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UROBOROS

a cura di Pasquale Romeo


Pasquale Romeo

L’UOMO WINDOWS

ARMANDO
EDITORE
ROMEO, Pasquale
L’uomo windows ;
Roma : Armando, © 2013
96 p. ; 20 cm. (Uroboros)

ISBN: 978-88-6677-417-4

1. Stress e disturbi di personalità


2. L’ultra-modernità
3. L’inquietitudine ultra-moderna

CDD 150

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14-10-007

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Sommario

Introduzione: Stress e trauma 7


Effetti del trauma 8
Disturbo di personalità borderline e trauma 9
Tempo e trauma 10

Capitolo 1: La società dell’uomo windows 11


1.1 Identità come puzzle 13
1.2 Vite frenetiche e annoiate 15

Capitolo 2: L’identità spazzatura 17


2.1 Connessione e click 18
2.2 La pseudodemocrazia 20
2.3 Pacta sunt servanda 21

Capitolo 3: La post-modernità versus l’ultra-modernità


(bricolage e sincretismo) 25
3.1 Le metanarrazioni 27
3.2 Il simulacro 28

Capitolo 4: Il post-umano: una società traumatica


che aumenta i mondi paralleli 33
4.1 La verità del mondo 34
4.2 L’ipertesto 35
4.3 Gioco o realtà: il cyberspazio 36
Capitolo 5: L’inquietudine ultra-moderna 41
5.1 La scelta diventa paralisi 42
5.2 L’epoca del perturbante 44
5.3 Il turista, la figura predominante dell’epoca ultra-moderna 45
5.4 La società ultra-moderna: il rischio 46
5.5 L’epoca ultra-moderna versus dono 48

Capitolo 6: Il presente non passa mai 51


6.1 Il tempo 58

Capitolo 7: L’identità virtuale 67


7.1 Senza corpo 68
7.2 Il piacere 73

Capitolo 8: Il pensiero unico (tipico delle tribù) e debole


(relativismo) 75
8.1 La post-modernità prima dell’ultra-modernità 76
8.2 L’ultra-modernità 77
8.3 Senza legami 78
8.4 Il disagio collettivo 82

Capitolo 9: Il funerale dell’altro 83


9.1 La narratività 84
9.2 Libertà ed identità 85
9.3 Obliterazione 86

Capitolo 10: La vita liquida senza legami e senza passato 89

Capitolo 11: Come vaccinarsi alla ultra-modernità e guarire


dall’uomo windows 91

Appendice: Nuove proposte operative dello spettro ansioso 93


Introduzione
Stress e trauma

Sembrano aumentare nella società contemporanea i momenti di


angoscia e di separazione, il senso di precarietà, la mancanza di ri-
poso, la difficoltà a provare un senso di identità costante e continuo,
come se aumentasse la percentuale di soggetti che vivono frammen-
tati, proprio come quelli che gli psichiatri chiamano borderline.
Tutto ciò è forse correlato con i traumi ed il modo di viverli,
dove si intende per trauma uno stress non gestibile, sufficientemente
grande per il soggetto che lo vive a cui lo stesso non riesce a dare
un’ottica di senso.
Il trauma, in epoche precedenti, era sufficientemente elaborato,
forse venivano tramandate caratteristiche affettive e cognitive che
aiutavano nell’affrontare lo stress, ora sembra che questo non avven-
ga più e ogni stress che il soggetto vive come intenso e persistente
assume le caratteristiche di un trauma, riattiva meccanismi antichi
ed ancestrali tanto che un semplice litigio può diventare qualcosa di
universale, innescando vissuti universali e generali tipici di emozio-
ni intense e diffuse.
Un’educazione, quella degli ultimi venti anni, mirata alla rimo-
zione del trauma e non al suo superamento, che è stato accantona-
to e non vissuto ed elaborato, a causa della mancanza di educatori
(genitori, insegnanti o altro) formati all’uopo, ha creato dei soggetti
incapaci ad affrontare le difficoltà e pronti a entrare in angoscia per
ogni situazione (una delle frasi tipiche della nostra epoca: “Che pro-
blemi hai? Divertiti!”).
Alla domanda: sono veramente aumentati traumi o ci sono trau-
mi così rilevanti?, forse la migliore risposta sarebbe quella che vi è
7
un’incapacità sempre più diffusa ad elaborare un presunto trauma
che quindi si vive come tale anche se non lo è in maniera oggettiva.
Tali soggetti, sempre più numerosi, assomigliano fenomenologi-
camente, ovvero nella espressione esteriore del fenomeno, a quelli
affetti da disturbo borderline, ovvero l’incapacità di vivere il trauma
può sviluppare delle condotte che gli psichiatri chiamano border-
line, dalla disforia, al discontrollo, alla disorganizzazione. C’è da
chiedersi se è aumentato realmente il numero dei pazienti border-
line, oppure vi è solo una diffusione operativa della incapacità di
vivere dei forti stress o che vengono vissuti come tali.

Effetti del trauma

Il trauma o vissuto come tale aumenta la dissociazione e crea dei


meccanismi paralleli come insegnano i film sulle personalità multi-
ple e quelli da patologie meno gravi come le fughe, i sonnambulismi,
le condotte sessuali aberranti (anche il DSM V parla di un disturbo
di ipersessualità a causa di eccesso di stress), le gravidanze isteriche
e altre condotte isteriche similari come le amnesie psicogene (vedi
anche delitti efferati).
Nell’ambito delle dissociazioni, un metodo comune e riconociuto
socialmente è quello di applicare una modalità operativa nuova, in-
novativa che niente ha a che vedere con quelle di Bowlby, ovvero la
modalità windows che apre nuovi modelli che uniscono e integrano
i precedenti.
Interessante il tema delle finestre dell’uomo windows: mille fine-
stre aperte, mille amici di facebook senza in realtà profondamente
nessuno, una specie di frammentazione dell’esistenza, che significa
vivere contemporaneamente molte strade senza intraprenderne pro-
fondamente nessuna. Tutto ciò è una caratteristica che appartiene ad
un noto disturbo di personalità che si chiama in psichiatria disturbo
di personalità borderline.

8
Disturbo di personalità borderline e trauma

Dato che questo disturbo può svilupparsi a seguito di importanti


traumi (per esempio chi ha subito un abuso sessuale ripetuto è a ri-
schio di disturbo borderline) si può ipotizzare che l’uomo di oggi è
soggetto a continui stress non gestibili e non elaborabili che prendo-
no la forma di un trauma, contrario allo sviluppo sano della propria
identità.
Un problema individuale oppure sociale?
Dipende da aspetti psicopatologici oppure da input sociali discor-
danti che frammentano l’Io, che impediscono di essere autentica-
mente qualcosa o qualcuno, che mettono sempre in discussione il
proprio essere, annullandoci continuamente.
Se ai tempi di Freud ovvero a fine Ottocento il disturbo imperante
era l’isteria ora sembra che è diventato il borderline (non parliamo
del distubro narcisistico nonostante sia così diffuso poiché è stato
derubricato dal manuale diagnostico internazionale).
Come mai questa patomorfosi, ovvero un cambio della patologia
più diffusa almeno nella sua espressione fenomenologica?
Come mai avviene tutto in un momento così incrementale, in
maniera parallella alla tecnologia, al progresso, alle conquiste che
l’uomo stesso ha fatto?
Stiamo assistendo ad una patomorfosi, ritengo che già oggi che
sto scrivendo questo libro, a causa della recessione economica, si sta
già avvicendando un processo di metamorfosi della patologia bor-
derline.
Le patologie cambiano con le epoche e probabilmente fra qual-
che anno troveremo un nuova forma diversa che sia data da nuovi
input.
È probabile che possano sopravanzare delle forme antisociali,
oggi sempre più diffuse, data la mancanza di regole certe, l’impossi-
bilità di far fronte a alcune situazioni, avendo perso la fiducia nelle
Istituzioni che una volta davano delle risposte economiche, sociali
e politiche.
A chi rivolgerci per evitare la disgregazione del nostro Io, la
frammentazione, la deriva simil psicotica: famiglia, Stato, Istituzio-
ni, servizi sanitari e sociali o altro?

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Esiste qualcuno in cui aver fiducia, oppure stiamo attraversan-
do un’epoca in cui la disavventura sembra emergere, aumentano gli
zingari, i clochard, i buona ventura, coloro che non hanno niente
da perdere, oppure avendocelo non lo considerano, che vivono con
grande temerarietà sempre sull’orlo di un burrone e pur vedendo il
loro precipizio e sapendo di cadere da un momento all’altro sono in-
consapevoli di tutto questo? Il borderline per esempio non apprezza
mai ciò che ha e rischia continuamente tutto.
Una società che ci fa vivere continuamente negli abbandoni, nelle
separazioni, nelle angosce stressanti fatte di traumi che non possia-
mo contenere, elaborare, per tali motivi divengono emergenti e ci
fanno esprimere emozioni fuorvianti, impedendoci di costruire con
continuità e costanza la nostra vita. Troppi abbandoni e separazioni
creano caratteristiche borderline.
Catastrofi naturali sostituite da catastrofi relazionali hanno scon-
volto il nostro panorama affettivo, mutando la capacità di vivere
armonicamente, una modalità del vissuto che vive di occasioni, di
“momenti” sempre nuovi ed attuali che ci rivitalizzano senza un pro-
getto.
Il presente senza passato e futuro diventa a lungo termine ango-
sciante ed è la caratteristica di un altro modo di vivere il tempo che
è tipico della patologia borderline.

Tempo e trauma

Anche il modo di vivere il tempo si è modificato e la giornata di 24


ore non è più sufficiente a soddisfare le nostre mille e innumererevo-
li richieste windows fino a oggi improntate all’attimo (basti pensare
al nostro tempo in discoteca, oppure alle amicizie su facebook, o an-
cora alle chat prima di Facebook, ai ritmi consumistici ed immediati
dell’essere) e questo potrebbe essere un continuo trauma.
Il tempo si muove indipendentemente da noi, a prescindere, passa
anche se non lo vogliamo, ha degli aspetti obiettivi e trascendenti,
cambia solo il nostro modo di vederlo e se esiste una nostra incapa-
cità di vedere il passato o il futuro o di non godere il presente. Certo
non dipende dal tempo.

10
Capitolo 1
La società dell’uomo windows

Da te la “società” vuole soltanto che non lasci il tavolo


da gioco e disponga ancora di fiches sufficienti per conti-
nuare a giocare.
Z. Bauman

Possiamo distinguere due fasi della modernità, una precoce in


cui si aveva una percezione precisa dello spazio e del tempo, una
più tardiva post-moderna e poi, una attuale, ultra-moderna, in cui le
dinamiche sono cambiate, il tempo non basta mai, tutto cambia per
rimanere così come è, senza che ce ne accorgiamo.
Nel mutare alcuni aspetti della vita si modificano anche le re-
lazioni affettive, un tempo baluardo della nostra esistenza e pur ri-
manendo costante il nostro insormontabile bisogno di sicurezza e
di riferimenti, tipico della condizione umana, cambiamo partner o
persone come fossero finestre da aprire e chiudere.
Alle catastrofi naturali si sono sostituite quelle affettive, con
conseguenze windows, ovvero ogni trauma apre nuove finestre fino
all’infinito.
Avete mai visto un computer in default? Apre mille finestre senza
poterlo fermare!
Aprirle è un modo per superare la nostra finitezza, il nostro senso
di solitudine, facendoci accompagnare da Caronti temporanei in un
Acheronte che prima o poi pagherà il suo conto.
Prima l’identità significava continuità, un costante modo di per-
cepirsi e percepire, ora quasi quasi annoia tutto questo, siamo alla
11
ricerca dello spettacolo della vita1, dove ognuno recita la sua rap-
presentazione, il cui scopo principale non è mantenere una coerenza
interna, cosa che non interessa più a nessuno ma invece non annoia-
re, intrattenere, sedurre, far passare il tempo e la vita, sapendo forse
non in maniera consapevole che è solo un modo per non essere soli e
andare così avanti fino al nostro spettro finale ovvero quel Thanatos
con cui l’Alcesti di Euripide si confronta spesso, ma che l’essere
umano post-moderno cerca in tutti i modi di rifiutare.
Identità, che altro non è che essere uguali a se stessi nel tempo e
nello spazio ed esserlo anche di fronte agli altri, significa inclusione,
ovvero mettere in un contenitore ciò che siamo.
L’inclusione, invece, ha oggi cambiato registro tanto che per esi-
stere la nostra identità è in continuo cambiamento, diventando esclu-
sione (si aprono e si chiudono finestre o a volte si lasciano aperte).
Provate in un computer a lasciare aperte tante finestre, chattando
in msn, con meetic, con le chat, creando un coacervo di incontri
virtuali, utilizzando anche la nostra e-mail o skype e così via, cosa
succede?
Cosa accade se intratteniamo rapporti continui fino allo spasimo,
siamo in compagnia o meglio abbiamo l’apparenza di non essere
soli?
Chiudere una finestra cosa può mai importare se ce ne sono tante
altre aperte, possono forse rappresentare i nostri salvagenti, i nostri
paracaduti contro la solitudine?
Alcuni studi hanno dimostrato che il senso di solitudine diminui-
sce e scompare con la meditazione.
Sembra paradossale spiegarlo a chi costituisce la nostra società
post-moderna?
Come può essere possibile?
Alla luce di tutto questo, quello che prima poteva apparire distur-
bo di personalità, oggi non è considerato tale, poiché se la maggior
parte delle persone ne sono affette non può più essere considerato un
disturbo, viene, infatti, percepito come tale solo ciò che può essere
registrato dalla sensibilità comune.
A quanto pare, per esempio, il disturbo narcisistico di personali-

1 G. Debord, La società dello spettacolo, Dalai, Milano, 2008.

12
tà è stato derubricato forse per l’elevata rilevanza e rappresentanza
nella nostra società, perdendo una delle caratteristiche fondamentali,
ovvero per parlare di disturbo di personalità ci deve essere un mo-
dello abituale di esperienza o comportamento che si discosta note-
volmente dalla cultura.
L’identità, perdendo l’inclusione, perde un aspetto importante.
L’identità perde i suoi confini nei suoi aspetti collettivi (gruppi
religiosi, Stato, appartenenza ad altro), per la disintegrazione di tutti
i meccanismi di inclusione che invece continuano ad esistere solo
per l’occasione (siamo partecipanti dello stesso gioco), per la finalità
del momento (condiviamo in quel momento e non oltre uno scopo) e
non hanno un costante riferimento (al di là del momento).
L’identità cambia ovviamente anche dal punto di vista individua-
le e psicologico modificandosi vertiginosamente.
L’identità si modifica nella comunità windows, cioè ha un senso
solo nel momento in cui stiamo insieme, in cui è aperta quella fine-
stra pronta per chiudersi: «Comunità che prendono corpo, anche se
solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi
individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro»2.
Ogni finestra può essere la conseguenza del livello di angoscia
esistenziale che è aumentato.
La crisi dell’uomo che succede alla ultra-modernità non consen-
te di trovare più un riferimento, tanto che aumentano a dismisura
le dipendenze (sexual addiction, dipendenza affettiva, dipendenza
da droghe, da giochi di ogni tipo), le uniche che sembrano dare un
momentaneo sollievo, in un mondo che a volte ci fa pensare che non
esiste nessuna gratificazione profonda, tranne ciò che può dare una
gratificazione immediata (cibo, sesso, gambling).

1.1 Identità come puzzle

Può valere l’ipotesi suggestiva che la nostra identità è divenuta


come quella di un puzzle, nel senso che cambiamo alcuni pezzi per
mutare la nostra identità in modo variopinto e cangiante.

2 Z. Bauman, Invervista sull’identità, Laterza, Bari, 2009.

13
Apriamo nuove finestre e le mettiamo tutte in parallelo, goden-
doci contemporaneamente situazioni e ruoli differenti proprio come
nei giochi di ruolo.
L’identità virtuale non è più virtuale ma ha preso piede anche nel
mondo reale.

Il lavoro di un costruttore di identità è un lavoro di bricoleur, che


crea ogni sorta di cose con il materiale a disposizione.
Un inventore di nuove finestre che apre nuovi passaggi in ap-
parenza virtuali per poi diventare presto reali, proprio come in un
embrione, unica cellula totipotente, dove tutto sembra possibile:

Prima che un qualsiasi evento si manifesti nella realtà visibile


tutte le possibilità coesistono in stati quantistici sovrapposti.
È l’interazione/osservazione che determina il collasso della fun-
zione d’onda e l’attuazione dell’unico evento che si rende visibile e
misurabile3.

Il virtuale trasforma il reale come un nuovo vestito trasformando


l’identità:
«Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere
da parte e tenere al sicuro…»4.
In questo cambiamento anche gli strumenti elettronici e la tecno-
logia hanno dato un notevole contributo.
Un paradosso: all’inizio dell’epoca di internet l’identità virtuale
era veramente virtuale (vedi la chat fatta con nickname, ovvero nomi
di fantasia), ora l’identità virtuale è divenuta reale, nella sua virtua-
lità. Sembra una contraddizione ma il senso è che ognuno nelle chat
ha spesso un nome che è quello proprio, rimanendo solo il nome
poiché molto spesso l’identità non corrisponde perfettamente (come
su facebook) a quella reale.
Una identità che si muove parallelamente al di fuori di quella fisi-
ca e corporea e cammina a ritmi spediti in modo diverso, su mondi di-
stanti da quelli fisici, creando un vero e prorio spazio delle varianti.

3 Collasso della funzione d’onda di Schrödinger.


4 Z. Bauman, Invervista sull’identità, cit.

14
L’identità si avvale di una revisione fondamentale, fatta di una
domanda essenziale: chi sono io?
Durante la mia vita professionale incontro molte persone che non
si sono mai fatte questa domanda perché la danno per scontata, ba-
nale, inutile, ma è realmente così?
Oggi sappiamo chi siamo?
Una volta a causa dei legami soprattutto affettivi, che erano sta-
bili ed immutabili, essere significava stare incardinato in precisi le-
gami, ed oggi?
Anche il sentimento di trascendenza, tutto ciò che consentiva di
dare un senso alla nostra esistenza, al di là di noi ed esprimere la no-
stra identità anche con regole che si muovevano in modo superuma-
no, ora è morto con la ormai nota frase di Nietzsche: “Dio è morto”.

1.2 Vite frenetiche e annoiate

Vite di corsa, parafrasando il titolo di un libro di Bauman, l’au-


tore che ci lascia intendere che tutto oggi si svolge a velocità e ritmi
differenti da quello che poteva accadere una volta.
La vecchia e usuale frase quando avrò 50 anni metà della mia
vita si è svolta in un mondo che non c’è più non è più valida, poiché
i cambiamenti sono addirittura molto più repentini e veloci.
Anche le patologie si stanno modificando e soprattutto cambiano
gli sviluppi della persona che non possono essere uguali, modifican-
do interamente l’humus dove ci si sviluppa e si cresce.
Prevale un non senso che a volte pervade l’esistenza della vita
attuale e ci impedisce di entrare nel flusso della cose, garantendo
e cronicizzando un sentimento che oggi sembra molto più comune
ovvero la noia.
In effetti la noia dal punto di vista psicologico è proprio la inca-
pacità di entrare nel flusso della vita.
Il non senso ci avvicina al nichilismo5 che in questo testo verrà
ampliato e sviluppato. L’incapacità di dare un senso e il sentimento

5 P. Romeo, Il nichilismo contemporaneo nella società contemporanea, in C.


Lorè, Tra scienza e società, Giuffrè, Milano, 2009.

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della noia creano una specie di cortina che distrugge i progetti e svi-
luppa un senso di precarietà.
Ogni idea o ideologia per questo diventa inutile e foriera di cattivi
risultati.
Per poter portare avanti dei progetti bisogna crederci, la fiducia
è un elemento indispensabile per trasformare ed indirizzare i cam-
biamenti.
La trascendenza, il desiderio di eternità dei poeti romantici sono
scomparsi e sembrano sostituiti da un riciclaggio continuo delle
identità come in un grande centro di bricolage, un fai-da-te che per-
mette di incollare, segare, cambiare e trasformare tutto ciò che ab-
biamo, anche quello più aderente alla nostra pelle, come la camicia
di Nesso.
Sembra che si è detto “basta” con tutto ciò che richiede impegno
e sacrificio, anche perché tutto è così breve e fugace, figuriamoci i
partiti, le ideologie, i progetti ed anche il lavoro che a contratto va
di tre mesi in tre mesi, figuriamoci se possiamo avere un’identità
e poi perché? Sembra quasi che avere una identità ben definita sia
divenuto disfunzionale.
Dal punto di vista evolutivo è più comodo non avercela, per vive-
re in una società che ci chiede profondi e continui cambiamenti.
Sembra quasi che l’unica continuità è la mancanza di continui-
tà.
Ecco la nuova identità, quella che non ha sussistenza, che esiste
solo per il momento, che sembra seguire nuove diete più efficaci, te-
nersi in forma, cambiare le pareti di casa, sostituire l’auto, la t-shirt,
il copridivano, ecc.
Alla domanda che cosa significhi essere individui, chiunque – dai
filosofi fino a coloro che non si sono mai chiesti che mestiere faccia
il filosofo – darebbe più o meno una risposta del genere: essere indi-
vidui significa essere unici e diversi da chiunque altro.
“Io sono colui che sono”, che significa: sono un essere unico, una
creatura unica, fatta in modo peculiare. Questa definizione si riferi-
sce a ciò che siamo dentro e non a ciò che abbiamo fuori, a ciò che
siamo e conosciamo e non a ciò che possediamo, vecchia e annosa
questione di Erich Fromm, dal libro Avere o essere.

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Capitolo 2
L’identità spazzatura

L’identità, fino a qualche tempo fa, era il baluardo dell’essere


umano, costituiva il momento di sintesi delle esperienze, un modo
costante e sempre uguale di percepirsi, un modo di sentire, essere e
relazionarsi.
Oggi, sembra essere divenuta un momento in cui bisogna sbaraz-
zarsi di tutto questo, per sgombrare, per consentire di essere anche
quello che non si è, in maniera improvvisa, cangiante, immediata,
cosa che invece una identità non consentiva di fare.
Smettere con i propri pensieri, i propri ideali, il proprio lavoro,
la propria famiglia per potere miscelare e trasformare, direi shake-
rare.
La parola d’ordine di oggi diventa in modo imperituro e violento:
CAMBIARE.
Cambiare cosa? In un’ottica consumistica il sapone da bagno,
l’auto, l’appartamento, ma anche i figli, la moglie, gli amici, in una
parola tutto, una vera e propria orgia consumistica.
Il consumismo ci ha preso e ci ha trasformato, facendoci diventa-
re anche noi stessi soggetti-oggetto di consumo.
Produciamo-consumiamo-crepiamo.
Allora in quest’ottica hanno un senso le trasmissioni Cambio Mo-
glie, che momentaneamente ci danno l’ipotetica illusoria certezza di
una nuova vita, facendoci dismettere la vecchia e obsoleta identità
per cercarne in fretta e furia un’altra.

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2.1 Connessione e click

Il concetto di identità sembra si sia modificato con quello di con-


nessione: mentre l’identità aveva delle profonde e costanti relazioni,
la connessione sviluppa ogni cosa in modo superficiale, basta un
click per connettersi e disconnettersi senza grandi pretese.
Il collasso dell’individuo ha rotto in modo mirabile ogni tipo di
relazione profonda, crescendo negli occhi dell’altro, nel suo affetto
ci si costruiva gradino per gradino con grande profondità, oggi la
connessione ha fatto mutare anche i rapporti affettivi che sono così
blandi ed immediati come in un click, mutuando lo stile e l’uso tipi-
co del computer.
Le relazioni non hanno il tempo di diventare profonde perché già
a dirlo sono già mutate, meglio cambiare per evitare che l’impegno
ed il sacrificio costituiscano qualcosa di impetuoso ed indefinito, che
non sappiamo più gestire, perché non siamo più abituati a farlo.
L’impegno altera la modalità operativa che tramite un clik possia-
mo cancellare le cose, tutto ciò che non si può eliminare con un un
clik non diventa funzionale.
Una società fondata sulla connessione sviluppa nuove modalità
dell’esistenza.
Da molto tempo mi chiedo se ha senso oggi parlare di identità,
intendendo per essa un modo costante di percepirsi e di essere perce-
pito, garantendo una continuità ed un senso storico all’individuo.
In un momento di grandi trasformazioni in cui gli affetti non sono
sempre gli stessi, sia quelli familiari che amicali (famiglie che cam-
biano ogni giorno sia quelle di origine che quelle di nuova formazio-
ne), in cui il lavoro è precario, la politica non costituisce un riferi-
mento, gli ideali hanno subito profonde incrinature, come possiamo
conservare un’identità sempre uguale a noi stessi?
È un mondo che, come dice Emerson, ci dà la triste impressione
che pattiniamo, sempre più veloci, sul ghiaccio sottile, per paura di
sprofondare.
Velocità per chi e per che cosa, ma è un essere veloci o una fuga
da chi e da che cosa?
Navigatori, telefonini, computer, iPhone per essere in contatto o
per usare la parola chiave di oggi essere connessi, sempre per paura

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che qualcosa da lontano possa fuggire di mano, tutto fugge di mano,
tranne l’iPhone!
Bisogna inoltre sempre essere allegri, cercare in tutti i modi la
felicità come ci insegna un omonimo film, Alla ricerca della felicità,
ed innumerevoli libri che stanno uscendo in libreria, bisogna trovare
l’armonia, allora ben venga il bracciale dell’armonia che si ritrova
sul braccio per far vedere che si è in equilibrio con se stessi, un equi-
librio ostentato ma non vissuto, da far apparire, in modo virtuale,
senza essere.
Una volta non c’era bisogno del bracciale, bastava l’equilibrio ed
il sano contenimento affettivo di una famiglia che si riuniva intorno
al camino, intorno ad un tavolo, oppure in tutte quelle occasioni che
facevano da cornice alla vita affettiva familiare, ed oggi?
La calda stretta di mano del padre, l’abbraccio della madre, un
abbraccio che ti lascia libero e non ti serra, sono solo un retaggio del
passato oppure esistono ancora?
Le relazioni affettive stabili, creano una identità e ci consentono
di esistere negli occhi e nella mente degli altri, esistendo anche per
noi stessi.
Quando si realizza una instabilità delle relazioni anche la nostra
identità può vacillare e qualcosa si incrina, frammentando la conti-
nuità dell’esistenza e creando tanti Dr. Jeckill e Mr. Hyde.

Quello di costruirsi un’identità è oggi un bisogno universalmente


sentito, incoraggiato e proposto dai più autorevoli media cultura-
li; ma il possedere un’identità solida e resistente ai cambiamenti,
un’“identità per tutta la vita”, risulta ben presto un ostacolo piutto-
sto che un vantaggio nella vita di un uomo che non domina appieno
le circostanze del suo percorso esistenziale, una palla al piede che
intralcia i movimenti, una zavorra da gettare per riacquistare liber-
tà di movimento1.

L’identità caratterizza per alcuni aspetti la nostra epoca e dal mo-


mento che l’identità è anche legame, sarebbe interessante andare a

1Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano,


2007.

19
denotare alcuni aspetti caratteristici dello stesso e come oggi abbia
assunto forme regressive e distruttive.
L’epoca in cui viviamo potremmo chiamarla l’epoca della glo-
balizzazione in cui questo tentativo di globalizzare, come dice il
termine, porta verso un appiattimento eccessivo lasciando da parte
la formazione e la vocazione individuale, verso forme collettive esa-
sperate o verso un’accentuazione di se stessi, con tutto ciò che ne
consegue: individualismo o comunitarismo tribale.
La globalizzazione nasce da alcune caratteristiche antropologi-
che e si sviluppa su di esse. Accomunarsi, collettivizzarsi verso una
forma di comunitarismo tribale, altro non è che cercare di unire la
fragilità (che è un sentimento normale dell’essere uomini, ovvero
canne pensanti) alla debolezza (che può essere psicopatologica), na-
scondendola, proprio come si fa nelle orge di gruppo, nelle psicosi
di massa, in tutto ciò che caratterizza la folla dalle mille teste ed un
solo corpo.
Alcuni autori sostengono che vi sia una forza del legame che si
polarizza da un lato su di un individualismo narcisistico (omologa-
zione, indifferenza, perdita di comunità), dall’altro sul configurarsi
di un comunitarismo tribale (ritorno della comunità in forme distrut-
tive ed esclusive)2.

2.2 La pseudodemocrazia

La globalizzazione paradossalmente ha portato delle conseguen-


ze sul tipo di organizzazione, verso forme regressive a volte asso-
lutamente intime e psicologiche, accentrando tutto sull’individuo
(Richard Sennett e Christopher Lasch denunciavano il “declino
dell’uomo pubblico” e il trionfo dell’homo psychologicus sull’homo
politicus della prima modernità3), o invece verso forme aggregative
che in realtà non testimoniano una forma di progresso, ovvero indi-
2 E. Pulcini, L’io globale: crisi del legame sociale e nuove forme di solidarietà,

in D. D’Andrea, E. Pulcini (a cura di), Filosofie della globalizzazione, ETS, Pisa,


2001 (ristampa 2003).
3 R. Sennett, L’Uomo flessibile, Feltrinelli, Milano, 2001; C. Lasch, La cultura

del narcisismo, Bompiani, Milano, 1981.

20
vidui che insieme si confrontano in una prospettiva democratica, ma
invece individui che trovano nella massa (il mostro dalle mille teste)
la risoluzione dei propri problemi contro la fragilità della propria
identità che in questo caso diventa debolezza.
Da una parte vi è questa forma di aggregazione, che niente inve-
ce ha di democratico poiché a comandare vi è un’oligarchia molto
ristretta e demagogica, un potere che spesso non si vede, perché ac-
cecati dalle proprie fragilità, dalla voglia che sia un altro a decidere
le proprie sorti verso una deriva soggettiva.
Quindi, una comunità che si fonda non più su valori reali, su
aspetti della solidarietà e del dono che caratterizzano l’essere umano
nella sua essenza matura ma invece forme becere di individualismo
serrato e disperato, con un accentramento del proprio Io che finisce
in un buco nero ed è vittima di un collasso ormai veramente esan-
gue.

2.3 Pacta sunt servanda4

Una comunità che non applicando i principi basilari democratici


ha dimenticato cosa può essere un patto, un contratto per un progetto
comune che, invece, diventa mirato all’applicazione di alcuni inte-
ressi privati, che garantisce l’identità gruppale e faziosa, a scapito
dell’identità del singolo, a volte troppo angosciante, gracile e vera-
mente liquida.
La deriva perciò è verso un comunitarismo e non una comunità
(la comunità ha una democrazia con delle regole, il comunitarismo
ha un capo tribù, spesso senza regole).
I telefonini, i computer e tanto altro servono a non isolarci, a con-
netterci e dovremo chiederci, perché?
Nessuno ci invita a chiedercelo?
Forse aborrendo la solitudine si elimina quell’angoscia esisten-
ziale che è sempre esistita e che consentiva di crescere in manie-
ra autonoma5, invece, in questa dimensione assolutamente nuova

4 L’antico patto deve essere rispettato.


5 P. Romeo, Soli Soli Soli, Bietti Media, Brescia, 2008.

21
dell’essere connessi, la solitudine esiste e diventa ancora più forte,
rafforzandosi.
Tutto questo non ci consente di essere noi stessi ma solo altro da
noi, in una forma di identità tribale come può essere facebook.
L’epoca post-moderna sembra sia caratterizzata da una autorefe-
renzialità “io io io io…” senza nessun accesso al “tu”, che sembra
quasi scomparso.
In un mondo di soli Io come si può vivere se non in maniera an-
gosciante, dal momento che nessuno esiste per l’altro?
Il Nessuno di Ulisse sembra riprendere abbondantemente forza e
scomparire in se stesso, scomparendo anche per gli altri.
Un’identità che diventa nessuno.
La crisi della nostra società dipende proprio dalla crisi dell’altro,
in quest’ottica, l’identità che si costruiva negli occhi e nella mente
dell’altro sembra scomparire e fuggire pervicacemente.
Alla domanda chi sei è facile che l’altro risponda: Nessuno.
L’Io chiuso ed autoreferenziale diventa o estremo baluardo di un
progetto politico populista, oppure scompare, quasi immunizzandosi
da ogni forma di condotta sociale e politica, chiudendosi nella inti-
mità becera ed insulsa del Grande Fratello.
La società moderna caratterizzata da una fiducia nel futuro, nel la-
voro, nelle nuove generazioni, viene sostituita da una post-moderna,
incentrata su se stessa, precaria nel lavoro e nelle relazioni affettive,
incapace di pensare a un progetto, lanciata in una logica capitalista
da cui ha preso solo l’aspetto più passivo che è quello del consumi-
smo e dell’apparire, contro un essere che non esiste più.
Questo colosso dell’Io (IO SONO), ovviamente, è il primo segno
di una crisi dell’autorità, già tracciato nel libro Maschio Addio6 che
crea non poche problematiche all’essere ed all’ente, all’individuo ed
alle Istituzioni.
Una società post-moderna che è intrisa di monadismo, di atomi-
smo e che rifiuta il servizio, la socialità e diventa invece convenienza
e utilità, tutto si rituffa nei meandri dell’Io ferito e continuamente
braccato, in cerca paradossalmente di nuove ondate affettive che non
si trovano, ovviamente, senza l’altro.

6 P. Romeo, Maschio Addio, Armando, Roma, 2009.

22
La perdità dell’autorità e la fine del maschio7 portano ad una im-
possibilità di comunicare non solo con l’altro, per l’assoluta man-
canza di regole ma anche con le Istituzioni che, solide e presenti,
dovrebbero dare una certezza della propria esistenza e che invece
rappresentano l’estremo momento volatile di una società liquida.
Un Io monadico e disperso in se stesso, senza nessun accesso
all’altro se non in modo apparente, non consente di sicuro ciò che
può essere una matura realizzazione, in un mondo di soli Io esiste un
homo homini lupus che diventa fuorviante e deviante.
Un uomo post-post-moderno, diremo da ora innanzi ultra-mo-
derno, che per non soccombere deve cercarsi una minima autocon-
servazione.
Più che un fallimento dell’IO che è autoimploso è un vero e pro-
prio fallimento del TU e quindi della comunità che in tutto questo ci
perde, diventa emorragica, senza luogo, globalizzata e senza iden-
tità, perdendo le radici che solo un IO con un TU, ed un TU con un
IO, verso un NOI, può dare.
La globalizzazione, paradossalmente, da un lato apre nuove
strade, consente di realizzare anche tramite le nuove teconologie il
nostro desiderio di illimitatezza, d’altro canto, aumenta paradossal-
mente le nostre insicurezze.
La libertà di scegliere aumenta l’angoscia, in soggetti che non
sanno scegliere, in un mondo aperto alle mille possibilità.
La globalizzazione nasce dal desiderio infinito del nostro Io, di
non avere più uno spazio preciso di riferimento e di conseguenza, es-
sendo dappertutto in ogni luogo, è un estremo tentativo di annullare
il tempo, in una cocente sempiternità, poiché è proprio il tempo che
scandiva lo spazio e ci consentiva di non essere contemporaneamen-
te in posti diversi.

7 Ibidem.

23
Capitolo 3
La post-modernità versus l’ultra-modernità
(bricolage e sincretismo)

La post-modernità, il concetto in sé, dal punto di vista lettera-


le, contiene il senso di una posteriorità nei confronti del moderno,
ma non tanto in senso cronologico: essa indica piuttosto un diverso
modo di rapportarsi al moderno, che non è né di opposizione (anti-
moderno) né di superamento (ultra-moderno).
Alcuni addirittura sostengono in continuità che questo periodo
non sia un post, che di post non abbia niente in senso di posteriori-
tà, ma invece un periodo di altro, di ulteriore ovvero una forma di
pseudo-modernismo1.
I teorici del post-modernismo ritengono che la società post-mo-
derna è incentrata soprattutto su un nuovo capitalismo, sui media e
sulle tecnologie e di conseguenza diventa decentralizzata così come
lo è internet.
Tutto ciò porta a:
1. Rifiuto della unitarietà, non sono Io unico ed unito.
2. Rifiuto della metanarrativa, perdita dei grandi progetti che
danno un senso.
3. Ritorno della tribù e del suo capo: nessuno è importante più di
me.
4. Superamento delle strutture e degli stili tradizionali.
5. Utilizzo delle tecnologie per una comunicazione senza ascol-
to.
1 A. Kirby, The Death of Postmodernism, and Beyond, in «The British journal
of Philosophy», 58/2006.

25
6. Utilizzo delle tecnologie di comunicazione per essere sempre
connessi con il mondo circostante.
7. Rimozione del senso della contrarietà, del conflitto, di tutto
ciò che non è e dà un senso all’identità.
8. In altri termini si può essere virtualmente tutto ed il contrario
di tutto.

A tutto questo che è stato fino al 2012, si aggiunge in Italia, ma


anche nel mondo, un periodo di recessione economica con conse-
guenze devastanti ed un solo motto: si salvi chi può. Ciò aumenta
l’individualismo ed il senso disperato di uscire da una situazione di
stallo a cui non siamo più abituati (dalla seconda decade del 2000
in poi bisognerebbe fare altre considerazioni), per cui suggerirei alla
post-modernità la dizione di ultra-modernità.
Per tornare ad alcuni concetti generali, una volta l’Io si caratte-
rizzava, secondo la logica aristotelica dell’alterità, per quello che
non è, oggi, invece, assumendo in sé tutto ed il contrario di tutto,
l’uomo è diventato quello che chiamo homo novus2, ovvero non si
riesce a ritrovare più la propria identità che non è unita, unica, ma
diffusa.
L’identità si caratterizzava per qualcosa che è in contrapposizio-
ne a ciò che non è. Questo aspetto, che è anche logocentrico, sembra
essere mutato e con esso tutto un nuovo sistema di intendere l’iden-
tità e l’essere umano, che può essere e non essere contemporamenta-
mente, superando ogni logica, ogni steccato, senza che nessuno per
questo possa scandalizzarsi.
Si sono rimossi gli ideali del modernismo, sostituendoli con
aspetti prammatici non più ideali di ciò che rappresenta un limite e
di come è possibile superarlo.
La logica moderna che era caratterizzata dall’essere e dal non
essere, dall’impossibilità di essere uguale al contrario o al dissimile
è stata sostituita da quella del sincretismo e del bricolage, cioè men-
tre prima l’IO si distingueva dall’ALTRO per motivi di differenza,
ovvero sono io e non sono un’altra cosa, costituiva un’identità per
differenza, ora si può essere aggiungendo un pezzo (bricolage), per

2 P. Romeo, Senza legami, Armando, Roma, 2009.

26
esempio mettendosi l’orologio uguale a Raoul Bova, si può essere
come lui, oppure unendo più parti contradditorie (sincretismo).
Tramite il bricolage ed il sincretismo trasformiamo noi stessi, in-
gannando l’auto e l’etero percezione.
In quest’ottica non esiste più una verità3 ma solo un insieme di
concetti spesso uniti con la tecnica del bricolage, verso un sincreti-
smo.

3.1 Le metanarrazioni

L’incapacità attuale è di credere alle metanarrazioni4, ovvero la


teoria del rifiutare le teorie. La narrativa post-modernista si caratte-
rizza per il disordine temporale, il disprezzo della narrazione lineare,
la commistione delle forme e la sperimentazione nel linguaggio.
Il post-modernismo è intriso di cambiamento, non come meta ma
come fuga5, in realtà poi diventa come se non esistesse un cambia-
mento6.
Sembra che il passato ci stia incatenando, confondendo, ricattan-
do.
La narrazione tipica dell’era moderna (Gargantua e Pantagruel)
apre degli scenari fantastici ed interessanti della mente, pone le cose
in maniera diversa e particolare, come dimostra anche l’arte moder-
na nelle sue forme estreme (Duchamp).
Alla narrazione, oggi, si è sostitutita la metanarrazione, tutto ciò
che va al di là del narrato e che lascia immaginare fino alla forma
finale del post-modernismo che è l’incredulità alla metanarrazione.
L’essere non è più vero come nella narratività, non è più allusivo
come nella metanarratività ma è falso, perché vive nella metanarra-
tività che nessuno di noi vuole accettare.
In questa falsità, che ormai è diventata verità, come il Grande
3 G. Vattimo, Addio alla verità, Meltemi, Roma, 2009.
4 J.-F. Lyotard, La condizione post-moderna, Feltrinelli, Milano, 1981.
5 Il viaggio presuppone un percorso ed una meta anche se momentanea da cui

poi ripartire, la fuga non ha delle coordinate spazio-temporali.


6 D. Harvey, The Condition of Postmodernity, Basil Blackwell, Oxford,

1989.

27
Fratello, che tutti quanti accettiamo in maniera credula, vive la post-
modernità.
La verità è debole.
Tutto questo sviluppa un mondo di relazioni sempre in mutazione
che è metanarrativo, tipico della nuova epoca ultra-moderna.
Chi ancora si è soffermato sulla narratività è perdente ed è desti-
nato ad ultimare il suo gioco, infatti come dice l’epiteto all’inizio di
questo scritto, la società vuole che continuiamo a giocare anche se
abbiamo finito le carte o i soldi, facendo intendere in maniera falsa
che lo possiamo fare ancora.
L’identità psicologica in questo contesto si destruttura e ristruttu-
ra continuamente, come una matassa si dipana, si sfila e si riannoda,
senza un senso ben definito, nell’epoca nichilista in cui viviamo ac-
quista il non senso tipico del senso della nostra esistenza.
Questa apparente contrapposizione indica che il senso oggi è di-
ventato il non senso, la forza di oguno di noi consiste nel saper ac-
cettare il non senso senza chiedersi un perché.

3.2 Il simulacro

La società post-moderna, come insegna anche Jean Baudrillard,


ha sostituito all’oggetto il simulacro, al simbolo, momento di for-
mazione e luogo di sviluppo di energie psicologiche, il simulacro,
luogo stantio e cristallizzato, dove non cresce niente, un posto dove
si sostituisce l’essenza dell’essere con altro, il significante diventa
senza reale significato7.
Una società post-moderna vista come società dei simulacri, o so-
cietà della simulazione.
La tecnologia ha contribuito in tutto questo mutuando l’ottica da
una realtà ad una iperrealtà con conseguenze sulla verità, il falso è
diventato così vero da essere reale ed il simulato acquisisce un senso
essenziale.
Nel nuovo pensiero post-moderno tutto si fonde in maniera anti-
tetica, tanto che i messaggi sono così contrastanti da farci intendere

7 Presente già negli scrittori Philip K. Dick e James Graham Ballard.

28
tutto ed il contrario, ciò determina scetticismo in maniera così forte
che il dubbio diventa un elemento fondante, tanto che la realtà a vol-
te diventa paranoica e persecutoria ed altre volte magmatica, dove
tutto si trasforma ed ogni cosa diventa possibile, verso una iperrealtà
quasi irreale che sostituisce quella presente.
Il tipo di pensiero che ci caratterizza elimina tutte le opposizioni
binarie, ovvero conoscenza e ignoranza, progresso sociale e reces-
sione, dominanza e sottomissione, presenza e assenza. Una specie di
scetticismo che va oltre il relativismo, dove tutto è possibile (sposar-
mi o non sposarmi, stare solo o in compagnia, lavorare o non) fino al
nichilismo (tutto è possibile e qual è il senso?).
Il significato in questo senso è abbandonato, vi è una apertura
così forte e sintomatica al non senso che ancora non riusciamo ad
accettare nella sua essenza e come dice Vattimo, autore guarda caso
del pensiero debole, la difficolà oggi non è esser nichilisti ma esserlo
in maniera sufficiente.
Modificandosi il nostro pensiero è cambiata anche la nostra iden-
tità che è tutto ed il contrario di tutto, alla ricerca di ogni simulacro
senza significato, poggiato su pilastri gracili ed inerti ed incapace di
dare un senso ed una spinta propulsiva all’esistenza.

Per riassumere, come si potrebbe spiegare la post-modernità oggi


divenuta altro con la sua ultra-modernità?
Sicuramente è una marcata diversità rispetto al passato che il no-
stro pensiero è diventato così scettico da convincersi che nulla è dato
conoscere con certezza; il dubbio che ci anima e che poi costituisce
il germe essenziale allo sviluppo della paranoia8, ci permea a tal
punto che abbiamo perso gli interessi intellettuali poiché è sempre
più facile ritenere che nell’epoca post-moderna non sia possibile eri-
gere alcun sapere sistematico intorno alle azioni umane o alle ten-
denze di sviluppo sociale.
La tendenza di internet, dei giochi elettronici, dei media sempre

8 Paranoia: psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema

di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà.


Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cogni-
tive e razionali altrimenti integre.

29
più diversi è quella di ripudiare l’attività intellettuale, come dimo-
strano le librerie trasformate in posti di vendita di gadget (pupazzet-
ti, penne, puzzle) e sempre meno dispensatori di vera cultura, sem-
pre più supermercati mediatici, dove si può trovare l’essenza della
nostra ultra-modernità: il vuoto ed il non senso.
La post-modernità ha perso il concetto di storicità, la ultra-mo-
dernità con la tecnologia ci dà un senso di immediatezza e presente,
annullando tutto ciò che è passato, citazioni comprese che sembrano
quasi un fardello inutile. Si può citare solo qualche blog che si può
trovare immediatamente sul telefonino.
Questo ha dei riverberi sull’identità dell’uomo che perciò diventa
liquido, poiché perde alcune caratteristiche solide che sono costitui-
te dalla storicità (ovvero: io sono il mio passato).

I concetti possono essere considerati validi solo in una ricerca di


“principio”, per cui conservano il concetto della storicità. Chi fa una
ricerca sa che non può essere effettuata senza ricerca bibliografica,
cioè la conoscenza che c’è stata prima di noi.
Persa la storicità si perde il senso e si gettano le basi per il nichi-
lismo.
Le ricerche via internet sono molto rapide ma spesso poco “stori-
che”, si trova di tutto e come in un supermarket se non si sa scegliere
si rischia di perdere tutto il senso della identità di un concetto, pro-
prio come succede nella nostra vita quotidiana.

L’eccesso di arroganza dell’uomo sull’uomo, l’eccessiva conside-


razione di se stessi, uomini come veri megalomani della modernità,
spinti da un’ambizione titanica, ha portato a considerare la ragione
come baluardo del sapere, fino alle più estreme conseguenze illumi-
nistiche, facendo considerare l’individuo depositario della ragione
nella sua quintessenza.
Ciò ci ha fatto svincolare dalla storia verso derive autoritarie e
totalitarismi.
La post-modernità è stata associata non solo alla fine del fonda-
mentalismo, ogni tipo di fanatismo oggi non ha più senso di esistere,
ma addirittura alla “fine della storia”.
La post-modernità ha sostituito la Storia con la S maiuscola alle

30
storie, relativizzando tutto e dando meno importanza alla ricerca di
senso.
Il ritorno alla storicità lo si deve intendere non in senso distorto
come l’uso del passato per modellare il presente, la storicità significa
usare il sapere intorno al passato come mezzo per rompere con esso,
in modo creativo.
La storicità orienta di fatto verso il futuro.
Il film Ritorno al futuro ci dà un senso di cosa significa il passato
e quasi in maniera “futurologica”, come la scienza che studia gli
scenari possibili, ricostruisce il passato pezzo per pezzo e gli scenari
creativi che da questo si aprono non negandone l’importanza.
Naturalmente Ritorno al futuro appartiene alla cinematografia
della modernità, oggi la post-modernità potrebbe mai accettare tutto
questo peso del passato?
L’ultra-modernità è andata oltre, non chiedendosi più tutto que-
sto!

31
Capitolo 4
Il post-umano: una società traumatica che aumenta i
mondi paralleli

Una nota musicale è un nulla, in un istante.


H. Bergson

L’uomo dell’epoca ultra-moderna è profondamente diverso, si


differenzia dalle generazioni precedenti: vive una condizione carat-
terizzata in larga misura da mondi virtuali, internet, blog, chat forse
il meno irreale è facebook perché costringe ad avere una pseudo-
identità.
È un uomo che si interessa alle trasmissioni del tipo Cambio mo-
glie o Grande Fratello, alla ricerca di una identità sempre cangiante,
meno interessato ad accumulare cose perché non ha senso donarle
alle nuove generazioni, niente sembra acquisire un senso, e soprat-
tutto un uomo che cambia maschera con rapidità1.
Una generazione tapis roulant: disposta a correre continuamente
senza mai fermarsi, attraverso siti online, chat, relazioni superficiali
e sempre cangianti, correndo su strade di tutti con auto in leasing
mai proprie e case sempre da pagare con mutui a tasso variabile che
sprofondano con l’economia.
Uomini e donne che vivono in un mondo di stimoli sonori, tutti
immersi in musiche, registrazioni audio-video, che vagano (animula
vagula blandula) senza la ricerca di un senso come le anime moder-
ne dei Dubliners di Joyce, più volti al gioco spicciolo ed immediato,
1 Eyes Wide Shut, film del 1999 di S. Kubrick.

33
capaci di immediata gratificazione, piuttosto che alla ricerca di un
progetto impegnativo.
L’uomo windows pensa a se stesso come giocatore più che lavo-
ratore e preferisce essere considerato creativo anche senza esserlo,
piuttosto che industrioso, abituato alla precarietà, senza la capacità
di pensare ad un futuro preciso, incapace di pensare di comprarsi una
casa o un’auto, per motivi anche reali, ma soprattutto mentali.
L’uomo windows dell’epoca ultra-moderna si incontra ai centri
commerciali, dando un’importanza quasi da simulacro alla grande
figura del consumatore.
Oltre al consumo tipico dell’epoca post-moderna, in quella ultra-
moderna si svolge una vita virtuale e fantastica, immersa nella fanta-
sia, in personaggi di film di cui spesso ci si innamora, nelle trasmis-
sioni televisive o ancora in programmi in cui si vincono dei soldi che
lasciano sognare cose pratiche e spesso irrealizzabili.
Tutto questo diventa parte della propria storia personale a tal pun-
to che l’identità si sbilancia verso qualcosa che non c’è e sempre più
persone si inventano ruoli di fantasia, per uscire dalla propria vita,
con identità fittizie create su facebook, contattano altre persone spe-
rando così di arricchire la propria vita che rimane perciò fittizia.
Così il mondo ultra-moderno diventa per questo gassoso, non più
liquido come l’età post-moderna, non è segnato da confini certi, tutto
si trasforma diventando cangiante fino ai limiti della psicopatologia.
Le persone ultra-moderne sono cresciute tra i siti web e perciò
godono di una percezione della realtà irreale, dal momento che la
realtà si è trasformata ed il baricentro non è più verso le cose fisiche
ma verso quelle dell’immaginazione.
Infatti, se ci pensiamo un attimo, non è più importante la localizza-
zione fisica delle persone ma la loro e-mail, il loro user-name o tutto
quello che possa avere una fisicità nel web o nella rete in senso lato.

4.1 La verità del mondo

Il mondo ultra-moderno (dal moderno, al post-moderno, all’ul-


tra-moderno) è cambiato e per cui non è più importante l’autenticità
e le cose vissute in quanto tali nella loro verità ma ciò che è fittizio,

34
quello che può dare un palcoscenico e far diventare fantasmagorico
ciò che è invece prosaico e poco poetico.
Tutto questo può cambiare la nostra identità, che da autentica si
trasforma in fittizia.
Il nostro baricentro si trasla verso cose completamente diverse,
perdendo alcuni riferimenti solidi con tutto ciò che questo comporta
dal punto di vista psicologico.
La fisicità sembra scomparire e con essa la proprietà (in alcuni
casi non si ha un sentimento di possesso, anche blando, nei confronti
del proprio marito e della propria moglie), tutto è votato al virtuale
per cui anche possedere è diventato quasi inutile o forse per l’esat-
tezza troppo difficile ed impegnativo, meglio dedicarsi al virtuale, là
si può stare sempre in gioco, in maniera infinita e far finta di vincere
anche quando la nostra vita è una continua perdita.
L’identità è stata sostituita dalla connessione, la parola d’ordine è
essere connessi, la differenza tra vita e connessione è che la prima è
fatta di sofferenze ed esperienze che prima di diventare gratificanti
devono passare attraverso la cruna dell’ago, mentre la seconda dà
esperienze brucianti, immediate e molto superficiali: non essere con-
nessi nell’epoca ultra-moderna equivale alla morte.

4.2 L’ipertesto

Windows ha aperto mille finestre e molti di noi ormai sanno usare


il computer, rendendosi conto che è facile come non mai, contempo-
raneamente. Tramite windows, che appunto in inglese significa fini-
stre, si può riuscire ad aprire contemporaneamente più testi, leggerli
contemporaneamente e nello stesso tempo usare più storie come fos-
se normale e non impossibile.
Una volta con un testo non elettronico questo concetto era molto
più difficile e non ben contemplabile.
Il testo è cambiato a tal punto che tramite l’ausilio dell’elettro-
nica, con un semplice click si può passare da una strada all’altra, il
testo mostra i suoi crocevia e le storie si arricchiscono di molti finali
e contemporaneamente una storia che poteva avere solo una possibi-
lità ne ha molteplici, come nella vita ultra-moderna.

35
L’era post-moderna ha abituato la nostra mente a molteplici fi-
nestre, ne ha consentito le possibilità contemporanee, l’utilizzo di
mondi separati e presenti e perciò ha aperto nella nostra mente delle
possibilità che solo l’elettronica, la velocità consentono di realizza-
re.
Un esempio in più molto facile e semplice sono i cellulari o le
chat: mentre prima il cellulare era utilizzato come un oggetto telefo-
nico come quello di casa, era un semplice telefono mobile, i cellulla-
ri oggi sono un’appendice del nostro essere, perché consentono nelle
loro molteplici schede, con l’avvento del GSM, di avere tanti numeri
e perciò tante possibilità di relazioni, differenziandole e consentendo
di organizzarle e gestirle, dandoci un’onnipotenza irreale, ma quasi
vera con il telefono nel suo on/off, chiuso o aperto.
Lo stesso avviene con le chat, chi apre mille relazioni con uno
username diverso, ha un contatto tramite l’on/off del computer, solo
quando si è online.
L’importante è giocare e come nel gioco si possono continua-
mente cambiare le realtà circostanti (come il programma Cambio
moglie), l’importante diventa ammaliare gli altri con nuove storie,
tramite ipertesti differenti che stuzzichino e non annoino mai, con-
sentendoci di stare sempre al tavolo da gioco.

4.3 Gioco o realtà: il cyberspazio

Gioco o realtà, riprendendo un titolo di un famoso testo di Win-


nicott in cui si mettevano in luce alcuni aspetti del gioco e la sua
importanza per lo sviluppo della psiche umana.
Questo testo fu scritto nell’epoca moderna in cui la gente era alla
ricerca di uno scopo; oggi nell’epoca ultra-moderna l’interesse pri-
mario è verso il gioco e l’atteggiamento giusto, o così considerato
dalla maggioranza, è la giocosità, una giocosità vissuta seriamente.
C’è una tendenza a metter da una parte ordine, regole, organiz-
zazione che sono considerate come una forma di limitazione della
libertà (guarda caso lo fanno anche i pazienti borderline), mentre,
d’altra parte, si dà un estremo valore al disordine che perciò diven-
ta creativo, quasi volto all’anarchia che diventa tollerata, per cui è

36
molto interessante mettere in gioco tutto quanto come fanno i più
noti politici, mettendo in gioco le mogli, i partiti, la vita di tutti noi,
proprio come un gioco su facebook di tipo virtuale.
Siamo diventati pedine di un gioco virtuale, senza rendercene
conto, portando tutto alle estreme conseguenze, spinti dalla convin-
zioni che sul web non succede nulla, nella realtà, invece, ci si può far
molto male, ma spesso si perde il confine tra virtuale e reale.
Una volta rifare o ricreare un nuovo partito politico sembrava
quasi una cosa terribile, faceva discutere, si andava alla ricerca di un
senso, oggi non ci si chiede neanche il perché, anzi, il non senso è
divenuto normale e caratterizza la nostra vita, a tal punto che nean-
che ci si difende da tutto questo.
Tutto questo non senso, l’incapacità di capirlo e la tendenza a
darlo per scontato, quale importanza può assumere? Tutto questo
amplifica i traumi nello sviluppo fisiologico di una mente sana.
Vivere in maniera sana nell’epoca ultra-moderna significa ade-
guarsi a questo stile o combatterlo?
Siamo così forti da combatterlo o dobbiamo adeguarci ad un
mondo che consuma ogni giorno, proprio come un oggetto da com-
prare, usare e buttare?
Nell’epoca ultra-moderna quindi se disfare un partito non fa più
senso è proprio perché non ci si interessa più della storia, anziché
cercare di elaborare storie interessanti da vivere, proprio come nel
romanzo di Sherazade delle Mille e una notte, vince ed assume suc-
cesso chi sa raccontare storie interessanti ogni giorno per evitare che
l’imperatore possa annoiarsi.
Chi sa raccontarsi in modo superficiale, immediato e avvincente
senza mai stancare allora trova un seguito, che può sembrare irreale
nell’epoca precedente della modernità e diventa reale nella ultra-
modernità.
Anche il concetto del tempo si è modificato ed è cambiato, per cui
non conta la storia, quindi il passato e la continuità con esso, ma solo
l’immediato, l’hic et nunc, ciò che è visibile, dimenticando che solo
l’invisibile dà un senso e profondità alla nostra vita.
Da una parte perciò ci si comporta in questo modo, dall’altra parte
si va dallo psicoterapeuta, sperando così di trovare un senso ad una
vita senza senso. A tal proposito si è sviluppata in questi anni una

37
nuova branca che è la consulenza filosofica a cavallo tra la filosofia e
la psicologia che cerca di ridare un senso ed una chiave di lettura.
C’è da chiedersi se la mancanza di senso è dovuta anche alla no-
stra incapacità di attribuirne uno, alla diminuzione della grande cul-
tura filosofica e letteraria o ancora all’eccesso di stimoli nel numero
e nella qualità che determinano perciò un trauma.
Sembra che la realtà di cui parliamo con le sue frustrazioni ab-
bia ceduto il passo ed oggi nell’era ultra-moderna parlare di realtà,
di sofferenza, di conflitto, di soluzioni e frustrazioni sembra molto
datato, tutto ha un senso se c’è molto piacere, gratificazione imme-
diata attraverso giochi o attraverso il nostro corpo che può condire e
permeare il tutto.
Una volta Freud parlò di principio del piacere e di quello di realtà
sostenendo che il primo è infantile ed il secondo appartiene alla sfera
della maturità, il giusto compromesso consente un buon equilibrio,
oggi sembrerebbe secondo la norma statistica che essere normali è
avere un principo del piacere molto sviluppato.
Tutto sembra modificato, ciò che aveva una linearità nell’era mo-
derna, nell’era ultra-moderna, secondo il nuovo modo di procedere
mentale, attraverso dei modelli elettronici sempre più avanzati, non
lo è più. Esistono delle soluzioni fatte da linee complesse come i
frattali che trovano delle vie di uscita ma che ovviamente complica-
no gli individui che non sono in grado di decifrare queste strade così
complesse ed artefatte che sembrano confuse.
Molti di noi vivono un trauma vivendo una vita attuale forse per-
ché mancano le chiavi per decifrare l’ordito così complesso che po-
trebbe apparire confuso. Alla fine si slatentizzano emozioni intense
e diffuse tipiche di un trauma che non può essere elaborato ed acqui-
sisce un non senso.
Infatti se consideriamo il comportamento umano ci rendiamo con-
to che l’ottica non è più quella unitaria, integralista, centrale, come
dovrebbe avvenire in ogni tipo di comportamento sia sociale che po-
litico, religioso, associativo sostituendo, invece, un’ottica eccentri-
ca, post-individuale, assolutamente post-razziale e decentralizzata.
L’accento principale è sul pluralismo, sull’ambivalenza e la tol-
leranza.

38
In un mondo che ha tutto spettacolarizzato2, con un privilegio per
la comunicazione immediata e veloce e quindi pratica, con un insie-
me di simulazioni diverse come possono essere le rappresentazioni
del burlesque.
Se la nostra realtà è per la maggior parte del tempo virtuale, poi
sarà difficile accettare quella reale? Se la tv ed internet non sono
più un surrogato della realtà ma la stessa realtà, cosa succede nella
nostra mente?
Il cyberspazio diventa il nostro principale luogo dove trascorria-
mo la nostra vita tramite identità vere o fittizie, se una nostra identità
fittizia ci prende la maggior parte della giornata quale sarà l’identità
vera?
Sembra quasi che la nostra vita autentica passi attraverso luoghi
iper-reali come internet e le televisioni. Esistiamo se non abbiamo
una e-mail, uno username, un telefonino multifunzione o altro?
Esistiamo senza l’interfaccia, senza la rete, senza qualcosa che
ci consenta di accedere a quel mondo che invece non si tocca ma è
lì davanti a noi, diventando sempre più profondamente pregnante il
mondo delle relazioni virtuali?
Potremmo parlare di aspetti schizofrenici, cioè di un modo di per-
cepire la realtà senza oggetto, proprio come una allucinazione.
In un’epoca come quella ultra-moderna in cui le informazioni
sono in surplus, vi è una vera e propria esplosione in maniera inces-
sante e continua, viviamo uno stress da informazione senza neanche
rendercene conto, non lo sappiamo gestire ed affrontiamo ogni nuova
informazione come uguale alla precedente senza nessuna priorità.
Come in windows apriamo le mille finestre e non sappiamo quale
per prima va approfondita, affrontata, chiusa, eliminata o ancora non
utilizzata.
In un’epoca in cui non esite più una verticalizzazione dell’infor-
mazione ma invece una orizzontalizzazione.
In questa ottica senza nessuna gerarchizzazione, senza un senso
per il nostro sviluppo e la nostra identità ogni cosa diventa intrusiva
e confusiva, non consentendoci di delineare i nostri limiti in maniera
chiara e precisa.

2 G. Debord, La società dello spettacolo, cit.

39
L’identità per questo si modifica e le diffusioni d’identità trac-
ciate per lo sviluppo di personalità borderline possono essere in au-
mento?
Se esiste una identità diffusa, presente in più parti senza dei con-
fini delimitati, se si conserva la onnipotenza infantile, lo sviluppo
della identità è normale nell’epoca ultra-moderna?
Il surplus delle informazioni cambia il pensiero, da unico come
può essere nell’epoca moderna a plurale, il gusto si modifica e da
unico diventa plurimo, trasformando l’epoca ultra-moderna in un
continuo mondo che ha appetito e che non sa neanche che vuole,
non riuscendo a dare priorità ai gusti.
L’ultra-moderno è caratterizzato da alcuni aspetti particolari come
la continua sperimentazione che costituisce uno degli elementi più
importanti per proporre e riproporre storie, il rifiuto del realismo,
che diventa obsoleto perché la realtà diventa surreale e dalle mille
sfaccettature. Tutto questo ha dei risvolti sulla faccia dell’identità
che diventa cangiante.
Una identità come un cubo, che gira e che cambia, è una identità
che assume dei crismi psicopatologici.
Se lo sviluppo fisiologico dell’identità si corrobora di questi
aspetti non può esser considerato normale, anche se statisticamente
normale.

40
Capitolo 5
L’inquietudine ultra-moderna

L’uomo è per sua natura “animale inquieto”, tuttavia occorre di-


stinguere la falsa inquietudine, che proviene dall’esterno, dall’in-
quietudine autentica che nasce, invece, nell’anima e di essa si ali-
menta.
La ultra-modernità ci carica di inquietudine, al di là del possibile,
aborrendola e aprendo molte finestre.

Inquietudine che non è quella di altri tempi, in cui la vita era


ricca di avventure, poiché è un’inquietudine che sopportiamo, nella
quale ci sentiamo reclusi. È un’inquietudine che ci viene da fuo-
ri, non un’attività liberatrice che scaturisce da dentro. La cosa più
umiliante per un essere umano è sentirsi portato, trascinato come se
gli si concedesse a malapena un’opzione o fosse a stento possibile
scegliere, senza poter prendere alcuna decisione perché qualcun al-
tro, che non si prende la briga di consultarlo, la sta già prendendo al
suo posto. Tale passività si manifesta nella più tremenda solitudine.
Oltre a sentirci inquieti ci sentiamo anche sottomessi a una “solitu-
dine senza tregua”. Ma con la solitudine succede lo stesso che con
l’inquietudine: anche la solitudine è propria della vita di sempre,
anch’essa sta nel fondo della vita umana. La solitudine dell’epoca di
crisi è tuttavia ben diversa dalla solitudine dell’uomo sveglio, dato
che non è dovuta a una maggiore lucidità e può perfino racchiude-
re una maggiore confusione. Si tratta di una solitudine provocata
dall’inquietudine, poiché non sappiamo, né possiamo essere in qual-
che modo certi di alcunché. Ci ritroviamo così soli perché siamo
inquieti e confusi1.
1 M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina, Milano, 1996.

41
Questo riferimento ci mette in evidenza una inquietudine tutta at-
tuale che è particolare, perché devia dalle forme usuali, ci disorienta
non serve a niente, ci paralizza e ci impedisce di vivere normalmen-
te.
Il mondo con il suo eccesso di informazioni, con le sue windows,
le sue finestre che si aprono continuamente, non consente di orien-
tarci, non dandoci delle priorità tanto che tutto acquisisce lo stesso
rilievo e la stessa importanza.
La direzione di senso è tale solo in un’ottica di programmazione,
di organizzazione, di energia, di priorità e strutturazione, di percor-
so, non c’è senso senza un percorso dell’animo.
Oggi il surplus di cose da fare toglie lo spazio all’idea, la politica
del fare toglie lo spazio ed il tempo all’organizzazione dell’idea e
come si sa il sonno delle idee e quindi della ragione genera mostri.
L’idiota è uno che fa senza idee, si muove sull’idios, ovvero sul
particolare privilegiando l’individuo al collettivo.

5.1 La scelta diventa paralisi

L’estrema illimitatezza può disorientare l’Io paralizzando le scel-


te, inoltre il superare i normali confini aumenta l’insicurezza verso un
aumento del rischio che non da tutti viene accettato serenamente.
Un uomo che è cambiato nell’attenzione per il proprio corpo, per
la creazione di virtualità associata al tentativo di annullare il tempo.
La cosa che lascia ancora più attoniti è la costante e massiccia
mercificazione di tutto, trasformando ciò che prima era un mezzo in
fine e decretando il consumo come uno dei parametri più importanti
a scapito anche delle idee e sentimenti, facendo assurgere a Dio ciò
che prima era solo uno strumento, cioè il denaro, che altro non è che
un surrogato materno, un seno a cui attingere.
L’Io globale (che equivale ad un Io con il tempo infinito ed un
unico spazio) riprende alcuni aspetti onnipotenti tipici dell’infanzia,
proprio come un grande infante diventa come un elefante che si muo-
ve tra gli specchi, non trova un modo per adoprarsi costruttivamente
ed attivamente e si eleva a grande parassita, in una logica orale della
dipendenza e della richiesta, attraverso un continuo consumo.

42
Le grandi catene di consumo hanno portato ad un appiattimento
dei desideri e delle vocazioni verso individui uniformati senza iden-
tità, annullando le differenze e mettendo in moto ogni tipo di ugua-
glianze come nel mondo dei racconti Irlandesi di Ezra Pound.
La riproduzione di tutto si muove verso stili e modelli di vita che
siano uguali per tutti, in maniera livellante ed indifferenziante, an-
nullando delle differenze, annullando narcisisticamente l’altro.
Se il Tu è scomparso che ruolo può assumere in tutto questo il
Noi che dava il senso della comunità? Il Noi fa quasi paura, perché
immette il germe del confronto.
Il Noi esiste, stante le premesse sopra, solo come propaggine
di un Io debordante ed illimitato e populista e gli altri come cloni
dell’Io.
Il post-moderno rifiuta il passato in termini storici e culturali ma,
paradossalmente, nell’epoca ultra-moderna non ci si può liberare del
proprio passato soprattutto quello dell’area privata, il mondo diventa
incredibilmente connesso, è difficile distaccarsi dai propri preceden-
ti rapporti relazionali, dalle precedenti amicizie, dagli amori, dalle
vite passate.
Nonostante ci si può spostare da una parte all’altra del globo il-
ludendoci di mettere tutto da parte non si può più scomparire (il
romanzo La grande sera premio Strega 1989 oppure Il fu Mattia
Pascal sono un’utopia!), esiste sempre la connessione cellulare, fa-
cebook, l’e-mail e tutto rimane incredibilmente connesso, come nel-
la grande rete di internet, tutto è reticolare, tutto è interdipendente,
impedendo di vivere le perdite fino in fondo. Siamo aggrovigliati.
Un esempio nel mondo psichico è rappresentato dallo stalking, sem-
pre di più aumentano i casi di stalking perché sempre più facile è
inserirsi nel mondo psichico dell’altro invadendolo, violentandolo
attraverso i nuovi sistemi psico-tecnologici.
In un mondo che vuole inesorabilmente la sua indipendenza mai
siamo stati così dipendenti, come con i cellulari, internet o i naviga-
tori.
Tutti sanno dove siamo e quello che stiamo facendo al di là di
ogni possibile privacy.
Il concetto dell’uomo alla finestra di Leopardi che può osservare
in maniera distaccata il mondo ormai non è più possibile e l’uomo

43
windows dell’epoca ultra-moderna diventa coinvolto emotivamente
in ogni tipo di tempesta senza neanche accorgersene.
Paradossalmente non solo è difficile essere spettatori ma nello
stesso tempo si diventa attori ma soprattutto vittime di un mondo che
ci coinvolge, non consentendoci nessuna possibilità di fuoriuscita.

5.2 L’epoca del perturbante

Nel celebre articolo del 1919 “Das Unheimlich”, Freud affronta


una questione centrale del termine unheimlich quanto mai più attua-
le nell’epoca ultra-moderna.
Heimlich significa familiare, conosciuto, intimo, fidato nella pri-
ma accezione, ma può essere anche utilizzato con il significato di
nascosto, tenuto lontano da occhi indiscreti, da non far sapere ad
altri. Un in tedesco indica negazione.
Unheimlich nega entrambe le accezioni di heimlich, nel primo
caso indicando lo sconosciuto, l’alieno, mentre nel secondo con il
significato di scoperto, svelato.
Quindi per l’esatezza Freud definisce Unheimlich «tutto ciò che
sarebbe dovuto rimanere segreto, nascosto e che invece è affiorato»
(Freud, 1919).
Freud applica l’ipotesi interpretativa secondo la quale l’esperien-
za angosciante sarebbe dovuta a qualcosa di rimosso che ritorna;
l’effetto perturbante sarebbe riconducibile a residui infantili nello
psichismo adulto.
Il perturbante sorge quando sperimentiamo un’incertezza intel-
lettuale, una precarietà, quando cioè ci troviamo di fronte a feno-
meni per i quali abbiamo avuto in passato dubbi relativi alla loro
natura, dubbi risolti grazie a spiegazioni razionalistiche delle quali
nel presente, causa lo stimolo perturbante, non siamo più sicuri. È
un’antica incertezza che si ripresenta. «Ora, non appena nella nostra
esistenza si verifica qualcosa che sembra confermare questi antichi
convincimenti ormai deposti, abbiamo il senso del perturbante»
(Freud, 1919).
Nell’epoca ultra-moderna questo avviene spesso, ciò che è sta-
to negato o rimosso o semplicemente represso senza essere trattato,

44
mentalizzato, confrontato con l’altro diventa successivamente per-
turbante. Diventa difficile il dialogo con se stessi e con l’altro in
generale perché come dicevamo prima è scomparso il Tu, sia interno
che esterno, indispensabile per ogni tipo di dialogo.

5.3 Il turista, la figura predominante dell’epoca ultra-moderna

I turisti stanno in un luogo o si muovono come vogliono. Ab-


bandonano un porto quando si presentano nuove opportunità, non
ancora sperimentate, che chiamano “altrove”. I vagabondi sanno che
non staranno mai a lungo in un posto, per quanto possa loro piacere,
perché dovunque si fermino non sono accolti con entusiasmo.
I turisti si muovono perché trovano che il mondo alla loro por-
tata (globale) è irresistibilmente attraente, i vagabondi si muovono
perché il mondo alla loro portata (locale) è inospitale, fino ai limiti
della sopportazione.
I turisti viaggiano perché lo vogliono, i vagabondi perché non
hanno altra scelta sopportabile.
I vagabondi sono, si potrebbe dire, turisti involontari; ma dire
involontario di un turista è una contraddizione in termini. Anche se
la strategia del turista può essere una necessità, in un mondo segnato
da mura che si spostano e da strade mobili, la libertà di scelta è la
carne e il sangue del turista.
Toglietegliela, e vedrete allora svanire l’attrazione, la poesia e,
invero, la vivibilità della sua stessa vita.
Il fenomeno che oggi viene acclamato come “globalizzazione”
è volto a soddisfare i bisogni e i desideri del turista. Il suo secondo
effetto, creando un effetto collaterale, è di trasformare molti altri in
vagabondi. Questi sono i viaggiatori cui si nega il diritto di diventare
turisti. Non possono stare in pace – non ci sono luoghi che garan-
tiscono loro la permanenza, la fine di una mobilità non voluta – né
andare a stare in un posto migliore (ecco che cosa è l’inquietudine
nell’era ultra-moderna).
Il vagabondo non sa dove tornare, il turista invece sì, ma psicolo-
gicamente il turista di oggi non vorrebbe più tornare ed assomiglia
proprio ad un vagabondo.

45
Il vagabondo è l’alter ego del turista. Chiedete ai vagabondi che
vita vorrebbero vivere, se potessero scegliere liberamente, e otterre-
te una descrizione piuttosto accurata della felicità del turista come
“lo si vede in televisione”.
I vagabondi non hanno altra immagine della buona vita, nessuna
utopia alternativa, nessun programma politico proprio, la sola cosa
che vogliono è il permesso di essere turisti, come gli altri…
In un mondo inquieto, il turismo è l’unica forma accettabile,
umana, di irrequietezza.
Essi vedono il mondo come un qualcosa di estetico che serve ad
alimentare la sensibilità, una fonte di possibili esperienze, assapora-
no il mondo come un cibo prelibato.

5.4 La società ultra-moderna: il rischio

In una società del rischio come dice Beck non si può fare a meno
di rischiare o almeno era così fino a poco tempo fa in cui questo
rappresentava una cosa costante e presente ed il rischio veniva anche
premiato, poiché fare delle operazioni rischiose, come poteva acca-
dere in borsa, veniva in qualche modo premiato.
Oggi il rischio non sempre consente grandi risultati ed è l’unico
modo per gestire alcuni aspetti di una vita quasi prometeica dove se
non ci si fa mangiare il fegato, come nel mito di Prometeo, non si
riesce a stabilire il giusto modo di operare.
Una vita dettata dal compromesso e spesso dalla devianza e dal
malaffare è dal punto di vista etico un ritorno in un certo senso alla
vita estetica di Kierkegaard.
Esiste come dice Günther Anders un “dislivello prometeico”, il
post-moderno ha perso a furia di rischiare il senso della paura, la-
sciando spazio all’ultra-moderno.
Un rischio vissuto centomila volte e centuplicato inibisce la pau-
ra, bloccandola emotivamente. Si è passati da una società senza pau-
ra del moderno ad una società bloccata dalle paure nel post-moderno
(fino alla fobia, ovvero paura immotivata).
La tipologia di soggetti che non riesce ad avere questo dislivello
prometeico invece ha un rimbalzo di tutte le paure e poiché il peri-

46
colo non è come nell’epoca arcaica, il leone dietro la caverna, ma
invece è un pericolo nebuloso, invisibile, tutto questo scatena delle
angosce non descrivibili e misteriose (fobie).
Del resto la definizione dell’ansia altro non è che la sensazione
di un pericolo imminente che non è visibile, per cui l’ultra-moderno
ripopola ansie nel nostro territorio interno e ci proietta verso disturbi
psichici nuovi e pervicaci.
L’emergere di pericoli “assolutamente” presenti comporta inevi-
tabilmente una condizione di disagio nei confronti del mondo ed
anche dell’altro, poiché il mistero del pericolo che è invisibile lo
proiettiamo anche sull’altro che è caratterizzato da nuove fattezze
indiavolate.
Ecco che emergono sentimenti paranoici (ce l’ha con me! So che
mi vuole fare!) in questa angoscia aleggiante che si posa sugli altri,
diventiamo sospettosi e da amici inevitabilmente nemici.
È possibile perciò evitare questi aspetti, oppure diventano inevi-
tabilmente la conseguenza del nostro operare?
Riappropriarsi come dice Andreoli2 della fragilità e dell’essenza
dell’uomo può essere un modo per riconquistare l’altro nella sua
essenza e costituire di nuovo il rapporto con l’altro?
La condivisione della vulnerabilità e della debolezza è una ca-
ratteristica che ci contraddistinguono come uomini ed Achille rico-
nosce il suo tallone pur essendo invulnerabile, solo la riaquisizione
della nostra umanità contro ogni forma di perfezione, di tecnologia
esemplare, di connessione senza fili onnipotente ci può restituire il
nostro essere umano fatto di umori, odori, invecchiamento e mor-
te.
Ricostituire l’altro significa riappropriarsi della morte contro i
dettami di una vita sempreverde, senza morte non c’è umiltà per cui
neanche l’altro.
Il senso più profondo del legame che in questo momento è alte-
rato, un legame che ognuno di noi sta vivendo in modo patologico,
essendo perseguitato e non amato dall’altro, allora come sostengono

2 V. Andreoli, L’uomo di superficie, Rizzoli, Milano, 2008.

47
alcuni psicoanalisti francesi3 è utile riappropriarsi di una politica del
legame che possa dare un senso alla propria esistenza.
La politica del legame instaura alcuni aspetti interessanti e dando
centralità all’altro in un atteggiamento caritatevole (caritas) ricon-
quista un modo nuovo di rapportarsi che non è più il semplice e puro
scambio o il baratto mezzo arcaico, che sostituiva il denaro, ma il
dono che ha come fine l’uomo, non servendosi dell’uomo.
Il nemico in tal senso si può trasformare in amico e l’hostis, ov-
vero nemico, diventa nella sua unica radice ospite, nel momento in
cui vi è il dono.
I re magi così portano i doni in segno di reverenza e danno un
senso di cosa è l’umanità e cosa invece non è senza l’atto del dona-
re.
Il dono dà un senso riparatore, cerca di far dimenticare nel suo
estremo atto compensatorio cosa ha fatto l’uomo e cosa continua a
fare nel dolore che ogni giorno infligge agli esseri umani.
La responsabilità del dono esprime la responsabilità verso l’altro,
in un atto di morte narcisistica per non pensare più a se stessi.

5.5 L’epoca ultra-moderna versus dono

Il dono scardina l’Io, dando un senso all’altro e un significato


al Tu ormai naufragato nell’Io che non coglie più la dissonanza di
questo esistere.
Il dono ripristina il suono, dà un senso e crea la melodia che da
sé non esisterebbe.
Nel dono si incomincia a sentire il respiro dell’altro e tutto diven-
ta ciò che normalmente non è, privandosi di qualcosa, si ha il senso
di quanto valga l’altro ed il dono in quest’ottica, come il viandante
che dà il suo mantello, esprime il sacrificio nel senso di farsi sacro
per l’altro, privilegiando l’altro ad un pezzo di sé.
Senza il dono non c’è l’altro senza l’altro non c’è identità.

3
M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano,
2005.

48
L’identità è un concetto psicologico, nasce con le terapie sulla
mente ma mai quanto oggi è più attuale.
Questo libro cercherà di chiarire seppure con grande difficoltà
per la complessità del tema il concetto di identità.
Sembra strano come mai oggi sembrano in aumento i disturbi
della personalità e quindi è alterata la genesi dell’identità.
Bisognerebbe chiedersi se un ruolo in tutto questo lo assume una
società completamente modificata rispetto al passato che è diventata
instabile, discontinua, precaria, incerta e soprattutto liquida secondo
un noto e oramai consunto concetto di Bauman.
Una società che sembra abbia sostituito il tempo allo spazio, fa-
cendoci correre velocemente sul ghiaccio sottile, solo nella corsa sta
il segreto per non sprofondare.
Tutte queste caratteristiche come la discontinuità, la precarietà,
ecc., guarda caso sono delle caratteristiche di quello che gli psichia-
tri inseriscono nei disturbi di personalità, per cui oggi più che mai
parlare di alterazione della personalità ha un senso, oppure dal mo-
mento che questa affligge tutti è diventata normale?

49
Capitolo 6
Il presente non passa mai

Un avvenimento le cui conseguenze non durano più dell’avve-


nimento stesso viene chiamato episodio. A somiglianza dei turisti,
anche gli episodi di cui il loro essere-nel-mondo si compone inter-
rompono il racconto (per usare la felice definizione di Kundera)
senza diventarne parte e senza influire sulla trama. L’episodio è un
avvenimento per così dire autosufficiente. Ogni episodio parte da
zero; ogni inizio è assoluto, ma altrettanto assoluta è la fine dell’epi-
sodio. “Non continua” è l’ultima sentenza di ogni episodio, sebbene
spesso, con grande confusione e inquietudine del protagonista, la si
scriva con l’inchiostro invisibile. Il problema tuttavia consiste nel
fatto – si affretta a osservare Kundera – che la stessa decisione che
la fine dell’evento sia definitiva, in realtà non è mai definitiva. Non
si sa mai con certezza se l’avvenimento è stato solo un episodio e se
non ci sarà mai un seguito. A dispetto di tutti gli sforzi, gli avveni-
menti passati possono emergere dall’oblio; il passato, stavolta sotto
forma di spettro, può visitare i futuri attimi fuggenti. I partner di
rapporti interrotti da tempo possono rientrare dal bando al quale la
memoria li aveva condannati e pretendere soddisfazione esibendo le
ferite riportate negli incontri passati e non ancora cicatrizzate.
Il ridurre gli avvenimenti alla misura dell’episodio, ossia il soffo-
care sul nascere le future conseguenze, richiede dunque uno sforzo
continuo, senza mai la garanzia che lo sforzo sia stato efficace. Que-
sta circostanza aggiunge non più una goccia, ma un intero secchio di
catrame a quella botte di miele che è una vita vissuta in ogni momen-
to come un episodio senza passato e senza futuro. Si potrebbe anche
dire che essa scava un buco attraverso il quale quel mondo “là”, quel
51
mondo che si voleva mantenere a prudente distanza, invade volta a
volta un terreno che si vorrebbe mantenere sotto controllo, scalzan-
do la fiducia che gli avvenimenti possano essere davvero controllati.
La vita del turista, quindi, non è lastricata di sole rose. I piaceri si
pagano, e non sempre al prezzo segnato nel prospetto. Il modo turi-
stico di gestire l’innata incertezza della vita post-moderna porta in
sé nuove varianti di incertezza, non sempre meno opprimenti delle
precedenti1.
Lo stile di vita ultra-moderno ha dato un’eccessiva importanza al
presente a tal punto che ci siamo dissolti in esso.
Siamo diventati solubili in questo eterno presente, sciolti e di-
sciolti, senza soluzione di continuità. Il passato oggi acquisisce poca
importanza: che senso ha riferirci al passato, ai grandi, a coloro che
hanno qualcosa da insegnarci, quando onniscienti sembra che sap-
piamo tutto noi (ricordo ancora un professore di psichiatria che non
voleva che si nominassero i grandi del passato).
Il futuro è una minaccia per cui non si sa come si svolgerà ed
allora rimane questo triste ed abulico presente dove quello che conta
in larga misura è solo una cosa: il piacere immediato.
La nostra identità vivendo nell’eterno presente perde la sua con-
tinuità storica, il suo senso di appartenenza, le radici ed in ogni mo-
mento può cambiare ed essere trasformata per cui rimane solo un
frammento di qualcosa e non più il tutto.
Come la parola work (lavoro) che viene sostituita nel mondo an-
glosassone dalla parola job il cui significato è lo stesso (lavoro) ma
in senso etimologico significa frammento. Ogni cosa della nostra
vita ha perso la garanzia di una continuità che è uno degli elementi
indispensabili per una sana e corretta identità.
Anche la famiglia non ha più passato e futuro ma solo presente.
I coniugi si dividono, ritornano insieme, si riaccoppiano pensando
solo all’immediato piacere di una vita che non offre nulla oltre il
presente, dimenticando però che lanciano dei messaggi ai figli im-
portanti relativamente a cosa significa continuità che oggi ha assun-
to il significato di frammentarietà. Che importanza assumerà questo

1 Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Mondadori, Milano, 2002.

52
nello sviluppo delle nuove generazioni se non slatentizzare dei tratti
borderline di personalità?
Parlare di identità pone oggi una serie di problematiche che dif-
ficilmente possono essere risolte, proprio perché identità significa
in un certo senso continuità, stabilità, un senso di quello che siamo
ed una valutazione obiettiva di cosa è il mondo in un intero scambio
duttile e molteplice tra l’Io e la realtà e del proprio senso di percepir-
si e di percepire l’ambiente esterno.
L’impossibilità di scegliere, di vivere in maniera sempre ugua-
le, di adattarsi alla precarietà della nostra esistenza (posti di lavoro,
relazioni affettive instabili) può cambiare l’identità e trasformare
l’essere umano in qualcosa di diverso rispetto al passato, se così
fosse e se tutti assieme cambiamo ciò si può chiamare patologia o la
patologia che attualmente viviamo è semplicemente la norma di una
realtà che cambiamo?
Identità significa avere una coscienza del proprio corpo, delle pro-
prie idee, del nostro rapportarci alla realtà e quindi dei nostri limiti,
in una parola coscienza dell’Io, che ammette una continuità rispetto
al passato e ci fa sentire in qualche modo unici e sempre uguali.
L’uomo nel suo sviluppo assume un senso di sé sempre uguale
e comincia a rapportarsi al mondo nella sua unicità e costanza se
questo, per degli input interni e esterni, invece, cambiasse troppo ve-
locemente rispetto al passato, abbiamo uno strumento che consente
di adattarci in fretta alla stessa velocità.
Il grande intervento di internet che significato ha nello sviluppo
della nostra identità?
Come le nuove tecnologie hanno inciso e ci impediscono di svi-
luppare un senso di sé stabile e continuativo a tal punto che oggi è
più facile avere tante identità virtuali e trasformare la nostra vita in
veri e propri giochi di ruolo telematici?
Fare del sesso virtuale o ancora avere relazioni virtuali per
lunghi periodi di tempo che significato può acquisire? Come si
sa l’adolescenza ha in nuce tutte le problematiche dell’identità.
L’identità non si eredita geneticamente ma si acquisisce tanto da far
assumere ad ogni persona una indiscutibile individualità, un modo
di percepire, di autopercepirsi, di essere percepito, di sentire, di es-
sere.

53
In questa sede non farò un’analisi dell’identità così come è intesa
in senso classico, costituita da una coscienza dell’Io, da un vissuto
somatico, da uno schema corporeo2 ma soltanto ciò che è utile per
una trattazione di un cambiamento della personalità in un’ottica psi-
cosociale, ovvero quanto la società sta influendo sull’orientamento
del disturbo ed in particolare quello borderline.
Secondo Carotenuto l’individuo inquieto è colui che percepisce
seppure in maniera oscura l’esigenza di una definizione di sé e della
sua vita in termini diversi da quelli appena sufficienti che necessita-
no all’uomo della norma, all’uomo la cui azione è dettata dal deside-
rio di un’adesione ai canoni collettivi.
Ognuno di noi quando si guarda allo specchio la mattina scopre
in maniera monotona e di certo non meravigliata di essere sempre
uguale, diversamente sarebbe se avessimo un viso differente ogni
mattina.
L’identità è tutto ciò che caratterizza ciascuno di noi come indivi-
duo singolo e inconfondibile. Naturalmente esiste un aspetto ogget-
tivo, che cercheremo meglio di definire ed uno soggettivo, il secon-
do è molto più complesso e dipende dal nostro modo di percepirci
che è vario e cangiante e non dipende di certo da aspetti obiettivi.
L’identità oggettiva si presenta come identità fisica (dipende da ciò
che vediamo allo specchio ogni mattina), l’identità sociale (l’età, lo
stato civile, la professione, il livello culturale e l’appartenenza ad
una certa fascia di reddito), l’identità psicologica, ovvero la perso-
nalità, lo stile costante del comportamento.
L’identità sociale è una di quelle che può cambiare rapidamen-
te, un professore universitario va in pensione, un direttore di banca
viene licenziato, un bidello diventa professore, ecc. L’identità fisica
non cambia così repentinamente e si modifica così lentamente che
chiunque riesce a riconoscere se stesso e gli altri nel tempo.
L’identità psicologica, anche, non si modifica molto dopo l’età
adulta che comporta un patrimonio intellettivo, determinate attitudi-
ni, vocazioni, ecc.
Il tema più interessante è di certo l’identità soggettiva, infatti, e

2P. Romeo, Psiche, Identità e Sessualità – Identity and Sexuality: Carlo’s kiss,
http://www.heliosmag.it/97/4/romeo.html.

54
questo è ancora più visibile in soggetti con disturbi psicopatologici,
dove tutto è amplificato, ognuno di noi ha una certa propensione a
percepirsi che spesso non ha niente a che vedere con gli atti obiettivi
che sono molto correlati a come gli altri ci percepiscono.
Ognuno di noi può sentirsi paperino anche se in realtà tutti lo
guardano come un superman, e capite cosa significa avere i panni di
superman e muoversi come un paperino o viceversa i panni di pa-
perino e muoversi come un superman, questo è molto più frequente
che accada anche perché il nostro narcisismo che ha origini infantili
tende più difficilmente a scomparire e spesso rimane come nostra
difesa contro le difficoltà del mondo esterno.
Tutto nasce dalla grande constatazione – ripeto nei soggetti con
problemi psicopatologici è più facile notarlo – di una discrepanza fra
come io mi sento e mi definisco e come mi vedono gli altri. Quando
passiamo dall’identità soggettiva a quella obiettiva cioè quando cer-
chiamo di capire – già questo è un passo illuminante – la differenza
tra quello che percepiamo di noi stessi e quello che percepiscono gli
altri, ci rendiamo conto che a volte per operare questo passaggio,
quindi per passare da ciò che sentiamo, vediamo, percepiamo noi
a quello che sentono, vedono, percepiscono gli altri, lo chiediamo
alle persone più vicine, agli amici e ai parenti e di certo non ai cono-
scenti che invece sono più neutrali e che potrebbero dare un’idea più
accurata di quello che siamo o per lo meno un’idea diversa, per cui
il nostro modo di percepirci rimane in qualche misura semiobiettivo
perché modulato da persone che sicuramente ci renderanno il come
siamo in maniera più gradevole per evitare di alterare il rapporto che
possediamo.
Un altro dato interessante si riferisce al nostro contesto socio-
culturale e quindi anche storico (una cosa è vivere nel Settecento ed
un’altra nel Novecento) nello sviluppo della nostra identità.
Sino a tempi relativamente recenti, le identità sociali avevano de-
gli aspetti già prettamente definiti per cui per esempio una donna
doveva sposarsi in un certo ambiente sociale oppure doveva restare
nubile o farsi suora a seconda della decisione familiare e della de-
rivazione socio-culturale per cui accadeva che spesso il destino di
un individuo veniva deciso dalla famiglia e da alcune caratteristiche
familiari. Oggi ci troviamo in una condizione diversa ed il fenomeno

55
più interessante è forse una reinvenzione della propria identità in
maniera creativa, ovviamente soprattutto per quanto riguarda l’iden-
tità sociale.
L’identità è molto importante e nasce anche sentendo i propri
sussurri interiori, il proprio sottobosco sacro, fatto delle proprie vo-
cazioni per cui se si riesce ad andare oltre, a convergere sui propri
interessi profondi, si avranno più facilità e serenità nella propria vita
e nella propria professione.
Se sono bravo a suonare il violino e utilizzo in età adeguata que-
sta passione costruisco su di essa una tale capacità di cose che mi
daranno serenità in futuro (lavoro, hobby, interessi, relazioni, ecc.).
Questa capacità riguarda la costruzione dell’identità “adulta”,
naturalmente tutto questo è possibile fino ad una certa età, poi tutto
cambia e si trasforma, quindi se ho accettato tardi di sentire il mio
sussurro che mi invita a suonare il violino poi è molto difficile svi-
luppare la relativa capacità, costruirci sopra altro, come un lavoro,
una rete di persone interessate, ecc.
L’età ha un aspetto molto importante nello scegliere qualcosa,
nel costruire pezzo per pezzo (ad una certa età c’è il tempo, la messa
in gioco, l’umiltà e soprattutto la tolleranza alle frustrazioni, giusti-
ficate dall’utilità dell’inesperienza), ad un certà età si costruiscono
valori e si può incominciare a dare un senso di sé, autodescrivendosi
e riconoscendosi davanti a sé ed agli altri. Nell’epoca ultra-moder-
na gli adolescenti crescono come se avessero sempre tempo senza
l’ansia dell’esistere, questo peggiora le prestazioni di ogni tipo sia
fisiche che mentali (cognitive e affettive). Anche l’amore è una pre-
stazione, lo dice Fromm che bisogna avere disciplina, sacrificio e
pazienza.
Per tornare all’identità, il riconoscimento, come avevamo detto
prima, è molto importante per tutto ciò che concerne l’identità og-
gettiva.
Naturalmente per la costruzione di tutti questi aspetti un ruolo
importante nella formazione dell’identità lo costituisce l’età, ma so-
prattutto la volontà.
Per una strana coincidenza quest’epoca esprime poco il concetto
di volontà, come se non fosse importante ed è proprio un’epoca in
cui il problema dell’identità è variopinto e vi è un aumento a di-

56
smisura di disturbi di personalità, di cui non si vuole occupare più
nessuno (anche se ora l’attenzione nel nuovo manuale diagnostico
delle malattie mentali ovvero DSM-V è cambiata), poiché, per usare
un’iperbole, tutti ne siamo affetti, anche gli operatori della salute
mentale.
Com’è che anche a distanza di tanti anni si riesce ad indicare la
stessa persona, come se il tempo non riuscisse a scalfire qualcosa di
unico che appartiene all’identità?
Altro che carta d’identità, gli aspetti psicologici che conserviamo
ci lasciano immutati e costituiscono un core attraverso il quale è
possibile riconoscerci anche senza il nostro viso.
Nonostante si possa mutare tanto per una strana cosa non si mu-
terà mai del tutto, tanto che è possibile scorgere, sembra, una cono-
scenza del bambino di una volta nell’adulto.
Parlare di identità forse ha significato se ci rapportiamo ad alcu-
ni aspetti sociologici, poiché la stessa sembra essere cambiata, da
un’epoca moderna a quella post-moderna a quella ultra-moderna.
Nell’epoca moderna si è passati da una condizione agricola a
quella industriale, ciò ha consentito di rendersi autonomi e staccarsi
dalla famiglia, di trovare degli ambienti diversi ma in un certo senso
di mantenere sempre viva una certa presenza della famiglia che con-
sentiva l’innovazione nel rispetto della tradizione, dando un senso di
continuità e di considerazione del passato.
In Italia l’epoca moderna non ha consentito, forse per un eccesso
di familismo, di staccare i ragazzi all’età di 18 anni come avviene
in altri paesi europei. Nel post-moderno sono entrati in crisi i livelli
istituzionali, le regole e le gerarchie anche familiari (vedi la scom-
parsa del pater familias con il nuovo diritto di famiglia). Nell’epoca
ultra-moderna tutto è cambiato tanto che l’organizzazione dovuta
anche all’eccesso di ipertecnologia svezza prima l’autonomia ma
nello stesso tempo, disancorando prima dalla famiglia, rompe la tra-
dizione verso un eccesso di spontaneità che a volte diventa sponta-
neismo distruggendo il passato (senza tradizione non c’è innovazio-
ne) e creando una vera e propria rottura verso una frammentazione
dell’identità, in un eccesso presente.
In più si sono aggiunte le paure! Quella più importante è la paura
del futuro che non è più una promessa ma una minaccia, che ha crea-

57
to un’impossibilità di progettare e dare un senso di continuità storica
a ciò che invece dovrebbe avercelo, come la nostra identità.

6.1 Il tempo

Una delle caratteristiche differenti che ha cambiato alcuni aspetti


dell’identità riguarda il tempo. Non c’è tempo! Oppure questo è il
nostro modo di percepire: dice una massima antica io ho il tempo
voi l’orologio. Sembra quasi che tutti abbiamo l’orologio ma non il
tempo che appartiene all’interiorità.
Questo modifica il rapporto con l’altro e la relazione.
L’incapacità di trovare il tempo per l’altro ne modifica anche lo
spazio e non consente di stabilire una giusta distanza essenziale per
ogni rapporto umano.
Riconosco l’altro, lo sento, lo avverto se ho tempo, non quan-
titativo ma qualitativo, per l’altro, se mentre ci parlo non aspetto
la telefonata, non rincorro un mio pensiero, non rilevo solo la mia
sofferenza ma ascolto veramente, perché se lo faccio riuscirò anche
ad ascoltare l’altro.
Mentre una volta lo spazio acquisiva una sua rilevanza ora non
c’è spazio perché lo spazio non è altro che una variabile del tempo,
non si ha spazio per l’altro perché è già occupato.
L’impossibilità di avere del tempo per l’altro ne disintegra il rap-
porto e modifica anche il nostro percepirci, trasformando il senso
della percezione della nostra totalità in frammentarietà.
Naturalmente non avere tempo per l’altro significa che, ovvia-
mente in maniera scambievole, neanche l’altro ce l’avrà per me, ciò
toglie ogni possibilità di relazione che nel campo della vita adulta
costituisce un disagio, nel rapporto con un adolescente, quindi in
psicologia evolutiva, determina ragazzi apatici, amorfi, senza pro-
gettualità e senso dell’altro.

È questo il suo grande paradosso: un essere libero è già non più


libero perché è responsabile di se stesso.
Libertà nei confronti del passato e dell’avvenire, il presente è
un asservimento in rapporto a sé. Il carattere materiale del presente

58
non dipende dal fatto che il passato gli pesi o che il suo avvenire lo
preoccupi. Esso dipende dal presente in quanto presente.
Il presente ha lacerato la trama dell’esistere; ignora la storia; co-
mincia a partire da adesso. E malgrado ciò, o a causa di ciò, si ritro-
va impegnato in se stesso e perciò sperimenta una responsabilità, si
rovescia in materialità.
Nelle descrizioni psicologiche e antropologiche, questo si espri-
me con il fatto che l’io è già inchiodato a sé, che la libertà dell’io
non è leggera come la grazia, ma già un peso, che l’io è irrime-
diabilmente sé. Non faccio un dramma di una tautologia. Il ritorno
dell’io su di sé non è propriamente una serena riflessione e neppure
il risultato di una riflessione puramente filosofica. La relazione con
sé è, come nel romanzo di Blanchot Aminadab, la relazione con un
doppio incatenato a me, doppio vischioso, pesante, stupido ma as-
sieme al quale l’io si ritrova proprio perché è io. Assieme a… che
si manifesta nel fatto che è necessario occuparsi di sé. Ogni opera
che si intraprende è una baraonda. Io non esisto come un essere
spirituale, come un sorriso o un vento che soffia, non sono libero
da responsabilità. Il mio essere si carica di un avere: sono oppresso
dall’ingombro di me stesso. L’esistenza materiale è proprio questo.
Di conseguenza, la materialità non esprime la caduta contingente
dello spirito nella tomba o nella prigione di un corpo.
Essa accompagna – necessariamente – la nascita del soggetto,
nella sua libertà di esistente. Comprendere così il corpo a partire dal-
la materialità – evento concreto della relazione fra Io e Sé – significa
ricondurlo ad un evento ontologico. Le relazioni ontologiche non
sono legami disincarnati. La relazione fra Io e Sé non è un’inoffensi-
va riflessione del pensiero su di sé. È tutta la materialità dell’uomo.
La libertà dell’Io e la sua materialità3.

Il mondo globalizzato ha cambiato il mondo.


Il tempo non ci può essere se siamo costantemente in cerca di
qualcosa d’altro che poi diventa un correre restando fermi, in una
condizione di angosciante staticità.

3 E. Lévinas, Il tempo e l’altro, Il Melangolo, Genova, 1993.

59
Senza la presenza di una relazione con l’altro abbiamo l’impres-
sione di essere un treno fermo, a cui fanno scorrere accanto pannelli
panoramici, solo la relazione con l’altro nella sua profondità ci con-
sente di far partire nuovamente il treno per un’altra fermata.
Pattinare veloci sul ghiaccio sperando di non sprofondare non è
più una scelta ma una necessità, si crede di intercettare, di interpre-
tare il cambiamento, cercando di arrivare prima degli altri, si insegue
qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non pos-
siamo raggiungere, perché non ha radici nella propria identità, che a
sua volta non avendo radici, non esiste.
Le mete del nuovo modo di esistere fanno sicuramente riflettere,
sono mete che non creano radici e sembrano dare apparentemente
un senso all’identità: un nuovo taglio o colore di capelli, una nuo-
va casa, una macchina diversa, un lavoro più attraente. La cosa più
strana è che, una volta trovate, queste mete sono già abbandonate, in
una logica triste del consumismo, per cui la corsa non finisce mai.
È chiaro che il modo di vivere il tempo è cambiato, le condizioni
globalizzate hanno modificato a dismisura delle conoscenze fino ad
oggi insospettabili, questo ha allargato i confini della nostra libertà
e ci dà l’infinita possibilità della scelta che a volte è fonte di grande
stress.
La libertà, però, ha bisogno di essere significata, potremmo dire,
per usare un termine caro al capitalismo, capitalizzata, per consenti-
re di capire come fare senza eccessivamente fare, trovando la strada
del giusto e non del possibile, del condivisibile e quindi dell’etico
che è quello più difficile.
È strano pensare che la delega ad alcune autorità è un concetto
oggi obsoleto4, nonché il rapporto con l’altro è stato trasformato
dimenticandosi che ognuno di noi gioca un ruolo insostituibile.
La centralità dell’individuo è una risorsa ed è l’unica condizione
indispensabile per una serenità che riguarda il rapporto con l’altro.
“Abbandonata la speranza di migliorare la vita in modo significa-
tivo, la gente si è convinta che quel che veramente importa è il mi-
glioramento del proprio stato psichico; aderire alle proprie sensazio-
ni, nutrirsi con cibi genuini, prendere lezioni di ballo o di danza del

4 P. Romeo, Maschio Addio, cit.

60
ventre, bagnarsi nel mare della saggezza orientale, fare del jogging,
imparare a ‘entrare in rapporto’, a vincere ‘la paura del piacere’”5.
La vita tende a diventare un susseguirsi di episodi6 o di storie,
alla ricerca di gratificazione immediata: ogni legame è vissuto come
transitorio e la televisione riflette e amplifica questa condizione.
L’identità nasce e si sviluppa perché noi siamo nella mente dell’al-
tro, se l’altro ci rimanda la stessa immagine continua e sempre ugua-
le ci carica il nostro processore degli stessi input che ci consentono
di costruire ogni giorno la stessa cosa e dare una continuità al nostro
progetto esistenziale.
Abbiamo bisogno di qualcuno che nel bene e nel male ci veda
sempre nello stesso modo ed è l’unica maniera su cui si riesce a
costruire e disfare.
Se questo non avviene è perché chi ci guarda non ci trasmette lo
stesso file ma lo cambia ogni giorno: oggi ci dice che faremo il pilo-
ta, domani il pompiere, dopodomani ci indica come possibili calcia-
tori e così via, non consente di costruire un continuità sull’impegno
della nostra esistenza e soprattutto non ci ama per come siamo, indi-
pendentemente da tutto.
Spesso l’altro non manda gli stessi messaggi soprattutto affettivi,
perché non ha dentro di sé la stessa continuità, o perché la realtà è
talmente frustrante che non consente di poter trasmettere messaggi
sempre uguali, in un mondo di precarietà si ha sempre paura di per-
dere anche l’altro (cosa è la minaccia del futuro se non la minaccia di
perdere la nostra vita affettiva? Come avviene nei pazienti borderli-
ne), quindi se il nostro alter, quello significativo, non ha costruito in
modo stabile la sua identità difficilmente ci può trasmettere qualcosa
in modo costante, non consentendoci di crescere su pilastri che pog-
giano su un terreno solido ma, invece, fatto di sabbia o argilla.
Ogni nostra azione e ogni nostro pensiero si confronta oggi con
una modalità di vivere liquida che non è più quella di un tempo, non
ha precisi riferimenti come potevano essere le ideologie (che sem-
brano non esistere), la politica (che con il suo trasformismo non solo
da destra a sinistra ma anche nello stesso partito cambiando conti-

5 C. Lash, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano, 1992, p. 16.


6 Z. Bauman, L’arte della vita, Laterza, Bari, 2009.

61
nuamente casacche), ma anche la famiglia (si vedano l’aumentare
delle nuove famiglie che sono diverse da quelle tradizionali) e poi i
rapporti tra le persone e soprattutto l’avvento delle nuove tecnologie
(facebook ha cambiato e cambierà radicalmente il nostro modo di
relazionarci).
Tutto questo non consente di avere delle basi solide, ben definite,
il nuovo modo di vivere liquido altera sensibilmente il nostro svi-
luppo, ci fa crescere in una realtà difficile forse non complicata ma
incredibilmente complessa.
Tutto questo porta a delle mutazioni, sviluppa e seleziona le per-
sone che riescono a vivere meglio in una realtà così variegata, coloro
che sanno affrontare il mondo variopinto e cangiante, le mille rela-
zioni di facebook.
Anche la politica si è trasformata, si perpetuano e si ritrovano
soprattutto coloro che sanno esprimersi nelle mille facce di questa
società, coloro che sanno darsi e negarsi, che sanno dire una cosa e
metterla subito in discussione, oggi non importa più la coerenza, la
costanza, la stabilità, non esiste più la vergogna o l’ideale, ma solo la
prammaticità, il riuscire in un determinato obiettivo non si sa nean-
che come. Il fine giustifica i mezzi, ma dimenticando che il fine è
sempre l’uomo. Nel brano che segue, meglio si mettono in evidenza
alcuni aspetti cangianti del vivere, si è configurata una vera e propria
identità liquida che identità non è più in senso tradizionale, che non
trova dei riferimenti se non i diversi modi di essere e di esistere che
non danno una continuità alla relazione umana.
Nel brano seguente si può trovare qualcosa che fa pensare, che
mette in bilico l’identità, che nello stesso tempo trasmette dei sen-
timenti e fa riflettere, che ci indica un nuovo modo di vivere, che in
qualche maniera è contemporaneo e ci appartiene.

Mi spiego. Mettiamo che si chiami Carla. Ecco: c’è Carla, Carla


Bis e magari pure Carla Tris. A quel punto è “naturale” (anche se do-
loroso) che tu stai insieme a Carla, basta poco e i conti non tornano
più. Tu conosci solo Carla, mica Carla Bis (e magari Carla Tris).
Non appena ci metti la testa, non appena scavi un po’, ti rendi
conto che hai vissuto dentro una groviera di omissioni e cose non
dette. E non perché lei volesse questo, non perché volesse farti male

62
(voglio essere buono, quantomeno possibilista): perché la cosa non
detta riguardava l’altra persona. Cioè Carla Bis.
Vi state perdendo? Figuratevi quello che stava con Carla. Non so
se lui fosse l’uomo di Carla e al tempo stesso anche l’uomo di Carla
Bis (e perfino di Carla Tris). O se piuttosto c’erano altri due, uno per
la Bis e uno per la Tris. Di sicuro, l’uomo in questione non poteva
stare contemporaneamente con tre donne. E alla fine è uscito distrut-
to dalla storia, una volta appresa la verità. Non parlo per sentito dire:
ci sono passato anch’io. Quando, molti anni fa, si concluse la storia
con una di queste donne dalla personalità multipla, ebbi casualmen-
te l’intuizione che avesse una o più vite parallele. Superata la delu-
sione, trascorsi alcuni mesi lavorando come un giallista nel mettere
insieme i pezzi di una vita. Come un detective che vuol capire.
Soltanto allora, nella lettura della vita Bis, capisci il comporta-
mento della prima vita. Un comportamento che, al tempo, ti era par-
so incomprensibilmente oscuro e che ora sembra trovare una spiega-
zione. Quando ad esempio lei negava qualcosa che tu sapevi invece
essere reale, quella che stava con te negava perché era stata l’altra a
tradirti. Erano due persone uguali, ma diverse (per la cronaca, la vita
Bis di questa persona io l’ho ricostruita: una sorta di tesi di laurea).
Ne ho parlato anni fa con un mio amico psichiatra. Mi disse che è
una realtà molto più diffusa di quanto si possa pensare. Chi soffre di
personalità multiple difficilmente vive felice. Figuratevi poi quelli
che hanno la sventura di incontrarle. Il destino ha voluto che, alcuni
anni dopo, intervistassi al Maurizio Costanzo Show un americano
“possessore” di settanta e passa personalità.
Venne anche il medico che lo aveva in cura. Mi fece una racco-
mandazione particolare: se, durante l’intervista, fosse “entrata” in
qualche modo la voce di un bambino, avrei dovuto interrompere
tutto. “In questo caso il mio paziente potrebbe diventare molto pe-
ricoloso”.
È passato del tempo, eppure non riesco a dimenticare il disagio
(ma anche la pena) che mi faceva quel poveretto, spintonato da deci-
ne di personalità che facevano della sua mente quello che volevano.
Non so con quale dei settanta ho parlato, ma ho molto riflettuto su
quanto quella persona divisa dovesse stare male. Nessun paragone
con Carla, per carità, ma il principio è lo stesso. È un brutto vivere:

63
vuol dire che le emozioni ti scivolano addosso. Che in un secondo
puoi non avere memoria di quel che è stato. Addirittura, neanche
hai cognizione piena di quello che effettivamente è accaduto, per
quei giochi di sottrazione e addizione che la nostra mente crea quan-
do cerca equilibri impropri. Stavo proprio concludendo il lavoro di
ricostruzione di Carla Bis, quando mi accorsi che di lì a poco era
il compleanno di Carla. In realtà anche di Carla Bis. Mi sono do-
mandato se dovevo preoccuparmi di mandare non uno ma due fasci
di rose. No, non ne dovevo mandare nessuno: la storia era finita. E
chissà dov’era ora Carla. Se frequenta ancora Carla Bis, se vivono
ancora insieme. O se si sono finalmente sovrapposte7.

Lezione numero uno: i giorni contano tanto quanto la soddisfa-


zione che ne sai ricavare, e neanche una briciola in più. Il premio in
cui puoi realisticamente sperare e per cui lavorare è un oggi diverso,
non un domani migliore. Il futuro è fuori dalla tua portata (e an-
che da quella di chiunque altro), quindi smetti di cercare la pignatta
d’oro sepolta all’estremità dell’arcobaleno. Le preoccupazioni “di
lungo periodo” sono per i creduloni e gli sprovveduti. Come dicono
i francesi, le temps passe vite, il faut profiter de la vie… Quindi
cerca di goderti tutto quello che puoi negli intervalli fra un tragitto
alla discarica e l’altro.
Lezione numero due: qualsiasi altra cosa tu faccia tieniti aperte
le scelte. I giuramenti di fedeltà sono così buoni per quei disgraziati
che si preoccupano del “lungo periodo”. Non prendere impegni per
un tempo più lungo di quello strettamente necessario, mantieni su-
perficiali e radi i tuoi impegni, così da poterli disfare senza lasciare
ferite e cicatrici. Fedeltà e impegni, come tutti i beni utili, hanno la
loro data di scadenza. Non mantenerli neanche un istante di più8.

La cultura dell’impegno sembra sostituita da quella del disim-


pegno, quella della continuità dalla discontinuità, quella del ricordo
dalla dimenticanza. Tutto ciò modifica il nostro essere in relazione

7
M. Costanzo, La strategia della tartaruga: manuale di sopravvivenza,
Mondadori, Milano, 2009, pp. 46-47.
8 Z. Bauman, Vite di scarto, Laterza, Bari, 2008, pp. 132-33.

64
all’altro ma ancora di più la formazione e lo sviluppo della nostra
personalità. Una delle caratteristiche dell’identità è proprio la conti-
nuità, l’impegno ed il ricordo.
In questo tipo di cultura, inoltre, non sembra esistere alcuno spa-
zio per gli ideali.

65
Capitolo 7
L’identità virtuale

Ogni azione della mente è facile se non è sottoposta al reale.


M. Proust

La teorizzazione sulla identità dovrebbe abbandonare la metafo-


ra delle “radici” e del conseguente “sradicamento”, sostituendolo
con l’immagine del gettare e issare le ancore. In effetti, issare un’an-
cora, a differenza dal “radicarsi” e “sradicarsi”, non ha niente di
irrevocabile e definitivo. Le radici divelte dalla terra si seccano,
uccidendo la pianta, mentre al contrario le ancore vengono issate
solo per essere gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in posti
diversi1.
Le moderne tecnologie hanno cambiato radicalmente il nostro
modo di essere a tal punto che spesso si passa molto tempo al com-
puter, a relazionarci con gli altri, in un abbozzo di relazione che non
potrà mai avere la profondità, il calore e l’umanità di una chiacchie-
rata al mare o davanti a un camino. Comunque siamo lì a chattare,
a guardare le news, a partecipare ai forum. Tutto questo ci invita
a fare degli interrogativi molto interessanti e chiedersi se la nostra
identità, il nostro modo di essere ha cambiato oggi il suo baricentro
ed è diventato più reale o virtuale. La nostra identità si muove di più
su campi del reale come la chiacchierata davanti al camino oppure
i campi dell’immaginario, le chat e le chiacchierate virtuali che ab-
bondano con soggetti di cui non conosciamo le rughe, la mimica ma
1 Z. Bauman, L’arte della vita, cit., pp. 106-107.

67
solo le parole, che volano nell’etere senza nessuna identità precisa.
Ovviamente nel mondo della rete tutto acquisisce dei toni particolari,
è complesso ed anche le normali categorie spazio tempo sembrano
mutarsi e trasformarsi in altro. In rete lo spazio è di tutti non c’è uno
spazio preciso ed il tempo acquisisce perciò un’altra dimensione.

7.1 Senza corpo

È veramente strano che in un mondo in cui la fisicità è una delle


cose più attuali – le escort, le veline, la ipersessualità e l’ipercorpo –
oggi si vive in larga misura in un mondo senza fisicità come può es-
sere quello di internet, in cui i cybernauti smettono di essere persone
fisiche, sono senza corpo con un corpo snaturato dei propri parametri
fisici; peso, altezza, gravità, volano via in un mondo che non ha delle
caratteristiche fisiche, che entra ed esce dalle finestre (windows) e
ci consente di essere per la prima volta dei superman sganciati dal
nostro corpo che a volte è un pregio ed altre volte un limite.
Il particolare aspetto di internet, cioè l’assenza di fisicità, di con-
tatto visivo, la mancanza nella comunicazione (apparentemente
molto presente), da una parte fornisce un modo di relazionarsi senza
pudore, dall’altro invece cancella i parametri della comunicazione
non verbale che è la più emotiva ed immediata.
Si realizzano in maniera strana e particolare delle vere e proprie
vite parallele.
L’identità nasce da alcuni aspetti assolutamente peculiari come
possono essere:
1. la struttura: io sono così;
2. il riconoscimento: l’altro mi vede sempre così;
3. la relazione: io sono il mio rapporto con gli altri.
Ovviamente nella struttura rientra il mio Io corporeo (io sono il
mio corpo), il mio Io mentale (io reagisco così a certe cose).
Nella virtualità cosa succede? Entra in gioco un altro tipo di
identità che altera i normali parametri e disintegra l’identità clas-
sica soprattutto quella di struttura e di riconoscimento e non ultima
quella di relazione.
Infatti chattando l’io corporeo non esiste più, il riconoscimento

68
avviene in base a ciò che si vuole (nickname) e la relazione è vir-
tuale, cambia in ogni momento con un click, consentendo perfino la
disconnessione.
L’ambiente virtuale ha una caratteristica: non ha schemi o regole
rigide da rispettare.
Il virtuale rende quasi nulle le convenzioni sociali e il timore dei
giudizi, gli internauti assumono una dimensione diversa, le relazioni
diventano più dirette e schiette.
“Tutto ciò che è creduto è reale e, come tale, ha degli effetti”2.
Parlare delle nuove tecnologie è un modo interessante per capire
come può essere cambiata la nostra identità ed il nostro modo di ve-
derci a tal punto che oggi non è così difficile pensare di essere tutto
ed il contrario di tutto, cronicizzando la nostra onnipotenza infantile
che ci vuole un po’ superman, un po’ spiderman e magari anche
topolino insieme.
Ci sono due tipi di persone che si accostano alla rete supportan-
dosi della identità virtuale:
– quelle che creano un’identità diversa;
– quelle che mantengono la propria identità.
I primi trovano delle nuove modalità di essere lasciandosi andare
al nuovo percepito, al nuovo sentire, creando un vero e proprio dop-
pio3, i secondi sono quelli che rimangono con la propria identità,
poiché ritengono sia impossibile manifestarsi in maniera diversa an-
che in un mondo dove razionalmente questo è possibile.
Potremmo dire che oggi insieme alla coscienza corporea, all’Io
ed alla relazione dell’esistente (l’ipostasi di Lévinas) esiste anche
l’Io virtuale che a volte assume delle caratteristiche ipertrofiche a tal
punto da soppiantare l’Io reale.
Il computer che fino a qualche tempo fa suffragava l’uomo nel
pensiero e consentiva di fare più velocemente alcuni calcoli facendo
risparmiare tempo, ora serve anche a percepire, a sentire e ad essere,
fino alle esperienze del cyber sex, che sostituiscono la sessualità con
la macchina. L’uomo negli ultimi anni ha fatto crescere a tal punto la

2 G. Nardone, F. Cagnoni, Perversioni in rete, Ponte alle Grazie, Milano, 2002,


p. 27.
3 E. Furnari (a cura di), Il doppio, Raffaello Cortina, Milano, 1986.

69
parte virtuale, proprio come nel visionario romanzo di Orwell 1984,
che la parte reale si è assottigliata ed in alcuni casi è divenuta ap-
pannaggio di quella virtuale. Quante persone esistono che passano la
maggior parte della propria esitenza, nel numero complessivo di ore,
davanti al computer e dimenticano tutto il resto?

«La realtà come frutto della finzione e la realtà socialmente co-


struita come frutto della condivisione di tale finzione».
Nietzsche

È un caso pensare che alle naturali e reali amicizie si sono so-


stituite quelle virtuali e che molta più gente passa il suo tempo al
computer, sostituendo ciò che è un mondo reale con il virtuale. Un
virtuale che ammicca, che ogni tanto entra dalla finestra e che a volte
si fa sentire.
I legami si realizzano anche nel virtuale, la mente comincia ad
immaginare e fantasticare e tutto comincia a prendere piede in ma-
niera stranamente reale, quando la realtà veramente fa capolino, a
volte, può essere drammatico.

Una mia paziente separata con due figli passava tutto il suo tem-
po davanti al computer aveva creato una rete di amicizia su facebo-
ok così ampia che la maggior parte delle sue giornate trascorrevano
a chattare con queste persone. Un giorno uno di questi la invita a
chiamarla ed incomincia a fare capolino il reale. La persona con cui
si sentiva dall’altro capo del telefono era molto suadente sapeva le
parole da dire ed in men che non si dica si trovarono a letto. Dopo
un poco questa persona scoprì che il virtuale era ritornato tale ma
per la signora fu un incubo e la realtà invece rimase pregnante e
traumatica per un lungo periodo.

Il nostro tempo è uguale, oggettivamente, a quello di 50 anni fa,


poiché viviamo all’incirca lo stesso periodo, la giornata è sempre di
24 ore, invece, soggettivamente, non abbiamo mai il tempo per fare
niente. La litania continua diventa: “Non ho tempo”.
Il tempo è stato sostituito dallo spazio e mentre prima lo spazio
era importante e spostarsi velocemente era una cosa speciale poiché

70
consentiva di vedere e fare cose prima ritenute impossibili (vedi i
primi aerei) oggi la distanza è accorciata e tramite il computer riu-
sciamo a fare cose che prima erano impensabili, parlare con persone
in posti sperduti ed incontrarsi con gente che prima non avremmo
mai pensato di vedere.
Ma per fare tutte queste cose occorre tempo, anche per frequen-
tare i nostri 1000 amici su facebook, perciò dato che la giornata è
sempre uguale obiettivamente, quello che ne va a detrimento sono le
relazioni personali, quelle stabili, quelle significative, quelle impor-
tanti che rischiano di sfaldarsi ed annullarsi.
In 24 ore dedichiamo molto tempo al virtuale ipertrofizzando una
parte che in realtà non esiste ed acquisendo nuove identità, oppure
una identità frammentaria, come i soggetti affetti da disturbo di per-
sonalità borderline.
Se dobbiamo stare al computer con i nostri 1000 amici di face-
book, anche un messaggio a testa ci prende così tanto di quel tempo
che non possiamo chiacchierare davanti al caminetto con chi rappre-
senta per noi qualcosa di importante.
La velocità è la prassi e quando ci fermiamo spesso ci accorgia-
mo del vuoto intorno.

«Pattinando sopra il ghiaccio sottile, la nostra speranza di sal-


vezza sta nella velocità».
Ralph Waldo Emerson, Prudenza

Questa è la frase che si è trovata a lungo sul mio sito web (www.
pasqualeromeo.it) e che rappresenta un qualcosa di sconvolgente, di
nuovo, di mirabile, rappresenta efficacemente ciò che vedo quotidia-
namente intorno a me, ciò che si muove ad un ritmo tale che lascia
tutti senza parole e quando anche per un attimo ci fermiamo, spro-
fondiamo perché il ghiaccio sottile non riesce a tenerci ed il nostro
peso che da fermi si distribuisce in pochi centrimetri quadrati ci fa
sprofondare nel blu, sotto il ghiaccio, ad una temperatura così bassa
che ci fa morire in pochi minuti.
Eppure si può sempre andare così veloci, la nostra salvezza è
nella velocità perché fermarsi significa confrontarsi con se stessi,
con tutto ciò che c’è dentro di noi, con le nostre angosce esistenziali,

71
fermarsi significa stare per un momento soli senza i nostri amici di
facebook.
È possibile tutto ciò?
Tanti anni fa scrissi un libro sulla solitudine, Soli Soli Soli4, che
oggi andrebbe aggiornato.
Prima la solitudine era un fatto quasi normale nella nostra esi-
stenza, oggi senza cellulari, senza computer come ci immaginiamo
la nostra vita?
Forse anche la solitudine è diventata qualcosa proprio da ricerca-
re, una vera e propria rarità, quando abbiamo un attimo per stare soli
troviamo un modo per connetterci.
Nei momenti in cui la nostra psiche non si riesce a connettere,
soli in quel momento, avviene la vera solitudine, quella a cui non si
è più abituati, siamo allora pronti per affrontarla oppure ricorriamo
agli psicofarmaci? Allo psichiatra, allo psicoterapeuta?
La solitudine è un momento indispensabile per la crescita, non
potendola vivere oggi che tipo di personalità stiamo costruendo, che
identità vedremo in futuro?
Forse se potessimo usare una nuova nosografia, un nuovo modo
di classificare le patologie parlerei ironicamente di identità liquida.
È forse questo che Christopher Lasch5 ha definito l’“Uomo psi-
cologico”, in grado di percepire, analizzare e valutare lo stato del
mondo, unicamente attraverso il prisma dei problemi personali, “è
perseguitato dall’ansia e dalla colpa”.
Nel registrare le sue esperienze “interiori”, egli cerca di non for-
nire un resoconto obiettivo di un pezzo rappresentativo di realtà,
ma di sedurre gli altri per ottenere attenzione, plauso o simpatia e
puntellare così il suo incerto senso dell’Io.
La vita personale è diventata bellicosa e stressante come il merca-
to. Il cocktail party “riduce la socievolezza a una schermaglia mon-
dana”. Senza nulla d’importante (se non le risorse personali, posse-
dute o acquisibili personalmente) su cui poter basare quell’agognata
sicurezza della propria condizione sociale che si traduce in sicurezza

4P. Romeo, Soli Soli Soli, cit.


5C. Lasch, La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età
di illusioni collettive, trad. it., Bompiani, Milano, 1995, pp. 10, 25, 80.

72
di sé e autostima, non sorprende che “la società sia subissata” di
richieste di riconoscimento, come afferma Jean-Claude Kaufmann6.
“Ognuno cerca intensamente negli occhi dell’altro approvazione,
ammirazione o amore”7.

7.2 Il piacere

La ricerca di questo infinito piacere sembra oggi costituire uno


dei cardini della presunta felicità alimentata dal consumismo impe-
rante: compro quindi sono, quindi sono se consumo ogni momento
(l’uomo economico).
Uno dei modi più facili ed anche più economici alla ricerca di un
continuo e disperato piacere è appunto l’utilizzo di uno degli stru-
menti più a portata di mano come il nostro corpo (l’uomo corpo-
reo).
In tutto questo il sesso diventa un elemento indispensabile e ben
riuscito di un piacere infinito che si unisce non a un bisogno, ma a
un desiderio imperante ed onnipotente, come solo i bambini ci sanno
trasmettere e che diventa l’estremo anelito di una società in crisi.
La parola crisi nella lingua cinese è espressa attraverso un ideo-
gramma costituito da due significati che sono rischio ed opportunità,
per cui conserva in sé alcune varianti particolari che sono intrinse-
camente connesse ecco perché crisi significa rischio ed identificare
questa società con la società del rischio8 è sempre più frequente.
La crisi emerge anche dall’incapacità di ritrovare idee, cultura ed
arte, un collasso, sprofondando su ciò che è immediato e visibile, per
cui corporeo.
Una società fondata sul piacere fisico è una società di decaden-
za.
In tutto questo la chirurgia estetica appare uno dei sintomi più
evidenti: cambiare anche il proprio corpo in tutte le maniere diventa
anche un modo consumistico di intervenire su ciò che Madre Natura
6 J.-C. Kaufmann, L’invention de soi. Une théorie de l’identité, Armand Colin/

Sejer, Paris, 2004, p. 188.


7 Z. Baumann, L’arte della vita, cit., p. 55.
8 U. Beck, La società del rischio, Carocci, Roma, 2000.

73
ci ha dato ma di cui non siamo soddisfatti, si ambisce a migliorare
il rapporto con l’altro attraverso questo strumento che è il corpo,
dispensatore di infiniti piaceri estetici, dal significato etimologio di
estetica=sensazione.
Il poter cambiare il proprio corpo ci ha trasmesso il segnale di
una liquidità crescente dove anche l’Io corporeo che prima costitui-
va un elemento importante e caposaldo della nostra identità ora è
modificabile e cangiabile in tutto il suo strano consumo (connotati
facciali, seno, glutei, addome, tutto si può modificare).
All’Io nelle sue componenti9 vi è stato un coagulare e collassare
dell’identità su una sola delle componenti, quella dell’Io corporeo
che da solo ovviamente non ci può dare un senso di continuità e co-
stituisce in maniera parziale ed effimera solo l’immediato.
Non solo!
Il corpo è l’unica parte dell’Io che può cambiare più facilmente e
se tutta l’identità si fonda sul corpo, allora, anche l’identità diventa
cangiante.
La certezza che anche il corpo può cambiare a nostro piacimento
cambiando i confini della nostra identità, modificando ogni possibili-
tà a dismisura e costituendo per noi un motivo di più della frammen-
tazione, poiché cambiare troppo significa non voler morire, come
dimostra un famoso film, La morte ti fa bella.
La coscienza dell’Io là dove è rimasta subissata dalla coscien-
za del corpo, diventa caratterizzata da un modo di pensare strano e
fuorviante, la folla in noi stessi di Tibullo è stata sostituita dal mostro
unico ed imperante dell’Io.
La crisi umana della nostra identità porta ad alcune considera-
zioni che poi diventano essenza, i nei nella filosofia della nostra esi-
stenza.

9
G.B. Cassano (a cura di), Trattato Italiano di Psichiatria, Masson, Milano,
2002.

74
Capitolo 8
Il pensiero unico (tipico delle tribù) e debole
(relativismo)

Il pensiero da polifonico, molteplice, democratico e variabile nel-


la sua essenza è diventato unico. L’espressione pensiero unico (dal
francese pensée unique) è una espressione utilizzata per descrivere,
con accezione negativa, l’egemonia culturale del neoliberismo come
ideologia alla fine del XX secolo.
Il pensiero unico intende puntualizzare la crescente riduzione del
dibattito politico a temi imposti dall’alto e troppo spesso dati per
scontati e non contestabili da parte di chi detiene il potere, cioè la
cultura dominante.
Il pensiero unico sembra costituire uno degli aspetti più rilevanti
della ultra-modernità, caratterizzando una impossibilità di confronto
e caratterizzando un tipo di comunità che per tal motivo non è de-
mocratica ma in maniera perversa diventa tribale, infatti il pensiero
unico è come quello del capo tribù a cui in maniera quasi sciamanica
non ci si può opporre e costituisce, senza nessuna critica, la verità.
Il pensiero del capo tribù (io penso, io credo…) diventa da verità
parziale verità assoluta, semplificando la realtà e distorcendo i para-
metri di ogni confronto.
Sarebbe interessante cercare di capire perché siamo arrivati al
pensiero unico e cosa significa vivere in un’epoca ultra-moderna che
fa dell’uomo un uomo gassoso.
A questo tipo di pensiero si era aggiunto quello debole, vedi i rife-
rimenti al filosofo Vattimo, che aveva già amplificato il relativismo.
L’epoca ultra-moderna perciò è una tribù dove ogni cosa può
cambiare velocemente, anche il proprio capo.
75
8.1 La post-modernità prima dell’ultra-modernità

Il post-moderno è il momento in cui il moderno dissolvimento


dell’identità raggiunge il suo compimento: adesso scegliersi un’iden-
tità è fin troppo facile, tenersela stretta invece non lo è. Qualunque
scelta è assolutamente libera, anzi libertina, manca di consistenza e
solidità, è possibile rimangiarsela con poco preavviso o senza alcun
preavviso e non è vincolante per nessuno, nemmeno per chi l’ha
compiuta, non lascia tracce, non dà diritti né responsabilità e ciò che
ne deriva può essere rifiutato o sconfessato a piacimento non appena
si rivela sgradito o cessa di soddisfare.
La libertà ci si ritorce contro come arbitrarietà. I cercatori d’iden-
tità post-moderni diventano dei nuovi Sisifo.
La post-modernità è una condizione nuova di frammentazione, di
cancellazione del passato, di un presente nella sua forma becera ed
immediata, diventa una nuova categoria metafisica con una azione
virulenta nei confronti dei valori del passato (mai citare qualcuno o
qualcosa, per non ricordare il peso di un passato che troppo spesso si
vuole cancellare). Sembra la suprema espressione di quello che gli
psichiatri chiamano paziente borderline.
Esiste nell’essenza della post-modernità un vero e proprio atteg-
giamento di sfida nei confronti di tutto ciò che appartiene al passato,
con conseguenze importanti e indelebili nella nostra vita sociale e
politica. Annullare il passato con le sue regole significa annullare la
tradizione.
Un esempio lo può essere il rifiuto di fare delle citazioni, anche
da parte di alcuni accademici, come se ognuno di noi non provenisse
da una storia degli altri che ha creato la collettività attuale, ma fosse
unico, onnipotente, solo solo solo1, in un onnipotente narcisismo.
L’ipertecnologia ha portato ad una mancata accettazione di tutto
ciò che non lo è, di tutto ciò che non è veloce ed immediato, che ci
consente di volare velocemente e pattinare senza fermarci su una
lastra di ghiaccio sottile, poiché se ci fermassimo pure un attimo
sprofonderemmo nell’acqua ghiacciata.
Si è perciò alla ricerca di concetti veloci, pratici, immediati che

1 P. Romeo, Soli Soli Soli, cit.

76
semplifichino la realtà, il capo tribù riesce a dare un significato im-
mediato e fruibile anche se non vero.
Questo in un certo senso crea una forma di pensiero unico al di là
del quale si delegittima tutto il resto.
La visione del mondo propria della post-modernità ed ora della
ultra-modernità potrebbero essere una visione totalitaria?
O con me o contro di me? (aspetti di una comunità che invece
diventa un comunitarismo tribale2).
Come capita spesso di sentire da alcuni uomini di governo, come
se non esistesse niente al di là di un pensiero unico che crea un esta-
blishment. Può esistere perciò un rapporto profondo nell’essenza del
nostro vivere, nella ultra-modernità e che influenza può avere tutto
questo sulla democrazia?
Esiste ancora la democrazia oppure la post-modernità ora ultra-
modernità nel suo modo tribale di procedere ci ha fatto arretrare nei
diritti costringendoci a fare qualche passo indietro nello sviluppo e
nel progresso umano?
Potremmo dire, come fa Lévinas, che la nostra ipostasi3, cioè
dove l’essente si incontra con l’esistente, è forse oggi il nulla.

8.2 L’ultra-modernità

Ecco cosa è l’ultra-modernità: per esistere, l’essere solo nel nulla


trova un significato, solo nel nichilismo si realizza.
Il nichilismo è la ricerca di nuove sensazioni o di piacere imme-
diati ed effimeri che non hanno nessuna progettualità.
L’essenza del pensiero ultra-moderno è totalitaria, è un ritorno
ad antichi regimi, tipici dei momenti di crisi, dove non esiste nessun
valore in particolare, se non quelli del capo tribù.
La ultra-modernità frutto della post-modernità ha eretto la tecnica
a logica di vita, prendendo la tecnologia come unico riferimento e
lasciando pochi aristocratici, come detentori di questo potere, per
dirigere il volgo verso un dominio delle persone e della natura.

2 E. Pulcini, L’individuo senza passioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.


3 E. Lévinas, Il tempo e l’altro, cit.

77
Nell’ultra-modernità la tecnologia è diventata tecnocrazia.
Inoltre se ci si oppone a questo modo di pensare che diventa in un
certo senso, vogliamo chiamarlo Pensiero Unico, si viene automa-
ticamente emarginati, poiché le persone di buon senso non possono
tenere conto della bontà di alcuni aspetti.
Nell’ultra-modernità non ci sono differenti pensieri, ovviamente
non c’è neanche un desiderio ed una voglia di confronto, se non
becero e superficiale, fatto di risse inutili spesso mediatiche, per cui
la democrazia ne viene meno e con essa il rispetto dell’altro, che
diventa solo uno strumento per realizzare qualcosa.
Confronto significa parità, impossibilità del confronto indica una
subalternità grave e deficitaria per il rispetto dei diritti e della persona.
Nella post-modernità vengono sempre di più a mancare quelle certez-
ze che davano le strutture solide come lo Stato-nazione, le Istituzioni,
la Famiglia, il Lavoro, che non impropriamente cito con la lettera ma-
iuscola, nell’ultra-modernità o quella a cui assisteremo nei prossimi
anni tutto è già dato per scomparso verso un triste collasso dell’Io su
se stesso (si veda per esempio l’aumento dei delitti familiari).

8.3 Senza legami

La nuova dimensione di deregulation e flessibilità lascia l’indivi-


duo solo di fronte ad un mondo in continuo cambiamento, facendo
dimenticare la solidarietà e i punti di riferimento comunitari che aiu-
tavano a condividere la responsabilità del vivere.
È chiaro che in questa ottica di navigazione senza rotta, in un
mondo gassoso, senza bussola e timone, disorientati ed angosciati
dall’ultra-modernità, l’unico consiglio tra gli altri che possono dare
i media o gli educatori è la logica del disimpegno, dell’evasione, a
non pensare a contratti solidi, anzi a vedere come negativa ogni for-
ma di legame che si proietti poco più avanti del quotidiano (vedi le
trasmissioni come Cambio moglie o Amici).
Una società SENZA LEGAMI4, oppure un legame momentaneo,
acquisito solo per un momento, transitorio e mirato all’utile.

4 P. Romeo, Senza Legami, cit.

78
Ecco allora nascere quelle che Bauman chiama “comunità guar-
daroba”, che funzionano a tempo, gli individui di questa specie di
comunità stanno assieme fino a quando qualcuno decide di ripren-
dersi il suo abito e andarsene.
In un mondo di modernità liquida i piani a lunga scadenza diven-
tano poco attraenti.
La strategia del carpe diem diventa così la risposta più immediata
a un mondo svuotato di valori che pretende di essere duraturo, per-
ché the show must go on, comunque e ovunque, verso una società
spettacolarizzata ma vuota nei programmi. Gli psichiatri aggiunge-
rebbero a aspetti borderline già sufficentemente presenti nel nostro
mondo ultra-moderno anche aspetti isterici volti alla seduzione ed
alla impressionabilità.
Il border e l’isterico diventano perciò figure dominanti (non par-
liamo del narcisista perché è così diffuso che è stato derubricato dal
manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali perché non
più rilevabile).
Ecco allora che trovare un’identità, un’appartenenza, diventa
sempre più difficile e altrettanto più necessario. Appartenere diventa
come l’apparire che ai tempi di Fromm ha sostituito l’essere.
Nell’ultra-modernità appartenere a qualcuno o a qualcosa è l’uni-
co modo vacuo ma necessario di esistere.
L’identità è momentanea, dipende da quando appendiamo nella
stessa stanza con gli altri il nostro soprabito, tutto diviene liquido,
transeunte e momentaneo, immediato e becero, quando ci riprendia-
mo il soprabito per andare via si diventa già altro.
Si cambia soprabito e guardaroba a dismisura pur di esistere in
questa ipostasi del nulla, questo è l’uomo windows della ultra-mo-
dernità.
Non solo le comunità dell’uomo windows divengono liquide e
addirittura sono perfino virtuali, perciò dissolvibili – non come le
comunità guardaroba della post-modernità che erano fisicamente
presenti e reali – ma ai tempi dell’ultra-modernità l’uomo windows
addirittura in un solo click fa scomparire le sue comunità.
Vuoi cancellare l’account di facebook: sì o no?
La forte tensione tra la presunta adesione a comunità sempre più
virtuali (vedi facebook), dove le rubriche virtuali vorrebbero sosti-

79
tuire il giro degli amici (i diecimila amici di facebook) e il senso di
solidarietà dell’individuo ridotto a consumatore e oggetto di consu-
mo acuisce il bisogno di definire chi siamo.
È vero che l’identità è un processo di costruzione, proprio come
potrebbe essere per esempio un puzzle, ma in quest’ultimo scorcio
di secolo e l’inizio del nuovo sembra che sia diventato qualcos’altro
e non abbiamo più in mente la figura completa del puzzle, ma solo i
pochi pezzi per costruirlo, nell’uomo windows manca la percezione
del futuro, la sua immagine nel tempo, la visione allucinatoria della
realtà, come direbbe Walcott, manca cioè una visione che è stata
sostituita da quella del pensiero unico del capo tribù che la monta e
la smonta a suo piacimento. Altro che 1984, il mondo di orwelliana
memoria.
Semmai la metafora del puzzle potrebbe essere ancora valida per
definire l’identità, la dobbiamo pensare come un puzzle, i cui pez-
zi non riescono a stare bene insieme, sono sempre scambiabili, le
figure spesso vengono deformate e cambiate a seconda della realtà
circostante a discapito di tutto, valori compresi, verso una identità
windows.
È un individuo non più moderno come Ulisse che naviga ed
esplora al di là delle colonne d’Ercole, non più post-moderno, nau-
frago e senza riferimenti istituzionali, come lo possono essere le
colonne d’Ercole, ma ultra-moderno, ovvero semplicemente galleg-
gia e non naviga, come un corpo morto, poiché come un naufrago
ha ormai perso bussola e timone, ed ovviamente con esse anche la
curiosità esplorativa e la fiducia verso il futuro che diventa solo
minaccia.
Il navigatore ama il rischio (epoca moderna), il naufrago cerca
una via di salvezza pur avendo paura (epoca post-moderna), il nau-
frago senza speranza è nichilista e non si aspetta più niente (epoca
ultra-moderna).
La condizione del naufrago senza speranza ormai apatico e con-
sunto è quella che più si avvicina al sentimento nichilistico, dove
tutto si è perso e non c’è più niente da fare se non una deriva lenta e
noiosa verso la morte.
Come dice Vattimo la difficoltà del post-moderno è non esse-
re sufficientemente nichilisti per accettare questo senso del nulla,

80
nell’ultra-moderno aggiungerei non c’è più neanche questa consa-
pevolezza.
L’unica soluzione verso questo imperante nichilismo che non è
altro che liquidità, è la deriva, sapere accettare pienamente il nau-
fragio nella sua deriva ed adattarsi perciò a qualsiasi soluzione di
compromesso.
Lo so, alcuni mi diranno che è abbastanza triste, ma la realtà non
ha coloriture, spesso siamo noi a vederle.
La modernità liquida dell’epoca post-moderna, ciò che Bauman
ben definisce, è la durevolezza dell’effimero, dell’indeterminatezza,
della provvisorietà in cui ogni determinazione oggettiva non trova
conseguenze in ciò che facciamo ovvero tutto non ha una conse-
quenzialità.
Nell’epoca ultra-moderna è oltre, ovvero un tuffo quotidiano in
mare aperto senza ZATTERA.
Sarebbe interessante andare a evidenziare quei processi che hanno
accompagnato il passaggio dal modello della “vita solida” a quello
della “vita liquida”, dalla società costruita sulle certezze alla società
globale fondata invece sul rischio e sull’incertezza ed infine il pas-
saggio a quella ultra-moderna dove i parametri interessanti sono la
crisi economica, la precarietà, l’eccesso di flessibilità, la mancanza
di riferimenti anche istituzionali ed in ultimo ma non per ordine di
importanza la crisi della famiglia.
L’epoca ultra-moderna ha in Italia due papi e un Presidente del-
la Repubblica eletto due volte.
Si può concludere pensando che la soluzione dell’epoca ultra-
moderna potrebbe essere la ricerca della vera ipostasi del nostro es-
sere ovvero la relazione di niente ed il niente di relazione, potrebbe
apparire un non senso, ma se andiamo dentro le parole chiediamoci
se riusciamo oggi a vivere l’altro senza niente, non chiedendogli
alcunché pensando che solo il dono sia sufficiente senza aspettarci
un contro-dono?
La relazione diventa grande nella sua “inutilità”, nel non chie-
dersi niente, nel non mettersi al servizio di alcunché che possa fare
diventare l’uomo uno strumento. Ritornare all’uomo come fine è la
grande scommessa della ultra-modernità in un momento in cui sem-
briamo semplici oggetti senza riconoscenza.

81
8.4 Il disagio collettivo

L’identità si deve ricercare nel modello diverso degli anni Ottan-


ta, un uomo che come lo ha definito Christopher Lasch5 è psicolo-
gico, in grado di percepire, analizzare e valutare lo stato del mondo
unicamente attraverso il prisma dei problemi personali ed “è perse-
guitato dall’ansia e dalla colpa”.
L’uomo windows non cerca di spiegare la realtà attraverso para-
metri condivisibili ma solo soggettivi e personali, attraverso i suoi
occhiali interiori è essenzialmente psichico, per cui la relazione con
l’altro non è finalizzata al Tu ma all’Io che diventa il Se, diventa
l’ipostasi dell’esistente, in un collasso narcisistico nell’epoca post-
moderna ed oggi soprattutto borderline che assume una portata so-
ciale rilevante.
L’uomo windows registra le sue esperienze “interiori” e nel rac-
contarle, nel viverle deve ottenere attenzione, plauso o simpatia,
per consentire a se stesso di essere, assumendo un ruolo agli occhi
dell’altro, pensando in maniera impropria che l’importanza viene
assunta attribuendola a se stesso e dimenticando che diveniamo im-
portanti solo se diamo senso all’altro che per tal motivo è la nostra
vera ipostasi.
In questa ricerca di plauso continuo, di ricerca e ammirazione
infinita (la coda finale di una società dello spettacolo) tutta la vita si
riduce ad una “schermaglia mondana” che a volte diventa bellicosa
poiché in questo stile diffuso ed imperante non esiste l’altro, ognuno
a gomitate cerca di imporre se stesso in una vera lotta armata ed è
per questo che tutto diventa una vera e propria schermaglia, ovvia-
mente mondana, perché non esisteremmo senza il plauso degli altri.
Paradossalmente questo stile che non crea profondità di relazione, a
lungo termine, nega definitivamente il rapporto con l’altro.
Ripetiamo l’affermazione di Jean-Claude Kaufmann6: “Ognuno
cerca intensamente negli occhi dell’altro approvazione, ammirazio-
ne o amore”.

5 C. Lasch, La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età


di illusioni collettive, cit., pp. 10, 25, 80.
6 J.-C. Kaufmann, L’invention de soi. Une théorie de l’identité, cit., p. 188.

82
Capitolo 9
Il funerale dell’altro

Partiamo da un dubbio che sembra preoccupare molti studiosi:


oggi non esiste più l’altro, come dice uno psicoanalista1, l’altro è
morto?
Esiste l’interesse perché l’altro ritorni in sé, risusciti o ormai sia-
mo proprio indifferenti alla sua rinascita?
In questo libro si cerca di tessere le lodi dell’altro, che tanto ha
acquisito in letteratura, nelle arti soprattutto romantiche ed oggi di-
venta inferiore e poco rilevante. In un’epoca nichilista in cui, come
dice la Pulcini2, l’individuo è diventato senza passioni (epoca ultra-
moderna) mentre invece prima le aveva anche se erano tristi3.
Divorati da un’ansia della propria individualità, il tempo passa in
fretta e con esso la vita che oggi è ridotta ad un tiro di moneta sfre-
giante e provocante come nella lontana epoca cavalleresca.
Trovare un senso alla morte dell’altro, di cui non si preoccupa più
nessuno, un altro morto senza necessità di funerali e senza grande
preoccupazione, lascia che la società continui incessante, sorda e
senza interesse per le proprie condizioni intime, facendo attenzione
solo al Grande Fratello ed a tutto ciò che in un modo o nel’altro
richiama l’intimità senza mai “esserci” pienamente.
Il libro tenta un funerale facendo riflettere senza stracciarci le
vesti su qualcosa che forse non interessa più e che abbiamo messo da
parte per un motivo o per l’altro, quel qualcosa che a fine Ottocento

1 L. Zoia, La morte del prossimo, Einaudi, Torino, 2009.


2 E. Pulcini, L’individuo senza passioni, cit.
3 M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, cit.

83
o inzio Novecento faceva riflettere (Lévinas, Heidegger, Jaspers) ed
era proprio l’altro.
Oggi viviamo in un’epoca in cui esiste l’altro oppure come dice
la Pulcini c’è solo un iperindividualimo che in alcuni casi diventa
comunitarismo tribale?
In nessuna delle due condizioni esiste l’altro, ma solo l’indivi-
duo nel suo solipsismo, nel primo caso come individuo nel secondo
come capo tribù.
In un’epoca, quella ultra-moderna, in cui non esiste più l’altro
cosa possiamo aspettarci se non derive umane assolutamente parti-
colari e perverse, istituzioni allo sbando senza regole, attentati alle
Istituzioni, bande attrezzate e spinte solo dal proprio individualismo
e dai propri giochi interni e di potere e perciò una politica che non
guarda più alle nuove generazioni ma solo all’interesse privato della
propria famiglia?
Ciò che una volta era la ’ndrangheta nei suoi modi culturali, che
inneggiava alla famiglia, l’oikos, ovvero i propri interessi, in questa
deriva umana l’aspetto culturale ha preso il sopravvento, non per
niente il modello culturale della ’ndrangheta esiste oggi al di là di
ogni confine e sarebbe interessante chiederci se è ancora ’ndranghe-
ta oppure è un modo distorto e sociale di vivere l’epoca moderna.

9.1 La narratività

L’epoca post-moderna ha fatto scomparire piano piano la narra-


tività, elemento troppo utile nel rapporto con l’altro, abbiamo un
senso solo se ci raccontiamo all’altro, l’epoca ultra-moderna la ha
definitivamente annullata, frammentando un’esistenza che non è
più capace di raccontarsi per storie ma solo per piccoli e brevissimi
episodi facendo perdere il significato al tutto. Ulisse piange quando
sente raccontare la sua storia alla corte dei Feaci, solo un altro ci può
chiarire il senso della nostra esistenza indicarci un disegno e darci
un senso. L’esistenza assume una comprensione solo nella comuni-
cazione.
Ognuno di noi vuole sapere chi sia.
L’identità si chiarisce solo nella comunicazione, solo allora suc-

84
cede qualcosa e si realizza un accesso unico ed irripetibile trasfor-
mando il nostro buio in luce.
Guarda caso i pazienti borderline non riescono più a raccontarsi,
hanno dei frammenti che ripetono e perdono la capacità di raccon-
tarsi nella loro interezza, proprio come succede all’uomo windows
dell’epoca ultra-moderna.
La luce è rappresentata dall’altro, che nel paziente border non
esiste proprio perché è morto o vissuto a pezzi, l’altro è indispensa-
bile come messaggero degli dèi, colui che ci illumina attraverso la
narrativa facendo acquisire un senso4.
È anche vero che non tutti riescono a comunicare, poiché gli ul-
timi non lo hanno più insegnato, mancano programmi educativi per
un recupero della narratività indispensabile per una sana ed equili-
brata crescita.
Nella narrativa nasce l’identità. La nostra vita è un grande roman-
zo e abbiamo perso la capacità di capirlo.

Attraverso la narrativa ci si muove oltre l’immediato, l’effimero,


il presente, collegando passato e futuro ci si colloca in un arco tem-
porale e raccontandosi a vicenda negli occhi degli altri si ricostitui-
sce quello che è storicità, che è propria dell’esistenza e che i pazienti
borderline hanno perso.
Il tempo è uno dei parametri più importanti della nostra esistenza.
Le possibilità non sono altro che delle aperture all’altro, delle
dimensioni nuove che ci caratterizzano e danno un senso alla nostra
esistenza.
In realtà il tempo non è altro che affettività ed un’apertura di sen-
so.

9.2 Libertà ed identità

La ultra-modernità sganciandosi dal tempo ha voluto negare la


storicità.

4 D.P. Spence, Verità storica e verità narrativa. Significato e interpretazione in


psicoanalisi, Martinelli, Firenze, 1927.

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Il tempo in alcuni casi è come una prigione perché nel momento
presente io sono il risultato del mio passato, non posso reinventarmi
completamente ma tenere in considerazione ciò che sono stato, le
abilità, i precedenti penali, le relazioni affettive che costituiscono
un imprimatur. Volere annullare il tempo significa resettare la nostra
identità senza che questo sia possibile. Il perverso non ha tempo, il
paziente border annulla il suo passato e vive tutto in continua eva-
sione in modo frammentario, l’uomo windows fa qualcosa di analo-
go con le sue finestre.

9.3 Obliterazione

L’epoca ultra-moderna oblitera tutto, annulla come se non fosse


mai esistito e ti costringe a ricomprare il biglietto. L’uomo windows
lo sa ed è preparato ad un continuo acquisto che sa benissimo che è
inutile.
Mentre il futurismo tipico della modernità privilegiava miti come
la velocità, le macchine, la forza e metteva in risalto l’immediato
presente, questa epoca ultra-moderna non potendo superare ciò che
è il presente che già non esiste più, annulla il passato reinventan-
dolo di sana pianta e negando ogni giorno ciò che è successo ieri
in un’ottica nichilistica. L’identità così assume delle caratteristiche
borderline.
Così succede che cambiano partiti ogni giorno a dispetto di ogni
idelologia, cambiano relazioni affettive come se non fossero mai esi-
tite, ci si trasforma immediatamente facendo credere all’altro che
cambiando il vestito cambia anche la nostra persona.
Nell’epoca ultra-moderna l’altro sembra non esistere (il funera-
le dell’altro), forse non esistiamo nemmeno nella mente dell’altro
(come dai casi di cronaca mamme che dimenticano i propri figli in
auto o padri che li buttano nei fiumi) se pensiamo che cambiando
un vestito l’altro non si ricorda più di noi, di quello che siamo sta-
ti, delle nostre idee, dei nostri sentimenti, dei nostri valori. A volte
cambiando abito, capelli e lavoro forse ci si convince che abbiamo
cambiato vita.
Esiste ancora il concetto di fedeltà alle origini, si sa in psicologia

86
che tutte le nostre scelte importanti, le nostre vocazioni incomincia-
no in un momento particolare della nostra vita che è l’adolescenza,
tutta questa trasformazione indefinita, scevra di orientamento ha un
senso o cambiando sempre disegno rischiamo di perderlo e di non
ritrovare più la strada della nostra identità?
Ci sveglieremo alla fine della nostra vita non sapendo neanche
di avere vissuto, infatti la vita acquista un senso solo vedendone il
disegno, senza disegno è meglio non aver mai vissuto.
L’ottica ultra-moderna annullando in realtà ogni passato non fa
altro che riconquistare in maniera infantile ed assolutamente onni-
potente il concetto di libertà.
Se sono una tabula rasa, se non ho relazioni affettive da cui di-
pendere, un lavoro da continuare, una città dove stare, se non ho
fedeltà alle origini e quindi radici, posso volare in ogni momento
illudendomi che sia sempre così, in una libertà senza legami che per
tal motivo diventa libertinaggio5.

Un ritorno all’umiltà e al senso della vita ci potrebbe far pensare


che forse la libertà assoluta non esiste ma tutto dipende, come dice
Jaspers, dal proprio passato.
La libertà appartiene alla squisita condizione umana, si manifesta
come esistenza possibile, per cui si paventa come scelta ed ha delle
conseguenze pratiche nell’azione, in ultima istanza la libertà è anche
e paradossalmente la possibilità di non essere liberi.
Jaspers puntualizza che la scelta esistenziale non è il risultato di
un calcolo meramente oggettivo: essenziale nella scelta è, invece, il
fatto che sono io a scegliere, decidendo di essere me stesso: questo
costituisce un salto e rende la scelta incondizionata, in quanto com-
porta che il partito scelto venga mantenuto ed io sia responsabile di
me stesso e delle conseguenze delle mie azioni. La mia scelta diventa
allora l’unica vera, non è una possibilità fra tante altre, perché se fos-
se tale non sarebbe veramente la mia scelta. La libertà non è dunque
uno strumento dell’esistenza, ma coincide con l’esistenza stessa: “Io
sono quando scelgo e, se non sono, non scelgo” dice Jaspers.
Nel cercare di essere autenticamente me stesso, io mi riconosco

5 P. Romeo, Senza legami, cit.

87
legato alla situazione da cui provengo e in essa, che fa di me quel che
sono, ritrovo la possibilità che mi è più propria. In questo modo Ja-
spers finisce spesso per identificare la libertà con l’accettazione della
situazione storica propria del singolo, avvicinandosi in questo modo,
più del previsto, all’“amor fati” esposto da Nietzsche, caratterizzato
come fedeltà all’origine, al proprio popolo e alla propria tradizione.

88
Capitolo 10
La vita liquida senza legami e senza passato

Che cos’è l’uomo windows? È il liquefarsi della struttura tem-


porale dell’esistenza, intesa come rapporto e connessione continua
tra il passato, il presente e il futuro: la fine dell’esistenza, insomma,
come progetto unitario, in grado di rinviare e di connettere la propria
dimensione presente a quel fascio di possibilità da costruire (attra-
verso la politica, il pensiero critico, ecc.) che è stato il futuro solido
(e utopico) della modernità.
L’uomo windows, aprendo le sue mille finestre, vive tragicamen-
te in un eterno presente senza possibilità di collegarsi al passato e
vivendo l’effimero fino alla fine.
Un tratto dell’uomo windows è la “mancanza di fiducia nella so-
lidità del tempo”, ovvero una instabilità permanente tipica dei pa-
zienti borderline.
La fine di un orizzonte che prevede una visione della realtà ed il
tramonto della trascendenza (intesa come determinazione del pre-
sente per mezzo del futuro), ipotesi su cui ha retto il mondo moder-
no.
La società ultra-moderna diventa una società di produzione, dove
tutto è obliterato per cui come dice Baumann una società di scarti, di
oggetti e di vite che portano con sé la propria data di scadenza.
Il risultato è che l’uomo windows è isolato ma ha perso l’angoscia
post-moderna, non ha consapevolezza di esserlo fino a quando le sue
sofferenze non superano il livello soglia e si rivolge a psicologi e
psichiatri, tutto nel presente e grazie al presente, verso una logica
borderline del consumo, che mira a sostituire le carenze affettive, il
vuoto e trovare nuovi giocattoli più interessanti. Come nei pazienti
89
border l’uomo windows ha perso il senso del progetto dell’esistenza
che non esiste più. Tutto è un punto nel panorama temporale, non più
una linea ma un insieme di punti infiniti scollegati l’uno dall’altro.
Nell’epoca ultra-moderna la precarietà è diventata la prassi cor-
relata a un impoverimento della trascendenza e con essa delle Istitu-
zioni, l’unico posto dove poter sviluppare dei progetti di senso.
L’uomo windows è un individuo traumatizzato senza sapere di
esserlo, come un paziente borderline, anzi sapendo di essere nel giu-
sto e che non necessita di nessuna cura, poiché manca la consapevo-
lezza di malattia.

90
Capitolo 11
Come vaccinarsi alla ultra-modernità e guarire
dall’uomo windows

Bisogna ripensare a nuove forme di reciprocità (il dono), a par-


tire dalle quali è possibile ripensare la rinascita della solidarietà tra
individui appartenenti ad uno stesso genere umano e per farlo è ne-
cessario migliorare alcuni aspetti individuali che rendono l’uomo
più forte nella vita e nella relazione con l’altro, affinché si sappia di
nuovo ascoltare e guardare negli occhi il proprio simile sapendone
accettare le debolezze.
Tra i parametri più importanti per un nuovo sviluppo umano con-
tro la deriva dell’uomo windows è necessario sviluppare alcuni pa-
rametri pisichici essenziali anche in base alla proprietà cronologica,
questo vale per il singolo e per gli educatori.

Nell’infanzia è necessario:
1) Fiducia: ovvero riuscire ad allontanarsi dalle proprie figure si-
gnificative senza per questo vivere il distacco e sapersi ricon-
giungere senza averlo vissuto in maniera traumatica.
2) Autonomia: ovvero vivere l’allontanamento percependo un
sentimento di esplorazione, vivendolo come positivo.
3) Iniziativa: ovvero poter avvicinarsi a situazioni di presunto
pericolo senza per questo viverle con difficoltà od in maniera
traumatica, correlato alla capacità di prendere decisioni anche
se semplici sia nella vita pratica che relazionale.
4) Industriosità: ovvero provare soddisfazione personale per del-
le cose anche piccole e semplici, sapendo godere dei piccoli
risultati raggiunti.
91
Nell’adolescenza:
1) Visione del futuro: ovvero la capacità di intravedere un futuro
che non sia solo immediato presente; questo parametro è fatto
di immersione nel problema e dovuta concentrazione.
2) Role playing: sapere affrontare situazioni diverse sperimen-
tando competenza; desiderio di ricerca del risultato attraverso
l’impegno, spesso allontanandosi dal conformismo.
3) Coping: ovvero la capacità di saper copiare per sviluppare le
attitudini funzionali ed economiche (minimo impegno massi-
mo risultato).

Nell’età adulta:
1) Identificazione sessuale: ovvero un’attitudine favorevole ver-
so il proprio ruolo sessuale, sperimentando l’angoscia di un
mondo nuovo e sconosciuto dove si è veramente soli.
2) Capacità di sviluppare dei sentimenti di padronanza di sé: ov-
vero adeguatezza nelle relazioni interpersonali, e adattamento
a gruppi significativi per l’individuo che appunto siano eco-
nomici e funzionali con la tendenza all’accettazione e al rico-
noscimento delle figure d’autorità. Questo parametro è forte-
mente correlato con la socievolezza.
3) L’accettazione del compromesso: ovvero integrazione tra il
principio del piacere (i propri desideri) e il principio di realtà
(ciò che così è).

92
Appendice
Nuove proposte operative dello spettro ansioso

Alla base di tutto ciò detto l’uomo windows potrebbe essere il


risultato di una dimensione ansiosa alterata, lavorando su questo pa-
rametro ci consentirebbe di lavorare su un’unica dimensione, con-
globando in essa la condizione di destrutturazione e frammentazione
tipica dell’uomo windows.
Per ansia intendiamo una preoccupazione immotivata che qualco-
sa possa succedere, questo è tipico di condizioni banali come l’attac-
co di panico, il disturbo di ansia generalizzato fino ad arrivare ad una
vera e propria preoccupazione di perdita dell’oggetto ed angoscia
abbandonica che caratterizza il disturbo borderline (l’uomo fram-
mentato senza futuro, che vive solo nell’immediato e che sfugge con
le sue mille finestre) ed una perdita di oggetto e paura che l’altro
l’abbiamo già perso in modo irrazionale come nel paranoide.
Il depresso invece l’oggetto lo ha perduto ma difficilmente rea-
gisce a questo.
Si potrebbe realizzare un continuum che va dal disturbo di ansia
(generalizzato, fobico, attacco di panico) per passare al disturbo di
personalità (per esempio borderline) ed arrivare al sentimento para-
noico fino alle psicosi.
La depressione è la fuoriuscita dall’ansia perché si è persa la pau-
ra di perdere, ci si sente che si è già perso tutto, questo è il sentimen-
to predominante.
Se lavorassimo sull’incubazione dell’ansia, sul suo sviluppo, su
come viene considerata subentrante, subacuta, acuta e cronica forse
rivedremmo le patologie e lavorando solo su questo aspetto avrem-
mo un modo riduttivo e più efficace di lavorare e nello stesso tempo
93
forse più facile. Il disturbo border per esempio è un’ansia crescente
che nel tempo diventa cronica.
Se riuscissimo a valutare meglio la preoccupazione che qualcosa
possa succedere dal punto di vista evolutivo, passando dalla neuro-
psichiatria infantile alla psichiatria degli adulti e potessimo valutare
fino in fondo, allora lo sviluppo di questo sentimento che sembra più
una protoemozione con radici alla nascita (qualcosa può succedere
allontanandoci dal seno) fino all’eta infantile (distacco dalle figure
significative) e all’età adolescenziale con i primi momenti in cui ela-
boriamo meglio l’abbandono e l’essere abbandonati.
Il border è veramente una condizione diagnostica o dipende da
una incapacità di strutturare un’identità a causa di un’ansia pervasiva
e cronica che altera i limiti dei confini individuali e non consente di
creare dei validi punti di riferimento, con una incapacità di costituire
quello che poi gli psicoanalisti chiamano costanza di oggetto?
Ovvero troppa ansia impedisce di creare una costruzione stabile
del legame ed altera ogni tipo di relazione a tal punto che il legame
non può più essere tale, diventando solo un legaccio, un modo rigido
e poco flessibile che si rompe facilmente?
La presenza di un numero crescente di border fa pensare ad uno
sviluppo diverso della personalità e dell’identità, ad un aumento se-
condo questo filone di pensiero di un’ansia pervasiva e destrutturan-
te causata da fenomeni sociali e politici rilevanti.
Per tornare al tema del libro, ovvero l’uomo windows, quanto è
significativo lo stress delle nuove patologie? Che valore ha questo
tipo di stress per l’amplificazione dell’ansia?
La perdita di un senso dello Stato, della religione, la presenza di
due papi e l’elezione successiva dello stesso Presidente della Re-
pubblica, la perdita di una famiglia tradizionale che possa dare dei
tranquilli e sicuri riferimenti, possono innalzare la quota d’ansia di
chiunque e tutto questo che rilevanza può assumere non solo nella
strutturazione della identità ma anche nella destrutturazione di quel-
le già formate?
Ritengo che la presenza di tratti o disturbi border in percentuale
più rilevanti possa essere dovuta a molti aspetti sociali e politici e
inoltre ritengo che l’identità non è un aspetto mutabile e stabile nel
tempo ma può cambiare e modificarsi.

94
La personalità così come intesa dal DSM, ovvero un aspetto sta-
bile e costante di intendere, percepire, vivere i sentimenti, le rela-
zioni e tutte le condizioni ad esse sottese mi sembra che oggi non è
più concepibile, anzi i nostri profondi cambiamenti e stravolgimenti
sociali possono influire e mutare ciò che sembra a illustri psichiatri
e psicologi costante, ovvero la personalità.
Forse ciò che sta cambiando e che mai come oggi ci stiamo tro-
vando di fronte a profondi stavolgimenti del nostro modo di vedere e
organizzare la realtà con conseguenze notevoli nella personalità.
L’uomo windows è un uomo che non può essere uguale agli altri
e che per tal motivo si avvicina molto alla struttura windows fatta di
mille finestre dove nessuna è più importante delle altre come non è
più importante un amico rispetto ai mille che ci sono su facebook.

L’uomo ha una struttura sufficientemente adeguata per affrontare


un modo di vivere alla windows, parallelo, non gerarchico, dove la
precarietà è intesa come una mancanza di gerarchie, di regole prede-
finite, di limiti classici, di relazioni tradizionali, di lavori stabili?
Tutto questo a livello sociale può sembrare precarietà, ma dal
punto di vista psicologico è solo un essere windows che neanche noi
psichiatri e psicologi sappiamo ben valutare e le nostre griglie dia-
gnostiche non sono più sufficienti per decifrare, capire e esprimere
fino in fondo.

Vulcano, luglio 2013

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