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Daffodils

Introduzione
I wandered lonely as a cloud è una poesia del poeta romantico inglese William Wordsworth (1770-
1850), nota anche con il titolo di Daffodils, dal nome del fiore protagonista del testo, il narciso o
giunchiglio. Daffodils, scritto nel 1804 e pubblicato nella raccolta Poems in two volumes del 1807, è un
testo tipicamente romantico, caratterizzato dal rapporto tra l’uomo e la Natura e dalla concezione
della poesia come ricordo di una emozione vivida e accesa. Il testo è basato su un’esperienza
autobiografica, ovvero una passeggiata in campagna con l’amata sorella Dorothy durante la quale il
poeta si trova di fronte a una distesa di narcisi lungo un lago. Wordsworth editerà il testo per una
seconda edizione nel 1815.
La poesia è un perfetto esempio di quelle “emotions recollected in tranquillity” di cui Wordsworth parla
nella sua Preface alle Lyrical Ballads. Egli Infatti non descrive il momento in cui ha visto i narcisi, ma
il ricordo di quel momento, come si vede soprattutto nell’ultima strofa del testo (vv. 19-22: “when on
my couch I lie | in vacant or in pensive mood, | they flash upon that inward eye | which is the bliss of
solitude”).
Il rapporto con le Lyrical Ballads
Nel 1798 William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) pubblicano una raccolta di
poesie intitolata Lyrical Ballads. La raccolta è il risultato di una lunga e proficua amicizia e scambi
d’idee tra i due poeti. Wordsworth inserisce nelle Lyrical Ballads con poesie su eventi comuni, scritte
con un linguaggio tendenzialmente semplice e quotidiano, mentre il contributo di Coleridge, autore di
quattro testi, è caratterizzato maggiormente dal fascino per la natura esotica e per gli scenari mitici e
fantastici, come si può vedere nella sua Rime of the Ancient Mariner (La ballata del vecchio marinaio,
1797-1798). La raccolta viene poi pubblicata nuovamente nel 1800 (seguiranno poi altre due edizioni
nel 1802 e nel 1805), quando Wordsworth aggiunge una importante prefazione, intitolata Preface,
considerata il manifesto del Romanticismo inglese. Wordsworth vi espone infatti tutte le principali
idee del Romanticismo, che avranno un grande influsso sulla generazione poetica successiva di George
Byron, Shelley e John Keats. Tra le caratteristiche fondamentali della poesia secondo il Preface
possiamo indicare:
• La scelta di temi e linguaggio quotidiani così da creare una poesia “democratica” accessibile a
tutti. Si percepisce qui l’influenza delle idee della Rivoluzione francese, che ebbe un forte
impatto sul poeta durante la sua permanenza in Francia, anche se poi Wordsworth, sconvolto
dagli eccessi del Terrore giacobino, si sposterà su posizioni politiche assai più moderate;
• La concezione del poeta come uomo che parla agli uomini, da cui lo distingue la potente
immaginazione, che gli permette di cogliere nella realtà naturale ciò che sfugge alla maggior
parte delle persone;
• La descrizione della poesia come uno “spontaneous overflow of powerful feelings: it takes its
origin from emotion recollected in tranquillity”, ovvero un flusso spontaneo di potenti
sentimenti che trae origine dalle emozioni raccolte, o ricordate, in tranquillità. Questa
concezione di poetica - che in parte allontana Wordsworth dall’amico Coleridge - si riflette in
alcuni dei testi più noti delle Lyrical Ballads, come Tintern Abbey, dove è centrale la funzione
del ricordo.
Un elemento fondamentale nella poesia di Wordsworth, e di tutti i romantici, è poi rappresentato dalla
Natura, che viene presentata principalmente in tre modi:
• Il contrasto tra Natura e città: la natura, rappresentata dalle montagne, i fiumi, i laghi, i
boschi del Lake District 1 è spesso contrapposta ai rumori e ai turbamenti della città. La scena
rurale nella poesia di Wordsworth è spesso silenziosa e solitaria ma non desolata, poiché la
quiete è fonte di piacere per l’uomo (e per il poeta in particolare), nonché condizione
fondamentale per raccogliere “in tranquillity” le emozioni che costituiscono la base della
creazione poetica. Non a caso, in I wandered lonely as a cloud i veri protagonisti non sono gli
uomini e nemmeno il poeta stesso, ma gli elementi della natura come il lago o i narcisi;
• La Natura come fonte di ispirazione:più che concentrarsi sulla descrizione dei luoghi
Wordsworth descrive la relazione tra uomo e natura, secondo un legame di intima
correlazione tra l’uno e l’altra. La Natura non è vista come una realtà esterna ed estranea
all’uomo, ma come qualcosa di cui l’uomo è intrinsecamente parte. I nostri migliori sentimenti
sono ispirati dalla Natura, la quale ci permette di scoprire i nostri valori morali e spirituali.
Wordsworth osserva quindi la Natura consapevole del fatto che l’attimo presente, fissato nei
suoi versi, verrà ricordato in futuro;
• La Natura come forza vitale:nella poesia di Wordsworth la Natura sembra avere una vita a sé
e l’uomo comunica con la Natura nel senso letterale del termine. Questa visione panteistica
della Natura, che è tipicamente romantica e che considera Dio e la Natura come due entità non
separabili, verrà in seguito rifiutata da Wordsworth, poiché non coerente con la dottrina
cristiana.
Parafrasi
Metro: quattro stanze di tetrametri giambici con schema di rime ABABCC.
1. I wandered lonely as a cloud

2. that floats on high o'er vales and hills,


3. when all at once I saw a crowd 2,

4. a host, of golden daffodils;

5. beside the lake, beneath the trees,


6. fluttering and dancing in the breeze.

7. Continuous as the stars that shine


8. and twinkle on the milky way,

9. they stretched in never-ending line

10. along the margin of a bay:


11. ten thousand saw I at a glance,
12. tossing their heads in sprightly dance.

13. The waves beside them danced; but they


14. out-did 3 the sparkling waves in glee:

15. a poet could not but be gay,


16. in such a jocund company:
17. I gazed - and gazed - but little thought

18. what wealth the show to me had brought:


19. for oft, when on my couch I lie

20. in vacant or in pensive mood 4,

21. they flash upon that inward eye 5

22. which is the bliss of solitude 6;

23. and then my heart with pleasure fills,

24. and dances with the daffodils.


25. Vagavo solitario come una nuvola

26. che fluttua in alto sopra valli e colline,

27. quando vidi all’improvviso una moltitudine,

28. un mare, di narcisi dorati;

29. accanto al lago, sotto gli alberi,

30. tremolanti e danzanti nella brezza.

31. Ininterrotti come le stelle che splendono


32. e luccicano lungo la Via Lattea,

33. si dispiegavano in una linea infinita

34. lungo le rive di una baia:

35. con uno sguardo ne vidi diecimila,

36. che muovevano la testa danzando briosi.


37. Le onde accanto a loro danzavano; ma essi
38. superavano in gioia le luccicanti onde:

39. un poeta non poteva che esser felice,

40. in una compagnia così gaia.

41. Osservavo - e osservavo - ma non pensavo

42. a quanto bene un tale spettacolo mi avesse donato:


43. poiché spesso, quando mi sdraio sul mio divano

44. di umore assente o pensieroso,

45. essi appaiono davanti a quell’occhio interiore

46. che è la gioia della solitudine;

47. e allora il mio cuore si riempie di piacere,

48. e danza coi narcisi.


1
Il Lake District è una regione del nord-ovest dell’Inghilterra, tra Lancashire, Westmorland e
Cumberland (ora in Cumbria), caratterizzata dall’abbondanza di laghi e specchi d’acqua. Wordsworth,
che vi si ritira a vivere, e Coleridge sono chiamati, insieme con altri poeti a loro affini (come Thomas
De Quincey e Robert Southey), come “poeti del lago”.
2
Da notare come sin dai primi versi il poeta e la Natura si scambiano i ruoli: il primo si paragona ad
una nuvola (v. 1: “as a cloud”), mentre i narcisi dorati sono simili ad una folla di esseri umani (v. 3:
“crowd”).
3
out-did: l’idea è che gli elementi naturali competano quasi tra loro per chi offre più gioia.
4
in vacant or in pensive mood: il poeta è quindi qui emotivamente tranquillo e non preda
dell’emozione, può quindi ricordare con calma e dare il giusto peso ai sentimenti.
5
that inward eye: l’occhio interiore rappresenta l’io soggettivo del poeta, ed è tanto importante quanto
l’occhio esterno. Attraverso di questo, infatti, egli osserva la natura, ma è l’occhio interiore a creare a
posteriori la visione poetica che deriva da ciò che l’occhio esterno ha osservato.
6
the bliss of solitude: tutta la poesia è attraversata dalla dialettica tra solitudine e compagnia intima
con la Natura. Il poeta infatti vive la sua condizione di isolamento dagli altri uomini come condizione
privilegiata e gode invece della bellezza della Natura, simboleggiata dalla moltitudine (vv. 3-4: “a
crowd | a host [...]”) dei narcisi.
The lady of Shalott
La Dama di Shalott è la protagonista del poema romantico omonimo del poeta inglese Lord Alfred
Tennyson. In quest’opera (uscita in prima edizione nel 1833 e in seconda nel 1842), la Dama vive in
una torre sull’isola di Shalott, in un fiume vicino Camelot, il leggendario regno di Re Artù.
A causa di una maledizione, però, non può guardare verso la città, altrimenti morirà all’istante:
ecco che così deve “spiare” il mondo esterno attraverso uno specchio, tessendo quel che vede su una
tela magica.
Un giorno, attraverso lo specchio, vede Lancillotto: si invaghisce di lui e, stanca della vita vissuta
fino a quel momento, guarda fuori verso l’uomo di cui si è innamorata. Poi sale in barca e si lascia
portare dalla corrente fino a Camelot, dove però arriverà morta.
Così la vede Lancillotto, che dice: «Ha un bel viso / Dio nella sua misericordia le conceda la pace».

Lungo entrambe le rive del fiume si stendono


vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’Isola di Shalott.
Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola nel fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori,
e l’isola silenziosa dimora
la Signora di Shalott.
Solo i mietitori, falciando mattinieri,
nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda,
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra «È la maga»
la Signora di Shalott.
Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci.
Ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.
E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
ed a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Signora di Shalott.
Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perché spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta,
venivano due innamorati sposati di recente.
«Mi sto stancando delle ombre» disse
la Signora di Shalott.
A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò fra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie,
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo,
presso la remota Shalott.
La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
Mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
“Tirra lirra” presso il fiume
cantò Sir Lancelot.
Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio,
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
«La maledizione mi ha colta» urlò
la Signora di Shalott.
Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice,
e intorno alla prua scrisse
la Signora di Shalott.
Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un’audace veggente in estasi,
che contempli tutta la propria mala sorte -
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi, e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Signora di Shalott.
Si udì un inno triste, sacro
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Signora di Shalott.
Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallor mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
La Signora di Shalott.
Chi è? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto rifletté per un po’
E disse «Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
la Signora di Shalott».

In a Station of the Metro


"In A Station of the Metro" is an Imagist poem by Ezra Pound published in 1913 in the literary
magazine Poetry.[1] In the poem, Pound describes a moment in the underground metro station in Paris
in 1912; Pound suggested that the faces of the individuals in the metro were best put into a poem not
with a description but with an "equation". Because of the treatment of the subject's appearance by way
of the poem's own visuality, it is considered a quintessential Imagist text.[2]
The poem was reprinted in Pound's collection Lustra in 1917, and again in the 1926 anthology
Personae: The Collected Poems of Ezra Pound, which compiled his early pre-Hugh Selwyn Mauberley
works.

The poem
In a Station of the Metro
The apparition of these faces in the crowd;
Petals on a wet, black bough.
The poem contains only fourteen words (without a verb therein, a good example of the Verbless Poetry
form).[3]
Pound was influential in the creation of Imagist poetry until he left the movement to embrace Vorticism
in 1914. Pound, though briefly, embraced Imagism stating that it was an important step away from the
verbose style of Victorian literature and suggested that it "is the sort of American stuff I can show here
in Paris without its being ridiculed".[4] "In a Station of the Metro" is an early work of Modernist poetry
as it attempts to "break from the pentameter", incorporates the use of visual spacing as a poetic device,
and does not contain any verbs. [2]

Analysis
The poem was first published in 1913 and is considered one of the leading poems of the Imagist
tradition. Pound's process of deletion from thirty lines[5] to only fourteen words typifies Imagism's
focus on economy of language, precision of imagery and experimenting with non-traditional verse
forms. The poem is Pound’s written equivalent for the moment of revelation and intense emotion he
felt at the Metro at La Concorde, Paris.
The poem is essentially a set of images that have unexpected likeness and convey the rare emotion that
Pound was experiencing at that time. Arguably the heart of the poem is not the first line, nor the
second, but the mental process that links the two together. "In a poem of this sort," as Pound explained,
"one is trying to record the precise instant when a thing outward and objective transforms itself, or
darts into a thing inward and subjective."
By linking human faces, a synecdoche for people themselves, with petals on a damp bough, the poet
calls attention to both the elegance and beauty of human life, as well as its transience. A dark, wet
bough implies that it has just rained, and the petals stuck to the bough were shortly before attached to
flowers from the tree. They may still be living, but they will not be for long. In this way, Pound calls
attention to human mortality as a whole - we are all dying.
The word "apparition" is considered crucial as it implies both presence and absence – and thus
transience as mentioned previously. It gives human life a spiritual, mystical significance, but one that
we can never be sure of.
The plosive word "Petals" conjures ideas of delicate, feminine beauty which contrasts with the
bleakness of the "wet, black bough". What the poem signifies is questionable; many critics argue that it
deliberately transcends traditional form and therefore its meaning is solely found in its technique as
opposed to in its content. Additionally, some have interpreted the poem to be a Memento Mori.
However when Pound had the inspiration to write this poem few of these considerations came into
view. He simply wished to translate his perception of beauty in the midst of ugliness into a single,
perfect image in written form. It is also worth noting that the number of words in the poem (fourteen) is
the same as the number of lines in a sonnet. The words are distributed with eight in the first line and six
in the second, mirroring the octet-sestet form of the Italian (or Petrarchan) sonnet.
(foto)Pound may have been inspired by this ukiyo-e print he saw in the British Library.
Woman Admiring Plum Blossoms at Night, Suzuki Harunobu, 18th century
Like other modernist artists of the period, Pound found inspiration in Japanese art, but the tendency
was to re-make and to meld cultural styles rather than to copy directly or slavishly. He may have been
inspired by a Suzuki Harunobu print he almost certainly saw in the British Library (Richard Aldington
mentions the specific prints he matched to verse), and probably attempted to write haiku-like verse
during this period.[6]

The Love Song of Prufrock


Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock

S’io credesse che mia risposta fosse


A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.
I
Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.
E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, Con la cravatta ricca e
modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà
Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?
............
Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi
.............
E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »
...........
No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone.
Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.
Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me.
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock (The Love Song of J. Alfred Prufrock) è un componimento del
poeta statunitense T. S. Eliot, composto tra il 1910 e il 1911 con il titolo "Prufrock tra le donne", ma
pubblicato per la prima volta solo nel 1917 nella raccolta Prufrock and Other Observations, dedicata a
Jean Verdenal, amico di Eliot ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.

Caratteristiche stilistiche
Si sviluppa come monologo drammatico, una forma molto usata da Robert Browning. Il personaggio è
una controfigura del poeta e dell'intellettuale in genere, una "maschera" o dramatis persona dell'autore,
che narra le proprie esperienze in prima persona.
Il titolo
Eliot riferisce che il titolo riprende quello di una poesia di Rudyard Kipling, "The Love Song of Har
Dyal". Alcuni pensano che Prufrock venga dalla parola tedesca "Prüfstein" che significa pietra di
paragone. Altri suggeriscono che il nome rimandi alle parole prude in a frock (pudibondo in
palandrana), con allusione alle inibizioni erotiche del personaggio e della sua classe. Prufrock-Littau
era il nome di una ditta di mobili di Saint Louis, Missouri, città natale del poeta.

L'epigrafe
« S'i' credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo


non tornò vivo alcun, s'i'odo il vero,
sanza tema d'infamia ti rispondo. »
(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)
L'epigrafe riferisce dell'incontro tra Dante e Guido da Montefeltro, condannato all'ottavo cerchio
dell'Inferno. Come Guido, Prufrock crede che il suo racconto rimanga celato, per questo si apre senza
timore. È come il soliloquio dell'attore in cui si esprime liberamente con una modalità che fa percepire
ciò come qualcosa che non è rivolto ad altri se non a se stesso. In tale discorrere solitario i pensieri
emergono e si strutturano senza seguire le regole della logica o le esigenze di compiutezza proprie di un
racconto; essi piuttosto vengono regolati nel loro concatenarsi dal flusso variabile ed imprevedibile
delle emozioni. Allo stesso modo Guido e Prufrock sono connessi con l'Inferno, uno al cerchio
dantesco, l'altro alla Londra moderna entrambi senza scampo. Lo stesso Prufrock nel poema vive
personalità multiple e incarna sia Guido che Dante. A volte è il narratore, altre colui che ascolta che
rivela la storia del mondo. Alternativamente il ruolo di Guido nell'analogia è infatti occupato da
Prufrock, ma il ruolo di Dante è occupato da you, il lettore, come in "Let us go now, you and I,"

Interpretazione
Poiché l'autore fa uso della tecnica cosiddetta "flusso di coscienza", è spesso difficile determinare quali
passi siano da interpretare letteralmente e quali siano simbolici, quali siano reali e quali facciano parte
del subconscio. Inoltre le transizioni tra i vari pensieri sono prevalentemente psicologiche piuttosto che
logiche; per questo l'uso del verso libero ("free verse"). Innanzi tutto il testo non è una canzone
d'amore: per Prufrock l'amore non è possibile, poiché vive la crisi dell'uomo del primo Novecento,
incapace di affrontare i cambiamenti e avverte il male di vivere, lo "spleen" di Baudelaire. Il
componimento inizia con un'apostrofe: "Let us go then, you and I". È così che inizia il viaggio, la
ricerca di significato ("quest" in inglese), che si rivolge ad un destinatario imprecisato, un ascoltatore
silenzioso. Di qui in poi si vede molto chiaramente la quantità di riferimenti che costella tutta la poesia.
L'espressione "spread out" viene molto usata nei lavori del filosofo Bergson, che Eliot ben conosceva.
Non mancano le metafore ricercate e le opinioni. Subito troviamo, infatti, la sera paragonata a un
paziente eterizzato disteso su un tavolo per indicare l'incapacità ad agire, impotenza di fronte agli
eventi. Successivamente troviamo un riferimento a Michelangelo che contrasta con la figura di
Prufrock per la sua sferzante vitalità e bellezza. Prufrock è portato a porsi la domanda che lo opprime
insistentemente ("the overwhelming question"). Egli cerca di esprimere una domanda filosofico-
esistenziale, minata dalla disillusione verso la nuova società. Questa domanda non viene però
esplicitata, minata alla base dalla convinzione che non sia più valida: mancano infatti i presupposti per
porla. Molti pensano che la poesia sia una critica della società Edwardiana e il dilemma che opprime
Prufrock sia l'inabilità a vivere un'esistenza significante nel mondo moderno, riassumendo la
frustrazione e l'impotenza dell'uomo dei nostri giorni. Pufrock vive, infatti, l'età dell'Ansia - per usare
un termine usato da Auden - oppure il declino della società, come la valle delle ceneri de "Il grande
Gatsby" (altro capolavoro del modernismo). Sembra rappresentare desideri contrastati e moderna
disillusione. Sono presenti metafore che rimandano alla sfera del quotidiano, pervaso però da un alone
di aridità, inconsistenza e morente declino. Con l'avanzare della poesia prevalgono immagini
d'invecchiamento e decadenza; Prufrock diventa vecchio, avendo ormai conosciuto tutto ciò che la vita
poteva dargli. Diventano chiare la rinuncia alla fondamentale domanda e il riconoscimento della
propria, mesta figura, indegna ed incapace di turbare l'universo, in vero nemmeno in grado di
disturbarlo. Egli si paragona ad un cortigiano, persino ad un buffone, figura comica e marginale, non in
grado di porsi come protagonista della Vita - a differenza dell'Amleto Shakespeariano che, infine, seppe
prendere una decisione riguardo al suo dubbio esistenziale. Così, non essendogli rimasto altro che
abbandonarsi alle sirene, Prufrock affoga. Si tratta però di un suicidio intellettuale. Questa disillusione
non è solo una condizione universale e filosofica, oltre che contingente al periodo storico, ma riflette un
periodo preciso nella vita dell'autore, molti anni prima dell'avvicinamento e della conversione
all'anglicanesimo.