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Johannn Wolfgang Goethe

I dolori del giovane Werther


Ho composto con impegno solo ciò che della storia del povero Werther ho
potuto reperire, qui ve lo propongo, so che me ne sarete grati. Non potete
negare al suo spirito ed al suo carattere la vostra meraviglia e il vostro amore,
ed alla sua sorte le vostre lacrime.
E tu, anima buona che senti proprio come lui il tormento, dalle sue pene attingi
conforto e fa' che il libretto sia tuo amico, se a causa della sorte, o per colpa tua,
non riesci a trovarne uno più prossimo.
PRIMA PARTE

4 Maggio 1771.

Come sono contento d'esser partito! Carissimo amico, cos'è il cuore umano!
Lasciare te, che io amo e da cui ero inseparabile, ed essere contento! So che mi
perdoni per questo. Del resto i miei legami non erano ben scelti, dalla sorte, per
angustiare un cuore come il mio? La povera Leonore! E tuttavia io ero
incolpevole! Potevo aver colpa del fatto che, mentre i tenaci favori di tua sorella
mi procuravano della piacevolezza materiale, si formasse in quel povero cuore
una passione! Ma, sono del tutto incolpevole? Non ho alimentato i suoi
sentimenti, non mi sono anch'io dilettato alle del tutto genuine manifestazioni
della natura, che tanto spesso ci facevano ridere, per quanto così poco ridicole
fossero? Non ho … oh di cosa l'essere umano può non lamentarsi, quanto a
sé! ... Voglio, caro amico, promettertelo, intendo correggermi, intendo non
ruminare più il boccone di male che la sorte ci propone, come ho sempre fatto.
Intendo godere il presente, ed il passato dev'essere per me passato. Certo hai
ragione, carissimo: tra gli esseri umani i dolori sarebbero inferiori se, sa Dio
perché sono fatti così, non s'impegnassero con tanta solerzia, con
l'immaginazione, a richiamare i ricordi del male passato invece di reggere la
neutralità del presente.
Sii così buono da dire a mia madre che io gestisco i suoi affari al meglio e che
gliene darò notizia al più presto. Ho parlato con mia zia e non ho l'ho affatto
trovata la cattiva donna che da noi si dice, è una vivacissima signora che ha un
cuore tra i migliori. Le illustrai le lagnanze di mia madre circa la parte di eredità
trattenuta. Lei mi disse i suoi motivi, le ragioni e le condizioni alle quali
sarebbe pronta a restituire tutto, e più di quello che noi reclamammo … in
breve, di più non sono in grado di scrivere, di' a mia madre che tutto andrà
bene. E in questa faccenduola ho trovato di nuovo, mio caro, che i
fraintendimenti e la pigrizia forse causano più errori nel mondo di quanto non
facciano la furberia e la cattiveria. Almeno, le ultime due sono certo più rare.
D'altra parte qui mi trovo molto bene. La solitudine in questa contrada
paradisiaca è un balsamo prezioso per il mio cuore, e questa stagione giovane
scalda in totale pienezza il mio cuore che spesso è in preda a brividi. Ogni
albero, ogni angolo, è un fascio di fiori, e piacerebbe divenir maggiolini per
librarsi nel mare dei profumi e potervi trovare tutto il proprio nutrimento.
La città di per sé non è granché, invece attorno ad essa la natura è di una
bellezza indicibile. Ciò indusse il defunto conte von M. a creare un giardino su
una delle colline che, unitamente alla più bella varietà della natura, formano la
più amabile delle valli. Il giardino è semplice e subito all'ingresso si sente che a
caratterizzarne il progetto non fu un giardiniere specializzato, ma un cuore
sensibile che desiderava qui godere di se stesso. Già non poche lacrime ho
versato per il defunto nel diroccato studiolo che fu il suo luogo favorito, ed è
anche il mio. Presto sarò il signor von Garten, il giardiniere mi fa compagnia
solo da pochi giorni, e di ciò non avrà da lamentarsi.

10 Maggio.

Un'incredibile serenità ha preso possesso dell'intera anima mia insieme alle


dolci mattinate di primavera che io gusto con tutto il cuore. Sono così solo, e
tanto mi contento della mia vita, in questa contrada, che è fatta per anime come
la mia. Sono così felice, mio carissimo, di sprofondare nel sentimento del
placido esserci, che la mia arte ne soffre. Ora non riuscirei a tracciare neppure
un segno eppure non sono mai stato un pittore più grande che in questi
momenti, quando la cara valle respira attorno a me ed il sole alto è sospeso
sopra l'impenetrabile tenebra del mio bosco, e solo alcuni raggi s'infilano in
quel santuario interno, allora giaccio nell'erba alta presso il ruscello che corre,
e, più accosto alla terra, mille diverse erbette mi stupiscono; quando, prossimo
al mio cuore, sento il brulicare di quel piccolo mondo tra i fili d'erba, le
innumerevoli, imperscrutabili forme, sento la presenza dell'Onnipotente, che
tutti ci creò a sua immagine, lo spirare dell'Amore universale che in eterna
delizia ci porta e conserva. In vero, amico mio, quando attorno ai miei occhi
scema la luce e il mondo attorno a me, ed il cielo tutto, nella mia anima
riposano come la figura d'una amata, allora mi struggo sovente e penso: ahi, tu
potresti dare espressione a ciò, potresti infonderlo nella carta con la stessa
pienezza e lo stesso calore che vivono in te, tali da rispecchiare la tua anima,
com'essa rispecchia l'immensità divina. Amico mio, scendo invece alla radice di
tutto ciò e soccombo alla potenza eccelsa di quei fenomeni.

12 Maggio.

Non so se sono spiriti tanto ingannevoli, a librarsi attorno a questa contrada, o


se nel mio cuore è la calda fantasia celeste a render tutto attorno a me tanto
paradisiaco. C'è subito qui davanti una fonte, una fonte che mi rapisce come
Melusina con le sue sorelle <la fata che può trasformarsi in serpente; v. La
nuova Melusina di Goethe – n.d.t.>. Scendi una collinetta e ti trovi davanti ad
una costruzione cui portano una ventina di gradini, alla cui base da rocce
marmoree sgorga l'acqua più chiara. Il muricciolo che l'attornia, gli alti alberi
che attorno delimitano il luogo, il suo fresco, tutto ciò ha qualcosa di allusivo,
che dà i brividi. Non c'è giorno che io non vi passi un'ora seduto. Ci vengono
dalla città le domestiche a prender l'acqua, il lavoro più innocente e più
necessario, che un tempo facevano anche le figlie del re. Quando siedo lì,
attorno a me l'idea patriarcale è vivida, quasi che i patriarchi facessero
conoscenza, presso la fonte, con tutte loro e le chiedessero in sposa, quasi che
attorno alla sorgente si librassero spiriti benigni. Oh, colui che mai, dopo una
dura camminata in un giorno d'estate, ha dovuto ristorarsi al gelo della fonte,
non può provare la stessa sensazione.

13 Maggio.

Chiedi se tu debba mandarmi i miei libri? Caro, ti prego, per l'amor di Dio, non
me li accollare. Non voglio più essere diretto, incitato, spronato, questo cuore si
consolida a sufficienza da sé, io necessito di ninnananne, e le ho trovate in
pieno nel mio Omero. Quanto spesso cullo il mio sangue ribelle fino alla pace,
infatti tu non hai visto niente di tanto irregolare, di tanto volubile come il mio
cuore. Caro! Devo dir ciò a te, a te che tanto spesso ne hai sopportato il peso, ho
bisogno di vedermi trascorrere dall'affanno all'eccesso e dalla dolce melancolia
all'entusiasmo rovinoso. Tengo inoltre il mio povero cuore come fosse un
bambino malato, tutto quel che vuole gli viene concesso. Non dirlo ad altri, c'è
gente che se la prenderebbe con me.

15 Maggio.

La gente di bassa condizione del luogo già mi conosce e mi vuol bene, in


particolare i bambini. Ho fatto una triste constatazione. Quando all'inizio mi
associai a loro mi chiedevano gentilmente di questo e quello, certuni credevano
che io volessi prenderli in giro e mi replicavano in modo piuttosto grossolano.
Io non mi scoraggiai per questo, ma ebbi la stessa sensazione che già spesso ho
notato, però più intensa. La gente di qualche condizione si terrà sempre a fredda
distanza dal basso popolo, quasi credesse di rimetterci, avvicinandovisi, poi ci
sono scavezzacolli e malvagi burloni che sembrano abbassarsi allo scopo di
rimarcare di più ai poveri la loro arroganza.
So bene che non siamo uguali né potremmo esserlo. Tuttavia ritengo che colui il
quale crede di aver la necessità di allontanarsi dal cosiddetto volgo allo scopo di
essere rispettabile, per l'appunto è censurabile come un vile, poiché teme di
rimetterci.
Ultimamente andai alla fonte e trovai una giovane domestica che aveva messo il
suo recipiente sul gradino più basso e cercava attorno se nessuna sua compagna
stesse per arrivare, per aiutarla a metterlo sul capo. Io scendevo e la vidi. “Devo
aiutarvi, figliola?” , dissi. Arrossì oltre modo. “Oh no, signore!”, disse. Senza
cerimonie si pose la ciambella come dovuto sul capo ed io la aiutai. Ringraziò e
salì. <le portatrici (e portatori) di oggetti anche pesanti sul capo usa(va)no
tenere una protettiva intercapedine non rigida tra l'oggetto ed il cranio – n.d.t.>

17 Maggio.

Ho fatto ogni genere di conoscenza, ancora non ho trovato alcuna compagnia


socialmente adeguata. Non so che cosa devo avere di sbagliato per le persone, a
così tante di loro piaccio, mi si attaccano, e mi causa sempre dolore quando il
nostro cammino comune procede solo per un pezzetto. Tu mi chiedi com'è la
gente qui? Devo dirti: come dappertutto! Il genere umano è una cosa uniforme.
I più per vivere lavorano la maggior parte del tempo, nel poco che resta loro
libero essi sono talmente afflitti che usano ogni mezzo per disfarsene. Oh,
vocazione dell'uomo!

Tuttavia, un genere di popolo davvero buono! Quando talvolta mi abbandono,


capita che con loro gusti le gioie che restano agli esseri umani, sedere a un
tavolo amabilmente, scherzare in tutta sincerità e candore, una gita a piedi,
mettersi a ballare come si deve e simili, ciò mi fa un effetto ottimo, basta che
non mi venga in mente che in me riposano così tante altre forze che,
inutilizzate, tutte imputridiscono, e che io devo accuratamente nascondere. Ahi,
quanto stretto si tiene il cuore tutto ciò … eppure esser fraintesi è il destino di
noialtri.
Peccato che l'amica della mia gioventù manchi, che, ahimè, io l'abbia
conosciuta! Mi dirai: come sei stolto!, cerchi ciò che quaggiù non si può
trovare. Eppure la trovai, ne sentii il cuore, l'anima grande alla cui presenza mi
pareva di essere più di quel che ero, ed io fui tutto ciò che potevo essere. Buon
Dio, restava un'unica forza libera alla mia anima, non sapevo al di lei cospetto
esprimere tutto il meraviglioso sentimento con cui la natura cingeva il mio
cuore; non fu il nostro rapporto una perenne tessitura di finissimo sentire, di
acutissimi spiriti, le cui modificazioni erano contrassegnate, fino alla cattiva
creanza, dal timbro dell'ingegno? Ed ora, ah!, gli anni che lei aveva in più la
portarono alla tomba prima di me. Mai mi dimenticherò di lei, della sua
saldezza mentale e della sua divina pazienza.
Pochi giorni fa incontrai un giovane, V., un ragazzo schietto e dotato di un bel
viso. Viene giusto dall'accademia, non si ritiene proprio saggio, però crede di
sapere più di altri. Fu anche un diligente studioso, come io nell'insieme sento,
insomma di buone cognizioni. Quando seppe che disegnavo e sapevo il greco,
due splendenti effimere rarità in questa regione, mi si rivolse mettendo in
mostra molto sapere, da Batteaux fino a Wood, da De Piles a Winkelmann, mi
assicurò di aver già letto tutta la prima parte della teoria di Sulzer <J.G. Sulzer,
autore tra l'altro di una Teoria generale delle belle arti (1774) – n.d.t.> e di
possedere un manoscritto di Heynen in materia di antichità. Lo lasciai dire.
Ho fatto conoscenza inoltre con un brav'uomo, amministratore del distretto.
Persona schietta, candida. Si dice che deve rallegrare l'anima vederlo tra i suoi
figli, che sono nove. In particolare se ne loda molto la figlia maggiore. Mi ha
invitato a casa sua e gli farò visita tra pochissimi giorni, abita in una casa per la
caccia appartenente al principe, a un'ora e mezzo da qui, dove lui, dopo la morte
della moglie, ottenne il permesso di andare, poiché la permanenza qui in città e
nella sede d'ufficio gli nuoceva troppo.
Sennò, mi è capitato d'incontrare alcune maschere di tipi strani di cui tutto è
insopportabile, ancor di più testimoniarne.
Sta' bene!, la lettera ti piacerà, è davvero epocale.

22 Maggio.

Che la vita umana sia solo un sogno è già sembrato a più d'uno, e tale
sensazione accompagna sempre anche me. Quando contemplo i limiti nei quali
le energie pratiche e teoretiche dell'uomo sono racchiuse, quando vedo come
tutta l'energia si disperde per procurar la soddisfazione di bisogni che non
hanno, a loro volta, altra meta se non quella di protrarre la nostra misera
esistenza, e poi che tutto l'appagamento consiste, oltre un certo punto
dell'attività teoretica, solo nel rassegnarsi a sognare, allorquando le pareti tra cui
ci troviamo prigionieri le adorniamo di figure multicolori e luminose vedute,
tutto ciò, Wilhelm, mi istupidisce. Faccio ritorno in me stesso e trovo un
mondo! Ancor più esteso tra punizione ed oscura bramosia di quanto
immaginassi, ed energia più viva. Tutto è incerto per la mia ragione ed io
continuo a sorridere sognante così, nel mondo.
Che i bambini non lo sappiano, perché desiderano, su ciò concordano tutti i
dottissimi maestri di scuola e i precettori. Che però anche gli adulti, come i
bambini, s'aggirino su questo suolo terrestre ed ugualmente tanto poco sappiano
da dove vengono e dove vanno, che procedano verso mete vere e proprie, o che
vengano governati a suon di biscotti, pasticcini e ramoscelli di betulla, ciò
nessuno vuol crederlo volentieri e mi pare che si possa toccarlo con mano.
Ammetto di buon grado, sapendolo, che cosa potresti dirmi in proposito: i più
felici sono coloro che vivono alla giornata e, come i bambini, si tirano dietro il
loro pupazzetto, lo spogliano, lo vestono ed assai riguardosi se ne vanno furtivi
attorno al cassetto dove la mamma ha chiuso il dolce; quando finalmente hanno
in mano la cosa desiderata, la mangiano a bocca piena e gridano: ancora! Ecco
delle creature fortunate! E se la passano bene anche quelli che danno grandiosi
nomi alle loro cialtronerie ed anche alle loro passioni, e le raccomandano
all'umanità come chissà che di meritevole di salute e prosperità. Fortunato chi
riesce ad esser così! Ma colui che umilmente riconosce dov'è che tutto va a
finire la pensa come ogni bravo borghese, cui piace trasformare il suo
giardinetto in un paradiso e poi indefesso, seppur oberato dalla sfortuna,
continua fedelmente per la sua strada ... tutti hanno lo stesso interesse, quello di
vedere la luce del sole un minuto in più ancora; anzi!, quello se ne sta quieto e
coltiva da sé il suo mondo, fortunato di essere un uomo. Poi, per quanto egli sia
in stato di costrizione, ha pur sempre nel cuore il dolce sentimento della libertà
e la possibilità di lasciare questa prigione, quando vuole.

26 Maggio.

Conosci da moltissimo tempo la mia tendenza a radicarmi, ad installarmi in un


qualche luogo confacente in una casetta e ad alloggiarci in totale frugalità.
Anche qui ho trovato un posticino che mi ha attirato.

A circa un'ora dalla città c'è un luogo che chiamano Wahlheim (inutile che il
lettore si dia la pena di cercarlo, s'è ritenuto necessario cambiarne il nome
rispetto all'originale – n.d.A.). La sua posizione su una collina è assai
interessante, e quando da su si scende verso il villaggio con lo sguardo si
abbraccia il panorama dell'intera valle. Una buona ostessa, con l'età che ha
sveglia e premurosa, serve vino, birra, caffè, e meglio di tutto ci sono due tigli
che con i loro rami larghi ricoprono la piccola piazza davanti alla chiesa, che è
circondata da case di contadini, granai e fattorie. Non è stato tanto facile trovare
un posticino così adatto e familiare, mi faccio portare il mio tavolino e la mia
sedia fuori dall'osteria, bevo il caffè e leggo il mio Omero. La prima volta che
per caso in un bel pomeriggio arrivai sotto i tigli, trovai la piazzetta in
solitudine. Tutti erano nei campi, solo un bambino di appena quattro anni
sedeva per terra e si teneva al petto con entrambe le braccia un altro piccolino di
circa sei mesi seduto in mezzo ai piedi così da servirgli da poltroncina, ed
ignaro della premura con cui i suoi occhi scuri scrutavano attorno, era
calmissimo. Vederlo mi dilettò, mi sistemai su un aratro lì davanti e disegnai
quella posa fraterna con molto gusto, aggiungendovi il vicino steccato, il
portone di un'aia ed alcune ruote rotte di carro, così come tutto ciò stava
assieme, e dopo un'ora trovai che avevo composto un disegno completo molto
interessante senza immettervi nulla di me. Ciò mi rinforzò nel mio proposito di
attenermi in futuro solo alla natura. Essa soltanto è infinitamente ricca ed essa
soltanto plasma il grande artista. Molto si può dire a favore delle regole, quasi
quel che si può dire in lode della società borghese. Una persona che si forma
secondo le regole mai produrrà qualcosa di insulso e cattivo, così come uno che
si fa modellare da leggi ed agio mai diventerà un vicino insopportabile, mai un
malvagio degno di nota; al contrario tuttavia ogni regola distruggerà, si dica
quel che si vuole, il vero sentimento della natura e la sua vera espressione!
Dici che è troppo rigido, quel che affermo? La regola limita soltanto, pota i
viticci rigogliosi e così via. Caro amico, devo farti questo paragone: è come nel
caso dell'amore, un cuore giovane dipende interamente da una fanciulla, le
dedica tutte le ore del giorno, prodiga tutte le sue forze, tutto quel che possiede
per esprimerle ogni momento il suo totale abbandono a lei. Venisse allora un
filisteo, un uomo che ha una carica pubblica, e gli dicesse: mio distinto e
giovane signore, amare è umano, ma voi dovete amare da uomo! Separate le
vostre ore per il lavoro da quelle per il riposo da dedicare alla vostra fanciulla,
misurate le vostre risorse economiche e con quel che rimane dopo le vostre
necessarie spese non vi impedisco di farle un dono, ma non troppo spesso. Più o
meno per il suo compleanno, per l'onomastico eccetera. Se quel giovane
obbedisce abbiamo come risultato una persona fidata, ed io stesso consiglierò
ad ogni principe di sistemarla in un'istituzione educativa superiore, peccato che
con il suo amore sia finita, e, se si tratta d'un artista, con l'arte sua.
Oh, amico mio! Perché il fiume dell'ingegno creatore erompe tanto di rado,
tanto di rado rumoreggia con i suoi alti flutti e scuote la vostra anima
meravigliata? Perché, caro amico, la brava gente abita su entrambe le sue rive, e
le sue casette con il giardino, le aiole di tulipani e i campi di crauti andrebbero
in rovina; perciò la brava gente sa sempre respingere con argini e deviazioni il
pericolo che la minaccia dappresso.

27 Maggio.

Sono evidentemente in estasi, scado nelle metafore e nella declamazione, per


cui ho dimenticato di raccontarti che cosa mi è avvenuto poi con quei due
bambini. Rimasi seduto sull'aratro sprofondato per due ore buone in quelle
sensazioni pittoriche che la lettera di ieri ti espose molto parzialmente. Verso
sera ecco una giovane donna che regge un panierino, viene verso i bambini, che
non si erano mossi per tutto quel tempo, e da lontano fa: “Philips, sei proprio
bravo”. Mi salutò, io la ringraziai, mi alzai, mi avvicinai e le chiesi se era la
madre dei bambini. Disse di sì ed insieme dette al grande la metà di un panino,
prese su il piccolo e lo baciò piena di materno amore. “Ho dato al mio Philips il
piccino da tenere e sono andata in città con il più grande a prendere pane
bianco, zucchero e una zuppiera di terracotta”; vidi tutto ciò nel paniere il cui
coperchio era rovesciato. “Farò una minestrina al mio Hans (questo il nome del
più piccolo) per stasera, quel rompicollo del grande ieri mi ha rotto la zuppiera
litigando con Philips per quanta zuppa gli toccava”. Le chiesi del maggiore, e
lei mi aveva appena finito di dire che era sul prato ad acchiappare oche, che
quello spuntò fuori di corsa recando una verga di nocciolo per il fratello minore.
M'intrattenni ancora con la donna e venni a sapere che è la figlia del maestro di
scuola del posto, che il marito è in viaggio in Svizzera per via d'una eredità da
parte di un cugino circa la quale volevano imbrogliarlo, disse, e non avevano
risposto alle sue lettere, per cui c'era andato di persona. “Non ho sue notizie,
speriamo che non gli sia successa una disgrazia”. Fu difficile per me staccarmi
da quella donna, detti un soldo a ciascuno dei figli e a lei ne detti uno perché
portasse un panino al più piccino quando andava in città, quindi ci separammo.
Mio bene, ti dico che quasi non mi regge, la mente, tanto lenisce ogni tumulto
la vista d'una creatura simile, che sboccia con felice tranquillità dal ristretto
cerchio della sua esistenza, da un giorno all'altro campa alla meglio, vede cader
le foglie e non pensa ad altro che all'arrivo dell'inverno.
Da allora ci vado spesso, i bambini si sono abituati a me. Si pappano lo
zucchero, quando bevo il caffè, e la sera condividiamo pane, burro e latte acido.
Di domenica non manca mai loro un soldo, e, se non ci sono per via del mio
riposino, la ostessa ha ordine di darglielo lei.
Sono in confidenza, mi raccontano di tutto, ed in particolare mi ricreo ai loro
entusiasmi e semplici manifestazioni del desiderio, se dal villaggio non
vengono più bambini.
Molta fatica mi è costato togliere alla madre la sua preoccupazione: “potrebbero
dar fastidio al signore.”
16 Giugno.

Perché non ti scrivo? Sei tu a chiederlo, pur essendo uno di coloro che sanno.
Dovresti indovinare che sto bene e certamente … Per farla breve, ho fatto una
conoscenza che riguarda più da vicino il mio cuore. Ho … non so.
Raccontarti per ordine com'è successo che io abbai conosciuto una delle
creature più amabili sarà difficile, sono allegro e felice, quindi per niente bravo
come storiografo.
Un angelo! Questo lo dicono tutti, dei loro congiunti, no? Eppure non sono
capace di dirti come sia perfetta, perché sia perfetta, basta, lei ha catturato tutta
la mia mente.
Tanta semplicità e tanta intelligenza insieme, tanta bontà e tanta saldezza
insieme, e la pace dell'anima insieme al vero vivere ed alla realtà.
Son solo chiacchiere, le cose che dico di lei, incresciose astrazioni che non
esprimono neppure un tratto del suo essere. Un'altra volta … No, non un'altra
volta, te lo voglio raccontare ora subito. Che non lo faccia ora, questo non è mai
avvenuto. Infatti, detto tra noi, da quando ho iniziato a scrivere fui tre volte già
in procinto di deporre la penna, di far sellare il mio cavallo, di montarlo e via,
nonostante che stamani avessi giurato a me stesso di non farlo … eppure ogni
momento vado alla finestra a vedere quanto ancora il sole sia alto.
Non ho potuto farci niente, dovevo andar da lei. Sono di nuovo qui, Wilhelm,
sto per mangiare il mio pane e burro serale e per scriverti. Qual delizia è per la
mia anima vederla tra quei cari e vivaci bambini che sono i suoi fratelli e
sorelle!
Se continuo così finisce che ne saprai come all'inizio, ascolta, intendo
costringermi ad essere preciso.
Di recente ti scrissi di aver conosciuto l'amministratore del distretto, S., e di
esser stato da lui invitato a fargli presto visita nel suo eremitaggio, anzi, nel suo
piccolo regno. Trascurai l'invito e forse non ci sarei andato se il caso non mi
avesse svelato il tesoro che giace nascosto in questa tranquilla contrada.
I giovani del posto avevano messo in piedi una festa da ballo in campagna cui
docilmente accettai di partecipare. Mi offrii di accompagnarci una brava e bella
fanciulla di qui, per altro insignificante, e si stabilì che io avrei preso una
carrozza, che mi sarei recato con la mia ballerina e sua cugina nel luogo
dell'intrattenimento e che, andandovi, avrei preso con noi Charlotte S. “Voi
conoscerete una bella ragazza”, disse la mia compagna quando ci dirigemmo
verso il casino da caccia attraverso il bosco ampio e curato. “State attento”,
replicò la cugina, “a non innamorarvene!” “Perché mai?”, dissi: “è già
destinata”, rispose quella, “a un ottimo uomo che si trova in viaggio per
sistemare certe faccende dopo la morte di suo padre e per procurarsi buoni
mezzi di sostentamento.” Informazione che mi lasciò piuttosto indifferente.

Il sole distava ancora un quarto d'ora dai monti quando arrivammo al portone
della fattoria, c'era molta afa e le due donne espressero il loro timore del
temporale che, con pesanti nuvolette bianco grige, pareva addensarsi
all'orizzonte. Sviai la loro paura con la mia pretesa conoscenza del tempo, se si
fosse vendicato di me, il nostro intrattenimento avrebbe subito un colpo.
Ero sceso dalla carrozza. Una serva, venuta sul portone, ci pregò di aspettare un
momento, che mami Lottina sarebbe venuta subito. Attraversai la corte verso la
bella casa e, salita la scala sul davanti, attraversata che ebbi la porta, si mostrò
ai miei occhi lo spettacolo più incantevole che avessi mai visto. Sei bambini tra
i dodici ed i due anni brulicavano nell' antisala attorno a una meravigliosa
fanciulla né alta né bassa che indossava un semplice abito bianco allacciato alle
braccia ed al seno con nastri di color rosso pallido. Reggeva un pane nero
dividendolo in giro per i suoi piccoli, ad ognuno un pezzo a seconda dell'età e
dell'appetito, ad ognuno con gran gentilezza, e ognuno gridava con totale
spontaneità il suo “grazie!” alzando le manine prima che fosse tagliato per poi,
soddisfatto, con il suo pane serale balzare via, oppure tranquillamente, secondo
il suo carattere, andare al portone della fattoria per vedere gli estranei e la
carrozza su cui la loro Lotte doveva partire. “Chiedo venia”, lei disse, “vi siete
incomodato fin qui facendo aspettare quelle ragazze. Per vestirmi, e per tutte le
disposizioni domestiche in vista della mia assenza, ho dimenticato di dare ai
miei piccini la merenda, e loro non vogliono il pane distribuito da nessun altro.”
Le feci un banale complimento e tutta la mia anima si ammansì alla di lei
figura, al tono, al contegno, ed ebbi appena il tempo di riprendermi dalla
sorpresa, che lei correva nella stanza di soggiorno a prendere guanti e ventaglio.
I piccini mi guardarono da una certa distanza un po' di traverso, ed io mi
avvicinai al minore, un bambino dalle felicissime fattezze. Lui si trasse indietro
proprio quando usciva dalla stanza di soggiorno Lotte, che disse: “Louis, da' la
mano al signor cugino.” Il bambino lo fece con molta schiettezza ed io non
potei trattenermi dal baciarlo cordialmente, senza badare al suo naso moccioso.
“Cugino?”, dissi mentre tendevo la mano a lei, “credete che io meriti la fortuna
di esservi parente?” “Oh!”, disse con un frivolo sorriso, “assai grande è il
numero dei nostri cugini, ed a me dispiacerebbe che tra loro doveste essere il
peggiore.” Andando via dette a Sophie, la sorella più grande dopo di lei, una
fanciulla di circa undici anni, il compito di stare ben attenta ai piccini e di
salutare il papà quando fosse tornato dalla passeggiata. Ai piccini disse che
dovevano obbedire alla loro sorella Sophie come se si trattasse di lei, cosa che
alcuni promisero in modo formale. Però una biondina saccente di circa sei anni
disse: “ma tu non sei mica la Lottina!, noi si preferisce te.” I due ragazzi più
grandi s'erano arrampicati sulla carrozza, e quando glielo indicai lei dette loro il
permesso di restarci fino al bosco se promettevano di non darsi reciproco
fastidio e di comportarsi veramente come si deve.
C'eravamo appena messi ai nostri posti, le ragazze si erano salutate, avevano
fatto le loro reciproche considerazioni sugli abiti, specialmente sui cappellini, e
la compagnia che ci si aspettava si era stata passata al setaccio, quando Lotte
fece fermare il cocchiere e lasciò che scendessero i fratelli, che chiesero di
baciarle ancora una volta la mano, cosa che infatti il maggiore fece con tutto il
garbo che può essere appropriato all'età di quindici anni, l'altro con molto
impeto e leggerezza. Lei li incaricò di salutare ancora i piccoli e poi
proseguimmo.
La cugina le chiese se aveva finito il libro mandatole di recente. “No”, disse
Lotte, “non mi piace, potete riaverlo. E quello precedente non era migliore.”
Chiedendole di quali libri si trattava, quando lei mi rispose restai stupito (si
ritiene utile tagliare questo brano della lettera per non dare a nessuno occasione
di dispiacersi. Per quanto in fondo ad ogni autore possa poco importare del
giudizio d'una singola fanciulla e d'un giovane inquieto – n.d.A.) – trovai così
tanto carattere in tutto quel che disse, ad ogni parola vidi prorompere dal suo
viso nuovi incanti, nuove scaturigini spirituali che sembravano dispiegarsi
sempre più felicemente dal momento che lei sentiva che io la capivo.
“Quando ero più giovane”, disse, “non amavo niente quanto i romanzi. Lo sa
Dio quanto mi piaceva sedere la domenica in un angoletto e partecipare con
tutto il cuore alla fortuna ed alla cattiva stella d'una miss Jenny. Non nego che il
genere ancora mi affascini un poco, però leggo così di rado che un libro
dev'essere davvero di mio gusto. L'autore che più mi è caro è quello in cui
ritrovo il mio mondo, in cui le cose funzionano come attorno a me, e le sue
storie mi interessano ed appassionano tanto quanto la mia vita domestica, che
ovviamente non è un paradiso, ma nel complesso è una fonte infinita di
felicità.”
Mi sforzai di nascondere le mie emozioni, a queste parole. Non durò è ovvio
per molto, infatti quando la sentii parlare tanto autenticamente passando da Il
vicario di Wakefield <del 1766 - autore Oliver Goldsmith, irlandese – n.d.t.> a
(anche qui si sono omessi i nomi di alcuni autori patrii. Chi condividesse il
gradimento di Lotte certo lo sentirà nel cuore, se dovesse leggere questo brano.
Altrimenti a nessuno serve sapere. - n.d.A.), mi aprii e le dissi tutto ciò che
dovevo, e solo dopo un po', quando Lotte rivolse la parola alle altre, iniziai ad
accorgermi di loro. La cugina mi guardò più di una volta con smorfie derisorie
di cui tuttavia non mi importò nulla.

La conversazione passò al piacere del ballo. “Se questa passione è una colpa”,
disse Lotte, “confesso loro volentieri di non amare niente più della danza.
Quando ho qualcosa che mi disturba in testa, strimpello una contraddanza
<quadriglia, due “contro” due; ma pare che il termine sia derivato da
“country dance” – n.d.t.> sul mio clavicembalo scordato e tutto ritorna a
posto.”
Come mi deliziai di quegli occhi neri durante la conversazione, come attrassero
tutta la mia anima quelle labbra vivide e quelle guance fresche, quanto spesso,
tutto immerso nell'autentica sensoriale squisitezza del suo discorrere, nemmeno
udii le parole con le quali lei si esprimeva! Te lo immagini perché mi conosci.
In breve, quando fermammo davanti al padiglione del ballo scesi dalla carrozza
come in sogno, e tanto mi persi nel mondo crepuscolare circostante che appena
badai alla musica che dalla sala illuminata ci veniva incontro.
Il signor Audran e un certo signor n.n. <nescio nomen – n.d.t.>, chi se ne
ricorda come si chiamava!, i cavalieri della cugina e di Lotte, ci accolsero allo
sportello della carrozza, si impossessarono delle loro dame ed io condussi la
mia dentro.
C'intrecciammo reciprocamente in minuetti vari, invitai una ragazza dopo l'altra
e giusto quelle più insopportabili mancarono di porgermi la mano e di arrivare
fino al termine. Lotte ed il suo cavaliere iniziarono un minuetto all'inglese e, a
ciò sei sensibile, quanto mi piacque anche il suo iniziare la figura in fila con
noi. La si deve veder danzare. Vedi, lo fa con tutto il cuore e tutta l'anima, con
l'intero corpo, in armonia, così spontanea, così naturale, quasi che il ballo fosse
davvero tutto, quasi che lei non pensasse a null'altro, null'altro provasse, e sul
momento, è certo che tutto dinnanzi a lei svanisce.
La invitai alla seconda contraddanza, lei mi promise la terza assicurandomi con
la più amabile franchezza del mondo che ballava molto volentieri alla tedesca.
“Qui si usa così”, continuò, “nel minuetto alla tedesca ogni coppia appaiata
resta tale, ed il mio chapeau <chaperon, “accompagnatore”: qui in francese,
si scambiano le due parole, che si assomigliano – n.d.t.> balla male e mi è
grato se lo dispenso dalla fatica; neppure alla sua ragazza <Lotte parla di sé in
terza persona – n.d.t.> riesce e piace, invece ho visto, nel minuetto all'inglese,
che voi ballate bene, se dunque volete esser mio per quello alla tedesca, andate
dal mio cavaliere e chiedetegli: desidero ballare con la vostra dama.” A tal
proposta le diedi la mano e fu subito stabilito che al suo ballerino nel corso
dell'intrattenimento venisse assegna la mia ballerina.
Funzionò, e noi ci dilettammo per un poco intrecciando le braccia in molteplici
guise. Con che brio si muoveva lei, con che scioltezza! Quando giungemmo alla
vera danza e, come sfere celesti, orbitammo reciprocamente, poiché pochissimi
sanno farlo, con un poco di confusione, all'inizio. Fummo abili, li lasciammo
placare, e quando i più inetti ebbero abbandonato la scena, noi vi facemmo
irruzione e continuammo per bene insieme a un'altra coppia, Audran e la sua
ballerina. Mai mi son mosso con tanta leggerezza. Non ero più un essere
umano. Aver tra le braccia la creatura più amabile e volare attorno con lei a mo'
di banderuola, tanto che tutto in giro spariva … Però, Wilhelm, per essere
onesto, io giurai a me stesso che una fanciulla, quella che amassi, su cui avessi
dei diritti e dovessi perciò arrivare fino in fondo, tu mi capisci, mai ballerebbe
con altri che con me.
Per riprendere fiato effettuammo alcune figure muovendoci nella sala. Poi lei si
sedette e le fecero un eccellente effetto i limoni che io avevo messo via nel fare
il ponce, gli unici rimasti che, a mo' di rinfresco, le portai, a spicchi zuccherati,
peccato che ad ogni spicchio che la vicina le prendeva dalla tazza
corrispondesse un colpo che mi trapassava il cuore, a me, costretto ovviamente
ad offrirne per la vergogna di averli rubati.
Al terzo minuetto all'inglese eravamo la seconda coppia. Quando
attraversammo a passi di danza la fila ed io, sa Dio con quanta delizia, ero
attaccato al suo braccio ed ai suoi occhi, fu in pieno la più vera manifestazione
del più nitido e più puro dei piaceri. Arrivammo fino a dove si trovava una
donna che io avevo notato per l'espressione amabile del volto non più giovane:
costei guardò sorridendo Lotte, sollevò minaccioso un dito e significativamente
fece per due volte il nome “Albert”, mentre passava oltre.
“Chi è Albert?”, chiesi a Lotte, “se non è sfacciato chiederlo.” Stava per
rispondere quando dovemmo separarci per eseguire il grande doppio cerchio, e,
al momento poi di incrociarci, mi parve, dalla sua fronte, che stesse riflettendo.
“Perché negarvelo”, disse, intanto che mi offriva la mano per la promenade.
“Albert è un brav'uomo cui insieme voglio bene e sono fidanzata!” Ora, ciò non
mi giunse affatto come una novità, infatti le ragazze sulla via me lo avevano
detto, eppure lo fu e totalmente, perché non lo avevo pensato in rapporto a lei,
che in così pochi momenti mi era divenuta tanto cara. Mi confusi quanto basta,
dimentico di me, ed entrai tra le coppie sbagliate, ragion per cui tutto il ballo si
scombinò e fu necessaria la presenta di Lotte, che mi trascinò e tirò, perché di
nuovo tornasse l'ordine.
Non era ancora finito, il ballo, che i lampi che avevamo da molto visto
illuminare l'orizzonte, e che io avevo sempre fatto passare per sbalzi di
temperatura, iniziarono ad aumentare di forza, mentre i tuoni mettevano in
minoranza la musica. Tre ragazze uscirono dalla fila e i loro cavalieri le
seguirono, il disordine si fece generale e la musica cessò. E' naturale, quando un
caso sfortunato o qualcosa di spaventevole ci sorprende durante un piacere, che
ci faccia una impressione più forte che in situazioni diverse, in parte a causa
del contrasto che si prova in modo tanto vivace, in parte e ancor di più perché i
nostri sensi sono per una volta aperti alla percettività e dunque tanto più lesti ad
accogliere una impressione. A queste cause devo ascrivere le stupefacenti
manifestazioni che vidi in svariate ragazze. La più ragionevole si sedette in un
angolo voltando le spalle alla finestra, e si tappò le orecchie, un'altra le si
inginocchiò davanti e le nascose il capo in grembo, una terza s'infilò tra quelle
due inondando le sorelline di lacrime. Alcune vollero andare a casa, altre, che
ancor meno sapevano quel che facevano, non ebbero tanta assennatezza da
governare le arditezze di certi giovanottacci, molto indaffarati a cogliere dalle
labbra delle belle afflitte tutte le impaurite preghiere destinate al cielo. Alcuni
dei signori erano andati dabbasso a farsi in pace una fumata, ed il resto della
compagnia non rifiutò la ragionevole idea dell'ostessa di assegnarci una stanza
dotata di imposte e tende. C'eravamo appena arrivati che Lotte si mise a
sistemare delle sedie in cerchio, vi fece sedere la compagnia ed introdusse un
gioco.
Vidi più d'uno che sperando in un premio succulento aguzzava la boccuccia e
s'irrigidiva. “Giochiamo a contare”, disse Lotte, “quindi fate attenzione! Io vado
in circolo da destra verso sinistra e voi contate in circolo ognuno la cifra che gli
corrisponde, ciò deve procedere come un fuoco di fila, e chi esita o si sbaglia si
busca un ceffone, e così avanti fino a mille.” Ora, la cosa fu gustosa da
guardare. Lei andava in circolo a braccia tese, uno!, iniziò il primo, il vicino
due!, tre!, disse quello dopo, e così via; poi lei cominciò a girare più veloce,
sempre di più. Quando uno sbagliava, ciàffete!, un ceffone, e per via della risata
ciàffete!, anche a quello dopo. E sempre più veloce. Anch'io mi buscai due
schiaffi e con intimo piacere credetti di notare che fossero più forti di quelli che
lei appioppava agli altri. Pose termine al gioco un'esplosione generale di risa
prima ancora che si fosse arrivati a mille. I più fiduciosi si ritirarono, il
temporale era terminato, ed io seguii Lotte nella sala. Nell'andarci disse: “a
suon di ceffoni avete dimenticato il tempo che faceva, e tutto il resto!” Non
potei risponderle nulla. “Ero”, continuò, “una delle più impaurite, e nel farmi
coraggio per darne agli altri, sono diventata audace.” Andammo alla finestra, in
lontananza tuonava, magnifica la pioggia mormorava sulla campagna e
rinfrescante il profumo saliva con tutta la pienezza d'un tepore verso di noi. Lei
si appoggiò sui gomiti, il suo sguardo percorse la contrada, guardò in direzione
del cielo, e verso di me, vidi i suoi occhi colmi di lacrime, mise una mano sopra
la mia e disse … “Klopstock!” <F.G. Klopstock, poeta tedesco del 18° secolo –
n.d.t.> Sprofondai nel flusso delle sensazioni che lei versava, con quella parola
d'ordine, su di me. Non ce la feci, mi chinai sulla sua mano e la baciai tra le più
deliziose lacrime. E guardai ancora i suoi occhi … O Nobiltà, tu avresti visto in
quello sguardo la tua apoteosi, ed ora mi piacerebbe non sentir mai più fare il
tuo nome, tanto spesso profanato!

19 Giugno.

Dove sono rimasto con il mio racconto non lo so più, so che erano le due di
notte quando venni a letto, e che se, invece di scrivere, avessi potuto
chiacchierare con te, ti avrei trattenuto fino al mattino.
Ancora non ho raccontato cosa è accaduto durante il nostro ritorno dal ballo,
neppure oggi ho proprio il tempo per farlo.
Fu l'alba più amabile. Attorno il bosco gocciava, il terreno era madido! Le
nostre compagne si appisolarono. Lei mi chiese se anch'io volevo farlo, non
dovevo preoccuparmi a causa sua. “Finché vedo aperti codesti occhi”, dissi
guardandola fisso, “non ce n'è davvero il rischio. “ Quindi abbiamo resistito
entrambi fino al suo portone, quando la domestica le aprì facendo appena
rumore e, alle sue domande sul padre e sui piccoli, la rassicurò, tutti stavano
bene e dormivano ancora. Allora la lasciai assicurandole che l'avrei rivista quel
giorno stesso, mantenni la promessa e da allora sole, luna e stelle possono
tranquilli compiere l'opera loro, io non so se è giorno né se è notte, e il mondo
intero attorno a me s'è perduto.

21 Giugno.

Vivo giornate così felici quanto Dio ne dischiude ai suoi santi, e di me possa
accadere quel che vuole; non posso dire di non aver gustato le gioie, le più pure
gioie della vita. Tu conosci il mio Wahlheim. Mi ci sono stabilito del tutto, da lì
a Lotte c'è solo mezz'ora, lì mi sento felice per quanto un uomo può esserlo.
Certo non avrei pensato, quando scelsi Wahlheim come meta delle mie
passeggiate, che si trovasse così vicino al cielo! Quante volte ho visto durante
mie ampie camminate, sia dal monte che dalla pianura, sul fiume, la casa di
caccia che ora racchiude tutti i miei desideri.
Caro Wilhelm, ho fatto ogni specie di riflessione sulla brama degli uomini, di
allargarsi, di fare nuove scoperte, di viaggiare; e poi ancora sull'impulso interno
di arrendersi volontariamente al limite, così entrando nel solco dell'abitudine,
senza affliggersi né per ciò che è a sinistra né per ciò che è a destra del solco.
Meraviglioso è come venni qui e dalla collina guardai nella bella vallata, come
l'insieme mi attirò. Là il boschetto! Ah, tu potessi mescolarti alla sua ombra! Là
le cime della montagna! Ah, tu potessi da lì abbracciare con lo sguardo la
vastità della contrada! Le colline unite una all'altra e la nota vallata. Magari
potessi perdermi in loro! Vi correrei!, farei ritorno, e non avrei quel che
speravo. Per me la distanza è uguale al futuro! C'è dinnanzi alla nostra anima
una crepuscolare totalità, la nostra percezione vi si perde come l'occhio nostro,
e desideriamo abbandonarci ad essa; ahi!, desideriamo che il nostro intero
essere vi si abbandoni, che si faccia colmare da tutta la delizia di un unico
grande, superbo sentimento. Ahi!, se ci affrettiamo in quella direzione, se Lì
diventa Qui, allora tutto è tanto Passato quanto Futuro, e noi restiamo nella
nostra miseria, nella nostra limitatezza, e l'anima nostra spasima per le
consolazioni sfuggite.
Così il più inquieto dei vagabondi auspica infine di tornare nella sua patria, e
trova nella sua casetta, in seno alla moglie, nella cerchia dei suoi bambini, e
nella continuità del suo lavoro, tutta la delizia che cercò invano nel vasto futile
mondo.
Così, quando la mattina al sorgere del sole a Wahlheim vado nell'orto dell'oste,
raccolgo i piselli dolci, mi siedo, li sguscio e nel frattempo leggo il mio Omero;
quando scelgo poi nella modesta cucina un recipiente, mi taglio del burro e
metto al fuoco i piselli, li copro e mi siedo per mescolarli di tanto in tanto,
allora mi sento vispo come i superbi, protervi pretendenti di Penelope quando
macellano buoi e maiali, li smembrano e li arrostiscono. Nulla mi colmò di un
tranquillo, vero sentire come questi aspetti di vita patriarcale che, grazie a Dio,
posso realizzare senza affettazione come mio stile di vita.
Com'è bello per me che in cuore io possa sentire la semplice, serena delizia
dell'uomo che porta in tavola la verdura che ha colto da sé, e non solo la
verdura, ma tutte le buone giornate, la bella mattina in cui la piantò, le piacevoli
sere in cui l'annaffiò, in cui ebbe la gioia della sua progressiva crescita, tutto di
nuovo gustato in un momento solo.
29 Giugno.

L'altro ieri dalla città venne dall'amministratore del distretto il medico, che mi
trovò per terra tra i bambini di Lotte, alcuni mi si arrampicavano addosso, altri
mi prendevano in giro ed io, facendo loro il solletico, li portavo a urlare. Il
dottore, un dogmatico pupazzo che si sistema i polsini e si stira l'abito fino alla
pancia mentre discorre, trovò, glielo lessi sul naso, la cosa non all'altezza della
dignità d'un uomo, lui, che mette soggezione. Non mi feci tuttavia disturbare,
lasciai che discorresse di cose assai assennate e rimisi in piedi per i bambini il
castello di carte che avevano buttato giù. Andasse pure in città a deplorare che i
figli dell'amministratore del distretto, già abbastanza ineducati, ora il Werther li
rovinava del tutto.
Sì, i bambini sono ciò che al mondo è più vicino al mio cuore, caro Wilhelm. Se
lo constato e vedo in cose limitate embrioni di ogni virtù, di ogni forza di cui
una volta essi avranno tanto bisogno - se nella testardaggine scorgo scorrere la
futura costanza e fermezza di carattere, nella diavoleria tutto il futuro buon
umore e la leggerezza che va oltre tutti i pericoli del mondo, e tutto ciò tanto
intatto, totale!, allora sempre, sempre ripeto le parole auree del Maestro degli
uomini: guai se non diventerete come uno di loro! <Matteo, 18 – n.d.t.>
Eppure, amico mio ottimo, essi che sono nostri pari, che dovremmo guardare
come nostri modelli, noi li trattiamo come subalterni. Non devono avere alcuna
volontà! E noi, noi ne abbiamo?, ed in cosa consiste, la priorità? Nel fatto che
siamo più vecchi e temuti? Buon Dio, dal Tuo Cielo vedi vecchi bambini e
giovani bambini, e nulla più, in quali poi Tu trovi più diletto Tuo Figlio lo ha
già da molto tempo annunciato. Ma loro non gli credono e non lo odono, per
quanto si tratti di qualcosa di antico, ed allevano i bambini a modo loro, e …
Adieu, Wilhelm, non mi garba di parlare ancora, su questo, come viene viene.
1 Luglio.

Ciò che Lotte dev'essere per un ammalato, io lo provo nel mio povero cuore,
che sta peggio di parecchi che languono nei loro letti da infermo. Trascorrerà
alcuni giorni in città presso una brava donna che si avvicina, secondo la
dichiarazione del medico, alla fine, e desidera avere Lotte con sé in questi
ultimi momenti.
Fui la scorsa settimana con lei in visita dal pastore di St … una piccola località
che si trova in montagna a un'ora di distanza. Ci arrivammo verso le quattro.
Lotte aveva portato con sé la sorella minore. Quando entrammo nel cortile della
casa pastorale, ombreggiato da due alti noci, il buon vecchio sedeva su una
panca davanti alla porta, vide Lotte, si rianimò e dimenticando il suo nodoso
bastone le si avventurò incontro. Lei corse da lui, sedendoglisi accanto lo fece
tornare a sedersi, gli trasmise molti saluti dal padre, accolse di cuore il figlio più
piccolo del pastore, sporco in modo tremendo, ed il biascicar parole tipico della
sua età. Avresti dovuto vederla per come si occupò di quel vecchio, come alzava
la voce allo scopo di farsi udire dalle orecchie mezze sorde di lui, come gli
raccontava di giovani robusti che erano morti inopinatamente, dell'eccellenza di
Carlsbad - lodando la risoluzione da lui presa di andarci l'estate successiva;
come trovasse il di lui aspetto molto migliorato, molto più vivace che non
l'ultima volta che lei lo aveva visto. Io nel frattempo avevo porto i miei omaggi
alla moglie del pastore, il vecchio si fece vivacissimo e, poiché non riuscivo a
non lodare i bei noci che ci facevano ombra così piacevolmente, iniziò a
raccontarcene la storia, per quanto in modo un po' farraginoso. “Quello
vecchio”, disse, “non sappiamo chi lo abbia piantato, c'è chi dice un pastore,
altri dicono un altro. Il più giovane però, quello là dietro, ha l'età di mia moglie,
cinquanta anni in ottobre. Suo padre lo piantò la sera in cui lei nacque. Fu il mio
predecessore in servizio qui, ed è indicibile quanto gli fosse caro l'albero, a me
certo non lo è di meno, mia moglie ci sedeva sotto e lavorava a maglia, quando
io ventisette anni fa venni qui per la prima volta, da semplice studente.” Lotte
chiese della figlia di lui, pare che fosse alle fatiche del pascolo con il signor
Schmidt, il vecchio seguitò a raccontare che il suo predecessore ed anche sua
figlia lo avevano conquistato e che lui era diventato prima vicario di lui, poi suo
successore. La storia non era ancora terminata che si avvicinarono attraversando
il giardino il cosiddetto signor Schmidt e la figlia nubile del pastore, che dette
cordialmente il benvenuto a Lotte; devo dire che non mi parve male, una
brunetta spigliata, ben all'altezza di intrattenere uno per un po' di tempo, in
campagna. Il suo fidanzato, perché il signor Schmidt subito si rivelò tale,
persona gentile, silenziosa però, non volle unirsi alla nostra conversazione, per
quanto Lotte subito ve lo attirasse; quel che mi dispiacque di più fu che ritenni
di notare nei suoi tratti facciali che fosse più l'ostinazione ed il cattivo umore
che non la limitatezza di comprendonio ad impedirgli di partecipare. In seguito
ciò purtroppo diventò solo più chiaro, infatti quando Friederike si rivolse a
Lotte e, ripetutamente, anche a me per fare una passeggiata, il viso di quel
signore, già di suo di color bruno, si rabbuiò così vistosamente da dar occasione
a Lotte di tirarmi per la manica, sconsigliandomi di fare il carino con
Friederieke. Ora, nulla mi secca più delle persone che si tormentano a vicenda,
massimamente se giovani nel fiore della vita, quando potrebbero essere
apertissime a tutte le gioie, e si guastano i pochi giorni che abbiamo facendosi
reciprocamente il muso e solo in ritardo tenendo in considerazione
l'irreparabilità del loro spreco. Questo mi tormentò e quando verso sera
facemmo ritorno alla casa del pastore e mangiammo ad un tavolo fette di pane
inzuppate nel latte, non potei evitare, parlando noi della gioia e del dolore nel
mondo, di riprendere il filo del discorso e di deprecare davvero accoratamente il
cattivo umore. “Spesso noi esseri umani ci lamentiamo”, iniziai, “perché i
giorni buoni sono così pochi e i cattivi così tanti, ma a me pare che ciò per lo
più avvenga a torto. Se avessimo sempre un cuore aperto a gustare il buono che
Dio dispone per noi giornalmente, avremmo poi anche sufficiente forza per
sopportare il cattivo, quando viene.” - “Però non abbiamo in nostro potere i
nostri sentimenti”, replicò la moglie del pastore, “quanto dipende dal fisico! Se
uno non sta bene, questo proprio non gli riesce.” Glielo concessi. “Guardiamo
allora”, continuai, “a ciò come fosse una malattia, e chiediamoci se c'è un
rimedio!” - “Su questo si può discutere”, disse Lotte, “io almeno credo che
molto dipenda da noi, lo so per quanto riguarda me, quando qualcosa mi rode e
sta per infastidirmi, salto su, canto un paio di contraddanze qua e là per il
giardino, e subito finisce.” - “E' quel che volevo dire”, replicai, “con il cattivo
umore funziona assolutamente come con la pigrizia, perché si tratta di un
genere di pigrizia, ne dipende molto il nostro carattere, eppure, se solo una volta
abbiamo la forza di farci coraggio, la fatica ci riesce facile e troviamo un vero
piacere nel fare le cose.” Friederike stava molto attenta, ma quel giovane mi
obbiettò che non si è padroni di se stessi e si possono pochissimo dirigere le
proprie sensazioni. “Ecco qua la questione posta da una sensazione spiacevole”,
replicai, “di cui però ognuno ben si libera - nessuno sa fin dove arrivano le sue
forze fino a che non le ha messe alla prova. Certo chi è malato andrà a
interpellare tutti i medici e non respingerà le maggiori rinunce, i più amari
farmaci, allo scopo di riacquistare la sua agognata salute.“ Mi accorsi che il
bravo vecchio sforzava il suo udito per partecipare alla nostra discussione, alzai
la voce ed insieme mi rivolsi a lui. “Si predica contro tante piaghe”, dissi,
“ancora non ho mai sentito che dal pulpito si sia operato contro il malumore.”
(di Lavater abbiamo ora, a questo proposito, una predica eccellente sul libro di
Giona – n.d.A.) <J.K. Lavater, pensatore del 18° secolo, svizzero, operò con lo
stesso Goethe; si occupò rimarchevolmente anche di fisiognomica, talché
qualcuno lo definisce un anticipatore di Cesare Lombroso. Il (breve) libro di
Giona fa parte dell'Antico Testamento: sembra ai nostri fini suggestivo il punto
(4,7) in cui Giona stesso afferma disperato:”meglio per me morire che vivere”
- n.d.t.>- ”Dovrebbero farlo i pastori di città”, disse il pastore, “i contadini non
soffrono di alcun malumore, però di tanto in tanto una predica potrebbe non
guastare”, parole che erano destinate a sua moglie, almeno, ed all'
amministratore del distretto. La compagnia rise di cuore, e lui anche, finché non
ebbe un accesso di tosse che interruppe per un po' la nostra discussione,
dopodiché quel giovane riprese la parola: “voi definite il cattivo umore una
piaga, mi sembra esagerato.” - “Per niente esagerato”, risposi, “se ciò con cui si
danneggia se stessi ed il proprio prossimo si merita tal nome. Non basta che noi
non possiamo renderci reciprocamente felici, dobbiamo anche rubarci il piacere
che ogni cuore qualche volta può ancora concedersi. E fatemi il nome dell'uomo
di cattivo umore così capace di nasconderlo da sopportarlo da solo senza
distruggere le gioie attorno a lui; o il cattivo umore non è, piuttosto, un'interna
indignazione causata dalla nostra propria indegnità, un disgusto di noi stessi che
è sempre legato ad un' invidia che viene suscitata da una stolta presunzione?
Vediamo persone felici che non noi rendiamo felici, e ciò è insopportabile!”
Lotte mi sorrise, vedendo la foga con cui parlavo, ed una lacrima di Friederike
m'incitò a continuare. “Miseri, coloro che si servono del potere che hanno su un
cuore”, dissi, “per rubare le semplici gioie che germogliano in quel cuore. Tutti
i doni, tutte i favori del mondo non sostituiscono un momento di piacere che un
invidioso disagio di chi ci tiranneggia abbia amareggiato.”
Avevo il cuore colmo, in quel momento, il ricordo di tante cose trascorse fece
pressione nella mia anima, e le lacrime mi vennero agli occhi.
Alzai la voce: “basterebbe dirsi ogni giorno: tu non hai sui tuoi amici altro
potere che quello di lasciar loro la gioia ed accrescerne la felicità, godendone
con loro. Puoi dar loro una goccia di sollievo, se la tua anima interiore è
tormentata da un'angosciante passione e dissestata dalla pena?
Se poi la peggior malattia piomba sulla creatura che tu nei giorni floridi hai
danneggiato, se essa ora giace pietosamente spegnendosi, se gli occhi suoi
guardano al cielo insensibili e il sudore della morte si scioglie sulla sua fronte,
eccoti dinnanzi al letto, come un dannato senti intimamente che non hai il
potere di farci nulla, e tanto ti afferra da dentro la paura che vorresti sacrificare
tutto, per poter infondere in quella creatura che perisce una goccia di energia,
una favilla di forza.”
Il ricordo d'una scena siffatta cui presenziai potente mi colse, nel dir queste
parole. Mi portai il fazzoletto agli occhi, lasciai la compagnia e solo la voce di
Lotte, che mi chiamò per dirmi “vogliamo andarcene?”, mi riportò in me.
Quanto mi rimproverò, lungo la via, la mia troppo calda partecipazione! Così
mi sarei sarei rovinato, dovevo avere cura di me! Che angelo, è per te che devo
vivere!

6 Luglio.

Si trova sempre presso la sua amica morente, ed è sempre la stessa, sempre la


creatura presente ed incantevole che, ovunque volga lo sguardo, lenisce il
dolore e genera felicità. Ieri sera andò a passeggiare con Marianne e la piccola
Amelie, io lo sapevo, andai loro incontro e così camminammo assieme. Dopo
un'ora e mezzo, tornavamo di nuovo in città, Lotte sedé sul muretto presso
quella fonte che mi è così cara, ed ora lo è mille volte di più. Mi guardai attorno
e ahi!, il tempo in cui il mio cuore era tanto solo riprese vita dinnanzi a me.
Amata fonte, mi dissi, da quanto tempo non ho più riposato al tuo fresco,
passandoti davanti di fretta è capitato che non ti guardassi. Abbassai lo sguardo
e vidi che la piccola Amelie saliva, assai impegnata con un bicchiere d'acqua.
Guardai Lotte e sentii tutto quello che in lei possiedo. Avvicinandosi Amelie
con il bicchiere, Marianne volle prenderglielo, “no!”, gridò la bambina nel
modo più dolce, “no, Lottina, prima devi bere tu!” Fui preso da tale incanto per
la franca bontà di quelle parole, che non potei esprimere quel che provavo se
non alzando da terra e baciando impetuoso la bambina, che iniziò subito a
urlare e piangere. “Avete agito male”, disse Lotte! Ne fui sbalordito. “Vieni,
Amelie”, lei disse poi tenendola per mano mentre scendevano i gradini; “ti
rinfresco all'acqua della fonte, svelta, svelta, non è niente.” Come rimasi lì a
guardare con qual solerzia la piccola si strofinasse le guance con le manine
bagnate, con quale fede che, per mezzo della miracolosa, ogni contaminazione
sarebbe stata lavata, e rimosso l'affronto di buscarsi lo schifo di una barba!
<pare che si tratti di una credenza popolare tedesca (così Piero Bianconi, cui si
deve una traduzione del Werther pubblicata da Rizzoli nel 1952, ma fatta su un
originale un poco diverso dal presente) – n.d.t.> E come, mentre Lotte diceva
“basta così”, la piccola continuò a lavarsi con fervore, quasi che il tanto facesse
meglio del poco! Wilhelm, ti dico che mai con più rispetto ho assistito ad un
atto battesimale, e quando Lotte tornò su mi sarei volentieri inginocchiato
davanti a lei come davanti ad un profeta che abbia purificato una nazione dalle
sue colpe.
La sera non fui capace, tanta era la gioia del mio cuore, di trattenermi dal
raccontare l'accaduto ad un uomo della cui saggia umanità mi fidavo, perché
possiede intelligenza. Tuttavia fui accolto come? Disse che Lotte aveva agito
male assai, che nulla ai bambini deve essere messo in testa, ciò darebbe origine
ad innumerevoli errori e pregiudizi dai quali si dovrebbe preservarli fin
dall'inizio. Orbene, mi venne in mente che quell'uomo otto giorni prima aveva
fatto battezzare un bambino, per cui lasciai perdere, ed in cuor mio restai fedele
a questa verità: con i bambini dobbiamo fare come con noi fa Dio, che ci rende
al massimo felici quando ci lascia andare barcollando, piacevolmente illusi.
8 Luglio.

A qual punto si è un bambino! A qual punto si agogna tanto uno sguardo! A qual
punto si è un bambino! Eravamo andati a piedi a Wahlheim, le ragazze
partivano, durante la nostra passeggiata, negli occhi neri di Lotte, io ritenni …
Sono uno stolto, perdonami, dovresti vederli, quegli occhi. Sarò breve, perché
mi si chiudono gli occhi dal sonno. Vidi salire le ragazze, attorno alla carrozza
c'erano il giovane W., Selstadt, Audran ed io. Si chiacchierava, dall'interno della
carrozza le ragazze, da fuori quei giovanotti ovviamente leggeri e sventati
quanto basta. Cercai gli occhi di Lotte! Ahi, andavano dall'uno all'altro! Ma su
di me, su di me, su di me!, su l'unico che si trovava lì dedicato interamente a lei,
e solo a lei, essi non si fermarono! Il mio cuore mille volte le disse adieu! E lei
non mi guardò! La carrozza partì che avevo una lacrima negli occhi. Guardai
verso di lei! Riconobbi l'acconciatura dei suoi capelli sporgersi verso lo
sportello, lei si voltò per guardare. Ahi! Verso di me? Caro! Sono sospeso in
questa incertezza! E' lì il mio ristoro. Forse si è voltata verso si me. Forse …
Buona notte! Oh che bambino sono!

10 Luglio.

Dovresti vedere la figura scema che faccio quando in compagnia si parla di lei.
Quando mi viene chiesto cosa mi piace di lei – piace!, parola che odio a morte.
Che razza di uomo dev'essere, per piacergli Lotte, quello a cui lei non ha
colmato tutte le facoltà mentali e sensoriali. Piace! Di recente uno mi chiese
cosa mi piaceva di Ossian <v. lettera del 12 Ottobre 1771 - n.d.t.>
11 Luglio.

La signora M. sta molto male, prego perché viva poiché soffro insieme a Lotte.
La vedo da un'amica, a volte, ed oggi lei mi ha raccontato un fatto straordinario.
Il vecchio M. è un tipaccio gretto ed avido che nella sua vita ha tormentato e
limitato in ogni modo sua moglie. Eppure lei ha sempre saputo cavarsela. Pochi
giorni or sono, quando il dottore la aveva data per spacciata, fece venire suo
marito, Lotte presente nella stanza, e gli si rivolse come segue: “devo
confessarti una cosa che dopo la mia morte potrebbe generare imbarazzo e
dolore. Finora ho gestito la casa in ordine ed economia quanto potevo, ma mi
perdonerai di averti ingannato per questi trenta anni. Destinasti all'inizio del
nostro matrimonio una sciocchezza al necessario, cucina ed altre uscite. Quando
la nostra situazione economica migliorò, crebbero le nostre entrate, non ti
decidesti ad aumentare in proporzione la cifra settimanale; per farla breve, lo
sai, nel periodo in cui le nostre entrate erano massime tu pretendevi che io ce la
facessi con sette fiorini alla settimana. Li ho accettati senza obbiezioni, quel che
mancava settimanalmente me lo sono preso a credito, che la moglie alleggerisse
la cassa non era infatti immaginabile. Non ho fatto sperperi e sarebbe
tranquillamente continuato in eterno, ed in segreto, però quella che dopo di me
deve condurre gli affari magari non saprebbe cavarsela, tu seguitando a
sostenere che la tua prima moglie riusciva a farcela.”
Con Lotte parlai dell'incredibile cecità mentale di chi non sospetta che sotto ci
sia qualcosa di nascosto, se ce la si fa con sette fiorini quando magari la spesa è
due volte tanto. Ho tuttavia conosciuto anche gente che in casa sua avrebbe
tranquillamente ritenuto esemplare l' olio inesauribile del piccolo orcio del
Profeta <secondo il traduttore citato sopra, Piero Bianconi, ciò rimanda al
primo Libro dei Re, 17, 14 -n.d.t.>
13 Luglio.

No, non m'inganno! Leggo nei suoi occhi neri vera simpatia per me, e per la
mia sorte. Anzi, in ciò fidando nel mio cuore, sento che lei … Ho il permesso di
poter esprimere il paradiso con queste parole? … Sento che mi ama.
Sia ciò presunzione, o sentimento del vero: non conosco l'uomo a proposito del
quale io devo temere qualcosa, nel cuore di Lotte. Eppure, quando lei parla del
suo fidanzato con tutto il calore, tutto l'amore, ciò ha l'effetto come di
spogliarmi di ogni onore e dignità, di disarmarmi della spada.

16 Luglio.

Ah, quando un mio dito ne tocca all'improvviso uno suo, quando sotto il tavolo
i nostri piedi s'incontrano, come lo sento in ogni vena. Mi ritraggo come dal
fuoco, ma una forza segreta mi risospinge avanti, e la mente mia collassa. Ma la
sua innocenza, la sua anima semplice non sente quanto queste minime
famigliarità mi torturino. Se dunque nel parlare mi appoggia una mano sulla
mia e nel fervore del dialogo mi si avvicina, per cui il paradisiaco alito della sua
bocca può raggiungere le mie labbra … Credo d'affondare come toccato dalla
tempesta. E Wilhelm, se mai osassi ... questo paradiso, questa confidenza … Tu
mi capisci. No, il mio cuore non è tanto marcio! Debole! Debole a sufficienza!
E questo non è marciume?
Lei per me è sacra. Ogni brama in sua presenza tace. Non so più come mi sento
quando le sto vicino, è come se l'anima mi si sconvolgesse in ogni nervo. Una
melodia che lei suona al clavicembalo con forza angelica, così semplice e
geniale, è la sua personale canzone; basta che lei ponga mano alla prima nota, e
ciò mi mette al riparo da ogni pena, confusione, fisima.
Non appena il semplice canto mi prende, nessuna teoria sul potere magico della
musica antica mi appare improbabile. E com'è opportuna con il canto, lei,
spesso nel momento in cui io avrei voglia di spararmi una palla nel capo. Ogni
erranza tenebrosa della mia anima si dissipa, ed io respiro di nuovo libero.

18 Luglio.

Wilhelm, cosa vale il mondo per il nostro cuore, senza amore! Cos'è una
lanterna magica, senza luce! Non appena vi introduci il lumino ti appaiono le
più varie immagini sul bianco della parete! E se non si trattasse di null'altro che
di fantasmi trascorrenti, lo stesso ci rende felici come fanciulli ingenui star lì
davanti, incantati dalle meravigliose apparenze. Oggi non potei andar da Lotte,
una compagnia inevitabile mi tratteneva. Che fare? Ci mandai il mio ragazzo
<domestico – n.d.t.> solo per avere intorno a me una persona che fosse stata,
oggi, vicina a lei. Con che impazienza lo attesi, con che gioia lo rividi. L'avrei
volentieri afferrato e baciato sul capo, se non ne avessi avuto vergogna.
Si narra che la pietra bononiana <geologia: trattasi di calcare avente non so
come a che fare con Bologna – n.d.t.> quando si mette al sole attiri i suoi raggi
e per un poco ancora luccichi, di notte. Così per me il mio ragazzo. Sapere che i
suoi occhi s'erano posati sul viso di lei, sulle guance, sui bottoni della sua veste,
soprattutto sullo scollo, rendeva tutti quei fatti così sacri, così nobili, che in quel
momento non avrei ceduto il ragazzo per mille talleri. E tanto fu il bene che mi
fece la sua presenza – guardati, o Dio, dal deridermi. Wilhelm, sono fantasie,
queste, se ci giovano?
19 Luglio.

La vedrò, proclamo al mattino quando mi sveglio e guardo il bel sole in tutta


allegria. La vedrò! E per tutto il giorno non ho nessun altro desiderio. Tutto,
tutto si fissa in tale prospettiva.

20 Luglio.

La vostra idea che io debba andare a … con il console diverge dalla mia. Non
amo molto la subordinazione e noi tutti sappiamo che anche quell'uomo è
sfavorevole a tale idea. A mia madre piacerebbe che mi attivassi, tu dici, ciò mi
ha fatto ridere, forse che ora non sono attivo? E in fondo, non è la stessa cosa se
conto piselli o lenticchie? Tutto al mondo va a finire in una bagatella e un tizio
subordinato a un altro senza che ciò lo appassioni, si tratti di denaro, di onore o
d'altro ancora, è sempre uno stolto.

24 Luglio.

Poiché ti preme che io non trascuri il disegno, preferirei ignorare l'intera cosa
che dirtelo: da un certo tempo faccio pochino.
Mai fui più felice, mai il mio sentire la natura fino alle pietruzze, alle erbette, fu
più pieno e intimo, eppure … Non so come devo esprimermi, la mia
immaginazione è così debole, tutto è incerto, tentenna dinnanzi alla mia anima
al punto che non riesco a fare alcun abbozzo; tuttavia m'immagino che se avessi
argilla o cera saprei ben esprimermi, mi procurerò anche l'argilla se la cosa
seguita, e la maneggerò - ne verranno biscotti.
Il ritratto di Lotte l'ho iniziato tre volte e tre volte ho fallito, ciò mi seccò tanto
più perché poco prima ero molto felice dell'occasione, poi le ho fatto il profilo e
di ciò devo accontentarmi.

26 Luglio.

Mi sono prefisso già così tante volte di non vederla tanto spesso. E chi ce la fa!
Ogni giorno cedo alla tentazione e piamente mi riprometto: domani salto un
turno, poi viene domani e trovo una ragione irresistibile e prima di quanto mi
aspetti son da lei. O perché la sera lei ha detto: ma venite, domani? … E chi ce
la fa a star via? O perché la giornata è troppo bella, vado a Wahlheim e quando
sono lì c'è ancora solo mezz'ora da lei! Troppo nell'atmosfera sua, sono, e zac!,
eccomi da lei. Mia nonna raccontava la storiella della montagna magnetica. Le
navi che si avvicinavano troppo venivano di colpo private di tutto il ferro, i
chiodi volavano verso la montagna e quei poveri disgraziati colavano a picco
tra le assi che cadevano l'una sull'altra.

30 Luglio.

Albert <v. lettera del 16 Giugno – n.d.t.> è arrivato, ed io me ne andrò; seppure


fosse l'uomo migliore, il più nobile con il quale io potessi confrontarmi, sarebbe
ugualmente insopportabile vedermelo davanti in possesso di tutte le perfezioni.
Possesso! Basta, Wilhelm, c'è il fidanzato. Un tizio buono e caro, uno da amare.
Per fortuna al suo arrivo io non c'ero! Mi avrebbe spezzato il cuore. Inoltre è
così corretto ed in mia presenza non ha mai baciato Lotte. Lo ricompensi Dio,
per questo! Devo volergli bene per il rispetto che porta alla pulzella. Per me ha
benevolenza, ma presumo che ciò dipenda da Lotte, più che dalla sua
sensibilità, infatti in materia le donne sono sottili, ed a ragione. Se possono
tenere due tizi in buona armonia il vantaggio è sempre loro, per quanto la cosa
funzioni raramente.
Intanto, non posso negare la mia attenzione per Albert, la sua esteriorità calma
contrasta assai vivamente con il mio inoccultabile carattere inquieto; comunque
egli sente e comprende ciò che ha, in Lotte. Pare che sia poco musone, e tu sai
che quella è la tara che tra le altre odio più rabbiosamente negli uomini.
Mi considera un uomo assennato e la mia devozione per Lotte, il calore della
mia gioia per tutto ciò che lei fa, accrescono il trionfo di lui, che a maggior
ragione la ama. Che qualche volta la tormenti segretamente con un po' di
gelosia, io mi concedo di pensarlo, al suo posto almeno non ne sarei del tutto
esente.
Comunque lui si senta, la mia gioia di essere in compagnia di Lotte è finita!
Devo chiamar ciò stoltezza oppure accecamento? A che servono le definizioni?
La cosa parla da sé! … Sapevo tutto quello che ora so prima che Albert venisse,
sapevo che su di lei non dovevo arrogarmi alcun diritto, né me ne arrogai …
Cioè, non dovevo bramare, per quanto è possibile, tante piacevoli doti … Ed
ecco lo sciocchino, ora che l'altro viene davvero e gli porta via la pulsella, far
tanto d'occhi.
Digrigno i denti e mi beffo della mia miseria, e due, tre volte tanto mi beffo di
coloro che magari dicono che devo rassegnarmi e che non poteva essere che
così. Levameli di torno! … Corro per i boschi e quando arrivo da Lotte, ed
Albert siede presso di lei sotto il pergolato in giardino, e non ne posso più, tanto
sono follemente sfrenato, inizio a scherzare, ad alterare i lineamenti. “Per l'amor
di Dio”, mi disse Lotte oggi, “ve ne prego! Niente scene come ieri sera! Fate
spavento, quando siete così allegro.” Detto tra noi, aspetto il momento che lui
abbia da fare, ed eccomi lì! Ci sono, e mi piace sempre se la trovo da sola.
8 Agosto.

Ti prego, caro Wilhelm! Non era certo per te che scrissi: levameli di torno,
quelli che dicono che dovrei rassegnarmi. Davvero non pensavo che tu potessi
essere di una simile opinione. E in fondo hai ragione! Solo che, carissimo, nel
mondo si dà molto raramente l' “o, o”, ci sono così numerose sfumature di
sensibilità e di modi di agire, quanto divergono diversità un naso aquilino ed un
naso camuso.
Quindi non te la prenderai a male con me se convengo interamente con il tuo
argomento e però cerco di farmi spazio tra l' “o, o”.
O hai speranze su Lotte, dici tu, o non ce ne hai proprio. Bene! Nel primo caso
tenta di prenderla, tenta di soddisfare dei tuoi desideri, nell'altro caso dimostra
di essere uomo e tenta di liberarti dal sentirti un poveretto, cosa che potrebbe
mangiare tutte le tue forze. Carissimo, è detto bene e … presto detto.
E puoi tu, dall'infelice la cui vita appassisce inarrestabilmente un poco alla volta
a causa di una strisciante malattia, puoi tu da lui pretendere che debba por fine
al tormento con un subitaneo colpo di pugnale? Ed il male che gli porta via le
forze non gli toglie insieme anche il coraggio di liberarsene?
Certo potresti rispondermi con una metafora affine: chi non preferirebbe farsi
amputare un braccio piuttosto che mettere in gioco la vita sua tramite <medici>
temporeggiatori e paurosi? … Non lo so … Ma non punzecchiamoci con le
metafore. Basta … Anzi, Wilhelm, capita che io sia a momenti d' umore brioso
e liberatorio, e allora, se solo sapessi dove andare, ci andrei di certo.
10 Agosto.

Potrei vivere nel modo più felice, se non fossi uno stolto. E' difficile che
circostanze tanto buone come quelle in cui ora mi trovo si uniscano tra loro al
fine di ricreare il cuore di un uomo. Ahi, certo è il cuor nostro soltanto, che
fabbrica la sua felicità! Restare un membro di quest'amabile famiglia, esser
amato dal vecchio come un figlio <qui, altrove, ed in particolare al termine del
romanzo, l'affetto per Werther del padre di Lotte, “amministratore del
distretto”, è enunciato con chiarezza, ma non è mai trattato – n.d.t.> , dai figli
come un padre e da Lotte … ed ecco il buon Albert, che turba la mia felicità
senza fare il maleducato, che mi avvolge di cordiale amicizia, lui, al quale dopo
Lotte sono il più caro al mondo … Wilhelm, è una gioia udirci quando andiamo
a passeggio e parliamo tra noi di Lotte, al mondo è introvabile qualcosa di più
ridicolo di questa relazione, che tuttavia spesso mi fa venire le lacrime agli
occhi.
Lui mi racconta della proba madre di Lotte, di come, sul letto di morte, abbia
affidato a lei ed ai bambini la sua casa, ed a lui abbia raccomandato Lotte, di
come da allora uno spirito totalmente diverso abbia animato Lotte, di come lei
sia divenuta, in fatto di cure domestiche e di serietà, una vera madre, di come
non un momento del suo tempo trascorra senza solerzia affettuosa, senza fare le
cose, e di come, ciò non di meno, lei non abbia perso tutta la sua allegria e
levità mentale; io gli cammino accanto, intanto raccolgo fiori, li aduno con cura
e … li getto nella corrente del fiume, guardando con qual mitezza in essa si
scompiglino. Non so se ti ho scritto che Albert resterà qui e riceverà dalla Corte,
dove è molto stimato, un incarico ufficiale di buona resa economica. Quanto
all'ordine e la solerzia negli affari ne ho visti pochi uguali a lui.
12 Agosto.

Albert di certo è l'uomo migliore sotto il cielo, ma ieri ho avuto con lui una
scenata incredibile. Presami la voglia di un giro in montagna, è da dove ora ti
scrivo, andai a salutarlo; mentre cammino qua e là nella sala mi cadono gli
occhi sulle sue pistole. “Dammi in prestito le pistole”, dissi, “per il mio
viaggio.” “Per me va bene”, disse lui, “se ti dai la pena di caricarle, perché son
lì appese solo pro forma.” Ne staccai una e lui seguitò: “da quando la mia
precauzione mi ha giocato uno scherzo davvero brutto, non mi piace più aver a
che fare con ciò che ne è testimone.” La storia mi incuriosì. “Mi trattenni”,
raccontò lui, “almeno tre mesi in campagna da un amico, avevo un paio di
terzette scariche <pistole ad avancarica con la canna lunga un terzo di quella
di un fucile – n.d.t.> ed ero tranquillo. Una volta, in un pomeriggio piovoso, ero
talmente in ozio, non so come mi venne in mente che potessimo venir assaliti e
che avremmo potuto aver bisogno delle terzette, e che avremmo potuto … sai
com'è. Le detti da pulire e caricare al domestico; lui fa lo scemo con le serve,
vuol spaventarle, e Dio sa come, con la bacchetta per caricare l'arma ancora
dentro, il meccanismo scatta, e spara la bacchetta addosso a una serva, sulla
mano destra, spezzandole un pollice. Ne ebbi lagnanze e per giunta dovetti
pagare il barbiere <un tempo il barbiere esercitava anche piccole operazioni
chirurgiche – n.d.t.>, da quel tempo lascio tutto l'armamentario scarico. Mio
carissimo, cos'è la precauzione? Il pericolo non permette di esser messo alla
prova! Per quanto...” Devi sapere, a questo punto, che io ho molto caro Albert,
ma solo fino al suo “per quanto ...”. Non si capisce da sé, infatti, che ogni
affermazione generale è soggetta ad eccezioni? Se crede di aver detto qualcosa
d'intempestivo, generico, vero a metà, un uomo non cessa di porti dei limiti,
delle correzioni, un po' alla volta, finché da ultimo di quel che ha detto non
resta nulla. Del che in quell'occasione Albert fu davvero un esempio, ed alla
fine io non stetti più a sentire quel che diceva, mi persi in fantasticherie e, con
una mossa d'impeto, mi premetti la bocca della pistola sulla tempia destra, sopra
l'occhio. “Ehi, cosa stai facendo?”, disse Albert mentre mi abbassava la
pistola... “Non è mica carica”, dissi io … “E quand'anche? Che significa?”,
replicò con impazienza. “Non riesco a figurarmi come un uomo possa essere
tanto stolto da spararsi; il solo pensiero mi suscita avversione.”
“Ma perché parlando d'una cosa”, dissi alzando la voce, “la gente come te deve
subito chiamarla stolta, furba, buona, cattiva? Cosa significa ciò, indagare gli
aspetti interni d'un fatto? Sapete analizzarne con precisione le cause, perché sia
accaduto, perché doveva accadere? Se lo sapeste non sareste così sbrigativi con
i vostri giudizi.”
“Mi concederai”, disse Albert, “ che certi fatti restano perversi, quale che ne sia
la causa.”
Alzai le spalle e glielo concessi. “Però mio caro”, ripresi,”anche in questo caso
ci sono eccezioni. E' vero che il furto è una depravazione, ma l'uomo che per
salvare i suoi da miserabile morte per fame tenti di rubare, merita compassione
o condanna? Chi scaglia la prima pietra <v. Giovanni, 8,1-11 – n.d.t.> contro lo
sposo che, giustamente irato, sacrifichi la sua donna infedele e l'indegno
corruttore <”il drudo vil”, dirà Leopardi – n.d.t.>? O contro la pulsella che, in
un momento di somma delizia, si perda nell'inarrestabile gioia dell'amore?
Anche le nostre leggi, nella lor gelida pedanteria, ne sono toccate e si
trattengono dal condannare.”
“Non è davvero la stessa cosa”, replicò Albert, “poiché un uomo trasportato
dalle sue passioni perde tutta la sua energia mentale e vien visto come un
ubriaco, come un matto.” - “Ah, voi, gente ragionevole!”, gridai beffardo.
“Passioni! Ubriachezza! Follia! Restate lì talmente placidi, così senza
partecipazione, voi, gente decorosa, redarguite chi beve, aborrite l'idiota,
passate oltre, come il sacerdote, e ringraziate Dio, come il fariseo, che Lui non
via abbia fatto come un di loro. Io più d'una volta sono stato ubriaco e le mie
passioni mai distarono dalla follia, ma non me ne pentii, perché ho imparato a
modo mio a capire questo, che tutte le persone straordinarie che realizzarono
qualcosa di grande, qualcosa d'impossibile, all'apparenza, si dovrebbero da
sempre conclamare come ubriaconi e matti.
Tuttavia anche nella vita comune è intollerabile per un tizio sentir vociferare, a
proposito di un atto appena un poco libero, nobile, inaspettato, che si tratta di
un ubriacone, di un pazzo. Vergognatevi, voi sobri, vergognatevi, voi saggi.”
“Si tratta di nuovo di fisime tue”, disse Albert. “Tu esageri tutto, ed almeno in
questo caso hai certamente torto a paragonare il suicidio con dei fatti rilevanti,
dato che in esso non c'è nient'altro che una debolezza, è infatti ovvio che sia più
facile morire che sopportare saldamente una vita tormentata.”
Stavo per esplodere, infatti nessun argomento al mondo mi sconcerta come
quando mi si viene a citare un luogo comune insignificante mentre parlo con il
cuore in mano. Eppure mi contenni, perché lo avevo già sentito spesso e spesso
mi ci ero arrabbiato, e con una certa vivacità gli replicai: “La chiami debolezza!
Ti prego, non farti sviare dall'apparenza. Un popolo che patisce sotto il giogo
insopportabile di un tiranno lo definiresti debole, se alla fine s'infuria e spezza
le sue catene? Un uomo che, terrorizzato dal fuoco che ha afferrato la sua casa,
senta tutte le sue forze moltiplicate e con facilità trascini via oggetti pesanti che
a mente fredda può appena smuovere; uno che nella collera dell'oltraggio tenga
testa a sei e li sopraffaccia, son per te da chiamare deboli? E, mio caro, se la
fatica è forza perché la tensione eccessiva dev'essere il suo contrario?” Albert
mi guardò e disse: “Non te la prendere, ma gli esempi che fai non sembra
proprio che c'entrino.” “Può darsi”, dissi io, “mi è già stato obbiettato più volte
che il mio modo di associare temi diversi <Kombinationart> confina talvolta
con il radotage <vaniloquio>! Ma lascia che vediamo se noi possiamo
immaginare in altro modo com'è che a un uomo possa venire la voglia di
decidere di gettare il fardello, altrimenti così piacevole, della vita, infatti solo
nella misura in cui noi condividiamo i nostri sentimenti siamo all'altezza di
parlare di una cosa.”
“La natura umana”, proseguii, “ha i suoi limiti, essa può tollerare la gioia, la
pena, i dolori, fino a un certo grado, e va in rovina non appena lo abbia
superato.
Non è quindi in questione se uno sia debole o forte, ma se possa sopportare la
grandezza della sua pena; tale grandezza può essere ora morale o fisica, ed io
trovo incredibile dire che l'uomo che si toglie la vita è vile, come sarebbe
indebito chiamare vile colui che muore a causa di una mala febbre.”

“E' paradossale, e molto!”, esclamò Albert. “Non lo è quanto pensi”, obbiettai.


“Concedimi che si definisca mortale il caso di una malattia in cui la natura sia
così danneggiata che in parte le sue forze vengono consumate, se in parte non
vengono impiegate in modo che essa sia capace di ripristinarsi, di riprodurre il
normale corso della vita per mezzo di un felice rovesciamento.”

“E ora, mio caro, lascia che ci volgiamo allo spirito. Guarda l'uomo nella sua
limitatezza, come le impressioni agiscono su di lui, come le idee in lui sono
stabili, sinché alla fine il risveglio di una passione non lo priva di ogni
posatezza mentale, e lo rovina.
E' vano che la persona calma e ragionevole osservi lo stato dell'infelice, vano
che gli parli, proprio come un sano, stando al letto del malato, non può
infondergli neppure la minima parte delle sue forze.”
Per uscire dal generico ricordai ad Albert la storia di una domestica poco tempo
prima trovata morta in acqua, una giovane e buona creatura che, nei limiti
ristretti delle faccende domestiche, era stata cresciuta ad un determinato lavoro
settimanale oltre il quale non conosceva alcuna prospettiva di svago se non, per
esempio, andare a passeggio in città la domenica, abbigliata alla meglio, magari
andare a ballare una volta in occasione delle festività importanti, e d'altronde
chiacchierare con vivacità ed accorata partecipazione la maggior parte del
tempo insieme ad una compagna sul perché d'un litigio, di una maldicenza.
La sua calda natura sente a un certo punto quegli impulsi interni che vengono
esagerati dalle lusinghe degli uomini, e tutte le gioie precedenti a poco a poco le
divengono scipite; finisce per incontrare un uomo verso cui la trascina un
sentimento irresistibile, su di lui investe tutte le sue speranze, si dimentica del
mondo che la circonda, nulla ode, nulla vede, nulla sente se non lui, l'unico,
l'unico che lei anela. Non guastato dal vacuo piacere d'una vanità volubile, il di
lei desiderio procede esattamente verso la meta: lei vuol diventare sua, vuole
trovare in quel duraturo legame tutta la felicità che le difetta, gustare la somma
di tutte le gioie che anela. La ripetuta promessa che le sigla la certezza di tutte
le speranze, le abili carezze che aumentano la sua brama, le avvolgono tutta
l'anima, lei scivola nell'ottusità, in un presentire tutte le gioie, è eccitata fino al
massimo grado, infine apre le braccia per cogliere il frutto di tutti i suoi desideri
… E l'amante l'abbandona … Lei ne è raggelata, sragionando eccola dinnanzi a
un abisso, tutto attorno è tenebra, nessuna prospettiva, nessuna consolazione,
nessuna vendetta, infatti soltanto in chi l'ha abbandonata lei sentiva di esistere.
Non vede il vasto mondo che ha davanti a sé, non vede i molti che potrebbero
rimpiazzarle la perdita, si sente sola, abbandonata da tutto il mondo … E cieca,
messa alle strette dall'inedia terribile del suo cuore, si precipita giù per soffocare
in una morte avvolgente tutto il suo tormento... Vedi, Albert, è questa la storia di
tante persone, e di', non si tratta di malattia? La natura non trova alcuna via
d'uscita dal labirinto delle forze ingarbugliate ed in conflitto, e la persona deve
morire.
Guai a chi, da spettatore, dicesse: che stolta! Avesse aspettato, avesse lasciato
agire il tempo, la disperazione si sarebbe posata, e si sarebbe trovato un altro,
per confortarla.
E' come se uno dicesse: che stolto! Muore di febbre! Avesse aspettato che le sue
forze fossero recuperate, che gli fosse guarita la linfa, il tumulto del sangue gli
si fosse placato, tutto sarebbe andato bene, ed oggi ancora sarebbe vivo!”
Albert, cui il paragone ancora non era perspicuo, obbiettò ancora qualcosa, tra
cui che io avevo parlato solo di una semplice domestica, in che modo infatti
sarebbe scusabile un uomo dotato invece di comprendonio, non così limitato,
un uomo di mondo, lui non riusciva a capirlo. “Amico mio”, esclamai, “l'uomo
è uomo, e su quel po' di comprendonio che uno magari ha poco o punto si può
contare, quando infuria la passione, e la umana limitatezza lo stringe. Anzi …
Ne parliamo un'altra volta”, dissi prendendo il cappello. Avevo il cuore talmente
gonfio … E ci separammo senza esserci intesi, del resto non è facile a questo
mondo che uno capisca un altro.

15 Agosto.

Certo è che al mondo nulla come l'amore è necessario all'uomo. Ho la


sensazione che Lotte fosse scontenta che io mancassi, e i bambini non
pensavano che domani non sarei tornato. Oggi ero andato ad accordare il
clavicembalo di Lotte, ma non riuscii a farlo, infatti i bambini vollero che
raccontassi loro una favola, ed anche Lotte disse che avrei dovuto accontentarli.
Tagliai loro il pane per la cena - ora lo prendono da me quasi altrettanto
volentieri che da Lotte - e raccontai loro il brano principale della principessa
che viene fornita di mani <La principessa senza mani dei fratelli Grimm,
successiva nel tempo, qui non è in questione, se non come riferimento ad una
tradizione precedente – n.d.t.>. Ti assicuro che ciò facendo imparo molto, e
sono colpito dall'impressione che fa. Poiché talvolta devo trovare un punto da
cui iniziare, e in seguito lo dimentico, “l'altra volta era diverso”, dicono subito,
loro, per cui mi alleno a recitare la favola in modo immutato, a mo' di nenia.
Con ciò ho appreso che un autore, con una seconda mutata versione della sua
storia, e sia pure divenuta essa poeticamente migliore, deve per necessità recar
danno al suo libro. La prima impressione ci trova disposti, e l'uomo è tale che
gli si può far credere la cosa più mirabolante, questa gli resta attaccata, e guai a
chi voglia cancellarla e e distruggerla.

18 Agosto

E se dovesse esser così, che quanto fa la felicità dell'uomo diviene la sorgente


della sua miseria?

Il senso di calore e di pienezza del mio cuore nella viva natura, che mi
sommerse con tanta delizia, che fece del mondo attorno a me un paradiso, ora
mi si muta in un intollerabile tormento, in una pena dell'anima che non mi
lascia mai. Quando dalla rupe al di sopra del fiume coprivo con lo sguardo la
valle fiorente e attorno a me vedevo tutto sbocciare e sgorgare, quando vedevo
la montagna dalla base alla cima coperta di alberi alti e folti e tutti quegli
avvallamenti molteplicemente flessuosi ombreggiati dagli ameni boschi, il
fiume mansueto che scorreva là tra i canneti bisbiglianti e rispecchiava le
amate nubi che il calmo vento della sera cullava, quando udivo attorno a me gli
uccelli animare il bosco, i milioni di insetti che danzavano nell'ultimo raggiare
rosso del sole il cui estremo lampeggiante sguardo liberava lo scarafaggio
ronzante dalla sua erba, e l' attività misteriosa attorno a me mi rendeva attento
al suolo - il muschio carpiva il suo nutrimento alla mia rupe, la ginestra
cresceva giù per le aride alture - tutto ciò mi svelava l'internamente accesa e
santa vita della natura; quando afferravo tutto ciò nel calore del mio cuore, mi
perdevo nell'infinita pienezza, e le forme grandiose dell'interminabile mondo si
muovevano nella mia anima, colme di vita. Montagne gigantesche mi
circondavano, di fronte a me precipizi, ruscelli tempestosi si precipitavano in
basso, corsi d'acqua fluivano sotto di me, bosco e monte risuonavano. Vedevo
tutte le forze imperscrutabili agire nel profondo della terra e chiamarsi l'un
l'altra alla vita. Orbene, sopra la terra e sotto il cielo brulica ogni specie di
creatura, tutto è popolato da migliaia di forme, e gli umani si cautelano nelle
loro piccole case, vi si annidano e ritengono di essere i dominatori del vasto
mondo! Povero stolto, tu che non fai, poiché sei tanto piccolo, alcuna attenzione
alle cose. Dal monte inaccessibile al deserto che nessun piede toccò, fino
all'ignoto oceano, alita lo spirito dell'Eterno Creante, e si compiace di ogni
granello di polvere che lo senta e lo viva. Ahi, quanto spesso ho desiderato di
avere le ali della gru che volava sopra di me verso la riva del mare smisurato, di
bere dal calice spumeggiante dell'Infinità quella turgida gioia di vivere, e di
sentire solo per un momento, nei limiti della forza che ho in seno, una goccia
della beatitudine dell'Essere, che tutto, in sé ed attraverso sé, crea.
Fratello, basta il ricordo di quelle ore a farmi bene, anche questo sforzo di
richiamare quei sentimenti indicibili, per riesprimerli, solleva la mia anima al di
sopra se stessa e allora mi fa sentire doppiamente il timore che mi suscita la mia
attuale condizione.

Davanti alla mia anima è stato tirato via come un sipario, e la scena della vita
interminabile mi si muta nel baratro della fossa perennemente aperta. Di' pure
che è così - perché tutto transita, perché tutto scorre con tempestosa velocità,
tanto è raro che tutta la forza della propria esistenza regga – ahi!, strappata via
dalla corrente è sommersa e viene spezzata sulle rocce. Non c'è alcun momento
che non consumò te e le tue cose attorno a te, nessun momento dev'esserci,
quando non sei tu a distruggere. La più innocua passeggiata costa la vita a
migliaia e migliaia di poveri piccoli vermi, una pedata disfa il faticato edificio
delle formiche e schiaccia un piccolo mondo in una stretta fossa. Ah!, non sono
l'assai raro affanno del mondo, le alluvioni che spazzano via i vostri villaggi,
questi terremoti che inghiottono le vostre città, che mi tangono. Mi scuote il
cuore la forza ardente che sta nascosta nella totalità della natura, la quale non ha
plasmato alcuna cosa che non distruggesse il suo prossimo né se stessa. E così
vacillo, impaurito! Cielo, terra, e attorno a me tutte le forze che sono all'opera!
Non vedo null'altro che un mostro che eternamente divora, eternamente rumina.

21 Agosto.

Invano le tendo le braccia al mattino quando mi sveglio da sogni gravosi,


inutilmente la cerco di notte nel mio letto, quando un sogno felicemente
incolpevole mi ha illuso di sederle accanto sul prato, di tenerle la mano
coprendola di mille baci. Ahi!, quando ancora barcollando mezzo nel sonno le
brancolo dietro e nel far ciò mi sveglio … Un fiume di lacrime erompe dal mio
cuore oppresso, e sfiduciato piango all'incontro d'un futuro di tenebra.

22 Agosto.

E' un'infelicità tale, Wilhelm! Tutte le mie forze fattive sono destinate ad una
inquieta inerzia, non riesco che ad essere ozioso e però a far niente non riesco.
Non ho alcuna energia di rappresentazione, nessun sentimento della natura. e
tutti i libri mi sputano addosso. Quando manchiamo a noi stessi, ci manca tutto.
Ti giuro, talvolta desidererei essere un bracciante ed avere al risveglio, di
mattina, una prospettiva soltanto del prossimo giorno, un impulso, una
speranza. Spesso invidio Albert, che vedo sepolto fin sopra le orecchie da
documenti, e m'immagino: starei bene al suo posto! Già diverse volte mi è
capitato questo, volevo scrivere a te ed al ministro, e domandare del posto
presso la legazione, che, come assicuri tu, non mi sarebbe negato <ai tempi ciò
che oggi chiamiamo Germania era diciamo divisa in diversi “staterelli”
monarchici, con diversi governi, ministri, legazioni eccetera – n.d.t.>. Anch'io
lo credo, il ministro mi vuol bene da lungo tempo, avevo progettato
d'impiegarmi, a tratti m'interessa davvero farlo; poi, quando ci ripenso, mi torna
in mente la favola del cavallo che, non tollerando la sua libertà, si fa mettere
sella e finimenti, ed a suo disdoro viene cavalcato. Non so che cosa fare … E,
mio caro!, il desiderio di mutare di condizione non è forse, in me, un'interiore
spiacevole impazienza che mi perseguiterà dappertutto?

28 Agosto.

E' vero, se la mia malattia fosse curabile, queste persone la curerebbero. Oggi è
il mio compleanno e stamani prestissimo ricevo un pacchetto da Albert.
Nell'aprirlo mi salta subito agli occhi uno dei nastri rosso-pallidi <v. lettera del
16 Giugno – n.d.t.> che Lotte indossava quando la conobbi, e che le ho chiesto
diverse volte. C'erano dentro due libriccini in dodicesimo, il piccolo Omero in
edizione wetsteiniana <J.J.Wetstein, teologo e filologo svizzero vissuto tra il
17° ed il 18° secolo – n.d.t.> , che ho spesso desiderato per non portarmi dietro,
quando vado a passeggiare, l' edizione ernestiana <J.H. Ernesti, filosofo,
teologo e filologo tedesco vissuto tra il 17° e il 18° secolo – n.d.t.>. Ecco, vedi
come vengono incontro ai miei desideri, loro, come tentano tutte quelle piccole
compiacenze amicali che hanno mille volte più valore <werther – n.d.t.> di
quei doni fatti alla cieca con cui la presunzione del donatore ci avvilisce. Bacio
mille volte questi nastri e con ogni mio respiro sorbisco il ricordo di quelle
beatitudini di cui fui colmato in quei pochi, felici, irrevocabili giorni. E' così,
Wilhelm, non sono un brontolone, le fioriture della vita sono solo apparenze!
Quanti vanno avanti senza lasciare dietro di sé una traccia, quanto pochi danno
un frutto, e quanto pochi di questi frutti maturano. Eppure, di loro ce n'è ancora
abbastanza, eppure … Oh, fratello mio!, potremmo noi negligere i frutti maturi,
disprezzarli, lasciarli andare a male indelibati?

Addio! E' un'estate splendida, siedo spesso, nel frutteto di Lotte, sugli alberi per
cogliere in alto, con una una lunga pertica che ha in cima una forcella, le pere.
Lei sta sotto a prenderle, quando le faccio cadere.

30 Agosto.

Infelice! Non sei uno stolto? Non inganni te stesso? A che, tutta questa
interminabile, violenta passione? Non ho più alcuna preghiera che non sia
rivolta a lei, alla mia immaginazione non appare altra figura che la sua, e tutto,
nel mondo che mi sta attorno, lo vedo in rapporto a lei. E infine ciò mi dà tante
ore felici … Fino al momento in cui mi devo strappare da lei, ah, Wilhelm, il
mio cuore, a cosa spesso mi spinge! … Quando le sto seduto vicino così, per
due, tre ore, e mi sono pasciuto della forma, del valore, della divina espressione
della sua parola, ecco che poco a poco tutti i sensi mi vengono sottratti, si fa
scuro davanti ai miei occhi, a stento odo ancora qualcosa, è come se un
assassino mi strangolasse, poi il mio cuore cerca, selvaggiamente battendo, di
fornire aria ai miei sensi oppressi, ed aumenta la loro confusione. Wilhelm,
spesso non so se sono al mondo! E se talvolta la malinconia non prende il
sopravvento, e Lotte mi concede il misero conforto di sfogare l'angoscia
piangendo sulla sua mano, devo andarmene! Devo uscire! E mi aggiro lontano,
tra i campi. Scalare un'erta montagna allora è la mia gioia, escogitare un
percorso attraverso un bosco impervio, attraverso la macchia che mi ferisce,
attraverso le spine che mi lacerano! Allora mi sento meglio! Un poco meglio! E
quando per la stanchezza e la sete più volte giaccio sul cammino, talvolta a
notte fonda, quando la luna piena mi sovrasta, nel bosco deserto mi siedo su un
albero cresciuto sghembo per lenire un poco le piante lese dei miei piedi, allora
sonnecchio nella luce crepuscolare, in spossato riposo! Oh, Wilhelm! L'abitare
solitario una cella, l'abito sformato e il cilicio sarebbero un ristoro, dopo ciò per
cui l'anima mia langue. Adieu. A tutta questa miseria non vedo altro termine che
la fossa.

3 Settembre.

Devo andarmene! Ti ringrazio, Wilhelm, di aver rafforzato la mia barcollante


decisione. Sono già quaranta giorni che progetto di lasciarla. Devo. Di nuovo si
trova in città da un'amica. Con Albert … e … devo andarmene.

10 Settembre.

Che nottata! Wilhelm, ora ho superato tutto. Non la rivedrò. Oh, non poterti
volare al collo, ed esprimerti tra mille lacrime ed entusiasmi, mio ottimo, tutte
le sensazioni che assalgono il mio cuore. Siedo qui e boccheggio, cerco di
placarmi ed aspetto il mattino, i cavalli son fissati per il levar del sole. Ahi,
dorme tranquilla, lei, e non pensa che non mi rivedrà più. Mi sono staccato,
sono stato abbastanza forte da non rivelare, in una conversazione di due ore, il
mio proposito. E, Dio, che conversazione!

Albert mi aveva promesso di trovarsi, subito dopo cena, nel giardino, con Lotte.
Io stavo sulla terrazza sotto gli alti castagni, vidi il sole tramontarmi per l'ultima
volta sulla diletta valle, sul placido fiume. Con lei ero stato lì tanto spesso
proprio a guardare il bellissimo spettacolo ed ora … Camminai su e giù nel
viale che tanto mi era caro, mi aveva trattenuto lì tanto spesso un'inclinazione
segretamente simpatetica, prima che conoscessi Lotte, e come ci
compiacemmo, quando, all'inizio della nostra conoscenza, scoprimmo di avere
la medesima inclinazione per questo piccolo spazio che davvero è uno dei più
romantici che io abbia visto, tra quelli generati dall'arte.

Attraverso i castagni, tanto per cominciare, hai il vasto colpo d'occhio … Ah,
ricordo di averti già scritto, penso, che alte schiere di faggi al termine ti
circondano, e per via di un attiguo bosquet il viale diviene sempre più oscuro,
finché il tutto si conclude in un piccolo fabbricato attorno a cui si libra
rabbrividendo la solitudine. Sento ancora quanto esso mi parve segreto, quando
vi misi piede per la prima volta, un sublime mezzodì, presentendo in tutta
tranquillità qual teatro di beatitudine e di dolore dovesse divenire.
Mi ero per circa mezz'ora pasciuto in pensieri di dolcezza languida, sul
separarsi, sul rivedersi, quando li udii salire sulla terrazza, corsi loro incontro,
presi d'impeto la mano di lei e la baciai. Eravamo appena saliti che la luna sorse
da dietro i cespugli sulla collina, parlammo di varie cose e ci accostammo
inosservati a quel piccolo fabbricato, quasi buio. Lotte entrò e si mise seduta,
accanto a lei Albert ed anch'io, per quanto la mia inquietudine non mi lasciasse
seduto a lungo; mi alzai, passai davanti a loro, andai in su e in giù, mi sedetti di
nuovo, ero in uno stato di angoscia. Lei attirò la nostra attenzione sul bell'effetto
che faceva la luce della luna che, al termine delle schiere di faggi, illuminava
dinnanzi a noi l'intera terrazza, una splendida vista tanto più frappante dacché
attorno a noi si chiudeva una profonda penombra. Stavamo in silenzio e lei
iniziò a dire, dopo un poco: “Non vado mai a passeggio alla luce lunare senza
che mi venga il pensiero dei miei defunti, che il sentimento della morte, del
futuro, non mi assalga. Noi vivremo”, continuò, e la sua era la voce del più alto
sentire, “ma, Werther, saremo destinati a vederci ancora? Ad intenderci ancora?
Che ne pensate, che ne dite?”
“Lotte”, dissi tendendole la mano, mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime,
“noi ci rivedremo! Qui, altrove, ci rivedremo!” … Non riuscii a continuare …
Wilhelm, doveva chiedermi questo, lei, perché avessi questo addio angoscioso
nel cuore?

“E se i cari trapassati sanno di noi?”, continuò lei, “se lo sentono, il momento in


cui ci aggrada ricordarci con amore tenero di loro? Oh, la figura di mia madre,
mi si libra sempre attorno nella sera tranquilla, quando siedo tra i suoi, tra i miei
bambini, riuniti attorno a me come lo erano attorno a lei; quando con una
lacrima anelante guardo verso il cielo e desidero che lei possa vedere quaggiù,
un momento, come mantengo la parola che le diedi nell'ora della sua morte,
d'essere la madre dei suoi bambini. Cento volte la invoco: perdona, carissima,
se non sono con loro ciò che fosti tu. Ahi!, faccio però tutto il possibile, essi
sono vestiti, nutriti, e, ciò che vale più di tutto, amati e curati. Potessi tu vedere
come siamo uniti, santa, cara, madre! Magnificheresti con il più caloroso
ringraziamento Dio, cui chiedesti con le ultime amarissime lacrime la prosperità
dei tuoi figli.” Disse questo, Lotte. Oh, Wilhelm! Chi può ripetere quel che
disse, come possono queste lettere, morte e fredde, rappresentare quella
fioritura divina? Albert la interruppe con dolcezza: “Troppo fortemente vi tocca,
ciò, cara Lotte, so che la vostra anima è assai legata a quest'idea, ma vi
prego ...” “Oh, Albert”, disse lei, “so che non dimentichi le serate in cui
sedevamo insieme al tavolino rotondo, quando il papà era in viaggio e noi
avevamo mandato i bambini a dormire. Spesso avevi un buon libro, ed
accadeva così di rado che ne leggessi qualcosa. La compagnia di quella grande
anima non era forse più importante di tutto? Che donna, bella, dolce, allegra e
sempre operosa! Dio conosce le lacrime con cui mi gettavo nel mio letto
dinnanzi a Lui, che gli piacesse farmi uguale a lei.”
“Lotte!”, esclamai mentre mi gettavo ai suoi piedi, le prendevo le mani e le
bagnavo con mille lacrime. “Lotte, la benedizione di Dio è su di te e sullo
spirito di tua madre!” … “Se vi avesse conosciuto!”, disse lei premendomi la
mano, “era degna di esser conosciuta da voi.” Credetti di morire, mai su di me
era stato pronunciato qualcosa di più importante, di magnifico, ma lei continuò:
“e una donna simile doveva morire nel fiore dei suoi anni, con il bambino più
piccolo che non aveva ancora sei mesi. La sua malattia fu breve, lei quieta,
rassegnata, soltanto i suoi bambini le causavano dolore, specie il piccino.
Quando fu la fine mi disse: 'portameli qui', li condussi da lei, i piccini che non
sapevano, i più grandi che non capivano, e quando furono attorno al letto lei
sollevò le mani benedicendoli uno ad uno, poi li baciò, infine si rivolse a me:
'Sii la madre loro!' Le detti la parola! 'Figlia mia', disse, 'stai promettendo
molto, stai promettendo il cuore e lo sguardo d'una madre! Ho visto spesso dalle
tue lacrime di gratitudine che tu lo senti, che cosa ciò significhi. Abbi cuore e
sguardo di madre per i tuoi fratelli, e per tuo padre la fedeltà ed il rispetto di una
moglie. Tu lo consolerai.' Chiese di lui, era uscito per nascondere l'afflizione
intollerabile che pativa, era annientato.”

“Albert, tu eri presente! Lei udì che qualcuno si muoveva e chiese chi fosse, ti
volle vicino. Quando poi ci vide, che eravamo felici, e che lo saremmo stati, il
suo sguardo si placò nella consolazione, Albert l'abbracciò e la baciò e disse: 'lo
siamo, lo saremo!' Il placido Albert era completamente frastornato ed io stessa
non sapevo più nulla di me.”

“Werther”, riprese a dire Lotte, “e una donna simile doveva morire! Dio,
quando penso qualche volta che il tesoro della sua vita è stato portato via e che
nessuno ne sente la ferita come i bambini, che ancora protestano esser stati gli
uomini neri a portar via la mamma <”mamma”, it. nel testo – n.d.t.>!”
Si alzò, io ne venni richiamato alla realtà e scosso, rimasi seduto e le presi la
mano. “Andiamocene”, disse, “è l'ora”, intendeva tirare indietro la mano, io
gliela tenni stretta! “Ci rivedremo”, esclamai, “ci troveremo, in qualsiasi forma
noi ci riconosceremo. Vado”, seguitai, “vado di mia volontà, eppure, se dovessi
dire per sempre, non lo sopporterei. Addio, Lotte! Addio, Albert! Arrivederci.”
“A domani, penso”, replicò lei scherzosa, io sentii quel domani! Ahi! Non si
accorse che tirava indietro la mano dalle mie … Se ne andarono lungo il viale,
io restai, guardai verso di loro alla luce della luna, mi gettai a terra e scoppiai a
piangere, saltai su, corsi fuori nella terrazza ed ancora guardai, nell'ombra degli
alti tigli, il barlume del suo abito bianco, protesi le braccia ed esso sparì.
SECONDA PARTE

20 Ott. 1771.

Siamo arrivati qui ieri. L'ambasciatore non sta bene e così si fermerà alcuni
giorni, se non fosse tanto ostile, tutto andrebbe bene. Lo so, lo so, è la sorte che
mi ha riservato prove difficili. E però, buon umore! Un senso di leggerezza
sopporta tutto! Un senso di leggerezza, mi fa ridere che mi sia venuta questa
espressione alla penna. Oh, un carattere un pochino più facile mi renderebbe tra
i più felici uomini sotto il sole. Perché? Perché dove gli altri con il loro po' di
talento e forza si danno arie con autocompiaciuta vanità, io dispero sia della mia
forza che nei miei doni. Buon Dio, tu che mi concedesti tutto, perché non ne
trattieni la metà ed a me dai fiducia in me stesso e modestia?
Pazienza, pazienza! Miglioreranno, le cose. Infatti ti dico, mio caro, che hai
ragione. Da quando sono tenuto ad aggirarmi così, tutti i giorni, nella massa e
vedo cosa fa e come lo fa, mi sento molto meglio con me stesso. Certo, perché
siamo fatti così, paragoniamo tutto a noi e noi a tutto; così la felicità o la
miseria stanno negli oggetti con cui noi ci rapportiamo, ed allora nulla è più
rischioso della solitudine. La nostra forza di rappresentazione, che per sua
natura è richiesta insistentemente di elevazione, nutrita dalle immagini
fantastiche dell'arte poetica costruisce una schiera di esseri nella quale noi
siamo quelli più in basso, e tutto ciò che ci è esterno appare magnifico, ogni
altro essere è più compiuto. Del tutto naturalmente ne risulta che noi sentiamo
tanto spesso di essere assai manchevoli, e proprio ciò di cui manchiamo spesso
ci pare che lo possegga un altro, cui concediamo tutto ciò che abbiamo noi,
compreso anche una certa ideale facilità. Così il fortunato è bell' e pronto,
creatura di noi stessi.
Al contrario, quando con tutta la nostra debolezza e fatica ci limitiamo per
l'appunto a lavorare, spesso troviamo di progredire, con tutto che andiamo
piano barcamenandoci, più di altri che veleggiano e vogano …. Eppure è
davvero emozionante, di per sé, quando si è pari agli altri, o addirittura li si
precede.

10 Nov.

Comincio a trovarmi qui, per altro, proprio benino. La cosa migliore è che c'è
abbastanza da fare per cui persone di ogni tipo, figure d'ogni genere,
compongono davanti alla mia anima uno spettacolo variegato. Ho conosciuto il
conte C., un uomo che devo ogni giorno ammirare di più. Gran bella testa, ma
non fredda, ma di assai ampia visione, e in rapporto alla quale risalta tanta
sensibilità all'amicizia ed all'amore. S'interessò a me quando mi rivolsi a lui per
una questione di affari e comprese dalle prime parole che ci intendevamo, che
poteva parlare con me non come con tutti. Inoltre non posso lodare abbastanza
la sua condotta nei miei confronti. Al mondo non c'è una gioia grande come
vedere una grande anima che si apre davanti a te.

24 Dic.

L'ambasciatore m'infastidisce molto, come previsto. Si tratta del matto più


preciso che ci possa essere. Meticoloso e prolisso come una zia. Un uomo che
non è mai contento di sé e che quindi nessuno può accontentare. Io volentieri
me la sbrigo facilmente, come viene viene, lui è capace di restituirmi un
documento e di dire: “va bene, ma rivedetelo, si trova sempre una parola da
migliorare, una particella più corretta.” Potrei diventarci matto. Nessuna “e”,
nessuna congiunzioncina, può rimanere esclusa, e di tutte le inversioni che
talvolta mi sfuggono lui è il nemico mortale. Se non si compone un periodo
secondo l'andamento tradizionale, ecco che lui non ci capisce un'acca. E'
un'afflizione, aver a che fare con un uomo simile. <se un uomo simile è
traduttore, l'afflizione è reciproca – n.d.t.>
La fiducia del conte von C. è l'unica cosa che ancora mi ripaga. Mi disse
ultimamente in tutta franchezza com'è insoddisfatto della lentezza e della
scrupolosità dell'ambasciatore. “La gente complica la vita a sé ed agli altri.
Eppure”, disse, “bisogna rassegnarcisi, come un viaggiatore che debba superare
una montagna. Ovvio!, se non ci fosse la montagna il cammino sarebbe molto
più piacevole e breve, ma la montagna c'è, e bisogna salirci!”
Il mio vecchio la sente eccome la preferenza che il conte ha per me rispetto a
lui, ciò lo irrita e non perde occasione di parlarmene male, naturalmente io mi
oppongo, per cui la cosa non può altro che peggiorare. Proprio ieri si arrabbiò
con me perché mi riteneva dalla parte del conte. “Sarebbe ottimo per gli affari
esteri, il conte, avrebbe molta facilità di lavoro e competenza, però gli manca,
come a tutti gli scrittori di argomenti frivoli <Bellettristen>, una istruzione di
base.”Volentieri lo avrei bastonato, dato che con un tipo simile non c'è da
ragionarci, ma ciò non era lecito, per cui mi mossi di fioretto con una certa
violenza e gli dissi che il conte è un uomo di cui si dovrebbe avere
considerazione, sia per il suo carattere che per le sue conoscenze; “non ho
conosciuto”, dissi, “nessuno cui sia riuscito ad accrescersi spiritualmente, ad
allargarsi su argomenti innumerevoli pur mantenendosi a contatto con la
praticità della vita spicciola.” Parole al vento, per quella testa, per cui ritenni
consigliabile non inghiottire altro fiele, altro sragionare.
E ne avete colpa voi tutti, voi che mi avete spinto sotto questo giogo con le
chiacchiere e me ne avete tanto decantato l'aspetto pratico. La pratica! Se non fa
più di me chi pianta patate, va in città a smerciare il suo grano, resto a
sfacchinare per dieci anni ancora nella galera in cui ora sto inchiodato.
E la lampante miseria, l'inedia che qui si vedono appaiate tra la gente del basso
popolo, il loro sgomitare, vigilare e badare a superarsi di un passetto, e le più
miserabili, pietose passioni, completamente smutandate! C'è una donna, per
esempio, che parla a tutti della sua nobiltà e del suo Paese, per cui uno straniero
deve pensare: è una matta che s'immagina cose meravigliose su una minima
base di nobiltà e sulla fama del suo Paese … Ma al confronto del suo ambiente
è anche più misera, è figlia di uno scrivano... Guarda, non riesco a capirlo, il
genere umano, che ha così poco cervello da scendere tanto in basso.
Certo ogni giorno vedo di più, mio caro, come sia stupido valutare gli altri con
il proprio metro. E poiché io ho tanto a che fare con me stesso, e questo cuore e
questa mente sono così tempestosi, ahi, lascio volentieri gli altri andare per la
loro via, basta che loro lascino che ci vada anch'io.
Quello che mi dà più fastidio è l'impaccio presente nelle relazioni borghesi.
Certo so bene che una certa, utile, differenza di condizione in società, per quanti
vantaggi essa mi procuri, non deve ostacolarmi proprio là dove, in questo
ambiente, potrei godere ancora di un po' di gioia, di un lampo di felicità.
Recentemente passeggiando conobbi una signorina von B, amabile creatura che
di naturale ha mantenuto moltissimo, in questa rigidità del vivere. Ci mettemmo
a discorrere ed al momento del congedo la pregai di concedermi il permesso di
farle visita. Lei acconsentì con tanta schiettezza che penai ad aspettare il
momento conveniente per andar da lei. Non è di qui ed abita nella casa di una
zia, la cui fisionomia da vecchia zitella non mi piacque. Le manifestai molta
attenzione, nel conversare mi rivolsi soprattutto a lei e in meno di mezz'ora così
capii abbastanza ciò che la signorina in seguito ammise con me, che la cara zia
alla sua età, e in mancanza di tutto, a partire da un acconcio patrimonio fino al
suo spirito, non ha alcun sostegno se non la fila dei suoi antenati, nessuna
protezione se non la condizione in società, entro la quale lei seguita a barricarsi,
e manca di ogni diletto che non sia guardare giù dal suo appartamento le
capocce dei borghesi. Da giovane dev'essere stata bella e deve essersi giocata la
vita, prima con i suoi capricci deve aver tormentato diversi poveri ragazzi, in
anni meno lontani deve essersi ridotta ad obbedire a un anziano ufficiale che in
cambio di ciò, e passabilmente sostenendola, con lei passò la bella età di cento
anni e morì, ed ora si vede ineluttabilmente sola e non verrebbe guardata, se sua
nipote non fosse così graziosa.

8 Genn. 1772.

Che uomini sono mai coloro la cui intera anima riposa sul cerimoniale, la cui
poesia ed il cui studio, di anni, vanno in fumo per il modo come ci si deve
ficcare tra sedia e tavolo? E non che a quei tipi manchi ogni altra urgenza, no,
anzi il lavoro si accumula proprio perché ci si astiene, per via di piccolezze,
dalle cose che contano. La settimana scorsa ciò ebbe luogo per via della disputa
in merito alla gita in slitta, e tutto il piacere venne guastato.
Questi sciocchi non vedono che in effetti non conta il posto, e che colui il quale
occupa il primo posto è così raro che giochi il ruolo più importante! Quanti re
sono manovrati dai loro ministri, quanti ministri dai lor segretari! E chi è poi il
primo? E' quello, mi pare, più lungimirante degli altri, quello che ha tanto
potere o astuzia da avvalersi delle sue forze, e delle sue passioni, per realizzare i
suoi piani.

20 Genn.

Vi devo scrivere, cara Lotte, qui nella stanza di una misera locanda di campagna
dove mi sono rifugiato per via di un brutto temporale. Da tanto girovago in
questo triste posto, D, tra gente estranea, del tutto estranea al mio cuore, e non
ho avuto un solo momento in cui il mio cuore mi chiamasse a scriverVi. Ma
ora, in questa baracca, in questa solitudine, in questa clausura, mentre la neve e
la grandine infuriano addosso alla mia finestrella, qui, foste Voi il mio primo
pensiero. Appena entrato mi colse di sorpresa la Vostra figura, il ricordo di Voi.
Oh, Lotte! , così puro, così caldo! Buon Dio!, è il primo momento nuovamente
felice.
Se mi vedeste, mio fiore, nel fluire della mia dispersione! Come si fanno secchi
i sensi miei, non un momento di pienezza del cuore, non un'ora beatamente
ricca di lacrime. Nulla, Nulla! Sto come dinnanzi ad una scatola di oggetti rari
<Bianconi (già citato) traduce Raritaetenkaste con “lanterna magica”; a me
pare che si tratti invece di una novità (18° secolo) di cui però non trovo il nome
in italiano: in un parallelepipedo ligneo (Kaste) con più pareti in vetro sono
visibili, in miniatura tridimensionale, ma fissi, umani, animali, paesaggi,
oggetti – ve ne sono esempi presso il museo della Specola, a Firenze – n.d.t. >
e vedo ometti e cavallini muoversi attorno, spesso chiedendomi se non sia
un'illusione ottica. Io partecipo, anzi, vengo adoperato come una marionetta,
talvolta stringo la mano lignea <appunto – n.d.t.> del mio vicino, e la ritiro
rabbrividendo.
Un'unica creatura umana femminile ho trovato, qui. Una signorina von B. Vi
assomiglia, cara Lotte, se si può assomigliarVi. Ehilà, direte: quest'uomo si fa
complimentoso! Non è del tutto falso. Da qualche tempo sono molto salottiero
in quanto non posso esser altro, ho molta arguzia, e le donne dicono che di
nessuno più di me si saprebbe lodare la distinzione (e la finzione, aggiungete
Voi, infatti senza finzione la distinzione viene meno, lo sapete). Ma intendevo
parlare della signorina B.! E' ricca di anima, che lampeggia dai suoi occhi
azzurri; la sua condizione in società, che non appaga alcun desiderio del cuor
suo, le è di peso. Anela di uscire dalla baraonda, e noi continuiamo a
fantasticare ore ed ore della incontaminata beatitudine presente negli scenari
rustici, ahi!, e di Voi! Quanto spesso lei deve renderVi omaggio. Non deve, lo fa
di sua volontà, è volentieri che sente parlar di Voi, Vi vuol bene...
Oh, sedessi ai Vostri piedi in quella cara intima stanzetta, e i nostri piccini si
agitassero tutti attorno a noi, e, divenendo per Voi troppo rumorosi, io li
placassi, riuniti attorno a me, con raccapriccianti favolette! Il sole cala
magnifico sulla regione nevosa, che risfolgora, la tempesta è finita. Ed io … Io
devo di nuovo chiudermi nella mia gabbia. Adieu! Albert è con Voi? E …
come ?... Dio mi perdoni per questa domanda!

17 Febb.

Temo che il mio ambasciatore ed io non ci reggeremo ancora per molto. E' un
uomo assolutamente insopportabile. Il suo modo di lavorare e di gestire gli
affari è così ridicolo che io non riesco a trattenermi dal fargli obbiezioni, e
spesso dal far come mi pare una cosa che naturalmente non gli va mai bene. Per
cui recentemente a Corte si è lamentato di me ed il ministro mi ha fatto una
leggera ramanzina, ma pur sempre una ramanzina, e già stavo per chiedere di
esser congedato quando ricevetti una lettera personale da lui <lettera che, per
rispetto di quest'uomo eccellente, s'è immaginata; un'altra, di cui più sotto si fa
menzione, si è tolta da questa raccolta poiché non si ritenne di poter giustificare
una simile audacia con la caldissima gratitudine del pubblico – n.d.A.>, una
lettera dinnanzi alla quale mi sono inginocchiato e di cui ho amato l'elevata,
nobile, saggia ragione; il ministro rimprovera la mia sensibilità eccessiva, certo
stima come valida risolutezza giovanile le mie eccentriche idee di efficacia,
d'influenza sugli altri, di successo negli affari, non per sradicarle, ma solo per
ammorbidirle, e tenta di guidarle là dove esse hanno il loro vero ambito e
possono avere la loro forte efficacia. Mi sono rimesso in sesto per ben otto
giorni, ed ho recuperato serenità. La pace dell'anima è una cosa magnifica, e
anche la gioia di sé stessi, caro amico, se solo non fosse tanto fragile quanto è
bella e preziosa.

20 Febb.

Dio vi benedica, miei cari, e vi dia tutti i giorni buoni che toglie a me.
Ti ringrazio, Albert, di avermi imbrogliato circa il giorno delle vostre nozze, lo
aspettavo e mi ero proposto di levare con la massima solennità dalla parete il
profilo di Lotte e di seppellirlo sotto altre carte. Ora siete una coppia di sposi e
la sua immagine è ancora qui! E ci deve restare! Perché no? So anzi che ci sono
anch'io, con voi, e che sono nel cuore di Lotte, tuo malgrado. Anzi, vi ho il
secondo posto, e voglio, e devo, mantenerlo. Oh, impazzirei, se potesse
dimenticare … Albert questo pensiero è infernale. Albert, addio! Addio, angelo
del cielo, addio, Lotte!

15 Marzo.

Ho subito un torto che mi porterà via di qui, digrigno i denti! Diavolo! E'
irreparabile e voi soli ne siete responsabili, voi che mi incitaste, mi spingeste e
tormentaste perché prendessi un posto che non si confaceva alle mie
inclinazioni. Ora ho capito io, e capite voi. E non mi dire di nuovo che le mie
idee eccessive rovinano tutto; così, mio caro signore, eccoti qui un resoconto,
liscio e garbato come lo scriverebbe un cronista.
Il conte von C. mi vuol bene e mi predilige, questo è noto, già te l'ho detto cento
volte. Orbene, ieri mi trovai con lui a tavola, proprio nel giorno in cui la nobile
compagnia di signori e signore si riunisce presso di lui, la sera, una compagnia
cui mai ho pensato e che mai si è accorta di me, dato che come subalterno non
ne faccio parte. Bene. Pranzo con il conte e poi andiamo su e giù nella sala
grande, parlo con lui, con il colonnello B, che sopravviene, e così arriva l'ora
del ricevimento. Non ci penso affatto, Dio mi è testimone. Fanno il loro
ingresso la gentilissima signora von S. insieme a suo marito ed a quella ben
covata paperetta di figliuola, seno piatto, vezzosa nel corsetto, en passant
costoro spalancano gli altamente aristocratici occhi e le narici; siccome a me
quella genìa è molto antipatica, intendevo precisamente svignarmela ed avevo a
cuore solo che al conte non toccassero male chiacchiere, quando fece il suo
ingresso proprio quella mia signorina B., e, dato che quando la vedo il cuore mi
si dischiude sempre, restai, mi misi dietro la sua sedia e mi accorsi solo dopo un
po' di tempo che lei, meno schietta del solito, mi parlava con qualche
imbarazzo. Ciò mi colpì. E' come tutti gli altri, pensai, che il diavolo se la porti!
Ero urtato e volevo andarmene, eppure restai, infatti m'intrigava di veder bene
la cosa più da vicino. Intanto, la compagnia si completa. Il barone F., abbigliato
proprio come ai tempi dell'incoronazione di Franz I <nel 1745 - come dire
“vestito alla moda di trent'anni fa” – n.d.t.>, il consigliere aulico R., qui
tuttavia denominato in qualitate di signor von R. <come signor R – n.d.t.>,
insieme alla moglie, sorda, eccetera, per non trascurare il malmesso J., nel cui
abbigliamento, residuo della vecchia Franconia, contrastano capi nuovissimi,
eccetera, tutto qui, parlo con qualcuno che conosco, tutti sono laconici, pensai, e
prestai attenzione solo alla mia B. Non feci caso al fatto che le donne in fondo
alla sala si bisbigliassero all'orecchio qualcosa e che qualcosa circolasse anche
tra gli uomini, che la signora von S. parlasse con il conte (tutte cose che mi ha
raccontato in seguito la signorina B.), fin quando il conte non si diresse verso di
me e mi trattenne presso una finestra. “Vedete”, disse, “i nostri rapporti fanno
scalpore, la compagnia è scontenta, mi accorgo, di vedervi qui, non vorrei ...”
“Eccellenza”, lo interruppi,”vi prego infinitamente di perdonarmi, avrei dovuto
pensarci prima, lo so, perdonate quest'incoerenza, volevo già andarmene, un
genio malvagio mi ha trattenuto”, aggiunsi sorridendo mentre m'inchinavo. Il
conte strinse le mie mani con un sentimento che diceva tutto. Ossequiai la
piacevole compagnia, me ne andai, mi misi su un cabriolet e andai a M. per
veder lì dalla collina il sole tramontare, e leggere nel mio Omero il magnifico
canto <il 14° - n.d.t.> in cui Ulisse viene ospitato dall'eccellente porcaro. Era
perfetto.
A sera torno per andare a tavola. Ancora in pochi erano presenti nella sala, in un
angolo avevano tirato via la tovaglia dal tavolo e giocavano a dadi. In quella
arriva il buon Adelin, vedendomi si toglie il cappello, viene verso di me e a
bassa voce dice: “Ti hanno fatto un torto?” “A me?”, dissi io. “Il conte ti ha
cacciato dal ricevimento” … “Il diavolo se li porti”, dissi, “per me è stato un
piacere uscire all'aria aperta.” “E' un bene”, disse lui, “che tu la prenda così.
Quel che mi sdegna è che la cosa sta girando dappertutto.” Solo allora iniziai a
rodermi, tutti coloro che venivano al tavolo e mi guardavano pensavo che lo
facessero per quel motico! Iniziai a farmi cattivo sangue.
Oggi ovunque io vada ecco che mi si compiange, e odo gl'invidiosi trionfare,
dire: si sapeva, così finiscono gli arroganti che drizzano troppo quel pochino di
testa che hanno e per questo credono di potersi estraniare da tutte le
convenzioni, e via con le chiacchiere di bassa lega. Da cacciarsi un pugnale nel
cuore. Si dica quel che si vuole, infatti, dell'indipendenza personale, voglio
vedere chi tollera che le canaglie parlino di lui, se lo tengono in pugno. Quando
chiacchierano a vuoto, eh!, allora li si può lasciar fare.

16 Marzo.

Li ho tutti contro! Oggi incontrai la signorina B. nel viale. Non potei trattenermi
dal parlarle, e, non appena fummo un poco in disparte, dal dichiararle quanto
m'aveva toccato il modo in cui si era comportata. “Oh, Werther”, disse con un
tono caldo, “potevate capirlo, il mio turbamento, dal momento che conoscete il
mio cuore. Che cosa per causa vostra non ho patito, da quando sono entrata
nella sala! Previdi ogni cosa, cento volte stetti per dirvelo, sapevo che la von S.
e la T. ed i loro mariti se ne sarebbero andati piuttosto che rimanere in
compagnia vostra, sapevo che il conte non poteva guastarsi con voi, ed oggi il
chiasso ...” “Come, signorina?” dissi, e nascosi il mio spavento, infatti tutto
quello che mi aveva detto il giorno prima Adelin in quel momento mi scorreva
come acqua bollente nelle vene... “Che cosa mi è già costato!”, disse quella
dolce creatura, con le lacrime agli occhi. Non ero più padrone di me stesso,
stavo per gettarmi ai suoi piedi. “Spiegatevi”, gridai: le lacrime le scorrevano
sulle guance, io ero fuori di me. Le asciugò senza nasconderlo. “Mia zia vi
conosce”, iniziò a dire; “era presente ed ha visto, oh con che occhi! Werther, ieri
notte e stamani presto ho sopportato una predica a proposito del mio rapporto
con voi, ed ho dovuto sentirla che vi sminuiva, vi abbassava, e seppi e potei
difendervi soltanto in parte.”
Ogni sua parola mi attraversò il cuore, sempre più pesante. Lei non capiva
quanto sarebbe stato misericordioso tacermi tutto, ed aggiunse tutto ciò che era
stato ulteriore oggetto di pettegolezzo e di cui le persone cattive trionfavano.
D'ora in poi la mia arroganza ed il mio disprezzo degli altri, che già da lunga
pezza loro mi rimproveravano, sarebbero stati conclamatamente puniti e
degradati. E a udire tutte queste cose, Wilhelm, da lei, con la voce della più vera
partecipazione, ero distrutto, ed ancora dentro di me sono infuriato. Volevo che
qualcuno osasse rimproverarmi, per potergli cacciar la spada in corpo! Veder
sangue sarebbe stato meglio, per me. Ahi, cento volte ho afferrato un pugnale
per sfogare il mio cuore angustiato. Si narra d'una nobile razza di cavalli che
quando sono stimolati ed eccitati hanno l'istinto di addentarsi una vena per
aiutare il fiato. Così capita a me, potrei aprirmi una vena che mi desse in eterno
la libertà.
24 Marzo.

Ho presentato le mie dimissioni a Corte, le otterrò, spero, e voi mi perdonerete


del fatto che prima non abbia chiesto il vostro permesso. Dovevo andarmene e
ciò che avevate da dire per persuadermi a restare io lo so, dunque … Danne
notizia a mia madre in modo succinto, io da solo non ce la faccio, spero che lei
possa sopportare che a dirlo direttamente lei io non riesca. Ovviamente deve
farle male. La bella carriera di consigliere segreto ed ambasciatore che suo
figlio imboccava, vederla così di colpo bloccata e declassata. Fate quel che
volete, escogitate tutti i possibili casi per cui io avrei potuto e dovuto restare.
Basta, me ne vado. Ed allo scopo che sappiate dove, c'è il principe ** che trova
molto gusto nella mia compagnia, il quale mi ha pregato, poi che ha sentito
della mia intenzione, di andar con lui nella sua tenuta e di trascorrervi la bella
primavera. Starò assolutamente tranquillo, mi ha promesso, e poiché fino ad un
certo punto c'intendiamo, intendo tentare la fortuna e andar con lui.

19 Aprile.

Per Vostra conoscenza.


Grazie per entrambe le tue lettere. Le lasciai senza risposta fino al mio effettivo
congedo dalla Corte, perché temevo che mia madre si rivolgesse al ministro ed
ostacolasse la mia intenzione. Ora invece è fatta, il mio congedo è effettivo.
Preferirei non dirvi quanto malvolentieri mi sia stato dato e che cosa mi scrive il
ministro, voi fareste nuove recriminazioni. Il principe ereditario a mo' di
benservito mi ha trasmesso venticinque ducati aggiungendovi una nota che mi
ha commosso fino alle lacrime. Dunque la mamma non serve che mi mandi il
denaro che le chiesi di recente.
5 Maggio.

Domani me ne vado e poiché il mio luogo di nascita si trova a solo sei miglia
dalla strada che farò, voglio rivederlo, voglio ricordarmi i vecchi giorni
felicemente trascorsi come in sogno. Desidero arrivare esattamente fino al
portone da cui mia madre partì insieme a me quando alla morte di mio padre
lasciò quel caro posto a lei famigliare, per chiudersi in quella città a lei
intollerabile. Adieu, Wilhelm, avrai notizie del mio passaggio.

9 Maggio.

Sono stato nel mio luogo natio con tutta la devozione di un pellegrino, e molti
inattesi sentimenti mi hanno afferrato. Feci fermare a quel grande tiglio che si
trova ad un quarto d'ora dalla città verso S., scesi e dissi al postiglione di
proseguire per gustare io nuovamente, a piedi, tutti i ricordi con quella vivacità
data loro dal mio cuore. Restai sotto il tiglio che fu una volta, quand'ero
ragazzo, la meta e il limite delle mie passeggiate. Che cambiamento! Allora
bramavo, felice inconsapevolezza, l'uscita nel mondo sconosciuto in cui
speravo ogni nutrimento per il mio cuore, ogni soddisfazione la cui mancanza
sentivo così spesso in seno. Ora ritorno dal vasto mondo … oh amico mio, con
quante speranze fallite, con quanti progetti rovinati!... Vidi dinnanzi a me la
montagna che centinaia di volte era stata l'oggetto dei miei desideri. Ore, potevo
restar lì ed anelarne la vetta, potevo con l'anima ardente perdermi nei boschi,
nelle valli che tanto piacevolmente si mostravano in penombra ai miei occhi …
e poiché avevo da tornare ad un'ora precisa, con che contrarietà lasciai il caro
luogo! Mi avvicinai alla città, tutte le vecchie casette con i loro giardini le
salutai, antipatiche essendomi quelle nuove, così come i cambiamenti cui s'era
messa mano. Arrivai al portone e subito ritrovai me stesso. Caro, non mi va di
entrare nei dettagli, tanto fu il mio incanto quanto noioso sarebbe raccontarlo.
Avevo deciso di abitare presso il mercato proprio vicino alla nostra vecchia
casa. Nel recarmici notai che l'aula scolastica dove una brava vecchia donna
aveva rinchiuso la nostra infanzia era diventata una bottega. Ricordai
l'inquietudine, le lacrime, il senso di soffocamento, lo sgomento che avevo
patito in quel buco … Non facevo un passo che non fosse degno di nota. Un
pellegrino in Terra Santa non incontra così tanti luoghi di religiosa memoria e la
sua anima difficilmente è colma di tanta sacra commozione. L'un per cento!
Scesi al fiume fino ad una certa fattoria, che del resto era sulla mia strada, ed a
certi posticini dove noi ragazzi ci si esercitava per lo più a saltare in acqua da
una pietra piatta. E' così vivo il mio ricordo di quando restavo a guardare
l'acqua, con che meravigliosi presagi la seguivo, quanto avventurosa
m'immaginavo la terra dov'essa andava fluendo, e quanto presto io ci trovavo i
limiti della mia immaginazione, eppur essa doveva andare oltre, sempre oltre,
finché non mi perdevo in una invisibile lontananza, nel guardarla. Vedi, mio
caro, ecco però esattamente il sentimento dei magnifici Patriarchi <v. lettere del
12 Maggio e del 21 Giugno 1771 – n.d.t.>! Quando Ulisse parla dello
sconfinato mare e dell'infinita terra, ciò non è più vero, più umano, fervido di
quando, ora, ad ogni scolaretto pare di esser mirabilmente saggio se può andar
dicendo che essa è rotonda.
Mi trovo ora qui nella residenza di caccia del principe. Con il padrone non si
vive male, egli è autentico e semplice. Ciò che talvolta mi fa soffrire è che egli
tende a parlar di cose di cui ha solo sentito dire ed ha letto, e certamente dal
punto di vista di chi si compiacque di rappresentargliele.
La mia intelligenza ed il mio talento, inoltre, lui li stima più del mio cuore, che
pure è il mio unico orgoglio - da solo è la fonte di tutto, d'ogni forza, d'ogni
beatitudine e d'ogni miseria. Ahi!, ciò che io so ognuno può saperlo … Ho solo
il mio cuore.
25 Maggio.

Avevo in testa una cosa di cui non volli dir nulla, prima che fosse attuata, ora
che nulla ne è venuto fuori, essa non è men buona. Volevo andare in guerra!
L'ho avuto a lungo in cuore. Principalmente per questo ho seguito qui il
principe, perché qui a ** è in servizio il generale. Durante una passeggiata gli
scoprii la mia intenzione, egli mi sconsigliò, e, se io dovessi dare ascolto alle
sue ragioni, in me dovrebbe esser più l'entusiasmo che il capriccio, ad agire.

11 Giugno.

Di' quel che vuoi, non posso restare ancora qui. Che ci faccio? Il tempo non mi
passa. Il principe mi tratta come suo pari, eppure non sono al mio posto. E poi
in fondo non abbiamo in comune nulla, lui è un uomo d'ingegno, ma del tutto
comune, il rapporto con lui non mi interessa più di quando leggo un buon libro.
Resto ancora otto giorni, e poi di nuovo faccio perdere le mie tracce. Il meglio
che abbia fatto qui è il disegno, ed il principe è sensibile all'arte - lo sarebbe
ancor di più se non fosse limitato dal suo essere, biecamente ispirato alla
scienza, e dalla usuale terminologia. Talvolta digrigno i denti, lo porto tra natura
ed arte con il calore della mia immaginazione, ma lui subito pensa di far bene a
dir scemenze in una terminologia solo artistica.

18 Giugno.

Dove voglio andare? Te lo dico in confidenza. Ancora devo restare qui


quattordici giorni, poi mi sono dato ad intendere che volevo visitare la miniera
di ***, ma in fondo non si tratta di nulla del genere, voglio solo avvicinarmi a
Lotte, tutto qui. Rido del mio cuore … e faccio quel che lui vuole.
29 Luglio.

No, va bene! Benissimo! Suo marito io! Oh, Dio, tu che mi facesti, se avessi
disposto per me questa beatitudine, tutta la mia vita sarebbe una continua
preghiera. Non voglio far questioni, e perdonami queste lacrime, perdona i miei
vani desideri... Lei mia moglie! Se avessi serrato tra le braccia la più cara
creatura che vi sia sotto il sole … Wilhelm, un brivido mi corre per tutto il
corpo, quando Albert le cinge la vita sottile.

E, posso dirlo? Wilhelm, lei sarebbe stata più felice con me che con lui! Oh, lui
non è uomo da esaudire tutti i desideri di quel cuore. Una certa mancanza di
sensibilità, una mancanza … prendila come vuoi, il suo cuore non è
simpatetico, ha il battito di … Oh! … di un buon libro, laddove il mio cuore e
quello di Lotte coincidono in un cuore unico. Divergono una volta su cento, se
pure avviene, le nostre sensazioni in merito a qualcosa che abbia fatto una terza
persona. Caro Wilhelm!.. Certo lui l'ama con tutta l'anima, eppure è un amore
che non le si confà …

Un uomo insopportabile mi ha interrotto. Le mie lacrime si sono asciugate. Ho


perso il filo. Adieu, caro.

4 Agosto.

Non è così solo per me. Tutti vengono delusi, nelle loro speranze, gabbati in ciò
che si aspettano. Andai in visita dalla mia brava donna, quella che vidi sotto i
tigli <v. lettera del 26 Maggio 1771 – n.d.t.>. Il maggiore dei figli mi corse
incontro, i suoi urli di gioia fecero uscire la madre, che mi parve assai avvilita.
Ciò che disse subito fu: “Caro signore! Lo sa che il mio Hans m'è morto?”, era
il minore dei suoi figli, non dissi una parola, “e mio marito”, disse, “è tornato
dalla Svizzera a mani vuote, se non avesse trovato delle brave persone sarebbe
stato costretto a chieder l'elemosina. Si buscò la febbre, in viaggio.” Non fui
capace di dir nulla, detti qualcosa al piccolo, lei mi pregò di accettare delle
mele, cosa che feci, e lasciai quel luogo triste da ricordare.

21 Agosto.

A seconda di come si mettono le cose, per me cambia. Talvolta una visione


della vita più gioiosa sta per albeggiare di nuovo, ahi, per un attimo! Se mi
perdessi a sognare non potrei reprimere questo pensiero: se Albert morisse, tu
allora... Anzi, lei allora … E poi inseguo la fantasticheria fino a quando mi
trovo davanti all'abisso, da cui arretro tremebondo.
Quando dunque esco e faccio il percorso che mi portò la prima volta da Lotte
per il ballo, com'era tutto diverso allora! Tutto, tutto è passato! Nessun segno
più, di quel che c'era, e nel mio polso non batte più il sentimento di allora. Mi
avviene come se fossi uno spettro che ritorna al castello, bruciato, che, come
principe in fiore, una volta ha costruito e fornito di tutti i beni della sua propria
magnificenza e morendo ha lasciato speranzoso in eredità all'amato figlio.

3 Settembre.

A volte non capisco come lei possa amare un altro, come riesca ad amarlo
quando io la amo così unicamente, ardentemente, così pienamente, e null'altro
che lei esiste che io conosca, sappia, ed abbia.
6 Settembre.

E' stata dura, infine mi decisi a dismettere quel mio semplice frac azzurro che
avevo quando ballai con Lotte la prima volta, ma era diventato, da ultimo, in
effetti misera cosa. Me ne sono fatto fare un altro tutto uguale a quello vecchio,
colletto, risvolti, inoltre panciotto e pantaloni ancora gialli.
Eppure non funziona in pieno. Non so … Penso che col tempo mi diverrà caro
anche questo.

15 Settembre.

Senza il senno e la sensibilità al poco che ancora vale, ci si consegnerebbe al


Demonio, Wilhelm, dappertutto cani che Dio tollera sulla terra. Sai i noci sotto
cui sedetti con Lotte presso il bravo pastore di St..., quei noci stupendi che, Dio
lo sa, sempre mi colmarono l'anima del massimo piacere <v. la lettera del 1
Luglio 1771 – n.d.t.>. Come rendevano intimo il cortile, com'erano freschi e
maestosi i rami! E la memoria, risalente fino a quei bravi pastori che tanti anni
prima li piantarono! Il maestro di scuola ci ha spesso detto un nome che lui
aveva sentito da suo nonno, costui dev'essere stato un brav'uomo, il ricordo di
lui sempre mi era sacro, sotto quegli alberi. Ecco, il maestro aveva le lacrime
agli occhi ieri, allorché parlammo del fatto che sono stati tagliati … Tagliati!
Diverrei una belva, lo potrei ammazzare, quel cane che ha dato il primo
fendente. Io, che potrei trovarmi in lutto, se, avendo nel mio cortile una coppia
di alberi come questa, ne morisse uno di vecchiaia, sono costretto a sopportare
questo. Mio caro, c'è però accordo contro questo fatto! Qual commozione, c'è!
L'intero paese brontola, e la moglie del pastore, io spero, se ne accorgerà in
termini di burro uova e fiducia, di che razza di ferita lei abbia inferto a quel
luogo. Si tratta proprio di lei, la moglie del nuovo pastore, il nostro vecchio è
defunto. E' un animale ossuto, malaticcio, che molti motivi ha per
disinteressarsi al mondo, infatti nessuno s'interessa a lei. Mostra orribile
affettazione di esser istruita, si immischia nella ricerca nell'ambito dei testi
sacri, s'impegna moltissimo in fatto di riforma del cristianesimo secondo la
nuova moda critico-morale, ed alza le spalle in merito all'esaltazione per
Lavater <v. la lettera del 1 Luglio 1771 – n.d.t.>; ha una salute del tutto
disastrata, e perciò nessuna gioia di vivere sulla terra del Signore. Ci voleva un
essere simile, per tagliare i miei noci. Guarda, non posso crederci! Immaginati,
le foglie che cadono le sporcano il cortile, glielo rendono umido, gli alberi le
tolgono la luce e, quando le noci sono mature, ecco che i ragazzi le prendono a
sassate, e ciò le dà ai nervi, la disturba nelle sue profonde riflessioni, allorché
mette a confronto Kennikot, Semler e Michaelis <teologi (biblisti) del 18°
secolo, il primo, Kennicot, inglese, gli altri tedeschi – n.d.t.>. Vedendo i
paesani, specie gli anziani, così scontenti, dissi: “perché glielo avete
permesso?” “Contro la volontà del sindaco qui in campagna”, dissero, “cosa si
può fare? Una cosa giusta però c'è stata: il sindaco e il pastore, che anche lui
voleva ricavare qualcosa dai capricci della moglie, che non fruttano, pensarono
di fare a mezzo, ma quando la Camera lo venne a sapere, disse: venite qui, voi!,
e mise in vendita gli alberi al miglior offerente. Quei due ci son rimasti! “ Oh,
se io fossi il principe! Pretenderei che i pastori, i sindaci e la Camera …
Principe! … Ma se fossi principe che cosa m'importerebbe degli alberi che ci
sono nel mio Paese.

10 Ottobre.

Basta che veda i suoi occhi neri e già sto bene! Vedi, quello che mi addolora è
che Albert non sembra essere felice come … lui sperava … come io … credevo
di essere … nel caso che … Non uso volentieri punti di sospensione, ma qui
non posso fare altrimenti … e mi pare piuttosto chiaro.

12 Ottobre.

Ossian ha soppiantato nel mio cuore Omero. In qual mondo mi guida, quel
grande! <gli antichi canti gaelici di Ossian ebbero nel 18° secolo, tradotti,
grande successo; tempeste, nebbie, brume, eroicità, amore, spade, magnifiche
occasioni “romantiche”, anche per Werther – n.d.t.> Incedere nella brughiera
circondato dai venti della tempesta che nelle nebbie fumanti guida, alla
crepuscolare luce della luna, gli spiriti dei padri. Udire giù dalla montagna, tra i
muggiti del fiume nella foresta, dal loro averno i gemiti dispersi degli spiriti e i
lamenti della fanciulla mortalmente afflitta presso le quattro pietre coperte di
muschio e di erba del suo amato nobilmente caduto. Forse incontrare l'antico
Bardo che vaga nella vasta brughiera alla ricerca delle orme dei suoi antenati e,
ahi!, trova la lor tomba; che struggendosi osserva poi la stella della sera che si
cela nelle onde marine mentre nella sua anima di eroe rivivono i tempi passati,
quando ancora l'amico strale illustrava il rischio degli animosi e la luna
illuminava la di lui nave, incoronata dopo la vittoria; intendere forse la pena
profonda sulla sua fronte e vedere l'ultimo grande, abbandonato, che cede
esausto alla tomba eppur sempre sugge nuove gioie dolorosamente ardenti alla
presenza debole dell'ombra dei suoi trapassati e, abbassato lo sguardo sulla
fredda terra, guarda l'erba che alta ondeggia, grida: “verrà colui che incede nella
brughiera, verrà chi mi conobbe nella mia bellezza, domanderà dov'è il cantore,
figlio squisito di Fingal? <Ossian è il figlio di Fingal (o Finn) – n.d.t.> Il suo
passo procede sulla mia tomba ed egli invano domanda di me alla terra.” Oh,
amico!, vorrei a un nobile armato strappar la spada e subito d'un colpo liberare
il mio principe dall'avanzante tormento della vita che lenta avvizzisce, ed al
liberato semidio inviare l'anima mia.
19 Ottobre.

Ahi, questo vuoto! Questo orrido vuoto che sento in petto! Ci penso spesso! …
Se tu potessi una volta, solo una, stringertela al cuore! Tutto questo vuoto
sarebbe colmato.

26 Ottobre.

Sì, ne son certo, mio caro! Sempre più certo che l'esistenza d'una creatura conta
poco, pochissimo. Venne da Lotte un'amica ed io andai nella stanza accanto a
prendere un libro, ma a leggere non riuscivo, quindi presi una penna per
scrivere. Le udivo parlar piano, si raccontavano per altro cose insignificanti, le
ultime accadute in città, questa s'è sposata, quella è malata, assai malata, “ha
una tosse secca, le spunta il teschio nel viso, patisce di svenimenti, non do un
soldo per la sua vita”, disse l'una. “Anche N.N. sta male”, disse Lotte. “E' già
gonfio”, disse l'altra. La mia fervida immaginazione mi trasferì vicino al letto di
queste povere persone, vidi con quale avversione volgevano le spalle alla vita,
come … Wilhelm, e quelle mie donnine ne parlavano proprio come si parla
della morte di un estraneo. Se mi guardo attorno nella stanza, vedo in giro gli
abiti di Lotte, i suoi orecchini sul tavolino, la Bibbia di Albert e questi mobili di
cui son così diventato amico, perfino di questo calamaio; e penso: lo vedi che
appartieni a questa casa in tutto e per tutto! I tuoi amici ti onorano! Sovente dai
loro gioia ed il tuo cuore sembra quasi che senza loro non potrebbe esistere,
eppure … Se ora te ne andassi? Se ti togliessi da questa cerchia lo sentirebbero,
loro, il vuoto, e per quanto tempo, che la perdita di te apre nella lor storia
personale? Per quanto tempo? … Oh, l'uomo è così transitorio che anche lì dove
imprime l'unica vera traccia della sua presenza, nella memoria, nell'anima dei
suoi cari, anche lì cessa di esistere, è costretto a sparire, e prestissimo!
27 Ottobre.

Talmente poco contiamo l'un per l'altro che spesso vorrei lacerarmi il petto e
sfondarmi il cranio. L'amore la gioia il calore la delizia che non ritrovo, ahi!,
l'altro non me li darà, ed io, pur con un cuore pieno di beatitudine, non renderò
felice chi mi sta dinnanzi freddo e inerte.

30 Ottobre.

Se già non sono stato cento volte sul punto di gettarle le braccia al collo! Lo sa
il buon Dio che effetto fa a uno vedersi tanta grazia incrociare davanti senza
poterla afferrare! Eppure l'afferrare è l'impulso umano più naturale. I bambini
afferrano tutto ciò che gli viene a tiro? Ed io?

3 Nov.

Mi metto a letto, Dio lo sa, molto spesso con il desiderio, anzi qualche volta con
la speranza di non svegliarmi, e l'indomani apro gli occhi, rivedo il sole e mi
faccio pena. Oh, se avessi voglia di scherzare incolperei il cattivo tempo, una
terza persona, un'impresa fallita, così l'insopportabile fardello dell'indignazione
peserebbe solo a metà su di me. Povero me, troppo vero è che io sento tutta la
colpa solo mia … non colpa! Piuttosto: è celata in me la fonte di tutta la miseria
come una volta lo era la fonte di ogni felicità. Non sono esattamente quello che
una volta si librava nella totale pienezza del sentire, per il quale da ogni passo
derivava un paradiso, che aveva un cuore, un intero mondo da abbracciare
amorosamente? Il cuore ora è morto, non ne scaturiscono più entusiasmi, i miei
occhi sono essiccati ed i miei sensi, che non vengono più ristorati da lacrime
rinfrescanti, paurosamente corrugano la mia fronte. Soffro così tanto perché ho
perduto ciò che era l'unica delizia della mia vita, la sacra forza vivificante con
cui formavo mondi attorno a me. Essa è morta! … Quando dalla finestra guardo
la collina lontana, il sole del mattino che penetra attraverso la nebbia ed
illumina i silenti fondi prativi, ed il mite fiume tra i suoi salici spogli mi viene
tortuoso incontro, oh, quando questa magnifica natura mi sta dinnanzi come un
quadretto ingannatore, e tutta la delizia non riesce a pompare alcuna goccia di
felicità dal mio cuore nel mio cervello - dinnanzi al volto di Dio proprio come
un pozzo secco sta l'uomo, come un secchio bucato! Mi sono gettato tanto
spesso al suolo ed ho chiesto lacrime a Dio come un agricoltore chiede la
pioggia quando sopra di lui il cielo è inflessibile ed attorno a lui la terra muore
di sete.
Tuttavia, ahimè, lo so! Dio non dà pioggia, non luce del sole secondo
l'impetuosità del nostro pregare, ma perché furon tanto beati quei tempi, il cui
ricordo mi tormenta, quando io con pazienza attendevo il Suo spirito e la delizia
che Lui versava su di me io accoglievo con tutto il cuore pieno di gratitudine?

8 Nov.

Mi ha rimproverato i miei eccessi! Oh, con qual grazia! Eccessi, perché capita
che io mi lasci indurre, da un bicchiere di vino, a berne una bottiglia. “Non
fatelo!”, disse, “pensate a Lotte!” - “Pensarci!”, diss'io, “avete bisogno di
ricordarmelo? Penso! Io non penso! Voi siete sempre presente alla mia anima.”
“Oggi”, disse lei per sviare il discorso, “sedevo nello stesso posto che avevate
voi quando siete sceso ultimamente dalla carrozza.” Carissimo, sono finito! Può
far di me ciò che vuole.
15 Nov.

Ti ringrazio, Wilhelm, per la tua cordiale partecipazione, per il tuo buon


consiglio, e ti prego di star tranquillo. Lascia che sopporti fino alla fine, ho
ancora abbastanza forza da far filtrare attraverso la mia fedebolezza
<Muedseligkeit è una crasi tra Muedigkeit e Seligkeit che qui si tenta di
rispecchiare – n.d.t. > . Riverisco la religione, lo sai, so che è il sostegno per
molti affranti, il ristoro per molti consunti. Solo … ma può, deve esserlo per
tutti? Se guardi in grande ne vedi migliaia per cui non lo fu, per cui non lo sarà,
che siano stati o meno oggetto di prediche; e dev'esserlo per me? Non dice,
anche il figlio di Dio, che attorno Gli stiano coloro che il Padre Gli ha dato? E
se io non Gli son stato dato? Se il Padre vuol tenermi per sé, come il mio cuore
mi dice? Ti prego, non interpretare male, non vederci un che di derisorio, in
queste parole innocenti, è tutta la mia anima che ti espongo. Altrimenti meglio
avrei fatto a tacere, infatti in merito a tutto ciò di cui ognuno sa tanto poco
quanto me non mi piace dir verbo. Cos'altro se non umano destino è la
sopportazione fino in fondo di quel che ci tocca, il bere fino in fondo il proprio
calice. E se la coppa levata al Dio del cielo si fa troppo amara sulle labbra
dell'uomo, perché io devo fingermi forte e far come se per me essa fosse dolce?
E perché dovrei vergognarmi nel momento orribile in cui con tutto me stesso
rabbrividisco tra l'essere e il non essere, in cui il passato come un lampo luccica
sull'abisso buio del futuro e tutto attorno a me sprofonda, ed insieme a me il
mondo perisce? Non è allora che la voce della creatura tutta compressa in sé,
anzi priva di sé e cadente sempre più nelle interne profondità delle sue forze
inutilizzabili rantola: mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? E dovrei
vergognarmi di queste parole, dovrei aver paura del momento in cui ad esse non
sfuggì Colui che avvolge il cielo come un telo?
21 Nov.

Lei non vede, non si accorge che prepara un veleno che manderà me e lei in
malora. Ed io con piena voluttà trangugio la coppa che lei mi porge per la mia
rovina. Di buon occhio come lei spesso mi guarda … spesso? … no non spesso
eppure talvolta sì, che cosa significa, che cosa significa il favore con cui
accoglie un'involontaria espressione del mio sentimento, la comprensione per la
mia rassegnazione che le si disegna sulla fronte?
Ieri quando me ne andai mi porse la mano e disse: “Adieu, caro Werther!” Caro
Werther! Era la prima volta che mi chiamava caro, mi penetrò fin nelle ossa. Me
lo sono ripetuto cento volte e ieri notte nell'andare a letto straparlavo con me
stesso d'ogni cosa e mi venne da dire: buona notte caro Werther! E fui costretto
a ridere di me.

24 Nov.

Si accorge di cosa sopporto. Oggi il suo sguardo mi ha trapassato il cuore. La


trovai da sola. Non dissi nulla e lei mi guardò. E non vidi più in lei l'amabile
beltà, non più la luce dello squisito spirito; tutto ciò era scomparso, ai miei
occhi. Uno sguardo molto più meravigliosamente agì su di me, esprimeva la
pienezza della più calda partecipazione, della più dolce simpatia. Perché non fui
capace di gettarmi ai suoi piedi, perché non fui capace di risponderle con mille
baci? … Lei ricorse al clavicembalo e sussurrò dolcemente a bassa voce accenti
intonati al suono. Mai le ho visto le labbra tanto seducenti, era come se si
aprissero assetate sorseggiando ogni dolce tono che scaturiva dallo strumento, e
dalla bocca dolce soltanto rispondesse la risonanza segreta … Ah, se riuscissi a
dirtelo! Non potei trattenermi più, mi chinai giurando: mai oserò imprimere un
bacio su di voi, labbra sopra cui scorrono gli spiriti celesti … Eppure … lo
voglio … Vedi, c'è come una parete divisoria davanti alla mia anima … qui
beatitudine … lì dietro i peccati da espiare … Peccati?

30 Nov.

Non devo, non devo entrare in me stesso, ivi mi si fa incontro una visione che
mi confonde tutto. Oggi! Oh destino! Oh umanità!
Vado verso l'acqua, a mezzogiorno, non avevo nessuna voglia di mangiare.
Tutto era così vuoto, dalla montagna soffiava un vento freddo umido, e le nubi
arrivavano piovose nella valle. Da lontano vedo un uomo mal vestito con una
palandrana verde che andava arrampicandosi tra le rocce e sembrava cercare
erbe. Quando mi fui avvicinato e lui si voltò per via del rumore che facevo, vidi
una fisionomia piuttosto interessante in cui una tranquilla afflizione era il tratto
di rilievo, però essa non esprimeva altro che un discreto comprendonio, i suoi
capelli neri erano divisi da forcine in due bande, per altro annodate in una
robusta treccia che gli pendeva dietro le spalle. Sembrando indicarmi, l'abito,
che lui fosse un uomo di condizione sociale infima, ritenni che non avrebbe
preso male che io badassi a quel che stava facendo, per cui gli chiesi cosa
cercasse.”Cerco fiori”, rispose facendo un profondo sospiro, “e non ne trovo
uno” - ”Non è però la stagione”, dissi sorridendo. “Ce n'è talmente, di fiori”,
disse mentre scendeva verso di me. “Nel mio giardino ci sono rose quante se ne
vuole, di due specie, una specie me l'ha lasciata mio padre, crescono come
erbacce, sto cercando fiori già da due giorni e non riesco a trovarli. Ci son
cresciuti sempre, fiori gialli, azzurri e rossi, anche la genziana ha un bel
fiorellino. Non ne riesco a trovare uno.” Mi accorsi di qualcosa d'insolito e gli
chiesi perciò in modo meno diretto che cosa intendesse farci, con i fiori. Un
sorriso improvviso gli storse il viso. “Se lui <il tipo parla così – n.d.t.> non mi
tradisce”, disse premendo l'indice sulla bocca, “ne ho promesso un mazzo al
mio tesoro.” “Ben fatto”, dissi io. “Oh, ne ha di cose, lei, è ricca.” “Eppure ci
tiene al suo mazzo di fiori”, replicai. “Oh!”, lui seguitò a dire, “ha i suoi gioielli
e una corona.” “Ma come si chiama?” - “Se gli Stati Generali mi pagassero !”,
replicò, “sarei un altro uomo! Una volta stavo bene. Ora è finita per me, sono
…” Uno sguardo lacrimoso al cielo espresse tutto. Gli chiesi se prima stava
tanto bene. “Accidenti, se vorrei stare come stavo!”, disse, “mi andava così
bene, un piacere, leggero come un pesce nell'acqua!” “Heinrich!”, chiamò una
vecchia avvicinandosi a noi sul sentiero. “Heinrich, dove ti eri cacciato? Ti
abbiamo cercato dappertutto. Vieni a pranzo.” “E' vostro figlio?”, chiesi
muovendomi alla sua volta. “Certo, il mio povero figliolo”, rispose, “Dio m'ha
dato una croce pesante.” “Da quanto tempo è così?” “Tranquillo così, da sei
mesi. Grazie a Dio, ora è così, prima, un anno intero furioso, quando lui ha
messo <la vecchia parla così – n.d.t.> in catene al manicomio. Ora non fa nulla
a nessuno, solo che ha sempre a che fare con re e imperatori. Era un uomo così
buono e tranquillo, mi sostentava, aveva una bella calligrafia, e di colpo si
scatena, ha una febbre alta, poi la furia, ed ora è come lo vedete. Dovessi
raccontarvi, signore ...” La interruppi chiedendo che epoca mai fosse quella che
lui vantava tanto fosse stata felice, così buona? “Lo sciocco”, esclamò lei
sorridendo di compassione, “intende quando stava da solo, se ne gloria sempre!
E' quando stava in manicomio e non sapeva nulla di sé...” Mi fece l'effetto di un
fulmine, le misi una moneta in mano e me ne andai in fretta.
“Allora eri felice!”, gridai andando svelto verso la città. “Allora stavi come un
pesce nell'acqua!... Dio del cielo! Hai posto come sorte agli uomini che essi
siano felici solo prima di capire e dopo, quando non capiscono più! Misero! E
come la invidio, la tua malinconia, la confusione della mente in cui ti consumi!
Esci speranzoso di raccogliere, in inverno, fiori per la tua regina, e ti rattristi
perché non ne trovi, né capisci perché non riesci a trovarne. Ed io, io esco senza
speranza, senza meta, così come torno a casa. Immagini qual uomo saresti se gli
Stati Generali ti pagassero, beata creatura che riesce ad attribuire la mancanza
della sua felicità ad un impedimento materiale. Non sai, non sai che la tua
miseria risiede nel tuo cuore annientato, nel tuo cervello dissestato, là dove tutti
i re della terra non possono far niente per te.”
Muoia disperato colui che si burla d'un malato recantesi presso la più distante
fonte termale la quale aggrava la sua malattia e renderà più penoso il viver suo,
muoia disperato colui che affetta superiorità nei confronti di chi ha il cuore
oppresso e che per liberarsi dei suoi rimorsi e rimuovere le pene della sua anima
va in pellegrinaggio al Santo Sepolcro! Ogni passo delle sue suole impresso
sulla non battuta strada è la goccia che lenisce l'anima angustiata, ed il cuore, ad
ogni giornata di cammino sopportata, si alleggerisce di altrettanta angoscia.
Potete chiamare questo illusione … E' la vostra mercanzia lessicale da salotto
… Illusione!... Oh Dio! Tu vedi le mie lacrime … Tu che creasti l'uomo
abbastanza povero, dovesti concedergli anche fratelli che lo derubassero del po'
di miseria, ma anche del po' di fede che lui ha in Te, in Te, che tutto ami, infatti
la fede in una radice curativa, nelle lacrime del vitigno <fitoterapia – n.d.t.>,
che cos'è, se non fede in Te, fede che in tutto ciò che ci circonda Tu abbia posto
la salute e l'energia lenitiva di cui abbiamo stabilmente bisogno. Padre, che io
non conosco! Padre, che prima riempisti tutta la mia anima ed ora hai distolto lo
sguardo da me! Chiamami a Te! Non tacere ancora! Il tuo silenzio non arresterà
la mia anima assetata … E potrebbe essere in collera un uomo, un padre, cui il
figlio inopinatamente ritornato gettasse le braccia al collo e gridasse: sono qui
di nuovo, padre? Non t'incollerisca il fatto che io interrompa la peregrinazione
che dovetti effettuare secondo la volontà tua. Il mondo è lo stesso dappertutto,
in fatto di pena, di fatica, ricompensa e gioia; ma che mi fa? A me piace solo
dove sei Tu e davanti al volto Tuo voglio patire e godere … e Tu, caro padre
celeste, dovresti bandirlo da te, quel figlio?
1 Dic.

Wilhelm, l'uomo di cui ti scrissi, quel felice infelice, era scrivano <ciò spiega la
curiosa affermazione della madre di Heinrich circa la bella grafia del figlio –
n.d.t.> presso il padre di Lotte, e un'infausta passione per lei, nutrita, nascosta,
scoperta, lo ha reso folle, dopo che era stato espulso dal servizio. Da queste
parole secche tu senti il senso di assurdo che mi ha afferrato allorché Albert mi
narrò la storia con la stessa calma tua, forse, quando tu la leggesti.

4 Dic.

Ti prego … per me è finita, lo vedi … non riesco più a sopportare. Oggi sedevo
vicino a lei … suonava il suo clavicembalo, molteplici melodie con tutta, tutta
la sua capacità espressiva! … Che vuoi, la sorellina di lei mi sfiorò un
ginocchio con la sua bambola. Mi venne da piangere. Mi chinai e mi cadde
l'occhio sul suo anello nuziale... scorsero le mie lacrime … d'improvviso lei
attaccò quella vecchia melodia di celeste dolcezza, così d'improvviso, e mi
attraversarono l'anima una consolazione, un ricordo di tutto il passato, di tutte le
volte che l'avevo udita, di tutti gli intervalli foschi di dispiacere, di speranze
fallite e poi … mi mossi nella stanza, su e giù, il mio cuore vi stava soffocando.
“Per l'amor di Dio”, eruppi violento, andando verso di lei, “per l'amor di Dio,
smettete.” Lei si fermò e mi guardò fisso. “Werther”, disse con un sorriso che
mi trapassò l'anima, “Werther, voi state molto male, i vostri piatti favoriti vi
ripugnano. Andate, ve ne prego, calmatevi.” Mi levai di lì e … Dio, Tu la vedi
la mia miseria, e le porrai fine.
6 Dic.

Come mi perseguita la sua figura, sveglio o mentre sogno essa mi riempie tutta
l'anima. Qui, quando chiudo gli occhi, qui nella fronte dov'è la facoltà visiva, ci
sono i suoi occhi neri. Qui! Non posso esprimertelo. Chiudo gli occhi ed essi
son lì come un mare, come un abisso stanno dinnanzi a me, in me, riempiono i
sensi della mia fronte.
Cos'è l'uomo, l'esaltato semidio? Non gli mancano per l'appunto le forze quando
lui ne ha bisogno al massimo? Quando s'innalza nella gioia o sprofonda nella
pena non viene trattenuto in nessuna delle due, proprio quando agognava di
perdersi nella pienezza dell'infinito, viene riportato alla piatta fredda coscienza.

8 Dic.

Caro Wilhelm, sono in quella condizione in cui devono essere stati quegli
infelici di cui si credeva che fossero mossi da un cattivo spirito. A tratti mi
prende qualcosa che non è paura, non è brama, ma è un'interna furia ignota che
minaccia di lacerarmi il petto, che mi occlude la gola! Ahimè! Vago poi tra gli
scenari paurosi di questa stagione ostile.
Ieri notte fui costretto ad uscire. Avevo udito, già a sera, che il fiume e tutti i
torrenti erano esondati e che la mia amata valle, a partire da Wahlheim, era
sommersa. Verso le undici corsi fuori. Spettacolo pauroso, vedere dalle rocce le
acque infuriate vorticare alla luce della luna su campi, prati, steccati, su ogni
cosa, e la vasta valle tutta un mare in tempesta sotto il vento che fischiava.
Quando la luna rispuntò e si pose sopra le nubi nere, e davanti a me, con
terribile magnifico risfolgorare, le acque rotolavano e risuonavano, mi assalì un
brivido e di nuovo una brama! Ahi, con le braccia protese stetti di fronte
all'abisso e cacciai via, via!, con il respiro, tutti i miei tormenti, tutte le mie
pene, perso nella delizia di infuriare, io, di rumoreggiare come le onde. Oh,
sollevare il piede dal suolo! Ma di por termine a tutte le pene tu non fosti
capace !... La mia ora non è venuta … lo sento! Quanto volentieri, Wilhelm,
avrei dato il mio essere uomo per lacerare le nuvole insieme a quel vento di
tempesta, per afferrare quei flutti. Ah! E questa delizia non spetta una volta
forse un poco al prigioniero!

Quando malinconicamente vidi in basso un luogo dove con Lotte sotto un salice
mi ero riposato durante una passeggiata al sole ardente, era anch'esso talmente
sommerso che a stento riconoscevo il salice, Wilhelm. Ai suoi prati sconvolti
dalla furia della fiumana, pensai, a tutto il terreno attorno alla sua casa di caccia,
ai nostri pergolati, pensai. E la luce raggiante del sole del passato guardò a me
… come a un imprigionato guarda un sogno di focolare, di prati, di cariche
onorifiche. Mi fermai!... Non mi rimprovero perché ho voglia di morire … Ne
avrei … Ora son qui seduto come una vecchia che accumula la sua legna e il
suo pane per prolungare un momento, ed alleviare, la sua esistenza senza gioie -
che sta per finire.

17 Dic.

Che succede, mio caro? Mi spaventai! Non è il mio amor per lei il più santo,
puro, fraterno amore? Ho mai provato nella mia anima un desiderio colpevole?
… non intendo asserire … ora … sogni! Oh come ebbero ragione gli uomini
che ascrissero a poteri estranei atti così contraddittori! Stanotte, tremo nel dirlo,
la presi tra le mie braccia, stretta al mio petto, e coprii la sua amata bocca
sussurrante di infiniti baci. I miei occhi nuotarono nell'ebbrezza dei suoi. Dio!,
sono colpevole, se ancora provo una felicità nel richiamare a me queste roventi
gioie con gran fervore, Lotte, Lotte! … Ma per me è finita! I miei sensi errano,
già da otto giorni non ragiono più, ho gli occhi pieni di lacrime. In nessun luogo
sto bene, in genere anzi non sto bene, non desidero nulla, non ho voglia di
nulla, sarebbe meglio che morissi.
Il curatore al lettore.

Per dare la storia particolareggiata degli ultimi, notevoli, giorni del nostro
amico vedo necessario interrompere le sue lettere con il resoconto la cui materia
ho raccolto dalla bocca di Lotte, di Albert, dal domestico di Werther e da altri
testimoni.
La passione di Werther aveva un po' alla volta minato la pace tra Albert e sua
moglie, lui l'amava con la serena devozione di un marito per bene, ma il buon
rapporto con lei si era subordinato, col tempo, ai suoi affari. Certo non voleva
confessare a se stesso la differenza che rendeva così distanti dal tempo presente
i giorni del fidanzamento, eppure dentro di sé provava una certa contrarietà nei
confronti delle attenzioni di Werther per Lotte, le quali dovevano apparirgli,
insieme, come un'intromissione entro i suoi diritti ed un silente rimprovero. Per
cui era aumentato il malumore che i suoi troppi affari, non lisci, non ben
remunerati, talvolta gli davano, ed anche la posizione di Werther lo rese un
compagno triste, mentre l'esacerbarsi del suo cuore aveva consumato la restante
forza del suo spirito, la sua vivacità, la sua acutezza mentale; così non poté non
avvenire che Lotte infine ne fosse contagiata e divenisse preda di una sorta di
malinconia in cui Albert ritenne di scoprire una crescente passione di lei per il
suo spasimante, e Werther ritenne di scoprire un profondo fastidio di Lotte a
causa del cambiamento di suo marito. La sfiducia con cui i due amici si
guardavano l'un l'altro rese loro la reciproca presenza altamente molesta. Albert
evitava la stanza di sua moglie quando Werther era da lei, e Werther,
accortosene, dopo alcuni tentativi infruttuosi di rinunciare del tutto a lei, colse
l'occasione di vederla in quelle ore in cui suo marito era trattenuto dai suoi
affari. Per cui nacquero nuovi malcontenti, gli animi si irritarono sempre di più
vicendevolmente finché da ultimo Albert disse a sua moglie, in parole piuttosto
secche, di degnarsi, almeno per rispetto alla gente, di dare al rapporto con
Werther una svolta nuova, e di troncare, con le visite troppo frequenti di lui.
Più o meno in quel periodo si era precisata nell'anima del povero giovane la
decisione di lasciare questo mondo. Era stata da sempre la sua idea favorita, da
lui accarezzata in particolare dopo il ritorno da Lotte.

Voleva fare tale passo però senza nessuna fretta attuativa, ma con la miglior
riflessione, con la più possibilmente serena decisione.

La sua disperazione, la sua battaglia interiore spuntano in un bigliettino che è


probabilmente l'inizio di una lettera a Wilhelm e che, senza data, è stata
rinvenuta tra le sue carte.
*
La vostra presenza, la vostra sorte, la vostra partecipazione alla mia sorte fa
scaturire ancora le ultime lacrime dal mio cervello bruciato.
Sollevare la cortina ed entrare, tutto qui! E perché temporeggiare ed esitare? …
Poiché non si sa come stanno le cose là dietro? … Perché non c'è ritorno? …
Questa è la caratteristica del nostro spirito, subodorare l'errore e la tenebra là
dove non sappiamo alcunché di preciso.

____________________________

Non poteva dimenticare l'onta da lui subita al tempo dell'impiego presso


l'ambasciatore. Ne parlava di rado, però, anche se alla lontana, si poteva capire
che lui riteneva in quell'occasione irreversibilmente rovinato il suo onore, e che
l'evento gli aveva provocato una ripugnanza per tutti gli impieghi e per l'attività
politica. Si abbandonò quindi totalmente ai modi singolari di sentire e pensare
che conosciamo dalle sue lettere, ed a una infinita passione nella quale
dovettero annullarsi alla fine tutte le capacità che lui possedeva. Il continuo ed
unico suo triste rapportarsi a quella creatura amabile ed amata la cui pace lui
turbava, il tempestoso strapazzo, privo di meta e di prospettiva, delle sue forze,
lo spinsero infine all'orribile atto.

*
20 Dic.

Sono grato al tuo amore, Wilhelm, per aver tu afferrato le mie parole. Certo hai
ragione: sarebbe meglio che me ne andassi. La proposta che fai di un mio
ritorno da voi non mi piace del tutto, almeno farei volentieri una deviazione, in
particolare per là dove, dobbiamo sperare, il gelo cessa e le strade sono buone.
Mi fa molto piacere anche che tu venga a prendermi, dammi ancora un paio di
settimane e attendi una mia ulteriore lettera. Bisogna che nulla sia raccolto
prima che sia maturato, e due settimane in più o in meno sono molto. A mia
madre dovresti dire che deve pregare per suo figlio e che io la prego di
perdonarmi per tutti i dispiaceri che le ho dato. Era il mio destino quello di
affliggere coloro la cui gioia era mia responsabilità. Addio, mio carissimo. Tutte
le benedizioni del cielo su di te! Addio!

______________

Proprio in quel giorno, era la domenica prima di Natale, Werther andò da Lotte,
e la trovò sola. Era occupata a mettere in ordine alcuni giochi meccanici che
aveva preparato come doni di Natale per i suoi fratellini. Lui le parlò del
divertimento che i piccoli ne avrebbero avuto e dei tempi in cui l'inattesa
apertura della porta e la comparsa d'un albero con le candele, i dolci e le mele
mandano un bambino in paradisiaco visibilio. “Ci sarebbe”, disse Lotte
nascondendo sotto un amabile sorriso il suo imbarazzo, “ci sarebbe un regalo
anche per voi, se avrete fatto il bravo, una candelina e qualcos'altro.” “E per voi
che cosa significa fare il bravo?” esclamò lui, “come devo essere, come posso
esserlo, carissima Lotte?” “Giovedì sera”, disse lei, “è la notte di Natale,
vengono i bambini, mio padre, ognuno ha il suo regalo, venite anche voi … ma
non prima.”... Werther restò sorpreso … “Vi prego”, seguitò lei, “E' così, vi
prego, per la mia quiete, non può, non può continuare così!” Lui distolse lo
sguardo da lei, si mosse su e giù nella sala mormorando “non può continuare
così” tra i denti. Lotte, consapevole dell'orribile stato in cui le sue parole lo
avevano messo, cercò con le più varie questioni di sviare i pensieri di lui, ma
invano: “No, Lotte”, esclamò lui, “non vi rivedrò!”... “Perché?”, replicò lei,
“Werther, voi potete, dovete rivederci, basta che vi moderiate. Oh, ma perché
dovete venir tormentato da quest'impetuosità, da questa passione
invincibilmente fissa per tutto ciò che voi toccate una volta. Vi prego”, continuò
prendendogli una mano, “moderatevi, il vostro spirito, la vostra scienza, i vostri
talenti, che cosa non vi offrono in fatto di molteplici svaghi! Siate uomo,
distogliete questa triste dipendenza da una creatura che null'altro può fare che
compiangervi.” Lui digrignò i denti e la guardò male. Lei gli trattenne la mano:
“solo un pochino di ragionevolezza, Werther”, disse. “Non vi rendete conto che
v'illudete, che andate in rovina volontariamente? Perché poi per me, Werther?
Proprio per me, che appartengo a un altro. Se non è proprio questo il motivo!
Ho paura che sia solo l'impossibilità di avermi che vi rende questo desiderio
tanto seducente.” Lui ritirò la mano da quella di lei guardandola, senza volere,
fisso. “Saggio!”, gridò, “molto saggio! Forse è stato Albert a fare
quest'osservazione? Avveduto, molto avveduto <politisch>!” -”Tutti sono in
grado di far questa osservazione”, replicò lei. “Nel vasto mondo non ci sarebbe
forse una fanciulla capace di soddisfare le aspirazioni del vostro cuore?
Fatevene una ragione, cercatela, ed io vi giuro che la troverete. Già da molto fu
d'angustia, a me, a noi, la clausura nella quale vi siete bandito in quest'ultimo
periodo. Fatevene una ragione! Un viaggio vi distrarrà, deve distrarvi! Cercate,
trovate un oggetto degno del vostro amore e tornate, fateci gustare la bellezza di
una vera amicizia.”

“Si potrebbe”, disse lui ridendo con freddezza, “farlo stampare, questo discorso,
e raccomandarlo a tutti i precettori. Cara Lotte, lasciatemi ancora un pochino
stare, e tutto avrà luogo.” - “Ma, Werther, basta che non venite prima della notte
di Natale, niente più!”... Lui voleva rispondere, ma entrò nella sala Albert. Si
rivolsero gelidamente la buonasera e, imbarazzati, incrociarono i loro passi in
su e in giù nella stanza. Werther iniziò un discorso tanto per fare, che presto fu
finito, lo stesso fece Albert, che poi chiese alla moglie di alcune incombenze
datele, ma, saputo che non erano ancora state sbrigate, le rivolse parole taglienti
che a Werther trapassarono il cuore. Intendeva andarsene, ma non ci riuscì e
tentennò fino alle otto, il malumore e il risentimento seguitarono ad accrescersi
reciprocamente, poi la tavola fu apparecchiata e Werther prese bastone e
cappello, allora Albert si produsse in un invito formale, voleva mica, Werther,
accontentarsi di cenare con loro?, con il che lui prese e se ne andò.

Arrivò a casa, tolse di mano la lampada al suo domestico e se ne andò da solo in


camera sua, pianse forte, parlò esasperato, percorse la stanza in ogni senso con
impeto e alla fine si buttò vestito sul letto, dove il domestico, che verso le
undici osò entrare, lo trovò; gli chiese se doveva levargli gli stivali, lui glielo
accordò e poi gli proibì di tornare fino al giorno dopo, quando lo avrebbe
chiamato.

Lunedì presto, ventuno dicembre, scrisse la seguente lettera a Lotte; la si è


trovata dopo la morte di lui, sigillata, sulla sua scrivania, e si è consegnata a lei;
qui io la voglio inserire per intero, così come lui l'ha scritta.
*

E' deciso, Lotte, voglio morire, Te lo scrivo tranquillamente, senza esagerazioni


romantiche, è la mattina del giorno in cui ti vedrò per l'ultima volta. Quando la
leggerai, mia carissima, già la fredda tomba coprirà i resti irrigiditi di
quell'inquieto, di quell'infelice che, in vista degli ultimi momenti della sua vita,
non conosce maggior dolcezza che intrattenersi con Te. Ho passato una notte
orribile, ahi, eppur fattiva, essa consolida la mia vacillante decisione, ha
stabilito che io voglio morire. Quando ieri mi distolsi da te con i miei sensi in
piena orribile rivolta tutto, tutto, come premeva sul mio cuore!, e la mia
esistenza disperata, senza la gioia che avrei con te, mi azzannava orridamente
gelida! A stento raggiunsi la mia stanza, d'impeto mi inginocchiai fuori di me,
Dio!, Tu mi concedesti l'ultimo ristoro delle più amare lacrime, mille
prospettive intriganti infuriavano nella mia anima, e da ultimo, eccolo lì fermo,
l'unico pensiero: voglio morire! … Mi coricai ed al mattino nella piena pace del
risveglio eccolo ancora lì fermo, ancora ben forte nel mio cuore: voglio morire!
Non è disperazione, è certezza del fatto che mi sono deciso a sacrificarmi per te,
sì Lotte, perché tacerlo? Uno di noi tre deve sparire, ed io voglio essere
quell'uno. Oh, mia carissima, in questo cuore devastato spesso si è aggirato il
pensiero di assassinare tuo marito, te, me stesso! , e sia, allora! … Se in una
bella sera estiva sali in montagna ricordati di me, di quando tanto spesso ne
scendevo, e guarda verso la chiesa dov'è la mia tomba, guarda come il vento
agita l'erba alta sotto la luce del sole calante. Ero in pace, iniziando questa
lettera, ora piango come un bambino per la vivezza con cui tutto mi attornia...

___________________
Verso le dieci Werther chiamò il domestico e nel vestirsi gli disse che sarebbe
stato via per qualche giorno, che spazzolasse i vestiti e li ripiegasse, gli ordinò
inoltre di farsi dare tutti i vari conti da pagare, di ritirare certi libri dati in
prestito e di versare due rate a certi poveri cui era solito dar qualcosa ogni
settimana.
Si fece portare il pranzo e dopo si recò a cavallo dall'amministratore del
distretto <il padre di Lotte – n.d.t.>, ma non lo trovò in casa. Percorse il
giardino meditabondo, sembrando voler accumulare su di sé per l'ultima volta la
malinconia dei ricordi.
I piccini non lo lasciarono a lungo in pace, lo perseguitarono, gli saltarono
addosso, gli dissero che mancavano ancora tre giorni prima di poter ricevere i
regali di Natale da Lotte, meravigliosi, secondo la loro infantile immaginazione.
Ancora tre giorni!, esclamò Werther, e li baciò calorosamente con l'intenzione
di andarsene, ma il minore volle ancora dirgli qualcosa in un orecchio. Gli
rivelò che i più grandi avrebbero scritto auguri per l'anno nuovo, a belle lettere
grandi, uno al papà, uno per Albert e Lotte, ed uno per il signor Werther; che
intendevano consegnarli la mattina del primo dell'anno. Ciò fu troppo per
Werther, dette a ognuno qualcosa, salì a cavallo, chiese di salutare il vecchio e
se ne andò con le lacrime agli occhi.

Verso le cinque era a casa, ordinò alla domestica di badare al fuoco e di non
lasciarlo spegnere fino a notte. Al domestico chiese un libro e della biancheria
da mettere in valigia, e di preparare i vestiti. Dopo probabilmente scrisse il
seguente brano della sua ultima lettera a Lotte.

*
Tu non mi aspetti, tu credi che obbedirò e che mi rivedrai solo la sera di Natale.
Oh, Lotte! Oggi o mai più. La sera di Natale terrai in mano questa lettera,
tremerai e la bagnerai con le tue care lacrime. Voglio, devo! Come mi fa bene
aver deciso.

Alle sei e mezzo andò a casa di Albert e trovò Lotte da sola, assai turbata da
quella visita. Al marito aveva detto che Werther prima della sera di Natale non
sarebbe tornato. Lui aveva fatto sellare il cavallo alla svelta, l'aveva salutata
dicendo che nelle vicinanze aveva da fare con un certo funzionario e se n'era
andato nonostante che il tempo fosse cattivo. Lotte, al corrente del fatto che lui
aveva rimandato quest'incombenza da tanto tempo e che sarebbe stato una notte
fuori casa, capì anche troppo bene che era un inganno, e ne fu assai rattristata.
Si isolò, le si intenerì il cuore, vide il tempo passato, capì tutto il suo valore ed
il suo amore per il marito, che ora, invece della promessa felicità, cominciava
ad essere la miseria della sua vita. Pensò a Werther. Lo disapprovava, ma non
riusciva ad odiarlo. Una segreta inclinazione fin dall'inizio della loro
conoscenza glielo aveva reso caro, ed ora, dopo tanto tempo, dopo tanti
momenti attraversati, nel suo cuore c'era, immancabile, l'impronta di lui. Il suo
cuore oppresso si fece spazio, tra le lacrime, e passò in una malinconia quieta
entro cui lei si perse tanto a lungo quanto profondamente. Ma come le batté il
cuore quando udì Werther salir le scale e chiedere di lei. Troppo tardi per farsi
negare, lei ce la fece solo fino a un certo punto a riprendersi dalla sua
confusione, entrando lui nella stanza. “Non avete mantenuto la parola!”, gli
disse vivacemente. “Non ho promesso nulla”, fu la risposta. “Almeno avreste
dovuto tener conto della mia preghiera”, disse lei, “che era per il bene di
entrambi.” Nel dirlo aveva pensato di far venire qualcuna delle sue amiche,
sarebbero state testimoni alla sua conversazione con Werther, poi, venuta la
sera, lui avrebbe dovuto accompagnarle a casa loro e lei avrebbe potuto
liberarsene. Le aveva riportato dei libri, lei gli domandò qualcosa su altri libri
ancora cercando di mantenere il discorso sulle generali in attesa delle amiche,
ma la domestica venne a riferirle che tutte e due si scusavano, una per via di una
noiosa visita di parenti, mentre l'altra non aveva voglia di vestirsi per uscire con
quel tempo infame.

Ci pensò un poco e, sapendosi incolpevole, ebbe un moto d'orgoglio; sfidò le


paturnie di Albert e la purezza del suo cuore le dette una tale fermezza che non
chiamò nella stanza la domestica, come aveva pensato di fare, invece, dopo aver
suonato il clavicembalo allo scopo di riprendersi e placare la confusione del suo
cuore, calma si sedé sul divano vicina a Werther. “Non avete nulla da leggere?”,
disse. Non ne aveva. “Là nel cassetto”, disse, “c'è la vostra traduzione da
Ossian, ancora non l'ho letta, speravo sempre di sentirvela leggere, ma da un po'
non siete più buono a niente.” Lui sorrise, prese i canti rabbrividendo e gli si
riempirono di lacrime gli occhi, si sedé e lesse.
(…)
Tutta la potenza di quelle parole <nove pagine di Ossian tradotto da Goethe –
n.d.t.> si abbatté su Werther, che si gettò ai piedi di Lotte al colmo della
disperazione, le strinse le mani, se le premette sugli occhi, sulla fronte; lei sentì
come le attraversasse l'anima il contrappasso della sua orribile condotta, i sensi
le si sconvolsero, prese in seno le mani di lui, gli si piegò sopra malinconica ed
emozionata e le loro guance roventi si toccarono. Il mondo sparì, lui l'afferrò, se
la strinse al petto e coprì di baci furiosi le labbra di lei, tremanti, balbettanti.
“Werther!”, gridò lei soffocando la voce e distogliendolo da sé, “Werther!”,
debolmente allontanandolo dal suo seno, “Werther!”, gridò con la rassegnazione
più nobile. Lui non si oppose, la liberò dalla stretta delle sue braccia e come un
insensato le si gettò ai piedi. Lei si tirò su confusa, angosciata, balbettando tra
amore ed ira, e disse: “questa è l'ultima volta! Werther, voi non mi rivedrete.” E
con lo sguardo più colmo di amore per quel misero scappò nella stanza accanto
e vi si chiuse. Werther protese le braccia senza cercare di trattenerla, restò al
suolo, con la testa appoggiata sul divano e rimase per mezz'ora in quella
posizione, finché un rumore non lo richiamò a sé. Era la domestica che
intendeva apparecchiare la tavola. Lui andò su e giù nella stanza e, quando vide
che era di nuovo solo, andò all'uscio della stanza accanto ed a voce bassa
chiamò, “Lotte, Lotte!, solo una parola, un addio!” lei tacque, lui indugiò,
pregò, indugiò, infine si tolse di lì, “addio Lotte, per sempre addio!”

Giunse alla porta della città, le guardie, che lo conoscevano, lo lasciarono uscire
in silenzio, pioveva ed insieme nevicava, solo verso le undici però lui bussò di
nuovo alla porta di casa sua. Il domestico vide, lui entrando, che gli mancava il
cappello, ma non osò dir nulla. In seguito si è trovato su una roccia antistante la
valle, sul declivio della collina; è inconcepibile come Werther sia riuscito ad
arrivarci nel buio della notte e sotto la pioggia.

Si mise sul letto e dormì a lungo. Il domestico lo trovò che scriveva, quando,
chiamato come ogni mattina, gli portò il caffè. A Lotte scriveva questo:

Per l'ultima, l'ultima volta apro gli occhi, che, ahi, non devono vedere il sole,
perché una fosca nebbia glielo nasconde. E' così, oh natura, che porti il lutto, il
figlio tuo, tuo adoratore, tuo amante, si avvicina alla fine. Lotte, è una
sensazione senza uguale, eppure assomiglia alla penombra del sogno dirsi che è
l'ultima mattina. L'ultima! Lotte, non ho contezza alcuna della parola, l'ultima!
Esser pieno di forza e domani giacere, dormire nella terra. Morire! Che
significa ciò? Noi sogniamo, nel parlare della morte. Ne ho visti parecchi
morire, ma gli umani non hanno alcuna contezza dell'inizio e della fine della
loro esistenza. Essere ancora mio, tuo, tuo, o mia amata, e in un attimo …
separati, perduti … forse per sempre. No, Lotte, no … Come posso andarmene,
come puoi andartene tu, noi ci siamo! … Andarsene … che significa? E' di
nuovo soltanto una parola! Un involucro vuoto che il mio cuore non sente …
Morto, Lotte! Nella fredda terra, così stretto, così al buio! … Ebbi un'amica che
era tutto per me nella mia misera gioventù, morì ed io seguii il suo cadavere,
restai presso la sua tomba. Misero giù nella fossa la bara, ritirarono la fune,
scorse via rumorosa, poi il rumore del badile risuonò profondo su quell'orrore,
sempre più cupo, fino alla copertura! … Mi gettai nell'erba … Commosso,
scosso, visceralmente lacerato, ignoravo quel che mi succedeva, quello che mi
succederà … morire! Tomba! Non capisco il senso della parola!
Perdonami! Perdonami! Ieri! Avrebbe dovuto essere il momento estremo della
mia vita. Oh, tu, angelo! Per la prima volta, per la prima volta senza alcun
dubbio mi attraversò rovente le viscere il senso della delizia: lei mi ama! Lei
ama me. Brucia ancora sulle mie labbra il fuoco sacro che fluì dalle tue labbra,
nel mio cuore c'è nuova calda delizia. Perdonami, perdonami.
Ahi, lo sapevo, che mi amavi, lo sapevo già nei primi momenti colmi di anima,
al primo tocco premuto della mano, eppure quando fui lontano, e quando vidi
Albert al tuo fianco, mi persi d'animo, nel dubbio febbrile. Ti ricordi i fiori che
mi mandasti quando, in quella spiacevole compagnia, non avevi potuto dirmi
verbo né porgermi la mano? Oh, sono stato per metà della notte in ginocchio
davanti a quei fiori che mi dimostravano il tuo amore. Tuttavia, ahi, queste
impressioni s'indebolirono come il sentimento della grazia del Signore pian
piano si ritira dall'anima del credente, di quella grazia che gli veniva con i sacri
segni, visibili, della pienezza celeste.
Tutto è transitorio, la vita ardente che ieri ho gustato sulle tue labbra e che io
sento in me non deve dar luogo ad alcuna durevolezza. Eppure essa mi abita,
questo braccio l'ha stretta, queste labbra hanno tremato sulle sue, questa bocca
ha balbettato sulla sua. E' mia, tu sei mia, sì, Lotte, per sempre!
E che cosa importa che Albert sia tuo marito, marito? … Questo vale per il
mondo, è una colpa che io ti ami, che voglia strapparti dalle sue braccia e
stringerti tra le mie? Colpa? Bene, per questo mi punisco. In tutta la sua celeste
pienezza tale colpa la ho gustata, il mio cuore ha succhiato balsamo vitale e
forza, da quel momento tu sei mia, mia, oh Lotte! Io vado avanti! Vado dal
Padre mio, dal Padre tuo, con cui mi sfogherò, e lui mi consolerà fino al
momento in cui anche tu verrai ed io ti volerò incontro, ti stringerò e resterò con
te dinnanzi al Volto dell'Infinito, eternamente abbracciati.
Non sogno, non vaneggio!, vicino alla tomba vedo con maggior chiarezza. Noi
saremo, noi ci rivedremo! Veder tua madre! Io la vedrò, la troverò e, ahi,
dinnanzi a lei vuoterò tutto il mio cuore. Tua madre. Il tuo ritratto.

_______________________

Verso le undici Werther chiese al suo domestico se Albert fosse tornato. Il


domestico disse che sì, aveva visto condurre il suo cavallo. Per cui gli dette un
biglietto non chiuso:

Volete prestarmi le vostre pistole per un viaggio che intendo fare? Saluti
cordiali.

_____________________________
La cara donna aveva dormito poco, l'ultima notte, il suo sangue era in febbrile
rivolta, migliaia di sensazioni le scuotevano il cuore. Contro la sua volontà
sentiva profondamente in seno il fuoco degli abbracci di Werther ed insieme le
si rappresentavano, come due volte belli, i giorni della sua tranquilla innocenza,
della serena fiducia, già in anticipo la angustiavano gli sguardi di suo marito e
le sue domande tra l'ironico ed il noioso, qualora avesse saputo della visita di
Werther; mai aveva finto, mai mentito, ed ora vi si vedeva costretta senza
scampo; la riluttanza, l'imbarazzo che per questo provava rendeva ai suoi occhi
la colpa più grande, eppure non riusciva né a odiarne il responsabile né a
ripromettersi di non vederlo mai più. Pianse fino al mattino, poi sprofondò in un
sonno spossato dal quale si levò e si vestì; il marito fece ritorno, per la prima
volta la di lui presenza le fu del tutto intollerabile, infatti, lei tremando, egli
avrebbe scoperto il visibile rossore dei suoi occhi e del suo volto; ancora più
confusa lo salutò con un abbraccio impetuoso esprimente più sgomento e
costrizione che non irruenta gioia, cosa che rese Albert più attento. Aperti
alcune lettere e plichi le chiese secco se era successo qualcosa o se era venuto
qualcuno. Lei stentatamente rispose che Werther era stato lì un'ora il giorno
innanzi... “E' stato davvero tempista”, replicò Albert, e se ne andò in camera
sua. Lotte rimase da sola per un quarto d'ora. La presenza del marito, che lei
amava e stimava, aveva lasciato nel suo cuore un'impressione nuova. Si
rammentò di tutta la sua bontà, della nobiltà del suo amore, e si rimproverò di
averlo ricompensato tanto male. Un trasporto sconosciuto la spinse ad andare da
lui, prese il suo lavoro a maglia, come non aveva fatto più, andò nella stanza di
lui e gli chiese se aveva bisogno di qualcosa. “No!”, rispose lui, si mise a
scrivere sul leggìo e lei si sedé a lavorare. Dopo un'ora di tale situazione Albert
iniziò ad andare su e giù per la stanza, Lotte gli parlava, lui rispondeva poco e
male, infine si rimise al leggìo, per cui Lotte divenne triste, tanto più triste
quanto più tentava di nasconderlo inghiottendo le lacrime.
La comparsa del domestico di Werther li mise nel massimo imbarazzo, costui
dette ad Albert il biglietto che lui, freddissimo, girò alla moglie: “dagli le
pistole.” Ed al domestico: “Porgigli gli auguri di buon viaggio.” Su di lei la
cosa fece l'effetto di un fulmine, senza sapere che cosa le accadesse barcollò,
lentamente andò alla parete, tremando staccò le pistole, tolse la polvere,
indugiò, ed avrebbe esitato ancora, se con uno sguardo interrogativo Albert non
l'avesse spinta: e che sarà mai? Lei dette al domestico le infauste armi senza
riuscire a dire una parola; quando lui fu andato via raccolse il suo lavoro a
maglia e se ne andò nella sua stanza in uno stato di pena inesprimibile. Il cuore
le faceva presagire ogni orrore, presto fu sul punto di gettarsi ai piedi del
marito, di svelargli tutto, quel che era successo nel pomeriggio del giorno
prima, la sua colpa, e i suoi presagi. Di nuovo poi non vide alcuna via d'uscita,
meno di tutto poteva sperare di discutere con il marito di andare da Werther. Fu
apparecchiata la tavola; una buona amica venuta solo a chieder qualcosa, e che
Lotte non lasciò andar via, rese sopportabile la cena, ci si costrinse a parlare, a
raccontare, ci si dimenticò di sé.
Il domestico andò da Werther con le pistole, lui le prese, in estasi quando udì
che al ragazzo le aveva date Lotte. Si fece portare del pane e del vino, comandò
al domestico di andare a tavola. Si mise a scrivere.

Son venute dalle mani tue, le hai spolverate tu, le bacio mille volte, tu le hai
toccate. E tu, Spirito del Cielo, favorisci la mia decisione! Tu, Lotte, mi fornisci
lo strumento, tu, dalle cui mani desideravo ricevere la morte, ed ora, ahi, la
ricevo. Ho interrogato il mio domestico, quando gli hai dato le pistole tremavi,
ma non dicesti addio, male, male, nessun addio … Dovresti avermi riservato il
cuore tuo in nome del momento che mi legò in eterno a te. Lotte, non basta un
secolo ad annullarne la traccia! Ma lo sento, tu non puoi odiare colui che brucia
tanto per te.

___________________________

Dopo mangiato ordinò al domestico di fare i bagagli, strappò diverse carte, uscì
e regolò dei piccoli debiti. Tornò a casa, uscì di nuovo senza far caso alla
pioggia, si aggirò nel parco comitale, fattasi notte tornò a casa e scrisse:

Wilhelm, ho visto per l'ultima volta campi, boschi, cielo; addio! Cara madre,
anche tu perdonami! Consolala, Wilhelm, Dio vi benedica! Ogni mia cosa è in
ordine, addio!, ci rivedremo, e in un modo più felice.

Albert, ti sono stato ingrato, ma tu mi perdonerai, ho turbato la pace della tua


casa, tra voi ho portato la sfiducia, addio! Sto per finirla. Siate felici, morto io!
Albert, Albert fa' felice quell'angelo. E ti protegga la benedizione di Dio!

_______________________________

Rovistò ancora a lungo tra le sue carte, molte ne strappò, le buttò nella stufa,
sigillò diversi plichi con l'indirizzo di Wilhelm, contenenti brevi saggi, pensieri
sparsi, di cui io ne ho letti diversi. Alle dieci, alimentata la stufa, fattasi dare una
pinta di vino, mandò a letto il domestico la cui camera, come anche quella della
servitù, si trovavano nel retro della casa, distanti; il domestico si coricò vestito
per essere pronto presto, infatti il padrone aveva detto che i cavalli sarebbero
stati davanti a casa prima delle sette.

Dopo le undici.
Tutto è così tranquillo attorno a me, la mia anima è così calma, ti ringrazio, o
Dio, per donarmi in questi ultimi momenti questo calore, questa forza.
Vado alla finestra, o mia carissima, e guardo, oltre le nubi che tempestose
transitano, alcune stelle del cielo imperituro. No, voi non cadete! L'Eterno vi
reca nel Suo cuore, mi reca nel Suo cuore. Vidi il Timone del Carro, della più
cara delle costellazioni. Quando a notte venivo via da te, uscito, eccola! Con
che ebbrezza l'ho guardata, spesso con le mani protese le ho fatto segno, a
quelle pietra miliare sacra alla mia felicità di allora, ed ancora, Lotte, che cosa
non mi ricordata te? Non mi circondi, non ti ho, uguale a un bambino,
insaziabilmente carpito piccolezze d'ogni genere che tu, santa, avessi toccato?
Amato mio disegno, te lo restituisco, Lotte, e ti prego di onorarlo, io l'ho
baciato migliaia di volte, mille saluti gli ho rivolto quando uscivo, o tornavo in
casa <v. lettera del 24 Luglio 1771 – n.d.t.>.
Per mezzo di un biglietto ho pregato tuo padre di prendersi cura della mia
salma. Nel cimitero ci sono due tigli, in quell'angolo verso i campi, lì vorrei
riposare in pace. Lui può farlo, lo farà per il suo amico. Chiediglielo anche tu.
Non pretendo che il mio corpo di povero disgraziato giaccia accanto a quello
dei cristiani pii. Ahi, vorrei che mi seppelliste lungo la strada o in una valle
solitaria, in modo che sacerdote e leviti davanti alla pietra segnata, segnandosi,
proseguano la via, ed il samaritano versi una lacrima.
Cara Lotte, non rabbrividisco al pensiero di stringere la coppa fredda da cui
devo bere il vortice mortale! Tu me l'hai porta, io non esito. Tutti, tutti, desideri,
speranze della mia vita, sono esauditi, nell'attimo in cui io busso freddo e fermo
al portale della morte.
Avessi potuto divenire partecipe della felicità di morire per te, Lotte, di
sacrificarmi per te, morirei intrepido, con gioia, se potessi ridarti la delizia, la
pace della tua vita, ma ahimè a pochi eroi fu concesso di dare il loro sangue per
i loro cari e di riaccendere con la loro morte per gli amici una vita cento volte
rinnovata.
Voglio essere sepolto con questi abiti, di ciò ho pregato anche tuo padre. La mia
anima si libra al di sopra della bara. Non mi si frughi nelle tasche; questo fiocco
rosso pallido l'avevi al seno quando ti trovai la prima volta tra i tuoi fratellini;
oh, baciali mille volte e racconta cos'è successo al loro infelice amico; quei cari
bambini mi brulicano attorno. Ahi, quanto mi legai a te, dopo il primo momento
non riuscivo a lasciarti! Questo nastro deve essere sepolto con me, me lo
donasti per il mio compleanno. Come me ne nutrii voracemente, ahi, non
credevo di arrivare a questo punto! …
Non essere, non essere inquieta!...
Sono cariche, suonano le dodici, e sia, dunque!... Lotte, Lotte! Addio, addio!

____________________________

Un vicino vide il lampo dell'esplosione e udì il colpo, ma, considerato che tutto
restava quieto, non ci fece più caso.
Il domestico entrò circa alle sei con la lampada, trovò il suo padrone a terra, le
pistole e il sangue. Lo chiamò, lo afferrò, lui rantolava soltanto. Corre dal
medico, da Albert. Lotte udì suonare il campanello, fu tutta presa dal tremito,
svegliò suo marito, si alzarono, il domestico di Werther gli dette la notizia
urlando, balbettando, Lotte cadde svenuta davanti ad Albert.
Quando il dottore venne dall'infelice lo trovò per terra, senza scampo, il polso
batteva, le membra erano irrigidite, s'era sparato al di sopra dell'occhio destro, il
cervello era fuoriuscito. Gli venne incisa una vena di un braccio a mo' di
salasso, il sangue scorse, lui respirava ancora.
Dal sangue sulla spalliera della sedia si poté concludere che aveva compiuto il
gesto stando seduto alla scrivania; poi era caduto, convulsamente, giaceva sulla
schiena presso la finestra, vestito di tutto punto con il suo frac azzurro e con il
panciotto giallo.
La casa, i vicini, la città, tutto ne fu scosso. Arrivò Albert. Werther era stato
messo sul letto, bendata la fronte, il suo volto era già quello di un morto, non
muoveva le membra, dai polmoni un rantolo forte, poi debole, poi forte; se ne
attese la fine.
Del vino aveva bevuto solo un bicchiere. Sul leggio, aperto, il testo di Emilia
Galotti <opera teatrale di G.E.Lessing (1772) – n.d.t.>.
Non riesco a dir nulla dello sgomento di Albert, del pianto di Lotte, è meglio.
Il vecchio amministratore del distretto si precipitò, saputa la notizia, a cavallo,
baciò il morente tra le più calde lacrime. I suoi figli più grandi presto vennero a
piedi, caddero presso il letto sfrenatamente addolorati, baciarono le mani e la
bocca del morente, ed il maggiore, il più amato da Werther, gli restò attaccato
finché non ne venne distolto con forza. La morte venne attorno alle dodici. La
presenza dell'amministratore del distretto, e le sue disposizioni, attenuarono lo
scompiglio. Egli verso le undici della notte lo fece seppellire nel modo che
Werther aveva scelto; con i suoi figli egli seguì la salma. Albert non ne fu
capace. Si paventò la morte di Lotte. La bara venne recata da artigiani, nessun
religioso presente.
Titolo originale: Die Leiden des jungen Werther (1774). Traduzione di Nicola Spinosi (2018) dal testo
pubblicato, nel 1997, da DTV Verlagsgeselleschaft mbH & Co. Kg, Muenchen - 13a edizione, 2017.
spinnic@libero.it