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Titolo originale:
Inventing the future - Postcapitalism
and a World Without Work
Nick Srniceck & Alex Williams
Verso Books, 2015

© NERO, 2018
ISBN 978-88-8056-009-8

NERO
Lungotevere degli Artigiani 8b
00153 Roma

www.neroeditions.com
www.not.neroeditions.com
Traduzione di Fabio Gironi
INDICE

Introduzione 7

1. Il nostro senso comune politico:


introduzione alla folk politics 13
2. Perché non stiamo vincendo?
Una critica della sinistra di oggi 41
3. Perché stanno vincendo loro?
La costruzione dell’egemonia neoliberale 79
4. Modernità di sinistra 105
5. Il futuro non sta funzionando 129
6. Immaginari del post-lavoro 163
7. Un nuovo senso comune 197
8. Costruire il potere 235

Conclusione 267
Postfazione 281
Ringraziamenti 305
Note 307
Introduzione

Cosa è successo al futuro? Che fine ha fatto?


Per buona parte del XX secolo è stato il futuro a indirizza-
re i nostri sogni. Da sinistra arrivavano visioni emancipatrici
derivate dall’incrocio tra il potere del popolo e il potenziale
liberatorio della tecnologia: dalle previsioni di un mondo
nuovo di tempo libero e ozio al comunismo cosmico sovietico,
dall’afrofuturismo, che celebrava la natura diasporico-sinte­
tica della cultura nera, fino alle proiezioni post-gender del
femminismo radicale, l’immaginario collettivo della sinistra
è stato in grado di prefigurare società di gran lunga migliori di
quelle che sogniamo oggi.1 Attraverso il controllo che il popo-
lo avrebbe esercitato sulle nuove tecnologie, tutti insieme
saremmo riusciti a trasformare il mondo in un posto migliore.
Oggi, per un verso, questi sogni appaiono più vicini che
mai. L’infrastruttura tecnologica del XXI secolo sta produ-
cendo risorse tali da rendere plausibile un sistema politico
ed economico diverso. Le macchine oggi sono in grado di
compiere mansioni inimmaginabili anche solo un decennio
fa. Internet e i social media danno voce a miliardi di persone
che fino a ieri erano rimaste inascoltate, così che una demo-
crazia partecipativa sembra davvero essere dietro l’angolo. I
progetti open source, le potenzialità creative del copyleft, la
stampa in 3D, annunciano un mondo dove la scarsità di molti
beni potrebbe diventare un ricordo lontano. Nuove forme
di simulazione computerizzata potrebbero essere in grado
di svecchiare la pianificazione economica, e offrirci dunque
possibilità senza precedenti per guidare la nostra economia
in maniera razionale. La più recente ondata di automazione
sta creando i presupposti per abolire una volta per tutte
moltissimi lavori noiosi e degradanti. Le energie rinnovabili
rendono praticabili fonti di energia ecologicamente sosteni-
bili e virtualmente inesauribili. Infine, le nuove tecnologie
in campo medico sembrano pronosticare non soltanto una
vita più lunga e più sana, ma anche nuove sperimentazio-
ni nel campo dell’identità sessuale e di genere. Molte delle

7
INVENTARE IL FUTURO

classiche richieste programmatiche della sinistra – meno


lavoro, fine della povertà, democrazia economica, produzio-
ne di beni socialmente utili, liberazione dell’umanità – sono
assai più concrete e ottenibili oggi che in qualsiasi altro
periodo della storia.
Eppure, sotto la scintillante patina dell’era tecnologica in
cui viviamo, rimaniamo schiavi di relazioni sociali vecchie e
obsolete. Continuiamo a seguire orari di lavoro massacranti,
condannati a un’eterna vita da pendolari, per svolgere man-
sioni che ci sembrano sempre più prive di senso. Il nostro
lavoro è sempre più precario, il nostro salario è mediocre e
i nostri debiti sono diventati insostenibili. Facciamo fatica
ad arrivare a fine mese, a mettere il cibo in tavola, a pagare
l’affitto o il mutuo, a trovare strutture per i nostri bambini
a costi ragionevoli, mentre intanto saltiamo da un’occupa-
zione all’altra vagheggiando di pensioni che non otterremo
mai. I processi di automazione hanno prodotto nient’altro
che disoccupazione, i salari stagnanti hanno devastato la
classe media e nel frattempo i profitti delle grandi corpora-
tion sono continuati ad aumentare. Sotto la pressione di un
mondo sempre più precario e debilitante, la promessa di un
futuro migliore è andata in frantumi, oramai dimenticata. E
ogni giorno torniamo a lavoro, come sempre: esausti, ansiosi,
stressati, frustrati.
Su scala planetaria l’orizzonte sembra, se possibile, per-
sino più minaccioso. I peggioramenti climatici si susseguono
senza sosta, e le protratte conseguenze della crisi economi-
ca hanno spinto i governi mondiali a adottare politiche di
austerità paralizzanti e distruttive. Messi all’angolo da forze
astratte e impercettibili, ci sentiamo incapaci di eludere e
controllare l’immane pressione che su di noi esercitano le
spinte economiche, sociali e ambientali. Ma come potremmo
sfuggire a una situazione del genere? Se ci guardiamo attorno
l’impressione è che i sistemi politici, così come i movimenti
e i processi che hanno dominato l’ultimo secolo, siano inca-

8
INTRODUZIONE

paci di produrre autentiche prospettive di cambiamento: al


contrario, l’unico sentiero percorribile è diventato il sacrifi-
cio senza fine. Le democrazie elettorali sono ridotte in uno
stato pietoso. I partiti di centrosinistra sono stati svuota-
ti, spogliati di qualsiasi mandato popolare: al loro posto,
nient’altro che cadaveri vacui guidati da ambizione e car-
rierismo. I movimenti radicali sbocciano pieni di promesse,
per poi venire rapidamente soffocati dalla stanchezza e dalla
repressione. I sindacati sono stati sistematicamente privati
di qualsiasi potere effettivo, e sono oggi organizzazioni scle-
rotiche capaci soltanto di opposizioni deboli. Nonostante le
calamità dell’oggi, la politica contemporanea rimane dram-
maticamente a corto di idee nuove: il neoliberismo imper-
versa da decenni, mentre la socialdemocrazia sopravvive
tuttalpiù sotto forma di nostalgia. Nell’esatto momento in cui
le crisi che ci troviamo ad affrontare acquistano forza e velo-
cità, la politica appassisce e si tira indietro. E, nella paralisi
dell’immaginario politico, il futuro viene cancellato.2
Questo libro si domanda come siamo arrivati a una tale
situazione, e come ripartire verso il futuro. Prendendo spunto
da quella che chiamiamo folk politics* proveremo a offrire una
diagnosi del come e del perché abbiamo perso la capacità di
immaginare un futuro migliore. Sotto la spinta della folk poli-
tics, le più recenti ondate di protesta – dai movimenti antiglo-
balizzazione a quelli contro la guerra, passando per Occupy
Wall Street – hanno portato a una feticizzazione degli spazi
locali, dell’intervento estemporaneo, del gesto transitorio e
di vari tipi di particolarismo. È una politica che, piuttosto che
impegnarsi nel difficile compito di espandere e consolidare

* Per una definizione approfondita di folk politics, vedi il capitolo 1. Nel


Manifesto per una politica accelerazionista del 2013, gli autori la definiscono
tra le altre cose come un misto di «localismo, azione diretta e inesauribile
orizzontalismo». Le traduzioni italiane da allora proposte («politica del senso
comune», «politica dal basso», «politica popolare», ecc.) non rendono le sfu-
mature dell’espressione inglese: si è quindi preferito mantenere l’originale.

9
INVENTARE IL FUTURO

le proprie conquiste, si concentra sulla costruzione di «rifu-


gi» che resistano all’avanzata del neoliberismo globale. Il
risultato sono politiche difensiviste incapaci di articolare e
costruire mondi nuovi. Ma per qualsiasi movimento che si
proponga l’emancipazione dal neoliberismo e la costruzione
di qualcosa di migliore, la folk politics non basta.
Al suo posto, questo libro vuole proporre un’alternativa:
una politica che provi a riconquistare il controllo del nostro
futuro, che nutra l’ambizione di immaginare un mondo ben
più moderno di quello che il capitalismo ci ha lasciato in ere-
dità. Le potenzialità utopiche latenti nelle tecnologie del XXI
secolo non possono rimanere schiave della ristretta mentali-
tà capitalista, ma vanno liberate in direzione di un’ambiziosa
alternativa di sinistra. Il neoliberismo ha fallito, la socialde-
mocrazia è impossibile, e solo una visione alternativa potrà
essere in grado di traghettarci in un mondo di prosperità
ed emancipazione universale. Il dovere fondamentale della
sinistra di oggi è quello di articolare, e quindi perseguire,
questo mondo migliore.

10
Capitolo 1

IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO:


INTRODUZIONE ALLA FOLK POLITICS

La mossa successiva toccava a noi, e invece


siamo rimasti lì impalati, in attesa che succedesse qualcosa,
come bravi obiettori di coscienza che aspettano di essere puniti
dopo aver preso una posizione puramente simbolica.
Dave Mitchell

Oggi sembra che per ottenere finanche il più piccolo dei


cambiamenti sia necessario uno sforzo immenso. Milioni di
persone marciano contro la guerra in Iraq, e questa prosegue
come da programma. Centinaia di migliaia di cittadini prote-
stano contro l’austerità, e i tagli non si arrestano. Le manife-
stazioni studentesche, le occupazioni e le rivolte di piazza si
oppongono all’incremento delle tasse universitarie, e le tasse
continuano inesorabilmente a salire anno dopo anno. In tut-
to il mondo i manifestanti si mobilitano contro le disegua-
glianze economiche, ma il divario tra ricchi e poveri continua
ad allargarsi. Dalle lotte contro la globalizzazione degli anni
Novanta ai movimenti pacifisti e ambientalisti dei primi anni
Duemila, fino ad arrivare a Occupy e alle rinnovate proteste
che gli studenti hanno portato avanti dal 2008 in poi, a emer-
gere è uno schema ricorrente: le lotte sociali crescono molto
in fretta, riescono a mobilitare un gran numero di persone,
eppure ogni volta svaniscono nel nulla, lasciando in eredità
soltanto apatia, malinconia e senso di disfatta. Nonostante il
desiderio di un mondo migliore venga condiviso da milioni
di persone, gli effetti di questi movimenti sono minimi.

UNA COSA DIVERTENTE CHE MI È SUCCESSA


MENTRE ANDAVO ALLA MANIFESTAZIONE
L’ultimo ciclo di proteste è stato permeato dal fallimento, con
il risultato che molti comportamenti della sinistra contem-
poranea hanno assunto un carattere ritualistico, carico di un

13
INVENTARE IL FUTURO

fatalismo plumbeo. Le tattiche prevalenti – manifestazioni di


protesta, marce, occupazioni e altre forme di azione diretta
– sono diventate parte di una narrazione fin troppo cono-
sciuta, in cui manifestanti e polizia giocano parti già asse-
gnate. I limiti di questo tipo di azione sono particolarmente
visibili in quei rari momenti in cui il copione salta; per dirla
con le parole di un attivista che ricordava gli avvenimenti
che, nel 2001, ebbero luogo a una protesta contro il Summit
delle Americhe:

Il 20 aprile, primo giorno della protesta, marciammo in miglia-


ia verso la recinzione dietro la quale trentaquattro capi di Stato
si erano riuniti per stabilire un enorme accordo commerciale.
Sotto una pioggia di orsacchiotti lanciati da catapulte, alcuni
attivisti vestiti di nero presero delle tenaglie e rimossero rapi-
damente i supporti della recinzione, tirandole giù con i rampini
tra gli applausi generali. Per un breve istante tra noi e il centro
congressi non ci fu nulla. Ci arrampicammo sulla recinzione
abbattuta, ma perlopiù non andammo oltre. Come se il nostro
intento fosse semplicemente quello di rimpiazzare le recinzioni
metalliche e le barriere di cemento con una muraglia umana.1

Azioni di questo tipo tradiscono una natura apertamente


simbolica e rituale, certo arricchita dalla soddisfazione di
aver fatto qualcosa, ma accompagnata dalla profonda incer-
tezza sul come procedere al primo evento inaspettato. Nel
momento in cui le barriere cadono, il ruolo del «manifestan-
te diligente» non riesce a fornire indicazioni sul da farsi.
Manifestazioni politiche spettacolari come le marce Stop
the War, le ormai familiari proteste contro il G20 o il WTO,
gli edificanti esempi di democrazia diretta di Occupy Wall
Street, appaiono come momenti di grande significato e in
cui davvero c’è qualcosa in ballo:2 eppure nulla è cambiato,
e l’ipotesi di un vittoria sul lungo termine è stata sostituita
da semplici esternazioni di malcontento. Agli osservatori

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IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

esterni spesso non è nemmeno chiaro cosa questi movimenti


– al di là di un’insoddisfazione generica – esprimano dav-
vero, anche perché col tempo le proteste sono diventate un
guazzabuglio di richieste sempre più eterogenee e disparate.
Un solo esempio: gli slogan dei manifestanti che sfilarono
contro il G20 di Londra nel 2009 andavano dai più grandio-
si proclami anticapitalisti ad assai più modesti obiettivi di
politica ultralocale. E anche quando è possibile individuare
delle richieste specifiche, queste in genere non vengono arti-
colate in nulla di sostanziale: spesso si tratta di slogan vuoti,
significativi quanto il desiderio generico per «la pace nel
mondo». È tristemente noto come il movimento Occupy fece
molta fatica a esprimere degli obiettivi precisi per via della
preoccupazione che proposte troppo sostanziali avrebbero
finito per produrre delle fratture interne.3 Infine, un ampio
spettro di occupazioni studentesche in tutto il mondo occi-
dentale ha adottato il mantra del «nessuna richiesta», nella
curiosa convinzione che non avanzare richieste sia un gesto
radicale.4 Interrogato sugli esiti delle proprie azioni, chi ha
partecipato ai movimenti replica ammettendo un generi-
co senso di futilità, oltre che la convinzione che siano stati
proprio i movimenti a radicalizzare chi vi ha partecipato.
Se consideriamo le proteste di oggi come esercizi di consa-
pevolezza pubblica, queste hanno avuto – a essere ottimisti
– un successo variabile: i loro messaggi vengono manipolati
da media ostili e ossessionati dalle immagini di proprietà
distrutte (sempre che i media siano interessati a forme di lot-
ta diventate sempre più ripetitive e noiose). C’è chi sostiene
che, anziché pensare a ottenere un determinato obiettivo, i
movimenti, le proteste e le occupazioni abbiano un valore
in quanto tali:5 lo scopo, in questo caso, sarebbe semplice-
mente quello di ottenere una trasformazione interiore dei
partecipanti e creare spazi al di fuori dei rapporti di potere
ufficiali. C’è senz’altro del vero in questo, ma eventi come i
«campeggi militanti» tendono a rimanere fenomeni effimeri

15
INVENTARE IL FUTURO

e di piccola portata, oltre che del tutto incapaci di rappresen-


tare alcuna autentica minaccia alle grandi strutture del siste-
ma neoliberale. Politiche del genere sono più che altro un
passatempo (potremmo dire «politica come esperienza psi-
chedelica») e di certo non possono ambire a trasformare una
società intera. Sono proteste che lasciano un segno soltanto
nei ricordi di chi vi prende parte, eludendo qualsiasi ipotesi
di cambiamento delle strutture sociali. E se questi tentativi
di radicalizzazione e presa di coscienza hanno sicuramente
una loro importanza, una questione rimane aperta: quando
si vedranno i risultati di queste azioni? C’è forse una precisa
massa critica che questa presa di coscienza deve raggiunge-
re prima che possa finalmente riuscire a tradursi in azione?
Le proteste possono costruire contatti, nutrire un senso di
speranza e ricordare alla persone il potere di cui dispongo-
no. Ma al di là dei sentimenti aleatori, la politica richiede
comunque che questo potere venga esercitato, altrimenti
la costruzione di legami emotivi non serve a nulla. Se non
agiamo adesso, all’indomani di una delle più grandi crisi del
capitalismo, quand’è che lo faremo, allora?
L’enfasi posta sull’aspetto emotivo delle proteste è par-
te di una tendenza più ampia, che ha privilegiato la sfera
affettiva come il vero luogo della politica. Elementi corporei,
emozionali e viscerali hanno rimpiazzato e stigmatizzato
(piuttosto che implementato e migliorato) le analisi astratte.
Il panorama contemporaneo dei social media, per esempio,
è inquinato dai reflussi acidi prodotti da un continuo tor-
rente virtuale di indignazione e rabbia. Considerato l’indi-
vidualismo delle attuali piattaforme social – la cui premessa
è comunque il mantenimento di un’identità online – non
sorprende che la «politica in rete» tenda verso un’autorap-
presentazione moralmente pura: ci preoccupiamo più di
apparire irreprensibili che di ragionare sulle reali condizioni
dei cambiamenti politici. Allo stesso tempo, le indignazioni
quotidiane svaniscono con la stessa rapidità con la quale

16
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

emergono, finché il giorno dopo si passa a un’altra crociata


al veleno. Oppure capita che le esternazioni empatiche verso
coloro che soffrono tolgano spazio ad analisi più dettagliate:
il risultato – quando una conseguenza concreta c’è – sono
azioni frettolose se non del tutto sbagliate. Benché la politi-
ca si leghi indissolubilmente alle emozioni e alle sensazioni
(speranza e rabbia, paura e indignazione), questi impulsi, se
trasformati in principale modalità di azione politica, pos-
sono portare a risultati perversi. Un esempio celebre resta
il Live Aid del 1985, l’appuntamento di beneficenza per le
popolazioni africane colpite da carestia che raccolse enormi
quantità di denaro grazie a una combinazione di immagini
strappalacrime ed eventi condotti da celebrità, orchestrati
per una perfetta manipolazione dei sentimenti del pubblico.
Il senso di emergenza impose un’azione urgente e a danno
del pensiero razionale, e i soldi raccolti non fecero che pro-
lungare la guerra civile responsabile di quelle stesse carestie,
dato che il cibo inviato finì per sfamare soltanto le milizie.6 E
così, mentre i telespettatori sedevano soddisfatti sul divano
beandosi di aver fatto qualcosa, l’analisi imparziale rivela
come, al contrario, non fecero che peggiorare la situazione.
Imprevisti del genere sono sempre più comuni, anche
perché gli obiettivi di questo tipo di azione politica si sono
fatti sempre più grandi e astratti. Se la politica senza passione
porta dritti a una fredda burocrazia tecnocratica, la passione
scevra da analisi corre il rischio di diventare il mero surrogato
libidinale di azioni più efficaci. Per dirla altrimenti, la politica
diventa un semplice sentimento di legittimazione personale,
che a sua volta maschera l’assenza di risultati reali.
Più deprimente ancora è il fatto che, anche quando i
movimenti riportano qualche successo, lo fanno sempre nel
contesto di sconfitte più ampie e pesanti. Nel Regno Unito per
esempio, i cittadini si sono mobilitati – solo in contesti loca-
li, ma con successo – contro la chiusura di alcuni ospedali.
Solo che questi successi, pur tangibili, sono stati eclissati

17
INVENTARE IL FUTURO

dai piani di privatizzazione del National Health Service su


scala nazionale. Allo stesso modo, i recenti movimenti anti-
fracking sono riusciti a fermare diverse perforazioni in molte
località, ma i governi proseguono comunque nella ricerca di
gas naturali e facilitano il lavoro delle compagnie private che
utilizzano questo metodo.7 Negli Stati Uniti, in seguito alla
crisi immobiliare, vari movimenti nati con l’obiettivo di fer-
mare gli sfratti sono riusciti a evitare che moltissime persone
si ritrovassero costrette a lasciare le proprie case:8 eppure i
colpevoli della bolla dei mutui subprime continuano ad arric-
chirsi, ondate di pignoramenti continuano ad abbattersi sulla
nazione e gli affitti sono in costante aumento in tutti i centri
urbani. I piccoli successi – per quanto certamente utili ad ali-
mentare la speranza – svaniscono se paragonati all’enormità
delle sconfitte. Persino i militanti più ottimisti rimangono
scoraggiati dinanzi alla quantità di battaglie perse. In altri
casi, progetti con buone intenzioni come il Rolling Jubilee in
soccorso delle persone indebitate, faticano ad abbandonare
l’orbita del senso comune neoliberale:9 l’idea (all’apparenza
radicale) di ricorrere al crowdsourcing per raccogliere fondi
allo scopo di pagare i debiti dei meno privilegiati implica
comunque la partecipazione a un meccanismo di carità
volontaria e redistribuzione dei beni che dà per scontata la
legittimità dei debiti da ripagare; da questo punto di vista
l’iniziativa appartiene a un più ampio spettro di progetti che
giocano semplicemente il ruolo di unità di pronto soccorso
nei confronti di servizi pubblici comatosi. Sono meccanismi
di sopravvivenza, non la visione di un futuro auspicabile.
E allora che conclusioni trarre? Il bilancio complessivo
della più recente serie di lotte e battaglie è fallimentare; e
lo è anche tenendo conto di una moltitudine di successi a
livello locale, come di occasionali mobilitazioni su più larga
scala. La domanda a cui chiunque sia interessato alle sorti
della sinistra deve rispondere diventa quindi: dove abbiamo
sbagliato? È indubbio che la sempre maggiore repressione da

18
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

parte degli Stati e il potere crescente nelle mani delle corpora-


tion abbiano giocato un ruolo importante nell’indebolimento
della sinistra. Ciononostante è discutibile che la repressione
nei confronti dei lavoratori, la precarietà di massa e il potere
dei capitalisti siano maggiori oggi di quanto non lo fossero
nel XIX secolo: in quel periodo i lavoratori erano impegnati
nella rivendicazione di diritti basilari e si scontravano spes-
so con apparati statali ben contenti di rivolgergli contro una
violenza letale;10 ma vi furono lo stesso mobilitazioni di mas-
sa, organizzazioni militanti e radicali di lavoratori e donne
che ottennero successi reali e dalle conseguenze importanti.
Oggi di tutto questo non resta più nulla. La debolezza del-
la sinistra contemporanea non può semplicemente essere
attribuita a Stati più forti o alla repressione capitalista: una
diagnosi onesta deve accettare che vi sono problemi anche
all’interno della sinistra. E un problema fondamentale, è la
diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella
che chiamiamo folk politics.

DEFINIRE LA FOLK POLITICS


Cosa intendiamo per folk politics? Il termine indica un insie-
me di idee e intuizioni che all’interno della sinistra contem-
poranea guidano il senso comune da cui discendono orga-
nizzazione, azione e pensiero politico; è cioè un complesso
di presupposti strategici che rischiano di indebolire la sini-
stra rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di
generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei
propri interessi. Non solo i movimenti di sinistra condiziona-
ti dalla folk politics hanno raramente successo, ma sono del
tutto incapaci di trasformare il capitalismo.
L’espressione prende spunto da due accezioni del termi-
ne «folk». Innanzitutto, è un richiamo a quelle critiche nei
confronti della cosiddetta «psicologia popolare» (folk psycho-
logy, appunto) che sottolineano come le nostre intuizioni
riguardo al mondo siano costruzioni storiche spesso errate.11

19
INVENTARE IL FUTURO

In seconda analisi, il riferimento è al «folk» come sinonimo


di locale, autentico, tradizionale e naturale. Entrambe queste
dimensioni sono implicite nell’idea di folk politics.
A una prima approssimazione potremmo definire la folk
politics come un senso comune collettivo e storicamente
costruito, che oggigiorno è completamente disconnesso dai
reali meccanismi del potere. Visti i mutamenti del nostro
panorama politico, economico, sociale e tecnologico, quelle
tattiche e strategie che una volta erano in grado di convertire
il potere della collettività in risultati di emancipazione, sono
oggi del tutto inefficaci. La folk politics entra in gioco a un
livello intuitivo, inconscio e pre-critico, e lo fa sotto forma di
senso comune della sinistra contemporanea, che è però un
senso comune storicamente determinato, oltre che mutevole.
Vale la pena di ricordare come le odierne tattiche e forme di
organizzazione siano tutt’altro che naturali o innate; al con-
trario, sono state sviluppate nel tempo come reazioni a pro-
blemi politici specifici. Petizioni, occupazioni, scioperi, par-
titi di avanguardia, gruppi di interesse, sindacati: sono tutte
realtà emerse nel contesto di particolari condizioni storiche,12
e il fatto che determinate forme di organizzazione e di azio-
ne siano state utili in passato non ne garantisce la rilevanza
oggi. Molte delle tattiche e delle strutture organizzative che
dominano la sinistra contemporanea sono reazioni all’espe-
rienza del comunismo di Stato, a sindacati autoreferenziali e
al collasso dei partiti socialdemocratici. Ma quelle idee che
pure avevano senso nel contesto di precisi momenti storici,
oggi non sono più strumenti efficaci di trasformazione poli-
tica. Il nostro mondo è cambiato: è diventato più complesso,
più astratto, meno lineare, più globale.
Per rispondere alle astrazioni e alla violenza del capi-
talismo, la folk politics punta a riportare la politica a una
«scala umana» enfatizzando un’immediatezza che è con-
temporaneamente temporale, spaziale e concettuale. Fon-
damentalmente il ragionamento alla base della folk politics

20
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

è che questa immediatezza sia sempre preferibile, oltre che


più «autentica», con il sentimento corollario che astrazione
e mediazione siano immancabilmente sospette. In termini
di immediatezza temporale, la folk politics è generalmente
reattiva (nel senso che piuttosto che agire di propria inizia-
tiva, tende a rispondere alle azioni compiute da corporation
e governi);13 ignora gli obiettivi strategici a lungo termine in
favore di tattiche di corto respiro (mobilitandosi per singole
rivendicazioni o enfatizzando il processo stesso della mobili-
tazione);14 favorisce spesso pratiche intrinsecamente a breve
termine (come occupazioni o zone autonome temporanee);15
preferisce la familiarità del passato alle incognite del futu-
ro (vedi per esempio le ricorrenti fantasie di un ritorno al
«buon» capitalismo di stampo keynesiano);16 infine esprime
una predilezione per tutto ciò che è volontaristico e sponta-
neo, in contrapposizione a tutto quanto sembri istituzionale
(vedi la romanticizzazione delle rivolte e delle insurrezioni).17
In termini di immediatezza spaziale, la folk politics pre-
dilige come spazio di autenticità il «locale» (come nel caso
dell’alimentazione a chilometro zero, o delle valute loca-
li);18 al grande preferisce il piccolo (celebrando la comunità
su piccola scala e l’impresa autoctona);19 favorisce progetti
comunitari non riproducibili su scala più ampia (per esem-
pio, assemblee generali e forme di democrazia diretta);20 e
tende a rigettare qualsiasi progetto egemonico, valorizzando
la fuga e il ritiro interiore a scapito della costruzione di una
controegemonia di ampio respiro.21 Allo stesso modo, la folk
politics preferisce che l’azione sia prerogativa dei partecipan-
ti stessi – si prenda appunto l’insistenza sull’azione diretta – e
intende i processi decisionali come individuali, piuttosto che
da compiersi per mezzo di rappresentanti. Nello schema di
pensiero della folk politics i problemi di scala e di estensione
vengono o ignorati o minimizzati.
Infine, in termini di immediatezza concettuale, quel-
la che si nota è una marcata preferenza per il quotidiano

21
INVENTARE IL FUTURO

rispetto allo strutturale (valorizzando così l’esperienza per-


sonale rispetto al pensiero sistematico), per il sentire con-
tro il pensare (enfatizzando la sofferenza individuale, o le
sensazioni di entusiasmo e rabbia provate durante l’azione
politica), per il particolare contro l’universale (considerando
quest’ultimo come intrinsecamente totalitario), e per l’etico
contro il politico (come nell’esempio del cosiddetto consumo
consapevole, o delle critiche moraleggianti all’avidità dei
banchieri).22 Secondo questo pensiero, le organizzazioni e le
comunità devono essere trasparenti e rinunciare in parten-
za a qualsiasi forma di mediazione concettuale, o persino
al più modesto grado di complessità. Le classiche visioni di
emancipazione universale e di cambiamento su scala globale
sono state abbandonate in favore della sacralizzazione della
sofferenza e del particolare a scapito dell’universale. Il risul-
tato è che qualsiasi processo di costruzione di un universale
politico viene escluso a priori.
Se interpretata in questo modo, possiamo trovare tracce
di folk politics in organizzazioni e movimenti come Occupy,
nel movimento spagnolo 15M, nelle occupazioni studente-
sche, nei gruppi insurrezionalisti comunisti come Tiqqun e
il Comité invisible, nella maggior parte delle forme orizzon-
taliste, negli zapatisti, in certo anarchismo contemporaneo,
senza dire di tendenze quali le politiche dal basso sull’esem-
pio del movimento Slow Food, del consumo critico e così via.
Detto questo, nessuno dei precedenti esempi racchiude alla
perfezione tutti gli elementi della folk politics, e questo ci
obbliga a una prima precisazione: in quanto senso comune
acritico e spesso inconscio, quando c’è da prendere posizioni
politiche concrete la folk politics si compie attraverso sfuma-
ture differenti. Insomma, folk politics non è il nome di una
posizione esplicita, quanto di una tendenza implicita. Le idee
alla base di tale tendenza sono ampiamente diffuse nell’inte-
ro panorama della sinistra contemporanea, ma alcune posi-
zioni risultano più condizionate dalla folk politics rispetto ad

22
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

altre. Questo ci porta a una seconda precisazione importante:


il problema della folk politics non è tanto che parta da una
dimensione locale, anche perché tutta la politica inizia dal
locale; piuttosto, il problema è che il pensiero della folk poli-
tics si accontenta di rimanere a un livello preciso, al punto
da privilegiarlo: e questo è il livello del temporaneo, dell’au-
toctono, dell’immediato, del particolare. Per la folk politics
questi diventano stadi sufficienti, e non semplicemente
necessari. Di conseguenza il punto non è semplicemente
quello di rigettare la folk politics, dato che comunque resta
una componente necessaria per qualsiasi azione politica;
semmai, è urgente ribadire che la folk politics altro non è che
un punto di partenza.
Una terza precisazione è che la folk politics rappresenta
un problema solo per un particolare tipo di azione politica:
quella che come obiettivo si pone il superamento del capita-
lismo. In effetti, il pensiero alla base della folk politics può
senz’altro prestarsi a progetti politici di altro segno: iniziative
di resistenza, movimenti organizzati attorno a problemi loca-
li, progetti su piccola scala… Movimenti mirati a ostacolare la
chiusura di un ospedale o lo sfratto di inquilini, per esempio,
sono iniziative ammirevoli; ma sono anche profondamente
differenti da movimenti il cui obiettivo è l’opposizione al
capitalismo neoliberale.
L’idea che una singola organizzazione, una singola tat-
tica o una singola strategia possano applicarsi con lo stesso
successo a ogni tipo di lotta politica, è la convinzione più
diffusa e dannosa della sinistra contemporanea. La rifles-
sione strategica sui mezzi, i fini, i nemici e gli alleati è una
fase necessaria da attuare prima di mettere in pratica qua-
lunque progetto politicamente concepito. E considerata la
natura del capitalismo globale, qualsiasi progetto postcapi-
talista dovrà necessariamente avere un approccio ambizioso,
astratto, mediato, complesso e globale: vale a dire, un tipo di
approccio del tutto estraneo alla folk politics.

23
INVENTARE IL FUTURO

Tenendo assieme le tre precisazioni di cui sopra, possia-


mo dunque dire che la folk politics è un elemento necessario
ma non sufficiente per qualsiasi progetto politico postcapita-
lista. Insistendo sul rimanere al livello dell’immediato, la folk
politcs non possiede gli strumenti per trasformare il neolibe-
rismo in altro da sé; benché sia certamente in grado di inter-
venire in maniera efficace nel contesto di battaglie locali,
sarebbe ingenuo credere che queste piccole vittorie possano
contribuire al superamento del capitalismo globale: al massi-
mo possono rappresentare delle brevi pause nel suo inelutta-
bile cammino. Il progetto di questo libro è quello di delineare
un’alternativa, un modo per la sinistra di navigare dal locale
verso il globale, di sintetizzare il particolare con l’universale.
Questa alternativa non può soltanto essere un ritorno con-
servatore alle politiche della classe operaia del secolo scorso.
Deve piuttosto combinare un modo aggiornato di pensare la
politica (muovendo dall’immediato all’analisi strutturale)
con un modo migliore di fare politica (indirizzando l’azione
verso la costruzione di piattaforme e l’allargamento di scala).

SOPRAFFATTI
In che modo si è affermata la folk politics? Com’è possibile
che i suoi princìpi, nonostante le palesi carenze, siano diven-
tati così seducenti e invitanti per i movimenti di oggi? Ci
sono almeno tre spiegazioni possibili. La prima vede nella
folk politics una risposta al problema di come interpretare un
mondo sempre più complesso, e da lì riuscire a intervenire su
di esso. Una seconda spiegazione, legata alla prima, indivi-
dua nella folk politics una reazione alle esperienze storiche
del comunismo e della sinistra socialdemocratica. Infine, la
folk politics rappresenta anche una risposta immediata allo
spettacolo patetico offerto dai partiti politici attuali.
Il mondo multipolare delle politiche globali, l’instabilità
economica e il cambiamento climatico causato dall’uomo
tendono a progredire sempre più velocemente, rendendo

24
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

impossibile il tentativo di ricomporre questi cambiamenti in


una narrazione strutturata che ci permetta di dare un senso
alle nostre vite. Ciascuno di questi fenomeni rappresenta un
esempio di sistema complesso, dove a entrare in gioco sono
dinamiche non lineari: input di poco diversi possono causare
output estremamente variabili, e feedback inaspettati pos-
sono derivare da una gran quantità di cause che ricadono su
loro stesse. Sistemi complessi di questo tipo operano per di
più su scale temporali e spaziali che vanno ben al di là delle
nude capacità percettive di un singolo individuo.23 Econo-
mia, politica internazionale, cambiamenti climatici: ciascu-
no di questi sistemi condiziona il nostro mondo, ma i loro
effetti sono così estesi e complessi che un’esatta collocazione
della nostra esperienza nel loro contesto risulta impossibile.
L’economia è un buon esempio. In termini elementari,
essendo distribuita nel tempo e nello spazio, l’economia non
può essere oggetto di percezione diretta: nessuno incontrerà
mai l’Economia in persona. Non bastasse, questa include a
sua volta un’enorme quantità di elementi differenti: leggi
sulla proprietà, necessità biologiche, risorse naturali, infra-
strutture tecnologiche, banchi del mercato, supercomputer…
E poi coinvolge un enorme numero di feedback ad anello
che interagiscono tra loro producendo effetti che non sono
riducibili alle loro componenti individuali.24 In altre parole,
l’interazione delle varie parti che compongono l’economia
porta a risultati che non possono essere compresi tramite
la mera conoscenza delle singole parti: possiamo capire il
funzionamento dell’economia soltanto a condizione di avere
cognizione delle relazioni che tra queste parti sussistono. Per
quanto sia possibile farci un’idea di come funzioni (e in cosa
consistita) un’economia, non saremo mai in grado di averne
un’esperienza immediata allo stesso modo in cui riusciamo a
percepire altri fenomeni. L’economia può essere osservata in
maniera asintotica, magari attraverso alcuni importanti indi-
ci statistici (diagrammi delle variazioni dell’inflazione, tassi

25
INVENTARE IL FUTURO

di interesse, PIL e così via), ma non potrà mai essere vista,


sentita o toccata nella sua interezza. Di conseguenza, nono-
stante la quantità di scritti sul capitalismo, continuiamo a far
fatica a comprenderne le dinamiche e i meccanismi.
Ancora più importante è il fatto che non disponiamo di
una «mappa cognitiva» del nostro sistema socioeconomico,
vale a dire un’immagine mentale di come l’azione umana,
individuale e collettiva possa situarsi all’interno dell’inim-
maginabile vastità dell’economia globale.25 Negli ultimi
decenni abbiamo osservato la sempre maggiore comples-
sità delle dinamiche capaci di esercitare un’influenza sulla
politica: l’incombente minaccia del cambiamento climatico
antropogenico andrebbe per esempio interpretata come un
nuovo tipo di problema non risolvibile tramite una soluzione
semplice, coinvolgendo una serie di effetti così strettamente
collegati che risulta persino difficile capire dove intervenire.
Allo stesso modo, oggi l’economia globale è di gran lunga più
complessa di quanto lo fosse qualche decennio fa: lo è in ter-
mini di mobilità di capitali, della natura intricata della finanza
globale, della molteplicità di attori coinvolti nel processo.
Come possono le nostre tradizionali cartografie politiche
adattarsi a simili cambiamenti?
Per la sinistra, se non altro tra Ottocento e primi Nove-
cento, esisteva un’analisi basata sulla classe operaia indu-
striale che offriva una chiave interpretativa potente, in grado
di comprendere la totalità delle relazioni sociali ed economi-
che, e quindi capace di prefiggere dei chiari obiettivi strate-
gici. Eppure la storia della sinistra nel corso del XX secolo ha
dimostrato come questa analisi abbia fallito sia nel sostenere
le varie possibili lotte di liberazione (di genere, di razza, di
orientamento sessuale), sia nel comprendere la capacità del
capitalismo di ristrutturarsi o attraverso la creazione del wel-
fare state, o tramite le trasformazioni dell’economia globale
in senso neoliberale. I modelli di ieri falliscono quando appli-
cati a problemi nuovi. Abbiamo perso la capacità di compren-

26
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

dere la nostra posizione all’interno della storia e del mondo.


Questa separazione tra l’esperienza di tutti i giorni e
il sistema in cui viviamo produce una nuova forma di alie-
nazione: siamo alla deriva in un mondo che non capiamo.
Secondo il critico e teorico Fredric Jameson, la proliferazione
di complottismi e teorie della cospirazione andrebbe in parte
considerata come una risposta a questa situazione:26 si tratta
di teorie che ipotizzano un piccolo numero di attori in grado
di manovrare il mondo intero (il Gruppo Bilderberg, la mas-
soneria o qualche altro capro espiatorio di convenienza), ma
nonostante l’estrema complessità di alcune di queste teorie il
loro scopo resta quello di fornire una risposta semplice e ras-
sicurante a domande come «chi c’è dietro?» e «qual è il nostro
ruolo in questa situazione?». In altri termini, hanno precisa-
mente la funzione di offrire una (fallace) mappa cognitiva.
La folk politics si presenta come un’altra possibile reazio-
ne al problema di tale travolgente complessità. Dal momen-
to che non riusciamo a capire come funziona il mondo, la
soluzione diventa quella di ridurre la complessità a una scala
più umana: non a caso i testi della folk politics sono densi
di richiami all’autenticità e all’immediatezza, a un mondo
«di tutti i giorni» che sia «trasparente», «a misura d’uomo»,
«concreto», «lento», «armonioso» e «semplice».27 Questo tipo
di pensiero rigetta la complessità del mondo contemporaneo,
e dunque rifiuta la possibilità di un mondo sinceramente
postcapitalista. Il tentativo è quello di dare un volto al potere,
ignorando la terrificante natura oggettiva del sistema; i fatti
diventano intercambiabili, il potere rimane lo stesso: sem-
mai il tentativo delle tendenze localistiche, delle parentesi
resistenziali, delle forme intuitive di azione diretta, è quello
di condensare i problemi del capitalismo globale in figure e
situazioni concrete.
Nel corso di questo processo, la folk politics tende a
ridurre la politica a una battaglia di stampo etico e individua-
le. A volte si è portati a immaginare che ci sia semplicemente

27
INVENTARE IL FUTURO

bisogno di «capitalisti buoni» o di un «capitalismo respon-


sabile». Allo stesso modo, l’imperativo dell’azione «dal
basso» porta la folk politics alla feticizzazione del risultato
istantaneo e del gesto all’apparenza «concreto». Ritardare i
danni ambientali provocati da una grande corporation è per
esempio considerato un successo, anche quando la corpora-
tion in questione si limita semplicemente ad aspettare che
l’attenzione si sposti altrove per poi proseguire indisturbata
con le sue attività. Inoltre, come a suo tempo osservò Rosa
Luxemburg, la feticizzazione dei «risultati immediati» con-
duce a un pragmatismo sterile che si sforza continuamente
di mantenere i presenti equilibri di potere, anziché tentare
di alterarne le condizioni strutturali.28 Senza la necessaria
astrazione di un pensiero strategico, le tattiche diventano
essenzialmente gesti senza conseguenze. Infine, il rifiuto
di qualsiasi complessità si mescola alle giustificazioni del
mercato neoliberale: una delle argomentazioni principali
contro qualsiasi tipo di pianificazione strategica è stata pro-
prio quella che l’economia è diventata troppo complessa per
poter essere governata.29 L’alternativa diventa quindi quella
di lasciare la distribuzione delle risorse al mercato e rinun-
ciare a qualsiasi tentativo di guidarla razionalmente.30
Considerato quanto detto finora, la folk politics appare
come un tentativo di ridurre il capitalismo globale a una
dimensione abbastanza piccola da diventare comprensibile,
per poi articolare un piano d’azione basato proprio su tale
immagine limitata. Di contro, la tesi di questo libro è che le
tendenze implicite nella folk politics siano sbagliate; se l’at-
tuale complessità va al di là delle umane capacità di pensiero
e controllo, le opzioni sono due: la prima è, appunto, quella di
ridurre tale complessità a una scala umana; l’altra è quella di
espandere proprio le capacità umane.
Noi siamo dalla parte della seconda opzione. Pensiamo
cioè che qualsiasi progetto postcapitalista che nutra l’ambi-
zione di sistematizzare fenomeni complessi per il migliora-

28
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

mento della condizione umana implichi obbligatoriamente


la creazione di nuove mappe cognitive, di nuove narrazioni
politiche, di nuove interfacce tecnologiche, di nuovi modelli
economici, e di nuovi meccanismi di controllo collettivo.

OBSOLETI
Anche se l’ascesa della folk politics può essere spiegata dalle
reazioni a una complessità sempre maggiore, è comunque
impossibile non collocare il fenomeno all’interno della parti-
colare storia politica che la sinistra ha conosciuto nel corso del
XX secolo. Da un certo punto di vista, le tendenze della folk
politics sono reazioni comprensibili (anche se inadeguate) a
problemi che negli ultimi cinquant’anni hanno riguardato sia
le dinamiche interne della sinistra stessa, sia la battaglia contro
le forze del capitalismo e della conservazione.31 In particolare,
la folk politics si è fatta strada come reazione al collasso dei
sistemi socialdemocratici che tenevano assieme le istituzioni
della classe operaia, i partiti della sinistra, e la pervasiva ege-
monia liberale.32 La dissoluzione del blocco socialdemocratico
si è concretizzata lungo diverse linee di frattura, nonché in
diverse sfere: la nascita di nuove forme di lavoro affettivo oltre
che cognitivo; l’emergere di una crisi energetica che ha desta-
bilizzato le certezze della geopolitica; le sempre maggiori diffi-
coltà che l’economia capitalista sta incontrando nell’ottenere
profitti; la proliferazione dell’ideologia neoliberale tramite
network istituzionali e think tank universitari; l’esplosione di
nuove forme di soggettività politica; il generale discredito in
cui sono caduti i paesi (nominalmente) comunisti. Tanto in
Europa quanto in America, ognuno di questi fattori ha contri-
buito a demolire le fondamenta del sistema sociale nato nel
dopoguerra; nel corso di questo processo, abbiamo assistito
sia al superamento dei vecchi paradigmi della sinistra, sia alla
neutralizzazione in partenza di proposte alternative.
Il più significativo momento di destabilizzazione
dell’assestamento postbellico si colloca probabilmente tra

29
INVENTARE IL FUTURO

la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo.


Le rivolte che scoppiarono in tutto il mondo nel 1968 ispira-
rono e portarono alla ribalta una nuova serie di movimenti
di sinistra che rigettavano i metodi di lotta tradizionalmente
portati avanti da partiti e sindacati. A motivare questi movi-
menti fu in parte la consapevolezza storica della repressio-
ne staliniana: in seguito alla repressione che, nell’Europa
dell’Est, le correnti democratiche avevano subito da parte
dell’Unione Sovietica, i partiti comunisti persero credibilità
agli occhi di tanti giovani militanti della sinistra europea.
Questo mise in discussione la validità strategica del program-
ma leninista che prevedeva la conquista dello Stato da parte
di un partito rivoluzionario basato sulla classe proletaria
industriale:33 se persino le rivoluzioni che avevano avuto suc-
cesso erano finite per produrre sul lungo termine tecnocrazie
sclerotizzate e repressione, quale doveva essere la vera stra-
tegia d’azione per una emancipazione genuina? Il risultato fu
che le gerarchie e il ruolo di avanguardia dei partiti comunisti
iniziarono a essere considerate forze contrarie agli obiettivi
dei nuovi movimenti sociali.
Al di là delle palesi difficoltà di un’autentica transizio-
ne al postcapitalismo sotto un’amministrazione comunista,
negli anni Sessanta e Settanta la prospettiva di una conquista
del potere nelle nazioni sviluppate appariva remota, specie
se si considerano le divisioni interne che iniziarono a segna-
re la sinistra. Il maggio francese, durante il quale il partito
comunista perse clamorosamente l’occasione di sostenere i
movimenti studenteschi e sindacali, sembrò mettere fine a
qualsiasi ipotesi rivoluzionaria. In più, la socialdemocrazia
– con le sue soluzioni di stampo keynesiano-corporativo al
problema della disuguaglianza sociale – apparve sempre
più accontentarsi dell’ordine vigente, e quindi incapace di
procedere in direzione di un socialismo realmente emanci-
patore: benché la socialdemocrazia fosse in grado di offrire
vantaggi significativi a determinati gruppi sociali, la sua

30
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

classe dirigente restava autoritaria e paternalista, general-


mente chiusa nei confronti di donne e minoranze etniche e
dipendente da un modello di organizzazione capitalista (il
fordismo) che generò un insolito livello di coesione sociale.
Fu proprio questa coesione sociale a essere erosa tra gli anni
Sessanta e Settanta sotto la spinta di nuovi desideri di massa
(una maggiore flessibilità sul lavoro, per esempio) e di nuove
e insistenti richieste come l’uguaglianza razziale e di genere,
il disarmo nucleare, la libertà sessuale e la fine dell’imperia-
lismo occidentale. Verso la fine degli anni Sessanta questi
nuovi problemi non poterono più essere risolti dai vecchi
gruppi organizzati della sinistra, e la pressione elettorale ini-
ziò a trasformare i partiti socialdemocratici da formazioni la
cui base principale era la classe operaia in coalizioni basate
sul ceto medio.34 Quel poco che restava di radicale nei partiti
socialdemocratici venne lentamente abbandonato.
Il continuo declino della forma-partito può quindi essere
ricondotto sia alla disastrosa eredità di governo nei paesi
cosiddetti comunisti, sia alla disillusione nei confronti del-
lo stesso modello socialdemocratico. Allo stesso tempo, la
cosiddetta nuova sinistra avanzò una serie di critiche ben fon-
date e in buona parte derivate dall’esperienza delle donne (la
cui voce continuava a essere ignorata anche all’interno delle
formazioni cosiddette radicali): organizzazioni gerarchiche
come partiti e sindacati tradizionali continuavano a interio-
rizzare le stesse relazioni patriarcali e sessiste già prevalenti
nella società. Da allora, nel tentativo di produrre forme orga-
nizzative nuove e in grado di emanciparsi da questi aspetti
repressivi, sono stati portati avanti diversi esperimenti, com-
presi quei sistemi di decisione consensuale e dibattito oriz-
zontale che, decenni dopo, diventeranno celebri con Occupy
Wall Street.35 Gruppi femministi a parte, la nuova sinistra
prevalente tra gli studenti e nelle università era assai varie-
gata, anche se tendenzialmente si configurava come esplici-
tamente antiautoritaria, antiburocratica, e spesso allergica a

31
INVENTARE IL FUTURO

qualsiasi forma di organizzazione:36 molte delle tattiche pro-


poste da questi gruppi enfatizzavano i vantaggi dell’azione
diretta, traendo ispirazione dai movimenti per i diritti civili
degli afroamericani, da precedenti movimenti studenteschi,
dalle idee del situazionismo europeo, da correnti politiche
anarchiche e dal neonato movimento ambientalista.37 È qui
che possiamo individuare l’emergere di quell’orientamento
strategico alla base della folk politcs, come anche delle moda-
lità di azione che la caratterizzano: occupazioni, sit-in, comu-
ni, squat, ma anche parate di strada dal sapore provocatorio
e «happening» vari. Ciascuna delle tattiche emerse in questo
periodo era intesa come un mezzo per ostacolare la funzio-
ne quotidiana del potere, sospendere le «normali» norme
sociali e promuovere spazi per una discussione ugualitaria.
Oltre al tentativo di cambiare la società, interventi del genere
si ponevano l’obiettivo di trasformare chi vi prendeva parte,
e di incarnare nuove e future forme di organizzazione sociale.
I movimenti che hanno preso forma in questo periodo
erano insomma eterogenei sia in termini di composizione
che di ambizione: coinvolgevano diverse forme di soggettivi-
tà, provenivano da contesti territoriali differenti e propone-
vano tattiche e strategie divergenti. Eppure ciascuno di essi,
a suo modo, ha articolato desideri nuovi che non potevano
essere facilmente interpretati dalle vecchie politiche della
sinistra. Sono movimenti che potrebbero essere considerati
come parte di una generica politica «anti-sistema» tipica del
periodo,38 quando in tutto il mondo si assistette alla tenden-
za a sfidare e smantellare il potere burocratico-gerarchico in
favore di nuovi tipi di azione diretta: dai movimenti studen-
teschi a quelli femministi, dal «potere nero» negli Stati Uniti
al movimento situazionista, dai movimenti sindacali europei
alle proteste antistaliniste di Praga, passando per le rivolte
studentesche in Messico e a Tokyo, fino alla Rivoluzione Cul-
turale in Cina.39 Ma nelle sue forme più estreme questa poli-
tica anti-sistema ha portato a considerare qualsiasi forma

32
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

di potere politico come intrinsecamente inquinato da ten-


denze oppressive, patriarcali e di dominio.40 E questo ha
condotto a un paradosso: da una parte si creano le possibilità
di forme di negoziazione e compromesso con le strutture del
potere esistenti, le quali verrebbero gradualmente coopta-
te o erose dalla nuova sinistra; dall’altra, è una politica che
tende a rimanere marginale e dunque incapace di trasforma-
re quelle parti della società che non siano già convinte del
suo progetto.41 Le critiche che tanti movimenti anti-sistema
hanno mosso all’ortodossia degli Stati, al capitalismo e al
potere burocratico della vecchia sinistra sono in buona misu-
ra corrette. Eppure le politiche anti-sistema hanno prodotto
pochi strumenti per la costruzione di un nuovo movimento
davvero capace di opporsi all’egemonia capitalista.
L’eredità di questi movimenti è di conseguenza dupli-
ce. Le idee, i valori, i nuovi desideri cui hanno dato voce,
hanno avuto un significativo impatto a livello globale: la
diffusione delle istanze femministe e antirazziste, i diritti
degli omosessuali, la lotta contro la burocrazia, restano tutti
successi importanti. Da questo punto di vista, si è trattato di
un momento di critica interna assolutamente necessario per
la sinistra, ed è in queste condizioni storiche che possiamo
individuare il principale patrimonio della folk politics. Allo
stesso tempo però, l’incapacità – o la mancanza di volontà –
di trasformare gli aspetti più radicali di questi movimenti in
progetti realmente egemonici, ha avuto conseguenze impor-
tanti nel periodo di destabilizzazione che ne è seguito.42
Per quanto capaci di generare ipotesi di liberazione potenti
e inedite, questi movimenti sono stati perlopiù incapaci di
rimpiazzare il fallimentare ordine socialdemocratico.

TAGLIATI FUORI
Nello stesso momento in cui emergevano nuovi movimenti
di lotta, le basi economiche del consenso socialdemocratico
cominciavano a cedere. Gli anni Settanta furono gli anni della

33
INVENTARE IL FUTURO

crisi energetica, della fine degli accordi di Bretton Woods,


dell’incremento su scala globale dei flussi di capitale, di una
persistente stagflazione e di rendimenti decrescenti.43 Tut-
to ciò mise effettivamente fine all’assestamento politico su
cui si era costruito il dopoguerra, vale a dire quel peculiare
insieme di politiche economiche keynesiane, produzione
industriale fordista-corporativista, e consensus socialdemo-
cratico in grado di garantire ai lavoratori il ritorno di parte
del surplus sociale. In tutto il mondo questa crisi strutturale
si tradusse in un’opportunità per le forze sia di destra che di
sinistra: quella di generare una nuova egemonia capace di
affrontare e risolvere tale crisi.
Per la destra la sfida divenne ristabilire il profitto e l’ac-
cumulazione dei capitali. Una risposta venne effettivamente
dall’affermazione in tutto il mondo del pensiero neoliberale,
ma ancora prima, tra Regno Unito e Stati Uniti, le forze di
destra avevano già iniziato a sperimentare nuovi metodi per
neutralizzare sia la vecchia che la nuova sinistra.
Un tentativo particolarmente importante fu quella stra-
tegia politico-economica che puntava a collegare la crisi del
capitalismo al potere dei sindacati; la conseguente sconfitta
del sindacalismo organizzato in tutte le principali nazioni
capitaliste rappresenta probabilmente il più grande suc-
cesso di un neoliberismo dimostratosi capace di spostare la
bilancia del potere tra lavoro e Capitale, e i mezzi utilizzati
in questa battaglia furono diversi: scontri fisici quando non
armati,44 legislazioni concepite per indebolire i meccanismi
di solidarietà nelle fabbriche, adozione di metodi di pro-
duzione e distribuzione capaci di compromettere il potere
dei sindacati (per esempio la disarticolazione delle filiere),
riorientamento del consenso pubblico attorno a un’agenda
neoliberale nel nome delle libertà individuali e della «solida-
rietà negativa»… Quest’ultima è il segno di qualcosa di più che
la semplice indifferenza verso le proteste dei lavoratori:
rappresenta infatti l’affacciarsi di un rabbioso sentimento

34
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

di ingiustizia vincolato all’idea che se io sono costretto a sop-


portare condizioni lavorative sempre più estenuanti (salari
bloccati, fine dei sussidi, tagli alle pensioni), significa che
anche tutti gli altri devono farlo. Il risultato di tutti questi
cambiamenti è stato lo svuotamento del potere dei sindacati
e la sconfitta della classe operaia nel mondo sviluppato.45
Mentre la destra affrontava con successo la crisi struttu-
rale consolidando il proprio potere politico ed economico, i
movimenti della vecchia e della nuova sinistra si dimostra-
rono incapaci di confrontarsi con le forze in campo allora
emergenti. Negli anni Settanta, i partiti socialisti e comunisti
riuscirono a conquistare sempre più voti in Europa occi-
dentale, ma i tentativi di rispondere da sinistra alla crisi si
limitarono alla rivendicazione della classica pianificazione
corporativista.46 Sotto le nuove condizioni economiche, le
vecchie politiche keynesiane si rivelarono però incapaci di
promuovere la crescita, di contenere la disoccupazione o di
ridurre l’inflazione: il risultato fu che i partiti di sinistra che
riuscirono ad arrivare al potere negli anni Settanta, come il
Labour Party nel Regno Unito, finirono spesso per attuare
politiche proto-neoliberali nel disperato tentativo di dare
fiato alla ripresa economica.47 Il tradizionale movimento dei
lavoratori, decrepito e stagnante, venne cooptato dalle forze
della destra. In questo contesto, la nuova sinistra rappresentò
senza dubbio una critica fondamentale per la rivitalizzazione
della sinistra tutta; eppure, come abbiamo visto, se le vecchie
strutture dei lavoratori erano perlopiù prive di idee, la nuova
sinistra fu a sua volta incapace di istituzionalizzarsi e artico-
lare una controegemonia. Il risultato fu una sinistra sempre
più periferica e marginalizzata.
Quando il neoliberismo riuscì infine a imporsi sul senso
comune, le formazioni socialdemocratiche superstiti finiro-
no lentamente per accettarne le condizioni. Con i maggiori
partiti politici essenzialmente in accordo con il programma
politico ed economico neoliberale, e con un sempre maggior

35
INVENTARE IL FUTURO

numero di servizi pubblici privatizzati, la possibilità di otte-


nere dei cambiamenti significativi per via elettorale fu dra-
sticamente ridotta. Un profondo cinismo prese a insinuarsi
nell’azione di partiti ormai privi di significato e sempre più
simili a imprese di relazioni pubbliche, con i politici ridotti
al ruolo di mercanti che cercano di vendere prodotti poco
attraenti.48 Con il declino della partecipazione elettorale e
la graduale rassegnazione alle coordinate neoliberali, l’era
post-politica fu finalmente compiuta. La bassa affluenza al
voto, oggi ai minimi storici, causata dalla disillusione degli
elettori è il risultato di questa evoluzione storica. È chiaro
come, date le circostanze, possa apparire invitante l’insistenza
della folk politics sul risultato immediato e sulla democrazia
partecipativa in piccolo.
La posizione dei più recenti movimenti sociali è stata
però più ambigua. Con l’arrivo degli anni Novanta, il posizio-
namento della classe operaia come soggetto politico privile-
giato è del tutto crollato, mentre a guadagnare peso è stato un
più ampio spettro di identità sociali, desideri e critiche a vari
tipi di oppressione.49 Tentativi sempre più sofisticati sono
stati compiuti per sviluppare un’analisi di come interagisco-
no le strutture di potere, dando consistenza all’idea di forme
intersezionali di oppressione.50 Grazie alla loro diffusione in
ambito culturale – e al sostegno della politica mainstream
– parti significative dei programmi nati dai movimenti fem-
ministi, antirazzisti e queer sono state socialmente accettate
e adottate attraverso legislazioni specifiche. Eppure, nono-
stante i successi, a essere evaporate sono le rivendicazioni
che negli anni Settanta si prefiggevano una ben più radicale
trasformazione di tutta la società. Le femministe per esem-
pio sono riuscite a ottenere importanti conquiste in termini
di parità di salario, diritto all’aborto e servizi per l’infanzia:
ma è comunque ben poca cosa in confronto al progetto della
totale abolizione dell’identità di genere.51 Allo stesso modo,
se pensiamo al movimento di liberazione dei neri, le misure

36
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

sul diritto al lavoro e le leggi contro la discriminazione non


sono state accompagnate da quei progetti, assai più radicali,
portati avanti in precedenza.52 La maggior parte dei risultati
attualmente raggiunti dai nuovi movimenti sono limitati dalla
cornice egemonica imposta dal neoliberismo, tutta articolata
attorno alla priorità dei mercati, a una legislazione di stam-
po liberale e alla retorica della scelta individuale. A essere
marginalizzati sono proprio gli elementi più radicali e anti-
capitalisti che pure erano parte integrante di questi progetti.
Se insomma ci guardiamo indietro, vediamo il crollo
delle tradizionali organizzazioni della sinistra e la contem-
poranea ascesa di una nuova sinistra basata sulla critica alla
burocrazia, alla verticalità, all’esclusione e all’istituzionaliz-
zazione, e assieme a questo l’inclusione nel classico appa-
rato neoliberale di alcuni dei nuovi desideri nel frattempo
emersi. È proprio in tale contesto che le intuizioni della folk
politics hanno avuto modo di sedimentarsi, fino a caratteriz-
zarsi come il nuovo senso comune espresso dai movimenti
antiglobalizzazione.53 A loro volta, questi movimenti sono
emersi in due fasi: la prima, tra la metà degli anni Novanta
e i primi anni Duemila, si è incarnata in esperienze come gli
zapatisti, gli anticapitalisti no global, i World Social Forum e
le proteste contro la guerra. Una seconda fase ha avuto inizio
subito dopo la crisi finanziaria del 2007-2009, includendo
diversi gruppi accomunati da forme organizzative e posizio-
ni ideologiche simili: tra questi, il movimento Occupy, il 15M
in Spagna e i vari movimenti studenteschi locali. Entrambe
queste fasi hanno tentato di opporsi al neoliberismo e ai suoi
portabandiera sia nazionali che industriali: la prima pren-
dendo di mira il mercato globale e le istituzioni di governo, la
seconda concentrandosi sull’alta finanza, la disuguaglianza
e la lotta al debito.54
Prendendo ispirazione dai movimenti che li avevano
preceduti, i gruppi protagonisti della più recente serie di lotte
hanno quindi privilegiato il locale e lo spontaneo, l’orizzon-

37
INVENTARE IL FUTURO

tale e l’antistatale. L’apparente plausibilità della folk politics


deriva dal crollo dei metodi tradizionali di organizzazione
della sinistra, dalla cooptazione dei partiti socialdemocrati-
ci all’interno di un ineluttabile paradigma neoliberale, e dal
diffuso senso di impotenza prodotto dall’anemica politica
dei partiti contemporanei. In un mondo in cui i problemi che
siamo chiamati ad affrontare sembrano essere complessi al
di là di ogni umana comprensione, la folk politics propone
una maniera attraente per prefigurare un futuro di ugua-
glianza già nel presente. Ma, ciononostante, è una politica
che da sola non è in grado di produrre forze capaci di durare
nel tempo, né tantomeno di rimpiazzare il capitalismo anzi-
ché semplicemente lanciargli un guanto di sfida.

GUARDARE AVANTI
La critica alla folk politics che muoviamo in questo libro è
tanto un avvertimento quanto una diagnosi.55 È verso i pre-
cetti della folk politics che si stanno muovendo le forze della
sinistra radicale classica, e noi vogliamo invertire questa ten-
denza. L’obiettivo della prima metà di questo libro è dunque
quello di rompere con una serie di dogmi riguardo a come
ipotizzare strategie e fare politica oggi. Il capitolo 2 inizia
proprio con uno sguardo critico sulla politica esistente, e
tenta di rimando una diagnosi e una descrizione dei limiti
del pensiero «folk» contemporaneo. Il capitolo 3 dimostra
invece come, nonostante la sinistra abbia ormai abbandona-
to i progetti di egemonia ed espansione, il neoliberismo sia
stato capace di intraprendere con successo la strada opposta.
La seconda metà del libro suggerisce un progetto di sinistra
– alternativo alla folk politics – organizzato attorno a un’idea
di emancipazione globale e universale. Il capitolo 4 difende
la tesi che una sinistra orientata al futuro debba imposses-
sarsi del tema della modernità, con tutta l’enfasi necessa-
ria in termini di progresso ed emancipazione universale. Il
capitolo 5 propone un’analisi delle tendenze del capitalismo

38
IL NOSTRO SENSO COMUNE POLITICO

contemporaneo, sottolineando la crisi del lavoro e della ripro-


duzione sociale: queste tendenze devono essere spiegate, e la
nostra tesi è che la sinistra debba iniziare a mettere in campo
un progetto politico capace di convogliare queste forze verso
un obiettivo progressista. Il capitolo 6 cerca di immaginare
un futuro post-lavoro in controtendenza all’attenzione che
oggi viene data al debito e alla disuguaglianza. I capitoli 7
e 8 esaminano alcuni passi che dovranno essere compiuti
per realizzare una simile visione, tra cui la costruzione di un
movimento controegemonico che risollevi le capacità della
sinistra. Infine, la conclusione fa un passo indietro ed esa-
mina il progetto della modernità dal punto di vista di una
sinistra che guardi al futuro e che si ponga come obiettivo
l’emancipazione universale.
Questo libro è guidato da una convinzione chiave: una
sinistra che voglia dirsi moderna non può proseguire con
i metodi attuali, né può tornare a un passato fin troppo ide-
alizzato; deve piuttosto affrontare un compito su tutti: la
costruzione di un futuro nuovo.

39
Capitolo 2

PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?


UNA CRITICA DELLA SINISTRA DI OGGI

A Goldman Sachs non frega niente se allevi i polli.


Jodi Dean

Una sfida fondamentale per la sinistra contemporanea è


quella di riflettere sulle sconfitte subite nelle battaglie più
recenti e sulla delusione che queste hanno causato. Dai
movimenti contro la globalizzazione fino a Occupy, negli
ultimi anni abbiamo assistito a un’intensificazione della folk
politics e delle sue pratiche: e allora come mai, nonostante la
mobilitazione di un gran numero di persone e il risveglio di
tante passioni, questi movimenti non sono riusciti a ottenere
alcun significativo cambiamento dello status quo? Qualcuno
ha osservato che l’inefficacia degli attuali movimenti di sini-
stra risieda nella loro composizione di classe, che si suppone
manchi di una vera componente proletaria e che è stata infil-
trata da interessi di tipo riformista e liberale.1 Altri hanno
suggerito che il problema sia la natura stessa di un sistema
che pone limiti a qualsiasi progetto di trasformazione sociale.
Ma, come abbiamo visto nel capitolo precedente, si tratta sol-
tanto di spiegazioni parziali: qui sosteniamo al contrario che
questi problemi siano piuttosto frutto dei tipici presupposti
«folk» che definiscono l’orizzonte strategico della sinistra
attuale. È quindi ora di individuare i limiti imposti dalla folk
politics contemporanea.
Come già argomentato nel primo capitolo, la folk politics
si afferma come generica reazione alla complessità dell’oggi,
e si incrocia con la più specifica storia dei movimenti di sini-
stra del XX secolo; questo capitolo esamina come le intuizio-
ni della folk politics emerse da tale processo abbiano finito
per plasmare diverse correnti maggioritarie della sinistra
attuale. Ovviamente non abbiamo l’ambizione di coprire l’in-
tero spettro del movimentismo di sinistra; ci concentreremo

41
INVENTARE IL FUTURO

piuttosto su quei movimenti della sinistra radicale che sono


stati politicamente più influenti e popolari. A tal proposito,
non vogliamo sostenere che i metodi usati da questi movi-
menti siano intrinsecamente problematici, anche per​ ché
solo tenendo conto dell’orizzonte storico di riferimento – e
della strategia che viene utilizzata per modificarlo – è pos-
sibile valutare i meriti di particolari programmi. Vogliamo
però individuare le debolezze della sinistra contemporanea
in una cornice precisa: quella del presente. Vale a dire un
mondo fondamentalmente guidato dagli imperativi del capi-
talismo globale, in cui la folk politics propone al contrario
strategie concentrate sul locale e sullo spontaneo. Inizieremo
con l’esaminare una delle tendenze politiche più popolari
degli ultimi quindici anni, l’orizzontalismo, per poi rivolgerci
al localismo diffuso e in generale alle tendenze reattive che
permeano sia la sinistra mainstream che quella radicale.

ORIZZONTALISMO
Consolidatosi negli anni Settanta assieme ai movimenti di
protesta statunitensi, proiettato nel mainstream grazie a
zapatisti, attivisti no global e movimenti anti-austerity, l’oriz-
zontalismo è oggi diventato il principale filone della sinistra
radicale.2 In risposta al fallimento delle politiche «statocentri-
che», i movimenti orizzontalisti propongono di trasformare
il mondo a partire dal cambiamento dal basso delle relazioni
sociali,3 traendo ispirazione da una lunga tradizione teorica e
pratica condivisa dall’anarchismo, dal comunismo consiliare,
dal comunismo libertario e dall’Autonomia. L’obiettivo è, per
dirla con uno dei suoi portavoce, «cambiare il mondo senza
prendere il potere»:4 alla base di questi movimenti c’è quindi il
rifiuto dello Stato e delle istituzioni, e il privilegiare la società
intesa come spazio da cui dovrà emergere il cambiamento.
L’orizzontalismo rifiuta i progetti egemonici, considerati
intrinsecamente tirannici, per proporre al loro posto una poli-
tica basata sui gruppi di affinità:5 piuttosto che promuovere

42
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

un’ascesa al potere verticale dello Stato, sostiene l’incontro


tra individui al fine di costruire le proprie comuni autonome
e autogovernare le proprie vite. Potremmo genericamente
riassumerne gli ideali attraverso questi precetti guida:

• Rifiuto di ogni forma di dominio


• Adesione alle pratiche di democrazia diretta
e/o ai processi decisionali su base consensuale6
• Impegno nella cosiddetta politica prefigurativa
• Enfasi sull’azione diretta

All’interno di ciascuno di questi punti chiave è possibile


identificare una serie di problemi che ne limitano il poten-
ziale ai fini di un’autentica lotta al capitalismo globale.
Il contributo più importante dell’orizzontalismo è pro-
babilmente la sua riflessione sul tema del controllo.7 Spin-
gendosi oltre le tradizionali preoccupazioni della vecchia
sinistra (ovvero Stato e Capitale), l’orizzontalismo sottolinea
i vari modi in cui altri tipi di autorità – razziale, patriarcale,
sessuale, abilista, ecc. – continuano a strutturare la nostra
società. Il fatto che molti all’interno della sinistra contempo-
ranea abbiano sposato queste idee, decidendo di impegnarsi
per una completa rimozione di tali forme di oppressione,
resta davvero una conquista cruciale, e una politica di sini-
stra seria e consapevole non può che sposarne gli assunti. E
però i metodi che l’orizzontalismo propone per sconfiggere il
controllo e l’oppressione finiscono spesso per scontrarsi con
i limiti intrinseci della folk politics: nel perseguire l’imme-
diata e diretta cancellazione dei rapporti di dominio, questi
movimenti o ignorano le forme meno percepibili di controllo,
o si rivelano incapaci di costruire strutture politiche durature
e in grado di sostenere nuove forme di relazioni sociali.
Il rigetto di qualsiasi forma di autorità e controllo si
lega strettamente a una critica dell’idea di rappresentanza,
sia in senso concettuale che politico. In pratica, il risultato è

43
INVENTARE IL FUTURO

un’ostilità nei confronti di qualsiasi struttura gerarchica


tipica della politica rappresentativa.8 Fenomeni storici come
la corruzione dei sindacati e il rapido decadimento delle
democrazie liberali hanno fatto sì che il sistema rappresenta-
tivo venga visto come una forma politica che conduce inevi-
tabilmente alla creazione di élite tiranniche dedite soltanto al
perseguimento dei propri interessi; queste strutture devono
quindi essere rimpiazzate da forme di democrazia diretta
che privilegino l’immediatezza sulla mediazione, insistendo
sul personale oltre che sul politico.9 L’idea è che una «demo-
crazia a viso aperto» sia presumibilmente più naturale e più
autentica, oltre che meno incline a favorire l’emergere di
gerarchie:10 le decisioni politiche devono essere prese non da
rappresentanti, ma da individui che rappresentano innanzi-
tutto se stessi.11 La democrazia diretta diventa quindi il valo-
re su cui tutto il resto fonda, secondo quell’intuizione tipica
della folk politics secondo la quale l’immediato è preferibile
a qualsiasi mediazione. Piuttosto che maggioranze, proce-
dimenti parlamentari e decreti di qualche commissione,
l’obiettivo delle discussioni diventa dunque il raggiungimen-
to del consenso:12 il dibattito sulle decisioni da prendere deve
essere il più possibile aperto a tutti, e non solo i risultati,
ma gli stessi processi deliberativi devono essere considerati
fondamentali.13
È comprensibile come la democrazia partecipativa risulti
così attraente per una gran quantità di persone, specie se
si considerano i vuoti rituali delle odierne democrazie rap­
presentative.14 In tanti sottolineano il senso di possibilità che
viene dalla partecipazione a processi decisionali15 in cui a
essere valorizzato è non solo il consenso, ma anche il sen-
timento di inclusione: piuttosto che gli obiettivi strategici,
sono proprio i metodi e i processi in quanto tali a essere per-
cepiti come importanti.
Democrazia diretta, consenso e inclusività sono tra i
motori di quella predisposizione orizzontalista per la politica

44
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

prefigurativa che punta a costruire, nel mondo così com’è il


mondo che invece si desidera. Nella storia della sinistra la
politica prefigurativa vanta una lunga tradizione, dall’anar-
chismo di Kropotkin e Bakunin in poi; ma solo recentemente
ha iniziato a configurarsi come filone dominante. La vecchia
promessa che, dopo la rivoluzione, le gerarchie e le strutture
di esclusione sarebbero svanite ha fornito ben poca consola-
zione a quelle donne o persone di colore le cui rivendicazioni
sono state ignorate dall’ennesimo leader maschio e bianco:
piuttosto che aspettare la rivoluzione futura, la politica pre-
figurativa cerca quindi di instaurare un mondo nuovo sin
da subito, facendo ancora una volta perno sull’intuizione
implicita che l’immediatezza sia superiore ad approcci più
mediati. Nelle sue migliori incarnazioni, la politica prefigu-
rativa cerca di dare forma a impulsi utopici nel tentativo di
proiettare il futuro già nell’oggi.16 Ma, nelle sue forme peg-
giori, l’insistenza sulla prefigurazione si trasforma nel dogma
secondo il quale i mezzi devono corrispondere ai fini, senza
una reale consapevolezza delle forze strutturali opposte.17
Se l’obiettivo è quello di creare il mondo che vogliamo
qui e ora e se è proibito (o quantomeno sconsigliato) ricorrere
all’impiego di istituzioni e mediazioni, allora la pratica poli-
tica più appropriata diventa quella dell’azione diretta. È una
pratica che include un grande numero di possibili tattiche,
dalle teatrali proteste in stile situazionista agli scioperi sel-
vaggi e al blocco dei porti, fino all’incendio di appartamenti
di lusso e così via. In queste pratiche possiamo nuovamente
individuare la classica impronta «folk», ovvero la predile-
zione per il diretto, l’immediato e l’intuitivo. Certo, a volte
l’azione diretta resta in effetti la forma più utile ed efficace
di protesta: pensiamo ai boicottaggi contro il «decoro» e l’ar-
redo urbano anti-homeless, o al «lavorare con lentezza» come
forma di lotta sul posto di lavoro.18 Eppure, come vedremo,
l’azione diretta è spesso insufficiente ai fini di un cambia-
mento duraturo; spesso anzi rappresenta null’altro che un

45
INVENTARE IL FUTURO

ostacolo solo temporaneo per i poteri di Stato e Capitale.


Ribadiamolo ancora una volta: la democrazia assemblea-
re, la politica prefigurativa e le pratiche di azione diretta non
sono fallaci in sé per sé.19 Piuttosto che denunciarne i limiti
intrinseci, è semmai necessario che la loro utilità venga giudi-
cata in base a particolari situazioni storiche, a specifici obiet-
tivi strategici, e in termini della loro capacità di esercitare
vero potere oltre che di produrre trasformazioni durature. La
complessa realtà del capitalismo globale contemporaneo fa sì
che gli interventi locali, nella forma di azioni non replicabili
su scala più ampia, difficilmente possano ambire a riorganiz-
zare il nostro sistema socioeconomico: ma come suggeriamo
nella seconda metà di questo libro, i metodi orizzontalisti
possono avere una loro utilità, se accompagnati da altre (e più
mediate) forme di organizzazione e di azione politica.
Fatta salva questa premessa, possiamo ora rivolgerci a
due importanti snodi che hanno segnato le vicende politiche
del XXI secolo e che evidenziano come nei modelli orizzonta-
listi vi siano tanto opportunità pratiche quanto i tipici limiti
connaturati a tutta la folk politics. Nelle pagine che seguono
esamineremo due tra i più evidenti casi di orizzontalismo:
il movimento Occupy emerso in seguito alla crisi finanzia-
ria del 2008, e le proteste che in Argentina sono seguite alla
dichiarazione dello stato di default nel 2001. Di entrambi i
casi, e degli approcci che li hanno contrassegnati, noteremo
sia i successi concreti che i limiti evidenti.

OCCUPY
La più significativa e recente incarnazione dei principi oriz-
zontalisti è stata quella dei cosiddetti «movimenti delle piaz-
ze». Sebbene le occupazioni non richiedano necessariamente
una gestione orizzontalista (non a caso i precursori di questa
tattica provengono originariamente da ambienti militari),20
è in questa chiave che si è declinata la maggior parte delle
occupazioni che si sono succedute dal 2008 in poi. Nel 2011,

46
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

le occupazioni di piazze e spazi pubblici hanno coinvolto più


di 950 città in tutto il mondo, secondo coordinate politiche,
economiche, culturali e di classe caratteristiche dei luoghi in
cui prendevano piede. Qui vogliamo analizzare il fallimen-
to dei movimenti Occupy nel mondo occidentale, perché ci
aiuta a gettare luce sui limiti della folk politics nei principali
paesi capitalisti.21 È anche da notare come questo fallimento
si sia verificato nonostante l’enorme varietà di approcci rac-
colti sotto l’ombrello della sigla Occupy: negli Stati Uniti per
esempio, questo movimento – che andava da Occupy Wall
Street fino a Occupy Oakland – ha oscillato tra la non violen-
za più dogmatica e l’antagonismo più sfrontato, passando
per l’adesione a un liberalismo confuso e l’invocazione di un
comunismo libertario e militante.22 All’eterogeneità regio-
nale si è accompagnata in effetti quella ideologica dei mani-
festanti: lo spettro politico comprendeva allo stesso modo
riformisti liberali, anticapitalisti, insurrezionalisti anarchici,
comunisti libertari, sindacalisti, e persino una manciata di
libertarians anti-Federal Reserve. In aggiunta alle diversità
nella composizione interna, vi era infine una profonda resi-
stenza all’articolazione di rivendicazioni politiche esplicite,
che rendeva ancora più difficile il compito di discernere la
coerenza del movimento.
È abbastanza chiaro il motivo per cui in tanti si sentirono
motivati a unirsi al movimento: la natura orizzontalista di
Occupy forniva alle persone la possibilità di esprimersi in un
mondo che, fino a quel momento, a malapena si era degnato
di ascoltarle.23 In America, in particolare, la struttura della
democrazia elettorale incentrata su due grandi partiti ha pro-
dotto un’incredibile restringimento degli spazi del discorso
pubblico. L’assortimento di slogan e cause associate con il
movimento Occupy rende bene quell’esplosione di rabbia
repressa e quella proliferazione di richieste politiche che,
senza questa piattaforma, sarebbero cadute nel nulla; anche
chi non partecipò direttamente alle occupazioni, in Occupy

47
INVENTARE IL FUTURO

trovò una piattaforma per gli esclusi grazie a siti internet


come la pagina Tumblr We Are the 99 Percent, dando spazio
a un coro di proteste contro l’impoverimento economico e
l’esclusione sociale.24 Al di là dei risultati politici veri e pro-
pri, l’opportunità di poter pubblicamente esternare le proprie
frustrazioni ha rappresentato un’esperienza stimolante per
tantissimi che si sentivano messi ai margini.
Il movimento Occupy è riuscito a stravolgere la vita di
tutti i giorni sia dei partecipanti che degli osservatori esterni,
e ha permesso a tante persone di ritrovarsi assieme nel con-
testo di un progetto politico condiviso. Come è stato notato
da un osservatore, «praticare l’autonomia insegna all’indivi-
duo a riconoscere il proprio potere».25 In città come Oakland
gli attivisti hanno spesso spinto per politiche più radicali di
quelle che le organizzazioni di mediazione (come per esempio
quelle no profit) avrebbero altrimenti portato avanti. Come
molti altri movimenti di protesta, Occupy ha anche avuto
la funzione di radicalizzare le persone che vi hanno preso
parte, specialmente a seguito della brutale repressione sca-
tenata dalla polizia. Le occupazioni prefiguravano un mondo
nuovo, o almeno così sembrava; e anche se questo mondo
nuovo restava fuori portata, il movimento ha mostrato ai
partecipanti cos’era possibile ottenere grazie alla solidarietà
politica.26 Assieme ai loro vantaggi interni, gli spazi occupati
sono serviti anche come spunto per azioni contro il sistema
politico vero e proprio, come nel caso delle manifestazioni
contro il G8;27 la maggior parte di queste azioni è consistita in
manifestazioni e raduni, e questi spazi sono anche stati utiliz-
zati come luoghi fisici per riunirsi e prendere decisioni collet-
tive. Per quanto riguarda le azioni esterne, gli spazi occupati
sono stati usati come quartier generale per la formazione dei
militanti, per esempio insegnando a mettere in pratica atti di
disobbedienza civile, a gestire la repressione della polizia, o
a diffondere informazioni sui diritti legali.28 In generale, le
occupazioni hanno funzionato come chiara incarnazione,

48
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

nel mondo reale, dell’infrastruttura del movimento: spesso


(anche se non sempre) queste occupazioni sono anche state
spazi dove fornire sostegno ai gruppi più emarginati della
società, in particolare i senzatetto;29 e, cosa forse ancora più
importante, le occupazioni – in particolare quella di Zuccotti
Park a New York – hanno rappresentato un punto di riferi-
mento ben visibile in grado di attrarre l’attenzione dei media,
portando all’attenzione dei governi e del pubblico rivendica-
zioni che in genere vengono relegate a problemi secondari.30
Anche se per poco, Occupy è stato davvero in grado di suscita-
re l’interesse dei grandi network per le questioni di giustizia
economica: un risultato non da poco, considerato l’ambiente
ultra-neoliberale tipico dei media contemporanei.
Ma nonostante i non pochi successi, ci sono seri motivi
per cui le occupazioni hanno infine fallito. Alcuni di questi
sono già stati sottolineati da diversi osservatori interni del
movimento, a cominciare da quella retorica inclusivista che,
persino dentro Occupy, nascondeva una serie di processi di
esclusione basati su razza, genere, salario e disponibilità di
tempo libero.31 Le idee e le pratiche del movimento erano
intrise dei classici limiti dalla folk politics, che hanno impe-
dito al movimento di espandersi in termini sia di spazio che
di tempo, e quindi di «universalizzarsi». Di sicuro, alcuni dei
movimenti cresciuti sotto l’ombrello di Occupy non hanno
mai avuto intenzione di espandersi su scala più ampia, di
durare nel tempo o di estendersi: molti teorici orizzontali-
sti (anche se non tutti) enfatizzano il peculiare dinamismo
di azioni politiche brevi e spontanee, sostenendo che «la
permanenza relativa non è necessariamente una virtù».32
Ma che sia volontaria o meno, la tendenza del movimento a
dare priorità all’immediatezza (spaziale, temporale e concet-
tuale) ha avuto l’effetto di indebolirlo, rendendolo incapace
di durare abbastanza a lungo da poter avere la possibilità di
conseguire gli obiettivi basilari che pure si era prefissato.
In ossequio ai principi orizzontalisti, il movimento

49
INVENTARE IL FUTURO

Occupy è stato caratterizzato principalmente dalla sua pre-


dilezione per la democrazia diretta. Benché questa esista in
diverse forme – dai consigli dei lavoratori ai sistemi democra-
tici dei cantoni svizzeri – nel caso di Occupy la forma orga-
nizzativa principale è stata quella dell’assemblea generale;33
in un periodo di declino dell’efficacia delle democrazie, un
modo nuovo di mettere in pratica i principi democratici
era una delle principali aspirazioni dei partecipanti alle
proteste.34 Ma, se intesa come un feticcio o come un fine a
se stesso, la democrazia diretta impone inesorabilmente dei
grossi limiti: in primo luogo, il livello di impegno e di coinvol-
gimento politico che richiede al singolo individuo comporta
problemi di sostenibilità. La cosiddetta parecon (economia
partecipativa) propone per esempio processi di democrazia
diretta a ogni livello della società: ma questa visione di un
futuro postcapitalista si traduce concretamente in una serie
infinita di incontri sempre più specifici riguardo a ogni sin-
golo dettaglio della vita di tutti i giorni – non esattamente
una visione utopica capace di scatenare l’immaginazione…35
All’interno di Occupy molte assemblee generali dege­
neravano in situazioni in cui le questioni più triviali finivano
per essere dettagliatamente esaminate da tutta la collet­
tività:36 l’infuocato dibattito sull’eccessivo (o meno) rumore
prodotto dai tamburi a Zuccotti Park è solo un esempio par-
ticolarmente grottesco del problema. Il punto più generale
è che questo tipo di democrazia diretta comporta enormi
sforzi di partecipazione: in altre parole, richiede una mag-
giore quantità di lavoro. Nei brevi periodi di entusiasmo
rivoluzionario questo lavoro extra può non avere conseguen-
ze particolari, ma con il ritorno alla normalità andrebbe a
sommarsi alle pressioni e gli impegni della vita quotidiana.37
Il lavoro extra richiesto da una democrazia partecipativa
è particolarmente problematico se si considerano le dinami-
che di esclusione che per sua natura comporta: a soffrirne
sono in particolare coloro che non hanno modo di partecipare

50
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

fisicamente alle riunioni, coloro che non si trovano a loro


agio in gruppi numerosi, o tutti quelli che non sono esperti
oratori pubblici (senza dire dei fattori razziali e di genere che
entrano in gioco in questi casi).38
Man mano che il movimento Occupy è andato avanti, le
assemblee generali hanno semplicemente smesso di esistere,
spesso sotto il peso della stanchezza e della noia; la conclu-
sione che possiamo trarne è che il problema della democrazia
oggi non può ridursi all’idea che le persone vogliono avere
voce in capitolo su ogni singolo aspetto della loro vita: il vero
problema del deficit di democrazia risiede nel fatto che le
decisioni più significative della nostra società non sono di
competenza del cittadino comune.39 La democrazia diretta
risponde a questo problema, ma prova a risolverlo rendendo
immediata la democrazia, per trasformarla in un’esperienza
corporea che rifiuta qualsiasi mediazione.
Le preferenze per le forme immediate di democrazia ne
limitano anche l’espansione spaziale su larga scala; detta
molto semplicemente: per poter funzionare, la democrazia
diretta ha bisogno di comunità piccole. È istruttivo nota-
re come le centinaia di migliaia di persone che riempirono
piazza Tahrir al Cairo non organizzarono nessuna assemblea
generale; e che anche all’interno di Occupy Wall Street le
assemblee generali includevano solo una piccola parte del
numero totale dei partecipanti.40 I meccanismi e gli ideali
stessi della democrazia diretta (come la discussione faccia
a faccia) rendono difficile la sua riproducibilità al di fuori
di comunità numericamente esigue, e la rendono di fatto
impossibile laddove ci siano problemi da discutere su scala
regionale, nazionale o globale. I limiti spaziali della demo-
crazia diretta fanno inoltre sì che questa non sia in grado di
individuare gli aspetti regressivi delle piccole comunità: le
realtà «intime» sono spesso luogo delle più virulente forme
di xenofobia, omofobia, razzismo, pettegolezzi e altre varietà
di provincialismo reazionario. Le piccole comunità care alla

51
INVENTARE IL FUTURO

democrazia diretta non sono un obiettivo in cui può rispec-


chiarsi una sinistra moderna; non bastasse, la democrazia
partecipativa può tranquillamente essere costruita senza
ricorrere alle piccole realtà, in particolare grazie all’impiego
delle tecnologie di comunicazione disponibili già oggi.
Un altro vincolo imposto dalla folk politics deriva dall’idea
di considerare il consenso come scopo ultimo del processo
deliberativo: il suo ideale è raggiungere una decisione accet-
tabile per tutti, continuando a insistere sull’immediatezza
spaziale. Come nota l’anarchico David Graeber, «in una
comunità faccia a faccia è molto più facile capire le intenzio-
ni della maggioranza, piuttosto che scoprire come convin-
cere coloro che non hanno intenzione di seguirla».41 Ma ciò
che funziona bene su scala ridotta è molto più difficile in una
comunità più ampia: è quindi forse inevitabile che nel caso
di un movimento relativamente vario ed eterogeneo come
Occupy i processi decisionali su base consensuale abbiano
portato – nei rari casi in cui si è ottenuto un qualsiasi tipo
di conclusione – a rivendicazioni che, per poter accontentare
tutti, si traducevano in slogan generici e basilari. Persino l’as-
soluta mancanza di richieste specifiche è stata rivendicata
come un radicale elemento di rottura: sono argomentazioni
che, dall’interno del movimento, identificano l’articolazio-
ne di richieste come elemento potenzialmente alienante e
causa di frizioni, perché danneggiano l’indipendenza del
movimento stesso e indirizzano le richieste a forze esterne –
per esempio lo Stato – aprendo quindi la porta a un graduali
dinamiche di cooptazione.42
D’altra parte, i critici di questo approccio notano come la
natura divisiva di richieste e rivendicazioni sia anche un ele-
mento positivo: benché possano suonare come una delusione
per alcuni partecipanti, riescono altresì a mobilitare coloro
che hanno a cuore una particolare questione. In più, queste
frizioni servono a chiarire le autentiche differenze politiche
presenti nel movimento (che spesso vengono ignorate nella

52
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

pratica), anche laddove possano rivelarsi insormontabili.43


Altre complicazioni sono emerse con il rifiuto, da parte di
Occupy, di qualsiasi tipo di organizzazione verticale. I proble-
mi più evidenti di questa impostazione sono gli ostacoli nello
stabilire ponti tra il movimento e altri gruppi simili: mentre le
piazze egiziane e turche sono state in grado di costruire legami
con i movimenti sindacali già esistenti, nel mondo occiden-
tale Occupy ha perlopiù rifiutato contatti del genere.44 Que-
sto comportamento ha causato tre tendenze. Innanzitutto,
una struttura decisionale spesso paralizzante: le iniziative
prese da Occupy venivano quasi sempre da sottogruppi che
agivano in autonomia, anziché osservando le indicazioni di
assemblee generali e decisioni consensuali;45 in altre parole,
non è stato l’orizzontalismo a produrle. In secondo luogo, ci
sono elementi che suggeriscono che un’organizzazione gerar-
chica sia cruciale per la difesa dei movimenti dalla minaccia
dello Stato: nel caso di Occupy, il mantenimento dello spazio
occupato contro la repressione della polizia è stato il risultato
non dell’orizzontalismo, ma di istituzioni verticali che hanno
mobilitato i propri membri in supporto all’occupazione;46
allo stesso modo, in Egitto, tifosi di calcio e organizzazioni
religiose hanno giocato un ruolo fondamentale nella difesa
di piazza Tahrir contro la violenza dello Stato e delle forze
reazionarie ostili.47 Il rifiuto della verticalità in ogni sua forma
ha significato, infine, il venir meno di un meccanismo chiave
per l’ampliamento del movimento, sia in senso temporale che
spaziale; i rapporti con il mondo dei lavoratori e della giusti-
zia sociale (e persino con i partiti politici) avrebbero potuto
garantire a Occupy quell’infrastruttura necessaria a muoversi
al di fuori dei parametri della folk politics: per tornare all’e-
sempio dell’Egitto, le cooperative dei lavoratori sono state
vitali nel trasformare la protesta in uno sciopero generale, con
l’effetto di bloccare il paese e dare così il colpo di grazia al regi-
me di Mubarak.48 In Islanda, in Grecia e in Spagna, i legami
con i partiti politici hanno aiutato le occupazioni a ottenere

53
INVENTARE IL FUTURO

successi di ampio respiro. In generale, malgrado la chiara


volontà di diffondere i propri ideali – e l’innegabile successo
mediatico che ha ottenuto catturando l’attenzione del pubblico
– il movimento Occupy non ha mai compiuto quelle mosse
necessarie per dare il via a una vera trasformazione sociale.
Ma il problema fondamentale è che, aderendo a una
politica prefigurativa, il movimento Occupy si è autoimposto
dei limiti. Abbiamo detto che la caratteristica della politica
prefigurativa è quella di incarnare sin da subito il mondo che
verrà: in altre parole, modifica il modo in cui ci relazioniamo
agli altri al fine di sperimentare già nel presente un avvenire
postcapitalista. Le occupazioni sono un classico esempio:
di solito, hanno l’obiettivo esplicito di creare uno spazio
non-capitalista attraverso la mutua solidarietà, il rifiuto di
gerarchie, e una rigorosa democrazia diretta. Ma questi spazi
sono esplicitamente concepiti e costruiti come soluzioni tem-
poranee, non quindi come occasioni per creare un cambia-
mento duraturo o lo sviluppo di alternative concrete, e men
che meno con l’ambizione di competere contro il capitalismo
globale: al più, sono spazi a breve termine che racchiudono
le esperienze transitorie di una comunità ristretta.49 Questo
pamphlet di un movimento precursore di Occupy è a tal pro-
posito estremamente chiaro:

[Gli studenti che hanno insistito per non mettere sul tavolo
alcuna richiesta] hanno inteso l’occupazione come la creazione
di una sospensione momentanea nel tempo e nello spazio del
capitalismo, un riassetto che delinea i contorni di una società
nuova. Noi ci schieriamo con questa posizione antiriformista.
Sappiamo che sono zone parziali e transitorie, ma ugualmente
portano alla luce quelle tensioni tra il reale e il possibile che
possono spingere la lotta verso indirizzi più radicali.50

Nell’esempio sopra riportato, l’ammissione esplicita del fat-


to che l’occupazione è una misura temporanea si combina

54
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

all’ingenua convinzione che, forse, questa volta sarà in grado


di determinare un cambiamento radicale.
Gli spazi prefigurativi sono costretti a lottare costante-
mente contro la propria dissoluzione interna, e per ovvi moti-
vi: sono spazi che richiedono una grande varietà di supporti
logistici, tipo posti letto, cibo, servizi, sanità, sicurezza e aiuto
legale; la maggior parte degli aiuti non proviene però da altre
comunità prefigurative, ma dipende dalle reti capitaliste già
esistenti.51 La riproduzione sociale degli accampamenti è un
compito difficile persino nelle condizioni più favorevoli, e
anche comunità utopiche ben consolidate (come quelle di
natura religiosa) in genere scoprono che l’indipendenza e
l’autosufficienza totali sono obiettivi impossibili.52 Va aggiun-
to che gli spazi prefigurativi sono spesso sotto attacco della
repressione da parte di Stato e corporation, e se non lo sono è
in genere perché non rappresentano alcun tipo di pericolo per
l’ordine esistente: gli zapatisti per esempio continuano a ope-
rare in relativa libertà semplicemente perché lo Stato e il Capi-
tale non li considerano una minaccia concreta.53 Ma nell’esatto
momento in cui uno spazio prefigurativo diventa una minac-
cia la repressione interviene istantanea, ed è proprio lì che la
feticizzazione dell’orizzontalismo diventa la sua più grande
debolezza: la politica prefigurativa, nelle sue forme peggiori,
ignora le forze che fanno fronte comune contro la creazione e
la crescita di un mondo nuovo. Dichiarare semplicemente che
questo mondo nuovo esiste già, e quindi praticarlo localmen-
te, non è abbastanza per sconfiggere queste forze: lo dimostra
proprio la repressione subita da un movimento come Occupy.54
La domanda che va posta a qualsiasi tipo di politica pre-
figurativa è: come può questo progetto estendersi e ripro-
dursi su una dimensione più ampia? 55 Anche dando per
buono il dubbio assunto che le persone vorranno davvero
vivere come in un accampamento alla Occupy, quali misure
sarà possibile mettere in atto per espandere socialmente e
fisicamente questi spazi?

55
INVENTARE IL FUTURO

Quando i teorici del movimento affrontano la questione,


in genere rispondono in termini vaghi: spiegano che determi-
nati momenti «risuoneranno» con altri; che in qualche modo i
piccoli gesti quotidiani saranno in grado di permettere un sal-
to qualitativo e di «scardinare» la società; le rivolte e i blocchi
si «diffonderanno» e si «moltiplicheranno»; che le esperienze
di protesta «contamineranno» i partecipanti e si espande-
ranno, e sacche di resistenza prefigurativa «si scateneranno
spontaneamente».56 Questo approccio sognatore e utopico
ignora sistematicamente il difficile compito di passare dal
particolare all’universale, dal locale al globale, dal tempora-
neo al permanente. Gli imperativi strategici di ampliamento,
estensione e universalizzazione rimangono irrealizzati.
Anche se Occupy non ha avuto successo nell’espandere i
propri spazi prefigurativi oltre i margini della società, le sue
forme di protesta sarebbero potute comunque tornare utili
come piattaforme di lancio per l’azione diretta. In effetti,
una delle conquiste più rilevanti ottenute dal movimento
è stata la creazione di un’infrastruttura fisica e sociale che
sarebbe potuta servire da fondamento per iniziative sul cam-
po: in paesi come Grecia e Spagna sono stati organizzati scio-
peri contro il debito e picchetti per i lavoratori senza diritto
di sciopero. Altri movimenti legati a Occupy hanno offerto
supporto agli abusivi, dato cibo ai senzatetto, creato canali
di informazione alternativa, messo in moto mobilitazioni
per prevenire gli sfratti, protestato contro i tagli del gover-
no e offerto sostegno umanitario dopo i disastri naturali.
Ma l’influenza di Occupy non va sovrastimata. Per esem-
pio: molti dei successi conseguiti dalle campagne contro
gli sfratti e i pignoramenti sono in realtà l’effetto del lavoro
compiuto già molto tempo prima da gruppi di attivisti neri
come Take Back the Land.57 In generale il problema è che le
azioni dirette agiscono soltanto in superficie, fasciando tem-
poraneamente le ferite inferte dal capitalismo, ma lasciando
i problemi intatti e le strutture di fondo invariate. E così i

56
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

pignoramenti vanno avanti senza sosta, il debito dei consu-


matori continua a salire, i lavoratori si ritrovano per strada,
e il numero di senzatetto aumenta. Con Occupy, i limiti della
«propaganda del fatto» sono diventati evidenti.58 Anche se
l’azione diretta può ottenere successi reali, rimane comun-
que un fenomeno localizzato e temporaneo: in una parola,
folk politics. L’azione diretta può essere efficace per mitigare
i peggiori eccessi del capitalismo, ma non potrà mai affron-
tare il difficile compito di combattere un’astrazione diffusa
nel tempo e nello spazio. Piuttosto, preferisce rivolgersi a
obiettivi più ovvi.59 A mancare è un progetto per una sinistra
che sappia allargare i propri orizzonti e quindi trasformare il
capitalismo in profondità.
L’immagine di Occupy che emerge da queste considera-
zioni è quella di un movimento indissolubilmente legato alle
convinzioni riguardanti i vantaggi degli spazi locali, delle
piccole comunità, della democrazia diretta e della tempora-
nea autonomia ai margini della società. Queste convinzioni
hanno reso il movimento incapace di espandersi dal punto
di vista degli spazi, di mettere in atto trasformazioni soste-
nibili, e dunque di rendersi universale. I movimenti legati
a Occupy hanno conseguito vittorie tangibili producendo
solidarietà, dando voce agli emarginati e ai disillusi, e cata-
lizzando l’attenzione pubblica: ciononostante, sono rimasti
un piccolo arcipelago di isole prefigurative circondato da un
oceano capitalista tanto implacabile quanto ostile. La causa
più diretta del fallimento del movimento è stata la repres-
sione da parte della polizia, che in tenuta antisommossa
ha ripulito gli spazi occupati in tutti gli Stati Uniti. Ma le
cause strutturali di questo fallimento vanno ricercate nei
presupposti e nelle pratiche stesse del movimento: una vol-
ta privato del suo fulcro – gli spazi occupati – il movimento
si è disperso e frammentato. Sostanzialmente, la forma
organizzativa di questi movimenti non è stata in grado né
di superare i problemi di scalabilità, né di costruire una

57
INVENTARE IL FUTURO

forma duratura di potere capace di resistere efficacemente


all’inevi­tabile reazione dello Stato.
Ciò che funziona bene su una scala – per esempio in una
comunità composta da un centinaio di persone – può diven-
tare ingovernabile se esteso su scala più ampia.60 Se una sini-
stra realmente ambiziosa pretende di sfidare i grandi poteri
globali – il sistema capitalista neoliberale e le sue istituzioni,
i governi e le loro forze di polizia, le corporation e le società
finanziarie di tutto il pianeta – allora una condizione essen-
ziale sarà quella di operare al di fuori della pura dimensione
locale. C’è senz’altro molto da imparare da questi movimenti:
ma siamo anche convinti che, da soli, rimarranno incapaci di
produrre alcun cambiamento di rilievo.

ARGENTINA
Nella storia recente, l’esempio che più ha fatto sperare nelle
pratiche orizzontaliste è quello argentino: la nazione sud­
americana è infatti stata investita da una svolta orizzontalista
che ha portato a un ampio controllo delle fabbriche da parte
dei lavoratori; ma a uno sguardo più attento è un esempio che
in realtà rivela nuove dimensioni dei limiti della folk politics.
In Argentina l’immediata necessità di nuove forme di orga-
nizzazione sociale si è imposta dopo il collasso dell’economia
nazionale: il paese fu colpito da una pesante recessione nel
1998 e l’economia ne risentì perdendo più di un quarto del
PIL entro il 2002. Le tensioni sociali giunsero al limite nel
dicembre del 2001, quando le politiche restrittive del governo
e il caos finanziario provocarono l’esplosione di enormi pro-
teste popolari. Il risultato fu la caduta del governo e la dichia-
razione dello stato di default sul debito pubblico. Governate
da un esecutivo incapace che non mostrava alcuna volontà di
venire incontro ai bisogni del popolo, le persone si trovarono
costrette a trovare nuovi modi per sopravvivere.
In seguito ai problemi del paese, molti argentini decisero
di organizzarsi dando vita a nuove strutture sia politiche che

58
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

economiche, e gli esempi da seguire perlopiù arrivarono pro-


prio dai principi orizzontalisti.61 Come nel caso di Occupy,
anche in Argentina la tipica organizzazione orizzontalista
ha prodotto diversi benefici: il più importante tra questi è
probabilmente il modo in cui questi movimenti sono stati
in grado di scuotere le regole del senso comune neolibera-
le lasciandosi alle spalle tanto l’individualismo di mercato
quanto la solidarietà negativa. I legami costruiti tra gli indi-
vidui hanno contribuito a superare l’ostilità con cui spesso
altre parti della società guardano a scioperi e proteste. E
come Occupy – ma su scala più ampia – i movimenti argen-
tini sono anche riusciti a fornire i mezzi per la riproduzione
sociale in circostanze di crisi.62
Ma se questi esperimenti di orizzontalismo applicato
hanno prodotto diversi risultati positivi, la loro esperienza
ha anche rivelato numerosi nuovi problemi. Il principale sta
nei limiti delle assemblee di quartiere come forma di organiz-
zazione: profondamente plasmate da principi orizzontalisti,
queste assemblee furono istituite come risposta sia alle neces-
sità immediate, sia alle nuove possibilità che la crisi apriva;
simili alle assemblee generali di Occupy, erano riunioni che in
effetti riuscirono a dare nuova voce alla gente, ma che anche
quando divennero più larghe (magari arrivando a includere
più quartieri) non giunsero mai al punto di rimpiazzare lo
Stato, o quantomeno di costituirne una plausibile alternativa.
Anche nei periodi di massima partecipazione, il movimento
orizzontalista non è mai riuscito a rimpiazzare quelle funzio-
ni statali che vanno dal welfare alla sanità pubblica, passando
per la redistribuzione dei beni, l’educazione e via dicendo:
hanno funzionato, al massimo, come risposta localizzata alla
crisi. Altri limiti sono emersi quando ci si è resi conto che que-
ste assemblee potevano funzionare soltanto a patto di rifiuta-
re interessi organizzati (ossia collettivi), oppure incorporando
questi interessi al loro interno, ma col risultato di venirne tra-
volte.63 Nel corso delle proteste argentine è stato impossibile

59
INVENTARE IL FUTURO

integrare gli interessi collettivi all’interno del processo deci-


sionale delle assemblee senza distruggere le assemblee stesse,
dato che spesso tali interessi finivano per monopolizzare la
discussione. Ironicamente, queste assemblee hanno funzio-
nato meglio su base individuale.
Le fabbriche controllate dai lavoratori hanno rappre-
sentato un altro esperimento di organizzazione sociale. In
seguito alla crisi economica alcune industrie fallite furono
acquisite e mantenute dai loro dipendenti, aiutando così
i lavoratori a conservare il proprio impiego, e in alcuni casi
garantendo salari migliori di quelli precedenti (o almeno
così pare). Sfortunatamente, malgrado l’attenzione che
venne data al fenomeno, il numero totale dei partecipanti
all’esperimento fu piuttosto esiguo: le stime più ottimistiche
suggeriscono che circa 250 fabbriche diedero impiego a poco
meno che diecimila persone.64 Con un totale di più di diciot-
to milioni di lavoratori nel paese, questo significa che dalle
fabbriche controllate dai lavoratori derivava meno dello 0,1%
dell’economia. Non solo queste fabbriche giocarono un ruolo
marginale dal punto di vista economico, ma rimasero anche
necessariamente parte di un sistema di relazioni sociali
capitalista. Il sogno di una via di fuga rimase solo quello: un
sogno. Schiave dell’imperativo di produrre profitto, le indu-
strie guidate dai lavoratori possono rivelarsi tanto oppressive
e dannose per l’ambiente quanto qualsiasi altro tipo di gran-
de impresa, ma senza i vantaggi dell’efficienza di scala: sono
d’altronde problemi comuni all’intera esperienza cooperativa
che riguardano non solo il caso argentino, ma anche esempi
come quello zapatista o come quello nordamericano.65
Oltre ai limiti di natura organizzativa, il principale pro-
blema dell’esperienza argentina in quanto modello post­
capitalista è che ha rappresentato poco più che un balsamo
temporaneo contro i mali del capitalismo, senza riuscire a
imporsi come alternativa credibile. Con la ripresa dell’econo-
mia la partecipazione alle assemblee di quartiere e ai progetti

60
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

di economia alternativa è drasticamente diminuita.66 I movi-


menti emersi dalla crisi argentina erano d’altronde nati
come risposta a un sistema al collasso, non come alternativa
a un ordine sociale in relativa buona salute: il primo difetto
dell’oriz­zontalismo contemporaneo sta in effetti nella ten-
denza a considerare stati di emergenza (come per esempio
i postumi di un uragano, di un terremoto o di una crisi eco-
nomica) come rappresentazioni di un mondo migliore,67 ed
è eufemisticamente difficile immaginare come le condizioni
date da un disastro possano rappresentare un miglioramen-
to della qualità della vita per la popolazione mondiale. Una
politica che trova la sua espressione migliore nel collasso
dell’ordine sociale ed economico non è un’alternativa: al
massimo è un riflesso guidato dall’istinto di sopravvivenza.
Anche la ricorrente inclinazione orizzontalista a indivi-
duare un potenziale politico nella maniera in cui organizzia-
mo la vita di tutti i giorni – incontri tra amici, feste, festival e
via dicendo – resta problematica.68 Ancora una volta, il punto
è che questi metodi non sono estendibili a una scala che non
sia quella della piccola comunità; cosa persino più impor-
tante, non servono a ottenere alcun obiettivo certo. Come
dimostrato dall’esempio argentino, questi metodi possono
risultare preziosi per la vita di un quartiere, oltre che per far
maturare un senso di solidarietà tra le persone. Ma l’orizzon-
talismo fatica a competere contro gli interessi organizzati, a
mantenersi in vita dopo il ritorno a un certo livello di norma-
lità, e a conseguire obiettivi politici duraturi e su larga scala
(come per esempio fornire un servizio sanitario universale,
un’educazione di qualità e un livello di sicurezza sociale). Di
nuovo: questi approcci restano utili in situazioni di emergen-
za e per un numero ristretto di obiettivi, ma non riusciranno
mai a rivoluzionare la società, né tantomeno a rappresentare
una minaccia per il capitalismo globale.
Tramite esempi come quelli delle assemblee di quartiere
e delle fabbriche gestite dagli operai, abbiamo visto come i

61
INVENTARE IL FUTURO

metodi organizzativi dell’orizzontalismo tradiscano la loro


insufficienza. Troppo spesso, sono tattiche poco più che
reattive e destinate all’insuccesso nell’arena del capitalismo
globale. Nell’ultimo decennio, sia a livello teorico che nelle
esperienze concrete di Occupy e della crisi argentina, i limi-
ti dell’orizzontalismo sono emersi con estrema chiarezza:
anche riconoscendo che i metodi orizzontalisti hanno un’im-
portante capacità di fornire sostegno alle comunità locali e
di sovvertire temporaneamente pratiche di sfruttamento, la
concezione feticista del consenso e dell’azione diretta – come
l’adesione a forme di politica prefigurativa – pone all’oriz-
zontalismo seri limiti alle sue possibilità di espansione e di
sovvertimento della società.

LOCALISMO
Meno radicale dell’orizzontalismo (ma altrettanto onnipre-
sente) è il cosiddetto localismo. Come ideologia si è diffuso
ben al di fuori della sinistra: è anzi riuscito a penetrare con-
temporaneamente le politiche dei pro-capitalisti come degli
anticapitalisti, della cultura mainstream come di quella più
radicale, assumendo davvero le forme di una specie di nuovo
senso comune. Alla sua base c’è la convinzione che la natura
astratta e le inconcepibili scale del mondo moderno siano la
radice di tutti i nostri problemi politici, ecologici ed econo-
mici, e che la soluzione risieda dunque nel «piccolo è bello».69
Piccoli gesti, economie locali, comunità chiuse e interazio-
ne faccia a faccia sono solo alcuni dei tipici tratti della visione
del mondo localista; in un periodo storico in cui la maggior
parte delle strategie e delle tattiche sviluppate nel XIX e XX
secolo appaiono superate e inefficaci, il localismo ha una sua
logica ammaliante: nelle sue diverse varianti – dal comunita-
rismo di destra70 al consumismo consapevole,71 passando per
gli strumenti di microcredito e le pratiche anarchiche con-
temporanee72 – promette agli individui concretezza e praticità
grazie a una politica dagli effetti riscontrabili e immediati. Ma

62
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

il senso di consapevolezza e controllo che ne deriva è comun-


que fuorviante: il problema del localismo è che in effetti, nel
tentativo di ridurre i problemi sistemici su larga scala a una
sfera di più semplice gestazione, ignora la natura interconnes-
sa del mondo attuale. Questioni come lo sfruttamento globale,
il cambiamento climatico, la crescita della popolazione mon-
diale e le diverse crisi che stanno attraversando il capitalismo,
assumono forme astratte e strutture complesse oltre che non
localizzate. Benché la loro influenza sia avvertibile anche a
livello locale, non è in nessuna regione specifica che si manife-
stano compiutamente. Di fatto, i problemi sistemici e astratti,
richiedono soluzioni altrettanto sistemiche e astratte.
Se la maggior parte del localismo populista di destra può
tranquillamente essere liquidato come una fantasia regres-
siva e machista (vedi il secessionismo libertarian), come
una sinistra copertura ideologica per i piani di austerità
economica (l’idea della Big Society propugnata dal partito
Conservatore britannico), o semplicemente come razzismo
puro e semplice (i nazionalisti e i fascisti che incolpano gli
immigrati dei problemi economici), il localismo di sinistra è
ancora poco studiato. E anche se mosse da nobili ideali, adot-
tando politiche e progetti economici di stampo localista sia
la sinistra mainstream che quella radicale finiscono per dan-
neggiarsi da sole. Nelle pagine che seguono esamineremo in
maniera critica due tra le più popolari varianti di localismo
che ne esemplificano, in aree molto differenti, le problemati-
cità: il cibo «a chilometro zero» e l’economia locale.

CHILOMETRO ZERO
Grazie a un prestigio che quasi sempre manca ai circuiti della
politica, il localismo è recentemente riuscito a dominare il
dibattito sulla produzione, la distribuzione e il consumo di
cibo: basti pensare a fenomeni enormemente influenti come
Slow Food e quello che viene definito «locavorismo» (l’idea
cioè di consumare solo cibo locale).

63
INVENTARE IL FUTURO

Il movimento Slow Food nacque in Italia negli anni Ottan-


ta, in parte come forma di protesta contro la rapida espan-
sione delle grandi catene di fast food. Come lascia intendere
il nome, Slow Food difende tutti quei valori che McDonald’s
ignora: cibo locale, ricette tradizionali, pasti consumati len-
tamente, produzione di qualità…73 È cibo che evoca in manie-
ra istintiva i benefici di uno stile di vita lento, che supera le
difficoltà e i ritmi forsennati del capitalismo per tornare a una
cultura antica che i pasti li assaporava per davvero e che si
fondava su tecniche di produzione antiche di secoli.74 Eppure
persino i più convinti sostenitori del movimento ammettono
la difficoltà di vivere uno stile di vita genuinamente «slow»:
«Pochi tra noi hanno il tempo, i soldi, l’energia e la disciplina
per essere uno Slow Foodie modello».75
Senza un’attenta analisi di come le nostre vite vengono
strutturate da pressioni economiche, sociali e politiche che
rendono assai più conveniente mangiare cibi precotti che
uno stile di vita slow, l’esito di questo movimento è null’altro
che una variante edonista del consumismo consapevole. È
certamente vero che dedicare tempo e calma a cucinare un
buon piatto può risultare molto piacevole: prestare atten-
zione al processo di preparazione di un pasto può elevare
l’atto del mangiare dalla pura sfera utilitaristica a quella di
un’esperienza assieme estetica e sociale. Ma ci sono ragioni
strutturali per le quali non possiamo farlo quanto vorremmo,
e sono ragioni che nulla hanno a che vedere con la dimensio-
ne morale dell’individuo. Il modo in cui è strutturata la nostra
vita lavorativa, è per esempio un’importante ragione per la
quale molti di noi non sono in grado di godersi lentamente un
pasto, o tantomeno riescono a preparare un piatto secondo
i valori di Slow Food. Più che di denaro è una questione di
tempo libero, e per tutti quelli che sono costretti a svolgere
più lavori per sostenere la propria famiglia il tempo è un lusso.
Anche le politiche di genere del movimento Slow Food
sono ambigue, considerato che viviamo in una società

64
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

patriarcale nella quale la preparazione dei cibi viene ancora


considerata un’attività per mogli e madri.76 Il cibo «fast» o
precotto può essere effettivamente poco salutare, ma la sua
popolarità deriva anche dal modo in cui ha effettivamente
liberato la vita di molte donne, affrancandole dai ripetitivi
obblighi della cucina per la famiglia.77 Slow Food è un movi-
mento a prima vista innocente e innocuo, ma come tante
altre forme di consumismo critico non è davvero in grado
di pensare su larga scala, né di stabilire come le proprie idee
possano funzionare all’interno del più ampio – e avido – spet-
tro del capitalismo.
Strettamente legati al movimento Slow Food, fenomeni
come il locavorismo e l’alimentazione «a chilometro zero»
sono un altro esempio di politica alimentare tutta concen-
trata sul cibo locale. Secondo il locavorismo, mangiare solo
cibi prodotti sul posto non solo è più sano, ma va anche nel-
la direzione di ridurre le emissioni di anidride carbonica e,
di conseguenza, il nostro impatto sull’ambiente: in questo
modo, si presenta come seria risposta a un problema globale.
Inoltre, il locavorismo sostiene di essere uno strumento per
superare l’alienazione data dalla nostra relazione con il cibo
sotto un regime capitalista: la tesi è che soltanto mangiando
cibo coltivato o prodotto in loco saremo in grado di ristabilire
un rapporto con la produzione del nostro cibo, strappandolo
dalle fredde mani del capitalismo più sfrenato.78 In confronto
al movimento Slow Food, il locavorismo è più esplicito nel
presentarsi come alternativa politica alla globalizzazione,
ma lo fa rimandando ancora una volta a un’impostazione
tipicamente «folk»: da una parte il primato del locale come
orizzonte dell’agire politico, dall’altra l’enfatizzazione delle
virtù del locale rispetto al globale, dell’immediato rispetto al
mediato e del semplice rispetto al complesso.
Idee del genere finiscono spesso per ridurre questioni
ambientali complesse a problemi di etica individuale, essen-
zialmente privatizzando una delle crisi più urgenti dei nostri

65
INVENTARE IL FUTURO

tempi: crisi che, al contrario, è per sua natura collettiva. Le


politiche alimentari di stampo localista, così come il valo-
re sia morale che economico assegnato al cibo locale, sono
dopotutto un esempio di etica ambientale personalizzata: vi
troviamo argomentazioni di stampo ambientalista (la ridu-
zione del consumo energetico derivata da cibi che non hanno
bisogno di trasporti, per esempio) combinate con discrimina-
zioni di classe (come tutto il marketing che punta a rendere
il cibo biologico un mezzo di identificazione sociale). Anche
qui, problemi complessi vengono ridotti a formule brevi e
mal articolate. Per esempio: l’idea che per ridurre le emissio-
ni di anidride carbonica si debba tenere conto del numero di
chilometri percorsi dal cibo è all’apparenza ragionevole. Il
problema è che non può essere la sola coordinata di un agire
etico: nel 2005, una relazione del Dipartimento dell’Agricol-
tura del Regno Unito ha rivelato che – per quanto il trasporto
dei cibi produca effettivamente un impatto ambientale con-
siderevole – un singolo indicatore basato sulla quantità di
chilometri percorsi non è un criterio di sostenibilità adegua-
to.79 È anzi interessante notare come il principio del chilome-
traggio enfatizzi un aspetto della produzione alimentare che
contribuisce piuttosto poco all’emissione totale di anidride
carbonica: quando si parte dal «piccolo è bello» diventa facile
ignorare come i costi energetici derivanti dalla produzione
di cibo locale possono a volte eccedere i costi totali del tra-
sporto di alimenti provenienti da regioni climaticamente più
adatte.80 Concentrarsi unicamente sul numero di chilometri
percorsi, è fuorviante persino per una corretta valutazione
dei costi di trasporto; prendiamo per esempio il trasporto
aereo: se parliamo di cibo, copre una porzione relativamente
piccola del totale dei chilometri percorsi, ma costituisce una
fetta sproporzionatamente grande delle emissioni di anidri-
de carbonica.81 Il consumo energetico che sta dietro il cibo
che mettiamo in tavola è importante, ma non può limitarsi
a un parametro tanto semplicistico come il numero di chilo-

66
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

metri o l’idea che «locale è meglio»: le tecniche con cui viene


prodotto il cibo locale, se inefficienti, possono essere ben più
dispendiose di quei prodotti coltivati in maniera efficiente
altrove nel pianeta. La vera questione è un’altra: quali priorità
diamo al cibo che produciamo? Come viene controllata que-
sta catena produttiva? Chi consuma il cibo, e a quale prezzo?
Le politiche alimentari di impostazione localista provano
a risolvere questioni complesse appiattendole su una semplice
logica binaria: globale, cattivo; locale, buono. Ma le questioni
complesse non possono essere ridotte a metodi tanto sempli-
cistici: serve semmai un’analisi che prenda in considerazione
l’intero sistema alimentare globale, piuttosto che formule
intuitive tarate sui chilometri o sulla contrapposizione tra
cibo «biologico» e «non biologico». È anzi assai probabile
che il metodo ideale per una produzione alimentare su scala
mondiale sarà un insieme complesso di iniziative locali, pra-
tiche per la coltivazione industriale, e sistemi di distribuzione
globale. Ed è altresì probabile che un’analisi in grado di sug-
gerire quali sono i metodi migliori per coltivare e distribuire il
cibo non sia formulabile da un singolo individuo, ma richieda
al contrario profonde conoscenze tecniche, sforzi collettivi e
coordinazione globale. Nulla di tutto questo può arrivare da
una cultura il cui unico valore è «locale sì, globale no».

ECONOMIE LOCALI
Il localismo, in tutte le sue forme, rappresenta un tentativo
di sfuggire ai problemi e alle politiche di scala che sono il
cuore di sistemi estesi come l’economia, la politica e l’am-
biente: ma essendo i nostri problemi sempre più sistemici e
globali, richiedono come tali risposte altrettanto sistemiche.
Certamente l’iniziativa deve sempre prendere forma a livello
locale, e in effetti diversi princìpi localisti – a partire dalla
capacità di adattarsi in maniera elastica alle situazioni –
rimangono senza dubbio utili. Ma quando sconfina nell’i-
deologia, il localismo si spinge al punto di rifiutare qualsiasi

67
INVENTARE IL FUTURO

analisi sistemica capace di guidare e coordinare le diverse


iniziative locali, rinunciando così a frenare e potenzialmente
rimpiazzare le forze oppressive del potere globale ed evitando
di affrontare la minacce che incombono sul pianeta.
L’incapacità localista di affrontare le complesse questioni
globali emerge con estrema chiarezza se si guarda al mondo
del commercio, delle banche e dell’economia: in seguito alla
crisi finanziaria del 2008, a sinistra si sono sviluppate varie
scuole impegnate a immaginare una riforma dei nostri siste-
mi economici e monetari. Anche se alcune di queste teorie
si sono rivelate utili, una fetta importante si è concentrata
sull’idea di trasformare i sistemi economici attraverso pro-
cessi di localizzazione: l’idea insomma è che il principale
problema del mondo degli affari non sia tanto la sua natu-
ra intrinsecamente sfruttatrice, quanto la dimensione delle
imprese. Detta altrimenti, commerci ridotti e banche più pic-
cole rifletterebbero meglio le necessità delle comunità locali.
Campagne recenti ed estremamente popolari come Move
Your Money hanno molto insistito sull’idea che, se la colpa
della crisi finanziaria è delle banche, i risparmiatori farebbe-
ro meglio a spostare i propri soldi verso istituzioni più piccole
e virtuose. Simili campagne di consumismo etico alimenta-
no l’idea di un intervento diretto ed efficace attraverso una
narrazione che, dopo aver individuato il problema, propone
soluzioni semplici e senza troppi sforzi. Come nel caso di
molta folk politics, sono campagne che danno effettivamente
l’impressione di muovere qualcosa: essendo le grandi banche
i cattivi di turno, i singoli individui possono conseguire risul-
tati significativi semplicemente spostando i propri risparmi
verso piccole banche del posto e crediti cooperativi. Ma que-
sto modello ignora completamente le complesse astrazioni
attorno a cui ruota il sistema bancario moderno: il denaro cir-
cola in maniera istantanea su scala globale, immediatamente
interconnesso con tutti gli altri mercati. Ogni volta che una
piccola banca o credito cooperativo ha più denaro depositato

68
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

di quello che riesce a reinvestire localmente, inevitabilmente


reinvestirà sul mercato finanziario globale. Un’analisi dei con-
ti di alcune piccole banche statunitensi rivela che queste con-
tribuiscono ai mercati finanziari globali tanto quanto qual-
siasi altro istituto: investono in obbligazioni sia del Tesoro
che private, e i loro prestiti non sono tanto diversi o meno
devastanti di quelli delle grandi banche.82
Movimenti come Move Your Money sono chiaramente
una misura riformista, ma potrebbero quantomeno incenti-
vare una trasformazione del sistema bancario statunitense:
sfortunatamente, ancora a settembre 2013, il patrimonio tota-
le delle sei maggiori banche americane era aumentato del 37
percento dall’inizio della crisi finanziaria. Con il 67 percento
dell’intero patrimonio bancario americano, le grandi banche
statunitensi sono oggi, da qualsiasi punto di vista, ancora
più grandi di quanto lo fossero all’inizio della crisi.83 Anche
se in tutto il mondo sono stati compiuti molti sforzi legisla-
tivi per cercare di porre un limite alle attività che sono state
causa della crisi (imponendo analisi di bilancio e stress test
a cadenza regolare per evitare nuovi piani di bailout), con-
tinuano a essere erogati prestiti ad alto rischio,84 così come
restano numerosi gli strumenti derivati che pure si sono già
dimostrati tanto pericolosi.85
Se gli sforzi localisti di contenere la dimensione delle
banche più grandi appaiono destinati al fallimento, che giu-
dizio si può dare di quelle campagne alternative che aspirano
a replicare il tipico modello di banca locale comune in tanti
paesi europei? Solo in Germania il 70 percento del sistema
bancario consiste in piccole banche o crediti comunitari.86
Secondo i loro sostenitori, le banche territoriali tedesche
e svizzere condividono il rischio e sono di proprietà partecipa-
ta, vantano un alto livello di autonomia e una conoscenza inti-
ma delle realtà locali, e proprio per questo sono passate relati-
vamente indenni attraverso la crisi finanziaria;87 è stato anche
ripetuto che istituti di questo tipo sarebbero più propensi

69
INVENTARE IL FUTURO

a erogare prestiti alle piccole imprese rispetto alle grandi isti-


tuzioni più comuni nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Ci sono senz’altro dei vantaggi in alcuni modelli di siste-
ma bancario locale, ma la loro stabilità è spesso sovrastimata.
Per esempio, nonostante siano profondamente radicate nel
territorio e controllate dalla comunità, negli anni Duemila le
banche comunitarie spagnole (le cajas) si sono assunte grossi
rischi sia sul mercato immobiliare che in altri investimenti
speculativi, cosa che ha comportato la necessità di profonde
ristrutturazioni dopo la crisi del 2008. Anche se il controllo
di questi istituti è nominalmente assegnato a un consiglio
direttivo con rappresentanza della comunità, le decisioni
di investimento sono state prese senza grandi controlli. Nel
caso spagnolo, la natura locale degli istituti di credito ha por-
tato a una politicizzazione di consigli direttivi che sulla carta
sarebbero dovuti rimanere neutrali, con l’effetto innanzitutto
di trasformare alcune di queste cajas in piattaforme per l’in-
vestimento, da parte dei governi locali, in piani speculativi
per l’acquisizione di immobili, e poi di far proliferare il clien-
telismo.88 Visto che in Spagna la crisi bancaria ha colpito in
modo peggiore proprio le banche locali, la ristrutturazione
che ne è seguita ha determinato la fusione dei piccoli istituti
con banche più grandi.
Gli istituti locali hanno incontrato problemi persino
in Germania, un paese il cui sistema bancario viene spesso
indicato come il migliore al mondo: le Landesbanken hanno
per esempio investito grandi somme in prodotti strutturati
che a loro volta hanno profondamente risentito della crisi
finanziaria.89 La morale di questi esempi è che nella natura
dei piccoli istituti di credito non c’è niente che possa metterli
al riparo dai peggiori eccessi della finanza contemporanea, e
che l’idea di una netta separazione tra il locale e il globale è
oggi impossibile. Le influenze politiche, la necessità di cerca-
re investimenti proficui al di fuori della propria area locale, e
più semplicemente i maggiori guadagni promessi da investi-

70
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

menti ad alto rischio, sono tutti fattori che portano le banche


locali a partecipare anch’esse al sistema finanziario globale.
Nemmeno la proprietà comune è garanzia di correttezza: lo
dimostrano le disavventure della britannica Co-operative
Bank, che è andata vicino al fallimento per via della sconsi-
derata acquisizione di una società immobiliare nel 2009.90
I problemi sistemici del mondo finanziario possono esse-
re risolti solo smantellandone il potere, e questo è un risultato
che si può ottenere o tramite appositi progetti legislativi
(come per breve tempo avvenne nel dopoguerra, ai tempi
delle politiche keynesiane) o tramite metodi rivoluzionari.
Feticizzare tutto quel che è piccolo e locale è semplicemente
un modo per ignorare quegli strumenti, ben più incisivi, che
davvero potrebbero cambiare e migliorare il sistema.

LA RESISTENZA È INUTILE
Se un chiaro sentimento pro-folk politics si è manifestato
tanto nei movimenti orizzontalisti più radicali quanto nei
più moderati movimenti localisti, le stesse intuizioni di fon-
do animano anche vasti settori della sinistra contemporanea.
Tutti questi gruppi condividono una serie di assiomi: il picco-
lo è bello, il locale è etico, il semplice è meglio, la permanenza
è oppressiva, il progresso è finito. Simili valori vengono pre-
feriti alla costruzione di qualsiasi progetto controegemonico
che aspiri a una politica in grado di fronteggiare il potere
capitalista su larga scala. Di fatto, la maggior parte della folk
politics contemporanea esprime «un profondo pessimismo:
dà per scontato che il cambiamento sociale e collettivo su lar-
ga scala sia impossibile».91 È un atteggiamento disfattista tri-
stemente diffuso nella sinistra contemporanea, e forse anche
per buoni motivi, almeno considerate le ripetute sconfitte
subite negli ultimi trent’anni.
Per i partiti di centrosinistra il massimo a cui si può aspi-
rare è la nostalgia per i bei tempi andati, e il massimo della
radicalità è il vecchio sogno socialdemocratico, quando non

71
INVENTARE IL FUTURO

il vagheggiamento di una sedicente «età dell’oro del capita-


lismo».92 Ma le condizioni che a suo tempo resero possibile
la socialdemocrazia oggi non esistono più: la fantomatica
età dell’oro del capitalismo si fondava sul paradigma di pro-
duzione della fabbrica pacificata, dove i lavoratori (bianchi,
uomini) ricevevano sicurezza sociale e un tenore di vita basi-
lare in cambio di noia sconfinata e repressione. Era un siste-
ma che dipendeva a livello internazionale da una gerarchia di
imperi, colonie e periferie sottosviluppate, a livello nazionale
da una gerarchia razzista e sessista, e a livello familiare da un
gerarchia molto rigida di assoggettamento delle donne. Inol-
tre, la socialdemocrazia poggiava su un peculiare equilibrio
tra classi (e la disponibilità delle parti di scendere a compro-
messi) diventato possibile soltanto dopo le distruzioni senza
precedenti causate dalla Grande Depressione e dalla Seconda
Guerra Mondiale, e sotto la pressione della minaccia esterna
rappresentata da comunismo e fascismo. Pur comprenden-
do la nostalgia che in troppi continuano a provare nei suoi
confronti, quello socialdemocratico è un regime il cui ritorno
non solo è impossibile, ma anche indesiderabile.
Il nodo centrale insomma è che, se pure potessimo
tornare alla socialdemocrazia, dovremmo comunque evi-
tarlo: possiamo fare di meglio, e l’adesione all’ideologia del
lavoro e della crescita implica che qualsiasi modello social-
democratico sarà sempre e inevitabilmente dalla parte del
capitalismo anziché delle persone. Piuttosto che modellare
il nostro futuro sulla falsariga di un passato che non esiste
più, dovremmo puntare alla realizzazione di un futuro che ci
appartenga davvero: il superamento dei limiti del presente
non può compiersi tornando a un capitalismo più umano e
ricostruito seguendo le linee guida dei tanto anelati bei tem-
pi di una volta.
Se la nostalgia di un passato ormai perduto è una risposta
chiaramente inadeguata, altrettanto lo è la diffusa celebra-
zione del concetto di «resistenza», che poi è sempre una resi-

72
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

stenza ad altre forze dinamiche. Detta altrimenti, resistere


non è un movimento attivo, ma un gesto reattivo e di difesa:
non ci si oppone per un mondo in costruzione, ma in nome
di un mondo già vecchio. L’attuale enfasi sul concetto di resi-
stenza, nasconde una posizione implicitamente difensiva
nei confronti degli sconfinamenti perpetrati dall’espansione
capitalista. Prendiamo i sindacati: il loro modo di opporsi
al neoliberismo lo ritroviamo in slogan come «salviamo la
salute pubblica» o «fermiamo l’austerity»; sono cioè richieste
che, già nel senso del movimento, rivelano un atteggiamento
conservatore. Stando a rivendicazioni del genere, il risultato
migliore in cui sperare consiste nel piazzare piccoli ostacoli
sulla strada del capitalismo più predatorio: il massimo a cui
possiamo ambire è conservare quello che abbiamo già, per
quanto poco esso sia. Persino le cosiddette grandi conquiste
della sinistra latinoamericana si sono concentrate perlopiù
attorno ai tentativi di frenare l’attività delle grandi corpo-
ration transnazionali, specie quelle minerarie.93 In molti
ambienti, l’idea di resistenza viene oggi celebrata amplifi-
candone la retorica del gesto radicale, ma oscurandone la
natura essenzialmente conservatrice: tutto quello che resta
è resistere, mentre i progetti più concreti vengono conside-
rati nient’altro che fantasie.94 Se, in determinate circostanze,
resistere è senza dubbio una risorsa preziosa, quando si tratta
di costruire un nuovo mondo la resistenza è inutile.
Altri movimenti propongono un atteggiamento di
rinuncia e ritiro cosicché l’individuo possa finalmente
astrarsi dall’ordinamento sociale esistente. L’orizzontalismo
in particolare è profondamente legato a questo criterio tutto
basato sul ripudio delle istituzioni e la creazione di forme di
comunità autonome, e in effetti la storia recente dei movi-
menti di lotta ha teso verso approcci di questo tipo:95 sono
approcci che nascono spesso in esplicita opposizione alle
società complesse, e quindi l’esito implicito è una qualche for-
ma di comunitarismo o anarco-primitivismo.96 Altri ancora

73
INVENTARE IL FUTURO

suggeriscono forme di invisibilità per evitare di essere indi-


viduati e repressi dallo Stato.97 All’estremo, alcuni arrivano
a proporre una specie di survivalismo di sinistra: se il pro-
gresso è una catastrofe98 allora non resta che eclissarci,99
ritirarci in comunità ristrette100 e imparare a coltivare ortag-
gi, a cacciare, a difenderci, a curarci da soli.101 Se si trattas-
se null’altro che di pura sopravvivenza, queste posizioni
suonerebbero almeno coerenti (anche se poco attraenti):
quantomeno, avrebbero la virtù di dichiarare onestamente
quali sono le loro implicazioni. Ma le posizioni che predica-
no il ritiro e la fuga, troppo facilmente confondono l’idea di
una logica sociale separata dal capitalismo con una che sia
antagonista al capitalismo stesso (o se volessimo metterla
in maniera più diretta, che rappresenti una minaccia per
logiche del capitalismo).102
Certo è che il capitalismo è stato e continuerà a essere
compatibile con una grande varietà di pratiche e spazi di
autonomia. Il paese spagnolo di Marinaleda ne è un ottimo
esempio: nel corso di tre decenni, questa piccola comunità
(2700 abitanti) ha costituito un’«utopia comunista» che ha
espropriato terreni, costruito case e cooperative, mantenuto
bassi i costi di vita e dato lavoro a tutti. Ma i limiti di questo
approccio alla trasformazione del capitalismo sono emersi
in fretta: i materiali per la costruzione delle case sono sta-
ti forniti dal governo regionale e i sussidi per l’agricoltura
dall’Unione Europea, i posti di lavoro vengono sostenuti dal
rifiuto di utilizzare macchinari, i guadagni provengono anco-
ra dalla vendita dei beni sul mercato globale, e il commercio
rimane soggetto alla competizione capitalista nonché alla
crisi finanziaria.103 Marinaleda è solo un esempio di come il
progetto di ritirarsi, fuggire o uscire dal capitalismo è ancora
interno all’orizzonte proprio della folk politics, secondo cui
la difesa di piccoli fortini di autonomia resta il meglio a cui
si possa ambire. Noi invece sosteniamo che non solo si può
sperare (e ottenere) di più, ma che in assenza di un confronto

74
PERCHÉ NON STIAMO VINCENDO?

più ampio e sistematico anche queste piccole oasi di resi-


stenza rischiano di essere espugnate con fin troppa facilità.

LA POLITICA È SEMPRE LOCALE?


Orizzontalismo, localismo, nostalgia, resistenza e fuga sono
tutti ideali che incarnano, ciascuno in modi diversi, i principi
della folk politics. Sono senz’altro criteri che rimangono ina-
deguati al compito di trasformare il capitalismo, ma questo
non significa che vadano del tutto rigettati: come anzi chia-
riremo nel resto di questo libro, all’interno di questi metodi
sopravvivono numerosi elementi importanti e che andrebbe-
ro conservati. Piuttosto che essere intrinsecamente dannosa,
la folk politics andrebbe semplicemente considerata parziale,
temporanea e insufficiente: diversi approcci orizzontalisti,
pur senza fornire risposte adeguate, hanno comunque sol-
levato questioni decisive riguardanti il potere, l’autorità e la
gerarchia. Quello che la folk politics produce è piuttosto la
tendenza a tirarsi indietro dinanzi alle difficoltà che determi-
nati problemi sollevano; ma in un mondo in cui potere, autori-
tà, gerarchia e sfruttamento ci vengono regolarmente imposti,
questi problemi vanno affrontati a viso aperto, non elusi.104
Allo stesso modo è vero che, semplificando un po’, tutta la
politica è locale: interveniamo su quanto ci è più prossimo al
fine di cambiare strutture politiche più vaste, e quella locale è
una dimensione che non possiamo semplicemente respinge-
re. Ma le tendenze attualmente influenzate dalla folk politics
si irrigidiscono nel sicuro rifugio localista per evitare i pro-
blemi di una società astratta e complessa, rivendicano per il
locale autenticità e naturalezza, rifiutano di prendere in con-
siderazione pratiche sostenibili e scalabili. Tutta la politica
inizia dal locale, certo: ma la folk politics rimane nel locale.
In fin dei conti, una parte significativa del problema del-
la folk politics risiede non tanto nelle tattiche e nelle le prati-
che a cui tende a aderire, quanto nella sua visione strategica
complessiva. Proteste, cortei, occupazioni, sit-in e scioperi

75
INVENTARE IL FUTURO

sono tutti strumenti fondamentali, e nessuno di questi è in


sé esclusivo appannaggio della folk politics. È quando questi
strumenti vengono indirizzati da una visione strategica che
considera cambiamenti piccoli e temporanei come l’orizzon-
te ultimo del proprio successo, o quando vengono estrapolati
dalle condizioni in grado di renderli efficaci, che finiscono
per essere inquinati dal «folk-pensiero». Se per esempio le
occupazioni restano semplicemente un modo per creare spa-
zi temporanei ed esempi di relazioni sociali non-capitaliste,
da queste non arriverà mai alcun cambiamento sostanziale.
D’altra parte, se le occupazioni diventassero meccanismi per
la produzione di network solidali – e per la mobilitazione di
questi verso nuove forme di intervento – allora avrebbero
un effettivo ruolo nel contesto di più ambiziose strategie
contro-egemoniche.
Quello che manca alla sinistra di oggi è proprio una
riflessione strategica sui limiti e i vantaggi delle misure a cui
ricorre. Le tante proteste, le manifestazioni e le occupazioni
che ancora vengono organizzate, operano generalmente sen-
za alcun senso della strategia e restano tuttalpiù episodi di
resistenza isolati e dispersi. Difficilmente si considera quanto
azioni del genere possano essere tra loro combinate, e come
potrebbero funzionare assieme per la costruzione collettiva
di un mondo migliore: a rimanere sono soltanto gesti che a
volte hanno successo e a volte no, ma che non hanno quasi
mai cognizione di come possano contribuire a obiettivi di
più ampio respiro.105 Nel prossimo capitolo vedremo quindi
come proprio una riflessione strategica di questo tipo abbia
permesso alle destre di orchestrare quella situazione che, in
ultima analisi, ha permesso al neoliberismo di diventare il
senso comune dominante dei nostri tempi.

76
Capitolo 3

PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?


LA COSTRUZIONE
DELL’EGEMONIA NEOLIBERALE

Oggi siamo tutti keynesiani.


Milton Friedman

Se c’è un’ideologia che domina la nostra era, questa è il neo-


liberismo. Oggi viene data per scontata l’idea che il modo
più efficiente per produrre e distribuire beni e servizi sia il
libero scambio sul mercato tra individui guidati soltanto
dalla ragione strumentale; d’altra parte, regolamentazioni
statali e imprese nazionalizzate vengono interpretate come
distorsioni che rallentano le efficienti dinamiche proprie del
mercato stesso. Questa concezione del corretto funziona-
mento di un’economia è un punto di partenza comune sia ai
critici che ai sostenitori del neoliberismo: semplicemente, il
pensiero neoliberale è riuscito a stabilire cosa a questo pun-
to dobbiamo considerare realistico, necessario e possibile.
E nonostante la crisi del 2008 abbia parzialmente messo in
discussione la cieca fiducia di cui il neoliberismo godeva,
questo è comunque rimasto parte della nostra visione del
mondo condivisa: una visione talmente radicata che persino
i suoi critici fanno fatica a immaginare alternative coerenti.
La cosa interessante è che questa ideologia non è emersa
già compiuta direttamente dalla testa di Milton Friedman,
di Friedrich Hayek o della Scuola di Chicago, né la sua ege-
monia globale è mai stata l’inevitabile conseguenza delle
logiche interne del capitalismo. All’inizio, il neoliberismo era
al contrario considerato un’ideologia marginale: i suoi adepti
incontrarono difficoltà a trovare lavoro, rimasero spesso
senza una cattedra universitaria e furono ripetutamente ridi-
colizzati dal mainstream keynesiano.1 Ai tempi, il neoliberi-
smo era ben lontano dall’essere quell’ideologia dominante a
livello mondiale che sarebbe diventato poi. La domanda a cui

79
INVENTARE IL FUTURO

questo capitolo vuole rispondere è: come è possibile che un


piccolo gruppo di pensatori sia riuscito a cambiare il mondo
in maniera così radicale? Il neoliberismo non è mai stato un
fenomeno scontato, né ha mai rappresentato il naturale pun-
to di arrivo dell’accumulazione capitalista. Piuttosto, è stato
fin dall’inizio un progetto politico vero e proprio, capace di
riscuotere nel tempo un immenso successo grazie all’abile
costruzione di un’ideologia – e di un’infrastruttura capace di
supportarla – molto diversa dai meccanismi «folk». Questo
capitolo si concentra insomma su come il neoliberismo sia
un’ideologia universale e di ampio respiro: partendo da umili
origini, la sua logica universalista ne ha reso possibile la
diffusione in tutto il mondo, permettendo alla dottrina neo-
liberale di infiltrare allo stesso modo i media e le università,
il mondo della politica e quello dell’educazione, la sfera del
lavoro ma anche quella delle emozioni, dei sentimenti e della
stessa identità delle persone.
Piuttosto che concentrarci su un’analisi di quali sono gli
specifici contenuti del pensiero neoliberale, ci interroghere-
mo quindi su cosa abbia reso possibile la sua egemonia. Quel-
lo che è particolarmente interessante, è come sia riuscito a
trasformare in profondità il tessuto ideologico e materiale
della società nel suo complesso: le classiche ricostruzioni
storiche tendono a tralasciare come i principali ingredienti
dell’architettura ideologica neoliberale furono in maniera
sistematica e attenta costruiti già nei decenni precedenti agli
anni Settanta,2 ed è proprio in questa sua preistoria che pos-
siamo comprendere come il neoliberismo rappresenti una
modalità politica capace di superare proprio i limiti della folk
politics. Questo ovviamente non significa che tale preistoria
debba essere presa a modello o addirittura replicata da qual-
sivoglia politica di sinistra: semmai, rappresenta un interes-
sante esempio di come la destra sia stata capace di muoversi
oltre la folk politics per dare forma a una nuova egemonia. La
storia del neoliberismo è una storia di contingenze, battaglie,

80
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

azioni mirate, molta pazienza e pensiero strategico di ampio


respiro: è un’ideologia da sempre flessibile, che si è concre-
tizzata in maniere diverse a seconda delle specifiche circo-
stanze incontrate sul proprio cammino, dalla Germania degli
anni Quaranta al Cile degli anni Settanta, dal Regno Unito
degli anni Ottanta fino all’Iraq degli anni 2000 e del dopo
Saddam Hussein. Tanta versatilità ha reso il neoliberismo un
progetto alle volte contraddittorio, ma gli ha anche permesso
di avere successo proprio perché queste contraddizioni sono
state trasformate in tensioni produttive.3
Queste tensioni e contraddizioni hanno portato alcuni
a credere che il termine «neoliberismo» non abbia nessun
significato, o che al limite sia poco più che un epiteto pole-
mico; ma il termine – benché venga spesso usato in modo
vago – ha un significato molto preciso. Nella percezione
popolare, il neoliberismo è genericamente identificato
come una celebrazione del libero mercato, un’impostazione
che come corollario prevede la difesa a oltranza del libero
scambio, dei diritti di proprietà e del libero movimento dei
capitali: ma definire il neoliberismo come culto del libero
mercato è difficile, se non altro perché molti paesi nominal-
mente neoliberali non adottano affatto una simile politica
economica. Altri notano come il neoliberismo tenda a instil-
lare, ovunque possibile, uno spirito di competizione:4 que-
sto spiegherebbe l’enfasi sulla privatizzazione, ma ignora il
fatto che, all’interno dello stesso pensiero neoliberale, vi sia
un dibattito proprio su quanto considerare la competizione
un fine ultimo o meno.5 Alcuni partono proprio da queste
tensioni interne e identificano il neoliberismo con un pro-
getto politico – piuttosto che economico – messo in atto da
una specifica classe sociale;6 nell’affermazione c’è senz’altro
del vero, ma se presa troppo alla lettera non è in grado di
spiegare perché l’ideologia neoliberale sia stata rifiutata per
tanto tempo proprio da quelle classi capitaliste che pure
avrebbero dovuto avvantaggiarsene.

81
INVENTARE IL FUTURO

A differenza dell’opinione comune, la nostra tesi è che


il neoliberismo differisce dal liberalismo classico proprio
nell’importante ruolo che attribuisce allo Stato.7 In effetti,
un compito fondamentale del neoliberismo è stato quello di
acquisire il controllo dell’apparato statale al fine di utilizzarlo
per il conseguimento dei propri obiettivi;8 mentre cioè il libe-
ralismo classico si erge a favore di una sfera naturale che esula
dal controllo statale (le leggi naturali dell’uomo e del merca-
to), i neoliberali capiscono che di «naturale» i mercati hanno
poco o nulla.9 Detta in altri termini, i mercati non emergono
spontaneamente nello spazio lasciato libero dallo Stato, ma
devono essere costruiti scientemente, a volte partendo da
zero.10 Per esempio, per il neoliberismo non c’è nessun mer-
cato naturale per i beni comuni (acqua, aria fresca, terra), per
l’assistenza sanitaria o per l’istruzione:11 questi mercati (così
come altri) devono quindi essere fabbricati tramite un elabo-
rato sistema di costrutti materiali, tecnici e legali.
Ci sono voluti anni prima che i mercati energetici pren-
dessero forma; i mercati volatili esistono in gran parte solo
in funzione di modelli finanziari astratti;12 persino i mercati
più elementari richiedono architetture intricatissime per
poter funzionare correttamente.13 Sotto il dominio del neo-
liberismo, nella creazione dei mercati «naturali» un ruolo
fondamentale è giocato proprio dallo Stato: il neoliberismo
esige cioè che sia lo Stato a difendere i diritti di proprietà
privata, che sempre lo Stato faccia rispettare i contratti, che
imponga una legislazione antitrust, che reprima il dissenso
sociale, e che mantenga sempre e comunque la stabilità dei
prezzi. Quest’ultimo ruolo in particolare si è fatto sempre più
urgente dopo la crisi del 2008, fino ad assumere la forma di
un completo controllo della produzione del denaro tramite le
banche centrali. Sarebbe quindi sbagliato credere che l’obiet-
tivo dello Stato neoliberale sia semplicemente tirarsi indietro
e non interferire coi mercati: gli interventi senza precedenti
delle banche centrali sui mercati finanziari non sono sintomi

82
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

del collasso dello Stato neoliberale ma, al contrario, gli effetti


prodotti dalla sua funzione centrale: creare e sostenere i mer-
cati a tutti i costi.14
Dalle sue origini fino ai nostri giorni, il neoliberismo ha
compiuto un lungo e difficile cammino: ma al giorno d’oggi i
suoi principi esercitano una potente influenza su tutti quelli che
versano sul mercato centinaia di miliardi di dollari ogni anno.

LA STRADA PER MONT PELERIN


Il neoliberismo ha origini disparate, sia in termini geogra-
fici che intellettuali. Nel Novecento, elementi di quello che
sarebbe poi diventato il progetto neoliberale possono essere
già individuati nella Vienna degli anni Venti, oltre che tra
Chicago e Londra negli anni Trenta e in Germania tra gli anni
Trenta e Quaranta. Nel corso di questi decenni, in diverse
nazioni sorsero movimenti che lavorarono ai margini dell’ac-
cademia per la preservazione degli ideali liberali, ma fu
solo nel 1938 che le diverse correnti si riunirono nella prima
organizzazione transnazionale, a seguito del convegno Wal-
ter Lippmann tenutosi a Parigi appena prima dello scoppio
della Seconda Guerra Mondiale. All’evento parteciparono per
la prima volta sia teorici del liberalismo classico che i nuo-
vi ordoliberisti tedeschi, i liberali britannici della London
School of Economics e gli economisti austriaci Friedrich
Hayek e Ludwig von Mises. L’incontro si concentrò sulla
storia del declino del liberalismo classico sotto le pressioni
dell’emergente pensiero collettivista, e fu proprio in questo
contesto che furono mossi i primi passi per la formazione di
un nuovo gruppo di pensatori liberali. Dall’appuntamento
parigino nacque infatti una nuova organizzazione – il Centre
International d’Études pour la Rénovation du Libéralisme –
con l’obiettivo esplicito di sviluppare e diffondere una nuova
forma di liberalismo. Lo scoppio della Seconda Guerra Mon-
diale mise fine alle ambizioni dell’organizzazione, ma i suoi
membri continuarono a lavorare assieme nell’elaborazione

83
INVENTARE IL FUTURO

di un neoliberismo: furono così piantati i semi della nuova


infrastruttura neoliberale.
Grazie a un’intuizione di Hayek, questa infrastruttura
venne poi trasformata in un «collettivo di pensiero neolibe-
rale» che inaugurò la lenta ascesa egemonica del neoliberi-
smo stesso.15 Dal momento che il convegno Walter Lippmann
venne spazzato via dalle vicende belliche, l’infrastruttura del
nascente movimento dovette essere ricostruita e, nel 1945,
un incontro fortuito con un uomo di affari svizzero diede a
Hayek la possibilità economica di mettere in pratica le sue
idee.16 Nacque così la Mont Pelerin Society (MPS): un gruppo
chiuso di intellettuali che costituì l’architettura ideologica di
base affinché il neoliberismo prosperasse.17 Non è esagerato
affermare che quasi tutte le figure più importanti che nel
dopoguerra giocarono un ruolo nella creazione del neolibe-
rismo erano già presenti al primo incontro che la MPS tenne
nel 1947: tra questi c’erano ancora una volta gli economisti
austriaci, i liberali britannici, gli esponenti della scuola di
Chicago, gli ordoliberisti tedeschi e un contingente francese.18
Fin dall’inizio la MPS si concentrò su come modificare
il senso comune politico per sviluppare un’utopia liberale.19
Era anche ben cosciente che la sua cornice intellettuale
aveva bisogno di essere diffusa attraverso una rete di think
tank, documenti politici e report universitari, nella speranza
di istituzionalizzare – e monopolizzare – il terreno dell’ide-
ologia.20 In una lettera scritta agli invitati Hayek spiegò che
l’obiettivo della MPS era quello di «arruolare le menti più bril-
lanti al fine di formulare un programma che abbia la possibi-
lità di ottenere un ampio sostegno. Il nostro sforzo dunque è
diverso da un qualsiasi incarico politico, dal momento che si
tratta di un progetto a lungo termine, mirato non tanto a ciò
che è possibile mettere immediatamente in pratica, ma ad
articolare quelle convinzioni che devono diventare popolari
affinché i pericoli che al momento minacciano la libertà indi-
viduale possano essere evitati».21 La MPS si impegnò quindi

84
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

a «combattere una lunga guerra di posizione nella “battaglia


delle idee”… Un processo decisionale privatizzato, strategico,
e di élite fu dunque adottato come suo modus operandi».22
Aprendo i dieci giorni di lavoro, Hayek portò una diagnosi
del problema che i nuovi liberali avrebbero dovuto affron-
tare: la mancanza di alternative all’ordine esistente (quello
keynesiano). Hayek evidenziò la mancanza di una «filosofia
coerente per i gruppi di opposizione» e di un «vero program-
ma» per il cambiamento.23 Sulla base di questa diagnosi,
Hayek stabilì che l’obiettivo principale della MPS sarebbe
dovuto essere quello di modificare l’opinione delle élite, e da
lì stabilire i parametri fondamentali per poter plasmare l’opi-
nione pubblica. Contrariamente a quanto si tende a credere,
all’inizio i capitalisti non intravidero nel neoliberismo una
proposta invitante; tra le missioni principali della MPS ci fu
dunque quella di convincerli che le idee neoliberali facevano
al caso loro.24 Per conseguire l’obiettivo si scelse di operare
attraverso le intangibili strutture di quel senso comune poli-
tico che derivava dalle idee circolanti tra i gruppi di élite.
Insomma, fin dall’inizio la MPS rigettò qualsiasi tentazione
folk politics lavorando nel contesto di un orizzonte globale,
in modo astratto (ovvero fuori dai parametri delle possibilità
esistenti) e formulando una chiara mappa strategica del ter-
reno che andava occupato – l’opinione delle élite – in modo
da cambiare il senso comune politico.
Tali obiettivi erano motivati da una concezione coeren-
te ma flessibile di cosa in effetti ci fosse di nuovo in questo
neoliberismo. Emersero anche delle divergenze, in partico-
lare riguardo al ruolo che lo Stato avrebbe dovuto giocare
per mantenere un ordine competitivo: c’era chi sosteneva
che l’intervento statale era necessario per garantire la com-
petizione sul mercato, e chi in qualsiasi tipo di intervento
vedeva il rischio di monopoli e processi di centralizzazione.25
Anche la scelta di quali specifiche politiche adottare provocò
discussioni, altro segnale di quanto il gruppo fosse lontano

85
INVENTARE IL FUTURO

dall’essere omogeneo e univoco al suo interno. In un certo


senso, l’elemento comune era semplicemente il network
sociale in quanto tale, assieme all’obiettivo generico di imma-
ginare un nuovo liberalismo.26 Ma proprio le differenze inter-
ne permisero al neoliberismo di crescere e di mutare mentre
si diffondeva su e giù per il globo, dandogli quella forza ege-
monica che lo caratterizzò ogni qual volta dovette adattarsi
alle particolarità dei singoli spazi.27 Fu anzi proprio la fles-
sibilità ideologica che permise al neoliberismo di eccellere
nello svolgimento della sua missione egemonica: incorporare
diversi gruppi sociali all’interno di un consenso condiviso.28
I dibattiti interni coinvolsero anche le questioni strate-
giche: diversi membri e sostenitori della MPS tradivano poca
pazienza per l’approccio a lungo termine di Hayek, e spinge-
vano per cominciare da subito a produrre pubblicazioni e libri
in grado di influenzare il pubblico.29 Ma Hayek era cosciente
del fatto che, in pieno dominio keynesiano e con una cre-
scita economica stabile e un basso tasso di disoccupazione,
era difficile convincere l’opinione pubblica della necessità di
modificare le politiche economiche in vigore. Le posizioni
di Hayek finirono comunque con il prevalere, e la strategia
della MPS adottò quindi una prospettiva consapevolmente a
lungo termine. Al di fuori degli incontri veri e propri, i vari
network orbitanti attorno alla Società iniziarono attivamente
a costruire un’infrastruttura transnazionale per diffondere la
nuova ideologia: perlomeno sin dalla metà degli anni Quaran-
ta, Hayek aveva previsto la costruzione di una serie di think
tank per propagandare gli ideali neoliberali e allo stesso tem-
po collocare membri della MPS in posizioni governative, una
mossa che finì col produrre tre capi di Stato e un gran numero
di ministri.30 Negli anni Cinquanta, in particolare, si assistet-
te a una proliferazione di think tank affiliati alla Società, che
riuscirono nell’impresa di diffondere gli ideali neoliberali
all’interno dei circoli della politica oltre che dell’accademia.
Nel Regno Unito, gli obiettivi della MPS furono perseguiti

86
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

da un network di think tank assieme a organizzazioni come


l’Institute of Economic Affairs, l’Adam Smith Institute, il Cen-
tre for Policy Studies e altri gruppi minori; diversi membri
della MPS finirono con l’entrare nel mondo politico statuni-
tense, prima tramite think tank come l’American Enterprise
Institute, e poi attraverso posizioni più istituzionali (per
esempio, Milton Friedman fu consigliere economico di Barry
Goldwater durante la sua campagna presidenziale). Il luogo
in cui il neoliberismo riscosse il primo notevole successo poli-
tico oltre che organizzativo, fu però un altro: la Germania.

PRIMI PASSI
All’indomani della Seconda Guerra Mondiale il mondo era
pronto a grossi cambiamenti nel campo delle idee economi-
che. La Germania dovette affrontare le difficoltà più grandi,
derivanti sia dal ben noto problema dell’iperinflazione nella
Repubblica di Weimar che dai difficili sforzi di ricostruzio-
ne. Mentre la maggior parte degli altri paesi si affidava alle
politiche keynesiane, la Germania prese una strada diversa,
guidata da pensatori neoliberali che già avevano partecipato
al convegno Lippmann. Considerato il totale collasso dello
Stato tedesco, il problema che questi pianificatori dovettero
affrontare fu quello di come ricostruire la macchina statale,
e in particolare come attribuirle legittimità senza già dispor-
re di un’infrastruttura funzionante. La risposta arrivò dagli
ideali cari ai primi ordoliberisti: creare uno spazio di libertà
economica. Questo generò a sua volta una rete di connessioni
tra individui, che riuscì a conferire legittimità al nuovo Stato
tedesco: era una legittimità che veniva da un’economia in
buona salute31 più che uno status di tipo legale, e che sarebbe
stata presa come spunto per i primi esperimenti di neolibera-
lismo di regolamentazione.
Dopo la guerra, gli ordoliberisti tedeschi iniziarono a otte-
nere posizioni di governo e ad applicare le loro idee, creando
una struttura materiale e istituzionale in grado di condizionare

87
INVENTARE IL FUTURO

l’ideologia economica del paese. Il primo di questi incarichi


(nonché quello storicamente più significativo) fu quello di
Ludwig Erhard al direttorato per l’economia nella zona ammi-
nistrata dalle forze militari britanniche e statunitensi. Con
l’aiuto di un altro ordoliberista, Wilhelm Röpke, Erhard eli-
minò in un colpo solo tutti i controlli sui prezzi e sui salari, e
tagliò drasticamente le tasse sui profitti e sui capitali: fu una
mossa di deregolamentazione radicale che portò l’Unione
Sovietica a imporre il blocco della città di Berlino, dando
effettivamente inizio alla Guerra Fredda.32 Nei decenni che
seguirono, gli ordoliberisti occuparono posizioni di sempre
maggior prestigio all’interno del Ministero dell’Economia, e
Erhard stesso divenne Cancelliere della Repubblica Federale
nel 1963. Ma nonostante le intenzioni iniziali, agli ordoliberisti
mancava una netta distinzione tra gli interventi del governo
considerati legittimi e quelli illegittimi: da tale ambiguità deri-
vò il mutamento dell’economia tedesca verso forme sempre
più marcatamente keynesiane. Gli interventi per mantenere
viva la competizione economica si trasformarono progressiva-
mente in interventi per il welfare, e già nel 1970 la Germania
era diventata uno Stato socialdemocratico a pieno titolo. Le
difficoltà politiche non impedirono comunque al neolibe-
rismo di produrre innovazioni in altri campi, in particolare
in quello dei cosiddetti «mercanti di idee di seconda mano».

RIVENDITORI DELL’USATO
I neoliberali insistevano molto sull’importanza di combattere
su più fronti per influenzare le élite e istituire un nuovo senso
comune, e nel dopoguerra questo approccio si espanse alla
sfera accademica, a quella dei media e a quella istituzionale.
Uno dei metodi più innovativi per il consolidamento ideolo-
gico del neoliberismo fu il ricorso ai think tank; per quanto
diffusi già da più di un secolo, l’uso che ne fece la MPS fu una
novità assoluta: durante questi incontri venivano sviluppa-
te idee e soluzioni per iniziative di tipo politico e venivano

88
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

identificati i principali nemici in campo economico. Venne


adottata una divisione del lavoro informale, con think tank
che si concentravano su ragionamenti filosofici di ampio
respiro (e con l’obiettivo di screditare i presupposti e le ragio-
ni alle spalle dell’ortodossia keynesiana: questo per esempio
fu negli anni Settanta il compito del Manhattan Institute
for Policy Research, o MIPR), mentre altri elaboravano più
immediate proposte in termini di legislazione pubblica; era-
no cioè progetti che tentavano esplicitamente di scardinare
la visione del mondo dominante, in modo da poter poi intro-
durre nuove soluzioni ispirate da una visione nuova: quella
neoliberale, appunto.
Anthony Fisher fu una figura centrale nella costruzione
dell’egemonia ideologica neoliberale.33 Tra i fondatori del
primo think tank di tale segno nel Regno Unito – l’Institute
of Economic Affairs (IEA) – Fisher sostenne apertamente che
la parte difficile non stava tanto nella produzione di idee in
grado di modificare l’opinione condivisa, quanto nella loro
diffusione. Fedele a questa sua convinzione, Fisher ebbe un
ruolo centrale nel fondare think tank conservatori non solo
nel Regno Unito, ma anche in Canada (il Fraser Institute)
e negli Stati Uniti (il già citato MIPR). Lo stesso IEA si con-
centrava su «quelli che Hayek chiamava “mercanti di idee
di seconda mano”: i giornalisti, gli accademici, gli scrittori, i
media e gli insegnanti che delineano il pensiero intellettuale
a lungo termine di un’intera nazione».34 L’intenzione dichia-
rata era quella di intervenire sul tessuto intellettuale delle
élite britanniche, infiltrandosi nel discorso pubblico e modi-
ficandone impercettibilmente i termini. Il progetto si estese
anche alla missione dello stesso IEA, che pure continuava
a fornire una descrizione fuorviante del proprio mandato e
che si presentava – dissimulando scaltramente i propri veri
obiettivi – come una generica organizzazione apolitica inte-
ressata alle ricerche sull’andamento dei mercati.35 In linea
con questa visione di vero e proprio controllo ideologico, lo

89
INVENTARE IL FUTURO

IEA produsse brevi pamphlet pensati per essere il più possi-


bile accessibili al pubblico,36 scritti in uno stile semi-utopico
e senza eccessiva enfasi su quali delle misure proposte erano
effettivamente già applicabili.37 L’obiettivo, come sempre, era
ridefinire la concezione di quanto si sarebbe potuto ottenere
a lungo termine, tanto che nel corso dei decenni questi inter-
venti furono in grado di sviluppare un’estesa visione neolibe-
rale del mondo: piuttosto che dedicarsi alle risposte da dare
ai singoli problemi considerati importanti sul momento, ciò
che lo IEA e i gruppi a esso associati furono in grado di edifi-
care fu una prospettiva economica sistematica e coerente.38
I think tank introdussero la loro concezione del mondo for-
mando esponenti di diversi partiti politici, tanto che molti di
quelli che fecero parte dell’amministrazione Thatcher erano
passati per lo IEA negli anni Sessanta o Settanta.39 In questo
modo, il risultato del lavoro dello IEA non fu soltanto la tra-
sformazione del discorso economico nel Regno Unito, ma
anche la naturalizzazione di due specifiche misure politiche:
la necessità di attaccare il potere dei sindacati e l’imperativo
di mantenere la stabilità monetaria; la prima per permettere
ai mercati di adattarsi al variare delle circostanze economi-
che, la seconda per fornire un’essenziale stabilità dei prezzi,
necessaria per il funzionamento di un’economia capitalista.
Anche negli Stati Uniti vennero istituiti think tank e
gruppi di ricerca universitari il cui scopo era premere per un
programma neoliberale: basti pensare a casi come la Her­
itage Foundation e l’Hoover Institute;40 il MIPR operava con
l’obiettivo di ridefinire il senso comune politico pubblicando
libri di economia neoliberale indirizzati al grande pubblico,
alcuni dei quali riuscirono a vendere fino a 500.000 copie.
Testi, come Losing Ground di Charles Murray gettarono le
fondamenta per una politica economica il cui principale
problema da risolvere era non la povertà, ma la dipendenza
nei confronti dello stato sociale. Da quella fabbrica di idee
che era il MIPR arrivarono anche molte altre misure, come

90
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

quelle che promuovevano l’uso indiscriminato delle forze di


polizia e l’istituzione dei lavori socialmente utili. I libri pro-
dotti dal MIPR ebbero un enorme successo nel cambiare il
senso comune sia delle classi politiche che del pubblico, e la
forma organizzativa del think tank fu parte così integrale del
successo ideologico del neoliberismo che venne addirittura
istituzionalizzata: la Atlas Economic Research Foundation,
fondata nel 1981 da Fisher citava tra i suoi obiettivi dichiarati
proprio quello di «istituzionalizzare l’aiuto per la creazione di
nuovi think tank», e oggi Atlas vanta di aver facilitato la crea­
zione di più di 400 think tank neoliberali in più di ottanta
paesi. L’enorme scala dell’infrastruttura ideologica neolibe-
rale risulta qui fin troppo evidente.
Assieme ai think tank, molti altri metodi vennero utiliz-
zati al fine di costruire un discorso egemonico. Nel tentativo
di promuovere come alternativa dominante la variante di
neoliberismo tipica della Scuola di Chicago, Milton Fried-
man scrisse un gran numero di editoriali e articoli sui mag-
giori quotidiani, e sfruttò le opportunità che gli venivano
dalle interviste televisive in un modo senza precedenti,
almeno per un accademico; progetti finanziati dal mondo
del business adattarono il suo lavoro in modo da presentar-
lo in popolari show televisivi, rivoluzionando il panorama
dei media contemporanei.41 Le possibilità offerte dai nuovi
mezzi di comunicazione furono essenziali nella diffusione
della visione economica di Friedman, tra i politici come tra il
pubblico: a questi sforzi contribuirono anche giornali come
il Wall Street Journal, il Daily Telegraph e il Financial Times,
influenzando l’opinione pubblica e invocando il ricorso a
politiche neoliberali ogni volta che se ne presentava l’oppor-
tunità.42 Scuole di business e consulenti per il management
iniziarono a adottare e diffonderne le idee sull’organizzazio-
ne societaria, e la Scuola di Chicago divenne un bastione glo-
bale del pensiero neoliberale.43 Queste istituzioni giocarono
un ruolo cruciale nella diffusione dell’egemonia neoliberale,

91
INVENTARE IL FUTURO

dal momento che istruirono gran parte dell’élite finanziaria


e politica globale:44 in molti vennero a studiare nelle scuole
neoliberali degli Stati Uniti, per poi ritornare nei loro paesi
di origine portando con sé le idee che lì avevano appreso.
All’inizio degli anni Settanta era insomma a pieno regime
un’infrastruttura capillare il cui obiettivo era la promo­
zione degli ideali del neoliberismo: i think tank e i proclami
utopici servivano a disegnare una prospettiva a lungo ter-
mine; i discorsi pubblici, i pamphlet e i media delinearono
i precetti fondamentali del senso comune neoliberale, e figu-
re istituzionali utilizzarono misure legislative per attuare
interventi tattici sul terreno della politica.45 Eppure, nono-
stante il sempre maggior potenziale egemonico, appena die-
ci anni prima l’ascesa al potere di Ronald Reagan e Margaret
Thatcher le idee keynesiane ancora guidavano l’organizza-
zione economica della maggior parte di Stati e mercati, men-
tre le proposte degli intellettuali neoliberali venivano ancora
considerate come il ritorno (destinato al fallimento) a politi-
che già sperimentate prima della Grande Depressione. L’at-
teggiamento cambiò radicalmente negli anni Ottanta, ovvero
il decennio che diede il colpo di grazia al sistema keynesiano
e che instaurò il neoliberismo come il principale modello per
la modernizzazione dell’economia.

AFFERRARE IL VOLANTE
Dopo i primi tentativi su scala nazionale, il neoliberismo gua-
dagnò attenzione a livello internazionale negli anni Settanta
proponendosi come soluzione all’alto tasso di disoccupa­
zione e alla crescita dell’inflazione, insomma ai problemi cau-
sati dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio, dall’aumento
dei prezzi dei beni di consumo e dei salari, e dall’espansione
del credito. L’ortodossia keynesiana dominante in quel perio-
do prevedeva che i governi stimolassero l’economia immet-
tendo denaro laddove la disoccupazione fosse alta, e ritiran-
do denaro – per rallentare la crescita dei prezzi – laddove

92
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

l’inflazione fosse troppo alta. Ma negli anni Settanta questi


due problemi si presentarono simultaneamente, partorendo
una tipica fase di stagflazione. E visto che i classici metodi
keynesiani non riuscirono a risolvere la situazione, si aprì la
porta a teorie alternative.
È importante capire come, in questo momento storico,
vi potevano essere diverse letture della crisi: che l’inflazione
fosse causata dalla rigidità dei salari e dal potere dei sindacati
non era l’unica possibile interpretazione, così come il neoli-
berismo non era l’unica possibile soluzione. Erano insomma
possibili altre interpretazioni e altre risposte, ma ai tempi
nessuno trovò alternative.46 La narrazione neoliberale sotto-
valutava per esempio il ruolo giocato dalla deregolamenta-
zione bancaria promulgata dal Cancelliere dello Scacchiere
britannico Anthony Braber nei primi anni Settanta, nonché
il crollo degli accordi di Bretton Woods: queste deregolamen-
tazioni produssero un’esplosione della base monetaria e di
conseguenza l’inflazione dei prezzi nonché l’innalzamento
dei salari.47 In altre parole, sarebbe possibile ricostruire una
storia alternativa in cui il problema diventa non il potere dei
sindacati, quanto la deregolamentazione finanziaria.
La versione dei fatti neoliberale riuscì però a imporsi
grazie all’infrastruttura ideologica che i suoi aderenti ave-
vano costruito nei decenni precedenti agli anni Settanta.
Gli intellettuali neoliberali si trovavano in effetti in un’otti-
ma posizione, se non altro perché già da tempo andavano
profetizzando che l’incapacità dello stato sociale di affron-
tare la rigidità di prezzi e salari avrebbe finito col produrre
inflazione: avevano cioè sia una diagnosi del problema che
una soluzione pronta. I funzionari governativi incerti su
come risolvere la crisi si convinsero infine dalla plausibilità
dell’interpretazione neoliberista,48 ed ecco come la lenta e
laboriosa costruzione di un’egemonia intellettuale da parte
di un gruppo di pensatori rese infine possibile la penetrazio-
ne delle loro idee all’interno dei palazzi del potere.49

93
INVENTARE IL FUTURO

Come disse Milton Friedman, «solo una crisi – vera o per-


cepita che sia – produce un reale cambiamento. Durante una
crisi, le azioni che è possibile compiere dipendono dalle idee
che sono disponibili. Credo che questa sia la nostra funzione
principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, e
mantenerle in vita e disponibili finché ciò che oggi è con-
siderato politicamente impossibile diventerà inevitabile»:50
è un programma che spiega esattamente ciò che accadde
con la crisi degli anni Settanta. Se si fossero prese in consi-
derazione analisi alternative sarebbe stato possibile imma-
ginare una risposta diversa da quella neoliberale: piuttosto
che attaccare il potere dei lavoratori i politici avrebbero, per
esempio, potuto reagire reintroducendo regolamentazioni
per la creazione del credito. In altre parole, il neoliberismo
non è mai stato un risultato inevitabile: è, piuttosto, una
costruzione politica.51
Quando il metodo keynesiano riuscì infine a sviluppare
una spiegazione per la stagflazione era già troppo tardi, e gli
ideali neoliberali avevano già conquistato il mondo dell’econo-
mia accademica come quello della politica. In breve, il neoli-
berismo divenne egemonico: gli anni Ottanta avrebbero visto
Margaret Thatcher a capo del governo britannico, Paul Volcker
presidente della Federal Reserve, e Ronald Reagan presidente
degli Stati Uniti. Istituzioni come il Fondo Monetario Interna-
zionale e la Banca Mondiale, in piena crisi di identità dopo la
fine degli accordi di Bretton Woods, si ritrovarono infiltrate
ed entro la fine degli anni Ottanta si ritrovarono convertite in
crogioli di pura fede neoliberale. Anche la Francia subì una
svolta simile nei primi anni Ottanta con l’amministrazione
Mitterrand, e tutte le principali economie europee furono
convertite alle politiche neoliberali inscritte d’altronde nella
stessa costituzione dell’Unione Europea. Negli Stati Uniti e in
Gran Bretagna venne lanciata un’ondata di attacchi sistematici
contro il potere dei lavoratori: pezzo dopo pezzo, i sindacati
furono demoliti e le regolamentazioni per il lavoro smantellate.

94
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

Il controllo dei capitali fu allentato, la finanza deregolamen-


tata e lo stato sociale venne cannibalizzato e svenduto.
Al di fuori dell’Europa e del Nord America, come per
esempio in Cile e in Argentina, le politiche neoliberali venne-
ro imposte negli anni Settanta in seguito ai colpi di stato dei
militari. La crisi del debito che colpì i paesi in via di sviluppo
negli anni Ottanta rappresentò un momento chiave per la fine
delle egemonie proto-socialiste e per la promozione, in tut-
to il mondo, della svolta neoliberale.52 In più, con il collasso
dell’Unione Sovietica, anche l’Europa dell’Est venne colpita
da un’ondata di misure economiche spesso raccomandate
da consiglieri occidentali: si stima che le politiche di priva-
tizzazione nei paesi ex sovietici abbiano portato a più di un
milione di morti, a dimostrazione del fatto che la privatiz-
zazione può essere letale quanto la collettivizzazione, e che
l’espansione del neoliberismo non è avvenuta senza perdita
di vite umane.53
L’avanzata neoliberale fu accompagnata da miseria, mor-
te e dittature, ma configurò un regime normativo capace di
imporsi sulla realtà psichica e materiale della popolazione di
tutto il mondo. Entro la metà degli anni Novanta il neoliberi-
smo raggiunse finalmente il suo picco di egemonia con il col-
lasso dell’Unione Sovietica e l’estensione delle nuove misure
strutturali messe in atto dal Fondo Monetario Internazionale,
senza dire del suo consolidamento per mano del New Labour
nel Regno Unito e dell’amministrazione Clinton negli Stati
Uniti, e della sua onnipresenza nel mondo dell’economia e
dell’accademia. Il pubblico dimenticò rapidamente la crisi
degli anni Settanta, e il neoliberismo assunse quelle qualità
naturali e universali ben riassunte dalla dottrina thatcheria-
na del There Is No Alternative. Ecco come il neoliberismo è
diventato il nuovo senso comune, dato per scontato da tutti i
partiti al potere. Arrivati a questo punto, che le elezioni ven-
gano vinte da partiti di sinistra o di destra conta poco: i dadi
sono truccati, il neoliberismo ha vinto.

95
INVENTARE IL FUTURO

L’IMPOSSIBILE DIVENTA INEVITABILE


Come abbiamo visto, il neoliberismo è riuscito a imporre la
propria ideologia anche grazie alla più classica delle divisio-
ni del lavoro: il lavoro accademico per plasmare l’istruzione
economica universitaria, il lavoro dei think tank per influen-
zare le misure politiche, e il lavoro delle figure pubbliche per
manipolare i media. La vittoria del neoliberismo ha richiesto
un progetto egemonico e una visione del mondo ad ampio
raggio: è stato costruito un nuovo senso comune capace di
cooptare e dominare la terminologia della «modernità» e del-
la «libertà», espressioni che ancora cinquant’anni fa avevano
connotazioni ben diverse da quelle attuali, e che oggi è prati-
camente impossibile usare senza immediatamente evocare i
precetti del capitalismo neoliberale.
Sappiamo bene che «modernizzazione» si traduce in
termini pratici in tagli ai posti di lavoro e al welfare e nella
privatizzazione dei servizi pubblici: oggi modernizzare signi-
fica in sostanza «neoliberalizzare». Stessa sorte è toccata alla
parola «libertà», diventata sinonimo di libertà individuale,
libertà dallo Stato e libertà di scegliere tra i vari beni di con-
sumo. Il concetto liberale di «libertà individuale» giocò un
ruolo cruciale nella guerra ideologica contro l’Unione Sovie-
tica, predisponendo il pubblico occidentale a mobilitarsi per
un’ideologia, quella appunto neoliberale, che si ergeva pro-
prio a baluardo delle libertà dell’individuo. Insistendo su que-
sto tasto, il neoliberismo è stato in grado di radunare elementi
provenienti da movimenti che si richiamavano contempora-
neamente al «libertarianismo, alle politiche identitarie, [e] al
multiculturalismo».54 Enfatizzando la libertà dallo Stato, il
neoliberismo è riuscito poi ad ammaliare sia gli anarcocapi-
talisti che i «movimenti del desiderio» esplosi dopo il Maggio
del Sessantotto.55 Infine, limitando l’idea di libertà a quella da
esercitare sul mercato, questa ideologia ha cavalcato anche
i desideri indotti dal consumismo.
Se invece parliamo di produzione, la libertà evocata

96
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

dal neoliberismo è riuscita a sfruttare finanche le crescenti


richieste di un’occupazione flessibile che venivano da parte
degli stessi lavoratori, un desiderio che presto è finito per
rivolgersi contro i loro stessi interessi.56 Nella sua vittoriosa
lotta per il monopolio sui concetti di modernità e di libertà,
il neoliberismo è riuscito a farsi strada persino nella nostra
stessa percezione: presentandosi come la più autentica e
concreata rappresentazione dei termini in questione, ha
dimostrato di essere il progetto egemonico più riuscito degli
ultimi cinquant’anni.
Il neoliberismo è diventato «la forma della nostra esi-
stenza: il modo in cui siamo portati a comportarci, a rela-
zionarci agli altri e a noi stessi».57 In altre parole, a essere
reclutati nella sua visione del mondo non sono soltanto i
politici, gli imprenditori e le élite dei media e dell’accade-
mia, ma anche i lavoratori, gli studenti, i migranti e tutti gli
altri; il neoliberismo d’altronde crea soggetti: idealmente,
tutti noi veniamo a costituirci come soggetti in competizio-
ne, un ruolo che comprende e sorpassa il «soggetto produt-
tivo» proprio del capitalismo industriale. Gli imperativi del
neoliberismo spingono questi soggetti verso un continuo
processo di automiglioramento in ogni aspetto della propria
esistenza: la formazione permanente, l’onnipresente neces-
sità di essere costantemente pronti a qualsivoglia impiego
e il perenne bisogno di sapersi reinventare, sono tutti ele-
menti che delineano la nuova soggettività neoliberale.58 Il
soggetto competitivo cammina inoltre sulla linea che separa
il pubblico dal privato, dal momento che la nostra vita perso-
nale è schiava delle logiche della competizione tanto quanto
la nostra vita professionale: in una condizione del genere,
sorprende poco il proliferare di una tensione diffusa a tutti
gli strati della società.
La società neoliberale ha in effetti esacerbato la dif-
fusione di una lunga serie di psicopatologie: stress, ansia,
depressione e disturbi dell’attenzione sono le sempre più

97
INVENTARE IL FUTURO

comuni reazioni psicologiche al mondo che ci circonda.59


Ma il particolare persino più importante, è che l’affermazio-
ne del «neoliberismo quotidiano» è anche responsabile di
comportamenti politici passivi: puoi non essere convinto da
questa ideologia, ma i suoi effetti sono comunque in grado
sia di costringerti in situazioni sempre più precarie, sia di
farti abbracciare posizioni sempre più imprenditoriali. Per
sopravvivere abbiamo bisogno di soldi, e dunque troviamo il
modo di metterci sul mercato, ci ritroviamo costretti a cercare
più di un lavoro, siamo stressati e ci preoccupiamo di riuscire
a pagare l’affitto, scegliamo i prodotti più economici quando
andiamo a fare la spesa e viviamo le occasioni di interazione
sociale come opportunità di networking professionale. Con-
siderati questi effetti, la mobilitazione politica è ormai una
chimera perpetuamente rimandata a un futuro lontano dalle
ansie e dalle pressioni della vita quotidiana.
Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere come questa
produzione di soggettività non sia semplicemente un’impo-
sizione esterna: l’egemonia, in tutte le sue forme, non opera
solo come un’illusione, ma come una costruzione fondata sui
desideri più autentici della popolazione. L’egemonia neolibe-
rale ha giocato su idee, appetiti e impulsi sociali già esistenti,
mobilitando la volontà degli individui e promettendo di esau-
dire quei desideri in linea coi suoi progetti. L’apologia della
libertà individuale, il valore assegnato al «lavorare sodo»,
la flessibilità sul lavoro, il lavoro come espressione di sé, la
fiducia nella meritocrazia, il risentimento verso la corruzio-
ne dei politici, dei sindacati e della macchina burocratica:
questi sono tutti convincimenti e desideri che precedono il
neoliberismo, ma che tramite il neoliberismo hanno trovato
espressione.60
Oggi, a destra come a sinistra, in tanti condividono un
sentimento di rabbia verso tutti coloro che vengono visti
come sfruttatori del sistema: l’odio per i ricchi evasori fiscali
si mescola facilmente al disgusto per i poveri che ricorrono

98
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

allo stato sociale, e la rabbia verso il capo sul posto di lavoro è


la stessa che si prova nei confronti della classe politica tutta.
È un fenomeno legato all’ampliamento dell’identità e delle
aspirazioni tipiche del ceto medio: il desiderio di avere una
casa di proprietà e lo spirito imprenditoriale si sono estesi
fino a contagiare l’interno della classe operaia.61 L’ideologia
neoliberale deriva dall’esperienza vissuta, e non rappresen-
ta semplicemente un gioco accademico:62 il neoliberismo è
diventato un corollario delle nostre esistenze quotidiane, e
qualsiasi analisi critica che non sia in grado di identificare
questo legame è destinata a non comprendere quanto le radici
del neoliberismo affondino in profondità nella nostra società.
Nel corso di diversi decenni il neoliberismo è riuscito a
formare non solo le opinioni e le convinzioni delle élite, ma
anche l’intero tessuto normativo della nostra vita di tutti
i giorni: gli interessi specifici dei neoliberali sono diventati
universali, ovverosia egemonici.63 Che ce ne rendiamo conto
o meno, il neoliberismo costituisce il nostro senso comune
collettivo assoggettandoci ai suoi scopi.64

UN MONT PELERIN PER LA SINISTRA?


Viene spesso osservato che il neoliberismo ha avuto successo
(e continua ad averlo, nonostante i suoi recenti fallimenti)
grazie al sostegno di una serie di interessi sovrapposti, che
vanno da quelli delle élite transnazionali ai grandi finanzieri,
passando per i maggiori azionisti delle grandi corporation.
Per quanto questi gruppi di interesse abbiano certamente
contribuito all’influenza esercitata dall’ideologia neolibe-
rale, si tratta di un’interpretazione che lascia comunque
diverse domande inevase: se il sostegno delle élite fosse sta-
to sufficiente per il successo ideologico del neoliberismo, e
se questo avesse offerto loro chiari vantaggi, non ci sarebbe
stato un ritardo di quarant’anni tra la sua formulazione ini-
ziale e la sua attuazione pratica. Al contrario, il liberalismo
keynesiano già radicato nel sistema rimase per molto tempo

99
INVENTARE IL FUTURO

l’ideologia dominante, anche quando questo poneva limiti a


interessi assai potenti: in particolare gli interessi finanziari
vennero a lungo lasciati ai margini come risultato della crisi
del 1929 e della Grande Depressione che ne seguì. Le dinami-
che di potere su cui si fondava il consenso keynesiano anda-
vano quindi smantellate pezzo per pezzo.
Allo stesso modo, una spiegazione del successo neoli-
berale che si appoggi solamente sulla sua compatibilità con
gli interessi delle élite, non riesce a chiarire il motivo per cui
non vennero considerate altre possibili risposte alla crisi
degli anni Settanta. Come già ricordato, un elemento impor-
tante per il successo ideologico del neoliberismo fu proprio
sia l’emergere di una crisi, sia l’esistenza di una soluzione già
a portata di mano: quella offerta dall’ideologia neoliberale
stessa. Nessun governo dell’epoca sapeva esattamente come
affrontare la crisi (cioè la stagflazione), mentre le soluzioni
prospettate dai teorici neoliberali fermentavano da decen-
ni all’interno dei circuiti ideologici di riferimento. Non che
i neoliberali ricorsero ad argomentazioni particolarmente
solide (il mito del discorso politico razionale): fu semmai
l’infrastruttura istituzionale che permise loro di diffondere
le proprie idee e di imporle come il nuovo senso comune
delle élite politiche.
Qui c’è un’importante lezione da trarre, tanto che qual-
cuno si è spinto fino a ipotizzare la necessità di una Mont
Pelerin Society per la sinistra.65 A livello generale, la storia
del neoliberismo dimostra come il più grande successo
recente della destra, e cioè proprio l’instaurazione di un’ege-
monia neoliberale a livello globale, sia stato conseguito attra-
verso metodi del tutto estranei alle logiche su cui si fonda la
folk politics. Questo significa innanzitutto che i neoliberali
hanno pensato nei termini di una visione a lungo termine, e
cioè su una scala temporale diversa da quella dei cicli eletto-
rali o dei processi di esplosione e riflusso delle singole pro-
teste. C’è senz’altro da imparare dal modo in cui la MPS ha

100
PERCHÉ STANNO VINCENDO LORO?

pazientemente preparato una lista di obiettivi espliciti, e da


come ha analizzato la propria situazione storica per poter poi
avanzare metodi specifici ed efficaci alla sua modificazione.
La MPS ha puntato al cambiamento su lungo termine, aspet-
tando per anni che si verificasse una crisi del sistema key-
nesiano e che emergessero figure come Reagan e Thatcher.
Adottando questo approccio gli intellettuali neoliberali han-
no ragionato in termini astratti e di possibilità: quello che era
impossibile nel loro presente è diventato possibile in seguito,
in parte proprio grazie alle loro strategie e ai loro piani.
In secondo luogo, i neoliberali pianificarono un progetto
controegemonico in grado di ribaltare il consenso generalizza-
to di cui godevano la socialdemocrazia e le politiche di stampo
keynesiano: adottarono quindi un approccio ad ampio raggio
mirato a modificare le condizioni di egemonia, e costruirono
un’intera infrastruttura ideologica capace di insinuarsi all’in-
terno di ogni singolo problema politico, fin dentro al tessuto
del senso comune. Ribaltarono completamente le idee ege-
moniche del periodo, e come ha scritto Philip Mirowski la loro
genialità strategica è consistita nel comprendere che:

Non basta esporre una visione utopica appena fuori portata per
motivare l’azione politica. Il gruppo che trionfa è quello che
riesce ad assemblare simultaneamente un insieme di proposte
politiche a prima vista indipendenti l’una dall’altra, capaci di
agire su orizzonti a breve, medio, e lungo termine, e di combi-
nare il regime della conoscenza con i risultati provvisori, facen-
do sì che il risultato finale sia il movimento inesorabile della
polis verso l’obiettivo prefissato. La scaltra strategia di giocare
simultaneamente un gioco a breve e lungo termine – dando
superficialmente l’idea di un conflitto interno ma sulla scorta di
un’unità di obiettivi teoretici generali – è probabilmente la cau-
sa principale del trionfo delle politiche neoliberali, in una con-
giuntura storica durante la quale i loro oppositori si aspettavano
che queste fossero del tutto rifiutate.66

101
INVENTARE IL FUTURO

C’è anche una terza lezione importante da tenere a mente


per la sinistra: il variegato gruppo facente capo alla MPS ha
ragionato in ampi termini spaziali, puntando a diffondere
il proprio network in tutto il pianeta attraverso una serie
di snodi chiave. I neoliberali intravidero nel think tank la
forma organizzativa più adatta a plasmare l’egemonia intel-
lettuale globale: seppero instaurare una rete tra think tank,
politici, giornalisti, media e docenti, stabilendo una coerenza
tra gruppi diversi senza dover imporre un’unità assoluta
di intenti o di forma organizzativa, e dando così al loro pro-
getto un’invidiabile flessibilità. Benché il neoliberismo venga
spesso accusato di essere troppo empiricamente eterogeneo
per rappresentare un progetto coerente, al contrario è pro-
prio la sua disponibilità a modificare le proprie idee alla luce
di nuove condizioni sul campo che lo ha reso un’ideologia
particolarmente potente.
La proposta di una Mont Pelerin Society per la sinistra
non dovrebbe insomma essere semplicemente intesa come
un invito a replicare pedissequamente i metodi operativi
del neoliberismo. Piuttosto, l’idea è che la sinistra può trarre
insegnamento da una visione a lungo termine, dalle strate-
gie di espansione globale, da una flessibilità pragmatica e
dai metodi controegemonici che riuscirono a rendere coesa
un’ecologia di organizzazioni dai diversi interessi. L’idea di
una Mont Pelerin Society per la sinistra, in realtà, altro non
è che una chiamata alle armi per la costruzione di una nuo-
va egemonia della sinistra.

102
Capitolo 4

MODERNITÀ DI SINISTRA

Nella situazione del mondo attuale, qualsiasi alternativa


finirà per apparire utopica o triviale. In questo modo,
il nostro pensiero programmatico è paralizzato.
Roberto Mangabeira Unger

Questo capitolo segna un punto di svolta. Dalla diagnosi «in


negativo» sui limiti strategici della sinistra contemporanea,
proviamo ora a elaborare un progetto positivo: quello di una
via d’uscita dalla condizione presente. Da qui in poi, voglia-
mo ribadire come la sinistra contemporanea debba recupe-
rare il concetto di modernità, costruire una forza politica
contemporaneamente populista ed egemonica, e mobilitarsi
per un futuro libero dal lavoro salariato; la folk politics, con
tutti i suoi sforzi prefigurativi tra azione diretta e orizzonta-
lismo senza compromessi, non è in grado di aspirare a tanto,
in buona parte perché fraintende la natura dell’avversario:
il capitalismo è un universale capace di espandersi aggres-
sivamente, e i tentativi di separarsene ricorrendo a semplici
spazi di autonomia sono destinati al fallimento.1 Fuga dalla
società, feticcio resistenziale, localismo e spazi autonomi
sono tutti elementi di una partita giocata in difesa contro un
capitalismo senza compromessi e in perpetuo movimento,
senza contare che l’universalismo capitalista non ha problemi
a coesistere con tali forme di particolarismo. Il capitalismo
prevede al suo interno innumerevoli varianti politiche e cul-
turali, nessuna delle quali si preoccupa di frenare il binomio
mercificazione e proletarizzazione, né tantomeno di mettere
in discussione l’imperativo dell’accumulazione di capitale.
La tanto detestata capacità del capitalismo di assorbire ogni
forma di resistenza mostra proprio come i particolarismi,
da soli, siano incapaci di tenere testa alla sua logica universa-
lista:2 in effetti, considerata la natura intrinsecamente espan-
sionista del neoliberismo, solo un’alternativa altrettanto

105
INVENTARE IL FUTURO

espansionista e capace di costituirsi a sua volta come un


universale sarà in grado di fronteggiare e infine rimpiazzare
il capitalismo sulla scena globale.3
Considerate le dinamiche di accumulazione che risiedono
nel cuore del capitalismo, un capitalismo non espansioni­
stico è una contraddizione in termini. Una politica di sinistra
realmente ambiziosa non può quindi accontentarsi di difen-
dere le singole realtà locali, ma deve piuttosto mirare alla
costruzione di nuove politiche orientate al futuro e capaci di
sfidare il capitalismo su larga scala: deve insomma smasche-
rare la pseudo-universalità delle relazioni sociali imposte
dal capitalismo, e rivendicare il futuro nel suo significato più
autentico. Facciamo allora un passo indietro, procedendo
oltre il piano empirico e storiografico dei precedenti capitoli,
e cercando di offrire una cornice filosofica per lo sviluppo dei
capitoli che verranno.
Abbiamo detto che un elemento fondamentale per una
sinistra che voglia davvero essere futuribile è la riattivazione
del concetto di «modernità». Se i metodi della folk politics
mancano di una visione del futuro quantomeno invitante, la
battaglia per la modernità è sempre partita da un desiderio
su tutti: quello di rendere il futuro migliore del presente.
E questo vale sia per il modernismo comunista della pri-
ma Unione Sovietica, sia per il socialismo scientifico delle
socialdemocrazie postbelliche, sia per la luccicante effi-
cienza del neoliberismo targato Thatcher e Reagan.4 Cosa
significhi essere moderni, non è cosa prestabilita: è terreno
di contesa.5 Eppure, di fronte ai successi dell’universalismo
capitalista, lo stesso termine «modernità» è diventato un
dominio della destra.
Pensiamo alla parola «modernizzazione»: tutto quello
che ormai evoca è nient’altro che una temuta combinazione di
privatizzazione, sfruttamento feroce, incremento delle disu-
guaglianze e goffo managerialismo.6 Non solo: anziché sug-
gerire utopie fondate sull’emancipazione universale, l’idea

106
MODERNITÀ DI SINISTRA

di «futuro» tende volentieri a partorire immagini di realtà


distopiche in cui convivono apocalissi ecologiche, fine dello
stato sociale e dominio delle grandi corporation. Per molti
la modernità è null’altro che un’espressione culturale del
capitalismo stesso,7 una lettura da cui non può che discen-
dere una conclusione soltanto, e cioè che solo la fine della
modernità potrà condurre alla fine del capitalismo. È una tesi
che ha prodotto tendenze antimoderne in tanti movimenti
emersi dagli anni Settanta in poi: ma l’idea (sbagliata) che
modernità e capitalismo semplicemente coincidano, sorvola
su quali altre forme la modernità potrebbe assumere, senza
dire che tantissime battaglie anticapitaliste sono nate pro-
prio da ideali «moderni» per definizione.8
La modernità è al tempo stesso una narrazione dell’azione
popolare e una struttura filosofica attraverso cui interpretare
il flusso della storia; come termine che indica una direzione
per l’intera società, non può che rappresentare un terreno di
battaglia dialettico cruciale per qualsiasi sinistra che nutra
l’ambizione di creare un mondo migliore.9 Il presente capi-
tolo ragiona quindi sulla posta in gioco di tale progetto, e lo
fa esaminando dal punto di vista filosofico tre elementi in
grado di spingere per l’elaborazione di una modernità di sini-
stra: una diversa concezione del progresso storico, un oriz-
zonte universalista, e un impegno verso il raggiungimento
dell’emancipazione universale.
Il primo compito da affrontare quando si parla di
«modernità» è innanzitutto chiarire il significato del termi-
ne. Può riferirsi a un periodo storico preciso (generalmente
interpretato in chiave eurocentrica) e a vari eventi specifici
dai quali la stessa modernità discenderebbe: il Rinascimento,
l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, la rivoluzione indu-
striale...10 Per altri, la modernità è definita da pratiche e isti-
tuzioni: burocratizzazione dilagante, un sistema basilare di
democrazia liberale, differenziazione delle funzioni sociali,
colonizzazione di territori extraeuropei, espansione delle

107
INVENTARE IL FUTURO

relazioni sociali in senso capitalista ecc. Ma la modernità


può anche riferirsi a un repertorio di innovazioni concet-
tuali imperniate sugli ideali universali di progresso, ragione,
libertà, e democrazia.
Questo capitolo enfatizza proprio questi ultimi aspetti.
Il termine modernità si riferisce a una serie di concetti che
sono stati sviluppati indipendentemente da diverse culture
in tutto il mondo, ma che hanno ottenuto una risonanza par-
ticolarmente marcata in Europa: tali concetti rappresentano
elementi della modernità che non vanno abbandonati, e
che anzi devono costituire il punto di partenza per qualsiasi
discorso popolare che la riguardi. Questi ideali – si tratti di
libertà, democrazia, laicità… – sono all’origine sia della moder-
nità capitalista che dei movimenti che vi si oppongono: valori
moderni hanno animato le lotte degli abolizionisti, hanno
costituito la base per numerose battaglie sociali e sindacali
in Africa,11 e sopravvivono oggi «nelle migliaia di lotte per il
salario, per i diritti della terra, per la salute, per la sicurezza, la
dignità, l’autodeterminazione, l’autonomia, e via dicendo».12
In generale, che sia esplicitamente riconosciuto o meno, le
battaglie politiche di oggi si collocano all’interno dello spa-
zio concettuale definito dalla modernità e dai suoi ideali.
La modernità va insomma contestualizzata, non rigettata.13

PROGRESSO IPERSTIZIONALE
Invocare la modernità significa aprire la questione del futu-
ro. Cos’è che dal futuro dobbiamo aspettarci? Quale strada
dovremmo scegliere? Cosa significa essere contemporanei?
E il futuro a chi appartiene?
Fin dalla sua prima apparizione, la modernità si è pre-
occupata di disfare la nozione circolare o retrospettiva dello
scorrere del tempo, e di introdurre una rottura tra passato
e presente; in seguito a questa rottura, il futuro viene pro-
iettato come potenzialmente differente e migliore del pas-
sato:14 essendo la modernità equiparata alla «scoperta del

108
MODERNITÀ DI SINISTRA

futuro», è dunque strettamente legata alle nozioni di «pro-


gresso, avanzamento, sviluppo, emancipazione, liberazio-
ne, crescita, accumulazione, illuminismo, miglioramento
[e] avanguardia».15
Suggerendo che la storia progredisce tramite libere azioni
umane, varie e opposte definizioni di modernità si sono scon-
trate nel tentativo di definire il concetto di progresso.16 Stori-
camente, la sinistra ha sempre per sua natura abbracciato la
causa del futuro: dalle prime visioni comuniste sul progresso
tecnologico passando per l’utopia spaziale sovietica fino ad
arrivare alla retorica socialdemocratica del «calor bianco
della tecnologia», quello che ha differenziato la sinistra dalla
destra è stato il suo esplicito desiderio di futuro, concepito
come un miglioramento della situazione presente in termi-
ni materiali, sociali e politici, a differenza della destra le cui
forze politiche (con poche notevoli eccezioni) sono sempre
state caratterizzate dalla difesa della tradizione e dalla loro
natura essenzialmente reazionaria.17 Questa situazione si
è capovolta con l’ascesa del neoliberismo e di figure politi-
che – come per esempio Margaret Thatcher – molto brave
nell’uti­lizzare efficacemente proprio la retorica della moder-
nizzazione e di conseguenza del futuro. Impadronendosi di
questi termini, e piegandoli alla costruzione di un nuovo sen-
so comune egemonico, il neoliberismo ha coniato una visione
del futuro che da allora domina la sfera pubblica: il risultato è
che sollevare la questione del futuro all’interno della sinistra
viene oggi considerato sconveniente e quasi assurdo.
Con l’avvento del postmodernismo, i legami apparen-
temente intrinseci tra futuro, modernità ed emancipazione
sono stati dissolti. E così un filosofo come Simon Critchley
può oggi asserire con disinvoltura che «dobbiamo resistere
all’idea e all’ideologia del futuro, che è sempre l’asso nella
manica di una concezione del progresso capitalista».18 Questi
sentimenti, tipici della folk politics, accettano ciecamente il
senso comune neoliberale: evitano di contemplare i progetti

109
INVENTARE IL FUTURO

ambiziosi e li rimpiazzano con una resistenza puramente di


facciata. Il disagio che la sinistra radicale prova nei confronti
della modernità tecnologica, assieme all’incapacità socialde-
mocratica di immaginare un mondo alternativo, ha fatto sì
che il tema del futuro sia stato oggi completamente ceduto
alla destra. Quella che una volta era una delle principali qua-
lità della sinistra – la capacità di suggerire un futuro migliore
in grado di scaldare gli animi e scuotere le coscienze – si è
oggi deteriorata, dopo anni di completo abbandono.
La sinistra deve recuperare il proprio senso di progresso,
ma questo non significa che debba semplicemente riesumare
la classica concezione del progresso storico diretto verso un
obiettivo predestinato. Storicamente, approcci del genere
hanno considerato il progresso non solo come un’eventualità
possibile, ma come una componente necessaria del tessu-
to stesso della storia: si riteneva cioè che il progresso delle
società umane si sviluppasse lungo strade predefinite e verso
un singolo risultato possibile sempre modellato sull’esempio
europeo, che le nazioni europee sarebbero dunque giunte
autonomamente alla modernità capitalista, e che le loro
esperienze di sviluppo storico fossero necessarie e superiori
a quelle di altre culture.19 Queste idee hanno dominato la filo-
sofia europea tradizionale e sono sopravvissute all’interno
della letteratura sulla modernizzazione degli anni Cinquanta
e Sessanta, la stessa che tentava di naturalizzare il capitali-
smo al fine di combattere l’avversario comunista.20 Fu un’in-
terpretazione della storia che venne in parte difesa anche dal
marxismo, oltre che dal capitalismo sia keynesiano che neo-
liberale: di fatto, l’idea era che ci fosse un modello universale
di progresso storico adatto a ogni circostanza e latitudine.
Questo finiva per alimentare il pregiudizio che le società non
occidentali fossero incompiute e sottosviluppate, e dunque
tornava utile per giustificare colonialismo e imperialismo.21
Secondo quei filosofi e pensatori critici nei confronti di
tale impostazione, la tradizionale nozione di progresso va

110
MODERNITÀ DI SINISTRA

rigettata precisamente perché convinta dell’esistenza di un


esito storico predestinato, che si tratti della democrazia capi-
talista cara all’idea di progresso liberale o del comunismo
frutto del progresso marxista. I complessi e spesso disastrosi
eventi storici del XX secolo hanno però dimostrato una volta
per tutte che la storia non procede lungo binari predetermi-
nati:22 la regressione è tanto probabile quanto il progresso, il
genocidio quanto la democrazia.23 In altre parole, si è com-
preso come non ci sia nulla di intrinseco nella natura della
storia o nello sviluppo dei sistemi economici, e che le bat-
taglie politiche non necessariamente garantiscono risultati
inevitabili: da una prospettiva sommariamente di sinistra,
persino limitate ma importantissime conquiste come le mi­­
sure di welfare, i diritti delle donne e le garanzie per i lavo-
ratori corrono sempre il rischio di scomparire. In più, anche
negli Stati in cui al potere sono salite forze virtualmente
comuniste, il passaggio da un sistema produttivo capitali-
sta a uno pienamente comunista si è dimostrato molto più
difficile del previsto.24 Questa serie di esperienze storiche ha
prodotto un intero bagaglio di critiche – basti pensare alla psi-
coanalisi, alla teoria critica o al post-strutturalismo – mentre
per i pensatori postmoderni la modernità diventa sinonimo
di ingenuità e scarso senso critico:25 nella famosa formula-
zione di Jean-François Lyotard, il postmodernismo viene
identificato come l’era del sospetto nei confronti delle grandi
metanarrazioni,26 una condizione culturale di disillusione in
cui a venire meno sono proprio le grandiose promesse sia del
capitalismo liberale che del comunismo.
Di certo, queste critiche individuano importanti ele-
menti del tessuto cronologico dei nostri tempi, al punto che
proprio l’annuncio della fine delle grandi narrazioni è stato
spesso interpretato, fuori dall’Europa, come parte integran-
te della modernità in quanto tale.27 A trent’anni dall’analisi
postmoderna, possiamo però osservare come l’impatto di tale
condizione culturale non è stato tanto il declino delle meta-

111
INVENTARE IL FUTURO

narrazioni in genere, quanto un diffuso cinismo verso quelle


provenienti da sinistra. Il legame tra capitalismo e moderniz-
zazione sopravvive, mentre le nozioni di futuro realmente
progressiste sono appassite sotto la critica postmoderna e
schiacciate dai rottami sociali prodotti dal neoliberismo. Va
anche notato come, con il crollo dell’Unione Sovietica e l’av-
vento della globalizzazione, la storia sembra effettivamente
seguire una grande narrazione:28 in tutto il mondo i mercati,
il lavoro salariato, i beni di consumo e le tecnologie capaci
di aumentare la produttività si sono espansi seguendo l’im-
perativo dell’accumulo di capitali, e il capitalismo stesso
è diventato il destino di tutte le società contemporanee, in
serena coesistenza con le differenze nazionali e prestando
ben poca attenzione allo scontro tra civiltà. È comunque
possibile distinguere tra l’obiettivo finale (il capitalismo) e il
percorso che vi conduce: gli indissolubili legami economici e
sociali che esistono oggi fra i paesi del pianeta fanno sì che il
modello europeo (fortemente dipendente dallo sfruttamento
del colonialismo e della schiavitù) sia impossibile da percor-
rere per molti paesi in via di sviluppo. Benché esistano dei
paradigmi generici, ogni paese deve comunque rispondere
agli imperativi del capitalismo globale a modo proprio, e il
cammino verso la modernizzazione capitalista si incarna in
culture differenti seguendo traiettorie diverse e con vari ritmi
di sviluppo.29 Un modello di sviluppo disomogeneo e inco-
stante è anzi oggi all’ordine del giorno,30 tanto che la nozione
di progresso non è più legata al solo modello europeo, ma è
filtrata attraverso un gran numero di differenti opzioni poli-
tiche e culturali, tutte comunque miranti all’instaurazione
di relazioni sociali di stampo capitalista. La conseguenza è
che oggi i fautori della modernizzazione discutono semplice-
mente di quale variante del capitalismo convenga applicare.
In questa situazione, riappropriarsi del concetto di pro-
gresso significa prima di tutto mettere in questione il dogma
del fine inevitabile: la modernità capitalista non è mai stata

112
MODERNITÀ DI SINISTRA

un risultato obbligato, ma è piuttosto un progetto politico


di successo guidato da alcune classi sociali e dall’impera-
tivo sistemico dell’accumulo e dell’espansione. Altri tipi di
modernità sono possibili, e nuove visioni del futuro sono
essenziali per fornire un supplemento necessario a qualsiasi
progetto di sinistra che aspiri a trasformare la società. Questi
futuri possibili possono non solo dare una direzione alla lotta
politica, ma sono in grado di suggerire quali criteri adottare
e quali battaglie intraprendere, quali movimenti ostacolare,
cosa ancora va inventato e così via. Senza la prospettiva del
progresso ci possono essere solamente reazione, battaglie
di difesa, resistenza locale e una mentalità da fortino asse-
diato: insomma, tutti i tratti propri di quella che abbiamo
chiamato folk politics.
Immaginare futuri possibili è la condizione indispen-
sabile per organizzare una risposta efficace al capitalismo:
in dichiarato disaccordo con i precedenti pensatori della
modernità, è necessario sostenere che non ci sia alcuna
necessità nel progresso, né un singolo paradigma secondo cui
giudicare lo sviluppo di una cultura. Il progresso va al contra-
rio concepito come un’iperstizione: una specie di finzione che
ambisce a trasformarsi in realtà. Le iperstizioni funzionano
catalizzando un sentimento diffuso per poi tramutarlo in
una forza storica che porta il futuro a verificarsi: la loro forma
temporale è il «sarà stato». Allo stesso tempo, le iperstizioni
non rappresentano una proprietà definita e necessaria del
mondo presente: piuttosto, sono delle narrazioni capaci di
orientare la nostra navigazione.
Il progresso è un prodotto dalla lotta politica, non segue
né traiettorie prestabilite né tendenze naturali, e il suo
successo non è mai garantito. Rimpiazzare il capitalismo si
rivela impossibile se si adotta una posizione difensivista-
resistenziale, mentre una politica capace di offrire nuove
prospettive deve prefiggersi come obiettivo la costruzione
di qualcosa di nuovo. La strada per il progresso va costruita,

113
INVENTARE IL FUTURO

e non semplicemente percorsa seguendo indicazioni presta-


bilite: è una faccenda di conquiste politiche, e non di doni
dispensati da qualche divina (o terrestre) provvidenza.

UNIVERSALI SOVVERSIVI
Qualsiasi tentativo di elaborare una concezione alternativa
di progresso deve inevitabilmente scontrarsi con il problema
dell’universalismo: l’idea cioè che certi valori, ideali e obiet-
tivi siano validi per tutte le culture.31 Abbiamo detto che il
capitalismo è un universale espansivo, capace di infiltrarsi
nei vari tessuti culturali e di modificarli dall’interno: qual-
siasi opposizione al capitalismo che non sia a sua volta un
universale, finirà quindi con l’essere soffocata dall’asfissian-
te abbraccio delle relazioni sociali capitaliste.32 Vari parti-
colarismi – forme poltico-culturali localizzate e specifiche
– riescono a coabitare serenamente all’interno del sistema
capitalista, tanto che la lista di possibilità continua a crescere
mano a mano che il capitalismo si differenzia in capitalismo
cinese, capitalismo americano, capitalismo brasiliano, capi-
talismo indiano, capitalismo nigeriano e così via. La storia
insegna che lo spazio globale dell’universalismo è una zona
di conflitto dove i vari avversari aspirano alla relativa provin-
cializzazione di tutti gli altri,33 ed è per questo che la difesa
dei particolarismi è di per sé una strategia insufficiente. Se
davvero la sinistra ha intenzione di sfidare il capitalismo glo-
bale, deve ripensare un progetto universalista.
Certo, invocare un’idea del genere significa anche atti-
rare un gran numero di critiche: una politica universalista
punta a oltrepassare le battaglie locali per generalizzarsi su
scala globale ed estendersi al di là delle diversità culturali, ed
è proprio per questo che nel corso dei decenni è stata oggetto
di tante polemiche.34 Storicamente parlando, è impossibile
separare la modernità di stampo europeo dal suo lato oscuro,
vale a dire l’enorme rete di domini coloniali, il genocidio di
popolazioni indigene, il commercio di schiavi e lo sfrutta-

114
MODERNITÀ DI SINISTRA

mento delle risorse dei paesi colonizzati.35 Durante i suoi pro-


cessi di conquista, l’Europa si presentò come l’incarnazione
stessa di uno stile di vita universale: al contrario, tutti gli altri
popoli furono considerati come dei semplici particolari che
inevitabilmente sarebbero stati sussunti nella cultura euro-
pea, anche se questo richiedeva violenze fisiche terribili e un
vero e proprio assalto psicologico-cognitivo alle popolazioni
altre. Legata a questo, vi era poi la convinzione che «univer-
sale» fosse sinonimo di «omogeneo»: il processo che avrebbe
portato i particolari a essere assorbiti dall’universale avreb-
be dovuto cancellare le differenze tra le diverse culture, allo
scopo di creare una singola cultura mondiale modellata sulla
civiltà europea. Questo tipo di universalismo è indistinguibi-
le dallo sciovinismo puro e semplice.
Nel corso di questo processo l’Europa ha dissimulato il
proprio campanilismo adottando una serie di meccanismi
che servivano a celare quali fossero le figure responsabili del
processo stesso: sostanzialmente i maschi ricchi, bianchi
ed eterosessuali. L’Europa e i suoi intellettuali pretesero di
astrarsi dalla loro provenienza geografica e della loro iden-
tità, presentando le proprie tesi come frutto di uno «sguardo
da nessun luogo»,36 una prospettiva considerata immune
dai condizionamenti imposti dalle particolarità razziali, ses­
suali, nazionali e così via, e letta come base indubitabile di
un’universalità europea che rendeva automaticamente ille-
gittima qualsiasi altra prospettiva. Detta altrimenti, mentre
agli europei era concesso di articolare e incarnare l’universa-
le, le altre culture potevano solo essere rappresentate come
particolari e provinciali: inutile ricordare come da allora
l’universalismo abbia giocato un ruolo centrale nei peggiori
episodi della storia moderna.
Considerata una simile eredità storica, la reazione più
ovvia sembrerebbe a questo punto quella di eliminare il con-
cetto di universalismo dal proprio arsenale concettuale. Eppu-
re, nonostante le difficoltà e i problemi che vi si associano,

115
INVENTARE IL FUTURO

quello dell’universalismo resta un concetto necessario. Il pro-


blema, in parte, è che non è possibile rigettare il concetto di
universale senza generare altri importanti problemi: il mag-
giore tra questi è che l’abbandono di tale categoria ci lascereb-
be in eredità nient’altro che che una serie di tanti particolari, e
non c’è alcun modo di instaurare un senso di solidarietà senza
un fattore comune su cui fare leva. L’universale gioca anche
il ruolo di ideale trascendente, mai soddisfatto da qualsiasi
incarnazione particolare ma sempre teso al proprio migliora-
mento,37 e come tale contiene l’impulso concettuale di disfar-
si dei propri limiti. Rigettare questa categoria significa anche
correre il rischio di orientalizzare le differenti culture trasfor-
mandole in un esotico «Altro»: se esistono soltanto particola-
rismi, e se l’Europa diventa equivalente di ragione, scienza,
progresso e libertà, il rischio è che le culture extraoccidentali
vengano considerate sprovviste di questi stessi concetti, e che
l’antiuniversalismo finisca con il replicare inavvertitamente il
vecchio pregiudizio orientalista. D’altra parte, si corre anche
il rischio di legittimare varie forme di oppressione viste come
conseguenze inevitabili di una pluralità di culture: tutti i pro-
blemi del relativismo culturale ritornano laddove non ci sono
criteri per discernere quali conoscenze globali, quali politiche
e quali pratiche servano a una politica di emancipazione. Sor-
prende dunque poco che elementi universalisti siano apparsi
nel corso della storia in tutte le culture,38 che persino i critici
ne riconoscano la necessità,39 e che vi siano già stati diversi
tentativi di aggiornarne i contenuti.40
Per poter conservare questo indispensabile strumento
concettuale, l’universale va quindi identificato non come
una serie predeterminata di principi e di valori, ma come un
insieme vuoto costituzionalmente impossibile da riempire in
via definitiva. L’universale emerge quando un particolare ne
rivendica la posizione attraverso una lotta di tipo egemoni-
co,41 esattamente come quando il particolare «Europa» venne
ad autorappresentarsi come l’universale «Globale». Non si

116
MODERNITÀ DI SINISTRA

tratta semplicemente di un falso universale; la contaminazio-


ne infatti è reciproca: l’universale si incarna nel particolare,
mentre il particolare perde alcune specificità nel suo ruolo di
universale. Un universalismo perfettamente compiuto non
esisterà mai: per questo gli universali saranno sempre oggetti
di critica da parte di altri universali.
Questo è il processo che, più sotto, articoleremo in termini
politico-strategici come produzione di una controegemonia,
vale a dire un progetto mirato a sovvertire l’universalismo
vigente per rimpiazzarlo con un nuovo ordine. Il che ci por-
ta al nostro secondo punto: un universale controegemonico
può avere una funzione sovversiva e liberatrice. Da una par-
te, un universale pone una richiesta incondizionata: tutto
deve essere posto sotto il suo dominio;42 dall’altra, però,
l’universalismo non è mai un progetto compiuto (persino
il capitalismo rimane incompleto). Questa tensione rende
ogni struttura egemonica contendibile, e permette agli uni-
versali di giocare un ruolo di vettori di insurrezione contro
i processi di esclusione. Prendiamo per esempio un concetto
come quello dei diritti umani universali: per quanto pro-
blematico possa essere, è stato fatto proprio da movimenti
che vanno da quelli per il diritto alla casa fino ai tribunali
internazionali per i crimini di guerra, ed è a rivendicazioni
universali e incondizionate che si richiamano coloro che ne
vengono tagliati fuori. Un altro esempio viene dalle femmi-
niste, che hanno sottolineato la natura discriminatoria di
determinati concetti contro i quali hanno opposto un prin-
cipio universale come «tutti gli esseri umani sono uguali»:
in questo caso, il particolare («donna»), diventa un mezzo
per ingaggiare una critica contro un universale esistente e
dominante («umanità»), rivelandone a sua volta la natura
particolare («uomo»).43
Questi esempi dimostrano come gli universali pos­
sono essere rivitalizzati attraverso battaglie politiche capaci
sia di chiarirli che di metterli in questione; in questo senso

117
INVENTARE IL FUTURO

«appellarsi all’universalismo come metodo per affermare la


supremazia della cultura occidentale significa tradire l’ideale
di universalità, mentre appellarsi all’universalismo come
metodo per smantellare la superiorità dell’Occidente significa
realizzare il suo vero scopo».44 L’universalismo, in questa
accezione, è prodotto dallo sforzo politico, e non da un giudice
trascendente al di sopra dell’arena sociale.
Possiamo ora esaminare un ultimo aspetto dell’univer-
salismo: la sua eterogeneità.45 Come proprio il capitalismo
dimostra, l’universalismo non implica caratteri omogenei e
non necessariamente comporta che condizioni differenti si
trasformino nello stesso tipo di realtà. In effetti, la grande
forza del capitalismo sta esattamente nella versatilità con
cui affronta condizioni variabili, oltre che nella sua capacità
di dare spazio alle differenze. Un universale di sinistra deve
nutrire la stessa ambizione: deve essere cioè un universale
capace di integrare le diversità, piuttosto che cancellarle.
Ma cosa significa tutto questo per un progetto che voglia
dirsi moderno? Significa che ogni particolare rappresenta-
zione della modernità deve essere aperta a un processo di
creazione collettiva, così come alla sua successiva trasforma-
zione e alterazione. In un mondo globalizzato, in cui necessa-
riamente coesistono popoli tra loro diversi, questo vuol dire
anche costruire un modo di vivere in comune nonostante
l’eterogeneità degli stili di vita: al contrario delle posizioni
eurocentriche e delle concezioni universaliste classiche,
bisogna riconoscere l’agire di coloro che sono al di fuori dei
confini dell’Europa e ribadire l’importanza delle loro voci per
la costruzione su scala planetaria di un futuro genuinamente
universale. Ecco perché l’universale è un insieme vuoto che
viene occupato nel tempo da vari particolari egemonici (col-
lettivi specifici, ideali specifici, rivendicazioni specifiche):
può operare come un vettore di cambiamento sovversivo ed
emancipatore rispetto agli universalismi già costituiti, e ha
una natura eterogenea che include e non elimina le differenze.

118
MODERNITÀ DI SINISTRA

LIBERTÀ SINTETICA
Benché la sinistra sia tradizionalmente associata a ideali di
uguaglianza (oggi concentrati sulle questioni retributive
e sulle disparità economiche), un altro principio fondante
di una modernità di sinistra non può che essere quello del-
la libertà. Nel corso del XX secolo su questo fronte si sono
combattute molte battaglie, tanto che gli Stati Uniti si sono
regolarmente presentati come «il mondo libero» schierato
contro un nemico totalitario (prima rappresentato dall’Unio-
ne Sovietica, oggi da nozioni sempre più incoerenti di «fasci-
smo islamico»). In questi scontri egemonici, il capitalismo
ha ripetutamente affermato la propria superiorità tramite la
difesa di un ideale di libertà negativa,46 ovvero la libertà del
singolo da interferenze arbitrarie provenienti da altri indivi-
dui, collettivi e istituzioni (fondamentalmente, lo Stato).
L’idea di libertà negativa, imperniata sull’indipenden-
za da ingerenze esterne, è uno strumento ideale nella lotta
contro i regimi considerati totalitari, ma è anche un concetto
di libertà mostruosamente ristretto: si riduce in pratica a un
pizzico di libertà politica dallo Stato (oggi, in tempi di sorve-
glianza digitale e guerra al terrorismo, ridotta al minimo) e
alla libertà economica di poter vendere la nostra forza lavoro
e di poter scegliere prodotti di consumo sempre più nuovi e
invitanti.47 Secondo il criterio della libertà negativa, ricchi e
poveri sono ugualmente liberi, malgrado le ovvie differenze
in termini di capacità di azione:48 la libertà negativa è in effet-
ti pienamente compatibile anche con la povertà di massa, la
fame nel mondo, l’emergenza abitativa, la disoccupazione e
le disparità di ogni tipo, nonché con quei metodi di marke-
ting asfissiante che aspirano a plasmare e costruire i nostri
stessi desideri. A questa nozione limitata di libertà, vogliamo
quindi contrapporne una versione assai più sostanziale:
quella di «libertà sintetica».
Mentre la libertà negativa garantisce un diritto formale
alla non interferenza, la libertà sintetica riconosce che un

119
INVENTARE IL FUTURO

diritto formale non accompagnato da una capacità materiale


è del tutto inutile.49 In un regime democratico, per esempio,
siamo tutti formalmente liberi di candidarci a ricoprire una
carica politica: ma senza le risorse finanziarie e sociali per
condurre una campagna elettorale, questa è una libertà inu-
tile. Allo stesso modo, siamo tutti liberi di rifiutare un lavoro:
ma in pratica, la maggior parte di noi è fondamentalmente
costretta ad accettare qualsiasi impiego ci venga sommini-
strato.50 In entrambi i casi diverse opzioni sono teoricamente
disponibili, ma a livello pratico la maggior parte di queste
sono inattuabili, il che rivela l’importanza di disporre dei
mezzi per realizzare e mettere in pratica un diritto formale.
È proprio questa enfasi sui modi e le capacità di agire
a diventare cruciale per un approccio di sinistra all’ideale
di libertà. Come scrissero Marx ed Engels, «solo nel mondo
reale e tramite mezzi reali è possibile ottenere una vera liber-
tà».51 Letti in questo modo, i concetti di libertà e potere risul-
tano interdipendenti: se il potere è la capacità basilare di
produrre gli effetti desiderati su qualcosa o qualcun altro,52
allora un incremento della capacità di esaudire i nostri desi-
deri diventa simultaneamente un incremento della nostra
libertà. Maggiore è la nostra capacità di agire, maggiore
la nostra libertà.
Se una delle più pesanti eredità del capitalismo è quella
di aver garantito la piena libertà di azione soltanto a una
ristrettissima élite, allora tra i primi obiettivi di un mondo
postcapitalista ci dovrà essere quello di massimizzare la
libertà sintetica o, in altre parole, di permettere all’intera
umanità di prosperare ed espandere il proprio orizzonte col-
lettivo.53 Almeno tre ingredienti sono necessari in tal senso:
fornire beni di prima necessità a tutti; espandere le risorse
sociali; sviluppare nuove capacità tecnologiche.54 Presi assie-
me, questi elementi danno forma a una libertà figlia di una
costruzione anziché di un’imprecisata natura, a una conqui-
sta storica e collettiva piuttosto che al risultato di individui

120
MODERNITÀ DI SINISTRA

lasciati a loro stessi. L’emancipazione non significa staccarsi


dal mondo come un’anima libera: significa edificare e pren-
dersi cura dei giusti legami.
Per cominciare, la libertà sintetica implica quindi la
disponibilità assoluta delle risorse-base necessarie a con-
durre una vita soddisfacente: reddito, tempo, salute e edu-
cazione. Senza queste risorse la maggior parte delle persone
sono libere formalmente ma non realmente, e la crescente
disuguaglianza globale si rivela per quello che è: un’enorme
disparità di libertà. Un primo passo per risolvere il problema
è il classico obiettivo socialdemocratico di fornire all’intera
società tutti i beni di prima necessità, quali salute, alloggio,
servizi per l’infanzia, istruzione, trasporti e accesso a inter-
net.55 L’impostazione liberale, secondo la quale queste neces-
sità sono potenziate dalla libertà di scelta sul mercato, ignora
i reali ostacoli (finanziari e cognitivi) in cui si incorre quando
c’è da fare queste scelte;56 ma in un mondo orientato a una
libertà sintetica ci verranno forniti beni pubblici di alta qua-
lità, lasciandoci liberi di vivere le nostre vite, anziché arro-
vellarci nella ricerca del gestore telefonico più conveniente.
L’immaginario socialdemocratico non contempla però
altri due elementi essenziali per la nostra esistenza: tempo e
denaro. Il tempo libero è la condizione senza la quale né l’auto­
determinazione dell’individuo né lo sviluppo delle nostre
capacità possono realmente compiersi:57 una libertà sintetica
non può quindi che esigere un reddito base per tutti, in modo
da permettere a chiunque di vivere una vita pienamente libe-
ra.58 Una misura del genere non solo fornirebbe ai cittadini
le risorse necessarie a sopravvivere sotto il capitalismo, ma
produrrebbe anche un aumento del tempo libero e ci dareb-
be dunque la possibilità di scegliere cosa fare delle nostre
vite: potremmo sperimentare, portare avanti esistenze non
convenzionali, scegliere liberamente di sviluppare le nostre
inclinazioni culturali, intellettuali e fisiche, piuttosto che
essere costretti a lavorare per sopravvivere.59 Da qualunque

121
INVENTARE IL FUTURO

punto di vista, tempo e denaro sono elementi-chiave se vo­glia­


mo dare alla libertà un valore sostanziale.
Una prospettiva davvero completa di quella che chiamia-
mo libertà sintetica deve anche puntare all’espansione delle
nostre capacità: se si vuole emancipare il popolo da quelle
distorsioni che ci obbligano ad accontentarci dello status
quo, la libertà sintetica deve essere aperta a qualsiasi deside-
rio le persone esprimano.60 Messa in altri termini, la libertà
non può semplicemente essere ridotta alla libera scelta tra
opzioni già esistenti, ma deve poter contemplare il maggior
numero di opzioni possibili. In questo, le risorse collettive
sono essenziali:61 i processi di ragionamento sociale possono
per esempio rendere possibile una comprensione comune
del mondo, dando forma a un «noi» che abbia un potere di
intervento ben più grande di quello dei singoli individui.62
Allo stesso modo, il linguaggio è essenzialmente una strut-
tura cognitiva che permette l’utilizzo del pensiero simbolico
per l’espansione dei nostri orizzonti:63 lo sviluppo, l’appro-
fondimento e l’espansione della conoscenza ci permettono
di immaginare – e realizzare – capacità che sarebbero altri-
menti irraggiungibili; più aumenta la conoscenza tecnica del
nostro ambiente e maggiore è la conoscenza scientifica del
mondo naturale, meglio comprendiamo le tendenze per loro
natura fluide del mondo sociale, acquisendo in questo modo
un maggiore potere di azione. Come scrisse Louis Althusser:

Così come la conoscenza delle leggi dell’ottica non ha mai impe-


dito all’uomo di vedere… allo stesso modo la conoscenza delle
leggi che governano lo sviluppo delle società non ha impedito
agli uomini di vivere, né tantomeno ha rimpiazzato il lavoro,
l’amore e la lotta. Al contrario: la conoscenza delle leggi dell’ot-
tica ha prodotto occhiali che hanno trasformato la vista de-
gli uomini, così come la conoscenza delle leggi dello sviluppo
sociale ha prodotto quei tentativi che hanno trasformato e allar-
gato l’orizzonte dell’esistenza umana.64

122
MODERNITÀ DI SINISTRA

L’anti-intellettualismo di cui si ammanta la destra, e che


sembra infettare sempre di più anche la sinistra critica, è una
regressione infausta che trasforma un sano scetticismo nella
rinuncia a qualsiasi sforzo in grado di incrementare la nostra
libertà. Questa regressione nella sfera della conoscenza si
manifesta anche nelle tante fantasie di una libertà imme­
diata e senza vincoli: il volontarismo che considera le media-
zioni, le istituzioni e le astrazioni come semplicemente ostili
alla libertà, confonde l’assenza di sovrastrutture con una
piena espressione della libertà. Il che, ovviamente, è un erro-
re: un’azione collettiva che punti all’espansione della libertà
sintetica è possibile solo attraverso una complessa divisione
del lavoro, con tanto di agende altamente mediate e strutture
istituzionali astratte. Il valore sociale della libertà sintetica
non sta insomma nell’ingenuo recupero del contatto faccia
a faccia o di qualche forma di cooperazione elementare, ma
è piuttosto l’invito a sviluppare collettivamente un’auto­
determinazione complessa e mediata.
Infine: se davvero vogliamo espandere la nostra capacità
di azione, lo sviluppo tecnologico deve giocare un ruolo cru-
ciale. Da sempre, «la tecnologia è la fonte delle nostre scelte
[e] le nostre scelte sono la base per un futuro in cui non siamo
ridotti a semplici pedine».65 Il nostro grado di libertà dipende
dalle condizioni storiche dello sviluppo scientifico e tecnolo-
gico,66 così come le invenzioni che emergono da questi campi
di ricerca permettono sia di estendere le nostre attuali capa-
cità di intervento, sia di crearne di nuove; il pieno sviluppo
della libertà sintetica richiede quindi una riconfigurazione
del mondo materiale in accordo all’impulso di espandere la
nostra capacità di agire.
Il raggiungimento della libertà sintetica ci chiama a
processi di sperimentazione e di accrescimento collettivo e
tecnologico che rifiutino di considerare qualsivoglia ostacolo
come naturale e inevitabile:67 implementazioni cyborg, vita
artificiale, biologia sintetica e riproduzione tecnologicamente

123
INVENTARE IL FUTURO

assistita, sono tutti esempi concreti in tal senso.68 Ecco perché


l’obiettivo ultimo dovrà accompagnarsi a un processo ten-
denzialmente infinito di emancipazione degli individui dalle
necessità mondane:69 un simile ideale di emancipazione non
potrà mai essere soddisfatto con – o ridotto a – una società
statica, ma spingerà sempre al superamento dei nostri limiti.
La libertà è un’impresa sintetica, non un dono naturale.
Sottesa a quest’idea di emancipazione c’è la concezione
di un’umanità intesa come ipotesi trasformativa e rivedibile,
una realtà costruita attraverso la sperimentazione e l’elabo-
razione sia teorica che pratica.70 Non c’è nessuna autenticità
umana da realizzare, nessuna unità armoniosa a cui dover
ritornare, nessuna umanità non alienata irretita da false
mediazioni, nessuna completezza da conquistare: l’aliena-
zione è un metodo che apre a nuove possibilità, e l’umanità
è un vettore di trasformazione costituzionalmente incomple-
to. Ciò che siamo e ciò che possiamo diventare sono progetti
che devono essere perseguiti nel corso del tempo. Come ha
scritto Sadie Plant:

Parlare di liberazione delle donne è sempre problematico, per-


ché presuppone che sappiamo cosa le donne siano. Se donne
e uomini sono stati organizzati nelle forme che attualmente
conosciamo, allora noi non vogliamo liberare ciò che siamo
ora, se capisci cosa intendo… Non è questione di liberazione ma
una questione di evoluzione, o di ingegneria. C’è un graduale
processo ingegneristico che definisce ciò che una donna può
diventare, e non sappiamo ancora quale potrà essere il risultato
finale. Ma dobbiamo scoprirlo.71

Quello che va articolato è un umanismo che non segua pre-


cetti prestabiliti, un progetto di autorealizzazione privo di un
obiettivo prefissato.72 È solo tramite un processo di costru-
zione e di revisione che l’umanità potrà arrivare a conoscere
se stessa, e questo significa aggiornare il corpo umano sia

124
MODERNITÀ DI SINISTRA

teoricamente che praticamente, sperimentando nuovi modi


di essere e nuove forme sociali come ramificazioni pratiche
di quel progetto teorico che intende esplicitare «l’umano».73
Significa adottare un atteggiamento interventista opposto a
quegli umanismi che vogliono proteggere a tutti costi un’im-
magine statica dell’umano,74 e questi interventi vanno dalla
sperimentazione corporea individuale alla mobilitazione
politica collettiva contro una rappresentazione limitata
dell’umano.75 Significa abbandonare la decrepita concezione
economica dell’«umano» instillata dalla modernità capita-
lista, e finalmente inventare una nuova umanità. In questo
schema, emancipare significa quindi incrementare la capa-
cità umana di agire in base a quelli che in futuro potranno
diventare i nostri desideri: l’emancipazione universale rap-
presenta l’estensione pressante e risoluta di questo obiettivo,
fino a includere tutta la nostra specie. È in questo senso che
l’ideale di emancipazione universale deve essere al cuore del-
la sinistra moderna.76
Abbiamo visto che, se sprovvista di un’idea di futuro, la
sinistra tende a piegarsi ai tradizionalismi e a rinchiudersi nel
fortino della resistenza passiva. Ma allora come sarebbe una
«modernità di sinistra»? Sarebbe una modernità finalmente
ambiziosa, capace di produrre visioni di un futuro migliore.
Opererebbe secondo le coordinate di un orizzonte universa-
le, inseguendo un concetto sostanziale di libertà e ricorren-
do alle più recenti tecnologie al fine di raggiungere i propri
obiettivi di emancipazione. Piuttosto che limitarsi a una con-
cezione eurocentrica di futuro, recluterebbe le voci di tutto
il globo per contribuire all’obiettivo pratico di negoziare un
futuro plurale e inclusivo. Che si tratti di rivolte degli schiavi,
lotte dei lavoratori, insurrezioni anticoloniali o movimenti
per i diritti delle donne, la critica agli universalismi domi-
nanti ha sempre giocato un ruolo essenziale nella costru-
zione di un futuro moderno: sono anzi questi movimenti
che hanno continuamente modificato, corretto e dato vita a

125
INVENTARE IL FUTURO

un «universalismo dal basso».77 Ma se davvero ambiamo


a un futuro libero e plurale, va prima trasceso il presente
ordine globale, fondato sul lavoro salariato e l’accumulazione
del capitale. Una modernità di sinistra, in altre parole, richie-
de la costruzione di una piattaforma postcapitalista e post-
lavorista tramite la quale potranno finalmente emergere
e fiorire molteplici modi di vivere.

126
Capitolo 5

IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

Il concetto di lavoratore libero implica


già che sia povero: virtualmente povero.
Karl Marx

Finora abbiamo sostenuto come la sinistra contemporanea


tenda a una folk politics incapace di ribaltare la situazione pre-
sente e di opporsi al capitalismo globale, mentre al contrario
dovrebbe rivendicare la complessa eredità della modernità e
proporre visioni di un futuro nuovo. Ma è anche fondamentale
che queste visioni si fondino su tendenze già in atto: questo
capitolo propone dunque un’analisi circostanziale del capitali-
smo contemporaneo visto attraverso la lente del lavoro e, sulla
base di questa analisi, il capitolo successivo sosterrà che quello
a cui dobbiamo puntare è proprio un futuro senza lavoro.
Ma cosa significa invocare la fine del lavoro? Con «lavoro»
intendiamo i nostri impieghi professionali, il lavoro salaria-
to, il tempo e la fatica che cediamo a qualcun altro in cambio
di un reddito. È un tempo di cui non siamo padroni ma che è
sotto il controllo dei nostri capi, manager e datori di lavoro:
al servizio di queste figure spendiamo circa un terzo della
nostra intera vita. Il lavoro può essere qui compreso in oppo-
sizione a «tempo libero», laddove quest’ultimo è general-
mente associato ai weekend e alle vacanze. Quello che però
chiamiamo tempo libero non va a sua volta confuso con la
semplice indolenza, anche perché molte delle attività a cui più
ci piace dedicarci richiedono in realtà un impegno enorme:
imparare a suonare uno strumento musicale, leggere, socia-
lizzare con gli amici o praticare uno sport, sono tutte occu-
pazioni che comportano vari livelli di fatica e sforzo, ma che
comunque scegliamo liberamente di intraprendere. Un futu-
ro post-lavoro dunque, non è un mondo di pigrizia: piuttosto,
è un mondo dove le persone non saranno più schiave del
lavoro salariato, ma libere di modellare le proprie vite.

129
INVENTARE IL FUTURO

Un simile progetto riporta a una lunga tradizione – sia


essa marxista, keynesiana, femminista, anarchica o nazio-
nalista nera – che ha sempre rigettato la centralità del lavo-
ro;1 numerosi pensatori hanno provato in maniera diversa a
emancipare l’umanità dalla tediosa schiavitù occupazionale,
dalla dipendenza dal lavoro salariato, dalla sottomissione
delle nostre vite a un capo o a un datore di lavoro, tentando
di dischiudere un «regime di libertà» all’interno del quale
l’umanità potesse proseguire il suo progetto di emancipazio-
ne.2 Ma, precedenti a parte, sono i recenti sviluppi del capita-
lismo ad aver attribuito una nuova urgenza a questi problemi.
Il rapido progresso dell’automazione, il crescente sur-
plus di popolazione lavoratrice e la continua imposizione
di politiche di austerità economica obbligano a ripensare la
funzione del lavoro per prepararsi alle future crisi del capi-
talismo; e così come la Mont Pelerin Society fu in grado di
prevedere la crisi del sistema keynesiano (organizzandosi per
rispondere di conseguenza), così la sinistra contemporanea
dovrebbe prepararsi all’incombente crisi lavorativa. A tal
proposito, se anche gli effetti della crisi del 2008 non smetto-
no di riverberare per tutto il pianeta, è comunque troppo tar-
di per sfruttare quell’occasione: tutto attorno a noi vediamo
come il Capitale si sia già ripreso, consolidando nuovamente
il proprio potere e assumendo una forma inedita e ancora più
insidiosa. Se davvero la sinistra ha intenzione di sfruttare la
prossima opportunità che si presenterà, bisogna insomma
che si faccia trovare pronta.3
Questo capitolo spiega perché un mondo post-lavoro
è un’alternativa che più passa il tempo più diventa urgen-
te. La prima parte descrive la crisi del lavoro che già si sta
profilando: fine del posto fisso nei paesi sviluppati, crescita
della disoccupazione, surplus di popolazione, e collasso del
«lavoro» inteso come misura disciplinare capace di mantene-
re la società coesa. Quindi rivolgeremo la nostra attenzione
ai vari sintomi di questa crisi, che si manifestano non solo

130
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

nel numero di disoccupati ma anche nell’aumento della pre-


carietà, nel fenomeno della jobless recovery e nel crescente
numero di fenomeni come la marginalità e la segregazione
urbana: possiamo già notare gli effetti di questi cambiamenti
ovunque, e con essi i nuovi conflitti e problemi sociali che
così si producono. Infine, considereremo i vari modi in cui gli
Stati hanno gestito la tendenza del capitalismo a produrre un
surplus di popolazione.
Oggi la crisi del lavoro minaccia di mettere in crisi i
me­todi di controllo tradizionali: di conseguenza, da questa
crisi è possibile facilitare la produzione di quelle condizioni
sociali che permetteranno la transizione verso un futuro
libero dal lavoro salariato.

POVERI VIRTUALI
Il lavoro è un fenomeno comune a tutte le società, ma
all’interno del sistema capitalista acquisisce qualità stori-
camente uniche. Nelle società precapitaliste, nonostante il
lavoro fosse necessario, le persone avevano accesso comune
alla terra, praticavano forme di agricoltura di sussistenza e
avevano la disponibilità dei mezzi necessari quantomeno a
sopravvivere; i contadini erano poveri ma autosufficienti, e
la sopravvivenza individuale non dipendeva dal lavoro svolto
per qualcun altro. L’avvento del capitalismo cambiò tutto:
attraverso il processo conosciuto come accumulazione ori-
ginaria, i lavoratori precapitalisti furono sradicati dalla loro
terra ed espropriati dei mezzi di sussistenza.4 I contadini si
ribellarono, continuando a sopravvivere ai margini dell’e-
mergente mondo capitalista,5 e fu necessario l’uso della forza
– e di nuovi severi sistemi legislativi – per imporre il lavoro
salariato sull’intera popolazione. In altre parole, i contadini
furono trasformati in proletari.
La nuova figura sociale del proletariato venne dunque
definita proprio dalla mancanza di accesso ai mezzi di pro-
duzione e di sussistenza e dal bisogno di lavoro salariato per

131
INVENTARE IL FUTURO

sopravvivere:6 questo significa che il proletariato non è equi-


valente alla «classe operaia» e che non è definito da reddito,
professione o cultura. Il proletariato è semplicemente quel
gruppo di persone costrette a vendere la propria forza lavoro
per sopravvivere, che esse abbiano un impiego fisso o meno,7
e la storia del capitalismo è la storia della trasformazione
della popolazione mondiale in proletariato tramite l’espro-
priazione progressiva della forza lavoro rurale. In seguito
alla recente integrazione dei paesi post-comunisti nella sfera
di controllo capitalista, e assieme alla crescita economica
di India e Cina, abbiamo di recente assistito a un «grande
raddoppio» del proletariato globale, con un altro miliardo e
mezzo di persone che oggi dipendono dal lavoro salariato.8
Con l’avvento del proletariato è emersa però anche una
nuova forma di disoccupazione; in effetti, la disoccupazione
per come la intendiamo oggi è un’invenzione del capitali-
smo:9 privato dei mezzi di sussistenza, sulla scena della storia
irrompe per la prima volta un nuovo «surplus di popolazio-
ne» composto da persone incapaci di trovare un’occupazione
retribuita.10 E per quanto il capitalismo sfrutti la classe ope-
raia salariata, Joan Robinson ci ricorda come «la sventura di
essere sfruttati dai capitalisti non è nulla rispetto alla sventu-
ra di non essere sfruttati affatto».11
Perlopiù, la dimensione di questo surplus si espande e si
contrae seguendo i cicli economici: di norma, con il crescere
dell’economia i lavoratori vengono prelevati dal surplus e
integrati nel lavoro salariato, i livelli di disoccupazione scen-
dono e il mercato del lavoro si restringe. A un certo punto
però, la domanda economica va in stallo, i salari vengono
tagliati per garantire profitti più alti, oppure i lavoratori
iniziano a porre rivendicazioni troppo ambiziose. Per ragio-
ni di profitto, di inflazione,12 o semplicemente per ribadire
il dominio sulla classe operaia, i lavoratori vengono quindi
licenziati;13 di conseguenza, il surplus cresce nuovamente,
e viene tenuto in riserva per il successivo ciclo di crescita.

132
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

Questi meccanismi ciclici offrono però solo una spiegazione


parziale della nostra situazione attuale, in particolare se si
considera che la pressione salariale ha ristagnato per decen-
ni, che l’inflazione è rimasta stabile e che i movimenti operai
sono stati sconfitti pressoché ovunque. Il modello ciclico
basato sulla domanda riesce certamente a spiegare la gravità
della crisi del 2008, ma non i cambiamenti a lungo termine
del mercato del lavoro come l’aumento del precariato, la
jobless recovery, e l’emersione di mercati del lavoro non capi-
talisti. Per comprendere a pieno la nostra congiuntura storica
è quindi necessario prendere in considerazione altri fattori,
ovvero quei meccanismi che producono una tendenza seco-
lare in direzione di un surplus di popolazione sempre mag-
giore, indipendentemente dai cicli economici di espansione
e contrazione:14 e sono proprio questi meccanismi a rappre-
sentare la minaccia più grande per la riproduzione delle rela-
zioni sociali capitaliste.
Oggi, a monopolizzare l’attenzione dei media è la pro-
duzione del surplus di popolazione causata dalla tecnologia.
È un’attenzione che si è perlopiù concentrata sulla paura
di un’imminente apocalisse provocata da armate di robot
pronti a rubarci il lavoro,15 ma va ribadito che gli sviluppi
tecnologici possono anche rendere più efficienti i vecchi
processi produttivi senza ricorrere a modelli automatizzati
(come nel caso delle innovazioni nel mondo dell’agricoltu-
ra). In entrambi i casi, questo aumento della produttività
significa comunque che il capitalismo ha bisogno di meno
manodopera per produrre lo stesso output. L’automazione
sembra in ogni caso la minaccia più imminente, con stime
che suggeriscono come dal 47 all’80 percento di tutti i posti
di lavoro verranno probabilmente automatizzati nei prossimi
due decenni.16
Le stime basate esclusivamente sullo sviluppo tecnolo-
gico sono però insufficienti se vogliamo prevedere le dimen-
sioni della disoccupazione che verrà: dopotutto, nonostante

133
INVENTARE IL FUTURO

una produttività in costante crescita, nella storia del capita-


lismo il livello di occupazione è rimasto grossomodo stabi-
le, e malgrado alcuni ritardi e rallentamenti nuovi posti di
lavoro sono sempre intervenuti a rimpiazzare quelli andati
persi. Il fatto è che l’ottimismo derivato dalle esperienze pas-
sate perde di vista le basi politiche contingenti di questi dati
storici: gli interventi dei governi, i movimenti dei lavoratori,
la divisione di genere della forza lavoro e la riduzione della
settimana lavorativa sono tutti elementi che, a suo tempo,
hanno giocato un ruolo essenziale nel sostenere l’occupa-
zione. È quindi necessario ricorrere ad altre argomentazioni
per poter comprendere a quali condizioni il cambiamento
tecnologico porterà effettivamente a un incremento della
disoccupazione.
Una prima argomentazione sostiene che, dal momento
che un incremento di produttività tende a far abbassare i
prezzi di produzione, il tasso di disoccupazione sale soltanto
laddove la domanda non cresca di pari passo con l’abbassarsi
dei prezzi:17 se cioè prezzi più bassi permettono più vendite,
l’industria in questione potrebbe espandersi piuttosto che
tagliare posti di lavoro. Un argomento simile suggerisce che
lo sviluppo tecnologico crea spesso nuove realtà industriali e
quindi potenzialmente nuovi posti di lavoro, andando a rim-
piazzare quelli automatizzati18 (dall’introduzione del perso-
nal computer a oggi, per esempio, sono nati più di 1500 nuovi
tipi di lavoro).19 In entrambi i casi, i consumatori comprano
più beni (perché sono più economici, o più recenti) mentre gli
altri mantengono il loro impiego. La stessa logica si applica
ai servizi: l’invenzione del bancomat ha per esempio portato
a un minor numero di operatori impiegati nelle banche, ma
queste hanno reagito al taglio dei costi aprendo nuove filiali
ed espandendo la loro quota di mercato,20 cosicché il numero
totale degli impiegati è rimasto immutato (anche se questo
potrebbe presto cambiare, man mano che le banche migrano
sempre di più verso soluzioni online).21 In tutti questi casi la

134
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

logica è che, anche se la tecnologia elimina effettivamente


alcuni posti di lavoro, la domanda cresce a sufficienza per
produrne di nuovi.
In un secondo tipo di situazione, il cambiamento tecno-
logico raggiunge una velocità tale che una larga fetta della
popolazione si ritrova incapace di acquisire le competenze
necessarie per trovare un’occupazione.22 In questo caso,
anche se si creasse nuova domanda, non ci sarebbero abba-
stanza lavoratori competenti per svolgere questi impieghi, e
la fornitura di forza lavoro verrebbe meno:23 la velocità del
cambiamento tecnologico (e della diffusione delle nuove
tecnologie) potrebbe quindi rendere interi segmenti della
popolazione un surplus obsoleto.
Infine, in una terza situazione, le tecnologie capaci di
rimpiazzare i posti di lavoro diventerebbero di uso così comu-
ne che finirebbero inevitabilmente per ridurre la doman-
da totale di forza lavoro.24 In questa circostanza, anche se
venissero create nuove industrie, queste avrebbero bisogno
di sempre meno impiegati, dal momento che le nuove tecno-
logie avrebbero una grande flessibilità di utilizzo.25 Se anche
solo una di queste condizioni si verificasse, allora il risultato
dei cambiamenti tecnologici sarà l’aumento della disoccupa-
zione. Come vedremo, ci sono buone ragioni per credere che
alcune di queste condizioni siano in effetti probabili; ma per
quanto la disoccupazione prodotta dalle nuove tecnologie sia
al momento la causa più visibile dell’incremento del surplus
di popolazione, non è comunque l’unica.
Un altro meccanismo capace di modificare la dimen-
sione del surplus è stato già menzionato: l’accumulazione
originaria.26 Questa non è soltanto una tesi storica relativa
alla genesi del capitalismo, ma è anche un processo ancora in
corso che comporta la trasformazione delle economie di sus-
sistenza precapitaliste in economie capitaliste vere e proprie:
attraverso vari metodi, contadini poveri ma autosufficienti
vengono costretti a lasciare la propria terra e a sopravvivere

135
INVENTARE IL FUTURO

soltanto grazie al lavoro salariato. Come abbiamo visto, la


globalizzazione ha accelerato questo processo portando a un
raddoppio del proletariato globale, e se la manodopera rurale
in Cina è in esaurimento, l’integrazione di Africa e Sud Asia
fa sì che la riserva mondiale di forza lavoro sia comunque in
rapido aumento.27 Queste dinamiche producono a loro volta
un’enorme manodopera globale, dipendente dalla creazione
di un altrettanto grande numero di posti di lavoro: dunque,
indipendentemente da qualsiasi cambiamento in campo
tecnologico nel ciclo di produzione capitalista, il surplus di
popolazione continua a crescere tramite l’assimilazione di
queste nuove riserve.
In più, c’è un terzo meccanismo di esclusione di una spe-
cifica parte della popolazione dal lavoro salariato capitalista:
l’esclusione di donne e minoranze razziali.28 Mentre i pro-
blemi della schiavitù, del razzismo e del sessismo non pos-
sono essere ridotti a semplici conseguenze degli imperativi
capitalisti – sono fenomeni che rispondono infatti a logiche
di dominio ben distinte – queste dinamiche discriminatorie
hanno indirettamente finito per contribuire agli obiettivi
del Capitale.29 È stato infatti ben documentato come forme
di lavoro coatto come la schiavitù siano state un elemento
chiave per le origini del capitalismo (e continuano a esserlo
oggi),30 e come il lavoro non retribuito di moltissime donne e
carcerati appartenenti a minoranze etniche continui a essere
oltremodo sfruttato.31 A un livello più modesto, la disoccupa-
zione continua a essere distribuita in maniera non uniforme
se si prendono in considerazione le differenze di razza, gene-
re e posizione geografica (basti pensare alla devastazione del-
le città postindustriali). Certi gruppi hanno più possibilità di
essere assunti durante periodi di boom economico, ma sono
anche i primi a essere licenziati durante una recessione:32 le
minacce affrontate del surplus di popolazione sono dunque
differenziate lungo linee razziali e di genere, col risultato che
le strutture economiche di sfruttamento ed esclusione vanno

136
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

a integrarsi con altre logiche di oppressione.


In tutti questi casi, il surplus di popolazione è perlopiù
circoscritto a un particolare gruppo sociale per effetto di
strutture politiche, legali e sociali: in altre parole, non sono
solo la tecnologia e l’accumulazione originaria a rendere
difficile la ricerca di un lavoro salariato. Questi meccanismi
però si influenzano spesso tra loro: certe persone sono più
vulnerabili al cambiamento tecnologico di altre,33 e anche
l’inserimento di nuovi surplus di popolazione procede in
genere secondo linee razziali.34 Ci sono insomma tanti modi
attraverso i quali questi meccanismi – cambiamento tecnolo-
gico, accumulazione originaria e discriminazione di genere
o razziale – generano un proletariato sempre più vasto al di
fuori della forza lavoro ufficiale.
Qual è allora la composizione del surplus di popolazione
di oggi? In genere, questo può essere suddiviso in quattro
strati o segmenti differenti: il segmento capitalista, il seg-
mento non capitalista, il segmento latente e quello inattivo.35
Il primo lo conosciamo bene: a comporlo sono i disoc-
cupati e i sottoccupati che si trovano nel normale mercato
del lavoro capitalista. Questo gruppo ha accesso a un livello
minimo di welfare fornito dallo Stato, è alla perenne ricerca
di un (altro) lavoro, e quindi esercita pressioni sui salari di
coloro che hanno già un’occupazione.
Ma per la maggior parte della popolazione mondiale,
essere disoccupati è praticamente un lusso:36 in assenza di
servizi di welfare, la maggior parte delle persone sono con-
tinuamente costrette a lavorare per poter sopravvivere, e
dunque a creare nuove economie di sussistenza parallele al
capitalismo.37
Queste rappresentano appunto il segmento non capita-
lista del surplus di popolazione, composto da persone che
sono state private dei loro mezzi di sussistenza38 e che non
beneficiano di quei servizi di welfare (offerti dalla comunità
o dallo Stato) che gli permetterebbero di sopravvivere a lungo

137
INVENTARE IL FUTURO

senza un’occupazione. Le economie di sussistenza produco-


no beni destinati al mercato – chincaglieria e ninnoli vari, per
esempio – ma sono organizzate come forme di produzione
non capitaliste dato che l’obiettivo non è l’accumulazione dei
capitali.39 È un tipo di economia che sta sempre di più domi-
nando il mercato del lavoro dei paesi in via di sviluppo, dove
coinvolge tra il 30 e l’80 percento dei lavoratori.40
Un terzo gruppo del surplus, quello latente, si trova
principalmente in formazioni economiche precapitaliste che
possono essere mobiliate rapidamente all’interno del merca-
to del lavoro capitalista. Questo gruppo comprende il bacino
dei proto-proletari (inclusi i contadini), ma anche i lavora-
tori domestici non salariati e quei professionisti che vivono
con il rischio costante di tornare a far parte del proletariato,
spesso per via di processi di dequalificazione professionale
o de­skilling (per esempio, medici, avvocati e accademici).41
È un gruppo che gioca un ruolo importante, perché rappre-
senta un bacino aggiuntivo di forza lavoro a cui il capitalismo
può attingere laddove vi sia molta richiesta sul mercato.42
Infine, in aggiunta a questi strati, un enorme numero
di persone (disabili, studenti, semplici scoraggiati...) viene
considerato economicamente «inattivo».43
In generale, stando ai dati disponibili, determinare con
precisione la dimensione e la natura del surplus di popolazio-
ne è molto difficile, anche considerando che il numero tende
a fluttuare con lo spostarsi degli individui da una categoria
all’altra; ma diverse misurazioni convergono, suggerendo che
sia di gran lunga superiore al numero dei lavoratori attivi.44
Questa è la crisi del lavoro che il capitalismo dovrà affronta-
re negli anni e nei decenni a venire: la mancanza di posti di
lavoro decenti per un proletariato sempre più vasto.
In altri tempi, che il surplus di popolazione fosse un pro-
blema era un’idea che veniva apertamente derisa: durante
l’«età dell’oro» del capitalismo il basso tasso di disoccupazio-
ne, l’abbondanza di posti di lavoro stabili, i salari in salita e

138
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

gli alti standard di vita fecero sì che il rapporto causale tra


capitalismo e surplus di popolazione venisse facilmente
liquidato. Eppure, mentre la maggior parte dei pensatori di
sinistra si dedicò ai problemi di crescita economica creati dal
capitalismo, una tradizione intellettuale sotterranea ha da
sempre insistito che il surplus di popolazione crea un pro­
blema di riproduzione sociale.
Sorprenderà poco scoprire che, tra i pochi in grado di
intravedere un potenziale in questa classe di surplus, ci furo-
no spesso pensatori collocati al di fuori dell’efficiente ordine
capitalista:45 scrivendo da Algeri negli anni Settanta, Eldridge
Cleaver sostenne con preveggenza che «quando i lavoratori
diventano permanentemente disoccupati, accantonati a cau-
sa del raffinamento dei processi produttivi, questi ritornano
alla loro condizione [proletaria] basilare», e che «il vero ele-
mento rivoluzionario della nostra era è [il proletariato]».46 Dal
cuore della roccaforte capitalista, Paul Mattick definì questa
la «più importante tra tutte le contraddizioni del capitali-
smo».47 In tempi più recenti, i teorici della comunizzazione
hanno offerto importanti contributi all’analisi della crisi del
lavoro salariato, mentre Fredric Jameson ha definito il Capi-
tale «non un libro di politica, né un libro sul lavoro: è un libro
sulla disoccupazione»:48 viene infatti spesso dimenticato
come fu proprio Marx a sostenere che l’espulsione del surplus
di popolazione fosse parte della «legge generale e assoluta
dell’accumulazione capitalista».49
In seguito alla crisi del 2008 e alla protratta stanchezza
del mercato del lavoro, non ci si dovrebbe sorprendere che
il problema del surplus di popolazione stia di nuovo emer-
gendo. Con il rapido progresso della tecnologia, il già enorme
numero di persone incluse in questo surplus sembra essere
destinato a crescere ulteriormente. La stessa base sociale del
capitalismo inteso come sistema economico – la relazione tra
proletariato e datori di lavoro, mediata dal lavoro salariato
– si sta rapidamente dissolvendo.

139
INVENTARE IL FUTURO

LA MISERIA DI NON ESSERE SFRUTTATI


Come abbiamo visto, solo una piccola parte della forza lavo-
ro globale ha formalmente un impiego retribuito, e questo
numero è sceso sempre di più dopo la crisi del 2008. I sintomi
più evidenti della crescita del surplus di popolazione possia-
mo leggerli nei cambiamenti che hanno riguardato i dati sta-
tistici sulla disoccupazione a lungo termine. Nell’immediato
dopoguerra, un tasso di disoccupazione dell’1 o del 2 percento
era considerato un obiettivo raggiungibile dalle economie
sviluppate: negli anni Cinquanta e Sessanta, nel Regno Unito
e negli Stati Uniti la disoccupazione rimase stabile attorno
all’1 e al 2 percento, mentre in Germania scese fin sotto l’1
percento.50 I successivi decenni hanno visto un costante
aumento del livello di disoccupazione considerato accettabi-
le, accompagnato da un rallentamento della crescita dei tassi
di occupazione.51 Oggi la Federal Reserve considera il 5,5 per-
cento come un tasso ottimale di disoccupazione a lungo ter-
mine, più del doppio dei livelli del dopoguerra.52 Negli Stati
Uniti la percentuale di uomini senza lavoro è triplicata dagli
anni Sessanta a oggi, e anche quella di donne è aumentata,
nonostante partisse da un livello già molto più alto.53 Mentre
la proporzione delle persone con un lavoro è precipitata, negli
ultimi decenni il surplus di popolazione è cresciuto costan-
temente:54 a livello globale, in seguito alla crisi del 2008 il
tasso di disoccupazione ha continuato a salire sia in termini
assoluti che relativi.55 Il tasso di creazione di posti di lavoro è
rimasto di gran lunga inferiore, generando per lo più impieghi
part-time, e la previsione è che questa tendenza si trascinerà
anche nel futuro.56 Nel frattempo i tassi di partecipazione alla
forza lavoro sono in continuo declino, e la previsione è che
continueranno a calare nei decenni che verranno.57 Ma questi
dati rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.
La crisi del lavoro e gli effetti del surplus di popolazione
non si manifestano soltanto tramite le misurazioni dirette,
ma anche attraverso effetti più sottili e indiretti.

140
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

Uno di questi – l’aumento del lavoro precario – esem-


plifica lo stato del mercato neoliberale del lavoro in tutte le
economie sviluppate.58 Paragonate alle carriere stabili e ben
remunerate delle generazioni precedenti, le occupazioni di
oggi sono generalmente caratterizzate da più ore di lavoro
occasionale, stipendi bassi e stagnanti, poca tutela dei lavora-
tori e una montante insicurezza sul futuro.59 La tendenza alla
precarietà ha diverse cause, ma una delle funzioni principali
di un surplus di popolazione è proprio quella di permettere
ai capitalisti di esercitare una pressione sempre maggiore
su quei pochi fortunati che un lavoro ce l’hanno.60 Con la
crescita del surplus, e le più scarse opportunità disponibili
sul mercato del lavoro, oggi ci troviamo dinanzi a moltissimi
lavoratori che cercano di ottenere pochissimi posti di lavoro:
per i datori, una classica situazione da «coltello dalla parte
del manico». La minaccia di spostare una fabbrica all’estero,
per esempio, è possibile solo grazie a una saturazione del
mercato del lavoro globale. Di conseguenza, i datori acqui-
stano maggior potere sui lavoratori, e la qualità degli impie-
ghi disponibili diminuisce (andando a integrare le quantità
misurate delle statistiche di disoccupazione): questo è esat-
tamente il meccanismo che abbiamo potuto osservare nei
decenni passati.
In tutta Europa l’intensità del lavoro, in termini di ritmo
come di richiesta, è aumentata.61 La transizione verso le cate-
ne di distribuzione just-in-time ha esacerbato la domanda di
occupazione, mentre tecnologie per la sorveglianza sempre
nuove vengono impiegate per il controllo degli impiegati e
in alcuni casi persino per monitorarne le abitudini al di fuo-
ri degli orari di lavoro.62 Il declino della qualità dei posti di
lavoro disponibili si rileva anche nel taglio delle ore lavora-
tive piuttosto che in una completa eliminazione delle pro-
fessioni, e questo è particolarmente evidente se si osserva
la crescita del numero di occupazioni part-time, flessibili o
freelance negli ultimi trent’anni:63 il tasso di disoccupazione

141
INVENTARE IL FUTURO

relativamente basso nel Regno Unito dopo la crisi del 2008


dipende, per esempio, dal gran numero di persone che lavo-
rano in proprio ma che sopravvivono con stipendi da fame.64
Negli Stati Uniti più di sei milioni e mezzo di persone sono
costrette a lavori part-time, benché desiderino un’occupa­
zione a tempo pieno.65
Questa trasformazione del lavoro in occupazione occa-
sionale è anche condizionata da innovazioni quali il crowd-
sourcing per determinati obiettivi o progetti, le agenzie per
il lavoro temporaneo e i contratti «a zero ore», che si aggiun-
gono alle dure condizioni sul posto di lavoro e all’assenza di
sussidi (a tal proposito, nel Regno Unito si stima che quasi il 5
percento di tutti i lavoratori siano stati assunti con contratti a
zero ore).66 Il surplus di popolazione ha anche esercitato una
pressione al ribasso sui salari: alcune stime suggeriscono che
per ogni aumento di un solo punto percentuale del livello
di stagnazione del mercato del lavoro vi sia un incremento
dell’1,6 percento nel tasso di diseguaglianza del reddito.67
Salari stagnanti e quote sempre più basse di risorse destinate
all’occupazione sono entrambi fenomeni legati a una satura-
zione del mercato del lavoro,68 e molti economisti ritengono
che l’automazione e la globalizzazione del proletariato siano
le principali cause della situazione salariale venutasi a creare
da qualche decennio a questa parte.69 Tendenze del genere
sono proseguite anche dopo la crisi del 2008, con una cresci-
ta salariale rallentata in tutti i paesi del G20 (compresa una
drastica caduta nel Regno Unito).70
La crescita rallentata dei salari provoca una situazione di
precarietà anche nella sfera personale, con una generalizzata
ansia provocata dagli alti debiti dei consumatori e dai pochi
risparmi a disposizione.71 Negli Stati Uniti il 34 percento
di tutti i lavoratori fa fatica ad arrivare a fine mese, mentre
nel Regno Unito il 35 percento delle persone non potrebbe
sopravvivere più di un mese attingendo solamente ai propri
risparmi.72 Nelle sue forme più feroci la precarietà produce

142
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

anche un aumento di patologie quali depressione, ansia e


tendenze suicide, una forma di «surplus» che sfugge agli
indicatori economici tradizionali:73 la disoccupazione viene
infatti associata a un quinto dei suicidi su scala mondiale,
un dato preoccupante che in seguito alla crisi finanziaria è
andato soltanto peggiorando.74
Assieme alla precarietà, fenomeni come il surplus di
popolazione e l’automazione portata in dote dalla tecnologia
ci aiutano a comprendere una nuova tendenza riscontrabile
sul mercato del lavoro: la jobless recovery o «ripresa senza
lavoro», che per l’appunto interviene quando un’economia
riesce a uscire da un periodo di crisi senza però stimolare la
crescita occupazionale.75 Riprese di questo tipo, ormai comu-
ni nell’economia statunitense,76 si sono protratte sempre più
a lungo dagli anni Novanta a questa parte;77 la crisi presente
non fa eccezione, dato che più di un milione di posti di lavoro
scomparsi devono ancora essere recuperati, e le previsioni
suggeriscono che il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti
rimarrà ben al di sopra dei livelli pre-crisi almeno fino al
2024.78 Questo però è anche un fenomeno globale, e l’econo-
mia mondiale attualmente crea nuovi posti di lavoro così len-
tamente che il loro numero totale resterà significativamente
al di sotto dei livelli pre-crisi per almeno un altro decennio.79
Cosa produca queste riprese senza lavoro non è ancora
chiarissimo. Quello che però sappiamo è che sono in qualche
modo correlate all’automazione:80 gli unici posti di lavoro
che hanno conosciuto un simile tipo di ripresa sono in effetti
quelli che negli ultimi decenni più hanno subito la minaccia
dell’automazione, come ad esempio i lavori di routine e quelli
semispecializzati.81 In più, la perdita di questi posti di lavoro
ha avuto luogo quasi esclusivamente durante e dopo periodi
di recessione:82 in altre parole, durante i periodi di crisi i posti
di lavoro automatizzabili scompaiono definitivamente.
Se da qui in avanti i processi di automazione accelere-
ranno ulteriormente, problemi del genere non solo andranno

143
INVENTARE IL FUTURO

intensificandosi, ma il Capitale sfrutterebbe i periodi di crisi


per eliminare questi posti di lavoro una volta per tutte.83 La
lentezza che contraddistingue il ritorno dei posti di lavoro si
esprime a sua volta come un aumento della disoccupazione a
lungo termine, causando una segregazione sempre più netta
di interi gruppi di persone fuori dal mercato del lavoro uffi-
ciale. Dalla più recente crisi a oggi, la lunghezza media dei
periodi di disoccupazione è raddoppiata e non dà segni di
diminuzione;84 periodi di disoccupazione tanto estesi sug-
geriscono la presenza di un problema strutturale, ed è un
problema a cui i lavoratori fanno sempre più fatica ad adat-
tarsi, così come ci vuole tempo e fatica per acquisire nuove
capacità da zero: i lavoratori licenziati da un settore come la
vendita al dettaglio avranno per esempio molte difficoltà a
trovare un lavoro in settori in forte crescita come quelli nel
campo informatico.
Nel frattempo, anche laddove lavoratori disoccupati da
molto tempo riescano infine a trovare una nuova occupa-
zione, con molta probabilità verranno assunti ai margini del
mercato, con paga più bassa e contratti temporanei.85 Insom-
ma, le riprese senza lavoro non fanno altro che esasperare
i problemi della precarietà, intensificando il processo di segre-
gazione di una parte della popolazione che si ritrova perma-
nentemente disoccupata. Detta altrimenti: la disoccupazione,
o la sua costante minaccia, stanno diventando la regola per la
grande maggioranza di tutti i lavoratori.
In diverse aree urbane, disoccupazione e segregazione
dal normale mercato del lavoro sono da tempo un tratto
caratterizzante della normale vita di tutti i giorni. Nel-
le banlieues di Parigi, nei ghetti degli Stati Uniti e in tante
altre sacche di povertà metropolitana, intere comunità
sono state letteralmente separate dalle grandi tendenze
dell’economia e costrette alla stagnazione persino in perio-
di di crescita.86 Molto spesso gli spazi di segregazione sono
organizzati secondo coordinate razziali: marginalizzazione

144
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

sistematica e disinteresse trasformano queste comunità in


aree dove la vita è difficile, caratterizzata com’è da scarsa
coesione sociale, abitazioni fatiscenti e ovviamente alti tassi
di disoccupazione.87 Le origini storiche di queste aree sono
ben conosciute: razzismo, schiavitù, processi di esclusione
prodotti dalle scelte della politica, violenza fisica, migrazione
da parte dei bianchi...88 Nell’America degli inizi del XX secolo
la meccanizzazione dell’agricoltura costrinse per esempio la
popolazione rurale nera a trasferirsi nelle aree urbane: qui i
neri rimasero in gran parte senza lavoro, dato che il razzismo
dilagante continuò a precludere loro la possibilità di trovare
un impiego in ambito tessile o manifatturiero. Inoltre, la raz-
zializzazione del surplus di popolazione permise ai datori di
lavoro di manipolare la classe operaia bianca, mantenendo i
salari al minimo e impedendo la creazione di sindacati.89 Con
la crescita del capitalismo nel dopoguerra, il mercato mani-
fatturiero fu aperto anche ai lavoratori neri, e già nella metà
degli anni Cinquanta i tassi di disoccupazione giovanile di
bianchi e neri erano grossomodo simili.90 Ma la globalizza-
zione della riserva di manodopera portò enormi problemi ai
lavoratori neri non specializzati: le fabbriche manifatturiere
iniziarono a essere spostate all’estero o fortemente automa-
tizzate, e a pagare le conseguenze del processo di deindu-
strializzazione furono innanzitutto loro.91 I posti da operaio
presero a scomparire dalle città per essere rimpiazzati dagli
impieghi nel settore terziario, spesso collocati in lontane aree
suburbane.92
I ghetti urbani vennero lasciati all’abbandono, trasfor-
mandosi così in aree ad alta concentrazione di disoccupati a
lungo termine,93 trappole per poveri senza prospettive lavora-
tive e con poco sostegno della comunità, in cui a proliferare
erano le economie sommerse.94 Intere comunità vennero così
escluse dalla macchina del Capitale e lasciate a loro stesse,
costrette a sopravvivere con il poco che riuscivano a racimo-
lare: chi era in cerca di uno stipendio si ritrovò costretto ad

145
INVENTARE IL FUTURO

accettare lavori in nero, alle nuove attività commerciali veniva


negato il sostegno delle banche (per bianchi) col risultato che
l’unica via d’uscita era rivolgersi agli usurai, e la disperazione
dilagante si risolse in una proliferazione di attività illegali.95
Specularmente al fenomeno della disoccupazione ai
margini delle grandi aree urbane, anche le economie in via
di sviluppo devono affrontare il problema dell’espansione
e della concentrazione del proprio surplus di popolazione
in quartieri poveri, favelas e baraccopoli. Su scala globale,
queste realtà si sono estese a livelli senza precedenti per via
della spinta esercitata sulla forza lavoro urbana verso le eco-
nomie informali e marginali.96 Come riporta una relazione
delle Nazioni Unite, «le città sono diventate discariche per
il surplus di popolazione che si compone di lavoratori non
specializzati e sottopagati impiegati nell’ambito di servizi e
commercio».97
La principale causa dell’espansione di slum e quartieri
poveri è l’accumulazione originaria: forzata dal colonialismo
prima e da politiche strutturali poi, la classe contadina di
molti paesi in via di sviluppo è stata spinta ad abbandonare
le campagne sotto la pressione della competizione globale,
del rapido processo di industrializzazione e dello scatenar-
si dei cambiamenti climatici. Come già successo durante il
processo di industrializzazione europeo, i lavoratori rurali,
ormai senza terra, sono costretti a migrare nelle aree urbane
nella speranza di trovare un lavoro, e questo processo ha por-
tato alla concentrazione del proletariato urbano in quartieri
poveri e indigenti.98
Qui però le somiglianze finiscono, dal momento che in
Europa la transizione venne accompagnata dalla creazione
di un numero sufficiente di posti di lavoro, dall’emergere
di una classe operaia organizzata, e dalla disponibilità di
alloggi per i migranti.99 Questa narrativa è stata invece stra-
volta dalle condizioni imposte dallo sviluppo postcoloniale:
l’industrializzazione che abbiamo conosciuto in questi anni

146
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

ha avuto luogo in un contesto segnato non dalla scarsità di


lavoro, ma da una forza lavoro che era contemporaneamente
enorme e globale.100 Ne consegue che, oltre alle minime pro-
spettive occupazionali e alla carenza di alloggi adeguati, uno
dei risultati è stato lo scarso sviluppo di una classe operaia
«tradizionale».101 I nuovi migranti urbani sono stati lasciati
in una specie di stato di transizione permanente a metà tra
contadini e proletari, occasionalmente costretti a vivere
in un ciclo stagionale che oscilla tra realtà rurale e miseria
urbana.102 In questo modo, baraccopoli e alloggi improvvisati
rappresentano una doppia esclusione: dalla terra e dall’eco-
nomia ufficiale.103
L’umanità in surplus, privata dei mezzi di sussistenza tra-
dizionali e lasciata senza un’occupazione, è stata costretta a
inventarsi le proprie economie di sussistenza non capitaliste.
La maggior parte del lavoro svolto in questi contesti rimane a
un livello informale: sottopagato, insicuro, irregolare e senza
il supporto dello Stato; in simili economie la produzione è
sì organizzata in forme perlopiù non capitaliste, ma rimane
comunque orientata alla produzione di beni da immet­tere
sul mercato, anziché al consumo personale. È proprio la
mediazione del mercato che anzi distingue le economie di
sussistenza postcoloniali dalle altre economie precapitali-
ste,104 anche se entrambe non sono altro che metodi disperati
per la sopravvivenza.105
Anche se è l’accumulazione originaria ad aver causato la
creazione di queste baraccopoli, è la «deindustrializzazione
prematura» che ne ha consolidato l’esistenza. Se in passato
i periodi di industrializzazione partorirono quantomeno un
numero di posti in fabbrica sufficiente a dare un’occupazione
al nuovo proletariato, la deindustrializzazione prematura
rimette tutto in discussione: gli avanzamenti tecnologici
ed economici permettono oggi di saltare completamente la
fase di industrializzazione, il che significa che le economie
in via di sviluppo si stanno deindustrializzando a un tasso di

147
INVENTARE IL FUTURO

reddito pro capite molto più basso di quello di altri paesi,


e con un tasso di occupazione nel settore manifatturiero
assai minore.106 La Cina è un ottimo esempio: diversi fattori
– declino dell’occupazione nel settore industriale,107 conso-
lidamento delle mobilitazioni dei lavoratori,108 aumento dei
salari109 e limiti demografici – stanno obbligando il paese a
concentrarsi sullo «sviluppo tecnologico e il potenziamento
della produzione» per riuscire a mantenere l’economia in
crescita.110 Un’importante causa del processo di deindustria-
lizzazione è proprio l’automazione: la Cina è infatti il primo
paese al mondo per acquisto di robot industriali, tanto che
si prevede che il numero totale di robot operativi nelle fab-
briche cinesi sarà presto maggiore di quello europeo o nord­
americano;111 più passa il tempo, più la cosiddetta «fabbrica
del mondo» si sta robotizzando.
Un’altra forma di deindustrializzazione può essere osser-
vata nel «rientro» delle industrie nelle economie sviluppate (il
cosiddetto reshoring), ma in forma automatizzata e jobless.112
Il processo di deindustrializzazione si sta inoltre allargando
alle economie in via di sviluppo del Sud America, dell’Africa
subsahariana e della maggior parte dei paesi asiatici;113 per-
sino in paesi dove l’impiego in campo industriale è cresciuto
in termini assoluti, si è però verificata una decrescita signifi-
cativa nell’intensità del processo produttivo.114 Il risultato di
tutto questo non è soltanto la scarsa consistenza di una vera e
propria classe operaia, ma anche la difficoltà con cui la forza
lavoro si confronta con un percorso occupazionale sempre
più accidentato.
Una deindustrializzazione tanto precoce da una parte
sta privando la maggior parte del proletariato urbano globale
della possibilità di sostenersi con il lavoro agricolo, dall’altra
lo sta lasciando senza l’opportunità di un impiego proprio
nel settore dell’industria. Alcuni osservatori si aggrappano
alla speranza che ad assorbire il surplus di popolazione sarà
il nuovo settore dei servizi, ma la cosa pare poco probabile:

148
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

persino in India, centro mondiale dell’outsourcing dei servizi


e delle industrie hi-tech, solo una piccola fetta della forza
lavoro è impiegata nei campi dell’informatica e della comu-
nicazione.115 Cosa ancora più importante, il potenziale nel
settore terziario è limitato dalla più recente ondata di auto-
mazione, che probabilmente finirà con l’eliminare quegli
impieghi non specializzati e a bassa retribuzione che sono
stati comunemente oggetto di outsourcing (come ad esem-
pio i lavori da scrivania, quelli da call center o le mansioni di
data entry).116 Quando anche i lavori cognitivi non di routine
verranno automatizzati l’effetto potrebbe essere quello di
un declino delle economie basate sui servizi, fenomeno che
andrebbe ad aggiungersi a quello della deindustrializzazione
prematura, e questo potrebbe significare che i nuovi trend
tecnologici finiranno per consolidare l’esistenza di vaste
fette di popolazione costrette a vivere in ghetti e all’interno
di economie informali e non capitaliste.
In ultima analisi, benché le misurazioni dei tassi di
disoccupazione siano in grado di darci un’idea della dimen-
sione del problema del surplus di popolazione, sono proprio
precarietà, ripresa senza lavoro e marginalità urbana di
massa gli indicatori che meglio esprimono la restrizione del
mercato del lavoro globale.

LA VENDETTA DEL SURPLUS


L’esistenza di ampi surplus di manodopera, per il capitalismo
è in un certo senso un vantaggio: questi vengono infatti uti-
lizzati come strumento disciplinare contro la classe operaia
(particolarmente quando vengono filtrati da venature razzi-
ste, nazionaliste e sessiste) e come «esercito di riserva» nei
periodi di crescita economica. In più, l’esistenza del surplus
permette la riduzione dei salari, amplifica la diffusione di
uno spirito di competizione tra i lavoratori, e crea un perenne
ostacolo alle ambizioni del proletariato. È anche attraverso
queste ragioni che è possibile spiegare la spinta planetaria,

149
INVENTARE IL FUTURO

promossa da imperialismo e globalizzazione, verso l’assimi-


lazione della popolazione mondiale all’interno di una forza
lavoro globale.117
Ma, d’altra parte, il Capitale richiede anche l’esistenza di
un particolare tipo di surplus di popolazione: sottopagato,
docile, vulnerabile.118 Senza simili requisiti, diventerebbe un
problema: stanco di abbassare la testa e di piegarsi a una con-
dizione di perenne sostituibilità, il surplus di popolazione
finirebbe con l’opporsi al sistema tramite rivolte, migrazioni
di massa, criminalità o altri gesti capaci di arrestare il pacifico
procedere dell’ordine delle cose. Il risultato è che il capitali-
smo deve allo stesso tempo produrre un surplus disciplinato
e usare la violenza e l’intimidazione contro quei settori che
scelgono invece di ribellarsi.
Uno dei principali metodi impiegati per controllare que-
sto surplus riottoso è l’ideale socialdemocratico della «piena
occupazione», secondo il quale ogni lavoratore (uomo) fisi-
camente abile ha diritto a un lavoro garantito. In ossequio a
questo ideale le politiche economiche mirano a reinserire il
surplus nell’apparato capitalista sotto forma di diligenti lavo-
ratori salariati, sulla scorta di un progetto reso possibile dal
consenso egemonico stabilitosi tra rappresentanti del lavoro
e del Capitale. L’apogeo di questo approccio fu raggiunto nel
dopoguerra, quando a trasformare la piena occupazione in
un obiettivo economico necessario furono da una parte le lot-
te operaie, dall’altra le preoccupazioni dei conservatori per la
preservazione dell’ordine sociale.119 Nella breve «età dell’oro»
del capitalismo che ne seguì la disoccupazione fu mantenuta
al minimo, mentre il Capitale – per potersi espandere e con-
tinuare il processo di accumulazione – dovette rivolgersi alle
popolazioni precapitaliste sparse per il globo.120
L’aumento dell’occupazione venne raggiunto perlopiù
grazie a una crescita economica stabile capace di far aumen-
tare la domanda di lavoratori.121 Storicamente, la crescita del-
le economie nazionali è sempre stata importante per tenere

150
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

sotto controllo gli effetti della disoccupazione prodotta dalla


tecnologia: le soluzioni possono essere o l’incremento della
produzione per le industrie già esistenti, o la creazione di
industrie totalmente nuove per poter così dare un impiego
ai nuovi lavoratori. Attorno alla seconda metà del XIX secolo
l’aumento della produzione creò, per esempio, quei posti di
lavoro che riuscirono a controbilanciare l’influsso del surplus
di popolazione proveniente dal settore agricolo;122 nei periodi
immediatamente precedenti e successivi alla guerra, la cre-
scita dei posti di lavoro nel settore industriale fu sostenuta
dall’emergere del consumismo di massa e dall’incremento
delle spese militari;123 oggi invece possiamo individuare
tentativi simili nei processi di accumulazione tramite espro-
priazione, vale a dire nella trasformazione di beni pubblici (o
comuni) in prodotti privatizzati (e mercificati).
Per permettere la crescita della domanda di lavoro è però
necessario che ci sia un bacino di offerta, e cioè una forza
lavoro sempre più specializzata: e in questo il sistema edu-
cativo gioca da sempre una funzione chiave, al punto che le
origini dell’istruzione secondaria stanno proprio nel tenta-
tivo di produrre manodopera più qualificata. Nel periodo di
alta disoccupazione che segnò la Grande Depressione, un
concetto come la «formazione al lavoro» trovò per esempio
ampi consensi,124 mentre i primi neoliberali arrivarono al
punto di sostenere che l’istruzione fosse necessaria solo ai
fini di un adattamento degli individui ai costanti cambia-
menti dell’economia.125 Oggi le aree di crescita del mercato
tendono a essere quelle degli impieghi specializzati, dei
lavori cognitivi e non di routine,126 il che significa che qual-
siasi ambizione di piena occupazione richiede sempre più
che i lavoratori siano in possesso di qualifiche specializzate:
sono in effetti richieste di questo tipo a rendere più chiare
le politiche aggressive che molti governi adottano al fine di
ridurre l’istruzione universitaria a poco più che un tirocinio
di lavoro.127 L’obiettivo dell’intera società diventa così quello

151
INVENTARE IL FUTURO

di produrre soggetti competitivi, stretti nella morsa di un


continuo ciclo di automiglioramento, necessario per poter
essere considerati «assumibili».128
La richiesta che i lavoratori vengano continuamente
riqualificati e formati e che la politica intervenga per sostene-
re una crescita economica stabile è quindi una componente
necessaria per la piena occupazione.129 Ma sebbene la richie-
sta di nuovi posti di lavoro rimanga ideologicamente perva-
siva, l’obiettivo di un lavoro per tutti è ormai irrealizzabile.
La situazione del mercato del lavoro che si venne a creare nel
dopoguerra fece sì che, per il capitalismo, la crescente forza
della classe operaia divenne sempre di più un problema e, in
particolare, la stagflazione degli anni Settanta rappresentò
un’opportunità per invertire la priorità data all’occupazione:
gli effetti prodotti dalla pressione di classe – interruzioni
della produzione, crescita dei salari, diminuzione dei pro-
fitti – furono un fattore cruciale che motivò la decisione
delle banche centrali di aumentare i tassi di interesse, nella
speranza di ridurre la domanda aggregata e di aumentare la
disoccupazione130 (in effetti, il principale consulente econo-
mico di Margaret Thatcher finì con l’ammettere che la guerra
contro l’inflazione fu, indirettamente, una guerra contro la
classe operaia).131 Le severe politiche monetarie dei primi
anni Ottanta ebbero a loro volta lo scopo di indebolire il pote-
re dei lavoratori, far aumentare la disoccupazione fino a un
livello accettabile per il Capitale e mettere fine al sogno della
piena occupazione.
Ma se anche l’ideale della piena occupazione non fosse
stato messo sotto attacco, la disponibilità di posti di lavoro
per tutti richiede necessariamente una forte crescita eco-
nomica: e questa, per l’economia globale, è una prospettiva
che sembra sempre meno probabile. Negli ultimi anni la
crescita globale è rimasta significativamente al di sotto dei
livelli raggiunti nel periodo pre-crisi,132 ed economisti di ogni
estrazione politica avvertono che, a causa dei fondamentali

152
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

mutamenti delle nostre economie, la crescita si è ormai sta-


bilizzata a un livello permanentemente più basso.133 Inoltre,
le compagnie ai vertici di quei settori considerati in grande
crescita – come Facebook, Twitter o Instagram – non creano
una quantità di posti di lavoro paragonabile a quella di com-
pagnie tradizionali come Ford o General Motors:134 le nuove
industrie impiegano appena lo 0,5 percento della forza lavoro
americana (un dato che non suona esattamente esaltante)135
e a seguito di un rapido declino oggi le nuove imprese creano
in media il 40 percento di posti di lavoro in meno rispetto a
vent’anni fa.136
Allo stato attuale, il vecchio progetto socialdemocratico
di incoraggiare l’occupazione grazie alle nuove industrie è
destinato a fallire per via della bassa intensità del lavoro
e di una crescita economica a singhiozzo. Certo, si potrebbe
immaginare che, con il giusto cocktail di misure e pressio-
ni politiche, il ritorno alla piena occupazione sia un’ipotesi
ancora percorribile.137 Ma considerato che il picco dell’era
socialdemocratica reggeva anche sull’esclusione delle don-
ne dalla forza lavoro, dovremmo piuttosto chiederci se un
lavoro davvero per tutti sia mai stato un traguardo davvero
raggiungibile.
Se la piena occupazione è dunque rimasta allo stato di
mistificazione ideologica, il modo in cui ha normalizzato il
lavoro ha però ancora un effetto tangibile sui disoccupati:
i cambiamenti del welfare, la creazione del cosiddetto work­
fare e l’insistenza sui lavori «socialmente utili» sono in que-
sto senso esempi sempre più insidiosi. D’altronde, così come
il concetto di piena occupazione ha cambiato nel tempo
diverse sfumature, anche la disoccupazione è stata concepita
in modi differenti:138 all’inizio veniva considerata come un
incidente di percorso individuale, un problema da mitigare
tramite soluzioni di tipo semi-assicurativo. Ma la Grande
Depressione stravolse questo atteggiamento, e la disoccupa-
zione di massa iniziò a essere analizzata come un problema

153
INVENTARE IL FUTURO

strutturale (e pertinente soltanto agli uomini): i movimenti


dei lavoratori enfatizzarono la necessità di un lavoro per tutti,
e i governi reagirono adottando misure di welfare e politiche
per l’occupazione.
Oggi molte delle trasformazioni che hanno per oggetto
lo stato sociale possono essere interpretate come tentativi di
recuperare la funzione disciplinare del disoccupato: il lavoro
non retribuito sotto forma di workfare ha l’effetto di limitare
la crescita dei salari e rappresenta una minaccia per quelli
che un impiego ce l’hanno già; la figura del disoccupato in
cerca di lavoro impone a tutti una norma, mentre l’attacco
portato ai sussidi a varie forme di disabilità, sta trasfor­
mando in «lavoratori potenziali» persino persone che fino a
poco tempo fa erano considerate estranee alla forza lavoro.139
I disoccupati devono poi adempiere a una lunga serie di
obblighi per poter sperare di ricevere finanche il minimo dei
sussidi: partecipare a corsi di aggiornamento, compilare sem-
pre nuove domande di assunzione, ascoltare i consigli degli
«esperti», e ovviamente lavorare gratis. L’incremento della
sorveglianza e del controllo da parte dello Stato ha lo scopo di
produrre un surplus di popolazione flessibile e ben addestra-
to, che sia dunque capace anche di esercitare pressioni sui
lavoratori già in possesso di un’occupazione. Importa poco
che le misure contro la disoccupazione riescano o meno nei
loro intenti dichiarati, dato che il loro vero scopo è un altro:140
il welfare state è ormai diventato nient’altro che un’istituzio-
ne progettata per mobilitare il surplus di popolazione contro
i lavoratori.
La gestione del surplus di popolazione non si basa solo
sulla produzione di lavoratori ben disciplinati e di disoccu-
pati disposti a tutto. Le misure punitive e il controllo statale
stanno diventando sempre più comuni quando si ha a che
fare con gli eccessi del Capitale: per esempio, dimensione
e composizione del surplus di popolazione vengono atten-
tamente regolate grazie a rigide politiche di immigrazione.

154
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

Per questo surplus, migrare verso un paese con migliori pro-


spettive lavorative è una risposta naturale agli alti tassi di
disoccupazione del proprio paese, ed è infatti un fenomeno
storicamente molto comune. Nel XIX secolo, con la trasfor-
mazione dell’agricoltura e delle campagne provocata dalla
meccanizzazione, la via di emigrazione principale fu quella
verso il Nuovo Mondo,141 ma la possibilità di emigrare verso il
mondo sviluppato è oggi preclusa, e benché vengano tirate in
ballo diverse ragioni per giustificare un controllo più rigido
dell’immigrazione, la considerazione principale è stata per-
lopiù quella di tenere sotto controllo il numero di lavoratori
di riserva, potenzialmente turbolenti.142
E così oggi assistiamo alla militarizzazione del confine
tra Stati Uniti e Messico, alla creazione di una Fortezza
Europa sempre più blindata, a misure giustificate dall’in-
fondata paura di stranieri che verrebbero a rubarci il lavoro.
Eppure tanta è la disperazione di questi migranti che, anche
di fronte alla possibilità di morire, scelgono comunque di
intraprendere un viaggio pieno di pericoli verso un paese
nuovo. Il risultato è che negli ultimi quindici anni più di
22.000 migranti hanno perso la vita cercando di entrare in
Europa, più di 6000 sono morti attraversando il confine tra
Stati Uniti e Messico, e più di 1500 nel tentativo di raggiun-
gere l’Australia.143 Queste letali barriere anti-immigrati sono
uno dei meccanismi principali usati oggi per segregare e con-
trollare il surplus di popolazione globale.
Ovviamente, la discriminazione razziale è un’altra parte
integrante del trattamento riservato ai migranti: gli immi­
grati non sono semplicemente rappresentati come individui,
ma come altre razze. Quando leggiamo che «orde di clande-
stini» stanno minacciando la sacralità dei confini europei, o
che i lavoratori migranti nel settore tessile in Thailandia sono
soggetti a sfruttamento e abusi, in entrambi i casi è evidente
come le gerarchie razziali siano un elemento essenziale per il
controllo del surplus di popolazione.144

155
INVENTARE IL FUTURO

Quando il tentativo di cooptare il surplus all’interno di


un bacino di forza lavoro ben disciplinato fallisce, lo Stato
ricorre da sempre all’imprigionamento, all’esclusione e alla
violenza: e infatti in tutto il mondo è aumentata l’incarce-
razione di massa, e con essa la popolazione carceraria sia
in termini relativi che assoluti.145 Inutile dire che anche
qui si celano dinamiche razziali: in modo più evidente nel
caso della popolazione nera negli Stati Uniti, ma anche nel
caso dei musulmani in Europa, delle popolazioni indigene
in Canada, e in generale nel fenomeno della deportazione
e della detenzione di migranti in tutto il mondo.146 Questi
sistemi di incarcerazione si estendono al di là delle prigio-
ni, e sono costituiti da una rete di leggi, tribunali, politiche,
usanze e regole che, messe insieme, aiutano a soggiogare un
gruppo specifico di persone.147
L’incarcerazione di massa è un sistema di controllo sociale
indirizzato principalmente al surplus di popolazione, anziché
alla criminalità. Per esempio, gli aumenti del tasso di disoccu-
pazione nel settore industriale sono associati, su scala globale,
all’incremento delle assunzioni nelle forze di polizia:148 la cre-
scita del bacino di lavoratori disoccupati è cioè accompagnata
dalla crescita dell’apparato punitivo e repressivo dello Stato. A
sua volta, il crescente numero di migranti rinchiusi in centri
di detenzione è una risposta al fallimento delle economie di
sussistenza e alla formazione di un proletariato mobile:149 chi
è in cerca di una vita migliore di quella di uno slum, cercherà
opportunità altrove, ma finirà per essere incarcerato o, peggio
ancora, dato per disperso nel Mediterraneo.
Il sistema americano è forse l’esempio più lampante del-
la correlazione tra surplus di popolazione e forze di polizia: il
picco di incarcerazione di massa rilevato negli ultimi decenni
non rappresenta una reazione a un aumento del tasso di
criminalità,150 ma è piuttosto una misura per contrastare la
proliferazione di ghetti abitati da disoccupati e rispondere ai
progressi ottenuti da movimenti per i diritti civili. La natura

156
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

intimamente razzista del sistema è cosa nota, ma le dina­


mi­­che di incarcerazione sistematica non possono essere
pienamente comprese senza far riferimento a consi­de­ra­zioni
di classe e relative al surplus di popolazione: per esempio, i
neri di estrazione media e alto-borghese vivono una vita
relativamente tranquilla,151 mentre la maggior parte della
popolazione carceraria consiste di «lavoratori poveri o disoc-
cupati».152 Anche le disparità tra popolazione carceraria sud-
divisa in razze vengono eclissate dalle differenze in termini
di classe sociale,153 così come la crescita dell’incarcerazione
di massa della popolazione nera è speculare alla diminuzio-
ne del tasso di occupazione dello stesso gruppo sociale.154
In effetti, la natura razziale dell’incarcerazione di massa in
America deriva «esclusivamente» dalla sproporzionata incar-
cerazione della popolazione povera nera del paese.155
L’incarcerazione di massa è insomma diventata un
metodo per gestire e controllare il surplus di popolazione che
è stato escluso dal mercato del lavoro e lasciato in povertà.
Raccolti nei ghetti urbani, questi gruppi sono diventati un
bersaglio facile per il controllo da parte dello Stato: qui la
condizione sociale si incrocia di nuovo con quella razziale,
dato che negli Stati Uniti questi spazi di povertà urbana furo-
no inizialmente creati dalle pratiche di marginalizzazione
della popolazione nera, mentre il sistema carcerario sostan-
zialmente porta con sé l’eredità della schiavitù, delle leggi
Jim Crow e dei ghetti, rimpiazzando le loro funzioni originali
con nuovi sistemi di esclusione.156
Ma ragionare secondo coordinate di classe ci permette di
identificare anche un’altra distinzione importante: laddove i
precedenti sistemi di esclusione sociale sfruttarono il lavoro
non retribuito e cercarono di trasformare la popolazione nera
in una docile forza lavoro, il sistema carcerario contempora-
neo è progettato proprio al fine di escludere e di controllare
il surplus di popolazione.157 Considerate le conseguenze di
una fedina penale sporca, il sistema carcerario mette in atto

157
INVENTARE IL FUTURO

un’esclusione su tre livelli distinti: esclusione dal capitale


culturale e educazionale, dalla partecipazione politica e dai
sussidi pubblici.158 Il risultato è che l’incarcerazione dà inizio
a un circolo vizioso che costringe la classe urbana povera alla
disoccupazione, e dunque riproduce continuamente l’esi-
stenza di gruppi lasciati ai margini del Capitale.159 Piuttosto
che mettere in atto delle riforme mirate a educare e reintegra-
re i carcerati nella società capitalista, vengono costruiti com-
plessi sistemi per prevenire il loro rientro (dopo la prigione)
all’interno dei normali posti di lavoro salariato.
Nella forma più estrema, un simile meccanismo di
esclusione rende queste popolazioni esplicitamente sacrifi-
cabili, situate al di fuori della società e soggette a violenza
gratuita: ne consegue che questo è un sistema che produce
e riproduce un’esclusione permanente dall’economia for-
male. Queste popolazioni sono considerate «superflue» e
non indispensabili, e si ritrovano sottoposte ai trattamenti
più brutali da parte delle forze di polizia e di qualsiasi altro
metodo di repressione che lo Stato abbia a disposizione. È
qui che vediamo come Stato e Capitale ricorrano in ultima
analisi a una lunga serie di meccanismi per gestire il surplus
di popolazione: da un’integrazione strettamente regolamen-
tata, all’esclusione violenta pura e semplice.

LA CRISI DEL LAVORO


Come abbiamo visto, sempre più persone sono tenute al di
fuori del lavoro formale e salariato, sopravvivendo solo grazie
a minimi sussidi statali, al lavoro in nero o a metodi illegali.
Le vite di queste persone sono segnate da povertà, precarietà
e insicurezza; nel frattempo, più passa il tempo più ci si sta
rendendo conto di come, molto semplicemente, non vi siano
sufficienti posti di lavoro per dare un’occupazione a tutti.
Con il crollo dell’ordine egemonico fondato sul posto fis-
so e decentemente retribuito, il controllo sociale torna quin-
di alle misure coercitive: un duro sistema di workfare, un

158
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

dichiarata politica anti-immigrazione, controlli più rigidi sul


flusso delle popolazioni e incarcerazione di massa per quelli
che rifiutano di essere lasciati ai margini. Questa è la crisi del
lavoro che il neoliberismo e il surplus di popolazione (che
compone la maggior parte della forza lavoro globale) devono
affrontare oggi.
Con la possibilità di un’automazione del lavoro su larga
scala – tema che affronteremo nel prossimo capitolo – è molto
probabile che il futuro ci presenterà le seguenti tendenze:

• La precarietà delle classi operaie nelle economie dei pae-


si sviluppati si andrà intensificando, per via della crescita
del surplus di forza lavoro globale (prodotto da globalizza-
zione e automazione).
• Le «riprese senza lavoro» si protrarranno e si presente-
ranno con forme sempre più marcate, andando a toccare
principalmente i lavoratori che possono essere rimpiaz­
zati da macchinari.
• Le popolazioni di ghetti, baraccopoli e slum continueran-
no a crescere per via dell’automazione dei posti di lavoro
non specializzati, un processo reso ancora più rapido dal-
la deindustrializzazione prematura.
• La marginalità urbana nelle economie sviluppate cre-
scerà sempre di più, in seguito all’automazione dei posti
di lavoro non specializzati e pagati poco.
• La trasformazione dell’educazione universitaria in una
semplice formazione al lavoro sarà accelerata, nel dispe-
rato tentativo di produrre grandi quantità di lavoratori
specializzati.
• La crescita continuerà a essere lenta, rendendo impro-
babile la creazione di nuovi posti di lavoro che vadano
a rimpiazzare quelli perduti.
• I cambiamenti al workfare, i controlli per l’immigrazione
e l’incarcerazione di massa si intensificheranno, e i disoc-
cupati saranno sempre più soggetti a misure coercitive.

159
INVENTARE IL FUTURO

Naturalmente, nessuno di questi esiti è inevitabile. Ma la


nostra analisi si basa sulle tendenze attuali del capitalismo
e sui problemi che, con molta probabilità, emergeranno in
seguito all’ulteriore crescita del surplus di popolazione.
Queste tendenze prefigurano una crisi del lavoro, e di
conseguenza una crisi che colpirà qualsiasi società fondata
sull’istituzione del lavoro salariato. Sotto il dominio del capi-
talismo, i nostri posti di lavoro hanno svolto un ruolo centra-
le per le nostre vite sociali e per la nostra stessa identità, oltre
a essere l’unica fonte di sostentamento per la maggior parte
delle persone. I due decenni che verranno sembrano però
presagire un futuro in cui l’economia globale sarà sempre
meno capace di produrre un numero sufficiente di impieghi
(per non parlare di impieghi decenti), ma in cui sarà ancora
da essi che la nostra sopravvivenza comunque dipenderà.
Partiti politici e sindacati sembrano ignorare la crisi e fanno
fatica a controllarne i sintomi, e questo nonostante l’auto-
mazione minacci di rendere obsoleti un numero sempre
maggiore di lavoratori. Di fronte a queste tensioni, il progetto
politico per il XXI secolo deve essere quello di costruire
un’eco­ nomia in cui la sopravvivenza delle persone non
dipenda più dal lavoro salariato.
Come sosterremo nei prossimi capitoli, queste battaglie
possono e devono includere approcci diversi: questo signifi-
ca produrre idee egemoniche che insistano sull’obsolescenza
del concetto di «duro lavoro», che trasformino i tradizionali
obiettivi dei sindacati (dalla resistenza all’automazione alla
condivisione del lavoro e alla riduzione delle settimana lavo-
rativa),160 che insistano su sussidi governativi per investimen-
ti nel campo dell’automazione, che reclamino l’innalzamento
del costo del lavoro per il Capitale161 e via di questo passo.162
Significa opporsi all’espulsione del surplus di popolazione
e attaccare i meccanismi di controllo che su di esso vengono
imposti. L’incarcerazione di massa e il sistema di sorveglianza
razzista devono essere aboliti,163 e i meccanismi di controllo

160
IL FUTURO NON STA FUNZIONANDO

spaziali – dai ghetti ai controlli di frontiera – devono essere


smantellati per permettere il libero movimento dei popoli.
Infine, lo stato sociale va difeso: non come un fine in se
stesso, ma come una componente necessaria per il raggiungi-
mento di una società post-lavoro più accogliente e tollerante.
Il futuro rimane aperto, e la lotta politica che ci aspetta con-
siste precisamente nel definire quali saranno le conseguenze
della crisi del lavoro.

161
Capitolo 6

IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione.


Arthur C. Clarke

Mentre i capitoli precedenti hanno analizzato i cambiamen-


ti delle condizioni sociali che stanno rendendo sempre più
necessario un mondo post-lavoro, questo capitolo vuole
delineare l’aspetto che un futuro del genere potrebbe prati-
camente assumere.1 Partiremo quindi da alcune generiche
richieste per la costruzione di una piattaforma che ci porti a
una società libera dal lavoro salariato: il senso è rompere con
quella tendenza che porta una fetta importante della sinistra
odierna a individuare nel rifiuto di qualsiasi rivendicazione il
non plus ultra dell’intransigenza.2
In effetti, diversi critici sostengono che il risultato di
qualsiasi richiesta o rivendicazione è legittimare un’autorità
esterna e quindi scendere a compromessi con lo status quo:
ma è un’interpretazione che perde di vista sia l’elemento
antagonista da cui muove il puro gesto di richiedere qualco-
sa, sia il ruolo essenziale che richieste e rivendicazioni rive-
stono in quanto agenti attivi del cambiamento.3 Alla luce di
queste considerazioni, rifiutarsi di formulare qualsiasi tipo
di rivendicazione è il sintomo di una confusione teorica, più
che un progresso pratico: una politica priva di rivendicazioni
è semplicemente un insieme di corpi senza un obiettivo.
Una visione coerente del futuro è invece in grado di
avanzare proposte e obiettivi concreti, e questo capitolo
vuole appunto contribuire a questa potenziale discussione.
Nessuna delle proposte che presenteremo qui è radicalmente
nuova, ma proprio in questo sta parte della loro forza: non
si tratta cioè di un progetto vago o campato in aria, perché
movimenti e strutture capaci di sostenerlo esistono già, e
hanno un effetto tangibile nel mondo reale.
Oggi le proposte di stampo rivoluzionario appaiono

163
INVENTARE IL FUTURO

ingenue, e quelle di impronta riformista semplicemente


futili. Troppo spesso dibattiti e confronti vanno a finire così,
con ogni singolo schieramento politico troppo impegnato
a denunciare i propri avversari per ricordarsi l’imperativo
strategico di cambiare la nostra condizione sociale. Le riven-
dicazioni che proponiamo sono dunque da intendersi come
riforme non riformiste, un’espressione con la quale vogliamo
intendere tre cose: innanzitutto queste riforme devono tradi-
re uno spirito utopico che possa esercitare pressioni sui limiti
di quanto il capitalismo è in grado di concedere; questo le
trasforma da garbate pretese a rivendicazioni pressanti, gui-
date da uno spirito belligerante e antagonista capace di unire
all’utopia futuribile l’immediata necessità di ottenere quanto
richiesto, qualcosa come un «utopismo senza se e senza ma».4
In secondo luogo, sono proposte che si fondano su tendenze
reali del mondo di oggi, e contengono dunque un grado di
plausibilità che spesso latita nei sogni rivoluzionari. Infine (e
cosa più importante) queste rivendicazioni spostano l’equili-
brio politico contemporaneo e costruiscono una piattaforma
per sviluppi ulteriori: piuttosto che adagiarsi su una transi-
zione meccanica verso il prossimo e predeterminato stadio
storico, proiettano innanzi una via di fuga dal presente.5
Le proposte avanzate in questo capitolo non ci libereranno
immediatamente dal capitalismo, ma promettono se non
altro di liberarci dal neoliberismo e di instaurare un nuovo
equilibrio tra forze politiche, economiche e sociali.
Dopo il consenso socialdemocratico e quello neolibe­
rale, la nostra tesi è che la sinistra si debba mobilitare per la
costruzione di un «consenso post-lavoro». Ovviamente, in
una simile società potremmo avere maggiori possibilità di
raggiungere obiettivi ancora più ambiziosi, ma questo è un
progetto a lungo termine, da realizzare nel corso di decenni,
non di anni: la scala temporale è quella dei cambiamenti cul-
turali, piuttosto che dei cicli elettorali. Considerato l’indebo-
limento della sinistra contemporanea, c’è solo una possibile

164
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

via d’uscita: una paziente ricostruzione del suo potere, argo-


mento di cui tra l’altro tratteremo nei capitoli a seguire. Non
c’è davvero altro modo per realizzare un mondo libero dal
lavoro, ed è quindi fondamentale prestare attenzione agli
obiettivi strategici a lungo termine e ricostruire il potere d’a-
zione dei gruppi capaci un giorno di conseguirli: in questo
senso, indirizzare la sinistra verso un futuro post-lavoro non
permetterà soltanto conquiste significative come la riduzio-
ne della fatica provocata dal lavoro e la fine della povertà, ma
renderà anche possibile accumulare peso politico.
Noi crediamo che, considerate le condizioni materiali
del mondo attuale, una società post-lavoro sia non solo pos-
sibile, ma anche sostenibile e desiderabile.6 Questo capito-
lo prova dunque a indicare la strada da seguire: gettare le
fondamenta di una società post-lavoro grazie alla completa
automazione dell’economia, alla riduzione della settimana
lavorativa, all’implementazione di un reddito base univer­
sale e a una rivoluzione culturale della nostra stessa com-
prensione del lavoro in sé.

PIENA AUTOMAZIONE
La nostra prima richiesta è un’economia completamen-
te automatizzata. Grazie agli sviluppi tecnologici recenti,
un’economia di questo tipo potrebbe liberare l’umanità dalla
schiavitù del lavoro e, allo stesso tempo, produrre una quantità
di ricchezza sempre maggiore. Senza una piena automazione
il futuro post-capitalista dovrà necessariamente scegliere
tra l’abbondanza di risorse a scapito della libertà (in qualche
modo replicando la centralità assoluta assegnata al lavoro
nella Russia sovietica) e la libertà a scapito dell’abbondanza
di beni sulla falsariga delle distopie primitiviste.7 Al contra-
rio, grazie all’automazione le macchine produrranno tutti i
beni e i servizi necessari alla società, liberando da questo peso
gli esseri umani:8 è per questo motivo che sosteniamo che
la tendenza alla crescente automazione (e alla sostituzione

165
INVENTARE IL FUTURO

dei lavoratori umani) dovrebbe essere entusiasticamente


accelerata e adottata come fondamentale progetto politico
della sinistra.9 Il nostro progetto vuole insomma sfruttare
una tendenza già esistente e interna al capitalismo per spin-
gerla oltre i parametri accettabili dalle relazioni sociali rico-
nosciute dal capitalismo stesso.
Il capitalismo è stato a lungo sinonimo di rapidi cam-
biamenti tecnologici: i mezzi di produzione vengono infatti
continuamente trasformati, in un processo guidato dall’im-
perativo dell’accumulazione.10 Nel XIX secolo l’agricoltura
venne meccanizzata e piccoli appezzamenti di terreno furo-
no accorpati in fattorie industriali sempre più grandi; anche
l’artigianato subì trasformazioni importanti, con l’apparizio-
ne di nuovi macchinari da usare nel processo produttivo. Le
mansioni che a suo tempo venivano interamente svolte da
un lavoratore specializzato furono così suddivise in tante
componenti elementari, riducendo il flusso di lavoro a una
serie di semplici gesti riproducibili da un macchinario;11 ai
lavoratori vennero assegnati incarichi parziali, e ai tradizio-
nali strumenti di loro competenza si sostituirono macchine
che ritmicamente adempivano agli stessi compiti.12 Il lavoro
divenne quindi sempre più ripetitivo, elementare e guida-
to dalle macchine, con un conseguente incremento della
domanda di manodopera non specializzata e a basso costo
(in particolare, donne e bambini).13
All’inizio del XX secolo, questa tendenza prese a cam-
biare a causa dell’introduzione di nuove tecnologie capaci
di eliminare anche i compiti manuali di routine (come il tra-
sporto e la distribuzione dei prodotti): ad aumentare fu dun-
que la necessità di operai specializzati per la supervisione dei
nuovi macchinari, per le attività di servizio e per la gestione
delle nuove grandi compagnie che in quel periodo videro la
luce.14 Nella prima parte del Novecento la domanda di lavo-
ro specializzato crebbe anche per via dall’avvento di nuove
tecnologie da ufficio – macchine da scrivere, fotocopiatrici

166
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

e via dicendo – per il cui corretto funzionamento servivano


operatori esperti. In altre parole, la tecnologia non ha sempre
l’effetto di ridurre il tasso di specializzazione, e l’aumento
della domanda di lavoratori specializzati durante l’ultimo
secolo ne è prova:15 certo, l’impiego di operai in ambito indu-
striale continuò a diminuire, dato che mansioni del genere
si prestavano in maniera particolare a essere rimpiazzate da
tecnologie più produttive.16
L’automazione della filiera su larga scala tipica di inizi
Novecento fu successivamente accompagnata dall’automa-
zione anche nella piccola produzione,17 e mentre il settore
industriale nel 1970 impiegava circa un migliaio di robot,
oggi la cifra è salita a più di 1,6 milioni.18 In termini di posti
di lavoro, l’industria manifatturiera ha raggiunto un punto
di saturazione globale: anche nei paesi in via di sviluppo la
tendenza è alla deindustrializzazione, e i tassi di occupazione
sono in crescita solo nel settore terziario.19
Parallelo al declino industriale, un altro cambiamento ha
avuto luogo durante la seconda metà del XX secolo: mentre nei
decenni precedenti le tecnologie a uso ufficio avevano inte­
grato il ruolo dei lavoratori e fatto crescere la domanda di figu-
re professionali in possesso delle relative competenze, con lo
sviluppo dei microprocessori e delle tecnologie informatiche
queste innovazioni iniziarono in molti settori a rimpiazzare i
lavoratori non specializzati (per esempio operatori telefonici
e segretari).20 La robotizzazione del terziario sta oggi aumen-
tando in maniera esponenziale, con più di 150.000 robot per
servizi venduti negli ultimi quindici anni,21 e al momento i
lavori particolarmente minacciati dal processo sono quelli «di
routine» i cui compiti possono essere codificati in una serie
di passaggi ben precisi: si tratta insomma di incarichi che,
se programmati con il software appropriato, i computer sono
perfettamente in grado di portare a termine da soli, il che negli
ultimi quarant’anni ha prodotto una drastica diminuzione dei
posti di lavoro di routine sia manuali che cognitivi.22

167
INVENTARE IL FUTURO

La conseguenza è stata una polarizzazione del mercato


del lavoro, dal momento che a essere di routine (e quindi auto-
matizzabili) sono molte mansioni non solo di media difficoltà
ma anche di media retribuzione:23 in Nord America e in Euro-
pa occidentale il mercato del lavoro è ormai caratterizzato
da una predominanza di lavoratori impiegati in professioni
manuali o di servizio a basso costo e non specializzate (per
esempio in campi come la ristorazione fast food, la vendita
al dettaglio, il settore alberghiero e il magazzinaggio), mentre
al polo opposto troviamo una minoranza di professionisti
in possesso di lavori cognitivi altamente specializzati, ben
pagati e non di routine.24
E però, la recente ondata di automazione potrebbe drasti-
camente modificare anche questa situazione, per il semplice
motivo che andrà a toccare ogni aspetto dell’economia: rac-
colta dati (identificazione di frequenze radio, big data), nuovi
modelli industriali (produzione flessibile di robot,25 stampa
3D,26 fast food automatizzati), servizi (servizi clienti gestiti da
intelligenze artificiali, cura degli anziani), processi decisio-
nali (modelli computazionali, software agents), allocazioni
finanziarie (trading algoritmico) e soprattutto distribuzione
(rivoluzione della logistica, autovetture autonome,27 navi da
carico senza pilota, magazzini automatizzati).28
Possiamo quindi osservare una pervasiva tendenza
all’automazione in ogni singolo settore dell’economia, si
tratti di produzione, distribuzione, management o vendita
al dettaglio.29 A rendere possibile questa ondata sono stati i
miglioramenti algoritmici (in particolare il machine learning
e il deep learning), i rapidi sviluppi nel campo della robotica,
e la crescita esponenziale della capacità computazionale (la
fonte dei big data), tutti fenomeni che vanno a comporre una
«seconda era delle macchine» che sta aumentando vertigino-
samente la quantità di mansioni che possono essere deman-
date alla tecnologia.30 Da questo punto di vista, viviamo in
un periodo storico che davvero non ha precedenti: nuove

168
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

tecnologie di apprendimento automatico stanno rendendo


automatizzabili sempre più lavori non di routine, complesse
tecnologie per la comunicazione permettono ai computer
di essere più efficienti degli esseri umani in lavori di abili-
tà e conoscenza, e miglioramenti nel campo della robotica
stanno velocemente portando a tecnologie con sempre
maggior competenza nei lavori manuali.31 Per non fare che
un paio di esempi, le autovetture senza conducente permet-
tono l’automazione delle mansioni di guida e di trasporto,
mentre diversi compiti cognitivi non di routine (come la
scrittura di notizie giornalistiche o la ricerca di precedenti
legali) possono essere portati a termine da robot già oggi.32
L’ampio spettro di questi sviluppi significa che tutti – dagli
agenti di borsa agli operai edili, dagli chef ai giornalisti –
potranno presto essere rimpiazzati dalle macchine,33 e che
chi sposta simboli su uno schermo è tanto a rischio quanto
chi sposta casse dentro un magazzino. Uno studio ha previ-
sto che la continua infiltrazione della tecnologia nel mondo
della finanza provocherà uno «spopolamento delle borse»;34 i
posti di lavoro di vendita al dettaglio – da sempre un bastione
dell’occupazione postindustriale – saranno presto occupati
dalle macchine,35 e si prevede che più di 140 milioni di lavori
cognitivi in tutto il mondo verranno eliminati.36
Mentre la precedente ondata di automazione ha portato
a una polarizzazione del mercato del lavoro, quella che verrà
sembra annunciare una pura e semplice decimazione di
quella parte del mercato che comprende gli impieghi non
specializzati e a bassa retribuzione:37 con il lavoro umano
ormai rimpiazzato dai robot, i lavoratori sono destinati a
salari sempre più bassi e a un impoverimento sempre mag-
giore.38 Questo significa che l’automazione modificherà in
maniera più che sostanziale la composizione del mercato, col
potenziale risultato di una riduzione estrema della doman-
da di lavoratori. Inoltre, come già molti economisti hanno
notato, l’aumento di produttività che ci si aspettava dalla

169
INVENTARE IL FUTURO

rivoluzione nel campo dell’automazione non si è verificato;39


se una macchina rimpiazza la metà degli operai di una fab-
brica, la produttività dovrebbe raddoppiare, assumendo che
la fabbrica produca la stessa quantità di prodotti: e invece,
nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un rallentamento
globale della crescita della produttività industriale, parti-
colarmente dopo la crisi economica.40 Tralasciando il fatto
che la produttività è notoriamente difficile da misurare, cre-
diamo che alcuni fenomeni possano aiutarci a comprendere
la situazione: per prima cosa, è molto probabile che i salari
bassi stiano soffocando gli investimenti in tecnologie per
l’aumento della produttività. L’accesso a un ampio bacino di
forza lavoro a basso costo ha fatto sì che le imprese abbiano
meno incentivi a concentrarsi sugli investimenti di capitale:
perché comprare nuovi macchinari quando dei lavoratori
sottopagati possono svolgere gli stessi incarichi con meno
spesa? Ciò significa che, sulla strada della piena automa-
zione, un obiettivo complementare e cruciale è la lotta per
salari globalmente più alti.
In seconda battuta, è probabile che ci troviamo di fronte a
un classico effetto di ritardo; negli anni Novanta, la rivoluzione
dell’information technology impiegò del tempo per esprimersi
in termini di produttività quantificabile, dato che le aziende
del periodo dovettero investire e poi adattarsi alle nuove pos-
sibilità offerte dalle tecnologie: per utilizzarle in modo efficace
è infatti necessario modificare strutture organizzative, aggior-
nare capacità e rivedere processi produttivi. In generale, sem-
bra che gli investimenti nelle tecnologie digitali comincino a
mostrare vantaggi produttivi soltanto tra i cinque e i quindici
anni dalla loro adozione.41 Oggi, molte delle tecnologie di cui si
parla sono incredibilmente nuove e inimmaginabili anche solo
dieci anni fa: tante novità lasciano immaginare che, prima che
le nuove tecnologie inizino a mostrare i loro effetti sulle cifre
della produttività, dovremo attendere che vengano adeguate
al flusso di produzione delle imprese.42

170
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

Infine, e cosa forse ancora più importante, la nostra tesi


in questo capitolo poggia su un argomento più normativo che
descrittivo: la piena automazione è un obiettivo che può e
deve essere conseguito, indipendentemente dal fatto che sia
già in corso o meno. Per esempio, tra le tante aziende ameri-
cane che potrebbero beneficiare dell’adozione di robot indu-
striali, meno del dieci percento ha già provveduto all’acquisto
di simili macchinari:43 questa è solo una delle tante aree dove
l’automazione deve essere implementata, il che ci riporta
all’importanza di rendere la piena automazione una rivendi-
cazione politica anziché assumere che, a tempo debito, questa
emergerà spontaneamente come una necessità economica.
Diverse misure possono aiutare la realizzazione di un
simile progetto: maggiori investimenti statali, salari minimi
più alti, ricerca mirata a sviluppare tecnologie capaci di rim-
piazzare lavoratori umani e non soltanto di aumentarne le
capacità... Le stime più dettagliate prevedono che tra il 47 e
l’80 percento dei posti di lavoro attuali potrebbe essere auto-
matizzato:44 è una stima che non va intesa come previsione
deterministica, ma come limite massimo nel contesto di un
progetto politico che ambisca a rendere il lavoro obsoleto.
Sono insomma cifre che dovrebbero essere considerate uno
standard sul quale misurare il nostro successo.
Per quanto la piena automazione venga qui presentata
come un ideale e una rivendicazione, una sua esaustiva
attuazione pratica è assai improbabile.45 Esistono ragioni
tecniche, economiche ed etiche per le quali, in certi settori,
il lavoro umano difficilmente scomparirà: dal punto di vista
tecnico, le macchine di oggi restano meno abili degli umani
in lavori di tipo creativo e affettivo, come anche in mansioni
che richiedono grande flessibilità e nei compiti che dipen-
dono da una conoscenza implicita anziché esplicita.46 In
questi campi esistono problemi ingegneristici che appaiono
insormontabili almeno per i prossimi due decenni (anche
se è bene ricordare che affermazioni simili erano la norma

171
INVENTARE IL FUTURO

quando si parlava di vetture autonome solo dieci anni fa);


da questo punto di vista, un programma che miri alla piena
automazione dovrebbe senz’altro promuovere investimenti
nella ricerca per il superamento di tali limiti.
Un secondo ostacolo deriva da considerazioni economi-
che: certi compiti possono essere già svolti dalle macchine,
ma il loro costo eccede quello del lavoro richiesto.47 Nono-
stante l’efficienza, l’accuratezza e la produttività del lavoro
svolto dalle macchine, il capitalismo pretende pur sempre il
profitto, e dunque preferirà sempre il lavoro umano laddove
questo risulti più economico rispetto a ipotetici nuovi inve-
stimenti. Un programma di piena automazione punta quindi
a superare anche questa barriera, tramite semplici misure
come l’aumento dei salari minimi, il sostegno ai movimenti
dei lavoratori, e il ricorso a sussidi statali per incentivare il
graduale rimpiazzo dei lavoratori umani.
Un ultimo limite alla piena automazione è lo statuto
morale che viene assegnato a professioni come, per esempio,
quella di assistente sociale o di infermiere:48 compiti di que-
sto tipo, che comprendono attività delicate come la cura dei
bambini, dovrebbero secondo molti restare prerogativa degli
esseri umani. Qui possiamo affrontare il tema da due punti
di vista diversi: una prima posizione ammette senz’altro che
questi lavori contemplino una dimensione morale preclusa
alle macchine; ma in una società post-lavoro, all’assistenza
sociale potremmo assegnare un valore ancora più grande,
dal momento che a venire meno sarebbero quei privilegi
attualmente assegnati ai lavori finalizzati a null’altro che
il profitto. L’aumento del tempo libero reso possibile dalla
piena automazione potrebbe anche facilitare la sperimen-
tazione di organizzazioni domestiche alternative: c’è una
lunga storia di esperimenti utopici che potrebbe servire da
ispirazione per riconsiderare il modo in cui le nostre società
organizzano il lavoro sociale, domestico e riproduttivo,49 ma
bisogna insistere che, per ottenere tutto questo, è comunque

172
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

necessario un movimento politico, dato che un mondo post-


lavoro faciliterebbe il cambiamento, ma non sarebbe in grado
di garantirlo.
In ogni caso, un approccio ancora più radicale sostiene
che l’obiettivo per il futuro dovrà essere l’automazione anche
della maggior parte di questi lavori.50 Lo stereotipo della don-
na naturalmente disposta ad allevare bambini e spontanea-
mente incline a svolgere mansioni di tipo affettivo è spesso la
pericolosa maschera sotto la quale si cela il continuo sfrutta-
mento del lavoro femminile. E quindi: se questo tipo di lavo-
ro potesse finalmente essere eliminato? Tradizionalmente,
il lavoro domestico è uno spazio che di veri cambiamenti
tecnologici ne ha conosciuti pochi: l’assenza di retribuzione
e la mancanza di norme di produttività hanno dato al capita-
lismo pochi incentivi a investire nella sua riduzione.51 Eppu-
re molti lavori domestici, come per esempio pulire la casa e
piegare i vestiti, possono già oggi essere delegati a robot;52
affective computing e tecnologie per l’assistenza permettono
inoltre l’automazione di mansioni che investono ambiti con-
siderati troppo personali e imbarazzanti, e quindi più adatti
a essere affrontati da robot più «impersonali».53 In uno slan-
cio speculativo, alcuni sostengono anche che il dolore e la
sofferenza che accompagnano la gravidanza dovrebbero
diventare ricordi del passato, piuttosto che essere vagheggia-
ti come esperienze naturali e meravigliose:54 in questa visio-
ne, le forme di riproduzione biologica sintetiche potrebbero
finalmente portare a una genuina uguaglianza dei sessi.
Non ci esprimeremo su queste varie e possibili strade,
ma vogliamo ugualmente citarle come esempi di alcune delle
ipotesi che un mondo post-lavoro può inaugurare. Quale che
sia la strada scelta, il punto è che il lavoro umano non sarà
eliminato immediatamente o nella sua interezza, ma verrà
piuttosto ridotto gradualmente: la piena automazione è una
rivendicazione utopica che mira a ridurre il più possibile la
quantità di lavoro umano necessario.

173
INVENTARE IL FUTURO

NON È IL LUNEDÌ CHE DETESTI,


È IL TUO LAVORO
Una seconda e fondamentale rivendicazione per la costru-
zione di un futuro post-lavoro torna all’idea classica di una
riduzione della settimana lavorativa senza tagli al salario. I
lavoratori hanno lottato contro l’imposizione di orari fissi sin
dagli albori del capitalismo, e la richiesta di meno ore di lavoro
è stata una componente essenziale dei primi movimenti sin-
dacali.55 Agli inizi si trattò di battaglie che portarono a forme
di resistenza quali l’assenteismo individuale, al ricorso a un
gran numero di giorni di vacanza e ad abitudini lavorative
irregolari;56 oggi la resistenza prende la forma della procrasti-
nazione e del «perdere tempo» (pensiamo agli impiegati che
in ufficio stanno su internet anziché lavorare).57 Da sempre
insomma i lavoratori tentano di sfuggire agli orari imposti,
e molti dei successi dei primi movimenti sindacali riguarda-
rono proprio la riduzione dell’orario lavorativo; il weekend
di due giorni prese per esempio spunto dalla spontanea
abitudine di tanti lavoratori di passare la sera a bere, per
poi spendere il giorno dopo a riprendersi dalla sbronza del
giorno prima:58 il consolidamento del weekend come periodo
di riposo istituzionalizzato fu quindi il prodotto di una serie
di continue battaglie politiche (un processo che, nel mondo
occidentale, ebbe fine solo negli anni Settanta).59
In maniera analoga, i lavoratori ottennero importanti
successi nel ridurre la settimana di lavoro da sessanta ore nel
1900, fino a poco sotto le trentacinque ore durante la Gran-
de Depressione:60 il risultato fu così rapido che negli anni
Trenta, in appena un quinquennio, la settimana lavorativa
diminuì di ben diciotto ore.61 Nei primi anni della Depres-
sione l’idea di una settimana lavorativa più breve godette di
un sostegno bipartisan negli Stati Uniti, al punto che a essere
considerata imminente fu la legislazione per istituire una set-
timana di trenta ore.62 Allo stesso tempo, diversi intellet­­­tua­
li pronosticarono ulteriori riduzioni, immaginando mondi

174
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

dove il lavoro sarebbe stato ridotto al minimo essenziale: in


una dichiarazione rimasta famosa, Paul Lafargue propose di
limitare il lavoro a solo tre ore al giorno,63 e anche Keynes pro-
pose com’è noto un’idea simile, calcolando che entro il 2030
avremmo tutti lavorato solo quindici ore settimanali (quello
che è meno noto è che in quell’occasione stava semplicemen-
te dando voce alle più diffuse convinzioni del suo tempo).64
Infine, Marx individuò nell’accorciamento della settimana
lavorativa uno dei punti centrali della sua visione postcapita-
lista, sostenendo che si trattasse di un prerequisito base per
poter raggiungere «il regno della libertà».65
Oggi però il vecchio sogno delle tre ore di lavoro al giorno
sembra svanito. La spinta (durata quasi un secolo) a orari più
brevi si è interrotta bruscamente durante la Grande Depres-
sione, quando l’opinione dominante del mondo imprendi-
toriale e le politiche dei governi decisero di contrastare la
disoccupazione attraverso i programmi di cosiddetto make-
work.66 Dopo la Seconda guerra mondiale, la settimana lavo-
rativa venne stabilizzata a quaranta ore settimanali in quasi
tutto il mondo occidentale, e da allora non c’è stato quasi
nessun tentativo di modificare la situazione67. Al contrario,
nei decenni a seguire il lavoro si è ulteriormente espanso.
Dapprima abbiamo assistito a un generalizzato incremento
del tempo passato a lavorare:68 con l’entrata nella forza lavo-
ro delle donne, la settimana lavorativa rimase invariata e,
di conseguenza, la quantità di tempo totale speso sul lavoro
aumentò in maniera impressionante.69 Non bastasse, abbia-
mo anche assistito a una progressiva erosione della divisione
tra lavoro e vita privata, al punto che le nostre professioni
permeano sempre più ogni aspetto delle nostre vite: oggi in
molti si ritrovano legati al proprio lavoro a ogni ora del giorno
e della notte, tramite email, telefonate e messaggi, senza dire
delle innumerevoli ansie lavorative che esercitano su di noi
una costante pressione.70 I lavoratori salariati sono spesso
costretti a fare straordinari non retribuiti, e molti si sentono

175
INVENTARE IL FUTURO

costretti dalla società a farsi vedere sul posto di lavoro il più


a lungo possibile: queste pressioni hanno fatto sì che la gior-
nata lavorativa media negli Stati Uniti sia arrivata a quasi
quarantasette ore settimanali.71
C’è poi una grande quantità di lavoro che resta non paga-
to e quindi invisibile ai dati ufficiali, così come all’interno
della manodopera non retribuita permane una palese divi-
sione tra i sessi.72 Mentre per tanti trovare un’occupazione
retribuita rimane un’impresa improba, a crescere è proprio
il lavoro non retribuito: sta persino emergendo una sfera di
«lavoro ombra» con tanto di punti vendita automatizzati in
cui il lavoro viene delegato ai fruitori dei servizi (ad esempio,
le casse automatiche nei supermercati).73 Inoltre, per poter
conservare la propria occupazione viene richiesta una gran-
de quantità di lavoro sommerso, dalla gestione delle risorse
finanziarie personali alla presentazione delle domande di
assunzione (se si è disoccupati), dal costante bisogno di corsi
di aggiornamento al tempo speso sui mezzi di trasporto, per
arrivare infine a quella sfera cruciale (con connotazioni di
genere) che è la cura dei bambini, dei membri della famiglia
e di altre persone a carico.74
Se il lavoro si è infiltrato in così tante aree della nostra
vita, un ritorno alla settimana corta porterebbe con sé nume-
rosi benefici, dai più evidenti – la maggior quantità di tempo
libero – ad altri meno scontati.75 In primo luogo, è una rispo-
sta all’aumento dell’automazione: in effetti, quello che viene
spesso dimenticato è il ruolo che la riduzione della settimana
lavorativa ha giocato nei precedenti periodi storici segnati
dall’automazione; molti osservatori fanno riferimento alla
storia dei cambiamenti tecnologici per mostrare come non
vi sia un legame necessario tra innovazioni in questo campo
e disoccupazione di massa: dopotutto, gli iniziali processi di
automazione hanno sempre coinciso con una significativa
riduzione della settimana lavorativa, mentre a mantenere
i livelli di occupazione ci pensò la redistribuzione del lavoro.

176
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

Un altro effetto positivo riguarda l’ambiente: una setti-


mana lavorativa più breve significherebbe una complessiva
riduzione del consumo energetico e dell’emissione di gas;76 il
maggior tempo libero a disposizione porterebbe anche a una
riduzione dell’acquisto di quei prodotti usa e getta necessa-
ri alla vita frenetica a cui siamo obbligati. Più in generale,
piegare i miglioramenti della produttività alla diminuzione
del lavoro e non alla crescita dell’output si tradurrebbe in un
maggior risparmio energetico e nella conseguente riduzione
dell’impatto ambientale:77 la riduzione delle ore di lavoro è
dunque un elemento essenziale per qualsiasi risposta inten-
diamo dare al cambiamento climatico.
Altre ricerche mostrano che una settimana lavorativa più
breve porterebbe a una diminuzione di stress, ansia e altri
problemi mentali alimentati dalle politiche neoliberali.78 Ma
una delle ragioni più importanti a sostegno della riduzione
della settimana di lavoro, è che questa è una rivendicazione
capace di generare e consolidare il potere di classe. In primo
luogo, la riduzione del tempo dedicato al lavoro può politi-
camente essere dispiegata come una tattica temporanea:
scioperi bianchi, astensioni dal lavoro e altri metodi mirati
alla diminuzione dell’orario lavorativo sono tutti mezzi
capaci di esercitare pressione sui capitalisti. In secondo luo-
go, la riduzione della settimana lavorativa va anche a raffor-
zare i movimenti dei lavoratori: sottraendo ore di lavoro dal
mercato, il totale di forza lavoro diminuisce e il potere dei
lavoratori aumenta. Come è stato recentemente notato da
due osservatori, «nessun altro strumento di negoziazione rie-
sce allo stesso tempo a rafforzare la posizione dei lavoratori
nella negoziazione stessa. Inoltre, nessun’altra logica strate-
gica è in grado di dare vita a un circolo virtuoso in cui ogni
vittoria rafforza la propria posizione in vista della prossima
battaglia».79 È anche per queste ragioni che la riduzione della
settimana lavorativa dovrebbe essere un’immediata e fonda-
mentale rivendicazione della sinistra del XXI secolo.

177
INVENTARE IL FUTURO

A tal proposito, piuttosto che per una semplice riduzione


delle ore giornaliere passate a lavorare, noi qui propendia-
mo per l’istituzione di un weekend di tre giorni, in modo da
ridurre gli spostamenti da e per il posto di lavoro e allunga-
re il periodo di vacanza già in corso. È un obiettivo che può
essere conseguito attraverso strategie di diverso tipo, dalle
battaglie sindacali alla pressione dal basso, passando per gli
interventi legislativi dei partiti politici stessi. Anziché accet-
tare l’imperativo capitalista del lavoro a tutti i costi, i sinda-
cati dovrebbero quindi pensare a una strategia per il futuro
e intavolare una negoziazione collettiva per acconsentire a
una maggiore automazione in cambio di una settimana più
corta. Le testimonianze storiche suggeriscono come di fronte
ai cambiamenti tecnologici i sindacati adottino spesso atteg-
giamenti reattivi, e che gli aumenti di salario finiscano solo
con il rallentare, piuttosto che prevenire, l’automazione:80
un approccio alternativo che si concentri sulla riduzione e la
diffusione del lavoro, potrebbe ridurre la quantità di lavoro
senza lasciare nessuno per strada;81 altri sforzi andrebbero al
riconoscimento del lavoro invisibile e non pagato come parte
effettiva della settimana lavorativa, in modo da portarlo alla
luce e dunque ridurne la quantità;82 battersi per una settima-
na più corta richiede poi che i sindacati stabiliscano legami
con i lavoratori part-time e precari.
Ma nonostante i sindacati restino un elemento chiave, da
soli non bastano, per la semplice ragione che a ogni settore
dell’economia corrispondono diversi potenziali in termini
di automazione e incremento di produttività.83 Per rompere
davvero con la logica neoliberale è quindi necessaria una
battaglia più ampia, a cui dovranno contribuire anche movi-
menti sociali e istituzioni, così da plasmare l’orizzonte del-
le possibilità. Diversi think tank, tra cui la New Economics
Foundation e la Jimmy Reid Foundation, hanno già iniziato
ad avanzare ipotesi di riduzione della settimana lavorativa.84
Nel Regno Unito, gruppi come la Precarious Workers Brigade

178
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

e Plan C insistono sul lavoro non retribuito, e si mobilitano


per problemi riguardanti lo status del lavoro nella società
contemporanea.85 Ma è ancora più interessante notare come
quello per una settimana lavorativa più corta sia già un desi-
derio estremamente diffuso, tanto che diversi sondaggi regi-
strano come la maggioranza della popolazione sia favorevole
a una sua attuazione.86
Altre misure politiche attuabili per accorciare la settima-
na lavorativa possono essere gli interventi per modificare il
costo del lavoro e passare da un sistema a persona a un siste-
ma a ora, in modo da rendere economicamente meno vantag-
giosi (per le stesse aziende) gli orari di lavoro lunghi.87 Paesi
come il Belgio e l’Olanda hanno già dato ai lavoratori il diritto
di richiedere orari ridotti quando oggetto di discriminazione
da parte dei datori, e l’Olanda ha anche iniziato ad accorciare
la settimana lavorativa sia per i lavoratori più giovani che per
quelli più anziani, per poter così essere gradualmente intro-
dotti o estratti dalla forza lavoro attraverso cambiamenti gra-
duali dei propri orari.88 Se vogliamo conseguire l’obiettivo di
una riduzione della settimana lavorativa, sono tutte opzioni
che possono e devono essere considerate.

I SALARI NON BASTANO


Le proposte da cui siamo partiti equiparano da una parte la
riduzione della domanda di lavoro grazie all’automazione, e
dall’altra la riduzione dell’offerta di lavoro grazie all’accorcia-
mento della settimana lavorativa.89 Il risultato complessivo
di queste misure sarebbe la liberazione di una gran quantità
di tempo libero senza una riduzione dell’output economico
o un significativo aumento della disoccupazione. Ma questo
tempo libero non servirà a nulla se le persone continueranno
a far fatica ad arrivare a fine mese. Come scrive Paul Mattick,
«il tempo libero di quelli che muoiono di fame o dei bisognosi
non è affatto tempo libero, ma una continua lotta per rima­
nere in vita e migliorare la propria situazione».90

179
INVENTARE IL FUTURO

Chi svolge solo un lavoro part-time ha per esempio mol-


tissimo tempo libero a disposizione, ma non le risorse per
goderselo: essenzialmente «lavoratore part-time» è un eufe-
mismo per «lavoratore sottopagato». È per questo motivo che
una delle richieste fondamentali per la costruzione di una
società post-lavoro è quella di un reddito base universale, e
cioè un reddito che possa fornire a ogni cittadino un soste-
gno economico sufficiente a sopravvivere, senza dover pas-
sare per accertamenti economici di sorta.91 Questa è un’idea
che, nella storia recente, ha periodicamente fatto parlare di
sé:92 nei primi anni Quaranta una proposta analoga venne
avanzata come possibile alternativa al Piano Beveridge che
diede forma allo stato sociale britannico.93 In un periodo
(ormai praticamente dimenticato) tra anni Sessanta e Settan-
ta, il reddito base fu un elemento centrale nelle proposte di
riforma del welfare statunitense. Economisti, organizzazioni
non governative e uomini politici hanno esplorato l’idea nel
dettaglio,94 e alcuni esperimenti su piccola scala sono stati
portati avanti in Canada e negli Stati Uniti.95 L’ipotesi di un
reddito base fu talmente influente che più di 1300 economi-
sti firmarono una petizione in cui chiedevano al Congresso
degli Stati Uniti di mettere in atto «un sistema nazionale di
reddito garantito».96 Tre diverse amministrazioni presero la
proposta in seria considerazione, e due presidenti – Nixon e
Carter – provarono a far passare provvedimenti a riguardo.97
In altre parole, solo per poco il reddito base non è diventato
una realtà già negli anni Settanta.98 Ma sebbene uno Stato
come l’Alaska finì con l’offrire un reddito minimo grazie alla
ricchezza derivante dalle proprie riserve petrolifere, l’avvento
dell’egemonia neoliberale ha fatto sì che l’ipotesi si eclissasse
quasi del tutto dal dibattito pubblico.99
Eppure negli ultimi anni l’idea ha conosciuto una nuo-
va popolarità, riapparendo nei media mainstream come in
quelli più specializzati, con interventi che vanno da Paul
Krugman a Martin Wolf, dal New York Times al Financial

180
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

Times passando per l’Economist.100 In Svizzera si è tenuto un


referendum a riguardo nel 2016, la proposta è stata raccoman-
data da diverse commissioni parlamentari in molti altri paesi,
alcuni partiti politici l’hanno inclusa nei propri programmi,
e ci sono già stati altri esperimenti in Namibia e in India.101
È quindi un’idea che ha una portata globale, considerato che
in varie misure è stata già promossa con forza da gruppi in
Brasile, Sud Africa, Italia e Germania, oltre che da un network
internazionale che include più di venti paesi.102 Dopo la crisi
del 2008 e la successiva imposizione del regime di austerità, il
movimento per il reddito base ha dunque trovato nuova linfa.
La richiesta di un reddito base deve però scontrarsi con
le forze egemoniche opposte. La stessa ipotesi di un «reddito
per tutti» può essere l’ingrediente su cui si fonda tanto una
società post-lavoro quanto una distopia liberale, e questa è
un’ambiguità che ha portato molti a confondere posizioni
tra loro diversissime. Un reddito base serio e responsabile
dovrà quindi articolarsi in almeno tre fattori: deve forni-
re una quantità sufficiente di reddito per permettere la
sopravvivenza; deve essere universale, ossia disponibile a
tutti e senza discriminazioni; e deve essere supplementare al
welfare, non rimpiazzarlo.
Il primo punto è piuttosto ovvio: un reddito base deve
poter offrire un reddito adeguato alle condizioni di vita mate-
riali. Il valore esatto di questo reddito varia a seconda di paesi
e regioni, ma una cifra può essere facilmente calcolata basan-
dosi su dati già esistenti; il rischio è che, se troppo basso,
diventi semplicemente un sussidio governativo all’impresa.
In più, il reddito base deve essere universale e per tutti, senza
condizioni: solo senza controlli patrimoniali o altre verifi-
che per potersene avvantaggiare, potrà incrinare la natura
disciplinare del welfare state capitalista.103 In questo modo, il
reddito base sarebbe anche in grado di evitare la stigmatizza-
zione associata al welfare tradizionale, dato che tutti ne sareb-
bero beneficiari. Come abbiamo sostenuto nel capitolo 4,

181
INVENTARE IL FUTURO

invocare l’«universalismo» ci obbliga anche a una continua


sovversione di ogni applicazione limitata del reddito base (in
base allo status degli individui come cittadini, immigrati, o
carcerati): l’universalità della misura fornisce la base per una
continua lotta mirata all’espansione continua dello scopo e
della scala del reddito.
Infine, il reddito base deve essere un supplemento al
welfare. Ora: la tesi dei conservatori a favore di un reddito
minimo è che questo, elargendo una somma di denaro a tutti,
andrebbe semplicemente a rimpiazzare il welfare state; ebbe-
ne, è una tesi che va respinta ed evitata a tutti i costi. In questo
scenario il reddito base diventerebbe nient’altro che il vetto-
re per un incremento della mercificazione, trasformando i
servizi sociali in mercati privati; piuttosto che imporsi come
elemento antagonista all’ideologia neoliberale, finirebbe con
il facilitare la pulsione che del neoliberismo è l’essenza più
pura: creare nuovi mercati. Contrariamente a questo approc-
cio, il reddito base che qui rivendichiamo si configura semmai
come un’integrazione a un nuovo tipo di stato sociale.104
Ci sono moltissime ragioni per sposare la causa di un
reddito base, e sono ragioni che derivano sia da argomenta-
zioni etiche che da ricerche empiriche: riduzione della pover-
tà, sanità pubblica migliore e a costi ridotti, meno giovani
che abbandonano gli studi, riduzione dei piccoli crimini, più
tempo da spendere con famiglia e amici, meno burocrazia
statale...105 A seconda di come il reddito base viene presen-
tato è in grado di ricevere il sostegno di pressoché l’intero
spettro politico: libertari, conservatori, anarchici, marxisti,
femministe... La forza di una simile rivendicazione risiede in
parte nella sua ambiguità, che la rende capace di mobilitare
un ampio sostegno popolare.106 Ma per gli scopi di questo
capitolo, il vero significato del reddito base è da trovarsi in
quattro ingredienti chiave e tra loro correlati.
Il primo punto da enfatizzare è che il reddito base uni-
versale è una richiesta di trasformazione politica, non solo

182
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

economica. Spesso si pensa che il reddito base sia solo una


forma di redistribuzione dai ricchi verso i poveri, o che sia
semplicemente una misura per mantenere la crescita econo-
mica tramite lo stimolo della domanda dei consumatori. Da
questo punto di vista il reddito base avrebbe delle impecca-
bili credenziali riformiste, e rappresenterebbe poco più che
un sofisticato sistema di tassazione progressiva. Ma il vero
significato del reddito base risiede nel modo in cui inverte
l’asimmetria di potere che esiste tra lavoro e Capitale: come
abbiamo visto parlando del surplus di popolazione, il proleta-
riato è definito dalla sua separazione dai mezzi di produzione
e di sussistenza, ed è dunque costretto a vendersi sul mer­
cato del lavoro per poter guadagnare il reddito necessario alla
sopravvivenza. I più fortunati tra noi hanno il lusso di poter
scegliere quale lavoro fare, ma alcuni non hanno possibilità
di scegliere alcun lavoro. Un reddito base cambierebbe questa
situazione, fornendo al proletariato un mezzo di sussistenza
senza che questo implichi la dipendenza da un’occupazione
retribuita:107 i lavoratori, in altre parole, avrebbero l’opzione
di scegliere se accettare o meno un impiego (in molti casi,
prendendo l’economia neoclassica sulla parola e rendendo
il lavoro veramente volontario). Il reddito base universale
dissolve insomma gli aspetti coercitivi del lavoro salariato,
riduce la mercificazione del lavoro, ed è in questo modo che
trasforma la relazione politica tra lavoro e Capitale.
Rendere il lavoro volontario anziché obbligatorio è una
trasformazione che implica diverse conseguenze importanti.
In primo luogo alimenta un maggior potere di classe e mette
in crisi la fragilità del mercato del lavoro. Le condizioni del
surplus di popolazione dimostrano cosa succede quando il
mercato del lavoro è debole e in sofferenza: i salari crollano e
i datori di lavoro sono liberi di sfruttare i propri impiegati.108
D’altra parte, quando il mercato del lavoro è in buona salute,
il lavoro incrementa il proprio prestigio politico. L’economi-
sta Michał Kalecki identificò questo fenomeno già diversi

183
INVENTARE IL FUTURO

decenni fa, quando ragionò sul perché la piena occupazione


avrebbe sempre incontrato una continua opposizione:109
se ogni lavoratore avesse un impiego, la minaccia di essere
licenziati perderebbe il proprio potere disciplinare, dato che
ci sarebbero posti di lavoro a sufficienza per tutti. I lavoratori
otterrebbero dunque un vantaggio e il Capitale perderebbe il
proprio potere politico. La stessa dinamica si applica al red­
dito base: eliminando la dipendenza dal lavoro salariato, i
lavoratori otterrebbero il controllo di quanta forza lavoro ero-
gare, e questo si tradurrebbe in un enorme potere sul mercato.
Ma il potere di classe aumenterebbe anche per altre
vie: sarebbe più semplice organizzare gli scioperi, dato che i
lavoratori non dovrebbero più preoccuparsi di decurtazioni
sul salario o scarsità di fondi; la quantità di tempo passata
sul posto di lavoro in cambio di un salario potrebbe essere
modificata a volontà, e il tempo libero potrebbe essere speso
a costruire comunità o a occuparsi di politica; sarebbe pos-
sibile rallentare e riflettere sulle proprie decisioni, immuni
dalla costanti pressioni del neoliberismo; e anche le ansie che
sempre accompagnano il lavoro e la disoccupazione verreb-
bero ridotte grazie alla rete di protezione che un reddito base
offre.110 Inoltre, la richiesta di un reddito base universale viene
incontro alle necessità di lavoratori, disoccupati, sottoccupa-
ti, lavoratori migranti, lavoratori temporanei, studenti e disa-
bili:111 articolando un interesse comune a tutti questi gruppi,
fornisce loro un obiettivo populista per cui mobilitarsi.
La seconda caratteristica del reddito base universale è
che può trasformare precarietà e disoccupazione da condi-
zioni di insicurezza a stati di flessibilità volontaria. Viene
spesso dimenticato che la prima spinta a un lavoro più flessi-
bile arrivò dai lavoratori stessi, che in questo modo sperava-
no di demolire l’opprimente rigidità del tradizionale lavoro
di stampo fordista:112 la noiosa ripetitività di un lavoro dalle
9 alle 18 che va avanti per tutta la vita è tutto tranne che una
prospettiva allettante. Anche i lavori di assistenza sociale

184
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

richiedono spesso, per loro natura, un atteggiamento fles-


sibile, rendendo i posti di lavoro tradizionali ancora meno
attraenti. Marx stesso plaude agli aspetti liberatori del lavoro
flessibile nel celebre passaggio in cui spiega come il comu-
nismo «mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani
quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare,
la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare così come
mi vien voglia, e senza per questo diventare né cacciatore, né
pescatore, né pastore, né critico».113
Com’è noto, il Capitale è riuscito a impadronirsi del
desiderio di una maggiore flessibilità dei lavoratori per tra-
sformarlo in una nuova forma di sfruttamento: oggi il lavoro
flessibile equivale non a libertà, ma a precarietà e insicurez-
za. Ecco, il reddito base universale risponde esattamente alla
generalizzata condizione di precarietà per trasformarla da
stato di sofferenza in occasione di libertà.
La terza caratteristica del reddito base è che questo
obbliga a ripensare il valore attribuito a diversi tipi di lavoro.
Liberi dall’accettazione supina di qualsiasi impiego venga
loro sottoposto, i lavoratori potranno semplicemente rifiu-
tare le occupazioni che pagano troppo poco, che richiedano
troppo lavoro, che offrono pochi sussidi, o che sono umilianti
o degradanti. Il lavoro sottopagato è spesso rozzo e svilente,
e con un reddito base a disposizione è improbabile che molti
finiscano per accettarlo: il risultato sarebbe che lavori peri-
colosi, noiosi o poco attraenti sarebbero molto ben pagati,
mentre quelli più gratificanti, tonificanti e allettanti sarebbe-
ro pagati meno. In altre parole, la misura del valore del lavoro
sarebbe la sua natura, e non semplicemente la sua capacità
di produrre profitto.114
In seguito a una simile rivalutazione degli impieghi,
con l’aumentare dei salari per i lavori peggiori crescerebbe
anche l’incentivo per la loro automazione. Il reddito base
dunque, creerebbe un ciclo di feedback positivo: in più, un
reddito base non soltanto trasformerebbe il valore dei lavori

185
INVENTARE IL FUTURO

peggiori, ma contribuirebbe anche al processo di rivaluta­


zione dei lavori non retribuiti nel campo dell’assistenza
sociale. Così come la richiesta di uno stipendio per i lavori
di casa fu in grado di far riconoscere (e di politicizzare) il
lavoro domestico delle donne, così il reddito base riconosce
e politicizza le nostra responsabilità per la riproduzione del-
la società, dal lavoro formale a quello informale, dal lavoro
domestico a quello pubblico, dal lavoro individuale a quello
collettivo. Il ruolo principale non è più assegnato al lavoro
produttivo – che questo venga definito in termini marxisti
o neoclassici – ma piuttosto alla categoria più generica di
lavoro riproduttivo:115 visto che tutti noi contribuiamo alla
produzione e alla riproduzione del capitalismo, anche questa
nostra attività merita di essere remunerata.116 Basandosi su
un tale presupposto, il reddito base universale annuncia un
cambiamento che porta da una remunerazione basata sulle
capacità a una basata sulle necessità basilari dei lavoratori.117
Un’attenta considerazione di tutte quelle varianti genetiche,
storiche e sociali che caratterizzano e differenziano gli indi-
vidui ci permette di comprendere come una semplice misu-
razione dello sforzo compiuto sia un metro di valutazione
inadeguato, e che le persone vanno valutate semplicemente
in virtù del loro essere persone.
Infine: il reddito base è, fondamentalmente, una pro-
posta femminista. Un reddito base universale ignorerebbe
completamente la divisione del lavoro per linee di genere, e si
lascerebbe così alle spalle molti dei pregiudizi che infestano
il welfare tradizionale, roba tipo «è l’uomo che porta a casa lo
stipendio».118 Allo stesso tempo, riconoscerebbe il contributo
alla riproduzione della società fornito dal lavoro casalingo
non retribuito, garantendo una remunerazione adeguata a
questi lavoratori e (più spesso) lavoratrici invisibili.
L’indipendenza finanziaria garantita da un reddito base
sarebbe anche centrale per lo sviluppo della libertà sintetica
delle donne, e renderebbe possibile la sperimentazione di

186
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

nuove strutture familiari e comunitarie non più necessaria-


mente legate al modello della famiglia nucleare privatizza-
ta.119 Questa indipendenza finanziaria permetterebbe anche
la riconfigurazione delle relazioni personali: uno dei risultati
più inaspettati emersi dagli esperimenti già compiuti con il
reddito base è stato infatti un aumento del numero di divor-
zi.120 Gli osservatori conservatori hanno subito usato il dato
come prova dell’immoralità della proposta, ma il dato indi-
ca semplicemente che molte donne sono state finalmente
in grado di abbandonare relazioni disfunzionali grazie a
una ritrovata indipendenza economica.121 Un reddito base
potrebbe insomma tradursi in un approccio sperimentale
alla struttura familiare, a un maggior numero di possibilità
per la cura dei bambini, e a una trasformazione della divi-
sione del lavoro lungo linee di genere. In più, diversamente
dallo «stipendio per i lavori domestici» invocato negli anni
Settanta, il reddito base significa non un’espansione dei rap-
porti salariali, ma la loro diretta disintegrazione.
Il reddito base può sembrare sulle prime una misura eco-
nomica banalmente riformista, ma le sue implicazioni poli-
tiche sono assai significative. Avrebbe infatti il potenziale di
trasformare la precarietà, di riconoscere il lavoro sociale, di
facilitare il potere di classe, di estendere lo spazio di possibi-
lità all’interno del quale sperimentare con l’organizzazione di
comunità e famiglie: è dunque un meccanismo di redistribu-
zione capace di trasformare le relazioni di produzione, e un
meccanismo economico capace di modificare le politiche per
il lavoro. In termini di lotta di classe, c’è molto poco che distin-
gue la piena occupazione dalla piena disoccupazione: entram-
bi i fenomeni strozzano il mercato del lavoro, danno potere al
lavoro, e rendono più difficile lo sfruttamento dei lavoratori.
Ma la piena disoccupazione ha il vantaggio aggiuntivo di non
dipendere dalla divisione del lavoro lungo linee di genere (tra
lavoro domestico ed economia formale), di non imprigionare i
lavoratori all’interno della relazione salariale, e di permettere

187
INVENTARE IL FUTURO

a questi ultimi di vivere autonomamente le proprie vite. Per


tutti questi motivi, al vecchio obiettivo socialdemocratico
di una piena occupazione, dobbiamo sostituire la rivendica­
zione di un futuro di piena disoccupazione.

IL DIRITTO ALLA PIGRIZIA


Quali ostacoli si frappongono all’istituzione di un reddito
base? Se a prima vista il problema di trovare i fondi per
finanziare una simile misura sembra insormontabile, studi e
ricerche indicano che in realtà si tratterebbe di un compito
relativamente facile: servirebbe cioè tagliare quei program-
mi alternativi che un reddito base renderebbe ridondanti,
aumentare la tassazione sui ricchi, e poi imposte di succes-
sione, tasse sul consumo, carbon tax, taglio della spesa mili-
tare, taglio dei sussidi all’industria e all’agricoltura, e una
stretta sull’evasione fiscale.122
L’ostacolo più grande al reddito base – e in generale alla
realizzazione di una società post-lavoro – non è in realtà di
tipo economico, ma politico e culturale: politico perché le
forze che si oppongono a questa idea sono estremamente
potenti; culturale, perché il lavoro è profondamente integra-
to nelle nostre vite come parte della nostra stessa identità.
Esamineremo gli ostacoli politici nei prossimi due capitoli:
per ora, concentriamoci su quelli culturali.
Uno dei problemi più grandi per l’attuazione di un red-
dito base e la costruzione di una società post-lavoro, è quello
di superare la pressione sociale che porta a interiorizzare
l’etica del lavoro.123 Lo stesso fallimento degli esperimenti
di reddito base tentati negli Stati Uniti è riconducibile a una
generalizzata refrattarietà ad abbandonare le nozioni classi-
che che riguardano il lavoro, i poveri e i disoccupati;124 invece
che interpretare la disoccupazione come conseguenza di una
scarsa etica lavorativa, il reddito base invita a considerarla un
problema strutturale: eppure, quei primi esperimenti fecero
ricorso a un linguaggio che ribadiva una netta distinzione

188
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

tra lavoratori e beneficiari dei sussidi di welfare, sebbene il


piano puntasse proprio alla cancellazione di tali distinzio-
ni. Di conseguenza, i lavoratori più poveri rifiutarono di far
parte del programma per paura di essere stigmatizzati come
parassiti. Anche i pregiudizi razziali ebbero un peso: i sussidi
erano considerati come una caratteristica della popolazione
nera, e i bianchi dimostrarono di essere fortemente restii
all’idea di essere associati a un programma del genere. Infi-
ne, la mancanza di un’identificazione di classe tra lavoratori
e disoccupati – tutti appartenenti al surplus di popolazione –
impedì la creazione di una base sociale capace di mobilitarsi
in favore del reddito base.125
Lasciarsi alle spalle l’etica del lavoro sarà dunque un
obiettivo ineludibile per qualsiasi futuro tentativo di costru-
ire un mondo post-lavoro. Come abbiamo visto nel capitolo
3, il neoliberismo ha introdotto una serie di incentivi per
spingerci ad agire e a identificarci come soggetti competi-
tivi: è una visione dell’individuo attorno alla quale orbita
una costellazione di immagini tutte orientate all’autonomia
e all’indipendenza, che necessariamente entrano in con-
flitto con qualsiasi programma di società post-lavoro. Le
nostre vite sono sempre più strutturate attorno a un ideale
fortemente competitivo, che nel lavorare duro individua il
principale strumento di autorealizzazione,126 e per quanto
degradante, sottopagato o scomodo esso sia, il lavoro viene
comunque considerato come un bene in sé. Questo è il man-
tra dei principali partiti politici come della maggior parte
dei sindacati: è un’idea che spesso deriva dalla retorica del
lavoro per tutti come dall’importanza che viene attribuita
all’immagine della «famiglia di lavoratori», e che si accom-
pagna ai tagli del welfare giustificati dal fatto che «lavorare
paga sempre».
La stessa ideologia è parallela alla demonizzazione
dei disoccupati: i giornali pubblicano titoli che mettono in
dubbio la caratura morale di coloro che ricevono i sussidi, i

189
INVENTARE IL FUTURO

programmi televisivi ridicolizzano i poveri, e lo stereotipo


del parassita dello Stato assistenziale è ormai un classico. Il
lavoro è diventato centrale per la nostra concezione di noi
stessi, ed è così profondamente radicato in noi che, di fronte
all’idea di lavorare meno, molti rispondono: «E allora cosa
farei?». Il fatto che così tante persone non riescano neppure a
immaginare una vita che abbia significato al di fuori del pro-
prio impiego dimostra quanto in profondità l’etica del lavoro
abbia plasmato la nostra psiche.
Per quanto venga spesso associata all’etica del lavoro
protestante, la sottomissione al lavoro è in realtà implicita in
molte religioni.127 Questi sistemi etici e valoriali richiedono
dedizione al proprio lavoro qualunque esso sia, e instillano
il messaggio che la fatica abbia un valore morale intrinse-
co.128 Dall’ideale religioso che prometteva una miglior vita
futura in cambio del duro lavoro, l’etica del lavoro servì poi
alla dedizione – tutta secolare – al miglioramento della vita
presente: le forme contemporanee di questo imperativo
hanno assunto un carattere liberale-umanista, arrivando a
dipingere il lavoro come la principale forma di espressio-
ne dell’individuo.129 Il lavoro è stato insomma trasformato
in parte della nostra identità e presentato come l’unico
vero mezzo per la realizzazione individuale:130 tutti sanno,
per esempio, che in un colloquio la risposta peggiore alla
domanda «perché vuoi questo impiego?» è «per i soldi»,
anche se questa è chiaramente la verità repressa. Il lavoro
nel campo dei servizi esaspera ulteriormente il fenomeno:
in assenza di chiari criteri di produttività, i lavoratori sono
costretti a recitare la parte dell’impiegato produttivo, facen-
do finta di godersi i propri incarichi anche quando hanno
a che fare con clienti scortesi; lavorare tanto e a lungo è
diventato un vero e proprio segno di devozione, e questo
nonostante sia un altro modo in cui viene perpetrato il diva-
rio retributivo tra i sessi.131 In una situazione in cui il lavoro
è interpretato come elemento indissolubile della propria

190
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

identità, il superamento dell’etica del lavoro significa poco


meno che superare noi stessi.
L’ingrediente ideologico al centro dell’etica del lavoro
è che la remunerazione sia legata alla sofferenza. Ovunque
rivolgiamo lo sguardo, nella nostra società è facile riscontrare
come alle persone venga imposto di soffrire se vogliono rag-
giungere un traguardo. Gli epiteti rivolti ai mendicanti sen-
zatetto, la demonizzazione di quelli che vivono di sussidi, il
labirintico sistema burocratico che per tali sussidi è necessa-
rio, l’«esperienza lavorativa» non retribuita che viene richie-
sta ai disoccupati, la sadica persecuzione di tutti coloro che
vengono considerati come parassiti che ricevono beni gratui-
tamente: esempi del genere sono la dimostrazione che, nella
società in cui viviamo, soffrire è considerato come un rito di
passaggio obbligato. Le persone devono faticare e lavorare
duro prima di poter ricevere un salario, devono dimostrare il
loro valore agli occhi del Capitale.
Questa forma di pensiero lascia intendere un ovvio
residuo teologico, giacché la sofferenza è considerata non
solo intrinsecamente significativa, ma come la vera e pro-
pria condizione base per una vita che valga la pena vivere:
in parole povere, una vita senza sofferenza viene conside-
rata come frivola e vacua. Questa concezione va rigettata e
considerata il residuo di un’epoca storica trascesa da tempo.
La spinta a dare un significato profondo alla sofferenza può
magari avere avuto senso in quelle epoche passate in cui
povertà, malattia e fame erano elementi ricorrenti dell’e-
sistenza umana; ma oggi è doveroso rifiutarne la logica,
e riconoscere che abbiamo superato la necessità di fondare il
senso delle nostre esistenze sulla quantità di sofferenza pro-
vata: il lavoro e il dolore che lo accompagna non meritano
celebrazione alcuna.
Quella di cui abbiamo bisogno è una risposta contro­
egemonica, un progetto capace di sovvertire l’attuale conce-
zione del lavoro come necessario e addirittura desiderabile,

191
INVENTARE IL FUTURO

il ribaltamento della logica della sofferenza come condizione


per qualsiasi tipo di retribuzione. I media, presentando il red-
dito base come possibile alternativa e soluzione necessaria
alla disoccupazione causata dalle nuove tecnologie, stanno
in parte modificando la percezione dominante: dobbiamo
amplificare questi primi sintomi egemonici.
Il predominio dell’etica del lavoro è di intralcio anche
per i processi di cambiamento della base materiale dell’e-
conomia. Il capitalismo pretende che le persone per soprav-
vivere lavorino, e allo stesso tempo si dimostra incapace di
produrre abbastanza posti di lavoro: il contrasto tra i valori
promossi dall’etica del lavoro e questi cambiamenti materia-
li produce un ulteriore potenziale per la trasformazione del
sistema. Il sostegno a una società post-lavoro si potrebbe già
costruire dando un ruolo di rilievo ai problemi politici rap-
presentati dalla precarietà e dalla disoccupazione (così come
Occupy ha contribuito a rendere visibile il problema della
disuguaglianza, e UK Uncut quello dell’evasione fiscale).132
Ma la cosa più importante è che esiste già un diffusissimo
sentimento di avversione per il lavoro: e questo sentimento
va in qualche modo cavalcato.
Così come l’egemonia neoliberale cooptò i desideri dei
lavoratori e ne guadagnò l’approvazione, l’egemonia post-­
lavoro potrà trovare la sua forza nei desideri più autentici
delle persone. La pressione che ci spinge ad accettare l’etica
del lavoro è controbilanciata dal disprezzo che proviamo
per i nostri impieghi: oggi, in tutto il mondo, solo il tredici
percento delle persone sostiene di ritenere il proprio lavoro
interessante.133 Spossati e svuotati dal punto di vista fisico,
mentale e sociale, i lavoratori vivono le loro occupazioni
come fonte di continuo stress. Per la stragrande maggioran-
za delle persone il lavoro non ha alcun significato, non offre
alcun tipo di gratificazione né di redenzione: è solo un male
necessario che serve a pagare le bollette a fine mese. Chi è
già escluso dal lavoro, più che battersi per essere incluso in

192
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

una società di obblighi e di fatica, dovrebbe piuttosto creare


le condizioni per riprodurre la propria vita al di fuori del
lavoro. Modificare il consenso culturale che circonda l’etica
del lavoro significa agire a livello del quotidiano, traducendo
questi obiettivi a medio termine in slogan, meme, inni, can-
ti… Richiede la difficile ma essenziale organizzazione degli
spazi lavorativi e una campagna politica capace di infiam-
mare gli animi delle persone. Il successo di questi sforzi
emergerà chiaramente quando le discussioni dei media
sull’automazione cambieranno di tono: dall’allarmismo per
il declino dell’occupazione, alla celebrazione della libertà
dalla schiavitù del lavoro.134

IL REGNO DELLA LIBERTÀ


La sinistra del XXI secolo deve puntare a combattere la cen-
tralità del lavoro nella vita contemporanea: fondamental-
mente, la scelta è tra la celebrazione del lavoro e della classe
operaia, e l’abolizione di entrambi.135 La prima posizione tro-
va la sua principale espressione nella tendenza, tipicamente
folk politics, a dare valore al lavoro manuale e artigianale.
La seconda è la sola e autentica alternativa postcapitalista: il
lavoro deve essere rifiutato e ridotto per permettere lo svilup-
po della nostra libertà sintetica.136 Come abbiamo illustrato
nel corso di questo capitolo, è quindi necessario conseguire
quattro obiettivi essenziali:

• Piena automazione
• Riduzione della settimana lavorativa
• Reddito base universale
• Rifiuto dell’etica del lavoro

Anche se ciascuna di queste proposte può valere da sola


come obiettivo, è quando vengono articolate assieme e
all’interno di un programma unitario che esprimono tutta la
loro potenza. Non si tratta di immaginare riforme semplici

193
INVENTARE IL FUTURO

o periferiche, ma una formazione egemonica completamen-


te nuova, che abbia l’ambizione di competere con le alterna-
tive neoliberali e socialdemocratiche.
Rivendicare la piena automazione amplifica la possibili-
tà di ridurre la settimana lavorativa e incrementa la necessità
di un reddito base universale: la prima misura aiuterebbe a
produrre un’economia sostenibile e ad accumulare potere
di classe, mentre la seconda aumenterebbe la probabilità di
ridurre il tempo passato a lavorare e dunque, di nuovo, di
espandere il potere di classe. Il tutto, porterebbe a un’acce-
lerazione della stessa piena automazione: con l’aumento del
potere dei lavoratori e un mercato del lavoro più strozzato,
il costo marginale del lavoro crescerebbe, perché le impre-
se adotterebbero l’uso di macchinari per potersi espande-
re.137 Questi obiettivi entrano in risonanza l’uno con l’altro,
amplificando il loro potere collettivo. Una nuova egemonia
post-lavoro resisterebbe a una (possibile) inversione, avendo
creato una massa elettorale che trae benefici da essa e che è
interessata al suo mantenimento.138
L’ambizione di questo progetto è strappare l’idea di futu-
ro dalle mani del capitalismo, di costruire nel XXI secolo il
mondo in cui vorremmo vivere, e di mettere a disposizione
il tempo e il denaro necessari a un concetto sostanziale di
libertà. «Lavoro per tutti», il grido di battaglia della sinistra
tradizionale, va rimpiazzato con «disoccupazione per tutti».
A questo punto però, va immediatamente chiarita una
cosa: non esiste una soluzione tecnocratica, e non esiste
alcun percorso obbligato che inevitabilmente ci porterà a un
futuro post-lavoro. La battaglia per la piena automazione, la
settimana lavorativa corta, la fine dell’etica del lavoro e il red-
dito base universale sono innanzitutto battaglie politiche.
Quella del futuro post-lavoro è un’immagine iperstizionale
di progresso, che punta a rendere il futuro una forza storica
capace di agire nel presente. Le battaglie che un simile pro-
getto dovrà affrontare richiedono che la sinistra oltrepassi

194
IMMAGINARI DEL POST-LAVORO

l’orizzonte della folk politics per ricostruire il proprio potere


e adottare una strategia espansionistica capace di produrre
un cambiamento tangibile. E adesso è esattamente a questi
obiettivi che ci rivolgeremo.

195
Capitolo 7

UN NUOVO SENSO COMUNE

La soluzione è fare in modo che il «senso comune»


vada nella direzione del cambiamento.
Pablo Iglesias

Una società post-lavoro può potenzialmente esercitare un’at-


trattiva enorme, anche perché porterebbe a un miglioramen-
to delle condizioni materiali di vita della maggior parte delle
persone. Questo però non basta a garantirne la realizzabilità:
sui media di oggi, le discussioni su argomenti come l’auto-
mazione e il reddito base sembrano dare per scontata l’in-
nata magnanimità delle élite, la neutralità politica della tec-
nologia e l’inevitabilità di una società in cui di lavoro non ce
ne sarà più; ma esistono anche forze enormemente influenti
che hanno tutto l’interesse di preservare lo status quo. Nei
decenni che ci precedono la sinistra ha conosciuto una scon-
fitta dopo l’altra, mentre la miseria rimane ancora più diffusa
del lusso: nella situazione attuale l’automazione finirebbe
soltanto col produrre più disoccupazione, e i potenziali bene-
fici portati dalle nuove tecnologie verrebbero sperimentati
unicamente dai loro pochi, ricchi padroni. Allo stesso modo,
il poco tempo libero di cui disponiamo verrebbe cancellato
da nuovi e tediosi posti di lavoro o dall’estensione del preca-
riato. E se un domani un reddito base venisse garantito, con
molta probabilità verrebbe stanziato al di sotto della soglia
di povertà, e servirebbe semplicemente ad arricchire impre-
se e compagnie.
Di conseguenza, la creazione di una vera società post-­
lavoro non può che partire dal cambiamento della condizione
politica presente. A sua volta questo significa che la sinistra
dovrà affrontare a viso aperto la deprimente situazione in cui
versa: sindacati in rovina, partiti politici ridotti a marionette
governate dagli interessi neoliberali e un’egemonia cultu-
rale e intellettuale in drammatico declino. La repressione

197
INVENTARE IL FUTURO

subita dalla sinistra per mano di governi e corporation è


andata crescendo da diversi decenni a questa parte, leggi
e provvedimenti vari hanno reso l’organizzazione politica
più difficoltosa, la precarietà ci ha reso tutti più insicuri, e
la militarizzazione delle forze di polizia sta procedendo a
passo sempre più spedito;1 a questo va aggiunto che le nostre
vite private, il nostro mondo sociale e l’ambiente stesso in
cui viviamo sono tutti organizzati attorno al lavoro e al suo
mantenimento. La transizione verso una società post-lavoro,
come pure la transizione verso un’economia decarbonizzata,
non è solo questione di superare l’opposizione di qualche
potente gruppo di interesse: si tratta piuttosto di mettere in
atto una totale trasformazione della società. Lo scontro con
l’apparato di potere del Capitale è insomma inevitabile, e
non dobbiamo farci illusioni riguardo alle difficoltà che un
simile progetto si troverà a incontrare. E se un cambiamento
radicale non sarà immediatamente possibile, i nostri sforzi
dovranno concentrarsi sull’espansione di quegli spazi di pos-
sibilità che esistono già, promuovendo col passare del tempo
migliori condizioni politiche: dobbiamo cioè raggiungere
uno spazio da dove potranno essere formulate rivendicazio-
ni più radicali e – se vogliamo alterare significativamente il
terreno politico – prepararci allo sviluppo di un processo a
lungo termine.
Non è niente di cui sorprendersi. Il capitalismo non è
emerso all’improvviso, ma è progredito lentamente nel cor-
so di diversi secoli fino a raggiungere una posizione domi­
nante.2 Il processo ha richiesto il concorso di diversi elementi:
lavoratori senza terra, ampia produzione di beni di consumo,
proprietà privata, miglioramenti tecnologici, centralizzazio-
ne della ricchezza, borghesia, etica del lavoro e così via. Que-
ste condizioni storiche sono gli ingredienti attraverso i quali
la logica sistemica del capitalismo è riuscita infine a guidare
il pianeta. La morale di questa storia è che anche il postca-
pitalismo, come già il capitalismo, dovrà fare affidamento

198
UN NUOVO SENSO COMUNE

sull’accumulo di un insieme di elementi specifici: non


emer­gerà né all’improvviso né all’indomani di un semplice
momento rivoluzionario, e il compito della sinistra dovrà
essere quello di creare le condizioni perché il postcapitali-
smo si avveri, di lottare per proseguire la sua progettazione
su scala sempre più ampia.
Questo capitolo prende spunto dalla premessa che la
sinistra contemporanea versa in condizioni critiche, e che
qualsiasi progetto di trasformazione avrà bisogno di molto
tempo. Per ragioni di spazio, limiteremo la nostra analisi alle
democrazie capitaliste occidentali, con i loro peculiari appa-
rati di potere politico ed economico: dovremo quindi trala-
sciare le immense (ed estremamente importanti) regioni del
resto del mondo.3 Ciononostante, vale la pena ribadire che
il problema dell’automazione e del surplus di popolazione
sono di natura globale, e che le condizioni per l’avvento di un
futuro post-lavoro stanno fiorendo in tutto il mondo, come
dimostrato dai già accennati esperimenti di reddito base in
India e in Namibia, dalla rapida crescita dell’automazione
industriale in tutte le nazioni più popolose, e dalla sponta-
nea emersione di movimenti anti-lavoristi in molti paesi.
Ovviamente, benché queste siano dinamiche globali, un
progetto politico mirato a trasformare la situazione presente
dovrà necessariamente partire, caso per caso, dalle peculiari
condizioni incontrate sul terreno. Certamente alcuni princi-
pi basilari potranno essere applicati in contesti diversi, ma
dovranno essere realizzati secondo circostanze differenti.
Tenendo a mente queste precisazioni, possiamo allora
chiederci: come è possibile determinare un futuro migliore?
La classica strategia leninista – costruire un doppio potere
attraverso un partito rivoluzionario e rovesciare lo Stato – è
oggi obsoleta,4 e i sostenitori del modello bolscevico possono
servire più come figuranti in rievocazioni storiche che come
guide per la politica contemporanea. Allo stesso tempo, le
rivoluzioni politiche più recenti – da quella iraniana alle

199
INVENTARE IL FUTURO

primavere arabe – non hanno prodotto altro che un misto


di autoritarismo teocratico, dittature militari e guerre civili.
Anche il modello riformista è destinato al fallimento: la vec-
chia ambizione di dare vita a un mondo nuovo attraverso una
semplice consultazione elettorale, si è ridotta alla ricerca del
consenso da parte delle élite per poi essere del tutto inglobata
all’interno dell’ideologia neoliberale; nelle sue forme migliori,
la via riformista potrebbe al massimo ambire a qualche mini-
ma miglioria da apportare al capitalismo, agendo come una
specie di sistema omeostatico politico. L’ultimo ciclo di lotte
ha infine dimostrato come gli approcci «immediati» privile-
giati dalla folk politics non riescano a modificare realmente
la società: la resistenza locale, le battaglie di difesa, le sacche
di politica prefigurativa e la semplice «fuga dalla società»
sono strategie incapaci di guadagnare terreno e ostacolare
il capitalismo; non basta dichiarare che il progresso arriverà
con la pratica, o che le masse riusciranno a creare spontanea-
mente un mondo migliore.5
Se è vero che in ogni battaglia intervengono elementi
casuali e non prevedibili, la difficoltà di costruire un mondo
nuovo richiede comunque lo sviluppo preventivo di un pen-
siero strategico. I nostri sforzi in questa direzione dovranno
essere organizzati in maniera lungimirante e lungo linee ben
precise, anziché essere dissipati in una serie di obiettivi par-
ziali e scollegati tra loro: anche perché, come la stessa moder-
nità ci insegna, il progresso in direzione di un futuro migliore
poggia su caute riflessioni e azioni ben pianificate.
Visti i limiti di cui sopra, noi crediamo che il piano d’azio-
ne migliore sia la costruzione di una strategia controegemo-
nica. Si tratta di un tipo di strategia a cui è possibile ricorrere
anche in condizioni di debolezza, è scalabile dal locale al glo-
bale ed è in grado di identificare la morsa del capitalismo in
ogni aspetto delle nostre vite, dai nostri desideri più intimi
fino al più astratto dei flussi finanziari. Una strategia contro-
egemonica implica un progetto mirato a sovvertire il senso

200
UN NUOVO SENSO COMUNE

comune neoliberale dominante, e quindi a potenziare l’im-


maginazione collettiva: fondamentalmente, è un tentativo di
instaurare un nuovo senso comune organizzato attorno alla
crisi del lavoro e i relativi effetti sul proletariato. Serve dunque
un lavoro di preparazione per una battaglia politica di livello
globale, che trasformi il nostro immaginario e riconfiguri il
nostro senso del possibile. L’idea è quella di creare una rete di
supporto e un linguaggio comune per un mondo nuovo, cer-
cando di modificare l’equilibrio dei poteri nell’attesa di una
crisi capace di mettere in questione la legittimità della società
contemporanea. Diversamente da varie forme di folk politics,
si tratta di una strategia espansionistica e a lungo termine,
a suo agio con una realtà fatta di astrazione e complessità,
e progettata per sovvertire l’universalismo capitalista.6 In
questo capitolo esamineremo quindi tre possibili ambiti di
lotta: quello intellettuale, quello culturale e quello tecnolo-
gico. Cominceremo esaminando l’idea di egemonia a livello
teorico, mentre il resto del capitolo esplorerà alcuni esempi
di come un progetto controegemonico al dominio neoliberale
può essere messo in pratica attraverso narrazioni utopiche,
economie pluraliste e il riorientamento delle tecnologie.

LA COSTRUZIONE DEL CONSENSO


Inizialmente, il concetto di «egemonia» è servito a spiegare
perché la gente comune non si ribellava al capitalismo.7
Secondo la tradizionale narrativa marxista, i lavoratori erano
destinati a diventare sempre più coscienti della natura sfrut-
tatrice del capitalismo, e da lì si sarebbero organizzati per tra-
scenderla: il capitalismo avrebbe prodotto un mondo sempre
più polarizzato tra Capitale e classe operaia, un processo che
avrebbe favorito una strategia politica grazie alla quale la
classe operaia organizzata avrebbe ottenuto il controllo dello
Stato per via rivoluzionaria. Ma già attorno agli anni Venti
fu chiaro che, nelle società democratiche europee, un simile
scenario non si sarebbe mai realizzato. Come fu possibile,

201
INVENTARE IL FUTURO

allora, che il capitalismo e gli interessi della classe dominante


ebbero il sopravvento in queste società senza nemmeno l’uso
della forza?
Antonio Gramsci rispose a questa domanda sostenendo
che il potere del capitalismo si fonda sull’egemonia, ovvero
la costruzione del consenso pubblico che porta un deter-
minato gruppo (dominante) a imporre le proprie visioni
sugli altri. Un progetto egemonico costruisce insomma un
«senso comune» che instaura la visione del mondo di un
gruppo come l’orizzonte universale di un’intera società: in
questo modo, l’egemonia permette a quel gruppo di guidare
e governare una società principalmente attraverso il consen-
so (attivo e passivo) del pubblico, piuttosto che ricorrendo a
metodi coercitivi.8 Questo consenso può essere prodotto in
diversi modi: la formazione di esplicite alleanze politiche
con altri gruppi sociali, la disseminazione di valori cultu-
rali a supporto di un particolare criterio di organizzazione
sociale (vedi l’etica del lavoro promossa dai media e instillata
tramite l’istruzione), il coordinamento di interessi tra classi
diverse (per esempio: i lavoratori vivono meglio quando un’e-
conomia capitalista è in crescita, anche se questo significa
disuguaglianze di massa e disastri ambientali), e costruzio-
ne di tecnologie e di infrastrutture tali da porre limiti invi-
sibili al conflitto sociale (altro esempio: strade più larghe al
fine di rendere difficoltosa l’erezione di barricate). In senso
lato, l’egemonia permette a gruppi relativamente ristretti di
capitalisti di «guidare» l’intera società anche quando i loro
interessi materiali sono in conflitto con quelli della maggio-
ranza. Infine, insieme al controllo del consenso attivo e pas-
sivo, i progetti egemonici contemplano all’occorrenza anche
metodi coercitivi – carcerazione, violenza, intimidazione da
parte delle forze di polizia – al fine di neutralizzare i gruppi
che rifiutano di sottomettersi.9 Nell’insieme, queste misure
fanno sì che un piccolo gruppo di individui sia in grado di
influenzare la direzione generale di una società intera, a volte

202
UN NUOVO SENSO COMUNE

tramite la conquista e il dispiegamento del potere statale,


ma anche al di fuori dei confini dello Stato.
Quest’ultimo punto è particolarmente importante: l’ege-
monia non è soltanto una forma di dominio dispiegata da chi
è al potere, ma anche una strategia che permette a coloro che
risiedono ai margini di trasformare la società. Un progetto
controegemonico permette a gruppi marginalizzati e oppres-
si di spostare gli equilibri e di creare un nuovo senso comune.
Rigettare l’ideale egemonico significa insomma abbandona-
re qualsiasi ipotesi di vittoria e di esercizio del potere, e in
definitiva rinunciare ai principali obiettivi di qualsivoglia
battaglia politica.10 Anche se ci sono frange della sinistra con-
temporanea che sposano apertamente una simile posizione,11
va ricordato che quando persino i movimenti orizzontalisti
hanno ottenuto qualche successo, questi sono stati possibili
soltanto attraverso un lavoro controegemonico: il più vistoso
risultato di Occupy – la trasformazione del dibattito pubblico
sulle disuguaglianze – ne è un ottimo esempio.
Un progetto controegemonico mirerà quindi a sovver-
tire quel complesso di alleanze, regole consensuali e senso
comune che impediscono la costruzione di una nuova ege-
monia;12 dovrà cioè cercare di istituire le condizioni sociali
dalle quali saprà emergere un mondo post-lavoro, e richie-
derà un atteggiamento espansionistico che vada ben oltre le
misure temporanee e locali proprie della folk politics. Com-
porterà anche la mobilitazione di differenti gruppi sociali,13
il che significa legare una vasta gamma di singoli interessi
attorno a un desiderio comune: quello di una società libera
dal lavoro salariato. Negli Stati Uniti l’egemonia neoliberale è
notoriamente emersa dalla fusione degli interessi dei liberi-
sti in campo economico con quelli dei conservatori in campo
sociale: è un’alleanza problematica (e a volte contradditto-
ria), ma che riesce comunque a trovare interessi condivisi
all’interno dell’ampia cornice del neoliberismo (vedi l’enfasi
comune posta sulle libertà individuali).14 In più, i progetti

203
INVENTARE IL FUTURO

controegemonici operano su terreni diversi, che vanno dallo


Stato alla società civile passando per le infrastrutture mate-
riali, e questo significa che devono sapersi muovere in modi
differenti: promuovendo il proprio programma attraverso
i media, provando a ottenere potere nelle istituzioni, control-
lando settori chiave dell’economia, progettando infrastrut­
ture fondamentali...
Un progetto di questo tipo richiede un impegno sia empi-
rico che sperimentale. L’obiettivo è identificare i campi di
azione che bisognerà rafforzare per influenzare la direzione
verso la quale la società contemporanea si andrà evolvendo.
La Mont Pelerin Society è un esempio perfetto: acutamente
consapevole di come l’economia keynesiana fosse il senso
comune dominante del suo tempo, la MPS si assunse il com-
pito a lungo termine di smantellare uno per uno gli elementi
capaci di sostenerne l’ideologia. Ci vollero anni perché il pro-
getto iniziasse a dare frutti, e durante questo periodo la MPS
dovette continuamente ricorrere ad azioni controegemoni-
che nel tentativo di realizzarlo compiutamente. Un simile
pensiero a lungo termine è chiaramente in conflitto con la
tendenza odierna a focalizzarsi sulla resistenza immediata e
su nuovi motivi di indignazione quotidiana.
Quello sull’egemonia non è semplicemente un dibattito
immateriale su idee e valori. L’egemonia neoliberale dipende
per esempio da una serie di istanze materiali: nello specifico,
l’intreccio tra potere governativo, manipolazione dei media e
un ramificato network di think tank. Come abbiamo osserva-
to nella nostra analisi delle origini del neoliberismo, la MPS
fu particolarmente scaltra quando si trattò di creare un’infra-
struttura intellettuale composta da istituzioni e risorse mate-
riali necessarie per instillare, incarnare e infine diffondere la
propria ideologia. È questa combinazione di alleanze sociali,
pensiero strategico, lavoro ideologico e interventi sulle isti-
tuzioni che conferisce la capacità di modificare il discorso
pubblico, e qui un concetto chiave è quello della «finestra

204
UN NUOVO SENSO COMUNE

di Overton», ovvero lo spettro di idee e ipotesi che possono


«realisticamente» essere discusse da politici, intellettuali e
giornalisti, e dunque accettate dal pubblico.15
Questa finestra di opzioni «realistiche» deriva da un com-
plesso intreccio di fattori: da chi controlla i nodi fondamen-
tali di stampa e media radiotelevisivi a chi detiene il potere
esecutivo, ma riguarda anche l’impatto della cultura popola-
re, l’equilibrio di potere tra lavoratori e capitalisti e così via.
Per quanto emerga dall’intersezione di elementi disparati, la
finestra di Overton ha in sé il potere di plasmare il cammino
futuro di governi e società: se una certa idea non viene consi-
derata «realistica» non verrà neanche presa in considerazio-
ne come oggetto di discussione, e i suoi sostenitori verranno
accusati di «scarsa credibilità». Possiamo valutare il successo
degli ideali neoliberali misurando quanto essi siano riusciti
a circoscrivere lo spazio del possibile in un periodo di oltre
trent’anni;16 oltretutto, seppure non è mai stato possibile
convincere la maggioranza della popolazione dei meriti delle
politiche neoliberali, quello che conta è che l’assenso attivo
non è strettamente necessario: una lunga serie di ammini-
strazioni in tutto il mondo, con l’ausilio di una rete di think
tank e con la compiacenza dei media conservatori, è riuscita a
trasformare le opzioni possibili in un modo tale da escludere
finanche la più moderata tra le proposte «socialisteggianti».17
In questo modo, l’egemonia neoliberale ha reso possibile
l’esercizio del potere senza la necessità di controllare diretta-
mente il potere esecutivo statale.
Considerato che la finestra delle opzioni possibili può
essere spostata ancora più a destra, che un governo conser-
vatore sia o meno al potere fa poca differenza (un partico-
lare che negli USA è stato ampiamente sfruttato dal Partito
Repubblicano, spiazzando non poco la sinistra liberale). Ma
per come la affrontiamo in questo capitolo, l’egemonia ideo-
logica non si riduce al mantenimento di qualche rigida linea
di partito su quello che si può o non si può discutere: anche il

205
INVENTARE IL FUTURO

solo portare problemi e categorie di sinistra all’attenzione del


dibattito pubblico sarebbe già un enorme passo avanti.
Sebbene il concetto di egemonia venga spesso associato
agli aspetti più immateriali della società (idee, valori, ecc.), il
suo senso è in realtà prettamente materiale. Le infrastrutture
fisiche del nostro mondo esercitano una significativa forza
egemonica sulla società, imponendo uno stile di vita senza
bisogno di alcuna imposizione esplicita: parlando dell’infra-
struttura urbana, David Harvey ha scritto che «i progetti che
riguardano il modo in cui vogliamo che siano le nostre città
[…] sono progetti che riguardano le capacità umane: e cioè
chi vogliamo o – in maniera forse ancora più pertinente – chi
non vogliamo diventare».18 I quartieri suburbani degli Stati
Uniti furono costruiti con l’intenzione dichiarata di isolare
e individualizzare le reti di solidarietà urbana, e di instillare
una divisione di genere tra il privato e il pubblico nella forma
della villetta monofamiliare.19 Le infrastrutture economiche
servono a loro volta a modificare e plasmare i comportamen-
ti umani: quelle tecnologiche vengono spesso sviluppate per
scopi di questo tipo se non direttamente politici, e se pensia-
mo alla catena di distribuzione just-in-time ci rendiamo con-
to di come si tratti di un metodo non solo economicamente
efficiente in un regime capitalista, ma anche estremamente
utile a demolire il potere dei sindacati.
In altre parole, l’egemonia – ovvero il dominio esercitato
tramite la costruzione del consenso – va considerata una for-
za tanto materiale quanto sociale. È qualcosa di connaturato
alla mente umana, alle organizzazioni sociali e politiche, alla
tecnologia, e all’ambiente materiale che costituisce il nostro
mondo di tutti i giorni.20 E mentre le forze sociali dell’ege-
monia devono essere continuamente rinnovate, gli aspetti
materiali dell’egemonia esercitano un effetto che, dopo la
creazione iniziale, dura estremamente a lungo:21 una volta al
loro posto, le infrastrutture sono difficili da rimuovere o da
alterare, anche nonostante i cambiamenti delle condizioni

206
UN NUOVO SENSO COMUNE

politiche. Basti pensare al problema che stiamo affrontando


oggi con le infrastrutture basate sui combustibili fossili: le
nostre economie sono organizzate attorno a produzione,
distribuzione e consumo di carbone, petrolio e gas, il che
rende molto difficile decarbonizzare l’economia.
Il rovescio della medaglia è che, una volta che l’infra­
struttura postcapitalista sarà stabilita, sarà altrettanto
difficile spodestarla, indipendentemente dalla quantità di
forze reazionarie che vorranno opporvisi. La tecnologia e le
infrastrutture tecnologiche rappresentano allo stesso tempo
ostacoli non indifferenti al superamento del modo di produ-
zione capitalista e risorse importanti per assicurare la lon-
gevità dell’alternativa postcapitalista. Questo spiega perché
ad esempio non sia sufficiente un movimento populista, per
quanto vasto, che si opponga alla forma corrente del capita-
lismo: senza un nuovo approccio capace di mobilitare per la
propria causa risorse come le tecnologie di produzione e di
distribuzione, qualsiasi movimento sociale sarà costretto a
ricadere nelle pratiche del capitalismo stesso.
L’egemonia che la sinistra deve sviluppare è di tipo
socio-tecnico, capace cioè di operare sia nella sfera delle
idee (e delle ideologie) che in quella delle infrastrutture
concrete. L’obiettivo di questa strategia, in termini generici,
è traghettare l’egemonia tecnica, economica, sociale, poli-
tica e produttiva contemporanea verso un nuovo punto di
equilibrio, oltre l’imposizione del lavoro salariato. Questo
richiederà il ricorso a pratiche sperimentali e a lungo ter-
mine, nonché capaci di agire su diversi fronti: un progetto
egemonico implica (e risponde a) una società intesa come
un ordine complesso e in divenire, il risultato di pratiche
diverse ma interconnesse.22 Certe combinazioni produr­
ranno instabilità, ma altre porteranno a risultati più sta-
bili, se non letteralmente statici. In questo contesto, la
politica egemonica rappresenta il lavoro svolto da e per un
nuovo punto di relativa stabilità sociale attraverso svariati

207
INVENTARE IL FUTURO

sottosistemi sociali: dalla politica nazionale alla sfera eco-


nomica, dalla battaglia delle idee a un diverso tipo di regime
tecnologico.
L’egemonia è l’ordine che emerge dall’interazione tra
queste diverse sfere: punta a sopprimere certi tipi di azione e
a promuoverne altri. Nel resto di questo capitolo, prendere-
mo in esame tre canali tramite i quali sarà possibile battersi
per una nuova egemonia: la pluralizzazione dell’economia,
la creazione di narrazioni utopiche e un nuovo utilizzo della
tecnologia. Questi sicuramente non esauriscono tutti i pos-
sibili punti di attacco, ma identificano aree potenzialmente
produttive su cui sarà bene concentrare la nostra attenzione.

RICORDARE IL FUTURO
Oggi, uno degli aspetti più pervasivi e subdoli dell’egemonia
capitalista è la sua abilità nel porre limiti alla nostra immagi-
nazione collettiva. Nonostante sempre più persone tentino di
sovvertirlo, il mantra «non c’è alternativa» continua a regna-
re sovrano. Rispetto a quanto abbiamo visto nel XX secolo si
tratta di un cambiamento significativo, se non altro perché
il Novecento vide una grande proliferazione di immaginari
utopici con tanto di grandiosi piani per il futuro.
La conquista dello spazio è stata per esempio un simbolo
ricorrente del desiderio umano di controllare il proprio desti-
no;23 la Russia pre-sovietica conobbe un’immensa attrazione
per l’esplorazione spaziale, e benché l’aviazione fosse un
campo ancora relativamente giovane, il sogno di librarsi in
volo nel cosmo sembrava comunque promettere una «totale
liberazione dai significanti del passato: ingiustizia sociale,
imperfezioni, gravità e, in ultima analisi, la Terra stessa».24
Queste inclinazioni utopiche ebbero lo scopo di rendere intel-
ligibili i rapidi cambiamenti che stava conoscendo il mon-
do dell’epoca, di sottolineare l’idea che l’umanità avrebbe
potuto impartire alla propria storia una direzione razionale,
e di coltivare visioni per una società futura. Con sfumature

208
UN NUOVO SENSO COMUNE

più mistiche (e con ammirevole ambizione), i cosmisti russi


sostennero che l’ingegneria terrestre e l’esplorazione spaziale
sarebbero state solo il primo passo verso il vero obiettivo: la
risurrezione del morti.25 Nel frattempo, letture più secolari
immaginarono piani dettagliati per la creazione di economie
completamente automatizzate, per una democrazia econo-
mica di massa, per la fine del classismo e il completo svilup-
po dell’umanità.26
L’entusiastica convinzione dell’imminenza dei viaggi
spaziali era così diffusa che, nel 1924, la notizia di un possi-
bile razzo indirizzato verso la Luna causò quasi una rivolta
nelle strade.27 La cultura popolare traboccava di storie in cui
a intrecciarsi erano rivoluzione tecnologica e rivoluzione
sociale, e dalla semplice fantasia di viaggi extraterrestri simi-
li immagini finirono per esercitare un impatto concreto sulla
vita delle persone: nel periodo post-rivoluzionario, questa
cultura così pregna di ambizioni per il futuro diede il via a una
serie di esperimenti sociali che contemplavano allo stesso
modo nuove forme di vita in comune, inedite organizzazioni
domestiche e forme politiche innovative.28 Tali esperimenti
andarono a contribuire all’idea che, in un periodo di rapida
modernizzazione, nessun obiettivo era impossibile, aiutando
in questo senso sia i bolscevichi che il popolo.
Con lo stalinismo, le ambizioni utopiche pre e post-
rivoluzionarie furono perlopiù silenziate; ma riemersero
negli anni Cinquanta grazie a una nuova sicurezza economi-
ca e alla disponibilità di risorse per poter finalmente realiz-
zare alcuni di questi sogni.29 Non è possibile comprendere
appieno il momento più alto dello sperimentalismo sovietico
– il lancio dello Sputnik e il predominio economico che il
paese sembrava prossimo ad agguantare all’epoca – senza
considerare come, a renderlo possibile, fu proprio una cul-
tura popolare profondamente imbevuta di slanci utopici.30
Persino gli Stati Uniti conobbero un periodo simile all’inizio
della loro storia: spinti dalla diffusa convinzione che il nuovo

209
INVENTARE IL FUTURO

capitalismo industriale rappresentasse solamente una fase


temporanea e che un mondo migliore sarebbe presto emer-
so, i lavoratori lottarono per la costruzione del futuro. In un
clima molto meno ostile del nostro, il mondo del lavoro fu
in grado di costruire una serie di robuste organizzazioni in
grado di esercitare una forte pressione sociale.31 E, di nuovo, i
successi conseguiti in questo periodo sono inseparabili dalla
più ampia cultura utopica in cui erano collocati.
Il mondo di oggi rimane invece costretto all’interno dei
parametri imposti dal «realismo capitalista».32 Il futuro è
stato cancellato: siamo più inclini a credere che la catastro-
fe ecologica sia imminente, la militarizzazione della società
inevitabile e l’aumento delle disuguaglianze inarrestabile.
Persino la fantascienza contemporanea è dominata da visio-
ni quasi sempre distopiche, e si occupa più di descrivere il
declino del nostro pianeta piuttosto che immaginare possi-
bili scenari di un mondo nuovo.33 Quando un’utopia viene
portata all’attenzione del pubblico, sembra sempre che vada
rigorosamente giustificata in termini strumentali, anziché
lasciare che ecceda (come per sua natura) qualsiasi tipo
di calcolo. E intanto, nei corridoi delle università l’impulso
utopico viene censurato come ingenuo e inutile.
Spossata da decenni di fallimenti, la sinistra ha gradual-
mente abbandonato quelle che furono storicamente le sue
ambizioni più grandi. Per portare un solo esempio: mentre
negli anni Settanta il femminismo radicale e i manifesti del
movimento queer invocavano a gran voce una società pro-
fondamente rinnovata, già vent’anni dopo queste rivendica-
zioni si erano limitate a una forma più moderata di politica
delle identità, per poi ridursi – dagli anni Duemila in poi – a
richieste ancora più modeste come i matrimoni gay e le pari
opportunità per le donne manager.34 Lo spazio della speranza
è stato oggi usurpato dal cinismo e da una supposta maturità
venata di scetticismo.35 E così, gli ambiziosi obiettivi che una
volta aspiravano alla totale trasformazione del panorama

210
UN NUOVO SENSO COMUNE

sociale si sono ridotti a piccoli tentativi di riforma ai margini


della società.
Noi siamo convinti che una sinistra con grandi ambizioni
sia un elemento essenziale per la costruzione di un program-
ma post-lavoro, e che per raggiungere questo obiettivo il futu-
ro debba essere non solo ricordato ma ricostruito.36 Le utopie
sono l’incarnazione delle iperstizioni di progresso: ci impon-
gono la realizzazione del futuro, costituiscono un impossibile
ma necessario oggetto di desiderio, e ci forniscono sia un lin-
guaggio di speranza che lo stimolo a un mondo migliore. Chi
accusa le utopie di essere nient’altro che delle fantasie, perde
di vista il fatto che è precisamente il loro elemento di imma-
ginazione a renderle elementi fondamentali di ogni processo
di cambiamento politico. Se desideriamo evadere da questo
presente, dobbiamo prima di tutto liberarci dei parametri
imposti al futuro e dischiudere un nuovo orizzonte di possi-
bilità. Privo della speranza in un futuro migliore, il pensiero
politico radicale è destinato al fallimento.37
Non è un caso che l’utopia abbia avuto un ruolo cen-
trale in tutti i grandi movimenti di liberazione, dal primo
liberalismo ai socialismi di ogni tipo, dal femminismo al
nazionalismo anticoloniale. Cosmismo, afrofuturismo, sogni
di immortalità, esplorazione spaziale: sono tutti segnali di
un impulso universale al pensiero utopico. Persino la rivo-
luzione neoliberale coltivò il desiderio di un’utopia liberale
alternativa, antitetica al consenso keynesiano dominante.
Ma qualsiasi utopia di sinistra che, dal collasso dell’Unione
Sovietica a oggi, abbia osato sfidare il neoliberismo è stata
sistematicamente privata delle risorse necessarie al suo com-
pimento. La sinistra deve liberare il proprio impulso utopi-
co dalle catene del neoliberismo, per poter così espandere
lo spazio del possibile, adottare una prospettiva critica sul
momento presente e coltivare desideri nuovi.
Per cominciare, il pensiero utopico è in grado di offrire
un’analisi rigorosa della congiuntura storica contemporanea

211
INVENTARE IL FUTURO

e di proiettare le sue tendenze verso il futuro.38 Mentre gli


approcci di tipo scientifico tendono a ridurre la discussione
all’interno di una cornice probabilistica, il pensiero utopico
riconosce che il futuro è radicalmente aperto, e che quello
che sembra impossibile oggi potrebbe diventare possibile
domani. Le migliori utopie sono quelle che racchiudono al
loro interno tensioni e dinamismi, piuttosto che presentare
un’immagine statica di una società perfetta: benché irridu-
cibili a preoccupazioni di carattere strumentale, le utopie
incoraggiano la formulazione di idee da implementare nel
momento in cui le condizioni finalmente cambieranno.
Torniamo all’esempio dei cosmisti russi: nel XIX secolo
furono tra i primi a riflettere seriamente sul potenziale dei
viaggi spaziali e sulle loro implicazioni sociali. All’inizio ven-
nero considerati degli ingenui sognatori, ma il loro pensiero
finì invece con l’influenzare profondamente la futura scienza
aerospaziale.39 Allo stesso modo, la prima fantascienza che
esplorò i temi dell’esplorazione spaziale e delle utopie cosmi-
ste andò a influenzare, in seguito alla Rivoluzione Russa,
quelle politiche statali che promossero lo sviluppo di scienza
e tecnologia.40
Creare delle alternative rende anche possibile ricono­
scere che un altro mondo è possibile.41 Oggi che l’imperfetta
ma significativa alternativa globale rappresentata dall’Unio-
ne Sovietica è svanita dalla memoria collettiva, immaginare
un mondo alternativo diventa sempre più importante, perché
allarga la finestra di Overton e ci permette di immaginare cosa
sarebbe possibile ottenere se le condizioni fossero diverse.
Nell’elaborare un’immagine del futuro, il pensiero uto-
pico genera anche un punto di vista dal quale è possibile
criticare il presente:42 sospende l’apparenza che il presente
sia inevitabile, porta alla luce aspetti del nostro mondo che
passerebbero altrimenti inosservati, e solleva questioni che
vengono sistematicamente escluse.43 Molta fantascienza ame-
ricana recente, per esempio, è stata una risposta a problemi

212
UN NUOVO SENSO COMUNE

di razza, genere e classe, mentre le prime utopie russe imma-


ginarono mondi capaci di superare i problemi imposti dalla
rapida urbanizzazione e dal conflitto tra etnie.44 Questi mon-
di immaginari non modellano semplicemente delle soluzioni
possibili, ma gettano anche luce sui problemi attuali. Come
nota Slavoj Žižek commentando Thomas Piketty, la richiesta
– a prima vista innocua – di applicare una tassa globale,
implica in effetti una completa riorganizzazione dell’intera
struttura politica mondiale:45 in una tanto modesta afferma-
zione si cela insomma un impulso utopico, dal momento che
le condizioni per la sua realizzazione richiedono una profon-
da riconfigurazione delle circostanze presenti. Allo stesso
modo, la rivendicazione di un reddito base universale forni-
sce una prospettiva in cui a diventare evidenti sono la natura
sociale del lavoro, il suo invisibile aspetto domestico, e la sua
estensione in ogni area delle nostre esistenze. Quando vista
dalla prospettiva di un mondo post-lavoro, la maniera in cui
organizziamo le nostre vite lavorative, le nostre famiglie e
le nostre comunità viene investita di un’apparenza nuova:
per quale motivo spendiamo un terzo delle nostre vite sot-
tomessi a un datore o a un capo? Perché il lavoro domestico
(regolarmente svolto da donne) non è retribuito? Per quale
motivo le nostre vite urbane sono organizzate attorno a
lunghi e tediosi viaggi sui mezzi pubblici dalle periferie resi-
denziali al centro delle città? La rivendicazione utopica del
futuro ci invita sostanzialmente a mettere in questione i dati
di fatto del nostro mondo. In questo modo, le utopie possono
contemporaneamente essere una negazione del presente e
l’affermazione di un futuro possibile.46
Infine, affermando il futuro, l’utopia funziona da modu-
latore degli affetti: manipola e modifica i nostri desideri e i
nostri sentimenti, a livello sia conscio che inconscio. In tutte
le sue varianti, l’utopia ha fondamentalmente a che vedere
con l’«educazione del desiderio»:47 ci fornisce un quadro con-
cettuale capace di stabilire cosa desiderare e come, liberando

213
INVENTARE IL FUTURO

gli elementi libidinali dalle catene del ragionevole. Le utopie


ci offrono qualcosa verso cui puntare, qualcosa che vada oltre
la blanda ripetizione di quanto già è offerto dall’eterno pre-
sente del capitalismo. Scardinando il presente e proiettando
l’immagine di un futuro migliore, lo spazio tra il presente e il
futuro diventa lo spazio per la speranza e per il desiderio di
qualcosa di più.48
Producendo e incanalando questi affetti, il pensiero uto-
pico può diventare uno stimolo all’azione e un catalizzatore
del cambiamento, mettendo in crisi le abitudini consolidate
e demolendo il consenso attorno all’ordine esistente.49 Se
esteso attraverso meccanismi di comunicazione,50 un pensie-
ro orientato al futuro sarà capace di produrre un sentimento
di speranza collettiva, in grado di spingere le masse ad agire
in nome di un futuro migliore: senza questo sentimento, non
è possibile alcun progetto politico.51
Il pensiero utopico rigetta la malinconia e il pessimismo
trascendentale che permeano diverse frange della sinistra
contemporanea, ma è capace anche di generare emozioni
negative.52 L’opposto della speranza è la delusione (un senti-
mento che oggi è solitamente incarnato da figure come il gio-
vane «laureato senza futuro»),53 e se la rabbia è stata tradizio-
nalmente il sentimento dominante della sinistra militante,
la delusione invoca una relazione comunque più produttiva:
non solo una volontà di cambiare lo status quo, ma anche il
desiderio di quanto il futuro potrebbe riservare. La delusione
insomma, sottolinea la brama di un futuro perduto.
Se la sinistra vuole contrastare il senso comune del
neoliberismo («non ci sono abbastanza soldi», «tutti devono
lavorare», «lo Stato è inefficiente»), il pensiero utopico dovrà
essere essenziale. Dobbiamo pensare in grande. Il futuro è
sempre stato l’habitat naturale della sinistra ed è un terreno
che va riconquistato. Nell’era neoliberale in cui ci troviamo, la
spinta verso un mondo migliore è stata gradualmente elimi-
nata sotto le pressioni e le necessità dell’esistenza quotidiana.

214
UN NUOVO SENSO COMUNE

In questo modo, sotto il tallone di una repressione continua,


quello che è andato perduto è l’ambizione a produrre «un
mondo che ecceda – esistenzialmente, esteticamente e poli-
ticamente – i miseri confini della cultura borghese».54
Quale caratteristica universale e irreprimibile della cul-
tura umana, il pensiero utopico sa emergere anche sotto la
repressione più dura:55 l’inclinazione all’utopia contagia uno
spettro molto ampio di sentimenti e affetti, e può incarnarsi
nella cultura popolare, in quella accademica, nella moda,
nell’urbanistica, o semplicemente nei nostri sogni a occhi
aperti.56 Il desiderio, che a livello popolare circonda l’esplo-
razione spaziale, indica per esempio una curiosità e un’ambi-
zione che vanno al di là della ricerca del profitto.57 In maniera
simile, un movimento come quello afrofuturista offre non
solo l’immagine stilizzata di un futuro migliore, ma lega
quest’ultima a una critica radicale delle strutture di oppres-
sione presenti, come anche al ricordo delle lotte passate. Lo
stesso immaginario post-lavoro ha molti precedenti storici
nella letteratura utopica, indice di un continuo desiderio di
oltrepassare i limiti imposti dal lavoro salariato. Movimenti
culturali e produzione estetica giocano dunque un ruolo
cruciale nel riaccendere il desiderio per l’utopia e ispirare la
visione di un mondo diverso.

NAVIGARE IL NEOLIBERISMO
Se le utopie provano a intervenire sull’egemonia culturale del
neoliberismo, per la trasformazione dell’egemonia intellet-
tuale occorre invece concentrarsi su un’altra istituzione chia-
ve: quella educativa. È il sistema scolastico che indottrina
le nuove generazioni, trasmettendo i valori dominanti della
società e riproducendo così la propria ideologia decennio
dopo decennio: tramite il sistema educativo i bambini impa-
rano le idee base di una società, il rispetto per l’ordine esi-
stente (o per meglio dire la sottomissione a esso), e le capacità
necessarie per essere poi collocati nei vari settori del mercato

215
INVENTARE IL FUTURO

del lavoro.58 Trasformare il sistema educativo-intellettuale


è dunque un compito essenziale per la costruzione di una
nuova egemonia,59 e non è certo un caso che l’economista
e premio Nobel Paul Samuelson abbia scritto che «non mi
interessa chi scrive le leggi di una nazione o prepara i suoi
trattati: l’importante è che io possa scriverne i manuali di
economia». I progetti che abbiano come obiettivo il cambia-
mento di una tale istituzione, potrebbero quindi concentrarsi
su tre obiettivi primari: pluralizzare l’insegnamento dell’eco-
nomia, riattivare lo studio dei sistemi economici di sinistra,
ed espandere l’alfabetizzazione economica di massa.
In effetti siamo così profondamente immersi nell’ideo-
logia neoliberale che viene spesso dimenticato come, a suo
tempo, l’economia fosse una disciplina relativamente plu-
ralista. Durante il periodo tra le due guerre ci fu una sana
competizione tra moltissimi approcci diversi, formalisti e
non-formalisti;60 nelle riviste accademiche non era insolito
imbattersi in discussioni sulla pianificazione economica,
sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, o su altre cate-
gorie standard dell’economia marxista; negli anni Sessanta,
il famoso «dibattito tra le due Cambridge» riunì pensatori
sia appartenenti al mainstream economico che non, per un
confronto sui fondamenti della disciplina che, per ammissio-
ne di tutti, fu vinto dagli economisti non ortodossi;61 e fino
agli anni Settanta, si poteva discutere dello sfruttamento dei
lavoratori, della teoria del lavoro socialmente necessario e del
problema della trasformazione (tutti concetti marxiani) sulle
pagine delle principali riviste di economia.62 Difficile imma-
ginare qualcosa di simile oggi. Per quanto l’economia neo-
classica sia un ombrello che racchiude molte varianti diverse,
rimane fondamentalmente una prospettiva limitata su quali
sono davvero i temi chiave di una reale conoscenza econo-
mica (il problema in parte è da attribuire anche alle richieste
metodologiche delle principali testate accademiche, dove
viene data la precedenza alla modellazione formale piuttosto

216
UN NUOVO SENSO COMUNE

che alle analisi sociologiche e alle investigazioni qualitative).


Per poter cambiare il consenso culturale e accademico
riguardo al corretto funzionamento di un’economia sarà
quantomeno necessario adottare uno sguardo più plura-
le all’educazione degli studenti. È proprio qui che alberga
la speranza di un ritorno al pluralismo: in diverse parti del
mondo vediamo già alcuni tentativi di portare idee econo-
miche alternative nel mainstream universitario, e gruppi di
studenti e di professionisti stanno cercando di organizzarsi
in tal senso. In numerose università gli studenti di economia
rivendicano con forza il diritto a un’istruzione meno alli-
neata,63 arrivando a protestare contro i guardiani del main-
stream; nel frattempo, gruppi come la Post-Crash Economic
Society o Rethinking Economics stanno coordinando i loro
sforzi per dei curriculum universitari alternativi.64
In ogni caso, per rendere possibile la pluralizzazione
dell’economia sarà necessario lo sviluppo di un programma
di ricerca così come di nuovi testi di studio. La diffusione
dei criteri formalisti si può spiegare, in parte, proprio con la
necessità di rientrare nei requisiti istituzionali per l’educa-
zione universitaria: questi approcci, fondati su principi chia-
ri e facilmente trasmissibili, offrono teorie su cui i ricercatori
possono lavorare e diventano oggetto di manuali e di tesi di
dottorato capaci di perpetrarne la tradizione di pensiero.65
Oggi l’accademia è dominata da manuali di economia neo-
classica, e il risultato è che, anche qualora i docenti volessero
pluralizzare la disciplina, non c’è disponibilità di alternative
facilmente accessibili.66 Qualche segno che la situazione sta
lentamente cambiando c’è – per esempio il manuale firmato
da due fautori della teoria della moneta moderna67 – ma se
vogliamo ampliare l’orizzonte provinciale del mainstream, il
lavoro da fare è ancora molto.
Per facilitare questo processo serve un movimento capace
di rivitalizzare lo sviluppo delle teorie economiche alternati-
ve. La pochezza delle analisi economiche interne alla sinistra

217
INVENTARE IL FUTURO

contemporanea è emersa con chiarezza in seguito alla crisi


del 2008, quando la risposta dominante è stata la riproposi-
zione di un improvvisato modello neo-keynesiano; la sinistra
è rimasta insomma sprovvista di un programma economico
sensato e convincente, essendosi concentrata più sulla critica
del capitalismo che sull’elaborazione di alternative valide, e
qui è possibile ravvisare non solo una crisi dell’immagina-
zione utopica, ma anche dei nostri limiti cognitivi. È quindi
importante riflettere con attenzione su una serie di fenomeni
contemporanei, tra cui: le cause e gli effetti della stagnazione
secolare; le trasformazioni indotte dalla transizione a un’eco-
nomia informazionale e post-scarsità; i cambiamenti prodotti
dall’introduzione della piena automazione e del reddito base
universale; la possibile collettivizzazione di catene di produ-
zione e di servizi automatizzati; il potenziale progressivo di
approcci alternativi al quantitative easing; i metodi più effica-
ci per decarbonizzare i mezzi produttivi; le implicazioni delle
dark pool per l’instabilità finanziaria; e via di questo passo.
Allo stesso modo, serve rinnovare la ricerca accademica
sul postcapitalismo, cercando di immaginare quali forme
pratiche questo potrebbe assumere. Al di fuori di pochi e
obsoleti testi classici, pochissima ricerca è stata dedicata ai
sistemi economici alternativi, e ancora meno a quei sistemi
che tengono in considerazione tecnologie emergenti come
la stampa 3D, le autovetture autonome e l’intelligenza artifi-
ciale «soft».68 Per non fare che qualche esempio: quale sarà il
ruolo giocato dalle criptovalute non statali? Come misurare
il valore se non tramite il lavoro, astratto o concreto che sia?
Una futura economia postcapitalista sarà in grado di affron-
tare le impellenze ecologiche? Quale tipo di meccanismo
potrà rimpiazzare il mercato e superare i problemi di calcolo
economico socialisti? 69 E quali saranno gli effetti della proba-
bile caduta tendenziale del saggio di profitto?70
La costruzione di un mondo postcapitalista è tanto un
compito tecnico quanto politico, e per dare il via alla sua

218
UN NUOVO SENSO COMUNE

pianificazione la sinistra deve superare la sua generalizzata


avversione per i modelli formali e matematici. È anzi piutto-
sto ironico come le stesse persone che criticano l’astrazione
dei modelli matematici finiscano spesso per aderire alle più
astratte interpretazioni del capitalismo; riconoscere l’utilità
dei modelli matematici non equivale all’adozione di model-
li neoclassici, o a seguire supinamente i dettami delle pure
cifre: al contrario, il rigore e l’elaborazione computazionale
permessi dai modelli formali sono risorse essenziali per
poter apprezzare (e gestire) la complessità dell’economia.71
In ogni caso, dalla teoria della moneta moderna all’econo-
mia della complessità, dall’economia ecologica a quella
partecipativa, diverse traiettorie di pensiero sono già state
inaugurate, anche se per ora si tratta di scuole marginali; e
organizzazioni come la New Economics Foundation stanno
aprendo la strada a modelli economici che possono facilitare
il conseguimento di obiettivi di sinistra, oltre a incrementare
la competenza pubblica nelle questioni economiche.
Quest’ultimo punto è particolarmente importante: una
maggiore competenza economica generale non produrrebbe
solo una trasformazione delle consuetudini degli economisti
accademici, ma renderebbe anche l’economia comprensibile
a chi specialista non è: le più sofisticate analisi delle tendenze
dell’economia vanno cioè messe in relazione con le intuizioni
e le esperienze della vita di tutti i giorni. Benché nel pros­simo
futuro la rinascita del pensiero economico di sinistra sarà
probabilmente circoscritta alla sfera accademica, l’obiettivo
finale dovrà essere quello di diffondere una nuova educazio-
ne economica ben al di fuori dei confini delle università. I
sindacati potrebbero per esempio usare le proprie risorse per
istruire i propri iscritti sulla natura mutevole dell’economia
contemporanea; attraverso programmi educativi interni, i
lavoratori potrebbero imparare a situare i problemi delle loro
occupazioni e delle loro comunità all’interno di un contesto
più ampio. Obiettivi simili si possono raggiungere formando

219
INVENTARE IL FUTURO

gli attivisti (in alcuni casi già lo si è fatto), mentre le scuole


libere potrebbero rappresentare un’altra possibilità ancora,
dando al pubblico la possibilità sia di familiarizzare con idee
che troppo spesso vengono rese incomprensibili dal lessico
accademico, sia di accedere a un livello di istruzione precluso
dalle esorbitanti rette universitarie e dagli alti prezzi delle
pubblicazioni accademiche.
Nel Regno Unito esiste una lunga tradizione interna alla
working class che potrebbe servire da modello: per esempio,
in alcune comunità locali la Workers Educational Associa-
tion già fornisce un’istruzione a basso costo per gli adulti.72
Istituzioni di questo tipo offrono un mezzo per ricondurre
la conoscenza economica astratta alla competenza pratica
maturata sul campo di lavoratori, attivisti e membri della
comunità, permettendo all’una di plasmare l’altra. Lavo-
rando sistematicamente per sviluppare un’ottica pluralista,
la ricerca economica e l’istruzione pubblica giocheranno
un ruolo cruciale nel rafforzare le narrazioni utopiche che
abbiamo descritto nella sezione precedente, e offriranno gli
strumenti di navigazione necessari per tracciare una nuova
rotta, fuori dal capitalismo.

RIORIENTARE LA TECNOLOGIA
Come abbiamo sostenuto poco sopra, l’egemonia non è
semplicemente localizzata nell’ideologia dominante di una
società, ma è anche integrata nelle tecnologie che ci circon-
dano e nell’ambiente che abbiamo costruito. Tutti questi ele-
menti sono intrinsecamente politici: facilitano certi usi e cer-
ti gesti mentre ne impediscono altri. Per esempio, la nostra
infrastruttura attuale tende a strutturare la società in forme
individualistiche, competitive e basate sulle risorse fossili,
indipendentemente dalla volontà dei singoli o della collet-
tività. L’importanza di queste infrastrutture «politicizzate»
sta crescendo ancora di più con l’espansione della tecnologia
verso le più piccole nano-scale e le più grandi formazioni

220
UN NUOVO SENSO COMUNE

post-planetarie. Ogni aspetto delle nostre vite viene toccato


dalla tecnologia, al punto che in molti direbbero che l’umanità
stessa è intrinsecamente tecnologica.73
In risposta a questa egemonia materiale – costituita
interamente dal capitalismo e parte integrante di esso – si
presentano diverse ipotesi possibili. Una prima posizione
sostiene che, ai fini di una libertà completa, non ci sia altra
strada che distruggere completamente l’ambiente costruito:74
è la linea di pensiero che raggiunge il suo apice con l’invito
primitivista ad abbandonare del tutto ogni forma di civilizza-
zione, ma inclinazioni del genere le troviamo anche in molta
sinistra contemporanea. Considerata la devastazione che
verrebbe provocata da un simile progetto, e vista l’inettitu-
dine teorica dietro a questi proclami, è una posizione che per
noi rappresenta poco più che una curiosità accademica. Una
seconda alternativa sostiene invece che la tecnologia può
effettivamente essere la base di un ordine postcapitalista,
ma che qualsiasi tentativo di modificare la tecnologia attuale
dovrà attendere che il progetto politico postcapitalista sia
pienamente realizzato:75 il che senz’altro renderebbe il nostro
compito più facile, ma visto lo stretto legame che intercorre
tra tecnologia e politica, e considerati i potenziali latenti già
insiti nelle tecnologie attuali, crediamo che sia più utile con-
siderare quali sviluppi tecnologici considerare già adesso,
per poterli così immediatamente riutilizzare.
Un terzo punto di vista si concentra invece su invenzione
e ingegno, sottolineando la natura politica di scelte come
quali tecnologie sviluppare e in che modo progettarle:76 in
effetti, la direzione dello sviluppo tecnologico è determi-
nata non soltanto da considerazioni di natura tecnica ed
economica, ma anche da intenzioni politiche, e piuttosto
che semplicemente raccomandare l’acquisizione dei mezzi
di produzione questo approccio argomenta la necessità di
inventarne di nuovi. Infine, un’ultima ipotesi sostiene che le
tecnologie già esistenti contengono dei potenziali nascosti

221
INVENTARE IL FUTURO

capaci di espandere il nostro orizzonte presente, e propone


dunque di riutilizzarle immediatamente:77 il ragionamento
è che sotto il regime capitalista il potenziale della tecnolo-
gia è drasticamente ridotto, ridimensionato a mero veicolo
per la produzione di profitto e il controllo dei lavoratori;
questo però non toglie che, nonostante gli utilizzi attuali,
la tecnologia a nostra disposizione continui a racchiudere
un potenziale inesplorato.78 Il compito che ci spetta diventa
quindi quello di rivelare tale potenziale e applicarlo a pro-
cessi di cambiamento scalabili; per dirla altrimenti, si tratta
di un intervento utopico: il riorientamento della tecnologia
esistente aspira a riaccendere l’immaginazione collettiva,
a riconsiderare quanto possiamo ottenere con i mezzi già a
nostra disposizione.79
Abbiamo dunque due possibili strategie per affrontare
efficacemente la questione dell’egemonia tecnologica. La
prima si concentra sull’invenzione e l’adozione di nuove
tecnologie, insistendo sulla possibilità di creare strumenti
inediti di cambiamento. Sulla scorta di questa idea, alcuni
hanno invocato un maggiore controllo democratico sul desi-
gn e sull’implementazione di infrastrutture e tecnologie:80
sul posto di lavoro questo significherebbe decidere quali tec-
nologie siano da ammettere e come utilizzarle. Considerando
che nuove tecnologie sono raramente (o forse mai) introdotte
all’improvviso, resta un lungo lasso di tempo durante il quale
è possibile sfruttare il proprio potere per acquisire il controllo
dello sviluppo e dell’implementazione di questi strumenti. Il
rifiuto delle strategie di sorveglianza è uno degli obiettivi più
ovvi, ma queste battaglie potrebbero anche riuscire a ostaco-
lare l’introduzione di tecnologie che produrrebbero un’inten-
sificazione, una velocizzazione e un generale peggioramento
delle condizioni lavorative.81
Un’argomentazione altrettanto forte in favore del con-
trollo democratico dello sviluppo tecnologico può essere
formulata a livello statale, considerato che la maggior parte

222
UN NUOVO SENSO COMUNE

delle grandi innovazioni in questo campo proviene dal set-


tore della finanza pubblica e non dal settore privato: è infatti
lo Stato che indirizza le più significative rivoluzioni tecnolo-
giche, da internet alle tecnologie verdi, dalla nanotecnologia
agli algoritmi che guidano il motore di ricerca di Google,
fino a tutti i principali componenti elettronici all’interno dei
prodotti Apple, come iPhone e iPad.82 Il microprocessore, il
touch screen, il GPS, le batterie, gli hard drive e SIRI sono tut-
te innovazioni che vengono da investimenti governativi:83 il
fatto è che i mercati capitalisti prediligono gli investimenti a
breve termine e a basso rischio, mentre il venture capital con-
temporaneo tende verso la creazione di profitto immediato.
Sono dunque i governi che forniscono le risorse a lungo ter-
mine che permettono lo sviluppo e il successo delle grandi
innovazioni;84 sono i governi a investire in progetti di svilup-
po a rischio che hanno alta probabilità di fallimento, ma che
proprio per questo conservano la potenzialità di portare a
cambiamenti profondi.
Considerato dunque il peso dei governi nei processi
tecnologici e nelle innovazioni dei prodotti di consumo, il
finanziamento pubblico dovrebbe essere controllato demo-
craticamente: il che significa che i governi hanno un ruolo da
giocare non solo sulla velocità del progresso tecnologico ma
– cosa ancora più importante – sulla sua direzione.85 In que-
sto senso quei progetti che vengono definiti mission-oriented
paiono particolarmente significativi:86 si tratta di progetti che
non mirano alla differenziazione o a miglioramenti margina-
li dei prodotti già sul mercato, ma si concentrano piuttosto
su studi originali ad ampio raggio come i viaggi spaziali e
internet. Questo è uno sviluppo rivoluzionario, pensato per la
creazione di nuove strade tecnologiche e aperto alla possibi-
lità che a emergere spontaneamente potrebbero essere anche
innovazioni inaspettate: se controllato democraticamente,
potrebbe fronteggiare i maggiori problemi sociali dei nostri
giorni e promuovere un pensiero su larga scala, per esempio

223
INVENTARE IL FUTURO

ricorrendo agli investimenti statali per plasmare il valore


sociale dei progetti di ricerca, e decidendo quali tra questi è
più urgente finanziare.87 Un governo lungimirante potrebbe
sostenere progetti mission-oriented come la decarbonizza-
zione dell’economia, la completa automazione del lavoro,
l’espansione di risorse energetiche rinnovabili ed economi-
che,88 l’esplorazione della biologia sintetica, la ricerca sui
medicinali a basso costo, il sostegno all’esplorazione spaziale
e la costruzione di intelligenze artificiali. La sfida è quella di
sviluppare meccanismi istituzionali che permettano il con-
trollo popolare sulla direzione intrapresa dalla tecnologia.
Negli anni Settanta il controllo pubblico sulla spesa
governativa per la ricerca fu al centro di diverse battaglie dei
lavoratori. In quelli che sono oggi esperimenti semidimen-
ticati, in paesi come il Regno Unito e il Giappone (e poi in
Brasile, India e Argentina), i lavoratori provarono a piegare
lo sviluppo tecnologico alla produzione di «beni socialmente
utili»,89 ovvero capaci di rispondere ai bisogni della società,
prodotti in modo tale da minimizzare gli sprechi ed essere
ecologicamente sostenibili, e rispettare i lavoratori e le rela-
tive competenze.90
Il più influente tra questi esperimenti fu il Lucas Plan.
Ebbe luogo nel Regno Unito alla Lucas Aerospace, una
compagnia che produceva componenti ad alta tecnologia
perlopiù destinati all’esercito, e che riceveva generosi finan-
ziamenti statali.91 Minacciati dalla disoccupazione struttu-
rale e dai licenziamenti imminenti, i lavoratori della Lucas
Aerospace svilupparono una proposta alternativa su come
gestire l’azienda e preservare i posti di lavoro: l’argomenta-
zione principale fu che, dal momento che i finanziamenti alla
compagnia arrivavano dallo Stato, l’intera società britannica
avrebbe dovuto avere voce in capitolo sul loro utilizzo, così
da trarne tutti beneficio e contemporaneamente reindirizza-
re le risorse verso prodotti realmente proficui. Nello svilup-
po della loro proposta di beni socialmente utili, i lavoratori

224
UN NUOVO SENSO COMUNE

si comportarono da pianificatori: stilarono una lista delle


competenze e dell’equipaggiamento di cui già disponevano,
chiesero suggerimenti alla comunità dei lavoratori su quali
beni sarebbero stati di loro interesse, e decisero collettiva-
mente quali tra queste tecnologie e queste capacità potevano
essere reimpiegate per scopi differenti.92 Piuttosto che per
l’equipaggiamento militare hi-tech, le risorse esistenti sareb-
bero quindi state impiegate per il design e la produzione di
tecnologie mediche, energie rinnovabili, interventi per la
sicurezza e sistemi di riscaldamento per l’edilizia popolare:93
nella sua stesura definitiva il piano ammontò a 1200 pagine,
con progetti dettagliati per 150 prodotti.94 Per raggiungere
i propri obiettivi contro l’intransigenza della dirigenza, la
strategia scelta fu essenzialmente di tipo controegemonico:
i lavoratori dichiararono esplicitamente che il loro scopo era
«infiammare l’immaginazione» e rivoluzionare la concezione
popolare sui veri compiti della catena produttiva.95
È importante notare che il Lucas Plan rifiutò di rimanere
uno spazio temporaneo di politica prefigurativa, ed ebbe piut-
tosto l’obiettivo di sollecitare le risorse di sindacati e governi
per permettere la creazione di un nuovo ordine egemonico.
Il tentativo fu ben accolto da pacifisti, ambientalisti, femmi-
niste e altri movimenti operai, cosa che portò alla creazione
di contatti internazionali e a un’ondata di azioni organizzate
dai lavoratori.96 Alla fine però, la difficile situazione del Par-
tito Laburista e dei sindacati nazionali – assieme alla rapida
ascesa del neoliberismo – rese impossibile il raggiungimento
dei traguardi che il Lucas Plan si era prefissato; ma ottenne
comunque un successo: il rallentamento della perdita dei
posti di lavoro. E questo fu possibile proprio grazie all’abban-
dono degli atteggiamenti difensivisti e alla volontà di creare
un’alternativa concreta.97
Nonostante gli scarsi risultati, il Lucas Plan rappresen-
ta un chiaro esempio di come il riorientamento delle forze
produttive possa essere uno strumento utile a trasformare la

225
INVENTARE IL FUTURO

direzione tecnologica della società: non si trattò soltanto del


tentativo dei lavoratori di controllare un’industria all’interno
di un’economia esclusivamente orientata al profitto, ma rap-
presentò uno sforzo radicale di reindirizzamento dello svi-
luppo tecnologico, e così passare dall’applicazione di piccole
migliorie per i sistemi di armamento alla produzione di beni
utili all’intera società.98 Il Lucas Plan è insomma un esempio
ideale di come la conoscenza tecnica, la consapevolezza poli-
tica e il potere collettivo possano essere coordinati per per-
mettere un riutilizzo radicale del nostro mondo materiale.
Un progetto di riorientamento ancora più ambizioso
ebbe luogo in Cile nei primi anni Settanta, quando il neo­
eletto governo di Salvador Allende cercò di trasformare il pae-
se in una nazione socialista tramite cambiamenti graduali da
implementare attraverso le istituzioni economiche e politiche
già esistenti. Un elemento cruciale di questo processo fu lo
sviluppo di Cybersyn, un innovativo esperimento di pianifi-
cazione economica decentralizzata che provò a connettere
le aziende sparse in tutto il paese alle funzioni burocratiche
e governative. Il progetto si tradusse in una vera e propria
trasformazione della scienza cibernetica: quello che in molti
criticavano come un mero sistema di controllo99 diventava
un’infrastruttura per il socialismo democratico. Il sistema
Cybersyn non era costruito per assolvere alle funzioni di un
governo centrale onnipotente ed esterno, ma fu progettato
come un modulatore interno e parziale dei flussi economici:100
venne cioè pensato per dare la parola ai lavoratori sui proces-
si di pianificazione, per permettere alle industrie di gestirsi
autonomamente e, allo stesso tempo, per offrire un orien-
tamento razionale all’economia nazionale. Per raggiungere
questi obiettivi, Cybersyn avrebbe dovuto servirsi di un proto-­
internet in grado di connettere le industrie, di un simulatore
economico per testare le nuove politiche, di un sistema di pre-
visione statistica per anticipare i problemi, e di una sala ope-
rativa che sembrava direttamente pescata dall’immaginario

226
UN NUOVO SENSO COMUNE

sci-fi. Ma l’ostilità degli Stati Uniti rese impossibile l’acquisto


di nuovi computer (mentre gli accordi presi con la Francia
andarono in porto solo dopo il rovesciamento del governo
Allende),101 e il risultato fu che il Cile, nel tentativo di instau-
rare un socialismo cibernetico, dovette ricorrere al riutilizzo
delle tecnologie esistenti in una specie di approccio fai da te,
utilizzando le risorse disponibili e provando a mettere assie-
me qualcosa di nuovo. Al tempo, il Cile possedeva soltanto
quattro computer mainframe (solo uno dei quali poté essere
impiegato per Cybersyn)102 e cinquanta computer in tutto il
paese: il proto-internet dovette quindi basarsi sui più diffusi
telex. L’ambizione di costruire un sistema di imprese demo-
cratiche e gestite dai lavoratori fu definitivamente stroncata
dal colpo di stato (supportato dagli Stati Uniti) che depose il
regime di Allende nel 1973. Ma sebbene il progetto non ven-
ne mai interamente realizzato, almeno in un caso quello che
sarebbe dovuto diventare Cybersyn dimostrò comunque la
sua efficacia: alle prese con la crescente opposizione dell’élite
economica, il governo cileno dovette affrontare nel 1972 uno
sciopero a cui presero parte più di 40.000 camionisti.103 La
piccola borghesia cercò di indebolire il governo impedendo
la spedizione di materiali essenziali per la produzione indu-
striale: ma i lavoratori assunsero il controllo delle fabbriche e
continuarono a guidare i camion ovunque possibile, mentre
il governo nazionale sfruttò il network di telex pensato per
Cybersyn per coordinarsi e aggirare i blocchi. In effetti, come
osserva un importante storico dell’esperimento, «il network
offrì un’infrastruttura di comunicazione per collegare la rivo-
luzione dall’alto, guidata da Allende, con la rivoluzione dal
basso guidata dai lavoratori cileni e da membri delle organiz-
zazioni popolari».104 In altre parole, lo sciopero dimostrò l’a-
bilità di Cybersyn di riutilizzare l’infrastruttura esistente per
conseguire obiettivi democratici e socialisti, e offrì una visio-
ne – storicamente senza precedenti e molto promettente – di
un futuro possibile. L’esperimento che sta dietro a Cybersyn

227
INVENTARE IL FUTURO

offre un esempio creativo e utopico di un riorientamento


in cui si mescolavano principi di cibernetica, tecnologia già
disponibile e software all’avanguardia.105
Gli esempi da cui siamo partiti suggeriscono che il rio-
rientamento della tecnologia si può tradurre in progetti poli-
tici immediati; ma esistono anche ipotesi più speculative,
che senza dubbio ben si prestano a un futuro postcapitalista.
In quanto fonte essenziale di produttività ed espansione
delle nostre capacità di azione, l’innovazione tecnologica
diventa un elemento centrale di qualsiasi modo di produzione
che voglia andare al di là del paradigma capitalista. Sarà
necessario costruire un nuovo mondo: non sulle rovine del
vecchio, ma riutilizzando gli elementi più avanzati di quello
presente. Possiamo già intuire il potenziale nascosto di un
simile metodo, in particolare se si considera che le tecnologie
per ottenere gli obiettivi classici della sinistra (riduzione del
lavoro, abbondanza di beni, maggiore controllo democra-
tico) sono disponibili come mai prima nella nostra storia.
Il problema è che queste tecnologie rimangono racchiuse
all’interno di relazioni sociali che ne oscurano il potenziale
e che le rendono impotenti: in questo contesto, lo stimolo a
riflettere sull’uso della tecnologia e sul suo riorientamento,
aspira a riaccendere l’immaginazione utopica nel cuore di un
capitalismo stantio.
Esiste già un’intera gamma di possibilità: il capitolo
precedente ha analizzato le tecnologie per l’automazione del
lavoro come cardine fondamentale tra capitalismo e postca-
pitalismo, ma la strategia del riorientamento si estende ben
al di là della semplice automazione delle forze produttive. In
effetti, argomenti simili stono stati avanzati in riferimento
alle reti della logistica, alla ristrutturazione delle città in chia-
ve ecologista, e all’uso delle tecnologie informatiche a fini
postcapitalisti.106 Identificare queste tecnologie ci può aiu-
tare a concentrare la nostra attenzione su come svilupparle
e utilizzarle nel contesto della lotta politica.

228
UN NUOVO SENSO COMUNE

La logistica offre un esempio particolarmente interes­


sante, del momento che allo stesso tempo sfrutta i differenzia-
li salariali, permette la produzione globale, e guida il processo
di automazione. Senza negarne il ruolo nello sfruttamento del
lavoro a basso costo in tutto il mondo, è comunque possibile
identificare diversi modi in cui la logistica può rivelarsi utile
in chiave postcapitalista:107 i suoi usi, in altre parole, vanno
ben oltre a quelli del capitalismo. Per prima cosa, un’econo-
mia postcapitalista dovrà essere flessibile, sia nella sfera della
produzione (per esempio, grazie alla stampa 3D), che in quella
della distribuzione (per esempio, grazie alla logistica just-in-
time). Ciò permetterà all’economia di essere sufficientemente
reattiva ai cambiamenti del consumo individuale, diver-
samente dai grandiosi e inflessibili sforzi di pianificazione
dell’era sovietica: senza queste tecnologie il postcapitalismo
rischierebbe di andare incontro a tutti i problemi economici
già conosciuti dai primi esperimenti comunisti.108
Una logistica globale permetterebbe inoltre il ricorso a
un vasto arsenale di vantaggi comparativi, anche al di là dei
differenziali salariali. Per citare un solo esempio: la ricerca
indica come sia più ecologicamente sostenibile che certi
prodotti vengano coltivati in Nuova Zelanda e poi spediti nel
Regno Unito, anziché essere prodotti e consumati nel Regno
Unito stesso.109 Messa altrimenti, persino dopo essere stati
spediti dall’altra parte del mondo, questi prodotti lasciano
comunque una minore carbon footprint, e la ragione è molto
semplice. Riprodurre il clima appropriato per la coltivazione
di determinati alimenti nel Regno Unito richiede un consumo
energetico immenso. Anche qui, questi vantaggi ambientali
comparativi possono essere sfruttati solo se esiste un network
logistico globale ed efficiente.
Infine, la logistica è un ingrediente fondamentale per
l’automazione del lavoro, e rappresenta un esempio di quel-
lo che sarà possibile aspettarsi da un mondo postcapita­
lista: macchinari che lavorano indipendentemente, e che si

229
INVENTARE IL FUTURO

occupano di quel lavoro pesante altrimenti svolto dagli es-­


se­ri umani. È bene ricordare che prima della rivoluzione
logistica il trasporto dei beni era un compito fisicamente
devastante per i lavoratori: l’automazione di queste mansio-
ni è quindi da incoraggiare, non da temere per via di un’irra­
gionevole paura delle macchine. È esattamente per queste
ragioni che la logistica rappresenta un’importante tecno­
logia di transizione tra capitalismo e postcapitalismo.
Il riorientamento tecnologico ha comunque dei limiti
importanti da tenere in considerazione. Un esempio: i sovie-
tici credevano di poter semplicemente cooptare e convertire
a fini comunisti le tecnologie e le tecniche capitaliste,110 ma
queste tecnologie erano state progettate con in mente la mas-
sima efficienza e un rigoroso controllo da parte del manage-
ment.111 Vista la quantità di tecniche e macchine che la Russia
sovietica prese a prestito dal capitalismo, non sorprende che
l’intero sistema finì spontaneamente per approdare a modi di
produzione di tipo capitalista: ancora una volta, i lavoratori si
ritrovarono a essere solo parti dell’ingranaggio di produzio-
ne, privi di ogni autonomia e costretti a lavorare duro.
L’ambizioso progetto di conquistare i mezzi di produzio-
ne capitalisti si scontrò con la realtà del fatto che le relazioni
di potere sono intrinseche a queste tecnologie, e che dunque
queste ultime non possono essere piegate a scopi che sono
diametralmente opposti al loro funzionamento previsto.112
Le tecnologie di controllo numerico sono per esempio state
usate per gestire i ritmi di produzione, costringendo i lavo-
ratori a tenere il ritmo di una macchina e rendendo il potere
della dirigenza più indiretto e invisibile:113 in questo modo, le
macchine possono occultare le relazioni di potere facendole
apparire come inevitabili processi meccanici.
Eppure, nonostante tutti i limiti del caso, il riorienta-
mento rimane possibile, perché in alcune tecnologie esiste
spesso una riserva non sfruttata di potenziale latente. Il pun-
to di più difficile comprensione è che, per usare le parole di

230
UN NUOVO SENSO COMUNE

uno storico, «la tecnologia non è buona né cattiva, ma non


è neanche neutrale».114 Qualsiasi tecnologia è politica, ma è
anche flessibile: la sua esistenza va oltre lo scopo per la quale
è stata progettata.115 Il design, il significato e l’impatto di
una tecnologia sono costantemente in movimento, modi-
ficandosi con l’utilizzo e il mutare dell’ambiente in cui si
trovano.116 Parafrasando Spinoza, possiamo dire che ancora
non sappiamo che cosa può un corpo sociotecnico: chi di noi
può davvero sapere quali potenziali inesplorati aspettano di
essere scoperti all’interno delle tecnologie già a nostra dispo-
sizione? Quale tipo di comunità postcapitalista possiamo
costruire grazie al materiale di cui siamo già in possesso?
La nostra scommessa è che il vero potenziale trasformativo
della maggior parte della ricerca tecnologica e scientifica
rimane ancora inespresso.
Ma allora come è possibile distinguere tra tecnologie che
sono limitate dal proprio design e tecnologie le cui proprietà
nascondono potenziali vantaggi per un futuro postcapitali-
sta? Non c’è alcun metodo a priori per determinare il poten-
ziale di una tecnologia, ma possiamo comunque stabilire dei
parametri generici, così da applicarli nell’esame di aspetti
specifici di particolari tecnologie.117 Per identificare questi
criteri, un punto di vista possibile è determinare quali fun-
zioni rappresentano gli aspetti necessari e/o esaustivi di una
tecnologia: per esempio, se l’unico ruolo di una tecnologia è
quello di sfruttare i lavoratori, o se questo ruolo è assoluta-
mente necessario al suo utilizzo, allora tale tecnologia non
avrà posto in un futuro postcapitalista. E allora, secondo que-
sti criteri il taylorismo, basato necessariamente sul controllo
e sullo sfruttamento sistematico dei lavoratori, andrebbe
rigettato, così come le armi nucleari, che richiedono la capa-
cità di produrre distruzione di massa.118 Ma quasi sempre lo
statuto delle tecnologie è più ambiguo: se una tecnologia pro-
gettata per ridurre la quantità di lavoro specializzato rende
possibile la dominazione dei lavoratori da parte della classe

231
INVENTARE IL FUTURO

manageriale, allo stesso tempo può aprire spazi per la condi-


visione degli impieghi e la riduzione delle ore lavorative. Se
una tecnologia capace di ridurre i costi di produzione causa
un taglio dei posti di lavoro, questa rende anche superfluo il
lavoro umano. Se una tecnologia che centralizza i processi
decisionali riguardo alle infrastrutture facilita il controllo
privato, può però essere riutilizzata come snodo per processi
decisionali collettivi. Sono tecnologie che insomma incarna-
no entrambi i potenziali, e il compito di riorientarle si con-
cretizza proprio nel tentativo di bilanciarli.
L’obiettivo di una sinistra proiettata al futuro è quello di
stabilire quali sono i parametri attraverso cui giudichiamo
il possibile uso delle tecnologie esistenti, e di portare avan-
ti nuove ricerche e nuove analisi capaci di determinare se
specifiche tecnologie possono essere convertite e impiegate
per un progetto postcapitalista. Questo è particolarmente
cruciale per i lavoratori impiegati in quei settori tecnologici
che, attraverso le loro scelte di design, stanno costruendo il
terreno per la politica del futuro.119 Ma è necessario chiarire
che, senza un mutamento delle idee egemoniche in seno alla
società, le nuove tecnologie continueranno a essere svilup­
pate secondo principi capitalisti, così come le vecchie tecno-
logie rimarranno legate ai valori del Capitale.
La strategia egemonica è in ogni caso necessaria per
qualsiasi progetto che punti a trasformare la società e l’eco-
nomia. E da diversi punti di vista, la politica egemonica è
l’antitesi della folk politics: al contrario di quest’ultima, mira
a persuadere e a influenzare, e non presuppone una politi-
cizzazione spontanea; opera su scale diverse non limitandosi
al tangibile e al locale; e si prefigge di conseguire forme di
potere sociale che spesso non appaiono affatto «politiche»,
anziché concentrarsi sui metodi politici più spettacolari
(come le proteste di strada). Una strategia controegemo­nica
si sforzerebbe di cambiare il senso comune delle società,
di rinnovare l’immaginazione sociale utopica, di ripensare

232
UN NUOVO SENSO COMUNE

le possibilità dell’economia, e infine di riutilizzare le infra-


strutture economiche e sociali esistenti. Nessuno di questi
passi è di per sé sufficiente, ma sono esempi di azioni con-
crete che possiamo intraprendere per costruire le condizioni
sociali e materiali attraverso cui operare un cambiamen-
to sostenuto da un movimento di massa. Certo, per come
affrontata finora questa ipotetica controegemonia resta una
faccenda astratta: per capire come una simile strategia può
davvero incidere sul mondo reale, serve innanzitutto un’ipo-
tesi di lavoro. E quello che faremo ora sarà proprio rivolgerci
ai metodi tramite i quali l’egemonia e il potere dovranno
essere costruiti, interrogandoci allo stesso tempo su chi sarà
incaricato di farlo.

233
Capitolo 8

COSTRUIRE IL POTERE

La costruzione di un popolo è
il principale compito della politica radicale.
Ernesto Laclau

Una strategia può indicare una strada da seguire, ma lascia


comunque aperta la questione su quali forze sociali siano in
grado di intraprenderla. In effetti, qualsiasi strategia richiede
una forza sociale attiva e collettivamente mobilitata capace
di intervenire sull’esistente; ma se una strategia controege-
monica implica per definizione l’uso del potere, col potere la
sinistra contemporanea ha un rapporto duplice: da una parte
sembra restia a impiegarlo, dall’altra ne è rimasta soggiogata.1
Gli attori tradizionali del potere della sinistra (la classe
operaia e le sue relative forme istituzionali) sono rimasti
indeboliti dagli attacchi della destra e dalla loro stessa stagna-
zione; nel frattempo, frustrati dai fallimenti dei precedenti
tentativi di trasformazione sociale, in molti hanno scelto di
trincerarsi in azioni marginali e difensive, seguendo quindi
i dettami della folk politics.2 Ma la creazione di un mondo
post-lavoro richiederà trasformazioni sociali di ampissima
portata, così come nuove capacità proprio nell’utilizzo del
potere. Questo capitolo sostiene dunque che, per riuscire a
instaurare un nuovo ordine egemonico, saranno necessari
almeno tre elementi: un movimento populista di massa, un
solido ecosistema organizzativo, e un’analisi dei punti cru-
ciali attraverso cui esercitare il potere politico.3
All’interno della sinistra, unità di classe e forma orga-
nizzativa sono da sempre oggetto di discussione: la prima è
vista come precondizione per la creazione di reti solidali e per
garantire sicurezza, coscienza di un interesse comune e sem-
plice peso numerico. A sua volta, una solida struttura organiz-
zativa fornisce leadership, coordinazione, stabilità nel tempo
e concentrazione di risorse. Quella sui punti di pressione

235
INVENTARE IL FUTURO

è invece una discussione meno appariscente, ma che ugual-


mente non possiamo trascurare: stiamo parlando di quegli
snodi di potere economico e politico che possono essere sfrut-
tati per forzare un gruppo sociale ad adattarsi agli interessi
di un altro.4 Una tattica classica come lo sciopero punta per
esempio a ostacolare il processo produttivo per costringere i
proprietari ad acconsentire alle richieste dei lavoratori: senza
questi punti su cui fare leva, il cambiamento potrebbe essere
ottenuto solo se coincidente con gli interessi dei potenti.
Qui analizzeremo quali sono gli ingredienti necessari
alla costruzione del potere politico e proveremo quindi a pro-
porre una strada da seguire. Il tutto non va ovviamente inteso
come una prescrizione esaustiva o sufficiente delle azioni da
intraprendere: quella che vogliamo offrire è una riflessione
sui limiti dei precedenti storici, e da lì argomentare l’impor-
tanza dei fattori che abbiamo sopra menzionato ai fini di un
nuovo potere della sinistra. Tra i compiti che la sinistra deve
oggi affrontare, questo è probabilmente il più duro: ma è
anche un passo essenziale se davvero vogliamo che un mon-
do post-lavoro emerga dalle rovine del neoliberismo.

UNA SINISTRA POPULISTA


Se vogliamo accumulare potere politico c’è una domanda su
tutte a cui rispondere: chi saranno gli attori del progetto mira-
to alla costruzione di una società libera dal lavoro salariato?
In altre parole: quali figure sociali saranno interessate alla
creazione di una società post-lavoro? La risposta più ovvia è
quella che abbiamo già considerato: il sempre crescente sur-
plus di popolazione. In effetti man mano che i lavoratori nei
paesi in via di sviluppo scivolano nel precariato, e che una
fetta sempre maggiore della popolazione mondiale viene
assimilata nel gruppo di lavoratori «liberi» sotto il regime
capitalista, sempre più persone stanno tornando a una condi-
zione di proletariato di base. Marx annunciò che «siamo tutti
virtualmente poveri», e le tendenze in corso sembrano con-

236
COSTRUIRE IL POTERE

fermare la narrazione marxista tradizionale: la classe operaia


è destinata a conquistare una posizione dominante tramite
l’assimilazione di un numero sempre maggiore di lavoratori e
la semplificazione della propria situazione economica.5
Ai tempi si prevedeva che la classe operaia, concen-
trata in enormi fabbriche, si sarebbe infine unita sia in ter-
mini fisici (condividendo gli spazi) che di interessi comuni
(prendendo coscienza del proprio status di proletariato). La
semplificazione del lavoro avrebbe eliminato le gerarchie tra
lavoro specializzato e non specializzato, mentre l’alta doman-
da di lavoro avrebbe reso il Capitale indifferente a divisioni
di tipo identitario (di razza, genere o nazionalità).6 Questo è
effettivamente avvenuto in alcuni luoghi e in determinate
circostanze storiche. Per esempio, mentre nei primi decenni
del XX secolo la classe operaia nera negli Stati Uniti venne
violentemente esclusa dai sindacati bianchi, dopo la Secon-
da guerra mondiale le divisioni razziali in molte aree svani-
rono.7 Anche le distinzioni di età, sesso, abilità, nazionalità
e reddito sarebbero dovute scomparire con il progresso del
capitalismo.8 Ancora più importante è che la classe operaia
emergente avrebbe dovuto godere di un’importanza strategi-
ca grazie al suo accesso diretto alle leve della sfera produttiva:
gli scioperi, le occupazioni delle fabbriche, i rallentamenti e
i sabotaggi furono tutte tattiche impiegate per ostacolare la
produzione e costringere i dirigenti e i capitalisti ad acconsen-
tire alle richieste della classe operaia.9 Quest’ultima, tenden-
zialmente composta da lavoratori uomini e bianchi, sarebbe
quindi dovuta crescere per diventare sempre più omogenea e
potente, assumendo il ruolo di avanguardia della rivoluzione
postcapitalista. Solo che niente di tutto questo si è verificato.
Al contrario, la classe operaia si è sbriciolata, le sue strutture
organizzative sono crollate, e oggi «non esiste più alcuna fra-
zione di classe capace di egemonizzare la classe».10
Sotto la pressione esercitata dal processo di deindustria-
lizzazione, dalla globalizzazione, dalla nascita delle economie

237
INVENTARE IL FUTURO

di servizio, dal precariato, dalla scomparsa delle tradizionali


roccaforti fordiste e dalla proliferazione di identità di diver-
so segno, la classe operaia industriale è oggi profondamente
frammentata: ricopre un ruolo sempre più marginale e, tolte
poche eccezioni (pensiamo al Sud Africa o al Brasile), la sua
influenza politica è costantemente diminuita.11 Il movimen-
to operaio cinese una certa forza ce l’ha, ma anche in questo
caso l’esternalizzazione della produzione verso paesi perife-
rici sta lentamente erodendo il suo potere.12 Il peso della clas-
se operaia globale è insomma oggi seriamente compromesso,
e un ritorno al passato appare come un ipotesi eufemistica-
mente implausibile: il classico soggetto rivoluzionario non
esiste più, mentre a restare sono solamente interessi sovrap-
posti ed esperienze divergenti.
In realtà dovremmo a questo punto chiederci se la classe
operaia sia mai stata davvero in una posizione tale da poter
trasformare il mondo, quantomeno visto che la situazione
odierna non è così differente da quella dei primi anni del
movimento operaio. Per prima cosa, l’ideale dell’unità dei
lavoratori è sempre stato più un’aspirazione ideale che una
realtà; sin dalle sue origini, il proletariato ha sempre cono-
sciuto divisioni interne: tra lavoratori salariati maschi e
lavoratrici non retribuite, tra lavoratori «liberi» e schiavi, tra
artigiani specializzati e operai non qualificati, tra centro e
periferia, nonché tra nazione e nazione.13 La tendenza all’u-
nificazione è sempre stata un fenomeno limitato, mentre a
resistere ancora oggi sono quelle differenze ora esacerbate
dalle condizioni della divisione del lavoro globale. Ma soprat-
tutto: se la deindustrializzazione (l’automazione della filiera
manifatturiera) è uno stadio necessario lungo la strada che
conduce a una società postcapitalista, allora la classe operaia
industriale mai sarebbe potuta essere un agente di cambia-
mento, perché la sua esistenza dipende da condizioni econo-
miche che la transizione al postcapitalismo eliminerebbe. Se
insomma il processo di deindustrializzazione è necessario

238
COSTRUIRE IL POTERE

per l’avvento del postcapitalismo, allora nel corso del proces-


so la classe operaia industriale è inevitabilmente destinata
a perdere il proprio potere, a frammentarsi e a disintegrarsi;
e questo è esattamente il fenomeno che abbiamo osservato
negli ultimi decenni.
E allora chi può assumere oggi il ruolo di soggetto della
trasformazione? Nonostante le dimensioni sempre maggiori
del surplus di popolazione, e nonostante l’impoverimento
del proletariato globale, dobbiamo accettare il fatto che non
esiste nessuna risposta ovvia. Il dissolversi delle distinzioni
tra impiegati e disoccupati, e tra lavoro formale e informale,
coincide con la scomparsa di un agente trasformativo coe-
rente. La frammentazione dei tradizionali gruppi di resisten-
za e rivolta, assieme alla generale disintegrazione della classe
operaia, fa sì che il compito attuale sia quello di assemblare
un nuovo «noi» collettivo. Non c’è alcun gruppo preesistente
in grado di rappresentare interessi universali, o di costituire
l’avanguardia necessaria a portare a termine un processo di
trasformazione: non l’operaio, né l’intellettuale, e neppure il
sottoproletariato. Com’è possibile allora comporre un popolo
dopo la disgregazione del proletariato?14
Nella pratica esistono diversi metodi che possono facili-
tare una simile convergenza. Come abbiamo visto, l’approc-
cio marxista classico presupponeva che le tendenze interne
al capitalismo avrebbero esasperato le divisioni tra classi e
portato all’unità del proletariato. Altri hanno proposto un
ideale di unità costruito su generici interessi in comune,
come per esempio le necessità biologiche, ma i minimi inte-
ressi in comune tendono a produrre rivendicazioni senza
ambizione.15 D’altra parte, in un movimento come Occupy
l’unità è emersa dalla prossimità fisica (corpi che lavorano e
vivono assieme in accampamenti condivisi), ma questa unità
di superficie era poco più che una facciata e spesso masche-
rava differenze assai più concrete: non a caso, quando la
prossimità fisica è stata interrotta – per esempio in seguito

239
INVENTARE IL FUTURO

allo smantellamento degli spazi occupati – l’unità dei parte-


cipanti si è rapidamente sfaldata. A sua volta, nel caso delle
primavere arabe, l’unità dei dimostranti è stata forgiata dalla
comune opposizione a un tiranno, il che ha effettivamente
saputo riunire assieme tanti gruppi eterogenei.16 Ma anche
queste recenti esperienze di lotta dimostrano come un’unità
basata esclusivamente sull’opposizione tende a disintegrarsi
qualora l’avversario comune venga sconfitto.
Il problema che un progetto post-lavoro deve affrontare
è che, nonostante la diffusa esperienza di cosa significhi es­­
sere proletari, l’esito è il più delle volte nient’altro che una
coesione minima dalla quale deriva una quantità di interessi
vasti e tra loro divergenti.17 La sfida che si pone a una politica
trasformativa è dunque quella di riuscire ad articolare queste
differenze all’interno di un progetto comune, senza limitarsi
ad affermare che l’unica vera lotta è la lotta di classe. In que-
sta chiave, non sorprende che molte delle battaglie politiche
più promettenti degli ultimi anni si siano presentate sotto
forma di movimenti populisti anziché come movimenti di
classe.18 Attenzione però: con «populismo» non intendiamo
una specie di cieco movimento di massa, né una rivolta dai
contenuti generici quanto approssimativi, e meno ancora un
contenuto politico in particolare.19 Piuttosto, qui per populi-
smo intendiamo quella logica politica secondo cui differenti
identità vengono riunite assieme contro un avversario comu-
ne nel tentativo di ottenere un mondo nuovo.20
Dai movimenti antiglobalizzazione a Syriza in Grecia, da
Podemos in Spagna a Occupy in diversi paesi occidentali, per
non dire delle tante esperienze latinoamericane, questi grup-
pi hanno mobilitato sezioni ampie e trasversali della società,
anziché rivolgersi soltanto a particolari identità di classe.21
Sono movimenti che prendono le mosse dalla frustrazione
provocata da richieste rimaste inascoltate: in circostanze
democratiche normali, le rivendicazioni che arrivano dalla
società – si tratti di incrementi salariali, sussidi di disoccu-

240
COSTRUIRE IL POTERE

pazione, o servizi di assistenza sanitaria – vengono prese


in carico nella loro specificità e affrontate dalle istituzioni
preposte; di solito il risultato è solo qualche cambiamento di
superficie, ma le istituzioni – così come l’intera organizza-
zione della società – non vengono mai messe in discussione.
I movimenti populisti invece hanno cominciato a prendere
piede quando richieste come salari adeguati, alloggi a prezzi
popolari, servizi per l’infanzia e così via, hanno preso a essere
regolarmente ostacolate. Come spiega il più noto teorico del
populismo politico, Ernesto Laclau, «oltre un certo limite,
quelle che erano richieste formulate all’interno delle istitu-
zioni diventano istanze rivolte alle istituzioni, e in seguito
diventano rivendicazioni contro l’ordine istituzionale. Quan-
do questo processo supera i limiti degli apparati istituzionali,
ecco il populismo».22
Attraverso questo processo interessi particolari acquisi-
scono caratteri sempre più generali, e il populismo si confi-
gura come ferma opposizione all’ordine vigente. A differenza
dei tradizionali raggruppamenti di classe, il «popolo» viene
tenuto assieme da un’unità nominale anche in assenza di
qualsiasi unità concettuale; è insomma un attore politico
complesso e costruito: si identifica sotto un nome comune
anche quando non c’è alcuna necessaria unità di interessi
materiali. Questo per esempio ci aiuta a capire perché è stato
così difficile comprendere il preciso orientamento politico
di un movimento come Occupy: a legare il 99 percento delle
persone che vi presero parte era più un nome che qualsivoglia
politica comune. Nel populismo questa unità nominale com-
bacia poi con l’assegnazione di un nome alla frattura interna
alla società, e la designazione di un avversario comune contro
cui combattere;23 a sua volta, dare un nome al nemico comune
permette a un ampio spettro di persone di identificarsi negli
interessi e nelle rivendicazioni articolate da un movimento:
per non fare che qualche esempio, Occupy assegnò al nemico
il nome «l’1 percento», Podemos si riferì prima alla «casta»

241
INVENTARE IL FUTURO

e poi alla «trama», mentre Syriza alla «Troika». Il nome che


viene assegnato all’antagonista dipende da fattori empirici,
ma non è necessariamente da essi limitato: la divisione che
Occupy ha portato avanti, quella tra il 99 e l’1 percento, è per
esempio riuscita a mobilitare moltissime persone anche se
non empiricamente accurata.24
Assegnare un nome al popolo e a chi vi si oppone è un
gesto politico, non un proclama scientifico. Tanto il popolo
quanto l’antagonismo nella società vengono dunque costitu-
iti tramite l’atto stesso del nominarli, e questo rappresenta
una risposta all’impossibilità di identificare gli antagonismi
inerenti alla società osservando la semplice necessità stori-
ca dei fatti, specialmente in un periodo storico nel quale le
identità di classe si sono frammentate e le differenze sono
proliferate.
Perché un «popolo populista» emerga, sono comunque
necessari altri elementi ancora. Per cominciare, una parti-
colare rivendicazione o battaglia deve poter rappresentare
tutte le altre: il movimento Occupy, per esempio, ha sollevato
un vasto numero di rivendicazioni a livello locale, regiona-
le e nazionale, legandole tra loro sotto l’ombrello della lotta
contro la disuguaglianza. In casi come questo, non si tratta di
un gruppo particolare che cerca di essere riconosciuto dalla
società, ma di un gruppo che parla universalmente per l’inte-
ra società. Per poter agire da portavoce dell’intera società, un
simile gruppo deve però essere recepito come rappresentante
di interessi molteplici: deve dunque poter rappresentare un
largo spettro di interessi e non semplicemente il proprio tor-
naconto.25 Per un movimento operaio tradizionale, gli inte-
ressi comuni basterebbero ad assicurare la fedeltà di tutti;
ma in un movimento populista l’assenza di un’immediata
unità fondata su interessi comuni significa che la propria
coerenza è perpetuamente insidiata da una tensione interna,
quella cioè tra la battaglia simbolo dell’intero movimento e le
singole rivendicazioni che la compongono.

242
COSTRUIRE IL POTERE

Il populismo, dunque, richiede un costante processo di


rinegoziazione delle differenze e dei particolarismi, nel ten-
tativo di stabilire un linguaggio e un programma in comune
e per controbilanciare l’esistenza di forze centrifughe. La
differenza tra un movimento populista e i criteri della folk
politics risiede quindi nel modo in cui vengono gestite le dif-
ferenze: laddove il populismo cerca di costruire un linguag-
gio e un progetto condivisi, la folk politics preferisce che le
differenze siano in grado di esprimersi autonomamente in
quanto differenze, evitando di adottare qualsiasi funzione
universalizzante.
La mobilitazione di un movimento populista che punti
a una politica anti-lavoro richiede dunque l’articolazione
di un populismo all’interno del quale diversi tipi di lotte
mirate alla giustizia sociale e all’emancipazione umana pos-
sano tutte sentirsi rappresentate. È anzi molto importante
sottolineare come proprio le politiche anti-lavoro possano
offrire prospettive di questo segno; per esempio, rappresen-
tano l’opzione più credibile per una coalizione rosso-verde,
perché da una parte raggiungono un compromesso tra un
programma economico mirato alla creazione di nuovi posti
di lavoro e alla crescita economica, e dall’altro sposano un
programma ambientalista mirato alla riduzione di emissioni
di anidride carbonica. Il progetto di una società libera dal
lavoro salariato è anche intrinsecamente femminista, dal
momento che riconosce tanto la quantità di lavoro invisibile
svolto prevalentemente dalle donne, quanto la femminiliz-
zazione del mercato del lavoro e la necessità di un’indipen-
denza economica per una completa liberazione delle donne.
Ma una politica post-lavoro si collega anche alle battaglie
antirazziste, visto che proprio i neri e le altre minoranze
etniche sono sproporzionatamente vittime di alti tassi di
disoccupazione, dell’incarcerazione di massa e di trattamen-
ti violenti da parte delle forze di polizia. Infine, un progetto
post-lavoro segue la tradizione delle battaglie postcoloniali e

243
INVENTARE IL FUTURO

dei movimenti indigeni, visto che tra i suoi obiettivi ci sono


sia la disponibilità di mezzi di sussistenza per l’enorme for-
za lavoro di tipo informale, sia la lotta contro le barriere che
ostacolano l’immigrazione.26
Elencare le caratteristiche di un movimento capace di
fondere assieme queste differenze ci aiuta a enfatizzare l’im-
portanza delle rivendicazioni in seno a qualsiasi populismo
autentico. Le rivendicazioni costituiscono uno strumento
fondamentale per cementare l’unità, e devono dunque essere
in grado di rispondere ai diversi interessi di differenti sogget-
ti.27 In sé, richieste e rivendicazioni non danno per scontato
chi si attiverà per portarle avanti, ma permettono a tutti di
vedere i propri interessi rappresentati, riuscendo comunque
a mantenere intatte le differenze tra istanze separate.28 Per
capirci: rivendicare una politica anti-lavoro può avere un
significato differente per uno studente universitario, per una
madre single, per un operaio o per una persona estromessa
dalla forza lavoro; eppure, nonostante le differenze, ognuno
di questi soggetti vede i propri interessi riflettersi nella mede-
sima richiesta. Il compito di una politica che parta dal territo-
rio è precisamente mobilitare questi soggetti nel nome della
stessa rivendicazione: un movimento basato su una logica
populista può quindi dare consistenza politica a una serie
di reclami e richieste eterogenee, senza per questo negarne
le specifiche diversità.29 Particolari rivendicazioni dovranno
essere iscritte all’interno di una narrativa coerente, capace di
creare un fronte comune contro un singolo antagonista: è per
questo motivo che una precisa visione del futuro è l’elemento
essenziale di un populismo autentico.
In realtà, è proprio l’assenza di una visione futura ad aver
caratterizzato molti dei più recenti movimenti populisti:
Occupy, per esempio, non ha mai tradotto il proprio momen-
to negativo di insubordinazione in un progetto politico posi-
tivo attorno al quale organizzare un popolo; in altre parole,
non è mai riuscito a combinare assieme interessi differenti

244
COSTRUIRE IL POTERE

e a fonderli all’interno di un progetto mirato a un futuro


migliore, rimanendo invece allo stadio del semplice rifiuto e
senza mai fornire un «focus autonomo di soggettivazione».30
In ultima analisi, benché il progetto post-lavoro imponga
una centralità della classe, è anche chiaro come non sia più
sufficiente una mobilitazione che solo dagli interessi di classe
deriva: al contrario, quello che serve è coinvolgere un’am-
pia fetta della società e renderla una forza attiva capace di
trasformare lo stato delle cose, ed è proprio in questo che
sta il ruolo del populismo. Ovviamente, negoziare un senso
di appartenenza comune a livello di slogan, rivendicazioni,
simboli e identità, non può restare il solo livello su cui arti-
colare un approccio politico di questo segno: un movimento
populista deve anche agire su (e attraverso) organizzazioni
di vario tipo, mirare a sovvertire il senso comune neoliberale
e crearne uno nuovo al suo posto. E soprattutto deve poter
costruire vari tipi di potere egemonico, in tutte le forme pos-
sibili, all’interno come all’esterno dell’apparato statale.

ECOLOGIA ORGANIZZATIVA
L’organizzazione è l’elemento di mediazione chiave tra scon-
tento e azione effettiva, ed è capace di conferire un tipo di
potere qualitativamente differente a gruppi di persone con un
obiettivo comune ma privi di struttura interna. Come emerso
chiaramente da esperienze come Occupy o i movimenti paci-
fisti e antiglobalizzazione, il problema della sinistra non sta
necessariamente nei numeri: dal punto di vista puramente
quantitativo la sinistra non è particolarmente più «debole»
della destra, e anzi, considerando la sua capacità di mobilita-
re le masse, sembra semmai vero il contrario. Specialmente
nei periodi di crisi, la sinistra dà l’idea di essere particolar-
mente capace di mettere in moto un movimento populista; il
problema risiede semmai nel passo successivo: come questa
forza popolare viene organizzata e mobilitata.
Per la folk politics, «organizzazione» ha spesso significato

245
INVENTARE IL FUTURO

un attaccamento feticista a quei criteri localisti e orizzonta-


listi che quasi sempre finiscono per ostacolare la costruzione
di un progetto controegemonico di tipo espansionistico.31
Questo feticismo organizzativo è uno degli aspetti più dele-
teri del recente pensiero di sinistra: la convinzione che se a
essere utilizzate sono le forme organizzative giuste, queste
diventano automaticamente in grado di garantire il successo
politico.32 La folk politics cade spesso in questo errore, ma
lo stesso vale per quelle ipotesi più ortodosse – sindacati,
avanguardie, gruppi di affinità, partiti politici... – che cicli-
camente vengono proposte come cure miracolose capaci di
rimediare al declino della sinistra. Nella maggior parte dei
casi, le forme organizzative che vengono raccomandate non
considerano la differenza di terreni strategici che queste si
trovano ad affrontare: la folk politcs, per esempio, prende
una particolare forma organizzativa – costruita in condizioni
specifiche – e prova a estenderla all’intero campo sociale e
politico. Piuttosto che adottare un approccio decontestualiz-
zato del genere, dobbiamo insomma pensare in termini di un
vario e robusto «ecosistema di organizzazioni».
La più elementare critica da muovere a un certo fetici-
smo organizzativo è che un progetto politico richiede per sua
natura una divisione del lavoro. All’interno di un movimento
politico di successo esiste un numero di compiti essenziali
che vanno portati a termine: alimentare consapevolezza
sociale, fornire supporto legale, e poi egemonia mediatica,
analisi del potere, proposte di misure politiche, consolida-
mento della memoria di classe, leadership, e via di questo
passo.33 Nessuna singola organizzazione può bastare da sola
a svolgere tutti questi ruoli e dunque promuovere un cam-
biamento su larga scala. In questo senso, noi non abbiamo
intenzione di promuovere alcun tipo specifico di organizza-
zione: non esiste un singolo veicolo ideale per dare forma ai
vettori della trasformazione. Al contrario, ogni movimento
politico di successo è il risultato di una vasta ecologia di orga-

246
COSTRUIRE IL POTERE

nizzazioni che agiscono in modo più o meno coordinato tra-


mite una divisione del lavoro necessaria all’ottenimento di
qualsiasi cambiamento politico. Nel corso di questo processo
di trasformazione emergeranno dei leader, ma non esisterà
alcun partito di avanguardia: piuttosto, a essere all’avan­
guardia saranno delle funzioni temporanee.34 Un’ecologia di
organizzazioni equivale a un pluralismo di forze capaci di
produrre un effetto di ritorno sulle loro capacità relative;35
permette una mobilitazione collettiva spinta dall’ideale di un
mondo alternativo, piuttosto che un semplice assembramen-
to basato su alleanze pragmatiche.36 Inoltre, produce anche
lo sviluppo di una serie di altre organizzazioni per così dire
compatibili: «Lo scopo è quello di creare un qualcosa che sia
più della mera costruzione di alleanze (dove le parti, intese
come raggruppamenti di persone, debbano rimanere uguali
a loro stesse e cooperare in maniera puntuale), ma meno di
una soluzione generica (per esempio, l’idea di partito). Si
tratta di attuare interventi strategici che possano attrarre sia
i gruppi già costituiti che quella coda lunga che non appar-
tiene ad alcun gruppo, interventi che siano presentati come
complementari gli uni agli altri e non esclusivi, e i cui effetti
possano rinforzarsi a vicenda».37
Questo significa che l’architettura generale di una tale
ecologia di organizzazioni avrà una struttura decentralizzata
e interconnessa; una struttura cioè che tra gli elementi del
proprio ampio network dovrà comprendere – diversamente
da quanto raccomandato dalla concezione orizzontalista
– anche gruppi chiusi e organizzati gerarchicamente.38 In
breve, non esiste alcuna struttura organizzativa privilegiata:
non tutte le organizzazioni devono avere, come propri prin-
cipi regolativi, la partecipazione, l’apertura e l’orizzontalità.
Le divisioni tra rivolte spontanee e organizzazioni stabili, e
tra desideri a breve termine e strategie a lungo termine, han-
no creato fratture all’interno di quello che dovrebbe essere
un progetto coerente mirato alla costruzione di un mondo

247
INVENTARE IL FUTURO

post-lavoro: la diversità organizzativa dovrebbe poter essere


combinata a un’unità trasversale di carattere populista.
Una rapida ricognizione di come possa operare una
tale ecologia organizzativa ci aiuterà a chiarire in che modo
queste proposte possono essere praticate. Ovviamente, non
potremo che fornire una descrizione breve e sommaria, viste
anche le particolarità che caratterizzano battaglie di diverso
tipo, e la complessità dei relativi problemi. Inevitabilmente,
un ecosistema di organizzazioni viene a crearsi in circo-
stanze specifiche quando decisioni differenti rispondono a
diversi contesti politici. Detto questo, un movimento sociale
di ampio respiro resta essenziale per qualsiasi politica post-
lavoro, il che rende anche possibile un vasto spettro di
approcci tattici e organizzativi.
A un estremo di questo spettro troviamo quelle esplo-
sioni temporanee che prendono la forma di rivolte e proteste
spontanee. Negli anni Sessanta, le rivolte urbane in America
furono ad esempio un fattore cruciale che spinse le élite a
sostenere l’idea di un reddito minimo.39 Queste esplosioni
di energia politica non articolano rivendicazioni precise, ma
richiedono una risposta immediata. In fenomeni relativa-
mente più organizzati, i movimenti sociali spesso assumono
le forme raccomandate dalla folk politics, come d’altronde
abbiamo visto negli ultimi decenni: operare secondo principi
di democrazia diretta può aiutare a conseguire determinati
obiettivi, come dare voce alla gente comune, creare un senso
di volontà collettiva, e permettere l’articolazione di prospet-
tive diverse.40 Può inoltre favorire il processo di costruzione
di un’identità populista e dare maggior potere a un popolo
che si configura come collettivo. Quello che però manca
alle organizzazioni strutturate secondo i principi della folk
politics è una prospettiva strategica capace di trasformare le
spettacolari scene di protesta e gli ampi movimenti di popolo
in azioni efficaci sul lungo termine.41 Molto spesso gli effet-
tivi risultati di una protesta vengono determinati da altre

248
COSTRUIRE IL POTERE

organizzazioni più durature e istituzionalizzate, capaci di


egemonizzare richieste, tattiche e strategie di movimenti che,
presi da soli, risultano relativamente effimeri. Le occupazioni
che più hanno avuto successo, almeno in tempi recenti, sono
state proprio quelle che hanno favorito un legame con i movi-
menti operai (in Egitto, per esempio), e/o con i partiti politici.
In Islanda i movimenti di protesta hanno conseguito i loro
maggiori traguardi quando una coalizione rosso-verde ha
vinto le elezioni sconfiggendo la precedente amministrazio-
ne conservatrice;42 solo qualche anno fa, la Spagna ha dimo-
strato il potenziale che emerge quando i movimenti sociali
seguono una doppia strategia, dentro e fuori dal sistema
partitico. Il successo di un importante progetto di trasforma-
zione sociale quale è il post-lavoro, dipenderà dal supporto
di un movimento di massa più che da qualsiasi imposizione
dall’alto: i movimenti populisti di piazza resteranno quindi
un elemento essenziale.
Come già indicato nei capitoli precedenti, i media gio-
cano un ruolo centrale all’interno di un’ecologia politica
il cui obiettivo è la costruzione di una nuova egemonia. La
strategia sarà allora quella di imporre una forte presenza
mediatica, stabilendo così un nuovo linguaggio comune,
dando voce al popolo, assegnando un nome agli antagonisti,
generando aspettative e narrative che possano interessare
la gente, e articolando le nostre più sentite rimostranze con
un linguaggio chiaro e deciso. Sono questi elementi che per-
mettono alle narrazioni dei media di cambiare col tempo, e
fondazioni e giornalisti sono già ben posizionati all’interno
della società per poter agire in tal senso43 (non a caso la Mont
Pelerin Society includeva tra i suoi membri numerosi gior-
nalisti). Questa comunicazione deve saper ricorrere anche
alla lingua di tutti i giorni, visto che il gergo accademico è (a
ragione) considerato inutile dalla maggior parte delle perso-
ne. I media di sinistra non dovrebbero aver timore di presen-
tarsi come accessibili e piacevoli, o di trarre ispirazione dal

249
INVENTARE IL FUTURO

successo dei siti più popolari: in effetti, tradizionalmente la


sinistra si è concentrata sulla creazione di spazi mediatici al
di fuori del mainstream, mettendo da parte qualsiasi tenta-
tivo di cooptare le istituzioni già esistenti e così diffondere
le idee più radicali all’interno della narrazione dominante.
Troppo spesso strumenti del genere finiscono per rivolgersi
soltanto a coloro che già ne condividono le posizioni, portan-
do avanti narrazioni incapaci di uscire dalle proprie «camere
d’eco». Internet ha dato a tutti una voce, ma non un pubblico:
a questo fine i media mainstream rimangono indispensabili,
e rimarranno tali anche in futuro, dato che la loro capacità di
influenzare e di modificare l’opinione pubblica – definendo
implicitamente ciò che è «realistico» e ciò che non lo è – è
ancora sorprendentemente forte. Il successo di un progetto
controegemonico richiederà un’iniezione di idee radicali nel
mainstream, e non semplicemente la costruzione di un pub-
blico frammentato al di fuori di esso: una delle lezioni più
importanti che si possono trarre dalle esperienze di reddito
base negli Stati Uniti è che la corretta inquadratura di queste
iniziative tramite i media è un elemento fondamentale per
il loro successo.44 È per questa ragione che i media esisten-
ti rappresentano un determinante campo di battaglia per il
progetto presentato in queste pagine.
Insieme ai media, un altro ingrediente indispensabile
per un’ecologia politica sono le organizzazioni di intellettua-
li. Queste vanno dai think tank ai dipartimenti universitari e
agli altri istituti di istruzione superiore, passando per le varie
realtà indipendenti che possono contribuire a una presa di
coscienza politica. La costruzione di un’egemonia però non
si può limitare alla pura trasmissione di quei decreti emessi
dalle organizzazioni intellettuali d’avanguardia, e non è un
caso che Gramsci abbia coniato il concetto di «intellettuale
organico», vale a dire di intellettuale intimamente legato alle
forze materiali ed economiche fondamentali della società:45
gli intellettuali organici partecipano insomma alla pratica,

250
COSTRUIRE IL POTERE

sono organizzatori e costruttori assieme.46 Un’efficiente


infrastruttura intellettuale di sinistra dovrebbe poi sostenere
quelle istituzioni intellettuali in linea con la propria visione
del mondo: offrirebbe la propria collaborazione e, dove pos-
sibile, le proprie risorse, oltre a diffonderne il messaggio. In
un mondo dominato dalla complessità nessuno può avere
una visione privilegiata del tutto, e dunque una robusta sfera
intellettuale dovrà includere molteplici prospettive; questa si
combinerà con le indagini sul campo condotte dai lavoratori,
esaminando per esempio il funzionamento della logistica
nella vendita al dettaglio ed elaborando strategie per il suo
sabotaggio,47 o compilando un’analisi dettagliata delle reti di
potere locali al fine di produrre un cambiamento dal basso.48
Assieme agli intellettuali organici, ci sono poi quegli istituti
altamente specializzati capaci di mantenersi a distanza dal
caos della politica quotidiana, e gli unici in grado di assolve-
re a funzioni particolari. Come già intuito dalla Mont Pelerin
Society, a volte è necessario dedicare meno sforzi intellet­
tuali ai compiti immediati e impellenti per concentrarsi con
più attenzione sullo sviluppo di proposte politiche a lungo
termine, e queste includono argomenti vitali come lo svilup-
po di nuovi metodi per organizzare e comprendere l’econo-
mia, cosa che richiede conoscenza tecnica e ricerca ad ampio
raggio. Ma questo lavoro, per essere efficace, deve sempre
poter confluire in un network composto da attori politici e
narrazioni sociali.
In passato le organizzazioni dei lavoratori sono state
importanti forze di cambiamento; oggi però sono ridotte
sulla difensiva, e nel frattempo una serie di leader sindacali
eccessivamente rigidi (se non proprio corrotti) e un comples-
so di abitudini antiquate hanno reso particolarmente arduo
qualsiasi tentativo di rivitalizzarne le sorti. Eppure i sinda-
cati rimangono organismi indispensabili per la trasforma-
zione del capitalismo, e qualsiasi sforzo di immaginare una
nuova struttura sindacale dovrà tenere in considerazione sia

251
INVENTARE IL FUTURO

i fallimenti del passato che le nuove condizioni economiche


dell’oggi. Sarà quindi necessario rinforzare i legami tra la
leadership e gli iscritti comuni, costruire reti di solidarietà
trasversali che oltrepassino i confini tradizionali (per esem-
pio, professori universitari che siano disposti a offrire sup-
porto agli addetti delle pulizie nei loro uffici), imparare dalle
esperienze di quei sindacati innovativi guidati dai lavoratori
(quelli organizzati dai lavoratori immigrati, per esempio),
radicalizzare i sindacati esistenti e fondarne di nuovi in aree
che ne sono prive. In termini generali, l’efficacia di un sinda-
cato dipende dall’allineamento della sua forza politica con
le condizioni economiche e infrastrutturali esistenti. Come
abbiamo visto nei precedenti capitoli, queste condizioni
sono oggi definite dall’incipiente crisi del lavoro: la crescita
del surplus di popolazione, il ritorno della precarietà, la sta-
gnazione dei salari e il lentissimo ritorno dei posti di lavoro,
sono tutte sfide cruciali per il modello sindacale tradizionale.
Con il progressivo dissolversi della distinzione tra lavoro e
vita personale, con la scomparsa della sicurezza di un posto
di lavoro fisso e il continuo aumento del debito personale, i
problemi del lavoro hanno oggi effetti che si estendono ben
al di là della propria singola occupazione. Il cambiamento
delle condizioni sociali modifica la relazione tra i sindacati,
i loro membri, e la comunità tutta. Questo richiede prima
di tutto che venga riconosciuta la natura sociale della lotta
politica e che si colmi il gap tra posto di lavoro e comunità:49
i problemi lavorativi si estendono alla propria vita dome­­
stica e quindi alla comunità, e viceversa. Allo stesso tempo,
la comunità può offrire un supporto essenziale alle azioni dei
sindacati, così come questi ultimi dovrebbero riconoscere
il debito dovuto al lavoro invisibile di tutti quelli che sono
al di fuori del mondo del lavoro «ufficiale»:50 non soltanto i
lavoratori domestici che riproducono le condizioni di vita
dei lavoratori salariati, ma anche gli immigrati, i lavorato-
ri precari, e l’enorme numero di persone che compongono

252
COSTRUIRE IL POTERE

l’esercito di riserva e partecipano alle miserie del capitalismo.


I sindacati devono insomma aspirare a estendere la propria
attività anche al di là dei propri iscritti: è senz’altro vero che
esiste una tradizione di organizzazioni operaie che sono sta-
te in grado di stabilire legami con le rispettive comunità, ma
questo deve oggi diventare l’obiettivo esplicito e principale
di ogni sindacato. Il processo dovrebbe avvenire in entrambe
le direzioni: per esempio, in Francia hanno avuto luogo degli
«scioperi indiretti» in cui i lavoratori si dichiarano non scio-
peranti (e quindi continuano a essere pagati), ma permet-
tono ai membri della comunità di bloccare o di occupare il
loro posto di lavoro.51 Inoltre, i movimenti operai hanno sem-
pre fatto ricorso alle comunità locali per ricevere supporto
morale e logistico, e laddove si crei un network di solidarietà
le comunità si mobilitano autonomamente per difendere i
lavoratori dalla repressione statale.52 D’altra parte, i sinda­
cati possono interessarsi a problemi della comunità – come
quello degli alloggi – dimostrando così il valore delle orga-
nizzazioni dei lavoratori:53 piuttosto che radicarsi semplice-
mente negli ambienti lavorativi, i sindacati risulterebbero
oggi molto più adatti alle condizioni presenti se venissero
organizzati attorno agli spazi regionali e alle comunità pre-
senti sul territorio.54
Espandendo il mandato territoriale delle organizzazioni
sindacali, le richieste sorte nei posti di lavoro locali possono
allargarsi a un più ampio gruppo di rivendicazioni sociali.
Come abbiamo sostenuto nel capitolo 7, bisogna mettere in
discussione l’infatuazione di tipo fordista per il lavoro per-
manente, la socialdemocrazia, e l’ossessione dei sindacati
per salari e preservazione dei posti di lavoro. In tempi di auto-
mazione, precarietà e disoccupazione crescente, le classiche
rivendicazioni sindacali mostrano dei limiti che chiedono di
essere valutati con attenzione. Noi pensiamo che i sindacati
riscuoterebbero molti più consensi se sposassero la causa
di una società post-lavoro, se sottoscrivessero il potenziale

253
INVENTARE IL FUTURO

liberatorio della settimana lavorativa ridotta, della condivi-


sione del lavoro e del reddito base.55
Negli Stati Uniti, quello dei lavoratori portuali della West
Coast rappresenta un esempio di come l’automazione si sia
accompagnata a salari più alti e meno tagli ai posti di lavoro
(benché questo settore sia anche un nodo cruciale per fare
leva sulla struttura capitalista).56 La Chicago Teachers’ Union
offre un altro esempio di sindacato che ha esteso la propria
strategia oltre le negoziazioni collettive, e che si è mobilitato
per la creazione di un vasto movimento sociale riguardante
lo stato del sistema educativo in generale. In più, muoversi
verso un mondo post-lavoro significa anche superare alcune
delle principali tensioni tra movimenti ambientalisti e movi-
menti operai: mettere in atto degli incrementi di produttività
al fine di avere più tempo libero – piuttosto che per aumen-
tare il numero di posti di lavoro e il loro output – è l’obiettivo
che può mettere d’accordo entrambi. Modificare gli obiettivi
dei sindacati e organizzarli attorno alle necessità dell’intera
comunità a cui appartengono li aiuterà a distaccarsi dai clas-
sici – e fallimentari – ideali socialdemocratici, e sarà un passo
essenziale per conseguire con successo il rinnovamento del
movimento operaio.
Infine: lo Stato rimane un territorio di contesa sociale,
e i partiti politici avranno un ruolo in ogni ecologia di orga-
nizzazioni, specie se i tradizionali partiti socialdemocratici
continueranno nel loro declino lasciando dunque spazio
a una generazione nuova. La realizzazione di una società
post-lavoro per tutti richiederà di più che operare sempli-
cemente al livello dei posti di lavoro individuali; sarà anche
indispensabile conseguire successi sul piano dello Stato,57 e
benché i partiti vengano oggi accusati di cinismo e di accet­
tare passivamente i limiti imposti dal Capitale internaziona-
le, è possibile che la situazione cambi. Piuttosto che trasfor-
marsi in un impossibile veicolo di desideri rivoluzionari – che
ci porterebbe all’improbabile prospettiva di un «voto» per

254
COSTRUIRE IL POTERE

l’avvento del postcapitalismo – i partiti potrebbero avere la


più realistica responsabilità di costituire una punta dell’ice-
berg in termini di pressione politica, e di sviluppare la capa-
cità di attrarre un bacino elettorale estremamente variega-
to.58 Lo Stato può dunque svolgere un ruolo complementare
a quello della politica, sia nelle strade che sul posto di lavo-
ro, così come queste realtà possono a loro volta ampliare le
opzioni possibili per i partiti. Trascurare lo Stato – il metodo
proprio della folk politics – è un errore: i movimenti di mas-
sa e i partiti politici dovrebbero essere considerati entrambi
strumenti utili a un movimento populista, perché rendono
possibile il conseguimento di obiettivi diversi. A livello più
generale i partiti possono integrare le diverse tendenze che
compongono un movimento sociale – da quelle riformiste
a quelle rivoluzionarie – all’interno di un progetto comune.
Benché il Capitale internazionale e il sistema interstatale
rendano virtualmente impossibile attuare un cambiamento
radicale dall’interno dello Stato, esistono comunque deci-
sioni politiche importanti e basilari da prendere, come per
esempio quelle che riguardano i temi dell’austerità, degli
alloggi, del cambiamento climatico, dei servizi per l’infanzia,
della demilitarizzazione della polizia e del diritto all’aborto.
Rigettare su due piedi la politica parlamentare significa
ignorare i progressi tangibili a cui queste misure potrebbero
condurre: solo coloro che occupano già una posizione di pri-
vilegio possono permettersi di non preoccuparsi di questioni
come salario minimo, leggi sull’immigrazione, modifiche al
supporto legale, o leggi sull’interruzione di gravidanza.
Nella loro forma migliore le entità elettorali possono
agire come una forza distruttiva (facendo ostruzionismo,
pubblicizzando controversie politiche, strutturando l’indi-
gnazione pubblica), e in alcune situazioni riescono persino
ad agire come una forza progressiva. Questo non significa
che i movimenti sociali vadano trasformati in strumenti di
partito il cui scopo è racimolare voti: la relazione tra partiti

255
INVENTARE IL FUTURO

e movimenti sociali deve anzi andare ben oltre, verso un


processo di comunicazione a doppio senso. Da una parte, i
partiti possono offrire un sostegno finanziario a iniziative
comunitarie, e varie misure politiche – come per esempio le
leggi che regolano lo svolgimento di manifestazioni pubbli-
che – possono essere modificate per facilitare il lavoro degli
attivisti all’interno dei movimenti sociali (in Venezuela,
per esempio, lo Stato ha facilitato la creazione di comuni di
quartiere per l’integrazione del socialismo all’interno delle
pratiche quotidiane).59 D’altra parte, è anche possibile accu-
mulare collettivamente le risorse necessarie per la creazione
di nuovi partiti (Podemos, per esempio, fu fondato grazie a
una campagna di crowdfunding che raccolse 150.000 euro) e
la vitalità di un partito può essere mantenuta grazie a costanti
negoziazioni istituzionali tra i movimenti locali, i membri
tesserati, e le strutture centrali del partito stesso.60
Restiamo su un esempio come Podemos: il movimento
spagnolo ha mirato alla costruzione di meccanismi di gover-
no popolare, ma ha anche cercato di penetrare nelle istitu-
zioni,61 in una battaglia per il cambiamento sociale combat-
tuta su due fronti che ha dimostrato maggior potenziale di
trasformazione rispetto alle due strategie (quella basata uni-
camente sui movimenti e quella combattuta solo nelle isti-
tuzioni) prese singolarmente.62 Per citare un altro esempio,
il Partido dos Trabalhadores brasiliano è rimasto aperto a
molti gruppi diversi (provenienti dalla teologia della libe-
razione come dai movimenti contadini) nonostante si sia
organizzato attorno a un nucleo di natura essenzialmente
sindacale. Come ha osservato un ricercatore, «questa combi-
nazione di movimenti dal basso e di avanguardie è riuscita in
un leninismo che era tutto tranne che leninista».63
Tutte queste esperienze politiche dimostrano come una
mobilitazione di massa da una parte possa trasformare lo Sta-
to in uno strumento utile a conseguire gli interessi del popolo,
e dall’altra sia necessaria a trascendere la netta divisione tra

256
COSTRUIRE IL POTERE

potere dei movimenti e potere delle istituzioni. Lo scopo deve


essere quello di evitare sia «la tendenza a feticizzare lo Stato,
il potere ufficiale, e le sue istituzioni così come la tendenza
opposta, quella di feticizzare l’anti-potere»:64 è un obiettivo
possibile persino in un contesto attuale dove a regnare è l’in-
soddisfazione per la politica, anche se resta ovvia l’importan-
za di un quadro argomentativo chiaro e in grado di articolare
questa insoddisfazione. In ultima analisi, i partiti conservano
ancora un significativo potere politico, e la lotta per il loro
futuro non può essere lasciata alle forze della reazione.
Dovrebbe ormai essere fin troppo chiaro come ci tro-
viamo ben distanti dal feticismo del localismo, dell’oriz-
zontalismo e della democrazia diretta prodotto dalla folk
politics. Un’ecologia di organizzazioni non nega che tali for-
me organizzative possano avere un ruolo, ma rifiuta l’idea
che da sole esse bastino. Quello che vogliamo promuovere
è una complementarità funzionale tra diverse organizzazio-
ni, piuttosto che l’attaccamento a una specifica organizza-
zione o forma organizzativa.

PUNTI DI LEVA
Qualora un movimento populista riesca effettivamente a
costruire un ecosistema di organizzazioni controegemonico,
per poter essere efficace questo richiederebbe comunque la
capacità di ostacolare i processi produttivi. Anche con una
robusta ecologia di organizzazioni e un movimento di massa
ben coeso, il cambiamento resta impossibile senza la possibi-
lità di «fare leva» sul potere: in termini storici, molti tra i più
importanti passi in avanti compiuti dal movimento operaio
sono stati possibili anche grazie a lavoratori collocati in posi-
zioni strategiche. Che abbiano o meno ricevuto solidarietà,
ottenuto alti livelli di consapevolezza di classe, o conseguito
una forma organizzativa ottimale, questi lavoratori ebbero
successo grazie alla loro abilità nell’inserirsi all’interno e
contro il flusso dell’accumulazione capitalista.

257
INVENTARE IL FUTURO

In effetti il miglior indicatore della militanza dei lavora-


tori e del successo della lotta di classe potrebbe proprio esse-
re la posizione strutturale occupata dai lavoratori all’interno
di un’economia. Per esempio, nel contesto delle prime infra-
strutture logistiche i lavoratori portuali si trovarono a occu-
pare una posizione chiave per la circolazione dei capitali; il
trasporto intermodale – il trasferimento di beni tra navi, treni
e mezzi di terra – era un processo faticoso e costoso:65 colloca-
ti in un nodo fondamentale di tale sistema, e cioè in un punto
attraverso cui i beni dovevano obbligatoriamente passare, i
lavoratori portuali che svolgevano queste mansioni control-
lavano di fatto un punto di leva. Il risultato fu che il livello
di militanza politica tra questi lavoratori divenne altissimo,
e che il settore perse più giorni di lavoro a causa di dispute
sindacali che qualsiasi altro.66 Anche una celebre potenza
sindacale come la United Automobile Workers nacque da
una posizione strutturale all’interno del processo produttivo,
nonché dall’importanza dell’industria automobilistica per
l’economia nazionale statunitense: in quel contesto il potere
dei lavoratori si impose tra l’altro in un periodo di alta disoc-
cupazione e di bassi livelli di organizzazione, dimostrando
dunque che il successo del sindacato non necessariamente
deve trarre origine dalle condizioni favorevoli del mercato
del lavoro, né da una particolare forza organizzativa.67 Una
situazione simile fu quella in cui si vennero a trovare i mina-
tori: il lavoro in miniera concedeva molta autonomia dalla
dirigenza, perché si svolgeva in un ambiente in cui le interru-
zioni della produzione sono particolarmente efficaci; di con-
seguenza, «la loro posizione e concentrazione diede l’oppor-
tunità, in certi momenti, di forgiare un nuovo tipo di potere
politico».68 Questo vale anche per l’attività mineraria di oggi,
capace di resistere alla minaccia dello spostamento di capi-
tali dal momento che quella che non può essere spostata è
proprio la riserva di risorse naturali. Un esempio attuale sono
le aree minerarie in Sud Africa, in cui a venire a galla è sia la

258
COSTRUIRE IL POTERE

forza dei sindacati che la violenza del Capitale: quando nel


2012 i lavoratori indissero uno sciopero a sorpresa, lo Stato
intervenne duramente uccidendo più di trenta lavoratori in
quello che viene ricordato come il massacro di Marikana.
Meno violenta, ma non meno significativa, è la posizione di
monopolio di certi fornitori. Scioperi in questi siti, come nel
caso del Po Chen Group in Cina, rappresentano una minaccia
reale per gli interessi capitalisti, visto che possono bloccare
un’intera catena di distribuzione.69 Dall’altro lato della stessa
catena, anche la distribuzione al dettaglio è un ambito vul-
nerabile: qui l’azione militante offre ricche opportunità per
creare disagi alla macchina capitalista, oggi profondamente
dipendente dalla logistica just-in-time.70 L’importanza di
questi punti strategici non può insomma essere sovrastimata.
Nel corso del secolo scorso però, questi punti di leva sono
stati lentamente eliminati, tramite processi sia consapevoli
che non: lo sviluppo dei container marittimi ha permesso
l’automazione del trasporto intermodale,71 la globalizzazione
della logistica ha facilitato lo spostamento delle fabbriche in
risposta agli scioperi, e la transizione verso il petrolio come
fonte di energia primaria ha ridotto drasticamente il numero
di strozzature su cui intervenire. Oggi i classici punti in cui
esercitare pressione politica sono quasi del tutto scomparsi,
il che ci obbliga a un momento di sperimentazione e riflessio-
ne strategica: la sperimentazione è necessaria precisamente
perché la politica è un campo di sistemi dinamici, guidato
da conflitti interni, da adattamenti e contro-adattamenti che
conducono a una corsa agli armamenti tattici. E questo signi-
fica che qualsiasi tipo di azione politica finirà col perdere la
propria efficacia nel tempo, man mano che gli avversari impa-
reranno ad adattarvisi: nessun metodo sarà sempre valido.
In effetti, più passa il tempo e più diventa urgente abban-
donare le tattiche ormai familiari, dato che le forze antagoni-
ste impareranno a difendersi e a reagire in modo sempre più
efficace: alla segretezza si risponde con le spie sotto copertura,

259
INVENTARE IL FUTURO

all’uso di maschere si risponde con nuove legislazioni che ne


vietano l’uso, ai cordoni in piazza si risponde con app capaci
di tracciare i movimenti delle forze di polizia, alla documen-
tazione degli abusi polizieschi si risponde con la criminaliz-
zazione di quegli stessi documenti, alle proteste di massa si
risponde con rigide regolamentazioni che le rendono noiose
e sterili, e alla disobbedienza civile si risponde con la repres-
sione brutale. Le tattiche politiche sono un campo dinamico
di forze, e la sperimentazione è essenziale per aggirare i nuovi
ostacoli che Stato e corporation pongono costantemente sul
cammino del cambiamento.
La storia del movimento operaio offre un’immagine
esemplare di questo genere di atteggiamento. Una delle sue
tattiche principali è stata quella di limitare la disponibilità di
forza lavoro, incrementando dunque la propria forza e il pro-
prio valore.72 I primi sforzi in questa direzione furono compiu-
ti limitando il diritto a prendere parte a corsi di formazione
per alcuni posti di lavoro, attuando una discriminazione sulla
base di abilità, sesso e razza.73 I primi tipografi, per esempio,
si organizzarono per proteggere una forza lavoro specializ-
zata esclusivamente maschile, minacciata dall’introduzione
di lavoratrici non specializzate.74 Ma il processo di rapida
obsolescenza delle competenze prodotto dal capitalismo e
dall’industrializzazione dei processi produttivi ha danneg-
giato molti sindacati di lavoratori specializzati, così come ha
notevolmente allargato il bacino della forza lavoro. Il risultato
è stata la dissoluzione di molti dei tradizionali sindacati arti-
giani, basati su competenze tecniche specifiche, e l’avvento di
sindacati industriali che inclusero lavoratori sia specializzati
che non, seguendo appunto un paradigma industriale.75
Un’altra possibile tattica per ridurre la fornitura di forza
lavoro è stata già esaminata: la riduzione delle ore lavorative.
Questo produce una riduzione della riserva di lavoro, come
nel caso delle discriminazioni sindacali di cui sopra, ma con
un’importante differenza: piuttosto che escludere particolari

260
COSTRUIRE IL POTERE

gruppi dagli impieghi specializzati, punta a sottrarre una


porzione di lavoro da ognuno.76 Ma per diversi motivi – non
ultimo l’emergere nel dopoguerra di un consenso tra Capitale
e manodopera – questa tattica è caduta sostanzialmente in
disgrazia, mentre l’attenzione del movimento operaio si è
rivolta alla contrattazione collettiva per salari migliori. Come
però abbiamo già sostenuto, è una tattica che potremmo
riconsiderare nel tentativo di trasformare il nostro sistema
socioeconomico.
Gli scioperi hanno rappresentato un’altra tattica fon-
damentale: in questo caso, la logica è sempre stata quella
di infliggere costi al Capitale e così ottenere un vantaggio al
tavolo delle negoziazioni. Ma questo approccio è limitato dal
fatto che i lavoratori non specializzati possono essere facil-
mente rimpiazzati da nuovi (e più docili) crumiri e sostituti.
Inoltre, gli scioperi permettono ai datori di lavoro di sfruttare
l’interruzione della produzione per introdurre nuovi macchi-
nari: e cioè proprio il tipo di cambiamento contro cui i lavo-
ratori si oppongono. A tal proposito, nel corso del XX secolo
sono state tentate nuove tattiche come gli scioperi sit-down e
le occupazioni, che rendevano il lavoro dei nuovi impiegati
impossibile e al tempo stesso dimostravano l’assoluta inutili-
tà di capi e dirigenti.77 Quello che sempre è possibile notare è
insomma una dinamica corsa agli armamenti tra i vari avver-
sari, dove ciascuno prova a ottenere un vantaggio strategico
tramite l’uso di nuove tecnologie e di nuove tattiche.
Oggi il terreno delle lotte sta nuovamente cambiando,
come è indicato da almeno due nuovi problemi relativi alle
classiche strategie di interruzione del lavoro. In primo luogo,
resta la tendenza all’automazione: così come l’automazione
della logistica ha fatto scomparire diversi punti di pressione
politica potenzialmente sfruttabili dai lavoratori portuali,
così l’automazione di fabbriche, sistemi di trasporto e persino
servizi preannuncia un forte declino dell’efficacia delle batta-
glie sul posto di lavoro. L’arrivo delle autovetture autonome,

261
INVENTARE IL FUTURO

per esempio, ridurrà drasticamente i punti di leva presenti


all’interno dei sistemi di trasporto. Nel Regno Unito, la Natio-
nal Union of Rail, Maritime and Transport Workers dovrà
presto affrontare il problema, considerato che treni senza
conducente sono già operativi, e che si prevede un loro mag-
giore utilizzo nel prossimo futuro (l’ex sindaco di Londra,
Boris Johnson, dichiarò esplicitamente che grazie all’au-
tomazione sarebbe stato finalmente possibile distruggere
uno dei pochi sindacati militanti rimasti nel Regno Unito).78
Eppure alcuni punti su cui fare leva rimangono, e in seguito
alla ristrutturazione di questi settori e alla loro automazione
ne emergeranno ancora di nuovi.
Per esempio, come notato da un autore già nel lontano
1957, «un’intera fabbrica automatizzata può essere comple-
tamente bloccata da uno sciopero a cui partecipi anche solo
un piccolo numero di persone»:79 il declino del numero di
lavoratori addetti alla supervisione di un processo produttivo
produce insomma una concentrazione di potere nelle mani di
un piccolo gruppo di individui. Allo stesso modo, per quanto
un sistema di trasporto automatizzato sia impermeabile agli
scioperi, a scioperare potrebbero essere i programmatori e
i tecnici informatici responsabili per il suo funzionamento:
considerati i limiti tecnici delle autovetture autonome, que-
sto sistema sarebbe particolarmente suscettibile ai blocchi;
sono veicoli che d’altronde operano grazie a una semplifica-
zione della variabilità dell’ambiente circostante che li rende
«simili a treni che procedono su binari invisibili»,80 e questo
significa che la manipolazione intenzionale dell’ambiente
potrà dunque permettere di sabotarne la funzionalità. Inoltre,
gli algoritmi di riconoscimento pattern utilizzati per diversi
compiti (diagnostica, riconoscimento facciale e identifica-
zione di emozioni, sorveglianza…) si prestano facilmente
al sabotaggio informatico.81 Da tale panoramica consegue
che una comprensione tecnica del funzionamento di queste
tecnologie è essenziale per capire come poterle ostacolare, e

262
COSTRUIRE IL POTERE

la sinistra del futuro dovrà essere tanto politicamente astuta


quanto tecnologicamente competente: quello che serve è
produrre un’analisi dei trend di automazione che stanno
ristrutturando i processi di produzione e circolazione delle
merci, e sviluppare una comprensione strategica di quali
sono i nuovi punti di leva che potranno emergere in futuro.
Le tattiche tradizionali hanno un secondo limite: rischia-
no di fallire per via della disoccupazione di massa e delle lotte
che oggi riguardano più il surplus di popolazione che la clas-
se operaia. Se non esiste alcun posto di lavoro da rallentare o
sabotare, cosa fare? Anche qui, il repertorio di possibili azioni
di protesta ha subìto profonde trasformazioni in seguito al
cambiamento delle condizioni sociali, politiche e tecnologi-
che: con la diffusione di nuovi fenomeni come il precariato, i
contratti a zero ore, il lavoro temporaneo e gli stage non retri-
buiti, i movimenti dei disoccupati e quelli incentrati sulla
riproduzione sociale offrono istruttivi esempi di resistenza.
Queste lotte non hanno mai avuto l’obiettivo di ostacolare
il lavoro in un determinato luogo, e dunque hanno dovuto
immaginare nuovi metodi per accumulare potere politico.
Una delle miopie più comuni nella sinistra contempo­
ranea consiste proprio nell’assumere che il potere dei lavora-
tori può soltanto derivare dal rallentamento della produzio-
ne, ignorando il fatto che le proteste contro l’ordine esistente
hanno assunto una grande varietà di forme anche al di fuori
del posto di lavoro. In Argentina per esempio, i movimenti dei
disoccupati hanno fatto sentire la propria voce bloccando le
grandi arterie urbane, giocando un ruolo cruciale per il rove-
sciamento del governo.82 Per coloro che sono esclusi dal mec-
canismo salariale e che si ritrovano privi di un posto di lavoro,
bloccare le arterie del traffico diventa un efficace metodo di
esercizio del potere politico:83 l’improvviso aumento di bloc-
chi autostradali in seguito alla morte di Michael Brown per
mano della polizia, a Ferguson nel Missouri, dimostra come
questa forma di lotta sia cresciuta in popolarità.84 Tattiche

263
INVENTARE IL FUTURO

simili – tra cui gli scioperi degli affitti e del debito – affron-
tano altri aspetti della riproduzione capitalista con lo stesso
obiettivo basilare; anche i blocchi portuali sono una tattica
promettente, e modelli realizzati al computer possono offrire
suggerimenti su come evitare di compiere azioni politiche
disorganizzate e inefficaci.85 Queste nuove tattiche, natu-
ralmente, devono essere situate all’interno di un più ampio
piano strategico, se non vogliono essere semplicemente una
serie di movimenti temporanei che nascono e muoiono senza
lasciare tracce durature.
La classica base del potere del movimento operaio, dun-
que, è oggi più frammentata e più debole. Questo però non
deve necessariamente decretare la definitiva sconfitta della
lotta di classe: l’automazione e la precarietà forse segnano
il declino del sabotaggio dei luoghi di produzione, ma cer-
tamente non indicano la fine assoluta della possibilità di
interruzione del lavoro. E così, sebbene i tradizionali punti di
pressione politica siano spariti, nel contesto di una struttura
flessibile e globale questo cambiamento ha incrementato in
altri modi la vulnerabilità dell’infrastruttura stessa. Lotte
locali ben organizzate possono immediatamente diventare
globali:86 il compito che ci attende è quello di valutare atten-
tamente le trasformazioni della nostra realtà materiale e di
preparare strategie da applicare all’interno di nuovi spazi
di azione. Esistono già pratiche da cui trarre insegnamento,
come le «analisi delle strutture di potere» intraprese da sin-
dacati e attivisti, capaci di mappare le reti sociali locali e i loro
attori principali, determinandone forze e debolezze e indivi-
duando amici e nemici.87 Quello che qui sosteniamo è che a
un simile processo serve anche un complemento che enfa­
tizzi le condizioni materiali della lotta anziché limitarsi ai
suoi network sociali. Ma per garantire il successo di entrambi
gli approcci sarà necessario connettere l’esperienza diretta
della situazione sul territorio con la conoscenza astratta di
condizioni economiche in continuo cambiamento.

264
COSTRUIRE IL POTERE

Un mondo post-lavoro non emergerà né dalla benevo-


lenza dei capitalisti, né dalle inevitabili tendenze dell’e-
conomia, né dalle necessità della crisi. Al tempo stesso, se
vogliamo che una società post-lavoro rappresenti un’ipotesi
strategica sensata, il potere della sinistra va ricostruito.
Questo richiede un generale progetto controegemonico
che punti a sovvertire il senso comune neoliberale e che
riarticoli il significato di parole come «modernizzazione»,
«lavoro» e «libertà». Dovrà necessariamente essere un pro-
getto populista in grado di coinvolgere un’ampia fetta della
società, e che pur traendo spunto dagli interessi di classe
non sia riducibile a essi. Avrà bisogno di un approccio orga-
nizzativo generale e ad ampio raggio, che combini i vantaggi
delle diverse organizzazioni e non si riduca al pragmatismo
delle alleanze di circostanza, ma che sposi la visione di un
mondo migliore. E queste nuove organizzazioni, queste
nuove masse, dovranno a loro volta identificare e occupare i
nuovi punti di leva che puntellano i circuiti del capitalismo
e i suoi posti di lavoro sempre più sterili e aridi. Di fronte a
un capitalismo globalizzato e in movimento perpetuo, l’op-
posizione deve saper prevedere le trasformazioni che avran-
no luogo nel prossimo futuro e adottare un atteggiamento
politico flessibile, capace di giocare d’anticipo.

265
Conclusione

State vivendo i risultati inaspettati di vecchi piani.


Jenny Holzer

Arrivati fin qui è lecito chiedersi: a che punto siamo ora? Il


più recente ciclo di lotte si è ormai esaurito (anche per via
delle strategie mutuate dalla folk politics), e ovunque si rivol-
ga lo sguardo il risentimento delle masse si mescola alla loro
impotenza. Abbiamo sostenuto che la strada più prometten-
te da seguire è quella di recuperare gli ideali della modernità
e di attaccare il senso comune neoliberale che condiziona
ogni aspetto delle nostre vite, dalle più esoteriche discussio-
ni politiche ai nostri più vividi stati emotivi. È un progetto
controegemonico che può essere messo in pratica soltanto
lasciandosi alle spalle le battaglie difensiviste e immagi-
nando mondi migliori, e in questo libro abbiamo delineato
un possibile progetto che prende la forma di una politica
post-lavoro in grado di renderci liberi di sviluppare le nostre
vite e le nostre comunità nel modo che preferiamo. Affinché
una simile battaglia possa avere successo, serve una sinistra
populista che costruisca l’ecologia organizzativa necessaria
per un approccio politico ad ampio raggio, capace di agire
su molteplici fronti e di fare pressione, quando possibile, sui
punti strategici della nostra economia.
Ma la fine del lavoro non sarà la fine della storia. Costrui-
re una piattaforma per una società post-lavoro sarebbe un
risultato immenso, ma sarebbe comunque solo l’inizio.1 È
per questo che resta cruciale concepire la politica di sinistra
come una politica per la modernità: serve a ricordarci di non
confondere l’avvento di una società post-lavoro – o di qual-
siasi altra società – con la fine di tutto. L’universalismo vive
un continuo processo di autodisfacimento, conservando in
sé le risorse necessarie per una critica immanente capace di
approfondire ed espandere i suoi ideali: nessuna specifica
formazione sociale è sufficiente a soddisfare le sue richieste,
concettuali o politiche che siano. Allo stesso modo, la libertà

267
INVENTARE IL FUTURO

sintetica ci impone di non accontentarci dell’attuale orizzon-


te delle possibilità. Accontentarsi di una società post-lavoro
rischierebbe di lasciare intatte le divisioni razziali, sessuali,
coloniali ed ecologiche che continuano a strutturare il nostro
mondo,2 e anche laddove queste asimmetrie di potere venis-
sero messe in crisi da un mondo post-lavoro, gli sforzi per eli-
minarle dovranno senza dubbio continuare. Inoltre, dovremo
anche individuare un sostituto sistematico ai mercati e con-
frontarci con la creazione di nuove istituzioni politiche. Non
sappiamo ancora cosa può un corpo sociotecnico, e dobbia-
mo ancora svincolare appieno lo sviluppo tecnologico per
dischiudere nuove forme di libertà. Trascendere la nostra
dipendenza dal lavoro salariato è importante, ma dovremo
comunque affrontare l’enorme compito di disfarci di altri
limiti di tipo politico, economico, sociale, fisico, biologico.
Il progetto mirato allo sviluppo di un mondo post-lavoro è
certamente necessario, ma non sufficiente.
Una piattaforma post-lavoro pone comunque l’obiettivo
di un nuovo equilibrio che completi la transizione che dalla
socialdemocrazia postbellica ha portato al neoliberismo, e
da lì conquistare una nuova egemonia post-lavoro. Crediamo
che tale piattaforma possa aiutarci a mettere a fuoco i compiti
da affrontare nel presente, e al tempo stesso fornisca un pun-
to di appoggio stabile da cui procedere per puntare a nuovi
obiettivi di emancipazione. Come con qualsiasi piattaforma,
coloro che sono responsabili della sua progettazione non
possono prevedere come verrà utilizzata in futuro: benché
opportunità e limiti siano fattori impliciti della sua struttura,
non esauriscono tutte le possibilità che da essa derivano. Una
piattaforma lascia il futuro aperto, piuttosto che chiuderlo:3
se progettata correttamente, ha successo proprio nel momen-
to in cui offre alle persone le condizioni per portare avanti
iniziative nuove. Con una piattaforma post-lavoro le persone
potrebbero ricominciare a partecipare ai processi politici,
come potrebbero finire con il ritirarsi in mondi individuali,

268
CONCLUSIONE

magari ritagliati all’interno dalle forme di intrattenimento


offerte dai media. Ma ci sono motivi per nutrire speranza,
considerando che la transizione verso una simile società
richiederà anche un sovvertimento dell’etica del lavoro.
Questo progetto implica insomma una trasformazione delle
soggettività, nel senso che offre le risorse necessarie per una
trasformazione completa che porti dall’egoismo individuale
proprio del sistema capitalista a forme di espressione comuni
e creative rese possibili proprio dalla fine del lavoro. L’uma-
nità è stata per troppo tempo schiava degli impulsi dettati dal
capitalismo, e un mondo post-lavoro promette un futuro in
cui questi vincoli verranno quantomeno allentati. Ciò non
significa che questa nuova società sarà un mondo dei sogni,
ma che il lavoro non sarà più imposto da fuori, si tratti di un
datore di lavoro o dal semplice bisogno di sopravvivere: ver-
remo spronati al lavoro dai nostri desideri, non da una forza
a noi estranea.4 Contro l’austerità imposta dalle forze conser-
vatrici e contro la frugale esistenza cara agli antimodernisti,
la rivendicazione di un mondo post-lavoro aspira alla prolife-
razione dei desideri, all’abbondanza, alla libertà.
Si tratta sicuramente di un futuro rischioso, come
rischioso è qualsiasi progetto per la costruzione di un mondo
migliore. Non ci sono garanzie che le cose andranno come
previsto: un mondo post-lavoro potrebbe generare dina-
miche immanenti che condurranno alla dissoluzione del
capitalismo, oppure le forze reazionarie potrebbero cooptare
nuovi desideri all’interno di un rinnovato sistema di control-
lo. Simili preoccupazioni hanno portato diverse frange della
sinistra contemporanea a ipotizzare sì il nuovo, ma un nuovo
senza rischi: abbondano gli inviti generici a sperimentare, a
creare, a prefigurare, ma le proposte concrete vengono spesso
accolte da un’ondata di critiche che descrivono nel dettaglio
tutti i modi possibili in cui tali proposte finirebbero col pro-
durre risultati negativi. Alla luce di queste due opposte ten-
denze – essere da una parte favorevoli alla novità, e temere

269
INVENTARE IL FUTURO

il rischio implicito in una trasformazione sociale – diventa


chiaro il fascino esercitato da quelle idee politiche che cele-
brano «l’evento spontaneo»: si tratta fondamentalmente di
un’espressione del desiderio di novità senza responsabilità.
L’evento messianico promette di distruggere il nostro mondo
stagnante e di far emergere un nuovo stadio storico, con-
venientemente scevro dal difficile lavoro che la politica è.
L’arduo compito che ci attende è quello di costruire un mondo
nuovo, pur con la consapevolezza che questo potrebbe anche
generare nuovi problemi. In fondo, nelle migliori utopie ci
sono sempre disarmonie sotterranee.
Questo imperativo va contro ai principi precauzionali
pensati per eliminare la contingenza e il rischio, elementi
che fanno parte di qualsiasi processo decisionale. Secondo
un’interpretazione particolarmente severa, il principio pre-
cauzionale serve a convertire l’incertezza epistemica per
preservare lo status quo, invitando coloro che vorrebbero
costruire un futuro migliore a desistere dal loro intento,
magari con la raccomandazione di portare avanti «più ricer-
ca». Possiamo anche notare come il principio precauzionale
contenga al suo interno una lacuna che gli è quasi costitu-
tiva: ignora il rischio prodotto dalla propria applicazione.
Messa in altri termini, il tentativo di rimanere estremamente
cauti – e dunque di eliminare i rischi – denuncia una miopia
riguardo ai pericoli prodotti dall’inattività e dall’omissione.5
Mentre i rischi devono essere certamente calcolati con pru-
denza, una più profonda consapevolezza delle complicazioni
introdotte dalla contingenza rende chiaro come scegliere la
strada più cauta spesso non sia la scelta migliore. Il principio
precauzionale è pensato per minimizzare la contingenza e
precludere la possibilità del futuro, quando in effetti sono
proprio le contingenze inerenti ai progetti ad alto rischio
che conducono a un futuro più promettente. Per usare le
parole dell’artista concettuale Jenny Holzer: «State vivendo
i risultati inaspettati di vecchi piani».

270
CONCLUSIONE

Costruire il futuro significa insomma accettare il rischio


che si possano verificare conseguenze inaspettate e che le
soluzioni adottate si rivelino imperfette: forse resteremo in
trappola, ma quantomeno potremo scappare verso trappole
sempre migliori.6

DOPO IL CAPITALISMO
Progetti come il post-lavoro e, in termini più ampi, il post­
capitalismo, sono determinazioni progressive che emergono
dalla dedizione alla causa dell’emancipazione universale.
In pratica implicano la «dissoluzione controllata delle forze
del mercato… e la separazione del lavoro dal reddito».7 Ma
la traiettoria ultima dell’emancipazione universale è diretta
verso il superamento di tutti i limiti fisici, biologici, politici
ed economici. Questa ambizione di rimuovere ogni vincolo,
se spinta alle sue estreme conseguenze, conduce inesorabil-
mente a grandiose frontiere speculative. Per i cosmisti russi
persino la morte e la gravità erano ostacoli possibili da supe-
rare grazie all’intelligenza e alle invenzioni future.8 In simili
speculazioni post-planetarie, il progetto dell’emancipazione
umana viene reso costituzionalmente infinito, percorrendo
una strada tra due vie di sviluppo tra loro correlate: quella
tecnologica e quella umana.
Lo sviluppo tecnologico segue un cammino ricombi-
nante, capace di fondere idee, tecnologie e componenti tec-
nologiche in combinazioni sempre nuove. Oggetti semplici
vengono uniti tra loro fino a formare sistemi sempre più
complessi, e ogni invenzione che viene sviluppata diventa la
base per tecnologie ancora più nuove. Con questo ritmo di
espansione, le possibilità combinatorie proliferano in fretta.9
Ci viene detto che la competizione di stampo capitalista è
stata un potente motore di avanzamento tecnologico: secon-
do la narrazione dominante, la competizione intra-capitalista
spinge al cambiamento tecnologico del sistema produttivo,
mentre il capitalismo di consumo produce una domanda di

271
INVENTARE IL FUTURO

prodotti sempre diversi. Ma, d’altra parte, il capitalismo ha


anche creato enormi ostacoli allo sviluppo tecnologico. Seb-
bene l’immagine pubblica del capitalismo sia caratterizzata
da un carattere dinamico e dalla propensione al rischio e allo
sviluppo, è un’immagine che nasconde le vere fonti del dina-
mismo dell’economia capitalista. Tecnologie quali le reti fer-
roviarie, internet, il personal computer, il volo supersonico,
i viaggi spaziali, i satelliti e le energie pulite sono state tutte
rese possibili dagli Stati, non dalle corporation. Nel dopo-
guerra, nel pieno dell’epoca aurea dello sviluppo tecnologico,
erano i fondi pubblici a finanziare i due terzi della ricerca.10
E negli ultimi decenni abbiamo visto come gli investimenti
delle grandi corporation in tecnologie ad alto rischio siano
drasticamente diminuiti.11 Con il taglio delle spese statali
imposto dal neoliberismo, non c’è da sorprendersi se il tasso
di cambiamento tecnologico è diminuito dagli anni Settanta
ad oggi.12 In altre parole, il motore primario dello sviluppo
tecnologico è sempre stato un investimento collettivo, e non
privato.13 Invenzioni ad alto rischio e nuove tecnologie rappre-
sentano investimenti troppo pericolosi per i capitalisti: figure
come Steve Jobs ed Elon Musk hanno nascosto con grande
astuzia la loro dipendenza dai progetti di sviluppo statali. 14
Allo stesso modo, gli ambiziosi progetti su grande scala capa-
ci di impiegare miliardi di dollari sono guidati da obiettivi
non economici che eccedono qualsiasi analisi costi-benefici:
tali progetti vengono ostacolati da vincoli di mercato, consi-
derato che un’analisi obiettiva –in termini capitalisti – della
loro realizzabilità li rivela come profondamente irrilevanti.15
In più, alcuni potenziali benefici per la società (come quelli
offerti da un vaccino per l’Ebola, per esempio) vengono tra-
scurati per via del loro limitato potenziale in termini di profit-
to, mentre in alcune aree (come nel caso dell’energia solare e
delle auto elettriche) i capitalisti hanno attivamente impedito
il progresso facendo pressione sui governi per interrompere i
sussidi all’energia pulita e per implementare leggi che ostrui-

272
CONCLUSIONE

scano ulteriori sviluppi. L’intera industria farmaceutica offre


un esempio particolarmente deprimente degli effetti prodotti
dalla monopolizzazione della proprietà intellettuale, mentre
l’industria tecnologica è sempre più colpita dal fenomeno del
patent trolling. Il capitalismo promuove insomma una falsa
attribuzione delle fonti dello sviluppo tecnologico, costringe
la creatività degli inventori a rispettare le logiche di accumu-
lazione capitalista, limita l’immaginazione sociale all’interno
dei parametri dettati dalle analisi costo-benefici, e attacca
quelle innovazioni tecnologiche che tendono a distruggere il
profitto. Per poter emancipare lo sviluppo tecnologico, dob-
biamo andare oltre il capitalismo e liberare la nostra creativi-
tà dai suoi limiti attuali:16 questo ci aiuterebbe a svincolare le
tecnologie dal loro obiettivo presente, orientato al controllo
e allo sfruttamento, e a riorientarle verso l’espansione quali-
tativa e quantitativa di un’autentica libertà sintetica. A quel
punto, potremo davvero scatenare le ambizioni e realizzare
mega-progetti utopici, finalmente ridestando i più classici
sogni di invenzione e di scoperta.
Il grande sogno dei viaggi spaziali, la decarbonizzazione
dell’economia, l’automazione del lavoro, l’estensione della
vita umana, sono tutti grandi progetti tecnologici che ven-
gono attualmente intralciati, in vari modi, dal capitalismo.
Il progresso e l’espansione della tecnologia, una volta libera-
ti dai ceppi del capitalismo, riusciranno a potenziare sia le
libertà negative che quelle positive, e potranno altresì gettare
le basi di un’economia veramente postcapitalista, permetten-
do l’abbandono di scarsità, lavoro e sfruttamento, e aprendo
al progresso per un pieno sviluppo dell’umanità.17
Il futuro degli esseri umani, è quindi indissolubilmente
legato a un’immagine di libera trasformazione tecnologica.
La strada verso una società postcapitalista comporta una
transizione capace di lasciarsi alle spalle la proletarizza­zione
dell’umanità e di procedere verso una soggettività nuova
e plastica. Questo nuovo soggetto non può essere in alcun

273
INVENTARE IL FUTURO

modo predeterminato: al contrario, può essere elaborato


solamente tramite lo svolgersi di ramificazioni pratiche e
concettuali. Non esiste alcuna «vera» essenza umana a cui
sia possibile attingere al di là di tutti i nostri legami con le
reti tecnologiche, naturali e sociali di cui siamo parte.18 L’idea
che una società post-lavoro finirebbe semplicemente col tra-
smettere ancora di più i ciechi ideali del consumismo, igno-
ra le capacità umane di innovazione e creatività: in poche
parole, è un’impostazione pessimista basata sull’attuale
soggettività capitalista.19 Similmente, lo sviluppo di nuove
necessità deve essere distinto dalla loro mercificazione:
mentre quest’ultima cristallizza i desideri all’interno di una
logica del profitto che pone limiti alla prosperità umana, lo
sviluppo di nuove necessità rappresenta un’autentica forma
di progresso. L’«estensione e differenziazione dei bisogni» va
insomma preferita a quei vagheggiamenti sullo «stato primi-
tivo e naturale» al quale secondo la folk politics dovremmo
tornare. All’interno della società capitalista la complessità
dei bisogni umani è senza dubbio deformata, ma quando
queste necessità vengano liberate «il loro obiettivo diventa
necessariamente lo sviluppo di una “ricca individualità” per
l’intera specie umana».20
Il soggetto postcapitalista, dunque, non rivelerà soltanto
quel sé autentico ora occultato dalle relazioni sociali capitali-
ste, ma piuttosto scoprirà lo spazio necessario per la creazio-
ne di nuovi modi di essere. Come notò Marx, «la storia non è
altro che una continua trasformazione della natura umana»,
e il futuro dell’umanità, essendo prima di tutto una questio-
ne pratica e da svolgere nel tempo, non può essere stabilito
astrattamente e in anticipo. Ciononostante, è possibile for-
mulare alcune idee. Per Marx, il principio fondamentale del
postcapitalismo era lo «sviluppo delle potenzialità umane
quali fini in se stesse»:21 lo scopo principale del suo progetto
era cioè l’emancipazione universale degli esseri umani. I vari
ideali che i pensatori marxisti hanno proposto per il raggiun-

274
CONCLUSIONE

gimento di questo obiettivo – la socializzazione dei mezzi


di produzione, la fine della forma-valore, l’eliminazione del
lavoro salariato – altro non sono che mezzi per l’ottenimento
di questo fine. La questione da porre immediatamente allora
è: cosa comporta questo obiettivo?
La costruzione della libertà sintetica è il mezzo tramite
il quale le potenzialità umane possono finalmente essere
sviluppate. Questa libertà trova diversi modi di espressio-
ne, inclusi quelli economici e politici;22 ma assieme a questi
ci sono anche le sperimentazioni con la sessualità e le strut-
ture riproduttive,23 la creazione di nuovi desideri, l’elabora-
zione di nuove capacità estetiche,24 di nuove forme di pen-
siero, di ragionamento e, in ultima analisi, di nuovi modi di
essere umani.25
L’espansione dei desideri, dei bisogni, degli stili di vita,
delle comunità, dei modi di essere, delle capacità, sono tutti
elementi di un unico progetto di emancipazione universale.
È un progetto che punta all’espansione di quello che verrà,
all’elaborazione di cosa significa essere umani e alla produ-
zione di nuovi desideri utopici, e che si allinea con la traiet-
toria di un vettore di universalizzazione infinitamente esteso
verso il futuro.
Il capitalismo, nonostante tutte le sue apparenze di libe-
razione e di universalità, ha essenzialmente vincolato queste
forze in un continuo ciclo di accumulazione, ossificando le
più autentiche potenzialità del genere umano e riducendo lo
sviluppo tecnologico a una serie di innovazioni tanto banali
quanto marginali. Ci muoviamo sempre più veloci – è il capi-
talismo stesso che ce lo impone – ma non andiamo da nessuna
parte. Quello che invece dobbiamo costruire è un mondo che
ci permetta di accelerare al di fuori del nostro stato di stasi.

PRIMA DEL FUTURO


Questo libro ha difeso la tesi che la sinistra non può né accon-
tentarsi di rimanere nel presente, né tornare al passato. Per

275
INVENTARE IL FUTURO

costruire un futuro nuovo (e migliore) dobbiamo intrapren-


dere i passi necessari per costruire un nuovo tipo di egemo-
nia. È un’idea che va contro il senso comune politico di oggi:
le tendenze della folk politics – le stesse che enfatizzano il
locale e l’autentico, il temporaneo e lo spontaneo, l’autono-
mo e il particolare – sono spiegabili come reazioni difensive a
una serie di sconfitte o di vittorie ambivalenti, e come rispo-
sta a un vertiginoso aumento della complessità del nostro
mondo. Ma sono risposte che rimangono profondamente
insufficienti se vogliamo ottenere vittorie significative nella
lotta contro il capitalismo globale: piuttosto che cercare una
salvezza temporanea e locale all’interno dei vari fortini della
folk politics, dobbiamo procedere oltre questi limiti.
Contro la resistenza fine a se stessa, contro il ritiro o la
fuga dalla società, contro qualsiasi anelito di «purezza», il
compito della sinistra odierna deve essere quello di intra-
prendere una politica di scala con ambizioni espansionisti-
che, con tutti i rischi che questo comporta. A questo fine sarà
necessario recuperare l’eredità della modernità e rivalutare
quali parti della matrice dell’illuminismo è possibile preser-
vare e quali dovranno invece essere scartate, dal momento
che solo una nuova forma di azione universale potrà soppian-
tare il capitalismo neoliberale.
Senza nessuna tabula rasa e senza eventi miracolosi
di mezzo, dobbiamo trovare le risorse con cui edificare una
nuova egemonia all’interno delle tendenze e delle possibili-
tà offerte dal mondo di oggi. Nonostante questo libro si sia
concentrato sull’automazione e sulla fine del lavoro, esiste
una vasta gamma di ipotesi politiche a disposizione della
sinistra contemporanea: sul breve termine questo significa
ripensare le classiche rivendicazioni della sinistra alla luce
delle tecnologie più avanzate, e ripartire dalle fondamenta
offerte da quel terreno post-nazionale conosciuto come stack,
ovverosia l’infrastruttura globale che rende possibile il nostro
mondo digitale.26 È già possibile distinguere un nuovo modo

276
CONCLUSIONE

di produzione dalle tecnologie più all’avanguardia: la stampa


3D e l’automazione del lavoro preannunciano, per alcuni pro-
dotti, la possibilità di un sistema basato sulla flessibilità, sulla
decentralizzazione e su un regime di post-scarsità; la rapida
automazione della logistica introduce la possibilità utopica di
un sistema globale interconnesso dove parti e beni potranno
essere spediti in maniera rapida ed efficiente e senza dispen-
dio di lavoro umano; le criptovalute e la loro tecnologia block-
chain potrebbero mettere a disposizione della comunità una
nuova valuta, separata dalle forme capitaliste.27
Anche la guida democratica dell’economia potrà essere
accelerata dalle nuove tecnologie. Oscar Wilde affermò che
il problema del socialismo è che impegna troppe serate, e
in effetti una maggiore democrazia economica potrebbe
costringerci a dedicare sempre più tempo a discussioni sul-
le decisioni da prendere riguardo i più minuti dettagli delle
nostre vite.28 Per evitare un simile problema, l’uso delle tec-
nologie informatiche sarà quindi essenziale: semplificherà le
decisioni da prendere e automatizzerà quelle che verranno
collettivamente considerate irrilevanti. Per esempio, piutto-
sto che deliberare su ogni singolo aspetto dell’economia, le
decisioni potrebbero limitarsi a certi parametri fondamentali
(input energetico, output di anidride carbonica, investimen-
to nella ricerca, e via dicendo).29 I social media, se liberati
dalla spinta verso la monetizzazione e il narcisismo, potreb-
bero essere usati come ausilio per lo sviluppo di una sincera
democrazia economica, espandendo i processi decisionali
verso un pubblico nuovo, e permettendo metodi di delibe-
razione e di partecipazione grazie all’utilizzo di piattaforme
social postcapitaliste. Persino il problema che da sempre
affligge le economie postcapitaliste – quello di distribuire
efficientemente i beni in assenza di prezzi di mercato – potrà
essere risolto grazie all’uso dei computer. Dai primi esperi-
menti sovietici di pianificazione economica a oggi, la poten-
za di calcolo dei computer è cresciuta esponenzialmente,

277
INVENTARE IL FUTURO

fino a diventare centinaia di miliardi di volte superiore30


e rendendo dunque facilmente risolvibili i calcoli necessa-
ri per trovare la migliore distribuzione delle nostre risorse
produttive. Allo stesso modo, la raccolta dati su risorse e
preferenze tramite sistemi computerizzati fa sì che i dati
grezzi necessari alla gestione di un’economia siano oggi più
che mai a portata di mano. E tutto questo potrà essere indi-
rizzato all’implementazione di un nuovo Lucas Plan a livello
sia nazionale che globale, reindirizzando le nostre economie
verso la consapevole produzione di beni socialmente utili
quali energia rinnovabile, medicine economiche e – più in
generale – verso l’espansione della nostra libertà sintetica.
È questo l’aspetto di una sinistra del XXI secolo. Un
movimento che intenda rimanere rilevante e politicamente
influente, deve necessariamente venire a patti con le poten-
zialità e gli sviluppi offerti dal nostro mondo tecnologico. Dob-
biamo espandere la nostra immaginazione collettiva oltre a
quello che viene oggi permesso dal capitalismo: piuttosto che
sperare di ottenere un miglioramento marginale della durata
delle batterie dei nostri smartphone o della potenza dei
nostri processori, la sinistra dovrebbe incoraggiare il sogno
di un’economia decarbonizzata, dei viaggi nello spazio e di
un’economia robotizzata – tutti temi cari alla fantascienza
– per prepararsi all’avvento di un futuro postcapitalista. Il
neoliberismo, per quanto possa oggi apparire intoccabile,
non offre garanzie di sopravvivenza a lungo termine. Come
tutti i sistemi sociali che l’hanno preceduto, non durerà per
sempre. Il nostro compito è inventare quanto arriverà poi.

278
Postfazione

REINVENTARE IL FUTURO

Dove eravamo arrivati? Nei mesi che sono trascorsi dalla prima
edizione inglese di Inventare il futuro ci sono stati numerosi e
significativi cambiamenti. L’elezione di Jeremy Corbyn a lea-
der del Partito Laburista britannico e l’inaspettata popolarità
di Bernie Sanders alle primarie delle presidenziali statunitensi
hanno trasformato le tradizionali aspettative della sinistra, e
il ritorno del socialismo in America è il sintomo di una vasta
frammentazione dell’egemonia politica nel mondo occidenta-
le. Questo è uno degli elementi più caratterizzanti del momen-
to presente: i partiti tecnocratici della sinistra e della destra
neoliberale vedono la propria capacità di tenere la società sot-
to controllo minacciata dalle stesse forze economiche che loro
stessi hanno imposto. La disuguaglianza, la crescita senza
lavoro e la generale stagnazione economica hanno diminuito
la fiducia del pubblico nelle virtù del centrismo politico. Tutto
ciò è causa di entusiasmo come di preoccupazione, e in questo
contesto stiamo assistendo a una crescita dei populismi sia di
sinistra che di destra. Il senso comune politico sta cambiando,
e stanno emergendo nuove possibilità.
Mentre Corbyn e Sanders hanno introdotto agli ideali del
socialismo un’intera nuova generazione, i movimenti reazio-
nari neonazionalisti hanno oggi più possibilità che mai di
assumere il totale controllo del sistema. Senza una strategia
ben definita, una visione positiva del futuro e la mobilitazio-
ne di una base di attivisti, risulterà fin troppo difficile vincere
la futura battaglia per l’egemonia politica. Troviamo però
incoraggiante osservare come si stiano creando delle rela-
zioni produttive tra nuovi socialismi, quello che rimane dei
movimenti orizzontalisti (come Occupy), movimenti politici
recenti come Black Lives Matter, Fight for 15, e battaglie come
quella per gli alloggi pubblici. Benché non siano sempre in
sincronia, stiamo forse assistendo all’avvento di una più
dinamica e potente ecologia politica consapevole – e questa

281
INVENTARE IL FUTURO

è la cosa più importante – di tutte quelle interconnessioni tra


movimenti che vanno al di là delle lotte locali.
Dalla pubblicazione del libro a oggi, le discussioni sul
tema del reddito base universale sono diventate molto più
frequenti. L’idea è apparsa in diverse forme, è diventata un
argomento di ricerca per think tank di sinistra e ha ricevu-
to una considerazione maggiore da parte di partiti politici,
attivisti e sindacati. Nonostante il fallimento del referendum
svizzero sull’introduzione del reddito base, il tono del dibatti-
to è sicuramente cambiato: se prima questa idea aveva anco-
ra bisogno di essere introdotta nel linguaggio politico, è ora
sufficientemente comune da permettere discussioni su quale
sia la forma migliore per la sua messa in pratica. A tal propo-
sito, riteniamo che il nostro approccio politico al reddito base
resti assolutamente necessario: per ottenere un reddito che
sia genuinamente universale e che possa fornire una retribu-
zione al di sopra della soglia di povertà, servirà costruire un
grande movimento politico che lo sostenga. Inevitabilmente,
la misura comporterà una certa redistribuzione dei redditi
e della ricchezza, e questa rimane una questione politica, e
non meramente tecnocratica. Allo stesso tempo, una seria
politica redistributiva che promuova l’implementazione del
reddito base dovrà necessariamente esplorare questioni più
ampie: qual è la natura del lavoro? Come viene creato il valore?
E come può essere condiviso?
Il progetto politico che abbiamo delineato in questo libro
ha giocato un piccolo ruolo nel rendere possibile gli eventi
appena descritti, se non altro perché Inventare il futuro è sta-
to letto in diversi circoli che vanno dalla sinistra più radicale
ai sindacati, dai giornalisti come dai politici. La critica alla
folk politics e la necessità di pensare in termini più espan-
sionistici, istituzionali ed egemonici, sono stati argomenti di
discussione per molti gruppi interni alla sinistra. I legami tra
reddito base, automazione, e necessità di una nuova politi-
ca post-lavoro vengono oggi esplorati da attivisti, sindacati,

282
REINVENTARE IL FUTURO

e partiti che hanno finalmente iniziato a prendere in seria


considerazione queste idee. Ovviamente, come nel caso di
qualsiasi progetto che aspiri a rimpiazzare il nostro senso
comune, alcuni elementi di questo piano sono stati oggetto di
comprensibili critiche. Col senno di poi, e grazie ai commenti
arrivati da più parti, vorremmo rispondere alle domande più
pertinenti, ammettere i limiti delle nostre argomentazioni,
e correggere alcuni fraintendimenti. Ci impegniamo a farlo
con la massima umiltà, dato che consideriamo questo libro
come un contributo a un dibattito più ampio e – speriamo –
un’opportunità per riflettere su quelli che riteniamo essere i
problemi più vistosi della sinistra contemporanea.

FUTURI POST-LAVORO
In diversi articoli e recensioni sul nostro libro sono state
poste domande fondamentali su quali conseguenze implichi
la realizzazione del mondo post-lavoro che ci auspichiamo,
dal punto di vista dell’ambiente, del lavoro, della riprodu-
zione sociale e del colonialismo. Un mondo post-lavoro e ad
alta tecnologia implica anche l’esaurimento delle risorse e il
peggioramento del clima planetario? Un mondo post-lavoro
significa protrarre l’oppressione e il soggiogamento dei pae-
si più poveri? Che ruolo avranno, in questo mondo, i lavori
domestici e non salariati?
Sono domande estremamente importanti. Per tentare
delle risposte sarà utile immaginare una serie di possibili
fu­tu­
ri che esemplifichino diversi modi in cui il progetto
post-lavorista potrebbe concretizzarsi. In generale, possiamo
immaginare quattro tipi di futuro (con possibili intercon­
nessioni): un mondo post-lavoro neocoloniale e razzista, un
mondo post-lavoro ecologicamente non sostenibile, un mondo
post-lavoro misogino e un mondo post-lavoro di sinistra.
Un primo possibile futuro post-lavoro sarebbe dunque
neocoloniale e razzista. In questo caso l’abolizione del lavoro
salariato verrebbe realizzata solamente nei paesi capitalisti

283
INVENTARE IL FUTURO

più avanzati, e i paesi poveri verrebbero lasciati indietro. I


paesi con una società post-lavoro diventerebbero dunque
estremamente attraenti per i migranti, e l’afflusso di persone
finirebbe con l’esacerbare la xenofobia già esistente e susci-
tare violente repressioni da parte degli Stati. Le frontiere ver-
rebbero fortificate e i confini europei, americani e australiani
si ritroverebbero ricoperti da ancora più vittime e morti di
quanti già ce ne siano oggi. Nei paesi più poveri continue-
rebbe lo sfruttamento dei lavoratori sottopagati, mentre mol-
tissimi altri rimarrebbero rinchiusi nella prigione del lavoro
domestico, per via del suo potenziale punitivo quanto della
sua efficienza economica. Il risultato sarebbe dunque un ina-
sprimento della disuguaglianza globale, un’espansione della
xenofobia e del razzismo, e una maggiore destabilizzazione
politica e militare, con i paesi occidentali trincerati dietro
frontiere fortificate e schierati contro il resto del mondo.
Un secondo possibile futuro sarebbe una versione eco-
logicamente non sostenibile del mondo post-lavoro. In tale
scenario, una società post-lavoro verrebbe creata in alcuni
(o in molti) paesi, ma per sostenerla l’automazione su larga
scala necessaria verrebbe imposta senza considerare la sua
sostenibilità a lungo termine. In tutto il mondo i processi
estrattivi andrebbero intensificandosi, e l’inquinamento e
i danni ambientali da essi causati continuerebbero ad
aumentare. Le risorse energetiche necessarie a sostenere
un’inefficiente implementazione dell’automazione verreb-
bero tratte dai combustibili fossili, e le emissioni di carbonio
finirebbero per toccare livelli ancora più alti di quelli attuali.
Allo stesso tempo, i modelli di consumo continuerebbero a
espandersi, raggiungendo livelli ai quali qualsiasi incremen-
to di produttività equivarrebbe a un sempre maggiore output
di inquinanti. Il principale risultato di questo processo
sarebbe l’accelerazione della catastrofe climatica, cosa che a
sua volta porterebbe a migrazioni di massa causate dal cli-
ma, maggiore xenofobia, destabilizzazione politica, ingenti

284
REINVENTARE IL FUTURO

perdite di vite umane, devastazione della biosfera, ed estin-


zione di molte specie animali.
Un terzo possibile futuro sarebbe un futuro misogino.
In questo caso la maggior parte del lavoro salariato scom-
parirebbe, e ne emergerebbe un enorme aumento di tempo
libero. Ma questo non sarebbe accompagnato da un simul-
taneo ripensamento del lavoro riproduttivo non retribuito:
le donne dunque continuerebbero a portare il peso di que-
sti compiti e non ci sarebbe alcun investimento nel campo
dell’automazione dei lavori domestici, come cucinare, pulire,
o fare il bucato. Al contrario, come già successo in passato,
qualsiasi nuova tecnologia casalinga finirebbe con l’innalzare
gli standard di pulizia, anziché ridurre la quantità di lavoro.
Si tratterebbe insomma di una società in cui gli uomini sono
finalmente liberi dal lavoro salariato mentre le donne restano
prigioniere delle mansioni domestiche, il che si tradurrebbe
anche in un’analoga disparità di rappresentanza sulla scena
politica: gli uomini sarebbero sempre più liberi di perseguire
la propria carriera pubblica, mentre le donne rimarrebbero
legate alla sfera privata della casa. Contro e al di là di questi
scenari deprimenti, possiamo infine immaginare una quar-
ta opzione: un futuro post-lavoro di sinistra. Questa ipotesi
implicherebbe (quantomeno) l’impegno di mantenere le
frontiere aperte, l’abolizione di tutti i meccanismi di control-
lo spaziale (come prigioni e ghetti), la riduzione/socializza-
zione del lavoro (salariato e non), il rafforzamento del welfare
e l’erogazione di un reddito base su scala globale. Non si trat-
terebbe ancora di un futuro pienamente postcapitalista (per
esempio, i beni verrebbero ancora acquistati sul mercato,
la proprietà privata esisterebbe ancora, e le logiche di accu-
mulazione sarebbero ancora valide), ma sarebbe comunque
un mondo immensamente migliore di quello attuale, sia in
termini di qualità di vita che del nostro potere politico.
Il nostro libro altro non è che un primo tentativo di
articolare una visione e proporre una strada che ci conduca

285
INVENTARE IL FUTURO

a quest’ultimo tipo di futuro. Benché le reazioni alla sua


pubblicazione abbiano coperto molti dei suoi temi e diver-
se idee chiave, un elemento cruciale sembra spesso assente
dalle discussioni: il problema del surplus di popolazione.
Non è un caso che il capitolo che si concentra su questo
tema rappresenti nel libro un punto di svolta, delineando il
motivo principale che giustifica il progetto post-lavoro. Quel
capitolo cerca di portare a galla le connessioni sistematiche
che intercorrono tra fenomeni come i morti alle frontiere, la
brutale gestione dei quartieri poveri e delle sacche di disoc-
cupazione urbana, lo sfruttamento del lavoro nelle carceri, il
proseguimento di forme di schiavitù, l’aumento della densità
di slum e baraccopoli, la proliferazione di suicidi e di disturbi
mentali, gli attacchi all’istruzione universitaria, e gli effetti
devastanti che nei paesi in via di sviluppo derivano dalla
transizione a uno stadio postindustriale. In quello stesso
capitolo solleviamo inoltre il problema dell’automazione
insistendo che proprio minoranze e paesi in via di sviluppo
corrono maggiormente il rischio di essere ridotti a uno stato
di povertà ancora più profondo: come abbiamo sostenuto, «i
nuovi trend tecnologici finiranno per consolidare l’esisten-
za di vaste fette di popolazione costrette a vivere in ghetti
e all’interno di economie informali e non capitaliste». Quel
capitolo tenta quindi di analizzare gli attacchi che vengono
portati contro i più marginalizzati, i metodi tramite i quali
un numero sempre maggiore di persone vengono emarginate
dal capitalismo, e l’importante influenza di fattori razziali, di
genere e coloniali in questo processo.
Una delle tesi più importanti di questo libro è che il più
probabile risultato dell’attuale cammino di sviluppo capitali-
sta sarà proprio un futuro che includerà gli elementi peggiori
di quegli scenari neocoloniali, razzisti, misogini ed ecologi-
camente disastrosi che abbiamo descritto poco sopra. Come
abbiamo provato a dimostrare nel capitolo sul surplus di
popolazione, una prospettiva del genere è il termine ultimo

286
REINVENTARE IL FUTURO

di un’impostazione politica che tende a lasciare inalterato lo


stato delle cose, ed è per questo che abbiamo più volte insi-
stito che, se non verrà immediatamente costruito un movi-
mento capace di correggere la rotta, le cose andranno sem-
pre peggio. Siamo però d’accordo con quei critici che hanno
osservato come un mondo post-lavoro possa anche sorgere
sul colonialismo stesso, o su un rafforzamento del lavoro
riproduttivo non retribuito, o persino sulla totale distruzione
della biosfera: queste possibilità sembrano anzi sempre più
probabili, vista la recente rinascita del fascismo, del razzismo
e della xenofobia. Ma è proprio un’analisi di questo taglio a
motivare la tesi centrale del libro: un mondo post-lavoro di
sinistra è oggi sia necessario che possibile. Ed è anche per
questo che il capitolo sul surplus di popolazione precede la
discussione sugli scenari post-lavoro veri e propri, dato che
vuole stabilire le condizioni congetturali secondo le quali
tale progetto potrebbe essere compreso.
Il futuro post-lavoro che immaginiamo non è un vagheg-
giamento né un’utopia astratta: al contrario, il futuro che
auspichiamo risponde a (ed è condizionato da) le sempre
maggiori devastazioni sociali e ambientali che caratterizza-
no il nostro mondo. È quindi importante insistere su questo
punto: un mondo post-lavoro deve essere concepito come una
risposta alle condizioni emergenti o già esistenti di stampo
neocoloniale, razzista, sessista e classista. Come tale, un
progetto post-lavoro che finisse con il perpetrare o l’esacer-
bare queste condizioni sarebbe diametralmente opposto alla
nostra visione del futuro.
Il post-lavoro è uno scenario che ha molti lati positivi,
che abbiamo elaborato a lungo nel corso del libro. Ma nelle
condizioni attuali queste idee acquistano un’urgenza ancora
maggiore: come abbiamo scritto, «queste tendenze devono
essere spiegate», e per questo motivo siamo dell’opinione
che «un mondo post-lavoro è un’alternativa che più passa il
tempo più diventa urgente» e che la sinistra contemporanea

287
INVENTARE IL FUTURO

dovrebbe prepararsi all’incombente crisi del lavoro e del sur-


plus di popolazione. Questo significa che «il progetto politico
per il XXI secolo deve essere quello di costruire un’economia
in cui la sopravvivenza delle persone non dipenda più dal
lavoro salariato». Sono queste le preoccupazioni fondamen-
tali che giustificano il nostro progetto: il superamento del
lavoro non potrà essere basato sul continuo saccheggio e
sfruttamento dei paesi più poveri da parte di quelli più ricchi,
né sul dominio degli uomini eterosessuali esercitato su ogni
altra identità sociale, né su quello dei bianchi sui neri. Per
qualsiasi visione di un mondo post-lavoro di sinistra, si tratta
di coordinate non solo basilari ma anche non negoziabili.

I LIMITI DELL’ANALISI
Rivolgiamoci adesso a due importanti limiti di questo libro.
Il primo riguarda le preoccupazioni di carattere ecologico.
È evidente che nel nostro testo i problemi del cambiamen-
to climatico e della sostenibilità ambientale non sono stati
trattati con sufficiente profondità, anche perché una risposta
esauriente a queste problematiche avrebbe richiesto un in-
tero volume a sé. Ciononostante, abbiamo provato a rendere
chiaro il fatto che, secondo noi, una visione del futuro deve
essere ecologicamente sostenibile, e dunque non dipendente
da un’economia fondata su quell’accumulo e su quell’estra-
zione di risorse che finirebbero per rendere il nostro piane-
ta inabitabile (ecco dunque spiegata la nostra insistenza per
un’economia decarbonizzata). Se la piena automazione si di-
mostrerà ecologicamente sostenibile dipenderà da questioni
come la rimpiazzabilità dei combustibili fossili, l’espansione
delle energie rinnovabili, la sostituzione delle risorse ener-
getiche in via di esaurimento, la trasformazione di proces-
si manifatturieri inefficienti e l’eliminazione delle pratiche
lavorative basate sullo sfruttamento dei lavoratori: in altre
parole, una risposta soddisfacente al problema ecologico
dovrà basarsi su una vasta conoscenza tecnica e politica.

288
REINVENTARE IL FUTURO

Ma riteniamo anche che una politica mirata al post-lavoro


abbia molto da offrire all’eterno tentativo di superare quella
divisione tra una politica del lavoro basata sulla crescita
economica e sull’aumento dei posti di lavoro, e una politica
ambientalista basata sul controllo dell’inquinamento delle
emissioni di gas serra.
Il futuro post-lavoro elimina alla radice la principale
motivazione per la quale abbiamo bisogno di crescita e di
lavoro – ovvero, la correlazione tra reddito e lavoro salariato
– e rende dunque possibile la creazione di nuovi legami tra
diversi movimenti sociali. La riduzione del lavoro si tradurrà
anche in un immenso risparmio del consumo energetico, con
stime che indicano che, se solo gli Stati Uniti adottassero una
settimana lavorativa di tipo europeo, sarebbe possibile con-
sumare fino al 20% di energia in meno. Infine, la premessa
fondamentale di una società post-lavoro è quella di applicare
i miglioramenti della produttività alla diminuzione del lavo-
ro, piuttosto che all’espansione della produzione. All’interno
di un sistema capitalista la messa in pratica di questa idea
sarà, naturalmente, un compito arduo: ma è proprio per que-
sto che deve essere l’obiettivo irrinunciabile di una battaglia
eminentemente politica.
Il secondo limite da segnalare è che la nostra proposta
si basa quasi interamente sul mondo occidentale. Come ab­b-
iamo già notato, l’analisi della congiuntura storica presente
che offriamo in questo libro tenta di essere globale, così come
vorrebbe esserlo la descrizione dell’imminente crisi del lavo-
ro. Eppure, come autori, restiamo due maschi occidentali
bianchi, e la nostra esperienza è perlopiù limitata alle condi-
zioni che caratterizzano i luoghi in cui viviamo e respiriamo:
è per questo che abbiamo circoscritto la nostra analisi strate-
gica al mondo occidentale.
La nostra intenzione è però quella di evidenziare i limiti
della nostra analisi e quindi rendere visibile la nostra posi-
zione: l’unica alternativa sarebbe stata quella di affermare,

289
INVENTARE IL FUTURO

con una certa hybris, di sapere meglio di chiunque altro


come il resto del mondo dovrebbe e potrebbe costruire una
società post-lavoro o, in altri termini, di sostenere che due
uomini bianchi (noi) dovrebbero essere i leader di questo
processo. Questo sarebbe in evidente conflitto con la convin-
zione che un’autentica modernità di sinistra «recluterebbe
le voci di tutto il globo per contribuire all’obiettivo pratico
di negoziare un futuro plurale e inclusivo». Il maggior limi-
te della nostra analisi strategica è senza dubbio il suo focus
sul mondo occidentale, ma riteniamo anche che questo sia
un limite necessario. Ciononostante, esiste la possibilità di
oltrepassare questo limite grazie al lavoro futuro, e ci augu-
riamo a tal proposito che altri avranno occasione di svilup-
pare ulteriori analisi del potere e delle nuove possibilità date
dal contesto di altre società.

MA CHE FOLK STAI DICENDO?


Volgiamo ora la nostra attenzione a quella che, abbastanza
prevedibilmente, si è rivelata essere l’idea più controversa
del libro: quella di folk politics. Cerchiamo subito di chia-
rire un punto fondamentale: la nostra critica di quanto
abbiamo definito come folk politics non deriva né dalla
convinzione che altre tattiche e strategie siano intrinseca-
mente migliori, né da un’arbitraria idiosincrasia. Piuttosto,
la nostra critica deriva dall’esperienza diretta delle batta-
glie politiche che hanno avuto luogo negli scorsi decenni:
sono passati più di vent’anni da quando gli zapatisti entra-
rono nel mainstream della politica radicale, eppure nulla
sembra suggerire che alcun movimento radicale recente
sia riuscito a minacciare il dominio del neoliberismo (o,
ancor meno, del capitalismo). Le nostre esperienze in que-
sti movimenti, e in quel breve attimo di speranza che fu
Occupy, rappresentano proprio lo stimolo che ci ha convin-
to a scrivere Inventare il futuro. Ai tempi abbiamo sperato
che questi movimenti avessero successo, e quando così non

290
REINVENTARE IL FUTURO

fu rimanemmo ovviamente delusi. La nostra critica alla


folk politics parte insomma da una domanda su tutte: cos’è
che non ha funzionato?
Non crediamo che la nostra risposta sia particolarmente
innovativa: obiezioni simili sono state mosse in molte forme
sia dai partecipanti stessi di quei movimenti che da critici
esterni, e il nostro libro è profondamente ispirato da questa
letteratura. Ciò che c’è di nuovo nel nostro punto di vista è
forse il tentativo di ricondurre i problemi che hanno afflitto
questi movimenti alla propensione all’immediatezza, ossia
all’essenza della folk politics contemporanea (che in effetti
potrebbe tranquillamente essere definita come «politica
dell’immediatezza»). Quello che vediamo prevalere in varie
forme in tutta la sinistra contemporanea, sia nei proclami
espliciti dei teorici che nei presupposti impliciti di varie pra-
tiche, è proprio una continua enfasi su tutto quanto è imme-
diato, al punto che un simile atteggiamento è ormai diventato
parte integrante del nostro senso comune.
Questo ci porta a considerare un aspetto che ancora non
ha ricevuto la giusta attenzione: quanto la folk politics sia
storicamente costituita. Per quanto il problema non sia stato
particolarmente evidenziato nel nostro libro (è menzionato
in un solo paragrafo) la nostra idea è che la folk politics cambi
nel tempo. Gradualmente, certe idee e certi valori diventano
dominanti e assumono una posizione intuitiva all’interno
dell’immaginazione degli attivisti. Negli anni Sessanta, in
gran parte del mondo occidentale la folk politics avrebbe
magari invitato alla costruzione di un partito rivoluzionario, e
in futuro è certo che la folk politics cambierà ancora: potrem-
mo ad esempio osservare come il senso comune della folk
politics finirà per includere quel tipico «attivismo da click»
(o clicktivism) proprio dei social media. È dunque neces-
sario differenziare due significati di folk politics: in primo
luogo, questo termine indica un senso comune politico sto-
ricamente costruito; ma d’altra parte, può anche riferirsi alla

291
INVENTARE IL FUTURO

manifestazione contemporanea (oggi orientata alla politica


dell’immediatezza) di questo stesso senso comune.
Considerata la sua natura storica, sarebbe a questo punto
corretto dire che il nostro progetto è quello di costruire una
nuova folk politics. È solo oggi che la folk politics – che abbia-
mo definito come un «senso comune collettivo e storica­
mente costruito, che è oggigiorno completamente disconnes-
so dai reali meccanismi del potere» – si sovrappone a un altro
significato del termine inglese «folk», quello inteso come
celebrazione dei piccoli spazi e dell’autenticità, basato sulla
valorizzazione dell’immediatezza.
In ultima analisi, il nostro desiderio è quello di trasfor-
mare il mondo, non di avere la soddisfazione egoistica di ave-
re ragione. Se gli eventi dovessero dimostrare che la nostra
critica è sbagliata saremo più che felici di ammettere il nostro
errore. In effetti, per noi la parte più essenziale di questo libro
è la seconda: l’analisi del surplus di popolazione globale e la
descrizione di un futuro possibile. Le quattro rivendicazioni
che abbiamo elencato come essenziali per il raggiungimento
di un futuro post-lavoro dovrebbero essere considerate come
punti di partenza per la discussione, e non come asserzioni
dogmatiche. L’umiltà è una virtù necessaria, e non possiamo
affermare con certezza che le nostre critiche e le nostre solu-
zioni saranno adatte a ottenere i risultati sperati: il mondo
è complesso, e l’assolutezza dei proclami tramite i quali molti
pensatori di sinistra presentano le proprie idee viene regolar-
mente smentita da ripetuti fallimenti.
Tornando alla nostra critica alla folk politics, pensiamo
sia necessario fare tre precisazioni, senza le quali questa cri-
tica rischia di non essere pertinente. La prima è che la folk
politics è una tendenza implicita, non una posizione esplici-
ta. Questo ci porta alla considerazione cruciale su cui ci pre-
me insistere: la folk politics non è equivalente all’orizzontali-
smo, all’anarchismo, alla politica prefigurativa o al localismo.
Abbiamo inventato il concetto di folk politics proprio perché

292
REINVENTARE IL FUTURO

riteniamo che ci siano molti aspetti positivi all’interno di que-


sti movimenti, e non era nostra intenzione attaccarli senza
riserve. Al contrario, il concetto di folk politics è pensato per
identificare una specifica serie di caratteristiche, e per descri-
vere un elemento comune dietro a tutti quei movimenti che,
finora, non sono stati in grado di trasformare il mondo o di
arrestare il neoliberismo. Ma, di nuovo: l’idea di folk politics
non corrisponde esattamente ai concetti di orizzontalismo,
anarchismo, politica prefigurativa e localismo. Se esistono
specifiche pratiche che incarnano la nostra concezione di
folk politics (quindi una politica basata sull’immediatezza
spaziale, temporale, e concettuale), la nostra opinione è che
queste siano limitate. Ma se queste caratteristiche non sussi-
stono (vedi per esempio il modo in cui l’anarcosindacalismo
si concentra sulla creazione di strutture politiche scalabili), è
evidente che di folk politics non si può più parlare.
Forse per rendere più chiara la nostra posizione è il caso
di ricorrere a un semplice esempio. Le Black Panthers misero
in atto diverse iniziative per la comunità, incentrate sull’of-
ferta di servizi sanitari, istruzione e cibo. Si potrebbe dunque
pensare che rappresentino un archetipo del pensiero «folk»,
vista l’attenzione riservata alle comunità locali. E invece non
è affatto così: è vero che le Black Panthers concepirono que-
sti sforzi su scala locale, ma solo come parte di una visione
strategica molto più ampia. Con un’espressione meraviglio-
sa, descrissero il loro programma come una «sopravvivenza
in attesa della rivoluzione». Qui si può individuare lo sforzo
di creare nuovi mezzi di riproduzione sociale – non spazi
separati dalla società, né paradisi prefigurativi – utili alla più
ampia lotta contro il razzismo, il capitalismo e l’imperialismo.
Questa insomma non è folk politics: è una politica basata su
un’analisi globale che cerca di adattare i propri sforzi alla sca-
la di varie forme di strutture di oppressione. Ed è per questo
cha abbiamo voluto precisare che «la democrazia assemblea-
re, la politica prefigurativa e le pratiche di azione diretta, non

293
INVENTARE IL FUTURO

sono fallaci in sé per sé». Le singole tattiche appartengono


all’arsenale dalla folk politics solo quando vengono consi-
derate in relazione al proprio orientamento strategico e alle
proprie condizioni storiche.
C’è poi un’altra precisazione da fare, utile a comprendere
l’uso che abbiamo fatto di un termine come folk politics. La
nostra intenzione era quella di usarlo in senso provocatorio,
non dispregiativo. Questa seconda precisazione chiarisce
quindi un punto centrale: non vogliamo rigettare la folk poli-
tics. Come abbiamo scritto, la folk politics «resta una compo-
nente necessaria per qualsiasi azione politica [ma] non è che
un punto di partenza». La nostra critica è che, da sola, la folk
politics rappresenta una strategia insufficiente, non che la folk
politics sia del tutto sbagliata. E infatti plaudiamo ai risultati
raggiunti dai movimenti guidati dalla folk politics, scrivendo
che «i movimenti legati a Occupy hanno conseguito vittorie
tangibili producendo solidarietà, dando voce agli emargina-
ti e ai disillusi, e catalizzando l’attenzione pubblica»; in un
capitolo successivo, notiamo come «operare secondo principi
di democrazia diretta può aiutare a conseguire determinati
obiettivi, come dare voce alla gente comune, creare un senso
di volontà collettiva, e permettere l’articolazione di prospet-
tive diverse. Può inoltre favorire il processo di costruzione di
un’identità populista e dare maggior potere a un popolo che
si configura come collettivo». Sono affermazioni chiaramente
ben lontane da un rigetto completo della folk politics, e sug-
geriscono qualcosa di completamente diverso da una sempli-
cistica opposizione tra «folk» e «modernità»: la relazione che
abbiamo cercato di individuare è molto più complessa.
La terza e ultima precisazione è forse la più importante
al fine di comprendere i limiti della nostra critica: la folk poli-
tics è un problema soltanto per quei progetti che ambiscono a
superare ostacoli su larga scala quali il capitalismo e il cambia-
mento climatico. Sommando questa precisazione alle due che
abbiamo già fatto, si giunge all’affermazione che la politica

294
REINVENTARE IL FUTURO

dell’immediatezza è necessaria ma insufficiente per la trasfor-


mazione del capitalismo globale. E se questa sembra un’affer-
mazione modesta, bene: era proprio quello il nostro scopo.

LA NECESSITÀ DI UNA LEADERSHIP


Un altro elemento di questo libro che sembra aver suscitato
scandalo è stato il nostro insistere sulla necessità di una
leadership, cosa che ha spinto più di un commentatore a
invocare lo spettro del leninismo tecnocratico. Ma il nostro
approccio alla questione dell’organizzazione politica è pro-
prio basato sul rifiuto di una tale prospettiva; dipende sem-
mai dalla nozione di «ecologia di organizzazioni», e da una
precisa concezione della politica egemonica. Proviamo quin-
di a tentare un rapido sommario di come immaginiamo un
movimento composto da un’ecologia di organizzazioni.
Per cominciare, come sottolineiamo nel capitolo 8, l’ar-
chitettura generale di una tale ecologia avrà una «struttura
decentralizzata e interconnessa; una struttura cioè che tra
gli elementi del proprio ampio network dovrà comprendere
– diversamente da quanto raccomandato dalla concezione
orizzontalista – anche gruppi chiusi e organizzati gerarchi-
camente. In breve, non esiste alcuna struttura organizzativa
privilegiata. Non tutte le organizzazioni devono avere, come
propri principi regolativi, la partecipazione, l’apertura, e
l’orizzontalità. Le divisioni tra rivolte spontanee e organiz-
zazioni stabili, e tra desideri a breve termine e strategie a
lungo termine, hanno creato fratture all’interno di quello
che dovrebbe essere un progetto coerente mirato alla costru-
zione di un mondo post-lavoro: la diversità organizzativa
dovrebbe poter essere combinata a un’unità trasversale di
carattere populista».
Si noti che non vi è menzione alcuna di «avanguardie
tecno-feticiste», benché siamo pronti ad ammettere che
organizzazioni «clandestine» di tipo «gerarchico» possano
in effetti giocare un ruolo importante. Ma la necessità della

295
INVENTARE IL FUTURO

segretezza e l’inevitabilità delle gerarchie (per quanto infor-


mali) sono state riconosciute da tempo anche all’interno dei
gruppi anarchici, tanto che in questo libro ci ispiriamo pro-
prio alle loro intuizioni: ben pochi sarebbero in disaccordo
con questo punto. L’idea più problematica sembra piuttosto
essere quella di avanguardia, un concetto da trattare con cau-
tela considerati i fraintendimenti che ne possono derivare.
Ci sembra che la preoccupazione principale suscitata da
un simile concetto riguardi il potenziale rischio che gruppi
gerarchici e segreti possano assumere una leadership con la
forza. Nella nostra era, in cui a dominare è la promiscuità
politica e in cui un’organizzazione che voglia centralizzarsi
e distaccarsi dai suoi membri è destinata al collasso, questa
ci sembra un’evenienza assai improbabile. Ma per rendere
chiara la nostra posizione, insistiamo nel proporre un’archi-
tettura orizzontale, il che significa che nessun singolo grup-
po o organizzazione dovrebbe puntare a dominare l’intero
movimento.
Intendiamo piuttosto proporre quelle che, con riferi-
mento al lavoro di Rodrigo Nunes, abbiamo chiamato «fun-
zioni temporanee di avanguardia». Distinguendo questa
nozione da altre idee tradizionali, nel suo Organisation of the
Organisationless Nunes scrive che «la funzione di avanguar-
dia differisce dalla concezione teleologica di avanguardia
che dominò la tradizione marxista e che contribuì a dare
forma all’avanguardismo. Questa è oggettiva nella misura in
cui, una volta che il cambiamento da essa introdotto viene
propagato, può essere identificata come la causa di un nume-
ro sempre maggiore di effetti. Ma non è obiettiva nel senso di
una determinazione transitiva, che verrebbe resa necessaria
da leggi storiche, tra una posizione oggettivamente definita
(classe, frazione di classe) e una rottura politica soggettiva
(coscienza, evento). La funzione di avanguardia è simile a ciò
che Deleuze e Guattari hanno chiamato “la linea di fuga del-
la deterritorializzazione” all’interno di un assembramento

296
REINVENTARE IL FUTURO

o di una situazione, capace di aprire una strada che, una volta


comunicata agli altri, può diventare qualcosa da seguire, da
dirottare, a cui resistere, e così via».
Procedendo in una formulazione più concreta, questo per
Nunes significa che «la leadership emerge come un evento
in quelle situazioni in cui alcune iniziative riescono momen-
taneamente a concentrare e strutturare l’azione collettiva
attorno a un obiettivo, un luogo, o un tipo di azione. Queste
possono assumere diverse forme, a diverse scale e livelli, più
o meno “spontanee”. Potrebbe dunque trattarsi della folla in
una protesta che, all’improvviso, decide di seguire un gruppo
in un cambio di direzione, o di un piccolo gruppo di persone
che decide di accamparsi in un luogo attraendo così migliaia
di altri partecipanti, o ancora di un nuovo sito internet che
riesce ad attirare l’attenzione di molti visitatori come dei
grandi media, e via di questo passo. La caratteristica più
importante della leadership distribuita è precisamente il fatto
che, in principio, essa può avere origine in qualsiasi luogo;
non solo da chiunque (per la gioia della sensibilità ugualitaria
degli attivisti), ma letteralmente ovunque».

Consigliamo la lettura di questo libro, che rappresenta una


splendida analisi di come la leadership abbia funzionato
in Occupy e in movimenti simili. L’avanguardia, secondo
l’analisi di Nunes, non è scomparsa: è stata semplicemente
distribuita e resa mobile. Cosa significa questo nella pratica?
Prendiamo un esempio capace di chiarire una questione tanto
complessa: il movimento #BlackLivesMatter. In questo caso
abbiamo potuto osservare l’emergere di un’avanguardia tra-
mite i social media, con l’improvvisa popolarità dell’hashtag
in seguito all’omicidio di Trayvon Martin. Dopo la morte
di Michael Brown per mano di un poliziotto gli abitanti di
Ferguson sono diventati un’avanguardia nelle strade, respin-
gendo la violenza dello Stato e innalzando il movimento a un
nuovo livello di intensità. Questo è stato anche amplificato

297
INVENTARE IL FUTURO

dai social media, portando alla nascita di un movimento su


scala nazionale (e in seguito internazionale). Dopo il brutale
omicidio di Freddie Gray, i cittadini di Baltimora sono diven-
tati la nuova avanguardia: la lotta si è così estesa, guidata
dai manifestanti nelle strade. Al momento in cui scriviamo,
il movimento sembra però correre un altro rischio: quello di
essere cooptato da un gruppo di leader «politicamente rispet-
tabili». Non è dunque chiaro, al momento, se e dove questa
leadership condurrà il movimento, o se emergeranno altri
leader, in strada o in altri luoghi.
Questo è avanguardismo, ma certo non del tipo che in
tanti temono. Vorremmo addirittura suggerire che si trat-
ta anzi di un concetto piuttosto umile, sensibile alle realtà
dell’attivismo di strada e consapevole dei più vasti problemi
di pianificazione strategica. Ci sembra dunque che sia questo
il modo in cui la leadership funzioni all’interno dei movimen-
ti sociali contemporanei: il nostro obiettivo è di esplicitare
questo punto, e di provare a elevare il dibattito riguardo al
problema della leadership verso una maggiore sofisticazione.
Gli anarchici avrebbero molto da aggiungere, considerato che
questi argomenti sono stati discussi a lungo nei loro circuiti.
Il nostro contributo vuole suggerire che una discus-
sione di questo tipo andrebbe estesa al livello di un’intera
ecologia di organizzazioni, e non limitata all’interno delle
organizzazioni singole. Questo incoraggerebbe la formula-
zione di domande del tipo: come sarà possibile ottenere una
leadership nei movimenti sociali capace di condurre a un’e-
spansione su nuove scale, senza per questo instaurare leader
permanenti e illegittimi? Cos’altro può garantire la coerenza
di un movimento, se non un’avanguardia centrale o un leader
capace di imporre unità?
La risposta che diamo in questo libro è: il futuro. O
meglio, l’adesione condivisa alla visione di un mondo diver-
so e più desiderabile. Questa visione non può essere imposta
a nessuno, ma piuttosto «richiede un costante processo di

298
REINVENTARE IL FUTURO

rinegoziazione delle differenze e dei particolarismi, nel ten-


tativo di stabilire un linguaggio e un programma in comu-
ne e per controbilanciare l’esistenza di forze centrifughe».
Costruire una controegemonia significa svolgere il difficile
compito di costruire e mantenere un progetto comune e col-
lettivo all’interno delle differenze tra individui, e cercando
di negoziare tra di loro.
È anche cruciale che venga ben compreso cosa intendia-
mo per egemonia. Con il termine, che abbiamo introdotto nel
capitolo 7, non intendiamo un sistema di dominio: questa
interpretazione è un errore comune che non coglie le sotti-
gliezze del concetto e la storia del suo sviluppo da Gramsci
a oggi. In effetti l’egemonia dovrebbe essere compresa come
una modalità dell’esercizio del potere, complessa ed emer-
gente, che dipende dalla capacità che i gruppi sociali hanno
di influenzarsi a vicenda in maniera indiretta e frammenta-
ria. Questa influenza può assumere diverse forme, dal dibat-
tito razionale ai richiami emotivi, dalle pratiche educative ai
codici culturali, dalle narrazioni offerte dai media fino alle
architetture dell’economia e delle infrastrutture. L’egemonia,
se compresa in questo modo, deriva dall’interazione e dalle
pratiche di un vasto numero di gruppi, attori e organizzazioni
all’interno della società: l’egemonia non appiattisce le diffe-
renze, ma emerge dallo scambio tra le diversità.
Un’altra dimensione decisiva di una prospettiva politica
egemonica è l’idea che nessun progetto politico su larga scala
possa procedere appellandosi soltanto a coloro che già sono
convinti dei suoi meriti. Contro questa prospettiva, abbiamo
visto come alcuni sostengono che modificare i desideri delle
persone significhi di fatto infrangere la loro libertà. Eppure
ci sembra ovvio che modificare i desideri, le convinzioni e i
comportamenti di razzisti, sessisti, fascisti e capitalisti sia
una parte essenziale di un progetto politico di sinistra. A dirla
tutta, l’unico modo per comprendere appieno i successi di un
movimento è valutarne la capacità di ottenere trasformazioni

299
INVENTARE IL FUTURO

del «senso comune» pubblico su larga scala, e dunque di saper


modificare i desideri delle persone. Per esempio, nel Regno
Unito l’ostilità pubblica nei confronti delle dichiarazioni
apertamente omofobe è un risultato che è stato reso possibile
da un lungo progetto egemonico mirato a modificare il modo
di pensare delle persone. Questo avviene in parte tramite
mezzi espliciti, ma anche grazie ad altri metodi, da soluzioni
legislative al linguaggio scelto dai media per la narrazione dei
fatti di cronaca, il tutto reso possibile da campagne di sensi-
bilizzazione durate decenni. Agendo assieme questi metodi
permettono la creazione di un ambiente differente, all’interno
del quale i soggetti vengono formati.
È anche utile prendere in considerazione quale sarebbe
l’alternativa a un simile atteggiamento: questa interprete-
rebbe le persone come essenzialmente inerti e immutabili,
e considererebbe come unico obiettivo davvero ottenibile la
creazione di gruppi ristretti di persone con interessi comuni,
vale a dire una forma di separatismo. È una posizione che fa
affidamento quasi esclusivamente sulle rivolte spontanee, e
che porterebbe non solo al fallimento, ma anche a un’accetta-
zione acritica di forme sociali e categorie essenzialiste.
A noi sembra che una politica di sinistra degna di questo
nome non possa che rigettare una simile posizione. I successi
dei movimenti antirazzisti, femministi e queer dipendono
dalla loro (implicita) adozione di un progetto egemonico
mirato a modificare le condizioni sociali all’interno delle
quali le persone maturano convinzioni, opinioni e desideri.
Questo processo di trasformazione non può essere compreso
soltanto come una faccenda di imposizione; al contrario, la
politica egemonica opera riorientando le tendenze, i desideri,
le opinioni e le convinzioni delle persone, lavorando su ciò
che è disponibile al momento con l’obiettivo di operare una
trasformazione graduale. È in questo senso che la politica
egemonica ha bisogno di «leadership»: non nel senso di lea-
der individuali, ma nel senso di essere in grado di cambiare

300
REINVENTARE IL FUTURO

le condizioni che determinano la traiettoria delle società,


trasformando i mezzi attraverso i quali i soggetti (e i loro
desideri) vengono articolati e modellati. E questa è politica,
pura e semplice.
Infine è obbligatorio un commento sul nostro appello a
creare una Mont Pelerin Society per la sinistra. Si tratta di
un’idea intenzionalmente controversa, anche se di recente
è stata difesa da figure come Philip Mirowski e Owen Jones.
Ma la storia del neoliberismo è l’unico e miglior esempio di
cambiamento ideologico avvenuto nel XXI secolo: è per que-
sto che troviamo le strategie del neoliberismo interessanti
per capire come questi movimenti di potere avvengono su
scala globale.
Diverse reazioni al nostro libro ci hanno accusato di pro-
porre una specie di Mont Pelerin avanguardista per la sinistra:
da quanto abbiamo appena detto dovrebbe emergere chia-
ramente che così non è. Abbiamo d’altronde specificato che
«la proposta di un Mont Pelerin per la sinistra non dovrebbe
insomma essere semplicemente intesa come un invito a repli-
care pedissequamente i metodi operativi del neoliberismo».
Al contrario, abbiamo identificato tre elementi che potreb-
bero rivelarsi utili per la sinistra: la sua enfasi su una visio-
ne a lungo termine, la sua intenzione e capacità di costruire
metodi di espansione globale, e la flessibilità pragmatica e
strategicamente controegemonica, capace di unire un’ecolo-
gia di organizzazioni con una varietà di interessi diversi. Non
diamo alcun valore agli aspetti elitisti e avanguardisti della
Mont Pelerin Society. Come abbiamo scritto, «in un mondo
dominato dalla complessità, nessuno può avere una visione
privilegiata del tutto». La sfida che un Mont Pelerin della sini-
stra dovrebbe affrontare sarebbe dunque quella di elaborare
un modo di mettere in pratica questi ideali – una visione del
futuro, una strategia espansionistica, un’ideologia flessibile
– in forme nuove, capaci di evitare l’avanguardismo d’élite
che caratterizzò la Mont Pelerin Society e di rispondere alle

301
INVENTARE IL FUTURO

esigenze della sinistra attuale (come, per esempio, la man-


canza di quelle risorse a cui invece la MPS poté attingere).

COSTRUIRE FUTURI
Ci sono molti altri problemi che non abbiamo potuto affron-
tare, ma questa nostra risposta è già piuttosto lunga, e siamo
certi che ormai i lettori saranno in grado di trarre le proprie
conclusioni riguardo ai temi che abbiamo toccato. Vorremmo
quindi concludere parlando del futuro, e in particolare della
relazione tra il futuro in generale e la nostra particolare visione
di un futuro post-lavoro.
Nel capitolo sulla modernità di sinistra ci siamo riferiti
coscientemente e con regolarità a un futuro le cui visioni sono
tutte al plurale: «Altri tipi di modernità sono possibili, e nuove
visioni del futuro sono essenziali [per la sinistra]». Poco
dopo abbiamo insistito che «immaginare dei futuri possibili
è la condizione indispensabile per organizzare una risposta
efficace al capitalismo». E ancora, abbiamo scritto che una
modernità di sinistra «sarebbe finalmente una modernità
ambiziosa, capace di produrre visioni di un futuro miglio-
re». Se nella prima parte usiamo spesso la forma plurale, in
seguito ci siamo concentrati su una specifica ipotesi, quella
di un futuro post-lavoro. La seconda metà del libro difende in
effetti la plausibilità di questa particolare visione del futuro:
abbiamo sostenuto che un futuro senza lavoro è un obietti-
vo desiderabile, e il nostro tono risoluto deriva dalla forza di
questa nostra convinzione. Ma siamo consapevoli dal fatto
che questa non è l’unica visione possibile, e dunque abbiamo
insistito sulla necessità di «riconoscere l’agire di coloro che
sono al di fuori dei confini dell’Europa, e ribadire l’importan-
za delle loro voci per la costruzione su scala planetaria di un
futuro genuinamente universale». Ci poniamo poi all’interno
di un più ampio dibattito: «Una visione coerente del futuro
è invece in grado di avanzare proposte e obiettivi concreti, e
[questo libro] vuole appunto contribuire a questa potenziale

302
REINVENTARE IL FUTURO

discussione». In certi casi abbiamo difeso la nostra visione


di un futuro post-lavoro ricorrendo a una retorica forte, ma è
un’insistenza che dovrebbe essere stata temperata dai nostri
ripetuti avvertimenti: «Ogni particolare rappresentazione
della modernità deve essere aperta a un processo di creazione
collettiva, così come alla sua successiva trasformazione e
alterazione».
Dopotutto, il progetto esposto in questo libro non è
altro che un invito. Le nostre richieste e rivendicazioni
«non danno per scontato chi si attiverà per portarle avanti».
Speriamo insomma che quelli che verranno persuasi dalla
proposta di una politica post-lavoro vorranno costruire sul-
le basi del progetto che abbiamo qui avanzato riempiendo le
sue lacune, estendendolo versi nuovi orizzonti, e cercando
di creare connessioni con altre battaglie. Il futuro non si può
inventare da soli.

303
Ringraziamenti

Inventare il futuro è stato scritto non da due autori, ma da


molti. Per l’assistenza fornitaci durante la sua preparazione
vorremmo ringraziare: Alex Andrews, Armen Avanessian,
Diann Bauer, Ray Brassier, Benjamin Bratton, Harry Cleaver,
Nathan Coombs, Michael Ferrer, Mark Fisher, Sam Forsythe,
Dominic Fox, Lucca Fraser, Craig Gent, Jeremy Gilbert, Fabio
Gironi, Jairus Grove, Doug Henwood, Aggie Hirst, Amy Ire-
land, Joshua Johnson, Robin Mackay, Suhail Malik, Keir Mil-
burn, Reza Negarestani, Matteo Pasquinelli, Patricia Reed,
Rory Rowan, Michal Rozworski, Mohammed Salemy, Robbie
Shilliam, Ben Singleton, Keith Tilford, James Trafford, Deneb
Kozikoski Valereto, Pete Wolfendale, e le innumerevoli altre
persone che, attraverso moltissime discussioni, hanno aiu-
tato il libro ad assumere la forma attuale. Vorremmo anche
ringraziare il team di Verso che ci ha aiutato a migliorare il
libro nel corso del processo editoriale: Rowan Wilson, Mark
Martin e Charles Peyton. Infine, Nick vorrebbe ringraziare
la sua famiglia per il sostegno costante, e Helen Hester per
il suo inestimabile contributo, dalle più piccole correzio-
ni grammaticali ai più grandi problemi concettuali. Alex
vorrebbe ringraziare la sua famiglia per il supporto e i consigli
ricevuti, e Francesca Peck per la pazienza e il suo incrollabile
incoraggiamento intellettuale.

305
Note
INTRODUZIONE
1. John Maynard Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, Adelphi 2009;
George Young, I cosmisti russi. Il futurismo esoterico di Nikolaj Fedorov e
dei suoi seguaci, Tre 2017; Mark Dery, «Black to the Future: Interviews with
Samuel R. Delany, Greg Tate and Tricia Rose», in Flame Wars: The Discourse of
Cyberculture, Duke University Press 1994; Shulamith Firestone, La dialettica dei
sessi, Guaraldi 1976.
2. Per altri esempi di questa posizione si vedano: Franco «Bifo» Berardi, Dopo il
futuro, DeriveApprodi 2013; T.J. Clark, «For a Left with No Future», in New Left
Review marzo/aprile 2012; Fernando Coronil, «The Future in Question: History
and Utopia in Latin America», in Craig Calhoun e Georgi Derluguian (a cura di),
Business as Usual: The Roots of the Global Financial Meltdown, New York
University Press 2011. Oppure, usando le parole di un recente intervento, «il
futuro non ha futuro»: Il comitato invisibile, L’insurrezione che viene, 2010.

CAPITOLO 1
1. Dave Mitchell, «Stuff White People Smash», apparso su rabble.ca il 26 giugno
2011.
2. È significativo che la ragione principale del fallimento delle negoziazioni in cor-
so al WTO di Doha sia da ricercarsi nella divisione tra gli Stati, più che in un
qualsiasi movimento di resistenza.
3. Altri punti di vista interni del dibattito occorso in Occupy sulla questione
delle richieste possono essere trovati in Astra Taylor e Keith Gessen (a cura
di), Occupy! Scenes from Occupied America, Verso 2011. Per una critica
dettagliata alla posizione del «nessuna richiesta» vedi Marco Deseriis e Jodi
Dean, «A Movement Without Demands?», apparso su possible-futures.org il
2 gennaio 2012.
4. Zach Schwartz-Weinstein, «Not Your Academy: Occupation and the Future of
Student Struggles», in A.J. Bauer, Christina Beltran, Rana Jaleel e Andrew Ross
(a cura di), Is This What Democracy Looks Like?, Social Text E-Book 2012,
reperibile su what-democracy-looks-like.com. Per un intervento che traccia
il peso sempre minore delle rivendicazioni concrete avanzate dagli studen-
ti durante l’occupazione della University College London nel 2010, vedi Guy
Aitchison, «Reform, Rupture, or Re-Imagination: Understanding the Purpose of
an Occupation», in Social Movement Studies 10:4, 2011, pag. 431-9.
5. I lavori di Hakim Bey sono probabilmente i più famigerati tra quelli che tratta-
no l’autosufficienza delle proteste autonome. Vedi Hakim Bey, T.A.Z. – Zone
Temporaneamente Autonome, Shake 1996. E anche Jeremy Gilbert, Anti-
Capitalism and Culture: Radical Theory and Popular Politics, Berg 2008, pag.
203-9, per una critica comprensiva dall’interno dei movimenti sociali sui peri-
coli dell’«immaginario attivista».
6. Linda Polman, L’industria della solidarietà, Bruno Mondadori 2009.
7. Radix, «Fracking Sussex: The Threat of Shale Oil & Gas», Frack Off 2013,
reperibile su frack-off.org.uk. La forza che più ha osteggiato il fracking è stato
il mercato stesso, con il recente abbassamento dei costi del petrolio.
8. Eviction Free Zone, «Direct Action, Occupy Wall Street, and the Future of

307
INVENTARE IL FUTURO

Housing Justice: An Interview with Noam Chomsky», 2013, su libcom.org.


9. Adam Gabbat, «Occupy Wall Steet Activists Buy $15m of Americans’ Personal
Debt», Guardian, 12 novembre 2013.
10. Paul Mason, Live Working or Die Fighting: How the Working Class Went
Global, Vintage 2008.
11. Stephen Stich, Dalla psicologia del senso comune alla scienza cognitiva, Il
Mulino 1994; Patricia Churchland, L’Io come cervello, Raffaello Cortina 2014.
Mentre vorremmo qui tratteggiare una pur vaga analogia con la tradizione neu-
rofilosofica, non vogliamo affatto affermare che la folk politics sia in alcun modo
un parto della psicologia popolare. Piuttosto, la nostra critica è centrata sulla
nozione del fatto che l’insorgenza di determinati fenomeni è insieme necessaria
e ingannevole quanto la realtà dei modi in cui i sistemi operano.
12. Per una storia di questo «repertorio della contesa» vedi Charles Tilly, Social
Movements 1768-2004, Paradigm 2004.
13. James Doward, Tracy McVeigh, Mark Townsend e Matthew Taylor, «March for
the Alternative Sends a Noisy Message to the Government», Guardian, 26
marzo 2011.
14. Liza Featherstone, Doug Henwood e Christian Parenti, «Left Anti-Intellectualism
and Its Discontent», in Eddie Yuen, George Katsiaficas e Daniel Burton Rose
(a cura di), Confronting Capitalism: Dispatches from a Global Movement, Soft
Skull 2004.
15. Bey, T.A.Z.
16. Paul Davidson, The Keynes Solution: The Path to Global Economic Prosperity,
Palgrave Macmillan 2009.
17. Il comitato invisibile, L’insurrezione che viene, 2010.
18. Greg Sharzer, No Local: Why Small-Scale Alternatives Won’t Change the
World, Zero 2012.
19. Ernst Schumacher, Piccolo è bello, Slow Food 2010.
20. Taylor e Gessen, Occupy!
21. Richard J.F. Day, Gramsci è morto. I nuovi movimenti dall’egemonia all’affini-
tà, Elèuthera 2013; Jon Beasley-Murray, Posthegemony: Political Theory and
Latin America, University of Minnesota Press 2010.
22. Justin Healey, Ethical Consumerism, Spinney 2013.
23. James Ladyman, James Lambert e Karoline Wiesner, «What Is a Complex
System?», in European Journal for Philosophy of Science 3: 1, 2013, pag. 33-67.
24. Susan Buck-Morss, «Envisioning Capital: Political Economy on Display», in
Critical Inquiry 21: 2, 1995, pag. 434-67.
25. Fredric Jameson, «Cognitive Mapping», in C. Nelson e L. Grossberg (a cura
di), Marxism and the Interpretation of Culture, University of Illinois Press 1990.
26. Ibid.
27. Schumacher, Piccolo è bello; Carl Honoré, Elogio della lentezza, rallentare per
vivere meglio Rizzoli 2014.
28. Rosa Luxemburg, The Essential Rosa Luxemburg: Reform or Revolution and
the Mass Strike, Haymarket 2008.
29. Friedrich Hayek, La via della schiavitù, Rubbettino 2011; «The Theory of
Complex Phenomena», in Michael Martin e Lee McIntyre (a cura di), Readings
in the Philosophy of Social Science, MIT Press 1964.

308
NOTE

30. Questa è una domanda cruciale nel dibattito sui calcoli socialisti. Vedi Oskar
Lange e Fred M. Taylor, On the Economic Theory of Socialism, McGraw-Hill
1964; Fikret Adaman e Pat Devine, «The Economics Calculation Debate:
Lessons for Socialists», Cambridge Journal of Economics 20: 5, 1996; Allin
Cottrell e Paul Cockshott, «Calculation, Complexity and Planning: The Socialist
Calculation Debate Once Again», in Review of Political Economy 5: 1, 1993.
31. È importante notare qui come «sinistra» sia un termine fondamentalmente arti-
ficiale, ma senz’altro utile, usato per descrivere un universo di forze politiche e
sociali incredibilmente vario e potenzialmente contraddittorio. Per una discus-
sione completa sulle origini della distinzione tra destra e sinistra nella Francia
postrivoluzionaria vedi Marcel Gauchet, «Right and Left», in Lawrence Kritzman
(a cura di), Realms of Memory: Conflicts and Division, Columbia University
Press 1997. Tanto per chiarirci, consideriamo oggi «sinistra», nel suo senso più
largo, i seguenti movimenti, posizioni e organizzazioni: socialismo democrati-
co, comunismo, anarchismo, libertarismo di sinistra, anti-imperialismo, antifa-
scismo, antirazzismo, anticapitalismo, femminismo, autonomia, sindacalismo,
movimento queer e una gran parte del movimento ecologista, nei suoi vari
gruppi alleati o ibridati con le categorie precedenti. La possibile concordanza
tra queste diverse forze è una questione legata alle costruzioni o alle articola-
zioni politiche, più che un qualcosa di naturale o predeterminato.
32. Gerassimos Moschonas, In the Name of Social Democracy: The Great
Transformation, 1945 to Present, Verso 2002, pag. 15-17; John Gerard Ruggie,
«International Regimes, Transaction and Change: Embedded Liberalism in the
Postwar Economic Order», International Organization 36: 2, 1982.
33. Dopo la sconfitta del Sessantotto ci fu un breve ritorno del classico pensiero
rivoluzionario maoista e leninista. Questi tentativi di rilanciare rispetto alle forme
tradizionali di organizzazione rimasero numericamente marginali e finirono per
fallire. Per una storia di questo momento storico in America vedi Max Elbaum,
Revolution in the Air: Radicals Turn to Lenin, Mao and Che, Verso 2016.
34. Moschonas, In the Name of Social Democracy, pag. 35-6.
35. Per una critica femminista di questi modelli di organizzazione vedi Jo Freeman,
The Tyranny of Structurelessness, 1970, reperibile su struggle.ws.
36. Martin Klimke e Joachim Scharloth, 1968 in Europe: A History of Protest and
Activism, 1956-77, Macmillan 2008.
37. Ibid.
38. Giovanni Arrighi, Terrence Hopkins e Immanuel Wallerstein, Antisystemic
Movements, Verso 1989, pag. 45-7.
39. Ibid.
40. Peter Starr, Logics of Failed Revolt: French Theory After May ’68, Stanford
University Press 1995.
41. Grant Kester, «Lessons in Futility: Francis Alÿs and the Legacy of May ’68», in
Third Text 23: 4, 2009.
42. Gilbert, Anti-Capitalism and Culture, pag. 23-4.
43. Daniel Yergin, Il premio: l’epica corsa al petrolio, al potere e al denaro, Sperling
& Kupfer 1991; Barry J. Eichengreen, Global Imbalances and the Lessons of
Bretton Woods, MIT Press 2007.
44. Geoffrey Barlow, The Labour Movement in Britain from Thatcher to Blair, Peter

309
INVENTARE IL FUTURO

Lang 2008.
45. A testimonianza del successo neoliberale nella demolizione del potere dei
sindacati, la densità di popolazione in età lavorativa iscritta ai sindacati nelle
nazioni OCSE passò dal 34,1 al 20,4 tra 1980 e 2000. OCSE, «Trade Union
Density», OECD Stat Extracts, su stats.oecd.org
46. David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore 2007.
47. Ibid.
48. Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza 2005.
49. Tim Jordan, Azione diretta! Le nuove forme della disobbedienza radicale,
Elèuthera 2003.
50. Kimberlé Crenshaw, «Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A
Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and
Antiracist Politics», in University of Chicago Legal Forum 140, 1988.
51. Shulamith Firestone, The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution,
Morrow 1970; Mandy Merck e Stella Sandford (a cura di), Further Adventures
of the Dialectic of Sex: Critical Essays on Shulamith Firestone, Macmillan 2010.
52. Vedi, per esempio, James A. Geschwender, Class, Race and Worker
Insurgency, Cambridge University Press 1977.
53. Amory Starr, Naming the Enemy: Anti-Corporate Movement Confront
Globalization, Zed 2000.
54. Jordan, Azione diretta!; Taylor e Gessen, Occupy!
55. Questo lavoro ha l’intento di espandere quanto precedentemente proposto
nel Manifesto per una politica accelerazionista. Abbiamo evitato di usare il
termine «accelerazionismo» in questo libro a causa delle controversie interpre-
tative generate da quel concetto, non perché non vi crediamo più o altro. Per
approfondire vedi Alex Williams e Nick Srnicek, «#Accelerate: Manifesto for
an Accelerationist Politics», in Robin Mackay e Armen Avanessian (a cura di),
#Accelerate: The Accelerationist Reader, Urbanomic 2014.

CAPITOLO 2
1. Queste posizioni possono essere rintracciate nelle varie accuse al movimento
Occupy sul suo essere troppo liberale. A tal proposito vedi Mark Bray, «Five
Liberals Tendencies that Plagued Occupy», in Roar Magazine, 14 marzo 2014,
reperibile su roarmag.org. Argomenti simili sono già stati usati in passato. Lo
stesso Marx, per esempio, pensava che i contadini fossero una base insuffi-
ciente alle politiche rivoluzionarie, e che soltanto la classe lavoratrice industria-
le avrebbe avuto interessi in linea col pensiero comunista. La nostra posizione
è che, indipendentemente dalle connotazioni di classe dell’orizzontalismo, del
localismo e delle altre folk politics, si tratta comunque di fenomeni costretti
dalla nozione di immediatezza spaziale, temporale e concettuale.
2. Anna Feigenbaum, Fabian Frenzel e Patrick McCurdy, Protest Camps, Zed
2013, pag. 159. Occorre osservare come orizzontalismi alternativi fossero pre-
senti nelle politiche di sinistra già da prima di inizi Settanta, con dei precetti
proto-orizzontalisti già intuibili nell’anarchismo del XIX secolo così come in altri
movimenti precedenti.
3. In questo capitolo non tratteremo la lunga storia del movimento anarchico, al
fine di concentrarci sull’orizzontalismo come incarnazione contemporanea di

310
NOTE

alcuni suoi principi e pratiche.


4. John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della
rivoluzione oggi, Intra Moenia 2004.
5. Richard Day, Gramsci è morto. I nuovi movimenti dall’egemonia all’affinità,
Elèuthera 2013. Vedi anche Jon Beasley-Murray, Posthegemony: Political
Theory and Latin America, University of Minnesota Press 2010.
6. L’impegno per le decisioni consensuali non è sempre un obiettivo esplicito
dell’orizzontalismo in sé, ma è piuttosto una via popolare e contemporanea di
incarnare un’orizzontalità procedurale nella pratica. Alcune forme di anarchi-
smo, come per esempio il «piattaformismo» sudamericano, sfuggono esplicita-
mente al processo decisionale condiviso.
7. Uri Gordon, Anarchy Alive! Anti-Authoritarian Politics from Pratice to Theory,
Pluto 2007, pag. 20.
8. Pur rimanendo poco convinti delle prospettive su larga scala della democra-
zia diretta e delle sue forme decisionali faccia a faccia e/o consensuali, ciò
non preclude, naturalmente, un ragionamento su come possa essere conce-
pita la democrazia partecipativa in forme sempre più complesse e tecnologi-
camente mediate.
9. Murray Bookchin, Democrazia diretta, Elèuthera 2015.
10. Ibid.
11. Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di
internet, Università Bocconi Editore 2012.
12. Si crede generalmente che l’origine delle forme decisionali consensuali tipi-
che dell’attivismo di sinistra contemporaneo siano da ricercare nel movimento
religioso quacchero di circa trecento anni fa. Tali procedure furono infatti in-
trodotte da partecipanti quaccheri nelle manifestazioni contro il nucleare. L.A.
Kauffmann, «The Theology of Consensus», in Astra Taylor e Keith Gessen (a
cura di), Occupy! Scenes from Occupied America, Verso 2012.
13. Marina Sitrin, «Occupy: Making Democracy a Question», in Federico
Campagna ed Emanuele Campiglio (a cura di), What Are We Fighting For: A
Radical Collective Manifesto, Pluto 2012, pag. 86-87.
14. Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza 2005.
15. Kauffmann, «Theology of Consensus».
16. Federico Campagna ed Emanuele Campiglio, «What Are We Struggling For?»,
in Campagna e Campiglio, What Are We Fighting For?, pag. 5.
17. Murray Bookchin, Democrazia diretta.
18. South London Solidarity Federation, «Direct Action and Unmediated Struggle»,
in Campagna e Campiglio, What Are We Fighting For?, pag. 192.
19. Probabilmente la più nota forma di azione diretta, ovvero lo sciopero generale,
è stata l’arma più potente a disposizione dei movimenti dei lavoratori nel XIX e
nel XX secolo, e rimane uno strumento importantissimo ancora oggi, se usa-
to in maniera appropriata. Ma questo richiede perlopiù una scala ampia (che
cioè contempli una dimensione nazionale o industriale) nonché persistenza,
solidarietà, un’adesione numericamente consistente e un sistema abbastanza
organizzato per sovvenzionarlo. La struttura stessa dei movimenti orizzontalisti
spesso lavora contro il successo di simili tattiche.
20. Feigbaum et al., Protest Camps, pag. 161.

311
INVENTARE IL FUTURO

21. Il successo relativo degli egiziani, dei tunisini e degli islandesi nel mettere in atto
pratiche di occupazione deriva da una varietà di condizioni che li differenziaro-
no molto dalle condizioni di partenza dei movimenti europei e nordamericani:
per esempio, la condizione di relativa omogeneità religiosa ed etnoculturale
della Tunisia e dell’Islanda; i forti legami tra le occupazioni e altre forme di re-
sistenza istituzionale in tutti e tre i paesi; la diversa (e più visibile) repressione
statale in Tunisia ed Egitto; la piccolezza dell’Islanda (insieme al tentativo con-
sapevole di esprimere il movimento in termini parlamentari); e gli ostacoli emo-
tivi (ovvero la paura) che andavano superati in Egitto e in Tunisia. Per queste e
altre ragioni è in questi paesi che tali tattiche hanno avuto maggior successo.
22. Research and Destroy, «The Wreck of the Plaza», Research and Destroy, 14
giugno 2014, reperibile su researchanddestroy.wordpress.com.
23. Josh MacPhee, «A Qualitative Quilt Born of Pizzatopia», in Kate Khatib,
Margaret Killjoy e Mike McGuire (a cura di), We Are Many: Reflections on
Movement Strategy from Occupation to Liberation, AK Press 2012, pag. 27.
24. Taylor e Gessen, Occupy!
25. George Ciccariello-Maher, «From Oscar Grant to Occupy: The Long Arc of
Rebellion in Oakland» in Khatib et al., We Are Many, pag. 42.
26. Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza.
27. Feigenbaum, Protest Camps, pag. 35.
28. Ibid.
29. Ibid.
30. Vedi, per esempio, l’Australian Tent Embassy montata sulle terre degli aborige-
ni (ibid.); Castells, Reti di indignazione e speranza.
31. Lester Spence e Mike McGuire, «Occupy and the 99%», in Khatib et al., We
Are Many, pag. 58.
32. Raul Zibechi, «Latin America Today, Seen From Below», Upside Down World,
26 giugno 2014, reperibile su upsidedownworld.org, pag. 42-4. Potremmo
insomma dire che, mentre i movimenti politici e sociali spontaneisti che du-
rano un periodo relativamente breve hanno un loro ruolo, una politica che si
basa esclusivamente su tali espressioni troverà molto difficile smantellare e
rimpiazzare nel lungo termine quei fenomeni che caratterizzano il capitalismo
avanzato.
33. Anton Pannekoek, Workers’ Council, AK Press 2003; Gregory Fossedal,
Direct Democracy in Switzerland, Transaction 2007; Keir Milburn, «Beyond
Assemblysm: The Processual Calling of the 21st Century Left», in Shannon
Brincat, Communism in the 21st Century, Volume 3: The Future of Communism,
Praeger 2013.
34. Isabel Ortiz, Sara Burke, Mohamed Berrada e Hernan Cortes, World Protests
2006-2013, Initiative for Policy Dialogue e Friedrich-Ebert-Stiftung 2013, pdf
reperibile su fes-globalization.org.
35. Michael Albert, Oltre il capitalismo. Un’utopia realistica, Elèuthera 2007.
36. Samuel Farber, «Reflections on “Prefigurative Politics”», su International
Socialist Review, marzo 2011, reperibile su isreview.org.
37. Jane McAlevey, Raising Expectations (And Raising Hell): My Decade Fighting
for the Labour Movement, Verso 2014, pag. 11.
38. Not An Alternative, «Counter Power As Common Power», in Journal of Aes-

312
NOTE

thetics and Protest 9, 2014, reperibile su joaap.org.


39. Martin Gilens e Benjamin Page, «Testing Theories of American Politics: Elites,
Interest Groups, and Average Citizens», in Perspectives on Politics 12: 3, 2014.
40. Rodrigo Nunes, Organisation of the Organisationless: Collective Action After
Networks, Mute 2014, pag. 36.
41. David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera 2006.
42. Helen Hester, «Synthetic Genders and the Limits of Micropolitics», …ment 6, 2015.
43. Marco Deseriis e Jodi Dean, «A Movement Without Demands?», Possible
Futures, 3 gennaio 2012, reperibile su possible-future.org.
44. Noam Chomsky, Occupy, Penguin 2012, pag. 58.
45. Not An Alternative, «Counter Power as Common Power».
46. Ibid.
47. Jeroen Gunning e Ilan Zvi Baron, Why Occupy a Square? People, Protests and
Movements in the Egyptian Revolution, Hurst 2013, pag. 180-1.
48. Ibid.
49. Hakim Bey, T.A.Z. – Zone temporaneamente autonome, Shake 1996.
50. «Communiqué from an Absent Future», We Want Everything, 24 settembre
2009, reperibile su wewanteverything.wordpress.com, pag. 19.
51. Deseriis e Dean, «A Movement Without Demands».
52. Vedi, per esempio, le riflessioni sui villaggi del movimento religioso shaker in
Theodore Schatzki, The Site of the Social: A Philosophical Account of the
Constitution of Social Life and Change, Pennsylvania State University 2002.
53. Farber, «Reflections on “Prefigurative Politics”».
54. Bruno Bosteels, «The Mexican Commune», reperibile su academia.edu, pag. 12.
55. Si tratta di un vecchio problema, spesso tirato in ballo nei dibatti tra anarchi-
smo e marxismo. Vedi, per esempio, la riflessione sull’anarchismo e sul comu-
nismo in Messico in ibid.
56. Il comitato invisibile, L’insurrezione che viene.
57. Spence e McGuire, «Occupy and the 99%», pag. 61.
58. Paul Mason, Why It’s Kicking Off Everywhere: The New Global Revolutions,
Verso 2012, pag. 63.
59. Di fronte all’emergere di Occupy, McKenzie Wark pose una domanda memo-
rabile: «Come potete occupare un’astrazione?» Vedi McKenzie Wark, «How to
Occupy an Abstraction», reperibile su versobooks.com.
60. R.I.M. Dunbar, «Neocortex Size as a Costraint on Group Size in Primates»,
Journal of Human Revolution 22: 6, 1992.
61. Per uno studio più completo vedi Marina Sitrin, Everyday Revolutions:
Horizontalism and Autonomy in Argentina, Zed 2012.
62. Silvia Federici, «Feminism, Finance and the Future of #Occupy – An Interview»,
Znet, 26 novembre 2011, reperibile su zcomm.org.
63. Un problema simile si produsse nelle assemblee generali di Occupy Wall
Street. Milburn, «Beyond Assemblyism», pag. 191; Sitrin, Everyday Revolu-
tions, pag. 67-8.
64. Sitrin, Everyday Revolutions, pag. 130; Juan Alcorta, «Solidarity Economies in
Argentina and Japan», Studies of Modern Society 40: 12, 2007, pag. 270.
65. Farber, «Reflections on “Prefigurative Politics”».
66. Si stima che, una volta che la situazione si riprese, l’economia del baratto

313
INVENTARE IL FUTURO

passò dall’essere usata da un numero che stava tra un milione e due milioni
e mezzo di persone, a soltanto 100.000. Alcorta, «Solidarity Economies», pag.
272-3; Sitrin, Everyday Revolutions, pag. 77.
67. Feigenbaum et al., Protest Camps, pag. 159.
68. Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivo-
luzione oggi.
69. Ernst Schumacher, Piccolo è bello. Uno studio di economia come se la gente
contasse qualcosa, Mursia 2010.
70. Philip Blond, Red Tory: How Left and Right Have Broken Britain and How We
Can Fix It, Faber & Faber 2010.
71. Justin Healey, Ethical Consumierism, Spinney 2013.
72. Uri Gordon, Anarchy Alive! Anti-Authoritarian Politics from Pratice to Theory,
Pluto 2007.
73. Alan Ducasse, «The Slow Revolutionary», Time, 3 ottobre 2004.
74. Carl Honoré, Elogio della lentezza: rallentare per vivere meglio, Rizzoli 2014.
75. Ibid.
76. Sarah Bowen, Sinikka Elliott e Joslyn Brenton, «The Joy of Cooking?», in Con-
texts 13: 3, 2014.
77. Miriam Glucksmann e Jane Nolan, «New Technologies and the Transformations
of Women’s Labour at Home and Work», in Equal Opportunities International,
20 febbraio 2007.
78. Will Boisvert, «An Environmentalist on the Lie of Locavorism», New York
Observer, 16 aprile 2013.
79. Alison Smith, Paul Watkiss, Geoff Tweddle, Alan McKinnon, Mike Browne,
Alistair Hunt, Colin Trevelen, Chris Nash e Sam Cross, The Validity of Food
Miles as an Indicator of Sustainable Development: Final Report, Department
for Enviroment, Food and Rural Affairs 2005.
80. Caroline Saunders, Andrew Barber e Greg Taylor, Food Miles: Comparative
Energy/Emissions Performance of New Zealand’s Agricolture Industry, Lincoln
University, Agribusiness and Economic Research Unit 2006, pdf reperibile su
lincoln.ac.nz.
81. In Gran Bretagna nel 2005 soltanto l’1% delle tonnellate di cibo è stato tra-
sportato per via aerea, generando però l’11% delle emissioni prodotte dalla
movimentazione degli alimenti in generale. Smith et al., Validity of Food Miles,
pag. 3.
82. Dough Henwood, «Moving Money (Revisited)», LBO News, 2010, reperibile su
lbo-news.com.
83. Stephen Gandel, «By Every Misure, The Big Banks are Bigger», Fortune, 13
settembre 2013, reperibile su fortune.com.
84. Victoria McGrane e Tan Gillian, «Lenders Are Warned on Risk», Wall Street
Journal, 25 giugno 2014.
85. OTC Derivatives Statistics at End-June 2014, Bank for International
Settlements 2014, pag. 2, reperibile su bis.org.
86. David Boyle, A Local Banking System: The Urgent Need to Reinvigorate UK
High Street Banking, New Economics Foundation 2011, pag. 8.
87. Ibid.
88. Giles Tremlett, «Spain’s Saving Banks’ Culture of Greed, Cronyism, and Polit-

314
NOTE

ical Meddling», Guardian, 8 giugno 2012.


89. Boyle, Local Banking System, pag. 10.
90. Andrew Bibby, «Co-op Bank Crisis: What Next for the Co-operative Sector?»,
Guardian, 21 gennaio 2014.
91. Greg Sharzer, No Local: Why Small-Scale Alternatives Won’t Change the
World, Zero 2012, pag. 3.
92. Philip Mirowski, Never Let a Serious Crisis Go to Waste: How Neoliberalism
Survived the Financial Meltdown, Verso 2013, pag. 326.
93. Zibechi, «Latin America Today».
94. Christian Marazzi, «Exodus Without Promised Land», in Campagna e Campiglio,
What Are We Fighting For?, pag. viii.
95. Un tale approccio è stato definito dai teorici della comunizzazione come
«alternativismo». Endnotes, «What Are We to Do?» in Benjamin Noys (a
cura di), Communization and Its Discontents: Contestation, Critique, and
Contemporary Struggle, Minor Composition 2012, pag. 30.
96. Day, Gramsci è morto.
97. Bey, T.A.Z.
98. Il comitato invisibile, L’insurrezione che viene.
99. Ibid.
100. Ibid.
101. Ibid.
102. Vivek Chibber, Postcolonial Theory and the Specter of Capital, Verso 2013,
pag. 228-9.
103. Dan Hancox, The Village Against the World, Verso 2013, cap. 8; Ulrike Fokken,
«Die Rote Insel», Die Tageszeitung, 16 febbraio 2013, reperibile su taz.de;
Jason E. Smith, «The Day After Insurrection», Radical Philosophy 189, 2015,
pag. 43.
104. Vedi Alberto Toscano, «The Prejudice Against Prometheus», STIR, 2011, repe-
ribile su stirtoaction.com.
105. Chris Dixon, «Organizing to Win the World», Briarpatch Magazine, 18 marzo
2015, reperibile su briarpatchmagazine.com; Keir Milburn, «On Social Strikes and
Directional Demands», Plan C, 7 maggio 2015, reperibile su weareplanc.com.

CAPITOLO 3
1. Jamie Peck, Constructions of Neoliberal Reason, Oxford University Press
2010, pag. 40.
2. Questa storia standard è in fase di riscrittura, e questo capitolo deve moltis-
simo ai pionieri di tali ricerche, inclusi i lavori inediti di Alex Andrews. Vedi,
per esempio, Philip Mirowski e Dieter Plehwe (a cura di), The Road from
Mont Pelerin: The Making of the Neoliberal Thought Collective, Harvard
University Press 2009; Philip Mirowski, Never Let a Serious Crisis Go to
Waste: How Neoliberalism Survived the Financial Meltdown, Verso 2013;
Peck, Constructions of Neoliberal Reason; Daniel Stedman Jones, Masters of
the Universe: Hayek, Friedman, and the Birth of Neoliberal Politics, Princeton
University Press 2012; Richard Cockett, Thinking the Unthinkable: Think-
Tanks and the Economic Counter-Revolution, 1931-1983, Fontana 1995;
Michel Foucault, Nascita della biopolitica, Feltrinelli 2015.

315
INVENTARE IL FUTURO

3. Vedi per esempio la strana ma immensamente produttiva alleanza tra economisti


neoliberali ed estremisti conservatori negli Stati Uniti. Peck, Constructions
of Neoliberal Reason, pag. 6; David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il
Saggiatore 2007.
4. Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della
razionalità neoliberista, DeriveApprodi 2013.
5. Rob Van Horn, «Reinventing Monopoly and the Role of Corporations: The
Roots of Chicago Law and Economics», in Miroswki e Plehwe, Road from
Mont Pelerin, pag. 204-37.
6. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
7. Philip Cerny, Rethinking World Politics: A Theory of Transnational Neopluralism,
Oxford University Press 2010, pag. 4.
8. Karl Polanyi è un’eccezione particolare, avendo presto riconosciuto il ruolo
dello Stato nella creazione dei mercati. Karl Polanyi, La grande trasformazione.
Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi 2010; Peck,
Construction of Neoliberalism Reason, pag. 4.
9. Il legame tra genere e diritti è appropriato al contesto storico.
10. Vale la pena sottolineare che questa costruzione politica delle economie nega
la possibilità di un qualsiasi semplice economismo. Thomas Lemke, «The
Birth of Biopolitics: Michel Foucault’s Lecture at the Collège de France on
Neoliberal Governmentality», Economy and Society 30: 2, 2001, pag. 194.
11. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
12. La costruzione dei mercati è stata eccezionalmente ben studiata, sia nel cam-
po della sociologia della finanza che in quello dell’economia sociologica. Vedi
Donald MacKenzie, Material Markets: How Economic Agents Are Constructed,
Oxford University Press 2009, capitolo 7; Donald MacKenzie, Fabian Muniesa
e Lucia Siu (a cura di), Do Economists Make Markets? On the Performativity
of Economics, Princeton University Press 2007; Michel Callon, «An Essay on
Framing and Overflowing: Economic Externalities Revisited by Sociology», in
Michel Callon, Laws of Markets; Andrew Barry, Political Machines: Governing
a Technological Society, Athlone 2001.
13. Nick Srnicek, «Representing Complexity: The Material Construction of World
Politics», tesi di dottorato, London School of Economics and Political Science,
2013, capitolo 5; Donald MacKenzie, An Engine, Not a Camera: How Financial
Models Shape Markets, MIT Press 2008.
14. Callon, «Essay on Framing and Overflowing».
15. Questo tipo di movimento è in molti modi parallelo alle fasi di ritiro e rilancio
della neoliberalizzazione descritte da Jamie Peck. Vedi Peck, Constructions of
Neoliberal Reason, pag. 22-3.
16. Mirowski e Plehwe, Road from Mont Pelerin.
17. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, pag. 48.
18. Plehwe, «Introduction», in Mirowski e Plehwe, Road from Mont Pelerin, pag. 16.
19. Cockett, Thinking the Unthinkable, pag. 109.
20. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, pag. 50; Cockett, Thinking the
Unthinkable, pag. 4.
21. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, pag. 50.
22. Citato in Cockett, Thinking the Unthinkable, pag. 104.

316
NOTE

23. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, pag. 49.


24. Citato in Cockett, Thinking the Unthinkable, pag. 111.
25. Plehwe, «Introduction», pag. 7.
26. Dardot e Laval, La nuova ragione del mondo.
27. Plehwe, «Introduction», pag. 4.
28. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, p. 276.
29. Colin Crouch, Quanto capitalismo può sopportare la società, Laterza 2014.
30. Cockett, Thinking the Unthinkable, pag. 117.
31. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, pag. 51
32. Ibid.
33. Peck, Constructions of Neoliberal Reason, pag. 57.
34. L’analisi quantitativa delle reti sociali fa emergere il peso dello stesso Fisher,
mettendolo accanto a Hayek al centro del network della MPS. Vedi Plehwe,
«Introduction», pag. 20.
35. Cockett, Thinking the Unthinkable, pag. 131.
36. Ibid.
37. Ibid.
38. Ibid.
39. Ibid.
40. Ibid.
41. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
42. Ibid.
43. Cockett, Thinking the Unthinkable, pag. 184.
44. Leo Panitch e Sam Gindin, The Making of Global Capitalism: The Political
Economy of American Empire, Verso 2012, pag. 144.
45. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
46. Plehwe, «Introduction», pag. 6.
47. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
48. Ann Pettifor, «The Power to “Create Money Out of Thin Air”», openDemocracy,
18 gennaio 2013, reperibile su opendemocracy.net.
49. Questa ricerca di una risposta può essere rintracciata anche nella scelta dei
modelli macroeconomici. Peter Kenway, From Keynesianism to Monetarism:
The Evolution of UK Macroeconometric Models, Routledge 1994, pag. 39.
50. Cockett, Thinking the Unthikable, pag. 196.
51. Milton Friedman, Capitalismo e libertà, IBL Libri 2010.
52. Alcuni affermano che il neoliberismo sia stato necessario a causa della crisi
di accumulazione affrontata dal sistema capitalistico negli anni Settanta. Ma
questa argomentazione nega i modi alternativi in cui si sarebbe potuta risolvere
questa crisi, e attribuisce un’eccessiva consapevolezza dei propri interessi agli
stessi capitalisti.
53. Philip Cerny, Rethinking World Politics: A Theory of Transnational Neopluralism,
Oxford University Press 2010, pag. 139.
54. David Stuckler, Lawrence King e Martin McKee, «Mass Privatisation and the
Post-Communist Mortality Crisis: A Cross-National Analysis», Lancet 373:
9,661, 2009.
55. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
56. Questa è una delle basi dell’opinione comune secondo la quale il postmoder-

317
INVENTARE IL FUTURO

nismo è l’espressione culturale del neoliberismo.


57. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
58. Dardot e Laval, La nuova ragione del mondo.
59. Ibid.
60. Mark Fisher, Realismo capitalista, NERO 2018, cap. 4.
61. Wanda Vrasti, «Struggling with Precarity: From More and Better Jobs to Less
and Lesser Work», Disorder of Things, 12 ottobre 2013, reperibile su thedisor-
derofthings.com.
62. Harvey, Breve storia del neoliberismo.
63. Sulla narrazione dell’austerity e la sua adozione nella coscienza popolare, vedi
Liam Stanley, «“We’re Reaping What We Sowed”: Everyday Crisis Narratives
and Acquiescence to the Age of Austerity», New Political Economy 19: 6,
2014.
64. Ernesto Laclau, «Identità ed egemonia: il ruolo dell’universalità nella costitu-
zione delle logiche politiche», in Judith Butler, Ernesto Laclau e Slavoj Žižek,
Dialoghi sulla sinistra. Contingenza, egemonia, universalità, Laterza 2010.
65. Il tratto più evidente dell’ideologia odierna consiste nel suo cinismo o, per
come la mette Slavoj Žižek, l’ideologia funziona anche (e in particolar modo)
se non ci credi. Vedi Slavoj Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia, Ponte alle
Grazie 2014.
66. Mirowski, Never Let a Serious Crisis Go to Waste, pag. 356.
67. Ibid.

CAPITOLO 4
1. Questo processo espansivo è stato concepito in svariati modi (non incompa-
tibili fra loro): per esempio attraverso sviluppi irregolari e combinati, interventi
sugli spazi e cicli espansivi egemonici. In ogni caso, la natura espansiva dell’u-
niversalismo capitalista è piuttosto evidente: vedi rispettivamente Neil Smith,
Uneven Development: Nature, Capital and the Production of Space, Verso
2010; David Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore 2015; Giovanni
Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il
Saggiatore 2014.
2. Per un’articolata difesa di quanto affermiamo, vedi Vivek Chibber, Postcolonial
Theory and the Specter of Capital, Verso 2013.
3. «Perché è l’universale, infine... a fornire l’unica vera negazione dell’universali-
smo prestabilito.» François Jullien, L’universale e il comune. Il dialogo tra cul-
ture, Laterza 2010.
4. Mark Fisher e Jeremy Gilbert, Reclaim Modernity: Beyond Markets, Beyond
Machines, Compass 2014, pag. 12-14.
5. Sandro Mezzadra, «How Many Histories of Labour? Towards a Theory of
Postcolonial Capitalism», European Institute for Progressive Cultural Policies,
2012, reperibile su eipcp.net.
6. Mark Fisher, Realismo capitalista, NERO 2018.
7. Argomenti simili sono stati avanzati a proposito della postmodernità. Vedi
Harvey, The Condition of Postmodernity: An Enquiry Into the Origins of
Cultural Change, Wiley-Blackwell 1991.
8. Peter Wagner, Modernità. Comprendere il presente, Einaudi 2013.

318
NOTE

9. Per argomentazioni simili a proposito dello «sviluppo» vedi Kalyan Sanyal,


Rethinking Capitalist Development: Primitive Accumulation, Governmentality
and Post-Colonial Capitalism, Routledge India 2013, pag. 92.
10. Per restituire il senso di questa varietà, Jameson sottolinea quattordici possi-
bili diversi momenti d’inizio della modernità in quanto periodo storico. Fredric
Jameson, Una modernità singolare. Saggio sull’ontologia del presente,
Sansoni 2003.
11. Alberto Toscano, Fanaticism: On the Uses of an Idea, Verso 2010; Frederick
Cooper, Decolonization and African Society: The Labor Question in French
and British Africa, Cambridge University Press 1996.
12. Chibber, Postcolonial Theory, pag. 233.
13. «Il rifiuto del centralismo occidentale non pone un tabù sull’uso del pensiero
occidentale. Al contrario, libera gli strumenti dell’Illuminismo per una loro appli-
cazione originale e creativa», dice Susan Buck-Morss in Thinking Past Terror:
Islamism and Critical Theory on the Left, Verso 2013.
14. Wang Hui, The End of Revolution: China and the Limits of Modernity, Verso
2011, pag. 69-70.
15. Göran Therborn, European Modernity and Beyond: The Trajectory of European
Societies, 1945-2000, Sage 1995, pag. 5.
16. Jameson, Una modernità singolare.
17. Corey Robin, The Reactionary Mind: Conservatism from Edmund Burke to
Sarah Palin, Oxford University Press 2011.
18. Simon Critchley, «Ideas for Modern Living: The Future», Guardian, 21 novem-
bre 2010.
19. Kamran Matin, «Redeeming the Universal: Postcolonialism and the Inner Life of Eu-
rocentrism», European Journal of International Relations, 19: 2, 2013, pag. 354.
20. Walt Whitman Rostow, The Stages of Economic Growth: A Non-Communist
Manifesto, Cambridge University Press 1996.
21. Walter Mignolo, The Darker Side of Western Modernity: Global Futures,
Decolonial Options, Duke University Press 2011, pag. xxiv-xxv.
22. S.N. Eisenstadt, «Multiple Modernities», Daedalus 129: 1, 2000, pag. 1.
23. Theodor Adorno e Max Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 2010;
Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, Il Mulino 2010.
24. David Priestland, The Red Flag: A History of Communism, Grove 2009.
25. Stephen Eric Bronner, Reclaiming the Enlightenment: Towards a Politics of
Radical Engagement, Columbia University Press 2004, pag. 28.
26. François Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli 2014.
27. Walter Mignolo e He Weihua, «The Prospect of Harmony and the Decolonial
View of the World», Marxism and Reality 4, 2012.
28. Wagner, Modernity, pag. 81.
29. S.N. Eisenstadt, «Multiple Modernities», Daedalus 129: 1, 2000.
30. Per alcune recenti riflessioni su questo concetto, vedi il dibattito riportato da
Alex Anievas in Marxism and World Politics: Contesting Global Capitalism,
Routledge 2012.
31. Per una genealogia filosofica-politica-religiosa dell’universale, vedi Jullien, On
the Universal, capitoli 4-7.
32. Dovrebbe essere chiaro che la discussione sull’universale qui portata avanti

319
INVENTARE IL FUTURO

è più su un registro politico che filosofico.


33. Ètienne Balibar, «Sub Specie Universitatis», Topoi 25: 1-2, 2006, pag. 11.
34. Volendo potremmo suddividere queste critiche in quelle portate avanti dal
decolonialismo latinoamericano, dai subaltern studies sudasiatici e dal po-
stcolonialismo africano, ognuno dei quali ragiona su modernità e colonialismo
attraverso la propria storia regionale.
35. Mignolo, Darker Side of Western Modernity.
36. Ibid. Ramón Grosfoguel, «Decolonizing Western Uni-Versalism: Decolonial
Pluri-Versalism from Aimé Césaire to the Zapatistas», Transmodernity: Journal
of Peripheral Cultural Production of the Luso-Hispanic World 1: 3, 2012.
37. Jullien, On the Universal, pag. 92.
38. Jullien ritiene che il pensiero islamico abbia un certo grado di normatività uni-
versale etico-politica, ma questa è in ogni caso molto meno evidente di quella
che emerge dalla modernità europea e si caratterizza per la priorità che vie-
ne data alla comunità (ibid.). John Hobson, The Eastern Origins of Western
Civilization, Cambridge University Press 2004; Amartya Sen, «East and West:
The Reach of Reason», New York Review of Books 47: 12, 2000.
39. «Il progetto di provincializzazione dell’Europa non può […] derivare dal pen-
siero che la ragione/scienza/universalità che aiuta a definire l’Europa moder-
na siano semplicemente “specificità culturali”, e che quindi appartengano
soltanto alla cultura europea. [Questo] semplice rifiuto della modernità sa-
rebbe, in molte situazioni, un atteggiamento politicamente suicida.» Dipesh
Chakrabarty, Provincializing Europe: Postcolonial Tought and Historical
Difference, Princeton University Press 2007, pag. 43-45; Matin, «Redeeming
the Universal»; Duy Lap Nguyen, «The Universal Province of Modernity»,
Interventions 16: 3, 2014, pag. 447; Mignolo, Darker Side of Western
Modernity, pag. 275.
40. Ci sono stati diversi approcci alternativi al classico universalismo sostanzia-
lista. Non ci dilungheremo a riguardo, ma un minimo commento è doveroso.
L’«universalismo negativo» fonda l’universalismo su un’opposizione condivisa, ma
così facendo resta a livello di folk politics difensivista e, per l’appunto, negativa.
Non elabora cioè un futuro alternativo. L’«universalismo minimo» dichiara pochi
principi base comuni a tutti, ma è semplicemente una versione ridotta dell’uni-
versalismo classico e rimane soggetto a tutti i suoi problemi. Infine, il «pluriver-
salismo» resta la prospettiva più interessante, e quella alla quale ci sentiamo di
aderire maggiormente: afferma l’autodeterminazione delle culture in un mutuo
impegno orizzontale, ma bisogna comunque fare tre precisazioni. Primo, trascura
lo strumento di contatto tra le diverse culture, che secondo noi richiede una sofi-
sticata teoria di ragionamenti al fine di evitare prevaricazioni di sorta (vedi i lavori
di Anthony Laden a favore di un concetto di pensiero non dominante e collettivo).
Secondo, si oppone giustamente a una visione omogenea dell’universalismo, ma
sottovaluta i modi in cui l’universalismo può già incorporare le differenze che evi-
denzia: troppo spesso il pluriversalismo sottovaluta il terreno comune richiesto
da un mondo globalizzato, e l’umanità non esiste semplicemente come una serie
di modi di vivere che si escludono a vicenda, ma al contrario come un groviglio
di differenze tra loro strettamente connesse. Infine, il pluriversalismo riconosce
che, se vuole avere una pur minima possibilità, l’universalismo capitalista va eli-

320
NOTE

minato: fino ad allora sarà costretto solo a gesti difensivi e di resistenza contro
l’espansivismo capitalista. Il pluriversalismo di conseguenza non può che pun-
tare sulla fine del capitalismo e su un progetto controegemonico postcapitalista
come sua precondizione esistenziale. Il problema dell’universalismo – e specie
di quello attualmente esistente – non può essere liquidato da semplici orpelli
teorici. Grosfoguel, «Deconolizing Western Uni-Versalism», pag. 101; Bhikhu
Parekh, «Non-Ethnocentric Universalism», in Tim Dunne e Nicholas J. Wheeler
(a cura di), Human Rights in Global Politics, Cambridge University Press 1999;
Mignolo, Darker Side of Western Modernity, pag. 275; Anthony Simon Laden,
Reasoning: A Social Picture, Oxford University Press 2014.
41. Ernesto Laclau, «Identità ed egemonia: il ruolo dell’universalità nella costitu-
zione delle logiche politiche», in Judith Butler, Ernesto Laclau e Slavoj Žižek,
Dialoghi sulla sinistra. Contingenza, egemonia, universalità, Laterza 2010.
42. Nora Sternfeld, «Whose Universalism Is It?», reperibile su eipcp.net; Jullien, On
the Universal, pag. 92.
43. Judith Butler, «Rimettere in scena l’universale: l’egemonia e i limiti del forma-
lismo», in Judith Butler, Ernesto Laclau e Slavoj Žižek, Dialoghi sulla sinistra.
Contingenza, egemonia, universalità.
44. Stefan Jonsson, «The Ideology of Universalism», New Left Review, maggio/
giugno 2010, pag. 117.
45. Matin, «Redeeming the Universal».
46. Per un classico riferimento sulla libertà negativa vedi Isaiah Berlin, «Two
Concepts of Liberty», in Henry Hardy (a cura di), Liberty, Oxford University
Press 2002.
47. Milton Friedman, Capitalismo e libertà, IBL 2010.
48. Friedrich Hayek, La via della schiavitù, Rubbettino 2011.
49. Qui ci sono dei punti di contatto con la distinzione operata da Philippe van Parijs
(e da molti altri teorici) tra libertà formale e reale; la nozione di libertà «sinteti-
ca» chiarifica però come non si tratti di un aspetto naturale dell’umanità, ma di
una costruzione sociale. Vedi Philippe van Parijs, Real Freedom for All: What (If
Anything) Can Justify Capitalism?, Oxford University Press 1997, pag. 21-4.
50. Daniel Raventos, Basic Income: The Material Conditions of Freedom, Pluto
2007, pag. 68; Mignolo, Darker Side of Western Modernity, pag. 300-1.
51. Karl Marx e Friedrich Engels, Ideologia tedesca, Bompiani 2011.
52. Steven Lukes, Il potere. Una visione radicale, Vita e Pensiero 2006.
53. Come afferma Erik Olin Wright: «L’idea di “prosperità” non include soltanto lo
sviluppo dell’intelletto umano e delle capacità sociali e psicologiche durante
l’infanzia, ma anche la continua opportunità di esercitare ulteriormente tali abi-
lità, e di svilupparne di nuove qualora le circostanze di vita lo richiedano». Erik
Olin Wright, Envisioning Real Utopias, Verso 2010, pag. 47-8.
54. Non esiste un ordine esatto di preferenza per questi tre elementi, anche se più
avanti nel libro ci concentreremo soprattutto sul primo.
55. Alex Gourevitch, «Labor Republicanism and the Tranformation of Work»,
Political Theory 41: 4, 2013, pag. 597.
56. Slavoj Žižek, «Utopia and Its Discontents», intervista con Slawomir Sierakowski,
23 febbraio 2015, reperibile su lareviewofbooks.org.
57. Karl Marx, Salario, prezzo, profitto, Bompiani 2010; Grundrisse, PiGreco

321
INVENTARE IL FUTURO

2011; Il Capitale, Utet 2013.


58. Esiste un altro argomento – tipico della tradizione repubblicana – a favore di
questa posizione, che correttamente sottolinea come il lavoro salariato impli-
chi una dominazione (e non semplicemente un’interferenza), e che soltanto
la disponibilità dei fondamentali mezzi di sussistenza ci può liberare da essa.
Questa posizione ha alle spalle una lunga tradizione di pensatori, che va da
Aristotele a Robespierre fino agli attivisti sindacali del XIX secolo: anche se
non vi faremo ricorso nei nostri argomenti a favore di una società post-lavoro,
resta comunque una posizione importante al fine di superare la concezione
liberale di libertà. Vedi Raventos, Basic Income, capitolo 3; Gourevitch, «Labor
Republicanism and the Transformation of Work», pag. 593-8.
59. Antonella Corsani, «Beyond the Myth of Woman: The Becoming-Transfeminist
of (Post-)Marxism», SubStance 36: 1, 2007, pag. 127.
60. A tal proposito vedi Parijs, Real Freedom for All, pag. 17-20.
61. Qui ci sono somiglianze con l’idea di power-with e di power-to. Vedi Uri
Gordon, Anarchy Alive! Anti-Authoritarian Politics from Pratice to Theory,
Pluto 2007, pag. 54-5; John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il
potere. Il significato della rivoluzione oggi, Intra Moenia 2004.
62. Laden, Reasoning, pag. 14-23; Gordon, Anarchy Alive!, pag. 54.
63. Per la nozione di linguaggio come struttura cognitiva vedi Andy Clark,
Supersizing the Mind: Embodiment, Action and Cognitive Extension, Oxford
University Press 2008, capitolo 3.
64. Riportato in Gregory Elliott, Althusser: The Detour of Theory, Brill 2006, pag. 16.
65. Krafft Ehricke, «The Extraterrestrial Imperative», Air University Review, febbraio
1978.
66. Marx e Engels, Ideologia tedesca.
67. Per una difesa di questo spirito prometeico vedi Ray Bassier, «Prometheanism
and Its Critics», in Robin Mackay e Armen Avanessian (a cura di), #Accelerate:
The Accelerationist Reader, Urbanomic 2014.
68. Per un’interpretazione precedente e già storicizzata della nostra natura cyborg
vedi Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del
corpo, Feltrinelli 1999. Per un aggiornamento attuale vedi invece il manifesto
di Laboria Cuboniks in Helen Hester e Armen Avanessian (a cura di), Dea Ex
Machina, Merve Verlag 2015.
69. Benedict Singleton, «Maximum Jailbreak», in Mackay e Avanessian, #Accelerate.
70. Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, Laterza 1973.
71. Sadie Plant, «Binary Sexes, Binary Codes», 3 giugno 1996, reperibile su
future-nonstop.org.
72. Reza Negarestani, «The Labor of the Inhuman», in Mackay e Avanessian,
#Accelerate.
73. Ibid.
74. Come esempi di questa mentalità ristretta vedi Jürgen Habermas, Il futuro
della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi 2010; Francis
Fukuyama, Our Posthuman Future: Consequences of the Biotechnology
Revolution, Profile 2003.
75. Per due affascinanti resoconti sulle sperimentazioni corporee vedi Shannon
Bell, Fast Feminism, Autonomedia 2010; e Paul Preciado, Testo tossico.

322
NOTE

Sesso, droghe e biopolitiche nell’era farmacopornografica, Fandango 2015.


76. Il resto di questo libro si concentrerà soprattutto sui primi due aspetti della
libertà sintetica: le condizioni base dell’esistenza e le capacità di azione collet-
tiva. Ad ogni modo, torneremo sull’implementazione tecnologica dell’umanità
nella conclusione.
77. Susan Buck-Morss, Hegel, Haiti and Universal History, University of Pittsburgh
Press 2009, pag. 106.

CAPITOLO 5
1. Anche due recenti manifesti prodotti in India e in Germania hanno attaccato la
celebrazione del lavoro: Kamunist Kranti, «A Ballad Against Work», 1997, re-
peribile su libcom.org; Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi
2003.
2. Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Utet 2013.
3. Le ricerche suggeriscono che, nella formazione dei movimenti sociali, i cam-
biamenti di opportunità (come quelli che arrivano in momenti quali le crisi eco-
nomiche) sono molto più importanti del livello di insoddisfazione generale. In
altre parole, l’idea che il peggioramento della situazione porti necessariamente a
una rivoluzione ha poco sostegno empirico. Sidney Tarrow, Power in Movement:
Social Movements and Contentious Politics, Cambridge University Press 1998.
4. Karl Marx, Il Capitale.
5. Michael Perelman, The Invention of Capitalism: Classical Political Economy
and the Secret History of Primitive Accumulation, Duke University Press 2000.
6. Come scrive Marx, «proletariato» deve essere inteso, economicamente parlan-
do, come niente di più che la «massa dei salariati», e cioè chi produce e valo-
rizza il «Capitale» per essere poi «gettato sul lastrico non appena sia diventato
superfluo per i bisogni di valorizzazione». Marx, Il Capitale, Libro I.
7. In casi come quello dei lavoratori domestici non salariati, il proletario può anche
vivere con il salario generato da qualcun altro, con tutti i problemi di dipenden-
za che questo comporta. In casi del genere la sopravvivenza del proletario è
indirettamente dipendente dal lavoro salariato.
8. Richard Freeman, «The Great Doubling: The Challenge of the New Global Labor
Market», in John Edwards, Marion Crain e Arne Kalleberg (a cura di), Ending
Poverty in America: How to Restore American Dream, New Press 2007.
9. Steve Fraser, The Age of Acquiescence: The Life and Death of American
Resistance to Organized Wealth and Power, Little, Brown US 2015, pag. 60.
10. Il problema di come definire il surplus di popolazione viene spesso ignorato in
letteratura. Ma restano comunque questioni importanti che non possono essere
tralasciate: se il surplus viene definito in termini di lavoratori salariati vs. lavoratori
non salariati, significa quindi che la popolazione lavorativa carceraria non fa parte
del surplus? E che dire di tutto quel lavoro informale che lavora per un salario
e produce per il mercato? Altri problemi derivano se il surplus viene definito in
termini di lavoro produttivo e improduttivo. La posizione di Negri e Hardt è per
esempio che, visto che sotto il postfordismo il lavoro socialmente prodotto è
ovunque, un termine del genere abbia perso di significato (vedi Michael Hardt
e Antonio Negri, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine mondiale,
Rizzoli 2004). È una conclusione che rigettiamo, e qui cerchiamo di dimostra-

323
INVENTARE IL FUTURO

re come il surplus di popolazione sia al contrario un concetto ancora utile dal


punto di vista sia analitico che esemplificativo. Noi pensiamo che il surplus può
essere definito come tutti coloro che si ritrovano fuori dal lavoro salariato sotto
le condizioni di produzione del capitalismo. Questo significa che nella categoria
è incluso anche la maggior parte del lavoro informale (che non si trova sotto le
condizioni di produzione del capitalismo). In questo senso, siamo particolarmen-
te influenzati dal lavoro portato avanti da Kalyan Sanyal.
11. Joan Robinson, Economic Philosophy, Penguin 1964, pag. 46.
12. In economia questo viene associato al NAIRU, ovvero il tasso di disoccupa-
zione di inflazione stabile. L’opinione è che se si assumono lavoratori quando
la disoccupazione è a questo livello, il risultato sarà l’aumento dei salari e in
ultima analisi l’inflazione; in questo modo viene stabilito quanto in basso il tasso
di disoccupazione possa essere spinto.
13. Per una definizione classica degli usi politici della disoccupazione vedi Michał
Kalecki, «Political Aspects of Full Employment», in Political Quarterly 14: 4,
1943; Samuel Bowles, «The Production Process in a Competitive Economy:
Walrasian, Neo-Hobbesian, and Marxian Models», American Economic Review
75: 1, 1985.
14. In particolare, l’enfasi sulle tendenze secolari alla creazione di un surplus di
popolazione è secondo noi una delle caratteristiche uniche del marxismo alla
prese con le analisi sulla disoccupazione.
15. La paura che l’automazione rubi il lavoro ha una lunga storia, di cui i luddisti
sono stati uno dei primi esempi. Più recentemente, è stata una delle questioni
chiave degli anni Sessanta tramite la discussione del concetto di «cyberna-
zione», è tornata negli Ottanta e Novanta grazie ai titoli sensazionalistici dei
commenti giornalistici, per poi emergere ancora una volta negli ultimi anni.
L’enorme numero di testi rilevanti in materia include: Ad Hoc Committee, «The
Triple Revolution», International Socialist Review 24: 3, 1964; Donald Michael,
Cybernation: The Silent Conquest, Center for the Study of Democratic
Institution 1962; Paul Mattick, «The Economics of Cybernation», New Politics
1: 4, 1962; David Noble, La questione tecnologica, Bollati Boringhieri 1993;
Jeremy Rifkin, La fine del lavoro: il declino della forza lavoro globale e l’avvento
dell’era post-mercato, Mondadori 2014; Martin Ford, Il futuro senza lavoro.
Accelerazione tecnologica e macchine intelligenti. Come prepararsi alla rivo-
luzione economica in arrivo, Il Saggiatore 2017; Erik Brynjolfsson e Andrew
McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era del-
la tecnologia trionfante, Feltrinelli 2015.
16. Queste stime si riferiscono al mercato del lavoro statunitense ed europeo, ma
numeri simili si ripetono indubbiamente anche a livello globale e, come diremo
in seguito, possono anche essere peggiori nelle economie in via di svilup-
po. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, The Future of Employment: How
Susceptible are Jobs to Computerisation?, 2013, reperibile su oxfordmartin.
ox.ac.uk; Jeremy Bowles, «The Computerisation of European Jobs», Bruegel,
2014, reperibile su bruegel.org; Stuart Elliott, «Anticipating a Luddite Revival»,
Issues in Science and Technology 30: 3, 2014.
17. Karl Marx, Il Capitale.
18. Paul Einzig, The Economic Consequences of Automation, W.W. Norton 1957,

324
NOTE

pag. 78.
19. Thor Berger e Carl Benedikt Frey, Technology Shocks and Urban Evolutions:
Did the Computer Revolution Shift the Fortunes of US Cities?, Oxford Martin
School 2014, pag. 6.
20. James Bessen, «Toil and Technology», Finance & Development 52: 1, 2015,
pag. 17.
21. L’evidenza suggerisce come la diffusione globale delle filiali bancarie stia già
diminuendo. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, Technology at Work: The
Future of Innovation and Employment, Citi – Global Perspective and Solutions
2015, pag. 25-6, reperibile su ir.citi.com.
22. Wassily Leontief, «National Perspective: The Definition of Problem and
Opportunities», in The Long-Term Impact of Technology on Employment and
Unemployment, National Academy of Engineering 1983.
23. Ci sono alcune prove del fatto che stia accadendo, con le aziende che denun-
ciano difficoltà a trovare lavoratori specializzati e l’innalzamento della disparità
di salario tra i lavoratori più e meno specializzati all’interno della stessa azienda.
Bessen, «Toil and Technology», pag. 19.
24. Boyan Jovanovic e Peter L. Rousseau, General Purpose Technologies,
Working Paper, National Bureau of Economic, gennaio 2005, reperibile su
nber.org; George Terbough, The Automation Hysteria: An Appraisal of the
Allarmist View of the Technological Revolution, W.W. Norton 1966, pag. 54-
55. Aaron Benanav e Endnotes, «Misery and Debt», in Endnotes 2: Misery and
the Value Form, Endnotes 2010, pag. 31.
25. Barry Eichengreen, Secular Stagnation: The Long View, National Bureau of
Economic Research, gennaio 2015, pag. 5, reperibile su nber.org.
26. Kalyan Sanyal, Rethinking Capitalist Development: Primitive Accumulation,
Governamentality and Post-Colonial Capitalism, Routhledge India 2013, pag.
55. In particolare, questo significa che questo settore economico è eminen-
temente contemporaneo, e non il residuo di un qualche modo di produzione
precapitalistico.
27. Gabriel Wildau, «China Migration: At the Turning Point», Financial Times, 4
maggio 2015, reperibile su ft.com; «Global Labor Glut Sinking Wages Means
US Needs to Get Schooled», Bloomberg, 4 maggio 2015, reperibile su blo-
omberg.com. Mentre l’Africa deve ancora essere integrata a pieno nel regime
capitalista globale, è da notare come l’integrazione della Cina e degli Stati
post-sovietici abbia generato un’impennata una tantum nella forza lavoro glo-
bale. D’ora in poi, la tendenza sarà di un generale declino dell’importanza di
questo meccanismo nella produzione del surplus di popolazione.
28. Notiamo qui che mentre i primi due meccanismi sono integrali all’accumula-
zione capitalista (cambi nelle forze produttive ed espansione delle relazioni
sociali capitaliste), la terza è una logica distinta dalla sola accumulazione. La
caratteristica empirica di tale gruppo cambia anche col tempo (vedi per esem-
pio l’integrazione delle donne nella forza lavoro negli ultimi quattro decenni).
Lynda Yanz e David Smith, «Women as a Reserve Army of Labour: A Critique»,
Review of Radical Political Economics 15: 1, 1983, pag. 104.
29. In altre parole, queste forme di dominazione sono spesso funzionali al capitali-
smo, anche se le loro funzioni non ne spiegano la genesi.

325
INVENTARE IL FUTURO

30. Ben trentasei milioni di persone sono oggi considerate sotto schiavitù: Global
Slavery Index 2014, Walk Free Foundation 2014.
31. Edward E. Baptist, Half Has Never Been Told: Slavery and the Making of
American Capitalism, Basic Books 2014; Silvia Federici, «Wages Against
Houseworks», in Revolution at Point Zero: Housework, Reproduction and
Feminist Struggle, PM Press 2012.
32. In termini di disoccupazione globale, le donne hanno dovuto affrontare le
conseguenze più dure della crisi negli ultimi anni. ILO, World Employment
and Social Outlook: The Changing Nature of Jobs, International Labour
Organization 2015, pag. 18.
33. Per esempio, gli uomini di colore negli Stati Uniti hanno sofferto in maniera par-
ticolare l’automazione e l’esternalizzazione dell’industria manifatturiera. William
Julius Wilson, When Work Disappears: The World of the New Urban Poor,
Vintage Books 1997, pag. 29-31.
34. Michael McIntyre, «Race, Surplus Population and the Marxist Theory of
Imperialism», Antipode 43: 5, 2011, pag. 1500-2.
35. Qui ci si richiama sostanzialmente alle divisioni operate da Marx tra esercito
flessibile/di riserva, latente e stagnante, aggiornando però quello stesso esem-
pio storico.
36. Gary Fields, Working Hard, Working Poor: A Global Journey, Oxford University
Press 2012, pag. 46.
37. Kalyan Sanyal le descrive come «economie del bisogno». Vedi Sanyal,
Rethinking Capitalist Development.
38. L’area dell’«impiego vulnerabile» oggi ammonta al 48% dell’occupazione totale:
cinque volte di più del livello pre-crisi. Si pensa inoltre che questo numero sia
sottostimato, vista la sua natura informale. ILO, Global Employment Trends
2014: Risk or Jobless Recovery?, International Labour Organization 2014,
pag. 12; David Neilson e Thomas Stubbs, «Relative Surplus Population and
Uneven Development in the Neoliberal Era: Theory and Empirical Application»,
Capital & Class 35, 2011, pag. 443.
39. Secondo la classica formula marxiana, si tratterebbe del tipico schema MDM:
trasformazione di merce in denaro e ritrasformazione di denaro in merce ai fini
della sussistenza. Differisce dalle economie precapitaliste di sussistenza nel
fatto che le merci non sono prodotte per un consumo personale, ma devono
essere necessariamente mediate dal mercato. Sanyal, Rethinking Capitalist
Development, pag. 69-70.
40. Michael Denning, «Wageless Life», New Left Review II/66, novembre/dicem-
bre 2010, pag. 86; ILO, G20 Labour Markets: Outlook, Key Challenges and
Policy Responses, International Labour Organization/OECD/World Bank
2014, reperibile su ilo.org, pag. 8.
41. Marilyn Power, «From Home Production to Wage Labour: Women as a Reserve
Army of Labour», Review of Radical Political Economics 15: 1, 1983.
42. David Harvey, Introduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro e sull’attualità
di Marx, La casa Usher 2014.
43. ILO, Key Indicators of the Labor Market, 8th edn, International Labour
Organization 2013, reperibile su ilo.org.
44. State of the Global Workplace: Employee Engagement Insights for Business

326
NOTE

Leaders Worldwide, Gallup 2013, reperibile su ihrim.org, pag. 27; John


Bellamy Foster, Robert W. McChesney e R. Jamil Jonna, «The Global
Reserve Army of Labor and the New Imperialism», Monthly Review, novem-
bre 2011; Neilson e Stubbs, «Relative Surplus Population». L’Organizzazione
Internazionale del Lavoro stima che in questo momento il 5,9% della po-
polazione lavorativa (ovvero 201 milioni di persone) sia disoccupato, ma
questo dato è determinato da una definizione piuttosto stringente di «disoc-
cupazione» (ILO, World Employment and Social Outlook – Trends 2015,
International Labour Organization 2015, pag. 16, reperibile su ilo.org); basta
lavorare qualche ora per tagliare un prato, guadagnare qualche dollaro ven-
dendo vestiti fatti a mano sul marciapiede di fronte casa, o lavorare in un
call center mentre si ha un dottorato, che per l’Organizzazione Internazionale
del Lavoro questo equivale ad avere un impiego. In poche parole, i lavora-
tori informali, quelli sottoccupati e quelli part-time vengono tutti considerati
tra la popolazione occupata. Ancora per l’Organizzazione Internazionale del
Lavoro, il dato della disoccupazione migliora quando le persone vengono
estromesse dalla forza lavorativa: questo perché una minor forza lavoro com-
plessiva diminuisce anche il tasso di disoccupazione. Una misurazione più
indicativa sarebbe quindi il livello di occupazione all’interno della fascia in
età lavorativa, il che allargherebbe il dato della disoccupazione a circa il 40%
della popolazione (ILO, Global Employment Trends 2014, pag. 18). In misu-
ra simile, l’Organizzazione stima che soltanto metà della forza lavoro globa-
le percepisce un salario (ILO, World Employment and Social Outlook: The
Changing Nature of Jobs, International Labour Organization 2015, pag. 28).
Ma queste misurazioni continuano a sovrastimare il numero di persone impie-
gate, e così per superare queste deficienze sono state tentate altre formule.
Gallup, per esempio, definisce l’«impiego» come un lavoro formalizzato di
almeno trenta ore settimanali: da questo deriva che oltre il 74% della forza la-
voro attuale non rientra nella definizione. Vedi State of the Global Workplace:
Employee Engagement Insight for Business Leaders Worldwide, Gallup
2013, reperibile su ihrim.org, pag. 27. Un altro studio, basato sugli studi
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui disoccupati, sugli impieghi
vulnerabili e su chi è economicamente inattivo, stima il surplus di popolazione
al 61% di coloro che hanno un’età utile al lavoro (calcolo di Neilson e Stubbs,
«Relative Surplus Population», pag. 444). La conclusione da trarre da queste
misurazioni è semplice: il surplus globale è enorme, ben maggiore della forza
lavoro formale.
45. Frantz Fanon, I dannati della Terra, Einaudi 2007, cap. 2; Patricia Connelly,
Last Hired First Fired: Women and the Canadian Work Force, The Women’s
Press 1978.
46. Cleaver usa qui il termine «Lumpen» per riferirsi a ciò che abbiamo finora defini-
to condizione «proletaria». Eldrige Cleaver, «On Lumpen Ideology», The Black
Scholar 4: 3, 1972, pag. 9-10.
47. Mattick, «Economics of Cybernation», pag. 19.
48. Benavav e Endnotes, «Misery and Debt»; Fredric Jameson, Rappresentare il
Capitale. Una lettura del primo libro, Bruno Mondadori 2013. In linea generale
potremmo distinguere due modi in cui il concetto di surplus di popolazione ha

327
INVENTARE IL FUTURO

funzionato nei recenti dibattiti. Un’argomentazione comune tende a sovrapporre


un particolare gruppo sociale (per esempio, le minoranze nere) con il surplus
di popolazione in sé. Un’altra argomentazione, meno usata, prende in esame
il fatto che il surplus di popolazione è frutto di una tendenza secolare che da
sempre ne aumenta le dimensioni.
49. Marx, Il Capitale, Libro I.
50. Richard Duboff, «Full Employment: The History of a Receding Target», Politics
& Society 7: 1, 1977, pag. 7-8.
51. Sebbene il NAIRU sia una misurazione opinabile per il pieno impiego, vale la
pena notare come il periodo postbellico vide il tasso di disoccupazione atte-
starsi ben al di sotto del NAIRU stesso, mentre il periodo neoliberale lo fece
aumentare fino a superarlo. Jared Bernstein e Dean Baker, «Full Employment:
The Recovery’s Missing Ingredient», Washington Post, 3 novembre 2014,
pag. 10; José Nun, «The End of Work and the “Marginal Mass” Thesis», Latin
American Perspectives 27: 1, 2000, pag. 8; Guy Standing, Precari: la nuova
classe esplosiva, Il Mulino 2012; Jeffrey Straussman, «The “Reserve Army” of
Unemployed Revisited», Society 14: 3, 1977, p. 42.
52. Economic Projection of Federal Reserve Board Members and Federal Reserve
Bank Presidents, Federal Reserve Board, dicembre 2014, reperibile su fede-
ral-reserve.gov, pag. 1.
53. Claire Cain Miller, «As Robots Grow Smarter, American Workers Struggle to
Keep Up», New York Times, 15 dicembre 2014.
54. Bureau of Labor Statistics, «Civilian Employment-Population Ratio», Federal
Reserve Bank of St Louis 2014, reperibile su research.stlouisfed.org;
Deepankar Basu, The Reserve Army of Labour in the Postwar US Economy:
Some Stock and Flow Estimates, University of Massachusetts 2012, pag. 7.
55. ILO, Global Employment Trends 2014, pag. 17.
56. Il tasso di crescita lavorativa è crollato dall’1,7% registrato tra 1991 e
2007, all’1,2% del periodo 2007-2014. ILO, World Employment and Social
Outlook, pag. 29.
57. Ibid.
58. I lavoratori delle economie in via di sviluppo hanno ovviamente vissuto a lungo
in condizione di precarietà. Il rinnovato interesse nei confronti della precarietà è
più un sintomo del collasso di quel modello di lavoro peculiare delle economie
sviluppate nel periodo postbellico.
59. Un’analisi più approfondita di queste caratteristiche è reperibile in Standing,
Precari.
60. Marx, Il Capitale, Libro I.
61. Francis Green, Tarek Mostafa, Agnès Parent-Thirion, Greet Vermeylen, Gijs
van Houten, Isabella Biletta e Maija Lyly-Yrjanainene, «Is Job Quality Becoming
More Unequal?», Industrial & Labor Relation Review 66: 4, 2013, pag. 770-1;
Andrew Glyn, Capitalismo scatenato. Globalizzazione, competitività e welfare,
Brioschi 2007.
62. Carrie Gleason e Susan Lambert, Uncertainty by the Hour, pag. 1-3, reperibile
su opensocietyfoundation.org.
63. Mentre questo aspetto della precarietà è stato spesso enfatizzato, il lavoro
irregolare rimane ancora una piccola porzione del mercato del lavoro nel-

328
NOTE

le economie avanzate dei paesi capitalisti. Kim Moody, «Precarious Work,


“Compression” and Class Struggle “Leaps”», RS21, 10 febbraio 2015, re-
peribile su rs21.org.uk. Si stima che circa un quarto dei lavoratori nelle eco-
nomie sviluppate abbia contratti temporanei o non li abbia proprio. ILO, World
Employment and Social Outlook, pag. 30.
64. Self-Employed Workers in the UK – 2014, London: Office for National Statistic
2014, reperibile su ons.gov.uk.
65. Bureau of Labor Statistics, «Employment Level – Part-Time for Economic
Reasons, All Industries».
66. Le statistiche ufficiali dicono che 1,4 milioni di persone in Gran Bretagna lavo-
rano con contratti a zero ore. Vedi Analysis of Employment Contracts that Do
Not Guarantee a Minimum Number of Hours, Office for National Statistics, 30
aprile 2014, reperibile su ons.gov.uk.
67. Dean Baker e Jared Bernstein, Getting Back to Full Employment: A Better
Bargain for Working People, Center for Economic and Policy Research 2013,
pag. 12.
68. Baker e Bernstein, «Full Employment».
69. In un sondaggio tra esperti di economia mainstream, il 43% degli intervistati si
è detto d’accordo col fatto che la tecnologia abbia giocato un ruolo centrale
nella stagnazione dei salari, di contro al 28% che non intravedeva legami. «Pool
Results: Robots», IGM Forum, 25 febbraio 2014, reperibile su igmchicago.org.
70. ILO, G20 Labour Markets, pag. 5; The Slow Recovery of the Labor Market,
US Congressional Budget Office, febbraio 2014, reperibile su cbo.gov, p. 6;
Ciaren Taylor, Andrew Jowett e Michael Hardie, «An Examination of Falling
Real Wages, 2010-2013», Office for National Statistics 2014, reperibile su
ons.gov.uk.
71. Il livello dei risparmi personali in America è crollato drasticamente dal 1970 a
oggi. US Bureau of Economic Analysis, «Personal Saving Rate».
72. «Share of US Workers Living Paycheck to Paycheck Continues Decline from
Recession-Era Peak, Finds Annual CareerBuilder Survey», CareerBuilder,
25 settembre 2013, reperibile su careerbuilder.com; 8 Million People One
Paycheque Away from Losing Their Home, Shelter, 11 aprile 2013, reperibile
su england.shelter.org.uk.
73. Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Il
Mulino 2015.
74. Carlos Nordt, Ingeborg Warnke, Erich Seifritz e Wolfram Kawohl, «Modelling
Suicide and Unemployment: A Longitudinal Analysis Covering 63 Countries,
2000-11», Lancet, 2015, pag. 5; Justin Wolfers, Is Business Cycle Volatility
Costly? Evidence from Surveys of Subjective Wellbeing, National Bureau
of Economic Research 2003, reperibile su nber.org; Nikolaos Antonakakis e
Alan Collins, «The Impact of Fiscal Austerity on Suicide: On the Empirics of a
Modern Greek Tragedy», Social Science & Medicine 112, luglio 2014; Karen
McVeigh, «DWP Urged to Publish Inquiries on Benefit Claimant Suicides»,
Guardian, 14 dicembre 2014.
75. Ben Bernake, «The Jobless Recovery», articolo presentato al Global Economic
and Investment Outlook Conference, Carnegie Mellon University, 6 novembre
2003, reperibile su federalreserve.com.

329
INVENTARE IL FUTURO

76. Olivier Coibon, Yuriy Gorodnichenko e Dmitri Koustas, Amerisclerosis? The


Puzzle of Rising US Unemployment Persistence, Brooking Papers on Econom-
ic Activity, Brookings Institution, autunno 2013, reperibile su brookings.edu.
77. Natalia Kolesnikova e Yang Liu, «Jobless Recoveries: Causes and Conse-
quences», Regional Economist, aprile 2011, reperibile su stlouisfed.org.
78. Slow Recovery of the Labor Market, pag. 2; Bureau of Labor Statistics,
«Employed, Usually Work Full Time».
79. ILO, G20 Labour Markets, pag. 4.
80. È stato suggerito che una delle ragioni di tale connessione è che, in scia a una
recessione, le imprese non si assumono il rischio di nuove assunzioni in posi-
zioni automatizzabili. Nir Jaimovich e Henry E. Siu, The Trend Is the Cycle: Jobs
Polarization and Jobless Recoveries, National Bureau of Economic Research
2012, reperibile su nber.org, pag. 29.
81. La distinzione tra routine e non-routine spiega i dati meglio che la divisione in
livelli di istruzione, o tra lavori manifatturieri e legati ai servizi. Ibid.
82. Negli scorsi tre decenni il 92% della perdita di posti di lavoro negli ambiti auto-
matizzabili di media specializzazione si è verificato nei primi dodici mesi di una
recessione. Ibid.
83. Nelle recessioni passate i lavori di routine non sono mai stati recuperati. Ibid.,
pag. 14.
84. ILO, Global Employment Trends 2014, pag. 11-12. Bureau of Labor Statistics,
«Of Total Unemployed, Percent Unemployed 27 Weeks and Over», Federal
Reserve Economic Data, Federal Reserve Bank of St Louis, 1 gennaio 1948;
Eurostat, «Long Term Unemployment Rate», Eurostat 2015, reperibile su
ec.europa.eu.
85. Alan Krueger, Judd Cramer e David Cho, «Are the Long Term Unemployed on
the Margins of the Labor Market?», Brookings Papers on Economic Activity,
primavera 2014.
86. Loïc Wacquant, «The Rise of Advanced Marginality: Notes on Its Nature and
Implications», Acta Sociologica 39: 2, 1996, pag. 125; Richard Florida, Zara
Matheson, Patrick Adler e Taylor Brydges, The Divided City and the Shape of
the New Metropolis, Martin Prosperity Institute, 2014, reperibile su martinpro-
sperity.org.
87. William Julius Wilson, When Work Disappears: The World of the New Urban
Poor, Vintage Books 1997, pag. 15.
88. Loïc Wacquant, «Class, Race and Hyperincarceration in Revanchist America»,
Socialism and Democracy 28: 3, 2014, pag. 46.
89. Frances Fox Piven e Richard Cloward, Poor People’s Movements: Why They
Succeed, How They Fail, Random House 1988, pag. 191.
90. Michelle Alexander, The New Jim Crow, New Press 2012, pag. 218.
91. Il numero di uomini di colore impiegati nell’industria venne quasi dimezzato tra
1973 e 1987. Wilson, When Work Disappears, pag. 29-31.
92. Ibid.
93, Ibid.
94. Wacquant, «Rise of Advanced Marginality», pag. 127.
95. Va considerato che l’economia informale è notoriamente difficile da quantifi-
care, pur comportando una grossa parte dell’economia globale. Per un qua-

330
NOTE

dro d’insieme dei metodi di misurazione dell’economia ombra globale, vedi


Friedrich Schneider e Andreas Buehn, Estimating the Size of the Shadow
Economy: Methods, Problems, and Open Questions, CESifo Working Paper
Series, n. 4448, 2013, reperibile su papers.ssrn.com. Per una più detta-
gliata lettura etnografica di un’economia informale urbana vedi Sudhir Alladi
Venkatesh, Off the Books: The Underground Economy of the Urban Poor,
Harvard University Press 2006.
96. Le Nazioni Unite ritengono che nelle economie in via di sviluppo due quinti del-
la forza lavoro sia impiegata nel settore informale, mentre altre ricerche deno-
tano un aumento significativo di queste proporzioni tra il 1985 e il 2007. Mike
Davis, Planet of Slums, Verso 2006, pag. 176; Friedrich Schneider, Outside
the State: The Shadow Economy and the Shadow Economy Labour Force,
2014, reperibile su econ.jku.at, pag. 20.
97. UN-Habitat, The Challenge of Slums: Global Report on Human Settlements
2003, UN-Habitat 2003, reperibile su mirror.unhabitat.org, pag. 46.
98. Karl Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della
nostra epoca, Einaudi 2010.
99. Jan Breman, «Introduction: The Great Transformation in the Setting of Asia»,
in Outcast Labour in Asia: Circulation and Informatization of the Workface at
the Bottom of Economy, Oxford University Press 2012, pag. 8-9; Nicholas
Kaldor, Stategic Factors in Economic Development, New York State School of
Industrial and Labor Relations 1967.
100. Jan Breman, «A Bogus Concept?», New Left Review, novembre/dicembre
2013, pag. 137.
101. Sukti Dasgupta e Ajit Singh, Manufacturing Services and Premature
Deindustrialization in Developing Countries: A Kaldorian Analysis, World
Institute for Development Economics Research 2006, reperibile su ideas.
repec.org, pag. 6; Breman, «Introduction», pag. 2; Fields, Working Hard,
Working Poor, pag. 58; Davis, Planet of Slums, pag. 15.
102. Davis, Planet of Slums, pag. 175; Breman, «Introduction», pag. 3-8; George
Ciccariello-Maher, We Created Chàvez: A People’s History of the Venezuelan
Revolution, Duke University Press 2013, cap. 9.
103. Sassen, Espulsioni, cap. 2.
104. Sanyal, Rethinking Capitalist Development, pag. 69.
105. Davis, Planet of the Slums, pag. 181-2.
106. Più che al 30/40% della totalità della forza lavoro impiegata, l’industria è oggi
vicina al 15/20%, con un prodotto interno lordo procapite che si attesta sui
3000 dollari circa, anziché sui 10.000. Dani Rodrik, «The Perils of Premature
Deindustrialization», Project Syndicate, 11 ottobre 2013, reperibile su
project-syndicate.org, pag. 5.
107. Dal 1996 sono andati persi oltre 30 milioni di posti di lavoro nel settore dell’in-
dustria. Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee e Michael Spence, «New World
Order», Foreign Affairs, agosto 2014.
108. Manfred Elfstrom e Sarosh Kuruvilla, «The Changing Nature of Labor Unrest in
China», ILR Review 67: 2, 2014.
109. I salari reali sono aumentati del 300% tra il 2000 e il 2010. ILO, Global
Wage Report 2012/13: Wages and Equitable Growth, International Labour

331
INVENTARE IL FUTURO

Organization 2013, reperibile su ilo.org, pag. 20.


110. ILO, Global Employment Trends 2014, pag. 29.
111. International Federation of Robotics, World Robotics: Industrial Robots 2014,
International Federation of Robotics 2014, reperibile su worldrobotics.org,
pag. 19; Lee Chyen Yee e Clare Jim, «Foxconn to Rely More on Robots; Could
Use 1 Million in 3 Years», Reuters, agosto 2011; «Guangzhou Spurs Robot
Use Amid Rising Labor Costs», China Daily, 16 aprile 2014, reperibile su
chinadaily.com.cn; Angelo Young, «Nike Unloads Contract Factory Workers,
Showing How Automation is Costing Jobs of Vulnerable Emerging Market
Laborers», International Business Times, 20 maggio 2014.
112. Majority of Large Manufacturers Are Now Planning or Considering «Reshoring»
from China to the US, Boston Consulting Group, 24 settembre 2013, repe-
ribile su bcg.com; Stephanie Clifford, «US Textile Plants Return, with Floors
Largely Empty of People», New York Times, 19 settembre 2013.
113. Dani Rodrik, Premature Deindustrialization, Bureau for Research and Economic
Analysis of Development 2015, reperibile su ipl.econ.duke.edu, pag. 2.
114. Fiona Tregenna, Manufacturing Productivity, Deindustrialization and
Reindustrialization, World Institute for Developing Economic Research 2011,
reperibile su econstor.eu, pag. 11.
115. Su una forza lavoro complessiva di 481 milioni di persone, soltanto un milione
di individui lavorano in questo settore. Fields, Working Hard, Working Poor,
pag. 51.
116. Frey e Osborne, Technology at Work, pag. 62; Brynjolfsson e McAfee, La nuo-
va rivoluzione delle macchine.
117. Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Pgreco 2012.
118. Questo spiega perché, nonostante l’enorme massa di popolazione proletaria in
Cina, questo surplus di lavoro stia diventando un problema reale nel momento
in cui i salari aumentano.
119. Göran Therborn, Why Some People Are More Unemployed Than Others: The
Strange Paradox of Growth and Unemployment, Verso 1991, pag. 23-4.
120. Harvey, Introduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro e sull’attualità di
Marx, La casa Usher 2014.
121. L’intervento politico viene spesso trascurato dagli autori più ottimisti sull’e-
sperienza storica dell’automazione. Vedi per esempio George Terbough, The
Automation Hysteria: An Appraisal of the Alarmist View of the Technological
Revolution, W.W. Norton 1966.
122. Lewis Corey, The Decline of American Capitalism, Covici Friede 1934, pag. 272.
123. Harry Braverman, «Automation: Promise and Menace», American Socialist, ot-
tobre 1955, reperibile su marxist.org; Benanav e Endnotes, «Misery and Debt»,
pag. 36; Duboff, «Full Employment», pag. 1.
124. Benjamin Kline Hunnicutt, Work Without End: Abandoning Shorter Hours for
the Right to Work, Temple University Press 1988, pag. 259-60.
125. Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della
razionalità neoliberista, DeriveApprodi 2013.
126. ILO, «Trends», World Employment and Social Outlook, pag. 23.
127. Peter Cappelli, «The Path Not Studied: Schools of Dreams More Education
Is Not an Economic Elixir», Issues in Science and Technology, 27 novembre

332
NOTE

2013, reperibile su issues.org; Stanley Aronowitz, Dawn Esposito, William


DiFazio e Margaret Yard, «The Post-Work Manifesto», in Stanley Aronowitz e
Jonathan Cutler (a cura di), Post-Work: The Wages of Cybernation, Routledge
1998, pag. 48; Stefan Collini, What Are Universities For?, Penguin 2012;
Andrew McGettigan, The Great University Gamble: Money, Markets and the
Future of Higher Education, Pluto 2013.
128. Standing, Precari.
129. È da notare come persino Paul Krugman e Lawrence Summers nutrano dubbi
sul fatto che l’aggiornamento professionale possa risolvere questo ordine di
problemi. Paul Krugman, «Sympathy for the Luddites», New York Times, 13
giugno 2013; Lawrence Summers, «Roundtable: The Future of Jobs», pre-
sentato a The Future of Work in the Age of the Machine, Hamilton Project,
Washington, 19 febbraio 2015, reperibile su hamiltonproject.org.
130. Glyn, Capitalism Unleashed, pag. 27-31.
131. Harvey, Introduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro e sull’attualità di Marx.
132. Le rilevazioni suggeriscono che il tasso di crescita annuale sia stato del 2%, ben
al di sotto degli standard di crescita del PIL globale. Chris Williamson, «January’s
PMI Surveys Signal First Global Growth Upturn for Six Months», Markit, 4 feb-
braio 2015, reperibile su markit.com. Altri studi ritengono che la crescita sia
stata maggiore, ma i risultati sono andati peggiorando in tutte le economie in
via di sviluppo sin da prima che iniziasse la crisi, e la stima della produzione
globale potenziale è stata continuamente rivista al ribasso anche in seguito.
World Economic Output 2015: Uneven Growth Short- and Long-Term Factors,
International Monetary Fund 2015, pag. 69-71, reperibile su imf.ogr.
133. Senza pretendere di pronunciarsi sulle diverse spiegazioni che sono state por-
tate a riguardo, vogliamo comunque mettere in risalto il crescente consenso
su una nuova era contrassegnata dalla minor crescita: Andrew Kliman, «What
Lies Ahead: Accelerating Growth or Secular Stagnation?», E-International
Relations, 24 gennaio 2014, reperibile su e-ir.info; Robert Gordon, Is the US
Economic Growth Over? Faltering Innovation Confronts the Six Headwinds,
National Bureau of Economic Research, agosto 2012, reperibile su nber.
org; Lawrence Summers, «US Economic Prospects: Secular Stagnation,
Hysteresis, and the Zero Lower Bound», Business Economics 49: 2, 2014;
Tyler Cowen, The Great Stagnation: How America Ate All the Low Hanging
Fruit of Modern History, Got Sick, and Will (Eventually) Feel Better, Dutton
2011; Coen Teulings e Richard Baldwin (a cura di), Secular Stagnation: Facts,
Causes and Cures, CEPR 2014.
134. Cowen, Great Stagnation, pag. 47-48.
135. Thor Berger e Carl Benedikt Frey, Industrial Renewal in the 21st Century:
Evidence from US Cities?, Oxford Martin School 2014.
136. Dati presi da: Bureau of Labor Statistics, «Table 1. Private Sector Gross Jobs
Gains and Losses by Establishment Age»; Bureau of Labor Statistics, «Table
5. Number of Private Sector Establishment By Age».
137. Questa è una posizione comune a molti economisti di centrosinista. Vedi
Baker e Bernstein, Getting Back to Full Employment; Pavlina Tcherneva,
Beyond Full Employment: The Employer of Last Resort as an Institution for
Change, Levy Economics Institute of Bard College, settembre 2012, reperi-

333
INVENTARE IL FUTURO

bile su lebyinstitute.org.
138. Danning, «Wageless Life», pag. 84-6.
139. Aaron Bastani, «Weaponising Workfare», openDemocracy, 22 marzo 2013, re-
peribile su opendemocracy.net; Joe Davidson, «Workfare and the Management
of the Consolidated Surplus Population», Spectre 1, 2013, reperibile su
spectrecambridge.wordpress.com; Marta Russell, «The New Reserve Army of
Labor?», Review of Political Economics 33: 2, 2001.
140. Aufheben, «Editorial: The “New” Workfare Schemes in Historical and Class
Context», Aufheben 21, 2012, reperibile su libcom.org, pag. 4.
141. «Nel 1820 la Gran Bretagna aveva una popolazione di 12 milioni di abitanti,
ma tra il 1820 e il 1915 emigrarono in 16 milioni. In altre parole, più della metà
dell’incremento demografico emigrò ogni anno. Nello stesso periodo, il totale
dell’emigrazione europea verso il Nuovo Mondo (“regioni temperate con inse-
diamenti bianchi”) fu di 50 milioni di persone.» Foster, McChesney e Jonna,
«The Global Reserve Army of Labor and the New Imperialism»; Davis, Planet of
Slums, pag. 183.
142. Per esempio, negli anni Settanta e Ottanta la Svizzera mantenne un tas-
so di disoccupazione basso, nonostante una crescita lenta, rimpatriando gli
immigrati italiani. Therborn, Why Some People Are More Unemployed than
Others, pag. 28.
143. Tara Brian e Frank Laczko (a cura di), Fatal Journeys: Tracking Lives Lost
During Migration, ILO 2014, reperibile su publications.iom.int, pag. 12.
144. Dennis Arnold e John Pickles, «Global Work, Surplus Labor and the Precarious
Economies of the Border», Antipode 43: 5, 2011.
145. Tra il 1998 e il 2013 la popolazione carceraria è aumentata dal 25 al 30%,
mentre la popolazione mondiale è aumentata del 20%. Roy Walmsley, World
Prison Population List, International Centre for Prison Studies 2013, reperibile
su prisonstudies.org, pag. 1.
146. Molly Moore, «In France, Prisons Filled with Muslims», Washington Post, 29
aprile 2008; Scott Gilmore, «Canada’s Racism Problem? It’s Even Worse than
America’s», Macleans, 22 gennaio 2015, reperibile su macleans.ca; Jaime
Amparo-Alves, «Living in the Necropolis: Homo Sacer and the Black Inhuman
Condition in Sao Paulo/Brazil», presentato al Critical Ethnic Studies and the
Future of Genocide, Univesity of California, Riverside, marzo 2011, reperibile
su repositories.lib.utexas.edu.
147. Alexander, New Jim Crow, pag. 13.
148. George S. Rigakos e Aysegul Ergul, «Policing the Industrial Reserve Army: An
International Study», Crime, Law and Social Change 56: 4, 2011, pag. 355.
149. Angela Y. Davis, «Deepening the Debate over Mass Incarceration», Socialism
and Democracy 28: 3, 2014, pag. 16.
150. È sufficiente indicare qui due punti: che il picco nella costruzione di carceri
fu raggiunto in un periodo di diminuzione del tasso di criminalità e che, ben-
ché il tasso di criminalità sia rimasto costante negli ultimi trent’anni, gli Stati
Uniti sono diventati sei volte più punitivi. Alexander, New Jim Crow, pag. 218;
Wacquant, «Class, Race and Hyperincarceration», pag. 45.
151. Wacquant, «Class, Race and Hyperincarceration», pag. 42.
152. In California l’80% degli accusati si avvale di un avvocato d’ufficio. Ruth Wilson

334
NOTE

Gilmore, «Globalisation and US Prison Growth: From Military Keynesianism to


Post-Keynesian Militarism», Race & Class 40: 2-3, 1998-1999, pag. 172.
153. Wacquant, «Class, Race and Hyperincarceration», pag. 44.
154. Derek Neal e Armin Rick, The Prison Boom and the Lack of Black Progress
after Smith and Welch, National Bureau of Economic Research, 2014, reperi-
bile su nber.org, pag. 2.
155. Wacquant, «Class, Race and Hyperincarceration», pag. 43.
156. Wacquant, «From Slavery to Mass Incarceration: Rethinking the “Race”
Question in America», New Left Review II/13, gennaio-febbraio 2002, pag. 42.
157. Ibid.; Alexander, New Jim Crow, pag. 219.
158. Wacquant, «From Slavery to Mass Incarceration», pag. 57-8; Rocamadur, «The
Feral Underclass Hits the Streets: On English Riots and Other Ordeals», Sic
2, 2014, reperibile su communisation.net, pag. 104, n. 10.
159. Jeremy Travis, Bruce Western e Steve Redburn, The Growth of Incarceration in
the United States: Exploring Causes and Consequences, National Academies
Press 2014, pag. 258; Neal e Rick, Prison Boom and the Lack of Black
Progress, pag. 34.
160. Le dinamiche che inducono i sindacati e i movimenti sociali ad adattarsi a nuovi
obiettivi devono essere necessariamente risolti nella pratica e nei contesti lo-
cali. I sindacati hanno modi e strutture differenti nazione per nazione e settore
per settore, rendendo di fatto obbligatori degli approcci su misura.
161. Per esempio, i recenti scioperi nei fast food hanno generato diverse previ-
sioni secondo cui l’aumento dei salari minimi incentiverebbe l’automazione.
Considerato quanto siano miserevoli questi lavori, riteniamo la loro automazio-
ne un effetto inequivocabilmente positivo. Steven Greenhouse, «$15 Wage in
Fast Food Stirs Debate on Effects», New York Times, 4 dicembre 2013.
162. Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia, Piano B 2009.
163. Per una riflessione su come questo possa realizzarsi in pratica, vedi Angela Y.
Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza
del capitale, minimum fax, 2009.

CAPITOLO 6
1. In maniera sia implicita che esplicita, questo capitolo deve molto al lavoro di
Kathi Weeks. Vedi Kathi Weeks, The Problem with Work: Feminism, Marxism,
Antiwork Politics and Postwork Imaginaries, Duke University Press 2011.
2. «Communiqué from an Absent Future», We Want Everything, 24 settembre
2009, reperibile su wewanteverything.wordpress.com.
3. Ben Trott, «Walking in the Right Direction?», Turbulence 1, 2007, reperibi-
le su turbulence.org.uk; Marco Deseriis e Jodi Dean, «A Movement Without
Demands?», Possible Futures, 3 gennaio 2012, reperibile su possible-futu-
res.org; Bertie Russell, «Demanding the Future? What a Demand Can Do»,
Journal of Aesthetics and Protest, 2014, reperibile su joaap.org.
4. Weeks, Problem with Work, pag. 218-24, 175.
5. Questo è un aspetto che le distingue dalle «richieste di transizione» articolate
da Leon Trotsky. Vedi Trott, «Walking in the Right Direction?»; Leon Trotsky,
Programma di transizione. L’agonia mortale del capitalismo e i compiti della
Quarta internazionale, Massari 2009.

335
INVENTARE IL FUTURO

6. Sui criteri di desiderabilità, applicabilità e fattibilità vedi Erik Olin Wright,


Envisioning Real Utopias, Verso 2010, pag. 20-5.
7. Come esempi della prima opzione vedi il movimento stakanovista o i commenti
di Lenin al metodo di gestione taylorista: «I russi sono cattivi lavoratori se para-
gonati a quelli delle nazioni avanzate... dobbiamo organizzare in Russia lo studio
e l’insegnamento del sistema taylorista e tentare sistematicamente di adattarlo
ai nostri bisogni.» Vladimir Lenin, «I compiti immediati del potere sovietico», in
Lenin, Opere, vol. 27, Editori Riuniti 1967; Lewis H. Siegelbaum, Stakhanovism
and the Politics of Productivity in USSR, 1935-1941, Cambridge University
Press 1990. Per una critica all’idea di libertà senza abbondanza vedi l’afferma-
zione di Marx e Engels nell’Ideologia tedesca: «Questo sviluppo delle forze pro-
duttive […] è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché
senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria».
8. Non le analizzeremo qui per problemi di spazio, ma ci sono importanti que-
stioni etiche attorno al rapporto tra macchine e lavoro – in particolare riguardo
l’intelligenza artificiale. Tali problematiche sono destinate a diventare sempre
più importanti nei prossimi decenni. Per un maggiore approfondimento vedi
Thomas Metzinger, Il tunnel dell’Io. Scienza della mente e mito del soggetto,
Cortina 2009; Illah Reza Nourbakhsh, Robot fra noi. Le creature intelligenti
che stiamo per costruire, Bollati Boringhieri 2014.
9. Mentre la fine del lavoro è un tema comune nella sinistra, la richiesta di pie-
na automazione trova, sorprendentemente, poche esternazioni esplicite. Vedi,
per esempio, Eldridge Cleaver, «On Lumpen Ideology», The Black Scholar
4: 3, 1972; Valerie Solanas, SCUM – Manifesto per l’eliminazione dei ma-
schi, ES 2013; J. Jesse Ramìrez, «Marcuse Among the Technocrats: America,
Automation and Postcapitalist Utopias, 1900-1941», American Studies 57: 1,
2012. Più di recente Aaron Bastani di NovaraMedia si è appellato a un «co-
munismo di lusso e pienamente automatizzato» e membri del collettivo Plan C
hanno fatto un simile appello al «luxury communism»: discussione a cui questo
libro tenta di contribuire.
10. «Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è il compito storico e la
legittimazione del capitale. Appunto così esso crea inconsciamente le con-
dizioni materiali di una forma di produzione superiore», Karl Marx, Il Capitale,
Libro III, cap. 15.
11. Marilyn Fischer, «Tensions from Technology in Marx’s Communist Society»,
Journal of Value Inquiry 16: 2, 1982, pag. 125-126; Carl Benedikt Frey e
Michael Osborne, The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to
Computerisation?, 17 settembre 2013, reperibile su oxfordmartin.ox.ac.ul,
pag. 8; Karl Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 13-15.
12. Karl Marx, Grundrisse, PiGreco 2011.
13. Karl Marx, Il Capitale.
14. Maarten Goos, How the World of Work Is Changing: A Review of the
Evidence, ILO 2013, reperibile su ilo.org, pag. 10-12; Frey e Osborne, Future
of Employment, pag. 10.
15. Bruno Latour, «How to Write “The Prince” for Machines as Well as
Machinations», in Brian Elliot (a cura di), Technology and Social Change,
Edinburgh University Press 1988, pag. 27.

336
NOTE

16. Fiona Tregenna, Manufacturing Productivity, Deindustrialization and Reindus-


trialization, World Institute for Development Economics Research 2011, reperi-
bile su econstor.eu, pag. 7.
17. Colin Gill, Work, Unemployment and the New Technology, Polity 1985, pag. 95.
18. Tessa Morris-Suzuki, «Robots and Capitalism», in Jim Davis, Thomas Hirschl e
Michael Stack (a cura di), Cutting Edge: Technology, Information, Capitalism
and Social Revolution, Verso 1997, pag. 15; World Robotics: Industrial
Robots 2014, International Federation of Robotics 2014, reperibile su worl-
drobotics.org, pag. 15.
19. A livello globale, il 45% dei lavoratori è impiegato nei servizi, il 32% nell’agri-
coltura e il 23% nell’industria, ma più della metà della crescita occupazionale
proviene dal settore dei servizi. Global Employment Trends 2014: Risk of a
Jobless Recovery?, ILO 2014, pag. 23.
20. Frey e Osborne, Future of Employment, pag. 11.
21. Questa cifra non include i molti robot venduti per servizi d’intrattenimen-
to, domestici e per servizi personali. World Robotics: Service Robots 2014,
International Federation of Robotics 2014, reperibile su worldrobotics.org,
pag. 20.
22. Negli Stati Uniti in questo periodo i lavori di routine sono diminuiti dal 60 al
40%. David Autor, Frank Levy e Richard Murnane, «The Skill Content of
Recent Technological Change: An Empirical Exploration», Quarterly Journal
of Economics 118: 4, 2003, pag. 1296; Stefania Albanesi, Victoria Gregory,
Christina Patterson e Ayşegül Şahin, «Is Job Polarization Holding Back the Job
Market?», Liberty Street Economic, 27 marzo 2013, reperibile su libertystreete-
conomics.newyorkfed.org.
23. Guido Matias Cortes, Nir Jaimovich, Christopher J. Nekarda e Henry E. Siu,
The Micro and Macro of Disappearing Routine Jobs: A Flows Approach,
National Bureau of Economic Research, luglio 2014, reperibile su nber.org.
24. David Autor, Polanyi’s Paradox and the Shape of Employment Growth,
National Bureau of Economic Research, settembre 2014, reperibile su nber.
org; Maarten Goos, Alan Manning e Anna Salomons, «Job Polarization in
Europe», American Economic Review 99: 2, 2009.
25. Morris-Suzuki, «Robots and Capitalism», pag. 17.
26. L’importanza della stampa 3D (o della cosiddetta produzione additiva) sta in
primo luogo nella sua capacità di creare complessità a partire da tecnologie
semplici: tutto può essere creato in questo modo, dalle case ai motori dei jet
passando per gli organi per trapianti. In secondo luogo, la sua capacità di
ridurre drasticamente i costi di costruzione (in termini sia di materie prime che
di forza lavoro) preannuncia una nuova era nella realizzazione di moduli infra-
struttutturali e abitativi. Infine, la sua flessibilità è un progresso notevole, poiché
permette di superare i tradizionali costi associati al rinnovo di investimenti fissi
per nuove linee di produzione.
27. Le aziende saranno probabilmente le prime ad adottare questa tecnologia, visto
l’enorme risparmio che può comportare. I governi e i servizi di pubblica utilità
(come i treni metropolitani automatici già in funzione a Londra e altrove) saranno
probabilmente la seconda ondata di fruitori. Infine, a seguito di modifiche legali e
assicurative, i consumatori saranno costretti ad adottare questa tecnologia.

337
INVENTARE IL FUTURO

28. Isaac Arnsdorf, «Rolls-Royce Drone Ships Challenge $375 Billion Industry:
Freight», Bloomberg, 25 febbraio 2014, reperibile su bloomberg.com; «Amazon
Testing Drones for Deliveries», BBC News, 2 dicembre 2013; Danielle Kucera,
«Amazon Acquires Kiva Systems in Second-Biggest Takeover», Bloomberg,
19 marzo 2012, reperibile su bloomberg.com; Vicky Validakis, «Rio’s Driverless
Truck Move 100 Million Tonnes», Mining Australia, 24 aprile 2013, reperibile
su miningaustralia.com.au; Elise Hu, «The Fast Food Restaurant that Require
Few Human Workers», 29 agosto 2013, reperibile su npr.org; Christopher
Steiner, Automate This: How Algorithms Came to Rule Our World, Penguin/
Portfolio 2012; Mark Levinson, The Box: How the Shipping Container Made
the World Smaller and the World Economy Bigger, Princeton University Press
2008; Daniel Beunza, Donald MacKenzie, Yuval Milo e Juan Pablo Pardo-
Guerra, Impersonal Efficiency and the Dangers of a Fully Automated Security
Exchange, Foresight 2011.
29. Per un riepilogo un po’ datato ma ancora utile dei vari processi di automazione
vedi Ramin Ramtin, Capitalism and Automation: Revolution in Technology and
Capitalist Breakdown, Pluto 1991, cap. 4.
30. Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine,
Feltrinelli 2015, cap. 2-4.
31. Ibid., cap. 1; Frey e Osborne, Future of Employment, pag. 44.
32. Paul Lippe e Daniel Martin Katz, «10 Prediction About How IBM’s Watson
Will Impact the Legal Profession», ABA Journal, 2 ottobre 2014, reperibile su
abajournal.com.
33. Brynjolfsson e McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine, cap. 2.
34. Dave Cliff, Dan Brown e Philip Treleaven, Technology Trends in the Financial
Markets: A 2020 Vision, Foresight 2011, pag. 36. L’esatta tempistica dell’au-
tomazione dei mercati finanziari dipende dal singolo prodotto preso in esa-
me. Per un profilo dell’adozione incostante dell’automazione nel trading, vedi
Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, Technology at Work: The Future of
Innovation and Employment, Citi – Global Perspective and Solution 2015,
pag. 26-7, reperibile su ir.citi.com.
35. Vauhini Vara, «The Lowe’s Robot and the Future of Service Work», New Yorker,
29 ottobre 2014.
36. Frey e Osborne, Future of Employment, pag. 19.
37. Ibid.
38. In un inaspettato revival della teoria marxista più classica, due recenti model-
li hanno suggerito che l’automazione porterà all’impoverimento dei lavoratori:
Jeffrey Sachs, Seth Benzell e Guillermo LaGarda, Robots: Curse or Blessing?
A Basic Framework, National Bureau of Economic Research, aprile 2015,
reperibile su nber.org; Seth Benzell, Laurence Kotlikoff, Guillermo LaGarda
e Jeffrey Sachs, Robots Are Us: Some Economics of Human Replacement,
National Bureau of Economic Research, febbraio 2015, reperibile su nber.org.
39. Lawrence Summers, «Roundtable: the Future of Jobs», presentato a The Future
of Work in the Age of the Machine, Hamilton Project, Washington, 19 feb-
braio 2015, reperibile su hamiltonproject.org. L’Organizzazione Internazionale
del Lavoro sostiene inoltre che il lento incremento del tasso di occupazione
globale è principalmente correlato all’altrettanto lenta crescita economica, ma

338
NOTE

sottolinea anche che l’incremento della produttività si è ripreso più velocemen-


te di quello occupazionale. ILO, World Employment and Social Outlook: The
Changing Nature of Jobs, ILO 2015, pag. 19-23.
40. Bank of International Settlements, Annual Report 2013/2014, pag. 58-60, re-
peribile su bis.org; Robert Gordon, «US Productivity Growth: The Slowdown
Has Returned After a Temporary Revival», International Productivity Monitor
25, 2013; David Autor, «Roundtable: The Future of Jobs», presentato a The
Future of Work in the Age of the Machine, Hamilton Project, Washington, 19
febbraio 2015, reperibile su hamiltonproject.org.
41. Susantu Basu e John Fernald, Information and Communications Technology
as a General-Purpose Technology: Evidence from the U.S. Industry Data,
Federal Reserve Bank of San Francisco 2006, pag. 17, reperibile su frbsf.org.
42. Ad ogni modo, nuove ricerche suggeriscono che i robot industriali hanno già
contribuito per circa il 16% alla recente crescita nella produttività della forza
lavoro. Georg Graetz e Guy Michaels, Robots at Work, Centre for Economic
Performance 2015, reperibile su events.crei.cat, pag. 21.
43. Frey e Osborne, Technology at Work, pag. 40.
44. Frey e Osborne, Future of Employment, pag. 38; Stuart Elliott, «Anticipating a
Luddite Revival», Issues in Science and Technology 30: 3, 2014, reperibile su
issues.org.
45. La tipica replica marxista alla piena automazione è puntare il dito contro i suoi
limiti «oggettivi», sostenendo che il capitalismo non eliminerà mai la sua fonte di
plusvalore (la forza lavoro). Tuttavia questa replica confonde un esito sistemico
con un incentivo individuale, un ostacolo interno con un limite assoluto e una
lotta politica con una diatriba teorica. Innanzitutto, l’imperativo dei singoli è
aumentare la produttività della tecnologia in modo da guadagnare un plusva-
lore aggiunto rispetto ad altri capitalisti. L’esito sistemico di questa operazione
è dannoso per i capitalisti nel loro complesso (si produce meno plusvalore),
ma tuttavia resta vantaggioso per i capitalisti singoli, e dunque proseguirà. In
secondo luogo, i limiti del sistema produttivo capitalistico sono erroneamente
presi per i limiti di ogni possibile cambiamento: se il capitalismo non può so-
pravvivere alla piena automazione, allora si ritiene che la piena automazione sia
impossibile. Questo tipo di posizione fa del capitalismo il punto d’arrivo della
Storia, rifiutando a priori qualunque ipotesi postcapitalistica. Infine, l’attrito d’o-
rigine teoretica tra incremento produttivo, crescente composizione organica
del capitale e un ridotto tasso di profitto, finisce per presentare uno scenario
che il Capitale non permetterebbe mai per via dei suoi effetti sistemici. In que-
sto resoconto, è assente un movimento politico che lotterebbe per spingere
il capitalismo al di là di se stesso. In altre parole, un ragionamento secondo
cui la piena automazione non si avvererà mai, semplicemente sancisce come
inefficace la lotta politica. Concludendo, questa linea di pensiero rinuncia a
ogni riflessione critica sul capitalismo e lo accetta come fase finale della Storia.
Come dichiara apertamente Ramin Ramtin: «Il fatto che [la piena automazione]
possa risolversi in contraddizioni socioeconomiche e politiche esplosive non
la rende per questo impossibile» (Ramtin, Capitalism and Automation, pag.
103). La pura e semplice scommessa del rivendicare la piena automazione è
immaginare che il benessere possa essere prodotto in modi non capitalistici.

339
INVENTARE IL FUTURO

Per alcune indicative critiche alla piena automazione, vedi Ernest Mandel, Late
Capitalism, Verso 1998, pag. 205; George Caffentzis, «The End of Work or
the Renaissance of Slavery? A Critique of Rifkin and Negri», in Letters of Blood
and Fire, PM Press 2012, pag. 78.
46. Bisogna dire che alcune implicite mansioni cognitive vengono sempre più au-
tomatizzate attraverso il controllo ambientale e il machine learning, con inno-
vazioni ancora più recenti che eliminano finanche il bisogno di un ambiente
controllato. Frey e Osborne, Future of Employment, pag. 27; Autor, Polanyi’s
Paradox; Sarah Yang, «New “Deep Learning” Technique Enables Robot
Mastery of Skills via Trial and Error», 21 maggio 2015, reperibile su phys.org.
47. Secondo Marx è per questa ragione che «in una società comunista, le macchi-
ne disporrebbero di un campo di azione ben diverso che nella società borghe-
se». Marx, Il Capitale.
48. Silvia Federici, «Permanent Reproductive Crisis: An Interview», Mute, 7 marzo
2013, reperibile su metamute.org.
49. Per un’eccellente visione d’insieme di alcune storiche esperienze ri-
guardanti soluzioni domestiche alternative vedi Dolores Hayden, Grand
Domestic Revolution: A History of Feminist Designs for American Homes,
Neighbourhoods and Cities, MIT press 1996.
50. Tuttavia, bisogna riconoscere che, storicamente, i dispositivi salva-lavoro do-
mestico tendono a imporre notevoli aspettative sul mantenimento della casa
piuttosto che creare più tempo libero. Ruth Schwartz Cowan, More Work
for Mother: The Ironies of Household Tecnology from the Open Heart to the
Microwave, Basic Books 1985; Leopoldina Fortunati, L’arcano della riprodu-
zione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, Marsilio 1981; Silvia Federici,
«The Reproduction of Labor Power in the Global Economy and the Unfinished
Feminist Revolution», in Revolution at Point Zero: Housework, Reproduction
and Feminist Struggle, PM Press 2012, pag. 106-107.
51. Intendiamo il termine «produttività» nella sua accezione più strettamente marxi-
sta, non per insinuare che il lavoro domestico sia inutile.
52. «Robots Capable of Sorting Through and Folding Piles of Rumpled Clothes»,
16 marzo 2015, reperibile su phys.org.
53. Ringraziamo Helen Hester per averci fatto notare questo aspetto.
54. Shulamith Firestone, The Dialectic of Sex: The Case of Feminist Revolution,
Farrar, Straus & Giroux 2003, pag. 180-181.
55. E.P. Thompson, «Time, Work-Discipline, and Industrial Capitalism», Past &
Present 38: 1, 1967, pag. 85; Stanley Aronowitz, Dawn Esposito, William
DiFazio e Margaret Yard, «The Post-Work Manifesto», in Stanley Aronowitz e
Jonathan Cutler (a cura di), Post-Work: The Wages of Cybernation, Routledge
1998, pag. 59-60; David Graeber, «Revolution at the Level of Common
Sense», in Federico Campagna ed Emanuele Campiglio (a cura di), What Are
We Fighting For: A Radical Collective Manifesto, Pluto 2012, pag. 171.
56. Benjamin Kline Hunnicutt, Work Without End: Abandoning Shorter Hours for
the Right to Work, Temple University Press 1988, pag. 9.
57. Roland Paulsen, «Non-Work at Work: Resistance or What?», Organization,
2013, reperibile su sagepub.com.
58. Witold Rybczynki, Waiting for the Weekend, Penguin 1991, pag. 115-117;

340
NOTE

Thompson, «Time, Work-Discipline and Industrial Capitalism», pag. 76.


59. Rybczynki, Waiting for the Weekend, pag. 133.
60. Hunnicutt, Work Without End, pag. 1.
61. Ibid.
62. Ibid.
63. Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia, Piano B 2009.
64. John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore 2011; Hunnicutt,
Work Without End, pag. 155.
65. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 48.
66. Hunnicutt, Work Without End, cap. 7.
67. Alcune nazioni europee – soprattutto la Francia – hanno ridotto la settimana
lavorativa a trentacinque ore, ma il trend generale è stato quello di mantenere
un monte di quaranta ore settimanali. Gli anni Settanta hanno visto alcuni set-
tori produttivi scioperare apertamente in favore di una settimana lavorativa più
breve. Ibid.; Anders Hayden, «Patterns and Purpose of Work-Time Reduction:
A Cross-National Comparison», in Anna Coote e Jane Frankiln (a cura di),
Time on Our Side: Why We Need a Shorter Working Week, New Economics
Foundation 2013, pag. 128; Aronowitz et al., «Post-Work Manifesto», pag 63;
Chris Harman, Is a Machine After Your Job? New Technology and the Struggle
for Socialism, 1979, reperibile su marxists.org, parte 8.
68. Hunnicutt, Work Without End, pag. 2.
69. In particolare, questo fenomeno sembra abbia raggiunto un punto di svolta negli
Stati Uniti. Nonostante l’aggiunta di 40 milioni di nuovi lavoratori, le ore lavora-
tive complessive sono rimaste le stesse tra il 1998 e il 2013. Shawn Sprague,
«What Can Labor Productivity Tell Us About the U.S. Economy?», Beyond the
Numbers: Productivity 3: 12, 2014, pag. 1.
70. Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi 2015.
71. Lydia Saad, «The “40-Hour” Workweek Is Actualy Longer – by Seven Hours»,
Gallup, 29 agosto 2014, reperibile su gallup.com.
72. Valerie Bryson, «Time, Care and Gender Inequalities», in Coote e Franklin, Time
on Our Side, pag. 56.
73. Craig Lambert, «The Second Job You Don’t Know You Have», Politico, 20 mag-
gio 2015, reperibile su politico.eu.
74. Guy Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino 2012.
75. Numerose argomentazioni favorevoli all’accorciamento della settimana lavo-
rativa si sono ripetute nel corso della storia: i suoi benefici mentali e fisici,
la risposta alla disoccupazione tecnologica, l’aumento della produttività che
potrebbe comportare il più forte potere contrattuale della forza lavoro. Queste
argomentazioni erano dominanti all’inizio del XIX secolo come lo sono oggi.
76. David Rosnick e Mark Weisbrot, Are Shorter Work Hours Good for the
Enviroment? A Comparison of US and European Energy Consumption, Center
for Economic and Policy Research, dicembre 2006, reperibile su cepr.net, pag.
7; Anderd Hayden e John M. Shandra, «Hours of Work and the Ecological
Footprint of Nations: An Exploratory Analysis», Local Environment 14:6, 2009.
77. Juliet Schor, «The Triple Dividend», in Coote e Franklin, Time on Our Side,
pag. 9-10.
78. Denis Campbell, «UK Need Four-Day Week to Combat Stress, Says Top

341
INVENTARE IL FUTURO

Doctor», Guardian, 1 luglio 2014.


79. Ibid.
80. Mondli Hlatshwayo, «NUMSA and Solidarity’s Responses to Technological
Changes and the ArcelorMittal Vanderbijlpark Plant: Unions Caught on the
Back Foot», Global Labour Journal 5: 3, 2014; Ramtin, Capitalism and
Automation, pag. 132.
81. Questa era una posizione ventilata dal TUC (Trades Union Congress) in Gran
Bretagna negli anni Settanta e che ha avuto in parte successo con gli operai
dell’industria metallurgica nella Germania Ovest. Gill, Work, Unemployment
and the New Technology, pag. 171-172.
82. Questo fu quello che accadde durante lo sciopero dei camionisti francesi
nel 1996. Alan Riding, «French Trucker Strike Ends with Indirect Defeat for
Government», New York Times, 30 novembre 1996.
83. André Gorz, La strada del paradiso, Edizioni Lavoro 1984.
84. Anna Coote, Jane Franklin e Andrew Simms, 21 Hours, New Economics
Foundation 2010, reperibile su neweconomics.org; Tom Hodgkinson,
«Campaigners Call for 30-Hour Working Week to Allow for Healtier, Fairer
Society – and More Time for Fun», Independent, 24 aprile 2014.
85. Jo Littler, Nina Power e Precarious Workers Brigade, «Life After Work», New
Left Project, 20 maggio 2014, reperibile su newleftproject.org.
86. Will Dahlgreen, «Introduce a Four Day Week, Say Public», YouGov, 16 aprile
2014, reperibile su yougov.co.uk.
87. Schor, «Triple Dividend», pag. 8.
88. Anna Coote, «Introduction: A New Economics of Work and Time», in Coote e
Franklin, Time on Our Side, pag. XXI; Hayden, «Pattern and Purpose of Work-
Time Reduction».
89. Sottotitolo preso dall’omonima canzone del duo inglese Sleaford Mods (The
Wage Don’t Fit, N.d.T.).
90. Paul Mattick, «The Economics of Cybernation», New Politics 1: 4, 1962, pag. 30.
91. Questa idea è stata anche chiamata reddito garantito, dividendo sociale, red-
dito di cittadinanza e tassazione negativa. Ognuna di queste definizioni ne
implica una variante lievemente diversa. Preferiamo usare la formula «reddito
base universale» perché non limita subito il campo di applicazione (come fa la
dicitura «reddito di cittadinanza») e non dipende da un tetto reddituale (come
nel caso di «tassazione negativa»).
92. Il reddito universale di base è stato raccomandato da moltissimi pensatori.
Vedi, tra i tanti riferimenti, Thomas Paine, «Agrarian Justice», in Mark Philp
(a cura di), Rights of Man, Common Sense and Other Political Writings,
Oxford University Press 2008; Bertrand Russell, Strade per la libertà, Newton
Compton 1971; Robert Theobald (a cura di), The Guaranteed Income: Next
Step in Economic Evolution?, Doubleday 1966; Martin Luther King, Dove
stiamo andando: verso il caos o la comunità?, Società editrice internaziona-
le, 1970; Milton Friedman, Capitalismo e libertà, Istituto Bruno Leoni 2010;
Murray Bookchin, Post-Scarcity Anarchism, AK Press 2004; Michael Hardt e
Toni Negri, Impero, Rizzoli 2002; Weeks, Problem with Work.
93. Walter Van Trier, «Who Framed “Social Dividend”?», presentato alla Prima
Conferenza USBIG (US Basic Income Guarantee), CUNY, 8 marzo 2002, re-

342
NOTE

peribile su econpapers.repec.org, pag. 29.


94. Lynn Chancer, «Benefitting from Pragmatic Vision, Part I: The Case for
Guaranteed Income in Principle», in Aronowitz e Cutler, Post-Work, pag. 86.
95. Evelyn Forget, The Town with No Poverty: Using Health Administration Data to
Revisit Outcomes of a Canadian Guaranteed Annual Income Field Experiment,
University of Manitoba 2011; Derek Hum e Wayne Simpson, «A Guaranteed
Annual Income? From Mincome to the Millennium», Policy Options/Options
Politique, febbraio 2001.
96. Chancer, «Benefitting from Pragmatic Vision, Part I», pag. 86.
97. Nello specifico, negli Stati Uniti i provvedimenti includevano il Family Assis-
tance Plan di Nixon e il Better Jobs and Income Program di Carter, entram-
bi rimasti inattuati. In Australia un reddito garantito fu inoltre raccomandato
dalla Poverty Commission nel 1973, ma il sostegno a tali posizioni evaporò
dopo le elezioni che portarono a un cambio di governo. Ibid.; Barry Jones,
Sleepers Wake! Technology and the Future of Work, Oxford University Press
1982, pag. 204-205.
98. Una risorsa indispensabile per la storia dietro questi alti e bassi nelle politi-
che favorevoli al reddito base, e insieme guida essenziale a come l’inquadra-
mento culturale determini l’applicabilità di tali linee guida, è Brian Steensland,
The Failed Welfare Revolution: America’s Struggle over Guaranteed Income
Policy, Princeton University Press 2007.
99. Daniel Raventós, Basic Income: The Material Conditions of Freedom, Pluto
2007, pag. 12.
100. Paul Krugman, «Simpathy for the Luddies», New York Times, 13 giugno 2013;
Martin Wolf, «Enslave the Robots and Free the Poor», Financial Times, 11
febbraio 2014.
101. Più nello specifico, il partito dei Verdi d’Inghilterra e Galles l’ha inserita nel suo
manifesto; il Partito Liberale Canadese ha messo in agenda la proposta, e il
suo segretario l’ha spinta nel 2001; in Canada la Commissione senatoriale per
gli affari sociali lo ha raccomandato come metodo per combattere la povertà e i
cittadini svizzeri hanno partecipato a un referendum in merito. Denis Balibouse,
«Swiss to Vote on 2.500 Franc Basic Annual Income for Every Adult»; Reuters,
4 ottobre 2013; Hum e Simpson, «A Guaranteed Annual Income?»; Rigmar
Osterkamp, «The Basic Income Grant Pilot Project in Namibia: A Critical
Assessment», Basic Income Studies 8: 1, 2013; Davala et al., Basic Income;
Forget, The Town with No Poverty, pag. 2.
102. Davala et al., Basic Income; Barbara Jacobson, «Basic Income Is a Human
Right! A Report on the Demonstration in Berlin», Basic Income UK, 29 set-
tembre 2013, reperibile su basicincome.org.uk; Alfredo Mazzamauro, «“Only
One Big Project”: Italy’s Burgeoning Social Movements», ROAR Magazine,
20 gennaio 2014. Vedi anche The Basic Income Earth Network (BIEN), che
promuove una campagna a favore del reddito base universale dal 1986.
103. Questa è una scelta in fase di concezione della proposta, tuttavia – come
la variante conservatrice del reddito universale di base (o la funzionalmente
simile tassazione negativa) – spesso chiama in causa un accertamento delle
condizioni economiche. Vedi, per esempio, Lewis Meriam, Relief and Social
Security, Brooking Institution 1946; Friedman, Capitalism and Freedom.

343
INVENTARE IL FUTURO

104. La pianificazione di un reddito base universale implicherebbe idealmente una


trasformazione del welfare state. I programmi che forniscono servizi sociali de-
vono essere mantenuti ed espansi – per esempio, la sanità pubblica, il sistema
scolastico, il diritto alla casa, i trasporti pubblici e l’accesso a internet. Questo
dovrebbe essere uno dei primi obiettivi della sinistra, non solo per i loro benefi-
ci intrinseci ma anche perché l’espansione di tali servizi è necessaria per dimi-
nuire il consumo energetico globale. Alyssa Battistoni, «Alive in the Sunshine»,
Jacobin 13, 2014, reperibile su jacobinmag.com; Wright, Envisioning Real
Utopias, pag. 4.
105. Forget, The Town with No Poverty; Hum e Simpson, «A Guaranteed Annual
Income?»; Chancer, «Benefitting from Pragmatic Vision, Part I», pag. 99-109.
106. L’ascesa del reddito universale di base negli anni Sessanta e Settanta fu in
buona parte dovuta a questa sua capacità di raccogliere il consenso trasversa-
le di più fazioni politiche. Steensland, Failed Welfare Revolution, pag. 18-19.
107. Wright, Envisioning Real Utopias, pag. 218.
108. Cutler e Aronowitz, «Quitting Time», pag. 8.
109. Michał Kalecki, «Political Aspects of Full Employment», Political Quarterly 14:
4, 1943.
110. L’influente Holmes and Rahe Stress Scale indica come la perdita del lavoro
sia uno degli eventi più stressanti che un adulto possa ritrovarsi ad affrontare.
Richard H. Rahe e Ranson J. Arthur, «Life Change and Illness Studies: Past
History and Future Directions», Journal of Human Stress 4: 1, 1978.
111. Il reddito di base è stato la proposta centrale del collettivo giapponese Blue
Grass, un gruppo di attivisti per i diritti dei disabili che hanno sostenuto que-
sta idea sin dal 1970. Toru Yamamori, «Una Sola Moltitudine: Struggle for
Basic Income and the Common Logic that Emerged from Italy, the UK and
Japan», presentato al convegno Immaterial Labour, Multitudes and New Social
Subject, King’s College, Università di Cambridge, 29 aprile 2006, reperibile su
academia.eu, pag. 9-12.
112. Paolo Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita
contemporanee, DeriveApprodi 2014.
113. Marx ed Engels, Ideologia tedesca.
114. Robert J. Van Der Veen e Philippe Van Parijs, «A Capitalist Road to Commu-
nism», Theory and Society 15: 5, 1986, pag. 645-646.
115. Weeks, Problem with Work, pag. 230.
116. Ailsa Mckay e Jo Vanevery, «Gender, Family and Income Maintenance: A
Feminist Case for Citizens Basic Income», Social Politics: International
Studies in Gender, State and Society 7: 2, 2000, pag. 281; Gorz, La strada
del paradiso.
117. In particolare, questo distingue in modo fondamentale la posizione qui espres-
sa da alcune altre proposte (come l’economia partecipativa o il New Socialism)
che individuano esplicitamente nell’impegno e nel sacrificio le basi del rico-
noscimento e del compenso. Michael Albert, Oltre il capitalismo. Un’utopia
realistica, Elèuthera 2007; W. Paul Cockshott e Allin Cottrell, Towards a New
Socialism, Spokesman 1993, pag. 27; Karl Marx, Critica del programma di
Gotha, Massari 2008.
118. Weeks, Problem with Work, pag. 149.

344
NOTE

119. Mckay e Vanevery, «Gender, Family and Income Maintenance», pag. 280.
120. Hum e Simpson, «A Guaranteed Annual Income?», pag. 81.
121. Questa è una delle ragioni per cui il reddito base universale è una richiesta
migliore di quella per un salario per il lavoro domestico. Weeks, Problem with
Work, pag. 144.
122. Raventós, Basic Income, cap. 8; Chancer, «Benefitting from Pragmatic Vision,
Part I», pag. 120-122; Guy Standing, «The Precariat Needs a Basic Income»,
Financial Times, 21 novembre 2013; Gorz, La strada del paradiso.
123. Per un’eloquente polemica contro l’etica del lavoro vedi Federico Campagna,
L’ultima notte. Anti-lavoro, ateismo, avventura, Postmedia 2015.
124. Steensland, Failed Welfare Revolution, pag. 13-18.
125. Ibid.
126. Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della
razionalità neoliberista, DeriveApprodi 2013.
127. Campagna, L’ultima notte.
128. Weeks, Problem with Work, pag. 44.
129. Ibid.
130. Ibid.
131. Youngjoo Cha e Kim A. Weeden, «Overwork and the Slow Convergence in the
Gender Gap in Wages», American Sociological Review 79: 3, 2014.
132. Keir Milburn, «On Social Strikes and Directional Demands», Plan C, 7 maggio
2015, reperibile su weareplanc.org.
133. State of the Global Workplace: Employee Engagement Insight for Business
Leaders Worldwide, Gallup, 2013, reperibile su ihrim.org, pag. 12.
134. Come sempre, il giornale satirico The Onion è un passo avanti agli altri, tito-
lando di recente un articolo: «I lavoratori dell’industria cinese temono di non
essere mai rimpiazzati dalle macchine».
135. Gáspár Miklós Tamás, «Telling the Truth About Class», Grundrisse 22, 2007,
reperibile su grundrisse.net.
136. Pur aderendo a pratiche di folk politics non modulabile, il movimento del «ritor-
no alla terra» dei Settanta fu più che altro espressione del desiderio di sfuggire
all’etica del lavoro dominante. Bernard Marszalek, «Lafargue for Today», in The
Right to Be Lazy, AK Press 2011, pag. 13.
137. Gorz, La strada del paradiso.
138. Steensland, Failed Welfare Revolution, pag. 220.

CAPITOLO 7
1. Lesley Wood, Crisis and Control: The Militarization of Protest Policing, Pluto
2014.
2. Per una panoramica di alcuni dei dibattiti sulle origini del capitalismo vedi Ellen
Meiksins Wood, Imperi del capitale, Meltemi 2007, cap. 1-3.
3. Per un passo fondamentale verso la comprensione delle condizioni del ca-
pitalismo postcoloniale e dell’egemonia dello «sviluppo», vedi Kalyan Sanyal,
Rethinking Capitalist Development: Primitive Accumulation, Governmentality
and Post-Colonial Capitalism, Routledge India 2013.
4. Le condizioni uniche del Venezuela sembrano aver prodotto il solo spazio in
cui questa strategia è stata adottata in maniera significativa, sebbene in una

345
INVENTARE IL FUTURO

forma curiosamente modificata. Vedi George Ciccariello-Maher, «Dual Power


in the Venezuelan Revolution», Monthly Review 59: 4, 2007; Vladimir Lenin,
«Sul dualismo del potere», in Lenin, Opere, vol. 24, Editori Riuniti 1966.
5. Per una critica a tale tendenza in tal senso delle teorie della comunizzazio-
ne vedi Alberto Toscano, «Now and Never», in Benjamin Noys (a cura di),
Communization and Its Discontent: Contestation, Critique and Contemporary
Struggle, Minor Composition 2012.
6. Pur concordando con il loro approccio controegemonico e la loro insistenza
su una visione postcapitalistica, divergiamo dalle economie comunitarie folk
politics prese come obiettivo da J.K. Gibson-Graham, così come dalla loro in-
terpretazione discorsiva dell’egemonia. La differenza più importante tra la loro
e la nostra analisi è la negazione dell’universalismo capitalista, che permette
loro di considerare caratteristiche di piccola scala come sufficienti a cambiare
l’economia. Per una critica dell’universalismo capitalista e dell’articolazione di
un’egemonia postcapitalistica, vedi rispettivamente J.K. Gibson-Graham, The
End of Capitalism (as We Knew It): A Feminist Critique of Political Economy,
University of Minnesota Press 2006, e J.K. Gibson-Graham, A Postcapitalist
Politics, University of Minnesota Press 2006.
7. L’intera vicenda dell’evoluzione del termine all’interno del pensiero marxista
inizia con la sua inclusione negli scritti di G.V. Plekhanov del 1884 come ge-
gemoniya, che al tempo di Lenin si evolse nell’idea di una leadership politica
interna a un’alleanza di classe. Questa idea fu considerevolmente sviluppata
da Gramsci in un’interpretazione più ramificata e complessa del governo per
consenso, al fine di analizzare sia la strategia marxista sia l’esistente stato di
potere capitalistico. G.F. Plekhanov, «Socialism and the Political Struggle», in
Selected Philosophical Works, vol. 1, Progress 1974; V. I. Lenin, Che fare?, La
Città del Sole 2006; Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Einaudi 2014.
8. Ci sono state numerose critiche all’egemonia, tra cui: Richard Day, Gramsci
è morto. I nuovi movimenti dall’egemonia all’affinità, Elèuthera 2013; Scott
Lash, «Power After Hegemony: Cultural Studies in Mutation?», Theory,
Culture & Society 24: 3, 2007; Athina Karatzogianni e Andrew Robinson,
Power, Resistance and Conflict in the Contemporary World: Social
Movements, Networks and Hierarchies, Routledge 2010; Jon Beasley-Murray,
Posthegemony: Political Theory and Latin America, University of Minnesota
Press 2010. Basterà qui dire che la maggior parte di queste critiche si basano
su un fraintendimento del concetto stesso di egemonia, considerandola al pari
di una dominazione (il che, in tutte le formulazioni post-gramsciane, è espli-
citamente negato), oppure dipendente da un consenso attivo (e non è così).
Seppure altre analisi teoretiche del potere – come quelle di pensatori come
Foucault, Deleuze e Guattari, e Bourdieu – possano essere utilizzate per inte-
grare le prospettive offerte dalla nozione di egemonia, non concordiamo con
chi di recente sostiene possano efficacemente rimpiazzarla.
9. È utile qui ricordare che, sebbene una governance egemonica si collochi ge-
neralmente nell’ordine del consenso (quantomeno passivo), questa non impli-
ca un’assenza totale di dominio o forza coercitiva. Semplicemente indica una
situazione in cui il potere coercitivo debba sottostare alla consensualità. Vedi
Gramsci, Quaderni dal carcere. Questo chiarimento è necessario per evitare

346
NOTE

accuse come quelle dirette contro la teoria gramsciana di egemonia da quei


critici che vogliono dimostrare la specificità storico-culturale della nozione, so-
prattutto data la sua apparente incompatibilità con situazioni politiche molto
diverse, quali quelle dell’India durante il colonialismo inglese o degli Stati Uniti
all’epoca della schiavitù. Vedi Ranajit Guha, Dominance Without Hegemony:
History and Power in Colonial India, Harvard University Press 1998; Frank
Wilderson, «Gramsci’s Black Marx: Whither the Slave in Civil Society?», Social
Identities 9: 2, 2003. Presumiamo che l’egemonia, intesa nel senso generale
che delineiamo in questo capitolo, riguardi ogni società complessa dove il do-
minio non è il principale mezzo di governo.
10. Questa posizione è stata espressa anche da Pablo Iglesias, leader di Podemos.
Pablo Iglesias, «The Left Can Win», Jacobin, 9 dicembre 2014, reperibile su
jacobinmag.com.
11. John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della
rivoluzione oggi, Intra Moenia 2004.
12. Nonostante gli insegnamenti gramsciani vengano perlopiù associati all’euro-
comunismo e alle sue particolari manifestazioni storiche, pensiamo comunque
che da queste vadano disgiunte sia l’analisi politica di fondo che le intuizioni
strategiche proprie dell’egemonia. A dire il vero, il peso che nell’eurocomuni-
smo viene dato al processo elettorale (che viene preferito a più ampie trasfor-
mazioni egemoniche) ci sembra al contrario un abbandono delle fondamentali
intuizioni della stessa egemonia, tra cui quella che individua il potere nell’inter-
connessione di luoghi differenti (dei quali lo Stato è solo uno tra i tanti).
13. Pur appoggiando l’estensione del concetto di egemonia per come formulata
da Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (in particolare l’allargamento dello spettro
di soggettività politiche che questa include), va detto che questa non è sen-
za problemi. Il ricorso all’analisi del discorso come forma di ontologia socia-
le si trasforma effettivamente in una lettura antirealista che nuoce inutilmente
al più ampio progetto di comprensione della complessità della politica. Vedi
Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, Egemonia e strategia socialista. Verso una
politica democratica radicale, Il Nuovo Melangolo 2011; Ernesto Laclau, New
Reflections on the Revolutions of Our Time, Verso 1990. Per un’approfondita
critica alla teoria egemonica fondata sul discorso, tipica di Laclau e Mouffe,
vedi Geoff Boucher, The Charmed Circle of Ideology: A Critique of Laclau and
Mouffe, Butler and Žižek, re.press 2009.
14. David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore 2007.
15. Questo concetto è stato originariamente formulato da Joseph Overton in
relazione al reale fine operativo di un think tank. Vedi Nathan J. Russel, «An
Introduction to the Overton Window of Political Possibilities», Mackinac Center
for Public Policy, 4 gennaio 2006, reperibile su mackinac.org.
16. Ciò può essere concepito in termini culturali come la creazione di un «realismo
capitalista». Vedi Mark Fisher, Realismo Capitalista, NERO 2018.
17. «In una situazione simile, l’egemonia non ha nulla a che fare con la capacità di
far sì che la gente creda in te; ha a che fare, piuttosto, con la capacità strate-
gica di rendere le loro credenze o i loro scetticismi irrilevanti.» Jeremy Gilbert,
«Hegemony Now», 2013, reperibile su academia.eu, pag. 16.
18. David Harvey, Spaces of Hope, University of California Press 2000.

347
INVENTARE IL FUTURO

19. Judy Wajcman, Technofeminism, Polity 2004, pag. 35.


20. Jonathan Joseph, Hegemony: A Realist Analysis, Routledge 2002.
21. Thomas Hughes, «Technological Momentum», in Merritt Roe Smith e Leo Marx
(a cura di), Does Technology Drive History? The Dilemma of Technological
Determinism, MIT Press 1994; Networks of Power: Electrification in Western
Society, 1880-1930, Johns Hopkins University Press 1993.
22. Questo è quello che sostiene Peter Thomas: «Gramsci era consapevole che
tutte le pratiche sociali sono tra loro legate, proprio in virtù della sua insistenza
marxista sulle pratiche sociali quali relazioni sociali all’interno di una totalità
sociale, e non come semplici espressioni di qualche logica regionale. Il che lo
portò a concepire quella che io chiamerei “la costituzione politica del sociale”».
Peter Thomas, «“The Gramscian Moment”: An Interview with Peter Thomas»,
in Adam Thomas (a cura di), Antonio Gramsci: Working-Class Revolutionary:
Essays and Interviews, Workers’ Liberty 2012.
23. De Witt Douglas Kilgore, Astrofuturism: Science, Race and Visions of Utopia
in Space, University of Pennsylvania Press 2003, pag. 21.
24. Asif A. Siddiqi, The Red Rockets’ Glare: Spaceflight and the Russian
Imagination, 1857-1957, Cambridge University Press 2014, pag. 21.
25. Nikolai Federovich Federov, «The Philosophy of the Common Task», in What
Was Man Created For?, Honeyglen 1990, pag. 98.
26. Per esempio, vedi Aleksandr Bogdanov, La stella rossa, Sellerio 1989.
27. Siddiqi, Red Rockets’ Glare, pag. 86-87.
28. Richard Stites, Revolutionary Dreams: Utopian Vision and Experimental Life in
the Russian Revolution, Oxford University Press 1989, pag. 36.
29. Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri 2016; Siddiqi, Red
Rockets’ Glare, cap. 8.
30. Anche se oggi l’Unione Sovietica viene spesso descritta come un fallimento
economico, tra 1928 e 1970 la sua economia fece eccezionalmente bene,
superando quella di qualsiasi altro paese a eccezione del Giappone. Robert
Allen, Farm to Factory: A Reinterpretation of the Soviet Industrial Economy,
Princeton University Press 2003, pag. 6-7.
31. Steve Fraser, The Age of Acquiescence: The Life and Death of American
Resistance to Organized Wealth and Power, Little, Brown 2015, cap. 6.
32. Fisher, Realismo capitalista.
33. Un esempio è il passaggio dal tecno-ottimismo postcapitalista di Star Trek
al tecno-pessimismo fondamentalista di Battlestar Galactica. Barry Buzan,
«America in Space: The International Relations of Star Trek and Battlestar
Galactica», Millennium: Journal of International Studies 39: 1, 2010.
34. Vedi per esempio: Kathi Weeks, The Problem with Work: Feminism, Marxism,
Antiwork Politics, and Postwork Imaginaries, Duke University Press 2011, pag.
182–3; Nancy Fraser, Fortune del femminismo. Dal capitalismo regolato dallo
Stato alla crisi neoliberalista, Ombre Corte 2014; Helen Hester, «Promethean
Labours and Domestic Realism», in Joshua Johnson (a cura di), The Scales
of Our Eyes: The Scope of Leftist Thought, Mimesis International 2015; José
Esteban Muñoz, Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New
York University Press 2009, pag. 19-21; Shulamith Firestone, The Dialectic of
Sex: The Case for Feminist Revolution, Morrow 1970.

348
NOTE

35. Fredric Jameson, Valences of the Dialectic, Verso 2010, pag. 413.
36. «Marx cercò di combinare la politica della rivolta con la “poesia del futuro” e si
dedicò alla dimostrazione che, rispetto al capitalismo, il socialismo era più mo-
derno e più produttivo. Per la sinistra di oggi recuperare quel senso del futuro
e quell’eccitamento è senza dubbio uno dei compiti principali di qualsivoglia
“battaglia discorsiva”.» Fredric Jameson, Representing Capital: A Reading of
Volume One, Verso 2011, pag. 90.
37. Fredric Jameson, A Singular Modernity: Essay on the Ontology of the Present,
Verso 2002, pag. 8.
38. Possiamo qui tracciare una distinzione tra utopie astratte e concrete: se le pri-
me proiettano un immagine del futuro slegata dalle attuali condizioni politiche,
le seconde sono guidate da un’analisi rigorosa della congiuntura corrente a
aspirano a incidere sul qui e ora. Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx,
Laterza 1973; Ernst Bloch, Il principio speranza, Garzanti 2005.
39. George Young, I cosmisti russi. Il futurismo esoterico di Nikolaj Fedorov e dei
suoi seguaci, Tre 2017.
40. Richard Stites, «Fantasy and Revolution: Alexander Bogdanov and the Origins
of Bolshevik Science Fiction»; Siddiqi, Red Rockets’ Glare, cap. 4.
41. Erik Olin Wright, Envisioning Real Utopias, Verso 2010, pag. 23.
42. Jameson, Singular Modernity, pag. 26; Vincent Geoghegan, Utopianism and
Marxism, Peter Lang 2008, pag. 16.
43. Zygmunt Bauman, Socialism: The Active Utopia, Routledge 2011, pag. 13.
44. Kilgore, Astrofuturism, pag. 237-8; Stites, Revolutionary Dreams, pag. 33.
45. Slavoj Žižek, «Towards a Materialist Theory of Subjectivity», Birkbeck, Londra,
22 maggio 2014, podcast su backdoorbroadcasting.net.
46. Weeks, Problem with Work, pag. 204.
47. Ruth Levitas, The Concept of Utopia, Peter Lang 2011.
48. E.P. Thompson, «Romanticism, Utopianism and Moralism: The Case of William
Morris», New Left Review, settembre-ottobre 1976, pag. 97.
49. La forma più condensata e interventista di questa dimensione utopica è il ma-
nifesto. Vedi Weeks, Problem with Work, pag. 213-18.
50. Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di
internet, Università Bocconi Editore 2012.
51. Patricia Reed, «Seven Prescriptions for Accelerationism», in Robin Mackay
e Armen Avanessian (a cura di), #Accelerate: The Accelerationist Reader,
Urbanomic 2014, pag. 528-31.
52. Wendy Brown, «Resisting Left Melancholy», Boundary 2 26: 3, 1999.
53. Paul Mason, Why It’s Kicking Off Everywhere: The New Global Revolutions,
Verso 2012, pag. 66-73.
54. Mark Fisher, «Going Overground», K-Punk, 5 gennaio 2014, su k-punk.org.
55. Bloch, Il principio speranza.
56. Paul Gilroy, The Black Atlantic. L’identità nera tra modernità e doppia co-
scienza, Meltemi 2003; Weeks, Problem with Work, pag. 190-3; Geoghegan,
Utopianism and Marxism, pag. 20.
57. Bizzarramente, questa assenza di brama per il profitto ha portato qualcuno a
sinistra a interpretare in maniera perversa l’esplorazione spaziale come una
«utopia capitalista». George Caffentzis e Silvia Federici, «Mormons in Space»,

349
INVENTARE IL FUTURO

in George Caffentzis, In Letters of Blood and Fire, PM 2012, pag. 65.


58. Louis Althusser, «Ideologia e apparati ideologici di Stato», 1970.
59. Gramsci, Quaderni dal carcere.
60. Mary Morgan e Malcolm Rutherford, «American Economics: The Character of
the Transformation», History of Political Economy 30, 1998.
61. G.C. Harcourt, Some Cambridge Controversies in the Theory of Capital,
Cambridge University Press 1972.
62. Paul A. Samuelson, «Understanding the Marxian Notion of Exploitation: A
Summary of the So-Called Transformation Problem Between Marxian Values
and Competitive Prices», Journal of Economic Literature 9: 2, 1971.
63. Edward Fullbrook, «Introduction», in Edward Fullbrook (a cura di), Pluralist
Economics, Zed 2008, pag. 1-2.
64. Più informazioni sul sito rethinkeconomics.org.
65. David Colander e Harry Landreth, «Pluralism, Formalism and American
Economics», in Fullbrook, Pluralist Economics, pag. 31-5.
66. Il testo di studio più diffuso è firmato Greg Mankiw, già lacchè di Bush e intrepido
difensore dell’un percento: N. Gregory Mankiw, Macroeconomia, Zanichelli 2015.
67. William Mitchell e L. Randall Wray, «Modern Monetary Theory and Practice»,
2014, pdf su mmtonline.net.
68. Due brevi ma eccellenti eccezioni sono quelle di Tiziana Terranova in
«RedStackAttack!», in Mackay e Avanessian, #Accelerate.
69. Per alcuni esempi di ricerca sul tema vedi Oskar Lange e Fred M. Taylor, On
the Economic Theory of Socialism, McGraw-Hill 1964; W. Paul Cockshott e
Allin Cottrell, Towards a New Socialism, Spokesman 1993; W. Paul Cockshott
Allin Cottrell, Gregory Michaelson, Ian Wright e Victor Yakovenko, Classical
Econophysics, Routledge 2009; Andy Pollack, «Information Technology and
Socialist Self-Management», Monthly Review 49: 4, 1997; Dan Greenwood,
«From Market to Non-Market: An Autonomous Agent Approach to Central
Planning», Knowledge Engineering Review 22: 4, 2007.
70. Sull’argomento lavorano già diversi economisti. Il problema viene ostacola-
to dall’esistenza di misure diverse (molte delle quali raggiungono comunque
conclusioni simili sulle tendenze cicliche e secolari) e da studi che restano
al livello delle apparenze e non scavano in profondità nei relativi meccanismi
causali. Sembra esserci una correlazione tra il crescente utilizzo del capita-
le fisso nel processo di produzione e il declino secolare sulla lunga distanza
della redditività, ma per ora qualsiasi connessione causale resta allo stadio di
pura affermazione. Sul tema, vedi Minqi Li, Feng Xiao e Andong Zhu, «Long
Waves, Institutional Changes, and Historical Trends: A Study of the Long-
Term Movement of the Profit Rate in the Capitalist World-Economy», Journal
of World-Systems Research 13: 1, 2007; Guglielmo Carchedi, Behind the
Crisis: Marx’s Dialectic of Value and Knowledge, Haymarket 2012; Deepankar
Basu e Ramaa Vasudevan, «Technology, Distribution and the Rate of Profit
in the US Economy: Understanding the Current Crisis», Cambridge Journal
of Economics 37: 1, 2013; Gerard Dumenil e Dominique Levy, «The Profit
Rate: Where and How Much Did It Fall? Did It Recover? (USA 1948–2000)»,
Review of Radical Political Economics 34: 4, 2002.
71. Mary Morgan, The World in the Model: How Economists Work and Think,

350
NOTE

Cambridge University Press 2012.


72. Per maggiori informazioni vedi wea.org.uk.
73. Andy Clark, Supersizing the Mind: Embodiment, Action, and Cognitive
Extension, Oxford University Press 2008.
74. John Zerzan, Futuro primitivo, Nautilus 2001; Derrick Jensen, Endgame: The
Problem of Civilization, Volume 1, Seven Stories 2006.
75. Gavin Mueller, «The Rise of the Machines», Jacobin 10, 2013, su jacobinmag.com.
76. Questo è stato uno dei principali interessi sia degli studi su scienza e tec-
nologia, sia degli approcci femministi alla tecnologia. Per alcuni rappresen-
tativi esempi di queste ricerche, vedi Wajcman, TechnoFeminism; Wiebe
Bijker, Thomas Hughes e Trevor Pinch (a cura di), The Social Construction of
Technological Systems, MIT Press 1987; Wiebe Bijker, Of Bicycles, Bakelites,
and Bulbs: Toward a Theory of Sociotechnical Change, MIT Press 1997;
Donald MacKenzie, Fabian Muniesa e Lucia Siu (a cura di), Do Economists
Make Markets? On the Performativity of Economics, Princeton University
Press 2007; Thomas Hughes, Networks of Power: Electrification in Western
Society, 1880-1930, Johns Hopkins University Press 1993.
77. Vedi il recente dibattito sulla «tesi della riconfigurazione». Alberto Toscano,
«Logistics and Opposition», Mute, 2011, su metamute.org; Jasper Bernes,
«Logistics, Counterlogistics and the Communist Project», in Endnotes 3:
Gender, Race, Class and Other Misfortunes, settembre 2013; Alberto Toscano,
«Lineaments of the Logistical State», Viewpoint, 2015, su viewpointmag.com.
78. Karl Marx, Grundrisse, PiGreco 2011.
79. Come dimostrato dagli esempi qui riportati, i processi di riadattamento e di
creazione sono indissolubilmente legati, dal momento che ogni riconversione
implica l’utilizzo creativo del vecchio materiale, e che ogni creazione comporta
un lavoro sul materiale a disposizione. La distinzione tra i due, più che indicare
un’opposizione, è semmai una questione di enfasi.
80. Andrew Feenberg, Transforming Technology: A Critical Theory Revisited, Ox-
ford University Press 2002.
81. Per una serie di linee guida utili a capire come i lavoratori possano adattare la
tecnologia al posto di lavoro, vedi Chris Harman, Is a Machine After Your Job?
New Technology and the Struggle for Socialism, su marxists.org.
82. Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza 2014; Michael Hanlon, «The
Golden Quarter», Aeon Magazine, 3 dicembre 2014, su aeon.co.
83. Per un più preciso approfondimento, vedi Mazzucato, Lo Stato innovatore, cap. 5.
84. Mariana Mazzucato, Building the Entrepreneurial State: A New Framework
for Envisioning and Evaluating a Mission-Oriented Public Sector, Levy
Economics Institute of Bard College 2015, pdf disponibile su levyinstitute.org,
pag. 9; Carlota Perez, Technological Revolutions and Financial Capital: The
Dynamics of Bubbles and Golden Ages, Edward Elgar 2003.
85. Mazzucato, Building the Entrepreneurial State, pag. 2.
86. A tal proposito, vedi missionorientedfinance.com.
87. Caetano Penna e Mariana Mazzucato, «Beyond Market Failures: The Role of
State Investment Banks in the Economy», Conference on Mission-Oriented
Finance for Innovation, Londra 24 luglio 2014, disponibile su youtube.com.
88. Il miglior esempio contemporaneo a riguardo è probabilmente la riconversione

351
INVENTARE IL FUTURO

tedesca alle energie rinnovabili.


89. Nick Dyer-Witheford, «Cycles and Circuits of Struggle in High-Technology
Capitalism», in Jim Davis, Thomas Hirschl e Michael Stack (a cura di), Cutting
Edge: Technology, Information, Capitalism and Social Revolution, Verso
1997, pag. 206-7; Adrian Smith, Socially Useful Production, Brighton STEPS
Centre 2014, su steps-centre.org, pag. 2.
90. Qui è possibile intravedere alcune proprietà che Murray Bookchin individua
nella nozione di tecnologia emancipatrice, sebbene per quanto ci riguarda
siamo poco inclini alla sua visione di un futuro comunitario su piccola sca-
la. Murray Bookchin, «Towards a Liberatory Technology», in Post-Scarcity
Anarchism, AK 2004.
91. Hilary Wainwright e Dave Elliott, The Lucas Plan: A New Trade Unionism in the
Making?, Allison & Busby 1981, pag. 16.
92. Ibid.
93. Ibid.
94. Smith, Socially Useful Production, pag. 5.
95. Ibid.
96. Ibid.
97. Wainwright e Elliott, Lucas Plan, pag. 231.
98. Ibid.
99. Tiqqun, L’ipotesi cibernetica.
100. Eden Medina, Cybernetic Revolutionaries: Technology and Politics in
Allende’s Chile, MIT Press 2011, pag. 26.
101. Ibid.
102. Ibid.
103. Ibid.
104. Ibid.
105. Ibid.
106. Jameson, Valences of the Dialectic; Toscano, «Logistics and Opposition»;
Mike Davis, «Who Will Build the Ark?», New Left Review II/61, gennaio-feb-
braio 2010; Medina, Cybernetic Revolutionaries; Nick Dyer-Witheford, «Red
Plenty Platforms», Culture Machine 14, 2013; Terranova, «Red Stack Attack!»;
Evgeny Morozov, «Socialise the Data Centres!», New Left Review 91, genna-
io-febbraio 2015.
107. Per una sofisticata argomentazione opposta, vedi Bernes, «Logistics,
Counterlogistics and the Communist Project».
108. Per un efficace resoconto dal taglio semi-finzionale, vedi Spufford, L’ultima
favola russa.
109. Caroline Saunders e Andrew Barber, Food Miles – Comparative Energy/
Emissions Performance of New Zealand’s Agriculture Industry, Agribusiness
and Economics Research Unit, luglio 2006, pdf disponibile su lincoln.ac.nz.
110. Feenberg, Transforming Technology, pag. 58; Monika Reinfelder, «Introduction:
Breaking the Spell of Technicism», in Phil Slater (a cura di), Outlines of a
Critique of Technology, Ink Links 1980, pag. 17.
111. Nel campo degli studi su scienza e tecnologia esiste un’ampia letteratura su
questa natura politica, ma ci piace anche segnalare le ricerche che si con-
centrano sul cambiamento tecnologico dal punto di vista delle competenze e

352
NOTE

della classe. David Autor, Frank Levy e Richard Murnane, «The Skill Content
of Recent Technological Change: An Empirical Exploration», Quarterly Journal
of Economics 118: 4, 2003; Amit Basole, «Class-Biased Technical Change
and Socialism: Some Reflections on Benedito Moraes-Neto’s “On the
Labor Process and Productive Efficiency: Discussing the Socialist Project”»,
Rethinking Marxism 25: 4, 2013.
112. Per una delle prime analisi di questo effetto, vedi Raniero Panzieri, «Sull’uso
capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», in Lotte operaie nello svilup-
po capitalistico, Einaudi 1976.
113. David F. Noble, La questione tecnologica, Bollati Boringhieri 1993; Karl Marx,
Il Capitale, Libro I.
114. Melvin Kranzberg, «Technology and History: “Kranzberg’s Laws”», Technology
and Culture 27:3, 1986, pag. 545.
115. George Basalla, The Evolution of Technology, Cambridge University Press
1988, pag. 7.
116. Su come la tecnologia viene plasmata dai suoi utilizzatori, vedi Nellie Ooudshorn
e Trevor Pinch (a cura di), How Users Matter: The Co-Construction of Users
and Technology, MIT Press 2005.
117. Harry Cleaver, «Technology as Political Weaponry», in The Responsibility of the
Scientific and Technological Enterprise in Technology Transfer, American Asso-
ciation for the Advancement of Science 1981, pdf reperibile su academia.edu.
118. Anche se mai impiegate, le armi nucleari si fondano ancora su questa loro
primaria funzione.
119. Per una riflessione incisiva sul rapporto tra lavoratori cognitivi e altre figure
della classe operaia, vedi Matteo Pasquinelli, «To Anticipate and Accelerate:
Italian Operaismo and Reading Marx’s Notion of the Organic Composition of
Capital», Rethinking Marxism 26: 2, 2014.

CAPITOLO 8
1. Per «potere» intendiamo la capacità di portare avanti i propri interessi. Steven
Lukes, Il potere. Una visione radicale, Vita e Pensiero 2007.
2. John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, Intra Moenia 2004.
3. Qui ci concentriamo su tre fattori, ma senza dubbio ce ne sono innumerevoli altri,
compresi elementi imprevedibili quali la visione individuale e la semplice fortuna.
4. In termini di lotta di classe, qui possiamo trovare forme come il potere associa-
tivo, quello contrattuale e quello sul posto di lavoro. Beverly Silver, Le forze del
lavoro, Bruno Mondadori 2008.
5. Sotto il capitalismo, la caratteristica distintiva del conflitto di classe si ritiene
sia la sua tendenza a semplificare l’antagonismo. Karl Marx e Friedrich Engels,
Manifesto del Partito Comunista, Einaudi 2014.
6. «The Holding Pattern: The Ongoing Crisis and the Class Struggles of 2011-
2013», Endnotes 3, 2013, su endnotes.org.uk, pag. 49-50.
7. Frances Fox Piven e Richard Cloward, Poor People’s Movements: Why They
Succeed, How They Fail, Random House 1988, pag. 194.
8. Marx e Engels, Manifesto.
9. Come però ci ricorda Beverly Silver, non dobbiamo partire dal presupposto
che simili tattiche siano risultate ovvie sin da subito: al contrario, è stato

353
INVENTARE IL FUTURO

necessario inventarle e portarle avanti attraverso la pratica e la sperimenta-


zione. Silver, Le forze del lavoro.
10. «Editorial», Endnotes 3, 2013, pag. 7.
11. Göran Therborn, «New Masses? Social Bases of Resistance», New Left
Review II/85, gennaio-febbraio 2014, pag. 9.
12. Ching Kwan Lee, Against the Law: Labor Protests in China’s Rustbelt and
Sunbelt, University of California Press 2007; Kevin Hamlin, Ilya Gridneff
e William Davison, «Ethiopia Becomes China’s China in Global Search for
Cheap Labor», Business Week, 22 luglio 2014.
13. Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazio-
ne originaria, Mimesis 2015; Zak Cope, Divided World, Divided Class:
Global Political Economy and the Stratification of Labour Under Capitalism,
Kersplebedeb 2012.
14. Per non dare che una minima panoramica di come questo tema sia stato af-
frontato, basti citare temi di discussione quali il concetto di comune, l’arti-
colazione di un’egemonia, il partito e la composizione. Vedi rispettivamente
Michael Hardt e Antonio Negri, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo
ordine imperiale, Rizzoli 2004; Ernesto Laclau, La ragione populista, Laterza
2008; Jodi Dean, The Communist Horizon, Verso 2012; Sidney Tarrow,
Power in Movement: Social Movements and Contentious Politics, Cambridge
University Press 1998.
15. Badiou offre una critica di come la tendenza ai diritti minimi riduca l’essere
umano alle sue basi animali. Alain Badiou, Etica. Saggio sulla coscienza del
male, Cronopio 2006.
16. Anna Feigenbaum, Fabian Frenzel e Patrick McCurdy, Protest Camps, Zed
2013, pag. 176.
17. Ricorrendo a un linguaggio maggiormente neoclassico, potremmo dire che
l’unità oggettiva viene confrontata dalla pluralità soggettiva.
18. Sebbene i movimenti populisti vengano spesso posti in opposizione ai mo-
vimenti di classe, è più accurato dire che i movimenti populisti contengono i
movimenti di classe. Come sostiene Laclau, il populismo non nega la lotta di
classe, ma la necessità astorica della lotta di classe come unico motore del
cambiamento sociale. Dentro un movimento populista alcune battaglie pos-
sono essere più rilevanti di altre, e sotto le attuali condizioni del surplus di
popolazione noi pensiamo che sia proprio la classe a emergere nuovamente
come principale (anche se represso) luogo di lotta dei nostri tempi. Per come
lo intendiamo qui, il populismo esprime dunque una logica connettiva anziché
un contenuto specifico. Il «popolo» quindi non è né un soggetto né un’entità
sostanziale, ma un collettivo emergente fondato su una particolare logica di
connessione. Linda Zerilli, «This Universalism Which Is Not One», Diacritics
28: 2, 1998; Laclau, La ragione populista.
19. Per un’utile genealogia di come è cambiata la valenza del termine «populismo»,
vedi Marco D’Eramo, «Apologia del populismo», Micromega, aprile 2013.
20. Laclau, La ragione populista.
21. Yannis Stavrakakis e Giorgos Katsambekis,«Left-Wing Populism in the
European Periphery: The Case of Syriza», Journal of Political Ideologies 19: 2,
2014; Pablo Iglesias, «The Left Can Win», Jacobin, 9 dicembre 2014, su jaco-

354
NOTE

binmag.com; Dan Hancox, «Why Ernesto Laclau Is the Intellectual Figurehead


for Syriza and Podemos», Guardian, 9 febbraio 2015; Laclau, La ragione po-
pulista; George Ciccariello-Maher, We Created Chavez: A People’s History of
the Venezuelan Revolution, Duke University Press 2013.
22. Ernesto Laclau, «Why Constructing a People Is the Main Task of Radical
Politics», Critical Inquiry 32: 4, 2006, pag. 655.
23. Enrique Dussel, 20 tesi di politica, Asterios 2008.
24. Per esempio, il Wall Street Journal stima che chiunque negli USA guadagni
sotto i 500.000 dollari appartenga al 99 percento. È difficile immaginare che
tanti tra quelli che guadagnino cifre del genere siano allineati col progetto
espresso da Occupy Wall Street. Vedi Phil Izzo, «What Percent Are You?»,
WSJ Blogs – Real Time Economics, 19 ottobre 2011, su blogs.wsj.com.
25. Tornando alla discussione sull’universalismo affrontata nel capitolo 4, questo è
il modo in cui l’universalismo viene contaminato dal particolare, e viceversa.
26. Therborn, «New Masses?», pag. 8-9.
27. Bertie Russell, «Demanding the Future? What a Demand Can Do», Journal of
Aesthetics and Protest 2014, su joaap.org.
28. BenTrott, «Walking in the Right Direction?», Turbulence 1, 2007, su turbulen-
ce.org.uk.
29. Qui ci sono risonanze con quella che Plan C ha chiamato «comunità di riferi-
mento». Russell, «Demanding the Future?».
30. Tiziana Terranova, «Red Stack Attack!», in Robin Mackay e Armen Avanessian (a
cura di), #Accelerate: The Accelerationist Reader, Urbanomic 2014, pag. 387.
31. William K. Carroll, «Hegemony, Counter-Hegemony, Anti-Hegemony», Socialist
Studies/Études Socialistes 2: 2, 2006, pag. 30-2; Richard Day, Gramsci è
morto. I nuovi movimenti dall’egemonia all’affinità, Elèuthera 2013.
32. David Harvey, Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy
Wall Street, Il Saggiatore 2013.
33. The Free Association, «Rock’n’Roll Suicide: Political Organisation in Post-
Crisis UK», Freely Associating, su freelyassociating.org.
34. Per una discussione sulle «funzioni dell’avanguardia» vedi Rodrigo Nunes,
Organisation of the Organisationless: Collective Action After Networks, Mute
2014, pag. 34-40.
35. Sull’importanza di forme di organizzazione multiple, vedi Tarrow, Power in
Movement, Capitolo 8.
36. Carroll, «Hegemony, Counter-Hegemony, Anti-Hegemony», pag. 22.
37. Nunes, Organisation of the Organisationless, pag. 30.
38. Questo è quello che Rodrigo Nunes chiama «network-system». Ibid. Il lavoro
di Nunes sottolinea inoltre un’area importante per ulteriori ricerche, vale a dire
una topologia di rete comparata dei movimenti. A riguardo, indispensabili sa-
ranno gli strumenti matematici della teoria dei grafi.
39. Brian Steensland, The Failed Welfare Revolution: America’s Struggle over
Guaranteed Income Policy, Princeton University Press 2007, pag. 22.
40. Henry Farrell e Cosma Shalizi, «Cognitive Democracy», Crooked Timber, 23
maggio 2012, su crookedtimber.org.
41. Zeynep Tufekci, «After the Protests», New York Times, 19 marzo 2014.
42. Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di

355
INVENTARE IL FUTURO

internet, Università Bocconi Editore 2012.


43. Jane McAlevey, Raising Expectations (and Raising Hell): My Decade Fighting
for the Labor Movement, Verso 2014, pag. 312.
44. Steensland, Failed Welfare Revolution, pag. 230.
45. Roger Simon, Gramsci’s Political Thought, Lawrence & Wishart 1991,
Capitolo 12.
46. Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Einaudi 2014.
47. SomeAngryWorkers, «Gr***ford? Where The Hell’s That?!», Libcom, 14 set-
tembre 2014, su libcom.org.
48. McAlevey, Raising Expectations, pag. 37.
49. Questo è quello che McAlevey chiama «whole-worker organising».
50. Erik Olin Wright, Envisioning Real Utopias, Verso 2010, pag. 223.
51. Alain Badiou, Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali,
Ponte alle Grazie 2012.
52. Harvey, Città ribelli.
53. McAlevey, Raising Expectations, pag. 51.
54. Bill Fletcher e Fernando Gapasin, Solidarity Divided: The Crisis in Organized
Labor and a New Path Toward Social Justice, University of California Press
2009, pag 174.
55. Guy Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino 2012.
56. Steven Greenhouse, «The Nation: The $100,000 Longshoreman; A Union
Wins the Global Game», New York Times, 6 ottobre 2002.
57. Di recente Nina Power ha suggerito che il reddito base universale debba esse-
re un obiettivo globale, piuttosto che una richiesta su scala nazionale. In via di
principio siamo d’accordo, ma pensiamo anche che le attuali condizioni politi-
che rendano inevitabile il fatto che queste richieste passino dapprima attraver-
so gli Stati nazionali. Nina Power, «Re-Engineering the Future», in occasione di
Re-Engineering the Future, Tate Britain, Londra, 10 aprile 2015.
58. In questi anni, l’idea che la forma-partito stia attraversando una crisi profonda
è diventata comune; ma si sottovaluta il modo in cui la forma-partito si sia con-
tinuamente reinventata a seconda delle mutate condizioni. Tendenzialmente,
possiamo dire che la crisi abbia riguardato i partiti d’avanguardia e quelli so-
cialdemocratici: i primi si basano su una piccola élite di intellettuali che spie-
gano alle masse quali siano i loro interessi, incitandole alla rivoluzione. Lars
T. Lih, Lenin Rediscovered: «What Is to Be Done?» in Context, Haymarket
2008, pag. 13-18. I secondi si fondano invece su un sostegno di massa, sulle
politiche elettorali, su una base economica indipendente e su una posizione
centrale all’interno delle organizzazioni dei lavoratori. Gerassimos Moschonas,
In the Name of Social Democracy: The Great Transformation, 1945 to the
Present, Verso 2002, pag. 35. Entrambe queste forme sono poco adatte alle
attuali condizioni dei paesi capitalisti avanzati, ma crediamo che il concetto
gramsciano di Partito come moderno Principe sia ancora valido e possa aiu-
tare la struttura di un partito come Podemos. Un’approfondita disamina della
forma-partito andrebbe oltre i limiti di questo libro, ma siamo d’accordo con
Peter Thomas quando nel partito intravede: 1) solo una sezione di un più
ampio movimento populista; 2) una forma di autogoverno del movimento; 3)
un’organizzazione che istituzionalizza le differenze anziché imporre un’identità;

356
NOTE

4) un’organizzazione che sintetizza le richieste del movimento e che agisce


come un apparato sperimentale per la loro proposizione. Peter Thomas, «The
Communist Hypothesis and the Question of Organization», Theory & Event 16:
4, 2013, su muse.jhu.edu.
59. Dario Azzellini, «The Communal State: Communal Councils, Communes, and
Workplace Democracy», North American Congress on Latin America, estate
2013, su nacla.org.
60. Dan Hancox, «Podemos: The Radical Party Turning Spanish Politics on Its
Head», Newsweek, 22 ottobre 2014.
61. Nel caso di Podemos, vengono previste «primarie aperte ai cittadini, la costi-
tuzione e proliferazione di circoli, la modifica e l’approvazione del programma
partecipativo, e poi il finanziamento collettivo, una contabilità trasparente, la
conferma e la revocabilità dei ruoli, un limite ai mandati e al salario dei rappre-
sentanti». Germán Cano, Jorge Lago, Eduardo Maura, Pablo Bustinduy e Jorge
Moruno, «Podemos: Overcoming Representation», Cunning Hired Knaves, 31
maggio 2014, su hiredknaves.wordpress.com.
62. All’interno di Podemos c’è comunque un grande dibattito interno sulla direzio-
ne che il movimento dovrebbe prendere. In via generica, possiamo distinguere
tra una posizione che punta a un potere più centralizzato e fondato sullo Stato,
e una che mira a un potere delegato e decentralizzato che tenga conto dei
movimenti locali. Vedi Luke Stobart, «Understanding Podemos (2/3): Radical
Populism», Left Flank, 14 novembre 2014, su left-flank.org.
63. Gary Genosko, The Party Without Bosses: Lessons on Anti-Capitalism from
Félix Guattari and Luís Inácio «Lula» Da Silva, Arbeiter Ring 2003, pag. 19.
64. Ciccariello-Maher, We Created Chavez, pag. 16.
65. Mark Levinson, The Box. La scatola che ha cambiato il mondo, Egea 2013.
66. Ibid.
67. Silver, Le forze del lavoro.
68. Timothy Mitchell, Carbon Democracy: Political Power in the Age of Oil, Verso
2013, pag. 19.
69. Ashok Kumar, «5 Reasons the Strike in China Is Terrifying! (to Transnational
Capitalism)», Novara Wire, aprile 2014, su wire.novaramedia.com.
70. SomeAngryWorkers, «Gr***ford?».
71. Deborah Cowen, The Deadly Life of Logistics: Mapping Violence in Global
Trade, University of Minnesota Press, pag. 41–5.
72. Questo è quello che Erik Olin Wright descrive come un tipo di potere struttu-
rale. Erik Olin Wright, «Working-Class Power, Capitalist-Class Interests, and
Class Compromise», American Journal of Sociology 105: 4, 2000, pag. 962.
73. Jonathan Cutler e Stanley Aronowitz, «Quitting Time», in Stanley Aronowitz e
Jonathan Cutler (a cura di), Post-Work: The Wages of Cybernation, Routledge
1998, pag. 9-11.
74. Cynthia Cockburn, Brothers: Male Dominance and Technological Change,
Pluto 1991.
75. McAlevey, Raising Expectations, pag. 28.
76. Cutler e Aronowitz, «Quitting Time», pag. 17.
77. Ibid.; Noam Chomsky, Occupy, Penguin 2012, pag. 34.
78. Murray Wardrop, «Boris Johnson Pledges to Introduce Driverless Tube Trains

357
INVENTARE IL FUTURO

within Two Years», Daily Telegraph, 28 febbraio 2012.


79. Paul Einzig, The Economic Consequences of Automation, W.W. Norton 1957,
pag. 235.
80. David Autor, Polanyi’s Paradox and the Shape of Employment Growth,
National Bureau of Economic Research, settembre 2014, su nber.org, pag. 26.
81. Anh Nguyen, Jason Yosinski, e Jeff Clune, «Deep Neural Networks Are Easily
Fooled: High Confidence Predictions for Unrecognizable Images» arXiv 2015,
su arxiv.org.
82. Qui una risorsa classica è Pivenand Cloward, Poor People’s Movements. Vedi
anche Liz Mason-Deese, «The Neighborhood Is the New Factory», Viewpoint
2, 2012, su view-pointmag.com.
83. Day, Gramsci è morto.
84. Jael Vizcarra e Troy Andreas Araiza Kokinis, «Freeway Takeovers: The
Reemergence of the Collective through Urban Disruption», Tropics of Meta:
Historiography for the Masses, 5 dicembre 2014, su tropicsofmeta.wordpress.
com.
85. Per esempio, al fine di svelare gli effetti di un blocco portuale sulla West Coast,
è stato utilizzato un modello di equilibrio economico generale per predire gli
effetti sulle singole industrie assieme all’impatto su beni deperibili, beni dirottati
ecc. Il modello disaggrega inoltre questi effetti in un impatto sulle esportazioni,
sulle importazioni, e sul potere d’acquisto dei consumatori, individuando gli
obiettivi precisi di tutte le forme di pressione politica che è possibile esercitare
attraverso un blocco. «The National Impact of a West Coast Port Stoppage»,
National Association of Manufacturers and the National Retail Federation, giu-
gno 2014, pdf disponibile su nam.org, pag. 9.
86. Vedi per esempio lo sviluppo di nuove forme di organizzazione nelle reti del-
la logistica. Jane Slaughter, «Supply Chain Workers Test Strength of Links»
Labor Notes, aprile 2012.
87. McAlevey, Raising Expectations, pag. 37.

CONCLUSIONE
1. È quello che Marx implica quando afferma che «di fatto, il regno della libertà
comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla
finalità esterna». Karl Marx, Il Capitale, Libro III.
2. La tenacia della divisione della società per linee di genere è ampiamente dimo-
strata in Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale: Women
in the International Division of Labour, Zed 1999.
3. Kathi Weeks, The Problem with Work: Feminism, Marxism, Antiwork Politics,
and Postwork Imaginaries, Duke University Press 2011, pag. 216.
4. Robert J. Van Der Veen e Philippe Van Parijs, «A Capitalist Road to Communism»,
Theory and Society 15: 5, 1986, pag. 637.
5. Gregory N. Mandel e James Thuo Gathii, «Cost-Benefit Analysis Versus the
Precautionary Principle: Beyond Cass Sunstein’s Laws of Fear», University of
Illinois Law Review 5, 2006.
6. Per una riflessione essenziale sul tema, vedi Benedict Singleton, «Maximum
Jailbreak», in Robin Mackay e Armen Avanessian (a cura di), #Accelerate: The
Accelerationist Reader, Urbanomic 2014.

358
NOTE

7. Paul Mason, «What Would Keynes Do?», New Statesman, 12 giugno 2014.
8. Singleton, «Maximum Jailbreak»; Nikolai Federovich Federov, «The Philosophy
of the Common Task», in What Was Man Created For?, Honeyglen 1990.
9. Per un’articolazione accessibile di questa posizione, vedi W. Brian Arthur, La
natura della tecnologia. Che cos’è e come evolve, Codice 2011.
10. Tony Smith, «Red Innovation», Jacobin 17, 2015, pag. 75.
11. Mariana Mazzucato, Erik Brynjolfsson e Michael Osborne, «Robot Panel», presen-
tato al FT Camp Alphaville, Londra, 15 luglio 2014, disponibile su youtube.com.
12. Michael Hanlon, «The Golden Quarter», Aeon Magazine, 3 dicembre 2014, su
aeon.co; Tyler Cowen, The Great Stagnation: How America Ate All the Low-
Hanging Fruit of Modern History, Got Sick, and Will (Eventually) Feel Better,
Dutton 2011, pag. 13.
13. Questa è una delle conclusioni principali a cui arriva Mariana Mazzucato in un
libro importante come Lo Stato innovatore, Laterza 2014.
14. Per un’approfondita analisi di come Apple abbia cinicamente fatto affidamento
sulle tecnologie sviluppate dallo Stato, vedi ibid. cap. 5.
15. Il fatto che così tanti megaprogetti proseguano nonostante la loro storia di
sforamento dei costi e mancanza di rimuneratività è considerato un para-
dosso da uno studio: Bent Flyvbjerg, Nils Bruzelius e Werner Rothengatter,
Megaprojects and Risk: An Anatomy of Ambition, Cambridge University Press
2003, pag. 3-5.
16. André Gorz, La strada del paradiso, Edizioni Lavoro 1984.
17. Vedi Karl Marx e Friedrich Engels, Ideologia tedesca, Bompiani 2011.
18. Questo appellarsi al concetto di umanità fuori dal capitalismo è, per esempio,
uno degli aspetti più problematici del lavoro di Jacques Camatte. Vedi Jacques
Camatte, This World We Must Leave, Semiotexte 1996.
19. Weeks, Problem with Work, pag. 169.
20. Ernest Mandel, Late Capitalism, Verso 1998, pag. 394-5.
21. Marx parla di «energie». Karl Marx, Il Capitale, Libro III.
22. Federico Campagna, L’ultima notte. Anti-lavoro, ateismo, avventura, Postmedia
2015.
23. Per una prima indagine a riguardo, vedi Alexandra Kollontai, Selected Writings,
Allison & Busby 1977.
24. Stephen Eric Bronner, Reclaiming the Enlightenment: Toward a Politics of
Radical Engagement, Columbia University Press 2004, pag. 15.
25. Weeks, Problem with Work, pag. 103.
26. Benjamin Bratton, The Stack: On Software and Sovereignty, MIT Press 2015.
27. Tiziana Terranova, «Red Stack Attack!», in Robin Mackay e Armen Avanessian (a
cura di), #Accelerate: The Accelerationist Reader, Urbanomic 2014, pag. 391-3.
28. I racconti di vita quotidiana sotto un’economia partecipativa fanno riflettere.
Vedi Michael Albert, Oltre il capitalismo. Un’utopia realistica, Elèuthera 2007.
29. Nick Dyer-Witheford, «Red Plenty Platforms», Culture Machine 14, 2013, pag. 13.
30. Misurata in termini di operazioni al secondo, ci si aspetta che la differenza tra
1969 e 2019 sia di 107 contro 1018.

359
Stampato nel dicembre 2017
per conto di NERO da Moś, Poznań

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