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Ogni volta che incrociava un passante, Marcello riusciva a sfuggire

all’effetto-calamita, quello che ci fa ondeggiare di qua e di là attiran-


doci l’uno all’altro. Se un tizio andava a sinistra, anche lui andava a
sinistra. Se andava a destra, andava a destra anche lui. Non studiava
i movimenti, gli veniva naturale. Da quando aveva smesso di tollera-
re gli esseri umani si polarizzava allo stesso modo di chi gli stava in-
torno: negativo contro negativo, positivo contro positivo. Li respin-
geva, lo respingevano.
Un mattino di fine novembre, mentre percorreva Church
Street in direzione dell’ufficio, Marcello alzò la testa calva e glabra
dai suoi piccoli pensieri mattutini e si trovò di fronte una donna che
gli veniva incontro a passo svelto. Non si sa cosa fu: forse quegli
enormi occhi scuri, forse un gesto inatteso del braccio – lo aveva al-
zato per sistemarsi i lunghi capelli castani – forse un altro passante
che per un attimo si era infilato tra di loro, squilibrandolo; fatto sta
che lei andò a destra, lui a sinistra; lei a sinistra, lui subito a destra. Si
ritrovarono tanto vicini che rischiarono di darsi una testata. Lei sor-
rise, scoprendo appena il bianco dei denti sotto il carminio naturale
delle labbra. Lui invece era accigliato e sbalordito, non riusciva a ca-
pire; e però quel sorriso era proprio accecante, e bilanciava armo-
niosamente il nero degli occhi. L’uno rimandava all’altro, e Marcello
non riusciva a spezzare quell’incantesimo, così ci pensò lei: abbassò
la testa, fece un passo di sbieco e proseguì per la sua strada.
Marcello si voltò; nel tempo di quel mezzo giro i muscoli del
viso si distesero e vide quella donna sparire fra i corpi dei passanti
dell’ora di punta, per ultimi i suoi lunghi capelli castani. Lui, che
cambiava strada alla vista di un conoscente, avrebbe rinunciato alla
giornata di lavoro per raggiungerla, offrirle parole di saluto e di rin-
graziamento per quel sorriso, ma non sapeva più come si fa: erano
quindici anni che non fermava una donna per strada. Ora ne aveva
quaranta, e dai segni che il tempo gli aveva inciso addosso parevano
ancora di più.

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A malincuore riprese il cammino verso l’ufficio, ma dopo ap-
pena due passi urtò con una spalla il braccio di un uomo gigantesco.
La botta gli rintronò il corpo mentre l’uomo, assorto nella sua fretta,
pareva non essersi accorto di nulla. Nemmeno il tempo di abbozza-
re un pensiero sull’arroganza e la sbadataggine di certa gente, che
Marcello si trovò di fronte un altro uomo, un piccoletto smilzo, e
stranamente, incredibilmente, presero entrambi a oscillare in manie-
ra speculare, fino a ritrovarsi faccia a faccia. L’ometto serrò le labbra
infastidito e svicolò via. Marcello stentava a crederci, volle fare una
prova: affrettò il passo e puntò un’anziana signora che veniva diritta
verso di lui. Ondeggiò verso destra, e la vecchia lo seguì. Ondeggiò
dall’altra parte, la vecchia pure. Oh santo cielo, cosa diavolo stava
succedendo? Pareva infatti che ormai tutti i passanti dell’ora di pun-
ta desiderassero scontrarsi con lui. Forse la donna dagli occhi neri
aveva davvero compiuto un incantesimo su di lui per invertirgli le
polarità? Ci avrebbe ragionato su, ma intanto, per non rischiare,
proseguì il cammino dove il marciapiede era più libero, rasente ai
negozi, che a quell’ora erano ancora chiusi.
In ufficio le cose non andarono meglio: non poteva alzarsi dal-
la scrivania senza imbattersi in qualcuno che passava di là, e nel cu-
cinino non gli riuscivano più quelle mosse simili a una danza con cui
sgusciava fra i colleghi: fece scontrare la sua tazza con quella di
qualcun altro, ficcò insieme a qualcun altro le mani nel cassetto delle
bustine di zucchero, e facendo un passo indietro calpestò un piede.
Era diventato goffo? È dunque così che si riprende contatto con gli
esseri umani, con una mancanza di grazia, con scuse offerte e accet-
tate?
Il ritorno a casa fu anche peggio del lavoro. Pioveva e tirava
vento, e il suo ombrello non voleva saperne di fare il suo dovere.
Tlak!, cedette una prima stecca; tlak!, una seconda, e l’ombrello finì
in un bidone dell’immondizia. Tutti andavano di fretta, la testa bassa
protetta dai cappucci o dagli ombrelli superstiti, come orizzonte un
metro di marciapiede. Erano decine di bombe programmate per

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colpire Marcello, che essendo a quell’ora i negozi aperti, non poté
ripetere la strategia dell’andata per la troppa gente che entrava e u-
sciva. Decise quindi di spostarsi sul ciglio della strada, ma quando
un autobus che accostava alla fermata incontrò una vasta pozzan-
ghera si prese in pieno una secchiata d’acqua e percorse gli ultimi
trecento metri verso casa formulando pensieri cattivi.

Il giorno dopo Marcello si svegliò con una vaga inquietudine, una


smania che gli faceva tremare i piedi e le spalle. Sentì la pioggia bat-
tere con furia contro l’unica, ampia finestra del suo monolocale e
decise che non sarebbe andato in ufficio. In quattro anni alla John-
son&Partners poche volte era mancato per malattia: un paio di in-
fluenze, una sciatalgia, un virus intestinale. Non sapeva definire quel
nuovo malessere, ma per il momento doveva solo lasciare un mes-
saggio nella casella vocale delle Risorse Umane, che avrebbero avvi-
sato il planning team, che a sua volta avrebbe riformulato i compiti da
assegnare ai suoi colleghi per compensare l’assenza. Si mise a sedere
sul letto, provò due tre volte il messaggio impostando una voce da
moribondo, e quando fu soddisfatto chiamò. “Buongiorno, sono
Marcello Ferrante, dipartimento Credit. (pausa, respiro pesante) Il mio
manager è Jeremy Winslow. (pausa) Oggi non posso venire al lavoro
(colpi di tosse) perché sono malato”.
Ora aveva un’intera giornata davanti a sé per dare un nome a
quell’inquietudine. Decise di alzarsi. Stava sempre attento a mettere
a terra prima il piede destro, ma quella volta s’imbrogliò e ci finì
prima il sinistro. Forse era per via di quel tremore, o forse tutto co-
minciava ad andare al rovescio. Di certo non era un buon segno. Si
preparò una tazza di Nescafé, tirò su la veneziana come un sipario e
appoggiò la fronte sul vetro fresco della finestra. Abitava al primo
piano, in una stradina quasi all’angolo con Russell Square e Church
Street. Vide decine di persone in balia del vento e della pioggia, e

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decise che in giorni come quello non avrebbe più aperto l’ombrello,
non avrebbe più camminato sul ciglio della strada e non avrebbe più
indossato le sue scarpe preferite, per quel piccolo squarcio fra suola
e tomaia che se ne ricordava solo quando pioveva, e allora era trop-
po tardi.
Mentre seguiva le buffe evoluzioni dei passanti, plof!, una goccia
d’acqua fredda gli cadde sulla nuca. Si strofinò una mano sul punto
colpito, alzò gli occhi al soffitto, e in una minuscola crepa vide for-
marsi una nuova goccia, talmente pigra che nemmeno pareva sorella
di quelle che sferzavano strade e finestre, ma poiché gli portava la
pioggia in casa – avanguardia infame di un esercito nemico – non gli
era meno odiosa. Doveva parlarne al proprietario perché mandasse
gli operai, ma intanto bisognava arrangiarsi: aprì la credenza, ne tirò
fuori una scodella e la posò sul pavimento per raccogliere l’acqua.
Quel gesto gli ricordò che non aveva nemmeno un gatto con cui
condividere il suo monolocale. Figuriamoci una donna! Ma chi po-
teva trovarlo attraente, lui che sfuggiva anche gli specchi per non
avvilirsi? Avesse avuto altre doti, poteva andare in un club a bere un
paio di pinte e a strusciarsi sul culo delle ragazze. E invece aveva
smesso di uscire proprio per non vedere il culo delle ragazze stru-
sciarsi altrove; i colleghi, stufi delle sue scuse, avevano smesso di in-
vitarlo e lui, per dispetto, aveva cominciato a evitarli sul lavoro. In
Italia gli era rimasto suo padre ma andava a trovarlo di rado, per
non doversi ogni volta giustificare della sua vita miserevole, che lo
sfilacciarsi dei legami familiari rendeva ancora più miserevole.
Tornò a poggiare la testa sul vetro. Vide gli ombrelli volare, vo-
lare l’acqua delle pozzanghere e i gabbiani, i tergicristalli ondeggiare
a tutta forza, le foglie degli alberi scuotersi e staccarsi dai rami e vo-
lare. Poi uno squarcio nel cielo fece spazio al sole, la pioggia sembrò
evaporare e il vento fu risucchiato altrove. Nel mezzo di quella cal-
ma improvvisa la vide. Doveva essere lei: si era appena liberata del
cappuccio di un impermeabile scuro e aveva fatto scivolare una ma-
no fra i lunghi capelli castani (“Sono castani, no? Ma sì, sì!”). Un ra-

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gazzo che le andava incontro ondeggiò, lei fece altrettanto, impac-
ciata dall’equilibrio instabile a cui la costringevano i lunghi stivali
(“Ieri aveva le scarpe basse, mi pare”). Si ritrovarono faccia a faccia,
fu lei la più lesta ad aggirare l’ostacolo (“Come ha fatto con me!”). Il
ragazzo fece un mezzo giro per guardarla, poi riprese la sua strada
(“Come ho fatto io!”). Era l’ora in cui l’aveva incontrata il giorno
prima, e andava nella stessa direzione. Tutto coincideva, doveva so-
lo raggiungerla e poi ne avrebbe avute, di cose da dirle! Poteva rac-
contarle le innumerevoli stranezze seguite al loro breve incontro, e
per scherzo avrebbe dato a lei la colpa. Ne avrebbero riso insieme
camminando fianco a fianco, e lui ogni tanto si sarebbe incollato alla
sua spalla (“Lo vedi che mi hai cambiato la polarità?”). Queste cose
pensava Marcello mentre s’infilava i pantaloni e una felpa sopra la
maglia del pigiama.
Uscì di corsa. Il trench finì d’infilarselo per le scale, e per le
scale pensò che sì, poteva anche raccontarle quella buffa storia, ma
per quale motivo una donna così bella avrebbe dovuto dargli retta?
E mentre apriva il portone pensò che certo, aveva un viso delizioso
e quegli occhioni neri e quel sorriso splendente, ma non era più gio-
vanissima ed era bassina come lui; il naso, se ricordava bene, era un
po’ pronunciato, e vedendola andar via, un attimo prima che sparis-
se in mezzo a tutti quei corpi, aveva notato che il suo sedere – e se
lo immaginò mentre... – insomma, era fin troppo pieno, e forse una
possibilità gliel’avrebbe data, a uno come lui.
Costeggiando i negozi a passo svelto prese per Church Street.
Quella donna non poteva sfuggirgli, sempre che non svoltasse in
qualche traversa, e allora addio! “Mi scusi, forse Lei non si ricorda di
me, ma ci siamo incontrati ieri e mi ha cambiato la vita... Buongior-
no, si ricorda di me? Ieri stavamo per scontrarci, e da quel momento
mi sono capitate delle cose incredibili! Se vuole gliele racconto... È
forse una maga, una fata?” Mentre sceglieva e ripassava le parole lo
squarcio nel cielo si richiuse, la pioggia riprese a cadere e la brezza a
soffiare. Forse fu perché assorto in quei pensieri, forse perché girava

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il collo e gli occhi tutt’intorno affrettando il passo, forse per colpa
dell’aria torbida, ma all’angolo con New England Road Marcello at-
traversò col rosso e bum!, fu preso in pieno da un suv. Volò come
una foglia al vento, ma se la sarebbe cavata con una tibia fratturata,
due vertebre incrinate e qualche lacerazione se non avesse battuto la
testa contro il palo del semaforo.
Subito accorse una piccola folla, che provò a dargli riparo con
un tetto sconnesso di ombrelli variopinti. Marcello giaceva supino,
immobile, gli occhi spalancati, increduli, mezzo ciechi. Un sottile ri-
volo rossastro si dipartiva dalla sua nuca, impallidendo rapidamente
fino a confondersi col fiume di pioggia. Qualcuno si portò la mano
alla bocca per l’orrore, qualcun altro urlava “Un dottore!”, in tanti
chiamarono l’ambulanza. “Avete visto? È passato col rosso, non è
colpa mia!” gridava l’uomo che guidava il suv. Tutti lo rassicuravano
come se la disgrazia fosse capitata a lui, anche chi era appena arriva-
to e non aveva visto niente.
Un uomo robusto si abbassò su Marcello, lo guardò negli oc-
chi, e scostando il trench gli premette la sua grossa mano sul cuore.
“Non lo tocchi!” urlò una donna. “Bisogna aspettare l’ambulanza!”
aggiunse un giovane punk. “Volevo solo capire se è vivo” disse
l’uomo, tirandosi su. “E quindi?” chiese bruscamente la donna.
“Non sono un medico, non lo so” rispose l’uomo e se ne andò, ti-
randosi l’impermeabile sulla testa. “Comunque meglio non toccar-
lo” replicò la donna a bassa voce.
No, Marcello non era morto. Le sue palpebre si chiusero e si
riaprirono lentamente quando una goccia d’acqua gli precipitò sugli
occhi. Si sentiva bagnato in ogni punto del corpo. “È sangue?” vo-
leva chiedere, ma le sue labbra si aprivano e si chiudevano senza
emettere suono. Facendosi largo fra le gambe dei presenti una don-
na si accovacciò al suo fianco e gli prese una mano fra le sue. Indos-
sava un impermeabile blu e un paio di stivali di gomma. Aveva forse
quarant’anni. Dei lunghi capelli, scuri anch’essi, il cappuccio lasciava
scorgere solo alcune ciocche umide e aggrovigliate. La donna che

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aveva urlato non protestò, mentre il giovane punk era già andato vi-
a, annoiato da quello spettacolo che non sembrava poter offrire al-
tro.
Marcello sentì la stretta tiepida delle mani e mosse gli occhi da
quel lato. Il collo e la testa no, non riusciva a muoverli. Era lei? Sì, la
forma del viso, la linea delle sopracciglia, il nero degli occhi... Ma era
tutto così sfocato... “È sangue?” provò a chiederle. La voce stavolta
uscì, o era solo il suono della sua mente? “No, è la pioggia” fu la ri-
sposta che credette di ricevere. Intorno a lui nessuno parlava più, si
poteva sentire lo stridio dei tergicristalli del suv come il lento battito
di un cuore. Marcello non aveva più inquietudini, le gambe e le spal-
le non gli tremavano, non sentiva nemmeno più il freddo. Lui e la
sua donna potevano restare lì per sempre, mano nella mano, polo
positivo e polo negativo. Strinse più forte per esprimere la sua beati-
tudine e chiuse gli occhi per proteggerli dall’acqua che continuava a
cadere. Doveva ricordarsi di avvisare il padrone di casa per quella
crepa.
Poi venne l’urlo sguaiato della sirena che disperse la piccola fol-
la. La donna dall’impermeabile blu fu l’ultima ad andare via: lasciò la
mano di Marcello solo quando gli infermieri scesero dall’ambulanza
e le chiesero di allontanarsi. Senza voltarsi rientrò nel portone lì ac-
canto. Stava bevendo caffè alla finestra del suo appartamento al
primo piano quando i suoi occhi avevano assistito a quell’orribile
incidente.

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