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Titolo originale: Shingaling.

A Wonder Story
Testo: © 2015 R.J. Palacio
Immagine di copertina: © 2015 Tad Carpenter
Tutti i diritti riservati. Pubblicato negli Stati Uniti da Alfred A. Knopf, un marchio di Random House
Children’s Books, una divisione di Random House, Inc., New York.
Traduzione: Alessandra Orcese
Progetto grafico di interno e copertina: Yoshihito Furuya
Impaginazione: Simonetta Zuddas
Referenze fotografiche: l’immagine di pagina 127 è gentilmente concessa da Carnegie Hall
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L’editore si dichiara disponibile a regolare le eventuali spettanze per quelle immagini di cui non
sia stato possibile reperire la fonte.
www.giunti.it
© 2016 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese, 165 - 50139 Firenze - Italia
Piazza Virgilio, 4 - 20123 Milano - Italia
Prima edizione: ottobre 2016
ISBN 9788809847439
Prima edizione digitale: ottobre 2016
Il libro
Il libro di Charlotte
La storia di Wonder è narrata da Charlotte, una ragazzina molto
insicura nelle amicizie e nelle dinamiche con i compagni. Charlotte è
una dei tre studenti scelti per dare il benvenuto ad Auggie nella nuova
scuola. Quando inizia una guerra tra i sostenitori del nuovo arrivato e i
suoi detrattori, è Charlotte a passare a Jack la lista di “chi sta con chi”,
ma senza scoprirsi. Alla fine capirà che per sostenere un amico
bisogna essere capaci di prendere posizione.

Dopo Il libro di Julian e Il libro di Christopher, questo è il terzo e ultimo


episodio della trilogia di racconti che ripercorrono la storia narrata in
Wonder.
L’autrice
R.J. Palacio
Nata nel 1964, R.J. Palacio ha lavorato per vent’anni in editoria come
grafica e art director. Palacio è il suo pseudonimo, ispirato al nome
della madre di origini colombiane. Il suo primo romanzo, Wonder, è
immediatamente balzato in cima alle classifiche dei bestseller mondiali.
Su insistenza dei fan ha già scritto altri tre capitoli della storia di
Auggie: Il libro di Julian, Il libro di Christopher e Il libro di Charlotte.
Vive a New York con il marito, due figli e due cani. http://rjpalacio.com/
Ma ogni primavera
ritorna giovane
al canto delle fate.
(Le fate dei fiori di primavera, 1923)
Nessuno sa ballare lo shingaling come me.
(The Isley Brother, Nobody but Me)
Come andavo a scuola

In Main Street c’era un vecchio cieco che suonava la


fisarmonica; lo vedevo tutti i giorni quando andavo a
scuola. Sedeva su uno sgabello sotto la tettoia del
supermarket A&P, all’angolo con Moore Avenue, con il
suo cane per non vedenti sdraiato davanti, su una
coperta. Il cane portava una bandana rossa annodata
intorno al collo. Era un labrador nero. Lo so perché un
giorno mia sorella Beatrix glielo ha chiesto.
«Mi scusi, signore. Che cane è, questo?»
«Joni è una femmina di labrador nero, signorina» ha
risposto il vecchio.
«È davvero bella. Posso accarezzarla?»
«Meglio di no. Sta lavorando, adesso».
«Okay, grazie. Buona giornata».
«Ciao, signorina».
Mia sorella gli ha fatto ciao con la mano. Il vecchio
non aveva modo di saperlo, ovviamente, quindi non ha
risposto al saluto.
Beatrix aveva otto anni, all’epoca. Lo so perché era il
mio primo anno alla Beecher Prep, il che significa che
andavo alla scuola materna.
Io non ci ho mai parlato, con il tipo della fisarmonica.
Odio doverlo ammettere, ma mi faceva un po’ paura,
allora. I suoi occhi, che erano sempre aperti, erano
come vitrei e torbidi. Erano color crema, con delle
striature marroni come due biglie. Erano inquietanti.
Ero anche un tantino terrorizzata dal cane, cosa che
non aveva alcun senso perché di solito mi piacciono
molto, i cani. Voglio dire: io ce l’avevo, un cane! Ma
avevo paura di quel cane lì, che aveva un muso grigio
e anche lei un paio di occhi un po’ acquosi. Ma – ed
eccolo qui, il grande “ma” – anche se temevo
entrambi, sia l’uomo che il cane, lasciavo sempre
cadere una banconota da un dollaro nella custodia
aperta della fisarmonica davanti a loro. E, non so
come, anche se stava suonando, non importa quanto
silenziosamente io cercassi di scivolargli accanto:
l’uomo con la fisarmonica sentiva sempre lo swoosh
della banconota che cadeva nella custodia.
«Dio benedica l’America» diceva al vento, facendo un
cenno col capo verso di me.
La cosa mi stupiva ogni volta. Ma come faceva a
sentirlo? Come sapeva in che direzione muovere la
testa?
La mamma mi ha spiegato che le persone non
vedenti sviluppano gli altri sensi per compensare
quello che hanno perduto. Così, dato che lui era cieco,
aveva un udito sopraffino.
Il che, naturalmente, mi portava a domandarmi se
avesse altri superpoteri. Tipo: in inverno, quando si
congelava, le sue dita conoscevano forse una magia
per riscaldarsi, mentre premeva i tasti della
fisarmonica? In quelle giornate veramente rigide,
quando io dopo solo due isolati cominciavo a battere i
denti contro il vento gelido, come faceva, lui, a suonare
la fisarmonica? A volte gli ho visto persino dei rivoli di
ghiaccio fra i baffi e la barba, mentre la sua mano si
allungava per controllare che il cane fosse coperto dal
plaid. Così ho capito che lo sentiva, il freddo, però
come faceva a continuare a suonare? Se non è questo,
un superpotere, non so cos’altro possa esserlo!
Durante l’inverno ho sempre chiesto alla mamma due
dollari da lasciar cadere nella custodia, anziché solo
uno.
Swoosh. Swoosh.
«Dio benedica l’America».
Suonava le stesse otto, dieci canzoni tutto il tempo.
Tranne che nel periodo di Natale, quando suonava
Rudolph, la renna dal naso rosso e Udite! La canzone
degli angeli messaggeri. Ma per il resto, erano sempre
le stesse canzoni. La mamma conosceva qualche
titolo. Delilah. Tema di Lara. Quelli eran giorni. Le ho
scaricate tutte, e la mamma aveva ragione: erano
proprio quelle, le canzoni. Ma perché solo quelle?
Erano le uniche che aveva imparato a suonare o erano
le uniche che ricordava? Oppure sapeva un mucchio
di altre canzoni, ma decideva di suonare solo quelle?
Il fatto è che tutte quelle domande portavano solo
altre domande! Quando aveva imparato a suonare la
fisarmonica? Da bambino? Ci vedeva, allora? E se non
ci vedeva, come faceva a leggere la musica? Dov’era
cresciuto? Dove abitava, quando non era sull’angolo
tra Main Street e Moore Avenue? Vedevo lui e il cane
camminare insieme, a volte, la mano destra di lui che
teneva la pettorina del cane e la sinistra la custodia
della fisarmonica. Si muovevano così lenti! Non
sembrava potessero andare molto lontano. Ma allora,
dove, andavano?
C’erano un mucchio di domande che gli avrei fatto, se
solo non avessi avuto paura di lui. Invece non gliele ho
mai fatte. Gli davo solo banconote da un dollaro.
Swoosh.
«Dio benedica l’America».
Così, ogni volta.
Poi, quando sono diventata più grande e non avevo
più così paura di lui, le domande che continuavo a
farmi hanno cominciato a non sembrarmi più tanto
importanti. Immagino mi fossi talmente abituata a
vederlo che non pensavo più ai suoi occhi annebbiati,
né mi domandavo se avesse dei superpoteri. Non
avevo smesso di dargli un dollaro quando gli passavo
accanto, ma era più tipo un’abitudine, adesso, come
far passare l’abbonamento della metro dentro la
macchinetta ai tornelli.
Swoosh.
«Dio benedica l’America».
Quando ho iniziato la prima media ho smesso di
vederlo del tutto perché non passavo davanti a lui per
andare a scuola. La scuola media della Beecher Prep
è qualche isolato più vicino a casa mia rispetto alla
scuola elementare, perciò adesso vado a scuola con
Beatrix e la mia sorella più grande, Aimee, e torno da
scuola con la mia migliore amica, Ellie, oltre che con
Maya e Lina, che abitano vicino a me. Una volta ogni
tanto, all’inizio dell’anno scolastico, dopo la scuola e
prima di tornare a casa andiamo a prenderci la
merenda da A&P e vedo l’uomo della fisarmonica, gli
do un dollaro, e lui dice “Dio benedica l’America”. Ma
quando arriva il freddo non ci andiamo tanto spesso.
Che è poi la ragione per cui è stato solo pochi giorni fa,
durante le vacanze invernali, un pomeriggio in cui sono
andata da A&P con la mamma, che ho realizzato che il
vecchio cieco che suonava la fisarmonica su Main
Street non era più lì.
Se ne era andato.
Come ho passato le vacanze di
Natale

La gente che mi conosce dice sempre che


drammatizzo tutto. Non so perché lo dicano, perché se
c’è qualcosa che io non sono per niente è
“drammatica”. Ma quando ho scoperto che l’uomo con
la fisarmonica se ne era andato mi sono sentita come
persa! Non lo so davvero, il perché, semplicemente
non riuscivo a smettere di chiedermi in modo ossessivo
che cosa potesse essergli successo. Era come un
mistero che dovevo assolutamente risolvere! Cosa
diavolo poteva essere capitato al vecchio cieco che
suonava la fisarmonica in Main Street?
Nessuno sembrava saperlo. Io e la mamma abbiamo
chiesto alle cassiere del supermarket, alla signora
della lavanderia a secco e all’uomo del negozio di
ottica sull’altro lato della strada. Abbiamo chiesto
persino al vigile che dava i biglietti per il parcheggio in
quel quartiere. Tutti lo conoscevano, ma nessuno
sapeva cosa gli fosse successo, solo che un giorno –
puf! – non era più lì. Il vigile mi ha detto che, nelle
giornate veramente fredde, le persone senza fissa
dimora vengono portate nei ricoveri cittadini, così non
muoiono di freddo. Lui riteneva che, con tutta
probabilità, doveva essere successo questo al vecchio
con la fisarmonica. Ma la signora della lavanderia ha
detto che lei sapeva per certo che l’uomo con la
fisarmonica non era un barbone. Secondo lei abitava
da qualche parte su a Riverdale, perché lo aveva visto
scendere dal bus Bx3 al mattino presto con il cane. E
l’ottico ha detto che era sicuro che l’uomo della
fisarmonica fosse stato un famoso musicista jazz, un
tempo, e che fosse ricco sfondato, perciò non mi
dovevo preoccupare per lui.
A questo punto penserete che queste risposte mi
abbiano soddisfatta, giusto? Invece no! Hanno solo
sollevato un mucchio di altre domande, che mi hanno
resa ancora più curiosa su di lui. Tipo: stava in un
ricovero per persone senza fissa dimora, durante
l’inverno? O viveva nella sua splendida casa di
proprietà a Riverdale? Era stato davvero un musicista
jazz famoso? Era ricco? E, se era ricco, perché
suonava chiedendo soldi?
Per inciso, tutta la mia famiglia si era già scocciata del
mio parlare di continuo di questo.
Beatrix diceva cose del tipo: «Charlotte, se parli
ancora una volta di questa cosa ti vomito tutto
addosso!».
E Aimee: «Charlotte, la vuoi smettere una buona
volta?».
Mia mamma è stata l’unica che ha suggerito che un
buon modo di “incanalare” la mia energia sarebbe
stato organizzare una raccolta di cappotti smessi nel
vicinato da regalare alle persone senza fissa dimora.
Abbiamo affisso in giro dei volantini che chiedevano
alla gente di donare i loro cappotti usati ma ancora in
buono stato, lasciandoli dentro a buste di plastica in un
cassonetto gigante che avevamo messo davanti a
casa nostra. Poi, dopo aver raccolto circa dieci enormi
sacchi della spazzatura pieni di cappotti, io, la mamma
e il papà abbiamo attraversato tutto il centro in
macchina per andare a regalare i cappotti alla Bowery
Mission. Devo dire che mi ha fatto sentire veramente
bene, dare tutti quei cappotti alle persone che ne
avevano davvero bisogno. Una volta dentro la
Missione, mi sono guardata intorno per vedere se,
magari, ci fosse anche l’uomo della fisarmonica, ma
non c’era. In ogni caso sapevo che lui ce l’aveva già,
un bel cappotto: un parka di piumino canadese di un
arancione fosforescente, che aveva fatto sperare alla
mamma che le voci sul fatto che fosse ricco fossero
veritiere.
«Non si vedono in giro molti senzatetto con addosso
piumini canadesi» ha osservato la mamma.
Quando sono tornata a scuola dopo le vacanze di
Natale il signor Kiap, il direttore della scuola media, si
è congratulato con me per la storia della raccolta dei
cappotti.
Non sono sicura di come fosse venuto a saperlo, sta
di fatto che lo sapeva.
Concordavo, in linea generale, sull’ipotesi che il
signor Kiap possedesse una qualche specie di drone
addetto alla sorveglianza segreta, che teneva sotto
controllo tutto quello che succedeva alla Beecher Prep:
non c’era altro modo perché potesse sapere tutta la
roba che sembrava sapere.
«Un bel modo di passare le vacanze di Natale,
Charlotte» mi ha detto.
«Oh, grazie, signor Kiap!»
Mi piaceva, il signor Kiap. Era sempre davvero molto
gentile. Mi piaceva soprattutto che fosse uno di quegli
insegnanti che non ti parlano mai come se tu fossi un
bambino piccolo. Usa sempre paroloni importanti, lui,
dando per assodato che tu li conosca e li capisca, e
non distoglie mai lo sguardo mentre tu gli stai
parlando. Apprezzavo anche il fatto che portasse le
bretelle, il cravattino a farfalla e un paio di scarpe da
ginnastica rosso brillante.
«Pensi di potermi aiutare a organizzare una raccolta
di cappotti anche qui alla Beecher Prep?» mi ha
chiesto. «Ora che sei un’esperta, mi piacerebbe
seguire le tue direttive».
«Ma certo!» ho risposto.
Ed è stato così che mi sono ritrovata a far parte della
prima Raccolta di Cappotti annuale della Beecher
Prep.
In ogni caso, tra la raccolta degli indumenti e tutto il
dramma che stava succedendo a scuola quando sono
rientrata dalle vacanze invernali (dirò di più su questo
fra breve!), non ho davvero avuto la possibilità di
risolvere il mistero di cosa potesse essere capitato al
vecchio cieco che suonava la fisarmonica in Main
Street. Ellie non sembrava minimamente interessata ad
aiutarmi a risolvere il caso, anche se era un genere di
cosa a cui avrebbe potuto interessarsi appena qualche
mese prima. E né Maya né Lina sembravano ricordarsi
per niente di lui. Anzi, in ultima analisi a nessuno
sembrava importare che cosa potesse essergli
successo, così alla fine ho lasciato cadere l’argomento
e basta.
Qualche volta ci pensavo ancora all’uomo della
fisarmonica, però. E ogni tanto mi tornava in mente una
delle canzoni che suonava sempre. Allora la
canticchiavo fra me e me per tutto il giorno.
Come è incominciata la guerra dei
maschi

L’unica cosa di cui si poteva parlare quando siamo


rientrati dalle vacanze invernali era “la guerra”,
conosciuta anche come “la guerra dei maschi”. L’intera
faccenda era cominciata subito prima della pausa
natalizia. Qualche giorno prima della fine della scuola,
Jack Will era stato sospeso per aver dato un pugno
sulla bocca a Julian Albans. Quando si dice dramma!
Ne spettegolavano tutti. Ma nessuno sapeva con
esattezza perché Jack l’avesse fatto. La maggior parte
dei ragazzi era convinta che avesse qualcosa a che
fare con Auggie Pullman. Per chiarire un po’ la
situazione, dovete sapere che Auggie Pullman è il
ragazzino nella nostra scuola nato con seri problemi al
viso. E per seri, intendo seri. Tipo, davvero seri.
Nessuno dei suoi tratti somatici è dove dovrebbe
essere. Ed è un po’ scioccante la prima volta che lo
incontri, perché è come se portasse una maschera, o
roba del genere. Perciò quando è arrivato alla Beecher
Prep lo hanno notato tutti. Era impossibile non notarlo.
Siamo stati in pochi – praticamente solo io, Jack e
Summer – a essere stati gentili con lui fin dal principio.
Tipo che, passandogli accanto nell’atrio, io gli buttavo
lì sempre un: «Ehi, Auggie, come va?» e cose del
genere. Ora, certo, questo avveniva in parte perché il
signor Kiap mi aveva chiesto di far parte del comitato
di accoglienza di Auggie prima che cominciasse la
scuola, ma sarei stata carina con lui anche se nessuno
mi avesse chiesto di farlo.
La maggior parte delle persone, come Julian e il suo
gruppo, non erano per niente gentili con Auggie,
specie all’inizio. Non penso che i ragazzi volessero
necessariamente essere cattivi. Penso solo che fossero
un po’ straniti dalla sua faccia, tutto qui. Dicevano cose
stupide alle sue spalle. Lo chiamavano “fenomeno da
baraccone”. Giocavano a questo gioco chiamato “la
peste”, al quale io non partecipavo, tra parentesi! (Se
non ho mai toccato Auggie Pullman è solo perché non
ho mai avuto una ragione per farlo, tutto qui!). Nessuno
voleva passare del tempo con lui o essere messo in
coppia con lui per un progetto scolastico. Almeno
all’inizio dell’anno. Dopo un paio di mesi, però, le
persone hanno cominciato ad abituarsi a lui, invece.
Non che fossero particolarmente gentili o altro, ma se
non altro hanno smesso di comportarsi in modo
crudele. Tutti quanti, intendo, tranne Julian, che ha
continuato a fare un mucchio di storie! È come se non
riuscisse a digerire il fatto che Auggie ha l’aspetto che
ha. Come se il poverino potesse farci qualcosa, no?
In ogni caso, quello che tutti pensano sia successo è
che Julian deve aver detto qualcosa di orribile su
Auggie a Jack. E Jack, da buon amico, ha colpito
Julian. Bum.
E poi Jack è stato sospeso. Bum.
E adesso è rientrato dalla sospensione! Bum!
Ed eccolo qui, il dramma!
Ma non è finita!
Perché ecco cosa è successo dopo: durante le
vacanze di Natale Julian ha dato questa enorme festa
e, in sostanza, ha messo tutti quelli di prima contro
Jack. Ha sparso la voce che lo psicologo della scuola
aveva detto a sua mamma che Jack era emotivamente
instabile. E che la pressione per l’amicizia con Auggie
lo aveva fatto scattare e trasformato in un pazzo pieno
di rabbia. Assurdo! Certo, niente di tutto questo era
vero, e lo sapevano praticamente tutti, il che non aveva
impedito a Julian di mettere in giro quella bugia.
Così adesso i maschi sono tutti coinvolti in questa
guerra. È così che è cominciata. Ed è una cosa
talmente stupida!
Come sono rimasta neutrale

So che molti dicono che sono una “brava ragazza”.


Non capisco proprio perché. Non è che sono così
brava.
Questo non vuol dire, però, che mi comporti in modo
meschino con qualcuno solo perché qualcun altro mi
dice di farlo. Odio quando le persone fanno questo
genere di cose.
Così, quando tutti i maschi hanno cominciato a voltare
le spalle a Jack e Jack non sapeva il perché, ho
pensato che il minimo che potessi fare fosse dirgli
come stavano le cose. Voglio dire, conosco Jack sin
dalla scuola materna. È uno a posto!
Il fatto è che non volevo che qualcuno mi vedesse
parlare con lui. Alcune ragazze, tipo il gruppo di
Savanna, avevano cominciato a schierarsi con i maschi
di Julian, e io preferivo restare neutrale, perché non
volevo che qualcuna di loro si arrabbiasse con me.
Speravo ancora che forse, un giorno o l’altro, sarei
riuscita a entrare anch’io in quel gruppo. E l’ultima
cosa che desideravo era fare qualcosa che azzerasse
le mie possibilità.
Così, un giorno, subito prima dell’ultima ora, ho
allungato di nascosto a Jack un bigliettino
chiedendogli di incontrarci nell’aula 301 dopo la
scuola. Cosa che abbiamo fatto. E così gli ho spiegato
tutto quello che stava succedendo.
Avreste dovuto vedere la faccia di Jack! Era
paonazzo! Sul serio, poveretto! Eravamo entrambi
d’accordo che tutta quella faccenda era davvero
assurda.
Mi dispiaceva un sacco per lui.
Poi, quando abbiamo finito di parlare, sono scivolata
fuori dall’aula senza che nessuno mi vedesse.
Come ho voluto dire a Ellie della mia
chiacchierata con Jack Will

A pranzo, il giorno dopo, volevo confessare a Ellie di


aver parlato con Jack.
Io e Ellie avevamo entrambe una cotta “segreta” per
Jack Will che risaliva alla quarta elementare, quando
aveva recitato la parte di Artful Dodger in Oliver!, e lo
avevamo trovato adorabile con quel cappello a
cilindro.
L’ho avvicinata mentre svuotava il vassoio del pranzo.
Non sedevamo più allo stesso tavolo da quando lei
era passata al tavolo di Savanna, più o meno ad
Halloween. Ma mi fidavo ancora di lei. Siamo state
migliori amiche fin dalla prima elementare! Questo vuol
dire molto!
«Ehi» ho esordito, dandole un colpetto con la spalla.
«Ehi» ha risposto ricambiando.
«Perché ieri non eri a coro?»
«Oh, non te l’ho detto?» ha fatto lei. «Ho cambiato
materie facoltative quando sono rientrata dalle
vacanze. Adesso sono nella banda».
«Banda? Sul serio?» ho esclamato.
«Suono il clarinetto!» ha risposto.
«Uau» ho fatto io. «Grande».
La notizia mi ha colta di sorpresa, e per svariati motivi.
«In ogni caso: che fine hai fatto, Charly?» ha
attaccato lei. «Mi sembra di averti a malapena
incrociata, da quando siamo tornate dalle vacanze di
Natale!» mi ha preso il polso per esaminare il mio
braccialetto nuovo.
«Lo so, hai ragione…» ho replicato, anche se ho
evitato di precisare che era così perché lei mi aveva
dato buca ogni volta che avevamo deciso di vederci
dopo la scuola.
«Come va il torneo di Punti e Linee di Maya?»
Si riferiva alla nuova ossessione di Maya, che durante
l’intervallo di pranzo voleva a tutti i costi riuscire a fare
il gioco Punti e Linee più grande del mondo. Ci
scherzavamo un po’ alle sue spalle.
«Bene» ho risposto, sorridendo. «È un po’ che voglio
chiederti di questa cosa della guerra tra maschi. È
davvero stupida, no?»
Ellie ha alzato gli occhi al cielo. «È del tutto fuori
controllo».
«Vero?» ho aggiunto. «Mi dispiace un po’ per Jack.
Non credi che Julian dovrebbe piantarla, a questo
punto?»
Ellie ha cominciato a rigirarsi una ciocca di capelli
attorno a un dito. Ha preso un cartone di succo fresco
dal bancone e ha spinto la cannuccia nel buco. «Non
lo so, Charly» ha risposto. «È Jack che lo ha colpito in
faccia. Julian ha tutto il diritto di essere arrabbiato». Ha
preso una lunga sorsata. «In effetti, comincio a
pensare che Jack abbia seri problemi di gestione della
rabbia».
Fermi tutti. Che cosa? Conosco Ellie da una vita, e la
Ellie che conosco non userebbe mai un’espressione
come “problemi di gestione della rabbia”. Non che Ellie
non sia intelligente, ma non è così intelligente. Problemi
di gestione della rabbia? Aveva tutta l’aria di essere più
una cosa che Ximena Chin avrebbe potuto dire in quel
suo tono sarcastico. È da quando Ellie ha cominciato
ad andarsene in giro con Ximena e Savanna che si sta
comportando in modo sempre più strano!
Fermi un attimo! Mi sono appena ricordata di una
cosa: Ximena suona il clarinetto! Ecco perché Ellie ha
cambiato materia facoltativa! Ora sì che tutto quadra!
«In ogni caso» ha proseguito Ellie «non credo che
dovremmo farci coinvolgere. È una cosa dei maschi».
«Già, chissene» ho risposto, decidendo che era
meglio non dire a Ellie che avevo parlato con Jack.
«Allora, sei pronta per i provini di danza di oggi?» mi
ha chiesto allegramente.
«Certo» ho risposto, fingendomi eccitata. «Penso che
la signora Atanabi sia…»
«Pronta, Ellie?» l’ha chiamata Ximena Chin, che era
appena apparsa dal nulla. Ha fatto un piccolo cenno di
saluto nella mia direzione, ma senza guardarmi
veramente, poi si è voltata e si è incamminata verso
l’uscita della mensa.
Ellie ha lasciato cadere il succo di frutta non finito
nella spazzatura, si è buttata lo zaino sulla spalla
destra ed è trotterellata dietro a Ximena. «Ci vediamo,
Charly!» ha borbottato a metà strada verso l’uscita.
«A dopo» ho risposto, osservandola mentre
raggiungeva Ximena. Insieme, hanno raggiunto
Savanna e Gretchen, una di seconda, che le stavano
aspettando all’uscita.
Tutte e quattro erano alte più o meno uguale e
avevano tutte capelli super lunghi, con dei boccoli alle
estremità. Il colore dei capelli era diverso, però. Quelli
di Savanna erano di un biondo dorato. Quelli di Ximena
neri. Quelli di Gretchen rossi. Ed Ellie era castana.
Ogni tanto mi chiedevo se Ellie non fosse stata
ammessa in quel gruppo popolare per via dei capelli,
che erano del colore e della lunghezza giusti.
I miei capelli sono biondo bianco, e così dritti e lisci.
Nessuna speranza che terminino con un ricciolo senza
una massiccia dose di lacca. E non sono abbastanza
lunghi. Come me.
Come usare i diagrammi di Venn
(parte prima)

Nel corso di scienze della signora Rubin abbiamo


imparato a usare i diagrammi di Venn. Un diagramma
di Venn si disegna per vedere le relazioni tra diversi
gruppi di cose. Esempio: metti che vuoi vedere le
caratteristiche comuni tra mammiferi, rettili e pesci.
Disegni un diagramma di Venn e fai un elenco di tutti
gli attributi di ciascuno dentro un cerchio. Dove i cerchi
si intersecano c’è tutto quello che hanno in comune.
Nel caso di mammiferi, rettili, e pesci sarebbe il fatto
che hanno tutti la colonna vertebrale.
In ogni caso, io li adoro i diagrammi di Venn. Sono
davvero utili per spiegare un sacco di cose. Ogni tanto
li disegno per spiegare le amicizie.
Io e Ellie ci siamo conosciute in prima elementare.
Come potete vedere, io e Ellie avevamo un sacco di
cose in comune.
Siamo state amiche fin dal primo giorno di scuola,
quando la signora Diamond ci ha fatte sedere allo
stesso banco.
Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Io continuavo
a cercare di parlare con Ellie, che però era timida e
non voleva.
Poi, all’intervallo, ho cominciato a pattinare sul
ghiaccio con le dita sulla superficie del banco che
condividevamo.
Se non sapete di cosa parlo, è quando fai un segno
della pace capovolto e lasci scivolare le dita sul banco
lucido, come se fossero dei pattinatori artistici.
Comunque, Ellie mi ha osservato mentre lo facevo per
un po’, e dopo ha cominciato a pattinare con le dita
anche lei.
Poco dopo ci stavamo esibendo entrambe in figure a
otto su tutto il banco. Da lì in poi, siamo state
inseparabili.
Come ho continuato a rimanere
neutrale

Quando mi sono presentata per i provini di danza


dopo la scuola Ellie, Savanna e Ximena stavano
chiacchierando davanti agli armadietti fuori dall’aula di
teatro.
Ho capito che stavano parlando di me nel momento in
cui mi hanno guardata.
«Non stai davvero prendendo le parti di Jack nella
guerra dei maschi, vero?» ha detto Savanna, con
un’espressione da “che schifo!” sulle labbra.
Ho lanciato un’occhiata a Ellie, che aveva
chiaramente condiviso con Savanna e Ximena
qualcosa della nostra conversazione a pranzo. Ha
cominciato a masticare una ciocca di capelli e si è
voltata dall’altra parte.
«Non sto dalla parte di Jack» ho replicato con calma.
Ho aperto il mio armadietto e ci ho ficcato dentro lo
zaino. «Ho detto solo che credo che questa storia della
guerra tra maschi sia stupida. Tutti i maschi si stanno
comportando da idioti».
«Sì, ma è stato Jack a cominciare» ha ripreso
Savanna. «O stai dicendo che ha fatto bene a dare un
pugno a Julian?»
«No, di sicuro non ha fatto bene» ho risposto, tirando
fuori le cose di danza.
«Allora come fai a stare dalla parte di Jack?» si è
affrettata a chiedere Savanna, mentre faceva ancora
quella smorfia da “che schifo!”.
«È perché ti piace?» ha chiesto Ximena, con un
sorriso malizioso.
Ximena, che con tutta probabilità non mi ha rivolto più
di trenta parole in tutto l’anno, che mi chiede se mi
piace Jack?
«No» ho risposto, ma ho sentito distintamente che le
orecchie mi stavano diventando paonazze. Ho alzato
gli occhi verso Ellie, mentre mi sedevo per infilarmi le
scarpe da danza jazz. Al momento si stava arricciando
un’altra ciocca di capelli, pronta a infilarsela in bocca.
Non riesco a credere che abbia raccontato loro di
Jack! Che traditrice!
In quel momento è entrata nella stanza la signora
Atanabi, battendo le mani per richiamare l’attenzione
generale con il suo solito fare teatrale.
«Va bene, ragazze, se non avete ancora scritto il
vostro nome sul foglio dei provini, per favore fatelo
adesso» ha detto, indicando la tavoletta per gli appunti
sul tavolo vicino a lei. C’erano circa altre otto ragazze,
nella fila per iscriversi. «E se vi siete già iscritte, per
favore prendete posto sulla pista da ballo e cominciate
a fare stretching».
«Scrivo io il tuo nome» ha proposto Ximena a
Savanna, avvicinandosi al tavolo.
«Vuoi che scriva io il tuo, Charly?» mi ha chiesto Ellie.
Peccato che quello fosse il suo modo per capire se
fossi o meno arrabbiata con lei. E lo ero eccome!
«Mi sono già iscritta» ho risposto tranquilla, senza
guardarla.
«Naturale che si è iscritta» è intervenuta Savanna,
alzando gli occhi al cielo. «Charlotte è sempre la prima
a iscriversi».
Come (e perché) mi piace ballare

Prendo lezioni di danza da quando avevo quattro


anni. Balletto. Tip tap. Jazz. Ma non per diventare una
prima ballerina classica, quello che voglio fare da
grande è la star di Broadway. Per farlo, devi imparare
davvero a cantare e ballare e a esibirti su un palco. Per
cui io mi impegno tantissimo nelle mie lezioni di danza.
E di canto. Le prendo davvero sul serio, perché so che
un giorno, quando si presenterà la mia grande
occasione, sarò pronta. E perché sarò pronta? Perché
ci ho lavorato sodo, e per tutta la vita! La gente sembra
convinta che le stelle di Broadway saltino fuori dal
nulla, invece non è vero! Si esercitano finché non
hanno i piedi doloranti! Provano come dei pazzi! Se
vuoi essere una stella devi essere disposto a lavorare
più duramente di chiunque altro, per raggiungere i tuoi
obiettivi e i tuoi sogni! Per come la vedo io, un sogno è
come un disegno che prende vita nella tua testa. Per
prima cosa devi immaginarlo. E poi devi mettercela
davvero tutta perché si avveri.
Quindi, quello che dice Savanna – «Charlotte è
sempre la prima a iscriversi» – da una parte è come un
complimento perché sta dicendo: «Charlotte è sempre
sul pezzo, che è poi la ragione per cui il suo duro
lavoro porta i suoi frutti». Ma quando dice: «Charlotte è
sempre la prima a iscriversi», con quell’espressione da
“che schifo!” stampata sulla faccia, è come se invece
stesse dicendo: «Charlotte ottiene ciò che vuole solo
perché è la prima della lista». O almeno questo è
quello che provo io. Mi sminuisce.
Savanna ha davvero talento per questo genere di
deprezzamenti, dove tutto sta negli occhi e negli angoli
della bocca. È un vero peccato, perché una volta non
era così. Alle elementari io, Savanna, Ellie, Maya e
Summer eravamo tutte amiche. Giocavamo insieme
dopo la scuola. Organizzavamo tè e biscotti. È solo da
quando è cominciata la scuola media – e da quando è
diventata popolare – che Savanna è diventata meno
gentile.
Come la signora Atanabi ci ha
presentato il suo ballo

«D’accordo, signorine!» ha detto la signora Atanabi


battendo le mani e facendoci segno di avvicinarci a lei.
«Tutte sulla pista da ballo per favore! Prendete
posizione. Allargatevi. Allora, oggi andrà così, vi
mostrerò un paio di balli degli anni Sessanta che mi
piacerebbe provaste. Il twist. L’hully gully. E il mambo.
Solo questi tre. D’accordo?»
Io mi ero messa dietro Summer, che mi ha sorriso e
mi ha sventolato uno di quei suoi adorabili e allegri
“ciao”. Quando ero piccola, e ancora presa dalle Fate
dei Fiori, ero convinta che Summer Dawson
somigliasse in tutto e per tutto alla Fata della Lavanda.
Come se fosse nata con delle ali violette.
«Da quand’è che ti piace la danza?» le ho chiesto,
perché non era mai stata una delle ragazze che
vedevo agli spettacoli di ballo.
Summer ha fatto timidamente spallucce. «Ho
cominciato a prendere lezioni quest’estate».
«Grande!» ho risposto, con un sorriso
d’incoraggiamento.
«Signora Atanabi?» ha esordito Ximena, alzando la
mano. «Ma per cosa la stiamo facendo, questa
audizione?»
«O, santo cielo!» ha esclamato la signora Atanabi,
picchiettandosi la fronte con le dita. «Ma certo, mi sono
completamente dimenticata di dire a voi ragazze cosa
ci facciamo qui».
Io, personalmente, ho sempre adorato la signora
Atanabi, con i suoi lunghi abiti svolazzanti e le sciarpe
e i capelli raccolti in modo disordinato. Adoro che
abbia sempre l’aspetto affannato di una che è appena
tornata da un lungo viaggio. Mi piace.
Ma un sacco di gente pensa che sia stordita e
stramba. Il modo in cui fa ricadere la testa all’indietro
quando ride. Il modo in cui a volte borbotta tra sé e sé.
Alcuni dicono che sia tale e quale la signorina Puff di
SpongeBob. Dietro le spalle la chiamano “Ciccianabi”,
cosa che trovo incredibilmente crudele.
«Mi è stato chiesto di mettere in piedi uno spettacolo
di danza per il Gala di beneficenza della Beecher
Prep» ha cominciato. «Che si terrà a metà marzo. Non
è uno spettacolo per gli altri studenti. È una
performance per genitori, insegnanti ed ex allievi. Ma si
tratta di una cosa importante. Quest’anno si terrà alla
Carnegie Hall!»
Tutte hanno cominciato a emettere piccoli cinguettii di
eccitazione.
La signora Atanabi si è messa a ridere. «Immaginavo
che vi avrebbe fatto piacere!» ha detto. «Sto adattando
un pezzo che ho coreografato anni fa, che all’epoca
aveva riscosso un’attenzione considerevole,
modestamente. E ci sarà da divertirsi. Ma bisognerà
lavorare sodo! Il che mi porta ad aggiungere: se
verrete scelte per questo ballo vi sarà richiesto un
grande investimento di tempo! Voglio essere chiara su
questo fin dall’inizio, signorine. Novanta minuti di
prove, dopo la scuola, tre volte a settimana. Da
adesso, fino a marzo. Quindi, se non potete prendervi
questo impegno non fate neanche il provino. Chiaro?»
«E se abbiamo gli allenamenti di calcio?» ha
domandato Ruby, nel bel mezzo di un plié.
«A volte nella vita bisogna scegliere, ragazze» ha
risposto la signora Atanabi. «Non potete andare
all’allenamento di calcio e partecipare a questo
spettacolo. Non c’è altro da dire. Non voglio sentire
scuse riguardo a compiti o verifiche o altro. Mancare
anche a una sola prova è troppo! Ricordate, qui non si
tratta di qualcosa di obbligatorio per la scuola! Non
dovete stare qui, ragazze. Non riceverete crediti extra.
Se l’attrattiva di ballare su uno dei palchi più famosi al
mondo non è abbastanza per voi, allora per favore non
fate i provini». Ha allungato il braccio in tutta la sua
estensione e ha indicato l’uscita. «Non la prenderò sul
personale».
Ci siamo guardate tutte l’un l’altra. Ruby e Jaqueline
hanno entrambe sorriso alla signora Atanabi con aria
colpevole, hanno fatto ciao con la mano e se ne sono
andate. Non riuscivo a credere che qualcuno potesse
farlo! Rinunciare alla possibilità di ballare alla Carnegie
Hall? Ma è famosa quanto Broadway!
La signora Atanabi ha sbattuto le palpebre ma non ha
detto nulla. Poi si è sfregata la fronte, come per
scacciare un mal di testa. «Un’ultima cosa» ha
aggiunto. «Se non verrete selezionate per questa
particolare esibizione, per favore ricordate che c’è
sempre il grande numero di danza dello spettacolo di
varietà di primavera; e a quello possono partecipare
tutte. Perciò, se non venite selezionate per questa
performance vi prego di non farmi scrivere via email
dalle vostre mamme. C’è posto solo per tre ragazze».
«Solo tre?» ha strillato Ellie, coprendosi la bocca con
la mano.
«Sì, solo tre» ha ribadito la signora Atanabi, con lo
stesso tono della signorina Puff quando dice: “Oh,
SpongeBob”.
Sapevo che Ellie pensava: “Ti prego fa’ che siamo io,
Ximena, e Savanna”.
Ma anche se lo desiderava, probabilmente sapeva
che le cose non sarebbero andate così. Il fatto è che
tutti sanno che Ximena è la miglior ballerina di tutta la
scuola. È stata selezionata per il corso estivo intensivo
della School of American Ballet. È a quel livello. Quindi
si trattava di una scommessa piuttosto facile, Ximena
ce l’avrebbe fatta.
E lo sanno tutti che Savanna è arrivata in finale a due
regionali diverse lo scorso anno, ed era arrivata vicina
a piazzarsi per una nazionale; quindi c’erano buone
probabilità che sarebbe stata presa.
E lo sanno tutti che… be’ non per vantarmi, ma il ballo
è pane per i miei denti, e sul mio scaffale ho un
mucchio di trofei a dimostrarlo.
Ellie, però? Mi spiace, ma lei non è nella stessa
categoria di Ximena o Savanna. O nella mia. Certo, è
appassionata di danza da tutti questi anni, ma l’ha
sempre presa con un po’ di pigrizia. Non so, forse se ci
fosse stato posto per quattro ragazze. Ma non se ce ne
potevano essere solo tre.
No. Appariva piuttosto chiaro, mentre scandagliavo la
stanza in cerca di competizione: le tre finaliste
sarebbero state Ximena, Savanna. E me! Scusa, Ellie!
E forse, solo forse, questa sarebbe stata la mia
occasione per entrare nel gruppo di Savanna una volta
per tutte.
Avrei potuto riavere Ellie come mia migliore amica.
Savanna poteva tenersi Ximena.
Avrebbe potuto funzionare alla grande.
Il twist. L’hully gully. E il mambo.
Preso.
Come usare i diagrammi di Venn
(parte seconda)

Alla scuola media, il tuo tavolo del pranzo non


corrisponde sempre al tuo gruppo di amici. Tipo, è
possibilissimo – anzi, è probabile! – che tu possa finire
a sedere a un tavolo insieme a un gruppo di ragazze di
cui sei amica, ma che non sono necessariamente le
tue amiche amiche. Come tu ci sia finita, a quel tavolo,
è completamente casuale: magari non c’era
abbastanza spazio a quello delle ragazze con cui
volevi davvero sederti. O magari sei solo capitata con
un gruppo di ragazze per via della materia che avevi
subito prima di pranzo.
Che è poi quello che è successo a me. Il primo giorno
di scuola io, Maya, Megan, Lina, Rand, Summer ed
Ellie eravamo tutte nella classe di matematica avanzata
della signora Petosa. Quando è suonata la campanella
del pranzo ci siamo precipitate giù per le scale in una
grande ressa, senza sapere esattamente come arrivare
alla mensa. E quando finalmente l’abbiamo trovata, ci
siamo sedute tutte al tavolo in branco.
Era come se stessimo giocando al gioco delle sedie,
con tutti che sgomitavano per trovare un posto. In
realtà ci sarebbero dovuti essere solo sei ragazzi per
tavolo, ma noi sette ci siamo strette e ce l’abbiamo
fatta.
All’inizio, ho pensato che fosse il tavolo migliore di
tutta la sala da pranzo!
Ero seduta proprio tra Ellie, la mia migliore amica
dalla prima elementare, e Maya, l’altra mia migliore
amica delle elementari. Ero seduta di fronte a Summer
e Megan, che conoscevo entrambe, anche se non
eravamo necessariamente buone amiche. E
conoscevo Lina dal programma Campo Estivo della
Beecher Prep. L’unica persona che non conoscevo per
niente era Rand, che però sembrava abbastanza
simpatica. Così, tutto considerato, aveva tutta l’aria di
essere un tavolo davvero fantastico!

Ma poi, proprio il primo giorno, Summer ha cambiato


tavolo per andare a sedersi con Auggie Pullman. È
stato davvero scioccante! Un attimo prima eravamo
sedute tutte lì, a parlare di lui e a guardarlo mangiare il
suo pranzo. Lina ha detto qualcosa di veramente
cattivo che non ripeterò. E l’attimo dopo Summer,
senza dire niente a nessuno, ha semplicemente tirato
su il vassoio e lo ha raggiunto. È stato così inaspettato!
Lina, mi ricordo, aveva l’aria di chi osserva un
incidente automobilistico.
«Smettila di fissarli!» le ho detto.
«Non ci posso credere, che sta mangiando con lui»
ha mormorato orripilata.
«E che sarà mai!» ho ribattuto, alzando gli occhi al
cielo.
«Allora perché tu non stai pranzando con lui?» ha
replicato lei. «Non dovresti essere la persona
incaricata di introdurlo nella scuola?»
«Questo non significa che devo sedermi con lui a
pranzo» mi sono affrettata a rispondere, pentita di aver
detto a qualcuno che il signor Kiap mi aveva prescelta
per essere la tutor di Auggie. Sì, era un onore che
avesse scelto me, insieme a Julian e Jack, ma non ci
tenevo particolarmente a che qualcuno me lo
spiattellasse in faccia!
In giro per la mensa, le persone facevano
esattamente come noi dal nostro tavolo: fissavano
Auggie e Summer che mangiavano insieme. Eravamo
alla scuola media da poche ore, nel vero senso della
parola, ma i ragazzi avevano già cominciato a
chiamarlo “il bambino zombie” e “fenomeno da
baraccone”.
La bella e la bestia. Ecco quello che la gente
sussurrava, a proposito di Summer e Auggie. In
nessun caso avrei lasciato che le persone parlassero
anche alle mie, di spalle!
«Inoltre» ho detto a Lina, prendendo una forchettata
della mia insalata di pollo, «questo tavolo mi piace.
Non voglio cambiare».
Ed era vero! Mi piaceva davvero quel tavolo!
All’inizio era così, almeno. Ma in seguito, avendo
potuto conoscerle un po’ meglio, ho capito che forse
non avevo tante cose in comune con loro quanto mi
sarebbe piaciuto.
È venuto fuori che Lina, Megan e Rand erano tutte
presissime dallo sport (Maya giocava a calcio, ma era
tutto). Così, c’era questo mondo intero di partite di
calcio e gare di nuoto e “trasferte” di cui io ed Ellie non
potevamo davvero chiacchierare. Un’altra cosa era
che tutte loro avevano scelto di far parte dell’orchestra,
mentre io ed Ellie avevamo optato per il coro. E l’ultima
cosa, molto semplice, era che a loro non interessavano
molte delle cose che piacevano a noi! Non guardavano
mai The Voice o American Idol. Non erano attratte da
star del cinema o vecchi film. Non avevano mai visto
Les Misérables, santo cielo! Voglio dire, come potrei
essere veramente amica di qualcuno a cui non
interessi vedere Les Mis?
Ma fintanto che avevo Ellie con cui parlare, con Maya
a completarci, per me era tutto a posto. Noi tre
avremmo chiacchierato delle cose di cui noi volevamo
parlare al nostro lato del tavolo, mentre Megan, Lina e
Rand avrebbero chiacchierato delle cose di cui loro
volevano parlare dal loro lato del tavolo. E dopo ci
saremmo confrontate sugli impegni che ci
riguardavano tutte – compiti, insegnanti, verifiche, le
schifezze che ci propinavano in mensa – al centro del
tavolo.
Che è il motivo per cui andava tutto bene. Fino a
quando Ellie non ha cambiato tavolo!
Così adesso sono da sola. Con Maya.
Maya, con cui era divertente chiacchierare solo
quando c’era anche Ellie. O se volevi partecipare a
un’avvincente partita di Punti e Linee.
Insomma, non ce l’ho con Ellie per aver cambiato
tavolo. Sinceramente, non la biasimo. Da quando
abbiamo saputo che Amos aveva una cotta per lei, ha
ricevuto un “lasciapassare” per il gruppo popolare.
Savanna le ha chiesto di sedere con loro a pranzo, e
poi ha fatto in modo che Amos ed Ellie sedessero
vicini.
È così che tutte le “coppie” del nostro anno si sono
messe insieme. Ximena e Miles. Savanna e Henry. E
ora Amos e Ellie. Insieme in gruppi organizzati. I
maschi popolari e le femmine popolari. Era naturale
che volessero stare tutti insieme. Nessun’altra del
nostro anno esce, o c’è anche solo vicina, a uscire con
qualcuno! So per certo che le ragazze al mio tavolo si
comportano ancora come se i maschi avessero i
pidocchi! E, per quel che ne so io, la maggior parte dei
ragazzi si comporta come se le femmine non
esistessero.
Quindi, sì, capisco perfettamente la ragione per cui
Ellie ha cambiato tavolo. Dico davvero. E non ho
intenzione di essere arrabbiata con lei, come Maya. È
dura quando si viene invitati a un tavolo da pranzo
migliore. Non ci si può voltare indietro.
Tutto ciò che posso fare è stare seduta e aspettare,
parlare con Maya e sperare che, un giorno o l’altro,
Savanna mi chieda di sedermi al tavolo popolare.
Nel frattempo, disegno diagrammi di Venn. E mi
faccio un mucchio di partite a Punti e Linee.
Come si è formato un nuovo
sottogruppo

Il giorno dopo, subito prima di pranzo, sulla bacheca


degli annunci fuori dalla biblioteca qualcuno ha
attaccato questo biglietto:
CONGRATULAZIONI ALLE RAGAZZE INDICATE QUI
SOTTO! SIETE STATE SCELTE PER PARTECIPARE ALLO
SPETTACOLO DELLA SIGNORA ATANABI SUI BALLI ANNI
SESSANTA. HO POSTATO SUL SITO UN CALENDARIO
DELLE PROVE. SEGNATEVELO SULL’AGENDA! NIENTE
ASSENZE. NIENTE SCUSE. LA PRIMA PROVA SI TERRÀ
DOMANI ALLE 16.00 NELL’AULA TEATRO. NON OSATE
ARRIVARE IN RITARDO! LA SIG.RA ATANABI.
XIMENA CHIN
CHARLOTTE CODY
SUMMER DAWSON
O mio dio, sono stata presa! Evviva!!! Ero così felice
quando ho letto il mio nome sulla lista! Al colmo della
gioia! In estasi! Yu-hu!
Quindi eravamo io, Ximena… e Summer?
Che cooosa! Summer? Quella sì che era una
sorpresa! Ero talmente sicura che sarebbe toccato a
Savanna! Voglio dire, Summer aveva appena
cominciato a prendere lezioni di danza! Aveva davvero
battuto Savanna?
Oh, ragazzi: chissà com’era furiosa Savanna!
Scommetto che la sua smorfia da “che schifo” le si era
allungata su tutta la faccia, quando aveva visto la lista!
E Ellie? In realtà, scommetto anche che Ellie si è sentita
in qualche modo sollevata. Avrebbe fatto fatica a
rimanere legata a Ximena e Savanna, e a Ellie ballare
non era mai piaciuto davvero così tanto. Ho sempre
pensato che le piacesse perché piaceva a me, più o
meno. Ero contenta che le cose per lei si fossero
sistemate così. Voglio dire, potrà non comportarsi di
conseguenza, ma è ancora la mia migliore amica.
Ed ero contenta anche per me! Perché anche se
speravo di potermi avvicinare al gruppo di Savanna, mi
ero stressata un po’ chiedendomi se l’accoppiata
Savanna e Ximena mi avrebbe escluso.
Avere Summer nel gruppo con Ximena, però? Questo
sì che sarebbe stato splendido! Magari la
combinazione della gentilezza di Summer e della mia
avrebbe trasformato Ximena in una di noi. Quanto
meno, avrebbe potuto risparmiarle di essere la
“cattiva”, come tutti la considerano. Non che io creda
che sia cattiva. Anzi, la conosco a malapena! In ogni
caso, il fatto che Summer fosse la terza ragazza
nell’esibizione mi rendeva davvero felice. Non sono
quasi riuscita a smettere di sorridere per tutto il giorno.
Come ho visto Savanna

A pranzo mi sono infilata vicino a Maya e Rand, chine


sull’ennesimo gigante gioco di Punti e Linee di Maya:
stavano diventando sempre più complicati.
«Allora!» ho attaccato con aria felice. «Buone notizie,
ragazze! Sono stata scelta per partecipare allo
spettacolo di danza anni Sessanta della signora
Atanabi per il Gala di beneficenza di marzo! Evviva!»
«Evviva!» ha fatto eco Maya, senza alzare lo sguardo
dal gioco. «È fantastico, Charlotte».
«Evviva» ha fatto eco Rand. «Congratulazioni».
«È stata presa anche Summer».
«Oh, evviva, buon per lei» ha commentato Maya.
«Summer mi piace. È sempre così gentile».
Rand, che stava contrassegnando con la propria
iniziale una fila di quadrati appena conclusa, ha alzato
gli occhi verso Maya e ha sorriso. «Quindici!» ha
esclamato.
«Argh!» ha fatto Maya, digrignando i denti. Aveva
appena messo l’apparecchio, e in quel periodo faceva
un sacco di movimenti buffi con la bocca. Ho
sventolato la mia gomma verso di loro. «Mi sa che
state facendo una partita davvero combattuta» ho
commentato sarcastica.
«Ah-ah!» ha fatto Maya, appoggiandosi a me con la
spalla. «È così divertente che ho dimenticato di
ridere».
«Il tavolo delle ragazze cattive ti sta osservando» ha
detto Rand.
«Che cosa?» ho chiesto. Sia io sia Maya ci siamo
voltate nella direzione in cui guardava lei.
Ma Savanna, Ximena, Gretchen e Ellie si sono girate
nell’attimo stesso in cui ho guardato verso di loro.
«È così palese che stavano parlando di te!» è
sbottata Maya, lanciando loro la sua occhiataccia
peggiore attraverso gli occhiali dalla montatura nera.
«Smettila, Maya» le ho detto.
«Perché? Non mi importa» ha risposto. «Lascia che
mi vedano».
Ha mostrato loro i denti come un furetto impazzito.
«Smettila di fissarle, Maya!» ho sibilato tra i miei, di
denti, stretti.
«Va bene» ha chiuso.
È tornata alla sua colossale partita a Punti e Linee con
Rand, e io mi sono concentrata a mangiare i miei
ravioli. A un certo punto ho sentito gli occhi di
qualcuno che mi bruciavano la schiena, così mi sono
voltata e ho buttato un’altra occhiata al tavolo di
Savanna. Stavolta Ximena, Gretchen e Ellie stavano
parlando tra loro, del tutto ignare di me. Ma Savanna
mi stava fissando! E quando i nostri occhi si sono
incrociati non ha distolto lo sguardo. Ha
semplicemente continuato a guardarmi con fare
intimidatorio. Poi, subito prima di piantarla, mi ha fatto
la linguaccia. È successo così in fretta che non l’ha
visto nessuno. E sembrava così infantile, quasi non
riuscivo a crederci!
È lì che ho realizzato di aver capito male prima, a
proposito di Summer che prendeva il terzo posto nello
spettacolo della signora Atanabi. Io ero convinta che il
posto l’avrebbe preso Savanna, e non Summer.
Peccato che, dal punto di vista di Savanna, non era
Summer quella che le aveva soffiato il posto. Ero io!
«Charlotte è sempre la prima a iscriversi» aveva detto.
Savanna dava a me la colpa di aver preso il suo posto
nel ballo!
Come siamo partite da uno strano
inizio

Per tutta la giornata seguente la minaccia di una


tempesta di neve aveva reso tutti eccitati e incerti,
poiché girava voce che la scuola avrebbe chiuso in
anticipo se le peggiori previsioni si fossero avverate.
Per fortuna – perché l’ultima cosa che desideravo al
mondo era che la nostra prima prova venisse
cancellata! – la neve ha cominciato a cadere solo nel
tardo pomeriggio. Ma non forte. Così, dopo l’ultima
campanella, mi sono fatta strada fino all’aula di teatro il
più rapidamente possibile. Dato che la signora Atanabi
era stata così minacciosa, a proposito di arrivare in
ritardo, non mi ha sorpreso che Summer e Ximena
fossero già lì.
Ci siamo salutate prima di cambiarci. All’inizio è stato
un po’ imbarazzante, suppongo. Noi tre non avevamo
mai passato del tempo insieme, prima. Arrivavamo da
gruppi diversi, la nostra versione di mammiferi, rettili, e
pesci. Io e Summer avevamo solo un corso in comune.
E, come ho già detto, conosco Ximena a malapena. La
conversazione più lunga che avevamo avuto risaliva a
dicembre quando, nella classe della signora Rubin,
Ximena mi aveva chiesto – e senza un’ombra di
rimorso – se sarebbe stato un problema fare scambio
di compagno con lei, di modo che lei potesse fare
coppia con Savanna. Che è poi anche la ragione per
cui sono finita ad avere Remo come compagno per il
progetto della Festa delle Scienze, ma quella è tutta
un’altra storia che non vale la pena raccontare.
Per passare il tempo abbiamo cominciato a fare
riscaldamento e stretching. A quel punto, la signora
Atanabi aveva quasi mezz’ora di ritardo!
«Pensate che è così che andrà la storia?» ha chiesto
Ximena, nel bel mezzo di un battement. «Con la
signora Atanabi che arriva in ritardo?»
«Non arriva mai puntuale alle lezioni di teatro» ho
aggiunto, scuotendo la testa.
«Già…» ha detto Ximena. «È quello che temo».
«Magari è solo rimasta bloccata nella neve?» ha
suggerito Summer, alquanto speranzosa. «Sta
cominciando a nevicare piuttosto forte, credo».
Ximena ha fatto una smorfia. «Già, forse ha bisogno di
una slitta» ha risposto in fretta.
«Ah-ah-ah!» ho riso.
Ma sapevo di sembrare stupida.
Ti prego, dio, ti prego di non farmi apparire stupida
davanti a Ximena Chin.
La verità è: Ximena Chin mi rendeva un po’ nervosa.
Non so esattamente perché. È solo che lei era così
cool, e così carina, e tutto in lei era sempre così
perfetto. Il modo in cui si arrotolava la sciarpa. Il modo
in cui le calzavano i jeans. Il modo in cui si fermava i
capelli con la treccia più precisa. Ogni cosa, in lei, era
così precisa!
Ricordo che, dal momento in cui Ximena è arrivata
alla Beecher Prep quest’anno, volevano averla tutti
come amica. Me inclusa! Sono sicura che lei neanche
se ne ricorda, ma sono stata io ad aiutarla a trovare il
suo armadietto il primo giorno di scuola. Sono stata
quella che le ha prestato una matita alla terza ora (che
non mi ha più restituito, ora che ci penso). Però è
Savanna che è diventata la sua migliore amica.
Savanna è riuscita a saltarle addosso il suo primo
nanosecondo a scuola. E poi, niente da fare. È stato
come il Big Bang delle amicizie. È semplicemente
esploso in un universo istantaneo di sguardi complici e
risatine e vestiti e segreti.
Dopodiché, nessuna chance di conoscere meglio
Ximena. La verità è che non faceva molti sforzi per
aprirsi al di fuori del gruppo di Savanna, in ogni caso.
Probabilmente non ne sentiva il bisogno. La gente la
considerava un po’ snob.
Tutto quello che sapevo veramente di lei era che
aveva le gambe più lunghe che avessi mai visto, i voti
più alti del nostro anno, e che era acida. Vale a dire
che faceva un sacco di “osservazioni intelligenti” sulle
persone alle loro spalle. C’era un po’ di gente – tra cui
Maya, per esempio – che non la sopportava. Ma io non
vedevo l’ora di conoscerla meglio. Di esserle amica,
magari! Di ridere alle sue frecciatine sarcastiche. Più di
ogni altra cosa, però, desideravo tanto, ma tanto di
piacerle!
«Spero che tutto questo valga la gran perdita di
tempo» stava dicendo Ximena. «Voglio dire, abbiamo
così tanti altri impegni questo mese! Quel progetto per
la Festa delle Scienze…»
«Io non ho nemmeno cominciato il mio» ha detto
Summer.
«Neanche io!» ho aggiunto, anche se in effetti non era
affatto vero. Io e Remo avevamo finito il nostro diorama
di una cellula la prima settimana dopo le vacanze di
Natale.
«Basta che ci sia il tempo di provare lo spettacolo» ha
proseguito Ximena, guardando il cellulare. «Non voglio
salire sul palco della Carnegie Hall con l’aria dell’idiota
totale perché non abbiamo provato abbastanza, e tutto
perché la signora Atanabi era troppo stordita per
presentarsi puntuale».
«Sapete» ho detto io, tentando di sembrare disinvolta
«se dovessimo mai avere bisogno di un posto per fare
le prove fuori da scuola, potreste venire a casa mia.
Nel seminterrato ho un muro a specchio e una sbarra.
Mia mamma una volta insegnava danza classica a
casa nostra».
«Me lo ricordo il tuo seminterrato!» ha esclamato
Summer allegramente. «Ci hai fatto quella festa a tema
Fate dei Fiori, una volta!»
«In seconda elementare» ho precisato, un po’
imbarazzata che avesse menzionato le Fate dei Fiori
davanti a Ximena.
«Abiti lontano da qui?» mi ha chiesto Ximena,
passando in rassegna i suoi sms.
«Solo dieci isolati».
«Okay, mandami l’indirizzo» ha replicato.
«Ma certo!» ho detto, tirando fuori di scatto il cellulare
e come un idiota: “Sto smessaggiando a Ximena Chin il
mio indirizzo”. «Ehm, com’è il tuo numero, scusa?»
Non ha alzato neanche gli occhi dal telefono, ma ha
portato la mano all’altezza della mia faccia, come una
vigilessa. E lì, in verticale lungo il bordo del palmo,
c’era il suo numero di telefono scritto a grandi cifre con
una penna blu scuro. Ho registrato il numero tra i miei
contatti e le ho inviato il mio indirizzo.
«Ehi, sapete» ho detto mentre scrivevo «potreste
venire da me già domani dopo la scuola, se vi va. Così
possiamo cominciare a provare».
«Okay» ha mormorato con noncuranza Ximena, il che
mi ha fatto venire voglia di spalancare la bocca.
“Ximena Chin che viene domani a casa mia!”
«Oh, io però non posso proprio» ha detto Summer,
strizzando gli occhi in tono di scusa. «Domani mi vedo
con Auggie».
«Che ne dite di venerdì, allora?» ho chiesto.
«Non posso io» ha risposto Ximena. A quel punto
aveva chiaramente finito di messaggiare e ha alzato gli
occhi.
«Allora la prossima settimana, magari?» ho proposto.
«Ci organizzeremo un’altra volta» ha risposto Ximena
con indifferenza. Ha cominciato a passarsi le dita fra i
capelli. «Dimenticavo che sei amica del fenomeno da
baraccone» ha detto a Summer, sorridendo. «Che
cosa si prova?»
Non credo che volesse essere cattiva, quando ha
detto così. È solo che ormai tutti chiamano Auggie
Pullman così, senza neanche rendersene conto.
Ho guardato Summer. “Non rispondere” ho pensato.
Ma sapevo che lo avrebbe fatto.
Come nessuno si arrabbia con la
Fata della Lavanda

Summer ha sospirato. «Potresti, per favore, non


chiamarlo così?» ha chiesto, quasi timidamente.
Ximena ha reagito come se non avesse capito.
«Perché? Non è qui» ha replicato, raccogliendosi i
capelli in una coda. «È solo un soprannome».
«È un soprannome orribile» ha ribattuto Summer. «Mi
fa stare male». Con Summer Dawson è così: ha questo
modo di parlare per cui può dire cose di questo
genere senza che nessuno dica nulla. Se l’avessi detta
io, una cosa del genere? Non c’è storia, mi sarebbero
saltati addosso dandomi della melensa! Ma se a farlo è
la Fata della Lavanda, con le sue adorabili sopracciglia
inarcate come sorrisi sulla fronte, non viene percepita
come pedante. Sembra solo dolce.
«Oh, va bene, mi dispiace» ha risposto Ximena con
aria di scuse, gli occhi spalancati. «Davvero, non
volevo essere cattiva, Summer. Ma non lo chiamerò più
così, prometto».
Il tono era quello di una scusa sincera, ma c’era
qualcosa, nella sua espressione, che ti faceva sempre
dubitare che lo fosse del tutto, sincera. Credo che
avesse qualcosa a che fare con la fossetta nella sua
guancia sinistra. Non riusciva proprio a non sembrare
maliziosa.
Summer l’ha osservata dubbiosa. «Va bene».
«Mi dispiace davvero» ha insistito Ximena, quasi
stesse cercando di appianare la fossetta.
Allora Summer ha sorriso. «Amiche come prima» ha
risposto.
«L’ho detto una volta e lo ripeto» ha ribadito Ximena,
dando una piccola strizzatina a Summer. «Sei davvero
una santa, Summer».
Per un secondo ho sentito un rapido morso di gelosia,
visto che Summer sembrava piacere così tanto a
Ximena.
«Io anche, penso che nessuno dovrebbe chiamarlo
fenomeno da baraccone» ho detto in tono assente.
Ora, qui devo fermarmi e dire una cosa a mia difesa:
NON HO IDEA DEL PERCHÉ L’HO DETTO! Mi è
letteralmente scappato, questa stupida
concatenazione di parole schizzata fuori dalla mia
bocca come vomito! Ho realizzato all’istante quanto
suonasse antipatica.
«Vorresti dire che tu non l’hai mai chiamato così» ha
replicato Ximena, sollevando un sopracciglio. Il modo
in cui mi stava guardando: era come se mi stesse
sfidando a sbattere le palpebre.
«Io, ehm…» ho fatto. Sono riuscita a sentire le
orecchie che arrossivano.
No, mi dispiace averlo detto. Non odiarmi, Ximena
Chin!
«Lascia che ti chieda una cosa» si è affrettata a dire
lei. «Usciresti con lui?»
È stato così, senza preavviso, non sapevo cosa
rispondere.
«Cosa? No!» ho risposto subito.
«Esatto» ha commentato lei, come se avesse appena
dimostrato un punto.
«Ma non per via del suo aspetto» ho ribattuto,
frustrata. «Solo perché non abbiamo niente in
comune!»
«Oh, andiamo!» ha riso Ximena. «Che falsa!»
Non capivo dove volesse andare a parare.
«E tu ci usciresti?» le ho chiesto.
«Certo che no» ha risposto con calma. «Ma almeno
non faccio discorsi ipocriti!»
Ho lanciato un’occhiata a Summer, che mi ha risposto
con un’occhiata da “Ohi, questo sì che fa male”.
«Ehi, non voglio essere cattiva» ha proseguito Ximena
con un tono da puntualizzazione. «Ma quando dici:
‘Oh, io non lo chiamerei mai fenomeno da baraccone’
mi fa davvero sembrare una stronzetta perché l’ho
appena chiamato così, ed è un po’ fastidioso, visto che
tutti sanno che il signor Kiap ha chiesto a te di fare
parte del comitato di accoglienza, ed è per questo che
non lo chiami così come fanno tutti gli altri. Summer è
diventata sua amica senza che nessuno la spingesse a
essere la sua tutor, che è il motivo per cui lei è una
santa».
«Non sono una santa» si è affrettata a rispondere
Summer. «E penso che Charlotte non lo avrebbe
chiamato così anche se il signor Kiap non le avesse
chiesto di fare la tutor».
«Vedi? Fai la santa perfino adesso» ha ribadito
Ximena.
«Non penso che lo avrei chiamato in quel modo» ho
detto a bassa voce.
Ximena ha incrociato le braccia. Mi stava osservando
con il sorriso di chi la sa lunga.
«Lo sai, sei più gentile con lui quando sei di fronte
agli insegnanti» ha proseguito molto seria. «È stato
notato».
Prima che avessi il tempo di ribattere – non che
sapessi cosa ribattere – la signora Atanabi si è
catapultata nell’aula di teatro attraverso la porta in
fondo all’auditorium.
«Scusate tanto il ritardo, scusate il ritardo!» ha
annunciato senza fiato, ricoperta di neve. Aveva l’aria
di un piccolo pupazzo di neve, mentre scendeva la
gradinata portando quattro borse di tela assurdamente
piene.
Ximena e Summer si sono precipitate su per le scale
ad aiutarla, ma io mi sono voltata e sono uscita
nell’atrio. Ho finto di bere alla fontanella, ma quello di
cui avevo davvero bisogno era buttare giù aria. Aria
gelata. Perché sentivo bruciarmi le guance, come se
avessero preso fuoco. Mi sembrava di essere appena
stata schiaffeggiata. Attraverso la finestra dell’atrio
riuscivo a vedere che, a quel punto, là fuori la neve
stava davvero cadendo fitta, e una parte di me
desiderava solo correre fuori e pattinare via.
Era così che mi vedevano le altre persone? Come una
sorta di fantoccio ipocrita? O era solo Ximena che, al
solito, si comportava da acida?
“Sei più gentile con lui quando sei di fronte agli
insegnanti. È stato notato”.
Era vero? Qualcuno lo aveva notato? Sì, insomma, se
ci sono state un paio di occasioni in cui sono stata
particolarmente carina con Auggie Pullman perché
venisse riferito al signor Kiap che ero una brava
compagna addetta all’accoglienza? Forse. Non lo so!
Ma anche fosse stato così, almeno posso dire di
essere stata carina con lui! È più di quanto la maggior
parte delle persone possano dire! È più di quanto
Ximena possa dire! Mi ricordo ancora di quella volta in
cui è stata messa in coppia con Auggie nella classe di
ballo, e aveva l’aria di una che stesse per vomitare. Io
non ho mai fatto niente del genere ad Auggie!
Va bene, magari lo sono, un po’ più carina con
Auggie quando gli insegnanti sono nei paraggi. È così
orribile?
“È stato notato”? E che cosa vuole dire poi? Notato da
chi? Savanna? Ellie? È questo che dicono di me? È di
questo che stavano parlando ieri in mensa, quando era
così ovvio che stessero parlando di me che persino
Maya – che può essere così ingenua su questioni di
socializzazione – si è sentita male per me?
Per tutto questo tempo ho dato per scontato che
Ximena Chin neanche sapesse chi fossi! E ora salta
fuori che sono stata notata. Più di quanto avessi mai
voluto.
Come ho ricevuto la prima sorpresa
della giornata

Sono rientrata nell’aula di teatro mentre la signora


Atanabi finiva di srotolarsi fuori da tutti i suoi strati
invernali. Il cappotto, la sciarpa e il maglione erano tutti
sparpagliati attorno a lei sul pavimento, bagnato per la
neve che si era portata dentro.
«Oh, santo cielo, santo cielo!» ripeteva in
continuazione, sventolandosi con entrambe le mani.
«Adesso comincia a venire giù proprio fitta».
Si è lasciata cadere sullo sgabello del pianoforte di
fronte al palco e ha ripreso fiato. «Oh, santo cielo,
detesto essere in ritardo!»
Ho visto Ximena e Summer scambiarsi uno sguardo di
intesa.
«Quand’ero piccola» ha proseguito la signora
Atanabi, parlando in quel suo modo da gran
chiacchierona che alcune persone amavano e altre
pensavano la facesse sembrare matta «mia madre
faceva pagare a me e a mia sorella un dollaro ogni
volta che arrivavamo in ritardo per qualcosa. Sul serio,
ogni volta che ero in ritardo – anche se era solo per la
cena – dovevo pagare un dollaro a mia mamma!». È
scoppiata a ridere e ha cominciato a risistemarsi lo
chignon, reggendo un paio di forcine tra i denti mentre
parlava. «E quando la tua intera paghetta settimanale
ammonta a soli tre dollari, impari ad amministrare il tuo
tempo! È per questo riflesso condizionato che odio
essere in ritardo!»
«E nonostante questo» ha sottolineato Ximena,
sorridendo in quel suo modo scaltro «oggi è arrivata
comunque in ritardo. Magari dovremmo chiederle un
dollaro, d’ora in avanti».
«Ah, ah, ah!» ha riso bonariamente la signora
Atanabi, spazzolandosi gli stivali. «Sì, sono in ritardo,
Ximena! E in effetti non è una cattiva idea. Forse dovrei
davvero darvi un dollaro ciascuna!»
Ximena ha più o meno riso, supponendo che
scherzasse.
«Anzi» ha sentenziato la signora Atanabi, cercando il
portafogli «penso proprio che darò a ciascuna di voi
una banconota da un dollaro ogni volta che sarò in
ritardo per le prove. D’ora in avanti! Questo mi
obbligherà a essere puntuale!».
Summer mi ha lanciato uno sguardo interdetto. È stato
lì, che abbiamo cominciato a realizzare che la signora
Atanabi, che nel frattempo aveva estratto il portafogli,
faceva sul serio.
«Oh, no, signora Atanabi» ha detto Summer,
scuotendo la testa. «Non è il caso».
«Lo so! Ma lo farò!» ha risposto la signora Atanabi,
sorridendo. «Ora, qui è l’inghippo. Acconsentirò a dare
a ognuna di voi un dollaro per ogni volta che io sarò in
ritardo per una prova, se voi accettate di dare a me un
dollaro ogni volta che voi sarete in ritardo per una
prova».
«Ha il permesso di farlo?» ha domandato Ximena
incredula. «Accettare denaro da uno studente?»
Stavo pensando la stessa cosa.
«Perché no?» ha risposto la signora Atanabi. «Siete in
una scuola privata. Potete permettervelo!
Probabilmente anche più di me». Quest’ultima parte
l’ha borbottata. E poi è scoppiata a ridere a crepapelle.
La signora Atanabi era famosa per ridere delle
proprie battute. Bisognava solo farci l’abitudine.
Ha estratto dal portafogli tre banconote nuove e le ha
sollevate in aria perché le vedessimo.
«Allora, che ne dite, ragazze?» ha concluso. «Affare
fatto?»
Ximena ha guardato noi due. «So che io non sarò mai
in ritardo» ci ha detto.
«Neanche io arriverò in ritardo!» ha aggiunto
Summer.
Ho fatto spallucce, ancora incapace di guardare
Ximena negli occhi. «Neanch’io» ho detto.
«Affare fatto, allora!» ha concluso la signora Atanabi,
avvicinandosi.
«Per lei, medemoiselle» ha detto a Ximena, offrendole
la banconota nuova di zecca.
«Merci!» ha risposto Ximena, lanciandoci un sorriso
fugace che io ho fatto finta di non vedere.
Poi, la signora Atanabi si è avvicinata a me e a
Summer.
«Per te, e per te» ha detto, porgendo a ciascuna una
banconota da un dollaro.
«Dio benedica l’America» abbiamo risposto nello
stesso momento.
Aspetta. Che cosa?
Ci siamo guardate l’un l’altra, la bocca e gli occhi
spalancati. All’improvviso tutto quello che era successo
nell’ultima mezz’ora sembrava aver perso qualsiasi
importanza: se quello che pensavo fosse appena
accaduto era davvero accaduto.
«L’uomo con la fisarmonica?» ho sussurrato eccitata.
Summer ha sussultato e ha annuito felice. «L’uomo
con la fisarmonica!»
Come siamo andate a Narnia

È buffo, come si possa conoscere qualcuno per tutta


la vita, ma senza conoscerlo per niente. Ecco, per tutto
questo tempo ho vissuto in un mondo parallelo a quello
di Summer Dawson, una ragazzina simpatica che
conosco fin dall’asilo e che ho sempre pensato
assomigliasse alla Fata della Lavanda. Ma senza mai
diventare davvero amiche amiche! Nessuna ragione
particolare. È semplicemente andata così. Nello stesso
modo in cui io ed Ellie eravamo destinate a diventare
amiche perché la signora Diamond ci aveva fatte
sedere una accanto all’altra il primo giorno di scuola, io
e Summer eravamo destinate a non conoscerci perché
non ci trovavamo mai nella stessa classe. Fatta
eccezione per educazione fisica e nuoto, e assemblee
e concerti o cose di questo genere, alla scuola
elementare le nostre strade non si sono mai incrociate.
Le nostre mamme non erano davvero amiche, quindi
non abbiamo mai giocato l’una a casa dell’altra. Certo,
una volta l’ho invitata al mio compleanno a tema Fate
dei Fiori. Ma in realtà era stato solo perché io ed Ellie
pensavamo che assomigliasse alla Fata della Lavanda!
E certo, ci era capitato anche di ritrovarci insieme alle
feste al bowling e ai pigiama party di altre persone, e
cose simili. Eravamo amiche su Facebook. Avevamo
un sacco di amici in comune.
Eravamo “amichevoli”. Ma non siamo mai state
davvero amiche.
Così, quando ha detto “Dio benedica l’America” mi è
parso quasi di fare la sua conoscenza per la prima
volta nella mia vita. Immaginate di scoprire che al
mondo c’è qualcun altro che conosce un segreto che
solo voi sapete! Era come se tra di noi si fosse
istantaneamente costruito un ponte. O come se
fossimo incappate in una porticina sul fondo di un
armadio e un fauno suonatore di fisarmonica ci avesse
dato il benvenuto a Narnia.
Come ho ricevuto la mia seconda
sorpresa della giornata

Prima che io e Summer avessimo il tempo di dirci


qualcos’altro a proposito dell’uomo con la fisarmonica,
la signora Atanabi si è strofinata le mani e ha detto che
era ora di “mettersi al lavoro”. Abbiamo passato il resto
delle prove, visto che restava solamente mezz’ora, ad
ascoltare la signora Atanabi che ci disegnava una
veloce panoramica del balletto, mentre allo stesso
tempo controllava a più riprese l’applicazione del
meteo sul suo telefonino. Non abbiamo ballato per
niente, solo dei passi di base e uno schema a grandi
linee.
«Cominceremo ad approfondire la prossima volta!» ci
ha assicurato la signora Atanabi. «Prometto che non
sarò in ritardo! Ci vediamo venerdì! State al caldo! E
fate attenzione tornando a casa!»
«Arrivederci, signora Atanabi!»
«Arrivederci!»
Non appena se n’è andata, io e Summer ci siamo
avvicinate come calamite, parlando concitate nello
stesso momento.
«Non posso credere che tu sappia di chi sto
parlando» ho detto.
«Dio benedica l’America!» ha risposto.
«Hai qualche idea di che cosa gli sia successo?»
«No! Ho chiesto in giro a tutti».
«Anch’io! Nessuno sa che fine abbia fatto».
«È come se fosse scomparso dalla faccia della
terra!»
«È come se chi, si fosse volatilizzato dalla faccia della
terra?» si è intromessa Ximena, osservandoci
incuriosita. Suppongo che, per come lanciavamo
gridolini e andavamo avanti a parlottare, dessimo
l’impressione che fosse appena accaduto qualcosa di
importante.
Stavo ancora mantenendo le distanze da lei per via
dell’episodio precedente, così ho lasciato che a
rispondere fosse Summer.
«Questo tipo che una volta suonava la fisarmonica su
Main Street» ha spiegato Summer. «Di fronte a A&P su
Moore Avenue, hai presente? Stava sempre lì col suo
cane guida. Devi averlo notato per forza. Ogni volta
che lasciavi una banconota nella custodia della
fisarmonica diceva: ‘Dio benedica l’America’».
«Dio benedica l’America» ho cantilenato nello stesso
momento.
«In ogni caso» ha proseguito «era lì da un’eternità,
ma da un paio di mesi, semplicemente, non c’è più».
«E nessuno sa che cosa gli sia successo!» ho
aggiunto. «Una specie di mistero».
«Un attimo, quindi questo tipo di cui state parlando è
un barbone?» ha chiesto Ximena, con un’espressione
in faccia tipo quella da “che schifo!” che fa ogni tanto
Savanna.
«Non so se Gordy è un senzatetto, in realtà» ha
risposto Summer.
«Sai come si chiama?» ho chiesto, sempre più
sorpresa.
«Già» ha risposto come se fosse scontato. «Gordy
Johnson».
«Come fai a saperlo?»
«Non so. Mio papà ci parlava» ha risposto Summer,
facendo spallucce. «È un veterano, e il mio papà era
un marine, e diceva sempre: ‘Quel gentiluomo è un
eroe, Summer. Ha servito il Paese’. Ogni tanto
andando a scuola gli portavamo del caffè e un bagel.
La mamma gli ha dato il vecchio parka di papà».
«Aspetta, era un parka arancione?» ho detto,
puntandole l’indice.
«Sì!» ha risposto allegramente Summer.
«Me lo ricordo, quel parka!» ho gridato, stringendole
le mani.
«Oh mio dio, voialtre state veramente delirando» ha
riso Ximena. «Tutto questo per un barbone con un
parka arancione?»
Io e Summer ci siamo scambiate un’occhiata.
«È difficile da spiegare» ha detto Summer. Ma
riuscivo a intuire che la sentiva anche lei: la nostra
connessione al riguardo. Il nostro legame. Era la nostra
versione del big bang.
«Oh mio dio, Summer!» ho esclamato, afferrandole un
braccio. «Magari riusciamo a rintracciarlo! Potremmo
scoprire dove si trova e assicurarci che stia bene! Se
sai il suo nome, magari ci riusciamo».
«Pensi?» ha domandato Summer, con gli occhi che
facevano quella specie di balletto di quando era al
settimo cielo. «Mi piacerebbe così tanto!»
«Aspetta, aspetta, aspetta» ha detto Ximena,
scuotendo la testa. «Voialtre fate sul serio? Volete
rintracciare un tizio senzatetto che conoscete
appena?»
Non riusciva proprio a credere a quello che sentiva.
«Sì» abbiamo risposto all’unisono, guardandoci felici.
«Che a malapena conosce voi?»
«Riconoscerà me!» ha affermato fiduciosa Summer.
«Specialmente se gli dico che sono la figlia del
sergente Dawson».
«Riconoscerà anche te, Charlotte?» ha chiesto a me
Ximena, strizzando gli occhi dubbiosa.
«Certo che no!» le ho risposto rapida, desiderando
solo che smettesse di parlare. «È cieco, stupida!»
Nel secondo stesso in cui l’ho detto è calato il
silenzio. Persino il termosifone dell’aula di teatro, che
fino a poco prima aveva emesso questi tonfi rumorosi,
all’improvviso si era zittito. Come se l’aula di teatro
volesse sentire l’eco delle mie parole nell’aria.
È cieco, stupida. È cieco, stupida. È cieco, stupida.
Un altro vomito di parole. Certo che ce la stavo
mettendo proprio tutta, per farmi odiare da Ximena
Chin! Ho aspettato che mi colpisse con una risposta
sarcastica, qualcosa che mi desse uno schiaffo in
faccia come una mano invisibile.
Invece, con mio completo e assoluto sgomento, è
scoppiata a ridere.
Ha cominciato a ridere anche Summer. «È cieco,
stupida!» ha detto, imitando alla perfezione il tono in
cui l’avevo detto.
«È cieco, stupida!» ha ripetuto Ximena.
Ed entrambe giù, a ridere a crepapelle. Penso che lo
sguardo di orrore sul mio viso rendesse loro la cosa
ancora più divertente. Ogni volta che mi guardavano,
ridevano più forte.
«Mi dispiace averlo detto, Ximena» ho sussurrato in
fretta.
Ximena ha scosso la testa, asciugandosi gli occhi col
palmo della mano.
«Tutto a posto» ha risposto, riprendendo fiato. «Me la
sono più o meno cercata».
Adesso non c’era traccia di malizia in lei. Stava
sorridendo.
«Senti, anche io non avevo intenzione di insultarti
prima» ha detto. «Quello che ho detto a proposito di
Auggie. Lo so che tu non sei gentile con lui solo
davanti agli insegnanti. Scusa se l’ho detto».
Non riuscivo a credere che si stesse scusando.
«No, non fa niente» ho detto, impacciata.
«Davvero?» ha chiesto. «Non voglio che tu sia
arrabbiata con me».
«Non lo sono!»
«Ogni tanto potrò anche essere una stronzetta» ha
detto con aria dispiaciuta. «Ma voglio davvero che
siamo amiche».
«Okay».
«Ouuu» ha fatto Summer, allargando le braccia verso
di noi. «Venite, ragazze, abbraccio di gruppo».
Ci ha racchiuse nelle sue ali di fata, e per una
manciata di secondi ci siamo unite in un’imbarazzante
abbraccio, che è durato un secondo di troppo ed è
terminato con ulteriori risatine. Questa volta, ridevo
anch’io.
E quella è risultata essere la sorpresa più grande
della giornata. Non scoprire che le persone mi
avessero notata. Non scoprire che Summer
conoscesse il nome del suonatore di fisarmonica.
Ma rendermi conto che Ximena Chin, sotto gli strati e
strati e strati di acidità e malizia, in realtà poteva essere
piuttosto dolce. Quando non era piuttosto cattiva.
Quando abbiamo avuto occasione di
conoscerci meglio

Le settimane successive sono volate! Un incredibile


frullato di tempeste di neve e prove di ballo, progetti
per la Festa delle Scienze e studio per le verifiche, più i
tentativi di risolvere il mistero di che cosa fosse
accaduto a Gordy Johnson (ma su questo dirò altro più
avanti).
La signora Atanabi si è rivelata una piccola sergente
istruttrice! Amabile, con i suoi modi carini e l’andatura
ondeggiante, ma davvero esigente. Tipo che, per lei,
non facevamo mai abbastanza pratica. Esercitazioni,
su esercitazioni, su esercitazioni. En pointe!
Ondeggiare! Oscillare i fianchi! Balletto classico!
Danza moderna! Un poco di jazz! Niente tap! In
battere! Mezze punte! Tutto alla sua maniera, poiché
aveva un sacco di fisse sue, sul ballo. Cose che la
ossessionavano. I balli di per sé non erano difficili. Il
twist. La scimmia. Il watussi. Il pony. L’hitchhike. Lo
swing. L’hucklebuck. Lo shingaling. Ma il difficile era
farli esattamente come lei voleva. Inserirli come parte
di un pezzo di coreografia più ampio. E farlo in
sincrono. È su questo che passavamo la maggior parte
del tempo. Il modo in cui muovevamo le braccia. Il
modo in cui facevamo schioccare le dita. Gli scambi. I
salti. Dovevamo lavorare sodo per danzare nello stesso
modo, non solo insieme!
Il ballo su cui spendevamo più tempo era lo
shingaling. Era il pezzo portante di tutto il numero di
danza della signora Atanabi, quello che usava come
transizione da uno stile all’altro. Ma ce n’erano così
tante varianti – quella latina, quella R&B, lo shingaling
funk – che era difficile non confonderle. E la signora
Atanabi era così precisa, sul come ognuna andasse
eseguita! Buffo, come fosse così rilassata su alcune
cose – tipo sul non arrivare mai una volta puntuale alle
prove – ed essere così severa su altre: dio ce ne
scampi, fare uno chassé diagonale invece di uno
chassé laterale! Oh, oh! Attente, il mondo come lo
conoscete potrebbe finire!
Non sto dicendo che la signora Atanabi non fosse
simpatica, però, voglio essere onesta. Era super
simpatica. Ci rassicurava se avevamo problemi con un
nuovo numero: «Piccoli passi, ragazze! Tutto comincia
a piccoli passi!» Dopo un allenamento particolarmente
intenso ci deliziava con brownies a sorpresa. Ci
accompagnava a casa in macchina quando ci
tratteneva alle prove fino a tardi. Ci raccontava storielle
divertenti sugli altri insegnanti. E storie personali sulla
sua vita. Di come fosse cresciuta nel Barrio. Di come
alcuni amici avessero imboccato la strada “sbagliata”.
Di come guardare American Bandstand le avesse
salvato la vita. Di come aveva conosciuto suo marito,
anche lui un ballerino, mentre si esibiva con il Cirque
du Soleil in Quebec. «Ci siamo innamorati facendo
arabeschi su una fune sospesa a dieci metri di
altezza».
Ma era intenso. Quando andavo a dormire la sera,
avevo ricevuto così tante informazioni che mi
rimbalzavano per la testa! Pezzi di musica. Cose da
memorizzare. Equazioni di matematica. Liste di cose
da fare. La signora Atanabi che, con il suo morbido
accento di East Harlem, diceva: «È lo shingaling,
baby!» .
C’erano momenti in cui mi infilavo gli auricolari solo
per attutire il vocio dentro al mio cervello.
Mi stavo divertendo così tanto, però! Non avrei
cambiato una virgola. Perché la parte migliore di tutte
le prove pazze e le esercitazioni della signora Atanabi
e tutto il resto – e non voglio suonare sdolcinata – era
che io, Ximena, Summer stavamo davvero iniziando a
conoscerci. Okay, così sì che suona sdolcinato. Però è
la verità! Sentite, non sto dicendo che siamo diventate
migliori amiche né nulla del genere. Summer andava
ancora in giro con Auggie. Ximena stava ancora con
Savanna. Io giocavo ancora a Punti e Linee con Maya.
Ma stavamo diventando amiche, del tipo amiche
amiche.
L’acidità di Ximena, tra l’altro, era solo una maschera.
Qualcosa che avrebbe potuto levarsi in qualunque
momento lo avesse desiderato. Come una sciarpa che
indossi come accessorio fin quando non comincia a
pizzicarti il collo. Quando stava con Savanna metteva
la sciarpa. Con noi se la toglieva. Il che non significa
che ogni tanto quando lei era nei dintorni non
diventassi nervosa! Oh mio dio. La prima volta che è
venuta a casa mia? Ero completamente distrutta! Ero
preoccupata che mia mamma potesse mettermi in
imbarazzo. Ero preoccupata che gli animali di peluche
sul mio letto fossero troppo rosa. Ero preoccupata per
via del poster di Big Time Rush appeso alla porta di
camera mia. Ero preoccupata che il mio cane, Suki, le
facesse la pipì addosso.
Ma, naturalmente, è andato tutto bene! Ximena è stata
davvero carina. Ha detto che avevo una stanza niente
male. Si è offerta di lavare i piatti dopo cena. Mi ha
preso in giro per una foto particolarmente esilarante di
quando avevo tre anni, il che è legittimo perché in
quella foto sembro un pupazzo di lana! A un certo
punto nel pomeriggio, non ricordo nemmeno quando,
ho seriamente smesso di pensare “Ximena Chin è a
casa mia! Ximena Chin è a casa mia!” e ho
semplicemente cominciato a divertirmi. Questo è stato
d’immensa importanza per me come punto di svolta, il
momento in cui ho smesso di comportarmi come
un’idiota vicino a Ximena. Niente più parole vomitate
fuori a caso. Suppongo che sia stato lì che anch’io mi
sono tolta la “sciarpa”.
A ogni modo, febbraio è stato un mese impegnativo
ma fantastico. E dopo la scuola tornavamo insieme a
casa mia quasi tutti i giorni, a ballare di fronte alle
pareti a specchio e a correggerci da sole,
confrontando i passi. Ogni volta che ci sentivamo
stanche o sfiduciate, una di noi diceva con l’accento
della signora Atanabi: «È lo shingaling, baby!». E
quello ci spronava a proseguire.
A volte non provavamo. Ogni tanto passavamo
semplicemente il tempo nella mia stanza accanto al
caminetto, a fare i compiti insieme. O facevamo altro.
O, occasionalmente, cercavamo Gordy Johnson.
Come preferisco il lieto fine

Una delle cose che mi mancano di più dell’essere una


bambina è che quando sei piccolo tutti i film che
guardi hanno il lieto fine. Dorothy ritorna in Kansas.
Charlie ottiene la fabbrica di cioccolato. Edmund si
redime. Mi piace. Mi piace il lieto fine.
Ma, quando cresci, cominci a notare che a volte le
storie non hanno un lieto fine. A volte hanno addirittura
una fine triste. Ovviamente questo rende più
interessante il racconto, perché non sai come andrà a
finire. Fa anche un po’ paura, però.
Comunque, la ragione per cui dico questo è che più
cercavamo Gordy Johnson e più cominciavo a
realizzare che questa storia avrebbe potuto non avere
un lieto fine.
Avevamo cominciato la ricerca semplicemente
digitando su Google il suo nome. Ma, a quanto pare,
esistono centinaia di Gordy Johnson. Gordon Johnson.
Gordie Johnson. C’è un famoso musicista jazz di nome
Gordy Johnson (il che, abbiamo ipotizzato, avrebbe
potuto spiegare la voce che il tipo del negozio di ottica
aveva sentito a proposito del nostro Gordy Johnson).
Ci sono politici Gordon Johnson. Operai edili Gordon
Johnson. Veterani. Un mucchio di necrologi. Internet
non distingue tra i nomi dei vivi e i nomi dei morti. E
ogni volta che cliccavamo su uno di quei nomi,
eravamo sollevate che non si trattasse del nostro
Gordy Johnson, ma tristi che si trattasse del Gordy
Johnson di qualcun altro.
All’inizio, Ximena non si è davvero unita alla ricerca.
Faceva i suoi compiti o smessaggiava con Miles in un
angolo della camera, mentre io e Summer stavamo
chine sul mio portatile, a scorrere pagine e pagine a
vuoto. Ma un giorno, Ximena ha trascinato la sedia
accanto alle nostre e ha cominciato a sbirciare da
sopra le nostre spalle.
«Forse dovreste provare a fare la ricerca per
immagini» ha suggerito.
Cosa che abbiamo fatto. Ma era un altro vicolo cieco.
Dopo quella volta, però, Ximena si è dimostrata tanto
interessata a scoprire cosa fosse accaduto a Gordy
Johnson quanto lo eravamo noi.
Come ho scoperto una cosa riguardo
a Maya

Nel frattempo, a scuola, procedeva tutto come al


solito. Avevamo la nostra Festa delle Scienze. Remo e
io abbiamo preso B+ per il nostro diorama di una
cellula, che era più di quanto pensavo avremmo
ottenuto, visto che sul progetto avevo passato il minimo
necessario. Ximena e Savanna hanno costruito una
meridiana. Il più interessante era probabilmente il
progetto di Auggie e Jack, però. Una lampada che
funzionava alimentata da una patata. Ho supposto che
Auggie avesse fatto la maggior parte del lavoro,
perché, ammettiamolo, Jack non è mai stato quello che
si potrebbe considerare uno “studente dotato”, ma era
così felice di aver preso una A. Era così carino!!! Come
un piccolo emoticon felice ma in qualche modo
confuso.
E questo era il mio emoticon quando l’ho visto:
Verso la fine di febbraio la guerra dei maschi era
davvero degenerata, però. Summer mi ha aggiornata
su quello che stava accadendo, visto che le arrivavano
le notizie dall’interno su ogni cosa, dal punto di vista di
Auggie e Jack. A quanto pareva – e io avevo giurato di
mantenere il segreto – Julian aveva cominciato a
lasciare dei post-it gialli con messaggi davvero
sgradevoli per Jack e Auggie nei loro armadietti.
Mi dispiaceva così tanto per loro!
Anche Maya era dispiaciuta. Era ossessionata dalla
guerra dei maschi, anche se all’inizio non ne avevo
capito bene la ragione. Non che avesse mai provato a
essere amica di Auggie! E aveva sempre trattato Jack
come un imbranato. Come quando, anni prima, io ed
Ellie sostenevamo quanto era carino col suo cilindro da
Artful Dodger, e Maya si cacciava le dita nelle orecchie
e incrociava gli occhi, come se anche il solo pensiero
di Auggie le facesse schifo. Quindi ho supposto che il
suo interesse per la guerra dei maschi avesse a che
fare col fatto che, per quanto eccentrica fosse, avesse
un buon cuore.
È stato solo un giorno a pranzo, quando l’ho vista
lavorare sodo su un qualche tipo di lista, che ho capito
perché le importasse così tanto. Nel suo quaderno,
dove disegnava le partite di Punti e Linee, aveva tre file
di piccoli post-it con il nome di tutti i ragazzi del nostro
anno. Li stava dividendo in colonne: dalla parte di
Jack; dalla parte di Julian; neutrali.
«Credo che possa aiutare Jack a capire che non è da
solo in questa guerra» ha spiegato.
È lì che ho capito: Maya ha una cotta per Jack Will!
Oooh, fa così tenerezza!
«Grande» ho risposto, non volendo che lei se ne
rendesse conto. Così l’ho aiutata a sistemare la lista.
Eravamo in disaccordo su alcuni dei neutrali. Alla fine
Maya ha dato ragione a me. Poi ha copiato la lista su
un foglio singolo e lo ha piegato in due, poi in quattro,
poi in otto, poi in sedici. «Che cosa ci farai?»
«Non lo so» ha risposto, risistemandosi gli occhiali sul
naso. «Non voglio che finisca nelle mani sbagliate».
«Vuoi che la dia io a Summer?»
«Sì».
Così ho dato la lista a Summer perché la
consegnasse a Jack e Auggie. Credo che Summer
pensasse che fossi stata io a stilare l’elenco, cosa che
non ho contraddetto perché ho aiutato Maya, quindi ho
pensato che andasse bene così.
«Come va con la storia del ballo?» mi ha domandato
Maya col suo tono piatto, quello stesso giorno. So che
stava solo cercando di essere gentile, visto che non
gliene poteva importare di meno. Ma era carino, da
parte sua. Almeno faceva uno sforzo per sembrare
interessata.
«Da pazzi!!!» ho risposto, dando un morso al mio
panino. «La signora Atanabi è completamente fuori!»
«Ah. La signora Matt-anabi» ha detto Maya.
«Già» ho concordato. «Buona questa».
«È come se tu fossi stata in ibernazione tutto il mese
di febbraio, però!» ha dichiarato Maya. «Ti ho vista a
malapena. Non torni mai a casa con noi dopo la
scuola».
Ho annuito. «Lo so. Ultimamente abbiamo fatto prove
durante la pausa pranzo. Ma finiremo presto. Solo
qualche altra settimana. Il Gala è il quindici marzo».
«Guardatevi dalle idi di marzo» ha detto Maya.
«Oh già! Giusto» ho risposto, anche se non avevo la
più pallida idea di che cosa stesse dicendo.
«Allora, vuoi vedere gli schizzi per la mia nuova
partita colossale?»
«Certo» ho risposto, prendendo un lungo respiro.
Ha tirato fuori il suo quaderno e si è lanciata in una
dettagliata spiegazione su come avesse smesso di
usare schemi a griglia per i suoi punti e ora usasse
grafici in gesso in stile artistico per creare dei murales,
di modo che quando i punti venivano uniti avrebbero
avuto uno “schema a flusso dinamico”. O qualcosa del
genere. La verità è che avevo problemi a seguire
quello che stava dicendo. Una parte che ho sentito di
sicuro era quando ha detto: «Non ho portato a scuola
la mia nuova partita di Punti e Linee perché voglio
essere certa che tu ci sia per giocarci».
«Oh, che bel pensiero» ho risposto io, grattandomi la
testa. Era incredibile quanto fossi annoiata in quel
momento.
Maya ha cominciato a dire qualcos’altro a proposito
dei punti, e ho buttato uno sguardo al tavolo di
Summer per distrarmi. Lei, Jack e Auggie stavano
ridendo. Posso garantirvi una cosa: non stavano
parlando di punti! C’erano volte in cui desideravo
avere lo stomaco per andare a sedermi con loro,
semplicemente. Poi ho guardato verso il tavolo di
Savanna. Ridevano e si stavano divertendo tutti, anche
loro. Savanna. Ellie. Gretchen. Ximena. Parlavano tutti
con i maschi al tavolo di fronte a loro: Julian, Miles,
Henry, Amos.
«Non è pessima?» ha commentato Maya, seguendo il
mio sguardo.
«Ellie?» ho chiesto, perché è lei che stavo guardando
in quell’esatto momento.
«No. Ximena Chin».
Mi sono voltata e ho squadrato Maya. Sapevo che
odiava Ximena, ma per qualche motivo il modo in cui lo
ha detto, con questo tono ribollente, mi ha sorpresa.
«Allora, cos’è questa cosa che hai contro Ximena
Chin?» ho chiesto. «È stata Ellie a piantarci, ricordi? È
Savanna a non essere carina con noi».
«Questo non è vero» mi ha contraddetto Maya.
«Savanna è sempre stata gentile con me. Quando
eravamo alla scuola elementare ci invitavamo sempre
l’una a casa dell’altra».
Ho scosso la testa. «Sì. Però, Maya» ho ribattuto «gli
inviti a casa non contano. Metà delle volte sono le
nostre mamme a organizzarli. Adesso siamo noi a
scegliere con chi passare del tempo. E Savanna
sceglie di non stare con noi. Ellie sceglie di non stare
con noi. Proprio come noi scegliamo di non stare con
alcune persone. Non è poi così importante. Ma non è
certo colpa di Ximena Chin».
Maya ha sbirciato verso il tavolo di Savanna da sopra
gli occhiali. Mentre la osservavo, ho notato che aveva
lo stesso aspetto di quando era all’asilo, quando
facevamo partite di pallacorda in cortile o
organizzavamo spedizioni da fate nel parco al
tramonto.
Per alcuni aspetti, Maya non era cresciuta molto da
allora. Il suo viso, gli occhiali e i capelli erano quasi
identici. Adesso era più alta, certo. Ma quasi tutto il
resto restava immutato. Specialmente le sue
espressioni. Erano esattamente le stesse.
«No, Ellie era carina con me» ha risposto in tutta
sicurezza. «Proprio come lo era Savanna. Per me la
colpa è solo di Ximena Chin».
Come febbraio ci ha fatto anche
guadagnare dei soldi!

Alla fine di febbraio, avevamo guadagnato ben


trentasei dollari!
La signora Atanabi si era presentata in ritardo a ogni
singola prova.
Ogni.
Singola.
Prova.
È arrivata al punto di presentarsi addirittura con delle
nuovissime banconote da un dollaro pronte in mano,
per darcele. Si materializzava di punto in bianco,
cominciava a parlare e ci porgeva le banconote senza
nemmeno fare riferimento alla cosa, poi dava inizio alla
lezione di ballo! Era quasi come fosse il pedaggio per
l’ingresso. Ciò che pagava per oltrepassare la soglia.
Così comico!
Poi, a un certo punto a metà del mese, lei stessa ha
suggerito di aumentare l’ammontare della multa da un
dollaro a cinque dollari. Questo, ci assicurava, le
avrebbe sicuramente impedito di arrivare in ritardo in
futuro.
Ma, ovviamente, neanche quello ha funzionato. Così
adesso, invece che arrivare alle prove con in mano
banconote da un dollaro si presentava con banconote
da cinque. Che semplicemente lasciava cadere sui
nostri zaini accanto alla porta senza dire una parola.
Il pedaggio per l’ingresso.
Swoosh. Swoosh. Swoosh.
«Dio benedica l’America».
Adesso lo diceva persino Ximena.
Come Ximena ha fatto una scoperta

Ascensione Trascende
di Melissa Crotts, NYT MuseTech, febbraio 1978
Ascensione, alla sua prima mondiale al Nelly Regina
Theater, è il sensazionale debutto della coreografa
Petra Echevarri, da poco diplomata alla Juilliard e
vincitrice del Princess Grace Award. Ipnotica
reinterpretazione dei balli di moda negli anni Sessanta
– visti attraverso le lenti kodacromiche dell’infanzia
dell’autrice nel Barrio di New York City – la pièce è un
avvincente e gioioso omaggio alle tracce graffianti e
orecchiabili di quel decennio, che saranno presto
dimenticate. Pieno zeppo di cambi mozzafiato e di
passi innovativi che tradiscono la formazione classica
della Echevarri, il lavoro prende un ballo particolare, lo
shingaling, e crea una narrativa visiva attraverso la
quale il resto dell’opera arriva a ondate.
«La ragione per cui ho scelto lo shingaling come
elemento centrale di questo balletto» spiega la
Echevarri «è che è l’unico tra i balli di moda all’epoca a
essersi evoluto a tutti gli effetti per riflettere gli stili e i
generi musicali dei musicisti e ballerini che lo hanno
interpretato. Ci sono così tanti tipi di shingaling: latino,
soul, R&B, funk, psichedelico e rock and roll. È il ballo
che interseca tutti i generi. Il filo conduttore. Crescendo
negli anni Sessanta, per me e i miei amici la musica era
tutto. Non avevo soldi per le lezioni di danza. Il mio
insegnante di ballo era American Bandstand. Quei balli
di moda dell’epoca erano la mia formazione».
Echevarri non ha intrapreso una formazione
convenzionale fino all’età di dodici anni, ma una volta
cominciato non si è più voltata indietro.
«Quando sono entrata nella scuola di arte e spettacolo
e poi alla Juilliard» ricorda la Echevarri «sapevo di
potercela fare. Potevo superare gli ostacoli. Nessuno
dei miei amici del quartiere ci è riuscito. È difficile uscire
dal quartiere».
Alla domanda sul perché abbia scelto lo shingaling
come tema principale del suo balletto, la Echevarri si fa
malinconica. «Un paio di anni fa, più o meno un mese
prima di diplomarmi alla Juilliard, sono stata al funerale
di un’amica d’infanzia, una di quelle ragazze che
venivano a casa mia per Bandstand. Non la vedevo da
anni, ma avevo sentito che era sulla cattiva strada,
frequentava la gente sbagliata. Comunque, sua madre
mi ha vista al funerale e ha detto che sua figlia mi
aveva preparato una sorpresa, un regalo per il diploma.
Non riuscivo a immaginare cosa potesse essere!»
La Echevarri solleva una musicassetta: «Questa
ragazza mi aveva registrato una cassetta con tutti gli
shingaling della nostra infanzia. Tutti quanti. Chinatown
di Justi Barreto. Shingaling shingaling di Kako and his
Orchestra. Sugar, let’s shingaling! di Shirley Ellis. I’ve
got just the thing di Lou Courtney. Shing-A-Ling time,
baby! delle Liberty Belles. El Shinglaing dei Lat-Teens.
Shing-A-Ling! di Audrey Winters. Nobody but me degli
Human Beinz. Un’incredibile lista di canzoni. Non so
neanche come ha fatto a registrarne alcune. Ma
quando le ho ascoltate, sono stata certa che avrei dato
vita a un balletto basato su di esse».
I tre ballerini nella pièce, anch’essi tutti recentemente
diplomati alla Juilliard, aggiungono al montaggio un
vocabolario distintivo, guidando gli spettatori dentro
un’esperienza allo stesso tempo vitale e gioiosa, senza
alcun sentimentalismo da popcorn. Questa mancanza
di artifici deve così tanto al trascinante arrangiamento
delle canzoni, che si fondono insieme senza soluzione
di continuità, quanto alla pungente narrativa della
Echevarri. Danza moderna nella sua espressione
migliore.
Come ci siamo smessaggiate

Ximena Chin
Ragazze avete visto l’articolo che vi ho inviato?
Charlotte Cody
OMG!!!! QUELLA è davvero la signora Atanabi?
Ximena Chin
:) ;-O Da pazzi, vero?
Charlotte Cody
Ne sei certa? Chi è Petra Echevarrrrarara?
Ximena Chin
È il suo nome da nubile. È lei! Fidatevi. Stasera stavo
googlando Gordy Johnson e mi sono annoiata, allora
ho cominciato a googlare Petra Atanabi
Summer Dawson
Ho appena letto l’articolo. Incredibile! Quello è il
balletto che FACCIAMO NOI!!!! Ascensione!
Ximena Chin
Lo so! Assuuuuurdo!
Charlotte Cody
Sembra così giovane e bella in quella foto
Summer Dawson
Ooo, sei così dolce, Ximena!
Ximena Chin
Per coooosa????
Summer Dawson
Perché stavi googlando Gordy Johnson
Ximena Chin
Già, be’, ora sono curiosa anch’io. Adesso voglio
sapere cosa gli è successo
Charlotte Cody
Non dovrei dirlo, ma mia mamma pensa che potrebbe
essere…
Summer Dawson
O no!!! Credo che mia mamma pensi lo stesso
Ximena Chin
Scusate ragazze. Penso più o meno di essere
d’accordo…
?????
Charlotte Cody
RIP Gordy Johnson??????

Summer Dawson
Nooooooo!!!!!
Charlotte Cody
Non ci credo
Summer Dawson
Neanche io
Ximena Chin
Dimenticate quello che ho detto.
Summer Dawson
Detto coooooosa?
Charlotte Cody

Ximena Chin
Una cosa che non c’entra niente ragazze volete
dormire da me domani sera?
Charlotte Cody
Yes! Aspetta che lo chiedo a mia mamma. trn subito
Summer Dawson
Sembra divertente. Solo noi?
Ximena Chin
Ya. Venite alle 6?
Summer Dawson
OK
Charlotte Cody
Mia mamma dice va bene se i tuoi genitori sono a
casa
Ximena Chin
ovvio
Charlotte Cody
La mia unità parentale che in questo momento sta
violando il mio spaziettino personale e leggendo i miei
messaggi da sopra la mia spalla vuole che finisca i
miei compiti quindi dv andare. Ci si vede domani!
Notte
Summer Dawson
Notte notte
Ximena Chin
A domani! Non vedo l’ora! baci
Come siamo andate a casa di
Ximena Chin

Era la prima volta che andavamo a casa di Ximena.


Fino a quel momento ci eravamo viste a casa mia o
nell’appartamento di Summer.
Ximena viveva in uno di quei grattacieli di lusso
sull’altro lato del parco. Era un edificio con portiere,
molto diverso dai condomini di North River Heights ai
quali ero abituata. La maggior parte sono edifici di
arenaria o piccoli condomini vecchi di oltre cent’anni.
L’appartamento di Ximena erano ultra moderno.
L’ascensore si apriva direttamente nell’ingresso.
«Ciao!» ci ha salutate Ximena, aspettandoci nell’atrio.
«Ciao!» abbiamo risposto.
«Uau, è stupendo» ha detto Summer, guardandosi
attorno mentre appoggiava il sacco a pelo
nell’ingresso. «Dobbiamo toglierci le scarpe?»
«Certo, grazie» ha risposto Ximena, prendendoci i
cappotti. «Non posso credere che stia nevicando
un’altra volta».
Ho mollato il sacco a pelo accanto a quello di
Summer e mi sono sfilata gli stivali di montone. Dal
salotto è arrivata una donna che non avevo mai visto
prima.
«Questa è Luisa» l’ha presentata Ximena. «Lei è
Summer e questa è Charlotte. Luisa è la mia tata».
«Ciao» abbiamo salutato entrambe.
Luisa ci ha sorriso. «È così bello conoscervi!» ha
detto in un inglese incerto. E poi ha aggiunto una
raffica di parole in spagnolo a Ximena, che ha risposto
annuendo e dicendo gracias.
«Parli spagnolo?» ho chiesto, sbalordita. Stavamo
seguendo Ximena al bancone della cucina.
Ximena ha riso. «Non lo sapevi? Ximena è un nome
così spagnolo. Volete qualcosa da bere?»
«Pensavo fosse cinese!» ho risposto sincera. «Acqua
va bene».
«Anche per me» ha detto Summer.
«Mio papà è cinese» ha spiegato lei, riempiendo due
bicchieri con l’acqua del frigo. «Mia mamma è
spagnola. Di Madrid. È lì che sono nata».
«Sul serio?» ho detto. «Forte».
Ha appoggiato i bicchieri d’acqua di fronte a noi
mentre Luisa ci ha portato un vassoio pieno di spuntini.
«¡Muchas gracias!» Summer ha ringraziato Luisa.
«¡Muchas gracias!» ho ripetuto, col mio terribile
accento americano.
«Siete così carine» ha detto Ximena, pucciando un
bastoncino di carota nella vaschetta di hummus.
«E quindi, sei cresciuta a Madrid?» ho chiesto. Oltre
alla danza e ai cavalli e a Les Mis, la cosa che amo di
più al mondo è viaggiare. Non che abbia mai
viaggiato, non ancora almeno. Per il momento eravamo
stati solo alle Bahamas una volta, in Florida, e a
Montreal; ma i miei genitori parlano di continuo di
portarci in Europa, un giorno. E ho in programma di
diventare una viaggiatrice di professione, dopo che
avrò finito di essere una star di Broadway.
«No, non sono cresciuta lì» ha risposto Ximena.
«Voglio dire, ci ho passato delle estati, tranne la scorsa
perché ho seguito il corso intensivo di ballo qui in città.
Ma non ci sono cresciuta. I miei genitori lavorano
entrambi per le Nazioni Unite, quindi sono cresciuta un
po’ dappertutto». Ha dato un morso al bastoncino di
carota. Crunch. «Due anni a Roma. E prima abbiamo
vissuto a Bruxelles. Abbiamo vissuto per un anno a
Dubai, quando ne avevo quattro, ma di quello non mi
ricordo nulla».
«Uau» ha esclamato Summer.
«Forte» ho detto di nuovo io.
Ximena ha tamburellato con la carota sul bicchiere
dal quale stava bevendo. «Non è male» ha risposto.
«Ma può essere anche difficile. Spostarsi. A scuola
sono quella nuova».
«Oh, già» ha detto Summer con aria comprensiva.
«Sono sopravvissuta» ha aggiunto Ximena sarcastica.
«Non che mi lamenti». Ha dato un altro morso alla
carota.
«Allora conosci altre lingue?» ho domandato.
Per tutta risposta, visto che aveva la bocca piena, ha
sollevato tre dita e mezza. E poi, dopo aver deglutito,
ha elaborato: «Inglese, perché ho sempre frequentato
scuole americane. Spagnolo. Italiano. E un po’ di
mandarino che ho imparato da mia nonna».
«Forte!» ho ridetto.
«Continui a ripetere ‘forte’» mi ha fatto notare Ximena.
«Be’, perché è forte!» ho replicato, il che l’ha fatta
ridere.
Luisa si è avvicinata a Ximena e le ha chiesto una
cosa.
«Luisa vuole sapere che cosa desiderate per cena»
ha tradotto Ximena.
Io e Summer ci siamo guardate.
«Oh, va bene qualunque cosa» si è affrettata a dire
Summer a Luisa, molto educatamente. «Grazie ma non
vogliamo disturbare».
Luisa ha alzato le sopracciglia e ha sorriso, mentre
Ximena traduceva. Poi ha allungato una mano e ha
pizzicato affettuosamente una guancia a Summer.
«¡Qué muchachita hermosa!» ha esclamato. E poi si è
rivolta a me. «Y sta se parere a una mañequita».
Ximena ha riso. «Dice che sei molto carina, Summer.
E, Charlotte, che tu somigli a una bambolina».
Ho guardato Luisa, che sorrideva e annuiva.
«Oooh!» ho esclamato. «È davvero gentile!»
Poi si è allontanata per prepararci la cena.
«I miei genitori rientreranno verso le otto» ci ha messo
al corrente Ximena, facendoci segno di seguirla.
Ci ha mostrato il resto dell’appartamento, che pareva
uscito da una rivista. Era tutto bianco. Il divano. Il
tappeto. In salotto c’era perfino un tavolo da ping-pong
bianco! Mi ha fatto temere di essere maldestra – e io
sono famosa per l’esserlo – e rovesciare
accidentalmente qualcosa.
Ci siamo fatte strada in corridoio fino alla camera di
Ximena, che era probabilmente la stanza da letto più
grande che avessi mai visto. La mia, che condividevo
con Beatrix, era probabilmente un quarto di quella di
Ximena.
Summer si è sistemata al centro della stanza e ha
fatto un lento giro su se stessa, mentre assaporava il
tutto. «Okay, questa stanza è effettivamente più grande
del mio salotto e della cucina messi insieme» ha
constatato.
«Oh, uau» ho fatto io, avvicinandomi alle pareti
vetrate. «Da qui si vede l’Empire State Building!»
«Questo è, tipo, l’appartamento più bello che io abbia
mai visto!» ha affermato Summer, sedendosi alla sedia
della scrivania di Ximena.
«Grazie» ha risposto Ximena, annuendo e
guardandosi intorno. Sembrava un po’ in imbarazzo.
«Già, voglio dire, sono qui solo da quest’estate, quindi
non la sento ancora casa, ma…» si è lasciata cadere
sul letto.
Summer ha trascinato la sedia, che aveva le ruote, fin
sotto la bacheca gigante dietro la scrivania di Ximena,
che era interamente ricoperta di piccole foto, immagini,
citazioni e frasi.
«Oh, guarda, un precetto del signor Browne!» ha
esclamato, indicando un ritaglio di un precetto di
settembre del signor Browne.
«È, tipo, il mio insegnante preferito in assoluto» ha
risposto Ximena.
«Anche il mio!» ho detto.
«Che bella foto di te e Savanna» ha proseguito
Summer.
Mi sono avvicinata per vedere cosa stesse indicando.
In mezzo alle dozzine di foto delle persone della vita di
Ximena, la maggior parte delle quali non
conoscevamo, c’erano dei ritratti di Ximena e Savanna
tipo fototessera automatica, più Ximena e Miles,
Savanna e Henry e Ellie e Amos. Quando ho visto la
foto di Ellie lì sopra, devo ammetterlo, ho provato una
sensazione un po’ strana. Come se la vedessi sotto
una luce diversa. Aveva davvero questa vita del tutto
nuova.
«Devo fare una foto a voi due per la mia parete» ha
annunciato Ximena.
«Oh, andiamo» si è lamentata Summer, con il suo
adorabile tono di disapprovazione da fatina, mentre
indicava un’immagine sulla bacheca. «Ximena!»
Mi ci è voluto un attimo per realizzare che non aveva
detto “Oh, andiamo” in risposta a quello che aveva
appena detto Ximena.
«Oh, scusa» ha fatto Ximena, con espressione
colpevole.
All’inizio non capivo dove fosse il problema, visto che
si trattava solo della nostra foto di classe. Poi mi sono
resa conto che sopra la faccia di Auggie c’era un
piccolo post-it giallo con il disegnino di una faccia
triste.
Ximena ha tirato via il post-it dalla foto. «Erano solo
Savanna e gli altri che facevano gli scemi» ha detto in
tono di scuse.
«Questo è quasi brutto quanto la mamma di Julian
che photoshoppa la foto» ha affermato Summer.
«È una cosa di tanto tempo fa. Mi ero anche
dimenticata che fosse lì» ha aggiunto Ximena.
Ero talmente abituata alla fossetta sulla sua guancia
sinistra che adesso non facevo più confusione tra
quando era seria e quando stava scherzando. In quel
momento avrei detto che la sua espressione era
davvero di rimorso. «Senti, la verità è che penso che
Auggie sia un grande».
«Ma se non ci parli mai» ha fatto notare Summer.
«Solo perché non mi sento a mio agio vicino a lui non
significa che non lo ammiri» ha spiegato Ximena.
In quel momento, abbiamo sentito bussare alla porta
aperta. Luisa teneva in braccio un bambino, che si era
di sicuro appena svegliato da un pisolino. Doveva
avere tre o quattro anni e assomigliava in tutto e per
tutto a Ximena, a parte il fatto che era chiaramente
affetto dalla sindrome di Down.
«¡Hola, Eduardito!» ha esclamato Ximena, con un
largo sorriso. Ha allungato le braccia verso il fratellino,
che Luisa le ha depositato in braccio. «Queste sono le
mie amiche. Mis amigas. Questa è Charlotte e questa è
Summer. Di’ ciao. Di hola».
Ha preso la mano di Eduardo e l’ha sventolata verso
di noi, e noi abbiamo ricambiato il gesto. Eduardito,
che non era ancora del tutto sveglio, ci ha lanciato uno
sguardo insonnolito mentre Ximena gli riempiva la
faccia di baci.
Come abbiamo giocato a Obbligo o
Verità

«Il giorno in cui mi hanno detto che mio papà era


morto» ha detto Summer.
Eravamo tutte e tre sdraiate sul pavimento nei nostri
sacchi a pelo in camera di Ximena. Le luci sul soffitto
erano spente, ma le lucine natalizie rosse a forma di
peperoncino appese per tutta la stanza nel buio
conferivano ai muri un bagliore rosato. I nostri pigiami
erano illuminati di rosa. Le nostre facce erano rosa. Era
l’illuminazione perfetta per confidarsi segreti e per
parlare di cose che non menzioneresti mai alla luce del
sole. Stavamo giocando a Obbligo o Verità, e la carta
verità che aveva estratto Summer recitava: “Qual è
stato il giorno peggiore della tua vita?”.
Il mio primo istinto era stato quello di rimettere la carta
nel mazzo e dirle di estrarne una nuova. Ma non
sembrava che avesse problemi a rispondere.
«Ero nella classe del signor Bob quando mia mamma
e mia nonna sono venute a prendermi» ha proseguito
tranquilla. «Pensavo che mi stessero portando dal
dentista, visto che quella mattina avevo perso un
dente. Ma appena siamo salite in macchina, la nonna è
scoppiata a piangere. E poi la mamma mi ha detto che
avevano appena scoperto che il papà era stato ucciso
in combattimento. Il papà è in cielo, adesso, ha detto.
E poi abbiamo solo pianto e pianto ancora in
macchina. Tipo, queste enormi lacrime inarrestabili».
Mentre parlava giocherellava con la zip del sacco a
pelo, senza guardarci. «Comunque, quello è stato il
giorno peggiore».
Ximena ha scosso la testa. «Non riesco neanche a
immaginare come ti devi essere sentita» ha detto
piano.
«Neanch’io» ho aggiunto.
«Adesso è tutto confuso, in realtà» ha risposto
Summer, tirando ancora la cerniera. «Tipo,
onestamente non mi ricordo il suo funerale. Per niente.
L’unica cosa che mi ricordo di quel giorno è il libro
illustrato sui dinosauri che stavo leggendo. C’era
questo disegno di un meteorite che sfrecciava giù dal
cielo verso le teste dei triceratopi. E ricordo di aver
pensato che la morte di papà era così. Come
l’estinzione dei dinosauri. Un meteorite ti colpisce il
cuore e cambia tutto per sempre. Ma tu sei ancora qui.
Vai avanti». È finalmente riuscita a disincastrare la zip
e l’ha tirata su fino a chiudere il sacco a pelo. «Be’, in
ogni caso…» ha cominciato.
«Me lo ricordo, il tuo papà» sono intervenuta.
«Davvero?» ha chiesto, sorridendo.
«Era alto» ho risposto. «E aveva una voce molto
profonda».
Summer ha annuito felice.
«La mamma mi ha detto che tutte le mamme lo
trovavano attraente» ho proseguito.
Summer ha spalancato gli occhi. «Uau» ha fatto.
Siamo rimaste di nuovo in silenzio per qualche
secondo. Summer ha cominciato a sistemare i mazzi di
carte.
«Okay, a chi tocca adesso?» ha chiesto.
«Credo a me» ho risposto, facendo girare la lancetta.
Si è fermata su verità, quindi ho estratto una carta dal
mazzo verità.
«Oh, questa, è davvero stupida» ho commentato,
leggendo ad alta voce. «Quali superpoteri vorresti
avere e perché?»
«È divertente» ha osservato Summer.
«Vorrei volare, ovvio» ho risposto. «Potrei andare
ovunque desidero. Sfrecciare nel mondo. Visitare tutti
quei posti dove ha vissuto Ximena».
«Oh, io penso che vorrei essere invisibile» ha
dichiarato Ximena.
«Io no» ho replicato. «E perché? Per poter sentire
cosa dicono tutti di me alle mie spalle? E sapere che
tutti pensano che sono una falsa?»
«Oh no!» ha riso Ximena. «Non questo di nuovo».
«Ti prendo in giro, lo sai».
«Lo so!» ha esclamato. «Ma, per la cronaca, nessuno
pensa che tu sia una falsa».
«Grazie».
«Solo un’impostora».
«Ah!»
«Però a te importa davvero troppo, di quello che la
gente pensa di te» ha continuato, in qualche modo più
seria.
«Lo so» ho risposto, seria quanto lei.
«Okay, tocca a te, Ximena» ha detto Summer.
Ximena ha fatto ruotare la lancetta. Verità. Ha estratto
una carta, l’ha letta piano, e si è lasciata sfuggire un
gemito.
«Chi sceglieresti, potendo uscire con un ragazzo della
tua scuola?» ha letto ad alta voce. Si è coperta il viso
con le mani.
«Come?» ho chiesto. «Non sarebbe Miles?»
Ximena è scoppiata a ridere e ha scosso la testa,
imbarazzata.
«Uau!!!» abbiamo esclamato all’unisono io e Summer,
indicandola. «Chi? Chi? Chi?»
Ximena stava ridendo. Era difficile da dire nella luce
fioca, ma sono quasi sicura che fosse arrossita.
«Se ve lo dico, voi dovete confessarmi le vostre cotte
segrete!» ha replicato.
«Non è giusto, non è giusto» ho ribattuto.
«Sì che è giusto!» ha detto lei.
«E va bene!»
«Amos» ha confessato, con un sospiro.
«Impossibile!» ha detto Summer, con la bocca
spalancata. «Ellie lo sa?»
«Certo che no» ha risposto Ximena. «È solo una cotta.
Non farei mai niente di concreto. E poi, io non gli
piaccio per niente. Ellie gli piace davvero».
Ci ho riflettuto. Su come, solo qualche mese prima, io
ed Ellie parlassimo di Jack. Avere un “ragazzo”, allora,
sembrava un’opzione così lontana.
Ximena mi ha guardata. «Penso di sapere qual è la
cotta di Charlotte» ha detto in tono cantilenante.
Mi sono coperta la faccia. «Lo sanno tutti, grazie a
Ellie» ho confermato.
«E tu invece, Summer?» ha domandato Ximena,
dando un colpetto alla mano di Summer.
«Già, Summer, e tu invece?» ho chiesto.
Summer stava sorridendo, ma ha fatto no con la testa.
«Andiamo!» l’ha esortata Ximena, tirandole il mignolo.
«Deve pur esserci qualcuno».
«Va bene» si è arresa. Ha esitato. «Reid».
«Reid?» ha fatto Ximena. «E chi è Reid?»
«È con noi nella classe del signor Browne!» ho
risposto. «Hai presente, silenziosissimo? Disegna
squali».
«Non è proprio popolare» ha spiegato Summer. «Ma
è molto simpatico. E lo trovo molto carino».
«Ohhh!» ha fatto Ximena. «Certo che so chi è Reid,
naaa. È carino sul serio!»
«Lo è, vero?» ha ripetuto Summer.
«Sareste una coppia stupenda» ha affermato Ximena.
«Magari un giorno» ha risposto Summer. «Non voglio
ancora far parte di una coppia».
«È per questo che non sei voluta uscire con Julian?»
ha domandato Ximena.
«Non sono voluta uscire con Julian perché Julian è un
cretino» si è affrettata a rispondere Summer.
«Non eri davvero malata ad Halloween, giusto?» ha
buttato lì Ximena. «Alla festa di Savanna?»
Savanna ha scosso la testa.
«Non ero malata».
Ximena ha annuito. «Lo sapevo».
«Okay, ho una domanda» ho detto rivolta a Ximena.
«Ma non c’entra con le carte».
«Oh!» ha esclamato Ximena, alzando le sopracciglia
e sorridendo. «D’accordo».
Ho esitato. «Okay. Quando dici che ‘stai uscendo’
con Miles, cosa intendi dire esattamente? Tipo, che
cosa fate?»
«Charlotte!» ha esclamato Summer, dandomi una
pacca sul braccio col dorso della mano. Ximena è
scoppiata a ridere.
«No, volevo solo dire…» ho esordito.
«Lo so cosa vuoi dire» mi ha preceduto Ximena,
afferrandomi le dita. «Tutta la faccenda implica che
Miles mi aspetta al mio armadietto ogni giorno dopo la
scuola. E a volte mi accompagna alla fermata del bus.
E ci teniamo per mano».
«Lo hai mai baciato?» ho chiesto.
Ximena ha fatto una smorfia, come se stesse bevendo
succo di limone. Adesso non portava le lenti a contatto.
Solo grossi occhiali con la montatura di tartaruga, oltre
a un apparecchio che doveva mettere di notte. Non
aveva per niente l’aspetto della Ximena Chin che
eravamo abituati a vedere a scuola.
«Solo una volta. Alla festa di Halloween».
«Ti è piaciuto?» ho domandato.
«Non lo so!» ha risposto, sorridendo. «È stato un po’
come baciarsi il braccio. Lo avete mai fatto? Baciatevi
un braccio».
Io e Summer ci siamo baciate le braccia obbedienti. E
abbiamo tutte cominciato a ridacchiare.
«Oh, Jack!» ho mormorato, emettendo risucchi
mentre mi baciavo su e giù per il polso.
«Oh, Reid!» ha detto Summer, facendo lo stesso.
«Oh, Miles!» ha esclamato Ximena, baciandosi il
polso. «Voglio dire, Amos!»
Ci stavamo sbellicando.
«Mija» ha chiamato la mamma di Ximena, bussando
alla porta e facendo capolino con la testa. «Non voglio
che il bambino si svegli. Potete abbassare un po’ la
voce?»
«Scusa, mami» ha risposto Ximena.
«Buonanotte, ragazze» ha detto lei dolcemente.
«Buonanotte!» abbiamo bisbigliato. «Scusi!»
«Dobbiamo dormire, ora?» ho detto piano.
«No, parliamo solo più piano» ha risposto Ximena.
«Avanti, penso che tocchi a te adesso, Summer.
Obbligo o verità».
«Ho anch’io un’altra domanda che non è sulle carte»
ha esordito Summer, indicando Ximena. «Per te».
«Oh-oh, voialtre vi state coalizzando contro di me!»
ha riso Ximena.
«Non abbiamo fatto ancora nessun obbligo» ho fatto
notare io.
«Okay, questo è l’obbligo» ha proseguito Summer.
«Sederti questo lunedì al mio tavolo alla mensa senza
dire a nessuno perché».
«Oh, andiamo!» ha esclamato Ximena. «Non posso
mollare il mio tavolo senza spiegarne la ragione».
«Esatto!» ha risposto Summer. «Quindi scegli verità».
«Va bene» si è arresa Ximena. «Allora cos’è verità?»
Summer l’ha guardata. «Okay, verità. Se Savanna,
Ellie e Gretchen questo fine settimana non fossero
andate a sciare, avresti comunque chiesto a me e a
Charlotte di fermarci a dormire?»
Ximena ha alzato gli occhi al cielo. «Ohhh!» Ha
gonfiato le guance come un pesce.
«Così sembri la signora Atanabi» le ho fatto notare.
«Andiamo, obbligo o verità» l’ha incalzata Summer.
«Okay, d’accordo» ha detto alla fine Ximena,
nascondendosi la faccia con le mani. «È vero!
Probabilmente non lo avrei fatto. Mi dispiace». Ci ha
sbirciate attraverso le dita. «Avrei dovuto andare a
sciare, questo fine settimana, ma poi ho pensato che
non valesse la pena storcermi una caviglia, o qualcosa
del genere, proprio prima del balletto, così ho
cancellato all’ultimo minuto, e poi ho invitato voi».
«Aha!» ha esclamato Summer, dando un colpetto
sulla spalla a Ximena. «Lo sapevo. Eravamo il tuo
piano B per il fine settimana».
Ho cominciato a darle dei colpetti anche io.
«Mi dispiace!» ha detto Ximena, ridendo perché
avevamo cominciato a farle il solletico. «Ma non
significa che non voglia passare del tempo anche con
voi!»
«Hai organizzato altri pigiama party anche il mese
scorso?» ha chiesto Summer.
A questo punto le stavamo facendo un sacco di
solletico.
«Sì!» ha ridacchiato. «Mi dispiace! Non vi ho invitato
neanche a quelli. Non sono brava a mescolare i miei
gruppi di amicizie! Ma l’anno prossimo migliorerò, lo
prometto».
«Ma ti sta simpatica Savanna, almeno?» ho chiesto,
dandole un ultimo colpetto.
Ximena ha fatto una faccia che ho realizzato essere
una perfetta imitazione dell’espressione “che schifo!”
di Savanna.
Allora io e Summer siamo scoppiate a ridere.
«Ssst!» ha fatto Ximena, gesticolando in aria per
ricordarci di parlare piano.
«Ssst!» ha fatto Summer.
«Ssst!» ho fatto io.
Ci siamo calmate tutte.
«Va bene, devo ammetterlo» ha detto piano Ximena.
«È diventata davvero insopportabile da quando ho
cominciato a passare del tempo con voi per fare le
prove. Si è così arrabbiata, quando non è stata presa
per il balletto!»
«Probabilmente era arrabbiata perché sono stata
presa io al suo posto» ha detto Summer.
«In realtà no, era arrabbiata con Charlotte» ha
ribattuto Ximena, puntando un pollice verso di me.
«Lo sapevo!» ho esclamato.
Ximena ha inclinato la testa su una spalla: «Ha detto –
e questa è lei che parla, non io – che ti vengono
assegnate sempre le parti migliori alla Beecher Prep
perché gli insegnanti sanno che sei comparsa in
alcune pubblicità per la tv quando eri piccola. E che fai
sempre di tutto per essere la cocca degli insegnanti».
«Ma. Che. Cavolo?» ho fatto io, stupefatta. «Questa è
la cosa più assurda che io abbia mai sentito».
Ximena ha scrollato le spalle. «Ti sto solo riferendo
quello che ha detto a me e a Ellie».
«Ma Ellie sa che non è vero» ho ribadito.
«Fidati» ha risposto Ximena. «Ellie non dice mai nulla
che possa contraddire Savanna».
«Non capisco perché mi abbia sempre odiata» ho
affermato, scuotendo la testa.
«Savanna non ti odia» ha risposto Summer,
allungando una mano per togliere gli occhiali dalla
faccia di Ximena. «Penso, semmai, che sia
probabilmente stata sempre gelosa del fatto che tu ed
Ellie siate migliori amiche».
«Davvero?» ho detto. «E perché?»
Summer ha fatto spallucce. Ha provato gli occhiali di
Ximena. «Be’, lo sai, tu e Ellie tendevate a essere un
po’ esclusive. E penso che Savanna si sentisse un po’
tagliata fuori».
Questo non mi era mai, mai passato per la testa.
«Non avevo idea che qualcuno potesse sentirsi così»
ho spiegato. «Voglio dire, sul serio, mai pensato. Ne
sei sicura? Altre persone si sentivano così? Anche tu?»
Summer si è lasciata scivolare gli occhiali fin sulla
punta del naso. «Più o meno. Ma non seguivo nessuno
dei vostri corsi, quindi non mi importava. Savanna era
in tutti i vostri corsi, invece».
«Uau» ho detto, mordendomi l’interno della guancia,
che è una mia abitudine quando sono nervosa.
«Non te ne fare un problema, però» ha proseguito
Summer, a quel punto infilando a me gli occhiali di
Ximena. «Non ha più importanza. Ti stanno davvero
bene».
«Non voglio che Savanna mi odi, però!» ho aggiunto.
«Perché ti importa così tanto di quello che pensa
Savanna?» ha chiesto Ximena.
«Perché, a te non importa quello che pensa?» ho
chiesto. «Siamo oneste, anche tu sei diversa quando le
stai vicino».
«È vero» ha concordato Summer, togliendomi gli
occhiali dal viso. Ha cominciato a pulirli con la
maglietta del pigiama.
«Sei più simpatica quando non sei con lei» ho
spiegato.
Ximena si stava attorcigliando i capelli su un dito.
«Alle medie sono tutti un po’ cattivi, non pensate?»
«No!» ha risposto Summer, risistemando gli occhiali
sul naso di Ximena.
«Neanche un po’?» ha replicato Ximena, alzando il
sopracciglio destro.
«No» ha ripetuto Summer, aggiustando gli occhiali in
modo che fossero dritti. «Nessuno dev’essere cattivo.
Mai». Si è fatta indietro per esaminare gli occhiali.
«Be’, questo è quello che pensi tu perché sei una
santa» l’ha presa in giro Ximena.
«Oh, santo cielo, se me lo dici ancora una volta!» ha
riso Summer, lanciando il cuscino a Ximena.
«Summer Dawson, mi hai davvero appena colpita con
il mio cuscino bianco 800-fill-power europeo di piume
d’oca preferito?» ha detto Ximena, alzandosi
lentamente. Ha afferrato il suo cuscino super soffice e
lo ha sollevato per aria.
«È una sfida?» ha chiesto Summer, alzandosi e
stringendo il suo cuscino come uno scudo.
«Battaglia di cuscini!» ho annunciato, un po’ troppo
ad alta voce per l’eccitazione.
«Ssst!» ha sibilato Ximena, portandosi un dito alla
bocca per ricordarmi di tenere basso il volume.
«Battaglia di cuscini silenziosa!» ho sussurrato forte.
Abbiamo passato un lungo secondo a osservarci l’un
l’altra, per vedere chi avrebbe colpito per prima, e poi
ci abbiamo semplicemente dato dentro. Ximena ha
abbassato il suo cuscino su Summer, Summer l’ha
colpita da dietro, io ho dato una lunga spazzata
laterale a Ximena. Poi Ximena si è rialzata e mi ha
colpito da sinistra, ma Summer ha fatto una giravolta e
ci ha colpite entrambe dall’alto. Poco dopo ci stavamo
colpendo non più solo con i cuscini: animali di peluche
sul letto di Ximena, asciugamani, i nostri vestiti
arrotolati. E nonostante i nostri tentativi di restare
completamente in silenzio, o forse proprio a causa di
questo – visto che non esiste nulla di più divertente che
provare a non ridere quando ti viene da ridere – è stata
assolutamente la migliore lotta di tutta la mia vita!
Ciò che l’ha interrotta, e altrimenti sarebbe continuata
troppo a lungo, è stata la misteriosa strombettata di
una puzzetta proveniente da una di noi. Siamo rimaste
immobili a fissarci l’un l’altra, occhi spalancati, e siamo
scoppiate a ridere isteriche dopo che nessuna si è
azzardata ad assumersene la responsabilità.
Comunque, due secondi dopo la mamma di Ximena
ha bussato alla porta di nuovo, ancora in tono paziente
ma chiaramente un filo irritata. La mezzanotte era
passata da un pezzo.
Abbiamo promesso che adesso saremmo andate a
letto e che non avremmo fatto più rumore.
Eravamo senza fiato per aver riso così tanto. Mi
faceva anche un po’ male la pancia.
Ci è voluto un po’, perché raddrizzassimo i sacchi a
pelo e rimettessimo al loro posto gli animali di peluche.
Abbiamo piegato i vestiti e riposto gli asciugamani
nell’armadio.
Abbiamo sprimacciato i cuscini, ci siamo sdraiate nei
sacchi a pelo e abbiamo chiuso le zip, poi ci siamo
date la buonanotte. Penso che probabilmente mi sarei
addormentata immediatamente, ma mi è venuta la
ridarella, e così Summer e Ximena hanno cominciato a
ridacchiare. Abbiamo continuato a provare a zittirci l’un
l’altra mettendoci le mani sulla bocca a vicenda.
Finalmente, una volta passata la ridarella e tornato il
silenzio, Ximena ha cominciato a canticchiare molto
piano nel buio. All’inizio, non ho nemmeno realizzato
cosa stesse cantando, lo faceva così piano.
No-no, no, no-no, no-no-no-no.
Poi ha attaccato Summer:
No, no-no, no, no, no-no, no-no, no-no.
Alla fine, mi sono resa conto di cosa stessero
cantando, e mi sono aggiunta al coro:
No-no-no-no, no-no, no, no-no, no!
Poi abbiamo continuato a canticchiare silenziose
insieme:
Nessuno sa fare lo shingaling
Come me…
Nessuno sa andare in skate
Come me…
Nessuno sa fare il bogaloo
Come me…
Eravamo distese sulla schiena una di fianco all’altra
mentre cantavamo, e facevamo danzare in sincrono le
braccia e le mani sopra la testa. E abbiamo cantato
l’intera canzone, dall’inizio alla fine, silenziose come se
fossimo state a pregare in chiesa.
Come appare il nostro diagramma di
Venn

Lo so. Passo troppo tempo a pensare a questa roba.


Come non ne abbiamo mai parlato

Lunedì non abbiamo menzionato il pigiama party. Era


come se tutte e tre, istintivamente, sapessimo senza
doverlo dire ad alta voce che, una volta tornate a
scuola, ogni cosa sarebbe tornata alla normalità.
Ximena stava con il gruppo di Savanna. Summer con il
suo gruppo. Io a giocare a Punti e Linee al tavolo da
pranzo con Maya.
Nessuno avrebbe mai indovinato che io, Summer e
Ximena eravamo diventate buone amiche. O che solo
qualche giorno prima facevamo la lotta coi cuscini e ci
scambiavamo segreti al bagliore rossastro delle lucine
rosse a forma di peperoncino in camera di Ximena.
Come ho fallito nel prevenire una
catastrofe sociale

La sera prima del Gala la signora Atanabi ha


suggerito che ci prendessimo un giorno libero per
riposarci. Voleva che fossimo sicure di mangiare una
cena sana e fare una bella dormita. Poi ci ha
consegnato i costumi, che era riuscita in qualche modo
a cucire lei stessa. Li avevamo già provati la settimana
prima, ma ero così eccitata all’idea di tornare a casa e
provare di nuovo il mio, ora che era stato sistemato. Il
costume era ispirato a questa foto delle Liberty Belles:
Quindi, quel pomeriggio, sono tornata a casa con
Maya e Lina, come ero solita fare un tempo, prima di
cominciare a uscire sempre con Summer e Ximena.
Era uno dei primi giorni di bel tempo di marzo,
quando finalmente arriva un soffio di primavera dopo il
lungo, freddissimo inverno. Lina aveva avuto l’idea
geniale di fermarsi da Carvel, sulla via di casa, il che
sembrava una cosa davvero “primaverile” da fare,
quindi ci siamo incamminate nella direzione opposta
su per Amesfort Avenue, verso il parco. Mentre
camminavamo ho raccontato loro di come avessi
sentito che Savanna stava dicendo in giro che l’unica
ragione per cui avevo ottenuto la parte nello spettacolo
di danza della signora Atanabi era perché da piccola
ero stata in una spot televisivo.
«Non ci crede nessuno» ha detto Lina con empatia,
dando un calcio al pallone davanti a sé.
«Ma è terribile!» è sbottata Maya, e il fatto che si
fosse arrabbiata così tanto mi ha fatto felice. «Non
riesco a credere a queste cose di Savanna! Alle
elementari era così simpatica».
«Savanna non è mai stata tanto gentile con me» ho
replicato.
«Con me era gentile» ha insistito Maya, sistemandosi
gli occhiali sul naso. «Ma adesso è cattiva. Tutti in quel
gruppo sono cattivi».
Ho annuito. Poi ho scosso la testa. «Be’, di questo
non sarei così sicura».
«E adesso ci hanno messo contro anche Ellie» ha
proseguito Maya. «Sapete, adesso Maya mi saluta a
stento. Anche lei è cattiva, adesso».
Mi sono grattata il naso. Maya aveva proprio questo
modo di vedere le cose: bianche o nere. «Suppongo».
«Ve lo dico io, è colpa di Ximena Chin» ha continuato
Maya. «È solo colpa sua. Se quest’anno non fosse
arrivata lei, le cose sarebbero rimaste come sempre. È
lei, la cattiva influenza».
Sapevo che era così che Maya vedeva le cose. Era
una delle ragioni per cui non mi ero mai dilungata sui
dettagli dello spettacolo di danza. Non aveva mai
afferrato che si trattasse di me, Summer e la temuta
Ximena Chin. E a me andava bene così! Non avevo
voglia di difendere da Maya la mia amicizia con
Ximena! Penso onestamente che non avrebbe capito.
«Sai cosa odio più di tutto?» ha detto Maya. «Odio
l’idea che probabilmente finirà per essere lei a tenere il
discorso di fine corso di quest’anno».
«Be’, in effetti ha i voti migliori del corso» ho risposto,
tentando di suonare il più imparziale possibile.
«Pensavo fossi tu ad avere i voti migliori, Charlotte»
mi ha detto Lina.
«No, è Ximena» è intervenuta Maya. Ha cominciato a
contare sulle dita. «Ximena. Charlotte. Simon. Io. E poi
o Auggie o Remo. Auggie ha effettivamente voti
migliori di Remo in matematica, ma non è andato così
bene in spagnolo negli ultimi test, e questo gli ha
abbassato la media».
Maya sapeva sempre che voti avevano preso nelle
verifiche tutti gli altri. Teneva resoconti sui compiti a
casa, sui voti dei temi. Sparate una cosa che abbia dei
voti attaccati, e Maya vi farà domande a riguardo.
Aveva un talento sorprendente nel ricordarsi anche tutti
i dettagli.
«È assurdo come tu riesca a ricordarti i voti di tutti»
ha commentato Lina.
«È un dono» ha risposto Maya, senza neanche
provare a essere spiritosa.
«Ehi, hai detto a Charlotte del bigliettino?» le ha
chiesto Lina.
«Che bigliettino?» ho fatto io. Come dicevo, ero un po’
fuori dal giro con loro, perché nelle ultime settimane
non ci avevo passato molto tempo.
«Oh, niente» ha detto Maya.
«Ha scritto un bigliettino per Ellie» ha spiegato Lina.
Maya mi ha guardata e ha aggrottato le sopracciglia.
«Dove le dico come mi sento» ha aggiunto,
sbirciandomi da sopra la montatura degli occhiali.
Ho avuto subito un tuffo al cuore, pensando a quel
biglietto.
«Cos’hai scritto?» le ho chiesto.
Ha fatto spallucce. «Solo un bigliettino».
Lina le ha dato un colpetto col gomito. «Faglielo
leggere!»
«Ma mi dirà di non darglielo!» ha ribattuto Maya,
mordicchiandosi l’estremità dei lunghi capelli ricci.
«Almeno me lo fai vedere?» ho insistito, davvero
curiosa. «Andiamo, Maya!»
C’eravamo fermate all’incrocio tra Amesfort Avenue e
la 222esima Strada, in attesa che il semaforo
diventasse verde.
«D’accordo» ha risposto Maya. «Te lo mostro».
Ha cacciato una mano nella tasca del cappotto e ne
ha estratto una busta di Uglydoll spiegazzata con il
nome “Ellie” scritto con un pennarello color argento.
«Okay, allora, sostanzialmente volevo solo che Ellie
sapesse come mi sento riguardo a come è cambiata
quest’anno».
Mi ha passato la busta, e poi ha annuito perché
l’aprissi e leggessi la nota al suo interno.
Ho ripiegato il foglietto e l’ho rimesso nella busta. Lei
mi guardava piena di aspettativa.
«È stupido?» mi ha chiesto.
Le ho restituito la busta.
«No, non è stupido» ho risposto. «Ma in quanto tua
amica, ti dico che non credo che gliela dovresti dare».
«Sapevo che avresti provato a dissuadermi!» ha
ribattuto, infastidita e delusa dalla mia reazione.
«No, non sto tentando di dissuaderti!» ho spiegato.
«Dovresti dargliela se davvero lo vuoi. Lo so, che le tue
intenzioni sono buone, Maya».
«Non sto cercando di avere buone intenzioni» ha
detto arrabbiata. «Sto solo cercando di dire la verità!»
«Lo so» ho detto.
A questo punto avevamo attraversato la strada ed
eravamo arrivate da Carvel, solo per constatare quanto
affollato fosse dentro. La coda al bancone si allungava
fino alla porta e ogni singolo tavolo era occupato, per
lo più da ragazzini della Beecher Prep.
«Hanno avuto tutti la nostra stessa idea» ha detto Lina
a malincuore.
«È troppo pieno» ho detto. «Lasciamo perdere».
Maya mi ha afferrata per un braccio. «Guarda, c’è
Ellie» ha detto.
Ho seguito il suo sguardo e ho visto Ellie seduta con
Ximena, Savanna e Gretchen – più Miles, Harry e Amos
– al tavolo di fronte al bancone delle torte di
compleanno, che stava dalla parte opposta del
negozio.
«Andiamocene e basta» ho insistito, tirando Maya per
un braccio. Lina aveva già cominciato a calciare il
pallone giù per l’isolato. Ma Maya non aveva intenzione
di schiodarsi.
«Le darò il mio biglietto» ha detto lentamente,
l’espressione davvero seria. Teneva il foglietto che le
avevo appena restituito nella mano sinistra, e ora lo
sventolava come una piccola bandiera.
«Oh, no che non lo farai» mi sono affrettata a dire,
spingendole giù la mano. «Non adesso, almeno».
«Perché no?»
Lina è tornata da noi. «Aspetta, vorresti darle il
bigliettino adesso?» ha detto incredula. «Di fronte a
tutti?»
«Sì!» ha risposto ostinata Maya.
«No» ho ribadito, chiudendo la mano sul bigliettino.
L’unica cosa cui riuscivo a pensare era quanto
avrebbe fatto la figura dell’idiota se l’avesse fatto. Ellie
avrebbe aperto il bigliettino al tavolo di fronte a tutti, e
si sarebbero arrabbiati così tanto con Ellie per le cose
che aveva detto su Ximena e Savanna. Cose
imperdonabili, davvero! Ma, ancora peggio, avrebbero
sicuramente cominciato a ridere di lei per questo.
«Questo è il tipo di faccenda che non verrebbe mai
dimenticata, Maya» l’ho messa in guardia. «Te ne
pentirai sul serio. Non farlo».
Intuivo che stava riconsiderando la cosa. Aveva la
fronte aggrottata.
«Potresti darglielo un’altra volta» ho proseguito,
strattonandola per la manica del cappotto alla maniera
in cui Summer a volte tirava la mia mentre parlava.
«Quand’è sola. Potresti anche spedirgliela per posta,
se vuoi. Ma non farlo adesso di fronte a tutti. Ti
supplico. Fidati, Maya. Sarebbe una catastrofe
sociale».
L’ho vista strofinarsi la faccia. La questione, con
Maya, è che non le è mai importato nulla di popolarità
e catastrofi sociali. È davvero brava a tenere sotto
controllo i punteggi ai test e i voti delle persone, ma
non ha idea di come interpretare le questioni sociali.
Coglie i principi di base, ovvio. Ma nel suo mondo in
bianco e nero i ragazzi sono o buoni o cattivi. Non c’è
via di mezzo.
Sotto certi punti di vista, questo è sempre stato uno
dei suoi tratti migliori. Si avvicina a una persona
qualsiasi, e dà semplicemente per scontato che siano
amici. O fa qualcosa di davvero gentile per qualcuno
così, all’improvviso, tipo regalare ad Auggie Pullman
un portachiavi di Uglydoll, cosa che ha fatto proprio la
settimana scorsa.
Ma, d’altra parte, è davvero grave perché non ha
difese pronte contro le persone che non sono gentili
con lei. Non è capace di reagire. Prende tutto così
terribilmente sul serio. Il peggio è, però, che non
sempre capisce quando le persone non hanno voglia
di parlare con lei. Così continua semplicemente a
chiacchierare o a fare domande, finché l’altra persona
non se ne va. È stata Ellie a dare la definizione perfetta,
qualche mese fa, mentre ci stavamo lamentando di
quanto fastidiosa Maya potesse essere a volte: «Maya
rende facile alle persone comportarsi male con lei».
E adesso Maya era in procinto di rendere molto facile
a Ellie comportarsi male con lei, e di fronte a un intero
gruppo di ragazzini mangia-gelato! Perché, nonostante
le mie parole, nonostante il fatto che, sostanzialmente,
la stessi supplicando di non farlo, Maya Markowitz è
entrata nel negozio, si è fatta strada a suon di gomitate
dentro e fuori dalla ressa delle persone in fila d’attesa,
ed è marciata al tavolo in fondo, dove sedevano Ellie e
tutto quel gruppo di ragazze potenti.
Io e Lina siamo rimaste a guardare dal marciapiede
fuori da Carvel. Sulla facciata del negozio c’era una
vetrina che andava da terra fino al soffitto, la situazione
perfetta per guardare lo svolgersi degli eventi.
Per un attimo, mi è sembrato di osservare uno di quei
programmi sulla natura di Public Broadcasting Service.
Mi pareva quasi di sentire un uomo con l’accento
british che raccontava la scena:
Osservate ciò che accade mentre la giovane gazzella,
che si è appena separata dal suo branco…
Ho osservato Maya mentre diceva qualcosa a Ellie, e
come tutti quanti al tavolo avessero smesso di parlare
e avessero alzato gli occhi su Maya.
… Entra nella visuale dei leoni, che non mangiano da
giorni.
L’ho osservata porgere la busta a Ellie, la quale
sembrava un po’ confusa.
«Non posso guardare» ha detto Lina, chiudendo gli
occhi.
E ora i leoni, desiderosi di carne fresca, cominciano a
cacciare.
Come sono rimasta neutrale. Di
nuovo

Più o meno tutto ciò che avevo previsto sarebbe


accaduto è avvenuto come avevo predetto. Dopo aver
consegnato il bigliettino a Ellie di fronte a tutte le
persone al tavolo, Maya si è voltata e ha cominciato ad
allontanarsi. Ellie e il gruppo di Savanna si sono
scambiati sguardi divertiti, e ancor prima che Maya
raggiungesse il tavolo accanto, Savanna, Ximena e
Gretchen si sono alzate dalle rispettive sedie per
raccogliersi intorno a Ellie mentre apriva la lettera.
Riuscivo a vederle chiaramente in faccia, mentre
leggevano il biglietto. Ximena a un certo punto ha
sussultato, mentre Savanna trovava la cosa
palesemente spassosa.
Maya ha continuato ad attraversare il locale in
direzione dell’uscita, guardando me e Lina, mentre
camminava. Che ci crediate o no, ci stava sorridendo.
Avrei potuto giurare che era veramente molto felice.
Dal suo punto di vista, si stava togliendo dal cuore un
peso che la infastidiva davvero e, visto che di quello
che il gruppo dei popolari pensasse di lei non le
importava un fico secco, era convinta di non aver nulla
da perdere.
La verità è che Maya era oltre la loro capacità di
ferirla. Era arrabbiata solo con Ellie perché Ellie era
stata sua amica. Ma a Maya non importava davvero
che cosa potessero pensare di lei le altre ragazze, né
del fatto che potessero ridere di lei proprio in quel
momento.
In un certo senso, devo ammetterlo, ammiravo il
coraggio di Maya.
Detto questo, sapevo che l’ultima cosa che in quel
momento desideravo al mondo era che mi vedessero
con lei, così ho cominciato ad allontanarmi dalla vetrina
prima che lei uscisse. Soprattutto non volevo che
Ximena mi vedesse lì, ad aspettare fuori Maya. Non
volevo che qualcuno pensasse che avessi qualcosa a
che fare con quel genere di follia.
Proprio come ero riuscita a rimanere neutrale in una
guerra tra maschi, volevo restare neutrale in quella che
si sarebbe potuta evolvere in una guerra tra le
femmine.
Come ha reagito Ximena

Summer mi ha smessaggiato più tardi, quel


pomeriggio.
Hai sentito cos’ha fatto Maya?
Sì, ho scritto.
Sono con Ximena in questo momento. Siamo da me.
È davvero scossa. Puoi venire?
«Mamma» ho chiesto, giusto mentre stavamo per
andare a tavola. «Posso andare a casa di Summer?»
La mamma ha scosso la testa. «No».
«Per favore? È, tipo, un’emergenza».
Mi ha guardata. «Cos’è successo?»
«Ora non posso spiegartelo» ho tagliato corto,
prendendo il cappotto. «Per favore, mamma? Torno
presto, prometto».
«Ha qualcosa a che fare con lo spettacolo di danza?»
ha chiesto.
«Più o meno» ho mentito.
«D’accordo, scrivimi quando sei lì. Ma voglio che tu
sia a casa per le sei e mezza».
Summer viveva a soli quattro isolati da me, quindi
sono arrivata in meno di dieci minuti. Al citofono mi ha
aperto sua mamma. «Ciao, Charlotte, sono di là» ha
detto quando ha aperto la porta d’ingresso. Mi ha
preso il giaccone.
Mi sono fatta strada fino alla camera di Summer, dove
Ximena, proprio come mi aveva scritto Summer, stava
piangendo sul suo letto. Summer teneva una scatola di
fazzoletti in mano e la stava consolando.
Mi hanno raccontato tutta la storia, che ho finto di non
conoscere nei dettagli. Maya aveva consegnato un
bigliettino a Ellie di fronte a tutti, e il bigliettino era
pieno di commenti davvero “velenosi” su Ximena. È
così che me l’hanno raccontata.
«Mi ha accusato di essere cattiva!» ha precisato
Ximena, asciugandosi le lacrime. «Voglio dire, che
cos’ho fatto io a Maya? Ma se neanche la conosco!»
«Stavo spiegando a Ximena che Maya ogni tanto può
essere piuttosto imbranata a livello sociale» ha detto
Summer, dando dei colpetti sulla schiena di Ximena
come avrebbe fatto una mamma.
«Imbranata?» ha ribattuto Ximena. «Questo non è
essere socialmente imbranata, questo è solo crudele!
Avete idea di come ci si sente quando tutti leggono
una cosa così orribile su di te? Hanno fatto girare il
bigliettino intorno al tavolo e a turno l’hanno letto tutti,
anche i maschi. E lo hanno trovato tutti da sbellicarsi
dalle risate. Savanna si è praticamente fatta la pipì
addosso, pensava che fosse così spassoso. Ho fatto
finta di trovarlo spassoso anch’io! Ah, ah. Non è
esilarante che qualcuno che conosco appena mi
accusi di aver trasformato delle persone in zombie?»
Ha disegnato delle virgolette per aria sulla parola
“zombie”. Poi è scoppiata di nuovo a piangere.
«È terribile, Ximena» ho commentato, mordendomi
l’interno della guancia. «Mi dispiace così tanto che
l’abbia fatto».
«Le ho detto che avremmo parlato con Maya» mi ha
aggiornato Summer.
Le ho lanciato una lunga occhiata. «Per fare che?» le
ho chiesto.
«Per spiegarle quanto è sconvolgente quello che ha
scritto» ha risposto Summer. «Visto che siamo amiche
di Maya, penso che possiamo farle capire che ha ferito
i sentimenti di Ximena».
«A Maya non importerà» ho ribattuto in fretta. «Non lo
capirà, Ximena, credimi». Come facevo a
spiegarglielo? «Sinceramente, Ximena, conosco Maya
da anni e, nella sua testa, questo non riguardava te.
Riguarda Ellie. È solo arrabbiata perché Ellie non esce
più con lei».
«Ovvio. Ma non è colpa mia!» ha ribattuto Ximena.
«Lo so» ho detto io «ma Maya non lo sa, e ha solo
bisogno di dare la colpa a qualcuno. Vuole solo che le
cose tornino com’erano alla scuola elementare. E
suppone che, se le cose sono cambiate, sia colpa
tua».
«Ma questo è totalmente idiota!» ha esclamato
Ximena.
«Lo so!» ho risposto. «È come il fatto che Savanna è
arrabbiata con me perché una volta sono comparsa in
uno spot televisivo. Non ha senso».
«Come fai a sapere tutto questo?» mi ha chiesto
Ximena. «Te lo ha detto lei?»
«No!» ho negato.
«Sapevi già da prima del biglietto?»
«No!» ho negato.
Mi ha salvata Summer. «Allora che cos’ha detto Ellie,
quando ha letto il bigliettino di Maya?» ha chiesto a
Ximena.
«Oh, era così arrabbiata» ha risposto Ximena. «Lei e
Savanna vogliono andarci giù pesanti con Maya,
postando qualcosa di veramente cattivo su Facebook
o roba del genere. Poi Miles ha disegnato questa
vignetta. Vogliono postarla su Instagram».
Ha fatto segno col capo a Summer perché mi
passasse un pezzo di carta ripiegato, che io ho aperto.
Sopra c’era lo schizzo di una ragazzina (palesemente
Maya) che baciava un ragazzo (palesemente Auggie
Pullman). Sotto c’era scritto: Fenomeni da baraccone
innamorati.
«Aspettate, perché stanno mettendo di mezzo
Auggie?» ha chiesto Summer, furibonda.
«Non lo so» ha risposto. «Miles stava solo cercando
di farmi ridere. Stavano ridendo tutti come se si
trattasse di una specie di scherzo gigantesco. Ma io
non lo trovo divertente».
«Mi dispiace davvero, Ximena» ho detto.
«Perché Maya mi odia?» ha chiesto lei con tristezza.
«Devi solo cancellartelo dalla testa» le ho consigliato.
«E non prenderla sul personale. Ti ricordi che sei stata
tu, a dirmi di smetterla di dare tanta importanza a
quello che la gente pensa di me? Devi fare lo stesso.
Scordati di quello che Maya pensa di te».
«Non ho chiesto io di far parte del gruppo di Savanna,
quando sono arrivata alla Beecher Prep» ha raccontato
Ximena. «Non avevo idea di chi fosse chi, o chi fosse
amico di chi, o chi fosse arrabbiato con chi. Savanna è
stata la prima persona a essere carina con me, tutto
qui».
«Be’?» ho replicato io, sollevando il mento e le spalle.
«Questo non è del tutto vero. Io sono stata carina con
te».
Ximena sembrava sorpresa.
«Io sono stata carina con te» ha aggiunto Summer.
«Come, adesso anche voi ragazze vi state
coalizzando contro di me?» ha detto Ximena.
«No, ma va» ha risposto Summer. «Cerchiamo solo di
mostrarti la storia dal punto di vista di Maya, solo
questo. Non è una ragazza cattiva, Ximena. Maya non
ha nemmeno un osso cattivo in tutto il corpo.
È arrabbiata con Ellie, e Ellie è stata un po’ cattiva con
lei ultimamente. Tutto qui».
«Ellie non è nemmeno stata cattiva» ho aggiunto. «Ci
ha solo scaricate per stare con voialtre. Che va bene.
A me non importa. Ma non sono Maya».
Ximena si è coperta il viso con le mani.
«Mi odiano tutti?» ha domandato, guardandoci
attraverso le dita.
«No!» abbiamo risposto entrambe.
«Noi no di certo» ha completato Summer, porgendo a
Ximena la scatola dei fazzoletti.
Ximena si è soffiata il naso. «Suppongo di non essere
stata così carina con lei in generale» ha detto a bassa
voce.
«Disegni come questo non aiutano» ha proseguito
Summer, restituendo a Ximena lo schizzo fatto da
Miles.
Ximena lo ha preso e lo ha strappato in tanti pezzetti.
«Solo perché lo sappiate, non lo avrei mai postato. E
ho detto a Savanna e Ellie di non osare scrivere
commenti cattivi riguardo a Maya su Facebook o simili.
Non farei mai cyber-bullismo».
«Lo so» ha detto Summer. Stava quasi per
aggiungere qualcos’altro quando hanno bussato alla
porta.
La mamma di Summer ha fatto capolino con la testa.
«Ehi, ragazze» ha esordito cauta. «Tutto bene?»
«Tutto a posto, mamma» ha risposto Summer. «Solo
un po’ di drammi femminili».
«Charlotte, ha appena telefonato la tua mamma» mi
ha informata la mamma di Summer. «Ha detto che hai
promesso di essere a casa tra dieci minuti».
Ho buttato un’occhiata al cellulare. Erano già le sei e
venti!
«Grazie» ho detto alla mamma di Summer. E poi, a
Summer e Ximena: «Meglio che vada. Pensi che starai
meglio, Ximena?».
Lei ha annuito. «Grazie per essere passata. A tutte e
due, grazie per essere così carine» ha detto. «È solo
che avevo davvero bisogno di parlarne con qualcuno,
ma non potevo certo farlo con Savanna ed Ellie,
capite?»
Abbiamo annuito.
«Meglio che vada a casa anch’io» ha concluso,
alzandosi.
Ci siamo incamminate tutte e tre lungo il corridoio e
fino alla porta d’ingresso, dove sembrava che la
mamma di Summer stesse cercando di riordinare i
cappotti.
«Perché i musi lunghi, ragazze?» ci ha chiesto in tono
allegro. «Pensavo che avreste saltellato su e giù dalla
gioia per la grande giornata di domani! Dopo tutte
quelle prove e tutto il duro lavoro che ci avete messo.
Non vedo l’ora di vedervi ballare!»
«Oh, già» ho risposto, annuendo. Ho guardato
Summer e Ximena. «In effetti, è piuttosto eccitante».
Summer e Ximena hanno cominciato a sorridere.
«Già» mi ha fatto eco Ximena.
«Io in realtà sono un po’ agitata» ha confessato
Summer. «Non ho mai ballato davanti a un pubblico
prima d’ora!»
«Devi solo far finta che non siano lì» ha risposto
Ximena. Nessuno avrebbe mai detto che, fino a due
minuti prima, stesse piangendo.
«È un consiglio magnifico» ha commentato la mamma
di Summer.
«È quello che ho detto anch’io!» mi sono aggiunta al
coro.
«I tuoi genitori ci saranno, Ximena?» ha chiesto la
mamma di Summer. «Non vedo l’ora di incontrarli alla
cena».
«Certo» ha risposto educata, e sorridendo con la sua
fossetta alla massima potenza, adesso.
«Tutti i genitori saranno seduti allo stesso tavolo» ho
spiegato. «E anche la signora Atanabi con il marito».
«Oh, bene» ha fatto la mamma di Summer. «Non
vedo l’ora di passare del tempo con tutti quanti».
«Ciao, Summer. Arrivederci, signora Dawson» ha
salutato Ximena.
«Ciao!» ho salutato io.
Siamo scese per le scale insieme fin all’atrio, io e
Ximena, poi ci siamo avviate lungo l’isolato verso Main
Street, dove lei avrebbe svoltato a sinistra e io a destra.
«Ti senti meglio, ora?» ho detto quando ci siamo
fermate all’angolo.
«Sì» ha risposto, sorridendo. «Grazie, Charlotte. Sei
una vera amica».
«Grazie. Anche tu».
«Naaa». Ha scosso la testa, giocherellando con le
frange della mia sciarpa. Mi ha guardato a lungo. «Lo
so, che a volte sarei potuta essere più carina con te,
Charlotte». Poi mi ha abbracciato. «Scusa».
Devo ammetterlo, sentirselo dire da lei è stato
fantastico.
«Tutto okay» ho risposto.
«A domani».
«Ciao».
Ho oltrepassato i ristoranti lungo Amesfort Avenue,
che finalmente ora che stava arrivando la bella
stagione cominciavano ad affollarsi di nuovo. Non
riuscivo a smettere di pensare a quello che aveva
appena detto Ximena. Già, sarebbe potuta essere più
carina con me a volte. Sarei potuta essere più carina
anch’io con alcune persone?
Mi sono fermata al semaforo del grande incrocio. È
stato lì che ho notato un uomo di schiena con addosso
un parka arancione, che saliva su un autobus. Aveva
un cane nero al fianco. Il cane portava una bandana
rossa.
«Gordy Johnson!» ho chiamato, correndogli dietro
appena il semaforo è diventato verde.
Quando ha udito il suo nome si è voltato, ma le porte
dell’autobus si sono chiuse dietro di lui.
Come la signora Atanabi ci ha fatto il
suo “in bocca al lupo”

Negli studi al piano di sopra della Carnegie Hall, che


è dove la signora Atanabi ci stava preparando per lo
spettacolo, c’è un corridoio con foto incorniciate e
programmi di alcuni dei grandi ballerini che si sono
esibiti nel corso degli anni. Mentre procedevamo lungo
il corridoio per andare a indossare i nostri costumi, la
signora Atanabi ha indicato una delle fotografie.
Ritraeva le Duncan Dancers, le figlie di Isadora
Duncan, in una posa davvero teatrale, con addosso
lunghe tuniche bianche. Era datata 3 novembre, 1923.
«Guardate, sono proprio come voi tre!» ha
cinguettato allegramente la signora Atanabi. «Fatevi
fare una foto di voi tre davanti a loro» ha detto, tirando
fuori il cellulare e inquadrandoci.
Ci siamo messe in posa all’istante davanti alla
fotografia, imitando la posa delle ballerine
professioniste: io sulla sinistra, le braccia in alto rivolte
a sinistra; Summer sulla destra, le braccia in alto rivolte
a sinistra; e Ximena al centro, le braccia distese
davanti a sé, verso l’obiettivo.
La signora Atanabi ha fatto diversi scatti, fino a
quando non è stata soddisfatta di uno, poi tutte e
quattro – dato che la signora Atanabi quella sera era
eccitata almeno quanto noi – abbiamo trotterellato
facendo le sceme fino al camerino, per infilarci i
costumi.
Non eravamo le uniche a esibirsi quella sera. L’Upper
School Jazz Ensemble e l’Upper School Chambers
Choir erano già lì. Sentivamo i suoni delle trombe e dei
sassofoni che echeggiavano per i corridoi, e il coro
che scaldava la voce nella grande sala accanto al
nostro camerino.
La signora Atanabi ci ha aiutato con acconciature e
trucco. Impressionante, come sia riuscita a trasformare
le nostre capigliature in grandi bouffant tondeggianti
con le estremità a ricciolo rivolte all’insù, immerse in
una nuvola di lacca. Nonostante avessimo tutte capelli
così diversi, la signora Atanabi in qualche modo ci
aveva abbinate alla perfezione!
Eravamo di scena per ultime. Ci è sembrata un’attesa
così lunga! Ci siamo tenute per mano tutto il tempo e
abbiamo cercato di calmarci a parole, per non essere
completamente nel panico.
Quando finalmente è arrivata l’ora di salire sul palco,
la signora Atanabi ci ha condotte al piano di sotto, nel
backstage dell’Auditorium Stern. Abbiamo sbirciato il
pubblico attraverso il sipario, mentre l’Upper School
Chambers Choir terminava l’ultima canzone. C’erano
così tante persone! Non si riusciva a distinguere
neanche una faccia, perché era buio, ma era
l’auditorium più grande che avessi mai visto, con
balconate e arcate d’oro e muri coperti di velluto!
La signora Atanabi ci ha fatto prendere posizione
dietro al sipario: Ximena al centro, io a sinistra,
Summer a destra. Poi si è messa di fronte a noi.
«Ragazze, avete lavorato davvero sodo» ha
sussurrato, la voce tremante per l’emozione. «Non
potrò mai ringraziarvi abbastanza per tutto il tempo in
cui vi siete impegnate perché il numero riuscisse. La
vostra energia, il vostro entusiasmo…»
La voce le si è incrinata. Si è asciugata una lacrima,
agitata. Se non avessimo letto l’articolo su di lei
avremmo potuto non capire la ragione per cui tutto
questo fosse per lei così importante. Ma lo sapevamo.
Non le avevamo mai detto di aver trovato l’articolo. Né
che sapevamo della sua amica d’infanzia. Avevamo
immaginato che, se avesse voluto che lo sapessimo,
sarebbe stata lei stessa a raccontarcelo. Ma
conoscere quel pezzo della sua storia portava in
qualche modo la danza e tutto il resto a un livello
ancora più alto. Buffo, come tutte le nostre storie si
intersecano. La storia di ognuno si intreccia e si
allontana da quella di qualcun altro.
«Sono così orgogliosa di voi, ragazze!» ha sussurrato,
baciandoci a turno sulla fronte.
Il pubblico stava applaudendo il coro, che aveva
appena concluso. Mentre i cantanti si riversavano
dietro le quinte dai lati del palco, la signora Atanabi si
è fatta strada davanti al palco in attesa che il signor
Kiap la presentasse, e noi abbiamo preso posizione.
Sentivamo la signora Atanabi, che presentava il
numero e noi.
«Ci siamo, ragazze!» ha bisbigliato Ximena mentre il
sipario cominciava ad alzarsi.
Abbiamo aspettato che la musica cominciasse.
Cinque. Sei.
Cinque-sei-sette-otto!
È lo shingaling, baby!
Come abbiamo ballato

Vorrei poter descrivere ogni secondo di quegli undici


minuti sul palco, ogni passo, ogni salto. Ogni shimmy e
twist. Ma, ovviamente, non posso. Tutto quello che
posso dire è che ogni cosa si è svolta
ASSOLUTAMENTE ALLA PERFEZIONE. Nessuna ha
mancato un’entrata o una presa. In sostanza, per
undici solidi minuti ci è sembrato di danzare tre metri al
di sopra del resto del mondo. È stata la più
entusiasmante, eccitante, stancante, emozionante,
divertente, fantastica esperienza della mia vita, e
mentre ci slanciavamo verso il gran finale,
soffermandoci su quindi lasciatemi dire che nessuno,
nessuno prima di esplodere nello shingaling della
signora Atanabi – una variante inventata da lei –
sentivo l’energia di tutto il pubblico mentre batteva le
mani a tempo con la canzone.
Nessuno, nessuno
Nessuno, nessuno
Nessuno, nessuno…
E poi, avevamo concluso. Tutto finito. Senza fiato, con
un sorriso da un orecchio all’altro. Applausi scroscianti.
Ci siamo inchinate in sincrono, poi abbiamo fatto gli
inchini personali. Il pubblico esultava e gridava.
I nostri genitori erano pronti con dei fiori per noi. E la
mamma mi ha portato un bouquet extra, che abbiamo
consegnato alla signora Atanabi quando è salita sul
palco con noi per fare un inchino. Ho desiderato, per
un secondo, che tutti i ragazzi di prima che avevano
riso alle spalle della signora Atanabi potessero vederla
in quel momento, proprio lì, mentre la guardavo io. Nel
suo abito elegante, i capelli raccolti alla perfezione:
sembrava una regina.
Come abbiamo passato il resto della
serata

Poi, dopo esserci tolte i costumi di scena, abbiamo


raggiunto i nostri genitori per cena nella sala banchetti
al pianterreno. Mentre ci facevamo strada tra i tavoli
circolari pieni di insegnanti, altri genitori e un sacco di
adulti che non avevamo idea di chi fossero, le persone
si congratulavano e ci facevano i complimenti per
come avevamo ballato. E mi sono ritrovata a pensare,
fra me e me: “Dunque è così che ci si sente, a essere
famosi”. Lo adoravo.
Quando siamo riuscite a raggiungerli, i nostri genitori
erano seduti tutti insieme a un tavolo, con la signora
Atanabi e suo marito. Ci hanno accolte con un piccolo
applauso mentre ci sedevamo e poi, in buona
sostanza, abbiamo passato il resto della serata a
chiacchierare tra di noi senza sosta, esaminando per
filo e per segno ogni secondo del numero, di come ci
fossimo agitate per paura di non imbroccare un
movimento di gambe, o avessimo provato un po’ di
vertigini dopo una piroetta.
Prima che fosse servita la cena, il dottor Jansen, il
rettore della scuola, ha tenuto un piccolo discorso
ringraziando tutti per essere venuti al Gala di
beneficenza, poi ha chiesto alla signora Atanabi, oltre
che al direttore del coro e al maestro di jazz, di alzarsi
per un altro giro di applausi. Ximena, Summer e io
abbiamo applaudito più forte che potevamo. Quindi ha
parlato di altro, tipo obiettivi finanziari e raccolte fondi,
cose così noiose che non vedevo l’ora che finisse. Più
tardi, quando abbiamo finito l’insalata, il signor Kiap ha
tenuto un discorso sull’importanza di sostenere le
attività artistiche della Beecher Prep, affinché nella
scuola si potesse continuare a coltivare il tipo di
“talento” di cui erano stati testimoni quella sera. E
questa volta ha chiesto a tutti gli studenti che si erano
esibiti di alzarsi, ancora una volta, per un altro giro di
applausi. Nella sala, i ragazzini del jazz ensemble e del
coro si sono alzati con vari gradi di volontà e timidezza.
Noi tre, però, non eravamo per niente timide all’idea di
un altro giro di applausi. Cosa posso dire? Fatevi
sentire!
Per l’ora in cui è stato servito il caffè tutti i discorsi
erano conclusi, tutte le persone avevano cominciato a
girare per la sala e a mescolarsi fra loro. Ho visto una
coppia avvicinarsi al nostro tavolo. Non riuscivo a
ricordare chi fossero finché Summer non è saltata su
dalla sedia per abbracciarli. Allora mi è tornato in
mente. I genitori di Auggie. Hanno baciato la mamma
di Summer, poi hanno fatto il giro per venire da me e
Ximena.
«Siete state fantastiche, ragazze» ha detto
dolcemente la mamma di Auggie.
«Grazie mille» ho risposto, sorridendo.
«Chissà come è orgogliosa di loro» ha detto il papà di
Auggie alla signora Atanabi, che si trovava accanto a
Summer.
«Lo sono!» ha risposto la signora Atanabi, con un
largo sorriso. «Hanno lavorato così sodo!»
«Ancora congratulazioni, ragazze» ha ripetuto la
mamma di Auggie, dandomi una strizzatina alla spalla
prima di tornare dalla mamma di Summer.
«Salutate Auggie da parte mia» ho detto loro.
«Senz’altro».
«Un attimo: volete dire che quelli erano i genitori di
Auggie?» ha detto Ximena. «Sembrano delle star del
cinema».
«Lo so» ho sussurrato in risposta.
«Cosa state bisbigliando, voialtre?» ha chiesto
Summer, infilandosi in mezzo a noi due.
«Non sapeva che fossero i genitori di Auggie» ho
spiegato.
«Oh» ha fatto Summer. «I suoi genitori sono così
gentili».
«Che ironia, però» ha aggiunto Ximena. «Sono
davvero due bei tipi, loro».
«Hai mai visto la sorella maggiore di Auggie?» le ho
chiesto io. «È super-carina. Tipo che potrebbe essere
una modella. È da pazzi».
«Uau» ha esclamato Ximena. «Suppongo di aver
pensato, non so, che assomigliassero tutti più o meno
ad Auggie».
«No» ha replicato gentilmente Summer. «È come per
tuo fratello. È solo che è nato così».
Ximena ha annuito piano.
Riuscivo a intuire che non ci aveva mai pensato in
quei termini prima di allora, per quanto intelligente
fosse.
Come mi sono addormentata:
finalmente!

Quella sera siamo rientrate a casa piuttosto tardi.


Mentre mi lavavo via il trucco dalla faccia e mi
preparavo per andare a letto mi sentivo stanchissima.
Invece, non so perché, non riuscivo a prendere sonno.
Tutti gli eventi della serata continuavano a
rovesciarmisi addosso come morbide onde. Mi sentivo
come ci si sente su una barca, quando si dondola su e
giù. Il mio letto galleggiava su un oceano.
Dopo circa una mezz’ora di sballottamenti e
rotolamenti, ho recuperato il cellulare dal comodino
dov’era in carica.
Ancora sveglie?
ho scritto a Summer e Ximena.
Era mezzanotte passata. Ero sicura che stessero
dormendo.
Volevo solo che voi ragazze sapeste che penso che
siate le due persone più incredibili al mondo e sono
felice che siamo potute essere così tanto amiche per
un po’. Ricorderò per sempre questa serata. È lo
shingaling, baby!
Ho rimesso il telefono sul comodino e ho dato un
colpo di karatè cuscino, per renderlo confortevole. Ho
chiuso gli occhi, sperando che il sonno arrivasse. Ma
proprio mentre mi sentivo scivolare via, il telefono ha
vibrato.
Non si trattava di Ximena o Summer. Stranamente, era
Ellie.
Ehi, Charly, sono sicura che dormi, ma i miei genitori
sono appena rientrati dal gala e hanno detto che siete
state assolutamente incredibilmente. Orgogliosa di te.
Mi sarebbe piaciuto esserci per vederti ballare. Te lo
meriti. Cerchiamo di uscire insieme la prossima
settimana dopo la scuola. Manchi.
Suonerà stupido, ma il suo messaggio mi ha reso così
felice che gli occhi mi si sono riempiti all’istante di
lacrime.
Grz mille, Ellie!
ho risposto.
Avrei voluto anch’io che ci fossi. Mi farebbe tanto
piacere uscire co te la prox settimana. Manchi anche
tu. ’Notte.
Come Maya si è stupita e ci ha
stupito tutti

Il mattino dopo mi sono svegliata sentendomi davvero


esausta. La mamma mi ha lasciata andare a scuola più
tardi. Ho visto che sia Ximena sia Summer mi avevano
scritto come prima cosa appena sveglie.
Ximena Chin
Lo stesso per me, Charlotte. Che serata!
Summer Dawson
TVB anch’io!
Non ho risposto perché sapevo che erano in classe.
Ho saltato le prime tre lezioni, e non ho visto nessuna
delle due fino all’ora di pranzo. Summer, come sempre,
era seduta con Auggie e Jack. E Ximena, come al
solito, era al tavolo di Savanna. Per una frazione di
secondo sono stata sul punto di avvicinarmi per
salutare Ximena, ma l’immagine di Maya in piedi di
fronte allo stesso gruppo di ragazzini il giorno prima
era ancora fresca nella mia mente, e non volevo dare a
Ximena nemmeno l’ombra di una possibilità di
deludermi con nient’altro che un amichevole ciao.
Così, mentre procedevo verso il mio solito tavolo e mi
sedevo accanto a Maya, ho fatto ciao con la mano a lei
e a Summer. Le ragazze al mio tavolo mi hanno chiesto
come fosse andata la sera prima – qualcuna lo aveva
già saputo dai rispettivi genitori – ma ho risparmiato
loro i troppi dettagli perché sapevo che avrebbero
perso interesse alla cosa dopo trenta secondi. Che è
precisamente ciò che è successo.
Non che potessi biasimarle, in realtà.
Ciò che principalmente avevano in testa – anzi, l’unica
cosa di cui volessero parlare – era il bigliettino che
Maya aveva dato a Ellie il giorno prima da Carvel. Quel
biglietto – che a quel punto era stato citato o letto ad
alta voce da metà degli studenti del nostro anno – si
era rivelato essere per Maya il biglietto di ingresso in
un tipo di popolarità di cui non aveva mai fatto
esperienza prima di allora. Tutti parlavano di lei. I
ragazzini la indicavano ai curiosi di seconda, che
avevano anch’essi sentito parlare del famoso
bigliettino.
«Oggi sono la regina dei perdenti!» si è definita lei
stessa.
Avrei potuto giurare che era entusiasta. L’attenzione
che riceveva le stava piacendo.
Avevo in mente di raccontarle quanto Ximena si fosse
sentita ferita da quello che le aveva scritto, di come
l’avesse fatta piangere. Ma, stranamente, allo stesso
tempo non volevo rovinarle la festa.
«Ehi, tu!» mi ha detto Summer, dandomi un colpetto
perché le facessi posto.
«Ciao!» ho risposto, sorpresa di vederla lì. Ho
guardato verso il suo tavolo, ma Auggie e Jack se
n’erano già andati.
«Ciao, Summer» l’ha salutata Maya con entusiasmo.
«Hai sentito la storia del mio bigliettino?»
Summer ha sorriso. «Sì, ho sentito!» ha risposto.
«Ti è piaciuto?» le ha chiesto Maya.
Era evidente che neanche Summer voleva ferire i
sentimenti di Maya, quindi ha esitato a rispondere.
«Dove sono Auggie e Jack?» sono intervenuta.
«Lavorano a dei bigliettini top secret da lasciare
nell’armadietto di Julian» ha risposto.
«Un bigliettino tipo il mio?» ha domandato Maya.
Summer ha scosso la testa. «Non credo. Bigliettini
d’amore da parte di qualcuno di nome Beulah».
«E chi è Beulah?» ho chiesto.
Summer ha riso. «Troppo difficile da spiegare».
Ho notato che Ximena ci stava guardando dal lato
opposto della mensa. Le ho sorriso. Ha ricambiato. Poi,
con mia grande sorpresa, si è alzata e si è diretta
verso di noi. Non appena l’hanno vista lì in piedi, tutti
quanti al nostro tavolo hanno smesso di parlare. Senza
nemmeno bisogno di chiederglielo, Megan e Rand
hanno fatto spazio e Ximena si è seduta tra loro due,
esattamente di fronte a Maya, me e Summer.
Maya era sconvolta. Aveva gli occhi spalancati e
sembrava addirittura un po’ spaventata. Non avevo
idea di che cosa aspettarmi.
Ximena ha intrecciato le mani davanti a sé, si è sporta
in avanti e ha guardato Maya dritto negli occhi.
«Maya» ha detto «volevo solo scusarmi se ho mai
detto o fatto qualcosa che ti ha offesa. Non è mai stata
mia intenzione, se è successo. In realtà, penso che tu
sia una persona davvero carina e super-intelligente e
interessante, e spero che d’ora in avanti potremo
essere amiche».
Maya ha sbattuto le ciglia, ma non ha detto nulla. La
sua bocca era letteralmente spalancata.
«A ogni modo» ha detto Ximena, che ora sembrava
intimidita «volevo solo dirti questo».
«È davvero carino da parte tua, Ximena» ha affermato
Summer, con un sorriso.
Ximena ci ha guardate con quella sua espressione
ammiccante.
«È lo shingaling, baby!» ha esclamato, il che ci ha
fatto sorridere entrambe.
Poi, veloce come quando si era seduta con noi, si è
alzata ed è tornata al suo tavolo. Ho guardato con la
coda dell’occhio e ho visto Ellie e Savanna che la
osservavano. Non appena si è riseduta con loro, le si
sono avvicinate per sentire che cosa aveva da
raccontare.
«È stato davvero carino da parte sua, no?» ha detto
Summer a Maya.
«Sono scioccata» ha risposto Maya, togliendosi gli
occhiali per pulirli. «Totalmente scioccata».
Summer mi ha lanciato uno sguardo d’intesa.
«Maya, che fine ha fatto quella partita gigante di Punti
e Linee a cui stavi lavorando?» ho chiesto.
«Oh, ce l’ho qui!» ha risposto con entusiasmo. «Te
l’ho detto, che aspettavo solo che tu fossi in zona per
giocarci. Perché? Ti va di farla adesso?»
«Sì» ho risposto. «Mi va».
«Anche a me» si è aggiunta Summer.
Maya è rimasta senza fiato, ha afferrato lo zaino e ne
ha tirato fuori un tubo di carta piegato in tre e
leggermente curvo in cima. L’abbiamo guardata
srotolare il tubo e aprire con cura il foglio di carta, che
occupava l’intera larghezza e profondità del tavolo da
pranzo. Quando è stato del tutto spiegato, lo abbiamo
guardato tutte. Sbalordite.
Non c’era un singolo centimetro del gigantesco foglio
di carta che non fosse completamente ricoperto di
punti. Disegnate alla perfezione, linee di punti spaziate
in modo regolare. Ma non solo punti. Bellissime griglie
collegate tra loro con riccioli. Linee ondulate che
terminavano a spirale, o a fiore o a raggera.
Sembravano quasi disegni da tatuare, di quelli in cui
l’inchiostro blu può ricoprire per intero il braccio di una
persona, tanto che non capisci dove comincia un
tatuaggio e ne finisce un altro.
Era il gioco di Punti e Linee più incredibile che avessi
mai visto.
«Maya, ma è fantastico» ho detto piano.
«Già» ha risposto allegra. «Lo so!»
Come alcune cose sono cambiate, e
altre cose invece no

Quella è stata l’unica volta, e l’ultima, in cui io,


Summer e Ximena ci siamo sedute allo stesso tavolo
del pranzo. O a qualunque tavolo, per quel che
importa. Siamo tornate ai nostri gruppi separati.
Ximena con Savanna. Summer e Auggie. Io e Maya.
Il che, onestamente, mi stava bene.
Certo. Magari c’era una parte di me, quella che ama il
lieto fine, che avrebbe desiderato che le cose
andassero diversamente. Che Ximena e Ellie
decidessero improvvisamente di mollare il tavolo per
cominciare a sedersi al mio, insieme a Summer. Magari
avremmo fondato insieme un nuovo tavolo del pranzo,
con Jack e Auggie, e Reid – e Amos! – al tavolo subito
dopo il nostro.
Ma la verità è che sapevo che le cose non sarebbero
cambiate molto. Sapevo che sarebbe andata come
dopo il pigiama party. Come se avessimo intrapreso
insieme un viaggio segreto, siamo tornate ciascuna a
casa propria. Alcune amicizie sono così. Magari anche
le migliori. Le connessioni sono sempre lì. Solo che
sono invisibili all’occhio.
Che è il motivo per cui Savanna non aveva idea che io
e Summer avessimo avuto l’opportunità di conoscere la
sua amica Ximena così bene. E per cui Maya non
avrebbe mai colto l’effetto che il suo bigliettino aveva
avuto su di me e su Summer. O per cui Auggie non
aveva la più pallida idea di tutte queste cose che
stavano accadendo. «Ha già i suoi bei problemi di cui
occuparsi» mi aveva detto Summer una volta, quando
mi aveva spiegato perché non aveva mai raccontato
ad Auggie di essere stata scelta per partecipare al
balletto della signora Atanabi. «Non ha bisogno di
essere messo al corrente di tutti questi drammi
femminili».
Tutto questo non per negare che ci sono stati
cambiamenti che sono, in effetti, accaduti.
Mentre stavamo iniziando gli ultimi mesi di prima
media ho notato che, decisamente, Ximena stava
facendo un sensibile sforzo per aprirsi alle altre
ragazze del nostro anno. E adesso, quando mi vede
nell’atrio mi saluta sempre con un caldo ciao,
indipendentemente dal fatto che si trovi o no con
Savanna. Inoltre, nonostante Ellie e Maya non si siano
mai riappacificate, io e Ellie un paio di volte siamo
uscite insieme dopo la scuola. Non che sia come era
una volta, certo. Ma è qualcosa, e mi accontento.
Piccoli passi, come direbbe la signora Atanabi. Si
comincia ogni cosa a piccoli passi.
E la verità è che, anche se Ximena, Savanna e Ellie mi
avessero improvvisamente invitato a sedere con loro,
adesso non ci sarei andata. Non mi sarebbe sembrato
giusto. Prima di tutto, non avrei mai voluto ricevere un
bigliettino pieno di risentimento da Maya, o vederla
digrignare i denti dall’altro lato della mensa. Maya è
sempre stata mia amica nel bene e nel male. Mia
amica amica. Per tutti questi anni. Nella sua maniera
goffa, leale, a volte anche un po’ fastidiosa. Non mi ha
mai giudicata. Mi ha sempre accettata. E quel gruppo
di ragazze al mio tavolo, quelle con cui non ho nulla in
comune? Be’, indovinate un po’? Abbiamo un tavolo in
comune! E un gioco di Punti e Linee bello in modo
assurdo a cui giochiamo nell’ora di pranzo, con i
pennarelli di colore diverso che Maya ha assegnato a
ciascuna di noi. Che dobbiamo usare altrimenti si
arrabbia.
Ma Maya è fatta così. E questo non cambierà mai.
Come ho parlato con il signor Kiap

L’ultimo giorno di scuola l’assistente del signor Kiap,


la signora Garcia, mi è venuta a cercare alla settima
ora e mi ha detto che il signor Kiap voleva parlarmi
subito dopo la scuola. Maya ha sentito e ha cominciato
a ridacchiare.
«Ooh, ooh, Charlotte è nei guai» ha canticchiato.
Sapevamo entrambe che non si trattava di quello,
però, e che probabilmente aveva a che fare con i
premi che avrebbe consegnato il giorno successivo.
Davano tutti per scontato che avrei vinto la medaglia
Beecher perché avevo organizzato la raccolta dei
cappotti, e di solito la medaglia veniva conferita allo
studente che avesse partecipato a più servizi per la
comunità.
Ho bussato alla porta del signor Kiap subito dopo la
campanella dell’ultima ora.
«Avanti, Charlotte» ha detto entusiasta, facendomi
segno di sedere sulla sedia di fronte alla scrivania.
Ho sempre adorato l’ufficio del signor Kiap. Con tutti
quei puzzle divertenti sulla scrivania, e disegni dei
ragazzini delle diverse annate appesi alle pareti.
Ho notato subito che teneva l’autoritratto in cui Auggie
si era disegnato come una papera in bella vista dietro
alla scrivania.
E poi, di colpo, ho intuito il perché di quel colloquio.
«Allora, sei eccitata per la cerimonia di fine anno di
domani?» mi ha chiesto, incrociando le mani sulla
scrivania davanti a sé.
Ho annuito. «Non riesco a credere che la prima media
sia quasi finita!» ho risposto, incapace di contenere la
mia felicità.
«È difficile a credersi, eh?» ha detto. «Hai programmi
per l’estate?»
«Andrò al campo estivo di ballo».
«Oh, molto divertente!» ha risposto. «Voi tre siete
state davvero superlative al Gala di beneficenza di
marzo. Come ballerine professioniste. La signora
Atanabi era così impressionata, per come avete
lavorato duro e per quanto avete lavorato bene
insieme».
«Già, è stato così divertente» ho detto felice.
«È magnifico» ha commentato lui, sorridendo. «Sono
felice che tu abbia passato un buon anno, Charlotte.
Te lo meriti. Sei stata una presenza gioiosa in questi
corridoi, e ho apprezzato il fatto che tu sia stata
sempre gentile con tutti. Non pensare che cose di
questo genere passino inosservate».
«Grazie, signor Kiap».
«La ragione per cui ho voluto scambiare due parole
con te prima di domani» ha cominciato «e spero che la
cosa possa restare tra noi due, è che so che tu sai
che, tra le molte onorificenze che concedo domani,
una di queste è la medaglia Beecher».
«La darà ad Auggie» ho detto senza pensarci.
«Giusto?»
Sembrava sorpreso. «Perché dici così?» mi ha
domandato.
«Pensano tutti che la riceverò io».
Mi ha studiata attentamente. Poi ha sorriso. «Sei una
ragazzina davvero intelligente, Charlotte» ha detto con
gentilezza.
«A me sta bene così, signor Kiap» ho continuato.
«Ci tenevo a spiegarti, però» ha insistito lui. «Perché
la verità è che, se questo fosse stato un anno come un
altro, la medaglia l’avresti probabilmente ottenuta tu,
Charlotte. Te la meriti: non solo per tutto il gran lavoro
che hai svolto con la raccolta dei cappotti, ma perché,
proprio come dicevo prima, sei stata davvero gentile
con tutti. Mi ricordo ancora come, sin dall’inizio quando
ti ho chiesto di far parte del comitato di benvenuto a
Auggie, tu abbia abbracciato il compito senza riserve e
senza equivocare».
Ho già detto come adoro il fatto che il signor Kiap usi
paroloni dando per scontato che noi li capiamo?
«Ma, come saprai» ha proseguito «quest’anno è stato
tutto fuorché ordinario. E quando mi sono ritrovato a
decidere questo premio, pensando a cosa rappresenti,
ho realizzato che può significare più che “lavoro per la
comunità”. Non certo per svalutare quest’ultimo in
alcun modo».
«No, so perfettamente cosa vuole dire» ho
concordato.
«Quando osservo Auggie e tutte le sfide che deve
fronteggiare quotidianamente» ha detto, dandosi dei
colpetti sul cuore. «Ammiro come riesca
semplicemente a presentarsi qui ogni giorno. Con il
sorriso sulle labbra. E voglio che abbia la conferma del
fatto che per lui quest’anno sia stato un trionfo. Che ha
lasciato il segno. Voglio dire, il modo in cui tutti i
ragazzi gli si sono stretti intorno dopo l’incidente alla
riserva naturale? È stato grazie a lui. Ha ispirato in loro
l’altruismo».
«Capisco perfettamente cosa vuole dire» ho ripetuto.
«E voglio che questo premio parli di altruismo» ha
continuato. «L’altruismo che portiamo nel mondo».
«Certo» ho concordato.
Sembrava sinceramente deliziato dalla mia reazione.
E anche un po’ sollevato, credo.
«Sono così contento che tu comprenda, Charlotte!»
ha esclamato. «Desideravo comunicartelo di persona,
così che non rimanessi delusa durante la cerimonia di
domani visto che, come dici, danno tutti per scontato
che avresti vinto tu. Ma non lo dirai a nessuno, vero?
Non vorrei rovinare la sorpresa ad Auggie o alla sua
famiglia».
«Posso dirlo ai miei genitori?»
«Ma certo! Anche se ho intenzione di chiamarli
stasera io stesso per dire loro quanto sia orgoglioso di
te in questo momento».
Si è alzato e ha allungato la mano sopra il tavolo per
stringere la mia, così l’ho fatto.
«Ti ringrazio, Charlotte» ha concluso.
«Grazie, signor Kiap».
«A domani».
«Arrivederci».
Mi sono avviata verso la porta, ma poi mi è balenato
in testa questo pensiero.
Non so proprio da dove sia arrivato.
«Ma l’onorificenza potrebbe andare a due persone,
giusto?» ho chiesto.
Ha alzato lo sguardo. Per un attimo, ho creduto di
scorgere una minima ombra di disappunto nei suoi
occhi. «È stato conferito, ma in rare occasioni, a una
coppia di studenti che avevano svolto servizi alla
comunità insieme» ha risposto, grattandosi la fronte.
«Ma nel caso di te e Auggie, penso, le ragioni per le
quali lo riceverebbe lui sono così diverse da quelle per
cui…»
«No, non sto parlando di Auggie e di me» l’ho
interrotto. «Penso che quel premio dovrebbe andare a
Summer».
«Summer?»
«È stata un’amica assolutamente fantastica per
Auggie per tutto l’anno» ho spiegato. «E non perché lei
le ha chiesto di essere la sua tutor, come per me e
Jack. Summer lo ha fatto e basta! È come quello che
ha detto lei sull’altruismo».
Il signor Kiap ha annuito, come se stesse davvero
ascoltando ciò che gli stavo spiegando.
«Voglio dire, io sono stata carina con Auggie» ho
proseguito «ma Summer è stata altruista. Che è come
essere carina alla decima potenza, tipo. Capisce cosa
voglio dire?».
«Capisco perfettamente» ha risposto, sorridendo.
Ho annuito. «Bene».
«Apprezzo davvero che tu mi dica tutto questo,
Charlotte» ha aggiunto. «Mi hai regalato tanto su cui
riflettere».
«Splendido».
Mi stava guardando e annuiva lentamente, come se
stesse discutendo la cosa tra sé e sé.
«Permettimi di farti una domanda, però» ha detto,
facendo una pausa come per cercare le parole giuste.
«Credi che Summer la vorrebbe una medaglia solo per
essere stata amica di Auggie?»
Nell’istante in cui lo ha detto, ho capito esattamente
cosa intendesse dire.
L’amicizia non è una questione di medaglie.
«Ma lascia che ci rifletta su stasera» ha detto,
alzandosi.
«No, ha ragione» ho risposto. «È come ha detto lei».
«Sei sicura?»
Ho annuito. «Grazie ancora, signor Kiap. A domani».
«A domani, Charlotte».
Ci siamo scambiati un’altra stretta di mano, ma questa
volta ha stretto la mia con entrambe le sue.
«Solo perché tu lo sappia» ha aggiunto. «Essere
gentile è il primo passo verso l’essere altruisti. È
davvero un ottimo inizio. Sono estremamente
orgoglioso di te, Charlotte».
Forse lo sapeva o forse no, ma per una persona come
me parole come quelle valgono tutte le medaglie del
mondo.
Come Ximena ha spaccato con il suo
discorso

«Buongiorno al dottor Jansen, al signor Kiap, alla


signora Rubin, ai compagni di scuola, a tutto il
personale, a insegnanti e genitori.
Sono onorata che mi sia stato chiesto di tenere il
discorso di apertura in rappresentanza della prima
media di quest’anno. Mentre osservo intorno a me tutte
queste facce sorridenti, mi sento così fortunata a
essere qui. Come alcuni di voi sanno, questo è stato il
mio primo anno alla Beecher Prep. Non voglio mentire,
all’inizio ero un po’ preoccupata, al pensiero di venire
qui! So che alcuni ragazzi sono qui fin dall’asilo, e
avevo il timore di non fare amicizie. Ma poi è saltato
fuori che, così come per me, era il primo anno qui
anche per molti dei miei compagni. E anche per i
ragazzi che sono qui da un po’, be’, la scuola media è
un boccone del tutto nuovo da mandare giù. È
senz’altro un’esperienza importante per tutti noi. Con
qualche dosso lungo la strada. A volte si imbocca la
svolta giusta a volte no. Ma è stata una corsa
magnifica.
Qualche mese fa mi è stato chiesto di esibirmi in un
balletto coreografato dalla signora Atanabi per il Gala
di beneficenza della Beecher Prep. Per me è stato
fantastico. Io e le mie compagne ballerine abbiamo
lavorato sodo per imparare a danzare insieme come
una sola persona. Per fare questo ci vuole tanto tempo.
E fiducia. Ora, può darsi che voi non lo sappiate ma,
avendo cambiato tante scuole nel corso degli anni, per
me dare fiducia alle persone non è sempre stato facile.
Tuttavia, ho imparato davvero a fidarmi di queste
ragazze. Ho scoperto che, con loro, potevo essere me
stessa. E di questo sarò per sempre grata.
Credo che ciò che aspetto con impazienza più di ogni
altra cosa per l’anno prossimo, cari amici di prima, sia
costruire questa fiducia con tutti voi. La mia speranza è
che, quando cominceremo la seconda, diventando più
grandi e più saggi, impareremo a fidarci l’uno dell’altro
quanto basta per poter essere davvero noi stessi, e
accettarci fra noi per quello che siamo veramente.
Grazie».
Come finalmente mi sono presentata

Il giorno in cui avevo visto Gordy Johnson salire


sull’autobus verso la periferia, avevo smessaggiato a
Summer e Ximena, ed eravamo tutte eccitate all’idea
che fosse ancora vivo e stesse bene. In quel momento
stavano succedendo un sacco di altre cose, però, e in
realtà non avevamo mai avuto l’occasione di parlarne
più di tanto. Eravamo elettrizzate, tenevamo gli occhi
ben aperti nel tentativo di scorgerlo da qualche altra
parte nel vicinato, ma non è mai successo. Era sparito.
Di nuovo.
Non l’ho più visto fino all’inizio di luglio. Poi, tutt’a un
tratto eccolo di nuovo lì, accampato davanti al
supermercato A&P a suonare con la fisarmonica le
stesse canzoni che aveva sempre suonato, il labrador
nero accucciato davanti a lui.
L’ho osservato per alcuni minuti. Ho studiato i suoi
occhi aperti, ricordandomi di come una volta mi
facessero paura. Ho osservato le sue dita premere i
tasti della fisarmonica. Per me è uno strumento così
misterioso. Stava suonando Quelli erano giorni, la mia
canzone preferita.
Quando ha finito mi sono avvicinata.
«Ciao» ho detto.
Ha sorriso nella mia direzione. «Ciao».
«Sono contenta che tu sia tornato!» ho aggiunto.
«Grazie, signorina!» ha risposto.
«Dove sei andato?»
«Oh be’» ha fatto lui «sono andato a stare per un
periodo da mia figlia giù al sud. Questi venti
newyorkesi stanno diventando cattivi per le mie
vecchie ossa».
«È stato un inverno freddo, questo è sicuro» ho
commentato.
«Questo è sicuro!»
«Il nome del tuo cane è Joni, vero?»
«Giusto!»
«E il tuo nome è Gordy Johnson?»
Ha inclinato la testa. «Sono così famoso che conosci il
mio nome?» ha chiesto, ridacchiando.
«La mia amica Summer Dawson ti conosce» ho
risposto.
Ha sollevato il capo, cercando di ricordarsi di chi
stessi parlando.
«Suo padre era nei marines» gli ho spiegato. «È
mancato qualche anno fa. Il sergente Dawson…»
«Il sergente Dawson!» ha esclamato. «Ma certo che
mi ricordo. Grand’uomo. Triste notizia. Mi ricordo bene
la famiglia. Di’ a quella ragazzina che la saluto, va
bene? Era una bambina dolce».
«Lo farò» ho risposto. «In realtà abbiamo provato a
cercarti. Io e Summer eravamo preoccupate per te,
quando non ti abbiamo più visto».
«Oh, piccola» ha detto. «Non dovete preoccuparvi
per me. Io me la cavo benissimo. Non sono un
senzatetto o simili. Ho una casa mia, in periferia. È solo
che mi piace avere qualcosa da fare, per uscire con
Joni. Prendo il bus diretto la mattina, proprio fuori dal
mio palazzo. Scendo all’ultima fermata. È una bella
corsa. Vengo qui per abitudine, capisci? Qui ci sono
persone gentili, come lo era il sergente Dawson. Mi
piace suonare per loro. Ti piace la mia musica?»
«Sì!» ho esclamato.
«Bene, è per questo che sto qua fuori a suonare,
piccola!» ha detto con entusiasmo. «Per illuminare le
giornate della gente».
Ho annuito felice.
«Okay» ho risposto. «Grazie, signor Johnson».
«Mi puoi chiamare Gordy».
«Io sono Charlotte, a proposito».
«Piacere di conoscerti, Charlotte» ha detto.
Ha allungato la mano. Gliel’ho stretta.
«Adesso devo andare» ho detto. «È stato un piacere
parlare con te».
«Ciao Charlotte».
«Ciao, signor Johnson».
Ho allungato una mano in tasca, ne ho estratto una
banconota da un dollaro e l’ho lasciata cadere nella
custodia della fisarmonica.
Swoosh.
«Dio benedica l’America!» ha detto Gordy Johnson.
Indice
Come andavo a scuola
Come ho passato le vacanze di Natale
Come è incominciata la guerra dei maschi
Come sono rimasta neutrale
Come ho voluto dire a Ellie della mia chiacchierata con
Jack Will
Come usare i diagrammi di Venn (parte prima)
Come ho continuato a rimanere neutrale
Come (e perché) mi piace ballare
Come la signora Atanabi ci ha presentato il suo ballo
Come usare i diagrammi di Venn (parte seconda)
Come si è formato un nuovo sottogruppo
Come ho visto Savanna
Come siamo partite da uno strano inizio
Come nessuno si arrabbia con la Fata della Lavanda
Come ho ricevuto la prima sorpresa della giornata
Come siamo andate a Narnia
Come ho ricevuto la mia seconda sorpresa della
giornata
Quando abbiamo avuto occasione di conoscerci
meglio
Come preferisco il lieto fine
Come ho scoperto una cosa riguardo a Maya
Come febbraio ci ha fatto anche guadagnare dei soldi!
Come Ximena ha fatto una scoperta
Come ci siamo smessaggiate
Come siamo andate a casa di Ximena Chin
Come abbiamo giocato a Obbligo o Verità
Come appare il nostro diagramma di Venn
Come non ne abbiamo mai parlato
Come ho fallito nel prevenire una catastrofe sociale
Come sono rimasta neutrale. Di nuovo
Come ha reagito Ximena
Come la signora Atanabi ci ha fatto il suo “in bocca al
lupo”
Come abbiamo ballato
Come abbiamo passato il resto della serata
Come mi sono addormentata: finalmente!
Come Maya si è stupita e ci ha stupito tutti
Come alcune cose sono cambiate, e altre cose invece
no
Come ho parlato con il signor Kiap
Come Ximena ha spaccato con il suo discorso
Come finalmente mi sono presentata