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“La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta”

José Granados

Come è presente il Signore nella nostra vita? Il titolo di questa conferenza invita a evitare
astrazioni. Presenza reale e concreta vuol dire che si può incontrare Dio, non al di là del tempo, ma
proprio nello svolgersi paziente della vita. Significa che si può incontrare Dio, non al di là del
corpo, ma proprio nei compiti e negli incontri a cui ci apre il corpo. Si tratta di ricuperare ciò che si
è chiamato una “mistica della carne”1. Il Risorto, per provare che la sua presenza non è falsa e per
mostrare che la potenza dello Spirito è stata reale in lui, si mette a mangiare con i suoi discepoli.
Quali sono i modi in cui Egli continua ad apparire alle nostre famiglia per mangiare con noi?
1. Il Dio reale nella famiglia reale
Ci può aiutare come ispirazione il discorso che Paolo rivolge agli Ateniesi e che ci racconta
san Luca nel libro degli Atti (cf. Atti 17,16-34). Paolo vede gli idoli che si venerano nelle piazze e
sente indignazione. Il suo discorso, invece, comincia avvicinandosi ai suoi interlocutori, lodandoli
perché, tra i tanti loro altari, c’è anche uno dedicato “al Dio ignoto” (Atti 17,23). Quel Dio ignoto
sembra più lontano e, quindi, più astratto, ma Paolo sta per mostrare il contrario. L’apparente
vicinanza degli idoli, che si trovano a portata di mano, perché sono proiezione dei nostri desideri, fa
di loro in realtà essere distanti, che hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non ascoltano. Sono
gli idoli ad essere astratti perché ci invitano a restare nel nostro piccolo mondo, senza scoprire la
realtà che ci circonda.
Quel Dio ignoto è, invece, il Dio che Paolo vuole annunciare, un Dio che ha creato tutto il
genere umano “da uno solo” (Atti 17,26), vale a dire, da Adamo. La menzione di questo “uno solo”
è importante, perché è una menzione della famiglia. Questo “uno solo” può essere considerato, in
realtà, “l’una sola carne” (Gen 2,24) di Adamo ed Eva. Mentre Dio ha creato gli animali secondo la
loro specie, ha fatto una sola famiglia umana. Dio ha voluto agire così proprio perché tutti gli
uomini possano appartenere alla stessa famiglia, ricevendo da Dio gli stesi doni e, innanzitutto, il
dono della comunione tra di loro. La forma della famiglia è, dunque, la prima forma che la presenza
di Dio prende nella vita degli uomini, in modo che questa presenza divina possa essere collegata
all’amore e alla bontà. La possibilità di scoprire il Creatore del mondo passa per ogni uomo, infatti,
attraverso la testimonianza dei suoi genitori e della loro unione.
C’è nel brano paolino un secondo riferimento alla famiglia, questa volta per toccare più
esplicitamente il rapporto con Dio. Paolo cita il poeta greco secondo cui siamo “stirpe di Dio”, vale
a dire, sua famiglia (Atti 17,28). L’Apostolo legge questa frase alla luce della fede in Cristo, in cui
si può dire veramente e con totale convinzione che Dio si è fatto nostro familiare e, quindi, noi
siamo sua famiglia (cf. Eb 2,14). Proprio il fatto di venire da uno solo, di essere tutti in rapporto
familiare tra noi, rende possibile che Dio si faccia uno di noi e ci offra la sua presenza piena,
attraverso i rapporti nel corpo, che sono rapporti familiari.
Comprendiamo allora quale sono quei tempi e luoghi che, secondo Paolo, Dio ha fissato per
gli uomini, in modo che potessero trovarlo (Atti 17,26-27). Il luogo è il corpo aperto ai rapporti
familiari. Il tempo è il corso delle generazioni, che assicura che tutti veniamo da uno solo e
condividiamo la stessa storia. La visione di Paolo sul creato si torna qui concreta, in quanto si
rivolge alla famiglia e al suo cammino nel tempo. In questo contesto è possibile comprendere il
traguardo di quella presenza piena di Dio che avverrà nella risurrezione della carne, tema con cui
Paolo finisce il suo discorso. Se Dio era presente ormai nella carne degli uomini, luogo della loro
unità, non è strano che la salvezza possa venire a noi attraverso la risurrezione della carne di Cristo.
Gli Ateniesi, come sappiamo, hanno rimandato l’ascolto di Paolo per un’altra occasione
(Atti 17,32). Avevano magari paura di un Dio troppo vicino? Anche noi facciamo fatica a trovare
Dio nel concreto. Forse una ragione sono i presupposti del nostro mondo moderno, che ha separato

1
Cf. F. Hadjadj, Mistica della carne. La profondità dei sessi (Medusa, Milano 2009).

1
chiaramente la regione delle cose materiali dalla regione della mente. Il mondo delle cose è mosso
dalle leggi naturali, è misurato dalla matematica esatta, è conoscibile in modo determinato, ed è
comune a tutti. Il mondo della mente, d’altra parte, quello più specificamente umano, è il mondo in
cui si trova senso, ma la cui misura dipende dal punto di vista di ognuno e che non può essere mai
un mondo condiviso.
Ci sono certamente visioni religiose per cui questa separazione è adeguata. Si tratta delle
mistiche che cercano di fuggire la concretezza delle cose per trovare Dio nel silenzio isolato dello
spirito. Dio non è presente nell’agire concreto del mondo, ma solo nell’area riservata
dell’interiorità. Per esprimere questo si può usare un’immagine informatica: Dio non si cura
dell’hardware dell’universo, ma solo del software, vale a dire, della soggettività dell’uomo che vive
nel mondo2. Dio ci illumina, ci ispira, ci muove il cuore, ma non si rende presente negli eventi
materiali, né è capace di influire su di essi. In questo modo, però, Dio diventa un Dio astratto.
Una difficoltà di questa prospettiva è che tende a coltivare uno sguardo isolato che è, nel
fondo, difficile da distinguere dal sogno. Diceva il filosofo greco Eraclito: “quelli che sono svegli
hanno un unico mondo comune, ma nel sogno ognuno si apparta in un mondo a lui proprio”. Questa
spiritualità non è in fondo una vita nei sogni, lontana, appunto, dalla realtà?
Il problema si pone di modo singolare per la fede cristiana. Essa non può accettare un Dio
che si limiti a controllare, per così dire, il software, perché questo Dio non sarebbe capace di aver
creato i nostri corpi né di ridare loro la vita nella risurrezione. Un Dio che non è Signore della
materia, e che non si rende presente anche nella materia, non può essere il Dio e Padre del Nostro
Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto carne, che ha morto ed è risorto per noi nel suo
vero corpo.
Come è possibile ricuperare di nuovo la concretezza della fede? Il luogo dove s’incontrano
questi due mondi – il mondo della soggettività, il mondo della materia – è appunto il nostro corpo.
Il corpo è, da una parte, soggettività, vita personale. Allo stesso tempo, tuttavia, il corpo è anche
parte del mondo materiale che ci circonda. La presenza di Dio può essere concreta proprio perché
egli si rende visibile nel nostro corpo, vale a dire, in quel luogo dove ci apriamo al mondo ed
entriamo in rapporto con gli altri uomini. Questo significa che il luogo per trovare Dio non è la
nostra soggettività isolata, ma la nostra relazionalità.
Viene alla mente l’espressione di san Giovanni Paolo II quando parlava di una “spiritualità
del corpo”. Si tratta di una spiritualità che, proprio perché tocca la carne, è legata ad una pedagogia,
e richiede la pazienza del tempo. Dice così il santo Papa della famiglia:
Proprio qui appare chiaro che la teologia del corpo, quale ricaviamo da quei testi-chiave
delle parole di Cristo, diventa il metodo fondamentale della pedagogia, ossia dell’educazione
dell’uomo dal punto di vista del corpo, nella piena considerazione della sua mascolinità e
femminilità. Quella pedagogia può essere intesa sotto l’aspetto di una specifica “spiritualità del
corpo”; il corpo, infatti, nella sua mascolinità o femminilità è dato come compito allo spirito umano
(ciò che in modo stupendo è stato espresso da San Paolo nel linguaggio che gli è proprio) e per
mezzo di una adeguata maturità dello spirito diventa anch’esso segno della persona, di cui la persona
è conscia, ed autentica “materia” nella comunione delle persone. In altri termini: l’uomo, attraverso
la sua maturità spirituale, scopre il significato sponsale proprio del corpo3.

Per poter immaginare questa “spiritualità del corpo” bisogna rinunciare ad un modo di
comprendere lo “Spirito”, molto comune oggi, come mente opposta alla materia. Al contrario, il
modo adeguato di comprendere lo spirito è la capacità di relazione, secondo lo ha descritto la
Bibbia e la tradizione teologica, chiamandolo con il nome di amore e comunione. Questo significa
certamente rinunciare all’idea di uno Spirito la cui voce risuona solo nel nostro isolamento, e la cui
saggezza possiamo discernere unicamente tramite le nostre emozioni interne. Se lo Spirito è

2
Cf. R. Spaemann, Meditationen eines Christen. Eine Auswahl aus den Psalmen 52-150 (Klett-Cotta,
Hamburg 2016) 211.
3
Cf. Giovanni Paolo II, L'amore umano nel piano divino: la redenzione del corpo e la sacramentalità del
matrimonio nella catechesi del mercoledì (1979-1984) (LEV, Città del Vaticano 2009), cat. 8 Aprile 1981, n.4.

2
relazione, allora la sua presenza va legata ai rapporti concreti della carne e ha sempre conto della
logica di questi rapporti, nella pazienza del tempo.
Ebbene, questa presenza dello Spirito come comunione, che si rende presente nei rapporti a
cui ci apre il corpo, si sperimenta in primo luogo nella famiglia. Nella famiglia, infatti, i rapporti di
amore e comunione sono sempre legati alla corporalità. La famiglia è il primo luogo dove s’impara
a mettere insieme spirito (come amore luminoso ed efficace) e corpo (come apertura all’incontro
con gli altri e, quindi, all’amore). La famiglia è la risorsa principale per una spiritualità concreta.
A questo punto è importante domandarsi cosa significa la “famiglia reale” di cui parla Papa
Francesco (Amoris Laetitia 315). Come sapere quando una cosa è “reale”? Come abbiamo indicato
prima, è utile la distinzione tra “realtà” e “sogno”. Famiglia reale non è solo la famiglia che c’è, ma
è la famiglia che non dorme, la famiglia i cui membri sono svegli. Ci sono famiglie, infatti, in cui i
membri non escono da loro stessi, vivono solo nei loro progetti e desideri privati, senza condividere
la vita. Queste famiglie sono famiglie che non abitano la realtà, ma vivono nel mondo privato dei
sogni. Come sappiamo se una famiglia è reale?
Possiamo dire, in primo luogo, che la famiglia è reale quando gli sposi escono dal loro
mondo e condividono lo stesso mondo comune. E dobbiamo aggiungere che il loro amore potrebbe
essere anche un amore sognato se rimane solo nell’esperienza dei due, se non si apre al di là della
coppia, alla presenza di un terzo. La famiglia è una famiglia reale, e non un sogno che sogniamo
insieme, quando l’amore si rende presente nella società, si trasmette ai figli, si prolunga nel tempo
in modo stabile. Ecco perché la famiglia reale, in cui secondo Papa Francesco abita il Signore, è la
famiglia che poggia sul matrimonio, è la famiglia aperta alla vita, è la famiglia dove si pronuncia il
“per sempre” (“per tutti i giorni della nostra vita”) degli sposi. Il problema con gli altri cosiddetti
“modelli” di famiglia è che, sebbene possano essere molto diffusi statisticamente, non sono reali.
Concludiamo, quindi, che la presenza reale di Dio ha bisogno della famiglia reale, e
viceversa. Vorrei in seguito percorrere con voi delle esperienze familiari in cui Dio si rende
presente proprio nel concreto della vita e del tempo. Questo vuol dire che si mostra come il Dio che
“dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che ancora non esistono” (cf. Rom 4,17). A questo
riguardo è interessante ricordare la teologia della creazione, che ci parla appunto della presenza di
Dio nel mondo, come colui che lo ha creato, lo sostiene nell’essere e lo guida verso la sua pienezza.
In realtà, la creazione significa che Dio crea il mondo come una dimora dove egli vuole
abitare, il che è chiaro se consideriamo che l’opera del Creatore è presentata come una preparazione
per l’edificazione del Tempio. Il Sabato, giorno del riposo di Dio, ci ricorda come Dio, dopo la
costruzione del Santuario, è entrato a sedersi sul suo trono. In questa luce possiamo dire che la
creazione è anche creazione di una dimora. Gesù stesso ha identificato il principio del mondo con la
creazione dell’uomo e della donna (cf. Mt 19,4: “da principio li fece maschio e femmina”). Si
potrebbe pensare anche che la creazione è in realtà una “creazione della famiglia”, di ogni famiglia.
Non è il matrimonio una nuova creazione, nella quale comincia ad esistere un nuovo essere con un
nuovo fine? E non è Dio il creatore di questa nuova unità (“ciò che Dio ha unito”), che accompagna
anche il cammino degli sposi? A partire da questa icona della creazione possiamo comprendere
meglio come Dio agisce nella famiglia reale e concreta.
2. La presenza di Dio nel corpo della famiglia
Il luogo più concreto per cominciare la ricerca di Dio è il proprio corpo. Quando vogliamo
sapere se siamo svegli, è il senso del tatto che ce lo assicura. Il corpo sembra, da una parte, la realtà
più allontanata da Dio, che è Spirito. Tuttavia, è stato il corpo il luogo dell’azione più potente del
Signore nella storia, nell’Incarnazione di Gesù e nella sua Croce, Risurrezione e Ascensione in
cielo.
Il nostro corpo è testimone che non siamo noi a darci la vita. Esso ci ricorda tutto ciò che
nella vita non è opera nostra e ci antecede, come sostrato del nostro operare. C’è una saggezza più
antica che ha modellato bene le nostre membra, e che è stata mediata dall’unione tra i nostri
genitori. Ecco perché l’accettazione del proprio corpo come buono è legata all’accettazione di
essere figli dei nostri genitori. E i nostri genitori, da parte loro, danno testimonianza di un’origine
3
più alta, che scappa le loro previsioni e i loro piani. Ricordiamo a questo riguardo la testimonianza
della madre dei Maccabei che, davanti al martirio dei figli, ricorda loro che non sa come sono
apparsi nel suo seno, e che non è stata lei, ma il Creatore, a formare le loro membra (cf. 2 Mac
7,22ss). Se impariamo a leggere la presenza di Dio nel nostro corpo, allora questa presenza del
Creatore non sarà mai solo quella di una spinta iniziale che mette in motto i nostri giorni, come se
Dio fosse un orologiaio gigante. Al contrario, Dio apparirà piuttosto, come ce lo mostra la Bibbia,
come un’origine che non smette di generarci, come la fonte è sorgente costante del nostro fiume.
Tutto questo ci invita ad una reverenza per il proprio corpo, che diventa riverenza per il
corpo degli altri. Infatti, accettare il proprio corpo come mistero significa accettare anche che il
corpo dei nostri genitori, da dove siamo nati, è mistero. E significa accettare, dunque, che la
differenza sessuale, come posto dove si genera la vita, è apertura a questo mistero. Il rispetto del
proprio corpo è allora rispetto del corpo del marito o della moglie, ed è rispetto per il corpo dei figli.
San Paolo ci esorta: “che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità̀ e rispetto, non
come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio” (1 Tes 4,4). La parola
“corpo” può essere anche tradotta, in questo testo, come “moglie”. Giovanni Paolo II,
commentando questo brano, parla del dono di pietà che, nel matrimonio, vuol dire riverenza verso il
corpo dell’altro come luogo della presenza di Dio4.
Dio si rende presente nel corpo sessuato perché l’uomo e la donna, quando si incontrano, lo
fanno in quel luogo preciso dove essi stessi sono stati creati. L’uomo e la donna nell’atto coniugale
rivivono il mistero della loro creazione e, in questo modo, si rendono capaci di generare dei figli. Le
radici della crisi moderna della famiglia si trovano in questa perdita di riferimento della sessualità
verso il sacro. Privato del riferimento alla trascendenza, il desiderio sessuale si curva su sé stesso
autoreferenzialmente e finisce per esaurirsi vanamente.
Ciò che è vero per il nostro corpo, che testimonia l’azione costante di Dio, è vero anche per
il corpo sponsale, l’unica caro che “Dio ha unito”. Così come Dio è creatore della materia e del
corpo, Egli è anche creatore del corpo comune dei coniugi. In questo modo è chiaro che la nostra
unione non è opera nostra, ma dipende dall’azione divina. Ricordiamo a questo riguardo
l’immagine di san Tommaso, secondo cui Dio da continuamente l’essere alle cose, come il sole che
continuamente illumina l’aria in modo che, se esso va via, sparisce immediatamente anche l’aria
illuminata5. L’immagine ci aiuta a capire come Dio ci ha unito con il vincolo coniugale e come
continua ad unirci. Non potremmo rimanere uniti se non ci fosse la forza di Dio che ci collega come
marito e moglie, e che rende possibile l’amore con cui ci uniamo tra di noi.
Aggiungiamo che la presenza di Dio nel corpo creato appare singolarmente nella fecondità
di cui il corpo è capace. Pensiamo all’esperienza del lavoro oppure dell’arte. Con le nostre mani
riusciamo a produrre delle cose dalle quali ci stupiamo, come se venissero da un altro. È un segno
chiaro che nel contatto con il mondo che ci circonda si genera un “di più”. L’ambiente creaturale è
sempre un ambiente fecondo, perché aperto alla costante benedizione del Creatore. Il segno più
grande della fecondità del corpo è proprio la nascita del figlio. Ogni madre può fare suo il grido di
Eva, e dire: “ho concepito con l’aiuto del Signore!” (cf. Gen 4,1; per Adamo, cf. Gen 5,1-3).
Il fatto che Dio si renda presente, non solo come fondamento, ma anche come frutto
dell’unione coniugale, invita ad una visione piena di speranza. Non cerchiamo Dio solo quando le
fondamenta falliscono, ma anche, e magari soprattutto, quando la vita mostra la sua
sovrabbondanza e chiediamo che questa sovrabbondanza si prolunghi e renda ancora più frutto. Dio
è Padre non solo come figura del passato, ma anche nella sua forza generativa, come colui che
genera per noi un presente e un futuro sempre nuovi.

4
Cf. Giovanni Paolo II, L’amore umano..., op.cit., cat.57,2-3; cat.58,7; cat.89,1-3,6; cat.95,1; cat.126,4; con
riferimento a Humanae Vitae, cf. cat.131,2; cat.132,1,6.
5
Cf. Summa Theologiae I, q.8, a.1, in co.; I, q.104, a.1, in co.

4
3. La presenza di Dio nel linguaggio: il nome
Un’altra esperienza concreta che rivela la presenza del Signore è il linguaggio. Anche qui ci
muoviamo nell’ambito della creazione, perché Dio ha creato tutto con la sua parola. Il linguaggio ha
a che fare radicalmente con la famiglia, ecco perché parliamo di “lingua materna”. Il linguaggio
potrebbe chiamarsi la dimora dell’uomo, il suo ambiente proprio, perché solo dentro di esso
possiamo sapere chi siamo.
Ebbene, questo linguaggio, anche nelle sue espressioni più semplici, ci rimanda ad un
mistero. È interessante a questo riguardo il fatto che gli scienziati ancora non sono riusciti a capire
come impara un bambino a parlare6. Questo è segno di un mistero: chi conoscesse l’origine del
linguaggio, conoscerebbe magari anche l’origine dell’umanità. Anche il linguaggio ci rimanda,
infatti, alla nostra creazione: Dio ha creato il mondo con la sua parola, anzi, nella sua parola, poiché
lo ha creato nella conversazione eterna del Padre con il Figlio.
Il linguaggio ci aiuta a pronunciare la nostra identità. È con il linguaggio che parliamo e
raccontiamo la nostra storia. Ogni dimora familiare è una dimora del linguaggio, in cui s’insegna a
parlare e si vive della parola. Il linguaggio ci parla di altri, in primo luogo, poiché l’abbiamo
imparato da altri. Si può dire che il linguaggio porta con sé sempre un ricordo dalla nostra origine e,
se ci pensiamo bene, quest’origine sale di generazione in generazione, evocando la presenza del
Creatore, che fu il primo a parlare.
Una parola importante a questo riguardo è il nome. Portiamo un nome che dice il segreto più
grande della nostra persona, e questo nome non lo abbiamo deciso noi. Nel nome proprio si è visto
sempre un mistero. Solo possono donarlo i genitori, e si fossero altri a imporlo su di noi, non
saremo pronti ad accettarlo, o lo faremo malvolentieri, come una realtà aliena a noi stessi. Sono i
genitori, infatti, che hanno assistito al momento della nostra creazione. Ecco perché solo loro hanno
la capacità di nominare, di pronunciare la parola che meglio esprimerà la nostra identità e anche,
secondo la visione biblica dei nomi, la nostra missione.
Questo ci invita a considerare anche le nostre conversazioni familiari come un luogo di dono
e di presenza del mistero. Secondo alcune teorie sull’inizio del linguaggio, esso ha a che fare con il
desiderio di simbolizzare il mondo, il che trova la sua espressione più chiara nel rito religioso. Il
linguaggio avrebbe allora un’origine vicino al divino, come se fosse una rivelazione. Così
consideravano gli ebrei il linguaggio sacro, e raccontavano che la confusione di Babele è stata
dovuta proprio all’aver dimenticato quella lingua divina che permetteva agli uomini di comunicarsi.
Ricordiamo che il linguaggio non è solo descrittivo della realtà, ma costitutivo di realtà.
Quando parliamo non solo ripetiamo ciò che ormai c’è, ma siamo capaci di creare delle cose nuove.
In qualche modo continuiamo a sperare una parola, una parola che chiarisca i nostri dubbi e ci porti
luce, una parola che venga dal futuro.
Tutto questo è importante per la nostra famiglia, specie per il modo in cui conversiamo. La
conversazione, soprattutto a tavola e nei giorni di festa, è un momento in cui tocchiamo il mistero
della nostra vita e della vita dell’altro, che si apre al mistero di Dio Creatore. Senza conversazione
non ci sarebbero neanche beni comuni, beni condivisi, e ognuno vivrebbe nel suo sogno, lontano
dalla realtà della famiglia.
Insieme alle parole c’è anche il silenzio. Il silenzio non è l’opposto alla parola, ma quello
che ci permette di comprendere il senso ultimo della parola e di raccogliere tutta la sua ricchezza.
Pensiamo al silenzio del pubblico che segue ad un concerto e che precede l’applauso. Il silenzio
permette che la musica continui a risuonare in noi, così che cogliamo tutta la verità che era presente
in essa ma che non ci era stato dato di cogliere pienamente. Ecco perché, quanto più grande è il
silenzio, più lungo l’applauso dopo il concerto.
Tutto ciò che abbiamo detto sul linguaggio e sul corpo ci ricorda i sacramenti, dove
troviamo sempre una parola e un corpo. Pensiamo in primo luogo al Battesimo: riceviamo un nome,
che è il nome che Dio ci dona, e che è anche un nome vicino al suo, il nome che si pronuncia nella

6
P. Bloom, How children learn the meanings of words (MIT Press, Cambridge, MA 2000).

5
formula battesimale (il nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo). Pensiamo all’Eucaristia,
dove si da nome alla consegna per amore di Gesù: il mio corpo per voi, in gratitudine al Padre...
Infine, nei sacramenti il corpo e il linguaggio si uniscono affinché in essi si trasmetta l’amore di
Dio. Allo stesso modo, nella famiglia, anche abbiamo il dono del corpo nei nostri rapporti concreti,
e delle parole che diciamo per nominare questi rapporti, per accoglierli nella nostra vita, per
condividerli... Tre modi singolari di questa presenza di Dio nella parola sono la promessa, il
perdono e la benedizione del frutto.
4. La presenza di Dio nel tempo: promessa, perdono, frutto
4.1. Promessa
Una parola importante nella famiglia è la promessa. La promessa dice l’alleanza. La
promessa ci ricorda che i nostri giorni possono edificare insieme una storia. Grazie alla promessa
evitiamo di cadere nella tirania dell’istante. Promettere vuol dire impostare la storia della propria
vita insieme alla vita dell’altro, in modo che i due racconti siano un solo racconto. Chi promette
rinuncia a percorrere la sua strada da solo, ma è una rinuncia che arricchisce, perché si potenziano
le possibilità a partire di un essere nuovo formato dai due.
La promessa è concreta, perché ci libera dall’astrazione dei momenti isolati (“astratti” dalla
nostra storia). La promessa è inoltre apertura alla presenza di Dio: come promettere, infatti, per tutti
i giorni della vita, se non ci affidiamo a qualcuno che è padrone del futuro? La promessa non può
contare solo con le proprie forze, neanche con le forze solo dell’altro o dei due insieme. C’è
bisogno in primo luogo di una comunità che sorregga, ma c’è anche bisogno di un riferimento a
Dio, Signore del tempo.
È la fede in Dio creatore che ci permette di vedere nella creazione una grande promessa7. Ci
sono tante cose nel mondo che non cambiano. Ci sono le leggi della natura, che ci permettono di
operare con fiducia nel nostro lavoro. C’è anche il nostro carattere o modo di essere, che ci permette
di sapere come reagiremo e come reagirà l’altra persona, come saranno i suoi gusti o preferenze.
Senza di questo la convivenza sarebbe impossibile. Ma tutta questa regolarità, su cosa si sostiene?
In realtà l’unica ragione per confidare che le cose continueranno ad essere sempre così non è nelle
cose stesse. Nessuna legge della natura ha in sé stessa il suo fondamento. Non c’è nessuna legge
della natura che dica che le leggi della natura devono essere sempre stabili. La fede biblica nella
creazione presenta la regolarità del mondo come espressione della fedeltà di Dio alla sua opera.
Questo è importante perché vuol dire che Dio è la garanzia della fedeltà delle cose. La fedeltà delle
cose è un effetto della fedeltà di Dio. Ma Dio è fedele con una fedeltà nuova, che non si logora e
non annoia. La fede in Dio non ci parla solo della regolarità delle cose, ma ci dice anche che questa
regolarità è al servizio di qualcosa di più grande, che è la regolarità dell’amore e del suo frutto.
La rutina della vita familiare ci aiuta certamente a strutturare il nostro tempo, a confidare ai
ritmi concreti. E anche in questa rutina possiamo vedere la fedeltà di Dio con noi, giorno dopo
giorno. Tuttavia, questa regolarità non può diventare scusa per non metterci in gioco, poiché questa
regolarità è al servizio dell’alleanza e, quindi, dell’amore che sempre porta frutto. Tutto questo è
presente nella promessa in cui marito e moglie vivono, e che è la casa per i loro figli. È una
promessa che conta sulla conoscenza mutua, e che lavora giorno dopo giorno per poter restare
insieme all’altro.
Come è possibile restare fedele all’altro, anche quanto tutte le cose si scombinano e questa
regolarità sparisce? Come è possibile restare fedele quando cambia il nostro carattere e il carattere
del nostro sposo? Ricordiamo che la fedeltà non poggia in ultimo termine su questo carattere
costante e sulla previsione delle forze comune, ma è fedeltà all’alleanza con l’altra persona, proprio
in quanto la persona dell’altro ci invita a rivolgerci verso il mistero di Dio. La continua sfida è
quella di vedere l’altro nella sua vocazione, una vocazione che non si misura in me, nella mia utilità

7
Cf. Clemente Romano, Ad Corinthios XX.

6
o nel mio piacere. Una promessa per tutta la vita solo è possibile perché si conosce che l’altra
persona contiene qualcosa che supera il flusso del tempo e resiste ai cambiamenti.
La promessa accompagna il tempo della famiglia e, ogni volta che la rimemoriamo
(specialmente negli anniversari e nella celebrazione dei sacramenti) allora il Signore si rende
presente in mezzo a noi. Ogni piccolo gesto di fedeltà al nostro sposo o sposa, e anche ai nostri
figli, è un momento di fedeltà sostenuto da Dio stesso. Questo è così, non solo in virtù della
presenza del Creatore nella nostra vita, ma anche in virtù dell’Incarnazione e redenzione di Cristo,
su cui si fonda il sacramento del matrimonio.
Dice un proverbio tedesco: “gli anni conoscono cose che i giorni neppure sospettano”.
Questa presenza del Signore non si coglie direttamente nei giorni, perché la sua azione è discreta.
Ma abituarsi a meditare i lunghi tempi della vita ci offre un altro sguardo, in cui vediamo di più la
mano provvidente che ha sostenuto la nostra promessa lungo il cammino della vita. Ricordiamo
come finisce la grande opera di Manzoni, I promessi sposi: “Dopo un lungo dibattere e cercare
insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta
più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza
colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”.
4.2. Fragilità e perdono
L’esperienza della promessa ci mostra come Dio si rende presente nella famiglia proprio
nell’intrecciarsi del tempo. Non arriviamo a Dio al di là del tempo, ma solo quando viviamo in
profondità il nostro tempo, scoprendo l’unità del nostro tempo secondo il disegno del Padre per noi,
vale a dire, secondo la nostra vocazione. Ebbene, nel tempo impariamo la nostra dipendenza, il
bisogno di contare con gli altri e con il sostegno di una comunità più ampia. Da soli non possiamo
ricordare la nostra origine, non possiamo promettere per tutta la vita, non possiamo portare frutto
nel futuro. Se accettiamo il flusso del tempo ed esercitiamo in esso la memoria grata, la fedeltà
quotidiana e la speranza del frutto nuovo, allora la nostra vita esce dall’isolamento. Grazie al tempo
siamo figli e apparteniamo alla nostra famiglia e possiamo diventare genitori e dare vita ad altri.
Grazie al tempo la nostra vita si apre verso Dio, a cui chiediamo: “insegnaci a calcolare i nostri
giorni” (Sal 90,12).
Un momento singolare per cogliere la presenza del Signore nel tempo della famiglia è
l’esperienza del perdono. C’è il perdono piccolo e il perdono grande, ma ogni perdono possiede una
forza creativa. Chi ha commesso una offesa contro l’altro ha rotto quel vincolo sacro che era
contenuto nella promessa dell’alleanza. Egli non si è mostrato affidabile davanti alla sfida della
promessa, ovvero non si è mostrato essere colui che aveva promesso di essere. In questo modo la
sua storia si stronca. Mentre le offese piccole solo feriscono l’unità della nostra storia, le offese
grande fermano del tutto il flusso coerente dei nostri giorni.
In queste occasioni nasce la vergogna. Essa è un segno di speranza. Se ci vergogniamo è
perché riconosciamo che qualcosa si è rotto, il che vuol dire che il filo della storia non si è perso del
tutto. Se la vergogna ci rivela che qualcosa si è rotto, allo stesso tempo ci dice che non possiamo noi
stessi ricomporre la nostra storia. Il peccatore è, come dice la Bibbia, “un soffio che va e non può
tornare” (Sal 78,39). È impossibile tornare da solo perché quello che si è rotto non era opera nostra,
ma una promessa fatta con altri e sigillata davanti al mistero ultimo della vita.
Davanti a questo, comprendiamo la forza creativa del perdono. Perdonare è possibile solo se
si ricorda la grandezza della promessa, una grandezza più grande di qualsiasi offesa. La promessa è
più grande, non perché noi abbiamo promesso con grande intensità, ma perché poggia sulla parola
di Dio stesso. È dunque il ricorso alla sua fedeltà che ci permette di perdonare il fratello. Ecco
perché, quando riusciamo a vedere l’altro come Dio lo vede, allora è possibile la speranza che il
prossimo cambierà e, quindi, anche il perdono. Le parole “perdonami” e, “ti perdono”, sono sempre
parole che toccano il mistero della persona in Dio, parole in cui il Signore abita la famiglia reale e
concreta.
A questo riguardo possiamo pensare ad un altro brano dei Promessi Sposi, dove si racconta
quel famoso “pane del perdono” di Fra Cristoforo. Questo pane, che Fra Cristoforo teneva in una
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piccola scatola come ricordo della sua vocazione, gli era stato donato in segno di perdono da una
famiglia a cui aveva gravemente offeso, uccidendo un figlio. Fra Cristoforo dona questo pane alla
copia di promessi sposi, chiedendoli di perdonarsi e di insegnare questo perdono ai figli, poiché sarà
la loro arma in un mondo così pieno di difficoltà.
4.3. Il futuro del frutto
Se Dio è presente nella promessa che collega tutti i giorni della vita, Egli è anche presente in
un’altra dimensione del tempo: il futuro. Magari pensiamo che questa presenza nel futuro non sia
reale e concreta. Invece per noi il futuro è molto reale, perché viviamo tesi verso di esso. Basta
ricordare quel poema di Leopardi, Il sabato del villaggio, in cui si descrive il giorno anteriore alla
festa, vero giorno di gioia perché la speranza è ancora piena.
Dio è, nella Bibbia, il Dio che viene. Il futuro, che tante volte ci mette paura, è in realtà il
volto di Dio, a cui possiamo affidarci. Il fatto che Dio si trovi nel futuro non significa che il suo
volto non sia concreto. La mamma incinta che attende il bambino attende qualcosa di molto
concreto. E anche nel nostro lavoro, il frutto che aspettiamo è sempre concreto.
Nella vita cristiana il futuro prende la forma, non del progetto che vogliamo realizzare da
soli, e neanche della realtà totalmente ignota che ci fa paura, ma proprio di un frutto. Il frutto è
qualcosa che viene da noi e attraverso di noi, ma allo stesso tempo ci supera. Ecco perché il frutto è
possibile solo se ci apriamo a qualcosa di più grande di noi, come l’albero si apre alla pioggia e al
sole e alla terra piena di minerali.
Il futuro che Dio ci dona si è anticipato per noi in Cristo risorto, frutto definitivo della storia.
Per gli sposi quest’azione di Dio che promette il frutto è presente ormai nel giorno del loro
matrimonio, come segno dell’amore di Cristo e della Chiesa. Gli sposi trovano Dio in quanto
trovano qualcuno che apre per loro un futuro nuovo e garantisce questo futuro lungo tutto il
cammino.
Questa presenza di Dio nel futuro è importante, da una parte, se pensiamo alla generazione e
all’educazione dei nostri figli. Educare significa sempre lavorare per il futuro. Questo futuro è
presente nel volto dei figli, che portano sempre qualcosa di nuovo, al di là dei nostri progetti e
desideri.
La presenza di Dio attraverso il frutto ci aiuta anche a cogliere la sua presenza nei momenti
di difficoltà. A volte l’unico modo di toccare la bontà di Dio è proprio la speranza che egli agirà
definitivamente per salvarci dal male. Ecco allora che Dio si rende presente nel dolore, e non perché
toglie immediatamente il dolore, ma perché rende il dolore fecondo.
Conclusione: l’Esamerone della famiglia
Come conclusione possiamo ricapitolare questa presenza di Dio nella famiglia per analogia
con la sua presenza nel creato. I Padri della Chiesa hanno scritto dei bei commenti sui primi giorni
della creazione, sul Esamerone (sei giorni). In certi casi i Padri hanno letto anche questi sei giorni in
riferimento alla Chiesa, come ricreazione del mondo. Così, ad esempio, per sant’Agostino il
firmamento della Chiesa è la Sacra Scrittura, che copre tutto il cammino dei fedeli come un libro
aperto che permette di capire il disegno celeste8.
Sarebbe possibile anche leggere i giorni della creazione come creazione della famiglia? La
famiglia nasce da una parola, che è la parola con cui Dio ci chiama all’amore. Questo amore non è
buio, ma pieno di luce: ecco perché ogni famiglia comincia con la creazione di una luce. Il
firmamento sotto il quale vive la famiglia è l’amore di Cristo e della Chiesa, che mai li abbandona.
Questa promessa si estende, come il firmamento, su tutta la loro vita. Rimarrà anche nell’infedeltà
come una promessa che chiama al ritorno e ricorda che il perdono è possibile.
Poi possiamo continuare immaginando il resto della “creazione” della famiglia. C’è la terra,
separata dal caos delle acque, che può rappresentare il vincolo d’amore degli sposi, la una sola

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Cf. Sant’Agostino, Confessioni XIII.

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carne, che riflette il firmamento dell’amore di Cristo nella vita concreta degli sposi. Ci sono le
stelle, che ricordano i tempi della famiglia, aiutandola ad orientarsi nel cammino del mondo.
Nella sua apertura verso il cielo, la terra è feconda, ricordando la chiamata della famiglia a
dare frutti in tante opere nella Chiesa e nella società. È la fecondità della misericordia con quelli
che, come i pesci vivono nell’abisso; è la fecondità che rende gli uomini capaci di volare, come gli
uccelli. La fecondità massima è quella dei figli, che portano l’immagine e somiglianza dei genitori e
di Dio.
Alla fine si trova lo Shabbat, il riposo, che simbolizza la festa, propria della famiglia, come
luogo dove siamo amati per noi stessi e troviamo un riflesso della gloria di Dio. Lo Shabbat
simbolizza anche l’apertura di un tempo in cui la famiglia agisce insieme al Signore lungo la storia,
verso l’incontro pieno con il Signore che è stato presente lungo tutto il cammino.
In conclusione, abbiamo almeno intravvisto come la presenza del Signore abita sempre nel
nostro corpo e del nostro tempo. Dio non è astratto, ma è la realtà più concreta che ci possa essere,
perché comunica l’essere a tutte le cose. Soltanto un Dio così è capace di creare il mondo e di
operare in esso, come ce lo mostra Michelangelo nella Sistina, un Dio indaffarato con tutta la sua
energia nell’opera di edificazione delle cose. Ricordiamo, per riassumere, una storia raccontata da
Martin Buber, che potrebbe applicarsi alle esperienze della famiglia. C’è un bambino (poi sarà
grande maestro) a cui il rabbino domanda: “Ti do un fiorino se mi dici dove si trova Dio”. A cui il
piccolo risponde: “E io ti do due fiorini se mi dici dove non si trova Dio”.

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