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Capitolo

1: Parlare a
vanvera.

Qualcuno vi ha mai sgridato, mentre


parlavate senza stare troppo attenti
al filo dei vostri pensieri, dicendovi:
"Non parlare a vanvera"? Sì? E
capitato anche a voi? E vi siete mai
chiesti come è nato questo strano
modo di dire? Se ve lo siete chiesti,
ecco la risposta alla vostra
domanda...
Il fatto che dette origine a questa
frase, a sua volta, ebbe origine nel
secolo scorso. Il 12 agosto 1897 ai
coniugi Van, di lontana origine
olandese, nacque una bella bambina
di tre chili e mezzo, che fu
battezzata col nome di Vera.
La signora Van, da signorina, era
stata un'attrice famosa. Sposandosi
aveva abbandonato a malincuore la
carriera per dedicarsi alla famiglia.
Così ora, quando cullava la piccola
Vera per farla addormentare, invece
di cantarle le solite ninne nanne, le
recitava dei lunghi monologhi,
sforzandosi di usare un tono calmo e
monotono, adatto a chiamare, come
ben sapeva per esperienza, prima la
noia e poi il sonno. Vera ascoltava
con gli occhietti sgranati, zitta, ma
addormentarsi non si addormentava.
Anzi, più la madre le parlava, più lei
drizzava la testolina pelata, ben
sveglia e attenta ad ascoltare.
Quando fu in età di andare alla
scuola materna, con gli altri bambini
Vera voleva sempre giocare al
dottore.
Non, come qualche maligno
potrebbe sospettare, per tirar giù le
mutande e fare punture, clisterini e
cose del genere. Nossignore. Vera
tirava fuori un piccolo stetoscopio
giocattolo, lo poggiava alla schiena
o al petto del "malato", e ordinava
seria seria: - Dica trentatré.
Quello obbediva: - Trentatré,
trentatré...
E lei beata ad ascoltare...
Quando ebbe cinque anni, Vera
chiese di andare a scuola. Le
avevano detto che, poiché era troppo
piccola per essere iscritta in prima
elementare, l'avrebbero ammessa a
frequentare come uditrice. Non
doveva fare i compiti a casa, né
rispondere alle interrogazioni, o
disegnare alla lavagna. Doveva solo
starsene lì nel primo banco, zitta
zitta, ad ascoltare quello che
dicevano gli altri.
- Ti annoierai, poverina! - le
diceva la maestra.
Ma Vera scuoteva la testa, seduta
composta nel suo banco, con le
manine incrociate sul quaderno e la
faccia raggiante di felicità.
Fu proprio in quel tempo che la
bambina sentì nominare per la prima
volta il proprio nome preceduto dal
cognome. Aveva sempre saputo di
chiamarsi Vera Van. Ma la maestra,
quando faceva l'appello, diceva Van
Vera. Il nuovo nome le piacque tanto
che decise che, d'ora in avanti, si
sarebbe fatta chiamare solo così.
Quando ebbe quindici anni, con
gran dispetto delle sue coetanee, più
belle, più spigliate e più disinvolte di
lei, Van Vera si ritrovò piena di
corteggiatori.
- Ma cosa ci trovate in quella
gattamorta? - chiedevano acide le
amiche ai compagni.
- Vuoi mettere? - rispondevano i
ragazzi. - Una che ti sta ad ascoltare
e non ti interrompe mai? Una che si
interessa veramente a quello che le
stai dicendo? Ed era proprio così. A
furia di ascoltare e ascoltare, in tutti
gli anni Van Vera aveva
immagazzinato nella mente una tale
quantità di storie che, se avesse
voluto ritirarle fuori, avrebbe avuto
da raccontare per anni e anni di fila,
come Sheherazade, la principessa
delle "Mille e una notte".
Ma lei non aveva nessuna voglia
di raccontare quello che sapeva già,
mentre c'erano tante storie che non
conosceva. Non si era ancora saziata
di quello che la gente aveva da dirle.
E non importava che fossero delle
storie strepitose. Le parlassero di
cose banali come il tempo, i dolori
reumatici del nonno; oppure di una
incredibile vincita alla lotteria, di un
naufragio, di una storia d'amore
complicata; o anche di un assalto a
una banca con sparatoria e
inseguimento...
lei ascoltava tutto con lo stesso
vivissimo interesse.
Quando compì vent'anni chiese
di far parte del Telefono Amico. Le
ore che passava al banco del
centralino, con la cuffia, ad ascoltare
gli sfoghi e le lamentele di gente
sconosciuta, erano per lei i momenti
migliori della giornata.
Quando poi si trattò di scegliere
un lavoro, naturalmente Van Vera
non ebbe esitazioni. Avrebbe fatto
l'uditrice giudiziaria.
A quarant'anni si sentiva felice e
realizzata. Chi la invidiava, chi le
dava della stupida, chi le diceva: -
Beata te che ti accontenti di così
poco! Passarono gli anni, e Vera,
con la sua disponibilità
ad ascoltare, era sempre
circondata da una quantità di gente.
Fra costoro c'erano anche una
quindicina di nipoti, pronipoti e
bisnipoti, che intanto erano nati ai
suoi fratelli e ai suoi cugini, e ai figli
dei fratelli, dei cugini, dei nipoti.
Come tutti i ragazzi, erano felici di
avere un adulto che li prendeva sul
serio e che ascoltava i loro problemi
senza mai sgridarli e senza fare la
spia ai loro genitori; ed erano fra i
più assidui visitatori della casa di
Van Vera.
Ma, ascolta che ti ascolta,
evidentemente anche i timpani
umani hanno un limite di usura. Un
bel giorno, anzi un brutto, un
bruttissimo giorno, Vera, che stava
ascoltando piena di interesse le
confidenze di un suo bisnipote di
nome Potito, improvvisamente vide
il ragazzo che apriva e chiudeva la
bocca come un pesce in un acquario.
Non le riusciva di sentire una parola,
un suono, un sussurro. Era diventata
sorda! Non si rassegnò subito alla
sua disgrazia. Consultò i medici più
famosi, fece il giro del mondo alla
ricerca della cura miracolosa che le
potesse ridare l'udito. Ma non ci fu
nulla da fare. Sorda era, e sorda
sarebbe rimasta fino alla fine dei
suoi giorni.
Figuratevi la sua disperazione!
Piangeva, gridava (e non sentiva)
che non c'era più uno scopo per la
sua vita, che voleva morire.
Allora il bisnipote Potito, che era
un ragazzo sveglio e intelligente,
radunò tutti i cugini di primo,
secondo e terzo grado, e disse loro: -
La prozia Van Vera ci ha ascoltato
quando eravamo piccoli e nessuno ci
dava retta. Non ci ha mandato al
diavolo quando a tredici anni le
raccontavamo per la centesima volta
dei nostri brufoli o delle nostre pene
d'amore. Non ha mai fatto neppure
una smorfia di noia come tutti gli
altri quando qualcuno di noi
cominciava: "Sapessi cosa ho
sognato stanotte!..." Adesso tocca a
noi ricambiarle il favore. Non
possiamo restituirle l'udito, ma
possiamo darle la sensazione di
essere ancora utile. A turno andremo
a trovarla tutti i pomeriggi e le
parleremo, ogni volta, dal dopo
pranzo all'ora di cena.
I quindici ragazzi pagarono il
loro debito di riconoscenza e
intrattennero Vera con i loro discorsi
senza senso fino alla fine dei suoi
giorni.
- Ma cosa le diremo? - protestò
una pronipote di nome Nicoletta. -
Io non riesco a fare un discorso
sensato se ho l'impressione che chi
mi ascolta non capisce. Mi
sembrerebbe di parlare in turco a un
eschimese.
E chi ti chiede di fare dei
discorsi sensati? - rispose Potito. -
Basta che diciamo qualcosa, non
importa cosa. La prozia Van Vera ci
vedrà muovere le labbra, sentirà lo
spostamento d'aria, magari avvertirà
dei ronzii, delle vibrazioni... Capirà
che le stiamo ancora parlando,
nonostante la sua sordità, e anche se
non comprenderà niente, sarà felice.
E così fù. I quindici ragazzi
pagarono il loro debito di
riconoscenza e intrattennero Vera
con i loro discorsi senza senso fino
alla fine dei suoi giorni. La signora
Van Vera morì a novantanove anni,
felice.
Ma dopo di allora, quando i
ragazzi parlando con i loro genitori -
che ci sentivano benissimo -
dicevano qualche stupidaggine, si
sentivano rimproverare: - Ehi! Cosa
stai dicendo? Non stai mica parlando
a Van Vera!
Col tempo, nome e cognome si
fusero in un'unica parola e la fama si
sparse al punto che, ancor oggi,
quando qualcuno parla dicendo delle
cose senza senso, si usa dire che
"parla a vanvera".
Le storie che leggerete d'ora in
poi su questo libro, sono state
raccontate a Van Vera dai suoi nipoti
negli anni della sordità. Perciò
prendetele per quello che valgono, e
non ditemi che non vi avevo
avvertito.
Capitolo 2: Mangiare la
foglia.

Una volta, tanti anni fa, al tempo


degli antichi Romani, c'era una
ragazzina dai capelli rossi che
viveva tutta sola in una grotta. Tutta
sola veramente no, perché nella
grotta abitavano anche due
pipistrelli, una civetta e una gatta di
nome Pulcherrima. Quanto alla
ragazzina, si chiamava Gaia Tulliola
Enobarba, ma tutti la chiamavano
"la Sibilla".
Era sempre vestita di bianco e
aveva un velo e dei nastri bianchi in
testa, perché era una sacerdotessa
del dio Apollo.
La gente era convinta che quel
dio saggio e potente abitasse anche
lui nella grotta (invisibile però), e
che mandasse a dire le cose ai suoi
devoti usando la Sibilla come
ambasciatrice.
A quel tempo nessuno prendeva
una decisione importante senza
chiedere prima consiglio al dio
Apollo. E poiché non si poteva
parlare direttamente con lui, c'era
l'abitudine di rivolgersi alla sua
sacerdotessa: la Sibilla, appunto.
La consultazione si svolgeva
pressappoco in questo modo.
Supponiamo che un soldato dovesse
partire per la guerra e che avesse una
fifa tremenda di lasciarci le penne.
Faceva preparare dalla moglie un bel
dolce di pasta fritta e miele e se ne
andava alla grotta.
- Ho portato questo regalo per il
dio Apollo - diceva. - Vorrei sapere
come andrà a finire una certa
faccenda che mi sta a cuore.
La Sibilla prendeva l'offerta e si
ritirava nella parte più buia della
caverna, dove, in un vaso, cresceva
un alberello di mele le cui foglie
erano leggere e pallidissime, perché
non vedevano mai la luce.
Mentre il soldato stava fuori ad
aspettare, zitta zitta la ragazzina
sgranocchiava il dolce, gettando le
briciole alla civetta, che era la sua
preferita (con gran gelosia della
gatta Pulcherrima). Poi prendeva
una penna d'oca e un vasetto
d'inchiostro e strappava dai rami del
melo una manciata di foglie.
A questo punto era pronta per
ascoltare il dio Apollo, che,
invisibile, le parlava all'orecchio
dettandole la risposta alla domanda
del soldato. La Sibilla scriveva...
PARTIRAI TORNERAI NON
MORIRAI IN GUERRA Su ogni
foglia scriveva una sola parola, e poi
disponeva le foglie per terra in
bell'ordine a formare la frase.
- Fatto! Adesso puoi entrare! -
gridava al soldato.
Questo avanzava trepidante,
inciampando nella penombra,
ansioso di conoscere il proprio
destino. Lo spostamento d'aria
faceva tremare le foglie. Qualche
volta ne spostava una... PARTIRAI
NON TORNERAI MORIRAI IN
GUERRA. Così leggeva il soldato
diventando pallido. Qualche altra
volta era la gatta, con un colpetto di
zampa, a cambiare il senso della
frase. La Sibilla non interveniva a
rimettere le cose (o meglio le foglie)
al loro posto. Anche quei piccoli
incidenti dipendevano dalla volontà
del dio Apollo.
L'oracolo della Sibilla era così
famoso che, fuori dalla grotta, la
gente faceva la fila per conoscere il
proprio futuro. Un bel giorno arrivò
su un cocchio, accompagnato da tre
schiavi delle Gallie, un senatore
romano, tutto elegante con la sua
toga bordata di porpora e lo scettro
d'avorio intagliato. La sua offerta,
portata da uno schiavo su un vassoio
d'oro, era un pasticcio o sformato di
porcospini ripieni di frutta secca e
annegati in salsa di pesce
fermentato: il famoso garum,
orgoglio della cucina romana.
La folla, piena di ammirazione
davanti a tanto sfoggio di ricchezza,
si aprì per lasciarlo passare; ma la
Sibilla ordinò seccata: - Deve fare la
coda come gli altri! - e tra sé
pensava: "Chi si crede di essere,
questo bellimbusto?" Era molto
contrariata perché, se c'era una cosa
che proprio le faceva schifo, ma
schifo da vomitare, era il pasticcio di
porcospini in agrodolce: "Cercherò
di rifilarlo alla gatta e ai pipistrelli"
decise tra sé. (Non dimentichiamo
che la civetta era la sua cocca.)
Quando finalmente arrivò il suo
turno, l'elegantone si presentò con
aria d'importanza: - Sono il senatore
Gneo Pupilio Rotundo. La domanda
che vorrei fare al dio Apollo è
questa: mio zio Pomponio il
Temporeggiatore sta per morire;
quale dei nipoti erediterà la sua
immensa fortuna?
La Sibilla si ritirò in fondo alla
grotta barcollando sotto il peso del
piatto d'oro massiccio e dell'enorme
sformato.
- Mussi mussi! Vieni qua, gattina
bella! Guarda cosa ti ho portato! -
sussurrò.
La gatta annusò il pasticcio e si
allontanò con aria schifata, grattando
per terra con la zampa come quando
ricopriva di sabbia i suoi escrementi.
- Assaggialo, almeno! - la
supplicò la Sibilla. - Se l'offerta non
viene consumata, Apollo si offende
e non mi detta la risposta.
La gatta miagolò in direzione dei
pipistrelli, che dormivano a testa in
giù.
- Pippi, pippi! Uccellini belli! A
tavola! Guardate cosa vi ho portato
di buono! - riprovò la ragazza; e
questa volta con maggiore fortuna,
perché i due pipistrelli si
precipitarono sul piatto e in un batter
d'occhio divorarono tutto il
pasticcio, senza lasciarne una
briciola.
La Sibilla sospirò di sollievo e si
dispose a scrivere quello che Apollo
le avrebbe dettato... Gneo Pupilio
entrò nella parte buia della grotta
ripetendo impaziente tra sé e sé:
"Quale dei nipoti avrà l'eredità?"
Sulle foglie c'erano scritte queste
parole... “NON CERTO TU”.
Di solito, davanti a una risposta
diversa dalle loro aspettative, i
devoti di Apollo chinavano la testa e
se ne andavano con la coda tra le
gambe.
Il senatore invece diventò
paonazzo per la rabbia e chiese con
voce strozzata: - Come sarebbe a
dire? - Non sai leggere? - rispose
sprezzante la Sibilla, fingendo di
essere occupatissima ad aggiustarsi
il nastro bianco sulla fronte. (Era
un'acconciatura che le donava
molto, e lei lo sapeva benissimo.)
Gneo Pupilio dette un calcio alle
foglie, sparpagliandole attorno.
- Hai capito male, scema.
Oppure hai formulato male la
domanda! - Il tempo a tua
disposizione è scaduto - disse la
ragazza, avviandosi verso l'ingresso
della grotta per accogliere il
prossimo interrogante.
Ma il senatore la acchiappò per
il velo, agitandole lo scettro d'avorio
sotto il naso. - Provaci ancora,
dannata pasticciona!
Fuori la gente assisteva
esterrefatta a quel sacrilegio. Mai
nessuno, prima d'allora, aveva osato
mettere le mani addosso alla
sacerdotessa di Apollo. E se il dio
avesse punito il senatore
trafiggendolo con una delle sue
frecce d'argento? La Sibilla però non
era una di quelle che strillano:
"Papà, aiuto! Pupilio mi picchia!" I
suoi problemi preferiva risolverli da
sola.
- Senza una nuova offerta, non
posso fare una nuova domanda -
disse calmissima.
- Tornerò domani - rispose in
tono minaccioso il senatore; e si
allontanò a grandi passi.
L'indomani la scena si ripeté tale
e quale, con l'unica differenza che,
invece di agitare lo scettro d'avorio
sotto il naso della Sibilla, questa
volta Gneo Pupilio glielo batté sulla
zucca, facendole un grosso
bernoccolo.
- Tornerò domani! - ripeté
andandosene.
Si era fatto montare dagli
schiavi, vicino alla caverna, una
grande tenda militare, completa di
cucina da campo per preparare i
manicaretti da offrire ad Apollo.
Quella notte la Sibilla andò a
dormire con un impacco freddo sul
bernoccolo; era più decisa che mai a
non chiedere aiuto al divino
protettore contro quel prepotente. La
gatta Pulcherrima si acciambellò
come al solito sui suoi piedi e
cominciò a fare le fusa.
Ronnnrrrronnnrrrron...
- Tornerò domani - rispose in
tono minaccioso il senatore; e si
allontanò a grandi passi.
Intanto, anche il suo piccolo
cervello lavorava come un motorino.
"Testardo il senatore, e ancora più
testarda la ragazza" pensava la gatta.
"Cosa le costerebbe mescolare un
poco le carte, anzi, le foglie?
Bisognerà che ci pensi io..." E si
mise a fare mentalmente tutte le
possibili scomposizioni e
ricomposizioni della frase... CERTO
NON TU CERTO TU NON NON
TU CERTO TU CERTO NON.
Sospirò, come può sospirare una
gatta. C'era poco da fare. Il
significato era sempre lo stesso.
"Vuol dire che il mio intervento sarà
più drastico" decise alla fine.
Il giorno dopo, la scena si ripeté
tale e quale, fino al momento in cui
la Sibilla chiamò dentro il senatore a
leggere la risposta. Ma a quel punto,
rapidissima, la gatta saltò sulle
foglie, ne prese una in bocca, la
inghiottì e andò a nascondersi sotto
il letto.
"Guarda cosa mi tocca fare!"
pensava. "Io, un nobile felino
cacciatore d'uccelli e di topi,
mettermi a brucare l'erba come una
pecora; anzi, a mangiare le foglie
come una giraffa!" Il senatore questa
volta lesse: "CERTO TU"; e se ne
andò tutto soddisfatto del responso.
- Finalmente - sospirò la Sibilla,
convinta di essersi liberata di quello
scocciatore. Ma l'indomani ecco di
nuovo Gneo Pupilio con una nuova
domanda:
- La vedova Gaia Prudentilla
accettera' la mia proposta di
matrimonio?
Dopo che i pipistrelli ebbero
mangiato l'offerta, che consisteva in
un porcellino ripieno di gamberi e
uova di pavone, Apollo dettò alla
sacerdotessa le sue parole... PER
LEI NON SEI NESSUNO.
SPOSERA’ UN ALTRO
FORTUNATO
"Ahi!" pensò la gatta. "Siamo
punto e a capo. Pupilio non accetterà
mai questa risposta..." E mentre la
Sibilla, rassegnata a un'altra
aggressione, chiamava dentro
l'irascibile senatore, Pulcherrima
saltò sulle foglie e le rimescolò,
inghiottendone due. Poi si sedette lì
vicino con l'aria più innocente del
mondo.
Pupilio lesse... SEI
FORTUNATO, LEI NON
SPOSERA' NESSUN ALTRO.
- Vedi che, quando ti ci metti, sei
capace di fare un buon lavoro? -
disse con una insopportabile aria di
degnazione, dando un buffetto sulla
guancia della Sibilla (che più tardi
passò mezz'ora a fregarsela con lo
sputo, per cancellare anche la
minima traccia di quell'antipatico).
Ormai la gatta aveva imparato la
lezione. "Non permetterò più che la
gente se la prenda con la padrona
quando non è soddisfatta
dell'oracolo" decise.
Qualche giorno dopo arrivò una
ragazza furibonda. Scaraventò
l'offerta - un cestino di fichi d'India -
addosso alla Sibilla, e si piazzò
davanti alla grotta con le mani sui
fianchi.
- E' inutile che fingi di essere
una santarellina, Gaia Tulliola! -
disse in tono aggressivo. - Ti hanno
vista in molti fare la smorfiosa col
mio Lucio. Ti sembra bello rubarmi
il fidanzato? Proprio a me, che sono
la tua più cara amica d'infanzia?
La Sibilla, come il suo solito,
non si scompose. - Non capisco di
cosa stai parlando, Domizia. Lo sai
benissimo che noi sacerdotesse di
Apollo siamo fidanzate con lui, che
è bello, biondo come il sole,
splendente, suonatore di cetra... e
oltretutto è un dio. Cosa vuoi che me
ne importi del tuo Lucio?
- Lo vedremo! - ringhiò
Domizia. - Prova un po' a chiedere
al tuo Apollo se Lucio mi è fedele
oppure no.
Il dio dettò la sua risposta...
NON FIDARTI E' UN
TRADITORE.
"Sarà, ma non è certo con me
che la tradisce" pensò la Sibilla, a
cui Lucio piaceva ancor meno dei
porcospini in agrodolce. E, testarda
come al solito, lasciò il responso
così com'era, e se ne stette tranquilla
ad aspettare la reazione dell'amica.
Ma la gatta, sentendo che tirava
aria di strilli e di graffi, decise di
intervenire alla sua maniera.
Velocissima mangiò la foglia con la
scritta "FIDARTI", per cui Domizia
si trovò davanti una frase
rassicurante... NON E’ UN
TRADITORE. E poiché sapeva che
Apollo non mente mai, chiese scusa
all'amica e se ne tornò a casa
tranquillizzata.
Molte altre volte la gatta, fiutato
il pericolo, intervenne per togliere la
padrona dai pasticci.
E da allora, quando una persona,
in una situazione delicata o
imbarazzante, capisce qual è il
problema senza che nessuno glielo
spieghi e poi agisce di conseguenza,
si dice che ha "mangiato la foglia."
Capitolo 3: Filare all'inglese.

L'origine di questo modo di dire


risale a un episodio avvenuto alla
corte di Carlo Magno.
Carlo Magno, come ricorderete,
visse nel Medio Evo; e come tutte le
persone di questo mondo, aveva una
mamma, medievale anche lei. La
mamma di Carlo Magno si chiamava
Berta di Laon; ma a corte la
chiamavano tutti "Berta dal Gran
Piè". Il che non era esattamente un
complimento, perché nel suo
ambiente più una ragazza aveva i
piedi minuscoli, più veniva
considerata affascinante. In
compenso, la regina Berta era
abilissima in una attività che a quei
tempi godeva di grande
considerazione: sapeva filare meglio
di ogni altra dama di Francia.
Filava tutto il giorno, circondata
dalle sue ancelle, e non per questo
trascurava i suoi doveri di regina
madre. Riceveva gli ambasciatori,
ascoltava le canzoni dei menestrelli,
premiava i vincitori dei tornei,
combinava matrimoni fra i paladini
e le damigelle di corte, strapazzava
la servitù, tesseva intrighi,
spettegolava con i gentiluomini del
suo seguito... sempre col fuso tra le
mani. Tanto che la sua epoca, dai
raccontatori di favole, sarà chiamata
"il tempo in cui Berta filava".
Berta naturalmente filava alla
francese. E ci sarebbe mancato altro,
madre com'era del più famoso re di
Francia! Di filare all'inglese, non ne
aveva mai sentito parlare fino al
momento in cui comincia questa
storia.
Anzi, fino al momento in cui
finisce. Ma non anticipiamo gli
eventi.
Come ben sapete, i paladini di
Carlo Magno ogni tanto se ne
partivano a cavallo per il vasto
mondo in cerca di avventure. Soli o,
meglio, accompagnati soltanto dal
loro fido scudiero.
Uno di questi paladini, chiamato
Singhinolfo, un giorno capitò sulle
coste della Bretagna durante un
fortissimo temporale. Anche il mare
era in burrasca, e dalla riva il
cavaliere vide una barchetta che
saltava pericolosamente sulle onde.
A bordo c'erano tre bellissime
fanciulle, mezze morte dalla paura,
con le vesti fradice e i lunghi capelli
scompigliati dal vento.
Aiuto! Aiutoooo! - gridavano,
con voce resa fioca dal mugghiare
della tempesta.
Singhinolfo disse al suo
scudiero: - Ecco un'ottima occasione
per dimostrare la mia prodezza.
Adesso mi butto in acqua e le salvo.
- Sarà meglio che prima vi
togliate la corazza, messere -
osservò lo scudiero che era un tipo
pratico. - Altrimenti andrete a fondo
prima di loro.
Mentre i due armeggiavano con
fibbie e tiranti per liberare il
cavaliere dal suo guscio di ferro,
un'ondata più alta delle altre sollevò
la barchetta e la scaraventò sulla
spiaggia.
- Le abbiamo salvate! - esclamò
tutto contento Singhinolfo; e davanti
allo sguardo meravigliato dello
scudiero, si degnò di spiegare: - In
fondo, è l'intenzione quella che
conta.
Le tre fanciulle raccontarono la
loro avventura. Erano sorelle, figlie
di un nobile castellano inglese; e
quella mattina si erano avventurate
sul mare tranquillo a pesca di
gamberi. Poi era scoppiata la
tempesta: aveva strappato loro di
mano i remi e lacerato la vela della
barchetta; il vento le aveva poi
trasportate verso la costa francese.
- Siamo salve per miracolo! -
esclamò la maggiore delle ragazze,
che si chiamava Elaine.
- Già. Ma la nostra barca è
distrutta. Come facciamo, adesso, a
tornare a casa? - chiese la seconda,
che si chiamava Iseult.
La più piccola, che si chiamava
Guinewere e aveva solo dieci anni,
si mise a piangere singhiozzando: -
Voglio la mia mamma!
- Non temete damigelle - disse
protettivo Singhinolfo. - Penserò io
a procurarvi un passaggio su una
nave più robusta di quel vostro
guscio di noce. Prima però dovete
seguirmi alla corte di re Carlo, che è
giusto qui dietro l'angolo, per
rifocillarvi e mettervi degli abiti
asciutti.
Il fatto è che Singhinolfo, come
tutti gli altri paladini, se voleva
ottenere il riconoscimento ufficiale
della sua prodezza, doveva mostrare
alla corte le prove concrete
dell'avventura. Era un
provvedimento che re Carlo aveva
dovuto prendere - un po a
malincuore - in seguito alle
sbruffonate sempre più numerose di
alcuni cavalieri pigri e codardi, i
quali avevano la brutta abitudine di
allontanarsi dal castello o
dall'accampamento, attirando
l'attenzione di tutti sul fatto che
partivano in cerca d'avventure. Dopo
di che si limitavano a un tranquillo
giretto nei dintorni e tornavano tutti
tronfi a vantarsi.
- Ho sconfitto un drago con sette
teste! - Ho sbaragliato un esercito di
giganti! - Ho liberato da un
incantesimo un santo eremita! Che
bravo che sono! Che coraggioso!
Che prode! Ammiratemi,
ammiratemi tutti! E lo scudiero,
unico testimone dell'impresa,
convinto dalle promesse o dalle
minacce del suo principale, teneva
bordone: - Sì, sì! Dovevate vedere
com'era tremendo il drago! E che
pugni enormi avevano i giganti! -
senza che nessuno lo potesse
smentire.
Per evitare simili ridicole
fanfaronate, adesso il regolamento
chiedeva che, insieme al resoconto
fatto a voce, venissero esibite anche
le prove tangibili dell'avventura:
teste mozzate, armi strappate al
nemico, cavalli rubati, prigionieri in
catene...
Quando Singhinolfo comparve
con le tre fanciulle nella grande sala
dove la corte stava pranzando, fu un
cadere di coltelli e cucchiai (le
forchette non erano state inventate) e
di "Oh!" e "Ah!" di meraviglia.
Le inglesine erano davvero
deliziose; e con gli abiti ancora
stillanti d'acqua per il naufragio,
sembravano boccioli di rosa
ingemmati di rugiada.
- Prigioniere? - si informò il
duca Orlando pulendosi i baffi col
tovagliolo...
- Ospiti. Sono sotto la mia
protezione... - cercò di spiegare
Singhinolfo; ma la regina lo
interruppe: - Queste ragazze
arrivano proprio a puntino. Ho
giusto promesso di trovar moglie ai
nostri alleati, principi di Katailandia,
Turkandia e Lurkandia. Mi pare che
le vostre protette, messere,
dovrebbero essermi grate di questo
onore.
Le damigelle francesi presenti
nella grande sala tirarono un sospiro
di sollievo, mentre i cavalieri
guardavano le nuove arrivate con
rimpianto e profonda compassione.
Tutti a corte sapevano che i tre
principi alleati erano dei veri tipacci,
vecchi e irascibili, abituati a frustare
sui malleoli le defunte mogli (erano
vedovi), i figli e la servitù.
Uno era guercio; l'altro era
completamente sdentato; il terzo era
calvo, ma con una gran barba
pungente come un cespuglio di
spine. (E costui, figurarsi, la regina
Berta lo pensava destinato alla
piccola Guinewere, che aveva
solamente dieci anni, e una
carnagione di pesca.) Per tornare
agli aspiranti mariti, tutti e tre erano
inoltre avari, sospettosi, scorbutici,
bestemmiatori; si pulivano gli stivali
infangati con le cortine del letto e si
mettevano le dita nel naso anche
quando c'erano ospiti a pranzo.
Le tre fanciulle inglesi non
sapevano niente di tutto questo, ma
non avevano nessuna intenzione di
lasciar spadroneggiare a quel modo
la regina. Perciò, con cortesia ma
fermamente, dissero che non erano
interessate alle nozze e che se ne
volevano tornare a casa con la prima
nave.
Berta andò su tutte le furie. Chi
si credevano di essere quelle tre
smorfiose?
- Chiudetele nella torre più alta
del castello - ordinò alle guardie, - e
lasciatecele dentro fino a che non
avranno cambiato idea!
- Ma... veramente... sarebbero
sotto la mia protezione... - azzardò
balbettando Singhinolfo. La regina
lo fulminò con lo sguardo.
L'unico modo per proteggerle,
mio bel messere, è convincerle ad
accettare le nozze - tagliò corto.
Singhinolfo pensò: "Chi me lo fa
fare di mettermi in urto con la regina
madre? In fondo, queste ragazze, le
conosco solo da poche ore. Che si
arrangino..."
Chiamò lo scudiero e, senza dar
troppo nell'occhio, se ne partì in
cerca di un'altra avventura un po'
meno compromettente.
Così adesso le tre sorelle erano
prigioniere nella camera più alta
della più alta torre del castello.
Una volta al giorno il carceriere
portava loro un vassoio con una
brocca d'acqua, tre pagnotte e tre
mazzi di rose: rosse per Elaire, gialle
per Iseult e bianche per la piccola
Guinewere.
- Da parte dei vostri fidanzati -
diceva, facendo dondolare la chiave
della torre sotto il naso delle
ragazze. - Basta che diciate di sì, e
vi accompagno nell'appartamento
della regina, dove le ancelle vi
aspettano per aiutarvi a indossare
l'abito da sposa...
Elaine allora prendeva le rose
rosse e le gettava fuori dalla finestra,
giù nel mare che rumoreggiava alla
base della torre. Iseult prendeva le
rose gialle, le buttava per terra e le
calpestava sotto ai piedi. Guinewere
prendeva le rose bianche, strappava
loro tutti i petali e, ridendo, li
gettava nel secchio col coperchio
dove le prigioniere facevano i loro
bisogni.
- Riferite alla regina - diceva poi
Elaine, freddamente.
- Riferirò - diceva il carceriere.
E passavano i giorni. Non
bisogna credere che le tre ragazze si
fossero rassegnate alla loro sorte.
Tanto più che almeno dieci volte al
giorno la più piccola andava dalla
maggiore e le diceva sbuffando: -
Elaine, mi sono stufata di stare qui.
Quand'è che torniamo a casa?
Ma progettare un'evasione non
era così facile. La porta che dava
sulle scale era di legno massiccio,
rinforzata da borchie di ferro. E sul
pianerottolo sostavano giorno e
notte due sentinelle armate fino ai
denti. La finestra invece non aveva
inferriate, ma solo un uccello
l'avrebbe potuta prendere in
considerazione come via di fuga,
perché la torre era altissima sulla
scogliera, e aveva il muro liscio e
compatto, senza una crepa fra le
pietre squadrate, senza una pianta
rampicante che potesse servire
d'appiglio...
- Ci vorrebbe una scala di corda.
E lunghissima anche, - sospirava
Iseult sporgendosi a guardare verso
il basso.
Ma nella stanza c'erano solo tre
giacigli di foglie secche, senza un
straccio di lenzuolo; tre rozzi
sgabelli di legno; la brocca
dell'acqua; e il secchio col coperchio
di cui si è già detto.
Intanto Berta continuava a filare
circondata dalle sue ancelle e dalle
nipotine. Carlo Magno infatti aveva
undici figlie e una di queste,
l'undicenne Rotrude, era fidanzata
col principe ereditario di Bisanzio.
Per cui, oltre a tutti gli altri impegni
donneschi, doveva anche studiare il
greco con certi vecchioni
noiosissimi, mandati alla corte di
Francia dalla futura suocera.
- Non è giusto, ecco! - protestò
Rotrude un giorno che la nonna
l'aveva sgridata perché si distraeva a
guardare le mosche. - Non è giusto
che io non abbia mai un momento
libero, mentre quelle tre fannullone
di inglesi se ne stanno a girarsi i
pollici tutto il santo giorno!
"E vero!" pensò la regina nonna.
"Non sta bene che delle ragazze da
marito se ne stiano con le mani in
mano. Come mai non ci ho pensato
prima?" Così, l'indomani, il
carceriere portò nella torre, insieme
al cibo e ai mazzi di fiori, tre fusi e
una certa quantità di bioccoli di lana.
- La regina Berta dice che d'ora
in poi dovrete guadagnarvi il pane -
annunciò.
Le tre ragazze si scambiarono
uno sguardo esultante. Adesso
avrebbero potuto intrecciare una
corda per calarsi giù dalla finestra!
Ma il carceriere aggiunse: - E perché
non vi vengano delle idee strane,
ogni mattina ritirerò tutto il filo che
avrete filato e vi porterò dell'altra
lana in bioccoli. Buon lavoro,
damigelle! A domani.
Appena fu uscito, Guinewere,
dalla rabbia, scagliò a terra il suo
fuso, che si mise a girare come una
trottola. Ma Elaine disse tranquilla: -
Non disperatevi, sorelline.
Riusciremo ugualmente a sfruttare
questa occasione. Ho un piano...
Berta era una filatrice eccellente,
le tre ragazze inglesi non lo erano da
meno. L'indomani il carceriere ritirò
tre gomitoli di filo soffice e
uniforme, senza un grumo, senza un
nodo, senza la minima irregolarità.
Non se ne intendeva molto, essendo
uomo e soldato, ma non poté fare a
meno di esclamare: - Un ottimo
lavoro, in fede mia! Non ho mai
visto produrre in un solo giorno dei
gomitoli così grossi e un filato così
soffice e leggero!
- E’ perché noi filiamo all'inglese
- spiegò asciutta Elaine.
E al carceriere non passò
nemmeno per l'anticamera del
cervello l'idea di controllare se le tre
ragazze avessero utilizzato tutta la
lana, o ne avessero nascosta un poco
da qualche parte. Così, tutti i giorni
le prigioniere consegnavano i tre
gomitoli e ricevevano tre misure di
bioccoli di lana.
La fama della loro bravura si
sparse in tutto il paese e alcune
dame attempate, poco
diplomaticamente, chiesero alla
regina madre il permesso di mandare
le loro figlie nella torre, perché
imparassero dalle tre belle a filare
all'inglese. Ma Berta non volle,
adducendo il pretesto che solo il più
completo isolamento avrebbe potuto
fiaccare l'ostinazione delle
prigioniere.
E' facile comprendere, invece,
quanto la regina si sentisse offesa da
quella preferenza; e quanta gelosia
nutrisse nei confronti di quelle tre
gattemorte inglesi, com'era solita
chiamarle.
Comunque, nessuna visita
interruppe la solitudine delle
prigioniere; e questo fu un gran bene
per loro, perché permise ad Elaine di
portare a compimento il suo piano.
Le tre sorelle non solo erano capaci
di far rendere la lana quasi il doppio,
ottenendo un filo schiumoso come
zucchero filato. Erano anche
velocissime. Perciò, se un uccello
curioso si fosse preso la briga di
spiare dalla finestra (nessun altro, se
non un uccello sarebbe potuto
arrivare così in alto), avrebbe visto
che le ragazze impiegavano soltanto
due ore per ottenere, con la metà
della lana ricevuta, i tre gomitoli che
avrebbero consegnato al carceriere
(e che ad altre damigelle avrebbero
richiesto un giorno intero di lavoro.)
- Il resto del tempo - lo
dedicheremo a filare la lana che ci
sarà avanzata, per farne una corda
che ci permetterà di calarci dalla
finestra.
- Ma sarà abbastanza robusta? -
chiese Guinewere, che era un po'
fifona. - La lana non è resistente
come la canapa...
- Non preoccuparti. Per
rinforzare il filo lo intrecceremo coi
nostri capelli.
- Basteranno?
- Direi proprio di sì - aveva riso
Elaine, scrollando le chiome bionde
e lucenti, che erano foltissime e,
sciolte, le arrivavano sin quasi ai
calcagni. Anche le altre due sorelle
avevano riccioli lunghi e
abbondanti, specie Iseult, che ne era
sempre stata molto orgogliosa.
- Ma dovremo strapparceli tutti?
- piagnucolò costei. - Io non voglio
restare pelata.
- Non preoccuparti. Per
rinforzare il filo lo intrecceremo coi
nostri capelli.
- Io sì - rise Guinewere. -
Preferisco essere libera e calva come
un ginocchio che tenermi i miei
riccioli qua dentro, dove tra l'altro
non c'è nessuno che li possa
ammirare.
- Va bene... - sospirò Iseult. - Ma
se il carceriere si insospettisce e
decide di ispezionare la cella? Dove
potremo nascondere il frutto del
nostro lavoro clandestino? Infatti
sarebbero dovuti passare molti
giorni prima che la fune (quanto mai
ingombrante) raggiungesse la
lunghezza necessaria.
Elaine ci pensò su per qualche
minuto.
- Ma nel punto più logico! -
disse Elaine. - Nel punto che non
desterà mai sospetti a nessuno. In
testa! A lungo andare, il carceriere
aveva preso in simpatia le tre
inglesine, vedendole così decise a
non cedere, ma anche così laboriose.
- Finiranno per ammalarsi, a
stare là dentro! - confidava
preoccupato alla moglie. - Vedessi
come sono pallide! Aveva preso
l'iniziativa di aggiungere alle
pagnotte tre scodelle di minestra e
tre fichi del suo orto. Ma nonostante
la nuova dieta, le ragazze gli
sembravano sempre più deperite.
- Vedessi! Hanno certi visini
smunti, magri, piccoli piccoli sotto
la corona delle trecce... La moglie
decise di aggiungere al cibo tre uova
fresche del suo pollaio.
- Mi fanno una pena! -
continuava però a dire il marito. -
Vedessi! Sta succedendo loro una
cosa terribile. Ti ricordi com'erano
bionde quando le abbiamo
rinchiuse? Che bei capelli avevano?
Lucidi, luminosi... Be', a poco a
poco stanno diventando opachi,
sbiaditi, lanosi... Quelli della
maggiore ormai sono del tutto
bianchi... E pensare che non ha
ancora vent'anni. Mi si stringe il
cuore, quando la guardo.
La moglie sospirava. D'altronde,
se l'erano voluta loro, le inglesine
testarde. Che senso c'era a mettersi
contro a una regina potente e
ostinata come Berta di Laon, detta
dal Gran Piè?
Se invece del carceriere, uomo
generoso ma rude e ignorante, a
visitare tutti i giorni le inglesine
fosse andato un cortigiano esperto di
acconciature femminili, si sarebbe
accorto che quella che sembrava
canizia, cioè capelli bianchi, era solo
un trucco per nascondere la calvizia,
cioè capelli... zero.
Con la fune già pronta, dove il
bianco della lana prevaleva sull'oro
dei capelli, le tre ragazze facevano
giorno per giorno delle trecce che
poi avvolgevano attorno al capo in
pettinature eleganti e complicate.
Ogni giorno la quantità di capelli
veri diminuiva ed aumentava la
massa delle trecce finte.
Con i gomitoli per così dire
"ufficiali", le tessitrici di corte
avevano tessuto un mantello bianco
e soffice per Carlo Magno; costui lo
aveva apprezzato molto e, ogni volta
che vedeva le figliolette trotterellare
col fuso in mano verso gli
appartamenti della nonna, diceva: -
Bambine, non sarebbe il caso che
imparaste anche voi a filare
all'inglese? E con quale rabbia della
regina Berta, lo potete ben
immaginare!...
Le tre prigioniere continuavano
a filare con grande impegno,
nonostante il caldo dei parrucconi
sempre più voluminosi. E un bel
giorno, finalmente la corda
raggiunse la lunghezza necessaria
alla fuga.
Così, una mattina, entrando col
solito vassoio del cibo e dei fiori, il
carceriere trovò la cella deserta. La
finestra era spalancata. "Un
incantesimo le ha trasformate in
colombe e hanno preso il volo" gli
venne da pensare. Ma subito dopo
vide il capo della fune annodata alla
maniglia della finestra.
- Dannazione! - esclamò. - E
questa chi l'ha portata qui dentro? La
soppesò con le mani. Era una strana
fune, leggera, flessibile e insieme
fortissima, bianca con dei barbagli
d'oro. Il carceriere si fece il segno
della croce.
Questa è certamente opera di
magia. Chissà adesso quanto si
arrabbierà la regina! Ma io non ho
nessuna colpa... Berta invece
riconobbe subito l'origine della
corda e sportivamente, ammirò la
bravura e l'astuzia delle tre
prigioniere.
Da allora, se qualcuno se la
squaglia zitto zitto senza farsene
accorgere, si usa dire che se l'è
"filata all'inglese”.
Capitolo 4: LA STOFFA DEL
CAMPIONE.

Ai tempi di Federico II viveva, in


una villa di campagna nei dintorni di
Foggia, una bella e ricca vedova,
chiamata madonna Orsetta
Berlinghieri. Sebbene fosse ancora
giovane, non si era mai voluta
risposare per amore dei due figli, dei
quali era solita dire: - Mio marito
buonanima mi ha lasciato una
piccola consolazione e una grande
disperazione...
La piccola consolazione era
Amadigi, un bambinetto di cinque
anni, bello, buono, ubbidiente e
affettuoso, che a detta dei suoi
maestri prometteva di diventare un
savio cortigiano e un perfetto
cavaliere.
La grande disperazione era la
sedicenne Peronella, anche lei di
aspetto leggiadro e di cuore
generoso, ma bizzarra e stravagante
più di quanto una ragazza del suo
tempo potesse permettersi.
Fra le altre stranezze, come
andarsene da sola a cavallo per i
campi, o leggere libri d'astronomia,
Peronella si era messa in testa di
continuare la professione del padre
defunto, che era medico, sostenendo
di avere imparato da lui tutto quanto
era necessario per curare gli
ammalati.
La madre levava gli occhi al
cielo e sospirava: - Spiegami un po'
questo mistero. Avrai visto tuo padre
al lavoro sì e no una dozzina di volte
in tutto; e dici che ti è bastato per
diventare una medichessa. Me, mi
vedi tutti i giorni al telaio, a tessere
le stoffe più belle della regione; e
non hai ancora neppure a distinguere
la trama dall'ordito.
Peronella rideva: - Che bisogno
c'è che impari a tessere anch'io,
quando ci sei già tu in casa che lo fai
così bene?
Madonna Orsetta era
giustamente orgogliosa dei suoi
tessuti, dai colori e dai disegni
originalissimi. Sapeva che
nessun'altra donna in tutto il regno
riusciva a farne di altrettanto belli,
ma non era smaniosa di mostrarli in
giro. Anzi, una volta che li aveva
terminati li riponeva in una grande
cassapanca di legno scolpito. -
Serviranno per il tuo corredo,
Peronella.
Peronella scuoteva le trecce
bionde. - Io non mi sposerò mai,
mamma. Voglio partire con
l'imperatore Federico per la crociata.
Voglio andare a Gerusalemme a
impratichirmi nella medicina degli
arabi. Le tue belle stoffe, se me le
dai, le userò come mercanzia...
- Mi farai morire! - esclamava
scoraggiata la madre.
In effetti, in quei giorni i crociati
provenienti da tutta Italia si erano
radunati a Brindisi per imbarcarsi
sulle navi che li avrebbero portati
oltremare. Ma il segnale della
partenza veniva rimandato di giorno
in giorno con vari pretesti.
Finalmente, si venne a sapere che
l'imperatore Federico era ammalato
e che i medici di corte non
riuscivano a trovare un rimedio per
rimetterlo in piedi.
Peronella non stette a pensarci
due volte. Poiché sapeva che la
madre non le avrebbe mai permesso
di andare a corte, durante la notte si
calò dalla finestra travestita da
cavaliere, montò a cavallo, e in
poche ore raggiunse il palazzo reale
di Foggia. Chiese di vedere
l'imperatore ammalato; capì subito
qual era il problema; e grazie a certe
erbe che aveva visto usare tante
volte dal padre, in pochi giorni lo
guarì.
Non fece tempo a
inorgoglirsene, però, e neppure a
scrivere alla madre: "Visto? Te
l'avevo detto, io. Mi lascerai fare il
medico, adesso?"
Non sapeva, la ragazzina
imprudente, che l'invidia è il
sentimento più facile da incontrare
nelle case dei potenti. I medici di
corte infatti, furibondi di essere stati
superati da una femmina giovane e
sconosciuta, per vendicarsi e
toglierla di mezzo, la accusarono di
essere una strega. E seppero
accumulare contro di lei una serie
così abbondante di indizi, che
l'imperatore non poté fare a meno di
condannarla al rogo.
A meno che... - disse però
Federico, cercando di guadagnare
tempo (perché, strega o no, lo aveva
guarito; e poi gli era simpatica) - a
meno che entro dieci giorni non si
presenti un campione a difenderla,
sostenendo con le armi la sua
innocenza.
A quei tempi l'innocenza delle
ragazze si difendeva così. Da un lato
c'era l'accusatore che diceva: - Io
affermo che costei è una strega
(oppure una ladra, un'assassina, una
traditrice...). Non ci sono prove?
Non fa niente. Basta la mia parola...
Il re, o chi per lui, replicava: -
D'accordo. Se però arriva qualcuno
di parere contrario e, sfidandoti a
duello, riesce a dartele di santa
ragione, allora vuol dire che menti e
che la poverina non ha fatto nulla.
Alle accusate non era consentito
difendersi da sole. Dovevano sperare
che ci fosse nei pressi qualcuno così
generoso e così robusto o,
comunque, così attaccabrighe da
mettersi elmo e corazza e sfidare
l'accusatore a singolar tenzone.
L'imprudente Peronella non
aveva molte speranze a proposito. Il
padre era morto; il frattellino era
giovane; altri parenti maschi non ce
n'erano; i corteggiatori li aveva
sempre scoraggiati, con quella
mania di voler fare la medichessa...
E oltre a tutto, questo medico, capo
degli accusatori, era un tedesco
grande e grosso, famosissimo per
non essere mai stato sconfitto in un
torneo.
Madonna Orsetta, che era stata
informata del pasticcio a cose fatte,
era fuori di sé dalla rabbia e dalla
preoccupazione.
- Se quella peste di Peronella se
ne fosse rimasta a casa! Se l'avessi
costretta a dedicarsi al telaio, invece
di lasciar correre... Però non è giusto
che la trattino così! In fondo, non ha
fatto niente di male. L'ho sempre
detto io, che a corte si incontra solo
gentaglia.
Le vicine, che venivano con la
scusa di consolarla ma in realtà
volevano solo spettegolare, le
dicevano: - Vedi? Hai sbagliato a
non volerti risposare.
Adesso Peronella avrebbe
almeno un patrigno che potrebbe
presentarsi come suo campione. Le
donne non possono vivere senza la
protezione di un uomo!
Arrivò il decimo giorno. La
catasta di legna per bruciare la
strega era già pronta, e Peronella era
legata al palo lì vicino, con i capelli
sciolti e una camicia bianca da
penitente.
Il capo degli accusatori, armato
di tutto punto, caracollava all'interno
del recinto, sotto gli occhi
preoccupati dell'imperatore
Federico, che se ne stava sul palco
ornato di drappi e di ghirlande, con i
cortigiani e le dame in pompa
magna.
Il tempo concesso al difensore di
Peronella era agli sgoccioli.
Federico fece un cenno e l'araldo
suonò la tromba.
- In nome dell'imperatore, se c'è
qualcuno disposto a sostenere con le
armi l'innocenza di questa ragazza,
si faccia avanti...
Sul palco tutti i cavalieri più in
vista della corte fischiettavano
facendo gli indifferenti.
- In nome del cielo! - sbottò
l'imperatore alzandosi e guardandosi
intorno. - Possibile che non ci sia
nessuno che voglia difenderla? Siete
un branco di rammolliti!
La moglie lo tirò per una
manica. - Pssst! Di che cosa
t'immischi?... Evidentemente sono
tutti convinti che sia colpevole.
L'accusatore galoppò trionfante
tutt'intorno al recinto; poi fece un
cenno al servitore che stava accanto
al rogo con una torcia accesa. Un
prete si avvicinò a Peronella
offrendole il crocifisso da baciare.
In quel momento all'orizzonte si
levò una nuvola di polvere e un
rumore di zoccoli che martellavano
il terreno con ritmo precipitoso.
- Fermi! Aspettate! - gridò tutto
contento l'imperatore. - Sta
arrivando un cavaliere sconosciuto:
non riesco a riconoscere le sue
insegne...
Lo sconosciuto arrivava a gran
galoppo, in un turbinìo di colori.
Quando finalmente arrestò il cavallo
sotto il palco dell'imperatore, tutti i
presenti videro che sopra la corazza
indossava una sopraveste
meravigliosa, di seta pesante, tessuta
a disegni di fiamme e di gigli con
tutti i colori dell'arcobaleno.
Nessuno, in tutti i regni cristiani e
neppure d'oltremare, aveva mai visto
una stoffa simile a quella.
Il cavaliere teneva la celata
dell'elmo abbassata a nascondere il
volto, e non la sollevò neppure
quando l'imperatore gli disse
benignamente: - Suppongo siate
venuto a offrirvi come campione di
questa fanciulla indifesa. Vi faccio i
miei complimenti e vi auguro buona
fortuna. Potevate pensarci prima
però. Siete arrivato appena appena
in tempo...
Lo sconosciuto chinò la testa in
segno di omaggio; poi, con uno
strattone alle briglie fece impennare
il cavallo e lo portò all'altra
estremità del recinto. Allora i
cortigiani videro chiaramente che la
bellissima sopravveste era strappata.
Su un fianco mancava un bel pezzo
di stoffa; e questo contrastava
stranamente con l'eleganza
dell'insieme.
Le dame tuttavia erano piene di
ammirazione per l'abbigliamento
dello sconosciuto. - Chissà chi è? -
bisbigliavano. - Chissà da quale
lontano paese è venuto? - Certo,
sotto quell'armatura, si nasconde un
uomo bellissimo.
- Chissà se è tanto valoroso
quanto elegante?
A Peronella era tornato un po di
colore sul viso.
Quando gli avversari furono di
fronte, Federico di nuovo fece un
cenno e l'araldo suonò la tromba. I
tamburi rullarono e i due cavalieri,
al galoppo, si lanciarono l'uno
contro l'altro con le lance in resta.
Fu questione d'un attimo. I due
cavalli si incrociarono schiumando
dalle narici e la lancia dello
sconosciuto sollevò di sella
l'accusatore, mandandolo a fare una
capriola per aria prima di abbattersi
a terra con fragore di ferraglia.
Dal palco si levò un mormorio di
disappunto. Erano i medici di corte.
Le dame invece applaudivano
freneticamente.
Il duello a questo punto poteva
considerarsi concluso ma il
campione di Peronella, non ancora
soddisfatto, fece voltare il cavallo,
che per lo slancio era arrivato al
margine del recinto, e tornò verso
l'accusatore, che si stava rialzando
tutto ammaccato.
Lo sconosciuto, con un salto
elegante, scese di sella, impugnò a
due mani la grande spada e dette sul
capo all'avversario una gran
piattonata, facendolo ruzzolare come
un birillo. Le dame raddoppiarono
gli applausi. A un cenno
dell'imperatore, il carceriere aveva
sciolto i legami di Peronella. Lo
sconosciuto rimontò a cavallo, si
portò sotto al palco reale e chinò di
nuovo la testa. Federico si sporse e
gli toccò la spalla con la punta della
spada. "Se non lo sei ancora, ti
consacro cavaliere" voleva dire quel
gesto.
Poi, lo sconosciuto campione
galoppò verso la fanciulla, ancora
tutta frastornata; e, senza fermarsi,
se la trasse in arcione.
- Bravo ragazzo! - approvò
Federico.
I due erano ormai lontani in una
nuvola di polvere, e ancora i
cortigiani continuavano a
mormorare: - Ma chi sarà quel
cavaliere così valoroso?
- Certo, nessuno lo ha mai visto
prima d'oggi. Una sopraveste come
quella non si dimentica.
E non la dimenticarono. Anzi,
con gran rabbia del medico tedesco
sconfitto, alla corte di Foggia si
parlò tanto a lungo e con tanta
ammirazione del campione dalla
sopraveste multicolore che, col
passare degli anni, si formò attorno a
lui e al suo abbigliamento un'aura di
leggenda.
Finché un giorno si presentò
all'imperatore un ragazzo
giovanissimo che portava legato
attorno a un braccio - come i
cavalieri sono soliti portare un
lembo della veste dell'amata - un
pezzo, logoro ma inconfondibile, di
quella seta colorata.
Per appagare la curiosità dei
lettori a questo punto faremo un
passo indietro, al momento in cui
Peronella e il suo campione
galoppavano verso l'orizzonte,
nascosti dalla nuvola di polvere.
Appena furono abbastanza
lontani, la ragazza abbracciò con
entusiasmo il suo salvatore
esclamando: Fu questione d'un
attimo. I due cavalli si incrociarono
schiumando dalle narici e la lancia
dello sconosciuto sollevò di sella
làccusatore...
- Mamma! Adesso non ci vede
più nessuno. Puoi solevare la
celata... Io ti avevo riconosciuta
subito.
- Lo credo bene - rispose
madonna Orsetta. - Mi sono fatta la
sopraveste con la mia stoffa più
bella proprio perché tu capissi subito
chi era che ti veniva a salvare, e
riprendessi coraggio.
Era proprio così. Stanca di
aspettare che un uomo si facesse
avanti per salvare la vita della sua
bambina, madonna Orsetta, da
quella donna energica che era, aveva
deciso di provvedere personalmente.
Le sue donne la scongiurarono di
non andare. - Non ce la farete a
sconfiggere quel fortissimo
cavaliere. A malapena sapete
montare a cavallo...
- E con questo? Io sono sicura
che Peronella non e una strega. Sarà
la verità a darmi la forza necessaria -
rispondeva l'intrepida madre.
Il più disperato di vederla partire
era il piccolo Amadigi, che la
inseguì piangendo oltre il portone di
casa, aggrappandosi alla bella
sopraveste per trattenerla. Ma la
madre spronò il cavallo; e al
bambino, che tirava con tutte le sue
forze, restò in mano un gran lembo
della stoffa strappata.
Durante l'assenza di madonna
Orsetta, Amadigi non si separò mai
da quello straccio multicolore. Di
giorno, lo stringeva al petto
ciucciandosi un dito e pensando alla
mamma lontana, mentre due
lucciconi gli spuntavano agli occhi.
Quando andava a dormire, se lo
avvolgeva attorno come una
copertina, e ne traeva conforto e
consolazione.
Allorché la madre tornò con la
sorella strappata al rogo, lo straccio
di seta per il bambino era ormai
diventato un'abitudine; e poiché non
faceva danno a nessuno, nessuno
pensò di farglielo abbandonare.
Passarono gli anni. Perché la
figlia non si mettesse di nuovo nei
guai, madonna Orsetta la convinse
ad entrare in un convento di
Benedettine. Lì, Peronella poteva
praticare le sue arti mediche al
riparo da ogni sospetto; e rispettare
il suo proposito di non sposarsi mai,
senza il fastidio di respingere noiosi
pretendenti, bella e ricca com'era.
Quanto alla madre,
inaspettatamente si innamorò di un
avventuriero lombardo; lo sposò, e
si trasferì in quella lontana terra
sempre avvolta dalle nebbie. Ma
prima raccomandò all'adolescente
Amadigi di andare a mettersi sotto la
protezione dell'imperatore.
Amadigi, crescendo, aveva
mantenuto tutte le sue promesse ed
era diventato un savio e cortese
cavaliere, valoroso e invincibile.
Quando si presentò a corte, tutti
riconobbero la stoffa del salvatore di
Peronella, e mille volte gli chiesero
per qual ventura se la fosse
procurata. Ma il ragazzo non volle
mai svelare il segreto della madre.
Era così bravo in ogni cosa che
l'imperatore lo prese a benvolere; lo
chiamava sempre ad esibirsi nelle
giostre e nei tornei, ai quali Amadigi
partecipava col suo straccio
multicolore legato al braccio sopra
la corazza lucente. E vinceva
sempre.
Così, si sparse la fama che quella
stoffa avesse poteri prodigiosi e,
come ai tempi dell'ignoto campione,
conferisse a chi la portava una forza
invincibile. Ogni volta che Amadigi
raccoglieva un nuovo trionfo, sia le
dame piene di ammirazione che gli
avversari invidiosi commentavano: -
Sfido che Amadigi vince sempre!
Ha la stoffa del campione...
Da allora, quando un giovane
mostra fin dall'inizio di saper fare
qualcosa in modo eccellente
(soprattutto in campo sportivo) si
usa dire che ha "la stoffa del
campione".
Capitolo 5: Orecchie da
mercante.

In una cittadina della Toscana


viveva attorno al Cinquecento un
orafo chiamato maestro Teofilo
Alamanni, che godeva fama di
essere, nel suo mestiere, il migliore
di tutta Italia. I suoi anelli, le sue
catene; e poi gli arredi d'altare, le
patene, gli ostensori; le rilegature
per messali in argento gemmato; e
ancora le else di spade e pugnali, e i
finimenti da parata per i cavalli...
erano richiesti da tutti i ricchi
signori, i principi e i vescovi della
regione.
Ma nonostante lavorasse tutto il
giorno, senza sosta, nella sua
bottega, e i suoi oggetti preziosi
venissero pagati dai ricchi acquirenti
al giusto prezzo, maestro Teofilo
non riusciva a diventare ricco. La
causa di ciò era sua moglie, monna
Lucrezia, donna bella e orgogliosa,
di origini aristocratiche, e perciò
amante del lusso e delle comodità, la
quale spendeva per il sostentamento
della famiglia sempre un po' di più
di quanto il marito riuscisse a
guadagnare.
Teofilo e Lucrezia avevano tre
figli: Scipione di tredici anni,
Sofonisba di undici e Gabriellino
che ancora veniva portato in braccio
dalla nutrice. Fin da quando era nato
Scipione, la famiglia Alamanni era
sempre vissuta inseguita dai
creditori, perciò in quell'anno 1500
l'offerta della Corporazione dei
Mercanti della vicina città di
Ardenza arrivò come una manna dal
cielo.
L'offerta, l'aveva portata un
messo, stilata su pergamena punto
per punto con la massima esattezza,
come è d'uso nei documenti dei
mercanti, ed era vantaggiosissima.
Maestro Teofilo doveva trasferirsi
con tutta la famiglia ad Ardenza,
dove avrebbe ricevuto in cambio del
proprio lavoro vitto, alloggio, cavalli
e servitù, più uno stipendio mensile
di trenta fiorini. L'oro, l'argento e le
pietre preziose necessarie per il suo
lavoro, li avrebbe ricevuti
gratuitamente dalla Corporazione;
inoltre avrebbe avuto la possibilità,
due giorni alla settimana, di lavorare
per proprio conto, su ordinazione di
altri clienti privati, arrotondando
così il già lauto stipendio. E, per
finire, avrebbe goduto della
protezione delle grandi famiglie
mercantili di Ardenza, i Bisaccioni, i
Riccoboni, i Tesauro, gli Straparola,
gli Zuccoli, che erano i veri signori
della città, sebbene questa si fosse
data una costituzione da repubblica.
- Folle chi si lascia sfuggire una
simile occasione! - aveva detto
maestro Teofilo; e monna Lucrezia
non gli aveva dato torto.
Scipione e Sofonisba avevano
fatto al padre mille domande e il
padre pazientemente aveva risposto,
perché non era di quei genitori
burberi che pretendono
un'obbedienza senza obiezioni. Però
non aveva potuto spiegare che cosa
esattamente avrebbe dovuto
fabbricare nella nuova bottega per i
mercanti di Ardenza in cambio di
tutto quel ben di Dio, visto che nella
pergamena non c'era scritto. -
Messer Guidubaldo Bisaccioni, capo
della Corporazione, me lo
comunicherà a voce non appena
avrò accettato la sua offerta e ci
saremo trasferiti ad Ardenza.
Così, avevano fatto i bagagli e si
erano messi in viaggio. Il messo
aveva raccomandato loro di arrivare
in città prima del tramonto, perché a
quell'ora i guardiani chiudevano le
porte e non lasciavano più entrare
nessuno entro la cerchia delle mura.
- La città sarà circondata da cupi
boschi abitati da bestie feroci e da
briganti sanguinari - avevano
fantasticato i due ragazzi, con un
brivido non del tutto piacevole di
paura.
Ma adesso, attraversando la
ridente campagna toscana, con le
mura e le torri di Ardenza che si
stagliavano nette all'orizzonte,
guardavano meravigliati le belle
fattorie, le capanne dei pastori, i
frutteti, le peschiere, i campi di
grano, tutti privi di difesa o
recinzione. Un piccolo bosco
nereggiava in lontananza, ma non
pareva incutere timore a nessuno: le
abitazioni costruite al suo limitare
non erano difese da mura e neppure
da steccati di legno.
- Come mai i villici non hanno
paura e i cittadini al calare del buio
devono barricarsi nelle loro case? -
domandò al padre Scipione.
- Ogni città ha le sue regole -
spiegò pazientemente maestro
Teofilo. - E a tutto c'è un perché.
Non dubito che entro pochi giorni
questo mistero troverà la sua
spiegazione.
Quello che stuzzicava
maggiormente la curiosità dei due
ragazzi, però, era il motivo per cui il
loro padre era stato ingaggiato, e a
condizioni così vantaggiose. Perciò,
quando furono arrivati e maestro
Teofilo fu andato a rendere omaggio
a messer Guidubaldo Bisaccioni e
agli altri mercanti nella sede della
loro Corporazione, tutta la famiglia
lo aspettò con impazienza. Quando
tornò, maestro Teofilo aveva una
faccia strana. Sofonisba, che era la
sua prediletta e lo conosceva bene,
non avrebbe saputo dire se fosse
spaventato, preoccupato, oppure se
si stesse trattenendo per non
scoppiare a ridere. Certo aveva in
corpo un sentimento nuovo che
cercava di non rivelare.
- E allora? - chiese la moglie. -
Vi hanno detto finalmente quale
genere di oggetti preziosi dovrete
fabbricare per loro? Hanno fatto
voto di donare alla Basilica un
nuovo corredo di arredi per l'altare?
Oppure vogliono dei gioielli per
rendere omaggio a qualche
fidanzamento principesco?
Maestro Teofilo la guardava
senza rispondere, e un piccolo
muscolo gli tremava sulla guancia.
Sofonisba era piena di meraviglia,
perché non era abituata a questo
comportamento. Sapevano, lei e
Scipione, di poter sempre contare su
una risposta da parte del padre. Non
c'era nessun altro uomo al mondo
così attento, così preciso
nell'ascoltare e nel dare poi risposte
chiare ed esaurienti, persino agli
infantili "pecché" di Gabriellino.
- Ve lo hanno detto, sì o no? -
insistette spazientito Scipione. -
Perché hanno bisogno del vostro
lavoro? Cosa dovrete fare
esattamente, che tipo di gioielleria,
per i mercanti di Ardenza?
Maestro Teofilo si guardò
imbarazzato le punte degli stivali e
disse a voce bassissima: -
Orecchie...
- Come? - saltò su monna
Lucrezia, che non era sicura di aver
sentito bene. - Orecchie? Vorrete
dire orecchini.
- Orecchie - ripeté il marito a
voce più alta. - Orecchie, orecchie!
D'oro, d'argento, di cristallo, di
alabastro. Lisce, cesellate, semplici;
incrostate di perle, diamanti e rubini;
lucide e satinate; di filigrana e d'oro
massiccio; di madreperla e di
corallo; di giada e di lapislazzuli... a
seconda delle richieste che mi
verranno fatte volta per volta.
- E perché mai orecchie, in nome
del cielo?! - esclamò monna
Lucrezia. - Un orafo deve fare
collane, posate, arredi d'altare, armi,
scrigni, catene, messali.... Le
orecchie, le fa il buon Dio, agli
uomini e agli animali. Cosa c'entra
un orafo con le orecchie? Capirei un
chirurgo, un pittore, un costruttore di
maschere... Ma un orafo!
Maestro Teofilo sospirò e sedette
pesantemente sulla panca. - Ogni
città ha le sue usanze, come vi ho
detto più tardi di ieri. E ad Ardenza
c'è l'uso che, sopra a quelle che gli
ha fatto il buon Dio, i mercanti
portino delle orecchie d'oro e
d'argento, tempestate di pietre
preziose.
- Oh, questa poi non l'avevo mai
sentita! - esclamò monna Lucrezia. -
Eppure mio cugino Jacopo de' Baldi
passa tutti i mesi da Ardenza col suo
carico di tessuti fini. Com'è che non
mi ha mai parlato di un'usanza così
strana?
- Perché è un'usanza recente.
L'hanno decisa i mercanti, con una
votazione segreta, appena una
settimana fa. Messer Guidubaldo mi
ha mostrato la pergamena con
l'editto, che per tutti i membri della
Corporazione ha valore di legge.
D'ora in poi, se vorranno esercitare
la loro arte, tutti i mercanti della
città e anche quelli forestieri di
passaggio, dovranno indossare sulle
proprie, un paio di orecchie di
materiale prezioso. Se non lo
faranno, verranno espulsi dalla
Corporazione e mandati in esilio.
- Ma perché? - chiese Scipione.
- Perché è un modo di
distinguersi dagli altri cittadini -
spiegò maestro Teofilo, - una specie
di insegna del potere, come la mitra
per l'arcivescovo. E dovranno essere
quindi orecchie bellissime. Per
questo hanno mandato a chiamare
me, che sono l'orafo più rinomato
della regione.
- Ma come faranno a stare
attaccate alla testa? Ci metterete
della colla? - chiese incuriosita
Sofonisba.
- No. Le salderò a una sottile
striscia d'argento ricurva che passerà
tra i capelli come un nastro - spiegò
il padre. - Ho già in mente il
disegno.
- E che forma avranno? -
continuò la ragazzina eccitata. -
Orecchie d'asino, d'elefante, di topo,
di coniglio? Oppure vi potrete
sbizzarrire e potrete, per esempio,
farle a forma di foglia di ninfea, di
coda di pavone, di grappolo d'uva, di
conchiglia...
- No, sciocchina. Saranno
orecchie umane, solo un po' più
grandi di quelle vere che devono
ricoprire.
- Ma i mercanti a questo punto
non ci sentiranno più - osservò
Scipione.
- Ci sentiranno, perché le
orecchie preziose saranno forate a
imbuto, ed anzi i rumori suoneranno
più forti dentro alla testa - disse
maestro Teofilo.
- E quante ne dovete fare? -
chiese la moglie.
- Oh, a centinaia! I mercanti ad
Ardenza sono moltissimi. Inoltre i
più ricchi tra loro desiderano
possedere un assortimento di
orecchie di varia foggia. Poi ci dovrà
essere, alle porte, la riserva per i
mercanti di passaggio che dovranno
indossarle prima di varcare le mura,
pena l'espulsione dalla città. Ci sarà
da lavorare per anni. Potremo
crescere nell'abbondanza questi
figlioli. A proposito, dov'è
Gabriellino?
- E’ di fuori nel cortile con
Artemisia. Sta facendo i primi passi,
e gioca a rincorrere i polli.
Artemisia, coetanea di Scipione,
era la servetta addetta alla
sorveglianza del bambino. Veniva
dal contado, era piccola e magra,
con due treccine che parevano
codini di topo. Era sveglia, curiosa,
svelta di lingua; e spesso si pigliava
dalla cuoca una razione di frustate
per la sua impertinenza e la sua
indiscrezione. Però era sempre
allegra e conosceva mille canzoni.
Gabriellino l'adorava, e anche i
due fratelli maggiori la trovavano
simpatica e si divertivano alle sue
chiacchiere. Era una fonte preziosa
di informazioni, perché erano già tre
anni che stava a servizio della
Corporazione dei Mercanti, che
l'aveva ceduta alla famiglia
Alamanni insieme alla casa e al
resto della servitù.
Ora Artemisia, invece di
sorvegliare il lattante in cortile (dove
infuriava una battaglia, con strappi
di penne da parte di Gabriellino e
beccate furiose da parte dei suoi
avversari), se ne stava appoggiata
allo stipite della porta seguendo con
interesse la conversazione; e quando
incrociò lo sguardo di Sofonisba, le
strizzò un occhio e fece col dito un
segno che significava: "Più tardi ne
parliamo. Su questo argomento so
molto più di quanto non crediate."
Pieni di curiosità, appena il
padre fu andato nella bottega e la
madre in cucina a ordinare il pranzo,
i due fratelli raggiunsero la servetta
che, con aria di grande mistero, li
condusse nella scuderia dei cavalli e
chiuse la porta.
- So tutto sulle orecchie! -
esordì. - Altro che insegne del
potere! Sono una maschera, una
copertura dei loro imbrogli! Avete
visto il capo della Corporazione,
messer Guidubaldo Bisaccioni? E il
tesoriere, messer Ippolito Tesauro?
E ser Terenzio Riccoboni, e ser
Lorenzo Zuccoli?
- No, che non li abbiamo visti.
Siamo arrivati solo da pochi giorni...
- Be', state attenti quando li
incontrerete. Questi signori non
vanno mai in giro a testa nuda, e
neppure portano un comune berretto
come gli altri. No! Loro hanno
sempre la zucca coperta da una
cuffia di velluto col bordo di
pelliccia, come il camauro del papa:
una cuffia che nasconde le orecchie.
E sapete perché? - Perché avranno
freddo... - azzardò Sofonisba.
- Ma va'! Freddo, adesso? Di
luglio? Con le zanzare, e il sudore
che gli cola nel collo?
- E allora?
Artemisia si avvicinò e fece una
voce misteriosissima, un sussurro
pieno di scherno e di complicità.
- E’ per nascondere il fatto che,
le orecchie, non le hanno più.
Torquato Cortesi gliele ha tagliate.
- Torquato Cortesi!!! -
esclamarono i due fratelli, con la
voce piena di orrore e di meraviglia.
- Chi è Torquato Cortesi?
- Un brigante dal cuore d'oro. Il
difensore dei poveri e della gente
semplice - rispose la servetta,
sospirando di ammirazione. - Dovete
sapere che Torquato Cortesi era uno
dei più gentili ed eleganti
aristocratici di Ardenza. E
ricchissimo, anche, era! Ma gli
imbrogli dei mercanti lo hanno
rovinato. Per prima cosa gli hanno
fatto perdere l'innamorata,
vendendogli per vere delle pietre
false che lui ingenuamente ha fatto
montare per l'anello di
fidanzamento. Poi gli hanno rifilato
un cavallo dalle gambe fragili che lo
ha fatto cadere in un fosso. Poi delle
sementi guaste che sono marcite
sotto terra senza germogliare... E
intanto altri mercanti gli facevano
dei prestiti a un interesse così alto
che, quando è arrivato il momento di
pagare, il povero Torquato Cortesi
ha dovuto vendere le sue terre e le
sue case. E chi gliele ha comprate
per un tozzo di pane? Un altro
mercante! Il poveraccio, così, ha
perso tutto ed è finito sulla strada
come un pezzente. E allora sapete
cosa ha fatto? - La voce di Artemisia
si era fatta acuta per l'eccitazione. -
Sapete cosa ha fatto? E’ diventato un
brigante buono, come quel Robin
Hood dei racconti di Bretagna.
Torquato non ruba ai ricchi per dare
ai poveri, ma rivela ai cittadini gli
imbrogli dei mercanti e indica quali
sono quelli di cui non bisogna
fidarsi. Ha informatori dappertutto e
appena viene a sapere che un
mercante ha ingannato qualche
cliente ingenuo, gli tende un agguato
e gli imprime un indelebile marchio
di riconoscimento, cioè gli taglia
entrambe le orecchie.
- Ben fatto! - approvò Sofinisba
che aveva molto sviluppato il senso
della giustizia.
- Ma loro non si difendono? -
chiese Scipione.
- Vorrebbero. Ma non ci riescono
mai. Torquato Cortesi arriva
dappertutto, ed è così rapido nel fare
le sue vendette, che nessuno è mai
riuscito neppure a guardarlo in
faccia. Arriva, ZAC!, taglia e
scompare. Li sorprende nelle strade
solitarie quando viaggiano
trasportando le loro merci; se si
barricano in casa li raggiunge con i
travestimenti più impensati. E' per
difendersi da Torquato che i
mercanti fanno chiudere le porte
della città al tramonto; eppure lui
riesce ugualmente ad entrare. I
poveri, invece, e la gente onesta, non
hanno niente da temere. Anzi, sono
contenti che lui faccia le loro
vendette.
- Ma i mercanti di Ardenza sono
tutti degli imbroglioni? - chiese
Sofonisba preoccupata. E se la
Corporazione non rispettasse i patti
stabiliti con maestro Teofilo?
- Non tutti. Ed è per questo che i
peggiori hanno inventato la storia
delle orecchie. Se i cittadini li
vedessero circolare alcuni con le
orecchie ed altri senza, capirebbero
subito di chi si possono fidare e di
chi no. Ma se tutti i mercanti
nascondono i lati della testa e
portano delle orecchie finte, nessuno
sarà più in grado di capire se sotto ci
sono quelle vere oppure se sono
state tagliate da Torquato. Così,
onesti e disonesti tornano ad essere
tutti uguali.
- E tu, com'è che sai tutto
questo? - chiese Scipione.
- Stavo lavando il pavimento
della grande sala delle riunioni
quando vidi entrare i capi della
Corporazione al gran completo; non
so perché, mi nascosi sotto un
sedile. Così, li ho visti togliersi le
cuffie e mostrarsi a vicenda ciò che
restava delle loro orecchie dopo
l'incontro con Torquato. E li ho
sentiti escogitare questo piano; e poi
deliberare la legge di cui parlava
vostro padre. Non l'ho detto a
nessuno, perché ho paura che mi
facciano frustare e imprigionare.
Però mi sembrava giusto che voi due
sapeste il motivo per cui vostro
padre fa un lavoro così strano.
Acqua in bocca, mi raccomando!
Consapevoli che, a svelare quel
segreto, mettevano in pericolo la
vita di Artemisia, i due ragazzi non
ne parlarono con nessuno, neppure
con maestro Teofilo: e tanto meno
con i mercanti onesti, i quali
continuarono a credere che, come
per loro, anche per i colleghi
imbroglioni, le orecchie finte fossero
solo una decorazione e un'insegna
della categoria.
L'orafo nel frattempo aveva
preso gusto al nuovo lavoro, e aveva
fatto delle orecchie così belle che i
mercanti più vanitosi (onesti e
imbroglioni, non c'era differenza)
facevano a gara per sfoggiarne
sempre di nuove. Come capita, ben
presto indossare orecchie da
mercante divenne una moda; e anche
chi mercante non era chiese
l'autorizzazione di portar in testa
quell'ornamento prezioso.
- E sia - concesse graziosamente
messer Guidubaldo Bisaccioni. -
Purché siano più piccole delle
nostre, e senza alcuna decorazione
di pietre preziose. Nei due giorni
della settimana in cui poteva
lavorare per la clientela privata
maestro Teofilo dovette smettere di
fare monili e posate, per dedicarsi
esclusivamente alle orecchie da
mercante, tanto che a un certo punto
il lavoro gli venne a noia. Ma gli
scrigni della famiglia erano colmi di
fiorini e non era possibile lasciar
perdere un'attività tanto redditizia.
Maestro Teofilo raddoppiò la sua
produzione e i suoi guadagni.
Questa macchina però aveva un
difetto: era terribilmente rumorosa.
Così, monna Lucrezia scrisse a
un suo cugino che faceva il
meccanico nella bottega di un tal
Leonardo da Vinci; e questo cugino
- dietro lauta ricompensa -
mandò il disegno di una
macchina che era capace di fare
anche cento orecchie al giorno, tutte
uguali (perché tutte fatte con lo
stesso stampo).
Maestro Teofilo raddoppiò la sua
produzione e i suoi guadagni.
Questa macchina però aveva un
difetto: era terribilmente rumorosa.
Quando era in attività, nel
laboratorio dell'orafo c'era un
baccano infernale, tanto che per
proteggere il proprio udito maestro
Teofilo aveva dovuto fabbricare
anche per sé un paio d'orecchie di
metallo, ma senza foro, anzi
imbottite d'ovatta.
Ora, Scipione e Sofonisba
avevano maestri e precettori come i
figli dei principi, e belle vesti, e
cavalli e tutto quanto potevano
desiderare. Però non riuscivano più
a parlare col padre. Non riuscivano
ad avere con lui quelle interessanti
conversazioni in cui loro ponevano
mille domande e lui pazientemente
rispondeva istruendoli, divertendoli,
comunicando loro il suo interesse e
il suo alletto.
Ogni volta che si affacciavano
alla porta della bottega e
cominciavano: "Messer padre,
sentite...", l'orafo intento alla sua
fragorosissima macchina faceva un
gesto per dire: "Dopo, dopo"; ma era
un "dopo" che non arrivava mai. E
dalla casa monna Lucrezia li
richiamava: - Figlioli, lasciate in
pace vostro padre. Non vi può
sentire. Non vedete che sta facendo
orecchie da mercante?
Col tempo maestro Teofilo
divenne sempre più ricco e sempre
più famoso; ma il suo carattere
bonario e cordiale cambiò dal giorno
alla notte. Il povero Gabriellino, che
ormai aveva imparato a mettere la
erre nei suoi "pecché?", non ottenne
mai da lui una risposta cortese.
Scipione aveva il dubbio che non
sempre fosse il rumore della
macchina a impedire al padre di
sentire; e che maestro Teofilo
qualche volta facesse finta, come per
esempio quando gli si diceva
qualche cosa poco gradita, tipo: -
Messer padre, mi sono innamorato
di Artemisia e la voglio sposare...
Anche monna Lucrezia era stufa
di avere un sordo per marito. Ogni
tanto entrava nel laboratorio e
vedeva gli arnesi per fare anelli,
medaglioni, calici e monili,
abbandonati sul banco, pieni di
polvere. Dopo aver cercato invano
di parlare col padre dei suoi figli,
gridava esasperata: - Ma fate
qualcosa d'altro, benedetto uomo!
Smettetela, almeno per qualche
minuto, di fare orecchie da
mercante! La frase fece il giro dei
conoscenti, poi di tutti i cittadini di
Ardenza (quelli che indossavano le
orecchie da mercante e quelli che
non se le potevano permettere); e col
tempo varcò le mura della città e si
sparse in tutta la regione.
Da allora quando una persona
non vuole sentire le richieste o i
ragionamenti di un altro, si usa dire
che "sta facendo orecchie da
mercante".
Capitolo 6: I conti senza
l'oste.

In un piccolo stato dell'Europa


centrale, nei primi anni
dell'Ottocento, c'era un re, un
sovrano assoluto, che governava i
sudditi con metodi così duri e
autoritari da guadagnarsi la fama di
uomo crudelissimo.
- D'altronde, non c'è altro da
fare, se si vuole che obbediscano -
cercava di spiegare al suo unico
figlio ed erede, il principe Dalindo,
il quale invece aveva letto tanti libri
di filosofia, aveva viaggiato molto
all'estero, e impallidiva quando
sentiva parlare di forca, di carcere,
di frustate e persino di tasse.
- A me non importa affatto
dell'obbedienza - soleva dire il
principe quando suo padre non lo
sentiva. - Quando verrà il mio
tempo, io cercherò di fare in modo
che i miei sudditi non mi temano,
ma mi amino, e siano felici.
Quando finalmente il padre
morì, Dalindo per prima cosa
concesse ai sudditi, che non
l'avevano chiesta, una bella
costituzione. Poi cercò di
riorganizzare il governo del paese in
modo da rendere la vita di tutti i suoi
abitanti la più facile e la più serena
possibile.
Aspettò qualche anno, in modo
che l'effetto delle sue riforme si
facesse sentire, e che la gente si
abituasse al benessere, pur senza
dimenticare completamente i tempi
grami del passato.
Poi decise di mettersi in viaggio
col fido consigliere Lotario, per
visitare tutto il regno fino alle
contrade più sperdute e conoscere da
vicino i suoi sudditi. Dappertutto li
trovava sereni e pacifici,
riconoscenti per i benefici ottenuti e
desiderosi di fargli festa.
Ma un giorno Dalindo e Lotario
arrivarono in una regione dove la
gente era scontenta, litigiosa, e dove
l'economia andava a rotoli. Le strade
erano piene di buche, i campi non
venivano coltivati, persino le mele e
le pesche cresciute spontaneamente
venivano lasciate a marcire sui rami.
Nella piazza del capoluogo la
fontana era asciutta e piena di
cartacce polverose. Le case avevano
i muri cadenti e le statue i nasi
spezzati; i cani erano ringhiosi e
pieni di zecche. Quanto agli abitanti,
le donne erano spettinate e
attaccabrighe, gli uomini fannulloni
e amanti della bottiglia. Persino i
bambini avevano un'aria selvatica e
aggressiva; e quando il re attraversò
a cavallo la strada principale, un
ragazzino armato di fionda gli
scagliò un porcospino vivo sul
cappello.
Dalindo non riusciva a spiegarsi
l'indole malvagia di quella gente.
- Eppure hanno beneficiato delle
stesse riforme che hanno reso felici
gli altri. Eppure la terra mi sembra
fertile, il clima mite, le strade
numerose, il paesaggio pittoresco,
l'architettura solida e di ottimo
gusto. Che altro si desidera qui per
essere felici? Lo chiese a destra e a
manca, ma gli indigeni trovarono
mille scuse per non rispondergli.
Oppure dicevano, con fare
scontroso, che no, non avevano
niente di cui lamentarsi, ma non
erano mica obbligati a cantare e a
ballare tutto il giorno. Di cosa si
impicciava il re? Non gli bastava
che rispettassero le leggi e pagassero
le tasse?
- Eppure, Lotario, sono convinto
che c'è un tarlo che li rode. Darei
metà del mio regno per scoprire cosa
c'è che non va e per mettervi
rimedio.
la risposta gliela dette, e gratis,
l'oste di un villaggio presso il quale
si erano rifugiati durante un violento
acquazzone.
- Responsabili del malcontento
generale - spiegò - sono alcune
famiglie di ricchi commercianti e
contadini. Sono loro che spargono
voci calunniose sul vostro conto, che
si lamentano di tutto, che
minimizzano e disprezzano
pubblicamente i benefici della nuova
amministrazione. E la gente, da
queste parti, è molto influenzabile e
va dietro a chi grida più forte senza
chiedersi tanti perché.
- Ma come mai queste famiglie
sono così scontente? - chiese
Dalindo meravigliato. - Cos'hanno
da lamentarsi? Che torti hanno
subito? Forse qualche
amministratore locale troppo
severo?... Ditemelo subito che lo
farò trasferire.
- Niente di tutto questo - disse
l'oste. - Si tratta di una questione di
prestigio. Vedete, maestà, vostro
padre era avido di denaro e
severissimo, ma sapeva apprezzare
l'iniziativa personale. Quando uno
dei suoi sudditi aveva successo nel
suo lavoro, quando raggranellava un
bel patrimonio, o si distingueva in
una campagna militare, veniva
chiamato a corte, dov'era ricevuto
con tutti gli onori, e gli veniva
conferito un titolo nobiliare. Voi,
scusatemi tanto, perso dietro le
vostre riforme, avete lasciato cadere
quest'ottima abitudine che procurava
amici fedeli alla dinastia regnante.
Ditemi la verità, da quando siete sul
trono scommetto che non avete fatto
neppure un nuovo conte o magari un
marchese.
- E' vero! - rispose Dalindo. - Ma
che bisogno c'è di distribuire
privilegi, quando tutti stanno bene e
conducono un livello di vita più che
soddisfacente?
- Perdonatemi, maestà. la vostra
è una osservazione ingenua che non
tiene conto della natura umana.
Alcuni dei vostri sudditi sono dei
maledetti snob. Buoni lavoratori,
gente onesta, niente da dire. Ma si
credono meglio degli altri e per
dimostrarlo hanno faticato anni e
anni. Quando finalmente sono
arrivati al traguardo che li avrebbe
fatti diventare conti o marchesi, ecco
che vostro padre muore e salite al
trono voi, con le vostre riforme e la
vostra fissazione per l'uguaglianza,
la fraternità e la libertà. Lo sapete o
no che le vecchie famiglie nobili del
posto si stanno estinguendo, e che
saranno almeno vent'anni che non
abbiamo più un barone, un visconte,
un marchese di nuova nomina? Non
dovete meravigliarvi se chi ci
contava è scontento e istiga la
popolazione contro di voi.
- Non capisco... - continuava a
balbettare Dalindo, che da giovane
aveva aderito con entusiasmo agli
ideali della Rivoluzione francese e
che, se non aveva proclamato la
Repubblica, lo aveva fatto solo per
rispetto dei suoi antenati.
- Non è necessario che capiate -
gli disse l'oste. - Ogni testa ragiona a
modo suo. Se volete riportare la
pace in questa regione non avete che
da nominare qualche conte e qualche
marchese. In fondo, cosa vi costa?
Non saranno un paio di nobili in più
che rovineranno il vostro regno.
- Questo brav'uomo ha ragione -
disse Lotario. - In fondo, cosa ti
costa?
In effetti Dalindo era solo un
riformatore, non un rivoluzionario, e
non aveva ritenuto necessario
eliminare i titoli nobiliari riducendo
tutti gli aristocratici allo stato di
cittadini. Si era limitato a lasciare in
pace i nobili che c'erano già
evitando di crearne dei nuovi, come
faceva invece suo padre ogni volta
che gliene si presentava l'occasione.
Perciò, se adesso avesse fatto
qualche nuovo conte o marchese per
riportare la calma in quella contrada,
non sarebbe cascato il mondo.
Fu deciso che, per arrivare più
gradita, l'assegnazione dei titoli
sarebbe stata una sorpresa. Il
sindaco del capoluogo avrebbe dato
una grande festa in onore del re.
L'oste, di cui ormai Dalindo si
fidava ciecamente, gli sarebbe
rimasto sempre al fianco e gli
avrebbe indicato tra la folla i capi
famiglia che erano rimasti più delusi
per il mancato riconoscimento.
- Nella prima parte della serata
vi indicherò quelli che hanno
accumulato meriti per diventare
marchesi - disse l'oste. - Voi li
chiamerete e con gran solennità,
come se fosse una vostra iniziativa
personale, li insignirete di questo
titolo. Dopo cena vi indicherò quelli
che meritano di diventare conti.
Vedrete che con questo semplice
accorgimento le cose torneranno a
posto in men che non si dica.
Arrivò il giorno della festa. Gli
invitati si erano messi in pompa
magna; ma quando sfilarono davanti
al re per rendergli omaggio,
l'espressione dei loro volti non era
delle più cordiali. Mangiavano gli
squisiti pasticcini e bevevano i vini
più raffinati con un'aria di schifo o
di degnazione che faceva dire a
Lotario: - Altro che patenti di
nobiltà! A questi scorfani distribuirei
una bella dose di calci nel sedere!
Ma quando Dalindo chiamò il primo
capofamiglia meritevole e lo insignì
del titolo di marchese, un fremito
passò tra la folla. Sulle facce
corrucciate cominciarono a spianarsi
le rughe. Qua e là si poteva cogliere
l'accenno di un sorriso, oppure uno
sguardo pieno di sorpresa e di
aspettativa.
Parlandogli all'orecchio, l'oste
diceva al re: - Quello là a destra,
vicino alla finestra! E quell'altro che
parla col sindaco in fondo alla sala.
E quello che dà il braccio alla
grassona coi boccoli color carota...
Seguendo le sue indicazioni,
Dalindo nominò una ventina di
marchesi ed ebbe la soddisfazione di
vedersi in giro almeno metà delle
facce degli invitati che da arcigne
erano diventate raggianti.
Poi i valletti del sindaco vennero
ad annunciare che la cena era
servita.
- Arrivederci - disse l'oste. - Io
vado. Tornerò quando la cena sarà
finita e allora, come d'accordo,
penseremo ai conti.
- Ma non mangi con noi? -
chiese Lotario. L'oste si mise a
ridere.
- Col vostro permesso, maestà, il
cuoco del municipio è un incapace,
un vero assassinaricette, ed io ho lo
stomaco delicato. Non
preoccupatevi per me. Farò un salto
a casa, dove mia moglie mi ha già
preparato un pasto come Dio
comanda; sarò di ritorno prima che
voi arriviate al dessert. A fra poco!
Effettivamente la cena offerta
dal sindaco non era delle più
squisite. Ma il re si fece forza e
mangiò tutto fino all'ultimo
boccone. "Bisogna capirlo, povero
sindaco" pensava, da quella persona
tollerante che era. "Con della gente
così scorbutica, così restia a dare
soddisfazione, è una fatica inutile
procurarsi un cuoco più bravo.
Speriamo che in futuro le cose
migliorino. Quell'oste mi ha dato
proprio un ottimo consiglio!
Speriamo che si sbrighi a tornare!"
Nonostante il cibo insipido e
coriaceo, la gente era cambiata
d'umore. Quelli che avevano già
avuto la loro soddisfazione si
dimostravano allegri e contenti; e fra
gli altri serpeggiava un mormorio: -
Pare che abbia finito con i marchesi
e che dopo cena comincerà a fare i
conti.- Il che accendeva luci
benevole negli sguardi.
La cena finì e l'oste non era
ancora tornato. Gli ospiti
giocherellavano con le posate e
guardavano Dalindo pieni di
aspettativa. Il re cominciava ad
essere nervoso. Per ingannare
l'attesa, Lotario andò a parlare col
sindaco che fece servire una portata
supplementare di dolce. Ma la gente
che, spazientita e delusa, adesso
tornava ad accorgersi dell'imperizia
del cuoco, rifiutava dicendo: - Ma
chi ne ha più voglia di continuare a
ingozzarsi con queste schifezze?
Il tempo passava e Dalindo non
sapeva cosa fare. Senza i
suggerimenti dell'oste si sentiva
perduto.
Guardava le facce degli ospiti e
gli sembravano tutte uguali (a parte
il fatto che stavano rapidamente
tornando a corrucciarsi). Come fare
a riconoscere tra la folla i quindici
aspiranti conti? La gente diventava
sempre più nervosa. La tensione era
al massimo. E dell'oste neanche
l'ombra.
- Lotario, cosa dici?
Cominciamo senza di lui? - chiese il
re sottovoce.
Lotario si guardò in giro e
sospirò.
- Temo che non ci sia altra
scelta. D'altronde a pensarci bene,
non è poi così grave. Supponiamo
anche che sbagliamo persona e che,
per primi, facciamo conti due o tre
cittadini che non lo meritano... Per
loro sarà tanto di guadagnato; e
quando finalmente arriverà quel
tiratardi dell'oste, ci indicherà quelli
giusti e faremo conti anche loro. Chi
l'ha stabilito che ne dobbiamo fare
solo quindici? Dalindo sorrise
riconoscente per il consiglio.
- E' vero. Però preferirei
azzeccare subito quelli giusti - e si
mise a scrutare la folla cercando di
leggere sui volti degli ospiti quel
desiderio irrefrenabile di nobiltà che
li faceva tanto soffrire.
- Guarda, Lotario, quel vecchio
con la giacca azzurro scuro! Che
viso aristocratico, che portamento
altero, che sguardo orgoglioso!
Secondo me è il primo a desiderare e
meritare il titolo.
Lotario fu d'accordo; e il re
incaricò un valletto di andare a
chiamare il vecchio signore. Costui
venne, attraversando il salone con
passo marziale, e scattò sull'attenti
davanti al sovrano.
- Leopoldo Zimmer ai vostri
ordini, maestà. Sono onoratissimo di
fare la vostra conoscenza.
Permettetemi di dirvi che ho
un'ottima opinione di voi e del
vostro operato.
Dalindo pensò piacevolmente
stupito: "Eccone uno che sa ancora
cos'è la buona educazione. Oppure è
la certezza che fra un attimo otterrà
quello che vuole a renderlo così
amabile e cortese?... Comunque, se
c'è qualcuno qui dentro che può
vantare un’autentica nobiltà
d'animo, l'unica che conti davvero,
quello è lui".
Gli sorrise e gli toccò
leggermente la spalla con la spada.
- Anch'io ho un'ottima opinione
di voi, cittadino; e per dimostrarvela
concretamente, vi nomino conte,
conte von Zimmer.
Ma il vecchio, invece di
sorridere beato come avevano fatto
tutti i nuovi marchesi, diventò
paonazzo dalla rabbia e cominciò a
pestare i piedi balbettando: - Quale
infamia! Quale oltraggio devono
sopportare i miei capelli bianchi! Io
conte? Giammai! Meglio morire!
Strabuzzò gli occhi, vacillò e
dovette tenersi al braccio del re per
non cadere. Così facendo,
probabilmente si rese conto che era
meglio sopravvivere all'oltraggio, e
sfogarsi invece con chi glielo aveva
inflitto. Per cui, afferrò l’esterrefatto
Dalindo per la vita, lo sollevò per
aria e fece l’atto di scagliarlo dalla
finestra, gridando: - Ah, infamia,
infamia, infamia! Tutti impiccati alla
lanterna, quei porci di aristocratici!
Accorsero le guardie e gli
strapparono il re dalle mani.
Dalindo era pallido come un
morto. - Ma cosa vi ho fatto? -
balbettò. - Di che infamia parlate? Io
non volevo offendervi...
- Ah, no? - gridò con voce
terribile il vecchio, cercando di
liberarsi a strattoni dalle mani delle
guardie. - Mi avete dato del conte.
Mi avete fatto nobile. Nobile io, che
ero fra i primi all'assalto della
Bastiglia! E mi avevano detto che
anche voi stavate dalla parte di
Robespierre e di Danton! Come mi
sono ingannato sul vostro conto!
In quell’attimo arrivò l'oste
trafelato. - Scusatemi. Il mio cavallo
ha perso un ferro e mi sono dovuto
fermare dal maniscalco.
Dette un'occhiata in giro e capì
che c'era qualcosa che non andava.
- Cosa succede? - chiese. Poi
vide il re pallido, con le vesti
scomposte e davanti a lui Leopoldo
Zimmer che continuava a dargli del
rinnegato traditore.
- Avete cominciato senza di me!
- esclamò, mettendosi le mani nei
capelli. Prese il re da parte e gli
spiegò che il povero Zimmer era
l'unico in tutta la regione ad aver
approvato le sue riforme, l'unico a
difendere pubblicamente, contro
tutti, la nuova costituzione. - Perché,
vedete, lui è un esule. Viene dalla
Francia. E' fuggito disgustato
quando Napoleone si è fatto
incoronare imperatore. Lui sì che ci
crede davvero, all'uguaglianza e alla
fraternità, e che detesta gli
aristocratici. E voi siete andato a
farmelo conte! Oh, santo cielo!
Perché non mi avete aspettato?
Perché avete voluto fare di testa
vostra? La situazione adesso era
difficile da rimediare. Dopo il rifiuto
furibondo del signor Zimmer, anche
agli altri i titoli nobiliari non
parevano più così importanti. La
gente cominciò ad andarsene alla
spicciolata.
Dalindo aveva un'aria così
avvilita che Lotario non riuscì a
consolarlo. Il vecchio repubblicano
era ancora tanto congestionato che il
medico dovette fargli un salasso.
Finì che tutti se ne tornarono a casa;
e i marchesi nominati prima di cena
restarono gli unici nobili della
regione.
L'indomani Dalindo e Lotario
partirono senza dare nell'occhio e
tornarono alla capitale.
- Temo di essermi giocato per
sempre l'affetto di questi sudditi -
sospirava il re.
- Siete stato imprudente. Non
dovevate mettervi a fare i conti
senza l'oste - concordava il fido
Lotario.
Da quel giorno, ogni volta che
qualcuno prende una decisione
senza conoscere o senza tener conto
delle opinioni degli altri che ne sono
coinvolti, si usa dire che "sta
facendo i conti senza l'oste".
Capitolo 7: Piangere a
dirotto.

Era già notte quando la carrozza


varcò il cancello del parco e si
inoltrò lungo il viale che conduceva
alla villa.
La piccola Malvina guardava
fuori, col naso schiacciato contro il
vetro del finestrino, ma non riusciva
a vedere altro che le ombre nere
degli alberi. Sentiva un nodo alla
gola e aveva voglia di piangere; ma
si tratteneva, perché lo aveva
promesso alla mamma prima di
salutarla, e poi perché temeva che
Filiberto l'avrebbe presa in giro.
- Cosa c'è da frignare? - le
avrebbe detto. - Non ci stanno mica
portando nella tana dell'orco!
Infatti stavano soltanto andando
a passare l'estate nella grande casa di
campagna del nonno. Il fatto è che
questo nonno, vecchio generale a
riposo dell'esercito sardo
piemontese, loro due non l'avevano
mai visto prima, e neppure
conoscevano la zia Carolina
Margherita, sorella del loro papà,
che viveva anche lei alla villa perché
non si era mai sposata.
Il padre dei due bambini
lavorava nell'amministrazione del
regno, e loro due quindi erano nati e
cresciuti in Sardegna. Fino ad allora
i genitori non li avevano mai portati
in continente per paura del mare.
Troppo spesso le navi a vapore
incontravano tempeste spaventose
passando per le terribili Bocche di
Bonifacio e, a parte il rischio di un
naufragio, la loro mamma era così
delicata di stomaco! Questa
primavera però il dottore, vecchio
amico di famiglia, era stato
categorico. - O lei, cara madama, si
decide a fare la cura delle acque a
Baden Baden, o io non garantisco
dei suoi nervi per gli anni a venire.
Così, all'arrivo dell'estate erano
partiti: i genitori per la Germania, e i
due bambini per il Piemonte, dove
appunto avrebbero finalmente
conosciuto la
famiglia paterna.
Arrivata davanti alla scalinata di
marmo della villa, la carrozza si
fermò e fu subito circondata da una
mezza dozzina di domestici muniti
di lanterne.
- Il generale e la signorina sono
già andati a dormire da un pezzo -
disse una graziosissima cameriera,
che aveva un fazzoletto di pizzo
bianco puntato sui capelli. - Li
saluterete domattina. Anche voi
sarete stanchi, poverini! Venite con
me.
L'anziano maggiordomo in
livrea prese in braccio Malvina
come se fosse una bambina piccola
(e invece aveva già sette anni); gli
altri s'incaricarono dei bagagli, e in
processione raggiunsero la stanza
degli ospiti, dove c'erano due letti
circondati da cortine di tulle bianco.
Dalla finestra aperta arrivava il
gracidìo delle rane, e grosse falene
volavano in tondo attorno alla
lampada a petrolio. Su un tavolo
apparecchiato vicino alla finestra li
aspettava una cena leggera, formata
da latte tiepido, crema alla vaniglia,
frutta e biscotti.
Malvina si sentì rincuorata,
anche se era ancora offesa perché il
nonno e la zia erano così poco
impazienti di conoscerli da essersi
coricati prima del loro arrivo.
La cameriera rimase con loro per
aiutarli a spogliarsi e a togliersi di
dosso la polvere del viaggio. Si
chiamava Aurelia; era simpatica,
affabile e molto chiacchierona. In
pochi minuti si fece raccontare tutto
del viaggio e della loro vita
precedente; poi li informò delle
regole della casa e del carattere dei
suoi abitanti.
- Il generale vostro nonno
sembra burbero, ma è un cuore
d'oro. Certo, è attaccato alle sue
abitudini, e ci tiene alla disciplina.
Ma è facile andarci d'accordo.
Madama Carolina Margherita,
invece, è un tipo strano. Non si sa
mai da che parte prenderla. Ci sono
dei giorni in cui è allegra, gentile, e
tutto le va bene. Altri giorni invece
si alza con la luna storta e se ne va
in giro con un muso lungo così. Si fa
venire le convulsioni per un granello
di polvere o per una porta sbattuta;
per un nonnulla piange come se le si
spezzasse il cuore... Ha i nervi
troppo delicati, povera signorina!
- Dovrebbe andare anche lei a
fare la cura delle acque a Baden
Baden come la nostra mamma -
osservò Filiberto.
- Dicono che ci sia stata molti
anni fa, ma senza ricavarne alcun
giovamento - rispose Aurelia. -
Anzi, pare che proprio da allora, alle
sue altre stranezze si siano aggiunte
le terribili crisi di pianto.
- Non succederà lo stesso anche
alla mamma? - chiese Malvina
preoccupata.
- No, tesoro, sta' tranquilla. Sono
cose che succedono solo alle
ragazze. La vostra mamma è sposata
e non corre di questi rischi - disse
Aurelia. - Adesso però basta con le
chiacchiere: è tardissimo. I bagagli,
li disferemo domani. Cercate di
dormire. Verrò a portarvi l'acqua
calda alle sei, perché in questa casa
la colazione è alle sette in punto e il
generale esige la massima
puntualità. Buonanotte!
Quindi soffiò sul lume a petrolio
e se ne andò.
I due fratelli erano così stanchi
che si addormentarono
immediatamente d'un sonno
profondo e senza sogni, a parte la
sensazione di essere ancora cullati
dal rollìo del vapore. Albeggiava,
quando furono svegliati da un
leggero bussare alla porta.
- Avanti! - disse Filiberto,
mettendosi a sedere sul letto,
convinto che fosse Aurelia con le
brocche dell'acqua calda per lavarsi.
Ma l'orologio sul ripiano del
caminetto - sorretto da un cavallo
d'oro che si impennava sotto una
campana di vetro - lo informò che
erano appena le cinque. Chi poteva
essere, allora? La porta si aprì e
nella stanza entrò un vecchio dalla
gran barba bianca, magro, secco e
dritto come un fuso.
Era vestito di tutto punto, con
una divisa militare piena di cordoni
dorati, stellette e spalline a frangia
luccicanti.
- Tu sei il nostro nonno! - disse
Malvina sbadigliando, ancora piena
di sonno, con i capelli arruffati sugli
occhi.
- E tu sei Malvina. Somigli come
una goccia d'acqua a Carolina
Margherita quando aveva la tua
stessa età - disse il nonno con la
voce intenerita. - E' proprio di vostra
zia che volevo parlarvi, bambini,
prima che i domestici vi raccontino
chissà quali sciocchezze.
I due fratelli si guardarono in
silenzio, ripensando alle chiacchiere
di Aurelia.
Il nonno continuò: - Speravo di
poterlo fare con calma più tardi, ma
devo partire immediatamente per
Torino. Il re ha bisogno del mio
consiglio per un affare urgente e ha
mandato una carrozza a prendermi.
Starò via qualche giorno. Perciò,
almeno all'inizio, con vostra zia
dovrete vedervela da soli, e la cosa
mi preoccupa.
- E' pazza furiosa? - si informò
Malvina, messa in allarme da tanti
preamboli.
Il nonno sospirò. - No. Anzi è
una ragazza virtuosa, sensata,
intelligente, d'ottima educazione;
una figlia devota e una perfetta
padrona di casa. Solo, ogni tanto,
soffre di tremendi attacchi di
malinconia, di cui nessuno è mai
riuscito a spiegare l'origine. Perciò
vi raccomando: non meravigliatevi
se improvvisamente, senza motivo,
la vedete scoppiare in lacrime. Non
è colpa vostra, e lei non ce l'ha con
voi. Però è meglio che le giriate alla
larga finché non le passa. Per
qualsiasi altra necessità rivolgetevi
ad Aurelia. Io cercherò di tornare
prima possibile. Arrivederci.
Quando il nonno fu uscito,
Filiberto guardò Malvina con aria
decisa: - Eppure, se piange, una
ragione ci deve essere. La gente
sensata non piange senza motivo.
Cercheremo di scoprirlo, d'accordo?
- D'accordo - promise Malvina.
L'incontro avvenne nel salottino
dov'era apparecchiata la prima
colazione. I due bambini si erano
lavati, vestiti e pettinati con la
massima cura, in modo da fare la
migliore impressione possibile.
- Presto! - li incitava Aurelia. -
La signorina vostra zia è già a tavola
che vi aspetta.
Si presentarono, Filiberto
battendo i tacchi e chinando la testa,
Malvina con una piccola riverenza.
La zia doveva essere in una delle sue
giornate buone, perché li accolse
tutta sorridente, si alzò per
abbracciarli, si informò del viaggio e
della salute dei genitori, commentò
la loro somiglianza con questo e con
quello dei parenti... Era vestita di
grigio, e ad occhio e croce doveva
avere la stessa età della mamma,
pensò Filiberto, solo che era più
magra e aveva un paio di occhialetti
rotondi in bilico sul naso. A sentirla
chiacchierare così allegramente, fra
un panino imburrato e una
ciambella, era difficile credere a
quanto avevano detto Aurelia e il
nonno.
- Spero che passerete delle belle
vacanze qui da noi. Sono così
contenta che siate venuti a portarci
un po' di allegria... Una casa senza
bambini è molto triste, sapete?
"Forse sarà per questo che
piange" pensò Malvina, mentre la
zia continuava, tutta infervorata: -
Ditemi quello che vi piacerebbe
fare. Volete invitare i ragazzi delle
ville vicine? Volete montare a
cavallo? Volete andare a fare il
bagno nel fiume? Io non mi intendo
di ragazzi, ma sono pronta a
organizzare qualsiasi cosa per farvi
divertire. Basta che domandiate.
Filiberto lanciò un'occhiata alla
sorella che in quel momento
nascondeva uno sbadiglio dietro la
mano grassoccia.
- Tanto per cominciare, non
potremmo dormire un po' più a
lungo al mattino? A casa nostra
siamo abituati ad alzarci alle otto.
La zia sussultò, come se avesse
preso una frustata in pieno viso. Poi
si premette il tovagliolo sugli occhi
facendo cadere gli occhiali nel
vasetto del miele. Si alzò e
abbandonò in gran fretta la stanza
squassata dai singhiozzi.
Filiberto restò a bocca aperta, la
mano che reggeva la tazza del
cioccolato sospesa a mezzaria.
- Non dovevi proporle di
cambiare le regole della casa - lo
sgridò Malvina. - Siamo appena
arrivati e già critichiamo le loro
abitudini. Bisogna andare a
chiederle scusa.
La raggiunsero in giardino, dove
singhiozzava ancora vicino al
labirinto di bosco. Quando li vide
arrivare, la zia si asciugò le lacrime
e cercò di calmarsi. - Scusatemi, cari
bambini. I miei poveri nervi...
cercherò di stare più attenta d'ora in
avanti. Ecco... E’ passato.
Si soffiò rumorosamente il naso.
- Su, andiamo a disfare i vostri
bagagli! Poi faremo una bella
passeggiata.
Nel grande baule, oltre agli abiti
e agli oggetti da toeletta, Malvina si
era portata dietro tutti i suoi tesori.
Libri illustrati dalle pesanti
rilegature, giocattoli, il cestino da
ricamo, i quaderni di musica,
l'occorrente per dipingere
all'acquerello... La zia tirava fuori
ogni cosa e, prima di riporla
nell'armadio, le dedicava qualche
parola di ammirazione. Malvina non
aveva mai incontrato un adulto così
interessato alle sue cose; e
desiderava con tutto il cuore
mostrare alla zia il suo affetto e la
sua gratitudine. Finalmente, dopo
una breve lotta interiore, prese il suo
giocattolo più caro, l'amatissimo
Teddy, e lo porse alla zia
esclamando: - Ti regalo il mio
orsacchiotto. Tieni! E’ tuo.
Ma la zia non lo prese.
Indietreggiò inorridita, si coprì il
volto con le mani e si accasciò sul
letto piangendo e balbettando: -
Questo è troppo! Questo è davvero
troppo!
Malvina ci restò malissimo.
Anche Filiberto era sconcertato.
D'accordo, un giocattolo di peluche -
e usato, per giunta - non è il regalo
più adatto per una persona grande.
Ma in un dono, come ripeteva
sempre la mamma, quello che conta
è il pensiero.
Che la zia fosse così permalosa
da interpretare il gesto di Malvina
come: "Sei rimbambita"? Oppure
che avesse una tale paura degli orsi
da provare orrore anche quando
erano giocattoli di finta pelliccia?
Ad ogni modo Filiberto prese per
mano la sorella e la trascinò fuori: -
E' meglio che per oggi giriamo alla
larga - disse. - Il nonno aveva
ragione. Non piangere anche tu
adesso. Non ne hai nessuna colpa se
la zia ha i nervi troppo delicati.
Non la rividero per tutto il
giorno, neppure a tavola. Aurelia li
informò che la signorina si era
chiusa in camera e si era stesa sul
letto, al buio, con una pezzuola
bagnata sulla fronte.
L'indomani si presentò nel
salottino della prima colazione
allegra ed affettuosa come se non
fosse successo niente. Per quel
giorno, tutto filò liscio. La zia li
portò a fare una gita in calesse fino
al boschetto di noccioli; al ritorno
andarono a prendere le uova fresche
alla fattoria.
I due nipoti chiacchierarono a
tutto spiano e non ci fu mai un
attimo in cui gli occhi della zia si
riempissero di lacrime.
Passò la notte e arrivò un'altra
giornata. La zia era sempre d'ottimo
umore.
- Sono così felice che siate qui a
farmi compagnia - diceva
sforzandosi di organizzare per i
nipoti svaghi d'ogni tipo. - Vi
piacerebbe invitare per la merenda i
due ragazzi della villa accanto?
Hanno più o meno la vostra età.
Potremmo chiedere ad Aurelia di
fare lo zabaione, oppure dei sorbetti
di fragole e crema...
- Sorbetti di fragole! - esclamò
tutto contento Filiberto. - Oh, zia, sei
un tesoro! Come hai fatto a capire
che sono la mia passione? Ne sono
veramente ghiotto. Li preferisco a
qualsiasi altro dolce al mondo Ma si
bloccò imbarazzatissimo perché gli
occhi della zia Carolina si erano
improvvisamente riempiti di
lacrime.
- Che ho detto di sbagliato?
Scusami, zietta, ti prego! Non
volevo...
Ma la zia si precipitò fuori della
stanza premendosi il fazzoletto sul
viso.
Tornò il nonno da Torino> e le
cose non cambiarono molto. C'erano
dei momenti in cui Carolina
Margherita era il ritratto della
serenità e dell'allegria, ed altri in cui,
senza alcun motivo, si scioglieva in
lacrime come un salice piangente.
Senza alcun motivo? Filiberto
ancora non ne era convinto e
prendeva nota sul suo taccuino di
tutte le circostanze che avevano
preceduto le crisi di pianto della zia.
Come quella volta che Aurelia,
sbattendo le lenzuola fuori della
finestra, aveva osservato: -
Guardate: c'è un poliziotto a cavallo
sulla strada che va a Racconigi...
Come mai a questa semplice frase la
zia era scoppiata in singhiozzi? Che
avesse commesso qualche crimine
segreto e temesse di venire scoperta
e arrestata? Oppure quella volta che
il nonno aveva proposto ai ragazzi: -
E' una mattina stupenda. Perché non
andate a fare una gita sul fiume?
Potete prendere il canotto dalla
rimessa... Che la zia piangesse
perché aveva paura che Filiberto e
Malvina poco pratici facessero
rovesciare l'imbarcazione ed
annegassero? Ma lei aveva
continuato, anzi aveva raddoppiato i
singhiozzi, quando il nonno aveva
aggiunto: - E' più prudente che
chiediate al figlio del fattore di
venire con voi. E' un giovanotto
molto esperto di navigazione...
Dunque, cosa c'era da piangere,
se loro due non correvano alcun
rischio? E quell'altra volta che il
nonno aveva letto a voce alta sul
giornale che era stato scoperto un
complotto per assassinare il re
d'Inghilterra? Cosa c'era da
disperarsi? Non era mica un Savoia!
E poi, per quanto monarchica fosse
Carolina Margherita, il complotto
era stato sventato in tempo e il re
inglese era salvo...
Filiberto si rompeva la testa sui
suoi appunti, ma non riusciva a
venire a capo di niente. Fu Malvina,
senza volerlo a scoprire il mistero.
Una sera che, dopo l'ennesima
crisi di pianto, Carolina Margherita
si era ritirata nella sua camera, la
bambina si era seduta sulle
ginocchia del nonno e
giocherellando con la sua barba
aveva osservato: - Come mai la zia
non si è mai sposata? Eppure il papà
ci ha detto che era una bellissima
ragazza da giovane.
Il vecchio si rannuvolò: - Non si
è sposata perché è una maledetta
testarda.
Aveva migliaia di corteggiatori
ai suoi piedi: pretendenti ricchi e
nobili ottimi partiti! Ma lei niente.
Lei si era fissata con quell'ignobile
individuo di Baden Baden e non
voleva sentir parlare d'altro.
- Quale ignobile individuo? -
chiese Filiberto drizzando le
orecchie.
- Un vetturino di piazza,
figuriamoci! Un plebeo figlio di una
cuoca e d'un maniscalco! E lei s'era
messa in testa di sposarlo. Lei mia
figlia, che era stata chiamata a corte
a fare la damigella della regina!
Certo se lo avesse saputo la loro
mamma avrebbe detto che non era
un racconto adatto a orecchie
infantili. Ma il vecchio generale era
troppo indignato al pensiero della
testardaggine della figlia per
trattenersi, ora che aveva cominciato
a ricordare.
Dunque, a quattordici anni
Carolina Margherita era andata con
la madre a fare la cura delle acque a
Baden Baden, come ogni signorina
di buona famiglia. Per andare
dall'albergo allo stabilimento
termale ogni giorno madre e figlia
prendevano una carrozza. Sempre la
stessa. La guidava un giovanotto
biondo d'origine prussiana, certo
Ottone Schlieman, elegante e buon
parlatore. In breve, la ragazzina
piemontese si era innamorata, e fra i
due c'era stato uno scambio di
bigliettini. Fortunatamente la madre
se n'era accorta in tempo e aveva
interrotto la tresca prima che la
figlia si compromettesse davanti agli
occhi del mondo. Dall'oggi al
domani l'aveva riportata in
Piemonte, senza darle nemmeno il
tempo di salutare l'innamorato.
Carolina Margherita piangeva e
strepitava prometteva che si sarebbe
uccisa, che si sarebbe rinchiusa in
convento. Arrivò a rubare del danaro
e a fuggire travestita con gli abiti del
fratello, il papà di Malvina e
Filiberto.
Ma quando giunse a Baden
Baden trovò ad attenderla un'amara
sorpresa. Subito dopo la sua
partenza, il giovane Otto aveva
sposato la figlia di un ricco birraio e
con i soldi della dote aveva
organizzato una spedizione
archeologica in Asia Minore.
"Come mi ha dimenticata in
fretta! Era solo per il mio denaro
dunque, che diceva d'amarmi" pensò
Carolina Margherita e, disgustata
per sempre della vita e dell'amore se
ne tornò a casa con la coda fra le
gambe.
Da quel giorno non volle più
sentir parlare nè di corteggiatori nè
di matrimonio. Rifiutò tutti i
pretendenti i quali a poco a poco si
stancarono e andarono a sposarsi
altrove. Lei diceva d'essere felice
così, nella casa paterna, a fare da
bastone della vecchiaia al generale.
- Sono passati trent'anni e quasi
me n'ero dimenticato, di tutta quella
storia di Baden Baden - concluse il
nonno.
Ma Filiberto, tutto eccitato tirò
fuori il taccuino. - Come hai detto
che si chiamava quel vetturino di
piazza? - chiese scorrendo
freneticamente le pagine.
- Ottone. Otto come si usa per
diminutivo da quelle parti.
- Ma è tutto chiaro! - esclamò il
ragazzo esultante. - Tu, nonno quasi
te n'eri dimenticato. Ma la zia
Carolina Margherita no. Lei soffre
ancora a causa di quel traditore. E’
per lui che piange, e per nessun altro
motivo.
- Come fai ad esserne così
sicuro? - chiese meravigliato il
nonno.
- Ascolta: orsacchiotto,
poliziotto, canotto, giovanotto,
complotto... La zia scoppia a
piangere ogni volta che, senza
pensarci, qualcuno dice il nome del
suo antico innamorato.
Decisero tutti di farci attenzione.
Era proprio così. Non solo la parola
"otto" nuda e cruda, ma qualsiasi
altra che contenesse quel terribile
suono, aveva il potere di scatenare
nella povera signorina crisi di pianto
disperato.
- Vorrei un altro biscotto - diceva
Malvina all'ora del tè. E la zia giù a
piangere.
- Ho un graffio. Dove trovo un
cerotto? - chiedeva Filiberto. E
quella via a singhiozzare.
- Guarda il cappotto com'è
ridotto! Hai perso il manicotto? -
No. E finito sotto al cuscino.
- Buono, questo risotto! E’ cotto
a puntino. Ora lo inghiotto...
- A ottobre è tornato il dottore
dalla sua spedizione in Africa. E’
nero in viso come un ottentotto.
Arrivò a rubare del denaro e a
agire travestita con gli abiti del
fratello...
- Cosa c'è in quel fagotto? -
Questo cane è un bassotto? - Quel
funzionario è corrotto. E la zia
Carolina Margherita giù a piangere
come una disperata.
Allora poiché tutti le volevano
bene e non desideravano rattristarla
decisero di stare attenti a non dire
mai quelle quattro lettere. Ma non
era facile. Qualche volta ci
riuscivano e qualche volta no. E
quelle volte a sentir dire otto la zia
piangeva.
Così passò l'estate. A settembre
una carrozza portò i due bambini a
Livorno, dove i genitori li
aspettavano per imbarcarsi insieme
sul vapore per la Sardegna.
- Come ti è sembrato il nonno? -
chiese il papà, abbracciando stretta
la sua piccola Malvina. - Simpatico.
- E la zia Carolina Margherita? -
Simpatica anche lei. Solo che piange
un po' troppo.
- Come piange?! Per quale
motivo? E' ammalata? - Oh, no. Sta
benissimo. Piange a dir otto. Noi
abbiamo cercato di non dirlo ma è
difficile sai?
Da allora, scherzosamente, nella
famiglia dei due ragazzi, quando si
voleva indicare una persona con le
lacrime facili si diceva: - Quello è
un tipo che piange a dir otto! Poi col
tempo le due parole finali si unirono
e la frase passò a significare
qualcuno che piange, a lungo e
disperatamente, una grande quantità
di lacrime.
Capitolo 8: Rompere
l'indugio.

Il giovane Cyril Litton Gray non era


nato per diventare un ladro. Erano
stati gli imprevedibili casi della vita
a fare di lui il più abile scassinatore
del Regno Unito.
Suo padre era un integerrimo
funzionario di sua maestà la regina
Vittoria e Cyril era nato in India,
dove aveva trascorso i primi sei anni
della sua vita.
Poi, come tutti i bambini inglesi
figli di ufficiali o funzionari
dell'Impero Britannico, era dovuto
andare in Inghilterra per frequentare
la scuola.
Ma il soggiorno indiano, per
quanto breve, aveva lasciato su di lui
un'impronta indelebile. Intirizzito e
malinconico tra le nebbie londinesi,
il piccolo Cyril rimpiangeva l'India,
i suoi colori, i suoi profumi, i suoi
templi misteriosi, le statue
dall'enigmatico sorriso.
A otto anni, studente in una
scuola pubblica dove gli insegnanti
non gli risparmiavano la frusta, il
bambino si consolava col ricordo
della dolcissima bambinaia indigena
e sognava di tornare laggiù. Sognava
di diventare, da grande, un famoso
antropologo, oppure uno studioso di
religioni orientali.
Più tardi un rovescio di fortuna
della sua famiglia lo costrinse a
rinunciare ai suoi progetti e ad
accettare un modesto impiego in una
banca della city. Nel tempo libero,
però, Cyril continuava a coltivare la
sua passione per l'Oriente.
Un giorno lesse sul Times che la
celebre casa d'aste Sotheby's
avrebbe messo in vendita una statua
del dio Visnù proveniente da un
tempio di Lahore dove lui da
bambino era solito andare in
scampagnata con i parenti della
balia.
La ricordava perfettamente: era
una statua di piccole dimensioni ma
di rara e squisita fattura; e Cyril
prima ancora di poggiare il giornale,
sentì che doveva
averla a tutti i costi. Ma come? Il
prezzo base dell'asta era già
altissimo, e chissà a quale cifra lo
avrebbero fatto salire le offerte degli
altri amatori più ricchi di lui! Non ci
voleva molto, a quel tempo, ad
essere più ricco di Cyril, che con lo
stipendio della banca riusciva a
malapena a pagare l'affitto di una
squallida camera ammobiliata e a
comprarsi un secchio di carbone alla
settimana per non morire assiderato.
(Come gli sembrava lontana, in
quei gelidi inverni, l'aria tiepida e
profumata di frangipane della terra
natale!) Naturalmente non poteva
permettersi il lusso di una cuoca, e
tanto meno di mangiare tutti i giorni
in trattoria. La sua alimentazione, in
quei tempi grami, consisteva
unicamente di cibo in scatola. Per
questo motivo, non è difficile da
credersi, Cyril aveva familiarità con
l'apriscatole più che con qualsiasi
altro arnese da cucina.
Fu proprio l'apriscatole a
suggerirgli l'idea che lo avrebbe
fatto "passare dall'altra parte", al di
là di quella invisibile linea di
demarcazione che separa i cittadini
timorosi e rispettosi della legge da
quegli altri ribaldi che non la
temono e non la rispettano, e che
fanno del crimine la loro
occupazione quotidiana.
Eh, sì! Siamo dolenti di dover
ammettere che il desiderio
spasmodico di possedere il piccolo
Visnù di bronzo spinse l'impiegato
modello a usare l'apriscatole per
scassinare la cassaforte della banca.
Naturalmente aveva aspettato di
essere solo, ed aveva agito con tanta
e tale astuzia e circospezione che
mai nessuno dei suoi colleghi e dei
suoi superiori sospettò di lui.
Col denaro rubato, Cyril si
comprò degli abiti nuovi e dei baffi
finti, andò in un ristorante alla moda
e si concesse un lautissimo pasto a
base di ostriche e champagne
francese. Dopo di che se ne andò
all'asta e con le sue offerte, sempre
più alte di quelle degli altri
collezionisti, riuscì ad aggiudicarsi
la statua tanto desiderata.
E quello non fu che l'inizio.
Incoraggiato dalla facilità
dell'impresa, Cyril incominciò a
condurre una doppia vita. Di giorno
zelante impiegato della city, di notte
ladro sempre più spericolato.
Ben presto la sua fama di
abilissimo scassinatore si sparse nei
bassifondi della città, e non passava
giorno senza che uno degli altri
ladri, anche fra i più esperti, non
chiedesse la sua assistenza per
portare a termine questa o
quell'impresa. La refurtiva
naturalmente veniva divisa a metà.
Cyril diventò ricco. Poteva
comprare tutti gli oggetti d'arte
orientale che desiderava e avrebbe
potuto vivere di rendita per il resto
dei suoi giorni. Ma la febbre dello
scassinatore si era impadronita di
lui. La tremenda emozione del
rischio gli era diventata necessaria
come il pane quotidiano. Ogni
cassaforte, ogni porta blindata più
robusta erano per lui una sfida, un
nuovo record da superare. Era solito
vantarsi che, se ne avesse avuto
voglia, sarebbe riuscito a
impadronirsi del tesoro della
Corona, custodito nella Torre di
Londra, col semplice aiuto di una
forcina per capelli.
Fu a quel punto che il destino gli
presentò un terribile dilemma, un
bivio, una drammatica scelta che
avrebbe potuto far vacillare una
ragione meno salda della sua. Ecco
come andarono le cose...
C'era un complice col quale
Cyril lavorava più volentieri che con
gli altri, un giovanotto chiamato
Lancelot Plumpudding, che
apparteneva alla migliore società.
Lancelot frequentava i salotti
londinesi più ricchi: era quindi in
grado di raccogliere informazioni
preziose e di organizzare furti
sempre più redditizi.
A differenza di Cyril, Lancelot
non rubava per sport, ma per
necessità, perché doveva mantenere
agli studi in costosissimi colleges
una nidiata di fratellini orfani, e
presentare degnamente in società
una nidiata di sorelline, ovviamente
orfane anche loro, di cui, come
primogenito, era l'unico sostegno.
Un giorno Lancelot incontrò
Cyril al club che entrambi
frequentavano e, fra un sigaro
cubano e un bicchierino di porto, gli
confidò che c'era la possibilità di
fare un colpo stramiliardario.
- Si tratta di fare una visitina in
casa di lord Headstone - spiegò.
Cyril lo guardò meravigliato. -
Cosa ci può essere di così prezioso
in casa della vecchia mummia? Lord
Headstone si era guadagnato questo
soprannome, con cui era noto in
tutta l'Inghilterra, a causa di alcune
sfortunate spedizioni archeologiche
in Egitto.
- A quanto mi risulta, non solo
non ha mai trovato niente di
interessante - continuò Cyril - ma
non sarebbe neanche in grado di
riconoscere un oggetto antico
autentico da uno falso.
- Questa volta però la sua
costanza è stata premiata - disse
Lancelot. - Pare che, nella cella più
interna della piramide di Olurp, il
vecchio abbia trovato la mummia di
un faraone col solito corredo
funebre...
- Ora ricordo. L'ho letto sul
giornale il mese scorso... - osservò
Cyril. - Però c'era anche scritto che
lord Headstone aveva graziosamente
donato i reperti al British Museum...
- Infatti! Ma non c'era scritto
(perché la mummia non l'ha
raccontato a nessuno) che sarcofago,
oltre ai gioielli, ai vasetti degli
unguenti e alle altre solite
carabattole, c'era un involto di tela
che conteneva cinquanta, dico
cinquanta grossi smeraldi purissimi.
Pietre sciolte, senza montatura, facili
da nascondere, difficili da
identificare una volta sul mercato
clandestino.
Cyril era impallidito per
l'emozione.
- E tu, come lo sai? - Me l'ha
detto un uccellino - rispose Lancelot
che era sempre molto reticente a
proposito dei suoi informatori.
- Cinquanta smeraldi... - riprese
Cyril. - E il vecchio se li è fatti
scivolare in tasca come se niente
fosse... Bel colpo! Dove sono
adesso? Li ha venduti?
- No. Li ha nascosti in casa, e ha
fatto blindare porte e finestre. Per
questo ho bisogno del tuo aiuto.
Altrimenti, te lo dico francamente,
avrei agito da solo.
- Eh, già! - riconobbe Cyril. -
Cinquanta smeraldi sono meglio di
venticinque.
- Però anche con venticinque il
futuro dei miei fratellini è assicurato
- concluse Lancelot Plumpudding,
filosoficamente.
Decisero di tentare il colpo la
sera stessa. Sapevano che
l'appartamento era deserto. Proprio
quel giorno della settimana la servitù
aveva la serata libera, e lord
Headstone era andato a teatro a
vedere l'"Aida".
Grazie all'abilità di Cyril,
riuscirono a entrare senza nessuna
difficoltà.
Lancelot si diresse a colpo sicuro
verso lo studio del padrone di casa,
Cyril invece indugiò per le altre
stanze e per i corridoi, guardandosi
attorno pieno di curiosità.
L'appartamento sembrava un
negozio di rigattiere, tanto era pieno
di anticaglie. A un occhio esperto
però tutte quelle anfore, statuette,
utensili, gioielli barbari, bassorilievi
e mosaici apparivano subito come
dei falsi grossolani.
- Imitazioni che non
ingannerebbero neppure un bambino
- constatò Cyril; e si chiese stupito: -
Mi domando com'è possibile che
lord Headstone sia tanto
sprovveduto!
Era evidente, dal modo in cui
erano catalogati e protetti dalla
polvere, che il proprietario li
considerava autentici.
Lancelot intanto lo chiamava
sottovoce: - Vieni! Dobbiamo fare
presto. Abbiamo solo mezz'ora
prima che lord Headstone ritorni da
teatro.
Cyril lo raggiunse nello studio e
lo trovò che armeggiava con la
serratura di un armadio. - Secondo il
mio informatore gli smeraldi sono
qui dentro.
La chiave era nella toppa. Un
giro, e le due ante dell'armadio si
spalancarono.
- Il settimo ripiano! - sussurrò
Lancelot.
Ma Cyril si era bloccato,
immobile come una statua,
pietrificato dallo stupore.
Sui ripiani dell'armadio erano
allineate in bell'ordine un centinaio
di statuette di terracotta, che il
proprietario non aveva esposto in
giro per la casa: evidentemente, le
riteneva false o di scarso valore.
Erano coperte di polvere; alte
circa venti centimetri,
rappresentavano tutte la stessa figura
maschile dalla pelle scura, nuda, ad
eccezione di un turbante in testa, e
seduta a gambe incrociate nella
posizione yoga del loto.
- I famosi Indù di terracotta,
scomparsi l'estate scorsa dal tempio
di Shiva alla periferia di Bombay! -
riuscì a balbettare Cyril, con la voce
rotta dall'emozione. - Sono proprio
loro! Statuette autentiche dal valore
inestimabile! Oh, Lance, amico mio!
Non potevi farmi scoprire niente di
più prezioso! Sono l'uomo più felice
del mondo!
Lance lo guardò perplesso: -
Sono pezzi d'arte, dici? Quanto credi
che potremmo ricavarne?
- Non molto, temo. Il loro furto
ha fatto scalpore, e comprarli
sarebbe rischiosissimo per chiunque.
La polizia di tutto il mondo possiede
le loro fotografie.
- Ma cosa significa questo? Non
li voglio per venderli. Li terrò per
me. Per me valgono più di qualsiasi
altra cosa al mondo! - e cominciò a
sfiorarli con dita tremanti. - Guarda,
sembrano identici, invece ogni
gruppo di dodici presenta rispetto
agli altri delle leggere differenze
nella posizione delle braccia e nel
colore del turbante. Alcuni sono
addirittura più alti di qualche
centimetro. Vedi, hanno ancora i
cartellini della catalogazione
originale: Indù A, Indù B, Indù C,
eccetera. Chissà per quali strade
sono arrivati nelle mani di lord
Headstone! E pensare che
quell'ignorante forse li ha presi per
delle imitazioni! - Non "forse".
Certamente. - confermò Lancelot. -
Tanto che non si è fatto scrupolo di
danneggiarli. Ora ti faccio vedere...
Scorse con lo sguardo i ripiani
dell'armadio e si fermò sul settimo
partendo dall'alto, quello
contrassegnato con la lettera G.
Prese in mano una statuetta, la
capovolse e mostrò a Cyril che sul
fondo era stato praticato un buco,
poi richiuso in modo grossolano con
della creta di diverso colore.
- Guarda! Queste statuette sono
le più grandi... E anche le più belle
di tutta la collezione! - ansimò Cyril.
- Tutti gli esperti sanno che gli Indù
G sono la massima espressione
dell'arte indiana.
- Tutti gli esperti... Ma la
vecchia mummia non è mai stata un
esperto. Lui li ha scelti perché sono i
più grandi e perché sono cavi. Gli è
sembrato che fossero il nascondiglio
ideale per gli smeraldi!
Cyril era impallidito per lo
sdegno. Se avesse avuto Lord
Headstone tra le mani lo avrebbe
strozzato.
- Vecchia mummia imbecille e
ignorante! Non si è reso conto che
bucandoli poteva romperli in mille
pezzi?
Lancelot lo guardò freddamente.
- Ti prego di controllare le tue
emozioni. Questi Indù sono
comunque destinati alla rottura...
Cyril lo guardò angosciato: -
Non ti capisco. Abbiamo trovato
delle statue che valgono un tesoro e
tu parli di romperle...
- Non tutte. Solo quelle del
settimo ripiano. Solo gli Indù G. Gli
altri, li lasceremo intatti al loro
posto.
- Sei impazzito? Li porteremo a
casa, invece. E tutti!
- Sta calmo e cerca di ragionare.
Punto primo: non abbiamo portato
con noi il sacco, perché pensavamo
di metterci gli smeraldi in tasca per
dare meno nell'occhio sulla via del
ritorno. Punto secondo: se volessimo
portare via le tue preziose statuette,
di sacchi ce ne vorrebbero almeno
quattro. Punto terzo: dovremmo
perdere due ore a involgerle una per
una nella carta velina per impedire
che si fracassino sbattendo l'una
contro l'altra. Punto quarto: abbiamo
solo un quarto d'ora prima che lord
Headstone rincasi dal teatro...
L'unica cosa che possiamo fare è
rompere gli Indù per così dire
ripieni, intascare gli smeraldi e
filarcela.
Cyril si era accasciato su una
poltrona. In un primo momento
aveva pensato di strappare la fodera
ricamata di un cuscino, gettarci
dentro gli Indù G e portarseli a casa.
Una volta al sicuro avrebbero potuto
studiare con calma il modo di
estrarre gli smeraldi dalle statuette
senza fare troppo danno.
Ma Lancelot aveva ragione.
Ammucchiate alla rinfusa senza
protezione le fragili terracotte
sarebbero comunque andate in
frantumi. E un sacco variopinto sulle
spalle avrebbe destato i sospetti del
portinaio davanti al quale dovevano
passare per forza.
No. Aveva ragione Lancelot.
L'unico modo per impadronirsi degli
smeraldi era quello di liberarli subito
dai loro involucri, e nel modo più
spiccio. Però, all'idea di rompere gli
Indù G, i più belli della collezione,
Cyril si sentiva morire.
- Non posso! Non posso! -
ansimava sempre più pallido.
- Smettila di fare il sentimentale!
- ordinò Lancelot furibondo. - Pensa
ad Anthea, che non può andare al
ballo delle debuttanti perché non ha
uno straccio di vestito bianco. E al
piccolo Cedric, che sarà scacciato
con ignominia dalla scuola se non
pago la retta. E a quel tesoruccio di
Rosamond che ha bisogno di
biancheria nuova e di una scatola di
colori... E al piccolo Oliver... Sai
cosa me ne importa delle tue
dannate statuette!
Afferrato un robusto attizzatoio,
lo sollevò sui preziosi Indù. In quel
momento, attraverso la nebbia,
arrivò la voce del Big Ben che
suonava dodici rintocchi.
- Fra cinque minuti lord
Headstone sarà a casa. Vuoi dunque
che ci scopra e che ci mandi in
prigione? - gemette Lancelot; e calò
con forza il ferro sulla prima
statuetta della fila, che andò in mille
pezzi liberando un mucchietto di
verde splendore.
A quella vista anche Cyril fu
colto da una frenesia distruggitrice.
Prese dal caminetto una molla per le
braci e cominciò a colpire
selvaggiamente gli Indù G,
riducendoli in polvere l'uno dopo
l'altro. Lancelot frugava con dita
avide tra i cocci, prendeva gli
smeraldi e se li infilava nelle
tasche...
Finirono appena in tempo.
Stavano uscendo furtivamente dalla
porta di servizio, quando sentirono
la chiave del padrone di casa che
girava nella serratura dell'ingresso
principale.
Erano già per strada, quando
dalla finestra dello studio uscì il
grido lacerante di lord Headstone: -
Chi ha rotto gli Indù G?
L'indomani i due complici
vendettero la preziosa refurtiva a un
prezzo ancora più alto di quello che
avevano previsto. Il futuro degli
orfanelli Plumpudding era
assicurato.
Nonostante tutti i buoni
proponimenti, anche Lancelot
continuò a fare il ladro, più per
sport, ora, che per bisogno. E
continuò a preferire Cyril a tutti gli
altri complici.
Solo che adesso, ricordando
l'esitazione fatale di quella notte,
ogni volta che lo vedeva titubante, lo
incitava scherzosamente con queste
parole.
- Su, deciditi! Bisogna rompere
gli Indù G.
La frase si sparse nell'ambiente
della malavita, e poi anche fra le
persone oneste. Col tempo le due
parole finali si fusero e gli "Indù G"
diventarono gli "indugi".
Ancora oggi, quando bisogna
decidersi a fare qualcosa per la quale
si è a lungo esitato, si dice che "si
rompono gli indugi".
Capitolo 9: Inghiottire il
rospo.

Perché mai, quando una persona


deve fare qualcosa controvoglia, si
dice che è costretta a "inghiottire il
rospo"?
Un bel pomeriggio d'estate la
bisnipote Nicoletta andò a trovare
Van Vera e le raccontò la storia che
segue...
C'era una volta una principessa
che non riusciva a trovare marito.
Ossia, di mariti ne avrebbe anche
trovati, ma nessuno come lo voleva
lei, e cioè principe, figlio di re.
La poverina, che si chiamava
Priscilla Leopoldina Amedea
Sofonisba Carlotta, non era
propriamente una bellezza. Aveva i
denti storti e sporgenti, le gambe
storte, le orecchie a sventola, e per
giunta un caratteraccio prepotente e
permaloso da mandare in bestia il
più bonaccione dei corteggiatori. Era
pigra e disordinata, ed essendo
principessa trovava naturale essere
servita in tutto senza da parte sua
alzare un dito per gli altri. Per di più
suo padre aveva sperperato il
patrimonio giocando a carte con gli
amici nell'osteria della piazza di
fronte alla reggia.
Quindi né bella, né buona, né
ricca, né volenterosa... chi volete che
fosse disposto a sposare una simile
piaga? Nessuno dite?
Neanche per sogno. Vi sbagliate.
C'erano nel regno almeno una
ventina tra conti, marchesi, baronetti
e altri nobilucci di poco conto che
speravano di elevare il loro rango
imparentandosi con un re. C'erano
almeno una trentina di giovanotti
borghesi molto ricchi che avrebbero
sopportato ben altro che i denti storti
e il pessimo carattere, pur di versare
un po' di sangue reale nelle vene
della loro discendenza. E poi c'era
Marcello, il figlio del maggiordomo,
che, per una di quelle inspiegabili
stranezze dell'animo umano, adorava
la principessa fin da quando l'aveva
vista seduta sul seggiolone, con i
dentini da latte ancora a posto; e da
allora aveva continuato ad amarla
perdutamente, cieco davanti a tutti i
guasti che col passare del tempo si
erano verificati nella sua Priscilla.
Priscilla naturalmente non lo
degnava di uno sguardo, né lui né gli
altri corteggiatori; e gettava nella
spazzatura i mazzi di fiori, i regali, i
biglietti di San Valentino che costoro
le mandavano senza scoraggiarsi.
Lei non intendeva sposarsi al di
sotto del suo rango. Voleva un
principe di sangue reale o niente.
Principi in età da sposarsi però
ce n'erano pochi. E quei pochi erano
più schizzinosi di lei.
- Una principessa consorte deve
rivolgersi ai sudditi con un sorriso
smagliante - diceva uno - e i denti di
Priscilla invece sono proprio un
disastro...
- E con quelle orecchie a
sventola, la corona le andrebbe di
traverso - aggiungeva un altro.
- E con quel caratteraccio,
litigherebbe continuamente col
ciambellano e addio pace a corte... -
osservava un terzo.
Così, ridevano di lei e non la
invitavano neppure ai balli di corte,
perché non si mettesse delle idee
strane in testa.
Priscilla aveva ormai quasi
trent'anni, e non aveva ancora
incontrato l'amore. Era disperata, e
la matrigna - che non vedeva l'ora di
togliersela dai piedi - temeva che per
il gran piangere le sarebbero venuti
storti anche gli occhi. Quegli occhi
castani sparsi di pagliuzze d'oro che
il povero Marcello vedeva in sogno
tutte le notti...
- Mi sono procurata l'indirizzo di
una strega espertissima in magie
migliorative. Stregoneria estetica, si
chiama - annunciò un giorno a
tavola la matrigna. - Priscilla, ti ho
già fissato un appuntamento. Forse
lei potrà risolvere i tuoi problemi.
Priscilla non voleva andare, ma
la matrigna tanto disse che la
convinse. Marcello, in divisa da
autista guidava l'automobile reale.
Purtroppo, davanti a tanto
disastro, la strega si dichiarò
impotente.
- Però, forse posso aiutarvi in un
altro modo - disse, dopo aver
ascoltato la storia della ragazza. -
Avrete il vostro principe di sangue
reale anche restando come siete!
- E in che modo? - chiese
scettica Priscilla ricordando tutte le
delusioni del passato.
- Quindici anni fa - prese a
raccontare la strega, - in un impeto
di rabbia ho trasformato in un rospo
il figlio del re di Monteselvoso, che
mi aveva colpito al naso con la sua
fionda. Oggi il principe avrà poco
meno di trent'anni, un'età proprio
giusta per sposarsi... Perché non vi
prendete lui e non la fate finita con
le vostre lagne?
- Adesso non esageriamo! Non
posso mica sposare un rospo, anche
se di sangue reale - piagnucolò
Priscilla risentita.
- E chi vi dice di sposare il
rospo, scimunita? Non avete mai
sentito parlare di controincantesimi?
Quel ragazzaccio, Regilberto mi
pare si chiamasse, riacquisterà
sembianze umane quando una
ragazza innamorata lo solleverà sul
palmo della mano e gli darà un
bacio. Tornerà ad essere un principe,
e per la riconoscenza non potrà fare
a meno di sposare quella ragazza.
- E come mai nessuno lo ha
baciato in tutti questi anni?
- Perché nessuno sapeva
dell'incantesimo. E perché quello
screanzato non aveva ancora espiato
la sua colpa. Ora i tempi sono
maturi. Sarete voi la sua salvatrice;
Ma, ricordatevi, dovete dargli un
vero bacio, non una di quelle
beccatine veloci che si danno alle
vecchie zie con la paura di essere
punte dai loro baffi...
Dopo di che, in cambio di
qualche moneta d'oro, la strega
spiegò come rintracciare il principe
rospo e come riconoscerlo tra i suoi
simili senza possibilità di errore.
Priscilla infatti aveva dichiarato che
non aveva nessuna intenzione di
andarsene in giro a baciare tutte le
bestiacce schifose che incontrava, in
attesa di capitare su quella giusta.
Al momento della spedizione, la
ragazza era così emozionata che
quasi non si reggeva in piedi; e il
buon Marcello, benché gli
sanguinasse il cuore dalla gelosia,
decise di accompagnarla. Secondo le
istruzioni ricevute, raggiunsero l'orto
di un convento e lì, tra i solchi, sotto
una grossa pianta di cavolo,
trovarono un rospo color verde
pallido maculato di marrone, con un
segno giallo a forma di corona sulla
schiena. Per il resto, era un rospetto
simile a tutti gli altri, con gli occhi
sporgenti, la pelle umida e molliccia
e la gola palpitante.
Al pensiero che qualcuno
potesse baciarlo, Marcello sentì un
conato di vomito. Ma per fortuna
non era lui che doveva rompere
l'incantesimo.
Priscilla da parte sua non ebbe
alcuna esitazione. Già vedeva
brillare davanti a sé l'oro di una
corona Già sentiva il freddo del
metallo prezioso sulle sue orecchie a
sventola.
- La strega ha detto un bacio di
passione, vero? - esclamò e si chinò
veloce sulla bestiola, che,
spaventata, fece un salto di lato. Ma
Priscilla fu lesta ad acchiapparla, la
strinse, viscida com'era, e la sollevò
all'altezza del viso.
- Principe Regilberto - disse. - E'
per merito mio che state per
recuperare la vostra forma umana.
Vi prego di non dimenticarlo,
quando sarete tornato come prima.
Poi protese le labbra e baciò il
rospetto con tanta passione, con
tanto trasporto.. che lo inghiottì.
Bisogna compatirla, poverina.
Era il primo bacio della sua vita e
non aveva esperienza. Il rospetto era
piccolo, ma le si fermò nella strozza
soffocandola.
Priscilla tossiva, paonazza,
furibonda, chiedendo aiuto a
Marcello con gesti muti e disperati.
Marcello le dette un colpo violento
sulla schiena, Priscilla tossì più forte
e finalmente respirò. Ma il rospo,
invece di schizzarle fuori dalla
bocca, aspirato dal risucchio le era
finito nello stomaco: inghiottito,
scomparso!
- Era la mia ultima occasione! -
singhiozzò la poverina.
- Su! Non prendetevela! Vi resto
sempre io - disse Marcello, fattosi
improvvisamente audace. - Provate a
baciarmi. Forse anch'io mi
trasformerò in un principe... - e non
sapeva neanche lui se intendesse
soltanto dire una spiritosaggine, o se
ci sperasse davvero.
- Cretino! - gli rispose Priscilla. -
Vattene! Lasciami sola col mio
dolore! Marcello però non poteva
abbandonare la sua principessa, sola,
di notte, nell'orto dei frati e con un
rospo sullo stomaco. Così la
riaccompagnò a casa, dopo averle
pulito col fazzoletto le scarpe
sporche di fango.
Ma la sua devozione non fu
ricompensata, perché qualche tempo
dopo Priscilla si rassegnò a sposare
il marchese di Frattapà, che aveva
solo un quindicesimo di sangue
reale, ma in compenso era
proprietario di una fiorente
manifattura di salumi, avente per
insegna un porcello incoronato e
seduto sul trono.
Dire che fu un matrimonio felice
sarebbe esagerato, anche perché
comunque Priscilla, con quel
caratteraccio che si ritrovava, felice
non lo sarebbe stata mai.
Da quel giorno, quando una
persona deve fare controvoglia
qualcosa di molto sgradevole, si dice
che è costretta a "inghiottire il
rospo".
Capitolo 10: Scendere a patti.

Questo racconto etimologico si deve


a Michele Van, bisnipote tredicenne
della mitica Van Vera...
C'erano una volta due gemelli di
otto anni, figli del principe e della
principessa di Cefalù, i quali non
abitavano con i genitori nel palazzo
di città. Fin da quando erano nati
abitavano nella villa di campagna
con la balia Rosalia, perché il
pediatra aveva detto che l'aria di
campagna fa bene ai bambini, e
perché la loro madre, una signora di
nobilissime origini e di squisita
educazione, al minimo rumore
soffriva di terribili emicranie. Anzi,
a voler essere precisi, di cefalee; ed
essendo principessa di Cefalù,
bisogna ammettere che si era scelta
una malattia appropriata. Rosalia era
vedova e aveva un bambino della
stessa età dei gemelli, Turiddu, che
andava in giro vestito con gli abiti
smessi dei padroncini e già lavorava
col giardiniere nell'aranceto.
Alla villa, poi, c'era anche
l'amministratore: un signore coi
baffi che andava a cavallo e fumava
grossi sigari profumati.
Per evitare che i due principini
gemelli si confondessero e
scambiassero questi due adulti per i
propri genitori, Rosalia aveva
l'incarico di accompagnarli tutti i
mesi in città a trovare il principe e la
principessa di Cefalù.
Questi viaggi si erano sempre
fatti sulla carrozza padronale,
comoda, ben molleggiata e a prova
di polvere. I gemelli partivano con
gli abiti di tutti i giorni.
Alle porte di Cefalù la carrozza
si fermava vicino a una fontana e
Rosalia dava una bella strigliata ai
suoi pupilli e gli faceva indossare i
vestiti della festa. Per Tancredi, un
completino di velluto verde scuro
con gli alamari d'argento e stivaletti
di vernice. Per Agata, una vestina di
velluto nero con la sottogonna di
mussola a balze e un gran colletto
bianco di pizzo francese.
- Come sono belli i miei
figliuzzi! - sospirava la principessa
di Cefalù, baciandoli in fronte dopo
averli fatti entrare nel suo salottino
personale, sempre in penombra per
via dell'emicrania.
- Brava, Rosalia! Li tenete come
due gioielli. Comprate un torrone a
Turiddu vostro - e allungava alla
balia una moneta d'argento bella
lustra.
Purtroppo, qualche tempo dopo
il loro ottavo compleanno, i gemelli,
da certi discorsi dell'amministratore
col giardiniere, scoprirono
l'esistenza della ferrovia, e che in
città si poteva anche andare in treno.
- Il mese prossimo, niente
carrozza! - disse il piccolo Tancredi.
- Prenderemo la littorina - si
degnò di spiegare Agata.
Rosalia sospirò. Sapeva per
esperienza che se treno volevano,
treno avrebbero avuto. Il guaio era
che, sul treno, non poteva fermarsi
alle porte della città per cambiarli
d'abito e ravviarli a dovere. Ed
essendo una contadina ignorante e
primitiva, non pensava di poter fare
questa toeletta su un mezzo di
trasporto in movimento.
- Non preoccuparti. Partiremo
coi vestiti della festa - disse Agata. -
Staremo fermi e composti.
- Non ci sgualciremo, e non ci
toglieremo neppure il cappello -
giurò Tancredi.
- Eh, no, principuzzo! Un
gentiluomo non tiene mai il cappello
in testa in un luogo chiuso dove ci
sono delle signore - disse severo
l'amministratore.
- Rosalia non è mica una signora
- ribatté il piccolo Tancredi.
- Ma donna Agatuzza sì.
- Ecco cosa faccio, io, alle
signore! - esclamò il bambino,
allungando un calcio alla sorella,
che per tutta risposta gli sbatté sulla
testa la sua bambola di porcellana,
arrivata da Norimberga, mandandola
in mille pezzi.
Rosalia sospirò. Di allungare
uno scappellotto ai principuzzi come
faceva spesso e volentieri con
Turiddu, non c'era neanche da
parlarne.
Di solito i gemelli litigavano
continuamente per la minima inezia,
ma quella volta sul treno
sembravano filare d'amore e
d'accordo. Sedevano tutti composti
sui sedili di velluto della prima
classe, Agata con i boccoli neri ben
accomodati, Tancredi col cappello di
paglia poggiato elegantemente sul
ginocchio. Zitti e seri, guardavano
con interesse la campagna fuori del
finestrino. Ormai erano a metà del
viaggio. Rosalia tratteneva a stento
un sospiro di sollievo. "Forse il
movimento del treno calma i nervi"
pensava. Passarono la stazione di
Patti, e dopo qualche chilometro i
gemelli videro una grande roccia in
mezzo a un campo di grano, bassa e
lunga come un animale acquattato.
- Guarda! Sembra un
coccodrillo! - strillò Agata.
- Ma va! Non vedi che è precisa
a un alligatore? - urlò Tancredi.
No, coccodrillo! No, alligatore!
Dalle parole ai fatti, il tempo d'un
attimo, senza che la povera Rosalia
arrivasse in tempo a dividerli. E non
aveva portato vestiti buoni di
ricambio.
Quando la principessa di Cefalù
si vide davanti i figli pieni di lividi,
spettinati, il colletto di pizzo di
Agata tutto sghembo e stracciato, il
cappello di Tancredi ridotto a una
frittata e gli alamari scomparsi, negò
il bacio, scosse severa la testa e non
dette a Rosalia la solita moneta
d'argento. Per colpa loro le era
venuta una cefalea ancora più forte
del solito.
Il mese dopo...
- Questa volta andiamo in
carrozza. E’ più comodo. Ormai la
voglia del treno ve la siete tolta -
azzardò timidamente la balia.
- Neanche per sogno. Andremo
in treno - dissero i gemelli.
La poveretta si portò dietro un
baule di vestiti di ricambio e trepidò
per tutto il percorso. Ma fino alla
stazione di Patti, Agata e Tancredi si
comportarono come due angeli del
paradiso.
Sennonché, all'apparire della
roccia nel campo: Coccodrillo!
Alligatore! E giù botte da orbi! I
vestiti si potevano cambiare, ma gli
occhi neri, il sangue dal naso,
l'orecchio ferito di Agata che aveva
perduto un pendente di smeraldo
ereditato dalla madrina buonanima...
non si potevano nascondere. Perciò
anche questa volta niente bacio e
niente moneta d'argento.
- State crescendo come due
selvaggi. Mi farete morire - gemeva
la principessa di Cefalù, toccandosi
la fronte dolorante.
Il mese dopo, stessa storia. E il
mese successivo, anche.
- Ho capito - disse finalmente
Rosalia al giadiniere. - Bisogna
eliminare la causa del litigio.
- E come si può fare? Mica si
può sradicare una roccia dalla terra!
Mica si possono accecare i due
principuzzi!
- Ci penserò io - disse la balia
risoluta. - Parlerò al conducente del
treno.
Il mese successivo i due gemelli
e la balia si misero in viaggio come
al solito. I due bambini non avevano
ancora cominciato a litigare, ma
sentivano che l'occasione della
disputa si stava avvicinando; e già si
guardavano in cagnesco.
Quand'ecco, una voce piena
d'autorità risuonò nello
scompartimento attraverso
l'altoparlante: - Per motivi tecnici
indipendenti dalla nostra< volontà,
ci scusiamo con i signori viaggiatori,
ma bisogna scendere a Patti -
ordinava il capotreno.
I motivi tecnici e l'autorità della
divisa colsero di sorpresa i due
principuzzi. Svelta Rosalia li prese
per mano e li trascinò verso lo
sportello d'uscita del treno, che si
stava giusto fermando alla stazione
di Patti.
Dove, guarda il caso fortunato,
era pronta ad aspettarli la carrozza
principesca.
Quella volta ci furono di nuovo i
baci, i sospiri di ammirazione e la
moneta d'argento.
Da allora, ogni volta che i
gemelli prendevano il treno diretti a
Cefalù, succedeva sempre qualche
incidente che li costringeva a
scendere a Patti. Così non ebbero
più occasione di vedere la famosa
roccia a forma di alligatore (o di
coccodrillo?) e mancò loro il
pretesto per litigare. Per lo meno,
non mezz'ora prima di presentarsi
alla loro principesca genitrice.
Rosalia accumulò un bel
mucchio di monete d'argento e sposò
il giardiniere. Ebbe un altro
bambino, le tornò il latte e poté
andare a fare la balia a casa di
Agata, che nel frattempo si era
sposata e aveva avuto anche lei un
figlio; ma era così giovane che non
sapeva badargli, e se non ci fosse
stata Rosalia, il povero piccino se la
sarebbe vista brutta.
Anche il marito di Agata era
giovanissimo, nobile e viziato, e
come carattere non era molto
diverso dalla sposina e dal suo
bellicoso gemello (che nel frattempo
si era arruolato in marina).
Così, quando i due sposini
cominciavano a litigare tirandosi
addosso tutta l'argenteria della casa,
la balia, con i due lattanti attaccati
alle grosse poppe uno da una parte e
uno dall'altra, esclamava: Eh, no,
Agatuzza mia! Eh, no, signorino
bello, così non va! Qui bisogna
immediatamente... scendere a Patti!
E il litigio finiva in una risata
che faceva venire il singhiozzo ai
due poppanti.
Da allora, quando due persone o
due gruppi in stato di belligeranza
trovano qualche soluzione che evita
lo scontro diretto, si usa dire che
"scendono a patti".