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La strega

Fra le opere storiche più tarde di Michelet una spicca per originalità e per il fascino che tuttora esercita
sul lettore moderno, la Sorciere, un tentativo di filosofia della storia in cui si riassume il pensiero del
grande storico romanticista, la sua visione del progresso e dell’anelito verso la libertà, tipico della
collettività, la contrapposizione fra l’istanza collettiva di libertà e l’istituzione, in questo scritto
rappresentata dalla chiesa, immagine medievale della censura, della repressione e della tirannia. Si
può dire che quella di Michelet sia una storia totale, cioè una storia che vede nell’analisi del popolo
‘’minuto’’, degli umili e di quanti sono tradizionalmente esclusi dalla ricerca della storico, una chiave
di comprensione fondamentale1. Michelet non perde di vista l’importanza dell’individualità nella
storia, ma ritiene che l’individuo e i sentimenti che lo animano possano essere spiegati solo alla luce
del contesto in cui vive e della mentalità collettiva. La sua opera è un tentativo di fare storia della
mentalità, una disciplina nata in realtà soltanto di recente, grazie al contributo importante dato da
Jacque le Goff con lo scritto ‘’L’uomo medievale’’. Per comprendere ed apprezzare pienamente la
produzione letteraria di michelet però bisogna innanzitutto ammettere che egli non è uno storico nel
senso comunemente inteso né le sue opere si valgono dei comuni metodi scientifici, ovvero di un
lavoro di documentazione rigoroso che preceda sempre l’interpretazione soggettiva. In Michelet
quest’ ultima prevale sicuramente a scapito della ricerca archivistica, benché egli non manchi, più
durante le sue lezioni che nei suoi libri, di citare le fonti cui fa riferimento. D’altronde la scienza
storica non era ancora nata e Michelet, in questo senso, non sembra distinguersi dai suoi confrers,
come Barante, Chatelain, Thiers, Louis Blanc, Sismondi, tutti al centro di critiche da parte dello stesso
Michelet. Ciò che più preme all’autore della monumentale opera sulla rivoluzione francese è
l’affermazione della libertà umana, in senso teologico il libero arbitrio. A questa si accompagna un
deciso rifiuto del fatalismo cristiano, che vede nella grazia la vera e unica fonte di salvezza dell’uomo,
secondo una lettura antropologica (di cui è capostipite sant’Agostino), che insiste molto sulla
colpevolezza umana legata al peccato originale e sulla impossibilità di salvarsi che ne consegue. Il
Michelet antifatalista è lo stesso che apprezza Pelagio, eresiarca britannicoche si oppone alla dottrina
della grazia, Abelardo, incoraggiatore di un pensiero indipendente e sostenitore di un’etica
dell’intenzione, che consegna all’uomo la massima responsabilità in campo soteriologico e Giovanni
Scoto Eriugena, contrario alla teoria della predestinazione proposta da Gottschalk.2

1
2
Michelet e il cristianesimo

Bisogna tener conto che Michelet, il feroce oppositore della chiesa nell’opera La sorcierre, non è
mai stato un anticristiano : non lo fu, perlomeno, fino all’età dei 40 anni, nemmeno quando condanna
la crociata contro gli Albigesi. Ricordiamo, per esempio, uno dei suoi primi scritti, il Precis d’Histoire
moderne, in cui Michelet attribuisce al cristianesimo un ruolo storico preciso, quello di liberazione e
di emancipazione dal sistema politico feudale, sostituito dal potere monarchico.

L’Eglise ne se recrutant que par l’élection, au milieu du système universel d’hérédité qui s’établit peu à peu au moyen
age,avait élevé les vaincus au-dessus des vainqueurs, les fils de bourgeois, et ceux mème des serfs,au-dessus des nobles...
Les hommes d’église et les légistes étaient imbus des principes du droit romain, bien plus favorable que les coutumes
féodales au puovoir monarchique et à l’égalité civile. 3

Nei confronti dei protestanti la posizione di Michelet risulta, all’inizio, ambivalente, in quanto lo
storico francese da una parte riconosce in loro un movimento di rottura con la tradizione dell’antico
culto e paragona la rivoluzione protestante a quella francese, dall’altra però Lutero con il suo
movimento avrebbe indebolito la Francia del suo carattere rivoluzionario. In realtà un personaggio
come Lutero non poteva non attirarsi delle critiche da parte del fervente sostenitore della libertà
umana, di cui la dottrina della grazia, con il corollario della predestinazione, è una negazione
imperdonabile.4

Raccontando il suo viaggio a Roma in Rome, scritta nel 1830 ma pubblicata postuma nel 1890,
Michelet ci parla della reazione di sdegno suscitatagli dalla pomposità delle chiese, che poco si
addicerebbe allo spirito cristiano. L’eccesso di elementi ornamentali, fra cui statue e quadri mediocri,
impedisce al fedele di entrare in una comunione diretta con Dio. Sempre al 1830 risalgono le sue
prime critiche nei confronti dei Gesuiti, accusati di essere un movimento d’intrigants, privo di un
uomo di vero genio5. Negli stessi anni Michelet si appresta a scrivere l’Introduction à l’historie
universelle, dove espone la sua filosofia della storia, vedendo in quest’ultima una continua lotta fra
la materia e lo spirito, l’uomo e la natura. Al cristianesimo Michelet riconosce di aver formato l’uomo
morale, di aver trasmesso al mondo civile il principio dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a
Dio, fino a quel momento rimasto schiavo della materialismo e della sensualité paienne6. La chiesa
è stata garante dell’unità della Francia, in virtù della sua grande forza morale, per tutto il medioevo,
come ci dice il nostro storico nell’ Histoire de France, opera storiografica iniziata a scrivere negli
anni trenta e frutto di un lungo lavoro di ricerca. La chiesa del resto ha un ruolo preminente durante

3
Prècis de l’histoire modern,p.18
4
Considerazioni piùù pessimistiche nei confronti del protestantesimo si possono leggere nello scritto Mon journal.
5
Monod, Portraits et Souevnirs, p.28
6
Introduction à l’histoire universelle, p.26
tutto il medioevo, per cui lo storico, anche quello che non è animato da uno specifico interesse
religioso, non può fare a meno di scontrarvisi quando analizza questo periodo. Della chiesa medievale
Michelet apprezza soprattutto la tendenza all’azione, in contrapposizione con lo spirito speculativo
che la animò nei primi secoli dopo la sua nascita; la Chiesa è definita madre e unico asilo degli uomini,
in un periodo in cui le guerre, con il corollario degli sconvolgimenti politici e sociali, rendono
l’Europa un campo di guerra continuo. Strettamente legata alla sua tendenza all’azione è il bisogno
di ricchezza : infatti il denaro, accumulato fino alla ricchezza, la rende in grado di rispondere ai
bisogni collettivi.

Ce n’est pas in vain que l’Eglise avait droit d’asile; c’était alors l’asile universel, la vie sociale s’y était réfugiée tout
entière7

La fascinazione che lo spiritualismo cristiano esercita su Michelet in questo periodo si può notare
nell’apologie delle crociate, le quali non vengono ricondottea a cause politiche ed economiche, ma,
descritte come guerre sante condotte contro l’empietà e la sensualità asiatiche, simboleggiano la
giovinezza della chiesa medievale. Le crociate, proprio come il cristianesimo in un senso più ampio,
avrebbero la funzione di liberare l’uomo dal giogo della servitù locale, proponendogli una meta di
conquista, Gerusalemme. Già dopo la prima crociata qualcosa però cambia nella mentalità della
chiesa, perché la donna viene demonizzata, assimilata alla pagana Pandora che ha spirigionato tutti i
mali visibili nel mondo, e perciò apprezzata soltanto quando vive nell’imitazione della vergine maria,
oggetto di un nuovo culto che la mette sullo stesso piano di Dio, ovvero l’immacolata concezione.
La deificazione della donna vergine e il conseguente rifiuto della maternità appariranno al Michelet
più maturo come un fatto contro natura.

L’ortodossia rigida della chiesa medievale viene pian piano a identificarsi, agli occhi del romantico
Michelet, con la negazione della libertà umana, di cui invece Abelardo, con la sua etica
dell’intenzione, sarà un fervido sostenitore. E’ per quest’ultimo che Michelet simpatizza ed è che con
questo che condivide l’idea che il peccato originale è più una punizione che un peccato, e, stando così
le cose, la redenzione dell’uomo un fatto inutile. Già si nota dunque, nel secondo volume della
Histoire du France, una tendenza al razionalismo che induce ad un apprezzamento di filosofi, come
Abelardo, in cui la logica prevale sulla religione, il ragionamento sulla fede. 8 In Michelet,in altre
parole, prevale il riconoscimento della grandeur d’homme piuttosto che della sua natura peccaminosa,
l’idea della perfettibilità dell’uomo, così come l’aveva proposta già Pelagio. In quest’ottica si può
comprendere la celebre frase del nostro

7
HF, II, p. 653
8
Johnson Mary Elisabeth, Michelet et le christianisme, p.40
Le Christ n’a rien eu de plus que moi, je puis me diviniser par la vertu9

Le eresie sono un germe che rischiano di dividere dall’interno la Chiesa, e anche se a volte, ammette
Michelet, esse propongono concetti sbagliati o fraintendono i veri bisogni di rivoluzione,
fossilizzandosi sull’interpretazione dei testi, non se ne può disconoscere i valori di cui sono portatrici,
come la libertà di pensiero e la polemica della ragione sull’autorità ecclesiastica.

La chiesa medievale, di cui Michelet descrive con ammirazione e interesse lo stile gotico, simbolo
della tensione verso Dio, è morta, nel senso che non può esprimere più i bisogni collettivi della
società. Urge una rivoluzione, che porti l’uomo a riconoscere la presenza di Cristo in sè, derivando
da questa consapevolezza la fiducia nella propria altezza; in altre parole l’umanità deve trasfigurarsi
e universalizzarsi, così come il Cristo particolare deve far posto al Cristo universale.10

Gli eventi dolorosi della morte di sua moglie Paolina nel 1839 e tre anni più tardi di Madame
Dusmenil lo portano a modificare la sua posizione e a prendere consapevoleza del divario fra la
grandezza della chiesa primitiva e il bisogno che ha la società moderna di una nuova fede, basata non
sul pentimento religioso ma sull’amore, ilvero motore di una riforma sociale 11
. Le sue opinioni si
fanno particolarmente dure nei confronti di alcune figure della gerarchia ecclesiastica, come i preti,
visti come corruttori del genere femminile. Nel Le Peuple inizia a emergere il razionalismo di
Michelet, che condanna i mille anni di educazione antiumana e l’opera di degradazione dell’uomo
compiuta dal cristianesimo. L’uomo cristiano, nello specifico, sarebbe l’uomo che non pone alcuna
speranza sulle proprie opere. Si può notare l’evoluzione della prospettiva con cui Michelet guarda al
cristianesimo se si fa un confronto tra la posizione espressa nelle Precis del 1827 con i volumi
posteriori all’Histoire de France, infatti le crociate, prima descritte come necessarie e legittime,
diventano espedienti poco onorevoli, fino alla condanna di ogni spedizione militare, negli scritti
successivi al 1855. Particolarmente insistenti si fanno i temi della morte e della resurrezione, così
come la ricerca di figure eroiche che esprimano il tentativo di superare la mentalità medievale. Già il
Rinascimento, creatore del pensiero moderno, avrebbe avuto un ruolo fondamentale in questo senso;
esso infatti alla consapevolezza della morte umana, della finitezza dell’uomo, avrebbe unito un
bisogno di vialità, espresso paintesticamente nell’unione con la natura. A parlare è un uomo
addolorato dalla morte della figlia, alla ricerca di una consolazione e disposto a modificare totalmente
la sua filosofia della storia, ispirato da nuovi sentimenti.

9
HF, II, pp 394
10
HF, p. 694
11
La strega
A livello di struttura l’opera risulta divisa in tre parti, una introduzione, un primo libro e un
secondo. La ripartizione scelta da Michelet è funzionale a ordinare i contenuti del suo discorso,
molto vasto, in cui la figura della strega è descritta sempre in parallelo con l’ambiente psicologico
in cui vive e di cui si alimenta. L’introduzione rappresenta una sintesi del pensiero di Michelet sul
ruolo storico della strega nel medioevo. Per lui, che critica altri storici, quando sottolineano troppo
le somiglianze fra la sibilla pagana e la sorciere medievale, la strega infatti è un prodotto tipico del
medioevo,nasce in seno alla Chiesa, la completa, proprio come Satana completa Dio.

A quando risalela strega? Rispondo senza esitare: Ai tempi della disperazione. Della disperazione profonda prodotta dal
mondo della Chiesa. Lo dico senza esitare: La strega è il suo delitto!12

In altre parole Michelet, che non nega l’esistenza storica della vecchia Maga, la Veggente celtica e
germanica, da storico deve ammettere che solo nel medioevo questa figura assume un ruolo
importante, anche in considerazione della ricca documentazione che produce, come si può leggere
ancora dai numerosi registri dell’Inquisizione, che Michelet legge con sdegno ed orrore. Questi
documenti sono pieni, in ogni riga, della parola morte, testimoniano il crudele giro di vite in cui fu
coinvolta la strega, non più vista nella sua umanità, ma diventata un mostro, senza padre né madre
né figli.

Venivano giudicate in massa, condannate per una parola. Non vi fu mai un tale spreco di vite umane. Lasciando da parte
la Spagna, terra classica dei roghi, ove il moro e l’ebreo non si trovano mai senza la strega, se ne ardono settemila a
Treviri, non so quante a Tolosa, a Ginevra cinquecento in tre mesi (1513), ottocento a Wurtzburg, quasi tutte in
un’infornata, millecinquecento a Bamberg (due vescovadi minuscoli). Lo stesso Ferdinando II, l’imperatore bigotto e
crudele della guerra dei trent’anni, fu costretto a tener d’occhio quei buoni vescovi; avrebbero arso tutti i loro sudditi. 13

La chiesa, che disumanizza la strega, non vede che essa è ancora una donna con due doni che le
provengono dalla natura, l’illuminismo della follia lucida e il concepimento solitario. Con
quest’ultimo termine Michelet sembra riferirsi ai frequenti concepimenti, storicamente attribuitili,
con il diavolo, da cui nasceva un essere reale. Lo storico sottolinea come la Chiesa abbia un bisogno
psicologico di credere alle dicerie sulla strega, in quanto, vivendo in una sterile Imitazione e nella
noia assoluta, rivede nella donna una parte di sé negata e repressa. Così anche il riso, proibito ai
monaci, diventa monopolio di Satana, che è principe del mondo. Più in generale Satana è colui che
ha accolto ciò che la Chiesa ha gettato, la Natura, da essa ha fatto scatuire le arti : la medicina
medievale si nutre dei suoi consigli, anzi – dice Michelet – prima della nascita della medicina
moderna e prima della ricompartimentazione delle scienze che si verificherà nel rinascimento,

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quest’arte apparteneva unicamente a lui e alla strega. Con le sue erbe magiche la strega sapeva
rasserenare e consolare il popolo, che le si rivolgeva, pur senza mai aver studiato, perché il sapere
che coltivava era frutto di una vocazione personale. Lontana dagli ambienti accademici, la Scuola,
dove i chierici si rifugiavano in aridi dibattiti sull’anima, la Strega interpreteva le esigenze di un
popolo disperato, ferito dalla povertà e dall’insicurezza, ma anche dai più specifici mali d’amore.
Così lo stesso Paracelso, medico del rinascimento, deve ammettere che tutta la sua formazione
deriva dai libri delle streghe. Nel complesso è evidente una condanna della chiesa e del suo
apparato repressivo, a cui si accompagna una difesa storica della strega, dipinta come ingiusta
vittima di una persecuzione. Quanto scritto nell’introduzione dunque non solo riassume l’intero
contenuto del libro, ma è anche funzionale a esprimere l’ideologia anticlericale di Michelet, a
dimostrare la sua avvenuta rottura con la Chiesa, non senza una punta di ironia e sarcasmo, visibile
in certi ritratti paradossali, come quando descrive l’ingresso della strega in una scuola e la scena
ridicola che avrebbe fatto.14

Il primo libro risulta diviso in dodici capitoli e si distingue tematicamente e metodologicamente dal
secondo, in quanto si limita a delinare la figura della strega,a partire dall’alto medioevo in poi,
senza far riferimento a casi storici particolari. La strega è soggetto del suo romanzo, ma in questa
prima parte del libro è ancora una strega anonima, che fa le veci delle migliaia di donne a cui fu
attribuito questo nome e che si considerarono tali per tutto l’arco del medioevo. Il primo capitolo è
attento a spiegare il complesso rapporto tra paganesimo e cristianesimo nell’età tardoantica, quando
la vecchia religione va incontro ad una morte soltanto apparente, perché la sua eredità confluisce
nella nuova fede, anche se spesso inconsapevolmente. Così quella di alcuni storici, l’affermazione
che Pan è morto, si rivela in realtà un’inesattezza, o forse un’illusione, perché la morte di questi
idoli fu soltanto apparente.

Questi dei annidati nel cuore delle querce, nelle acque rumoreggianti e profonde, non potevano esserne cacciati. E chi lo
dice? La Chiesa. Essa si contraddice grossolanamente. Quando ha proclamato la loro morte si sdegna della loro vita. Di
secolo in secolo, con la minacciosa voce dei suoi concili, essa intima loro di morire...MA come! Son dunque vivi? Sono
demoni...- Dunque vivono. Non potendo annientarli, si lascia che il popoo innocente li acconci, li travesta. Per mezzo
della leggenda li battezza, costringe la stessa Chiesa ad accettarli. Ma sono almeno convertiti? Non ancora. Vengono
colti mentre di soppiatto persistono nella loro natura pagana. Dove sono? Nel deserto, sulla landa, nella foresta? Sì, ma
soprattutto nelle case. Vivono nei penetrali della vita domestica. La donna li serba e li nasconde in casa e persino a letto.
Hanno qui il meglio del mondo (meglio che il tempio), il focolare.

Il termine focolare sarà impiegato da Michelet anche nel titolo del III libro, chiamato Il diavoletto
del focolare. Indica l’abitazione prediletta della strega, il luogo che si venne a configurare come la

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sua trappola ma anche la sua protezione, a partire dal basso medioevo. La domesticizzazione della
donna non avvenne subito. Non la permisero le condizioni di vita delle persone, che nel panorama
storico delle mirgazioni barbariche, proprio dell’alto medioevo, vivevano in abitazioni comuni, in
una baraonda in cui si aveva ben poca cura della donna.15 L’addomesticamento dei culti pagani fu
un processo graduale, come Michelet spiega nel secondo capitolo (Perché il medioevo disperò), fu
anche una strategia adottata dalla chiesa per inquadrare e controllare certe abitudini, ancora vive nel
mondo rurale. Del resto la stessa etimologia del termine ‘’pagano’’ (da pagus, villaggio) ci informa
di come fosse storicamente verimisile non tanto l’associazione fra paganesimo e mondo rurale,
quanto la percezione che i contemporanei avevano di quel mondo, sacca di resistenza del vecchio
culto. Anche qui il nostro storico sottolinea il bisogno psicologico della Chiesa, nella figura del
prete di provincia, di trarre alimento dalle leggende popolari che sorgevano nel popolo (Vox populi,
vox Dei), di riconoscerne, di fronte alla presenza di tanti testimoni veridici, l’esattezza; proprio dai
monaci, gli scribi del medioevo grazie ai quali ci è giunta la maggior parte della documentazione
scritta risalene a questo periodo, sono scritte, imbellite con un po’ di retorica, le leggende popolari.
Quest’ultime si colorano di elementi naturali e sovrannaturali, mettendo in luce la comunanza di
vita che ancora legava il popolo a quel mondo tanto vituperato degli animali; di questa comunanza è
prova la presenza di alcune feste, come quella dell’asino, che ricorrerà frequentemente, come
animale simbolico, nelle orge sabbatiche.

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