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PORNOCULTURA

Il porno brulica dalla rete agli scenari urbani, dagli schermi mediatici alle piccolezze del quotidiano.
La ricerca che segue ha l’obiettivo di cogliere quella che definiamo “pornocultura” contemporanea, laddove
non siamo più di fronte ad un settore di nicchia dell’offerta mediatica, bensì ad un paradigma estetico. Sulla
base di tale ipotesi, si propone un’interpretazione dell’immaginario della società e delle sue pratiche, a partire
dal porno, sulla base della matrice “pornoerotica”, la quale sta riconfigurando l’anima e le forme. Il termine
“pornoerotismo” agisce da leva semantica con cui intendiamo sfumare la differenza tra il porno e l’erotico, e
la fessura nella quale si cela il senso della pornocultura. Quello che interessa è la misura in cui si asseconda
un istinto carnale grazie ad una nuova accessibilità agli strumenti del piacere, alla tecnologia. Il regno del
pornoerotismo è ormai sfociato nella pop culture, al punto da configurarsi come un pilastro di essa. Ne
consegue una pornificazione del quotidiano, visibile online, fra gli accessori del mercato, nel design e nel
linguaggio, in un’infinità di nuove pratiche che cavalcano la reversibilità tra l’intimo e il condiviso; infine si
ha una radicalizzazione dell’hard (diffusione di categorie e abitudini estreme). A partire dalla diffusione
sociale della stampa, si hanno i primi fondamenti della neutralizzazione dell’erotismo, che approdano nel
nuovo millennio, dove la crisi dell’individuo moderno e il ribaltamento dei tradizionali estetiche, plasma una
pornocultura sempre più ampia e diffusa, scaturita soprattutto dalle reti elettroniche, e poi diffusa sul
territorio fisico. In questo senso, le piattaforme a finalità erotiche, confermano il rapporto sempre più stretto
tra i media elettronici e l’erotismo. Secondo una prospettiva trasdisciplinare, intendiamo prendere atto della
rottura epistemologica dell’attuale società, di cui la pornocultura sembra essere causa ed effetto.
Eccoci nell’epoca dell’oscenità integrale, dove la carne, medium e messaggio della nostra epoca, si fa verbo e
il sesso è ovunque e da nessuna parte.
1- GENALOGIE
Le origini rinascimentali, la Riforma e la svolta barocca
La pornocultura non è semplicemente la sovraesposizione dell’eros e non ha a che fare con
l’aumentare dei libertinismi e delle pratiche estreme del piacere; porno è oggi la brusca interruzione
dello stato di separazione stabilito dall’ordine culturale occidentale a partire dal Rinascimento, la
culla della modernità. Il corpo-a-corpo generalizzato indotto dall’atmosfera porno è la congiunzione
di quanto era stato disgiunto nello sforzo costitutivo del nostro mondo: il soggetto dall’oggetto, il
soggetto dall’ambiente, il soggetto dagli altri soggetti. L’aurora dell’individuo è pertanto la causa e
l’effetto di uno strappo, è l’interruzione della comunione tra umani, natura e divino. Questa sorta di
ferita della storia è stata inferta in modo progressivo dagli inizi del Quindicesimo alla metà del
Diciannovesimo secolo. La circolazione degli umori che caratterizzano gli scenari pornoculturali,
segnala innanzitutto lo straripamento dei soggetti, delle forme e delle sostanze condensante nelle
conche scavate in tanti secoli di storia moderna. Le sue tappe fondamentali, prima dell’esondazione,
possono essere identificate tramite l’analisi di alcune cruciali invenzioni tecnoculturali e della loro
diffusione sociale. Per cominciare, l’affinamento scientifico della prospettiva, con quanto ha
comportato nella precisazione del punto di vista sin dalle opere degli architetti come Brunelleschi e ha
corroborato il processo di organizzazione dello spazio in modo tale da rendere più chiaro il rapporto
tra soggetti e oggetti, tra lo sguardo e le cose. Il primo metodo adoperato è stato, non a caso, chiamato
“punto di distanza”, che evidenzia l’opera di disgiunzione tra il sé e l’altro da sé, portata avanti
nell’obiettivo dichiarato di porre l’essere umano al centro del mondo, palese ne è la metafora del
celebre disegno realizzato da Leonardo da Vinci, L’uomo vitruviano, il quale sigilla il ruolo cardinale
dell’uomo nell’universo, il suo divenire la misura di tutte le cose, esattamente a partire dalla
possibilità di isolarle, controllare e analizzare, secondo i canoni del proprio corpo, tutte le cose che gli
sono circostanti, considerate ormai come una grande “cosa” adatta alla manipolazione. Il quadro
tracciato non sarebbe tuttavia completo ed efficace senza l’intervento di un dispositivo ancora più
incisivo: la stampa, estensione universale e poi industriale della scrittura alfabetica e dell’uomo
moderno. Solo codesto strumento consente al soggetto di sorgere razionale ed agente in base al
procedimento dell’astrazione. Il sintagma “fare astrazione” è il corrispettivo dell’abilità del soggetto
di estraniarsi dal contesto per considerarlo in modo più oggettivo. Ha imparato a considerare l’altro
come una rappresentazione della propria mente, con la conseguente necessità di sfumare l’empatia nei
confronti di ciò che eccede in campo prospettico. La cellula moncale, che predispone per i suoi abitati
un’esistenza lungi dagli altri, distanti dalle tentazioni, con il corpo sotto controllo ed il libro tra le
mani, funziona in tal senso come efficace paradigma per descrivere un isolamento orientato dalla
forza del pensiero, uno stato tanto sacrificale per chi lo viva, quanto strumentale a produrre testi,
leggi, valori… Weber l’avrebbe nominata in seguito come “disincanto del mondo”.
La stampa vestì un ruolo da apripista all’industrializzazione, ma soprattutto di messaggio teso a
forgiare un individuo connotato dalla qualità di trattenere le emozioni, di agire secondo procedimenti
razionali e dall’arte di relegare i sentimenti e i sogni ai margini della propria vita quotidiana.
Contenersi significa esattamente rinunciare all’eccesso di appetito e di altre fantasie che possano
distrarre l’individuo dalla via retta della ragione, dal progresso, dalla produzione economica e dalla
riproduzione sociale. La missione della Riforma protestante di debellare la corruzione e il degrado,
indotti anche dal commercio delle indulgenze, decise di diffondere la Bibbia in lingue volgari e
mostrando che in essa non si menziona né il culto dei santi, né della Vergine e tanto meno del
Purgatorio: i riformatori puntarono ad estirpare ogni residuo pagano, con tutte le ebrezze corporali ad
esse associato; partendo dal culto dei sani che ha sempre integrato forme di adorazione che
sfociavano in orge, passando dalla Madonna, vista come una fonte iconografica di distrazione dalla
Santissima Trinità e finendo a dimostrare che il Purgatorio fu inventato tra il Dodicesimo secolo e
l’epoca in cui Dante scrisse il secondo cantico della Divina Commedia, per legittimare i piaceri della
lussuria, graziati da una sorta di indulgenza, divennero infine oggetto di un mercato. L’irruzione
oltraggiosa del porno è allora una reazione minoritaria e tendenzialmente segreta nei confronti delle
più severe imposizioni religiose, sociali o morali ma presto agenti come faro di tutto lo spirito del
capitalismo. Si è trattato pertanto di una risposta, cosi come il Barocco, un tentativo di superamento
della Contro-Riforma e del puritanesimo protestante. In un caso come nell’altro, i protagonisti
dell’atto osceno hanno privilegiato come principio e destinatario della creazione una carne sognante
eccitata dall’ebrezza, dalla fantasia e da desideri irriducibili alla retta via dell’arte, della cultura e
della politica ad essa contemporanei. Questo filo rosso è d’altra parte fin troppo evidente: una trama
porno-barocca, poi pop-barocca, infine kitsch (produzione dei beni ritenuti artistici, ma in realtà
banali e di pessimo gusto), che plasma la sostanza delle conigliette di Play-boy, dai club erotici di
Amsterdam, Londra o Berlino con le loro esorbitanti decorazioni, dei sex toys dal più lussuoso
design, fino ad incidere sull’architettura elettronica sex cam ove la carne è esposta, su molteplici
finestre online, imbandita come le merci più voluttuose per agitare lo sguardo toccante dell’utenza. La
sostanza comune dei due universi evocati, il Barocco e il porno, è il loro estatico precipizio nelle
braccia voluttuose della petite-mort, la piccola morte, l’orgasmo: laddove il soggetto si perde,
desiderante, in qualcosa di più grande di sé e del sé; è non solo un tripudio lascivo dei sensi, ma ancor
più l’interruzione dello stato di discontinuità tra il soggetto e la propria alterità, perno dell’individuo
razionale plasmato dal mondo moderno. Georges Bataille ha descritto meglio di chiunque altro la
condizione in oggetto rivelando la relazione intima tra l’erotismo e la morte, giacché nell’ambito della
stretta sessuale l’individuo rinuncia a sé, traendo piacere ormai nell’essere incatenato e non nel
liberarsi dalle catene, così come invece i grandi miti moderni insegnano.

Oltre l’umanesimo
C’è qualcosa di non umano nella confusione tra il soggetto e l’oggetto. Sul piano dei piaceri, la
pornografia, con le droghe, è stata forse il primo lampeggio di un rigurgito anti-umanista, anti-
moderno e persino non umano nelle società occidentali. L’onda lunga del porno mostra che un
magma sensibile e onirico non era né contenibile ai margini della vita sociale, né strumentalizzabile
secondo l’orizzonte progressista della storia, trattandosi invece di un capriccio virale, di un brivido
contagioso. L’immaginario della nostra epoca è intriso di sostanze porno da quando quel magma si è
fatto cultura corrente, estetica diffusa, scena. La potenza del pensiero imperniato sulla logica astratta,
tende ad essere relativizzata da un orientamento per cui non è più la ragione a dirigere i sensi ma la
sensibilità ad estendere il proprio dominio sulla mente. È qui in azione un sentire pensante, che funge
da principio organizzatore dell’emozione pubblica la quale soppianta l’opinione pubblica su cui erano
elaborati, con l’ausilio della marcia del progresso. Le emoticon, i selfie, i like, i follow e tutte le altre
variopinte forme elementari della cultura elettronica, di cui le emozioni sono la base e l’altezza,
mostrano la rinnovata centralità del corpo nelle dinamiche della vita collettiva, di un corpo eccessivo
che allude alla carne, che si fa carne. Tutto questo è porno, ma ancora più porno è la condizione in cui
versa il soggetto implicato nella spirale dell’emozione pubblica: non più padrone del proprio destino,
esso si ritrova ad essere agito invece di agire, ad essere posseduto più di quanto non possegga,
risucchiato com’è in flussi di interazione, o meglio di interpassività e in altri incantesimi dei quali non
è altro che un elemento residuale allo sbando. Ecco dove si compie in modo definitivo l’alienazione
volontaria dell’uomo. L’incapacità di staccarci dallo schermo, di liberarci delle protesi tecnosocietali
che indossiamo e la dittatura dell’always on, della geolocalizzazione e del tagging, rinviano al trionfo
di un’orgia permanente che brucia, inghiottisce e droga il corpo sociale. Il riferimento alle droghe non
p affatto casuale. C’è anzi un rapporto intimo tra le alterazioni psicosensoriali che esse inducono,
incoerenti con il tempo e lo spazio istituzionali perché molto più lente o molto più accelerate, e quelle
innescate dai pornoscape. Le multiple addiction che, dalle droghe alle reti sociali, si impongono nelle
pratiche della vita ordinaria, sono la testimonianza più fragrante di quanto il mito dell’autonomia
individuale sia ormai, nel bene e nel male, alle nostre spalle. È anzi urgente riconoscere che la
gratificazione più anelata nell’assunzione di sostanze stupefacenti, è inversamente proporzionale alla
salvaguardia della coscienza individuale, mentre è assicurata da uno stato di indistinzione tra il sé e
l’altro, tra ragione, il corpo e il sogno. È questo lo stesso miracolo di quello contemporaneo che
orienta le pratiche elettroniche come lo sharing, l’interazione e l’esposizione dell’intimità verso
scenari sempre più pornoerotici, mostrandone lo strato sostanzialmente pornoerotico. La più
insopportabile indecenza da essa avvallate è la messa a nudo, intesa in senso metaforico e non,
dell’individuo, lo svilimento del suo libero arbitrio. La fortezza della mente in cui l’individuo era
protetto e dalla quale governava a distanza il mondo lascia allora il posto alle stanze di una scena
pulsante dove non c’è più respiro, ma solo carne, solo pori e solo sudore tra soggetti e oggetti, tra
soggetti e soggetti, tra i media e la vita quotidiana.

Le cicatrici, il pornoerotismo e la resurrezione oscena


Le piaghe che si sono susseguite sono state gravide di conseguenze per l’essere umano: le guerre
mondiali, i campi di concentramento, l’esplosione delle bombe atomiche. Si tratta dei punti
catastrofici della modernità, di tappe obbligate per esplorare e contraddizioni dell’umanesimo. Da
questa fase in poi, l’umano, è irreversibilmente gettato in un inedito paradigma esistenziale. È
plausibile considerare lo strazio consumato come l’evento più pornograficamente macabro della
storia, nella quale si adagerà in seguito la gioia tragica delle esuberanze pornoerotiche. Essi
testimoniano un divenire post-apocalittico, ciò che accade e che avviene dopo il trauma. Le piaghe
sopra citate hanno mostrato in modo terrificante quanto il compimento ultimo dello sviluppo tecno-
scientifico corrisponde all’obsolescenza dell’uomo. Risultati straordinari dell’ingegno sociale
sanciscono in primo luogo l’avvenuto superamento del soggetto nella tecnica, di un sistema che
trascende l’individuo fino a poter fare a meno di lui. È questo un punto irreversibile della Storia. Ciò
che l’umano ha ceduto nello scambio con la tecnostruttura non può essere oggetto di rettifica. In esso
è sigillata una verità garantita: siamo nelle catene, dipendiamo dal sistema di oggetti. Secondo una
lucida interpretazione di Baudrillard sarebbe ormai la tecnica, gonfia dell’umanità che ha assorbito in
tanti secoli di progresso, a riversarsi con tutta sé stessa sugli esseri umani e a plasmarli a propria
immagine e somiglianza. Ciò è già vero nell’avvento della condizione industriale, ma vale ancora di
più laddove il copro umano non si limita più a servire la produzione, bensì è dilaniato in ciò che esso
ha prodotto. In breve, l’umanesimo ha dotato l’individuo di protesi, dispositivi e strumenti per
governare il mondo ponendosi come la sua misura. Secondo un’interpretazione più cinica e amara,
nello slancio umano dimorerebbe, come mostrato nelle scene iniziali di Odissea 2001 nello spazio, un
principio anti-umano, se non addirittura non-umano. Conta soffermarci sui copri smembrati e mutilati
nell’apogeo del processo scientifico e dei suoi effetti perversi. Per quanto paradossale possa sembrare,
l’ammassamento brutale di cotanta carne ha esposto e riunito come mai era avvenuto prima, nel nome
del dolore, una sostanza umana comune e in comune, interrompendo lo stato di separazione promosso
dalla divisione sociale del lavoro. Nel constatare su sé stesso la supremazia della tecnica, il corpo
sociale ha tastato con mano la propria stessa obsolescenza. Eppure proprio qui, gli umani
sopravvissuti hanno rinvenuto l’empatia della carne, il miracolo della carne, Secondo Battille, nulla
unisce gli esseri umani meglio delle cicatrici. La letteratura, il cinema e le serie televisive e le altre
forme comunicative, così come le cruente immagini degli snuff film, lo hanno confermato: il sangue,
le piaghe e i dolori sono anche scintille di un’attrazione pornoerotica. Forme elementari
dell’eccitazione collettiva. Fonti di surriscaldamento del quotidiano. L’opera di mortificazione agita
la prima metà del Novecento. L’offesa più insopportabile al genere umano, tra le deportazioni e i
bombardamenti, aveva già avuto luogo, così come l’apocalisse che è innanzitutto lo svelamento di
una verità. Nel nostro caso, la rivelazione di un limite: il limite dell’umanesimo. Ridotti ai minimi
termini, cosparsi di lacrime e di sangue, intrecciati nel più intimo degli abbracci, la stretta del lutto,
quei residui di umanità potevano solo, insieme, risollevarsi. Sollevare la propria carne. L’aurora del
porno è esattamente lo scalpitare della carne nel limbo tra la morte e la vita. Il porno è il carnevale
della carne, ed il sollevamento di essa. Senza la bomba atomica non ci sarebbe mai stato il porno di
massa. Senza l’impiego schiacciante dell’armatura bellica sul corpo sociale non avrebbero proliferato,
molti anni dopo, i sex toys. Senza i dispositivi punitivi del Terzo Reich sarebbe meno comprensibile il
sex appeal della fucking machine. Tali avventi sono il corollario scintillante della lenta e amara
digestione, di un trauma collettivo e delle sue correlative sostanze. Le convulsioni della pornocultura,
a cominciare dalla Chatroulette, dai club all-you-can-fuck ai dilo al supermercato, sono pertanto il
corrispettivo di una resurrezione pagana. Una resurrezione oscena. La sua umidità eco è oggi il
contenuto prevalente delle reti digitali e della società elettronica, ma è stata la televisione prima ad
averla partorita e infine esibita in mondovisone, sotto forma di merce spettacolare. E’stato il
dispositivo culturale che meglio di ogni altro ha accolto e compiuto ciò che era stato avviato dalla
fotografia e preparato, sebbene in modi diversi, tanto nella fucina delle avanguardie del Novecento,
quanto nelle trame di altri media come la radio, la videocamera e la progressiva coincidenza tra
l’opera e il pop, come la discoteca: la progressiva coincidenza tra l’opera e lo spettatore, il corpo e il
messaggio, l’oggetto e il soggetto, in una parola la scena che diviene oscena. Tra tanti passaggi di
testimone, un ruolo decisivo nell’assecondare in chiave sensuale l’avvicinamento osceno tra il
pubblico e lo schermo è stato svolto dal cinema. Esso ha contemporaneamente ispirato il desiderio
collettivo di corpi, mostrandone sul grande schermo, in sale buie, affascinanti quanto mastodontici
fotogrammi e invogliato il copro sociale a sdoppiarsi, tramite visioni immaginifiche di sé e dell’altro,
propedeutiche all’alterità e l’alterazione, al divenire Altri. Ecco qua il triplo invito: fantasticare sul
copro dei vicini, desiderare se stessi e gli altri secondo forme insolite e già non umane. In questa
prospettiva, il montaggio cinematografico è di per sé un’operazione chirurgica di massa tesa a
smembrare corpi. Tempi e spazi, sparpagliando le configurazioni organiche, sociali e culturali più
consolidate al fine di suscitare e poi soddisfare le pulsioni carnali dell’immaginario collettivo.
L’operazione in causa è pertanto un’audace ricomposizione di elementi tra loro precedentemente
disgiunti, a partire dal sacrificio delle loro forme istituite dalla loro singola identità.

Dallo Sputnik alla televisione: excursus mediologico


L’apice dello snodo descritto risale probabilmente al 1957, con il lancio nello spazio dello Sputnik, da
parte dell’allora Unione Sovietica, il primo satellite artificiale in orbita attorno alla Terra della storia.
Esso innescò direttamente ed indirettamente lo sviluppo del sistema di comunicazione oggi esteso in
tutto il globo, basato sul principio di interconnessione in tempo reale delle reti mediatiche, così come
sulla possibilità di rendere visibile e tracciabile ogni elemento terrestre a partire da punti di
osservazione extra-planetari. I dispositivi più contemporanei non sarebbero così efficaci senza le
premesse sviluppate da questo audace esperimento, il quale ebbe luogo nello stesso anno in cui il
presidente americano fondò l’ARPA, origine militare di Internet. È degna di nota a natura anfibia di
questa innovazione scientifica e comunicativa: inaugurata secondo finalità belliche (Thanatos), essa è
in seguito destinata e distorta, con l’astuta complicità sociale, in macchina del piacere (Eros). L’opera
che meglio ha descritto e riassunto la reversibilità è la famosa scena iniziale del film di Stanley
Kubrick, Odissea 2001 nello spazio: un primato, antenato dell’uomo, va alla scoperta dell’osso,
immediatamente associato all’uccisione di un tapiro, che si concluderà con il lancio dell’osso in aria,
dove esso danzerà al ritmo di valzer, che raggiunge lo spazio e si trasfigura in una navicella che
accoglie in sé la danza e danza nello spazio. La pornocultura per noi è il seguito convulso di quella
stessa danza, inscritto nel solco della corrispondenza tra erotismo e morte caratterizzante la spirale
dell’essere umano. Ciò che avvenne a partire dal volo dello Sputnik fu probabilmente più denso di
conseguenze nell’immaginario collettivo che su quello scientifico. McLuhan disse che nel momento
in cui lo Sputnik si affaccia sul globo terrestre ci si rende conto di non essere spettatori ma solo attori.
Attori che indossano ormai se stessi e ciò che li circonda come uniche maschere, maschere in un
teatro senza discontinuità tra il palco e la platea. L’umanità e l’ambiente che l’accoglie divengono
allora i protagonisti oggettivi di una stessa trama narrativa, una stessa palpitante cosa dalle pareti
sottili e senza retroscena, una materia nuda in cui affondare. Dopo le catastrofi di metà secolo, il
clamoroso evento, culminato in realtà con l’allunaggio di Amstrong, ha definitivamente esposto il
mondo ai suoi abitanti, in un corpo venati di componenti organiche e inorganiche contraddistinte
dall’interdipendenza vitale. Da un punto di vista sensoriale, lo shock indotto dalla trasmissione delle
immagini satellitari è consisto nell’ostentare agli esseri umani se stessi come spettacolo da
contemplare. Il fatto stesso di esserci, di essere esposti a uno sguardo esterno dal potenziale, eleva la
nuda vita alla dignità di opera d’arte. Non c’è più bisogno di alcuna recita perché l’umani sai avvolto
in un’aura spettacolare, così come non è necessario il ricorso ad alcun trucco ed artificio affinché essa
si trasformi contemporaneamente in star e merce. Il suo corpo, nell’inestricabile intrico con ciò che
prima gli era esterno, è da questo momento il soggetto, l’oggetto e la scena della contemplazione. Un
oggetto in cui la carne basta e avanza. Un oggetto pornoerotico. Da desiderare. Da questo momento la
carne pulsa in televisione. In televisione: la cultura televisiva ha riunito definitivamente su uno stesso
piano oggetti e soggetti della visione, stringendoli ancora di più di quanto già non fossero in una
matrice comune: una matrice festiva, effimera e prevalentemente commerciale. È stato il piccolo
schermo ad attribuire dignità erotica ai corpi del quotidiano, erotizzando la vita ordinaria. Negli anni
Ottanta il cerchio si chiude con tutti i tasselli che comporranno il mosaico dell’attuale pornocultura.
La pop culture tinge di colori festivi le forme su cui si distende e che ingloba, traducendole in
sostanze idonee ad appagare la fama spettacolare e atte ad essere consumate. Per fare ciò essa ha
bisogno di un pubblico desiderante e deve eccitarlo. È la pubblicità lo strumento operativo più
efficace nell’impresa di seduzione del pubblico. Oltre ad essere la vera novità e la trama portante del
flusso televisivo, essa sparge dosi multiple di emozioni, sicché da indurre il corpo sociale a una sorta
di obesità generalizzata, alle grasse risate e dissolutezza. Con la complicità di soubrette e veline, dei
mister muscolo e dei ballerini, compresi protagonisti di reality show e programmi televisivi ad alta
intensità affettiva, il linguaggio pubblicitario inaugura e incalza così uno stile di vita dalle venature
evidentemente lussuriose. Eccoci al portale della pornocultura, dove s’intravedono le immagini più
conturbanti dell’oscenità contemporanea. Ma siamo solo sulla soglia, dove possiamo intravedere e
prevedere, ma non veder tutto. Lo spettatore televisivo concupiscente, deve accontentarsi di poco,
raccogliendo un erotismo soft a notte inoltrata. La televisione, quindi, eccita i corpi lasciandoli
inappagati. La pornotelevisione è una promessa inavverata. Così come per quanto concerne i suoi
esperimenti nell’interattività, della personalizzazione e della rincorsa del tempo reale durante gli anni
Novanta e all’inizio del nuovo millennio, altrettanti inviti e ammiccamenti disattesi rispetto ad un
nuovo paradigma culturale, anche e soprattutto il pornoerotismo, essa è una promessa presa in
consegna dalle reti digitali.

2- L’INTRATTENIMENTO RADICALE
Le Love Dolls
Le bambole in silicone hanno fatto la loro comparsa sulla scena americana negli anni Novanta e
vengono chiamate love dolls per differenziarle dalle comuni bambole gonfiabili. I collezionisti le
adoperano in modi diversi: come soggetti fotografici, come manichini da vestire, come compagne di
vita o come giocattoli sessuali. A renderle sorprendenti è la loro aura che le colloca al confine tra
oggetto inanimato e donna in carne ed ossa, che sembra racchiudere il segreto di questa vita pulsante
esclusivamente per il suo padrone. In passato le love dolls erano note solo grazie a delle pubblicità
sulle riviste maschili, mentre attualmente questo universo viaggia in rete attraverso forum e social in
cui gli amatori si scambiano commenti, pareri ma soprattutto fotografie in cui scelgono di mostrare la
propria bambola in scenari creati ad hoc per restituirle un’ambientazione che oscilla tra il familiare, il
giocoso e l’erotico. L’iscritto è un utente che sceglie di definirsi collezionista o iDollator (idolator +
doll) e designa coloro che hanno scelto le bambole come compagne di vita. Vi sono sezioni che
riguardano consigli per la manutenzione e altri che creano contest in cui è possibile vedere le real doll
ritratte di fronte alla tv, in tenute sexy o come comuni fanciulle in auto. Non sono rare le foto di
gruppo dove le love dolls ricreano una riunione immaginaria fra ragazze intorno ad un tè o giacciono
su prati in succinte pose oscene. Anche YouPorn, fra gli altri, ha una sezione dedicata alle bambole in
silicone. Il business milionario- una bambola nuova può costare dai 6000 ai 12000 dollari- ha
diversificato la produzione: ci sono aziende specializzate nel creare bambole simili ad icone dello
showbiz oppure aziende che forniscono prodotti completamente customizzati. L’ordine si effettua
online, dove la bambola viene scelta nei minimi dettagli (tatuaggi, cicatrici, acutezze del viso, etc.)
capace di rendere il prodotto più possibile unico, come un essere umano. Alcune curiosità:
-La Real Doll e la Wicked Doll stanno modificando la colonna vertebrale delle stesse al fine di
facilitarne la presa (una love doll pesa dai 45kg ai 60 kg, come una donna) e renderla più snodabile
attraverso, ad esempio, una gola profonda con penetrazione fino a 17cm. La seconda azienda vende le
sue bambole con certificati firmati da un’attrice porno ed un profumo personalizzato.
-Il collezionista giapponese Sakai considera la sua collezione un hobby e dispone di più di 10
bambole che differiscono tra loro in carnagione e tratti somatici.
-Louis è un collezionista che considera la sua bambola più come animale domestico.
-Everard possiede otto corpi di bambola con quattro teste in più, con una delle quali è sposato.
I proprietari, dunque, le vestono e le truccano, le circondano d’oggetti e accessori per renderle il più
complete e umane possibili. Alcuni ne conferiscono un ruolo centrale nella routine quotidiana, altri la
trattano come puro oggetto di godimento sessuale. Alcuni fra gli idollator sembrano essere
morbosamente interessati quasi esclusivamente alle cure del silicone stesso richiede, come l’essere
umettato ciclicamente e ammorbidito affinchè non si indurisca creando calli e zone ruvide. Queste
pratiche trasformano degli orrori dove, fra manichini e ricambi di teste, ciglia e capelli, ha luogo
un’alienazione volontaria, dal momento che alcuni proprietari si dedicano solamente a loro. Il
mercato delle real doll è quasi esclusivamente composto da clienti di sesso maschile, mentre la
ristretta cerchia femminile è caratterizzata per lo più da lesbiche; sono in crescita gli esemplari
transessuali. Un fenomeno affine è quello delle living doll, ovvero di una segreta comunità di feticisti
che ha rivendicato il diritto di “giocare alle bambole” in prima persona, divenendo essi stessi delle
bambole. Si tratta di una sorta di cosplay porno: si trasformano in bambole e adoperano maschere in
silicone su volto e mani, ricoprendo il resto con abiti in stile rubber e fetish, reincarnando diversi ruoli
che vanno dalla madre alla bomba sexy. Agendo nell’intimità, attraverso festini preparati online,
questi performer danno voce a quella segreta e inconfessata pulsione mortifera che da sempre è alla
base del fascino postumano per automi, manichini e bambole. Agalmatofilia è il termine che sin
dall’antichità dava corpo alla passione e all’attrazione verso le statue. La rappresentazione dell’altro
da sé in chiave di statua, costituisce il primo grado della declinazione di un’alterità assoluta su cui
investire desideri pornoerotici, mentre le love doll si trova dal lato opposto di questo asse, la cui
direttrice smebra essere la duplice pulsione di assenza del fattore imprevedibilità associata
all’esercizio di potere e controllo sull’altro. Dalla gratificazione ottenuta nella performance sessuale
in cui l’altro partecipa sena opporre resistenza, fino all’abuso di un corpo che non reagisce bensì cede
ad ogni voluttà e perversione; le bambole possono offrire “ il miglior sesso della tua vita” come
affermò uno speaker a fine anni Novanta.

Venire tra i piedi


Il legame con questi feticci incarnati è l’inevitabile accostamento magmatico di perfezione e
automazione nel rispondere ai desideri altrui, che coincide con l’assenza di vita. Tuttavia il fremito
vitalistico si riscontra proprio nell’assenza del materiale con cui la creatura è stata plasmata: il
silicone. Già con la chirurgia estetica esso accarezza da sempre il sogno di “farsi carne”, tentando
addirittura di superare i limiti insiti nella stessa deperibilità della carne umana. E’ infatti attraverso il
materiale con cui la love doll è stata creata che rinvengono gli impercettibili difetti, che conferiscono
unicità e real-core ad un oggetto altrimenti glaciale nella sua perfezione. Anche il silicone non resiste
al passare del tempo se non viene curato. Vi è una fotografia sorprendente venduta da un collezionista
italiano e realizzata da Azusa Itagaki che mostra un interno domestico sul quale giace, riverso di
spalle e abbandonato, un corpo femminile. Nonostante il centro dell’immaggine sia occupato dal
sedere debordante, è impossibile non notare che il punctum barthesiano dell’immagine sia un altro: lo
sguardo si dirige subito dal didietro verso le piante dei piedi. Perché esse sono sporche. E’ lì che spira
un immediato soffio osceno e vitale della bambola, è solo da quel punto che dubitiamo se stiamo
guardando una ragazza riversa sul pavimento, un manichino o un’immagine ritoccata, è solo e a
partire da quel preciso istante che ritroviamo eccitati. Georges Bataille offre rappresentazione
dell’umano che passa dall’accoglienza dell’informe proprio grazie alla visione oscena e pornografica
di un alluce in primo piano, sostenendo che la debolezza umana solo nella “penombra poetica” accetta
di abbandonarsi al basso e all’informe, fino ad urlare, con gli occhi ben sgranati, di fronte ad un
alluce. Si intende investigare nell’interzona nella quale la produzione e il consumo di materiale porno
incontrano l’esplosione del piacere, in uno stato di grazia che precede per pochissimo l’accrescimento
e l’avvento del piacere. Che sia il “venire” solitario o con altri , suprema immagine dell’estasi, questi
attratto al fine di precipitarlo nell’immaginario immondo che li ha sedotti. Il basso per Bataille,
l’alluce e il feticismo che esso induce, testimonia del carattere burlesco e grottesco che muove la
seduzione. Sì, un alluce, così come può essere la sagoma della zona pelvica resa protuberante grazie a
calzoni attillati, o ancora un elastico degli slip immaginato sotto un tessuto che sega. E’
nell’eccellenza della carne e delle sue visioni fameliche che si genera l’immaginario porno, la cui alba
è sempre tinta da uno stato di grazia. Tale grazia le deriva da un innegabile ma inconfessabile
intenerimento iniziale, insorgente della carne resa elettronica dal medium che più di tutti la veicola, il
web; in rete dinanzi ad una quantità incalcolabile di video porno online, per un istante cogliamo il qui
e ora dello sguardo in camera e sentiamo il fremito che precede l’inturgidimento del sesso e rende la
nostra carne tenera e pronta. Bellmer aveva cercato e trovato rifugio a Parigi proprio nel 1938 dopo
che le sue opere erano state censurate e bandite come arte degenerata. Disarticolate creature abnormi,
acefale, della stessa grandezza di una donna vivente, create dall’artista per essere i suoi soggetti
fotografici; espressione di una sfrenata e oscura fantasia del corpo societale desiderante di quel
tempo, incapace di chiudere gli occhi dinanzi al ribollire della carne al crepuscolo dell’umanesimo.
Esse rappresentano per prime la tecnologia che permette la disorganizione del corpo sen’organi, una
sorte di ricomposizione secondo gerarchie dettate dai piani del desiderio e non dall’organizzazione
dell’organismo in senso stretto. Smembrare/rimembrare affinchè prenda vita la doppia coppia di seni
e di gambe e, nella ricomposizione sotto lo sguardo del loro assemblatore, gli gonfino il globo
oculare. “Una volta che l’immagine del sesso si è insinuata sotto quella dell’occhio, niente impedirà
alla sessualità travestita da facoltà visiva di mantenere le sue mirabili promesse” (Bellemer); nella
prima edizione della “Storia dell’occhio”, l’erotismo tragico di Batille e il rigore sadico del Marchese
sembrano reciprocamente contagiarsi a ritroso, dando vita ad un essere orrorifico, denso di tumori
eppure morbosamente attraente. L’ultima scena del romanzo contiene una climax ascendente che
colloca l’occhio folle d’eccitazione nella vulva di Simone e da lì si irradia la frenesia sessuale che
rende ogni organo del corpo una possibile escrescenza pronta a farsi inghiottire e un incavo da
invadere. La scena narra di come il globo oculare venga inserito all’interno dell’ano di Simone e di
come, nella vulva pelosa di Simone, l’occhio di Marcelle lo guardava piangendo l’acrime di urina e di
sperma, mentre scivolava attraverso le cosce aperte di Simone. “Mi trovai di fronte a ciò che
attendevo da sempre: come una ghigliottina attende la testa da mozzare. Mi sembrava che i miei occhi
fossero diventati erettili a forza di orrore”. Lo statuto del testo pornografico di Batille produce una
scossa ulteriore in chi legge grazie alle immagini accecanti che lo infiammano.
L’esigenza avvertita da Bellmer di costruire la sua celebre bambola non come scultura in sé, bansì in
quanto installazione la cui essenza artistica sta nella sua messa in scena, conferma ancora una volta la
vista quale organo erotizzato attorno a cui ruota tutta la scena- e la fotografia come il suo medium
carnale. Le Puppen create da Bellmer e da lui fotografate, infatti, fanno mostra di sé per le scale di
casa, nella versione acefala con quattro arti inferiori in un bosco, un’altra è legata ad un albero mentre
un uomo in impermeabile scuro è nascosto dietro ad uno spesso tronco. Questa serie di immagini
della bambola furono stampate privatamente e pubblicate come anonime dall’artista. Nella mostra
intitolata Double Sexus, in una stanzetta ricreata appositamente al centro del salone principale, era
possibile vedere alcune pagine delle opere di Batille il cui completamento erano, non delle rare
fotografie d’epoca di Bellmer, poste sotto vetro, scattate dall’artista e molto piccole come i provini di
antiche fotografie; erano state collocati quasi nascosti sotto un ripiano che andava individuato e
sollevato come il coperchio di una tastiera da pianoforte, che rendeva necessario per l’osservatore
piegarsi un poco al fine di verificare i dettagli promettenti e prelibati che le scene lasciavano
pregustare. Vista dall’esterno la stanzetta offriva lo spettacolo di una processione di voyeur
(guardoni) che, con il capo chino e lo sguardo aguzzato nell’atto di visitare quell’area della mostra,
suscitavano la curiosità degli altri guardoni accomodati sulle sedute sistemate proprio lì fuori. E’ il
voyeurismo condiviso e partecipato l’atto più osceno dell’esposizione Double Sexus. L’immaginario
degli anni in cui il Surrealismo stava irrorando le metropoli occidentali è pervenuto a noi in tinte cupe
e attraverso pellicole in bianco e nero; alcune note di colore compaiono, ad esempio, in talune
fotografie di Bellmer, il quale stempera di rosso gli orifizi e le unghie della sua compagna, mentre ella
posa legata e fredda con lunghi fili sottili che le deformano la carne del ventre, delle cosce e dei
fianchi. Le immagini realizzate da Bellmer costituiscono un lascito preziosissimo per i pornofili di
fine Novecento e degli anni Duemila, in quanto accolgono anticipatamente, le estetiche
contemporanee dark-fetish e gotiche.

Il medium fotografico, cerniera tra feticismo e performance body art


A partire dalla normalizzazione del feticismo che ha avuto luogo intorno agli anni ’80 del Novecento
(attraverso alcuni linguaggi e videoclip musicali), si è giunti all’attuale fase di pornocultura.
L’incubatrice europea occidentale che ha covato il Primo e il Secondo Conflitto Mondiale ha anche
alimentato una quantità di visioni morbose con al centro il corpo sofferente, mutilato e denudato dalla
violenza delle guerre. Per la prima volta grazie al medium fotografico è stata consegnata al mondo
intero una galleria di corpi martoriati, le cui immagini hanno avuto la funzione da un lato di
testimonianza degli orrori, dall’altro hanno nutrito di sensazionalismo un secolo che attendeva solo di
celebrare in modo grottesco lo spettacolo della tragedia quotidiana; quarti di carne uniformi,
riassemblati come nelle performance di body art della scena dell’Aktionismus. Non è irrilevante
rammentare quanto sia proprio il medium fotografico, con la sua ambigua postura di opera d’arte e, al
contempo, di supporto documentaristico, quello prediletto dall’Aktionismus per trasmettere le proprie
azioni estemporanee al pubblico a venire o comunque non presente durante la performance. Un tale
scivolamento vischioso da un medium- le performance in sé con la sua virulenta unità di tempo e
azione nella quale il corpo subisce e diviene opera d’arte mutilata- ad un altro: il supporto fotografico,
in cui interviene un terzo occhio a sovrapporsi alla visione, quello del fotografo voyeur, ha
comportano per l’Aktionismus viennese una sorta di ossessione per l’immagine. Le fotografie
rappresentano le fasi che portano al momento artistico apicale, generando una pura documentazione
priva di postproduzione, immortalando un istante dell’azione che renda la fotografia uno scatto
osceno perfetto come un quadro. Tutto questo interesse verso la fotografia ha esposto il movimento
alle stesse critiche sociali contro cui li artisti coinvolti si schieravano: estetizzazione e consumo delle
immagini attraverso la consumazione del corpo. Per quanto sembri contraddittorio essa è da intendere
in una corrente artistica la quale, rigettando il perbenismo dei consumi, utilizza il corpo marchiato da
pratiche profanatorie, producendo a sua volta dei rituali che si servono del culto delle immagini
oscene per farsi conoscere. L’esperienza della performance e della body art con al centro il corpo vivo
e martoriato ebbe effetti sociali catartici, perché i protagonisti furono marchiati sulla base di immagini
che fissavano il culmine della smascherizzazione dell’immaginario simbolico religioso. Una tale
carica liberatoria veicolata dai performer, e cioè provata sulla propria pelle, non diversa dall’attuale
potenza che l’immaginario fetish di cui si servono talune scene urbane nel nuovo millennio, è stato
capace di sprigionare. A partire dalle estetiche dei ritratti presenti nei social network, quel riquadro
cibernetico dove si promuove la propria immagine riconosciuta come la più aderente al sé; i profili
digitali accumulano selfie e scatti che attestano assidue frequentazioni di club dance e postrock
dall’estetica BDSM, di festini privati e camerette usate per pose osè. E’ qui che assistiamo alla più
alta concentrazione della fenomenologia soft-fetish-porn: le pose del corpo lascio, autoritratti che
mostrano labbra rossastre appena dischiuse come ad attendere umide d’essere riempite, in cornici
instagrammate con filtri appropriati. Sugli effetti di tali filtri intendiamo soffermare brevemente la
nostra analisi: le applicazioni fotografiche di ritocco istantaneo si sono fatte strada molto velocemente
in seguito al successo dimostrato dagli effetti cosmetici di Photoshop, dal verbo cacofonico
photoshoppare siamo scivoalati in quello più attuale di instagrammare. Le cornici e i filtri di defalut,
rivestono di una patina fake vintage uno stile, quello BDSM, che al contrario nasce per mostrare
rigorosamente senza filtri, a bassa risoluzione, il ruvido, il basso. E’ nella patina dei filtri fotografici
che si colloca la radicale differenza tra la tendenza corrente di un feticismo estetizzato fino a divenire
innocuo e i movimenti underground contemporanei che praticano la performance body art. In questi
ultimi, a prevalere è il momento in cui il corpo si mette in scena e occupa lo spazio dell’intimità dello
spettatore, il quale per il solo atto di guardare è colto da un profondo senso di disagio, poiché in
quanto voyeur è come se fosse lui stesso a tagliarsi la pelle e a mostrare gli orifizi accitati dal dolore.
Durante le performance di erotic body art ha luogo una sorta di vergogna verso una scena che
comprende anche noi spettatori, ma che in realtà non dovremmo poter vedere. In questi casi
l’immagine fotografata non è sofisticata, ma perfino scadente, aspira in modo amatoriale a
testimoniare il gesto. L’esperienza dell’Aktionismus viennese è ben distante dall’estetica pornoerotica
contemporanea di matrice feticista. La matrice feticista che premea l’immaginario di fine Novecento e
inaugura il nuovo millennio si è invece insinuata nel nostro quotidiano (pensiamo a cale a rete, ai
pizzi e alle trasparenze lasciate in vista). Riteniamo che all’origine della disseminazione nel nostro
quotidiano di questi segni, vi sia la decontestualizzazione delle opere di Bellmer covate nell’angoscia
nazista, all’interno dell’ambiente parigino surrealista. Infatti, il marchio orginale di dominio,
sottomissione, patologia e perversione emanata da queste immagini d’epoca, oggi aspira a veicolare
un’estetica più inoffensiva e sofisticata. Al contempo tale marchio bellmeriano, grazie alle atmosfere
di queste fotografie, riesce nell’impresa di includere il malessere tutto parigino, aggiungendovi un
lieve tocco frivolo e old-faschioned derivatogli dall’opacità degli sfondi e dalla malizia degli sguardi.
Non ultimo, a completamento di questa ragione pornofeticista che sembra dirigere gli orizzonti
dell’epoca che stiamo vivendo, va annoverato un non-so-che di esotico giunto dal Giappone,
sintetizzabile: in due elementi: bondage e sottomissione. E’ in questa ottica che vanno analizzate le
icone dei profili elettronici in cui prevale la messa in scena di toni bluastri o B/N, delle labbra
carnose, dei volti che esprimono malinconico disprezzo, delle inquadrature atte a evidenziare
magrezza, pallore, nudità. Le orme che seguiamo in questa associazione di pratiche e di estetiche, ci
accompagna dritti al cospetto di una schiera di creature, testi audiovisuali, abiti e accessori segnati
dalla vena del feticismo e della morbosità, che del porno sono solo le frontiere meno spensierate e più
fioriere di orizzonti inesplorati.

The Torture Garden


Il racconto narra di una ragazza che visita per la prima volta il Torture Garden e rimane ammaliata
dallo scenario che le viene offerto, dal modo di vestirsi, alla stanza delle torture, all’esibizione di
sospensioni di bondage giapponese. Conclude il racconto “sono profondamente rigenerata senza
essere stata scioccata da una galleria infinita di corpi messi in mostra nei loro momenti osceni e che
non avrei mai pensato di poter ritrovare in carne ed ossa, fuori dagli schermi della rete”.
La soglia che unisce e separa l’erotismo dal porno si rigenera, nella potenza ossimorica del
pornoerotismo: esso, come una cerniera in metallo che schiude una profonda scollatura o la serra alta
fino alla gola, è capace di innescare e sbloccare ineffabili e inediti desideri, A ciò si aggiunge il fatto
che non si può prescindere il sex appeal, dall’invocazione e dall’evocazione del sesso che continua ad
essere il primo fra ogni altro attrattore economico ormai comunemente accettato dal mercato, sebbene
ancora giudicato immorale da fasce di consumatori. Il rimando più o meno esplicito al sesso, premea
l’ambito vestiario e cosmetico, del design e della grafica e in generale dell’estetica pubblicitaria.
Questo fenomeno dimostra da più di un decennio che il porno è capace di individuare, inventare ed
assorbire fette di mercato; il porno sta vivendo un’espansione tale da irrorare molteplici spacchi nel
quotidiano sena più essere relegato ad una nicchia di uomini, per lo più; d’altra parte è evidente che la
frontiera del porno si sta spostando verso l’esplorazione di territori nuovi alla maggio parte. Il porno
tradizionale riguarda la produzione considerata illecita per la morale pubblica di contenuti espliciti in
materia sessuale, ebbene l’attuale proliferazione incontenibile di siti che si arricchiscono
quotidianamente di materiali e l’assoluta accessibilità degli stessi, fa si che oggi si debba parlare di
nuovo di porno. Produttori alternativi e femministe a favore del porno, nuove culture di sesso e
perversioni estreme, sono parte della nuova frontiera, sono la pornocultura tecnologica a scopo di
mercato e fa leva sul consumo privato per favorire la sperimentazione e l’implementazione della
comunicazione sessuale digitale fra gli utenti di ogni genere, età, provenienza. Si percepisce nel
tessuto societale elettronico una pulsione mirata alla ricerca e all’ottenimento del piacere con l’Altro
che costituisce la spinta più forte verso il miglioramento delle modalità tecnologiche di scambio dati a
contenuto sessuale. Una tale sollecitazione viene da chi, abitando la rete, riempie di sé le chat, i video,
le immagini, i click che fanno procedere e ampliare lo spazio digitale erotizzandolo sempre più.
L’immaginario pornoerotico, conquistando nuove terre, proprio perché è grazie all’evoluzione
tecnologica dei media che si sono dischiusi territori inesplorati e accarezzate possibilità di godimento
inedite e inconfessate. Fino agli anni Novanta condannato e misconosciuto, l’universo fetish inietta
oggi dei propri segni e stili dei personaggi televisivi e cinematografici, dove domina la parte
maledetta del sé. Questa bussa non più timida alla porta di palazzi considerati underground e
rivoluzionarie perché sono destabilizzanti e poco diffuse.