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Nella stessa collana

Maurizio Garuti
Parole come virus

Riccardo Cassini
Era buio pesto... alla genovese

Martino Ragusa
Banane firmate

COMIX/SPERLING
SOGNAVO DI ESSERE BUKOWSKI
Proprietá Letteraria Riservata
1994 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
ISBN 88-200-1857-8
87-1-94

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In ricordo di
Paola e Sergio
Long may you run
Vorrei guidare una Buick del '52
o una Buick blu scura del '42
o una Buick blu del '32
e finire in mare
da un dirupo dell'inferno
(Charles Bukowski, L'amore è un cane che viene dall'inferno)
Intro
The Reading
Nella sala illuminata solo da un paio di spot un uomo seduto su un alto sgabello
legge da fogli appoggiati a un leggio e altri uomini e donne ascoltano. Di fianco
all'uomo che legge, un tavolino sul quale sono posate una bottiglia di whisky, un
bicchiere e un paio di occhiali da vista. Quelli che ha indosso l'uomo che legge
sono invece piccoli occhiali da sole cosí scuri da nascondere lo sguardo reso
languido dall'eccesso di liquore. L'espressione degli uomini e delle donne che
ascoltano è concentrata, attenta, in alcuni casi ammirata.
La voce dell'uomo che legge è rauca e quasi priva di partecipazione. Se
qualcuno, dimenticando il senso delle parole pronunciate, si soffermasse
sull'intonazione potrebbe tranquillamente dire che sta ascoltando i risultati delle
partite di calcio. Invece sono poesie. Poesie? si chiedono dubbiosi critici e
intellettuali seduti in disparte nelle file di lato. Macché poesie. Robaccia
ciarlatanesca da imbonitore di ragazzini, furbate di terz'ordine, studiate apposta
per scatenare le emozioni piú facili.
Eppure questo uomo dal talento incerto che biascica i suoi versi tra un colpo di
tosse e un sorso di whisky è quello che in qualche modo si potrebbe definire una
star. Mentre cantilena la sua lettura si possono osservare molte labbra che
ripercorrono in silenzio la sequenza di versi. Legge brani della sua ultima
raccolta, Luce di Beirut,oppure passi dal suo romanzo piú famoso, La lunatica
storia dello stuprabambine. Ogni volta che finisce un pezzo il segnale è dato
dalla ricerca del bicchiere di whisky. Solo allora coloro che meno conoscono i
suoi lavori capiscono che il reading è finito e applaudono.
Il suo non è un pubblico di amanti della letteratura, tutt'altro. è il genere di
gente che potrebbe affollare un concerto di rock o di reggae. Gente che se non
fosse stato per lui non avrebbe comprato un solo libro in vita. I critici e gli
intellettuali lo ritengono un furbo e il suo successo non piace. Ma piú arrivano
stroncature, recensioni di fuoco sui giornali e alla TV, piú i suoi libri scalano le
classifiche, piú i suoi reading vanno sold out.

Johnny Ray ha un brutto mal di testa,


lo stomaco gli balla su e giú, la gola è arsa.
Quando apre il frigo per stappare una birra
sente le gambe sfuggirgli di sotto.
Si trascina fino alla stanza da letto.
Il sudore gli solca il volto ed è freddo.
Sul letto sta Billy Cool detto il Topo.
Le braccia appoggiate a due sacchi
pieni di soldi
e sul letto un mitra, una colt
e una calza di nylon
e gli altri ferri del mestiere di Billy Cool.
Johnny Ray appoggia la testa allo stipite
della porta,
Billy Cool sorride e lo guarda negli occhi:
ALLORA, JOHNNY, COME CI SI SENTE A UCCIDERE UN UOMO?
La gente applaude, gli urletti delle groupies non si erano mai sentiti a un
reading prima d'oggi. Finisce la poesia e la musica di sottofondo si fa piú forte.
è un pezzo molto adatto: Berlin di Lou Reed.
L'uomo che legge riprende il microfono: «Sentite queste note? Beh, vi confesseró
una cosa. Non posso dire di non avere avuto fortuna nel mio campo, ma il mio
vero sogno era diventare un musicista».
L'immagine del reading si restringe sempre di piú, sino a mostrare la propria
provenienza da uno schermo televisivo immerso nel tremendo disordine della
casa dello scrittore Marino Guzzi. è seduto di fronte a una giovane giornalista
che lo intervista.
Gli viene dedicata una monografia televisiva di cui questo libro riporta la
trascrizione. Lo scrittore è visibilmente ubriaco e ha risposto con pesanti
allusioni alle prime domande della giornalista. Alla richiesta di raccontare la
sua storia ha sfoggiato un sorriso angelico, poi ha chiesto un compenso in
natura.

«Era tranquillo, riservato. Molto sensibile per essere un ragazzo. Quand'era


giovane, se gli si diceva qualcosa, lo faceva immediatamente. A otto anni aveva
cura persino della casa. Non c'era da preoccuparsi, sapeva sempre quel che
faceva e ci si poteva fidare.»
(intervista alla mamma di Johnny Rotten)
Light Side
Pretty Vacant
Comincio dai vent'anni e va giá di lusso perché prima di allora la mia vita aveva
lo stesso senso chiaro e definito di un concerto di Béla Bartók o della Finnegan's
Wake di Joyce. E anche allora la mia profonda visione della vita era limitata alle
piccole povere gioie dell'uomo medio, tipo Porsche, barca ancorata a Santa,
morbide tipo bambole gonfiabili e quattro animali di amici con cui andare in giro
allegramente a bere e far danni.
Come presumo sappiate, provengo da una famiglia altoborghese: mio padre è un
meccanico di fuoristrada e mia madre coiffeuse per signora. Ho vissuto
l'adolescenza dorata e fancazzista tipica di tutti i figli di mamma.
Finiti i miei bravi cinque anni di liceo passati inconcludentemente tra bigiate,
goliardate, imbriacature e grandi scuffie per le compagne di classe, avevo
iniziato l'universitá (binomio Economia-Bocconi, naturalmente) con l'evidente
intento di diventare il Jeko della finanza milanese.
Non ero messo male a quei tempi, avevo una bella macchina, amici ricchi e
abbronzati da gennaio a dicembre e sopratutto amiche belle e bionde con cervelli
di mosca e con la stessa etica del dottor Mengele, per le quali separavo ancora le
contemporanee pulsioni di libido e di morte. I nostri maggiori impegni
consistevano nel passare le sere vagando da una festa all'altra quasi mai invitati e
quasi sempre con venti persone a rimorchio, per lo piú gente conosciuta, se non
dal padrone di casa o da me, almeno da alcuni di loro.
La festa, per noi ventenni della Milano bene, aveva un fascino speciale, come
una sorta di aura mistica tipo Santo Graal. E questo perché racchiudeva in sé le
quattro ragioni fondamentali della nostra esistenza di allora. In ordine di
importanza: le morbide, gli alcolici, i danni e la musica.
Con l'esclusione dell'ultima, le altre tre seguivano una dinamica perversa. Si
beveva come dei lama per trovare il coraggio di abbordare le morbide di turno,
ma quando il coraggio veniva fuori le nostre condizioni erano cosí pietose che
non avremmo avuto una chance nemmeno se fossimo stati dei cloni di Mick
Jagger. Il rimpallo, naturale, seguito dai nostri deliranti approcci, scatenava
reazioni negative che si materializzavano nell'annientamento immobiliare dei
nostri ospiti. Ma la pulsione primordiale del sesso resisteva a ogni lezione.
E cosí quando il Carlo Di Blasi il sabato pomeriggio si presentava in piazza
Tommaseo davanti al liceo femminile delle Marcelline declamando un'elenco del
festario cittadino lungo come un romanzo di Norman Mailer, il nostro
immaginario erodemenziale partiva come un razzo verso insondabili
destinazioni. Un solo problema annebbiava i nostri sabati: come imbucarsi?
Qui è necessaria una premessa: in una cittá come Milano con due milioni e passa
di abitanti possono esserci almeno 300.000 persone tra i diciotto e i venticinque
anni. Calcolato un compleanno ogni 365 persone e contati quelli che piuttosto
che fare una festa si ammazzano perché avendo presenziato a decine di party in
qualitá di imbucati sanno benissimo come va a finire, è possibile valutare il
numero medio delle feste a Milano di sabato in circa 500. Bene, Di Blasi nei
suoi momenti d'oro arrivava a conoscerne 300-350. Normalmente, era possibile
che delle 350 feste indicate, in 3/4, per le insondabili regole del caos, fosse
coinvolto in modo diretto o indiretto qualcuno di nostra conoscenza. Tanto
bastava.
E allora alé. Questa masnada di gente tímberlandinata e monclerata,
ammucchiata chissá come da tutto l'hinterland, partiva per la festa come un
gruppo di commandos all'assalto di un accampamento militare. E una volta
superato lo sbarramento del citofono il fiume umano degli imbucati si spandeva
urlando sulle scale.
Per entrare nella casa del malcapitato ospitante si usava in genere la fruttuosa
tattica della formazione a cuneo. Davanti le poche ragazze carine e sminigonnate
del gruppo a pronunciare la parola d'ordine siamo amiche di..., dietro l'orda
silente e ridacchiarne sparsa a pelle di leopardo tra pianerottolo e scale. Il
padrone di casa non faceva a tempo a dire ma se neanche lo conosco io questo...,
che quella folla isterica e invasata lo travolgeva sciamando fino a occupare ogni
metro quadro dell'appartamento.
Un minuto dopo l'orda era perfettamente integrata con gli amici del padrone di
casa con cui impostava discorsi a base di finanza ed economia politica
sorseggiando cartizze. Due minuti dopo il mucchio selvaggio valutava
insufficiente il numero di morbide. Tre minuti dopo la noia li sopraffaceva e
allora iniziavano complessi piani per la distruzione della casa. Cinque minuti
dopo l'appartamento era devastato: le tende strappate, i divani divelti, i quadri
squarciati, i bagni allagati.
A quel punto il padrone di casa chiamava la polizia. Sei minuti dopo l'orda
fuggiva disordinatamente scivolando nelle vie limitrofe lasciando il padrone di
casa e la pula alle prese con identikit e foto segnaletiche.

***
Un altro dei miei passatempi di allora era la musica. I miei gusti erano pessimi
ma ancora non lo sapevo.
Ascoltavo Barry White, i Bee Gees, gli Chic su Studio 105 e Milano
International, quella sorta di apogeo del cretinismo dove i dj sono costretti da
contratto a ridere ogni trenta secondi. È per questo che dopo un mese di risatine,
urletti e hey ragazzi... normalmente impazziscono e il loro tono demente finisce
con diventare molto piú naturale. Anche adesso, che la mia tolleranza del cattivo
gusto è aumentata, provo orrore al ricordo della gioia ebete che sentivo
ascoltando quelle tamarrate da supermarket.
D'altronde tutti i conti tornavano. Figlio degenere di quel decennio terribile che
sono stati gli anni Ottanta e che allora erano appena agli inizi, figlio dei miei
precedenti cinque anni passati nel piú demente conformismo, figlio di gestori
ignoranti e malati di provincialismo e rampantismo, credevo di essere colto per
aver letto due libri di Wilbur Smith.
In realtá della cultura non me ne fotteva niente e preferivo dedicare il mio tempo
allo sport. E quando parlo di sport non alludo certo a quello praticato visto che
ero geneticamente negato per qualsiasi attivitá che richiedesse uno sforzo fisico
superiore al ping pong, ma a quello poltronato da TV e urlato da stadio.
Soprattutto al calcio: a San Siro c'era la mitica Inter degli Altobelli, dei Bordon e
degli Oriali e per me tifoso della prima ora, che soffrivo in curva sin dai tempi
dei Mazzola e dei Facchetti, la domenica pomeriggio lo stravaccamento nel
catino di San Siro era un fatto vitale quasi quanto la festa del sabato sera. E cosí
pure i dopo partita passati al bar Basso con gli amici di Milano Nerazzurra, dopo
il classico 0-0 con il Como, tra una cioccolata calda con panna e una partita a
gin.
Ma che razza di miserabile esistenza vivevo, starete pensando. Né piú né meno
di quella di un qualsiasi stronzo protopaninaro figlio di papá che avesse avuto
l'ulteriore condanna di vivere nella Milano da bere. E per dirvela tutta, anche se
so che non è bello ammetterlo adesso, io in quegli anni mi ci trovavo benissimo.
Da bravo yuppie in erba ero arrivato a comprare anche il Sole di cui fino a poco
tempo prima tenevo solo la copertina per infilarci la gazza (stesso colore). E per
guardare da sotto gli occhiali le matricole piú carine che sussurravano
ammiccandosi frasi tipo: guarda quel deficiente che legge La Gazzetta dello
Sport dietro il Sole24 Ore.
Pur non capendo un'acca di economia, eccitato dall'andamento della Borsa,
avevo naturalmente pensato di giocarvi i soldi di mio padre. Quest'ultimo aveva
una sua personale visione del risparmio, dettata in parte dalla sua atavica
avarizia e in parte dalla sua fondamentale disistima per il sistema bancario che
aveva stigmatizzato in un pensiero ricorrente: 'Ste banche dell'ostia è meglio
rapinarle prima che loro rapinino te. L'ovvia conclusione del suo pensiero
economico consisteva nel nascondere i risparmi, frutto delle sue esose
riparazioni, sotto le assi del parquet.
La sua terribile distrazione aveva poi contribuito al veloce arricchimento del
nostro falegname, chiamato a intervenire scoperchiando e reinstallando il
parquet ogni volta che mio padre dimenticava l'esatta lista di legno sotto la quale
aveva nascosto i soldi. Per ricordarselo il vecchio aveva persino disegnato una
mappa in codice, di cui aveva peraltro dimenticato la chiave di lettura e che io
avevo comunque provveduto a sottrargli nel chiaro intento di bambargli il
contante. E cosí mi trovavo a passare interi pomeriggi cercando di decriptare i
foglietti con le indicazioni che mio padre lasciava sparse per la casa. Come un
Indiana Jones domestico mi acquattavo orecchie a pavimento a batter le nocche
sulle assi aspettando il suono vuoto che indicava il tesoro. Una volta sentito il
magico rumore, scardinavo rapido il listello di legno, lo richiudevo abilmente e
volavo allegro al borsino Credito Italiano.
Per giocare in Borsa mi ero fatto una strategia personale che avevo rivenduto ai
miei amici piú abbienti. Il sistema era semplice: comprare le azioni con i prezzi
di listino piú bassi; il rischio era poco, e l'utile sembrava garantito. Fu un peccato
che le mie ancora acerbe conoscenze dell'economia non mi avessero fatto capire
che il valore cosí basso di quelle azioni era dato dal fatto che non c'era un
diavolo che le volesse comperare. E questo perché appartenevano ad aziende
sull'orlo del fallimento, in amministrazione controllata o comunque in procinto
di essere liquidate.
Viste le premesse avrete capito che il vostro era uno tra i cinque-sei milanesi
capaci di perdere in Borsa nell'anno del Toro. Esauriti con grande naturalezza i
miei fondi, venni colpito da una specie di tossicodipendenza finanziaria e
cominciai a coinvolgere in una sorta di sabba paperoniano i parenti, gli amici e i
loro genitori.
A questo proposito, ricordo con nostalgia l'azzeramento del patrimonio del mio
amico Rambelli, che aveva bruciato l'intero conto corrente paterno comprando,
dietro mio sicuro consiglio, le azioni del Banco Ambrosiano di Calvi e Sindona.
Una mattina, uscendo di casa, notai il muro di fronte imbrattato di scritte oscene
la piú grande delle quali recitava:
GUZZI COME CALVI IMPICCATO SOTTO BLECK FRIARS. Leggendo la
scritta con quel madornale errore nell'inglese pensai subito a Rambelli. Quella
premonizione mi salvó la vita. Quando un minuto dopo vidi la Ford Fiesta di
Rambelli che mi puntava contro lanciata a manetta, ebbi la prontezza di spirito di
urlargli: «E allora se non vuoi rischiare comprati i bot, stronzo». Un attimo dopo
udii un fragoroso schianto. Quel sussulto di incertezza, di smarrimento che gli
avevo creato con quella uscita improvvisa, l'aveva fatto sbandare di quel tanto
che bastava per mancarmi, scartare di lato e schiantarsi contro la vetrina di un
sex shop. Forse per quello le prime parole pronunciate all'uscita dal coma, fin lí
altrimenti inspiegabili, furono: «Figa, che culo».
A ogni modo questi piccoli infortuni finanziari non mi turbavano piú di tanto.
La mia vita di economista in erba andava avanti tranquilla e la mia serenitá
interiore veniva scalfita soltanto da eventi epocali tipo l'aumento dei prezzi delle
Timberland o del gin tonic del Batman, mitico raduno dei giovani e delle giovani
rampanti milanesi.
Patrizia
Il Batman era il classico posto dove ti presentavi alle dieci nelle sere di inverno e
rimanevi fuori dal locale (dentro bisognava consumare) con i tuoi bei due gradi
spifferanti sotto il loden a fare commenti e a dar voti alle morbide sminigonnate.
Ogni tanto qualche ingenuo usciva con una proposta tipo: e se andassimo al
cinema? Oppure: che ne direste di andare al Banco? a cui il gruppone
rispondeva invariabilmente naah, fa troppo freddo. E cosí dicendo rimanevamo
tutti lí fino a mezzanotte passata, a gelare.
C'era un solo motivo valido alla radice del nostro comportamento masochistico.
Era la stessa ragione che ci spingeva a frequentare le roboanti, fracassanti,
caldissime e gremitissime discoteche dell'hinterland milanese. La speranza
sincera e risoluta di mettere le nostre manacce avide di sesso su qualsiasi
femmina in possesso di curve da Gran Premio della Montagna. Tanto bastava.
L'intelligenza, la simpatia, pure la bellezza del viso non valevano nemmeno metá
di un prosperoso paio di poppe o di un sedere alto e tondo. E cosí finivamo per
scagliarci su queste morbide che altri amici di gusti fini aborrivano per la loro
volgaritá o per i lineamenti marcati dei loro visi. L'amore, come potrete intuire,
era un concetto molto distante, mentre il sesso aveva nelle nostre teste la
presenza continua e ossessiva di un martello pneumatico.
Fino a quel momento di donne ne avevo avute anche parecchie; per lo piú non
belle, spesso anche brutte ma inequivocabilmente troie.
D'altronde le sceglievo apposta. Avevo capito in fretta che le tipe piú carine e per
bene vivevano con la discutibile concezione di essere le uniche abitanti del
pianeta Terra ad avercela, per cui te la facevano scontare in modo insopportabile.
Dovevi portarle a teatro, a cena, far loro regali ma soprattutto essere carino e
gentile e nello stesso tempo far vedere quant'eri gallo e duro. È presto detto che
le risorse finanziarie e la tolleranza psicofisica verso quel genere di toghe
svanivano assai prima che si potesse consumare un qualsiasi rapporto sessuale.
In ció si era aiutati dal fatto che le loro preferenze fisiche erano orientate verso
un genere di maschio distante dal nostro, almeno quanto Alvaro Vitali da Mel
Gibson.
Invece queste corpoduro dai lineamenti irregolari, in genere sciampiste della
Barona, avevano ben chiaro in mente che per farsi venire a prendere da noi
rampolli della Milano bene dovevano uscire con minigonne e magliette da Peep
Show di Amburgo e finire la serata a farsi sbattere nel mansardino del Paolo
Ratti, di cui tutti avevano le chiavi e che lui affittava rapinandoci venti carte
all'ora.
Naturalmente, oltre al target della fighetta ce l'ho solo io e dei puttanoni
bruciapista, ce n'era un terzo che si posizionava pesantemente fuori dalle nostre
possibilitá fisiche ed economiche: quello delle barbie. Ovvero: Bambolone
Arrapanti Raggianti Bellissime Incredibilmente Equipaggiate. Ed è in questo
target che si collocava la Patrizia: una sorta di incrocio magico tra Kim Basinger
e la fata turchina.
Le circostanze del nostro incontro furono piú da film dell'orrore che da fiaba.
Biondissima, altissima, formosissima, questa sorta di film porno ambulante
arrivó una sera al Batman con il fidanzato, un tipo piccolo e all'apparenza
inoffensivo che stava a lei quanto Sammy Davis Jr. a Sharon Stone.
Forse rassicurato dall'altezza del fidanzato, e sicuramente aizzato dalla
microgonna della Patrizia, il mio amico Jango Sestini, dopo la sesta Ceres, si
lasció andare a un delicato: «Ti strapperei le mutande, gran porca».
Il tipetto ci squadró per un attimo: vide la naturale espressione di innocenza
modello occhioni da Bambi di Sestini e poi fissó me, che con rapidi movimenti
pupillari tentavo di indicare il vero colpevole. Non ebbe esitazioni: estrasse di
tasca il coltello a serramanico e mi aprí una guancia. Sestini, lo stronzo, non fece
niente, non mosse un muscolo; solo quando i due si furono allontanati di pochi
metri urló: «Ma come fa una con un culo come il tuo a stare con un simile
frocio?»
Fu un attimo, un lampo, un quark. Il piccoletto mi fu addosso e mi aprí anche
l'altra guancia; poi guardó Sestini e sibiló: «Di' a quello stronzo che se apre
ancora bocca lo eviro». Fu in quel momento che imprevedibilmente la Patrizia
con il suo fare dolcissimo decise di intervenire a mio favore: «Non ti sembra di
avere esagerato, Natale» (Natale, come seppi piú tardi, era un pusher di cocaina
con la fedina penale piú nera di Eddie Murphy, che si vantava di ricevere la
bamba direttamente da Pablo Escobar); «d'accordo, è un lurido verme schifoso,
un disgustoso impotente, culattone, vigliacco e forse anche ciellino, ma non per
questo dovevi ridurlo in questo stato».
Per me fu una folgorazione; la guardai mentre si allontanava con quel passo
morbido da gatta; poi mi voltai verso Sestini giusto in tempo per capire dalla
conca formata con le mani davanti alla bocca che se ne stava per uscire con un
altro insulto. Per l'occasione aveva rispolverato le antiche origini romane: «A'
rotto in culo... laziale, dove te lo devo da mette... a' eunuco, fa' vede se sei
omo...» Quando mi risvegliai all'ospedale lei era vicina a me; la gioia fu tale che
mi sembró di essere in un sogno.
Infatti era un sogno, causato da tutta la morfina che mi avevano iniettato dopo la
rasoiata ricevuta dall'odioso tappetto. Con occhio pallato e battito cardiaco
azzerato guardai sotto le coperte. Per fortuna Natale non aveva mantenuto la sua
promessa.
In seguito ricostruii l'episodio. Pare che Sestini in un sussulto di amicizia gli
avesse detto: «No, non evirarlo, stronzo». Il tappetto aveva riconosciuto la voce
che per tre volte aveva insultato lui e quella gran figa della Patrizia. Da sincero
democratico, aveva lamato tutti e due, giustificando il mio squarcio con il fatto
che ormai era risentito con me e l'incazzatura non poteva certo passargli nel giro
di un attimo.
La Patrizia si materializzó il giorno dopo in ospedale, con una minigonna
talmente inesistente che mi fece saltare metá dei punti. Mi sussurró all'orecchio:
«Mi dispiace, ho capito subito che non potevi essere stato tu; tu non hai fegato,
non hai le palle». Fu quasi una dichiarazione d'amore.
Riuscii a farmi dare il numero di telefono. Dopo molte insistenze mi spacció
nell'ordine: quello della polizia, della protezione animali, dell'esercito della
salvezza e del club di Topolino. Alla fine cedette e mi diede quello vero;
pensando a uno scherzo, esordii con un: «Avanti scommetto che parlo con il
circo Togni, lei dev'essere il nano Bagonghi, vero?» Era il padre di Patrizia. E
dal tono con cui mi rispose immaginai che fosse geloso dei sentimenti che sua
figlia doveva avergli esternato nei miei confronti. Ci vollero due mesi di
corteggiamento, di appuntamenti mancati, di telefono e citofono staccato, di
Natale e la sua banda ad aspettarmi sotto casa di lei, ma alla fine, credo per
sfinimento, cedette.
Come potete avere capito da questa mia introduzione, il vostro si trovava intorno
ai vent'anni in una situazione ottimale: soldi, macchina, amici, bella vita e una
fidanzata modello Jessica Rabbit. A parte qualche sfortunato e casuale rendez-
vous con Natale vivevo un momento di quiete autocelebrativa.
Quella stessa quiete che si genera nell'aria, in certe isole tropicali, soltanto pochi
istanti prima dell'arrivo di un ciclone.
I primi segni del male
Un giorno, la Patrizia mi portó a casa di un suo amico. Per la veritá doveva
essere qualcosa piú di un amico, a giudicare dalle sonore pacche sul culo che le
elargiva accompagnandole con risate soffocate e sorsate di Ceres. Il suo nome
era Alex, il cognome non l'ho mai saputo; era un tipo per me davvero curioso.
Barba di tre giorni, capello sconvolto, maglietta logora e jeans sdrucito sostenuto
da bretelle rosse, alternava a generose sorsate di birra frasi equivoche tipo: baby,
ma chi è quel figurino? Oppure: beh, sei proprio ridotta male, Pat. Cosí adesso
esci con i bocconiani...
Man mano che l'ubriacatura saliva le invettive nei miei confronti aumentavano.
Alla frase ma quando viene a letto se la toglie la cravatta?, accompagnata da
una risata, decisi di mandarlo affanculo. Poi, vedendolo arrivare con la faccia
cattiva, mi preparai alla rissa. Per l'occasione scelsi dal mio repertorio la
posizione a testuggine: mani e braccia a proteggere la faccia e torso piegato in
posizione fetale. Rimasi cosí per tre secondi aspettando il colpo del knock-out
che non arrivó. Mi scoprii il volto, mi raddrizzai e vidi l'Alex che rideva: «Tu mi
piaci, fratello», disse. «A vederti sembri un cretino, ma c'è qualcosa in te.»
Lo ammetto, rimasi affascinato dall'Alex: lo guardavo ammirato per il modo che
aveva di bere, di fumare, di ridere, di baciare la Patrizia, di toccarle le tette.
Anche se seccato da questo ultimo particolare, devo riconoscere che quell'uomo
aveva un suo stile particolare. Possedeva tutte le caratteristiche dell'eroe
negativo in senso classico: un misto tra Humphrey Bogart, Sid Vicious e
Cossiga.
Mi offrí una birra e mi chiese a bruciapelo: «Qual è l'ultimo libro che hai
comprato?» Gli risposi entusiasta che ne stavo leggendo uno sui capitani
d'industria e che ero affascinato dalla storia di Agnelli e Gafdini. Lui mi
accompagnó alla porta gridando: «E allora vatti a prendere il Financial Times,
Paperone». In compenso si tenne in casa quella stronza della Patrizia che mi
congedó con un banale: «Scusami, ma è tanto che non parliamo io e l'Alex». Me
ne uscii incazzato e stordito.
L'Alex era un bastardo, un figlio di puttana, ma non riuscivo a farmelo stare sui
coglioni fino in fondo. Il giorno dopo tornai da lui; da solo, per precauzione.
L'Alex aveva in casa una ragazza molto sconvolta; occhiali da sole, le braccia
piene di segni neri. È sicuramente alcolizzata, pensai ingenuamente.
Mi disse di accomodarmi e mi offrí una bottiglia di Bulldog. Poi mi chiese di
aspettarlo e si richiuse in camera con la tipa.
Seduto sul divano in finto leopardo, mi guardai un po' intorno. Ovunque regnava
un disordine sovrannaturale, come se un'orda di Hooligans incazzati si fosse
accanita sulla casa con furia cieca. Alle pareti scritte indecifrabili spruzzate con
le bombolette in venti colori diversi. Tutto nella casa, anche gli armadi e il tavolo
e perfino lo schermo della televisione, era stato verniciato. Sul lavabo della
cucina erano impilate decine di piatti e posate. L'intero spazio abitabile era
coperto da uno spesso strato formato da contenitori di pizza e da lattine di birra.
Per terra, come scagliate da una deflagrazione, erano sparse centinaia di riviste:
Topolino, Tex, Zagor, Le ore, Messalina, Famiglia Cristiana.
Famiglia Cristiana! E se si drogasse? pensai.
Piú in lá, in un angolo della stanza semicoperto da una copia di Trotto
Sportsman, notai un libro. Lo raccolsi; era un vecchio tascabile SugarCo sporco
di unto e caffè e sgualcito dalla lettura. Sulla copertina tappezzata con lo scotch
era scritto: Charles Bukowski, A sud di nessun nord.
Lo aprii distrattamente. Iniziai a leggerlo. La storia mi travolse, dimenticai
l'Alex, dimenticai tutto. Dopo due ore lo avevo finito. Quando l'Alex uscí dalla
stanza per prendere una birra mi guardó stupito e mi disse: «Ah, sei ancora qui».
Gli saltai al collo sventolandogli il libro sotto il naso: «Ma chi cazzo è questo
Bukowski?»
Scoperta di Hank
Per coloro che non lo sapessero, Charles Bukowski è uno dei grandi scrittori
americani del genere dei «maestri di vita». Quelli che da Hemingway a Miller,
passando per la beat generation dei Kerouac, dei Ginsberg e dei Burroughs,
hanno spinto intere generazioni innocenti all'abuso consapevole di alcolici e di
stupefacenti nonché a intraprendere improbabili safari in Africa.
Bukowski nasce in Germania piú o meno settantanni fa. A dodici anni un'acne
devastante gli rovina l'adolescenza, a tredici è giá alcolizzato, a quindici picchia
a sangue il padre che si era lamentato con lui vedendolo rientrare ubriaco a casa.
A diciotto finisce in galera per renitenza alla leva, a trentaquattro un'emorragia
da alcolismo lo riduce in fin di vita. Passa gran parte della sua esistenza vagando
tra le sale corse e gli ippodromi, perennemente ubriaco trova e perde
rapidamente centinaia dei lavori piú strani (da guardiano di mattatoi e bordelli a
lavatore di cadaveri), scopa centinaia di donne, per lo piú non belle, quasi
sempre alcolizzate. A un certo punto della vita decide di fare lo scrittore.
Inizia a spedire senza successo poesie a riviste letterarie, conosce per
corrispondenza la direttrice di una di queste pubblicazioni e la sposa. «Disse che
non sarebbe venuta a letto con me finché non fossimo sposati... ressi il volante
fino a Las Vegas, e al ritorno eravamo marito e moglie.» Due anni dopo divorzia.
Vive in squallide camere di ancor piú squallidi motel circondato da puttane,
giornali sportivi e bottiglie di birra vuote.
Ascolta Mahler al buio, la sua faccia è gonfia e lo stomaco dilatato dalla birra;
comincia a pubblicare poesie e racconti. A quarant'anni trova un impiego alle
poste; una barba rada copre i buchi nella pelle lasciati dall'acne. Il giorno del
cinquantesimo compleanno si licenzia dall'ufficio postale e diventa scrittore
professionista. Butta giú storie in gran parte autobiografiche con protagonista il
suo alter ego Hank Chinaski.
Lo stile è secco e rapido; ironia e tragedia si mescolano in un cocktail venefico.
Rimangono mitiche le sue frasi. Nessuna scopata al mondo vale piú di dieci
dollari, e se fossi ebreo, frocio, comunista o nero non ci sarebbero storie, sarei
giá nel giro.

***
Ora, non ci sono balle: un tipo simile, con la sua storia e con i suoi racconti, mi
fece capire in un lampo quanto incredibilmente inutile, cogliona e priva di senso
fosse stata fino ad allora la mia vita.
E cosí, spinto dalla curiositá, iniziai ad acquistare i libri di Bukowski: prima Post
office, poi Compagno di sbronze, infine Storie di una vita sepolta. Affondai nella
lettura e ne riemersi profondamente cambiato, pronto per affrontare un nuovo
corso. Cominciai a frequentare l'Alex e in poco tempo diventammo amici.
Vedevo in lui la porta che mi avrebbe permesso di entrare in ció che lui
chiamava la vita veloce.
L'iperbole del mio cambiamento inizió dall'abbigliamento. Cominciai ad
alternare la giacca e cravatta ad abiti piú informali. Fu un passaggio lento e
difficile: prima cardigan e camicia, poi girocollo e camicia, poi girocollo senza
camicia e jeans, poi jeans a nudo in inverno. Alle Timberland e alle Church
sostituii prima le piú alternative Clark, poi le trucide Doc Martens, infine delle
anarchiche pinne da sub.
Ma avevo ancora qualche sbandamento; non riuscivo a rinunciare
completamente alle mie abitudini. Perció vestivo con abbigliamenti indecisi tipo:
giacca di grisaglia sopra una maglietta dei Freak Brothers, cravatta un po'
morbida, calzoni corti modello chitarrista degli AC/DC, calze a quadroni
Burlington dentro anfibi militari e, ciliegina sulla torta, maschera antigas.
Benché notassi un certo imbarazzo dell'Alex nel portarmi con sé nei bassifondi
di Milano, in poco tempo avevo inconsapevolmente cominciato a diffondere nel
giro sconvolto-alternativo dei suoi amici una sorta di moda. C'era gente che
aveva cominciato ad alternare le sue spese tra Bardelli e Surplus e tra Tincati e
Corneil's. Ragazze abituate a vestirsi da Inferno e suicidio che cominciavano a
frequentare via Montenapoleone. A vestirsi in tailleur nero Valentino sopra
camicie militari, minigonna Chanel e borsa di Gucci dipinta a spruzzo con
slogan anti polizia.
Campus
È facile capire a questo punto della mia evoluzione (o involuzione) come anche
la vita universitaria cominciasse ad andarmi stretta. Fin lí non stava girando cosí
male, specie per uno abituato a passare le mattine giocando a poker e i
pomeriggi a inventarsi qualche lavoretto per recuperare i soldi persi al mattino.
Non ero certo il modello sognato da mia madre.
Studiavo poco e male, ma la mia accurata gestione dell'interrogazione mi
permetteva di passare gli esami, pur avendo la stessa preparazione economica di
un bassista di rockabilly.
Dalla settimana precedente l'appello mi aggiravo furtivo nel salone di ingresso
della Bocconi, disseminando a intervalli casuali nella lista delle iscrizioni nomi
di studenti inventati tipo: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guameri, Picchi,
Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso.
Ma per capire l'importanza del mio programma tattico va descrítto il contesto
faunistico in cui si svolgevano gli esami. Durante l'interrogazione, i cinque-dieci
assistenti si potevano regolarmente dividere in quattro categorie:

1. I Professoroni: categoria giá normalmente innavicinabile, per noi


impreparati cronici erano un vero incubo. Questi seri professionisti
ritenevano l'universitá una perdita di tempo poco remunerativa, utile
semmai a dare prestigio e consulenze di lusso.
Accoglievano le nostre risposte tentennanti e fuori tema nel piú assoluto
silenzio, semmai osservando distrattamente l'orologio. Poi con la calma e il
distacco di chi ne ha viste mille sussurravano un melodico: «Se ne vada la
prego», a volte unito a un piú amichevole: «Ma lei perché si ostina a fare
l'universitá? Perché non va a fare il disc-jockey?» Al che i piú ostinati di
noi pensavano a un riguardo personale, sapendo benissimo che un qualsiasi
dj poteva guadagnare molto di piú di un bravo commercialista. Quindi
normalmente ringraziavamo e replicavamo con un: «Grazie del consiglio,
ma sotto il 25 rifiuto». E solo in quelle rare e belle occasioni la maschera
imperturbabile del Professorone si apriva a disegnare sul volto un
impercettibile sorriso, che qualche volta si trasformava in risata, qualche
altra in pianto sommesso e a cui seguiva invariabilmente la nota vergata sul
libretto: non rivedibile fino a febbraio '89.
2. I Professorini: ovvero, gli assistenti in carriera. Erano i peggiori;
conoscevano tutti i nostri trucchi per sviare le domande piú misteriose
avendoli sperimentati fino a un paio d'anni prima. Studenti spesso mediocri,
nonostante l'impegno e la dedizione, ed entrati per vie traverse in universitá,
si avventavano con spirito sadico e vendicativo su tutti gli esaminandi con
misura di seno inferiore ai 90 cm e sprovvisti di sguardo modello tu mi
mandi in fiamme, baby.
Lo sconsiderato squilibrio di trattamento uomo-donna li rendeva a noi
impreparati cronici particolarmente odiosi; tanto quanto quelle morbide
bellissime, furbissime e stronzissime che ci sedevano accanto felici di
assistere al nostro martirio, lanciando al Professorino inequivocabili
promesse erotiche che mai avrebbero mantenuto. Le peggiori tra loro
arrivavano a sfruttare i nostri disperati silenzi per sussurrare indecenti:
«Posso rispondere io?» Ovviamente le troie aspettavano pazienti da
mezz'ora la fottuta domanda che facesse risaltare allo stesso tempo la nostra
ignoranza e la loro preparazione. Ne seguiva il loro automatico 30, la nostra
bocciatura accompagnata da lancio del libretto e il nostro imperituro,
quanto inutile, disprezzo per morbide e Professorini.
3. Le Assistenti Isteriche: rifuggite come la peste, si dividevano in tre sotto-
categorie:

a) le lesbiche,
b) le zitelle,
c) le divorziate incattivite.

Tipi diversi e spesso contrastanti, comunque accomunati da un'unica


caratteristica: l'odio fermo, cinico e determinato verso il maschio.
Rispetto ai Professorini erano ancora piú reattive e pericolose. Ci urlavano
addosso le loro quotidiane incazzature, ci umiliavano facendoci sentire
ancora piú ignoranti di quel che giá eravamo. Noi cronici le immaginavamo
vestite di pelle nera, con fruste di cuoio, con manette, con manganelli,
impegnate in attivitá sadomaso con enormi e sfortunati San Bernardo.
La difficoltá nel valutare in modo razionale il comportamento di queste
fanatiche faceva sí che le nostre reazioni nei loro confronti fossero le piú
strane e imprevedibili. Alcuni si abbandonavano al martirio rassegnati,
cercando di limitare i danni; altri rispondevano colpo su colpo sperando
nella masochista di turno e finendo invece col pregiudicarsi definitivamente
il miraggio della laurea.
4. La Professoressa Mamma: era una categoria fantastica capitata nelle aule
d'esame per quella serie di assurde coincidenze che in genere siamo abituati
a chiamare miracoli. Questi angeli in terra avevano scelto la vita
accademica prese da una sincera passione per lo studio, trascurando la
famiglia. Cosí, dopo dieci anni di notti sui libri, di ricerche, di lezioni e di
esami, avevano finito col trovarsi un figlio ballerino, una figlia
paracadutista e un marito socialdemocratico.
Queste sante si trascinavano insopportabili complessi di colpa che noi
impreparati cronici provvedevamo cinicamente ad amplificare. Al «Guardi,
io ce l'ho messa tutta, le ho fatto le domande piú facili le ho anche suggerito
le risposte ma lei è veramente impreparato. Mi dispiace davvero...» noi
rispondevamo: «Non si preoccupi signora, sará solo un piccolissimo dolore
in piú per mia madre. Sa, mio padre è alcolizzato e drogato e mio fratello è
il suo pusher. Lei lavora per tutti, giú in miniera... »
A questo punto la Mamma veniva assalita da un magone e da un senso di
colpa insopprimibile per cui cercava di congedarci il piú velocemente
possibile: «Va bene», diceva in lacrime, «per questa volta le do 20, ma la
prossima, la prego, si prepari di piú». E noi: «Grazie, signora, anche da
parte di mia madre». I piú sensibili entravano nella parte, si commuovevano
veramente e cercavano di baciarla sulla guancia sussurrando commossi:
«Posso chiamarla mamma?». Quindi, con l'infame rapina documentata nel
libretto, procedevamo decisi verso il tavolo delle registrazioni a raccogliere
il frutto del nostro insano genio.
Ma il vero problema consisteva soprattutto in questo: di simili angeli in
terra nello zoo della commissione ridondante di Professoroni, Professorini e
Assistenti Isteriche ce n'era, sí e no, una su dieci.
Quindi bisognava:

-individuarla,
-trovare il modo di capitare sotto di lei.

Per il primo punto non c'erano problemi. Etá tra i quaranta e i cinquanta,
l'aspetto era lo stesso delle tipiche mamme di tutti i telefilm americani da
Lassie fino a Happy Days: quelle che prendono il bicchiere di latte dal frigo
di cucina al figlio cretino con cappellino e mazza da baseball e lo
accompagnano con un dolce scappellotto fuori di casa prima che questi
provveda a farla a pezzi con i suoi lanci.
Il vero guaio era il secondo punto.
La tattica dell'avvicinamento e del posso fare l'esame con lei? usata con
successo dalle strafighe con i Professorini, per noi non funzionava. E questo
perché, mentre le strafighe erano poche e i Professorini un numero discreto,
fra noi e le Mamme la proporzione si invertiva drasticamente. Davanti a
loro si formavano cosí capannelli rumorosi che degeneravano spesso in
risse; in quelle occasioni il Professorone interveniva urlando: «Ogni
assistente a esame completato venga alla mia cattedra e da lí chiami
seguendo il foglio delle iscrizioni».
E qui il mio genio sprecato svettava sul gregge. La lista dei nomi che avevo
provveduto a inserire nel foglio delle iscrizioni a intervalli random faceva il
suo sporco lavoro. Dopo la serie di Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin,
Guarneri e Picchi sillabati senza risposta da Professorini, Professoroni e
Assistenti Isteriche, finalmente la soave voce della Professoressa Mamma
proferiva: «Jair».
Al che mi materializzavo davanti a lei anticipando di un soffio il
Professorone che rileggeva sospettoso: «Jair? Ma lei è bianco».
E io: «Ora le spiego: io sono Marino Guzzi amico di Milton Do Nascimento
Jair. Il poverino è dovuto correre all'ospedale dal fratello leucemico perché
la madre non poteva... sa, lavora a tempo pieno in un istituto di ricerca
applicata, quindi mi ha detto: 'Quando mi chiamano ti prego, vai tu al mio
posto, io torneró per prendere il tuo'. Guardi, sono quello in fondo alla
lista». Ovviamente il Professorone, scafato com'era, non credeva a una
parola della mia storia, ma nello stesso tempo non riusciva a essere cosí
cinico da sbugiardarmi davanti all'angelo mamma che ormai mi aveva
adottato.
L'esame era a quel punto pura formalitá: due domande del genere dimmi
quel che preferisci e poi una buona mezz'ora a spiegare del fantomatico Jair
e di sua madre. Uno sguardo malinconico, un sorriso di circostanza e il
libretto si riempiva di quella magica riga.
Pazzi, nazisti, alcolizzati, froci,
comunisti, assassini
In seguito le cose peggiorarono. Le letture stonate e nichiliste che facevo la sera
mi rendevano difficile continuare il mio modello di vita da studente. Non voglio
dire che ció influisse piú di tanto sullo studio (quello zero era e zero rimaneva),
ma senz'altro danneggiava l'organizzazione degli esami.
Frequentavo meno l'universitá, con il solo vantaggio di ridurre le perdite del
poker, e dedicavo meno impegno allo studio tattico della lista delle iscrizioni.
Inserivo nomi sempre piú improbabili e pericolosi: Sid Vicious, Johnny Rotten,
Bobby Sands, l'intera banda Disney, membri della Baader-Meinhof e della
famiglia Craxi. Non mi presentavo piú agli esami in completo College-calzoni in
flanella grigi-doppiopetto blu con fazzoletto e cravatta regimental, ma nei miei
nuovi abiti indecisi. Avevo pure smesso di fare la lampada, il che aveva destato
reazioni sgomente tra i miei amici yuppies, e avevo ridotto l'acquisto dei miei
normali riferimenti culturali, ovvero la terna Capital, Class ed Excelsior. Questo
nel pieno del boom borsistico in cui anche un bambino - scegliendo a caso tra le
azioni del listino quella col nome piú ridicolo - poteva arricchirsi.
Gli amici piú cari, vedendo il mio incarnato tornare alla sua naturale
fosforescenza, manifestarono la loro preoccupazione con continui: «Che ti
succede Guzzi, non è che diventi comunista?» «Chi, io? Ma sei scemo? Piuttosto
milanista che comunista», li rassicuravo.
Ma poi tornavo in libreria a cercare i libri di Bukowski e degli altri maledetti. In
poco tempo mi ero fatto una piccola ma selezionata biblioteca di tutti gli scrittori
negativi. C'erano gli alcolizzati come Kerouac, gli alcolizzati ed erotomani come
Bukowski e Miller, i suicidi come Papa Hemingway, i froci come Gide, Wilde e
Cocteau, i froci-drogati e comunisti come Ginsberg, i froci-drogati-comunisti e
uxoricidi come Burroughs, i froci-pazzi-malavitosi-prostituti e comunisti come
Genet, gli oppiomani come De Quincey e Baudelaire, i nazisti come Evola e
Celine, i nazisti e suicidi come Mishima, i nazisti-eroinomani e suicidi come La
Rochelle, i negri e comunisti come Baldwin, i comunisti e froci come Pasolini, le
ninfomani come Anaïs Nin, i pazzi come Artaud, i pazzi e sifilitici come
Nietzsche, i pedofili come Carrol e via continuando in una fantastica sarabanda,
in un infernale hocus pocus del diverso e del mostruoso.
Non ce n'era uno normale: per essere ammessi nella mia biblioteca non bastava
essere negri, ma bisognava almeno aver violentato una bambina. Bianca,
ovviamente.
Portavo a casa questi libri che compravo spaginati e bisunti ai mercatini o nelle
librerie dell'usato e mio padre mi guardava attonito. Potevo capirlo, povero
vecchio, non mi aveva mai visto leggere piú di un romanzo all'anno ed erano
sempre best-seller orrendi, storiacce di azione in cui si alternavano copiosamente
tette, culi e sangue a litri. E adesso mi vedeva tornare a casa con 'sti sacchi del
super pieni di libri e mi spiava dal corridoio mentre leggevo stravaccato sul letto.
Lo sentivo distintamente sussurrare a mia madre: «Cosa sará? Che sia malato?»
e poi, un po' piú forte perché io potessi sentire: «Comunque, se mi diventa frocio
lo ammazzo».
In una cosa aveva ragione: mi stavo ammalando. Ero sempre piú convinto che
solo prendendo la vita dal suo lato peggiore la si potesse gustare veramente.
Per il momento, peró, studiavo.
Metamorfosi
Eventi significativi dell'anno 1980:

-la mitica Inter conquista il suo dodicesimo scudetto con la seguente


formazione: Bordon, Baresi, Oriali, Pasinato, Mozzini, Bini, Caso, Marini,
Altobelli, Beccalossi, Muraro;
-il Milan, terzo in classifica, retrocede in B per truffa e illecito sportivo
acquisendo per noi di Milano Nerazzurra il simpatico nomignolo di Bilan;
-la Patrizia mi manda affanculo.

Nel complesso un anno positivo.


Tralasciando per il momento i primi due incredibili eventi, mi concentreró sul
terzo.
Dopo il burrascoso inizio della nostra storia, ci fu da parte di Patrizia un
imprevedibile quanto estemporaneo picco di affetto nei miei confronti. Per
quanto allora questo mi sembrasse incomprensibile, riuscii a trovarne la ragione
analizzando la storia e le origini della Patrizia.
Nata e cresciuta nella periferia di Milano da famiglia comunista e per di piú
povera (suo padre era professore universitario a Medicina e sua madre biologa a
tempo pieno), la Patrizia aveva sempre sognato di elevarsi socialmente.
Per dimenticare le sue origini si vestiva in modo elegante e cercava di
frequentare giri un po' su, finendo per farsi regolarmente scopare dai tipi della
bassa, che erano molto piú vispi di noi nel capire di che pasta erano veramente
fatte le stronze come lei.
Il sogno della Patrizia era di sposarsi con uno di noi, smacchinati e incravattati
yuppies, per poi aprire la sua brava boutique nei dintorni di Montenapoleone e
nel frattempo continuare a farsi sbattere allegramente da quelli della sua genía.
Avendo un piano di vita degno di Bela Lugosi, la Patrizia, pur considerandomi
una specie di Jerry Lewis affetto da eiaculatio precox, per qualche tempo si era
probabilmente autoconvinta che doveva essere a tutti gli effetti la mia fidanzata.
Proprio per questo motivo il fatto che avessi cominciato a frequentare l'Alex la
preoccupava e la faceva ingelosire. D'altra parte il mio nuovo pard, facendomi
incazzare terribilmente, mi diceva spesso che dovevamo smettere di vederci
perché la Patrizia (dopo essere andata a letto con lui) gliela menava con questa
storia che io ero un tipo pulito e che lui doveva lasciarmi in pace, che mi stava
rovinando eccetera eccetera eccetera.
Che la Patrizia continuasse a farsi scopare dall'Alex alla lunga finiva con
l'irritarmi, ma quello che mi faceva veramente andare in bestia era 'sta storia del
«pulito». Non avrei potuto sopportarlo normalmente, figuriamoci in quel
momento. Per ripicca la andavo a prendere a casa ogni volta piú conciato.
La sera che mi voleva presentare ai suoi genitori mi palesai raggiante a bordo di
un Ape Piaggio rubato e semidistrutto. Sotto una giaccaccia lurida di Surplus
portavo la camicia del pigiama; i calzoni erano quelli storici da sci con banda
bianca modello Gigi Rizzi. Ai piedi due scarpe destre e in testa un cappellino
con manine plaudenti incorporate stile Yankee Stadium.
Imprevedibilmente ai genitori di Patrizia piacqui moltissimo; capirono subito dal
mio abbigliamento creativo che avevano davanti un intellettuale. Patrizia
stronzissima li geló: «Sembra un po' strano perché gli piace fare il buffone, ma
in realtá è iscritto alla Bocconi».
«La Bocconi?» mi chiesero schifati. è bello constatare l'effetto totalmente
diverso che sortisce questa parola (Bocconi) a seconda di chi ti sta a sentire. Per
esempio, per un selezionatore d'azienda l'effetto è normalmente buono, per le
amiche della mamma è addirittura eccellente, mentre sui cassintegrati della
Indesit o sui militanti del Leoncavallo la stessa parola ha una valenza odiosa.
Infine, non si puó neanche dire che si ottenga normalmente una grande reazione
pronunciando Bocconi davanti al rapinatore che vi sta svuotando le tasche
pistola alla mano.
Comunque, in quel caso l'effetto fu negativo al punto che mi sentii in dovere di
mentire: «Io in quell'universitá di yuppie, lampadati, secchioni e filo reaganiani
non ci ho mai messo piede! Faccio il DAMS, ovviamente; sto scrivendo una
tesina sul cinema muto ungherese». Sentii distintamente il sospiro di sollievo dei
genitori di Patrizia. Lei invece, rossa di rabbia, mi lanció un'occhiata gelida e
sbottó: «Ma andate in Russia, sinistri di merda», e si chiuse nella sua stanza a
guardare Dallas.
Io e i genitori invece fraternizzammo. Il padre della Patrizia mi raccontó la storia
del nonno che aveva donato il suo corpo alla scienza e che era attualmente
visibile sotto forma di scheletro in un'aula di Anatomia, e della volta che aveva
dovuto usarlo per spiegare l'apparato osseo. Poi mi citó alcuni passi di
Majakovskij e mise sul giradischi la versione acida dell'Internazionale suonata
dagli Area. Mangiammo storione e bevemmo vodka. Poi vedemmo commossi un
film di Costa Gavras.
È facile immaginare come il mio repentino cambiamento, quella che a me
piaceva definire la mia piccola grande crisi, rischiasse in qualche modo con
l'allontanarmi da quella sorta di arrampicatrice sociale, ignorante e un po' troia
della Patrizia.
Ad avvicinarmi a lei era il fatto che, parlando in termini tecnici, era ció che si
poteva definire tranquillamente una gran figa. Dopo i primi disastrosi rendez-
vous iniziali eravamo diventati sessualmente molto disinibiti.
Amavamo in particolare ricorrere ai tipici giochi erotici basati sul travestimento
come:

-dottore-infermiera,
-maestro-allieva,
-direttore-segretaria;

poi progressivamente degenerati in:

-nazista-ebrea,
-lupo-Cappuccetto rosso,
-Gordon-Barbarella,
-Topolino-Minnie,
-Superman-Lois Lane,
-Batman-Robin,
-Willie Coyote-Beep Beep,
-eccetera, eccetera.

I sempre piú complessi e impossibili travestimenti avevano per me un incredibile


potere afrodisiaco; il rovescio della medaglia era costituito dalla durata dei nostri
amplessi. Si scendeva infatti dai 30-35 secondi di Gordon-Barbarella ai 5-10 di
Batman-Robin, il che tra l'altro mi aveva fatto suonare un preoccupante
campanello d'allarme circa una mia possibile omosessualitá latente. Ma
immediatamente dopo questi precoci orgasmi, e una volta pronunciata la frase di
prammatica ti è piaciuto eh? ero catturato dalla tristezza del post coito.
Per cui mi trovavo lí seduto al bordo del letto, vestito - che so - da peso massimo
nero del Bronx a guardare la Patrizia che si cambiava il suo bell'abitino bianco
da bambina dell'asilo e a domandarmi che senso potesse avere tutto ció. In
questo i miei riferimenti letterari non erano di grande aiuto. La maggior parte dei
miei nuovi eroi, piú che a scopare pensavano a farsi scopare; quelli che invece
scopavano, lo facevano con un certo disprezzo. Tra loro e le donne a parte il letto
non c'era niente da dividere.
Devo ammettere che nella fase affettiva del mio rapporto con la Patrizia avevo
cercato piú di una volta di coinvolgerla nel mio cambiamento. Per esempio, in
quell'anno la mia nascente matrice radicale mi aveva fatto lentamente ma
inesorabilmente passare dai distinti della Milano Nerazzurra ai popolari dei
Boys; volendo dividere questo segno inesorabile della mia progressiva presa di
coscienza avevo preso la tessera anche per la Patrizia.
Per la veritá era venuta solo due volte: Inter-Cagliari 1-3 e Inter-Brescia 0-1.
Alla terza, benché cominciasse a manifestare entusiasmo, decisi che non era il
caso di proseguire l'esperimento. Infatti, oltre all'impercettibile sensazione che
portasse un accenno di sfiga, il fatto di presentarsi in body e minigonna aveva
cominciato ad attizzare il capo dei Boys, tale Tedo, energumeno
pluripregiudicato di Bresso ma ancora vergine a trent'anni, che per reprimere la
sua inconfessata timidezza piegava una dopo l'altra le barre di protezione della
curva.
Rubando le parole al grande J.J. Cale, per definire la crisi con la Pat, potrei dire
che il treno del nostro amore stava imboccando un binario morto. Le differenze
tra noi aumentavano in modo esponenziale a causa della mia crisi evolutiva.
Prendiamo il cinema. Io avevo passato anni e anni a godere delle peggiori
cazzate della storia del cinema, facendo la coda entusiasta assieme ad altri mille
decerebrati ai film di Villaggio, Pozzetto e perfino Lino Banfi (oh yes). Non
parlo poi del cinema americano... filmacci dei peggio, confezionati ad arte per
confermarci i nostri valori a base di fighe, potere, ricchezza, automobili. E noi
dementi come eravamo, a godere, a emulare questi eroi di celluloide che
contribuivamo ad arricchire e che sicuramente se la ridevano alle nostre spalle.
Dopo Rocky andavamo tutti in palestra, dopo Rambo tutti a comprare riviste
sulle armi, dopo American gigolo tutti a vestirsi da Armani e vai cosí.
Invece la Patrizia era stata educata dai genitori, pur con intenti positivi, a film di
Bergman e Visconti da quando aveva sei anni. Questa massiccia dose di
fosforina ricevuta in etá prematura unita a carenza di Topolino e Tiramolla,
aveva prodotto lo stesso effetto del trattamento terapeutico a base di film di sesso
e violenza di Arancia meccanica. Nel suo caso, il risultato era stato l'odio cinico
e determinato nei confronti di tutte le forme di impegno intellettuale, nella stessa
maniera in cui al protagonista del film di Kubrick il sesso e la violenza dopo la
cura producevano orrendi accessi di vomito.
Estenuata da queste esasperazioni culturali la Patrizia cercava quindi respiro nei
film piú stupidi e liberatori. Trovavamo un certo equilibrio di coppia solo
andando a vedere al Mexico la mille-duecentesima replica del Rocky Horror
Picture Show, e questo anche perché ero follemente innamorato delle tette di
Susan Sarandon. Ma poi, nelle sere di libertá, io e l'Alex finivamo regolarmente
all'Obraz o alla cineteca San Marco, le sale piú alternative di Milano. Il percorso
educativo per farmi conoscere il cinema fu fortemente condizionato dai suoi
personalissimi gusti. Decise di farmi saltare a pie pari Fellini, Ford, Capra,
Hitchcock, Truffaut, Bertolucci, Altman e Antonioni. Come per la letteratura
infatti, il genere prescelto era quello dell'anormale per forza. Cosí ci vedemmo il
mitico Freaks di Tod Browning con tanto di mostri veri, il delirante El topo di
Jodorowsky, e poi l'orrorifico The elephant man di David Lynch e il precedente e
ancor piú allucinante Eraserhead, la mente che cancella. Divorammo tutta la
filmografia di Fassbinder tralasciando invece il piú compiacente Wenders.
Esultammo alla paranoia di Herzog e della prima von Trotta. Gridammo al
capolavoro per Il servo di Losey e piangemmo alla scena finale di Easy Rider.
Ormai ero sulla via del non ritorno. La Patrizia non mi reggeva piú; voleva il
bocconiano doc che ormai stava scomparendo. Negli ultimi giorni del nostro
rapporto eravamo arrivati a una totale paranoia che si manifestava nelle scelte
dei nostri travestimenti. Lei mi faceva vestire di tutto punto, stile manichino di
Bardelli con tanto di pipa e Financial Times, e io la costringevo a conciarsi come
una troia delle basse con trucco colante e calza strappata, bottiglia di brandy e
sacchetto del super da barbona.

Era chiaro che non poteva durare. Fosse stato per me, d'altronde, una bomba del
sesso come la Patrizia non l'avrei piantata mai e poi mai nella vita. Comunque,
molto prima che mi potessi porre il problema lei mi tolse da ogni imbarazzo
mollandomi per un tale Klaus Serra, un figurino pettinato e lampadato, che solo
fino all'anno prima poteva essere il ritratto di me stesso. Con la sola, non
trascurabile differenza che, mentre io avevo un fisico alla Don Lurio e tiravo a
campare in universitá, lui era istruttore di body building e laureando in
Ingegneria nucleare.
Quando una sera, davanti a una Ceres appoggiata sul bancone di Oreste, lei mi
disse: «Ho bisogno di stare un po' da sola», stava giá con lui da un paio di
settimane.

E questo, anche se allora ancora non lo sapevo, potevo giá darlo per certo.
Perché delle poche cose che ho imparato nella vita, questa è sicuramente una:
che 'sta razza di troie non possono, non sanno e non vogliono star da sole
nemmeno un fottuto giorno.
Fuoco e fiamme
Comunque ne uscii da uomo.
I primi dieci giorni rimasi a piangere sotto casa sua pregandola di ripensarci. Poi
cominciai a telefonare ai genitori; li andavo a trovare, regalando loro vecchie
edizioni dell'Unione Sovietica recuperate ai mercatini. Per un attimo pensai di
rinunciare ai miei nuovi principi e in un momento di totale regressione le inviai
una foto in cui ero vestito in un gessato manageriale: in una mano tenevo bene in
vista un pugno di dollari (falsi), nell'altra una foto di Reagan. Come sfondo,
un'illustrazione gigante di Paperone e Rockerduck. In un bigliettino ignobile
arrivai a riportare aforismi di Ford e di Rockefeller che si chiudevano con un
ritaglio del listino Dow Jones e la farisaica dichiarazione: oggi sono un uomo
nuovo. Business, you are my life! Non funzionó. Allora mi buttai sul vendicativo.
E coinvolsi l'Alex nella storia del rogo della Range Rover di Serra. L'Alex
partecipó volentieri all'autodafé; anche lui era preoccupato che la gelosia del
Serra potesse in qualche modo impedire i suoi saltuari rendez-vous con la
Patrizia, mentre con me si sentiva in qualche modo piú a suo agio.
Cosí una sera ci presentammo sotto casa della Patrizia con quattro latte di
benzina. Inquadrato il Range e verificato che non ci fosse nessuno nei paraggi
iniziammo le operazioni. Cospargemmo di benza la Range bianca dello stronzo
che se ne stava parcata ignara di ció che le sarebbe successo come solo una vera
jeep puó esserlo. Poi il mio pard si mise a fabbricare una bottiglia molotov
armeggiando in ginocchio dietro a un cassonetto dell'immondizia. Lanció la
molotov sotto la Range con un movimento lento e sapiente del braccio.
Fu un lampo. Un bagliore accecante precedette di una frazione di secondo la
secca esplosione. La jeep in poco tempo divenne un ammasso di lamiera
fumante. Corremmo via ridendo e ci fermammo dietro una Panda a goderci la
scena.
La gente del caseggiato si affacció alle finestre e poi si riversó in strada.
Arrivarono i pompieri e spensero le fiamme. La polizia cominció a fare domande
ai presenti.
Alla fine la strada si svuotó lentamente; rimase solo la Range Rover fumante del
Serra. Io e l'Alex, poco lontani, chinati dietro la macchina in sosta a pregustarci
l'arrivo dello stronzo.
Non era sceso subito perché le finestre della Patrizia non davano sulla strada. Lo
vedemmo uscire dal portone una mezz'ora dopo. Evidentemente il bastardo se
l'era spassata con la Pat e questo aumentava la nostra gioia. Si fermó a guardare
il rudere; io tentavo di fermare le risatine sempre piú tisiche dell'Alex.
Poi accadde l'imprevedibile. Il Serra superó il fuoristrada carbonizzato, gli giró
intorno con aria svagata, fece qualche passo e con nostro orrore si infiló in una
Range Rover del tutto identica a quella che avevamo bruciato, parcheggiata dieci
metri piú avanti.
Avevamo sbagliato macchina.
Oltre alla beffa subita fui assalito dai sensi di colpa per i danni provocati a un
tizio che non mi aveva fatto niente di male. Lo dissi all'Alex, che mi rispose con
sufficienza: «Uno cosí stronzo da comprare una Range Rover per usarla in cittá
meritava comunque una punizione».
Fu a quel punto che decisi di lasciare perdere. Di donne comunque ne avrei
trovate altre. Naturalmente non con quelle tette, ma in fondo, mi dissi, c'è altro
nella vita che un bel paio di tette. Che cosa poi ci fosse, era un mistero; ma
intanto provavo a farmene una ragione. Certo non potevo piú continuare a girare
per casa come un paranoico vestito da agente del KGB a mettere microspie nei
vasi dei gerani.
I miei genitori furono molto comprensivi; immaginando che ormai stessi
andando via di testa mi tagliarono i viveri. La Golf cabrio venne venduta da mio
padre al mio ex amico Rambelli (quello delle azioni dell'Ambrosiano), a prezzo
politico purché ritirasse la denuncia. Mi furono tolte anche le chiavi delle case di
Santa, del Forte, di Curma e di Madonna. Non che me ne fregasse molto, sia per
il fatto che ormai ritenevo quei posti delle assurde carte moschicide per coglioni
patentati, sia perché comunque avevo da tempo provveduto a farne delle copie.
Ma perché capiate le ragioni di tanta cattiveria va spesa qualche parola sui miei.
Mio padre, come dicevo, appartiene a quella che si puó chiamare la Milano bene.
Meccanico d'auto, figlio e nipote di meccanici, vent'anni passati a riparare freni,
frizioni, a fare tagliandi, a ripulire carburatori, a sistemare cambi e sospensioni,
il tutto senza staccare una sola fattura, era diventato miliardario. I meccanici
d'auto erano ormai la nuova classe altoborghese di Milano; ancora una
generazione e avrebbero potuto entrare in odore di nobiltá.
Ma a me delle macchine non importava un granché. Certo, mi piaceva usarle,
possederle, guardarle, ma a metterci le mani ero proprio negato. Tanto che una
volta mio padre mi aveva mandato a fare il pieno a un Volvo turbo diesel di un
suo cliente e io ci avevo messo cinquanta carte di super. Risultato: motore
distrutto, cliente da risarcire e atteggiamento favorevole dei miei verso l'idea di
fare la Bocconi. Pensava il mio vecchio: un figlio commercialista puó sempre
servire in questa giungla fiscale in cui non sai piú come muoverti. Che è piú o
meno il ragionamento per cui il boss mafioso tende a volere un figlio avvocato
penalista.
Dal bocconiano (futuro commercialista) al paranoico (mezzo punk in crisi
esistenziale e affettiva) il passo era peró effettivamente lungo, troppo lungo per
potere essere tollerato. Il fatto poi che avessi iniziato a consumare libri su libri lo
aveva ulteriormente incupito. Per lui, uno era autorizzato a leggere solo se si
trovava paralizzato in ospedale con tutte le ossa rotte e impossibilitato a fare
qualcosa di piú utile. Insisteva con mia madre: «Ti dico una cosa, Eva, una sola
cosa: se mi diventa finocchio o marxista, lo ammazzo».
Anche mia madre era ricchissima. Aveva ereditato la vecchia barberia di mio
nonno che ricordo ancora bellissima, con le sue poltrone reclinabili di pelle rossa
e gli specchi stampati della Linetti, trasformandola in un kitchissimo negozio di
parrucchiera completamente rivestito di tela rosa confetto. Tra uno shampoo e un
colpo di sole si era fottutamente arricchita. Aveva in breve tempo comprato i
negozi limitrofi e li aveva convertiti in un solarium UVA e in una piccola
palestra di body building.
Aveva assunto pacchi di lavoranti; lei, ormai ricca, se ne stava tutto il giorno a
chiacchierare con le clienti sulle ultime notizie di Novella 2000 facendosi le
unghie. Ora vi chiedo: da due genitori simili, che razza di figlio poteva venir
fuori se non un coglione, ignorante e anche un po' stronzo?
E cosí fu, infatti.
Gli anni dello ska
Lo scrittore interrompe il racconto e si alza dal tavolo da lavoro. La telecamera
lo segue mentre entra in cucina, apre il portello del frigo e ne estrae due
Guinnes. Le stappa, ne porta una alla bocca e porge l'altra senza bicchiere alla
sua intervistatrice che rifiuta con un moto appena accennato di disgusto.
Lo scrittore si avvicina alla libreria enorme e strabocchevolmente piena, con
quattro scaffalature interamente occupate da dischi. Dopo una breve ricerca ne
estrae uno e lo pone sul piatto. La bella giornalista intravede la copertina
dell'ellepí che lo scrittore trattiene tra le mani per un istante prima di
appoggiarla sull'amplificatore. «Non sapevo che le piacessero i Madness, signor
Guzzi», sussurra.
Lo scrittore beve un lungo sorso di birra, si asciuga la bocca con il dorso della
mano e riprende il suo racconto.

***

One Step Beyond uscí nel 1980 e fu fondamentale per la mia formazione
musicale. La prima volta che lo vidi tra i dischi dell'Alex rimasi affascinato dalla
magnifica copertina. Era una foto in bianco e nero; i componenti del gruppo
formavano, piegandosi sulle gambe e inarcando all'indietro il torso, una specie di
assurdo trenino umano.
Misi sul piatto il disco e pompai il volume dell'amplificatore. Rompendo il
silenzio, una voce maschile incitava: «Hey you, don't watch that, watch this. This
is the happy happy sound, the nutties come around, so if you are coming up the
street and you are beginning to feel the heat you better start to move your feet to
the rock steady beat of Madness. One Step Beyond».
Poi la musica esplodeva. Il sassofono di Lee «Kix» Thomson conduceva gli altri
strumenti in una giga infernale, una danza di gioia sabbatica e delinquenziale che
ti spingeva irrefrenabilmente a ballare, a saltare e a sparare il volume dello stereo
fino a far esplodere le casse. Ricordo che quando la musica cessó, mi ritrovai
sudato e sconvolto a seguire l'Alex sui suoi passi di ska molto simili a quelli che
cadenzavano gli indiani d'America nelle loro danze propiziatorie.
Dopo quel disco i Madness ne fecero molti altri, sempre mantenendo elevati
standard musicali e sviluppando un filone melodico molto originale che finiva
per staccarsi dallo ska per approdare al pop. Qualcuno li definí epigoni dei
Beatles. Nessun altro ellepí, comunque, raggiunse la vetta di One Step Beyond.

C'è da dire che anche per la musica io partivo da zero. Non che non la sentissi o
che non comprassi dischi; al contrario ero un fanatico dell'hi-fi. Peró quando
andavo a fare scorta di dischi da Mariposa finivo sempre col riempirmi di pile
dei terrificanti mix di disco music che sparavo a palla sul piatto di casa
provocando le urla strazianti di mia madre. Tutta roba che dopo due mesi era
pronta per la nettezza urbana ma che ci portavamo dietro orgogliosamente alle
feste dove ci presentavamo come ospiti indesiderati.
Appena imbucati, prendevamo possesso dello stereo, nello stesso modo in cui i
golpisti per rovesciare il potere si impadroniscono delle sedi strategiche di radio
e televisione; con grande gioia toglievamo i Battisti o i Neil Young e sparavamo
a manetta i mix che ci eravamo portati da casa, immondizia tipo Donna Summer,
Cerrone, gli Chic, KC and the Sunshine Band e via dicendo, senza nemmeno un
accenno di vergogna. Poi andando via, provvedevamo a rimettere sul piatto degli
sfigati di turno il loro bravo De Gregori e ci volatilizzavamo urlando: «Tornate
pure a dormire, adesso!»
Per dire la veritá, avevo comprato anche un paio di dischi dei Genesis e dei King
Crimson ma non li sentivo mai. Mi servivano esclusivamente perché quando mi
capitava a casa la tipa musicalmente colta non potevo far la figura di non avere
nemmeno un disco intelligente. D'altronde, in genere anche lei si accontentava di
prendere il Nursery Crime che tenevo in vista, vicino al giradischi, e di
chiocciare: «Anche a te piacciono i Genesis?»
«Da pazzi», mentivo. «Vuoi sentirli?»
«Adesso no», faceva l'oca, compiaciuta, «metti pure qualcosa di piú facile.» E io
giú con l'ultima cazzata d'importazione pagata quindici carte di allora.
Lo ska con il suo ritmo cadenzato, la sua gioia, la sua ballabilitá fu per me la
chiave d'accesso al rock. L'Alex aveva una discografia straordinaria e
sicuramente gli piaceva avere in me un allievo vergine e disponibile. Mi fece
scoprire i mostri sacri, da Dylan a Patty Smith, da Lou Reed ai Clash, dagli
Stones ai Doors, dalla new wave inglese allora emergente con i Cure, i Joy
Division, gli U2, al reggae di Bob Marley e di Peter Tosh, dai Police agli altri
gruppi ska, gli Specials, i Beat, i Selecter. Mi fece fare un viaggio nel rock dalle
sue origini.
Venni a sapere cose fantastiche. Per esempio che Rolling Stones non voleva
assolutamente dire pietre rotolanti, come da anni ero abituato a credere, ma
vagabondi, hypsters, sconvolti. Scoprii che i gruppi beat italiani degli anni
Sessanta avevano plagiato dai gruppi inglesi e americani tutte le loro canzoni piú
famose.
Io, per esempio, ero convinto che Stand By Me di Ben E. King fosse stata copiata
dalla Pregheró di Celentano. Ingenuo. Seppi anche che la mitica Sognando la
California dei Dik Dik non era altro che una brutta traduzione di California
Dreamin' dei Mamas & Papas e Senza luce era stato il martirio poetico di A
Whiter Shade of Pale dei Procol Harum. Pensateci un attimo e inorridite: da
«Un'ombra di chiaro piú bianca» dell'originale a Senza luce. A parte che non
c'entra un cazzo, semmai il contrario, ma poi è piú o meno come fare tradurre
Proust da un giornalista della Gazzetta dello Sport.
L'Alex la sapeva davvero lunga sul rock; per esempio mi disse che Pietre di
Gianpieretti era la traduzione letterale di Rainy Day Women di Bob Dylan in cui
lui cantava con la sua voce nasale e strascicata una serie di strofe che finivano
con: everybody must get stoned. Con la differenza che il termine stoned in gergo
inglese significa sconvolto, fumato, flippato, insomma, non lapidato come
potrebbe suggerire lo Zingarelli dove stone era tradotto pietra.
Bestie. Quei traduttori erano bestie ignoranti e per di piú non inseriti nel giro.
Come potevano i nostri fratelli maggiori sopportare simili idioti?
D'altronde non era un problema mio; ero figlio unico.

Preso da queste nuove inclinazioni, passavo i miei pomeriggi dall'Alex a giocare


a Subbuteo e a sentire dischi anziché a studiare al bar dell'universitá. I sensi di
colpa che ancora aleggiavano in me venivano annegati nelle birre che ci
iniettavamo in quantitá venefiche, lappandole direttamente dalla bottiglia come
un paio di hooligans di Liverpool.
Rientravo a casa mezzo ubriaco alle otto di sera per sentirmi le menate di mia
madre. Mio padre invece, grazie a Dio, aveva smesso di parlarmi. Per lui non
esistevo piú da quando aveva capito che le macchine non erano la mia unica
ragione di esistere.
Dopo cena l'Alex mi veniva a prendere con la sua DS e mi trascinava a bere con
i suoi amici sconvolti. Una sera mi disse: «Ti porto a vedere una cosa».
Andammo in un posto che adesso non esiste piú; si chiamava Punto Rosso, un
covo di brigatisti ed extraparlamentari in zona Cittá Studi. Entrammo e lí, in
fondo al locale, vidi un enorme poster di Bukowski.
Nella foto il mitico Buko stava vicino a un frigorifero con la grande pancia di
fuori e una bottiglia in mano. Accanto a lui una sua terribile amica, ubriaca,
brutta, stracciata, sciamannata. L'insieme era un fantastico inno alla volgaritá
della vita.
Per festeggiare quella scoperta ci ubriacammo e andammo in giro per Milano a
cantare e a fare danni.
Delenda Carthago
Venne l'estate. Un week-end che i miei erano partiti per il mare decisi di
organizzare un party per unire il nuovo gruppo di amici sconvolti con la vecchia
compagnia di bravi ragazzi.
Sistemai in terrazza una piscina gonfiabile e la riempii con la pompa che mia
madre usava per annaffiare i fiori. Mi tuffai dentro per provarla. L'acqua era
gelata.
Nel pomeriggio venne l'Alex con l'Elettrino. L'Elettrino era piú grande di noi:
fuori corso in architettura da almeno sette anni, con solo la tesi da fare. Uno di
quelli che si presentano alle mostre o ai musei a trent'anni suonati dichiarandosi
studente per pagare metá biglietto, provocando sguardi di disgusto nell'ineffabile
cassiera di turno.
L'Elettrino era un genio mancato delle costruzioni, delle riparazioni, delle
invenzioni. Una volta mi aveva mostrato una sua creazione straordinaria. Aveva
costruito un palco in miniatura con tanto di sipario in velluto rosso; sopra aveva
piazzato una banda di pupazzi di latta ognuno con il suo bravo strumento,
colorati e truccati da punk con occhiali da sole, cresta, codino e via dicendo. A
metterli in moto, un marchingegno elettrico fissato sotto il palco.
Prima di accenderlo, l'Elettrino poneva sul piatto un delirante pezzo proto-punk
dei Damned e apriva il sipario proprio nel momento in cui le casse pompavano
un'esplosione di suoni. I pupazzetti sembravano muoversi e suonare a tempo con
la musica e l'effetto era fantastico.
In genere, lo spettacolo non durava piú di un minuto perché poi saltava la luce;
non solo di casa, di tutto il condominio. Allora l'Elettrino si incazzava
terribilmente: «Per Dio! Ci dev'essere un fottuto corto, ora lo aggiusto».
Prendeva una torcia elettrica e si metteva ad armeggiare infuriato tra i fili del
motorino elettrico sotto il palco. Il ritorno della corrente mentre traccheggiava
sui cavi scoperti lo fulminava regolarmente. Rimaneva attaccato al cacciavite, in
fibrillazione, e bisognava mettercisi in due per staccarlo. Forse proprio da quelle
scosse aveva preso il suo ridicolo soprannome.
Tornando alla piscina e all'acqua gelata: spiegai il problema all'Alex e
all'Elettrino. Quest'ultimo mi guardó come se avesse una lampadina accesa in
testa ed esclamó esultante: «E noi ci mettiamo l'acqua calda».
Ora voi penserete: ma che cazzo di genio ci vuole per dire una stronzata simile?
Peró, c'era il fatto che il mio terrazzo era all'ultimo piano e lí non avevamo il
collegamento con l'acqua calda. Avremmo potuto prenderla da sotto con delle
bacinelle. Ma questo avrebbe richiesto un continuo su e giú dalle scale che la
nostra atavica pigrizia ci sconsigliava.
L'Elettrino scese in macchina e tornó su con un tubo arrotolato di cellophane
duro, che non si capiva a che cazzo gli dovesse servire. Lo applicó tra i nostri
sguardi perplessi al rubinetto del bagno e lo srotoló nel salone, poi sulle scale
fino a farlo arrivare al terrazzo, e da lí dentro alla piscinetta.
Ero preoccupato. Chiesi all'Elettrino se si rendeva conto di quello che stava
facendo. «Tranquillo fratello», mi rispose aprendo al massimo il rubinetto
dell'acqua calda. Il liquido cominció a riempire il serpentone; la mia ansia
aumentó proporzionalmente.
L'Alex commentava compiaciuto, mentre il tubo raccoglieva centinaia di litri
d'acqua rovente che salivano lentamente le scale. Quando l'acqua arrivó
all'ultimo fottuto gradino, sentimmo un boato.
Il serpentone aveva ceduto all'ultimo momento alla pressione del liquido,
vertiginosamente aumentata per la salita. Migliaia di litri di acqua rovente si
riversarono sul parquet nuovo di pacca di mia madre. Con un fiume alle caviglie
corsi verso il bagno per fermare il tragico flusso. Scivolai sparaculando
nell'acquitrino e mi trovai a sguazzare in una broda bollente. Arrivai
bestemmiando al rubinetto e lo chiusi.
Passammo due fottute ore ad asciugare il malnato parquet. Finito il lavoro, lo
guardammo con orrore: aveva cambiato colore, da mogano a giallo paglierino
con una quantitá tale di chiazze, aloni e macchie, da farlo sembrare un enorme
quadro di Jackson Pollock.
Fissai l'Elettrino con odio. Perché mi ero messo con quella gentaglia? Erano una
banda di sconvolti, di scoppiati, di cretini, di falliti. Non ebbi tempo per
riflettere. Mezz'ora dopo cominciarono ad arrivare gli invitati. E i non invitati,
ovviamente.
Qualche mese fuori dal giro, e giá mi ero dimenticato dell'usanza tribale degli ex
amici. Alle dieci di sera avevo in casa duecento persone di cui ne conoscevo
trenta a dirla lunga. La prima mezz'ora voló via bene. La gente non si era ancora
ambientata, limitandosi a svuotare il frigo e a fare commenti sul colore del
parquet. «Ma come ha fatto il tuo architetto a farlo venire cosí maculato?» mi
chiese un copy di Varese dall'aria coglionissima, che conoscevo appena.
Alle undici gli sconvolti e i regolari cominciarono a litigare sul possesso dello
stereo. Il gruppo degli sconvolti inizió a lanciarsi in tremendi pogo spaccacasa
seguendo il tagliente riff di Submission dei Sex Pistols. Saltavano urlando sul
parquet divelto e si tiravano terribili spintoni. Gli spintonati andavano
guardacaso a planare regolarmente sulle ragazze degli yuppie e tentavano di
sfruttare lo scontro per qualche sapiente palpata. Il gruppo dei regolari non
gradiva. Da una serie di segnali e di sguardi, si capiva inequivocabilmente come
tutto si andasse predisponendo per l'inevitabile rissa.
Nel frattempo, io me ne stavo seduto sulle scale, ubriaco, con una Guinnes in
mano e una Camel nell'altra, a fare il conto dei danni presenti e futuri e a tirare
drammatici bilanci sulla mia vita. Quante case avevo distrutto nella mia
stimabile carriera di vandalo? Bene, me lo meritavo: era arrivato il mio turno.
La rissa scoppió dieci minuti dopo, puntuale e inesorabile. Il gruppo degli
sconvolti si rifugió in sala da pranzo e utilizzó la credenza di mia madre come
barricata; vidi l'Alex, eroico, in piedi sopra il mobile, brandire un candeliere di
cristallo di Boemia e resistere all'assalto di cinque paninari in bomber. Da dietro,
due punk con cresta moicana e anello al naso lanciavano piatti e bicchieri agli
assalitori. Fu a quel punto che un bocconiano vestito in completo Harris Tweed
con i Ray-Ban da sole tiró fuori il cannone e urlando: «Morite, cinesi di merda»
sparó tre volte ad alzo zero contro i barricati.
Per fortuna i proiettili non colpirono nessuno. Il primo si infranse contro il vetro
del ritratto che mia madre si era fatta dipingere da Schifano e finí la sua corsa
contro il muro, dopo avere bucato la tela in corrispondenza della fronte. Il
secondo fece a pezzi l'anfora romana regalata a mio padre da un tombarolo di
Latina per la riparazione di una station wagon. Il terzo centró il muro proprio in
corrispondenza del tubo dell'acqua, che cominció a spandersi copiosamente nel
soggiorno. A quel punto la rissa degeneró in decine di corpo a corpo.
Fu il delirio, il caos, l'entropia. Vidi Marielli, uno dei vecchi amici yuppie, che
tentava di affogare un dark nell'acqua che cresceva in altezza.
Un vicino, che si era presentato per protestare per il rumore e per le cascate
d'acqua che si riversavano nel suo appartamento, venne accolto da uno skinhead
inglese che durante un viaggio di LSD si era fatto tatuare in faccia una ragnatela.
Il vicino, rimasto attonito dalla visione, sussurró un cortese: «Potreste per favore
fare meno rumore?» Un cartone in faccia gli impedí di proseguire e un calcio
spaccaculo lo buttó giú dalle scale a sfracellarsi i denti contro i gradini.
Lo ammetto: a quel punto sperai in un veloce arrivo della polizia. Fissai con
orrore l'Alex intento nella classica preparazione di una molotov, mentre piatti,
vasi e sculture volavano dovunque. Guardai come in un sogno la bottiglia girare
armonicamente nell'aria con la sua coda fiammeggiante. La vidi infrangersi sotto
il divano di pelle tra gli urletti di gaudio delle morbide, amiche dell'Alex. Lo
scoppio della bomba polverizzó tutte le vetrate, facendo crollare il lampadario
Luigi XVI sul fratino dell'Ottocento. Le tende presero rapidamente fuoco
facendo da cerino per l'incendio dei mobili.
Le fiamme e il fumo avvolsero tutti. L'Elettrino prese i resti del tubo di
cellophane e lo utilizzó a mo' di canna per spegnere il fuoco. In meno di dieci
minuti l'incendio venne domato. Troppo tardi per impedire la distruzione dei
mobili in radica del soggiorno. Le sirene della polizia in lontananza, come
succede nei film americani, diedero il segnale che la festa era
inequivocabilmente finita.
La gente sfolló ordinatamente. La Patrizia che era venuta con il nuovo fidanzato
mi bació sulla bocca: «Festa della madonna, Marino, complimenti». E io:
«Grazie, non è stato niente di speciale». Tutti furono molto gentili all'uscita, e tra
un erano anni che non mi divertivo tanto e un piú formale scusa del disturbo, la
massa eterogenea si dileguó.
Quando arrivó la polizia in casa eravamo rimasti io, l'Alex e l'Elettrino, seduti
calmi su un divano semicarbonizzato a guardare ammaliati le ultime fiammelle
che finivano di divorare la boiserie. La casa assomigliava alla cittá di Dresda
dopo il passaggio degli americani. Non un mobile, né un fottuto soprammobile
erano usciti indenni da quel sabba infernale.
Ci portarono dentro per rissa continuata, percosse, vandalismo, disturbo alla
quiete pubblica e schiamazzi notturni. Fu una gioia perché non dovetti assistere
al ritorno a casa dei miei.
Prima di farmi portare via chiesi alla polizia di potere mettere un po' a posto. Mi
guardarono comprensivi. Raccogliemmo calcinacci, cocci e pezzi di legno
carbonizzato, buttammo nei sacchi dell'immondizia le opere d'arte ormai
distrutte. Occludemmo il tubo dell'acqua e asciugammo il parquet ormai marcito.
Rimasi qualche istante a guardarlo. Da un Pollock si era trasformato in
un'installazione di arte povera tipo Burri. Le assi erano scoppiate, ingobbite,
imbarcate per l'effetto combinato del fuoco e dell'acqua. Improvvisamente,
accompagnato da uno stridulo crepitio, un listello vicino ai miei piedi si alzó
quel tanto che bastava a farmi scoprire l'agognato tesoro delle mie ricerche
domestiche.
Era l'asse sotto la quale mio padre aveva nascosto i suoi ultimi risparmi. La
sollevai. Benché fosse circondato dalla cenere riuscii a distinguere il faccione del
Manzoni delle cento carte. La fottuta filigrana non aveva retto al fuoco. Avevo
mandato letteralmente in fumo alcuni milioni. Come un invasato presi in mano
quel mucchio di cenere e lo sparsi a pioggia sul pavimento.
«Delenda Carthago», farneticai tra gli sguardi attoniti della pula e dei due amici.
Poi diedi un'ultima occhiata al salone e senza rendermene conto mi misi a
piangere. Spensi la luce, chiusi la porta, scesi per strada e mi infilai
compostamente nel cellulare.
Hello Dad... I'm in Jail
Sará chiaro a questo punto che ormai non potevo piú tornare a casa come se
niente fosse. Gli animali avevano provocato milioni di danni, distrutto
l'appartamento e tutti i beni di famiglia, picchiato duro un vicino di casa. Quanto
a me, stavo in una cella di San Vittore assieme all'Alex.
Ebbi paura, lo ammetto. Mi ero fatto terra bruciata intorno, avevo tagliato i
ponti. Non potevo telefonare a mio padre e dirgli: «Ciao papá, come butta?
Scusa se abbiamo lasciato un po' di casino... A voi come è andata? Bene? Ah, a
proposito sono a San Vittore». Comico, no? Uno fa una festa e come risultato
viene sbattuto in convento.
In galera ci rimasi due giorni, sputtanandomi la fedina, con il terrore di essere
violentato da una torma di rapitori della Barbagia. Per fortuna non fu cosí, non
venni molestato né inzigato. Ebbi la vaga sensazione che questa sorta di mancato
noviziato fosse un derivato delle conoscenze dell'Alex. Infatti, mentre io mi
trovavo inserito in quell'ambiente come De Niro in mezzo a un'orda di Cong in
vena di roulette russa, l'Alex si muoveva a suo agio, salutava, parlava con questo
e con quello, manco si trovasse tra le scosciatissime morbide del Batman.
Grazie a questo particolare passai due giorni tranquilli. Non solo, conobbi un
paio di tipi simpatici con i quali avrei avuto a che fare in seguito.
Il primo si chiamava Pablo: un uomo piccolo e ossuto sulla trentina, finito dentro
per la terza volta sempre con la stessa accusa, furto con destrezza. E destrezza
non doveva averne molta perché tre volte ci aveva provato e tre volte era stato
beccato. Colpa dell'ansia, diceva lui; in allenamento era bravissimo, riusciva ad
aprire casseforti di quelle pesanti nel giro di pochi minuti. Ma poi, in partita,
quando si trovava davanti al forziere nel soggiorno del riccone di turno, si
emozionava; i sensi di colpa lo bloccavano e lui iniziava a tremare, facendo
cadere cristalli e porcellane. A ogni oggetto che finiva in terra si metteva a urlare
istericamente aumentando in modo esponenziale le possibilitá d'esser preso.
Nell'ultimo colpo la sua paranoia aveva raggiunto livelli di autolesionismo
demenziale. Preso dai sensi di colpa, era arrivato a telefonare alla polizia,
gridando: «Aiuto, venite subito, un ladro sta cercando di svaligiarmi la
cassaforte».
L'altro tipo era la Gloria, un giovane travestito di Como con idee di sinistra e
un'adorazione sconfinata per il Che Guevara. Vegetariana e animalista, batteva al
parco Sempione coprendo la classica giarrettiera con l'eskimo al posto della
pelliccia. Oltre che di adescamento, era accusata per una tentata rapina da
Cartier; come arma, aveva usato una pistola ad acqua.
La Gloria mi raccontó come erano andati i fatti; fanatica di gioielli e collane, non
potendoseli permettere con la frequenza desiderata, aveva optato per la rapina. Si
era presentata da un gioielliere di Montenapo in abiti maschili elegantissimi e
aveva chiesto al commesso e al direttore del negozio di mostrarle dei collier di
brillanti. Nel momento in cui aveva valutato sufficiente il numero di carati che si
erano accumulati sul bancone, aveva tirato fuori la pistola ad acqua urlando con
voce profonda per nascondere le sue tendenze: «Se vi muovete vi fulmino,
froci!»
Il commesso l'aveva guardata intensamente; rovesciando i polsi all'indietro,
aveva squittito: «Mio Dio, ma lei mi fulmina giá con i suoi occhi. Sono
bellissimi».
La Gloria era rimasta interdetta; tra i rischi della rapina tutto si sarebbe aspettata
tranne il commesso gay. Fu questo a fregarla. Presa nel suo punto debole e non
abituata a dichiarazioni poetiche, aveva perso la testa. Tra i due era scoppiato
l'amore; avevano iniziato a baciarsi appassionatamente divisi dal bancone.
Nell'ardore dell'abbraccio la Gloria aveva lasciato cadere la pistola e il direttore
del negozio, pur allibito dalla scena, ne aveva approfittato per suonare l'allarme.
Torniamo a noi. Il mio vero problema era che una volta fuori da San Vittore non
sapevo dove cazzo andare. Potevo tornare a casa vestito con un saio, rapato a
zero, con la cenere in testa e i ceci da spargere per terra per poi inginocchiarmici
sopra? Era una buona idea, certo, ma non sarebbe bastato.
Il senso di ansia fu amplificato da una visita alla portinaia di casa. Odiavo quella
donna dai tempi in cui mi impediva da ragazzino di stampare stangate alla
Palanca contro i cancelli di lamiera dei box. Lei d'altronde mi detestava da
quando le avevo spedito una lettera anonima in cui dichiaravo (ed era vero) che
mi ero sbattuto la sua tappissima e troissima figlia nel cesso di una discoteca di
corso XXII Marzo.
I nostri rapporti erano schifosi ma nessuno meglio di lei, comare e pettegola
com'era, poteva sapere qualcosa. Le chiesi come i miei avessero presa tutta 'sta
storia e la bagascia per tutta risposta mi rifiló due valigie con dentro i miei vestiti
e due sacchi di plastica del super con i miei libri, e poi mi sbatté la porta in
faccia.
Era dunque finita? Ero giá diventato un drop-out, un vagabondo senza tetto, uno
sfollato? No, non poteva essere vero. Per quanto fossero stronzi, figli di puttana
e arricchiti, erano pur sempre i miei genitori e io il loro degno erede.
Salii sull'ascensore e mi trovai davanti la porta di casa. Avevano cambiato la
serratura e perfino il nome sulla targhetta.
Mi presentai dall'Alex affranto. Mi ospitó facendomi dormire sul divano del
soggiorno. Per tutti arriva il momento dell'uscita di casa, pensai amaramente,
solo che in genere è una scelta.
Quella sera mi addormentai ubriaco davanti a un telefilm di Get Smart. Il
mattino dopo cominciai a cercare lavoro.
Monkey Business
Jerry Nava era il tipo giusto a cui telefonare in quel momento.
Era l'uomo dalle mille risorse; pur frequentando ufficialmente l'universitá, aveva
in ballo una tale serie di attivitá che a soli ventun anni lo portavano a guadagnare
come un dirigente di azienda. Sfruttava il vasto giro di amici e conoscenti per
fare del business; organizzava feste in discoteca, gestiva mostre, fiere ed eventi
di qualsiasi genere, purché ci fosse da tirarne fuori dei soldi.
Purtroppo non eravamo in buoni rapporti dall'ultima volta che mi aveva dato un
lavoro. Una brutta storia...
Io e il Jango Sestini dovevamo ritirare i duecento regali di Natale del conte
Medici, un tipo sulla cinquantina nel giro della moda, e li dovevamo consegnare
qua e lá per Milano come dei pony express ante litteram.
A mezzogiorno del ventidue dicembre ci presentammo nella casa del Medici a
ritirare i pacchi.
Era un posto stranissimo traboccante di mobili e soprammobili. Aveva le pareti
cariche di decine di quadri; molte tele erano appese perfino sul soffitto. Il Medici
ci accolse in vestaglia di raso color oro, pantofole e retina per capelli; fumava
orrende sigarette al mentolo usando un bocchino di avorio. «Ma che bei
ragazzi», proferí esultante, facendo svolazzare la mano che teneva la sigaretta e
sistemando con l'altra la cravatta sghemba del Sestini. «Cari ragazzi, sono nelle
vostre mani; avete due giorni e mezzo di tempo per consegnarmi questi duecento
pacchettini. Al vostro ritorno ci sono lí le belle seicentomila lire che vi
spettano.»
«Ma quanto puó essere tirchia 'sta zia», mi disse il Sestini scendendo dalle scale
sbatacchiando decine di pacchi tra parete e ringhiera. «Tre carte a pacco ci paga
'sto culattone.» Caricammo la macchina e cominciammo a lavorare.
Due piú furbi avrebbero preso la lista, segnato gli indirizzi su una cartina e
seguito un percorso obbligato che consentisse una consegna rapida e razionale. A
noi non venne in mente. Noi semplicemente tiravamo su un pacco a caso,
leggevamo l'indirizzo e ci andavamo. Dopo tre ore passate ad attraversare
parallelamente e perpendicolarmente Milano da Sempione a Lambrate, da San
Siro a XXII Marzo e viceversa, avevamo consegnato solo cinque fottuti pacchi.
Mentre ci apprestavamo a tagliare la cittá da sud a nord calcolai che le nostre
chance di ultimare le consegne per il ventiquattro erano piuttosto scarse.
Il primo giorno consegnammo diciotto pacchi. Il secondo, utilizzando anche la
mattina e parte della sera, ne smollammo quarantacinque. Il ventiquattro
avremmo dovuto consegnarne centotrentasette.
Ci rendemmo conto in fretta della futilitá dello sforzo; verso mezzogiorno del
ventiquattro, per vincere l'alienazione e l'ansia, andammo a prenderci un
camparino da Oreste. All'una, dopo tre Negroni a testa, avendo in pancia sí e no
una ventina tra olive e noccioline, cominciammo ad aprire le lettere del Medici.
Le buste erano profumate con Chanel N. 5 e gli auguri esordivano con aggettivi
tipo divino o adorato; continuavano con anche se l'altra sera sei stato cattivello;
oppure quando potró ritornare sul tuo lettone tiranno? e finivano
inesorabilmente con per sempre tua.
Potete immaginare l'effetto che lettere di questo tenore possono provocare a due
ubriachi? Beh, in quel caso fu devastante. Ormai, a ogni consegna ci fermavamo
a bere al bar piú vicino. In uno stato pietoso salivamo in casa del ricevente e lí il
Sestini, soffocando le risate, chiedeva al tipo che ci apriva la porta: «Allora è lei
la tigre focosa a cui il Medici vuole fare il contropelo?» Seguivano irrefrenabili
sghignazzi piega-pancia e gran pacche sulle spalle.
«Lo faró sapere al conte», rispondeva immancabilmente il malcapitato,
buttandoci fuori.
Verso le otto di sera la sbronza aveva naturalmente lasciato il passo alla
depressione. Facemmo due conti. Ci mancavano ancora novanta fottuti pacchi ed
era quasi Natale. «Ma quante maledette checche conosce 'sta brutta zia», si
chiese il Sestini rassegnato.
Fu a quel punto che ebbi una delle mie idee da film di Frank Capra: quando mi
salgono al cervello mi sembrano davvero fantastiche, per poi rivelarsi
inesorabilmente quello che veramente sono. Cioè, delle terribili cazzate.
«È o non è Natale, Sesto?» domandai ispirato a Sestini che annuí dubbioso. «E
allora voglio dirti questo: questa razza di frocie amiche del conte è tutta gente
della moda, piena di soldi, che a Natale riceve pile di regali, che non sa che
cazzo farsene di 'sta roba.»
Il Sesto mi guardava preoccupato. In testa mi sentivo Bing Crosby che cantava
Jingle Bells mentre davanti a me apparivano le immagini magiche di James
Stewart ne La vita è una cosa meravigliosa. Mi sentivo straordinariamente,
inesplicabilmente buono.
«I barboni della stazione», urlai mettendo in moto.
«Non facciamo cazzate», rispose il Sestini.
«Ma come...» obiettai «... non vuoi rendere il loro Natale fantastico,
meraviglioso, indimenticabile?» Sestini non era d'accordo e cosí per spronarlo
gli dissi di pensare all'effetto esilarante che poteva fare una barbona con una
borsa di Valentino sotto braccio. Lo convinsi.
Arrivammo alla stazione e individuammo subito un folto gruppo di barboni e un
mucchio di tossici. Scesi dalla macchina e cominciai a distribuire borse di Gucci,
sciarpe di Burberry, scarpe di St. Laurent, profumi di Dior, cravatte e foulard di
Hermes a una turba di senzatetto, eroinomani, clochard et similia.
Purtroppo, siccome la realtá è sempre diversa dal cinema, anziché a sorrisi con
lacrime agli occhi e commossi ringraziamenti assistemmo a un accaparramento
selvaggio con rissa tra i due gruppi di disperati e svuotamento totale della
macchina del Sesto compreso triangolo, cric e ruota di scorta.
Da ció si puó quindi intuire il mio imbarazzo nel telefonare al Jerry.
Dopo quella storia era finito in causa con il conte. Noi avevamo sostenuto che il
carico ci era stato rubato, la polizia aveva effettuato una perquisizione per
verificare, non trovando alcunché. Alla fine il Jerry aveva vinto la causa, ma
perso il cliente. Non avendo creduto una sola parola di quanto gli avevamo
raccontato, ci aveva tolto saluto e lavoro.
Decisi di vuotare il sacco e ammettere le mie colpe. Al telefono
imprevedibilmente mi accolse con tono divertito. «Ho sentito che hai fatto una
festa mitica sabato sera; potevi invitarmi, peró», esordí.
Mi sprecai in scuse; gli parlai della mia situazione, del fatto che ero senza casa,
senza soldi, senza fidanzata, che uscivo da San Vittore...
«Sei sempre stato un pallista, Marino, peró adesso esageri», ridacchió lui.
Lo pregai di trovarmi un lavoro. Si comportó da gentleman. «Voglio darti
un'altra chance, Guzzi, ma se mi fai un casino stavolta hai chiuso per sempre»,
disse con tono minaccioso. «Dopodomani alle tre in Fiera c'è una sfilata di
Armani, e mi serve un po' di gente per fare accomodare gli invitati e controllare
che tutto si svolga con ordine. Puoi portare anche un amico. Mi raccomando,
giacca e cravatta.»
Due giorni dopo io e l'Alex stavamo correndo con la DS nera dalle parti di corso
Vercelli. Eravamo in un ritardo sopportabile che peró si amplió orrendamente per
la difficoltá di parcheggiare l'enorme squalo; dopo un quarto d'ora di tentativi e
due paraurti spaccati, posizionammo la DS in seconda fila davanti alla Porta
Meccanica e corremmo verso il padiglione della sfilata.
L'Alex era vestito sí con giacca, ma era una giaccaccia di Surplus, tipo quelle
che i parenti dei morti vendono dopo il funerale. Ci presentammo davanti alla
hostess alle tre e mezzo; era disgustata. Ci intimó di muoverci, di darci da fare.
L'Alex mi chiese lumi; lo tranquillizzai: «Conosco queste sfilate; dalla saletta
d'entrata non possono vedere quello che facciamo o non facciamo, cosí noi ci
sediamo qui tranquilli e quando la gente entra si trova il suo posto. Se vediamo
qualcuno in difficoltá lo aiutiamo. Poi, quando la sala è piena ce ne andiamo
nello spogliatoio a vedere le modelle che si cambiano».
«Fantastico», rispose lui, stravaccandosi su una poltroncina.
Gli invitati affluirono rapidamente; il numero dei posti era segnato sulle sedie
per cui la maggior parte della gente si accomodava senza bisogno di noi.
Entravano fotografi, buyer, stilisti, giornalisti, tutta gente che pur lavorando nella
moda (o forse proprio per questo) tendeva a vestirsi malissimo: due golf uno
sull'altro, camicie dai colori impossibili, cappelli anche d'estate, perenni occhiali
da sole.
Ci posizionammo sui due lati opposti della passerella. Vicino all'Alex si era
seduta una ragazza molto carina con cui lui aveva cominciato a parlare. In
mezz'ora la sala era quasi piena. Passai a salutare l'Alex e lo sentii che diceva
alla ragazza di essere uno stilista e che la voleva invitare a casa sua per un
provino. La morbida era entusiasta; tornai a sedere vagamente disgustato.
A due minuti dall'inizio la tragedia si palesó con inesorabile puntualitá. Una
vecchietta vestita in un convulso di colori da tela di De Kooning si avvicinó
all'Alex reclamando il suo posto. Nel brusio e nel progressivo spegnersi delle
luci che precedeva l'inizio della sfilata feci a tempo a vedere l'Alex discutere
sempre piú animatamente con la vecchietta. Lo sentii urlare: «Ma cerca di
andartene, nonna, ma non vedi come sei vestita?»
Cercai di farmi notare dall'Alex per fermarlo. L'anziana signora si mise a gridare
istericamente: «Si alzi dal mio posto, maleducato».
Nell'oscuritá riuscii a intravedere l'ombra dell'Alex alzarsi dalla sedia e tirare un
pugno secco al mento della vecchietta: «Cosí impari a farti i fatti tuoi,
Abelarda». Non ebbi piú il coraggio di alzare gli occhi.
Non potevo non sentire peró, tra i generici lamenti del pubblico circa lo
scadimento dell'ambiente della moda, una voce di donna che inequivocabilmente
sillabava: «Hanno picchiato Coco Chanel».
Girai dietro il palco tra decine di modelle seminude e arrivai affannato dall'altra
parte della tribuna, presi l'Alex per il braccio fermandolo un attimo prima che si
accanisse sulla vecchia petulante e lo portai fuori approfittando dell'inizio della
sfilata.
Uscimmo all'aperto. Pioveva. Scorgemmo la DS che si allontanava lentamente a
rimorchio del carro attrezzi.
Alex
«Siamo tutti scrittori» è un racconto minimalista di Charles Bukowski tratto da
Compagno di sbronze: un aspirante scrittore si lamenta perché non viene
pubblicato.
«La tua roba fa schifo», gli spiega il funzionario della casa editrice. «Non
possiamo stampare tutte le bufale che ci propongono gli scrittori.»
«Sí, peró pubblicate Bukowski, che è una bufala.»
«è vero, è una bufala, ma vende; per questo lo pubblichiamo.»
Volete sapere cosa ne penso? Beh, solo un genio, un genio vero, puó avere tanta
carica da sputtanare in un sol colpo se stesso, i suoi lettori e tutto il sistema
editoriale. Era Bukowski, d'altronde, non certo una bufala, almeno per me.
Ma ritorniamo alla storia. Ormai un lavoro da giovane ricco che cerca di
guadagnarsi l'argent de poche per il cinema e la discoteca potevo scordarmelo
per sempre. Ero stato troppo stupido a fidarmi dell'Alex. Quello non era uno che
si comportava da alternativo per fare tipo; quello era un pazzo demente
classificabile come pericoloso per sé e per gli altri.
E lo scoprii proprio la sera della sfilata, una pietra miliare della mia vita.
Procediamo con ordine. Andammo a ritirare la DS al parcheggio delle rimozioni
dietro il Cimitero Monumentale. Non avendo soldi per riscattare la macchina
lasciammo in pegno la ruota di scorta. Poi ci fiondammo a mangiare da Oreste.
Io e l'Alex sapevamo benissimo di non avere piú di dieci carte in due;
l'intendimento chiaro ancorché implicito era di abbuffarci come murene e poi
volatilizzarci. Ci sedemmo a tavola alle nove, ordinammo due primi e due
secondi a testa e bevemmo quattro medie rosse.
Oreste era un locale a metá tra un ristorante e una birreria. Sapevamo bene che
dalle dieci in poi si sarebbe riempito di una muta di gente alternativizzante in
modo tale da facilitare la fuga. Fu cosí. Verso le dieci e mezzo, quando il
cameriere ci presentó il conto, il locale era stracolmo di gente. Tra una stretta di
mano e un saluto ci alzammo e ci dirigemmo con aria indifferente verso l'uscita.
Appena fuori iniziammo a correre verso la DS.
Il maledetto squalo faticava a mettersi in moto. Dallo specchietto notai con
orrore che il cameriere era uscito dal locale e guardava a destra e a sinistra. Ci
aveva visto, stava arrivando verso di noi. Venti metri, dieci metri; poi finalmente
la balena si accese e sgommammo via. Ma riuscii a vedere il cameriere che stava
prendendo la targa.
Lo feci notare allarmato all'Alex. Lui mi rispose serafico: «Non è un problema,
tanto questo carro è rubato».
«Rubato?» Non credevo alle mie orecchie. Dunque doveva tutto concludersi in
questo modo? Dovevo finire in galera per la seconda volta nel giro di una
settimana? Come uno di quelli che le guardie di San Vittore salutano
calorosamente? «Ancora qui, Marino! E stavolta che hai fatto? Ma quand'è che
metti la testa a posto?»
Potevo vedermi rispondere come una vecchia volpe del carcere: «Tanto stavolta i
miei amici mi tirano fuori, non vi daró tanto disturbo».
Che diavolo stava capitando? Ero io a volere questo stato di cose o tutto si stava
verificando indipendentemente da me? In fondo non ero molto diverso da pochi
mesi prima. E quel cambiamento nel modello di vita da me in qualche modo
voluto era solo la minima parte di ció che mi stava succedendo. Le cose avevano
preso una brutta piega e io stavo perdendo il controllo.
Cercai di parlare all'Alex. In quei mesi passati insieme, ogni volta che gli avevo
chiesto qualcosa di lui, del suo lavoro, della sua famiglia ne avevo sempre
ottenuto risposte laconiche e poco convincenti.
Sosteneva di essere iscritto a Lettere Antiche ma era chiaramente un paravento.
Non avevo mai visto un libro universitario in giro per casa sua. Cosí gli feci una
domanda diretta su come tirasse su i soldi per l'affitto di una casa senza lavorare.
«Faccio il pappa», mi rispose serafico.
Certo di non aver compreso, cominciai a biascicare frasi senza senso. «Cioè...
ma non ho capito bene... il pappa... va beh... ma in che senso?»
L'Alex guardó lo specchietto; vedendo che non aveva macchine né davanti, né
dietro di sé, invertí la marcia. «Ti porto in un posto», mi sussurró. Accese la
radio; dalle casse uscirono le note del reggae Police And Thieves dei Clash.
Pussycat
Il Pussycat era uno di quei night club un po' tristi e retró che avevano visto il
loro splendore negli anni Cinquanta. Adesso era una sorta di bordello di lusso
dove una coca costava venti carte e una coppa di champagne (a cui le
entraîneuse non potevano rinunciare assolutamente) arrivava a ottanta-cento.
Entrammo nel locale. L'Alex conosceva buttafuori e camerieri. Si salutavano con
quel modo di battere i palmi delle mani uno contro l'altro, tipico dei giocatori di
football americano quando segnano un touchdown. Ci portarono da bere. Non
feci domande ma siccome l'Alex sapeva che non avevamo soldi intuii che non ci
avrebbero chiesto di pagare.
In quel momento arrivarono due morbide molto appetibili in minigonna e
camicetta scollata. L'Alex me le presentó.
Si chiamavano Susanna e Claudia. Erano ragazze carine, per nulla volgari, del
tutto diverse da quelle che potevo aspettarmi in quel posto. Parlammo di musica
e di cinema. Le guardavo incuriosito: non potevo credere che fossero puttane.
«Hai capito, adesso?» mi chiese l'Alex sdraiato sul divanetto con le braccia
dietro le spalle delle due donne come a sottolinearne la proprietá. Poi, rivolto
alle ragazze: «Il mio amico non crede che io sia il vostro protettore».
«Ma che stai dicendo?» lo interruppi imbarazzato, cercando di cambiare
argomento.
Le ragazze ridacchiarono lanciandosi occhiate complici. La Susanna si accese
una sigaretta. «Non ti devi preoccupare, Marino; Alex ha ragione», sussurró. A
vederla bene era davvero straordinaria: un viso da gatta furba e due palloni da
basket al posto delle tette. Se il suo corpo fosse stato un film avrebbe vinto piú
Oscar di Apocalypse Now.
«Cosí voi due sareste... per cosí dire...» balbettai in para totale.
«Solo con chi vogliamo noi...» mi tranquillizzó la Claudia. «Vedi, noi veniamo
qui tutte le sere per essere carine con i clienti. Carine, ma non fino al punto di
andarci a letto.»
«Volevo ben dire», la interruppi rassicurato.
«Tranne naturalmente con quelli che ci piacciono», continuó lei. «A quelli
diciamo la tariffa e ci mettiamo d'accordo su dove andare. Poi avvertiamo
l'Alex... insomma gli diamo l'indirizzo, cosí lui ci viene a prendere. E se vede
che si va oltre i tempi, o che ci sono problemi, interviene. Come quella volta con
il giapponese, ti ricordi, Alex?»
La Claudia si voltó verso di me. «Insomma, c'era questo muso giallo che avevo
rimorchiato qui al Pussycat. Era molto buffo, un tipo basso con gli occhiali,
timidissimo, aveva un'aria cosí remissiva che non mi ero fatta problemi. Vado su
nella sua camera d'albergo, gli faccio lasciare cinquanta carte al portiere, poi mi
spoglio e lo aspetto sul letto. E questo mi si presenta ancora tutto vestito, ma con
le manette. Ci siamo, mi dico, un altro con la paranoia del sadomaso. Comunque
non mi preoccupo. Per un po' lo lascio fare... mi ammanetta al letto, poi tira fuori
dalla giacca una piuma e inizia a farmi il solletico su tutto il corpo. A questo
punto penso: questo qui è cretino, guarda se uno invece di scopare deve perdere
tempo in queste cazzate. Poi, di colpo, il tipo apre un cassetto e ne estrae un
coltello da cucina. Cristo, gli dico, ora basta con gli scherzi, toglimi queste
manette e vedi di andare affanculo. Ma questa faccia di limone non sta
scherzando. Mi appoggia il coltello su una tetta. Poi fa scivolare la lama verso il
basso. A quel punto io sono completamente terrorizzata. Comincia a farmi dei
piccolissimi tagli. L'Alex non arriva. Penso che se non si sbriga questo mi
ammazza.
«Poi sento bussare alla porta. Il giapponese apre coltello alla mano, vedo l'Alex
con in una mano una berta calibro 45 e nell'altra la tessera del Plastic che mostra
a mo' di tesserino della polizia. Lui urla: 'FBI siete tutti in arresto', e cosí dicendo
infila il cannone nella bocca del giallo. Poi guarda fuori della porta e finge di
parlare a qualcuno: 'Tranquilli ragazzi, giú le berte, basto io'. Prende il pechinese
per la collottola. Prima gli sferra un calcio che contemporaneamente gli fa volare
il coltello e gli rompe un polso e subito dopo gli spara una potente mina nel
basso ventre. Lo trascina in bagno e gli infila la testa nel cesso. Gli prende le
chiavi di tasca, gli urla di non muoversi e sempre tenendolo sotto tiro mi libera
delle manette. Alla fine incatena i polsi del limoncino dietro la base del water. E
quello se ne rimane lí, tremante e implorante, inginocchiato, con la testa nel
cesso. Io tiro l'acqua e sto per andarmene quando sento il frastuono di due colpi
secchi. Puoi crederci? Alex gli aveva sparato due palle alla nuca. C'era sangue
dappertutto, abbiamo passato due ore a lavare le piastrelle del cesso prima di
posizionare compostamente il cadavere nell'armadio e battercela dalla scala
antincendio.»
Li guardai inebetito. Ci fu un attimo di silenzio allucinante. Poi i tre scoppiarono
a ridere fragorosamente. L'Alex aveva le lacrime agli occhi. «Non posso credere
che ti sia bevuto questa storia», disse.
«Stronzi», risposi offeso.
La Susanna mi prese la testa tra le mani e mi bació: «Ma dove li trovi i tuoi
amici, Alex, tra gli scout? Dio, quanto è tenero». Mi invitó a ballare. Accettai
nonostante la rabbia non ancora sopita, ma il vestito e il profumo che aveva
addosso erano sessosissimi. Durante il lento la Susanna mi passó la lingua sul
collo, stringendosi a me in modo inequivocabile.
Tutto di me, tranne il cervello, mi ordinava di strapparle i vestiti di dosso e
stuprarla lí, sulla pista da ballo. Ma il cervello non collaborava; i residui della
mia esistenza borghese mi inibivano. Nella mia vita non ero mai stato con delle
puttane; il comico risultato di ció era che stavo avvinghiato a una morbida da
urlo eppure ero rigido come una spazzola e in totale paranoia. Dietro di lei
vedevo l'Alex abbracciato alla Claudia che mi lanciava occhiate di intesa, come
a dire: per gli amici è gratis.
Guardai la Susanna. Aveva degli occhi neri bellissimi, irresistibili. Mi prese una
mano e se la mise su una tetta. Era la fine; la baciai.
Quella notte tornammo a casa dell'Alex con le ragazze. La Claudia si infiló nel
letto dell'Alex e io e la Susanna dividemmo il divano. Fu il delirio, il sesso
elevato a rango di religione, l'apogeo erotico, il sancta sanctorum della libidine.
Il mattino dopo mi svegliai vicino a lei. Ero innamorato.
Honeymoon
La settimana dopo chiesi alla Susanna se voleva passare le vacanze con me. Era
titubante; mi disse che aveva giá accettato un invito da un cinquantenne di
Varese che la voleva portare in Turchia in barca. Per convincerla arrivai a
spedirle per posta le chiavi della villa dei miei del Forte, con un biglietto
romantico che si chiudeva con la frase: fanne quello che vuoi, come del mio
cuore.
A posteriori dovetti pentirmi della leggerezza, perché la Susy si presentó al Forte
alle tre del mattino dell'ultimo week-end di luglio assieme a quattro punk di
Ivrea. Svegliarono i miei che dormivano serenamente facendo esplodere i cento
watt dello stereo, sparando Too Drunk to Fuck dei Dead Kennedys e
accompagnandola con un pogo spaccacasa. Dopo aver chiesto le dovute
spiegazioni, mio padre mi denunció alla polizia per istigazione a delinquere di
stampo mafioso.
Il lunedí successivo parlai seriamente alla Susanna. Le chiesi di smettere con
quel lavoro che non tolleravo. Mi guardó maliziosa: «Lo faccio per te, amore,
cosí mettiamo su i soldi per sposarci». Razionalizzai velocemente la questione.
Seguendo l'ordine logico delle cose non poteva che finire cosí; l'epilogo della
mia caduta mi vedeva sposato con una troia.
Immaginai istintivamente mia madre seduta al bordo della piscina del Forte che
discorreva con le amiche. La Titti che le diceva: «Pensa, il mio Giangi sta con
una ragazza stupenda. Ci crederai? Fa il terzo anno al Politecnico. è l'unico
ingegnere carino che conosca». E la Cicci: «Il mio Puppo invece sta con una che
frequenta Architettura. Dovreste vedere che classe». Mia madre glissava con un:
«è un po' che non vedo Marino». Ma potevo vederla distintamente nella mia
testa nell'atto di chiudere lentamente gli occhi e sospirare.
In realtá il fatto di avere la fidanzata entraîneuse mi dava molto fastidio, ma ogni
volta che le ponevo la questione, la Susanna rispondeva con stereotipi come:
«L'amore è importante ma è il lavoro che realizza veramente le persone». Roba
che a sentirla parlare anziché una puttana d'altobordo sembrava un'operatrice di
Borsa.
Comunque andammo in vacanza insieme. Quindici giorni a Santa mentre i miei
erano in vacanza al Forte e quindici al Forte con i miei in vacanza a Santa. A
Santa Margherita, nonostante la mia condizione di pseudolatitanza e l'assoluta
assenza di soldi, vivemmo una luna di miele magnifica. I fornitori mi
conoscevano da anni come un ricco nullafacente figlio di papá e cosí mi
lasciavano mettere sul conto dei miei tutti i generi alimentari nonché gli alcolici.
Mi chiedevano premurosi: «Com'è che quest'anno vieni sempre tu a fare la
spesa? Tua madre non sta bene?» Io rilanciavo pronto: «Sta benissimo, grazie. è
solo che quest'anno c'è stata un'inversione di ruoli, tanto per cambiare. Per cui io
faccio da mangiare a patto che quando lei arriva a tavola possa dirle: 'Ma ti sei
lavata le mani?' Oppure: 'Ti sembra questo il modo di presentarsi?'» Li
disorientavo. L'unica cosa che probabilmente li rendeva sospettosi era il fatto che
potessi imbastire cene famigliari a base di gin, vodka, pop corn, Nutella e six
pack di birra Tennents.
Al Forte invece fu molto piú dura. Al suo arrivo a Santa, mia mamma venne
accolta dall'indotto di fornitori locali piú o meno come Lele Oriali al passaggio
sotto la curva nord dei boys. Non che i simpatici negozianti fossero
minimamente preoccupati della sua salute; in realtá stavano ormai prendendo
coscienza della truffa che avevo ordito ai loro danni e avevano cominciato a
temere fortemente il mancato recupero del credito. Al suo arrivo, mia madre,
insieme a calorosi saluti, si vide consegnare biglietti, conticini, scontrini e
notarelle per un totale di quattro milioni.
Fu cosí che, quando varcai raggiante la soglia del lattaio del Forte che conoscevo
da quando avevo tre anni, trovai ad aspettarmi due vigili fortemarmini (il cui
livello di stronzeria aveva pari solo nella Hitler-Jugend o nei Chips di Los
Angeles), mimetizzati tra un Mulino Bianco e una scatola di cracker. Feci in
tempo a vederli giusto un secondo prima che loro potessero inquadrarmi;
rapidissimo mi voltai sulla destra e baciai la Susanna per non farmi riconoscere.
Mi allontanai di qualche passo, sempre lappandola.
Quando aprii gli occhi vidi la Susy che mi osservava allibita dieci metri piú a
sinistra. Inorridito guardai di fronte a me: sfiga delle sfighe, stavo baciando un
carabiniere di Piombino. Mi allontanai indifferente buttando in avanti il palmo
della mano. «Ma cosa gli fate voi alle donne? Maschiacci!» sussurrai imitando il
mitico Totó.
Il carabiniere era impietrito.
Approfittai del suo impasse, presi la mia fidanzata e ci volatilizzammo in un
quark. I giorni successivi furono una tragedia. La casa dei miei era pattugliata
dalla polizia, i fornitori e i vicini erano allertati. Non potevamo restare. Eravamo
senza credito, senza casa, senza automobile. Vivevamo mangiando focaccine del
Vale e dormendo in spiaggia.
Una sera tristissima la Susanna mi lasció solo dicendomi che andava a rimediare
dei soldi. Sapevo benissimo come, ma quella volta non ebbi il coraggio di dire
niente. Il mattino dopo mi sveglió facendomi frusciare vicino alle orecchie dieci
biglietti da cinquantamila. Decidemmo di investire quei soldi nell'acquisto di una
macchina usata.
Baby, You Can Drive My Car
Nella strada parallela al lungomare che va da Forte a Fiumetto scorgemmo un
recinto grigliato con l'insegna auto usate. Entrammo e cominciammo a
camminare tra le macchine. Cassammo velocemente la parte dedicata alle vetture
di lusso e di alta cilindrata. Rallentammo il passo nella sezione medium price,
piena di utilitarie ben tenute in vendita tra i tre e i cinque milioni, e ci fermammo
infine nel settore occasionissime, sotto al milione.
Dietro quel termine, occasionissime, si nascondeva in realtá un'altra qualifica piú
veritiera; ovvero, pronte per la demolizione. Ordinatamente disposte in quella
sezione sostavano macchine, originariamente anche belle, ma vittime di terribili
incidenti, di furti o dell'usura del tempo. Non c'era una sola auto che non
presentasse evidenti ammaccature o gli indelebili segni della ruggine.

Arrivati in fondo, tra una 124 verde pisello con il tetto divelto e una Ford Capri
color oro, sedili in finto leopardo, con la fiancata sfondata, vedemmo brillare una
R4 rossa miracolosamente intatta. Le girammo un po' intorno e poi ci
informammo sul prezzo. Il concessionario chiese ottocento carte ma la Susanna
gli fece un paio di moine e lo indusse a scendere a cinquecento.

Quella sera, a bordo della R4, percorremmo tutto il lungomare da Viareggio a


Massa all'ora del tramonto. La Susanna mi disse: «Voglio farti conoscere Steve,
un mio amico regista». Non le chiesi niente. Odiavo in modo atavico la gente
che si inglesizzava il nome. Ma era lei che guidava, quindi poteva decidere dove
andare. La R4 aveva anche una vecchia autoradio. Ci infilai una cassetta. Dagli
altoparlanti marci uscirono in totale distorsione le note pesanti di The Dawning
of a New Era degli Specials. Un autentico cult.
Nel giro di un'ora arrivammo a Lerici, dal regista amico della Susanna. Il tipo
aveva in casa una ventina di persone. Stavano parlando di politica ascoltando
musica sudamericana.
«Susy, la piú adorata delle mie troie!» la accolse ridendo Steve. Lei rispose con
un: «Come ti va, vecchio porco?»
Io arrossii per la rabbia. Ma come si permette 'sto stronzo!!! pensai. Per giunta il
bastardo rincaró la dose: «Questo è quello che ti mantiene adesso? Ha l'aria un
po' dimessa». Mi trattenni.
Steve la presentó agli amici. «Questa è Susy, la mia attrice preferita. Sul set è
davvero fantastica; non finge mai, è veramente spontanea ed esplosiva.» Gli
attori risposero con grida di giubilo, sguardi d'intesa e risatine. Il sangue mi salí
alla testa avvampandomi le guance.
Presi la Susanna per un braccio. «Cos'è 'sta storia del cinema!? Non mi avevi
mai detto che facevi l'attrice!»
«Sono state piccole cose in film alternativi. Roba vecchia!»
Il regista si avvicinó con due bicchieri di Margarita. «Dovresti fare vedere un
filmetto anche al tuo ragazzo... Cosí magari impara qualcosa. Sembra un tale
imbranato.» La Susy si mise una mano sugli occhi visibilmente imbarazzata, poi
buttó giú d'un sorso il suo Margarita.
D'un tratto un inquietante sospetto mi fece stringere lo stomaco come fosse stato
colpito da un diretto di Tyson. Chiesi alla Susy di venire in cucina. Aprii il frigo
e ne tirai fuori una latta di Tuborg. «Senti», le chiesi, «prometto di non
incazzarmi, ma tu devi dirmi la veritá; che generi di film facevi?»
La Susanna aveva lo sguardo angelico dei bambini sorpresi a rubare caramelle.
Mi rispose serafica: «Film porno».
Credetti di non aver sentito bene. Quasi automaticamente mi uscí di bocca un
flebile: «Cosa hai detto?»
«Film porno», ripetè lei con un bellissimo sorriso.
«Film porno!?!» balbettai, come sotto effetto dell'ipnosi.
«Ma che, sei diventato sordo?»
Presi la Tuborg e la buttai giú di un fiato. Fu un errore: era gelata e mi provocó
una lancinante fitta allo stomaco. Tentai di stritolare la lattina nel pugno per
esternare la mia rabbia; ma la stronza era di quelle dure e non cedeva.
«Dovevi dirmelo, cazzo! Dovevi dirmelo... troia!» sbottai.

Perché avevo reagito cosí? pensai, pentendomi immediatamente di quell'uscita.


Perché ero stato cosí stronzo? Questa tipa non mi si era certo presentata sotto le
sembianze di Santa Maria Goretti. Era stata sincera, come le avevo chiesto: e ora
io la insultavo in quel modo. Colpa della mia maledetta educazione borghese.
La Susy se ne andó in soggiorno senza dire una parola. Rimasi solo in cucina a
darmi del coglione. E in quel momento, puntualmente, come una diapositiva del
Festacolor proiettata sul muro, mi si presentó ancora l'immagine di mia madre
sul bordo piscina con le amiche. Stavolta potevo vederla vestita a lutto che
dichiarava con la pacatezza rassegnata di rigore per le grandi tragedie: «Marino
sta con una che fa i film porno». Le bocche aperte delle amiche tutte vestite di
bianco dixan e il silenzio teso sottolineavano l'orrore di quella frase.
Poi, repentinamente, l'immagine sul muro si trasformó in quella della Susy, che
sdraiata su un lettino lurido di uno squallido bordello soddisfaceva
contemporaneamente tre schifosi energumeni. Ad aggravare la cosa c'era il fatto
che i tre tipacci, nonostante il mio forte senso democratico e antirazzista, non
riuscivo a pensarli altro che neri.
Cercai allora di spegnere il cinema nella mia testa. Tornai nel soggiorno e presi
la Susanna per un braccio. «Scusami, ma dobbiamo parlare», le dissi. Uscimmo
rapidamente accennando un saluto. Salimmo sulla R4 e filammo via.
Nelle tre ore impiegate per raggiungere Milano non ci rivolgemmo la parola.
Arrivati al casello, ci accorgemmo di non avere una lira. Dovemmo registrare
targa e modello dell'auto e firmare un paio di documenti. I miei sarebbero stati
felici di ricevere l'ennesima multa.
All'imbocco della tangenziale in direzione nord notai nel retrovisore la luce
azzurra intermittente della polizia. Poi ne vidi in rapida sequenza due, tre, dieci,
venti. Laconico dissi: «Ma ce l'hanno con noi?»
La Susy, pensando fosse un tentativo di attaccare discorso, sbraitó un: «Ma che
cazzo ne so».
Dopo un paio di chilometri fu chiaro che le macchine della polizia ci stavano
seguendo. Sembrava la fuga che avevo visto al cinema in Sugarland Express e
The Blues Brothers, solo che io non avevo una Cady come il mitico John
Belushi, ma una maledetta R4. Questo tipo di carretta se le tiri il collo puó anche
arrivare a centoventi, ma per non piú di una decina di chilometri, perché poi
inesorabilmente esplode il motore.
Perció ci fermammo. Il corteo della madama si arrestó dietro di noi e un cop
piuttosto distinto mi chiese patente e libretto. Le nostre facce contratte e
azzurrate dalle luci a girandola delle Black Maria della polizia dovevano in quel
momento essere molto scenografiche.
«Qualcosa non va, fratelli?» domandai serafico a quello che mi sembrava essere
il capo. Per tutta risposta mi schiantarono contro la portiera della macchina e mi
perquisirono. «è pulito», disse un agente.
Aprirono la macchina. Gettarono in strada borse e giubbotti, libri e giornali.
Buttarono all'aria i sedili e i tappetini, tagliarono plastiche, fodere e imbottiture e
alla fine uscirono entusiasti con alcuni fogli ingialliti in mano. «è questa tenente,
è questa... ci sono anche le macchie di sangue», sussurró uno di loro.
«Macchie di sangue? Ma mi fate capire cosa state dicendo?» chiesi con voce
tremante. «Hai molto da spiegarci, fratello», disse ironicamente il tenente,
buttandomi in faccia i fogli che sembravano vecchi volantini. Ci diedi
un'occhiata, scorgendo con orrore una firma: una stella a cinque punte contornata
da un cerchio e da due lettere. B e R.
Misi insieme rapidamente i tasselli del puzzle finché la possibile spiegazione mi
saltó in gola provocandomi un urlo soffocato.
Ci avevano venduto la R4 di Moro.
Solo molto piú in lá negli anni, quando ero ormai diventato uno scrittore famoso,
mi fu possibile ricostruire la storia di quell'auto. Dopo il ritrovamento del
cadavere di Moro, la famosa R4 rossa fu portata nel parcheggio della questura.
Lí venivano raccolte tutte le auto coinvolte in incidenti, rapine, omicidi: quelle
che si potrebbero definire le macchine maledette. Generalmente erano destinate a
rimanere a disposizione della polizia, ma quella volta per una serie di disguidi,
salti di riga, errori di targa e quant'altro, la R4 era stata ceduta a un
concessionario di Terni al posto di un'altra macchina uguale, protagonista di un
reato meno importante. Da lí era finita dopo chissá quali giri al mercato
dell'usato dove l'avevamo comprata noi.
Nel frattempo, uno dei brigatisti dell'episodio di via Fani aveva segnalato che
nell'imbottitura dei sedili erano nascosti armi e volantini. Siccome i poliziotti
non avevano trovato niente nell'automobile ancora presente nel parcheggio, dopo
aver scoperto il disguido si erano messi a cercare con ansia la gemella.
Avendo scovato i volantini, ma non le armi, la madama ci portó in questura. Lí ci
tenne sotto torchio un paio d'ore. Mi presi anche un paio di sberle molto forti a
cui risposi con beffardia: «Non saprete mai la veritá».
Sentendo queste uscite, i pulotti potevano pensare o a un idiota o a un vero duro.
Guardandomi bene in faccia probabilmente decisero per la prima ipotesi. La
veritá era che, sotto sotto, qualche cellula in me si stava velocemente
trasformando.
Il mattino dopo io e la Susy uscimmo dalla centrale di Fatebenefratelli da due
porte diverse. Le diedi un bacio sulla guancia e le chiesi scusa, poi passeggiando
verso Brera nella strada deserta le dissi: «Certo che una sfiga cosí non si era mai
vista, eh?»
Mi rispose, sorridendo: «Davvero mai vista... almeno prima di conoscerti».
Quello che aveva inizio in modo clownesco e bizzarro si tramutava spesso in
qualcosa di inquietante, di soprannaturale.
HENRY MILLER, I giorni di Clichy
Dark Side
Scimmia
Eventi significativi dell'anno 1981:

-il Milan vince il campionato, ma di serie B;


-l'Inter arriva quarta dietro Juve, Roma e Napoli. Noi della curva, quando
dobbiamo urlare cori contro le altre squadre, utilizziamo molto lo slogan
con il Milan in B;
-divento un tossicodipendente.

Nel complesso un anno decisivo.


Tornati dal mare io e la Susy non sapevamo che fare. Non potevo rimanere per
sempre a casa dell'Alex senza pagare l'affitto e non volevo che lei continuasse a
battere per mantenermi.
Per un po' trovai insieme all'Alex e all'Elettrino un lavoro in una ditta che
distribuiva prodotti farmaceutici. Avevamo un compito molto semplice. Prendere
dagli scaffali del magazzino dei pallet contenenti migliaia di confezioni di
medicinali, spacchettare i singoli colli e poi applicare i talloncini con il prezzo.
Ci pagavano dieci lire al talloncino. Facemmo due conti: per mettere un bollino
ci volevano uno-due secondi. In un'ora c'erano 3600 secondi, in una giornata
lavorativa di dieci ore ne stavano ben 36.000. Dividendo per due (i secondi
necessari per ogni operazione), avevamo 18.000 bollini che, a dieci lire l'uno, ci
davano la possibilitá di tirar su 180 carte. Non era male per una sola giornata di
lavoro.
Ma ovviamente non andó liscia. Arrivammo al magazzino alle otto del mattino.
Passammo le prime tre ore a talloncinare aspirine, pomate, sulfamidici, sciroppi
eccetera. La prima ora rispettammo la media, ma nella seconda la produttivitá
scese a un talloncino ogni cinque secondi. Verso mezzogiorno l'Elettrino lanció
un urlo inquietante: «Anestesolo!»
L'Alex tiró su la testa come un giaguaro che sente nello scricchiolare delle foglie
il passo impaurito della gazzella. «Anestesolo! Wow!» gridó a sua volta.
L'anestesolo, per quel che potevo saperne, era uno spray utilizzato per piccoli
interventi di anestesia locale o per lenire le contusioni. Vidi l'Elettrino che apriva
la confezione. Prese di tasca un fazzoletto e vi spruzzó generosamente il
farmaco. Poi se lo portó al naso e aspiró per un minuto buono. Lo passó all'Alex
che ripetè l'operazione.
Arrivarono a me. Chiesi loro che effetto faceva. Mi risposero con una serie di
formidabili risate. Erano piegati in due. Quella roba non doveva essere male.
Provai. Avvertii un lampo di calore in testa: dentro di me sentii ondate
incontenibili di buon umore sfociarmi in bocca sotto forma di spancianti risate.
Presi dalle convulsioni, rotolammo sul pavimento in totale stato di ebbrezza. La
performance del lavoro era crollata a livello libanese.
L'Elettrino metteva un talloncino sulla medicina e poi se ne stampava uno in
fronte e cosí via. L'Alex associava a caso prezzi e confezioni. Io lo guardavo non
riuscendo a smettere di sghignazzare.
Quello fu il mio inizio, la mia demenziale introduzione al mondo della droga.
È pur vero che, quando ero al liceo, avevo anch'io i compagni che si facevano le
canne chiusi nel cesso delle donne con la preside che entrava di colpo e diceva:
«Ma cosa state bruciando?» E allora all'unisono tutti tiravano la catena del cesso
per nascondere le tracce e si presentavano in classe con gli occhi rossi e l'aria
sconvolta.
Io allora li biasimavo. Guardavo i miei amici regolari e confuso sussurravo loro:
«Guarda, si sono fatti uno spinello».
Il problema era che non avevo affatto le idee chiare sul tema droga. Quando per
la prima volta mi chiesero se volevo farmi uno spinello, io pensai che quel nome
derivasse da qualcosa di spinoso e risposi serio: «No grazie, non mi buco».
Del resto tutta la terminologia degli stupefacenti mi era estranea. Farsi una
pera... ma che voleva dire? Io pensavo piú che altro a un clistere che aveva
vagamente la forma della pera. E poi, le canne... mi immaginavo gente che
accendeva canne di bambú e se le fumava.
Quello stesso anno di scuola feci un primo tentativo. Nel romanzo Sulla strada,
Kerouac descrive la marijuana con il nome di tè. Io fui l'unico a prenderlo alla
lettera. Mi fumai due bustine di Twinings Earl Grey, beccandomi un terribile mal
di pancia e maledicendo il traduttore per la mancata nota.
Il mio ingresso nel tunnel della droga fu un flash.
Cominciai di lunedí pomeriggio facendomi una canna di hashish.
Il resto seguí piú o meno cosí:

-martedí: marijuana,
-mercoledí: anfetamina,
-giovedí: LSD,
-venerdí: cocaina,
-sabato: eroina,
-domenica: speed ball (il cocktail ero-coca che spedí Belushi da Lucifero),
-lunedí mattina: jage; pomeriggio: peyote,
-martedí: San Raffaele, che non era una droga, ma l'ospedale dove ero
finito, in coma reversibile dopo una micidiale overdose che mi ero
preparato seguendo questa ricetta:
eroina, due parti,
anfetamina, una parte,
oppio, qualche scaglia,
cocaina, un velo.
Versare gli ingredienti in un mortaio. Mischiare velocemente con un
bastoncino da cocktail. Aggiungere un bicchiere di tequila bumbum, un
cucchiaino di pina colada, due gocce di penthothal e una spruzzatina di
LSD per guarnire. Tirare su con l'ago e spararsi il tutto delicatamente in
vena.

Lo ammetto. Ebbi un attimo di esitazione. Il fatto che quella specie di


concentrato di veleni avesse fatto scoppiare il pestello mi aveva un po'
preoccupato. Ma il mio livello di inscimmiamento precoce era tale che raccolsi i
resti con l'ago e senza alcuna esitazione me li pompai nel braccio.
L'effetto dentro la mia testa fu piú o meno quello della bomba atomica sulla cittá
di Hiroshima o del Santiago Bernabeu al gol di Tardelli in Italia-Germania. In
una parola: un bang pazzesco. Un fiume di caldo e di bianco, il cuore impazzito,
un vortice progressivo, un'esplosione di cartoni animati e infine il silenzio.

***

Al mio risveglio riuscii a distinguere le ombre familiari dell'Alex, della Susy e


dell'Elettrino. Chiesi loro cosa fosse successo. Mi risposero che mi ero fatto un
tale mix di droghe che i due grandi santoni psichedelici, il dottor Albert Hoffman
e Timothy Leary, erano risorti dalle loro tombe e si erano messi a recitare rosari
e novene.
We're a Rock'n' Roll Band
La totale dipendenza dalla musica (unita all'anelito di onnipotenza provocatoci
dai tremendi zibaldoni di droghe e alcolici) ci spinse quasi naturalmente a
formare una band.
Ma di saper suonare, neanche a parlarne. L'Alex era l'unico in grado di tenere in
mano uno strumento e aveva giá strimpellato il basso in una band new wave
milanese, con l'unico reale intento di bombarsi la cantante. Ma aveva troppo
rispetto per la musica ed era troppo nichilista per prendere la cosa sul serio.
Dopo aver giustamente soddisfatto le proprie voglie, aveva lasciato gruppo e
cantante al loro misero destino.
Io avevo preso in mano la chitarra sí e no una ventina di volte con l'identico
obiettivo dell'Alex. Essendomi fatto una mia teoria secondo cui le ragazze si
innamoravano sempre dei musicisti, pensavo che quest'arma mi avrebbe potuto
aiutare nei miei accidentati percorsi amorosi.
Dopo la decima festa passata a suonare pezzi di Simon & Garfunkel mentre gli
amici si davano da fare con le morbide approfittando proprio dell'atmosfera
complice che creavo con la musica, avevo deciso di mollare il colpo.
Le premesse non erano entusiasmanti. Se non fosse stato per l'aria magicamente
autodistruttiva che si respirava allora, non se ne sarebbe fatto niente. Perché, se è
vero che a livello musicale eravamo degli inetti, a quota di dopaggio ci
sentivamo piú tosti di Jimi Hendrix, di Keith Richards, di Brian Jones, di Janis
Joplin e di tutti gli altri rovinati del rock vivi o morti che fossero.
Insistetti a lungo con l'Alex con questa storia di formare un gruppo; d'altronde,
era un'idea molto praticata nella Milano di allora. Due anni dopo le bombe al
concerto dei Santana e il processo a De Gregori che avevano allontanato
dall'Italia tutte le rock band del pianeta, i mostri sacri avevano improvvisamente
ripreso a suonare da noi. In stretta progressione erano venuti Iggy Pop, i Police,
Lou Reed e Bob Marley, e questo aveva generato tutto un fiorire di bande,
gruppetti e complessini dal talento incerto e dal successo effimero.
Io su quell'onda mi ci ero buttato alla grande per trovare una valvola di sfogo
creativa alle mie pare mentali. Per quanto riguarda l'Alex, accettó l'idea di
formare un gruppo soltanto perché il suo stato di scazzamento era arrivato a un
punto tale che trovava infinitamente piú comodo assecondarmi che beccarsi le
mie paturnie.
Cominciammo a suonare a casa di un'amica dell'Alex di nome Marta,
soprannominata Divi per il terrificante numero di pasticche di Dividol che si
ingurgitava per uscire dalla tossicodipendenza. La Divi suonava la batteria
picchiando e pestando come una forsennata su tamburi distrutti; andava quasi
sempre fuori tempo e non riusciva a partorire neppure uno straccio di rullata.
Ottenuto l'assenso dell'Alex, ingaggiai facilmente anche l'Elettrino che in vita
sua aveva suonato soltanto l'Hit Organ Bontempi. Lo convinsi pure a ricettare un
Farfisa vecchio e scannato cianciandogli che sarebbe stato il nostro Ray
Manzarek.
Il livello delle session preparatorie faceva presagire scenari apocalittici.
Copiavamo distorcendoli (per incapacitá di trovare le note e non ancora per
scelta) pezzi dei Devo, dei Cure, dei Clash e dei Joy Division. La frenesia, la
stonatura e il desiderio di baraondeggiare li rendevano non solo estranei e non
riconoscibili rispetto agli originali ma anche tanto compatibili per l'orecchio
umano quanto i richiami di guerra degli aborigeni australiani.
I quattro accordi cardine di ogni pezzo erano ripetuti ossessivamente dall'Alex.
Gli altri tre della band ne uscivano continuamente tessendo indescrivibili trame
che arrivavano a spostare il concetto stesso di melodia verso una sorta di nefasto
lamento ancestrale. Era il massacro del suono, l'assassinio della musica, la strage
del ritmo e io ne ero molto compiaciuto.
Non si diceva forse lo stesso del rock'n'roll ai suoi albori?
Nel giro di un paio di mesi di incantinamento trasformammo il nostro
pressapochismo in un preciso stile musicale. Basso e batteria tessevano un ritmo
e chitarra e Farfisa ne uscivano delirando liberamente. La voce talkeggiava afona
e distorta sui testi delle nostre cover, scelte tra pezzi senza speranza, tipo sigle di
telefilm, di cartoni animati, canzoni da festival di Sanremo e via di questo passo.
Cosí passavano le nostre notti cantinare, tra un bicchiere di vodka, uno spino e
un blues; notti lunghissime e leggere che io ricordo come tra le piú belle della
mia vita.
Una sera non trovammo nessuno a casa della Divi e aspettammo una mezz'ora
seduti sul marciapiede di fronte al cancello. Alla fine la Divi si palesó con tanto
di chiodo e minigonna in pelle, raggiante in volto, e ci tuonó cotanta notizia:
«Sono stata in un posto mitico, ragazzi, e ci fanno fare un concerto».
Il posto «mitico» era il Virus, uno dei primi centri sociali milanesi: due sale
molto grandi con tante poltrone da cinema appoggiate alle pareti scrostate e un
enorme freezer americano rosa shocking a servire da bar. La Divi ci riferí ció che
aveva raccontato ai tipi del Virus, cioè che avevamo giá suonato in altri centri
sociali a Torino, a Bologna e perfino nella mitica e punkeggiante Berlino
(proprio noi che non riuscivamo a fare un pezzo normale per due volte di
seguito) e che avremmo preso in considerazione la proposta di essere inseriti in
una serata dedicata ai gruppi underground di Milano e dintorni. Accogliemmo la
notizia con la dovuta nonchalance pompandoci di whisky e gin tonic e brindando
come ebeti fino alle tre del mattino.
«Ah, dimenticavo», concluse a un certo punto la Divi. «Ho anche il nome del
gruppo: Animali Nudi».
Il concerto era strutturato in modo che ogni gruppo avesse circa mezz'ora di
tempo a disposizione. Preparammo una scaletta di otto pezzi a dir poco delirante:

-la canzone della scimmia del Libro della giungla in versione punk,
-Granada di Claudio Villa in chiave reggae-dub,
-Lili Marlene indianeggiante con l'Alex al Sitar,
-l'Internazionale in vocalese,
-la versione ska di Tammurriata nera con tanto di cambio d'abito e
travestimento á la Madness (occhiali scuri, giacca, cravatta e cappello
nero),
-una cialtronesca cover glamour-rock dei Carmina burana di Orff.

Avevamo programmato per il bis (che ritenevamo peraltro impossibile) due


pezzi originali dai titoli ambigui e caratterizzati da malcelati intenti demenzial-
esoterici:

-Mettiti nuda, la torrida love story in chiave mexican rock tra Bill
Burroughs e un lottatore di sumo giapponese,
-Togliti dai piedi, un cinico gospel in cui un minatore nero cerca di
persuadere gentilmente un cobra dagli occhiali a srotolarsi dal suo stivale.

Arrivati al giorno del concerto, l'angoscia dell'inesorabile insuccesso e il terrore


del ridicolo mi picchiavano in testa come il batacchio di una campana. Per
scacciare la mia paranoia, avevo comprato e fornito al resto della band un mix di
droghe e alcolici tali da fare sembrare la pozione magica di Asterix un brodino di
pollo.
Quella sera, la nemesi si paventó puntuale come un'eiaculatio precox. La sala era
piena della peggio coatteria della zona, emarginati di tutti i generi: punk, pusher,
ultras milanisti e via dicendo. Faceva un tale caldo che persino i muri sudavano
copiosamente.
Ci presentammo sul palco pompati come giaguari, accolti dagli sputi e dai lanci
di lattine che facevano da spiritosa introduzione a ogni band. Male interpretando
un rapido cenno dell'Alex rivolto al banco del mixer, attaccammo a suonare e
dalle casse esplose un fragore da girone dantesco. Non essendoci messi
d'accordo sulla scaletta, ognuno era andato per i cazzi suoi, iniziando un brano
diverso.
Cosí, mentre io mi ritrovavo a cadenzare Granada, l'Elettrino pompava sul
Farfisa le note sbilenche di Tammuriata nera e la Divi pestava duro sui tamburi
al ritmo africano di Monkey Song.
In mezzo al casino, l'Alex stava ancora bellamente accordando il suo malefico
basso. Ci lanció uno sguardo sbigottito mentre ognuno di noi cercava di
cambiare brano per adeguarsi agli altri, con il solo effetto di dare un
arrangiamento diverso a quel micidiale impasto di rumori. La gentaglia accalcata
sotto il palco guardava incredula e minacciosa in attesa di scoprire fino a che
punto potessimo prenderla per il culo senza patirne le dovute conseguenze.
Partirono i primi fischi.
L'Alex mi strappó di mano il microfono intuendo che non ero in grado di
governare la situazione, imbananato com'ero. «Va bene, ragazzi», gridó.
«Abbiamo scherzato... vi presento gli Animali Nudi.»
Animali Nudi? Solo allora, in quel golgota kafkiano in cui ci stavamo
addentrando, pensai: ma come era venuto in mente alla Divi un nome cosí
cretino?
Non feci a tempo a chiederglielo che l'Alex scandí il titolo del primo brano in
modo da evitare altri casini. Intanto il mostruoso dopaggio cominciava a dare i
suoi effetti. Dopo due pezzi strimpellati alla bell'e meglio l'Elettrino si accasció
riverso sul Farfisa scatenando un fragore d'inferno. Quando scorsi l'Alex sempre
piú piegato sul basso, tenuto all'altezza delle ginocchia á la Keith Richards con
tanto di paglia pendente dalle labbra, capii che non saremmo mai riusciti a finire
il concerto.
Al terzo pezzo Alex si sedette, sul bordo del palco, piegó la testa leggermente in
avanti ed entró in coma. Io e la Divi cominciammo a tenere un unico ritmo
ossessivo e prolungato, come a scandire epicamente la tragedia che stava
arrivando al suo azimut.
Mai la follaccia si sarebbe aspettata un evento del genere. Due su quattro
strippati dopo neanche un quarto d'ora di concerto: era un record. Roba da fare
vergognare il Lou Reed biondo platino tracollato al suolo dopo dieci minuti al
Palalido di piazza Stuparich.
Reggemmo ancora un paio di minuti. Distrussi L'Internazionale con un canto
straziante da maiale sgozzato accompagnato dal ritmo peso scandito dalla
batteria, il tutto in un silenzio assoluto.
Quando sentii il tonfo della Divi, caduta tramortita rovesciando piatti-tamburi-
grancassa, compresi che il concerto era finito. Presi la chitarra per il manico, la
massacrai bucando il palco di legno; me ne andai sputando sul pubblico e
raccogliendo il resto del gruppo.
Dopo un lungo istante di pausa attonita, la marmaglia cominció ad acclamarci
urlando sbraitando facendo olé e pogo selvaggi. Scandendo un nome che non
avrebbero mai piú sentito: Animali Nudi. Imprevedibilmente la tragedia si era
trasformata in trionfo.
Non concedemmo alcun bis. Il giorno dopo sciogliemmo la band e decidemmo
che non avremmo mai piú suonato.
Sognavo di essere Bukowski
Il trip con le droghe non duró piú di tanto. Un bel giorno, dopo avere
sperimentato velocemente tutto l'abbecedario psichedelico tanto da fare apparire
Jim Morrison come una studentessa delle Orsoline, vidi riflesso nello specchio
un piccolo spettro bianco con una specie di Magilla Gorilla appollaiato sulla
spalla. Compresi che qualcosa non andava per il verso giusto e che stavo
imboccando come un siluro le luride porte dell'inferno.
Ma quelli erano ancora i tempi in cui ero io a volere questo stato di cose.
Padrone della mia rovina, gioivo della caduta a rotta di collo verso tutto ció che è
male. Volevo vivere come Miller, morire come Mishima e uccidere come
Burroughs. E sognavo di essere Bukowski, buttato qua e lá tra i bordelli di Los
Angeles, con un bicchiere di whisky in mano e una troia accanto. Beh, non c'è
che dire, stavo andando benone; forse li avrei anche superati. Ma a che sarebbe
servito? Come facevo a non capire che Bukowski era Bukowski solo perché
sapeva essere un grande scrittore? E che se non avesse sfornato quelle poesie e
quei racconti non sarebbe stato diverso da uno dei diecimila barboni affetti
dall'epilessia e dal morbo di Parkinson che vagano con i carrelli del super pieni
di lattine vuote per le strade della California?
Io non lo avevo ancora capito. Le cose continuarono a peggiorare. Trovai e persi
una decina di lavori. Mi era bastato un mese di sperimentazioni con la droga per
finire inscimmiato marcio. La Susy aveva ripreso a frequentare il Pussycat per
potermi pagare la roba.
Una sera di ottobre, mentre stavamo guardando un film di Disney alla tele,
l'Alex mi disse: «Senti Marino, ho un'idea. Adesso io e te ce ne andiamo al mare.
Ci portiamo libri, giornali, dischi e restiamo lí una settimana».
Lo fissai senza aver capito bene quel che aveva detto. Il mondo fuori di me
scompariva quando ero fatto.
Il giorno dopo prendemmo la DS e imboccammo l'autostrada del Sole. Tre ore
piú tardi eravamo distesi sulla spiaggia deserta di Forte dei Marmi. Passammo
una fottuta settimana a odiarci, a mandarci affanculo, a catenarci, a dormire, a
giocare a Space Invaders e a flipper, ad andare al cinema.
Io a tentare di scappare dall'Alex per andare a cercare la roba dai pusher del
Fiumetto, e lui a venirmi a beccare e a darmi legnate. Alla fine della fottuta
settimana (che non mi va di raccontare fino in fondo perché credo di aver
comunque diritto a qualche segreto) ne venni fuori.
«Adesso possiamo tornare a Milano», comunicai all'Alex.
La sera eravamo da Oreste davanti a un six pack di Ceres. Festeggiammo
ubriacandoci come babbuini e vomitammo l'anima su uno degli ultimi alberi
superstiti di piazzetta Mirabello. Con quel vomito, con quella sbronza, credevo
di essermi in qualche modo liberato, di essermi purificato, di poter ritornare a
una vita piú o meno normale.
Povero illuso.
Monotono
Lo scrittore smette di parlare, chiede di sospendere le riprese, si alza e invita la
giornalista a uscire in terrazza.
«Da qui in alto, quando le giornate sono terse, si riesce a vedere perfino la
catena alpina. » Marino Guzzi rimane assorto fissando un punto immaginario
perso tra le centomila linee spezzate che tracciano l'orizzonte della cittá di
Milano.
«Vedi laggiú?» continua. «Quel punto... quel punto piú chiaro, dove adesso c'è
una luce accesa, in quella casa gialla tra quelle altre due piú scure, quella
finestra grande. Lí viveva l'Alex.»
La giornalista annuisce fingendo di avere individuato il punto esatto; poi la sua
attenzione cade sulla coscia fasciata da un'autoreggente che si è
impercettibilmente smagliata. Questa caduta dello sguardo è sufficiente a
distogliere lo scrittore ubriaco dai suoi pensieri e a riportarlo a visioni piú
appropriate: le gambe della giornalista. Mentre questa si allunga velocemente la
sottana, Guzzi si avvicina allo stereo e cambia il disco sul piatto: «Senti 'sto
pezzo, Sara, e dimmi se te lo ricordi...»
Uno... Due... Sei... Nove... cominciava cosí, con un grido sconnesso seguito da
uno slego violento e volgare. Era Monotono, il secondo disco degli Skiantos, la
prima band di rock demenziale destinato a un rapido declino dopo aver generato
decine e decine di epigoni.
Il primo e il terzo disco, Inascoltabile e Kinotto, furono comunque due
capolavori. L'energia e la stupiditá dei testi si univano a ritmi semplici ma
efficaci, suonati in maniera grezza e svaccata. Freak Antoni, il «poeta» del
gruppo, si lanciava in versi dadaisti tipo: fate largo all'avanguardia, siete un
pubblico di merda; oppure la kultura fa paura. Io e l'Alex andavamo al Cristallo
ai loro concerti dopo aver fatto il pieno di pomodori, finocchi e melanzane che
lanciavamo con violenza sul palco.
Potersi sentire imbecille dopo aver rifiutato per scelta cultura e intelligenza.
Questa era l'essenza del rock demenziale e, credo, della nostra storia.

Quell'inverno fu freddo e cattivo per noi. Io ero entrato nel giro dello spaccio di
hashish. Andavo al parco Sempione con una trentina di grammi di marocchino
avvolto nella stagnola in ciocchi da dieci carte. A fine giornata avevo rimediato
sí e no un cinquantamila. In compenso mi ero inalato metá del fumo e tornavo a
casa dell'Alex totalmente stonato.
Le ragazze venivano a cena portando bottiglie di vino. Loro preparavano la
tavola e lo spago, noi le canne. Passavamo le serate a guardare film di Peter
Sellers, a fumare e a bere birra.
Una sera arrivó inaspettata la telefonata di mio padre. Il vecchio esordí in modo
suadente, chiedendomi come andava, se stavo bene e cose del genere.
Ero sospettoso. Ricordo che pensai: «Vuoi vedere che ha la madama in casa e mi
vuole incastrare?»
All'improvviso troncó il discorso e mi disse con tono musicale: «Ti sei ricordato
di fare il rinvio del militare?»
La vita mi passó davanti fulminea. Ricordai gli anni dell'asilo, malmenato da
quelli delle elementari; gli anni delle elementari, picchiato da quelli delle medie;
gli anni delle medie, massacrato da quelli del liceo. E infine gli anni del liceo, in
cui pensavo che fosse finalmente finita, e invece arrivarono in trasferta quelli
dell'universitá.
Svaniti i ricordi tornai con la mente alla domanda di mio padre. Ci fu un
inquietante istante di pausa. Poi sentii l'urlo bestiale: «T'è arrivata la cartolina,
stronzo!»
Riagganciai la cornetta. Picchiai la testa contro il tavolo, contro il muro, mangiai
un paio di fogli di carta e poi tornai sul divano.
La Susy, che sapeva cogliere con grande sensibilitá questi miei impercettibili
sbalzi d'umore, mi chiese che cosa fosse successo. «Mi ammazzo», le risposi.
Analizzai a fondo la situazione; non avevo molte alternative, a parte l'espatrio
clandestino, l'entrata nella lotta armata o il suicidio. Non potevo presentarmi in
caserma, come niente fosse, e dire al maresciallo: «Guardi, c'è stato uno stupido
equivoco tra i miei genitori. Al momento di presentare il rinvio, mio padre aveva
dato per scontato che fosse mia madre a interessarsene e mia madre viceversa
pensava se ne sarebbe occupato mio padre. Una banale dimenticanza, una
sciocchezza a cui vorrei prontamente rimediare presentando io stesso la
domanda».
Per la veritá ci provai pure, per telefono, ma all'amichevole richiesta: «Si
presenti qui, che mettiamo tutto a posto noi», sentii puzza di bruciato.
Chiesi consiglio all'Alex che era stato scartato per disturbi psichici. Mi guardó di
traverso come se volessi rubargli un segreto e poi si stravaccó sul divano. «Hai
in mente l'ingresso del corpo militare in via Mascheroni?» inizió a raccontare.
«Ci arrivai lanciato con il mio Primavera da via XX Settembre. Giunto al
portone di via Mascheroni, spinsi verso l'alto il manubrio e portai indietro il peso
del corpo. Il vespino si impennó. Saltai in volo il marciapiede ed entrai nel
salone centrale. Dentro all'enorme sala stavano decine di carabinieri, soldati,
aspiranti reclute e paraculi in cerca di scuse per sfangare il milite. La mia entrata
sparata scatenó il panico in quel fritto misto di sesso maschile. Appoggiai il
vespino sul cavalletto e scesi in un silenzio totale. Tirai su il sellino, tolsi il tappo
del serbatoio ed estrassi di tasca una cannetta di gomma. Affondai un'estremitá
nel serbatoio, mi misi in bocca l'altra e cominciai a succhiare. La benza saliva
velocemente nella cannetta. Ne bevvi un po' e sputai. La benza cominció a
defluire. Me la versai su tutto il corpo a litri, mi feci uno shampoo, finsi di
farmici la doccia. Poi con gesto sapiente trassi di tasca un accendino. 'Su ragazzi,
mi affido a voi', declamai, 'perché volete avere sulla coscienza un bravo ragazzo
come me?' Avevo le stesse possibilitá di essere creduto di quelle di un
pregiudicato nero davanti a una giuria di iscritti al Ku-Klux-Klan.
«Ma funzionó; venni immobilizzato da quattro carabinieri che mi impedirono un
gesto che comunque non avrei mai tentato. Sarebbero bastati dieci secondi in piú
per scoprire il bluff, a far capire loro che non avrei mai tentato di ammazzarmi.
Ma andó bene, mi feci due mesi all'ospedale di Baggio in trattamento
psichiatrico e poi venni congedato.»
«Soddisfatto del racconto, l'Alex si accese una sigaretta: «Naturalmente, non è
detto che come sistema funzioni sempre».
Sapevo ció che intendeva dire: se ci avessi provato io, nessuno avrebbe
abboccato. Si sarebbero messi comodi ad aspettare. Poi sarebbero partiti i primi:
«E allora? Dobbiamo passare qui tutta la giornata? Ti muovi, coniglio?» Infine i
piú perfidi: «Ti vuoi dar fuoco o no? Cosa aspetti, che arrivino i pompieri?» Nel
giro di due minuti si sarebbero accesi i primi accendini e nel giro di cinque il
salone sarebbe stato piú o meno come lo stadio di San Siro al concerto di Bob
Marley durante No Woman No Cry, comprensivo di un sinistro coro: «Vuoi una
mano?»
A quel punto, naturalmente, mi sarei semplicemente buttato per terra e avrei
chiesto pietá ottenendo in cambio una caterva di botte, tre mesi di carcere
militare a Gaeta e i dodici successivi a morire in un reparto operativo ai confini
con la Iugoslavia.
Non era il mio stile. Il problema era peró di capire quale poteva essere.
La notte e l'alba
Il cross-over è uno stile musicale di grande impatto sviluppatosi verso la fine
degli anni Ottanta, che integra all'interno degli stessi pezzi musicali diversi e
almeno potenzialmente incompatibili. In questo tipo di musica, un brano
essenzialmente rap puó contenere al suo interno stacchi di gospel o di swing. I
risultati sono perlopiú efficaci, anche se non sempre questo strano complesso
chimico funziona in modo completo.
Ecco: lo stile che avevo scelto poteva definirsi cross-over. Ovvero, tradotto in
comportamento sfangamilite: potenziale suicida, demente, drogato, frocio,
comunista, fascista, pacifista. L'obiettivo era quello di mandare in totale
confusione i simpatici esaminatori del distretto.
Fu cosí che una mattina mi presentai in via Mascheroni accompagnato
dall'Elettrino e dalla Susy. Ero vestito alla grande. Minigonna di pelle nera, calze
a rete e tacco a spillo, maglietta di Che Guevara sormontata dalla scritta MAKE
LOVE NOT WAR, elmetto militare dell'Africa Korps gremito di fiori sotto la
retina, occhiali di gomma arancioni da sci. Sottobraccio tenevo arrotolati il
manifesto, Il Secolo d'Italia, l'Avanti!, Il Popolo, Topolino, Micromega, Capital,
Le ore, Frigidaire e L'Espresso, tanto per delineare una personalitá deviante e
schizofrenica.
Ovviamente l'effetto voleva essere scenografico, ma partii subito con il piede
sbagliato, entrando nel salone in caduta spaccaculo per la rottura di un fottuto
tacco a spillo. Mi volarono di mano le decine di giornali che andarono a
sparpagliarsi a terra. Li raccolsi tranquillo.
Il silenzio era tale che si poteva sentire distintamente il ticchettio dell'orologio
appeso alla parete. Mi andai a sedere su una panca di legno e cominciai a
rollarmi una canna. La accesi e rovesciando il polso ne offrii un tiro al mio
vicino di posto.
Era un tenente dell'Aeronautica che probabilmente veniva a informarsi per il
congedo. Chiaramente imbarazzato dalla mia presenza, rifiutó nervosamente il
tiro di spino.
Cavai subito fuori una vocetta femminea e un accento toscano (non so perché,
ma per me il gay tipico è il toscano). «Amove, pevché sei hosí musone
stamattina, fovse he non le voi piú bene alla tua hattona tutta fusa?» dissi. Il
tenente si smaterializzó in un lampo, tra sorrisini e battute sussurrate dei militi.
Continuai, imperterrito: «Gli è hosí' indeciso... un giovno è tutto hohhole e
dolcezze e il giovno dopo fa finta di non honoscevti. Hodesti omini. Oh, ma la
mi sente. Ah, se la mi sente».
Chiaramente in un batter d'occhi arrivó un maresciallo che mi chiese i
documenti. Lo guardai gattone e cominciai ad armeggiare nella borsetta. Tirai
fuori e gli misi in mano, nell'ordine: una boule a forma di Duffy Duck, una
confezione di veleno per topi, un preservativo, Mein Kampf di Hitler, una Luger
giocattolo, lo specchietto retrovisore di un'auto, il certificato di iscrizione alle
Giovani Marmotte, una palla da golf, una siringa da insulina, una scarpa da
tennis, una foto dell'Inter di Herrera, un Buddha, una torcia elettrica e un intero
trenino della Rivarossi. Solo a quel punto feci spuntare la mia carta d'identitá
unta e bisunta che sembrava carta da focaccia.
Il maresciallo la prese schifato e mi impose di seguirlo. Di lí a un paio d'ore mi
trovai in una sala bianca con la foto di Pertini appesa al muro, davanti a una
specie di congresso psicomilitare. Protagonisti: un colonnello medico, uno
psichiatra, un sottufficiale dei carabinieri e... ebbene sí... il tenentino di poco
prima.
Il farneticante dialogo, anticipatorio di tanti miei futuri reading pseudo
beckettiani, si svolse piú o meno nel seguente modo.
Colonnello medico (rivolto allo psichiatra): è evidente che ci troviamo di fronte
a un vergognoso, spudorato caso di simulazione, da punire in modo esemplare».
Psichiatra: «Aspetti, colonnello, sentiamo prima il ragazzo».
Marino Guzzi (con accento napoletano): «Ragazza, prego» (rollando un'altra
canna).
Sottufficiale carabiniere (strappandogli di mano il ciocco di fumo): «Questo lo
sequestro io!»
M.G.: «E se lo fumi, maresciá. è 'na chicchera. Se te lo mischi con nu panetto di
libanese e n'impepata di cozze è 'a fine d'u munno».
Psichiatra: «La finisca di fare il buffone e ci parli della sua famiglia, Guzzi».
M.G. (in genovese): «Belin, mio padre, gran tifoso della Doria, faceva il camallo
al porto. Mia madre aveva una focacceria a Portofino; era tifosa del Genoa.
Prima dei derby per il nervosismo le prendevo da tutti e due; dopo la partita
invece dipendeva dal risultato: vittoria Samp: botte da mia madre. Vittoria
Genoa: botte da mio padre. Pareggio: botte da tutti e due per il brutto gioco. Mi
salvavo solo sugli spettacolari 3-3 o 4-4. Quindi praticamente mai, belin».
Colonnello: «Senta, Guzzi, non serve che lei faccia il cretino. Guardi che la
prendiamo lo stesso».
M.G. (in romano-borgataro, tipo Aldo Fabrizi): «Anvedi 'sto colonnello quant'è
sagoma. Ah colonne, avessi da vení all'Olimpico a sprangá li laziali».
Psichiatra: «Mi parli delle sue tendenze sessuali». M.G. (in inglese cockney):
«Well... I mean... I really love this man (indicando il tenentino) Carlo, tell them
you love me (urlando)».
Sottufficiale: «Sa come lo curerei io 'sto stronzo? A calci in culo!»
M.G. (fingendo una crisi mistica): «Satana... oh Satana, fonte di luce e di
calore... entra in me... entra in me! (cambia voce) Sono qui figliolo perché mi hai
chiamato? (tira fuori una croce dalla borsetta) Je vous maledis... Je vous
maledis! Heil Hitler! Bandiera rossa, la trionferá...»
Colonnello: «Questo è troppo stronzo, troppo stronzo, ma lo raddrizzo a
bastonate nella schiena se insiste a fare il paraculo».
M.G. (di colpo compito): «Ma colonnello, io voglio davvero fare il militare...
questi bei maschiacci in divisa e poi questo fascino delle armi... (tira fuori la
Luger) bang... bang... li ammazziamo tutti, li ammazziamo... colonnello devo
dirglielo, io ho un figlio dallo psichiatra, e lei è mia madre!»
Avevo dato il massimo ma non funzionó. Venni beccato nell'esercito. Mi feci i
previsti quindici mesi di najaccia al punitivo di Gaeta, massacrato dai nonni.
Nei primi due mesi subii di tutto, a partire dal fottutissimo juke-box. Chiuso
dentro l'armadietto nelle cui feritoie i nonni infilavano le cento lire, eri costretto
a cantare l'intero greatest hit di Toto Cutugno.
Sí, Toto Cutugno. Il livello medio di cultura musicale di questi homo sapiens, di
questa specie di orangutan in divisa verde era formato dalla terribile triade
D'Angelo-Ranieri-Cutugno con inquietanti deviazioni su Zero. Ovvero, il
massimo concentrato della sfiga dell'omuncolo italiota; quello che, per
intenderci, passa l'intera domenica a pulire e lucidare la carrozzeria della sua
strafottuta Fiat Duna togliendole fino all'ultimo grano di polvere, prima che
l'inevitabile acquazzone del lunedí provveda a fare giustizia.
Ridete pure, se volete. Ma pensate un attimo che cosa puó essere per un junkie
ormai educato al migliore rock urbano e militante cantare: sono un italiano, un
italiano vero davanti a un'accolita di sottosviluppati urlanti e ghignanti. Un altro
patetico scherzo ordito da quegli avanzi di galera era il cucú. Dovevi imitare a
comando un uccellino aprendo l'armadietto nel quale stavi stipato, normalmente
nel momento in cui i nonni annunciavano i giorni mancanti all'alba.
Li disprezzavo. Erano perdenti nati, gente oltre i margini di ogni sfiga.
Esercitavano quel loro evanescente potere per vendicarsi della loro squallida
esistenza passata e futura. Manco a dirlo, bastó poco e divenni uno di loro: solo
molto, molto peggio.
La mia fortuna cominció quando la Susy venne a trovarmi al portone del
punitivo. Come potete immaginare, per questa suburra immonda abituata a farsi
seghe davanti a Jacula o Il Tromba vedere una burba che usciva con una
morbida come la Susy, perdipiú in minigonna di pelle stracciapatta, fu un
trauma. La sera che la Susanna venne a trovarmi andammo con una decina di
nonni nella pizzeriaccia fetida frequentata da militi senza-mai una figa-mai. Fu lí
che mi resi conto dai loro sguardi, dai loro cenni amicali, dal modo in cui
lumavano le tette della Susy strabordanti dal body, che non mi avrebbero mai piú
rotto i coglioni.
Fu cosí, infatti. Sin dal giorno successivo cessarono gli scherzi e le prese per il
culo. Due settimane ed ero entrato nel giro in del punitivo, con il contorno delle
dovute gare di resistenza a grappa e China Martini. Fu da lí che mi coltivai
l'embrione di cirrosi epatica che mi avrebbe assalito quindici anni dopo
portandomi piú vicino che mai alla morte.
Al congedo e al trasferimento della prima ondata di nonni, e con solo due mesi e
mezzo di naja sulle spalle, divenni uno dei boss del punitivo. Allo scoccare del
terzo mese vidi arrivare il mio primo scaglione di burbe.
L'accoglienza che i nonni riservavano ai poveretti era un classico derivato della
loro grettezza, ignoranza e squallore: innaffiamento, pinciamento, sbrandamento
e via cosí. In breve divenni il leader di questo branco di ebeti senza cervello,
utilizzando la sola arma della fantasia. Mi inventavo guerre lampo, incidenti
nucleari, complessi casini gerarchici, farneticanti war game che parevano usciti
dai libri di Philip Dick in cui coinvolgevo le burbe piú smarrite.
Per esempio, passavo dalla guardia e chiedevo alle spine di turno di consegnarmi
la chiave rossa dell'elicottero del colonnello Trezzi. Loro mi guardavano
sorprese: non avevano mai sentito parlare né del colonnello né dell'elicottero.
Allora esercitavo con gioia il mio sadismo: «Se non si trovano quelle dannate
chiavi il colonnello non potrá arrivare in tempo a Roma per consegnare segreti
militari di alta importanza strategica allo Stato Maggiore americano». Imponevo
loro ostinate ricerche e me ne uscivo dalla guardia trionfante, urlando:
«Incidente diplomatico!»
Oppure mi esercitavo con telefonate in codice. Chiamavo con accento inglese e
chiedevo con tono autoritario alla burba di declinare le sue generalitá. Ottenuta
la risposta mi inventavo un nome di fantasia tipo generale Cornell dell'Ottava
Armata, riferivo improbabili messaggi criptati stile: L'aquila balla sul nido e il
condor osserva, e intimavo alla spina di recapitare immediatamente il messaggio
al generale Biondi.
Normalmente non avevo cuore di portare fino in fondo questi scherzi; sicché mi
precipitavo per i corridoi e fermavo la burba tremante, ormai giunta davanti alla
porta del generale, giusto un attimo prima di farle beccare le classiche due
settimane di rigore.
Ma il periodo di cattiveria si esaurí in fretta. Bastó la raggiunta consapevolezza
del conformismo delle mie azioni per farmi recedere da ulteriori intenti
nonnistici. A essi subentró un sintomo ancora piú allarmante: una sorta di
regressione, di indolenza e di indifferenza totale che mi fece adattare alla naja in
modo passivo. Questo cambiamento finí con il caricarmi di una sorta di terribile
violenza latente.
Wet Dreams
Finiti i quindici mesi di naja tornai a Milano incazzato, stronzo e cattivo come
non mai.
Non sapevo che fare. Per qualche mese mi adattai a farmi mantenere dalla Susy.
Tentavo di studiare ma avevo ormai perso i ritmi giusti; il sedermi davanti a un
libro era diventato insopportabile.
Ero tornato a vivere dall'Alex che nel frattempo aveva ingrandito il suo giro di
ragazze. Le mie giornate, per lentezza e inconcludenza, parevano tratte da un
film di Antonioni. Mi alzavo tardi al mattino e uscivo di casa con i miei bei libri
intonsi. Verso mezzogiorno arrivavo al bar Magenta e lí buttavo giú una sull'altra
dalle tre alle quattro Tennents accompagnandole con porzioni spezzafegato di
pane e salsa al whisky. Nel primo pomeriggio, mezzo ubriaco, mi addormentavo
sui libri di finanza aziendale.
A dirla tutta non era necessaria la birra per farmi addormentare. Il fascino che nel
periodo di aspirante yuppie esercitavano le materie economiche era stato ormai
sostituito da sensazioni simili a quelle che avrebbe potuto provare Einrich
Himmler leggendo Il capitale o partecipando a una convention sull'ebraismo. In
tre parole: furore, orrore, morte.
E allora finiva che mi addormentavo semidistrutto da ondate di sensi di colpa,
regressivi istinti di fuga e dagli effetti narcotici dell'alcol. E naturalmente avevo
incubi tremendi.
Sognavo di aprire un bordello a Bangkok con puttane di ogni razza e nazione,
oppure di partecipare a spartizioni di eroina pura nell'isola di Macao. Mi trovavo
di colpo proiettato nella stiva di un'umida house boat legato a una sedia,
circondato da una banda di fottuti cinesi da film hard boiled alla Humphrey
Bogart. C'erano tutti: il guercio, il nano, il gigante pelato e quello con i baffetti
pendenti e l'uncino, seduti attorno a un tavolaccio di legno fradicio su cui stava
una pentola piena di polvere bianca. Dietro di loro, vestita di una tunica aderente
di seta con spacco scoprimutanda, appariva, come sempre in dissolvenza, la
leader incontrastata e insostituita delle mie polluzioni notturne sin dall'etá di
dodici anni: Charlotte Rampling, ovvero la piú grande figa di tutti i tempi.
Charlotte guardava maliarda, soffiando una nuvola di fumo dalla bocca
bellissima e bisbigliando: «E cosí ci hai tagliato la roba, verme immondo... Ma
con chi credi di avere a che fare, con due straccioni di pusher delle Colonne di
San Lorenzo? Chen, fa vedere a 'sto frocio che tipi siamo».
Chen, ovviamente, era il piú grosso e cattivo di tutti: il gigante calvo che allieta
da sempre i film di azione made in USA sollevando in aria e sbatacchiando il
James Bond di turno, prima di essere giustamente fulminato dalla classica
scarica a mille watt e facendo la fine che dovrebbero fare tutti i rompicoglioni se
le cose al mondo girassero in modo sensato.
Regolarmente Chen mi sganciava una mina terribile in faccia, spappolandomi il
setto e inondando di sangue il cencio sudato, che una volta era stata una mitica
camicia Brooksfield.
Io gli rispondevo per le rime con un: «Tua sorella la dá ai negri, scimmia gialla!»
(non so perché ma nei sogni la mia matrice democratica e antirazzista perdeva
sempre qualche colpo).
Allora Charlotte si avvicinava suadente e leggiadra come solo i veri cattivi e le
vere fighe sanno fare. Poi sussurrava: «E adesso, cara la mia pappetta di merda,
ti iniettiamo tutta l'eroina nel culo».
Era a quel punto che, mentre il guercio provvedeva a preparare una pera che
avrebbe ridotto un elefante in un clone di Allen Ginsberg, io m'apprestavo a
chiedere con una sillabazione fortemente compromessa dal mio stato parodontal
: «Poffo efpvimeve un ultimo defidevio?» E alla risposta affermativa dell'angelo
della morte, accompagnata dalla pressione del pollice sulla siringa e dal
conseguente zampillo di liquido letale, sussurravo: «Vovvei un bacio con la
lingua».
Tutto ció era di una coglioneria nauseante. Chi altri sarebbe stato cosí deficiente
da chiedere un bacio con la lingua, seppure da Charlotte Rampling, avendo un
lago di sangue e tre denti galleggianti in bocca e un ago da orso pieno di droga
pronto a sfondargli il culo? Nel sogno una parte di me si ribellava alla regia
demente che davo ai miei narcodrammi, ma l'altro lato aveva ben chiaro che
l'unica finalitá dei miei sogni era di trasformare qualunque farneticante delirio
avventuriero in un'occasione di bieco erotismo.
Cosí Charlotte Rampling regolarmente si abbassava per baciare quel frappé di
carne, sangue e denti rotti che era la mia bocca. Il solo contatto bastava a
provocare la temuta polluzione.
Di norma mi risvegliavo tremante e madido di sudore con l'orrenda certezza di:
essere venuto nei pantaloni, per un sogno da acido, dormendo su un libro di
Finanza, dopo essermi lappato tre litri di birra, in un bar del centro di Milano,
alle tre del pomeriggio.
Aperti gli occhi, vedevo arrivare l'Elettrino con Trotto Sportsman sottobraccio.
Dopo essere andato a lavarmi in bagno, ordinavo la mia brava pinta di Guinnes e
mi mettevo con lui a studiare le corse.
In caduta libera
A questo punto è utile premettere che io di cavalli non ho mai capito un cazzo né
prima né dopo il periodo passato tra l'ippodromo di San Siro e la sala corse
vicino alla Darsena. Siccome peró il grande Charles era un assiduo frequentatore
della peggiore sorta di ippodromi, cinodromi, galoppatoi e quant'altro potesse
offrire la sponda ovest degli Stati Uniti, mi ero deciso a vedere che tipo di
mondo fosse.
Per la veritá, se avessi seguito almeno per una volta quella piccola particella del
mio cervello che si ostinava nonostante tutto a funzionare in modo normale, mi
sarei risparmiato buona parte dei futuri casini.
Avevo tra l'altro un brutto precedente: all'etá di sedici anni, al terzo giorno di
vacanza a Torquay, in Cornovaglia, ero riuscito nell'impresa, per allora
formidabile, di perdere tremila sterline alle corse dei cani puntando su una sorta
di incrocio tra Pluto e Rintintin dal poco appropriato nome di Cornwall Lamp.
L'unica cosa che poteva lontanamente associare quel cane a un lampo era il fatto
che, in un lampo, si era trovato in coda e staccato pesantemente dagli altri a
mordere polvere. Sempre in un lampo si era accasciato esanime al suolo
schiantato dall'eccessiva dopatura a cui era stato probabilmente assoggettato.
Fu cosí che, dopo avere coperto di cambiali intestate a mio padre l'intera cricca
di bookmaker locali, fui costretto a passare il resto dell'estate chiedendo in
elemosina pezzi da dieci pence a morbide, bionde altolatitudinarie strafighe e
stratroie che gli altri italiani senza problemi di sopravvivenza si sbattevano
allegramente.
Torniamo all'argomento principale. Dovete sapere che a Milano ci sono alcuni
posti che hanno il sinistro potere di attirare gli stronzi della specie piú cattiva,
indipendentemente dal loro ceto e dalla loro condizione economica. Uno di
questi era sicuramente il trotto di San Siro.
Io, l'Alex e l'Elettrino iniziammo a frequentarlo assiduamente. In breve
diventammo amici della feccia della peggior specie; alla quale, d'altronde, bastó
guardare una volta sola come scommettevo per diventarmi compagna
inseparabile.
Mentre l'Alex e l'Elettrino conoscevano quasi tutti i driver, per cui avevano
informazioni di prima mano sul cavallo drogato, su quello bolso, su quello con i
vantaggi eccetera, io mi ero fatto una mia cazzuta teoria ippica derivante dalla
sincronicity junghiana.
Tale teoria si basa sull'assunto che nella vita gli eventi tendono a collegarsi l'uno
all'altro attraverso coincidenze. Esiste nella psiche un sensore che focalizza
immagini inconsce che si possono presentare direttamente o indirettamente alla
coscienza sotto forma di sogno o di idea improvvisa, e che sono collegate a fatti
posteriori a queste coincidenti.
Vi faccio un esempio, cosí capite. Una mattina, mentre attraverso la strada, un
cieco mi urta, inciampa e finirebbe con il cadere per terra se io non intervenissi a
sostenerlo. Al pomeriggio vado a San Siro, scorro distrattamente il Trotto
Sportsman finché lo sguardo mi si ferma sulla quarta corsa. Con il numero 4
dato venti a uno corre Blind Faith, destino cieco. Non ho esitazioni; vado al
botteghino e gioco cinquanta carte su quello che l'Alex definisce un cavallo
morto.
L'Elettrino mi guarda ghignante e traduce la mia puntata a un pusher peruviano
suo amico. Per cui succede che quando, grazie alla rottura di ben tre cavalli,
Blind Faith vince per una mezza incollatura, vedo posarsi su di me gli sguardi tra
lo stupito, il sospettoso e il (comunque) losco della fauna sansiresca.
Un'altra volta, sono fermo al semaforo; un rasta con una megaradio mi passa
davanti, arriva di fronte a me, si volta e mi lancia un saluto.
È un segnale. Vado subito a San Siro e scorro le corse; vedo alla terza Black
Fury dato due a uno. Gioco la mia mezza gamba e aspetto fiducioso.
Imprevedibilmente arriva terzo. Rimango assorto a vedere le altre corse tra gli
sguardi compiaciuti dei bookies clandestini. Solo all'ultimo alzo gli occhi sulla
pista. Un cavallo nero arriva per linee esterne in grande progressione. Affianca
gli altri equini frustato dal driver e si stacca irresistibile sul filo del traguardo. La
consapevolezza è fulminea e in un istante diventa certezza. Perso tra le mille
righe del Trotto, all'ultima corsa di San Siro, con il numero 3 e sei a uno di quota
sta il cavallo vincente, quello con l'unico nome possibile: Bob Marley.
Ovviamente bastarono un paio di colpi fortunati e venni preso da un'inarrestabile
paranoia, incrementata dall'entusiasmo dell'Alex per quello che lui definiva «il
metodo Guzzi». L'illuminazione che all'inizio avveniva in modo spontaneo era
diventata l'ossessione delle mie giornate passate a vagabondare tra un bar e una
birreria. Semafori, strisce pedonali, pali della luce, automobili, tutto diveniva
occasione di collegamento con l'inconsapevole lista del Trotto. Con la
conseguenza che per ogni corsa, a parte i quadrupedi con i nomi tipo Ralph o
Tizio, tutti gli altri detenevano la loro brava componente di predestinazione.
Inutile dire che al tracollo delle prime puntate seguirono immancabilmente i
primi compiacenti prestiti da parte dei clanda, che poi sarebbero divenuti gli
artefici principali della mia caduta e della successiva ascesa al rango di scrittore
maudit. Che ci crediate o no, dopo tre mesi di illuminazioni, sogni, visioni e
apparizioni ero finito sotto di quaranta milioni con l'intera cricca degli
scommettitori sansireschi. Ed erano subito partiti i primi velati avvertimenti tipo:
«Se non paghi ti appendiamo per le palle al tabellone del fotofinish».
Mettetevi nei miei panni: che cazzo potevo fare in una simile situazione piú che
chiudere gli occhi e sperare che fosse tutto un incubo? E invece no, al riaprir
delle palpebre mi ritrovavo davanti quella cricca orrenda, quella suburra putrida,
quel buco di culo dell'umanitá che erano i clanda di San Siro. Mi dettero quindici
giorni per trovare i soldi, minacciandomi di morte, e io sapevo benissimo che
non scherzavano.
L'Alex andó a parlare con un losco figuro per intercedere in mio favore. Lui e il
losco discussero a lungo, a tratti anche animosamente, ma alla fine si lasciarono
con una calorosa stretta di mano. Mi riferí poi di avere garantito al tipo che gli
avremmo procurato in fretta i quaranta testoni. Il losco era noto nel giro come il
Gamba (probabilmente per associazione con il noto personaggio di Walt Disney)
ed era il boss dei bookmaker; per capire l'elemento, era alto uno e
quarantacinque, pesava cento chili e sfoggiava una grinta da ergastolano della
Cajenna.

***

Quando uscii dal trotter un potente brivido mi salí alla schiena. Compresi in un
istante la gravitá di quel momento. A furia di lasciarmi trascinare dagli eventi ero
arrivato a quella che gli psicologi definiscono la borderline, la sottile linea di
confine che divide per sempre la vita normale dalla pazzia, dalla disperazione,
dagli inferi. Ero sul punto di non ritorno e con rapida decisione stavo definendo
la mia fine.
Anziché avere paura provavo un senso di leggerezza e di potere, quasi che niente
ormai potesse fermarmi. Mi sentivo come Redford e Newman in Butch Cassidy,
davanti a un intero battaglione di messicani, come Susan Sarandon e Geena
Davis in Thelma & Louise, davanti a una schiera di cop losangelini, come John
Savage nel Cacciatore, davanti a una Smith & Wesson puntata alla tempia con
tre colpi in canna.
Ricordai con un brivido la mitica frase di Jim Morrison: nessuno uscirá vivo di
qui. Forse era stata scritta per me.
Guardai l'Alex e vidi che un sottile sorriso gli stava attraversando il volto. «Che
cazzo ti ridi, stronzo?» gli chiesi senza alzare gli occhi, con le mani affondate
nelle tasche mentre ero intento a distruggermi un alluce, tirando un calcio
all'unica latta di coca piena, sbattuta a terra nel ciarpame del parcheggio di San
Siro.
Tu non ci crederai, Marino, ma erano anni che sognavo di trovarmi in questa
situazione», mi rispose lui.
«Che vuoi dire?»
«Quando non hai piú storie, non hai piú vita; e per fare delle storie ci vogliono
occasioni, caro Guzzi.»
Cosa posso dirvi? Io detestavo intensamente le persone che comunicavano in
modo criptico, per di piú usando un linguaggio da Lancio Story. Perció lasciai
con il mio silenzio che l'Alex traducesse i suoi aforismi in italiano corrente:
«Una rapina, Guzzi, dobbiamo fare una rapina».
Capite in che casini mi ero ficcato? Dovevo quattrocento teste di Manzoni a una
turba di assassini psicopatici, e che cosa mi proponeva l'unica persona sulla
quale potevo fare un minimo di affidamento per trovare i pesos? Una rapina. Oh,
ma è fantastico, pensai, e avrá giá in mente il travestimento? Fosse per me andrei
sul classico: pantaloni blu, cappello verde, mascherina nera e maglione rosso con
tanto di numero cucito modello Banda Bassotti.
Ma il naturale corso degli eventi prevedeva anche questo. Il destino si stava
palesando in tutta la sua nefandezza. L'Alex mi assicuró che da qualche mese
aveva un piano in tasca e che aspettava solo il momento giusto per realizzarlo.
Mi disse che aveva pensato anche a trovare dei complici. Gli scoppiai a ridere in
faccia: un riso amaro, brutale, disperato, senza ritorno. Gli gridai: «Lo vuoi
capire o no che non sono come te? Posso ancora salvarmi, io!»
Quella notte, stravaccato mezzo ubriaco su un bisunto divano del Plastic, vuotai
il sacco con la Susy. Le dissi della storia delle scommesse, dei testoni, delle
minacce e di tutto il resto. Conclusi con lei che dovevo espatriare: «Brasile o
India, Messico o Giamaica. Anche in culo al mondo purché fuori (e subito) da
questi casini».
Ma non avevo nemmeno i soldi per il biglietto di sola andata. La Susy non
aspettó la richiesta che non le avrei fatto. Mi disse: «Non c'è problema, Marino,
te li trovo io i soldi; lasciami solo una settimana e ti potrai permettere il tuo
viaggio... ma io non vengo con te».
Questa ovviamente non me l'aspettavo, avendo cancellato dal cervello
l'immemore veritá che le sfighe sono legate tra loro come Laurel & Hardy o
Pippo e Topolino. Provai una fitta di gastrite che mi centró lo stomaco come una
spada, sentii il cuore che mordeva e un freddo improvviso. Ma a stupirmi fu
soprattutto la sua risolutezza. Giá, perché la stronza non aveva pensato neppure
un momento alla possibilitá di andarsene insieme a me da 'sta cittá di merda.
Nemmeno mi aveva dato il tempo di domandarglielo per sputarmi in faccia il suo
rifiuto.
In quel momento non mi chiesi neppure il perché e pensai solamente: ... resta a
far marchette, allora! Ma non dissi niente; lo urló il mio stomaco ferito.
Quella notte tornai a casa dell'Alex, imbananato dall'orrendo mix di alcol,
hashish e pizza alla diavola che mi ero fatto tra una panchina dei giardini del
XXII Marzo e la fetentissima pizzeria al trancio di fianco al Plastic. L'Alex stava
guardando la duecentesima replica di Happy Days alla tele. Mi guardó con
un'aria comprensiva da fratello maggiore: «Scommetto che hai parlato con la
Susanna».
«E tu che cazzo ne sai?» biascicai, tentando di fermare con il pensiero il
girotondo di pupazzi del Muppet Show che mi era partito in testa.
«Non te la prendere», continuó lui con tono consolatorio. Naturalmente rimasi in
attesa che aggiungesse qualcos'altro. Che so, i motivi, le vere ragioni di quella
storia. Aspettai che mi confessasse che la Susy scopava con un altro, che io non
ero capace di fare sesso, che mi considerava un coglione o un fallito o che la
Susy era soltanto una gran puttana e che non avevo perso granché.
Ma l'Alex non aggiunse una sola parola. Desolato, lasciai ripartire il girotondo e
mi addormentai.
Tempesta
Passai qualche giorno vagabondando tra i locali in stonatura continua. Poi una
mattina l'Alex mi sveglió prima di uscire di casa. «Stasera alle dieci ci vediamo
per quella storia; vengono anche altri amici», mi comunicó.
Mi alzai con il solito terribile doposbronza. La testa incampanata, la gola arsa da
cui usciva un alito da oltretomba e lo stomaco lacerato da una paurosa
macedonia gastro-ulcero-colitica. Mi aggirai per la casa a caccia di latte e
biscotti o di qualsiasi altro pastone da lavanda gastrica, e anche se non ci feci
caso subito, avvertii subliminalmente un cambiamento. Misi a fuoco e notai
stranito che tutta la casa era in ordine perfetto, manco durante la notte fosse
passata di lí Mary Poppins, la santa patrona di noi sfaticati cronici.
La sera arrivó l'Elettrino; non doveva sapere ancora nulla e mi raccontó del tono
misterioso usato dall'Alex per la convocazione. Con mia grande sorpresa vidi
piombare in casa la Gloria e il Pablo (ve li ricordate?). Sebbene fosse passato piú
di un anno, ritrovammo in fretta l'affiatamento dei tempi di San Vittore.
La Gloria mi raccontó che si era fidanzata con il commesso della gioielleria, ma
che ultimamente non lo reggeva piú perché era (a suo dire) di una frocieria
nauseante. Mi ammiccó pure, facendomi intendere di essere a caccia di nuovi
maschi.
Il Pablo, invece, era uscito da poco dal convento e stava lavorando nel negozio
di articoli sportivi del suocero. Lo trovai un po' depresso e insieme eccitato dalla
speranza che quella convocazione fosse qualcosa di piú di una rimpatriata.
Per ultimo arrivó l'Alex. Fece un'entrata da star con due six pack di Ceres, un
trancio di pizza del Gennaro e un maxi ciocco di marocchino. Il ruolo di basista
di un colpo lo aveva completamente assorbito; era vestito in modo quasi serio e
per la prima volta da che lo conoscevo aveva abbandonato quella sua aria
totalmente scazzata.
Dopo i convenevoli e aver ingurgitato tutto il commestibile ci svaccammo in
lieve stonatura sul divanaccio sfondato davanti alla tele. L'Alex mise su una
videocassetta: il film era stato girato da lui stesso con una di quelle videocamere
della prima generazione, pesanti come mitragliatrici e con un colore da TV
romena.
Dentro il monoscopio, una festa in un appartamento molto elegante. Tra gli
invitati riconosco un paio di amiche dell'Alex e una serie di loschi che avevo giá
visto razzolare tra lo sferisterio della pelota e il trotter di San Siro. Dopo un paio
di sequenze con gruppi di persone che bevono, ridono e scherzano, la telecamera
si fissa sulla porta spalancata di un bagno; dentro, un tipo calvo con l'orecchino e
una tipa molto giovane intenti a sniffare coca in ginocchio sulla tazza del cesso.
L'immagine si congela su una ragazza piccola e poco appariscente che dapprima
si schermisce, poi ride, e infine si produce in una sorta di scenetta da film
amatoriale fatta di saluti, baci e boccacce. Nel frastuono di musica e di voci
indistinte si sente nitida la voce dell'Alex: «Voglio riprenderti con la collana che
ti ho regalato». «Ma non l'ho qui, l'ho messa in cassaforte», ribatte la ragazza,
con cui sicuramente l'Alex ha avuto qualche storia di sesso: ha il tipico sguardo
adorante delle donne in amore che riconosco facilmente sugli altri, ma che non
sono mai riuscito a veder passare su di me. La ragazza sale le scale e si vede la
mano dell'Alex pizzicarle una natica ricevendone in cambio un sorridente
«Maiale». La morbida entra in una camera da letto, apre un armadio, spinge un
doppio fondo di legno e lo estrae. È girata di spalle; probabilmente non si
accorge che l'Alex la sta ancora filmando. Dietro il doppio fondo di una
cassaforte, la ragazza gira una dopo l'altra quattro manopole da cui si puó
facilmente risalire alla combinazione e dice: «Non vorrai mica violentarmi e
rubare tutta la roba del vecchio». La voce dell'Alex risponde: «Idea grande,
soprattutto la prima parte».
Mentre squilla la risata gallinacea della ragazza, lo zoom si apre sulla cassaforte.
Tra gioielli, mazzette di bigliettoni e lingotti, appare per una frazione di secondo
una macchia chiara che la tipa spinge con il dorso della mano fuori dal campo
visivo, quindi estrae dalla cassaforte un cofanetto e da questo una collana d'oro.
La indossa e si mette a scimmiottare una modella. Si slaccia la camicetta
esponendo un paio di poppe da circo Barnum e si avvicina al «regista» con
intenti inequivocabili.
La telecamera inquadra un punto fisso della parete. Facciamo solo a tempo a
risentire il gridolino ebete della ragazza prima che l'Alex innesti l'avanzamento
veloce tra i frizzi e i lazzi del nostro stralunato quartetto.
«Aspettate a ridere e guardate adesso», fece l'Alex staccando il pollice dal
telecomando. Sul monoscopio il gruppo di loschi festanti. È una sequenza molto
breve. Lo zoom torna a stringere su un volto, provocandomi un tonfo al cuore. È
niente po' po' di meno del muso lombrosiano del Gamba che, con gli occhi
pallati, la mano a sfregare il naso irritato dalla coca, guarda dritto e minaccioso
in macchina. Sussurra qualcosa a una specie di orango che sta al suo fianco,
segna con il dito proprio in direzione dell'Alex, e il film finisce.
L'Alex ci guardó con aria dottorale, dicendo: «Ovviamente non avrete capito un
cazzo ». Io, per la veritá, avevo anche intuito piú che qualcosa; ma per quel che
potevano saperne gli altri, questa rischiava di essere l'anteprima di un film che
l'Alex voleva presentare al Film Maker di Milano.
E allora lui cominció a spiegare. Aveva conosciuto Rosalba, la figlia del Gamba,
seguendo il padre nei suoi spostamenti. L'aveva corteggiata, se l'era fatta, aveva
finto di esserne innamorato e le aveva regalato la collana d'oro del film, ricettata
per cinquanta carte da un randa della Bovisa. Poi si era fatto invitare alla festa. Il
resto era chiaro. Salvo, forse, che per un particolare.
«Secondo voi, quanto contiene quella cassaforte?» chiese l'Alex.
Risposi con il piglio pronto dello studente in carriera: «A occhio e croce, una
ventina di milioni tra i gioielli, la lira e i lingotti».
L'Alex mi guardó e sorrise come lo scrittore di un giallo di cui nessuno scopre
l'assassino. Riportó indietro il filmato fino al punto in cui all'interno della
cassaforte era comparsa per un istante la macchia chiara. Era un sacchetto
trasparente pieno di polvere bianca. Poteva essere cocaina o eroina: una botta da
almeno un paio di chilate, un centinaio di milioni al mercato primario.
Dovevamo quattrocento testoni al Gamba? Bene, li avremmo fottuti a lui e ci
saremmo tenuti il resto.
Il mistero svelato fu accolto da malcelati segnali di emozione. La cifra in ballo
fu sufficiente a destare il nostro desiderio.
Giá parlavamo di vacanze da passare a bere caipiriñia appoggiati ai banconi di
qualche bordello di Rio quando un brivido di disagio e di malessere mi geló la
schiena. Una cosa era certa: stavamo per affondare nei casini come pavesini nel
caffelatte.
Se il Gamba ci avesse beccato in flagrante, che sarebbe successo? Avevo bene in
mente quella specie di gorilla del filmato; la sola idea di finire in mano a tipi
come quello acuí la mia gastrite psicosomatica. Dovetti ingollarmi una sorsata di
fetido Maalox prima di interloquire: «Ma almeno, c'è un cazzo di piano?»
L'Alex mi guardó di traverso e tiró fuori una mappa multicolore tipo Cluedo che
sembrava disegnata da un architetto di Memphis. Finalmente avevo capito come
passava la giornata, questo pazzo. Potevo vedermelo nella semioscuritá
pomeridiana del Pussycat, perso tra un gin tonic e una moltitudine di penne,
pennini e pennarelli, intento a sabbiarsi il cervello su mappe e cartine.
Il piano
In trasmissione si vede una diapositiva della piantina della casa del Gamba.
Marino Guzzi prende un bastone da didattica e spiega: «Dunque, nella casa
c'erano due sistemi di allarme. Il primo era collegato con la porta d'ingresso e si
disattivava con una chiavetta che l'Alex aveva provveduto a duplicare insieme a
quella di casa, approfittando di una solenne dopatura a base di Roipnol inflitta
alla figlia del Gamba al termine di un allegro pomeriggio di sesso.
«Il secondo invece era a infrarossi. L'Alex aveva notato che era tarato in modo
da azionarsi solo con scatti decisi ma che tollerava movimenti piú lenti. Non era
riuscito a individuarlo e questo rappresentava sicuramente un problema. Per la
combinazione non c'erano storie visto che era stata ampiamente registrata nel
video. Il punto fondamentale per il successo dell'iniziativa consisteva nell'avere
il tempo per entrare, muoversi al rallentatore modello Ondaflex fino alla
cassaforte, aprirla, svuotarla e guadagnare l'uscita in slow motion. Tempo
tecnico, trentacinque minuti; tempo di sicurezza, un'ora».
La trasmissione entra nella fase finale. L'occhio dell'uomo, sempre piú
illanguidito dall'alcol, si illumina per un istante. La giovane presentatrice si
accorge che è posato sulla linea di demarcazione dei suoi seni e si allaccia il
bottone della camicetta. Ma commette un errore di presunzione: perché lo
sguardo dello scrittore, pur puntato casualmente in quello spazio focale, è in
realtá rivolto all'interno, in quella zona franca della mente dove rimangono
confinati i ricordi.

... E a questo punto entrava in azione la Gloria. Nelle idee dell'Alex il suo ruolo
nel colpo era quello di tenere lontano il Gamba da casa per il tempo necessario al
completamento delle operazioni. Essendo il Gamba un arcinoto puttaniere che
pur di trombare non faceva distinzione né di razza né di sesso, la Gloria avrebbe
avuto vita facile.
Gli altri ruoli erano giá definiti. L'Elettrino doveva fare il palo fuori dall'ingresso
e avvisarci via clacson dell'eventuale arrivo del Gamba o di qualcuno dei suoi
sgherri. Pablo invece doveva servire ad aprire il «bambino» nel caso
malaugurato fosse stata modificata la combinazione. L'Alex conosceva la casa
ed era il capo, quindi non poteva mancare. Io, infine, come avrete capito, ero
totalmente inutile, ma chiesi ugualmente di partecipare perché in fondo ero la
causa primaria di tutto l'ambaradán.
L'Alex fissó la data del colpo per la settimana successiva, il 5 luglio del 1982.
Quel giorno tutto era stato predisposto perché la casa del Gamba si presentasse
rigorosamente deserta. La sera prima l'Alex aveva sfanculato Rosalba, la figlia
del Gamba, mandandola fino a Torino a vedere il concerto degli Stones insieme
a due suoi pard che l'avrebbero tenuta fuori dalle scatole per tutto il week-end.
E alè, una era sparata via. Poi c'era la cameriera ma quella costituiva un falso
problema; faceva mezza giornata e alle due in punto schizzava via come un
siluro. Una moglie il Gamba l'aveva forse anche avuta, ma sicuramente doveva
averlo piantato alla grande per crudeltá mentale o quant'altro.
Del Gamba abbiamo giá detto: la Gloria avrebbe dovuto intercettarlo all'uscita
del trotter e dirottarlo in qualche luogo appartato per il tempo necessario. La
Gloria non ne fu entusiasta, per la veritá. Manifestó un certo disprezzo verso
l'Alex che l'aveva scelta per il colpo non in quanto ladra ma in quanto troia, ma
alla fine accettó.
Quel pomeriggio fissammo l'appuntamento alle due in un bar alle colonne di San
Lorenzo. Era un giorno terso e lieve con un vento forte che soffiava via le
nuvole. Scoccai uno sguardo amichevole all'Alex. Alzando al cielo la pinta di
birra, lui mi disse: «Non sei felice, Marino? Guarda che giorno splendido; sono
sicuro che ce lo ricorderemo».
Allora convenni con lui ma non potevo davvero immaginare fino a che fottuto
punto avesse ragione.
L'azione
Partimmo. La Gloria per San Siro e noialtri casa del Gamba in via dei
Frangipani, a non piú di un miglio dallo stadio.
L'Elettrino, come d'accordo, rimase nella DS. Io, l'Alex e Pablo entrammo veloci
senza la minima esitazione. Aprimmo il portone principale e in un batter
d'occhio ci trovammo nell'ingresso. Era il momento critico. Procedemmo in fila
indiana con movenze millimetriche, attenti alla diabolica lucetta rossa
dell'allarme.
Spostandoci come bradipi australiani, impiegammo dieci minuti secchi a
raggiungere le scale con il cuore divorato da quella paura che sempre aggredisce
i dilettanti. A metá strada dovemmo pure affrontare la solita crisi di coscienza
del Pablo che, pentitosi del colpo, stava per scattare come un canguro verso la
porta e scatenare il caos.
Altri dieci minuti di totale paranoia. I muscoli lacerati dallo sforzo che la
lentezza richiedeva, lo stomaco stretto come una sogliola, e raggiungemmo la
stanza. Piano, pianissimo, fino alla cassaforte. Ancora pochi passi e saremmo
arrivati.
Eccoci. Lo scatto sincrono delle manopole, il lieve cigolio dell'apertura e poi il
tesoro: le banconote, l'oro, i gioielli e la droga. Le mani che avvolgono lente il
malloppo, lo estraggono dalla cassa, lo depositano lentamente in un sacco.
Poi, quando ormai eravamo certi del successo ecco che il dio della sfiga, vera
governatrice delle cose del mondo, entró in scena alla grande. Eravamo lí come
tre pirla con le mani nella marmellata e le orecchie tese come tamburi, quando
un grido, un urlo, un boato ci frizzó il sangue in vena. Con uno sforzo terribile
riuscimmo a contenere l'adrenalina che ci avrebbe spinto a saltare come molle, a
sussultare come rane impazzite, come pesci senz'acqua.
Le grida e i boati continuavano. Che cazzo stava succedendo? Mi mossi
tartarughescamente verso la finestra mentre un'esplosione di fuochi cinesi mi
tagliava lo stomaco. Guardai fuori. Tante finestre da cui spuntava gente che
saltava, che esultava; in ogni palazzo scorgevo la luce azzurrognola delle
televisioni accese. Porcaccia di una troiaccia maiala: Italia-Brasile, ecco cos'era!
In che pietoso stato psicofisico potevo essere per dimenticare la semifinale dei
mondiali di calcio? Era mai possibile che avessimo dovuto scegliere proprio quel
maledetto giorno? Tranquillizzai gli amici ma fui io a entrare in para. Calcolai i
tempi velocemente; non poteva mancare piú di un quarto d'ora alia fine della
partita e a quanto pareva stava accadendo un miracolo. Era davvero possibile che
la scalcinata Italia di Bearzot, derisa, vilipesa e reduce da un avvilente 1-1 con il
Camerun, stesse davvero battendo il mitico Brasile di Falcao, di Socrates e di
Zico?
Sulla carta l'ipotesi era surreale quanto una tela di Magritte, eppure stava
realmente accadendo. Non potevo nemmeno per un attimo pensare di perdermi
l'ultimo quarto d'ora.
Convinti dell'irresistibilitá della performance della Gloria, ci sedemmo con
movenze zen davanti alla tele e l'accendemmo. La tensione per il risultato aveva
spazzato via quella del colpo. Il Brasile stava perdendo 3-2, a dieci minuti dalla
fine si stava producendo in un terribile assalto frontale. L'Italia si difendeva con
grinta, ma pareva un drappello di aborigeni armati di arco e frecce impegnato a
combattere un esercito di marine.
La Gloria intanto aveva i suoi problemi. Abbordato il Gamba fuori da San Siro,
gli aveva sussurrato: «Hai voglia di dividere la tua vincita con me?»
strusciandogli una coscia sulla patta.
Potete figurarvi lui; da maniaco sessuale che era, non aveva faticato ad accettare.
Dopo averle sparato una una gran palpata di culo e trattato sul prezzo, aveva
suggerito di andare nel suo appartamento.
La Gloria, ovviamente, lo aveva convinto a spostarsi nell'albergo che lei
utilizzava per le sue marchette. Ma una volta chiusa in stanza vis-á-vis con il
Gamba si era resa conto che la sua pur innata troiaggine e l'affetto per noi non
erano abbastanza forti da farle sopportare la sola idea di farsi sbattere da quella
specie di grizzly grasso, unto, maleodorante, sudato, repellente. L'orango
ovviamente le era saltato addosso immediatamente dopo aver chiavistellato la
porta.
La Gloria stette al gioco per poco tempo, poi cominció a spiattellare una serie di
improbabili scuse: «No, aspetta... parliamo... tu mi piaci ma non si possono fare
certe cose cosí d'amblé». La sua goffaggine fece probabilmente scattare una
molla nel cervello arrugginito e sottosviluppato del Gamba. Ma il tipo era cosí
ottuso e cosí infoiato che almeno fino al post coitum non avrebbe sgamato... se
la Gloria non avesse fatto quel terribile errore.
Che ci crediate o no, la nostra arrivó alle demenza di offrirgli una paglia
prendendola da un pacchetto di Camel sul quale aveva scarabocchiato l'indirizzo
del Gamba: via dei Frangipani, 7.
L'animale reagí come se gli avessero puntato una torcia infiammata davanti al
naso. Capí improvvisamente che c'era qualcosa che non andava, che qualcuno
stava tentando di fregarlo.
Strappó il pacchetto alla Gloria e la inchiodó al muro con uno spintone. «Che
cazzo mi vuol significare questo, eh? Rispondi, baldracca!» urló.
La Gloria tentó di difendersi spiattellandogli una ginocchiata sui coglioni, ma fu
presto sopraffatta da una percussione di cartoni, calci, testate elargite senza pietá
da quel ributtante ammasso di grasso e muscoli. Cadde a terra con lo sguardo
rivolto al soffitto, il volto tumefatto e un fiume di sangue che le usciva dalla
bocca. Il Gamba le sferró un ultimo calcio spaccadenti e corse fuori incazzato
come un giaguaro.
La partita era appena finita. Ci producemmo in rallentatissime gesta di giubilo.
La gente intorno a noi sfogava il proprio gaudio tribale, scendendo in strada
avvolta nel vecchio e disprezzato tricolore. Spegnemmo la tele e iniziammo a
muoverci per uscire.
Il Gamba arrivó rombando e sgommando sotto casa e piombó fuori dalla
macchina con il cannone in mano. L'Elettrino, appena lo vide, inizió a clacsonare
disperatamente. Se l'avessimo sentito, se solo ci fossimo accorti del suo segnale,
avremmo ancora potuto salvarci buttandoci fuori (allarme o no) e sparandoci a
razzo giú per le scale. Ma sfiga delle sfighe, mentre I'Elettrino esauriva la
batteria a furia di strombazzare, dieci, cento, mille altri clacson scandivano con il
loro suono il dionisiaco tributo alla vittoria degli azzurri.
Il clangore dello scatto del portone e lo sparo dell'allarme che seguirono l'entrata
trionfale del Gamba ci colsero sulle scale immobili come icone russe.
Quell'allarme che ci fece esplodere i cuori come bottiglie di coca tenute in
freezer sembró venirci in aiuto.
Il Gamba, sentita la sirena, si spostó in cucina a disinnescare l'antifurto. Come si
fece fuori vista, infilammo la porta di uscita alla velocitá della staffetta 4 per 100
americana.
Ma non fu sufficiente. Il terribile gorilla ci vide e prese a cannoneggiarci dalla
tromba delle scale. Nel panico piú totale raggiungemmo la DS, ci stipammo
dentro e schizzammo via con il Gamba alle costole.
Nel frattempo la Gloria aveva provveduto a complicare la situazione in modo
definitivo. Terrorizzata che il Gamba avesse potuto beccarci in flagrante e farci
assaggiare i frutti dei suoi amici Smith & Wesson, aveva pensato bene di
chiamare la pula.
Fu proprio una macchina della polizia quella che schivammo dopo aver infilato
un rosso pieno a centotrenta all'ora in contromano con il turbo del Gamba alle
costole. Se lo avessi visto in un film dei vecchi Belushi & Aykroyd, mi sarei
sbudellato dalle risate.
La scenetta si presentó piú o meno cosí: la nostra DS che zigzagava sculando
orrendamente tra i cortei di macchine, inseguita dalla Saab turbo del gorillone, a
sua volta tallonata da una sirenante copmobile.
Arrivati in corso Vercelli ci trovammo di fronte a un tale carosello di macchine
da rendere assolutamente impossibile la prosecuzione della fuga. L'Alex ordinó
di disperderci tra i tifosi e prese il volante della DS. Ubbidimmo con poca
convinzione, unendoci alla folla di italiani in festa e senza perdere di vista le tre
macchine sempre piú vicine che scomparivano in una via laterale.

Passai il pomeriggio piú assurdo della mia vita vagabondando tra i milanesi in
festa. Solo verso sera mi decisi a tornare a casa dell'Alex. Lí trovai due celerini
che mi attaccarono al muro, mi perquisirono e mi trasportarono in cellulare a San
Vittore. Mi sbatterono in uno stanzone di accoglienza dove mi trovai di fronte
all'intero gruppo d'assalto con l'unica eccezione dell'Alex. Non ebbi bisogno di
chiedere nulla; il volto della Gloria rigato dalle linee nere di rimmel e i suoi
occhi gonfi di lacrime confermarono i miei peggiori presentimenti.
Lei mi soffió tra i singhiozzi il resoconto fatto dalla polizia. L'Alex era riuscito a
tirarsi dietro le due macchine fino a Porta Romana e aveva imboccato via
Lamarmora. Arrivato all'altezza della caserma dei carabinieri, si era visto
bloccare la strada da un'altra volante. Aveva frenato, fermandosi per un solo
lunghissimo istante a osservare il contrapposto incedere delle macchine del
Gamba e della polizia.
Poi, come a seguire un'illuminazione repentina e letale, si era buttato a tavoletta
nel cortile della caserma dei carabinieri provocando un frontale tra la volante e il
turbo del Gamba.
L'Alex era stato falciato da quattro contemporanee raffiche di M12 sparate dalle
sentinelle della caserma. Era stato colpito da sei proiettili ed era morto durante il
trasporto in ambulanza.
Questo è quanto.
Stella di cenere
La perdita dell'Alex mi gettó in uno stato di stasi emotiva, di completa abulia da
cui emersi solo dopo un lungo periodo. Venni condannato a tre anni di carcere
come gli altri pard, tranne l'Elettrino che se la cavó con ventiquattro mesi perché
incensurato. Il Gamba si beccó quindici anni per tentato omicidio.
Non ho piú rivisto i compagni di allora, né in carcere, né poi. Il ferale episodio
che ci legava era cosí profondo e presente che il collegamento sarebbe stato
immediato. Nessuno di noi aveva voglia di ricordare. Senza l'Alex il gruppo non
aveva piú ragione di essere.
Del resto, potevano esistere i Doors senza Morrison, i Sex Pistols senza Sid
Vicious, i Beatles senza Lennon, i Velvet Underground senza Nico, la pop art
senza Warhol, la beat generation senza Kerouac? No, e la conseguenza di ció era
ben presente in ognuno di noi.
Fine del viaggio e inizio di un'altra storia.

La noia e l'inedia della vita di galera, unita alla sempre piú monomaniaca
attenzione dedicata ai libri, mi portarono irresistibilmente a scrivere. Mi ci
immersi al punto di cancellare il sonno, la fame, la voglia di una donna e la
voglia di scappare. Ma qualunque cosa tentassi di fare, fossero appunti, storie
minime, buttate giú senza talento, senza personalitá, scopiazzature dei poeti beat
e quant'altro, tutto finiva per trattare dell'Alex.
E questo perché ero certo che nel momento stesso in cui l'Alex mi aveva
proposto di fare la rapina sapeva di aver attivato il primo anello di una catena di
eventi che si sarebbe conclusa con la sua morte.
Aveva cercato di fare in modo che l'evolversi della vicenda lo facesse trovare in
una situazione disperata, senza via d'uscita. Nell'unica situazione che potesse
consentirgli di fare ció che in cuor suo sicuramente voleva: farla finita.
E cosí ero stato il suo mezzo, il motore del processo conclusivo della sua
esistenza. Questo mi permetteva di capire perché mi avesse introdotto nel giro
dell'ippica e perché mi avesse incoraggiato a scommettere secondo i miei metodi
strampalati. Tale presa di coscienza mi indusse progressivamente a cancellare
dalla mia mente e dalla mia scrittura l'immagine ricorrente dell'Alex; ma questo
sforzo di astrazione finí con il caricare le mie storie di una brutalitá e di una
ferocia inaudita.
Piú passava il tempo e piú l'attenzione e la dedizione verso la scrittura
diventavano la totale e unica espressione del mio vivere. La forma, il contenuto
dei miei scritti miglioravano, diventavano piú personali, raggiungevano una loro
indipendenza stilistica e narrativa.
Dopo un anno circa, partorii la prima raccolta di racconti, brevissimi e
violentissimi scorci hard-core ambientati nei ghetti di Milano. Il titolo: Le notti
del gin e del whisky. Riuscii a farmela pubblicare da una piccola casa editrice
indipendente senza ottenere grande successo. Ma tanto bastó a far sí che, uscito
di galera, prendessi la decisione di fare lo scrittore a tempo pieno.
D'altronde, che cosa avevo da perderci?
Dopo tre consecutivi anni di continui e reiterati tentativi, il mio primo romanzo,
La lunatica storia dello stupatore di bambine, venne imprevedibilmente
pubblicato da una major senza grossi scrupoli etici. Era un miscuglio dei
peggiori sentimenti umani, grondante a ogni pagina i quattro fondamentali
elementi per il successo di massa: sesso, droga, sangue e soldi, legati
indissolubilmente tra loro come tante portate di un unico, pantagruelico
banchetto.
Ebbe un successo immenso; questo provocó problemi terribili all'editore.
Convinto di fare un libro di cassetta che la critica avrebbe placidamente
ignorato, si trovó a doversi confrontare con un caso letterario che aveva
scatenato le immancabili orde di beghine e cicisbei che popolano il mondo
pseudoculturale.
L'editoria nel suo insieme fece di tutto per far finta che quel romanzo non fosse
mai esistito. Addomesticó persino le classifiche di vendita, in modo che La
lunatica non comparisse nelle top ten. Ma non ottenne altro risultato che
aumentare la leggenda di questo libro putrido e proibito, dannato dai critici,
odiato dai perbenisti e scomparso dalle librerie. L'intera operazione non potè che
accendere il desiderio malato dei giovani e giovanissimi.
Nei successivi cinque anni scrissi altrettanti romanzi che raddoppiarono il
successo della Lunatica, da uno di questi, I sassi in bocca, venne tratto il film
che tutti conoscete.
E cosí finisce la mia storia. Sono ricco, continuo a bere e a fare tardi la notte,
nonostante qualche problema di salute. Negli ultimi tempi ho riallacciato i
rapporti con i miei genitori, con cui sono stato in causa fino all'anno scorso
perché pretendevano il cinquanta per cento dei diritti d'autore come riparazione
dei danni subiti. Per il resto non sono sposato, né fidanzato e preferisco sfruttare
i facili amori regalatimi dalle mie giovani groupies.
Cinico, direte voi, e sono d'accordo. Ma forse la vita mi ha insegnato qualcosa,
anche se so che ribatterete che è troppo facile farsi le ragazzine che ti mitizzano
e che i veri uomini, quelli che potrebbero avere mille donne, ne hanno invece
una sola e se la tengono stretta fottendosene del loro potere. Ma io non la penso
cosí, perché so che: se uno nella vita ha mille occasioni e ne butta via una
soltanto, quella se la porterá dietro fino alla tomba.
Interview
PRIMA DOMANDA: Quali sono i personaggi che l'hanno maggiormente
influenzata?

RISPOSTA: John Lennon, innanzitutto. Era la mente dei Beatles. Poteva


scannarsi tutte le groupies del pianeta. E invece ecco che si va a mettere con
questa giap brutta e per di piú con un'ambizione smisurata mandando a puttane
il gruppo e se stesso. Finí a passare le giornate girando nudo per un attico di
NYC a farsi pere nel cesso mentre lei teneva in mano il business. Un pazzo. Ma
la notte in cui morí non lo piansi.

SECONDA DOMANDA: Come passa le sue giornate adesso che è ricco e


famoso?

RISPOSTA: La mia vita non è cambiata granché. Mi alzo tardi, lo stomaco


distrutto dall'hang-over. Mi sembra di avere in pancia un vagoncino da
rollercoaster impegnato nel duplice giro della morte. Dopo aver vomitato, mi
chiedo ostinatamente che diavolo ho fatto la sera prima. Per farmi tornare la
memoria rientro in camera da letto e guardo se c'è una donna. Allora, tranne nei
doposbornia piú devastanti, riesco a ricostruire. Nel pomeriggio vado al
Magenta a leggere giornali e a scrivere. Al quarto daiquiri normalmente mi
viene l'ispirazione.

TERZA DOMANDA: Perché continua a bere?

RISPOSTA: Hai mai osservato il colore che assume il bourbon quando si riflette
in un bicchiere di cristallo? A proposito, ne vuoi un goccio?

QUARTA DOMANDA: Qual è il suo libro migliore?

RISPOSTA: Questo non so dirlo, ma c'è un punto nel romanzo Scoperta di Hank
che trovo molto significativo. C'è un momento in cui il protagonista Sebastian,
dopo essere rientrato a casa, aver trovato l'intera famiglia massacrata da un
serial killer ed essere caduto nella tromba dell'ascensore per tre interi piani,
fracassandosi due terzi delle ossa dichiara: «Adesso basta con 'sta sfiga»,
appena un istante prima di venire schiacciato dalla cabina. Ecco, questa
preghiera blasfema rivolta alla sfiga, questo desiderio disperato di poter influire
in qualche modo sul destino lo trovo di formidabile attualitá.

QUINTA DOMANDA: Che risponde a quei critici che la definiscono un eroe da


un minuto?

RISPOSTA: è giusto cosí. Fanno il loro mestiere e sanno quel che dicono. In
realtá, se fosse per me, andrebbero mutilati delle dieci dita delle mani e della
lingua in modo da impedire loro di scrivere quelle maledette cazzate. Ma adesso
ti farei io una domanda. Tu potrai dirmi pure che siamo quasi nel Duemila e che
l'umanitá ha raggiunto un significativo livello di civiltá, ma come fai ad andare
in giro con quella minigonna senza il terrore di essere stuprata dall'intera
cittadinanza milanese?

SESTA DOMANDA: Faccio fatica a capire il suo spirito. Si è mai vergognato


di un suo libro?

RISPOSTA: Beh, mi vergogno continuamente di ció che scrivo. Di un romanzo


in particolare. E quello che ho basato sul personaggio dell'Alex e che si intitola
Vieni fuori, bastardo. C'è tutto questo tema di lui che con i soldi di un colpo apre
un casino in Tailandia con tutti i generi di perversioni possibili, bambine, nane,
vecchie, donne cieche, deformi, donne malate di AIDS per i masochisti piú
irriducibili, e che adesso trovo un po' ridicolo. Come mi sembra eccessivo il
fatto della condanna a morte del protagonista per aver insultato un poliziotto; o
anche la scelta di averlo fatto ghigliottinare tre volte perché prime due il
distacco della testa dal corpo era stato solo incompleto. Ecco, credo che il
parziale insuccesso di questo libro sia in fondo meritato.
Vivo o morto?
Mancano pochi minuti alla fine della trasmissione. La bella giornalista spegne
la sua sigaretta nel portacenere di ceramica appoggiato sulla scrivania in stile
fascista nello studio del famoso scrittore.
Guzzi la guarda intensamente negli occhi come aspettando la domanda decisiva
che tarda ad arrivare. Accende lo schermo della TV e mentre scorrono le
immagini che precedono un concerto rock termina il suo racconto.

Tutto è successo l'anno scorso, verso la fine di giugno. Mi trovavo all'aeroporto


di Linate in partenza per Madrid, dove avevo un reading, in compagnia di una
ragazzina polacca. Ero andato nell'edicola a fare il pieno di libri e giornali per il
viaggio quando il mio sguardo venne irresistibilmente attratto da un uomo.
Prendeva i libri dagli scaffali come fossero prodotti al supermarket, due, cinque,
dieci.
Era alto, magro e lo si sarebbe detto un bell'uomo. Aveva piú o meno la mia etá.
Lo vidi fermare il suo sguardo su un romanzo di Bukowski e sfiorarlo con la
mano come per lanciarmi un segnale. Lo guardai negli occhi a lungo e lui fece
altrettanto. Mi avvicinai e con la voce che tremava gli sussurrai: «Alex, brutto
bastardo, dimmi che sei tu».
Lui mi guardó senza espressione e sbraitó: «Non dia del bastardo a chi non
conosce, signore». Se ne andó senza degnarmi di uno sguardo.
Cancellai volo e reading e tornai a casa. Edi, la lampadina di Archimede, si
accese sulla mia testa e ogni mistero si dissolse come la nebbia a mezzogiorno.
Il bottino del Gamba! Nessuno ne aveva piú parlato e, per quel che ne sapevo,
era rimasto in macchina con l'Alex. E il racconto della sua morte? Tutti
l'avevamo saputo dalla Gloria e non avevamo voluto approfondire. Ormai era
tutto chiaro. L'Alex e la Gloria erano d'accordo sin dall'inizio. Il Gamba che
arrivava, l'inseguimento, tutto concordato per dividerci. E la macchina della
pula? Finta anche quella. Se no, come spiegarne la mancanza di riferimenti
all'Alex da parte della polizia, il silenzio sui giornali e tutto il resto?
Impossibile, penserete voi? Beh, io invece ci credo, ci credo profondamente e se
non ho ancora approfondito, se non sono andato a fare sputare le prove alla
Gloria è solo perché non me la sento di affrontare una risposta negativa o
qualcuno che mi spiattelli: «Ma che cazzo dici? Ma se ci sono le prove, se ci
sono decine di testimoni... che vuoi di piú?»
Peró io so che lui è vivo e che mi ha solo fottuto un'altra volta e che lo incontreró
ancora in un bar o in una libreria o in un negozio di dischi e potrá essere un po'
diverso, piú basso, piú grosso, piú vecchio o piú giovane, ma quando vedró
quella luce di vita nei suoi occhi sapró riconoscerlo.

Mentre lo scrittore si versa l'ultimo bourbon la bella giornalista deglutisce e per


un solo istante sembra perdere la sua sicurezza, ma si riprende subito e
annuncia: «La sigla che vedrete adesso è tratta da una breve apparizione di
Guzzi a un concerto del gruppo del momento, i Distonia».
Superstar
È mezzanotte. Il Rolling Stone, fondamentale spazio rock milanese, è gremito e
caldissimo. Il pubblico giovane e trucido balla lo psycho reggae sputato dalle
enormi casse laterali al palco. Si diffonde nell'aria l'acre odore del sudore, della
birra, dell'hashish. Le luci si spengono progressivamente, assieme alla musica di
fondo.
A fare da contraltare, sale l'urlo del pubblico. Un faro sul palco illumina il
cantante e il bassista dei Distonia, la mitica posse milanese. Urletti e applausi di
rito li accolgono.Il front-man del gruppo, il cantante Harpo, è vestito con calzoni
corti, camicia larghissima di flanella sotto la quale porta una t-shirt inneggiante
al Che Guevara; in testa, un cappello di Paperino. Zittisce il pubblico ponendo
un dito davanti alla bocca finché progressivamente sulla sala cala il silenzio.
Solo allora Harpo comincia a parlare: «Stasera qui con noi c'è il mito, l'eroe,
l'ispiratore della nostra musica, dei nostri testi, del nostro stesso modo di
vivere». Harpo si inchina cerimoniosamente: «Signori e signore, Marino Guzzi».
Tra la folla salgono grida e fischi di incitamento, poi un boato di applausi. Guzzi
entra in scena appoggiandosi a un bastone, è vestito con jeans e camicia, un
cappello da baseball. Saluta il pubblico. Parla con voce rauchissima: «Solo una
piccola cosa, una poesia».

Le parole non contano


non ci servono piú di quanto
ci possano servire d'estate le mosche.
Le parole non contano;
una sola sfuocata immagine di donna,
il tocco di un vecchio straccio di seta,
un'unica nota soffiata da un sax,
il sapore del whisky.
Questo forse puó contare qualcosa.
Certo piú di milioni di libri.

Nella sala cade il silenzio. Poi un applauso sempre piú forte, finché basso e
batteria in perfetto sincrono non attaccano un riff spaccaorecchie. L'organo e la
chitarra si accodano al ritmo e il cantante squarcia l'aria con i versi del loro hit
Lunatic Love.
Allora, solo allora... il delirio.

«Io sono il conte Dracula, io sono il re dei vampiri, io sono immortale.»


(ultime parole di Bela Lugosi)
Bonus Track
I giorni del gin e del whisky
Eravamo stati tutto il giorno a casa del Jango Sestini a giocare a poker. Alle
cinque era giá buio, stavo perdendo trecento carte e mi ero ingollato un intero six
pack di Carlsberg Elephant. Mi alzai barcollando dal tavolo mentre l'Alex stava
decidendo se rispondere a un mio insensato rilancio sulla sua puntata. Avevo due
otto in mano e avevo tentato l'ultimo bluffacelo con la stessa ostentata sicurezza
di un condannato al patibolo. Quando vidi che l'Alex poneva con tranquillitá una
montagna di fiches sul piatto, ebbi la tentazione di ribaltare carte e tavolo.
Invece, mi avviai verso lo stereo sbuffando un laconico: «Abbandono».
Tirai fuori dalla pila di dischi il vecchio Transformer di Lou Reed e lo misi sul
piatto. Per il resto del pomeriggio ci stravaccammo sul divano del Jango a sentir
musica, a bere e a parlare di donne. Erano ancora i primi tempi. I migliori.
La sera eravamo ubriachi duri.
Mia madre il giorno prima mi aveva regalato due biglietti per non so quale
tragedia di Shakespeare che avevo naturalmente pensato di bagarinare davanti al
teatro. Invece io e l'Alex decidemmo imprevedibilmente di provare la bella
esperienza di vedere uno Shakespeare completamente stonati. Ci presentammo
alla cassa straccionati come al solito, con due bottiglie di vodka da un quarto
infilate nei tasconi sfondati del cappotto. Nel primo atto ci scolammo i due
liquori e tra una risata soffocata e un colpo di tosse ci perdemmo tutta la storia.
Durante l'intervallo l'Alex si avvicinó a un'anziana signora ingioiellata e
impellicciata che stava commentando lo spettacolo con un'amica. «Mi scusi se
l'importuno, signora», inizió, «ma io e il mio amico abbiamo speso tutti i soldi
per poter vedere il grande Billy. Shakespeare e il teatro classico sono le nostre
grandi passioni. Impossibile rinunciarci. Peró, vede, adesso non abbiamo
neppure i soldi per il caffè.»
La signora guardó l'Alex con tutto l'affetto possibile. Noi due avevamo
probabilmente la stessa etá dei suoi nipoti, con la differenza che quelli passavano
di sicuro le loro serate a sniffare trielina in discoteca, a distruggere macchine e
affondare barche qua e lá per l'Italia.
Cosí la vegliarda, sicuramente commossa da tanta nobiltá d'animo, mise mano al
portafoglio e ci chiese soavemente: «Certo, ragazzi, che cosa posso offrirvi?»
«Due gin lisci», rispose serafico l'Alex.

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