella vita
quotidiana.
Il grande limite umano è divenuto la difficoltà insormontabile a darsi una disciplina e seguirla con
passione e dedizione. Scegliere liberamente la via agonistica più congeniale alla propria natura e
percorrerla fino in fondo è un buono strumento per sviluppare la propria personalità e il carattere. La
cultura in cui gli aspiranti agonisti sono immersi si nutre di consumatori obbedienti, ossequiosi alle
regole imposte dall’alto, fruitori del superfluo, facilmente condizionabili da mode studiate da
persuasori anche in ambito sportivo. Si pensi alle diffuse campagne pubblicitarie di marche di
abbigliamento sportivo ormai assunte a simbolo del consumismo.
La difficoltà di provare sentimenti, di vivere ideali e condividerli con altre persone – non certo su
un social network – di conoscere il fine ultimo dell’esistenza, è il frutto della perdita del senso
dell’equilibrio, la scomparsa del centro interiore, un tempo garantito dalla percezione del divino
nella vita quotidiana.
Questa drammatica mancanza produce la volgarità del mondo contemporaneo, la fine dell’etica e
dell’estetica, con la conseguente produzione di brutture, come la degenerazione del tifo sportivo che
porta a invertire il senso alto dello sport in una caduta verticale verso la peggiore degradazione.
Soprattutto, in questa maniera, viene generata una mentalità sportiva malata che non conosce più se
stessa, fatta di esseri che vivono esclusivamente per soddisfare, attraverso lo sport, i loro bisogni
primari di appagamento egoistico o estetico, divorati dall’ansia del possesso di abbigliamenti
sportivi di marca e al contempo spaventati dall’impegno che una reale disciplina sportiva pretende
per raggiungere l’obbiettivo. È l’eclissi dell’essenziale che genera la demonia del consumismo
sportivo.
La via della liberazione, ancora aperta e disponibile ai più, è quella della disciplina fisica. La
pratica consapevole e costante di alcune discipline sportive è infatti un metodo eccellente di
contrasto agli effetti collaterali della modernità sulla propria esistenza. Educare il carattere, dunque,
forgiare la volontà allenando la mente tramite il corpo. Gli allenamenti costanti costruiscono uno stile
di vita differenziato da quello diffuso, conferiscono la forza necessaria al superamento giorno dopo
giorno del proprio limite psicofisico, tensione continua verso la conoscenza di sé.
La pratica degli sport del coraggio favorisce l’emersione dell’inconscio trasformandolo in
conscio, determinando il dominio delle emozioni e delle sensazioni fisiche come la paura e la fatica.
Ciò che sbocca violento e incontrollato dal profondo è domato dalla volontà dell’atleta, che lottando
contro la parte animale ascende in un miglioramento continuo. Quando la forza interiore diviene
sacrificio, le energie portate a livello di coscienza divengono super-consce, salgono dall’io al sé.
Dall’oscuramento del rapporto col divino, dalla scomparsa della voce degli dei, sussurrata dai
suoni della natura ormai ammutolita, si parla di “perdita del centro”43. Il centro è il nucleo
dell’essere, quella porzione indivisibile e incorruttibile, di cui parlavano gli antichi alchimisti,
ricordata da C.G. Jung44. La simbologia del centro era particolarmente diffusa nel medioevo,
incarnata nello slancio verso l’alto delle cattedrali gotiche dalle guglie ardite. Sull’appuntamento
fisso, rituale della messa domenicale, si è abbattuta l’asettica domenica nel centro commerciale.
Invece di onorare il sacro, le famiglie passeggiano davanti alle vetrine dei negozi, anche solo per
osservare qualcosa da acquistare in comode rate. È la pigra giornata cantata da Lucio Battisti, che
chiedeva “ma che colore ha una giornata uggiosa, ma che sa-pore ha una vita mal spesa?”.
È possibile però ritrovare il centro spirituale perduto nella via del coraggio e della fatica,
nell’ascesi delle discipline del coraggio. Nella società tecnologica, dominata dal pensiero
speculativo, molte persone, soprattutto quelle che svolgono lavori intellettuali, posseggono l’energia
vitale esclusivamente nella parte alta del corpo, distaccati dal contatto con la terra intesa come il
mondo delle forze elementari. Questo blocco energetico patologico separa dalle radici, favorisce la
perdita del vero equilibrio umano. È la stasi caratterizzata dalla rotazione insufficiente del primo
chakra, il muladhara, un vortice preposto alla capacità motoria, alla vitalità, al colloquio col corpo,
alla forza fisica e alla stabilità. Il primo chakra determina l’equilibrio e il movimento nello spazio, è
la sede corporea della kundalini, l’energia sessuale.
Riequilibrando questo plesso si combatte ansia, anoressia nervosa, impotenza e frigidità,
depressione, il controllo compulsivo che genera stipsi ed emorroidi, insufficienza renale.
Per riconnettersi alle essenziali energie telluriche e ricentrarsi virtuosamente, occorre ritrovare
l’equilibrio fisico tramite gli specifici esercizi di radicamento, inseriti fino dall’antichità nelle
pratiche yogiche e nel lavoro sull’energia del Tai chi e del Chi kung. Le posizioni o asana di
equilibrio, difficili da eseguire e considerate scomode dagli occidentali, possono essere sostituite
dalla ricerca di stabilità durante la pratica atletica e utilizzate proficuamente anche nell’allenamento
degli sport del coraggio.
La stabilità in movimento equivale negli effetti terapeutici e spirituali a quella delle discipline
tradizionali. L’equilibrio è essenziale per la velocità e la precisione di un pugile, come nelle tecniche
di calcio delle arti marziali. L’equilibrio idrodinamico del sommozzatore, quello dell’alpinista nei
passaggi sulla roccia, dello skyrunner nella scelta degli appoggi durante la corsa.
In tutti gli sport è possibile trovare il radicamento e la centratura, l’essenziale è ricordarsi di sé
nell’attimo dello spostamento, ovvero esserne consapevoli.
Una pratica è quella di vedersi dall’esterno, con calma, distacco e senza giudizio sulla
prestazione atletica. Soffermarsi sull’attimo dell’assenza di stabilità, di perdita dell’equilibrio,
ascoltare i messaggi del corpo nello spazio.
Queste semplici pratiche danno equilibrio interiore e fisico e migliorano il gesto tecnico. L’essere
umano è unità organica, ciò che coinvolge il corpo influenza la mente. Essere ben piantati durante una
mischia per la palla ovale o uno scambio di colpi sul ring non è solo battersi nel modo migliore, ma è
sentire l’energia scorrere in modo naturale, libera da ogni blocco. Un atleta che lavora in modo
soddisfacente sull’equilibrio sarà una persona centrata, non un essere disperso nel vento del nulla.

2.12 Il maestro negli sport del coraggio


Per apprendere qualsiasi disciplina è essenziale avere un buon insegnante: per gli sport del
coraggio non basta un tecnico, per quanto preparato, è importante avere un esempio da seguire.
Queste discipline sono uno stile di vita, una nuova filosofia dell’esistenza che cambia il modo di
vivere dell’atleta. I valori di ardimento e sacrificio devono essere trasmessi per via diretta da chi li
sperimenta su di sé da più tempo con successo e perseveranza. L’istruttore insegna il gesto atletico, il
suo è un compito tecnico. Quando la trasmissione è corretta e il comportamento irreprensibile è un
buon insegnante. Un maestro invece vive in modo integrale i valori che incarna. La tensione verso
l’alto deve essere confermata da un comportamento da guida umana e a volte addirittura spirituale.
Anche il maestro ha limiti e difetti, ma è costantemente alla ricerca della via per migliorarsi e
dare un esempio valido ai suoi allievi. Non è essenziale che sia o sia stato un campione, ma è
indispensabile che abbia una passione grande per l’insegnamento e la disciplina praticata. Molti
campioni non sono stati buoni insegnanti, perché troppo concentrati sulla propria carriera e troppo
poco su ciò che devono tramandare.
Il maestro è un appassionato della disciplina e può essere ancora un’atleta in piena attività, ma il
suo compito eminente è la preparazione dei suoi allievi. Un agonista deve pensare a se stesso e non è
facile che riesca a realizzare il suo programma di allenamento e quello di coloro che segue.
L’esperienza della pratica e soprattutto lo stile di vita comportano un’età matura, anche se giovane
o giovanile. A parte le eccezioni di grandi maestri ancora giovani, ma con una profonda evoluzione
spirituale, i buoni insegnanti sono persone che hanno alle spalle un lungo cammino di realizzazione
esistenziale e sportiva. Soprattutto il maestro è un esempio vivente delle idee che incarna e trasmette,
quindi deve coltivare le qualità spirituali e psicofisiche per tutta la vita: prima come atleta e poi
come insegnante. La cultura personale, da non confondere con i titoli accademici e l’istruzione
scolastica, è fondamentale, ma ancora di più lo è la nobiltà d’animo. Qualità che in pratica si esprime
come disponibilità, gentilezza, generosità. La via della trasmissione di valori è ardua e impegnativa.
Non si chiede la perfezione, che non è cosa umana, ma la tensione continua al miglioramento. Maestri
sgarbati, iracondi, impazienti, avidi, devono imparare ancora molto e questo è comprensibile, ma
danno un cattivo esempio, se hanno conflitti interiori non risolti, non sono in pace con se stessi e non
sono pronti per la missione. Tutti devono apprendere sempre e migliorare giorno dopo giorno.
Non si deve mai dimenticare che per i praticanti il maestro è l’incarnazione della sua disciplina.
Quello che insegna a lanciarsi è il paracadutista per eccellenza. È la competenza, la partecipazione,
l’esperienza, il modo di essere che lo devono rendere superiore agli allievi. Maestri fisicamente
fuori forma atletica non rappresentano degnamente la loro disciplina, anche in età molto matura chi
deve essere d’esempio agli altri ha il dovere di mantenere un aspetto marziale e dignitoso. Il
messaggio più importante da trasmettere è lo stile di vita, perché verrà osservato costantemente e
giudicato, il suo comportamento diverrà modello soprattutto per i più giovani.
Un maestro violento creerà un’atmosfera di tensione e paura tra i suoi allievi, scatenando
un’aggressività patologica, tra di loro e verso gli avver-sari. Una guida svogliata e disattenta
genererà atleti poco determinati, un elevato numero di abbandoni della disciplina e poco interesse
per i mutamenti esistenziali che questa produce.
Anche strutture di personalità narcisistiche possono nuocere ai fini dell’insegnamento. Maestri
incentrati esclusivamente su se stessi, patologicamente bisognosi di continui riconoscimenti e di
essere i protagonisti assoluti della scena, anche a costo di comportamenti poco ortodossi, non fanno
il bene degli atleti e della squadra. Il maestro segue la sua via interiore e sportiva dedicandosi agli
altri, preparandoli e portandoli al perfezionamento della tecnica e alla vittoria in gara per gli agonisti
che inseguono un titolo o un primato. Non favorisce questi ultimi a scapito dell’atleta amatoriale, ma
segue con eguale passione entrambi, in modo e tempi diversi. Sono persone che divengono compagni
di una lunga strada da percorrere insieme, nel rispetto e affetto reciproco.
Il forte agonista, il campione, dà grande soddisfazione e prestigio al maestro, ma egualmente ne
danno coloro che si avvicinano alla disciplina perché ne hanno bisogno come terapia e via di
realizzazione personale. Portare un campione a competizioni di alto livello non ne fa un insegnante
migliore di un collega che si occupa solo di amatori, principianti, di coloro che non vinceranno mai
una gara, ma che devono imparare a vivere giorno per giorno la gara più grande, quella della vita.
Sovente il maestro è un professionista e vive del suo lavoro e per questo viene pagato.
Gli sport del coraggio sono più di una professione, sono formazione costante che richiede una
passione che va oltre il giusto guadagno. Come in altri lavori vi è un aspetto di rilevanza sociale: in
questo vi è una forte connotazione spirituale. La sfera dell’affettività del maestro deve essere
equilibrata, deve amare la propria missione senza risparmio, ma non deve fare grandi investimenti
affettivi sui suoi atleti. Sono persone che a lui si rivolgono per crescere, ma non sono figli o
sottoposti. Vederli come proprie creature, proiettando su di loro ambizioni frustrate o improbabili
rivincite con la vita, non solo è tremendamente sbagliato, ma pericoloso per docente e discente. Gli
allievi devono essere liberi di scegliere, di andarsene, di sospendere la pratica, soprattutto di
pensare con la loro testa. Non sono amici, sono unicamente e semplicemente atleti con i quali
instaurare un rapporto di profonda fiducia.
L’amicizia, nobile sentimento, s’instaura automaticamente con il passare del tempo, con la
consuetudine delle sedute di allenamento, con la condivisione di fatiche e soddisfazioni, ma non deve
essere il fondamento del rap-porto. Nella prima fase di questo importante viaggio sentimenti
estremamente coinvolgenti come l’amicizia sono controproducenti. Viene meno il giusto rapporto
gerarchico, il maestro non gode di quell’autorità che serve per guidare gli allievi. Si pone sullo
stesso piano di coloro che deve dirigere. Un’eccessiva confidenza espone il docente alla critica di
chi non può giudicare metodi e capacità. Come un ufficiale militare deve poter dare disposizioni
nella certezza che vengano eseguite. La direzione di una scuola di disciplina del coraggio comporta
inevitabilmente autorità e dedizione. Da parte di chi deve guidare il gruppo e da tutti coloro che ne
fanno parte. In un’accademia sportiva le relazioni sono fondamentali, i legami che si determinano tra
i soci sono la struttura portante. L’armonia, la collaborazione, il cameratismo, generano una forza
interpersonale che sostiene il gruppo e si irradia al singolo. ognuno si sente parte del tutto e tutti
partecipano del bene comune. In una squadra si sviluppano naturalmente spinte seduttive, tra atleti e
spesso verso la figura di riferimento.
Il maestro tradizionalmente è elemento fascinatore, per esperienza, autorità, capacità e viene
vissuto come un archetipo genitoriale. Negli sport del coraggio i legami sono decisamente più forti;
al fascino personale del maestro di sci o di tennis, da sempre figure conquistatrici, si assomma il
carisma di colui che del sacrificio e del coraggio ha fatto la propria cifra personale. L’alone di
avventura, mistero, confidenza col pericolo, che emana la guida alpina, l’insegnante di immersione,
di paracadutismo e delle altre discipline del coraggio, ne fanno un personaggio magnetico. Molti
amori sono nati durante gli allenamenti sportivi, spesso fugaci avventure, frutto di un’atmosfera
eccitante fondata sulla complicità, di forti emozioni condivise, di momenti esaltanti profondamente
diversi dalla vita quotidiana. Attimi piacevoli, storie dentro una storia più grande, quella della vita.
Perché gli sport del coraggio mutano virtuosamente il modo di vivere, ma un vero maestro evita
coinvolgimenti sentimentali che possano nuocere agli allievi e all’armonia della squadra.
Gelosie e rivalità sono molto pericolose per tutti. Portano divisioni e fratture a volte insanabili.
La sfera dell’affettività deve rimanere privata e protetta, sentimenti ed emozioni si vivono
intensamente, ma al di fuori e oltre il tempo della pratica. Momenti di puro piacere o amori duraturi
fanno parte del privato delle persone non della storia di una scuola. Le vicende personali degli atleti
si intrecceranno inevitabilmente con i tempi e i luoghi della loro disciplina sportiva, ma non devono
alterarne i ritmi e gli scopi.
Adolescenti divengono adulti, atleti finiscono gli studi, altri entrano nel mondo del lavoro, si
formano coppie e si sciolgono, nascono figli e si perdono affetti. Storie che si intrecciano
all’esperienza in palestra, vicende personali che tali devono restare. Un maestro capace separa i
sentimenti dalla missione, sperimenta le vicissitudini della sua esistenza intensamente senza farsene
travolgere. Nessun vincolo morale può vietare una relazione affettiva tra docente e discente, nel
rispetto reciproco, ma questa non deve influire sugli equilibri del gruppo. ottime e durature unioni si
sono realizzate tra maestro e atleta, quando quest’ultimo ha fatto sue la passione per la disciplina e il
suo spirito.
Le compagne di molti maestri sono donne che percepiscono i coetanei come inadeguati o
immaturi, che non li sentono alla loro altezza, li giudicano noiosi e poco stimolanti, se non deboli e
prediligono quindi figure che rappresentano l’autorità. Spesso figlie di madri deboli, se non
depresse, di figure femminili sottomesse, sviluppano a loro volta una struttura della personalità
depressiva. hanno introiettato un archetipo femminile svalutato. Rischiano di divenire vittime di
maschi violenti o dispotici che le sfruttano o che quantomeno le trascurano. Mentre una figura di
riferimento più matura può influire positivamente, rendendole partecipi del suo lavoro, aumentando
così l’autostima ed esaltandone la femminilità.
Il maestro è un archetipo paterno, buon compagno di vita e di avventura, ma sposa esclusivamente
la sua idea e la sua missione. La condivide con chi ama e con tutti coloro che lo seguono, ma vive per
realizzare ciò che si è preposto come dovere. Segue con disciplina le sue regole e non le impone, ma
pretende il loro rispetto quando vengono liberamente scelte. È tollerante con gli altri e severo con se
stesso, al contrario dell’uomo indifferenziato delle masse, permissivo per le sue debolezze e spietato
e pretenzioso con il prossimo. Non soffre di smania di protagonismo perché si realizza nel successo
degli altri, è sempre presente senza essere invadente. Il suo fine ultimo è quello di essere mezzo di
conoscenza per chi viene dopo di lui. È uomo, ma soprattutto è un maestro.

Hanno detto...
Un giovane attravers tutto il Giappone per raggiungere la pa? lestra di un famoso praticante di arti
marziali. Una volta giunto al dojo il maestro gli concesse udienza.
Che cosa vuoi da me?, gli chiese il maestro.
Vorrei essere tuo discepolo e diventare il pi abile karat di questo paese, gli rispose il ragazzo.
Quanto dovr stu? diare?.
Almeno dieci anni, rispose il maestro. Dieci anni ‘ un b di tempo, comment il ragazzo. E se
studiassi con il dopp dell impegno dei tuoi attuali discepoli?.
Allora ci vorrebbero vent anni, rispose il maestro. Vent E se mi mettessi a praticare giorno e notte
con tutte le mi forze?.
Trent anni, fece il maestro.
Ma com ‘ possibile che ogni volta che ti dico che ci metter pi impegno, mi dici che ci vorr pi
tempo?, chiese il ragazzo stupefatto.
La risposta ‘ semplice. Se un occhio ‘ continuamente fisso sulla destinazione finale, resta solo un
occhio per cercare la Via.
STORIA ZEN
3. Il training autogeno nello sport del coraggio

All’interno di questo capitolo è stata inserita una parte assolutamente pratica. Un allenamento
mentale, facile e sempre efficace, sperimentato per lunghi anni su decine di atleti di alto livello, per
migliorare le prestazioni agonistiche, e su un numero molto più grande di praticanti amatoriali, per
dare loro una conoscenza di base che, assommata ad allenamenti costanti, può migliorare la qualità di
vita.
Sempre più la condizione mentale dell’atleta viene considerata fondamentale non solo a livello
prestativo, ma anche per lo stato di benessere psicofisico, che ovviamente influisce in modo
sostanziale sulle prestazioni stesse. In pratica: chi sta bene si allena meglio. Il training autogeno è una
semplice forma di autoterapia basata sull’induzione al rilassamento profondo. Nato quasi un secolo
fa per curare disturbi di natura psicosomatica e sindromi ansiose, viene da tempo utilizzato, insieme
all’ipnosi, dagli atleti di ogni disciplina, agonisti e amatori, per vincere la fatica e combattere l’ansia
della gara. Si può praticare da soli, senza bisogno di strumenti particolari, in ogni luogo in pochi
minuti. Nello spogliatoio, sdraiati su una panca o seduti su una sedia, su un prato prima della
partenza della gara, in barca in attesa di immergersi o sull’aereo preparandosi al lancio. Qualunque
sia la disciplina sportiva, il rilassamento profondo permetterà di dare il massimo, pacificando la
mente e predisponendo il fisico allo sforzo.
Nello stato di relax, in piena tranquillità si può lavorare sulle paure e sui limiti da superare. La
condizione generata permette l’esclusione dell’Io e un colloquio facilitato con le grandi forze
dell’inconscio, reso permeabile ai messaggi terapeutici o di rinforzo. La sonnolenza è, infatti, il
territorio di confine, tra lo stato vigile e quello di sonno. La cosiddetta “zona crepuscolare”, nella
quale si accede al subconscio, sottile stato subliminale, non più coscienza e non ancora sonno
profondo. I pensieri disturbanti, la paura, i dubbi e le credenze limitanti vengono meno, non
disturbano, al contempo non essendo incoscienti si possono registrare messaggi positivi, sotto forma
di potenti immagini o suoni.
Nel manuale verrà analizzata la pratica della visualizzazione e l’uso delle formule autogene.
Vedersi vincitori nella mente, affermare con fiducia le aspettative di salute o di successo ha un potere
immenso. La forma fisica e i risultati agonistici o i miglioramenti nella pratica amatoriale, nascono
nella mente e si trasmettono al corpo. Il manuale di training autogeno per insegnanti sportivi è da
molti anni testo di studio per i maestri di sport di combattimento.

3.1 La meditazione e gli sport del coraggio


Quando si parla di meditazione viene direttamente alla mente l’immagine di uno yogi nella
posizione del loto, in estasi nella perfetta immobilità del corpo e della mente. Questa è sicuramente
la forma meditativa più conosciuta, caratteristica di scuole iniziatiche occidentali e orientali. Eppure
non è certamente l’unica esistente. Sin dall’antichità, infatti, si sono tramandate forme di meditazione
in movimento, le discipline cinesi del Tai chi e del Chi kung, ma le stesse “forme” del karate
giapponese, i cosiddetti kata, sequenze di tecniche di combattimento figurato senza alcun avversario,
sono sostanzialmente meditazione in movimento. Le più conosciute sono quelle delle arti marziali
orientali, dello Iaido, l’arte della spada, le forme del Kendo, la meditazione nel tiro coll’arco, resa
nota in occidente da un notissimo libro, Lo zen e il tiro con l’arco di E. herrigel. In realtà, anche
nella tradizione marziale dell’occidente, le scuole di spada, bastone o di lotta considerano il
combattimento simbolico che è sempre meditazione attiva. L’essenza di questa pratica iniziatica è in
uno dei compiti più ardui per l’essere umano, fermare la corsa indisciplinata dei pensieri, calmare la
mente, rallentando l’attività dell’inconscio che la domina.
Il cosiddetto “dialogo interiore”, la voce che parla ininterrottamente nella mente umana, è
sopraffatta dall’irrompere delle emozioni, degli stimoli sensoriali, dei ricordi, di tutto il materiale
inconscio che emerge senza alcun controllo cosciente. Crediamo di pensare liberamente, in realtà
siamo pensati dalla sfera profonda, anche quando l’attività cerebrale è strettamente razionale, come
in un calcolo matematico, altri pensieri si affollano senza ordine, assaltano la mente, interrompono,
disturbano, rendono difficile la concentrazione.
La meditazione è la tecnica per riportare la calma, per disciplinare il pensiero, fino a
sospenderlo. È il primo passo verso la trascendenza. Controllare l’inconscio, senza reprimerlo,
guardandolo con distacco, per passare poi dal livello di coscienza, a quello superconscio, dove il
pensiero soggettivo scom-pare fluendo nella vibrazione divina.
I termini satori, illuminazione, nirvana, estasi mistica sono modi per definire la fusione
nell’assoluto. La porta di entrata si trova tanto nell’immobilità quanto nell’azione, nel controllo del
respiro e in una “forma” di spada, nella ripetizione di un mantra e nel distacco dal pensiero durante
un lancio con il paracadute o un’immersione subacquea. Il segreto è nello staccare l’attenzione da ciò
che si fa, con la ripetizione, annoiando la mente, portandola a una modalità d’azione più lenta. Perciò
si può meditare dipingendo, nell’arte dell’ikebana, danzando come i dervisci e praticando gli sport
del coraggio. L’essenziale è uscire dal vortice del pensiero, essere l’azione che si sta compiendo,
entrare nel gesto atletico stesso, diventando un tutt’uno con esso. Se si combatte senza più pensare a
quali colpi si porta, si sta meditando in azione.
Quando l’azione diviene attività riflessa, libera da ogni controllo, il pensiero si ferma, il dialogo
interiore è interrotto, l’atleta e la sua disciplina divengono una cosa sola. E questo in realtà si può
ottenere con qualsiasi attività fisica, anche e soprattutto negli sport del coraggio, dove astrarsi è più
difficile, perché si è preda della paura, della fatica, del dolore: emozioni e sensazioni pesanti, che
trascinano verso il basso, nella dimensione animale, dominata dall’istinto di sopravvivenza. Sono
discipline che all’inizio della pratica necessitano di grandi sforzi di volontà, di pazienza e
sopportazione, ma presto divengono vie di realizzazione interiore. Il distacco è il metodo per
ottenere il silenzio della sofferenza, isolare le sensazioni negative, guardan-dole da fuori, come entità
a sé stanti, vampiri energetici.
Ascoltare l’emozione o la risposta fisica e metterla fuori da sé. In questo modo il coinvolgimento
psicologico è minimo, la percezione è staccata dal percepente. Per ottenere questo effetto emotivo e
percettivo, l’emozione o il dolore vanno ascoltati, isolati, pensando che sono altro da noi, fuori di
noi. Una volta sentiti per ciò che sono in realtà, vanno lasciati a se stessi, abbandonati. Non è
semplice, comporta allenamento costante, estrema attenzione, lentezza e concentrazione. Non certo in
gara o durante allenamenti difficili, ma in solitudine, correndo, lottando, giocando, ascoltando le
sensazioni. Ci si concentra sul respiro, come nella meditazione classica, sul paesaggio, sui
movimenti, sui passi, su tutto ciò che blocca il pensiero, soprattutto quei pensieri negativi che
spingono a cedere allo scoramento, a ritirarsi, a rinunciare alla lotta. Il fine ultimo di
quest’allenamento specifico non è certo nel miglioramento della prestazione sportiva, anche se questa
migliorerà col passare del tempo grazie anche a queste tecniche.
L’obiettivo finale è lo stesso degli sport del coraggio, il superamento della dimensione meramente
umana, che è in fondo il senso ultimo della ricerca nella vita. Negli sport del coraggio si usa
consapevolmente il corpo fisico, mezzo di espressione in questa dimensione pesante, per superare la
prova di questo passaggio. Il fine vero di queste discipline e della meditazione in movimento è
l’impermanenza, la certezza che ogni cosa condizionata scomparirà nel nulla. Unirsi con l’uno, unica
entità incondizionata, è possibile con una mente domata, non più schiava delle emozioni. Questa è
l’unica vera libertà, la consapevolezza di essere qui e ora, presenti a se stessi e si ottiene osservando
i pensieri fino a quando si placano.
Ascoltandosi attentamente si impara a stemperare i pensieri fino al nulla assoluto e per facilitare
questo processo è indispensabile stancare la mente. L’allenamento ideale è quello più noioso,
ripetitivo, meno fantasioso, quello in cui si genera uno stato di trance attivo. Amare i compiti
indesiderati rafforza la volontà, migliora le prestazioni psicofisiche, ferma il continuo mormorio
interiore. Questi sono gli allenamenti più duri e sono i più odiati dagli atleti.
Tutte le tecniche di base di qualunque sport, i cosiddetti “fondamentali” di ogni pratica, assumono
proprio queste caratteristiche: movimenti mono-toni, com’è stato descritto nel film Karate Kid, dove
il maestro addestra l’allievo facendogli lavare l’auto e dipingere una staccionata. Esercizi
apparentemente stupidi nella loro ripetizione, ma che poi si rivelano sorprendentemente
fondamentali. Il combattimento a vuoto del pugile, il ripetere continuamente le procedure di sicurezza
prima di un’immersione o di un lancio col paracadute, il salire le scale per lo skyrunner, le ripetute
in salita per il maratoneta: tutti questi sono modi per fermare il pensiero che passano dallo stancare
la mente entrando nell’azione, divenendo il gesto stesso. Per ottenere questo effetto bisogna ripetere
una tecnica fino alla perfezione: in questa maniera si passa dal “fare” all’“essere”.
Ci sono esercizi specifici propedeutici alla meditazione attiva che utilizzano il potere della mente
più che le prestazioni del corpo. Eseguire un passaggio tecnico lentamente, sempre più lentamente, è
molto difficile, è una sofferenza per l’inconscio. Giocare a pallanuoto o hockey al rallentatore,
correre lentamente, boxare ancora più piano, combatte l’ansia di ottenere un risultato concreto. È il
fare solo per fare, senza altro fine.
Eseguire gli allenamenti a occhi chiusi non solo affina gli altri sensi, ma ferma l’attenzione su
sensazioni nuove e sconosciute che annullano i pensieri. ovviamente, non in tutte le discipline è
possibile e si deve agire nella massima sicurezza. Chiudere gli occhi in immersione per pochi
secondi o cercare un appiglio sulla roccia solo con la sensibilità delle mani, ovviamente senza nulla
rischiare, determina il blocco del dialogo interiore. Un corto circuito della mente che ferma ogni
pensiero per cercare nuove modalità d’azio -ne, la lotta contro la paura del buio, dello sconosciuto,
anche se si attivano gli altri sensi. L’istinto indurrà ad aprire immediatamente gli occhi, ma basterà
resistere pochi attimi per sentire rumori, odori, sensazioni tattili sconosciuti.
Percepire lo sparring partner sul ring o sul tatami dal rumore dei suoi spostamenti o dall’odore è
un’esperienza straordinaria. Si inizia muovendosi e colpendo nel modo più leggero possibile per poi
aumentare progressivamente la velocità e la potenza con l’esperienza.
Un’ultima tecnica per fermare il sovrapporsi confuso dei pensieri comporta la visualizzazione di
ciò che poi si farà nella realtà. Questa pratica affinerà i movimenti di precisione, migliorerà la mira,
renderà più fluida qualsiasi esecuzione atletica.
Allenarsi nella mente, figurando ciò che si sta per compiere prima di farlo, è provare la strategia,
la tattica, mille e mille volte, fino alla perfezione, ma soprattutto concentra il pensiero su ciò che si
sta proiettando internamente, eliminando il “rumore di fondo” dei pensieri scomposti. Lanciare una
palla o eseguire la stessa tecnica di calcio un’infinità di volte anche solo nella mente aiuta a
realizzare al meglio l’azione nella realtà: il braccio o la gamba obbediranno perfettamente al
comando, perché condizionati da molte prove.
La scienza riconosce alla meditazione la capacità di generare molteplici benefici psicofisici. Tra
questi vi sono l’abbassamento della pressione arteriosa e delle pulsazioni cardiache, il
miglioramento della respirazione e del sonno, il potenziamento delle difese immunitarie,
l’accelerazione del metabolismo e molti altri effetti virtuosi. Anche la sfera psichica trae grande
giovamento da questa pratica: una mente ordinata e forte non può essere preda dell’ansia e dei
disturbi del tono dell’umore.
I pensieri degli uomini sono come una scimmia impazzita che salta di ramo in ramo, come un
fiume di lava incandescente e imprevedibile di un vulcano in eruzione. La meditazione rende la mente
calma come la superficie di un lago.

3.2 Training autogeno: parte operativa


In questi ultimi tempi la domanda di benessere, la cura della propria salute, la richiesta di metodi
per dare all’esistenza una qualità superiore è molto cresciuta. I ritmi accelerati della vita di tutti i
giorni, la scarsità di tempo dedicato a se stessi, la competitività esasperata della nostra società,
hanno prodotto un mondo sempre più complesso e difficile da vivere. La crisi della famiglia, la
perdita dei valori spirituali, il rarefarsi dei rapporti umani, hanno fatto della vita una corsa senza
meta, un affanno continuo che genera inesorabilmente ansia e insoddisfazione.
La medicina contemporanea ammette che la gran parte delle malattie che colpiscono la nostra
società è di origine psicosomatica, ovvero si tratta di disturbi generati dal disagio della mente che si
manifestano nel corpo: la patologia cardiovascolare, molti si tratta di disturbi dermatologici,
allergie, gastralgie, coliti e molte altre condizioni morbose che purtroppo molte persone conoscono
bene. Ma la sofferenza più grande si manifesta nella sfera psichica, con sindromi ansioso-depressive,
disturbi da attacco di panico, manie ossessivo-compulsive, fobie. Un malessere profondo peggiora
sistematicamente la qualità della vita, inibisce capacità e qualità della persona rendendo le piccole
cose di tutti i giorni imprese insormontabili.
Le persone affette da questi disturbi si spengono, perdono entusiasmo e gioia, tendono a incupirsi
e a chiudersi in se stessi. Paura, solitudine, sofferenza, dolori fisici, inabilità al lavoro sono l’effetto
ultimo.
Ma fortunatamente si può guarire, bene e per sempre. Tutto ciò che si genera nella mente, la mente
stessa può curare e risolvere. Tutti hanno risorse grandissime, capacità fantastiche e sconosciute, un
potere meraviglioso che si può imparare a evocare quando si vuole, senza alcuno sforzo. Il malessere
dell’anima è generato da una sofferenza della sfera più profonda della mente: complessi di colpa,
traumi infantili, paura di essere abbandonati, di essere respinti e rifiutati. La liberazione dal dolore
passa obbligatoriamente dal -l’amo re per se stessi, dalle attenzioni e cure che chi sta male deve
dedicarsi.
Ogni sofferenza è una chiara richiesta d’aiuto. La cura di se stessi basta per ritrovare la salute e
l’entusiasmo per la vita. Per questo il training auto-geno è per eccellenza una facile via di
conoscenza e autoterapia, la via per l’esplorazione della dimensione profonda, l’inconscio.
Il training autogeno fu studiato e organizzato in esercizi di autoterapia dallo psichiatra tedesco J.h.
Schultz, tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Quindi l’auto allenamento al relax ha ormai
un’età veneranda. Questa è sicuramente una garanzia di serietà ed efficacia. Se il metodo di Schultz
non fosse stato veramente efficace la comunità scientifica internazionale avrebbe da tempo emesso un
verdetto di spietata condanna. Invece dopo quasi un secolo l’autoterapia del rilassamento viene
utilizzata costantemente e sempre con buoni risultati.
Schultz era medico specializzato in psichiatria e neurologia, di cui fu docente universitario, vicino
al movimento psicanalitico ed esperto ipnologo. Sviluppò il sistema del training autogeno ispirandosi
all’autoipnosi: mise a punto una terapia efficace che permette di porsi in contatto con l’inconscio,
durante la seduta di rilassamento profondo gestita da soli, senza l’intervento di nessuno. E questo è
tutt’oggi il punto di forza del training autogeno: è facile e si fa da soli.
Questo è un semplice manuale d’istruzioni per l’uso, facile e alla portata di tutti, per il
principiante che lo userà come introduzione a un eventuale corso che frequenterà in futuro per
specializzarsi o per chi un corso lo ha già fatto e vuole un agile mezzo di ripasso delle tecniche
apprese e applicate orientate alle discipline degli sport del coraggio. Nella nostra parte più
recondita, l’inconscio, troveremo la forza e la risposta a ogni quesito. Imparando a scendere nella
dimensione profonda, si potrà conoscere la propria vera personalità. La salute è il bene supremo che
permette ogni altra realizzazione: chi sta bene può tutto, mentre la malattia compromette ogni impresa
e blocca anche la volontà più ferrea. L’equilibrio e la felicità di star bene si trasmettono agli altri:
quando si sta in forma, verrà trasmesso il benessere a alle persone vicine. Vivere liberi dall’ansia e
dalla paura non è solo un diritto, è un dovere.

3.3 Che cos’è il training autogeno


Il training autogeno – allenamento autogenerante al rilassamento pro -fon do – è una facile forma
di autoterapia, quindi non necessita alcun operatore, si pratica dovunque, senza strumenti, in pochi
minuti ed è applicabile subito da chiunque lo voglia. Proprio per questo è economico, non richiede
conoscenze e qualifiche specifiche, lo applicano milioni di persone nel mondo da quasi un secolo. È
riconosciuto dalla scienza ufficiale, utilizzato normalmente da psicologi e medici, atleti e da tutti
coloro che sono stati addestrati alla pratica. I sei esercizi di base del training autogeno provocano il
rilassamento totale. Tramite essi si produce un sensibile rilassamento del tono muscolare, eliminando
la rigidità, alleviando le contratture, decongestionando le aree infiammate. Inoltre, si rallentano le
pulsazioni cardiache e il ritmo respiratorio, induce perciò a una situazione di calma. Migliora
l’assorbimento dell’ossigeno a livello tissutale e favorisce la concentrazione, grazie alla
respirazione profonda. Questa tecnica, che agisce sull’equilibrio neurovegetativo, è assolutamente
naturale, non ha alcuna controindicazione.
Un esempio di applicazione: Gara di campionato di rugby. Scontro con la diretta concorrente
per l’accesso alle finali che avrebbe garantito l’ingresso alla categoria superiore. La
preparazione fisica è importante. Quella psicologica può risultare decisiva. L’allenatore e il
preparatore atletico fanno sdraiare la squadra mezz’ora prima della partita. Non è il solito
allenamento per il riscaldamento fisico: “Sdraiatevi con la pancia verso l’alto. Chiudete gli
occhi”. Le direttive sono tanto chiare quanto strane, mai ascol-tate fino a quel momento. “Non
pensate a nulla, concentratevi solo sul colore verde, come se intorno ci fossero esclusivamente
distese di prati”. Al riscaldamento fisico, dunque, si è aggiunto anche il rilassamento mentale per
preparare una partita che, avendola poi vinta, si sarà rivelata decisiva. un esercizio nuovo che in
pochi minuti ha permesso di mettere da parte la tensione accumulata nelle settimane precedenti,
l’eccitazione di affrontare gli avversari tanto “odiati” e temuti, che avrebbero potuto incidere in
maniera negativa, compromettendo una stagione rivelatasi alla fine esaltante.
Quello appena riportato è il racconto di un rugbista romano, riguardante la preparazione a una
gara. Il tipo di esercizio descritto provoca il rilassamento profondo, permette l’accesso all’inconscio
e l’aumento dell’autostima con le formule autogene. Ma il training autogeno può agire anche sulla
cura di disturbi psicosomatici, favorisce il recupero di materiale rimosso in associazione alla
psicoterapia. Soprattutto combatte gli stati ansiosi, le crisi d’angoscia, gli attacchi di panico,
migliora le prestazioni psicofisiche. Il training autogeno, dunque, migliora sensibilmente il recupero
sulla fatica, riduce la spossatezza da stress intenso, migliora la memoria e la concentrazione.
Favorisce un riposo profondo e ristoratore, genera sonno ipnotico, quindi di qualità elevata. La mente
lucida esprime il meglio della coscienza. Il suo ideatore Schultz ne parla come di una sorta di metodo
di autoipnosi, per questo gli attribuisce un grande potere suggestivo che guarisce molte patologie.
Questo agile manuale è dedicato a chi impara il training autogeno per usarlo su di sé associato
alle discipline del coraggio, quindi per chi vuol imparare a rilassarsi facilmente e velocemente in
ogni luogo e situazione per svolgere e vivere meglio la disciplina in cui è impegnato. Il training
autogeno sarà fonte energetica per ricaricarsi, il piacevole momento della giornata in cui potrete
finalmente dedicarvi totalmente a voi per volervi bene. Dopo una prova stressante, prima di un
incontro di lavoro, prima di un esame, di un colloquio, durante un viaggio stancante: si possono
trovare mille occasioni in cui utilizzare il rilassamento profondo. Recupererete energia battendo la
stanchezza, disporrete della massima forza interiore e fisica, darete sempre il massimo.
Utilizzato da grandi campioni dello sport per migliorare i loro risultati agonistici, dai medici per
abbassare il sintomo del dolore, nel parto e nella fase preoperatoria, dagli studiosi per potenziare la
memoria e le facoltà mentali, il training autogeno è un mezzo semplice per utilizzare al meglio il
potenziale cerebrale. L’autoinduzione alla calma dà un significativo effetto di autosedazione:
l’emotività scende sensibilmente, sopprimendo o limitando efficacemente le reazioni emotive che
disturbano la coscienza. Rabbia, paura, preoccupazioni, delusioni e ogni altra emozione negativa
viene calmata fino a scomparire.
Come appare ovvio qualsiasi prestazione migliora se siamo liberi dall’ansia e da emozioni
paralizzanti. La formula d’apertura al ciclo “io sono calmo e disteso” oppure “io sono perfettamente
calmo” produce il risultato. Dopo un buon periodo d’allenamento si raggiunge il distacco dalle
emozioni, una condizione di imperturbabilità che garantisce un’alta qualità di vita. Dopo stress
elevati, periodi di lavoro intenso, forti sforzi muscolari o a seguito di una riduzione del sonno, il
relax profondo, determinando un immediato benessere, provoca l’aumento delle energie.
I primi due esercizi, peraltro fondamentali, della pesantezza e del calore inducono, come si è
rilevato dalle esperienze cliniche, un veloce ripristino delle riserve energetiche. In altre parole, lo
stato di trance autogenerato dal training autogeno ha un effetto altamente riposante, pari al sonno
ipnotico eteroindotto. Un breve riposo così ottenuto equivale a un sonno ristoratore.
Nello stato di rilassamento profondo è provato che anche la sensibilità al dolore non acuto
diminuisce o addirittura può scomparire nelle persone ben allenate ai nostri sei esercizi di base.
Indurre il calore o la freschezza su parti contratte o infiammate riduce in modo clinicamente
apprezzabile la percezione soggettiva del dolore. In pratica si possono determinare analgesie, ovvero
delle “anestesie locali”, che da molto tempo vengono utilizzate dai medici durante il travaglio del
parto o in piccoli interventi chirurgici.
Anche se il miglioramento delle prestazioni mentali riguarda la parte superiore del training
autogeno, già durante la pratica dei sei esercizi di base si possono evidenziare il potenziamento della
memoria, della capacità di concentrazione, della volontà. È da considerarsi normale in una
condizione ottimale di calma e tranquillità che la mente dia il massimo, senza essere turbata da
pensieri riguardanti la quotidianità, preoccupazioni e paure.
3.4 Preparazione agonistica e uso terapeutico
Ormai da molto tempo questa facile forma di autoterapia è applicata con grande successo nello
sport. La utilizzano gli atleti agonisti e i praticanti per diletto, i personal trainer e gli allenatori. Lo
stato di rilassamento profondo ottenuto con i sei esercizi di base permette un miglioramento
immediato delle prestazioni in qualsiasi disciplina, dovuto al rallentamento delle pulsazioni
cardiache, alla profondità e calma della respirazione e soprattutto combattendo l’ansia da prestazione
del pre-gara e del normale allenamento. Ma è con la discesa nell’inconscio della parte superiore del
training autogeno che si hanno i risultati più interessanti sulle prestazioni e le patologie, come
vedremo nel prossimo paragrafo.
Secondo l’esperienza di vari esperti, sia di psicoanalisti che di insegnanti sportivi, le potenzialità
del training autogeno si esprimono al meglio sia sugli atleti che sulle persone affette da diversi
disturbi. Nelle discipline di resistenza come corsa lunga, ciclismo, sci e nuoto di fondo dove la
mente sopporta lo sforzo maggiore, il training autogeno aiuta soprattutto nella fase finale della
prestazione, quando la stanchezza si fa pericolosa e la voglia di mollare è molto forte. Le formule
autogene per creare una suggestione positiva antistanchezza, tipo “le mie gambe sono molto leggere”
cambia la fase finale della gara.
Energia, resistenza, recupero su fatica e dolore muscolare, si possono aumentare proprio con il
potere della mente. Il training autogeno permette di accedere a questo potere. Durante il rilassamento
profondo il messaggio che depositeremo nell’inconscio svilupperà l’effetto potenziante o terapeutico.
Creare le formule autogene efficaci è essenziale, ma queste funzionano solo quando la mente è
distaccata dai problemi contingenti, quando ci si mette in contatto con le forze profonde. Ed è per
questo che i sei esercizi di base sono essenziali.
Questa fantastica forma di autoterapia nasce ovviamente per la cura di quelle patologie che
generano dall’ansia e da un eccessivo livello di stress. Qualsiasi organo può essere colpito dalle
somatizzazioni da stress, dipende dal significato simbolico di quel disturbo, ovvero quale disagio
l’inconscio esprime tramite la malattia. Enumerarle tutte sarebbe praticamente impossibile,
ricorderemo quindi quelle più diffuse e sulle quali la letteratura scientifica ci dà maggiori
informazioni. Per offrire un agile libro d’istruzioni da usare sul campo, basterà sapere che dovunque
si annida l’ansia, lì nasce la malattia e sempre lì il training autogeno può dare un aiuto eccezionale.
Nessun miracolismo, niente magie, ma la certezza data da anni e anni di successi clinici. È
un’arma estremamente efficace nel trattamento delle sindromi ansiose e in tutti i disturbi somatici che
ne derivano. Schultz stesso ricorda che le indagini sperimentali sull’ipnosi concludono che tutte le
funzioni organiche sono influenzate dalla psiche, il training autogeno è una forma di autoipnosi che ci
permette un colloquio intimo col nostro inconscio. L’autore notò l’immediato beneficio
sull’ipertensione arteriosa, la tachicardia e le patologie cardiache, associate a disturbi della sfera
psichica riducendo l’ansia. L’asma bronchiale, grazie al rilassamento dei muscoli respiratori, le
allergie che spesso hanno una ragione nella psiche, i disturbi funzionali dello stomaco e
dell’intestino. Gastralgia, esofagiti, ulcere gastriche, colite spastica ed emorragica, stipsi e diarrea
reagiscono bene al training autogeno essendo acclarata nella maggioranza dei casi l’origine
psicosomatica.
Il training autogeno arriva a permettere controllo ed eliminazione degli spasmi e
dell’ipersecrezione gastrica, la riduzione e la scomparsa di dolori mestruali e della sfera
ginecologica. Cefalee e dolori articolari sono trattati rispettivamente con l’esercizio del fresco o del
calore, che sciolgono la tensione dolorosa. ovviamente nell’applicazione clinica lo psichiatra
tedesco utilizzò anche farmaci di pertinenza specialistica a seconda della natura del disturbo.
Il training autogeno dà buoni risultati nei disturbi dell’affettività: l’irritabilità, le crisi di collera e
l’insicurezza rafforzando la certezza delle proprie possibilità e producendo serenità. Nelle sindromi
depressive coadiuva la terapia analitica e permette un sistematico miglioramento del tono
dell’umore. Inoltre, può determinare ottimi risultati sull’ansia da prestazione e su diverse fobie:
paura di parlare in pubblico, timidezza, le difficoltà di relazione. I disturbi del sonno, spesso segnali
di un disagio profondo, rispondono bene all’autoterapia. Il miglioramento nei disturbi della motricità,
soprattutto i tic, nella balbuzie, nei cosiddetti tremori da situazione, anche accompagnati a disturbi
nevrotici è documentato. Importante è la creazione di formule autogene efficaci e ben strutturate.
Questo breve elenco aiuta a fare un’idea delle grandi possibilità che una mente tranquilla e
concentrata può ottenere tramite il training autogeno. L’eli minazione dell’ansia, il distacco
dall’eccessiva tensione dell’esistenza migliorano la qualità della vita. È fondamentale capire
anzitutto come praticare il rilassamento profondo, per stare in buona forma e risolvere i problemi
provocati dall’eccesso di stress.

3.5 L’esecuzione del training autogeno


La particolarità più interessante del training autogeno è l’estrema facilità d’esecuzione, che lo
rende accessibile a chiunque. Non ci sarà bisogno di nessuna cognizione scientifica o titolo
accademico per allenare la propria mente all’armonia e al benessere. A ogni età e in ogni luogo i sei
semplici esercizi di base funzionano sempre alla perfezione.
Nel primo periodo di pratica e nel corso dell’addestramento è meglio però rispettare alcune facili
regole che renderanno il lavoro più veloce e proficuo. Quando dopo il primo breve periodo ci si
destreggerà con sicurezza tra gli esercizi si potrà allenare la mente dove e come si riterrà più
opportuno. Come già scritto in apertura di capitolo la qualità eminente di questa forma di autoterapia
è la possibilità di praticarla veramente dovunque. Sarà facile rilassarsi profondamente in aereo, in
ufficio prima di un’importante riunione, dietro le quinte di un teatro prima dell’apparizione sulla
scena. Per le prime sedute però è consigliato vivamente scegliere un ambiente tranquillo e
conosciuto, dove ci si sente particolarmente a proprio agio, come la camera da letto.
È importante chiedere alle persone con cui si convive di non essere disturbati, per almeno
mezz’ora, staccare il telefono e dedicare questo tempo prezioso a se stessi e alla propria salute.
L’ambiente deve essere ben areato, con una temperatura ottimale, e in una riposante penombra,
benché si possa praticare efficacemente il training autogeno al buio o in piena luce. Piano piano, con
lo svolgere vari esercizi, si comprenderà qual è la soluzione migliore.
Inizialmente è comodo praticare nel proprio letto sia al risveglio che la sera, quando è il momento
di coricarsi. Il tepore del letto permette una buona protezione dal freddo. Essenziale è eliminare, nei
limiti del possibile, qualsiasi stimolo esterno disturbante. Il suono insistente di un campanello e del
telefono rovina la concentrazione, quindi è importante difendere con cura la tranquillità. oltre a
scegliere un luogo preferito per tranquillità e sicurezza, occorre trovare un orario che sia comodo e
compatibile con gli impegni e le abitudini e rispettarlo. Il momento migliore è quello in cui abbiamo
chiuso con gli impegni e ci possiamo dedicare interamente a noi. Non c’è cosa peggiore per chi inizia
di sapere che ha il tempo contato e da un momento all’altro sarà richiamato alle solite incombenze. Il
tempo del training autogeno è il nostro tempo privato, per la salute e per l’equilibrio, non lasciamo
che qualcuno o qualcosa lo turbi. Lo stomaco non deve essere eccessivamente pieno, anche se si può
tranquillamente praticare dopo aver mangiato, ma senza esagerare. Liberate la vescica e l’intestino,
così non sarete disturbati da stimoli impellenti.
È rilevante anche l’abbigliamento: quali abiti sono ideali per fare un pisolino o per stare nel più
assoluto relax? Una comoda tuta, il pigiama, comunque indumenti che non stringano e non ostacolino
la concentrazione. Qualsiasi tenuta va bene purché sia veramente comoda: l’eleganza non conta, il
comfort sì. Niente di stretto, nulla di rigido: per il resto tutto va bene.
Per rilassarsi a fondo occorre essere in una posizione veramente comoda, che permetta di
ascoltare ciò che succede dentro il proprio corpo, di concentrarsi tranquillamente e scendere
nell’inconscio. Lo yoga, rinomata filosofia interiore, da millenni insegna che il rilassamento alla fine
degli asana – le posture fisiche – si ottiene sdraiandosi supini nella “posizione del cadavere”. Il
collo rilassato, il mento parallelo allo sterno, la colonna vertebrale stesa su di una superficie piana,
le gambe leggermente divaricate, coi piedi che cadono all’esterno, le mani vicino al corpo
appoggiate con le palme rivolte verso il basso. In questa comoda posizione così simile a quelle
naturali di riposo ci si riesce a concentrare e a isolarsi dai pensieri che affollano la mente. Nella
prima fase della pratica è quella più efficace e quindi consigliata. Aiuta a sciogliere le tensioni e la
rigidità muscolare, a respirare facilmente e profondamente. L’unico inconveniente è che comporta
l’utilizzo di un tappetino, letto, sofà o di qualsivoglia superficie sulla quale ci si possa sdraiare
comodamente.
Quando il livello di addestramento sarà divenuto sufficiente, il rilassamento profondo si
raggiungerà anche su di una normalissima poltrona o come vedremo persino su di uno sgabello senza
schienale.
Se scegliete la vostra poltrona preferita o quella usata al lavoro, cercate di rilassare il più
possibile le spalle e il collo, in modo che il cranio penda senza tensione verso lo sterno. Così le
spalle scenderanno naturalmente in basso e in avanti sciogliendo la tensione alla nuca. I piedi devono
poggiare comodamente a terra, le mani posate in grembo o di fianco al corpo. La colonna vertebrale
dovrà essere ben aderente alla poltrona evitando posizioni scomode o dolorose. Presto
sperimenterete come anche lo stretto sedile di un aereo può essere adatto a un buon relax.
In caso di emergenza un soggetto ben allenato al training autogeno può rilassarsi profondamente
persino su di un duro sgabello, appoggiato su di un gradino, dovunque possa in realtà sedersi. La
regola è portare il peso in avanti, scaricando la tensione del collo e delle spalle. Quest’ultima
postura, data la difficoltà e l’oggettiva scomodità, è da tenersi per le emergenze e per chi ha
raggiunto un elevato livello di addestramento.
La nostra pratica inizierà quindi con la comoda posizione in cui staremo sdraiati supini su una
morbida superficie. Nella nostra cultura e nelle nostre abitudini concentrarsi è frutto di uno sforzo:
tenere fissa l’attenzione su qualcosa di preciso, non lasciare che nulla ci distragga e faccia venire
meno l’interesse per ciò che stiamo mettendo a fuoco. Nel training autogeno, al contrario,
concentrarsi vuol dire staccarsi dall’ambiente esterno senza alcuno sforzo e scendere in se stessi.
Sicuramente una delle cose più difficili per gli occidentali abituati solo a vivere la realtà esterna al
loro corpo.
Concentrarsi è lasciare la realtà materiale per quella impalpabile, ma altrettanto concreta della
dimensione interiore. È immergersi nel mondo del sogno, dei ricordi, nella parte profonda della
mente, staccarsi dall’ansia del contingente. Interrompere il normale flusso dei pensieri, il cosiddetto
dialogo interiore, è innaturale e comporta uno specifico addestramento di cui si tratta nel corso
superiore del training autogeno, riservato a coloro che sono ormai esperti dei sei esercizi di base.
Nella fase iniziale della concentrazione l’importante sarà non fissare l’attenzione su nessun
pensiero in particolare e ancor meno voler respingere dei pensieri con forza. Il metodo corretto è
lasciar scorrere liberi nella nostra mente tutti i pensieri che vi si affaccino, senza esercitare nessuna
costrizione. Non c’è cosa peggiore che non volere pensare a qualcosa di preciso, è una
contraddizione in termini: ci stiamo già pensando.
Iniziamo in questo modo: sdraiati comodamente in un luogo tranquillo, chiudiamo gli occhi e
contraiamo con forza i muscoli delle braccia e delle gambe, alzandoli e quindi con una profonda
espirazione lasciamo cadere di colpo gli arti verso il letto o il tappetino. Possiamo ripetere anche
due, tre volte, fino a che la tensione lascerà il corpo, riducendo il tono muscolare e predisponendo la
mente alla concentrazione. Un corpo tranquillo ospita una mente calma, così come il corpo agitato è
preda dell’ansia e della paura. Mettetevi in ascolto del vostro corpo, dei muscoli: vedrete che
qualcosa sta già cambiando dentro di voi.
Da sempre il ritmo del respiro è collegato strettamente allo stato della mente. Più il respiro è
profondo e regolare, più la mente si calma, staccandosi dalle preoccupazioni quotidiane e dai
pensieri molesti. Un tempo, quando il rapporto con la natura era ancora intatto, era ben compresa
l’importanza del respiro: non solo aria per vivere, ma energia stessa del cosmo. Il pneuma dei Greci,
il prana degli indù, era potere a tutti gli effetti. Prima di entrare nella dimensione profonda
dell’inconscio impariamo a respirare in modo corretto, migliora la salute e dà lucidità alla mente.
Con gli occhi chiusi eseguite quattro o cinque atti respiratori profondi, inspirando fino a riempire
bene i polmoni, senza sforzo e svuotateli completamente. Anche questa manovra allenterà la tensione.
Per imparare bene le tecniche respiratorie l’ideale è frequentare un corso, ma in ogni caso
ricordatevi durante l’espirazione di pensare che con l’aria che espellete dai polmoni escono tensioni
e preoccupazioni. Potete visualizzare l’aria in uscita grigia e sporca e quella in entrata azzurra e
pulita.
Tutte le manovre che sopra abbiamo descritto non solo sono naturali e facilissime, ma si eseguono
in due minuti all’inizio della vostra pratica, poi saranno veloci automatismi che vi indurranno alla
calma e alla concentrazione.
Torniamo ai pensieri che imperversano impunemente distogliendoci dalla concentrazione. Non
blocchiamoli, anzi lasciamoli scorrere liberamente e senza sforzo, come sullo schermo del cinema,
come se fossero un programma televisivo che non ci tocca personalmente. osservateli con distacco,
non vi riguardano in questo momento, lasciateli svanire come sogni. I problemi vanno risolti, con la
calma e la concentrazione, attingendo alle forze pro -fon de. Preoccuparsi, o peggio disperarsi, non
solo non risolve, peggiora lo stato della mente. Il momento del relax profondo vi appartiene e nulla
lo deve turbare. Mettersi in ascolto del rumore del corpo. Quando il livello dell’ansia è elevato,
quando risulta difficile staccarsi dalla realtà, dai pensieri ossessivi, il nostro corpo ci viene in aiuto
con dei semplici meccanismi fisiologici.
Chiudete gli occhi e dopo aver teso i muscoli e quindi averli rilassati, respirate profondamente;
mettetevi ora in ascolto di tutti quei piccoli rumori interni al vostro corpo: quelli che sentiamo prima
di nascere, i più tranquil-lizzanti in natura, come le pulsazioni cardiache, il respiro, l’attività degli
organi. Questo naturale stato di passività allontana i pensieri e permette di godere il momento stesso
del rilassamento. L’ansia è l’attesa spasmodica del dopo, concentrarsi sull’attimo la sconfigge,
permettendo una buona concentrazione.
Inizialmente sembrerà difficoltoso ascoltare i rumori interni: si può porre attenzione a quelli
dell’ambiente, purché non troppo forti e improvvisi; il rumore del vento, della pioggia, il canto degli
uccellini, il mormorio di un ruscello e tutti i meravigliosi suoni della natura. Ma anche i piccoli
scricchiolii della propria casa, i rumori della città in lontananza, la vibrazione di un frigorifero, il
gorgogliare dell’acqua nelle tubature o una voce che viene da un altro appartamento. Sono suoni
meno romantici di quelli naturali, ma egualmente importanti per staccarsi dalla realtà quotidiana e
dalle sue preoccupazioni. L’importante è imparare a staccare la mente dal flusso continuo del
pensiero: qualsiasi mezzo è valido.
Un’altra tecnica per favorire la concentrazione e lasciare la realtà e i suoi problemi è quella della
visualizzazione. A questo fantastico potere è dedicato parte del corso superiore di training autogeno,
essendo materia complessa, sebbene naturale e di facile esecuzione. Per iniziare, però, basterà
vedere con gli occhi della mente un film corto e semplice, che ci ritragga nel luogo più ameno che
conosciamo o che riusciamo a immaginare. Vedersi immersi nel paesaggio fatato di un prato fiorito di
alta montagna o su di una spiaggia tropicale immersa nel sole rilassa e sposta l’attenzione dalla realtà
esterna a ciò che vive all’interno di ognuno di noi.
Visualizzare è una normale funzione cerebrale, ma a qualcuno risulta difficile fissare il pensiero
visivo anche per un paio di minuti. Allenandosi durante il relax profondo si diventa presto degli
esperti e i risultati non si faranno attendere. Gli effetti terapeutici sono grandissimi, è la via
privilegiata per ogni realizzazione. Ma su questo tema torneremo quando sarete degli esperti dei sei
esercizi di base.
Per ora cominciate a vedere il luogo dove vorreste essere o visualizzare una lavagna, come quelle
scolastiche, scriveteci sopra i pensieri che vi turbano e poi cancellateli a uno a uno. Se ne andranno!
Provate e vedrete quanto è grande il potere della mente quando si sa come utilizzarla. Nella vostra
camera, o in un posto tranquillo, con la mente svuotata dai pensieri quotidiani potete finalmente
partire per il viaggio dentro voi stessi. Avete imparato ad ascoltare i rumori dell’ambiente, quelli del
vostro corpo, a visualizzare il luogo che ritenete più rilassante, a non scacciare i pensieri con forza.
È il momento di introdurre la regola aurea del training autogeno: nessuno sforzo di volontà.
Qualsiasi forma di imposizione impedisca la realizzazione del rilassamento profondo, non
costringete la mente con ordini coercitivi, ma lasciate scorrere i pensieri e le formule autogene
liberamente e con dolcezza. Potete sentire i pensieri come una voce interiore che parla tranquil-
lamente o delle scritte colorate che scorrono lentamente davanti a voi. Ma ricordate: nessun
comando, nessuna energia, solo calma e distacco. A questo punto inizierete la vostra discesa nella
dimensione profonda. La formula d’apertura, o formula preparatoria è:

Io sono perfettamente calmo e disteso.


La pronuncerete lentamente e tranquillamente con la voce interiore, quella del pensiero, o la
vedrete scritta davanti a voi con gli occhi della mente. Ripetetela un paio di volte e preparatevi, il
viaggio è iniziato.
ora passiamo a ciò che farete praticamente per entrare nel rilassamento profondo, ovvero agli
esercizi che creano il distacco dalla normale situazione di veglia e portano a quella di relax
profondo. I sei esercizi che vengono illustrati vanno eseguiti sempre secondo l’ordine nel quale ve li
presento. Si impara a svolgerli velocemente e perfettamente; si potrà cambiare la formula autogena
facendola diventare una parola sola da una frase, ma sempre nell’ordine giusto.
Nel training autogeno non ci sono trucchi, né scorciatoie, ma solo la continuità della pratica
garantisce risultati certi e duraturi. Si potranno migliorare le prestazioni o guarire dall’ansia e da
molti disturbi a essa correlati, ma sempre e solo con un impegno costante. L’unico miracolo è la
volontà dell’uomo di migliorarsi continuamente.
È opportuno iniziare l’allenamento con una sola seduta giornaliera o al massimo due nella prima
settimana di pratica, poi quando riuscite a percepire chiaramente la sensazione di peso e quella di
calore passate a due sessioni quotidiane. Diventati esperti, nel giro di pochi mesi, si potrà anche
entrare nel rilassamento profondo tre volte al giorno. E ovviamente tutte le volte che si sentirà il
bisogno di essere al massimo del benessere e della lucidità mentale. Se non si abbandonano gli
allenamenti, il training autogeno non abbandonerà mai chi lo esegue.

3.6 Il primo esercizio: LA PESANTEZZA


Il rilassamento profondo inizierà con l’esercizio di apertura, quello che indurrà il corpo in un
piacevole stato di pesantezza e, sciogliendo la tensione, abbassa il tono muscolare. È importante
ricordare: nessun ordine o sforzo, solo dolcezza. Dopo la formula d’apertura: “Io sono perfettamente
calmo e disteso” si passerà a quella del primo esercizio.
IL MIo PIEDE DESTRo, o SINISTRo, È PIACEVoLMENTE PESANTE.
Poi proseguirete salendo lungo la gamba con la stessa formula:
IL MIo PoLPACCIo DESTRo, o SINISTRo, È PIACEVoLMENTE PESANTE.
E quindi ancora lungo il corpo con:
IL MIo BACINo È PESANTE.
IL MIo ADDoME È PESANTE.
LA MIA GAMBA DESTRA, o SINISTRA, È PIACEVoLMENTE PESANTE.
E così, ricominciando con l’altra gamba, dall’altro piede e ripetendo perfettamente la stessa
sequenza. Dopo le gambe si passerà ai glutei, con:
I MIEI GLUTEI SoNo PESANTI.
A questo punto ci si metterà in ascolto del proprio corpo, percependo una piacevole pesantezza
dalla vita in giù.
Si continuerà con:
LA zoNA LoMBARE È PESANTE.
E ancora:
IL MIo SToMACo È PIACEVoLMENTE PESANTE.
Passando alle braccia, si partirà dal senso di peso alle mani con:
LA MIA MANo DESTRA o SINISTRA È PESANTE, IL MIo AVAMBRACCIo DESTRo È
PESANTE, TUTTo IL MIo BRACCIo DESTRo, DALLA MANo ALLA SPALLA, È PESANTE.
Poi si ripeterà partendo dall’altra mano, seguendo lo stesso ordine e con le stesse formule.
Quando mani e braccia saranno pesanti e quindi rilassate, ci si dedicherà alle spalle con la formula:
LA MIA SChIENA È PESANTE.
IL MIo ToRACE È PESANTE.
LE MIE SPALLE CADoNo PESANTI.
La sensazione di pesantezza avvolgerà piacevolmente il corpo dal collo alla punta dei piedi. Il
primo esercizio della pesantezza sarà concluso passando alla testa con:
CoLLo E GoLA SoNo PESANTI.
Questo distretto corporeo è sede di tensioni dolorose e quindi va rilassato profondamente. La
parte finale dell’esercizio sarà dedicata al viso e alla sommità del cranio:
LA MIA NUCA È RILASSATA E PESANTE.
I MUSCoLI DEL VISo SoNo PESANTI.
E in ultimo:
TUTTA LA MIA TESTA È PESANTE.
Si terminerà con:
DALLA PUNTA DEI PIEDI AL CUoIo CAPELLUTo IL MIo CoRPo È PIACEVoLMENTE
PESANTE.
Si potrà così sentire la sensazione di sprofondare mollemente nella superficie sulla quale si è
posati; questo semplice esercizio permetterà di entrare nel rilassamento profondo.
La formula finale sarà:
TUTTo IL MIo CoRPo È PESANTE.
Può essere di aiuto visualizzarsi come una statua di pietra o fatti di qualsiasi materiale pesante.
La formula di chiusura:
Io SoNo CALMo E DISTESo.
Leggendo questo paragrafo inizialmente potrà sembrare che per svolgere l’esercizio della
pesantezza ci voglia mezz’ora. Non è così, ogni formula, a parte quella di apertura/chiusura, si pensa
un massimo di cinque o sei volte.
Il tempo richiesto sarà di due minuti al massimo. Non bisogna preoccu-parsi se si salta una parte
corporea o non si ricorda una formula, l’inconscio percepirà la volontà egualmente e l’esercizio sarà
in ogni caso perfetto. Dopo il primo periodo di addestramento, quando si sarà acquisita un po’ di
esperienza basterà un’unica formula della pesantezza per tutto il corpo, senza iniziare dai piedi e poi
salire. Basterà pensare solamente alla parola
PESo e si rimarrà in ascolto del corpo, che dolcemente diverrà pesante e rilassato.
Ma per le prime settimane è consigliabile di eseguire l’esercizio della pesantezza per intero. Per
due settimane, almeno due volte al giorno, è bene dedicare alcuni minuti alla salute e all’equilibrio
interiore, eseguendo anche solo l’esercizio della pesantezza, fino a quando lo padroneggerete bene.
Con il secondo, quello del calore, sono l’essenza del training autogeno.

3.7 Il secondo esercizio: IL CALORE


Il secondo esercizio che procurerà calma assoluta è quello del calore. Come il primo allenamento
della pesantezza, anche il secondo ha un immediato e benefico effetto sul corpo: portandolo nello
stato di piacevole calore attua una leggera vasodilatazione che abbassa la pressione arteriosa e
rallenta naturalmente le funzioni vitali. La facile esecuzione è del tutto simile a quella dell’esercizio
della pesantezza, da effettuarsi senza sforzo e volontà. Dopo la formula di chiusura
Io SoNo CALMo E DISTESo si farà scivolare nella mente con dolcezza la formula
IL MIo PIEDE DESTRo È PIACEVoLMENTE CALDo e salirete lungo la gamba fino al bacino.
Quindi si ripete ripartendo dall’altra gamba, salendo sempre alla vita. Poi come per il primo
esercizio si ripeteranno le stesse formule autogene sostituendo a
PESANTE la parola
CALDo.
La sensazione di piacevole calore indotta in tutto l’organismo salirà dolcemente dai glutei e
dall’addome verso l’alto. Seguirà:
IL MIo ADDoME È CALDo
IL MIo ToRACE È CALDo
rispettando la stessa sequenza del primo esercizio, fino ad arrivare al viso, escludendo però il
cranio. Un eccessivo riscaldamento della testa potrebbe disturbare, soprattutto chi soffre di cefalea.
È importante ricordarsi delle mani e delle braccia, delle spalle e della nuca, passando per la schiena,
fino ad avere tutto il corpo piacevolmente caldo. D’estate e nei paesi caldi, si può sostituire CALDo
con FRESCo e il risultato salutare non cambierà. Le for-mule si ripetono cinque, sei volte e non di
più, il tempo per scaldare tutto il corpo è di un paio di minuti. Si concluderà sempre con la formula
finale:
Io SoNo CALMo E DISTESo.
Anche nel caso del secondo esercizio del calore una volta che si diventerà ben addestrati non si
avrà più bisogno di una formula autogena per ogni distretto corporeo, ma basterà pensare:
CALDo e tutto il corpo sarà piacevolmente caldo. Ci si potrà aiutare visualizzando se stessi in
una vasca di acqua tiepida o immersi in un caldo mare tropicale.
Per le prime due settimane di allenamento è opportuno procedere lentamente scaldando una parte
dopo l’altra. occorrerà, dunque, limitarsi ai primi due esercizi del peso e del calore, per poi, alla
fine di questo primo periodo, introdurre il terzo.

3.8 Il terzo esercizio: IL CUORE


Solo quando si diventerà esperti degli esercizi del peso e del calore, sicuramente assai importanti
ai fini del relax profondo, non prima di due settimane di pratica, si comincerà a imparare come
rallentare in modo naturale e passivo le pulsazioni cardiache.
L’effetto di questo terzo esercizio, come è facilmente comprensibile, è il distendere
automaticamente e ha forti e veloci risultati nella terapia dell’ansia. Quando il cuore pulsa
lentamente, la mente tranquillamente lo segue divenendo anch’essa calma.
Dopo la formula di chiusura dell’esercizio precedente
Io SoNo CALMo E DISTESo, si farà scorrere lentamente e dolcemente la formula autogena
IL MIo CUoRE BATTE CALMo E REGoLARE per cinque o sei volte.
Automaticamente e senza alcuno sforzo di volontà, il cuore rallenterà la sua frequenza dando una
sensazione di tranquillità. La visualizzazione adatta può essere un pendolo che si muove ritmicamente
e rallenta le sue oscillazioni.
Percepire con chiarezza le proprie pulsazioni cardiache è normale, quando l’attività fisica si fa
intensa o dopo particolari emozioni. Ma quando il corpo è a riposo non sempre si sente il ritmo del
cuore, allora si potrà porre una mano sul torace e l’ascolto diverrà più facile. In un breve periodo
non ce ne sarà più bisogno, il cuore scandirà il suo ritmo come un metronomo dandovi la misura del
vostro relax. La formula autogena diverrà allora più corta, portando l’attenzione al cuore,
percependolo con la mente, si potrà usare semplicemente:
CALMo.
Rimanendo in ascolto per qualche secondo, si riuscirà a sentire il primo rumore che è stato udito
all’inizio dell’esistenza: è il rumore della vita. Si chiuderà così con la formula:
Io SoNo CALMo E DISTESo.

3.9 Il quarto esercizio: IL RESPIRO


Dopo la solita formula di chiusura
Io SoNo CALMo E DISTESo si passa al quarto esercizio del training autogeno, l’esercizio del
respiro. Il ritmo respiratorio è fondamentale per la vita e il suo ritmo scandisce le attività della
giornata. Più è affrettato e più la mente sarà agitata, pensate all’affanno dopo una corsa e al respiro
tranquillo che caratterizza il sonno. Lo stress è sempre caratterizzato dall’iperventilazione; un ritmo
respiratorio lento e profondo garantisce invece una vita lunga e sana. Per cattiva abitudine si respira
velocemente e in modo superficiale, mentre il respiro lungo e completo di un neonato ci dimostra
quale deve essere il ritmo respiratorio naturale.
ogni atto respiratorio dovrebbe partire dall’addome, che si deve gonfiare, alzare completamente il
diaframma e riempire totalmente i polmoni. Respi-rare lentamente usando tutta la capacità polmonare
è il modo giusto per stare bene e sfruttare le potenzialità del fisico e della mente. Le filosofie
orientali, attente a non separare mai innaturalmente la mente dal corpo, insistono particolarmente
sull’educazione del respiro. Questo è giustamente considerato il soffio della vita, la via per
eccellenza alla gestione dell’energia psicofisica. Per ottenere un relax veramente profondo occorre
calmare il respiro con la quarta formula autogena:
IL MIo RESPIRo È CALMo E REGoLARE.
Il pensiero passerà dolcemente e senza sforzo nella mente per cinque, sei volte. Bisognerà quindi
visualizzare l’aria in uscita dalle narici di colore gri -gio, scarica di energia, sporca e inerte, e quella
in entrata azzurra o blu, carica di forza, frizzante e pulita. Non è essenziale visualizzare, fatelo solo
se vi è d’aiuto e non complica il rilassamento. L’esercizio del respiro aumenta la sensazione di calma
e di calore. La formula con la pratica diverrà:
IL MIo RESPIRo MI RESPIRA visualizzandosi dall’esterno come se non si respirasse, ma si
divenisse “respirati”. Situazione di distacco assoluto e totale passività, come vuole la regola del
training autogeno. Si chiuderà come sempre con la formula:
Io SoNo CALMo E DISTESo.

3.10 Il quinto esercizio: IL PLESSO SOLARE


Il quinto esercizio è ancora dedicato al calore, ma questa volta localizzato in un importante
distretto fisico, il plesso solare, la cosiddetta bocca dello stomaco. Sede di un ganglio nervoso che
soprassiede alle funzioni vagali, quindi ai riflessi involontari tra i quali il respiro e le pulsazioni
cardiache.
Chiunque abbia provato una stretta allo stomaco per la paura o per un’altra emozione, o un
malessere lì localizzato per la perdita dell’equilibrio, sa quanto è importante il plesso solare. Il
plesso solare va rilassato perfettamente per sconfiggere l’ansia e le somatizzazioni dovute a stress
eccessivo che lo possono colpire.
Dopo la consueta formula di chiusura dell’esercizio precedente:
Io SoNo CALMo E DISTESo si pronuncerà col pensiero la formula autogena del quinto esercizio:
IL MIo PLESSo SoLARE IRRADIANTE CALoRE.
Sempre per cinque sei volte al massimo, che poi si ridurranno col tempo a una sola volta e a una
sola parola:
CALDo, portando l’attenzione su questa zona dell’addome. La visualizzazione è il plesso solare
acceso di una gradevole luce giallo arancione come un vero sole. I riflessi benefici sulla patologia
gastrica sono pressoché immediati. Chiudere l’esercizio con la formula:
Io SoNo CALMo E DISTESo.

3.11 Il sesto esercizio: LA FRONTE


L’ultimo esercizio del ciclo di base, la grammatica del training autogeno, che permetterà di
accedere alla pratica terapeutica, all’immersione nel profondo e alla visualizzazione attiva, è quello
ritenuto più impegnativo. Alcune persone impiegano più tempo per percepire chiaramente la
sensazione di freschezza alla fronte. Nel caso di evidente difficoltà non bisogna preoccuparsi, il
rilassamento profondo sarà egualmente valido. Dopo la formula di chiusura del quinto esercizio:
Io SoNo CALMo E DISTESo, si passerà alla sesta e ultima formula, che scorrerà nella mente
solo un paio di volte:
LA MIA FRoNTE È PIACEVoLMENTE FRESCA.
Se potrà essere d’aiuto, sarà utile visualizzare un soffio di vento fresco che tocca delicatamente la
fronte o dell’acqua fresca che bagna piacevolmente la testa. Quando si percepirà chiaramente la
freschezza sulla fronte, basterà pensare:
FRESCo anche una sola volta per ottenere il risultato richiesto. Si chiuderanno così la sessione
degli esercizi del ciclo inferiore con la solita formula di chiusura:
Io SoNo CALMo E DISTESo.

3.12 La chiusura degli esercizi: LA RIPRESA


Quando saranno terminati i sei esercizi si sarà sprofondati nel rilassamento profondo e le funzioni
vitali saranno ridotte al minimo. Il cuore batterà con calma, il respiro sarà lento e regolare, ci si
sentirà caldi e pesanti, in una situazione simile a quella del sonno. Quando sarà il momento di tornare
allo stato di normalità ci si dovrà comportare come se ci si svegliasse da un lungo riposo ristoratore.
Non bisogna mai alzarsi di scatto, perché potrebbe girare la testa. Ci si deve stirare, allungando i
muscoli, lentamente e dolcemente, come si fa la mattina per poi riprendere le abituali attività. In
realtà non si corre alcun rischio col training autogeno, ma è buona norma passare gradatamente dal
relax assoluto alla normale vita attiva. occorrerà riadattare i parametri vitali come il respiro, le
pulsazioni cardiache e il tono muscolare al normale lavoro che devono svolgere nella vita di veglia.
È necessario anzitutto allenarsi regolarmente tutti i giorni, possibilmente nello stesso luogo e nelle
stesse ore, soprattutto durante la fase di apprendimento.
Quando si diventerà esperti, si passerà dalla normalità al relax profondo in pochi attimi comunque
e dovunque. Ricordatevi però che i primi tempi sono dedicati allo studio delle vostre reazioni, quindi
non preoccupatevi di quanto tempo utilizzate, pensate sempre che è tempo per voi stessi e per la
vostra salute. Proprio per questo l’inizio della giornata e la fine sono i momenti di solito migliori per
fare pratica. Poi, anche solamente tre minuti durante un’importante riunione o prima di tenere una
conferenza faranno il loro effetto. Non bisogna variare la successione degli esercizi: vanno fatti
secondo l’ordine previsto, una volta che ci si sentirà stanchi bisogna fermarsi. Si riprenderà appena
ci si sentirà in grado di farlo.
Addormentarsi durante l’esecuzione degli esercizi non è un problema, ci si abituerà a lavorare in
uno stato simile al dormiveglia, che è il più proficuo per ottenere dalla mente ciò che si vuole. Ma se
nei primi tempi si cadrà nel sonno profondo non è da ostacolo al fine dei risultati, a tutti gli effetti ci
si troverà in un sonno ipnotico, molto più ristoratore di quello normale. In questo caso la ripresa
verrà effettuata solo al risveglio definitivo. Se un esercizio sarà particolarmente difficile da
effettuare, sarà importante rallentare il ritmo, concentrandosi su questo prima di passare agli altri.
Molti i neofiti che si chiedono dopo quanto tempo si possono apprezzare i primi risultati.
ovviamente non esiste una risposta assoluta e valida per tutti, ognuno ha un suo livello di sensibilità e
dedica il tempo che vuole all’allenamento di training autogeno. Se però ci si dedicherà con costanza
e impegno per le due volte giornaliere consigliate si potranno vedere i primi risultati in sole tre o
quattro settimane. L’ansia e lo stress diminuiranno in modo percettibile, migliorerà la qualità del
sonno, sarete più calmi e concentrati. Per ottenere i primi effetti terapeutici concreti sulle
somatizzazioni dovute allo stress eccessivo occorrerà esercitarsi con serietà dalle sedici alle diciotto
settimane. Un periodo che passerà velocemente e lascerà dei risultati mai deludenti. Il miglioramento
o la risoluzione dei sintomi di una noiosa gastrite o di una colite spastica, ottenuti senza farmaci in
questo lasso di tempo sono certamente un grande successo. Praticare il training autogeno con fiducia,
con impegno costante, non ha mai tradito nessuno, non lo farà nemmeno con voi. Siamo i padroni del
nostro destino e della nostra vita, solo la volontà può cambiare in meglio il futuro. Salute e malattia
dipendono esclusivamente da noi, dal nostro atteggiamento mentale, dalla voglia che abbiamo di
essere sani e felici.
È importante ricordare che i mali del corpo sono sempre preceduti da sofferenze dell’anima.
Mettendoci in contatto con la nostra dimensione profonda, si curerà la psiche e quindi le sue
proiezioni sul soma, il corpo fisico. A questo punto si è in grado di padroneggiare la tecnica di base
del training autogeno, occorre solo farla diventare una pratica di igiene personale quotidiana. Non
più di tre volte al giorno, non meno di due, ma sempre e per sempre.
L’unica e vera raccomandazione che è importante fare è quella di appli-care con forza e
determinazione la vostra volontà solo nell’accostarvi con regolarità alle sessioni di rilassamento. È
l’unico momento in cui bisogna esercitare la forza del carattere, per poi dimenticare il concetto di
volere e concentrarsi solo sulla passività assoluta. Questo è il concetto cardine del training autogeno,
l’unica grande regola da rispettare sempre che è fondamentale ricordarsi sempre. Durante il
rilassamento profondo non si deve imporre nessun comando alla propria mente, solo fare scorrere
dolcemente le formule autogene. Vederle scritte o sentirle pronunciate dalla voce del pensiero. Se
verrà seguita questa regola semplice e fondamentale si raggiungerà lo scopo. Il risultato ripagherà di
ogni sforzo, del tempo impiegato e di qualsiasi spesa sostenuta.
In questi lunghi anni molte persone hanno studiato il training autogeno in vari corsi. Molti hanno
ottenuto ciò che cercavano, semplicemente perché hanno creduto in loro stessi e nella loro forte
volontà. Altri che non hanno praticato con costanza sono quelli che non hanno avuto i risultati
richiesti. Il problema non è stato determinato da difetti del metodo, ma solo dall’incostanza e spesso
dall’abbandono degli allenamenti. Se non sentite l’esigenza di rilassarvi, rimandate la sessione, non
annullatela del tutto. Il training autogeno diventerà presto una piacevole abitudine e non se ne potrà
più fare a meno. Se è stata interrotta la pratica in viaggio o durante una vacanza, è opportuno
riprenderla al ritorno. Quando ci si sentirà particolarmente stanchi, o peggio sfiniti da emozioni forti
o lavoro, sarà opportuno addormentarsi durante il rilassamento, così il riposo sarà di qualità
superiore. In quegli attimi speciali che precedono il sonno, il subconscio, che è la zona di confine tra
la parte razionale e l’inconscio, diviene particolarmente permeabile ai messaggi e alle richieste.
Quello è il momento migliore per calare nel pro -fon do una formula curativa o per cercare qualcosa
di rimosso, che volete recuperare.
Un buon allenamento non è mai tempo perso, ma al contrario è tempo sospeso che si potrà
utilizzare come si riterrà più opportuno. Non solo la salute non ha prezzo, ma un buon equilibrio
interiore e un’ottima forma fisica permetteranno di risparmiare molto tempo e molti soldi in farmaci.
Dopo poco tempo di pratica continuata si riuscirà a ottenere il rilassamento profondo in pochi istanti
e dovunque ci si trovi. Basterà una sola formula autogena per esercizio, come PESo o CALDo,
CALMo, FRESCo per ottenere l’accesso al rilassamento profondo. Di lì partirà il vero viaggio alla
scoperta dei poteri della mente.
Con questo semplice testo si potrà cominciare a praticare il training autogeno da soli e senza
bisogno di niente e nessuno. Per ottimizzare i tempi, controllare i risultati, sentire le altrui esperienze
e avere il parere di un esperto sulla progressione dei vostri sforzi, è consigliabile frequentare almeno
una volta nella vita un corso di training autogeno. L’ideale è dopo qualche mese di pratica, vi darà la
carica per proseguire il cammino e qualche indicazione preziosa per accelerare la comparsa di
risultati definitivi. Anche l’esercizio che può apparire più difficile spiegato da un buon terapeuta e
provato sotto il suo controllo non darà più problemi. Un controllo dei risultati non guasterà e
accrescerà la fiducia nella persona.
La forza del training autogeno è proprio nella sua autogestione, nel fatto di potersi gestire
autonomamente e liberamente, ma la sicurezza che verrà sviluppata durante un corso non si può
raggiungere da soli. In una mezza giornata ci si diplomerà terapeuti della propria salute e poi si
riprenderà la pratica individuale. Sentire dal vivo gli effetti su praticanti esperti rassicura e rafforza
la volontà. Scoprire le infinite applicazioni e lavorare in gruppo apre nuove possibilità a tutti.

3.13 Casi reali di sportivi trattati con il training autogeno


Il training autogeno, terapia autogenerante, è da quasi un secolo utilizzato con successo nella cura
delle patologie psicosomatiche, dell’ansia e dei disturbi dovuti a un alto livello di stress. Senza gli
effetti collaterali degli psicofarmaci ristabilisce una buona qualità di vita, agendo non come un
sintomatico, che sopprime solamente l’effetto ultimo del disagio profondo, ma sulla causa della
sofferenza interiore. Disturbi da attacchi di panico, emicranie, gastriti, stati ansiosi e altre malattie
migliorano sensibilmente o scompaiono in tempi ragionevolmente brevi se la pratica del training
autogeno è corretta e costante.
Questa potente arma della mente non è di valido aiuto solo in terapia, ma anche per coloro che
vogliono migliorare le prestazioni psicofisiche. Soggetti sani traggono grande giovamento dallo stato
di rilassamento profondo generato durante la seduta di training autogeno. Si accelera il recupero sulla
fatica prodotta negli allenamenti più duri, si attenua sensibilmente la dolenzia muscolare, le
infiammazioni, e si sciolgono contratture dolorose.
La concentrazione dell’atleta e la velocità di esecuzione di qualsiasi gesto tecnico sono esaltate in
un soggetto calmo e rilassato, in colui che riesce a dominare lo stress del pre-gara. Un’ottima
preparazione può essere vanificata da un livello di tensione troppo alto, dall’ansia da prestazione.
Gli ottimi risultati dell’allenamento non si ripetono in gara se l’atleta è ansioso. La forza esplosiva, il
fiato, la resistenza allo sforzo vengono meno quando gli ormoni dello stress si scaricano
violentemente nel torrente sanguigno. Tutti abbiamo avuto il fiato corto e difficoltà di concentrazione
ed esecuzione di compiti normalmente semplici dopo uno spavento o in una situazione altamente
stressante.
È molto più facile dare il meglio di sé in un ambiente tranquillo, tra persone conosciute, assistiti
dal preparatore, che nella concitazione della gara, con avversari aggressivi e agguerriti, giudici
severi e un pubblico urlante.
Anche per il praticante amatoriale, non agonistico, il miglioramento delle performance è fonte di
soddisfazione ed è fortemente motivante al successo. Quindi qualsiasi sportivo che migliora
costantemente i risultati, soprattutto il principiante, ha un rinforzo positivo che lo farà impegnare
maggiormente, che lo appagherà, scongiurando l’abbandono della pratica sportiva, statisticamente
elevato proprio tra gli esordienti insoddisfatti. Un indubbio vantaggio per il praticante che non
tornerà alla devastante vita sedentaria e per tecnici e società sportive che manterranno e
incrementeranno il numero dei soci fedeli. Allenarsi al meglio fa bene alla salute e all’allenamento.
Perché non sfruttare quei mezzi naturali e privi di costi aggiuntivi che esaltano le nostre capacità?
Con il training autogeno avremo prestazioni migliori, saremo atleti più forti e concentrati, liberi
dall’ansia e dalla paura della gara o dell’insuccesso nella pratica amatoriale.
Il training autogeno è l’addestramento al rilassamento e la terapia anti-stress per eccellenza, ma
soprattutto è la via d’accesso all’inconscio e ai poteri della mente. Lo sportivo potrà attingere a un
serbatoio recondito di energie profonde: forza, esplosività, velocità, percezioni cinestetiche sono
sotto il controllo di zone del cervello che possiamo raggiungere solo con una tecnica specifica. Con
il training autogeno impareremo e otterremo risultati impensabili. Più concentrazione, memoria,
lucidità, forza mentale che si traduce in aumento di prestazioni. Il potere della mente che condiziona
il corpo: una rivoluzione interiore non solo per gli sportivi, ma per tutti coloro che cercano la salute
e il centro di se stessi.
Nato come tecnica terapeutica, oggi è uno stile di vita, autoaddestramento virtuoso alla salute e al
miglioramento della qualità dell’esistenza.

3.14 Un caso di ipertensione risolto con il training autogeno


Un giorno, un giovane adulto di trentadue anni si rivolse a un esperto perché gli era stata
diagnosticata un’ipertensione essenziale, quindi non riferibile a uno stato patologico definito, bensì
di origine sconosciuta. Non ricordava di avere parenti affetti dal suo stesso disturbo e soprattutto era
certo di accusarne i sintomi solo da pochi mesi. Quest’uomo era stato un giocatore di football
americano e terminata l’attività agonistica si manteneva in forma praticando il pugilato amatoriale
presso una palestra. L’esperto si trovò di fronte una persona che era sempre stata sana e forte e mai
aveva avuto problemi cardiaci, superando sempre le rigorose visite mediche agonistiche.
Subito gli chiese degli ultimi accadimenti della sua vita, se impegni particolarmente pressanti o
dispiaceri lo tenessero “sotto pressione”. La mente si esprime in modo simbolico, riflettendo i disagi
dell’anima sul corpo, come il riflesso di un’immagine su di uno specchio. Questa persona riferì che
si era separato di recente dalla moglie e, per assolvere ai suoi doveri economici verso di lei e verso
il loro bimbo, aveva dovuto incrementare sensibilmente il suo impegno lavorativo di gastronomo in
un supermercato cittadino. Contemporaneamente aveva subito un calo del tono dell’umore, peraltro
normale dopo un trauma affettivo come la perdita della famiglia, iniziando a mangiare più del dovuto.
Era quindi necessario ricercare la causa della sua patologia nell’ansia, nel disagio di vivere che
oggi purtroppo colpisce tante persone: somatizzava il disturbo della sua anima portandolo a livello
fisico. La pressione eccessiva da cui si sentiva schiacciare si era concretizzata in una eccessiva
pressione del suo sangue sulle arterie. Il male dello spirito era sceso nel corpo. L’aumento del peso
corporeo nell’ultimo periodo era stato di una decina di chili. In preda alla tristezza, mangiava fuori
pasto e colmava il vuoto affettivo con il cibo. ovviamente l’aumento del peso corporeo aveva
contribuito all’innalzarsi della pressione arteriosa. L’esperto decise insieme a lui che avrebbe
cominciato al più presto a controllare le sue intemperanze alimentari e ripreso le sedute di
allenamento in modo blando, ma continuativo, come non faceva più da tempo.
Rimaneva però il problema di fondo: l’ansia che lo attanagliava e la sensazione di tristezza che
accompagnava le sue giornate. Sicuramente un intervento di psicoterapia sarebbe stato l’ideale, ma il
costo e i tempi li indirizzarono verso una forma semplice ed economicissima di autoterapia: il
training autogeno. Quest’ultimo non permise da subito un’interruzione della terapia antipertensiva, ma
fece diminuire immediatamente il dosaggio degli ansiolitici, fino alla sospensione.
Dopo pochi mesi, sensibilmente dimagrito, interruppe per sempre anche la terapia farmacologica
antipertensiva, su indicazione del medico sportivo. La pressione arteriosa era scesa da sola.
ovviamente non vi è stato nulla di miracoloso e sensazionale, diminuendo di peso automaticamente si
riduce la pressione del sangue.
Ma dove trovò questa persona la motivazione per controllare la sua alimentazione e riprendere
con costanza i suoi allenamenti di pugilato? Nessuno in preda all’ansia o alla tristezza riesce ad
avere la forza interiore per imporsi un comportamento virtuoso che elimini le cattive abitudini.
Queste sono una compensazione per ciò che è venuto a mancare e che si ristabilisce solo riot-tenendo
un buon equilibrio con la propria anima.
Il training autogeno che imparò a praticare in un seminario, in una fredda giornata autunnale, gli
permise con i suoi sei esercizi di base di rilassarsi profondamente, da solo, a casa sua e senza
l’intervento del consulente. L’esercizio del peso e quello del calore lo portavano subito a uno stadio
ottimale di relax che scioglieva la sua tensione muscolare, quello per rallentare e regolare il battito
cardiaco fu essenziale per ridurre la pressione arteriosa. L’esercizio del respiro calmava
istantaneamente l’ansia ponendolo in uno stato di calma interiore. Imparò a visualizzarsi magro e in
ottima forma fisica, a proiettare questo suo pensiero in modo positivo verso il futuro. Si vedeva come
presto sarebbe tornato a essere: tranquillo e felice.
L’atleta e l’esperto stabilirono insieme una formula autogena da pronunciare mentalmente alla fine
delle sue sedute di relax. Questa agì immediatamente sulla sua fame ansiosa, che si ridusse fino a
scomparire nel giro di alcune settimane. L’esperto gli disse che, se avesse praticato il training
autogeno almeno due volte al giorno, in tre, quattro mesi avrebbe risolto il problema
dell’ipertensione. Cosa che regolarmente avvenne. La volontà del ragazzo si accese attingendo alla
forza dell’inconscio, che gli si era aperto durante il rilassamento profondo. Riuscì a elaborare con
meno sofferenza il fallimento del suo matrimonio, trovando nuove motivazioni per la sua vita nella
parte più recondita della mente.
Oggi il ragazzo sta bene, non è più un iperteso, ma nuovamente un atleta sano e forte. ha ritrovato
il giusto peso corporeo, pur rimanendo un uomo robusto con una tendenza a ingrassare da tenere
sempre sotto controllo. Ma fino a quando praticherà con assiduità il training autogeno, come forma di
igiene interiore, nutrendo la sua mente di messaggi e immagini positive, non avrà mai più problemi di
tipo cardiologico. La ferita affettiva non è ancora del tutto cicatrizzata, però il ragazzo in questione
non è più ansioso e non si sente un fallito: naturalmente soffre per la mancanza del suo bimbo, ma ha
ripreso a guardare al futuro con speranza. Non è caduto nel tunnel nero della depressione, questa è la
prima grande vittoria. Con l’aiuto del training autogeno è stato restituito alla sua squadra di pugili e
soprattutto alla sua vita.

3.15 Uno strano caso di fobia


Anni fa una signora quarantenne, buona tennista, dopo la prematura perdita del padre iniziò a
soffrire di disturbi del tono dell’umore: spesso era triste e tendeva a isolarsi per lunghi periodi. La
sua vita di relazione e il suo lavoro di dirigente in una media azienda furono danneggiati dalla sua
cupezza. Trascurava gli impegni, passando ore a piangere in casa e aveva ridotto sensibilmente la sua
alimentazione, perdendo tanto, troppo peso. Aveva anche sospeso le partite di tennis che tanto le
piacevano. Soffriva di una sindrome depressiva, fortunatamente allo stadio iniziale. Insieme
decidemmo di intraprendere un percorso di terapia analitica. Il suo carattere determinato e la ferrea
volontà di superare quel brutto momento le chiarirono il rapporto col padre e riportò il lutto a una
forma di dolore sopportabile. Riprese a lavorare, a uscire con gli amici, ma continuò ad avere un
rapporto difficile col cibo, che tendeva a ridurre, perché affermava che altrimenti avrebbe divorato il
mondo. Il disturbo alimentare psicogeno solitamente ne sottende uno dell’affettività, che quel primo
periodo di terapia aveva solo intaccato. Il peggio però era passato.
Arrivò il periodo delle vacanze programmato con un’amica in una località marina: ferie assai
desiderate e organizzate con cura. Sarebbe stata la prima volta che si allontanava da casa dopo la
morte del padre. Circa un mese prima della sua partenza telefonò all’esperto lamentando una
crescente paura dei mezzi di trasporto, soprattutto chiusi e affollati. Prima del suo lutto prendeva
regolarmente l’aereo per lavoro, mentre in quei caldi giorni d’estate anche salire sul vagone della
metropolitana le faceva girare la testa, sudare copiosamente, tremare e respirare affannosamente.
Erano disturbi da attacco di panico, che la colpivano nel momento del distacco dalle sue abitudini,
dalla sua casa di famiglia.
All’esperto consultato sembrò assolutamente inutile riprendere l’analisi per subito sospenderla.
Così scelse di addestrare la donna al rilassamento profondo col training autogeno, i sei esercizi di
base nei momenti più difficili l’avevano aiutata a controllare l’ansia tra le sedute di analisi. Era
molto seria e scrupolosa nella pratica del rilassamento autoindotto, non saltava mai le due sessioni
giornaliere che svolgeva facilmente e rapidamente a casa, prima di uscire e al ritorno dal lavoro. In
quei mesi era diventata un’esperta di training autogeno, la sua pratica divenne un’ottima forma di
igiene interiore, una regola salutare. L’esperto ritenne opportuno di avviarla alla parte superiore
della terapia, che l’avrebbe aiutata nel mese in cui avrebbe dovuto cavarsela da sola. Doveva
imparare ad accedere al suo inconscio nei momenti di rilassamento profondo che otteneva con gli
esercizi di base e quindi a entrare nella parte più recondita della sua mente, nella dimensione
profonda.
Prepararono insieme un appello, formula autogena specifica per il suo problema, che lei lasciava
fluttuare nell’inconscio. Per affrontare direttamente la sua paura dei mezzi di trasporto costruirono un
“film mentale”, una visualizzazione che la ritraeva sicura e tranquilla sull’aereo. Fu utilizzata anche
una tecnica concreta: l’esperto le consigliò di scendere nel mezzanino della metropolitana e aspettare
il treno senza prenderlo, poi di salire e scendere senza partire. In ultimo di scendere dopo una sola
fermata. Sulle prime si fece accompagnare da una collega, poi nelle due settimane antecedenti la sua
partenza riprese a salire sui treni da sola, non del tutto tranquilla, ma senza essere paralizzata
dall’ansia.
Arrivò il giorno delle vacanze, stava decisamente meglio. Grazie al training autogeno era più
rilassata e allegra. In compagnia di un’amica salì sull’aereo, al momento del decollo era
preoccupata, ma senza panico. Dopo la commutazione immediata che immette direttamente nel relax
profondo, superando i sei esercizi di base, si visualizzò tranquilla e felice. Pronunciò l’appello
autogeno come un mantra protettivo durante il volo. Il viaggio fu tranquillo e senza disturbi, come al
ritorno. Per tutto il mese aveva praticato il training autogeno con grande impegno e buon risultato. La
pratica acquisita e le nuove cognizioni del ciclo superiore le permisero un pronto reinserimento nella
normalità. La donna tornò in analisi per un breve periodo, ma solo per un problema riguardante la
sfera dell’affettività. Ci sono stati notevoli miglioramenti, seppur con fisiologiche difficoltà. Ma
certamente è libera dalla paura.

3.16 La visualizzazione attiva


Creare immagini mentali è una capacità innata della mente, ma il pensiero dominante materialista
e razionalista ha disabituato le persone a usare l’immaginazione. Dobbiamo riappropriarci dell’uso
cosciente dell’emisfero destro del cervello, sede delle emozioni e intuizioni per farlo collaborare
armoniosamente con quello sinistro della logica e della razionalità. La parte destra dell’encefalo
crea le immagini mentali, ma è anche la sede dell’inconscio, al quale è possibile accedere grazie alla
visualizzazione attiva. Le immagini dei sogni, prodotti per eccellenza dell’inconscio, emozionano
come eventi assolutamente reali; per lo stesso meccanismo la visualizzazione influenza sensibilmente
la parte più profonda della mente, dando effetti verificabili sul comportamento, sulle prestazioni,
sulla salute.
Ma come creare immagini terapeutiche e potenzianti? Come distinguerle dalla normale attività
immaginativa, sogni a occhi aperti e fantasie, che la mente produce in modo automatico quando
pensiamo? Anche la visualizzazione attiva, quella volontaria, ha le sue regole precise che si possono
imparare e applicare in ogni campo. La mente e il corpo sono un’unità biopsichica inscindibile: la
prima influenza fortemente il secondo, con un contatto intimo e continuo. La convinzione potenzia
l’effetto dei farmaci: pensate all’effetto placebo. La visualizzazione attiva per accedere all’inconscio
deve essere fatta durante il rilassamento profondo, lo stato prodotto dal training autogeno. La
permeabilità della coscienza è massima in quello stadio, l’immersione nella dimensione profonda è
possibile. Il dolore è creato a livello del sistema nervoso centrale, probabilmente nell’encefalo, e
rimane quindi soggetto all’influenza cerebrale. Il tono dell’umore, la concentrazione su qualcosa che
assorbe totalmente, il ritmo del respiro possono cambiarne sensibilmente la percezione. Imparando a
visualizzare la parte anatomica interessata, la patologia e l’intervento curativo si riesce ad attivare i
processi di guarigione e di controllo del dolore.
Un trentenne, ad esempio, svolgeva da tempo una pesante attività fisica e accusava forti dolori
nella zona lombare. La risonanza magnetica alla quale fu sottoposto evidenziò due protrusioni a
carico delle vertebre lombari. Praticò costantemente per diversi mesi gli esercizi di base del training
autogeno e frequentò un corso avanzato. Imparò a visualizzare con precisione la sua colonna
vertebrale, la patologia e l’intervento autocurativo che la sua mente applicò al disturbo più volte al
giorno per qualche minuto diede degli effetti. Il dolore diminuì sensibilmente: fu ovviamente trattato
con la terapia medica specifica, ma il neurochirurgo constatò una diminuzione dello stato
infiammatorio e quindi del sintomo doloroso. La mente provoca il dolore, la mente può ridurlo fino a
eliminarlo.
Molti convivono da anni con questo disturbo, anche atleti in attività, senza alcuna sofferenza. In
questo caso il disturbo era divenuto invalidante, ma oggi il paziente sta decisamente meglio e
continua con più fiducia le cure del caso. La visualizzazione attiva praticata in stato di rilassamento
profondo dà risultati sensibili documentati dalla letteratura scientifica e accertati dalla diagnostica
clinica, non si sostituisce alle normali terapie, ma ne esalta l’effetto.

3.17 Quando lo stomaco si lamenta


Tra le tante storie c’è poi quella riguardante un caso clinico semplice, ma non per questo meno
interessante. Uno di quelli in cui il paziente non è stato in psicoterapia, ma ha risolto la sua malattia
solo con il training auto-geno. È la storia di un giovane pugile dilettante, Igor, che è immigrato da un
paese dell’Est europeo e da circa due anni e vive in una grande città del Nord; ha subito uno
sradicamento violento dalla famiglia di origine e dal suo ambiente. oltre il trauma affettivo dovuto al
distacco dai suoi si è trovato solo in un mondo nuovo, che inizialmente ha vissuto con ostilità. ha un
livello culturale medioalto, ma si è dovuto accontentare di un lavoro manuale, non è soddisfatto in
rapporto alle aspettative che lo hanno spinto a emigrare. Si è sentito isolato e frustrato, sviluppando
una forte aggressività che non è riuscito a canalizzare in modo proficuo e quindi l’ha inevitabilmente
riversata contro di sé. Da un anno accusa forti dolori allo stomaco e persistente acidità lontano dai
pasti. È diventato inappetente, ha un sensibile calo ponderale ed è ansioso. Nell’autunno scorso gli
viene diagnosticata un’ulcera gastrica ed è trattato con un farmaco antagonista dei recettori h2.
Nei mesi invernali la situazione è statica e, consigliato dal gastroentero-logo, contatta l’esperto di
training autogeno. Durante il primo colloquio gli viene chiesto cosa non riesce a digerire, cosa non
manda giù della sua vita attuale. Così, l’esperto gli spiega che lo stomaco, insieme all’intestino, per
eccellenza sono organi bersaglio dell’ansia. Prima di ogni altro intervento, in accordo, Igor e
l’assistente decidono di provare un periodo di autoterapia col training autogeno. Igor frequenta un
corso di base di training autogeno e pratica tutti i giorni con grande impegno e fiducia. Viene
addestrato soprattutto al quinto esercizio, quello del plesso solare, per rilassare profondamente la
parte, visualizzando una fresca luce azzurra che spegne il fuoco nel suo stomaco. L’esperto crea una
formula autogena specifica che Igor lascia passare nella mente alla fine di ogni seduta.
I risultati non si fanno attendere e già nelle prime quattro settimane la situazione dell’ansia e del
dolore migliorano sensibilmente. Dopo solo tre mesi di autoterapia il gastroenterologo ha rilevato
una forte regressione dell’ulcera e prevede una guarigione totale. Igor, molto determinato e
particolarmente portato all’introspezione, visualizza automaticamente una grande luce verde che ha
un benefico effetto rilassante, che riferisce essere simile allo stato di meditazione. Presto seguirà il
corso superiore di training auto-geno affinando la sua naturale capacità di scendere nell’inconscio a
evocare il suo potere curativo. Le sue condizioni sono migliorate da subito e ha ripreso gli
allenamenti sportivi per scaricare l’aggressività in modo costruttivo.
Un caso sicuramente molto fortunato in una patologia severa e spesso difficilmente risolvibile con
i farmaci sintomatici. Ancora una volta il potere della mente ha saputo risolvere un male del corpo
che essa stessa ha gene-rato.

3.18 I reumatismi: quando il fuoco brucia il corpo


La patologia reumatica è molto diffusa e colpisce milioni di persone. Da un punto di vista
simbolico è un eccesso di fuoco all’interno del corpo che non scalda beneficamente, ma brucia
distruggendo la vita. Una richiesta disperata di calma e riposo, un segnale di fuga dalla realtà
scomoda o dolorosa.
Il corpo si surriscalda come un motore che corre fuori giri. Non c’è da stupirsi se nella società
contemporanea questi disturbi sono in crescita esponenziale: i ritmi disumani e la crescente paura di
vivere che colpiscono l’uomo occidentale provocano una ribellione sommessa dell’anima che si
proietta come un’ombra minacciosa sul corpo. Insieme all’ansia, alla depressione, alla sindrome da
stanchezza cronica, i reumatismi sono i segni patologici distintivi del nostro tempo, delle vere e
proprie grida di sofferenza contro una condizione innaturale. oggi la scienza presuppone alla base del
reuma un processo autoimmune: l’aggressione del corpo a se stesso, trattato normalmente con
antinfiammatori non steroidei e nei casi più gravi cortisonici e citostatici, gli antitumorali. Rimedi
sintomatici, senza effetto risolutivo, con un’azione indiscriminata distruttiva delle cellule.
Con questi farmaci è stata trattata Maddalena, una maratoneta quarantenne, colpita da dolori
reumatici diffusi in tutto il corpo e afflitta da uno stato di stanchezza cronica. I dolori le impediscono
gli allenamenti, incidendo pesantemente sul tono dell’umore. L’atleta ha da subito riferito di soffrirne
dalla gioventù, di essere stata trattata con agopuntura senza successo e di trarre un immediato, ma
effimero giovamento solo dal massaggio. Quando sospende il trattamento fisioterapico è nuovamente
preda dei dolori. Nel colloquio terapeutico preliminare emerge un carattere forte e volitivo, assai
generoso e tendente al sacrificio: una doverista.
Maddalena trascura da tempo la sua vita affettiva per quella sociale, agonistica, per la carriera, il
volontariato e la madre depressa. Nel sacrificio per gli altri sublima l’energia naturale che dovrebbe
dedicare a un’appagante vita sentimentale per la quale dice di non avere tempo. L’aggressività si
scatena in lei come un fuoco distruttore, quindi viene messa in atto una strategia per canalizzarla
all’esterno. Il suo tema profondo è la riappropriazione del corpo: ascoltare le pulsioni, gli istinti e i
sentimenti, non solo le regole e i doveri. Capisce che il più grande altruismo è quello verso se stessa
e non quello della sindrome del missionario. Deve ritrovare libertà di sentimenti e comportamento,
che si rifletterà su quella corporea, sciogliendo i blocchi energetici alle articolazioni.
Il primo passo è immergersi nella fisicità tramite il rilassamento profondo del training autogeno
che pratica da sola. Il suo fisico le ha chiesto a lungo attenzioni e amore che si è sempre negata,
comportandosi rigidamente e con grande severità. Non si può amare gli altri, distruggendo se stessi.
Durante il training autogeno visualizza una fresca luce azzurra che sfiamma i tessuti e spegne il fuoco
dell’infiammazione. Soprattutto immergendosi nella sua dimensione profonda concede al suo corpo
la calma e il riposo che questo le chiedeva con insistenza tramite i reumatismi. Laggiù, sotto il livello
della coscienza, sta trovando la vera Maddalena, liberandosi da una corazza che la imprigionava e
bruciava. ora ha ripreso a muoversi senza dolore e soprattutto a esprimere i sentimenti. Non ha più
bisogno di antinfiammatori perché finalmente brucia di calore proprio.

Tabella di corrispondenza tra disturbi e sport consigliati

3.19 Cibo e ardimento


Il training autogeno è un importante alleato per chi vuole vivere in modo completo la pratica
sportiva. Gli sport del coraggio sono le discipline che possono aiutare a un miglioramento personale
e mentale, ma non vi è dubbio che la corporeità sia la base sulla quale iniziare il percorso. Per
muovere qualsiasi macchina occorre energia. Gli sport del coraggio se ne approvvigionano
soprattutto dalla mente, ma esprimendosi come azione fisica, necessitano di un motore. Il corpo
dell’atleta, il sistema muscolo scheletrico è la parte meccanica che permette l’esecuzione del gesto
atletico, la sede di quella forza, che diviene, a seconda del bisogno, esplosività, resistenza, velocità,
efficacia. L’aureo detto latino che una mente sana alberga in un corpo egualmente sano è
perfettamente reversibile. In questo capitolo non tratteremo di dietetica per lo sport, materia che
lasciamo al medico specialista, ma ci occuperemo, come nelle altre parti del libro, dell’aspetto
mentale e di quello simbolico della dieta alimentare.
Un corpo sano, infatti, non solo è la rappresentazione dell’equilibrio interiore, ma contribuisce
sensibilmente al benessere psicofisico. Vedetevi in forma e sarete felici. L’immagine che ognuno ha
di sé è essenzialmente psichica, costruita appositamente per soddisfare le esigenze dell’inconscio.
L’aspet to è una precisa forma mentale che poi si incarna in quella corporea. Siamo esteticamente ciò
che sentiamo di essere nel profondo. Le carenze affettive sepolte nell’anima vengono compensate da
un corpo tondo, quindi infantile, che serve per attrarre l’amore che è mancato o le attenzioni che si
sono desiderate. I piaceri della zona orale: mangiare, bere, fumare, riportano simbolicamente alla
carenza di suzione, di baci, di coccole. Di cui tutti, nessuno escluso, anche i combattenti più duri,
hanno infinitamente bisogno. Non solo nella prima infanzia, bensì per tutta la vita.
La dimensione essenziale dell’umano è quella affettiva. Soddisfatti i bisogni primari, legati alla
sopravvivenza fisica, la pulsione più grande è verso l’amore: amare e sentirsi amati. Un’affettività
insufficiente sfocia spesso in disturbo dell’umore, distimie e depressioni. Dalla depressione reattiva,
causata da un abbandono, da un lutto, da una perdita, al disturbo depressivo maggiore, di coloro che
non si sono mai sentiti amati e accettati. Non solo chi non si sente amato, ma anche chi non si ama ha
un rapporto conflittuale col cibo, ne è attratto morbosamente e poi ha dei sensi di colpa per avere
mangiato troppo. I disturbi psicogeni dell’alimentazione, nella loro duplice polarità, bulimia e
anoressia, sono il tentativo disperato di distruggere un’immagine di sé non accettata, che riflette
quella del genitore dello stesso sesso, che inconsciamente si vuole annientare. Ancora una volta il
cibo diviene mezzo di espressione di contenuti inconsci rimossi, di emozioni inconfessabili, di
pulsioni aggressive moralmente inammissibili. Rifiutando in modo patologico il cibo si modifica il
proprio aspetto corporeo, si annullano le forme femminili o anche maschili, si diviene esseri
asessuati. È la negazione del proprio genere, della sessualità, che si spegne, e con lei si spegne la
vita.
Tramite il cibo si gratifica o punisce il corpo. In realtà gli alimenti sono la riserva energetica per
l’esistenza, essenziali per la salute e il buon equilibrio, addirittura fondamentali per gli atleti degli
sport del coraggio. Infatti per coloro che scelgono questa via come cammino di realizzazione
spirituale, il rapporto deve essere particolarmente equilibrato. Si mangia per sopravvivere, non si
vive per mangiare.
La dipendenza dal cibo è la più diffusa tra le compulsioni, vi sono più obesi che alcolisti o
tossicodipendenti. Anche chi si allena costantemente e duramente non deve eccedere nell’alimentarsi.
L’apporto calorico non deve mai essere in eccesso, diviene inesorabilmente grasso, anche nell’atleta
delle discipline di resistenza che pratica ogni giorno per ore. Egualmente erronea è una dieta
alimentare ipocalorica o il digiuno, che provocano gravi danni all’organismo. Alcuni praticanti per
rientrare in categorie di peso più basse o per essere leggeri in corsa rischiano l’anoressia nervosa.
L’apporto di zuccheri e grassi deve essere sempre bastevole: non soffrire la fame, soprattutto quando
l’attività fisica è intensa.
L’antica saggezza dello yoga dice che si è ciò che si mangia, ma anche quanto si mangia determina
quanto saremo di peso e forma fisica. ogni eccesso è punito dalla perdita di salute e prestazioni
atletiche. I cibi spazzatura avvelenano il corpo e annebbiano la mente, ma anche la carenza o
l’abbondanza di buon nutrimento uccidono lentamente.
Un rapporto virtuoso con ciò che si mangia è un buon rapporto con se stessi. La regola è non
raggiungere mai la sazietà. Anche in questo messaggio si trova un aspetto simbolico di
morigeratezza e sobrietà nella quotidianità e nella vita. Molto cibo determina lunghi tempi di
digestione, con sonnolenza e apatia. Un atleta è sempre vigile e presente a se stesso. La dieta
alimentare deve essere leggera e nutriente, varia e divisa in almeno cinque pasti giornalieri.
Dopo una gara o un allenamento veramente duro e massacrante, un pasto più ricco e gustoso è un
premio che aiuta a mantenere fermo il proposito. Caffè o alcolici, in quantità moderata, si possono
assumere, sostanze nervine combattono la stanchezza e lo sfinimento. Il praticante non è un monaco
dedito alla rinuncia e alla mortificazione dei sensi, come nella via ascetica. Un guerriero della
disciplina sportiva usa ogni mezzo, purché lecito e onesto, per incrementare le prestazioni e
raggiungere i suoi obiettivi: alimenti stimolanti, integratori esclusivamente naturali, concorrono allo
scopo. Vincere la fatica, la paura, battere il nemico interiore che lotta sempre contro l’atleta.
L’obiettivo è la vittoria in ogni allenamento, in ogni gara, il superamento del limite precedente. Il
cibo è un alleato, mai un nemico.
Gli sport del coraggio comportano volontà e lucidità, l’essere sempre pronti all’azione. Nutrire
bene il corpo è anche rinforzare la mente e lo spirito, perché l’essere umano è unità organica. Gli
alimenti sono simbolicamente il cibo dall’anima, la fonte dell’energia. Nelle antiche tradizioni
misteriche mangiare era compiere un atto di magica trasmutazione delle sostanze ingerite in sangue, il
rosso fluido della vita. Lo stomaco è l’Atanor, il crogiolo dell’alchimista, dove gli alimenti si
fondono e cambiano natura, dove la materia diviene spirito. Per questo motivo si mangiava con
rispetto il proprio pasto, nella precisa consapevolezza di compiere un rito. L’Eucarestia cristiana
riporta a riti ancestrali di morte e rinascita: distruggere masticando, smembrare come nelle tradizioni
sciamaniche, per risorgere nella forma divina. La rappresentazione del logos, la vibrazione
primordiale che si trasforma in cibo. Gli antichi cacciatori divoravano il fegato delle prede per
appropriarsi del loro coraggio. Guerrieri di civiltà perdute nel tempo mangiavano il cuore del
nemico per rubarne l’essenza spirituale.
Oggi ci si nutre male, disordinatamente, senza pensare a quello che si sta facendo. Non esiste più
il tempo riservato ai riti masticatori, attimo di comunione della tribù o della famiglia. Gli alimenti
vengono consumati di fretta, talvolta in piedi in un bar, in tristi mense, dove ci si deve ingozzare
velocemente, come animali da allevamento. Interrompendo per pochi minuti il lavoro quotidiano, per
poi rituffarsi senza nessuna percezione di ciò che si è compiuto. Non vi è più nessun rispetto per il
cibo, che in demenziali trasmissioni televisive, viene addirittura sputato con disprezzo, compiendo un
atto sacrilego e sputando in realtà sulla miseria. Per caricare energeticamente gli alimenti occorre
cucinarli e consumarli con amore, per il cibo stesso e per chi lo ha preparato. Di origine vegetale o
animale è sempre il frutto che la natura mette a disposizione dell’uomo, aspetto del divino di cui
avere profondo rispetto e gratitudine.
Conclusioni

Le vie per conoscersi sono innumerevoli; la quotidianità certo non aiuta nel soffermarsi a
riflettere sul senso e sul valore di ciò che si sta facendo. L’attività fisica è relegata a strumento per
smaltire un’inestetica “pancetta”o per socializzare con persone al di fuori della cerchia lavorativa o
scolastica. Se si è fortunati si incontrano allenatori che riescono a motivare o atleti più esperti che
possono trasmettere esperienza. Difficilmente il tempo dedicato allo sport diventa un’opportunità per
vivere una grande avventura, un viaggio all’interno del proprio essere, un’esplorazione della propria
visione del mondo, delle proprie paure e di ciò che è importante per la propria vita. Quello che per
chi scrive è stato importante e significativo è passato per le prove che abbiamo superato negli esami
di subacquea, nelle dimostrazioni sul ring e nelle estenuanti corse in montagna.
In ognuno di questi momenti abbiamo visto come l’aspetto volitivo/intenzionale e la preparazione
fisica ci portavano vicino e a volte a superare i nostri desideri di gloria sportiva regalando un
sorriso che è stato definito “olimpico”. Abbiamo coltivato l’ars atletica ovvero l’irrinunciabile
desiderio di ogni uomo di vincere le catene che vincolano alla corporeità e lanciarlo in ambienti
confinanti al suo solito campo di attività. In cielo, in un relitto sommerso, su un quadrato o in un
campo da calcio per essere arbitro e quindi sacerdote delle regole, l’uomo torna alla più intima e
pura delle sue essenze: il gioco. È l’entusiasmante combinazione tra l’immagine dei propri limiti e
l’innaturale scenario di un mare profondo o della caduta libera che vince sulla realtà con i suoi
blocchi e muri di fumo. Fare qualcosa che dall’acquisizione di una tecnica sembrava impossibile ha
una sola definizione: liberazione. Liberare le proprie energie sopite ma soprattutto i propri desideri
per adempiere al proprio destino sportivo inteso come assunzione del compito sportivo grazie a un
libero atto, espressione del libero arbitrio, innescando processi di vera trasformazione integrale. In
questo senso quindi e a condizione che si vivano esperienze atletiche facendo proprio questo
significato, non ci sono atleti migliori di altri, ma solo viaggiatori che percorrono strade parallele
diverse e personali. In tale contesto gli sport del coraggio rappresentano tra le discipline sportive
quelle attività che rendono quasi scontata l’adesione a un desiderio di superamento. Rappresentano
dei transfert che assorbono energie non impiegate (impulsi sessuali, sentimentali o mistici) per
trasferirli su altri piani: la personalità, il carattere e infine alla natura stessa dell’uomo. Si pensi agli
sport di squadra e la loro capacità di assorbire aggressività e trasformarla in senso del gruppo e il
ribaltamento della figura del nemico in avversario.
L’humus sul quale s’innesta tale trasformazione è l’immersione violenta in un contesto naturale
dove dominano le forze elementari della natura: il freddo intenso durante una corsa d’inverno,
un’immersione in corrente o il contatto muscolare in un allenamento di savate. Forze elementari che
sferzano gli automatismi della quotidianità e fanno vacillare l’immagine di sé che viene coltivata nel
quotidiano, regno del ripetitivo. La società cittadina ha separato l’uomo civilizzato e la natura. Tale
situazione ha portato a uno squilibrio latente le cui conseguenze non sono facili da definire.
Sicuramente l’istintuale desiderio al ritorno ad attività in contesti naturali anche estremi dice molto
di ciò che rende incompleto il processo di realizzazione. Gli sport all’aria aperta con le loro regole
primordiali tendono a ristabilire questo contatto con l’ordine naturale compromesso dalla mancanza
d’aria, di luce, di spazio, di silenzio, di tempo (cfr. il sorriso degli Dei, p. 62).
Gli sport del coraggio permettono di esprimere l’impulso interiore che spinge a scoprire nuovi
aspetti della propria energia o più semplicemente svelare aspetti di sé che non si immaginava
potessero essere esistenti. Esperienze di questo tipo possono cambiare un’esistenza in un momento.
Avere la possibilità di esprimersi attivando delle energie nascoste può permettere a un timido di
acquisire sicurezza attraverso il pugilato, a un arrogante di riallinearsi e aprirsi agli altri attraverso il
senso del clan del rugby o al pauroso di superare le proprie fobie compiendo esercizi a 30 metri
sotto il livello del mare. In questo modo saltano le gerarchie del mondo “di fuori” e all’agonista
viene concesso di ricollocarsi in una nuova e affascinante scala sociale: quella di chi ha avuto il
coraggio di esplorare l’ignoto dei propri limiti. Non a caso sono sempre più utilizzati alcuni tipi di
sport come strumento di miglioramento manageriale per le imprese. Le discipline del coraggio hanno
quindi un unico vero obiettivo: la trasformazione e il raggiungimento del proprio destino sportivo
ovvero la realizzazione delle proprie aspirazioni elementari verso un atto volontario e gratuito. La
più alta e nobile forma di amore per se stessi e per il mondo che ci circonda. Un mondo che da
sempre regala opportunità di libertà e crescita a chi ha il coraggio di coglierle. Il Barone de
Coubertin45 diceva “l’importante non è vincere ma partecipare”. Per gli sport del coraggio forse
l’importante non è vincere, ma partecipare è fortemente consigliato. E ora, tocca a te.
Il testamento sportivo di Giovanni Parisi al figlio Carlos

Scrivere Nemeton. Guida pratica agli sport del coraggio è stato un lavoro entusiasmante e
impegnativo. Si è cercato di ancorare lo scritto alle esperienze personali più significative in campo
sportivo e umano. È stato inoltre lasciato spazio a spunti di tipo psicanalitico applicati allo sport che
potrebbero essere utili per comprendere meglio alcune esperienze. Ma in fondo questo testo è un
grande atto di amore e riconoscenza verso le discipline che abbiamo amato e praticato. Riconoscenza
per quello che hanno insegnato e per l’aiuto che hanno dato nel renderci migliori, almeno così
pensiamo.
Per questo motivo come messaggio conclusivo è stato scelto quello che a nostro avviso è un
importante documento, un testamento spirituale e sportivo del grande campione di pugilato Giovanni
Parisi, noto nell’ambiente con l’eloquente soprannome di Flash. Parisi è stato campione mondiale
della sigla wBo dei pesi leggeri dal 1992 al 1993 e dei pesi superleggeri dal 1996 al 1998. ha poi
chiuso la carriera nei welter.
Nella fase finale della sua carriera ha voluto testimoniare il suo rispetto e gratitudine per la
nobile arte del pugilato. Nell’ottobre del 2006, al Palalido, Parisi, ormai non più giovane dal punto
di vista atletico, aveva 39 anni, disputa il suo ultimo incontro. È consapevole che l’età gli impedisce
di nutrire speranze per la vittoria. Il tempo è giudice inappellabile e non bastano ore di allenamento e
jogging a volontà.
Il suo giovane avversario, il francese Klose, per ironia della sorte è cresciuto con il “mito” di
Giovanni Parisi, il campione che a breve sconfiggerà ponendo fine alla sua gloriosa carriera.
A bordo ring sono presenti la moglie e il figlio di Parisi, il piccolo Carlos, che per tutto il match
tifa in modo forsennato per il padre. Ma l’incontro è segnato e nella fase finale del match, la più
critica per il padre, sarà visibile la sua sofferenza nel vederlo incassare colpi e resistere a malapena
in piedi fino alla fine. Le telecamere indugiano sul viso del bambino, sono immagini che
commuovono i giornalisti della telecronaca. Fu una battaglia più malinconica che effervescente. Il
vecchio pugile fu sconfitto ma diede dimostrazione di grande coraggio. Dopo l’ultima battaglia,
Giovanni inviò a Carlos, attraverso La Gazzetta dello Sport, una lettera che è diventata il testamento
spirituale del campione al proprio figlio. Ma è anche un messaggio importante di un genitore a tutti i
giovani.

La Gazzetta dello Sport del 12 ottobre 2006, riportava questa “Lettera a mio figlio che piangeva
per me”, firmata Giovanni Parisi.

“Figlio mio, dopo l’incontro di domenica che ti ha così profondamente turbato ho il dovere, da
padre, di dirti alcune cose. Facevi un tifo forsennato e ti ho visto piangere. Per me. Fra un colpo e
l’altro ho sentito il tuo dolore. Era anche il mio e capisco chi ritiene sbagliato mostrare uno
spettacolo così forte a un ragazzino di 8 anni, ma questo è vero in parte. Vorrei provare a spiegarti
perché sono un pugile, ma anche un padre. Penso sia mio dovere cercare di trasmettere a te, figlio
mio, una serie di valori che la vita e la professione che faccio mi hanno permesso di apprendere.
Ho dinnanzi agli occhi mia madre, che in tempi non così lontani ha cresciuto me e i miei fratelli
con dignità, anche nella povertà che abbiamo patito appena giunti a Voghera dalla Calabria. La
ricordo fiera e sicura camminare a testa alta, nonostante una crudele malattia. La ricordo
orgogliosa per non aver mai ceduto a lusinghe e a meschini compromessi. La ricordo come solo un
figlio può ricordare sua madre: farà sempre parte di me e non la potrò mai ringraziare
abbastanza. Per fortuna e per qualche ‘piccolo’ merito mio, tu Carlos hai e avrai un’infanzia
tranquilla, sia rispetto alla mia sia rispetto a quella di molti tuoi coetanei, senza alcun tipo di
preoccupazione materiale, ma ritengo sia mio dovere far sì che gli agi e le possibilità a tua
disposizione non vengano dati per scontati e che possano accompagnarsi ad altri valori. E qui
vengo al punto. Dopo mia madre, la boxe ha completato la mia formazione. Devo molto al
pugilato: è la mia passione più grande. Spesso mi sono chiesto se sia in credito o in debito con
questo sport e non ho dubbi nel credere di essere fortemente in debito. È grazie ai pugni che ho
appreso cosa sia la dedizione, la rinuncia, lo spirito di sacrificio per inseguire un traguardo o un
obiettivo. Ho appreso l’arte della pazienza nell’attendere il momento opportuno. La capacità di
portare rispetto senza odio anche a chi ti sta davanti solo per sconfiggerti, magari scorrettamente.
Ho imparato a gestire la paura e le ansie. Ho conosciuto i miei demoni interni e li ho trasformarti
in virtù. È in nome di tutto questo che sono stato felice di averti voluto a bordo ring e mi auguro
che un giorno, qualunque professione voglia fare, tu possa trasmettere questi valori a chi ti sarà
vicino, a cominciare dalla tua sorellina Angel. E sai perché ho voluto disputare questo ultimo
match? Per due motivi, Carlos. Primo, la voglia di mettermi in discussione, di giocare a testa o
croce con la mia immagine, con la mia sicurezza. Avevo voglia di sentire tendini e muscoli ormai
stanchi riaccendersi pian piano, ritornare a rispondere alle sollecitazioni e ai sacrifici. Secondo,
l’ho fatto anche per il pugilato. un atto di gratitudine verso lo sport che mi ha dato tanto. Ti
confesso Carlos che a inizio carriera io mi sono sentito un suo figlio, uno dei tanti, magari solo
più talentuoso e dotato; ora le parti si sono invertite, e come capirai quando sarai padre, non ho
esitato ad aiutare il pugilato, a tendergli le mani (nonostante una delle due fosse infortunata)
incurante dei commenti e delle critiche, sapendo che il rischio sarebbe stato altissimo. Ma per un
figlio si fa questo e molto, molto di più. Ti voglio bene, figlio mio. Papà”.
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Collana “THE BEST BOOKS” Pubblicazione periodica
Direttore responsabile: Dott.ssa Paola Maria Canonico
Autorizzazione del Tribunale di Roma N. 89/93 del 6 marzo 1993
N. 10 – 30-10-2015
1 Cfr. definizione agonismo (s.m.): Spirito combattivo; combattività, impegno, spec. di atleti e squadre nello svolgimento di una gara.
2 “[...] l’Angoscia di Limitazione è il sentimento che nell’uomo allo stato di natura nasce dalla fame, dalla limitazione delle risorse che
viene intuita come limitazione di spazio. Nell’uomo civilizzato, divenendo sentimento della lotta per la sistemazione sociale, resta ancora
un’angoscia di limitazione, mentre può sempre risorgere nella sua forma primitiva ogni volta che alle condizioni di civiltà subentrano altre
di miseria e abbandono”, Carlo Melchiorri, La gimnica o filosofia dello sport, Edizioni Mediterranee, Roma, 1970, p. 163.
3 “Fare un campo sportivo non è una ‘costruzione’, cioè una disposizione di materiali, ma una ‘fondazione’, cioè un conferimento di
valori, tanto che un campo sportivo può essere non solo ‘costruito’ come uno stadio, una piscina, uno stand, ma ‘assunto’, cioè preso tale
e quale dalla natura, come un circuito automobilistico, l’itinerario di un tour, la via di una parete, conservando per ‘idealizzazione’ lo stesso
grado di assolutezza tecnica”, ivi, p. 168.
4 “[...] impegno totale nel compito, cui succede la soddisfazione del suo compimento, manifestata dal ‘sorriso olimpico’. Per sorriso
olimpico si intende ‘[...] la manifestazione della catarsi sortiva e della beatitudo che l’atleta raggiunge con l’azione sportiva perfetta; è il
massimo che l’atleta concede alla vittoria, in contrasto con l’entusiasmo scomposto degli accoliti (oggi diciamo tifosi)’”, ivi, p. 168.
5 I Nemeta erano i luoghi sacri dei druidi, radure segrete dove venivano officiati riti sacri, nel profondo dei boschi, tra rocce e rivi, nel
silenzio della Natura. I popoli antichi, e tra loro i Celti, identificavano nei luoghi selvaggi, dove le vibrazioni cosmiche scorrono libere e
potenti, i punti di contatto con le dimensioni numinose. Le are votive, gli alberi sacri, i templi agli Dei, erano i varchi per l’oltre mondo. La
Forza divina non era confinata in un luogo di culto al chiuso e spesso in penombra, nascosta agli sguardi degli uomini, ma nel pieno della
luce del sole, al cospetto degli stessi Dei. Poi i Nemeta divennero monumenti, piramidi, templi, costruzioni specifiche per il culto, portali
per altre dimensioni. Il Nemeton tuttora resta soprattutto un “altro luogo”, uno di quei siti terrestri nei quali più forti scorrono le energie,
dove la vibrazione cosmica assume una particolare frequenza, a volte curativa, altre distruttiva, ma sempre un canale con gli altri Mondi.
Grandi cattedrali, antichi templi, ipogei, sono siti di forte emissione vibratoria, ma se costantemente frequentati perdono questa loro
caratteristica. Solo il silenzio, l’assenza di frequentatori profani li può ricaricare. Ma gli alti luoghi non sono solo da intendersi in senso
strettamente fisico; nel tempo della fine del Ciclo, il Nemeton si ritira nel profondo di chi ancora sa percepirlo, diviene luogo dello Spirito,
spazio metafisico da coltivare. E tra queste sicuramente la Via del Coraggio e le discipline di cui è espressione.
6 “I Valori fondamentali, così come i diritti e i doveri, propri della società omerica [...] considerati l’agonismo e l’animosità che
contraddistinguevano il ceto aristocratico erano predeterminati e attribuiti dalla nascita. La società greca arcaica di quel tempo era
stratificata in aristocratici e non (i kakòi, lett. i ‘cattivi, brutti’, i plebei, non belli, ma pallidi e debilitati perché trascorrevano il loro tempo
nel lavoro e nelle attività manuali, allora disprezzati dai nobili, i kalòi, ‘belli’, belli per nascita ma anche perché potevano dedicarsi
all’esercizio del corpo e della mente, in quanto la bellezza esteriore era considerata lo specchio di quella interiore e morale). Ciò
nonostante, chi aveva in sorte di nascere aristocratico doveva dare prova in ogni occasione di essere agathòs, dimostrare la propria
aretè, altrimenti avrebbe perso l’onore. [...] In tal senso l’aretè riceve una triplice connotazione:
– Dinamica, in forza della sua contestualizzazione agonale e violenta, che trova espressione in
situazioni anche diverse da quelle belliche, come nelle assemblee, in cui conta saper prevalere –
quasi trasferendo il kratòs, la violenza, dalla spada alla parola.
– Sociale, in quanto tale presenza deve essere riconosciuta per assicurare lo status eroico e,
attraverso la fama (kleòs), garantire la timé, l’onore, del condottiero.
– Materiale, nel momento in cui la ricchezza era da un lato conseguenza del successo militare
(come bottino), dall’altro condizione (come disponibilità) – in tempo di pace – per lo sviluppo
dell’abilità di comando”, Jacques Ulmann (a cura di Gabriella Aleandri), Nel mito di Olimpia.
Ginnastica, educazione fisica e sport dall’antichità a oggi, Armando, Roma, 2004, p. 34.
7 “In verità vi dico: se non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli”, Mt 18,1-5.
8 Fight Club è un film diretto da David Fincher, basato sull’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Il film è sceneggiato da Jim Uhls
e prodotto da Art Linson e Arnon Milchan. La pellicola offre una visione altamente critica del consumismo e dell’alienazione dell’uomo
moderno. Nel 2008 è stato inserito al decimo posto nella classifica “500 Greatest Movies of All Time” stilata dalla rivista britannica
Empire.
9 Si racconta che i soldati spartani si facessero accompagnare dai loro servi nelle campa -gne militari e che, a seguito
dell’occupazione e del saccheggio, lasciassero a loro i cibi più raffinati. La frugalità anche nell’alimentazione era, infatti, considerata una
virtù nobiliare.
10 “Quando tutte le anime si scelsero la loro vita nell’ordine che la sorte aveva stabilito, si presentavano a Lachesi; essa assegnava a
ciascuna il ‘demone’ che l’anima stessa aveva scelto perché le fosse custode durante tutta la vita e desse adempimento al destino
prescelto. Il ‘demone’ anzitutto conduceva l’anima da Cloto per ratificare, sotto la sua mano e il vorticoso girar del fuso, il destino che
aveva scelto dopo il sorteggio. Toccato il fuso, il ‘demone’ la conduceva poi alla trama che Atropo aveva tessuto per rendere immutabile
il destino una volta filato. Di qui, senza voltarsi, il ‘demone’ e l’anima andavano sotto il trono di Ananke e passavano dall’altra parte”,
Platone, Repubblica, X, Mursia, Milano, 1990, p. 358.
11 gnificati, indica ‘energia’, ‘soffio vitale’, ‘forza’ e ‘dinamismo’; è spesso usato al plurale per descrivere i respiri vitali. Ayama
d’altro canto significa ‘prolungamento’, ‘espansione’, ‘controllo’: il prânâyâma quindi è, a un primo livello, l’arte dell’estensione del
respiro e del suo controllo cosciente, ma più profondamente è la capacità di controllare quell’energia sottile contenuta non solo nel respiro,
ma anche nell’aria, nell’acqua, negli alimenti”, tratto dal sito <www.yoga.it>. Cfr. anche B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica del
pranayama, Edizioni Mediterranee, Roma, 2005.
12 Quando gli alianti non si trovano in spirale o in altre fasi particolari del volo, effettuano generalmente planate rettilinee verso
un’altra ascensione o un punto determinato. Questa
13 Luigi Ferraro (1914-2006), ad esempio, ufficiale della Marina Militare, è stato uno dei primi precursori a specializzarsi nelle
tecniche di immersione subacquea. La sua passione per il mare nasce presto: fin dall’adolescenza, trascorsa fra Tripoli e l’Italia, inizia a
immergersi e a distinguersi per audacia e perizia tecnica. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si distingue in alcune imprese
proprio come sommozzatore ed entra nel Gruppo Gamma, il nucleo speciale di nuotatori d’assalto. Il suo mito viene consacrato nell’estate
del ’43, quando passa alla storia come affondatore solitario di ben tre navi nel corso delle operazioni notturne di sabotaggio contro le forze
navali alleate nel Mediterraneo orientale, tra Alessandria e Mersina. Con la sua esperienza e le sue intuizioni nel dopoguerra ha
contribuito notevolmente all’evoluzione dell’attività subacquea, inventando un nuovo tipo di maschera e di pinne, impegnandosi nel
recupero di navi affondate e collaborando con aziende come Cressi Sub e Mares e con personaggi come Jacques Cousteau ed Enzo
Maiorca. Luigi Ferraro non è stato solo un eroe di guerra, ma anche e soprattutto un eroe del mare.
14 “La gamma di attrezzature oggi disponibili può confondere un subacqueo alle prime armi. Se alcuni elementi diventeranno presto
familiari dopo le prime immersioni, altri lo diventeranno solo nel caso di immersioni in particolari ambienti”, Monty halls, Miranda
Krestovnikoff, immersione subacquea, Guide pratiche Mondadori, Mondadori, Milano, 2007, p. 40.
16 “L’aspetto della dimensione riflessiva e dell’attenzione alle regole è quindi nella subacquea ricreativa particolarmente rilevante
rispetto a quello della prestazione atletica, cosa che la rende particolarmente idonea a essere usata come strumento formativo”, Gaetano
Venza et al., Psicologia e psicodinamica dell’immersione subacquea, Franco Angeli, Milano, 2006, p. 87.
17 “[...] la subacquea appare particolarmente indicata per obbiettivi relativi ai processi di comunicazione in situazioni di grande
limitazione, allo sviluppo della capacità di autocontrollo, di gestione delle difficoltà e dello stress, alle capacità decisionali e di
pianificazione, ai processi di leadership e membership in situazioni non ordinarie, alla capacità di offrire e nutrire fiducia, al rispetto delle
regole procedurali del gruppo di lavoro”, ivi, p. 143.
18 Lo skyrunning è un insieme di discipline sportive di corsa in montagna che si svolgono in ambienti d’alta montagna, a quote che
possono superare i 2000 metri, e gare che si svolgono prevalentemente fuori strada, lungo percorsi caratterizzati per lo più da una
tipologia di terreno sconnesso, che possono comprendere tratti innevati o ghiacciati la cui difficoltà alpinistica non supera però il secondo
grado di difficoltà. Le varie discipline dello skyrunning, a seconda del dislivello altimetrico e del chilometraggio generale, sono classificate
in: Sky-Marathon, gara con un minimo di 2000 m di dislivello totale e una distanza che varia tra i 30 e i 42 km (5% di tolleranza
ammessa). Si può svolgere su più percorsi come sentieri, mo-rene, rocce o neve (asfalto inferiore al 15%) e raggiungere o superare i
4000 m di altitudine; ultra SkyMarathon, gara che supera i parametri della SkyMarathon di oltre il 5%, con minimo 2500 metri di
dislivello e più di 50 km di lunghezza; SkyRace, gara che si svolge tra 2000 e 4000 m di altitudine, minimo 20 km di lunghezza e massimo
30 (5% di tolleranza ammessa); Vertical Kilometer, gara con 1000 m di dislivello su terreno variabile con una sostanziale pendenza, non
superiore a 5 km di lunghezza. Prevede tre livelli di altitudine: 0-1000 m, 1000-2000, 2000-3000 m, con una tolleranza del 5%; SkySpeed,
gara con 100 o più metri di dislivello e oltre il 33% di pendenza; Skybike, sport combinato composto da bicicletta da corsa o mountain
bike e Vertical Kilometer.
19 Maria Cristina Savoldi Bellavitis, Selene Calloni williams, Anche gli atleti meditano... seppur “di corsa”, Edizioni Mediterranee,
Roma, 2012.
20 “Nella maggior parte delle arti marziali il principiante indossa una cintura bianca che, secondo la tradizione, simbolizza l’innocenza.
Col passare del tempo la cintura si sporca, a causa dell’uso e delle prese, di conseguenza il secondo livello di apprendimento è
rappresentato da una cintura marrone. Dopo un altro po’ la cintura diventa ancora più scura, finché è nera: il livello di cintura nera. Ma
poi la cintura nera finisce per deteriorarsi e si schiarisce, fino a diventare quasi bianca. Ciò significa che chi la indossa sta tornando
all’innocenza, un carattere che lo zen associa alla perfezione umana”, Joe hyams, Lo zen e le arti marziali, Il Punto d’Incontro, Vicenza,
2008, p. 35.
21 “ogni volta che si porta un colpo, i piedi devono rimanere fermi, saldi e ben appoggiati sul terreno, nel senso che per il momento non
si prenderà minimamente in considerazione la possibilità di portare il colpo in movimento. Si avanza, ci si ferma e si colpisce, si arretra, ci
si ferma e si colpisce. Non è concesso di colpire mentre ci si sta muovendo”, wilson Basetta, boxe at Gleason’s Gym, Edizioni
Mediterranee, Roma, 2013, p. 91.
22 “Concedersi il tempo necessario per raggiungere una meta significa darsi da fare senza mai arrendersi, senza stabilire la durata
massima dello sforzo”, Joe hyams, op. cit., p. 25.
23 Bruce Jun Fan Lee (San Francisco, 27 novembre 1940-hong Kong, 20 luglio 1973) è stato un attore, artista marziale, regista,
sceneggiatore e produttore statunitense di origini cinesi. Nato negli Stati Uniti d’America ma cresciuto nella città di hong Kong, Lee è
ampiamente considerato uno dei più influenti artisti marziali di tutti i tempi, nonché l’attore più ricordato per la presentazione delle arti
marziali cinesi al mondo. Cfr. Linda Lee, bruce Lee “Dragon”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1993.
24 Apocalypto è un film del 2006 diretto da Mel Gibson nel quale viene ben descritto il lato oscuro dell’uomo allo stato selvaggio.
25 “Si deve ben riconoscere che lo stesso alpinismo vissuto secondo questo spirito non si potrebbe troppo distinguere dalla caccia
all’emozione per l’emozione stessa che provoca [...] ogni sorta di stravaganze e di frenesie, miracoli di ardimento e di acrobazia in salti da
aeroplani, corse alla morte ecc., ma che alla fine, non significa cosa troppo diversa di una specie di eccitante o di stupefacente, il cui uso
ci dice più dell’assenza che non della presenza di un vero senso della personalità, un bisogno più di stordirsi, che di possedersi”, Julius
Evola, Meditazioni delle vette, Edizioni Mediterranee, Roma, 2003, p. 88.
26 “Ricavare dall’arrampicamento ben più del record sportivo, tendere a compierlo come sforzo, come interiore violentamento dei
propri limiti, come meditazione di un atto puro di potenza, per trascenderlo, per purgare l’azione dalla brama, dall’emozione, dalla passione
e risuscitarla come arbitrio, come libertà, come gioco. Allora tecnica e progresso materiale si riconoscono come strumentalità e cessano
di imporsi come valori”, Domenico Rudatis, “Rivelazioni Dolomitiche”, in E. Longo (a cura di), il regno perduto, Edizioni di Ar, Padova,
p. 23.
27 Cfr. Julius Evola, Meditazioni delle vette, cit., p. 113.
28 Cfr. Gruppo Escursionistico orientamenti – Associazione Culturale Raido – II edizione rivista, 2007, p. 20.
29 “Bisogna imparare a riscoprire la lingua dell’inanimato la quale non si manifesta prima che l’anima abbia cessato di versarsi sulle
cose in modo tale da restituire – allo spazio, alle cose, al paesaggio – quei caratteri di lontananza e di estraneità dall’umano che erano
stati coperti nell’epoca dell’individualismo”, Julius Evola, Cavalcare la tigre, Edizioni Mediterranee, Roma, p. 112.
30 “Si può infatti arditamente dichiarare che un mondo senza spazi vergini diventerebbe mentalmente inabitabile sia per il poeta, sia
per l’uomo della strada e ciò in relazione ai bisogni psicologici riguardo ai quali bisogna purtroppo constatare che l’epoca in generale e i
tecnici in particolare dimostrano la più crassa ignoranza. Noi ripetiamo: gli uomini e più precisamente i giovani hanno bisogno di terreni
vergini di espansione per non essere sommersi dalla disperazione”, Julius Evola, Samivel, il sorriso degli Dei, Editrice Barbarossa,
Milano, 1996, p. 65.
31 Kill the Referee (letteralmente “Uccidi l’arbitro”, mentre il titolo originale è Les Arbitres, “Gli arbitri”) è un documentario del 2009
diretto da yves hinant, Delphine Lehericey e Eric Cardot, basato su un’idea di yvan Cornu, che segue le esperienze di cinque arbitri
impegnati nella direzione delle partite del campionato europeo di calcio 2008: l’italiano Roberto Rosetti, l’inglese howard webb, lo svizzero
Massimo Busacca, lo spagnolo Manuel Mejuto Gonzalez e lo svedese Peter Fröjdfeldt. In Kill the Referee viene offerto un punto di vista
inedito sulle partite, grazie ai microricevitori con i quali sono state registrate le conversazioni via radio in campo tra i direttori di gara e i
loro assistenti; vengono inoltre mostrati il dietro le quinte, il prima e il dopo partita negli spogliatoi, le riunioni con la commissione arbitrale, i
momenti di relax. Prodotto con il sostegno della UEFA, il cui presidente Michel Platini ap-pare più volte nel corso del documentario, il
titolo del documentario si riferisce all’episodio successivo alla decisione dell’arbitro howard webb che aveva accordato un discusso rigore
a favore dell’Austria durante gli europei del 2008 svolti in Austria e Svizzera, permettendo alla squadra di casa di restare in corsa per la
qualificazione. Durissimo lo sfogo anche da parte del Primo Ministro polacco: “Avrei potuto ucciderlo per quello che è successo in
campo”. Il documentario è uno splendido spaccato della disciplina e dei valori del mondo degli arbitri: onestà, coraggio e duro
allenamento.
32 La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum che trae origine dal greco σύμβολον, súmbolon (segno), a sua volta derivante dal
tema del verbo symballo dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolé, “getto”), avente il significato approssimativo di “mettere
insieme” due parti distinte ovvero unire tra loro entità autonome o due piani dell’esistenza differenti.
33 La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτυπος col significato di immagine: arché (“originale”), tipos (“modello”,
“marchio”, “esemplare”).
34 Antonio Medrano, La Vía de la Acción: El hacer justo y correcto frente al desorden activista, yatay Ediciones, Madrid, 1998.
35 John Grinder (Detroit, 10 gennaio 1940) è un linguista, saggista e life coach statuni-tense, che fondò negli anni Settanta, con
Richard Bandler, la Programmazione Neuro Linguistica (PNL). Laureato in Filosofia all’università di San Francisco agli inizi degli anni
Sessanta, si arruolò nel corpo dei Berretti Verdi e venne mandato in Europa ai tempi della Guerra Fredda. Ebbe così la possibilità di
imparare nuove lingue e alla fine degli anni Sessanta studiò linguistica, cosa che gli valse il dottorato ottenuto nell’università della
California, a San Diego.
36 Nicoletta Lanza, Essere coach, lavorare con l’esperienza. La metafora dell’allenatore per valorizzare le risorse in azienda,
Franco Angeli, Milano, 2008, p. 23.
37 Lao Tzu, Tao Te Ching, Adelphi, Milano, 1973. Vedi anche Julius Evola (a cura di), Tao Tê Ching di Lao-tze, Edizioni
Mediterranee, Roma, 1997.
38 L’agonista è “chi pratica un’attività sportiva a livello agonistico: atleta agonista | si dice di atleta dalla forte combattività. Etimologia:
← dal lat. tardo agonĭsta(m), dal gr. agonistés ‘lottatore’ ma anche ‘ansia derivata da una prova’ o ‘competere con dolore’”.
39 Cfr. la definizione di entusiasmo. Letteralmente la parola greca ἐνθουσιασμός (enthousiasmós) deriva dal verbo ἐνϑουσιάζω,
“essere ispirato”, contenente il lemma ἔνϑεος, composto di ἐν, “in”, e ϑεός, “Dio, il Dio dentro”. ovvero “avere Dio dentro”. Questa
etimologia compare anche nel corrispondente vocabolo che in latino è reso con la parola – usata quasi sempre in accezione negativa –
fanaticus (da cui “fanatismo”) “ispirato da una divinità, invasato da estro divino, derivato di fanum, ‘tempio’, vc. da avvicinare a fas
‘diritto sacro’”.
40 Tirso de Molina, pseudonimo di Gabriele Téllez (Madrid, 1584-Almazán, 1648), è stato un religioso, drammaturgo e poeta spagnolo.
41 Rüdiger Dahlke, L’ombra e il lato oscuro della tua anima, Macro, Cesena, 2011.
42 Carl Gustav Jung, Tipi psicologici, Boringhieri, Torino, 1968.
43 hans Sedlmayr, La perdita del centro, Borla, Roma, 2011.
44 Carl Gustav Jung, Psicologia e Alchimia, Boringhieri, Torino, 2006.
45 Pierre de Frédy, barone di Coubertin, chiamato solitamente Pierre de Coubertin (Parigi, primo gennaio 1863-Ginevra, 2 settembre
1937), è stato un pedagogista e storico francese che ha fondato i moderni Giochi olimpici.