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Abraham

B. Yehoshua

La sposa liberata

Traduzione di Alessandra Shomroni

Einaudi

A mia figlia Sivan


Parte prima
Matrimonio al villaggio

1.
Se avesse previsto che anche quella sera, sulla collina dei
matrimoni del villaggio, avvolto dal profumo dell’antico fico
che stava accanto al tavolo come uno degli ospiti, sarebbe
stato preso dall’angoscia per il fallimento e l’occasione
perduta, forse si sarebbe mostrato piú pronto e deciso a
sfuggire a Samaher. La petulante e ambiziosa studentessa del
master, infatti, non contenta di un invito scritto e a voce, ha
provveduto a organizzare un minibus speciale. Poi ha
insistito con il nuovo capo del dipartimento perché tutti i
docenti partecipassero alle sue nozze: non solo come gesto di
omaggio verso di lei, ma verso tutti gli studenti arabi senza i
quali, sosteneva sfacciatamente, il dipartimento di Lingua e
letteratura araba non avrebbe goduto di alcuno status
particolare all’interno dell’università.
A essere sinceri, sua moglie Haghit, consapevole di quanto
negli ultimi anni i matrimoni lo deprimessero, ha tentato di
dissuaderlo: «Ti stai cercando un dolore inutile?» «Ma sono
solo arabi», ha risposto lui con dolcezza, con il candore di chi
si dedica alla loro cultura. «E cioè? Che intendi dire? Che non
sono completamente degli esseri umani?» «Tutt’altro...
Tutt’altro...» si è affrettato a giustificarsi, senza spiegare come
gli arabi potessero essere umani senza risvegliare la sua
invidia.
Ma la serpe dell’invidia che gli covava in seno già da qualche
anno, ha strisciato ostinata al suo seguito fin nelle profondità
della Galilea, al piccolo villaggio di al Mansura, non lontano
dal confine settentrionale. E dopo essersi innalzata nelle
volute di fumo del montone sfrigolante e aver vibrato al
suono della musica orientale – ansiosa di emulare i ritmi
assordanti e sfrenati della musica dei matrimoni ebrei a
dispetto della sua melodia delicata –, gli ha inferto un morso
velenoso alla vista della studentessa-sposa che invece di
consegnargli la tesina che gli deve dall’anno precedente, gli
presenta ora il marito.
Molte mani hanno cercato di abbellire un poco Samaher,
evidentemente con successo, perché per un istante Rivlin
fatica a riconoscere la studentessa che negli ultimi cinque
anni ha partecipato a quasi tutti i suoi corsi. Le scarpe dal
tacco sottile e i capelli raccolti in uno chignon la rendono piú
alta, e gli occhi da attivista politica, perennemente in moto tra
le ansie di una congiura e l’offesa di una discriminazione,
sorridono ora rilassati, liberi dagli occhiali, truccati con un
ombretto dalla sfumatura peculiare, forse importato
furtivamente per lei dal Libano. I minuscoli brufoli che
talvolta le spuntano tra le guance e il collo sono mascherati da
un fondotinta vivace, e il lungo abito da sposa elargisce un po’
di armonia, per quanto per una sola sera, alla giovane donna
che non sempre si distingue nell’abbinamento dei colori.
Samaher avvampa d’orgoglio per essere riuscita a trascinare
persino lui, il piú in vista e il piú importante tra gli insegnanti,
a onorare non solo lei, ma tutto il mondo arabo. È talmente
emozionata che la mano sottile tesa verso Haghit trema un
poco.
– È l’insegnante che se la prende sempre con te? – ride lo
sposo mentre stringe la mano al professore, convenendo forse
con lui sul carattere irresponsabile della futura moglie,
oppure sottintendendo la minaccia velata che, ecco, d’ora in
poi ci sarà qualcuno a proteggerla. Rivlin riconosce il ragazzo
che talvolta, nelle sere dell’inverno precedente, aspettava la
studentessa in corridoio. A lui era parso piú simile a un
bidello in attesa di pulire la classe che non a un innamorato in
attesa della fidanzata e ora, imbarazzato per il suo equivoco,
scatta in piedi e si congratula affabile. Ma ecco di nuovo lo
punge l’offesa per il figlio, lo sposo ripudiato, e l’amarezza e
l’invidia tornano a sopraffarlo con intensità tale da spingerlo
a cercare gli occhi della moglie. Haghit, però, sta ridendo di
cuore. Pur condividendo il dolore del marito, l’invidia è un
sentimento a lei estraneo e Rivlin non trova complicità nel
suo sguardo, ma solo un sorriso inteso a calmarlo e ad
ammonirlo di non incupirsi accanto a questi arabi, che fanno
il possibile per rendere gradevole la festa agli ebrei.
E la festa procede serena nell’esitante crepuscolo estivo,
immersa nella tranquillità irradiata dai giovani arabi, studenti
del dipartimento di Rivlin e di altre facoltà dell’università di
Haifa, del Politecnico e di diversi istituti che cercano di creare
una sorta di minuscola «autonomia» tra le colline rosate della
Galilea. E per dare una dimostrazione di generosità e persino
di liberalità agli invitati ebrei, affinché non si lamentino di
essere venuti inutilmente, l’energica sposa chiama un giovane
qadi barbuto, vestito con una tunica grigia, e gli chiede di
celebrare di nuovo, per quanto con formula abbreviata, la
cerimonia di nozze già avvenuta, con sorpresa degli invitati,
qualche giorno prima alla sola presenza dei familiari. Ecco
dunque un’occasione buona per mettere a tacere la musica
cantilenante e far calare sulla collina dei matrimoni un
silenzio tanto profondo che persino l’eco e il bagliore
rossastro di un colpo di mortaio esploso oltre il confine
possono accompagnarsi alla nenia religiosa della cerimonia
ripetuta.
2.
Ma quando l’oscurità si addensa, e la musica torna a pulsare,
e le luci si accendono tra le foglie di vite, e i tavoli sono
ricoperti da tovaglie variopinte e da decine di piattini
traboccanti di insalate multicolori e la carne di montone
arriva fumante e succulenta su grandi vassoi di rame, Rivlin si
pente. Non tanto di aver accettato l’invito, quanto di essersi
lasciato convincere ad affidare la propria autonomia ad altri
unendosi al minibus organizzato. Malgrado siano già
trascorse un paio d’ore, nessuno dei professori sembra
ansioso di tornare a casa. Di certo non lo è il responsabile
dell’iniziativa, Efraym Akry, il nuovo capo del dipartimento
di Storia mediorientale: un ebreo osservante dalla pelle
olivastra che ostenta un gran buonumore malgrado la kippah
sulla testa lo costringa a frugare con cura tra i piatti alla
ricerca di un cibo che non lo induca in peccato. Pretende che
i padroni di casa arabi e i colleghi ebrei gli si rivolgano
unicamente in arabo, in onore degli sposi e per dimostrare a
tutti quanto sia fluente e naturale per lui quella lingua. E non
solo Akry ma anche gli altri ospiti ebrei si immergono
nell’atmosfera campestre. Persino Haghit, che possiede
un’invidiabile capacità di adattamento, sembra molto a suo
agio: ascolta con pazienza e interesse sincero gli interlocutori,
scoppia in risate sonore e di tanto in tanto lascia cadere una
frase, un commento o anche una sola parola che, a quanto
pare, producono un effetto profondo in chi l’ascolta.
Rivlin decide allora di sfruttare quel tempo forzato
gironzolando un po’, e di farlo prima che la carne morbida
che gli arabi gli ammonticchiano di continuo sul piatto
diventi parte inscindibile di sé. Sulle prime va ad annusare il
fumo dolciastro dell’arrosto e a controllare cosa sia rimasto
del montone. Poi si unisce a un gruppo di giovani in attesa
davanti alla porta sconnessa di una latrina improvvisata, dove
un ragazzo elegantemente vestito – che si presenta come un
operaio della ditta responsabile della costruzione della sua
nuova casa – cerca di anticipargli il turno. Ma Samaher, che
probabilmente ha seguito le mosse dell’insegnante per tutto
quel tempo e ha notato la sua paziente attesa in un luogo non
adatto al suo rango, si affretta a proporgli un’alternativa piú
rispettabile.
– La casa è proprio qui vicino, professor Rivlin, proprio
vicino, – lo esorta, quasi che la partecipazione del docente alle
nozze non fosse completa senza una visita alla sua casa. Cosí
Rivlin si trova a essere pilotato tra case e cortili, in un vicolo
stretto e buio, al fianco di una sposa araba malferma sui
tacchi a cui non è abituata. Il vestito è già un po’ sgualcito e la
balza di pizzo intorno alle spalle gracili emana un sottile
afrore. Le unghie delle mani e dei piedi della ragazza, smaltate
di rosso, risaltano nella luce pallida della luna come grosse
gocce di sangue. «E pensare che persino questa giovane
energica, – ricorda Rivlin con un sorriso, – due anni fa è stata
travolta dal fervore religioso e per un intero semestre ha preso
parte alle lezioni con un abito nero, la testa e le braccia
avvolte in un grande scialle e un’espressione seria sul viso,
finché si è ravveduta ed è tornata in sé».
Il nitrito di un cavallo lo riporta alla realtà e la vecchia ferita
di quel matrimonio svanito nel nulla si riapre. Rivlin,
incapace di trattenersi, rimprovera la studentessa che lo
precede.
– Non è bello, Samaher, che tu racconti a tutti che ce l’ho
con te senza spiegare il motivo.
Lei si ferma esterrefatta, arrossendo di piacere. – Ma che
dice, professore? Si sbaglia. Non solo spiego a tutti perché lei
è arrabbiato con me, ma sostengo persino che ha ragione –.
Lo guarda in volto, fa una piccola pausa, e aggiunge con un
sorriso: – Però ho ragione anch’io.
– Hai ragione anche tu? – domanda lui con amarezza. –
Come puoi aver ragione anche tu?
– Certo, come faccio a finire la tesina se la mia povera nonna
è sempre ammalata, ha bisogno di cure e poi tra capo e collo
mi capita anche tutta questa storia del matrimonio?
Timoroso che la studentessa possa sfruttare lo strano
momento in cui gli è a fianco vestita da sposa in un vicolo
buio del suo villaggio natale per estorcergli un ennesimo
rinvio della consegna del lavoro, Rivlin taglia corto:
– Non ricominciare adesso, Samaher, con le tue scuse.
Finisci prima «tutta questa storia del matrimonio che ti è
capitata tra capo e collo» e poi vedremo cosa fare.
Un ampio sorriso illumina il volto della ragazza, come se
non solo il professore le avesse concesso un ennesimo rinvio
per la consegna della tesina – che trascina ormai da piú di un
anno –, ma quasi che quel matrimonio potesse essere
annoverato tra i suoi doveri accademici. Con mano leggera e
sicura stringe il braccio dell’insegnante e lo conduce verso un
cancello di ferro sbarrato da una cavalla grande e nera.
Samaher rimprovera la cavalla in arabo, ma poiché questa
non sembra impressionata, la ragazza, in abito da sposa e
tacchi alti, inizia a lottare con lei per smuoverla e permettere
al professore di entrare per primo nel cortile di casa. E Rivlin
osserva meravigliato i gesti decisi della giovane: il modo in cui
solleva la testa con orgoglio, fa entrare nel cortile lui e la
cavalla, richiude il cancello, estrae un paio di occhiali da una
tasca nascosta del vestito, li inforca e lo guida lungo le scale di
pietra massicce e buie di casa sua.
Si ritrova allora catapultato in un’altra festa, parallela a
quella che si svolge all’esterno e riservata alle donne, sedute
pigiate in abiti vivaci su divani e cuscini in un salotto enorme,
con le pareti adorne di ritratti variopinti di antichi notabili in
turbante. In un angolo della sala vecchie contadine in abiti
tradizionali aspirano il fumo da narghilè trasparenti e una
donna ingioiellata, sorridente e d’aspetto giovanile, si affretta
verso di loro rivolgendosi al professore per nome ma usando
anche il suo titolo. È Afifa, la madre di Samaher, che in un
passato lontano, negli anni Settanta, aveva frequentato il
primo anno di Storia mediorientale e partecipato a uno dei
primi corsi tenuti dal professor Rivlin, e se non avesse
interrotto gli studi in seguito alla nascita di Samaher, avrebbe
potuto, come la figlia, avere una laurea.
– Non è troppo tardi, – dice il professore con cordialità alla
donna attraente, – l’ammetteremo di nuovo agli studi e li
riprenderà dal punto in cui li ha interrotti –. Afifa però
arrossisce, ride imbarazzata, come se Rivlin le avesse fatto una
proposta indecente, e con un gesto lezioso e svolazzante
liquida la possibilità di proseguire ciò che è stato
abbandonato. Lo prende in consegna dalla figlia e lo conduce
in una stanza da bagno spaziosa e immacolata dove posa due
asciugamani grandi e puliti e una saponetta nuova, quasi che
il professore non voglia fare solo pipí, ma un bagno completo.
Malgrado sia pungolato dalla curiosità di gettare un’occhiata
all’intimità araba – e nulla come una stanza da bagno può
rivelarne i particolari –, Rivlin non intende trattenersi perché
la porta è sprovvista di chiave e di catenella, e teme inoltre
che la moglie non capisca dove sia sparito. Si limita quindi a
orinare senza far rumore, si lava le mani e il viso, prende dalla
mensola un grande pettine verde, lo lava minuziosamente e se
lo passa tra i riccioli argentati. Poi esamina un flaconcino con
un’etichetta in arabo e dopo essersi assicurato di aver
decifrato la scritta, lascia cadere qualche goccia del contenuto
negli occhi, per addolcire l’amarezza che lo perseguita.
La sposa non è rimasta ad aspettarlo, è tornata sulla collina
dei matrimoni e accanto alla porta c’è solo la sua simpatica
mamma a custodire la privacy di Rivlin. Il professore decide
che quello è il momento buono per mostrarsi gentile e
interessarsi della salute della nonna malata. – La nonna
malata? – si meraviglia Afifa, – la nonna? – Sí, la nonna, –
insiste lui, ostinandosi ad assumere l’intonazione di voce di
Samaher. – La povera nonna che giace malata in casa vostra.
– Ma chi glielo ha detto? Ma no. Perché malata? – Con
orgoglio la donna punta il dito verso una vecchietta dall’abito
sgargiante, seduta tra le amiche, che aspira con gusto il
narghilè e sorride loro con la bocca piena di fumo.
Ha forse senso biasimare una sposa bugiarda nel giorno
delle nozze? si domanda Rivlin, mentre Afifa insiste perché
qualcuno lo accompagni, come se non potesse ritrovare da
solo la strada del ritorno. Ed è probabilmente il nonno di
Samaher, un contadino anziano, robusto e silenzioso, con una
tunica grigia e una keffiah candida, a presentarsi sulla porta e
a chinare la testa in segno di rispetto. Nel cortile il vecchio
nota la cavalla nera, che si è introdotta in un luogo non suo, e
con frasi secche le ordina di seguirlo. Poi, con garbo e serietà,
conduce la nobile cavalla alla sua destra, mentre si sforza di
capire l’arabo del professore di storia mediorientale alla sua
sinistra.
La spianata è ora illuminata e animata da giovani infervorati
dalla musica, che si è trasformata, com’era prevedibile, da
orientale a occidentale ed è passata da un suono lamentoso a
uno piú aggressivo. Da lontano Rivlin lancia uno sguardo
sensuale a Haghit, seduta nel punto in cui l’aveva lasciata,
sotto l’albero di fico, immersa come al solito in una
conversazione, con le gambe delicate tese in avanti. E come
sempre, soprattutto nei momenti di disagio, comprende
quanto sia autentico, totale e fedele il suo amore per la
moglie, che ora porge con gesto seducente un pacchetto di
sigarette alle due segretarie del dipartimento che l’ascoltano
rapite. Da quel momento in poi, lui lo sa, e per molto tempo
ancora, le segretarie che l’hanno conosciuta quella sera non
dimenticheranno di chiedergli di salutare in modo
particolare, forse con l’aggiunta di una parola di elogio, la
donna che di tanto in tanto gli ricorda, tra il serio e il faceto:
Hai avuto fortuna, signor mio! Non meriti quello che hai.
3.
– Ti sei ripreso –. Non è una domanda, ma una
constatazione, fatta con la stessa lucidità con cui Haghit
riconosce ogni suo minimo cambiamento d’umore: – Non ti
succederà niente se ammetterai che stai cominciando a
divertirti anche tu.
Ma Rivlin non è tipo da ammettere di divertirsi, e di certo
non a una festa di nozze, per quanto di arabi. Nonostante
eviti di riferire la visita al bagno di Samaher, che potrebbe
apparire strana e fuori luogo, racconta ai colleghi con insolita
allegria dell’ex studentessa ritrovata nel villaggio: Afifa, la
madre di Samaher. Quando però accenna alla sua proposta di
farle riprendere gli studi, le segretarie lo avvertono di non
risvegliare illusioni negli arabi: dopo cosí tanti anni non si ha
il diritto di proseguire ciò che è stato interrotto. Bisogna
ricominciare da capo.
– Siediti, – gli ingiunge la moglie con affetto. – Non te ne
verrà niente anche se continui a stare in piedi.
In effetti è inutile sperare che quell’atteggiamento
impaziente sproni gli amici a riprendere la via del ritorno. Gli
ospiti arabi rifiutano di rassegnarsi a un congedo anticipato,
minacciando di interpretarlo come un’offesa, e gli ebrei
hanno perso la nozione del tempo e dimenticato il lungo
viaggio di ritorno a casa. Avvolti dal languore orientale di una
notte primaverile in campagna, aspettano l’ultima portata: un
gelato di produzione locale. Per Haghit il dessert rappresenta
il fine ultimo e supremo di ogni pasto – soprattutto dove c’è
la speranza di imbattersi in qualche novità eccitante –, e
Rivlin sa che è lei a capeggiare segretamente l’attesa golosa
che ha pervaso tutti.
– Siediti, dài, – torna a redarguirlo la moglie, – non fare
innervosire tutti, non dovrai guidare tu al ritorno e nessuno
rinuncerà alla conclusione dolce di un bel matrimonio.
Non c’è dunque altra scelta che arrendersi alla novità del
gelato arabo e seguire, con un sottofondo di musica rock, il
battibecco che si è acceso tra il capo del dipartimento e alcuni
studenti arabi che con aria garbata, ma tesa, ascoltano le
parole dell’ebreo. Il suo strano discorso è pronunciato in un
arabo perfetto e forbito, ma l’intento è duro e impietoso:
mettere a nudo e criticare le debolezze e i fallimenti degli
arabi nel corso di cinquecento anni di dominio turco. Rivlin
ha già notato che la gentilezza e la correttezza ostentate da
Akry, lui stesso di origine sefardita, verso gli insegnanti e gli
studenti arabi del dipartimento, e lo sforzo di rendere loro
omaggio con attenzioni particolari – quali l’uso della loro
lingua o la partecipazione a un matrimonio in un villaggio –,
non sono tanto un segno di stima quanto di disperazione.
Non odio, disprezzo o senso di superiorità, ma disperazione
assoluta, quasi scientifica, nei confronti dell’incapacità degli
arabi di concedere la libertà individuale, di rispettarla, di
desiderarla o persino di capirla. E a sostegno di questa
disperazione accademica Akry cita episodi bizzarri e
incredibili della storia araba avvenuti in epoche diverse e da
lui spigolati con ossessione maniacale. Rivlin, naturalmente,
dissente da quelle opinioni che sanno di razzismo: già in
passato ha avuto occasione di controbattere vigorosamente le
affermazioni del collega nel corso di conversazioni casuali,
ma quella sera la disperazione tenace dell’osservante riesce a
paralizzare anche lui, forse perché alimenta i suoi piú cupi
ricordi personali. In ogni caso Rivlin preferisce tacere e
posare la mano sulla spalla della moglie in attesa del dessert.
Ma la pazienza dei giovani arabi che fino a quel momento si
sono sforzati di ascoltare educatamente l’ebreo, capo di
dipartimento e anche ospite, comincia a esaurirsi. Alcuni di
loro, studenti del Politecnico, non conoscono l’oratore e non
ritengono di dovergli rispetto. Sí, è vero, Akry si esprime con
eloquenza nella loro lingua, però critica con tanta asprezza i
loro antenati che l’atmosfera dolce e gradevole del villaggio
rischia di guastarsi, compromettendo il bel gesto collettivo di
prendere parte al matrimonio di Samaher. Rivlin è indeciso se
alzarsi e far pesare la propria autorità contro quella del
collega provocatore, oppure rimanere passivo, ma ecco che in
quel momento si sente un gridolino di esultanza e sul tavolo
planano un grosso recipiente dove brilla il gelato e alcune
coppette di cristallo, mentre tutt’intorno vengono distribuiti
cucchiaini dorati dalla forma piatta. Ed è stupefacente che in
un villaggio remoto e sperduto, tra polli e asini, sia stato
prodotto un gelato tanto squisito, saporito, dai gusti e dai
colori innovativi, che si scioglie in bocca con una cremosità
stuzzicante. Bisogna quindi frenare l’ingordigia di Haghit, che
negli ultimi anni si è arrotondata non poco. Lei però non se
ne cura, perché si sente sempre in pace con se stessa.
4.
Haghit è talmente a suo agio che a dispetto dell’ora tarda
chiede all’autista arabo di fermarsi tra Ahihud e Shefar’am,
vicino a una bancarella di canne di bambú illuminata, e
convince le segretarie e i due giovani assistenti che l’hanno
presa in simpatia a unirsi a lei in uno shopping notturno di
frutta e verdura provenienti dai campi e dai frutteti dei
dintorni. Per un attimo sembra che il rammarico di separarsi
dagli arabi la spinga a fare incetta di cetrioli, melanzane,
zucchine e fragole, cosí da preservare il sapore di quelle nozze
che ha tanto apprezzato. Determinata com’è, ignora le
proteste del marito e lui decide di boicottarla e di rimanere
seduto nel minibus. Il discorso avvelenato di Akry gli ha
conciliato il sonno al punto che non si è svegliato nemmeno
quando il motore è stato spento. Stanco e irritato, segue con
lo sguardo la moglie che gironzola entusiasta intorno alla
bancarella illuminata dalla luce azzurrina di una grossa
lanterna, accanto alla quale penzolano, quasi fluttuando
nell’aria, grandi bambole, che sembrano simulacri di un
antico tempio cananeo. «Si farà prendere di nuovo dalla
frenesia, – riflette Rivlin con stizza, – si lascerà abbindolare da
quel fruttivendolo scaltro che intuirà il suo carattere
capriccioso e la convincerà a comprare altra frutta e verdura
che marciranno in frigo se io non mi impegnerò a
mangiarle».
Una vettura si ferma e due ragazze si uniscono alla spesa
notturna degli ebrei. Spazientito, Rivlin decide di scendere dal
minibus per mettere fine a quel festino che si va allargando,
ma il vapore giallastro che aleggia tra i lampioni della stazione
di servizio affollata da automobili in partenza e in arrivo lo
infiacchisce. «Se anche gli arabi smettono di dormire la notte,
– dice a se stesso, – chi si sveglierà all’alba per lavorare nella
nazione degli ebrei?» Sua moglie è già immersa in una
conversazione con le due ragazze, gambe nude e giovani si
aggirano agili sotto la tettoia pagana. Il ricordo della nonna
quanto mai sana intenta a succhiare il bocchino del narghilè
dalla delicata forma di testa di serpente suscita in Rivlin una
nuova amarezza. Come ha potuto lasciarsi convincere a
sprecare del tempo prezioso per quello sposalizio? I
matrimoni, persino quelli di parenti e di figli di amici, si
fanno piú penosi per lui di anno in anno. Se stasera fosse
rimasto a casa di certo sarebbe riuscito a trovare lo sfogo di
cui aveva bisogno dopo le delusioni e le occasioni perdute
dell’ultima settimana. Oltretutto, l’indomani dovrà
sgomberare lo studio per far posto alla cognata in arrivo
dall’estero, e passeranno altri dieci giorni prima che suo
marito la raggiunga e si trasferiscano in albergo. Che speranze
gli rimangono allora riguardo al sesso? Uno scampolo di
notte e una mattina fugace. Haghit, infatti, è legata da un
misto di tenerezza e di senso di colpa all’unica sorella, piú
anziana di lei. Quando Ofra si trova sotto il loro tetto, non c’è
verso di fare l’amore. E talvolta bastano gli abiti, o persino le
scarpe della sorella nella camera vicina, perché la moglie di
Rivlin si senta paralizzata.
5.
Ma Haghit riscuote con facilità il marito dall’inerzia riottosa
in cui è sprofondato. Il proprietario della bancarella porta
alcuni sacchetti stracolmi nel minibus e li posa con cautela ai
piedi di Rivlin: ecco, vostro onore, è tutto qui. Le due ragazze,
a quanto pare, sono stagiste in uno studio legale e non hanno
resistito alla tentazione di conoscere il giudice distrettuale in
cui si sono imbattute nel cuore della notte. E anche gli arabi,
convinti che presto o tardi arriveranno in tribunale in veste di
imputati, o di querelanti, hanno mostrato subito un grande
rispetto verso quel magistrato sorridente, giunto nottetempo
alla loro bancarella.
– Ma non è corretto mostrarsi cosí cordiali verso gli
avvocati, – rimprovera Rivlin alla moglie, – non sai che
hanno cominciato a specializzarsi nel tendere tranelli ai
giudici?
– Ai giudici uomini, caro, non alle donne, – lo corregge lei
con un ampio sorriso prendendo dalla borsetta un piccolo
pettine e invitandolo a darsi una ravviata ai capelli come se
dovessero recarsi a un altro appuntamento nel cuore della
notte. – Non preoccuparti, conosco i miei limiti. E non solo i
miei, ma anche quelli degli altri –. A quanto pare, però,
Haghit si riferisce unicamente ai limiti della legalità, non a
quelli dell’appetito, perché mentre il minibus riprende la
strada non resiste alla tentazione di rovistare nei sacchetti ai
suoi piedi, e senza lavare i piccoli frutti rossastri – simili ai
capezzoli di un seno generoso – si riempie la bocca con le
prime ciliegie della stagione, sputando con attenzione i
noccioli nel palmo della mano.
È già mezzanotte passata, e poiché Rivlin e la moglie sono
stati i primi a essere prelevati da casa, saranno gli ultimi a
farvi ritorno. Innanzitutto occorre svegliare il capo del
dipartimento, che Rivlin osserva con simpatia mentre scende
fresco e impettito dal minibus. Malgrado il suo discorso
avvelenato abbia rischiato di rovinare la festa a tutti, Rivlin è
contento di aver fatto pesare la sua influenza sulla
commissione delle nomine perché Akry fosse promosso di
grado e lo liberasse finalmente dall’incarico fastidioso di capo
del dipartimento. A Nevé Shaanan Haghit saluta con affetto
una segretaria, e dopo un paio di vie, con altrettanto affetto,
anche l’altra. Quindi il minibus vaga a lungo in una zona
periferica di quartieri nuovi per individuare l’abitazione di un
giovane docente dal brillante futuro accademico, la cui
silenziosa consorte – solo in quel momento, a notte fonda, è
possibile notarlo – si trova ai primi mesi di gravidanza. In
uno stretto vicolo di Hadar HaCarmel scendono due gioviali
assistenti: un ebreo e un druso, coinquilini, e in centro città è
lo stesso Rivlin a scendere dal minibus per accompagnare fino
all’ingresso di una casa di riposo un anziano professore
emerito che non rinuncia a presenziare agli eventi della
facoltà. E quei commiati notturni sono improntati a calore e
affetto come se gli arabi avessero infuso negli ebrei un nuovo
senso dell’amicizia: Rivlin sa che l’animo sensibile della
moglie serberà a lungo la memoria di ciascuno degli invitati;
forse non sempre ricorderà il loro nome, però rammenterà un
dettaglio che hanno rivelato di sé.
Nel giungere alla loro casa al Carmelo francese – dove si
sono trasferiti da poco piú di sei mesi –, commentano ancora
una volta di non avere sbagliato a lasciare il wadi selvaggio su
cui si affacciava l’appartamento dove hanno vissuto per piú di
trent’anni, sostituito ora da un ascensore lento ma sicuro che
li porta con i sacchetti fino al quinto piano. L’autista arabo,
un giovane dalla pelle scura che sembra quasi nera, con occhi
belli e fiammeggianti, non si fida dell’ascensore e insiste per
accompagnarli fino alla soglia dell’appartamento e aiutarli
con i numerosi acquisti. Quando però Haghit fa il gesto di
ricompensarlo per il disturbo, il ragazzo si offende
moltissimo. Ma come? Lui è un parente, si chiama Rashed, è
cugino della sposa e per lei e i suoi ospiti farebbe qualsiasi
cosa. Tutti al villaggio vogliono bene a Samaher e sono
orgogliosi di lei. È una ragazza forte e colta, una giovane
leader. E anche se lo scorso inverno è stata ammalata,
dimostrerà a tutti che arriverà lontano.
– Samaher è stata ammalata? – si stupisce Rivlin. – Ma no!
Ti sbagli.
Il ragazzo però insiste. Sí, è stata ammalata.
– E cosa ha avuto?
Rashed non ricorda il nome della malattia della cugina, sa
solo che si è trattato di una cosa seria e per questo, una volta
guarita, Samaher ha acconsentito a sposarsi, per non sprecare
tempo.
6.
Non resta che soddisfare una richiesta del ragazzo, offrirgli
dell’acqua fresca e rallegrarsi delle parole di elogio per il
nuovo appartamento, tanto accogliente. Prima che lui torni
alla festa di nozze al villaggio, che a suo dire proseguirà fino
alle prime luci dell’alba, Haghit gli domanda se il nome della
sposa ha qualche significato in arabo. Rivlin, offeso che la
moglie non lo abbia chiesto a lui, sbotta:
– Samaher in arabo significa «lancia».
Ma Rashed non è soddisfatto della spiegazione: – Non
«lancia», «alabarda», – precisa con viso serio mentre gli occhi
color carbone si addolciscono. – Samaher significa «alabarda»
e samahari è l’alabardiere –. Poi se ne va per la sua strada.
Finalmente Rivlin e la moglie sono di nuovo soli e si
affrettano verso la segreteria telefonica nella speranza di
trovarvi un messaggio di Ofer, il figlio maggiore, che da
quattro anni vive a Parigi. Ma benché sulla segreteria siano
registrati tre messaggi, nessuno di quelli è di Ofer. Il primo,
esitante, sbrigativo, pronunciato da una voce dall’accento
sefardita, è del figlio della colf, immancabilmente incaricato
dalla madre di annunciare le sue malattie, soprattutto quando
sono inventate. Il secondo, squillante e limpido, è di Zahy, il
figlio minore, ufficiale dell’esercito: si scusa per un impegno
imprevisto il sabato seguente e comunica che chi vorrà
vederlo dovrà salire di nuovo in Galilea. L’ultimo, perentorio
e pragmatico, è di Hana Tedeschi: da Gerusalemme li informa
che lei e il marito sono tornati da una settimana da un lungo
viaggio in Sudamerica e aggiunge di non cercarli però al loro
appartamento. L’asma maledetta di cui Carlo soffre lo ha
aspettato pazientemente in Israele, e ancor prima di disfare le
valigie lo ha assalito con particolare virulenza. Se quindi lo
studente di un tempo desidera incontrare il vecchio
insegnante, relatore del suo dottorato di ricerca, farà bene a
recarsi all’ospedale Bikur Holim. Lassú, nel reparto di
medicina interna, al terzo piano, camera numero otto, è
ricoverato l’uomo in uno stato di semi-incoscienza. Non c’è
bisogno comunque di affrettarsi perché questa volta,
promette la voce solenne della donna, anche lei docente di
storia mediorientale ed eccellente traduttrice di poesia
preislamica, si tratterà davvero di una cosa lunga.
– È incredibile quanto lei si compiaccia delle sue malattie, –
commenta Rivlin.
– Non se ne compiace. Ne ha semplicemente bisogno, – lo
corregge la moglie, a cui basta una frase concisa per ottenere
quella lucidità di concetto che il marito tanto ammira. Il
professore vorrebbe riascoltare il messaggio da Gerusalemme
per cogliere la sfumatura che distingue il compiacimento dal
bisogno, ma lei lo esorta:
– Andiamo a dormire. La casa è sottosopra. E domani…
Non abbiamo scelta... La donna non verrà e anche tu... dovrai
aiutarmi a sistemarla un po’...
– Un po’? – ripete lui con amarezza, quasi che Haghit non
sapesse che non solo sarà a sua disposizione come un alleato
fedele, ma che alla fine la maggior parte del lavoro ricadrà
sulle sue spalle. Infatti, anziché un pubblico ministero, un
avvocato difensore e un imputato che in tribunale, il giorno
dopo, pretenderanno di trovarsi di fronte a un giudice vigile e
in forma, sulla sua scrivania si impilano solo testi confusi e
pazienti, minute contorte e addirittura ansiose di essere
accantonate.
Haghit sa che negli ultimi tempi il marito trascura il suo
zoppicante lavoro di ricerca per rifugiarsi, pur brontolando,
nelle incombenze della donna di servizio defezionaria,
tuttavia si guarda bene dal fare commenti che potrebbero
essere interpretati come un’espressione di scarso
apprezzamento per il sacrificio e l’impegno necessari alla
visita dell’amata sorella. Non dice quindi una parola mentre,
malgrado l’ora tarda, Rivlin arranca verso la cucina e
lamentandosi dei recenti acquisti riempie meccanicamente la
lavastoviglie e la avvia. Lui sale in camera e trova Haghit
sdraiata sul copriletto, vestita, intenta a seguire il telegiornale
di una rete straniera, con in mano una ciotola di ciliegie. La
stanza è una bolgia di vestiti, gonne, camicette e scarpe, segni
dell’indecisione dell’ultimo minuto di trovare un abito
appropriato per il matrimonio, eppure Haghit si dedica a ciò
che definisce «il riposo precedente il sonno», gemello del
«riposo successivo al sonno».
– Com’è possibile che tu abbia ancora fame dopo il pranzo
di nozze? – brontola Rivlin afferrando una manciata di
ciliegie, non perché abbia voglia di mangiarle, ma per
accelerare lo svuotamento della ciotola.
– Perché no? – sorride lei con calma. – A parte il gelato non
ho toccato niente, di certo non quel povero montone che tu
hai mangiato per metà.
– Solo per metà? – sorride lui con mestizia, sentendo
l’acquolina in bocca al pensiero della carne succulenta che gli
arabi hanno continuato ad ammucchiare nel suo piatto. Ma
ciò che è stato ingoiato si è dissolto nel nulla, e nella sua
anima aleggia ora solo l’eco debole della musica araba. Rivlin
scruta il viso della moglie, grigio di stanchezza, e pensa alla
cognata senza figli che dal giorno dopo diventerà parte
integrante della loro vita, come se si aggregasse a loro, per
dieci giorni, un’anziana adolescente. E malgrado la
stanchezza e il nervosismo è ben deciso a non rinunciare a
«ciò che gli spetta di diritto». Si siede in fondo al letto e
accarezza leggermente i piedi della moglie, cercando di
verificare la propria eccitazione prima di pretendere la sua.
7.
Rivlin non ha dubbi riguardo al proprio desiderio, e
malgrado gli impegni del giorno seguente vadano ad
aggiungersi a quelli di una giornata lunga ed estenuante,
prende il telecomando della televisione posato sul petto della
moglie, spegne l’audio e lascia l’immagine.
– Non è il momento buono. Non piacerà nemmeno a te.
Aspettiamo domattina. Lo sai cosa succede quando non mi
va.
– Ti andrà, – promette lui, come se avesse il potere di
controllare la pulsione sessuale della moglie. Haghit però
resiste, lo respinge, lotta addirittura con lui, senza capire se
per pigrizia e stanchezza o per un antico rancore.
– Mi lascerai di nuovo sola, verrai senza di me.
– Non lo farò, – il professore è risoluto nella promessa,
stimolata dalla pressione all’inguine, – non preoccuparti, non
lo farò –. Spegne la luce principale e lascia solo quella
dell’abat-jour.
– Parla, di’ qualcosa. Non siamo mica animali, – protesta
Haghit con tono furioso lasciandolo raggelato nel momento
in cui lui comincia a carezzarla e a baciarla, – lo sai quanto mi
pesa il silenzio, senza una parola d’affetto o d’amore.
È impossibile sapere se lei abbia veramente bisogno di
parole per superare la propria riluttanza o stia ponendo, nel
cuore della notte, una condizione che il marito non potrà
soddisfare in un momento in cui la stanchezza la cinge con
braccia piú forti delle sue. Ma Rivlin insiste. Forse
l’eccitazione è frutto delle vibrazioni della musica araba,
oppure il montone che ha mangiato era in calore; o ancora è
il ricordo di Afifa, la bella studentessa di un tempo, seduta ora
a fianco della sanissima nonna che aspira il fumo dal narghilè
trasparente. No, lui non si darà per vinto. E nonostante non
abbia né la forza né la voglia di cercare frasi d’amore e
vorrebbe solo rilassarsi e sprofondare subito in un sonno
profondo, riesce a trovare dentro di sé parole sincere.
Haghit ascolta a occhi chiusi, abbozza un sorriso perché le
parole hanno sempre un grande valore per lei e in camera da
letto contano ancora di piú che in tribunale. Spalanca le
braccia pesanti che invitano il marito ad alzarsi dalla
posizione genuflessa ai lati del letto, ad accostarsi a lei, testa
contro testa, viso contro viso. Gli bacia la fronte, gli occhi, ma
le labbra si raggelano, come se il cuore non riuscisse a piegarsi
al suo volere. Che succede? borbotta lui. Niente. Te l’ho già
detto. Sono sfinita. Perché insistere? Da dove salta fuori tutta
questa eccitazione? Ma cos’è successo a un tratto? Niente.
Non importa. Non so. Hai anche un odore strano. Un odore
strano? Ma che stai dicendo? Non offenderti. Qualcosa
probabilmente ti è rimasto appiccicato lassú, al villaggio. Hai
toccato qualcosa? Ti sei lavato con qualche saponetta? Non
prendertela. Non è terribile. Lavati solo un po’ la faccia. Mi dà
fastidio questo odore portato da lassú. Forse sarebbe meglio
farci un’altra doccia. Cosí sarà ancora piú piacevole. Vai tu
per primo. Io ti seguo. Abbiamo sudato ed è stata una
giornata lunga. Domani mattina ci sveglieremo ristorati e
avremo il tempo di fare tutto ciò che vogliamo.
8.
È la fine. Persino la sua eccitazione mentale perde slancio.
Rivlin entra a farsi la doccia, si insapona bene i genitali, il
viso, senza capire se l’odore che lui non percepisce se ne sia
andato. Quando esce dal bagno, nudo e pulito, e si imbatte
nella moglie, nuda anche lei, l’afferra con forza e la stringe a
sé avvicinando la fronte al suo naso in segno di sfida, perché
controlli che l’odore non ci sia piú. Haghit scoppia a ridere, lo
abbraccia con affetto premendo i bei seni contro di lui, gli
bacia la fronte e gli promette che faranno l’amore al risveglio,
e Rivlin sa che la promessa non verrà mantenuta.
Chissà infatti cosa porterà la mattina e cosa resterà
impigliato nei sogni... L’approssimarsi dell’amata sorella, che
in quel momento ha appena iniziato a sorvolare il grande
oceano, spinge Haghit a svegliarsi all’alba per passare
l’aspirapolvere, lucidare vetri e specchi fino a farli brillare,
riempire a piú riprese la lavastoviglie con piatti che
sembravano lavati e la lavatrice con asciugamani e lenzuola
ritenuti puliti; ma soprattutto per preparare il letto dell’ospite
con cura e meticolosità principesca, con lenzuola inamidate e
profumate, coperte leggere e vaporose e due cuscini di piuma
nuovi, cosí da competere in segreto con il candore inamidato
e la morbidezza puntigliosa e profumata con cui vengono
preparati i letti dei coniugi Rivlin durante le loro visite in
America.
E poiché Rivlin sa quanto sia importante l’arrivo della
sorella per la moglie, che normalmente delega ogni
incombenza a lui e alla donna di servizio mentre lei, dopo una
lunga giornata in tribunale, si distende con i suoi giornali,
seminando il solito disordine, evita di discuterne gli ordini.
Come un soldato disciplinato ed esperto, sottoposto
all’improvvisa autorità di un ufficiale indolente, aiuta a
stendere l’ennesimo bucato e a sgomberare lo studio. Questa
volta, a causa della visita prolungata – dieci giorni –, gli è
stato ordinato di svuotare tre cassetti e di lasciare libero uno
scaffale; e lui ha anche intenzione di trasferire il computer nel
suo minuscolo ufficio dell’università, per non poter incolpare
la cognata, verso la quale prova simpatia, di un’ennesima
interruzione del suo lavoro di ricerca che arranca dal giorno
in cui sono iniziate le tribolazioni del trasloco nel nuovo
appartamento.
La mattina procede spedita. Fra un paio d’ore il magistrato
indosserà la toga nera, si unirà ai due colleghi del collegio
giudicante e insieme attenderanno sulla soglia che l’usciere
del tribunale annunci la loro entrata. Con un efficiente lavoro
di squadra i padroni di casa riescono a compiere in un paio
d’ore quello che la donna di servizio non porta a termine in
un’intera giornata. I pavimenti sono puliti, gli specchi e i vetri
tirati a lucido, la camera dell’ospite è accogliente e aerata, e il
divano si è trasformato in un letto incredibilmente comodo. E
se mancano fiori e dolci, anche questi arriveranno quando
Haghit tornerà dal tribunale, prima che l’ospite varchi la
soglia di casa. Per colpa di un procedimento penale
complesso, «top secret», che si trascina da parecchi mesi ed è
soggetto a rigide limitazioni, non sarà possibile al giudice
liberarsi dai suoi impegni e accompagnare il marito
all’aeroporto.
9.
Occorre dunque mettere in moto per lei l’altra automobile,
piccola e vecchia, alla quale Haghit non è abituata, e tornare a
spiegarle il funzionamento e il significato dei pulsanti e delle
lucine sul cruscotto, particolari che lei si affretta a
dimenticare. È un bene che la sua guida sia calma e prudente,
altrimenti come potrebbe raggiungere sempre sana e salva la
meta? Nonostante sia tardi, il magistrato non sembra aver
fretta di salutare il marito e avanza due ultime richieste. La
prima è semplice: darle un primo segno di vita subito dopo
l’arrivo della sorella. La seconda viene espressa con titubanza
e imbarazzo: potrebbe Rivlin, prima di andare all’università,
lavare la tenda dello studio di cui solo ora, mentre usciva di
casa, lei ha notato la sporcizia?
– Ma che dici, non è affatto sporca...
– Sí, è sporca, – protesta Haghit con dolcezza, – davvero
sudicia. Tu, caro, non noti mai niente.
– Sporca o no, c’è un limite a tutto. Non laverò nessuna
tenda. Non c’è nessun motivo di preparare a tua sorella una
stanza da principessa ereditaria.
– Principessa ereditaria? – Haghit è stupita di
quell’espressione nuova e bellicosa. Che c’entra con sua
sorella? – È la tua tenda, nel tuo studio. Sarà piú piacevole
anche per te tornare fra due settimane e trovarla pulita.
Ma Rivlin tace, non vuole dare alla moglie l’occasione di
convincerlo. Aspetta che se ne vada. Se tu avessi fatto l’amore
con me ieri sera, mormora fra sé, forse avrei lavato anche la
tenda. Lei soppesa il suo silenzio con sguardo ostile. Le è
sempre difficile separarsi da lui, anche se per poco tempo, e
proprio stamattina è costretta a presenziare a quella lunga
seduta che le impedisce di andare all’aeroporto, un luogo che
lei ama particolarmente.
– Non capisco perché non ti muovi. Ti aspettano in
tribunale.
– Il tribunale ti dispensa dal preoccuparti del mio ritardo, –
sorride Haghit, certa di poter ammansire con le parole giuste
chiunque la stia aspettando. Quando però vede che il marito
continua a tacere domanda a bruciapelo che impressione gli
abbia fatto il matrimonio arabo.
– Buona, – risponde lui laconico.
– Piú che buona, – ribatte lei a quella risposta secca. – È
stato proprio carino. Mi sono divertita. E anche tu non
sembravi soffrire troppo. Probabilmente non tieni davvero in
gran conto gli arabi se non ti sei lasciato prendere dalla solita
invidia.
– Ma che dici? – si irrita lui. – Che c’entra l’invidia? Che
m’importa se la gente si sposa? Non è questione di invidia, è il
ricordo –. Il dolore del ricordo. L’offesa per ciò che è andato
perduto. La preoccupazione per il colpo inferto al figlio, senza
una vera spiegazione. Un colpo da cui lui, come la moglie sa
bene, fatica a riprendersi.
Haghit lo ascolta in silenzio, e nonostante stia facendo tardi
all’udienza, che non può iniziare senza di lei, spegne il motore
per esprimere un’opinione già manifestata piú volte. Lascia
stare il ricordo. Ormai sono passati cinque anni. Mettiamo da
parte il dolore per quanto è andato perduto; anche Ofer di
certo ha avuto la sua parte di colpa. A che servono il dolore e
il rammarico se non hai nessun controllo su questa faccenda,
non lo avrai mai e non c’è nessun bisogno che tu lo abbia? A
volte sembra che tu usi tutta questa storia del divorzio di Ofer
per riversare su di lui un’angoscia e un’amarezza che faresti
meglio a sfogare altrove.
– Dove?
– Su di te, per esempio.
– Su di me? In che senso?
Ma l’ansia per il ritardo ha la meglio.
– Non ora, – Haghit avvia la vettura, – parleremo di tutto
piú tardi. Cerca solo di essere carino con mia sorella. Sai
quanto sia sensibile a ogni parola.
– Sono sempre carino con lei.
– Allora sforzati di esserlo ancora di piú.
La vetturetta si avvia per la sua strada, ma Rivlin sa già che si
fermerà subito, e infatti Haghit gli fa cenno di avvicinarsi.
Con tono serio, ansioso, come se fosse la prima volta in vita
sua, gli domanda: – Dimmi, mi ami? – Un’ondata d’amore
sommerge Rivlin che aveva previsto il tentativo della moglie
di lenire il dolore della separazione. Malgrado il tempo
contato, non è tuttavia disposto a confermare
automaticamente il proprio amore e a lasciarla andare da chi
la attende con impazienza. China la testa, medita la risposta
con gravità, come se volesse farle intendere che l’amore non è
cosa da poco. Infine annuisce leggermente.
– Quanto? – lo aggredisce lei, brusca, quasi che il marito
fosse un fruttivendolo dietro una grande bancarella.
– Tanto, – ammette lui con onestà. E in un sussurro
aggiunge: – Piú di quanto ti meriti.
– Perché? – lei insiste nell’interrogatorio, trastullandosi forse
in un gioco da adolescenti, oppure aggrappandosi alla
domanda piú importante della sua vita: – Dimmi, perché mi
ami cosí tanto?
Ora lui si ribella, ride, batte la mano sul tettuccio
dell’automobile e sbotta irritato: – Forza, basta cosí.
10.
Ma la giornata è ancora lunga. Mancano otto ore all’arrivo
dell’aereo e Rivlin, tornato nello studio a sgomberare le
ultime carte, decide di liberare per l’ospite anche un altro
ripiano. Poi osserva la tenda appesa alla finestra e nonostante
non gli sembri sporca è disposto ad accontentare la moglie
che starà seduta per ore interminabili, seria e concentrata, sul
suo scranno. Sfila il bordo bianco dai ganci e porta la tenda
sulle braccia con cautela, come una sposa leggera, verso il
bagno, la immerge in acqua tiepida e sapone ed è costretto a
sciacquarla piú volte, finché l’acqua non riacquista
limpidezza. Per un istante teme che l’ansia della moglie di
compiacere la sorella le impedisca di notare ciò che ha fatto e
la spinga a lavare di nuovo la tenda pulita. Le lascia quindi un
biglietto informandola del suo bel gesto e avvisandola di
volere una ricompensa. Dopo una riflessione, però, Rivlin
cancella l’ultima frase nel timore che il figlio minore,
arrivando per una licenza improvvisa, la legga.
È giunto il momento di staccare il computer, di avvolgere i
cavi e di infilare il tutto in due borsoni neri, imbottiti con
piccoli asciugamani. Prima di lasciare lo studio, però, Rivlin
cerca per un istante, con un sorrisetto sardonico, la figura
della madre morta che si aggira sul balcone del secondo piano
del palazzo di fronte. La tapparella centrale è già sollevata e
l’anziana donna, che indossa un vestito estivo rosso senza
maniche, se ne sta appoggiata alla ringhiera con sguardo
corrucciato, indagatore, ma distaccato, osservando un grosso
camion dei rifiuti che scivola lentamente lungo la stretta via.
Rivlin non ha scoperto quella figura-fantasma subito dopo il
trasferimento nella nuova casa. In un primo tempo aveva
collocato la scrivania di fronte alla parete, per potersi
concentrare meglio. Haghit, però, lo ha convinto a spostarla
davanti alla finestra. «Se non hai nuove idee la parete non ti
aiuterà, e se queste arriveranno, il panorama non le
disturberà». E cosí, all’incirca una settimana dopo il trasloco,
un pomeriggio verso il crepuscolo, quando era ormai sazio di
ammirare la vegetazione verde e fresca del versante
occidentale del Carmelo e i tetti di tegole che spuntavano tra i
pini, Rivlin si è messo a osservare con attenzione le case
dall’altro lato della via, spostando lo sguardo da una finestra
all’altra, da un balcone all’altro finché, stupefatto, ma anche
entusiasta e divertito, ha notato il fantasma della madre
seduto al balcone di fronte, alle prese con un solitario.
I capelli color paglia, la corporatura massiccia, la posizione
in cui stava seduta, tutta curva, pronta ad affrontare i
contrattempi della vita, ricordavano in modo sorprendente
sua madre, morta tre anni prima. La distanza non gli ha
permesso di distinguere con chiarezza i lineamenti di quella
vecchia corpulenta, eppure ha avuto la sensazione che davanti
a lui si trovasse la donna che l’aveva generato, solitaria,
distante, immersa in una desolazione cosmica imbottita di
insulsi pensieri pratici.
Il balcone della donna ha quattro tapparelle. Una sola
tuttavia viene sollevata, e anch’essa solo per metà, e per poche
ore al giorno. In casa sua non si vede mai nessuno – né
parenti né amici –, e il resto dell’appartamento, piuttosto
ampio, è nascosto alla vista di Rivlin. Lei sbuca dalla
penombra e nella penombra si rifugia. Non legge vecchi
rotocalchi stranieri, come sua madre, ma si limita a fare dei
solitari con le carte. Di tanto in tanto esce sul balcone con un
coltello e un piccolo frutto, si appoggia alla ringhiera, taglia il
frutto a pezzi e lo mangia in fretta, gettando i semi e le bucce
nel giardino sottostante, senza troppi scrupoli.
Quando lui l’ha mostrata con divertita apprensione alla
moglie e al figlio minore, i due non erano rimasti entusiasti
della somiglianza. Haghit ha persino protestato: «Sei senza
cuore. Quella donna è molto piú brutta e arcigna di tua
madre». Ma la sorella di Rivlin, che odiava la madre, ha
trovato la «sosia» piú simpatica dell’originale, comprendendo
bene perché lo sguardo del fratello fosse calamitato da lei. È
rimasta a fissare a lungo quel fantasma, come a teatro, con un
sorriso di soddisfazione e senza dover sopportare i soliti
rimproveri e le critiche dell’insopportabile madre.
Il primo mese Rivlin è stato talmente preso dalla vecchia da
chiedere al figlio di portargli dalla base militare un grosso
binocolo per poterne osservare meglio il viso. Il binocolo,
però, ha attenuato il potere dell’immaginazione. Sua madre si
è truccata fino al giorno della morte con colori vivaci, come
un pavone aggressivo, mentre il viso della vicina non conosce
il belletto ed è decrepito e giallastro come quello di una sfinge
emersa dalla sabbia.
All’inizio Rivlin è stato attento a spiarla in segreto, perché lei
non lo notasse, non si accorgesse del binocolo e non corresse
a nascondersi, o a chiamare aiuto. Ben presto però si è
accorto che non correva il rischio di essere individuato. Il
corso dei pensieri della donna la porta a volgere
irrimediabilmente lo sguardo verso il basso. Il mondo non sta
sopra di lei, ma sotto. Ora sarà costretto a separarsi da lei per
due settimane. Non sentirà la sua mancanza in modo
particolare ma è vero che talvolta, quando è stanco, trae uno
strano conforto nell’osservare i gesti e i movimenti familiari
che hanno accompagnato la sua l’infanzia, e non prova alcun
senso di colpa né si sente in debito nei confronti dell’anziana
vicina.
11.
Nella segreteria del dipartimento di Storia mediorientale, al
ventitreesimo piano del palazzo dell’università, tra le tesi degli
studenti e la posta dei docenti, è poggiato un vassoio di rame
pieno di dolci, omaggio dell’energica sposa che si è
preoccupata anche degli insegnanti non intervenuti alle sue
nozze. – Non è giusto, – si lamenta Rivlin, – chi non ha fatto
uno sforzo come noi non merita i dolci. – Ammetta però che
ne è valsa la pena, – dicono le segretarie, accogliendolo con
un’affabilità che a lui sembra eccessiva. – È stata una buona
idea partecipare per una volta a un matrimonio arabo e
vedere i nostri studenti, di solito cosí scontrosi, nel loro
ambiente naturale, nel luogo che davvero gli appartiene. E
quanto abbiamo riso con la sua meravigliosa signora, –
esclamano con una punta di rimpianto per quella donna che è
scomparsa lasciandole sole con il tetro marito. – Sí, lei è una
persona allegra, – ammette il professore con un leggero
sorriso. – Mi prendo talmente cura di lei che non ha motivo
di non essere soddisfatta.
Le segretarie ridono, come se avesse detto un’assurdità.
Avendo dovuto assisterlo durante i lunghi anni in cui è stato
capo del dipartimento, non riescono a immaginarlo in veste
di servitore altrui. E anche a Rivlin sembra strano essere
trascinato in una conversazione intima con le due segretarie,
da cui ha sempre cercato di mantenere le distanze. Ormai
però è abituato al fatto che chi conosce sua moglie non la
dimentica tanto in fretta, come se gli si fosse aperta davanti
una breccia attraverso la quale è possibile arrivare a lui.
La porta della stanza del capo del dipartimento è chiusa, e
Rivlin è indeciso se entrare dal collega per commentare il
discorso avvelenato e superfluo della sera precedente o
lasciarlo in pace. Le segretarie però pongono fine ai suoi
tentennamenti: Akry lo sta aspettando.
Rivlin entra nell’ufficio ampio, luminoso, che per tanti anni
è stato il suo. Nonostante vi abbia rinunciato volentieri,
scrollandosi di dosso il fardello della conduzione del
dipartimento, ne ha conservato la chiave e ha lasciato alcuni
libri sugli scaffali, cosí da mantenere un senso di proprietà.
– Il professor Tedeschi è ricoverato in coma all’ospedale, –
annuncia l’uomo bruno e tranquillo seduto nella stanza
ordinata e pulita, davanti a un computer sopra il quale
campeggia la fotografia dei due nipotini, uno chiaro e uno
scuro, fonte di ispirazione e forse anche di sostegno nei
meandri ingrati e tortuosi dello studio della storia araba.
– Sí, l’ho saputo, – esclama Rivlin laconico, un po’ deluso
che la moglie dell’intellettuale di Gerusalemme non si sia
accontentata dell’affetto del discepolo piú illustre, ma abbia
cercato conforto anche presso un accademico di mediocre
levatura il cui pregio principale, agli occhi di Tedeschi, era lo
zelo e la meticolosità con cui lo aiutava a redigere le note a piè
di pagina e gli indici analitici delle sue ricerche. – Sei stato
suo assistente a Gerusalemme per cosí tanti anni e ancora ti
lasci spaventare dal tono drammatico della moglie? Non hai
capito che lei ha bisogno delle sue malattie, ne gode persino, e
per questo è felice di rendervi partecipi tutti?
Akry china leggermente il capo. Per quanto si mostri
spavaldo nell’illustrare le debolezze degli arabi, è piuttosto
cauto per quanto riguarda i trucchi degli ebrei, soprattutto di
quelli che potrebbero influenzare la sua carriera.
– Stavolta sembra che si tratti di una cosa seria, – Akry cerca
di giustificare il tono allarmato della telefonata da
Gerusalemme, – da due giorni è privo di conoscenza.
– Sí, ho sentito. Ma era in quello stato anche nell’aprile del
novantadue, eppure la cosa non gli ha impedito di riprendersi
nel giro di pochi giorni e di tenere la conferenza
d’inaugurazione del grande congresso sulla Turchia e sugli
arabi al centro Dayan. E anche nel febbraio del
novantaquattro era ricoverato in condizioni critiche e per
quattro giorni è stato con un piede nell’aldilà, però non si è
dimenticato di risvegliarsi in tempo per partire per quattro
mesi sabbatici a Princeton. E anche qui da noi, qualche anno
fa, quando all’inizio dell’inverno è stato ospite al convegno
sulle nazioni del Maghreb, si è fatto ricoverare subito dopo la
sua relazione sul ritiro dei turchi dall’Algeria e ha passato la
notte al pronto soccorso dell’ospedale di Rambam. Il mattino
seguente, però, è partito per il centro accademico del Cairo.
L’indomito Carlo Tedeschi è un marito buono e premuroso e
sa che solo le sue malattie permettono alla moglie di
mantenersi sana di mente e forte nella triste realtà israeliana.
Per questo quando è all’estero sta sempre bene. Non
preoccuparti, Efraym, una settimana fa è tornato dalla Terra
del Fuoco e laggiú non gli sarebbe mai saltato in mente di
perdere conoscenza.
– La Terra del Fuoco? – Akry è stupito e divertito dai luoghi
remoti e stravaganti in cui si aggirano il professor Tedeschi e
la moglie, eppure non rinuncia alla sua apprensione. – E se
stavolta fosse ammalato sul serio? – insiste, temendo che
caustiche interpretazioni psicologiche possano sovvertire la
scala dei valori morali mettendo in dubbio la ricompensa
divina prevista per la visita ai malati, anche se immaginari.
Pur ammettendo che Tedeschi accetti le sue sofferenze per
salvaguardare la salute mentale della moglie, non merita
comunque un po’ di sostegno? Per questo Akry propone a
Rivlin di accompagnarlo quel pomeriggio, al termine della
riunione di dipartimento, per una breve visita a
Gerusalemme. Cosí avranno il tempo di discutere, strada
facendo, di questioni riguardanti il dipartimento e magari di
accennare al suo breve discorso della sera prima al
matrimonio di Samaher, che di certo ha destato in lui qualche
perplessità. E anche se non riusciranno a convincersi a
vicenda delle proprie ragioni, sorride il capo del dipartimento
con delicatezza, per lo meno non si addormenteranno per
strada.
Rivlin però ha dei doveri familiari a cui adempiere. Ma
anche se cosí non fosse, dubita che acconsentirebbe a passare
un’altra serata in compagnia di Akry e a presentarsi con lui al
capezzale del malato, quasi fossero entrambi sullo stesso
livello, o avessero lo stesso tipo di rapporto profondo –
accademico e personale – con il grande studioso. Tornando
alla finestra del minuscolo ufficio, unico suo posto di lavoro
nei prossimi dieci giorni, mentre alle sue spalle lo schermo
del computer non illumina ancora le difficoltà e le lacune
della sua tormentata ricerca, benché i cavi siano già stati
collegati, Rivlin punta lo sguardo curioso sull’ampia spianata
antistante il palazzo e poi sui crinali grigiastri dei monti della
Galilea, nel cui grembo, quel mattino, si sono spenti gli echi
del matrimonio arabo. E se Efraym Akry avesse ragione e il
drammatico grido d’allarme della moglie di Tedeschi fosse
autentico? Perché non anticipare la partenza per l’aeroporto,
andare a Gerusalemme e correre dal vecchio insegnante per
avvisare lui e la consorte che, a furia di falsi allarmi,
potrebbero ritrovarsi davvero senza il suo sostegno?
L’urgenza di quel viaggio improvviso ben si concilia con la
riluttanza a far emergere in quella stanzetta angusta, in
contrasto col vasto panorama che lo circonda, le righe della
sua esitante ricerca, priva di coesione interna e forse
addirittura ingiustificata. Telefona quindi al tribunale
distrettuale e lascia un messaggio all’ufficio di Haghit,
imprigionata dalla mattina dietro a porte chiuse,
informandola di non cercarlo durante la pausa pranzo perché
uscirà prima del previsto per avere il tempo di visitare a
Gerusalemme l’amico malato. Rivlin sa che quel messaggio
susciterà malumore nella moglie, non tanto per il rischio di
fare tardi all’aeroporto, e nemmeno perché ritenga che la
chiamata drammatica da Gerusalemme non meriti tanta
sollecitudine, ma perché lei vorrebbe immancabilmente
partecipare a tutte le piccole libertà che il marito si concede,
partecipare a ogni sua distrazione, mentre è costretta a stare
rinchiusa per lunghe ore, avvolta in una toga nera, ad
ascoltare concentrata persone che si presentano di fronte a lei
piene di paura e lottano per il proprio destino.
Prima di uscire Rivlin si ferma di nuovo in segreteria per
controllare se è arrivata della posta e lí, con un certo tatto, gli
ricordano che non ha ancora versato la quota per il regalo
comune a Samaher. Dopo aver regolato il debito ed essersi
addolcito la bocca con l’unica baklawa schiacciata rimasta sul
vassoio, Rivlin viene attratto dalla calma di Akry, che dietro la
porta semichiusa del suo ufficio riesce a concentrarsi nel
lavoro di ricerca malgrado il caos della segreteria
amministrativa. E dopo aver chiesto a una delle segretarie di
verificare l’ora definitiva dell’arrivo del volo, annuncia al capo
del dipartimento che pur senza essere veramente preoccupato
per il malato immaginario, anticiperà la partenza e andrà a
Gerusalemme per sollecitare il suo risveglio, «cosí che questa
sera, Efraym, se andrai da lui, potrà chiederti un piccolo
favore bibliografico».
Akry abbozza un sorriso, e solo il rossore del volto olivastro
lascia trasparire una leggera offesa. È vero, dopo avere
ottenuto la nomina a capo dipartimento non ha motivo di
temere le opinioni del collega piú anziano, ma sulla scala
gerarchica li separa una distanza troppo grande perché possa
ascoltare imperturbabile quel commento ironico.
12.
– Però hai ragione, – Rivlin si aggira disinvolto nella grande
stanza confrontando Akry con i due nipoti, quello chiaro e
quello scuro, – senza dubbio bisognerà discutere del tuo
discorso avvelenato. Avremo modo di parlarne. Per il
momento, però, dimmi solo se non ti sembra indelicato e
persino, scusami, poco saggio, mettersi a sciorinare davanti
agli arabi, e soprattutto a una festa di matrimonio, la tua
«teoria degli errori», o, come la chiami tu? Dei fallimenti?
Della disperazione? Sí, della disperazione. A proposito,
disperazione di chi? Nostra? Loro?
– Di tutti... – ribatte Akry, punzecchiato dall’ostilità del
collega e ansioso di misurarsi con lui.
– Se è cosí, sappi che non tutti capiscono questa
disperazione di cui parli, – Rivlin fissa la foto dei nipotini
estendendo ai piccoli l’ostilità che prova in quel momento nei
confronti del nonno. – E non ricominciare con la solita
tiritera. L’ho già sentita. Disperazione teorica, di principio,
accademica, esente da considerazioni politiche e ideologiche.
Ma se io, che conosco un po’ le tue idee e i tuoi studi,
ammetto a fatica la purezza delle tue intenzioni, come
possono farlo gli altri? Inoltre lassú non c’erano solo i nostri
studenti, abituati al tuo stile levantino, tra l’allegorico e
l’umoristico, ma anche giovani di altre facoltà, del
Politecnico. Perché allora indisporre tutti e confondere loro le
idee? E durante un tranquillo matrimonio di campagna
oltretutto.
– Invece era quello il momento ideale, – proclama il docente
con sorprendente determinazione, – perché proprio nel loro
ambiente naturale, in un luogo che gli appartiene e in cui si
sentono a loro agio, sicuri di sé, legati alla loro terra e
attorniati dai loro cibi tradizionali, è possibile provare ad
aprire il loro cuore alla verità, al loro vero modo di essere. Tu
mi conosci bene. Non provo alcun senso di superiorità o di
disprezzo nei confronti degli arabi. Desidero solo puntare la
loro attenzione sulla lacuna principale del loro modo di
concepire la libertà, una lacuna che ha procurato loro tanti
fallimenti e tragedie. E poi cos’ho fatto ieri sera? Ho condito
una festa di nozze con un ingrediente spirituale, come si fa
nei conviti di persone civili. Come recita quel proverbio? Una
tavola alla quale non vengono pronunciate parole della Torah
è simile a un banchetto di morti...
– Parole della Torah? – Rivlin osserva quell’uomo placido
come se gli avesse dato di volta il cervello. – Quelle sarebbero
parole della Torah? Tu distruggi il loro passato, metti a nudo
le loro debolezze, disonori e condanni i loro antenati, calpesti
la loro dignità e ti proclami scoraggiato persino per quanto
riguarda il futuro. Sei proprio sicuro che anche loro, come
noi, si siano trasformati in giocondi masochisti che provano
piacere nel fustigarsi a ogni occasione?
– Perché fustigarsi? – Akry non perde la calma. – Mi sono
espresso con obiettività. Con rispetto e buone intenzioni. E
proprio perché c’erano altri giovani arabi, ingegneri e
scienziati del futuro, colti e seri, mi sono detto: ecco
un’occasione per loro di vedersi secondo una prospettiva
storica diversa. E illustrata in arabo per giunta; con l’incisività
e la ricchezza della loro stupenda lingua. Perché se ora stiamo
muovendo i primi passi verso una riappacificazione, ed è
necessario avvicinarsi gli uni agli altri, non basta recarsi nei
villaggi, partecipare alle loro feste di nozze, abboffarsi di
carne di montone e chiacchierare amabilmente. Occorre
toccare la verità, per quanto possa essere dolorosa, anche se
non porterà grande giovamento.
– La verità? – Rivlin lancia un’occhiata all’orologio. –
Innanzitutto, non è possibile definire la tua teoria «verità». La
verità è piú complessa. In secondo luogo, non si può
buttargliela in faccia cosí a un matrimonio, solo perché si ha
l’occasione di esprimerla in un arabo forbito –. Nello scorgere
però un barlume di autentica offesa dietro gli occhiali rotondi
dalla montatura metallica del collega, Rivlin gli tocca la spalla
con tenerezza.
– Be’, non è questo il momento. Devo mettermi in viaggio,
rimandiamo la discussione, ma non di molto. Trascorrerò le
prossime due settimane accanto a te, nel mio ufficio. Mia
cognata arriva oggi e mia moglie mi ha sloggiato dallo studio,
a casa. Cosí domani o dopo troveremo il tempo di sederci con
calma e di parlare non della tua verità, e nemmeno della mia,
ma della verità in generale.
13.
Malgrado manchino solo cinque ore all’arrivo previsto del
volo dall’America, la segretaria informa Rivlin che l’orario
definitivo dell’atterraggio non è stato ancora confermato:
primo indizio di un probabile ritardo. La visita a
Gerusalemme, dunque, può avvenire in tutta tranquillità.
Dopo aver parcheggiato l’auto sulla spianata dell’ospedale e
prima di avviarsi verso il grande ascensore, Rivlin decide di
mangiare un boccone al bar; non perché abbia fame, ma per il
timore che la vista del vecchio insegnante malato gli rovini
dopo il piacere di un pasto.
Terminato lo spuntino va a cercare Tedeschi, ma sulle prime
ha l’impressione che le indicazioni che gli hanno dato siano
sbagliate, perché la camera nella quale arriva è piccola e buia,
e contiene un solo letto con un materasso piegato in due:
segno indiretto di una morte recente. Per un istante ha un
tremito al cuore. È possibile che Tedeschi abbia commesso un
errore e sia passato a miglior vita? Nel silenzio della camera in
penombra si sente però il brusio sottile, monotono, di un
notiziario radiofonico. Solo allora Rivlin nota una nicchia
nella quale è coricato il malato con gli occhi chiusi, collegato a
tre fleboclisi colorate e con addosso un pigiama scoordinato.
Sui pantaloni, un po’ aperti nella zona dell’inguine,
campeggia la scritta BIKUR HOLIM. La giacca, invece, è di
proprietà del malato: ciò che resta di un vecchio pigiama che
Rivlin riconosce da precedenti visite in altri ospedali. Piú che
apparire privo di sensi sembra che il luminare di
Gerusalemme rifiuti di essere cosciente. Il suo viso tondo è
scarlatto e congestionato, bruciato dal sole cocente del viaggio
temerario nella Terra del Fuoco. Solo i capelli radi e
scomposti serbano un po’ di vitalità, smossi appena dal soffio
del piccolo ventilatore puntato direttamente su di lui.
Nella radiolina, posata tra il cuscino e il giornale, la
conduttrice della rubrica di attualità infiamma la discussione
tra i politici che si susseguono al microfono. Tedeschi è un
appassionato ascoltatore di dibattiti e la moglie, in sua
assenza, ha scelto di tranquillizzarlo con voci familiari.
Comunque è piuttosto improbabile che nelle sue condizioni
l’illustre professore sia in grado di seguire quelle discussioni, e
ancor piú di trarne piacere. L’asma violenta di cui soffre
trattiene il catarro nei polmoni, e se non fosse per la maschera
di ossigeno blu che immette aria nel suo sistema respiratorio,
Tedeschi esploderebbe in tossi convulse come quelle che
talvolta scuotevano i simposi della società orientale, specie al
termine dei suoi interventi, dopo che lui aveva ripreso posto
nella sala in veste di ascoltatore. È vero che il vecchio allievo
ha già avuto occasione di vedere il professore, relatore del suo
dottorato, in stato di semi-incoscienza in vari ospedali,
tuttavia è sempre riuscito a risvegliare la sua meravigliosa
autoironia e a evitare situazioni troppo imbarazzanti per
entrambi. Questa volta, però, davanti a quel viso paonazzo,
Rivlin non è certo di poter destare il sottile sarcasmo
dell’insegnante che gli ha trasmesso cosí tanto sapere.
– Carlo? – Rivlin sussurra con dolcezza il nome italiano di
Tedeschi, preferito anche dai suoi grandi maestri: i professori
Banat, Mayer e Goytein, che ancor prima della nascita dello
stato di Israele avevano insegnato a questo giovane italiano la
storia del Medio Oriente negli edifici dagli archi delicati del
monte Scopus. Malgrado a Tedeschi fosse stato imposto di
adottare un nome ebraico prima di unirsi a un’unità di
artiglieria durante la guerra di indipendenza israeliana, il
vecchio nome italiano era tornato popolare tra gli studenti
nelle aule e lungo gli stretti corridoi del convento di Terra
Santa, dove lui aveva cominciato a lavorare in qualità di
giovane assistente, paffuto ed energico, prima che tutti si
trasferissero sui vasti prati della nuova sede di Givat Ram,
dove Tedeschi era ben presto passato di ruolo.
Il malato apre un occhio e subito lo richiude. Rivlin ha
l’impressione che lo riconosca, ma che non abbia la forza di
uscire dalle nebbie che lo avvolgono per cominciare a
illustrare, e forse anche a giustificare, l’improvviso
peggioramento del suo stato di salute. Preferisce aspettare che
la moglie, assistente diligente e fedele, ritorni nella stanza e
riferisca con vivacità sincera e diretta il decorso della malattia
lamentandosi di un futuro senza speranza. A quel punto
Tedeschi potrà interromperla e cambiare il soggetto della
conversazione per raccontare pettegolezzi accademici
d’oltreoceano. Rivlin da sempre sa quali sono gli argomenti
che hanno il potere di risvegliare il vecchio maestro non solo
dal torpore ma persino dalla tomba. Però si trattiene, rimane
in silenzio e scruta con curiosità frammista a leggera nausea i
segni brutti e giallastri lasciati dagli aghi delle fleboclisi sulle
braccia dell’uomo che nel millenovecentotrentanove, dopo la
firma del patto dell’Asse, fuggí ancora ragazzo da Torino,
approdò nella terra d’Israele e peregrinò solitario tra istituti
giovanili finché raggiunse fama internazionale grazie allo
studio del sistema di governo corrotto, ma stabile, dell’impero
ottomano.
– Che c’è, Carlo? Che succede? – Rivlin ripete con un
sussurro preoccupato la domanda accostandosi al viso di
Tedeschi acceso da una nuova tinta brunastra,
incredibilmente scuro, come se si fosse recato in capo al
mondo per assumere le sembianze di un orientale. Di nuovo
Tedeschi apre un occhio stanco, e lo richiude irritato che il
visitatore impaziente non possa attendere la moglie per
ascoltare la storia di quell’attacco di asma con autentica
drammaticità. Le sue corte gambette, fasciate dai calzettoni
blu della business class della El Al, si tendono un poco, e fra i
piedi gli cade una raccolta di poesie d’amore arabe di poeti
preislamici, con commenti a matita di Hana Tedeschi, che un
anno prima ha pubblicato una traduzione, straordinaria per
precisione e contenuto, di alcune di quelle liriche.
Rivlin dà un’occhiata all’orologio. Se il volo della cognata è
in orario, dovrà partire per l’aeroporto entro mezz’ora. Ma se
il malato insiste nel rimanere incosciente, chi gli racconterà di
questa visita? Rivlin esce allora dalla camera per gironzolare
per il corridoio e lí scopre la moglie del professore intenta a
discorrere con grande animazione con una delle infermiere.
– Yohanan? Sei già arrivato? Che fretta c’era? Ti ho detto
che Carlo sarebbe rimasto qui ancora per parecchio tempo.
Rivlin sorride a quella donna singolare, la seconda moglie di
Tedeschi, ex studentessa del luminare di Gerusalemme,
caduta nella sua rete quando la sua prima consorte aveva
perso la ragione ed era stata ricoverata in una clinica
psichiatrica. La giovane, però, aveva ben presto smascherato
le fisime dell’insegnante, e dopo essere diventata sua
compagna aveva deciso di salvaguardare se stessa dal destino
dell’altra moglie coltivando le malattie dell’impetuoso marito.
– Stavolta sei riuscita davvero a spaventarci, – Rivlin
l’abbraccia debolmente, – perciò ho creduto di dovermi
sbrigare a venire prima che lui salti giú dal letto per partire
per chissà quale viaggio o congresso, – aggiunge con una
punta di sarcasmo.
– Ma che dici? Che congresso? Quale viaggio? – protesta
Hana offesa. – Non ci vuoi credere di nuovo. Quello che vedi
non ti basta? – Nel lampo gelido degli occhi della donna
Rivlin ha tuttavia l’impressione di cogliere una punta di
soddisfazione per il fatto che proprio il vecchio allievo, amico
caro e affezionato, tenti di sdrammatizzare la situazione.
– Sí che ti credo. Ti credo, – ribadisce lui stringendola in un
abbraccio caloroso, – questa volta ha proprio un aspetto
terribile. Ma cos’è quel colorito tremendo? Cosa dicono i
medici?
– I medici non capiscono niente, è questo il problema, – si
acciglia la straordinaria traduttrice, che se non avesse dovuto
prendersi continuamente cura del marito avrebbe fatto una
brillante carriera accademica.
– Ma in questo modo la storia si ripete, – Rivlin non può
impedirsi di mettere le cose in chiaro, – passate da un medico
all’altro e sperimentate ogni genere di medicine e di cure
senza ottenere nessun risultato perché non dite ai medici la
verità.
– E quale sarebbe la verità? – ribatte lei stizzita, spalancando
con impeto la porta della camera del malato.
– Che tutte le sue malattie, e anche le tue, sono di natura
psicosomatica... solo psicosomatica... – ripete lui recidivo,
pentendosi subito di quanto ha appena detto.
14.
Dovendo partire di lí a poco alla volta dell’aeroporto, Rivlin
teme di non riuscire a scambiare nemmeno una parola con
l’uomo che rifiuta di riprendere conoscenza. Sua moglie ha
già cominciato a illustrare, con rigore accademico e
descrizioni dettagliate e crude, tutto ciò che è successo dopo il
loro ritorno in Israele, perché nella Terra del Fuoco,
nonostante le difficoltà del viaggio avventuroso, il respiro di
Tedeschi era tranquillo e regolare.
– Ma come siete arrivati nella Terra del Fuoco? Siete matti
ad andare fin laggiú? – Rivlin cerca di arrestare il flusso del
racconto per arrivare alla radice del problema. A quanto pare,
Tedeschi ha tenuto una serie di conferenze in Argentina, e
poiché il governo italiano, avendo riconosciuto da anni la
propria responsabilità nei confronti del giovane cittadino
costretto a fuggire dalla madrepatria, cerca di espiare le colpe
del fascismo pagandogli ogni anno una settimana in un
sanatorio a sua scelta in qualsiasi angolo del mondo,
quell’anno i Tedeschi hanno scelto un soggiorno nella Terra
del Fuoco. – Visto che eravamo cosí vicini all’estremità
meridionale del mondo, perché non dare una sbirciatina?
Le palpebre chiuse di Tedeschi fremono di una lieve risata.
Dopo aver ascoltato con piacere la descrizione delle sue
sofferenze, è disposto a veder bilanciata l’atmosfera di
commiserazione ascoltando qualche commento critico e
irriverente di Rivlin, che lui stesso molti anni prima aveva
mandato a fondare il nuovo dipartimento di Storia
mediorientale all’università di Haifa, per evitare che il loro
rapporto si logorasse lavorando insieme all’ateneo di
Gerusalemme.
Con gesto debole chiede alla moglie di togliergli la maschera
per l’ossigeno in modo da poter scambiare qualche battuta
con il visitatore. Ma il timbro della sua voce, strascicato, poco
chiaro e molto debole, riesce a spaventare sul serio il vecchio
allievo.
– Come sta sua eccellenza il giudice? – sussurra Tedeschi
quasi soffocando. Vuole forse insinuare che si aspettava
anche la visita di Haghit, verso la quale, pensa Rivlin, prova
piú rispetto che nei suoi confronti?
Una sera d’inverno di trentatre anni prima, quando era
immerso fino al collo nella stesura della tesi di dottorato, il
giovane Rivlin aveva portato a casa del professore una
giovane soldatessa-studentessa, già potenziale sposa, di cui
Tedeschi ancora ricorda l’abbigliamento: una gonna nera
plissettata che la ingrassava un poco, e un maglioncino di
morbida lana rossa. Lei era rimasta silenziosa durante tutta la
visita, apparentemente intimidita dalla presenza del luminare,
ma Rivlin, che si era già reso conto della forte personalità
della ragazza, aveva notato il modo in cui scrutava il
professore: con un sorriso gentile e ironico. Anche Tedeschi
aveva avvertito il vigore spirituale di quella giovane soldatessa
e aveva cercato di fare colpo su di lei con le sue arguzie.
Quando Haghit si era alzata a metà della conversazione
avvicinandosi silenziosa, in un gesto di cortesia abituale a
quel tempo, alla grande libreria per esaminarne il contenuto,
lui si era messo ad annuire con foga alle sue spalle,
ammiccando in modo strano verso l’allievo per fargli capire
di essere molto soddisfatto della sua scelta e di sbrigarsi a farsi
avanti prima che la ragazza gli sfuggisse di mano.
Anni dopo, ogni volta che tra i due professori veniva a
crearsi qualche tensione – un’accusa di tradimento, una
reazione infuriata a una critica o a un disinteresse ostentato –,
i due si riconciliavano ricordando quella visita, considerata
ormai come una sorta di fatidico consenso alle nozze da parte
del maestro, amico accorto e lungimirante che aveva seguito
amorevolmente la stesura della tesi dell’allievo e lo aveva
sostenuto nella sua riuscita scelta sentimentale.
Nel frattempo, interrompendo la valanga di descrizioni di
acciacchi e di referti di analisi del sangue e dell’orina, Hana
Tedeschi si appresta a togliere i calzettoni dai piedi del marito
per mostrare in maniera inoppugnabile che questa volta non
si tratta unicamente di un ennesimo, violento attacco d’asma,
ma anche di una sorta di cancrena che comincia a diffondersi
nel corpo del grande erudito. Ma Rivlin non riesce a
sopportare la vista delle unghie gialle e spezzate e della pelle
arida di quei piedi, e per porre fine allo spettacolo si affretta a
raccogliere il libro delle poesie d’amore del deserto.
– Vedo che stai preparando la traduzione di altre poesie, –
esclama cercando di dirottare l’interesse della donna dal
corpo allo spirito. Hana non sembra soddisfatta
dell’interruzione del racconto e solleva verso di lui uno
sguardo interrogativo e diffidente.
– Ho letto la traduzione delle cinque liriche che hai
pubblicato su «Duemila» e non solo mi sembrano
incredibilmente fedeli all’originale, ma anche poetiche.
Proprio un’opera d’arte. È stupefacente come tu sia riuscita a
tradurre in modo tanto toccante e ironico il favoloso incipit
del discorso dell’iracheno al Hajaj, che ho già recitato alcune
volte ai miei studenti per provare che mille e quattrocento
anni fa il dispotismo arabo conteneva insieme alla crudeltà un
elemento di delicata ironia.
E Rivlin, ritto in mezzo alla stanza, prende a declamare:
Sono un uomo famoso, anelo al cielo, quando mi toglierò il
turbante saprete chi sono...
Oh cittadini di El Kufa! Vedo teste ormai mature, è giunto il
momento di coglierle. Io sono il loro signore ed ecco già vedo il
sangue tra i turbanti e le barbe...
– «Mi pare di vedere...» – lo corregge sottovoce la
traduttrice.
– Certo, «mi pare di vedere». È fantastico il modo in cui hai
tradotto la frase Ukani anzar ila aldimma baina alamami
ualliha. Hai compiuto un’opera importante, Hana, e noi tutti
non ti perdoneremo se partirai per altre strane avventure
nella Terra del Fuoco invece di donarci l’antica poesia araba
in veste sontuosa. Chi potrebbe farlo meglio di te?
Nonostante la studiosa abbia già ricevuto le lodi di una
rivista letteraria per quella traduzione, non si sarebbe
aspettata di udire le parole di apprezzamento di un professore
universitario nella camera di un ospedale, davanti al marito
esanime di cui stringe in mano la calza e nel bel mezzo di una
toccante descrizione medica. Sebbene sia uno storico e non
uno studioso di poesia, Rivlin sa valutare il risultato
raggiunto. Hana non sa come comportarsi davanti a quelle
lodi piombatele addosso senza preavviso, e il suo volto severo
e austero si raggela in un’espressione di leggero stupore. Sul
volto paonazzo del malato, invece, è possibile ravvisare
un’ombra di soddisfazione per i complimenti rivolti alla
moglie, e dai suoi polmoni esplode subito una tosse che si fa
sempre piú convulsa.
15.
Hana si affretta a rimettergli la maschera per l’ossigeno,
forse con l’intenzione di calmarlo, o forse per tappargli la
bocca.
Tedeschi chiude gli occhi per il dolore e la tosse si mescola
all’ossigeno fresco. Poi apre i bottoni della casacca del
pigiama e scopre il petto che si solleva e si riabbassa come un
mantice.
– Dove troverò la pace per occuparmi della traduzione di
poesie d’amore e di guerra? – sospira la traduttrice. –
Oltretutto fra poco dovrebbe uscire il libro per i
cinquant’anni di carriera di Carlo ed è quasi tutto pronto,
tranne l’articolo che hai promesso di scrivere tu.
– Già, l’articolo, – Rivlin si gratta la testa, – va un po’ per le
lunghe...
Le palpebre di Tedeschi si muovono. Malgrado la tosse lo
infastidisca vuole ascoltare come l’allievo giustifica il fatto di
non avere ancora consegnato l’articolo promesso.
– Ci siamo appena trasferiti in un appartamento nuovo e
tutta questa storia del trasloco e i problemi durante la
costruzione della casa mi hanno completamente
scombussolato. Haghit non poteva rinunciare alle sedute del
tribunale e ho dovuto fare tutto da solo. Mi sono un po’
rimbecillito, il cervello mi si è atrofizzato. Ancora adesso non
ho recuperato la capacità di concentrazione. E poi mi sento
scoraggiato dagli arabi. Come posso simpatizzare con la lotta
algerina degli anni Quaranta e Cinquanta quando oggi laggiú
imperversa un terrorismo inconcepibile e avvengono dei
massacri orribili?
– Ma che t’importa del terrorismo e dei massacri di oggi? –
lo rimprovera Hana Tedeschi. – Tu non ti occupi del
presente, ma del passato. E chi ti dice che bisogna
simpatizzare con gli arabi per studiarli? Hai promesso un
articolo. Non vedi come sta Carlo? Non si può pubblicare un
libro per commemorarne i cinquant’anni di carriera senza un
articolo del suo discepolo piú illustre. La cosa farebbe una
pessima impressione…
Rivlin sorride imbarazzato. Se lei avesse detto «migliore», o
«di maggiore successo», si sarebbe sentito piú contento. Non
sempre è soddisfatto che il suo nome venga associato a quello
dello studioso di Gerusalemme, che negli ultimi anni ha
pubblicato anche articoli di scarso valore. Lancia un’occhiata
all’orologio. Deve andare. Ha fatto bene a pranzare prima di
venire da Tedeschi, che ora saluta con un abbraccio. «È tutto
psicosomatico», Rivlin è tentato dal ribadire la sua diagnosi
risoluta. Tuttavia decide di tacere.
– Stasera avrete un’altra visita, di carattere religioso. Efraym
Akry vuole adempiere a un precetto. E noi due, io e Haghit,
forse verremo sabato prossimo.
Ma Tedeschi appare inquieto, come se non volesse ancora
separarsi da lui.
– Che c’è? – domanda Rivlin con autentica compassione. Il
professore però non risponde. Sembra corrucciato, ma
temendo di riprendere a tossire si guarda bene dal togliersi la
maschera per l’ossigeno. Si limita ad agitare il braccio in cui è
infilato l’ago della fleboclisi e a indicare il letto vuoto accanto
alla porta. Che vuole ora? si chiede Rivlin. Che mi ricoveri
anch’io? Se questa messinscena grottesca delle malattie di
Tedeschi si trasforma in un dramma strappalacrime, cosa
rimarrà del suo fascino ironico?
Ma Hana ha colto l’intenzione del marito.
– Già, è vero, – si rammenta con allegria macabra, –
abbiamo dimenticato di dirti chi è morto qui qualche giorno
fa. È stato in agonia per tutta la notte dopo essere stato
colpito da un ictus. Come si chiamava il vostro consuocero?
– Il nostro consuocero? – chiede Rivlin lanciando
un’occhiata allarmata al materasso, come se la morte si
nascondesse ancora tra quelle pieghe. – Di chi stai parlando?
Non abbiamo nessun consuocero.
Il vecchio Tedeschi, che ha seguito agitato la conversazione,
tossisce fin quasi a soffocare sotto la maschera per l’ossigeno.
– Ma sí, il vostro consuocero, – la donna si ostina a voler
confermare la morte avvenuta in quella camera. – Ascoltami
bene, Yohanan, non fare il testardo. Ti sto raccontando una
cosa vera. Qualche giorno fa lo hanno portato qui, di notte.
Solo per qualche ora, è vero, ma lo abbiamo riconosciuto. Che
diamine! Era il vostro consuocero. Cioè, sí, ex consuocero...
Ho dimenticato il cognome.
– Hendel?
– Hendel? Può darsi. Non abbiamo fatto in tempo a capire
bene. Quando lo hanno portato via hanno preso anche la
cartella col nome.
– Ma quando l’avete conosciuto? Come fate a ricordarvi di
lui?
– Che vuoi dire? Un signore alto, il proprietario di
quell’albergo. Era lui. Informati anche tu. Non lo sapevate?
Non leggete i giornali? Non mantenete i contatti con la
famiglia?
16.
– E perché mai dovremmo? – replica Rivlin con stizza e
dolore prima di congedarsi definitivamente. – Che contatti
dovremmo mantenere? Non è nato nessun nipote a tenerci
uniti. Sono ormai cinque anni che non abbiamo loro notizie e
nemmeno ci interessa averne. Non abbiamo niente contro di
loro, ma nemmeno a loro favore. Mi sembra di avervelo
raccontato. C’è stato un divorzio improvviso, senza
spiegazioni, dopo un anno di matrimonio. È stata la moglie a
lasciare Ofer...
Dopo qualche minuto Rivlin è in corridoio, ma non si avvia
verso l’ascensore. Scende le scale turbato, come se inseguisse
quella morte, forse solo immaginaria, frutto di un abbaglio
comune dei due studiosi che lí, tra malati autentici, medici e
apparecchiature sanitarie, sono liberi di sfogare la loro
ipocondria e di proiettarla su chiunque li vada a trovare.
Si affretta verso il parcheggio, ma prima di raggiungerlo si
ferma a un telefono per controllare se l’ora prevista per
l’atterraggio è stata confermata. Incredibilmente gli viene
comunicato un ritardo di quattro ore, come se l’aereo avesse
perso le forze lungo la rotta. Rivlin immagina come si
arrabbierà Haghit quando verrà a sapere che lui è partito con
tanto anticipo per Gerusalemme. Se un simile ritardo fosse
stato scoperto mentre Rivlin si trovava ancora a Haifa,
l’immancabile fortuna della moglie le avrebbe permesso,
grazie a un leggero intervento sui motori dell’aereo della
sorella, di unirsi a lui all’ultimo momento nel viaggio
all’aeroporto, luogo per lei particolarmente attraente. Sulle
prime è indeciso se informarla del cambiamento dell’ora
dell’arrivo. Consapevole tuttavia che il suo silenzio potrebbe
venire interpretato da Haghit come un tentativo di evitarla, o
addirittura come l’ammissione di una colpa inattesa, telefona
a casa sentendosi sollevato nel non ottenere risposta. Lascia
un messaggio breve e vago sulla segreteria senza addentrarsi
nei particolari, e poi chiama il tribunale per avvalorare la
sincerità delle sue intenzioni. Lí apprende che l’udienza si è
conclusa e il giudice se n’è già andato. Trascorrerà quindi
parecchio tempo prima che lei termini il suo vagabondaggio
tra pasticcerie, rosticcerie e negozi di fiori per far sí che la
casa non sia solo pulita e in ordine, ma anche allegra, colorata
e festosa in onore dell’ospite.
Rivlin si ritrova accanto all’automobile, indeciso, con le
chiavi in mano: lasciare la città natale e andare a riposare
dalla sorella, che abita poco lontano dall’aeroporto, o sfruttare
quelle ore vuote a Gerusalemme per riallacciare un vecchio
legame e compiere il proprio dovere verso qualcuno che ha
bisogno di attenzioni?
Le gambe lo riportano in ospedale, per cercare di chiarire
cosa ci sia di vero nella notizia gaia e ferale dei Tedeschi. Per
quanto sia difficile ritrovare le tracce di normali pazienti in
un ospedale tanto grande, è vero che i morti lasciano dietro di
sé una scia ordinata e metodica. Non ci vuole infatti molto
per ottenere la conferma di ciò che voleva sapere. Il
professore e la moglie non si sono sbagliati. È davvero il suo
ex consuocero ad aver lasciato questa valle di lacrime tre
giorni prima, e in maniera repentina. La sera era stato
ricoverato con un mal di testa fortissimo e durante la notte la
situazione era peggiorata, l’uomo aveva perso conoscenza e il
mattino era spirato.
L’approccio diretto, libero e forse anche fatalista degli
impiegati ospedalieri verso la morte e la loro disponibilità a
fornire dettagli precisi gli sembrano appropriati. Rivlin non è
piú ansioso di lasciare l’ospedale. Si dirige verso la mensa,
intenzionato a mettere ordine nel vortice di sensazioni ed
emozioni che lo hanno assalito. Innanzitutto è addolorato per
la morte di una persona perbene, ammirevole, sua coetanea,
che lascia, se ben ricorda, una moglie graziosa, ma dipendente
dal marito e infantile, che d’ora in poi si sentirà disperata e
smarrita. Quindi si risveglia in lui l’antico rammarico per aver
perso i contatti con quell’uomo dallo spirito pratico e
intraprendente, con cui aveva cominciato a intrattenere
un’amicizia cordiale, interrotta in modo improvviso cinque
anni prima.
Mentre sorseggia una tazzina di caffè arabo, per mantenersi
vigile in quella giornata che si fa sempre piú lunga, non pare
sorpreso dal gusto dolciastro della vendetta che gli si insinua
in bocca come un granello di caffè. Vendetta non solo nei
confronti della ex moglie di Ofer, rimasta orfana del padre, a
cui era legatissima, ma addirittura dello stesso defunto, che
nel momento amaro del divorzio aveva rifiutato di aiutarlo a
evitare la separazione dei coniugi e persino a comprenderne il
motivo. Un tremito scuote Rivlin, come se ora venisse colpito
da un’altra perdita: non di un potenziale parente e amico, al
quale aveva rinunciato da tempo, ma di un appiglio a cui
avrebbe potuto aggrapparsi per sapere e capire cos’era
realmente avvenuto tra i due ragazzi e che ora è svanito per
sempre. Ofer, è vero, in quegli anni si è comportato come se
avesse dimenticato tutto, e avesse forse addirittura perdonato
la giovane donna che aveva preteso il divorzio dopo un solo
anno di nozze, eppure il suo cuore di padre sa con certezza
che il figlio non si è ripreso; finge soltanto.
17.
Ora Rivlin è ansioso di lasciare l’ospedale per andare a casa
del defunto, tornare alla pensione di pietra circondata da un
boschetto di abeti, tra il quartiere di Talpiot e il kibbutz
Ramat Rahel, camminare sul morbido tappeto di aghi di pino
fruscianti, discendere le scale rossastre, fra siepi di oleandro e
alloro, individuare per un istante nel desolato deserto di
Giuda lo squarcio azzurrino del Mar Morto, recarsi nell’ala
laterale, riservata alla famiglia, per vedere l’ex nuora in lutto
tra la madre, la sorella e il fratello, e forse anche altri parenti
che aveva avuto occasione di conoscere durante quel breve
anno: uno zio e una zia, alcuni cugini, e anche una nonna, la
precedente padrona della pensione (sempre che non avesse
anticipato il figlio e se ne fosse andata prima di lui). Sono
passati piú di cinque anni dal divorzio e durante le loro rare
visite a Gerusalemme, Rivlin ha sempre avuto l’impressione
che Haghit, senza ammetterlo, soffocasse con delicatezza ogni
suo tentativo, conscio o inconscio, di avvicinarsi non solo alla
pensione, ma anche al quartiere di Talpiot. Una volta, due
anni prima, dopo aver camminato lungo il sentiero
panoramico affacciato sulla città vecchia, lui aveva espresso il
desiderio di visitare la casa di Agnon, il grande scrittore, ma
Haghit si era opposta. «Perché correre il rischio di imbatterci
in chi non ci vuole vedere?» aveva cercato di convincerlo
seccamente. «Che intendi dire? – se l’era presa lui, – che non
potremo mai piú mettere piede in quel quartiere?» «Non mai
piú, – lei gli aveva passato un braccio intorno alle spalle, – per
il momento». Ma ora Rivlin è a Gerusalemme da solo, il
tempo si è fermato, non c’è nessuno che lo guidi e lo giudichi,
ed esiste un motivo vero, umano, che lo spinge fino al
cancello della pensione. La morte dell’ex consuocero gli
concede se non il dovere, almeno il diritto di confortare colei
che, in base a un breve calcolo, non ha ancora terminato il
periodo dei sette giorni di lutto.
Indeciso se telefonare a casa per consultarsi con la moglie
riguardo a quella visita o aspettare di riferirgliela solo dopo
averla compiuta, si affretta verso il quartiere di Talpiot per
cercare nei dintorni della pensione, nel bosco dei pini – luogo
delle sue passeggiate d’infanzia –, nel giardino e nel cortile,
ricordi che non immaginava fossero ancora cosí vividi. Tutto
ciò che è stato rimosso o allontanato dal giorno del divorzio,
infatti, non solo si è serbato nella dolcezza della memoria, ma
è anche velato da una patina giallastra di dolorosa angoscia.
La sua mente ora ricostruisce con straordinaria facilità le
nozze indimenticabili che avevano fuso con naturalezza lo
spazio pubblico e quello privato nell’ampio giardino, dove è
incastonata, nascosta, la pensione: residenza della famiglia e
casa d’infanzia della sposa. Forse era stata proprio quella
fusione a suscitare l’entusiasmo di Rivlin per un luogo in cui,
quando lui e la moglie arrivavano in qualità di ospiti non
paganti, venivano accolti dai camerieri e dagli inservienti con
affabilità domestica. Durante il primo incontro tra le famiglie,
quando i due ragazzi avevano ormai deciso di sposarsi, il
consuocero aveva dato prova di grande generosità.
Innanzitutto aveva annunciato che era sua intenzione
riservare la pensione e il giardino ai festeggiamenti non solo
durante il giorno delle nozze, ma per tre giorni interi, da
registrare completamente a spese dell’albergo. In questo
modo l’ufficio delle imposte, e non i genitori dello sposo,
avrebbe contribuito al finanziamento delle celebrazioni. Sulle
prime Rivlin aveva cercato di protestare contro quell’inattesa
dispensa. Il signor Hendel, però, lo aveva rassicurato: «Non si
preoccupi, troveremo il modo di farvi sprecare dei soldi. Se
mi conosco bene non ci rimetterò con voi». Poi aveva
aggiunto che ogniqualvolta ci fosse stata nella pensione una
camera libera, i consuoceri di Haifa avrebbero potuto
considerarla loro, prenotandola con una semplice telefonata
alla reception e senza nessun altro obbligo di cortesia verso i
proprietari. Sua moglie aveva cercato di evitare quella
tentazione, «Ci mancano forse i soldi per aver bisogno di farci
ospitare gratis?», tuttavia anche lei non aveva potuto rifiutare
l’invito a trascorrere una notte in una camera modesta ma
pulita e molto carina, dalla cui finestra avevano ammirato il
vicino e maestoso deserto e uno scorcio del Mar Morto,
quando erano arrivati a Gerusalemme, un mese prima del
matrimonio, per vedere l’appartamento scelto dai ragazzi. E
ovviamente non avevano nemmeno potuto respingere
l’ospitalità dei consuoceri durante le tre notti entusiasmanti
in cui erano state festeggiate le nozze. Ai genitori dello sposo
era stata assegnata allora una vera e propria suite, in un’ala
riservata ai clienti di riguardo, da cui si dominavano le mura
della città vecchia. Dopo il matrimonio, però, e durante il
breve anno precedente al divorzio, Haghit aveva insistito per
respingere, per quanto sempre con cortesia ed esprimendo un
educato rammarico, l’invito ripetuto di una visita alla
pensione e di un pernottamento. Tanto che Rivlin, temendo
che un continuo rifiuto potesse essere interpretato come un
atteggiamento di superbia da parte loro, quando aveva
accettato di partecipare a una serata della società orientale di
Gerusalemme, nonostante la disapprovazione di Haghit aveva
trascorso la notte nella pensione dei parenti acquisiti, che gli
avevano riservato un trattamento di doppio riguardo, anche
per la moglie assente.
18.
I numerosi annunci mortuari all’ingresso e le frecce che
indirizzano i visitatori verso l’appartamento della famiglia
accanto alla reception, circondata da immagini di antichi
paesaggi della terra di Israele, gli rendono subito chiaro
quanto sia forte lo shock per una morte tanto improvvisa.
Una delle domande che Rivlin aveva fatto al consuocero
durante la sua prima visita alla pensione era in che modo la
normale vita della famiglia si conciliasse con la routine
dell’albergo. In risposta aveva ricevuto una spiegazione
dettagliata su una linea di condotta che stabiliva la netta
separazione tra il pubblico e il privato. Il signor Hendel
considerava uno spreco inutile il mantenimento di una casa,
di una cucina e di una vita domestica a parte quando si hanno
a disposizione belle camere, una cucina sempre in attività,
camerieri e addetti alle pulizie che gironzolano spesso
sfaccendati. Aveva quindi deciso, molti anni addietro, di
vivere con la famiglia in albergo chiarendo tuttavia ai tre figli,
e soprattutto alla piú piccola e viziata, la futura sposa di Ofer,
che il privilegio di condurre un’esistenza agiata in qualità di
ospiti fissi dell’albergo, di godere del servizio in camera e di
pasti raffinati, implicava anche un comportamento discreto,
che non lasciasse trapelare ai clienti alcun segno di vita
familiare, cosí da non turbare l’illusione che ogni ospite deve
avere: vale a dire che l’albergo sia a sua completa
disposizione, anche se solo per un giorno e al prezzo di un
unico pernottamento.
È dunque sbalorditivo ora vedere come la regola sacra
dell’uomo che ormai non può piú difenderla sia stata infranta
e i vistosi annunci mortuari, traboccanti di dolore, in ebraico
e in inglese, appaiano ovunque: nell’ingresso, nella hall,
accanto alla sala da pranzo; quasi che i familiari fossero ben
decisi a ostentare la loro sofferenza personale e persino a
imporre a ogni ospite di partecipare a quel lutto inatteso.
Sono le tre e venti, e se il volo non subirà ulteriori ritardi
l’aereo atterrerà solo alle sette di sera. In altre parole Rivlin ha
a propria disposizione molte ore. Quindi, nonostante i
numerosi cartelli lo esortino a prendere parte al lutto, decide
di rimandare la visita a dopo le quattro, per dare ai familiari il
tempo di terminare il riposo pomeridiano.
E anche lui si concede un po’ di riposo in quella giornata che
sta diventando piú lunga e spossante del previsto. Si
incammina verso il fondo della hall e gira un poco una delle
poltrone verso il giardino ravvivato dai colori dei fiori e
immerso nella luce del pomeriggio, una luce limpida di
infanzia inquieta. Era cosí anche allora? Cosí meraviglioso?
Cosí lussureggiante? Cosí ampio? Oppure nei cinque anni
trascorsi è avvenuto un grande cambiamento? Il giardino è
stato ampliato e sono stati piantati altri fiori e alberi? Lo
sguardo di Rivlin vaga lungo il sentiero che conduce al prato.
Laggiú, verso mezzanotte, la sposa, dopo essersi tolta velo e
giacca, lo aveva convinto a ballare con lei. E lui, emozionato,
aveva mosso con cautela, ma anche con scioltezza, braccia e
gambe, mettendo in guardia lei e i suoi familiari di non avere
piú ballato dai tempi del movimento giovanile, perché sua
moglie si rifiutava di farlo temendo forse di suscitare scalpore
e di intaccare la sua reputazione di giudice. Allora l’energica
nuora aveva chiamato Haghit per coinvolgerla nella danza, e
poiché la maggior parte degli invitati se n’era andata, e
tutt’intorno erano rimasti solo giovani amici e parenti, lei si
era lasciata convincere e aveva cominciato a ballare con lui,
con la sposa e con i figli, unitisi a loro. Si era mossa con
esitante timidezza ma anche con gradevole leggerezza, e
Rivlin si era sentito colmare di felicità vera e profonda, come
se il matrimonio del figlio fosse il piú grande successo di tutta
la sua vita; piú di ogni articolo o libro che aveva o avrebbe
scritto.
Per quanto ora sia deciso a recarsi a porgere le condoglianze,
aspetta che Haghit torni a casa, sistemi con calma le leccornie
acquistate e apparecchi la tavola. Non tanto per chiederle il
permesso di effettuare quella visita, che lei riterrà, già lo sa,
del tutto inutile, ma per mostrarsi onesto e sincero. Ecco,
nelle ultime ventiquattr’ore ha compiuto senza rendersene
conto un gran numero di buone azioni. La sera precedente ha
reso omaggio alla studentessa araba; quel giorno ha fatto
visita al vecchio insegnante che si ostina a ritenersi malato, e
fra poco conforterà i familiari di un defunto che da tempo
hanno cessato di essere suoi parenti.
Ma i suoi occhi, non sazi del giardino fiorito e dello
splendore del nuovo manto erboso, cercano di fondere nelle
dolci memorie del passato anche i primi segni della crisi
matrimoniale presto sopraggiunta e quelli della morte che in
quel luogo ha appena inferto il suo colpo. E nota il grande
cambiamento e le ristrutturazioni avvenute in quei cinque
anni. Gli affari della pensione probabilmente prosperavano se
persino una collinetta vicina, da sempre preda della
desolazione del deserto di Giuda, è stata conquistata e
trasformata in giardino, e al posto della pista da ballo, dove
sorgeva il piccolo pergolato ricoperto dalla vite sotto il quale
si era svolta la cerimonia di nozze, brilla ora una piscina
nuova, incuneata in un piccolo anfiteatro. Anche quando
aveva visto quel posto, sei anni prima, la definizione
«pensione» gli era parsa riduttiva. Ora che quella definizione
si riferisce a un albergo tanto lussuoso, non può che essere
interpretata come un tentativo di vantare un’ottima qualità e
un’intimità esclusiva.
Rivlin fa due passi in giardino per controllare dove sia
scomparso il piccolo pergolato, che invece è ancora lí,
spostato in un angolo con accortezza e buon senso, rialzato e
ricoperto da una bouganvillea variopinta anziché da rami di
vite, come in passato. Quello è il gazebo sotto il quale avevano
trovato posto allora, tutti e sei: lo sposo, la sposa e le due
coppie di genitori. Rivlin vi si addentra guardingo, osserva i
lumini che fanno capolino tra le foglie. Abbassa le palpebre e
rievoca il crepuscolo lontano in cui lui era stato padre dello
sposo e si era sentito quasi sposo lui stesso. E perché no,
dopotutto? Anche lui allora aveva contratto matrimonio,
come suo figlio, rinnovando e rafforzando la sua unione con
la moglie e stabilendo un legame di sangue con una donna
giovane ed estranea. Ora avanza con leggerezza verso il punto
esatto in cui stava Ofer durante la cerimonia, stringendo
senza avvedersene la mano della madre per renderla partecipe
della sua gioia; e l’offesa e la rabbia si stemperano nella
dolcezza dei ricordi.
19.
Quanto gli piace il «pronto» della moglie. È dolce, educato,
pieno di vitalità e disponibile all’ascolto, mai indifferente o
svagato. Ora freme anche d’emozione nell’attesa di udire la
voce della sorella. Haghit ha un gemito di disappunto e di
stizza nell’apprendere il ritardo del volo.
– Perché non mi hai chiamato prima allora?
– Non eri in casa, e quando ho provato in tribunale eri già
uscita per le compere.
– Ma adesso dove sei?
– A Gerusalemme.
– Ancora a Gerusalemme? Ma che ci fai lí? Sei ancora dai
Tedeschi, in ospedale?
– No, li ho lasciati.
– E lui come sta?
– Questa volta ha avuto un attacco piú violento del solito.
Dovresti vederlo, è rosso come un peperone.
– È davvero privo di conoscenza?
– Piú o meno. Fa fatica a parlare ma ascolta, segue.
– Allora che fretta c’era di correre da lui? Ti lamenti che non
ti si lascia lavorare e poi ti cerchi occupazioni inutili.
– Ho pensato, visto che andavo all’aeroporto, perché non
fare un salto da lui? Avevo anche il presentimento che il volo
sarebbe arrivato in ritardo.
– Come mai?
– Al servizio informazioni dell’aeroporto, alle undici, mi
avevano detto che l’ora d’arrivo non era confermata.
– Se sospettavi che ci fosse un ritardo avresti potuto
aspettarmi. Cosí sarei venuta anch’io con te. Lo sai quanto mi
dispiace non poter accogliere personalmente mia sorella.
– Ma chi poteva immaginare un ritardo di oltre quattro ore?
Pensavo a una cosa minima.
– Avresti almeno potuto aspettare e vedere. Come mai sei
corso a Gerusalemme? Che fretta avevi di vedere Tedeschi
tutt’a un tratto? Continui a dire che sono solo disturbi
psicosomatici e di punto in bianco ti precipiti da lui.
– Innanzitutto anche gli ipocondriaci hanno diritto alle
visite. E poi la telefonata di Hana mi ha messo in agitazione.
A volte la gente può morire anche cosí, all’improvviso.
– Non lui. Tedeschi non morirà. E anche se non avevi niente
da fare avresti almeno potuto aspettarmi, o avvertirmi. Forse
avrei fatto in tempo ad andare a trovarlo. Anch’io provo dei
sentimenti nei suoi confronti. Me ne sto rinchiusa tutto il
giorno in sale buie in compagnia di tipi equivoci che mi
costringono a mantenere la massima concentrazione, e tu te
ne vai a spasso per il mondo.
– Ma che dici vado a spasso? Sono stato in ospedale.
– Anche una visita in ospedale può essere una distrazione.
Avresti potuto aspettare un po’. Ma tu agisci sempre
d’impulso, soffri di eiaculazione precoce...
– Ma come parli? Ti ha dato di volta il cervello? Proprio io
che...
– Non parlo di quello, ma della vita in generale. Lo sai
quanto mi piace viaggiare, uscire e vedere il mondo.
– Il mondo non scappa. Cos’è successo poi? C’è un ritardo
di cui io non sono responsabile, anzi, ne soffro le
conseguenze.
– Allora cosa fai adesso? Hai ancora tre ore di tempo. Va’ da
Raya a riposarti fino all’arrivo del volo. Ti fa ancora male la
schiena?
– Che schiena?
– Questa mattina ti sei lamentato di avere un dolore alla
schiena.
– Mi è passato.
– Comunque va’ a riposare da lei. Stenditi. Le ho parlato un
quarto d’ora fa. Parti adesso. Ci siamo alzati presto. Non sei
un bambino da poter correre in giro tutto il giorno. A
proposito, è carino che tu abbia lavato la tenda.
– Anche se non era abbastanza sporca.
– Per te niente è abbastanza sporco. L’importante è che tu
l’abbia lavata. Mettiti in viaggio, Raya ti aspetta. Riposati e io
ti richiamo tra un’ora.
– Aspetta un attimo, c’è una novità. Senti un po’ cos’è
successo. Suo padre è morto.
– Il padre di chi?
– Yehuda.
– Che Yehuda?
– Hendel.
– Yehuda Hendel è morto? Quando?
– Qualche giorno fa.
– Chi te lo ha detto?
– Hana. A quanto pare lo hanno ricoverato nel letto accanto
a quello di Carlo, di notte, è stato colpito da un ictus e nel
giro di poche ore...
– Ma come mai Hana ti ha parlato di lui?
– Lei e Carlo se lo ricordavano dal matrimonio di Ofer.
– Carlo se lo ricordava dopo sei anni? Allora probabilmente
non è del tutto privo di conoscenza. Quanti anni aveva?
– Credo la mia età, forse era maggiore di me di sei mesi.
– È terribile. Quando è successo?
– Tre giorni fa. Dico io, alla nostra età non si possono piú
ignorare gli annunci mortuari sul giornale. Se non fossi
andato a trovare Tedeschi avremmo potuto non saperne
niente.
– Alla fine si viene a sapere tutto.
– Però non basta saperlo, bisogna anche fare qualcosa.
Secondo i miei calcoli la settimana di lutto non è ancora
finita, e visto che sono a Gerusalemme pensavo di andare a
fare le condoglianze.
– Lascia perdere. Perché complicarti la vita? Scrivi una
lettera. Tu scrivi messaggi di condoglianze cosí belli. In
questo modo alla famiglia rimarrà anche qualcosa.
– No, una lettera non basta. Ci vuole qualcosa di piú
personale. Di certo sono a pezzi. Immaginati sua madre, era
cosí dipendente dal marito.
– Per questo sarebbe meglio se mandassi una lettera senza
piombargli addosso all’improvviso. Non capiranno nemmeno
cosa tu faccia lí, dopo cinque anni di silenzio. E neppure
perché ti presenti da solo, senza di me...
– È una visita di condoglianze. Che c’è da spiegare? Dirò
semplicemente la verità, che mi trovo a Gerusalemme per
caso e che tu sei in tribunale.
– Senti, ti prego, non andare. Stai esagerando. Non sono
amici e nemmeno piú parenti. Ti complichi la vita per niente.
Che ti prende? Che stai cercando? Pensavo che anche tu ce
l’avessi con loro.
– Se ce l’ho con qualcuno è solo con Galia, non con suo
padre. Lui non mi ha fatto niente di male.
– Ma suo padre è morto, ormai. Se vai laggiú, in fin dei
conti, vai a trovare solo lei.
– Ma Haghiti, a volte bisogna mostrarsi superiori. Lei è stata
nostra nuora. Non si può cancellare il passato.
– Non cancelliamo niente. Scrivi una bella lettera. In questo
momento lei non ha affatto bisogno di te. Come potresti
aiutarla, oltretutto?
– Non devo aiutarla, devo esprimere un sentimento. Se fossi
morto io, non saresti felice di vederla venire a farti le
condoglianze?
– Lo sai che non sopporto i tuoi passatempi funebri. Nella
vostra famiglia era l’unico svago: divertirsi a immaginare in
che modo sareste morti e i discorsi che sarebbero stati
pronunciati al funerale. Nella mia famiglia la morte è tabú.
– Come il sesso...
– Forse. Però questo non ci impedisce né di morire né di
fare sesso. Ascoltami, lascia perdere, va’ da tua sorella e poi
scriveremo una lettera insieme. E se tu non fossi venuto a
sapere della sua morte per caso? E se non fossi capitato a
Gerusalemme?
– Però sono qui. Sono a Talpiot. Vicino alla loro pensione.
– Sei già lí? E come ci sei arrivato?
– Non so. Probabilmente è stata la nostalgia a portarmi qui.
– La nostalgia? E di che? E io che pensavo che volessi
riposarti e che il matrimonio degli arabi ti avesse stancato
abbastanza.
– È vero, è stato lungo ed estenuante e ho ancora quella
carne di montone sullo stomaco, ma forse è stato quello, il
matrimonio arabo, a farmi provare nostalgia per il posto dove
è stato celebrato quello di Ofer. Senti, Haghiti, è peccato
litigare. Sono già qui e mi sento in dovere di entrare.
Ora lei tace, sforzandosi di capire le intenzioni del marito e
la nuova piega presa dalla situazione.
– E va bene. Ricordati però che le visite di condoglianze
sono brevi e spicce perché bisogna lasciare il posto ad altri.
Non mettere radici in casa loro.
– E perché dovrei? Dico due cose e me ne vado.
– E non dimenticare di fare le condoglianze anche da parte
mia e di spiegare perché hai fatto il possibile per non farmi
venire con te.
20.
Rivlin vorrebbe dirigersi verso il terzo piano, verso l’alloggio
della famiglia, nascosto in una delle ali della pensione, ma dei
piccoli cartelli lo indirizzano verso il secondo piano, in una
saletta che serviva da biblioteca e ora è stata trasformata in
sala da ricevimento per i visitatori. È sorpreso di trovarvi già
molta gente, persino alcuni ospiti dell’albergo. Si ferma in un
angolo, accanto a un tavolo gigantesco su cui sono posate
alcune bottiglie d’acqua e, poco lontano, un grosso quaderno
per i visitatori vigilato da un vecchio cameriere arabo in
divisa nera e papillon, che aggiunge un tocco di cerimoniale e
ufficialità al lutto della famiglia.
Rivlin cerca di nascondere momentaneamente la sua
presenza per individuare la giovane donna per la quale è
giunto fin lí e decifrarne lo stato d’animo. Da uno sguardo
sommario, però, gli sembra che Galia non sia presente, e la
delusione si mescola a uno strano sollievo, perché ancora non
sa se il dolore avrà la forza di soffocare l’antico rancore. Solo
la sorella, Tehila, e il fratello, Ohad, maggiori di Galia, sono
seduti su un divano di pelle portato espressamente dalla hall
dell’albergo, accanto alla vedova vestita di nero, impietrita,
con la mano posata sulla spalla di un bambino di circa
quattro anni, probabilmente un nuovo nipotino, seduto su
uno sgabello ai suoi piedi per rinfrancarle lo spirito. Per un
attimo Rivlin pensa di rinunciare. La signora Hendel,
sconvolta dal dolore, non ha notato l’arrivo dell’ex
consuocero giunto da una città lontana. La figlia maggiore,
però, un’alta zitella che aiutava il padre nella gestione
dell’albergo, gli sorride con affetto e cordialità e si alza per
accoglierlo.
Rivlin scuote la testa costernato. Poi si affretta verso la
vedova che lo guarda con occhi azzurri e belli, gonfi e
arrossati, non solo dal dolore e dal pianto, ma anche dal senso
di colpa, e che torna a ripetere quanto sia tremenda la sua
disgrazia. Le lacrime le rigano il viso e non è una donna
matura, ma una bambina inerme a rifugiarsi tra le braccia
dell’uomo che ormai da cinque anni non è piú suo parente,
perché anche lui, come tutti, la stringa forte al cuore e
percepisca la fiacchezza del suo corpo, svigorito dopo la
morte del marito.
È vero che chi sapeva dell’ammirazione che il proprietario
della pensione pretendeva e riceveva a piene mani da questa
donna avrebbe potuto prevedere l’impatto violento di una
morte tanto repentina. Qui però si tratta di un vero e proprio
terremoto. Infatti anziché ripetere, come si è soliti fare, con
pathos e dovizia di particolari, il racconto di quella morte
improvvisa e sfogare cosí il dolore, la vedova si accascia di
nuovo sul divano, muta, inebetita, chiusa nella propria
sofferenza, impassibile di fronte alle parole della figlia Tehila,
come se questa raccontasse della morte di un estraneo.
– Ma dov’è Galia? – Rivlin interrompe con delicatezza il filo
del racconto che la morte fulminea del padre non ha reso piú
breve. – Vive ancora a Gerusalemme? – A parte la notizia che
si è risposata, appresa di recente, i Rivlin non sanno nulla di
lei. Il professore viene informato che Galia non ha lasciato
Gerusalemme, anzi, si è addirittura trasferita vicino alla
pensione e perciò, dopo pranzo, si è permessa di sgattaiolare a
casa per un’oretta. Però è evidente che l’ospite deve aspettarla.
Proprio la figlia minore, legatissima al padre, ha bisogno di
conforto, e soprattutto da chi è venuto apposta per lei.
Cosí Rivlin si siede sconfortato accanto a parenti che non
sono piú tali, e racconta con tono prudente e laconico di Ofer.
All’arrivo di una delegazione di distinti mormoni vestiti di
nero, discesi dal monte Scopus per porgere le condoglianze, si
ricorda però dell’avvertimento della moglie di non essere
d’intralcio e si affretta a lasciare il posto agli altri senza
tuttavia abbandonare la piccola sala. Si ritira verso il
cameriere con il papillon che ha riconosciuto l’ospite e gli si
rivolge chiamandolo per nome e col suo titolo. Gli offre
dell’acqua fresca e lo invita a sfogliare il registro degli ospiti, a
leggere ciò che è stato scritto negli ultimi giorni, in diverse
lingue, e magari a contribuire con qualcosa di suo.
Nonostante un registro simile gli appaia eccessivo rispetto
all’importanza e alla posizione dello scomparso, Rivlin è
disposto a vergare una frase, non rivolta ai familiari, ma al
defunto stesso: Malgrado le nostre strade si siano separate per
volere di tua figlia, il ricordo che abbiamo serbato di te negli
anni è pieno di luce e di generosità e il dolore per la tua morte è
intenso e forte. Famiglia Rivlin, Haifa.
21.
Subito dopo aver scritto quella frase Rivlin se ne pente.
Tuttavia, poiché il vecchio cameriere arabo lo osserva
compiaciuto, si vergogna a cancellarla. Nel frattempo altre
persone sono entrate nella sala e il brusio aumenta. La
conversazione con i visitatori non verte ormai piú sui ricordi
del passato, ma già scandaglia i programmi per il futuro. Sua
moglie allora aveva ragione, come sempre. Perché
complicarsi la vita con quella visita? Una breve lettera sarebbe
stata piú che sufficiente. E tra mezz’ora lei telefonerà a Raya
per accertarsi che lui non sia rimasto bloccato dove non
sarebbe dovuto nemmeno andare. Rivlin torna dalla vedova,
che si alza come un automa e sembra non richiedere parole,
ma solo un contatto fisico diretto e sincero, che riscaldi la sua
anima affranta. Poi si reca a salutare Tehila, stupita e
addirittura contrariata da quel congedo.
– Che ci posso fare? Mi trovo a Gerusalemme per caso e tra
poco dovrò andare a prendere mia cognata all’aeroporto.
Aspetterò ancora un po’ qui fuori e se Galia non arriva, non
dimenticarti di dirle che sono venuto.
– Ma dovrebbe arrivare da un momento all’altro.
Rivlin esce nella hall. La luce grigiastra irradiata dal deserto
rende ancora piú severa l’atmosfera di Gerusalemme. Le
mutevoli nuvole primaverili assumono forme complesse. Un
senso di eccitazione si diffonde nell’aria. Lui cerca visi
familiari tra gli ospiti della hall, e quando vede che su ogni
piattino è posata una brioche uguale, capisce di essere
circondato da un gruppo organizzato di americani –
mormoni o pellegrini messianici, che rappresentano la
clientela principale della pensione – e batte in ritirata.
Tuttavia non lascia l’albergo. Passa in giardino e avanza lungo
il sentiero di ghiaia rossastra che conduce al pergolato fiorito.
Non vi entra. Si ferma in disparte a fissare l’ingresso della
pensione. Se la ex nuora arriverà, lui la scorgerà da lontano e
avrà il tempo di decidere se avvicinarsi e porgerle le
condoglianze o andarsene in sordina e rinunciare a lei per
sempre.
Sono le quattro e mezza e, nonostante ci sia ancora molto
tempo prima dell’arrivo della cognata, Rivlin prova un
leggero senso di colpa nei confronti della moglie, che ha
intuito meglio di lui come sarebbero andate le cose. Che
cos’ha da spartire con questa gente? La realtà che si mescola al
ricordo non placa il dolore dell’offesa e del fallimento, né
mitiga la nostalgia graffiante che torna a ferirlo. Sí, deve
lasciare l’incanto di Gerusalemme e mettersi in viaggio.
Nemmeno il defunto merita questa dimostrazione di
cordoglio. Rivlin non ha dimenticato il sapore amaro della
loro ultima conversazione, avvenuta cinque anni prima,
quando dopo aver messo a tacere l’orgoglio gli aveva
telefonato all’insaputa di Haghit e di Ofer nel tentativo di
cercare una spiegazione a quella separazione che lo aveva
lasciato sbigottito. «Anche se in cuor mio ho accettato la
situazione, – aveva detto al telefono con una voce che non
riusciva a nascondere un tono di supplica, – non troverò pace
finché non capirò il vero motivo di quanto è successo tra loro
due. Secondo me nemmeno Ofer lo capisce. E siccome ho
l’impressione che Galia si fidi di lei piú che di chiunque altro,
provi a scoprire la verità e a rendermene partecipe».
Hendel, tuttavia, si era mostrato risoluto nel rifiutare. Anche
lui e la sua famiglia erano addolorati per quella separazione
improvvisa che non faceva onore a nessuno. Ma se le cose
dovevano andare cosí, allora era meglio dare un taglio netto, e
non trascinarle all’esasperazione. Aveva fiducia nei suoi figli e
non avrebbe mai fatto loro domande alle quali non volevano
rispondere. E se anche sua figlia si fosse confidata con lui non
si sarebbe mai sognato di riferire quel segreto ad altri.
Tuttavia, non volendo offendere Rivlin, ormai tentato di
interrompere quella conversazione, aveva cercato di addolcire
il rifiuto con parole di ottimismo: «Lei si sta torturando per
niente. In fin dei conti tra un anno o due tutto sarà
dimenticato. Perché preoccuparsi? Sono giovani, hanno la
vita davanti. Troveranno un nuovo compagno».
22.
In effetti non aveva senso avanzare pretese verso quell’uomo
ottimista. Chi aspetta che la verità gli si riveli da sé non
comprende il tormento di chi brucia dal desiderio di
scoprirla. Rivlin si rianima nel vedere Tehila, sosia dello
scomparso e suo braccio destro, avanzare rapida verso di lui
sul sentiero del giardino per esortarlo ancora una volta ad
aspettare la sorella minore, che dovrebbe arrivare a momenti.
Non è possibile che proprio Galia, per la quale è venuto da
lontano, si perda la sua visita.
– Ma come potrebbe mai immaginare che sono venuto a
fare le condoglianze?
– Perché no? Anche dopo la separazione da Ofer, quando
talvolta capitava di nominarvi, parlava di lei e di sua moglie in
termini di grande amicizia. Verso sua moglie provava
soggezione, forse aveva persino un po’ paura di lei.
– Paura di lei? – Rivlin è divertito. – E di me no?
Gli occhi di Tehila, leggermente china in avanti, ora
sorridono.
– No, come si fa ad avere paura di lei? Per lei provava
amicizia e simpatia. Anzi, piú che simpatia. Secondo me le
voleva davvero bene.
– Mi voleva bene? – Il cuore di Rivlin ha un fremito. – Ma
come? Che dici? È stata lei a troncare i rapporti con noi. Da
un giorno all’altro e senza spiegazioni.
– Non perché non vi stimasse. Di questo ne sono sicura.
Solo per timore di causarvi altro dolore. E sappia che nel caso,
Dio non voglia, Dio non voglia, – si infervora Tehila, – nel
caso fosse stato il contrario e fosse successo qualcosa... a sua
moglie o a qualcuno dei suoi familiari, stia pur certo che
anche Galia si sarebbe precipitata a porgere le condoglianze,
proprio come ha fatto lei...
Rivlin considera le sue parole e poi annuisce con gratitudine,
come se quella visita nella casa nuova del Carmelo francese
fosse già avvenuta. Tende la mano per toccare con affetto la
spalla della donna, che non solo ha ereditato il viso spigoloso
e duro del padre, ma anche il suo corpo flessuoso e l’alta
statura.
– Se è cosí mi arrendo. Però non aspetterò molto.
– Perché allora non si riposa nel frattempo? Magari sotto
questo pergolato. Che ne dice dei cambiamenti? Il posto è
molto piú accogliente adesso. E appena Galia arriverà, gliela
porterò di persona. Nel frattempo manderò Fuad a prendersi
cura di lei.
23.
Nonostante Rivlin non intenda impensierire la moglie che
tra poco lo cercherà da sua sorella, preferisce non telefonare a
casa e rimandare l’inevitabile chiarimento. Davanti a una
tazza di caffè vuota e alle briciole di un dolce, medita su
quella sua visita inattesa, casuale. La fioritura del vecchio
pergolato, che malgrado abbia cambiato posto ha mantenuto
la sua dolcezza, e l’aria di Gerusalemme, piú fresca verso sera,
riaccendono in lui la speranza di comprendere, anche se solo
in parte, il motivo della separazione sfuggitogli cinque anni
prima. La cognata arriverà soltanto tra un paio d’ore, e lui sa
che non solo ha orrore della fretta, ma ha l’abitudine di
suddividere il bagaglio in tante piccole borse che impiegherà
del tempo a recuperare. Quindi Rivlin ha a sua disposizione
almeno un’altra ora per essere sicuro di non arrivare in
ritardo.
Quando alle cinque e venti arriva Galia, accompagnata dal
nuovo marito, un tipo alto e con la treccina, Rivlin capisce
perché Tehila abbia tanto insistito che lui l’aspettasse. Già al
primo sguardo, infatti, scopre nella sorella minore un dolore
diverso, lancinante.
Anche lei, come la madre, è vestita di nero, e non ha
nemmeno cambiato la camicia lacerata del lutto. Forse per via
dei capelli divenuti piú radi, o di notti insonni, o di qualcosa
che è accaduto negli anni trascorsi, gli appare piú brutta e
goffa dell’immagine serbata nelle fotografie degli album di
famiglia. La rabbia e l’offesa sono ora mitigate dall’ombra di
una gioia maligna. Stringe la piccola mano della ragazza e
prima di riuscire ad aprir bocca, lei si scusa per il ritardo,
come se avessero davvero fissato un appuntamento.
È talmente palese il contrasto fra il dolore straziante della
figlia minore e quello pacato e composto della sorella nubile,
ritta e sorridente accanto a lei, che persino il nuovo marito,
piú anziano del figlio agli occhi di Rivlin, sembra stupito del
tormento della moglie e scuote leggermente la treccina.
– Ci sono persone capaci di immaginare la propria morte e
quella dei loro cari, e quando capita una tragedia è come se vi
fossero preparate. Niente però mi ha preparato a questo
colpo, Yohanan, e il ricordo di papà che si accascia davanti a
me continua a perseguitarmi... Mi sento perduta. Da noi, a
differenza della tua famiglia e come in quella di Haghit,
abbiamo sempre evitato di pensare o di parlare della morte,
come se la vita fosse davvero eterna. E i pellegrini messianici
che arrivano negli ultimi anni non fanno che confonderci
ancora di piú le idee con i loro discorsi ottimistici
sull’eternità.
La totale naturalezza con cui Galia ha nominato Haghit e le
loro famiglie, e il fatto che non gli abbia ancora permesso di
proferire parola, risvegliano in Rivlin un senso di intimità,
come se la separazione improvvisa imposta da quella ragazza
al figlio cinque anni prima non fosse mai avvenuta. Anche il
fatto che abbia ritenuto opportuno non presentargli il marito
gli sembra in qualche modo incoraggiante.
– Ofer sa già cos’è successo?
– Come potrebbe? – ridacchia Rivlin alla domanda puerile. –
Anch’io l’ho saputo solo oggi, per caso. A mezzogiorno ho
fatto visita a un mio vecchio insegnante. Era ricoverato
accanto a tuo padre all’ospedale e se lo ricordava dal
matrimonio. Sono qui per caso. Davvero, solo per caso.
L’aver enfatizzato la casualità della visita, tuttavia, non
incontra l’approvazione di Galia che, completamente
compresa dalla morte del padre, vorrebbe che il mondo intero
si concentrasse sul suo dolore.
– Io vi lascio e torno dalla mamma, – Tehila interrompe la
conversazione fissandoli con occhi piccoli e arguti, molto
simili a quelli del padre. – E se lei, Yohanan, dovesse capitare
di nuovo a Gerusalemme, non si dimentichi di venirci a
trovare. Non è necessario che muoia qualcuno per rivederci.
Poi si rivolge con autorità al marito silenzioso di Galia, il cui
viso da uccello è teso in un ascolto apprensivo:
– Tu vieni con me.
24.
Imbarazzato per non essere ancora stato presentato all’uomo
di cui proprio la moglie sembra aver dimenticato l’esistenza,
Rivlin, timidamente, si rivolge a lui, o forse alle due sorelle:
– Lei è?
– Boaz... – risponde in vece sua Tehila, cercando con
fermezza di accelerare il congedo.
– È... il nuovo marito? – azzarda Rivlin con un sorriso
impacciato all’ex nuora, che conferma con un cenno del capo.
– Allora, piacere... Io... Sa... – La gola gli si stringe.
– Lo so... – lo interrompe Boaz con molto tatto e un sorriso
dolce e ascetico. – So tutto...
– Tutto? Com’è possibile?
– Cioè, tutto quello che mi è stato raccontato...
Lui e Tehila si allontanano e Galia si avvicina alla piscina per
prendere una sedia di ferro mentre il vecchio cameriere, che
ha abbandonato il suo posto in sala di lettura per seguire
Rivlin in giardino, si affretta ad aiutarla.
Sono le cinque e mezza. Alle sei in punto, e non un minuto
piú tardi, il professore dovrà rimettersi in viaggio, e ogni
istante che trascorre acuisce la sua rabbia per il proprio
silenzio. Ma come rinunciare a un incontro tanto insolito
avvenuto grazie a una rara coincidenza e a dispetto
dell’opposizione della moglie? Sembra che anche Galia si stia
rianimando e cominci ad afferrarne il significato. Con una
mano tasta lo strappo del lutto, in un gesto commovente,
come se cercasse una difesa da un visitatore venuto a
esprimere non solo cordoglio.
Rivlin osserva il viso pallido della ragazza, un po’ gonfio,
ricordando come su quel viso, dopo Haghit, si era permesso
di stampare un primo bacio quando Ofer aveva annunciato la
loro decisione di convolare a nozze. Un’effusione divenuta
poi un’abitudine a ogni incontro.
– A dire il vero non meriteresti una visita di condoglianze, –
Rivlin è sorpreso ma anche soddisfatto del tono aggressivo
che gli è sfuggito. – Sei stata per noi causa di grande dolore e
delusione, non tanto per la separazione imposta a Ofer, quella
è un tuo diritto, ma per il modo in cui sei sparita, senza
salutarci né cercare di spiegare con sincerità il motivo che ti
ha portato a distruggere un matrimonio che credevamo felice.
Lei si confonde. La mano che giocherella con lo strappo
ricade.
– Se sono sparita senza salutare, – sussurra, – è proprio per
l’amicizia e la fiducia che ci sono sempre state tra noi. Non
potevo dirvi niente. Non perché non avessi niente da dire, ma
perché era impossibile persino trovare il modo...
– Non capisco...
– Di sicuro Ofer ti ha raccontato qualcosa...
– No, niente di concreto. Niente a cui ci si possa
aggrappare...
D’un tratto Galia sembra molto sollevata. Poi arrossisce,
turbata.
– Allora, probabilmente aveva un buon motivo per non dire
nulla.
– Ma non è cosí, – protesta il padre con veemenza. – Non
perché Ofer cerchi di nascondere qualcosa o di eludere
l’argomento, ma perché, sono sicuro, nemmeno lui capisce
cosa ti abbia portato a distruggere il vostro legame, cosí, di
punto in bianco, senza nessun segnale di preavviso.
– Senza nessun segnale di preavviso? – Galia sorride con aria
di scherno. – È possibile secondo te?
– Perché? C’è stato forse qualche segnale?
– Certo. È impossibile che non ce ne fossero...
– Allora erano talmente labili che non li abbiamo notati. Te
lo assicuro, ascolta bene, anche Ofer probabilmente è rimasto
sconcertato, senza una spiegazione o un appiglio. Non c’è da
stupirsi quindi che cerchi di evitare l’argomento persino con
noi.
– Allora perché insistere? – si stizzisce Galia.
– Abbiamo smesso di insistere da tanto tempo. È da
parecchio che ce ne stiamo zitti. Ma anche senza dire una
parola lui avverte il nostro disagio e ci evita... – A questo
punto Rivlin si interrompe per precisare: – Il mio disagio,
soprattutto. Perché io, piú di Haghit, sono quello che non
trova pace. Forse perché Ofer mi assomiglia un po’, e mi è
facile immedesimarmi nel suo dolore. Ripeto, è passato del
tempo e tutti ormai ci siamo rassegnati a questo divorzio,
però non riesco a farmi una ragione della mancata
spiegazione, è come se ci fosse un mistero che impedisce a
Ofer di dimenticarti una volta per tutte e di ricominciare,
come hai fatto tu, a intrecciare nuovi rapporti.
– Stai assolutamente esagerando, – sbotta Galia con
impertinenza, quasi con arroganza, – non c’è nessun mistero.
– Se esagero, allora va bene, spiegami però tu cosa è successo
veramente fra voi due, cosí che anch’io possa dimenticarmi...
– Indugia per un istante, poi osa aggiungere con tenerezza: –
Di te...
– Ma perché vuoi che sia io a farlo? – obietta lei. – E perché
insistere? Forse avevamo scoperto di non essere fatti l’uno per
l’altra. Non ti basta?
– Ma eravate fatti l’uno per l’altra! – protesta il padre. – Lo
siete ancora...
– Lo hai deciso tu? – La ragazza strizza gli occhi grandi e
belli in uno sguardo disperato. – Cosa vuoi da me? Se non vi
ha raccontato lui il motivo per cui l’ho lasciato,
probabilmente aveva le sue buone ragioni.
– Allora raccontamelo tu! – incalza Rivlin infervorato. – Si
tratta forse di una questione personale, o... scusa sai... di
qualcosa di piú profondo... di complesso... persino di intimo...
di sessuale... qualcosa che è andato storto e che hai paura di
rivelare a me? Allora parlane solo con Haghit. Sai quanto lei
sia brava ad ascoltare, e anche saggia, onesta e leale. Sa tenere
per sé i segreti e le storie brutte e lugubri che sente dietro le
porte chiuse del tribunale e, credimi, allo stesso modo saprà
serbare anche il tuo segreto, se vorrai.
Ora si sente sollevato. Non solo per essere riuscito a
esprimere in modo conciso e chiaro la propria inquietudine,
ma anche perché i complimenti sperticati alla moglie, di certo
inferocita per la sua sparizione, lo fanno sentire un po’ meno
colpevole nei suoi confronti per quella strana conversazione
che di certo la manderebbe su tutte le furie.
Ma Galia alza la testa, lo scruta con ostilità.
– Cos’è successo veramente? Dimmi? – si accalora lui. –
Perché eviti di rispondere? Oppure nemmeno tu hai capito
ciò che facevi?
La ragazza appare molto turbata da quella insistenza
sgarbata. Solo tre giorni prima ha perso l’amato padre ed è
sopraffatta da un dolore che ha bisogno di tenerezza, non di
rimproveri.
– Ma io che cosa vi devo? – Il suo sguardo si rinfranca. – È
finita, è tutto finito. Sono sposata con un altro. E se papà non
fosse morto all’improvviso forse avrei potuto anche
considerarmi felice. E se tuo figlio non riesce a dimenticarmi,
beh, questo è un problema suo, non mio. Quanti anni ha
adesso? Trentadue? Trentatre? Se non capisce perché ho
dovuto lasciarlo, malgrado… lo amassi moltissimo, allora ha
davvero un problema serio. E forse lo avete anche voi... E
chissà, forse siete proprio voi la causa dei suoi problemi...
25.
È passato un quarto d’ora. Rivlin non può superare il limite
di tempo fissato. Chissà quanto gli ci vorrà per uscire dal
traffico di Gerusalemme. Ma se questo unico incontro
terminerà cosí, senza una soluzione, al vecchio dolore si
aggiungerà il rammarico di un nuovo fallimento.
Il suo sguardo si posa su due pellegrini rubicondi che
incuranti dell’aria frizzante della sera si tuffano nella piscina
sotto la quale è sepolta la vecchia pista da ballo. Sei anni
prima aveva danzato lí una sposa bella e felice, decisa a
coinvolgere nella sua gioia una coppia di maturi intellettuali
che da anni rifuggivano balli vecchi e nuovi. E lui, titubante,
si era convinto a muovere qualche passo con la giovane,
incoraggiato dai ragazzi che gli avevano assicurato che al
giorno d’oggi tutto è libero e possibile e nessun movimento è
da considerarsi sbagliato. Poi avevano cercato di persuadere
anche la moglie, che aveva riso molto ma si era mostrata
risoluta nel suo rifiuto finché i due figli l’avevano condotta a
forza sulla pista e cosí lui e Haghit si erano ritrovati, a
mezzanotte, ad agitare gambe e braccia come due orsi
impacciati, ma probabilmente anche graziosi, incitati dai
proprietari della pensione che la prolungata attività
alberghiera aveva trasformato in danzatori provetti. E la
sposa, che ora se ne sta seduta davanti a lui curva e incupita,
aveva intrecciato con entusiasmo le mani dei presenti perché
si unissero in un girotondo intorno a lei, soltanto intorno a
lei.
– Ma se abbiamo fallito, – Rivlin cerca di sfruttare il tempo
rimasto con un’ammissione repentina, – se anche noi
abbiamo avuto indirettamente una parte nel fallimento del
vostro matrimonio, allora a maggior ragione abbiamo il
diritto di sapere, è importante per noi. Sai com’è penoso per
me pensare che persino l’uomo che era qui, il tuo nuovo
marito, sia al corrente di quello che è successo mentre noi
brancoliamo nel buio in cui ci hai lasciati forse per arroganza,
oppure per paura? Sia come sia, sappi che per me è la stessa
cosa.
Galia tace. Il suo sguardo irritato lascia trapelare una muta e
giustificata protesta per il fatto che, senza pietà, l’ex suocero
abbia trasformato quella visita di condoglianze in un atto di
accusa. Aveva ragione Haghit, riflette Rivlin, a sostenere che
questa visita inutile avrebbe solo acuito il suo dolore. E cos’è
la nuova disperazione che lo spinge a scagliare una freccia che
nemmeno immaginava di avere in serbo?
– Senti, Galia, devo scappare all’aeroporto e anche tu devi
tornare dalla tua famiglia. Lasciami solo dire che nonostante
non ci siamo scambiati una parola in cinque anni la morte di
tuo padre mi addolora davvero... E malgrado non siamo
ormai piú una famiglia e io non fossi tenuto a questa visita,
ecco... hai visto, sono venuto lo stesso perché il mio dolore
per questa morte va ad aggiungersi a un altro. Per cinque anni
non ho rinunciato alla speranza che un giorno mi sarei fatto
forza e in segreto, persino senza dirlo a Haghit, che è troppo
orgogliosa per ammettere con gli estranei il proprio disagio,
avrei preteso da tuo padre che mi aiutasse a capire. Ho
sempre avuto l’impressione che proprio lui, che ti amava ed
era legato a te, avrebbe potuto spiegare...
È evidente che l’aver nominato in modo esplicito il defunto
suscita in Galia un nuovo turbamento. Si alza. La luce del sole
le arrossa gli occhi.
– Papà non sapeva niente. E anche se aveva qualche
sospetto, non avrebbe mai rivelato a nessuno al mondo,
nemmeno alla mamma, un segreto che mi riguardava. Mi
rispettava con tutto il cuore...
– Lo so. Eppure credo che mi sarebbe venuto incontro se
avesse saputo... Insomma... Se avesse saputo del mio stato...
– Quale stato?
Con tutte le sue forze Rivlin cerca di immaginare che le
parole che sta per pronunciare non sgorghino da lui ma siano
come quegli uccelli grigi che svolazzano ora lontani, sopra il
bosco di pini, il bosco delle passeggiate della sua infanzia.
– Se io... Se gli avessi detto la verità sul mio stato, cioè, sulla
mia malattia... Anche a me non è rimasto molto da vivere...
lui, ne sono sicuro, avrebbe capito, e si sarebbe mostrato
compassionevole...
– Che malattia?
– Sí, anch’io sono malato, – Rivlin proclama impassibile
quella menzogna inattesa, – non mi resta molto da vivere.
E nei minuti seguenti ricama con la fantasia una nuova
trama in cui si intrecciano, con arabeschi tortuosi, la malattia
segreta ma autentica di Samaher; quella immaginaria della
vecchia nonna che fuma con calma il narghilè trasparente; la
morte del proprietario della pensione, che aleggia sulla fede
nella resurrezione dei pellegrini che sguazzano in piscina; e le
pene vere o presunte del professore di fama mondiale, che
prepara nelle nebbie del coma una nuova conferenza.
– Sí –. Rivlin china la testa per non imbattersi negli occhi
sgranati della giovane donna che all’improvviso deve
aggiungere alla morte del padre anche quella possibile
dell’uomo al suo cospetto: – Una brutta malattia di cui solo
mia moglie è a conoscenza, e nemmeno lei, credimi, sa tutto.
Non abbiamo ancora detto niente a Ofer e nemmeno a suo
fratello. Risparmio ancora a tutti la verità. E se adesso sono
disposto a rivelarla a te è solo per fare appello alla tua
coscienza, sempre che tu ne abbia una, perché tu mi aiuti a
capire la verità o persino quello che ritieni sia la verità, che
riguarda non solo mio figlio ma anche me, la mia anima.
26.
Stranamente, però, Rivlin non pretende una confessione
immediata, come se lui e Galia dovessero riprendersi dallo
shock di quella rivelazione. Si limita a tendere la mano in un
saluto non definitivo, spera, dopo un annuncio tanto
drammatico. Nei pochi secondi rimasti mormora qualche
parola di elogio al defunto, augura a Galia che il dolore e il
lutto si trasformino in forza vitale e creativa, e poi, come ai
vecchi tempi, l’abbraccia delicatamente, con estrema
naturalezza, sfiorandole la guancia con un bacio paterno
perché lei si renda conto che tra loro sono rimasti un ricordo
che non si può cancellare e un conto in sospeso. La ragazza si
stringe a lui e ricambia l’abbraccio con calore, come se la
minaccia della sua morte si fondesse con quella già avvenuta.
A contatto col suo corpo morbido, Rivlin inorridisce al
presentimento che Galia sia incinta. Non domanda nulla,
tuttavia, e si affretta verso l’automobile, e nonostante siano
già le sei e cinque minuti è sicuro che non arriverà in ritardo.
Esce dal traffico di Gerusalemme con relativa facilità e nei
pressi di Abu Gosh, alla stazione di servizio di Kiryat Ye’arim,
telefona di nuovo all’aeroporto per accertarsi che l’ora
dell’atterraggio comunicata come definitiva sia ancora tale.
Come previsto, però, un ritardo di quattro ore non può non
essere tentato dal prolungarsi di altri quaranta minuti e
questo gli permetterà, se la strada continuerà a essere libera,
di fare un salto dalla sorella, a Savyion. Restio a telefonare a
casa per il timore di venire sottoposto a un interrogatorio
sommario sul motivo per cui si è trattenuto dove non avrebbe
nemmeno dovuto essere, preferisce chiamare direttamente la
sorella. Lí, con enorme stupore, viene a sapere che la moglie
non ha affatto telefonato, che Raya sta preparando delle
frittelle al formaggio come quelle che amavano da bambini, e
che è ansiosa di sapere quando arriverà. Avrà il tempo di fare
un salto da lei? Rivlin decide che la risposta dipenderà dalla
situazione del traffico. – Anche se arriverò, però, – avverte, –
sarà solo per darmi una rinfrescata, acchiappare una frittella,
e scappare via.
27.
In casa della sorella la tavola è già apparecchiata, e dopo
essersi lavato il viso e le mani, purificandole dalle malattie, dai
morti e dai lutti, Rivlin telefona a casa. Ma anziché una donna
impensierita, nervosa e irritata, lo attende la voce dolce e
sonnacchiosa di chi si è appena svegliato da un sonnellino
pomeridiano prolungato e particolarmente gradevole,
protrattosi non solo a causa della grande stanchezza
accumulata, ma anche per la tranquillità che regnava nel letto,
libero dall’irrequietezza cronica del marito: – Cos’è successo?
Che ore sono? – domanda Haghit con il candore di una
bambina viziata a cui è stata concessa una grazia particolare.
– E tu? sei riuscito a dormire un po’, o almeno a riposare, da
Raya? – gli domanda in tono molto comprensivo. Ora Rivlin
deve zigzagare con cautela tra un resoconto parziale e vago su
ciò che ha fatto nelle ultime ore e le solite lamentele sulla vita.
– E il dolore alla schiena? – insiste la moglie, – va meglio? –
Un po’, – risponde lui, aggrappandosi all’indulgenza che gli
viene concessa per quel dolore dimenticato e scomparso da
tempo. Chissà se un giorno avrà occasione di rispolverarlo,
all’occorrenza.
– Te lo chiedo di nuovo, caro. Sii carino e paziente con mia
sorella.
– Non ti preoccupare. Sono sempre carino con lei.
– Allora sii piú carino del solito.
– Andrà tutto bene.
– E come è andata a casa Hendel?
– Non ora.
– In una parola.
– È dura. Sua moglie, come pensavo, è completamente sotto
shock. A pezzi.
– E Galia? L’hai vista?
– È a pezzi anche lei.
– Di cosa avete parlato?
– Di cosa si può parlare? Di suo padre. Della morte.
– Soltanto di lui?
– Piú o meno.
Il ricordo della confessione bugiarda della sua malattia lo
induce a chiudere gli occhi.
– Spero che tu non abbia cercato di parlare di Ofer o di
quello che è successo tra loro.
– Non in modo serio.
– In che senso? – il giudice assonnato si risveglia.
– Non adesso, Haghit. Ti prego, non ora. Vuoi che faccia
tardi all’aeroporto?
28.
Mentre Rivlin giocherella con gli occhi fosforescenti della
bambola della nipote della sorella, gli viene posato davanti un
piatto pieno di frittelle dorate che racchiudono, in un tepore
croccante, piccoli cuori di formaggio. È sbalorditivo che,
malgrado l’astio violento e mai sopito nei confronti della
madre (che a lei aveva sempre preferito il figlio), Raya torni a
cucinare le sue pietanze con la palese intenzione di
dimostrare al mondo che è possibile riprodurre con facilità i
manicaretti di quella donna insopportabile, e persino
migliorarli. E poiché non è facile resistere ai sapori
dell’infanzia riveduti e corretti, Rivlin deve supplicarla, come
faceva con la madre, di non offrirgli altre frittelle, ma di
avvolgerle nella carta stagnola perché lui possa portarle a
Haghit che di certo le attende già con impazienza.
Come temeva, solo alle otto e mezza, stanco e sfinito, Rivlin
abbraccia un’altra donna, la quinta quel giorno, ma obiettivo
principale della sua missione. Lo fa con cautela perché,
malgrado abbia cinque anni piú della moglie, e uno piú di lui,
la cognata è fragile e delicata e il suo corpo è rimasto come
quello di una ragazzina anche dopo aver superato i
sessant’anni. Non avendo mai avuto figli, ma solo un aborto,
Ofra si ritrae un poco dall’abbraccio caloroso e affettuoso del
cognato che ha passato l’intera giornata in attesa del suo
arrivo.
Sono trascorse trenta ore da quando ha lasciato la costa
occidentale del Canada, ma sul suo viso minuto e delicato
non vi è traccia di stanchezza, solo una sorta di gioia
spirituale resa ancora piú pura dalle sei ore trascorse
all’aeroporto di Dublino, dove è rimasta bloccata da un’avaria
all’aereo. Lei e il marito Yoel, funzionario dell’Onu ed esperto
d’economia agricola per i paesi in via di sviluppo, sono
«frequent flyers» che godono di privilegi incredibili presso
quattro diverse compagnie aeree, e viaggiatori meticolosi che,
zaino in spalla, amano gironzolare tra i negozi dei vari
aeroporti del mondo, studiarne i segreti e fare paragoni, come
se fossero tornati ai tempi del movimento giovanile dove si
erano conosciuti, al gioco della «caccia al tesoro» lungo le
strade della vecchia Tel Aviv.
Che senso ha quindi mostrarsi comprensivo verso le
peripezie del viaggio se la viaggiatrice in fondo, e a modo suo,
non ne ha sofferto ed è persino riuscita a smaltire con due o
tre sonnellini brevi e profondi un po’ della stanchezza dovuta
al cambio di fuso orario? Cosí, in una sera primaverile
costellata di luci e profumi, lungo la strada per Haifa che si
snoda nitida davanti a loro, Rivlin fornisce un resoconto
aggiornato della situazione dei familiari e, primo fra tutti, del
giovane ufficiale dell’Intelligence, particolarmente caro alla
zia perché, tra l’altro, porta il nome del suo amato padre.
– Siamo sempre in pensiero per lui. Ogni volta che succede
qualcosa in Libano.
– Ma è inutile stare in pena, – ribatte Rivlin stizzito. Se
proprio i due emigranti vogliono preoccuparsi di qualcosa in
Israele, farebbero bene a cercarsi un obiettivo piú meritevole.
– Quante volte vi ho spiegato che Zahy si trova in una base
ben protetta e sorvegliata nelle viscere di una montagna della
Galilea? Anche se tutto il paese dovesse saltare in aria, non
solo a lui non succederebbe niente, ma non gli arriverebbe
nemmeno l’eco di un grido.
La cognata tuttavia non sorride. Come sua sorella anche lei
odia le visioni apocalittiche, persino quelle evocate per
provarle l’assoluta invulnerabilità del nipote. Nonostante lei e
il marito abbiano lasciato Israele da piú di trent’anni, si
considerano sempre in procinto di tornare, e quindi si
sentono in diritto di pretendere dai «residenti» di preservare
la dignità e l’integrità della loro patria.
– Ancora però non capisco quale sia esattamente il suo
compito.
– Non gli si riesce a cavare una parola di bocca.
Probabilmente intercettano le conversazioni e le
comunicazioni radio dei piloti siriani per scoprire la verità su
cosa succede, o succederà, in Medio Oriente.
– In arabo?
– Per il momento i siriani non parlano un’altra lingua.
– E lui lo sa davvero l’arabo?
– Sa ascoltarlo. E presumibilmente capirlo. Almeno spero.
– Alla fine, Yohi, vedrai, seguirà le tue orme e si
specializzerà in studi mediorientali.
– E perché mai? Per finire anche lui disperato? Che bisogno
ne ha?
La cognata vorrebbe replicare, ma si trattiene, limitandosi ad
abbassare lo sguardo. Negli ultimi vent’anni è stata compagna
fedele del marito nel corso dei suoi viaggi, congressi e simposi
in paesi del Terzo mondo aridi e poveri la cui sola speranza,
come dice Yoel con franchezza, è cancellare la parola
«disperazione» dal vocabolario.
Rivlin accende la radio per offrire alla cognata un breve
notiziario e accelerarne cosí l’ambientamento nella patria da
cui è stata lontana per piú di tre anni. Se non fosse stato per
un matrimonio nella famiglia di Yoel, forse lei e il marito non
sarebbero arrivati nemmeno questa volta. Ultimamente Yoel
aggrega la moglie a tutti i suoi viaggi e la invita a unirsi a lui
anche alle riunioni e ai convegni, come se lei fosse un’esperta
d’agricoltura, membro integrante della delegazione. Ofra, da
parte sua, lo ripaga permettendogli di accompagnarla dal
parrucchiere, dove lui si siede su una sedia girevole, legge il
giornale e dà consigli alle lavoranti. Negli ultimi anni la loro
dipendenza reciproca si è talmente rafforzata che Yoel è solito
infilare patente e carta di credito nel portafoglio di Ofra
lasciando nelle proprie tasche, come un bambino, solo
qualche moneta. Non è stato perciò facile per Haghit riuscire
a convincere il cognato a permettere alla sorella di precederlo
di due settimane, durante le quali sarà costretto a sobbarcarsi
il peso del portafoglio.
– Per fortuna, – Rivlin decide di redarguire la cognata,
seppure in tono bonario, – a volte capita un matrimonio in
famiglia che vi costringe a venire. Cosí anche noi abbiamo
occasione di vedervi...
Ofra ammette la lieve colpa di cui viene accusata, e poiché
Rivlin non ha dubbi che nella sua delicatezza e sensibilità
starà attenta a non fare il minimo accenno al matrimonio del
nipote in occasione del quale, sei anni prima, lei e Yoel
avevano passato un mese intero in Israele per condividere
appieno la gioia della famiglia, la informa della morte
improvvisa dell’ex consuocero. Contrariamente a Haghit,
Ofra non appare sorpresa del fatto che Rivlin abbia voluto far
visita alla pensione dove sono state celebrate le nozze del
figlio maggiore, impresse vividamente anche nella sua
memoria. Si interessa del giardino, migliorato e ampliato,
della nuova piscina, e ascolta la descrizione dell’ex nuora in
lutto e del nuovo marito.
Rivlin è quasi tentato di rivelarle il contenuto della
conversazione avuta laggiú con Galia, per avere un’idea della
possibile reazione di Haghit, ma gli occhi della cognata si
chiudono e, fra Zikhron Ya’akov e Atlit, Ofra torna ad
aleggiare fra le nuvole, sprofondando in un ultimo
sonnellino. In silenzio Rivlin esamina il corpo lungo e sottile
di quella donna di circa sessant’anni che pur invecchiando si
preserva come una giovinetta. Un giorno, pensa, mentre gli
esplode davanti il massiccio illuminato del monte Carmelo,
dovrò farmi coraggio e parlare con Yoel della loro vita
privata; forse potrò trarne qualche proficua lezione.
29.
L’appartamento sembra ancora piú splendido e rifulgente
della mattina e attende ora, inondato di luce e adorno di fiori,
la prima impressione della cognata che ha seguito da lontano,
tramite schizzi e resoconti, il processo tortuoso e drammatico
della sua costruzione. E mentre le sorelle si abbracciano e
lacrime di gioia e di tristezza si mescolano luccicanti, Rivlin
posa sulla tavola imbandita le frittelle mandate da Raya e
comincia a portare le borse al secondo piano, nello studio
che, in sua assenza, ha assunto un aspetto ancor piú adeguato
alla sua nuova funzione. La grande scrivania è stata
leggermente spostata, la lampada da tavolo sostituita da un
abat-jour, e sul letto principesco vi sono ora un terzo cuscino
e una coperta di lana nuova, ancora con lo scontrino.
Stupito e al tempo stesso risentito dalla dimostrazione di
precisione e di ordine di cui è capace la moglie, unicamente
per timore di uno sguardo estraneo – anche se appartiene
all’unica sorella –, Rivlin spegne due o tre luci superflue
recandosi verso la propria camera. Poi si distende con cautela
sul letto, senza togliere le scarpe, attento a non rovinare il
nuovo ordine prima che le sorelle abbiano terminato il loro
giro di ricognizione.
Con un sorriso leggero immagina Efraym Akry chinarsi in
quel preciso momento verso i piedi incancreniti di Tedeschi
per appurare le previsioni pessimistiche di Hana. Ma già i
suoi pensieri cambiano direzione e lo riportano all’atmosfera
luttuosa della pensione.
Com’è stato forte e strano l’impulso che lo ha spinto a
cercare la pietà di Galia inventandosi una brutta malattia!
Quella minaccia di morte avrà la forza di strappare all’ex
nuora il suo segreto? O forse nemmeno lei è in grado di
capire ciò che ha fatto?
In ogni caso dovrà stare attento a non lasciar trapelare
niente con la moglie.
Dovrà procedere con tatto e saggezza.
Ma Galia ha creduto alla notizia o le è sembrata un trucco?
Anche il fatto di ricorrere ai trucchi può essere una malattia.
Lo potrebbe confermare il professore malato di asma, con la
maschera per l’ossigeno sul volto. E Samaher, con la nonna e
il narghilè.
Haghit darà in escandescenze.
Che umiliazione!
Ma Ofer è in trappola. È questa la parola. E Haghit insiste
per aspettare con calma e pazienza che si trovi un nuovo
legame. Nei cinque anni trascorsi dal divorzio non è successo
niente. Ormai ha quasi trentatre anni. È inutile continuare ad
avere pazienza. Non il tempo, ma la verità permette di
liberarsi dalle trappole. E lui, Rivlin, lotterà per ogni
brandello di verità. Con tenacia e astuzia.
Non mollerà la presa. In barba alla moglie, perennemente
sullo scranno e che ora scoppia a ridere al piano di sotto e lo
chiama per la cena prelibata.
– Non vuoi prima mostrare a Ofra la camera da letto e
l’idromassaggio? – grida lui da sopra.
– Tra poco. Non c’è fretta. Prima beviamo qualcosa.
Haghit è di ottimo umore. Quel pomeriggio si è fatta un
pisolino ristoratore e l’incontro con la sorella la rianima.
Rivlin si gira su un fianco per mettersi piú comodo. In cuor
suo serba ancora la speranza, mai realizzatasi nel corso di
trentacinque anni di matrimonio, che un giorno sua moglie
acconsenta a sedere con lui fra la schiuma della vasca da
bagno.
A mezzanotte le due sorelle si ricordano di lui e salgono in
camera da letto.
– Sei crollato cosí? – ride la moglie. – Poverino, e con le
scarpe oltretutto. Senza farti la doccia...
Rivlin apre gli occhi e percepisce il calore familiare che
irradia dalle due sorelle.
– Che te ne pare dell’appartamento? – domanda alla cognata
che ha ancora le guance imporporate dal jet-lag.
– È molto piú bello di quanto sembrava dal progetto che mi
avete mandato.
– Mi si è atrofizzato il cervello per colpa di questa casa, ho
perso la capacità di concentrazione, – Rivlin ripete la vecchia
facezia. – Mentre Haghit se la spassava con i suoi criminali in
tribunale, io lottavo per ogni mattone, per ogni rubinetto e
per ogni presa di corrente contro un capomastro ebreo
imbroglione e degli operai arabi che facevano i furbi.
– L’importante è che alla fine sia venuto bene, – lo consola
l’ospite.
– Non esagerare, – interviene la moglie, – alzati e preparati
ad andare a letto. Ti sei spremuto come un limone oggi con
tutti i tuoi inutili giri. Ieri oltretutto, – racconta alla sorella
con grande soddisfazione, – siamo stati a un matrimonio
arabo in Galilea e siamo tornati tardi.
– Un matrimonio arabo? – si stupisce la sorella. – Come
mai?
E Rivlin si rammenta delle nozze di Samaher che gli pare
siano avvenute non un giorno, ma un anno prima.
Parte seconda
«Cosí disse e se ne andò»

Se ci sono stati, secondo Galia, dei segnali, come hanno fatto


lui e Haghit a non notarli? Sono stati cosí sottili e velati? O
forse c’è stata da parte loro anche la volontà di ignorarli?
E cosa può essere considerato «segnale»? L’incontro nel
giardino della pensione è stato talmente burrascoso e rapido
da non permettere a Rivlin di strappare alla ex nuora nessuna
indicazione. Forse il suo sonno ostinato avrebbe potuto essere
considerato «segnale»? Ora, ricordandosene, Rivlin ha
l’impressione di sí.
Qualche settimana prima della separazione di Galia e Ofer,
Rivlin aveva partecipato a un convegno sul monte Scopus.
Notando però che gli oratori riciclavano vecchie idee, aveva
deciso di sostituire la conferenza conclusiva con una visita
alla giovane coppia. Era stata Galia ad alzare la cornetta del
telefono. Ma certo, erano in casa. Avrebbero anticipato la
cena in suo onore. Una cena leggera, l’aveva avvertita lui, non
perché non avesse appetito, ma per non essere di peso.
Quando era arrivato a casa del figlio aveva però trovato la
nuora rintanata in camera da letto, che dormiva o faceva finta
di dormire, e Ofer con un’aria imbronciata. L’abbraccio del
figlio era stato svagato e debole. In cucina erano ammucchiate
stoviglie sporche e in salotto regnava un disordine innaturale.
Non c’era alcun segno di cena, nemmeno leggera. A essere
sinceri, aveva proclamato subito Rivlin per rassicurare il
ragazzo che sembrava molto impensierito, sono venuto solo a
vedere come state. Una tazza di tè mi basta. Poi aveva
aggiunto sottovoce: «Magari aspettiamo che Galia si svegli,
dopotutto sapeva che dovevo arrivare». Galia però non si era
svegliata. Lui e Ofer erano rimasti seduti a lungo in salotto
con una tazza di tè e una fetta di dolce, avvertendo di tanto in
tanto un fruscio provenire dalla camera da letto. Ofer non
aveva nemmeno fatto il tentativo di entrarvi. Quando Rivlin
si era sforzato di animare la conversazione, il ragazzo aveva
risposto in maniera succinta, laconica, come se cercasse di
scoraggiare il padre. «È un’ora strana per dormire, – aveva
commentato Rivlin alla fine, un po’ offeso ma con l’ombra di
un sorriso, – Galia non ha paura di soffrire d’insonnia la
notte?» «Vuoi che la svegli per te?» aveva domandato il figlio.
«Per me? Ma che dici? Sto già per andarmene».
Quello era stato un segnale?
Appena arrivato a Haifa, Haghit gli aveva riferito che subito
dopo essersene andato Galia aveva telefonato per scusarsi di
quel sonno scortese. Anche Ofer aveva aggiunto qualche
parola. «Che impressione ti hanno fatto?» aveva chiesto lui
preoccupato. «Sono stati carini e simpatici come al solito».
«Ne sei sicura? – aveva insistito, – ne sei sicura?»
Forse un altro episodio avrebbe potuto essere considerato
un «segnale». Una sera, al Teatro dell’Opera di Tel Aviv,
Rivlin e la moglie, durante un intervallo, avevano intravisto,
qualche fila davanti a loro, la nuora in compagnia del padre.
Galia, che di solito portava i capelli raccolti in uno chignon,
quella sera li aveva sciolti sulle spalle con una nuova
solennità. Si erano affrettati ad avvicinarsi ai due, felici ma
anche stupiti dell’incontro inatteso, e avevano chiesto del
figlio, rimasto a Gerusalemme. Haghit aveva baciato la nuora
mentre Rivlin si era ben guardato dal farlo in presenza del
consuocero, limitandosi a manifestare sorpresa per la nuova
acconciatura. Galia era arrossita un po’, imbarazzata, e il
padre si era affrettato a venire in suo soccorso affermando che
era stato lui a suggerirle di sciogliersi i capelli. Dopo aver
ripreso i loro posti, mentre le luci si abbassavano lentamente,
Rivlin aveva notato che la nuora lo osservava con timore,
come se si sentisse in colpa per aver lasciato il marito solo ed
essere uscita col padre, e con un movimento rapido aveva
raccolto i capelli in una crocchia.
Forse Galia alludeva a un segnale di questo tipo?
Se però ora esamina attentamente il passato, un segnale
chiaro c’era stato. Circa tre settimane prima della separazione
Galia si era recata con i genitori nella Galilea superiore a
trascorrere un fine settimana e a dare un’occhiata a una
pensioncina che il padre intendeva acquistare. Essendo stati
in visita ai consuoceri di Haifa una sola volta dopo il
matrimonio, i genitori di Galia avevano deciso di fare una
breve deviazione sulla strada del ritorno. Verso mezzogiorno,
però, qualche ora prima del loro arrivo, Galia aveva telefonato
per disdire l’incontro, senza alcuna spiegazione particolare e
senza nemmeno chiedere scusa. Cosí, quando Ofer aveva
annunciato loro l’improvvisa richiesta di separazione della
moglie, Rivlin non era riuscito a trattenere l’astio e gli aveva
detto: «Forse tu lo hai saputo solo ieri ma i suoi genitori lo
sapevano da tempo». Ofer però aveva respinto con fermezza
quell’ipotesi. Loro non ne sapevano niente. Erano sbalorditi
quanto lui. La madre di Galia aveva persino pianto in sua
presenza.
Ebbene, quell’episodio della visita disdetta era stato un
segnale o solo un caso?
Ma forse Galia intendeva riferirsi a segnali piú sottili, come
quel venerdí sera, un mese prima della separazione, in cui lei
e Ofer erano rimasti a dormire a casa loro e nel cuore della
notte, mentre andava in bagno, Rivlin aveva notato il
riverbero di una camicia da notte bianca in salotto. Sulle
prime aveva esitato se mostrarsi alla nuora in pigiama,
tuttavia non era riuscito a ignorare gli occhi spalancati che lo
seguivano. «Quando ti sei svegliata?» le aveva domandato.
«Non mi sono svegliata perché non mi sono nemmeno
addormentata», aveva risposto Galia con un tono asciutto.
Lui aveva mosso qualche passo verso di lei. «È successo
qualcosa?» La ragazza, però, si era stretta nelle spalle come
una bambina capricciosa e lo aveva fissato con uno sguardo
accusatore, come se anche lui fosse colpevole della sua
insonnia. «Perché allora non svegli Ofer? Forse potrà aiutarti
a prendere sonno». Ma lei aveva di nuovo alzato le spalle.
«Vuoi che mi sieda con te per farti passare il tempo?» aveva
proposto Rivlin con dolcezza. «Perché dovresti farlo?» «Per
me non è un problema», aveva risposto lui sedendosi a
distanza, in silenzio, per poi intavolare una conversazione
generica e vedere la testa di Galia ciondolare all’improvviso,
gli occhi chiudersi e i respiri farsi piú regolari mentre lei
scivolava lentamente nel sonno perduto. Quando però le
aveva proposto di tornare a letto, si era rifiutata di farlo e
aveva chiesto solo una coperta.
Quello era stato un segnale di ciò che sarebbe avvenuto? E se
sí, in che modo?
Rivlin ricorda anche un sogno strano di Ofer, raccontatogli
da Galia, quasi lei volesse metterli sull’avviso.
In quel sogno Ofer si trovava in una delle camere della
pensione, seduto accanto al padre di Galia, disteso e pallido,
probabilmente in preda a un malore. Galia, il fratello, la
sorella e la madre non erano nei paraggi e Ofer non sapeva
come cercare aiuto. Si era messo a girare per l’albergo, aveva
visto che non c’erano ospiti e che anche tutti i dipendenti
erano scomparsi. Le camere erano vuote e da alcune erano
stati portati via letti e scrivanie. Da alcuni bagni erano stati
divelti i rubinetti. Di ritorno alla stanza aveva trovato il
malato, che nel frattempo si era alzato, seduto in poltrona.
Ofer aveva deciso di portargli un bicchiere d’acqua. Era
andato in bagno per vedere se il lavabo era ancora al suo
posto e lo aveva trovato con un solo rubinetto. Non sapendo
se quello era il rubinetto dell’acqua calda o di quella fredda,
aveva rinunciato all’idea e aveva preso un vecchio rasoio
elettrico rimasto sul lavabo, vi aveva soffiato sopra per levarvi
i peli incollati, era tornato dal malato e aveva cominciato a
raderlo.
Ecco, quello di certo era un sogno che conteneva
un’indicazione di ciò che sarebbe avvenuto, pensa Rivlin. E lo
provava il fatto che lui ancora se lo ricordava, nonostante
tutti gli anni passati.
1.
Il sabato mattina sono di nuovo sulle strade della Galilea. La
sorella di Haghit, che non ha ancora avuto occasione di
vedere l’amato nipote in uniforme, soprattutto in quella di
ufficiale, ha rifiutato con cortesia ma con fermezza alcuni
inviti di parenti sopraggiunti dopo il suo arrivo, insistendo
per incontrare innanzitutto «il bambino», che quel fine
settimana non tornerà in licenza. E c’è forse bisogno di
pregare qualcuno per andare tutti insieme a trovare il
ragazzo? Persino l’automobile ha nostalgia di lui e sfreccia
nella bella mattina lungo i tornanti che conducono alla
grande base militare situata nelle viscere del monte Canaan.
Lassú, sulla spianata del parcheggio, non lontano dal cancello
verdastro della base a cui sono di sentinella, per via del
carattere segreto dell’installazione, due guardie invece di una,
sono stati preceduti da genitori solerti che rimpinzano i
soldati dell’Intelligence non solo con dolci e bibite gasate ma
anche con polpette di carne.
– Esercito di smidollati... – commenta Rivlin con disprezzo.
– Ai nostri tempi, se i genitori avessero solo osato mostrare la
loro faccia al cancello della base, si sarebbero beccati una
raffica di pallottole.
Dietro il cancello, tra frondosi alberi di quercia, c’è una
baracca modesta immersa nelle felci, che con la sua apparenza
innocente e idilliaca nasconde il vero ingresso della base
scavata nella montagna e collegata ad alte antenne e
gigantesche parabole conficcate come una sorta di bosco
argentato sulla vetta dell’altura vicina. «È possibile che in una
base del genere ci sia anche un ascensore?» aveva chiesto una
volta Rivlin al figlio, perché quella eventualità gli pareva
particolarmente piccante. Ma il ragazzo aveva sorriso,
rifiutandosi di negare o di confermare la supposizione. E
quando il padre si era preso gioco di quella segretezza
«isterica», lui non si era giustificato, o difeso, ma aveva
abbassato la testa, sinceramente rammaricato di non poter
soddisfare la sua curiosità.
«A volte ho l’impressione che per sbaglio ci sia nato un
santo», era solita compiacersi Haghit con un tono diverso da
quello asciutto e conciso che assumeva in qualità di giudice.
«Perché santo? – obiettava Rivlin, nutrendo però la segreta
speranza che gli venisse riconosciuto un contributo anche
parziale alla santità del figlio. – A che serve essere santi
oggigiorno? Basta che resti cosí com’è: una persona di solidi
principî».
E infatti, anche dopo un lungo turno di notte, non sbuca dal
monte un soldato trasandato ma un ufficiale dall’uniforme
ordinata e impeccabile che, noncurante degli sguardi dei suoi
sottoposti, si precipita ad abbracciare e a baciare con
tenerezza la zia dagli occhi luccicanti, attento alla sua ben
nota fragilità.
«Forse non è un santo, ma è una persona che conosce i
propri limiti. Sa giudicare cosa è giusto e cosa non lo è e non
si cura, come te e Ofer, di quello che diranno gli altri. Quindi
non ti preoccupare. È impermeabile anche alle lodi. Non si
guasterà né si monterà la testa».
E a dimostrazione di quelle parole, quando all’ufficiale si
avvicina un sergente biondo, con un viso da bambino, per
approfittare del momento di distensione del suo superiore e
domandare qualcosa, il santo lo interrompe già alla prima
frase e lo invita ad allontanarsi con calma perentoria.
2.
– Visto che siamo arrivati fin qui, perché non facciamo un
giro per vedere cos’è rimasto della fioritura primaverile?
Zahy, vieni con me? – dice Rivlin al figlio, già circondato
dall’amore della madre e della zia intente a rievocare una
vecchia fotografia dove il loro padre appariva a cavallo con
un’uniforme da ufficiale russo.
– Ma perché ce lo porti via? – si ribella Haghit, che ha già
posato sull’erba un grosso sacchetto di ciliegie. – Ofra è
venuta apposta per stare con lui. Cura solo la tua, di ansia.
L’ufficiale innocente sposta lo sguardo dalla madre al padre,
chiedendosi come accontentare entrambe quelle richieste
contraddittorie. Malgrado in Rivlin si sia risvegliato il
desiderio di verificare a tu per tu la reazione del figlio minore
alla conversazione avuta tre giorni prima con Galia e di
cercare di ottenerne il sostegno, rinuncia alla sua compagnia e
decide di passeggiare da solo, facendosi strada con cautela tra
genitori energici che stendono tovaglie a quadretti e
accendono fiammelle bluastre di fornelletti a gas.
E poiché intorno a lui non c’è nessuno con cui intavolare
una conversazione, si dirige verso il vicino pendio del monte
e prende ad arrampicarsi con passo lento ma costante lungo
l’ampio sentiero. Per un momento ha l’impressione che la sua
buona andatura lo possa condurre fino alla cima, fino alle
antenne, alle parabole e ai sensori sensibili e sofisticati, alla
ricerca, forse, di un’ispirazione per il suo lavoro di ricerca
incagliato. Ma la vetta è lontana, irraggiungibile, circondata
da un alto recinto militare e forse anche da mine, e Rivlin si
ferma tra euforbie e pistacchi mentre sulle sue scarpe
luccicano le ultime gocce di rugiada. Infine si siede in silenzio
ai piedi di un’antica quercia da sughero, e mentre sprofonda
nell’erba fresca osserva dall’alto l’entrata della base che, da
lassú, appare come l’ingresso di un formicaio. Il suo sguardo
accarezza da lontano il figlio seduto senza alcun imbarazzo
tra la madre e la zia e intento di certo a mangiare una grossa
banana.
Nonostante le lunghe conversazioni intercontinentali due
volte la settimana, le sorelle non si stancano di riportare alla
memoria tutto ciò che è scivolato tra le pieghe del tempo
trascorso dal loro ultimo incontro, un’abitudine che risale
all’intimità sussurrata della comune camera d’infanzia. E se
non appaiono come sorelle a uno sguardo ravvicinato, di
certo la distanza non contribuisce ad aumentarne la
somiglianza. La maggiore è alta, sottile, un po’ curva, vestita
con grigia semplicità, come l’eterna educanda del movimento
giovanile dove aveva incontrato per la prima volta il marito.
La giovane invece è allegra, paffuta, sicura di sé. Truccata e
profumata, fuma con sfrontatezza e veste con eleganza. Una
donna viziata che tuttavia si sforza di apparire come un
ragazzino monello, quasi stesse ancora cercando di mitigare
la delusione del padre per la nascita di una seconda femmina.
Quella mattina, però, all’alba, in un’ora in cui raramente lei
si concede all’amore, Rivlin è riuscito a sedurla. – Hai notato
quanto sono carino e simpatico con tua sorella, – ha esordito
autoelogiandosi per ingraziarsela, togliendosi poi in fretta il
pigiama e infilandosi nudo sotto la coperta. E malgrado lei
non potesse negare il suo comportamento paziente fino a quel
momento, ha cercato di limitarsi solo a baci e abbracci, per
via del fruscio proveniente, a suo dire, dalla temporanea
camera da letto della sorella. Ma lui si è battuto con
determinazione: – Se userai tua sorella per sfuggirmi, finirò
per odiarla, – e poiché ha continuato a insistere Haghit ha
detto: – Tu, mio caro, a furia di pensare sei diventato sordo al
mondo –. Allora lui ha buttato via la coperta ed è corso nudo
a posare l’orecchio sulla porta dello studio espropriato per
provarle che non c’era nessun fruscio ed era tutto un pretesto.
Al termine di un amplesso particolarmente intenso –
malgrado, o forse proprio a causa della vicinanza della sorella
–, Rivlin si è alzato rilassato e soddisfatto mentre la moglie,
ancora nuda sotto la coperta, ha ricominciato a fare domande
sulla visita di condoglianze compiuta contro il suo parere.
Prima di essere nominata giudice, Haghit aveva lavorato per
anni come procuratore distrettuale e la sua abilità
nell’interrogare testimoni era rimasta proverbiale. Rivlin si è
mostrato dunque guardingo nelle sue risposte, pur non
negando che tra le parole di conforto gli potesse essere
sfuggito anche un commento circa il mistero del divorzio.
Lei ha inforcato gli occhiali per osservare meglio
quell’indagato con cui aveva appena fatto l’amore.
– Tutto qui?
– Piú o meno...
– Cos’altro?
– Nient’altro.
– Allora sappi che anche quello era superfluo.
– Cos’era superfluo?
– Il tuo commento. La smania di capire e di sapere tutto.
Vieni in tribunale e vedrai quanto sono terribili le
conseguenze di comportamenti impulsivi, di gesti compiuti
senza riflettere e senza uno scopo.
Lui ha taciuto.
– Lascia perdere, – ha proseguito lei con dolcezza, – lascia
perdere. Questa tua ostinazione ti crea solo frustrazione e
dolore. È arrivato il momento che anche tu ti separi da Galia.
– Da Galia? – Rivlin è arrossito e ha riso. – Che intendi dire?
Quando mai avrò di nuovo occasione di incontrarla?
– Intendo da un punto di vista psicologico. Per questo non
volevo che tu corressi da lei alla pensione a rivangare la
vecchia offesa e a implorare spiegazioni. Non fai che umiliare
te stesso e indirettamente anche me, ma piú di tutti umili tuo
figlio. È una storia finita. Lascia perdere. Lei si è risposata...
– Ho l’impressione che sia anche incinta... – ha esclamato
Rivlin in un sussurro, cercando di difendersi contrattaccando.
– Incinta?
– Forse, oppure è ingrassata un po’. A proposito, si è fatta
piú brutta.
– Perché allora pensi che sia incinta?
– Quando l’ho salutata... Mi è sembrato...
– Cosa ti è sembrato?
– Non so. Non importa. È davvero distrutta dal dolore.
Quando l’ho salutata, ho avuto l’impressione...
– Che impressione hai avuto?
– Quando stavo per andarmene c’è stato un momento cosí,
come in passato, un contatto. L’ho toccata. Un abbraccio
leggero... Consolatorio... Ma mi è sembrato... Ho avvertito
una specie di pesantezza interiore...
– Pesantezza?
– Non importa. È un’idea cosí. Non badare a ogni parola che
dico.
– Ma che bisogno avevi poi di abbracciarla?
– Non è stato un vero e proprio abbraccio. È stata una cosa
cosí. Mi ha fatto un po’ pena. Perché mostrarsi insensibili?
– Perché sei stato tu, non io, ad avercela con lei per tutti
questi anni.
– È vero, me la sono legata al dito. E ce l’ho ancora con lei.
Ma all’improvviso mi è sembrata cosí triste. Troppo giovane
per rimanere orfana di padre. Che male c’era ad abbracciarla?
Haghit ha smosso la coperta, si è alzata, si è avvolta nella
vestaglia e gli si è avvicinata abbracciandolo con forza e
baciandolo con calore, al punto da farlo tremare.
– Io... – la voce di Rivlin si è spezzata, – io... non faccio che
pensare a Ofer. Sono già cinque anni che si trova in questa
situazione e non riesce a legare con nessun’altra donna. È
cosí. Allora perché non dovrei cercare di capire cos’è successo
in passato... Cercare di riannodare i fili?
Haghit ha posato le mani sulle spalle del marito, lo ha
scosso. La vestaglia semichiusa ha lasciato intravedere i suoi
seni seducenti.
– Lo so che soffri, – nel tono di biasimo si è insinuata una
sfumatura d’amore, – e soffro anch’io. Ma proprio per questo
ti chiedo di lasciarlo in pace. L’apprensione, l’ansia, anche se
lontane, anche se non espresse a voce, non fanno che
complicargli la vita. Se non cancellerai quella donna dai tuoi
pensieri, se non rinuncerai al tentativo ostinato di capire
quello che forse nemmeno lei capisce, Ofer non riuscirà mai a
liberarsi né di lei né di te.
– Però bisognerà dirglielo.
– Cosa?
– Della morte del padre di Galia.
– Perché? Non è affar suo.
– Non è possibile che non mandi un biglietto di
condoglianze.
– Perché no?
– Perché Galia mi ha chiesto se Ofer lo sa. Ora di certo si
aspetterà una sua reazione.
– Che l’aspetti. Se col tempo lui lo verrà a sapere farà ciò che
riterrà opportuno. È affar suo, non tuo. Mi senti? Non è affar
tuo.
– Ma come posso non raccontargli di essere stato alla
pensione?
– Puoi eccome. Perché dovresti? Per rinfocolare la nostalgia
di ciò che è andato perduto e non tornerà?
3.
Nel groviglio di siepi si sente ora un fruscio e Rivlin afferra
una pietra per essere pronto quando sbucherà un serpente.
Ma tra i rovi fa capolino una lepre, un animaletto che scocca
un’occhiata rapida, preoccupata, fa un passetto in avanti
come se avesse intenzione di chiedere qualcosa al professore,
poi cambia idea e scompare.
Un soldato spunta all’ingresso mimetizzato della base e si
avvicina all’ufficiale che subito si alza, abbraccia la zia, si
separa dalla madre con un bacio e cerca con lo sguardo il
padre sul monte per salutare anche lui. Malgrado Rivlin agiti
la mano con l’intenzione di dire: «Va bene, figliolo, torna a
fare il tuo dovere. Dopotutto ci rivedremo presto», il ragazzo
non interpreta correttamente la sua intenzione e si arrampica
di corsa sul pendio per congedarsi come si deve.
– Esagerato, – lo redarguisce Rivlin con un moto d’amore, –
correre fin qui solo per salutarmi? Tra pochi giorni verrai a
casa e nel frattempo non credo scoppierà una guerra...
– Probabilmente no, – arrossisce il figlio, imbarazzato.
Sfiora il padre con una mano: – Allora ciao...
A casa li attende un pasto abbondante, cucinato dalla donna
di servizio, ma Haghit preferisce, come al solito, portare
l’ospite al ristorante. Tuttavia, per non offendere la colf, che si
è alzata dal letto malata ed è giunta apposta lo scorso venerdí
per preparare l’arrosto, sceglie un ristorante vegetariano al
crocevia di Hanania. Il menu, infarcito di pietanze dai nomi
pretenziosi, non confonde Rivlin, che fa subito la sua scelta e
corre in bagno per lasciare il tempo alla cognata di
tergiversare a suo piacimento, rigirando il menu da tutte le
parti e sottoponendo la cameriera a un interrogatorio. Quella
viaggiatrice instancabile, nonostante trascorra gran parte del
suo tempo peregrinando col marito da un ristorante all’altro,
è ancora convinta di poter trovare una pietanza che la
stupisca in ogni locale in cui capita.
I tentennamenti sono giunti al termine, e anche la cameriera
appare soddisfatta delle scelte. Il primo bicchiere di vino
viene versato e Haghit si accende una sigaretta sottile
convincendo anche la sorella, che non fuma, a unirsi a lei.
Una felicità assoluta pervade le due donne, che si sentono piú
vicine nei ristoranti, lontane dal ricordo della cucina
deprimente della loro madre. E dopo aver elogiato ancora una
volta l’adorabile ufficiale, Haghit comincia a programmare
come pettinare e vestire la sorella per il matrimonio, pretesto
della visita, per quanto non unico scopo.
– Ma perché non venite anche voi? – riprende a insistere
Ofra. – La famiglia di Yoel si è lamentata di avervi spedito
due volte l’invito e di non aver ricevuto la conferma.
– Si sbagliano, – afferma Rivlin alle prese con una pietanza
vegetariana dall’apparenza insipida e di quantità decisamente
insufficiente, spiando di sottecchi l’appetito della moglie per
valutare cosa sarà possibile rubarle tra poco dal piatto. –
Abbiamo risposto dicendo che non ci saremmo andati.
– Ma perché? Perché non dovreste venire con noi?
Aiutereste me, e anche Yoel, a tenere a freno la sua terribile
famiglia.
– E cosa potrebbero mai farvi a un matrimonio? – ridacchia
Rivlin, nonostante abbia già sentito qualche aneddoto
piccante a proposito della maleducazione della famiglia del
cognato.
Ofra arrossisce e si confonde.
– Che ne so? Di nuovo le solite domande sgradevoli. Perché
alla nostra età ce ne andiamo in giro in posti sperduti. Che
succederebbe se Yoel dovesse sentirsi male all’improvviso...
– Ma hanno ragione... Anche noi ci preoccupiamo per voi, –
Rivlin si rivolge con affetto alla viaggiatrice dall’aria giovanile,
che però ha lasciato passare molto tempo dall’ultima volta che
si è tinta i capelli.
Ofra sa distinguere tra la preoccupazione sincera della
sorella e del cognato e quella meschina della famiglia
invidiosa.
– Allora fareste bene a venire con noi al matrimonio per
aiutarci a tenerli a bada.
– Non saprei... – esita Haghit. – Non è che li conosciamo
bene... Non li abbiamo neppure invitati alle nozze di Ofer...
– Chi si ricorda piú delle nozze di Ofer? – sbotta la cognata
manifestando la propria amarezza senza rendersi conto che,
nella foga, sta forse ferendo le persone che le sono piú care. –
Vi hanno invitati e desiderano la vostra presenza. Sarà un
matrimonio in grande e in un posto nuovo, all’aperto. Venite.
Ci divertiremo. Dopotutto la nostra visita sarà breve.
Rivlin lancia uno sguardo di avvertimento alla moglie, che
già si interessa del nuovo posto.
– Un angolo nella natura. Si chiama cosí. È specializzato in
cerimonie. È situato nel bosco vicino al torrente Alexander.
Non lontano da Haifa.
– Per me... – si ammorbidisce d’un tratto Haghit.
Ma Rivlin, prevedendo un’eventualità del genere, ha preso le
sue precauzioni e ha prenotato due biglietti per un nuovo
spettacolo teatrale di tema biblico che ha ottenuto ottime
critiche, intitolato «Cosí disse e se ne andò».
– Allora rimandatelo a un’altra sera, – supplica Ofra, – cosí
verremo anche noi. A Yoel piacciono molto queste cose di
sapore mitologico. È importante che veniate con noi a questo
matrimonio. E non preoccupatevi per il regalo. Lo faremo noi
a nome vostro.
– Non è questione di regali. L’ultima cosa di cui ho bisogno
ora è proprio un matrimonio.
– A me non importa, – si scusa Haghit, – però quest’uomo si
deprime talmente ai matrimoni che è proprio un rischio per
gli sposi. Solo a quelli degli arabi è piú tranquillo...
Relativamente...
– Molto relativamente. Persino lassú, in quello sperduto
villaggio arabo, due giorni fa, alla fine mi sono lasciato
prendere dallo sconforto. Che ci posso fare? Sono stato
educato cosí da una madre inflessibile: non dimenticare, non
rilassarti, non darti per vinto. Competere, capire e
combattere. Dopo essere stato alla pensione di Talpiot, aver
visto il nuovo marito di Galia ed essermi seduto con lei nel
gazebo delle sue nozze con Ofer, sento che la distruzione della
loro felicità mi rode come un cancro... Perché allora dovrei
andare in un posto meraviglioso in mezzo alla natura e farmi
cattivo sangue per la gioia e la felicità altrui?
– Vuoi metterti a frignare adesso? – domanda la moglie con
un sorriso.
– Sí.
– Allora, per favore, evitalo.
– Solo un po’...
– Assolutamente no. Ti avevo avvertito di non andare alla
pensione...
– Come potevo non farlo? Dimmelo tu, – si rivolge con
impeto alla cognata perché giudichi chi ha ragione tra loro, –
come potevo ignorare quella morte? Un minimo di
educazione impone anche agli ex consuoceri di esprimere una
parola di cordoglio.
Ma Haghit non ha intenzione di farsi giudicare dalla sorella.
– Una lettera sarebbe stata piú che sufficiente. Avresti
dovuto vedere che lettera piena di sentimento e di pathos ha
mandato poco tempo fa alla vedova di un professore suo
rivale morto da poco a Tel Aviv.
Cosí dicendo la donna taglia una grossa fetta del suo
sformato e la posa, senza chiedere nulla, nel piatto vuoto del
marito.
Rivlin, però, non la tocca. La menzogna che gli è sfuggita nel
giardino della pensione di Gerusalemme, «Non mi resta
molto da vivere», lo commuove e suscita in lui non un senso
di colpa ma di commiserazione: per se stesso e per la giovane
donna vestita di nero rimasta sbalordita davanti a lui.
– Haghit non vuole nessun contatto con loro. Per orgoglio...
non so... oppure per rabbia repressa... Vorrebbe persino
tenere nascosta a Ofer la notizia della morte di Hendel.
– Non vuoi raccontare a Ofer che il padre di Galia è morto?
– domanda Ofra alla sorella con delicatezza, attenta a non
immischiarsi in una disputa familiare divampata in un
momento tanto gradevole.
Haghit non risponde. Spinge via il piatto, si accende una
sigaretta e fa cenno alla cameriera di portare la lista dei dolci.
Ma Rivlin insiste.
– Giudica tu. Bisogna dirlo a Ofer o no?
– Ma che importanza ha? – La moglie strizza gli occhi
dandogli a intendere che malgrado l’intimità e l’amore che
prova per la sorella nessuno al mondo può elevarsi a giudice
nelle loro questioni private. E lui, stizzito per quel brusco
veto, prende la lista dei dolci dalle mani della cameriera e
annuncia con fermezza alla cognata che li osserva un po’
intimorita:
– A Un angolo nella natura non verremo. Il mio pessimo
umore ai matrimoni può deprimere non solo un angolo nella
natura ma la natura intera. Se faremo in tempo, però,
verremo a trarvi in salvo dopo lo spettacolo.
4.
Un uomo con la barbetta e una donna azzimata, piú o meno
della loro età, appena entrati nel ristorante, riconoscono con
sorpresa e gioia l’ospite dei coniugi Rivlin.
– È proprio lei? Allora alla fine siete tornati in Israele?
Ofra arrossisce, imbarazzata, come se avesse timore ad
ammettere di conoscere quei due. Ma quando ripetono il suo
nome e quello del marito e insistono per fornire prove
inconfutabili di un loro incontro in Messico, avvenuto
qualche mese prima in prossimità delle rovine di un tempio,
non può piú sottrarsi all’evidenza.
– Siamo qui per un matrimonio in famiglia. Yoel arriverà tra
qualche giorno.
La coppia è ansiosa di riallacciare il legame stretto per caso
in capo al mondo e vuole essere presentata anche ai
commensali di Ofra.
– Stavamo facendo un meraviglioso viaggio organizzato e
d’un tratto, in una fattoria sperduta, ci siamo imbattuti in una
coppia di israeliani.
I due tendono le mani con sincera cordialità, probabilmente
affamati di nuove conoscenze non solo in luoghi sperduti, ma
anche nel cuore di Israele, e si presentano specificando nome
e professione ed esigendo, in cambio, di sapere di cosa si
occupano i loro nuovi amici.
Di un docente di storia mediorientale al momento non
sanno che farsene, il giudice, invece, attira parecchio la loro
attenzione.
– Giudice civile? – si entusiasmano.
Haghit, chissà perché, evita di rispondere e sbuffa il fumo
della sigaretta con leggero distacco.
– Penale, – risponde il marito in vece sua.
– Peccato, – commenta l’uomo con la barbetta.
– Peccato?
– Il fatto è che abbiamo intenzione di sporgere denuncia
contro un ospedale di Gerusalemme per peculato e volevamo
sapere quali sono le nostre chance di vincere la causa in
tribunale.
Il silenzio di Haghit non è casuale, quasi che dentro di lei ci
fosse un radar in grado di captare le intenzioni dei due.
Rivlin sorride imbarazzato, meditando su come liberarsi
della coppia senza offenderla. Nell’avvertire però che anche la
cognata ha un fremito di repulsione, come se indovinasse il
tipo di denuncia a cui i due si riferiscono, si risveglia in lui la
curiosità.
– Lei potrebbe persino intuire di cosa si tratta, – l’uomo si
rivolge a Ofra in tono confidenziale, – dopotutto è stato suo
marito a organizzare quella telefonata in Israele. Forse lui
ricorda persino qualche dettaglio e potrebbe testimoniare a
nostro favore.
– Ma di che si tratta? – domanda Rivlin, ignorando
intenzionalmente la ginocchiata della moglie contro la coscia.
Ormai non è piú possibile arginare il racconto che la coppia
ingombrante dipana nel bel mezzo del ristorante intralciando
il viavai dei camerieri costretti a dribblarla. L’uomo è un
commercialista e sua moglie un’insegnante di canto, ed
entrambi se ne stanno ritti fra i tavoli a raccontare con un
misto di insensibilità innocente e di cinismo scaltro e
divertito che due giorni prima della partenza per il viaggio
nell’America centrale, al quale si erano iscritti con sei mesi di
anticipo con un gruppo di amici, e dopo aver organizzato il
tutto e pagato un congruo anticipo, il padre della donna, un
vegliardo di ottantotto anni ricoverato da tempo in una casa
di riposo, era morto all’improvviso. Essendo evidente che se il
funerale fosse stato celebrato secondo le regole religiose i due
sarebbero stati costretti a rispettare il periodo di lutto di sette
giorni, dopo il quale avrebbero potuto solo sognarsi il viaggio
perduto, avevano deciso di rimandare le esequie al ritorno e
lasciare nel frattempo il defunto, ateo convinto, nella cella
frigorifera dell’obitorio dell’ospedale con la scusa di dover
rintracciare alcuni parenti all’estero, ansiosi di porgere allo
scomparso l’ultimo saluto. Quella scusa, peraltro, non era del
tutto campata in aria perché il figlio del morto, fratello della
donna e residente a Chicago, si era affrettato a rassicurarli che
non c’era alcuna urgenza di celebrare le onoranze funebri. I
suoi affari gli impedivano di arrivare subito, e aveva bisogno
di un po’ di tempo per organizzarsi. «Partite tranquilli per il
vostro viaggio», aveva detto alla sorella. Il loro defunto padre,
per come lo ricordava lui, sarebbe stato felice di sapere che la
sua morte non rovinava a nessuno il divertimento e non
scombussolava alcun piano. Avrebbe avuto anche fin troppo
tempo per stare sotto terra e, per il momento, che i vermi si
mangiassero pure qualcun altro.
Rivlin lancia un’occhiata alla moglie, davanti alla quale è già
stato posato il dessert: un semifreddo al cioccolato decorato
con due ciliegine candite. Ora lei non ignora piú la coppia.
Nel momento in cui la sua repulsione istintiva si è scontrata
con la realtà, ha deciso di affrontare la situazione di petto. La
testa è eretta, gli occhi sono puntati sui due e la bocca è
socchiusa in ascolto.
All’ospedale i due coniugi avevano avuto fortuna. Erano
incappati in un patologo russo, un po’ brillo, che senza
domande inutili, e senza fissare un limite di tempo, aveva
accettato di tenere il morto in uno dei frigoriferi dell’obitorio,
dove peraltro c’era molta disponibilità di posto. Anche la
tariffa richiesta era ragionevole.
– Quanto? – Rivlin non trattiene la curiosità.
– Piú o meno cento shekel al giorno, tasse incluse.
– Non è terribile.
Cosí l’orfana e il marito erano partiti per il loro viaggio con
gli amici fra i templi del Messico e le meraviglie di Città del
Messico, programmando un funerale grandioso e un periodo
di lutto dignitoso al ritorno. Qualche giorno dopo però, era
sceso all’obitorio un impiegato ficcanaso e vi aveva scoperto il
paziente defunto che, secondo il suo calcolo, avrebbe già
dovuto essere sepolto da un pezzo 1. Immediatamente aveva
sollevato un putiferio, maltrattato il patologo russo e cercato i
parenti. Quando era venuto a sapere che questi scorrazzavano
per l’America centrale, aveva deciso di sollecitare il loro
ritorno aumentando drasticamente la tariffa del deposito.
– A quanto? – si interessa Rivlin, pervaso da un’allegria
improvvisa.
– Cinquecento shekel al giorno, tasse escluse.
– È un aumento non indifferente...
– Infame. Criminale. Ingiustificato, – si lamenta l’uomo con
la barbetta. – E solo per una questione di vendetta. Dopo
essere tornati, quando abbiamo insistito per pagare il prezzo
pattuito in un primo tempo, quel mascalzone ortodosso,
nonostante all’apparenza fosse ansioso di seppellire il morto,
ha ostacolato la sepoltura per qualche altro giorno, fino al
pagamento completo di quel conto salato.
– E com’è stato il funerale alla fine?
– Grandioso e dignitoso. Il fratello è arrivato con tutta la
famiglia, e vi hanno preso parte anche molti parenti e amici,
compresi quelli che conoscevano la storia. In fondo nella
nostra famiglia siamo tutte persone di vedute molto ampie,
razionali. Allora, che ne dice? – si rivolge a Haghit rimasta
con il cucchiaino a mezz’aria, affascinata dal racconto. – Se
sporgessimo denuncia contro quell’ortodosso e chiedessimo
udienza da lei, per esempio, avremmo qualche possibilità di
vincere la causa?
– Sí, certo, – risponde lei senza indugio, quasi di slancio, –
avete qualche possibilità.
– Davvero? – strillano i due con gioia.
– Sí. Quella di finire in galera.
– In galera? – si confonde la coppia. – Perché?
– Per eccessiva ampiezza di vedute...
I due arrossiscono. Poi scoppiano a ridere.
– Ma cosí lei...
Haghit li fissa.
– Un’ampiezza di vedute e una razionalità come la vostra
sono pericolose per l’opinione pubblica.
Per un istante cala il silenzio.
Di nuovo Rivlin si sente pervaso d’ammirazione per la
moglie, ma quando volge gli occhi ridenti verso Ofra, per
renderla partecipe della sua soddisfazione, si meraviglia di
trovarla impaurita dalla reazione della sorella, come se l’uomo
con la barbetta che aveva congelato il suocero potesse far del
male anche a lei lí, nel bel mezzo di un ristorante in Galilea,
durante una tranquilla e rilassata giornata di sabato.
– Se è cosí allora è un bene che ci sia la Corte Suprema a cui
appellarsi, – l’uomo si accarezza la barbetta con un sorriso
provocatorio.
– Già, – ammette Haghit, – da lí non solo uscireste vincitori,
ma anche eroi nazionali.
Poi, con due dita prudenti, solleva la ciliegina raggrinzita del
semifreddo. Ora l’atmosfera è palesemente sgradevole. I due
si accomiatano sbrigativamente e si dirigono al loro tavolo.
Rivlin li vorrebbe insultare ma Haghit, che ha già infilato il
cucchiaino nel semifreddo al cioccolato, lo zittisce e gli passa
il suo piatto.
– Prendi, mangia, è molto buono, – lo esorta con dolcezza.
Dopo qualche boccone però, quando lui vorrebbe restituirle il
dolce, lei rifiuta. Per colpa di quei due le è passato l’appetito,
come se le avessero messo nel piatto il padre congelato.
– E allora perché devo mangiarlo io?
– Perché lo abbiamo pagato e sarebbe un peccato lasciarlo.
Non è terribile, mio caro, mangia. Non ti si addice l’essere
cosí delicato.
5.
Quella sera tardi, dopo chiacchiere prolungate e infiniti giri
di tè, spuntini e telefonate comuni delle due sorelle a parenti
vicini e lontani, e la visita di un’amica divorziata che «ha fatto
un salto ed è rimasta bloccata lí», finalmente l’ospite va a farsi
una doccia al piano inferiore e Rivlin chiama la moglie in
camera da letto, chiude la porta e annuncia: – Prima che la
simbiosi fra te e tua sorella si rafforzi vorrei sapere che
programmi hai per l’immediato futuro e che posto vi occupo
io.
– Che posto vi occupi? In che senso? – si meraviglia la
donna stanca stendendosi sul letto.
– Nel senso che cosa ti aspetti che faccia.
A quanto pare, però, Haghit non ha in mente nulla di
particolare per lui e i programmi sono quelli soliti: martedí
andranno a un concerto della Filarmonica, giovedí
cercheranno un buon film, sabato si recheranno prima a
Gerusalemme, a trovare la zia nella casa di riposo, e poi a
prendere Yoel all’aeroporto.
– E nel frattempo? Cosa devo fare io per tua sorella?
– Che dovresti fare? – si stupisce lei. – Niente. Essere carino
e paziente.
– Lo sono stato.
– Fino a mezzogiorno. Dopo essere tornati dalla Galilea hai
cominciato a mostrare segni sgradevoli di insofferenza e di
irritazione.
– Perché dici cosí?
– Sai benissimo a cosa mi riferisco.
– Faccio fatica a passare un giorno intero senza parlare con
te, in privato.
– Di cosa?
– C’è sempre qualcosa di urgente.
– Ma perché non ti sei fatto un riposino questo pomeriggio?
Abbiamo mantenuto un silenzio assoluto.
– Ci ho provato, ma ormai faccio fatica ad addormentarmi
senza di te.
– Allora leggi qualcosa. Un racconto, un romanzo.
– Non posso. La vita è troppo turbolenta.
– D’un tratto la vita è turbolenta? Vedo che la visita a
Gerusalemme ti ha proprio scombussolato.
– Non la visita in sé, ma la tua reazione ostile. L’astio.
– Se dico anche una sola parola di critica ti senti sconvolto.
– È quell’insistenza strana, che non ti si addice, di
nascondere la morte del padre di Galia a Ofer.
– Perché soffiare su braci spente?
– Se sono spente, allora che t’importa?
– C’è sempre una vecchia scintilla che potrebbe attizzare una
fiamma inutile.
– In che senso inutile?
– Sono passati cinque anni. Il divorzio è stato sancito. Lei si
è risposata. E quando l’hai abbracciata hai anche avuto
l’impressione che fosse incinta.
– L’ho abbracciata? Ma che dici «abbracciata»? Le ho posato
una mano sulla spalla... E non sono nemmeno sicuro che sia
incinta...
– Non importa. Se non lo è, lo sarà. E nel frattempo, che
vuoi? Che Ofer rimanga scottato di nuovo?
– Non che rimanga scottato, ma che quella scintilla lo
illumini, lo aiuti a capire se stesso.
– Non c’è niente da capire. Abituati all’idea che ci sono
problemi che bisogna accantonare. Persino la tua Algeria, che
hai studiato per anni, che hai frugato nelle viscere, su cui hai
pubblicato articoli e un intero libro e grazie alla quale sei
avanzato per ben due volte di grado... ora sorprende non solo
te ma anche se stessa, al punto da farti sentire offeso, confuso
e paralizzato. Allora perché una ragazza giovane non
potrebbe agire in modo impulsivo e mettere fine al proprio
matrimonio?
Rivlin tace. Dal piano inferiore si sente il rumore di una
porta che si apre. L’ospite ha finito di lavarsi e la sorella, già
tesa, domanda da sopra se è andato tutto bene e se ha bisogno
di un altro asciugamano.
– Allora che succede domani?
– In che senso?
– Hai bisogno di me domani mattina? O sono libero di
gestire il mio tempo?
– Sei libero, certo. Ma sarò felice se andando all’università
darai un passaggio a Ofra al negozio di Pessy, al centro
commerciale della città bassa, perché si provi qualche vestito.
Apre alle nove e mezza e se la porto io non arriverò in tempo
alla prima udienza.
– Avrei voluto uscire prima.
– A che ora inizi le lezioni?
– Alle dodici.
– Allora hai un sacco di tempo a disposizione. Deve
assolutamente trovare un vestito piú adatto a un matrimonio.
Nei suoi vagabondaggi in paesi sperduti si è abituata a non far
caso all’abbigliamento, e anche Yoel si è dimenticato ormai di
come ci si veste.
– Va bene.
– Si proverà due o tre abiti e li porterà a casa per consultarsi
con me.
– Va bene.
– Vicino al negozio c’è un piccolo caffè, potrai bere qualcosa
mentre lei è occupata, e leggere il giornale.
– Intendi dire che dovrei anche riportarla a casa?
– Certo. Altrimenti come torna?
– Ma che significa? In autobus.
– Due autobus.
– Allora con due autobus.
– Con i vestiti!?
– Ma quanto possono pesare?
– Non può prendere l’autobus. Non posso costringerla a fare
una cosa del genere.
– Se ne va in giro per il mondo, attraversa nazioni e
continenti, ma non può prendere un autobus nella sua
madrepatria e tornare a casa da sola?
– In giro per il mondo se ne va con Yoel. È lui che si prende
cura di lei. Qui la responsabilità è mia.
– Responsabilità di che?
– Che si senta bene e a suo agio.
– Ma che c’è di male nel prendere l’autobus? Il fatto che per
trent’anni tu sia riuscita a organizzarti la vita in modo da non
dover mai usare i trasporti pubblici ti fa pensare che se tua
sorella prende un autobus è una tragedia?
– Nessuna tragedia. Però non permetterò che mia sorella,
arrivata per una breve visita, si trascini da un autobus all’altro
carica di pacchi. Se tu non puoi aspettare mezz’ora, allora non
ce n’è bisogno. Niente favori. Abbrevierò l’udienza in
tribunale, chiamerò un taxi e la riporterò a casa da sola.
– Mi arrendo. Riporterò io a casa l’infante. A patto però che
non prenda decisioni laggiú ma solo dei vestiti da mostrarti.
Perché se dovesse decidere da sola farei tardi al mio corso.
– Sei ottimista. Se dovesse decidere da sola non ti
muoveresti piú di lí. Ma non preoccuparti. Non ne ha
nessuna intenzione. Sceglierà qualche vestito e decideremo
qui. Ci darai una mano anche tu. Guarderai e dirai cosa ne
pensi. Perché no?
– Che c’entro io? – sorride Rivlin con modestia. – Alla fine
mi accuserà di farle pressione e di impedirle di scegliere
liberamente, come fai sempre tu.
– Allora non farle pressione, mio caro. Ofra non è tua
moglie. Limitati a dare una mano.
– A proposito. Un’ora fa ho telefonato a Ofer, ma lui non
era in casa. Ho lasciato un messaggio in segreteria.
– E cos’hai detto?
– Niente.
– Niente?
– Niente di speciale. Niente.
6.
3.4.98
Galia shalom,
ieri sera mio padre mi ha lasciato un messaggio in segreteria
dicendo che qualche giorno fa tuo padre è morto
all’improvviso. Mi ha raccontato di essere stato da voi e che tu
gli hai chiesto se sapevo della sua morte e di come l’avevo
presa.
Mio padre ha ammesso esplicitamente di avermi lasciato il
messaggio contro l’opinione di mia madre che pensa che non
abbia piú alcun senso raccontarmi cose che ti riguardano.
Mia madre, naturalmente, ha ragione. Dopo la nostra
separazione non ci siamo scambiati una parola e secondo me
è giusto ed è un bene che sia cosí! Malgrado la dipartita di tuo
padre sia davvero una notizia grave, mio padre avrebbe
senz’altro potuto risparmiarmela.
Sono stato molto indeciso se rompere il silenzio dignitoso
che entrambi abbiamo mantenuto. Comunque, sapendo
quanto sia dura e penosa questa morte per tua madre, ho
ritenuto opportuno farle sapere che nonostante noi siamo
divorziati e io mi sia completamente allontanato dalla tua
famiglia, capisco la sua tragedia e le esprimo simpatia e
cordoglio.
Tua madre mi è sempre piaciuta (e credo che anch’io
piacessi a lei).
Su tuo padre non sprecherò parole. Non c’è piú, ora. Al di là
del suo comportamento orribile, è triste pensare che sia
morto in maniera cosí improvvisa. Almeno (cosí mi è
sembrato di capire) non ha sofferto. Quindi, Galia, nel caso tu
avessi avuto bisogno di una mia parola di conforto (o
comunque si dica), eccola.
A patto, però, che tu non mi risponda.
Ofer
7.
– Mi scusi, lei è nuova qui?
– Di solito c’è un’altra commessa...
– Pessy, sí, Pessy.
– Mia moglie si è messa d’accordo con lei riguardo a sua
sorella. Mia cognata... Voleva che vedesse qualche vestito da
provare a casa e da riportare stasera. Mia moglie non è potuta
venire perché è impegnata in un processo. Cioè, lei è giudice...
Perciò pensavamo… se fosse possibile fare quello che fa lei di
solito. Scegliere qualche vestito e pensarci su con calma a
casa.
– No, questa è mia cognata, viene dall’estero. Mia moglie è
vostra cliente abituale, ha acquistato qui quasi tutti i suoi abiti
negli ultimi anni. Non si ricorda di lei?
– Di me si ricorda? Strano. Probabilmente perché sono
l’unico uomo che gironzola qui.
– Va benissimo. Se bisogna lasciare un deposito non c’è
problema. Pessy ci conosce.
– Guarda in questo settore, Ofra. È il reparto donna. Ho
ragione? Ormai ho imparato a distinguere tra i reparti.
– Le spiegherà lei cosa vuole.
– Certo, è israeliana.
– Però dovrebbe essere anche qualcosa di pratico, da
indossare anche in altre occasioni. Non solo a un
matrimonio.
– Guarda, Ofra, com’è bello. Che ne pensi? Sembra
dignitoso.
– Avete anche una gonna che si abbina con questo? Due
settimane fa c’era una specie di tunica, con maniche a tre
quarti, marrone chiaro, di vellutino, con un bordo verde,
ricamato. Mia moglie l’ha provata ma le stava un po’ stretta e
forse a sua sorella andrà bene, lei è molto piú magra.
– Non proprio estivo. Demi-saison, come dicono i francesi...
– Qualcosa piú o meno su questo stile. Ma non questa. Era
un tessuto piú ricco. Con un bordo ricamato, sul verde. Forse
è già stata venduta. Era davvero bella, ma a mia moglie stava
stretta. Guarda qui, Ofra, forse è il caso di provare questa
mise?
– Ohi, ma che ti può succedere? Non puoi mica rimanere
bloccata ai tempi del movimento giovanile per tutta la vita.
– Non è per niente pretenziosa. È carina. Provala, dài retta a
me, che può succederti?
– Ho tempo. Non preoccuparti per me. Visto che siamo qui
prendiamocela con calma e scegliamo qualcosa di bello. Poi a
casa ci penseremo.
– È meglio a destra, Ofra, c’è una cabina piú grande e
comoda.
– Quante ore ho passato in questo negozio a ciondolare fra i
piedi delle clienti! Avrei potuto scrivere almeno altri due
articoli. Però ne è valsa la pena. Negli ultimi anni abbiamo
avuto successo qui. C’è qualcosa nella vostra linea, nello stile,
che si adatta al corpo di Haghit. Ne maschera i difetti. È vero,
i prezzi sono alti, ma se sto attento, almeno non compriamo
cose che finiranno nell’armadio.
– Entra. Devi farlo. Se non lo provi non saprai come ti sta.
– Certo. Aspetto.
– Io?
– Lei vive all’estero. Suo marito è dipendente dell’Unesco,
elabora programmi di consulenza economica per il Terzo
mondo. Passano piú tempo sugli aerei di quanto lei,
signorina, ne passi nella sua camera da letto.
– Sí, si possono considerare degli emigrati, benché loro non
lo ammettano. Sono ormai trent’anni che girano per il
mondo. Ma quando dovranno essere sepolti, verranno qui.
– Certo. Dove vuole che li seppelliremo? In Uganda?
– Adesso si rammenta di mia moglie?
– Esatto.
– Sí, è simpatica.
– Giudice distrettuale. Ce ne sono solo sei a Haifa, e lei è una
di loro.
– Negli ultimi anni abbiamo comprato qui quasi tutti i suoi
vestiti. Quando andremo in pensione volendo potrò, ah, ah,
aprire una boutique e farvi concorrenza.
– No, lei ha qualche anno piú di mia moglie.
– Solo perché è cosí magra, giovanile. Non ha nemmeno
avuto figli che la sfiancassero. E poi suo marito si prende cura
di lei. Lui non è ancora arrivato in Israele, per questo hanno
delegato me. Queste due sorelle sono molto furbe. Hanno
trovato dei mariti-balie.
– Avvicinati, Ofra, non è male.
– Girati di nuovo.
– La signorina ha ragione. Va accorciato al ginocchio.
– Come trasparente? Perché trasparente? Credimi, Ofra.
Ormai ci ho fatto l’occhio. È bello. Classico. Ma bisogna
accorciarlo e stringerlo sulla schiena. Altrimenti sembrerai
nata fra gli ortodossi.
– A volte faccio uscire dai gangheri anche mia moglie. Ma
non c’è scelta. Un altro paio di occhi è indispensabile. Se la
vedo entusiasmarsi per un vestito scadente che finirà dritto
nell’armadio e resterà lí per sempre, sono costretto a porre il
veto. Se un abito non è adatto, il marito è quello che ne soffre
di piú. Agli altri, in ogni caso, non importa...
– Come si chiama?
– Allora per favore, Naama, le appunti l’orlo con gli spilli. Lo
portiamo a casa. Ci penserà mia moglie a convincerla.
– Nessun impegno. L’hai sentita.
– Ti piace questo? Ma è cosí deprimente, Ofra. Spiccherai
per la tua tetraggine al matrimonio e otterrai esattamente
l’effetto contrario a quello voluto: ti metterà in evidenza.
– Dammi retta.
– Yoel è un uomo meraviglioso ma in fatto di abiti non
capisce niente. Guarda come si veste.
– Niente, non importa.
– Va bene. Provalo se insisti.
– Lei e mia moglie sono molto legate. Ofra e suo marito
vengono in Israele per una breve visita ogni due o tre anni e
ricevono da noi un trattamento regale.
– Io insegno all’università...
– Alla facoltà di Storia mediorientale.
– Certo, soprattutto gli arabi. Ma anche i turchi, gli iraniani
e tutti gli altri squinternati.
– Gli ebrei si illudono ancora di non appartenere al Medio
Oriente. Di essere capitati qui per caso.
– Rivlin. Professor Yohanan Rivlin.
– Davvero?
– In che facoltà?
– È un buon posto per trovare marito.
– La nostra è buona per trovare moglie. Araba, però.
– Vediamo. Questo completo non mi piace. È molto meno
riuscito del precedente. Sul davanti non c’è male ma dietro è
pesante e squadrato, ti fa sembrare un’impiegata dell’ufficio
pignoramenti. E a parte questo, Ofra, sappi che questo tessuto
ti ingiallisce anche un po’ il viso.
– Non importa. Sono qui solo in veste di autista. Se insisti lo
portiamo a casa e ne teniamo conto. Nel frattempo fammi un
favore e provati questo abitino... Senza impegni.
– Perché appariscente?
– Vivace, non appariscente.
– Il fiore?
– Lo si può sempre togliere, vero?
– Ma se lo si vuole togliere, si può?
– Vedi? È un abito carino. Ti ravviverà un po’. Provalo. Fallo
per me.
– Non fa niente. Ho ancora un po’ di tempo. La mia lezione
comincia solo a mezzogiorno. Però bisogna sbrigarsi. Provare
e decidere. Non dimenticarlo. Il matrimonio sarà la prossima
settimana e il vestito che sceglierai avrà bisogno di qualche
ritocco...
8.
Frastornata ed emozionata, l’ospite torna a casa con tre
grosse buste di plastica traboccanti di gonne, pantaloni,
camicie, vestiti. Pessy, comparsa all’improvviso, li ha
dispensati dal lasciare una caparra, caricandoli addirittura di
altri abiti da sottoporre all’esame della fedele cliente
impegnata in un’udienza a porte chiuse. «Sua sorella è la mia
cliente piú simpatica e spiccia, – ha detto a Ofra, – e anche
suo marito ci fa divertire ogni tanto. Peccato solo che abbia
dei gusti un po’ antiquati». Ofra ha ringraziato moltissimo il
cognato per il disturbo. Il suo viso smunto è arrossato per
l’avventura mattutina, piú estenuante di un volo
transoceanico non solo per via della profusione di stoffe
variopinte piovuta su una donna non abituata a concedersi
delle libertà in fatto di abbigliamento e fedele solo ad alcune
«uniformi», come le definisce Yoel, ma anche per l’invadenza
un po’ indiscreta del cognato, pronto a consigliarle abiti che
gli parevano adatti e a opporsi con fermezza quasi offensiva a
ciò che piaceva a lei, ma non a lui. La libertà con cui Rivlin
dava alla commessa istruzioni riguardo a orli e modifiche l’ha
fatta sentire come se il suo corpo, vecchio e familiare, delicato
e fragile, fosse alla sua mercé. Anche Rivlin sente di avere
esagerato un po’, e se sua moglie avesse immaginato il suo
comportamento forse avrebbe preferito che la sorella tornasse
a casa in autobus. Eppure è soddisfatto. E che diamine,
conclude tra sé, di tanto in tanto fa bene anche a Ofra una
scrollatina e una boccata d’aria. Cosí si incartapecorirà piú
lentamente.
9.
Sulla segreteria telefonica di casa ci sono due messaggi. Nel
primo il professor Tedeschi in persona annuncia con voce
abbacchiata che i medici si sono dati di nuovo per vinti nel
diagnosticare la sua malattia e lo hanno rispedito a casa
perché verifichi meglio i suoi sintomi. Nel secondo Efraym
Akry, con un’aggressività poco confacente alla sua placida
natura sefardita, esige che il collega passi in segreteria prima
della lezione.
All’università lo stanno aspettando e al suo arrivo gli
studenti vengono pregati di lasciare l’ufficio e di attendere in
corridoio. La porta viene chiusa, e con un’allegra aria di
mistero Rivlin viene sospinto verso una stanza interna dove
gli vengono consegnate due tesi sulle quali sono stati
cancellati i nomi degli autori e di cui gli viene mostrata solo
qualche pagina perché possa testimoniare se le correzioni che
vi appaiono sono sue.
In effetti Rivlin riconosce la propria grafia, testimonianza di
una lettura meticolosa ma anche impaziente dell’elaborato. E
cosí vengono a galla non solo il raggiro ma anche la stoltezza
di due studenti arabi che anziché darsi la pena di copiare
vecchie tesi altrui, si sono limitati a fotocopiarle e a
consegnarle al loro insegnante spacciandole per proprie senza
accorgersi che su alcune pagine erano rimaste le correzioni
del professore precedente.
– Sapevo che quelle correzioni erano sue, professor Rivlin, –
esclama con gioia una delle segretarie, – però volevo esserne
sicura.
– Per via della grafia o dei commenti particolarmente
sagaci? – ridacchia Rivlin lanciando un’occhiata al collega che
si è fatto scuro in volto; le sue famose idee pessimistiche sulla
concezione di libertà degli arabi non mitigano l’offesa provata
di fronte a un tentativo di imbroglio tanto grossolano.
– Saresti in grado di identificare chi ha passato il proprio
lavoro ai compagni? – chiede Akry.
Rivlin si stringe nelle spalle.
– Magari anche lui ha copiato la tesi, ma si è mostrato piú
abile nel mascherarlo, – ipotizza la segretaria piú anziana, che
si reputa un’esperta nello scoprire le tresche degli studenti in
generale, e di quelli arabi in particolare.
– Alla facoltà di Inglese, – racconta la piú giovane, –
sostengono che alcune tesi dei loro studenti arabi, scritte in
inglese, provengono da Beirut o da Damasco, e persino
dall’Iraq. C’è una rete specializzata in contrabbando di tesi in
tutto il Medio Oriente, soprattutto di quelle su Shakespeare.
– Shakespeare?
– È sempre un argomento sicuro, – spiega la ragazza, che ha
frequentato per due anni la facoltà di Inglese prima di
abbandonare gli studi e diventare un’impiegata. – Ogni ora
viene scritto un nuovo lavoro su di lui ed è impossibile sapere
cosa è originale e cosa è copiato.
– Ma com’è stata scoperta questa rete?
– Il livello delle tesi era troppo alto... E anche la bibliografia
comprendeva alcuni libri in arabo mai arrivati in Israele. Nei
paesi arabi ci sono docenti e professori poveri che per
arrotondare lo stipendio sono disposti a scrivere relazioni su
Amleto, Otello, o Romeo e Giulietta.
– O sul Mercante di Venezia, – aggiunge il capo del
dipartimento. – Il dottor Dagut mi ha raccontato di uno
studente arabo che gli ha consegnato un elaborato con dei
commenti antisemiti molto violenti...
– Non dirmi che l’ha respinto per questo.
– Ma scherzi? I commenti antisemiti sono particolarmente
graditi a quei liberali della facoltà di Inglese. Probabilmente
però quelli arrivati da oltreconfine erano cosí aspri e
sorprendenti da suscitare dei sospetti...
Lentamente Rivlin si siede nella poltrona in cui era solito
dormicchiare quando era capo del dipartimento. La lotta
sostenuta nel negozio di abbigliamento è stata sfiancante, per
quanto non sgradevole. Sfoglia le tesi cercando di
individuarne l’autore dallo stile e dall’argomento, e per un
istante gli balena davanti l’immagine di Samaher.
– Allora, che ne pensi? – domanda Akry.
– Consegnale alla commissione disciplinare, lí estorceranno
dagli acquirenti i nomi di chi gliele ha vendute.
– È una brutta faccenda. Verrà subito pubblicata sul
bollettino degli studenti e solleverà un vespaio tra gli arabi.
– Che sia...
– Non voglio offendere la loro dignità.
– Tu?
– Certo. Proprio io. C’è differenza tra discorsi generici,
d’argomento storico, e accuse dirette che secondo il
regolamento prevedono l’interruzione degli studi e un
marchio d’infamia collettivo.
Il capo del dipartimento sposta lo sguardo sulle due
segretarie che non sembrano compiaciute dei suoi scrupoli
improvvisi.
– L’importante è non agire in modo precipitoso, – si
infiamma Akry. – Prima di fare felici le segretarie del
dipartimento con un’umiliazione che macchierà il buon
nome degli studenti arabi, sarà meglio vedere cosa si può fare
per sistemare la faccenda con discrezione. Non è il caso di
urtare la loro sensibilità...
– Sensibilità verso cosa?
– Verso le accuse di stupidità...
– Ti stai di nuovo trasformando in politico?
– Non c’è niente di male nella politica se l’intento è quello di
calmare e di riappacificare gli animi –. Akry si sistema gli
occhiali con la montatura di metallo e con calma cortese fa
cenno alle due segretarie di lasciarlo solo col collega.
10.
– Riesci a capire chi ha scritto queste tesi?
– Si tratta di un’unica persona?
– Sí, lo stile è lo stesso.
Rivlin sfoglia gli elaborati. Come potrebbe riconoscerne
l’autore? Ha corretto cosí tante tesi in vita sua!
– Ma queste sono recenti, sono state scritte negli ultimi anni.
– Come lo sai?
– La grafia delle correzioni è quella degli ultimi due anni.
– Cosa?
– Ho dato un’occhiata a dei vecchi protocolli e ho
confrontato questa scrittura con quella di qualche anno fa.
Allora le lettere erano diverse, piú grandi e diritte. Avevi una
scrittura piú decisa. Solo negli ultimi anni sono diventate
cosí... strascicate, inclinate, e la frase segue una linea un po’
curva, come se vi pesasse qualcosa.
– Quando entrerai a far parte del governo, Efraym, chiedi
subito di essere nominato ministro degli Interni...
– Forse.
– Per quale motivo sei andato a esaminare la mia scrittura?
– Perché tutti abbiamo avuto l’impressione che le correzioni
fossero tue. Quindi ho voluto accertare in che periodo avevi
corretto queste tesi.
– Ma perché stare a scervellarsi in supposizioni bizzarre e
farmi perdere tempo in stupidaggini? Domanda ai due
studenti di rivelarti la fonte.
L’ebreo sefardita, però, si mostra particolarmente sensibile
non solo verso tutti gli studenti arabi, ma soprattutto verso
quelli imbroglioni. Non vuole complicare loro la vita
costringendoli a diventare dei collaborazionisti, una piaga, a
suo avviso, fra le piú purulente tra quelle causate dagli ebrei
agli arabi, peggiore della discriminazione e persino
dell’indifferenza. Per questo si sforza di scoprire l’autore degli
elaborati: per non obbligare i due studenti a trasformarsi in
delatori.
Con la coda dell’occhio Rivlin nota la fotografia di un
neonato in una culla a fianco delle vecchie immagini posate
sopra lo schermo del computer. È forse nato un nuovo
nipotino al capo del dipartimento? Rivlin prova amarezza e
decide di ignorare quel bimbo finché non gli verrà detto
qualcosa di esplicito, e di considerarlo solo una prima
versione di uno dei due nipoti esistenti.
Si alza con pesantezza. Deve andare a fare lezione, ma Akry
lo trattiene.
– Dobbiamo sapere se la studentessa che ha passato le tesi
era a conoscenza delle loro intenzioni, o se è stata imbrogliata
anche lei.
– Perché studentessa?
– Perché qua e là le tesi sono scritte al femminile.
Di nuovo nella mente di Rivlin balena l’immagine della
giovane in abito da sposa, mentre tratteneva la cavalla nera
con le briglie strette in mano per permettergli di entrare per
primo dal cancello di casa sua.
– A volte è difficile sapere cosa pensare di te, Efraym, – dice
rivolgendogli un sorriso paterno. – Da un lato ti esprimi in
termini tanto velenosi e pessimistici riguardo agli arabi,
dall’altro mostri verso di loro un atteggiamento protettivo.
– Le due cose sono collegate, – il docente è divertito della
perplessità del collega, – il nostro intento, da un punto di
vista non solo accademico ma anche umano, è di studiare la
natura degli arabi per mantenerci vigili. Capire cosa è
importante per loro e cosa non lo è, cos’è fondamentale e cosa
marginale per sapere cosa aspettarci e in cosa non sperare.
Rispettare ciò che gli sta veramente a cuore e comprendere
ciò che gli fa male, per cautelarci da tradimenti e menzogne.
Posargli una mano amichevole e incoraggiante sulla spalla e
minacciarli alle parti intime con l’altra. Senza illusioni. Senza
romanticismo. Senza egoismo. Sí, quell’egoismo insensibile di
molti amici, anche colleghi, pseudo-liberali che se ne
infischiano delle differenze e vogliono giudicare gli arabi
secondo la propria scala di valori, attribuire loro i propri
ideali e le proprie aspirazioni. Mi manda su tutte le furie che
proprio quelli che si mostrano tanto critici nei confronti della
mentalità ebraica «depravata», della nostra religione
inflessibile e fanatica, dello stato «corrotto» e della storia
falsata, proprio loro si aspettano che gli arabi agiscano
secondo i loro valori e seguano la loro strada. Se non siete
soddisfatti di voi stessi, per lo meno non stabilite regole per
gli altri.
– Lo sai chi è l’autore di questi elaborati? – Rivlin
interrompe quel torrente in piena, – è la nostra sposina...
Samaher. Al cui matrimonio tu ci hai convinto a partecipare.
Ma Akry, come al solito, non appare sorpreso.
– Lo sospettavo, però volevo sentirlo da te. Qualcosa nello
stile mi ha ricordato un’esercitazione che ha scritto per me
qualche anno fa, quando ancora studiava per il B.A.
– Ha scritto tesi seminariali solo durante il periodo del B.A.
Da quando ha cominciato il master non fa piú niente. Le ho
concesso già tre volte una proroga per la consegna di una tesi
ma, se si esclude il matrimonio, non ha mai rispettato nessun
impegno.
– Anche il matrimonio è un impegno, – obietta Akry in tono
serio. – Ma non fa niente. Ora che l’abbiamo colta in fallo si
darà da fare per recuperare il tempo perduto.
– Allora io mi ritengo libero da questa faccenda. Ti
occuperai tu di lei.
– Di tutti, – conferma il capo del dipartimento ribadendo la
propria autorità, – ma con discrezione. Quindi, come prima
cosa, occorre calmare e mettere a tacere le segretarie...
11.
Il martedí, alle sette e trenta di sera, mezz’ora prima di
uscire per un concerto dell’orchestra filarmonica, la sorella di
Rivlin telefona chiedendo di parlare con Haghit, perché l’aiuti
a interpretare un sogno strano, fatto quel pomeriggio.
Qualche anno prima Haghit ha preso parte a un corso di
psicologia nell’ambito dei corsi di aggiornamento per i
magistrati e da allora, all’occasione, si lascia tentare
dall’interpretare i sogni altrui.
– Non ora, Raya. Stiamo andando a un concerto e Haghit
non è ancora vestita... E anche Ofra deve provarsi un abito...
– Cinque minuti... altrimenti mi dimentico il sogno.
– Se lo dimentichi cosí facilmente allora non è importante.
– Due minuti...
– Neanche per idea. So come vanno queste conversazioni.
Sono stufo di rimanere senza un parcheggio.
– Due minuti, te lo prometto, – si impunta la sorella. – Non
le chiedo un’interpretazione. Voglio solo raccontarle il sogno
perché ci pensi su durante il concerto.
– Durante il concerto Haghit pensa ai suoi, di sogni. Se fosse
possibile ottenere un rimborso per tutti i concerti ai quali si è
addormentata, oggi saremmo ricchi.
– Solo un secondo.
– Allora raccontalo a me e io glielo riferirò.
– Se lo racconto a te mi confondo e lo dimentico.
– Racconta l’essenziale. Io sono già vestito. E poi, se mi
paghi, ti darò pure una breve interpretazione... In fin dei
conti, chi meglio di me conosce tutti i tuoi complessi?
Ma Raya non è disposta a raccontare il sogno al fratello e
non ha fiducia nelle sue capacità interpretative. Durante
l’infanzia lei e Rivlin non hanno fatto che litigare, come i loro
genitori, e solo dopo il matrimonio di lui i rapporti si sono
calmati e assestati. E Haghit, eternamente perseguitata da un
senso di colpa nei confronti della sorella senza figli che vaga
per il mondo, aveva proiettato anche su Raya quel
sentimento, diventandone la confidente e traendo dai suoi
sogni cose sbalorditive.
Ora, benché ancora svestita, è intenzionata ad ascoltare il
sogno della cognata e prende il ricevitore.
– Ti avverto, – minaccia Rivlin togliendo il copriletto e
sistemando le lenzuola cosí da poter scivolare velocemente
nel sonno dopo il concerto, – non tirarla per le lunghe.
– Non essere cattivo. Lasciami parlare per un secondo. In
fondo non abbiamo mai fatto tardi a un concerto...
Molti anni prima Raya ha divorziato, e nonostante abbia
troncato ogni rapporto con l’ex marito, quel pomeriggio ha
fatto un sogno breve ma intenso su di lui: lei gli stava davanti
con in braccio una piccola di circa un anno e mezzo e lo
supplicava in inglese: «Please, don’t hurt the child». Lui aveva
riso, era salito sulla sua grossa automobile e se ne era andato.
Lei, rimasta sola nella via, si era affrettata con la piccola verso
la casa di alcuni vecchi amici del marito, per cercare del cibo
per neonati. Lí, però, le avevano dato solo mezzo bicchiere di
latte e lei, disperata, era uscita, era salita su un autobus vuoto
e aveva messo la piccola affamata a sedere accanto a sé.
Il sogno è tutto lí e, come Rivlin immaginava, la sorella
adesso è ansiosa di avere anche una prima interpretazione.
– Tuo fratello sta già dando in escandescenze e non posso
parlare a lungo, – si giustifica Haghit mezza nuda, – però
probabilmente quella bambina sei tu.
– Io?
– Insomma, una parte di te...
– Una parte di me? – Raya pare allarmata ed entusiasta a un
tempo. – Quale parte?
– Domani mattina ci penseremo.
12.
Il concerto è riservato agli abbonati, e non è stato possibile
ottenere un posto in platea per Ofra. Sono rimasti solo alcuni
posti liberi sul palco, dietro l’orchestra, e Rivlin, impietosito
dall’ospite pallida che ancora si tormenta nella scelta di un
abito adatto al matrimonio, prende cavallerescamente il
biglietto solitario e si dirige verso il palcoscenico.
Il concerto consiste nell’esibizione di giovani solisti
sconosciuti ai quali il direttore d’orchestra ha deciso di
concedere un’opportunità. Per questo motivo il programma è
composto da brani brevi, tratti da composizioni famose, e la
cosa è poco gradita a Rivlin, convinto che non si debba
intaccare l’integrità di un’opera. Inoltre teme che la
generosità del direttore d’orchestra indiano lo induca a
protrarre il concerto oltre il dovuto. Ma dopo aver esaminato
attentamente il programma e avere sommato i minuti
concessi per ogni esibizione con l’aggiunta del tempo per le
pause e l’intervallo, si tranquillizza: la serata non sarà piú
lunga del previsto. Rivlin si rilassa sulla poltroncina e osserva
chi gli sta intorno: persone giovani, un pubblico poco
pretenzioso. Qualche fila piú avanti vede agitarsi la treccina di
un uomo e per un momento si domanda se non si tratti del
nuovo marito dell’ex nuora. A uno sguardo piú attento, però,
nota che la treccina è grigia come il pelo di un topo.
Poi gira gli occhi per la sala in cerca della moglie di cui già
sente la mancanza, ansioso di vedere se lei coglierà il suo
sguardo e gli risponderà agitando la mano. Si sentirà
abbastanza a suo agio accanto alla sorella per appisolarsi
anche a questo concerto? Negli ultimi mesi la sua stanchezza
è aumentata, probabilmente per colpa delle udienze a porte
chiuse di cui non le è permesso riferire nulla per motivi di
sicurezza. Cosí ai concerti e agli spettacoli teatrali, e talora
anche al cinema, Haghit viene avvolta dalle ragnatele del
sonno, e se suo marito non la scuotesse nei momenti salienti,
insistendo per svegliarla del tutto prima del termine dello
spettacolo, non saprebbe cos’ha visto o sentito.
Il primo solista è un giovane russo, biondo, alto e
dall’apparenza un po’ scialba, che suona il primo movimento
del concerto per violino di Čajkovskij. Rivlin, pur
considerandosi un serio appassionato di musica, non
pretende di dare un giudizio autorevole riguardo alla qualità
dell’esecuzione. Negli ultimi anni tende a considerare con
pessimismo le possibilità dei giovani musicisti di fondere il
prodigio della loro infanzia con una carriera artistica solida e
duratura. Vedremo cosa sarà di loro, borbotta sempre quando
dei giovani solisti si inchinano con orgoglio alla fine
dell’esecuzione. Sto aspettando ancora di vedere quei geni che
si esibivano qui qualche anno fa. Dove sono? Perché non li
invitano a suonare di nuovo?
In cuor suo sa che la preoccupazione per il figlio lontano,
incapace di uscire dal suo stato, è ciò che suscita in lui
amarezza e scetticismo nei confronti di quei giovani
promettenti e di successo. Il giorno prima lui e Haghit hanno
avuto con Ofer una breve conversazione telefonica, dopo la
quale Rivlin ha preteso di riesaminare e di discutere con la
moglie ogni parola detta dal ragazzo e ogni sfumatura della
sua voce. Si aspettava che Ofer rivelasse alla madre di aver
appreso della morte di Yehuda Hendel dal messaggio
telefonico che lui gli aveva lasciato in segreteria qualche
giorno prima, a insaputa di Haghit, ma con sua sorpresa Ofer
non vi ha fatto cenno. E mentre il violino abbandona il
silenzio per replicare all’ouverture prolungata e invitante
dell’orchestra, Rivlin si domanda se il silenzio del figlio riveli
un’indifferenza completa verso la donna che aveva preteso da
lui il divorzio cinque anni prima (e quindi anche la morte di
Hendel non abbia alcun valore ai suoi occhi), oppure se Ofer
stia cercando di stabilire con lui una nuova intesa, perché il
padre lo aiuti a liberarsi del peso della ferita, anche a costo di
riaccendere un vecchio dolore.
La musica gradevole e troppo semplice del compositore
russo, che stando a quanto è scritto nel programma avrebbe
voluto togliersi la vita ogni volta che i critici stroncavano una
sua opera, procede con rapida sicurezza verso la cadenza.
Dalla sua postazione dietro l’orchestra Rivlin non riesce a
vedere il viso del giovane violinista. Ne scorge solo la schiena
e le spalle, e a giudicare dai sussulti burrascosi che le
scuotono, sembra che il ragazzo non provi solo una grande
emozione ma anche piacere. A poco a poco cresce in lui
l’ansia per il figlio, ancora tormentato dal divorzio ed esule
volontario in una città straniera, e fra trombe, corni, flauti e
violini cerca la moglie, perché lo rincuori. Ma i movimenti
energici delle braccia e del corpo del celebre direttore
d’orchestra dalla pelle scura – che di tanto in tanto agita la
bacchetta sottile nella sua direzione quasi che il professore di
Haifa potesse contribuire alla qualità dell’esecuzione – gli
nascondono la vista di Haghit.
L’orchestra ammutolisce e il violinista russo si lancia nella
difficile cadenza con tecnica gelida, impaziente, priva di
sentimento, probabilmente ansioso di liberarsene al piú
presto. Ora che gli orchestrali siedono sfaccendati, poco
distanti da lui, Rivlin può cercare di indovinare la loro vera
impressione sull’esecuzione di quel giovane solista. Tuttavia è
difficile capire se lo stiano ascoltando. I suonatori di
strumenti a fiato, intenti a pulire i loro arnesi, si guardano
l’un l’altro, sorridono, conversano con brusii confidenziali e
lievi ammiccamenti. Hanno già sentito e ancora sentiranno
questo concerto e la sua cadenza decine di volte, e non
sembra che l’esecuzione del giovane li entusiasmi in modo
particolare. Di tanto in tanto lanciano un’occhiata al maestro,
rilassato, immobile, con le braccia abbandonate, la testa
china, che lascia finalmente intravedere la platea verso la
quale viene calamitato lo sguardo di Rivlin, alla ricerca della
moglie. Ma il professore rimane sconcertato nello scoprire
che al suo posto c’è un’altra donna.
– Controllati. Non hai il diritto di perseguitarlo, nemmeno
col pensiero.
– Nemmeno col pensiero? Sei impazzita? Com’è possibile
soffocare un pensiero tanto molesto e doloroso?
– Volendo, si può. Se no, per lo meno tieni a freno la lingua.
Mostra un po’ di tatto. Ofer è un uomo, è indipendente, non
ti appartiene. Non hai il diritto di immischiarti in quello che è
avvenuto fra lui e Galia e non ne otterrai nemmeno qualcosa
di buono.
– Ma il tempo passa...
– Non esagerare. Sono passati solo quattro anni.
– Cinque. Cinque. Perché dici quattro?
– Non importa. Alla fine Ofer troverà un’altra ragazza, piú
adatta a lui. Non riportare in vita dei fantasmi. Lascialo in
pace.
Qualche mese dopo il suo improvviso divorzio, Ofer aveva
stipato la sua roba in casa dei genitori ed era partito alla volta
di Parigi con l’intenzione di seguire un corso in una materia
che aveva cominciato ad appassionarlo dopo il matrimonio:
progettazione di ristoranti e alberghi. Da allora erano passati
piú di quattro anni. Lavorava come tirocinante non
stipendiato in diversi studi di architettura, per lo piú di
proprietà di ebrei, e frequentava anche, ma non per il
conseguimento del diploma, una scuola di cucina per cogliere
da vicino e in prima persona il corretto rapporto tra questa e
la sala da pranzo. Per mantenersi, tuttavia, lavorava come
guardiano notturno presso l’Agenzia ebraica, nel
diciassettesimo arrondissement. Ed è questo che i suoi
genitori raccontavano quando qualche conoscente
domandava talvolta sue notizie:
«Ofer lavora all’Agenzia ebraica di Parigi».
Il maestro solleva di slancio la bacchetta spronando
l’orchestra come se fosse una muta di cani da corsa,
trascinandola di slancio verso la conclusione del primo brano.
Rivlin si rifiuta di unirsi agli applausi, e segue con scarsa
attenzione il violinista emozionato che invece di tornare
ancora una volta sul palcoscenico per ricevere altri tiepidi
battimani è di certo smanioso di suonare gli altri due brani
del concerto.
Non lontano dai grandi timpani, accanto all’ingresso del
direttore d’orchestra e dei solisti, sono rimaste alcune
poltrone vuote, e Rivlin decide di trasferirsi laggiú per
osservare meglio i «ragazzi prodigio» e controllare dove sia
sparita la moglie.
Le due sorelle sono sedute al loro posto, intente a
chiacchierare felici. Haghit si accorge del trasferimento del
marito e appare soddisfatta che si sia seduto accanto al grande
timpano. In questo modo potrà mantenere con lui un
contatto visivo durante il resto del concerto. La saluta
agitando la mano e gli fa capire, con un sorriso, di darsi una
ravviata ai capelli.
Ora comincia la parata di giovani soliste, in gran parte figlie
degli stessi orchestrali. Per prima sale sul palcoscenico una
pianista giovane e occhialuta, il cui lungo abito argentato
fruscia nel passare accanto al professore intento a leggere sul
programma il curriculum della ragazza, gli studi e i risultati
ottenuti. Suonerà la rapsodia di Rachmaninov su un tema di
Paganini, ma Rivlin, dietro al timpanista calvo, non ne vedrà
il viso e le mani; solo le spalle nude e la schiena bianca su cui
si intrecciano sottili bretelle di stoffa.
Qual è il significato di quell’abbigliamento succinto?
Dovrebbe esistere un rapporto tra il tipo di abito, la foggia, la
scollatura e il tema della composizione e il suo stile? Forse lei,
come le altre giovani soliste che la seguiranno con i capelli
sciolti, le scollature che rivelano i seni seducenti, o gli spacchi
che lasciano intravedere le gambe, propongono il loro corpo e
la loro nudità come ricompensa di un’eventuale esecuzione
scadente? Come riparo agli errori e alle note dimenticate?
Oppure solo per consolare il senso della vista, perché non si
ingelosisca di quello dell’udito? E cosa succede a soliste dal
corpo imperfetto e dalla pelle butterata? Quale sarà la
ricompensa che potranno offrire al pubblico abituato non
solo ad ascoltare ma anche a guardare?
Avendo cresciuto solo due maschi ed essendo stato privato
della possibilità di riversare il proprio istinto paterno su una
giovane donna – quando la sposa del figlio se n’era andata –,
ecco che ora, mentre giovani fiorenti, emozionate, che
tengono coraggiosamente in mano, come in un rito, violini,
clarinetti, oboi, flauti o violoncelli gli passano accanto in un
incessante viavai, Rivlin non è in grado di prestare ascolto al
secondo concerto per pianoforte di Carl Maria von Weber, o
alla Rhapsodie espagnole di Maurice Ravel, o al poema di
Chausson, senza che la vecchia ferita si riapra. E sull’onda
della musica la falsa confessione fatta al giardino della
pensione si trasforma in un autentico malessere interiore.
È dunque disposto a unirsi agli applausi che accompagnano
le giovani e a scambiare un sorriso con il timpanista calvo che
incrocia le bacchette in un segno convenuto di
apprezzamento, riservato dagli orchestrali ai solisti a loro cari.
Ma quando Rivlin vorrebbe alzarsi, al termine del concerto,
per uscire dalla sala, le maschere si affrettano a bloccare le
porte davanti al pubblico di Haifa, abituato a ritirarsi presto
per alzarsi fresco e riposato al sorgere del sole.
C’è un’appendice inattesa al concerto. Un evento che Rivlin
non ricorda da che è abbonato. Su richiesta del maestro
indiano, al momento afono, uno degli orchestrali si alza in
piedi e prega il pubblico di riprendere il proprio posto.
L’amore del direttore per l’orchestra israeliana non gli fa
dimenticare la sua patria sconfinata, povera e tormentata, in
cui di tanto in tanto vengono scoperti anche ragazzi di
talento, meritevoli che venga concessa loro un’occasione. A
un gesto brusco della bacchetta viene sospinto sul palco un
ragazzino indiano dalla pelle scura, di circa dieci anni,
grassoccio e occhialuto, con un abito nero troppo grande, che
sale sul podio con un violino minuscolo, simile a quello che
Rivlin aveva un tempo, quando sua madre ancora sperava che
diventasse un novello Yehudi Menuhin.
Il piccolo indiano, piú simile a un nanetto triste che a un
bambino prodigio, quasi ignora il pubblico che lo accoglie
con un applauso. Come un elefantino disciplinato prende
posto accanto al maestro suo connazionale che lo accarezza
con un sorriso tenero e amorevole, quasi rivedesse se stesso
cinquant’anni prima, e con i gesti di un domatore esperto,
ignorando l’orchestra che trova da sola la propria strada,
guida con una conduzione dolce e personale quel bimbo serio
tra i sentieri incantati della prima parte del concerto per
violino di Mendelssohn, che lo porterà dritto nel cuore
dell’Occidente; a patto, però, che non tradisca l’Oriente.
13.
A differenza della moglie, Yoel ha scelto di arrivare di
sabato, concedendo cosí alla cognata il piacere di accoglierlo
all’aeroporto. Come in un’occasione precedente, i Rivlin e
Ofra decidono di fare prima una puntata a Gerusalemme, per
andare a trovare una vecchia zia ansiosa di ricevere la visita
dei parenti, e in particolare quella della fragile emigrata di cui
segue assiduamente le mosse tra il Primo e il Terzo mondo
dalla sua stanzetta nella casa di riposo. E visto che ci si reca
nella capitale, perché non concedere a Haghit un diritto
negatole, a suo dire, la settimana precedente, e lasciare che
anche lei conforti il professor Tedeschi, malato controverso
rispedito a casa dall’ospedale, e goda delle particolari parole
d’affetto che lui è solito riservarle?
Dato, però, che la visita alla zia si svolge secondo un proprio
ritmo ed è difficile programmarne il termine – tanto piú che
le due sorelle sono ansiose di rievocare i ricordi dei genitori
defunti e quando la vecchia signora comincia a raccontare è
difficile staccarsi da lei –, è opportuno farla precedere dalla
visita ai Tedeschi e fissare un’ora entro la quale sarà
imperativo partire per l’aeroporto. E cosí, un sabato mattina
fresco e limpido, la traduttrice di poesia preislamica apre la
porta ai tre ospiti scuotendo con gravità la testa, come a dire:
nonostante ci troviate a casa e non in ospedale, non illudetevi
che la malattia sia sparita, o sia immaginaria. Tutt’altro. La
situazione è ancora piú seria se i medici si mostrano di nuovo
indifferenti. Poi, dopo aver lanciato un sorriso amaro ma
compiaciuto alla sconosciuta Ofra, aggregatasi al circolo degli
angustiati visitatori del marito, Hana fa accomodare gli ospiti
nel vecchio salotto dove trentadue anni prima il giovane
assistente Rivlin aveva portato una soldatessa da presentare al
suo maestro che, da un’altra stanza, fa giungere ora il tonfo
ovattato di pantofole strascicate.
Il colorito minaccioso della Terra del Fuoco, visto dal
discepolo in ospedale, si è trasformato in una fresca
abbronzatura da vecchio alpinista, e i pantaloni del pigiama
dell’ospedale sono stati sostituiti da un paio sconosciuto di
velluto. Solo la vecchia casacca è rimasta fedele al proprietario
e – punteggiata qua e là da macchie di medicinali – lascia ora
intravedere braccia esili che portano con orgoglio i segni
giallastri degli aghi delle fleboclisi. Tedeschi cammina adagio,
ignora il vecchio studente e si dirige verso Haghit che lo
abbraccia con calore, lo bacia sulle guance e gli porge dei
fiori. Poi si inchina lievemente davanti all’ospite misteriosa e
domanda con ironia commossa:
– A cosa devo l’onore di una visita di sua eccellenza il
giudice?
– Una visita anche a te, Carlo... Non solo a te... – decide di
precisare Rivlin.
– Perché, Carlo? – sorride Haghit. – Non meriti che ti si
venga a trovare?
Il professore di Gerusalemme si stringe nelle spalle, davvero
perplesso. Poi si accascia nella grande poltrona che sprofonda
un poco sotto il suo peso mentre la moglie lo osserva con
severità, timorosa che si lasci contagiare dagli altri nel
sottovalutare le proprie malattie e passi a parlare d’altro.
– Noto un netto miglioramento rispetto alla settimana
scorsa, – Rivlin si rivolge a Hana, aggiungendo con aperto
sarcasmo: – Probabilmente a Carlo non va di rinunciare al
convegno al centro Dayan a fine mese.
Tedeschi accarezza con uno sguardo compiaciuto le due
donne condotte a lui dall’ex allievo, fa un gesto di noncuranza
riguardo al convegno di Tel Aviv e prende a tossire convulso,
facendo rotolare il catarro in petto al punto da spaventare
Ofra e spingerla a rannicchiarsi in un angolo della sala. Poi,
ancora senza guardare Rivlin, il vecchio professore strizza
l’occhio alle sorelle.
– Cos’ha di tanto importante questo convegno a Tel Aviv?
Dirai forse qualcosa di nuovo?
– No, – taglia corto Rivlin, tetro, – non ho niente di nuovo
da dire.
– Tutto questo raduno ha l’unico scopo di creare un po’
d’effetto. Ho già informato gli organizzatori che solo se mi
sentirò davvero bene farò un salto per rivelare qualche piccola
novità... – chiude gli occhi con modestia.
– Terrai una conferenza? – Rivlin ha il cuore pesante e
lancia un’occhiata corrucciata alla moglie che ha insistito a
fare questa visita. Vedi? te l’avevo detto! Che bisogno c’era di
venire se è tutta una finta?
– Macché conferenza! – sbotta Hana, la sentinella della
malattia, senza guardare il malato. – Carlo si illude che tra
due settimane potrà già essere in piedi. Nessun convegno. Si
farà ricoverare di nuovo per delle analisi.
– È pura follia... – mormora Tedeschi scrutando dapprima la
moglie, piú giovane di lui di quindici anni, e poi, con
compassione, il discepolo, il professore di Haifa. – Che ti
succede? Sei ancora bloccato? Non riuscirai a produrre
qualcosa di piccante per il convegno? Qualcosa sulla tua
pazza Algeria che ci renda felici?
– Non ho niente di piccante, – proclama Rivlin innervosito,
– mi conosci bene. Non sono il tipo che interviene ai
convegni solo per dare prova della propria esistenza. Se non
ho niente di interessante da dire, me ne sto zitto.
Tedeschi chiude gli occhi e annuisce in un segno poco
chiaro di approvazione.
– Ma lavori su questo argomento da cosí tanti anni, – si
intromette la padrona di casa, preoccupata non tanto per il
convegno di Tel Aviv quanto per l’articolo per il libro in
onore dei cinquant’anni di carriera del marito, – e non sei
ancora in grado di trarne un articolo?
– Si può sempre essere approssimativi, Hana. Ma proprio tu
che lavori con tanto rigore e traduci al massimo tre o quattro
poesie all’anno puoi capire quanto sia difficile mettere
insieme qualcosa di fondato, in grado di resistere alla prova
del tempo. Non è possibile fare riferimento agli anni
Cinquanta e Sessanta, colmi di speranza e di ideali, e ignorare
ciò che viene distrutto dall’ondata di terrorismo folle e cieco
di oggi. Uno studioso con un minimo di serietà non si
accontenta di vecchi documenti e di articoli di altri
ricercatori, ma va a spulciare nei giornali per creare un
legame tra il passato e il presente e mostrare che ciò che
succede laggiú oggi non è caduto dal cielo, ma ha radici
lontane.
– Non c’è niente da fare, – si intromette Haghit sorridendo
con garbo e accavallando le gambe davanti al vecchio docente
che respira con affanno ma ascolta con interesse. –
Quest’uomo è convinto che ogni cosa deve avere una causa
logica e razionale, altrimenti non riesce a dormire la notte.
– Caffè o tè? – domanda la signora Tedeschi, delusa.
Le due sorelle preferiscono il tè. L’aspetto trascurato della
casa e lo stato del rivestimento del divano e delle poltrone
destano qualche sospetto riguardo alla freschezza del latte in
frigorifero. L’allievo, invece, che conosce quella casa meglio di
loro, non si fida nemmeno della pulizia delle tazze e chiede
un goccio di cognac, nella speranza che l’alcol sterilizzi il
bicchiere.
– Ha ragione... – Tedeschi agita il dito in un gesto di
minaccia, o forse di elogio, quasi a dire, Non per niente a
volte penso a te come al mio erede. – Non si può scrivere del
passato come se non esistesse il presente. Occorre trovare le
tracce nascoste della malattia anche quando questa non è
palese. Nella ricerca storica, come nel tumore alla prostata,
bisogna eseguire delle analisi del sangue, il dosaggio del p.s.a.,
per rinvenire gli antigeni che rivelano la presenza del tumore
annidato in un organo grande quanto una castagna prima che
le metastasi si diffondano e corrodano le ossa. Cosí, anche per
prevenire l’infarto, bisogna misurare non solo un tipo di
colesterolo ma due, quello utile e quello dannoso, per vedere
come si alleano per ostruire le coronarie. Sono tracce labili,
rinvenibili talvolta in espressioni linguistiche nuove, in
metafore strane utilizzate solo da scrittori e poeti. Anche se
bisogna stare attenti agli squilibrati, ai piagnucoloni e agli
afflitti.
Rivlin incassa la testa nelle spalle. Conosce bene le nuove
teorie circa il potere della letteratura e dell’arte di prevedere
processi sociali. Ma quando qualcuno cerca di basare
un’intera ricerca esclusivamente su poesie e racconti, senza il
solido apporto di protocolli di sedute o di discorsi di leader, o
anche di delibere e di ordinanze di istituzioni locali, il
risultato è talmente ambiguo e aleatorio da rendere difficile
persino un giudizio in merito.
– Yohi ora non sarebbe in grado di leggere nemmeno un
romanzo, – proclama Haghit, – la vita è troppo turbolenta per
lui.
È evidente che lei trova quella visita al malato immaginario
tanto piacevole e divertente da non rifiutare, a differenza della
sorella, una fetta di torta grigiastra offertale dalla padrona di
casa. La addenta con educazione e la elogia, addirittura. Ma
Hana, consapevole della qualità scadente dei suoi sforzi
culinari, ignora quelle lodi ipocrite e si rivolge di nuovo
spazientita al discepolo riluttante.
– Non riesci nemmeno a leggere poesie o racconti brevi?
– Solo quelle che traduci tu, – replica lui con affetto alla
donna irrequieta, dall’espressione severa, i cui occhi azzurri
dietro le lenti spesse degli occhiali gli ricordano la studentessa
spregiudicata con cui aveva studiato negli anni Sessanta.
Per farle piacere le declama di nuovo, questa volta in arabo,
il discorso dell’iracheno al Hajaj.
– Ma che diranno tutti i paladini del conformismo, –
prosegue poi, – se porterò come spiegazione degli omicidi e
del terrorismo odierno poesie meravigliose scritte
millecinquecento anni fa?
– Allora scegli liriche piú moderne. Racconti davvero
recenti, – suggerisce Tedeschi come un fruttivendolo dietro a
una bancarella. – Ascolta, Rivlin, abbiamo qualcosa di nuovo
e di autentico per te. Raccontaglielo, Hana, del tuo amico...
quel poveretto che è rimasto ucciso...
14.
E di nuovo, come durante la visita in ospedale, i Tedeschi gli
sbattono in faccia una tragedia nuova e inattesa, quasi
avessero bisogno della presenza costante della morte. Questa
volta si tratta di un ricercatore giovane e sconosciuto del
dipartimento di Lingua e letteratura araba di Gerusalemme,
interessato alla letteratura popolare dei paesi maghrebini –
forse da un punto di vista letterario, oppure sociologico e
antropologico –, che aveva stretto amicizia con la traduttrice
della poesia degli antichi. Lei lo aveva aiutato a decifrare le
allusioni sottili celate tra le pieghe della letteratura araba
moderna e lui, osservante esperto dell’interpretazione
anagogica delle scritture, l’aveva ricompensata con raffinate
espressioni ebraiche tratte da testi sacri, che si prestavano alla
traduzione di poesie antiche. La loro collaborazione era stata
tanto proficua nel corso dell’ultimo anno che avevano
considerato la pubblicazione congiunta di una traduzione di
liriche arabe: nuove a fianco di antiche. All’improvviso, però,
lui era rimasto ucciso.
– Ucciso?
– Nell’esplosione di un autobus vicino a Pisgat Ze’ev.
– È la prima volta che sento di un accademico rimasto
vittima di un attentato.
– Non solo era un accademico, – ribatte Tedeschi con
rabbia, – ma anche uno studioso coi fiocchi che lavorava
giorno e notte per penetrare nelle profondità dell’anima degli
arabi, finché una bella mattina quelli sono venuti e si sono
presi la sua, di anima, senza battere ciglio.
– Non sono gli stessi arabi, – protesta Rivlin.
– Sono gli stessi, sono gli stessi, – proclama con amarezza la
padrona di casa, che di solito si astiene dal manifestare
opinioni politiche. – Non essere ingenuo, Yohanan. Chi fruga
continuamente come me nella poesia degli antichi riconosce
la radice comune a tutti gli arabi.
– Come le permetti di esprimersi in questo modo? – Rivlin
rimprovera il maestro.
– Lasciala stare, – gli ingiunge lui. – Lei voleva bene a quel
ragazzo, e a ragione. Era davvero straordinario; di quelli che
lavorano con rigore e modestia per rimuovere gli ostacoli
sulla strada di noi tutti, che spianano nuovi sentieri e
correggono vecchi errori. Senza clamore né scandali.
– È stato terribile, – racconta la padrona di casa alle due
ospiti. – Gli hanno ritrovato nella cartella giornali arabi
originali e riviste rare macchiate del suo sangue. Ho pianto
quando sua moglie me li ha mostrati. Proprio io, che anche
nei momenti piú duri della malattia di Carlo sono forte e non
verso una lacrima. Che perdita per il mondo accademico! E
quante gliene hanno fatte passare quei farabutti della facoltà
prima di dargli una cattedra.
– Ma come mai ha preso l’autobus? Non aveva
un’automobile?
– Macché automobile! Quel ragazzo investiva tutte le sue
energie nello studio e si manteneva a stento. Se non fosse
stato per Carlo, che era riuscito a procurargli una piccola
borsa di studio un anno fa, si sarebbe ridotto a chiedere aiuto
ai servizi sociali. Avreste dovuto vedere il suo appartamento.
– Come avete detto che si chiamava?
– Yossef Swissa.
– Era osservante?
– Di quelli umani, però. Con una kippah nera, delicata.
– Negli ultimi tempi c’è qualche infiltrazione di osservanti
sefarditi nella nostra professione.
– In che senso «infiltrazione»?
– Intendevo dire «interessamento», – si corregge Rivlin,
facendo segno alla moglie che la visita è terminata. Ma lei
ignora quei cenni e accetta una seconda tazza di tè, per lavar
via il sapore scipito del dolce.
– Allora che ne pensi? – domanda a Rivlin la padrona di
casa che appare esausta, spossata già a quell’ora mattutina,
come se in lei facesse capolino la prima moglie di Tedeschi.
– Che ne penso di che?
– Magari potresti dare un’occhiata al materiale raccolto da
quel poveretto. Giornali e riviste. Chissà, forse troverai
qualcosa sull’Algeria che attizzerà in te una scintilla nuova,
ispirandoti per la tua ricerca arenata.
– Poesie e racconti? No, quelli non troveranno mai posto
sulla mia scrivania.
– Non sulla tua scrivania, – puntualizza Tedeschi, – accanto
alla tua scrivania. Cosí di tanto in tanto potrai speziare la tua
ricerca e infondervi nuova linfa. Credimi. Il risultato non è
niente male... – Di nuovo strizza l’occhio alle due donne. –
Niente male... A Cambridge hanno accolto bene alcuni miei
esempi di teatro popolare della fine del secolo scorso intesi a
provare la leggerezza con cui i turchi accettavano la
corruzione del regime.
– Ma di certo i racconti di quel ragazzo non sono scritti in
arabo letterario. Saranno infarciti di espressioni locali e
dialettali incomprensibili per me.
– Perché allora non ti fai aiutare da uno studente arabo? Lo
fanno anche altri colleghi che non hanno una padronanza
completa della lingua, – suggerisce la padrona di casa. – Carlo
si tiene sempre a disposizione qualche giovane arabo di
talento che esegua quei lavori per lui.
– Ma anche loro non sempre riescono a capire i fratelli
lontani...
– Se li tratti bene, però, gli concedi la qualifica di assistente e
fai in modo che si sentano motivati, faranno tutto il possibile
per trovare interpretazioni e spiegazioni, magari anche
tramite legami familiari. Prendi il materiale letterario raccolto
da quel poveretto e dàgli un’occhiata. Altrimenti andrà tutto
perso.
– Ma forse nella sua facoltà, – l’ospite è deciso a respingere
la proposta, – c’è qualcuno interessato a portare avanti il suo
lavoro, a pubblicare qualcosa... Non voglio intromettermi in
qualcosa che non mi appartiene...
– Nessuno si interessa a materiale popolare come quello, –
Hana continua a demolire meticolosamente la resistenza di
Rivlin, – non lo reputano all’altezza. Preferiscono occuparsi
dell’egiziano cieco che ha ricevuto il Nobel.
– Sordo...
– Sordo, cieco. Che importa? Nessuno aveva il talento di
Yossef Swissa nel cavare oro da un materiale tanto modesto...
– Non stare a sprecare parole, – la esorta il marito, – telefona
alla moglie e dille di tenersi pronta. Yohanan adesso farà un
salto da lei e prenderà i giornali. È sommersa da tutte le carte
che lui ha lasciato e disperata com’è sarebbe capace di buttar
via tutto.
– Ma è sabato...
– Che ti importa se è sabato? Anche a sua moglie non gliene
importa piú. Era lui, il religioso. Ascolta, Yohanan. Da’ retta
al tuo insegnante in punto di morte. Non tentennare. Lo sai
che io, nonostante tutte le critiche e le punzecchiature, in fin
dei conti sono un tuo fedele alleato. Credimi, non rinunciare
a dare un’occhiata a quel materiale. E non pensare che te lo
dica solo per sollecitare l’articolo per il mio libro. Al diavolo il
libro. Mi fa solo star male. Telefonale, Hana. Visto che sei
arrivato fino a Gerusalemme, fa’ qualcosa di utile anche per
te...
Di colpo Rivlin avverte il calore che lo circondava quando
sedeva per ore in quella stanza durante i giorni lontani del
suo dottorato, sotto la guida pignola, ma anche paziente, del
devoto maestro che riponeva in lui molte speranze. Dalla
cucina giungevano gli aromi delle pietanze della sua prima
moglie, e dal loro gusto era già possibile intuire i primi segni
della sua follia. Ora rivolge uno sguardo interrogativo alla
moglie e alla cognata.
– Che hai da perdere? – Haghit spalanca le braccia in un
gesto affettuoso e tranquillizzante. E persino Ofra, sempre
attenta a non intromettersi in faccende che non la
riguardano, annuisce piano.
15.
Dalla mattina la zia è in attesa sotto il carrubo della casa di
riposo, distante cento metri dalla sua vecchia abitazione nel
quartiere di Beit Hakerem che lei aveva lasciato venticinque
anni prima per peregrinare tra istituti per malati di mente;
forse perché veramente squilibrata, oppure per autopunirsi
con una follia profonda, colma di allucinazioni, pirandelliana,
altalenante fra l’autocontrollo e l’alienazione assoluta,
resistente a infiniti elettroshock e medicinali. La sorella
maggiore, che aveva seguito il decorso di quella malattia con
ansia, morendo aveva lasciato l’inferma alle cure premurose
delle due figlie. La maggiore non dimenticava mai di
interessarsi della salute della zia da tutti i paesi lontani in cui
scorrazzava. L’altra, piú giovane e allegra, si faceva scrupolo
di telefonarle regolarmente e di farle visita una volta al mese –
malgrado tutte le sue occupazioni e i suoi impegni –, e di
ascoltare con un sorriso educato le bizzarrie vecchie e nuove
della donna, ripetendo però anche con insistenza e fermezza
ciò che nessuno aveva mai osato dire alla vecchia: che tutto è
permesso nella follia, fuorché la negazione dell’amore.
Quindi, se davvero la zia malata amava le nipoti, doveva
concedere loro anche la felicità del ricordo completando e
raccontando tutto ciò che avevano dimenticato, o non
avevano fatto in tempo a sapere, dei genitori morti.
Cosí, negli ultimi anni, erano cominciati a spuntare dalla
malattia e dalla malinconia diamanti nascosti, levigati nel
corso di giorni bui: sprazzi di lucidità e di chiarezza, una
capacità di ricordo profonda, straordinaria, e una curiosità
nuova. Il primo segnale di ripresa era stato il tono ironico, ma
affettuoso, con cui la vecchia zia si rivolgeva a Rivlin, fedele
accompagnatore della moglie e autista devoto che durante le
visite sedeva accanto al cancello all’ombra degli alberi
evitando malati che volevano stringere amicizia con lui,
leggendo un vecchio giornale e attendendo l’ora fissata per
strappare la moglie, con dolcezza ma con determinazione,
dalle mani della malata. Durante i primi anni la zia era
rimasta terrorizzata dalla sua comparsa, tanto da costringere
il professore ad allontanarsi subito dalla sua camera. Un poco
alla volta, però, quel terrore si era trasformato in calma
accettazione e poi in sottile insofferenza, mascherata sulle
prime e infine esternata anche davanti a lui. Haghit, che
vedeva un segnale incoraggiante e di buon auspicio nella
nuova disposizione della zia verso il marito, le raccontava
spesso ciò che lui faceva, le riferiva i suoi stati d’animo e
persino le sue ansie e lo trasformava in una fonte
d’ispirazione per il sarcasmo della vecchia, in una sorta di
esca efficace che stimolava la sua nuova vena umoristica,
quasi che Rivlin fosse il filo sottile del bozzolo oscuro da cui
poteva sortire la farfalla della ragione.
A poco a poco, dopo infiniti anni in cui la zia non aveva
saputo cosa avveniva nella sua anima, si era come risvegliata,
e all’antica fortezza in cui si era rinchiusa si era sostituita una
grande curiosità. Con spirito nuovo aveva cominciato a
seguire i dettagli piccoli e grandi della vita di parenti e amici,
ad ascoltare e a collegare le vicende, a incrociarle e a
verificarle, tanto che talvolta pareva che lei sapesse meglio di
Rivlin non solo cosa accadeva fra le mura del tribunale ma
persino cosa faceva il figlio ufficiale nelle viscere della
montagna. Quindi, quando verso mezzogiorno Rivlin
conduce le sorelle alla piccola casa di riposo di Gerusalemme,
e già da lontano scorge la chioma candida della zia sotto il
grande carrubo, cede alle insistenze della moglie di trattenersi
anche solo per un istante, per permettere alla vecchia di
alleviare la sua grande commozione con una battuta a sue
spese. La donna è già ritta da tempo accanto al tavolo portato
fuori dalla sala da pranzo e imbandito per quattro in onore di
questa visita rara, si appoggia al bastone ed è ansiosa di
vedere le nipoti. Stringe Ofra tra le braccia, prende dalle mani
della sorridente Haghit una tavoletta di cioccolato e nota, con
la sua vista acuta, che Rivlin ha intenzione di sgattaiolare via.
– Scappi già?
Lui unisce le mani in un gesto indiano di pace e di
benedizione.
– Oggi sono davvero superfluo. Hai un’ospite speciale, rara,
e sarebbe un peccato sprecare anche un minuto del tempo che
vorrai dedicare a lei.
L’anziana donna sorride in segno di triste approvazione.
Come un potente computer scandaglia il file delle ultime
attività del docente e domanda con voce profonda, umana:
– Com’è andato il matrimonio della tua studentessa araba,
Smadar?
– Samaher...
– Giusto, Samaher. Anche alle sue nozze hai sofferto cosí
tanto?
Rivlin lancia uno sguardo di rimprovero alla moglie,
disposta a confidare alla zia le sue debolezze solo per
rinfrancarle lo spirito.
– Un po’ meno... – arrossisce con imbarazzo.
– Per gli arabi non prova invidia, – dice Haghit.
– Per il momento... – aggiunge lui con un filo di voce.
16.
Non ha trovato facilmente la casa a Pisgat Ze’ev. La sua
conoscenza di Gerusalemme si è conclusa alla fine della
Guerra dei sei giorni, prima che la fame dei vincitori li
spingesse fino ad Atarot e a Nevé Ya’akov generando, in una
frenesia ossessiva, una serie di nuovi sobborghi. Le case sono
di recente costruzione eppure le vie sono tortuose e
aggrovigliate, e una parte dei numeri civici sono stati
assegnati secondo l’estro di un poeta e non secondo la logica
di un romanziere. Per un istante Rivlin è tentato dal lasciar
perdere, dal rinunciare a tutta questa storia, che gli pare senza
scopo. Forse farebbe meglio a incontrare qualche collega per
fiutare cosa bolle nella pentola dell’ateneo di Gerusalemme.
Ma poiché il pranzo imposto dalla zia alle nipoti gli ha
concesso una libertà inattesa, come durante la sua precedente
visita in città, decide di seguire il consiglio del maestro e di
dare un’occhiata al materiale del grande studioso. Magari
qualcosa della sua genialità si è serbato tra le carte e i
documenti.
Non si tratta di un’altra visita di condoglianze. Il periodo del
lutto è trascorso da tempo e il defunto era uno sconosciuto
per Rivlin, anche se forse, cosí spera, non era vero il
contrario. Non ci sarà dunque bisogno di perdere tempo in
inutili frasi di circostanza, o di ascoltare descrizioni
dettagliate della morte. Il professore si presenterà brevemente
e aspetterà accanto alla porta i giornali e le riviste che di certo
verranno consegnati con gioia a una persona competente e
illustre che con sguardo esperto riconoscerà un’intenzione
troncata, e forse potrà persino farla rivivere.
Giunto al pianerottolo del terzo piano, Rivlin scorge al di là
del vetro polveroso della finestra quello stesso deserto di
Giuda ammirato dieci giorni prima dalla pensione di Talpiot,
privo ora però dello scintillio lontano del Mar Morto. Non
fidandosi dell’opinione di Tedeschi, che la morte esenti la
vedova dalle proibizioni del sabato, decide di non suonare il
campanello vicino alla targhetta con il nome del defunto, e si
limita a bussare lievemente alla porta.
La decisione si rivela azzeccata, perché la porta viene aperta
dal padre del defunto, un lugubre osservante, basso, con un
cappello in testa e una barba rada, probabilmente residuo del
periodo di lutto. Un libro di preghiere e un sacchetto con la
tallith, lo scialle per la preghiera, sono posati sul tavolo da
pranzo a testimonianza che il signor Swissa è da poco tornato
dalla sinagoga per rinsaldare, in assenza del figlio morto, la
santità del sabato che si dissolve a ogni giro di lavatrice. Rivlin
si presenta non solo con il proprio nome ma anche con il
titolo, per infondere validità a una visita della quale ancora
non si sente convinto, e quando aggiunge qualche parola di
scusa e di condoglianze per il morto che non conosceva, il
padre annuisce tristemente e va ad aprire la porta della
camera da letto da cui sbuca un piccolo orfano a sederino
scoperto, sfrenato, scatenato, con le natiche segnate dal
vasino su cui era seduto, e che senza vergogna o esitazione si
lancia sull’ospite: forse per picchiarlo oppure per chiedergli
protezione e affetto. La giovane vedova che lo sta rincorrendo
è scarmigliata, scalza, indossa dei pantaloncini corti e tiene in
braccio un neonato nudo, a riprova del fatto che la morte
tragica del marito non solo l’ha liberata dagli obblighi della
religione, ma probabilmente anche da quelli della buona
educazione; quasi che lo spirito selvaggio del terrorista
suicida si fosse trasfuso nei parenti delle sue vittime.
Non c’è dunque da stupirsi che il suocero con il cappello in
testa arrivi puntualmente dopo la preghiera mattutina a
proteggere la casa dallo spirito maligno che vi serpeggia.
– Professor Rivlin... – si presenta, avanzando con grande
commozione verso la giovane donna e accarezzando la pelle
nuda del neonato aggrappato al suo collo. – La dottoressa
Hana Tedeschi le ha telefonato...
– Sí, le ho preparato il pacco. Ma venga in camera da letto a
dare un’occhiata, forse c’è qualcos’altro che la può
interessare...
Rivlin arrossisce, come se la donna cercasse di trascinarlo
nella Terra del Fuoco. Lui la segue mentre il piccolo senza
mutande li supera, li precede, e il padre chiude la fila. La
donna depone il neonato tra le coperte del grande letto
perché vi si infili e le scompigli e indica all’ospite una
scrivania non grande, incuneata fra il letto e l’armadio,
traboccante di carte, fascicoli e libri, come se il lavoro di
ricerca fosse stato interrotto da poco e non due mesi prima.
Lo schermo del computer e la tastiera sono ancora al loro
posto, ma il computer è sparito. Qualcuno, un assistente
arabo della facoltà, lo ha preso per vedere cos’era possibile
salvare, racconta la giovane vedova nei cui occhi belli e grandi
balena una domanda silenziosa: ho fatto bene a consegnarlo a
un semplice assistente? E arabo per giunta?
– Faranno carriera sul suo sangue, – mormora il padre con
odio infinito e usando il plurale, particolare che produce un
fremito nell’ospite, timoroso di essere incluso anche lui nella
schiera di avvoltoi venuti a beccare le spoglie del figlio.
– Che facciano pure carriera... Che t’importa? Tanto di
guadagnato per loro, – lo rimprovera la giovane donna
palesemente innervosita dalla presenza di quell’uomo col
cappello che la segue ovunque.
– Quanti anni aveva suo figlio? – Rivlin si rivolge al padre
con indulgenza.
– Trentatre. L’età di colui che è morto in croce. Ma mio
figlio, sia benedetta la sua memoria, era buono e giusto...
È strano e sorprendente che quest’uomo appena tornato
dalla sinagoga scelga di parlare di Gesú Cristo...
Rivlin decide di chiarire la situazione.
– Sappiate che io non mi occupo della stessa disciplina di cui
si occupava lui... Il mio campo non è la letteratura o la poesia
araba, ma la storia... Perciò non so nemmeno se questo
materiale che il professor Tedeschi e sua moglie mi hanno
consigliato di esaminare sia legato alle mie ricerche. Lo
prenderò per una settimana o due e se troverò qualcosa di
interessante farò delle fotocopie. Prometto comunque che
restituirò tutto al piú presto...
Ma il pensiero che il grosso pacco di giornali torni da lei
rattrista la vedova.
– No, non ce n’è bisogno... Non c’è posto qui... Lo consegni
direttamente alla biblioteca...
– Il cervello gli è scoppiato e ci si è spappolato sopra... –
strilla con foga il piccolo senza mutande infilatosi tra loro con
la manina tesa a toccare il pacco di giornali e riviste avvolte in
una carta marrone e legate da una corda ruvida.
Il nonno cerca di acchiapparlo per farlo stare zitto ma il
bimbo gli sfugge e salta sul letto, alla ricerca del fratellino
nudo sparito tra le coperte.
Con cautela Rivlin solleva il pacco, attento a non domandare
se le pagine macchiate sono state eliminate o se lo attendono
sotto l’involucro. Prima di andarsene, però, non resiste dal
domandare alla donna di vedere una fotografia del defunto. E
lei si affretta a portarne non una, ma parecchie, perché
ciascuna rivela un uomo diverso.
17.
Sembrava che la vedova fosse sul punto di accompagnare
l’ospite fino all’automobile con i suoi abiti succinti per
allontanarsi un po’ da quella casa, se non fosse stato per
l’arrivo della nonna – bassa di statura come il marito e con un
cappello in testa come lui, per quanto colorato –, giunta a
ricomporre i frammenti di quel sabato in rovina e a portare ai
suoi assediati del cibo in una grossa pentola. Rivlin ringrazia
di nuovo tutti e promette di mantenere i contatti. Poi
raggiunge l’automobile e infila il pacco nelle profondità del
bagagliaio cogliendo l’occasione per far posto anche alla
valigia del cognato, sebbene sappia che non sarà grande. Per
un istante è tentato dal levare l’involucro dai giornali per
gettarvi un’occhiata, poi rinuncia.
Di nuovo, come dieci giorni prima, ha a sua disposizione del
tempo libero per girare la città – e questa volta senza sensi di
colpa. Tuttavia, prima di prendere a vagare nel mezzogiorno
di un sabato noioso fra quartieri di ultraortodossi e di
musulmani alla ricerca di un ristorante accogliente, scende
lungo una strada a tornanti intitolata a uno degli illustri
sefarditi di Gerusalemme con l’idea di paragonare il
panorama del deserto di Giuda visibile nella parte
settentrionale della città a quello della sua parte meridionale.
Lí, però, non solo non si intravede lo scorcio celeste del mare,
ma il nobile colore giallo visto quel giorno dal giardino della
pensione appare torbido e triste, forse per la presenza di un
grosso villaggio arabo che, con tettoie e tende nere
disseminate sulle colline, lotta per non essere fagocitato dalla
Gerusalemme ebrea.
Un sentiero tra due case scende lungo la collina e lo invita
ad andare a controllare se sia possibile cogliere comunque
uno squarcio del mare incastonato nel deserto che, durante la
sua infanzia in città, gli infiammava la fantasia come possibile
antitesi al Mediterraneo, oggetto del desiderio durante le
vacanze estive. Ma sopra le colline lontane fluttuano nubi
grigiastre: fosche cortine che velano l’orizzonte. Rivlin alza gli
occhi verso il terzo piano, verso la finestra del piccolo
appartamento, cercando di ricostruire la direzione dello
sguardo dello studioso scomparso seduto alla scrivania
incuneata nella camera da letto. Quello sguardo non perdeva
tempo a seguire le mosse di un’anziana sconosciuta ma
coglieva il cambiamento della luce e della direzione del vento
nel deserto, il brusio quotidiano degli arabi, cittadini di
Gerusalemme loro malgrado, occupati a camminare tra le
loro case e ad accendere il fuoco all’interno delle tende nere. È
giusto che sia cosí per chi si interroga sulla poesia della loro
anima per scoprire, come dice Efraym Akry, cosa aspettarsi
da loro e in cosa non riporre speranze. Di nuovo Rivlin è
tentato dal rovistare nel pacco di giornali nel bagagliaio,
poiché sa che non ci sono molte probabilità che il cognato-
amico, in arrivo quel giorno, si trasferisca con la moglie in un
albergo e gli restituisca lo studio per permettergli di
controllare se quel pacco contenga «una scintilla ispiratrice».
Fino a quel momento si è sforzato di evitare ogni lamentela
per aver dovuto abbandonare il proprio studio, mostrandosi
estremamente tollerante verso l’ospite gentile e delicata. E lo
ha fatto per calmare non solo l’ansia costante della moglie nei
confronti della qualità della propria ospitalità, ma anche la
propria coscienza per la libertà clandestina che si è preso e
che ora intende concedersi di nuovo.
18.
Questa volta infatti non ha nessun motivo di andare alla
pensione, e quindi non solo dovrà farsi coraggio ma anche
trovare un pretesto originale per non essere considerato
assillante e non umiliarsi in una nuova visita che sua moglie
interpreterebbe come un aperto e dichiarato atto di ostilità
nei suoi confronti. Ma riuscirà a vedere Galia? Chi gli
garantisce che a mezzogiorno di un sabato sonnacchioso e
spento troverà la ex nuora nella pensione dove ora fa il suo
ingresso?
La visita di dieci giorni prima e la conversazione
commovente avuta nel gazebo accanto alla piscina sono stati
sufficienti a renderlo familiare all’impiegato della reception
che lo osserva con simpatia, come se fosse un ospite in grado
di badare a sé. E nonostante Rivlin ricordi bene la strada per
arrivare all’appartamento della famiglia, teme che la sua
apparizione improvvisa possa venire interpretata come
un’incomprensibile manifestazione di nostalgia, forse persino
maniacale, nei confronti del morto, e non come la volontà
decisa di guarire una vecchia ferita.
Si dirige quindi verso la sala da pranzo, gremita di gente, e
malgrado non sia certo di trovarvi Galia non si affretta ad
andarsene, ma prende un vassoio e si unisce alla fila dei
clienti davanti ai carrelli col cibo che stordisce un po’ i sensi.
Se non ci sarà un incontro almeno si godrà un pasto dal
sapore di giorni lontani e felici. E come durante la visita
precedente, si accorge, dalla conversazione animata e
chiassosa, di essere di nuovo circondato da un gruppo
organizzato di pellegrini «tutto compreso».
Allora per un po’ sarò anch’io un pellegrino, dice Rivlin a se
stesso, posando un vassoio stracolmo su un tavolo al quale è
seduta una coppia di americani anziani e giganteschi che
accolgono l’israeliano con affabilità e cercano di intavolare
una conversazione. Lui risponde di buon grado, si presenta
con il proprio titolo accademico e per ingraziarsi il loro
sionismo straniero proclama con fierezza che la sua famiglia
vive a Gerusalemme da parecchie generazioni. Si interessa poi
al programma della gita, per sapere con certezza cosa
comprende, e quando la coppia elogia l’albergo lui racconta
del matrimonio di Ofer con la figlia del proprietario, senza
risparmiare loro la triste conclusione. E l’istintivo spirito di
carità dei due pellegrini interpreta la sua visita, e persino il
suo pranzo, come un atto di fede religiosa, per quanto di
natura privata.
Ma un giovane cameriere arabo, giunto a togliere i piatti,
nutre dei sospetti nei confronti di quel pellegrino israeliano, e
con grande delicatezza gli domanda le sue generalità. Poiché,
però, un semplice cameriere non è autorizzato a prendersi la
responsabilità di un pasto gratuito, per quanto convinto che
sia stato consumato in buona fede, chiama il maître affinché
emetta un verdetto. E questi non è altri che il vecchio
cameriere Fuad, che ha riconosciuto Rivlin durante la visita di
condoglianze, incoraggiandolo a scrivere qualche parola nel
quaderno degli ospiti. Ora gli si rivolge per nome. – Che
problema c’è? – dice rimproverando il giovane cameriere, – il
signore è un membro della famiglia. Se vuole, può mangiarsi
l’intero buffet senza pagare –. E mentre il ragazzo arrossisce
imbarazzato, Rivlin ride e puntualizza: – Ero un membro
della famiglia –. Ma Fuad, in servizio nella pensione da molti
anni, liquida con un gesto deciso della mano quella
precisazione inutile perché, si sa, da una famiglia non ci si
divide, ci si unisce soltanto.
– Ha fatto bene, professore, a venire a riposare un po’ da
noi. Questa è la stagione migliore.
Rivlin però non è venuto a riposare. È capitato lí per caso.
Sua moglie e sua cognata stanno pranzando con una zia a Beit
Hakerem e lui, avendo un’oretta libera, ha fatto un giro ed è
capitato lí. Il cuore probabilmente non vuole ancora
rassegnarsi.
– Galia è qui? – sussurra con aria indifferente.
– Non avete terminato la conversazione della scorsa volta?
Rivlin è stupito dall’acuto spirito di osservazione dell’arabo.
– Se non bado io a cosa succede qui, chi lo farà mai? –
sospira Fuad con orgoglio. – Dei tre figli dei signori Hendel
mi sono occupato piú che altro della piccola. Lui, che riposi in
pace, poveretto, e sua moglie, andavano ogni settimana a Tel
Aviv, a divertirsi, e la lasciavano in custodia a me. Se Galia era
triste la portavo a casa mia, ad Abu Gosh, perché giocasse con
i figli di mio fratello finché si tranquillizzava ed era felice di
tornare. Mi creda, non c’è nessuno qui che la conosce meglio
di me. È una ragazza intelligente, ma a volte è lunatica e
molto testarda. Di tanto in tanto, quando avevo tempo, fra un
pasto e l’altro, la portavo a fare una passeggiata nel quartiere e
le compravo un gelato o un dolce, o magari un falafel. Le
piaceva molto mangiare fuori. Per lei era un diversivo. Ora
reagisce alla morte del signor Hendel peggio di tutti. Forse
persino peggio della signora, e di sicuro peggio di sua sorella.
Anche dopo la vostra conversazione della settimana scorsa,
era confusa e triste. Perché se n’è andato all’improvviso?
Aveva fretta di arrivare da qualche parte?
– Sí, all’aeroporto. Anche oggi ci devo andare.
– Voi ebrei correte sempre all’aeroporto, siete molto
irrequieti. Non fate che arrivare e partire. Alla fine vi
ammalerete.
– A dire il vero io sono già malato, – sussurra l’ospite con un
sorriso, accompagnando con lo sguardo, oltre la grande
finestra, il fluttuare lento e nobile di una bella nuvola bianca.
Il suo cuore prova una stretta dolorosa al pensiero della dolce
malattia nata in quel luogo dieci giorni prima. Non riesce a
frenarsi, china la testa e mormora all’uomo ritto davanti a lui
in abito nero e papillon: – Sono molto malato.
Il vecchio cameriere scruta Rivlin con diffidenza profonda.
– Ma come malato, professore? Non è vero.
– Perché dici cosí? È vero.
– È quello che ha raccontato a Galia la settimana scorsa?
– Anche questo.
– Mish ma’ul, ya ‘eyni.
– Lesh la? Ma’ul jiddan.
– Ma tza‘lnish ‘alfadi, kulna minhibbak ktir hon.
– Shu ni‘mal? Hada min Allah.
– Shu Allah? Ma lak wma lallah? Ma tistahbilnish 2.
I due anziani pellegrini ascoltano in silenzio la
conversazione che ha mutato d’un tratto lingua. Poi si alzano
simultaneamente come due elefanti bianchi ai quali è stato
sussurrato un comando sommesso, e salutano timidamente i
locali.
– Dov’è Galia ora?
– Forse è andata da sua madre.
– Con suo marito?
– Certo, con suo marito.
– Me la potresti portare? Bass hiyyi. Bissirr 3.
– ‘Ala rasi 4.
19.
Non è solo per via del pianto e del dolore, conclude Rivlin
fra sé con una punta di gioia alla vista dell’ex nuora che
spunta titubante, ancora vestita di nero, dalla porta laterale.
Ha davvero perso un po’ della sua bellezza. E il modo in cui si
è tagliata i capelli dall’incontro precedente l’ha resa ancora
piú brutta. Rivlin si dirige verso di lei in un angolo in
penombra della sala da pranzo, una sorta di piccola nicchia in
cui il padrone della pensione era solito isolarsi davanti a un
grande specchio, osservando il fumo che saliva dalle sigarette,
micidiale per il respiro della moglie.
Chiunque, anche un conoscente lontano o un estraneo, un
rivale o una persona odiata, ha diritto di presentarsi durante i
sette giorni di lutto per esprimere il proprio cordoglio ai
familiari del defunto. Ma l’insistenza dell’ex suocero a
incontrarsi ancora una volta con lei confonde la giovane
donna, che osserva il viso di Rivlin con un misto di pietà e
timore, lasciandosi scivolare nella poltrona accanto alla sua.
– Ofer mi ha scritto una lettera, – lo informa subito,
aggrappandosi al figlio per mantenere le distanze dal padre,
venuto di nuovo a frugare nella sua vita.
Un tremito di felicità scuote il cuore dell’ospite.
– Una lettera brevissima. Sgradevole, – aggiunge Galia, –
malvagia, a essere sinceri. Non si confortano cosí le persone.
Ma non importa. L’ho presa cosí com’è.
– Hai visto?
– Cosa dovrei vedere?
– Nonostante il tempo passato lui non rinuncia.
– A cosa?
– A sapere. A capire. Come me.
Lei scuote la testa dai capelli corti in un gesto irritato di
diniego.
– Ma che dici? Non c’era niente del genere nella lettera. E
poi te l’ho già detto, lui sa e capisce tutto quello che c’è da
sapere e da capire.
Il tono deciso e perentorio fa vacillare la sicurezza di Rivlin,
che tende la mano in un gesto paterno verso il braccio della
ragazza, senza però toccarlo.
Nello specchio davanti a sé scorge Fuad che transita molto
lentamente nella sala da pranzo ormai vuota, lancia uno
sguardo all’angolo in penombra, poi esce.
– Ascoltami bene, Galia. Se solo mi illudessi che Ofer ha
capito e si è rassegnato a questo divorzio pensi che mi
umilierei a venire da te?
– Ma perché dici cosí? – obietta la ragazza con foga. –
Perché dovresti sentirti umiliato a venire a trovarmi? La tua
visita precedente, e persino questa, sono toccanti. Tutti noi te
ne siamo grati. Se solo potessi esserti di aiuto in qualche
modo... Ma non risvegliare in me sensi di colpa, non farmi
pesare il tuo rancore. Faccio già abbastanza fatica con quello
che succede a me e alla mia famiglia...
Dietro la tenda spira il vento del deserto, e Rivlin decide di
azzardarsi a guardare la ragazza negli occhi.
– Te l’ho già detto...
– Cosa?
– Non mi resta molto tempo.
– In che senso?
– Te l’ho spiegato.
– Ma di che si tratta?
– A che servono i dettagli? Oltretutto faccio fatica a parlarne.
Non sono venuto a cercare pietà, solo giustizia.
– Che c’entra la giustizia?
Rivlin tace, china la testa. Percepisce la commozione della
giovane donna.
– Ti stai torturando per niente, Yohanan. Che importanza
ha, poi? La gente si sposa e si separa di continuo. Io ho
divorziato da tuo figlio perché non potevamo piú andare
avanti in quel modo. Anzi, ci era impossibile continuare. Va’
a domandarlo a lui. Perché dovrei raccontarti io quello che lui
non ti vuole dire?
– Ofer vorrebbe, ma non può...
Galia tace.
Nello specchio di fronte Rivlin intravede il nuovo marito,
l’uomo con la treccina, che li sbircia dalla sala da pranzo.
– Va bene. Non ti disturberò piú. Ho solo un’ultima
richiesta. Almeno rispondi alla lettera di Ofer.
– Ma lui non vuole una risposta, – negli occhi della ragazza
balena un lampo di trionfo. – Alla fine della lettera mi chiede
di non rispondergli.
– E tu fallo lo stesso, – dice Rivlin infervorandosi contro il
figlio, – scrivigli. Non importa cosa. Dàgli un segno. Perché se
lui ha messo a tacere l’orgoglio e ti ha scritto una lettera di
condoglianze, anche se non ti chiede una risposta, io so che la
vuole. Quindi rispondigli. Scrivigli qualcosa. Due righe. Non
importa cosa. Fallo solo per me. Questo davvero me lo devi.
– Te lo devo? – Galia appare perplessa.
– Sí, per un senso di giustizia morale. Perché fin dal primo
momento in cui sei comparsa in casa nostra ti abbiamo
accolto come una figlia. E se volevi qualcosa, esprimevi un
desiderio, anche non in maniera esplicita, lo esaudivamo
subito. E quando hai chiesto il divorzio abbiamo taciuto. Io e
Haghit. Abbiamo reagito con dignità. Con dignità assoluta.
Galia conferma con un lento cenno del capo. Rivlin,
ammaliato dal termine «dignità», si lascia trasportare dal
vento impetuoso delle sue parole.
– Anche se sei sicura di non dovermi niente, non lasciarmi
brancolare nel buio. In ricordo di tuo padre. Non verrò piú
qui. Te lo prometto. Questa è l’ultima volta. Nemmeno
Haghit sa di questa mia visita e si infurierebbe se sapesse che
ti sto supplicando in questo modo. Promettimi che scriverai a
Ofer. Persino contro la sua volontà.
– Ma cosa dovrei scrivergli? – sussurra lei disperata, come
un’allieva imbarazzata davanti a un insegnante
sconclusionato.
– Qualsiasi cosa. Anzi, convincilo che deve comprendere
perché hai mandato a monte il matrimonio.
Lei valuta con serietà profonda le parole dell’ex suocero, le
soppesa, poi scuote la testa, esitante, ed è impossibile capire se
in segno di assenso o di diniego. Ha gli occhi umidi, come se
trattenesse una vecchia lacrima. E di nuovo, sebbene questa
volta non l’abbia toccata, Rivlin percepisce chiaramente la
gravidanza dell’ex nuora.
Nel grande specchio riappare l’alto marito. E i due
pachidermi messianici dagli occhi cerulei entrano nella sala
da pranzo, fluttuano silenziosi fra i tavoli, e alzano una
tovaglia dopo l’altra come se cercassero qualcosa andato
perduto sotto il tavolo accanto al quale hanno pranzato.
20.
– Non ci credevi, ma tu stessa lo hai visto. Diventa piú
lucida di giorno in giorno. Si è ricordata persino i nomi dei
luoghi in Sudafrica di cui Yoel le ha raccontato tre anni fa.
Ma non è solo una questione di memoria, è anche la capacità
di spiegare le cose, di interpretarle, di collegarle. E hai visto
come ha cercato di divertirci? Ora ha anche acquisito questo
senso dell’umorismo mai avuto prima. Hai visto come parla
di Yohi? Peccato che tu non sia rimasto un po’ con noi. Dove
sei stato per tutto questo tempo? Anche tu avresti apprezzato
la compagnia della zia. Pensa che non si è dimenticata
nemmeno di domandare del tuo lavoro di ricerca. Si ricorda
persino dell’Algeria. All’inizio pensava che si trattasse del
Marocco, poi si è corretta. E quando le ho raccontato delle tue
difficoltà, ha chiesto di riferirti che ti capisce e ti sostiene. Ora
mostra simpatia sincera verso tutti. Peccato che tu non sia
rimasto con noi. Dove sei sparito? E pensare che per anni gli
psichiatri l’hanno trasferita da un istituto all’altro rifiutandosi
di concederci qualche speranza. Non è strano che
ultimamente mi facciano cosí irritare quando si presentano al
banco dei testimoni sciorinando con tanta sicurezza le loro
diagnosi.
– Non fare di ogni erba un fascio.
– Hai ragione. Non si può generalizzare. Ma dopo quello che
ho visto con i miei occhi, posso mostrarmi un po’ piú
diffidente verso quell’ostentazione di competenza e di
professionalità. Capisco che oggigiorno siano tutti ansiosi di
trasformare qualsiasi allucinazione in una scienza, ma almeno
fatelo con umiltà, andate con i piedi di piombo. Dopotutto gli
psichiatri non sono ricercatori che comunicano i risultati di
un’analisi del Dna eseguita in laboratorio. Com’è possibile
sentenziare con tanta leggerezza a proposito di un criminale
qualsiasi: impulso incontrollato, perdita di controllo, psicosi?
– Insomma, – Rivlin accelera in vista della pianura che si
apre dopo l’ultima curva di Shaar HaGay, – che vuoi dire,
Haghit? Che vostra zia ha finto per tutti questi anni?... E tutto
il nostro andirivieni da un istituto all’altro in pratica non era
che una corsa da uno spettacolo teatrale all’altro?
– Non fingeva, non dico questo. Era sempre sofferenza
autentica. Non reputandosi degna dell’amore che la mamma
e noi tutti le dimostravamo, si autopuniva con un’angoscia
esasperata. Non immaginava che anche noi avessimo bisogno
del suo amore.
– Lo sai, Ofra, qual è stato il suo primo segno di lucidità?
Ofra scuote la testa. Ha sentito quella storia un’infinità di
volte, ma è sempre disposta a riascoltarla.
La strada da Gerusalemme all’aeroporto è semideserta nel
pomeriggio del sabato, e la gioia per il prossimo incontro con
Yoel rende il viaggio persino piú piacevole. Haghit è ancora
emozionata per la visita alla zia, per il pranzo, per i racconti di
famiglia, e quindi non ha veramente tempo di interessarsi a
ciò che ha fatto il marito. E nonostante lui possa mentire
riguardo alla durata della visita presso la famiglia del morto a
Pisgat Ze’ev, preferisce che non gli vengano fatte domande. Il
fallimento alla pensione acuisce il suo senso di colpa.
– A dire il vero, – Rivlin interrompe la storia incredibile ma
risaputa fino alla nausea, – anche Haghit deve qualcosa alla
zia.
– Di che stai parlando?
– Non è stata lei a dirti da bambina che eri una creatura
insopportabile e antipatica, lasciando in te un’impressione
molto profonda?
Sua moglie appare assai divertita dal ricordo di se stessa in
veste di antipatica, come una persona sana che si rammenta
di una malattia da cui è guarita. Guarda con affetto il marito
che ricorda gli aneddoti della sua infanzia, anche se solo con
l’intenzione di prenderla in giro.
– Ma quando è successo? – domanda Ofra dal sedile
posteriore, raggiante per il prossimo incontro con Yoel.
– Non ti ricordi che mamma e papà mi mandavano da lei a
Gerusalemme durante le vacanze estive? Trascorrevo lassú
settimane intere. E veramente una volta mi disse che ero una
bambina insopportabile, antipatica e poco carina. La cosa mi
colpí moltissimo.
– Quanti anni avevi?
– Dodici, piú o meno. L’ammiravo talmente allora. Ogni sua
parola era oro per me. E quello che disse mi fece un grande
effetto.
– Che non è servito a niente, – la canzona il marito.
– È servito. Certo che è servito. Magari avessi avuto anche tu
una zia pronta a evidenziare i tuoi lati negativi quando eri
ancora piccolo. Invece sua mamma – Haghit si rivolge alla
sorella che gode di ogni parola – non gli permetteva di
allontanarsi dalle sue gonne, nemmeno durante le vacanze,
perché aveva paura che non sarebbe stata rimborsata nel caso
fosse andato perso. Cosí lui non ha avuto occasione di
emanciparsi un po’.
Parallelamente a loro, lungo la strada, plana un aereo
gigantesco che per qualche secondo si libra al loro fianco.
– Forse è l’aereo di Yoel, – dice Ofra.
– Allora siamo arrivati in tempo.
Ma l’aereo di Yoel è atterrato con un quarto d’ora d’anticipo,
e siccome lui viaggia leggero, con il solo bagaglio a mano, lo
trovano in attesa all’uscita della sala arrivi, abbronzato e
fresco, appoggiato alla balaustra della fontana, con dei sandali
leggeri da cui spuntano dei grossi alluci, intento a leggere il
«Maariv». Un israeliano tra gli israeliani, come se non fosse
stato lontano dal paese per tre anni.
21.
Solo le grosse mani del marito, è convinta Ofra, possono
toccare la sua fragilità senza sgretolarla. E malgrado la loro
separazione sia durata solo dieci giorni i due non si staccano
l’uno dall’altra, quasi che il loro abbraccio racchiuda anche
tutti i figli che non hanno avuto. Poi Yoel abbraccia Haghit,
batte forte la mano sulla spalla del cognato e domanda come
sta la sua Algeria.
In un tramonto primaverile, sulla veranda che sovrasta il
bosco intrappolato fra due strade in discesa lungo le pendici
del monte Carmelo, davanti al probabile scintillio di un mare
invisibile e al termine di una visita guidata da Ofra
all’appartamento a lui ancora sconosciuto, Yoel esprime
soddisfazione per quanto vedono i suoi occhi e conferma che
non c’è da rammaricarsi per il panorama perduto
dell’appartamento precedente. A quel punto, accanto a un
vassoio traboccante di uva e ciliegie il cui sapore dimenticato
risveglia i sensi dell’emigrato israeliano, il padrone di casa
insiste per raccontare ai parenti le peripezie del trasloco.
– In teoria è tutto molto semplice finché non arriva il
momento del trasloco vero e proprio. In fin dei conti
abbiamo vissuto nel vecchio appartamento per quasi
trent’anni, eppure per quanto pensassi di averne il controllo,
o per lo meno di sapere cosa contenesse, mi illudevo soltanto.
Anche il traslocatore, venuto a fare un preventivo, ha preso
un grosso abbaglio e si è mostrato troppo ottimista.
E cosí, mentre un sabato di primavera come questo ce ne
stavamo tranquillamente seduti nella terrazza di fronte al
wadi a prendere commiato dalla vista del mare, alle nostre
spalle tutto era ancora intatto: i quadri erano appesi alle
pareti, i calici da vino erano puliti dietro i vetri della credenza,
in frigorifero c’erano pentole colme di cibo, formaggi e
bottiglie di bibite e i libri se ne stavano allineati sugli scaffali
accanto agli album delle fotografie. Insomma, tutto era come
lo vedete ora. Solo in un angolo della terrazza c’erano alcuni
sacchi e delle scatole di cartone ancora appiattite, pronti per i
traslocatori che sarebbero arrivati il giorno dopo. D’un tratto
però mi sono sentito cogliere da un leggero panico e ho detto
a Haghit: «Dimmi, come mai ce ne stiamo seduti cosí
tranquilli? Non credi che sia il caso di cominciare a fare un
primo inventario prima che su di noi si abbatta la tempesta?»
Oblomov, tuttavia, esorta sempre al riposo e alla calma: stai
tranquillo. Hai delegato il lavoro ad altri, quindi fidati di loro.
L’indomani, di buon’ora, mentre bevevamo il caffè al canto
degli uccelli e leggevamo il giornale come se il mondo non
stesse per capovolgersi, sono arrivati due imballatori. Due
minuscole formichine. Una donna sefardita sui trentacinque
anni, magra come uno stuzzicadenti e che fumava come una
ciminiera, e il figlio, un bambino di circa dodici anni, scuro,
emaciato, con una kippah nera in testa. «Com’è possibile che
riusciate a cavarvela?» ho domandato. Ma la donna mi ha
tranquillizzato: «Non si preoccupi. Ci dica solo da dove
cominciare».
Come delle cavallette spietate hanno invaso l’appartamento.
Con una meticolosità allucinata, scriteriata, caotica, aprivano
i sacchi e li riempivano con tutto quello che capitava loro
sottomano. Il bambino, in particolare, sembrava un automa
stralunato, raccattava qua e là gli oggetti e riempiva con furia
un sacco dopo l’altro. Sono andato a farmi la barba e lui mi ha
seguito in silenzio e ha cominciato ad aspirare tutto quello
che c’era intorno a me: spazzolini da denti, schiuma da barba.
Ho cercato gli occhiali che avevo posato per un istante, ed
ecco che erano spariti. Sono riuscito a salvarli all’ultimo
minuto dal suo sacco.
Poi, per due settimane, abbiamo lottato contro decine di
sacchi e scatoloni in cui si era rimescolata, in modo grottesco
e folle, tutta la nostra vita precedente, cosparsa dalla cenere di
sigaretta della formica mingherlina.
Il giorno dopo sono arrivati sei facchini arabi con un grosso
camion e un autista ebreo tarchiato. Siccome il nuovo
appartamento è vicino a quello vecchio, ho calcolato che il
trasloco sarebbe finito entro il pomeriggio. Invece il
pomeriggio, quando è partito il primo carico, la casa non
aveva nemmeno cominciato a svuotarsi. E verso sera, quando
il camion gigantesco era di nuovo stracolmo e la casa rifiutava
di separarsi dalle sue suppellettili, io mi sono vergognato
profondamente davanti al gruppo dei traslocatori. Cosa ci
succede, uomini? Mi sono posto la domanda di Qohèlet.
Siamo arrivati nudi sulla terra e nudi la lasceremo, allora
perché ci circondiamo con una tale abbondanza di oggetti?
Per provare la nostra esistenza? O difenderla?
I facchini, di cui ormai non solo conoscevamo il nome e il
villaggio di provenienza ma anche il modo in cui lavoravano,
avevano cominciato a ribellarsi, e l’autista ebreo minacciava
di abbandonarci cosí, a metà, fra un appartamento e l’altro,
dopo aver proclamato piú volte che in tutta la sua vita non
aveva mai fatto un trasloco piú pesante, pieno di scale.
Quattro piani in salita lungo il fianco della collina, dal vecchio
appartamento fino alla strada, e altri quattro dalla strada al
nuovo appartamento, e sempre con «il peso micidiale dei
libri». E la sera, all’arrivo dell’acquirente del vecchio
appartamento accompagnato da tre operai russi giganteschi
che hanno cominciato a misurare le pareti destinate
all’abbattimento e a sferrare i primi colpi di martello, mi sono
sentito cogliere da un rancore profondo verso tutta la mia
vita. Alla fine Haghit ha preso in mano la situazione. Ha
calmato gli arabi con un sorriso e con la promessa di un
supplemento di paga. Ha infuso in loro nuovo spirito, e dopo
mezzanotte il vecchio appartamento si è deciso a svuotarsi.
Con il quarto carico è arrivata al nuovo appartamento la
grossa libreria, che insisteva a non voler passare per la tromba
delle scale e che quindi abbiamo dovuto sollevare con una
carrucola speciale per infilarla in casa attraverso il balcone.
E cosí, alle due di notte, mi sono ritrovato con il capo dei
facchini arabi che urlava divertito ai compagni mentre dava
loro indicazioni su come manovrare la libreria che penzolava
invisibile nell’oscurità e che di tanto in tanto si beccava
qualche botta. Comunque mi sentivo felice che tutta quella
faccenda stesse per finire e che i traslocatori non mi avessero
lasciato cosí, in bilico fra un appartamento e l’altro. Sentivo
un affetto profondo verso gli arabi che non ci avevano
abbandonato e ho cominciato a parlare nella loro lingua.
E sentite cosa ho detto per lo sfinimento: siete meravigliosi.
Complimenti. Insieme potremo davvero cambiare il mondo.
Vi arruoleremo nell’esercito e conquisteremo l’Iraq.
– L’Iraq?
– L’Iraq.
– E perché mai l’Iraq?
– Che ne so? Ormai ero completamente distrutto e inebetito.
Anche il cervello probabilmente mi si era atrofizzato. A dire il
vero ha cominciato ad atrofizzarsi durante i mesi in cui mi
ero dovuto occupare della costruzione della nuova casa.
– E loro cos’hanno risposto?
– Chi?
– Gli operai arabi.
– Erano contenti. Perché no? Non solo conquisteremo l’Iraq
ma anche l’Iran…
22.
Verso sera però, quando l’affabile cognato si addormenta
durante la conversazione, Haghit si affretta a preparare un
secondo letto nello studio. E prima che cominci a interrogare
il marito su come ha trascorso il tempo libero a sua
disposizione a Gerusalemme, lui, giocando d’anticipo, offre
con generosità di rinunciare allo studio fino alla fine della
visita, per non scomodare gli ospiti con un trasferimento in
albergo. È vero che all’università non gode di vera tranquillità
e i colleghi, gli studenti e le segretarie non gli danno tregua,
ma in ogni caso ha intenzione di trascorrere i prossimi giorni
in biblioteca, con i giornali e le riviste portate da
Gerusalemme, per quanto dubiti che possano essere utili alla
sua ricerca.
Haghit, che dopo essersi goduta una giornata di eventi felici
riposa ora, come suo solito, vestita sul letto, accetta di buon
grado quell’offerta, che lei dava per scontata. Non rinuncia
tuttavia a soddisfare la sua curiosità naturale ed è determinata
a scoprire cos’ha fatto il marito in giro da solo per
Gerusalemme. Rivlin decide allora di includere nel suo tempo
libero anche una passeggiata lungo il sentiero panoramico
Gabriel che discende dal Monte del Cattivo Consiglio.
Essendovi già stato con la moglie, sarà esonerato dal
descrivere il paesaggio. Lei però prosegue nell’interrogatorio:
– È tutto quello che hai fatto? – A quel punto Rivlin si lascia
tentare dall’aggiungere anche una visita alla casa di Agnon,
nel quartiere di Talpiot, per dimostrarle di poter ottenere con
le proprie forze ciò che gli è stato arbitrariamente negato in
passato.
– La casa di Agnon? – si stupisce Haghit. – Non è bello che
tu ci sia andato da solo.
– Ma a suo tempo, quando te l’ho proposto, non hai voluto
venirci.
– Perché allora non volevo imbattermi in Galia, o nei suoi
genitori.
– Cosa sarebbe successo?
– Niente. Però non volevo vederla.
– E adesso?
– Adesso non mi importa. L’ho dimenticata.
– Non è possibile.
– È possibilissimo, – sbadiglia lei. – Allora, cosa c’è nella
casa di Agnon?
Di colpo Rivlin viene preso dalla paura di dover descrivere
qualcosa che non ha mai visto.
– Non c’è niente. Era chiusa.
– E da lí, dove sei andato?
– Sono tornato da te.
23.
Nel suo ufficio, nella torre dell’università di Haifa, di fronte
alla cima brulla del monte Hermon, Rivlin strappa con
leggero timore l’involucro che avvolge il pacco di giornali e
riviste per cercare le tracce della morte dello studioso di
Gerusalemme su quelle pagine vecchie e slabbrate, in gran
parte appartenenti a bollettini di associazioni sindacali come
El Muntaqa washihab, ciclostilati o stampati su carta semplice
e grossolana. Ma è possibile distinguere tra macchie vecchie e
nuove? Tra quelle di materia grigia e di sangue? Sono tutte
giallastre, sbiadite, indistinte, e come nel test di Rorschach il
loro compito sembra essere quello di rivelare l’anima di chi le
osserva, non se stesse. Quindi Rivlin decide di ignorare le
macchie e di concentrarsi su ciò che vi è stampato intorno.
Hanno ragione i due intellettuali di Gerusalemme. È strano
e sorprendente quanto siano numerosi i brani di prosa e di
poesia sparsi tra le cronache giornalistiche locali e gli ambigui
articoli ideologici. Come se durante gli anni della seconda
guerra mondiale, e anche piú tardi, gli arabi delle colonie
francesi del Nordafrica non si fossero occupati di questioni
politiche, ma dello spirito umano: amore, amicizia, morte,
dolore, descrizioni della natura e della campagna tracciate
con sentimento ed entusiasmo e speziate da una retorica
querula. E il genio di Gerusalemme aveva già sottolineato con
tratti di penna rossa molti passaggi dai quali intendeva trarre
delle conclusioni.
Ma quali?
Qui non troverò nessuna scintilla nuova e ispiratrice che
disincagli la mia ricerca arenata, conclude Rivlin tra sé dopo
aver gettato un’occhiata veloce alle vecchie pagine che
lasciano sulle sue dita la fragranza di una spezia sconosciuta. I
solidi principî scientifici che lo guidano lo hanno abituato a
diffidare delle rivoluzioni che vecchi documenti possono
provocare. Forse, però, sarà possibile, come ha proposto
Tedeschi, utilizzare qualche citazione tratta da poesie e
racconti, per ravvivare le descrizioni del clima popolare di
quei tempi. Ma le citazioni letterarie esigono precisione
linguistica, e sebbene i testi siano scritti in arabo letterario
sono inframezzati, come si aspettava, da numerose
espressioni e locuzioni dialettali e locali che possono farlo
cadere in errori di comprensione; occasione d’oro per i critici
dall’occhio vigile di scatenare la loro malignità. Forse è il caso
di consultarsi con il dottor Akry, la cui competenza
linguistica è di gran lunga superiore all’acume intellettuale,
per quanto non sia dignitoso per un professore della levatura
di Rivlin svelare le proprie debolezze professionali davanti a
un docente di grado inferiore, ansioso di fare una rapida
carriera.
E cosí, mentre è immerso nella lettura e l’odore peculiare
della carta viene assorbito non solo dalle sue dita, ma anche
dal suo viso, Rivlin non sente i lievi colpi alla sua porta.
Ansioso com’è di scoprire, purtroppo senza successo, cosa si
nasconda dietro i tratti di penna rossa del ricercatore ucciso,
vede come in un miraggio sedersi davanti a lui una donna di
circa quarantacinque anni, truccata e profumata, emozionata
e sorridente, che secondo l’usanza araba domanda
innanzitutto come stanno lui e la sua famiglia senza
presentarsi né avanzare alcuna richiesta.
Rivlin allontana i giornali e si rivolge con affabilità al bel
volto di donna che risveglia in lui un ricordo confuso. E
poiché dal sorriso del professore lei è convinta di essere stata
riconosciuta, prende a chiacchierare liberamente con lui,
lamentandosi delle difficoltà incontrate nel trovare il suo
ufficio, con un tono di rimostranza – o forse di ammirazione
– per gli edifici nuovi sorti nel campus dell’università da
quando lei l’ha lasciata.
– Ma è lei! – esclama Rivlin con gioia, senza ancora
ricordare il nome della donna ma rammentandosi del modo
in cui aveva protetto la sua intimità nella stanza da bagno
pulita e profumata di casa sua.
– Afifa… – La madre di Samaher sorride timidamente
scoprendo una fila di denti perfetti e bianchissimi e
apparendo molto soddisfatta del suo nome.
La cordialità di Rivlin aumenta. La femminilità matura di
quella signora sembra piú seducente ai suoi occhi di quella
delle giovani studentesse che si aggirano nei corridoi
dell’università. È possibile, pensa divertito e leggermente
allarmato, che abbia preso sul serio la mia proposta e sia
venuta a riprendere gli studi?
– Come sta la sposa? Non l’abbiamo piú vista dal giorno
delle nozze.
– È questo il punto… – si rattrista la madre. – Samaher è di
nuovo malata…
– Malata? – ridacchia Rivlin con noncuranza mettendosi a
dondolare sulla piccola poltrona, – non le creda. Ha paura di
venire all’università perché qui l’aspettiamo per un tiro al
limite dell’illegale che ci ha giocato.
– Illegale? Ma che dice illegale?
– Sí. Illegale. Ya‘ni…
– So benissimo cosa vuol dire illegale, – la donna respinge
l’aiuto linguistico con risentimento e orgoglio, – ma perché
illegale? Com’è possibile? Samaher è sempre stata una ragazza
onesta. Fin da piccola…
– Lo domandi a lei quello che ha fatto. Le dirà di avere
consegnato delle sue vecchie tesi ad altri studenti perché se le
passassero tra loro.
– Ma che dice? – protesta la madre, probabilmente al
corrente della faccenda. – Lei si è limitata a consegnare le tesi
a quei due furfanti perché le leggessero e imparassero a
scrivere come si deve. Come può essere colpevole se non
sapeva niente? È una ragazza di buon cuore.
Compassionevole. È questo il suo problema, è stata cosí fin da
piccola… Ogni volta che sgozzavamo una gallina o una
pecora in cortile dovevamo farlo di nascosto. Altrimenti lei
piangeva e ci malediva…
– Shu ma leha issa? Shu medayyiha? 5
– Come?
– Shu ‘indeha al’an? 6
– Soffre un po’ della sua malattia, – la madre rifiuta di
parlare nella sua lingua, – perciò mi ha mandato a chiederle
di concederle un altro po’ di tempo per la consegna della
tesina.
Ma dove si trovano? In una scuola elementare dove i
genitori vengono a parlare a nome dei figli? Rivlin fa
attenzione a non offendere la bella signora seduta davanti a
lui e con dolcezza ripete la sua domanda, insistendo a parlare
in arabo.
– Shu maradha? 7
Ora il viso della donna avvampa, come se anche lei fosse
reduce dalla Terra del Fuoco, e dai grandi occhi a mandorla
scende una lacrima che Afifa cerca di asciugare con un
minuscolo fazzoletto che stringe in mano. Il pianto però ha la
meglio sul fazzoletto, e dalla gola della donna sale un gemito
primordiale che tocca l’anima del professore e gli provoca un
fremito all’inguine, come se quei rantoli di dolore
contenessero anche un tentativo di seduzione.
Quando ha avuto occasione di vedere una donna piangere in
quel modo? Solo alla televisione. Haghit ha perso la voglia di
piangere da quando si è abituata che siano gli altri a farlo
davanti a lei, in tribunale. E quando è sua sorella Raya a
scoppiare in lacrime, è sempre al telefono, e a lui non capita
mai di vedere un pianto puro come quello, che dilata gli occhi
e li lucida. Con cautela Rivlin avvicina ad Afifa una scatola di
fazzolettini di carta, ma lei si ostina ad asciugare le lacrime
con quello di stoffa, come se volesse serbarle tutte per sé.
Ora, però, accetta di parlare nella sua lingua, e in un dialetto
arabo colorito prende a descrivere gli stati depressivi cui va
soggetta Samaher, al punto che lo scorso anno sono stati
costretti a ricoverarla per qualche giorno in una clinica di
Safed e a somministrarle dei farmaci che hanno influito sulla
sua capacità di concentrarsi e di scrivere. Poiché però
Samaher si vergogna a rivelare le sue debolezze davanti a lui,
ha attribuito la sua malattia alla nonna, che ama molto la
nipote e sarebbe disposta a morire per lei.
Rivlin ricorda i discorsi della moglie a proposito degli
psichiatri e delle loro diagnosi, ma fa attenzione a non dire
una parola contro di loro. Perché risvegliare negli arabi dubbi
sulle capacità terapeutiche degli ebrei? Si stupisce solo che
durante i corsi poco affollati del master non abbia colto
niente di strano nella fedele studentessa seduta
immancabilmente in seconda fila. E anche durante il suo
«anno Hamas», come la stessa Samaher definiva il periodo in
cui arrivava alle lezioni con un abito lungo e avvolta in uno
scialle bianco, aveva mantenuto la sua allegria. È cosí
superficiale la sua comprensione degli studenti? Oppure è
talmente compreso da se stesso che le stranezze degli altri gli
appaiono naturali?
La donna tace. Prende dalle spalle un foulard di seta delicata,
cosparso da una polverina dorata, e con un gesto grazioso si
copre i capelli e la fronte, come se cercasse di proteggersi
dallo sguardo del professore che non appare soddisfatto né di
lei né della sua storia.
– Ma cosa vuole da me? – Rivlin torna a parlare in ebraico
per stemperare un po’ l’intimità creata dall’arabo.
– Iza beti’dar, elbrofessor Rivlin, a’ajjilha shway elwazayef 8.
– Un altro rinvio? Ma gliene ho già concessi anche troppi…
– Allora ahsan shy tilghiha bilmarra 9.
– Rinunciare? – Lui riprende a dondolarsi sulla poltrona,
divertito da quell’impudenza.
– Non riuscirà mai a finire la tesina in tempo e cosí perderà
tutto l’anno. E inoltre è già incinta, e dovremo tenerla in casa
perché il medico ci ha avvertito che la gravidanza nuoce alla
sua depressione. Che male ci sarebbe allora? Che differenza le
fa? Le faccia un esame invece della tesina, l’importante è che
finisca e prenda il diploma. Maskini, ishtaghlat ktir lisanawat
‘adidi 10.
– Questo è impossibile. Shu fi hon, su’? 11
– Perché un mercato? – La donna arrossisce per la vergogna
profonda. – Perché non farle un esame invece della tesina?
Non è la stessa cosa?
– No.
– Ma lei può fare in modo che sia la stessa cosa. Samaher mi
ha detto che qui lei, professor Rivlin, è l’insegnante migliore e
il piú importante. Tutti fanno quello che dice.
– Non è vero.
– Sí, certo. Lo dicono tutti. Lei è il professore che ha piú
autorità. È lei a capo di tutto. Fin dall’inizio, quando Samaher
ha cominciato a studiare, ci ha detto: Rivlin è l’insegnante
migliore. Per lui vale la pena di studiare. È il piú interessante
e il piú importante. Di gran lunga migliore di quel professore
scuro e cattivo che era al matrimonio. Quanto le vuole bene,
Samaher, e come parla sempre di lei. All’inizio suo padre si
era persino spaventato. Pensavamo che si fosse innamorata di
un insegnante giovane, come alla scuola elementare. Ma lei ha
detto: «Ma che vi salta in mente? Rivlin è una persona
anziana e rispettabile, forse è già nonno».
Il professore sorride con amarezza.
– Senta, non funzionerà. Questa è un’università. Non sono
io a stabilire le regole. Non posso sostituire una tesina con un
esame. E se Samaher ha delle difficoltà, che aspetti un po’ a
finire il master. Ha già una prima laurea, e per il momento è
sufficiente. Poi, se vorrà, potrà completare gli studi. Le
daremo una mano.
– Macché. Se si abbandona, non si torna indietro.
– Non sempre.
– Ecco, prenda me. Le segretarie al matrimonio mi hanno
detto che devo ricominciare da capo.
– Se lei vorrà riprendere gli studi seriamente, troveremo una
soluzione…
– Lo vede? Se vuole, può.
Rivlin sorride.
– E allora?
– Niente. L’importante è che Samaher si riprenda. Che abbia
dei figli. Poi vedremo. Allah è grande…
Da dove salta fuori all’improvviso Allah? Rivlin non ne ha la
piú pallida idea. Perché no, poi? Allah è sempre d’aiuto
quando qualcosa va storto.
Nell’ufficio cade il silenzio. La donna resta seduta al suo
posto, respingendo quel rifiuto. Il suo sguardo, che vaga con
tristezza al di sopra della testa di Rivlin, verso le colline della
Galilea, torna a puntarsi su di lui, colmo di muta ostilità,
facendo risaltare la sua bellezza.
– Non è una tragedia, – il professore cerca di addolcire la
pillola, – negli studi mediorientali, se non si ha intenzione di
fare carriera accademica, non c’è grande differenza tra B.A. e
M.A. Per un impiego governativo a Samaher basterà anche la
prima laurea.
La madre tende con disperazione la mano bianca e paffuta
sulla scrivania.
– Mi sta prendendo in giro, professore? Perché mai Samaher
dovrebbe andare a lavorare per il governo? Ha forse bisogno
di lavorare secondo lei? La laurea è solo una questione
d’onore, per lei e anche per la famiglia. Inoltre abbiamo
promesso ai genitori di suo marito che si sarebbe laureata
entro l’anno. Loro avevano paura di questa storia della
depressione, ma quando abbiamo detto che Samaher è molto
istruita e fra poco avrà persino un master, hanno accettato
che il loro figlio la sposasse.
Rivlin china la testa. Chiude per un istante gli occhi e spera
che la donna araba versi ancora qualche lacrima.
– Sa cosa faremo?
Lei lo trafigge con lo sguardo.
– Dica a Samaher di venire da me. Le proporrò un nuovo
argomento, meno impegnativo del precedente.
Ma la madre non si dà per vinta.
– Adesso non può venire all’università. Anche suo marito
non vuole che se ne vada in giro fuori dal villaggio. Khayef ti
‘emallo dosheh 12.
– Ay doshe? 13
– Ma ba‘aref. Huwwe bakhaff min elhabel 14.
Di nuovo Afifa soffoca un gemito di disperazione. Rivlin,
guardingo, dà un colpetto di conforto alla mano umida e
grassottella della donna posata sulla scrivania.
– Farò in modo che Samaher faccia qualcos’altro. Qualcosa
di meno impegnativo della stesura di una tesi. Forse potrebbe
aiutarmi con questi giornali che vede qui. Leggerà per me
delle cose e le riassumerà. Niente di complicato. Solo racconti
e poesie. Lo potrà fare a casa. Non avrà bisogno della
biblioteca o di qualcosa di simile. E magari poesie e racconti
potranno aiutarla a superare la depressione.
– Allora posso già portare via questi giornali con me?
– Piano, piano. Innanzitutto, sono pesanti. In secondo
luogo, devo fotocopiarli, perché si tratta di un materiale
molto raro e non mi appartengono. Forse potrebbe mandare
suo marito a ritirarli e a fotocopiarli.
– Non c’è bisogno di mio marito. Lui non ha tempo, – si
entusiasma la madre, – manderò qualcun altro. Il cugino che
vi ha portati al matrimonio.
– Rashed…
– Sí, Rashed, – la donna si stupisce che il professore ricordi il
nome del ragazzo. – Rashed è la soluzione migliore. Lui si
prenderà cura di tutto. E poesie e racconti faranno bene a
Samaher in questo periodo.
24.
Il lunedí successivo il giovane ufficiale sarebbe dovuto
tornare a casa per incontrare lo zio venuto in Israele solo per
pochi giorni. All’ultimo momento, però, ha rinunciato alla
licenza a beneficio di un amico dall’animo turbolento che
voleva correre dalla sua ragazza per convincerla a non
lasciarlo. Poiché Zahy ancora non sa quando potrà avere
un’altra licenza, chiede ai genitori che portino anche questa
volta la zia e lo zio in Galilea per un incontro serale.
Cosí i Rivlin si ritrovano di nuovo a percorrere quelle strade
tortuose, e mentre le due sorelle sul sedile posteriore evocano
ricordi di viaggio della loro infanzia lontana, il professore
spilla con pazienza e meticolosità al cognato seduto accanto a
lui dati nuovi e sconfortanti sul Terzo mondo per farsi un
quadro migliore dei tormenti che affliggono la sua Algeria.
Essendo ancora presto per l’incontro sul monte Canaan, i
quattro si fermano al ristorante dove hanno incontrato la
coppia di congelatori di cadaveri, cosí da rendere ancora piú
vivida a Yoel quella storia bizzarra. Pare tuttavia che
l’atteggiamento di quest’ultimo sia piú tollerante del loro,
forse perché il suo costante girovagare tra paesi poveri rende
piú profonda la sua indifferenza verso i morti.
Al crepuscolo arrivano al doppio cancello della base
dell’Intelligence e parcheggiano sulla «spianata dei picnic»,
tanto deserta da apparire un po’ minacciosa. Rivlin sistema
due seggioline leggere di stoffa per le signore e conduce il
vecchio emigrato, che non ha mai smesso di amare il
paesaggio israeliano, verso l’odoroso sentiero di capre lungo il
pendio del monte. La luna si è già levata in cielo e inonda le
montagne di una luce copiosa e gradevole. Non c’è pericolo
quindi che i due scalatori dai capelli grigi perdano di vista le
mogli, rimaste sole, e nemmeno l’ingresso della base, dove è
attesa la comparsa di Zahy, e perciò si azzardano ad
allontanarsi un poco lungo il sentiero che appare sempre piú
rischiarato.
Un ramarro corre verso di loro.
– Attento a non pungerti in qualche erba, – avverte Rivlin il
cognato, che porta dei sandali aperti.
– Dopo tutti i graffi che mi sono fatto in Asia e in Africa
cosa potrebbe mai succedermi in Medio Oriente?
Rivlin sente crescere il suo affetto per quell’omaccione.
– Ci sottovaluti?
– No. Ma qui sono tutti viziati. Non fanno che lamentarsi,
come se non fossero circondati da un mondo pieno di
sofferenze.
Il professore si lascia cadere sulla stessa roccia dove si era
seduto dieci giorni prima, e lancia da lontano uno sguardo
alle donne che appaiono sole e abbandonate sulla grande
spianata. Vorrebbe lanciare un grido per rassicurarle, ma sua
moglie, che li scorge lungo il pendio, intuisce la sua
intenzione e agita la mano in segno di saluto.
Tutt’intorno c’è un silenzio profondo. I piccoli animali
selvatici, dopo essersi assicurati delle intenzioni pacifiche
degli invasori stranieri, sono tornati nelle loro tane. Yoel
rimane in piedi, osserva il paesaggio e respira profondamente,
ascoltando l’incombere della notte israeliana. Non faccio
l’amore da una settimana, pensa Rivlin, e non c’è alcuna
probabilità che Haghit lo voglia fare prima che gli ospiti se ne
siano andati. È sorprendente che a dispetto del passare degli
anni il suo desiderio verso la moglie aumenti, come se la loro
crescente intimità spirituale lo intensificasse.
Yoel si siede masticando uno stelo. È il momento giusto,
decide Rivlin, per carpire all’ospite alcuni dettagli della sua
vita privata. Se le sorelle nell’intimità si assomigliano, forse lui
potrà trarne qualche insegnamento.
– Vorrei domandarti una cosa… ma rispondimi solo se te la
senti…
– Cosa?
– Non allarmarti…
– Che c’è? – Yoel è stupito da quel lungo preambolo.
– È già da un po’ che mi piacerebbe sapere, non prendertela
sai, è una domanda strana… se vi capita di fare la doccia o il
bagno insieme… Cioè, se Ofra ti permette… Perché Haghit…
– Perché me lo domandi? – Il cognato sorride meravigliato.
– Non ci ho mai provato… e poi come sarebbe possibile?
Conosci Ofra. Non entrerebbe nella doccia per meno di
mezz’ora e a me bastano cinque minuti.
Un soldato armato spunta dall’ingresso mimetizzato della
base.
– Penso che Zahy stia arrivando, – Rivlin si affretta a lasciar
cadere l’argomento, malgrado sappia che quel soldato non è il
figlio minore. Infatti, quando raggiungono la spianata,
vedono che è solo il piccolo sergente biondino, mandato a
informare gli ospiti che il superiore non può lasciare il
proprio posto a causa di un imprevisto e chiede che non lo
aspettino piú.
– Ma cos’è successo? – protesta il padre deluso.
– Un’apparecchiatura si è guastata...
– Quale apparecchiatura?
Il piccolo sergente sorride con aria di scusa.
– Digli che esca solo per qualche minuto… Almeno per
salutare, – insiste Rivlin con il messaggero. – Siamo venuti
apposta con suo zio… Tra qualche giorno ripartirà.
– Lo sa anche lui, – risponde il sottufficiale con calma, – e vi
assicuro che gli dispiace…
– Riferisciglielo comunque… – lo interrompe Rivlin
bruscamente.
– Lascia perdere, – dice Haghit, – se non può uscire vuol
dire che non può. Fidati di lui.
E il sergente annuisce, confermando le sagge parole della
madre.
25.
Il giorno dopo, all’università, Rivlin riconosce nello stretto
corridoio del ventitreesimo piano un altro messaggero,
robusto e quasi nero di pelle, che aspetta con ansia di svolgere
la propria missione.
Prima di chiarire quanto ci sia di vero nelle storie su
Samaher, Rivlin gli consegna i giornali e le riviste
nordafricane e lo spedisce in biblioteca a fotocopiare le poesie
e i racconti evidenziati dallo studioso scomparso, con
l’aggiunta di qualche articolo che ha risvegliato il suo
interesse.
Tre ore dopo l’arabo è di ritorno con grosse cartelline di
colori diversi in cui ha infilato le fotocopie: le poesie nelle
cartelline rosse e i racconti in quelle verdi, catalogati in ordine
alfabetico secondo il nome dell’autore e con il luogo e la data
della pubblicazione annotati in rosso. Anche i giornali e le
riviste originali sono stati riorganizzati e ora anch’essi sono
classificati secondo luogo e data di pubblicazione, particolari
registrati su bigliettini scritti in ebraico e in arabo con grafia
svolazzante ma nitida e chiara.
– Queste macchie, professore… – Rashed indica le chiazze
giallastre disseminate sulla carta, – non le ho fatte io.
– Sí, lo so… – il docente non si astiene dal rivelargli la loro
terribile provenienza.
Con un linguaggio colorito il ragazzo maledice il terrorista
suicida. Poi conclude: cosí va il mondo.
– Cos’ha veramente Samaher? – Rivlin strizza l’occhio a quel
giovane che gli risulta piú simpatico di momento in
momento.
– Svenimenti… nervi. Sbalzi d’umore. Niente di grave. Si
riprenderà. È una ragazza forte. Intelligentissima. Mi creda.
Lo dico a tutti. Vedrete, fra qualche anno la nostra Samaher
arriverà persino alla Knesset.
– Alla Knesset?
– Sí, è il posto adatto a lei.
– Perché soffre di nervi?
Il ragazzo ride.
– Perché alla Knesset fanno venire i nervi agli altri.
I suoi begli occhi neri come il carbone irradiano un calore
ipnotico.
– Allora, cos’ha veramente Samaher? – domanda di nuovo
Rivlin, questa volta in tono serio. – Che succede veramente?
– È sfinita. Distrutta. Anche il nuovo marito è un tipo
nervoso, non ha pazienza con lei.
– Avrebbe dovuto sposarsi con te, – esclama Rivlin quasi
d’impulso. – Tu hai pazienza.
– Con me? – Il viso di Rashed avvampa come turbato da una
verità. Il ragazzo ha un fremito e ride: – Forse. Ma suo padre
non avrebbe mai acconsentito…
– Perché sei suo cugino?
– Forse perché sono scuro di pelle… Troppo per lui…
C’è un che di gradevole in questo ragazzo arabo. È
simpatico, pensa Rivlin. Gli domanda del suo passato e scopre
che Rashed ha studiato per due anni ingegneria elettrica al
Politecnico, ma poi ha abbandonato gli studi. Il mondo
dell’elettricità ha smesso di interessarlo, e nemmeno credeva
di poter trovare lavoro in quel campo. Allora ha comperato
un minibus e da quel giorno scorrazza la gente di qua e di là
con ottimi profitti. Ma l’anno prossimo, forse, seguirà
qualche corso all’università.
Rivlin gli dà un foglio e una penna e gli detta le sue richieste
per la studentessa ammalata:
Primo – eseguire una traduzione in ebraico, accurata e
minuziosa, di tutte le poesie.
Secondo – riassumere in ebraico i racconti.
Terzo – scoprire nei testi che legge dei motivi comuni.
È tutto. Molto poco per una tesina di un corso di master. Ma
che può farci? Ormai prova compassione per lei. Perciò
Samaher farà bene a sbrigarsi perché non troverà nel
dipartimento un altro come lui, stanco e malato, disposto a
lasciarsi abbindolare a quel modo.
– Malato? Ma come?
– Non importa. Non parlarne. Non è necessario rivelare
tutto. Non imparare da noi ebrei. Bisogna mantenere i segreti
nella vita. Però avvisa Samaher: niente piú rinvii o scuse. Dille
di finire questo lavoro entro due o tre settimane e le verrà
dato un voto. Senza l’intervento di mamme, papà e nonne.
26.
18.4.98
Ofer shalom,
in fondo sarebbe piú giusto non risponderti. Non solo per
non rompere un silenzio «dignitoso», come lo definisci tu, ma
perché chi non riesce a controllarsi e tra le parole di cordoglio
insinua qualche freccia avvelenata al punto da costringermi a
violare la fiducia coniugale, sacra ai miei occhi, e a
nascondere la tua lettera a mio marito, non merita una
reazione.
Eppure, sebbene io mi senta immersa in un dolore cupo,
senza riuscire a trovare un vero conforto intorno a me,
tormentata dalla nostalgia per un essere umano (essere
umano, sí) amato e scomparso all’improvviso, tu insisti con le
tue insinuazioni. Di nuovo accenni alla tua allucinata
calunnia (e pensare che un tempo ti amavo cosí tanto).
E tuo padre, verso il quale provo affetto sincero, ancora si
tormenta per il nostro matrimonio distrutto ed è convinto
che tu non capisca cosa sia successo veramente.
Tu?
Proprio tu non capisci? Non sai?
Ho detto a mia madre che le fai le condoglianze e lei ti
ringrazia. Chissà perché si sente ancora dispiaciuta di come
sono andate le cose tra noi.
Ti prego soltanto di non rispondere a questa lettera.
Torniamo al nostro precedente silenzio. Forse ormai non piú
«dignitoso», ma indispensabile.
Galia
27.
Il giorno del matrimonio Ofra cerca ancora di convincere la
sorella e il cognato a unirsi a loro. È cosí intimorita dai
familiari di Yoel! Ma Rivlin, che si è procurato due biglietti
per uno spettacolo teatrale di tema biblico a Tel Aviv, insiste
che anche se verrà esonerato dal comprare un regalo, non
metterà piede di propria volontà a nessun matrimonio al
quale non è costretto a partecipare. E quando Haghit,
impietosita dalle suppliche della sorella, cerca cautamente di
fargli cambiare idea, lui esplode in un’arringa avvelenata
contro la cognata. Cos’altro vuole Ofra? Per tutti questi anni
se ne è andata a spasso per il mondo come una vecchia
principessa, senza gli impegni né le preoccupazioni di una
famiglia. Non sarà una tragedia se questa volta assolverà a un
piccolo obbligo da sola, senza aiuto. L’unica concessione che è
disposto a fare è accompagnare lei e Yoel in macchina al
luogo del matrimonio. All’andata e magari al ritorno. E anche
questo è troppo.
Un angolo nella natura, cosí, con semplicità, due giovani
pieni di immaginazione e di spirito hanno chiamato una
piccola riserva naturale vicino al torrente Alexander, tra
Natanya e Hadera, trasformata in luogo adibito a cerimonie.
Delle ragazze, che fra poco si trasformeranno in cameriere,
agitano nel crepuscolo serale delle bandierine per segnalare
agli invitati la deviazione dalla strada principale a una
carrozzabile sterrata che si snoda tra campi trebbiati.
Rivlin è già abbacchiato. Giunge a un parcheggio dove vibra
la musica martellante che tra poco si farà ancor piú scatenata,
e mentre invitati vestiti a festa vengono calamitati da un carro
verdastro con la stanga abbandonata graziosamente a terra
che pare tratto da un vecchio film western, e un abito da
sposa svolazza tra i rami degli alberi, e calici di vino
scintillano, lí si ferma. Basta cosí. È deciso persino a evitare di
salutare gli sposi o di congratularsi con loro per non suscitare
l’illusione di voler rimanere. Yoel e Ofra, che indossa un abito
al quale Rivlin non è riuscito a porre il veto, esitano ancora a
prendere commiato, ma lui gira l’automobile con decisione, si
disincaglia veloce dalla fila di macchine che fluiscono in senso
contrario e riprende la strada principale diretto a un altro
spettacolo.
Qui gli attori invitano gli spettatori a prendere posto sul
grande palcoscenico e a sedersi come colleghi tutt’intorno.
Nel cerchio formatosi entrano lentamente, al suono di una
musica solenne ma limpida, dodici giovani attori e attrici,
vestiti di nero, con piccoli microfoni accanto alla bocca per
poter declamare un testo antico con naturalezza e chiarezza,
con precisione e intensità e, all’occorrenza, persino con un
semplice sussurro.
28.
Il cuore mi spasima in petto,
Piombano su di me angosce di morte.
Il timore e il tremito mi invadono,
Mi circonda lo spavento.
Dico: «Oh se avessi ali di colomba,
Per volar via e trovare riposo!
Fuggirei lontano, rimarrei nel deserto...»
Rivlin ancora non sa cosa succederà e cosa lo aspetta,
tuttavia appare teso dopo la tetra citazione dal libro dei Salmi
echeggiata nell’oscurità. Sorride con affetto alla moglie che
annuisce, soddisfatta in cuor suo che lui abbia insistito per
portarla via da quelle nozze inutili, per quanto non siano per
lei motivo di invidia.
Due attori cominciano a enunciare, o a declamare? a
leggere? a citare? a recitare? i primi passi della Genesi: «La
creazione», «La storia di Caino e Abele», «La storia di
Adamo». E il ricercato stile biblico si diffonde con freschezza,
sebbene tutti i versetti e le parole corrispondano all’originale.
La regista si è presa la libertà di togliere qua e là delle frasi, di
tagliarle e persino di rimescolare l’ordine delle parole per
agevolare agli spettatori seduti nel buio, silenziosi e attenti ma
anche un po’ diffidenti, la degustazione di quel vino vecchio e
un po’ sconosciuto.
Adamo all’età di cento e trent’anni generò un figlio a sua
immagine e somiglianza e lo chiamò Seth. E dopo aver
generato Seth, Adamo visse ancora ottocento anni e generò
figli e figlie. E Adamo visse in tutto novecento e trent’anni, e
morí.
Seth all’età di cento cinque anni generò Enosh. E dopo aver
generato Enosh, Seth visse ancora ottocento sette anni e
generò figli e figlie. E Seth visse in tutto novecento e dodici
anni, e morí.
Enosh all’età di novant’anni generò Keinan. E dopo aver
generato Keinan, Enosh visse ancora ottocento quindici
anni e generò figli e figlie.
Da un angolo lontano un’attrice giovane e seria comincia a
elencare le generazioni. Con un’andatura fluttuante, un po’
trasognata, taglia in una lunga e lenta diagonale il
palcoscenico al cui centro si raccolgono uno dopo l’altro
giovani uomini che si accasciano e si contorcono sulle tavole,
commossi e angosciati dall’età avanzata degli antichi che
prolificano intorno a loro senza sosta. Il monotono elenco di
nomi e cifre, scandito lentamente dalla ragazza e
accompagnato da un tintinnio distante di campanelle, si
trasforma a poco a poco in un racconto articolato,
drammatico persino, forse per la pausa intenzionale e
misteriosa della giovane attrice tra le due parole ripetute alla
fine di ogni frase: «figli e figlie».
Rivlin cerca gli occhi della moglie, per indicarle che fino a
quel momento lo spettacolo gli piace e spera che continui
cosí. Ma gli occhi di Haghit sono fissi sul palcoscenico e
anche lui torna a concentrarsi per non perdere nemmeno una
parola o un gesto. Prova ammirazione per la regista che non
ha scelto la via piú facile selezionando storie della Genesi belle
e famose, ma ha cercato di far rivivere brani dimenticati, non
lirici e sublimi, ma insignificanti e monotoni: leggi aride e
regole ferree, benedizioni, avvertimenti e maledizioni, elenchi
di animali puri e impuri, accompagnati da gesti teatrali
spigliati, da costumi sorprendenti, e dal suono di una musica
innovativa, che li trasforma in testi sensati e divertenti.
E mentre due attori dalla testa rasata sono protesi sopra un
tavolo gigantesco e si scambiano divieti di incesto ovvi e noti,
ma al tempo stesso singolari e stupefacenti – come durante
una conversazione tra vecchietti maligni e pedanti –, appare
una ragazza bella e molto alta, con i capelli biondi sciolti sulle
spalle, che con movimenti armonici, e agitando e tendendo
tra le mani un fazzolettino bianco in segno di protesta o di
resa, si unisce alla conversazione e in una danza ironica e
triste racconta di condanne nefaste, complicate e
sconvolgenti, inflitte dal legislatore antico a vergini promesse
o sole, violentate in città o in campagna da viandanti
stranieri.
Se una fanciulla vergine è fidanzata
E un uomo, trovandola nella città, giacerà con lei,
Siano condotti ambedue fuori dalla porta della città
E siano lapidati, finché muoiano:
La fanciulla perché, pur trovandosi in città, non ha gridato,
E l’uomo perché ha violato la donna del suo prossimo.
Togli cosí il male di mezzo a te.
Se uno trova una fanciulla vergine non fidanzata,
L’afferra e giace con lei, e verranno scoperti,
L’uomo che avrà giaciuto con la fanciulla
Deve pagare al padre di lei cinquanta sicli d’argento
Ed ella sia sua moglie,
Né la potrà mai rimandar via per tutta la vita.
– Stupendo, – sussurra Rivlin alla moglie osservando con
gioia l’attore e l’attrice scalzi seduti alla sinistra del
palcoscenico, non lontani da loro, intenti a piangere per la
sterilità di Sara e Abramo, prima della nascita del loro figlio
Isacco.
«Abramo e Sara erano vecchi, molto avanti negli anni, e a
Sara erano cessati i corsi come sogliono avere le donne», recita
un’attrice grassottella che si contorce sul palcoscenico gelosa
della serva che ha partorito Ismaele al marito, e con voce
cavernosa, lamentosa e roca descrive il proprio dolore ma
anche quello della straniera da lei tormentata.
«E Abramo disse a Sara: “Ecco, la tua serva è nelle tue mani,
fa’ di lei quel che meglio ti piace”. Sara allora la trattava con
tanta asprezza che ella fuggí la sua presenza». A quel punto,
senza sapere come e perché, Rivlin sente un nodo alla gola,
come se il pianto della sterile Sara l’avesse contagiato, come se
avesse riconosciuto quel pianto dentro di sé. E mentre
Abramo, caparbio e devoto, promette a Sara a nome di Dio
un figlio entro un anno, l’attrice che si contorce si ostina a
mostrarsi disperata e con voce tragica, sarcastica, respinge
ogni speranza: «Dopo essere invecchiata conoscerò io il
piacere? E mio marito è vecchio».
Il rifiuto della speranza è cosí intenso e convincente che quel
dolore sommesso non abbandona Rivlin, e nei suoi occhi
spuntano delle lacrime. Rimane raggelato, timoroso di
volgere lo sguardo verso la moglie, ma lei percepisce la sua
commozione e gli posa dolcemente una mano sul ginocchio.
29.
Il primo atto era «Cosí disse». Dopo l’intervallo ci sarà «e se
ne andò». Rivlin sfoglia il programma per individuare il nome
dell’attrice che ha interpretato Sara.
Quindi posa un braccio sulle spalle della moglie e annuncia
con profondo compiacimento: – Avevo proprio le lacrime
agli occhi.
– Per quale motivo?
– Qualcosa mi ha commosso. Mi ha toccato un nervo. A te
non è successo?
– Sí.
Cercano una breccia nel muro degli spettatori che assediano
il bar e a quel punto Rivlin si accorge che la moglie abbassa la
testa e deglutisce con sforzo.
– È successo qualcosa?
– Fermati, – sussurra lei.
Ma è troppo tardi. L’uomo grande e robusto davanti a loro
ha intravisto il viso della donna alle sue spalle, si gira e la
osserva stupito.
– È proprio lei?
Haghit tace.
– Vostro onore?
Lei è come paralizzata.
– Non si ricorda di me? – L’uomo arrossisce e la banconota
fra le sue dita trema leggermente.
Haghit abbozza un sorriso e scuote la testa. Rivlin però capta
chiaramente che la moglie sa chi è quell’individuo prestante
ed elegante.
– È suo marito? – L’uomo punta il dito verso di lui,
meravigliato.
Haghit non risponde, ma Rivlin annuisce.
– Sono Amnon Peretz, – sussurra lui con drammaticità,
come se le rivelasse un turpe segreto. – Come fa a non
ricordarsi di me? – E con un sorriso aggiunge: – Mi ha
spedito in galera per dodici anni.
Ora Haghit annuisce, seria e pallida, forse ricordandosi
dell’uomo, oppure con l’intenzione di ribadire la condanna
che gli aveva inflitto.
– È già uscito?
– Tre anni fa. Per buona condotta.
– Benissimo.
– Ora si ricorda?
Lei annuisce in silenzio, riprendendosi lentamente. Poi
domanda con dolcezza:
– Le piace lo spettacolo?
E il signor Peretz, ansioso di cambiare argomento e
apparentemente sorpreso dalla domanda, sorride e risponde:
– Molto, e a voi?
– Sí, molto, – esclama Rivlin sgattaiolando in un varco
aperto verso il bancone del bar.
Solo quando l’oscurità avvolge di nuovo gli spettatori e sul
palco si delineano ombre che si muovono lente, Haghit è
disposta a rivelare al marito con un bisbiglio veloce che
quell’uomo aveva maltrattato crudelmente moglie e figlie
finché era stato acciuffato e processato. Evita però di entrare
nei dettagli perché gli israeliti, fuggiti dall’Egitto con valigie
logore che li fanno assomigliare ai profughi dall’Europa,
cominciano la loro marcia nel deserto:
I figli di Israele partirono dunque da Ramses verso Sukkot,
e si accamparono in Etam, ai limiti del deserto. E partirono
da Etam – e traversarono il mare verso il deserto; e
camminarono per tre giorni nel deserto di Etam – e si
accamparono a Mara. E partirono da Mara e arrivarono a
Elim, e si accamparono presso il Mar Rosso. E partirono dal
Mar Rosso e si accamparono nel deserto di Sin. E partirono
dal deserto di Sin e si accamparono a Dafca. E partirono da
Dafca e si accamparono ad Alush. E partirono da Alush e si
accamparono a Refidim; e laggiú non c’era acqua da bere
per il popolo. E partirono da Refidim… e si accamparono
nel deserto del Sinai. E partirono dal deserto del Sinai… e si
accamparono ai «Sepolcri dell’ingordigia»...
Di nuovo gli attori coinvolgono gli spettatori in un testo
limpido e cristallino con gesti lenti, trascinando e agitando
nastri di stoffa che si intersecano in un viaggio verso luoghi
lontani, popoli, città conquistate e rovine fumanti. Tornano a
elencare le cifre dei battaglioni e dei combattenti secondo i
nomi delle tribú, e poi piaghe e malattie, pustole e lebbra,
sacerdoti e vittime. Con angoscia stemperata da gioia maligna
Rivlin si stupisce di come gli israeliti non si stanchino di
quell’errare, ipnotizzati da un Dio possessivo e irrequieto che
si aggrappa al suo popolo, promette, minaccia, infligge
punizioni e consola, impone divieti ed elargisce concessioni.
A quel punto – alla fine delle peregrinazioni, delle guerre,
delle piaghe, delle leggi sui morti e sulla sepoltura, delle città
rifugio, degli assassini involontari – si presenta al centro del
palcoscenico una giovane attrice, ciocche di capelli neri le
ricadono sul viso come serpentelli, si inginocchia e con
delicati gesti circolari delle braccia comincia a narrare la
storia della figlia di Jefte.
Allora Jefte, investito dallo spirito del Signore,
Percorse Galaad e Manasse,
Passò per Masfa di Galaad
E di lí marciò contro gli Ammoniti.
E fece un voto al Signore dicendo:
«Se darai nelle mie mani i figli di Ammon,
Quando io ritornerò vincitore,
Chiunque per primo uscirà di casa mia per venirmi incontro,
Sarà del Signore e l’offrirò in olocausto».
Al suono sordo del tamburo che accompagna la storia della
vergine ingenua accorsa ad accogliere con una danza il padre
vittorioso, senza immaginare di cadere vittima di un voto
crudele, Rivlin fa attenzione a non perdere nemmeno una
parola della giovane che pare rassegnarsi al proprio destino.
Ed ella: «Oh padre mio, se hai fatto il voto
Compi pure su di me ciò che la tua bocca ha pronunziato
Perché egli ti ha concesso di vendicarti degli Ammoniti, tuoi
nemici.
Concedimi soltanto questo: lasciami libera ancora due mesi
Affinché io vada errando per i monti a piangere la mia
verginità
con le mie compagne».
Ma al termine del racconto straziante si scopre che l’esile
figlia di Jefte dalle ciocche serpentine non si rassegna tanto
facilmente al proprio destino biblico e torna a narrare quella
stessa storia. Mentre il ritmo del tamburo aumenta, i
movimenti delle braccia e del corpo, misurati, garbati e
armonici nella prima storia, si fanno energici e ampi:
Allora Jefte, investito dallo spirito del Signore,
Percorse Galaad e Manasse,
Passò per Masfa di Galaad
E di lí marciò contro gli Ammoniti.
E quando giunge alle parole del padre amorevole e crudele,
che si strappa le vesti: «Ahimè figlia mia, tu vieni a rovinarmi.
Anche tu sei fra quelli che mi affliggono. Ho fatto un voto al
Signore e non posso piú ritirarlo», Rivlin sente un nodo alla
gola e le lacrime che avrebbero voluto sgorgare per la
vecchiaia e la sterilità di Sara durante il primo atto tornano a
pungergli gli occhi per la vergine sacrificata senza motivo
durante il secondo.
Ma la giovane figlia di Jefte, disperata, recatasi con le amiche
a piangere la sua verginità sui monti prima di essere
sacrificata dal padre per un insensato voto a Dio, fatto senza
sapere chi gli sarebbe corso incontro da casa sospinta dalla
nostalgia, non si accontenta nemmeno del secondo racconto.
Al suono sempre piú frenetico dei tamburi e della musica,
ripete per la terza volta la storia del sacrificio. Ora, però, non
è piú una ragazza ubbidiente e delicata ma una tigre ferita e
orgogliosa, che si ribella selvaggiamente a quel voto insensato
gridando con tutte le sue forze contro l’ingiustizia che le è
stata fatta. E si scopre che i movimenti delicati e armonici
della prima danza e quelli energici della seconda non erano
altro che un preludio al furore scatenatosi nel corpo esile, che
rotola e si contorce sotto gli occhi di tutti.
E quando lei grida di nuovo il dolore del padre che si
strappa gli abiti e accusa la figlia per il proprio errore: «Ahimè
figlia mia, tu vieni a rovinarmi. Anche tu sei fra quelli che mi
affliggono», Rivlin si sente sconvolto e si affretta a togliersi gli
occhiali e a nascondere il viso.
30.
Nonostante lo spettacolo sia stato lungo non è ancora
mezzanotte quando l’auto dei Rivlin arranca lungo la strada
sterrata disseminata di fiammelle che si stanno spegnendo,
per strappare i parenti alla natura e riportarli alla civiltà
sfavillante della superstrada fra Tel Aviv e Haifa. Il
parcheggio è semivuoto, eppure la musica martellante
continua a scuotere gli alti eucalipti piantati dalle prime
generazioni di pionieri, come se una moltitudine di gente
stesse ancora ballando.
Yoel e Ofra se ne stanno seduti in disparte, accanto a uno
dei tavoli vuoti. Non appaiono piú come due guide di un
movimento giovanile, eterni ragazzi, ma come una coppia di
anziani tristi e annoiati, con gli abiti resi appiccicosi
dall’umidità notturna che si leva dal torrente, indifferenti al
gruppo di danzatori sulla pista da ballo: un’accozzaglia di zie
grasse che saltellano con bimbi e nipotini, di ragazzi e ragazze
esultanti che sollevano sulle spalle non una sposa ma tre, e
seminude per giunta.
Rivlin non vuole rovinare il senso di elevazione spirituale da
cui si sente pervaso con gli strascichi di un matrimonio
squallido, e quindi ha intenzione di raccogliere in fretta i
parenti esausti e andarsene. Il padre della sposa, però, fratello
di Yoel, sinceramente offeso, pretende che i Rivlin lo onorino
accettando almeno il dessert.
Malgrado l’ora tarda non occorre fare un grande sforzo per
indurre la sorridente e paffuta Haghit ad accettare il dolce,
tanto piú che sul vassoio se ne raccolgono, uno dopo l’altro,
diverse varietà, stuzzicanti nella loro policromia.
– Com’è andato lo spettacolo? – domanda Yoel, che tra
meno di ventiquattr’ore prenderà la moglie e s’involerà verso
mondi lontani.
– Stupendo, assolutamente da non perdere. Io, se fossi in
voi, rimanderei la partenza solo per vederlo.
Ma gli emigrati sono ansiosi di lasciare la torrida patria.
– Yohanan ha pianto, – rivela Haghit compiaciuta, leccando
la panna dal lungo cucchiaino dorato.
– Veramente? – si stupiscono i cognati. – Perché?
– Come una fontana, – conferma Haghit con un ampio
sorriso, – e a ogni parola…
– Non come una fontana. Ogni tanto, – ammette Rivlin con
strano orgoglio mentre taglia la torta al cioccolato. – Piú che
altro mi sono commosso per la storia della figlia di Jefte.
31.
23.4.98
Galia,
mi hai risposto, nonostante ti avessi chiesto di non farlo.
Quindi non hai alcun diritto di stabilire quando io debba
reagire e quando tacere (lasceremo ad altri la falsa «dignità»
perduta).
Ringraziami per averti scritto solo quello che ho scritto
senza aggiungere parole piú dure. Se tuttavia ti senti cosí
sicura di te stessa e dei tuoi familiari, vivi e morti, perché
nascondere la mia lettera a tuo marito e violare la «sacra
fiducia coniugale»? Se sei cosí sicura della tua «verità»,
mostragli la mia lettera perché solo cosí potrai provare
quanto era veramente pazzo il tuo primo marito, e quanto
giustificata e necessaria sia stata la nostra separazione.
(Attenta però. La mia «pazzia» è come un boomerang, perché
chi si innamora di un pazzo lo è ancora di piú. E tu mi amavi.
Molto).
Cosa avrà poi spinto mio padre a farvi visita durante il
periodo del lutto? Non un senso di compassione verso di te e
la tua famiglia, ma il tormento che quest’uomo prova ancora
per il nostro divorzio, non riuscendo a capire cosa sia
successo veramente. Lui è una sorta di investigatore, alla
perenne ricerca delle ragioni di ogni cosa, anche delle sue
stesse azioni, e nonostante la posizione a cui è arrivato è
ancora roso da dubbi verso se stesso e anche verso chi è
convinto che gli somigli.
Per fortuna almeno mia madre ha totale fiducia in me.
Se – malauguratamente – mio padre cercasse di contattarti
di nuovo, mandalo subito via. Anch’io lo terrò a freno. A
volte mi chiedo per quale motivo ho avuto compassione dei
miei e non ho raccontato loro cosa è successo veramente tra
noi. Avevo forse paura che anche loro, come te, non potessero
credermi e ti supplicassero di perdonarmi? Oppure ho
mantenuto la mia promessa di tacere nella speranza
maledetta che tu tornassi da me?
Basta. È troppo. Ogni parola è inutile. Torna pure a piangere
un uomo che io non rimpiangerò mai.
Ofer
1 Le leggi religiose in vigore in Israele impongono la sepoltura immediata, o

quanto meno tempestiva, del defunto.


2 – Non è vero, mio caro.

– Perché no? È verissimo.


– Non mi rattristi così, qui le vogliamo tutti molto bene.
– Che si può fare? È Allah a volerlo.
– Macché Allah? Che c’entra lei con Allah? Non mi prenda in giro.
3 Solo lei, in segreto.

4 Ci penso io.

5 Che cos’ha ora? Qual è il suo disturbo?

6 Cos’ha ora?

7 Qual è la sua malattia?

8 Concederle, professor Rivlin, un rinvio della consegna della tesina.

9 [...] sarebbe meglio rinunciare del tutto.


10 Poverina, ha lavorato duro per anni.

11 Cos’è questo, un mercato?


12 Ha paura che faccia qualche sciocchezza.

13 Che sciocchezza?
14 Non so. Ha paura che faccia delle sciocchezze.
Parte terza
La tesina di seminario di Samaher

Dovrebbero esserci segni premonitori in grado di fornire


una chiave di comprensione a un serio studioso del passato
che non intende ignorare ciò che avviene nel presente. Forse
il desiderio di vendetta per l’annullamento dei risultati del
voto del 1991 e lo scippo del potere dalle mani del Fronte di
salvezza islamico tra la prima e la seconda tornata elettorale
avevano infiammato gli integralisti religiosi e i militari al
punto da spingerli a scagliarsi contro il popolo – gente
semplice come loro – e massacrare con crudeltà vecchi,
donne e bambini?
Ricercatori delle università di Montpellier e Aix-en-
Provence, responsabili degli archivi del regime coloniale nella
zona costretta centosettant’anni fa a diventare una provincia
francese, senza che alla popolazione venisse accordato il
diritto di cittadinanza, abbandonano la loro imperturbabile
obiettività e seminano dubbi e insinuazioni velate persino in
riviste scientifiche di spicco. In cosa abbiamo sbagliato? Cosa
pensavamo si fosse stabilizzato e istituzionalizzato ed è
rimasto invece insoluto? Cos’è rimasto ancora in sospeso con
il passato? Cosa si nasconde dietro il chador che copre quella
terra avvelenata?
Rivlin legge tra le righe gli accenni di difficoltà dei colleghi
d’oltremare e si sente in dovere di porgere aiuto. Una
coscienza accademica non consente di eludere la sfida posta
da neonati trucidati nei villaggi.
Cosí, con grande cautela, prende in esame tre fenomeni
premonitori, segnali infausti, e riserva loro un file speciale nel
computer dal titolo: «Primi segni dell’orrore e della
disgregazione dell’identità nazionale». Poi la parola «orrore»
viene cancellata e a «disgregazione» Rivlin preferisce
«sconvolgimento», poiché intende sviluppare il tema con i
toni misurati dello storico e non con il pathos di un
giornalista esaltato.
I disordini avvenuti nell’ottobre 1934 nella zona di
Costantina, intorno alla tomba del santo Ibn Said, tra i
pellegrini di Murabitun e i riformatori del movimento
Hasalafiyye, potrebbero essere considerati eventi precorritori
del terrore cieco che sarebbe esploso negli anni Novanta? Un
rapporto del comandante del plotone inviato a sedare la
rivolta, recentemente rinvenuto nell’archivio dell’esercito
francese a Tolone, porta a formulare ipotesi sorprendenti,
anche se con una certa prudenza.
La simpatia dello studioso israeliano, a dispetto della sua
laicità, propende istintivamente per gli ideali riformisti di
Hasalafiyye, che ambivano a riportare l’Islam alle origini, a
purificarlo e a riaffermare il suo spirito monoteista. Non c’è
dubbio che un illuminista debba rifiutare le fiere e i mercati
intorno alle tombe dei giusti e degli uomini pii, il commercio
di amuleti e di acqua santa e le suggestioni dei sufi. È vero che
recenti ricerche hanno riconosciuto con chiarezza un
elemento di fanatismo anche nei primi riformisti, nonostante
che in quel periodo si astenessero per principio dal fare
politica. Ma l’alto livello intellettuale dei loro leader, la loro
capacità oratoria, il fatto che avessero difeso con tenacia
l’Algeria da una simbiosi deleteria con la Francia coloniale –
forte di un esercito agguerrito – e dai suoi avidi coloni,
conquistano anche la simpatia di un osservatore liberale della
costa orientale del Mediterraneo.
Durante la sommossa a Costantina rimasero uccisi due
uomini e altri furono percossi e feriti. E poiché l’ipotesi piú
naturale è che i riformisti fossero venuti a esprimere una
protesta puramente spirituale e morale contro il culto pagano
dei sepolcri che irretiva i fedeli minando la loro capacità
d’azione e impedendo il miglioramento della loro vita e di
quella della comunità, è normale che la colpa delle violenze
ricada su quei primitivi risvegliati dalla loro quiete mistica.
Tuttavia il comandante francese chiamato a riportare l’ordine
tra le parti descrive con grande sorpresa uno scenario diverso.
Furono i berberi i primi a essere attaccati, e lui vide con i
propri occhi la folla dei riformisti, guidati da uomini religiosi
e da intellettuali rispettabili, far partire il primo colpo d’arma
da fuoco in direzione di uno smunto monaco sufi che girava
con un abito bianco accanto a una lapide sacra.
È possibile che quello fosse stato un primo segnale, labile, è
vero, ma anche evidente, del terrore spietato che sarebbe
esploso sessant’anni dopo? Che i discendenti di quei
riformisti, uomini del Fis, si rivoltino oggi, frustrati e furenti,
non solo contro i loro nemici tradizionali – infedeli e
occidentalizzati, funzionari e ufficiali dell’esercito corrotti,
scrittori e giornalisti – ma anche contro contadini innocenti
che anziché impegnarsi in un momento di crisi nell’attività
politica, partecipano a pellegrinaggi oscurantisti, si dedicano
al commercio di talismani, e organizzano vere e proprie fiere
intorno a tombe di uomini pii? E cosí, nel grande caos
creatosi dopo l’annullamento dei risultati delle elezioni del
1991, gli integralisti musulmani colpiscono anche i loro
fratelli ignoranti; come a dire: amate i sepolcri, pregate i santi
e chi fa miracoli – ecco, noi colmeremo i vostri villaggi di
tombe di martiri giusti e puri, di vecchi, donne e bambini,
finché l’aura di mistero si dissolverà perché voi tutti vi
trasformerete in santi.
Forse un episodio dimenticato, ritrovato nei protocolli del
tribunale del distretto di Ein Sifra, a ridosso del Sahara,
rappresenta un primo segno della crudeltà inspiegabile che
imperversa oggi. Nel 1953, tre studenti francesi dell’università
di Marsiglia, due ragazzi e una ragazza, partirono con una
scaltra guida nera di nome Hamid el Kader alla volta del
deserto del Sahara, ispirati da un racconto di Albert Camus
pubblicato in Francia in quei giorni: la storia di Janine, una
triste donna francese che accompagna il marito, un
commesso viaggiatore, tra villaggi e paesi a vendere la propria
merce. Giunta con lui in un piccolo paese ai limiti del deserto,
l’anima gelida e insensibile di Janine rimane turbata alla vista
della distesa desolata, e nel cuore della notte la donna si
sveglia in preda a una grande agitazione, esce dalla camera
d’albergo e si arrampica da sola in cima alla fortezza del
villaggio per osservare con struggimento le tende dei nomadi
accampati ai suoi piedi e tornare ad assorbire il senso di
sconfinata libertà del deserto di notte.
I tre studenti francesi, colpiti da quel racconto, decisero di
partire durante le vacanze natalizie per comprendere meglio
la sensazione di sconvolgimento profondo vissuto dall’eroina
di Camus. La guida nera trovò per loro una fortezza simile a
quella descritta nel racconto e lí gli studenti ammirarono il
grande deserto. Come la protagonista del racconto anche loro
videro un accampamento di tende nere di nomadi circondato
da cammelli silenziosi che pascolavano ai limiti della distesa
infinita. Diversamente dalla donna, però, che si era limitata
ad ammirare il paesaggio, i tre ragazzi decisero di chiedere
alla guida algerina di condurli all’accampamento per
trascorrervi la notte. Visto che erano arrivati fin lí, perché
non inoltrarsi nel deserto e assaporare un po’ del suo spirito
immortale?
La guida soddisfò la loro richiesta e li condusse dai nomadi,
che accolsero i turisti inattesi con cordialità, li nutrirono e li
ospitarono per la notte. Il mattino seguente, tuttavia, allorché
i ragazzi si svegliarono, scoprirono che i beduini erano spariti
con tende, cammelli e pecore, e quando si recarono a
svegliare la guida, che dormiva profondamente avvolto in una
coperta, videro che anche la sua testa era scomparsa.
Atterriti, si diedero alla fuga, indecisi se denunciare
l’omicidio alla polizia locale o recarsi nel capoluogo del
distretto per rintracciare un distaccamento militare francese.
Il senso del dovere, tuttavia, ebbe la meglio e i ragazzi
sporsero denuncia a un locale rappresentante della legge, che
non apparve troppo sorpreso dall’accaduto ma per sicurezza
li tenne chiusi in casa sua fino all’arrivo di un ufficiale
francese.
L’assassino venne acciuffato tre mesi dopo, quando tornò
con la famiglia e le greggi ai piedi della fortezza certo che
l’omicidio fosse stato dimenticato e nell’ingenua speranza di
attirare nuovi ospiti al suo accampamento. Quando gli fu
chiesto in tribunale il motivo del suo gesto, sostenne che la
guida parlava un francese troppo buono per essere un
musulmano fedele e un patriota algerino che aspira a una
patria libera. Non sapendo, però, fino a che punto la lingua
della guida fosse traditrice, gli aveva mozzato l’intera testa.
Quando l’allibito giudice francese domandò come avesse
potuto valutare il grado di conoscenza del francese della sua
vittima visto che lui non lo parlava, l’omicida rispose con
semplicità: dalla risata spensierata e disinibita della ragazza.
Ma forse esiste un altro segno premonitore del terrorismo
che sconvolge ormai da anni l’unità della nazione
nordafricana. Il professor Rivlin è incerto se spingersi tanto
lontano, agli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo, agli
inizi del dominio francese e allo smantellamento delle
corporazioni degli artigiani, le baraniyye. Qualche anno
prima aveva fatto da relatore a un dottorato di ricerca
sull’argomento e aveva avuto l’opportunità di tornare ad
approfondire quel periodo che aveva risvegliato in lui strane
riflessioni.
Ai tempi del prolungato dominio turco i contadini algerini
erano soliti cercare occupazione nelle città in periodi di
grande siccità o di altre difficoltà economiche, senza tuttavia
avere l’intenzione di stabilirvisi o di mescolarsi alla
popolazione locale. Si organizzavano in gruppi indipendenti,
denominati jama‘a, in base al villaggio di provenienza o alla
scelta di determinate professioni, come per esempio quella di
mugnaio, macellaio o mercante di profumi.
Le jama‘a conducevano vita di comunità e sceglievano un
capo, l’amin, riconosciuto dal governo turco come loro
rappresentante. L’amin poteva giudicare e punire i membri
della jama‘a che, rimasti scapoli per timore di disgregare il
tessuto sociale della tribú o del villaggio, accettavano la sua
incontestabile autorità.
Il nuovo governo francese, tuttavia, dopo non pochi
tentennamenti, nel 1868 revocò i diritti di autonomia delle
jama‘a e disconobbe l’autorità giudiziaria degli amin.
Sulle prime i membri delle baraniyye non gradirono la
revoca della loro autonomia, e quella decisione fu
particolarmente dura da accettare per gli amin spodestati
dato che la loro posizione garantiva parecchi benefici. Per
molti anni le jama‘a tentarono di mantenere, in via non
ufficiale, la vecchia autonomia, e nonostante il
disconoscimento delle autorità francesi i loro membri
obbedirono agli amin. Solo col passare degli anni, all’alba del
ventesimo secolo, quelle strutture volontarie si indebolirono,
le corporazioni sparirono e il governo centrale francese
rafforzò la propria autorità.
Il ricordo delle jama‘a indipendenti, tuttavia, dotate di
autonomia di giudizio, non abbandonò i contadini del
deserto, trasformati ora in semplici operai e soggetti, come il
resto dei cittadini, alle vessazioni del dominio coloniale. La
nostalgia per la piccola jama‘a, governata da un amin forte, si
trasmetteva da una generazione all’altra, finché alcuni
contadini, frustrati nella loro ambizione di divenire amin,
cominciarono a biasimare non il governo, responsabile di
impedire la realizzazione del loro sogno, ma i propri fratelli
bifolchi e ignoranti, che non accettavano la loro guida e
sfuggivano la loro autorità.
Nel 1927 accadde un episodio strano e inspiegabile in un
villaggio del Mzab, ai margini del Sahara, distante piú di
cinquecentosessanta chilometri dalla capitale. Un contadino,
intenzionato a far rivivere la «memoria turca» delle
baraniyye, raccolse intorno a sé una piccola jama‘a, si fece
nominare amin e si imbarcò in una crociata di processi e
punizioni finché le autorità lo catturarono e lo giustiziarono.
Forse, dopo l’annullamento delle elezioni del 1991, di fronte
a un governo militare spietato e disgregato da un lato, e agli
integralisti islamici furiosi dall’altro, si era risvegliata la
memoria della jama‘a e aveva dato vita a una nuova realtà?
Gli amin deliranti si stavano forse riappropriando di
un’autorità a loro negata un secolo prima, raccogliendo
intorno a sé jama‘a feroci che partivano la notte per
spedizioni punitive?
1.
Dopo che i «cari emigrati» hanno riempito le valigie con
medicinali – secondo le loro abitudini – e sono volati via,
Rivlin sente di avere forse un po’ ecceduto nei timori riguardo
a quella visita trascorsa, sí, con lentezza, ma anche con un
dolce struggimento čechoviano: conversazioni pigre e serene
intorno a una tazza di tè sul grande terrazzo e passeggiate
tranquille lungo la spiaggia. E malgrado sia stato esiliato dallo
studio e il suo lavoro di ricerca, che procedeva a rilento sulla
scrivania di casa, non abbia nemmeno avuto modo di
arrancare su quella dell’università, rimane ancora la speranza
che il computer, dopo avere ammirato in silenzio le colline
della Galilea dall’alto dell’edificio universitario, abbia
assorbito in segreto un po’ della saggezza dei numerosi
colleghi accesi tutt’intorno prima di essere riavvolto in
morbidi asciugamani e ricondotto al suo posto. Perciò,
quando il suo schermo si illumina davanti al fantasma della
vecchia madre intenta a un solitario, è come se sul Carmelo
una brezza leggera mormorasse al professor Rivlin: non
disperare. Picchia sui tasti. E per non perdersi d’animo sceglie
come salvaschermo una scritta arancione a lettere cubitali:
NON DISPERARE. Cosí, se si sentirà in preda allo sconforto e
vorrà abbandonare il lavoro, il computer lo incoraggerà.
Nel frattempo è arrivata una lettera di Samaher – in arabo,
chissà perché – in cui la ragazza annuncia con un tono un po’
arrogante di accettare l’argomento della tesina, come se non
si trattasse di un aiuto che le viene offerto ma di un favore che
lei si degna di concedere all’affezionato insegnante. È
comunque vero, ammette Samaher, che si tratta di un favore
molto piacevole, perché i racconti e le poesie portate dal
cugino sono molto avvincenti e talvolta persino esaltanti (ha
scritto la parola «esaltanti» in ebraico, come se non esistesse
in arabo un termine per esprimere quella sensazione che
dovrebbe compiacere tutti): solo ora lei scopre quanto sia
grande e vasto lo spirito della nazione araba che si stende
dall’Eufrate alle coste dell’Atlantico, e quanto sia fiera di
appartenervi. Ha già tradotto due poesie d’amore e tra poco
riassumerà il contenuto di un paio di racconti. Il primo è di
stampo realista mentre il secondo è una sorta di fiaba ingenua
e dolce ma, a suo avviso, dall’alto contenuto politico. Quando
avrà terminato verrà all’università a consegnare il frutto del
suo lavoro, sempre che il medico le permetta di uscire di casa
perché, sia lodato il cielo, è rimasta incinta e per il momento
non può muoversi.
«All’inferno, – impreca l’insegnante sottovoce, – perché mi
sono complicato la vita con lei? Adesso comincerà a
propinarmi nuove scuse». I giornali e le riviste originali dello
studioso ucciso sono già stati rispediti a Gerusalemme dietro
urgente richiesta del signor Swissa, colto dall’impellente
desiderio di capire cosa cercasse l’amato figliolo nell’animo
degli arabi, e malgrado Rivlin non si sia mai illuso che
racconti o poesie potessero veramente contribuire alla sua
ricerca, dal momento in cui quelli sono stati sottoposti alla
sua attenzione, sente di non poterli piú ignorare.
In ogni caso prova uno strano sollievo perché ora ai travagli
della ricerca si è aggiunto un pretesto concreto per i suoi
ritardi. Senza perdere tempo telefona a Samaher per esortarla
a far presto, ma poiché lei è costretta a letto al suo posto
risponde la madre, che si spaventa molto per il tono irritato
con cui il professore la sollecita a recapitare immediatamente
ciò che la ragazza ha già tradotto. E in effetti due giorni dopo
Rashed consegna due brevi poesie d’amore, tradotte in un
ebraico bello e fluente:
Chi l’ha vista la mattina? | quando la sua fronte si apre
come un fiore | e calma rugiada e gigli, | rose e viole, | fiori
e nidi di macerie? | chi ha visto l’alba della sua gloria? | chi
ha visto la sua camicia da notte? | intessuta dai gelsi | vi
pendono due more | e una mezza mora, | vi pendono due
regni di seta | e un mezzo regno. | Una pulzella senza
eguali, | chi resta savio nel vederne | i fianchi? | Sinuosi | si
piegano | verso un’altra stella. | Sono una tappa futura, | un
viaggio dalla morte | alla vita. | Lassú si piangerà | sulle
macerie degli arabi, | sul deserto degli arabi…
Gli ipnotici occhi color carbone del corriere hanno seguito
ansiosi la lettura sorpresa del professore, che si chiede come è
potuto avvenire un passaggio lirico cosí rapido dalle sinuosità
dei fianchi della pulzella che si risveglia dal sonno, alle
macerie degli arabi piangenti.
– Dov’è l’originale arabo?
Ma Rashed ha portato solo la traduzione.
Anche la seconda poesia appartiene allo stesso autore, Faruk
el-Janabi, che ancora decanta la pulzella misteriosa:
Com’è bella l’ombra della notte nei suoi occhi! | vi si
nasconde un messaggio dell’amato | e un gelido anello, per
ingannare il tempo. | Com’è bello il colore della notte nei
suoi occhi! | Lei vi tinge un lembo di bandiera | e un abito
nero, | per chi non è entrato | attraverso il cancello della
gloria. | Vi tinge una notte intera | perché nessuno veda
l’altro. | Fanciulla… | Com’è mirabile il tuo sconforto!
– E i racconti? – reclama Rivlin deluso.
– Samaher ci sta ancora lavorando, – Rashed tenta di
difendere la cugina. – È costretta a letto e le è piú facile
tradurre poche righe che riassumere dei racconti. Ma non si
preoccupi, professore. Alla fine preparerà tutto.
– È davvero incinta? – domanda l’insegnante scettico.
– Cosí dice sua madre, – risponde vago il ragazzo.
2.
Nel frattempo ci sono stati degli sviluppi nel processo «a
porte chiuse». Un testimone importante dell’accusa, che per
timore di ritorsioni è fuggito all’inizio del procedimento
penale in una delle repubbliche asiatiche dell’ex Unione
Sovietica, si è convinto, dopo molte pressioni, a fornire la
propria testimonianza. A condizione però che il tribunale,
delle cui «porte chiuse» non si fida, venga a raccogliere la sua
deposizione in un luogo da lui scelto personalmente, fuori
Israele. Sulle prime pare che basti la presenza di un solo
giudice, ma la difesa, allarmata dalla possibilità che la nuova
testimonianza possa far pendere l’ago della bilancia a sfavore
del suo cliente, decide di reclamare la presenza dell’intero
collegio giudicante, e anche Haghit non può sottrarsi al suo
dovere.
– Cosí avete accettato di partire, in sostanza, senza sapere
per dove?
– Questa è la condizione. Ma perché preoccuparsi? Quando
arriveremo a Vienna ci verrà comunicata la meta precisa del
viaggio. E all’ambasciata sapranno sempre come rintracciarci.
– Cosa diresti se fossi io a scomparire in un luogo
sconosciuto?
– Me la prenderei e non ti lascerei partire, – ammette Haghit
con un sorriso calmo e imperturbabile, – però tu puoi sempre
portarmi con te, mentre io non posso. Ma che c’è? Non ti fa
piacere sbarazzarti un po’ di me?
– Non in questo modo.
– Come allora?
– In maniera piú drastica…
Lei è sorpresa, ride, poi gli si avvicina per baciarlo.
– Non pensare che laggiú mi aspetti chissà che. È solo
lavoro.
Tuttavia non appare impensierita, ma compiaciuta. L’attesa
di una testimonianza che potrebbe risolvere un processo che
si trascina da mesi in dibattimenti infruttuosi rende quel
viaggio piú entusiasmante da un punto di vista professionale,
e poiché sarà l’unica donna in un gruppo di uomini, godrà di
attenzioni e premure non inferiori a quelle che le riserva il
marito.
Ma già Rivlin si sente sopraffare da una tristezza angosciata,
mista a un’ansia sconosciuta e aggressiva per quella breve e
insolita separazione. E benché Haghit, con raffinata
eloquenza forense, cerchi di descrivere la sua assenza fugace
come una benedizione che stimolerà la «capacità di
concentrazione» del marito, lui continua a brontolare non
solo per le leccornie che lei gusterà senza di lui, o per i
panorami che non potranno godere insieme, ma anche per il
disordine cronico che la moglie lascia irrimediabilmente alle
spalle. Perciò, alla vigilia del viaggio, è ben determinato a far
sí che lei mantenga una vecchia promessa fatta all’inizio
dell’anno e rinnovata prima dell’arrivo della sorella ma mai
mantenuta: riordinare il grande armadio e buttare il
superfluo, per dare un po’ di ossigeno alla loro vita
soffocante.
3.
La sera prima della partenza, mentre Haghit è alle prese con
la valigia – e malgrado gli abbia garantito che farà «tutto ciò
che vorrà» al suo ritorno –, Rivlin è ben deciso a non dargliela
vinta e alle dieci di sera sistema in camera da letto due sedie
destinate a due categorie diverse di indumenti: la prima è
riservata agli abiti la cui sorte verrà decisa subito, e la seconda
a quelli che godranno di una seconda chance e della
possibilità di un appello. Siccome però la moglie fatica a
separarsi dai vecchi vestiti, che sente parte di sé, tra loro
divampa subito un diverbio.
– Innanzitutto, questo! – Rivlin prende un cappotto grigio e
sbiadito, con un grande collo di pelliccia, come se avesse
acciuffato un accattone mangia-pane-a-tradimento
nell’armadio. – L’ultima volta che lo volevo buttare mi hai
promesso che mi avresti dato la prova di averne ancora
bisogno. Non l’ho avuta. Per due anni questo cappotto ha
continuato ad ammuffire e a essere mangiato dalle tarme,
trasmettendole agli altri vestiti.
– È colpa mia se per due anni non c’è stato un inverno come
si deve?
– Non lo avresti indossato comunque. Un cappotto con un
collo di pelliccia era superfluo fin dall’inizio.
– Ma a me piace.
– È un amore platonico. Perciò è arrivato il momento di
separarvi.
– Arriveranno ancora giornate fredde e ci pentiremo di
averlo buttato.
– Addio, cappotto –. Rivlin lo piega. – E ora, prima di
qualsiasi altra cosa, forse è arrivato anche il momento di
separarci dalla gonna di lana di tua madre, dieci anni dopo la
sua morte.
– Non azzardarti a toccarla!
– Ma perché? Non l’hai mai messa e nemmeno la metterai
mai. Dàlla a qualche immigrata russa.
– Niente da fare. Lasciala dov’è.
– Perché?
– Te l’ho già detto. È una questione sentimentale.
– Non capisco cosa ci sia di sentimentale in una gonna di
lana nera e vecchia di tua madre.
– Tu non lo capisci perché non hai mai provato un
sentimento sincero verso la tua, di madre.
– Di certo non l’ho mai provato per le sue vecchie gonne. E
che fine farà questa? Rimarrà appesa nell’armadio fino al
giorno della nostra morte? Come un cupo ammonimento del
destino?
– Perché come un cupo ammonimento del destino? Come
un ricordo.
– Ho l’impressione che oggi non riusciremo a fare progressi.
– Te l’ho detto, sono stanca. Perché proprio stasera? Devo
svegliarmi alle tre del mattino. Ti prometto che metterò
ordine al mio ritorno.
– Anche in passato l’hai promesso, ma non è servito a
niente. Al tuo ritorno sarai esausta e non ti sentirai piú in
debito con me. Non è terribile. Faremo un piccolo sforzo.
Dedicheremo un altro quarto d’ora a questa faccenda. Ho il
diritto di essere lasciato in una casa ordinata. Ecco, per
esempio, questa camicetta blu ricamata. È davvero stupenda e
ha fatto il suo dovere. Adesso ci scoppi dentro.
– Ti ricordi dove l’abbiamo comprata?
– A Zurigo.
– No, a Ginevra. In un negozietto sul lungolago. Costava un
occhio della testa e tu non ne volevi sapere.
– Non è che non volessi. Ero indeciso…
– Sono passati cosí tanti anni da allora e guarda come il
ricamo viola è rimasto fresco e vivace. E quante volte l’ho
indossata. Come l’ho sfruttata…
– Sí, ha avuto l’onore di essere inclusa tra le tue «uniformi».
– Allora teniamola. Per una camicia come questa vale
persino la pena di dimagrire.
– Lo sai, Haghit, che non dimagrirai mai. È arrivato il
momento di separarti da lei. Addio, camicia. Grazie, camicia.
Anch’io ti ho amata. Ora vattene, per favore.
– Sono tristi gli addii.
– Adesso, Haghit, guarda questo completo marrone e di’ la
verità. Non lo tocchi da cinque anni.
– Non è vero. L’ho indossato alla festa in tuo onore, alla
società orientale.
– Però la cosa è finita lí. Non ci saranno piú feste in mio
onore.
– Che ci posso fare se non è piú di moda?
– Questo l’hai detto subito dopo averlo comprato.
– Magari tornerà di moda.
– Non questo completo…
– Sei un uomo senza cuore. Che fastidio ti dà?
– Te l’ho detto. Rende tutto piú stipato e nasconde gli abiti
buoni.
– Allora lo trasferirò nel tuo armadio…
– Sei impazzita? Basta! Rassegnati al verdetto. Questo
completo se lo godrà una donna povera che può permettersi
di non dipendere da nessuna moda e che indosserà anche
questi vecchi pantaloni di velluto…
– Non loro…
– Ma hanno un grosso strappo…
– Allora li metterò solo in casa…
– Con lo strappo? E in onore di chi?
4.
Nonostante tu sapessi che ti sarebbe stato difficile
addormentarti la notte prima della sua partenza, non
immaginavi che lentamente e di soppiatto un senso di
desolazione e di tristezza per quel viaggio si sarebbe insinuato
nella tua anima. È vero che già alle dieci e mezza, dopo le
prime avvisaglie, ti sei affrettato a indossare il pigiama, hai
aggiunto un cuscino al letto, hai spento tutte le luci di casa e
hai persino chiuso le persiane davanti alla luce della luna,
come se fosse quella a minacciare il tuo sonno. Non ti sei
ancora sentito tranquillo e hai preso delle precauzioni,
ingoiando un sonnifero azzurrino per stordire le ansie della
giornata e attenuare l’angoscia di quella seguente. Tuttavia,
temendo che un sonno troppo pesante compromettesse il
risveglio all’ora stabilita, hai tagliato la pastiglia in due, ne hai
ingoiata una metà e hai dato l’altra metà alla vera viaggiatrice,
assolutamente calma e mai sofferente di insonnia. E lei,
eccitata dall’avventura che l’attende, ha protestato per il
giornale che le hai sfilato di mano e per la luce dell’abat-jour
che hai spento, ma poi ti ha baciato con dolcezza e si è
affrettata a raggomitolarsi in un sonno placido e sereno,
accompagnato da un lieve russare.
Come hai potuto non riconoscere in tempo il veleno che ha
preso a strisciare dentro di te mentre ti rigiravi nel letto in un
sonno leggero e agitato, scompigliando le lenzuola e facendo
cadere la coperta? Ti sei coricato allora sul divano nello
studio, fino a poco prima letto principesco, e hai cercato
inutilmente di raccattare brandelli di sonno lasciati dall’ospite
delicata, finché a mezzanotte, disperato ma pieno di speranza,
hai ingoiato un altro sonnifero intero, accompagnato da un
bicchierino di cognac che ti ha stordito la mente ma ha
attizzato una scintilla nella tua anima.
Veramente gli abiti smessi della tua amata, ripiegati e pronti
al loro destino in un mucchio molto piú alto di quanto avessi
previsto, ti hanno ricordato giorni piú felici? Haghit,
nonostante sulle prime si fosse battuta per ogni capo, di
punto in bianco ha mutato atteggiamento, facendosi
trascinare dalla smania di buttar via, tanto che ti sei
spaventato e l’hai fermata, senza capire se fosse solo una
trovata ingegnosa per frenare il tuo slancio distruttivo, o
un’autentica intenzione di sfoltire l’armadio, cui comunque
seguirà la pretesa di un rinnovo del guardaroba.
Cosí, stremato, frastornato da emozioni vecchie e nuove,
dopo mezzanotte torni a frugare tra abiti vecchi, gonne e
camicette, e alla luce rossastra del lumino acceso tra i due
piani sfiori il velluto logoro, tocchi il bel ricamo, accarezzi un
completo di lana leggero e fiuti le scarpe rosse col tacco
ancora nuove – «scarpe da sgualdrina», le avete chiamate cosí,
perché solo dopo averle comprate avete capito quanto fossero
provocanti e come avrebbero potuto causare imbarazzo a
imputati e pubblici ministeri. Eppure sono continuate a
passare da una scarpiera all’altra, da un armadio all’altro, da
un appartamento all’altro, provocanti con i loro legacci aperti
e la loro scollatura, finché la sera prima sono state catturate e
aggregate al resto degli abiti, per essere consegnate a
un’organizzazione di beneficenza.
Malgrado ti sia chiaro cosa potrebbe incatenare al tuo letto il
sonno reticente che ti porta a vagare per la casa, sai bene che
tua moglie non acconsentirebbe mai a mischiare l’amore con
il riposo, per timore di perdere lucidità e controllo in un atto
che ai suoi occhi è infinitamente piú spirituale che fisico.
Dunque non rimane che alzare la tapparella nella speranza
che la luce della luna, respinta in precedenza, rischiari la
stanza, e con voce sommessa e lamentosa, non rivolta a tua
moglie, il cui riposo è caro anche a te, ma al cielo, alle stelle, al
fantasma addormentato al di là della via, al sonnifero
azzurrino neutralizzato dall’ansia, ti lasci sfuggire una
lamentela:
– Non ho chiuso occhio. Nemmeno per un minuto.
Poi taci. Non sai se la tua voce ha scalfito la coscienza della
donna addormentata. Dopo un’attesa che pare interminabile
si leva una risposta flebile ma chiara, scaturita dal «centro di
controllo automatico del buon senso» che sa produrre, a
seconda del bisogno, nel cuore della notte e dalle profondità
di un essere completamente assopito, frasi di biasimo o di
conforto, che la mattina non solo lei non ricorderà, ma che
sarà anche stupita e divertita di avere pronunciato.
– Non fa niente, amore mio, il sonno non è sacro.
– Senti chi parla.
– Ben Gurion dormiva solo quattro ore e governava con
successo un’intera nazione.
– Se riuscissi a dormire quattro ore sarei felice.
– Dopo che sarò partita potrai dormire quanto vorrai.
– Ma come dormire? Quando mai? Cosa dici? Domani
mattina verrà la donna delle pulizie. Come potrò riposare con
lei qui? E anche il dannato cugino di Samaher mi porterà del
materiale. Come ho fatto a invischiarmi con lei? Dio, come ho
fatto?
– Non è grave. Dormirai dopo.
– Sono distrutto.
– Ma che ti è successo stanotte? Non dirmi che hai
cominciato a provare invidia anche per me?
– Ma che dici? Cos’ho da invidiarti? Però sono furioso. È
un’ingiustizia. Perché io dovrei sentirmi in colpa quando
sparisco per qualche ora a Gerusalemme?
– Quando sei sparito a Gerusalemme?
– A dire il vero non sono sparito.
– Allora perché ti senti in colpa?
– Sei tu a farmi sentire in colpa. Appena mi allontano da
casa diventi gelosa e irritata.
– Perché faccio fatica a separarmi da te. Anche domani sarà
cosí. Ma che ci posso fare? Non essere invidioso del mio
viaggio. Non ho scelto io di partire. È il mio lavoro. E
credimi, non sarà affatto piacevole.
Il tuo sbalordimento aumenta nel vedere una donna che
conversa inconsapevole, con gli occhi chiusi e immersa nel
sonno come un neonato obbediente.
– Va be’, va be’. Non importa. Dormi adesso. Ti è rimasta
solo un’altra ora e mezza.
– Vuoi che provi a farti addormentare?
Parla ancora ma, ecco, già si zittisce, immersa nel sonno, e i
suoi respiri si levano calmi e profondi. La coperta è tesa, il
lenzuolo tirato, il pugno è posato contro la bocca,
reminiscenza dell’antico gesto del succhiare. Tu ti stringi a lei,
da dietro, la abbracci, cerchi inutilmente di insinuarti nel suo
calore, di incollarti a lei come a un feto, di fondere i vostri
respiri, di attingere dalla copiosità generosa di quel sonno
sereno e innocente, finché ti dài per vinto e con magnanimità
rinunci alla speranza e alle lamentele. Sorprendentemente
però ti rianimi, ti alzi scattante, inforchi di nuovo gli occhiali,
ti chiudi alle spalle la porta della camera da letto, accendi la
luce in cucina, metti dell’acqua a bollire e poi avvii il
computer per guardare la scritta NON DISPERARE che fluttua
spensierata sullo schermo.
5.
Solo al primo debole segno dell’alba Rivlin riceve
l’autorizzazione a chiudere la valigia e a deporla accanto alla
porta d’ingresso. Dopo essersi truccata e aver indossato il
completo nero, eterna «uniforme» che resisterebbe
strenuamente a ogni possibile selezione, Haghit, raggiante ed
emozionata, si unisce a lui per un caffè acconsentendo,
diversamente dal solito, a contribuire a finire un dolce
vetusto, residuo della visita di sua sorella. Ora moglie e
marito si osservano con affetto profondo e stanco, sorpresi di
trovarsi di fronte a una separazione vera, breve ma rara.
– Cosa vuoi che cucini oggi la donna?
– Niente. In frigo ci sono un sacco di avanzi.
– Scenderai con me?
– Certo.
– Non sentirti obbligato. La valigia non è pesante.
– Ma devo chiarire in maniera un po’ piú autorevole come
mantenere i contatti e come sapere quando tornate. Tutto
questo viaggio è un po’ troppo misterioso…
– Misterioso? Starò via tre o quattro giorni al massimo. E
non sono nemmeno sola.
– Ma chi sarà responsabile di te?
– Perché qualcuno dovrebbe essere responsabile di me? – si
stupisce Haghit. – All’ambasciata di Vienna sapranno dove
rintracciarci in caso di bisogno. Non aspettarti però che ti
telefoni oggi. Forse domani. Non ti cambi la camicia?
– Che ha di male la mia camicia?
– È un po’ stropicciata, e se scendi a incontrare delle
persone, forse è il caso di cambiarla. E fatti anche la barba, per
piacere.
– È ancora presto.
– Non fa niente. Falla lo stesso. Non tutti i miei colleghi
sanno chi sei e cosa fai.
Rivlin si rade, indossa una camicia nera e porta giú la valigia
mentre la moglie si trattiene, a suo dire, per dare una
ritoccata al trucco, ma in realtà per mettere in atto quel lieve e
consueto ritardo che dà sostanza alla sua femminilità. Nella
stretta via è già in attesa un bel minibus del servizio carcerario
con un autista in uniforme, che alla comparsa di Rivlin aziona
la luce blu lampeggiante come se volesse proclamare il
rispetto dello stato nei confronti dei rappresentanti del
sistema giudiziario. Il segretario del tribunale distrettuale, un
uomo alto e snello, si affretta a salutarlo e a liberarlo della
valigia. Anche i due colleghi giudici, riconoscendolo, escono
dalla vettura per stringergli la mano e domandargli come sta.
Ma quando Haghit arriva con gli occhi raggianti per quel
viaggio avventuroso, avvolta in uno spolverino leggero e
antiquato sottratto all’ultimo minuto al mucchio di abiti
destinati a sparire, scendono dal minibus altri due giovani
uomini – il pubblico ministero e l’avvocato difensore –,
ansiosi di fare la conoscenza del professore tramite la moglie.
Haghit è ora circondata da cinque uomini che pendono dalle
sue labbra, rappresentanti della legge e della magistratura in
tutte le sue forme, e sopra la testa di Rivlin, in cima al monte,
un primo lembo di nuvola si tinge di rosa. Lui prende la
moglie fra le braccia, stordito da una notte insonne e
dall’amore che prova per lei, e la bacia davanti a tutti. Poi,
calmo e sorridente, si rivolge in tono di lieve rimprovero al
gruppo dei partenti, come se l’iniziativa di quella missione
fosse sua:
– È arrivato il momento di tirare le somme di questo
dannato processo…
A giudicare dal cenno di testa della moglie capisce di essersi
lasciato sfuggire una frase fuori luogo e quindi si affretta a
correggerla con liberalità:
– Però non dimenticatevi di divertirvi un po’… se potete…
Rientrando in casa Rivlin nota che, contrariamente alla sua
indole e alle sue abitudini, Haghit ha lavato le stoviglie della
colazione e capisce quanto si senta in colpa, non tanto per il
viaggio in sé, quanto per averlo lasciato solo. Decide allora di
telefonare a Ofer, di guardia dietro a una pesante porta verde
di cui Rivlin ha controllato personalmente la robustezza
durante una visita a Parigi l’anno prima.
Affinché gli addetti alla vigilanza non siano tentati
dall’intrattenere conversazioni private, il centralino telefonico
dell’Agenzia ebraica di notte viene disattivato. Viene lasciato
in funzione un unico apparecchio ed è possibile, di tanto in
tanto, chiamare a quel numero chi dovrebbe essere sempre
vigile ma, nel caso che non lo sia, è preferibile venga svegliato
dal padre piuttosto che da un superiore.
Innanzitutto Rivlin racconta al figlio della partenza della
moglie, avvenuta all’alba, e di come quella notte l’ansia per il
viaggio abbia trasformato anche lui in una sorta di sentinella,
per quanto inutile, dato che ha vigilato solo su se stesso, o
meglio, contro se stesso. Poi, con lieve ironia, descrive l’intero
collegio giudicante stipato in un piccolo minibus del servizio
carcerario, e infine gli domanda del tempo in Europa,
dell’ultimo esame, di quando darà il prossimo. Essendo però
proibito intrattenere conversazioni prolungate su quella linea,
a quel punto Rivlin chiede, come per caso, se dalla pensione
sia arrivata una lettera di risposta alle sue condoglianze.
– Ti ho detto di aver mandato un messaggio di
condoglianze? – si meraviglia Ofer.
– Probabilmente…
– Com’è possibile, papà?… Non ti ho detto niente…
– Allora ho pensato che fosse naturale che tu reagissi alla
morte del padre di Galia, – Rivlin si mantiene calmo
lasciandosi sfuggire con indifferenza un’altra frase evasiva. –
Forse lo hai dimenticato, ma è stata tua moglie…
Dietro la pesante porta verde, forse già sfiorata da una
francese brezza mattutina, cade un silenzio cupo, interrotto
da una domanda inattesa:
– Alla mamma lo hai già raccontato?
– Cosa?
– Quello che le nascondi. Di avermi informato contro il suo
parere…
– Non ancora.
– Com’è possibile, papà? – ridacchia Ofer con sarcasmo. –
Agisci cosí alle sue spalle? Alla fine verrai punito anche per
questo…
– Non preoccuparti per la mia punizione. E smettila di
idealizzare i tuoi genitori. Siamo buoni amici, ma non gemelli
siamesi. La mamma è giudice, e il suo compito è quello di
liquidare il passato con una sentenza definitiva, mentre io
sono uno storico e il passato per me rappresenta una miniera
profonda, inesauribile, piena di sorprese e di possibilità.
– Una miniera? – Rivlin avverte una punta di disprezzo nella
voce di Ofer. – Non sempre il passato è una miniera, a volte è
solo un letamaio…
– Anche in un letamaio si trovano delle sorprese…
Rivlin accosta il ricevitore alla bocca come un cacciatore che
punta il fucile. La sua voce è molto suadente.
– Insomma, hai ricevuto una risposta da Galia?
– Perché ti interessa saperlo? – replica il figlio diffidente,
spazientito.
– Cosí. Fin dal primo momento ho avuto l’impressione che
fosse molto importante per lei che anche tu sapessi della
morte di suo padre. È stata la prima cosa che mi ha chiesto
quando sono arrivato alla pensione. Se lo sapevi.
Silenzio.
– È quello che ti ha chiesto? Strano…
– Sí, è quello che mi ha chiesto quando l’ho vista nel
giardino della pensione. Non credere, Ofer, non
fraintendermi. Anch’io provo molta rabbia nei suoi confronti,
però mi dispiace vederla in lutto, distrutta dal dolore, avida di
conforto. Anche da parte tua.
– Distrutta dal dolore… – Quelle parole echeggiano all’altro
capo del filo, ma il tono in cui vengono pronunciate non
lascia trapelare compatimento, bensí un desiderio di rivalsa
quasi crudele. – Sí, è proprio l’impressione che ho avuto
leggendo la sua lettera.
– Allora c’è stata una risposta… – La preda lontana viene
centrata da un tiro preciso e paziente.
– Sí, una risposta malinconica, ma anche malvagia…
– Malvagia? – Rivlin è inorridito ed eccitato a un tempo
nell’udire la parola pronunciata da Galia una settimana prima
alla pensione. Come se quel nuovo sentimento comune ai due
ragazzi separatisi cinque anni prima suscitasse una speranza
di rinnovata comprensione.
Con la voce paterna, tenera ma autoritaria, con cui
tranquillizzava il bimbo collerico e ombroso che si svegliava
la notte in preda a incubi e visioni strane, prosegue l’indagine:
– Una risposta malvagia? Perché? Cosa ti ha scritto?
– Lascia perdere…
– Ma perché? Spiegati. Non darti per vinto. Cerca di chiarire
cosa vuole da te…
A quel punto, con forza, risuona una protesta amara che si
trasforma in duro rimprovero.
– Basta, papà. C’è un limite a tutto. Che vuoi da me? Cosa
cerchi continuamente di fare? Forse è il caso che tu dia retta
alla mamma, lei capisce molto meglio di te cosa è lecito e cosa
no. Pensi che risvegliando dei fantasmi riuscirai anche a
controllarli? Quand’è che dirai a te stesso: non è necessario
che io capisca tutto? E nemmeno posso capire tutto? E
riacquisterai un po’ di fiducia in me?
No… No… Non scusarti. Forse le tue intenzioni sono buone
ma questa tua visita alla pensione, con il pretesto di fare le
condoglianze, è stata decisamente inutile. Perché ci sei andato
poi? Chi aveva bisogno di te lassú? E non avevi nemmeno il
diritto di convincermi a scriverle una lettera… Sono cosí
pentito di aver cominciato tutta questa storia…
No… No, no… Ti prego, no… So benissimo cosa stai
cercando di dire. Ascolta per una volta. La mamma ha
ragione. La tua insistenza è irritante, non fai che avanzare
pretese. Porta avanti le tue ricerche sugli arabi, non su di me.
Non prendertela. Non voglio offenderti, però racconta tutto
alla mamma. Non avere paura di lei. Ti sbagli. Lei non cerca
di liquidare il passato con una sentenza, ma di porre dei
limiti. E tu sei un grande esperto nell’oltrepassarli, e ancor piú
esperto nel trascinare con te gli altri. Non arrabbiarti. Non ti
sto accusando. Nonostante tutta la tua posizione e la tua
istruzione, sei incredibilmente ingenuo. E quando
all’ingenuità si unisce l’ostinazione, allora diventi
insopportabile.
No… No, no. Ti prego. Non dirmi che sei preoccupato per
me. Anche la preoccupazione piú sincera può essere
soffocante. Te l’ho detto mille volte ma tu ti rifiuti di ascoltare
e di accettarlo. Sí, sí, sí. Ancora sí e altre mille volte sí.
Mettitelo bene in testa. Conosco e capisco il motivo per cui il
mio matrimonio è fallito. Forse non accetto quello che è
successo, faccio fatica a rassegnarmi al divorzio impostomi da
Galia, però ne capisco benissimo il motivo. È chiarissimo. Mi
senti? Lo capisco benissimo. E se ho deciso, per rispetto verso
tutti, di non rivelarlo e tu non sei riuscito a strapparmi una
parola di bocca in cinque anni… pensi di poterlo fare ora?
No, no… Non prendertela. Nonostante io sia infuriato con
te, lo sai che ti voglio bene. Però, credimi, è dura. Anche
perché ti assomiglio un po’. No, senti, non ricominciare.
Devo chiudere. Anche qui tra poco sarà mattina e ho alcune
cose da sistemare prima che aprano gli uffici. Questo telefono
è solo per i casi di emergenza e la mia storia con Galia,
credimi, è da tanto che non è piú un caso di emergenza…
6.
«Risvegliare fantasmi?» canticchia Rivlin fra sé, emozionato.
Forse. Uno di quelli è anche incinta… La notizia di essere
riuscito a convincere la ex nuora a rispondere, per quanto con
«malvagità», alla lettera di condoglianze non meno
«malvagia» di Ofer, gli rende meno aspro il duro rimprovero
che gli è stato rivolto. Rivlin legge il giornale da cima a fondo,
si spoglia e prende a girare per l’appartamento in attesa che la
vasca con l’idromassaggio, premio di consolazione per tutte le
pene sopportate durante la costruzione della casa e il trasloco,
si riempia di acqua schiumante e gli faccia dimenticare quella
notte accarezzandogli pieghe nascoste del corpo di cui
qualcun altro non vuole nemmeno conoscere l’esistenza.
Nello sciabordio dell’acqua chiude gli occhi e immagina di
essere sull’aereo della moglie in fase di decollo, finché
sprofonda incosciente nelle braccia di quel sonno maledetto e
agognato, che dopo essere sfuggito alle sue lusinghe la notte
precedente, proprio lí, nell’acqua gorgogliante, gli cattura
l’anima.
Il messaggero dagli occhi color carbone, giunto all’ora
stabilita, non deve dunque scoraggiarsi, ma continuare a
suonare il campanello davanti alla porta della casa
ostinatamente silenziosa, e alternare gli squilli con colpi
pacati e misurati, tamburellati secondo un ritmo variabile.
Se il professore avesse immaginato che l’arabo sarebbe
arrivato di primo mattino a mani semivuote, senza
l’intenzione di consegnare alcunché, ma solo per prelevare – e
niente di meno che lui –, forse non si sarebbe affrettato a
emergere dalle delizie del sonno e dalla gradevolezza
dell’acqua riverberante nella luce dorata, a rimanere
gocciolante e accecato davanti alla porta d’ingresso e a
domandare con voce impastata:
– Sei tu, Rashed? Scusa se non ti apro. Mia moglie è partita
stamattina presto per l’estero e non ho dormito tutta la notte,
e adesso sono un po’ stravolto. Per favore, metti il materiale
di Samaher dietro il grosso vaso e io le telefonerò piú tardi.
Ma l’arabo ha portato poco «materiale» e molto «spirito»,
impossibile da trasmettere con grida soffocate da dietro una
porta chiusa. È quindi disposto ad attendere che il sonno
mattutino compensi quello notturno e a ritornare nel
pomeriggio, o persino verso sera. Non gli interessa, esclama
da dietro la porta, perdere anche tutta la giornata.
Di nuovo Rivlin si irrita con la studentessa che non fa che
prenderlo in giro con l’aiuto dei parenti. Prima però di
mandare al diavolo il ragazzo e il suo «spirito», viene preso
dall’ansia per la sorte del materiale rimasto lassú, ad al
Mansura. Il piombo sulle sue palpebre si incrina lentamente e
intima a Rashed di tornare entro un’ora.
– Solo un’ora? È sicuro, professore? Non vuole dormire di
piú?
– Sí, un’ora. Non di piú.
Un’ora dopo, vestito e pronto, ma con un paio di pantofole
che serbano la nostalgia del sonno profondo ormai sospeso,
Rivlin osserva accigliato il giovane seduto in salotto,
determinato ad accettare solo un bicchier d’acqua, e ad
avvicinare pure quello a stento alle labbra. Sul tavolo giace la
traduzione ebraica della poesia del poeta berbero di Orano,
Hathib Abu El Salah, composta all’inizio degli anni Quaranta
e tradotta con perizia da Samaher:
Il mondo affilato come un rasoio, | incide le mie guance. |
La polizia mi insegue come una balena. | Io mi diverto,
creo una stella di carta. | Alla sua luce giungono i cultori
del fuoco. | Un servo nero della terra d’Etiopia agita il mio
ventaglio. | Mi alzo su uno stelo verso le finestre, | spengo
la lampada della luna di miele. | Mi arrampico sui bagliori
dei denti, | mentre l’incenso si alza da me. | Scolpisco un
angelo mangiato per strada come uvetta sultanina. | Mi
siedo su una palla fuori dal campo, mangio ghiaccio, |
viaggio su una canna. | Trasporto uova colorate, pulcini e
nafta. | Con pantaloni corti salto attraverso i vetri
dell’osservatorio verso le stelle. | Apro la camicia e respiro
aria fresca | creo un leone di pietra, | su cui si poseranno
pulci e segreti del piccolo mondo.
– Dov’è l’originale arabo? – Rivlin è sorpreso dallo stile
spregiudicato. Di nuovo, però, è arrivata solo la traduzione. –
Dimmi, Rashed. Che succede? Samaher ha deciso di
esasperarmi mandandomi una poesia alla volta? E dove sono i
racconti?
Sicuro tuttavia delle sue ragioni, Rashed non si lascia
intimidire dal rimprovero. Fissa Rivlin con sguardo caldo e
aperto e gli assicura che la cugina ha letto tutto ciò che lo
studioso ucciso aveva sottolineato, ha già un intero quaderno
pieno di appunti e di riassunti, ma dovendo fare tutto a letto
la sua grafia risulta confusa e scarabocchiata, e anche piena di
errori in ebraico e persino in arabo. Per questo si vergogna a
consegnare il lavoro.
– Ma perché? Le poesie sono chiare e senza errori.
– Questa non è la scrittura di Samaher, ma la mia. Con le
poesie è facile. All’inizio lei le impara a memoria. Poi ci pensa
su, si consulta con sua madre riguardo a ogni parola e infine
le traduce e impara a memoria la versione ebraica. E il sabato,
appena sono libero, me la detta.
– Allora, che mi dici? – domanda il padrone di casa
insonnolito. – È davvero incinta?
– È quello che continua a ripetere sua madre, – Rashed
ribadisce il solito commento, senza accennare se lui vi creda o
meno.
Se ne sta impettito, con il bicchiere d’acqua ancora pieno in
mano. Un ragazzo volenteroso, attento alle sfumature del
mondo, ai dettagli. E i suoi occhi color carbone non lasciano
trapelare scaltrezza, né ironia, né servilismo.
– E adesso? Che succede?
– Samaher, e anche sua madre, mia zia, pensano che forse
sarebbe meglio che il lavoro le venisse presentato a voce.
– A voce? In che senso?
– Nel senso che Samaher le racconterà cosa c’è scritto nei
racconti e lei annoterà quello che le serve per la sua ricerca.
Perché se mia cugina dovesse dettarmi tutto in ebraico, ci
vorrebbe un sacco di tempo.
– Basta, basta cosí. Stanno proprio esagerando, lei e la sua
simpatica mamma, – mormora Rivlin irritato ma non
veramente infuriato. – Pensano che siccome sono
compassionevole e accomodante riusciranno a manipolare
anche il regolamento dell’università.
Rashed ascolta lo sfogo in silenzio, con serietà profonda.
Tace. Poi incrocia le braccia sul petto come uno studente
diligente e malinconico in attesa che l’insegnante riacquisti la
calma.
– Allora. Quando ha intenzione di venire da me per farmi il
riassunto dei racconti?
– Ma come può Samaher venire da lei? – Il ragazzo spalanca
le braccia con stupore. – Come farà se il medico le ha proibito
di scendere dal letto persino per andare in bagno? Per questo
sua madre ha pensato che sarebbe meglio se venisse lei da
noi… Al villaggio…
– Vuole che vada al villaggio?
– Non da solo! La porterò io. E la riaccompagnerò a casa.
Deciderà lei quando venire. Persino ora. Questo è quello che
pensa la madre di Samaher…
Perché Rashed lo informa dei pensieri e dei desideri di
Afifa? Sospetta forse che provi un debole per quella bella
donna che ha pianto davanti a lui?
Rivlin china la testa, scorre con gli occhi la poesia tradotta.
Una lirica tanto raffinata e spregiudicata può essere stata
scritta nell’Algeria degli anni Quaranta? O forse nel villaggio
della Galilea si sta imbastendo una nuova tresca? In ogni caso
è evidente che occorre affrettarsi a portar via il materiale a
Samaher prima che svanisca tra le lenzuola del letto. Ora si
rammenta dei giornali originali, vecchi e rari, già restituiti alla
famiglia Swissa, e d’un tratto è ansioso di toccarli e di cercare
da sé la promessa «scintilla ispiratrice».
Forse la separazione dalla moglie, partita all’alba senza una
data per il ritorno, e l’insonnia notturna che gli pesa sulle
spalle come una malattia, fanno sí che quella mattina si senta
calmo e passivo, facile da convincere e da circuire. Infatti,
anziché revocare l’incarico a Samaher e pretendere di riavere
subito tutto il materiale, Rivlin rimane seduto insonnolito,
osservando con curiosità quel messaggero dalla pelle scura, la
cui schiettezza e dignità gli ricordano, chissà perché, il figlio
minore. Malgrado Rashed avverta chiaramente lo
sbalordimento del professore, non abbassa lo sguardo. Si
limita a chinare la testa con umiltà, pronto a ricevere un
rifiuto, ma non un rimprovero. E come se l’intera nazione
araba gli si ergesse alle spalle per sostenerlo, accarezza con gli
occhi il padrone di casa in attesa di una risposta razionale e
concreta. E nemmeno si gira nell’udire una chiave nella porta
d’ingresso, quando la donna di servizio, con un paio di jeans
attillati e i tacchi alti, entra nell’appartamento con aria
annoiata.
7.
Forse l’avere accettato il suggerimento dell’autista arabo di
prendere una coperta e due piccoli cuscini è un indizio di
quanto Rivlin l’abbia trovato allettante? Infatti, nonostante lui
abbia proclamato di non riuscire a dormire in viaggio, Rashed
ha insistito per abbattere due sedili del minibus e trasformarli
in una sorta di piccolo divano, in modo che il professore
possa sentirsi come su «un’autentica ambulanza».
Alla svolta della strada verso nord, dopo il kibbutz Eilon, il
minibus devia in una stradina laterale per fare benzina. Il
nome della stazione di servizio è scritto solo in arabo, e
tutt’intorno sono appese bandierine verdi diverse da quelle
degli altri distributori. E invece di un giornale della sera
zeppo di recriminazioni e di calunnie, a ogni autista che fa il
pieno viene consegnata una tazzina di caffè bollente su un
vassoio di rame, accompagnata da un dolcetto grondante di
miele. Rashed li offre al suo passeggero, non perché sia
Ramadan, ma perché solo verso sera lui comincia veramente
a sentire i morsi della fame; e se non si ha appetito non ha
senso mangiare.
– È vero, è Ramadan, – si rammenta Rivlin. – Se me lo avessi
detto prima non sarei venuto con te.
– Ma perché, professore? Che problema c’è? Proprio in
questo mese, invece, ogni ospite è una benedizione
particolare.
L’insonnia, alleviata dal breve assopimento mattutino, lo ha
reso arrendevole. Rivlin solleva la tazzina di caffè per
spremerne le ultime gocce, e mentre piega la testa all’indietro
vede la torre dell’università di Haifa fluttuare all’orizzonte
come un ago sottile.
– Dài, qual è la verità? Dimmelo prima di arrivare al
villaggio. Che succede a Samaher? È ancora depressa?
Il cugino si prende la testa fra le mani e riflette, come se
volesse dare la risposta giusta.
– Non sempre… Ci sono giorni in cui canta ed è molto
felice.
Estrae un coltello dalla tasca e si avvia verso un campo
dietro la stazione di servizio, sceglie fra i rovi secchi alcuni
fiori di campo blu, taglia con perizia dei rami freschi da un
cespuglio e ne fa un mazzo.
– Sarà un regalo per la nonna da parte sua, – suggerisce con
occhi lucidi. – Gli arabi non si aspettano mai di ricevere fiori,
e quando succede provano molto piacere.
Il villaggio di al Mansura è silenzioso, tramortito nella luce
abbagliante. Il minibus si arrampica su una collinetta e si
arresta tra le lamiere di due furgoni intorno ai quali beccano
alcune galline rossastre, appartenenti a una razza diffusa
prima della fondazione dello stato d’Israele. Accanto a un
grosso albero di fico polveroso Rivlin sente un dolore
pulsargli nella testa. Cerca di ricordare.
– Sí, qui si sono svolte le nozze, – conferma Rashed con
malinconia trattenuta; ed è impossibile sapere se sia triste
perché la cerimonia è terminata o perché ha avuto luogo. –
Accanto a questo albero abbiamo messo a sedere gli ebrei e
qui stava sua moglie, che non faceva che ridere. È piaciuto
molto il suo buonumore. Ne abbiamo parlato in seguito.
Come fa una donna che ride cosí tanto a essere giudice?
– Ma questi rottami… Non c’erano.
– C’erano, però li abbiamo ricoperti con una grande stoffa e
decorati con rami di ulivo. E ci abbiamo messo sopra il deejay
con gli altoparlanti e le attrezzature.
E quello è il vicolo dove Samaher gli stava a fianco in abito
di nozze, mentre attribuiva la propria malattia alla nonna
senza battere ciglio. Ora, alla luce del giorno, il vicolo appare
modesto e breve e la grande cavalla nera, in piedi accanto al
cancello e intenta a strofinare la testa contro le sbarre, non
sorprende piú l’ebreo.
Rashed le accarezza il collo, privo di finimenti, poi le stringe
con delicatezza la testa intelligente e le sfiora la fronte con un
bacio veloce, strano. Diversamente dalla sposa la sera delle
nozze, non le permette di entrare in cortile, e mentre avanza
verso la grande casa di pietra lancia un breve richiamo. La
porta viene spalancata dalla madre di Samaher vestita con un
abito tradizionale, forse per via del periodo di digiuno oppure
per mantenere un certo distacco dal professore ebreo che con
troppa facilità ha esaudito la sua richiesta. E già viene
chiamato il vecchio nonno, robusto e silenzioso, che si
presenta senza la keffiah a nascondere la calvizie e,
riconosciuto il professore, lo accoglie con un bizzarro saluto
militare turco. Quindi, senza alcuna imprecazione o
rimprovero, ma con l’affetto che si dimostra verso un
bambino tonto, riconduce la cavalla affettuosa nella stalla.
All’ingresso della casa non ci sono ora solo Afifa e la nonna,
ma anche altre donne, giovani e anziane, che accolgono
l’ospite con grande rispetto.
– Allah yuhursak 1.
– Baraka llah fik, ya ma‘alem 2.
– Qadiss 3.
– Law kunt ba‘aref inno elyom Ramadan, – dice Rivlin, – ma
kuntesh bawafe bilmarra aji elyom laindekon 4.
– Ma perché, professore? Che le importa se è Ramadan? – lo
rimprovera Afifa con affetto, in ebraico. – Lei non è
musulmano, e Maometto non si aspetta nulla da lei. Ma
anche se fosse musulmano, a chi importa se mangia? Noi
siamo molto liberali in fatto di religione…
La nonna annusa i fiori di campo che Rashed, il maggiore
dei suoi nipoti, le porge a nome dell’ospite, poi bacia le mani
al ragazzo e lo benedice per aver condotto «il grande maestro
di Samaher» che nessuno sperava acconsentisse veramente a
venire.
8.
Lo conducono in un’ampia camera da letto arredata con un
comodino nero lucido, un armadio, una scrivania grande, e
altri tavolini e poltrone. La studentessa giace appoggiata a
grossi cuscini in un letto spazioso, benché non proprio
matrimoniale, ed è pallida, smunta, con i capelli raccolti in un
grande foulard e le unghie delle mani e dei piedi, che
spuntano dalla coperta, ancora dipinte dei resti dello smalto
rosso che aveva sorpreso Rivlin al matrimonio. Il professore
la osserva con sospetto, ma anche con compassione. «Non c’è
nessuna gravidanza, – dice a se stesso, come se ultimamente
fosse divenuto un esperto in materia. – Non si tratta di
gravidanza, ma di depressione».
– È venuto davvero? – Samaher arrossisce con un sorriso
malinconico. – Grazie, grazie professore.
– Sad’uni 5, – Rivlin si rivolge non solo ad Afifa e alla nonna
entrate con lui nella stanza, ma anche alle donne che si
accalcano nel corridoio. – Insegno all’università da piú di
trent’anni e non sono mai stato a casa di nessuno dei miei
studenti. Bissihha aw marid 6.
– Tawafa’t bil’amal essaleh 7.
– Allah yibarek fik 8.
Nel frattempo Rashed, scuro tuttofare, si affretta ad allestire
a dovere l’incontro fra il professore e l’allieva. Sprimaccia il
cuscino dietro la schiena della cugina, si china sotto il letto
per estrarne delle pantofole scomparse, butta in un cestino
fazzolettini di carta usati e consegna alla nonna due tazze
sporche. Poi riordina rapidamente i medicinali, di cui pare
conoscere usi e finalità, e infine prende dal comodino due
quaderni e due penne compiendo il tutto con intima perizia,
con brevi frasi in codice, come se fosse l’unico a conoscere
con precisione i desideri della giovane inferma, da poco
sposa.
– Allora, come sta il marito? – L’ospite le rivolge una
domanda guardinga.
– Lavora duro, con suo padre…
– Di che si occupa?
– Ha un’impresa edile.
Sulla grande scrivania sono posate le cartelline variopinte.
«Almeno oggi potrò portarmele via», pensa Rivlin con
sollievo.
Ma Rashed non ha ancora finito. Accosta una grossa
poltrona al letto, porta un tavolino e lo copre con una piccola
tovaglia ricamata. Subito entra una ragazzina che aggiunge
una forchetta e un cucchiaio sulla tovaglia.
– Min fadliku, la 9 –. L’ospite restituisce le posate alla
ragazzina spaventata. – Non cominciamo con i pasti. C’è
tempo. E poi perché mangiare? Nesito Ramadan? 10
– Shu Ramadan? Kif fajah nattlak Ramadan? 11 – ridono le
donne, sorprese che l’ebreo cerchi di appropriarsi con tanta
facilità di quell’onorevole precetto. – A lei, professore, basta
lo Yom Kippur. Perché il Ramadan? Che le importa? Erruz
matbukh, walahm elkharuf ‘ala annar 12.
Ma Rivlin è determinato nel rifiuto. Nessun pasto. Rashed
già lo sa. Sua moglie è partita quella mattina per un viaggio
all’estero e lui è rimasto sveglio per tutta la notte. Un pasto gli
provocherebbe sonnolenza. E lui non è venuto per dormire.
Perché no? insistono le donne con entusiasmo. Il professore
potrebbe sovvertire l’ordine del giorno e cominciare con un
sonnellino. Se sua moglie è fuori Israele, non c’è nessuna
premura. Farà uno spuntino leggero con della carne ai ferri, si
stenderà un po’ nella camera tranquilla in fondo alla casa, e si
alzerà riposato per l’esame.
– Esame? Che esame?
– L’esame orale per il voto finale di Samaher…
L’insegnante conosce bene l’abilità degli arabi di intessere il
candore del deserto con una scaltrezza mirata e si affretta,
malgrado la sua disponibilità, a sfatare l’illusione del «voto
finale».
– Nessun esame. Per ottenere un voto finale c’è ancora
molta strada da fare. Samaher lo sa bene. E sia chiaro, sono
venuto solo ad ascoltare il riassunto dei racconti che non è
riuscita a mettere per iscritto. Anzi, a dire il vero, sono venuto
a riprendermi il mio materiale.
– A riprendersi il materiale? – La voce di Rashed si spezza
nel cogliere il motivo per cui il professore ha accettato di
venire al villaggio con tanta facilità.
– Perché no?
Per dissipare l’imbarazzo, Rivlin si rivolge direttamente alla
studentessa che durante gli ultimi cinque anni ha seguito tutti
i suoi corsi e ora giace pallida e lo guarda come se lo vedesse
per la prima volta.
– Tutto questo però non deve impedirti di continuare il
lavoro che ti ho assegnato. Da quanto ho letto finora, la
traduzione delle poesie non è niente male, devo ammetterlo.
Anzi, è persino buona. E per quanto riguarda i racconti
vedremo subito cos’hai combinato. Rashed può sempre fare
altre fotocopie all’università.
Tutti si sentono sollevati nell’apprendere che l’insegnante
non intende privarli definitivamente del materiale giunto da
Gerusalemme. E di nuovo entra la giovane araba, ormai
terrorizzata, e con mani tremanti posa sul tavolino un
mazzetto di erbe aromatiche e una brocca di acqua fresca
perché, a detta di Afifa, «anche gli uomini piú giusti talvolta
bevono durante il digiuno». Un bambinetto con una tunica
festiva e un piccolo turbante in testa porta con orgoglio un
narghilè trasparente che la nonna gli ha ordinato di offrire
all’ebreo perché attenui col fumo i morsi della fame. E pare
che i padroni di casa si siano rassegnati all’idea che il
professore voglia rispettare il digiuno, al punto da far
balenare in lui il sospetto che possa ripartire da lí senza avere
assaggiato niente. Ma proprio in quell’istante Samaher,
rincuorata dal complimento appena ricevuto, si rianima, e
con una frase imperiosa e tagliente congeda le donne e il
cugino, che prima di chiudersi la porta alle spalle scherma la
finestra con una pesante tenda colorata lasciando l’insegnante
e l’allieva in una penombra dorata e gradevole.
9.
– Le basta la luce, professore?
– Vedremo… – Rivlin sprofonda nella poltrona e sorride
alla studentessa che si toglie il foulard e scuote i capelli con un
movimento leggero e spigliato mentre lui sposta lo sguardo
sul ritratto di un antico notabile appeso sopra il letto, un
antenato con un pugnale alla cintura, sbalordito dal modo in
cui Samaher è riuscita a trascinarlo non solo alle sue nozze,
ma anche nella sua camera da letto.
– Allora? – Rivlin non riesce a vincere l’impulso di
smascherare le piccole menzogne che gli sono state propinate.
– Questa gravidanza? È già del tutto sicura?
– Quasi… – risponde Samaher diplomatica.
– E l’umore? – prosegue Rivlin con dolce tono paterno.
– Va meglio, – brilla una lacrima.
– Perché non cominciamo allora? – Rivlin prende una
manciata delle erbe posate dalla ragazzina accanto alla brocca
dell’acqua, le sbriciola e ne aspira l’odore. – Innanzitutto,
dove sono gli originali delle poesie che hai tradotto? Non che
metta in dubbio la fedeltà della traduzione, ma devo
controllare se anche l’originale arabo è cosí fluente e
moderno.
– Ma perché non dovrebbe esserlo, professore? Pensa che
resteremo per sempre dei primitivi?
– Ma che dici, Samaher? – L’ospite è sorpreso dalla reazione
brusca della ragazza: – Chi ha parlato di primitivi? Chiedo
solo di vederlo…
– È lí sul tavolo, nelle cartelline. Chiamerò Rashed perché
glielo trovi.
– Non ha importanza ora. A proposito, tuo cugino è un
ragazzo bravo e affezionato. Mi piace. Ma non è piú un
giovanotto. Come mai non è sposato?
– Non ha trovato moglie –. Samaher si stringe nelle spalle, lo
guarda in viso e aggiunge in un bisbiglio corrucciato: – Si
ostina a non trovarla. Cosa ci posso fare io? Niente.
– Hai ragione. Non c’è niente da fare, – ammette lui. –
Allora cominciamo. Peccato sprecare tempo. Hai scritto nella
lettera di aver letto due racconti…
– Ma che dice due? Molti di piú…
– Nella lettera ne hai menzionati due, uno di stampo
realista, a proposito di un diverbio tra famiglie in un villaggio,
e un altro, una specie di fiaba…
– Un’allegoria.
– Hai detto politica?
– Secondo me.
– Allora cominciamo da questo. Ti ricordi dove hai
annotato il riassunto? Nel quaderno o bisogna chiamare di
nuovo il tuo Rashed?
– Ma che dice? – Samaher è molto offesa dalle sue parole. –
Certo che mi ricordo.
Sfoglia il quaderno e trova ciò che cerca.
La fiaba è apparsa su una rivista ciclostilata, trimestrale o
semestrale, chiamata «Qitarna» 13, pubblicata negli anni
Quaranta dall’associazione dei ferrovieri e dei dipendenti
postali d’Algeria sotto il patrocinio dei francesi. Oltre a
informazioni sui servizi ferroviari e postali e sul loro sviluppo,
vi venivano pubblicati anche articoli, racconti e poesie dei
lavoratori. Nel gennaio 1942 Ibrahim Ibn Bakir, bigliettaio
della stazione ferroviaria di Sidi Bal-Abas, pubblicò una fiaba
dal titolo Ettifl elfaransi elmurafrif.
– «Il neonato francese volante»? – traduce Rivlin sorpreso.
– Esatto. È uno dei racconti evidenziati da lei, professore.
Rivlin vorrebbe precisare di non avere evidenziato niente,
ma rinuncia e si rilassa in poltrona.
La fiaba del neonato francese volante.
In un piccolo villaggio vicino a Sidi Bal-Abas vivevano un
contadino diligente di nome Yussuf e sua moglie Aisha. I
due non avevano figli nonostante si amassero
intensamente e fossero belli e buoni. Un giorno Yussuf
disse ad Aisha: non ho altra scelta. Dovrò prendere una
seconda moglie per avere dei figli. Lei rispose: è naturale e
persino giusto. Però, perché la gelosia non mi distrugga la
vita, lascia prima che giri un po’ tra i villaggi. Forse troverò
un orfano abbandonato che potrà diventare mio figlio. Il
contadino le disse: hai ragione, moglie cara, vai a cercare
un neonato abbandonato ma non dimenticare di tornare
da me, perché nonostante io prenda un’altra moglie, ti
amerò finché vivrai.
La moglie del contadino pensò: dov’è possibile trovare
dei bambini abbandonati se non nelle stazioni ferroviarie
dove la gente corre e va di fretta e dimentica pacchi e
valigie e talvolta anche neonati? Per essere certa tuttavia
che nessuno la importunasse per la sua bellezza decise di
tagliarsi i capelli, di tingerli di bianco e di coprirsi il viso
con una barba finta. Si cucí anche una specie di corta
tunica, trovò un grosso bastone, e con quel travestimento
da santo sufi cominciò a vagare da una stazione ferroviaria
all’altra alla ricerca di un neonato abbandonato.
Sulle prime non ebbe problemi. Tutti la trattavano con il
dovuto rispetto e nessuno sospettava nulla. Poi qualcuno
notò che le gambe scoperte di quel sufi erano lisce e belle e
cominciarono a seguirlo per ottenere la sua benedizione.
La donna si spaventò molto dei nuovi fedeli. Inoltre,
temendo che la sua voce dolce la smascherasse, preferí
tacere e si limitò a sorridere. In questo modo, però,
accrebbe ancor piú la folla di ammiratori, che
cominciarono a seguirla in treno da una stazione all’altra.
La direzione delle ferrovie, notando che quel vecchio sufi
incrementava il numero dei viaggiatori, decise di
concedergli il diritto di viaggiare gratis per tutta la vita.
– Molto strano, – ridacchia Rivlin, – si vede che la storia è
stata scritta da un bigliettaio…
Come avrebbe potuto la bella Aisha trovare un neonato
abbandonato per consolarla dei figli che la seconda moglie
avrebbe dato al marito se adesso era circondata da fedeli
devoti che non si staccavano da lei giorno e notte e si
aspettavano persino dei miracoli? Una notte, allora, decise
di parlare con voce cupa, roca e pacata, come quella di un
vecchio, e annunciò ai fedeli di avere davvero intenzione
di fare un miracolo strabiliante durante il quale avrebbe
fatto fluttuare nell’aria, fuori dal finestrino del treno, un
neonato che non sapeva nemmeno reggersi in piedi. Dove
avrebbe potuto trovare però un neonato per un miracolo
tanto pericoloso? Solo un piccolo abbandonato o orfano,
senza una madre al fianco, sarebbe stato adatto. Se i suoi
seguaci avessero trovato un bambino simile, lei avrebbe
mostrato loro il miracolo.
Qualche giorno dopo i fedeli rapirono un neonato. Non
orfano in verità, anzi, addirittura francese, dato che era piú
facile rapire un piccolo cristiano coricato solo nella
carrozzina che un musulmano legato alla madre come un
sacco.
Ora Aisha era davvero terrorizzata. Aveva voluto un
neonato abbandonato, un orfanello triste e cencioso da
salvare dalla fame e dalla morte, ma ecco che le portavano
un bimbo grasso e pasciuto, biondo e ben vestito, che
attirava molto l’attenzione e che di certo i poliziotti
stavano già cercando freneticamente.
Il piano originale era aspettare che i suoi seguaci si
addormentassero la notte, strapparsi la barba, sostituire
l’abito monacale con una tunica da donna, coprirsi il viso
con un velo e fuggire con il bambino da suo marito al
villaggio. Cosa avrebbe fatto ora con un neonato francese
grasso e biondo intorno al quale i suoi accoliti saltellavano
con gioia e che la polizia e l’esercito francese cercavano
ovunque?
Per di piú temeva la collera dei fedeli, che avendo rapito il
bambino perché lei facesse il miracolo, non vi avrebbero
rinunciato tanto facilmente. Andò quindi ad appartarsi
accanto a un grosso albero lontano e pregò Allah di avere
pietà del piccolo francese durante il miracolo che, non
avendo scelta, avrebbe compiuto l’indomani.
Ora Rivlin non distoglie piú lo sguardo da Samaher, seduta a
gambe incrociate e appoggiata ai soffici cuscini, e con i capelli
lunghi che lambiscono i fiori ricamati sulla camicia da notte.
La sua voce è piú sicura, le guance hanno ripreso colore, il
tono è serio e forse addirittura coinvolto da questo racconto
insulso e bizzarro.
E cosí, il giorno dopo, Aisha salí con alcuni seguaci su un
vagone, e quando il treno acquistò velocità prese il
bambino francese e lo lanciò fuori dal finestrino. Allah
però ascoltò le sue preghiere ed ebbe pietà del neonato.
Non lo fece volar via ma gli permise di librarsi accanto al
finestrino, di divertirsi e di ridere nel vento, finché fu
riportato nel vagone e alla stazione successiva venne
consegnato al bigliettaio perché informasse la polizia che
aveva già promesso una grossa ricompensa per il suo
ritrovamento.
– Di nuovo il bigliettaio… – ride l’ospite.
Aisha però era ancora triste e senza figli sebbene fosse
ormai una persona importante. Infatti chiunque venne a
sapere del miracolo del neonato francese volante diventò
suo entusiasta seguace, e fu costruita per lei una casa in
cima a una montagna dove recarsi in pellegrinaggio a
baciare l’orlo della sua veste e i suoi piccoli piedi. E persino
suo marito e la seconda moglie, che ancora non era
riuscita a dargli figli, vennero a inginocchiarsi davanti a lei,
ma non la riconobbero.
– E questa è la fine. Che ne dice? Non è bello?
– Via… Via… – ridacchia Rivlin mentre un dolore gli pulsa
nella testa, – una storia da Mille e una notte. Ma cosa ci trovi
di politico?
– Vede, professore, il racconto è stato scritto nel 1942,
durante la seconda guerra mondiale, quando i francesi
soffrivano sotto il dominio tedesco ed erano umiliati,
miserabili e molto deboli come neonati abbandonati. Eppure
gli arabi si sono mostrati compassionevoli con loro.
– Compassionevoli? Hanno buttato il bambino francese
fuori dal finestrino…
– Ma solo perché erano sicuri che Allah lo avrebbe salvato.
L’Allah dei musulmani, che è misericordioso anche con il
resto del mondo… – aggiunge Samaher con dolcezza. – Qui,
secondo me, si cela il senso e il fine del racconto. Non pensa?
Rivlin ricorda che nei primi anni dei suoi studi Samaher era
solita fomentare le discussioni cercando di riportare tutto a
un piano politico e attuale, finché si era stancata e aveva
lasciato perdere.
Silenzio profondo.
– E tu, Samaher, dimmi. Credi in Dio?
– Che importanza ha? – arrossisce lei con occhi lucidi. – Sto
parlando dell’uomo che ha scritto questa fiaba. Ibrahim Ibn
Bakir. E dei suoi lettori. Erano tutti osservanti.
– Rispondimi lo stesso… Samaher, ci credi?
– In Allah? – La ragazza abbozza un sorriso sibillino. – Non
proprio… – D’un tratto comprende di aver esagerato con
parole miscredenti all’interno della propria casa e si corregge:
– Però durante il periodo del digiuno, come ora, mi sforzo di
credere… E anche quando sono malata…
10.
Rivlin si alza e prende a passeggiare per la camera da letto in
penombra, come se fosse in un’aula dell’università. Le lunghe
ore della notte insonne gli pulsano nella testa. «Come ho
potuto accettare di venire qui?»
Il suo piede inciampa nel narghilè. Lo solleva, lo annusa, poi
lascia perdere e lo posa con cautela in un angolo. Ora è
attratto dal vassoio con i medicinali accanto al letto. Solleva
una boccetta in cui tintinnano delle pastiglie blu cercando di
indovinarne la natura. – Sono contro la depressione? –
domanda bruscamente alla studentessa che segue tesa ogni
sua mossa.
– Non si tratta proprio di depressione… Di malinconia
piuttosto… – Samaher accenna un sorriso timoroso all’uomo
cosí vicino al suo letto. – Anche la mamma e la nonna ne
prendono qualcuna ogni tanto, cosí, senza motivo… Fanno
bene quando ci si sente un po’ giú…
– Un po’ giú? – si stupisce Rivlin, e senza stare a pensarci, né
domandare permesso, estrae una pastiglia, le dà una leccatina
e poi la mette in bocca avvertendo un gusto asprigno ma
rinfrescante.
Nella penombra gradevole brillano gli occhi color carbone
dell’inviato fedele, spedito ad annunciare a nome della
padrona di casa che il letto è pronto. Malgrado il professore
non respinga la possibilità di un breve sonnellino
pomeridiano, è comunque curioso di ascoltare, prima di
coricarsi, il secondo racconto, di stampo realista, sulla disputa
tra famiglie in un villaggio. Forse proprio in una storia come
quella sarà possibile scoprire la scintilla della ferocia odierna.
– Tua cugina ha un’interpretazione originale della storia del
neonato francese, – Rivlin elogia la studentessa davanti a
Rashed, forse per incoraggiarlo a continuare a darsi da fare
per lei. Ma la fedeltà e l’ammirazione del ragazzo per la
cugina non hanno bisogno di ulteriori incoraggiamenti.
– Che c’è da stupirsi? La sua prima laurea è anche in lingua e
letteratura araba…
– Allora avremo un lavoro integrato, – sorride il professore
con ironia ai due giovani, – interdisciplinare, come si suol
dire oggi riguardo a ogni cosa –. Per un istante gli pare che i
ragazzi pensino che si stia prendendo gioco di loro, e per
cancellare quell’impressione annuncia di volersi trattenere
fino al tramonto. – Perché no? Se siete riusciti a convincermi
ad arrivare fin qui, perché non mangiare stasera della buona
carne di montone?
– Di agnello… – gongola Rashed. – Hanno sgozzato un
agnello in suo onore…
Con passi furtivi il ragazzo avanza verso il tavolo e raduna le
grosse cartelline per avere il tempo di recarsi a Ma’alot quello
stesso giorno a fotocopiare il materiale di Gerusalemme. In
quel modo non vi sarà alcuna interruzione al lavoro di
Samaher, intorno al cui letto svolazza di nuovo come un
uccello nero. Con delicatezza fa piegare in avanti la malata
per liberarle la schiena dalla pressione del cuscino incastrato,
poi il suo viso scuro si imporpora, gli occhi di velluto
vengono attratti da ciò che gli pare un vecchio brufolo sul
collo di lei, e incapace di trattenersi, e prima che lei abbia il
tempo di respingerlo, Rashed solleva la cugina tra le braccia e
la gira su un fianco per tendere e scuotere il lenzuolo. E
Rivlin, invece di chinare la testa e distogliere lo sguardo, viene
percorso da un fremito davanti alla passione di quei due, da
cui si sente suo malgrado attratto.
Arriva il momento del secondo racconto, di stampo realista,
la cui credibilità dovrebbe essere maggiore di quella del
primo. Qui non c’è nessun neonato francese miracolato, né
una bella donna travestita da sufi, mancano però anche il
fragore dei treni e la baraonda delle stazioni della vita del suo
autore. La storia è ambientata in un villaggio sperduto fra i
monti Jahush ed è stata scritta da un certo Yassin Ibn Abbas.
Il periodico letterario che lo pubblicò nella primavera del
1948 uscí per due anni nella città di Orano e si chiamava
«Alhuria Althalitha», «La terza libertà», ma non era chiaro
perché terza e quali fossero la prima e la seconda. Lo stile del
racconto, a detta di Samaher, è molto semplice, infiorato di
strane espressioni locali tanto che Rashed è stato costretto a
portarlo a Han Yunes e a farlo leggere a un parente che aveva
trascorso molti anni in esilio con l’Olp nel Nordafrica, per
ottenere spiegazioni e delucidazioni.
La storia del cavallo avvelenato.
In un piccolo villaggio arroccato sulle pendici di un
monte chiamato Jabel Mussa, – esordisce Samaher con
entusiasmo, non piú coricata o appoggiata ai cuscini ma
seduta sul bordo del letto, con il quaderno sulle ginocchia
e i piedi nudi penzolanti a mezz’aria, – vivevano alcune
famiglie di contadini semplici e poveri che lavoravano con
fatica la terra arida. Una di quelle famiglie, i Sidik,
possedeva anche un gregge di ovini e due cavalli. I
contadini odiavano i Sidik perché pensavano che il loro
gregge e i cavalli brucassero di notte le messi da loro
coltivate, e per quanto i Sidik li rassicurassero che non
avrebbero mai permesso che questo avvenisse e che i loro
animali brucavano solo in pascoli naturali e lontani, i
vicini rimanevano scettici e quasi tolsero loro il saluto.
La famiglia Sidik aveva una figlia di nome Leona, cosí
chiamata in ricordo di un primo ministro francese che
amava molto i musulmani d’Algeria. Poiché però la
diffidenza e l’odio verso suo padre e i suoi fratelli erano
grandi, nessuno dei giovani del villaggio avrebbe potuto
sposarla malgrado lei fosse buona e simpatica e attirasse
sguardi d’ammirazione e d’affetto. Suo padre le disse:
«Non fa nulla se non troviamo per te uno sposo nel
villaggio. Lo cercheremo altrove». E inviò uno dei figli da
un vecchio zio in un villaggio lontano per trovare
qualcuno, persino un parente, che acconsentisse a sposare
Leona.
Samaher alza gli occhi dal quaderno per controllare il grado
di attenzione del professore. E malgrado Rivlin si sia tolto gli
occhiali e stia ripiegato su se stesso per la stanchezza, come al
solito appare rapito dal modo di esprimersi dei giovani arabi:
in bilico fra una traduzione dissimulata dalla loro ricca lingua
madre e la fluidità naturale dell’ebraico.
Nel frattempo, un ragazzo simpatico e buono di nome
Ahmad Addanaf, figlio di una famiglia di contadini e
segretamente innamorato di Leona, era venuto a sapere di
questo piano e si era sentito molto addolorato che lei fosse
costretta a sposarsi altrove. Anche Leona aveva notato il
ragazzo, sebbene non gli avesse mai parlato. Ahmad
Addanaf pensò a un modo per sabotare le nozze della sua
amata; non perché credesse che suo padre gli avrebbe
permesso di sposarla, ma nella speranza che il nuovo
marito non l’avrebbe portata lontana dal villaggio e lui
avrebbe potuto continuare a vederla. Fece quindi un gesto
disperato.
Non lontano dal villaggio c’era un’ampia tenuta di
francesi che coltivavano cereali ed erba da foraggio e
spargevano nei campi chicchi di veleno contro i topi. I
francesi, in verità, avevano cercato di convincere anche i
musulmani a fare lo stesso ma i contadini, temendo che i
bambini in giro per i campi li mettessero in bocca e si
avvelenassero, avevano preferito rinunciare. Ahmad
Addanaf si recò dai francesi e raccontò loro di essere
pronto ad adottare il loro metodo e di voler spargere
veleno nel suo campo per tenere lontani gli insetti nocivi. I
francesi si rallegrarono per quell’arabo cosí progredito e gli
consegnarono un sacco pieno di granelli di veleno che lui
non sparse in nessun campo, ma nascose.
Nel frattempo si trovò uno sposo per Leona: un parente,
un uomo maturo e vedovo che lavorava in Francia ed era
giunto in Algeria per una breve visita dichiarandosi
disposto a portar via con sé una donna brava e mansueta.
Nel villaggio si era già sparsa la voce che entro pochi giorni
l’intera famiglia Sidik sarebbe partita per la festa di
fidanzamento, e per ostacolarne la partenza Ahmad
Addanaf sparse i granelli di veleno nella scuderia dei
cavalli che si ammalarono gravemente.
Sebbene la famiglia Sidik avesse anche degli asini in
grado di trainare il carro, il padre aveva pensato che
sarebbe stato piú rispettabile arrivare alla festa con dei
cavalli. Ecco però che ora questi erano ammalati. La
famiglia era molto triste e contrariata per
quell’inconveniente, inoltre aveva l’impressione che la
disgrazia non fosse avvenuta solo per volere di Allah, ma
che ci fosse anche lo zampino di un uomo. Di che uomo,
però, non si sapeva.
Anche Ahmad Addanaf, che aveva visto da lontano il
grande dolore della famiglia di Leona e i cavalli sofferenti
distesi nella scuderia con la schiuma alla bocca e gli occhi
strabuzzati, si era d’un tratto pentito della cattiva azione
compiuta.
Rivlin ha il respiro pesante, la testa gli ciondola, ma quando
sente la parola «strabuzzati» sorride debolmente alla
narratrice enfatica che ha pronunciato quel termine insolito
con tanta naturalezza.
– Dimmi, Samaher, Ahmad Addanaf non è il nome di un
personaggio delle Mille e una notte? Nel racconto di
Shahrazad su quella vecchia… Dalila…
Samaher tuttavia non conosce il nome e nemmeno ricorda
le avventure della «Vecchia scaltra» nel capolavoro degli
arabi.
Ahmad Addanaf decise allora di rimediare alla cattiva
azione compiuta. Si fece coraggio e attese di nascosto
Leona per dirle: ho sentito che qualcuno ha gettato un
sortilegio sui vostri cavalli e voi avete paura di partire per
la festa di fidanzamento e di lasciarli soli. Se siete
d’accordo, baderò io a loro e ne avrò cura fino al vostro
ritorno, perché a me piacciono molto i cavalli e mi sento
dispiaciuto per loro. E nonostante non corra buon sangue
fra le nostre famiglie, i cavalli non c’entrano e non hanno
nessuna colpa.
I membri della famiglia Sidik non sapevano che fare con
quella proposta ma Leona, che sentiva che Ahmad
Addanaf l’aveva fatta per amor suo, convinse il padre a
fidarsi di lui.
E cosí fu. La famiglia Sidik attaccò al carro gli asinelli e
partí per la festa di fidanzamento. Ma già la prima notte
dopo la loro partenza un cavallo morí. La mattina
seguente, quando Ahmad Addanaf si recò alla scuderia e
ne vide la carcassa, si spaventò e pianse persino un po’.
Chiamò due suoi fratelli e si fece aiutare a trasportarlo
lontano dalla scuderia, perché la sua morte non rattristasse
l’altro cavallo, malato ma vivo, dal quale, da quel
momento, Ahmad Addanaf non si allontanò piú. Giorno e
notte rimase nella stalla e si dedicò solo a lui e alla ragazza
amata, partita per fidanzarsi con un altro.
– Sappia comunque, professor Rivlin, che la maggior parte
di questo racconto non consiste in quello che le ho raccontato
finora. Questa non è che una piccola parte. Il fulcro della
storia è una descrizione lunghissima, terribilmente dettagliata
ma anche scioccante, di come il protagonista, Ahmad
Addanaf, combatte con tutte le sue forze per salvare la vita di
un cavallo sconosciuto che lui stesso aveva avvelenato. Quello
è il cavallo della sua amata, l’oggetto dei suoi desideri, partita
per fidanzarsi altrove e che dopo il matrimonio lascerà il
paese alla volta della Francia e lui non rivedrà mai piú… Mi
sente professore? Oppure non ce la fa piú?
La domanda di Samaher è pertinente, perché le ultime frasi
sono state recepite e masticate da Rivlin in una lotta disperata
contro una stanchezza travolgente, sconosciuta,
accompagnata da un dolce senso di nausea, avviluppatasi
intorno a lui come un’edera convulsa che lo fa cadere dalla
poltrona, invogliandolo quasi a distendersi sul tappeto
persiano ai piedi del letto della studentessa, come se lei gli
avesse trasmesso all’improvviso non solo la sua depressione,
ma anche la sua gravidanza immaginaria.
11.
Poiché Rashed, non sapendo se Rivlin avrebbe avuto la
pazienza di resistere fino al tramonto, è corso all’ufficio
postale di Ma’alot per fotocopiare il materiale di
Gerusalemme, alla narratrice non resta altro da fare che
chiamare la madre a trarre in salvo il professore e a condurlo
al letto che per candore e morbidezza non è inferiore al
giaciglio preparato da Haghit per la sorella. E mentre il
nonno, accorso in aiuto, si china per aiutarlo a togliersi le
scarpe, a Rivlin pare che la stanchezza lo riunisca al sonno
perduto la notte precedente, che lo ha seguito fino al villaggio.
Piú tardi, durante elftur, il pasto della sera che rompe il
digiuno, tenta di scusarsi con gli arabi per quel sonno
indomabile cercando di imputarlo alla pastiglia acidula
contro «gli stati di leggera depressione» che confessa
candidamente di aver preso dal vassoio delle medicine di
Samaher, ma Afifa respinge con fermezza quell’ipotesi.
– Nessuna pastiglia può ridurla in quello stato, professore.
Tutta questa stanchezza se l’è portata da casa. Gliel’abbiamo
notata sul viso quando è arrivato qui e ci siamo spaventati. Se
ci avesse dato retta e fosse andato a riposare dopo la storia di
Ettifl elfaransi elmurafrif, non sarebbe arrivato mezzo morto
al letto che le avevamo preparato. Mi creda, professore,
elhabbe illi a‘atatak Samaher non nuoce lannas 14. È solo una
pasticca per tirarsi un po’ su. Lascio persino che le bambine
ne succhino un po’ la sera, per finire i compiti senza
innervosirsi.
E infatti, non solo calmo, ma lavato, riposato, allegro e ben
disposto, Rivlin al crepuscolo torna a sedersi nella poltrona di
fronte al letto di Samaher, per sentire se Ahmad Addanaf è
riuscito a salvare il cavallo da lui stesso avvelenato. Per tutto
quel pomeriggio, a partire dall’interruzione del racconto, è
risuonato dentro di lui una sorta di concerto sinfonico: «La
sinfonia del grande sonno».
Il primo movimento è stato violento, impetuoso, impietoso.
Un uomo privo di sensi e di identità è disteso vestito, non sa
da dove proviene, chi sia, e se mai potrà risvegliarsi. Anche il
vago sogno sopraggiunto è incomprensibile e anonimo come
un macigno nero. Ma dopo un sonno profondo, titanico,
quando ha cominciato a spuntare tra le lenzuola il profumo di
un sapone sconosciuto che gli ha risvegliato la coscienza e gli
ha dato la forza di togliersi la camicia e i pantaloni per
percepire sulla pelle la gradevolezza del letto, il professore ha
udito la melodia di un nuovo movimento, il secondo, che
accompagna il suo sonno con un piacevole senso di
liberazione dall’amata moglie. All’alba l’ha affidata a persone
responsabili che lo esonerano dal preoccuparsi del suo
benessere e persino dal pensiero che lei stia in apprensione
per lui. Almeno fino alla fine di quella giornata è libero dal
dover costantemente rendere conto delle sue azioni e quindi
si toglie, a occhi chiusi, pure le calze.
Anche quando si levano dal cortile voci di bimbi di ritorno
da scuola e sul quadrante dell’orologio le cifre fosforescenti
segnano le tre, Rivlin sa di non volere ancora svegliarsi. Se
Ben Gurion, oberato di impegni, aveva bisogno, a dire di
Haghit, di quattro ore di sonno per realizzare i propri ideali e
trovare il coraggio di trasformare un’identità antica in una
nuova, perché lui, che ha pochi doveri e ideali incerti,
dovrebbe accontentarsi di tre? Quindi, nonostante sia sceso
dal comodo letto, non accende la lampada e non fa rumori
che possano indurre gli abitanti della casa a disturbarlo. Tra le
schegge di luce che filtrano dalle fessure, prima di tentare di
riprendere sonno si domanda in che camera sia stato
sistemato e chi ne sia il proprietario.
Con gioia si accorge che la padrona di casa ha avuto
l’accortezza di assegnargli il letto di Rashed e non quello di un
vecchio o una vecchia, privandoli del riposo pomeridiano. E
non si tratta di una camera da letto vera e propria, ma di un
minuscolo appartamento, con annesso un piccolo bagno con
doccia e servizi. È l’alloggio di un uomo indipendente,
paziente, dal cuore generoso, ma probabilmente anche di forti
passioni perché la porta è dotata di una serratura robusta che
l’ebreo si affretta a chiudere finché deciderà se svegliarsi o
meno.
E decide di non svegliarsi. Il sonno in cui lo ha fatto
precipitare la stanchezza ancora non lo ha appagato.
Oltretutto comincia a sentire i morsi della fame e non vuole, a
poche ore dal tramonto, svelare la sua debolezza e violare
l’impegno bizzarro e superfluo, ma anche commovente, di
rispettare il digiuno del Ramadan. Avanza quindi a tentoni
nella penombra verso il bagno, vi si accomoda con
precauzione, e sprona se stesso in un sussurro: da’ loro anche
qualcosa di te.
12.
Cosí, alle tre, ha inizio il terzo movimento. Rondò?
Andante? Allegro? Malgrado l’ospite si rallegri ancora di non
dovere alcun rendiconto ai suoi familiari sparsi per il mondo,
che non dovrebbero cercarlo, e nemmeno ai padroni di casa,
pazienti e silenziosi, che hanno zittito i bambini in cortile,
l’intensa sensazione di libertà e di anarchia è un po’ sbiadita, e
pensieri che pensava di poter allontanare si ostinano a
insinuarsi sotto il cuscino.
Rivlin, però, è deciso a non darsi per vinto, a non svegliarsi.
E per imporre al sonno un’ulteriore sfida si toglie anche la
biancheria intima, cosí da non sottrarre nulla a quel letto
generoso. Nudo come un verme, tra il lenzuolo e la coperta
sottile, si rammenta della storia di un funzionario del
ministero degli Interni che dopo la morte della moglie venne
inviato a controllare dei libri contabili e dei documenti
sospetti in una cittadina di nuovi immigrati in Galilea, non
lontano dal villaggio in cui si trova lui. Invece di eseguire il
suo incarico entrò nella casa del tesoriere e in pieno giorno
sprofondò in un sonno pesante, ignaro di tutto, nel letto di
una bambina. Quel funzionario però si era addormentato in
una casa di ebrei e durante una missione pubblica, mentre lui,
benché non sia vedovo, è libero di comportarsi a suo piacere,
e la sua missione, sempre che ne abbia una da compiere, è
privata e unicamente a sue spese.
Perché allora non cercare di prolungare il sonno nel letto del
giovane uomo, coetaneo del figlio maggiore, e far riaffiorare
tra le lenzuola un vecchio sogno che gli faccia assaporare un
poco l’essenza del mondo arabo? Rivlin si rannicchia come un
feto, tira a sé la coperta e stringe forte il cuscino, ma i pensieri
si disperdono e lo forzano a tornare alle dure rimostranze di
Ofer, all’alba, che incredibilmente non lo feriscono né lo
rendono furioso, ma piuttosto lo rafforzano. Infatti, se Galia
ha detto la verità e la lettera di condoglianze di Ofer
conteneva una buona dose di «malvagità», e se anche lei,
nonostante il lutto, ha reagito allo stesso modo, allora il
veleno del passato è ancora vivo e palpitante e giustifica una
sua interferenza.
Qui, nel villaggio della Galilea, nella fresca casa di pietra
dove i muri spessi attutiscono le parole inutili, mentre
rincorre con discrezione e tenacia e senza rabbia la scia
evanescente del sonno, Rivlin torna a ripetersi di aver fatto
bene a ignorare la moglie e a sua insaputa, e quasi alle sue
spalle, avere spinto i due giovani – rassegnatisi alla
separazione cinque anni prima come se fossero soli al mondo
e non dovessero rendere conto delle proprie azioni a se stessi
e agli altri – a riprendere i contatti.
Rivlin sa di non avere alcun controllo su Galia – che si è
risposata e sta per mettere al mondo un bambino – e persino
sul figlio lontano, che pur continuando a soffrire non
ammetterà l’offesa e gli impedirà di aiutarlo. Eppure non è
ancora disposto a rinunciare alla spiegazione che ogni
genitore ha il diritto di ricevere dai propri figli. Ed è strano
che ai confini della madrepatria, mentre lui si apparta in un
sonno capriccioso in un lontano villaggio arabo, la sua forza
di indagare non si attenui. I suoi ospiti si aggirano silenziosi
tra le stanze e sembrano quasi incoraggiarlo senza voce: non
rinunci, professore. Non si dia per vinto. Qui, da noi, tra gli
arabi, si immergerà nel vero fiume del tempo.
E con la promessa del tempo che fluisce dalle sorgenti di al
Mansura, Rivlin torna a rannicchiarsi nel sonno. Ma poiché il
cugino di Samaher non ha lasciato sogni nel letto, lui si crea
una visione nuda e fa l’amore con se stesso.
13.
Cosí trascorre un’altra ora, immerso in un torpore che sulle
prime sperava fosse una serenata, ma che è ormai un concerto
di tre movimenti. Gli abitanti della casa, vecchi e bambini,
badano a mantenere il silenzio intorno a lui, come se non
fosse arrivato da Haifa l’insegnante di Samaher, professore di
storia mediorientale, ma il califfo di Baghdad in persona.
Rivlin sa che, malgrado si sia svegliato alla fine del terzo
movimento ancor piú esausto che dopo il secondo, le regole
della buona educazione gli imporrebbero di troncare quel
sonno impertinente, favorito dallo sfinimento di una notte in
bianco e dalla stanchezza primordiale ereditata dai suoi avi.
Si alza dunque ad accendere un lumino e a familiarizzare
con i dintorni.
Sulla parete sopra il letto di Rashed spicca una fotografia del
ragazzo, piú giovane e meno scuro, in groppa a un cavallo e
intento a scrutare l’orizzonte. Rivlin piega il lenzuolo ancor
prima di rivestirsi, lo infila nella federa del cuscino. Poi, non
trovando un copriletto, piega in due il materasso nudo e vi
posa sopra la coperta, come si usa fare nelle basi di
addestramento militare prima di una licenza. Infine va a
lavarsi il viso con acqua e sapone e a sciacquarsi la bocca con
del dentifricio, per rinfrescarsi l’alito prima di ripresentarsi
agli arabi.
Che peccato, riflette, non essere riuscito a sognare
nell’intimità araba elargitagli con tanta generosità e ora
inondata dalla luce tenue e ramata di un pomeriggio
campestre, echeggiante di grida di bimbi. Si siede fiacco
accanto a una piccola scrivania, stile vecchia Europa, che
Rashed ha coperto con una tovaglia di plastica stampata a
Beirut e raffigurante tutti gli stati del bacino del
Mediterraneo, sfolgoranti di colori vivaci. Con sua sorpresa vi
trova anche Israele, per quanto rinchiusa nei confini dettati
dall’Onu nel 1947, segnati da una linea tratteggiata, come se
fosse stato evidenziato un miraggio destinato a dissolversi.
Sopra due colonne di graziosi cassettini con bei manici di
ottone troneggia il bossolo in rame di un proiettile di mortaio
contenente dei fiori finti un po’ polverosi, che chinano la finta
corolla verso una tazza dorata dove sono infilate matite
appuntite di diversi colori. Sulla parete dietro la scrivania è
appeso un pannello a cui sono attaccati dei bigliettini, pure
quelli di colori diversi. Vi sono annotati, nella grafia
svolazzante ma chiara del ragazzo, mansioni e impegni di
viaggi e trasporti, e in tutto è riconoscibile l’impronta di un
inquilino pignolo e ordinato, che ama circondarsi di una
policromia vivace tanto da foderare con carta colorata tutto
ciò che lo circonda. Non solo vecchi romanzi arabi pubblicati
in Libano o in Siria, allineati sullo scaffale della libreria, ma
anche due volumi dell’Enciclopedia ebraica capitati lí per caso
e un libro in ebraico intitolato Gli israeliani. Solo un grosso
album di fotografie, con una spessa copertina nera, non è
stato foderato, e anche i blocchi per il pagamento dell’Iva e
delle imposte posati su di esso in ordine meticoloso sono
rimasti del colore azzurro pallido originale.
Forse proprio perché quella copertina nera gli ricorda
l’elegante registro per gli ospiti dove qualche settimana prima
ha annotato una frase di cui non si pente piú – per quanto
fosse rivolta al morto e non ai suoi familiari –, Rivlin tira a sé
l’album delle fotografie, ansioso di sbirciare l’aspetto degli
abitanti della casa in gioventú.
Con suo disappunto, però, non vi trova facce note: non Afifa
da giovane, né la nonna a cinquant’anni, e nemmeno
Samaher bambina. Pagina dopo pagina, con grigia
ostinazione, vede solo le immagini di una donna sconosciuta,
dalla pelle scura e ormai non piú giovane, che a giudicare
dagli occhi grandi e belli sembra una parente, o persino la
sorella, di Rashed. Il volto è molto serio, senza un sorriso e
privo di dolcezza, sia quando appare come una giovane
impettita, sia in veste di donna sposata e madre, attorniata da
bambini piccoli. Sulle prime solo due o tre, poi cinque o sei,
tristi e spaventati. Lo sfondo delle fotografie è rurale ma
diverso dal paesaggio di al Mansura, privo di attrattiva.
Talvolta è il cortile di una casa vecchia e dimessa, talaltra
sono due piccoli alberi di ulivo, o la penombra di una cucina
enorme, piena di pentole grosse e nere. E qua e là c’è qualche
fotografia d’interno, con la donna accanto al letto di un
vecchio arabo in pigiama, dal viso sofferente. E pare che
questa signora misteriosa, sempre impietrita e senza un
sorriso, posi per la foto non per se stessa ma dietro ordine di
qualcuno che vorrebbe utilizzarle per uno scopo preciso.
Circondato dalle tracce sgargianti di Rashed, Rivlin sfoglia
quell’album incolore e monotono, sorpreso della pazienza
degli arabi che non vengono a controllare se l’ebreo stanco e
stravolto messo a letto piú di tre ore prima sia in grado di
riaversi da sé. Il sole del Ramadan infiamma la parete con la
speranza dorata di un tramonto non lontano e un altro
movimento, il quarto, inatteso, si unisce al concerto
terminato da poco per trasformarlo in una sinfonia completa.
Uno strascico di sonno, pesante ma vellutato, accarezza il
fondo della coscienza di Rivlin finché antiche creature della
mente, rimaste fossilizzate dai giorni della stesura del suo
dottorato, vengono sconvolte da un risveglio interiore che lo
conduce in una terra asiatica deserta ma fertile. Una tettoia
ampia, smisurata, si estende fino a un orizzonte di colline
sopra un recinto gigantesco, zeppo di mucche placide e
silenziose, pezzate da macchie dorate, segno di una razza che
pare estinta ma che laggiú, a migliaia di chilometri di distanza
dal mare, si conserva con calma nobile in una stalla unica al
mondo, e forse nell’universo, pullulante di mammelle
candide, gonfie di latte, che attirano con generosità non solo
vitelli ma anche pecore tosate e nude, di ritorno dalle colline.
Uno sguardo lontano e penetrante scopre fra loro un agnello
dall’espressione terribilmente triste, imbarazzata, diffidente:
quella di un figlio che riconosce il padre immerso nel sogno e
a una distanza enorme scodinzola in segno di saluto.
Quell’agnello non solo somiglia a Ofer, ma è proprio lui che
ha subíto negli ultimi tempi, all’insaputa dei genitori, una
trasformazione orribile, tanto da essere stato costretto a
trasferirsi dall’Europa in un gregge turco dell’Asia.
Il sognatore prova una stretta al cuore alla vista del ragazzo.
Vorrebbe avvicinarsi per sapere se è veramente triste nelle sue
nuove sembianze, cosí come appare da lontano, ma temendo
che fugga per la vergogna, o che equivochi le sue intenzioni, si
inginocchia e lancia un fischio di richiamo, come a un cane o
a un gatto sconosciuto, e poi gli getta un bastoncino. Forse
quella creatura acconsentirà a riportarglielo. Grosso errore. Il
bastoncino lo atterrisce e la semplice apprensione si
trasforma in minaccia. L’agnello indietreggia, sguscia via tra i
compagni e ritorna verso le colline, con la coda tristemente
immobile.
14.
Un incubo simile non può non svegliarlo. Tuttavia Rivlin
non sottovaluta l’importanza di un riposo acciuffato in un
pomeriggio di totale anarchia, perché malgrado il sonno sia
sopravvenuto per sole quattro ore, l’esatta durata di quello del
leggendario capo del primo governo d’Israele, la sua efficacia
è raddoppiata dall’intimità estranea.
Si dirige verso i minuscoli servizi per orinare e rinfrescarsi il
viso, poi apre la porta sprangata nella speranza di trovare
almeno una persona che lo attenda impensierita in corridoio.
Nessuno però lo aspetta, nessuno si preoccupa. Come se un
simile sonno prolungato lo avesse trasformato in un membro
della famiglia. Rivlin passa davanti alla camera della vecchia
nonna e la vede seduta a fianco del marito che sonnecchia su
un piccolo divano di fronte a un grosso orologio a muro,
ascoltando i vocalizzi di una cantante lontana. Nel vederlo il
vecchio annuisce con cordialità familiare, come se fosse
naturale che in casa sua, al crepuscolo, si aggirasse un docente
universitario ebreo di solida reputazione. Indica le lancette
dell’orologio e annuncia:
– Iza inta ju‘an, ya ‘eyni, el ‘akel hadir. Kayahudi inta sumet
‘an kull khatayak wkhataya ‘eiltak. Laken iza inta musammim
innak tekammel, lazem ti‘raf inno ba‘d aqall min se‘a, bettigi
elkunbule taba‘ Tzadal 15.
Nella brezza che filtra libera dalle finestre aperte c’è un
sapore di terra di Israele arida e fresca che ricorda a Rivlin
l’ultimo periodo del mandato britannico durante la sua
infanzia. Ed è quella brezza che lo induce a entrare, ridente e
stupito, nella camera della coppia di anziani, quasi fosse il
loro figlio maggiore.
– Elkunbule taba‘ Tzadal? Shu hada? 16
Afifa, che ha udito la sua voce, accorre dalla cucina per
spiegare.
– Invece del vecchio cannone che sparava da Tarshikha
prima della fondazione di Israele, i drusi del corpo delle
guardie di frontiera si sono messi d’accordo con i soldati sciiti
di Tzadal 17 perché sparino alla fine del digiuno un colpo di
mortaio cosí che tutti noi, da entrambi i lati del confine,
potremo finire il digiuno insieme.
La vecchia ride con la bocca sdentata.
– La mamma non mangia se prima non sente il colpo di
mortaio, – ride Afifa avvolta da un grosso grembiule da cui si
levano aromi invitanti. – Come va, professore? È sicuro di
aver dormito abbastanza? Come mai era cosí stanco? Sembra
quasi che non abbia dormito non una notte ma tre. Il viaggio
di sua moglie l’ha impensierita cosí tanto?
Lui annuisce con dolcezza. Prova un senso di pace profondo
e puro, come se si trovasse in un luogo fuori dal mondo.
Anche i morsi della fame si sono trasformati in languore
velato. Forse, chissà, anche la pastiglia contro «i leggeri stati
di depressione» lo rianima.
– Dov’è Rashed? Sta ancora fotocopiando il materiale?
– È tornato. È tutto pronto da tempo. Non si preoccupi.
Appena vorrà partire lo chiameremo. Bas lesh biddak tesafer?
Ma nakhalik 18. Niente da fare. Tra un’ora ci sarà la cena e lei
si senta come a casa sua. Anche il bagno è pulito e pronto.
Samaher si è lavata e la aspetta per raccontarle la fine della
storia di Yassin Ibn Abbas sul cavallo malato e altri racconti
che ha preparato per lei. Anche quello del tipo che ha ucciso
in modo assurdo due francesi, intitolato Algharib almahalli.
Come tradurlo?
– Lo straniero locale…
– Esatto.
Stava forse nascendo una nuova intimità con gli arabi? Un
momento raro e agognato, da un punto di vista personale e
professionale, in grado di prolungare quella giornata con una
notte lunga, burrascosa e densa di avvenimenti? È cosí
tentatrice l’idea che sua moglie non sia ancora giunta in un
luogo da cui potrà controllare le sue azioni, da spingerlo ad
abbandonarsi in tutta tranquillità a un’intimità piú
promettente di quella letteraria suggerita dai Tedeschi?
Malgrado questi arabi siano diversi dagli algerini, che da piú
di un anno stentano ad acquisire un’identità definita sullo
schermo del suo computer, ha ragione la traduttrice di poesia
preislamica riguardo alla «radice comune e antica», talvolta
complessa e crudele, talaltra generosa e munifica, della loro
ospitalità.
Davvero, perché non immergersi nella vasca da bagno già
notata alle nozze di Samaher, e offerta ora da un’araba
attraente, dalle guance accese e dal corpo pieno, che piú di
vent’anni prima era stata sua allieva a un corso introduttivo
di Storia mediorientale e che emana una fragranza di pasto
festivo? Perché un vecchio professore ebreo non dovrebbe
lasciarsi viziare un po’ dagli arabi come ricompensa alle
difficoltà dello studio della loro storia, piena di
recriminazioni per l’imperdonabile offesa coloniale tanto da
non lasciare piú spazio a nessuna responsabilità?
– Inti bidalli‘ni aktar min zujti 19, – dice Rivlin ad Afifa,
arrossendo.
– Kif ti’dar elmiskini tedall‘ak, iza ma kan‘andeha wa’et? 20
E lui, stupito di trovare quella difesa inattesa della moglie
persino lí, in un villaggio arabo, si reca in bagno con gioia,
riceve due asciugamani e un flacone di schiuma profumata, e
a custodia della sua intimità viene messa una bambina, dietro
la porta che probabilmente non avrà mai una chiave o un
lucchetto.
15.
Rivlin si immerge nella schiuma profumata e avendo
sostenuto di recente una lotta strenua per riuscire a portare a
termine la costruzione di una casa, esamina le piastrelle di
ceramica e giunge a una semplice ma triste conclusione: nelle
loro case gli operai arabi sanno eseguire un lavoro perfetto:
mantenere distanze precise e simmetriche ed evitare
sbavature. Ma in fondo perché no? Dopo essersi asciugato e
rivestito, mentre il profumo della cena si mescola agli ultimi
raggi di sole, entra pulito, rinfrescato e con il viso raggiante
nella camera di Samaher per proseguire «l’esame orale» che
ora gli pare una soluzione meravigliosa.
Anche la ragazza è reduce dal bagno, apparentemente fatto
lí, vicino al suo letto, a giudicare dal pavimento umido e dalla
bacinella vuota in un angolo, e si è persino cambiata la
camicia da notte con una piú colorata. Tuttavia non appare
tonificata. È pallida, magra ed esausta, distesa esangue sul
grosso cuscino. I capelli, raccolti chissà perché in due treccine
sottili, la fanno sembrare una bambina sofferente che con
occhi malinconici accusa l’insegnante di averla abbandonata a
metà del racconto per sprofondare in un sonno tanto intenso.
– Dov’è Rashed? – Rivlin domanda del cugino, ormai alleato
indispensabile.
– Che bisogno ha di lui? – risponde Samaher imbronciata,
cercando forse di cancellare l’offesa per lo slancio con cui il
ragazzo l’aveva sollevata tra le braccia.
– Cosí, non importa.
– Se vuole, lo chiamo.
– Non è urgente.
Al di là della grande finestra aperta risplende una goccia di
sole nella fenditura tra due colline lontane.
– La riporterà a casa quando vorrà, professore. Non si
preoccupi –. Rivlin avverte nella voce della ragazza una nuova
sfumatura di dolore e di delusione.
– Non c’è fretta, Samaher –. L’insegnante si siede con calma
nella poltrona accanto alla finestra aperta da cui giunge un
primo profumo di carne alla brace. – Perché preoccuparsi?
Ormai mi avete contagiato con la vostra placida passività.
Samaher arrossisce, come se a Rivlin fosse sfuggito ancora
una volta un commento offensivo sugli arabi. Sembra tesa,
quasi avvilita. Sotto la coperta le gambe si agitano irrequiete.
– Allora, che succede con Ahmad Addanaf? – la rincuora
Rivlin con uno sguardo incoraggiante da insegnante
benevolo, che desidera consolare l’alunno impacciato. – È
riuscito a salvare il cavallo che aveva avvelenato?
– Vuole davvero sentire la fine del racconto? – Gli occhi di
Samaher brillano di un’offesa incomprensibile. – Pensavo che
lo ritenesse tanto idiota da farla addormentare.
– Idiota? – L’insegnante appare divertito. – Perché?
Assolutamente no. Di certo non piú del racconto precedente.
– Il racconto precedente? – ripete lei con voce trasognata.
– Ma perché idiota? A me non interessa il valore letterario
dei racconti. Io cerco qualcos’altro, lo spirito dell’epoca,
indizi di ciò che è avvenuto in seguito.
– Cos’è avvenuto in seguito?
– Episodi di terrorismo selvaggio.
– Quale terrorismo?
– Il terrorismo, in Algeria. Si scannano senza pietà.
Samaher ha lo sguardo vitreo, assente, perso alla ricerca di
un significato nascosto, rimasto invisibile durante i cinque
anni di studio trascorsi con il professore.
– Non ho mai sentito parlare di questo terrorismo. Dove l’ha
letto?
Il docente di storia mediorientale la guarda con occhi duri.
– Sono otto anni ormai…
– Masakin 21… – commenta lei includendo tutti in una
parola, vittime e assassini, e tendendo una mano verso
l’interruttore della lampada accanto al letto accende un
minuscolo sole sotto il paralume rossastro, a sostituzione di
quello autentico, ormai indebolito. Apre il quaderno e con
voce suadente prosegue il racconto del ragazzo che lotta da
solo nella stalla per salvare la vita al cavallo avvelenato. La sua
nostalgia della giovane, figlia della famiglia di pastori
emarginati, partita per fidanzarsi con un parente che vive in
Francia, si fonde ora con il malessere del cavallo disteso sulla
paglia. E il resoconto di Samahar si riempie di innumerevoli
piccoli dettagli che è impossibile sapere se appaiono nel
racconto o se sono stati inventati lí per lí. Descrizioni di luci,
odori e fruscii nel dramma della lotta notturna per salvare la
vita al cavallo, sconcertato dall’angoscia e dal dolore del
giovane sconosciuto che lo ha avvelenato un paio di giorni
prima mentre ora lo nutre con avena morbida, gli accarezza la
fronte e gli bacia gli occhi esortandolo a rimettersi in piedi, gli
passa una cordicella intorno al collo perché cammini a piccoli
passi intorno alla stalla, guarisca e possa cavalcare, con in
groppa il suo salvatore, fino alla cima della collina ai limiti del
villaggio cosí da accogliere per primo l’amata, fidanzata a un
uomo che tra poco la condurrà in Francia per sempre. Fine.
– Fine?
– Sí, fine della storia.
– Molto bene, – approva l’insegnante con tatto osservando
l’allieva con occhio benevolo e pensando: «Non è affatto
incinta. Sua madre l’ha semplicemente messa a letto perché
non faccia “sciocchezze”».
L’attenzione paziente di Rivlin calma un poco Samaher e i
movimenti nervosi delle gambe cessano. Le sue lunghe ciglia
si abbassano adagio. Ombre serali accarezzano le pareti
intorno a lei.
– Può esserle d’aiuto, professore, un racconto come questo?
– si interessa con un sorriso spento. E mentre lui cerca di
rincuorarla garantendole che è sempre possibile trovare
qualcosa di utile in un racconto popolare su un amore deluso
e un cavallo malato scritto negli anni piú intensi della lotta
degli algerini per la propria indipendenza, risuona un colpo
di mortaio e nella camera entra guardingo il marito di
Samaher con gli abiti da lavoro imbrattati di calce, e piega la
testa in segno di ringraziamento prima di puntare uno
sguardo timoroso sulla moglie, per controllare lo stato della
sua depressione.
16.
Il pasto solenne concesso ai fedeli dopo il tramonto del sole
viene allestito in cortile e vi partecipano anche il suocero di
Samaher con i due figli minori, alcuni vicini, e dei notabili del
villaggio invitati a rompere il digiuno del Ramadan insieme
all’ebreo illi bisum zayy elmu’min, laken ‘alfadi 22. La voce del
sonno prolungato di Rivlin nel letto di Rashed si è sparsa per
il villaggio e non è stata interpretata solo come la
conseguenza di una stanchezza portata da lontano, ma anche
come espressione di fiducia nei confronti degli arabi. Cosí,
alla deferenza verso di lui si è unita una viva simpatia, quasi
fosse stato scoperto un potenziale parente che, ben
rimpinzato, potrebbe diventare reale. Ma è strano che Rivlin,
malgrado non abbia assaggiato nulla dopo il dolcetto e la
tazzina di caffè alla stazione di servizio, abbia ancora un
appetito fiacco, un po’ evanescente, disposto ad accontentarsi
di bocconi di pane arabo immersi in una pasta di ceci calda.
La padrona di casa decide allora di affidarlo alle cure di un
vecchio misterioso di nome Ali, forse l’altro nonno di
Samaher, oppure solo un parente: una persona impettita e
autorevole che va e viene con solennità dalla cucina portando
piccoli pezzi di carne di agnello su un vassoio di rame. Pare
tuttavia che quest’uomo che ora esige dall’ebreo con burbera
serietà di mangiare tutto ciò che gli porge – parti scelte di
costole, posteriora e organi interni cucinati secondo le sue
istruzioni – sia un grande intenditore di carni.
Ed è difficile rifiutare. Tanto piú che gli altri commensali,
che non godono dei favori del vecchio, esortano Rivlin a dare
ascolto a quell’Ali, chiamato dal villaggio vicino per deliziare
il professore con la sua perizia culinaria e sottrarlo
lentamente e con delicatezza al digiuno non impostogli da
Allah. Essendo però piccoli e scarsi i bocconi che arrivano di
volta in volta, Rivlin ha l’impressione che rappresentino solo
l’inizio del pasto, un primo assaggio per attirare l’agnello
fuggito sulle colline del suo sogno e tranquillizzarlo e
riappacificarlo nel suo stomaco.
Il villaggio si è rianimato. Gli abitanti passano nel vicolo per
sbirciare attraverso il cancello di ferro e dare un’occhiata
all’ebreo. C’è chi entra e si presenta: insegnanti anziani,
persone colte e corpulente, tra cui vecchi studenti di suoi
corsi di venti o trent’anni prima con qualche nipotino al
seguito. Tutti esprimono compiacimento per il suo sonno e
lodano il digiuno superfluo. Qualcuno si interessa a Samaher.
È vero quello che racconta sua madre, che è diventata una
specie di assistente ricercatrice? E se è vero, di che ricerca si
tratta? Rivlin, lucido e paziente in quella placida sera in
Galilea, cerca di rendere partecipi i locali delle sue difficoltà.
Forse anche in loro si risveglierà una «scintilla ispiratrice» che
gli tornerà utile. E nell’apprendere l’argomento della sua
ricerca i presenti esprimono soddisfazione. L’Algeria è un
paese caro. Gli arabi laggiú hanno sofferto quasi come in
Palestina, per colpa dei francesi che si sono attaccati a loro
come sanguisughe. Ma quando scriverà anche di noi,
professor Rivlin?
Con bonarietà lui spiega che anche quando scrive di arabi
lontani, vissuti in tempi antichi, cerca sempre un legame con
quelli vicini. In fin dei conti tutti voi avete una radice
comune, siete originari dello stesso deserto. E mentre i suoi
interlocutori si chiedono se ci sia del vero in
quell’affermazione, si sente il nitrito della cavalla nera che
infila il muso privo di finimenti tra le sbarre del cancello per
esortare il nonno ad alzarsi da tavola e ricondurla nella stalla.
– Insomma, professore, Samaher riceverà o no un voto
finale questa sera? – domanda severo l’imprenditore edile, il
suocero della ragazza che pasteggia accanto a lui in silenzio.
I figli cercano di calmarlo, e anche il professore gli batte una
mano sulla spalla con cordialità.
– Alla fine otterrà il suo voto. Perché no? Ma non stasera.
Un poco alla volta ci arriverà…
– E allora avrà anche la laurea? – non desiste l’appaltatore.
– Certo. Quando terminerà il master…
– Ma a che serve un master? – pretende di sapere l’uomo. –
Cosa se ne ricava?
– Ognuno ne fa quello che vuole, – cerca di rassicurarlo
l’insegnante, – si può anche proseguire negli studi con una
terza laurea, un dottorato di ricerca…
– Una terza laurea? – si spaventa l’uomo rivolgendosi con
disperazione al figlio. – Fi kaman thaleth? 23
– Sí… – sussurra triste il marito di Samaher.
17.
E Rashed? Dov’è Rashed? Tu pensi all’autista ma la tua
calma dissolve anche la minima apprensione. È impossibile
sapere se sia stata quella dormita straordinaria o l’assenza di
Haghit ad avere scombussolato il tuo orologio biologico,
rimescolando le ore al punto che persino le stelle verdognole
nel cielo del villaggio attendono pazienti la tua approvazione
per segnare l’arrivo della notte.
Rashed probabilmente si tiene in disparte per via del marito
di Samaher. Comunque ti garantiscono che nel momento in
cui avrai bisogno di lui ti condurrà ovunque vorrai. – Rashed
è a sua disposizione, professore, non si preoccupi, – ti
rassicura Afifa in tono di rimprovero, come se ti avesse
assegnato uno schiavo nero e non un cittadino israeliano che
tuttavia pare considerarsi un «esule in patria» a giudicare da
ciò che ha detto indicando la collina all’incrocio di Ma’alot, su
cui sorge l’edificio del centro culturale circondato da campi
da tennis: «Proprio lí, sotto il centro culturale, si trova il
nostro villaggio, Deir el Kassi». «Si trovava», l’hai corretto tu.
E lui, dopo aver riflettuto, ha ammesso: «Sí, è vero, si
trovava».
In un angolo del cortile la padrona di casa accende un falò
scoppiettante e vi getta sopra delle melanzane nere. Nel fumo
amarognolo che ti avvolge ti ritrovi d’un tratto a difendere il
funambolismo del primo ministro – per il quale non hai
votato –, «perché solo con l’astuzia e con dei trucchi meschini
è possibile convincere la destra a varcare il Sambation 24». I
vecchi arabi colti, memori del nome di quel fiume dai
racconti di Y. L. Peretz, ne traducono ai giovani il significato
in arabo, il che richiede un’ulteriore spiegazione per te in
ebraico.
– Ma se sua moglie non è a casa stanotte, professore, – Afifa
lancia una nuova idea, – perché non continua a dormire nel
letto a cui ormai si è abituato? Rashed in ogni caso avrà da
fare per tutta la notte, e cosí stasera potrà continuare il lavoro
e forse anche domani mattina.
– Dormire da voi anche stanotte? – Con la mano sfiori i
riccioli grigi, li scompigli. – È una proposta davvero molto
allettante, ma inni elyom ‘ajuz, marbut fi elleil fi frasho 25.
A giudicare dal sorriso che brilla negli occhi lucidi della
donna pare che tu abbia commesso un altro buffo errore.
Dopotutto il tuo arabo è il risultato di studi accademici,
appreso da documenti e testimonianze. Non sei nato in Iraq
per portare da laggiú, come il tuo capo di dipartimento, una
lingua fluente, sinuosa, che incanta gli ascoltatori prima di
infliggere il suo morso. Tuttavia non rinunci a buttare lí una
frase o un detto popolare, non solo per prevenire gli arabi da
inutili trucchi ma anche per dimostrare che la loro realtà ti è
familiare e occupa una parte importante nel tuo cuore.
Il cuoco anziano e risoluto nel frattempo non ti dà tregua.
Continua a fare la spola con il piccolo vassoio di rame, e a
giudicare dalla sua insistenza e dalla fermezza con cui
respinge ogni tuo rifiuto, sembra che l’agnello stesso possa
offendersi se non mangerai brandelli delle sue interiora.
Sembra ormai che il «mezzo montone» mangiato al
matrimonio di Samaher due mesi prima voglia ricongiungersi
«all’altra metà». Faresti dunque meglio a porre dei limiti, e
malgrado non ti senta ancora sazio, ti alzi e chiedi con
fermezza dell’autista «esule». Prima di salutare Samaher,
però, che la madre ha già nominato «assistente ricercatrice»
davanti agli amici, è forse il caso di ascoltare un altro
racconto. Quello dell’arabo che ha ucciso a causa della luna.
18.
Nella camera da letto di Samaher si è raccolto un
sorprendente assembramento, e poiché a parte la piccola
lampada da lettura non è stata accesa nessuna luce, la luna
proietta sul soffitto e sulle pareti ombre di altre giovani
donne, alcune avvolte in grandi scialli, venute a vedere come
l’amica costretta a letto dalla «gravidanza» ha trascorso il
giorno di digiuno. Samaher si è di nuovo cambiata e ora
indossa un’ampia tunica tradizionale variopinta, simile a
quella della nonna. Sul comodino è posato un vassoio con la
cena quasi intatta e a fianco c’è il materiale del geniale
studioso ucciso, fotocopiato di fresco.
Questa volta la ragazza abbozza un sorriso e il volto, pallido
e ostile durante il giorno, appare pesantemente truccato come
la sera delle sue nozze. Le tracce di lacrime versate – sempre
che siano state versate – sono state cancellate dall’ombretto
libanese che vela di nuovo i suoi occhi.
– Vedo che stasera hai ospiti.
– Non sono venute per me, – la vecchia malizia fa di nuovo
capolino, – ma per lei, professore. Vogliono vedere che
aspetto ha da vicino e sentirla parlare in arabo.
Le ragazze scoppiano in risatine timide e le osservanti
stringono il foulard ai capelli.
– Ci sono persino due studentesse di un suo corso, non le
riconosce?
– È difficile riconoscerle, – taglia corto Rivlin arrossendo,
per timore che salti fuori qualcun altro con la richiesta di una
proroga o di una concessione. – Allora? C’è tempo per
un’altra storia? Magari Algharib almahalli, come ha proposto
tua madre.
– Sí, è un racconto particolare e non è lungo, e se a lei va
bene lo ascolteranno anche le mie ospiti. Potrebbero trovarlo
interessante. In piú penso che sia proprio significativo per la
sua ricerca, professore. Oggi pomeriggio, mentre lei dormiva,
l’ho scoperto per caso fra gli altri perché persino quel povero
studioso morto a Gerusalemme non l’aveva notato ed
evidenziato. A dire il vero è stato Rashed a notarlo mentre
fotocopiava il materiale. «Lo straniero locale». È un titolo
originale, no? È stato scritto da un tale Jamal ben Al Maluh,
un giornalista, come reazione al racconto di uno scrittore
francese importante che nomina nella prefazione. Ha sentito
parlare di Albert Camus, professore? Ma che dico? Certo che
sí. Chi non ne ha sentito parlare? Rashed ha persino trovato
nel villaggio alcuni suoi libri tradotti in arabo e un’edizione
siriana del romanzo intitolato Algharib. Si immagini. Persino
in Siria lo conoscono e lo rispettano. E ora, mentre lei
mangiava, ho dato un’occhiata al racconto e davvero l’incipit
di Jamal ben Al Maluh è come quello del francese, anche se è
una sorta di rovesciamento…
Samaher parla eccitata, sorridendo alle ragazze, e Rivlin
ricorda che già al suo primo anno di studi, durante il corso
d’introduzione, lui poteva riconoscerla per nome; se ne stava
sempre seduta al solito posto nelle prime file della grande
aula, magra, vigile e un po’ ostile. Alzava la mano in
continuazione e a dispetto delle sue scarse conoscenze
tentava, grazie a un’intelligenza acuta e a una curiosità un po’
scriteriata, di mettere in dubbio le sue parole. Lui aveva
cercato di mostrarsi paziente nella speranza che gli studenti
ebrei, dal temperamento inquieto e sbrigativo, alla fine la
zittissero. E cosí era stato.
Sono le otto di sera. Tra i tetti risuona la supplica dell’imam.
È ancora in Israele o è capitato, come sua moglie, in un paese
lontano? Se il nuovo capo di dipartimento sapesse come ha
trascorso la giornata tra gli arabi, sarebbe soddisfatto o
spaventato?
Rivlin spiega a Samaher e alle ospiti perché i siriani e
persino gli iracheni non abbiano nulla da temere dal senso
dell’assurdo presente in molte opere dello scrittore francese. E
loro ascoltano con attenzione, annuendo consenzienti, e di
nuovo la camera da letto si trasforma in un’aula improvvisata.
Con i capelli umidi e gli abiti puliti, entra ora il marito di
Samaher e aspetta che la moglie raggomitoli le gambe per
liberargli un angolo del letto. Anche lui vuole sentire la storia
dello straniero locale. Pure Afifa arriva nella stanza e dietro a
lei si intrufola la nonna, e persino il grande imprenditore
edile sbircia con meraviglia dal corridoio. Manca solo la
cavalla nera.
La storia dello straniero locale.
Jamal ben Al Maluh, giornalista e scrittore tunisino, fa
precedere il racconto pubblicato nel
millenovecentoquarantanove in una piccola rivista chiamata
«El Majalla» da un prologo un po’ petulante. Vi scrive: di
recente ho visitato la Francia e ho visto che in Europa tutti
lodano un breve romanzo di Albert Camus che descrive come
a mezzogiorno, sulla spiaggia, un giovane francese di nome
Meursault uccide un arabo algerino, senza motivo, senza
odio, senza uno scopo, «solo a causa del sole», come proclama
l’assassino imperturbabile in tribunale. Ma se davvero quel
francese non aveva un movente e il mondo, cosí come
sostiene lo scrittore-filosofo, è sostanzialmente assurdo,
perché il protagonista del romanzo non uccide un suo
connazionale? Perché ammazza proprio un arabo?
Jamal ben Al Maluh si propone allora di controbilanciare «il
senso dell’assurdo francese» con un «senso dell’assurdo
arabo». Se assurdo deve essere, allora che lo sia da ambo le
parti. Decide di scrivere una novella ispirata allo Straniero,
che ne rappresenti anche una sorta di rovesciamento e che
inizia con le stesse parole: «Oggi papà è morto. O forse ieri,
non so».
– Nell’altro libro era la mamma, – sussurra Rivlin.
– Sí, l’ho notato, professore. Ma qui la madre è diventata il
padre perché sarebbe difficile credere che un giovane arabo
non soffra e non pianga per la mamma. Il papà è un’altra
cosa. E pure il nome del protagonista è simile. Mussa, si
chiama. Anche lui vive ad Algeri, e quando suo padre muore,
lo porta in automobile a seppellirlo nel villaggio. Ci va da
solo, senza troppo rammarico né dolore, e fa in tempo a
tornare in città prima di sera per andare al cinema con la sua
ragazza. Il giorno dopo si prende un giorno di ferie e va a
nuotare in piscina, proprio come il vostro famoso Meursault,
ma a mezzogiorno non va in spiaggia, perché chi potrebbe
mai sopportare il sole torrido di quell’ora? Ci va solo dopo il
tramonto, piú o meno a un’ora come questa, e si mette a
passeggiare sulla sabbia, guarda le onde e si avvicina a due
simpatici francesi, un ragazzo e una ragazza seduti su una
panchina, per chiedere che ore sono e come stanno. Loro gli
dicono l’ora ma non come stanno, e continuano a starsene
seduti a chiacchierare. Lui, a poca distanza, guarda la luna che
si leva in quel momento sul golfo. Grande, come un tuorlo
senza albume, lo intimorisce e lo ipnotizza persino. Mussa
non si muove, aspetta solo che i due francesi comincino a
baciarsi, ispirati dalla luna, perché è quello che di solito si fa, e
allora la sua angoscia e la sua rabbia verrebbero dissipate. I
francesi però restano seduti tranquilli, senza toccarsi, e
continuano a chiacchierare. Allora Mussa viene colto dal
terrore che la luna, levatasi intanto alta nel cielo, gli cada in
testa e perciò si avvicina ai due e dice in francese, Che ne
pensate di questa luna? È carina, rispondono. Non mi cadrà
addosso? I ragazzi ridono. E lui pensa, Fanno bene a ridere,
cosí moriranno contenti. Estrae un grosso coltello, li sgozza in
modo assurdo e poi se ne va a casa a riposare.
– A riposare? – si meraviglia Rivlin, non sapendo se è quello
che ha scritto l’autore o piuttosto l’interpretazione di
Samaher.
Nella camera si sente un leggero fruscio e in un angolo
lontano Rivlin scorge gli occhi color carbone del messaggero-
autista, che dopo avergli fatto un silenzioso cenno di tenersi
pronto a partire, sbircia di sottecchi il marito di Samaher,
seduto sul bordo del letto in attesa di sapere, come tutti, se
l’assassino arabo, come quello francese, rimarrà fedele al suo
comportamento assurdo o cercherà di cavarsela accampando
scuse di ogni genere.
Ma Jamal ben Al Maluh, sagace e ironico, lascia che il suo
eroe rimanga fedele all’assurdo, e come lo straniero francese
anche quello locale rifiuta di esprimere rammarico per
l’accaduto e di domandare perdono in tribunale, limitandosi
a ripetere la sua strana giustificazione: è stata la luna a indurlo
a uccidere. Anche il giudice arabo viene trascinato
nell’impetuoso vortice dell’assurdo. Lascia libero l’assassino e
cosí, conclude Samaher con un tono di vittoria, Jamal ben Al
Maluh prova che l’assurdo arabo può essere piú forte di
quello francese.
I presenti nella stanza ridacchiano di soddisfazione.
– Lo lascia libero? Com’è possibile? E questa è la fine? –
Rivlin aggredisce la ragazza come se lei si inventasse la storia.
– È cosí, – sorride Samaher compiaciuta, – questa è la fine
della storia. Cosa ci posso fare, professore? Niente.
Un leggero senso di piacere pervade Rivlin, come se la
«scintilla ispiratrice» promessa dal professor Tedeschi avesse
cominciato a brillare, debole e fioca, in un tizzone di carbone
fuligginoso che gli annerisce il palmo della mano. Si alza,
prende una tazzina di caffè dal vassoio di rame portato dalla
sorella piú piccola di Samaher, lo ingurgita di colpo come se
fosse un bicchiere di cognac forte e domanda allo scuro
messaggero se sarà in grado di riconoscere questo racconto
stupefacente e importante tra il materiale che lo attende nel
minibus.
– Certo che lo sarà, – si intromette la cugina, – perché no?
Gliel’ho detto, è stato proprio lui a scoprirlo –. E le ragazze
intorno al letto chinano il capo, come se l’amore proibito di
quei due, che si irradia sopra la testa del marito stanco,
potesse accecarle.
19.
– Hai fatto in tempo a mangiare? – domanda Rivlin
all’autista che accelera all’uscita del villaggio.
– C’è tempo. Non si preoccupi, professore, durante il
Ramadan non faccio che mangiare per tutta la notte. Anche
dopo essere arrivati a Haifa dovrò andare a Jenin a prendere
degli operai. È stato a Jenin, professore?
– Forse trent’anni fa. Dopo la guerra.
– Non lontano da lí, nel villaggio di al Zababda, vive mia
sorella. Stanotte andrò a trovarla. Questa è la nostra
tradizione. Il fratello, nelle notti del Ramadan, porta doni alla
sorella sposata: denaro, cibo… Quello che c’è…
– Non lo sapevo…
– Certo. Cosí lei non si sentirà triste e sola durante le feste,
lontana dalla sua vera famiglia. Stanotte, chissà, magari
troverò anche un maiale…
– Un maiale?
– Selvatico, un cinghiale. Se a lei non importa lungo la strada
ci addentreremo nella foresta, dopo Elkosh. Forse i cacciatori
di Bekeya hanno già fatto in tempo a catturare un cinghiale
da portare nei Territori…
– Durante il Ramadan? Un cinghiale? Ma com’è possibile?
– Non si preoccupi, professore. Mia sorella vive con un
cristiano. E laggiú nel suo villaggio, vicino a Jenin, sono in
maggioranza cristiani e mangiano quello che gli porti:
cinghiali, squali, rane, cavallette. Nomini un animale, e loro se
lo mangiano. Il cinghiale non lo porto per lei, ma per la
scuola dell’Abuna, il parroco, mia sorella lavora in cucina per
lui. È una bravissima persona, quell’Abuna. L’aiuta sempre,
perché il marito di mia sorella è anziano e sempre malato. E
lei è sola con i bambini, lontana dalla sua vera famiglia. E
nonostante sia musulmana, per l’Abuna cucina anche il
maiale.
– Ma da dove viene tua sorella?
– Da dove vuole che venga, professore? È una persona
normale. Israeliana. È nata qui ad al Mansura, però vent’anni
fa si è sposata nei Territori, poverina, e da allora
l’amministrazione civile dei Territori le ha ritirato la carta
d’identità e non le permette di tornare in Israele. Quanto
abbiamo supplicato. Ci siamo rivolti ai membri del
parlamento, persino a quelli ebrei, ma non è servito a niente.
Avevamo già accettato che tornasse in Israele senza quel
marito malato, quel cristiano, solo con i bambini. Ma non ce
l’hanno permesso. Niente bambini. È la loro condizione.
Come se fossero degli impuri. Ma come potrebbe tornare lei
senza i bambini? Mi dica. Me lo dica lei, professore. È
possibile? Le cose, purtroppo, stanno cosí laggiú, nei
Territori. È in trappola. La poverina è caduta in una trappola.
Allora, se lei permette, dopo Elkosh, prima di Hurfeish, dove
costruiscono un sepolcro a un nuovo profeta scoperto nella
Bibbia, faremo una deviazione al massimo di mezzo
chilometro lungo una strada sterrata per vedere se hanno già
preso qualche cinghiale. Ma non ci fermeremo. Ci
impiegheremo tutt’al piú mezz’ora. Sempre che lei sia
d’accordo. Ci pensi bene. Solo se non ha fretta e non si sente
stanco. Nel villaggio mi hanno detto che ha fatto in tempo a
riposare un po’ nel pomeriggio…
– Un po’? – ridacchia Rivlin con cordialità verso l’autista che
di certo ha saputo della sua lunga dormita, ma ha preferito
formulare con tatto la richiesta. – Non «un po’». Quattro ore,
e nel tuo letto…
– L’onore è mio, professore, – arrossisce l’arabo chinando la
testa compiaciuto. E sussurra con il volante stretto fra le
mani: – Può dormire nel mio letto quando vuole…
Rivlin sente la testa pulsare, come se la sensualità, tenera ma
coinvolgente, con cui Rashed ha sollevato Samaher tra le
braccia e le ha leccato una piccola ferita sul viso, possa
travolgere pure lui.
I finestrini sono aperti e una fragranza arida di notte estiva
riempie il minibus che procede spedito ma consapevole dei
tornanti della strada, pronto a rallentare con precisione prima
della svolta verso un sentiero sterrato, aperto da poco, dove i
sassi sono coperti da un terriccio rossastro. La strada si snoda
verso un piccolo edificio in attesa di una cupola bianca che lo
trasformerà in antico sepolcro, vicino al quale sosta una
grossa jeep.
– Sono loro, – conferma Rashed con gioia, – vuole aspettare
qui, professore, finché vado a chiamarli o preferisce
arrampicarsi con me sulla collina? Sono centoventi,
centotrenta metri al massimo. Promesso.
È ovvio che l’ebreo nemmeno si sogna di aspettare da solo
accanto al sepolcro buio, ancora in attesa del suo occupante.
E siccome durante la giornata ha notato che la stima delle
distanze e del tempo di Rashed è accurata e precisa, scende
dal minibus per arrampicarsi sulla ripida collina pietrosa.
– Purché non scambino anche noi per dei cinghiali… –
scherza Rivlin al seguito dell’agile arabo, che di tanto in tanto
si lancia uno sguardo alle spalle per vedere se l’anziano
insegnante ha bisogno d’aiuto.
– Ci mancherebbe, professore. Quelli sono degli esperti, non
dei dilettanti. Vedrà. Sono anche istruiti. Uno è avvocato a
Nazareth, e l’altro è dentista. Sparano solo agli animali che
sono autorizzati a uccidere. Comunque, prima di entrare nel
loro raggio di tiro farò un fischio per avvisarli…
Ma nonostante il chiarore intenso della luna lasci
intravedere i fiori arancioni dei fichi d’India, simili a
foruncoli appena spuntati, Rivlin teme che un cacciatore
arabo lo possa scambiare per un animale selvatico e si
avvicina a Rashed che ora lancia dei fischi brevi e acuti verso
una piccola macchia di alberi in cima alla collina.
– Se tengono sotto tiro qualche animale, – bisbiglia, – non
mi risponderanno… Aspettiamo e vediamo cosa succede…
Tra i rami degli alberi echeggia la risposta.
– Rashed?
– Sí, Anton, sono io.
– Wa law 26. «Sí, sono io»! – ridacchiano i cacciatori per
quella risposta in ebraico. – Wein inte, ya az‘ar kushi? 27
– Basta Marwan; basta Anton, – li rimprovera Rashed con
bonarietà. – Non sono solo. Vi ho portato un ospite molto
rispettabile che capisce anche l’arabo, state attenti.
– Min hada? 28
– Non cosí. Prima scendete dall’albero.
– Laken min jibtilna? 29
– Scendete prima…
Tra i rami, non lontano dalla cima degli alberi, i cacciatori
sono seduti su dei seggiolini presi da un asilo, con delle
doppiette in mano.
– Dicci chi ci hai portato.
Rashed rivela il nome dell’ospite. E dal fondo della chioma
dell’albero viene proiettato un fascio di luce forte.
– Gesú, lei è il marito del giudice Rivlin? Non ci crederà, ma
una volta sono comparso davanti a lei in un processo…
– Su, scendete, – li ammonisce Rashed, – non si può parlare
cosí, dagli alberi…
– Marwan si vergogna a scendere…
– Che è successo?
– Lascia stare… Non è bello… Un’ora fa ha sparato a un
cucciolo di cinghiale. Lo ha ucciso.
– Per sbaglio, non di proposito, – si giustifica Marwan, – ho
ancora il cuore a pezzi. Non voglio guardarlo.
– Per un momento ha pensato che fosse uno sciacallo. Ma
perché poi dovrebbero esserci degli sciacalli nei dintorni se
sono spariti tutti dopo la guerra d’indipendenza?
– Chi ha detto sciacallo, ya alabal 30, pensavo fosse una
quaglia. State attenti lí dietro l’albero. Rashed, dir balak! La
titharrak wala tessib ishi 31…
I due cacciatori si calano lentamente, i fucili si impigliano
tra i rami, e nonostante il tepore della notte l’ebreo nota che
indossano giubbotti senza maniche di stile militare e hanno le
tasche piene di pallottole. Il piú anziano, con i capelli bianchi,
è dentista, mentre il giovane alto è avvocato. Entrambi
portano una pistola alla cintura, pronti a cacciare anche esseri
umani.
– Benvenuto nella collina della caccia, professore, – l’allegro
avvocato, a cui evidentemente piace esprimersi in un ebraico
forbito, stringe la mano a Rivlin con effusione, – una volta
sono comparso davanti a sua moglie in un processo per
diffamazione e mi ha conciato per le feste.
– A torto o a ragione?
– Chissà dov’è il torto e dov’è la ragione, professore... –
sospira il cacciatore buttandosi in spalla il fucile. – Lo chieda
a sua moglie. Lei è sempre sicura di quello che dice. Sul serio,
è una donna forte e serissima.
– Non è sempre seria, – obietta Rashed, – avreste dovuto
vedere come rideva al matrimonio di Samaher. Nel villaggio
ricordano ancora la sua risata squillante.
– Forse ride ai matrimoni, ma non in tribunale. Con gli
avvocati è tagliente come una lama. Un vero giudice. Tutti la
rispettano, anche quelli che perdono le cause.
Rivlin china la testa con modestia, sopraffatto dalla
nostalgia. Dove sei amore mio? Sei già arrivata alla tua
camera d’albergo? Potrai cavartela da sola se non la troverai
di tuo gusto? Senza lamentarti, senza lagnarti, senza nessuno
che ti consoli né la speranza di sostituirla con un’altra? E chi
ti aprirà la valigia e appenderà i tuoi abiti cercando di
renderla accogliente quando ti coricherai rannicchiata sul
letto, fissando tutto quello che ti appare estraneo e brutto e
sporco?
– Ma da dove venite?
Rashed racconta della cugina, ormai definita con
naturalezza «assistente ricercatrice», depositaria di un
materiale molto prezioso proveniente da Gerusalemme.
– Samaher è ancora ammalata? – L’avvocato rivolge la
domanda a Rivlin, come se proprio lui potesse confermarlo.
– Solo se la gravidanza può essere considerata una malattia,
– risponde Rashed con stizza, e poiché teme che Rivlin si lasci
sfuggire una parola incauta passa subito a lodare il suo
digiuno solidale.
I cacciatori si stupiscono di quell’omaggio.
– E come onorerà noi cristiani, professore?
– Quando digiunerete sul serio mi unirò a voi…
I due ridono e li conducono dietro un grosso masso,
smuovono un telo nero e alla luce della luna si rivela un
piccolo di cinghiale.
– Non so come sia successo, – torna a mugolare il dentista, –
proprio a me che sto sempre attento a non uccidere animali
giovani.
È la prima volta che Rivlin vede un cinghiale da vicino, per
quanto cucciolo. È disteso placido con la sua pelliccia e la
bocca semiaperta, come se avesse sospirato pesantemente
prima di esalare l’ultimo respiro.
Rashed si inginocchia, cerca il punto dove è stato colpito,
poi lo gira, scopre un ventre roseo e liscio e tenta di valutare
l’età della bestia. Tre, quattro mesi. Lo afferra per le zampe
anteriori e lo solleva un poco per indovinarne anche il peso.
– All’inferno, come ho fatto a pensare che fosse una grossa
quaglia?
– Dopo lo sparo la madre si è spaventata ed è scappata, –
racconta Anton, – ma poi è tornata e anche adesso non è
lontana. Cinquanta, sessanta metri al massimo. L’abbiamo
vista dall’albero. Forse aspetta che il piccolo torni…
– Volete uccidere anche lei? – domanda Rashed con
prudenza.
– Se insiste…
– Insiste a far cosa?
– A voler morire… – ridono i cacciatori.
– Che faccio? – tentenna Rashed. – Porto questo piccolo
all’Abuna?
– A patto che tu lo prenda cosí com’è, senza tagliarlo né
scuoiarlo. È un regalo. Elbanduq hattam liqalbi 32. Sarò
perseguitato dalla sfortuna per colpa sua.
Ma Rashed deve chiedere il permesso al suo passeggero. Per
la prima volta da che sono partiti per quel viaggio posa una
mano leggera sulla spalla dell’ebreo.
– Le dispiace, professore, se mettiamo il cinghialetto nel
retro del minibus? Non si preoccupi. È fresco e lei non sentirà
nessun odore. Però, se le dà fastidio, lascio perdere. È lei il
passeggero, sta a lei decidere.
Rivlin osserva il cucciolo che ha ingoiato la pallottola del
fucile da caccia quasi fosse un forte sonnifero. Dopo essere
stato scosso da Rashed, gli si sono incrociate le zampe
anteriori come se si fosse rannicchiato su se stesso, in modo
toccante. Con grande cautela il professore tende la punta della
scarpa e sfiora la codina bizzarra, tesa e immobile nella luce
della luna, cercando di smuoverla un poco, come nel sogno.
D’un tratto gli balena nella mente la chiara consapevolezza
che lo attende di nuovo una notte in bianco, e con un tono un
po’ lugubre annuncia agli arabi in attesa di una sua parola:
– Su, non è terribile. Coprilo bene e portiamolo all’Abuna…
Ed è stupito di aver parlato in maniera cosí intima
dell’Abuna, che ancora non conosce.
20.
E davvero, come mai non eri stanco quella notte? Dove
attingevi le forze per essere cosí vigile? È stato forse l’Abuna,
vicino a Jenin, a suscitare la tua curiosità? Oppure è stato il
«canto del paradiso» a indurti a rinunciare al tuo letto e a
partire per un «estero» vicino dove non è ancora necessario
un passaporto?
Ammettilo, quell’arabo dallo sguardo vellutato, messaggero
discreto, dell’età del tuo figlio maggiore, ma dal carattere
dolce e sicuro come quello del tuo figlio minore, ha un certo
ascendente su di te. Non negativo, per carità. Però riesce a
coinvolgerti nei suoi impegni e nelle sue avventure. E poiché
è un autista addetto al trasporto dei passeggeri, è abituato a
condurre trattative con sensibilità ed è naturale per lui
trascinare anche te, professore anziano e riservato, verso
quella linea di confine tratteggiata, ideale e ambigua, che
rimarrà controversa fino alla fine dei giorni.
Comunque sia, quando il minibus torna a sfrecciare sulla
strada principale, trasportando un cinghialetto ucciso
anzitempo e con un certo rammarico, e le luci delle città di
Ma’alot e di Tarshikha si fondono in un’unica entità, tu valuti
il tuo stato di lucidità e anche la tua pazienza, meravigliandoti
di trovarle, malgrado quella strana giornata, o forse proprio
grazie ad essa, disponibili e vive, pronte ad affrontare i
programmi notturni dell’autista che a quanto pare
comprendono non solo una visita alla sorella indigente in
attesa dei doni festivi, e all’Abuna che garantisce supporto e
solidarietà, ma anche un canto paradisiaco: il canto di un
angelo in una chiesa.
– Un angelo?
– Una suora greco-ortodossa che l’Abuna ha fatto venire dal
Libano per cantare nella sua chiesa perché i cristiani non si
sentano trascurati e abbandonati durante il Ramadan.
– È saggio, il tuo Abuna.
– Come può essere mio se sono musulmano? – ti corregge
Rashed con delicatezza. – Però è davvero una persona
intelligente e buona. Aiuta tutti. E le assicuro, professore, che
quel canto è proprio paradisiaco. Lo dicono anche i
musulmani di Nablus e di Kalkilia che l’hanno sentita lo
scorso anno.
– Cosa ne sanno loro del paradiso dei cristiani? – canzoni il
giovane infervorato.
– Nulla, – ammette l’autista, – ma se il canto del paradiso dei
cristiani è come quello della suora, basterà per tutti.
– Cosa canta la suora?
– Canti bizini? Bisanzio… Come si dice?
– Bizantini.
– Bizantini. Appunto. Dicono che il cuore freme nel sentirla
cantare. E a volte sviene pure alla fine, e questo rende il
concerto piú dolce.
– Sviene?
– Sí, ha delle strane vertigini. Per questo la mandano da noi,
da Beirut, e anche in Giordania. Perché laggiú, nel suo ordine,
non amano questi svenimenti. Hanno paura che li faccia
apposta. Ma qui in Palestina cosa può mai ricavare dagli
svenimenti? Niente.
Ridi. Questo ragazzo ti piace sempre di piú e lui
probabilmente avverte la tua simpatia se ti propone di andare
in chiesa con lui stanotte.
Sono solo le nove e a casa nessuno ti aspetta. Sei libero come
non lo sei stato da tempo. E se ora ti fossi trovato a
Gerusalemme, forse saresti tornato alla pensione.
Però sei nella Galilea occidentale e hai a tua disposizione un
autista che ti porterà ovunque. Mettiti dunque comodo sul
sedile e non pensare né a tua moglie né ai tuoi figli, e
nemmeno alla tua ricerca arenata, ma solo a te stesso. E la
luna piena, la luna assurda del racconto dell’arabo, che
spande una luce regale sul golfo di Haifa e sul crinale del
monte Carmelo, non solo non cadrà sulla tua testa ma
continuerà a illuminarti la strada ovunque tu vada.
– E com’è possibile, Rashed? Posso entrare a Jenin di notte?
L’arabo si meraviglia della domanda.
– Siamo israeliani, professore, lo ha dimenticato? Perché
dovrebbero fermarci al posto di blocco?
21.
Come dopo la notte di nozze di Samaher, il minibus si ferma
di nuovo tra Ahihud e Shefar’am, alla stessa bancarella di
frutta e verdura sopra la quale dondolano bamboline colorate
come divinità cananee. Il padrone della bancarella, che quella
notte si rivela essere arabo cristiano, riconosce Rivlin ma
sente la mancanza della moglie, e prima di caricare sull’auto
due sacchi di farina e uno di fagioli, doni per l’Abuna e la sua
congregazione, riempie un sacchettino di ciliegie, omaggio
allettante per sua eccellenza il giudice accompagnato
dall’avvertimento che se non tornerà a fare acquisti lí, sarà lui
a presentarsi da lei in tribunale.
Al crocevia di Yagur Rashed lancia un’occhiata fugace al
passeggero per essere certo che quella notte sia pronto a
voltare le spalle al Carmelo e dirigersi a est, verso Nazareth,
che lui non aggira dall’alto attraverso i quartieri ebrei, ma
dove si cala addentrandosi nelle vie brulicanti di gente per
prendere da un benzinaio alcuni vassoi di uova e una cassetta
piena di scatole di conserva: dono della chiesa
dell’Annunciazione a quella della Tentazione ad al Zababda.
A motore spento scivolano verso la vecchia e cara valle di
Gezrael, sfavillante delle luci dei suoi ordinati conglomerati
ebraici, superano di slancio i bivi di Tel Adashim, Mizra e
Balfurya, e percorrono i viali ampi e vuoti di Afula, capitale
sonnacchiosa della valle che non cerca di trattenerli con
nessuna tentazione ma li rigurgita direttamente a sud, verso la
strada deserta in cui risuona il ronzio degli irrigatori del
kibbutz Yizrael. E già le luci israeliane si fanno piú rade, le
serre biancheggiano nella luce fedele della luna, pronta a
varcare con loro il confine – ammesso che quello sia un
confine.
Ora Rashed dice a Rivlin: – Tra poco ci sarà un posto di
blocco che di solito si supera senza problemi, professore.
Però, se vedranno uno nero come me con un ebreo
rispettabile come lei, potrebbero sospettare che io l’abbia
rapita. Quindi è meglio aggirarlo, anche se perderemo dieci
minuti. Dopotutto abbiamo tempo.
– E se mi stessi davvero rapendo, Rashed?
– Allora lo faccio solo per portarla in paradiso, – ride lui, –
non ne vale la pena, professore?
Il ragazzo svolta a destra, verso Mukeibla, ma prima del
villaggio devia a sinistra, in direzione di un campo trebbiato,
su cui avanza sobbalzando per poi oltrepassare con grande
lentezza un piccolo canale e arrivare a una recinzione. A quel
punto spegne il motore, le luci, e scende dalla vettura. Nel
chiarore della luna l’ebreo vede l’arabo sferrare qualche calcio
alla recinzione finché questa crolla. Poi Rashed si batte le
mani e risale in macchina, pallido e cupo, per riacciuffare il
volante.
Ma prima che lui tenda la mano verso la chiavetta, Rivlin gli
tocca la spalla e pretende di sapere, lí e subito, in quel silenzio
che li circonda, se Samaher è davvero incinta. Ed è palese che
quella domanda inattesa provoca un brivido nell’autista,
come se la linea di confine concedesse all’inquisitore
un’autorità particolare. Perciò, malgrado Rashed tenti di
ripetere ancora la solita risposta ambigua: – È quello che dice
sua madre, – aggiunge titubante: – Chi può esserne sicuro
però, professore? Solo Dio e un apparecchio per l’ecografia –.
Poi china la testa imbarazzato, come se fosse stato forzato a
dire qualcosa che non doveva.
– Allora perché è costretta a letto in quel modo?
– Perché è un po’ confusa. È successo ancor prima delle
nozze. È come se la sua anima a volte cercasse di assumere
forme diverse. Ma non si arrabbi con Samaher, professore. A
lei ha sempre voluto bene. Dal primo momento in cui ha
partecipato alle sue lezioni. Sul serio, si è innamorata di lei.
– Sciocchezze. Ma che dici?
Rashed lo guarda leggermente stupito. Non capisce la sua
improvvisa irritazione. Poi tende una mano guardinga per
avviare il motore e con le sole luci di posizione passa il
confine abbattuto.
– Questa è la zona C , – indica i dintorni bui per aiutare il
passeggero a raccapezzarsi nei meandri della divisione
dell’Autonomia, – ma fra due chilometri entreremo nella
zona B , e quando arriveremo a Jenin saremo nella A , proprio
nella zona A . Quando lasceremo la città in direzione di
Kabatia, però, torneremo di nuovo nella B , e il villaggio di al
Zababda è in parte nella B , in parte nella C e in parte in
nessuna zona perché nel frattempo gli ebrei hanno costruito
laggiú un piccolo insediamento.
La città di Jenin è animata, festante e brulicante di luci, e
nonostante l’ora tarda i mercati e i negozi sono aperti e le
strade gremite di automobili e carretti. Uomini flemmatici si
raccolgono in capannelli, e donne fasciate da veli o a capo
scoperto allungano il passo tra il fumo delle braci, ridendo.
Bambini, sciami di bambini, si aggrappano al minibus di
Rashed che avanza con grande pazienza concedendo il diritto
di precedenza a tutto ciò che si muove. E pare che la città sia
immersa in un banchetto prolungato e pantagruelico nel
tunnel oscuro che collega il digiuno di oggi a quello di
domani. All’angolo di una via due poliziotti palestinesi armati
segnalano con gesto arrogante al minibus di fermarsi, ma solo
per scambiare qualche battuta con l’arabo israeliano,
conosciuto e benvoluto anche oltre confine, limitandosi a
lanciare all’ebreo un’occhiata indifferente.
«Se anche qui gli arabi cominceranno a fare festa di notte chi
avrà la forza di prendersi cura di noi durante il giorno?»
Rivlin torna a quel vecchio pensiero, espresso però in cuor
suo perché non è sicuro di come Rashed potrebbe
interpretarlo. In silenzio osserva l’arabo che, con garbo e
pazienza, si libera degli agenti di sicurezza per proseguire la
traversata della città fino all’ultimo lampione. Sotto la luce è
possibile riconoscere, dalla qualità dell’asfalto e dalle pietre
miliari, una vecchia strada del periodo mandatoriale
britannico che molti anni prima percorreva in tutta la sua
lunghezza la terra d’Israele. Nel cielo la vivida luna israeliana,
dalla forma ben delineata, si trasforma lentamente in una
luna palestinese velata da una leggera patina di foschia, che
dopo alcuni chilometri, all’incrocio di Kabatia, illumina altri
militari in uniformi mimetiche e con fucili kalashnikov neri.
Questa volta all’arabo israeliano viene domandato il nome del
suo passeggero prima di permettergli di proseguire verso sud-
est, verso il cuore del grosso centro divenuto famoso durante
l’Intifada per l’assedio prolungato e crudele a cui era stato
sottoposto. Proprio per questo i suoi abitanti non smettono di
gironzolare la notte con pentole, vassoi e regali, scomparendo
dietro porte illuminate di case e di piccole botteghe,
rispuntando e battendo di tanto in tanto, forse con collera o
forse con simpatia, un pugno contro la vettura israeliana che
ben si districa nel groviglio di vicoli per discendere verso una
valle buia e fresca. Da lí si arrampica in direzione di un
villaggio di case seminascoste sulla collina, e attraversa un
intreccio di strade deserte fino a un pendio ripido, al cancello
di ferro sonnacchioso del cortile di una chiesa.
Lentamente, con grande fatica, il cancello viene aperto da un
bambino di circa dieci anni che di certo ha atteso tutta la sera
il loro arrivo, perché senza una parola si lancia emozionato
contro Rashed e lo stringe forte. E subito arriva un secondo
bambino che si arrampica sull’arabo israeliano come se
volesse farlo cadere, e un terzo, quasi spuntato dal ventre
della terra, che lancia un grido poco chiaro e allontana a forza
i fratelli per godersi anche lui un po’ dell’amato bottino. Sullo
spiazzo della chiesa lastricato di pietra bianca avanza veloce,
carponi, una bimbetta scura, ma non essendo rimasto
nemmeno uno scampolo libero del vero zio, si aggrappa
all’appendice ebrea. E Rivlin scorge attraverso la porta aperta
della chiesa, dietro file di banchi vuoti, un’effigie di Cristo in
legno chiaro, giovane e robusta, simpatica e pensierosa, affissa
a una croce dietro a un bell’altare adorno di rami e rischiarato
da una fiammella rossastra. Un sacerdote occhialuto e paffuto
trotterella spedito con la sua tonaca ampia, illuminato dalla
luce della luna che ora riposa a cavallo tra due colline della
Samaria. È l’Abuna in persona che gli tende una mano con
cordialità, mentre con l’altra lo libera dalla piccola appiccicata
alla sua gamba senza smettere di chiacchierare in inglese,
come se avesse incontrato un vecchio amico.
– Ci hanno già informato del suo arrivo da al Mansura.
Sappiamo tutto di lei, professore. È meraviglioso che un ebreo
sia venuto in chiesa a rompere il digiuno del Ramadan. Ma
non si preoccupi, non è venuto invano. Le nostre preghiere
sono state esaudite e la sorella Suher ora sta meglio e questa
notte canterà il tema della passione e della resurrezione.
Allora vedrà. Le sembrerà di essere arrivato non ad al
Zababda ma in paradiso. E non per niente, ma per ascoltare il
canto di un angelo.
22.
Prima di giungere ai cancelli del paradiso, però, occorre
visitare un piccolo purgatorio, un seminterrato di due stanze
e una cucina dietro la scuola della chiesa. In una camera giace
il cristiano, il marito malato, con accanto una culla, mentre
nel locale antistante c’è un tavolo basso, apparecchiato,
circondato da cuscini sparpagliati. I due bambini piú grandi
stringono forte la mano dello zio israeliano, perché non
scappi, e il terzo, piú piccolo, rimasto senza una mano araba,
si mette la piccola sulle spalle e timidamente si aggrappa alla
mano ebrea conducendola da una donna dalla pelle scura
intravista quel giorno, tra un sogno e l’altro, nell’album delle
fotografie.
Nella realtà della sera la donna appare piú eretta e forte che
nelle fotografie, tuttavia non riesce a vincere la commozione e
si copre il viso con le mani per nascondere le lacrime di
dolore al fratello piú giovane, appena giunto dal villaggio
natio. Lui la consola con un abbraccio forte e rassicurante, e
prima che lei dica una parola fa scivolare con rapida furtività
alcune banconote nella tasca del suo grembiule.
– Bikaffi, Rawda, mish ejina lahun minshan demu‘ek.
Kaman jibtillek def muhimme kthir. Bikaffi tibki, ahsan
yuhrub min hon. Ana jit akol ‘andek. Wa ana ju‘an kthir,
w’idha btit’akhkhari, byokhedh eldef Abuna. Leish elbuka ya
ukhti. Hada ‘id, hatta alyahudi hada sam minshanna elyom 33.
Rauda solleva la testa con meraviglia, si ricompone, asciuga
le lacrime dagli ammalianti occhi color carbone e cerca di
scusarsi in ebraico.
– Mi scusi, signore… Benvenuto. Come si può non essere
tristi quando so che venite da al Mansura? Come non
piangere? Lassú c’è tutta la mia famiglia, la nonna, il nonno.
Tutti. E questo Israele non mi permette nemmeno di andarli
a trovare perché hanno paura che porti con me i bambini…
Forse lei conosce qualcuno?
– Bikaffi, bikaffi, mish bidna nirja‘ lal’awwal 34, – la
interrompe il fratello.
– Ma tua sorella parla l’ebraico?
– Perché no? Fino all’età di quindici anni, prima del
matrimonio, ha vissuto in Israele, è andata a scuola a
Hurfeish. Di’ al professore cos’hai imparato lassú, in ebraico.
– Le poesie di Rahel.
– Vede? Cos’altro? Non avete studiato anche un po’
quell’altro? Agnon?
– No, non Agnon. Un altro, shu ismo 35? Ehad Ha-Am.
– Ha visto? Ha studiato. E continua a esercitarsi a parlare
ebraico per dimostrare alle autorità che lei è israeliana e le
permettano cosí di tornare. Quando nel villaggio c’erano dei
soldati israeliani lei non faceva che parlare con loro,
traduceva all’Abuna tutti i loro ordini.
– Peccato che se ne siano andati, – dice lei con una punta di
disperazione.
– Non dire cosí, guai a te. Se ti sentiranno, torneranno, –
ride il fratello, e la esorta a servire loro la minestra prima che
l’Abuna venga a prenderli.
– Ma io non ho fame, – si giustifica l’ebreo.
– L’assaggi, almeno. Per rispetto verso mia sorella.
Altrimenti si vergognerà che non ha accettato niente in casa
sua.
– Non faccia complimenti, – la donna torna e posa delle
scodelle sul tavolo coperto da una tovaglia di plastica. Tutti i
suoi figli sono già seduti con in mano dei grossi cucchiai, e
anche la piccola, munita di bavaglino, è ritta all’estremità del
basso tavolo e osserva la madre intenta a togliere dal fuoco
una grossa pentola e a versare una minestra di lenticchie
rossastra e bollente. E Rashed, che con incredibile rapidità ha
fatto in tempo a lavarsi mani e viso e persino a cambiarsi la
camicia, si lancia sulla minestra con un appetito formidabile,
come se fosse venuto fin lí solo per quello.
In quel momento spunta dall’altra camera il marito
ammalato, il cristiano. È alto, pallido, emaciato, con le braccia
abbandonate, i capelli lunghi, il viso non rasato, gli occhi di
un azzurro torbido, e sulle mani porta i segni di vecchie ferite.
Scuote la testa, esausto, e si siede a capotavola. Da sotto la
giacca del pigiama estrae una gavetta militare lucida,
dimenticata durante la ritirata dell’esercito israeliano, e la
tende alla moglie. E mentre assaggia con un’espressione di
lieve nausea la prima cucchiaiata domanda al cognato se
quell’ospite è l’ebreo agognato in grado di riportare la moglie
alla sua famiglia in Israele.
23.
Dopo un po’ l’Abuna scende nel seminterrato per
ringraziare Rashed dei doni inviati dai cristiani d’Israele, e in
particolare appare commosso dal cinghialetto giunto dalla
Galilea, che è stato già scuoiato e tra poco verrà messo in
forno. L’Abuna però non sembra soddisfatto di trovare il
professore seduto lí, nel seminterrato, davanti a una minestra
bollente, mentre in sala professori altri amici aspettano la
cena. Tra loro ci sono Socrate e Platone, due seminaristi cosí
soprannominati perché hanno compiuto gli studi in un
istituto ortodosso di Atene.
– Ci si può forse ribellare quando si viene chiamati, anche
solo per scherzo, Socrate e Platone? – L’Abuna allarga le
braccia e ammicca con l’occhio strabico. Poi prende il
cucchiaio della bimba, assaggia la minestra e la elogia con
entusiasmo, solo per ricevere il permesso della padrona di
casa di portare via l’ebreo per un altro pasto.
Lungo la strada, però, non riesce a resistere, fa una piccola
deviazione e alla luce della luna accompagna l’ospite
attraverso i corridoi dell’edificio fino a un’aula per mostrargli
che anche a quell’ora tarda il lume del sapere non si spegne
nella sua scuola. Nei banchi sono sedute alcune giovani
alunne che si affrettano a ricoprirsi il capo con i veli prima di
scattare in piedi. L’Abuna accarezza loro la testa e mostra i
quaderni all’ospite perché si compiaccia della calligrafia
ingenua e arabescata di ragazzine musulmane povere di un
piccolo villaggio vicino a Nablus, ammesse nella sua scuola
per rinfoltire le classi con la promessa esplicita ai musulmani
di non appendere crocefissi o immagini di santi alle pareti
delle aule e dei corridoi, ma solo cartelli variopinti, in arabo e
in inglese, a lode delle virtú umane.
L’Abuna accende una piccola torcia e guida Rivlin lungo un
corridoio pieno di impalcature per mostrargli il suo sogno:
una nuova ala della scuola, la cui costruzione si è nel
frattempo interrotta perché gli «ortodossi, a differenza degli
ebrei, sono avari e poveri».
– Quella è la valle Issacar, – il sacerdote conduce Rivlin sul
tetto piatto e privo di parapetto, indicando compiaciuto una
valle ampia, biancheggiante in una luce misteriosa e soffusa, –
Zababda è l’Issacar della vostra Bibbia.
Rivlin annuisce in segno di approvazione lanciando
un’occhiata alle lancette dell’orologio. Tra mezz’ora sarà
mezzanotte. Moglie amata, dove sei? I tuoi compagni di
viaggio si sono presi cura di te durante il giorno? Ti sei già
abituata alla tua camera d’albergo o sei ancora distesa
rannicchiata su un letto freddo, con la valigia chiusa, e il
cuore che spasima per un letto come si deve e per colui che
dovrebbe trovarcisi? Ma anch’io, luce dei miei occhi, non
sono a letto. Anch’io sono uscito a vagabondare questa notte,
e nonostante non mi sia allontanato molto da casa sono
arrivato in terra straniera. La casa è buia, il letto è ordinato,
incerto su cosa rispondere nel caso qualcuno cercasse il
professore di storia mediorientale che ha perso un po’ la
bussola e ora cammina docile al seguito di un sacerdote
paffuto e vivace.
Il prete lo porta in un ampio asilo d’infanzia, pieno di
cubetti colorati e di cuscini piccoli e vecchi trasformati con
talento e creatività in bambole e animali di pezza. Poi punta il
dito verso le pareti dove sono appesi, come souvenir, alcuni
gagliardetti delle guardie di frontiera israeliane che nel
periodo dell’Intifada avevano requisito quei locali per
mantenere la calma nel villaggio.
– E l’hanno mantenuta davvero? – si interessa Rivlin
tastando una delle bambole per accertarsi di cosa siano fatti i
suoi occhi luminescenti.
– Solo verso la fine, quando ormai erano stanchi… –
ammicca l’Abuna con allegria.
Alla televisione israeliana viene trasmesso ora un riepilogo
delle notizie del giorno che Haghit segue con assiduità per
merito del giornalista ricciuto, sorridente e appassionato di
cultura che fa del proprio meglio per addolcire i guai del
mondo prima del sonno. Ma nei territori dell’Autonomia
nata di recente non si dorme molto, forse proprio perché
nelle ore piú silenziose di una notte senza coprifuoco gli
abitanti si rendono conto della modesta libertà appena
conquistata. L’ospite ebreo non resiste dal punzecchiare i suoi
ospiti affabili raccolti intorno alla tavola imbandita.
– Izan ya muhtaramin, elmuslimin biyoklo fi elleil, ilyahud fi
ennahar, waintu, elnasara, kaman fi ennahar wakaman fi
elleil 36.
Loro però ridono, compiaciuti dell’astuzia del cristianesimo
che ha saputo liberare i suoi fedeli da precetti gravosi. Poi si
presentano con timidezza e cordialità e Rivlin nota che alcuni
dei presenti portano collari da sacerdote e le donne,
nonostante l’ora tarda, sono animate e vivaci.
– Ma mi aspettavate davvero? – si domanda. – Dopotutto
nemmeno io ero sicuro di voler venire.
Ma a quanto pare Rashed ha telefonato all’Abuna quando
erano ancora in Galilea, a casa di Samaher, per avvisarlo che il
dono di quel giorno da Israele avrebbe incluso anche un
anziano ebreo, professore all’università di Haifa, esperto
dell’Algeria. «Questo ragazzo è in grado di condizionare le
mie decisioni?» riflette Rivlin un po’ impensierito, sedendosi
tra Socrate e Platone, che pare abbiano accettato di buon
grado gli appellativi affibbiati loro al villaggio se ora si
presentano a lui con quei nomi e gli chiedono cosa mai cerchi
nelle poesie e nei racconti popolari pubblicati su vecchi
giornali.
– I primi segni della crudeltà e della follia che imperversano
oggi in Algeria, – risponde lo studioso con un sorriso,
prendendo un pezzo di pane arabo caldo e infilandolo in
bocca, come se si preparasse a proseguire il digiuno anche il
giorno seguente. E l’Abuna, che ancora non ha fatto in tempo
a sedersi, traduce la sua risposta in arabo e gli avvicina una
salsa violetta, sconosciuta, piena di foglioline, con cui
insaporire il prossimo boccone.
– Ma come aiuterà gli algerini, professore, trovando quei
segni? – sospira un’insegnante sulla cui scollatura candida
spicca una grossa croce d’oro.
– Non li aiuterò, signora mia, – sorride Rivlin con tristezza,
e si rivolge ai commensali in arabo, – walaken min wazifti
inno ma asa‘ed, bas a‘raf 37.
– Only to know… – ripete Socrate in inglese, per
sottolineare quelle parole.
– Laken leish? – obietta l’Abuna con tono ottimista. –
Yimkin nit‘allam ‘an alzawaher hadi, ya‘ani min hanno‘, hon
fi Falastin… wa nu‘ti tahdhir larra’is 38.
– Lamin? – ridono i commensali. – Nejaneit? Ahsan shi ma
nihkish ishi, la tahdhir wala eljaza’er, hatta ma yurkubhinnesh
afkar min eshshaytam, lasamahallah 39.
E lo studioso china la testa dai folti riccioli bianchi quasi a
dire che lui non è interessato al futuro, ma solo al passato.
24.
La suora libanese fa il suo ingresso, ma non è vestita di
bianco, come si addirebbe a un «angelo». Indossa una tonaca
marrone, semplice, e tiene le mani infilate nelle maniche per
non essere costretta a tenderle a nessuno. È giovane e minuta,
calza dei sandali modesti e porta un piccolo crocefisso
d’argento appeso a una lunga catena che giunge fino al petto,
apparentemente florido sotto la pesante stoffa da cui è
ricoperto. Davanti ai presenti alzatisi in suo onore spicca tra il
velo e il collare un viso delicato e pallido, dall’espressione tesa
e dall’aspetto malaticcio, restio a qualsiasi tentativo di tutela,
sia maschile che femminile. Al suo arrivo cade il silenzio, ma
l’entusiasmo con cui l’Abuna si precipita verso di lei induce
anche Rivlin a posare la forchetta e il coltello e ad alzarsi per
fare la sua conoscenza.
La suora appare guardinga e si limita ad annuire lievemente,
come se temesse che la conoscenza con quell’ebreo,
soprattutto prima della sua esibizione, possa turbare la
purezza della missione che il convento greco-ortodosso di
Ba’al Bek le ha assegnato: viaggiare durante il mese del
Ramadan in Giordania e nelle zone oppresse della Terra
Santa per rinsaldare con antichi canti liturgici bizantini lo
spirito dei sempre piú rari cristiani.
Anche i musulmani, però, sono attratti da quella voce
celestiale ammantata da una tunica cristiana. Infatti, pur non
avendo nulla da temere dalla realtà, dato che il loro numero è
in continuo aumento, si preoccupano che lo stato palestinese
rimanga un’illusione e quindi, di tanto in tanto, hanno voglia
di dare un’occhiata a ciò che si canta nell’aldilà. Per non
risvegliare comunque inutili tensioni religiose alla luce del
giorno, l’Abuna preferisce invitare gli ismaeliti ad ascoltare il
canto cristiano dopo mezzanotte, al termine della messa
ufficiale. Tanto piú che la suora libanese talvolta li sorprende
con uno svenimento che imprime maggiore effetto alla sua
rappresentazione.
Ed ecco che quella notte, malgrado il paradiso cristiano non
sia destinato agli ebrei (i quali, a detta degli arabi, si sono già
accaparrati quello terrestre), uno di loro si è unito agli
ascoltatori e la monaca cantante, intenta a sorbire con cautela
una bibita con del miele diluito, fa attenzione a non posare i
begli occhi su di lui, perché non lanci un sortilegio alle sue
corde vocali.
Un sortilegio? Ma Rivlin è una persona razionale, e lucida,
malgrado l’ora tarda. E benché vaghi da un giorno intero da
un’estremità all’altra di Israele all’avventuroso inseguimento
di una «scintilla ispiratrice», che lampeggia per poi spegnersi,
e senza una donna amata e severa al suo fianco a porgli dei
limiti, potrebbe comunque, volendo, richiedere all’università
il rimborso delle spese sostenute per quella notte di
vagabondaggi a scopo di ricerca e di studio.
Il vero stregone arriva adesso e si affretta a domandargli
come sta, quasi si fosse trasformato nel suo vecchio padre. È
Rashed, autista tenebroso, cugino innamorato e fratello
fedele, inviato tuttofare che si muove ovunque con
disinvoltura, e se si imbatte in uno sbarramento di confine lo
travolge con calci ben assestati.
Tutti lí lo conoscono e sono incantati dalle sue premure, e
lui, dopo essersi rimpinzato con i cibi della sua infanzia
cucinati dalla sorella, è ora disposto ad accettare anche il cibo
dei cristiani.
– Elknisi ‘amm tintli, ya ukhti, – annuncia ad alta voce alla
monaca libanese. – Aju min Kabatia wamin Tubbas, hatta fi
Sharkas min Deir Elbalad, tarkin annom minshanek kulhum
bistannu elleili lalmut‘a likbiri 40.
La suora sorride con stanchezza al ragazzo pronto a
prendersi cura di chiunque. Chiude gli occhi e scuote la testa
come un bambino in cerca di un po’ di pace.
– Inshallah… – Per la prima volta Rivlin sente la voce della
donna ed è sorpreso dal suo vigore spirituale. – Inshallah…
Ma già i commensali si alzano da tavola per affrettarsi a
trovare posto nella chiesa che si va riempiendo. E Rashed,
preso in disparte il suo passeggero, gli sussurra:
– Stia tranquillo, professore. Lei ha un posto riservato. Si
siederà con l’Abuna e tutte le personalità. Ma sappia – lo
avverte – che in chiesa non ci sono limiti di tempo e questa
suora può cantare per un’ora intera, persino di piú, senza
fermarsi. Anche le navate però sono affollate e se si esce a
metà è difficile tornare, e sarebbe un peccato perdere la sua
esibizione perché è sempre d’alto livello. Quindi, se ha
bisogno, qui vicino c’è un bagno ordinato e pulito… Si fidi di
me…
A Rivlin pare di risentire la voce di Samaher mentre lo
conduceva a casa sua attraverso uno stretto vicolo la notte del
matrimonio, e si sente colto da un lieve scoramento e
vorrebbe per un istante tornare a casa, entrare nel suo letto e
infilarsi sotto le sue coperte. Ma è forse possibile rinunciare al
«canto del paradiso» e ingiungere a Rashed di riportarlo a
Haifa proprio adesso, fosse solo per mettere alla prova la
promessa fatta da Afifa che l’autista è a sua disposizione e farà
tutto ciò che vorrà?
Il ragazzo lo sospinge con delicatezza verso una stanza da
bagno che si chiude con una semplice chiave, e malgrado sia
difficile trovare l’interruttore della luce basta il chiarore della
fedele luna, liberatasi dalla foschia, a illuminare la grande
vasca poggiata su piedini di piombo torniti, simile a quella dei
suoi genitori nella casa di Gerusalemme durante il periodo
del mandato britannico.
La testa gli gira come se fosse capitato in un sogno profondo,
orina poco e senza rumore, si inumidisce il viso e i capelli con
dell’acqua fresca e si sporge dalla finestra, sotto la quale è
stesa una fila di biancheria candida, per respirare la vastità del
paesaggio palestinese e ricomporsi. Dietro di lui la maniglia si
agita, e quando Rivlin apre la porta vede davanti a sé, in attesa
nel corridoio buio, la cantante libanese in persona. China la
testa in segno di saluto e di rispetto e il suo viso avvampa
mentre le dice in arabo:
– Shayfi sayyidati, hatta elyehudi biddo ye‘raf shu bighannu
elleili biljanne 41.
La suora arrossisce, ride con un timbro profondo, sicuro, e
fa un gesto grazioso di noncuranza, non solo verso il
desiderio dell’ebreo ma anche verso lo stesso paradiso.
– Eljanne… Eljanne… kullhen honi biFalastin bibalghu,
majanin shwai. Min hakalhen inno biljanne ‘amm bighannu?
42
Il professore si unisce alla risata, e incoraggiato dal tono
amichevole della monaca osa dissentire dalle sue parole.
Perché non dovrebbero cantare in paradiso? Si interessa poi
in quale lingua lei canterà e se gli sarà possibile visionare i
testi dei brani. Cosí viene a sapere che la suora libanese canta
la messa di Pasqua in arabo e in greco e talvolta unisce le due
lingue nello stesso brano.
– Hasan jiddan, – Rivlin si mostra entusiasta. – Ana el’an
bash‘ur bilmut‘a abelma tiji ‘alayy 43.
Ma il viso della monaca si contorce in una specie di smorfia
e alla luce della luna il suo sguardo distaccato assume
un’espressione di compassione ironica. Tende il dito per
indicare con delicatezza il cuore dell’ebreo e passa al francese,
come se volesse salpare con lui verso terre lontane.
– Mais vous n’êtes pas trop fatigué, Monsieur? 44
25.
Rivlin dovrebbe sentirsi non solo stanco ma addirittura
esausto dopo le vicende della notte passata e le peripezie della
giornata appena trascorsa, eppure gli occhi non gli si
chiudono e la testa non gli ciondola come accade talvolta ai
concerti della Filarmonica israeliana. Siede accanto all’Abuna,
rigido e commosso, stringendo in mano dei fogli sbiaditi su
cui sono scritte in arabo parole di introduzione al canto
bizantino e i testi di tutti i brani, alcuni cantati in greco e altri
in arabo. E poiché è seduto in prima fila, e non c’è chi possa
distrarlo, punta lo sguardo sulla giovane donna, ritta con la
sua tonaca e i suoi semplici sandali sul gradino vicino
all’altare, affiancata da quattro uomini anziani, dai capelli
bianchi, che non si sa se siano giunti con lei da Beirut o se le
si siano aggregati solo qui.
Nella sua voce piena ed espressiva è riconoscibile il timbro
tradizionale arabo, sebbene l’austerità religiosa ne abbia
attenuato le vibrazioni e i gorgheggi. Il gemito languido delle
cantanti arabe viene distillato dalla suora in un sentimento
astratto, non privo tuttavia di una certa dolcezza erotica, e al
di là della monotonia della musica bizantina è riconoscibile
un’autentica potenza drammatica nei passaggi e di tanto in
tanto la sua voce stentorea e sicura arriva a toccare un picco
triste e lacerante. I quattro uomini, in piedi dietro di lei
accanto a un cero acceso, la accompagnano con sobrietà e
moderazione, con una nota singola, sorda e prolungata come
il ronzio di un generatore, o lo sciabordio del mare su cui si
dondola una leggera barca a vela. A tratti la suora è ansiosa di
seguire quel mormorio e allora abbassa il timbro di voce e si
unisce agli uomini. Talvolta ammutolisce completamente
lasciando che siano i suoi accompagnatori a declamare, non a
cantare, due o tre righe del ritornello. Poi lascia che cali un
silenzio assoluto, come se soppesasse ciò che le è stato detto
prima di gorgheggiare da sola la risposta.
Rivlin non cerca di capire il greco del canto, ma l’arabo
gentile della suora sconvolge la sua anima come la voce di una
madre primordiale. E in un sussurro traduce a se stesso le
parole dell’inno del giovedí santo:
«Uniscimi, o figlio di Dio, a questa cena mistica, al pane
consacrato; perché non svelerò il tuo segreto ai nemici, né ti
darò il bacio di Giuda. Ma come un ladro ti supplico, Signore.
Ricordati di me quando giungerai al tuo regno».
La spiritualità che accompagna di solito gli artisti durante
un’esecuzione trapela con doppia intensità sul viso della
cantante, e anche se il suo non è un concerto non può
nemmeno essere considerata una vera liturgia religiosa. La
Pasqua è ancora lontana e quella melodia rimane sospesa tra
arte e religione, nel ricordo, o nella speranza, di un paradiso
incerto.
– Ci sono molti musulmani, – mormora l’Abuna in inglese
all’orecchio di Rivlin, forse perché gli altri non capiscano le
sue parole, – sono qui per vedere se alla fine sverrà. Ma
stanotte non sverrà. Mi ha avvisato in anticipo.
L’Abuna è orgoglioso dei numerosi ismaeliti che si sono
raccolti nella sua chiesa nell’intervallo tra i pasti dopo il
digiuno, ma sembra che provi anche un certo timore verso di
loro.
Rivlin gira la testa furtivo. Com’è possibile distinguere fra
musulmani e cristiani? Forse Rashed, in piedi nella navata,
dietro la triste sorella, potrebbe venirgli in aiuto? Ma l’autista
alza due dita in segno di vittoria come a dirgli: ho mantenuto
la promessa.
– Perché non sverrà? – domanda Rivlin con rammarico.
– Probabilmente si vergogna di lei…
– Di me?
– Che ci può fare, professore? Questa suora è una libanese
autentica. Non una profuga. Viene dalle montagne. Non è
abituata come noi a svenire e a piangere davanti agli ebrei… –
E l’Abuna posa dolcemente una mano sul ginocchio del
professore, forse per consolarlo, oppure per zittirlo, attento
alla sfumatura di disappunto nella voce della cantante, che
non leva loro gli occhi di dosso.
Il viso di Rivlin è in fiamme. La possibilità che quella
giovane donna si vergogni di svenire davanti a lui scatena la
sua curiosità. Sarebbe forse disposta a permettergli di lavarle i
piedi, che appaiono piccoli e carnosi dietro i legacci dei
sandali, secondo il precetto di cui canta in quel momento,
oppure pretenderà che prima si converta?
26.
L’entusiasmo in chiesa aumenta e pare che il cero ritto in un
alto candeliere, tra la monaca e i suoi accompagnatori, sprizzi
faville. A quel suono antico, bizantino, si aggiunge ora il
tradizionale vibrato arabo che il pubblico, composto per la
maggior parte da uomini, non riesce ad ascoltare senza
agitarsi sui sedili, senza unirsi al mormorio del piccolo coro
maschile e smuovere cosí le onde sotto la piccola barca.
Ma l’Abuna non si spaventa di quel brusio sempre piú
intenso e il suo viso da luna piena appare soddisfatto. Si toglie
gli occhiali e si sfrega gli occhi prima di abbracciare con
quello strabico i musulmani compiaciuti e di ammiccare con
quello buono ai cristiani. Nonostante quell’esaltazione possa
ledere la santità del luogo, anche un eccessivo rigore religioso
potrebbe venire interpretato come una provocazione cristiana
da parte di alcuni notabili musulmani seduti in prima fila;
come quell’imam giovane e barbuto che fissa la libanese con
occhi di fuoco, quasi meditasse di rubarle la voce al termine
dell’esibizione.
– Tessafarni ya ruhi, tessafarni ya ’iddisi, ayyuha elbattul 45…
– mormora Platone, timoroso che venga infranto il giusto
equilibrio tra il sacro e il profano e auspicando quindi uno
svenimento dignitoso che metta a tacere il mormorio del
pubblico e ponga fine all’esibizione.
Ma la giovane suora non mostra alcun segno di debolezza.
Fedele alla sua decisione di non svenire quella notte, per via
della presenza dell’ebreo, o per qualche altro motivo, abbassa
e modula la voce che sprofonda ora in toni bassi, molto
mascolini, senza che la sua limpidezza ne risulti intaccata.
Una nuova sfumatura di dolore comincia ad aleggiare sulla
melodia del terzo giorno, di cui Rivlin traduce fra sé le parole:
«Osservo la tua camera di nozze, Signore. È ornata
splendidamente ma io non ho un abito adatto per accedervi.
Ti prego, imbianca l’abito della mia anima, illuminala e
salvami».
La gola gli si stringe, come se fosse tornato allo spettacolo
biblico di «Cosí disse e se ne andò». È possibile che anche in
una chiesa sperduta nei pressi di Jenin sgorghi da lui un
pianto inatteso e stupefacente come davanti alla danza della
figlia di Jefte? Qui, però, non c’è nessuno che possa
rinfrancarlo come la sua saggia moglie, nemmeno Rashed.
Rivlin nasconde gli occhi dietro il foglio di carta. Cosa gli
provoca tanto dolore? Per cosa piange? In fondo non c’è
nessuna storia, nessun dramma, nessun rapporto umano né
una vera disputa. Solo il piacere di fedeli trasecolati dalla
sparizione dal sepolcro di un ebreo antico e stravagante. Ma
la voce incantata della monaca libanese lo avvolge con forza
senza allentare la presa. Rivlin si gira stupito verso l’Abuna
che annuisce con soddisfazione alla vista degli occhi lucidi.
«Perché si stupisce, professore? – cosí probabilmente gli
direbbe se non temesse di apparire impertinente. – Pianga,
singhiozzi. Questo è il canto del paradiso. A volte è in arabo,
altre volte in greco. Inshallah, verrà il giorno in cui sarà anche
in ebraico, se vi mostrerete piú generosi».
Ma Rivlin non vuole umiliarsi davanti ad arabi sconosciuti,
in piena notte. E poiché quello non è il Teatro dell’Opera di
Tel Aviv, dove è possibile celare una lacrima improvvisa, ma
una semplice parrocchia di campagna illuminata da mille luci
perché i musulmani non sostengano che i cristiani
approfittano dell’oscurità per carpire i loro cuori, è meglio
ingoiare le lacrime. E quando torna a puntare lo sguardo sulla
monaca, che leva la sua voce in una nota prolungata e intensa
per sovrastare il mormorio del pubblico, mescolando i
patimenti del figlio di Dio alla blanda sensualità di Umm
Kulthum, Rivlin teme che quella notte possa nascere in lui
un’infatuazione lieve, passeggera e inconsueta; come quella
per una bella studentessa. Perciò prende le pagine che ha in
mano e si immerge nella lettura della biografia della cantante.
«La sorella Suher Sharwan è nata a Deir el Amhar, in
Libano. Si è laureata in teologia all’università di Saint-Josef, a
Beirut, e in musicologia comparata all’università di Saint-
Esprit a Kaslik. Per dieci anni ha studiato canto bizantino e
gregoriano in Libano e ad Atene, e si è esibita piú volte a
Parigi accompagnata dal coro della chiesa di Saint-Julien-le-
Pauvre. Attualmente appartiene all’ordine monastico di Basil
e ogni estate viene inviata a sostenere con le sue preghiere le
comunità cristiane della Palestina e della Giordania».
27.
Ricomponiti. Non sei il solo a essere sveglio in questa lunga
notte. Anche tuo figlio maggiore se ne sta seduto dietro una
pesante porta verde preparandosi a un altro inutile esame. Ed
è possibile che anche il minore si aggiri nelle viscere della
montagna per accertarsi che i segnali di pace e di guerra che
giungono da oriente vengano interpretati a dovere. E forse,
chissà, anche tua moglie si rivolta inquieta nel letto. Perciò
non lamentarti. È vero, non sei ancora riuscito a carpire una
«scintilla ispiratrice», ma questa già lampeggia intorno a te. E
nel frattempo ti sei goduto il «canto paradisiaco» degli arabi e
hai conquistato la loro simpatia, e non è cosa da poco per un
pignolo docente ebreo di storia mediorientale.
Quando esci sul sagrato della piccola chiesa non solo sei
circondato dall’Abuna e dai suoi compagni, ma anche da
giovani musulmani che dopo avere ascoltato il canto dei
cristiani vogliono sapere quali sono le intenzioni degli ebrei.
Se la pace rimarrà un’illusione che bisogno c’è di separarsi?
Mentre cerchi di spiegare, Rauda, la sorella di Rashed, ti si
avvicina e prima che tu abbia il tempo di fermarla si
inginocchia, e nell’ebraico lirico delle poesie di Rahel ti
supplica di intercedere presso le autorità perché le venga
restituita la carta d’identità e lei possa tornare al suo villaggio
natale, con o senza figli.
– Bass ma‘a alwlad, mish bidunhem 46... – l’ammonisce
Rashed cercando di farla rialzare.
Ma la donna insiste, battendosi con disperazione la testa.
– Anche senza i bambini…
– Abadan la’a! – perde la pazienza il fratello. – Kif betihki, ya
majnune, bifisdu ‘aleyki! 47
Con gesto brusco la rimette in piedi, poi pentendosi di
quella rudezza l’abbraccia con compassione e la trascina verso
il seminterrato sul retro della chiesa.
La luna pallida dell’Autonomia viene d’un tratto ingoiata da
una cresta nebbiosa, e una brezza notturna rinfresca i visi
infiammati dal piacere del canto. Ora qualcuno chiude a
chiave il portale della chiesa e spegne tutte le luci. Una nuova
oscurità cala sulla spianata mentre cristiani e musulmani si
sentono ancora avvolti dalla voce gorgheggiante della
monaca. Anche tu vorresti ringraziarla per quel canto che ti
ha toccato il cuore ma, timoroso di farti avanti, rimani in
disparte, ebreo estraneo e solitario al centro di un reame
devastato da tempo. E cosí, in attesa del ritorno di Rashed, le
gambe ti conducono all’estremità di un recinto lontano per
ammirare la valle di Issacar. Laggiú, lungo una strada sterrata,
un’unica automobile avanza verso un grande accampamento
nei pressi del quale brucano in assoluta tranquillità due
cavalli imponenti.
Di nuovo ti senti attanagliato dall’angoscia.
Basta! Lascia perdere, ostinato che non sei altro.
Ofer sa o non sa, capisce o non capisce, è in trappola o non è
in trappola, è indispettito o nega soltanto. Lascialo stare.
Lascialo in pace. Anche se continua a soffrire per un amore
finito, non sarai tu a salvarlo.
Sí, Haghit, hai ragione tu.
Lascialo libero anche di non dover pensare a te.
Ecco, Ofer, guarda fin dove sono arrivato questa notte per
concederti questa libertà.
Riderai quando sentirai questa storia?
E se anche noi, piú o meno in modo consapevole, fossimo
responsabili del fallimento del tuo matrimonio?
Sono passati cinque anni. Cosa nascondi, figliolo? Una
vergogna? Un’umiliazione? Un errore? Un tradimento?
Guardati intorno. È un mondo sfacciato, immorale, insolente,
ansioso di confessare anche ciò che non è mai avvenuto, che
non è mai stato nemmeno immaginato.
E tu. Te ne stai sulle tue.
Basta! Lascia stare! Lascia perdere…
Te l’hanno ripetuto mille volte. Ofer è un ragazzo
indipendente. Andrà per la sua strada. Lascialo libero.
Lascia perdere.
Anche tu, Galia. Fonte di sofferenze. Nuora perduta.
Smettila di perseguitarmi…
Ci rinuncio. Adesso. Davanti a queste stelle, lo giuro. Niente
piú malattie immaginarie. Niente piú pensione di
Gerusalemme. Niente piú inchieste. Niente piú domande.
Niente piú bugie a nessuno. Ma anche tu, figliolo, in nome di
Dio, non essere cosí avvilito e triste. Non apparire sconsolato
e strano nei miei sogni.
28.
Quando Rivlin torna al seminterrato trova con grande
sorpresa la porta di ferro già sprangata e Rashed come svanito
nel nulla. Si affretta verso il sagrato della chiesa, ma anche
quello è deserto. L’Abuna e la suora sono scomparsi e accanto
al cancello sono rimasti solo due giovani dai capelli lunghi,
certi che l’arabo israeliano si sia recato alla rappresentazione
notturna del Mukabel 48 ebreo.
– Chi?
– Quel santone col fez. Che ride sempre senza denti. Il
vostro Haduri 49. Qui nel villaggio amano molto ridere di
lui…
Uno dei ragazzi porta una pistola alla cintura, e con una
certa apprensione l’ospite ebreo si interessa se si trova davanti
a dei cristiani o a dei musulmani.
– Dipende… a seconda delle festività…
– E ora? Nel Ramadan?
– Siamo musulmani. Ma solo di notte… – ridono. – Quando
si mangia…
– E dove avete imparato l’ebraico?
– Nel carcere di Nablus…
Il professore riscuote le simpatie dei ragazzi, che insistono
per prenderlo sotto la loro ala protettrice e lo convincono ad
andare con loro a uno spettacolo veramente «forte». Non
abbia paura, signore, ridono con malizia, e non si preoccupi
del suo autista. Gli arabi israeliani non vi abbandoneranno
mai. Venga. È qui vicino. Non le succederà niente. Dopo la
tristezza della preghiera di quella furfante libanese non ci
meritiamo di farci quattro risate? Prendono in giro anche gli
arabi laggiú. Sono due cristiani, Socrate e Platone, non hanno
paura di niente. Imitano anche i pezzi grossi dell’Autorità.
Anche il presidente in persona con quel suo tremolio; come
da voi, in quel programma alla televisione. Ma ha cento
shekel per caso?
– Cento shekel?
– Per le spese, signore. I costumi. È quello che chiedono gli
attori. Che ci possiamo fare?
Rivlin viene cosí catturato da una coppia di arabi goliardici,
spensierati e buffoni. Dopo aver dato loro cento shekel per le
«spese», viene condotto lungo il pendio della collina della
parrocchia, tra vicoli sonnacchiosi, fino a un luogo che
durante i lunghi giorni di coprifuoco dell’Intifada –
raccontano i due con nostalgia – serviva da nascondiglio e da
punto di ritrovo per trascorrere il tempo. È un ampio
magazzino di stoviglie di plastica – piatti, ciotole e recipienti
di misure e colori diversi –, nella cui penombra è assiepato un
piccolo pubblico avvolto da un fumo violetto, composto in
parte dagli ascoltatori del «canto paradisiaco», e in parte da
nuovi venuti: ragazzi e ragazze indolenti e sfaccendati che
durante le ore del giorno anestetizzano la disperazione e la
notte escono in cerca di avventure davanti a un piccolo palco
nascosto da un tendone rosso.
Gli arabi si affrettano a fare posto all’ebreo in prima fila e
invece di scannarlo, come forse avrebbero fatto qualche anno
prima, sembrano compiaciuti della sua presenza e abbassano
un poco il volume della musica egiziana proveniente da una
vecchia radiolina, per godersi il suo arabo stentato.
Da un angolo buio agita la mano in segno di saluto il piccolo
coro: i quattro uomini di Suher che terminato
l’accompagnamento cantilenante ora bevono e fumano. E
forse anche l’Abuna si nasconde qui in qualche angolo. Ma
già si spengono tutte le luci, il sipario viene alzato e sul
piccolo palco improvvisato appare, con una candela in mano,
il rabbino Kaduri, gigantesco, con un manto splendido e un
fez rosso, che ride con simpatica timidezza con la sua bocca
sdentata.
Platone si è accoccolato sulle spalle di Socrate e i due
birbanti impersonano il centenario studioso di Cabala che in
un dialetto iracheno mordace prende a lanciare accuse a ebrei
immaginari raccolti intorno a sé. Rimprovera la sinistra di
aver dimenticato cosa significhi essere arabi, e redarguisce la
destra per aver scordato cosa significhi essere umani 50. Il
pubblico reagisce con ilarità e di tanto in tanto qualcuno
balza sul palco per baciare la mano al rabbino e riceverne la
benedizione. E siccome la testa del sant’uomo è quella di
Platone, mentre le braccia e le gambe sono quelle di Socrate,
si crea un effetto divertente tra la bocca, che snocciola pie
benedizioni, e le braccia e le gambe, che mulinano e scalciano.
Il dialetto arabo viene condito da espressioni locali, mezze
frasi e arguzie private, parole ebraiche smozzicate e comandi
militari storpiati. E quando il rabbino alto e infervorato
finisce di benedire colui che vorrebbe essere primo ministro
ma in segreto gli rifila un doloroso pizzicotto, spuntano da
uno spacco del mantello un altro paio di braccia, e quella
figura grottesca prende a danzare muovendo le quattro mani
in gesti stralunati, che ricordano i movimenti del Thai Chi,
davanti al pubblico attonito. A quel punto esplode una
melodia egiziana sfrenata e gli spettatori reagiscono alzandosi
in piedi e unendosi ai lenti movimenti cinesi.
Ma quello è solo l’inizio. Una pila di bacinelle di plastica
crolla su un lato del palcoscenico e da lí spunta un ragazzo
vestito con una tunica ricamata e una barba posticcia sul viso,
che estratti di tasca un paio di occhiali scuri, li inforca,
benedice il pubblico come un sacerdote ebreo e con gesti
noncuranti e sprezzanti percuote il gigantesco rabbino
strillando in ebraico: è innocente. È innocente 51. L’uomo col
fez si infuria per quel verdetto di innocenza, afferra il piccolo
rabbino, gli strappa gli occhiali e lo fagocita completamente
nel grande mantello. Il tentativo, però, non riesce del tutto e il
cabalista già si scompone in due parti, ma questa volta al
contrario: Platone si atteggia a sedia a rotelle e Socrate ci si
accomoda sopra. Sul viso porta un’incolta barba posticcia
mentre sulla testa ha un velo di seta colorato. Ed ecco che ora
il rabbino e il cabalista sono spariti e al loro posto appare lo
sceicco Yassin di Gaza che con voce fessa e occhi roteanti
intona canzoni scurrili.
E cosí, con vero talento imitativo e pochi ma azzeccati
accessori, i due seminaristi passano con disinvoltura da un
personaggio all’altro, nazionale o locale, palestinese e
israeliano, per unire o confondere, fino a saldarsi in un’unica
creatura scombinata, mostruosa ma anche sconsolata, che si
lamenta borbottando in entrambe le lingue, picchiandosi e
accarezzandosi, piangendo e ridendo, con gran divertimento
del pubblico che reclama il bis.
29.
Nell’allegra oscurità, tra stoviglie di plastica volanti, brilla il
sorriso dell’arabo israeliano. Sei tornato, Rashed? Ma dove
diavolo eri sparito? Yalla 52, torniamo a casa. A casa? Ora? E
quando se no? Quanto rimarremo ancora qui? Ma è presto,
professore. Come presto? Sí, presto. Gli operai non si sono
ancora svegliati. Che operai? Di cosa stai parlando? Ha
dimenticato, professore? Gli operai che devo portare domani
mattina in Israele. No, Rashed. No, caro mio. Io non aspetto
nessun operaio. Avevi promesso di riportarmi a casa quando
avessi voluto. Ecco, adesso lo voglio. Poi tornerai a riprendere
chi vuoi. Ma ormai è tardi, professore. Come tardi? Non farò
in tempo a tornare a prenderli e mi sono impegnato anche
con loro. Allora perché sei scomparso all’improvviso? Sono
stato io a sparire, professore? Mi scusi, ma è stato lei. E ce ne
ho messo di tempo a rintracciarla in questo magazzino. Cosí
non va, Rashed. Mi stai facendo impazzire. Perché la faccio
impazzire, professore? Che ne so perché? È cosí. Mi fate
impazzire tutti: tu, Samaher, sua madre. Ma cosa abbiamo
fatto per farla impazzire? Non lo so, ma tutta questa giornata
mi ha completamente scombussolato. Ma perché dovrebbe
sentirsi scombussolato, professore? Non le è piaciuta la
monaca libanese? Mi è piaciuta, ma adesso voglio tornare a
casa. Non le interessa rimanere ancora un po’ per vedere quei
due manigoldi cercare di imitare il rabbino Dery? Forse
stavolta ce la faranno. Per amor di Dio, Rashed, lascia perdere
Dery. Lascia perdere tutti; sono stanco, sono una persona
anziana. Che credi? Che gli ebrei siano fatti di ferro? Ma che
dice, professore? Lei non è anziano, e anche se non è fatto di
ferro è un uomo sincero e buono, e qui sono tutti contenti di
lei. Ma che vuol farci? Stanotte è andata cosí, è alqader 53.
Perché ostinarsi a combatterlo? Solo un po’ di pazienza, non
molta, quando sorgerà il sole tutti dovranno smettere di
mangiare, e se a lei dispiace sprecare il tempo potrei
mostrarle delle tombe antichissime di ebrei qui vicino, di
ancor prima della distruzione del vostro primo tempio. Le
hanno scoperte da poco e hanno creato un piccolo
insediamento a loro protezione. Le andrebbe di vederle? È
una notte chiara e bella. No? Allora la cosa migliore è tornare
dall’Abuna che è preoccupato e le ha preparato un posto dove
riposarsi. E appena fa giorno, in men che non si dica ci
mettiamo in viaggio.
Rashed ha lasciato il minibus accanto alla chiesa e lui e
Rivlin sono costretti ad arrampicarsi a piedi verso la scuola
dove trovano l’Abuna ancora in piedi, preoccupato, con una
tonaca-pigiama per sacerdoti a righe vivaci e un berretto da
notte verde e bizzarro calzato in testa, come se nei suoi sogni
volesse prendere parte a uno spettacolo per bambini. Gesú
misericordioso, esclama in una sorta di inglese affettato, col
viso paonazzo e gli occhi sgranati, cos’è successo, signore?
Sono andato ad accompagnare a letto la sorella Suher e al mio
ritorno lei era sparito; già temevamo che i fratelli musulmani
l’avessero rapita. Stia attento, professore, la pace qui non è
ancora conclusa.
L’Abuna conduce Rivlin attraverso la buia sala professori
ponendosi un dito sulle labbra per avvertirlo del sonno
leggero della monaca, coricata dietro un paravento. Lo fa
entrare nell’ufficio del direttore, che non è un vero e proprio
locale ma uno stanzino, sgombra la scrivania dalle carte e
rapidamente trasforma la poltrona in una stretta brandina.
– Intende digiunare anche domani? – gli domanda con
dolcezza.
Rivlin però non prevede nessun ulteriore gesto di omaggio
verso l’Islam, e l’Abuna annuisce soddisfatto scuotendo il
berretto da notte e affrettandosi a consegnargli una coperta
pesante e pelosa e un piccolo cuscino ricoperto da una federa
verde.
Non sono ancora trascorse ventiquattr’ore da che hai
lasciato la tua casa e per la seconda volta sei invitato a
riposare in un letto arabo per smaltire la tua stanchezza
israeliana. E se durante le ore del giorno ti sei addormentato
presso dei musulmani in Galilea, stanotte dormirai con dei
cristiani in Samaria. Levati le scarpe, esausto professore, e
rannicchiati in questo stretto letto.
Donna lontana, presenza invisibile, forse le peripezie di
questa insolita e fantastica giornata saranno per te una
dimostrazione sufficiente? Capirai, dolce giudice, che non è
disprezzo o condiscendenza ciò che cogli nella mia voce
quando parlo con gli arabi, cosí come sostieni talvolta, ma
libertà? La libertà di un uomo che non prova alcun senso di
superiorità, ma nemmeno ipocriti sensi di colpa. È l’intimità
semplice e calorosa che uno studioso intrattiene con l’oggetto
dei suoi studi e in nome della quale non rifiuta nemmeno di
coricarsi in un letto stretto e avvolgersi in una coperta pelosa
e sporca.
Ma potrà sprofondare in un sonno vero quando nella sua
anima si mescolano canti e racconti, neonati francesi che
volano in groppa a cavalli avvelenati, una luna araba sospesa
su una spiaggia e sopra a tutti un cabalista gigantesco con un
fez che danza con movimenti simili a quelli del Thai Chi e
canta con la voce stridula di uno sceicco fanatico? Allora non
rimane che alzarsi e ritrasformare il letto in poltrona,
avvicinarla alla scrivania dell’Abuna, accendere una lampada,
prendere in prestito da un cassetto un foglio di carta e
scarabocchiare un grande sole al cui centro Rivlin annota
un’idea e lungo i raggi alcuni fatti: la frustrazione
dell’illusione ingenua, ma anche sincera e innocente, dei
soldati musulmani algerini che credevano che il loro sangue
versato per la Francia durante le due guerre mondiali li
avrebbe trasformati in francesi, è diventata forse
cinquant’anni dopo la miccia in grado di scatenare la grande
violenza dei loro discendenti verso i propri fratelli?
Con appunti stringati Rivlin cita eventi conosciuti,
documenti, nomi di unità dell’esercito francese e di ufficiali
algerini, quindi aggiunge un breve elenco bibliografico che
necessita di una revisione.
Ora è soddisfatto. Piega il foglio e lo infila in tasca, spegne la
lampada e al chiarore della luna ritrasforma la poltrona in
letto, rammaricandosi all’improvviso di non avere fatto in
tempo a ringraziare la libanese per il suo canto meraviglioso.
Come turbato dalla lieve infatuazione per la giovane donna
coricata dietro il paravento, che lui non rivedrà mai piú, si
rifiuta, nonostante la stanchezza, di abbandonarsi a un sonno
profondo. Si limita a sonnecchiare. Sente il motore di
un’automobile e poi dei colpi di arma da fuoco seguiti da una
risata e da un’imprecazione. Quindi di nuovo silenzio, rotto
dal nitrito lontano di un cavallo. E mentre l’alba non sa se
illuminare la terra d’Israele, dalla sala professori fluisce un
brusio sommesso, familiare: il mormorio di una donna che
racconta una storia che non avrà mai fine.
È il momento di ripiegare la coperta pelosa, di sprimacciare
il cuscino per infondergli nuova vita, di lisciare gli abiti, di
allacciare i bottoni e, tremando per il freddo mattutino, di
bussare alla porta della sala professori per accomiatarsi dalla
monaca libanese, forse già sveglia, con parole di
ringraziamento e di ammirazione.
In sala professori però c’è Rauda, sfuggita al fratello e in
attesa di Rivlin. Per fortuna, tuttavia, non viene a
inginocchiarsi davanti a lui e nemmeno a battere la testa
contro il pavimento, ma ad apparecchiare la tavola e a
servirgli un pasto per rafforzare la volontà di riportarla, con o
senza figli, alla sua vera casa in Galilea.
Angustiata com’è non ha avuto pietà nemmeno del sonno
della monaca, alla quale ha voluto raccontare le sue
tribolazioni e chiedere compassione. E quella donna
meravigliosa, dimentica della propria arte e memore solo
della propria fede, è spuntata da dietro il paravento avvolta in
una coperta, minuta e sola, si è seduta davanti al piatto e ha
ascoltato, con occhi grandi e chiari, lo struggimento della
musulmana che dopo aver rimosso un asciugamano intorno a
una piccola pentola per mantenerne il calore, versa con un
mestolo una specie di intruglio arabo di riso e fagioli cucinato
nel sugo del cinghialetto. Rauda non dice una parola, né
nell’ebraico delle poesie di Rahel, né nell’arabo di Abu
Nuwas. Esorta solo blandamente con gli occhi ad assaggiare la
pietanza. Rivlin annuisce in segno di ringraziamento, si siede
di fronte alla monaca, afferra il cucchiaio e con cautela sceglie
con cura alcune parole in francese, perfezionato grazie alla
lettura di innumerevoli documenti coloniali:
– Mademoiselle, sono felice di avere l’opportunità di
ringraziarla per il suo canto stupendo. Non ho mai creduto
nel paradiso, perché temo che l’anima vi si annoierebbe senza
il corpo, disintegrato e dissolto. Ma se lassú vi sarà un canto
come il suo, sono disposto a rivedere la mia convinzione,
nella speranza di non essere troppo anziano per farlo.
Sul viso della monaca appare un timido sorriso trattenuto, e
con voce forte e sicura risponde:
– Cher Monsieur, il n’est jamais trop tard pour embrasser la
vraie religion 54.
Rivlin ride imbarazzato, interessandosi dove lei si appresti a
tenere un altro concerto di preghiera. Ma a quanto pare non
ci saranno piú concerti. Quella sera la suora varcherà il
Giordano e il giorno seguente tornerà nel convento in
Libano. L’autunno prossimo, però, inshallah, forse andrà a
Ramallah, al centro Sakakini, per il festival di poesia. Poi si
gira in direzione di Rashed, sopraggiunto ad annunciare che
il sole è tornato a splendere sul mondo.
30.
Gli ospiti fanno in tempo a salutare anche l’Abuna, che
appare persino piú allegro nel suo abbigliamento variopinto
dopo il riposo notturno. Rauda, ancora tormentata dalla
nostalgia, afferra con forza la mano di Rivlin e lo fa giurare
sul suo Allah che farà ogni sforzo per farle riavere la carta
d’identità. Il fratello la stringe a sé, con affetto, e le promette
che quando giungerà la giusta pace nessuno avrà piú bisogno
di un documento simile. Poi aggiunge, yalla, professor Rivlin,
battiamocela di qui.
Nel retro del minibus, accanto al cuscino e alla coperta,
chiocciano tre galline. Rivlin e Rashed allacciano le cinture di
sicurezza e sistemano con cautela tra loro il materiale dello
studioso ucciso, rimasto nella vettura durante la notte.
Le nebbie notturne si dissolvono nella piccola valle di Issacar
e la strada, piú nitida, si snoda tra uliveti e campi da cui si
leva un aroma gradevole. Rashed, deciso a sfruttare i vantaggi
della targa israeliana, preferisce aggirare i centri palestinesi di
Kabatia e Jenin e tornare in Israele usufruendo delle
circonvallazioni dove i controlli sono meno rigidi. Qualche
chilometro prima di Kabatia vengono fermati e circondati da
alcuni poliziotti palestinesi che chiamano sette operai
nascosti nel gelo mattutino in una cunetta ai bordi della
strada, perché salgano in fretta sul minibus, nella speranza di
guadagnare una giornata di lavoro in Israele.
– E Issam? Wein ‘Isam? 55
Ma a quanto pare l’ottavo operaio ha fatto baldoria quella
notte e non si è svegliato.
Rashed, però, è determinato a non rinunciare al guadagno
del posto rimasto libero e lo offre ai poliziotti palestinesi che
lo accettano di buon grado. Il comandante, un anziano
sergente, estrae il caricatore dal kalashnikov, si leva il
cinturone e lo consegna al vice, insieme al comando. Poi si
sfila veloce la camicia militare e la reindossa rovesciata, ficca
il berretto verde nella tasca posteriore e si avvolge in una
keffiah. Ed eccolo trasformato in un qualsiasi operaio
palestinese, pronto a competere per un posto di lavoro sul
mercato israeliano.
Si dirigono a nord, verso gli insediamenti dei coloni, e le
strade nuove, levigate e deserte, si snodano veloci tra belle
ville dai tetti rossastri – insediamenti che Rivlin non ha mai
sentito nominare, quali Kadim e Ganim. Il mondo
tutt’intorno è placido e sereno, come se non ci fosse mai stato
un conflitto, e anche al check- point di confine, dove dei
trasandati soldati riservisti stanno facendo colazione, nessuno
si prende il disturbo di fermare un veicolo con targa
israeliana diretto con naturalezza verso casa, per quanto
pieno di arabi.
Sono le sei del mattino. Il buon vecchio monte Gilboa si erge
al proprio posto e nei campi giallastri ronzano i fedeli
irrigatori della valle di Gezrael, colmando il cuore di Rivlin
d’amore per l’antica madrepatria. D’un tratto la sua ansia si
dissolve e al crocevia di Megiddo la testa gli ricade
risollevandosi solo al Carmelo francese, tanto che Rashed non
si sogna neppure di lasciare il passeggero intontito sulla soglia
di casa. Con il pacco dei giornali fotocopiati sotto il braccio
entra nel lento ascensore, attento a non nascondere lo
specchio al viaggiatore ancora sotto la sua tutela.
Ora, mentre si sollevano in uno spazio tanto angusto e
Rivlin vede di fronte a sé i segni di una barba rasata piú di un
giorno prima, insiste per sapere se Samaher è davvero incinta.
Con sua sorpresa Rashed non gli propina la solita risposta,
ma china la testa e sussurra: probabilmente no.
– Allora perché sua madre la tiene a letto?
– Perché talvolta immagina cose brutte, che potrebbero
portarla a fare sciocchezze.
– Per esempio?
– Per esempio… crede di essere un cavallo…
Il ragazzo si fa di fuoco. Gli occhi color carbone si
incupiscono e pare che si penta di ciò che gli è appena
sfuggito di bocca. E quando la porta dell’ascensore si apre, e la
chiave è già nella toppa, si ferma e dice:
– Davvero, professor Rivlin, non ce l’abbia con Samaher. Lei
le vuole veramente bene. Fin dal primo momento in cui ha
cominciato a studiare all’università… E vuole bene solo a lei.
Gli tende il materiale con disperazione, intenzionato ad
accomiatarsi sulla soglia.
Ma questa volta Rivlin non se la prende, e nemmeno
considera con sufficienza l’affetto della studentessa malata.
Chiede all’autista di entrare nell’appartamento e di seguirlo in
camera da letto dove gli consegna, dono all’Abuna e alla sua
scuola, due sacchi stracolmi di vecchi abiti della moglie,
eccezion fatta per il paio di scarpe rosse che riprendono il
loro posto nella scarpiera, perché chi mai le calzerebbe laggiú?
Ma ancora una volta si rende conto di non poter stupire
quell’arabo, quasi che lui leggesse in anticipo i suoi pensieri.
Quindi si salutano con la promessa di rivedersi presto, perché
vi sono altri racconti e poesie.
E mentre solleva la cornetta del telefono per controllare i
messaggi sulla segreteria, Rivlin nota, oltre la porta aperta
della cucina, che malgrado l’esplicita richiesta di non cucinare
nulla, la donna di servizio – probabilmente annoiata – non ha
ubbidito e ha lasciato sul ripiano alcune teglie ricoperte da un
cellofan sottile.
E nella segreteria non c’è nessun messaggio, come se in
quella straordinaria giornata nessuno avesse avuto bisogno di
lui.
31.
Galia shalom,
ti chiedo di rispondere a una semplice domanda. Secondo te,
la morte di tuo padre, mi libera dal giuramento (o dalla
promessa) di non raccontare nulla di ciò che ho visto? (O,
come tu ti ostini a sostenere, ho immaginato?)
Malgrado la mia decisione di violare la promessa non
dipenda dalla tua risposta e sarà solo mia, vorrei comunque
sapere perché mai ora non dovrei ritenermi definitivamente
libero dal silenzio che ho accettato di mantenere in nome di
una speranza assurda che mi porto dentro ormai da cinque
anni, e cioè che solo mantenendo questo silenzio tu accetterai
– se accetterai – di tornare da me.
Ecco. Una domanda semplice richiede una risposta
semplice: sí o no.
Immagino che tu non sia per niente soddisfatta della mia
risposta alla tua lettera. Sappi comunque che sei stata tu a
innescare la miccia con la domanda incredibile, superflua ed
esplicita a mio padre se io fossi già al corrente della morte di
tuo padre e cosa ne pensassi.
Ma cosa volevi sapere? Che t’importa di cosa penso o di cosa
non penso della morte di tuo padre? Ora, però, è tuo dovere
rispondere con sincerità a questa mia domanda: sono
esonerato dal silenzio che ho accettato di mantenere? Sappi
solo che la rabbia e la nostalgia che si sono risvegliate in me
mi rendono pericoloso al punto di dover nascondere la
pistola di ordinanza in fondo al cassetto e chiuderlo a chiave.
Per proteggermi da me stesso.
Ofer
1 Dio la protegga.

2 Sia benedetto, signor maestro.

3 Lei è un giusto.
4 Se avessi saputo che oggi è Ramadan, [...] non avrei acconsentito a venire.

5 Credetemi.
6 Sano o malato.

7 Ha compiuto un atto di carità.


8 Dio la benedica.

9 Per favore, no.


10 Avete dimenticato il Ramadan?

11 Che Ramadan? Come le è saltato in testa il Ramadan?


12 Il riso è cotto, e la carne di montone è già sul fuoco.
13 «Il nostro treno».

14 La pastiglia che le ha dato Samaher [non nuoce] alle persone.


15 Se ha fame, mio caro, il cibo è pronto. In qualità di ebreo ha già digiunato

abbastanza per tutti i suoi peccati e per quelli della sua famiglia. Se insiste però
ad andare avanti, sappia che fra meno di un’ora ci sarà lo sparo di Tzadal.
16 Lo sparo di Tzadal? Cos’è?
17 Milizia presente nel Libano meridionale e alleata degli israeliani prima del

loro ritiro dal paese.


18 Ma perché andarsene? Non glielo permetteremo.

19 Lei mi vizia piú di mia moglie.


20 Come può viziarla la poverina se non ha tempo?
21 Poverini...
22 [...] che ha digiunato come un fedele, ma inutilmente.

23 C’è anche una terza laurea?

24 È come dire «varcare il Rubicone».

25 [...] ormai sono vecchio, e la notte sono legato al mio letto.

26 Macché.

27 Dove sei, bastardo nero?

28 Chi è?

29 Ma chi ci hai portato?


30 Stupido.

31 Stai attento! Non muoverti e non toccare niente...


32 Questo bastardo mi ha spezzato il cuore.

33 Basta, Rauda, non siamo venuti qui per le tue lacrime. Ti ho anche portato

un ospite importantissimo. Basta piangere, lo farai scappare. Sono venuto da te


per mangiare. Ho molta fame. E se aspetti ancora un po’ l’Abuna lo porterà a
cena da lui. Perché piangere, sorella? È festa. Persino questo ebreo ha
digiunato oggi in nostro onore.
34 Basta, basta, non ricominciare daccapo.
35 […] come si chiama?

36 Dunque, egregi signori, i musulmani mangiano di notte, gli ebrei di giorno

e voi cristiani di giorno e di notte.


37 Il mio compito non è quello di aiutarli, ma di sapere.
38 Ma perché? [...] Forse impareremo da quei segnali qui, in Palestina... e

metteremo sull’avviso il raiss.


39 Chi? [...] È impazzito? È meglio non dire niente, né avvisi né Algeria, per

non mettergli in testa idee diaboliche, per l’amor di Dio.


40 La chiesa si sta riempiendo, sorella. [...] Sono venuti anche da Kabatia e da

Tubbas, e ci sono persino dei circassi da Deir Elbalad che rinunciano a


dormire per lei. Stanotte tutti sperano in un grande godimento.
41 Vede, signora, persino un ebreo vuole sapere cosa si canta stanotte in
paradiso.
42 Il paradiso... Il paradiso... Tutti qui in Palestina esagerano, sono un po’

pazzi. Chi le ha poi raccontato che in paradiso si canta?


43 Benissimo. [...] Provo già piacere.

44 Ma lei non è troppo stanco, signore?

45 Svieni, anima mia, svieni, santa vergine...

46 Solo con i bambini. Non senza...

47 Mai! [...] Cosa dici, pazza. Riferiranno quello che dici!


48 Studioso di Cabala.

49 Il rabbino Kaduri è il capo spirituale dello Shass, importante partito

ultraortodosso, ago della bilancia nella formazione di alcuni recenti governi.


50 Durante la campagna elettorale del 1996, Benyamin Netanyahu, allora

candidato del Likud, il partito conservatore israeliano, venne sorpreso a sua


insaputa dalle telecamere mentre sussurrava all’orecchio dell’attempato
rabbino Kaduri: «I sostenitori della sinistra hanno dimenticato cosa significhi
essere ebrei».
51 Nuovo riferimento allo Shass. Questa volta viene preso di mira il leader

incontrastato del partito, il rabbino Ovadia Yossef, che quando il suo pupillo e
probabile erede, il rabbino Arieh Dery, già ministro degli Interni, venne
mandato in galera con l’accusa di corruzione, peculato e abuso d’ufficio,
affermò imperterrito: «È innocente». Una frase divenuta uno slogan e una
sorta di mantra per i seguaci di Dery.
52 Forza.
53 Il destino.
54 Caro signore, non è mai troppo tardi per abbracciare la vera religione.
55 Dov’è Issam?
Parte quarta
Allucinazione?

14.6.98
Ofer,
hai chiesto una risposta breve a una domanda semplice, e
allora eccotela: no.
La morte di mio padre non ti libera dalla promessa fatta a
me, e anche a te stesso. Il rispetto per i defunti non ha meno
valore di quello per i vivi, e non c’è motivo di infangare mio
padre ora che non può piú difendersi da accuse feroci,
vecchie o nuove.
Questa è la risposta alla domanda ed è anche, se permetti,
una mia richiesta (sempre che ti importi ancora qualcosa di
me).
Se comunque ti ritieni libero di violare la promessa e di
divulgare le tue fantasie, ti chiedo solo un favore: risparmiami
la tua decisione e, naturalmente, anche le tue lettere
opprimenti e soprattutto superflue.
Galia
20.6.98
Ciao Galia,
1. Apprezzo il fatto che tu mi abbia risposto.
2. La tua risposta è chiara e inequivocabile.
3. Malgrado la morte di tuo padre mi liberi da ogni
impegno (a proposito, preso solo nei tuoi confronti.
Perché mai anche nei miei?), per il momento (e
sottolineo, «per il momento») continuerò a tacere. Lo
farò anche con i miei genitori e in particolare con mio
padre, che spero si sia calmato dalla frenesia che lo ha
preso dopo l’incontro con te alla pensione.
4. Credo sia tutto.
5. Ripeto, apprezzo il fatto che tu abbia superato
l’irritazione (giustificata in un certo senso) per la mia
precedente lettera e mi abbia risposto. Forse hai visto
nella mia rabbia anche le tracce di un vecchio dolore.
Non ti importunerò piú.
Ofer
P.S. In fondo durante gli ultimi cinque anni ho resistito
stoicamente (anche se non riesco a capire come) e non ho
violato la promessa fatta. Nemmeno alle ragazze che hanno
significato qualcosa per me (e non sono state poche come
credi – o come non credi) ho rivelato il motivo del naufragio
del nostro matrimonio. Molto probabilmente – lo so e l’ho
sempre saputo – questo mio ostinato silenzio ha
compromesso la creazione di legami autentici e duraturi.
Infatti, se all’apparenza lo scioglimento di un matrimonio
della durata di un anno non richiede spiegazioni dettagliate e,
per giustificare ciò che è successo a chi volesse iniziare una
relazione con un divorziato «peso piuma» come me,
sembrano bastare frasi generiche del tipo: «Un giorno
abbiamo scoperto di non essere fatti l’uno per l’altra», o
«Pensavo di amarla, ma poi ho capito che non era vero»,
oppure il contrario: «Mia moglie si è rivelata incapace di
accettare l’amore profondo che le offrivo e perciò abbiamo
deciso di separarci prima di complicarci la vita con un figlio»
–, a quanto pare le cose non stanno cosí. Proprio chi ha
intenzioni serie, e nutre sentimenti profondi, appare piú
infastidita da un divorzio precoce che da uno tardivo, perché
commettere un errore nella scelta del compagno è molto piú
grave che separarsi dopo anni di logoramento nella vita
matrimoniale. E chi ha commesso un errore tanto
drammatico potrebbe commetterne un altro. Quindi, alle
ragazze disposte a indagare con me sul fallimento del mio
matrimonio ho sempre riservato un trattamento di favore.
Sí, io stesso le incoraggio ad approfondire ciò che è successo
tra noi. E chi non mostra particolare interesse verso il mio
passato, per quanto possa essere simpatica e carina, viene
scartata in fretta. A proposito, la maggior parte di queste
ragazze sono giovani. Appartengono a una nuova
generazione (sí, c’è già una nuova generazione). Ragazze con
cui è facile legare e da cui è facile separarsi, indifferenti a
matrimoni e a divorzi, che si stupiscono e appaiono persino
seccate che io mi presenti come un divorziato già al primo
appuntamento, o al secondo, come se la cosa avesse qualche
rilevanza.
Mi dispiace (anzi, a essere sincero, sono contento) di
informarti che sono stato con non poche donne da che ci
siamo separati, soprattutto durante il secondo anno, e un po’
anche durante il terzo. Quasi che nel ripudiarmi tu mi avessi
ricompensato con una sorta di passepartout, come quello che
la sera consegno alla donna nera che viene a pulire gli uffici.
O come la chiave che aveva Fuad alla pensione e che apriva
tutte le porte. Il desiderio di rivalsa nei tuoi confronti mi
attribuisce maggior fascino, e il fatto di essere stato sposato
per un anno risveglia nelle ragazze fiducia nelle mie
«prestazioni professionali». E cosí, dopo la fine del nostro
matrimonio, io, che prima di conoscerti mi ingarbugliavo
immancabilmente in relazioni complicate con ragazze
difficili, mi sono trasformato in una farfalla che trasporta il
polline da un fiore all’altro.
Ma di questo, Galia, ci si stufa prestissimo. Desideravo un
legame vero che sostituisse il nostro, e credevo anche che
prima o poi ci sarebbe stato perché avevo già avuto la prova
di esserne capace, e se il nostro rapporto era finito, non era
per colpa mia. Quindi cercavo di legare con donne posate,
«giuste», che però alla fine si dileguavano. Una prova della
loro serietà era l’interesse sincero che mostravano verso il mio
matrimonio fallito. Infatti non credo sia possibile, o per lo
meno è sconsigliabile, costruire qualcosa nel presente senza
indagare il passato (di questo è convinto anche mio padre,
che si guadagna persino da vivere in questo modo), e di
questa mia convinzione informavo le donne di cui volevo
innamorarmi.
Volta dopo volta mi ritrovavo ad analizzare il fallimento del
nostro matrimonio, attento tuttavia a non toccare la radice
che l’aveva generato, ossia ciò che avevo visto con i miei
occhi. Malgrado questa mia discrezione apparisse onorevole –
il ripudiato che rispetta la dignità di chi l’ha respinto –,
risultava anche strana, sospetta e, in fin dei conti, irritante. Se
cerchi infatti di rifarti una vita sforzandoti di capire quello
che è successo per non ripetere gli stessi errori, ma
contemporaneamente non sei disposto a rivelare il nocciolo
della faccenda, alzi a priori delle barriere lasciando intuire che
nutri ancora speranze verso la donna che prima della
separazione ti ha detto (testuali parole):
«Può darsi che alla fine non riuscirò a vincere la nostalgia e
ti supplicherò di riprendermi con te. Se però verrò a sapere
che hai raccontato a qualcuno, anche a una sola persona, la
tua fantasia delirante, non mi rivedrai mai piú».
Testuali parole, no?
Ad ogni modo non è difficile indovinare ciò che nascondo.
Le ragazze che hanno capito che prima di investire energie in
un nuovo rapporto devo liberarmi dal peso della mia vecchia
storia sono state costrette a lavorare di immaginazione, e tra
le possibilità venute a galla (com’è fertile la mente umana
quando ha occasione di inventare le aberrazioni altrui), di
tanto in tanto spuntava, come una piccola quaglia da un
cespuglio, anche la verità. Ma io mi mantenevo impassibile: «I
dettagli non sono importanti. Ciò che conta è il principio. Ho
fatto una promessa e per il momento non intendo violarla.
Aiutatemi solo a convincermi che il mio divorzio era
inevitabile e sarò libero di costruire un nuovo legame».
(Purtroppo, però, non ci sono molte donne disposte ad
affrontare una nevrosi cervellotica di questo tipo).
Ho comunque trovato una ragazza pronta ad accettare la
sfida. Non a scopo matrimoniale, ma a titolo d’amicizia. Una
parigina doc, rispetto a me indietro di un anno negli studi,
che ha fatto il possibile per aiutarmi a liberarmi di te grazie
all’acutezza francese che ben si raccapezza nell’intrico dei
rapporti di coppia. E cosí, senza addentrarsi nel motivo di
base della nostra separazione (a lei sconosciuto), ha elaborato
un modello psicologico e razionale in grado di fornire una
prova quasi matematica dell’ineluttabilità del nostro divorzio
(nonostante il grande amore che ci univa e che tu, peraltro,
non hai mai negato). Secondo quell’analisi la nostra unione
non aveva alcuna possibilità di riuscita, sia nel caso che ciò
che io avevo visto fosse verità, sia che fosse «pura fantasia».
Quindi avevamo fatto bene a separarci prima di complicarci
la vita con dei figli.
Perciò, anche se quel martedí non avessi lasciato in modo
del tutto casuale l’ufficio verso le undici di mattina per
scendere nel seminterrato della pensione a cercare vecchi
progetti edilizi, la forza d’attrazione di quel luogo era tale e le
idee di tuo padre a proposito di un ampliamento della cucina
e della sala da pranzo cosí entusiasmanti, che prima o poi ci
sarei capitato. Magari non per cercare i progetti. Forse per
controllare le fondamenta dell’edificio. In ogni caso avrei
scoperto – o, se insisti, «immaginato» – la stessa cosa.
Ma anche supponendo che non fossi mai sceso in cantina,
sostiene «l’analista» francese, di certo prima o poi avrei
cominciato a sospettare ciò che avveniva nei meandri della
psiche della tua famiglia, perché lo sguardo di un estraneo che
entra a far parte con entusiasmo di un clan familiare (come
avevo fatto io fin dal primo momento grazie al mio grande
amore per te) si trasforma col tempo in una sorta di macchina
a raggi X . Cosí, anche senza quella visita «inattesa», avrei
trovato il modo di soddisfare la mia curiosità.
In fin dei conti (prosegue l’arguta parigina), chissà se quel
maledetto martedí erano stati davvero i vecchi progetti edilizi
della pensione a spingermi a lasciare l’ufficio al mattino per
andare alla pensione senza di te (ed è questo il punto: l’esserci
andato senza di te!) Forse il vero motivo fu un sospetto vago,
che si era risvegliato nel mio inconscio o nel mio preconscio
(due concetti nei quali, qui a Parigi, ancora credono molto,
come se fossero idoli piccoli e affidabili…)
E supponiamo, insiste la parigina, che io fossi stato attento a
non lasciarmi sfuggire nemmeno una parola di ciò che avevo
visto e intuito, cercando con tutte le forze di tenerlo per me.
In ogni caso una storia tanto incredibile sarebbe dovuta
saltare fuori prima o poi, perché è impossibile tenersela
dentro per tutta la vita. Sono cresciuto e sono stato educato in
una famiglia che crede nel dialogo aperto e costante, in cui ci
si sforza di parlare con onestà totale anche degli argomenti
piú difficili, e se a uno sguardo superficiale mia madre può
sembrare piú decisa di mio padre, lui non è affatto un
ingenuo, e talvolta dà prova di arguzia smaliziata. Cosí quei
due si confrontano su un piano di completa e intima
complicità e questo è il modello con cui sono cresciuto e sul
quale ho cercato di impostare il nostro rapporto. Una
complicità nella quale io e te credevamo, che desideravamo, e
che si sarebbe inevitabilmente approfondita e intensificata nel
corso degli anni. Che possibilità avevo allora di continuare a
nasconderti ciò che mi bruciava dentro? Forse persino
durante una normale lite, di quelle che scoppiano anche nei
matrimoni piú felici, quando uno dei coniugi, in un
momento di concitazione (ridicola ma probabilmente non
inutile) recluta i familiari – padri, madri, fratelli, sorelle, e
talvolta addirittura zii e zie – a riprova delle sue qualità
migliori, vere o presunte, o dei difetti dell’altro; insomma,
forse persino durante una lite del genere non sarei riuscito a
starmene zitto se tu, per esempio, avessi tentato di attribuirti,
tra le qualità ereditarie della tua famiglia (come talvolta hai
fatto), la bontà e la generosità naturale di tuo padre, o la
malleabilità e la dolcezza di tua madre. O magari la saggezza
di tua sorella a fronte, per esempio, dell’ombrosità corrucciata
di mio padre o della rigidità morale di mia madre.
Probabilmente non ce l’avrei fatta a trattenermi dal
frantumare le tue illusioni e dal gettarti in faccia la verità
nascosta, che sarebbe schizzata fuori come una cavalletta
sconvolta. E allora? A quel punto avresti avuto ragione a
considerare quella «rivelazione» improvvisa, piombata su di
te come un fulmine a ciel sereno, non alla stregua di una
«meschina allucinazione», ma di una menzogna tendenziosa e
ripugnante, inventata nella foga del litigio…
E supponiamo (sí, supponiamo) che io avessi tentato, e fossi
anche riuscito, di tenermi tutto dentro, di starmene zitto,
durante le liti e i momenti di piacere, di non lasciarmi
sfuggire una parola di ciò che avevo visto e capito. Un fatto
del genere, però, è impossibile da scordare, soprattutto perché
i protagonisti ti stanno sempre a fianco e tu sai che
continuano nelle loro turpi azioni. Non potendo quindi
alleviare il peso di ciò che sapevo parlandone con qualcuno (e
tanto meno con i miei genitori, che avrei allontanato per
sempre dalla tua famiglia), quella verità avrebbe continuato a
ribollirmi dentro e alla fine avrebbe avvelenato il mio amore
per te al punto da sospettare (perché no?) che anche tu fossi
sempre stata a conoscenza di quanto succedeva ma me lo
avessi tenuto nascosto perché (forse? chissà? In fondo tutto è
possibile) anche tu ne eri in qualche modo complice e ne
traevi, almeno nella tua fantasia, un certo piacere.
Quindi, l’inevitabile conclusione dell’arguta francese è che io
fui costretto a parlare. E senza indugi. E le ventiquattr’ore
passate dal momento in cui vidi e capii ciò che succedeva a
quello in cui aprii bocca mi sembrano ancora oggi
interminabili e piene di solitudine. La cosa piú importante,
però, è che nemmeno tu avresti voluto che io tacessi. Mai,
infatti, durante tutte le liti aspre e amare seguite a quella
rivelazione – e questo va detto a tuo merito, Galia, a tuo
grande merito – mi dicesti: «Perché hai parlato? Perché sei
venuto a raccontarmelo?» E lo facesti per rispetto verso i
doveri (sí, i doveri) della nostra intimità. Cosí, visto il tuo
stupore e lo shock e il finimondo che scatenasti quando te lo
raccontai (forse ricordi che quel giorno mio padre era a un
convegno a Gerusalemme e all’improvviso si autoinvitò a casa
nostra e tu non volesti nemmeno uscire dalla camera da letto
per vederlo), almeno capii che riguardo a quella faccenda tu
non ne sapevi niente…
E mi calmai…
Allora, cosí conclude l’arguta parigina questo primo capitolo
(perché ce n’è anche un secondo, di capitolo), nel momento
in cui i miei occhi videro ciò che videro, il seme del fallimento
del nostro matrimonio venne gettato, e rimaneva solo da
chiedersi quando sarebbe arrivato il momento del raccolto.
Secondo capitolo.
Sí, c’è anche un secondo capitolo che cerca di mostrarsi
comprensivo verso di te e di considerare il tuo punto di vista.
La mia amica parigina è una ragazza seria, e anche senza
conoscere il motivo del nostro divorzio è in grado di
provarne l’ineluttabilità in base alla possibilità che tutto fosse
veramente una sorta di mia «spregevole fantasia» (come tu
hai sostenuto fin dal primo momento senza essere disposta a
mettere in dubbio, nemmeno per una volta, questa tua
convinzione durante i quarantadue giorni in cui hai demolito
sistematicamente il tuo amore).
Da allora sono passati cinque anni e tutto alla fine verrà
dimenticato, e forse persino perdonato, fuorché l’offesa e
addirittura il disprezzo insiti in quel tuo testardo senso di
sicurezza. Non dimenticherò mai il modo in cui stavi seduta,
tesa e pallida, con le gambe rannicchiate sul divano,
ascoltandomi impietrita, per quanto con estrema pazienza,
senza interrompere, senza fare domande. Penso che avessimo
anche dimenticato la radio accesa e sembrava strano che io ti
raccontassi quelle cose mentre la musica, per quanto
sommessa, faceva da sottofondo. Quando terminai, ci fu un
istante di silenzio (breve, troppo breve) prima che tu reagissi.
Io ero sicuro che una storia tanto incredibile avesse bisogno
di piú di un istante di silenzio prima di una reazione. Tanto
piú che, nella mia ingenuità, mi ero preparato a tre sole
possibili reazioni.
La prima:
«Sono completamente sconvolta, Ofer. Lasciami riprendere
fiato».
Oppure:
«Sí, lo so. È una faccenda complicata».
O, al limite:
«Non sono affari tuoi, Ofer. Ti avverto. Non aprire mai piú
le porte della pensione senza permesso, perché nonostante tu
sia sposato con me né la pensione né la mia famiglia ti
appartengono».
Tu, però, scegliesti tutt’altra direzione, e senza esitare
prendesti a difendere strenuamente la tua famiglia, persino a
prezzo del fallimento del nostro matrimonio, e dicesti,
testuali parole:
«Tu, Ofer, non capisci in che guaio ci stai ficcando. Ti prego
di dimenticare tutte queste fantasie disgustose, di chiedere
scusa e di startene zitto».
Testuali parole, vero?
(Questa lettera non ti arriverà mai, stai tranquilla).
Cosí la mia amica francese (uno scricciolo piccolo e brutto)
prosegue nell’esposizione della sua teoria:
«Supponiamo che la tua ex moglie avesse ragione e tu ti fossi
inventato, per motivi tuoi, quella fantasia e alla fine fossi stato
costretto ad ammettere che era un’invenzione. Anche in
questo caso il tuo matrimonio sarebbe stato destinato al
fallimento. A giudicare dall’acredine e dall’ossessione che
mostri verso quanto ti è successo, pare che tra voi fosse già in
atto uno scontro fra due modi di concepire l’amore: quello
principale e quello secondario. I veri esperti sanno come
distinguerli, e nonostante talvolta si confondano ciascuno di
essi possiede una propria logica. I due possono coesistere in
un rapporto di coppia, magari con qualche attrito, ma se
accade qualcosa di serio che li porta a collidere, allora è un
addio e non un arrivederci».
L’amore di tipo principale, spiega la francese, serba durante
l’intera durata del matrimonio il seme vivo e fecondo
dell’infatuazione, di ciò che lo ha fatto sbocciare, dello slancio
del cuore che porta l’innamorato a riconoscere, talvolta per
un istante e in base a pochi indizi, l’essere umano che
soddisferà o placherà i suoi desideri piú reconditi e col quale
potrà ricreare, con le dovute correzioni, un amore
primordiale deluso – per il padre o la madre, il fratello o la
sorella, o talvolta persino per un parente lontano. Malgrado
nel periodo dell’infatuazione l’innamorato sappia pochissimo
della persona amata – perché la sua personalità gli è ancora
sconosciuta – e percepisca in modo superficiale anche il
corpo desiderato senza indagare se gli abiti nascondano, forse
proprio nel punto che lo attira di piú, qualche brutto difetto
(una cicatrice, supponiamo), si lega a lei ciecamente e
fedelmente, impazzisce per lei e sarebbe persino disposto a
morire per lei ancor prima di averla vista nuda. Da qui deriva
anche il significato dell’espressione inglese (presente in altre
lingue) «to fall in love», perché è come se l’innamorato
cadesse in un baratro in fondo al quale talvolta è acquattato
uno scorpione, o un serpente, e il suo amore fosse frutto di
autosuggestione.
Ma anche quando l’involucro comincia ad aprirsi, prosegue
la francese, e la promessa accennata si rivela nella sua
grandezza, o nella sua miseria, con picchi di esaltazione e
tonfi e difficoltà concrete, la scintilla del primo
innamoramento continua a risplendere, in qualunque
circostanza. Persino quando l’amato è ormai costretto su una
sedia a rotelle in una casa di riposo, avvolto in pannoloni e
alimentato da fleboclisi, persino allora, basta che un sorriso
baleni nei suoi occhi spenti, o che sollevi una mano
rattrappita in un gesto dimenticato, o che assuma un tono di
voce caro e pronunci una frase appropriata, e di colpo
nell’innamorato si risveglierà l’infatuazione: ciò che ha fatto sí
che ogni peccato, o debolezza, fosse accettato e perdonato a
priori e in modo incondizionato. Anche perché, in fondo,
l’innamorato ne era all’oscuro.
Accettare l’amato senza condizioni è una prova di
democrazia, secondo la francese. Proprio come uno stato (o
una repubblica, come dice lei) non può privare i cittadini del
diritto di cittadinanza anche se costoro sono spie o traditori,
stupratori o assassini, cosí l’amore principale supera qualsiasi
difficoltà perché la scintilla dell’infatuazione è sempre viva.
Questo, secondo lei, è il tipo di amore che io provo per te, di
cui sono ancora prigioniero e del quale mi libererò quando
sopraggiungerà una nuova infatuazione.
(E sopraggiungerà…)
Ma, continua la francese (che nonostante sia un anno
indietro rispetto a me negli studi è maggiore di me di quattro
anni perché ha un padre ricco che di tanto in tanto le
permette di intraprendere una nuova carriera), dalla tua
storia sembra che l’amore della tua ex moglie nei tuoi
confronti sia di tipo secondario, perciò quello che è successo
doveva inevitabilmente accadere.
Ed è proprio questo ciò di cui ho bisogno. Di rendermi
conto con calma dell’inevitabilità della nostra separazione per
poter dire con gentilezza e col cuore leggero addio, e non
arrivederci.
A quanto pare, Galia, il tuo amore è il risultato di una scelta
e non di un’infatuazione, e in questo consiste la grande
differenza fra noi. È un tipo d’amore che sorvola lo stadio
dell’innamoramento primordiale e dei suoi pericolosi
capitomboli. È forse piú consapevole, piú maturo, e permette
di scegliere con coraggio e cognizione di causa non tanto il
compagno migliore (perché esiste sempre un compagno
migliore), ma quello potenzialmente «giusto» (una volta, in
un documentario alla televisione, ho visto una varietà
particolare di anatre, o cigni, che arrivano a formare una
coppia solo dopo quattro anni di verifiche meticolose. Una
sorta di reciproco esame psicoattitudinale). A differenza
quindi di un matrimonio nato da un’infatuazione istintiva,
che durerà fino a che ne sopraggiungerà un’altra, l’amore
«per scelta» propone qualcosa di meno sconvolgente ma di
piú stabile: il senso di responsabilità. Invece della frase che
l’infatuato pronuncerà in un momento di crisi: «Che posso
farci, mi sono innamorato di te, quindi ti perdono», l’amante
per scelta opterà per un’esternazione piú ponderata: «Che
posso farci, ti ho scelto, quindi sono responsabile della mia
scelta». Ma, e qui sta il trabocchetto, mentre l’«infatuato» è
per natura in grado di continuare a ignorare ciò che non è di
suo gradimento, il «responsabile» non riesce a farlo, e quando
accade qualcosa di inquietante e di terribile a scuotere le
fondamenta del rapporto, «l’amore responsabile», troppo
debole per sopportarlo, crolla, e tutto ciò che resta è: «Prendi
le tue cose, Ofer, e trasferisciti da tua nonna».
Una volta, un paio d’anni fa, un mese o due dopo essere
arrivato in Francia, in un momento di profonda tristezza (ma
anche di fugace speranza, perché ancora non sapevo che stavi
per risposarti), decisi di ricostruire – per iscritto e in dettaglio
– l’evoluzione del divorzio che tu mi imponesti con una
rapidità mostruosa dopo quarantadue giorni di litigi.
Comprai un grosso quaderno giallo perché pensavo che nel
grigiore parigino quel colore mi avrebbe aiutato a ricondurmi
alla luce dell’agosto ’93, quando venni cacciato dal «paradiso»
tuo, di tuo padre e di tua sorella (il cui ricordo risveglia
talvolta in me, insieme al disgusto e all’orrore, anche
un’eccitazione tale da procurarmi una potente erezione).
Sí, tu, i tuoi familiari, e persino la pensione, nella mia
immaginazione siete immersi in una luce di fine estate, cosí
come la ricordo dalla collinetta piena di rovi non lontana dal
gazebo delle nostre nozze. È cosí che immaginavo il paradiso
fin dai tempi delle lezioni di religione alla scuola elementare:
un’oasi piena di sorgenti, circondata da un deserto soffuso,
amichevole; forse perché non si discostava troppo dal
paesaggio del Medio Oriente.
Allora cominciai a scrivere la storia della nostra separazione,
a partire dal primo momento: pensieri, dialoghi, fatti,
comportamenti, previsioni del tempo, accenni ad
avvenimenti politici, e persino un sogno o due che ricordavo:
come quello in cui facevo la barba a tuo padre con un vecchio
rasoio elettrico scovato in una camera dell’albergo.
Scrissi con onestà, nei dettagli. Una sorta di apologia che era
al tempo stesso una requisitoria e forse anche un
compromesso. Scrivevo unicamente sui fogli di sinistra,
lasciando vuoti quelli di destra perché tu, dopo aver letto le
mie pagine, aggiungessi la tua versione dei fatti. A quel tempo
avevo ancora la speranza, seppure debolissima, che
affiancando le due versioni in un unico quaderno, forse
saremmo giunti a una nuova comprensione.
Riempii un sacco di pagine, in fretta, ancor prima che fosse
trascorsa una settimana. I ricordi, infatti, si fecero piú vivi
nella foga di provarti quanto tu avessi agito d’impulso. E
avevo anche una nuova spiegazione per il vortice nel quale ci
avevi fatto precipitare (per esempio le tue insonnie,
cominciate in quel periodo e trascinatesi fino a casa dei miei
genitori, a Haifa). Sí, tutto riaffiorò con precisione, e provavo
soddisfazione a scrivere perché il dolore per ciò che era
andato perduto acquistava forma e stile. Ero talmente
entusiasta che mi ritrovavo a scribacchiare anche durante le
lezioni di francese all’Alliance Française, per la gioia di
giapponesi, cinesi e indonesiani che, sbirciando nel quaderno,
scoprivano che la loro lingua non è l’unica a essere diversa dal
francese.
Ancora non sapevo che ti saresti risposata entro breve
tempo…
Poi papà mi annunciò al telefono che sua madre era morta, e
nella sua voce avvertii anche una punta di sollievo. Infatti,
dopo essere caduta ed essersi rotta il bacino, la nonna aveva
perso la poca autonomia che le restava ed eravamo stati
costretti a trasferirla da Gerusalemme in una casa di riposo a
Haifa. Già non era stata una donna facile quando si reggeva
sulle sue gambe, ma dopo la caduta divenne tanto scorbutica
che fummo costretti a trasferirla per due volte da una clinica
all’altra.
E non fu solo mio padre a tirare un sospiro di sollievo alla
sua morte. Anch’io mi sentii sollevato. E non perché abbia
sofferto a causa sua. Tutt’altro. Lei aveva sempre colmato noi
nipoti di amore e di regali perché ci amava veramente, e
riteneva un peccato sprecare il veleno speciale riservato ai
suoi figli. Provai sollievo perché temevo che, nella
concitazione delle lotte quotidiane con mio padre, la nonna
sarebbe stata tentata dal provargli che io avevo piú fiducia in
lei di quanta ne avessi in lui, e gli rivelasse ciò che le avevo
fatto giurare di non raccontare a nessuno.
Ebbene sí, Galia, lo ammetto. C’era una persona al mondo
(ormai morta) alla quale non sono riuscito a nascondere la
verità. Quando ci accordammo di «mantenere le distanze»
finché entrambi non ci fossimo ripresi – io dalla mia
«allucinazione» e tu dalla convinzione che si trattasse di
un’allucinazione – e decidemmo di lasciare il nostro
appartamento e di vivere separati, la nonna, in casa della
quale ero piombato, non credette in una riconciliazione
spontanea. I miei genitori, nonostante fossero decisamente
preoccupati dalla piega che stavano prendendo le cose,
mantennero un silenzio dignitoso e rispettoso (soprattutto
per iniziativa di mia madre), nella speranza che la crisi, di cui
non conoscevano la ragione, si risolvesse da sé. Ma la nonna
era di tutt’altro avviso. Forse proprio per via del suo carattere
cupo e sospettoso, perennemente in attesa di un guaio o di
una tegola che le cadesse tra capo e collo, pretese che io
prendessi l’iniziativa cosí da permettere a noi tutti di tornare
in «paradiso».
Si aspettava che fossi io a fare la prima mossa. La nostra
separazione addolorava lei come tutti, ma piú che altro le
rincresceva perdere la pensione. Infatti coltivava la strana
speranza che prima della sua morte avrebbe potuto sfruttarla
come una sorta di casa di riposo. Lo sapevi che dopo il nostro
matrimonio la nonna arrivava talvolta alla pensione di
mattina, ordinava un caffè e un dolce e attaccava discorso con
qualche ospite, mentre Fuad la dispensava da qualsiasi
pagamento in qualità di «parente»?
Le tre settimane passate da lei nel vecchio appartamento del
malandato centro di Gerusalemme, tra suppellettili e stoviglie
rimaste immutate, nella camera da letto di mio padre e di mia
zia zeppa di ogni genere di bambole e di peluche dipinti da
Zahy con colori bizzarri, furono malinconiche e strane.
Quella vecchia arcigna, di cui talvolta ho l’impressione che
ancora oggi papà abbia paura, riuscí con la sua scaltra
imperiosità a farmi tornare il bambino che i miei genitori le
lasciavano in custodia quando si recavano a Gerusalemme a
sbrigare le loro faccende.
Mi ritrovai a sedere di nuovo nudo nella vecchia vasca che
una volta ti avevo mostrato, poggiata su piedini di ferro
torniti che papà chiamava «piedi del demonio». Buttavo la
biancheria sporca in una cesta alta e vetusta sovrastata da una
bacinella di smalto bianco e scheggiato che papà – e poi io –
da bambini usavamo a mo’ di volante di autobus. E quando
arrivavo la sera tardi (perché quasi ogni giorno, dopo il
lavoro, facevo un salto al nostro appartamento con la scusa di
prendere qualcosa), trovavo la nonna in cucina ad aspettarmi
nervosa, con già addosso la camicia da notte. Mi serviva la
cena e non si stancava, come un investigatore paziente, di
cercare di cavarmi cosa fosse realmente avvenuto fra me e te;
non tanto per curiosità, ma per trovare una soluzione al
problema, cosí da ristabilire la pace e restituirle la speranza di
ballare un giorno, come durante la nostra festa di nozze, con
il signor Hendel: «Quel garbato gentiluomo».
Finché una sera d’autunno, dopo aver perso le speranze di
imbattermi in te nel nostro appartamento, o di intravederti
mentre me ne stavo appostato vicino alla pensione, capii che
una riconciliazione era sempre piú lontana mentre era
sempre piú vicino il momento in cui mi sarebbe stata
rimborsata la somma investita nell’appartamento che tuo
padre ci comprò, e io mi sarei dovuto cercare un’altra
sistemazione. Allora fui assalito dal desiderio di scioccare la
nonna raccontandole come stavano veramente le cose, e di
mostrarle una volta per tutte che razza di «paradiso» aveva
perso a causa mia. Prima, comunque, la obbligai a posare una
mano sulla Bibbia avvisandola che se avesse infranto il
giuramento rivelando a chicchessia anche una sola parola di
quanto stavo per raccontarle, lei sola sarebbe stata
responsabile di qualunque disgrazia fosse capitata a Zahy
durante il servizio militare (a quel tempo Zahy era al
penultimo anno di liceo e impensieriva noi tutti cianciando di
volersi arruolare in un’unità scelta di paracadutisti. Chi
immaginava che alla fine sarebbe stato mandato nel luogo piú
sicuro del paese?) Lassú, nella cucina di Gerusalemme, di
notte, mentre persino i rumori del centro si spegnevano, le
raccontai la storia nei minimi particolari; e fu quella la
seconda e ultima volta (per il momento) che la ripetevo non
solo nella mente ma ad alta voce e con parole esplicite.
Immaginai che lei avrebbe tentato, com’era abituata a fare
con tutti noi, di contraddirmi e per questo motivo non
mostrai compassione. Raccontai tutto nei dettagli perché si
rendesse conto di quanto fosse lugubre la realtà. Con piacere
incomprensibile la guidai verso il raggio di luce che
illuminava la radice malata di quel «paradiso» (che io sono
ancora disposto ad accettare a patto che anche tu ne ammetta
l’esistenza).
Cosí, in cucina, lei ascoltò il racconto senza interrompere,
assunse di proposito una sorta di espressione annoiata, come
una madre in ascolto del figlio balzano, e quando terminai
sospirò come una persona anziana che ha già visto tutto nella
vita e con noncuranza e naturalezza esclamò (una reazione
incredibile che sicuramente tu approveresti nel caso leggessi
questa lettera – cosa che non accadrà):
«Sciocchezze, Ofer, come osi inventare una storia simile sul
signor Hendel che è una persona tanto perbene? Galia ha
ragione. È tutto frutto della tua fantasia. Anche quando papà
e mamma ti portavano qui, da bambino, il nonno si
lamentava delle tue invenzioni e delle tue fantasticherie. Te ne
stavi sul balcone e mischiavi le immagini di film visti al
cinema Tel Or con quello che vedevi dietro le finestre del
palazzo del sindacato, inventando storie strane e terrificanti
sugli impiegati. Sono tutte fantasie, caro. Va’ subito a
chiedere scusa a tua moglie e dille da parte mia che già da
bambino…»
Qualcosa di simile…
Ecco, Galia, avevi trovato un’alleata inattesa, purtroppo
sepolta da due anni a fianco del nonno sul monte del riposo.
«Va’ a chiedere scusa, figliolo».
Allora mi rammentai davvero, e persino con lieve sgomento,
che da bambino inventavo talvolta storie strane per rallegrare
mio nonno, perennemente intimorito e angosciato dalla sua
inflessibile consorte. A quel punto, tuttavia, lei rimase
esterrefatta nel sentire che ti avevo già fatto le scuse ma tu
non le avevi accettate. E a ragione, dopotutto.
Ripeto: a ragione.
(Nota bene, Galia, l’obiettività con cui cerco di giudicare
anche me stesso).
Non fu facile giustificare e spiegare alla nonna la logica della
risposta che mi desti durante il nostro ultimo incontro, un
pomeriggio in quel minuscolo caffè aperto da poco a Emek
Refa’im, quando io, nello sforzo disperato di salvare il nostro
matrimonio, mi rimangiai tutto quello che avevo detto, mi
dichiarai pentito delle mie parole e ti porsi anche le mie scuse
piú sincere. A quelle scuse, però, tu opponesti quattro
obiezioni inoppugnabili che si incastravano l’una nell’altra
come rotelle di un ingranaggio e frantumavano
definitivamente ogni speranza.
Quattro obiezioni degne di essere inserite in ogni
«Prontuario delle tribolazioni del matrimonio», che tuttavia
rimasero alquanto indecifrabili per mia nonna (forse anche a
causa dei batuffoli d’ovatta che si infilò nelle orecchie
nell’udire il ticchettio improvviso della pioggia contro la
finestra).
Prima obiezione: se hai davvero mentito senza motivo, Ofer,
allora non potrai mai essere perdonato, perché questa è una
dimostrazione talmente palese di crudeltà nei confronti di
persone care che ho perso ogni fiducia in te. E anche se
dovessi perdonarti, la cosa non durerebbe.
Seconda obiezione: se si tratta veramente di un’invenzione
allora questa è ben viva nella tua mente, e quindi che senso
avrebbe chiedere scusa per qualcosa che serbi dentro e che ti
ostineresti a voler provare come vera?
Terza obiezione (coraggiosa e onesta): casomai si scoprisse
alla fine che quello che hai raccontato è vero, non sarai tu a
dover chiedere scusa a me, ma io a te, per averti coinvolto in
una famiglia tanto depravata. E allora perché dovresti
perdonarmi?
A quel punto tremai. Hai forse dimenticato la mia voce
strozzata in quel minuscolo caffè quando dissi: «Quello che ti
ho raccontato è vero, però sono disposto a perdonare. E d’ora
in poi amerò doppiamente non solo te, ma anche tutto ciò
che è legato a te: tuo padre e tua sorella…»?
Tu però, senza tentennare, fredda e controllata (perché dopo
un anno di matrimonio mi conoscevi bene e probabilmente
eri pronta a una promessa del genere, insensata e totale),
tirasti fuori la tua quarta obiezione, distruggendo le ultime
briciole di speranza:
«Lo so, Ofer, che parli in modo sincero. Ma proprio questo
amore raddoppiato che intendi ora concedere a tutta la mia
famiglia… è quello che mi fa venire la nausea».
Non andai al funerale della nonna. La mamma lasciò la
decisione al mio buon senso ma papà si oppose a una mia
venuta, e non solo per via del costo del biglietto aereo. Io, a
parte quella sensazione di leggero e stupido sollievo (perché il
«segreto» era di nuovo solo nostro e con esso la possibilità
inverosimile che un giorno saresti tornata da me), provai
sincero dolore per la morte di una donna con la quale avevo
trascorso non pochi giorni della mia infanzia e in casa della
quale ero piombato cinque anni prima, in una sorta di ritorno
tardivo, triste, ma anche caloroso e intenso. A Parigi non
potei commemorarla con una cerimonia e allora comprai un
nastro nero, come quelli che si vedono nei vecchi film
francesi, e lo legai, come fanno i cattolici, intorno al braccio
destro per ostentare il lutto che portai piú di quanto avessi
programmato (anche perché mi avvidi che, grazie a quel
nastro, i francesi si mostravano piú tolleranti verso i miei
errori di lingua). Dopo sei mesi, durante una conversazione
telefonica con Israele, mia madre mi raccontò, come per caso,
che tu stavi per risposarti e disse che, malgrado sapesse che
questa notizia mi addolorava, aveva deciso di non tenermela
nascosta perché forse in questo modo mi sarebbe stato piú
facile liberarmi di te. Io rimasi muto, interdetto, e lei
proseguí: «Non prendertela troppo. Decisamente ti meriti
una donna migliore e piú equilibrata di Galia. Vedrai che la
troverai». A quel punto mi ripresi e le dissi con gioia: «Grazie,
mamma, hai fatto bene a raccontarmi del suo matrimonio,
perché ormai aspetto il momento in cui potrò separarmi
definitivamente da Galia». Legai di nuovo al braccio il nastro
nero rimastomi dal lutto per la nonna, ma dopo una
settimana, quando lo tolsi, mi resi conto di essere ancora
ossessionato da te.
Ossessionato. Ossessionato. Ossessionato. Ossessionato.
Ossessionato. Ormai fa paura perché sono già passati cinque
anni. Ossessionato. Ancora ossessionato. Incatenato a te e
ossessionato.
Cosa ci posso fare se non riesco a trattenere ciò che fluisce
ora, nel cuore della notte, con naturalezza e senza rabbia sul
monitor di un computer dimenticato acceso nella segreteria
della sezione giovanile? E non ho nemmeno aperto un file a
parte. Mi sono insinuato tra due circolari riguardanti i
programmi dei campeggi estivi finché non deciderò se
stampare questa lettera «superflua e opprimente» o
cancellarla del tutto premendo leggermente un tasto, cosí
come la fiamma di un fornello nell’Accademia di cucina
divorò con appetito il quaderno giallo «comune» dopo che
mia madre ritenne opportuno confermarmi la notizia delle
tue nozze.
(Mi piace fare la guardia agli uffici dell’Agenzia ebraica:
sono situati, grazie all’eredità di un ebreo francese
sopravvissuto all’Olocausto, in un palazzo residenziale di un
prestigioso quartiere borghese in cui c’è anche un grande
parco. È un edificio di tre piani del diciannovesimo secolo,
confortevole e signorile. Le scale hanno dei bei ballatoi di
legno di quercia scuro, e scrivanie e poltrone antiche sono
distribuite equamente tra gli uffici dei diversi rappresentanti
politici. E bisogna passare un po’ di tempo in
un’organizzazione ebraica di questo tipo, Galia, e gironzolare
con l’aiuto di un passepartout tra gli uffici, per capire che al di
là dell’indolenza tipica di istituzioni come queste c’è anche un
che di rilassante e persino di consolatorio nelle vecchie
mappe del fondo nazionale ebraico appese alle pareti. È il
calore di un sionismo antico e ingenuo che continuerà a
sopravvivere non solo nel prossimo secolo, ma nel prossimo
millennio, anche se, nel frattempo, lo stato di Israele dovesse
scomparire).
Quando la nonna (ecco, siamo tornati alla sua cucina, quella
sera d’autunno) sentí che senza attendere i suoi consigli ti
avevo già fatto le mie scuse e tu non le avevi accettate,
apparve sconcertata perché la logica delle tue quattro
obiezioni non la convinceva. Una donna come lei, tuttavia,
non si dà per vinta. Ignorò quanto le avevo detto e con i suoi
modi bruschi mi consigliò spudoratamente di andare a
chiedere scusa allo stesso «Signor Hendel», che forse avrebbe
potuto convincerti a riprendermi con te…
Perché mia nonna aveva una voglia matta di ballare di
nuovo alla pensione…
Io non reagii. Mi limitai a rinchiudermi nella «camera dei
bambini». Per un istante lei sembrò spaventata, anche se non
pentita, e non tornò sull’argomento la mattina seguente,
quando mi svegliai con la febbre e un principio di influenza.
Rimasi a letto fino a mezzogiorno e poi andai in ufficio per
telefonare a tuo padre e fissare un appuntamento per quella
sera.
Una settimana dopo mi raggiunse un avviso di divorzio
(sollecitato, se non addirittura voluto, da tuo padre) e io, per
qualche motivo, sono certo che fino al giorno della sua morte
lui non ti abbia mai detto nulla del nostro incontro, del quale,
perciò, non saprai mai.
(Perché questa lettera, per l’appunto, non verrà mai spedita).
Eppure…
L’incontro impossibile con tuo padre.
Solo la disperazione dei giorni tristi trascorsi nel centro
desolato di Gerusalemme poteva convincermi ad accettare
l’idea deleteria della nonna (in una delle case di riposo
un’anziana infermiera disse a mio padre: «Non ho mai
incontrato una persona come sua madre. Come ha fatto,
professore, a venir fuori normale?» E papà rispose senza
indugio, ma anche senza un sorriso: «A essere sinceri, non ce
l’ho fatta»). Io ancora la vedo seduta in cucina, sulla sua alta
sedia girevole, come un pilota d’aereo o un ingegnere di
bordo, mentre intorno a lei le pareti sono tappezzate di
coltelli, trinciapolli, mestoli, ramaioli, grattugie e colini, e
sulle mensole c’è una fila di apparecchi elettrici, ricoperti da
piccole fodere sgargianti cucite da lei. Solo a Parigi ho capito
che proprio in quella cucina stracolma – e non in quella
ampia della pensione – nacque in me l’idea di specializzarmi
in progettazione di sale ristoranti e cucine, a causa della
quale, quell’infelice mattino, scesi in cantina a cercare i vecchi
progetti della pensione.
Al telefono, dopo un istante di esitazione, tuo padre
acconsentí alla mia richiesta. Il tragico fatto che lo avessi colto
in flagrante lo aveva preparato da tempo alla possibilità di un
incontro a quattr’occhi che fino a quel momento aveva
cercato di evitare. Quando però cominciò a capire, in fondo
senza sapere ancora come stavano le cose tra noi, che tu stavi
per allontanare da lui ogni minaccia separandoti
definitivamente da me, non ebbe il coraggio di rifiutarsi di
incontrarmi.
Sí, nonostante tuo padre non fosse il tipo da darsi alla fuga,
il panico che lo aveva invaso dopo essere stato colto sul fatto
in modo inaspettato era stato talmente grande che subito
dopo quel fatidico martedí aveva anticipato il suo viaggio in
America nella speranza che quell’intervallo di tempo, e la
distanza, permettessero a lui, e forse anche a me, di vagliare
con freddezza e con calma le opzioni (termine utile non solo
per la Borsa valori, ma anche per le tragedie) nei confronti di
quell’estraneo che non aveva immaginato che il «paradiso
terrestre» avesse anche un «archivio».
Nei cinque anni trascorsi dalla nostra separazione, Galia, ci
sono stati momenti in cui ho riflettuto su quest’uomo almeno
quanto su te. E nell’ampio trattato che redigo nella mia mente
sulla fine del nostro matrimonio c’è un capitolo speciale
dedicato alle sfumature del carattere e del comportamento del
«Signor Hendel», fuggito (sí, fuggito) e tornato dopo due
settimane da un viaggio fruttuoso con l’originale decisione di
affrontarmi non con parole di lusinga o di supplica, e
nemmeno di ignorarmi con sdegno o di minacciarmi, ma di
buttare piuttosto la cosa sull’umorismo, piú o meno su questo
tono: «Perché ti sei spaventato e sei scappato quando mi hai
visto? Che pensavi? Di avere davvero scoperto un segreto
sconvolgente? È arrivato il momento che tu sappia che il
sentimento familiare può essere molto complesso».
Come vorrei che tu ora ricordassi il pranzo di famiglia quel
sabato, a mezzogiorno, al quale tuo padre aveva invitato tutti
noi dopo il suo ritorno dall’America. Lí, nell’accogliente
ristorante dello zio di Fuad ad Abu Gosh, sulla terrazza
all’ombra di una grossa vite, circondato e protetto dall’affetto
dei suoi familiari, tuo padre sperava di poter sostenere lo
sguardo di colui che aveva messo a nudo il suo segreto.
Forse riuscirai anche a ricordarti il modo in cui aveva
assegnato i posti intorno al tavolo, mettendomi a sedere
lontano da lui, ma in modo di avermi di fronte, per spiare i
miei pensieri segreti e costringermi a non eludere i suoi occhi
che, senza una parola, mi ammonivano di non distruggere
una famiglia felice.
Sí, lui cercava di captare con pazienza e attenzione suprema
ogni mia banale parola, rivolta a lui o a chiunque altro, e
durante quel pranzo continuò ad accennare alla possibilità di
un mio reale coinvolgimento, in qualità di architetto
responsabile, nell’ampliamento della pensione per il nuovo
tipo di turismo religioso che aveva scoperto in America:
cristiani profondamente devoti, benestanti che non cercavano
a Gerusalemme un albergo qualsiasi, ma un alloggio di tipo
familiare e dal quale, in una giornata limpida, si potevano
ammirare sia Betlemme, dove è nato il Messia, sia il deserto di
Giuda e il Giordano, dove è stato battezzato, e anche il
Golgota, dove è stato crocefisso. E già durante quel pranzo,
ricordi?, lui annunciò di aver deciso di apportare
cambiamenti alla pensione. Scacciare i «parassiti» addetti al
controllo del cibo kasher in cucina, rinunciare alla
separazione del latte e dei prodotti caseari dalla carne, e
arricchire il menu con piatti a base di maiale e di coniglio,
nella convinzione che proprio nei momenti di incertezza, o
durante una guerra, i pellegrini cristiani avrebbero
rappresentato una garanzia migliore e piú sicura di qualsiasi
tipo di turismo ebraico.
A poco a poco, durante quel pranzo, senza che venisse fatta
alcuna allusione o pronunciata una parola avventata, solo in
base al disagio e all’imbarazzo che io e te manifestavamo, lui
cominciò a percepire, con il sesto senso di un padre
premuroso e dallo sguardo acuto, che l’eventualità da lui
tanto temuta si era già verificata. Che l’onestà e l’intimità del
nostro rapporto, tanto lontane ed estranee a una persona
riservata come lui, avevano avuto la meglio e mi avevano
portato a rompere il silenzio.
E sappi che ancora oggi, e persino in questo momento, nel
buio palazzo degli uffici dell’Agenzia ebraica, davanti allo
schermo del computer, sono in grado di ricostruire con
chiarezza e precisione la sfumatura della luce, le voci e
persino gli odori di quel pasto sotto il pergolato di vite, alla
fine di quell’estate, l’estate della separazione e del divorzio. La
luce soffusa avvolgeva i terrazzamenti delle vigne e dei
frutteti, i ristoranti e i negozi, le moschee e le chiese,
spandendo quel senso di pace che gli ebrei tanto apprezzano
in un villaggio arabo di provata fedeltà, senza pretese e
lamentele. Regnava un’atmosfera tranquilla, simile a una
dolce e gustosa baklawa.
E allora, ricordi? Tuo padre cominciò davvero a temere il
mio «tradimento». I suoi occhi vagavano confusi e ostili e lo
scoramento in cui piombò era tanto palese che tua madre gli
domandò se si sentisse bene. E Tehila, che non sapeva nulla
(quanto inverosimile!) e forse ancora oggi non sa niente del
dramma che si svolgeva alle sue spalle, esclamò con stizza:
«Che è successo, papà? Riprenditi». Anche il vecchio
proprietario del ristorante, lo zio di Fuad, che conosceva
benissimo tuo padre, avvertí quell’improvviso cambiamento
d’umore e inviò al nostro tavolo, omaggio della casa, un
bricco di ottone, delle tazzine di caffè e un vassoio di dolci
giallastri. E io notai che tuo padre, i cui rapporti con te erano
sempre stati affettuosi e pieni d’amore, sembrava molto
spaventato e timoroso di incontrare il tuo sguardo.
Quello fu il momento in cui caddero le maschere! Tu,
volendo, avresti potuto avere la prova tacita e decisiva che
quanto ti avevo raccontato era vero, cosí come era reale il
villaggio arabo che si stendeva ai nostri piedi. Ma tu non
volesti, e nonostante ti fossi accorta del disagio di tuo padre
(disagio di cui avresti potuto dedurre il significato), decidesti
di avere pietà di lui e non di me, perché di papà ce n’è uno
solo, mentre un marito si può ammansire o sostituire. Sapevi
che solo ostinandoti a negare la verità, trasformandola in
un’allucinazione, avresti potuto difendere l’onore della tua
famiglia e la dolce memoria della tua infanzia. E davanti ai
miei occhi, in gesto di sfida, ti alzasti e andasti ad abbracciare
e a baciare il «Signor Hendel», per farlo sentire meglio. Ed
escludesti me.
L’incontro con tuo padre in un caffè di King George Street.
Fu lui a scegliere il posto. Lo sai com’era solito recarsi di
tanto in tanto a controllare le tariffe degli alberghi di
Gerusalemme per aggiornare le sue.
Erano le sette di sera, l’inizio di un crepuscolo di un’afosa
sera autunnale. Il caffè era quasi vuoto. Lo trovai che mi
aspettava in un angolo, sprofondato nello studio del menu.
Non aveva piú l’aria cordiale e trepida del ristorante di Abu
Gosh, ma nemmeno mostrava ostilità. Rimase serio e
controllato fino alla fine dell’incontro. E decisamente non gli
fu facile. Nonostante l’afa indossava la sua giacca sahariana
(quella beige, non quella bianca), e di nuovo mi dissi, per la
prima volta con una punta di invidia, quanto fosse possente e
straordinaria la sua virilità.
Ordinò una tisana (sarà poi vero che il suo ictus è stato
provocato dall’«alta pressione»?) e io, confuso, mi lasciai
convincere dalla cameriera a prendere con il caffè anche uno
scipito dolce alla panna che mi rese ancor piú fiacco durante
quel breve scontro; il piú drammatico della mia vita.
L’inizio fu sereno. Parlammo dei progetti di ampliamento
della sala da pranzo, alla pensione, e di come lui intendesse
conseguire la licenza edilizia. Gli suggerii, in base alla mia
esperienza nello studio di Harari, di non raccontare a nessuno
per il momento dei gruppi di pellegrini in arrivo dall’Ovest
degli Stati Uniti. E soprattutto di guardarsi bene, almeno fino
all’approvazione definitiva del municipio, dal rivelare la sua
intenzione di rinunciare al cibo kasher. Tutti gli impiegati del
comune di Gerusalemme, infatti, anche quelli che sembrano
laici fatti e finiti, temono gli osservanti, e lui avrebbe fatto
meglio a cautelarsi. Tuo padre ascoltò con attenzione
stringendo la tazza della tisana con entrambe le mani, come
se intendesse riscaldarle. Poi girò la testa verso le mura della
città vecchia, quasi volesse vedere quando l’avrebbero
illuminata, e cosí facendo si lasciò sfuggire sei semplici parole,
che precludevano qualsiasi possibilità per me:
«Sentirò davvero la tua mancanza, Ofer…»
(Da te, Galia, non ho nemmeno avuto il piacere di sentire
questa frase).
Allora, proprio quando si accesero le luci nella cittadella di
Davide, io arrossii, o sbiancai. Anziché però salvare il mio
onore, alzarmi e rinunciare definitivamente a quell’incontro
inutile, chinai la testa come se non avessi afferrato la sua
intenzione, e con ironia domandai se capiva chi era
veramente responsabile del fatto che «avrebbe sentito la
mancanza di Ofer». E prima che lui tentasse di rispondere
sbottai: «Tu, Yehuda, solo tu».
Per un istante parve disorientato, arrossí sbigottito, e il suo
stupore, chissà perché, mi parve autentico e sincero. Ma con
la compostezza impostagli dalla buona educazione mi
domandò: «Come potrei essere io responsabile?» D’un tratto
dimenticai di essere venuto dietro ordine della nonna a
«chiedere scusa al signor Hendel». Capii soltanto che
quell’uomo seduto davanti a me con una leggera sciarpa di
seta intorno al collo mi aveva già estromesso dalla sua
famiglia. Allora ebbi un moto di ribellione, come se mi fosse
stato fatto un terribile torto, e pretesi da lui di «assumere le
mie difese davanti a te».
Proprio cosí. Di «assumere le mie difese davanti a te»…
Lui non fu sorpreso.
«Ma che dici, Ofer? – prese a giustificarsi. – Anche se noi
tutti siamo addolorati per quello che è successo, non
possiamo farci niente. Galia si rifiuta di parlare e ha avvisato
persino Tehila di non fare domande e di non immischiarsi. È
vero che ti vogliamo tutti bene, e siamo dispiaciuti anche per i
tuoi genitori, che sono sempre stati motivo di vanto per noi,
ma come potremmo tranquillizzarla per il tuo tradimento?»
La scintilla maligna che brillava nei suoi occhi confermò
tutto. Quell’uomo perverso aveva il pieno controllo delle sue
capacità distruttive ed era abbastanza acuto per indovinare
che tu non avresti esitato a distruggere il nostro matrimonio
non solo per difendere il suo onore, ma forse (non avrò pietà,
Galia, non avrò pietà di nessuno) per una speranza e un
desiderio nuovi.
Di colpo la disperazione e l’amarezza accumulate si unirono
all’odio e alla collera, e tutto esplose in quel tranquillo caffè:
«Di che tradimento parli? Del tuo?»
«Del mio? – sorrise lui imperturbabile. – E chi mai avrei
tradito?»
Io chinai la testa. Ancora non riuscivo a dire la verità. Rigirai
con la forchetta i resti soffici e feriti dell’insipido dolce alla
panna. «Noi tutti, la tua famiglia, laggiú, nel tuo
nascondiglio».
Ma lui si era preparato bene a quell’incontro. Sí, tuo padre
era pronto a quella conversazione.
«Nascondiglio? – ora si trastullava con quella parola. – Lo
definisci un nascondiglio? È un vecchio ufficio in cui lavorava
un nostro parente, un commercialista morto da tempo che
veniva da Tel Aviv a preparare i consuntivi per l’ufficio delle
imposte. Non ho capito cosa cercassi laggiú. Se me l’avessi
chiesto ti avrei detto che i vecchi progetti erano nell’armadio
a muro del corridoio. Non ho fatto in tempo a dire una parola
che eri già scappato. Da cosa sei fuggito? Chi ti ha spaventato?
Perché ti sei sentito imbarazzato? C’ero solo io, laggiú…»
Allora capii che ancor prima che io avessi considerato la
possibilità di un simile incontro lui aveva già programmato
come gestirlo. Perciò, se volevo salvare all’ultimo momento il
nostro matrimonio, nessuna inchiesta e nessuna verità mi
sarebbero state d’aiuto. Non avevo altra scelta che
trasformare, con una virata disperata, le «scuse» in
«complicità», cosa che avrebbe disgustato persino mia nonna
se l’avesse saputo, facendole esclamare: «Basta cosí, Ofer, che
vada all’inferno il loro “paradiso terrestre”. Va’ a cercarti una
nuova moglie».
Va’ a cercarti una nuova moglie…
Io però non volevo cercarmi una nuova moglie. Sono
innamorato di te e solo te ho sempre voluto. Ma prima di
venire esiliato nel deserto parlai a tuo padre con la
disperazione che solo una persona angosciata e distrutta può
provare:
«Io non giudico, Hendel, – (sí, mi sfuggí “Hendel” e non
semplicemente “Yehuda”. Forse perché sentii che un discorso
audace necessitava di un certo distacco). – Non ho la voglia
né la capacità di giudicarti. Il mondo è grande e vario e ci
sono cose che oggi appaiono terribili e inaccettabili ma in
futuro, chissà, forse verranno considerate normali e tollerate.
Perciò forse ho davvero sbagliato a spaventarmi e a fuggire.
Avrei dovuto mostrarti piú fiducia. Ho quasi trent’anni e
prima di imparare ad amare ho seguito un percorso lungo e
tortuoso. Il matrimonio con Galia rappresenta per me un
traguardo e una speranza. E una separazione da lei sarebbe un
pericolo quasi mortale. Quindi, anche se con tutta la mia
buona volontà non posso negare ciò che ho visto e
trasformarlo in un’allucinazione, sono disposto a fare ciò che
vorrete. Il mio amore per Galia è talmente forte che anche se
lei vorrà comportarsi come sua sorella, chinerò il capo e
tacerò».
D’un tratto fu come se la sua sedia avesse preso fuoco. Scattò
in piedi e fece segno alla cameriera di portare il conto, per
farla finita al piú presto. Non era tanto turbato dalla mia
confessione esplicita, alla quale era pronto, quanto dalla
tentazione implicita in ciò che avevo osato proporre. Non mi
guardò neppure. Avrebbe voluto «smaterializzarsi», ma non
poteva venir meno alle regole della buona educazione e
mettersi a rincorrere la cameriera per pagare il conto. Quindi
aspettò in piedi, dandomi le spalle cosí da non incontrare il
mio sguardo. Avrei voluto dirgli: «Lascia che sia io a pagare
questo maledetto conto ma non abbandonarmi con queste
parole tremende». Sapevo che se solo avessi aperto bocca
sarebbe fuggito, eppure sentivo che avrebbe voluto dirmi
un’ultima cosa. E infatti, quando la cameriera arrivò e lui le
consegnò una banconota, non rinunciò al resto per
svignarsela in fretta, ma continuò ad aspettare nella stessa
posizione impettita e virile che attirò gli sguardi di due
ragazze sedute al tavolo accanto. Non appena la cameriera
tornò con il piattino, qualche secondo prima di accomiatarsi
per sempre si girò verso di me e disse (e io voglio credere,
Galia, che non solo la rabbia ma anche la preoccupazione e
persino la pietà lo avessero indotto a pronunciare le ultime
parole che udii da lui):
«Stai attento, Ofer. Un amore smisurato come il tuo alla fine
ti porterà alla distruzione…»
Ora è morto. E malgrado sia lui la causa del nostro divorzio
serbo ancora in cuore, stupiscitene, anche un po’ di
gratitudine per quell’avvertimento.
Qualche giorno dopo mi giunse l’avviso di divorzio.
Nonostante me lo aspettassi, ero talmente triste e
demoralizzato che per qualche settimana fui incapace di
consumare un pasto normale. Mi limitavo a sbocconcellare
qua e là, soprattutto di notte, come un musulmano durante il
Ramadan.
(Cosa manca a questa lettera? In fondo niente. E tra poco
sparirà. Evidenzierò quello che ho scritto, e con una leggera
pressione del tasto CANCELLA tutto svanirà).
(Grazie. Grazie per avermi proibito di mandarti lettere
«inutili e opprimenti». Pensa se avessi dovuto stampare tutte
queste pagine, metterle in una busta e spedirtele per poi
tormentarmi nell’attesa di una mancata risposta. Grazie per
non voler piú avere niente a che fare con me. Per esserti
separata da me senza strascichi. Avrei dovuto capire fin
dall’inizio che mio padre aveva solo espresso un suo parere
quando mi ha detto, ingenuamente, che tu avevi bisogno di
una mia lettera di condoglianze. E cosí mi ha di nuovo
impegolato con te. Ma stai tranquilla. Non sarà per molto).
Forse, non avendo mai avuto una figlia, papà ha provato fin
dall’inizio un sentimento paterno nei tuoi confronti. E se si è
risvegliata in lui la speranza che con la morte di tuo padre si
aprisse un varco attraverso il quale poter scoprire la verità che
ancora nascondo, allora ripeto la promessa fatta all’inizio di
questa lettera:
Non rivelerò niente. Manterrò il silenzio.
«Sempre che ti importi ancora qualcosa di me», hai scritto.
Ebbene, per mia disgrazia, mi importa moltissimo di te. Per
questo me ne sto zitto.
E malgrado negli ultimi cinque anni abbia permesso al
dubbio di rodermi una volta o due: «Forse, malgrado tutto,
Ofer, hai davvero sognato», l’ho respinto con fermezza e sono
rimasto fedele alla versione che garantisce che la rottura fra
me e te non sia solo drammatica ma anche tragica. In altre
parole, non posso che seguire il mio destino. Perciò, col
passare degli anni, ho trasformato questa storia convulsa e
confusa in una testimonianza precisa e ordinata, simile a
quelle a cui assistevo in tribunale, da bambino, quando mi
recavo a trovare mia madre «al lavoro».
Sua eccellenza il giudice,
Mamma cara,
martedí 15.7.93, ore dieci del mattino. Nello studio di
architettura e di urbanistica di Harari, Hilel St. 26,
Gerusalemme, accennai alla nuova idea di Yehuda Hendel,
mio suocero, proprietario di un grosso albergo in Hagivà St.
34 nel quartiere di Talpiot, di ampliare la sala da pranzo e la
cucina. A quel punto un amico di nome Itai Salomon mi
consigliò di non accingermi a un nuovo progetto senza aver
prima controllato i vecchi piani, in modo da adeguare quelli
nuovi agli esistenti. Immediatamente, signor giudice, cercai di
contattare mio suocero affinché ritrovasse per me i vecchi
progetti. In quel momento però (alle ore 10,15) lui non era
alla pensione, e anche mia cognata Tehila, braccio destro del
padre nella conduzione dell’albergo, era sparita senza dire
quando sarebbe tornata. Naturalmente avrei potuto aspettare
fino al ritorno di uno dei due, perché non c’era nessuna
urgenza. Tuttavia, spinto da un entusiasmo infantile, e
perennemente timoroso che mio suocero, per un qualsiasi
motivo, si rimangiasse la sua generosa offerta e affidasse, a
ragione, quell’incarico a un professionista piú esperto, mi
affrettai a telefonare al capocameriere di origine araba, Fuad,
per farmi consegnare la chiave del seminterrato e cercare ciò
che volevo. Ma Fuad, signor giudice (ed ecco un primo
comportamento sospetto), tergiversò. Malgrado i miei
rapporti con il suddetto fossero sempre stati cordiali – anche
perché il professor Rivlin, papà, chiacchierava
occasionalmente con lui in arabo –, Fuad sostenne con
insistenza di non essere in possesso della chiave e di non
sapere nemmeno dove trovarla. Il desiderio tuttavia di
sorprendere mio suocero con un primo abbozzo di progetto
conforme alle vecchie fondamenta dell’edificio, e il timore
che qualcuno potesse anticiparmi nell’idea, mi spronarono a
non darmi per vinto e telefonai a mia suocera Naomi per
chiedere il suo aiuto. Sapevo, signor giudice, che quella donna
cordiale ma anche apatica e un po’ vuota, era molto lontana
dagli affari della pensione, malgrado ci vivesse ormai da quasi
vent’anni. Eppure, per via del grande affetto che mi aveva
mostrato da che mi ero unito alla famiglia, confidavo che mi
avrebbe aiutato a convincere Fuad a collaborare. Naomi
infatti sapeva dell’esistenza del seminterrato, dove era situata
la caldaia prima dell’installazione dei climatizzatori nelle
camere; e nonostante non fosse scesa laggiú da anni era anche
al corrente che Tehila vi aveva organizzato una sorta di
magazzino e di archivio e che talvolta vi si recava. E cosí,
signor giudice, con esuberanza infantile, e francamente senza
alcuna intenzione indiscreta, lasciai l’ufficio e mi precipitai da
mia suocera.
È importante per la corte sapere che tempo faceva quel
giorno triste e amaro? E perché mai? Che nesso può avere con
la presente testimonianza? Comunque, desiderando
conquistarmi la piena fiducia della corte, darò prova di
lucidità e di precisione. Ebbene, quel giorno faceva molto
caldo, c’erano trentotto gradi. Gerusalemme era immersa in
una luce vivida che nel quartiere di Talpiot, al confine con il
deserto, era letteralmente abbagliante. Nemmeno un alito di
vento si insinuò nel casco mentre sfrecciavo sulla mia moto
verso la pensione. E Fuad, che mi scorse da lontano, si affrettò
a defilarsi. Sulle prime esitai se scendere direttamente
nell’«archivio» di cui, signor giudice, avevo ignorato
l’esistenza fino a quel momento, per tentare di trovare da solo
ciò che cercavo. Poi, sebbene mi considerassi un membro
della famiglia a tutti gli effetti, decisi di fare attenzione a non
oltrepassare certi limiti. Corsi quindi al terzo piano, a
chiedere il permesso e l’aiuto di Naomi, che ancora poltriva in
una vestaglia leggera davanti al secondo o terzo vassoio della
colazione mandatale dalla cucina.
È possibile, egregia corte – e questa è una domanda che
ancora mi perseguita –, che quella donna indolente e svagata
nutrisse il vago sospetto che «nell’archivio» sotterraneo
accadessero cose non del tutto «archiviate» e volesse
incoraggiare il nuovo e curioso membro della famiglia a
verificare ciò che neppure osava pensare?
Tutto questo, però, mia saggia mamma, non è attinente alla
presente testimonianza, tenuta a fornire fatti, non
supposizioni. Io comunque ancora mi chiedo se il dolore e la
delusione provati da Naomi per il nostro divorzio improvviso
l’abbiano portata a considerare quale fosse stato il suo piccolo
contributo al riguardo.
Lei mi offrí del succo d’arancia fresco e corse in camera a
cambiarsi la vestaglia leggera con un abito altrettanto leggero,
per scendere di persona e pretendere da Fuad di trovare la
chiave (che forse, signor giudice, alla fine avrei trovato da
solo, per quanto con difficoltà) della cantina.
Trovammo Fuad sotto il sole, intento a ornare il gazebo con
dei fiorellini bianchi da lui portati dal villaggio. Si irritò nel
vedere che avevo reclutato in mio aiuto la proprietaria
dell’albergo e quasi non mi guardò per il rancore. «Ma
signora Hendel (cito ora a memoria), che fretta c’è? Tra poco
suo marito e Tehila torneranno e gli mostreranno tutto». Mia
suocera però, che di solito è dolce e affabile, si offese per il
rifiuto del vecchio dipendente di soddisfare la sua richiesta,
come se lui non la tenesse in considerazione. «Ma che ti sto
chiedendo, Fuad? – replicò in tono offeso. – Soltanto una
chiave». E quell’uomo, abitualmente dignitoso e composto, la
interruppe bruscamente. «Le dico, signora Hendel, che non
ho nessuna chiave della cantina». Lei però non si diede per
vinta. Era lusingata dal fatto che mi fossi rivolto a lei e voleva
darmi prova della sua autorità. «Ma che dici? Tu hai sempre
tutte le chiavi. Forza, tira fuori il mazzo».
Ora, mamma, ricordo che quell’arabo anziano e cortese, che
non perde mai la calma, mi parve quasi sull’orlo di un
collasso. Tese una mano esitante verso la tasca, come se
cercasse qualcosa senza trovarlo, poi si diede per vinto, tirò
fuori il grosso mazzo e prima di cercare di dimostrare che la
chiave del seminterrato non c’era, la signora Hendel tese la
mano con una fermezza inconsueta e prese l’intero mazzo. A
quel punto Fuad si fece tutto rosso e non consegnò, bensí
gettò le chiavi a Naomi, esclamando (e cito di nuovo a
memoria): «Voi ebrei volete ingoiare tutto in un boccone e
poi vi stupite se vi si strozza la gola». (Sí, questo me lo ricordo
bene, disse «Se vi si strozza la gola» e non «Se vi si strozza in
gola»).
A quel punto il grosso e pesante mazzo di chiavi giunse in
mano mia, signor giudice, ma io non avevo idea da dove
cominciare. La signora Hendel, che già si sentiva affaticata
per il caldo, mi lanciò un sorriso vittorioso e risalí in camera.
Io mi recai nel seminterrato. La porta era aperta, scesi le scale
e arrivai in un corridoio alla cui parete era appoggiata una
vecchia bicicletta con accanto un secchio di calce secca e un
pneumatico d’automobile lacerato. Poi vidi un armadio a
muro con le porte chiuse da un vecchio lucchetto dorato su
cui apparivano le cifre 999. Nel mazzo di Fuad trovai una
chiavetta con inciso questo numero, perfettamente
combaciante al lucchetto. Lo aprii e ai miei occhi apparvero
numerose cartellette ordinate in base ad argomenti che
contenevano non solo lettere di ringraziamento di vecchi
ospiti, ma anche una corrispondenza con il municipio di
Gerusalemme e i vecchi progetti della pensione destinata a
essere in origine (lo sapevi, Galia?) una scuola.
Quella visita avrebbe dovuto terminare lí, egregia corte, e
nulla sarebbe successo se io non mi fossi detto: «Visto che
sono qui, farei bene a dare un’occhiata alle fondamenta
dell’edificio prima di studiare i progetti». Quindi avanzai
lungo il corridoio fino a una porta di ferro, e malgrado non
avessi dubbi che fosse chiusa, posai una mano sulla maniglia,
la scossi un poco e mi resi conto che non era chiusa a chiave
ma con un catenaccio interno. Sentii allora provenire dal
soffitto un gorgoglio di acqua corrente e un acciottolio di
piatti e pentole, e capii con gioia di trovarmi sotto la sala da
pranzo e la cucina e che quello era il posto adatto per
controllare le vecchie fondamenta. Trovai un altro
interruttore e proseguii lungo il corridoio che piegava a
sinistra, verso uno slargo fresco e in penombra al centro del
quale si ergeva una vecchia stufa, simile a una belva
preistorica fossilizzata, circondata dai resti delle sue vittime
sbranate: un vecchio passeggino, un triciclo verdognolo, e un
box per bambini con giocattoli polverosi sparsi su una tela
cerata a fiori, apparentemente nuova.
Ebbene, pensai tra me e me mia cara signora giudice,
bisognerà sostituire la lampadina con una piú potente e
tornare a fare altre misurazioni e controlli perché, visto che
c’è una porta su questo lato, deve esserci per forza un locale
che la colleghi con quella precedente, in ferro. Ero sul punto
di andarmene quando d’un tratto mi domandai per quale
motivo, in fondo, l’arabo si era mostrato cosí riluttante nel
consegnare il mazzo se tutto era aperto e accessibile. Forse
c’era una chiave che apriva qualcos’altro? Mi avvicinai alla
porta che pareva sprangata e piuttosto vecchia. Solo la
serratura era nuova, uguale a quella delle porte delle camere
della pensione, in molte delle quali ero stato durante il
periodo di corteggiamento di mia moglie. Nonostante avessi
già trovato ciò che cercavo, la collera dell’arabo, che si era
sempre mostrato cordiale e garbato, ancora mi infastidiva.
Scelsi dunque dal mazzo la chiave gialla, che serviva da
passepartout, e la infilai nella toppa. La porta si aprí, ma io
non entrai nella stanza rischiarata da un lume nascosto.
Rimasi lí impalato, interdetto, per qualche secondo, forse
cinque, non di piú, e mormorai a mio suocero una sola
parola: «Scusa», prima di battere in ritirata.
Desidera forse la corte sapere cos’è possibile vedere e capire
in cinque secondi? Allora risponderò: talvolta un intero
universo, specie se si conoscono le persone in questione,
compresa la giovane donna che non si era nemmeno accorta
della mia entrata perché stava distesa in posizione fetale,
insonnolita o semplicemente meditabonda, con il viso rivolto
alla parete, mostrando una schiena nuda e lunghissima, che
non immaginavo cosí candida e pura.
È tutto. Apparentemente non è molto. A giudicare dallo
sguardo sorpreso di mio suocero, che stava leggendo un
giornale con un curioso atteggiamento di serena intimità, non
riuscii a capire se l’avevano già fatto, oppure non ancora, o
magari proprio per niente. Dopotutto non potevo rimanere lí
per chiedere cosa stesse succedendo. Potevo solo raccontare,
mamma, a mia moglie, la compagna della mia vita, la mia
anima gemella, ciò che mi aveva sconvolto.
Parte quinta
La poltrona del giudice

1.
Su entrambi i lati del confine, probabilmente, gli arabi non
hanno saputo saziare la tua fame se dopo una notte di
vagabondaggi e di avventure non ti affretti verso il letto, ma ti
dirigi in cucina, togli la pellicola trasparente dai cibi in vana
attesa dal giorno prima, e nel mattino che si rischiara ti liberi
definitivamente del digiuno del Ramadan che ti stava
appiccicato addosso come una malattia, o come un desiderio.
L’irritazione verso la donna di servizio che ha ignorato
l’ingiunzione specifica di «pulire la casa ma non cucinare
nulla» si dissolve, e persino il tuo senso del dovere nei
confronti degli «avanzi» che riempiono il frigorifero svanisce
davanti alle pietanze che hanno trascorso la notte aspettando
il padrone di casa, scomparso senza una parola di
avvertimento.
E visto che Haghit mostra verso la colf un timore quasi
reverenziale, anche i tuoi ordini forse non hanno grande
valore ai suoi occhi. Oltretutto, dato che ti sei dimenticato di
menzionare la partenza di Haghit, è stato facile per la donna
di servizio tenersi occupata preparando i piatti preferiti da tua
moglie, e presumibilmente anche da te se sei ancora in cucina
a mangiare mentre esamini un bigliettino con dei
contrordini:
«Carta stagnola
Olio
Pangrattato
Detersivo per piatti
Un sacchetto di farina
Aglio».
C’è anche l’avviso di un pacco recapitato per sbaglio al
vecchio appartamento un paio di settimane fa.
L’invito alle nozze del figlio, però, la colf lo ha sistemato in
un angolo riposto, per quanto rispettabile: dietro il vetro della
libreria; quasi temesse di addolorarti con una sollecitazione
troppo esplicita. E con la stessa rapidità con cui hai sfilato il
biglietto fregiato da benedizioni e versetti biblici a caratteri
dorati per verificare l’estrazione sociale dei genitori della
sposa, cosí lo riponi nella busta che ricade moscia sullo
scaffale, ai piedi dei libri, nella speranza che lí venga anche
dimenticata.
Il dolore della tua invidia non risparmia nemmeno le nozze
di un ragazzo bruno e timido che talvolta veniva a casa tua e
si divertiva con un vecchio giocattolo di Ofer, o compariva
timoroso sulla porta dello studio chiedendo carta e matita?
Dormire o non dormire?
Alle due ci sarà la riunione della commissione delle nomine,
alle tre l’ora di ricevimento degli studenti e alle quattro la
lezione che devi ancora preparare. Avendo però dato prova di
poter sostituire il giorno con la notte nel villaggio arabo, non
c’è motivo che tu non faccia lo stesso in una casa ebrea, pur
rischiando di passare un’altra notte insonne, e questa volta
senza una donna al tuo fianco costretta a sopportare le tue
lamentele.
Oscurare la camera da letto, lavarsi i denti e staccare il
telefono. E sotto la coperta leggera, con il sottofondo del
brusio della via che si risveglia, puoi ricordare con
sbalordimento e nostalgia la suora vestita con una tonaca
marrone, e ai piedi dei sandali semplici, ritta nella chiesetta di
campagna davanti all’unico ebreo capitato nel cuore della
notte tra il pubblico dei suoi ammiratori. E mentre il tuo
sonno si intesse in una trama leggera, puoi unirti ai quattro
uomini dai capelli argentati dietro all’altare addobbato che
accompagnano il canto della monaca con il loro mormorio.
Verso mezzogiorno, tra le voci che non hai potuto ascoltare
mentre dormivi, si insinua nella segreteria telefonica anche
quella di un funzionario di una lontana ambasciata asiatica.
Ti informa che il giudice tornerà con un giorno di ritardo. E
tu ti senti cogliere dall’ansia, ma al tempo stesso
dall’eccitazione per le nuove possibilità che ti offre una
solitudine cosí rara.
2.
Malgrado Rivlin non abbia avuto il tempo di prepararsi a
dovere, la lezione viene seguita con interesse. Anche perché,
essendosi riposato, riesce a infondere maggior vivacità al
discorso che di solito, in un’aula tanto ampia, deve essere ben
strutturato. Cosí il professore si mostra paziente verso
studenti petulanti, scettici o insoddisfatti, ebrei e arabi, finché
quella nuova pacatezza, indulgente e non polemica, agevola
l’innescarsi di un’accesa discussione su un argomento
lontano: la posizione delle minoranze in Egitto durante la
seconda guerra mondiale. E la lezione, contrariamente alle
abitudini di Rivlin, si prolunga di altri cinque minuti.
Dietro le grandi finestre dell’aula la luce si fa grigia, nubi
grevi suggeriscono la possibilità rara di un acquazzone estivo,
e al termine della lezione l’entusiasmo di Rivlin svanisce,
sostituito dalla tristezza per una casa vuota, senza un sorriso
d’affetto. E quando viene fermato sulla soglia dell’aula da due
studentesse, arabe probabilmente, malgrado l’abbigliamento
non ne tradisca l’origine, Rivlin non si affretta a rimandarle,
com’è solito fare, all’ora di ricevimento, ma con un tocco
leggero le riconduce in classe e con affabilità si interessa delle
loro richieste. Viene a sapere cosí che le ragazze provengono
da al Mansura e la sera precedente hanno partecipato al
«seminario» nella camera da letto di Samaher, ascoltando il
racconto algerino e godendo della sagacia dell’«assurdo
arabo». Con spirito pratico, ritenendo opportuno e
vantaggioso rafforzare un legame con un professore di spicco
e un po’ bizzarro capitato nel loro villaggio, hanno preso
l’iniziativa e sono venute ad annunciargli che la sua
«assistente ricercatrice» non è rimasta con le mani in mano
dopo la sua partenza, ma durante la notte ha terminato la
traduzione di un altro racconto.
Il professore appare molto divertito dalle giovani, che si
presentano con allegria con i loro nomi e lo informano del
loro secondo indirizzo di specializzazione. Poi, con
noncuranza, gli domandano in cosa consisterà l’esame finale
del corso. Dopo avere spiegato tutto il possibile riguardo a
quella prova e calmato la loro ansia, Rivlin fa qualche
domanda sul villaggio e sui suoi abitanti. Le ragazze ridono e
si interrompono a vicenda nel flusso abbondante di dettagli.
Raccontano della famiglia di Samaher, di quella del marito e
di altre famiglie, e tornano ad assicurare, con le guance
arrossate, che malgrado Rashed sia bravo e serio, si sbaglia di
grosso riguardo alla cugina. Cosa ci farebbe infatti Samaher a
letto se non per evitare rischi alla gravidanza? E il parto non è
lontano, professore, quindi bisogna affrettarsi ad assegnarle il
voto che merita da tempo.
La voce roca, maliziosa ed enfatica della vecchia studentessa
torna a echeggiare nelle orecchie di Rivlin, che invece di
imboccare la via di casa, dove lo attende solo il silenzio, si
dirige, libero e disinvolto, verso la biblioteca per controllare
nei racconti delle Mille e una notte l’Ahmad Addanaf
originario, omonimo medievale del protagonista del racconto
del «cavallo avvelenato». Grazie all’indice analitico riesce a
rintracciare facilmente l’eroe dei tempi antichi, molto piú
avventuroso e divertente del campagnolo confuso e macabro
che, dopo avere avvelenato con crudeltà i cavalli della donna
amata ma irraggiungibile, lotta con tutte le forze per salvar
loro la vita. E malgrado lo scrittore dilettante Yassin Ibn
Abbas abbia scelto di chiamare il suo personaggio con il
nome di un eroe classico – forse con l’intenzione ingenua di
attrarre i lettori allettandoli con il miraggio di una trama
vivace e rocambolesca come quelle in voga nel periodo del
grande califfato –, la realtà grigia del deserto ha
probabilmente incupito la briosa arguzia di Baghdad e
stemperato la sua variopinta umanità, e l’animo tormentato
dello scrittore, verosimilmente turbato da una lotta interiore
irrisolta, ha preso il sopravvento sul racconto e sul
protagonista.
La scintilla balenata già durante il viaggio notturno tra
Israele e i territori dell’Autonomia torna a lampeggiare in
biblioteca. E mentre il colore plumbeo del cielo rende piú
nitido il contorno delicato della baia di Haifa, limando la
colonna di fuoco che si leva dalle raffinerie, il professore
sussurra a se stesso: no.
No e poi no.
Anche se si soffre per amore non si avvelenano con
leggerezza due cavalli. E anche se si crede nei miracoli non si
lancia con gioia un neonato dal finestrino di un treno in
corsa. E un giudice arabo non oltraggerà la giustizia lasciando
libero un assassino che ha sgozzato in modo assurdo una
coppia di innamorati per colpa della luna piena. No. Deve
esserci qualcos’altro che sconvolge e turba le menti. Rivlin
comincia con cautela a prospettare l’ipotesi che quei racconti
popolari, scritti negli anni Trenta e Quaranta, molto prima
dello scoppio della grande rivolta contro i francesi, portino
già in sé l’embrione di un dialogo strano e inconscio,
intrattenuto ancora oggi, con un conquistatore affascinante,
un oppressore ammirato, sbarcato piú di centosettant’anni
prima e che dopo anni di lusinghe e di promesse, ma anche di
offese e di umiliazioni, è ancora presente nel cuore dei locali,
divenuti «stranieri» smarriti nella propria madrepatria.
È questa la scintilla che può gettare luce sulle incursioni
omicide notturne, immotivate e senza scopo, nei villaggi
sperduti? È possibile che quarant’anni dopo essersene andati
lasciandosi alle spalle terra bruciata, i colonialisti francesi
siano ancora presenti nella coscienza popolare come una
vivida allucinazione? È possibile che i fanatici musulmani, o
persino unità assassine dell’esercito, massacrino senza pietà
vecchi, donne e bambini, convinti dentro di sé che quelli non
sono fratelli né compatrioti, carne della loro carne, ma ombre
dissimulate dei francesi, i pieds noirs, un nemico antico che
anche dopo essere scomparso al di là del mare e avere
abbandonato i suoi feudi al deserto, si ripresenta la notte con
un’identità che confonde?
La pioggia inattesa sui vetri della biblioteca risveglia la
preoccupazione di Rivlin per il computer sistemato davanti
alla finestra aperta dello studio. Ma prima che la scintilla
sprigionatasi da considerazioni irrazionali – o da un’idea
critica e lucida – svanisca, Rivlin la fissa su un biglietto che si
infila in tasca, chiude Le mille e una notte, rilegato in una
copertina di pelle color porpora, e si affretta verso la sua
vecchia casa.
La pioggia improvvisa, già cessata, ha rinfrescato il groviglio
della vegetazione del wadi aggrappato al tramonto
rosseggiante che si spegne all’orizzonte del mare. Mentre
scende tra i cespugli e i fiori che bordano i lati delle scale,
Rivlin riconosce in ogni gradino i segni peculiari che lo
contraddistinguono. Malgrado ricordi con felicità le corse dei
suoi figli lungo quelle scale, non prova rammarico per essersi
trasferito, perché gli ospiti che sedevano in salotto, e si
entusiasmavano per la vista della valle fiorita, ignoravano
quanto fossero anguste le camere da letto, perennemente
umide a causa della brezza marina.
Il cancelletto di ferro in cima alla scalinata, difesa simbolica
di una casa facilmente violabile, è ora spalancato, e non
sembra che i nuovi inquilini temano che qualcuno possa
oltrepassarlo, sgattaiolare attraverso il minuscolo riquadro del
giardino, sorprendere chi se ne sta tranquillamente seduto in
terrazzo o sbirciare dalle finestre delle camere da letto. Rivlin
si ferma davanti alla vecchia porta d’ingresso, ma il
campanello sul quale risalta ancora il cognome sbiadito della
sua famiglia – chissà perché – non squilla. La sua mansione è
stata affidata a un grosso sonaglio in rame acquistato anni
prima da Rivlin stesso al mercato del Cairo e appeso con
orgoglio all’ingresso. Con gli anni la sua lucentezza si era
appannata, cosí come la speranza di pace con l’Egitto, e il
sonaglio era stato ingoiato e dimenticato nell’intrico dei
rampicanti che crescevano aggressivi sui muri della casa. Ma
ora è stato redento dai nuovi inquilini, e nonostante sia
ricoperto da una patina verde, emette lo stesso suono
gradevole che Ofer, da bambino, non era mai sazio di
ascoltare.
La giovane padrona di casa, che Rivlin ha incontrato solo al
momento della firma del contratto presso il notaio, riconosce
subito il professore e lo aggredisce: – Oh, finalmente,
pensavamo già di restituire il pacco alla posta –. Non lo invita
a entrare, lo lascia sbigottito e offeso sulla soglia della sua
vecchia casa, e Rivlin lancia un’occhiata cauta per controllare
se fra le pareti sia rimasto un segno della sua presenza da
portare via con il pacco. Ma il padrone di casa, sbucato ben
presto da una delle camere, si mostra piú affabile
dell’attraente consorte ed è ansioso di mostrargli i
cambiamenti recati all’appartamento le cui pareti sono state
abbattute, demolite e ricostruite. Riluttante, e senza alcuna
particolare curiosità, Rivlin acconsente a essere condotto, con
due bambini piccoli alle calcagna, a verificare la mutata
disposizione dei locali: la camera da letto dei bambini ha
preso il posto di quella dei genitori, ed è stata anche ricavata
una stanzetta minuscola, quasi una cella monacale, per chi
voglia appartarsi a guardare la grossa televisione. È chiaro che
per il nuovo padrone di casa è importante convincere il
precedente di aver preso delle decisioni oculate e persino
sagaci, come l’idea di aprire una finestrella nelle profondità
dell’armadio a muro per impedire la formazione della muffa e
permettere una visione inattesa del terrazzo, sul quale la
padrona di casa, rinunciando con facilità all’ospite, è tornata
a chiacchierare con una giovane donna ancora piú bella di lei.
Rivlin si sente cogliere dalla nostalgia alla vista del
panorama del wadi profondo, e prima che l’energico padrone
di casa decida di ristrutturare anche quello, sfrutta il suo
diritto naturale di ex proprietario e avanza verso il terrazzo,
scende in giardino e senza aprir bocca, con le spalle rivolte
alle due giovani donne, abbraccia di nuovo con lo sguardo i
pendii del monte e lo squarcio di mare vermiglio su cui una
nave illuminata avanza con lentezza regale.
– Almeno qui la vecchia bellezza si è mantenuta inalterata…
– mormora il professore.
– Almeno qui? – si inalbera la padrona di casa.
Ma Rivlin la ignora e si rivolge solo all’ospite anonima,
bellissima.
– Quando mia madre veniva da Gerusalemme e sedeva dove
lei sta adesso, amava ripetere: bravi, ragazzi, vi siete creati un
piccolo paradiso. Ma cosa succederà se dovesse spuntare una
piccola belva?
– Sua madre farneticava, – ridacchia la padrona di casa con
un tono incomprensibilmente ostile, come se Rivlin avesse
lasciato in quella casa antiche colpe.
– Perché dice cosí? – il professore difende con serenità la
madre. – Se sapesse quanti scorpioni ho schiacciato qui e
quanti serpenti ho inseguito oltre il recinto. Quando farà
molto caldo, e i cani del vicinato cominceranno ad abbaiare
in modo isterico verso le dieci di sera, sappiate che sarà l’ora
della passeggiata di un caro vicino: un cinghiale gigantesco
che vive qua sotto…
L’ospite, silenziosa fino a quel momento, si tira i capelli
ramati dietro le orecchie, scopre un collo da cigno, e sul bel
viso aleggia uno sguardo curioso, malizioso.
– Scorpioni e serpenti a parte, non le dispiace di aver
venduto la casa ora che rivede questa valle stupenda?
– Perché dovrei? – Rivlin si emoziona alla domanda della
bella donna. – Sono arrivato a un’età in cui è meglio essere
piú vicini al cielo che alla terra. Anche la bellezza, persino
quando è selvaggia e naturale come in questa valle, non può
compensare le comodità. Ci siamo trasferiti in un
appartamento ampio e confortevole al quinto piano, abbiamo
un ascensore e una vista discreta. Se c’è qualcosa di cui sono
pentito è di avere preteso un prezzo troppo basso per questo
appartamento…
– E io che pensavo che alla sua età ci si dovesse invece
avvicinare alla terra, – la padrona di casa non abbandona
l’atteggiamento ostile e indica il pezzetto di terra dietro la
cucina. Il marito, disorientato dall’astio della moglie, pensa di
dover mascherare l’intenzione di quelle parole e mormora
qualcosa a proposito del lavoro di giardinaggio, adatto alla
vecchiaia.
– Quel minuscolo giardino? – Rivlin, profondamente offeso,
punta il dito verso l’albero di limoni e le due siepi che aveva
piantato con le sue mani dietro il piccolo recinto. – No,
grazie. Quando ripenso a come correvo a chiudere dieci
finestre e cinque porte tutte le volte che uscivamo di casa,
persino per qualche ora, svanisce ogni nostalgia, non solo per
il giardino ma anche per il mare.
– Ma di cosa aveva paura? – continua a deriderlo la padrona
di casa. – Delle farneticazioni di sua madre?
– Perché farneticazioni? – Rivlin le punta addosso lo
sguardo. – Solo chi ha vissuto qui per trent’anni sa quanto sia
facile penetrare in questa casa, da qualsiasi angolo e a
qualsiasi ora. Persino adesso, mentre chiacchieriamo
tranquillamente, forse qualcuno si sta intrufolando nella
camera dei bambini per rubare qualcosa di prezioso…
Risentito, strappa dalle mani del padrone di casa il pacchetto
che tra poco, visto il nome del mittente, finirà nella
spazzatura, e senza un’altra parola si dirige verso l’uscita. Ma
il padrone di casa, impietosito, lo trascina in un piccolo
bagno per mostrargli che ecco, proprio lí, sono stati preservati
con piacere e con amore il vecchio stile e il vecchio gusto. Il
pavimento è lo stesso, e cosí il lavabo, i rubinetti, la tazza del
water e le piastrelle verdognole a pois.
3.
Il nuovo appartamento, rialzato in effetti da terra ma non
per questo molto piú vicino al cielo, è ora illuminato da mille
luci perché l’ufficiale dell’Intelligence, sbucato dalle viscere
della montagna per una breve licenza, seguendo l’esempio
della madre, si guarda bene dallo spegnere una luce dopo
averla accesa. È già in abiti civili, lavato, sbarbato e persino
pettinato, in procinto di recarsi a vedere un film dell’orrore in
centro. Vaga ancora però inquieto da una stanza all’altra,
cercando di ricordare qualcosa, e nel frattempo chiede al
padre, con delicatezza, di controllare se ha avviato la lavatrice.
Solo un istante prima di uscire, già vicino alla porta, ricorda
di riferire della telefonata di un impiegato di un’ambasciata
secondo la quale il giudice sarà di ritorno da Vienna domani
sera e non fra due giorni. Sarà quindi necessario andare a
prenderla all’aeroporto.
– La mamma torna già domani? Ne sei sicuro? Cerca di
ricordare bene, perché non voglio fare un viaggio a vuoto.
Il ragazzo sprofonda in una riflessione assorta e poi
conclude: – Sí, domani. Sono sicurissimo, papà –. Dopodiché
sparisce.
La felicità sincera di Rivlin per il ritorno della donna che
irradierà verso di lui calore e bontà è stemperata da un
pizzico di delusione per il periodo di solitudine abbreviato.
Domani sera sarà costretto a dire addio alla sua
indipendenza, passando a un lavoro di coppia a tempo pieno
in cui dovrà mostrarsi responsabile e accorto, badare a non
lasciarsi sfuggire di bocca qualche parola inopportuna, essere
pronto a completare una frase interrotta, a condividere una
sensazione casuale, o nascosta, e anche a trovare le parole per
esprimerla. Prima o poi dovrà confessare la sua avventura nei
territori dell’Autonomia palestinese e spiegare perché uno
studioso rispettabile e posato deve, di tanto in tanto, «lasciarsi
andare» alla materia dei suoi studi. Forse, se Haghit non
tornerà troppo stanca, lui cercherà di sottoporre al suo
sguardo non professionale ma acuto le «scintille» raccolte tra
la Galilea e la Samaria, per verificare se hanno qualche valore.
Prima, però, sarà costretto a interessarsi di ciò che la moglie
può rivelare del suo viaggio per scoprire, al di là delle
lamentele per lo strapazzo e la stanchezza, anche attimi di
piacere, piccole gioie e occasioni inattese di libertà, nascoste
tra le pieghe dei doveri.
In cuor suo Rivlin comincia a contare le ore rimaste fino al
ritorno di Haghit, e il pensiero gradevole del suo bacio e del
sorriso nei suoi occhi già offusca i piccoli vantaggi della
solitudine. Prende a riordinare la casa: raccatta gli slip di
Zahy rimasti sul pavimento del bagno, raccoglie le stoviglie
sporche e spegne una dopo l’altra le luci accese con generosità
dal figlio persino nello studio, dalla cui ampia finestra vede
ora sbigottito, al di là della via, non il fantasma di sua madre,
ma un uomo grande e robusto, vestito di nero e appoggiato
alla ringhiera, che lancia uno sguardo soddisfatto al grosso e
rumoroso camion tritarifiuti giú in strada.
È un parente? Un ospite? Finora Rivlin non ha mai visto su
quel balcone nessun altro che la donna. È possibile che nel
giorno da lui trascorso in mezzo agli arabi lei sia passata a
miglior vita? Oppure si sia ritirata in un ricovero per anziani e
quello sia l’acquirente, o l’inquilino, dell’appartamento
rimasto libero? Rivlin spegne la luce per poter continuare a
seguire le mosse dell’individuo con il favore del buio. A
differenza della vecchia, che rivolge i suoi sguardi sempre
verso il basso, l’uomo in nero non esita a sollevare gli occhi
anche verso l’alto. Ma ecco che il fantasma in persona,
agghindata in onore dell’ospite, sbuca dall’appartamento con
passo pesante, pronta a incrociare lo sguardo del netturbino
magro che precede il camion correndo da un bidone all’altro.
Il netturbino, consapevole di cosa lo aspetta accanto a quella
casa, non riesce a non sollevare uno sguardo irritato – e
ipnotizzato – in direzione della donna arcigna del terzo piano
che getta verso di lui un sacchetto di spazzatura con slancio
ed entusiasmo.
L’ospite accanto a lei, anche se è divertito della birichinata
della vecchia, la rimprovera. Ma il fantasma, fedele
all’originale, non si lascia impressionare da nessuno. Accende
un’altra lampadina sul balcone e sul suo viso, simile a quello
di un’antica mummia imbellettata, è possibile cogliere,
persino al di là della via, un sorriso maligno mentre stende
una tovaglia sul piccolo tavolo.
Chi è quell’uomo? si inquieta Rivlin. Un parente o un
visitatore casuale? A quell’ora le tapparelle dell’appartamento
della donna sono immancabilmente abbassate e non lasciano
filtrare nemmeno un filo di luce. Ora invece tutte le luci sono
accese e sul balcone viene avviata una partita a carte. Una
strana invidia si mescola allo stupore dell’osservatore, che
non ha mai avuto occasione di giocare a carte con sua madre.
Dopo la vedovanza, Rivlin aveva cercato di convincere la
madre a trasferirsi da Gerusalemme in un appartamento
vicino al loro, simile a quello del fantasma, per non essere
costretto a sobbarcarsi viaggi lunghi e faticosi come durante
l’estenuante malattia di suo padre. La donna, però, si era
rifiutata di muoversi. Non ci pensava affatto a lasciare il
centro della capitale, il cuore degli eventi, per trasferirsi in
una provincia lontana, nemmeno se lassú viveva suo figlio
con la famiglia. Dalla finestra della cucina aveva assistito, alla
vigilia della proclamazione di Israele, all’assassinio di due
soldati britannici, lasciati a lungo a sanguinare sul selciato. E
non dimenticava che dopo il riconoscimento dello stato da
parte delle Nazioni Unite, nella via vicina alla sua erano
esplose tre autobombe, e anche nelle pareti di casa si erano
aperte delle crepe. E durante i giorni dell’assedio di
Gerusalemme, trascorsi nel rifugio, un proiettile di mortaio
era caduto nell’atrio del palazzo. Com’era possibile tradire
una casa nella quale, e intorno alla quale, si erano verificati gli
avvenimenti piú drammatici del giovane stato? E dalla cui
finestra della cucina si vedeva in tutto il suo splendore la
vecchia sede del sindacato dove, a parere dell’anziana donna,
venivano ancora prese decisioni importanti? No, non ci fu
verso di convincerla a rinunciare al suo «punto di
osservazione» umano e politico per sostituirlo con la semplice
vista del mare, o di un monte.
Dopo essersi rotta il bacino in seguito a una caduta, però, la
signora Rivlin fu costretta su una sedia a rotelle e a quel punto
non ebbe scelta. Il figlio ricorda il languido compiacimento
con cui vide arrivare l’ambulanza da Gerusalemme alla casa
di riposo, e quando un’infermiera spinse la barella con sua
madre nella nuova camera lui l’aiutò persino a metterla a
letto. Nel momento in cui aprí la valigia per sistemarle i
vestiti nell’armadio pensò: ecco, finalmente l’ho in pugno. Lei
è qui, vicino a casa mia. Non saremo piú costretti ad andare
avanti e indietro da Gerusalemme per prenderci cura di lei.
Ora forse riusciremo a farla contenta.
Ma anche immobilizzata su una sedia a rotelle sua madre
pretese di avere un controllo assoluto. «Prenditi pure cura di
me ma non cercare di controllarmi, – non faceva che ripetere.
– Lascia che sia io a decidere di cosa ho bisogno». E cosí,
semiparalizzata, cominciò a esercitare, come aveva previsto la
sorella di Rivlin, un dispotismo senza speranza, e per questo
ancora piú raffinato, al punto che per due volte fu necessario
trasferirla in altri istituti. Sulle prime sostenne che Rivlin
stava dilapidando i suoi averi e pretese le ricevute di ogni
spesa; poi cominciò a esigere che lui la informasse in anticipo
delle sue visite, per non disturbarla mentre lei era occupata.
Occupata a fare che? sogghignava Rivlin con una perplessità
che veniva immediatamente rintuzzata. «Tu non sai, non
capisci e non c’è bisogno che tu capisca. Perché? Trovi cosí
difficile informarmi delle tue visite, in modo che io possa
prepararmi?»
Quando viveva a Gerusalemme non faceva che lamentarsi
che il figlio la andava a trovare molto raramente. Ora che era
lí, vicino a lui, aveva cominciato a tenerlo a distanza, temendo
che potesse sfruttare la paralisi che l’aveva colpita per
intromettersi nelle sue faccende. Ma quando Rivlin tornava la
sera dall’università, non resisteva a fare una deviazione fino
alla casa di riposo. Entrava nel bel giardino e trovava la madre
assopita sulla sedia a rotelle, all’ombra di un albero frondoso,
lontana dagli altri ospiti per i quali non aveva molta pazienza.
Calpestando con cautela i carrubi scuri sparsi intorno, le
sgattaiolava di soppiatto alle spalle, osservava la sua nuca
china, la sottile treccia rossastra, e ricordava lo studente
russo, tremante di paura e di emozione, dietro la vecchia
usuraia ritta accanto alla finestra nel crepuscolo di San
Pietroburgo, intenta a sciogliere il pegno fasullo, da lui
avvolto e legato di proposito in modo strano per distrarla
prima che lui le lasciasse cadere la mannaia sul collo. Rivlin
tremava, tendeva una mano leggera e toccava la nuca della
madre. Lei però non trasaliva. Girava la testa e sibilava
inviperita: «Te l’ho detto mille volte di non venire senza
avvisare prima. Avvertimi in anticipo».
Quando fu costretto a trasferirla in un altro istituto, dopo
litigi e dissapori con lo staff medico, un’infermiera si sfogò
con lui: «Mi creda, professore, sua madre è una donna fuori
dal comune. Non ho mai conosciuto una persona simile.
Com’è riuscito a venir fuori normale?» E lui, abbassando la
testa, aveva sorriso: «Non ci sono riuscito, non vede?»
Ma anche nella sua nuova casa di riposo la donna non
resistette a lungo. La perdita del «punto di osservazione» di
Gerusalemme continuò ad amareggiarla. Spargeva intorno a
sé il suo veleno con un’intensità tale che nel suo ultimo mese
di vita, senza che avesse una malattia precisa, cominciarono a
trasferirla da un reparto geriatrico all’altro degli ospedali della
città. Talvolta, andando a farle visita, Rivlin trovava il letto
della madre vuoto, ma quando correva dalle infermiere in
preda all’agitazione e all’emozione, quelle gli spiegavano che
il computer aveva scoperto che il periodo di degenza della
donna era terminato. Il software sofisticato era però riuscito a
rintracciare per lei un letto libero in un altro ospedale, e aveva
persino chiamato un’ambulanza per trasferirla laggiú. E cosí,
grazie a quel computer del servizio sanitario che conosceva a
perfezione lei, le sue malattie, ma soprattutto i suoi diritti e
doveri, alla fine dei suoi giorni la signora Rivlin aveva
cominciato a vagare con strabiliante leggerezza tra gli
ospedali, e quando il figlio ricordava l’estenuante quantità di
moduli che doveva riempire anni prima per ogni analisi di
suo padre, gli sembrava che lo stato ebraico avesse compiuto
degli enormi progressi in efficienza.
Ma anche dopo aver perso tutte le cianfrusaglie di cui amava
circondarsi, quando il computer dell’ospedale divenne per
Rivlin una sorta di fratello minore, solerte e pragmatico, in
grado di chiamare da solo un’ambulanza o di pagare le
parcelle, sua madre non si fece piú malleabile o paziente.
Anche negli ospedali, accanto alle grandi finestre, alla vana
ricerca del «punto di osservazione» perduto di Gerusalemme,
continuò a lamentarsi di tutti e in primo luogo di lui. Persino
tre ore prima di esalare l’ultimo respiro fece in tempo a
minacciarlo che se non l’avesse riportata a Gerusalemme lo
avrebbe diseredato degli scarsi averi che le erano rimasti.
Dopo la sua morte Rivlin la ricondusse a Gerusalemme.
Haghit chiese se non era il caso di far tornare Ofer da Parigi
per il funerale, perché il figlio domandava spesso della nonna,
come se avesse instaurato un rapporto segreto e particolare
con lei durante le settimane trascorse a casa sua dopo la
separazione da Galia. Ma la sorella di Rivlin, Raya, insistette
per non rimandare le esequie, pensando forse che la morta
potesse resuscitare nel corso di un’attesa prolungata. Rivlin
disse: – Perché disturbare Ofer a metà anno scolastico? Ora
che mia madre non c’è piú potremo andare all’estero senza
sensi di colpa, e non solo per dei viaggi brevi. Passati i trenta
giorni di lutto andremo in Europa e racconteremo a Ofer di
lei –. E infatti, quando il ragazzo andò ad accogliere i genitori
all’aeroporto, chiese subito della nonna, ascoltando con il viso
teso e domandando con aria apparentemente distratta e una
certa titubanza se lei avesse raccontato, o meglio, rivelato, il
motivo del fallimento del suo matrimonio. – La nonna sapeva
cos’è successo? – si sbalordí Rivlin. – A lei eri disposto a
rivelare quello che hai tenuto nascosto a noi? – Il
comportamento del figlio lo ferí e lo offese, ma la madre
morta, circondata dall’aura del segreto del figlio, d’un tratto
parve acquistare maggior valore ai suoi occhi. – Allora? –
insistette Ofer. – Non è possibile che non vi abbia detto nulla.
– Ci ha chiesto solo di essere piú pazienti con te, – disse
Haghit, ormai rassegnata a non conoscere la verità. – Non
faceva che ripeterlo.
– Di essere piú pazienti con me? – si sorprese il ragazzo,
compiaciuto.
Un poco alla volta la sua tensione svaní, e contrariamente
all’atteggiamento di rigida segretezza che era solito assumere
dopo il divorzio, si mostrò molto paziente con i genitori
durante i tre giorni del loro soggiorno e fece visitare loro la
«sua» Parigi. Per prima cosa li condusse all’Accademia di
cucina nei pressi di Montparnasse e mostrò loro le ampie aule
e le cucine. Quindi li presentò agli architetti ebrei dai quali
lavorava come stagista non retribuito. Rivlin non ci teneva a
visitare anche la mansarda dove viveva il figlio, per timore di
trovarvi una confusione e un disordine che lo avrebbero
addolorato. Ma Ofer insistette, e i genitori videro con gioia
che l’appartamentino era accogliente e anche piuttosto
ordinato. Poi la sera, prima di andare tutti a un concerto in
una chiesa, il ragazzo li condusse alla sede dell’Agenzia
ebraica, dove quella notte era di turno il secondo guardiano:
un anziano scultore israeliano, padre di famiglia, emigrato
anni prima a Parigi, che rimpinguava le entrate con quel
lavoro di vigilanza durante il quale intagliava sculture in
legno. E mentre Ofer saliva con la madre ai piani superiori
per farle ammirare la bellezza degli interni di quell’edificio
antico, Rivlin si rivolse al robusto scultore che continuava a
lisciare i seni scuri e pieni della donna a cui lavorava, e con
aria indifferente si interessò a come avrebbero potuto
difendersi i guardiani nel malaugurato caso di un attacco. Lo
scultore allora lasciò in pace i seni della donna, si chinò verso
un cassetto, e senza dire una parola gli mostrò una pistola
pesante e antiquata che non risvegliò nel padre alcun senso di
sicurezza, ma piuttosto una terribile ansia.
4.
Il giorno dopo, sulla strada per l’aeroporto, Rivlin non riesce
a non ripensare alle parole di Fuad. «Voi ebrei non fate che
arrivare e partire. Finirete per ammalarvi». Ma Rivlin non va
da nessuna parte, si limita ad accompagnare e a ricevere gli
altri. Malgrado questa volta abbia intenzione di arrivare in
anticipo, perché Haghit non cerchi di tornare a casa con le
proprie forze, viene bloccato da una lunga conversazione
telefonica con Akry, che insiste per illustrare al collega il
programma di lavoro e le nomine del prossimo anno. Sulle
prime Rivlin pensa che il capo del dipartimento sia davvero
interessato ai suoi consigli, ma ben presto capisce che l’astuto
osservante vuole solo ottenere il suo appoggio per decisioni
che ha già preso da solo. Questo è il metodo che Akry adotta
anche con altri insegnanti, e quindi non c’è da stupirsi che
sotto la sua direzione le riunioni del dipartimento, che nel
periodo di Rivlin si trasformavano talvolta in prolungati
simposi, si siano molto abbreviate.
– Non c’è che dire, Efraym, sei un politico coi fiocchi, – il
professore non resiste a punzecchiare di nuovo il collega. –
Non è un peccato sprecare il tuo talento in un dipartimento
piccolo come il nostro? – Non ho un’altra facoltà, – esclama
Akry con tono di scusa e di querimonia. Poi lo informa che
gli fornirà un resoconto della loro conversazione telefonica.
Ora Rivlin prova un senso di ripugnanza per la piccineria
dell’erede che ha nominato e decide di sorprenderlo con il
racconto della visita a Samaher in Galilea. Akry non solo è
sorpreso, ma è addirittura inorridito dal racconto. – Hai
permesso che ti lasciassero solo nella camera da letto di
un’araba malata? – lo rimprovera, suggerendogli di fare piú
attenzione in futuro. Un atteggiamento di apertura nei
confronti degli arabi è una cosa positiva, e persino necessaria,
ma un’intimità eccessiva è assolutamente fuori luogo e
finirebbe inevitabilmente per creare degli equivoci.
Rivlin ha fretta di andare all’aeroporto e non ha voglia di
discutere con nessuno. Mentre si cambia la camicia viene
però di nuovo bloccato da una telefonata, questa volta da
parte di una tenace venditrice che chiede di parlare «solo ed
esclusivamente con la signora». Rivlin insiste per sapere di
cosa si tratta e la donna gli spiega che vuole sottoporre
all’attenzione della padrona di casa un aspirapolvere dalle
qualità fantastiche, impossibile da trovare nei negozi e che
viene proposto direttamente a clienti selezionati. Nonostante
non abbia tempo da perdere il professore non resiste – in
nome della rivoluzione femminista – dal riprendere la
telefonista per avere chiesto di parlare «solo con la padrona di
casa». Al giorno d’oggi ci sono molti uomini, come lui per
esempio, che usano l’aspirapolvere molto piú delle mogli. –
Allora ancora meglio, – nitrisce la donna, – perché no? –
Parlerà con lui del nuovo utensile. Si chiama Kirby e aspira
tutto ciò che si può immaginare. – Grazie, – risponde Rivlin,
– ora però vado di fretta, e inoltre il mio aspirapolvere svolge
il suo ruolo fedelmente e non ha bisogno di alcun sostituto o
erede. – Ma aspetti un secondo, – la voce femminile gli si
aggrappa con tutte le sue forze, – aspetti, signore, ascolti,
dopotutto non è richiesto nessun impegno da parte sua. Io sto
parlando di un nuovo concetto di pulizia. Di un aspirapolvere
che viene definito con questo termine solo a causa della
povertà della lingua. In realtà si tratta di una rivoluzione per
la quale vale la pena che lei chiami sua moglie. – Ma mia
moglie non c’è, – conclude Rivlin con un singolare tono di
vittoria, – è questo il punto, sto per andare a prenderla
all’aeroporto. – Allora bentornata, – esclama la donna senza
perdere per un istante la sua determinazione. – Che atterri
sana e salva e si riposi dal viaggio e dopodomani, giovedí, vi
daremo una dimostrazione, senza nessun impegno da parte
vostra, del nuovo elettrodomestico. Facciamo alle otto di
sera?
– Solo al telefono però, – l’avvisa Rivlin mentre scaraventa
giú il ricevitore e ripete: – Solo al telefono.
Nella nuova sala degli arrivi dell’aeroporto, fra i trilli dei
cellulari che precedono l’uscita dei passeggeri, avvolto
dall’odore di caffè bruciato che riempie la sala, il professore è
in piedi accanto alla fontana che con il suo gorgoglio allieta
l’attesa di chi è giunto ad accogliere i viaggiatori. La loro
immagine soddisfatta viene proiettata per qualche secondo su
un gigantesco schermo televisivo all’uscita della dogana, e
Rivlin torna a ripetere a se stesso che lí si trova il fulcro
autentico della sessualità dello stato ebraico. Il cuore forse
soffre a Gerusalemme, il cervello si affina, o si diverte a Tel
Aviv, ma il fulcro erotico degli israeliani si trova lí, nella
frenesia delle partenze e forse anche degli arrivi, e solo un
arabo all’antica come Fuad può vedervi un focolaio di
malessere e non di fratellanza. Come quella ostentata per
esempio da un uomo alto che gli si avvicina per annunciargli
che sua moglie sta arrivando.
Rivlin si domanda se quello sconosciuto, che ha già deposto
con delicatezza la valigia accanto a lui, sia il difensore o il
pubblico ministero del misterioso processo presieduto dalla
moglie, e a quel punto nota, nei pochi secondi in cui
l’immagine di Haghit viene proiettata sullo schermo, che
qualcosa di nuovo la impensierisce. E mentre si precipita
verso di lei per liberarla del bagaglio, cerca di chiarire, prima
che entrambi si uniscano all’uomo che li attende con
pazienza, di cosa si tratta. Lei gli passa una mano intorno alle
spalle in segno di ringraziamento per la sua sensibilità e fa in
tempo a sussurrargli: – Non ora. Ci sono delle divergenze di
vedute tra i giudici e io probabilmente rimarrò in minoranza.
Ma non parliamone ora. Rimandiamo a piú tardi. Ti sono
mancata? Tu mi sei mancato terribilmente. Non abbiamo
scelta. Quello è il viceprocuratore distrettuale e verrà con noi
fino a Haifa. Non fargli domande. Mostrati solo gentile.
Gli altri due giudici, suoi colleghi, sono rimasti per un’altra
notte a Vienna nella speranza di concludere il viaggio con una
bella opera lirica. Il difensore frustrato ha fatto un salto in
Germania per degli affari privati e solo Haghit è tornata in
patria con il pubblico ministero: un funzionario statale che si
è già accomodato sul sedile posteriore dell’automobile,
soddisfatto di sé e dei risultati del viaggio organizzato per
provare la colpevolezza dell’imputato misterioso, presunta
spia, da lui perseguito da tempo. Essendo tuttavia
consapevole dello scetticismo di Haghit nei confronti di
quella testimonianza incriminante, non parla del viaggio
appena concluso, ma chiacchiera del piú e del meno
raccontando con cinismo sgradevole dell’apertura di una
mostra di quadri del giudice Granot, un magistrato della
Corte Suprema rimasto paralizzato in seguito a un ictus sei
anni prima e pittore da due anni a questa parte.
– Granot ha inaugurato una nuova mostra? – Haghit si
rivolge al marito con profondo disappunto. – Come mai non
l’ho saputo? Perché non mi hai mostrato l’invito? Sai quanto
sia importante per me che lui sappia che non l’ho
dimenticato...
– Ma perché pensi che io abbia visto l’invito? Di sicuro ti è
arrivato in ufficio e non ci hai fatto caso...
Rivlin sta attento a non lasciarsi sfuggire davanti a un
estraneo il proprio malumore per il disordine cronico nei
cassetti della moglie, dovuto alla sua incapacità di cestinare
qualsiasi pezzo di carta.
– Se la mostra è ancora aperta cercheremo di andarci
domani, – si tranquillizza Haghit, sprofondando in un
silenzio assonnato. Il suo viso è grigio e stanco nella luce
giallastra, e anche Rivlin tace rendendosi conto che il
pubblico ministero, seduto dietro, lo scruta con attenzione,
come se si preparasse a una requisitoria pure contro di lui.
Arrivati a casa, mentre Haghit si toglie le scarpe e si distende
come al solito sul letto per smaltire le impressioni del viaggio,
Rivlin rovescia al suo fianco il contenuto della valigia, la
richiude e la ripone sotto il letto. Poi appende gli abiti della
moglie e cosí facendo domanda chi ha fatto un viaggio a sbafo
e chi ha adempiuto al proprio dovere. Infine svuota il
sacchetto della biancheria sporca nella cesta del bucato e
porta il beauty-case in bagno.
– Il beauty-case però te lo sistemi tu, – dice con tono
incomprensibilmente irritato.
– Certo...
– E adesso chi comincia a raccontare? Tu o io?
– Io non ho molto da dire. Siamo andati davvero in un posto
sperduto e primitivo ad ascoltare le farneticazioni di uno
psicopatico, oppure una testimonianza molto ben
congegnata. Non so se sia stata la procura, o il Mossad, a
decidere di volerci suggestionare, o se siano tanto ingenui da
credere di avere scoperto una testimonianza autentica.
– E cosa dicono gli altri?
– Gli altri non la pensano come me, quindi ci sarà un
dibattito. Persino acceso. Ora che quei due sono a teatro,
mescoleranno le farneticazioni della testimonianza con le
suggestioni dell’opera e le salderanno in una realtà assoluta.
Non che l’imputato sia uno stinco di santo e non abbia
scheletri nell’armadio, ma come si può infliggergli una
condanna a quindici anni senza prove concrete?
– Quindici anni? – si accalora il marito.
– È possibile. Si tratta di un’accusa di tradimento.
– Che tradimento?
– Lascia perdere. Che ti posso dire? Lascia stare. Sono stufa
di questo processo, mi dispiace solo per Granot, che crederà
che persino io l’abbia tradito.
– Non esagerare. Nella situazione in cui si trova, tu sei
l’ultima delle sue preoccupazioni.
– Invece proprio nella sua situazione si tende a ingigantire le
cose. Quando non si riesce a tirar fuori una parola di bocca
ma solo a pensare, ogni bruscolino diventa una montagna. E
io so di essere importante per lui. Non abbiamo scelta.
Domani o dopo andremo a vedere se la mostra è aperta e
compreremo un quadro.
– Un quadro di Granot? E perché mai?
– Ha bisogno di soldi. Perché credi che faccia le mostre? Sua
moglie non ha mai lavorato, non ha altre entrate, e con la
pensione, persino quella di giudice di Corte Suprema, è
difficilissimo mantenere una persona paralizzata.
– Ci penseremo.
– Non ci penseremo. Visiteremo la mostra e compreremo
un quadro. E tu? Hai fatto progressi nel lavoro mentre ti
lasciavo tranquillo?
– Solo mentali, non nella stesura della ricerca. Te la senti di
ascoltare una storia strana?
– Certo.
Rivlin prende a passeggiare intorno al letto, sempre piú
emozionato, descrivendo il viaggio diurno e notturno presso
gli arabi da entrambi i lati del confine. E Haghit, coricata con
le palpebre semichiuse, ascolta come al solito ogni parola del
marito, ma non sembra molto colpita dalla sua avventura.
– Ti lascio solo per due o tre giorni e tu dài fuori di testa.
– Un po’... – Rivlin sorride con un leggero sollievo.
– Almeno ti sei divertito?
– Divertito? – Il professore è commosso dalla reazione della
moglie. – Non proprio. Però è come se d’un tratto si fosse
accesa in me una scintilla.
5.
Rivlin si toglie gli occhiali e si sdraia accanto a Haghit nella
debole speranza di fare l’amore; non perché si senta eccitato
ma perché è passato molto tempo dall’ultima volta che
l’hanno fatto e non vuole che il loro slancio sessuale si
affievolisca. Haghit, però, sorride con stanchezza e nemmeno
tocca il marito. La rinuncia non è troppo difficile neppure per
lui, comunque costringe la moglie a giustificare il suo rifiuto.
Poi accendono la televisione. Rivlin si addormenta e si
risveglia a mezzanotte passata per scoprire che accanto a lui il
letto è vuoto. Si alza a cercare la moglie e la trova alla
scrivania, intenta a formulare i primi capoversi di un verdetto
di minoranza.
– Hai perso la speranza di convincere almeno un altro
giudice?
Lei annuisce con tristezza, poiché le è sempre difficile vedere
respinta la sua opinione e questa volta le motivazioni
resteranno segrete. Rivlin le accarezza la testa e lancia uno
sguardo al tavolino da gioco del balcone di fronte, dove sono
rimaste delle bottiglie vuote di birra dalla sera precedente.
– Si dà ai bagordi, il fantasma di mia madre, – ridacchia, e
racconta dell’uomo apparso all’improvviso e unitosi alla
partita a carte della vecchia.
– Sei geloso?
– Geloso? – Rivlin è sorpreso dalla perspicacia di Haghit. –
Sei impazzita? Però ho ripensato ai momenti difficili con mia
madre negli ultimi mesi prima che morisse. Non c’è stata
nessuna riconciliazione, né gioia...
– Quando invece proprio prima della sua morte hai cercato
di essere un bravo figlio, – sospira Haghit. – È cosí triste
quando gli anziani ce l’hanno con te fino alla fine. Per questo
mi dispiace che Granot pensi che persino io l’abbia tradito.
– Stai esagerando.
– No. Lo conosco. Lui è un vero gentiluomo ed è sensibile a
ogni dettaglio. Come ho potuto non vedere l’invito?
– Il fatto è che c’è sempre una grande confusione nei tuoi
cassetti. Se lasciassi che la tua dattilografa facesse un po’ di
ordine...
– Non è compito suo.
– Però lei ti vuole bene, sarebbe felice di aiutarti.
– Può darsi, ma non è compito suo riordinare i miei cassetti.
Magari sabato faremo un salto insieme in ufficio e tu mi
aiuterai a sistemarli.
6.
Quando entrano nel salone del centro di commemorazione
dei caduti, che serve anche da palestra agli invalidi di guerra,
sono gli unici visitatori, e la luce intensa non fa che
accentuare l’alienazione e lo squallore degli acquarelli e dei
piccoli dipinti a olio appesi fra attrezzi ginnici e spalliere. La
prima mostra, inattesa, di Granot era stata tenuta due anni
prima, quattro anni dopo il suo ritorno da Gerusalemme. Per
molti anni Granot era stato presidente del tribunale
distrettuale di Haifa, ma qualche mese dopo essere stato
nominato giudice della Corte Suprema era stato colpito da un
ictus mentre assisteva a un dibattimento ed era stato costretto
a tornare paralizzato nella sua città natale. Dopo un paio
d’anni di mutismo assoluto aveva cominciato a parlare agli
amici attraverso colori freschi e forme sorprendenti, e
all’apertura della sua prima mostra l’intera comunità forense
di Haifa si era presentata per ammirare le sue opere e
incoraggiarlo. Ma questa seconda rassegna è piú modesta,
come se le forze del pittore paraplegico si fossero esaurite. I
quadri sono piú piccoli, i colori lugubri e le forme astratte. E
se qua e là appaiono figure umane, queste sono deformi e
avviluppate in una sorta di edera verdognola.
Haghit cammina silenziosa nella sala, fermandosi a lungo di
fronte a ogni quadro, quasi racchiudesse un significato
profondo. Rivlin passa svogliatamente in rassegna i dipinti e
poi si avvicina al custode per domandare quante persone
siano venute all’inaugurazione. A quanto pare non molte.
L’uomo gli tende un foglio con i nomi dei quadri e i prezzi.
Rivlin scorre rapido l’elenco. I prezzi gli sembrano eccessivi
per il lavoro di un dilettante, per quanto ex giudice di Corte
Suprema. Secondo quale criterio sono stati stabiliti? si
domanda. Consapevole però che Haghit è determinata a
comperare un dipinto – sia per fare ammenda alla sua assenza
all’inaugurazione, sia per aiutare con discrezione il vecchio e
amato giudice, guida e mentore fin dall’inizio del suo
cammino professionale –, decide di premunirsi e di cercare
una tela decente e a buon mercato di cui «innamorarsi
perdutamente».
Haghit continua a camminare con deferenza sacrale da un
quadro all’altro, come se in quel modo rinnovasse un dialogo
con Granot, che aveva continuato a interpellare per chiedere
consigli anche dopo la sua nomina a giudice distrettuale.
Rivlin si ferma davanti a una piccola tela: il suo prezzo è fra i
piú bassi e i colori non sono particolarmente lugubri. È
punteggiata da figure sfocate e minuscole, forse piccoli cani
oppure sciacalli, che circondano l’ombra nera di una donna
sottile. «Questo non mi darà troppo fastidio, e magari un
giorno l’appenderemo nella camera di qualche nipote
giudizioso e dalla fervida immaginazione». Rivlin chiama
Haghit per annunciarle che se proprio sono costretti a
comperare un quadro allora quello, a suo avviso, è l’unico
accettabile. Tutti gli altri sono brutti e deprimenti.
– Questo? – si stupisce lei. – Quei poveri bambini trascinati
verso una voragine da un demone nero?
– Bambini? Che bambini? – Rivlin è sorpreso. – Sono piccoli
cani, o al massimo degli sciacalli. E dove vedi un demone
nero? Perché mai Granot dovrebbe disegnare demoni? È solo
una donna magra e scura che porta a passeggio dei cani.
Il giudice si leva gli occhiali e si avvicina al quadro. Il suo
sguardo è dolce e mesto.
– Be’, se è questo quello che vedi e ti piace davvero, allora lo
compriamo. Di sicuro ti sarai già informato del prezzo.
– Seicento shekel.
– Non è terribile. Magari ne compriamo un altro.
– No. Basta cosí. Ti ha dato di volta il cervello? Ti prego.
Anche questo è completamente inutile. Cos’è? Siamo
diventati un ente di beneficenza?
– Dài, non prendertela. Segna il numero e quando andremo
a trovare Granot lo ritireremo. Ha anche un nome questo
quadro?
Rivlin scorre il foglio.
– Sí. Si chiama Il piccolo ritorno.
A casa loro, accanto alla porta dell’ascensore, li attende un
uomo alto con una treccina nera. Per un istante Rivlin pensa
emozionato che si tratti del nuovo marito di Galia, venuto a
indagare sul primo matrimonio della moglie. Ma non è il
ragazzo dal viso di uccello che aveva proclamato con
sicurezza nel giardino della pensione che sapeva «tutto ciò
che è possibile sapere», bensí un rappresentante mandato per
una dimostrazione, «senza nessun impegno», di uno
strabiliante aspirapolvere ritto accanto a lui come un
cagnolino fedele.
– Ma ho detto esplicitamente alla vostra segretaria di
chiamarci solo al telefono... – protesta Rivlin.
Il viso dell’uomo con la treccina si affloscia. Allora c’è un
equivoco. Lui è venuto apposta da Tel Aviv perché era
convinto che fosse stato fissato un appuntamento. Con gesto
disperato spalanca le braccia chiedendo di non essere
mandato via a mani vuote. Cosa pretende in fondo? Solo
mezz’ora di silenzioso ascolto «senza nessun impegno». E poi,
se i signori dovessero decidere di acquistare
quell’elettrodomestico stupefacente, sarebbe un peccato
sprecare tempo perché il prezzo sale ogni giorno e le
disponibilità di magazzino si riducono.
– E le disponibilità si riducono... – Rivlin gli rifà il verso
accorgendosi che la moglie, impietosita dal rappresentante di
Tel Aviv, lo invita a entrare in casa.
L’uomo si rivela una persona educata, ma dotata di ferma
autorità. In primo luogo ribadisce la propria affidabilità
proclamando che nonostante la treccina bohémienne lui è
una persona posata e per anni è stato ufficiale della guardia di
frontiera. Poi racconta dello straordinario volume di vendite
dell’articolo, in Israele e oltreconfine. Persino una principessa
della casa reale giordana ne ha comprato uno da lui. Quindi
chiede alla padrona di casa il permesso di sistemare le
poltrone del salotto a mo’ di piccola platea perché i coniugi
Rivlin possano sistemarsi nella massima comodità mentre lui
si riserva un ampio spazio dove illustrare tutti i pregi
dell’elettrodomestico, definito «aspirapolvere» solo a causa
della povertà della lingua (e non solo quella ebraica), incapace
di trovargli una definizione piú appropriata. Quest’articolo,
infatti, è prodotto negli Stati Uniti con dei materiali utilizzati
dall’agenzia spaziale, per questo il suo colore è grigio
metallico, come quello dei missili intercontinentali. Sí, forse
la descrizione può apparire pretenziosa ma è la pura verità, e
lui possiede dei documenti che possono comprovare le sue
parole. Ecco, per esempio, il lungo tubo che convoglia la
polvere e lo sporco nel contenitore. Pur schiacciandolo,
torcendolo, strizzandolo con violenza e brutalità, come sta
facendo lui in questo momento, e con tutte le sue forze, la
flessibilità rimane inalterata e riprende la forma originale con
l’eleganza tranquilla di un materiale nobile e regale.
Rivlin è già spazientito e guarda con insofferenza la moglie,
immersa invece in una placida contemplazione.
– Dedicatemi solo mezz’ora, – ribadisce il rappresentante, –
senza nessun impegno da parte vostra. E quando vorrete, io
smetterò. La vostra casa è bella e ordinata ai vostri occhi, e
forse anche a quelli dei vostri ospiti, e pulita secondo ogni
ragionevole parametro. Ma questo Kirby non si accontenta
delle apparenze. Questo Kirby vuole la verità nascosta,
assoluta, come si addice ai padroni di questa casa. Scusatemi,
posso domandare di cosa vi occupate?
– Io insegno all’università, – mormora Rivlin ostile, –
mentre mia moglie è giudice... distrettuale...
Nonostante il rappresentante abbia avuto a che fare persino
con una principessa della casa reale giordana, si piega in un
lieve e rispettoso inchino e sfila lesto dalla valigetta una serie
di accessori di varia forma e dimensione che si incastrano
l’uno nell’altro con ingegnosità sofisticata ma agevole, cosí da
poter essere maneggiati anche dai comuni mortali. Il
vantaggio degli accessori consiste nell’essere pratici e nel
penetrare con facilità in punti inaccessibili, sconosciuti; siti
invisibili da cui aspirare il sudiciume dimenticato, a cui ci si è
rassegnati, e debellarlo: avanzi di cibo nascosti nelle pieghe
della poltrona o sotto il divano; foglie e insetti infilati negli
interstizi di porte finestre o appiccicati alle volte del soffitto,
tra i ganci delle tende; polvere insinuata nei libri, tra i
caratteri stampati, o aggrovigliatasi in disgustosi grumi
lanuginosi sotto i materassi.
Haghit guarda il marito.
Il rappresentante non solo illustra in teoria, ma dà anche
una dimostrazione pratica di ciò che sostiene. Inserisce ritagli
di stoffa sottile, rotondi, nuovi di zecca, all’interno
dell’utensile e lo mette in azione per qualche minuto
aspirando in punti che sembrano puliti e tirati a lucido.
Cambia i ritagli uno dopo l’altro e li dispone a ventaglio,
formando una gamma straordinaria di sfumature di grigio,
davanti ai piedi che si ritraggono dei padroni di casa, per dar
loro prova che il sudiciume camuffato da pulito ora viene
smascherato.
– Pensate a quello che succede quando i nipotini
trascorrono qui il sabato...
Rivlin si stringe alla moglie, ne percepisce il calore, sente la
vecchiaia che incombe.
L’uomo con la treccina riempie di acqua e di un liquido
profumato dei piccoli contenitori e spruzza il composto sui
divani tutt’intorno. Poi passa ad aspirare le tende, a lucidare il
parquet e infine esorta Rivlin e Haghit a salire in camera da
letto e a deporre senza esitazione il versatile e luccicante
apparecchio sul copriletto matrimoniale, a esercitare la
massima pressione e a passarlo avanti e indietro sul materasso
ondulato prima di sfilare di nuovo la stoffa sottile e mostrare
loro un campioncino di polvere biancastra e strana, quanto
resta di invisibili acari dei quali è giunto il momento per i
coniugi Rivlin di conoscere l’esistenza.
Rivlin lancia un’occhiata corrucciata alla moglie, in preda a
una malinconia poco chiara.
Ma quando il rappresentante la invita ad azionare
l’apparecchio, a smontare e rimontarne le parti per rendersi
conto di quanto sia maneggevole e semplice, Haghit sorride
con modestia e cede l’onore al marito. Sarà lui a competere
con i membri della casa reale giordana per provare di valere
quanto loro.
Il rappresentante non risparmia gli elogi per la rapidità con
cui il professore mostra di imparare...
– Perché non se lo prende come assistente? – propone
Haghit con pacata generosità.
Un’ora dopo, mentre l’ex ufficiale della guardia di frontiera
riordina l’attrezzatura e si prepara a lasciarli, Rivlin conclude
con amarezza:
– Va bene, abbiamo capito. Ci penseremo su e ci
consulteremo, ma sappia che lei mi ha reso molto triste
perché mi ha dato la prova che la mia casa, che ritenevo
pulita, in fondo è lurida, e perciò non avrò altra scelta che
sborsare un sacco di soldi e comprare il suo apparecchio che
alla fine, già lo so, non userò nemmeno.
– Ma se lo compra, perché non dovrebbe usarlo? – obietta il
rappresentante. E a giudicare dal suo sorriso sornione sembra
che non sia la prima volta che gli viene prospettata una tale
possibilità.
7.
Il mattino di un sabato tranquillo, all’ombra degli alberi del
monte Carmelo che circondano un appartamento modesto,
nella profondità di un salotto zeppo di libri che nessuno
ormai legge piú, un uomo paralizzato e muto, impettito e
sottile, se ne sta su una sedia a rotelle con un vecchio abito
blu e un papillon rosso al collo. Malgrado le cornee degli
occhi siano ingiallite e opache, l’azzurro delle iridi del giudice
Granot brilla ancora di emozione. Molti anni prima la sua
inquieta etica professionale aveva trasformato l’infatuazione
per Haghit, giovane stagista, in protezione paterna. Cosí,
anche dopo la nomina della donna a giudice distrettuale lui
aveva continuato a considerarsi un insegnante puntiglioso,
responsabile della condotta dei propri studenti.
Sui tavolini bassi fra il divano e le poltrone è già stato
preparato, secondo la migliore tradizione tedesca, tutto il
rinfresco: piattini con quadretti di cioccolato, ciotoline
d’argento colme di arachidi, salatini e biscottini e al centro, su
un piatto antico, una torta all’uvetta sultanina tagliata in
quattro fette uguali con panna fresca a parte. Tutto è palese e
chiaro, non ci saranno sorprese, rimane solo la libertà di
scegliere tra caffè e tè.
Haghit arrossisce, il cuore le si stringe alla vista del suo
maestro. E mentre gli accarezza la mano rattrappita e
paralizzata e gli posa sulle scarne ginocchia una scatola di
cioccolatini, sembra alla ricerca di un incoraggiamento
professionale che allevi in lei il disagio di trovarsi in
minoranza nel processo che sta per concludersi. Ma il muto
giudice in pensione, che alza verso di lei il viso con grande
trasporto, muove le labbra con dolore, senza voce, come a
dire: ora, cara, sei sola. Non c’è nulla da ascoltare, devi solo
ricordare. Qui non verrà detto piú nulla.
La moglie del giudice, una yemenita minuta e distinta, è
abituata da oltre cinquant’anni a interpretare la saggezza
ashkenazita e ad accettare con disciplina il dovere assoluto, e
sembra essersi trasformata in una «crucca» dalla pelle scura,
puntigliosa nell’abbigliamento, per quanto ancora si agghindi
con gioielli d’argento antichi e tintinnanti. Dopo l’ictus che
ha colpito il marito quattro anni prima, non si è persa
d’animo e si è assunta il compito di rappresentarlo, di
esprimerne il pensiero e di interpretarne il punto di vista
tanto che ultimamente ha cominciato ad assumere
l’intonazione di voce del giudice e un leggero accento tedesco.
La donna racconta agli ospiti la storia della nascita e della
creazione del dipinto che sono venuti ad acquistare, senza
alcuno sconto.
– Lei, professore, vi vede dei piccoli cani, o degli sciacalli,
mentre la sua signora vede dei bambini, o dei neonati. Lei vi
scorge una donna scura e triste mentre sua moglie una sorta
di ridicolo demone. Ah, mi scusi, non è ridicolo? Ebbene, la
verità, cari amici, sta nel mezzo. Granot non aveva intenzione
di disegnare dei cani, ma dei bambini. Perché lei pensava che
proprio un demone avesse l’onore di guidarli? Davvero, sono
stupita, signora Rivlin, come ha potuto pensare una cosa
simile? Quella è la madre dei piccoli, una figura tragica e
silenziosa che è riuscita a raccoglierli intorno a sé da ogni
parte del mondo per ricondurli a casa. Per questo il quadro è
intitolato Il piccolo ritorno.
Il giudice paralizzato segue assorto ogni parola della moglie,
pronunciata con la sua voce.
– Granot ha dipinto questa tela stupenda un anno fa. Ti
ricordi? Ti sei alzato una mattina con un’idea chiara e definita
e verso mezzogiorno il quadro era terminato. Ed è come lo
volevi? Come lo pensavi? Per questo è cosí commovente e ben
fatto, tanto che gli amici ne sono entusiasti e lo vogliono
comprare. Che ne dici? Glielo vendiamo?
Il giudice apre le mani in un gesto poco chiaro.
– Vedi, – prosegue la yemenita, – è un peccato che tu abbia
smesso di dipingere.
– Ha smesso di dipingere? – esclama Haghit con tristezza,
fissando gli occhi azzurri e sgranati del giudice che ancora
cercano di capire cosa impensierisca la sua stagista di un
tempo.
– Sí, sí, – brontola la moglie mentre l’accento tedesco si fa
piú marcato, – Granot ha smesso di dipingere e se ne sta
seduto tutto il giorno senza far nulla. A oziare. Vero Granot?
Sei diventato un grande indolente. E questo è un male. Invece
di guardare la tela passa la giornata a guardare me.
Il giudice abbozza un sorriso colpevole mentre annuisce con
grande sincerità, a conferma delle parole della donna che gli
ha carpito la voce, e d’un tratto i suoi occhi si riempiono di
grosse lacrime.
Ma la moglie insiste a tormentarlo.
– Invece di piangere, dipingi. Guarda come sono apprezzate
le tue opere.
In auto, mentre Haghit posa il quadro privo di cornice sul
sedile posteriore, Rivlin le dice: – Se adesso vuoi che ti aiuti,
approfittane pure. Ho abbastanza forza per andare in
tribunale e aiutarti a riordinare i cassetti. Cosí eviteremo di
pagare caro un altro invito andato perduto.
Ma il pensiero di mettere ordine nei cassetti suscita in
Haghit noia e sgomento, e l’entusiasmo del marito non fa che
aumentare la sua riluttanza.
– Sabato prossimo, – promette con un sorriso, come se gli
facesse un favore. – Perché non dovresti avere la forza di
aiutarmi anche sabato prossimo?
8.
Il martedí, a metà lezione, nella grande aula dove grava
l’atmosfera torbida e giallastra di lunghe ore di studio, la
porta superiore si apre lentamente e Samaher, con le guance
arrossate, un abito nero a fiorellini ricamati e la testa e le
spalle avvolte in uno scialle bianco, sgattaiola verso una sedia.
«Ecco, la gravidanza mai iniziata è finita», pensa Rivlin con
malignità seguendo con gli occhi «l’assistente ricercatrice»
che con il suo arrivo suscita fermento tra i giovani arabi,
conoscenti e forse anche parenti. Ma è finita anche la
malattia? Oppure la studentessa è sfuggita al controllo della
madre?
Al termine della lezione Samaher aspetta con pazienza che
l’ultimo studente lasci l’aula. Poi si avvicina al professore per
annunciargli solennemente di avere portato con sé del nuovo
materiale. Nonostante non ci sia nessuno intorno parla in
tono di gran segreto, come se non si trattasse di poesie e di
racconti di scrittori e poeti dilettanti degli anni Quaranta e
Cinquanta, ma di qualche droga pericolosa.
L’insegnante osserva la sua figura esile e domanda con
delicatezza, ma senza pietà:
– Allora, Samaher, la gravidanza è finita?
– Probabilmente... – Alza le spalle, ostinandosi a mantenere
un’aria di mistero, ma la mano che stringe l’angolo della
cattedra trema all’improvviso.
Rivlin prova una stretta al cuore per la ragazza che lotta per
ottenere la laurea e le tocca leggermente una spalla.
– La cosa importante, Samaher, è che tu sia di nuovo in
piedi...
E si rammenta dei suoi piedi delicati che dondolavano a
mezz’aria tra il letto e il tappeto della sua camera, per
l’entusiasmo suscitato in lei dal racconto del neonato francese
volante.
– Per il momento, professore... – sospira lei con tristezza,
senza rinunciare a possibili malesseri che possano aiutarla in
futuro.
– Perché «per il momento»? Basta con le malattie... –
proclama Rivlin con decisione, tendendo una mano per
ricevere il nuovo materiale.
Ma ancora una volta gli arabi portano agli ebrei non
«materiale» bensí «spirito», perché la traduzione del nuovo
racconto non è stata ancora messa per iscritto, ma frulla solo
nella mente di Samaher. La notte scorsa lei ha letto il testo
con emozione e non è nemmeno riuscita a scriverne un
riassunto sul quaderno perché si è detta, Forza, fa’ in fretta, è
un racconto importante, illuminante, che aiuterà il lavoro del
tuo professore. Persino quell’ebreo di Gerusalemme ha fatto
in tempo a studiarlo prima di morire. A furia di fotocopiare le
pagine, però, le sue note a margine si sono perse.
Dell’atteggiamento risoluto della giovane sposa che qualche
mese prima stava sul cancello di casa sospingendo con forza
la cavalla nera, sono rimasti solo gli occhi brillanti, in cui
traspare una tristezza resa piú profonda dalla malattia
misteriosa.
– Hai già capito cosa sto cercando?
– L’ho intuito.
– Cosa?
Samaher ha un sussulto, come se Rivlin volesse sottoporla a
un esame nell’aula vuota e assegnarle un voto in base alla
risposta. Cerca di raccogliere il filo dei pensieri.
– Probabilmente... Pensavo che volesse sapere, professore...
Cioè... Come mai il popolo algerino, che ha sofferto molto a
causa degli europei, comincia... intendo dire... a tormentare se
stesso... a uccidere… cosí, senza motivo...
Rivlin è sorpreso di riscoprire la prontezza intellettuale che
aveva attirato la sua attenzione già al primo anno di studi
della ragazza. L’aula è vuota. Sono le diciotto e quaranta. Tra
poco calerà il sole e l’intero campus verrà inghiottito
dall’ombra nera della riserva naturale del Carmelo.
– Ma cos’ha di speciale questo racconto? – Rivlin pretende
una spiegazione prima di decidere se trattenersi ad ascoltarne
il riassunto.
– Il fatto è che non si tratta di quello che sembra. Cioè, il
racconto è stato scritto da una donna, giovane persino... che
ha firmato con uno pseudonimo maschile, insomma: come se
fosse un uomo che racconta la storia di una donna.
– Che significa?
– È molto semplice, professore. Anche se il nome dell’autore
è Issam Ben Abbas, dietro di lui si nasconde una donna. Lo si
capisce dallo stile, dalla sensibilità, dalla passionalità. Ed è
quello che pensava anche il povero docente di Gerusalemme
da cui lei ha preso il materiale.
– Il dottor Swissa.
– Sí, Swissa. Mi creda, professore, è un peccato che sia morto
perché era davvero un ricercatore eccezionale, un genio
addirittura. Pur essendo ebreo era riuscito a percepire l’animo
degli arabi in modo semplice e diretto, senza elucubrazioni. È
una cosa rara. All’inizio non capivo perché avesse scritto a
margine del racconto che l’autore non era un uomo ma una
donna. Dopo aver finito di leggerlo, però, mi sono detta: è
proprio cosí. Solo una donna può scrivere in questo modo e
provare queste sensazioni. È davvero un peccato che questo
Swissa se ne sia andato in quella maniera. Se fosse ancora
vivo, mi creda, forse sarei andata da lui, a Gerusalemme, per
ringraziarlo di riuscire a capire cosí bene noi arabi.
Lí per lí Rivlin prova una punta di gelosia per l’ammirazione
espressa nei confronti del ricercatore morto. Con una sorta di
astio sibila:
– Adesso, Samaher, capisci chi uccidete voi... i tuoi
palestinesi...
Lei si ritrae davanti a quel rancore inatteso, poi mormora
con ostinazione: – Che ci vuol fare, professore? Era destino...
9.
Poiché l’impressione del racconto è viva in lei, Samaher
domanda se può riassumerlo a voce, in quel momento. E
malgrado Rivlin stia per andarsene a casa, e sappia che Haghit
lo aspetta per la cena, è disposto ad ascoltare nella grande
aula, in estrema sintesi, i punti salienti della storia. Ma due
addette alla pulizia druse entrano sbatacchiando secchi e
spazzoloni e Rivlin è costretto a condurre la studentessa nel
suo ufficio nella torre. Nell’ascensore non c’è nessuno, e le
prime ombre della sera danzano sulle pareti del corridoio
piccolo e stretto che si snoda fra gli uffici chiusi. Rivlin non
domanda a Samaher della madre, né del villaggio e nemmeno
di Rashed. Si limita a guidarla in silenzio, apre le porte con
educazione, la fa accomodare davanti a sé nel suo minuscolo
ufficio al ventitreesimo piano, di fronte alla finestra affacciata
sulle colline della Galilea e, ricordando il profumo che
aleggiava al matrimonio della ragazza, ripensa anche
all’avvertimento del capo di dipartimento e sorride tra sé;
almeno questa volta non si trova in una camera da letto.
Mentre è indeciso se accendere la luce, o accontentarsi del
dolce chiarore del giorno che fatica ad abbandonare il cielo,
Samaher lascia cadere lo scialle bianco che le copre la testa e
con dita pallide e veloci raccoglie i capelli scomposti in una
lunga coda di cavallo.
– Va tutto bene? – Rivlin ha un tremito, e quando lei
annuisce dice: – Aspettami qui –. Esce nel corridoio buio, ma
non accende ancora la luce. Apre la porta della segreteria e
usando la propria chiave entra nel suo vecchio ufficio, quello
del capo del dipartimento. Si siede davanti alla fotografia dei
nipoti di Akry – vecchi e nuovi, chiari e scuri – e telefona alla
moglie. – Senti, sono rimasto bloccato. Quella Samaher è
arrivata senza avvisare con un racconto nuovo trovato nei
giornali che le ho dato. Adesso vuole raccontarmelo a voce,
come da lei, al villaggio. Sono diventato il nuovo Harun ar-
Rashid delle Mille e una notte: ascolto storie. Allora? La devo
mandar via? Magari comincia pure a mangiare senza di me e
io arriverò tra mezz’ora, al massimo tre quarti d’ora. È venuta
apposta dal villaggio, non sembra che stia tanto bene... Che ne
dici?
– Odio mangiare da sola.
– Allora fai un salto dalla parrucchiera.
– Dalla parrucchiera? E perché mai?
– Pensavo che invece di andarci domani mattina… cosí non
avrai i minuti contati. Non pensavi di tagliarti un po’ i capelli
dietro?
– Ma che dici?
– Allora potresti finire di scrivere il tuo verdetto...
Haghit si spazientisce.
– Senti, Yohi, smettila di cercarmi cose da fare. Dimmi per
quanto tempo vuoi trattenerti con lei.
– Poco. Mezz’ora, tre quarti d’ora al massimo. Poverina, è
un po’ svitata, e come avevo intuito anche tutta questa storia
della gravidanza è una fantasia, o un trucco di sua madre.
Credimi, mi fa davvero pena...
– Se sei arrivato a provare pena per qualcun altro oltre che
per te, – dice Haghit con sarcasmo, – allora non perdere
questa occasione. Però non tirarla troppo per le lunghe. Ho
fame, sono stanca e depressa. Fa’ le cose in fretta e con
efficienza e vieni a tirarmi su di morale. E non dimenticarti di
salutare Samaher da parte mia.
– Da parte tua?
– Perché no? Hai dimenticato che c’ero anch’io al suo
matrimonio?
– Se comincerò a salutarla da parte tua non ce ne libereremo
piú. Ma va bene. Lo farò. Ne sarà contenta. E non
preoccuparti. Farò in fretta.
Un fruscio ovattato ma familiare proviene dal corridoio e
Rivlin si chiede se Akry non sia venuto a rimirare le fotografie
dei nipotini. Si affretta a lasciare l’ufficio ma prima di riuscire
a trovare l’interruttore della luce in corridoio per controllare
se l’ombra sgattaiolata via nel buio sia quella di un bambino o
di un cagnolino, quella è già svanita.
Samaher, nel frattempo, è riuscita ad aprire la finestra. I suoi
occhi, però, non sono attratti dal panorama della Galilea dove
lampeggiano anche le luci del suo villaggio, ma sono chini
verso la spianata di cemento intorno alla torre. La coda di
cavallo le ricade nera e muta sulle spalle.
– Mia moglie ti saluta. Ti ricordi di lei?
Il viso sofferente della studentessa arrossisce di profonda
gratitudine.
– Chi potrebbe dimenticarla, professore? Tutti quelli che
vogliono bene a lei non possono fare a meno di voler bene
anche a sua moglie.
– Forza, cominciamo –. Rivlin si imporpora e agita le mani.
– La prossima volta, per favore, fissa un appuntamento. Forse
l’hai dimenticato, ma anch’io sono piuttosto occupato. Qual è
il titolo del nuovo racconto?
– Arraqes w’immo attarsha.
– Il danzatore e la madre sorda?
– Esatto.
Le ombre si addensano. L’idea dei Tedeschi di cercare
ispirazione nel «lascito» del «genio» gli appare ancora una
volta una stupidaggine totale. «Però, visto che abbiamo
cominciato, andremo fino in fondo», incoraggia se stesso; e
nonostante il tramonto spanda ancora un dolce chiarore,
accende la luce nell’ufficio per evitare che qualche donna
delle pulizie di Dalit-el-Karmel, entrando per caso, immagini
chissà che.
Il danzatore e la madre sorda.
– Il racconto, come le ho detto, è stato scritto da una donna
che usa uno pseudonimo. Il sedicente autore, Issam Ben
Abbas, narra la storia come se lui fosse una donna francese di
nome Colette, pensi un po’. Ma perché tutta questa
segretezza? Forse perché il racconto è stato pubblicato su una
rivista religiosa, «Almasjid essaghir» 1, che pubblicava, non ci
crederà, anche i sermoni dei qadi nelle moschee. E come mai
un racconto simile è apparso su un periodico osservante?
Non è chiaro. Persino la data sulla copertina è quella del
calendario musulmano. Nel villaggio però c’è un insegnante
che ha un programma nel computer in grado di trasformare
la datazione musulmana in quella cristiana e viceversa, e
questa mattina ha calcolato la data secondo il calendario
gregoriano: maggio 1948. Non è proprio il periodo che lei
studia e in cui cerca, come ha detto una volta, i buchi neri
dell’identità algerina da cui provengono i fida’iyyun degli
anni Novanta? Se ho ben capito lei vorrebbe dimostrare che
questi fida’iyyun non sono un fenomeno algerino di per sé,
ma piuttosto il risultato dell’occupazione francese...
– Dei rapporti tra francesi e algerini.
– Sí. Naturalmente. Come se i francesi si fossero lasciati alle
spalle una sorta di veleno, se ho ben capito...
– Piú o meno. Piú o meno... – Rivlin sprona la ragazza,
impensierito dallo scoramento di Haghit. È uno stato
d’animo talmente inusuale per la moglie. – Forza, Samaher...
– Allora forse questo racconto la aiuterà a fare dei passi
avanti nel suo lavoro, perché è meno fantasioso dei
precedenti. Non ci sono miracoli, o innamoramenti. Nessun
senso dell’assurdo né omicidi. È una storia tranquilla e
delicata. Quante volte mi sono ritrovata con le lacrime agli
occhi mentre la leggevo, e anche la mamma e la nonna, a cui
l’ho letta, hanno pianto un po’.
– Forza, Samaher, falla breve. Non ho intenzione di passare
qui la notte col tuo racconto.
– Va bene. Allora la narratrice è Colette, una donna
francese, anziana, di cinquantacinque anni. È nata in Algeria
alla fine del secolo scorso in una tenuta coloniale e racconta le
vicende di una donna musulmana, berbera e sordomuta,
proveniente da un villaggio vicino. I genitori della sordomuta,
una coppia di pastori poveri e semplici, non sapevano come
affrontare il mutismo della figlia e l’avevano affidata,
quand’era ancora una ragazzina, al proprietario francese della
tenuta, il padre di Colette, un uomo aitante che era stato per
anni ufficiale dell’esercito francese. Un giorno lui aveva visto
la ragazza sordomuta mentre pascolava un gregge di capre e
pecore e ne era rimasto impietosito. Infatti, nonostante lei
fosse molto bella e buona, non poteva sentire il suono delle
campanelle degli animali e li perdeva in continuazione. Poi,
siccome emetteva degli strani suoni gutturali, il gregge non le
prestava ascolto e si disperdeva. Il francese, allora, andò dai
genitori della berbera e disse: permettete a vostra figlia di
venire nella mia tenuta e di aiutare mia moglie nelle faccende
di casa. Noi le insegneremo il linguaggio dei segni (che era
stato inventato da poco in Europa) e riusciremo a comunicare
con lei.
I genitori della ragazza, che avevano altri dieci figli, furono
felici e risposero: «Perché no? Faccia quello che vuole con lei
e quando arriverà il momento di maritarla, verremo a darle
una mano».
– A darle una mano?
– Sí, dissero proprio cosí. Non l’ho inventato io, professore,
è scritto nel racconto. Il francese portò la ragazza alla tenuta
perché aiutasse sua moglie che era stanca e indebolita dal
calore del deserto algerino. La poverina soffriva di nostalgia
per i genitori in Francia e ritornava lassú di continuo.
Capisce, professore, cosa accadde? È semplice e prevedibile. Il
francese era attratto dalla bellezza e dalla quiete della ragazza
sordomuta che apprese in fretta il linguaggio dei segni.
Tuttavia, per quanto quell’uomo fosse istruito e rispettabile,
non riuscí a evitare che lei rimanesse incinta. E la berbera non
poteva raccontarlo ai genitori e nemmeno voleva lamentarsi
perché si trovava molto bene con il francese.
E cosí, racconta Colette, vissero tutti nella tenuta. Anche lei,
la narratrice del racconto, si abituò e si affezionò alla berbera
come se fosse per metà sorella maggiore e per metà mamma.
Nel frattempo, però, occorreva risolvere la questione della
gravidanza e il proprietario della tenuta chiamò i genitori
della ragazza perché mantenessero la promessa di aiutare la
figlia a maritarsi. Disse loro: non ha molta importanza chi
sarà il marito. Basta che lei si sposi e partorisca al villaggio e
poi torni qui col bambino. E cosí fu. Dopo averla fatta sposare
con un pastore sordomuto di un villaggio lontano – un uomo
buono ma semplice che non conosceva la lingua dei segni
francese e quindi non poteva comunicare con la moglie –, la
ragazza partorí e tornò alla tenuta con il neonato.
– È un racconto cosí lungo?
– Visto sul giornale non sembra cosí lungo, – si scusa
Samaher, – però è stampato a caratteri molto fitti e raccontato
a voce si fa prolisso. Forse perché io aggiungo anche qualche
spiegazione. Cosa faccio, professore? Vado avanti?
– Visto che abbiamo cominciato, continua. Dici che una
storia del genere è stata pubblicata negli anni Quaranta su
una rivista religiosa?
– Non del tutto religiosa, – precisa «l’assistente ricercatrice»,
– comunque è cosí che funziona. Quelli che vogliono
impartire un insegnamento morale non badano a ciò che
dicono pur di raggiungere il loro scopo.
Rivlin è sorpreso, sorride compiaciuto a questo commento
originale. E Samaher, incoraggiata da quel sorriso, smuove
con un gesto rapido la coda dalle spalle al petto.
– Da quel momento naturalmente la sordomuta divenne
una concubina a tutti gli effetti, – prosegue la ragazza. Poi si
ferma, estrae un bigliettino dalla tasca, lo studia e puntualizza:
– Una maîtresse. È la parola francese per concubina. È scritto
cosí nel testo; forse per non riportare il termine arabo su una
rivista religiosa. Colette non era del tutto felice che suo padre
avesse due donne: una francese che parlava con la propria
voce e una musulmana che comunicava con il linguaggio dei
segni. Però si consolò con il fratellino, il figlioletto della
berbera, che si portava appresso ovunque, anche quando
andava a far visita alle amiche nelle altre tenute francesi del
circondario, dove agli inizi del secolo si tenevano corsi di can-
can con un insegnante venuto da Parigi.
10.
Si sente un fruscio: all’improvviso un bambino di circa dieci
anni, dalla pelle scura e con un paio di grossi occhiali di
tartaruga, apre con titubanza la porta ed entra a testa bassa
lanciandosi veloce in grembo a Samaher.
– E questo chi è? – si sorprende Rivlin.
– Non se lo ricorda?
A quanto pare è Rashid, che Rivlin ha visto quella notte sul
sagrato della chiesa di al Zababda. È uno dei figli di Rauda,
sprovvisto della cittadinanza israeliana per colpa del padre
cristiano-palestinese, e finché l’amministrazione civile non
autorizzerà il suo ritorno, lo zio Rashed cerca di abituarlo a
Israele portandolo con sé durante i suoi viaggi, come se fosse
figlio suo.
– Rashed è qui?
– Sí. Altrimenti come pensava che sarei tornata al villaggio?
– Allora perché non entra a salutare? – Rivlin sembra
rianimato e si precipita in corridoio alla ricerca dell’autista
che si nasconde nella penombra.
– Sei tu, Rashed?
– Come sta, professore? – risponde il ragazzo con voce
tranquilla.
– Ma perché ti nascondi?
– Non mi nascondo. Non voglio disturbare.
– Vieni, fatti vedere.
Rashed avanza timoroso con un paio di occhiali scuri come
quelli del bambino.
– Cosa sono questi occhiali? – ride Rivlin.
– Me li metto per passare i posti di blocco dell’esercito. Cosí
per i soldati è piú facile ricordarsi di me e del bambino
quando entriamo e usciamo da Israele. Pensano che siamo
padre e figlio –. Si toglie gli occhiali e se li infila in tasca. –
Come sta, professore? Da quella notte nell’Autonomia mi
sento molto in colpa.
– E perché?
– Per i cento shekel che quei ragazzi le hanno soffiato per lo
spettacolo. Non è giusto. Le hanno preso dei soldi cosí, quei
bastardi... Lasci che glieli restituisca...
– Bikaffi ya Rashed, shu assiri? Wa la irsh birja‘. Essafar
wara elhudud kan fazi‘, ma bintasa. Lissa bitghanni fini
arrahbi 2. A proposito, come sta?
– Alla fine è andata a Nablus e laggiú, quando lei non c’era
già piú, ha acconsentito a svenire...
– È svenuta? – Rivlin è deluso.
– Aveva paura a svenire davanti a lei. Ma hanno detto che
tornerà in autunno. A Ramallah ci sarà un festival di poesia,
un happening. Poesie d’amore, però. Niente politica, né
territori: solo amore. Hanno detto che vi parteciperanno
anche dei poeti ebrei. Si terrà nella bella casa della cultura
intitolata allo studioso Khalil Sakakini. E forse la monaca
acconsentirà a svenire anche davanti agli ebrei...
– Bene. Adesso entra, unisciti a noi. Siediti. Samaher non ha
finito il racconto e io vado di fretta.
Fine del racconto del danzatore e della madre sorda.
Samaher prosegue dal punto in cui è stata interrotta. Il
bambino le si accoccola in grembo e Rashed, dietro di lei,
insiste per rimanere in piedi bevendo assetato ogni parola
della cugina malgrado conosca il racconto. – L’insegnante
francese di ballo capí subito quanto fosse grande il talento di
quel bambino che aveva l’aspetto di un berbero musulmano,
ma si comportava come un francese. Nonostante fosse ancora
piccolo partecipava alle danze delle ragazze e divenne
addirittura una stella. Nel frattempo scoppiò la prima guerra
mondiale e anche in Algeria ci si preoccupava per i francesi
che combattevano e cadevano come mosche. L’insegnante di
ballo, un tipo frivolo e molto emotivo che amava solo gli
uomini, non trovava pace per i morti di quella guerra terribile
e decise di tornare nella sua Parigi. Chiese tuttavia alla madre
del piccolo e al proprietario della tenuta di portare con sé il
bambino, di cui probabilmente si era un po’ innamorato,
perché diventasse un ballerino grande e famoso. Cosí i due
sparirono oltremare. Durante gli anni della guerra i contatti
furono sporadici e la narratrice Colette descrive la tristezza
della sordomuta, perché in fondo il ragazzo era molto
giovane, e nonostante fosse davvero diventato un ballerino di
un night club di Parigi – chiamato in arabo Arra‘iya
almajnuna 3 – e lei avesse anche ricevuto una sua fotografia,
non si consolò. Il padre segreto del ragazzo fu costretto a
prometterle che al termine della guerra sarebbe partito per la
Francia e le avrebbe riportato il figlio. Quando la guerra finí,
però, sopraggiunsero anni di siccità e fu impossibile lasciare
la tenuta. Cosí il viaggio fu rimandato di anno in anno finché
un giorno il proprietario della tenuta si ammalò e morí. Sua
moglie vendette la proprietà e se ne tornò in Francia con la
figlia, mentre la povera sordomuta venne rimandata al
villaggio, da suo marito.
Rivlin cerca lo sguardo di Rashed ma il ragazzo, come se
fosse una guardia del corpo, non distoglie gli occhi dalla
cugina, quasi temesse qualche contrattempo. Sul suo viso
scuro e gradevole si delinea un’espressione dura e nuova di
preoccupazione e di amarezza.
– La narratrice Colette continua a descrivere gli anni
trascorsi in Francia, durante i quali lei non dimenticò mai il
fratello berbero. Di tanto in tanto si recava nei locali da ballo
per cercarlo. Il suo desiderio di ritrovarlo era cosí forte che
non si diede la pena di cercare marito, ma passò il tempo a
inseguire il fratello. Col passare degli anni, però, capí che
anche se un giorno se lo fosse ritrovata davanti, né lei né lui
avrebbero potuto riconoscersi. E cosí, prima dello scoppio
della seconda guerra mondiale decise di tornare in Algeria a
prendere la sordomuta, perché la aiutasse a riconoscere il
fratello ballerino. Colette infatti era convinta che anche dopo
molti anni la madre avrebbe saputo riconoscere il ragazzo,
persino se lui avesse tentato di rinnegarla. Con grande fatica
trovò il villaggio dove abitava la sordomuta, ma lí venne a
sapere che la donna era morta di crepacuore qualche anno
prima. Era rimasto il vecchio marito, anch’egli sordomuto,
semplice e mite, che pur essendo riuscito a imparare dalla
moglie un po’ del linguaggio dei segni aveva ormai
dimenticato tutto. Piuttosto che tornare a mani vuote in
Francia, però, Colette decise di prendere con sé l’uomo, nella
speranza che forse avrebbe potuto riconoscere il ragazzo, che
secondo la legge era figlio suo.
Cosí Colette tornò in patria con un contadino algerino dai
capelli bianchi, tetro, sordomuto e vestito con una grande
galabia. Probabilmente l’uomo non capiva cosa volessero da
lui, tuttavia si sforzava di cooperare. Colette lo ospitò a casa
sua e insieme si recavano nei night club e nei cabaret
sfavillanti. La gente si stupiva nel vedere quella donna
elegante, per quanto non giovane, in compagnia di un
vecchio contadino musulmano, vestito di bianco, incapace di
sentire la musica, che si limitava a guardare i ballerini.
Frattanto scoppiò la seconda guerra mondiale. In men che
non si dica Parigi venne occupata dai tedeschi, i night club si
svuotarono e la narratrice fu sul punto di darsi per vinta. Un
giorno, mentre lei e il vecchio arabo erano seduti a un caffè,
notarono accanto a loro un uomo bruno, paffuto, malrasato,
di circa quarant’anni, che li osservava con curiosità. Il
contadino muto, un uomo semplice che non aveva mai
parlato, cominciò a tremare in tutto il corpo, tese la mano,
toccò il francese e per la prima volta riuscí ad articolare una
parola completa e chiara: Ibni.
– Ibni?
– Sí, ibni. Ovvero, «figlio mio». E questa è la fine della storia.
– La fine della storia? – si indispettisce Rivlin.
– Sí. Finisce cosí, – taglia corto Samaher, perentoria, – e la
morale è chiara. L’identità nazionale è piú forte di qualsiasi
ballo.
Sul viso serio di Rashed, in ascolto pensieroso della cugina,
si distende un sorriso di sollievo. E come allora, nella camera
da letto del villaggio, Rivlin sente un fremito davanti
all’amore proibito di quei due. Immagina Parigi e pensa alla
solitudine del figlio, forse in procinto di cominciare il turno
di guardia.
– Se esaminerà a fondo il racconto, – prosegue «l’assistente
ricercatrice» con tranquilla condiscendenza, – si renderà
conto che non sono corsa da lei per niente. È una storia
importante, che riguarda la capacità di conservare la propria
identità.
Rivlin perde la poca pazienza che gli era rimasta. Lancia
un’occhiata all’orologio, si alza in piedi, accarezza la testa del
bambino ed esclama: – Signore e signori, basta cosí.
Rashed si affretta a trarre a sé il piccolo spaventato, tocca
leggermente la spalla a Samaher e le sussurra qualcosa
all’orecchio, e a quel punto lei si rammenta, estrae dalla borsa
un foglio e lo posa sulla scrivania.
– A parte il racconto, professore, ho per lei anche un’altra
poesia, tradotta...
– Una nuova poesia?
La ragazza annuisce in silenzio, come trasognata.
Rivlin piega il foglio, lo infila nella tasca della camicia, come
se fosse un promemoria, e nonostante sembri che Rashed
voglia aggiungere qualcos’altro, l’insegnante è ben deciso a
mettere fine a quell’incontro e a far capire ai due giovani
arabi che non c’è altro da aggiungere.
Sulla strada di casa, fermo a un semaforo rosso, in preda ai
sensi di colpa e all’ansia per la moglie, Rivlin lancia uno
sguardo alla poesia, scritta con la grafia chiara e svolazzante
di Rashed. E ancora una volta capisce quanto sia ampio il
divario tra la prosa e la poesia degli arabi.
Sono un premio istituito a tuo nome.
Mai ti chiamerò con un nome musicale,
Mai ti farò una sorpresa,
Bramo le tue nudità
Perché solo in esse le mie visioni si fanno sublimi.
Sono un premio istituito a tuo nome
Nel tuo ombelico scompare il mondo
Come un vortice sulla superficie dell’acqua
Il tuo viso è pigrizia armata
Sono un microbo tra i tuoi seni
Ti chiamerò con un nome che non dimenticheremo
Ci sono libri impregnati dell’odore di stanze,
Io li chiamo: libri,
Avete odore di stanze!
La poesia è come vetro in frantumi,
E io dico: vetro in frantumi,
Non sono riuscito ad acchiappare per te nemmeno un
ascoltatore.
Il mio sogno sfugge nella tua camera da letto,
Ma quella è una trappola ingegnosa.
Ascolta, ti chiamerò con un nome diverso.
Al diavolo, come posso chiamarti?
Allestirò per te una nuova prigione,
Ma chi mi farà evadere da lí?
11.
Minuta della prefazione.
La presente ricerca sulla lotta per la costituzione di
un’identità nazionale algerina tra il 1930 e il 1960 ebbe inizio
nei primi anni Novanta e rappresenta una sorta di prosieguo
del mio lavoro precedente: The Reconstruction of the New
Algerian National Identity through Municipalism. In esso
trattavo dei primi germogli di una identità nazionale
all’interno di organismi governativi locali. Tuttavia, nel corso
del presente lavoro di ricerca, gli eventi sanguinosi seguiti
all’annullamento dei risultati delle elezioni del 1991 – eventi
che proseguono impetuosi anche durante la stesura delle
presenti righe – mi hanno condotto a delle riflessioni.
All’apparenza uno storico dovrebbe scegliere di occuparsi del
passato come se il presente non esistesse, partendo dal
presupposto che una disamina responsabile e seria degli
avvenimenti attuali sarà affidata ai ricercatori del futuro. Sarà
loro compito analizzare gli eventi in base a documenti
affidabili e con il supporto di strumenti scientifici appropriati.
Ogni tentativo precipitoso di collegare il presente turbolento,
dinamico e mutevole, a una ricerca accurata e scrupolosa del
passato è infatti destinato a produrre ipotesi affrettate che
possono falsare la comprensione del presente e complicare
inutilmente quella del passato.
Ecco dunque il monito del professor Uriel Hed, uno dei piú
illustri studiosi di storia mediorientale della precedente
generazione:
«In una professione come la nostra, in cui ci si occupa in gran
misura del passato recente e del presente, si deve evitare ogni
tentativo di mescolare scienza e pubblicistica, giornalismo e
politica. Voci tentatrici invitano lo storico ricercatore a
oltrepassare i confini della scienza ed è necessario reclutare
tutta la forza di volontà per non cedere a quelle lusinghe».
Ma come può uno studioso serio del passato, dotato di
sensibilità morale e attonito davanti ai sovvertimenti drastici e
imprevedibili del presente (e io devo ammettere che nonostante
mi occupi da quasi trent’anni di storia nordafricana sono
sorpreso dall’ondata di violenza che travolge lo stato algerino
negli ultimi anni), chiudere gli occhi e continuare
tranquillamente i propri studi come se nulla fosse successo?
Non ha egli forse l’obbligo scientifico di relazionare in qualche
modo l’oggetto dei suoi studi – il passato – con gli avvenimenti
del presente? Chiunque creda nella consequenzialità dei
processi storici sa che ogni inizio è preceduto da un altro.
Probabilmente esiste una via intermedia, un sentiero, o
addirittura un viottolo, lungo il quale uno studioso serio può
procedere per cercare di tracciare un arco, oserei dire un
arcobaleno, tra il passato e il presente.
Non a caso ho scelto la parola «arcobaleno». Infatti, cosí come
l’arco iridato non intende rappresentare una verità assoluta
ma solo illuminare temporaneamente lo spazio compreso tra
due punti all’orizzonte suscitando nuovi stimoli e promesse,
allo stesso modo il passato va esaminato alla luce dei fatti
scottanti del presente.
Cos’è successo all’identità araba di cui fa parte anche la
nazione algerina? Questa domanda ricorre con insistenza nei
circoli politici e culturali, e ultimamente ha cominciato a
interessare anche la ricerca scientifica pura. Cosa impedisce
agli arabi di spiccare il volo e di tornare a occupare un posto
glorioso nella storia, come centinaia di anni fa? Perché la loro
identità appare confusa e balbettante di fronte alla civiltà
tecnologica e ai valori della democrazia liberale?
Cosa condusse il famoso poeta siriano Nissar Kabani a
pubblicare nel 1995 la poesia che suscitò scalpore: «Quando
proclameranno la morte degli arabi?» Quella poesia,
nonostante la bufera politico-letteraria che la seguí e il
tentativo di annullare l’invito del poeta in Egitto, spronò alcuni
coraggiosi intellettuali egiziani ad appoggiare la sua posizione.
Simili importanti quesiti, impossibili da approfondire nel
corso di una ricerca scientifica rigorosa, possono essere tuttavia
affrontati in questa prefazione e venire illuminati
dall’arcobaleno variopinto e un po’ illusorio teso tra il passato,
argomento dello studio del libro, e le vicende del presente, che
sono sullo sfondo.
La condizione della donna nella società araba è forse alla
base della difficoltà degli arabi di assimilare l’idea di libertà
individuale? Forse l’identificazione iniziale del bambino arabo
con una madre repressa e succube, e talvolta anche umiliata,
contribuisce alla sua incapacità di sviluppare un senso di
libertà interiore durante l’adolescenza? L’identificazione
iniziale del bambino arabo con la sottomissione femminile
continua forse a operare negli anni in cui si stabiliscono le basi
della sua virilità? Il risultato sarebbe quindi una personalità
confusa, contraddittoria, composta da un misto di
sottomissione e di tirannia.
Ma vi sono altri quesiti. Perché il ricordo del colonialismo
continua a ferire l’animo degli arabi piú che quello di altri
popoli, asiatici e africani, che hanno vissuto esperienze simili?
La vicinanza relativa degli arabi all’Occidente e il ricordo del
loro dominio in una parte dell’Europa nel periodo «dell’età
d’oro dell’Andalusia» fanno sí che la frustrazione e il dolore del
ricordo coloniale siano particolarmente brucianti?
Un arcobaleno soffuso, cangiante, sparisce e riappare,
suggerendo alcune
ipotesi..............................................................................................
.
12.
Il sabato mattina il guardiano russo è già in attesa accanto al
cancello di ferro del tribunale distrettuale per aprire al giudice
e al marito. A quanto pare l’uomo non ha intenzione di
lasciare loro la chiave, ma vorrebbe richiudere il cancello e
custodirla nell’edificio principale, al di là della via, finché non
sarà richiamato. Rivlin però si oppone fermamente a quel
programma. – E se lei si addormentasse? E se il telefono si
guastasse? E se venisse chiamato altrove? Vuole che passiamo
il sabato rinchiusi in tribunale? – Al guardiano russo non
rimane dunque altra scelta che violare gli ordini e consegnare
al giudice Rivlin e al marito la chiave, a patto che richiudano
la porta dall’interno e che quando avranno finito si rechino
da lui per riconsegnargliela personalmente.
Mentre Rivlin e la moglie salgono le scale di pietra bianche e
sbrecciate del vecchio palazzo, sede dei servizi segreti di Sua
Maestà durante il mandato britannico, Haghit pare un po’
smontata dall’entusiasmo travolgente del marito, pronto a
gettarsi sui suoi cassetti per ripristinare l’ordine necessario. Si
ferma e suggerisce di rinviare «l’operazione» al sabato
successivo. Ma Rivlin non ha nemmeno un attimo di
esitazione.
– Adesso me lo dici?
Da piú di due anni non ha occasione di recarsi in tribunale
e, malgrado non si aspetti grandi novità nell’ordinamento
giudiziario, è curioso di controllare il funzionamento dei
nuovi pulsanti installati sulle porte per accedere all’interno
degli uffici e quelli di emergenza, sistemati di recente sotto le
scrivanie dei magistrati per aumentare la loro sicurezza.
Rivlin si diverte a digitare il codice suggeritogli dalla moglie e
ad azionare il meccanismo di apertura della porta d’ingresso
dell’ufficio, e annuncia con solennità che se la porta del suo
studio fosse dotata di un meccanismo simile la sua ricerca
«tentennante» si sarebbe già stabilizzata.
– Non esserne tanto sicuro... – commenta Haghit.
L’ufficio è fresco e in penombra e c’è una novità: la scrivania
e la poltrona poggiano ora su una pedana rialzata.
Nonostante le vibranti proteste di Rivlin in nome della
democrazia, Haghit appare soddisfatta della sua nuova
posizione e scosta un poco la pesante tenda per far entrare la
luce e mostrargli dei quadri recuperati dall’appartamento
precedente e appesi ora alle pareti dell’ufficio. In effetti Rivlin
scopre alcuni dipinti dimenticati di cui non aveva sentito
affatto la mancanza, e propone di unire a loro anche il quadro
di Granot, per incoraggiare gli altri colleghi della moglie ad
aiutare l’ex giudice paralizzato. Ma Haghit, nonostante la
fedeltà nei confronti dell’anziano maestro, non ritiene che i
colori e il soggetto del quadro siano adatti all’atmosfera del
suo ufficio. Perciò, piuttosto che lasciarlo abbandonato in
qualche angolo della casa, propone al marito di appenderlo
nel suo studio, visto e considerato che è stato lui a sceglierlo.
Si reca poi a bagnare i piccoli vasi in fila sul davanzale della
finestra, mentre Rivlin si arrampica sulla pedana e prende
posto alla scrivania della moglie per farsi una prima idea della
quantità e della gravità del disordine che aspetta l’arrivo del
suo buon senso e del tocco della sua mano. Come aveva
immaginato i cassetti sono stracolmi, zeppi di carte e
documenti inutili.
– Non è possibile che tu non riesca a buttare niente.
– È possibile eccome, – risponde Haghit con un sorriso
malinconico, insolito, cui fa seguito un ammonimento: – Sei
venuto a mettere in ordine, non a fare piazza pulita...
– Ma non si può instaurare un vero ordine senza prima fare
una coraggiosa piazza pulita –. Rivlin sintetizza in una frase la
sua filosofia e annuncia che se la moglie ha intenzione di
litigare per ogni stupido pezzo di carta, allora è meglio lasciar
perdere.
– Va bene. A patto però che tu mi mostri tutto quello che
hai intenzione di cestinare...
Rivlin borbotta una risposta incomprensibile. Non ha
nessuna intenzione di soddisfare quella richiesta che
renderebbe quel lavoro un’impresa titanica. Reputandosi non
solo uno storico esperto di carte e documenti, ma anche un
marito amorevole e comprensivo, si fida del proprio intuito
per decidere da sé cosa è inutile tra tutte le scartoffie
accumulate.
Libera quindi con cautela la scrivania dai fascicoli giudiziari
riponendoli su uno scaffale a parte. Poi estrae il primo
cassetto e senza indugio, di slancio, lo svuota sul ripiano del
tavolo picchiettandone compiaciuto il fondo per scrollare i
resti della polvere e delle tarme, e lo infila poi vuoto al suo
posto. Quindi allontana un po’ la poltrona dalla scrivania,
invita la moglie a sedersi, le sfiora la nuca con un bacio di
incoraggiamento e si interpone tra lei e la pila di carte, tra le
quali individua già il vecchio protocollo di una riunione
insignificante che le consegna perché ne decreti il destino. E
mentre lei si toglie gli occhiali per immergersi nella lettura del
documento, Rivlin raccoglie rapido alcuni dépliant
pubblicitari, inviti a congressi tenuti da tempo, bollettini
dell’associazione magistrati, vecchie circolari su norme fiscali,
resoconti settimanali, opuscoli della polizia... Li appallottola e
in quattro e quattr’otto li fa sparire in un cestino nascosto
sotto la scrivania.
– Cos’hai buttato? Fammi vedere.
– Niente di importante, cose inutili che non hai mai letto e
nemmeno leggerai.
– Mostramele comunque...
Rivlin sospira, sfila dal cestino il dépliant pubblicitario di
una stampante e domanda con sarcasmo: – Dimmi, bisogna
conservare anche questo? Devi comperare una stampante? –
Haghit agguanta sorpresa l’opuscolo variopinto, lo rigira e
senza una parola lo restituisce al marito.
Qualche tempo dopo il cuore di Rivlin trabocca di
soddisfazione e di gioia autentica per essere riuscito a
eliminare il grosso delle carte, riponendone solo una minima
parte nel cassetto. Haghit, che con la sua passività e
repulsione istintiva per la burocrazia è portata ad assecondare
il marito, risveglia ora in lui amore e tenerezza, e anche
eccitazione. Gli occhi della donna, liberi dagli occhiali,
vagano imbarazzati sui documenti che lui le consegna solo
per distrarla dalla falcidia metodica che mette in atto sotto il
suo naso, e gli ricordano i giorni lontani del suo
innamoramento. Perciò, prima di lanciarsi sul secondo
cassetto, incapace di controllarsi, si inginocchia e gira verso la
finestra la poltrona su cui è seduta la moglie per poterle
accarezzare e baciare la nuca, leccarle con cautela il lobo del
minuscolo orecchio e sussurrarle parole dolci. L’idea che
proprio nel luogo in cui gli imputati attendono trepidanti le
sue parole lui la convinca a concedersi, gli pare ora molto
stimolante.
I suoi baci si fanno intensi e mirati, e gli occhi di Haghit si
chiudono nel restituire all’uomo eccitato un abbraccio debole
ma caloroso che lo sprona ad aprire qualche bottone della
camicia della moglie per insinuarsi nelle sue nudità. A quel
punto lei lo respinge con forza:
– Ora? Ma sei impazzito?
– Perché no? – si entusiasma lui. – Il palazzo è chiuso e la
chiave ce l’ho io. Pensa a quanto sarà piacevole domani, in
mezzo alle noie del lavoro e alla gente, ricordare come hai
goduto qui, di sabato...
13.
Ma i piaceri nati da una commistione di mondi e da una
violazione dei limiti non attirano Haghit, tanto piú che dopo
il breve viaggio di lavoro, durante il quale è rimasta in
«minoranza», i suoi sorrisi si sono fatti piú rari e la sua
sicurezza rilassata ha subíto una scossa. Non rimane quindi
che estrarre un secondo cassetto, capovolgere anche quello di
slancio e sparpagliare sulla scrivania opuscoli giuridici e
pubblicazioni ufficiali. Riguardo a quelli non vale la pena di
addentrarsi in una lotta dettagliata, ma occorre convincere
con parole dolci il buon senso di Haghit che per ogni
pubblicazione lí presente esistono copie ordinate e catalogate
nella biblioteca del tribunale al di là della via. Perciò, invece di
rimescolare in modo disordinato materiale già schedato,
Rivlin propone di trasferirlo in blocco alla biblioteca della
facoltà di Legge, a vantaggio degli studenti. Haghit ci pensa
su, accetta la proposta e trova persino un grosso sacchetto di
plastica in cui è possibile stipare il tutto.
Arriva il turno del terzo cassetto, dalla cui baraonda cade
subito, con totale innocenza, l’invito alla mostra di Granot.
– Cosa succederà dopo la mia morte? – sospira Rivlin,
strappando deliziato l’invito in piccoli pezzi.
– Cosa succederà?
– Chi ti aiuterà a mettere ordine nel caos che semini intorno
a te?
Sorprendendolo, questa volta Haghit non rifiuta quegli
scenari di morte.
– Non ti preoccupare, troverò un altro marito.
– E se lui non sarà bravo ed efficiente come me?
– Addestrerò anche lui.
Rivlin sorride, di nuovo sorpreso da quella risposta
categorica, eppure continua a lottare perché il proprio valore
venga riconosciuto anche dopo la morte.
– Ma se il tuo nuovo marito sosterrà, e a ragione, che non è
compito suo aiutarti a riordinare, che farai? Chiederai
finalmente aiuto alla dattilografa?
– Te l’ho detto, non è compito suo.
– Allora che farai? Ti sentirai persa.
– Perché? – Haghit si rifiuta di accettare l’amaro destino
profetizzato dal marito. – Forse cambierò anch’io. Cosa credi?
Che non sia in grado di riordinare da sola? Ti permetto di
aiutarmi solo perché tu creda di avere un certo controllo su di
me.
– Avere un certo controllo su di te? Sul serio? – Rivlin ride,
offeso. – E cosa ci guadagnerei? Come sarebbe possibile, poi?
Quella conversazione tra il serio e il faceto affievolisce il suo
entusiasmo, e prima di arrendersi ai mucchi di scartoffie sulla
scrivania si avvia verso la sala del tribunale attigua all’ufficio
alla ricerca di un altro cestino.
L’atto di attraversare la piccola porta intarsiata che immette
nell’aula buia e senza finestre del tribunale, immancabilmente
immersa in un’atmosfera di dignità e serietà, gli provoca un
piacere particolare. Rivlin non cerca l’interruttore della luce,
ma si dirige verso la poltrona del giudice che si staglia con
nitida pesantezza nella penombra fresca. Vi si siede e osserva
dall’alto il banco degli imputati, quello dei testimoni e il
tavolo degli avvocati, prima di decidere quale verdetto
emettere nella quiete del sabato. Poi cerca sotto il banco il
pulsante dell’allarme, installato di recente. E quello è lí,
lucido, pronto a essere premuto. Rivlin lo sfiora prima di
estrarre da sotto la scrivania un cestino vecchio e vuoto.
– Ti piace star seduto lassú?
Haghit è in piedi accanto al banco dei testimoni con i capelli
scomposti, e dal punto in cui lui è seduto appare un po’ come
una bambina.
– È decisamente piacevole guardare a volte gli esseri umani
dall’alto in basso.
– Ma solo a patto che li si ascolti con assoluta pazienza. Di
questo tu non sei capace.
– Dipende da cosa si deve ascoltare.
– Qualunque cosa. Ogni parola.
– Sono disposto ad ascoltare con pazienza a patto che alla
fine le cose si chiariscano, si arrivi alla verità assoluta, e non ci
si accontenti di rispettare la legge. Per rincorrere la verità ho
molta pazienza. Per questo non sopporto, nella ricerca come
nella vita, di essere lasciato sospeso a mezz’aria...
– Che intendi dire con «sospeso a mezz’aria»?
– Come con Ofer, per esempio...
– Che c’entra Ofer?
– È solo un esempio. Siamo rimasti con il nostro dolore
senza capire niente, in fondo...
– Ma in questo caso noi non siamo importanti. La cosa
principale è che lui abbia capito.
– Ma nemmeno lui ha capito, e tu insisti a non ammetterlo.
Ti fa comodo illuderti. Se Ofer avesse davvero capito perché il
suo matrimonio è fallito, non sarebbe bloccato nella
situazione in cui si trova ora. È questo che non mi dà pace.
Che c’entro io qui? Mi preoccupo per lui. Ma chissà, forse
adesso gli si aprirà una breccia e riuscirà a venirne fuori...
Accortosi di essersi lasciato sfuggire un commento di
troppo, si interrompe.
– Perché dici «adesso»? – Dal banco degli imputati Haghit si
protende verso il marito seduto sulla poltrona del giudice.
– Cosí...
– Nessun «cosí». Perché hai detto «adesso»?
– Cosí. Non ha importanza.
– Tutto ha importanza. Cosa intendevi dire? Cosa stai
tramando? Forse perché ora il padre di Galia è morto?
– Forse.
– Ma come fa Ofer a sapere che è morto?
– Come fa? Non è difficile. Alla fine si viene a sapere tutto.
– Di’ la verità, glielo hai detto tu?
– Non credo... Be’, forse... mi è sfuggito qualcosa...
– Una cosa del genere non «sfugge». Dillo chiaro e tondo,
senza paura. Non è grave. Gli hai raccontato della morte del
padre di Galia, sí o no?
– Probabilmente sí...
– Nonostante ci fossimo messi d’accordo che non gli avresti
detto niente.
– L’hai deciso tu. Fin dall’inizio io la pensavo diversamente.
Tua sorella lo può testimoniare. Ho diritto ad avere
un’opinione diversa dalla tua.
– Certo che ne hai il diritto. Ma hai anche il dovere di dirmi
che hai informato Ofer. Sono la tua compagna, dovrebbe
esserci un rapporto di fiducia tra noi.
– Vuol dire che per caso me ne sono dimenticato.
– Non te ne sei dimenticato e non è successo nemmeno per
caso. Me l’hai nascosto di proposito. E probabilmente hai
anche chiesto a Ofer di non riferirmi di averglielo detto.
– Questo no.
– Perché no? Se avevi paura di dirmelo, l’avevi fino in fondo.
Sta’ attento, Yohi, di’ la verità. Oppure telefonerò a Ofer e me
la dirà lui. Perché umiliarti?
– In che senso umiliarmi?
– Allora, cosa gli hai detto?
– Può darsi che non volessi innervosirti, che avessi paura. E
forse è arrivato il momento di chiarire una volta per tutte per
quale motivo dovrei avere paura di te.
– Già, perché dovresti avere paura di me? Che bisogno ho
della tua paura? Cosa ci guadagno? Invece di amarmi, mi
temi. Tu hai paura perché sei fatto cosí. Sei un codardo. E
quindi anche un bugiardo.
– Non parlare in questo modo. Ti avverto.
– Cosa ci posso fare se sono furiosa con te?
La penombra del tribunale sembra essere meno densa.
Rivlin osserva la moglie che di colpo ha inasprito i toni della
discussione.
– Non esagerare. Cos’è successo dopotutto?
– È successo che mi hai nascosto la verità e io voglio saperla.
Smettila di girarci intorno e spiega quello che hai detto prima.
Che c’entra la morte del padre di Galia con il fatto che Ofer
capisca?
– Niente... Però pensavo che se Ofer avesse scritto a Galia
una lettera di condoglianze forse avrebbe potuto ristabilirsi
un contatto fra loro...
– Chi ti ha detto che Ofer le ha scritto una lettera di
condoglianze?
– Nessuno, e smettila di farmi il terzo grado. Mi limito a fare
delle supposizioni. Sarebbe naturale e umano che lui le avesse
scritto una lettera di condoglianze.
– Glielo hai consigliato tu!
– Io non gli ho consigliato proprio un bel niente. Come se
quello che dico cambiasse qualcosa. In ogni caso lui fa quello
che vuole. Se le ha scritto una lettera di condoglianze allora
probabilmente voleva farlo. È un suo diritto. Non ha un cuore
di pietra come te.
– Sta’ attento a come parli.
– Io parlo come mi pare. Hai cominciato tu con questi toni.
Cosa ti ho fatto?
– Di’ solo la verità. È tutto quello che ti chiedo. Nient’altro
che la verità. Non è poi cosí difficile. Tu invece ti nascondi
per la paura.
– Non capisco. Adesso osi prendertela con Ofer perché ha
scritto una lettera di condoglianze a Galia? Lo sai anche tu
che è ancora ossessionato da lei.
– Non cambiare discorso. Non stiamo parlando di Ofer, ma
di te. E io ti chiedo con semplicità cos’hai detto a tuo figlio,
cosa sai e che razza di frittata stai cercando di combinare.
– Secondo te incoraggiare il proprio figlio a scrivere una
lettera di condoglianze alla sua ex moglie sarebbe «combinare
una frittata»? Forse per te che non riesci a cucinarne una
senza bruciarla...
– Non cambiare discorso. Sei andato alla pensione contro il
mio volere e il mio consiglio per sfruttare il momento del
lutto e cercare di chiarire con Galia cosa era successo con
Ofer.
– Non è cosí. Ci sono andato in completa innocenza. E
sarebbe comprensibile se per caso mi fosse sfuggita una frase
a proposito del divorzio. Chi meglio di te sa quanto soffro per
quello che è successo? Che ci sarebbe di male se mi fosse
sfuggito qualche commento? È un mio diritto.
– Di nuovo «sfuggito». A te «sfugge» sempre tutto. A dire la
verità non ti sfugge niente, perché sei una persona molto piú
avveduta di quello che sembra. E la tua aria innocente è solo
una maschera.
– Perché dovrei essere innocente?
– Non devi essere innocente, ma sincero. Ed esserlo
innanzitutto con me. Adesso racconta quello che sai. Ofer ha
scritto una lettera a Galia. E lei cos’ha fatto? Gli ha risposto?
– Non so. Domandalo a Ofer...
– Lo farò. Nel frattempo voglio una risposta da te. Galia ha
risposto alla sua lettera di condoglianze? Lo sai?
– Probabilmente sí.
– Che significa «probabilmente»? Che razza di risposta è
questa? Di’ la verità, sii sincero. Sono tua moglie. Cosa potrei
farti? Anche se hai cercato stupidamente di aggrapparti a un
nuovo espediente che creerà solo dolore e non porterà alcun
beneficio – non in questo consiste il peccato. Il peccato è nel
non averne parlato con chi condivide tutto con te nella vita.
Allora, per favore, non costringermi a strapparti la verità con
le tenaglie. Lo sai che ne sarei capace. Sii onesto e sincero e
racconta con franchezza come sono andate le cose. Cos’hai
fatto? Cos’hai detto?
– Va bene, va bene. Ma tu smettila di usare questo tono
minaccioso, come se avessi commesso un tradimento... o un
omicidio...
– Sí, hai commesso un tradimento. E un omicidio. Hai
ucciso la mia fiducia in te...
– Non esagerare. La verità in fondo è molto piú semplice di
quanto tu immagini.
– Allora vieni giú e parla. Perché ti sei piantato lassú? Non è
possibile che proprio l’imputato reciti la parte del giudice.
14.
Imbronciato e offeso, Rivlin scende dalla poltrona ma rifiuta
di tornare nell’ufficio della moglie, nel suo territorio. Perché?
Che c’è di male a parlare qui? Si ferma accanto al tavolo degli
avvocati, a una certa distanza da Haghit, non la guarda in
faccia, e se ne sta rintanato nella penombra che gli appare
confortevole e consona a una confessione che non sa ancora
come affrontare. Poi, conciso e laconico, le confessa la sua
seconda visita alla pensione, attento tuttavia a non accennare
alla malattia immaginaria.
Il viso di Haghit è severo, pallido di rabbia.
– E cosí mi hai mentito dicendo di essere andato a visitare la
casa di Agnon.
– Non ho mentito. Una volta volevo andarci, ma tu ti sei
opposta perché avevi deciso di boicottare l’intero quartiere di
Talpiot. E allora? Dovrei tenere conto per tutta la vita del tuo
orgoglio ferito e infantile? Ad ogni modo la casa di Agnon è
davvero chiusa il sabato, e quindi ho deciso di andare di
nuovo alla pensione.
– Cosa significa «quindi»? Nessun «quindi». Non storpiare i
fatti. Niente ti obbligava a tornare alla pensione. Ci sei andato
di proposito, alle mie spalle, e quello che è peggio, alle spalle
di Ofer, umiliandoti a implorare quella ragazza di rivelarti
quello che nessuno vuole dirti e che nemmeno hai il diritto di
sapere. È incredibile che razza di misero cocciuto tu sia.
– Ammesso e non concesso che talvolta mi impunto a
cercare la verità e per questo sono disposto persino a
umiliarmi, che c’è? Cosa c’è di male? Forse è proprio questo
che mi ha aiutato ad arrivare dove sono arrivato.
– Ma noi non siamo gli arabi delle tue ricerche meschine che
tu strapazzi e manipoli a tuo piacimento. Sto parlando di
Ofer, tuo figlio, a cui devi rispetto. Non hai nessuna remora
quando ti ostini a voler prendere il controllo di qualcosa.
– Senti, se questo sarà il tono che userai con me da ora in
poi, allora piantiamola qui e andiamocene a casa.
– Prima però sentirai quello che ho da dirti...
– Parla con il muro, non con me. Per quanto mi riguarda la
conversazione è finita. Probabilmente ti ha dato di volta il
cervello. Forse perché ti hanno alzato la scrivania e la sedia in
ufficio. Allora sappi che con me non funziona. Fa’ l’arrogante
con i tuoi assassini e i tuoi stupratori. E adesso stai zitta. Non
ti aiuterò mai piú a riordinare niente. Sono stato un pazzo a
sprecare il mio tempo con te. Torniamocene a casa in
silenzio. Mi senti? Silenzio assoluto da ora in poi. Nemmeno
una parola.
Haghit gli si avvicina, gli afferra la mano, lo guarda fisso
negli occhi in preda a una collera inattesa, poi lo schiaffeggia
con forza.
Allibito e sconvolto, Rivlin agguanta la mano che lo ha
colpito e la torce senza mollare la presa.
– Calmati...
– Lasciami andare... Mi senti?
– Non ti lascio andare se prima non ti calmi e chiedi scusa.
– Mai.
Rivlin cerca di raddrizzarsi continuando a tenere la moglie
piegata.
– Attento, Yohi. Non sai in che guai ti stai cacciando.
Picchiare un giudice in tribunale è un reato grave. Se solo io
premessi uno dei pulsanti la polizia arriverebbe in men che
non si dica e tu verresti buttato in cella d’isolamento senza
poter dire nemmeno una parola. Solo dopo una settimana ti
permetterebbero di aprire la tua bocca bugiarda...
– Butterebbero me in cella d’isolamento? – Rivlin ride
sguaiatamente. – Butterebbero te. Sono stato io a picchiarti
oppure è il contrario?
– In ogni caso nessuno crederebbe alle tue parole.
– Allora farei bene a dar loro motivo di credermi... Come
prima cosa rieccoti il ceffone che mi hai mollato.
Fa rialzare la moglie per darle uno schiaffo, anche solo
simbolico, ma poiché cerca di non farle male Haghit riesce a
strappargli gli occhiali e a fuggire con un guizzo selvaggio,
insolito per lei.
– Attenta, – urla lui, – sai che non ne ho un altro paio.
– Allora stai buono e non muoverti. Finché non arriverà la
polizia.
– Sfacciata. Ma chi ti credi di essere? Ti avverto, restituiscimi
gli occhiali prima che io faccia un macello. È l’unico paio che
ho.
– Te li restituisco a patto che te ne stia buono e tranquillo.
– Perché dovrei stare buono e tranquillo? Sei stata tu ad
alzare le mani.
– Te lo meritavi lo schiaffo. Sei un bugiardo e un vigliacco,
ed è la cosa che mi disgusta di piú al mondo.
– Stai attenta agli occhiali. Li stai già piegando. Non ne ho
un altro paio. Se gli succede qualcosa farò un macello e per te
sarà un’umiliazione terribile. Spaccherò il computer cosí ti
licenzieranno o ti retrocederanno.
– Spacca tutto. In ogni caso finiresti in galera.
– Haghit, gli occhiali!
– Stai buono e calmati.
– Sfacciata che non sei altro. Ridammi gli occhiali!
Rivlin le si avvicina per cercare di strapparle di mano gli
occhiali ma la moglie indietreggia con uno scatto agile e
selvaggio, stringendoli con entrambe le mani.
Il professore ricorda un aneddoto raccontatogli da Ofra: una
volta Haghit si era rivoltata contro l’amatissimo padre e gli
aveva rotto i suoi attrezzi da lavoro.
– Se non mi restituisci subito gli occhiali vado nel tuo ufficio
e faccio a pezzi i tuoi fascicoli.
– Fa’ quello che ti pare, sono tutti fotocopiati.
– Non ti vergogni a comportarti cosí?
– Sono cosí furiosa che avrei voglia di separarmi da te per
sempre.
Rivlin le si avvicina, ha la vista annebbiata, tende una mano
e afferra con forza i capelli della moglie. Lei lancia un grido,
lotta per liberarsi e nel frattempo torce gli occhiali e li scaglia
contro il banco dei testimoni. E mentre lui corre a salvarli
Haghit fugge attraverso la porticina del suo ufficio e la chiude
a chiave.
15.
Disperato, Rivlin infila in tasca i resti degli occhiali bifocali e
furibondo si affretta a uscire dal tribunale chiudendo a chiave
il cancello dietro di sé. La sua offesa esige di essere vendicata
con l’imprigionamento della moglie per qualche ora.
Temendo però che lei possa davvero premere il pulsante
d’allarme, sollevare un putiferio e creare una situazione
imbarazzante, lascia la chiave al guardiano del palazzo
principale chiedendogli di tornare nell’edificio del tribunale
entro mezz’ora a liberare il giudice, trattenuta dal lavoro. Il
russo riceve la chiave con un sospiro di sollievo promettendo
che tra poco si recherà laggiú, e aggiunge: – Ma, signore, ha
del sangue sulla testa –. Gli porta uno specchietto perché
Rivlin possa sincerarsi del graffio lungo e leggero che
sanguina sulla sua fronte, e come durante le liti della sua
infanzia con la sorella il professore viene colto dall’impulso di
tornare al tribunale per restituire lo schiaffo alla moglie. Ma la
chiave non è già piú in mano sua e anche il russo sta facendo
troppe domande riguardo al graffio, cosí per il momento
rinuncia alla vendetta e si affretta verso l’automobile. Nella
calma del sabato guida adagio e con cautela in un mondo
distante e appannato, non in direzione di casa, ma in quella
dell’università, in cima alla montagna, per sparire lassú.
L’assenza degli occhiali gli impedisce di leggere la scarsa posta
che lo attende in segreteria, cosí Rivlin apre la porta
dell’ufficio di Akry con la sua vecchia chiave e si lascia cadere,
infuriato e turbato, nella grande e comoda poltrona acquistata
durante il periodo in cui era lui a dirigere il dipartimento.
La preoccupazione per la moglie imprigionata non gli dà
pace, malgrado cerchi di combatterla. Telefona al suo ufficio,
ma non ottenendo risposta chiama a casa e come se nulla
fosse risuona il «pronto» cordiale e tranquillo di Haghit, che
ha saputo riprendersi con rapidità sorprendente. Rivlin
riattacca, consapevole che solo un silenzio prolungato potrà
ferire la moglie, per la quale la parola rappresenta il
fondamento dell’essere.
Haghit naturalmente intuisce chi è stato a chiamare e dal
fondo del corridoio silenzioso, dall’ufficio chiuso di Rivlin, si
levano squilli ostinati e ripetuti. Il professore conosce bene il
modo di ragionare della moglie e sa che non immaginerebbe
mai che lui ha trovato rifugio nell’ufficio del capo del
dipartimento. Si lascia quindi sprofondare nella vecchia
poltrona rilassandosi davanti alle fotografie dei nipotini di
Akry, la cui dolcezza, ora che è senza occhiali, non gli pare
piú tanto irritante.
Rimane immobile per circa un’ora, a occhi chiusi,
scoprendo per la prima volta in vita sua di essere esonerato
dall’obbligo di leggere e di scrivere. Un senso di libertà lo
avvolge, gradevole ma al tempo stesso umiliante. Si avvicina
alla grande finestra e controlla nel riflesso il graffio sulla
fronte. Malgrado non sia profondo non è nemmeno una cosa
da nulla, e non sparirà tanto rapidamente. L’offesa e l’istinto
di vendetta combattono ora contro un’eccitazione sessuale
nuova, risvegliata dall’inatteso furore che lo ha colto. Sí, dice a
se stesso, se sono deciso a punire Haghit, non basta
mantenere il silenzio, dovrò sparire per un po’.
Prima di decidere presso quali dei suoi amici trovare rifugio
di sabato mattina, Rivlin telefona al vecchio insegnante di
Gerusalemme. Forse Tedeschi è disposto ad ascoltarlo e
anche a esprimere un’opinione sulla sua nuova «scintilla».
Nell’udire la voce dell’ex allievo, nell’appartamento di
Gerusalemme si risveglia una grande gioia. – Cosa ti è
successo? – si lamenta Hana. – Dove sei sparito? Ti fai vedere
solo quando Carlo è malato e quando sta bene non esistiamo
neppure?
– Carlo sta bene? – esclama Rivlin con un tono
provocatorio. – Non è possibile. Ci deve essere uno sbaglio...
– Dài, su, – ride Tedeschi, unitosi alla conversazione. – Le
malattie non sono sparite, tutt’altro, ma chi ha il tempo di
pensarci se i mediorientalisti hanno ricominciato ad attaccare
i miei vecchi turchi? Dopo che Stephen Jones e la sua
masnada di Oxford hanno diffuso per il mondo la tesi
secondo la quale i guai e i fallimenti degli arabi hanno origine
dal dominio ottomano, tutti mi perseguitano. Sono diventato
un accademico «ricercato». Hanno riscoperto il mio vecchio
libro, quello sul quale anche tu hai sostenuto un esame, e
siccome nessuno ha la forza di rileggerlo, mi chiedono di
sintetizzarlo in una relazione. Dico io, Yohi, per fortuna lí a
Haifa non siete ancora perseguitati da questi storici che
cercano di provare che tutti gli idioti, i pigri e i corrotti
dell’Oriente sono povere vittime dell’Occidente e quindi liberi
da ogni responsabilità. Dico io, si dovrebbe dire «vecchi
storici» e non «nuovi storici». Quando sento queste nuove
teorie provo un po’ di pena per te, che sei bloccato con la tua
ricerca per colpa di qualche attentato terroristico. Non stare a
tormentarti. Se tu venissi domani a Gerusalemme ti porterei a
sentire un mio intervento a un convegno della facoltà di
Scienze politiche. Una brezza nuova potrebbe forse dissipare i
tuoi dubbi. Finalmente capiresti che i tuoi algerini si
massacrano gli uni con gli altri non perché sono malvagi, ma
per l’oppressione turca di trecento anni fa, o addirittura per
quella bizantina. Perché no? Magari per quello che hanno
sofferto durante il Medioevo, o persino ai tempi dell’impero
romano. Allora perché prendersela tanto, caro mio? Perché
tormentarsi? Ah, ah… Mi fanno ridere, i nuovi storici. Oh,
Stephen Jones, stupido gentleman inglese, quanto ti voglio
bene con tutte le idiozie del Saint Anthony e della sua «High-
table»... Oh, Oxford la bella, ficcati la pipa in culo e balbettaci
altre imbecillità...
Rivlin scoppia in una risata allegra. Da tempo l’ironia del
vecchio non è stata cosí pungente e fresca.
– A che ora terrai la conferenza?
– Alle otto di sera... Perché? È possibile che tu venga a
Gerusalemme?
– Verrei apposta per sentirti, perché ho davvero nostalgia di
voi. Ma le otto di sera è un po’ tardi per me. Ho rotto gli
occhiali e non posso guidare di notte...
– Perché tornare a Haifa allora? – si infervora Hana
Tedeschi nell’udire quell’inattesa confessione di nostalgia. –
Resta a dormire da noi, cosí chiacchiereremo un po’. Se
vorrai, potrai dare un’occhiata a qualche nuova poesia che ho
tradotto. Non ti preoccupare. Ormai Carlo non tossisce piú di
notte...
16.
Solo alle tre del pomeriggio Rivlin mette fine alla sua breve
sparizione. Entra in casa col viso corrucciato e trova la cucina
pulita, le stoviglie lavate e le pentole fredde. È impossibile
sapere se Haghit abbia già pranzato o lo stia aspettando. Per
non destare comunque l’illusione di essere disposto a
rivolgerle la parola, attraversa la camera da letto veloce e
distaccato, senza fermarsi a controllare se lei dorma o
sonnecchi soltanto. Raccatta veloce una coperta e un cuscino
e si chiude nello studio. Depone i resti degli occhiali rotti
accanto al computer, come una sorta di amuleto surreale che
dovrebbe rafforzare la sua capacità di resistenza contro ogni
tentativo di riconciliazione prematura. Poi trasforma il
divano in letto, si toglie le scarpe e i pantaloni e gira lo
sguardo al di là della via, alla ricerca della vecchia che
ultimamente è un po’ dimagrita.
Come si aspettava risuonano già dei colpi alla porta, e la
voce limpida e severa di Haghit gli intima di uscire per
«chiarire la faccenda». Lui non risponde; giace supino, con le
mani dietro la nuca e gli occhi puntati al soffitto.
– Per favore, adesso non recitare la parte del bambino
offeso, – la maniglia viene scossa, – apri la porta e parliamone
da adulti. Anch’io, credimi, sono furibonda con te, ma mi
controllo e sono disposta a spiegare con calma perché ti
meriti tutto quello che è successo stamattina. Esci e ascoltami.
Non fare il codardo...
Rivlin è deciso a mantenere il silenzio, tuttavia, temendo che
una frase tagliente e ben mirata della moglie possa suscitare la
sua reazione, si volta verso la parete e si copre le orecchie con
il cuscino. La voce di Haghit, però, lo trafigge.
– Mi dispiace per i tuoi occhiali, ma non per lo schiaffo.
Nossignore... Esci e ti spiegherò perché.
Rivlin chiude gli occhi.
– Adesso non sentirti un martire per un paio di occhiali
rotti. Domani te li sistemeranno e nel frattempo ne troveremo
un paio vecchio. Se vuoi ti aiuto io a cercarli. Apri la porta...
Con prudenza Rivlin misura la lunghezza del graffio sulla
fronte e ridacchia. Come no. Proprio Haghit lo aiuterà. Lei
che non fa che rivolgersi a lui per trovare qualsiasi cosa al
lavoro. Si barrica in un silenzio sempre piú risoluto.
– Mi dispiace davvero per i tuoi occhiali. Però non
succederà niente, né a te né al Medio Oriente, se riposerai per
un giorno o due e non scriverai nulla. Lo schiaffo però te lo
sei meritato. È stato un atto dovuto, di giustizia morale. E
adesso, se mi farai entrare, te ne beccherai un altro.
Come morso da un serpente, Rivlin schizza verso la porta,
con i pugni contratti. Subito però si frena, prova piacere nel
sentire come, nonostante tutto, il suo amore e il suo desiderio
per quella donna non si affievoliscono.
Per non farsi trascinare in una risposta che accenderà un
nuovo battibecco e lo condurrà inevitabilmente, già lo sa, a
una riconciliazione che lui ancora non vuole, rafforza le
difese. Accende il computer e ne trae una musica a tutto
volume, che zittisce la moglie dietro la porta e spinge sul
balcone il vecchio fantasma, grigio e scarmigliato,
inducendolo a lanciare per la prima volta un’occhiata nella
sua direzione.
Rivlin accosta la tenda di pizzo bianco che qualche tempo
prima, lavandola in onore della visita della cognata, gli aveva
ricordato un abito da sposa. Poi abbassa il volume della
musica e si distende sul letto. Chiude gli occhi, libero
dall’obbligo di leggere o di scrivere, e in testa comincia a
frullargli un nuovo pensiero:
«... È vero, per molti anni il mio amore per Haghit si è
rafforzato di giorno in giorno. Ma se di tanto in tanto non
erigerò un ostacolo al suo desiderio arrogante di avere il
controllo su di me come potrà nostro figlio, carne della nostra
carne e sangue del nostro sangue, liberarsi dall’amore per la
sua ex moglie? Lui prende esempio da noi, si lascia
suggestionare dal nostro modello e aspira a superarlo. Cosí
invece di odiare la donna che ha distrutto il suo matrimonio,
o per lo meno smettere di pensare a lei, si lascia sopraffare
dalla nostalgia...»
Spegne la musica, tira a sé la coperta e si impone un vero
riposo al termine del quale si permette di gironzolare per il
grande appartamento badando a non cadere nella trappola
della riconciliazione che lo attende. Ma la trappola non è stata
ancora tesa. Haghit non c’è, e nel biglietto che ha lasciato lo
informa di essersi recata nella città bassa a cercare una
parrucchiera araba aperta di sabato. Gli ordina anche di
aspettarla, perché vuole dirgli qualcosa di nuovo e di
importante.
Ma il marito, a cui il mondo appare un po’ scompaginato, si
rifiuta di ascoltare qualsiasi critica, osservazione, o
giustificazione plausibile che contenga anche una debole
richiesta di scuse. Si infila un paio di scarpe da ginnastica e su
un foglio scarabocchia a grandi lettere alcune parole che
feriranno la moglie:
«Sono uscito. Starò via almeno tre ore. Stasera non andremo
al cinema come previsto, e al mio ritorno non ho nessuna
intenzione di stare ad ascoltarti. Nemmeno le scuse ti
aiuteranno. Questo litigio è appena cominciato».
Giunto alla spiaggia prende a camminare verso sud, e punta
lo sguardo in direzione dell’alone giallo che avvolge una
lontana fortezza crociata affacciata sul mare. In lui si rinsalda
la convinzione che la cosa migliore è non arrendersi dopo una
lotta tanto breve, ma dare il via a una prolungata guerra di
silenzi. La menzogna e l’occultamento della verità sono stati
puniti con uno schiaffo umiliante e con la rottura degli
occhiali, e ora Rivlin si sente libero di poter continuare a
investigare su ciò che lo tormenta e che incatena il figlio
maggiore a un amore senza speranza. E anche se tutti lo
disapprovano e cercano di ostacolarlo, lui si trasformerà in
una sorta di spettro e li ignorerà. Questa è la libertà che gli
concede il nuovo litigio con la moglie. Si ferma. Ai suoi occhi
appannati la distesa del mare appare sfocata.
Non solo un padre ha il diritto di capire ciò che tormenta la
propria creatura, ma ne ha persino il dovere.
Si volta per tornare indietro, verso nord, in direzione delle
luci che illuminano il monte. Alcuni ragazzi appena usciti
dall’acqua lo circondano. Rivlin sussurra alla sua amata: ho la
forza e la pazienza di brancolare nel buio. Non riuscirai a
sconfiggermi.
Torna a casa rinfrancato e trova la moglie distesa a piedi
nudi sul divano, immersa in una conversazione transoceanica
con la sorella. Senza interrompersi, come se non fosse
successo nulla tra loro, Haghit lo accoglie con cordialità, gli
sorride con affetto e gli fa segno di aspettarla perché deve
dirgli una cosa importante. Ora a Rivlin è chiaro che prima o
poi il suo amore lo costringerà ad arrendersi alla logica
equanime della moglie, quindi deve sfruttare la guerra del
silenzio e sparire per un po’.
Si affretta a rinchiudersi nello studio, ma nell’avvertire nella
voce di Haghit dietro la porta chiusa non solo un tono di
rabbia ma anche di supplica capisce che un silenzio troppo
prolungato potrebbe creare tra loro una frattura e spezzare
qualcosa di prezioso e di antico. Tuttavia non si arrende. Se il
cuore non rinuncia all’amore o al desiderio, allora non gli
rimane che trasformare la poltrona accanto alla scrivania in
una sedia a rotelle, immaginare la parte destra del suo corpo
reclinata su un lato, senza vita, il braccio e la gamba
abbandonati, e convincersi che anche lui, come il giudice
innamorato della moglie, è stato colpito da paralisi.
A mezzanotte però, andando in bagno, scopre Haghit
ancora sveglia, seduta nello studiolo accanto alla biblioteca,
occupata a formulare la sua sentenza di «minoranza». La
moglie non lo degna di uno sguardo e Rivlin ha l’impressione
che si sia finalmente rassegnata alla sua dichiarazione di
guerra. In lui si risveglia un leggero timore. Sa però di non
avere altra scelta e di dover portare avanti ciò che ha iniziato.
Torna allora in silenzio nello studio, si infila nel letto, ma non
chiude la porta a chiave.
17.
Il mattino seguente Rivlin posa con cautela gli occhiali in
frantumi sul banco dell’ottico, inventando la storia di una
corsa trafelata a un semaforo rosso e di un’automobile che ha
schiacciato gli occhiali volati via.
– Devono essere state almeno due automobili, – commenta
scettico il vecchio ottico buttando nella spazzatura ciò che
resta degli occhiali, senza nemmeno chiedere il permesso a
Rivlin. Prima però di far scegliere al cliente una nuova
montatura decide di sottoporlo a un controllo della vista, al
termine del quale gli comunica che la situazione è peggiorata.
Occorre quindi qualche giorno prima che gli occhiali nuovi
siano pronti e Rivlin, con piglio vendicativo, rifiuta la
proposta di un paio provvisorio che gli rechi almeno un
sollievo parziale. Si dirige al suo ufficio nella torre
dell’università per controllare se, nonostante tutto, vi sia
nascosto un vecchio paio di occhiali. Ma i cassetti della
scrivania sono vuoti e freddi. Forse occorre cercare nel suo
vecchio ufficio. Il capo del dipartimento, tuttavia, conosce
esattamente il contenuto di ogni cassetto e propone all’illustre
collega un paio di suoi occhiali di riserva. Forse si scoprirà
un’affinità di disfunzioni visive tra i due studiosi. Con un
risolino Rivlin inforca gli occhiali di metallo del sefardita,
scoprendo che il mondo si fa ancora piú rarefatto e sfocato. Li
toglie, lo ringrazia, e poi, con il gradevole sollievo di essere
ancora esonerato dall’obbligo di leggere e di scrivere e di
poter godere del solo piacere della parola, si lascia cadere
nella poltrona dove ha trovato rifugio il giorno prima, per
raccontare ad Akry le imprese del vecchio maestro. Tedeschi,
infatti, deve essere resuscitato nel corpo e nello spirito se ha la
forza di dare un contributo alle teorie dei nuovi storici,
specializzati nell’imputare la responsabilità dei guai del
presente ai protagonisti del passato. Se Efraym Akry se la
sente di andare a Gerusalemme quella sera per ascoltare la
conferenza di Tedeschi, sulla via del ritorno potrà contare
sulla compagnia di un passeggero agguerrito.
Akry non è incline a discolpare nessuno della situazione in
Medio Oriente, comunque trova molto allettante la proposta
di intrattenere una discussione con Rivlin durante un viaggio
notturno da Gerusalemme a Haifa, cosí potrà convincerlo
delle sue ragioni. Promette quindi di cercare di arrivare alla
conferenza, di cui rifiuta a priori le tesi.
Una conferenza di Tedeschi non merita un viaggio speciale a
Gerusalemme e di certo non una notte fuori casa, ma Rivlin,
prima di arrivare all’inevitabile riconciliazione con Haghit,
vuole inasprire ulteriormente la guerra del silenzio e
mantenere le distanze dalla moglie, cosa piú facile da attuare
se ci si trova lontani – ma pur sempre in un luogo familiare –
e se si presta ascolto a discorsi altrui. Perché no? Torna a casa,
svuota la borsa dei libri e degli appunti, vi infila l’occorrente
per la toilette, un paio di mutande e un pigiama leggero e
lascia sul tavolo da pranzo un biglietto laconico e sbrigativo.
Un viaggio cosí lungo in autobus, senza la possibilità di
leggere e senza nemmeno sonnecchiare, è un’occasione rara
che rinfresca vecchi pensieri e ne suscita di nuovi. E quando
Rivlin arriva, cupo ed esausto, al convegno della facoltà di
Scienze politiche sul monte Scopus nelle prime ore del
pomeriggio, viene accolto con stupore e con gioia, ma gli
viene anche annunciato che Tedeschi è ricoverato dal mattino
al pronto soccorso del vicino ospedale Hadassa per dei
controlli, ed è impossibile sapere se sarà dimesso prima di
sera, in tempo per tenere la conferenza.
– È di nuovo al pronto soccorso? – esclama Rivlin con
costernazione sincera. – E io che sono venuto apposta a
Gerusalemme per sentirlo. Cosa gli succede? Non è possibile
che proprio lui, la vecchia volpe, abbia paura dei colleghi di
Scienze politiche.
I suoi interlocutori incassano il colpo e sorridono con
affetto.
– Vede, anche noi, sebbene ci riteniate superficiali e di poca
sostanza, possiamo incutere un certo timore scientifico. Ma
non a lei, professor Rivlin. Perché se non dimetteranno il
vecchio Tedeschi entro stasera, come potremo deludere chi
sarà venuto apposta ad ascoltarlo, con il suo erede a
Gerusalemme pronto a sostituirlo degnamente?
Rivlin è sorpreso e persino un po’ commosso dal titolo di
«erede» che gli attribuiscono con semplicità, tuttavia rifiuta la
proposta.
– Una mia conferenza? E su cosa? Come potrei? Oltretutto
mi si sono rotti gli occhiali.
– Ha bisogno degli occhiali per parlare? Lo faccia come
sempre, con la mente e col cuore...
– Che c’entra il cuore? – Rivlin è imbarazzato e un po’
offeso. – È questa l’opinione che avete di me? Un
chiacchierone che torna utile all’occorrenza?
– Per carità. Tuttavia chi conosce il suo lavoro sa che anche
se la cottura non è ancora terminata e il fuoco non è stato
ancora spento, l’aroma che si leva da sotto il coperchio suscita
già l’entusiasmo di tutti…
– Un profumo non basta a entusiasmare. Occorre essere
precisi e documentati.
– Ma a chi importa oggigiorno di carte e documenti? –
obiettano i colleghi di Scienze politiche. – Non faccia il
retrogrado. Oggi basta una provocazione maliziosa,
un’affermazione controcorrente. In piú questa volta abbiamo
fatto uno sforzo particolare per il vostro Medio Oriente,
perché non ci diciate che vi lasciamo sempre i guai e le
seccature, mentre noi ci occupiamo soltanto di teorie belle e
astratte. Sul serio, professor Rivlin, se non dimetteranno
Tedeschi entro stasera, dopo cena avremo un brutto buco nel
programma.
– Vedremo... – mormora lui, – ci penserò... Non prometto
nulla e non contate su di me –. Entra nella sala dove una
giovane stella dell’università del Negev fa sfoggio di termini
sofisticati e astratti per arrivare a conclusioni semplici e ovvie.
Nella fila davanti a lui Rivlin nota il cappello vecchio e grigio
di un uomo anziano che prende appunti meticolosi. Al
termine della relazione lo tocca con prudenza.
– Signor Swissa?
– Oh, professor Rivlin, è venuto anche lei.
– Ma cosa ci fa qui?
– Cosa ci faccio? Come sempre, ascolto e imparo... Che ne
pensa di questo intervento? Notevole, no?
– Spero che lei abbia ricevuto il materiale che le ho mandato.
– È tornato tutto a casa. Sulla scrivania.
– Ma perché a casa? Portatelo alla biblioteca nazionale, ci
sono alcune cose che è un peccato che vadano perse.
– Perché dovrebbero andare perse? – protesta il signor
Swissa. – Quel materiale che mio figlio, pace all’anima sua,
aveva raccolto, è sacro per me... Lo custodisco io, e con l’aiuto
di Dio cerco anche di portare avanti il suo lavoro...
– In che senso?
– Leggo e approfondisco appunti che lui ha lasciato per
sapere cosa cercava quell’anima pura, che Dio possa
vendicarlo. Ha notato, professore, che in quei vecchi giornali
arabi non ci sono solo articoli e editoriali ma anche poesie
pregevoli e racconti tristi, molto umani?
Rivlin sorride.
– Non sapevo che anche lei conoscesse l’arabo.
– Non lo conosco. Però capisco qualche parola e afferro il
senso del discorso. E se lo parlo, volendo, mi si può anche
capire. Ma ora leggo adagio e con scrupolo, facendomi aiutare
da buoni dizionari. Mi sforzo di non perdere nemmeno una
parola. Me ne sto seduto alla scrivania di mio figlio, davanti
allo stesso computer, e lui mi ispira e mi protegge. Porto
avanti le sue ricerche e talvolta scrivo qualcosa...
– Ma cosa scrive di preciso? – si stupisce Rivlin sorridendo
timoroso, come se quell’uomo semplice, con il cappello
grigio, fosse in grado di mettere in ombra la sua ricerca.
– Copio qua e là dalle carte che ha lasciato, dagli appunti che
erano nell’agenda. Cerco di immaginare e di portare avanti
pensieri a cui forse sarebbe arrivato.
– Interessante... Molto interessante... Potrebbe mandarmi
qualcosa di quello che fa?
– È ancora tutto in quell’apparecchio, professore.
– E non ha una stampante?
– La stampante è vecchia e guasta, ma con l’aiuto di Dio...
– Allora mi ascolti. Perché non vengo io da lei a leggere
direttamente dallo schermo?
– Sarà un grande onore e una gioia, professore. Venga
quando vuole.
– Anche adesso, – si entusiasma Rivlin, ansioso di prendere
contatto con un nuovo fantasma, – Pisgat Ze’ev è cosí vicina.
– Ma che ne sarà della prossima conferenza? La perderemo?
– Le idee e i pensieri che lei, signor Swissa, annota a nome di
suo figlio sono molto piú importanti per me di qualsiasi
conferenza...
Quel complimento generoso sorprende l’uomo, che si toglie
il cappello, si passa la mano sul cranio pelato, e proclama: –
Forza professore, sono con lei.
Nel piccolo appartamento del quartiere popolare, al confine
con il deserto, la presenza del nonno e della nonna è ormai un
fatto compiuto. E se durante la visita precedente a Rivlin era
sembrato di vedere nella vedova e nei due orfanelli un
preoccupante lassismo e una certa dose di anarchia, ora nella
casa regna un’atmosfera di serietà dispotica. Il piccolo che la
volta precedente lo aveva ricevuto con una forte pacca
d’affetto e a sederino scoperto ora appare accigliato, con una
kippah nera assicurata ai capelli, e quando vede l’ospite
chinarsi verso il fratellino che gira carponi sul pavimento, si
precipita a difenderlo infliggendo a Rivlin un morso.
– Non fa nulla, – ride il professore sfregandosi il punto
dolente. – La prego, signor Swissa, lasci stare il bambino.
Ma ormai è tardi. Furibondo, il nonno rincorre il nipote, lo
acciuffa davanti alla porta dei servizi e lo schiaffeggia con
forza. Il bambino non fiata, si limita a gettare la kippah a terra
e a sputarci sopra, prima di sparire in bagno.
Con timore reverenziale, il padre evoca l’eco dei pensieri del
morto sullo schermo verde del vecchio computer in camera
da letto. Rivlin si scusa di aver dimenticato gli occhiali, e
prega lo strano ricercatore di rimanere al suo posto e di
togliersi solo il cappello perché lui, alle sue spalle, possa
seguire lo scorrere delle parole luminose e accontentarsi,
come lo ha abituato Samaher, solo di un sommario.
C’è un che di ingenuo, ma anche di commovente, nel
tentativo del padre nordafricano di immergersi nelle
profondità della coscienza muta del figlio e di credere di poter
immaginare, in forza del suo amore, cosa intendesse ricavare
il giovane studioso da quei vecchi giornali e riviste raccolti
con zelo. Quell’uomo semplice, ex impiegato dell’acquedotto
di Gerusalemme, ha deciso, nonostante la scarsa istruzione e
la mancanza di esperienza, di ignorare le testimonianze di
lotte tribali o di casta, di rifiutare le allegorie piccanti sul
dominio francese, di respingere i dubbi suscitati dalla ricerca
di un’identità nazionale e di spigolare invece in poesie e
racconti, che a lui paiono antichi testi religiosi in veste
moderna, i riferimenti ad Allah, disceso sul mondo per tenere
a freno la ferocia e l’ignoranza dei figli del deserto.
Gli abiti femminili sparsi sul letto matrimoniale accanto alla
scrivania risvegliano un poco i sensi di Rivlin, stupito di
notare quanto siano numerosi i riferimenti religiosi presenti
nelle storie che Samaher gli ha illustrato come puramente
umane. Rivlin osserva con affetto quell’uomo credente che
senza rendersene conto cerca un contatto con la spiritualità
degli arabi per attenuare il sentimento di vendetta che gli
brucia dentro.
– Perché no, signor Swissa? È un’idea bella e giusta tentare
di scoprire la componente religiosa già presente nel periodo
della lotta nazionale, anche se forse solo in germe... Può
decisamente integrarsi con la mia linea di pensiero...
Una mano leggera gli accarezza le spalle.
La giovane vedova, vestita con un abito a fiori, è appena
entrata in casa, e per la gioia di trovare il professore vorrebbe
imbandire la tavola in suo onore. Ma Rivlin non è venuto a
Gerusalemme per divertirsi, bensí per ascoltare l’intervento di
Tedeschi che quella mattina si è recato ingenuamente al
pronto soccorso senza assicurarsi di poter essere dimesso.
Quindi va di fretta e non può trattenersi, nonostante il lavoro
del signor Swissa lo affascini. Di certo tornerà. E l’anziano
padre, lusingato dall’interesse di Rivlin per i suoi sforzi,
spegne il computer, si mette il cappello e gli propone un
passaggio fino all’ospedale. La giovane vedova è molto delusa
dal rifiuto dell’ospite. Ma come se avesse un urgente bisogno
di trovarsi sola con lui insiste per essere lei ad accompagnarlo,
e senza rimorsi si scrolla di dosso il bambino che si aggrappa
al suo vestito implorandola di portarlo