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ALESSIA OTTAVIA COZZI

L’IMPATTO DELLE SENTENZE


DELLA CORTE DI STRASBURGO
SULLE SITUAZIONI GIURIDICHE INTERNE
DEFINITE DA SENTENZE PASSATE
IN GIUDICATO: LA CONFIGURABILITÀ
DI UN OBBLIGO DI RIAPERTURA
O DI REVISIONE DEL PROCESSO

giuffrè editore - 2009

Estratto dal volume:

L’INCIDENZA
DEL DIRITTO COMUNITARIO
E DELLA CEDU SUGLI ATTI
NAZIONALI DEFINITIVI

a cura di
FABIO SPITALERI
ALESSIA-OTTAVIA COZZI

L’impatto delle sentenze


della Corte di Strasburgo
sulle situazioni giuridiche interne
definite da sentenze passate in giudicato:
la configurabilità di un obbligo
di riapertura o di revisione del processo

SOMMARIO: I. Introduzione. — II. L’obbligo di esecuzione delle sentenze della Corte di


Strasburgo: la giurisprudenza tradizionale della Corte. — III. La prassi evolutiva
del Comitato dei Ministri e il suo recepimento da parte della giurisprudenza. —
IV. L’obbligo di riapertura e revisione del giudizio nella prassi del Comitato dei
Ministri: la Raccomandazione CMRec(2000)2. — V. (Segue) la riaffermazione del-
l’obbligo nelle risoluzioni relative al caso Dorigo. — VI. (Segue) la prassi più recente
— VII. L’obbligo di riapertura del giudizio nella recente giurisprudenza della Corte
di Strasburgo relativa all’art. 6 CEDU. — VIII. I diritti in relazione ai quali detto
obbligo è stato affermato: il diritto ad essere giudicati da un tribunale indipendente
e imparziale. — IX. (Segue) il diritto a partecipare personalmente al processo. — X.
(Segue) Il diritto al contraddittorio nella formazione della prova. — XI. (Segue) Altre
violazioni dell’art. 6 che comportano la riapertura del processo. — XII. La giuri-
sprudenza relativa alle violazioni di merito: la sentenza VGT c. Suisse. — XIII. Uno
sguardo d’insieme: la richiesta di esecuzione in forma specifica in dipendenza della
natura della violazione — XIV. Esecuzione in forma specifica e dottrina del mar-
gine di apprezzamento. — XV. Il fondamento del potere della Corte di individuare
misure di esecuzione in forma specifica. — XVI. Conclusioni.

I. Scopo del presente contributo è quello di verificare se


sussista un obbligo giuridico di ‘‘riapertura o revisione del giudi-
zio’’ in forza degli articoli 41 e 46 della Convenzione Europea per
la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
(in prosieguo: la « Convenzione » o la « CEDU »), dunque in
forza delle norme che impongono agli Stati membri di « confor-
marsi » alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (in
prosieguo: la « Corte di Strasburgo » o anche semplicemente la
« Corte ») nei giudizi di cui essi sono parte.
160 CEDU e sentenze nazionali definitive

Trattando dell’esecuzione di tali sentenze, in tempi relativa-


mente recenti autorevole dottrina affermava che: « benché sia
fortemente raccomandata l’introduzione di procedimenti che
consentano di rivedere o riaprire i processi in seguito ad una
violazione accertata dalla Corte, non esiste alcuna obbligazione
in tal senso in forza della Convenzione » 1. Si tratta di verificare
se allo stato attuale tale affermazione rispecchi ancora i risultati
conseguiti dalla più recente giurisprudenza convenzionale.
In effetti, tale conclusione potrebbe essere rivista alla luce
del più recente orientamento adottato dalla Corte di Strasburgo
in relazione ad alcune tipologie di violazione della Convenzione.
Secondo la Corte, infatti, in alcuni casi specifici, che saranno
approfonditi in seguito, « allorché un soggetto (...) sia stato con-
dannato all’esito di una procedura inficiata dalla violazione delle
esigenze dell’art. 6 della Convenzione, un nuovo processo o una
riapertura del procedimento a richiesta dell’interessato rappre-
sent[a] in principio un mezzo appropriato per rimediare alla vio-
lazione accertata » 2.
Anticipando le conclusioni della presente analisi, alla luce
dell’evoluzione del sistema convenzionale di protezione dei diritti
dell’uomo si può sostenere che dagli artt. 41 e 46, paragrafo 1,
CEDU discende in capo allo Stato convenuto un’obbligazione
giuridica di riapertura del giudizio quale misura di esecuzione
individuale, quando tale misura sia indicata espressamente nella
motivazione della sentenza della Corte dichiarativa della viola-
zione 3.

1 J. POLAKIEWICZ, The Execution of Judgments of the European Court of Human


Rights, in R. BLACKBURN - J. POLAKIEWICZ (eds.), Fundamental rights in Europe, The Euro-
pean Convention on Human Rights and its Member States, 1950-2000, Oxford, 2001, p. 61.
Prosegue l’Autore: « The binding force of courts decisions, the interests of legal certainty,
the bona fide confidence of third parties, as well as statutory terms of preclusion or
prescription are all legitimate grounds which may, under the applicable municipal law,
prevent the elimination of all the consequences of a declared violation. In such case,
applicants must content themselves with monetary compensation ». Si veda anche P.
IMBERT, L’exécution des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme. Le rôle du
Comité des Ministres du Conseil de l’Europe, in La Corte europea e l’esecuzione delle sue
sentenze, Atti del Convegno SIOI tenutosi a Roma il 6-7 giugno 2002, ‘‘La Comunità Inter-
nazionale’’, Quaderno n. 7, Napoli, 2003, p. 24; G. RAIMONDI, Effetti del diritto della Con-
venzione e delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, in Riv. Int. Dir. Uomo,
1998, p. 432.
2 Corte EDU, sent. 1 marzo 2006, Sejdovic c. Italia (ricorso n. 56581/00, § 126),
con nota di L. FRANÇOIS, Nouvelle censure européenne de la procédure italienne par contu-
mace, in Rev. Trim. Dr. Homme, 2005, pp. 787-798.
3
È noto che trattando dell’esecuzione delle sentenze definitive della Corte di
Strasburgo debba distinguersi tra l’efficacia di cosa giudicata, che la sentenza produce
inter partes ai sensi dell’art. 46, paragrafo 1, CEDU, e l’efficacia cosiddetta della ‘‘chose
Alessia-Ottavia Cozzi 161

Per giustificare tale conclusione, è necessario inquadrare


l’origine della recente giurisprudenza in punto di misure di ese-
cuzione, giurisprudenza che si ricollega direttamente alla prassi
posta in essere dal Comitato dei Ministri nell’esercizio del potere
di controllo di cui l’art. 46, paragrafo 2, CEDU, ed in particolare
alla Raccomandazione (2000) 2, che definisce compiutamente i
criteri in presenza dei quali, ad avviso del Comitato, si rende
necessaria la discussa riapertura.
Si ripercorrerà, quindi, la giurisprudenza della Corte di
Strasburgo in materia di riapertura del giudizio, sostanzialmente
relativa ai diritti dell’imputato ‘‘nel’’ processo penale garantiti
dall’art. 6 CEDU 4. In relazione a diverse tipologie di violazione,
si esaminerà come si sia evoluta la definizione dell’obbligo di
esecuzione. Si vuole in tal modo, da un lato, rintracciare un
criterio che consenta di inquadrare in un disegno unitario la
démarche del giudice convenzionale; dall’altro, definire l’esatta
portata dell’obbligo di riapertura enunciato. Infine, si tenterà di
individuare il fondamento della mutata interpretazione degli ar-
ticoli 41 e 46 CEDU.
Volutamente si utilizzerà nel prosieguo l’espressione gene-
rica ‘‘riapertura o revisione del giudizio’’, senza prendere posi-
zione sul significato che possa essere attribuito a questa formula
nel diritto nazionale di ciascuno Stato membro, ed in particolare
nell’ordinamento italiano. La presente analisi si concentrerà per-
tanto sulla prospettiva convenzionale del problema in esame, e
ciò conformemente all’insegnamento della Corte, secondo il
quale spetta alle singole autorità nazionali tradurre tale formula
in un preciso strumento processuale interno compatibile con le
leggi, le prassi e le tradizioni giuridiche di ciascun ordinamento.
Si segnala sin d’ora, tuttavia, che l’individuazione degli strumenti
processuali che l’ordinamento italiano potrebbe introdurre per

interprétée’’, ovvero gli effetti tendenzialmente erga omnes della sentenza quale precedente
interpretativo delle norme sostanziali della Convenzione. Si veda sul punto E. LAMBERT,
Les effets des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme — Contribution à une
approche pluraliste du droit européen des droits de l’homme, Bruxelles, 1999, pp. 293 ss.; B.
RANDAZZO, Le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo: effetti ed esecuzione nell’or-
dinamento italiano, in N. ZANON (a cura di), Le Corti dell’integrazione europea e la Corte
costituzionale italiana, Napoli, 2006, pp. 295-352, spec. p. 315. Nel presente contributo
tratterò soltanto dell’efficacia vincolante in senso stretto della sentenza nei confronti dello
Stato convenuto.
4
L’espressione è tratta da M. CHIAVARIO, Art. 6, in S. BARTOLE - B. CONFORTI - G.
RAIMONDI (a cura di), Commentario alla Convenzione per la tutela dei diritti dell’uomo e
delle libertà fondamentali, Padova, 2001, p. 189.
162 CEDU e sentenze nazionali definitive

attuare l’obbligo di riapertura o revisione del giudizio sarà og-


getto di una specifica trattazione in questo volume 5.

II. L’espressa individuazione nella motivazione della sen-


tenza della ‘‘riapertura’’ del giudizio come misura individuale di
esecuzione non costituisce un fenomeno isolato. Essa deve esse-
re inquadrata nell’ambito di una più generale tendenza della giu-
risprudenza convenzionale da tempo rilevata dalla dottrina e
consistente nell’indicazione, in motivazione o nel dispositivo, di
misure individuali e generali da adottarsi affinché lo Stato adem-
pia all’obbligazione di « conformarsi alle sentenze definitive del-
la Corte nelle controversie di cui è parte », ai sensi dell’art.
46 CEDU 6.

5 A tal riguardo si veda M. GIALUZ, Le opzioni per l’adeguamento del codice di


procedura penale italiano all’obbligo di restitutio in integrum previsto dalla Corte di Stra-
sburgo, in questo volume, p. 229.
6 Sulla tendenza della Corte ad interferire nella funzione di controllo che l’art. 46,
paragrafo 2, CEDU riserva al Comitato dei Ministri, V. P. LEARCH, Beyond the Bug River —
A new dawn for Redress Before the European Court of Human Rights?, in Eur. Hum. Rights
Law Rev., 2005, pp. 148-164; A. GARDINO CARLI, Stati e Corte europea di Strasburgo nel
sistema di protezione dei diritti dell’uomo, Milano, 2005, pp. 102 ss. e E. LAMBERT ABDELGA-
WAD, L’exécution des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme, Dossier sur les
droits de l’homme, n. 19, Strasbourg, 2008, p. 32. In generale, sull’obbligo di esecuzione
delle sentenze, W. GANSHOF VAN DER MEERSCH, Considerations on the European Court of
Human Rights Methods of Interpretation, the Authority of its Judgments and Decisions, in
Council of Europe, The European Court of Human Rights, Strasbourg, 1983, p. 19; F.
MAROTTA, Gli effetti delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nell’ordinamento
italiano, in Riv. Int. Dir. Uomo, 1989, p. 55 ss.; J. VELU, À propos de l’autorité jurispruden-
tielle des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme: vues de droit comparé sur des
évolutions en cour, in Nouveaux itinéraires en droit, Hommage à F. Rigaux, Bruxelles,
1993, pp. 527-562; P. LEUPRECHT, The Execution of Judgments and Decisions, in R. ST. J.
MACDONALD - H. MATSCHER, F. - PETZOLD (eds.), The European System for the Protection of
Human Rights, Dordrecht-Boston, 1993, pp. 791-800; G. REES, The Effects of Judgments
and decisions in Domestic Law, ivi, pp. 801-851; G. REES, art 54, in L. E. PETTITI - E.
DECAUX-P.H. IMBERT, La Convention européenne des droits de l’homme, Commentaire article
par article, Paris, 1995, pp. 857-869; G. COHEN - JONATHAN, Quelques considérations sur
l’autorité des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme, in Liber amicorum M. A.
Eissen, Bruxelles, 1995, 39-64; R. RYSSDAL, The euforcement system set up under the Euro-
pean Convention on human rights, in Compliance with Judgments of International Courts,
The Hague - Boston - London, 1996, pp. 49 ss.; G. RAIMONDI, Effetti del diritto della
Convenzione e delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, in Riv. Int. Dir.
Uomo, 1998, pp. 428-434; E. LAMBERT, Les effets des arrêts de la Cour européenne des droits
de l’homme — Contribution à une approche pluraliste du droit européen des droits de
l’homme, Bruxelles, 1999; A. BULTRINI, voce Corte europea dei diritti dell’uomo, in Digesto
disc. pubbl., Aggiornamento, Torino 2000, pp. 148 -174, spec. p. 170; F. SUNDBERG, art. 41,
in S. BARTOLE - B. CONFORTI - G. RAIMONDI (a cura di), Commentario alla Convenzione per
la tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, cit., pp. 661-671; A. DRZEMCZEW-
SKI, art. 46, ivi, pp. 685-694; J. POLAKIEWICZ, The Execution of Judgments, cit., pp. 55-76; B.
RANDAZZO, Le pronunce della Corte europea, cit., pp. 295-352 e dello stesso autore, Giudici
comuni e Corte europea dei diritti, in P. FALZEA - A. SPADARO - L. VENTURA (a cura di), La
Corte costituzionale e le Corti d’Europa, Atti del seminario di Copannello, 31 maggio -1
Alessia-Ottavia Cozzi 163

Con riguardo alle misure individuali, siffatta evoluzione si è


manifestata innanzitutto nella giurisprudenza relativa alla viola-
zione del diritto di proprietà di cui all’art. 1 del Protocollo n. 1
CEDU. Sin dalla sentenza Papamichalopoulos c. Grecia del 1995
la Corte ha chiarito che la miglior forma di restitutio in integrum
per un’illegittima privazione della proprietà è costituita dalla re-
stituzione del bene; l’indennità pecuniaria rappresentando invece
una misura di riparazione residuale da adottarsi soltanto laddove
detta restituzione non sia possibile 7.
Analogamente in caso di detenzione illegittima, in viola-
zione dell’art. 5, paragrafo 1, CEDU, la Corte ha talora richiesto
espressamente allo Stato convenuto di procedere alla immediata
liberazione del detenuto 8.
Più di recente, in materia di affidamento di minori, la Corte
ha indicato quale misura individuale conseguente alla accertata

giugno 2002, Torino, 2003, pp. 217-287; A. GUAZZAROTTI, I giudici comuni e la CEDU alla
luce del nuovo art. 117 della Costituzione, in Quad. Cost., 2003, 1, pp. 25-51, spec. p. 27
ss.; P. PIRRONE, L’obbligo di conformarsi alle sentenze della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo, Milano, 2004; A. GUAZZAROTTI - A. COSSIRI, L’efficacia in Italia delle sentenze
della Corte europea dei diritti dell’uomo secondo la prassi più recente, in Rass. Avv. St.,
2006, p. 3; A. GUAZZAROTTI, La CEDU e l’ordinamento nazionale. Tendenze giurisprudenziali
e nuove esigenze teoriche, in Quad. Cost., 2006, 3, pp. 491-505, spec. p. 495 ss.; M. CARTA-
BIA, La CEDU e l’ordinamento italiano: rapporti fra fonti, rapporti fra giurisdizioni, in R.
BIN - G. BRUNELLI - A. PUGIOTTO - P. VERONESI (a cura di), All’incrocio tra Costituzione e
CEDU — Il rango delle norme della Convenzione e l’efficacia interna delle sentenze di Stra-
burgo, Torino, 2007, p. 1.
7 Corte EDU, sent. 31 ottobre 1995, Papamichalopoulos c. Grecia (ricorso n.
14556/89, § 34-38), in cui la Corte richiama testualmente un passaggio della sentenza
della Corte internazionale di giustizia, 13 settembre 1928, Case concerning the Factory at
Chorzòm (Claim for Indemnity) — Merits, secondo cui: « (...) la riparazione deve, nei limiti
del possibile, cancellare tutte le conseguenze dell’atto illecito e ristabilire lo stato di fatto
che sarebbe verosimilmente esistito se il citato atto non fosse stato commesso. Restitu-
zione in natura, o, se essa non è possibile, pagamento di una somma corrispondente al
valore che avrebbe la restituzione in natura... ». Per un commento alla sentenza, P. PIR-
RONE, Il caso Papamichalopoulos dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo: restitutio
in integrum ed equa soddisfazione, in Riv. Dir. Int., 1997, pp. 152 ss. Sulla tutela del
diritto di proprietà di cui all’art. 1 Protocollo, n. 1, v. M. L. PADELLETTI, La tutela della
proprietà nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Milano, 2003; F. BUONOMO, La
tutela della proprietà dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, Milano, 2005. Si veda
anche A. GUAZZAROTTI, Interpretazione conforme alla CEDU e proporzionalità e adeguatezza:
il diritto di proprietà, relazione al Convegno Annuale Associazione Gruppo di Pisa, Milano,
6-7 giugno 2008, in Interpretazione conforme e tecniche argomentative, di M. D’AMICO - B.
RANDAZZO (a cura di), Torino, 2009.
8 Corte EDU, sentenze 8 aprile 2004, Assanidzé c. Georgia (ricorso n. 71503/01, §
202-203); 8 luglio 2004, Ilascu e altri c. Moldova e Russia (ricorso n. 48787/99, § 409), su
cui G. COHEN-JONATHAN, À propos des arrêts Assanidzé (8 avril 2004), Ilascu (8 juillet 2004)
e Issa (16 novembre 2004), in Rev. Trim. Dr. Homme, 2005, p. 767 ss.; V. COLANDREA, On
the power of the European Court of Human Rights to order specific non-monetary measures:
some remarks in light of Assanidzé, Broniowski and Sejdovic cases, in Hum. Rights Law
Rev., 2007, p. 396 ss.
164 CEDU e sentenze nazionali definitive

violazione dell’art. 8 CEDU la possibilità per un padre di rivedere


il proprio figlio 9.
Per ciò che attiene invece alle misure generali, è noto come
a partire dalla sentenza Broniowski c. Romania del 2004 la Corte
abbia introdotto in via pretoria il ‘‘modello’’ della sentenza pi-
lota 10. Questo schema di giudizio viene applicato nel caso in cui
la violazione constatata dipenda da un difetto ‘‘strutturale’’ del-
l’ordinamento interno, normalmente riconducibile in via diretta a
un atto normativo ovvero a una prassi amministrativa o giuri-
sprudenziale consolidata. In tal caso, di fronte a una serie di
ricorsi analoghi, la Corte accerta la violazione e individua nel
dispositivo della sentenza la fonte della disfunzione sistemica,
nonché le misure generali da adottarsi per porre rimedio sia
alle violazioni già prodottesi che a quelle future; i ricorsi ‘‘se-
riali’’, inoltre, sono congelati in attesa di essere dichiarati irrice-
vibili in seguito all’avvento dei rimedi interni indicati 11.

III. L’evoluzione sopra descritta risente certamente dei prin-


cipi adottati e della prassi seguita dal Comitato dei Ministri nel-
l’esercizio dei poteri di controllo sull’esecuzione delle sentenze di
cui all’art. 46, paragrafo 2, CEDU 12.

9 Corte EDU, sent. 26 febbraio 2004, Görgülü c. Germania, (ricorso n. 74969/01, §


64).
10 Corte EDU, sent. 22 giugno 2004, Broniowski c. Polonia (ricorso n. 31443/96) e
regolamento amichevole, 28 settembre 2005, con nota di E. LAMBERT ABDELGAWAD, La Cour
européenne au secours du Comité des Ministres pour une meilleure exécution des arrêts
« pilote » (en marge de l’arrêt Broniowski), in Rev. Trim. Dr. Homme, 2005, pp. 203-224; J.
JACKSON, Broniowski v. Poland, A recipe for increased legitimacy of the European Court of
Human Rights as a Supranational Constitutional Court, in Connecticut Law Rev., 2006, p.
759 ss.; L. GARLICKI, Broniowski and after: on the dual nature of ‘‘pilot judgements’’, in Liber
Amicorum Luzius Wildhaber, Droits de l’homme — Regards de Strasbourg, Kehl, 2007, pp.
177-192; V. ZAGREBELSKY, Violazioni ‘‘strutturali’’ e Convenzione europea dei diritti umani:
interrogativi a proposito di Broniowski, in Dir. Um. e Dir. Int., 2008, 2, pp. 5-19.
11 In dottrina, sulle sentenze ‘‘pilota’’, L. CAFLISCH, New practise regarding the im-
plementation of the judgements of the Strasbourg Court, in It. Yearbook Int. Law, 2005, pp.
3-24, spec. p. 11; M. DE SALVIA, La Cour européenne des droits de l’homme est-elle, par la
nature de ses arrêts, un véritable tribunal de pleine juridiction?, in Rev. Trim. Dr. Homme,
2006, 67, pp. 483-500, spec. p. 494 ss.; B. RANDAZZO, Le pronunce della Corte, cit. 308 ss. e
dello stesso autore, Nuovi sviluppi in tema di esecuzione delle sentenze della Corte europea
dei diritti dell’uomo, in Dir. Uomo - Cron. Batt., 2006, p. 11 ss., spec. p. 15; A. BULTRINI, La
recente evoluzione del contenzioso « strutturale » dell’Italia di fronte alla Corte europea dei
diritti dell’uomo, in Riv. Dir. Int., 2007, p. 430 ss.; F. M. PALOMBINO, La « procedura di
sentenza pilota » nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in Riv. Dir.
Int. Priv. Proc., 2008, pp. 91-110; E. LAMBERT ABDELGAWAD, Dossier n. 19, cit., 48 ss.
12 In merito alla prassi del Comitato dei Ministri nell’esercizio del potere di con-
trollo delle sentenze, P. IMBERT, L’exécution des arrêts, cit., pp. 20-39; B. RANDAZZO, Le
pronunce della Corte europea, cit., p. 301 ss.; H-J BARTSCH, The supervisory functions of the
Commitee of Ministers under art. 54 — a postscript to Luedicke-Belkacem-Koç, in F. MAT-
Alessia-Ottavia Cozzi 165

Com’è noto, l’art. 46 della Convenzione non specifica in al-


cun modo il contenuto dell’obbligo degli Stati di « conformarsi »
alle sentenze della Corte. Tuttavia, il Comitato dei Ministri ha
interpretato tale disposizione nel senso che essa comporta tre
tipologie di obbligazione: il pagamento dell’equa soddisfazione
(ove attribuita dalla Corte ai sensi dell’art. 50, ora 41 CEDU);
l’adozione di misure individuali volte a rimediare, nel singolo
caso, alle conseguenze della violazione accertata; l’introduzione
di misure generali volte a far cessare la violazione derivante da
un atto normativo o da una prassi amministrativa o giurispru-
denziale 13 e ad evitare violazioni future. Tale interpretazione del-
l’obbligo di esecuzione, ormai consolidata, è essa stessa il frutto
di un’evoluzione della prassi del Comitato, da un controllo limi-
tato alla mera acquisizione delle informazioni fornite dallo Stato
convenuto circa i rimedi assunti, alla pretesa di puntuali e speci-
fiche condotte da parte delle autorità nazionali.

SCHER - H. PETZOLD (eds.), Protecting human rights: the European dimension: studies in
honor of G.J.Wiarda, 1990, pp. 47-54; B. CHENE, La place du Comité des ministres dans le
mécanisme de contrôle de la Convention européenne des droits de l’homme, Université de
Nice — Sophia Antipolis, 1992; A. TOMKINS, The Commitee of Ministers: its role under the
European Convention of Human Rights, in Eur. Hum. Rights Law Rev., 1995, pp. 49-62; Y.
KLERK, Supervision of execution of judgments of the European Court of Human Rights, in
Netherlands Int. Law Rev., 1998, pp. 65-86; R. ST. MACDONALD, Supervision of the execution
of judgments of the European Court of Human Rights, in R-J. DUPUY (ed.), Mélanges en
honneur de Nicolas Valticos, Parigi, 1999, pp. 417-437; V. ESPOSITO, La liberté des États
dans le choix des moyens de mise en oeuvre des arrêts de la Cour européenne des droits de
l’homme, in Rev. Trim. Dr. Homme, 2003, p. 836; F. SUNDBERG, Le contrôle de l’exécution
des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme, in G. COHEN-JONATHAN (a cura di),
Libertés, Justice, Tolérance, vol. II, Bruxelles, 2004, p. 1515 ss.
La Direzione generale dei diritti dell’uomo e degli affari giuridici ha reso pubblico
il 26 marzo 2008 il I rapporto annuale del Comitato dei Ministri sulla sorveglianza del-
l’esecuzione delle sentenze, disponibile on line sul sito www.coe.int/t/e/human_rights/exe-
cution. Il II rapporto è stato pubblicato nell’aprile 2009. Per una disamina dei casi recenti
e dei problemi attuali affrontati dal Comitato in sede di esecuzione, E. LAMBERT ABDELGA-
WAD, L’exécution des arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme (2007), in Rev.
Trim. Dr. Homme, 2008, 75, pp. 648-665; L. SERMET, La surveillance de l’exécution des
arrêts de la Cour européenne des droits de l’homme, entre ombre et lumière, in Semaine
Jur. — Ed. Gén., 2008, 17, pp. 281-282.
13 Le tre obbligazioni sono state codificate nelle Regole adottate dal Comitato dei
Ministri il 10 gennaio 2001, oggi sostituite dal Regolamento di procedura relativo alla
sorveglianza sull’esecuzione delle sentenze, adottato nel corso della 964a riunione del
Comitato il 10 marzo 2006. Il Regolamento è pubblicato in allegato a E. LAMBERT ABDEL-
GAWAD, L’exécution des arrêts, Dossier n. 19, cit. In punto di esecuzione, si veda la Regola
n. 6, Informazioni al Comitato dei Ministri sull’esecuzione delle sentenze. Le tre tipologie di
obbligazione sono state ribadite anche nella Raccomandazione CM/Rec(2008)2 del Comi-
tato dei Ministri adottata il 6 febbraio 2008 nel corso della 1017a riunione, « on efficient
domestic capacity for rapid execution of judgments of the European Court of Human
Rights », in cui il Comitato invita gli Stati ad istituire un coordinamento nazionale inca-
ricato di sovrintendere l’esecuzione delle sentenze.
166 CEDU e sentenze nazionali definitive

La richiesta del Comitato di adottare misure individuali an-


che nei casi in cui la Corte abbia concesso un’equa soddisfazione
costituisce il corollario di due premesse logiche: innanzitutto,
l’esecuzione in forma specifica costituisce l’obbligazione princi-
pale ricadente sullo Stato convenuto. In secondo luogo, un limite
giuridico interno all’ordinamento nazionale non è idoneo a giu-
stificare la mancata esecuzione in forma specifica, essendo lo
Stato comunque tenuto a garantire il ripristino di una situazione
compatibile con la Convenzione. Di qui, la necessità di adottare
anche misure generali, ove richieste, per ovviare a violazioni fu-
ture 14.
Come già anticipato, l’articolazione delle condotte richieste
alle autorità statali nelle tre obbligazioni ‘‘classiche’’ sopra de-
scritte (pagamento dell’equa soddisfazione, misura individuale e
misura generale) è stata fatta propria dalla Corte europea sin
dalla sentenza Papamichalopoulos c. Grecia del 31 ottobre 1995,
e successivamente nella sentenza Scozzari e Giunta c. Italia del
13 luglio 2000, avente ad oggetto un provvedimento giurisdizio-
nale non definitivo di affidamento di minori 15.
Queste due sentenze sono costantemente citate dalla dot-
trina per descrivere la definizione consolidata dell’obbligo di ese-
cuzione nella giurisprudenza convenzionale. Esse rappresentano,
però, un primo elemento di discontinuità rispetto all’orienta-
mento tradizionale della Corte, improntato ai principi del valore

14 Il Comitato dei Ministri individua costantemente nell’art. 46, paragrafo 2,


CEDU la norma attributiva del potere di pretendere l’introduzione di misure generali. La
dottrina, tuttavia, si interroga ancora oggi sul fondamento giuridico di tale potere, es-
sendo le misure generali provvedimenti che esulano dall’efficacia ‘‘inter partes’’ della sen-
tenza della Corte di cui all’art. 46, paragrafo 1, CEDU. V. ZAGREBELSKY, I mutamenti
legislativi o regolamentari e di prassi amministrative volti ad impedire il riprodursi della
violazione, in La Convenzione europea dei diritti umani e l’esecuzione delle sue sentenze, in
‘‘La Comunità internazionale’’, Quaderno n. 7, Napoli, 2003 e dello stesso autore, Viola-
zioni ‘‘strutturali’’, cit., p. 6, argomenta dalla distinzione tra ‘‘execution’’ e ‘‘implementa-
tion’’ per qualificare l’imposizione di misure generali come attività di carattere preventivo
volta alla soluzione di problemi generali e ne rinviene la base giuridica non nell’art. 46
CEDU, ma nelle disposizioni dello Statuto del Consiglio d’Europa che sanciscono il vin-
colo degli Stati al rispetto dei diritti dell’uomo (art. 3), prevedono la sanzione della so-
spensione della rappresentanza e dell’esclusione dal Consiglio d’Europa nel caso di man-
cato rispetto di questa obbligazione principale (art. 8) e che definiscono le competenze
del Comitato dei Ministri (art. 15). In senso analogo si esprime A. GARDINO CARLI, Stati e
Corte europea di Strasburgo, cit., p. 95. P. IMBERT, L’exécution des arrêts, cit., p. 26, ricava
invece il dovere di adeguare l’ordinamento interno alle norme convenzionali attraverso
misure generali dal principio di diritto internazionale generale di esecuzione dei trattati
secondo buona fede.
15
Corte EDU, sentenze Papamichalopoulos c. Grecia, cit.; 13 luglio 2000, Scozzari
e Giunta c. Italia (ricorsi nn. 39221/98 e 41963/98, § 249).
Alessia-Ottavia Cozzi 167

dichiarativo delle sentenze e della libertà degli Stati nella scelta


dei mezzi di esecuzione. Nelle suddette pronunce, infatti, la
Corte fa propria l’interpretazione degli articoli 41 e 46, paragrafo
1, CEDU, per la quale l’esecuzione in forma specifica costituisce
obbligazione cumulativa e non alternativa al pagamento dell’in-
dennizzo per equivalente, nonché il principio per cui alla restitu-
tio, prospettata come obbligazione di risultato, non possono op-
porsi ostacoli giuridici derivanti da atti normativi o prassi ammi-
nistrative o giurisprudenziali interne 16.
Sin da queste pronunce emerge cosı̀ una sorta di circolarità
nella definizione degli obblighi convenzionali di esecuzione tra
l’organo intergovernativo di controllo e l’organo giurisdizionale,
dunque una permeabilità della giurisprudenza della Corte alle
prassi concordemente poste in essere dagli Stati membri in sede
di Comitato dei Ministri 17 18. Come vedremo nei prossimi para-

16 La discontinuità rispetto alla precedente giurisprudenza emerge con chiarezza


da alcuni commenti ‘‘contemporanei’’ alla pronuncia Scozzari e Giunta. Per A. BULTRINI, Il
meccanismo di protezione dei diritti fondamentali istituito dalla Convenzione europea dei
diritti dell’uomo. Cenni introduttivi, in B. NASCIMBENE (a cura di), La Convenzione europea
dei diritti dell’uomo, Profili ed effetti nell’ordinamento italiano, Milano 2002, pp. 37-53,
spec. p. 48 ss., la sentenza Scozzari sembrava contenere i germi di una estensione gene-
ralizzata dell’obbligo di restitutio anche in caso di violazioni prodotte da sentenze defini-
tive di condanna. In senso opposto, F. CRISAFULLI, Il pagamento dell’equa soddisfazione, in
La Corte europea e l’esecuzione delle sue sentenze, Atti del Convegno SIOI tenutosi a Roma
il 6-7 giugno 2002, ‘‘La Comunità Internazionale’’, Quaderno n. 7, Napoli, 2003, pp. 79-95,
spec. p. 94, riteneva che la mancanza di restitutio dovesse essere valutata soltanto ai fini
della quantificazione del danno per equivalente, auspicando che la sentenza Scozzari non
costituisse il precedente di una nuova prassi della Corte estranea al testo convenzionale.
17 Secondo M. DE SALVIA, La Cour européenne des droits de l’homme est-elle, par la
nature de ses arrêts, un véritable tribunal de pleine juridiction?, cit., pp. 492 - 493, con la
sentenza Scozzari e Giunta c. Italia la Corte avrebbe dato una « onction jurispruden-
tielle » alla prassi del Comitato dei Ministri. In senso analogo, V. ZAGREBELSKY, Violazioni
‘‘strutturali’’, cit., pp. 6 e 10.
18 A ben vedere, un’identica circolarità è presente all’origine dello schema di giu-
dizio della sentenza pilota, chiaro esempio dell’ampiezza del potere che si riconosce la
Corte nel modulare il contenuto e gli effetti delle proprie sentenze. Com’è noto, precise
sollecitazioni per la diretta individuazione delle misure di esecuzione individuali o gene-
rali erano state rivolte alla Corte dal Comitato dei Ministri nella Risoluzione Rec(2004)3
del 12 maggio 2004, adottata in sede di elaborazione del cosiddetto Reform Package,
ovvero del pacchetto di provvedimenti per la riforma del meccanismo di controllo con-
venzionale volto a risolvere il problema dell’insostenibile aumento dei ricorsi pendenti e
comprendente il XIV Protocollo, ancora oggi non entrato in vigore per la mancata ratifica
da parte della Federazione Russa. A tale Risoluzione e alla Raccomandazione (2004)6 sul
miglioramento dei ricorsi interni rinvia espressamente la motivazione della sentenza Bro-
niowski. Con l’accordo di Madrid del 12 maggio 2009 gli Stati contraenti hanno accon-
sentito ad una applicazione provvisoria di alcune clausole del XIV Protocollo a vantaggio
dei soli Stati che ne facciano espressa accettazione. Si tratta degli articoli 4 (di integra-
zione dell’art. 24 CEDU), 6-7 (sul giudice unico) e 8 sulle competenze dei comitati. Al
settembre 2009 hanno aderito all’applicazione provvisoria Belgio, Germania, Estonia,
Liechtenstein, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito. Il nuovo rito si appli-
168 CEDU e sentenze nazionali definitive

grafi, detta circolarità può essere riscontata anche nell’elabora-


zione dell’obbligo di riapertura o revisione del giudizio.

IV. La riapertura o la revisione del giudizio costituiscono


infatti misure individuali frequentemente richieste dal Comitato
dei Ministri allo Stato convenuto in sede di controllo dell’esecu-
zione.
Com’è noto, sin dai casi Hakkar c. Francia 19 del 1997 e Parti
Socialiste c. Turchia del 1999 20 il Comitato ha preteso la celebra-
zione di un nuovo giudizio quale forma di esecuzione indivi-
duale, rispettivamente per condanne pronunciate all’esito di un
processo non equo o contrarie alla libertà di espressione.
Proprio la difficile negoziazione che ha accompagnato in
questi casi la scelta delle misure d’esecuzione ha condotto all’a-
dozione della Raccomandazione n. R(2000)2 del 19 gennaio
2000. Con essa il Comitato, pur rimarcando che spetta alle auto-
rità nazionali determinare le misure più appropriate per realiz-
zare la restitutio, ha « incoraggiato » le Parti contraenti a « esa-
minare il loro sistema giuridico nazionale al fine di assicurare
che esistano possibilità appropriate per il riesame di un caso,
compresa la riapertura di un procedimento, nel caso in cui la
Corte abbia constatato una violazione della Convenzione » 21.

cherà a tutti i ricorsi introdotti avverso lo Stato accettante, compresi quelli pendenti. Cfr.,
http://convention.coe.int/treaty/en/treaties. Un’analoga richiesta di specificazione della fonte
della violazione e del rimedio da adottarsi era stata formulata dall’Assemblea parlamen-
tare, la quale — pur non avendo una specifica competenza in materia di esecuzione delle
sentenze attribuitale dallo Statuto del Consiglio d’Europa — ha negli anni recenti intra-
preso un’attività di informazione e sollecitazione delle delegazioni nazionali al fine di
sensibilizzare gli Stati sulla necessità di un puntuale adeguamento dell’ordinamento in-
terno alle pronunce di Strasburgo. Si vedano le Risoluzioni dell’Assemblea Parlamentare
1226(2000); 1268(2002); 1411(2004)1 e la Raccomandazione 1764(2006) sull’attuazione
delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sulla partecipazione dell’Assem-
blea Parlamentare alla sorveglianza sulle misure di esecuzione, E. LAMBERT ABDELGAWAD,
Dossier n. 19, cit., pp. 59-63; A. GARDINO CARLI, Stati e Corte europea di Strasburgo, cit., p.
134 ss., con puntuali riferimenti alla prassi parlamentare in materia.
19 Decisione del Comitato dei Ministri ex art. 32, § 1, DH(97) 475 del 17 settembre
1997, ricorso n. 19033/91, Hakkar c. Francia, di violazione dell’art. 6, paragrafi 1 e 3,
lettere b) e c), CEDU.
20
Comitato dei Ministri, risoluzione interinale CMDH(99)529 del 28 luglio 1999.
In senso analogo, la Risoluzione interinale DH(2001)106 del 23 luglio 2001 relativa a sette
casi di condanne pronunciate in violazione dell’art. 10 CEDU.
21 Comitato dei Ministri, Rec(2000)2 sul riesame o la riapertura di alcuni casi
nell’ordinamento interno in esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti del-
l’uomo, adottata il 19 gennaio 2000 nel corso della 694a riunione dei Rappresentanti dei
Ministri. Il testo della Raccomandazione è pubblicato con traduzione in italiano in Diritto
penale e processo, 2000, p. 391 ss. Per un commento alla Raccomandazione e alla prassi
del Comitato dei Ministri in materia di riapertura del processo, E. LAMBERT ABDELGAWAD,
Dossier n. 19, cit., pp. 18-59; A. GARDINO CARLI, Stati e Corte europea di Strasburgo, cit., p.
Alessia-Ottavia Cozzi 169

Va anzitutto precisato che a detta Raccomandazione non


può essere riconosciuta un’efficacia vincolante. In effetti, sono
le stesse ‘‘Spiegazioni’’ ad essa allegate a precisare che « la Con-
venzione non contiene alcuna disposizione che imponga alle
Parti contraenti l’obbligo di prevedere nel diritto interno il rie-
same o la riapertura delle procedure ». Si tratta quindi di atto
qualificabile come ‘‘soft law’’, vale a dire di un impegno fondato
sull’accordo delle parti e determinato dalla volontà politica di
implementare in maniera effettiva negli ordinamenti interni i di-
ritti garantiti dalla Convenzione. D’altra parte, questa interpreta-
zione evolutiva del testo convenzionale viene espressamente ri-
collegata alla sopravvenuta evoluzione degli ordinamenti interni,
i quali prevedono ormai « la possibilità di un tale riesame o ria-
pertura. In altri Stati, questa possibilità è stata sviluppata dai
tribunali e dalle autorità nazionali sulla base del diritto esi-
stente » 22.
Con una precisa volontà di sistematizzazione, la Raccoman-
dazione individua le fattispecie che in astratto possono compor-
tare l’attivazione di un procedimento di ‘‘riesame’’ o ‘‘riapertura’’.
A tal fine, vengono enunciati due criteri che si collegano, rispet-
tivamente, alle conseguenze e alla natura della violazione accer-
tata dalla Corte 23.
Sotto il primo profilo, l’obbligo di riapertura viene in essere
in presenza di una violazione determinata da una « decisione

108 ss.; A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., p. 644 ss.; P.
IMBERT, L’exécution des arrêts, cit., p. 35. Sollecitazioni per l’introduzione di un meccani-
smo di revisione della sentenza definitiva nell’ordinamento interno sono in seguito venute
anche dall’Assemblea Parlamentare: cfr. la Raccomandazione 1684(2004) del 23 novembre
2004 e la Risoluzione 1411(2004), § 18.
22 Secondo A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., pp.
650-651, invece, il fatto che la Raccomandazione sia stata adottata nell’esercizio dei po-
teri di cui all’art. 46, paragrafo 2, CEDU le conferirebbe uno status giuridico peculiare
rispetto alle altre Raccomandazioni adottate in virtù dell’art. 15, lettera b), dello Statuto
del Consiglio d’Europa. Pur non avendo forza vincolante sul piano internazionale, essa
costituirebbe infatti una manifestazione del potere del Comitato di regolare con propri
atti l’esercizio della funzione di controllo sull’esecuzione attraverso la definizione del
parametro da applicarsi.
23
La Raccomandazione parla alternativamente di ‘‘riesame’’ di provvedimenti non
definitivi e di ‘‘riapertura’’ di procedimenti giurisdizionali. Le ‘‘Spiegazioni’’ chiariscono,
tuttavia, che essa riguarda principalmente i procedimenti giurisdizionali, per i quali nel
diritto interno la forza di giudicato si oppone in principio alla revisione. Si precisa,
inoltre, che il termine ‘‘riesame’’ costituisce espressione generale indicante la ridetermina-
zione del contenuto di provvedimenti interni anche non definitivi, per esempio i provve-
dimenti amministrativi, mentre l’espressione ‘‘riapertura’’ individua una specie del genere
‘‘riesame’’, indirizzata prevalentemente ai provvedimenti conclusivi di un procedimento
giurisdizionale, tra cui la sentenza di condanna penale.
170 CEDU e sentenze nazionali definitive

nazionale » i cui effetti continuano ad affliggere « in maniera


molto grave » il soggetto leso. Deve trattarsi, inoltre, di effetti
pregiudizievoli che non possono essere compensati con la sola
equa soddisfazione e che possono essere modificati « solamente
con il riesame o la riapertura » del procedimento.
Sotto il secondo profilo, la Raccomandazione pone in rilievo
due tipi di violazione: (i) quella di norme materiali della Conven-
zione e ii) quella consistente in « errori od omissioni di proce-
dura ». Questi ultimi, tuttavia, possono implicare la riapertura
soltanto se si tratta di errori « di una gravità tale da porre un
serio dubbio sul risultato della procedura interna » 24.
Lo scopo dei criteri enunciati è quello di « identificare le
situazioni eccezionali in cui l’obiettivo di garantire i diritti del-
l’individuo e la attuazione effettiva delle sentenze della Corte
prevale sui principi che sono sottesi alla dottrina della res judi-
cata, in particolare quello della sicurezza giuridica, nonostante
l’importanza innegabile di tali principi ». I citati criteri prospet-
tano pertanto un’introduzione mirata dello strumento della revi-
sione o riapertura, e ciò in una prospettiva di bilanciamento di
fondamentali interessi potenzialmente confliggenti, quali l’esi-
genza di ridefinizione di un giudizio non conforme alla Conven-
zione, da un lato, e il rispetto della certezza del diritto connatu-
rata alla forza di cosa giudicata, dall’altro.

24 Comitato dei Ministri, R(2000)2: « ...(i) la partie lésée continue de souffrir des
conséquences négatives très graves à la suite de la décision nationale, conséquences qui
ne peuvent être compensées par la satisfaction équitable et qui ne peuvent être modifiées
que par le réexamen ou la réouverture, et (ii) il résulte de l’arrêt de la Cour que (a) la
décision interne attaquée est contraire sur le fond à la Convention, ou (b) la violation
constatée est causée par des erreurs ou défaillances de procédure d’une gravité telle qu’un
doute sérieux est jeté sur le résultat de la procédure interne attaquée ». Le ‘‘Spiegazioni’’
classificano alla luce della Raccomandazione alcune ipotesi tratte dalla casistica effettiva-
mente trattata in sede di controllo sull’esecuzione: la condizione (i), sulla permanenza
degli effetti della violazione, riguarda i casi di persone ancora detenute o che continuino
a subire gli effetti accessori della condanna, come la perdita dei diritti civili e politici; gli
stranieri colpiti da provvedimento di espulsione; i bambini cui sia impedito il contatto
con i genitori in violazione del diritto al rispetto della vita familiare di cui all’art. 8
CEDU, sempre che, in ogni caso, « esista un nesso di causalità diretta tra la violazione
constatata e le gravi conseguenze di cui la vittima continua a soffrire ». Quanto alla
tipologia di violazione (ii), per le violazioni di merito le Spiegazioni richiamano a titolo
esemplificativo condanne penali pronunciate in violazione dell’art. 10 CEDU, sulla libertà
di espressione, o dell’art. 9 CEDU, sulla libertà di coscienza e religione; per le violazioni
procedurali, si citano i casi di coloro che si sono visti negare un tempo adeguato per
predisporre la propria difesa, ai sensi dell’art. 6, paragrafi 1 e 3, CEDU, o la cui condanna
sia stata fondata su confessioni estorte con la tortura, ovvero, per i procedimenti civili, il
caso in cui la parte non abbia goduto della ‘‘parità delle armi’’ in giudizio come garantita
dall’art. 6 CEDU. In ogni caso, come detto, il difetto processuale deve essersi tradotto in
un grave dubbio sull’esito nel merito del processo.
Alessia-Ottavia Cozzi 171

In quest’ottica di bilanciamento, le ‘‘Spiegazioni’’ affrontano


anche il problema della tutela dei diritti acquistati dai terzi in
buona fede, suscettibili di un potenziale pregiudizio in caso di
annullamento della sentenza nazionale definitiva. A tal riguardo,
le ‘‘Spiegazioni’’ indicano che la soluzione va ricercata nei singoli
ordinamenti nazionali, applicando in via analogica le disposi-
zioni nazionali che già disciplinano nel sistema giuridico interno
i casi di riapertura o revisione dei giudizi definiti con sentenza
passata in giudicato 25.

V. I principi espressi nella Raccomandazione (2000)2 hanno


trovato applicazione in una fattispecie originata nell’ambito del-
l’ordinamento italiano. Si tratta del noto caso Dorigo, relativo al
diritto al contraddittorio nella formazione della prova garantito
dall’art. 6, paragrafo 3, lettera d), CEDU. Detto caso sarà pun-
tualmente esaminato nel successivo contributo a questo vo-
lume 26. Nel presente paragrafo ci si limiterà invece ad approfon-
dire le valutazioni svolte dal Comitato dei Ministri in sede di
controllo sull’esecuzione.
La procedura di controllo è rimasta pendente avanti al Co-
mitato dal 1998 al 2007 a causa della mancata introduzione nel-
l’ordinamento italiano di un rimedio per la revisione o riapertura
del processo 27. Il caso è stato dichiarato chiuso solo in seguito

25 Nelle Spiegazioni si dà inoltre conto del fatto che la Raccomandazione non
indica quale sia il soggetto legittimato a richiedere il riesame o la riapertura del procedi-
mento interno: pur ammettendo che, per la logica del sistema, l’individuo vittima della
violazione dovrebbe poter adire un giudice o un altro organo competente per la riaper-
tura, il Comitato non ha voluto dare indicazioni specifiche sul punto, al fine di rispettare
le differenti tradizioni giuridiche dei Paesi contraenti.
26 Per la ricostruzione del caso, si rinvia a F. GAMBINI, Il ruolo del giudice ordinario
e della Corte costituzionale nell’attuazione dell’obbligo di riapertura o revisione del processo,
in questo volume, p. 201. Sulla vicenda Dorigo non vi è stata una sentenza della Corte di
Strasburgo, ma una decisione del Comitato dei Ministri nell’esercizio dei poteri di cui
dell’art. 32, paragrafo 1, venuti meno in seguito all’entrata in vigore del XI Protocollo:
Risoluzione interinale DH(99)258 del 15 aprile 1999, non pubblicata, di approvazione del
rapporto della Commissione EDU 9 settembre 1998, Dorigo c. Italia (ricorso n. 33286/96),
con cui era stata constatata la violazione per tredici voti a quattro dell’art. 6, paragrafo 3,
lettera d), CEDU. Il sig. Dorigo era stato condannato per un attentato alla base Nato di
Aviano sulla base delle dichiarazioni di coimputati rese nel corso delle indagini ed acqui-
site al dibattimento senza contraddittorio. Sul caso Dorigo, B. RANDAZZO, Le pronunce
della Corte, cit., p. 347; A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit.,
pp. 645-646; A. GARDINO CARLI, Stati e Corte europea di Strasburgo, cit., p. 112.
27 Comitato dei Ministri, CMRes(2002)30 del 19 febbraio 2002, relativa a Corte
EDU, sent. 28 agosto 1991 F.B.C. c. Italia (ricorso n. 12151/86) e alla Risoluzione interinale
Dorigo c. Italia DH(99)258, Riapertura dei procedimenti giurisdizionali in seguito alla vio-
lazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In essa il Comitato dichiarava che
l’assenza di un rimedio volto alla riapertura del processo aveva « reso impossibile rettifi-
172 CEDU e sentenze nazionali definitive

alla rimessione in libertà del ricorrente, determinata dalla sen-


tenza della Corte di Cassazione, sez. I penale, 1 dicembre 2006 -
25 gennaio 2007, n. 2800, con cui è stato dichiarato ‘‘inesegui-
bile’’ il giudicato per violazione dell’art. 6 della Convenzione e
inefficace l’ordine di carcerazione 28.
Ai fini che qui interessano, la vicenda Dorigo merita di es-
sere ricordata perché le Risoluzioni interinali medio tempore
adottate contenevano precise indicazioni sulle caratteristiche
dello strumento processuale che l’Italia avrebbe dovuto intro-
durre al fine di dare piena esecuzione alla sentenza della Corte
di Strasburgo. Attraverso un’opera di monitoraggio delle inizia-
tive legislative italiane, il Comitato dei Ministri identificava in-
fatti puntuali difformità delle proposte di legge italiane all’epoca
in itinere, rispetto ai principi espressi dalla Raccomandazione
(2000)2 29.
Anzitutto, il Comitato auspicava che la riapertura non fosse
prevista soltanto per la violazione delle garanzie procedurali di
cui all’art. 6, paragrafo 3, CEDU, ma anche per altre tipologie di
violazione della Convenzione, comprese le violazioni sostan-

care pienamente le conseguenze gravi e continuative delle violazioni constatate » e con-


cludeva incoraggiando le autorità italiane alla « adozione rapida di una nuova legisla-
zione conforme ai principi della Raccomandazione n. R(2000)2 ». Di fronte all’inerzia
del legislatore italiano e alla persistenza dello stato detentivo del ricorrente, lo stesso
invito veniva ribadito con toni sempre più critici in successive risoluzioni interinali: Co-
mitato dei Ministri, Res(2004)13 del 10 febbraio 2004 e Res(2005)85 del 12 ottobre 2005.
Sul punto è intervenuta anche l’Assemblea Parlamentare: si vedano la Raccomandazione
1684(2004) del 23 novembre 2004 e le Risoluzioni n. 1411(2004) del 23 novembre 2004 e
n. 1516(2006) del 2 ottobre 2006. Il caso, inoltre, è stato oggetto di interrogazioni da
parte dei Deputati dell’Assemblea parlamentare: questione n. 13 del 5 ottobre 2004 di
Jurgens, n. 15 del 26 gennaio 2005 di Bemelmans-Videc e n. 13 del 22 giugno 2005 di
Lloyd.
28 Comitato dei Ministri, ResDH(2007)83 del 20 giugno 2007, in cui si esprime
apprezzamento per il fatto che la Cassazione abbia fatto riferimento « all’effetto diretto
della Convenzione nell’ordinamento italiano » e abbia indirizzato un monito al legislatore,
volto all’introduzione urgente della possibilità di riapertura dei procedimenti penali in
seguito a sentenze della Corte europea. Conclude il Comitato chiedendo di eliminare gli
effetti ulteriori della condanna, quali l’iscrizione della stessa sul casellario giudiziale, e
« Dichiarando con forza l’urgenza che le autorità italiane completino, il più rapidamente
possibile, l’iniziativa legislativa necessaria a rendere possibile, nell’ordinamento italiano,
la riapertura dei procedimenti in seguito alle sentenze della Corte ». Per un puntuale
commento a Cass., Sez. I, 1º dicembre 2006, n. 2800, Dorigo, in Cass. Pen., 2007, 4, p.
1441, si rinvia F. GAMBINI, Il ruolo del giudice ordinario e della Corte costituzionale nell’at-
tuazione dell’obbligo di riapertura o revisione del processo, cit., p. 201.
29 Per una descrizione e un commento alle proposte di legge presentate sulla
revisione del giudizio in seguito a sentenza della Corte di Strasburgo, si rinvia a M.
GIALUZ, Le opzioni per l’adeguamento del codice di procedura penale italiano all’obbligo di
restitutio in integrum previsto dalla Corte di Strasburgo, in questo volume, p. 229; cfr.
anche A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., p. 671 ss.; B.
RANDAZZO, Le pronunce della Corte europea, cit., p. 347.
Alessia-Ottavia Cozzi 173

ziali 30. In secondo luogo, si chiedeva che non fosse esclusa l’ap-
plicazione di tale rimedio per reati ritenuti di particolare gravità,
in quanto l’esigenza di repressione di crimini, pure giudicati pe-
ricolosi per una società democratica, non avrebbe giustificato
una limitazione del godimento dei diritti della Convenzione,
compreso il diritto ad essere nuovamente giudicato in caso di
condanna derivante da un processo non equo. Infine, il Comitato
dei Ministri incoraggiava l’introduzione di un meccanismo ad
efficacia retroattiva applicabile ai casi di violazione già consta-
tata, lamentando in caso contrario una disparità di trattamento
tra condannati ante e post introduzione del rimedio nel godi-
mento dei diritti convenzionali 31.

VI. Come detto, il caso Dorigo è stato dichiarato chiuso dal


Comitato dei Ministri nonostante la mancata introduzione nel-
l’ordinamento italiano di una forma di riapertura o revisione
delle sentenze penali di condanna 32. Se si volesse ricondurre
tale esito entro i criteri della Raccomandazione (2000)2, si po-
trebbe dire che la scarcerazione del soggetto leso ha fatto venir
meno una delle condizioni preliminari dell’ipotizzato obbligo di
riapertura, ossia la permanenza delle conseguenze negative della
violazione.
In linea generale, la prassi del Comitato dei Ministri in
punto di riapertura del giudizio appare molto legata alle circo-
stanze del singolo caso. Tuttavia, la cessazione degli effetti della
violazione, ed in particolare dello stato di detenzione, sembra
assumere un significato determinante per il riconoscimento del-
l’intervenuto adempimento all’obbligo di esecuzione.
Nel caso Hakkar, già ricordato, l’esame in sede di controllo
termina soltanto in seguito all’approvazione in Francia di una

30 Comitato dei Ministri, Res(2002)30 del 19 febbraio 2002.


31 Comitato dei Ministri, Res(2004)13 del 10 febbraio 2004, constata inoltre che:
« il progetto di legge volto ad introdurre in Italia una siffatta possibilità di riapertura e
attualmente all’esame del Senato italiano va, da un certo punto di vista, al di là delle
esigenze stesse della Raccomandazione (2000)2, nella misura in cui non fa alcuna distin-
zione tra violazioni dell’art. 6 della Convenzione che affliggono il carattere equo del pro-
cesso al punto da far sorgere un serio dubbio sul suo esito e violazioni che non hanno
tale carattere, e nella misura in cui non tiene conto della gravità delle conseguenze an-
cora subite ».
32 E. LAMBERT ABDELGAWAD, L’exécution des arrêts (2007), cit., 654, parla di « palese
sconfitta » del Comitato dei Ministri nell’esecuzione del caso Dorigo, assumendo la vi-
cenda ad esempio dell’efficacia limitata delle Risoluzioni interinali nei casi in cui lo Stato
membro si opponga all’adozione di una specifica misura individuale.
174 CEDU e sentenze nazionali definitive

legislazione ad hoc sulla riapertura dei processi conseguente ad


una sentenza di Strasburgo 33.
Nel caso Lucà c. Italia del 2001, relativo come il caso Dorigo
all’art. 6, paragrafo 3, lettera d), CEDU, pur ribadendo la neces-
sità che lo Stato italiano porti a termine l’iter legislativo inerente
alla revisione delle sentenze penali pronunciate in violazione dei
diritti convenzionali, il Comitato non richiede misure individuali,
avuto riguardo alle « circostanze specifiche » del caso, ovvero al
fatto che il ricorrente non fosse più detenuto e non avesse solle-
citato la riapertura del processo 34.
Nel caso Bracci del 2005, originato anch’esso dalla viola-
zione dell’art. 6, paragrafo 3, lettera d), CEDU, l’obbligo di ap-
prestare misure individuali è ritenuto soddisfatto dalla ridetermi-
nazione della pena, effettuata dal Tribunale di Roma quale giu-
dice dell’esecuzione, dopo aver dichiarato la non esecutività ed
eseguibilità della sentenza di condanna nella parte emessa in
violazione dell’art. 6 CEDU 35.
Nel caso Sannino del 2006, sulla violazione del diritto a
farsi assistere da un avvocato (art. 6, paragrafo 3, lettera c),
l’applicazione di misura alternativa al carcere, quale l’affida-
mento in prova ai servizi sociali, non è giudicata sufficiente,
dovendo le autorità italiane fornire ulteriori informazioni sulla
possibilità di riaprire il giudizio 36.
Al di là di questi casi specifici, nel complesso il differente
esito del controllo sull’esecuzione appare legato a due fattori: da
un lato, vengono in rilievo alcuni aspetti propri della vicenda
concreta, come la tipologia della pena (detentiva o meno) inflitta;
il fatto che il condannato l’abbia scontata o si sia sottratto alla
sua esecuzione 37. Dall’altro, sono presi in considerazione altri

33
Comitato Ministri, ResDH(2001)4 del 14 febbraio 2001, commentata in Diritto
penale e processo, 2001, pp. 521-523.
34 Comitato Ministri, ResDH(2005)86 del 12 ottobre 2005.
35 Corte EDU, sentenze 13 ottobre 2005, Bracci c. Italia (ricorso n. 36822/02); e 19
ottobre 2006, Majadallah c. Italia (ricorso n. 62094/00), in ‘‘notes of agenda’’ sullo stato
dell’esecuzione, pubblicate sul sito del Comitato dei Ministri nella sezione Cases or group
of cases against Italy. Il Comitato dei Ministri si riferisce alla sentenza del Tribunale di
Roma, 25 settembre 2006, in Cass. Pen., 2007, p. 268, sulla quale si veda il commento di
E. SELVAGGI, ivi, 2008, 4, p. 1629.
36 Corte EDU, sent. 27 aprile 2006, Sannino c. Italia (ricorso n. 30961/03); cfr.
succitate ‘‘notes of agenda’’.
37 Misure individuali non sono richieste nel caso in cui il condannato non abbia
neppure cominciato a scontare la pena: cfr. Comitato dei Ministri, ResDH(2005)28, Craxi
2 c. Italia, del 25 aprile 2005. Si vedano anche le richiamate ‘‘notes of agenda’’ relative ai
casi di processo in contumacia: caso Sejdovic c. Italia, (ricorso n. 56581/00), in cui si
riferisce che l’Italia ha ritirato la richiesta di estradizione e iscritto la sentenza della Corte
Alessia-Ottavia Cozzi 175

strumenti interni potenzialmente idonei a fare cessare gli effetti


della violazione, quali la cancellazione della condanna dal casel-
lario giudiziale 38 o provvedimenti di clemenza eventualmente
concessi 39.
In linea di massima, comunque, di fronte alla violazione
delle garanzie procedimentali dell’art. 6 il Comitato esige che la
riapertura sia possibile, senza attendere l’esito del nuovo pro-
cesso. In queste fattispecie, infatti, la restitutio consiste proprio
nella possibilità di godere nuovamente della chance di un giudi-
zio equo, indipendentemente da quello che sarà poi il suo esito.
Non cosı̀ per le violazioni di merito, per esempio la violazione
dell’art. 10 della Convenzione. In queste ipotesi, la restituitio
sembra richiedere non soltanto un nuovo giudizio, ma anche
l’annullamento della condanna inflitta 40.

VII. Come già anticipato, la prassi del Comitato dei Ministri


ha fortemente influenzato la giurisprudenza convenzionale in
materia di riapertura e revisione dei giudizi. Prima di passare a
esaminare detta giurisprudenza è senz’altro utile svolgere due
precisazioni preliminari.
Anzitutto, va sottolineato che il recepimento nelle sentenze
della Corte di Strasburgo dei criteri di valutazione adottati dal
Comitato dei Ministri comporta un significativo mutamento
della natura e dell’efficacia del vincolo imposto allo Stato conve-
nuto. La domanda di esecuzione in forma specifica formulata
dal Comitato dei Ministri sorge pur sempre in un contesto ca-
ratterizzato dalla negoziazione politica. Nonostante il controllo
dell’esecuzione si sia caratterizzato nel corso degli anni per una
progressiva procedimentalizzazione, ispirata a principi di tra-

europea sul casellario giudiziale; caso Hu c. Italia (ricorso 5941/04), in cui si attesta che il
ricorrente vive libero in Olanda in seguito al rigetto da parte delle autorità olandesi della
domanda di estradizione, motivata per il fatto che il ricorrente non avrebbe avuto una
reale opportunità di difendersi in Italia.
38
Si veda l’art. 19, commi 2 bis e ter, D.P.R. 14 novembre 2002, Testo unico delle
disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, integrato dall’art.
1, D.P.R. 28 novembre 2005, n. 289. La disciplina italiana appare insoddisfacente nella
misura in cui non prevede la cancellazione della condanna dal casellario giudiziale, ma
l’iscrizione nello stesso della sentenza definitiva della Corte di Strasburgo.
39 Cfr. Comitato dei Ministri, Res(2005)85 del 12 ottobre 2005 sul caso Dorigo.
40 Si vedano la ResDH(2004)38 del 2 giugno 2004 e la ResDH(2006)79, relative a
32 sentenze contro la Turchia sulla violazione della libertà di espressione per condanne
penali pronunciate in applicazione della legislazione turca contro il terrorismo, nonché le
Risoluzioni di tenore analogo adottate il 28 febbraio 2007 (ResDH(2007) da 19 a 24).
176 CEDU e sentenze nazionali definitive

sparenza e pubblicità 41, si tratta pur sempre di una forma di


vigilanza fondata su una « pressione tra pari » 42. L’efficacia di
strumenti quali le risoluzioni interinali risiede, infatti, nella pub-
blicità e visibilità delle sollecitazioni inviate al singolo Stato
avanti ai rappresentanti degli altri Governi. Le decisioni sono
prese a maggioranza nel corso di riunioni non pubbliche, all’e-
sito di mediazioni, trattative ed accordi; il ricorrente, pur po-
tendo inviare documenti e osservazioni, non è chiamato a pren-
dervi parte 43.
Diversa appare, invece, la portata e l’efficacia della obbliga-
zione di esecuzione in forma specifica, allorché essa risulti dalla
motivazione — o ancor più dal dispositivo — di una sentenza
resa da un organo giurisdizionale, le cui pronunce sono dotate
di forza vincolante rispetto alle parti del giudizio e all’oggetto
della causa. Da impegno assunto in un contesto politico, la ri-
chiesta di riapertura o di revisione del giudizio diviene perciò
obbligazione giuridica e assume pertanto ben altra rilevanza, an-
che sotto il profilo dei rapporti tra ordinamento CEDU e sistemi
giuridici nazionali 44.
In secondo luogo, sino ad oggi la Corte di Strasburgo ha
richiesto la riapertura del giudizio nazionale dopo aver accertato
violazioni afferenti, in particolare, ad alcuni dei diritti garantiti
dall’art. 6 della Convenzione, ovvero il diritto ad tribunale indi-
pendente ed imparziale (paragrafo 1); il diritto alla partecipa-
zione personale al processo (ricavato dal combinato disposto dei
paragrafi 1 e 3 dell’art. 6); il diritto al contraddittorio nella for-
mazione della prova (paragrafo 3, lettera d); infine, il diritto a
farsi assistere da un avvocato e a predisporre la propria difesa
(paragrafo. 3, lettera c).
Non è possibile né necessario in questa sede soffermarsi sul
contenuto di tali diritti; accenni ai diritti in esame saranno dun-

41 A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., pp. 640-641; B.


RANDAZZO, Le pronunce della Corte europea, cit., p. 302, parla di una « giurisdizionalizza-
zione » della procedura avanti al Comitato dei Ministri.
42
P. IMBERT, L’exécution des arrest, cit, p. 35.
43 V. ZAGREBELSKY, Violazioni ‘‘strutturali’’, cit., p. 10.
44 A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., p. 675 ss.,
ipotizzava l’esistenza di un vero e proprio obbligo convenzionale di prevedere la revisione
del giudizio nell’ordinamento interno in virtù dell’art. 46, paragrafo 1, CEDU già sulla
base della prassi del Comitato dei Ministri, rinvenendone le radici nell’accettazione da
parte degli Stati della suddetta prassi e nel progressivo adeguamento delle legislazioni e
prassi nazionali. Contra, A. CIAMPI, Le garanzie internazionali dei diritti processuali dell’im-
putato, in Riv. Dir. Int., 1999, pp. 680-718.
Alessia-Ottavia Cozzi 177

que svolti dunque solo nella misura in cui la loro rispettiva por-
tata è suscettibile di condizionare la scelta delle misure di esecu-
zione. In linea generale, tuttavia, può essere utile premettere che
l’interpretazione dei citati paragrafi dell’art. 6 è sempre stata
guidata nella giurisprudenza della Corte da due direttrici: da un
lato, la lettura delle garanzie dell’imputato di cui al paragrafo 3
dell’art. 6 come aspetti particolari del diritto ad un processo
equo di cui all’art. 6, paragrafo 1 45; dall’altro, la ricerca di un
significato autonomo del testo convenzionale, identificativo di
uno standard minimo di tutela valido per tutti gli Stati con-
traenti indipendentemente dalla terminologia e dalla prassi svi-
luppata nei singoli ordinamenti nazionali 46.
Ciò posto, esamineremo di seguito la recente giurisprudenza
della Corte di Strasburgo relativa all’obbligo di riapertura e di
revisione del giudizio nazionale.

VIII. Le prime sentenze in cui la Corte enuncia espressa-


mente un’obbligazione di riapertura del processo attengono alla
violazione del diritto ad essere giudicati da un tribunale indipen-
dente ed imparziale, di cui all’art. 6, paragrafo 1, CEDU 47.
Già nel sistema della ‘‘vecchia’’ Convenzione (antecedente
all’entrata in vigore dell’XI Protocollo, il 1o novembre 1998), pro-
nunciandosi sull’equa soddisfazione a distanza di tempo dalla
sentenza dichiarativa della violazione, la Corte aveva ricono-
sciuto indirettamente che un ‘‘nuovo giudizio’’ svoltosi nello Stato
membro poteva costituire un rimedio adeguato alla violazione
dell’art. 6, paragrafo 1. Ma tale constatazione rappresentava la
mera presa d’atto di un comportamento spontaneamente posto
in essere dalla Stato convenuto ed appariva funzionale alla sola

45 Corte EDU, sentenze 24 novembre 1986, Unterpertinger c. Austria (ricorso n.


9120/80, § 29); 6 dicembre 1988, Barberà, Messegué e Jabardo c. Spagna (ricorsi nn.
10588/83, 10589/83 e 10590/83, § 67); 23 aprile 1997, Van Mechelen e a. c. Paesi Bassi
(ricorsi nn. 21363/93, 21364/93, 21427/93 e 22056/93, § 49); 14 dicembre 1999, A. M. c.
Italia (ricorso n. 37019/97, § 23); 27 febbraio 2001, Lucà c. Italia (ricorso n. 33354/96, §
37); 8 febbraio 2007, Kollcaku c. Italia (ricorso n. 25701/03, § 66-68). La connessione tra il
primo e il terzo paragrafo dell’art. 6 CEDU comporta, in particolare, che la Corte possa
ritenere nel complesso ‘‘non equo’’ un procedimento giurisdizionale in presenza di una
pluralità di deficienze non idonee di per sé a comportare una violazione dei singoli diritti
dell’imputato enunciati nel paragrafo 3 di detto articolo: cfr. per esempio Corte EDU,
sent. 13 aprile 2006, Vaturi c. Francia (ricorso n. 75699/01, § 57-59).
46
Sul significato autonomo dei termini ‘‘accusa penale’’ o ‘‘testimone’’ elaborati
dalla Corte, v. M. CHIAVARIO, Art. 6, cit., pp. 158-163.
47 M. CHIAVARIO, Art. 6, cit., pp. 180-189.
178 CEDU e sentenze nazionali definitive

valutazione della spettanza dell’equa soddisfazione e alla sua


quantificazione 48.
Ancora nella sentenza Incal c. Turchia del 1998, avente ad
oggetto la composizione delle Corti di sicurezza turche, al ricor-
rente condannato per un reato di opinione che chiedeva l’elimi-
nazione delle misure accessorie alla condanna penale, la Corte
rispondeva che: « la Convenzione non le dà competenza per or-
dinare simili misure » 49.
In più recenti pronunce originate da analoghi ricorsi relativi
alle Corti turche, Gençel c. Turchia del 2003 e Tahir Duran c.
Turchia del 2004, si assiste invece ad un mutamento dell’orienta-
mento in punto di esecuzione. Nel paragrafo dedicato all’art. 41,
la Corte, sezione III, ha infatti affermato che « Allorché la Corte
conclude che la condanna di un ricorrente sia stata pronunciata
da un tribunale che non era indipendente e imparziale ai sensi
dell’art. 6, paragrafo 1, essa ritiene che in principio il rimedio
più appropriato sia di far giudicare nuovamente il ricorrente in
tempo utile da un tribunale indipendente e imparziale » 50. La
Corte, pertanto, individua preventivamente la celebrazione di un
nuovo processo come la misura individuale ‘‘in principio’’ più
adeguata per eliminare le conseguenze della violazione dell’art.
6, paragrafo 1.
Questa conclusione è stata confermata dalla Grande Cham-
bre nella sentenza Öcalan c. Turchia del 12 maggio 2005, la quale
ha tuttavia circoscritto la necessità ‘‘in principio’’ di riapertura
del giudizio alle caratteristiche del singolo caso di specie 51.

48 Corte EDU, sent. 26 ottobre 1984, Piersack c. Belgio (ricorso n. 8692/79, § 11),
in tema di incompatibilità tra l’esercizio della funzione di pubblico ministero e di giudice,
in cui la Corte affermò: « la procedura che si è svolta ulteriormente in Belgio ha rime-
diato nella sostanza [redressé pour l’essentiel] la violazione constatata dalla Corte il 1
ottobre 1982; essa ha condotto ad un risultato tanto prossimo ad una restitutio in inte-
grum quanto la natura delle cose lo consentiva ». Sulla prassi della Corte di attendere il
completamento delle azioni nazionali prima di decidere dell’equa soddisfazione, F. SUND-
BERG, art. 41, cit., p. 663. Con specifico riferimento alla riapertura del giudizio, A. SAC-
CUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., pp. 631-636.
49 Corte EDU, sent. 9 giugno 1998, Incal c. Turchia (ricorso n. 22678/93, § 68-72).
In termini analoghi, Corte EDU, sentenze 28 ottobre 1998, Çiraklar c. Turchia (ricorso n.
19601/92); 7 novembre 2002, Özel c. Turchia (ricorso n 42739/98, § 31-33); 6 febbraio
2003, Özdemir c. Turchia (ricorso n. 59650/00, § 35). Le sentenze traggono origine da
ricorsi introdotti da cittadini turchi condannati alla pena della reclusione da Corti di
sicurezza nazionale composte anche da giudici militari che continuavano ad essere mem-
bri effettivi delle forze armate, dunque a dipendere dal potere esecutivo.
50 Corte EDU, sentenze 23 ottobre 2003, Gençel c. Turchia (ricorso n. 53431/99, §
25); 29 gennaio 2004, Tahir Duran c. Turchia (ricorso n. 40997/98, § 23).
51
Corte EDU, sent. 12 maggio 2005, Öcalan c. Turchia (ricorso n. 46221/99, §
210): « Tuttavia, le misure di riparazione specifiche da adottarsi, se del caso, da uno
Alessia-Ottavia Cozzi 179

Deve notarsi che, a differenza delle sentenze Gençel e Tahir Du-


ran della III sezione, che correlavano l’obbligazione di riapertura
all’art. 41 della Convenzione, la sentenza Öcalan della Grande
Chambre ha riferito detta obbligazione direttamente all’art. 46,
paragrafo 1, CEDU, dunque al generale obbligo dello Stato di
conformarsi alle sentenze della Corte.

IX. La Corte di Strasburgo ha sostenuto la necessità di ria-


pertura del giudizio anche in presenza di violazioni del diritto a
partecipare personalmente al processo, garantito dai paragrafi 1
e 3 dell’art. 6 CEDU 52.
Tale diritto ha dato origine ad un cospicuo filone giurispru-
denziale avente ad oggetto il processo in contumacia, che ha in-
teressato l’Italia sia nella vigenza del Codice di procedura penale
del 1930 che in relazione al rimedio dell’appello tardivo previsto
dal nuovo Codice all’art. 175 c.p.p. Sotto questo profilo la giuri-
sprudenza della Corte appare consolidata. Costituisce afferma-
zione costante quella per cui la celebrazione di un processo in
contumacia non è di per sé incompatibile con le garanzie dell’art.
6 CEDU. Tuttavia, « si è in presenza di un diniego di giustizia
allorché un individuo condannato in absentia non possa ottenere
successivamente che una giurisdizione giudichi nuovamente,

Stato resistente per adeguarsi alle obbligazioni che gli incombono in virtù dell’art. 46
della Convenzione dipendono necessariamente dalle circostanze particolari della causa e
devono essere definite alla luce della sentenza resa dalla Corte nel relativo giudizio (...) ».
In senso analogo, Corte EDU, sent. 20 febbraio 2007, Ünsal c. Turchia (ricorso n. 24632/
02, § 36).
52 Il diritto di partecipare personalmente al processo non è garantito espressa-
mente dall’art. 6 CEDU. Una giurisprudenza risalente lo ha tuttavia desunto « dall’oggetto
e dallo scopo » complessivo della disposizione citata, nonché dall’interpretazione sistema-
tica del primo paragrafo dell’art. 6, che garantisce nel complesso il diritto ad un processo
‘‘equo’’, con le facoltà puntualmente attribuite all’accusato dal terzo paragrafo, in partico-
lare il diritto di difendersi personalmente, interrogare o far interrogare i testimoni e farsi
assistere gratuitamente da un interprete. Si tratta di diritti, infatti, che non potrebbero
essere esercitati senza la presenza dell’imputato all’udienza: Corte EDU, sentenze 12 feb-
braio 1985, Colozza c. Italia (ricorso n. 9024/80, § 27-28); 19 dicembre 1989, Brozicek c.
Italia (ricorso n. 10964/84, § 45); F. C. B. c. Italia, cit., § 30; 12 dicembre 2001, Medenica
c. Suisse (ricorso n. 20491/92, § 53-55); 18 maggio 2004, Somogyi c. Italia (ricorso n.
67972/01, § 65); 24 marzo 2005, Stoichkov c. Bulgaria (ricorso n. 9808/02, § 55); 10 no-
vembre 2004, Sejdovic c. Italia (ricorso n. 56581/00), con nota di L. FRANÇOIS, in Rev.
Trim. Dr. Homme, 2005, p. 785 e di A. TAMIETTI, Processo contumaciale e Convenzione
europea dei Diritti dell’Uomo: la Corte di Strasburgo sollecita l’Italia ad adottare riforme
legislative, in Cass. Pen., 2005, p. 989 ss., e Corte EDU, sent. 1o marzo 2006, Sejdovic c.
Italia, cit., § 81-82, con nota di L. FRANÇOIS, La Procédure italienne par contumace con-
frontée aux exigences européennes du procès équitable, in Rev. Trim. Dr. Homme, 2007, pp.
521-540; v. anche Corte EDU, sent. 25 marzo 2008, Gaga c. Romania (ricorso n. 1562/02,
§ 49).
180 CEDU e sentenze nazionali definitive

dopo averlo sentito, sulla fondatezza dell’accusa in fatto come in


diritto, nel momento in cui non sia stabilito che egli ha rinun-
ciato al diritto a comparire e difendersi » 53. Secondo la Corte,
quindi, il diritto a partecipare personalmente al processo com-
prende, quale suo contenuto tipico, il diritto per il condannato
contumace che non abbia avuto conoscenza del processo di go-
dere di un nuovo giudizio di cognizione piena sui fatti di reato.
L’esistenza di siffatto rimedio processuale è prospettata
come un’obbligazione di risultato e deve perciò essere garantita
nell’ordinamento interno. In applicazione della dottrina del mar-
gine di apprezzamento, è invece lasciata allo Stato la scelta delle
modalità per la sua istituzione e le sue caratteristiche funzionali,
con l’unica precisazione che deve trattarsi di un nuovo giudizio
di cognizione nel merito (« sur le bien-fondé de l’accusation en
fait comme en droit », nel testo francese; « a fresh determination
of the merits of the charge » nel testo inglese delle sentenze) 54.
Se la necessità di un nuovo giudizio è, dunque, presente
nella giurisprudenza più risalente della Corte, non cosı̀ l’imposi-
zione di uno specifico obbligo di riapertura del processo come

53
Corte EDU, sentenze Colozza c. Italia, cit., § 29; Somogyi c. Italia, cit., § 58; 12
giugno 2007, Pititto c. Italia (ricorso n. 19321/03, § 71). Da questa affermazione il giudice
convenzionale ha tratto alcuni corollari in merito alla ‘‘qualità’’ dell’informazione relativa
alla pendenza di un procedimento penale a carico e alla rinuncia al diritto a difendersi.
La Corte ritiene insufficiente una conoscenza dell’esistenza di un giudizio acquisita in via
meramente indiretta o informale, per esempio attraverso i parenti (v. Corte EDU, sent. 12
ottobre 1992, T. c. Italia, ricorso n. 14104/88, § 28) o persino gli avvocati di fiducia
nominati in un giudizio contestualmente in corso (v. Corte EDU, sent. F. C. B. c. Italia,
cit., § 45), richiedendo invece una comunicazione formale in cui l’interessato sia ufficial-
mente posto a conoscenza degli elementi di fatto e delle imputazioni di diritto contestati-
gli (v. Corte EDU, sentenze T. c. Italia, cit., § 28; Somogyi c. Italia, cit., § 72; 1o marzo
2006, Sejdovic c. Italia, cit., § 89-90; Kollcaku c. Italia, cit., § 51; Pititto c. Italia, cit., § 68-
69; Gaga c. Romania, cit., § 52). La Corte richiede inoltre che le autorità nazionali ab-
biano effettivamente compiuto un’attività di ricerca dell’interessato, essendo del tutto
inadeguate le sole notificazioni alla residenza legale, quando l’interessato sia risultato
irreperibile. In secondo luogo, quanto alla rinuncia, non è sufficiente la semplice mancata
comparizione dell’imputato, né la sua irreperibilità, per dedurne la consapevole rinuncia
al diritto di prendere parte al processo. Ricade sulle autorità nazionali e non sull’interes-
sato l’onere della prova della rinuncia a tale diritto (Corte EDU, sentenze Colozza c. Italia,
cit., § 28; T. c. Italia, cit., § 29; a contrario, 12 dicembre 2001, Medenica c. Suisse, ricorso
n. 20491/92, § 58, in cui la Corte accerta la chiara volontà del ricorrente di sottrarsi al
giudizio). I principi del processo contumaciale erano già stati definiti nella Risoluzione
del Comitato dei Ministri n. 75/11 del 21 maggio 1975, Resolution on the criteria governing
proceedings held in the absence of the accused.
54 Corte EDU, sentenze Colozza c. Italia, cit., § 30; Medenica c. Suisse, cit.; 18
maggio 2004, Somogyi c. Italia, cit., § 67; 1o marzo 2006, Sejdovic c. Italia, cit., § 83.
Resta in ogni caso fermo il controllo a posteriori della Corte, in occasione di successivi
giudizi, sull’idoneità dello strumento in concreto attivato: cfr. Corte EDU, sent. Stoichkov
c. Bulgaria, cit., in cui la Corte condanna il rigetto da parte della Corte di Cassazione
bulgara di un’istanza di revisione dovuto alla distruzione dei dossier relativi al ricorrente.
Alessia-Ottavia Cozzi 181

misura individuale di esecuzione 55. A partire dalla sentenza So-


mogyi c. Italia del 18 maggio 2004 della seconda Sezione, invece,
all’obbligazione di garantire un nuovo giudizio, intesa come con-
tenuto della norma sostanziale, la Corte affianca un corrispon-
dente specifico obbligo di esecuzione: « La Corte richiama la sua
giurisprudenza consolidata secondo la quale in caso di violazione
dell’art. 6 § 1 della Convenzione occorre mettere il ricorrente, il
più possibile, in una situazione equivalente a quella nella quale si
troverebbe se non ci fosse stata una violazione delle esigenze di
questa disposizione (...). La Corte ritiene che, quando conclude
che la condanna di un ricorrente sia stata pronunciata malgrado
l’esistenza di una lesione potenziale del suo diritto a partecipare
al processo, il rimedio più appropriato consista in principio nel
far giudicare nuovamente l’interessato in tempo utile e nel ri-
spetto delle esigenze dell’art. 6 della Convenzione » 56.
Siffatta conclusione è stata poi confermata dalla prima se-
zione nella sentenza Stoichkov c. Bulgaria del 2005 57 e, infine,
ripresa dalla Grande Chambre nella sentenza Sejdovic c. Italia
del 1o marzo 2006. Come nel precedente Ocalan del 2005, la
Grande Camera fonda l’obbligo di riapertura direttamente sul-
l’art. 46 della CEDU e lo correla alle particolari circostanze della
causa e all’esatta qualificazione della violazione, per come desu-
mibile dalla sentenza della Corte 58.

55
Si veda Corte EDU, sent. 24 marzo 2005, Brozicek c. Italia (ricorso n. 10964/84),
in cui la Corte si dichiara incompetente ad ordinare la cancellazione della condanna dal
casellario giudiziale.
56 Corte EDU, sent. Somogyi c. Italia, cit., § 86.
57 Corte EDU, sent. Stoichkov c. Bulgaria, cit.: « (...) nell’ambito dell’esecuzione
delle sentenze in conformità all’art. 46 della Convenzione, una sentenza che accerti una
violazione impone allo Stato resistente l’obbligazione giuridica di porre un termine alla
violazione e di rimediare alle sue conseguenze in modo da, per quanto possibile, ripristi-
nare la situazione esistente prima della violazione. Se, d’altra parte, il diritto nazionale
non consente — o consente solo parzialmente — di riparare alle conseguenze della viola-
zione, l’art. 41 conferisce il potere alla Corte di attribuire alla parte lesa un’equa soddi-
sfazione che appaia adeguata. Ne consegue, inter alias, che una sentenza in cui la Corte
accerta una violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli impone allo Stato conve-
nuto l’obbligazione non soltanto di versare agli interessati le somme spettanti a titolo di
equa soddisfazione, ma anche di scegliere, sotto la supervisione del Comitato dei Ministri,
le misure generali e/o, se necessarie, individuali da introdurre nel proprio ordinamento
interno al fine di far cessare la violazione accertata dalla Corte e porre in essere ogni
possibile rimedio per le sue conseguenze, in modo da ripristinare fin dove è possibile la
situazione esistente prima della violazione » (§ 80). La formulazione è analoga a quella
adottata in Corte EDU, sent. Scozzari e Giunta c. Italia, cit., § 249.
58
La conclusione è confermata in Corte EDU, sentenze Pititto c. Italia, cit., § 78-
79; Gaga c. Romania, cit., § 67. Nelle sentenze Stoichkov c. Bulgaria e Somogyi c. Italia,
citate, l’obbligazione di riapertura era riferita all’art. 41 CEDU.
182 CEDU e sentenze nazionali definitive

Rispetto a questa tipologia di violazione, pertanto, si è assi-


stito allo scivolamento di un’obbligazione già enucleata come
componente del diritto sostanziale entro il contenuto specifico
dell’obbligo di esecuzione risultante dagli articoli 41 e 46 della
Convenzione 59.

X. Una terza ipotesi in cui la Corte richiede la celebrazione


di un nuovo giudizio si ha nel caso di accertamento della viola-
zione del diritto dell’imputato alla formazione della prova nel
contraddittorio tra le parti, garantito dall’art. 6, paragrafo 3, let-
tera d), CEDU 60.
Il contenuto di tale garanzia procedurale è stato inteso dalla
Corte nel senso che gli elementi di prova debbano normalmente
essere acquisiti nel corso di una udienza pubblica in contraddit-
torio tra le parti. Secondo la giurisprudenza costante, tuttavia, la
disposizione citata non osta a che siano utilizzate come prove
dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari, a patto
che l’imputato abbia una « occasione adeguata e sufficiente » di
contestare le testimonianze a carico e di interrogare l’autore delle
stesse, anche se in un momento successivo a quello in cui esse
sono state rese 61. La Corte ha tuttavia precisato che l’art. 6, para-
grafo 3, lettera d), CEDU è violato non ogniqualvolta risultino
agli atti del processo prove assunte in assenza di contraddittorio,
bensı̀ soltanto allorché esse, secondo il prudente giudizio della
Corte, abbiano rappresentato gli unici elementi (o comunque gli
elementi determinanti) posti a fondamento della condanna 62- 63.

59 Quanto alle caratteristiche del nuovo giudizio, i confini del margine di apprez-
zamento già delineati entro il diritto sostanziale sono confermati in sede di definizione
della misura individuale di esecuzione, dal momento che « non compete alla Corte indi-
care le modalità e le forme di un nuovo giudizio eventuale » (Corte EDU, sent. 1o marzo
2006, Sejdovic c. Italia, cit., § 127, in risposta alla richiesta del Governo italiano di speci-
ficare le caratteristiche del nuovo giudizio alla luce dell’impossibilità di riprodurre le
prove divenute irripetibili).
60 In tema, v. M. CHIAVARIO, Art. 6, cit., pp. 238-239. Si tratta della tipologia di
violazione alla base del già ricordato caso Dorigo.
61 Corte EDU, sentenze Unterpertinger c. Austria, cit., § 31; Barberà, Messegué e
Jabardo c. Spagna, cit., § 67-68; 20 settembre 1993, Saidi c. Francia (ricorso n. 14647/89,
§ 43-44); 12 luglio 1988, Schenk c. Svizzera (ricorso n. 10862/84, § 45-46); 19 febbraio
1991, Isgrò c. Italia (ricorso n. 11339/85, § 19); Vaturi c. Francia, cit., § 49-51. In materia
di prova testimoniale, la Corte ha definito i limiti del proprio sindacato escludendo la
propria competenza a giudicare della ammissibilità e della valutazione delle prove al pari
di una giurisdizione interna di appello o legittimità, e rivendicando invece uno specifico
compito di ‘‘rilettura complessiva’’ del procedimento nazionale alla luce delle garanzie
dell’art. 6 CEDU (ex multis, v. Corte EDU, sent. Bracci c. Italia, cit., § 49-51).
62
Corte EDU, sentenze Unterpertinger c. Austria, cit., § 33; Barberà, Messegué e Ja-
bardo c. Spagna, cit., § 86 e 89; 15 giugno 1992, Lüdi c. Svizzera (ricorso n. 12433/86, § 49);
Alessia-Ottavia Cozzi 183

Sotto il profilo dell’obbligo di esecuzione, ancora nella sen-


tenza Saidi c. Francia del 1993, di fronte alla richiesta espressa
del ricorrente di poter beneficiare di un nuovo processo, la
Corte ribadiva che: « la Convenzione non le attribuisce compe-
tenza per esigere dallo Stato francese l’apertura di un nuovo
processo (...) » 64.
Un evidente révirement si è, invece, verificato a partire dalla
sentenza Bracci c. Italia del 13 ottobre 2005, in cui si afferma
che: « allorché la Corte conclude che la condanna di un ricor-
rente sia stata pronunciata al termine di una procedura non
equa, essa ritiene che in principio il rimedio più appropriato sia
di far giudicare nuovamente l’interessato in tempo utile e nel
rispetto delle esigenze dell’art. 6 » 65. Tale inciso assume una no-
tevole importanza, poiché l’obbligo di esecuzione non appare
correlato specificamente alla violazione dell’art. 6, paragrafo 3,
lettera d), ma, con formulazione di carattere generale, ad ogni
ipotesi di ‘‘procedura non equa’’ condotta in violazione di una
qualsiasi delle prerogative dell’imputato ai sensi dell’art. 6.
Le radici di questa evoluzione giurisprudenziale sono rinve-
nibili nell’opinione parzialmente concordante del giudice Zupan-
čič allegata alla sentenza Lucà c. Italia del 27 febbraio 2001. In

Saidi c. Francia, cit., § 44; Van Mechelen c. Paesi Bassi, cit., § 51. La disciplina italiana di cui
agli articoli 512, 512 bis e 513 c.p.p. è stata più volte censurata dalla Corte per violazione dei
descritti principi. Si veda Corte EDU, sentenze A.M. c. Italia, cit., § 26-28; Lucà c. Italia, cit.,
§ 37-45; 5 dicembre 2002, Craxi c. Italia (ricorso n. 34896/97, § 85-89); Bracci c. Italia, cit., §
59-60; Majadallah c. Italia, cit., § 36-38. Per un esempio di non violazione dell’art. 6, para-
grafo 3, lettera d), CEDU dovuto al fatto che le dichiarazioni rese nel corso delle indagini
non avevano costituito né l’unico né il principale elemento di prova posto a fondamento
della condanna, v. Corte EDU, sent. Kollcaku c. Italia, cit., § 70-72.
63 Una valutazione indiretta della avvenuta celebrazione di un nuovo giudizio in-
terno era stata effettuata nella decisione sull’equa soddisfazione relativa al caso Barberà,
Messegué e Jabardo c. Spagna del 1994, ma si trattava — come nel citato caso Piersack del
1984 — di una constatazione incidentale a posteriori sulla condotta statale spontanea-
mente posta in essere, allo scopo di verificare la spettanza dell’equa soddisfazione: cfr.
Corte EDU, sentenze, 6 dicembre 1988. Barberà, Messegué e Jabardo c. Spagna, cit., e 13
giugno 1994, Barberà, Messegué e Jabardo c. Spagna (articolo 50) (ricorso n. 10590/83), in
cui la Corte riconobbe « l’importanza » della sentenza del Tribunale costituzionale spa-
gnolo che aveva esteso la possibilità di revisione di una sentenza penale definitiva all’ipo-
tesi di accertata violazione delle norme convenzionali sull’equo processo (§ 15).
64
Corte EDU, sent. Saidi c. Francia, cit., § 47. Analogamente, in Corte EDU, sent.
9 maggio 2003, Georgios Papageorgiou c. Grecia (ricorso n. 59506/00), sulla mancata esi-
bizione e discussione in dibattimento degli originali di alcune prove documentali: di
fronte alla richiesta di ordinare allo Stato l’annullamento della condanna penale e la
cancellazione dei suoi effetti, « La Corte ribadisce di non essere competente in forza della
Convenzione ad ordinare le misure richieste dal ricorrente » (§ 46-47).
65
Corte EDU, Bracci c. Italia, cit., § 75, con rinvio ai precedenti Gençel c. Turchia,
cit., del 23 ottobre 2003 sull’indipendenza e imparzialità del tribunale e Somogyi c. Italia,
cit., del 18 marzo 2004, sul processo in contumacia.
184 CEDU e sentenze nazionali definitive

questa pronuncia, in linea con una consolidata giurisprudenza,


la Corte aveva confermato di « non poter speculare su quale sa-
rebbe stato l’esito di una procedura conforme all’art. 6 §1 e 3
d) », limitandosi a condannare lo Stato italiano al pagamento di
un indennizzo per il pregiudizio morale subito dal ricorrente.
Secondo il giudice Zupančič, invece, il mero indennizzo finanzia-
rio non poteva costituire un ‘‘rimedio appropriato’’, ai sensi del-
l’art. 41 CEDU, per far fronte alla violazione di una garanzia
procedurale, tanto più che il ricorrente si trovava ancora in car-
cere. La Corte avrebbe dovuto, invece, imporre allo Stato resi-
stente l’obbligo di revisione della condanna interna.
La conclusione di Zupančič è sorretta da un’interpretazione
evolutiva dell’art. 41 CEDU in connessione con l’art. 1, letti alla
luce del progresso delle legislazioni e prassi degli Stati membri
in punto di revisione delle sentenze penali di condanna. Su tali
argomenti si ritornerà in seguito, per tentare di definire compiu-
tamente il fondamento del potere della Corte di individuare pre-
ventivamente l’obbligazione di esecuzione in forma specifica.

XI. Come lasciava supporre la formulazione generale della


sentenza Bracci c. Italia del 2005, l’obbligo di riapertura del pro-
cesso è stato di recente esteso dalla Corte alla violazione di ulte-
riori diritti dell’imputato, garantiti dall’art. 6 della Convenzione.
La misura individuale della riapertura è direttamente indi-
cata nella sentenza Sannino c. Italia del 27 aprile 2006, in tema
di violazione del diritto di difendersi o farsi difendere da un
avvocato, di cui all’art. 6, paragrafo 3, lettera c), in cui la Corte
conferma la propria incompetenza a definire « le modalità e la
forma di un nuovo processo eventuale », restando lo Stato libero
di scegliere i mezzi per adempiere a siffatta obbligazione 66.
Identiche conclusioni sono formulate nella sentenza Dras-
sich c. Italia dell’11 dicembre 2007, che accerta la violazione del
diritto dell’imputato ad essere informato dell’accusa (art. 6, para-
grafo 3, lettere a) e c) 67; e ancora nelle sentenze Claes e altri c.

66
Corte EDU, sent. Sannino c. Italia, cit., § 65-70. Nel paragrafo della motiva-
zione dedicato all’art. 41 CEDU, la Corte ribadisce la propria incompetenza ad annullare
una condanna pronunciata dal giudice nazionale.
67 Corte EDU, sent. 11 dicembre 2007, Drassich c. Italia (ricorso n. 25575/04, §
46), in cui la violazione discende dalla riformulazione della qualificazione giuridica dei
fatti di reato direttamente ad opera della sentenza della Corte di Cassazione. In Corte
EDU, sent. 13 novembre 2007, Bocellari e Rizza c. Italia (ricorso n. 399/02), la Corte
dichiara che l’applicazione di una misura di prevenzione con il procedimento in Camera
di consiglio di cui all’art. 4, l. 27 dicembre 1956, n. 1423, è contraria al principio di
Alessia-Ottavia Cozzi 185

Belgio del 2 giugno 2005 e Lungoci c. Romania del 26 gennaio


2006 sul diritto di accesso ad un tribunale. Va segnalato che in
quest’ultima pronuncia la riapertura è prospettata nello stesso
dispositivo della sentenza.
A chiusura dell’analisi della giurisprudenza relativa alle con-
seguenze della violazione delle garanzie procedimentali dell’equo
processo penale, va esaminata un’ultima questione. Si tratta di
stabilire se la violazione di dette garanzie implichi sempre la
riapertura del giudizio oppure se, coerentemente con quanto in-
dicato dalla Raccomandazione CMRec(2000)2, detta misura di
esecuzione sia imposta soltanto quando « errori od omissioni di
procedura » siano « di una gravità tale da porre un serio dubbio
sul risultato della procedura interna ».
In effetti, la giurisprudenza di Strasburgo sembra andare
oltre quest’ultima condizione quando esige ‘‘in principio’’ la ria-
pertura del processo, quale unico rimedio in grado di porre la
vittima in condizione di godere delle garanzie dell’equo processo
che le sono state negate.
A ben vedere, il silenzio della Corte sulla gravità del vizio in
rapporto all’esito del giudizio può essere inteso in due modi.
Anzitutto si potrebbe ritenere che la violazione delle prerogative
dell’art. 6 comporti in ogni caso un vizio di una gravità tale da
implicare l’ingiustizia della sentenza del giudice nazionale. Sif-
fatta interpretazione, tuttavia, contrasta con il rifiuto, sempre
riconfermato dalla Corte, di esprimersi sulla fondatezza della
condanna. Tanto che — come nel citato caso Lucà — usualmente
la Corte nega l’equa soddisfazione a titolo di danno morale per
mancanza di un nesso di causalità diretta tra il pregiudizio su-
bito, per esempio lo stato di detenzione, e la violazione procedu-
rale accertata.
Sembra pertanto preferibile una diversa lettura: la valuta-
zione dell’incidenza del vizio procedurale sul merito della con-
danna rientra nella discrezionalità delle autorità nazionali com-
petenti ed è rimessa in ultima analisi allo Stato convenuto. Come
diremo meglio in seguito, questa seconda interpretazione sembra
più conforme al principio di sussidiarietà sotteso alla Conven-

pubblicità dell’udienza garantito dall’art. 6, paragrafo 1, CEDU; a tale accertamento non


consegue, tuttavia, la richiesta di riapertura del giudizio, probabilmente perché trattasi di
una delle prerogative oggettive dell’equo processo convenzionale, inidonea ad avere con-
seguenze sull’esito del giudizio nazionale.
186 CEDU e sentenze nazionali definitive

zione e alla consistenza del potere discrezionale che in ogni caso


la Corte riserva alle autorità nazionali.

XII. Ci siamo finora soffermati sulla giurisprudenza che


enuncia un obbligo di riapertura del giudizio in presenza di viola-
zioni di tipo procedurale. Per completezza, resta ancora da chia-
rire se, come genericamente affermato dalla Raccomandazione
CMRec(2000)2, siffatto obbligo possa essere riconosciuto anche
in presenza di violazioni di norme materiali della Convenzione.
Indicazioni in tal senso potrebbero trarsi dalla sentenza
della V sezione, VGT c. Svizzera del 4 ottobre 2007, in materia
di libertà di espressione 68. Il caso ha origine dal rifiuto delle
autorità svizzere di mettere in onda uno spot televisivo prodotto
da una associazione per la protezione degli animali. Detto rifiuto
veniva considerato legittimo con sentenza definitiva dalle auto-
rità giudiziarie svizzere, ma giudicato dalla Corte di Strasburgo
contrario all’art. 10 CEDU 69. In esecuzione della pronuncia della
Corte, l’associazione interessata presentava al Tribunale Federale
Svizzero un’istanza di revisione. Il rigetto di tale domanda pro-
vocava un secondo ricorso a Strasburgo, conclusosi con l’accer-
tamento di una nuova illegittima ingerenza nella libertà di
espressione.
La dottrina ha inteso questa sentenza come la conferma
definitiva della volontà del giudice convenzionale di appropriarsi
del potere di controllo sull’esecuzione che l’art. 46, paragrafo 2,
CEDU attribuisce al Comitato dei Ministri 70.
Lo schema di giudizio adottato nel caso VGT, tuttavia, deve
essere tenuto distinto dai precedenti esaminati in tema di viola-
zione dell’art. 6 e da quelli cui si è accennato in materia di
espropriazione ed illegittima detenzione. In questi casi, infatti,
l’incidenza della Corte sul controllo dell’esecuzione consiste in
un’attività di indirizzo preventivo della condotta statale di esecu-
zione e di agevolazione della funzione di controllo del Comitato
dei Ministri. Nella sentenza VTG, invece, la Corte valuta a poste-
riori la condotta statale già posta in essere in sede di esecuzione,

68 Corte EDU, sent. 4 ottobre 2007, Verein Gegen Tierfabriken Schweiz (VGT) c.
Suisse (ricorso n. 32772/02).
69 Corte EDU, sent. 28 giugno 2001, Verein Gegen Tierfabriken Schweiz (VGT) c.
Suisse (ricorso n. 24699/94).
70
F. SUDRE, Droit de la Convention européenne des droits de l’homme, in Semaine
Jur. — Ed. Gén., 2008, 4, p. 21. Cfr. anche E. LAMBERT ABDELGAWAD, L’exécution des arrêts
(2007), cit., pp. 675-680.
Alessia-Ottavia Cozzi 187

utilizzando quale parametro non l’art. 46 CEDU, ma la norma


sostanziale violata. Lo schema di giudizio si fonda, infatti, sulla
qualificazione della condotta statale di esecuzione come ‘‘fatto
nuovo’’ sussumibile nella norma sostanziale, nel caso di specie
come nuova ‘‘ingerenza’’ ex art. 10 CEDU 71.
È questo un modello già utilizzato in passato in alcune occa-
sioni 72 che sembrerebbe per certi versi anticipare il potere di con-
trollo sull’esecuzione attribuito alla Corte dal XIV Protocollo 73.
Ma rispetto all’attuale riparto delle competenze tra Corte e Comi-
tato dei Ministri, il sindacato sull’esecuzione condotto attraverso
la norma sostanziale appare problematico, come dimostra la con-
traddittorietà del ragionamento sotteso alla sentenza VGT.
Da un lato, in virtù dell’art. 46 CEDU, la Corte richiama la
sua giurisprudenza tradizionale secondo cui « la Convenzione
non obbliga gli Stati membri a mettere in piedi meccanismi di
riapertura dopo l’accertamento della violazione » 74. Dall’altro,
tuttavia, attraverso ‘‘l’artificio’’ del ‘‘fatto nuovo’’ ai sensi dell’art.

71 Quanto al controllo ‘‘preventivo’’ sull’esecuzione in caso di violazione della li-


bertà di espressione, ancora nella sentenza Ormanni c. Italia del 2007, cit., avente ad
oggetto la condanna penale di un giornalista per diffamazione, la Corte nulla dice in
punto di obbligo di riapertura del giudizio, limitandosi a ritenere l’accertamento della
violazione sufficiente quale equa soddisfazione per il danno morale e a condannare l’Ita-
lia ad un risarcimento del danno materiale comprendente l’importo della pena pecuniaria
cui era stato condannato il ricorrente. Il Comitato dei Ministri, nelle precitate ‘‘notes of
agenda’’, non pare intenzionato a richiedere la misura della revisione, alla luce del fatto
che l’equa soddisfazione è risultata comprensiva dell’ammenda penale.
72 Corte EDU, sent. 10 aprile 2003, Mehemi c. Francia n. 2 (ricorso n. 53470/99),
in materia di espulsione, su cui F. SUNDBERG, Le contrôle de l’exécution des arrêts, cit., p.
1527. A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit., pp. 636-639, ricorda
le decisioni della Commissione EDU, 16 maggio 1995, Oberschlick c. Austria (ricorso n.
23727/94) e 18 ottobre 1995, Kremzow c. Austria (ricorso n. 23888/94), in cui la Commis-
sione rispettivamente dichiarava la propria incompetenza ratione materiae e la manifesta
infondatezza ex art. 13 CEDU di un nuovo ricorso introdotto contro il rigetto di un’i-
stanza di revisione proposta in seguito a sentenza della Corte di Strasburgo.
73
In questo senso, E. LAMBERT ABDELGAWAD, L’exécution des arrêts (2007), cit., p.
675, che accusa la Corte di un ‘‘eccesso di zelo’’ per aver in sostanza anticipato un ricorso
in carenza prima dell’entrata in vigore del XIV Protocollo. Il XIV Protocollo, art. 16,
introduce tre nuovi commi all’art. 46 CEDU, prevedendo che il Comitato dei Ministri
possa adire la Corte con un ricorso per interpretazione, finalizzato a chiarire la portata
dell’obbligo di esecuzione nei casi in cui l’esecuzione sia ostacolata da difficoltà di inter-
pretazione della sentenza, o con un ricorso in carenza avente ad oggetto l’obbligo di
conformarsi alla sentenza di cui all’art. 46, paragrafo 1, CEDU. Sulle modifiche introdotte
dal XIV Protocollo in punto di esecuzione, E. LAMBERT ABDELDAWAD, Dossier n. 19, cit., pp.
54-59; A. GARDINO CARLI, Stati e Corte europea, cit., p. 106; M. A. BEENAERT, Protocol 14
and New Strasbourg Procedures: Towards Greater Efficiency? And at What Price?, in Eur.
Hum. Rights Law Rev., 2004, p. 544 ss.; M. EATON - J. SCHOKKENBROEK, Reforming the
Human Rights Protection System Established by the European Convention on Human
Rights, in Hum. Rights Law Journal, 2005, pp. 1-17, spec. p. 14 ss.
74
Corte EDU, sent. 4 ottobre 2007, Verein Gegen Tierfabriken Schweiz (VGT) c.
Suisse, cit., § 48 e 55, con espresso rinvio alla sentenza Saidi c. Francia, cit., § 47.
188 CEDU e sentenze nazionali definitive

10 della Convenzione 75, la Corte giudica esattamente la condotta


di esecuzione: la presenza nel diritto svizzero dell’istituto della
revisione conseguente alle sentenze di Strasburgo è definita
« un aspetto importante dell’esecuzione delle sue sentenze ». La
sua sola esistenza però non appare sufficiente all’adempimento
delle obbligazioni di cui all’art. 46: « Occorre che la giurisdizione
nazionale interessata (...) applichi direttamente la Convenzione e
la giurisprudenza della Corte » 76.
In definitiva, se per un verso si afferma che gli Stati non
sono obbligati ad introdurre l’istituto della revisione conseguente
ad una sentenza di Strasburgo, per l’altro si vuole non solo che
la revisione sia un rimedio astrattamente attivabile nel diritto
interno, ma anche che esso venga applicato con un esito con-
forme nel merito al dictum di Strasburgo.
È difficile dire se la sentenza VGT rimarrà un episodio iso-
lato, o se lo schema fondato sulla qualificazione delle misure di
esecuzione come ‘‘fatto nuovo’’ rispetto alla norma sostanziale
diverrà una prassi della futura giurisprudenza. Indubbiamente,
rispetto alla forma di ‘‘indirizzo preventivo’’ in precedenza esami-
nata, questa démarche si sovrappone al controllo del Comitato
dei Ministri, rischiando da un lato di entrare in contraddizione
con le posizioni assunte dall’organo intergovernativo e, dall’altro,
di sacrificare eccessivamente la discrezionalità che credo debba
essere in ogni caso riconosciuta allo Stato nell’applicazione delle
misure di esecuzione.
In ogni caso, la sentenza VGT lascia aperto un problema
generale di non facile soluzione che involge la revisione del pro-
cesso ogniqualvolta sia in gioco una violazione di merito della
Convenzione: fino a che punto il giudice nazionale è vincolato
all’accertamento svolto dal giudice convenzionale? Rispetto alla
lesione delle garanzie processuali, infatti, in cui la restitutio si

75 L’espressione è di F. SUDRE, Droit de la Convention, cit., p. 21.


76 Si tratta del § 55. La conclusione della Corte sorprende per due ragioni: in
primo luogo, la Corte riconosce che l’istanza di revisione presentata al Tribunale federale
svizzero era manifestamente carente dei requisiti formali richiesti dalla disciplina nazio-
nale; in secondo luogo deve considerarsi che il Comitato dei Ministri, con Risoluzione
CMResDH (2003)125 del 22 luglio 2002, aveva chiuso l’esame del caso VGT ritenendo
sufficiente la sola possibilità di introdurre un ricorso per revisione del giudicato interno,
senza pretendere alcunché in merito all’esito del giudizio. La Corte si riferisce a tale
Risoluzione per giustificare con maggior enfasi la necessità che il giudice interno applichi
direttamente la Convenzione e la sua giurisprudenza. Sembrerebbe di leggere in queste
affermazioni una critica alle modalità con cui il potere di controllo del Comitato è stato
esercitato.
Alessia-Ottavia Cozzi 189

esaurisce con la celebrazione di un nuovo giudizio equo indipen-


dentemente dal suo esito nel merito, la violazione della libertà di
espressione sottintende un bilanciamento della Corte tra la tutela
del diritto leso e le esigenze di pubblico interesse diverso da
quello operato dai giudici nazionali e fondato su una nuova va-
lutazione dei fatti di causa alla luce del parametro convenzio-
nale. In questi casi, è dubbio se il giudice nazionale possa proce-
dere ad una nuova ed autonoma valutazione delle circostanze del
caso ed alla loro riqualificazione in diritto, ovvero se debba rite-
nersi vincolato al principio di diritto e al sotteso accertamento
dei fatti effettuato dalla Corte 77.

XIII. La giurisprudenza convenzionale in materia di ‘‘con-


trollo preventivo’’ dell’esecuzione rivela un criterio comune sia
alle violazioni procedimentali, cui la Corte ricollega l’obbligo di
riapertura del processo, sia alle violazioni sostanziali compor-
tanti altre forme restitutio: si tratta del criterio della ‘‘natura
della violazione’’. La natura della violazione è intesa dalla Corte,
da un lato, in riferimento al profilo delle conseguenze della vio-
lazione stessa, dall’altro al profilo della sostanza del diritto leso.
Quanto alle conseguenze, si tratta di violazioni i cui effetti
permangono in fatto prima ancora che in diritto e la cui rimo-
zione determina il ripristino di una situazione analoga a quella
esistente prima del verificarsi della condotta anticonvenzionale:
si pensi alla restituzione del bene indebitamente sottratto dalla
autorità pubblica all’esito di una espropriazione illegittima 78; alla

77 A tal riguardo v. A. SACCUCCI, Obblighi di riparazione e revisione dei processi, cit.,


pp. 664-665, ritiene che l’esecuzione di una sentenza che abbia accertato una violazione
di merito richieda necessariamente la rimozione dell’esito del giudizio nazionale, tanto
che il giudizio interno di revisione dovrebbe necessariamente adeguarsi alla sentenza di
Strasburgo. Per ragioni di economia processuale, l’Autore suggerisce perciò altri rimedi
per raggiungere il medesimo fine, quali la cancellazione della condanna dal casellario
giudiziale e l’eliminazione dei suoi effetti, salvo il caso in cui la sentenza della Corte
consenta una rivalutazione da parte del giudice nazionale, per esempio per condanna ad
una pena giudicata sproporzionata che necessiti di essere rimodulata.
78
Corte EDU, sent. 6 marzo 2007, Scordino c. Italia n. 3 (equa soddisfazione,
ricorso n. 43662/98): « In tutti i casi in cui il terreno è già stato oggetto di occupazione
senza titolo ed è stato trasformato in assenza del decreto di espropriazione, la Corte
ritiene che lo Stato convenuto dovrebbe sopprimere gli ostacoli giuridici che impediscono
sistematicamente e per principio la restituzione del terreno. Quando la restituzione del
terreno si rivela impossibile per delle ragioni plausibili in concreto, lo Stato convenuto
dovrebbe assicurare il pagamento di una somma corrispondente al valore che avrebbe la
restituzione in natura » (§ 16) e « (...) la Corte ritiene che nel presente giudizio la natura
della violazione le consenta di partire dal principio della restitutio in integrum... » (§ 37,
corsivi aggiunti).
190 CEDU e sentenze nazionali definitive

immediata scarcerazione conseguente ad ingiusta detenzione;


alla celebrazione di un nuovo giudizio penale ‘‘equo’’ 79. L’esecu-
zione in forma specifica che conduca al risultato del ripristino
della situazione di partenza è perciò pretesa dalla Corte anche se
nell’ordinamento interno ostacoli di carattere giuridico si frap-
pongono alla sua realizzazione. La Corte adotta infatti l’approc-
cio tipico delle obbligazioni di risultato.
Nella giurisprudenza più recente la Corte ha collegato il
profilo della natura della violazione, come qualità dei suoi effetti,
ad un espresso riferimento alla tipologia di diritto leso.
Nella sentenza De Clerck c. Belgio del 12 settembre 2007,
avente ad oggetto l’eccessiva durata di un procedimento penale,
la Corte ha respinto la richiesta dei ricorrenti di ordinare l’im-
mediata cessazione del giudizio ancora pendente nei loro con-
fronti (cessazione considerata dagli interessati come l’unica resti-
tutio in integrum idonea ad impedire il protrarsi della viola-
zione), a motivo che la durata eccessiva del processo non rien-
trava tra le categorie di affaires nelle quali la Corte richiede l’e-
secuzione in forma specifica. Tali categorie vengono puntual-
mente delineate con riferimento al contenuto del diritto in gioco.
Secondo la Corte, esse comprendono « casi che tocc[avano] la
libertà fisica del ricorrente (...) o in materia di restituzione della
proprietà, offrendo in questa ipotesi la scelta agli Stati tra resti-
tuire il bene o indennizzare il ricorrente » 80.

79
In materia di ingiusta detenzione: « nel caso di specie la natura stessa della
violazione constatata non offre realmente delle scelte tra differenti tipologie di misure
suscettibili di porvi rimedio. In queste condizioni, con riguardo alle circostanze partico-
lari del caso e al bisogno urgente di mettere fine alla violazione degli articoli 5 § 1 e 6 § 1
della Convenzione, la Corte ritiene che lo Stato convenuto debba assicurare la rimessione
in libertà del ricorrente nel più breve tempo possibile » (Corte EDU, sentenze Assanidzé c.
Georgia, cit., § 202-203 e Ilascu e altri c. Moldova e Russia, cit., § 409). Una formulazione
identica è ripresa da Corte EDU, sent. 12 maggio 2005, Öcalan c. Turchia, cit., § 210, per
giustificare la necessità di riapertura del processo. In questo senso si era già espresso
anche il giudice Zupančič nella richiamata opinione concordante alla sentenza Lucà,
ritenendo che mentre le violazioni del diritto alla vita di cui all’art. 2 CEDU o del divieto
di trattamenti disumani e degradanti di cui all’art. 3 CEDU producono conseguenze in
fatto irreversibili, non cosı̀ la violazione delle garanzie dell’equo processo, i cui effetti
pregiudizievoli possono essere purgati attraverso la celebrazione di un nuovo giudizio.
80
Corte EDU, sent. 25 settembre 2007, De Clerck c. Belgio (ricorso n. 34316/02, §
97-101), su cui E. LAMBERT ABDELGAWAD, L’exécution des arrêts (2007), cit., p. 671. La
Corte sintetizza gli ambiti in cui si è manifestata la sua competenza in punto di misure
di esecuzione: « Se, in alcune sentenze, la Corte ha cercato di indicare allo Stato conve-
nuto il tipo di misure generali che avrebbe potuto intraprendere, al fine di aiutarlo ad
adempiere alle obbligazioni di cui all’art. 46, ciò è accaduto nel quadro di giudizi aventi
ad oggetto situazioni strutturali riguardanti un grande numero di persone e in cui la
Corte era investita di dozzine di richieste di quel tipo. Lo stesso ha fatto per l’adozione
di misure individuali, nei giudizi che involgevano la libertà fisica dei ricorrenti (Assanidzé
Alessia-Ottavia Cozzi 191

Alle caratteristiche degli effetti della violazione la Corte af-


fianca perciò le caratteristiche intrinseche del diritto sostanziale
violato: allo stato, deve trattarsi di un diritto la cui violazione
involge la libertà personale — e in questa categoria rientrano le
violazioni dell’art. 5 CEDU sullo stato di detenzione e dell’art. 6
CEDU in relazione alle garanzie proprie del processo penale — o
la violazione della proprietà 81. La Corte circoscrive in tal modo
le tipologie di violazione che comportano l’attivazione dell’obbli-
gazione di restituzione in forma specifica. Parrebbe trattarsi,
perciò, di una competenza che la Corte intende esercitare non
in via generalizzata, bensı̀ per garantire l’effettività in concreto
di specifiche tipologie di diritti, quali appunto i diritti di libertà
personale e proprietà.
Per altro verso, proprio nella sentenza De Clerck la Corte
circoscrive con precisione i limiti del proprio potere di definire
preventivamente le misure di esecuzione: « Prima di tutto e so-
prattutto, la Corte non può ingiungere alle autorità giudiziarie
indipendenti di uno Stato parte della Convenzione di cessare dei
processi introdotti nel rispetto della legge né al legislatore di
adottare una legislazione che abbia un contenuto dettato dalla
Corte » 82. Sullo sfondo di questa affermazione si intravede il ri-
spetto per l’ordinamento costituzionale dello Stato membro: in-
nanzitutto, per l’indipendenza delle autorità giurisdizionali impe-
gnate in un procedimento giurisdizionale ancora in corso e sog-
gette soltanto alla legge; in secondo luogo, per la discrezionalità
del legislatore, chiamato a dare concretezza ai diritti della Con-
venzione nel proprio ordinamento nazionale. Si coglie in tali af-
fermazioni un chiaro ossequio al principio di sussidiarietà, posto
a fondamento del sistema convenzionale di protezione dei diritti
e attuato dalla Corte attraverso la dottrina del margine di ap-
prezzamento.

XIV. La stessa definizione della ampiezza della discreziona-


lità statale in funzione della ‘‘natura della violazione’’ ricorda,
d’altra parte, da vicino la dottrina del margine di apprezzamento.

e Ilascu citati) o in materia di restituzione della proprietà, offrendo in questo caso agli
Stati la scelta tra restituire o indennizzare i ricorrenti (cfr. tra molti Papamichalopoulos e
altri e Strain e altri citati) ».
81 Sifatta classificazione operata dalla stessa Corte non tiene conto però della
misura individuale del diritto di visita indicata dalla sentenza Görgülü c. Germania, cit.,
§ 64, in fattispecie di violazione dell’art. 8 CEDU in tema di affidamento di minore.
82 Corte EDU, sent. De Clerck c. Belgio, § 101.
192 CEDU e sentenze nazionali definitive

Come noto, tale dottrina individua una linea di confine mobile


che delimita, da un lato, le obbligazioni costituenti il contenuto
essenziale del diritto sostanziale quale risultante dall’attività er-
meneutica della Corte, dall’altro la discrezionalità dello Stato
nella scelta dei mezzi per attuare in concreto quelle obbligazioni
medesime. È noto altresı̀ che la tecnica dell’interpretazione evo-
lutiva ha determinato per numerosi diritti della Convenzione una
progressiva puntualizzazione delle obbligazioni imposte agli Stati
ed una corrispondente riduzione della loro libertà di scelta.
L’ampiezza del margine, infatti, è fatta dipendere dalla Corte da
una pluralità di fattori quali la natura del diritto leso, la tipolo-
gia di interesse pubblico sotteso alla sua limitazione, le circo-
stanze del caso di specie, il contesto sociale dello Stato membro,
nonché l’esistenza di un nucleo comune alle legislazioni e prassi
degli Stati membri. Il mutare di questi fattori nel tempo provoca
perciò la rideterminazione dell’ampiezza del margine 83.
Con la progressiva specificazione delle misure di esecuzione,
la dottrina del margine di apprezzamento sembrerebbe aver fatto
il suo ingresso anche nella definizione del contenuto dell’obbligo
di esecuzione di cui agli artt. 41 e 46 CEDU. Se la ‘‘posizione di
partenza’’ adottata dalla Corte consisteva nel riconoscimento
della massima libertà dello Stato nella scelta delle misure di ese-
cuzione, sotto il controllo del Comitato dei Ministri, tale libertà
si è progressivamente erosa, innanzitutto sottraendo allo Stato
l’alternativa tra esecuzione in forma specifica e pagamento del-
l’equa soddisfazione e imponendo la restitutio in integrum quale

83 Sulla dottrina del margine di apprezzamento, R. SAPIENZA, Sul margine d’apprez-


zamento statale nel sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in Riv. Dir. Int.,
1991, 3, pp. 573-586; O. JACOT-GUILLARMOD, Règles, méthodes et principes d’interprétation
dans la jurisprudence de la Cour européenne des droits de l’homme, in PETTITTI-DECAUX-
IMBERT (a cura di), La Convention européenne des droits de l’homme. Commentaire article
par article, Parigi, 1995, p. 49; F. MATSCHER, Les contraintes de l’interprétation juridiction-
nelle, les méthodes d’interprétation de la Convention européenne, in F. SUDRE (a cura di)
L’interprétation de la Convention européenne des droits de l’homme, Bruxelles, 1998, p. 34;
P. VAN DIJK - G.J.H. VAN HOOF, Theory and practise of the European Convention on Human
Rights, The Hague, 1998, p. 83; F. DONATI - P. MILAZZO, La dottrina del margine di apprez-
zamento nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in P. FALZEA - A.
SPADARO - L. VENTURA (a cura di), La Corte costituzionale e le Corti d’europa, Atti del
seminario svoltosi a Copannello (CZ) il 31 maggio-1 giugno 2002, Torino, 2003, p. 66 ss.;
P. TANZANELLA, Il margine di apprezzamento, in M. CARTABIA (a cura di), Diritti in azione,
Bologna, 2007, pp. 145-184. Sulla gradazione del margine di apprezzamento in funzione
del mutarsi dei fattori indicati nel testo, si permetta di rinviare anche a A.O. COZZI, Il
diritto al rispetto della vita privata e familiare nel diritto europeo, Tesi di dottorato in
Diritto costituzionale, XIX ciclo, Università degli Studi di Ferrara, in Annali on line
IUSS Ferrara, vol. I, (2), 2007, http://annali.unife.it/IUSS/.
Alessia-Ottavia Cozzi 193

obbligazione principale ‘‘voluta’’ dall’art. 41 della Convenzione. In


secondo luogo, procedendo alla diretta definizione del contenuto
della ‘‘restitutio’’ 84.
Indicazioni in tal senso si desumono dalla stessa giurispru-
denza della Corte, ove si afferma: « A titolo eccezionale, la Corte,
per aiutare lo Stato ad adempiere alle sue obbligazioni in forza
dell’art. 46, cerca di indicare il tipo di misure da adottare per
porre un termine alla situazione strutturale che rileva. In questo
contesto, essa può formulare diverse opzioni la cui scelta e rea-
lizzazione resta nella discrezionalità dello Stato convenuto (...) È
possibile che, in altri casi eccezionali, la natura stessa della vio-
lazione constatata non offra realmente margine di scelta tra dif-
ferenti tipologie di misure idonee a porvi rimedio e che la Corte
sia indotta ad indicare esclusivamente una di tali misure » 85.
Come è tipico della dottrina del margine, l’indicazione della
misura individuale non appare perciò generalizzata, ma variabile
in funzione della tipologia del diritto in gioco. In altre parole, la
complessità che caratterizza i diritti sostanziali, entro i quali a
distinti contenuti corrispondono spazi di libertà diversi per gli
Stati, pare essersi riflessa negli obblighi di esecuzione relativi a
ciascun diritto, sicché non vi è più un’obbligazione di esecuzione
dal contenuto generalizzato e uniforme per tutti i diritti, bensı̀
obbligazioni variabili e ‘‘misurate’’ direttamente dalla Corte in
funzione del singolo diritto violato.
In tema di riapertura del giudizio, d’altra parte, il ridimen-
sionamento della discrezionalità statale risponde all’evoluzione
delle legislazioni e prassi degli Stati membri, anch’essa fattore
determinante nella giurisprudenza convenzionale per definire
l’ampiezza della discrezionalità statale. Come si è visto, la Corte
giunge a indicare tale forma di restitutio riprendendo una prassi
consolidata del Comitato dei Ministri, formalizzata in un atto di
indirizzo ad hoc quale la Raccomandazione (2000)2. Di più, la
riapertura diviene un contenuto specifico dell’obbligo di esecu-
zione allorché la stragrande maggioranza degli Stati membri si
è già dotata spontaneamente o nell’adempimento dell’obbliga-

84 Trattando delle carenze strutturali degli ordinamenti interni, A. GARDINO CARLI,


Stati e Corte europea, cit., p. 33, parla espressamente di nuova interpretazione dell’art. 46
CEDU che ha comportato la riduzione del margine di apprezzamento degli Stati.
85 Corte EDU, sent. Öcalan c. Turchia, cit., § 210; in termini identici, Corte EDU,
sent. 17 gennaio 2008, Abbasov c. Azerbaijan (ricorso n. 24271/05, § 37), in merito ad una
violazione dell’art. 6, paragrafo 1, CEDU per non aver il ricorrente avuto conoscenza e
potuto partecipare a un’udienza in Cassazione.
194 CEDU e sentenze nazionali definitive

zione di cui all’art. 46 CEDU di siffatto rimedio, tanto che esso


risulta ‘‘imposto’’ dalla Corte proprio ai pochi Stati (tra cui l’Ita-
lia) che hanno ancora rifiutato la sua introduzione nel loro ordi-
namento.
Si potrebbe sostenere, dunque, che si sia formata un’inter-
pretazione dell’obbligo di esecuzione cosiddetta ‘‘consensuale’’,
risultante dalla sopravvenuta comunanza delle legislazioni e
prassi nazionali. Anche qui, come spesso accaduto per i diritti
sostanziali, il contenuto dell’obbligo di esecuzione si arricchisce
di una obbligazione prima inesistente, ma diventata ‘‘diffusa’’
nella prassi degli ordinamenti nazionali e resa obbligatoria, in
forza del riconoscimento della Corte, anche per gli ordinamenti
che non l’abbiano ancora fatta propria.
Se cosı̀ è, si tratta dunque di definire anche in relazione alla
obbligazione di riapertura del processo quale sia l’esatto confine
tra l’obbligazione imposta dalla Corte e lo spazio discrezionale
riservato allo Stato.
Alla luce della giurisprudenza sopra esaminata, mi pare op-
portuno distinguere tra le differenti tipologie di violazione, in
particolare tra il diritto a partecipare personalmente al processo
e le altre garanzie dell’imputato di cui all’art. 6 della Conven-
zione.
Si è visto che il diritto a partecipare personalmente al pro-
cesso contiene già nel suo contenuto essenziale l’obbligazione di
consentire la celebrazione di un nuovo giudizio per il condan-
nato contumace che non abbia avuto notizia del processo e che
non vi abbia espressamente rinunciato. Il contenuto del diritto
sostanziale diviene parimenti il contenuto dell’obbligo di esecu-
zione, cosicché il condannato contumace ha diritto ad un nuovo
giudizio di cognizione piena.
Meno delineate sono le caratteristiche del giudizio di ‘‘ria-
pertura’’ direttamente desumibili dalla giurisprudenza negli altri
casi di violazione dell’art. 6 CEDU. Possono, tuttavia, tentarsi le
seguenti conclusioni: innanzitutto, gli artt. 41 e 46 della Conven-
zione impongono che esista anche nell’ordinamento italiano un
meccanismo processuale per la riapertura o revisione delle sen-
tenze penali di condanna in forza dell’accertamento di una viola-
zione convenzionale; ciò in quanto sono state pronunciate pun-
tuali condanne nei confronti dell’Italia, sicché opera l’obbligo di
esecuzione di cui all’art. 46, paragrafo 1, CEDU « nei giudizi nei
quali lo Stato è parte ». La linea del margine di apprezzamento
Alessia-Ottavia Cozzi 195

si è perciò spostata al di sotto di questa obbligazione principale.


L’obbligo di introduzione di tale strumento, d’altra parte, è ri-
volto allo Stato nel suo complesso, restando alle autorità nazio-
nali l’individuazione dell’organo e della tipologia di atto più ido-
nea per ottenere il risultato voluto.
Quanto alle caratteristiche del rimedio, si è visto che la
Corte ha costantemente affermato di non essere competente ad
indicare le modalità e la forma di un nuovo processo eventuale.
Qualche indicazione si ricava, tuttavia, dalla giurisprudenza. Per
la legittimazione ad agire, la Corte richiede che la riapertura
operi non d’ufficio, ma « a richiesta dell’interessato » 86. Nella
sentenza Sejdovic, inoltre, la Corte rinvia ai « principi enunciati
nella Raccomandazione (2000)2 del Comitato dei Ministri »,
principi che devono dunque essere assunti come guida dalle
autorità nazionali. Cosı̀, la riapertura dovrebbe essere ammessa
in principio non solo per violazioni procedimentali, ma anche
per violazioni sostanziali. Per le violazioni procedimentali, inol-
tre, il vizio deve essere di gravità tale da mettere in dubbio la
fondatezza della condanna. Come già anticipato, ritengo che tale
valutazione debba essere indubbiamente rimessa alle autorità na-
zionali, che devono risponderne al Comitato dei Ministri.
L’accertamento oggetto del nuovo giudizio, infine, deve es-
sere « definito alla luce della sentenza resa dalla Corte nel caso
di specie e della sua giurisprudenza ». Se il difetto di indipen-
denza e imparzialità del giudice richiede probabilmente un giu-
dizio di cognizione piena avanti al nuovo collegio giudicante, il
difetto di contraddittorio nella formazione della prova non sem-
bra esigere la ripetizione di tutte le prove, ma soltanto di quelle
per le quali il contraddittorio non vi è stato 87.
In conclusione, si può ritenere che l’ampiezza della discre-
zionalità dello Stato comprenda due ‘‘livelli’’ di decisione: un
primo livello di elaborazione della nuova disciplina processuale
in astratto o, come soluzione alternativa (probabilmente non per-
corribile nel nostro ordinamento), l’avvento di una prassi giuri-
sprudenziale che consenta la riapertura 88; un secondo livello di

86 Corte EDU, sent. Sejdovic c. Italia, § 83, cit.


87 Poiché, tuttavia, la giurisprudenza convenzionale limita la violazione dell’art. 6,
paragrafo 3, lettera d), CEDU ai casi in cui la condanna sia stata determinata in via
principale da prove assunte in assenza di contraddittorio, l’impossibilità di ripeterle e la
mancanza di nuovi elementi di fatto dovrebbe condurre all’assoluzione dell’imputato.
88
Si veda però ora Cass. pen., Sez. VI, 12 novembre 2008, n. 45807, Drassich, in
Foro It., 2009, II, 65, in cui la Cassazione, per dare esecuzione alla sentenza Drassich di
196 CEDU e sentenze nazionali definitive

valutazione sull’applicazione dell’istituto al singolo caso con-


creto. L’applicazione del rimedio considerato ‘‘in principio’’ più
adeguato è fatta dipendere infatti dalla Corte dalle « circostanze
particolari del caso », secondo una valutazione riservata alle
autorità nazionali 89.

XV. Una volta definito il contenuto dell’obbligo di riapertura


o revisione del giudizio, si vuole nell’ultima parte di questo con-
tributo proporre qualche considerazione generale sul fonda-
mento giuridico del potere della Corte di imporre misure indivi-
duali di esecuzione.
In linea generale, l’evoluzione giurisprudenziale relativa alle
misure di esecuzione ha sollevato numerose perplessità nella dot-
trina. Ciò in quanto l’art. 41 CEDU attribuisce testualmente alla
Corte la sola competenza a condannare lo Stato convenuto al
pagamento di un’equa soddisfazione, rimanendo estraneo agli
articoli 41 e 46 CEDU qualsivoglia potere di ingiunzione nei con-
fronti delle autorità nazionali. A mio avviso, per impostare cor-
rettamente il problema del fondamento di detto potere, è oppor-
tuno distinguere il profilo delle misure individuali da quello delle
misure generali.
Appare sicuramente più problematica l’identificazione di un
fondamento giuridico al potere della Corte di individuare misure
generali, specialmente per ciò che attiene alla recente prassi delle
sentenze ‘‘pilota’’. Parte della dottrina non ritiene a tal fine suffi-
ciente l’attuale formulazione dell’art. 46 CEDU 90; alcuni autori

Strasburgo, consente la riapertura del giudizio per mezzo dell’applicazione analogica del
rimedio di cui all’art. 625-bis c.p.p., (ricorso straordinario per errore materiale o di fatto).
89 Ulteriori chiarimenti sulle caratteristiche del giudizio di ‘‘riapertura’’ potranno
venire dal nuovo ricorso introdotto da Öcalan alla Corte di Strasburgo per violazione
dell’art. 6 CEDU in seguito al rigetto dell’istanza di revisione del processo presentata in
forza della sent. 12 maggio 2005, Öcalan c. Turchia, cit., se la Corte si riterrà competente
ratione materiae. Il Comitato dei Ministri ha dichiarato chiuso il caso con Risoluzione
CM/ResDH(2007)1, del 14 febbraio 2007, su cui E. LAMBERT ABDELGAWAD, L’exécution des
arrêts (2007), cit., p. 682, ritenendo rispondente all’obbligazione ex art. 46 CEDU un
giudizio sommario sull’ammissibilità dell’istanza di revisione, finalizzato a « tenere conto
delle circostanze particolari di ciascun caso ». Tale valutazione iniziale, secondo il Comi-
tato « non è tenuta a rispettare tutte le esigenze dell’art. 6 della Convenzione ».
90 V. ZAGREBELSKY, Violazioni ‘‘strutturali’’, cit., p. 13; A. GARDINO CARLI, Stati e
Corte europea, cit., p. 114 ss.; F. M. PALOMBINO, La « procedura di sentenza pilota », cit.,
p. 101, riconduce la prassi delle sentenze pilota non all’art. 46 CEDU, ma all’art. 41
CEDU, in quanto unica disposizione che indica quale contenuto possa assumere il dispo-
sitivo della sentenza di Strasburgo; anche questa disposizione appare tuttavia inadeguata
all’Autore, che individua in ultima analisi quale base normativa il principio dell’acquie-
scenza, ovvero l’adesione volontaria degli Stati convenuti al contenuto delle sentenze
pilota.
Alessia-Ottavia Cozzi 197

d’altronde dubitano che una modificazione della Convenzione in-


cidente sulle competenze dell’organo giurisdizionale possa essersi
prodotta per via di tacito consenso 91.
Il discorso risulta meno complesso con riguardo alle misure
individuali. Vero è che in alcune delle sentenze esaminate la
Corte riconduce l’obbligo di esecuzione in forma specifica all’art.
46 CEDU. A mio parere, tuttavia, il fondamento giuridico del
potere di richiedere la restitutio risiede essenzialmente nell’art.
41 della Convenzione, in particolare nell’espressione « se il di-
ritto interno non sia in grado di rimediare che in maniera im-
perfetta alle conseguenze » della violazione accertata.
Le divisioni dottrinali in merito al significato della disposi-
zione, peraltro mai espressamente chiarito dal giudice conven-
zionale, devono ritenersi superate a fronte della costante affer-
mazione giurisprudenziale per cui solo limiti fattuali, e non giu-
ridici, possono essere opposti all’esecuzione in forma specifica 92.
Si è già detto che la Corte sembra aver adottato questa posizione
sin dalla sentenza Pamamichalopoulos del 1995. In effetti, pro-
prio da questa sentenza potrebbe trarsi un indizio in grado di
chiarire quale sia stato il ragionamento posto dalla Corte alla
base della mutata interpretazione della disposizione citata: « Gli
Stati contraenti convenuti in un giudizio sono in principio liberi
di scegliere le modalità da utilizzare per conformarsi ad una
sentenza che accerti una violazione. Questo potere di apprezza-
mento quanto alle modalità di esecuzione di una sentenza riflette
la libertà di scelta che caratterizza l’obbligazione primordiale

91 M. DE SALVIA, La Cour européenne des droits de l’homme est-elle, par la nature de


ses arrêts, un véritable tribunal de plein juridiction?, in Rev. Trim. Dr. Homme, 2006, 67,
pp. 483-500, spec. p. 500.
92 Tra coloro che hanno inteso l’impossibilità di rimediare alle conseguenze della
violazione come esistenza di un limite giuridico del diritto interno, di fronte al quale si
apre per lo Stato la strada dell’indennizzo per equivalente, si veda F. CRISAFULLI, Il paga-
mento dell’equa soddisfazione, cit., p. 92, sulla base della formulazione testuale inequivoca
dell’art. 41 CEDU. Analogamente, V. STARACE, L’inadeguatezza della vigente disciplina con-
venzionale relativa all’esecuzione delle sentenze e l’opportunità di adeguamenti, in La Corte
europea e l’esecuzione delle sue sentenze, Atti del Convegno SIOI tenutosi a Roma il 6-7
giugno 2002,‘‘La Comunità Internazionale’’, Quaderno n. 7, Napoli, 2003, pp. 126-130,
secondo cui una ‘‘riapertura’’ del giudizio sarebbe possibile soltanto se lo Stato lo con-
sente. Hanno, invece, interpretato tale impossibilità come limite di mero fatto, desu-
mendo dall’art. 41 CEDU l’obbligo per lo Stato di modificare il diritto interno incompati-
bile con la Convenzione A. BULTRINI, Il meccanismo di protezione, pp. 48-49; A. GARDINO
CARLI, Stati e Corte europea, cit., p. 107. Si veda anche A. GUAZZAROTTI - A. COSSIRI, L’effi-
cacia in Italia, cit., secondo cui l’art. 41 CEDU legittima la Corte a verificare che l’ordi-
namento interno sia in grado di rimuovere integralmente gli effetti della violazione.
198 CEDU e sentenze nazionali definitive

imposta dalla Convenzione agli Stati contraenti: assicurare il ri-


spetto dei diritti e delle libertà garantiti (art. 1) » 93.
È proprio l’art. 1 CEDU, in combinazione con l’art. 41, a
costituire in questa giurisprudenza il fondamento giuridico del-
l’obbligazione di restitutio in intergrum. La Corte sembra perciò
sostenere che l’obbligazione dello Stato di riconoscere ad ogni
persona sottoposta alla sua giurisdizione i diritti e le libertà della
Convenzione non si esaurisce al momento dell’accertamento
della violazione, ma si estende alla fase dell’esecuzione, compor-
tando il vincolo giuridico di porre in essere le attività idonee a
ripristinare l’effettività del diritto garantito 94.
Ma al di là degli scarsi indizi contenuti nella giurispru-
denza, l’interpretazione in senso evolutivo dell’art. 41 CEDU —
nel cui ambito si colloca l’individuazione di uno specifico ob-
bligo di riapertura del giudizio — sembra essere stata soprattutto
determinata dalla sopravvenuta concordanza delle legislazioni e
prassi degli Stati membri. Come sostenuto dal già citato giudice
Zupančič, l’introduzione nella maggior parte degli ordinamenti
nazionali del rimedio della riapertura attesta il venir meno del
timore di una lesione della sovranità che aveva indotto i redat-
tori della Convenzione ad adottare la formula di stampo tradizio-
nale dell’art. 50, respingendo la più ardita proposta di attribuire
alla Corte un potere di annullamento degli atti interni 95.

XVI. L’interpretazione evolutiva dell’articolo 41 ora esposta


esula dalla sola problematica relativa al contenuto e alla portata

93 Corte EDU, sent. Papamichalopoulos c. Grecia, cit., § 34.


94 In tal senso si esprime anche il giudice Zupančič nella più volte ricordata
opinione parzialmente concordante alla sentenza Lucà c. Italia, cit., per il quale l’unico
limite giuridico all’obbligazione di adattamento del diritto interno derivante dagli articoli
1 e 41 CEDU consisterebbe in un impedimento derivante dalla Costituzione dello Stato
membro.
95 Proposta formulata da P-H. Teigen nel Rapport de la Commission sur les que-
stions juridiques et administratives de l’Assémblée consultative, in Recueil des travaux pré-
paratoires de la Convention des droits de l’homme, Conseil de l’Europe, volume I, La Haye,
1975, p. 213. Il testo approvato dal Comitato di Esperti dei Diritti dell’Uomo fu, invece,
quello proposto da T. Perassi, membro della Corte permanente di arbitraggio. Secondo
Zupančič l’articolo 50 CEDU, ispirato all’art. 10 del Trattato germano — svizzero di arbi-
traggio e di conciliazione e all’art. 32 dell’Atto generale per la regolamentazione pacifica
delle controversie internazionali del 1928, « è logico per le controversie interstatali nelle
quali lo Stato era pronto, da un punto di vista politico, a fornire all’individuo leso una
compensazione alla restituzione ma non era in grado di farlo in ragione delle disposizioni
specifiche del suo diritto interno, normalmente diritto costituzionale. Questa disposizione
tendeva dunque a circoscrivere gli ostacoli giuridici interni ed a trasferire la questione
della compensazione sul piano della protezione diplomatica interstatuale. È per questo
(...) che questa formulazione è difficile da interpretare nel quadro della Convenzione ».
Alessia-Ottavia Cozzi 199

dell’obbligo di esecuzione, per involgere la concezione stessa


della ‘‘natura’’ della Convenzione e del rapporto tra sistema con-
venzionale e ordinamenti degli Stati membri. Tale interpreta-
zione sottintende infatti una ‘‘teoria’’ della Convenzione volta a
valorizzare le peculiarità che caratterizzano il diritto convenzio-
nale rispetto alle tradizionali obbligazioni pattizie, ovvero il di-
ritto al ricorso individuale, il sindacato obbligatorio di tipo giuri-
sdizionale, la garanzia collettiva dei diritti 96.
Ora, è indubbio che il sistema di protezione istituito dalla
Convenzione si sia evoluto nel corso degli anni, da un lato per
effetto dell’XI Protocollo, che ha reso unica e obbligatoria la giu-
risdizione della Corte, dall’altro per il riconoscimento operato da
gran parte degli Stati membri di un effetto diretto alla Conven-
zione e alla giurisprudenza della Corte nel proprio ordinamento
interno 97.
Per vero, coloro che dubitano della competenza della Corte
ad indicare misure individuali di esecuzione sembrano in qual-
che modo sottovalutare questa maturazione del sistema conven-
zionale, per far prevalere ancora le caratteristiche tipiche del
trattato internazionale.
Ma se si ammette, come mi sembra, che il contenuto del-
l’art. 41 possa essere riletto alla luce dell’art. 1 e delle caratteri-
stiche odierne del sistema convenzionale, si deve concludere che
l’indicazione nella motivazione della sentenza, ed ancor più nel
dispositivo, della ‘‘riapertura’’ del processo quale rimedio ‘‘in
principio’’ più appropriato costituisce una obbligazione giuridica,
e non una semplice raccomandazione o esortazione 98. Il conte-

96 Sulla peculiare ‘‘natura’’ della Convenzione rispetto agli altri trattati internazio-
nali, si veda il bellissimo studio di A. DRZEMCZEWKI, European Human Rights Convention
in Domestic Law, A Comparative Study, Oxford, 1983, che affermava: « The Convention
has thus created a new type of law. It is a treaty in form rather than a treaty in sub-
stance. This instrument is not a simple contract based on reciprocity; it is a treaty of a
normative character which is developing an evolving notion of ‘‘Convention law’’ which
interpenetrates and trascends both the International and domestic legal structures ».
97 Sugli effetti diretti delle sentenze di Strasburgo nei confronti dei giudici in-
terni, A. GUAZZAROTTI, La CEDU e l’ordinamento nazionale. Tendenze giurisprudenziali e
nuove esigenze teoriche, cit, p. 495 ss. e dello stesso autore, I giudici comuni e la CEDU,
p. 33 ss., con specifico riferimento alla prassi del Comitato dei Ministri che incentiva la
diretta applicazione da parte dei giudici interni della giurisprudenza di Strasburgo. Cfr.
anche B. RANDAZZO, Giudici comuni e Corte europea dei diritti, cit., p. 252 ss.
98 E. LAMBERT ABDELGAWAD, Dossier n. 19, cit., p. 47, che parla di ‘‘invito’’ e ‘‘racco-
mandazione’’ talvolta rivolta dalla Corte agli Stati in cui la riapertura è possibile nel
diritto interno, finalizzata a fare pressione sulle autorità nazionali. A mio parere, questa
ricostruzione non corrisponde alle sentenze pronunciate contro l’Italia, in cui la riaper-
tura è prospettata proprio in assenza di uno strumento ad hoc nell’ordinamento interno.
200 CEDU e sentenze nazionali definitive

nuto, questo sı̀, di tale obbligazione va correttamente definito


alla luce del margine di apprezzamento che la Corte stessa rico-
nosce allo Stato; esso consiste, in definitiva, nell’obbligo di ga-
rantire che la possibilità di un siffatto rimedio esista in astratto
nell’ordinamento interno, lasciando al singolo interessato la
scelta di chiederne l’attivazione e alle autorità nazionali la valu-
tazione della sua applicabilità al caso concreto.
In conclusione, credo si possa affermare che l’obbligo di
conformarsi alle sentenze della Corte di Strasburgo di cui agli
artt. 41 e 46 della Convenzione si sia evoluto nel senso di com-
prendere al proprio interno l’obbligazione giuridica, in presenza
di determinate violazioni e alla luce delle circostanze del caso,
della riapertura o revisione del giudizio. Tale evoluzione è il
frutto della sempre maggiore integrazione tra il sistema conven-
zionale di protezione dei diritti dell’uomo e gli ordinamenti na-
zionali. Non si tratta, infatti, di un vincolo unilateralmente impo-
sto dalla Corte, quale organo incaricato di forgiare il ‘‘diritto
vivente’’ della Convenzione, ma del recepimento da parte del giu-
dice convenzionale di un consenso diffuso non soltanto al livello
dei rappresentanti dei Governi che siedono nel Comitato dei Mi-
nistri, ma all’interno degli ordinamenti costituzionali degli Stati
membri, ad opera dei Parlamenti (che hanno approvato una legi-
slazione ad hoc sulla riapertura) e dei giudici che la applicano o
che, in mancanza, elaborano per via interpretativa strumenti ido-
nei alla diretta esecuzione delle sentenze di Strasburgo. Attra-
verso un meccanismo di interdipendenza reciproca, pertanto, gli
ordinamenti nazionali hanno contribuito a definire la portata
dell’obbligo di esecuzione, arricchendolo di un contenuto che la
giurisprudenza della Corte ha fatto proprio e trasformato in
standard minimo di protezione dell’effettività del diritto in gioco
anche nella fase successiva all’accertamento della violazione.

Cfr. anche F. SUDRE, Droit de la Convention, cit., p. 21, che pur ribadendo che gli Stati
contraenti non sarebbero in alcun modo obbligati dalla Convenzione ad introdurre sif-
fatto rimedio nel proprio ordinamento, riconosce che per la Corte di Strasburgo esso
costituisce un’obbligazione giuridicamente vincolante derivante dall’art. 46, paragrafo 1,
CEDU.