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ROSA LUXEMBURG

L’ACCUMULAZIONE
DEL CAPITALE

Introduzione di Paul M. Sweezy. Traduzione di Bruno Maffì

97

EINAUDI EDITORE
NUE
NUOVA UNIVERSALE EINAUDI

Ultimi volumi pubblicati * Volumi di prossima pubblicazione


86. Carlo Rosselli, Oggi in Spagna, domani in Dino Compagni, Cronica. Introduzione e
Italia. Con la prefazione di Gaetano Sal­ note di Gino Luzzatto.
vemini alla prima edizione. Introduzio­ Rudolf von Jhering, Lo scopo nel diritto. A
ne di Aldo Garosci. cura di Mario G. Losano.
87. Lautréamont, Opere complete. « I canti di Robert Schumann, La musica romantica.
Maldoror » e le « Poesie », seguiti da Prefazione e traduzione di Luigi Ronga.
lettere, documenti e testimonianze. In­ Adam Smith, Ricerche sulla natura e le
troduzione, traduzione con testo a fronte cause della ricchezza delle nazioni. A
e note a cura di Ivos Margoni. cura di Emma e Delio Cantimori.
88. Epicuro, Opere. Introduzione, traduzione e Francesco De Sanctis, Saggi critici. A cura
note di Graziano Arrighetti. di Sergio Romagnoli.
89. Manuel Azana, La veglia a Benicarló. Pre­ Benjamin Constant, Diari. A cura di Paolo
fazione di Leonardo Sciascia. Traduzione Serini.
di Leonardo Sciascia e Salvatore Gir- Marco Aurelio, I ricordi. Traduzione con
genti. testo a fronte di Francesco Cazzamini-
90. Atti degli Apostoli. Prefazione e traduzione Mussi.
con testo latino a fronte a cura di Cesare Paolo Sarpi, Istoria del concilio tridentino.
Angelini.
A cura di Corrado Vivanti.
91. Lu Hsün, La falsa libertà. Saggi e discorsi
Carlo Goldoni, Commedie. A cura di Kurt
(1918-1936) a cura di Edoarda Masi.
Ringger.
Con una cronologia della vita e delle
opere.
92. Karl Marx, Manoscritti economico-fìlosofici
del 1844. Prefazione e traduzione di
Norberto Bobbio. Nuova edizione.
93. Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio.
Prefazione di Giovanni Jervis. Con una
scelta di illustrazioni di E. Mazzanti e C.
Chiostri.
94. Fedro, Favole. Versione di Agostino Richel-
my, con testo latino a fronte. Introduzio­
ne di Antonio La Penna.
95. Giacomo Leopardi, Crestomazia italiana: La
Prosa. Secondo il testo originale del
1827. Introduzione e note di Giulio Bol­
lati.
96. Giacomo Leopardi, Crestomazia italiana: La
Poesia. Secondo il testo originale del
1828. Introduzione e note di Giuseppe
Savoca.
97. Rosa Luxemburg, L'accumulazione del capi­
tale. Introduzione di Paul M. Sweezy.
Traduzione di Bruno Maffi.

* Vedere alla fine del presente volume l'e­


lenco completo delle opere pubblicate nella
NUE.
NUE 97. Rosa Luxemburg, L'accumulazione del capitale.
Introduzione di Paul M. Sweezy. Traduzione di
Bruno Maffì.

L ’accumulazione del capitale, pubblicato a Ber­


lino nel 1913, è la principale opera economica
di Rosa Luxemburg. Con essa l’autrice si pro­
pose di superare una contraddizione logica che
ritenne di individuare nella spiegazione dell’ac­
cumulazione capitalistica data da Karl Marx. A
causa delle evidenti implicazioni politiche in
opposizione con le tesi revisionistiche della so­
cialdemocrazia tedesca, l’opera suscitò violente
reazioni polemiche. Ad esse la Luxemburg ri­
spose in un volumetto, pubblicato nel 1921,
dal titolo Un’anticritica, nel quale espose sin­
teticamente la sua teoria e confutò le obiezioni
dei critici. Malgrado i suoi errori, L ‘accumula­
zione del capitale è opera notevole di una gran­
de rivoluzionaria. Ancor oggi possiamo molto
imparare da essa - dalle sue esplorazioni attra­
verso la storia del pensiero economico, dalla
sua appassionata descrizione della natura e dei
metodi dell’imperialismo, dal suo indomito
spirito marxista —e anche, certamente, dai suoi
sbagli.
NUE 96. Giacomo Leopardi, Crestomazia italiana: La Poe­
sia. Secondo il testo originale del 1828. Introdu­
zione e note di Giuseppe Savoca.

In fondo, al di là delle stesse consonanze lin­


guistiche e filosofiche, il valore peculiare della
Crestomazia poetica, quello per cui noi tanto
amiamo e stimiamo quest’opera, è di natura es­
senzialmente poetica, ed è avvertibile in dire­
zione della poetica e della poesia leopardiane
perché, in definitiva, la rilettura dei poeti ita­
liani contribuiva ad orientare meglio il Leopar­
di verso la sua nuova poesia e verso una com­
piuta definizione del concetto di lirica. Quel ri­
torno leopardiano ai problemi di estetica che
troviamo negli appunti dello Zibaldone poste­
riori al lavoro della Crestomazia poetica è, sen­
za dubbio, principalmente connesso alla splen­
dida fioritura poetica dei grandi idilli, ma è an­
che legato ad una prospettiva storica della poe­
sia italiana, nella quale Leopardi vedeva realiz­
zato, direi, un concetto di lirica imperfetta. Le
elaborazioni di poetica del 1828-29 non fan­
no altro che continuare le letture dei numerosi
passi della Crestomazia poetica riguardanti il
buon poeta e il sublime in poesia, e che tendo­
no tutti verso un ideale di poesia che non sia
scolastica o volgarmente ingenua, ma che espri­
ma un forte e libero sentire dell’anima, ima vi­
sione severa e coraggiosa del mondo.
Dall’introduzione di Giuseppe Savoca
Questo ebook è stato realizzato e condiviso per celebrare il
Centenario della Rivoluzione russa
1917-2017
Nuova Universale Einaudi 97
Titolo originale Die Akkumulation des Kapitals

Copyright © i960 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino


Rosa Luxemburg

L ’ACCUMULAZIONE D EL CAPITALE
Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo
e
C IÒ CH E G L I E P IG O N I H ANNO FATTO
D ELLA TEO R IA M A R XISTA
Una anticritica

Introduzione di Paul M. Sweezy Traduzione di Bruno Maffi

Giulio Einaudi editore 1968


IN TRO D U ZIO N E

Il significato e l’importanza dei libri dipende in una cer­


ta misura dalle condizioni storiche e ambientali, dal loro
rapporto con altri libri, dalle circostanze in cui furono scrit­
ti, e via dicendo. Ma ciò non avviene sempre nella stessa
misura. In alcuni casi si può capire e apprezzare un libro
pur avendo una scarsa conoscenza di quei fattori; in altri
casi, invece, senza di questa, si può fallire nel coglierne l’es­
senza e lo scopo. Perciò la funzione principale di una intro­
duzione mi pare essere quella di familiarizzare il lettore con
l’autrice dell’Accumulazione del capitale e di presentare il
libro nel suo caratteristico contesto storico.

I.

Rosa Luxemburg nacque il 5 marzo 1871, nella piccola


città di Zamošć vicino alla città di Lublino in quella che era
allora la Polonia russa *. I suoi genitori erano ebrei colti e
relativamente benestanti, i quali si trasferirono a Varsavia
quando essa era ancora bambina. Mentre frequentava i cor­
si della scuola superiore a Varsavia, Rosa fu coinvolta in at­
tività rivoluzionarie, e, lasciata la scuola nel 1887, si uni al
partito rivoluzionario Proletariat. Da allora in poi, si dedicò1

1 Tutti i dettagli biografici sono tratti dalla biografia di PAUL FRÖLICH,


Rosa Luxemburg: Gedanke und Tat, Hamburg 1949 ( i a ed., Paris 1939). Frö­
lich fu per lungo tempo alleato politico di Rosa Luxemburg ed editore ufficia­
le delle sue Opere, la cui pubblicazione fu ostacolata e ritardata a causa dello
spirito settario del movimento comunista in Germania negli anni dopo il
1920 e fu finalmente interrotta del tutto dall’ascesa di Hitler. Frölich scrisse
la biografia in esilio a Parigi, ed essa fu pubblicata in inglese dal Left Book
Club nel 1940.
vin PAUL M . SW EEZY

appassionatamente e senza riserve alla causa del socialismo


rivoluzionario.
Dopo due anni d ’intensa attività, Rosa fu presa di mira
dalla polizia, ed i suoi compagni, affinché non corresse il ri­
schio di essere esiliata in Siberia, organizzarono la sua fuga
dalla Polonia. Andò a Zurigo e in quella università, che al­
lora era il centro dell’emigrazione polacca e russa in Occi­
dente. Si dedicò allo studio delle scienze naturali e dell’eco­
nomia politica, partecipò al movimento operaio locale, fre­
quentò molti fra i piu notevoli marxisti di quel tempo e co­
si, in breve tempo, si maturò intellettualmente e politica-
mente. Plechanov e Parvus senza dubbio ebbero una parte
determinante nello sviluppo delle sue idee, ma il piu im­
portante rapporto personale di quel periodo, e anzi di tutta
la sua vita, fu quello con Leo Jogiches. Le carriere di Leo
Jogiches e di Rosa Luxemburg furono stranamente parallele
e complementari. Ebreo lituano, Jogiches fu, come Rosa, u-
no dei promotori del moderno movimento operaio polacco.
Egli andò a Zurigo nel 1890, incontrò Rosa Luxemburg, e
d ’allora in poi, sempre a lei legato dalla piu stretta unione
politica e personale, sostenne un ruolo di primo piano sia in
Polonia che in Germania. Essa fu principalmente la teorica,
egli l’organizzatore, e pare abbiano sempre lavorato insie­
me, in perfetta armonia. Co-fondatori del Partito comuni­
sta tedesco alla fine del 1918, ambedue caddero assassinati,
vittime della reazione tedesca, Rosa nel gennaio 1919, Leo
nel marzo.
Mentre era a Zurigo, Rosa Luxemburg dedicò molto tem­
po ed energia allo studio della storia e dei problemi della
Polonia. Fu lei che scrisse il rapporto dell’appena costituito
Partito socialista polacco ( p p s ) al congresso della Seconda
Internazionale a Zurigo (1893), e la sua tesi di laurea fu u-
no dei primi studi sullo sviluppo del capitalismo in Polo­
nia l. Quando il Partito socialista polacco si disciolse dopo
il congresso di Zurigo, Rosa Luxemburg e Leo Jogiches si
unirono alla maggior parte della nuova generazione di so-1

1 rosa Luxemburg , Die industrielle Entwickelung Polens, Leipzig 1898.


INTRODUZIONE IX

cialisti in Polonia per formare il Partito socialdemocratico


del Regno di Polonia. Nonostante la sua posizione di capo
riconosciuto del movimento polacco, tuttavia, l’interesse di
Rosa sembra essersi volto principalmente alla Germania:
come dice Frölich, essa «si sentiva irresistibilmente attrat­
ta verso il centro del movimento operaio internazionale, o-
ve l’interesse per le questioni di teoria e di tattica era vivo
al massimo, ed ove appariva sempre piu saldamente fissato
il centro di gravità della politica internazionale». Un matri­
monio meramente formale con un cittadino tedesco le fece
ottenere la nazionalità che le era necessaria per potersi sta­
bilire in Germania, cosa che fece nel 1897.
Rosa Luxemburg arrivò in Germania proprio quando la
famosa controversia a proposito del revisionismo stava toc­
cando il culmine, e prese partito, senza esitazione, contro
Bernstein, per l’ortodossia marxista. Non era facile per una
donna aprirsi la strada in quei giorni, ma l’impegno di Rosa
come teorica e come polemista era cosi notevole che essa
immediatamente assurse ad un posto di primo piano nell’a­
la sinistra del movimento socialista tedesco - e vi rimase fi­
no al giorno della sua morte. Fra tutte le risposte ai revisio­
nisti, Riforma o rivoluzione? di Rosa Luxemburg, origina­
riamente pubblicato in due serie di articoli nella «Leipziger
Volkszeitung» e riunito in forma di opuscolo nel 1900, fu
- a mio parere - insieme la piu forte e la piu fedele allo
spirito di Marx e di Engels. È ancor oggi uno dei pochissi­
mi classici della teoria politica marxista, forse l’opera mi­
gliore che mai sia uscita dalla penna di Rosa Luxemburg.
La tesi per la quale si batté è che riforma e rivoluzione non
sono due diverse vie al socialismo, bensì cose del tutto di­
stinte: riforma non è rivoluzione diluita attraverso un lun­
go periodo, né rivoluzione è riforma compressa in un breve
spazio di tempo. La classe operaia deve sforzarsi per otte­
nere riforme entro lo schema del capitalismo - il non farlo
vorrebbe dire abdicare di fronte al nemico —ma non deve
mai dimenticare che il fine ultimo non sono i miglioramen­
ti nell’ordine sociale esistente, ma un ordine sociale del tut­
to nuovo, in cui sfruttamento e anarchia non vengano sol­
tanto temperati ma totalmente aboliti.
X PAUL M . SW EEZY

Nella grande controversia sul revisionismo la vittoria


sembrò arridere agli ortodossi; persino Rosa fu convinta
per un certo periodo che Bernstein e i suoi seguaci fossero
stati definitivamente sconfitti. Alla maggior parte dei revi­
sionisti, però, interessavano assai poco le questioni dottri­
nali, mentre sul terreno pratico dell’attività sindacale e del­
l ’organizzazione politica erano ben lungi dall’essere battuti.
Da allora in poi, il fatto che il Partito socialdemocratico te­
desco si articolasse in ala destra e ala sinistra, con un vasto
centro che andrà gravitando gradualmente ma decisamente
verso destra, sempre di piu dominò ogni aspetto dei movi­
menti operaio e socialista. Rosa Luxemburg combatte il piu
strenuamente possibile contro queste tendenze, il cui signi­
ficato le era sin troppo chiaro; quasi tutto ciò che disse e
fece era diretto allo scopo di salvare la socialdemocrazia te­
desca dalla catastrofe dalla quale alla fine fu travolta nell’e­
state del 1914. Quando ci disporremo a valutare l ’intenzio­
ne ed il significato del suo magnum opus, Vaccumulazione
del capitale, dovremo tenere ben presente questo intento.
La rivoluzione russa del 1905 riportò temporaneamente
Rosa Luxemburg al centro degli avvenimenti in Polonia.
Durante la maggior parte del 1905, il suo contributo alla
causa rivoluzionaria prese la forma di una continua produ­
zione di scritti interpretativi sulla stampa socialista tedesca
e polacca, ma a dicembre essa non potè piu resistere al fa­
scino dell’azione e si recò in segreto a Varsavia, dove insie­
me a Leo Jogiches assunse il comando diretto delle attività
del Partito socialdemocratico polacco. In quel momento, pe­
rò, la rivoluzione aveva già oltrepassato il suo culmine e la
reazione stava prendendo il sopravvento. Nel marzo del
1906, Rosa fu arrestata e per alcuni mesi rimase in una pri­
gione zarista, non sapendo mai se avrebbe potuto sopravvi­
vere fino al giorno dopo. Ma, grazie a un abile gioco di inter­
venti e di pressioni, fu finalmente rilasciata e si dispose a
tornare in Germania attraverso Pietroburgo e la Finlandia.
Fu in Finlandia, durante l’estate, che scrisse un opuscolo in­
titolato Lo sciopero generale di massa, il partito e i sindaca­
ti, in cui riassumeva la sua esperienza della prima rivoluzio­
ne russa.
INTRODUZIONE XI

Gli eventi del 1903 nell’Est produssero in Germania u-


na promettente rinascita di spirito militante, ma durò poco
e la situazione presto ricadde nello status quo ante. L ’ala si­
nistra, che da molto tempo era stata impegnata solo nella
lotta contro il revisionismo politico, da allora si preoccupò
sempre piu del crescente pericolo di una guerra fra le gran­
di potenze imperialistiche, e su queste due questioni si con­
centrarono i pensieri e le energie di Rosa Luxemburg negli
anni immediatamente seguenti.
Sotto un certo aspetto, importante per il punto di vi­
sta di questa introduzione, la forma delle attività di Rosa
Luxemburg subi un cambiamento in questo periodo. Nel
1906, il Partito socialdemocratico tedesco fondò una scuo­
la per formare i vari tipi di giornalisti, redattori e funziona­
ri di cui aveva bisogno in numero sempre crescente. Rosa
Luxemburg fu subito assegnata al corpo insegnante di que­
sta scuola e dimostrò di essere una maestra straordinaria­
mente dotata ed efficiente. Fu in connessione con il suo in­
segnamento eh’essa intraprese a scrivere la Introduzione al­
l’economia 1e fu in conseguenza della preparazione dell’I«-
troduzione ch’essa si trovò impegnata in uno studio piu
specializzato da cui nacque l’opera che qui presentiamo. Ri­
prenderemo a parlare delle circostanze che accompagnarono
la stesura dell’Accumulazione del capitale fra poco, quando
esamineremo la struttura e il contenuto di quest’opera.
Quello sarà anche il momento piu adatto per discutere di
come il libro fu accolto e della risposta rivolta da Rosa Lu­
xemburg ai suoi critici, cioè VAntikritik che è compresa in
questo volume.
Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della
prima guerra mondiale, l’attenzione di Rosa Luxemburg si
concentrò sempre piu sui problemi dell’imperialismo e del1

1 Einführung in die Nationalökonomie. Probabilmente questo lavoro fu


finito in prigione durante la guerra, ma se ne potè trovare soltanto una parte
fra le opere postume di Rosa Luxemburg. Una versione purgata fu data alla
stampa nel 1925 da Paul Levi, e quello che sembra essere il testo originale fu
pubblicato nel 1951 dall’Istituto tedesco-orientale Marx-Engels-Lenin in R.
Luxem burg , Ausgewählte Reden und Schriften, Dietz Verlag, Berlin, vol. I,
pp. 411-751.
X II PAUL M . SW EEZY

militarismo, e come sempre le sue fatiche teoriche si accom­


pagnarono all’attività di agitatrice. Essa stessa e Karl Lieb­
knecht capeggiarono in Germania la lotta antimilitarista
con grande energia e risolutezza. Il consenso popolare fu
notevole, e la fede di Rosa Luxemburg nell’efficacia del suo
lavoro fu rinvigorita dal fatto che essa in quel periodo fu
bersaglio di ripetuti arresti e processi. La sua esperienza
personale, unita alle violente dichiarazioni antibelliche che,
durante gli ultimi anni, erano state diffuse dall’Internazio­
nale, la indussero a quella che poi doveva rivelarsi una erra­
ta sopravvalutazione della probabilità che il movimento so­
cialista europeo si sarebbe seriamente opposto alla guerra
qualora fosse stata dichiarata. Il crollo di questa illusione
ridusse temporaneamente in rovina tutto il suo mondo di
ideali, e per la prima volta nella sua vita essa si abbandonò
alla disperazione.
Questo stato d ’animo, tuttavia, non durò molto, e dopo
poco Rosa e un piccolo gruppo di socialisti convinti s’impo­
sero l’arduo compito di ricostruire, praticamente dal nulla,
in Germania, un movimento socialista autenticamente rivo­
luzionario. Come al solito essa si mise al lavoro senza riser­
ve e senza timori e naturalmente provocò la piu vivace osti­
lità da parte delle autorità imperiali. Passò in prigione la
maggior parte degli anni di guerra, ma nemmeno questo le
impedì di assumere una parte attiva e importante negli e-
venti di quel periodo. Scrisse in prigione nella primavera
del 1915 il famoso libro La crisi della socialdemocrazia, piu
noto sotto il titolo di Junius-Broschiire, e lo fece stampare
in Svizzera durante un breve intervallo di libertà nel 1916 *.
Dalla prigione fu l’ispiratrice della conferenza della sinistra
che si riunì il giorno di Capodanno del 1916 per costituire
la Lega di Spartaco, anticipatrice diretta del Partito comu­
nista tedesco. Nei periodi di libertà essa fu infaticabile or­
ganizzatrice e agitatrice; quando stava in prigione, cioè la1

1 Lo pseudonimo di « Junius » ch’essa scelse per questa opera fu preso in


prestito dalle Lettere di Junius che apparvero in Inghilterra nel «Public Ad­
vertiser» intorno al 1770. Le originali Lettere di Junius erano attacchi sfer­
zanti contro l’assolutismo di Giorgio III e dei suoi ministri.
INTRODUZIONE X III

maggior parte del tempo, riusciva non solo a mantenersi in


contatto e al corrente degli eventi e a sviluppare le proprie
idee, ma anche a comunicare con il mondo esterno attraver­
so lettere private e la pubblicazione di articoli.
In seguito alla rivoluzione del marzo in Russia, l’atten­
zione di Rosa si volse di nuovo all’Oriente, e molto di quan­
to ella scrisse durante i l i 9 i 7 e i l i 9 i 8 f u dedicato alla de­
scrizione, all’elogio, alla critica e alla valutazione del corso
degli eventi in Polonia e in Russia. Sostenne con tutto il
cuore Lenin e i bolscevichi e in generale approvò la loro po­
litica. Nello stesso tempo, però, essa fu pienamente consa­
pevole degli ostacoli e delle difficoltà che essi dovevano
fronteggiare e (come tutti i principali marxisti del tempo)
credette che la rivoluzione russa potesse, in definitiva, esse­
re salvata dalla sconfitta soltanto dal pieno successo di una
rivoluzione nei paesi piu progrediti dell’Occidente. Nello
stesso tempo, sapeva che la pressione esercitata dalla man­
canza di forze e dalla necessità era destinata a sospingere i
bolscevichi in direzioni che né lei né loro potevano appro­
vare. Non li biasimò per questo, e riservò piuttosto il suo
disprezzo e la sua condanna ai socialisti dell’Occidente che
avevano mancato di venire in aiuto alla rivoluzione russa
- ma, d’altra parte, riconobbe gli eventuali pericoli di un in­
tervento. Il terrorismo e la soppressione della critica non
potevano non portare ad una graduale degenerazione del re­
gime. « Senza suffragio universale, consultazione popolare,
libertà di stampa e di riunioni illimitate e libero dibattito di
idee —essa scriveva-la vita in qualsiasi pubblica istituzione
langue, diventa semplice apparenza, ogni iniziativa cade in
balia della burocrazia. A poco, a poco, la vita pubblica si e-
stingue. Un manipolo di capi di partito di inesauribile ener­
gia e di sconfinato idealismo dirige e governa, e una dozzina
di menti preminenti fra loro assume il comando. Una élite
di lavoratori è convocata di tanto in tanto ad assemblee che
hanno il solo scopo di applaudire i discorsi dei capi e di vo­
tare all’unanimità risoluzioni precostituite. In fondo que­
sta è una specie di consorteria —una dittatura, certo, ma
non la dittatura del proletariato, bensì la dittatura di pochi
politicanti, cioè, una dittatura in senso borghese, in senso
XIV PAUL M. SW EEZY

giacobino» '. Forse quello che Rosa Luxemburg temeva so­


pra ogni altra cosa era che i bolscevichi, costretti a disperati
espedienti, cercassero di fare di necessità virtù e giustificas­
sero tattiche e metodi, imposti da una paurosa combinazio­
ne di eventi, come buoni in se stessi e degni di essere adot­
tati dal movimento socialista internazionale. Non occorre,
oggi, mettere in evidenza il carattere profetico di questi am­
monimenti e di questi timori: tutta la storia della rivoluzio­
ne russa, a partire dai primi anni dopo il 1920, ha conferma­
to la profondità dell’intuizione di Rosa Luxemburg.
Rosa fu liberata dalla prigione solo il 9 novembre 1918
- soltanto grazie ad un’azione di massa. Si affrettò a rag­
giungere Berlino e assunse subito, con Karl Liebknecht, l’in­
discusso comando dell’ala sinistra rivoluzionaria del movi­
mento socialista tedesco. Fu, fin dall’inizio, il vero capo di
redazione del nuovo giornale, «D ie Rote Fahne», e fu lei
che stese e presentò al congresso inaugurale il programma
del Partito comunista tedesco. Ma la durata della sua attivi­
tà di direzione del comuniSmo tedesco era destinata ad es­
sere breve. Presto, nel gennaio del 1919, si produssero gli
avvenimenti che passarono alla storia col nome di insurre­
zione degli spartachisti. In realtà questo termine trae in in­
ganno: dietro alla «insurrezione» c’era un piano della rea­
zione molto ben preparato, d’accordo con la direzione uffi­
ciale socialdemocratica, allo scopo di soffocare sul nascere
la rivoluzione tedesca. Ciò nonostante, quando a Berlino
s’ingaggiò la battaglia nelle strade, furono indicati pubblica­
mente e a gran voce come istigatori Rosa Luxemburg e Karl
Liebknecht. Per alcuni giorni essi riuscirono a sfuggire al­
l’arresto spostandosi da un quartiere all’altro, ma alla fine
furono traditi e catturati la sera del 15 gennaio. Poche ore
dopo venivano assassinati, brutalmente e a sangue freddo,
da alcuni soldati della divisione territoriale della cavalleria.
Il corpo di Rosa Luxemburg fu gettato nelle acque ghiaccia­
te del canale Landwehr, dal quale fu recuperato soltanto al­
cuni mesi più tardi.1

1 Die Russische Revolution, citato in p. frölich , Rosa Luxemburg: Ge­


danke und Tat, p . 294.
INTRODUZIONE XV

XI.

Come abbiamo visto, L ’accumulazione del capitale fu il


prodotto della sua attività di docente nel periodo in cui in­
segnava nella scuola del partito negli anni dopo il 1906. Il
corso principale consisteva in un ampio panorama dell’eco­
nomia politica; fu in connessione con questo che essa intra­
prese a scrivere una Introduzione all’economia. Il lavoro
procedeva lentamente, a causa dell’urgenza di altri compiti
e doveri, e per lunghi periodi dovette metterlo compieta-
mente da parte. Nel gennaio del 19x2, però, lo riprese con
rinnovato interesse, sperando di poterne almeno completa­
re una prima stesura. Fu allora che incorse in quella «d if­
ficoltà inaspettata» che descrive nella prefazione a L ’accu­
mulazione del capitale. Non riusciva, ci dice, a esporre il ci­
clo completo della produzione capitalistica «con sufficiente
chiarezza». Dopo un piu attento esame, però, pervenne alla
conclusione che lo scoglio non stava nell’esposizione, ma in­
vece dipendeva dal contenuto del II volume del Capitale
di Marx, ed insieme dalla pratica dell’imperialismo contem­
poraneo e dalle sue radici economiche. Per una donna del
carattere e degli interessi culturali di Rosa Luxemburg que­
sta era una sfida che non poteva non essere raccolta. Le pia­
cevano le costruzioni intellettuali logicamente compiute e
ordinate e la scoperta di supposte incongruenze nel sistema
marxista bastava a spronarla all’azione. Ma forse anche piu
importante fu la fiducia di essere sulle tracce di risultati teo­
rici che avrebbero avuto una grande importanza pratica nel­
la lotta contro il revisionismo, da una parte, e l’imperiali­
smo dall’altra. Smise immediatamente di lavorare intorno
all ’Introduzione e si dedicò con entusiasmo al nuovo com­
pito che si era imposto. Qualche anno piu tardi, scrivendo
dalla prigione al suo amico Diefenbach, descrisse, come se­
gue, la composizione del libro: « I l periodo in cui scrivevo
YAccumulazione fu uno dei piu felici della mia vita. Vive­
vo come in uno stato di ebbrezza, notte e giorno non vedevo
altro che questo problema che mi si veniva cosi meraviglio­
samente chiarendo in tutti i suoi particolari, e non so dav-
XVI PAUL M. SW EEZY

vero quale di queste due cose mi procurasse piu piacere: lo


sviluppo del pensiero assorto nella discussione di complica­
ti problemi, mentre camminavo lentamente su e giu attra­
verso alla stanza, o il metterne già i risultati sulla carta con
chiarezza. Sai che scrissi tutto il libro in una sola tirata, in
quattro mesi —cosa inaudita! —e lo diedi direttamente alle
stampe senza rileggerne nemmeno una volta la prima ste­
sura?»
Qual è la natura della lacuna o della debolezza logica che
Rosa Luxemburg ritenne di aver scoperto nel II volume del
Capitale?
Bisogna tenere presente che questo volume tratta della
circolazione del capitale e che è qui che vengono presentati
i famosi «schemi di riproduzione» che in pratica sono la
versione in forma numerica, ad opera di Marx, del Tableau
économique di Quesnay. Secondo Marx il valore di qualsia­
si merce, e quindi anche il valore totale di tutte le merci, è
composto di capitale costante (materie prime e ausiliarie,
ammortamento delle macchine, ecc.) piu capitale variabile
(salari) piu plusvalore (profitto, interesse e rendita). Inol­
tre, dato che tutte le merci si possono suddividere in mezzi
di produzione e beni di consumo, ne segue che la produzio­
ne si può dividere in due sezioni: la sezione I produce mez­
zi di produzione, la sezione II produce beni di consumo.
Ora è ovvio che, affinché il sistema funzioni senza intralci,
non solo la domanda totale deve uguagliare l’offerta totale,
ma anche la domanda di prodotti di ciascuna sezione deve
uguagliare il complesso della produzione della sezione stessa.
In quel caso che Marx chiamò riproduzione semplice —cioè
uno stato di cose in cui tutto resta invariato da un anno al­
l’altro —evidentemente si soddisfano queste condizioni se
il capitale costante consumato in tutte e due le sezioni è u-
guale alla produzione della prima sezione, e se il reddito
complessivo di lavoratori e capitalisti delle due sezioni (che
deve essere interamente consumato perché le condizioni re­
stino invariate) è uguale alla produzione della sezione II.
Se indichiamo le componenti del valore con c , v , e p e usia-

1 Citato in p. Frölich , Rosa Luxemburg: Gedanke und Tat, p. 193.


INTRODUZIONE XVII

mo indici numerici a piede per indicare la sezione, possiamo


esprimere la produzione delle due sezioni in termini di va­
lore come segue
Cl + V \ + p i
C2 + V2 + p 2

Allora le condizioni di equilibrio diventano:


C\ + C2 = Ci + V 1 + pi
Vl + V2 + p l + p 2 = C2 + V2 + p 2

E tutte e due queste si riducono alla forma piu semplice:


C2 = Vi + pi
Quando si passa dal caso della riproduzione semplice a
quella che Marx chiamò riproduzione allargata, le cose si
complicano un poco, ma i principi in sostanza sono gli stes­
si. La differenza fra riproduzione semplice e riproduzione
allargata è che in quest’ultima i capitalisti non consumano
tutti i loro redditi, ma invece ne risparmiano una parte e la
investono in nuovo capitale variabile e costante. La produ­
zione della prima sezione diventa allora piu grande dell’am­
montare del capitale costante consumato nei due settori, e
i nuovi lavoratori impiegati dal capitale variabile addizio­
nale generano un incremento della domanda di beni di con­
sumo. Aumentando il plusvalore, i capitalisti potranno an­
che consumare di piu senza per questo intaccare le fonti del­
l’accumulazione. Perciò nella riproduzione allargata tutte le
grandezze aumenteranno simultaneamente, e può darsi che
non ci siano intralci, a condizione però che le proporzioni a-
deguate siano mantenute. Queste proporzioni adeguate pos­
sono essere espresse in condizioni di equilibrio analoghe,
sebbene naturalmente non identiche, a quelle date sopra
per il caso della riproduzione semplice.
Gli schemi numerici di Marx spiegavano tutto ciò in mo­
do grossolano ed imperfetto, ma la logica fondamentale del
processo si manifestava abbastanza chiaramente e il senso1

1 Sia Marx che Rosa Luxemburg usarono nei loro schemi numeri specifi­
ci invece di simboli, ma questo serve solo a complicare la spiegazione e non
altera minimamente la sostanza dell’argomento.
XV III PAUL M . SW EEZY

ne fu afferrato con esattezza da Rosa Luxemburg. Essa non


sostenne che ci fosse qualche cosa di errato nello schema
della riproduzione allargata, come tale, e riconobbe spesso
nei suoi scritti che in una società socialista pianificata lo svi­
luppo avrebbe seguito piu o meno da vicino il modello de­
scritto nello schema. Ma negò insistentemente che lo sche­
ma fosse una fedele rappresentazione della realtà capitali­
stica.
Questo è il nucleo della critica di Rosa Luxemburg al si­
stema marxiano ed è importante capire il carattere dell’ar­
gomento da lei sostenuto e il terreno su cui è fondato.
Secondo Rosa Luxemburg, l’accumulazione può avvenire
solo dopo che i capitalisti abbiano venduto le merci in cui è
incorporato il plusvalore. Come nel caso del capitalista sin­
golo, cosi per la classe capitalista considerata nel suo com­
plesso —essa sosteneva —il plusvalore deve essere «realizza­
to» cioè trasformato in denaro, prima di poter essere ado­
perato per comprare forza-lavoro e capitale costante addi­
zionali. Ma dove sono gli acquirenti? In parte la risposta è
che i capitalisti, per soddisfare i loro bisogni di consumo,
realizzano reciprocamente il loro plusvalore. Ma se soste­
niamo che tutto il plusvalore si realizza in questo modo, ri­
cadiamo nella riproduzione semplice. Chi, si chiede Rosa,
potrà comprare i prodotti che comprendono « l ’altra parte,
la parte capitalizzata, del plusvalore»? Secondo lo schema
di riproduzione, essa osserva, la risposta è: «in parte gli
stessi capitalisti, producendo nuovi mezzi produttivi ai fini
dell’allargamento della produzione, in parte nuovi lavorato­
ri resi necessari dall’impiego di questi nuovi mezzi produtti­
v i» '. Questa parrebbe essere una soluzione logica del pro­
blema, ma Rosa sostiene che non è applicabile al capitali­
smo. «M a per far lavorare nuovi lavoratori con nuovi mez­
zi di produzione - essa aggiunge - bisogna avere preliminar­
mente - dal punto di vista capitalistico - uno scopo per al­
largare la produzione, una nuova richiesta di prodotti da
fabbricare»2.
Il problema, quindi, si riduce a questo: da dove, all’in-
1 Cfr. oltre, p. 119.
2 Ibid.
INTRODUZIONE XIX

terno della struttura del sistema capitalistico, scaturirà que­


sta nuova domanda? E Rosa Luxemburg trova che non c’è
risposta. Considera troppo assurda perché ci si preoccupi di
confutarla l’idea che un incremento di consumo da parte dei
capitalisti stessi possa provvedere la nuova domanda neces­
saria. Risposta piu plausibile sarebbe dire che la nuova do­
manda è creata dall’aumento naturale della popolazione, e
Rosa ammette che in una società socialista questo possa es­
sere veramente il punto di partenza di una riproduzione al­
largata. In regime capitalistico, però, i bambini non nasco­
no con conti attivi in banca e l’unica specie di domanda di
cui si preoccupano i capitalisti è quella di una domanda che
paghi. L ’aumento della popolazione non fornisce una via
d ’uscita. Un’altra possibilità è che le cosiddette «terze per­
sone» (medici, avvocati, impiegati statali, soldati, ecc.) pos­
sano provvedere questa domanda. Ma, Rosa argomenta, i
loro redditi sono semplicemente denaro sottratto ai salari e
al plusvalore: non aggiungono niente alla domanda totale,
né possono accrescerla attraverso il tempo. Cosi giunge alla
seguente conclusione: « Il plusvalore deve... necessariamen­
te prendere la forma monetaria, spogliarsi della forma di
sovraprodotto, prima di riassumerla ai fini dell’accumula­
zione. Ma che cosa e chi sono gli acquirenti del sovraprodot­
to di I e II? Anche solo per realizzare il plusvalore di I e II,
è necessario, secondo quanto abbiamo detto, che sia già pre­
sente uno sbocco all’infuori di I e I L Ma quello che si sareb­
be cosi ottenuto è soltanto la conversione del plusvalore in
denaro. Perché il plusvalore realizzato possa esser fatto ul­
teriormente servire all’allargamento della produzione, al­
l’accumulazione, è necessaria la prospettiva di uno smercio
futuro ancor maggiore, pur esso all’infuori di I e I I » *.
Rosa Luxemburg esplora questo terreno in lungo e in lar­
go, e la sua linea di ragionamento non è sempre cosi chiara
come spero di essere riuscito a renderla qui. Ma penso che
quanto ho esposto metta in luce abbastanza fedelmente l’es­
senza del suo pensiero. Essa pensava che la difficoltà del si­
stema marxiano consistesse nel fatto che Marx non riuscì1

1 Cfr. oltre, p. 124.


XX PAUL M . SW EEZY

mai a eliminare la contraddizione della incompatibilità esi­


stente fra la riproduzione allargata e il capitalismo puro.
Egli si dibattè in questo problema; a volte lo vide piu chia­
ramente, a volte meno; se fosse vissuto fino a portare a ter­
mine II capitale, senza dubbio ne avrebbe trovata la soluzio­
ne. Ma non fu cosi; la contraddizione resta, e spetta appun­
to ai discepoli di Marx di risolverla. Cosi Rosa Luxemburg
vide il problema, e questo è il compito che si impose.
Vista su questo sfondo, l’impostazione dell’Accumulazio­
ne del capitale è logica, si potrebbe quasi dire inevitabile.
La sezione I, suddivisa in nove capitoli, s’intitola II proble­
ma della riproduzione. Un capitolo iniziale, che tratta dei
preliminari, è seguito da due capitoli che analizzano il Ta­
bleau économique di Quesnay e la teoria di Adam Smith se­
condo la quale il valore di tutti i beni può in conclusione ri­
dursi a rendita, profitto e salari. I restanti sei capitoli sono
dedicati agli schemi di riproduzione di Marx, e culminano
in una diffusa discussione della «difficoltà» che Rosa pensa­
va di avere scoperto e che sopra abbiamo esposto '. La se­
zione II, Esposizione storica del problema, comprende quin­
dici capitoli divisi in tre «schermaglie» che in effetti sono
tre famose discussioni intorno alla relazione fra consumo e
accumulazione nell’economia capitalistica. In queste dispu­
te Rosa Luxemburg vedeva dei primi tentativi di cimentar­
si con il problema che a suo avviso aveva imbarazzato Marx;
e dimostra perché, a suo parere, nessuno dei protagonisti
fosse riuscito a risolverlo. I principali autori di cui tratta so­
no Sismondi, Malthus, Say, Ricardo, e MacCulloch fra i clas­
sici; Rodbertus e v. Kirchman fra i premarxisti tedeschi e
Voroncov, Struve, Bulgakov, Tugan-Baranovskij, e Nikolaj-
on (Daniel son) fra i russi contemporanei di Rosa. Infine, la
sezione III (otto capitoli) presenta la soluzione data al pro­
blema da Rosa Luxemburg, sotto il titolo Le condizioni sto­
riche dell’accumulazione.
Il titolo di quest’ultima sezione mostra quello che Rosa
considerava la fonte della «difficoltà» di Marx. Seguendo le
tracce degli economisti classici che lo avevano preceduto,
1 È interessante notare che la parola Schwierigkeit appare nei titoli de­
gli ultimi due capitoli di questa sezione.
INTRODUZIONE XXI

egli aveva basato tutta la sua costruzione teoretica sulla pre­


messa di quello che si può definire un sistema capitalistico
«puro», cioè composto soltanto di capitalisti e di operai.
Questo, secondo Rosa, si giustificava pienamente nell’anali­
si dei capitali individuali e anche nell’analisi della riprodu­
zione semplice. Era abbastanza naturale basare l’analisi del­
la riproduzione allargata sullo stesso assunto, e Marx, come
tutti gli altri autori di cui si occupa Rosa, fece così. Ma un
esame piu approfondito dimostrava come questo fosse un
passo arbitrario che conduceva a un vicolo cieco. La ripro­
duzione allargata era impossibile se si consideravano i capi­
talisti e gli operai come unici compratori, e qualsiasi tenta­
tivo di trovare una via d’uscita mantenendo l’assunto del
capitalismo puro era vano.Basandosi su questo ragionamen­
to, era inevitabile che Rosa giungesse alla conclusione che si
dovesse lasciar cadere la premessa da cui si era partiti e che
il problema dell’accumulazione dovesse essere analizzato en­
tro il quadro definito dalle effettive condizioni storiche che
si erano manifestate al momento della nascita e durante lo
sviluppo del capitalismo.
Fra queste condizioni storiche due sembrarono a Rosa
essere di preminente importanza: prima, l’esistenza di paesi
non capitalistici accanto a quelli capitalistici; seconda, la
presenza, persino all’interno dei paesi prevalentemente ca­
pitalistici, di strati di popolazione non capitalista (contadi­
ni, artigiani, ecc.). Queste due condizioni definivano quello
che essa chiamò l’ambiente o il contorno non-capitalistico
del sistema capitalistico, ed era questo contorno che prov­
vedeva i compratori necessari i quali, come abbiamo visto,
sarebbero mancati in un sistema capitalistico puro.
Questa, dunque, fu la soluzione data da Rosa Luxemburg
alla «difficoltà», ed essa dedicò la maggior parte della sezio­
ne III alla spiegazione del suo modus operandi e delle sue
conseguenze. Il capitalismo nel suo complesso, essa soste­
neva, mentre vive del suo contorno non-capitalistico, al tem­
po stesso lo distrugge, ossia lo trascina nell’orbita del capi­
talismo. Ogni paese capitalistico combatte, anima e corpo,
per la partecipazione piu larga possibile al mercato non ca­
pitalistico. Dovunque guardasse, Rosa trovava conferma al­
XXII PAUL M . SW EEZY

la sua teoria. La nascita del protezionismo, per esempio, che


era una caratteristica cosi saliente del tardo Ottocento e
del primo Novecento, sembrava riflettere l’interesse di ogni
paese capitalistico ad escludere gli altri dal proprio mercato
interno non-capitalistico. E, naturalmente, l ’imperialismo,
con il suo sinistro seguito di militarismo e di guerra, era l’e­
spressione della determinazione da parte di ognuna delle po­
tenze capitalistiche dominanti di asservire al proprio con­
trollo la parte piu grande possibile del mondo non-capitali-
stico. I capitoli in cui Rosa descrive questi fenomeni —l’ag­
gressione da parte dei forti contro i deboli e la lotta quoti­
diana fra i forti per assicurarsi la parte del leone nel bottino
—costituiscono il cuore del libro. Scrivendo con vivacità e
con passione, qui essa abbandona lo scolasticismo alquanto
arduo delle prime sezioni e innalza tutto il lavoro al livello
di un classico rivoluzionario.
La sua teoria, però, non la portava soltanto ad una spie­
gazione dell’imperialismo. In aggiunta essa metteva in evi­
denza alcune conclusioni ben definite ed estremamente im­
portanti riferentisi al futuro del capitalismo e quindi anche
ai problemi e compiti che si presentavano al movimento in­
ternazionale socialista. Se è vero che il capitalismo dipende
per necessità di vita dal suo contorno non capitalistico, ma
che per il fatto stesso di vivere di esso sviluppandosi lo di­
strugge, ne segue, con logica inesorabile, che i giorni del ca­
pitalismo sono contati. Quando l’ultima area non capitali­
stica si sarà esaurita, il sistema cadrà e ogni sua ulteriore
continuazione sarà del tutto impossibile. Secondo Rosa, pe­
rò, era impensabile che il sistema potesse vivere fino a vede­
re l’ora della sua finale irrevocabile distruzione. Quando
questo momento si fosse avvicinato, il corso dello sviluppo
capitalistico sarebbe stato destinato a diventare sempre piu
violento e catastrofico e quindi a rendere «necessaria la ri­
volta della classe operaia internazionale al dominio del ca­
pitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia an­
dato ad urtare contro le barriere naturali elevate dal suo
stesso sviluppo» '.

Cfr. oltre, p. 469.


INTRODUZIONE X X III

Portata fino alle sue logiche conclusioni, la teoria di Rosa


Luxemburg forniva così una implicita confutazione della te­
si revisionista secondo la quale le contraddizioni del capita­
lismo si sarebbero mitigate e il sistema avrebbe potuto con­
tinuare a svilupparsi indefinitamente. Nello stesso tempo,
forniva un potente aiuto alla tesi rivoluzionaria secondo cui
il capitalismo doveva essere abbattuto, anziché gradualmen­
te riformato, come i revisionisti sostenevano.
Non vi è dubbio che Rosa attribuisse la piu grande im­
portanza a queste conseguenze politiche della sua teoria, con­
seguenze che essa però non volle trattare nel libro, come pu­
re si astenne dall’attaccare gli esponenti del movimento so­
cialista tedesco contemporaneo. Forse ebbe l’impressione
che l’introdurre materiale di questa natura avrebbe potuto
intaccare la forma accademica del libro, oppure pensò che il
libro avrebbe avuto piu ampia diffusione e maggiore in­
fluenza se essa non ne avesse accentuato la tesi di parte. In
ogni modo essa badò di non dargli l’aspetto di un contributo
alla disputa in corso fra riformisti e rivoluzionari, e senza
dubbio credette che il libro sarebbe stato accolto secondo
l’intendimento con cui veniva offerto, cioè come un contri­
buto scientifico alla chiarificazione e allo sviluppo della teo­
ria marxista.
Riguardo a ciò l’attendeva una delusione. I suoi avversa­
ri politici furono pronti a vedere il significato politico del
libro e le loro reazioni si conformarono a questo. La mag­
gior parte delle recensioni nella stampa socialdemocratica
tedesca furono ostili, e ai pochi aderenti alla sinistra che
ne fecero le lodi fu fatto sentire il disappunto dei dirigenti
del partito. Il coro dei critici includeva sia i revisionisti che
i marxisti ortodossi: a proposito di questi ultimi è signifi­
cativo che la recensione di Otto Bauer nella «Neue Zeit»,
diretta da Kautsky, fosse aspramente critica. La verità è,
che eccezion fatta per un’ala sinistra relativamente esigua,
nella quale la stessa Rosa Luxemburg era la figura piu emi­
nente, il complesso del movimento tedesco aveva ormai a-
dottato una posizione riformista. Era ancora consentito par­
lare della rivoluzione come di un evento che il proletariato
avrebbe compiuto quando la sua preparazione politica e mo-
XXIV PAUL M . SW EEZY

rale fosse stata perfezionata. Ma questo momento doveva


essere ancora ben lontano, e intanto si sentiva il bisogno di
dimostrare non la necessità del crollo del capitalismo, bensì
la possibilità della sua sopravvivenza fino a che gli operai
sarebbero stati pronti ad abbatterlo. Pochissimi nel movi­
mento tedesco potevano accettare la prospettiva offerta da
Rosa Luxemburg, di un futuro dominato dalle crisi in cui
il proletariato sarebbe stato costretto ad agire e difendersi
sia che fosse pronto o no.
Sebbene non avesse cercato una battaglia politica, Rosa
Luxemburg non era temperamento da tacere di fronte a un
attacco da parte dei suoi oppositori. Il 1913 e la prima me­
tà del 1914 furono completamente occupati dall’attività pra­
tica di agitatrice contro il militarismo e la crescente minac­
cia di guerra, ma nell’ozio forzato della prigione, dopo lo
scoppio della guerra, Rosa ritornò al problema dell’Accu­
mulazione del capitale e alle amare controversie che aveva
provocato. Fu in queste circostanze che scrisse il lavoro piu
breve, compreso in questo volume, intitolato Anticritica:
ovvero ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxia­
na, pubblicato per la prima volta in Germania nel 1921 e
spesso citato nella letteratura del genere come VAntikritik.
Non occorre soffermarci ad esaminare il contenuto del-
1’Antikritik in questa introduzione. Per una migliore in­
formazione del lettore bisogna soltanto fare due osservazio­
ni: primo, FAntikritik fornisce l’elemento politico che man­
ca all’opera originaria e, in questo senso, può esserne con­
siderato un complemento. Secondo, 1’Antikritik contiene
una nuova esposizione della teoria di Rosa Luxemburg sul­
la impossibilità dell’accumulazione in un sistema capitali­
stico puro, che a me pare piu semplice e piu chiara di quelle
contenute nell’altra opera. Sono molto incline a consigliare
al lettore, che per la prima volta si avvicina all’opera di Ro­
sa Luxemburg, di cominciare con la lettura della prima par­
te dell’Antikritik, specialmente le pagine 476-87 prima di
passare al capitolo I delVAccumulazione.
INTRODUZIONE XXV

III.

Naturalmente una valutazione dettagliata della teoria di


Rosa va oltre i limiti di questa introduzione. Parecchi criti­
ci ne hanno fatto l’oggetto di attenta indagine e hanno di­
mostrato che la tesi che l’accumulazione sia impossibile in
un regime di capitalismo puro, si fonda su un equivoco
Qui basti richiamare l ’attenzione sulla natura dell’errore.
Fondamentalmente, il guaio di Rosa consiste in una con­
fusione puramente formale. Passando dalla riproduzione
semplice alla riproduzione allargata, essa manteneva incon­
sciamente qualcuna delle premesse della prima. Questo è
l’unico modo di spiegare l’affermazione da lei spesso ripe­
tuta che il consumo non può espandersi all’interno del cam­
po dello schema di riproduzione. Data questa premessa,
non c’è dubbio che il resto della teoria segue con logica per­
fetta. Se il consumo resta immutato da un anno all’altro,
non può esservi incentivo per i capitalisti a investire il loro
plusvalore in addizionali mezzi di produzione. O, per espor­
re la questione con i termini usati da Rosa Luxemburg, l ’i­
dea che i capitalisti realizzino il loro plusvalore comprando
mezzi di produzione uno dall’altro, allo scopo di produrre
nel prossimo anno un accresciuto numero di mezzi di pro­
duzione e cosi via, senza che ci sia mai un aumento nella
produzione finale di beni di consumo, è una mera fantasia
economica. L ’accumulazione e il consumo sono collegati in
tale modo che il tasso positivo di accumulazione dipende
da un aumento del consumo: qui Rosa era assolutamente
nel giusto. Dove sbagliava era nell’asserire che la logica del­
lo schema di riproduzione esclude un aumento di consumo,1
1 Vedi in particolare N. i. bucharin , Der Imperialismus und die Akku­
mulation des Kapitals, Wien und Berlin 1926; e Henryk grossmann , Das Ac­
cumulations- und Zusammenbruchsgesetz des kapitalistschen Systems, Leip­
zig 1929. Critiche pili succinte si troveranno in p. M. sw eezy , The Theory
of Capitalist Development, New York 1942 [trad. it. La teoria dello svilup­
po capitalìstico, Einaudi, Torino 1951] e n>., The Present as History, New
York 1953, cap. XXVI [trad. it. Il presente come storia, Einaudi, Torino
1962]. Per una discussione della teoria di Rosa Luxemburg da un punto di
vista non marxista, si veda l’introduzione di Joan Robinson alla traduzione
inglese, The Accumulation of Capital, London 1951.
XXVI PAUL M . SW EEZY

sia da parte dei lavoratori che da parte dei capitalisti, o con­


temporaneamente da tutte e due le parti. In pratica, la ri-
produzione allargata, per il suo stesso carattere, comporta
un aumento dei redditi sia dei lavoratori che dei capitalisti,
e non c’è alcuna ragione plausibile di supporre che ambedue
le classi non spendano almeno una parte dell’incremento in
consumi. Se lo fanno, almeno una certa accumulazione sarà
giustificata, e il teorema della impossibilità di Rosa verrà
confutato ‘.
Perché Rosa si oppose a questa conclusione con la unila­
terale determinazione di cui troveremo cosi piena evidenza
nel corso di questo volume? Fu semplicemente e solamen­
te confusione intellettuale? O c’era implicito qualche cosa
di piu profondo? Ho il fermo sospetto che questa sia la ve­
rità. Rosa temeva che se avesse ammesso la possibilità del­
l’accumulazione in un sistema capitalistico puro, avrebbe
dovuto anche ammettere che il sistema potesse allargarsi
senza limiti. Se avesse detto A, non avrebbe avuto altra
scelta che dire B - un B che essa non solo non voleva dire,
ma che era sua intima e profonda convinzione che non fosse
vero.
Le ragioni di questo timore non sono difficili da capire.
Aveva imparato dalla storia del pensiero economico che le
ipotesi proposte per provare la possibilità dell’accumulazio­
ne di solito erano seguite da argomentazioni aventi lo scopo
di provare Vimpossibilità di un’accumulazione troppo gran­
de. Questo era, dopo tutto, il messaggio della legge di Say, la
quale, come Keynes dimostrò piu tardi, esercitò una pesan­
te tirannia sulle menti degli economisti per piu di un seco­
lo. Ma era molto piu importante il fatto che essenzialmente
la stessa idea, ma in forma molto piu artificiosa con linguag­
gio marxista, si fosse da poco fatta strada nel movimento
socialista tedesco. L ’economista russo Tugan-Baranovskij fu
il primo a usare gli schemi marxisti di riproduzione a que-1

1 L ’ironia di Bucharin colpisce al cuore l’errore di Rosa: «Se si esclude


la riproduzione allargata al principio di una dimostrazione logica, natural­
mente è facile farla sparire alla fine; si tratta semplicemente della riprodu­
zione semplice di un semplice errore logico» (Der Imperialismus und die
Akkumulation des Kapitals, p. 20).
INTRODUZIONE XXVII

sto proposito *. Egli intendeva provare che l’accumulazio­


ne può procedere indefinitamente, purché siano mantenute
le giuste proporzioni fra le varie industrie e i vari settori
produttivi. Due cose sembravano discendere da questo: a)
che le crisi sono causate da «sproporzione»; b ) che le crisi
possono essere mitigate, e forse persino superate, con piu
accurata previsione e pianificazione, anche nell’ambito del­
le strutture capitalistiche. Di qui mancava solo un passo per
arrivare alla conclusione che la cartellizzazione del capitali­
smo e il crescente intervento dello stato nell’economia a-
vrebbero aperto un periodo di sviluppo capitalistico sem­
pre piu agevole. Questa era una conclusione a cui Bernstein
era già arrivato senza far ricorso agli schemi di riproduzio­
ne, ma la teoria di Tugan-Baranovskij sembrava recargli un
valido appoggio scientifico. Per di piu l’autorevolezza della
teoria aumentò enormemente quando fu ripresa in una for­
ma di poco modificata da Hilferding in Das Finanzkapital,
pubblicato nel 1910 e diventato il piu influente trattato
scritto da un economista marxista dopo II capitale12. Nel
momento in cui Rosa Luxemburg scriveva L ’accumulazio­
ne del capitale, la teoria che le crisi fossero causate da spro­
porzioni, con le relative deduzioni riformiste, era diventa­
ta, per scopi pratici, la dottrina socialdemocratica ufficiale.
Rosa Luxemburg stava lottando contro tutto questo, ed
era fermamente decisa a non fare alcuna concessione ai suoi
avversari. Questo spiega, mi pare, perché si aggrappò cosi
tenacemente alla teoria della impossibilità dell’accumula­
zione in un regime di capitalismo puro e come avvenne che
essa non riuscì ad accorgersi che la teoria era basata su un
errore di ragionamento, abbastanza semplice.
In realtà Rosa, insistendo così rigorosamente sulla tesi
dell’impossibilità, smantellò la posizione che avrebbe volu­
to difendere. I suoi critici del partito tedesco cercarono

1 Cfr. oltre, cap. XXIII.


2 Rosa Luxemburg non fece menzione di Hilferding nell’Accumulazione
del capitale, sebbene naturalmente lo conoscesse bene e ne avesse studiato a
fondo il lavoro. Però lo spazio dedicato a Das Finanzkapital nell’Antikritik,
in cui, come abbiamo fatto osservare, essa si lasciò andare alla polemica, con­
trariamente a quanto aveva fatto nel precedente lavoro, dimostra che essa lo
aveva tenuto molto in considerazione.
XXVIII PAUL M. SW EEZY

semplicemente di metterne da parte la teoria come priva di


vero interesse scientifico: dopo tutto non provavano forse
gli schemi di riproduzione che l’accumulazione può proce­
dere facilmente purché si mantengano le giuste proporzio­
ni? Perché perdere tempo intorno a una teoria che attenta
ai principi saldamente costituiti?
I critici, come accade frequentemente, buttavano via il
bambino con l’acqua sporca. Certamente esiste un proble­
ma di accumulazione nel quadro del capitalismo: quanto a
questo la facoltà intuitiva di Rosa Luxemburg era veramen­
te solida. Ma non è questione di possibilità contro impossi­
bilità, né si tratta soltanto di evitare che si determinino
sproporzioni fra i vari settori produttivi. Il problema nasce
dalla tendenza, profondamente radicata, intrinseca e ineli­
minabile, del capitalismo ad accumulare troppo rapidamen­
te, cioè ad aggiungere ai mezzi di produzione piu di quanto
il tasso d ’incremento del consumo possa giustificare o so­
stenere1. In un certo senso, anche qui si tratta di «spro­
porzione», ma non di una sproporzione causata dalla insuf­
ficiente pianificazione del capitalismo e a cui si possa ovvia­
re con riforme; è una sproporzione inerente proprio all’es­
senza del sistema. «L a vera barriera della produzione capi­
talistica è il capitale stesso —scriveva Marx, e continuava: —
il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto
di partenza e punto di arrivo, come motivo e scopo della
produzione; che la produzione è solo produzione per il ca­
pitale, e non al contrario: i mezzi di produzione non sono
dei semplici mezzi per una continua estensione del proces­
so di vita per la società dei produttori. I limiti nei quali
possono unicamente muoversi la conservazione e l’autova-
lorizzazione del valore-capitale, che si fonda sulla espro­

1 II punto essenziale fu espresso succintamente da un economista della


Harvard University, il professor Arthur Smithies, mentre era in corso la crisi
che incominciò nel 19.57- «L a causa fondamentale dell’attuale recessione -
egli disse - consiste nel fatto che il nostro sistema economico genera capacità
produttive piu velocemente di quanto non generi domanda. A meno che non
si eserciti qualche potente stimolo esterno, come avvenne alla fine della guer­
ra mondiale o durante la guerra di Corea, tendiamo a creare capacità in ec­
cedenza. Questa è una tendenza persistente della nostra economia» («Busi­
ness Week», .5 aprile 19.58, p. 28).
INTRODUZIONE XXIX

priazione e l’impoverimento della grande massa dei produt­


tori, questi limiti si trovano dunque continuamente in con­
flitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricor­
rere per raggiungere il suo scopo, e che perseguono l’accre­
scimento illimitato della produzione, la produzione come
fine a se stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze pro­
duttive sociali del lavoro. Il mezzo - lo sviluppo incondi­
zionato delle forze produttive sociali - viene permanente-
mente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del
capitale esistente. Se il modo di produzione capitalistico è
quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produt­
tiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato
mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra
questo suo compito storico e i rapporti di produzione socia­
li che gli corrispondono»
Forse non c’è un altro passo negli scritti di Marx che sia
altrettanto felice nel distillare l’essenza del suo insegna­
mento circa la natura del sistema capitalistico. Un marxista
contemporaneo di Rosa Luxemburg penetrò lo spirito di
questo messaggio e lo fece suo: era Lenin. Nella sua pole­
mica contro i narodniki in Russia durante gli anni dopo il
1890, Lenin respinse fermamente la tesi dell’impossibilità
- che è precisamente quella che gli scrittori narodniki soste­
nevano —e nello stesso tempo, con pari fermezza, ne ripu­
diò l’opposto, la tesi della possibilità di una illimitata e-
spansione del capitalismo. Il conflitto fra accumulazione e
consumo, sosteneva Lenin, è una delle maggiori contraddi­
zioni del capitalismo, ma non costituisce prova dell’impos­
sibilità del capitalismo, come i narodniki pensavano. Al con­
trario, il capitalismo non può esistere né svilupparsi senza
contraddizioni. Queste contraddizioni non ne confermano
l’impossibilità, ma piuttosto ne dimostrano il carattere sto­
rico e di transizione.
Rosa Luxemburg conosceva bene questi scritti di Lenin
e si riferì ad essi o lo citò in parecchie occasioni, a volte cri­
ticandolo e altre volte approvandone le idee. Ma essa non
fece mai veramente i conti con lui ed è un gran peccato che1

1 II Capitale, Rinascita, Roma 19.54, vol. I l i , 1, p. 306.


XXX INTRODUZIONE

non lo abbia fatto. Perché Lenin fu la prova vivente che era


possibile ripudiare la tesi della impossibilità senza cadere
nel marasma del riformismo e del revisionismo. Se Rosa a-
vesse capito questo, L ’accumulazione del capitale avrebbe
potuto essere un libro diverso e migliore. Avrebbe anche e-
sercitato una maggiore influenza.
Ciò nonostante, malgrado i suoi errori e le sue deficien­
ze, che, come spero di essere riuscito a dimostrare, non so­
no trascurabili —L ’accumulazione del capitale è opera no­
tevole di una grande rivoluzionaria. Ancor oggi possiamo
molto imparare da essa —dalle sue esplorazioni attraverso
la storia del pensiero economico, dalla sua appassionata de­
scrizione della natura e dei metodi dell’imperialismo, dal
suo indomito spirito marxista - e anche, certamente, dai
suoi sbagli.
PAUL M. SWEEZY '
Cambridge, Massachusetts, 22 novembre 1958.1

1 T ra d u z io n e d i G u g lie lm in a S p ie re r.
CRONOLOGIA D E L L A V IT A E D E L L E O P E R E
D I R O SA L U X E M B U R G
a cura di Luciano Amodio

1871 5 marzo. Rosalia (Rosa) Luxenburg (in seguito ha prevalso


per lei stessa la grafia Luxemburg) nasce a Zamošć (governa­
torato di Lublino) nel Territorio della Vistola (Polonia russa
dal 1915) da Eliasz e Lina Löwenstein, in una famiglia ebraica
di condizioni economiche forse oscillanti, ma di un certo livel­
lo culturale e non legata alla comunità ebraica legale. Il padre
era un commerciante in legname, e Rosa era la minore di cin­
que figli, tre dei quali maschi, Nicola (poi emigrato a Londra),
Massimiliano (titolare di una ditta commerciale a Varsavia),
Giuseppe (medico a Varsavia). Il nome della sorella era Anna
(pure residente a Varsavia).
1873 La famiglia Luxemburg si trasferisce a Varsavia. Poco dopo
R. si ammala all’anca ed è erratamente curata come tubercolo­
tica. Ne deriva una deformazione permanente, che la rese per
sempre leggermente claudicante. Rimarrà pure di statura mol­
to piccola.
1884 In occasione della visita a Varsavia dell’imperatore tedesco
Guglielmo I compone un poemetto ironico.
1887 14 giugno. Finisce gli studi nel I I Ginnasio femminile di
Varsavia, riportando ottimi voti.
1889 Avendo preso parte alle attività del partito rivoluzionario so­
cialista polacco Proletariat, allora rimasto sotto la guida di
Marcin Kasprzak, ed essendo minacciata d ’arresto (o/e deside­
rosa di più libera atmosfera), lascia clandestinamente la Po­
lonia attraverso la frontiera austro-ungarica e si stabilisce a
Zurigo con aiuto finanziario iniziale e intermittentemente con­
tinuato, se pure spesso in forme modeste, fino alla fine del
1899 da parte della famiglia. Prende un alloggio a buon mer­
cato al n. 77 di Universitätsstrasse, in cima alla collina che so­
vrasta l’università, sulla rive gauche di Zurigo.
1890 Si iscrive alla facoltà di filosofia e segue corsi di scienze natu­
rali e di matematica. Arriva a Zurigo il giovane ebreo lituano
Leo Jogiches, anch’egli rivoluzionario profugo, con cui convi-
verà a lungo.
XXXH VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG
1892 Passa alla facoltà di scienze politiche.
Sotto lo pseudonimo di R. Kruszynska pubblica in polacco un
opuscolo di 32 pagine: Swieto pierwszego maja (Celebrazio­
ne del i° maggio).
1893 Luglio. Esce a Parigi il primo numero di «Sprawa Robot-
nicza » (La causa dei lavoratori) con la partecipazione di R. L.
e il finanziamento di Jogiches, sulla linea della collaborazione
con la classe operaia russa e di una lotta socialista in Polonia
nell’ambito generale della rivoluzione russa.
6-12 agosto. I l i Congresso dell’Internazionale socialista a
Zurigo. R. L. scrive per esso, a nome della redazione della
«Sprawa Robotnicza», organo dei socialdemocratici del Re­
gno di Polonia, un rapporto sulla situazione e gli sviluppi del
movimento socialdemocratico nella Polonia russa nel periodo
1889-93 Ma il suo mandato (sotto lo pseudonimo di Kruszyn­
ska) viene impugnato dalla delegazione dell’Unione dei socia­
listi polacchi all’estero (gruppo estero del Partito socialista
polacco, PPS, che rivendicava l’indipendenza nazionale) e re­
spinto dal congresso su richiesta di Ignacy Daszynski (capo
del Partito socialdemocratico polacco di Galizia e Slesia).
1894 Gennaio. Col n. 7 R. L. assume la direzione della «Sprawa
Robotnicza» sotto il solito pseudonimo di R. Kruszynska.
Lungo soggiorno parigino.
Marzo. A Varsavia si tiene il I Congresso della Socialdemo­
crazia del Regno di Polonia ( sd k p ), senza la partecipazione di
R. L., ma sotto la sua ispirazione. Il partito rigetta l’indipen­
denza polacca, proclama il suo internazionalismo, e ricalca il
programma di Erfurt (1891) della socialdemocrazia tedesca.
La rivendicazione immediata è rappresentata da una costitu­
zione liberale per tutto l’impero russo.
1895 Primavera. R. L. torna stabilmente a Zurigo, e le apparizio­
ni della «Sprawa Robotnicza» diradano.
1896 Aprile. R. L. inizia la collaborazione a « Die Neue Zeit » con
l’articolo Neue Strömungen in der polnischen sozialistischen
Bewegung in Deutschland und Oesterreich (Nuove correnti
nel movimento socialista polacco in Germania e in Austria),
a. XIV, nn. 32 e 33.
12 luglio. R. L. è di nuovo a Parigi per stimolare la pubbli­
cazione del giornale.
1 6 luglio. Su «Critica Sociale», Rivista quindicinale del so­
cialismo scientifico, anno vi, n. 14, appare firmato col proprio
nome La questione polacca al Congresso internazionale di
Londra. La posizione internazionalista di R. L. ha l’appoggio
di Turati, ma è contrastata da Antonio Labriola.
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG XXXIII

27 luglio - 1° agosto. Congresso dell’Internazionale socialista


a Londra: nonostante l’opposizione di Daszynski, il manda­
to di R. L. è questa volta accolto. Essa presenta una mozione
contro ogni programma di indipendenza nazionale. Prevale la
tesi a favore dell’autodeterminazione dei popoli, ma senza
quel riferimento specifico alla Polonia contenuta nella risolu­
zione del pps già appoggiata e inviata a «Critica Sociale» da
Labriola (maggio 1896).
8-10 ottobre. Sulla «Sächsische Arbeiterzeitung» (nn. 234-
236) R. L. si schiera per lo sfaldamento dell’impero turco nel­
le sue componenti nazionali. Inizia così una polemica con
Wilhelm Liebknecht sul «V orw ärts», l’organo centrale della
socialdemocrazia tedesca, che si protrae fino a dicembre.
1897 12 marzo. Con una tesi sostenuta col professor Julius Wolf
e magna cum laude si guadagna il titolo di Doctor Juris Publi-
ci et Kerum Cameralium.
Maggio. È di nuovo a Parigi, dove stringe amicizia con Jau­
rès, Jules Guesde e soprattutto con Edouard Vaillant. Duran­
te questa permanenza perde la madre.
1898 Pubblicazione della tesi: Die industrielle Entwickelung Po­
lens. Inaugural-Dissertation zur Erlangung der staatswissen­
schaftlichen Doktorwürde der hohen staatswissenschaftlichen
Fakultät der Universität (Lo sviluppo industriale in Polonia.
Dissertazione per il conseguimento del dottorato in scienze
politiche alla facoltà di scienze politiche dell’Università di Zu­
rigo), Zürich Duncker und Humblot, Leipzig r898.
19 aprile. Per ottenere la cittadinanza tedesca e non rischia­
re espulsioni in Germania, sposa civilmente a Basilea Gustav
Lübeck, figlio di un emigrato tedesco e di una polacca, con
cui era in stretta amicizia. Il matrimonio, puramente di como­
do, sarà sciolto, nel 1903, con un divorzio.
Maggio. R. L. lascia la Svizzera e si stabilisce a Berlino.
Giugno. Fa agitazione elettorale tra i lavoratori polacchi del­
la Slesia superiore.
21-28 settembre. Interviene con una prima serie di articoli
sulla «Leipziger Volkszeitung» (nn. 219-25) diretta da Bruno
Schoenlank, contro dei saggi che Bernstein era venuto pubbli­
cando su «D ie Neue Z eit» a partire dalla fine del 1896, e che
avevano già suscitato la reazione di Parvus (A. Helphand) e
Plechanov, dando cosi luogo al famoso dibattito sul revisio­
nismo.
Settembre-novembre. Per poco piti di un mese è caporedat­
trice della « Sächsische Arbeiterzeitung » di Dresda in sostitu­
zione e su suggerimento di Parvus, espulso come straniero in­
XXXIV VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG

desiderabile dal reale governo di Sassonia. Ma entrata in viva­


ce polemica in difesa di Mehring con Georg Gradnauer, altro
suo predecessore al giornale, deputato al Reichstag per Dres­
da e redattore politico del «V orw ärts», si trova contro la
maggioranza della redazione per non aver pubblicato una se­
conda replica del suo avversario, ed è costretta a dimettersi. È
sostituita da Ledebour.
3- 8 ottobre. Partecipa al Congresso di Stoccarda della Sozial­
demokratische Partei come delegata di Neustadt, Beuthen e
Tarnowitz nella Slesia superiore. Polemizza coi revisionisti
Heine e Vollmar.
31 ottobre. In una lettera personale a Bebel lo sollecita ad
aprire con Karl Kautsky ima campagna contro Bernstein.
1899 Tornata a Berlino, stringe una viva amicizia con Karl e Luise
Kautsky.
4- 8 aprile. R. L. pubblica sulla «Leipziger Volkszeitung» la
seconda serie di articoli contro Bernstein e in particolare con­
tro il suo libro uscito ai primi di marzo: Die Voraussetzungen
des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie (Le
premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia).
Poco dopo le due serie di articoli contro Bernstein vengono
raccolti in brochure: Sozialreform oder Revolution? Mit ei­
nem Anhang: Miliz und Militarismus (Riforma sociale o ri­
voluzione? Con un’appendice: milizia e militarismo), Buch-
druckerei und Verlagsanstalt der «Leipziger Volkszeitung»,
Leipzig 1899.
Settembre. Diviene vacante un posto nella redazione del
«V orw ärts» e W. Liebknecht suggerisce il nome di R. L.
9-14 ottobre. Congresso socialdemocratico di Hannover: R.
L. vi partecipa come delegata di Ratibor e Neuss. Suoi discor­
si contro Bernstein e Max Schippel.
29 novembre. Con lettera ad Adolf Hoffmann, presidente
della Commissione stampa del partito R. L. rinuncia, su pres­
sione di Bebel, alla propria candidatura al «V orw ärts».
Dicembre. Fondazione della Socialdemocrazia del Regno di
Polonia e di Lituania (SDKPiL), di cui sarà magna pars
Dzierzynski.
25-31 dicembre. Giro di agitazione neil’Oberschlesien.
1900 Morte del padre.
15-16 aprile. Assiste al congresso del Partito socialista po­
lacco della Zona prussiana, dove si batte vanamente per la sua
dissoluzione e il suo assorbimento nella socialdemocrazia te­
desca.
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG XXXV

Fine agosto. Jogiches lascia Zurigo e convive con lei a Berli­


no (alla fine del 1901 egli si trasferisce in Algeria, dove rimane
fino al marzo 1902 per assistere il fratello malato).
17-21 settembre. Congresso socialdemocratico di Magonza:
R. L. vi partecipa come delegata della Posnania polacca, e an­
cora una volta si pronuncia contro il separatismo organizzati­
vo polacco. È approvata all’unanimità una sua mozione con­
tro l’aggressione alla Cina e in favore della politica di « porta
aperta».
23-27 settembre. Partecipa al Congresso internazionale so­
cialista di Parigi; il p p s riesce a far riconoscere come tedesco
e non polacco il suo mandato. Sua relazione sulla pace, il mi­
litarismo e l ’esercito.
Settembre. Pubblica a Posen (Poznan) l’opuscolo W obro-
nie narodowosci (In difesa della nazionalità), in cui attacca
il governo prussiano per la sua campagna contro la lingua po­
lacca nelle scuole.
1901 22-28 settembre. Delegata di Posen al Congresso socialde­
mocratico di Imbecca. Si scontra con Ledebour sulla questio­
ne polacca. Ritira la mozione che vieta di votare a favore del
bilancio, a pro di quella di Bebel che prevede eccezioni.
1902 16 gennaio - 27 febbraio. Su «D ie Neue Z eit» critica la tat­
tica di Jaurès e l’entrata di Millerand nel governo.
i° aprile. Entra nella redazione della «Leipziger Volkszei­
tung ».
4 aprile - 28 maggio. Polemica con Vandervelde sullo scio­
pero belga per il suffragio egalitario.
Settembre. Rinuncia alla redazione per dissensi con Meh­
ring.
14-20 settembre. Delegata di Posen (Poznan) e Bromberg al
Congresso socialdemocratico di Monaco. Nuovo scontro con
Ledebour sulla questione polacca.
Ottobre. Partecipa come esperta a una conferenza di unifi­
cazione del p p s prussiano con la socialdemocrazia tedesca.
1903 6 agosto. A Bruxelles sulla base di una dichiarazione di R.
L. e Jogiches, la delegazione della SDKPiL, composta da A-
dolf Warszawski e Jakob Firstenberg (Hanecki) il I I Con­
gresso del Partito operaio socialdemocratico russo e rinuncia
all’unificazione con esso per la questione dell’autodetermina­
zione dei popoli.
13-20 settembre. Al Congresso socialdemocratico di Dresda
rappresenta Bromberg e Posen, e si riscontra con Ledebour.
XXXVI VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG

1904 2 aprile. A una riunione dell’Ufficio internazionale socialista


( b i s ) a Bruxelles R. L. interviene sulla questione polacca, co­
me rappresentante della SD KPiL in sostituzione di Cezaryna
Wojnarowska, dimissionaria in seguito alla rottura coi russi.
Luglio. Condannata a tre mesi di carcere per vilipendio del­
l’imperatore in seguito a un discorso nella campagna elettora­
le del 1903.
Appare contemporaneamente su « Die Neue Zeit » e sull’« Is-
k ra» lo scritto Organisationsfragen der russischen Sozialde­
mokratie (Problemi organizzativi della socialdemocrazia rus­
sa) in critica al centralismo di Lenin.
14-20 agosto. Congresso internazionale socialista di Amster­
dam: R. L. vi partecipa come delegato tedesco di Bromberg
(Bydgoszcz) e polacco del comitato centrale della SDKPiL. È
membro della commissione sui trust e la disoccupazione e di
quella per la tattica socialista internazionale. Difende i diritti
delle piccole delegazioni. Critica Jaurès e il revisionismo.
Settembre-ottobre. In carcere a Zwickau per scontare la pe­
na inflittale, è liberata in anticipo per amnistia concessa in
occasione dell’incoronazione del re Federico Augusto di Sas­
sonia.
1903 25 gennaio. Su «D ie Neue Z eit» R. L. commenta l’inizio
della prima rivoluzione russa con la domenica di sangue del
22 (9 secondo il calendario pregregoriano russo) gennaio a
Pietroburgo.
Fine luglio. R. L. si reca per quattro settimane a Cracovia,
dove già si era stabilito Jogiches e il quartier generale della
SDKPiL.
17-23 settembre. R. L. è delegata di Posen e Bromberg al
Congresso socialdemocratico di Jena.
22 settembre. Suo intervento sullo sciopero di massa politi­
co, che le procura una denuncia per «incitamento alla vio­
lenza ».
Ultima settimana di ottobre. Comincia a collaborare rego­
larmente al « Vorwärts », specie su questioni russe.
Inizio di novembre. Nel quadro di un rinnovamento della
direzione del «V orw ärts», ne diviene formalmente redattrice
con altri quattro radicali.
28 dicembre. Salutata alla stazione dai Kautsky e pochi altri
amici, parte per Varsavia col passaporto di una oscura giorna­
lista, Anna Matsche.
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG XXXVII

30 dicembre. Arriva a Varsavia dopo una diversione, a cau­


sa degli scioperi ferroviari, per Uovo (Prussia orientale) ed
esser salita su un treno di truppe.
1906 i r gennaio. R. L. in una lettera ai Kautsky si esprime con­
tro la partecipazione alle elezioni alla Duma.
4 marzo. Prima di poter tornare in Germania in considera­
zione degli scioperi di massa di Amburgo, la polizia zarista,
messa sull’avviso dal giornale conservatore tedesco «P o st»,
l’arresta con Jogiches in casa di una contessa Walewska. Vie­
ne identificata attraverso una fotografia sequestrata in casa
della sorella.
13 marzo. Delega Karl Kautsky a sostituirla come rappre­
sentante della SD KPiL presso il b i s .
h aprile. È trasferita dalla prigione Pawiak al X padiglione
della fortezza di Varsavia.
Giugno. Una commissione medica, probabilmente con una
certa esagerazione, le riconosce anemia, sintomi isterici e ne­
vrastenici, catarro di stomaco e dilatazione di fegato.
Fine giugno. Suo fratello Giuseppe è a Berlino, dove ottie­
ne, probabilmente dalla direzione socialdemocratica e senza
preavviso all’interessata, 3000 rubli per la cauzione. Di conse­
guenza è rilasciata, ma non ha il permesso di lasciare Varsavia.
8 agosto. Può lasciare Varsavia per motivi di cura e si reca
a Kuokkala (oggi Rèpino) in Finlandia, non distante da Pie­
troburgo, dove si stabilisce sotto il nome di Felicia Budi-
lowitsch.
Qui incontra Lenin, Zinov'ev, Kamenev, Bogdanov, visita
Aksel'rod, e in carcere a Pietroburgo Parvus e Dejč. Nel com­
plesso non riporta una buona impressione della situazione
russa, ma si avvicina alle posizioni leniniste. Per incarico della
presidenza dell’organizzazione regionale socialdemocratica di
Amburgo e in funzione del prossimo Congresso socialdemo­
cratico a Mannheim scrive Massenstreik, Partei und Gewerk­
schaften (Sciopero di massa, partiti e sindacati) in esaltazione
della rivoluzione russa, degli scioperi di massa come nuova
arma rivoluzionaria, e contro la funzione conservatrice del­
l ’apparato sindacale.
23-29 settembre. Delegata di Bromberg e Posen al Congres­
so socialdemocratico di Mannheim.
26 settembre. Interviene nel dibattito sullo sciopero di mas­
sa politico contro il capo dei sindacati Legien, che aveva par­
lato contro lo sciopero generale secondo la tradizione anti-
anarchica. Critica Bebel che confessa l’impotenza del partito
XXXVIII VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG

in causa di guerra contro la Russia, contrapponendogli la paro­


la d ’ordine di Vaillant: «plutôt l’insurrection que la guerre».
28 settembre. Intervento di R. L. nel dibattito sul rapporto
tra sindacati e partito, contro la prevalenza dei primi sul se­
condo.
Novembre. Scende in Italia con Luise Kautsky, pure conva­
lescente di una frattura alla gamba sinistra conseguente a una
caduta di bicicletta.
Dicembre. Da Maderno, sul lago di Garda, torna in Germa­
nia per assistere al proprio processo a Weimar, capitale della
Turingia, per il discorso di Jena.
12 dicembre. Processo e condanna a due mesi di carcere.
1907 Gennaio. Processo a Varsavia in contumacia a R. L., mentre
Jogiches è condannato a otto anni di lavori forzati e confino
perpetuo in Siberia.
Febbraio. Jogiches con l’aiuto di Hanecki fugge a Varsavia
e poi a Cracovia.
Aprile. Jogiches torna in Germania, ma R. L. rompe bru­
scamente i propri rapporti privati con lui, e inizia una nuova
relazione con Konstantin Zetkin, figlio ventiduenne di Klara
Zetkin, relazione che andrà spegnendosi nel 1909.
13 maggio - 1° giugno. Delegata della SD KPiL al V Con­
gresso del Partito operaio socialdemocratico russo.
23 maggio. R. L. afferma che compito della socialdemocrazia
è la preparazione politica, non tecnica, della insurrezione ge­
nerale popolare contro l’assolutismo. Elogia la rigida difesa
del principio dell’autonomia di classe da parte bolscevica.
27 maggio. Riconosce i contadini come fattore obiettivamen­
te rivoluzionario.
12 giugno - T2 agosto. Sconta i due mesi di carcere inflittile
a Weimar.
18-24 agosto. Partecipa al Congresso internazionale sociali­
sta di Stoccarda, dove in collaborazione con Lenin e Martov
fa passare il noto emendamento alla risoluzione di Bebel sulla
guerra, che incita allo sfruttamento della guerra per l’accele­
razione del crollo del dominio classista.
21 agosto. In sede di commissione per la questione del mili­
tarismo e dei conflitti internazionali R. L. prende la parola an­
che in nome della delegazione russa a favore dell’emenda­
mento.
15-21 settembre. Congresso di Essen senza R. L.
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG XXXIX

Ottobre. Dietro raccomandazione di Karl Kautsky, è assun­


ta alla Scuola centrale di partito a Berlino: vi tiene corsi di
economia politica e storia economica per cinquanta ore al
mese, come unica insegnante femminile.
1908 Gennaio. Passa alcune sere con Lenin in transito a Berlino
per Parigi.
24 luglio. Su «D ie Neue Z eit», n. 42, R. L. pubblica, dopo
consultazione con Lenin, una lettera aperta a Jean Jaurès con­
tro il suo apprezzamento della visita di Edoardo V II a Revai.
13-19 settembre. Partecipa come delegata di Posen e Zülli-
chau-Grossen al Congresso socialdemocratico di Norimberga.
14 settembre. Difende vittoriosamente la scuola di partito
contro Kurt Eisner e Maurenbrecher, che chiedono che vi si
insegni invece che teoria « il lato pratico della vita». R. L. ri­
sponde che il proletariato impara a conoscere questo lato dal­
la vita quotidiana. Rileva la necessità della preminenza dello
studio della storia del socialismo internazionale.
1909 21 aprile. Sul « Proletarii », n. 44, su invito di Lenin, R. L.
attacca le deviazioni di sinistra (otzovismo ed ultimatismo).
Maggio. R. L. scende in Italia, dove soggiorna circa due me­
si (Genova, Levanto).
18 maggio. Lenin le manda Materialismo ed empiriocritici­
smo per una segnalazione su « Die Neue Zeit », che difatti ap­
pare, dietro sollecitazione di R. L. a Kautsky, l’8 ottobre nel
vol. XXV III, n. 2
12-18 settembre. Congresso di Lipsia senza R. L.
1910 Marzo. In seguito al dilagare in Prussia di manifestazioni
per il miglioramento del vigente sistema elettorale per classi
di reddito, R. L. cerca di lanciare la parola d’ordine della re­
pubblica, di cui Kautsky le rifiuta la pubblicazione, forse die­
tro pressione della direzione socialdemocratica, su « Die Neue
Zeit ». Sorge una polemica che si protrae fino ad agosto con
l’intervento anche di Pannekoek per R. L. e di Mehring per
Kautsky, e si conclude con la rottura politica e personale tra
i due.
28 agosto - 3 settembre. Partecipa al Congresso internazio­
nale socialista di Copenaghen.
18-24 settembre. Delegata di Lenne, Remscheid, Mettmann
al Congresso socialdemocratico di Magdeburgo.
21 settembre. Parla contro l’approvazione del bilancio nel
Baden da parte socialdemocratica.
23 settembre. Difende una mozione per l’applicazione dello
sciopero di massa politico.
XL VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG

1911 24 luglio. In seguito all’incidente internazionale provocato


dall’invio della cannoniera tedesca Panther ad Agadir e il fal­
lito tentativo di Huysmans di convocare una conferenza del
b i s , R. L. pubblica sulla «Leipziger Volkszeitung» la risposta
negativa di Molkenbuhr, commentandola negativamente.
10-16 settembre. Delegata di Hagen e Schwelm al Congres­
so socialdemocratico di Jena, viene attaccata da Bebel e difesa
da Ledebour per il procedimento ritenuto scorretto della pub­
blicazione della lettera di Molkenbuhr.
1912 29 febbraio - 4 marzo. Sulla « Leipziger Volkszeitung » attac­
ca la tattica elettorale di alleanza nel ballottaggio con la Frei­
sinnige Volkspartei, che ha avvantaggiato solo i progressisti.
Ottiene l’appoggio di Mehring.
15-16 marzo. Sulla «Leipziger Volkszeitung», nn. 62 e 63
replica alla difesa da parte di Kautsky («V orw ärts» del 5, 6
e 7 marzo) della tattica elettorale.
8 luglio. R. L. denuncia al b i s un gruppo scissionistico di
Varsavia (Hanecki, Leder, Radek, Unszlicht).
31 agosto. Con lettera al b is Lenin difende i ribelli alla di­
rezione emigrata della SDKPiL.
15-21 settembre. Congresso di Chemnitz senza R. L.
Dicembre. Finisce Die Akkumulation des Kapitals. Ein Beit­
rag zur ökonomischen Erklärung des Imperialismus (L ’accu­
mulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica
dell’imperialismo), che apparirà nell’edizione Buchhandlung
Vorwärts Paul Singer GmbH., Berlin 1913.
1913 17 luglio. Partecipa ai funerali di Bebel a Zurigo.
14-20 settembre. R. L. è delegata al Congresso socialdemo­
cratico di Jena, dove parla dello sciopero di massa. Radek, e-
spulso dalla SDKPiL, è automaticamente espulso anche dalla
socialdemocrazia tedesca, nonostante l’opposizione di R. L. a
tale forma di espulsione senza verifica dei motivi.
25 settembre. Discorso a Fechenheim (Francoforte).
26 settembre. A Borkenheim presso Francoforte in un comi­
zio R. L. dichiara che i lavoratori dovranno rifiutarsi di com­
battere contro i loro fratelli francesi o chiunque altro.
13-14 dicembre. Riunione del b i s a Londra che decide con
l’approvazione di R. L. la convocazione di una conferenza per
l’unificazione (avversata da Lenin) del movimento operaio
russo.
27 dicembre. Esce il primo numero di « Sozialdemokratische
Korrespondenz », edita da J . Karski (Julian Marchlewski), R.
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG X LI

L. e Franz Mehring. È un foglio nominalmente trisettimanale,


ciclostilato in circa 150 copie, inviato come materiale ai gior­
nali socialdemocratici, ma che ebbe poco successo (ne riprese­
ro i testi solo quattro giornali).
1914 20 febbraio. A Francoforte sul Meno R. L., difesa da Kurt
Rosenfeld e Paul Levi, viene condannata a un anno di carcere
per i discorsi di Borkenheim e Fechenheim del settembre pre­
cedente.
7 marzo. In un comizio a Friburgo, a proposito del suicidio
di un dragone a Metz, R. L. denuncia l’atmosfera di brutalità
regnante nelle caserme tedesche.
29 giugno - 3 luglio. Processo a Berlino intentato dal mini­
stro della guerra prussiano, generale von Falkenhayn, contro
R. L. per le sue dichiarazioni di Friburgo. Di fronte all’offrir-
si di un migliaio di testimonianze di sevizie, la procura ottie­
ne l’aggiornamento del processo a tempo indeterminato, no­
nostante l’opposizione della difesa e di R. L.
16-18 luglio. A Bruxelles si tiene la conferenza di «unifica­
zione» del movimento operaio russo, con la partecipazione,
avversata da R. L. ma voluta da Lenin, di Hanecki in rappre­
sentanza dei Comitati di Varsavia e Lódz (opposizione della
SDKPiL). Con l’astensione dal voto della sola delegazione
bolscevica e lettone, è approvata all’unanimità una risoluzio­
ne presentata dal comitato esecutivo del b i s , preparata da
Kautsky e appoggiata da R. L., che stabilisce le condizioni
dell’unità.
29 luglio. R. L. rappresenta la SD KPiL alla seduta del b is
a Bruxelles. In un comizio serale contro la guerra al Cirque
Royal, Jaurès esalta il coraggio di R. L.
2-3 agosto. Vani tentativi di R. L. e Klara Zetkin di organiz­
zare un’agitazione contro la guerra.
4 agosto. A sera, non appena è giunta la notizia della vota­
zione a favore dei crediti di guerra da parte della frazione so­
cialdemocratica al Reichstag, nell’appartamento di R. L. riu­
nione d’opposizione con Mehring, Marchlewski, Ernst Meyer,
Hermann e Käte Duncker, Pieck.
io settembre. Lettera contro la guerra inviata alla redazione
di alcuni giornali svedesi, italiani e svizzeri da Karl Lieb­
knecht, R. L., F. Mehring e Klara Zetkin.
22 ottobre. In appello è confermata la condanna a un anno.
31 dicembre. Sul «Labour Leader», settimanale londinese
dell’Independent Labour Party appaiono lettere contro la
guerra (poi diffuse illegalmente in Germania) di R. L. e Karl
Liebknecht.
X L II VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG

19x5 18 febbraio. Sebbene per ragioni di salute le fosse stata con­


cessa la libertà fino al 31 marzo, è improvvisamente incarcera­
ta nella prigione femminile di Berlino della Barnimstrasse,
per scontare la pena di un anno.
Metà aprile. Esce il primo ed ultimo numero di « Die Inter­
nationale», Eine Monatsschrift für Praxis und Theorie des
Marxismus, herausgegeben von Rosa Luxemburg und Franz
Mehring. Contiene l’articolo firmato da R. L. Der Wiederauf­
bau der Internationale (La ricostruzione dell’Internazionale).
La rivista è immediatamente sequestrata e sottoposta dalle au­
torità militari a censura preventiva; Mehring rifiutò la condi­
zione.
Aprile. Scrive Die Krise der Sozialdemokratie (La crisi della
socialdemocrazia), che fu stampata l ’anno seguente con lo
pseudonimo di Junius.
13 maggio. Appare il n. 145 e ultimo di « Sozialdemokratis­
che Korrespondenz», ormai composto solo delle congiunture
economiche di Marchlewski.
5-8 settembre 1914. I tre rappresentanti del gruppo Inter­
nationale votano contro la formula di Lenin di trasformare la
guerra imperialista in guerra civile.
1916 i ° gennaio. Nell’ufficio di Karl Liebknecht a Berlino la I
conferenza nazionale del gruppo Internazionale approva in
via generale i Leitsätze über die Aufgaben der internationalen
Sozialdemokratie (Tesi sui compiti della socialdemocrazia in­
ternazionale) elaborati in carcere da R. L. e rivisti da Lieb­
knecht.
6 gennaio. Emanuel Wurm a nome della redazione di « Die
Neue Zeit » respinge l’offerta di R. L. della propria risposta ai
critici dell 'Accumulazione del capitale, in quel momento in
fase di avanzata elaborazione.
15 febbraio. In una riunione dell’opposizione berlinese il
gruppo Hoffmann-Ledebour-Eichhorn fa respingere le tesi di
R. L. per il loro centralismo internazionalistico.
i ° maggio. R. L. partecipa a una manifestazione contro il go­
verno e la guerra (disertata dai centristi) in Potsdamer Platz
a Berlino, nel corso della quale Karl Liebknecht è arrestato e
condannato a quattro anni.
xo luglio. R. L. è di nuovo arrestata senza che le si elevi al­
cuna nuova accusa ed è tenuta in carcere fino alla fine della
guerra. Per alcune settimane è nella prigione femminile della
Barnimstrasse, poi è trasferita al quartier generale della poli­
zia in Alexanderplatz.
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG X L III

Fine ottobre. Trasferita nella vecchia fortezza di Wronke


(Posen).
1917 6 gennaio. In «D er Kampf », n. 31, (Supplemento) di Duis­
burg, con lo pseudonimo di Gracchus esce un articolo di R. L.
(contrabbandato all’estero da Mathilde Jacob) in cui si de­
preca l’uscita dal vecchio partito socialdemocratico che abban­
dona le masse ai socialsciovinisti.
8 marzo. In una lettera a un medico di Stoccarda suo amico,
annunciandogli l’invio dell’Anticritica attraverso la Jacob, la
definisce l’unico lavoro di cui sia orgogliosa e che sicuramen­
te le sopravviverà, piu matura dell’Accumulazione stessa.
6-8 aprile. Fondazione a Gotha dell’Unabhängige Sozialde­
mokratische Partei Deutschlands ( u s p d ), a cui aderiscono,
pur mantenendo la loro autonomia, gli spartachisti (cosi detti
dalla firma delle loro lettere circolari clandestine, in cui usci­
rono molti articoli di R. L. tra il 1916 e il 1918).
Luglio. È trasferita fino alla fine della guerra a Breslavia.
Aprile. In « Spartacus », n. 4, esce Die Revolution in Russ­
land (La rivoluzione in Russia), con cui R. L. saluta la rivo­
luzione di febbraio, prevedendo piu profondi sviluppi.
Novembre. In lettere agli amici manifesta entusiasmo per
la rivoluzione d’ottobre, ma anche assoluto pessimismo sulla
loro vittoria finale.
Dicembre. È contraria alla ricerca della pace da parte bol­
scevica.
1918 Settembre-ottobre. Scrive Die russische Revolution (La ri­
voluzione russa), pubblicata postuma da Paul Levi attorno al
Natale del 1921. Sulla base di un incondizionato appoggio al­
la rivoluzione d’ottobre formula tuttavia una serie di fonda-
mentali critiche alla politica bolscevica nel settore della poli­
tica agraria, della dittatura, dell’autodeterminazione dei po­
poli.
9 novembre. È liberata dal carcere dal crollo del regime, e
torna a Berlino.
20 novembre. In Die Nationalversammlung (L ’assemblea
nazionale), apparso su «D ie Rote Fahne. Zentralorgan des
Spartacusbundes », n. 5, R. L. si pronuncia per i consigli degli
operai e dei soldati contro l’assemblea costituente giudicata
soluzione borghese.
14 dicembre. Su «D ie Rote Fahne. Zentralorgan des Sparta­
cusbundes», n. 29, esce anonimo Was will der Spartacus-
bund? (Che cosa vuole lo Spartacusbund?), il programma del­
la lega, almeno in gran parte di mano di R. L., in cui si riba­
XLIV VITA E OPERE DI ROSA LUXEMBURG

disce la condanna del terrore e la necessità di una maggioran­


za popolare.
15 dicembre. Assemblea generale degli indipendenti berli­
nesi. R. L. propone l’immediata uscita dal governo degli indi-
pendenti, il rifiuto dell’assemblea nazionale e l’assunzione di
tutto il potere politico da parte dei consigli. È sconfitta per
485 voti contro 195.
16-21 dicembre. I Congresso dei consigli degli operai e sol­
dati tedeschi nella Camera dei deputati a Berlino. Vi sono sta­
ti eletti con suffragio indiretto una forte maggioranza di so­
cialdemocratici maggioritari (il vecchio partito). R. L. e Lieb­
knecht non sono eletti e due proposte di invito sono respinte
a grande maggioranza. Vince facilmente la proposta Cohen di
fissare le elezioni dell’Assemblea nazionale al 9 gennaio.
29 dicembre. Non avendo la direzione degli indipendenti a-
derito alla richiesta di un congresso nazionale, una conferenza
a porte chiuse dello Spartacusbund decide all’unanimità meno
3 v o ti l ’u scita d a ll’usPD e la fon d azion e d i un n u ovo p artito.
R. L. si risolve so lo d o p o fo rti esitazion i, Jo g ic h e s rim ane
contrario.
30 dicembre. Congresso di fondazione della Kommunistis­
che Partei Deutschlands a Berlino, alla presenza di Radek. R.
L., che sostiene con tutta la direzione la partecipazione alle
elezioni, viene battuta per 62 voti contro 23.
31 dicembre. R. L. si pronuncia per la liquidazione dei sin­
dacati. La sua relazione sul programma proclama il ritorno
alle posizioni marxiste del 1848. Il congresso chiede l’edifica­
zione di una nuova Internazionale dell’azione rivoluzionaria.
1919 4 gennaio. L ’indipendente Emil Eichhorn, capo della poli­
zia berlinese, viene esonerato dal ministro degli Interni prus­
siano, il socialdemocratico maggioritario Paul Hirsch. Ne de­
rivano violente manifestazioni di protesta.
6 gennaio. Nonostante l’opposizione di R. L., Radek, Levi e
Jogiches, Liebknecht si lascia coinvolgere in un incerto movi­
mento insurrezionale per l’abbattimento del governo, del re­
sto alternato con trattative.
i r gennaio. Controffensiva del commissario del popolo per
l’Esercito e la Marina, Gustav Noske, che entra in Berlino
con oltre duemila soldati. La sede del «V orw ärts», occupata
da spartachisti e indipendenti, è loro ripresa, e cominciano le
esecuzioni sommarie.
14 gennaio. Su «D ie Rote Fahne», anno 11, n. 14, appare
firmato l’ultimo articolo di R. L.: Die Ordnung herrscht in
Berlin (L ’ordine regna a Berlino).
VITA E OPERE DI ROSA LUXEM BURG XLV
15 gennaio. Verso le nove di sera, in casa della famiglia
Markussohn (o Marcusson) in Mannheimer Strasse 44 nel
sobborgo berlinese di Wilmersdorf, vengono arrestati R. L.,
K. Liebknecht e W. Pieck. Portati all’hotel Eden, Liebknecht
è il primo ad essere eliminato nel trasporto alla prigione civi­
le di Moabit. R. L. è prima gravemente colpita col calcio del
fucile dal soldato Otto Runge, poi in macchina è finita con
una rivolverata dall’Oberleutnant Kurt Vogel. Il suo cadave­
re è gettato nel Landwehrkanal.
16 gennaio. La prima versione ufficiale è di tentativo di fuga
da parte di Liebknecht e di linciaggio da parte della folla per
R. L.
29 gennaio. Muore in un sanatorio a Grünewald Franz Meh­
ring.
io marzo. Leo Jogiches è arrestato e assassinato in uno pseu­
dotentativo di fuga.
2-19 marzo. Fondazione della Terza Internazionale. Hugo
Eberlein, unico delegato tedesco, si astiene nella votazione di
fondazione, parzialmente rispettando le istruzioni contrarie
dategli in precedenza da R. L.
8-14 maggio. Processo agli assassini di R. L.: Runge riceve
una condanna di due anni e due settimane, Vogel di due anni
e quattro mesi. Di li a pochi giorni, Vogel fu fatto fuggire in
Olanda, e poi amnistiato.
31 maggio. È ripescato il cadavere di R. L.
13 giugno. Sua sepoltura nel cimitero di Friedrichsfelde, do­
ve il 25 gennaio erano stati sepolti K. Liebknecht con altre
trentun vittime della repressione.
1926 13 giugno. In onore di R. L. e K. Liebknecht è inaugurato
un memoriale di Ludwig Mies van der Rohe, poi distrutto dai
nazisti.
L ’ACCUMULAZIONE D EL CAPITALE
Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo
AV V ERTEN ZA

Lo spunto al presente lavoro mi è stato dato da un’intro­


duzione in forma popolare all’economia politica1che anda­
vo da tempo preparando per la stessa casa editrice12, ma che
gli impegni della scuola di partito o l’agitazione mi avevano
di volta in volta impedito di portare a termine. Rimessami
al lavoro nel gennaio di quest’anno, dopo le elezioni al
Reichstag, col proposito di concludere almeno nelle grandi
linee quella volgarizzazione della dottrina economica mar­
xista, mi trovai di fronte a una difficoltà inaspettata: non
riuscivo a presentare con sufficiente chiarezza il processo
d’insieme della produzione capitalistica nei suoi rapporti
concreti e nei suoi limiti storici obiettivi. A un esame piu
attento, dovetti convincermi che non si trattava di una sem­
plice questione di esposizione, ma di un problema connes­
so, sul piano teoretico, al contenuto del II libro del Capita­
le e, nello stesso tempo, alla prassi dell’attuale politica im­
perialistica nelle sue radici economiche. Se sarò riuscita ad
afferrare con esattezza scientifica questo problema, la pre­
sente opera potrà avere non soltanto un interesse teorico,
ma anche una certa importanza ai fini della nostra lotta pra­
tica contro l’imperialismo.
R. L.

Dicembre 1912.

1 [Einführung in die Nationalökonomie, p u b b l. p o s tu m a a B e r lin o n e l


1924 ] .
2 [B u c h h a n d lu n g V o r w ä r ts P a u l S in g e r , d i B e r l in o ] .
Parte prima
Il problerna della riproduzione
C A P IT O L O P R IM O

OGGETTO D E L L ’ INDAGINE

Uno dei meriti imperituri di Marx come teorico dell’eco­


nomia è di aver posto il problema della riproduzione del ca­
pitale sociale totale. È caratteristico che la storia dell’eco­
nomia politica offra soltanto due tentativi di una imposta­
zione corretta del problema: ai suoi albori, nel padre della
scuola fisiocratica Quesnay, e al suo punto di approdo, in
Karl Marx. Non che nel frattempo il problema cessasse di
tormentare il pensiero economico borghese; ma questo non
riuscì mai, non diciamo a risolverlo ma nemmeno a porlo
di proposito e nella sua purezza, isolandolo dai problemi se­
condari che vi si ricollegano e vi s’incrociano. D ’altra parte,
considerata l ’importanza fondamentale del problema, è pos­
sibile sulla scorta di questi tentativi seguire fino a un certo
punto le vicende della economia scientifica.
In che consiste il problema della riproduzione del capita­
le totale?
Riproduzione significa letteralmente ripetizione, rinno­
vamento del processo produttivo; né è facile capire a primo
sguardo in che cosa il concetto di riproduzione si distingua
da quello accessibile a tutti di produzione, e perché sia ne­
cessario un nuovo termine discriminante. Senonché proprio
nel fatto della riproduzione, del continuo rinnovarsi del
processo produttivo, è dato individuare un elemento di per
sé importante. Anzitutto, la ripetizione regolare della pro­
duzione è la premessa e la base generale di un regolare con­
sumo, e perciò il presupposto dell’esistenza civile della so­
cietà umana in tutte le sue manifestazioni storicamente de­
terminate. In questo senso, nel concetto di riproduzione è
contenuto un elemento che si riallaccia alla storia della ci­
viltà in generale. La produzione non può riprendere, la ri-
8 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

produzione non può compiersi, se mancano determinate


premesse —attrezzature, materie prime, forze-lavoro —che
sono il frutto delle fasi precedenti della produzione. Ma, ne­
gli stadi primitivi dell’evoluzione civile, ai primordi del do­
minio dell’uomo sulla natura esterna, la possibilità di una
ripresa della produzione dipende piu o meno dal caso. Fin­
ché la caccia o la pesca costituiscono essenzialmente le basi
dell’esistenza della società, il regolare rinnovarsi della pro­
duzione è spesso interrotto da periodi di carestia generale.
In alcuni popoli primitivi, le esigenze della riproduzione
come processo regolarmente rinnovantesi hanno anzi trova­
to per tempo la loro espressione tradizionale e socialmente
impegnativa in un complesso di cerimonie a carattere reli­
gioso. Secondo gli studi approfonditi di Spencer e Gillen,
il culto totemistico dei negri australiani non è sostanzial­
mente che la trasmissione, irrigiditasi in cerimonia religio­
sa, di norme di condotta osservate da tempo immemorabile
dai rispettivi gruppi sociali, al fine di procacciarsi e conser­
vare il nutrimento animale o vegetale. Solo la coltivazione
della terra, l’addomesticamento del bestiame e il suo alleva­
mento a fini alimentari dovevano permettere quel circuito
regolare di consumo e produzione, che è il tratto distintivo
della riproduzione. In questo senso, il concetto di riprodu­
zione implica di per sé qualcosa di piu della semplice ripeti­
zione: implica il raggiungimento da parte della società di
un certo grado di controllo sulla natura esterna o, per espri­
mere lo stesso concetto in termini economici, un certo li­
vello nella produttività del lavoro.
D ’altra parte, il processo produttivo si presenta, in tutti
i gradi dell’evoluzione sociale, come unità di due momenti
diversi anche se strettamente legati l’uno all’altro: le condi­
zioni tecniche e le condizioni sociali, o, in altre parole, il
modo di configurarsi dei rapporti fra uomo e natura, e fra
uomo e uomo. Anche la riproduzione dipende in egual mi­
sura da questi. Abbiamo visto come essa si ricolleghi alle
condizioni della tecnica del lavoro umano e sia il prodotto
di un certo grado di sviluppo della produttività del lavoro;
ma non meno determinanti sono le forme sociali specifiche
della produzione. In una comunità agricola comunista di ti-
OGGETTO D E L L ’INDAGINE 9

po primitivo, per esempio, la riproduzione è determinata,


c o sicome tutto il piano della vita economica, dalPinsieme
dei lavoratori e dai loro organi democratici: la decisione di
riprendere il lavoro, la sua organizzazione, la realizzazione
delle sue necessarie premesse (attrezzi, materie prime, for­
ze-lavoro), la fissazione dell’ampiezza e della ripartizione
ilei processo riproduttivo, sono dunque il frutto di una col­
laborazione programmata di tutti gli individui nell’ambito
della comunità. In una economia schiavistica o feudale, la
riproduzione si compie sulla base di rapporti personali di
sovranità ed è regolata in tutti i suoi dettagli, non trovando
un limite alla sua estensione che nel diritto del centro do­
minante di disporre di contingenti piu o meno vasti di for­
ze di lavoro esterne. Nella società basata su rapporti di pro­
duzione capitalistici, la riproduzione si configura in modo
del tutto particolare, come mostra l’apparenza stessa in de­
terminati momenti di notevole rilievo. In ogni altra società
storicamente conosciuta, la riproduzione viene regolarmen­
te intrapresa ogniqualvolta ne esistano le condizioni fonda-
mentali: presenza di mezzi di produzione, presenza di for­
ze-lavoro. Solo circostanze esteriori come il flagello di una
guerra o una grave epidemia, con conseguente spopolamen­
to e distruzione di masse di forza-lavoro e mezzi di produ­
zione accumulati, possono far si che, in interi settori della
vita civile, la riproduzione non si compia per un periodo
piu o meno breve, o si compia in misura limitata. Fenomeni
analoghi possono in parte originarsi da interventi dispotici
nel piano generale di produzione. Quando nell’antico Egit­
to la volontà di un faraone incatena per decenni alla costru­
zione di piramidi migliaia di fellahin, quando nell’Egitto
moderno un Ismail Pascià comanda ventimila fellahin co­
me servi della gleba agli scavi del canale di Suez, quando il
fondatore della dinastia Ch’in, l’imperatore Shih Huang Ti,
condanna alla fame e alla consunzione quattrocentomila
sudditi e distrugge una intera generazione per portare a ter­
mine la costruzione della «Grande Muraglia» ai confini set­
tentrionali della Cina - in tutti questi casi gigantesche e-
stensioni di terreno rimangono di conseguenza incolte, e lo
svolgimento regolare della vita economica risulta per lun-
IO IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

ghi periodi di tempo interrotto. Ma in ognuno di essi tali


interruzioni della riproduzione avevano evidentemente ori­
gine dalla determinazione unilaterale del piano di riprodu­
zione nel suo complesso attraverso un rapporto di signoria.
Diverso è il quadro offerto dalla società capitalistica, dove
in determinati periodi sono presenti tanto i mezzi produtti­
vi materiali necessari quanto le forze di lavoro richieste dal­
la messa in moto della riproduzione, e d ’altra parte i biso­
gni sociali di consumo rimangono insoddisfatti, e tuttavia il
processo riproduttivo o è completamente interrotto o non
si realizza che in misura limitata. Responsabili delle diffi­
coltà del processo di riproduzione non sono qui interventi
dispotici nel piano economico generale: la messa in moto
della riproduzione è qui condizionata, oltre che dall’insie­
me dei fattori tecnici, dalla circostanza di natura puramen­
te sociale che si producono solo quei beni che offrano la si­
cura prospettiva d ’essere realizzati, cioè scambiati contro
denaro, e non soltanto realizzati in generale, ma con un pro­
fitto di un certo livello medio. In altre parole, il profitto co­
me scopo ultimo e come fattore determinante domina qui
non soltanto la produzione ma la riproduzione; non soltan­
to il modo e il contenuto del processo produttivo e della di­
stribuzione dei prodotti, ma anche il problema se, in quali
limiti e in quale direzione il processo lavorativo debba esse­
re ripreso non appena un periodo di lavoro si sia concluso.
«S e la produzione ha forma capitalistica, l’ha anche la ri-
produzione» ‘.
Dati questi elementi di natura essenzialmente storico-so­
ciale, il processo della riproduzione capitalistica si presenta
come un problema affatto nuovo e assai complicato. Già
nelle sue caratteristiche esterne, il processo della riprodu­
zione nella società capitalistica presenta particolarità stori­
che specifiche : abbraccia non solo la produzione ma la cir­
colazione (processo di scambio), è l’unità di entrambe.
La produzione capitalistica è, anzitutto, opera di un nu­
mero illimitato di produttori privati indipendenti, l’unico
legame sociale fra i quali è costituito dallo scambio. La ri-1

1 K. Marx , Das Kapital, libro I, 4a ed. 1890, p. 529 [sez. V II, cap. XXI],
OGGETTO D E L L ’INDAGINE II

produzione trova come punto di appoggio per la determi­


nazione dei bisogni sociali le esperienze dei cicli lavorativi
precedenti: ma queste sono esperienze personali di produt­
tori singoli, che non trovano un’espressione sociale unica.
Inoltre, sono sempre esperienze indirette e negative, non
positive e dirette, sui bisogni della società, che permettono
di trarre dall’andamento dei prezzi in un determinato pe­
riodo una conclusione sull’eccesso o difetto della massa di
beni prodotti in rapporto alla domanda solvibile. La ripro­
duzione viene sempre intrapresa, in base alle esperienze dei
cicli di produzione anteriori, da singoli produttori privati.
Ne consegue che nel ciclo successivo potrà ugualmente ve­
rificarsi un eccesso o un difetto, di fronte al quale singoli
rami della produzione seguiranno vie diverse ed opposte,
l’uno presentando un eccesso, l’altro un difetto; e poiché
tutti i settori della produzione si trovano in rapporti reci­
proci di dipendenza tecnica e un eccesso o difetto in alcuni
settori dominanti della produzione porta con sé un fenome­
no analogo nella maggior parte degli altri, ecco che di tem­
po in tempo si avrà ora un’eccedenza generale ora una scar­
sità generale di prodotti in rapporto alla richiesta sociale.
Basta questo a dare alla riproduzione nella società capitali­
stica un volto particolare, diverso da quello di tutte le altre
forme storiche di produzione. In primo luogo, ogni ramo
della produzione compie qui un moto entro certi limiti in­
dipendente, che porta di volta in volta a interruzioni piu o
meno lunghe della riproduzione. In secondo luogo, gli scar­
ti fra la riproduzione nei singoli rami e i bisogni sociali si
sommano periodicamente in una incongruenza generale, da
cui deriva una generale interruzione della riproduzione. Il
quadro offerto dalla riproduzione capitalistica è dunque af­
fatto particolare. Mentre in ogni altra forma di economia
- prescindendo da interventi dispotici dall’esterno —la ri-
produzione si svolge come un circuito regolare ininterrot­
to, la riproduzione capitalistica può essere soltanto rappre­
sentata, per servirci di una nota formula sismondiana, co­
me una serie continua di spirali, i cui giri, inizialmente ri­
stretti, diventano via via piu larghi e infine larghissimi, do­
po di che si verifica una contrazione, e la nuova spirale ri-
12 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

prende a giri ridotti per ripetere la stessa figura fino alla


successiva interruzione.
L ’alternarsi periodico dell’espansione massima della ri-
produzione e del suo contrarsi fino al parziale arresto, cioè
quello che si chiama il ciclo periodico della bassa congiun­
tura, dell’alta congiuntura e della crisi, costituisce la pecu­
liarità piu appariscente della riproduzione capitalistica.
È tuttavia della massima importanza stabilire fin da ora
che la successione periodica delle fasi di congiuntura e le
crisi rappresentano bensì aspetti essenziali della riprodu­
zione, ma non il problema vero e proprio della riproduzio­
ne capitalistica. Esse sono la forma specifica del movimen­
to dell’economia capitalistica, non il movimento stesso. Il
problema della riproduzione capitalistica può essere colto
nella sua purezza solo prescindendo dal gioco alterno delle
congiunture e dalle crisi - che è, per quanto strano possa
apparire, un metodo perfettamente razionale, anzi l’unico
metodo scientificamente praticabile ai fini della ricerca. Per
isolare nella sua purezza e risolvere il problema del valore,
bisogna prescindere dalle oscillazioni dei prezzi. Il pensiero
economico volgare crede di risolvere il problema del valore
riportandosi alle oscillazioni della domanda e dell’offerta.
L ’economia classica da Smith a Marx batte la via opposta,
stabilendo che le oscillazioni nel rapporto reciproco fra do­
manda e offerta possono bensì spiegare le deviazioni del
prezzo dal valore, ma non il valore in se medesimo. Per de­
terminare il valore delle merci bisogna dunque affrontare il
problema partendo dal presupposto che domanda e offerta
si equilibrino, che cioè prezzo e valore delle merci coincida­
no. In altri termini, il problema scientifico del valore co­
mincia esattamente là dove l’azione della domanda e del­
l’offerta finisce. Lo stesso vale per il problema della ripro­
duzione del capitale totale nella società capitalistica. La suc­
cessione periodica delle congiunture e le crisi hanno per
conseguenza che la riproduzione capitalistica oscilla di re­
gola intorno ai bisogni complessivi solvibili della società,
se ne allontana ora verso l’alto ora verso il basso, e infine
precipita in un quasi completo arresto. Ma a considerare un
periodo piu lungo, un intero ciclo a congiunture alterne,
OGGETTO D E L L ’INDAGINE *3
alta congiuntura e crisi si pareggiano, alla tensione massima
della riproduzione fan da contrappeso il suo punto piu bas­
so e il suo arresto, dando luogo sul complesso del ciclo a
una grandezza media della riproduzione: grandezza media
che non è una pura costruzione teorica ma un dato di fatto
reale, obiettivo, giacché, nonostante gli alti e bassi delle
congiunture, i bisogni della società risultano bene o male
soddisfatti, la riproduzione prosegue la sua via contorta, e
le forze produttive si sviluppano sempre piu. Ma come av­
viene ciò, se prescindiamo dalle crisi e dalla successione pe­
riodica delle congiunture? Qui comincia il problema vero e
proprio. Il tentativo di risolvere il problema della riprodu­
zione riportandosi alla periodicità delle crisi appartiene al­
l’economia volgare esattamente come la pretesa di risolvere
il problema del valore attraverso le oscillazioni della do­
manda e dell’offerta. Eppure, come vedremo in seguito, l’e­
conomia politica tradisce, ogni volta che si pone cosciente­
mente il problema della riproduzione o anche solo lo in-
travvede, la tendenza a trasporlo nel problema delle crisi, e
se ne preclude perciò la soluzione. Quando nelle pagine che
seguono parliamo di riproduzione capitalistica, intendiamo
dunque riferirci alla media che si stabilisce all’interno di un
determinato ciclo come risultante delle fasi opposte di con­
giuntura.
La produzione capitalistica totale è compiuta da un nu­
mero illimitato e continuamente oscillante di produttori
privati, che producono indipendentemente l’uno dall’altro
senza alcun controllo sociale all’infuori dell’oscillazione dei
prezzi, e senza legame sociale reciproco all’infuori dello
scambio delle merci. Come, da questi movimenti infiniti e
privi di legame, si origina la produzione totale effettiva?
Porre cosi la questione - ed è proprio sotto questa prima
forma generale che il problema immediatamente si pone -
significa trascurare il fatto che in questo caso i produttori
privati non sono semplici produttori di merci, ma produtto­
ri capitalistici, e che a sua volta la produzione complessiva
della società non è semplice produzione per la soddisfazio­
ne dei bisogni di consumo, e neppure semplice produzione
14 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

di merci, ma produzione capitalistica. Vediamo in che cosa


ciò modifichi il problema.
Il produttore che produce non soltanto merci ma capita­
le deve, prima di tutto, produrre plusvalore. Il plusvalore è
infatti lo scopo ultimo e il motivo determinante del produt­
tore capitalista. Le merci prodotte, una volta realizzate, de­
vono non soltanto reintegrare le spese da lui effettuate, ma
rendergli una grandezza di valore alla quale non corrispon­
de da parte sua alcuna spesa, che è pura eccedenza. Dal
punto di vista della produzione del plusvalore, il capitale
anticipato dal capitalista si scinde (senza ch’egli se ne renda
ragione e a dispetto di tutte le chiacchiere ch’egli racconta
a se stesso e al mondo a proposito di capitale fisso e circo­
lante) in una parte che rappresenta le spese da lui effettua­
te in mezzi di produzione - locali, materie prime e sussidia­
rie ecc. —e in un’altra parte erogata in salari. Marx chiama
la prima, che attraverso il suo impiego nel processo di lavo­
ro trasferisce immutata al prodotto la propria grandezza di
valore, parte costante del capitale; la seconda, che median­
te appropriazione di lavoro salariato non pagato produce
un aumento di valore, genera plusvalore, la chiama parte
variabile del capitale. Da questo punto di vista, la composi­
zione del valore di ogni merce prodotta in regime capitali­
sta corrisponde normalmente alla formula
c+ v+ p
dove c rappresenta il valore del capitale costante erogato,
cioè la parte di valore, trasferita nella merce, dei mezzi
morti di produzione consumati, v la parte variabile del ca­
pitale, spesa in salari, p il plusvalore, cioè l’aumento di va­
lore risultante dalla parte non pagata di lavoro salariato.
Tutte e tre le parti del valore si nascondono nella forma
concreta della merce prodotta, di ogni esemplare singolo
come della massa complessiva di merci considerate come un
tutto unico, sia che si tratti di tessuti di cotone o di spetta­
coli di danze, di tubi di ghisa o di giornali liberali. Per il
produttore capitalista, la produzione delle merci non è fine
ma mezzo all’appropriazione di plusvalore. Ma, finché si
nasconde nella forma della merce, il plusvalore è, per il ca-
OGGETTO D E L L ’INDAGINE IJ

pitalista, inutilizzabile: esso deve, una volta prodotto, es­


sere realizzato, trasformato nella sua forma pura di valore,
cioè in denaro. Perché questo avvenga, e il plusvalore sia
appropriato da capitalisti sotto forma di denaro, anche le
spese complessive in capitale devono spogliarsi della forma
di merci e ritornar loro sotto forma di denaro: solo quando
ciò sia avvenuto, solo quando l’intera massa delle merci sia
stata alienata contro denaro secondo il suo valore, lo scopo
della produzione può dirsi raggiunto. Perciò la formula
c+v + p
come prima si riferiva alla composizione del valore delle
merci, cosi si riferisce ora alla composizione quantitativa
del denaro ricavato dalla vendita delle merci: una parte (c)
rifonde al capitalista le spese in mezzi di produzione consu­
mati; un’altra (v) le spese in salari; l ’ultima (p) costituisce
l’eccedenza prevista, 1’« utile netto» in contanti del capita­
lista '. Questo trapasso del capitale dalla sua forma origina­
ria, costituente il punto di partenza di ogni produzione ca­
pitalistica, a quella di mezzo di produzione morto e vivo
(materie prime, attrezzature, forza-lavoro) e da questa, at­
traverso il processo del lavoro vivo, alla forma di merci, e
infine la sua trasformazione da merci in denaro attraverso il
processo dello scambio - e piu precisamente in una quanti­
tà di denaro maggiore che all’inizio - , questa metamorfosi
del capitale non è tuttavia necessaria solo ai fini della pro­
duzione e appropriazione del plusvalore. Scopo e motivo
animatore della produzione capitalistica non è infatti il plu­
svalore come tale, appropriato in una quantità qualsiasi e
una volta per tutte, ma un plusvalore senza limiti, in pro­
gressione continua, in quantità sempre crescenti, e ciò si
può ottenere soltanto con lo stesso mezzo magico: con la
produzione capitalistica, cioè con l’appropriazione di lavo-1

1 I n q u e s t ’ e s p o s i z i o n e c o n s i d e r ia m o i l p l u s v a l o r e c o m e id e n t ic o a l p r o ­
f itto , id e n t if ic a z i o n e l e g i t t i m a in q u a n t o r i f e r i t a a l l a p r o d u z io n e t o t a l e , d i
c u i q u i e s c lu s iv a m e n t e s i t r a t t a . P r e s c i n d ia m o i n o lt r e d a l l a s u d d i v i s i o n e d e l
p lu s v a lo r e n e l l e s u e p a r t i c o m p o n e n t i - u t i l e d e l l ’ i m p r e n d it o r e , i n t e r e s s e
d e l c a p i t a l e , r e n d i t a - in q u a n t o ir r i l e v a n t e in r a p p o r t o a l p r o b le m a d e l l a ri-
p r o d u z io n e .
16 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

ro salariato non pagato nel processo della produzione di


merci e con la realizzazione delle merci cosi prodotte. La
produzione sempre rinnovata, la riproduzione come feno­
meno normale, trova dunque nella società capitalistica un
motivo determinante del tutto nuovo, sconosciuto in qua­
lunque altra forma di produzione. In tutte le altre forme
economiche storicamente documentate, il fattore determi­
nante della riproduzione è infatti costituito dai bisogni di
consumo non mai interamente soddisfatti della società -
siano essi democraticamente determinati dall’insieme dei
lavoratori in una comunità agraria di tipo comunista, o di­
spoticamente in una società divisa in classi antagonistiche,
in un’economia schiavista, in un feudo ecc. Nel modo di
produzione capitalistico, invece, la considerazione dei biso­
gni di consumo della società non esiste, agli occhi del pro­
duttore, come fattore determinante della produzione: esi­
ste solo la domanda solvibile, e anche questa solo come
mezzo indispensabile alla realizzazione del plusvalore. Se
perciò la produzione di beni di consumo capaci di soddisfa­
re i bisogni solvibili della società è per lui una necessità
ineliminabile, essa costituisce pur sempre una via traversa
dal punto di vista del motivo determinante della sua attivi­
tà: l’appropriazione del plusvalore. È ancora questo moti­
vo a spingere sempre di nuovo alla riproduzione. È la pro­
duzione del plusvalore che nella società capitalistica fa del­
la riproduzione dei beni necessari alla vita un perpetuum
mobile. A sua volta, la riproduzione, che in regime capitali­
sta ha il suo punto di partenza nel capitale, e precisamente
nel capitale nella sua forma pura di valore, cioè in forma
monetaria, presuppone per essere intrapresa che i prodotti
del periodo precedente, le merci, siano realizzate, trasfor­
mate in denaro. Ne segue che, per il produttore capitalista,
condizione prima della riproduzione appare l’avvenuta rea­
lizzazione delle merci prodotte nei precedenti cicli produt­
tivi.
A questo punto, una seconda circostanza importante si
presenta. In un’economia a base privata, dipende dall’arbi­
trio del capitalista singolo stabilire quale ampiezza debba
avere la riproduzione. Ma il fattore determinante del capi-
O GGETTO D E L L ’INDAGINE 17
talista singolo è l’appropriazione del plusvalore, anzi l’ap­
propriazione il piu possibile crescente di plusvalore, e que­
sto processo di appropriazione può essere accelerato in un
solo modo: allargando la produzione capitalistica, che ap­
punto crea il plusvalore. Sotto questo aspetto, la grande a-
zienda si trova, quanto a produzione di plusvalore, in con­
dizioni di vantaggio in confronto alla piccola. Ne risulta
che il modo di produzione capitalistico genera non soltanto
una continua spinta alla riproduzione, ma anche una spin-
I a al continuo allargamento della riproduzione, alla ripresa
della produzione su scala ogni volta maggiore.
E non è tutto. Il modo di produzione capitalistico non
soltanto fa della fame di plusvalore del capitalista la forza
animatrice di uno sfrenato allargamento della riproduzio­
ne, ma fa di questo allargamento una legge draconiana, una
condizione di vita economica per ogni capitalista. In regi­
me di concorrenza, l’arma piu importante di cui il capitali­
sta singolo disponga nella lotta per assicurarsi un posto sul
mercato è il basso prezzo delle merci. Ora tutti i metodi du­
raturi per abbassare i costi di produzione sfociano in un al­
largamento della produzione —quando non si tenda ad un
aumento straordinario del plusvalore mediante riduzione
dei salari o prolungamento del tempo di lavoro, e sono me­
todi che possono urtare in molti ostacoli. Sia che si tratti di
risparmiare in impianti e attrezzature, di impiegare mezzi
di produzione a rendimento piu elevato, di sostituire su va­
sta scala al lavoro manuale le macchine, o di sfruttare una
congiuntura di mercato favorevole per l’acquisto di materie
prime a prezzo piu basso, in tutti i casi la grande azienda
offre vantaggi rispetto all’azienda media e piccola.
Questi vantaggi aumentano, entro limiti molto vasti, in
ragione della ampiezza dell’impresa. La concorrenza impo­
ne quindi come condizione di vita a tutte le aziende capita­
listiche l’allargamento già avvenuto in una parte di esse, e
il risultato è un’incessante tendenza all’allargamento della
riproduzione - tendenza che si diffonde via via, meccanica-
mente, a ondate, sull’intera superficie della produzione pri­
vata.
Per il capitalista singolo, l’allargamento della riproduzio-
i8 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

ne si manifesta nel fatto di aggiungere una parte del plusva­


lore appropriato al capitale, cioè di accumulare. L ’accumu­
lazione, la trasformazione del plusvalore in capitale operan­
te, è perciò l ’espressione capitalistica della riproduzione al­
largata.
La riproduzione allargata non è un’invenzione del capita­
le, ma costituisce da tempo la regola di ogni forma sociale
storica in sviluppo economico e civile. La riproduzione sem­
plice —cioè la pura e semplice ripetizione del processo pro­
duttivo sempre alla stessa scala —è bensì possibile e si ri­
scontra di fatto in lunghe fasi dello sviluppo sociale: ad e-
sempio nelle comunità agrarie di villaggio a tipo comunisti­
co della prima antichità, dove all’aumento della popolazio­
ne non si ovviava mediante un graduale allargamento della
produzione ma mediante periodiche migrazioni delle classi
giovani e fondazione di minuscole filiali autosufficienti; o
nelle antiche piccole aziende artigiane in India o in Cina,
che offrono un esempio di ripetizione tradizionale della pro­
duzione, di generazione in generazione, nelle stesse forme e
alla stessa scala. Ma, in tutti questi casi, la riproduzione
semplice è base e chiaro segno di un ristagno generale della
vita economica e civile. Nessuno dei grandi passi avanti
compiuti dalla produzione, nessuno dei monumenti di vita
civile che la storia ricorda - le grandi opere idrauliche del­
l ’Oriente, le piramidi di Egitto, le strade militari romane,
le arti e le scienze della Grecia, lo sviluppo dei mestieri e
delle città nel Medioevo - sarebbero stati possibili senza la
riproduzione allargata, giacché solo la graduale estensione
della produzione oltre i bisogni immediati, e il costante au­
mento della popolazione e delle sue esigenze, offrono una
base economica e un incentivo sociale a decisivi progressi
sulla via della civiltà. In particolare, sarebbero impensabili,
senza la riproduzione allargata, lo scambio e, con esso, il
sorgere della società divisa in classi e la sua evoluzione sto­
rica fino alla forma economica capitalistica. Senonché, in
quest’ultima, la riproduzione allargata assume nuovi carat­
teri. Anzitutto, come già abbiamo osservato, essa diventa
una legge obbligatoria. Non che nel modo di produzione ca­
pitalistico debbano essere esclusi la riproduzione semplice e
OGGETTO D E L L ’INDAGINE 19

perfino un regresso nella riproduzione, che anzi costituisco­


no le periodiche manifestazioni delle crisi dopo la tensione
massima (anch’essa periodica) della riproduzione allargata
nelle fasi di alta congiuntura; ma il moto generale della ri-
produzione si svolge —di là dalle periodiche oscillazioni del­
la successione ciclica delle congiunture - nel senso di un
ininterrotto allargamento, e l’impossibilità di tenere il pas­
so con questo moto generale significa per il capitalista singo­
lo l’eliminazione dalla lotta di concorrenza, la morte econo­
mica.
Non basta. In tutti i modi di produzione fondati su
un’economia puramente o prevalentemente naturale - una
comunità agrario-comunistica dell’India, una villa romana,
un feudo medievale - la riproduzione allargata non ha altro
contenuto e scopo che la quantità dei prodotti, la massa de­
gli oggetti di consumo prodotti. Il consumo come fine de­
termina l’ampiezza e il carattere sia del processo lavorativo
che della riproduzione in generale. Non così nell’economia
capitalistica. La produzione capitalistica non è produzione
per il consumo, ma produzione di valore: in essa, i rapporti
di valore dominano dunque l’intero processo produttivo e
riproduttivo. Se la produzione capitalistica non è produzio­
ne di oggetti di consumo, e neppure di merci in generale,
ma di plusvalore, è ovvio che, dal suo punto di vista, ripro­
duzione allargata significhi estensione della produzione di
plusvalore. È bensì vero che la produzione di plusvalore si
manifesta sotto forma di produzione di merci e, in ultima
analisi, di oggetti di consumo: ma nella riproduzione que­
sti due elementi sono continuamente separati da variazioni
nella produttività del lavoro. La stessa grandezza di capita­
le e di plusvalore si esprimerà, in seguito ad aumento della
produttività, in una massa crescente di oggetti di consumo.
L ’aumento della produzione nel senso della produzione di
una massa piu grande di valori d ’uso non è dunque di per
sé necessariamente riproduzione allargata in senso capitali­
stico. Inversamente, il capitale può, senza mutamenti nella
produttività del lavoro, generare entro certi limiti un mag­
gior plusvalore senza creare una quantità maggiore di pro­
dotti, grazie ad un piu alto grado di sfruttamento: ad esem-
20 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

pio, mediante compressione dei salari. Ma gli elementi del­


la riproduzione allargata in senso capitalistico vengono, nel­
l ’uno e nell’altro caso, ugualmente prodotti; giacché essi so­
no plusvalore, sia come quantità di valore, sia come som­
ma di mezzi di produzione materiali. L ’allargamento della
produzione di plusvalore si ottiene di regola aumentando il
capitale, ma questo aumento si ottiene a sua volta aggiun­
gendo al capitale una parte del plusvalore appropriato. Che
il plusvalore capitalistico venga impiegato ad ampliare i
vecchi impianti o a fondarne di nuovi, è, sotto questo pro­
filo, del tutto indifferente. La riproduzione allargata in sen­
so capitalistico assume così la forma specifica dell’aumento
del capitale mediante progressiva capitalizzazione del plus­
valore o, per servirci dell’espressione di Marx, mediante ac­
cumulazione di capitale. La formula generale della riprodu­
zione allargata in regime capitalista risulta dunque la se­
guente:
(c+v)+(p/x) + p

dove p/x rappresenta la parte capitalizzata del plusvalore


appropriato nelle fasi precedenti della produzione, e p il
nuovo plusvalore prodotto dal capitale aumentato. Questo
nuovo plusvalore viene a sua volta parzialmente capitaliz­
zato, e il flusso continuo di queste appropriazioni e capita­
lizzazioni di plusvalore, successive e reciprocamente condi-
zionantisi, costituisce il processo della riproduzione allar­
gata in senso capitalistico.
È questa, tuttavia, la formula astratta generale della ri-
produzione. Analizziamo piu da vicino le condizioni concre­
te indispensabili della sua realizzazione.
Il plusvalore appropriato, felicemente spogliatosi sul
mercato della propria forma di merce, si presenta come una
determinata somma di denaro. Ha come tale la forma asso­
luta del valore, e può cominciare con essa la propria carriera
di capitale. Ma in questa forma, esso si trova appena alla so­
glia della sua carriera. Il denaro non figlia plusvalore.
Per essere realmente capitalizzata, la porzione di plusva­
lore destinata all’accumulazione deve assumere la sola for­
ma concreta che gli permetta di operare come capitale pro-
OGGETTO D E L L ’INDAGINE 21

duttivo, cioè figliante nuovo plusvalore. A questo fine, esso


deve, esattamente come il capitale originario, scindersi in
due parti: una parte costante, rappresentata dai mezzi di
produzione morti, e una variabile, rappresentata dai salari.
Solo quando questa condizione sia realizzata, esso può, sul­
lo schema del vecchio capitale, esser portato ad assumere la
formula:
c+ v+p

Ma per ciò non basta la buona volontà di accumulare del


capitalista singolo, non basta la «parsimonia» o «astinen­
za» in virtù della quale egli destina alla produzione la mag­
gior parte del plusvalore, invece di dilapidarlo in lussi per­
sonali. Occorre ch’egli trovi sul mercato le forme concrete
ch’egli si propone di dare al capitale aumentato, cioè, in pri­
mo luogo, i mezzi di produzione materiali - materie prime,
macchine ecc. —di cui ha bisogno, in rapporto al tipo di
produzione da lui prescelto, per dare al capitale costante la
sua forma produttiva. Occorre in secondo luogo che anche
la parte di capitale destinata a fungere da capitale variabile
possa compiere la propria trasformazione, il che presuppo­
ne: i ) che sul mercato del lavoro si trovino in quantità suf­
ficienti le forze-lavoro supplementari di cui ha bisogno per
mettere in esercizio il nuovo capitale aumentato; 2) che
- non potendo gli operai vivere di denaro - si trovino sul
mercato anche i mezzi di sussistenza supplementari, contro
i quali gli operai eventualmente assunti potranno scambia­
re la parte di capitale variabile ricevuta dal capitalista.
Se tutte queste condizioni si realizzano, il capitalista può
mettere in moto il plusvalore capitalizzato, cioè fargli pro­
durre, come capitale operante, nuovo plusvalore. Ma con
ciò il suo compito non è finito. Il nuovo capitale, insieme
col plusvalore prodotto, conserva ancora la forma di una
massa supplementare di merci di qualsivoglia tipo; e in
questa forma il nuovo capitale è ancora soltanto anticipato,
il plusvalore da esso prodotto mantiene una forma che è,
per il capitalista singolo, inutilizzabile. Perché il nuovo ca­
pitale compia lo scopo della sua vita, è perciò necessario
che si spogli della forma di merce e ritorni al capitalista, in-
22 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

sieme col plusvalore prodotto, nella pura forma del valore,


come denaro. Se ciò non avviene, il nuovo capitale e il nuo­
vo plusvalore sono totalmente o parzialmente perduti, la
capitalizzazione del plusvalore è mancata, l ’accumulazione
non ha avuto luogo. È dunque necessario e indispensabile,
perché l’accumulazione si compia, che la quantità di merci
supplementari prodotta dal nuovo capitale conquisti un po­
sto sul mercato, e vi si realizzi.
È cosi manifesto che la riproduzione allargata in regime
capitalista, la riproduzione allargata come accumulazione di
capitale, è legata a tutta una serie di condizioni specifiche.
Elenchiamole. Prima condizione: la produzione deve gene­
rare plusvalore, essendo il plusvalore la forma elementare
senza la quale, in regime capitalistico, un aumento della
produzione non è possibile. Questa condizione deve com­
piersi nel processo stesso della produzione, nel rapporto fra
capitalista e operaio, nella produzione delle merci. Seconda
condizione: per poter essere appropriato, il plusvalore de­
stinato all’allargamento della riproduzione deve, una volta
compiuta la prima condizione, essere realizzato, cioè assu­
mere forma monetaria. Questa condizione ci riporta al mer­
cato, dove le opportunità di scambio decidono del destino
ulteriore del plusvalore, e perciò anche della riproduzione
avvenire. Terza condizione: ammesso che il plusvalore sia
stato realizzato e che una parte del plusvalore realizzato sia
stata aggiunta al capitale al fine dell’accumulazione, è neces­
sario che il nuovo capitale assuma anzitutto forma produt­
tiva, cioè forma di mezzi di produzione morti e di forze-la­
voro, e che la parte di capitale scambiata contro forze-lavo­
ro assuma la forma di mezzi di sussistenza per gli operai;
condizione che ci riporta a sua volta al mercato delle merci
e del lavoro. Se su questo si è trovato tutto il necessario, se
la riproduzione allargata delle merci si è verificata, una
quarta condizione interviene: la massa supplementare di
merci, in cui il nuovo capitale è conglobato insieme col nuo­
vo plusvalore, deve essere realizzata, cioè trasformata in
denaro. Solo quando ciò sia avvenuto, la riproduzione allar­
gata in senso capitalistico si è compiuta: e anche quest’ul-
tima condizione ci riporta al mercato.
OGGETTO D E L L ’INDAGINE 23
Così, la riproduzione capitalistica si muove, esattamente
come la produzione, in un continuo va e vieni fra luogo di
produzione e luogo di smercio, fra l’azienda privata, dove
«è severamente proibito l’accesso ai non autorizzati» e do­
ve la volontà sovrana del capitalista singolo è legge supre­
ma, e il mercato delle merci, al quale nessuno detta legge e
dove nessuna volontà e nessuna ragione si fanno valere. Ma
è proprio qui, nell’arbitrio e nell’anarchia dominanti il mer­
cato, che appare tangibile al capitalista la propria dipenden­
za dalla società, dall’insieme dei suoi membri singoli, pro­
duttori e consumatori. Per allargare la riproduzione, egli ha
bisogno di mezzi di produzione e di forze-lavoro supple­
mentari, oltre a mezzi di sussistenza per queste ultime; ma
la presenza di tutto ciò dipende da fattori, circostanze, pro­
cessi, che si compiono dietro le sue spalle, completamente
al di fuori del suo controllo. Per poter realizzare la sua ac­
cresciuta massa di prodotti, egli ha bisogno di un mercato
di sbocco piu vasto, ma l’effettivo allargamento della do­
manda in generale e di quella del genere di merci da lui
prodotte in particolare, è una questione sulla quale egli non
ha alcun potere.
Le condizioni da noi elencate, in ognuna delle quali si
manifesta ed esprime la contraddizione immanente fra pro­
duzione privata e consumo, e il legame sociale fra l’una e
l’altro, non sono fattori nuovi che intervengano unicamen­
te nel corso della riproduzione: sono le contraddizioni ge­
nerali della produzione capitalistica. Esse si presentano tut­
tavia come difficoltà particolari del processo riproduttivo, e
per le seguenti ragioni. Dal punto di vista della riproduzio­
ne, e precisamente della riproduzione allargata, il modo di
produzione capitalistico appare - non soltanto nei suoi ca­
ratteri fondamentali e generali, ma anche in un particolare
ritmo di movimento —come processo in continuo sviluppo,
rilevante perciò lo specifico ingranarsi l’una nell’altra delle
singole ruote dentate dei suoi cicli di produzione. Da que­
sto punto di vista, il problema non si pone nella sua genera­
lità: come possa, cioè, ogni capitalista singolo trovare i
mezzi di produzione e le forze-lavoro che gli occorrono, e
realizzare sul mercato le merci fatte produrre, benché non
24 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

esistano né un controllo né una pianificazione sociale capaci


di armonizzare fra loro produzione e domanda; problema
generale al quale si risponde: da una parte, la spinta dei ca­
pitali singoli verso il plusvalore e la loro reciproca concor­
renza, unitamente agli effetti automatici dello sfruttamento
e della concorrenza capitalistici provvedono a che vengano
prodotti tutti i generi di merci, e perciò anche i mezzi di
produzione necessari, e il capitale disponga di una classe
sempre crescente di lavoratori proletarizzati; dall’altra, l’a­
narchia di questi rapporti si manifesta nel fatto che l’equi­
librio fra domanda e offerta si realizza in tutti i campi solo
attraverso continue deviazioni dal loro mutuo accordo, at­
traverso oscillazioni continue dei prezzi e, periodicamente,
attraverso l ’alternarsi delle fasi di congiuntura e le crisi.
Dal punto di vista della riproduzione il problema si pone
in altro modo: come sia possibile che il rifornimento caoti­
co del mercato in mezzi di produzione e forze-lavoro, e le
condizioni impreviste e indeterminabili dello smercio, ga­
rantiscano al capitalista singolo le quantità e i tipi di mez­
zi di produzione, di forza-lavoro e di possibilità di sbocco
corrispondenti alle sue specifiche esigenze di accumulazio­
ne, e perciò crescenti in una ben determinata misura. Pre­
cisiamo ancor meglio la questione. Ammettiamo che il ca­
pitalista singolo produca, secondo la nota formula, nel se­
guente rapporto:
40 c + io V-Y io p

dove il capitale costante è quattro volte il capitale variabile


e il tasso di sfruttamento è del 100% . La massa di merci
rappresenterà dunque un valore di 60. Ammettiamo che il
capitalista sia in grado di capitalizzare la metà del suo plus­
valore e lo aggiunga al vecchio capitale, ferma restando la
composizione di questo. Il successivo periodo produttivo si
esprimerà allora nella formula:

4 4 c + i i t > - t - i i p = 66

Ammettiamo che il capitalista sia ulteriormente in grado


di capitalizzare la metà del suo plusvalore, e cosi ogni anno.
OGGETTO D E L L ’INDAGINE 25
Perché ciò sia possibile, è indispensabile ch’egli trovi, non
solo in generale, ma in quella determinata progressione, i
mezzi produttivi, le forze-lavoro, gli sbocchi, che corrispon­
dono agli sviluppi crescenti della sua accumulazione.
C A P IT O L O SECON D O

L ’A N A L IS I D E L P R O C E SSO D I R IP R O D U Z IO N E
IN Q U E S N A Y E IN A D A M S M IT H

Abbiamo finora considerato la riproduzione dal punto di


vista del capitalista singolo, tipico rappresentante e agente
della riproduzione cosi come viene compiuta da aziende ca­
pitalistiche private indipendenti. Quest’analisi ha già posto
abbastanza in luce le difficoltà del problema. Ma le difficol­
tà crescono e si complicano straordinariamente non appena
ci si volga dalla considerazione dei capitalisti singoli a quel­
la dell’insieme dei capitalisti.
Già uno sguardo superficiale mostra l’impossibilità di
considerare la riproduzione capitalistica, in quanto insieme
sociale, come la semplice e meccanica somma delle singole
riproduzioni capitalistiche private. Abbiamo visto, ad esem­
pio, che uno dei presupposti fondamentali della riproduzio­
ne allargata del singolo capitalista è un corrispondente al­
largamento delle sue possibilità di sbocco sul mercato. Ora,
questo allargamento può non essere ottenuto dal capitalista
singolo mediante un’estensione assoluta del raggio dello
smercio in generale, ma mediante la lotta di concorrenza a
spese di altri capitalisti singoli, cosicché può tornare a van­
taggio dell’uno ciò che uno o piu altri capitalisti, espulsi dal
mercato, subiscono come perdita. Questo processo porta a
un capitalista, in riproduzione allargata, ciò che all’altro ac­
colla come deficit della riproduzione. Il primo può realizza­
re una riproduzione allargata, i secondi non realizzare nep­
pure la riproduzione semplice, e la società capitalistica nel
suo complesso registrerà soltanto uno spostamento di luo­
go, non un mutamento quantitativo, della riproduzione.
Analogamente, la riproduzione allargata di un determinato
capitalista può compiersi grazie a mezzi di produzione e
forze-lavoro resi liberi in virtù del fallimento di altri capita-
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 27

listi - cioè della totale o parziale rinuncia alla riproduzione


da parte di costoro.
Questi fatti di esperienza quotidiana mostrano che la ri-
produzione del capitale sociale totale è qualcosa di diverso
dalla riproduzione, dilatatasi all’infinito, del capitalista sin­
golo; che i processi di riproduzione dei capitali singoli s’in­
crociano continuamente, e possono in qualunque momen­
to, in grado maggiore o minore, annullarsi a vicenda nei lo­
ro effetti. Prima dunque di analizzare il meccanismo e le
leggi della riproduzione capitalistica totale, è necessario
chiedersi che cosa si debba intendere per riproduzione del
capitale totale, e se sia anzi possibile, dalla selva di movi­
menti senza fine dei capitali singoli, che si modificano senza
posa e ora operano paralleli ora s’intersecano e si elidono se­
condo regole incontrollabili e imprevedibili, dedurre qual­
cosa di simile a una riproduzione totale. Esiste un capitale
totale della società, e che cosa, comunque, rappresenta que­
sto concetto, nella realtà effettiva? È questa la prima do­
manda che lo studio scientifico delle leggi della riproduzio­
ne ha il dovere di porre. Il padre della scuola fisiocratica,
Quesnay, affrontando il problema all’alba dell’economia po­
litica e del sistema economico borghese con l ’intrepidità e
semplicità dei classici, assunse senz’altro come indiscutibile
l’esistenza del capitale totale in quanto grandezza reale e
operante. Il suo celebre Tableau économique, non decifrato
da alcuno prima di Marx, espone in poche cifre il movimen­
to di riproduzione del capitale totale. A questo proposito,
Quesnay osserva come esso vada contemporaneamente con­
cepito sotto forma di scambio di merci, come processo cir­
colatorio: « I l Tableau mostra come il risultato annuo della
produzione nazionale, espresso in una determinata grandez­
za di valore, si suddivida mediante lo scambio in modo che
la produzione possa ricominciare. Gli innumerevoli atti in­
dividuali di scambio sono immediatamente ricollegati nel
loro movimento complessivo socialmente caratterizzato —la
circolazione fra grandi classi sociali funzionalmente deter­
minate» l.

Das Kapital, libro II, 2a ed. 1893, p. 332 [sez. I l l , cap. XIX, 1].
28 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

Secondo Quesnay, la società si compone di tre classi: la


classe produttiva, cioè gli agricoltori; la sterile, che com­
prende la popolazione attiva in rami che non siano l’agri­
coltura - industria, commercio, professioni libere - , e la
classe dei proprietari fondiari, compresi il sovrano e i per­
cettori di decime. Il prodotto nazionale totale appare nelle
mani dei produttori come una quantità di mezzi di sussi­
stenza e di materie prime del valore di 5 miliardi: di questi,
2 rappresentano il capitale annuo di esercizio dell’agricoltu­
ra, I l’impiego annuo di capitale fisso, 2 l’utile netto dei
proprietari fondiari. Oltre a questo prodotto totale, gli a-
gricoltori - intesi qui, da un chiaro punto di vista capitali­
stico, come affittuari - dispongono di 2 miliardi in denaro.
La circolazione si svolge in questo modo : la classe degli af­
fittuari paga ai proprietari fondiari 2 miliardi in contanti
(frutto del precedente periodo di circolazione) a titolo di
canone di affitto. Con questi, la classe dei proprietari fondia­
ri compra dagli affittuari mezzi di sussistenza per 1 miliar­
do e con l’altro miliardo prodotti industriali dagli «sterili».
Da parte loro, gli affittuari comprano prodotti industriali
per il miliardo riaffluito nelle loro mani, mentre la classe
sterile compra, per i 2 miliardi di cui dispone, prodotti a-
gricoli e precisamente, per 1 miliardo, materie prime ecc. a
reintegrazione del capitale annuo di esercizio e per 1 miliar­
do mezzi di sussistenza personali. Così, al termine del pro­
cesso, il denaro è tornato al punto di partenza, alla classe
degli affittuari, e il prodotto è diviso fra le classi in modo
che il consumo di tutte è assicurato, classe produttiva e ste­
rile hanno rinnovato i rispettivi mezzi di produzione, e la
classe dei proprietari fondiari ha ricevuto la sua rendita.
Tutti i presupposti della riproduzione sono presenti, le
condizioni della circolazione sono state tutte osservate, e la
riproduzione può iniziare il suo corso normale '. Vedremo1
1 Cfr. Analyse du Tableau économique, in «Journal de l ’Agriculture, du
commerce et des finances», di Dupont, 1766 (pp. 30^ sgg. dell’ed. Oncken
delle Œuvres di f . quesnay ). Quesnay osserva espressamente che la circo­
lazione da lui tratteggiata presuppone due condizioni: l’assenza di impedi­
menti allo scambio e un sistema d’imposte unicamente basato sulla rendita:
«Mais ces données ont des conditions sine quabus non; elles supposent que
la liberté du commerce soutient le débit des productions à un bon prix...,
PROCES SO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 29

nel seguito dell’esposizione come questo quadro sia, ad on­


ta della genialità del pensiero, incompleto e primitivo. Im­
porta frattanto sottolineare come, agli albori dell’economia
politica scientifica, Quesnay non avesse il minimo dubbio
sulla possibilità di rappresentare il capitale sociale totale e
la sua riproduzione. Senonché, già in Adam Smith, insieme
con una piu profonda analisi dei rapporti capitalistici, i
grandi e limpidi tratti della costruzione fisiocratica comin­
ciano a confondersi. Smith getta le basi fondamentali della
esposizione scientifica del processo d ’insieme dell’economia
capitalistica, sviluppando nello stesso tempo quella falsa a-
nalisi del prezzo, destinata a dominare per lungo tempo l’e­
conomia borghese, secondo cui il valore delle merci espri­
me bensì la quantità di lavoro erogata nel produrle, ma il
prezzo non si compone che di tre elementi costitutivi: sala­
rio, profitto del capitale, rendita fondiaria. Essendo evi­
dente che lo stesso principio vale per la totalità delle mer­
ci, per il prodotto nazionale, si giunge così alla stupefacen­
te scoperta che il valore delle merci prodotte in regime ca­
pitalista rappresenta bensì nel suo complesso tutti i salari
pagati e i profitti, oltre alla rendita, cioè l’intero plusvalore,
e può quindi anche reintegrarli, ma al capitale costante im­
piegato nella produzione di queste merci non corrisponde
alcuna parte di valore della massa di merci, v + p, ecco, se­
condo Smith, la formula del valore del prodotto totale ca­
pitalistico. «Queste tre parti [salario, profitto e rendita]
- dice Smith, illustrando il proprio punto di vista con l’e­
sempio del grano —sembrano costituire o immediatamente
o in ultima istanza l’intero prezzo del grano. Si potrebbe
forse ritener necessaria anche una quarta parte, per com­
pensare il logorio del bestiame da lavoro e degli utensili
dell’azienda. Occorre però tener presente che il prezzo di
qualunque utensile si compone a sua volta delle stesse tre
parti: per esempio, il prezzo di un cavallo da lavoro è costi­
tuito: 1) dalla rendita del terreno che l’ha nutrito; 2) dal
lavoro impiegato nel suo allevamento; 3) dall’utile di capi-
elles supposent d’ailleurs que le cultivateur n’ait à payer directement ou in­
directement d’autres charges que le revenu, dont une partie, par exemple les
deux septièmes, doit former le revenu du souverain» {ibid., p. 311).
30 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

tale dell’affittuario, che ha anticipato tanto la rendita del


fondo quanto i salari del lavoro. Se è dunque vero che il
prezzo del grano contiene il valore sia del cavallo che del
suo nutrimento, l’intero prezzo si risolve, o immediatamen­
te o mediatamente, nelle stesse tre parti, rendita, salario e
profitto»1. Così Smith, mentre, come dice Marx, ci rinvia
da Ponzio a Pilato, continua a risolvere il capitale costante
in v + p. Giova riconoscere che in lui non mancarono dubbi
e ricadute nella concezione opposta. Nel II libro si legge:
«N el primo libro abbiamo esposto come il prezzo della mag­
gioranza delle merci si suddivida in tre parti, delle quali
una paga il salario del lavoro, l ’altra il profitto del capitale
e la terza la rendita della terra, impiegati per produrre le
merci e portarle sul mercato... Poiché tale è il caso per ogni
merce singolarmente presa, la stessa cosa deve valere, come
abbiamo già osservato, per il complesso delle merci rappre­
sentanti il prodotto annuo totale del suolo e del lavoro di
ogni paese preso nel suo insieme. Il prezzo complessivo o
valore di scambio di questo prodotto annuo deve scindersi
nelle stesse tre parti e suddividersi fra i diversi abitanti del
paese, o come salario del loro lavoro, o come utile del loro
capitale, o come rendita della loro terra». A questo punto
Smith si ferma perplesso, poi continua: «M a sebbene il va­
lore complessivo del suddetto prodotto annuo si suddivida
cosi fra i diversi abitanti del paese e rappresenti per loro un
reddito, bisogna tuttavia, per quest’ultimo come per la ren­
dita di un fondo, distinguere fra rendita lorda e rendita net­
ta. La rendita lorda di un fondo privato consiste in ciò che
è pagato dall’affittuario; la rendita netta in ciò che al pro­
prietario terriero rimane una volta dedotte le spese di am­
ministrazione, riparazione e altre, o in ciò ch’egli è in gra­
do, senza danno della sua azienda, di aggiungere al fondo
per il consumo immediato, o spendere per la tavola, il go­
verno della casa, il mobilio, gli svaghi e i piaceri suoi perso­
nali. La sua ricchezza reale è in rapporto non alla sua ren­
dita lorda, ma alla sua rendita netta.

1 A. sm it h , An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Na­


tions, London 1776, libro I, cap. VI.
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 31

« Il reddito lordo di tutti gli abitanti di un grande paese


comprende l ’intero prodotto annuo della loro terra e del lo­
ro lavoro; il reddito netto, ciò che rimane loro ima volta
dedotte le spese di mantenimento del capitale fisso in pri­
mo luogo e del capitale circolante in secondo luogo; ovvero
ciò che, senza incidere sul capitale, essi possono aggiungere
alle riserve destinate al consumo immediato o spendere in
sussistenze, agi e piaceri. Anche la loro ricchezza reale è
in rapporto non al loro reddito lordo, ma al loro reddito
netto» *.
Ma se, a questo punto, Smith fa corrispondere al capitale
costante una parte del valore del prodotto totale, subito do­
po ritorna alla suddivisione in salari, profitti e rendite, e ri­
mane fisso alla sua tesi: «...A llo stesso modo che le mac­
chine e gli strumenti del mestiere ecc., che compongono il
capitale fisso o di un singolo o di una società, non costitui­
scono una parte né del reddito lordo né del reddito netto
dell’uno e dell’altra, cosi il denaro, mediante il quale l’inte­
ro reddito della società viene regolarmente distribuito fra
tutti i suoi membri, non costituisce una parte componente
di questo reddito» \
Il capitale costante (che Smith chiama fisso) viene dun­
que messo sullo stesso piano del denaro e non entra nel
prodotto totale della società (nel suo «reddito lordo»); non
esiste come parte di valore del prodotto totale!
Come anche il re perde il suo diritto là dove nulla esiste,
cosi è chiaro che dalla circolazione, dallo scambio reciproco
del prodotto totale cosi costituito, si potrà bensì ottenere
la realizzazione dei salari (v) e del plusvalore (p), ma non
la reintegrazione del capitale costante, di modo che lo svi­
luppo del processo della riproduzione diventa impossibile.
Smith sapeva perfettamente, e non si sognava affatto di ne­
gare, che ogni singolo capitalista ha bisogno, per l’esercizio
della sua azienda, oltre che di un fondo salari, cioè di capi­
tale variabile, anche di capitale costante. Ma, per l’insieme
della produzione capitalistica, il capitale costante, nella suc-12

1 Wealth of Nations, l i b r o I I , cap. I I .


2 Ibid.
32 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

citata analisi del prezzo delle merci, spariva misteriosamen­


te senza lasciar traccia, e il problema della riproduzione del
capitale totale andava completamente smarrito. Ora è evi­
dente che se fa naufragio la premessa piu elementare del
problema, - la rappresentazione del capitale sociale tota­
le, - contro lo stesso scoglio andrà a picco l’intera analisi.
Era perciò naturale che Ricardo, Say, Sismondi e altri, a-
vendo ereditato gli errori della teoria di Adam Smith, s’im­
battessero nella stessa difficoltà: la rappresentazione del ca­
pitale totale.
Ma a quella difficoltà un’altra se ne aggiunse, fin dall’ini­
zio dell’analisi scientifica. Che cos’è il capitale sociale tota­
le? Per il singolo la questione è chiara: il suo capitale sono
le sue spese di esercizio. Il valore dei suoi prodotti - am­
messo il modo di produzione capitalistico, e perciò il lavoro
salariato —gli dà, oltre alle spese complessive fatte, il plus­
valore, che non reintegra il suo capitale ma è il suo reddito
netto, che egli può consumare senza danno del capitale: in
altre parole, il suo fondo di consumo. È vero che il capitali­
sta può «risparmiare» una parte del reddito netto, non con­
sumandolo personalmente e aggiungendolo al capitale. Ma
questa è un’altra faccenda, un nuovo processo, la formazio­
ne di un nuovo capitale che la successiva riproduzione rein­
tegrerà dando nello stesso tempo un sovrappiù. Comunque,
il capitale del singolo è ciò che questi ha dovuto anticipare
per produrre; reddito è ciò che consuma o può consumare
come fondo-consumi. Ora prendiamo un capitalista e chie­
diamogli che cosa sono i salari che paga agli operai; la sua
risposta sarà che essi sono, evidentemente, una parte del
suo capitale d’esercizio. Ma chiediamo che cosa sono i salari
agli operai che li ricevono, e la risposta non potrà essere:
«sono capitale»; per gli operai, i salari eh’essi ricevono non
sono capitale ma reddito, fondo di consumo. Prendiamo un
altro esempio. Un fabbricante di macchine fa produrre nel
proprio stabilimento delle macchine: la sua produzione è,
annualmente, un certo numero di macchine. Ma, in questo
prodotto annuo, nel suo valore, si nasconde tanto il capita­
le anticipato dal fabbricante quanto l’utile netto ottenuto.
Una parte delle macchine prodotte nella sua fabbrica rap-
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 33

presenta dunque il suo reddito, ed è destinata a creare que­


sto reddito nel processo della circolazione, nello scambio.
Ma chi acquista da lui le macchine non le acquista, eviden­
temente, come reddito, cioè per consumarle, ma per utiliz­
zarle come mezzo di produzione: per costui, quelle macchi­
ne sono capitale.
Attraverso questi esempi giungiamo al seguente risulta­
to: ciò che per uno è capitale, per l’altro è reddito e vice­
versa. In queste circostanze, com’è possibile costruire qual­
cosa di simile al capitale totale della società? In effetti, qua­
si tutta l ’economia scientifica fino a Marx ne trasse la con­
clusione che non esiste capitale sociale ’. In Smith, come del
resto in Ricardo, si notano ancora oscillazioni e contraddi­
zioni. Ma un Say non esita ad affermare, categoricamente:
«Cosi il valore totale dei prodotti si suddivide nella so­
cietà. Dico il valore totale, giacché se il mio profitto non rap­
presenta che una parte del valore del prodotto alla cui pro­
duzione ho cooperato, l’altra parte costituisce il profitto dei
miei coproduttori. Un fabbricante di panni acquista della
lana da un fittavolo; compensa diversi generi di operai e
vende il panno cosi fabbricato a un prezzo che gli rifonde le
spese e gli lascia un profitto. Egli considera profitto, fondo
di reddito della sua industria, solo ciò che resta come reddi­
to netto, dedotti i costi. Ma questi costi non erano che anti­
cipi agli altri produttori delle diverse parti del prodotto, ed
egli se ne ritiene indennizzato mediante il valore lordo del
panno. Ciò ch’egli ha pagato all’affittuario per la lana, era
reddito dell’agricoltore; dei suoi pastori e del proprietario
del fondo. L ’affittuario considera come prodotto netto solo
ciò che gli resta dopo soddisfatti i lavoratori da lui dipen­
denti e il proprietario terriero; ma ciò che ha pagato loro
costituiva una parte del reddito di questi ultimi —salario
per gli operai, canone d’affitto per il proprietario del suolo,
cioè reddito di lavoro per uno e reddito del suolo per l’al­
tro. Ed è il valore del panno che ha reintegrato tutto ciò.
Non si può immaginare nessuna parte del valore di questo

1 Quanto a Rodbertus e al suo particolare concetto del «capitale nazio­


nale», cfr. la parte seconda del presente volume.
34 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

panno che non abbia servito a pagare un reddito. Tutto il


suo valore si è esaurito in quest’operazione.
«Come si vede, l’espressione prodotto netto può trovare
applicazione solo in rapporto a singoli imprenditori, men­
tre il reddito di tutti i singoli presi insieme o della società
è uguale al prodotto nazionale lordo della terra, dei capitali
e dell’industria [cosi Say chiama il lavoro]. Ciò distrugge
\_ruine~\ il sistema degli economisti del diciottesimo secolo
[fisiocratici] che consideravano reddito della società solo il
prodotto netto del suolo, e ne concludevano che la società
può consumare solo un valore corrispondente a questo pro­
dotto netto, come se la società non potesse consumare l’in­
tero valore da essa prodotto! » *.
Say giustifica questa teoria in un suo particolare modo.
Mentre Smith cercava di dimostrare il suo assunto confi­
nando ogni capitale privato nel suo luogo di produzione per
risolverlo in puro prodotto del lavoro, ma intendendo ogni
prodotto del lavoro, da un punto di vista strettamente ca­
pitalistico, come una somma di lavoro pagato e di lavoro
non pagato, v + p, e finendo cosi per risolvere il prodotto
totale della società in v + p, Say non si perita di tradurre gli
errori classici in banali volgarizzazioni. La sua dimostrazio­
ne si basa sul fatto che l’imprenditore, in ogni stadio della
produzione, paga ad altre persone, rappresentanti di stadi
precedenti della produzione i mezzi di produzione (che per
lui costituiscono capitale), e queste persone, a loro volta,
intascano quella somma in parte come reddito personale, in
parte come reintegrazione delle spese da essi anticipate per
pagare ad altre persone il loro reddito. La catena infinita di
processi di lavoro della teoria smithiana si trasforma in Say
in una catena infinita di reciproche anticipazioni sul reddito
e reintegrazioni attraverso la vendita; l’operaio appare po­
sto sullo stesso piano dell’imprenditore; riceve «anticipa­
to » nel salario il proprio reddito, e lo paga a sua volta in
lavoro. In tal modo, il valore finale del prodotto sociale to­
tale si configura come somma di semplici redditi «anticipa-1

1 J.-B. say , Traité d’Economie Politique, lib r o I I , c a p . V , 8“ e d ., P a r is


1876, p. 376.
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 35

ti», e procede, nello scambio, a rifondere il complesso di


queste anticipazioni. Caratteristico dell’inconsistenza di Say
c che egli illustri i rapporti sociali interni della riproduzio­
ne capitalistica con l’esempio della produzione degli orolo­
gi, cioè di un ramo a carattere allora (e in parte ancor oggi)
essenzialmente di manifattura, in cui gli «operai» figurano
tinche come piccoli imprenditori, e il processo della produ­
zione del plusvalore è mascherato da puri atti successivi di
scambio della produzione mercantile semplice.
In questo modo, Say porta alla sua espressione piu gros­
solana la confusione creata da Smith: l’intera massa di pro­
dotti annui della società si risolve, nel suo valore, in puro
reddito; e perciò è anche interamente consumata anno per
anno. La ripresa della produzione senza capitale, senza mez­
zi di produzione, appare un mistero; la riproduzione capita­
listica, un problema insolubile.
Chi osservi lo spostamento avvenuto dai fisiocratici ad
Adam Smith nel problema della riproduzione non può ne­
gare ch’esso rappresenti in parte un progresso, in parte un
regresso. Il tratto caratteristico del sistema economico dei
fisiocratici era il presupposto che solo l ’agricoltura crei ec­
cedenza, e perciò plusvalore; e che di conseguenza il lavoro
agricolo sia l’unico produttivo in senso capitalistico. Vedia­
mo perciò che nel Tableau économique la classe «sterile»
dei lavoratori industriali crea valore solo per gli stessi 2 mi­
liardi che essa consuma in materie prime e mezzi di sussi­
stenza. È anche perciò che nello scambio il complesso dei
manufatti va per metà alla classe degli affittuari e per metà
a quella dei proprietari terrieri, mentre la classe industriale
non consuma i propri prodotti. La classe industriale pro­
duce, nel valore delle sue merci, solo il capitale circolante
consumato; un reddito della classe degli imprenditori non
si determina. L ’unico reddito della società, oltre le spese di
capitale, che entri in circolazione, viene prodotto nell’agri­
coltura e consumato dalla classe dei proprietari fondiari
sotto forma di rendita, mentre anche la classe degli affittua­
ri reintegra solo il proprio capitale: 1 miliardo di interessi
del capitale fisso e 2 miliardi del capitale circolante, consi­
stente, nell’insieme, per due terzi in materie prime e mezzi
36 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

di sussistenza, per un terzo in manufatti. Inoltre, Quesnay


ammette l’esistenza del capitale fisso (da lui chiamato avan­
ces primitives per distinguerlo dalle avances annuelles) solo
in agricoltura quasi che per lui la manifattura lavori senza
alcun capitale fisso, col solo capitale circolante annuale di
esercizio, e corrispondentemente non produca, nella massa
annua delle sue merci, alcun valore in sostituzione del ca­
pitale fisso consumato (come fabbricati, attrezzi, ecc.) \
Di fronte a queste evidenti insufficienze, la scuola classi­
ca inglese segna un primo decisivo passo innanzi: quello di
dichiarare produttiva ogni specie di lavoro, cioè di ricono­
scere la produzione del plusvalore tanto nella manifattura
quanto nell’agricoltura. Diciamo la scuola classica inglese,
giacché anche sotto questo aspetto Adam Smith, accanto a
chiare e decise affermazioni nel senso suindicato, presenta
frequenti ricadute nella concezione fisiocratica, e solo in Ri­
cardo la teoria del valore-lavoro trova la piu alta e conse­
guente elaborazione che potesse raggiungere nei limiti del
pensiero borghese. Perciò anche nel settore manufatturiero
della produzione sociale totale, come nell’agricoltura, si de­
ve ammettere la produzione annua di un’eccedenza sugli in­
vestimenti complessivi in capitale, un reddito netto, un
plusvalore12. D ’altra parte, la scoperta della natura produt-

1 È d’altronde da osservare che Mirabeau, nelle sue Explications al Ta­


bleau, cita espressamente il capitale fisso della classe sterile: «Les avances
primitives de cette classe pour établissement de manufactures, pour instru­
ments, machines, moulins, forges et autres usines... 2000000000 1.» (Ta­
bleau économique avec ses explications, 1760, p. 82). È vero che anche Mi­
rabeau, nel suo schizzo fantasioso del Tableau, trascura poi il capitale fisso
della classe sterile.
2 Ecco la formulazione generica di Smith: « I l valore [non il “ plusvalo­
re” , come arbitrariamente traduce il signor Löwenthal] che l’operaio ag­
giunge alle materie prime si risolve in questo caso in due parti, una delle
quali paga il suo salario, l’altra il profitto dell’imprenditore sull’intero stock
di materie prime e salari da lui anticipati» (libro I, cap. VI). Nell’originale:
«The value which the workmen add to the materials, therefore, resolves
itself in this case into two parts, of which the one pays their wages, the
other the profits of their employer upon the whole stock of materials and
wages which he advanced» (Wealth of Nations, ed. MacCulloch, 1828, voi.
I, p. 83). E nel II libro, cap. I l l , con riferimento specifico al lavoro indu­
striale: «Il lavoro di un operaio industriale [aggiunge] al valore delle ma­
terie prime da lui trasformate quello del proprio mantenimento e dell’utile
del padrone: quello di un servo non aumenta invece in nulla il valore. Per
quanto il lavoratore industriale riceva anticipato dal padrone il salario del
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 37

Iiva e creatrice di plusvalore di ogni specie di lavoro, non


importa se nella manifatturao nell’agricoltura, doveva spin­
gere Smith a ritenere che anche il lavoro agricolo debba
produrre, oltre alla rendita fondiaria per la classe dei pro­
prietari, un’eccedenza sulle spese complessive di capitale
degli affittuari, e ammettere perciò, oltre alla reintegrazio­
ne del capitale, il reddito annuo della classe dei fittavoli1.
Infine, elaborando sistematicamente i concetti già abbozza­
ti da Quesnay di avances primitives e avances annuelles,
Smith chiari, con la distinzione fra capitale fisso e capitale
circolante, che il settore manufatturiero della produzione
sociale ha, al pari dell’agricoltura, bisogno di un capitale fis­
so oltre che di un capitale circolante, e perciò anche di una
parte corrispondente del valore a reintegrazione del suo lo­
gorio. Smith si trovava dunque nelle condizioni migliori per
metter ordine nei concetti di capitale e reddito della socie­
tà, e presentarli nella luce esatta. Il punto massimo di chia­
rezza al quale egli giunse a questo proposito lo si trova nel­
la seguente affermazione:
«Sebbene indubbiamente destinato, in ultima istanza, a
soddisfare il consumo degli abitanti e a procurar loro un
reddito, il prodotto annuo totale della terra e del lavoro di
ogni paese si suddivide, all’atto del suo primo uscire dal
suolo o dalle mani dei lavoratori produttivi, in due parti:
una, e spesso la maggiore, destinata innanzitutto alla rico­
stituzione di un capitale o al rinnovamento dei mezzi di sus­
sistenza, delle materie prime e dei prodotti finiti ricavati da
un capitale; l’altra alla produzione di un reddito o per il
proprietario di questo capitale come suo utile, o per qual­
che altra persona, come sua rendita fondiaria»2.

s u o l a v o r o , e g l i n o n c a u s a a l p a d r o n e a lc u n a s p e s a , g ia c c h é g l i e l a r i f o n d e , d i
r e g o la , m a g g i o r a t a d i u n u t i l e g r a z i e a l l ’a u m e n t a t o v a l o r e d e l l ’ o g g e t t o t r a ­
sfo rm a to ».
1 « G l i u o m i n i i m p i e g a t i n e l la v o r o a g r i c o l o ... n o n r i p r o d u c o n o s o l t a n t o ,
co m e g li o p e r a i d i fa b b r ic a , u n v a lo r e p a r i a l lo r o c o n su m o o a l c a p ita le ch e
l i im p i e g a c o n i n p i u Vutile del capitalista, m a u n v a l o r e m o l t o m a g g i o r e , in
q u a n t o , o l t r e a l c a p i t a l e d e l l ’ a ff i t t u a r io e a l s u o u t i l e r i p r o d u c o n o a n c h e r e ­
g o la r m e n t e l a r e n d i t a p e r i l p r o p r i e t a r i o t e r r i e r o » ( l i b r o I I , c a p . V ) .
2 L ib r o I I , c a p . I I I . G i à n e lla fr a s e su c c e ssiv a , t u tta v ia , S m ith tra sfo r m a
in t e r a m e n t e i l c a p i t a l e in s a l a r i , in c a p i t a l e v a r i a b i l e : « T h a t p a r t o f t h e a n ­
n u a l p r o d u c e o f t h e l a n d a n d l a b o u r o f a n y c o u n t r y w h ic h r e p la c e s a c a p i t a l ,
3» IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

« I l reddito lordo di tutti gli abitanti di un grande paese


comprende l ’intero prodotto annuo del loro suolo e del lo­
ro lavoro; il reddito netto, ciò che ne rimane dedotte le
spese necessarie per mantenere, prima di tutto, il loro ca­
pitale fisso e, in secondo luogo, quello circolante; ovvero
ciò eh’essi possono, senza danno per il capitale, aggiungere
al fondo accumulato per il consumo diretto, e spendere in
sussistenze, agi e piaceri. La loro ricchezza reale è dunque
in rapporto non al reddito lordo ma al reddito netto» ’.
Qui, i concetti di capitale e reddito totale appaiono in
una visione piu generale e corretta che nel Tableau écono­
mique-. il reddito sociale svincolato dal suo legame unilate­
rale con l’agricoltura; il capitale, nelle due forme di capita­
le fisso e circolante, allargato fino a costituire la base della
produzione sociale totale. In luogo della distinzione erro­
nea fra due settori della produzione, agricoltura e manifat­
tura, passano in primo piano altre categorie d ’importanza
funzionale: la distinzione fra capitale e reddito, e quella fra
capitale fisso e circolante. Di qui Smith procede all’analisi
dei rapporti reciproci e delle trasformazioni di queste cate­
gorie nel loro movimento sociale: nella produzione e nella
circolazione, cioè nel processo di riproduzione della società.
Egli mette in luce una radicale differenza fra capitale fisso e
circolante dal punto di vista sociale: «L e spese complessive
di mantenimento del capitale fisso devono essere, evidente­
mente, escluse dal reddito netto della società, di cui non
possono far parte né le materie prime necessarie per la con­
servazione delle macchine, degli strumenti di lavoro, degli
edifici utili dal punto di vista produttivo ecc., né il prodot­
to del lavoro necessario alla loro manipolazione nella forma
voluta. Il prezzo di questo lavoro può, certo, costituire una
parte del reddito netto totale, in quanto gli operai in esso
impiegati possono aggiungere l’intero valore dei loro salari

never is immediately imployed to maintain any but productive hands. It


pays the wages of productive labour only. That which is immediately de­
stined for constituting a revenue, either as profit or as rent, may maintain
indifferently either productive or unproductive hands» (ed. MacCulloch,
voi. II, p. 98).
1 L ib r o I I , ca p . I I .
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 39

al fondo destinato al consumo immediato. Ma in altre spe­


cie di lavoro tanto il prezzo quanto il prodotto vanno in
questo fondo: il prezzo, in quello dei lavoratori; il prodot­
to, in quello di altre persone i cui mezzi di sussistenza e i
cui agi e piaceri sono aumentati dal lavoro di questi ope­
rai»
Qui Smith si trova di fronte all’importante distinzione
fra lavoratori che producono mezzi di produzione, e lavora­
tori che producono mezzi di consumo. Per i primi, osserva
che la parte di valore da essi creata a reintegrazione dei lo­
ro salari viene alla luce sotto forma di mezzi di produzione
(materie prime, macchine ecc.), e perciò la parte del prodot­
to destinata al reddito dei lavoratori esiste in una forma na­
turale che non può servire al consumo. Per i secondi, osser­
va che, inversamente, l’intero prodotto, e perciò tanto quel­
la parte di valore, in esso contenuta, che paga i salari (il
reddito) degli operai, quanto l ’altra parte (Smith non lo di­
ce espressamente, ma secondo il senso la conclusione do­
vrebbe essere: la parte che rappresenta il capitale fisso con­
sumato), appare in forma di mezzi di consumo. Vedremo
piu oltre come Smith si sia qui avvicinato all’angolo visuale
dell’analisi, dal quale Marx affronterà poi il problema. Ma
la conclusione generale alla quale egli si ferma senza preoc­
cuparsi di approfondirla è l’impossibilità, comunque, di
calcolare reddito netto della società tutto ciò che è destina­
to al mantenimento e rinnovamento del capitale sociale
fisso.
Non cosi il capitale circolante.
«S e tuttavia le intere spese di mantenimento del capita­
le fisso sono escluse dal reddito netto della società, diverso
è il caso per quelle relative al capitale circolante. Delle quat­
tro parti di cui quest’ultimo si compone - denaro, mezzi di
sussistenza, materie prime, prodotti finiti - le ultime tre,
come abbiamo già osservato, ne sono regolarmente detrat­
te per essere aggiunte o al capitale fisso della società o al
fondo riservato al consumo diretto. Qualunque parte di
questi beni consumabili che non sia impiegata al manteni-

L ib r o I I , ca p . I I I .
40 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

mento del capitale fisso passa a quello destinato al consu­


mo e costituisce una parte del reddito netto della società.
Il mantenimento di queste tre parti costitutive del capitale
circolante non sottrae al reddito netto della società se non
quella parte del prodotto annuo necessaria per mantenere il
capitale fisso»
Come si vede, Smith ha raggruppato nella categoria del
capitale circolante tutto ciò che non è capitale fisso già im­
piegato, dai mezzi di sussistenza alle materie prime e all’in­
tero capitale in merci non ancora realizzato (quindi, in par­
te, gli stessi mezzi di sussistenza e materie prime, e in parte
le merci, che per la loro forma naturale servono a reintegra­
re il capitale fisso), e ha perciò reso ambiguo e fluido il con­
cetto di capitale circolante. Ma, pur accanto a queste confu­
sioni, egli introduce un’altra distinzione importante: « Il
capitale circolante di una società è, sotto questo rispetto, di­
verso da quello del singolo. Quest’ultimo non può mai far
parte del suo reddito netto, che deve consistere interamen­
te nel profitto. Ma, sebbene costituisca una parte di quello
della società cui egli appartiene, il capitale circolante di o-
gni individuo non è per questo totalmente escluso dal costi­
tuire, allo stesso modo, una parte del reddito netto della
società medesima».
E chiarisce il concetto col seguente esempio: «Per quan­
to il complesso delle merci giacenti nel negozio di un mer­
cante non possa evidentemente essere computato nel suo
fondo-consumi, può tuttavia considerarsi come parte del
fondo di altre persone che, mediante un reddito di altra
provenienza, possono regolarmente risarcirgliene il valore,
insieme con un profitto, senza intaccare né il suo né il loro
capitale»12.
Adam Smith ha messo dunque in luce alcune fondamen­
tali categorie in rapporto alla riproduzione e al movimento
del capitale sociale totale. Capitale fisso e circolante, capi­
tale privato e sociale, reddito personale e reddito sociale,
mezzi di produzione e mezzi di consumo appaiono qui come

1 Libro II, cap. II.


2 Ibid.
PROCESSO DI RIPRODUZIONE IN QUESNAY E IN A. SM ITH 41

grandi categorie, in parte assunte nel loro reale, obiettivo


incrociarsi, in parte annegate nelle contraddizioni teoriche
soggettive della analisi smithiana. Lo schema netto, scarno
e classicamente limpido della teoria fisiocratica è sciolto in
un intrico di concetti e rapporti che a prima vista danno
l’impressione di un caos. Ma da questo caos affiorano a trat­
ti aspetti nuovi — piu profondi, moderni e vivi di quelli
messi insieme alla rinfusa da Quesnay —del processo della
riproduzione sociale, aspetti che si celano incompiuti nel
caos, come gli schiavi di Michelangelo nel blocco di marmo.
È questa una delle facce dell’impostazione data dallo
Smith al problema. Ma, contemporaneamente, vi è la faccia
opposta, l’analisi del valore. La stessa teoria della qualità di
ogni lavoro di essere creatore di valore, la stessa distinzione
strettamente capitalistica di ogni lavoro in lavoro pagato
(cioè destinato a compensare lavoro) e non pagato (cioè crea­
tore di plusvalore), e, infine, la rigida suddivisione del plus­
valore nelle due categorie fondamentali di profitto e rendita
fondiaria —tutti passi avanti rispetto all’analisi fisiocratica
- dovevano condurre Smith alla sorprendente affermazione
che il prezzo di ogni merce si compone di salario + profit­
to + rendita fondiaria, o piu brevemente, secondo la formu­
la marxiana, di v + p. Ne segue che anche l’insieme delle
merci prodotte annualmente dalla società deve suddivider­
si, nel suo valore totale, in salari e plusvalore, e non lascia­
re resto. In tal modo, la categoria del capitale improvvisa­
mente svanisce, e la società produce unicamente reddito,
articoli di consumo ch’essa stessa distrugge senza residui.
La riproduzione senza capitale diviene un mistero, l’analisi
del problema fa un passo indietro rispetto ai fisiocratici.
I successori di Adam Smith ereditano, della sua teoria,
proprio la parte errata. Mentre fino a Marx rimangono sen­
za sviluppo gli importanti accenni a un’impostazione cor­
retta del problema contenuti nel libro II, l’analisi fonda­
mentalmente errata del prezzo, svolta nel libro I, fu raccol­
ta dalla maggior parte dei successori come eredità a buon
mercato, e accettata acriticamente, come nel Ricardo, o tra­
sformata in dogma banale, come nel Say. Al posto dei dub­
bi fecondi e delle contraddizioni illuminanti dello Smith,
42 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

subentra nel Say la prosopopea e la sicurezza del facilo­


ne. L ’osservazione smithiana che ciò che è capitale per uno
può essere reddito per l’altro diventa un argomento per di­
chiarare assurda ogni distinzione fra capitale e reddito su
scala sociale, mentre l’assurdo che il valore totale della pro­
duzione annua si risolva in puro reddito e sia come tale in­
teramente consumato viene elevato dal Say a dogma di va­
lidità assoluta. Ora è chiaro che, consumando la società o-
gni anno senza residui il suo prodotto totale, la riproduzio­
ne sociale compiuta senza mezzi di produzione diventa la
ripetizione anno per anno del miracolo biblico della crea­
zione del mondo dal nulla.
A questo punto rimase, fino a Marx, il problema della ri-
produzione.
C A PIT O LO T ER Z O

C R IT IC A D E L L ’A N A L IS I SM IT H IA N A

Riassumiamo i risultati ai quali l’analisi smithiana era


giunta. Si possono indicare nei punti seguenti:
1. Esiste un capitale fisso della società, che non entra
per alcuna sua parte nel reddito netto della società
medesima. Costituiscono questo capitale fisso «le ma­
terie prime necessarie alla manutenzione delle mac­
chine e degli attrezzi industriali utili» e «il prodot­
to del lavoro indispensabile per far assumere a que­
ste materie prime la forma richiesta». Contrappo­
nendo espressamente la produzione di questo capita­
le fisso alla produzione di mezzi di sussistenza diret­
ti, Smith trasforma in realtà il capitale fisso in quello
che Marx chiamerà successivamente capitale costante,
cioè quella parte del capitale che consiste di tutti i
mezzi produttivi materiali, in antitesi alla forza-la­
voro.
2. Esiste un capitale circolante della società. Di questo
rimane tuttavia, dedotta la parte «fissa» (vale a dire:
costante) del capitale, solo la categoria dei mezzi di
sussistenza, la quale per la società non costituisce ca­
pitale, ma reddito netto, fondo di consumo.
3. Capitale e reddito netto dei singoli e capitale e reddi­
to netto della società non coincidono. Ciò che per la
società è solo capitale fisso (costante), può essere per
i singoli non capitale ma reddito, fondo-consumi, e
precisamente in quelle parti di valore del capitale fis­
so che rappresentano i salari degli operai e i profitti
dei capitalisti. Inversamente, il capitale circolante dei
singoli può non essere capitale per la società ma red-
44 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

dito, e precisamente in quanto rappresenti mezzi di


sussistenza.
4. La produzione totale sociale annua non contiene nel
suo valore un atomo solo di capitale, ma si risolve in­
teramente in tre specie di reddito: salari del lavoro,
profitti del capitale, rendita del suolo.
Chi da questi frammenti di pensieri volesse ricostruire il
quadro della riproduzione annua del capitale sociale totale
e del suo meccanismo, dovrebbe presto abbandonare l’im­
presa. Come, nonostante tutto, il capitale sociale finisca
pur sempre, ogni anno, per rinnovarsi; come il consumo di
tutti sia assicurato mediante il reddito, e come tuttavia i
singoli mantengano i loro punti di vista diversi riguardo al
capitale e al reddito —tutto ciò appare ancora ben lungi dal-
l’esser chiarito. Ma è necessario aver ben presenti il grovi­
glio di idee e la molteplicità di punti di vista contraddittori,
per comprendere quanta luce Marx abbia gettato per primo
sul problema.
Cominciamo con l’ultimo dogma smithiano, quello che
bastò da solo a far naufragare il problema della riproduzio­
ne nell’economia politica classica. Le radici della bizzarra
concezione di Smith, secondo la quale il prodotto totale del­
la società deve risolversi, nel suo valore, in salari, profitti e
rendite senza lasciare alcun residuo, vanno cercate proprio
nella sua impostazione scientifica della teoria del valore. Il
lavoro è la sorgente di tutti i valori. Ogni merce è, come va­
lore, prodotto del lavoro e solo di esso. Ma ogni lavoro ero­
gato è, come lavoro salariato —questa identificazione del la­
voro umano col lavoro salariato capitalistico è tipica di
Smith - , insieme compenso di salari pagati ed eccedenza da
lavoro non pagato, come profitto per i capitalisti e rendita
per i proprietari terrieri. Se ciò vale per le singole merci,
deve valere anche per la loro totalità: la somma complessi­
va delle merci prodotte annualmente dalla società è, come
grandezza di valore, puro prodotto del lavoro, pagato e non
pagato, e in quanto tale si suddivide a sua volta unicamente
in salari, profitti e rendite. È vero che per ogni lavoro en­
trano in considerazione anche materie prime, strumenti
I RITICA D E L L ’AN A LISI SMITHIANA 45
ecc.: ma che cosa sono queste materie prime e questi stru­
menti, se non altrettanti prodotti del lavoro e, piu precisa-
mente, ancora una volta, di lavoro pagato e non pagato?
Clira e rigira, nel valore o, rispettivamente, nel prezzo delle
merci complessivamente prese non troveremo mai nulla che
non sia semplicemente lavoro umano. Ma ogni lavoro si
scinde in una parte che compensa i salari, e una che va ai
capitalisti e ai proprietari terrieri. Non esistono che salari e
profitti: eppure esiste il capitale - capitale dei singoli e ca­
pitale della società. Come uscire da questa contraddizione
palmare? Che si trattasse di un osso teorico estremamente
duro lo dimostra il fatto che lo stesso Marx ci si provò e ri­
provò lungamente prima di fare un passo avanti e trovare
una via d ’uscita, come si può vedere nelle sue Teorie sul
plusvalore Tuttavia, la soluzione egli la trovò e chiarissi­
ma, proprio prendendo come base la sua teoria del valore.
Adam Smith aveva perfettamente ragione: il valore delle
merci singolarmente e collettivamente prese non rappresen­
ta che lavoro. Aveva anche ragione di dire che ogni lavoro
(concepito sotto il profilo capitalistico) si distingue in paga­
to (che compensa i salari) e non pagato (che emigra come
plusvalore nelle mani delle diverse classi di possessori di
mezzi di produzione). H a però dimenticato, o piuttosto
trascurato, il fatto che il lavoro, oltre alla proprietà di pro­
durre nuovo valore, ha anche la proprietà di trasferire l’an­
tico valore, incorporato nei mezzi di produzione, nelle nuo­
ve merci con essi prodotte. Una giornata lavorativa del for­
naio di io ore non può crear altro valore che quello di io
ore, e queste io ore si suddividono, dal punto di vista capi­
talistico, in pagate e non pagate, in v + p. Ma le merci pro­
dotte in quelle io ore rappresentano più valore che quello
di un lavoro di io ore perché contengono anche il valore
della farina, del forno consumato, dei locali, del materiale
usato per accendere il fuoco, ecc.: insomma, di tutti i mezzi
111 produzione necessari per cuocere il pane. Il valore delle
merci potrebbe risolversi interamente in v + p a questa so-1
1 Theorien über den Mehrwert, D i e t z , S t u t t g a r t 1905, v o l . I , p p . 179-
112 [trad. it. Storia delle teorie economiche, Einaudi, Torino 1954, vol. I,
pp. 162-247].
46 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

la condizione: che l’uomo lavorasse per aria, senza materie


prime, senza strumenti di lavoro, senza fabbricati. Ma sic­
come ogni lavoro materiale presuppone qualche mezzo di
produzione, frutto a sua volta di lavoro passato, esso deve
trasferire questo lavoro passato, cioè il valore da esso pro­
dotto, anche nel nuovo prodotto.
Non si tratta, qui, di un processo che si compie soltan­
to nella produzione capitalistica, ma di un fondamento ge­
nerale del lavoro umano, indipendente dalla forma storica
della società. L ’operare con strumenti di lavoro fabbrica­
ti con le proprie mani è la caratteristica storica (Kulturhi­
storische) fondamentale della società umana. Il concetto
del lavoro passato che precede ogni nuovo lavoro e gli offre
una base di operazione esprime il legame storico permanen­
te fra uomo e natura, la concatenazione degli sforzi, stretta-
mente connessi gli uni agli altri, compiuti dalla società uma­
na nel campo del lavoro —concatenazione il cui punto d ’ini­
zio si perde negli albori della socialità umana e la cui fine
può essere raggiunta solo col tramonto dell’umanità civile.
Ogni lavoro umano va dunque concepito come svolgentesi
sulla base di mezzi di lavoro prodotti a loro volta da un la­
voro precedente. In ogni nuovo prodotto è racchiuso non
solo il nuovo lavoro che gli ha dato la forma ultima, ma an­
che il lavoro passato che ha fornito le materie, gli attrezzi
ecc. necessari a crearlo. Nella produzione di valori, cioè nel­
la produzione di merci, alla quale appartiene anche la pro­
duzione capitalistica, questo fenomeno non si annulla ma vi
assume una forma specifica, esprimendosi nel doppio carat­
tere del lavoro produttore di merci, che da una parte, come
lavoro utile, concreto, di qualsiasi specie, crea l’oggetto uti­
le, il valore d ’uso, e dall’altra, come lavoro astratto, genera­
le, socialmente necessario, crea valore. Nella sua prima qua­
lità, esso compie quello che il lavoro umano ha sempre com­
piuto: trasferisce nel nuovo prodotto il vecchio lavoro con­
globato nei mezzi di produzione utilizzati, con l’unica diffe­
renza che anche questo lavoro passato appare come valore,
valore antico. Nella seconda qualità, crea un valore nuovo,
che, al modo capitalistico, si divide in pagato e non pagato :
v + p. Ne segue che ogni merce conterrà sia un valore anti-
CRITICA D E L L ’AN A LISI SMITHIANA 47
co, che il lavoro nella sua proprietà di lavoro utile, concre-
lo, trasferisce dai mezzi di produzione alla merce; sia un
nuovo valore, che lo stesso lavoro, in quanto socialmente
necessario, crea mediante la sua pura erogazione, la sua du­
rata.
Smith non poteva fare questa distinzione perché non
aveva tenuto rigorosamente distinti i due caratteri del lavo­
ro creatore di valore, e in questo fondamentale errore della
teoria smithiana del valore Marx crede1di vedere anche la
radice dello strano dogma della risoluzione completa di
ogni massa di valore prodotto in v + p. In realtà, la manca­
ta distinzione delle due facce del lavoro creatore di merci -
concreto, utile, e astratto, socialmente necessario - costitui­
sce uno dei tratti distintivi fondamentali non soltanto della
scuola di Smith, ma della teoria del valore dell’intera scuo­
la classica.
Non preoccupandosi delle conseguenze sociali di questo
riconoscimento, l ’economia classica riconobbe nel lavoro
umano l’unico fattore creativo di valore, e svolse questa
teoria fino alla chiarezza in cui la formulò Ricardo. Ma la
differenza fondamentale fra la teoria ricardiana e la teoria
marxista —differenza non soltanto misconosciuta dagli eco­
nomisti borghesi, ma spesso passata sotto silenzio anche da
volgarizzatori delle teorie di Marx - sta nel fatto che Ricar­
do, corrispondentemente alla sua interpretazione generale
giusnaturalistica dell’economia borghese, considerò anche
la creazione di valore una proprietà naturale del lavoro u-
mano, del lavoro individuale, concreto, dell’uomo singolo.
Questa concezione appare ancor piu nettamente in Smith,
che fa per esempio della «tendenza allo scambio» una par­
ticolarità della natura umana dopo di averla invano cercata
negli animali.
D ’altra parte, pur mettendo in dubbio una «tendenza al­
lo scambio» negli animali, egli riconosce al lavoro animale
come a quello umano la proprietà di creare valore, là dove
ricade nel fisiocratismo: «Non v ’è capitale che metta in
moto una maggior quantità di lavoro produttivo, che il la-

1 Das Kapital, libro II, p. 351 [sez. I l l , cap. XIX, 3].


48 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

voro del contadino. Non solo i suoi operai, ma anche il suo


bestiame da lavoro sono lavoratori produttivi... Perciò gli
operai e il bestiame da lavoro impiegati nell’agricoltura non
soltanto riproducono, come gli operai dell’industria, un va­
lore uguale al loro consumo, o al capitale che li impiega, ol­
tre all’utile del capitalista, ma un valore assai superiore. Ol­
tre al capitale dell’affittuario e a tutti i suoi profitti, essi ri­
producono regolarmente la rendita del proprietario terrie­
ro» ’.
È qui che appare nel modo piu evidente come Smith con­
siderasse la creazione di valore una proprietà fisiologica del
lavoro in quanto estrinsecazione dell’organismo animale
dell’uomo. Come il ragno trae dal proprio corpo il filo, cosi
l’uomo che lavora produce valore —l’uomo che lavora in
generale, qualunque uomo che crei oggetti utili, giacché
l’uomo che lavora è per natura produttore di merci, cosi co­
me la società umana è per natura fondata sullo scambio e
l’economia mercantile è la forma economica normale del
genere umano.
Per primo Marx riconobbe nel valore un rapporto sociale
particolare nascente in condizioni storiche determinate, e
giunse di qui alla distinzione dei due aspetti del lavoro crea­
tore di merci: il lavoro concreto, individuale, e il lavoro so­
ciale, indifferenziato —distinzione che fa balzare agli occhi,
come nella luce cruda di una lanterna cieca, la soluzione del
mistero del denaro.
Ma, per isolare così nel grembo dell’economia borghese,
da un punto di vista statico, il duplice carattere del lavoro,
l’uomo che lavora e il produttore di merci che crea valore,
Marx doveva anzitutto distinguere dinamicamente, nella
successione storica, il produttore di merci dall’uomo che la­
vora, cioè riconoscere nella produzione delle merci solo una
determinata forma storica della produzione sociale. In altre
parole, Marx doveva, per interpretare i geroglifici dell’eco­
nomia capitalistica, affrontare l’analisi muovendo da una de­
duzione opposta a quella dei classici: invece che dalla fede
nel carattere generalmente umano del modo di produzio-

A. sm it h , Wealth of Nations, libro II, cap. V.


CRITICA D E L L ’AN A LISI SMITHIANA 49
ne borghese, dalla visione lucida del suo passato storico; do­
veva capovolgere nel suo opposto la deduzione metafisica
dei classici, trasformarla in dialettica
Era perciò inevitabile che riuscisse impossibile allo Smith
distinguere nettamente fra i due aspetti del lavoro creato­
le di valore, in quanto, cioè, da una parte trasferisca l’anti­
co valore dei mezzi di produzione al nuovo prodotto, e dal­
l’altra crei contemporaneamente nuovo valore. Pare a noi,
tuttavia, che il suo dogma della risoluzione del valore tota­
le in V+ p abbia anche un’altra origine. Non si può attribui­
re a Smith il mancato riconoscimento del fatto che ogni
merce prodotta contiene non soltanto il valore creato nella
sua produzione diretta, ma anche il valore di tutti i mezzi
di produzione impiegati a produrlo. Proprio quel suo conti­
nuo rinviarci, per la risoluzione totale del valore complessi­
vo in V + p, da uno stadio produttivo a uno precedente o, co­
me dice Marx, da Ponzio a Pilato, dimostra ch’egli era per­
fettamente cosciente della realtà. Lo strano è soltanto ch’e­
gli risolva anche il valore antico dei mezzi di produzione,
c perciò, infine, l’intero valore contenuto nella merce, in
v + p.
Cosi nel passo già citato sul prezzo del grano: «N el prez­
zo del grano, per esempio, una parte paga la rendita per il
proprietario fondiario, un’altra i salari del lavoro o il man­
tenimento degli operai e del bestiame da lavoro, una terza
l’utile del fittavolo. Queste tre parti sembrano costituire
immediatamente o in ultima analisi il prezzo complessivo
del grano. Si potrebbe forse ritener necessaria anche una
quarta parte, per compensare il logorio del bestiame da la­
voro e degli utensili economici. Bisogna però tener presente
che il prezzo di ogni animale da lavoro si compone a sua vol­
ta delle stesse tre parti: x) rendita del suolo che lo ha nutri­
to; 2) lavoro impiegato al suo allevamento; 3) utile di capi­
tale dell’affittuario che ha anticipato tanto la rendita quanto
i salari. Se perciò è vero che il prezzo del grano contiene an­
che il valore del cavallo e del suo nutrimento, anche questo1

1 Cfr. R. Luxem bu rg , Zurück auf Adam Smith! , in «Die Neue Zeit:


XVIII, vol. II, p. 184.
50 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

si risolve direttamente o indirettamente nelle tre suddette


parti componenti: rendita, lavoro e profitto».
La confusione fu determinata in Smith, a parer nostro, da
quanto segue:
1. Ogni lavoro si compie con qualche mezzo di produzio­
ne. Ma ciò che in un determinato lavoro è mezzo di
produzione (materia prima, attrezzi, ecc.), è a sua vol­
ta prodotto di un precedente lavoro. Per il fornaio la
farina è un mezzo di produzione cui egli applica nuovo
lavoro. Ma la farina è a sua volta uscita dal lavoro del
mugnaio, agli effetti del quale non era mezzo di pro­
duzione, ma, esattamente come ora il pane, prodotto.
In questo prodotto era presupposto come mezzo di
produzione il grano, ma se saliamo un altro gradino
ecco che il grano è per l’agricoltore non mezzo di pro­
duzione ma prodotto. Impossibile trovare un mezzo
di produzione contenente valore che non sia a sua vol­
ta prodotto di un precedente lavoro.
2. In linguaggio capitalistico, ne segue che ogni capitale
utilizzato alla produzione di qualsivoglia merce si ri­
solve, in definitiva, in una certa quantità di lavoro ero-
gato.
3. Il valore totale della merce, comprese le spese in capi­
tale, si risolve dunque semplicemente in una certa
quantità di lavoro. Ma ciò che si riferisce a ogni mer­
ce deve anche riferirsi all’insieme delle merci prodot­
te dalla società in un anno : anche il loro valore totale
si risolve in un quantum di lavoro erogato.
4. Ogni lavoro erogato in regime di produzione capitali­
stico si divide in due parti: pagato, che paga i salari, e
non pagato, che crea profitti e rendita, cioè plusvalo­
re. Ogni lavoro erogato capitalisticamente corrispon­
de alla formula v + p ' . 1

1 Trascuriamo qui il fatto che in Smith affiora anche la concezione oppo­


sta, secondo cui non il prezzo delle merci si risolve in v+p, ma il valore del­
le merci si compone di v+p. Questo quiproquo è importante piu per la dot­
trina smithiana del valore, che per l’assunto ai fini del quale ci interessa qui
la formula v+p.
CRITICA D E L L ’AN A LISI SMITHIANA 51

Queste quattro tesi sono giuste e incontestabili. La loro


formulazione dimostra la vigoria e intrepidezza dell’analisi
scientifica smithiana e documenta i progressi compiuti, nel­
la concezione del valore e del plusvalore, rispetto ai fisiocra-
tici. Senonché nella 3“ tesi lo Smith inseri, argomentando la
conclusione, l ’inciso sbagliato: il valore totale della massa
di merci prodotte annualmente si risolve nella quantità di
lavoro erogato in quell’anno-, mentre altrove egli aveva mo­
strato di sapere perfettamente che il valore delle merci pro­
dotte dalla nazione in un anno comprende necessariamente
anche il lavoro degli anni precedenti, cioè il lavoro conglo­
bato nei mezzi di produzione trasmessi da un periodo di
produzione all’altro.
Comunque, la conclusione finale tratta dalle quattro tesi,
perfettamente giuste, che abbiamo sopra elencato - cioè la
conclusione smithiana che il valore totale di ogni merce, co­
me del complesso delle merci prodotte in un anno dalla so­
cietà, si risolve senza residui in v + p - è completamente er­
rata. Adam Smith identifica la tesi esatta, che ogni valore
delle merci non rappresenta se non lavoro sociale, con la te­
si sbagliata che ogni valore non rappresenta se non v + p.
La formula v + p esprime la funzione del lavoro vivo nei
rapporti economici capitalistici, la sua doppia funzione: di
reintegrare il capitale variabile (salari), di creare plusvalore
per i capitalisti. Questa funzione il lavoro salariato l’assolve
nel corso della sua utilizzazione ad opera dei capitalisti, che,
realizzando il valore delle merci in denaro, ne ritraggono
tanto il capitale variabile anticipato in salari, quanto il plus­
valore. v + p esprime dunque il rapporto fra salariato e ca­
pitalista, un rapporto che cessa ogniqualvolta sia compiuta
la produzione della merce. Venduta questa e realizzato in
denaro per il capitalista il rapporto v + p, anche il rapporto
e la sua traccia nella merce sono spariti. Dalla merce e dal
suo valore non è allora assolutamente possibile stabilire se
e in qual misura il suo valore sia creato da lavoro pagato e
non pagato; l’unico fatto certo e indiscutibile è che la merce
contiene una determinata quantità di lavoro socialmente ne­
cessario, ciò che si esprime nello scambio. Ne segue che, tan­
to per lo scambio quanto per l’uso delle merci, è del tutto
52 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

indifferente che il lavoro da esse rappresentato si suddivida


o no in V+ p. Solo la sua quantità come valore ha un ruolo
nello scambio; solo la sua peculiarità concreta, la sua utilità,
ha un ruolo nel consumo. La formula v + p esprime insom­
ma, per cosi dire, i rapporti intimi fra capitale e lavoro, la
funzione sociale del lavoro salariato, esaurientesi totalmen­
te nel prodotto. Non cosi per la parte di capitale investita
nei mezzi di produzione, il capitale costante. Oltre a lavoro
salariato, il capitalista ha bisogno di mezzi di produzione,
giacché l’esercizio di ogni lavoro richiede determinate ma­
terie prime, strumenti, edifici. Che anche questa condizione
preliminare della produzione abbia carattere capitalistico
appare dal fatto che i mezzi produttivi si presentano come
c, come capitale, e cioè: i ) come proprietà di persone di­
verse dai lavoratori, separata dalla forza-lavoro, proprietà di
non-lavoratori; 2) come semplice anticipo, come spesa fatta
in vista della produzione di plusvalore. Il capitale costante
c appare insomma come semplice base a v + p. Ma il capita­
le costante esprime anche qualcosa di piu, e cioè la funzione
del mezzo di produzione in ogni processo di lavoro umano,
qualunque sia la forma storica della società in cui si svolge.
Le materie prime e gli strumenti di lavoro necessitano nella
stessa misura all’abitante della Terra del Fuoco per costrui­
re la sua canoa, alla comunità agricola comunista in India
per lavorare i terreni comunali, al fellah egiziano per la col­
tivazione dei suoi appezzamenti o per la costruzione delle
piramidi, allo schiavo greco nella piccola manifattura ate­
niese, al servo della gleba feudale, all’artigiano delle corpo-
razioni medievali, al salariato moderno. I mezzi di produ­
zione già usciti dal lavoro umano esprimono l’avvenuto con­
tatto fra lavoro umano e materia naturale, e sono perciò la
premessa generale eterna del processo produttivo. Il termi­
ne c nella formula c + v + p esprime dunque una determina­
ta funzione del mezzo di produzione, che non si esaurisce al
cessar del lavoro. Per lo scambio e per l ’uso della merce è
del tutto indifferente eh’essa sia sorta da lavoro pagato e
non pagato, da lavoro salariato, da lavoro servile, da lavoro
coatto, ecc.; quel che decisivamente importa per l’uso della
CRITICA D E L L ’AN A LISI SMITHIANA 53
merce è che questa sia mezzo o di produzione o di consumo.
Il fatto che nella produzione di una macchina sia stato im­
piegato lavoro pagato e non pagato, importa solo al fabbri­
cante della macchina e ai suoi operai: alla società che me­
diante lo scambio ottiene la macchina, importa solo la sua
qualità di mezzo produttivo, la sua funzione nel processo
della produzione. E, allo stesso modo che ogni società pro­
duttrice ha dovuto tener sempre conto della funzione deci­
siva del mezzo di produzione nel senso di preoccuparsi, in
ogni periodo produttivo, di creare i mezzi di produzione in­
dispensabili per il periodo seguente, cosi anche la società
capitalistica può dar l’avvio ogni anno alla propria produ­
zione di valore secondo la formula v + p, cioè allo sfrutta­
mento del lavoro salariato, solo se sono presenti le quantità
necessarie di mezzi produttivi costituenti il capitale costan­
te, trasmessi dal periodo di produzione anteriore. Questo
specifico concatenarsi di ogni periodo della produzione col
successivo, che costituisce la base generale e perenne della
riproduzione sociale, e consiste nel fatto che una parte dei
prodotti di ogni periodo sono destinati a fungere da mezzi
produttivi nel successivo, questo concatenarsi specifico sfug­
gi agli occhi di Adam Smith. Ciò che dei mezzi di produzio­
ne lo interessava non era la loro specifica funzione nel pro­
cesso di produzione in cui erano impiegati, ma solo il fatto
che fossero a loro volta prodotti del lavoro salariato impie­
gato secondo il modo di produzione capitalistico, allo stes­
so titolo di qualunque merce: la specifica funzione capita­
listica del lavoro salariato nel processo di produzione del
plusvalore gli velò la funzione generale e costante dei mezzi
di produzione nel processo di lavoro. Di là dai particolari
rapporti sociali fra lavoro salariato e capitale, il suo sguar­
do, limitato all’orizzonte borghese, non riuscì a cogliere il
rapporto generale fra uomo e natura. È qui, secondo noi, la
vera sorgente del bizzarro dogma smithiano, secondo cui il
valore totale della produzione sociale annua si risolve inte­
ramente in V+ p. A Smith sfuggi che c, come primo membro
della formula c + v + p, è l’espressione necessaria della base
sociale generale per lo sfruttamento capitalistico del lavoro
salariato.
54 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

In conclusione, il valore di ogni merce deve esprimersi


nella formula
c+v + p

Il problema che si pone ora è quale applicazione essa tro­


vi sull’insieme delle merci prodotte da una società. Rifaccia­
moci ai dubbi di Smith, alla sua affermazione che capitale
fisso e circolante e reddito del singolo non coincidono con
le stesse categorie nel loro significato sociale (cfr. sopra,
punto 3 ), e ciò che per uno è capitale circolante è per l’altro
non capitale ma reddito, per esempio gli anticipi di capitale
per i salari. Quest’affermazione poggia su un errore. Quan­
do il capitalista versa ai suoi operai il salario, non esborsa
capitale variabile che emigri nelle mani degli operai per es­
sere trasformato in loro reddito, ma si limita a cedere la for­
ma di valore del suo capitale variabile contro la sua forma
naturale, la forza-lavoro. Il capitale variabile è sempre in ma­
no al capitalista: anzitutto in forma di denaro, poi in forma
di forza-lavoro da lui acquistata, in seguito in forma di una
parte del valore delle merci prodotte, per tornargli infine
dalla realizzazione delle merci in forma di denaro, insieme a
un sovrappiù. D ’altra parte, l’operaio non entra mai in pos­
sesso del capitale variabile. Per lui, la forza-lavoro non è
mai capitale, ma suo patrimonio (l’unico che possieda, capa­
cità di lavorare); e, se la vende incassando denaro a titolo di
salario, neppure questo salario è per lui capitale, ma prezzo
della merce venduta. Infine, il fatto che l’operaio coi salari
ottenuti compri dei mezzi di sussistenza ha cosi poco a che
vedere con la funzione che questo denaro ha avuto come
capitale variabile nelle mani del capitalista, quanto l’uso pri­
vato che ogni venditore di una merce fa del denaro ottenuto
nella vendita. Non è dunque il capitale variabile del capita­
lista che diventa reddito dell’operaio, ma il prezzo della
merce forza-lavoro venduta dall’operaio; mentre il capitale
variabile rimane come prima in mano al capitalista e funge
come tale.
Altrettanto falsa è l’opinione che il reddito (plusvalore)
del capitalista, incluso per es. in macchine non ancora rea­
lizzate, sia per un altro - il compratore delle macchine - ca-
CRITICA D E L L ’AN A LISI SMITHIANA 55

pitale fisso. Ciò che costituisce il reddito del fabbricante di


macchine non sono le macchine o una loro parte, ma il plus­
valore in esse incorporato, e perciò lavoro non pagato dei
suoi salariati. Venduta la macchina, questo reddito resta co­
me prima in mano sua, non ha fatto che cambiare forma
esteriore, è passato dalla forma di merce a quella di denaro.
Inversamente, il compratore della macchina non è entrato
in possesso del proprio capitale fisso solo all’atto del suo ac­
quisto, ma lo aveva già in mano come capitale monetario, e
l’acquisto della macchina gli ha solo permesso di dare al ca­
pitale la corrispondente forma materiale di cui aveva biso­
gno per farlo agire in senso produttivo. Tanto prima quanto
dopo la vendita della macchina, il reddito (plusvalore) resta
in mano al fabbricante di macchine, il capitale fisso in mano
al compratore capitalista della macchina, come, nel primo
esempio, il capitale variabile rimaneva nelle mani del capi­
talista, il reddito nelle mani dell’operaio.
La causa della confusione fatta da Smith e successori va
cercata nel fatto che, di fronte allo scambio capitalistico del­
le merci, essi misero in un sol fascio la forma d ’uso delle
merci e i loro rapporti di valore, e, come se non bastasse,
non tennero distinte le singole circolazioni dei capitali e del­
le merci, che ad ogni piè sospinto s’incrociano e intrecciano.
Lo stesso atto di scambio delle merci può, guardato da una
delle sue facce, essere circolazione di capitale, dall’altra, in­
vece, semplice scambio di merci per la soddisfazione dei bi­
sogni. La falsa proposizione: ciò che per uno è capitale è per
l’altro reddito e viceversa, si riduce cosi alla giusta formula:
ciò che per uno è circolazione di capitale è per l’altro sempli­
ce scambio di merci, e viceversa. Questo serve soltanto a
mettere in evidenza la capacità di trasformazione del capi­
tale nel corso della sua carriera e l’intrecciarsi delle diverse
sfere d ’interessi nel processo sociale dello scambio; ma non
per questo viene superata e abolita la netta delimitazione
tra l’esistenza del capitale, da una parte, e quella del reddi­
to dall’altra; e precisamente, del capitale in entrambe le sue
forme caratteristiche di capitale costante e capitale varia­
bile.
Con la sua affermazione che capitale e reddito dei singoli
56 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

non coincidono interamente con le stesse categorie della


collettività, Smith si era fortemente avvicinato alla verità:
per abbracciare con chiarezza il complesso del problema
mancavano tuttavia alcuni altri anelli.
C A P IT O L O QUARTO

LO SC H E M A D E L L A R IPR O D U Z IO N E S E M P L I C E
IN M A R X

Consideriamo la formula
c+v + p

espressione del prodotto sociale totale. Si tratta di una pura


costruzione teorica, di uno schema astratto, o la formula
possiede, nell’applicazione alla società nel suo complesso,
un senso reale, un’esistenza sociale obiettiva?
È stato Marx il primo, nella teoria economica, a elevare
il capitale costante c a categoria d ’importanza fondamenta­
le. Tuttavia, già Smith, che pure aveva lavorato con le sole
categorie capitale fisso e circolante, aveva di fatto trasfor­
mato, pur senza rendersene conto, il capitale fisso in costan­
te, comprendendovi non soltanto i mezzi di produzione che
si logorano in una successione di anni, ma anche quelli che
anno per anno trapassano interamente nella produzione Il
suo stesso dogma della risoluzione del valore totale in v + p
e la dimostrazione relativa lo portavano a tener distinte le
due categorie dei presupposti della produzione: il lavoro vi­
vente e il complesso dei mezzi di produzione morti. D ’altra
parte, quando cercò di ricostruire dai capitali e redditi sin­
goli il processo della riproduzione sociale, quello che gli ri­
mase come capitale «fisso» era in realtà capitale costante.
Ogni capitalista singolo impiega per produrre le proprie
merci alcuni mezzi produttivi materiali: fabbricati, materie1

1 Parliamo qui, come nelle pagine successive, per maggior semplicità e


conformemente all’uso comune, di produzione annua, cosa che per lo piu va­
le solo per l ’agricoltura, mentre i cicli della produzione industriale e la rota­
zione del capitale possono non coincidere affatto col cambiamento dell’anno.
58 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

prime, utensili. Per produrre l’insieme delle merci è eviden­


temente necessario, in quella data società, l’insieme dei mez­
zi di produzione materiali usati dai singoli capitalisti. L ’esi­
stenza di questi mezzi di produzione nella società è un fatto
reale, anche se esistono solo in forma di capitali privati in­
dividuali. È qui che si esprime la condizione generale asso­
luta della produzione sociale in tutte le sue forme storiche.
Quanto alla specifica forma capitalistica, essa si manifesta
nel fatto che i mezzi di produzione materiali fungono ap­
punto come c, come capitale, cioè come proprietà di non-la-
voratori, come polo opposto di forze di lavoro proletarizza­
te, come antitesi del lavoro salariato. Il capitale variabile, v,
è la somma dei salari effettivamente pagati nella società nel
corso della produzione annua. Anche questo fatto ha un’esi­
stenza reale, obiettiva, per quanto si esprima in una varietà
enorme di salari individuali. Il numero delle forze-lavoro
effettivamente impegnate nella produzione, e il loro mante­
nimento annuo, rappresentano per qualsiasi società un pro­
blema di importanza primaria. Ma la forma specifica capita­
listica di questa categoria come v, come capitale variabile, è
caratterizzata dal fatto: 1) che i mezzi di sussistenza degli
operai si presentano a questi come salario, come prezzo del­
la forza-lavoro da essi venduta, come proprietà capitale di
altre persone, le quali non lavorano ma possiedono i mezzi
di produzione materiali; 2) come una determinata somma
di denaro, cioè come pura forma di valore dei loro mezzi di
sussistenza. Cosi v significa tanto che i lavoratori sono «li­
beri» —in duplice senso: personalmente liberi, e liberi da
qualunque mezzo di produzione —quanto che la produzione
delle merci è la forma generale della produzione in quella
data società.
Infine, p - il plusvalore - rappresenta la somma totale di
tutti i plusvalori ottenuti dai capitalisti singoli. Ogni socie­
tà comporta pluslavoro; anche una società socialista. E in
un triplice senso: come quantità di lavoro destinata a man­
tenere i non-lavoratori (inabili al lavoro, bambini, vecchi,
invalidi, funzionari pubblici e professioni cosiddette libera­
li, che non partecipano direttamente al processo produtti-
LO SCHEMA DELLA RIPRODUZIONE S E M P L IC E IN MARX ßC)

vo) ‘; come fondo di assicurazione della società per acciden­


ti elementari minaccianti la produzione annua della massa
dei beni (cattivo raccolto, incendio di boschi, inondazioni);
infine, come fondo per l’allargamento della produzione, sia
in vista dell’aumento della popolazione, sia in vista dell’ele­
vazione qualitativa dei bisogni. Ma la forma capitalistica si
manifesta in questi due fatti: i ) il pluslavoro è compiuto
sotto forma di plusvalore, cioè sotto forma di merci, ed è
realizzabile in denaro; 2) esso appare come proprietà di de­
tentori oziosi dei mezzi di produzione.
Infine, i due termini v + p rappresentano anch’essi una
grandezza obiettiva di validità universale, e cioè la somma
totale del lavoro vivente erogato nella società nel corso di
un anno. Ogni società umana, qualunque forma storica essa
abbia, deve preoccuparsi di questa realtà di fatto, sia in
rapporto ai risultati ottenuti, sia in rapporto alle forze-la­
voro presenti e disponibili. Anche la suddivisione in v + p
è un fenomeno generale, indipendente dalle particolari for­
me storiche assunte dalla società. La sua espressione capita­
listica si rivela non soltanto nelle particolarità qualitative
dei due termini, già da noi messe in rilievo, ma anche nel
loro rapporto quantitativo - nel fatto che v mostra la ten­
denza a scendere al minimo fisiologico e sociale necessario
all’esistenza di chi lavora e p la tendenza ad aumentare co­
stantemente in rapporto a r , e a sue spese.
L ’ultima circostanza esprime infine la caratteristica do­
minante della produzione capitalistica, il cui vero scopo e
la cui molla è l’appropriazione di plusvalore.
Come si vede, i rapporti che stanno alla base della for­
mula capitalistica della produzione totale hanno validità u-
niversale e, in ogni forma economica organizzata secondo
un piano, sono oggetto di regolamentazione cosciente da
parte della società - della generalità dei lavoratori e dei lo-1

1 La divisione del lavoro in intellettuale e materiale può, in una società


pianificata basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, non es­
sere legata a particolari categorie della popolazione. Essa si tradurrà comun­
que anche qui nella presenza di un certo numero di persone intellettualmen­
te attive che dovranno essere materialmente mantenute, mentre le stesse fun­
zioni potranno essere esercitate a turno.
6o IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

ro organi democratici in una società comunista, del centro


possidente e del suo potere dispotico in una società basata
su un dominio di classe. Nella forma capitalistica della pro­
duzione, una regolamentazione pianificata generale non esi­
ste, e il complesso dei capitali e delle merci della società
consta, nel fatto, della somma di una pluralità infinita di
capitali singoli e di singoli aggregati di merci.
Ci si chiede perciò se queste somme posseggano nella so­
cietà capitalistica qualcosa piu del significato di una pura e-
lencazione statistica, per giunta di carattere estremamente
vago e fluttuante. Senonché sul piano della collettività re­
sistenza pienamente indipendente e sovrana delle aziende
capitalistiche private rappresenta soltanto la forma storica
determinata, mentre la base è il loro intreccio sociale; in­
fatti, per quanto i capitali singoli operino in piena autono­
mia reciproca e manchi una regolamentazione sociale, il
movimento complessivo dei capitali si svolge come un tut­
to unitario. Anche questo movimento d ’insieme si esprime
in specifiche forme capitalistiche. Mentre in ogni forma di
produzione pianificata la regolamentazione ha per primo
oggetto il rapporto fra il lavoro complessivo compiuto e da
compiere e i mezzi di produzione (o, per servirci della no­
stra formula, fra (v + p) e c) ovvero fra la somma dei mezzi
di sussistenza occorrenti e i mezzi di produzione indispen­
sabili (fra (v + p )e c), nella forma di produzione capitalisti­
ca il lavoro socialmente necessario per il mantenimento dei
mezzi di produzione morti e delle forze-lavoro vive è con­
siderato come un tutto, come capitale, e ad esso si contrap­
pone il pluslavoro erogato come plusvalore, p. Il rapporto
fra queste due grandezze, ÿ e ( c + t ) è u n rapporto reale,
obiettivo, tangibile, della società capitalistica: il saggio me­
dio del profitto, che considera ogni capitale come parte di
un tutto comune, del capitale sociale, e gli assegna il pro­
fitto come parte adeguata del plusvalore estorto nella so­
cietà, indipendentemente dalla quantità da esso effettiva­
mente ottenuta. Il capitale sociale totale e la sua contropar­
te - il plusvalore sociale totale —non sono dunque soltanto
grandezze reali di esistenza obiettiva: ma il loro rapporto,
il profitto medio, regge e guida —attraverso il meccanismo
LO SCHEMA DELLA RIPRODUZIONE S E M P L IC E IN MARX 61

della legge del valore - l’intero scambio, cioè i rapporti


quantitativi di scambio fra le singole specie di merci indi­
pendentemente dai loro particolari rapporti di valore, la di­
visione sociale del lavoro, cioè l’assegnazione di corrispon­
denti quote di capitale o forze-lavoro ai singoli settori del­
la produzione, e lo sviluppo della produttività del lavoro,
cioè, da una parte, l’orientamento dei singoli capitali verso
iniziative suscettibili di spingerli al di sopra del profitto
medio, e dall’altra l’estensione all’intera produzione dei
progressi realizzati dai singoli, ecc. In breve: il capitale so­
ciale totale domina, grazie al saggio medio del profitto, i
movimenti in apparenza autonomi dei capitali singoli
La formula c + v + p si adatta dunque non soltanto alla
composizione del valore di ogni singola merce, ma anche al­
l’insieme delle merci prodotte nella società secondo il mo­
do capitalistico. Tuttavia, di là dalla composizione del valo­
re, l’analogia cessa.
La suddetta formula è infatti perfettamente esatta se vo­
gliamo analizzare nelle rispettive parti componenti il pro­
dotto totale di una società a produzione capitalistica, come
prodotto complessivo del lavoro di un anno. Il termine c
mostra allora quanto del lavoro passato, speso in anni pre­
cedenti sotto forma di mezzi di produzione, è incorporato
nel prodotto di quest’anno; il termine v + p indica la parte
di valore del prodotto creata esclusivamente nell’ultimo an­
no mediante nuovo lavoro; infine, il rapporto fra v e p e-
sprime la ripartizione della somma annua di lavoro sociale
in mantenimento di lavoratori e mantenimento di non-la-
voratori. Quest’analisi rimane giusta e normativa per la ri-
produzione del capitale singolo, qualunque sia la forma ma-1

1 «Quando si parla di punto di vista sociale, quando cioè si considera il


prodotto sociale totale, comprendente tanto la riproduzione del capitale so­
ciale quanto il consumo individuale, non si deve cadere nella maniera imi­
tata da Proudhon degli economisti borghesi e considerare la cosa come se la
società fondata sul modo di produzione capitalistico, considerata en bloc,
come totalità, perdesse il suo carattere storico-economico specifico. Al con­
trario: si ha allora a che fare con il capitalista collettivo. Il capitale totale
appare allora come il capitale azionario dell’insieme di tutti i capitalisti sin­
goli. Questa società per azioni ha in comune con altre società per azioni che
ognuno sa quel che vi porta ma non ciò che ne ricaverà » (Das Kapital, libro
II, p. 409 [sez. II, cap. XX, par. vili]).
62 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

teriale del prodotto con esso creato. Per i capitalisti dell’in­


dustria meccanica, tanto c quanto v quanto p appaiono in­
differentemente sotto forma di macchine o di parti di mac­
chine. Per i colleghi zuccherieri, tanto c quanto v quanto p
vengono alla luce dal processo produttivo sotto forma di
zucchero. Per i proprietari di una compagnia di riviste, si
materializzano nelle attrattive fisiche delle ballerine e delle
«eccentriche». Quegli elementi si distinguono gli uni dagli
altri nel prodotto indifferenziato solo come parti aliquote
del suo valore. Tanto basta per la riproduzione del capitale
singolo, giacché la riproduzione del capitale singolo comin­
cia con la forma di valore del capitale e ha il suo punto di
approdo in una certa somma di denaro nata dalla realizza­
zione del prodotto creato. La formula c + v + p è allora la ba­
se specifica per la divisione di questa somma di denaro in u-
na parte destinata all’acquisto di mezzi di produzione mate­
riali, in un’altra destinata all’acquisto di forza-lavoro, e in
una terza destinata al consumo personale del capitalista, se,
come per ora ammettiamo, si verifica una riproduzione sem­
plice, o solo in parte al suo consumo e in parte all’allarga­
mento del capitale, se deve verificarsi una riproduzione al­
largata. Che ai fini di una reale riproduzione egli debba, col
capitale monetario cosi suddiviso, rivolgersi di nuovo al
mercato, è piu che evidente. Altrettanto evidente appare al
singolo capitalista, come al suo ideologo scientifico, all’eco­
nomista volgare, che il capitalista singolo troverà realmen­
te sul mercato i mezzi di produzione e le forze-lavoro neces­
sarie alla sua azienda.
Non cosi stanno le cose per la produzione sociale totale.
Dal punto di vista della collettività, lo scambio delle merci
può operare solo un trasferimento, un cambiamento gene­
rale di posto delle singole parti del prodotto totale, non
modificarne la composizione materiale. Tanto dopo quanto
prima questo cambiamento di posto, la riproduzione del ca­
pitale totale può aver luogo solo se nel prodotto totale u-
scito dall’ultimo periodo di produzione si trovano: i) suf­
ficienti mezzi di produzione; 2) mezzi di sussistenza suffi­
cienti per il mantenimento del numero precedente di forze-
lavoro; 3) last not least, i mezzi di sussistenza richiesti dal
LO SCHEM A DELLA RIPRODUZIONE SE M P L IC E IN MARX 63

mantenimento «decoroso» della classe capitalistica e an­


nessi. Qui un nuovo campo si apre: dai puri rapporti di va­
lore passiamo a considerazioni materiali, alla forma d ’uso
del prodotto sociale totale. Ciò che per il capitalista singolo
è indifferente, diventa per l’insieme dei capitalisti oggetto
di serie preoccupazioni. Mentre per il capitalista singolo fa
perfettamente lo stesso che la merce da lui prodotta sia
macchina, zucchero, concime sintetico, giornale liberale,
sempreché la realizzi per ricavarne il capitale oltre al plus­
valore, per l’insieme dei capitalisti è di enorme importanza
che il prodotto totale abbia una ben determinata forma d ’u­
so, e precisamente che vi si possano trovare tre cose: mezzi
di produzione per il rinnovo del processo di lavoro, mezzi
di sussistenza semplici per il mantenimento della classe la­
voratrice, e mezzi di sussistenza di maggior pregio e articoli
di lusso per il mantenimento della classe capitalistica. SI, le
esigenze, sotto questo aspetto, non sono generiche e vaghe,
ma determinate quantitativamente con assoluta precisione.
Se ci chiediamo quale grandezza abbiano le quantità di co­
se delle tre categorie necessarie ai capitalisti nel loro insie­
me, giungiamo a una chiara approssimazione - sempre am­
messa la riproduzione semplice, da noi presa come punto di
partenza - in merito alla composizione di valore del pro­
dotto totale dell’ultimo anno. La formula c + v + p, finora
da noi considerata tanto per il capitale totale quanto per il
capitale singolo come pura suddivisione quantitativa del
valore totale, cioè della quantità di lavoro incorporata nel
prodotto annuo della società, ci appare ora nello stesso tem­
po come base specifica della divisione materiale del pro­
dotto. È infatti chiaro che per avviare la riproduzione sulla
stessa scala l’insieme dei capitalisti deve trovare nel nuovo
prodotto totale tanti mezzi di produzione quanti corrispon­
dono alla grandezza c, tanti mezzi di sussistenza semplici
quanti ne corrispondono alla somma dei salari v, tanti mez­
zi di sussistenza di qualità superiore per sé e dipendenti
quanti la grandezza p richiede. La composizione di valore
del prodotto sociale annuo si traduce perciò nella forma
materiale di questo al modo che segue: l’intero c della so­
cietà, perché la riproduzione semplice possa compiersi, de-
64 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

ve riapparire come altrettanti mezzi di produzione, il v co­


me altrettanti mezzi di sussistenza per gli operai, il p come
altrettanti mezzi di sussistenza per i capitalisti.
A questo punto, la differenza fra capitalista singolo e in­
sieme dei capitalisti balza agli occhi evidente. Il primo ri­
produce ogni volta il proprio capitale costante e variabile
oltre al plusvalore, e cioè: i ) tutte e tre le parti, in un pro­
dotto unitario, della stessa forma materiale; 2) in una for­
ma del tutto indifferente, che per ogni capitalista è di par­
ticolarità diversa. L ’insieme dei capitalisti riproduce ogni
parte di valore del prodotto annuo in un’altra forma mate­
riale, e precisamente: il c come mezzi di produzione, il v
come mezzi di sussistenza degli operai, il p come mezzi di
sussistenza dei capitalisti. Per la riproduzione del capitale
singolo erano determinanti soltanto rapporti di valore (pre­
messe le condizioni materiali come naturale manifestazione
dello scambio delle merci). Per la riproduzione del capitale
totale, a rapporti di valore si uniscono considerazioni mate­
riali. È d ’altra parte chiaro che il capitale singolo può nu­
trire pure e semplici preoccupazioni di valore e considerare
le condizioni materiali come un dono del cielo, alla sola
condizione che il capitale complessivo consideri, viceversa,
i fattori materiali. Se il c totale della società non si riprodu­
cesse annualmente sotto la forma della stessa massa di mez­
zi produttivi, il capitalista singolo batterebbe invano il mer­
cato col suo c realizzato in denaro: non potrebbe trovarvi
le condizioni materiali necessarie alla riproduzione propria.
Dal punto di vista della riproduzione, la formula generale
c + v + p si rivela dunque, per il capitale totale, insufficien­
te —altra prova, del resto, che il concetto di riproduzione è
qualcosa di obiettivo, qualcosa piu di una semplice perifra­
si del concetto di produzione. Bisogna dunque introdurre
distinzioni di carattere materiale, e rappresentare il capitale
totale non come un tutto unitario, ma nelle sue tre sezioni
fondamentali o, per semplicità (cosa che dal punto di vista
teorico non porta per ora alcun danno), in due sezioni: pro­
duzione di mezzi di produzione, e produzione di beni di
consumo per lavoratori e capitalisti. Ognuna di queste se­
zioni va considerata a sé, e in ognuna devono esser conte-
LO SCHEMA D ELLA RIPRODUZIONE SE M P L IC E IN MARX 63

nute le condizioni fondamentali della produzione capitali­


stica. Nello stesso tempo, occorre mettere in evidenza i rap­
porti reciproci fra le due sezioni, giacché solo considerate
nel loro mutuo legame esse offrono una base alla riprodu­
zione del capitale sociale totale.
Cosi, nella rappresentazione del capitale totale e del suo
prodotto totale, si verifica, rispetto al capitale singolo, una
modificazione. Dal punto di vista quantitativo, come gran­
dezza di valore, il c della società si compone esattamente
della somma dei capitali costanti singoli; e lo stesso vale
per gli altri due termini, v e p. Ma la forma sotto la quale
si manifestano non è piu la stessa. Mentre il c dei singoli
riappare dal processo produttivo come particella di valore
di un’infinita varietà di oggetti d ’uso, nel prodotto totale ap­
pare per cosi dire riassunto sotto una certa quantità di mez­
zi di produzione. Parimenti, v e p, che per i capitalisti sin­
goli ripresentano come parti di una miscela estremamente
variopinta di merci, si presentano nel capitale totale co­
me raccolti in corrispondenti quantità di mezzi di sussisten­
za per lavoratori e capitalisti. È questo il fatto che Adam
Smith arrivò a sfiorare nelle sue considerazioni sull’incon-
gruenza delle categorie capitale fisso, capitale circolante,
reddito, nei capitalisti singoli e nella società.
Siamo cosi giunti ai seguenti risultati:
I ) la produzione della società nel suo insieme può esse­
re espressa, allo stesso modo di quella dei capitalisti
singoli, nella formula c + v + p\
2) la produzione sociale si suddivide in due sezioni: pro­
duzione di mezzi di produzione e produzione di mezzi
di sussistenza;
3) entrambe le sezioni sono esercite capitalisticamente,
cioè in vista della produzione di plusvalore: la formu­
la c + v + p trova perciò applicazione anche in ognu­
na delle sezioni presa a sé;
4) le due sezioni sono riferite l’una all’altra, e debbono
perciò presentare determinati rapporti quantitativi.
Piu precisamente, una deve produrre tutti i mezzi di
produzione di entrambe, l’altra i mezzi di sussistenza
per i lavoratori e i capitalisti di entrambe.
66 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

Partendo da queste considerazioni, Marx costruisce la se­


guente formula della riproduzione capitalistica:
I. 4000 c + 1000 v + 1000 p = 6000 mezzi di produzione
II. 2000 c + 500 v + 300 p = 3000 mezzi di consumo ’.
Le cifre di questa formula esprimono grandezze di valo­
re, cioè quantità di denaro, in se stesse arbitrarie, ma in
rapporti reciproci esatti. Le due sezioni si distinguono per
la forma d ’uso delle merci prodotte. La circolazione si com­
pie come segue: la prima sezione produce mezzi produttivi
per l’intera produzione, e perciò tanto per se stessa quanto
per la seconda: ne segue che, per la pura e semplice conti­
nuazione della riproduzione (parliamo sempre di riprodu­
zione semplice, cioè sulla vecchia scala), il prodotto totale
della prima sezione (6000 I) dev’essere uguale in valore al­
la somma dei capitali costanti delle due sezioni (I 4000 c +
+ II 2000 c). Allo stesso modo, la seconda sezione produce
mezzi di consumo per l ’intera società, e quindi tanto per
gli operai e i capitalisti propri, quanto per quelli della pri­
ma. Ne segue che, per il corso normale del consumo e della
produzione e il loro rinnovo sulla scala precedente, occorre
che la quantità complessiva di mezzi di consumo sia pari ai
redditi di tutti gli operai e capitalisti della società (nel no­
stro caso, 3000 II = (1000 v + 1000 p) I + (500 f + 300 p)
II). Non abbiamo fatto qui che esprimere in termini di va­
lore ciò che costituisce la base non soltanto della riprodu­
zione capitalistica, ma della riproduzione di qualsivoglia so­
cietà. In ogni società produttiva, quale che sia la sua forma
sociale - le piccole comunità primitive di villaggio dei Ba-
cairi del Brasile, la grande oikos con schiavi di un Timone
ateniese, i feudi imperiali di Carlomagno - , la quantità di
lavoro disponibile della società dev’essere suddivisa in mo­
do che siano prodotti in misura sufficiente tanto mezzi di
produzione quanto mezzi di sussistenza. E precisamente, i
primi devono bastare sia alla produzione di mezzi di sussi­
stenza sia al rinnovo dei mezzi di produzione medesimi; i
secondi al mantenimento degli operai impegnati nella pro-1

1 Das Kapital, libro II, p. 371 [sez. I l l , cap. XX, 2].


LO SCHEMA DELLA RIPRODUZIONE SE M P L IC E IN MARX 67

duzione loro e dei mezzi produttivi e, inoltre, al manteni­


mento di tutti i non-lavoratori. In questo senso, lo schema
marxiano, nei suoi termini generali, costituisce la base ge­
nerale assoluta della riproduzione sociale, solo che qui il la­
voro socialmente necessario appare come valore, i mezzi
produttivi come capitale costante, il lavoro necessario per
il mantenimento dei lavoratori come capitale variabile, e
quello necessario al mantenimento dei non-lavoratori come
plusvalore.
Ma, nella società capitalistica, la circolazione fra le due
grandi sezioni si fonda sullo scambio di merci, sullo scam­
bio di equivalenti. I lavoratori e capitalisti della sezione I
possono ricevere dalla sezione II solo tanti mezzi di sussi­
stenza quanti sono i mezzi di produzione che ad essa pos­
sono fornire. Ma poiché il fabbisogno della sezione II in
mezzi di produzione è misurato dalla grandezza del suo ca­
pitale costante, ne segue che la somma del capitale variabi­
le e del plusvalore nella produzione di mezzi di produzio­
ne (qui (1000 V + xooo p ) I) dovrà essere uguale al capita­
le costante nella produzione dei mezzi di sussistenza (qui
2000 e l i ) .
In merito allo schema di cui sopra, un’altra importante
osservazione è necessaria. Il capitale costante delle due se­
zioni è in realtà solo una parte del capitale costante impie­
gato dalla società. Quest’ultimo si divide in capitale fisso
- edifici, attrezzi, animali da lavoro —che opera in piu pe­
riodi di produzione, ma in ognuno di questi s’incorpora nel
prodotto solo per una parte del suo valore, in rapporto al
suo logorio; e in capitale circolante - materie prime, mate­
rie ausiliarie, combustibili, sostanze illuminanti - che in o-
gni periodo di produzione s’incorporano con tutto il loro
valore nel nuovo prodotto. Per la riproduzione, tuttavia,
entra in considerazione solo quella parte dei mezzi di pro­
duzione che si trasferisce realmente nella produzione di va­
lori, mentre l’altra parte del capitale fisso, rimasta fuori del
prodotto e ancora operante, deve bensì esser tenuta d ’oc­
chio, ma può anche, agli effetti dell’esatta rappresentazione
della circolazione sociale, essere trascurata senza inficiarne
la validità.
68 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

Immaginiamo che il capitale costante 6000 c della I e


della II sezione, che s’incorpora realmente nel prodotto an­
nuo, consti di 1500 c fisso e 4500 c circolante, dove 1500 c
fisso rappresenta il logorio annuo dei fabbricati, delle mac­
chine, degli animali da lavoro ecc. Questa usura annua sia
uguale al 10% del valore totale del capitale fisso usato.
Avremo allora in realtà in entrambe le sezioni 15 000 c fis-
so + 4500 c circolante, cioè, insieme, 19 500 c + 1500 v di
capitale sociale totale. Ma l’intero capitale fisso, di cui si è
ammesso che la durata di vita (dato un 10% di usura an­
nua) raggiunga i io anni, dovrà al termine di questo perio­
do essere rinnovato. Frattanto, ogni anno un decimo del
suo valore s’incorpora nella produzione sociale. Se l’intero
capitale fisso della società si logorasse nella stessa misura e
avesse la stessa durata di vita, esso dovrebbe - nella nostra
ipotesi - essere rinnovato ogni io anni nella sua totalità.
Ma non è cosi. Fra le diverse forme d ’uso e parti del capita­
le fisso, alcune durano di piu, altre di meno, il logorio e la
durata sono completamente diversi a seconda delle qualità
e dei tipi di capitale fisso. Ne risulta che il rinnovamento,
la riproduzione del capitale fisso nella sua concreta forma
d ’uso non si compie necessariamente di colpo nella sua to­
talità, ma al contrario in diversi punti della produzione so­
ciale si verifica un continuo rinnovamento di parti del capi­
tale fisso, mentre altre parti continuano a funzionare nella
loro forma antica. Il 10% di usura del capitale fisso, da noi
ammesso nell’esempio citato, non significa dunque che ogni
io anni debba compiersi in una sola volta una riproduzione
del capitale fisso per il valore di 15 000 c, ma che ogni an­
no deve aver luogo, in media, il rinnovamento o sostituzio­
ne di una parte del capitale fisso totale della società, corri­
spondente alla decima parte del valore di detto capitale. In
altre parole, nella sezione I, che deve soddisfare il fabbiso­
gno totale di mezzi di produzione della società, deve verifi­
carsi ogni anno, accanto alla riproduzione di tutte le mate­
rie prime, ausiliarie, ecc. (capitale circolante) per un valore
di 4500, anche la produzione di forme d’uso del capitale fis­
so, come fabbricati, macchine, ecc., per l’ammontare di
1.0 SCHEMA DELLA RIPRODUZIONE S E M P L IC E IN MARX 69

1500, corrispondente all’usura effettiva del capitale fisso;


in tutto dunque, 6000 c, come si era appunto ammesso nel­
lo schema. Se la sezione I continua cosi a rinnovare ogni
anno nella sua forma d’uso un decimo del capitale fisso, si
avrà che ogni dieci anni l’intero capitale fisso della società
apparirà rinnovato da capo a fondo in esemplari nuovi, e
saranno perciò anche rinnovate quelle sue parti che, secon­
do il valore, avevamo trascurato nello schema.
Dal punto di vista pratico tutto ciò si traduce nel fatto
che ogni capitalista mette da parte sulla sua produzione an­
nua, dopo realizzazione delle merci, una certa somma di de­
naro per l’ammortamento del capitale fisso: accantonamen­
ti annui che devono raggiungere una certa entità prima che
il capitalista rinnovi realmente il suo capitale fisso o lo so­
stituisca con esemplari a piu alto rendimento. Questo alter­
narsi di accantonamenti annui di somme di denaro ai fini
del rinnovamento del capitale fisso, e del loro periodico im­
piego nell’effettivo rinnovo, avviene però, per i singoli ca­
pitalisti, in modo discontinuo, cosicché gli uni stanno anco­
ra accantonando mentre gli altri sono già in piena fase di
rinnovo. In tal modo si compie ogni anno il rinnovamento
di parte del capitale fisso. I fenomeni monetari mascherano
qui soltanto il fenomeno reale caratterizzante il processo
della riproduzione del capitale fisso.
Ciò è, a ben guardare, perfettamente logico. Il capitale
fisso partecipa bensì nel suo insieme al processo di pro­
duzione, ma solo come massa di oggetti d’uso. Fabbricati,
macchine, animali da lavoro, vengono impegnati nel pro­
cesso lavorativo in tutta la loro materialità. Ma nella pro­
duzione di valore essi si trasferiscono - è questa la caratte­
ristica del capitale fisso - solo per una parte del proprio va­
lore. Poiché nel processo della riproduzione (parliamo sem­
pre di riproduzione semplice) ciò che importa è solo il rin­
novare nella loro forma naturale i valori effettivamente con­
sumati durante la produzione annua in mezzi di sussistenza
c in mezzi produttivi, anche il capitale fisso importa, ai fini
della riproduzione, solo nella misura in cui è effettivamen­
te incorporato nelle merci prodotte. L ’altra parte è d ’im-
70 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

portanza decisiva per la produzione come processo lavora­


tivo, ma non esiste per la riproduzione annua della società
come processo di valorizzazione.
Del resto, il processo, qui espresso in termini di valore,
si applica esattamente per qualunque società anche non pro­
duttrice di merci. Se per esempio per la costruzione del ce­
lebre lago di Meride e dei canali del Nilo ad esso collegati
- il lago miracoloso dell’antico Egitto di cui Erodoto scrive
che fu «fatto da mani» — occorsero io anni di lavoro di
iooo fellahin, e se per mantenere in efficienza queste opere
idrauliche fra le piu gigantesche del mondo occorse ogni an­
no la forza di lavoro di altri io o fellahin (le cifre sono na­
turalmente arbitrarie), si può dire che dopo io o anni il ba­
cino di Meride coi suoi canali era riprodotto senza che ogni
secolo l’opera fosse ricreata di colpo nella sua totalità. Ciò
è tanto vero che, quando in seguito a tempestose vicende
politiche e alle occupazioni straniere subentrò il solito sel­
vaggio abbandono degli antichi monumenti di vita civile
- come mostrarono del resto di saper fare anche gli inglesi
in India —, quando si perdette il senso delle esigenze di ri-
produzione della civiltà antica, l ’intero lago di Meride a po­
co a poco spari con le sue acque, i suoi canali, le sue dighe, le
due piramidi, il colosso e le altre opere meravigliose: spari
senza lasciar tracce, quasi che neppure fosse stato costruito.
Solo dieci righe in Erodoto, un puntino sulla carta del mon­
do di Tolomeo, e tracce di antiche coltivazioni e grandi vil­
laggi e città documentano che una vita lussureggiante sgor­
gava dalle grandiose opere idrauliche, là dove oggi si sten­
dono gli aridi deserti della Libia interna e le desolate palu­
di lungo la costa.
Solo in un caso lo schema marxiano della riproduzione
semplice potrebbe apparire insufficiente o lacunoso dal pun­
to di vista del capitale fisso: cioè se ci riportassimo ai pe­
riodi della produzione in cui l’intero capitale fisso fu origi­
nariamente creato. In realtà, la società possiede, in lavoro
speso, piu della parte di capitale fisso che periodicamente si
trasferisce nel prodotto annuo e viene da questo reintegrato.
Per servirci delle cifre del nostro esempio, il capitale socia­
le totale ammonta non a 6000 c + 1500 v come nello sche-
LO SCHEMA DELLA RIPRODUZIONE S E M P L IC E IN MARX 71

ma, ma a 19 500 c + 1300 v. È vero che del capitale fisso,


da noi supposto dell’ammontare di 17 000 c, 1700 vengono
riprodotti annualmente sotto forma di corrispondenti mez­
zi di produzione, ma altrettanti ne vengono annualmente
consumati nel corso della stessa produzione. È vero che do­
po dieci anni l’intero capitale fisso risulta completamente
rinnovato nella sua forma d ’uso, come somma di oggetti;
ma tanto dopo io anni quanto ogni anno, la società possie­
de 13 000 c di capitale fisso, mentre ogni anno ne ricrea so­
lo 1500 c, ovvero possiede complessivamente 19 700 capi­
tale costante mentre crea soltanto 6000 c. È evidente che
quest’eccedenza di 13 500 capitale fisso la società deve a-
verla creata col suo lavoro: possiede, in lavoro passato ac­
cumulato, piu di quanto non risulti dal nostro schema della
riproduzione. Ogni giornata di lavoro sociale di ogni anno
poggia, come su una base già esistente, su giorni di lavoro
annui erogati in precedenza e accumulati. Ma, con questa
caccia al lavoro passato, base di qualunque lavoro attuale,
noi ci riportiamo ai «principi primi delle cose», che, nel­
l’evoluzione economica dell’umanità, contano cosi poco co­
me nell’evoluzione naturale della materia. Lo schema della
riproduzione non pretende né ha il compito di rappresenta­
re il punto di partenza, il processo sociale in statu nascendi,
ma di coglierlo nel suo svolgersi, come un anello «nella ca­
tena infinita di ciò che esiste». Il lavoro passato è sempre la
premessa del processo di riproduzione sociale, per quanto
indietro si risalga nel tempo. Come non ha fine, cosi il lavo­
ro sociale non ha principio. Gli inizi del processo di ripro­
duzione sociale si perdono in un favoloso crepuscolo della
storia della civiltà, proprio come la storia della nascita del
lago di Meride in Erodoto. Col progresso tecnico e con lo
sviluppo della civiltà, il volto dei mezzi di produzione cam­
bia, i rozzi paleoliti vengono rimpiazzati da strumenti lavo­
rati, gli attrezzi di pietra da utensili eleganti in bronzo e in
ferro, gli utensili da macchine a vapore. Ma, per quanto mu­
ti la forma del mezzo di produzione, per quanto si trasfor­
mino le manifestazioni esterne del processo produttivo, la
società possiede sempre, come base del suo processo lavo­
rativo, una certa quantità di lavoro passato oggettivato,
72 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

che le serve da punto di appoggio per la riproduzione an­


nuale. Nel modo di produzione capitalistico, il lavoro socia­
le passato, accumulato nei mezzi di produzione, assume la
forma di capitale, e la questione dell’origine del lavoro pas­
sato come fondamento del processo di riproduzione si tra­
sforma nel problema della genesi del capitale. Genesi assai
meno favolosa, trasmessa in lettere di sangue alla storia
contemporanea come il capitolo della cosiddetta accumula­
zione primitiva. Ma il fatto stesso che non si possa pensare
la riproduzione semplice se non presupponendo l ’accumula­
zione di lavoro passato, che supera in ampiezza il lavoro
compiuto annualmente per mantenere la società, mette il
dito sulla piaga della riproduzione semplice, mostrando co­
me essa sia una pura finzione non soltanto per la produzio­
ne capitalistica ma per il progresso civile in generale. Per
rendersi esatto conto, nello schema, di questa finzione, dob­
biamo ammettere come sua premessa i risultati di un pro­
cesso passato di produzione, il quale non poteva limitarsi
alla riproduzione semplice ma aveva già per oggetto la ri-
produzione allargata. Per spiegarci con un esempio, parago­
niamo l’intero capitale fisso della società a una ferrovia. La
durata e perciò anche l’usura annua delle diverse parti del­
la ferrovia variano dall’una all’altra. Alcune, come le galle­
rie e i viadotti, possono durare secoli; altre, come le loco­
motive, durare decenni; altro materiale rotabile si consu­
merà in piu breve tempo, a volte in pochi mesi. Ma ne ri­
sulta un’usura media che può raggiungere, poniamo, i 30
anni, e perciò rappresentare annualmente Ko del valore
complessivo. Questa perdita di valore viene continuamente
compensata da una parziale riproduzione del materiale (che
potremo chiamare riparazioni), nel senso che vengono rin­
novati oggi un vagone, domani una parte di locomotiva, do­
podomani un tratto di binario. In tal modo, passati 30 an­
ni (nella nostra ipotesi), la vecchia ferrovia è sostituita da
una nuova, operazione che importa da parte della società
l’impiego annuo della stessa quantità di lavoro, e perciò u-
na riproduzione semplice. Ma in questo modo la ferrovia
può essere riprodotta, non prodotta. Per entrare in uso, e
per poter compensare anno per anno il logorio determinato
L O S CREMA D ELLA RIPRODUZIONE S E M P L IC E IN MARX 73

dall’uso, occorre innanzitutto che la ferrovia sia costruita.


La ferrovia può essere riparata pezzo per pezzo, ma non
può essere messa in esercizio pezzo per pezzo —oggi un as­
se, domani un vagone. Giacché è proprio questo che carat­
terizza il capitale fisso: il suo integrale trasferirsi di volta in
volta, come valore d ’uso, nel processo lavorativo. Ne segue
che, per dargli una volta per tutte la sua forma d ’uso, la so­
cietà è costretta a concentrare nella sua produzione, in una
volta sola, una grande quantità di lavoro: deve cioè —per
esprimerci nelle cifre del nostro esempio —concentrare, po­
niamo, in due o tre anni, nella costruzione della ferrovia la
quantità di lavoro impiegata in 30 per ripararla, e compiere
in questo periodo di produzione una quantità di lavoro su­
periore alla media o, in altri termini, passare alla riprodu­
zione allargata, per poi, completata la costruzione della fer­
rovia, tornare alla riproduzione semplice. È anche vero che
non ci si deve raffigurare l’intero capitale fisso della società
come un oggetto d ’uso unitario, o come un complesso di
oggetti da creare sempre in una volta sola. Ma tutti i piu
importanti strumenti di lavoro, fabbricati, mezzi di comu­
nicazione, impianti agricoli, richiedono per la loro creazio­
ne una forte erogazione concentrata di lavoro; e ciò vale
tanto per la moderna ferrovia e l’aeroplano quanto per la
rozza ascia di pietra e il telaio a mano. Ne segue che la ri-
produzione semplice può essere concepita solo in periodico
avvicendamento con la riproduzione allargata, e ciò in di­
pendenza non soltanto del progresso civile e dell’incremen­
to della popolazione in generale, ma anche della forma eco­
nomica del capitale fisso, o dei mezzi di produzione che in
ogni società vi corrispondono.
Marx non si è occupato direttamente di questa contrad­
dizione tra la forma del capitale fisso e la riproduzione sem­
plice. Quello che il libro II del Capitale sottolinea è solo la
necessità di una costante «sovraproduzione», e perciò ri-
produzione allargata, in rapporto all’irregolare quota di u-
sura del capitale fisso, che in un anno è maggiore e in un
altro minore: cosa che dovrebbe aver per conseguenza, se
si rimanesse nell’ambito stretto della riproduzione sempli­
ce, un deficit periodico della riproduzione. In altri termini,
74 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

Marx considera qui la riproduzione allargata dall’angolo vi­


suale del fondo di assicurazione della società per il capitale
fisso, non da quello della sua produzione
A tutt’altro proposito poi Marx conferma indirettamen­
te, a nostro avviso, l’interpretazione accennata. Analizzan­
do la trasformazione del reddito in capitale, nelle sue Theo­
rien über den Mehrwert, volume II, parte II, e discutendo
della riproduzione del capitale fisso in senso proprio, la cui
sostituzione fornirebbe già di per sé un fondo di accumu­
lazione, egli conclude:
«M a ciò a cui vogliamo arrivare è questo. Se il capitale
totale impiegato nella costruzione di macchine fosse anche
solo sufficiente a ricostituire il logoramento annuo del mac­
chinario, esso produrrebbe molte piu macchine di quelle
annualmente richieste, poiché una parte del logoramento
non esiste che idealmente, e realmente non dev’esser rico­
stituito in natura che dopo una certa serie di anni. Il capi­
tale così impiegato fornisce dunque annualmente una mas­
sa di macchine che è disponibile per nuovi investimenti di
capitale e che anticipa questi nuovi investimenti. Supponia­
mo per esempio che il fabbricante di macchine inizi la sua
produzione in questo anno, e che fornisca nel corso dell’an­
no macchinario per 12 000 1st. In ognuno degli undici anni
seguenti, limitandosi a riprodurre il macchinario da lui pro­
dotto, egli non dovrebbe produrre che per 1000 1st., e an­
che questa produzione annua non sarebbe consumata an­
nualmente. Ancor meno, se impiega tutto il suo capitale.
Affinché questo resti attivo e si riproduca ogni anno solo in
maniera continua, è necessario un nuovo e continuo allar­
gamento della branca di produzione, che ha bisogno di que­
ste macchine. Ancor piu, se egli stesso accumula. Qui è
dunque necessaria, anche se in questa sfera di produzione
non è riprodotto che il capitale in essa investito, una costan­
te accumulazione nelle rimanenti sfere produttive»12.

1 Das Kapital, libro II, pp. 443-45 [sez. I l l , cap. XX, n ] , Cfr. anche,
per la necessità della riproduzione allargata dal punto di vista del fondo di
assicurazione in generale, ibid., p. 148 [sez. II, cap. XVII, 1].
2 Theorien über den Mehrwert, p. 248 (corsivo di Marx) [trad. it. cit.,
vol. II, pp. 529-30].
LO SCHEMA DELLA RIPRODUZIONE S E M P L IC E IN MARX 75

Raffiguriamoci il costruttore di macchine dell’esempio ci­


tato da Marx come la sfera di produzione del capitale fisso
della società nel suo insieme, e avremo che, ferma restando
la riproduzione semplice in quella sfera, cioè ammesso che
la società impieghi annualmente la stessa quantità di lavo­
ro alla produzione del capitale fisso (il che è praticamente
escluso), sarà necessario che intraprenda ogni anno un al­
largamento della produzione nelle altre sfere. Ma se la so­
cietà si limita alla riproduzione semplice, dovrà, per il rin­
novo del capitale fisso un tempo creato, spendere solo una
parte del lavoro impiegato alla sua creazione. Ovvero —per
formulare la questione all’inverso - la società deve di tem­
po in tempo, per costituire forti impianti di capitale fisso,
dedicarsi, anche nell’ipotesi di una riproduzione semplice,
ad una periodica riproduzione allargata.
Col progresso civile cambia non soltanto la forma ma la
grandezza di valore dei mezzi di produzione —piu esatta­
mente, il lavoro sociale in essi accumulato. La società ac­
cantona, oltre al lavoro necessario al proprio mantenimen­
to diretto, una quantità sempre maggiore di tempo e di for­
ze-lavoro, che impiega in misura sempre crescente alla co­
struzione di mezzi di produzione. Come si manifesta questo
fatto nel processo della riproduzione? Come avviene che la
società - per dir la stessa cosa in termini capitalistici —rie­
sce a creare dal lavoro annuo più capitale di quanto ne pos­
sedesse già? Questa domanda ci porta già entro i confini
della riproduzione allargata, di cui per ora non dobbiamo
occuparci.
C A P IT O L O Q U IN T O

LA C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA

Finora, nel considerare il processo di riproduzione, ab­


biamo lasciato completamente da parte la circolazione del
denaro. Non del denaro come simbolo di valore e misura di
valore: tutti i rapporti del lavoro sociale sono stati da noi
presupposti e misurati come espressi in denaro. Ma ora
s’impone la necessità di verificare lo schema tracciato della
riproduzione semplice anche dal punto di vista del denaro
come mezzo di scambio.
Come già ammetteva il vecchio Quesnay, per la compren­
sione del processo della riproduzione sociale è necessario
presupporre che la società detenga, oltre a determinati mez­
zi di produzione e di consumo, anche una certa somma di
denaro1. Due problemi sorgono: in mano a chi, e di quale
grandezza debba essere questa somma. Un primo fatto che
non consente dubbi è che i lavoratori salariati ricevono il
loro salario in denaro per acquistare con esso mezzi di sus­
sistenza. Dal punto di vista sociale, ciò si ottiene nel pro­
cesso di riproduzione fornendo agli operai un semplice buo­
no sul fondo di mezzi di sussistenza loro destinato in ogni
società, qualunque sia la forma storica di produzione. Ma il
fatto che qui i lavoratori ottengono i loro mezzi di sussi-

1 Nella settima avvertenza al Tableau, dopo aver polemizzato contro la


teoria mercantilistica del denaro identificato con la ricchezza, Quesnay scri­
ve: «La masse d’argent ne peut accroître dans une nation qu’autant que cette
reproduction elle-même s’y accroît; autrement, l’accroissement de la masse
d’argent ne pourrait se faire qu’au préjudice de la reproduction annuelle des
richesses... Ce n’est donc pas par le plus ou le moins d’argent qu’on doit
juger de l’opulence des Etats; aussi estime-t-on qu’un pécule, égal au revenu
des propriétaires des terres, est beaucoup plus que suffisant pour une nation
agricole où la circulation se fait régulièrement et où le commerce s’exerce
avec confiance et en pleine liberté» (Analyse du Tableau économique, ed.
Oncken, pp. 324-25).
LA CIRCOLAZIONE MONETARIA 77
stenza non direttamente ma attraverso lo scambio delle
merci, è altrettanto importante, per il modo di produzione
capitalistico, quanto il fatto eh’essi mettono a disposizione
dei detentori dei mezzi di produzione la propria forza-lavo­
ro non direttamente, sulla base di un rapporto personale di
sovranità, ma attraverso uno scambio di merci, cioè la ven­
dita della loro forza-lavoro. La vendita della forza-lavoro e
il libero acquisto dei mezzi di sussistenza da parte degli ope­
rai sono il fattore decisivo della produzione capitalistica, e
si esprimono e realizzano mediante la forma monetaria del
capitale variabile v.
Il denaro entra dunque nella circolazione anzitutto attra­
verso il pagamento dei salari: i capitalisti delle due sezioni,
tutti i capitalisti, devono cominciare a gettare nella circola­
zione del denaro, ciascuno per l’ammontare dei salari da es­
so pagati. I capitalisti I devono essere in possesso di 1000
in denaro, i capitalisti II di 500, che pagano ai rispettivi la­
voratori. In tal modo, secondo il nostro schema, entrano in
circolazione due quantità di denaro: I 1000 v e II 500 v,
entrambe investite dai lavoratori in mezzi di sussistenza,
cioè in prodotti della sezione II. In tal modo la forza-lavo­
ro viene mantenuta, ovvero il capitale variabile della socie­
tà viene riprodotto nella sua forma naturale come base del­
la rimanente riproduzione del capitale; inoltre, i capitali­
sti II alienano 1500 del loro prodotto totale, e precisamen­
te 500 ai propri lavoratori, xooo a quelli dell’altra sezione.
Mediante questo scambio, i capitalisti II sono entrati in
possesso di 1500 in denaro: 500 sono tornati nelle loro ma­
ni come loro capitale variabile, che potrà tornare a circolare
come tale e perciò ha chiuso temporaneamente il suo moto;
1000 rappresentano invece un nuovo acquisto ottenuto me­
diante realizzazione di un terzo del loro prodotto. Con que­
sti 1000 in denaro, essi comprano dai capitalisti I i mezzi di
produzione necessari per il rinnovo del proprio capitale co­
stante consumato, e mediante tale acquisto la sezione II ha
rinnovato in forma naturale la metà del capitale costante
(II c) impiegato, mentre la somma di denaro 1000 è emi­
grata ai capitalisti I, per i quali essa non è se non la somma
in denaro che avevano versato a titolo di salario ai loro la-
78 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

voratori e che riaffluisce nelle loro mani dopo due atti di


scambio, per poter tornare a fungere piu tardi da capitale
variabile v e chiudere in tal modo il suo ciclo. Ma la circola­
zione sociale non è cosi conclusa. I capitalisti I non hanno
ancora realizzato per l’acquisto di mezzi di sussistenza per­
sonali il plusvalore prodotto e ancora racchiuso nella forma
per essi inutilizzabile di mezzi di produzione, né i capitali­
sti II hanno ancora rinnovato l’altra metà del loro capitale
costante. Questi due atti di scambio si bilanciano tanto in
grandezza di valore quanto materialmente, giacché i capita­
listi I ricevono i mezzi di sussistenza dalla sezione II a rea­
lizzazione del proprio plusvalore 1 1000 p, fornendo da par­
te loro ai capitalisti II i mezzi di produzione loro mancanti,
II 1000 c. Senonché, per mediare questo scambio occorre
una nuova somma di denaro. Avremmo bensì potuto - sen­
za che vi fosse da eccepire nulla dal punto di vista teorico -
far gettare piu volte nella circolazione le somme di denaro
già messe in moto: ma praticamente ciò è da escludere, per­
ché i bisogni di consumo dei capitalisti devono essere sod­
disfatti in modo altrettanto ininterrotto e continuo quanto
quelli dei lavoratori: entrambi corrono dunque paralleli al
processo della produzione ed esigono l ’intermediazione di
particolari somme di denaro. Ne segue che i capitalisti delle
due sezioni, tutti i capitalisti, devono avere in mano, oltre
alla somma di denaro per il capitale variabile, anche una ri­
serva di denaro per la realizzazione del proprio plusvalore
in oggetti di consumo. D ’altra parte, parallelamente alla pro­
duzione, e perciò prima della realizzazione del prodotto to­
tale, si svolge un continuo acquisto di parti del capitale co­
stante, e precisamente della sua parte circolante (materie
prime e ausiliarie, mezzi di illuminazione ecc.). Si ha per
conseguenza che non solo i capitalisti I per coprire il pro­
prio consumo, ma anche i capitalisti II per coprire il proprio
fabbisogno di capitale costante devono possedere deter­
minati quantitativi di denaro. Lo scambio di I 1000 p in
mezzi di produzione contro I I 1000 c in mezzi di consumo
si compie perciò mediante denaro anticipato, in parte, dai
capitalisti I per i loro bisogni di consumo, in parte dai capi-
LA CIRCOLAZIONE MONETARIA 79
talisti II per i loro bisogni di produzione Della somma di
denaro 1000 necessaria allo scambio, può avvenire che ogni
sezione di capitalisti anticipi 500 o che la proporzione sia
diversa; comunque, resta stabilito: 1) che la somma com­
plessiva di denaro tenuta in serbo deve bastare a mediare lo
scambio fra I 1000 p e II 1000 c; 2) che, comunque quella
somma si suddivida fra le due sezioni, una volta compiuto
10 scambio sociale totale ognuna delle due sezioni si ritro­
verà in possesso della stessa somma che aveva gettato nella
circolazione. Ciò vale per ogni circolazione sociale totale in
genere: compiuta la circolazione, il denaro torna sempre al
suo punto di partenza, e, al termine di uno scambio multi­
laterale, tutti i capitalisti hanno ottenuto: 1) di aver scam­
biato i loro prodotti, la cui forma naturale è loro indiffe­
rente, contro quelli della cui forma naturale hanno bisogno,
siano essi mezzi di produzione o mezzi di consumo persona­
le; 2) di aver recuperato il denaro che avevano gettato nella
circolazione per rendere possibile lo scambio.
Dal punto di vista della circolazione semplice delle mer­
ci, questo fenomeno è incomprensibile. Qui merce e dena­
ro cambiano continuamente posto, il possesso della merce
esclude il possesso del denaro, il denaro occupa costante-
mente il posto lasciato libero dalla merce, e viceversa. Ciò
vale anche per ogni atto individuale dello scambio di merci,
sotto la cui forma si svolge la circolazione sociale. Ma essa
è qualcosa di piu che circolazione di merci, è anche circola­
zione di capitali. Ora, è appunto caratteristico ed essenziale
di questa ch’essa non soltanto riporti in mano ai capitalisti
11 capitale come grandezza di valore con un’eccedenza —il
plusvalore —, ma renda possibile la riproduzione sociale as­
sicurando la forma naturale del capitale produttivo (mezzi
di produzione e forza-lavoro) e il mantenimento dei non-la-
voratori. Poiché l’intero processo sociale della circolazione
parte dai capitalisti, possessori non soltanto dei mezzi di
1 Marx (Das Kapital, libro II, p. 391 [sez. I l l , cap. XI, 3]), ammette co­
me punto di partenza di ogni scambio solo una spesa di denaro da parte dei
capitalisti II. Agli effetti del risultato finale della circolazione ciò non cam­
bia nulla, come giustamente osserva F. Engels nella nota a piè pagina, ma
come premessa della circolazione sociale l’ipotesi non è esatta: piu giusta
l’impostazione data dallo stesso Marx (ibid., p. 374).
8o I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

produzione ma anche del denaro necessario a portare a ter­


mine la circolazione, dopo ogni rotazione del capitale socia­
le tutto deve ritrovarsi nelle loro mani, e piu precisamente
in quelle di ogni gruppo e di ogni capitalista singolo in pro­
porzione ai rispettivi investimenti. Nelle mani dei lavorato­
ri il denaro si trova solo in via temporanea, come interme­
diario dello scambio tra forma monetaria e forma naturale
del capitale variabile; nelle mani dei capitalisti, è la forma
in cui si manifesta una parte del loro capitale, e ad essi de­
ve perciò sempre riafHuire.
Abbiamo finora considerato la circolazione solo in quan­
to si verifica fra le due grandi sezioni della produzione. Ma
ne è rimasto fuori qualcosa: cioè, dal prodotto della 1 ,4000
in forma di mezzi di produzione, che vi rimangono per rin­
novare il proprio capitale costante 4000 c; e dai mezzi di
sussistenza della I I sezione, 500 che pure vi rimangono co­
me mezzo di consumo della rispettiva classe capitalistica
per l’ammontare del suo plusvalore I I 500 p. Poiché la pro­
duzione nelle due sezioni è produzione privata capitalisti­
ca, e perciò non regolata, la distribuzione del prodotto di
ogni sezione fra i rispettivi capitalisti singoli —come mezzi
di produzione della sezione I o come mezzi di consumo del­
la sezione II —non può avvenire se non attraverso lo scam­
bio di merci, cioè attraverso una grande quantità di atti sin­
goli di compravendita fra i capitalisti della stessa sezione.
Anche ai fini di questo scambio, sia per il rinnovo dei mez­
zi di produzione in 1 4000 c, sia per il rinnovo dei mezzi di
consumo della classe capitalistica in I I 500 p, occorre che
determinati quantitativi di denaro si trovino nelle mani dei
capitalisti di entrambe le sezioni. Questa parte della circo­
lazione non offre di per sé un particolare interesse, perché
ha il carattere della circolazione semplice delle merci: tanto
acquirente quanto venditore appartengono alla stessa cate­
goria di agenti della produzione, la quale si limita a effet­
tuare un cambiamento di posto fra denaro e merce alPin-
terno della stessa classe e sezione. Comunque, il denaro ri­
chiesto da questa circolazione deve trovarsi anch’esso nelle
mani della classe capitalistica, ed è una parte del suo capi­
tale.
LA C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA 8l

Finora, la circolazione del capitale sociale totale non ha


presentato, anche considerando la circolazione monetaria,
nulla di notevole. Che per questa circolazione sia necessa­
rio il possesso da parte della società di una certa somma di
denaro, dev’essere considerato d ’ora innanzi perfettamente
naturale per due ragioni: i ) la forma generale del modo di
produzione capitalistico è la produzione delle merci, e que­
sta importa anche la circolazione del denaro; 2) la circola­
zione del capitale poggia sul continuo circuito delle tre for­
me del capitale: capitale monetario, capitale produttivo, ca­
pitale-merci; e per render possibile questo circuito, dev’es­
sere presente anche del denaro, che possa giocare il ruolo
di capitale monetario. Infine, poiché questo denaro funge
appunto come capitale - nel nostro schema abbiamo esclu­
sivamente di mira una produzione capitalistica - ne segue
che esso deve trovarsi come capitale, sotto qualsiasi forma,
in possesso della classe capitalistica, e da questa essere getta­
to nella circolazione, per ritornare ad essa dalla circolazione.
Un solo particolare può a prima vista colpire. Se tutto il
denaro che circola nella società è messo in circolazione dai
capitalisti, ne viene che questi devono anticipare denaro an­
che per realizzare il proprio plusvalore. La questione sem­
bra porsi come se i capitalisti in quanto classe dovessero pa­
garsi con denaro proprio il loro plusvalore, e poiché il de­
naro corrispondente deve trovarsi, già prima della realizza­
zione del prodotto in ogni ciclo produttivo, in possesso del­
la classe capitalista, può sembrare a primo sguardo che l’ap­
propriazione del plusvalore non si fondi, come di fatto av­
viene, sul lavoro non pagato dei salariati, ma sia un risulta­
to del puro scambio delle merci, al quale la classe capitali­
sta fornirebbe anche e in ugual misura il denaro. Basta tut­
tavia una breve riflessione per distruggere quest’apparen­
za. Compiutosi il moto generale della circolazione, la classe
capitalista si ritrova in possesso del suo quantitativo di de­
naro, che riafHuisce ad essa o è restato nelle sue mani, e ha
inoltre ottenuto e consumato per altrettanto in mezzi di
sussistenza: restiamo dunque al presupposto fondamentale
dello schema della riproduzione semplice, cioè rinnovo del­
la produzione alla scala precedente e impiego dell’intero
82 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

plusvalore prodotto per gli scopi personali di consumo del­


la classe dei capitalisti.
La falsa apparenza svanisce poi totalmente se non ci li­
mitiamo a un periodo di riproduzione, ma ne abbraccia­
mo diversi nella loro successione e nel loro intreccio reci­
proco. Ciò che i capitalisti gettano oggi nella circolazione
per realizzare il proprio plusvalore, non è se non la forma
monetaria del plusvalore trasmesso dai periodi di produ­
zione passati. Se il capitalista, per comprarsi i mezzi di sus­
sistenza necessari, deve anticipare di tasca propria del de­
naro, mentre il plusvalore di nuova creazione si trova anco­
ra in forma naturale inutilizzabile (o la sua forma naturale
utilizzabile è ancora in mano altrui), è altrettanto vero che
il denaro da lui oggi anticipato era entrato nelle sue tasche
come frutto della realizzazione del plusvalore ricavato dal
precedente periodo, e gli ritornerà non appena abbia rea­
lizzato il nuovo plusvalore incorporato nella merce. Nel cor­
so di diversi periodi, avviene così che la classe capitalistica
ripeschi regolarmente dalla circolazione, oltre a tutte le for­
me naturali del suo capitale, anche i suoi mezzi di consumo,
rimanendo però costantemente in suo possesso la stessa
somma di denaro originaria.
Per il capitalista singolo, dall’analisi della circolazione
delle merci risulta ch’egli non può mai cambiare in mezzi
di produzione l’intero ammontare del suo capitale moneta­
rio, ma deve detrarne una parte in forma di denaro ai fini
del capitale variabile, dei salari, e accantonare riserve di ca­
pitale per il continuo acquisto di mezzi produttivi nel corso
del periodo di produzione. Oltre a queste riserve di capita­
le, deve possedere uno stock monetario ai fini del consumo
personale.
Per il processo di riproduzione del capitale sociale tota­
le, ne risulta la necessità della produzione e riproduzione
de] materiale monetario. Poiché questa, nella nostra ipote­
si, deve essere pensata come capitalistica —secondo lo sche­
ma di Marx ora discusso, non conosciamo altra produzione
che quella capitalistica —, è inevitabile che lo schema appaia
incompleto. Alle due grandi sezioni della produzione socia­
le —produzione di mezzi di produzione, produzione di beni
L A C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA 83
di consumo - dovrebbe essere affiancata come terza sezione
la produzione di mezzi di scambio, caratteristica dei quali è
di non servire né alla produzione né al consumo, ma di rap­
presentare il lavoro sociale in una merce indifferenziata e
inconsumabile. È vero che il denaro e la sua produzione, al­
lo stesso modo dello scambio e della produzione delle mer­
ci, sono molto piu antichi del modo di produzione capitali­
stico; ma è solo in quest’ultimo che la circolazione moneta­
ria è assurta a forma generale della circolazione sociale, e
perciò a elemento essenziale del processo sociale della ri-
produzione. Solo la rappresentazione della produzione e
riproduzione del denaro nel suo organico intreccio con le
altre due sezioni della produzione sociale offrirebbe uno
schema esauriente dell’intero processo capitalistico nei suoi
punti fondamentali.
Ma qui ci stacchiamo da Marx. Marx inserisce la produ­
zione dell’oro (per semplificare, la produzione complessiva
di denaro viene qui ridotta alla produzione dell’oro) nella
prima sezione della produzione sociale. «L a produzione del­
l’oro appartiene, come la produzione dei metalli in genere,
alla classe I, la categoria che abbraccia la produzione di mez­
zi produttivi» ‘. E ciò sta bene finché si tratta appunto della
produzione dell’oro nel senso della produzione di un metal­
lo a scopi industriali o artigiani (oggetti ornamentali, capsu­
le dentarie, ecc.). Ma, come denaro, l’oro non è metallo ma
materializzazione del lavoro sociale astratto, e come tale
tanto poco mezzo di produzione quanto bene di consumo.
D ’altra parte, basta uno sguardo allo schema della riprodu­
zione, per rendersi conto degli inconvenienti ai quali porta
la confusione fra mezzi di scambio e mezzi di produzione.
Se accanto alle due sezioni della produzione sociale mettia­
mo la rappresentazione schematica della produzione annua
di oro (nel senso di materiale monetario), otteniamo le se­
guenti tre serie:
I. 4000 c + 1000 V + 1000 p = 6000 mezzi di prod, (pr)
II. 2000 c + 500 v + 500 p = 3000 beni di cons, (co)
III. 20 c + 5V + 5P= 30 mezzi monetari (o)
1 Das Kapital, libro II, p. 446 [sez. I l l , cap. XX, 13].
84 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

La grandezza 30 (scelta da Marx a titolo di esempio) non


corrisponde evidentemente alla quantità di denaro circolan­
te annualmente nella società, ma soltanto alla parte di que­
sta quantità annualmente riprodotta, cioè all’usura annua
del materiale monetario, che, a parità di ampiezza delia ri-
produzione sociale e di durata di rotazione del capitale, ol­
tre che di velocità di circolazione delle merci, rimane in me­
dia sempre lo stesso. Consideriamo la terza serie (come vuo­
le Marx) parte integrante della prima, e avremo la seguente
difficoltà: il capitale costante della terza sezione 20 c con­
sta di mezzi di produzione concreti, reali, come quello delle
altre due (fabbricati, strumenti, materie ausiliarie, ecc.), ma
il prodotto della sezione, 3 0 0 , che rappresenta il denaro,
non può fungere nella sua forma naturale, come capitale co­
stante, in nessun processo di produzione. Se perciò conside­
riamo il prodotto 30 o come parte integrante del prodotto
della prima sezione 6000 pr, avremo un deficit sociale di
mezzi di produzione per la stessa grandezza di valore, che
renderà impossibile la riproduzione alla stessa scala sia nel­
la sezione I che nella sezione II. Secondo l’ipotesi finora
mantenuta - base dell’intero schema di Marx —il prodotto
di ognuna delle due sezioni, nella sua forma materiale d ’u­
so, costituisce il punto di partenza della riproduzione in ge­
nere; le proporzioni dello schema si fondano su quest’i­
potesi, senza la quale si perdono nel caos. Cosi, il primo e
fondamentale rapporto di valore si basava sull’equazione:
I 6000 pr = 1 4000 c + II 2000 c. Ma per il prodotto III
30 o, l’equazione non torna, perché l ’oro non può (ad esem­
pio nella proporzione 1 20 c + II io c) essere impiegato dal­
le sezioni come mezzo di produzione. Il secondo rappor­
to derivato dal primo si basava sull’equazione 1 1000 v +
+ 1 1000 p = II 2000 c. Agli effetti della produzione dell’o­
ro, ciò significherebbe che essa sottrae alla seconda sezione
tanto in beni di consumo quanto le fornisce in mezzi di pro­
duzione. Ma anche questo non regge. La produzione d ’oro
assorbe bensì dal prodotto sociale totale sia mezzi di produ­
zione concreti (che impiega come capitale costante) sia be­
ni di consumo concreti destinati ai suoi lavoratori e capita­
listi per l’ammontare del suo capitale variabile e del suo
L A C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA 85
plusvalore. Ma il suo prodotto specifico non può né funge­
re da mezzo di produzione in nessuno dei due rami, né en­
trare nel consumo umano come mezzo di sussistenza. L ’in­
serimento della produzione del denaro nella sezione I alte­
rerebbe dunque tutte le proporzioni materiali e di valore
dello schema di Marx e lo invaliderebbe.
Il tentativo fatto da Marx di inserire la produzione del­
l’oro come parte integrante nella sezione I (mezzi di produ­
zione), determina anche nel suo ragionamento conseguenze
gravi. Il primo atto di circolazione fra questa nuova sotto-
sezione, da Marx contrassegnata con 1 0, e la sezione II
(mezzi di consumo) consiste, come al solito, nell’acquisto
da parte degli operai della sezione 1 0 di mezzi di consumo
dalla sezione II con le somme di denaro ricevute a titolo di
salario dai rispettivi capitalisti (5 v). Il denaro occorrente a
tale operazione non è ancora prodotto della nuova produ­
zione, ma riserva monetaria dei capitalisti 1 0 sulla quantità
di denaro preesistente nel paese —cosa perfettamente nor­
male. Senonché Marx suppone che, coi 5 in denaro ricevuti,
i capitalisti II acquistino da I o, in primo luogo, 2 in oro
«come materiale-merce», saltando cosi dalla produzione del
denaro alla produzione dell’oro come materiale industriale,
che ha da fare con la produzione del denaro tanto quanto la
produzione di lucido da scarpe; poi, essendo da I 0 5 v ri­
masti ancora 3, di cui i capitalisti non sanno come servirsi
poiché non possono usarli come capitale costante, Marx li
fa... tesaurizzare! E, perché non si verifichi cosi un deficit
di capitale costante in II, dovendo esso venir scambiato in­
teramente contro mezzi di produzione (I v + p), Marx trova
la seguente scappatoia: «Questo denaro dovrà dunque es­
sere trasferito interamente da II c a II p, consista questo in
mezzi di consumo necessari o in articoli di lusso; e, vicever­
sa, un valore corrispondente in merci deve essere trasferito
da II p a I I c. Risultato: una parte del plusvalore viene ac­
cantonato come tesoro» *. Il risultato è, in realtà, abbastan­
za strano: mentre abbiamo considerato la riproduzione del­
la sola usura annua del materiale monetario, ecco che d’un

' Das Kapital, libro II, p. 448 [sez. I l l , cap. XX, 12].
86 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

tratto salta fuori la tesaurizzazione, e perciò un’eccedenza


dello stesso materiale. Quest’eccedenza si forma —non si sa
perché —a spese dei capitalisti della sezione mezzi di sussi­
stenza, i quali devono far penitenza non per allargare la pro­
duzione del proprio plusvalore, ma affinché esistano suffi­
cienti beni di consumo per gli operai della produzione d ’oro.
Ma, per questa virtù cristiana, i capitalisti della sezione
II sono assai mal compensati. Non solo, ad onta della loro
«astinenza», non possono intraprendere un allargamento
della produzione, ma non sono neppure in grado di riassu­
merla nell’ampiezza precedente. Infatti, anche ammesso che
il corrispondente «valore in merci» sia trasferito da II p a
II c, quel che interessa non è il valore ma la sua forma con­
creta materiale, e poiché a questo punto una parte del pro­
dotto di I è costituita da denaro e il denaro non può essere
usato come mezzo di produzione, II non può, pur con tutta
la sua astinenza, rinnovare materialmente in pieno il pro­
prio capitale costante. In tal modo, il presupposto dello
schema - riproduzione semplice - risulterebbe contraddet­
to in due direzioni: tesaurizzazione del plusvalore, deficit
del capitale costante. Bastano questi risultati ottenuti da
Marx per dimostrare l ’impossibilità di far rientrare in una
delle due sezioni dello schema la produzione dell’oro, sen­
za buttare all’aria lo schema stesso. Ciò in base al primo
scambio fra le sezioni I e II. Quanto all’analisi dello scam­
bio di oro di nuova produzione nell’ambito del capitale co­
stante della sezione I, che Marx si era proposto di compie­
re, essa non fu trovata - come osserva Engels1—nel mano­
scritto: comunque, non avrebbe fatto che aggiungere nuo­
ve difficoltà alle esistenti. D ’altronde, Marx stesso confer­
ma la nostra interpretazione, liquidando la questione in
due parole, tanto asciutte quanto calzanti: « Il denaro non
è di per sé elemento della riproduzione vera e propria»12.
V ’è un altro importante motivo per rappresentare la pro­
duzione del denaro come sezione a sé della produzione so­
ciale totale. Lo schema presentato da Marx della riprodu-

1 Das Kapital, libro II, p. 449, nota 55 [sez. Ill, cap. XX, 12, nota].
2 Ibid., p. 466 [cap. XXI],
L A C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA 87
zione semplice è valido come fondamento e punto di par­
tenza del processo riproduttivo non solo per il regime eco­
nomico capitalistico, ma anche —mutatis mutandis —per o-
gni regime economico regolato e pianificato, per esempio
quello socialista. Per contro, la produzione del denaro cessa
con la forma mercantile dei prodotti, cioè con la proprietà
privata dei mezzi di produzione. Essa rientra nei «falsi co­
sti» del modo anarchico di produzione del capitalismo, è
uno specifico onere della società a base economica priva­
ta, che si manifesta nell’erogazione annua di una notevole
quantità di lavoro per la creazione di prodotti non utilizza­
bili né come mezzi produttivi né come mezzi di consumo.
Questa specifica erogazione di lavoro nella società a produ­
zione capitalistica, destinata a cessare in una economia re­
golata socialmente, trova la sua espressione piu precisa co­
me sezione staccata nel processo generale di riproduzione
del capitale totale. Non importa che ci si riferisca a un pae­
se diretto produttore di oro o ad uno costretto a importar­
lo: in quest’ultimo caso, lo scambio media solo la stessa
spesa di lavoro sociale che era stata direttamente necessaria
alla produzione dell’oro.
Da quanto sopra, appare chiaro che il problema della ri-
produzione del capitale totale non è cosi semplice come
spesso lo si configura ponendosi dal puro punto di vista del­
le crisi, dove il problema si pone press’a poco cosi: com’è
possibile che, in un’economia non pianificata di innumere­
voli capitali singoli, i bisogni complessivi della società siano
coperti dalla loro produzione complessiva? E si risponde
col rinvio alle continue oscillazioni della produzione intor­
no alla domanda, cioè all’alternarsi periodico delle fasi di
congiuntura. In quest’impostazione, che considera il pro­
dotto sociale totale come un guazzabuglio indifferenziato di
merci e il fabbisogno sociale in un modo altrettanto astru­
so, si perde di vista proprio l’essenziale: la differentia spe­
cifica del modo di produzione capitalistico. Il problema del­
la riproduzione capitalistica cela in sé, come abbiam visto,
una quantità di rapporti esatti che si riferiscono tanto alle
categorie specificamente capitalistiche, quanto — mutatis
mutandis - alle categorie universali del lavoro umano, e la
88 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

cui sintesi, sia nella loro contraddizione che nella loro ar­
monia, costituisce appunto il problema da risolvere. Lo
schema marxiano è la soluzione scientifica del problema.
Dobbiamo ora chiederci quale senso lo schema analizza­
to del processo di riproduzione abbia nella realtà. Secondo
questo schema, il prodotto sociale totale passa tranquilla­
mente e senza residui nella circolazione, i bisogni di consu­
mo sono complessivamente soddisfatti, la riproduzione pro­
cede liscia, la circolazione monetaria segue alla circolazione
delle merci, il circuito del capitale sociale si chiude felice­
mente. Come si presenta la cosa, nella realtà? Per una pro­
duzione diretta secondo un piano, lo schema offre nelle sue
articolazioni una base esatta alla divisione del lavoro socia­
le - sempre presupponendo una riproduzione semplice, un
raggio di produzione sempre uguale. Nell’economia capita­
listica, un’organizzazione pianificata del processo comples­
sivo manca: in essa, perciò, le cose non vanno lisce secondo
la formula matematica, come apparirebbe dallo schema. Al
contrario, il circuito della riproduzione si svolge con conti­
nue deviazioni dai rapporti dello schema, traducendosi
in quotidiane oscillazioni dei prezzi,
in continue oscillazioni dei profitti,
in incessanti fluttuazioni dei capitali da un ramo del­
la produzione agli altri,
in periodici passaggi ciclici della riproduzione dall’al­
ta congiuntura alla crisi.
Ad onta di queste deviazioni, lo schema rappresenta tut­
tavia la media socialmente necessaria intorno alla quale quei
movimenti si svolgono, e alla quale continuamente tendo­
no dopo essersene allontanati. Questa media fa sì che i mo­
vimenti oscillatori dei capitali singoli non degenerino nel
caos, ma vengano ricondotti ad una certa normalità, che as­
sicura la sopravvivenza della società capitalistica nonostan­
te la mancanza di un piano.
Un confronto fra lo schema della riproduzione in Marx e
il Tableau économique di Quesnay mette in evidenza tanto
le affinità quanto l’enorme divario fra loro esistenti. I due
schemi, pietre miliari all’inizio e al termine dell’intera evo-
L A C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA 89
luzione dell’economia politica classica, sono gli unici tenta­
tivi di rappresentazione esatta dell’apparente caos del movi­
mento complessivo della produzione e del consumo capita­
listici, nel loro mutuo intreccio e nel loro spezzettarsi in u-
na molteplicità di produttori e di consumatori privati. En­
trambi riducono l’intrico arruffato del movimento dei capi­
tali singoli ad alcuni grandi rapporti semplici, ai quali è
ancorata la possibilità di esistenza e sviluppo della società
capitalistica nonostante il suo funzionamento anarchico e
sregolato. Entrambi, cioè, riuniscono i due presupposti che
stanno a base del movimento complessivo del capitale so­
ciale: il fatto ch’esso è, come movimento di capitali, produ­
zione e appropriazione di plusvalore, e insieme, come mo­
vimento sociale, produzione e consumo di oggetti materiali
necessari all’esistenza civile dell’umanità. In entrambi, la
circolazione dei prodotti come circolazione di merci fa da
intermediario all’intero processo; in entrambi, il movimen­
to del denaro segue in superficie il movimento della circo­
lazione delle merci, come sua manifestazione esteriore.
Nella realizzazione pratica di questi criteri generali, il di­
vario fra i due schemi è tuttavia notevole. Il Tableau di
Quesnay eleva bensì la produzione di plusvalore a pietra
angolare della riproduzione totale, ma concepisce il plusva­
lore sotto la ingenua forma feudale della rendita fondiaria;
scambia dunque una parte per il tutto. Allo stesso modo,
fa della divisione materiale della massa del prodotto socia­
le totale l ’altra pietra angolare della riproduzione sociale,
ma la concepisce sotto l’ingenua contrapposizione dei pro­
dotti agricoli ai manufatti, scambia perciò differenze estrin­
seche nelle sostanze sulle quali il lavoro umano si esercita
per categorie fondamentali del processo del lavoro umano.
In Marx, la produzione di plusvalore è intesa nella for­
ma pura e generale, e perciò assoluta, della produzione ca­
pitalistica. Nello stesso tempo, le condizioni materiali per­
manenti della produzione vengono analizzate nella loro fon­
damentale distinzione in mezzi di produzione e mezzi di
consumo, e il rapporto fra gli uni e gli altri viene ricondot­
to a un rapporto esatto di valore.
Si chiederà: perché la soluzione del problema cosi felice-
90 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

mente abbozzata da Quesnay ha fatto naufragio nei succes­


sivi sviluppi dell’economia politica borghese? che cosa era
necessario per il poderoso balzo innanzi fatto fare all’anali­
si dallo schema marxiano? La risposta è duplice. Prima di
tutto, lo schema della riproduzione tracciato da Marx si
fonda sulla chiara e netta distinzione delle due parti del la­
voro nella produzione mercantile: il lavoro concreto utile,
creatore di determinati valori d ’uso, e il lavoro astratto ge­
nerale, che in quanto lavoro socialmente necessario crea va­
lori. Questa geniale distinzione-base della teoria marxiana
del valore, che ha permesso fra l’altro la soluzione del pro­
blema del denaro, ha portato anche a isolare e riunire i due
punti di vista presenti nel processo della riproduzione tota­
le: il punto di vista del valore e i rapporti materiali. In
secondo luogo, alla base dello schema sta la netta distinzio­
ne fra capitale costante e variabile, grazie alla quale soltan­
to era possibile scoprire nel suo meccanismo interno la pro­
duzione del plusvalore e porla in esatta relazione, come
rapporto di valore, con le due categorie materiali della pro­
duzione: mezzi di produzione e mezzi di consumo.
A tutti questi punti di vista l’economia classica dopo
Quesnay si è avvicinata, soprattutto con Smith e Ricardo.
Con Ricardo, la teoria del valore ha raggiunto una formu­
lazione rigorosa, per cui viene spesso scambiata con la teo­
ria di Marx. Dal punto di vista della sua teoria del valore,
egli ha inoltre visto la falsità della risoluzione smithiana
del prezzo di tutte le merci in v + p, che ha avuto riflessi co­
si negativi sull’analisi della riproduzione; ma non ha fatto
gran caso di quest’errore, come non si è troppo scaldato per
il problema della riproduzione totale. L ’analisi ricardiana
segna anzi, sotto quest’ultimo aspetto, un certo passo indie­
tro rispetto a Smith, allo stesso modo che questi fa, in par­
te, un passo indietro rispetto ai fisiocratici. Se Ricardo ha
elaborato assai piu precisamente e organicamente di tutti i
suoi predecessori le categorie fondamentali dell’economia
borghese, valore, salario, plusvalore, capitale, egli le ha trat­
tate però con maggiore schematicità. Smith aveva un senso
molto piu profondo delle connessioni viventi, del grande
moto d ’insieme dell’economia capitalistica: se non di rado
L A C IR C O L A Z IO N E M O N E T A R IA 91

gli accade di dare di uno stesso problema due o, come per il


problema del valore, anche tre o quattro soluzioni diverse,
e di contraddirsi spregiudicatamente in piu punti dell’anali­
si, queste stesse contraddizioni lo portarono ad affrontare il
tutto sempre da un lato diverso e a concepirlo nel suo in­
cessante dinamismo. La barriera contro la quale dovevano
tanto lui quanto Ricardo naufragare furono i limiti del loro
orizzonte borghese. Per afferrare le categorie fondamentali
della produzione capitalistica nel loro moto vivente, come
processo di riproduzione sociale, bisognava concepire que­
sto movimento da un punto di vista storico, e le categorie
medesime come forme storicamente determinate dei rap­
porti generali di lavoro. In altre parole, il problema della
riproduzione del capitale totale poteva essere risolto soltan­
to da un socialista. Fra il Tableau économique e lo schema
della riproduzione nel II libro del Capitale stanno, non so­
lo dal punto di vista tempo ma dal punto di vista contenu­
to, l’apogeo e la fine dell’economia borghese.
C A P IT O L O SESTO

L A RIPR O D U Z IO N E A LLA RG A T A

Che lo schema della riproduzione semplice sia insufficien­


te è ora chiaro: esso espone le leggi di un tipo di riprodu­
zione che, in regime produttivo capitalista, può verificarsi
soltanto in via eccezionale. La regola dell’economia capita­
listica, piu ancora che di qualunque altra, non è la riprodu­
zione semplice ma la riproduzione allargata1. Tuttavia, lo
schema conserva tutta la sua importanza scientifica: i) per­
ché dal punto di vista pratico, anche nel caso della riprodu­
zione allargata, la parte predominante del prodotto totale
cade pur sempre sotto il punto di vista della riproduzione
semplice, la quale costituisce la larga base su cui l’eventua­
le estensione della produzione oltre i limiti finora raggiunti
si compie; 2) perché anche dal punto di vista teorico, l’ana­
lisi della riproduzione semplice costituisce l’inevitabile pun­
to di partenza di qualsiasi rappresentazione scientificamen­
te esatta della riproduzione allargata. Così lo schema della
riproduzione semplice del capitale sociale totale porta di là
da se stesso —al problema della riproduzione allargata del
capitale totale.
Le particolarità storiche della riproduzione allargata su
base capitalistica le conosciamo già: essa deve presentarsi

1 « I l presupposto della riproduzione semplice, cioè che I (t> + p ) - I I c,


non soltanto è incompatibile con la produzione capitalistica - il che non e-
sclude che, su un ciclo industriale di io-ri anni, un anno possa presentare
una produzione totale inferiore al precedente e quindi non si verifichi, ri­
spetto ad esso, neppure una riproduzione semplice ma, anche ammettendo
l ’incremento naturale annuo della popolazione, la riproduzione semplice po­
trebbe verificarsi solo se, dei 1500 che rappresentano il plusvalore totale, una
parte relativamente maggiore fosse consumata da dipendenti improduttivi.
L ’accumulazione del capitale, e perciò la vera e propria produzione capitali­
stica, sarebbe invece impossibile» (Das Kapital, libro II, p. 497 [sez. I l i ,
cap. XXI, par. in , 3]).
L A R IP R O D U Z IO N E A L L A R G A T A 93
come accumulazione del capitale, che è la sua forma e la
sua condizione specifica insieme. In altri termini, la produ­
zione sociale totale —che, su basi capitalistiche, è produzio­
ne di plusvalore —può essere allargata solo nel senso e nel­
la misura che il capitale finora operante della società riceva
un incremento dal plusvalore da esso prodotto. L ’impiego
di una parte del plusvalore - anzi di una sua parte crescente
—a scopi produttivi, invece che alla soddisfazione dei biso­
gni di consumo personale della classe capitalistica o ai fini
della tesaurizzazione, è la base della riproduzione allargata
in regime di produzione capitalista.
Elemento essenziale della riproduzione allargata del ca­
pitale sociale totale è - proprio come per la riproduzione
semplice —la riproduzione del capitale singolo, compiendo­
si la produzione nel suo complesso - considerata sia come
semplice che come allargata - solo sotto forma di innume­
revoli movimenti autonomi di riproduzione di singoli capi­
tali privati. La prima analisi esauriente dell’accumulazione
del capitale singolo si trova nel libro I del Capitale, sezione
V II, capitoli XXII e X XIII, dove Marx tratta della divisio­
ne del plusvalore in capitale e reddito, delle circostanze
che, indipendentemente da questa divisione, condizionano
l’accumulazione del capitale (come il grado di sfruttamento
della forza-lavoro e la produttività del lavoro), dell’aumen-
to del capitale fisso in rapporto al capitale circolante come
elemento essenziale dell’accumulazione, e infine della cre­
scente costituzione dell’esercito industriale di riserva come
conseguenza e insieme come premessa del processo dell’ac­
cumulazione capitalistica. Marx s’intrattiene inoltre su due
teorie dell’economia borghese in merito all’accumulazione:
la «teoria dell’astinenza», che appartiene soprattutto all’e­
conomia volgare, e presenta la divisione del plusvalore in
capitale e reddito e perciò la stessa accumulazione come un
atto di eroismo morale de: capitalisti, e l’errore dell’econo­
mia classica secondo cui l’intera parte capitalizzata del plus­
valore sarebbe unicamente destinata « ad esser divorata da
operai produttivi», cioè a tradursi in salari per nuovi lavo­
ratori da assumere. Questa tesi errata, la quale trascura to­
talmente il fatto che ogni allargamento della produzione de-
94 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

ve esprimersi non soltanto nell’aumento numerico della


mano d ’opera occupata, ma anche nell’aumento dei mezzi
di produzione materiali (fabbricati, strumenti, o almeno e
comunque materie prime), si fonda sul già discusso falso
«dogm a» di A. Smith. Infatti, dall’equivoco secondo il qua­
le il prezzo di tutte le merci si risolve - prescindendo com­
pletamente dal capitale costante - in puri salari e plusvalo­
re, doveva derivare l’opinione che, ai fini dell’allargamen­
to della produzione, bastasse erogare in salari più capitale.
Strano a dirsi, anche Ricardo, che almeno in alcuni punti ri­
levò l’errore della teoria smithiana, ne accoglie le conclusio­
ni là dove afferma: «Bisogna capire che tutti i prodotti di
una nazione vengono consumati; ma c’è un’enorme differen­
za se vengono consumati da chi riproduce un altro valore o
da chi non lo riproduce affatto. Quando diciamo che il red­
dito è risparmiato e aggiunto al capitale, vogliamo dire che
la parte di reddito, di cui si afferma che viene aggiunto al ca­
pitale, è consumata da lavoratori produttivi invece che da
improduttivi». Secondo questa strana concezione, che fa
consumare tutti i prodotti creati e perciò non lascia posto
nel prodotto sociale ai mezzi di produzione inconsumabili
—attrezzi e macchine, materie prime e fabbricati —anche la
riproduzione allargata si effettua in questo curioso modo:
invece di una parte di mezzi di sussistenza di qualità piu fi­
ne per la classe dei capitalisti per l ’ammontare della parte
capitalizzata del plusvalore, si producono mezzi di sussi­
stenza semplici per nuovi lavoratori. La teoria classica della
riproduzione allargata non conosce dunque altro sposta­
mento che all’interno della produzione di mezzi di consu­
mo. Che Marx abbia facilmente demolito questo banale ar­
tificio di Smith-Ricardo, risulta più che naturale dopo quan­
to abbiamo finora detto. Esattamente come, nella riprodu­
zione semplice, oltre alla produzione della quantità indi­
spensabile di mezzi di sussistenza per lavoratori e capitali­
sti deve verificarsi il regolare rinnovo del capitale costante,
dei mezzi materiali di produzione, cosi, nell’allargamento
della produzione, una parte del nuovo capitale supplemen­
tare deve essere impiegata all’aumento della parte costan­
te del capitale, cioè all’aumento dei mezzi materiali di pro-
LA R IP R O D U Z IO N E A L L A R G A T A 95
duzione. A questo punto, entra in campo un’altra legge sco­
perta da Marx. La parte costante del capitale, continuamen­
te trascurata dall’economia classica, mostra la tendenza a
crescere incessantemente in rapporto alla parte variabile
spesa in salari - espressione capitalistica degli effetti gene­
rali della crescente produttività del lavoro. Col progresso
tecnico, infatti, il lavoro vivo è messo in grado di azionare,
in un tempo sempre piu breve, masse sempre piu grandi di
mezzi di produzione, e di trasformarle in prodotti finiti. In­
teso dal punto di vista capitalistico, ciò significa una note­
vole riduzione delle spese in lavoro vivo, in salari, in con­
fronto alle spese in mezzi di produzione morti. La produ­
zione allargata non soltanto deve dunque, contrariamente
alla tesi smith-ricardiana, cominciare con la divisione della
parte capitalizzata del plusvalore in capitale costante e va­
riabile, ma in questa divisione, con gli sviluppi tecnici della
produzione, assegnare una parte relativamente sempre mag­
giore al capitale costante e una relativamente sempre mino­
re al capitale variabile. Questa continua metamorfosi qua­
litativa nella composizione del capitale costituisce la forma
specifica in cui si manifesta l’accumulazione del capitale, la
riproduzione allargata su basi capitalistiche '.

1 «Lo specifico modo di produzione capitalistico, lo sviluppo ad esso


corrispondente della produttività del lavoro, la metamorfosi cosi determi­
nata nella composizione organica del capitale, non solo vanno di pari passo
con lo sviluppo dell’accumulazione o con l’aumento della ricchezza sociale,
ma procedono a passi molto piu spediti, giacché l’accumulazione semplice o
l’allargamento assoluto del capitale totale sono accompagnati dalla centraliz­
zazione dei suoi elementi individuali, e il rivoluzionamento tecnico del ca­
pitale addizionale dal rivoluzionamento tecnico del capitale originario. Col
progresso dell’accumulazione, il rapporto fra capitale costante e variabile, se
in origine era i : i, si trasforma perciò in 2 : 1 , 3 : 1 , 4 : 1 , 5 : 1 , 7 : 1 ecc., per
cui, man mano che il capitale aumenta, invece di % del suo valore totale ne
vengono spesi in salari, progressivamente, solo %, /> %> mentre ne so­
no spesi in mezzi di produzione %, %, %, %, %, e via dicendo. Poiché la do­
manda di lavoro non è determinata dall’ampiezza del capitale totale, ma da
quella della sua parte variabile, essa diminuisce man mano che il capitale
totale aumenta, invece di crescere relativamente con esso: diminuisce rela­
tivamente alla grandezza del capitale totale e in progressione accelerata con
l’aumento di questa. È vero che, aumentando il capitale totale, cresce anche
la sua parte variabile, o la forza lavoro in esso incorporata, ma cresce in pro­
porzione sempre ridotta. Le pause intermedie, in cui l’accumulazione opera
come semplice allargamento della produzione sulla base tecnica data, si ab­
breviano: non solo si richiede un’accumulazione accelerata del capitale per
96 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

Altro aspetto di questo costante spostamento nei rappor­


ti fra la parte costante e la parte variabile del capitale, è ciò
che Marx chiama la formazione della sovrapopolazione re­
lativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del
capitale e perciò superflua (o addizionale). La produzione
di questa scorta accumulata di lavoratori industriali non oc­
cupati (intesi in senso lato, compresi i proletari sottoposti
all’impero del capitale commerciale), che costituisce da par­
te sua la premessa necessaria degli improvvisi allargamenti
della produzione nelle fasi di alta congiuntura, rientra nelle
condizioni specifiche dell’accumulazione del capitale \
Dobbiamo dunque derivare dall’accumulazione del capi­
tale singolo i seguenti tre aspetti della riproduzione allar­
gata:
I ) l’ampiezza della riproduzione allargata è in certo sen­
so indipendente dall’aumento del capitale, e può spin­
gersi oltre i suoi confini. I metodi che possono esse­
re impiegati a tale scopo sono: aumento dello sfrut­
tamento della forza-lavoro e delle energie naturali,
aumento della produttività del lavoro (compreso l ’au­
mento dell’efficienza del capitale fisso);
2) il punto di partenza di ogni effettiva accumulazione è
la divisione della parte da capitalizzare del plusvalore
in capitale costante e variabile;
3) l ’accumulazione come processo sociale è accompagna­
ta da un continuo modificarsi nel rapporto fra capita­
le costante e capitale variabile; la parte di capitale

assorbire un numero supplementare dato di operai o anche, tenuto conto


della costante metamorfosi del vecchio capitale, per occupare i già funzio­
nanti: ma la crescente accumulazione e centralizzazione si trasforma a sua
volta in una sorgente di nuove trasformazioni nella composizione del capi­
tale, o di una diminuzione sempre pili accelerata della sua parte variabile in
confronto alla costante» (Das Kapital, libro I , p. 593 [sez. V I I , cap. XXIII,
3 ]).
1 «Il caratteristico curriculum vitae della moderna industria, la forma di
un ciclo decennale, interrotto da piccole oscillazioni, di periodi di vitalità
media, di produzione ad alta pressione, di crisi e di ristagno, si fonda sulla
costante formazione, assorbimento piu o meno vasto e ricostituzione dell’ar­
mata industriale di riserva, o sovrapopolazione. D ’altra parte, le rotazioni
del ciclo industriale reclutano la sovrapopolazione e diventano uno dei più
energici fattori della sua riproduzione» (ibid., p. 394).
LA R IP R O D U Z IO N E A L L A R G A T A 97
spesa in mezzi di produzione morti cresce continua-
mente in confronto a quella spesa in salari;
4) l’altra manifestazione che accompagna e condiziona il
processo dell’accumulazione è la costituzione di un
esercito industriale di riserva.
Questi punti acquisiti sul moto di riproduzione del capi­
tale singolo rappresentano un enorme passo avanti rispetto
all’analisi dell’economia politica borghese. Si tratta ora, par­
tendo dalla dinamica del capitale singolo, di rappresentare
l’accumulazione del capitale totale. Secondo lo schema del­
la riproduzione semplice, occorre, anche per la riproduzione
allargata, mettere in un preciso rapporto reciproco, dall’an­
golo visuale dell’accumulazione, sia gli aspetti di valore del­
la produzione di plusvalore che gli aspetti materiali del pro­
cesso lavorativo (produzione di mezzi produttivi e produ­
zione di mezzi di consumo).
Ora, la differenza fondamentale fra riproduzione allarga­
ta e riproduzione semplice sta nel fatto che in quest’ultima
l’intero plusvalore viene consumato dalla classe capitalisti­
ca e dipendenti, mentre nella prima una parte del plusvalo­
re è sottratto al consumo personale dei possessori, non per
essere tesaurizzato, ma per essere aggiunto al capitale ope­
rante, per essere capitalizzata. Affinché tuttavia ciò sia pos­
sibile, è indispensabile che anche il nuovo capitale supple­
mentare trovi in atto le condizioni materiali della sua atti­
vazione. Entra qui in campo la composizione concreta del
prodotto sociale totale. Già nel I libro del Capitale, trattan­
do dell’accumulazione del capitale singolo, Marx scriveva:
« In primo luogo, la produzione annua deve fornire tutti
gli oggetti (valori d ’uso), coi quali nel corso dell’anno devo­
no essere sostituite parti materiali consumate del capitale.
Detratti questi, rimane il prodotto netto o sovraprodotto,
in cui il plusvalore si annida. E in che cosa consiste questo
sovraprodotto? Forse in cose destinate alla soddisfazione
dei bisogni e dei piaceri della classe capitalista, e che entra­
no perciò nel suo fondo di consumo? Se così fosse, il plus­
valore sarebbe vuotato fino alla feccia, e si avrebbe solo ri-
produzione semplice. Per accumulare, bisogna trasformare
98 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

una parte del sovraprodotto in capitale. Ma senza far mira­


coli si possono trasformare in capitale solo le cose utilizza­
bili nel processo lavorativo, cioè i mezzi di produzione, e
quelle con cui il lavoratore può mantenersi, cioè i mezzi di
sussistenza. Ne segue che una parte del pluslavoro annuo
dev’essere impiegata a produrre mezzi di produzione e di
consumo addizionali, in eccedenza alla quantità ch’era stata
ritenuta necessaria alla sostituzione del capitale anticipato.
In breve: il plusvalore è trasformabile in capitale solo in
quanto il sovraprodotto, di cui esso è il valore, contiene già
le parti componenti materiali di un nuovo capitale» ‘.
È vero che per mettere in moto il processo della riprodu­
zione allargata non bastano soltanto mezzi di produzione
supplementari e mezzi di sussistenza addizionali per i lavo­
ratori: occorrono pure forze-lavoro supplementari. Ma an­
che questa condizione non offre, per Marx, difficoltà parti­
colari. «A questo ha già provveduto il meccanismo della
produzione capitalistica riproducendo la classe operaia co­
me classe che dipende dal salario, e il cui salario basta non
solo ad assicurarne la sussistenza, ma a renderne possibile
l ’incremento. Basta perciò che il capitale incorpori nei mez­
zi di produzione addizionali già contenuti nel prodotto an­
nuo le forze-lavoro supplementari, fornitegli annualmente
in diverse gradazioni di età dalla classe operaia; e la trasfor­
mazione del plusvalore in capitale è com piuta»12.
È questa la prima soluzione data da Marx al problema
dell’accumulazione del capitale totale. È solo alla fine del
libro II che, lasciati da parte nel I gli sviluppi del problema,
egli vi ritorna, dedicando il XXI capitolo all’accumulazione
e riproduzione allargata del capitale totale.
Esaminiamo piu da vicino la rappresentazione schema­
tica dell’accumulazione data da Marx. Sull’esempio dello
schema a noi già noto della riproduzione semplice, Marx
costruisce uno schema della riproduzione allargata. Un con­
fronto fra i due permette di rilevarne in modo molto chiaro
le differenze.

1 Das Kapital, libro I, p. 343 [sez. V II, cap. XXII, 1].


2 Ibid.} p. 544.
I A R IP R O D U Z IO N E A L L A R G A T A 99
Ammettiamo che il prodotto annuo totale della società
rappresenti una grandezza di valore 9000 (intendendo con
ciò milioni di ore di lavoro o, per esprimerci in denaro, una
somma corrispondente), e si suddivida nel seguente modo:

I. 4000 c-t- 1000 v + 1000 p = 6000 I


totale 9000
II. 2000 c + 500 r>+ 500/1 = 3000 J
La prima sezione rappresenta mezzi di produzione, la se­
conda mezzi di consumo. Uno sguardo ai rapporti numerici
dimostra che in questo caso non può aver luogo che ripro­
duzione semplice. Infatti, i mezzi di produzione prodotti
nella sezione I corrispondono alla somma dei mezzi di pro­
duzione effettivamente consumati nelle due sezioni, il cui
semplice rinnovo non permette se non la ripetizione della
produzione alla scala precedente. D ’altra parte, l ’intera pro­
duzione della sezione II corrisponde alla somma dei salari
e dei plusvalori di entrambe le sezioni: ciò dimostra che i
mezzi di sussistenza presenti non permettono se non l’occu­
pazione del numero precedente di forze-lavoro, e a sua vol­
ta l’intero plusvalore si esaurisce in mezzi di sussistenza,
cioè nel consumo personale dei capitalisti.
Diamo ora allo stesso prodotto totale la composizione
che segue:
I. 4000 c + 1000 v + 1000 p = 6000 I ,
TT \ totale 9000
i l . 1500 c + 750 v + 750/1 = 3000 J

e ci troveremo di fronte a due scompensi. La quantità di


mezzi di produzione (6000) fabbricati supera di 500 in va­
lore la quantità consumata realmente nella società (4000
c + 1500 c); nello stesso tempo, la quantità dei mezzi di sus­
sistenza (3000) prodotti presenta, in confronto alla somma
dei salari pagati, cioè al fabbisogno dei lavoratori (1000
v + 750 V) e alla somma del plusvalore ottenuto (1000 p +
+ 750 p), un deficit di 500. Ne segue che - essendo esclusa
una contrazione degli operai occupati - il consumo della
classe capitalista deve essere inferiore al plusvalore da essa
appropriato. Sono cosi osservate le due premesse indispen-
xoo I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

sabili per la riproduzione allargata su basi capitalistiche:


una parte del plusvalore appropriato non viene consumata,
mentre vengono prodotte quantità maggiori di mezzi di pro­
duzione affinché il plusvalore capitalizzato possa effettiva­
mente impiegarsi ad allargar la produzione.
Nello schema della riproduzione semplice, abbiamo visto
che le sue condizioni sociali si esprimono nel seguente rap­
porto esatto: la somma dei mezzi di produzione (prodotto
della sezione I) deve essere uguale in valore al capitale co­
stante di entrambe le sezioni, mentre la somma dei mezzi di
sussistenza (prodotto della sezione II) deve essere pari alla
somma dei capitali variabili e dei plusvalori delle due sezio­
ni. Per la riproduzione allargata, il rapporto reciproco de­
v’essere inverso. La premessa generale della riproduzione
allargata è: il prodotto della sezione I supera in valore il ca­
pitale costante delle due sezioni, mentre il prodotto della se­
zione II non copre in valore la somma dei capitali variabili
e del plusvalore delle due sezioni.
Con questo non abbiamo però esaurito l ’analisi della ri-
produzione allargata: siamo appena alla soglia.
Dobbiamo ora seguire i rapporti, così dedotti nello sche­
ma, nel loro funzionamento ulteriore, nello svolgersi della
circolazione e nei progressi della riproduzione. Se infatti la
riproduzione semplice è paragonabile a un circolo percorso
sempre sulla stessa traccia, la riproduzione allargata somi­
glia, per usare l’immagine di Sismondi, a una spirale in con­
tinuo sviluppo. Dovremo dunque analizzare i giri successivi
di questa spirale. La prima questione che si pone è: date le
premesse già note, come si compie nella realtà l’accumula­
zione delle due sezioni, in modo che tutti i capitalisti capita­
lizzino una parte del loro plusvalore e, nello stesso tempo,
trovino già in atto le condizioni preliminari materiali neces­
sarie alla riproduzione allargata?
Marx risponde sulla base dello schema che segue.
Ammettiamo che la metà del plusvalore di I sia accumu­
lata. I capitalisti ne destinano dunque 500 al consumo e 500
aggiungono al capitale. Questo capitale addizionale di 500
deve, per divenir produttivo, dividersi in costante e variabi­
le. Ammettiamo che, ad onta dell’allargamento della produ-
I.A R I P R O D U Z I O N E A L L A R G A T A IOI

zione, il rapporto fra queste due parti rimanga lo stesso che


nel capitale originario, cioè 4 : 1 . ! capitalisti della sezione I
divideranno allora il capitale addizionale 500 in modo da
acquistare nuovi mezzi di produzione per 400 e nuove for­
ze-lavoro per 100. L ’acquisizione di questi nuovi mezzi pro­
duttivi non offre difficoltà: sappiamo infatti che la sezione I
ha già prodotto mezzi di produzione supplementari per 500,
di cui i % sono dunque impiegati all’interno della sezione I
per rendervi possibile l’incremento della produzione. Ma il
corrispondente aumento del capitale variabile di 100 in de­
naro non basta, le nuove forze di lavoro supplementari de­
vono trovare corrispondenti mezzi di sussistenza; e questi
dovranno essere forniti dalla sezione II. Di conseguenza, la
circolazione fra le due grandi sezioni si sposta: prima, nel
caso della riproduzione semplice, la sezione I riceveva dalla
sezione II per 1000 mezzi di sussistenza destinati ai suoi la­
voratori: ora deve riceverne per 100 in piu. La sezione I
comincerà dunque la riproduzione allargata secondo questa
formula:
4400 c + XIOO V

D ’altra parte, la sezione II, attraverso la vendita di mez­


zi di sussistenza supplementari per 100, è in grado di acqui­
stare per la stessa somma mezzi di produzione supplemen­
tari dalla sezione I. Effettivamente, dell’intera eccedenza
del prodotto sono rimasti disponibili, nella sezione I, ap­
punto 100, che la sezione II acquisterà per intraprendere a
sua volta la propria riproduzione allargata. Ma anche qui
non bastano mezzi di produzione supplementari: per met­
terli in esercizio occorrono altre forze-lavoro. Ammettiamo
anche qui che la composizione del capitale rimanga immu­
tata, con rapporto fra capitale costante e variabile di 2 :1 ;
bisognerà allora, per attivare i mezzi di produzione supple­
mentari, acquistare forze-lavoro per 50. Ma per queste nuo­
ve forze-lavoro occorrono mezzi di sussistenza supplemen­
tari per l’ammontare dei salari, ed è la stessa sezione II a
fornirli. Perciò, sul prodotto totale della sezione II dovran­
no essere impiegati, oltre a 100 in nuovi mezzi di sussisten­
za per i nuovi lavoratori della sezione I, altri mezzi di sussi-
102 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

stenza per 50 a favore dei propri. La seconda sezione comin­


cia dunque la riproduzione allargata secondo la formula:

1600 c + 800 V

A questo punto l ’intero prodotto della sezione I (6000)


è passato nella circolazione: 5500 erano necessari per il rin­
novo puro e semplice dei vecchi mezzi di produzione consu­
mati in entrambe le sezioni, 400 sono stati utilizzati all’al­
largamento della produzione nella sezione 1 ,100 per lo stes­
so scopo nella sezione II. Quanto al prodotto totale della
sezione II (3000), 1900 sono stati utilizzati per il contin­
gente aumentato di forze-lavoro, i rimanenti 1100 in mezzi
di sussistenza servono al consumo personale dei capitalisti,
al consumo del plusvalore, e precisamente: 500 nella sezio­
ne I e 600 per i capitalisti della sezione II, che sul loro plus-
valor edi 750 hanno capitalizzato solo 130 (100 per mezzi
di produzione e 50 per salari).
Ora la riproduzione allargata può compiersi. Fermo re­
stando un tasso di sfruttamento del 100% come nel capita­
le originario, si avrà, nel periodo successivo:
I. 4400 C + 1100 V 1100 p = 6600 1
totale 9800
II. 1600 c + 800 V 4 - 800/7 = 3200 1
Il prodotto totale della società è cresciuto da 9000 a
9800, il plusvalore della prima sezione da 1000 a 1100,
quello della seconda sezione da 730 a 800, lo scopo dell’al­
largamento capitalistico della produzione (la produzione di
un plusvalore aumentato) è raggiunto. Nello stesso tempo,
la composizione materiale del prodotto sociale totale pre­
senta ancora una volta un’eccedenza di 600 in mezzi di pro­
duzione (6600) su quelli effettivamente consumati (4400 4-
+ 1600), e un uguale deficit di mezzi di consumo (3200) in
confronto ai salari finora pagati (1100 v + 800 v ) e al plus­
valore ottenuto ( 1100 p + 800 p). Si ha cosi la base materia­
le necessaria per l’impiego di una parte del plusvalore non
ai fini del consumo della classe capitalistica, ma a quelli di
un ulteriore allargamento della produzione.
Il secondo allargamento della produzione, e la produzio-
I,A R I P R O D U Z I O N E A L L A R G A T A 103

ne accresciuta di plusvalore, discendono naturalmente, nei


loro rapporti matematici esatti, dai primi. L ’accumulazione
del capitale, una volta iniziata, si spinge meccanicamente in­
nanzi. Il cerchio si è trasformato in una spirale tesa sempre
piu verso l’alto, come sotto la pressione di una legge natu­
rale matematicamente misurabile. Ammettiamo per gli an­
ni successivi sempre la stessa capitalizzazione di metà del
plusvalore nella sezione I, fermo restando la composizione
del capitale e il grado di sfruttamento. Avremo la seguente
progressione:
Secondo anno:
I. 4840 c + 1210 V + 1210 p = 7260 1
totale io 780
II. 1760 c + 880 v + 8 8 0 /7 = 3 3 2 0 J
Terzo anno:
I. 3 3 2 4 c + 1331 v + 1331 p = 7986 I
totale r i 838
IL 1936 c + c,68v+ 968 p = 3872 J
Quarto anno:
I. 3836 c + 1464 v + 1464p = 8784 1
totale 13 033
II. 2129 c + 1063 V+ 1063 p = 4249 J
Quinto anno:
I. 6442 c + 1610 v + 1610 p = 9662 1
totale 14 348
II. 2342 c + 1172 v + 1172 p = 4686 J
Cosi, dopo cinque anni di accumulazione, il prodotto so­
ciale totale risulterebbe cresciuto da 9000 a 14 348, il capi­
pitale sociale totale da 5300 c + 1730 v = 7230 a 8784 c +
+ 2782 v = l i 366, e il plusvalore da 1000 p + 300 p = 1300
a 1464 p + 1063 p = 2329, mentre il plusvalore consumato
a scopi personali passa da 1300 prima dell’inizio della accu­
mulazione a 732 + 958 = 1690 nell’ultimo anno '. La classe
dei capitalisti ha dunque capitalizzato di piu, ha esercitato
una maggiore «astinenza», e tuttavia ha potuto vivere con
maggior larghezza; la società si è arricchita sia dal punto di

1 Das Kapital, libro II, pp. 487-90 [sez. I ll, cap. XXI, 3, i° es.].
104 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

vista materiale (in mezzi di produzione e di consumo) che


da quello capitalistico (ha prodotto un plusvalore sempre
crescente). Il prodotto totale entra senza impacci nella cir­
colazione sociale, servendo in parte ad allargare la riprodu­
zione, in parte a soddisfare il consumo: nello stesso tempo,
le esigenze di accumulazione dei capitalisti collimano con la
composizione materiale del prodotto sociale totale: avviene
quello che Marx aveva già osservato nel I libro: il plusvalo­
re aumentato può essere aggiunto al capitale appunto per­
ché il sovraprodotto sociale nasce già nella forma materiale
di mezzi di produzione, cioè in una forma che non consente
se non un uso: il suo impiego nel processo produttivo. Con­
temporaneamente, in stretta osservanza delle leggi della cir­
colazione, la riproduzione si allarga: il rifornimento reci­
proco delle due sezioni in mezzi produttivi e di sussistenza
addizionali si realizza come scambio di equivalenti, come
scambio di merci, l’accumulazione in una di esse rendendo
possibile e condizionando l’accumulazione nell’altra. Il com­
plicato problema dell’accumulazione si trasforma cosi in un
processo schematico di una semplicità sorprendente: la ca­
tena delle equazioni iniziate piu sopra può continuare all’in­
finito. Basta osservare le seguenti regole semplici: all’au­
mento del capitale costante nella prima sezione deve sem­
pre corrispondere un certo aumento del suo capitale varia­
bile: è in base a questo aumento che si determina l ’ampiez­
za dell’aumento del capitale costante anche nella seconda,
cui deve a sua volta accompagnarsi un aumento correlativo
del capitale variabile. Infine, la grandezza del capitale varia­
bile aumentato nelle due sezioni permette sempre di deter­
minare quanto della somma complessiva di sussistenze ri­
manga disponibile per il consumo personale dei capitalisti.
Si constaterà inoltre che la massa di mezzi di sussistenza ri­
masti a disposizione del consumo personale dei capitalisti
coincide esattamente, in valore, con la parte non capitalizza­
ta del plusvalore nelle due sezioni.
Come già abbiamo avuto occasione di osservare, la conti­
nuazione dello sviluppo schematico del processo accumula-
tivo in base a queste regolette elementari non ha limiti. Ma
è tempo di chiedersi se per caso i risultati raggiunti non sia-
LA R I P R O D U Z I O N E A L L A R G A T A 105
no di una così sorprendente facilità solo perché ci siamo li­
mitati a compiere determinate operazioni di addizione e sot­
trazione, che non possono di per sé offrir sorprese; se l’accu­
mulazione non si svolga pacifica all’infinito solo perché la
carta accetta pazientemente d’esser vergata di equazioni ma­
tematiche. In altre parole, è tempo di esaminare le condi­
zioni sociali concrete dell’accumulazione.
C A P IT O L O S E T T IM O

A N A L IS I D E L L O SC H E M A
D E L L A R IPR O D U Z IO N E A LLA R G A T A IN M A R X

Il primo allargamento della riproduzione si presentava


come segue:
I. 4400 c + 1100 v + 1100 p = 6600
II. 1600 c + 800 v + 800 p = 3200
J totale 9800

Già qui appare chiara la dipendenza reciproca fra le ac­


cumulazioni delle due sezioni. Ma si tratta di una dipen­
denza di una natura tutta particolare. L ’accumulazione par­
te dalla sezione I, la sezione II non fa che seguirne il movi­
mento, l’ampiezza della sua accumulazione è determinata
da I. Marx effettua l ’accumulazione facendo capitalizzare in
I la metà del plusvalore, in II solo quel tanto eh’è necessa­
rio ad assicurare la produzione e accumulazione in I. Ne ri­
sulta che i capitalisti della sezione II consumano 600 p,
mentre i capitalisti I, i quali si appropriano un valore dop­
pio e un plusvalore molto piu elevato, non consumano se
non 500 p. Nell’anno successivo, Marx ammette che i capi­
talisti I capitalizzino ancora metà del plusvalore, e «co­
stringe» i capitalisti II a capitalizzare piu che nell’anno pre­
cedente e quel tanto che serve a I, per cui, questa volta, ri­
mangono a disposizione del consumo dei capitalisti II solo
560p, meno che l ’anno prima, risultato invero piuttosto
strano dell’accumulazione. Marx descrive cosi il processo:
«Ammettiamo che in I si continui ad accumulare nella
stessa proporzione, che cioè 550 p siano spesi come reddi­
to, 550 p accumulati. Avremo allora, anzitutto, che 1100
I V sono sostituiti da 1100 II c; che inoltre 550 p sono an­
cora da realizzare in una somma eguale di merci II; in tut­
to, 1650 I (v + p). Ma il capitale costante da sostituire in II
è soltanto = 1600, per cui (!) i rimanenti 50 devono essere
I.A R I P R O D U Z I O N E A L L A R G A T A I N M A R X IO/

completati detraendoli a 800 II p. Astraendo dal denaro,


abbiamo come risultato di questa transazione:
« I. 4400 c + 550 p (da capitalizzare): inoltre, nel fondo
consumo dei capitalisti e dei lavoratori, 1650 (v + p ), rea­
lizzati in merci II c.
« I L 1650 c (di cui 50 aggiunti come sopra da I I p ) +
+ 800 v + 750 p, fondo consumo dei capitalisti.
«M a se il rapporto originario fra v e c in II rimane im­
mutato, per i 50 c bisognerà aggiungere 27 v, da prendersi
dai 750 p: otteniamo dunque:
II. i 6 jo c + 827 c + 725 p
«In I, sono da capitalizzare 500 p: ammesso che riman­
ga il precedente rapporto, 440 costituiranno capitale co­
stante e n o capitale variabile. Questi n o sono eventual­
mente (!) da ricavarsi da 725 II p, cioè operai I consumano
mezzi di sussistenza per un valore di n o invece dei capita­
listi II; questi ultimi sono perciò (!) costretti a capitalizza­
re i n o p che non possono consumare. Dei 725 II p resta­
no dunque II p. Ma se II converte questi n o in capi­
tale costante addizionale, avrà bisogno di un capitale varia­
bile supplementare di 57, che dovrà essere fornito pur esso
dal suo plusvalore; tolto da 615 p, rimangono per il consu­
mo dei capitalisti II 560 e, compiuti tutti i trasferimenti at­
tuali e potenziali, avremo in valore-capitale:
I. (4400 c + 4 4 0 c) + ( n o o v + n o v)
= 4840 V+ 1210 V + 6050
totale 8690 »
II. (1600 r + j o c + i i o c) + (8oo v + 25 v +
+ ^5 c) =* 1760 c + 880 v = 2640
Abbiamo riportato la citazione integrale perché mette in
cruda luce come Marx effettui l’accumulazione in I a spese
della sezione II. Non meno duramente egli procede verso i
capitalisti della sezione II (mezzi di sussistenza) negli anni
successivi. Nel terzo anno, fa loro accumulare secondo la
medesima regola 264 p e consumarne 616, cioè, questa vol­
ta, piu che negli anni precedenti: nel quarto, accumulano

Das Kapital, libro II, p. 488 [sez. I l l , cap. XXI, 3, 1° es.].


io 8 I L P R O B L E M A D E L L A R IP R O D U Z IO N E

2 9 0 p e ne consumano 678; nel quinto, rispettivamente


320 p e 743 p. E Marx scrive: «Perché la cosa avvenga nor­
malmente, bisogna che l’accumulazione in II si compia con
piu rapidità che in I, altrimenti la parte di I (v + p) da con­
vertire in merci II c crescerebbe piu in fretta che II c, con­
tro cui soltanto può convertirsi» Senonché le cifre citate
documentano in II un’accumulazione non soltanto piu ra­
pida ma fluttuante, la regola essendo che in II l’accumula­
zione si svolga sempre nel presupposto che la sezione I pro­
duca su base piu vasta: in tal modo l’accumulazione in II
non appare se non come effetto e condizione dell’altra: 1)
per assorbire i mezzi di produzione addizionali, 2) per for­
nire i mezzi di consumo addizionali necessari per le nuove
forze-lavoro assorbite. L ’iniziativa del moto continua ad es­
sere della sezione I, rispetto alla quale la II non è che ap­
pendice passiva. Ne segue che i capitalisti II devono ogni
volta accumulare e consumare solo quel tanto ch’è richiesto
per l’accumulazione in I. Mentre la sezione I capitalizza o-
gni volta una metà del plusvalore e ne consuma l ’altra, ot­
tenendosi cosi un regolare allargamento della produzione e
del consumo personale della classe capitalista, nella sezione
II il duplice moto si compie a sbalzi:
Nel primo anno sono capitalizzati 130 consumati 600
Nel secondo 240 360
Nel terzo 254 626
Nel quarto 290 678
Nel quinto 320 745

In quest’accumulazione e in questo consumo non v’è re­


gola; entrambi servono soltanto alle esigenze dell’accumu­
lazione in I. Che le cifre assolute dello schema siano, in o-
gni equazione, arbitrarie, è logico e non intacca il valore
scientifico della dimostrazione: la questione verte sui rap­
porti di grandezza, che dovrebbero esprimere relazioni e-
satte. Ora, la rigorosità e chiarezza con cui sono espressi i
rapporti dell’accumulazione in I sembrano ottenute a prez­
zo di una costruzione del tutto arbitraria dei rapporti nella

1 Das Kapital, libro II, p. 489 [se2. I l l , cap. XXI, 3, i ° es.].


I,A R I P R O D U Z I O N E A L L A R G A T A I N M A R X 109

sezione II, circostanza che impone una verifica dei nessi in­
terni dell’analisi.
Si potrebbe forse pensare che la scelta dell’esempio non
sia stata particolarmente felice. Lo stesso Marx, insoddisfat­
to del primo schema, ne costruisce un altro, a chiarimento
del processo dell’accumulazione, in cui le cifre si presenta­
no ordinate come segue:
I. 5000 c + 1000 v + 1000 p = 7000 1 totaje 0 0 0 i
II. 1430C+ 285 v + 283 p = 2000 J o a e 9
Come si vede, a differenza dell’esempio precedente, la
composizione del capitale è, nelle due sezioni, identica, cioè
il rapporto fra capitale costante e capitale variabile è di
5 : I. Il suo presupposto è uno sviluppo già avanzato della
produzione capitalistica e perciò della forza produttiva del
lavoro sociale; un sensibile, preesistente sviluppo della sca­
la di produzione; infine, la maturazione di tutte le circo­
stanze che determinano una sovrapopolazione relativa nella
classe lavoratrice. Non facciamo piu, come nel precedente
esempio, il primo passo dalla riproduzione semplice alla ri-
produzione allargata - che del resto ha un valore puramen­
te teorico —, ma cogliamo il processo dell’accumulazione nel
suo svolgersi, ad un grado di evoluzione già abbastanza ele­
vato. Ipotesi di questo genere sono perfettamente legitti­
me, e non cambiano nulla alle regole che devono guidarci
nell’analisi dei singoli giri della spirale della riproduzione.
Anche qui, Marx prende come punto di partenza la capita­
lizzazione della metà del plusvalore della sezione I :
«Poniamo che la classe capitalistica I consumi la metà
del plusvalore (= 500) e accumuli l’altra. Ne risulterebbe
che (1000 V + 300 p ) I = 1300 dovrebbero essere converti­
ti in 1500 II c. Poiché II c è uguale soltanto a 1430, biso­
gnerà aggiungervi 70 dal plusvalore: detratto 70 da 283
II p, rimane 213 II p . Otteniamo cosi:
« I . 5000C + 300P (da capitalizzare) + 1 3 0 0 { v + p ) in
fondo di consumo dei capitalisti e degli operai.
II. 1430 c + 70 p (da capitalizzare) + 283 v + 215 p. Poi-

1 Das Kapital, libro II, p. 491 [sez. I l l , cap. XXI, par. in , 2].
n o I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

che 70 II p vengono annessi direttamente a II c, per met­


tere in moto questo capitale costante addizionale occorrerà
un capitale variabile di 7% = 14; e poiché questi 14 vengo­
no ulteriormente detratti da 215 II p, restano 201 II p, ed
abbiamo: II (1430 c + 70 c) + (285 v + 14 v) + 201 p».
La capitalizzazione che si compie sulla base di questa pri­
ma formula ha i seguenti sviluppi :
Nella sezione I, i 500 p capitalizzati si dividono in %
= 417 c + Yé = 83 v. Gli 83 v sottraggono a II p un ammon­
tare corrispondente, che acquista elementi del capitale co­
stante e viene perciò aggiunto a II c. Un aumento di 83 in
II c condiziona un aumento in II v di % di 83 = 17. Abbia­
mo perciò, al termine delle operazioni di scambio :
I. (3000 c + 4 x 7 p ) c + (1000 v + 8 4 p) v
= 3417 c + 1083 v = 6300
totale 8399
II. (1300C + 83 p )c + ( 299 v + i 7 p )v
= 1383 zr-t- 3 1 6 ^ = 1 8 9 9
Il capitale è cresciuto in I da 6000 a 6300, cioè di Zn; in
II da 1713 a 1899, cioè di quasi %. La riproduzione su que­
sta base darà perciò, alla fine dell’anno successivo:
I. 3417C + 1083 v + 1083p = 7383 1
totale 9798
II. 1383 c + 316^-1- 316 p = 2213 J
Continuando ad accumulare nelle stesse proporzioni, si
avrà alla fine del secondo anno :
I. 3869 c + a y } v + 1173 p = 8215 I , .
TT r totale io 614
l i . 1713C+ 342 v + 342 p = 2399 J
E alla fine del terzo anno:
I. 6338 c + 1271 v + 1271 p = 8900 I
totale i l 300
I L 1838 c + 3 7 1 ^ + 371 p = 2600 J
In tre anni, il capitale sociale totale è dunque cresciuto
da 6000 I + 1713 II = 7713, a 7629 I + 2229 II = 9838, il
prodotto totale da 9000 a 11 300.
Qui, diversamente dal primo esempio, l’accumulazione
si è svolta nelle due sezioni allo stesso modo: in I come in
II, a partire dal secondo anno, la metà del plusvalore è sta-
I.A RIPRO D UZIO N E ALLARGATA IN M A R X III

ta capitalizzata e l’altra metà consumata. L ’aspetto arbitra­


rio del primo esempio sembrerebbe dunque dipendere uni­
camente da una scelta infelice delle cifre. Dobbiamo ora
controllare se, questa volta, lo sviluppo regolare e pacifico
dell’accumulazione rappresenti qualcosa piu di operazioni
matematiche con cifre abilmente scelte.
Ciò che balza agli occhi come regola generale, tanto nel
primo quanto nel secondo esempio, è sempre questo: affin­
ché l’accumulazione possa continuare, la II sezione deve
dedicare ogni volta all’aumento del capitale costante tanto
quanto la sezione I dedica, anzitutto, all’aumento della par­
te consumata del plusvalore e, in secondo luogo, all’aumen­
to del capitale variabile. Prendendo l’esempio del primo an­
no, in II deve verificarsi una aggiunta al capitale costante di
70. Perché? Perché questo capitale rappresentava finora
1430: ma se i capitalisti I vogliono accumulare una metà
del loro plusvalore (1000) e consumare l’altra, hanno biso­
gno per sé e per i propri lavoratori mezzi di sussistenza per
l’ammontare di 1500, che possono ottenere dalla sezione II
solo in cambio dei propri prodotti - i mezzi di produzione.
Ma poiché la sezione II copriva il proprio fabbisogno in
mezzi di produzione solo per l’ammontare del proprio capi­
tale costante (1430), lo scambio può avvenire solo se la se­
zione II si decide ad aumentare di 70 il proprio capitale co­
stante, cioè ad aumentare la propria produzione, il che può
avvenire in un solo modo: mediante capitalizzazione di una
parte corrispondente del plusvalore. Se questo nella sezio­
ne II ammonta a 285 p, 70 dovranno essere dunque aggiun­
ti al capitale costante. Il primo passo nell’allargamento del­
la produzione in II si ha qui come condizione e conseguen­
za di un allargamento del consumo dei capitalisti I. Pro­
seguiamo. Finora, la classe capitalista I è stata messa in
condizione di consumare in usi personali la metà del pro­
prio plusvalore (500). Per poter capitalizzare l’altra metà,
deve suddividerne l’ammontare in corrispondenza alla com­
posizione finora osservata, e perciò aggiungere 417 al capi­
tale costante e 83 al capitale variabile. La prima operazione
non offre difficoltà: i capitalisti I possiedono nel loro pro­
dotto un’eccedenza di 500, consistente in mezzi di produ-
112 IL PROBLEM A D ELLA RIPRODUZIONE

zione, che per la loro forma naturale possono entrare diret­


tamente nel processo produttivo: si ha cosi un allargamen­
to del capitale costante della sezione I mediante una frazio­
ne corrispondente del prodotto di questa stessa sezione.
Ma, per poter attivare come capitale variabile gli 83, occor­
re un uguale ammontare di mezzi di sussistenza per i lavo­
ratori da assumere. A questo punto ritorna in primo piano
la dipendenza dell’accumulazione in I dall’accumulazione
in II: I deve ottenere da II, per i propri lavoratori, 83 piu
di prima in mezzi di sussistenza. E poiché anche questo è
possibile solo attraverso lo scambio delle merci, questo fab­
bisogno della sezione I può essere soddisfatto alla sola con­
dizione che la sezione II si dichiari pronta, per parte sua, a
ricevere prodotti della sezione I, cioè mezzi di produzione,
per 83, e, non potendo fare altro uso dei mezzi di produzio­
ne che quello di impiegarli nel processo produttivo, ecco
sorgere per la sezione II la possibilità e necessità insieme di
allargare una seconda volta il proprio capitale costante, e
precisamente di 83, il che è possibile solo sottraendo al con­
sumo personale lo stesso ammontare di plusvalore (83) e ca­
pitalizzandolo. Il secondo passo nell’allargamento della pro­
duzione in II è perciò condizionato dall’allargamento del
capitale variabile in I. A questo punto, in I tutte le condi­
zioni materiali dell’accumulazione sono presenti, e la ripro­
duzione allargata può compiersi. In II, invece, si è verifica­
to solo un allargamento in due tempi del capitale costante,
da cui risulta che, se i mezzi di produzione di recente acqui­
sto devono essere effettivamente utilizzati, occorrerà un au­
mento correlativo del numero delle forze-lavoro. Fermo re­
stando il rapporto attuale, per il nuovo capitale costante di
133 è necessario un nuovo capitale variabile di 31, il che è
quanto dire che bisognerà capitalizzare una corrispondente
frazione di plusvalore. Il fondo personale di consumo dei
capitalisti II, come ammontare residuo del plusvalore (283 )
dopo sottrazione dei successivi aumenti del capitale costan­
te (70 + 83) e dell’aumento corrispondente del capitale va­
riabile 31 (184 in tutto), sarà dunque 101. Dopo queste
manipolazioni, si ha al secondo anno dell’accumulazione,
nella sezione II, una ripartizione del plusvalore in 138 ca­
LA RIPRODUZIONE ALLARGATA IN MARX 1 13

pitalizzati e 158 riservati al consumo dei capitalisti, e nel


terzo anno rispettivamente 172 e 170.
Abbiamo studiato con tanta cura e seguito passo per pas­
so il processo perché ne risulta chiaramente come l’accumu­
lazione nella sezione II dipenda e sia dominata in tutto e
per tutto dall’accumulazione in I. Questa dipendenza non
si manifesta piu, è vero, in spostamenti arbitrari nella sud-
divisione del plusvalore in II, come avveniva nel primo e-
sempio dello schema di Marx, ma il fatto in se stesso rima­
ne anche se in entrambe le sezioni il plusvalore si divide ar­
moniosamente in due metà, una per la capitalizzazione, l’al­
tra per il consumo personale. Nonostante questa parifica­
zione numerica delle classi capitalistiche nelle due sezioni,
è chiaro che l’intero moto dell’accumulazione è diretto e at­
tivato da I, e subito passivamente da IL Questa dipenden­
za trova la sua espressione anche nella seguente regola esat­
ta: l’accumulazione può avvenire solo contemporaneamen­
te nelle due sezioni, e alla sola condizione che la sezione
mezzi di sussistenza aumenti il proprio capitale costante e-
sattamente di quanto i capitalisti della sezione mezzi pro­
duttivi aumentano il proprio capitale variabile e il proprio
fondo di consumo personale. Questa proporzione (aumento
II c = aumento I v + aumento I p cons.) costituisce la base
matematica dello schema dell’accumulazione secondo Marx,
in qualunque rapporto numerico la si voglia esemplificare.
Dobbiamo ora controllare se questa regola dell’accumu­
lazione capitalistica corrisponde alle condizioni reali.
Per prima cosa torniamo alla riproduzione semplice. Co­
me si ricorderà, lo schema di Marx è il seguente:

I. 4000 c + 1000 v + 1000 p = 6000 mezzi di produzione


II. 2000 c + 500 v + 300 p = 3000 mezzi di consumo
totale 9000 produzione totale

La riproduzione semplice si fonda anch’essa, come si ve­


de, su ben determinate proporzioni:

1) il prodotto della sezione I è uguale (in valore) alla


somma dei due capitali costanti in I e II;
II4 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

2) ne risulta che il capitale costante della sezione II è u-


guale alla somma del capitale variabile e del plusvalo­
re nella sezione I;
3) da I e 2 consegue che il prodotto della sezione II è
uguale alla somma dei capitali variabili e dei plusva­
lori delle due sezioni.
Questi rapporti corrispondono alle condizioni generali
della produzione capitalistica delle merci (ridotta d ’altra
parte alla riproduzione semplice). Per esempio la propor­
zione 2 è condizionata dalla produzione di merci, cioè dal
fatto che gli imprenditori di ogni sezione possono ricevere i
prodotti dell’altra sezione solo attraverso uno scambio di
equivalenti. Il capitale variabile e il plusvalore della sezio­
ne I esprimono insieme il fabbisogno di questa sezione in
mezzi di sussistenza. Tale fabbisogno deve essere coperto
dal prodotto della sezione II, ma i mezzi di sussistenza si
possono ottenere solo in cambio della stessa quantità di va­
lore del prodotto I, cioè mezzi di produzione. Poiché la se­
zione II non può utilizzare questo equivalente, data la sua
forma naturale, in altro modo che impiegandolo nel proces­
so produttivo come capitale costante, è cosi determinata la
grandezza del capitale costante della sezione II. Se vi fosse
una sproporzione, se per esempio il capitale costante in II
(come grandezza di valore) fosse superiore a (v + p) I, non
lo si potrebbe convertire interamente in mezzi di produzio­
ne, perché il fabbisogno in mezzi di sussistenza della sezio­
ne I sarebbe troppo piccolo. Se d ’altra parte il capitale co­
stante II fosse inferiore a (v + p) I, o le forze-lavoro di que­
sta sezione non potrebbero essere impiegate nella misura
precedente, o i capitalisti non potrebbero consumare l ’inte­
ro plusvalore. In ognuno dei casi, le premesse della ripro­
duzione semplice verrebbero meno.
Queste proporzioni non rappresentano tuttavia semplici
esercizi matematici, né sono puramente determinate dalla
forma mercantile della produzione. Per convincersene ba­
sta supporre per un momento che al posto del modo di pro­
duzione capitalistico vi sia quello socialista, cioè un’econo­
mia regolata secondo un piano, nella quale la divisione so-
LA RIPRODUZIONE ALLARGATA IN MARX 1 15

dale del lavoro sia subentrata allo scambio; anche in que­


sta società il lavoro sarebbe diviso in due settori, uno dei
quali produce mezzi di produzione, l’altro mezzi di consu­
mo. Ammettiamo inoltre che il livello tecnico del lavoro e-
siga l’impiego di due terzi del lavoro sociale alla produzio­
ne di mezzi di produzione e di un terzo alla produzione di
mezzi di sussistenza. Ammettiamo che, in queste condizio­
ni, per il mantenimento dell’intera parte lavoratrice della
società bastino annualmente 1500 unità lavorative (giorni,
mesi o anni), e, sempre secondo l’ipotesi, 1000 nella sezio­
ne mezzi di produzione, e 500 nella sezione mezzi di sussi­
stenza, consumandosi d ’altra parte ogni anno mezzi di pro­
duzione fabbricati in precedenti periodi di lavoro e rappre­
sentanti a loro volta il prodotto di 3000 unità lavorative. Il
programma di lavoro cosi fissato non basta tuttavia alla so­
cietà, giacché il mantenimento di tutti i suoi membri non­
lavoranti (nel senso materiale, produttivo) —bambini, vec­
chi, malati, impiegati pubblici, artisti, scienziati —impone
l’erogazione di una notevole eccedenza di lavoro. Inoltre,
ogni società civile ha bisogno di un certo fondo di assicura­
zione contro accidenti di natura elementare. Ammettiamo
dunque che il mantenimento dei non-lavoratori e la costi­
tuzione del fondo assicurazione richiedano altrettanto lavo­
ro quanto il mantenimento dei lavoratori, e perciò anche al­
trettanti mezzi di produzione. In base alle cifre dell’ipotesi,
avremo il seguente schema di una produzione regolata:
I. 4000 c + 1000 V+ 1000 p = 6000 mezzi di produzione
II. 2000 c + 5 0 0 1>+ 500 p = 3000 mezzi di sussistenza
dove c sono i mezzi di produzione materiali consumati, e-
spressi in tempo di lavoro sociale, v rappresenta il tempo di
lavoro socialmente necessario per il mantenimento dei la­
voratori, p il tempo di lavoro socialmente necessario per il
mantenimento dei non-lavoratori e per il fondo di assicura­
zione.
L ’analisi delle proporzioni dello schema dà quanto segue:
in questo caso, non esiste produzione di merci e perciò
scambio, ma divisione sociale del lavoro; i prodotti di I so­
no destinati nella quantità necessaria ai lavoratori di II, i
6
ii6 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

prodotti di II sono destinati a tutti i lavoratori e non-lavo-


ratori di entrambe le sezioni e al fondo assicurazione - non
perché si effettui uno scambio fra equivalenti, ma perché
l’intero processo è guidato secondo un piano dalla organiz­
zazione sociale, perché i bisogni esistenti vanno soddisfatti,
perché la produzione non ha altro scopo se non quello di
soddisfare i bisogni della società.
E tuttavia, le proporzioni di grandezza conservano piena
validità. Il prodotto di I deve essere uguale a I c + II c; ciò
significa semplicemente che tutti i mezzi di produzione con­
sumati dalla società nel processo lavorativo annuale devo­
no essere annualmente rinnovati nella sezione I. Il prodot­
to II deve essere uguale alla somma [v + p ) I + (v + p)ll-,
ciò significa che la produzione sociale annua di mezzi di
consumo dev’essere pari al fabbisogno di tutti i membri la­
voranti e non-lavoranti della società, oltre a permettere ac­
cantonamenti in fondo-assicurazione. Le proporzioni ap­
paiono dunque altrettanto naturali e necessarie in una eco­
nomia regolata secondo un piano, quanto nell’economia ca­
pitalistica fondata sullo scambio delle merci e sull’anarchia
produttiva. È cosi dimostrata la validità sociale obiettiva
dello schema - sebbene, come riproduzione semplice, pos­
sa essere concepito, sia in una società capitalistica sia in u-
na società regolata, solo da un punto di vista teorico, e nel­
la pratica si riscontri solo in via eccezionale.
Cerchiamo ora di analizzare nello stesso modo lo schema
della riproduzione allargata.
Immaginiamo una società socialista, e poniamo a base
dell’analisi lo schema del secondo esempio citato da Marx.
Dal punto di vista di una società regolata, è chiaro che la
questione andrà affrontata partendo non dalla sezione I ma
dalla sezione II. Ammettiamo che la società cresca rapida­
mente, e che ne derivi un crescente fabbisogno in mezzi di
sussistenza per lavoratori e non-lavoratori. Questo fabbiso­
gno ha un così rapido incremento che - lasciando momen­
taneamente da parte i progressi nella produttività del la­
voro —la produzione di mezzi di sussistenza richiede una
quantità sempre crescente di lavoratori. Poniamo che la
quantità necessaria di mezzi di sussistenza, espressa nel la­
LA RIPRODUZIONE ALLARGATA IN MARX 1 17

voro sociale in essi racchiuso, salga di anno in anno nel rap­


porto 2 0 0 0 -2 2 1 5 -2 3 9 9 -2 6 0 0 ecc. Per produrre questa
massa crescente di mezzi di sussistenza, ammettiamo che si
richieda dal punto di vista tecnico una massa crescente di
mezzi di produzione il cui incremento di anno in anno - e-
spresso in tempo di lavoro sociale —si compia nel rapporto
7000 - 7583 - 8215 - 8900 ecc. Ammettiamo inoltre che ai
fini di questo aumento della produzione si richieda un’ero­
gazione annua di lavoro di 2570 - 2798 - 3030 - 3284 (le ci­
fre corrispondono alle rispettive somme ài (v + p ) I + (v +p)
II). Infine, il lavoro annualmente erogato sia diviso in mo­
do che una metà venga ogni volta impiegata al manteni­
mento dei lavoratori, un quarto al mantenimento dei non­
lavoratori, l’ultimo quarto all’allargamento della produzio­
ne nell’anno successivo. Otteniamo così le proporzioni in
una società socialista del secondo schema di Marx per la ri-
produzione allargata. In realtà, un allargamento della pro­
duzione è possibile in ogni società, e perciò anche in quella
regolata, solo se: 1) la società dispone di un numero cre­
scente di forze-lavoro; 2) il mantenimento immediato della
società in ogni periodo di produzione non impegna tutto il
suo tempo di lavoro, in modo che una parte di questo tem­
po possa essere dedicata alle cure per l’avvenire e alle sue
crescenti esigenze; 3) di anno in anno viene approntata una
quantità sufficientemente crescente di mezzi di produzione,
senza i quali un allargamento progressivo della produzione
sarebbe irrealizzabile.
Sotto questi punti di vista generali, lo schema marxiano
della riproduzione allargata mantiene dunque la sua validi­
tà obiettiva - mutatis mutandis - anche per la società re­
golata.
Esaminiamo ora la validità dello schema per l’economia
capitalista. La prima domanda che dobbiamo farci è: qual
è il punto di partenza dell’accumulazione? È sotto questo
profilo che dobbiamo seguire la dipendenza reciproca fra i
processi di accumulazione nelle due sezioni. Indubbiamen­
te, anche dal punto di vista capitalistico, la sezione II deve
in tanto rifarsi alla sezione I, in quanto la sua accumulazio­
ne è legata alla disponibilità di una quantità corrispondente
1 18 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

di mezzi di produzione addizionali. Inversamente, l ’accu­


mulazione nella sezione I è condizionata dall’esistenza di u-
na corrispondente quantità addizionale di mezzi di sussi­
stenza per forze-lavoro supplementari. Ma da ciò non segue
che basti osservare queste due condizioni perché anche l ’ac­
cumulazione si compia nelle due sezioni, e di anno in anno
essa si verifichi automaticamente, come sembrerebbe dallo
schema di Marx. Le condizioni suindicate dell’accumulazio­
ne sono appunto soltanto condizioni senza le quali l’accu­
mulazione non può aver luogo. Anche la volontà di accu­
mulare può essere presente tanto in I quanto in II : ma, in
un’economia mercantile capitalistica, la volontà e le pre­
messe tecniche fondamentali dell’accumulazione non ba­
stano. Perché realmente si accumuli, cioè la produzione si
allarghi, è necessaria una terza condizione: un allargamen­
to della domanda solvibile di merci. Da dove si origina la
domanda continuamente crescente che sta alla base del
progressivo allargamento della produzione nello schema di
Marx?
Una prima cosa è chiara: eh’essa non può venire dagli
stessi capitalisti I e II, cioè dal loro consumo personale. Al
contrario, l’accumulazione sta appunto nel fatto eh’essi non
consumano personalmente una parte (crescente almeno in
assoluto) del plusvalore, ma producono per altrettanto in
beni che sono utilizzati da altri. È vero che il consumo per­
sonale dei capitalisti cresce con l’accumulazione, e può per­
fino crescere secondo il valore consumato. Ma è pur sempre
solo una parte del plusvalore quella eh’è utilizzata per il
consumo dei capitalisti. Fondamento dell’accumulazione è
il non-consumo del plusvalore da parte dei capitalisti: per
chi produce, dunque, quest’altra parte, questa parte accu­
mulata del plusvalore? Secondo lo schema di Marx, il movi­
mento si origina dalla sezione I, dalla produzione di mezzi
di produzione. Chi ha bisogno di questi mezzi di produzio­
ne aumentati? Lo schema risponde: ne ha bisogno la sezio­
ne II per poter produrre piu mezzi di consumo. Ma chi ha
bisogno dei mezzi di consumo aumentati? Lo schema ri­
sponde: la sezione I, essendo cresciuto il numero dei lavo­
ratori in essa impiegati. È chiaro che ci muoviamo in un cir­
LA RIPRODUZIONE ALLARGATA IN MARX 1 19

colo vizioso. Produrre piu mezzi di consumo solo per poter


mantenere piu lavoratori, e produrre piu mezzi di produzio­
ne solo per impiegare questo sovrappiù di lavoratori, è dal
punto di vista capitalistico un assurdo. Per il capitalista sin­
golo il lavoratore è un buon consumatore, cioè acquirente
delle sue merci, - a condizione che possa pagarle, - allo
stesso titolo di un capitalista o di chiunque altro. Nel prez­
zo delle merci ch’egli vende al lavoratore, ogni capitalista
singolo realizza il proprio plusvalore esattamente come nel
prezzo di ogni merce da lui venduta a qualsivoglia altro ac­
quirente. Non cosi dal punto di vista della classe capitalista
considerata nel suo insieme. Questa dà alla classe lavoratri­
ce nel suo complesso solo un buono su una parte ben deter­
minata del prodotto sociale totale, per l’ammontare del ca­
pitale variabile. Quando perciò comperano mezzi di consu­
mo, i lavoratori non fanno che restituire alla classe capitali­
sta la somma ricevutane in salari (il buono), fino a concor­
renza del capitale variabile. Di più non possono restituire:
semmai ne restituiranno di meno, ad esempio se «rispar­
miano» per rendersi indipendenti, per divenire piccoli in-
traprenditori, il che rappresenta tuttavia un’eccezione. Una
parte del plusvalore lo consuma la stessa classe capitalista
sotto forma di mezzi di sussistenza, e conserva nelle pro­
prie tasche il denaro scambiato reciprocamente in quest’o­
perazione. Ma chi assorbe i prodotti nei quali è incorporata
l’altra parte, la parte capitalizzata, del plusvalore? Lo sche­
ma risponde: in parte gli stessi capitalisti, producendo nuo­
vi mezzi produttivi ai fini dell’allargamento della produzio­
ne, in parte nuovi lavoratori resi necessari dall’impiego di
questi nuovi mezzi produttivi. Ma per far lavorare nuovi la­
voratori con nuovi mezzi di produzione, bisogna avere pre­
liminarmente - dal punto di vista capitalistico - uno scopo
per allargare la produzione, una nuova richiesta di prodotti
da fabbricare.
Si potrebbe forse rispondere: questa crescente domanda
è determinata dall’incremento naturale della popolazione.
In realtà, nella nostra analisi ipotetica della riproduzione
allargata in una società socialista, noi siamo partiti dall’in­
cremento della popolazione e dai suoi bisogni. Ma qui i bi­
120 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

sogni sociali sono base sufficiente e scopo unico della pro­


duzione. Nella società capitalistica il problema si pone in
modo del tutto diverso. A quale popolazione ci riferiamo,
parlando del suo incremento? Nello schema di Marx non
conosciamo se non due classi della popolazione: capitalisti
e lavoratori. L ’incremento della classe capitalista è già pre­
visto nell’aumento assoluto di grandezza della parte consu­
mata del plusvalore. Comunque, esso non potrà mai assor­
bire senza residui il plusvalore; altrimenti ritorneremmo al­
la riproduzione semplice. Restano i lavoratori. Anche la
classe lavoratrice cresce per incremento naturale. Ma que­
sto incremento non interessa di per sé l’economia capitali­
stica come punto di partenza di bisogni crescenti.
La produzione di mezzi di consumo a copertura di I v e
di I I v non è qui fine a se stessa come in una società in cui
i lavoratori e la soddisfazione dei loro bisogni formano la
base del sistema economico. Se nella sezione II vengono
prodotti (capitalisticamente) tanti mezzi di consumo, non è
perché la classe lavoratrice di I e II debba essere nutrita.
Al contrario, tanti lavoratori in I e II possono nutrirsi, per­
ché la loro forza-lavoro può trovare impiego nelle condizio­
ni date di smercio. Cioè, punto di partenza della produzio­
ne capitalistica non sono un certo numero di lavoratori e il
loro fabbisogno; al contrario, queste stesse grandezze non
sono se non «variabili dipendenti» e continuamente oscil­
lanti delle prospettive di profitto. Ci si chiede perciò se l’in­
cremento naturale della popolazione lavoratrice significhi
anche un nuovo aumento della domanda solvibile oltre i li­
miti del capitale variabile. La risposta è negativa. Nel no­
stro schema, l’unica fonte di mezzi monetari per la classe
lavoratrice è il capitale variabile. Il capitale variabile inclu­
de perciò a priori l’incremento della mano d ’opera. Delle
due Puna: o i salari sono calcolati in modo da nutrire anche
la progenie dei lavoratori, e allora l’incremento della popo­
lazione lavoratrice non può essere preso a base del consu­
mo allargato; o la prima condizione non si verifica, e allora
anche la nuova generazione lavoratrice dovrà fornir lavoro
per procacciarsi salari e sussistenze, nel qual caso le «nuo­
ve leve» operaie sono già incluse nel numero degli operai
LA RIPRODUZIONE ALLARGATA IN MARX I2I

occupati. L ’incremento naturale della popolazione non può


dunque spiegare il processo dell’accumulazione nello sche­
ma di Marx.
Ma un momento! La società —anche sotto il dominio del
capitalismo - non si compone soltanto di capitalisti e di la­
voratori salariati. Al di fuori di queste due classi vivono
larghi strati della popolazione: proprietari terrieri, impie­
gati, liberi professionisti, medici, avvocati, artisti, scienzia­
ti, la chiesa coi suoi dipendenti, il clero, e infine lo Stato coi
suoi funzionari e il suo esercito; tutti ceti che non apparten­
gono in senso stretto né alla classe capitalista né a quella
operaia, ma che la società deve pur sempre nutrire e mante­
nere. Sarà dunque la domanda di questi strati non compo­
sti né di capitalisti né di lavoratori a render necessario l’al­
largamento della produzione. Ma questa scappatoia è tale
solo in apparenza. I proprietari terrieri, in quanto consuma­
tori di rendite, cioè di una parte del plusvalore capitalisti-
co, sono evidentemente da attribuirsi alla classe dei capita­
listi, il loro consumo è già calcolato nel consumo di questa
classe (non dimentichiamo che finora il plusvalore è sempre
considerato nella sua forma primaria indivisa). I liberi pro­
fessionisti ricevono i loro mezzi monetari, i rispettivi buoni
su una parte del prodotto sociale, perlopiù direttamente o
indirettamente dalla classe capitalistica, che li tacita con bri­
ciole del suo plusvalore; perciò, in quanto consumatori di
plusvalore, rientrano nella categoria della classe capitalisti­
ca. Lo stesso vale per il clero, con la sola differenza che
questo riceve i suoi mezzi monetari, in parte, anche dai la­
voratori e perciò dai salari. Infine, lo Stato coi suoi funzio­
nari e col suo esercito è mantenuto mediante le tasse, e que­
ste gravano o sul plusvalore o sul salario. No, nei limiti del­
lo schema di Marx, noi non conosciamo se non due fonti di
reddito nella società: salario e plusvalore; tutti gli strati di
popolazione che non appartengono né alla classe capitalisti­
ca né alla classe lavoratrice possono essere soltanto compar­
tecipi di queste due specie di reddito. Lo stesso Marx riget­
ta come una scappatoia l’ipotesi che acquirenti siano queste
«terze persone»; «Tutti i membri della società che non fi­
gurano direttamente nella riproduzione, con o senza lavoro,
122 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

possono ricevere la loro parte della massa di merci annual­


mente prodotte - e perciò i loro mezzi di sussistenza —solo
dalle mani delle classi alle quali questo prodotto è in prima
istanza destinato - lavoratori produttivi, capitalisti indu­
striali, proprietari fondiari; e il loro reddito è, materialiter,
dedotto dal salario (dei lavoratori produttivi), dal profitto
e dalla rendita, rappresentando rispetto a quei redditi ori­
ginari dei redditi derivati. D ’altra parte, i beneficiari di que­
sti redditi “ derivati ” li ricevono grazie alla loro funzione
sociale di re, parroco, professore, prostituta, soldato ecc., e
sono perciò portati a vedere in queste loro funzioni la fonte
originale del proprio reddito» Quanto al rinvio ai consu­
matori di interessi e di rendite fondiarie come possibili ac­
quirenti, Marx scrive: «M a se la parte del plusvalore delle
merci, che il capitalista industriale deve cedere come rendi­
ta fondiaria o come interesse ad altri comproprietari del
plusvalore, non è alla lunga realizzabile mediante vendita
di merci, allora addio anche pagamento di rendite e interes­
si. Perciò i proprietari terrieri e i percettori di interessi non
possono, con le loro spese, fungere da dei ex machina nel
senso della traduzione in denaro di una certa parte della ri-
produzione annua. Lo stesso vale per le spese dell’insieme
dei cosiddetti lavoratori improduttivi: impiegati statali, me­
dici, avvocati ecc., e di quanti, sotto forma di “ gran pubbli­
co ” rendono agli economisti il “ servigio ” di spiegare ciò
eh’essi non spiegano»12.
Essendo dunque impossibile trovare all’interno della so­
cietà capitalistica gli acquirenti visibili delle merci in cui la
parte accumulata del plusvalore si nasconde, non resta che
una via d ’uscita: il commercio estero. Ma il metodo di con­
siderare il commercio estero un comodo sbocco per le mer­
ci delle quali, nel processo della riproduzione, non si sa che
altro fare, urta contro diverse obiezioni. Il rinvio al com­
mercio estero non fa che spostare da un paese all’altro, sen­
za risolverla, la difficoltà nella quale ci si era imbattuti du­
rante l’analisi. Infatti, l’analisi del processo della riprodu-

1 Vas Kapital, libro II, p. 346 [sez. I l l , cap. XIX, 2].


2 Ibid., p. 432 [sez. I l l , cap. XI, i] .
LA RIPRODUZIONE ALLARGATA IN MARX 123

zione non si riferisce a un singolo paese capitalistico, ma al


mercato capitalistico mondiale, rispetto a cui tutti i paesi
sono territorio interno. Marx sottolinea espressamente que­
sto punto nel I libro del Capitale parlando dell’accumula­
zione: «Astraiamo qui dal commercio di esportazione, gra­
zie al quale una nazione può convertire articoli di lusso in
mezzi di produzione o di sussistenza, e viceversa. Per stu­
diare l ’oggetto della ricerca nella sua purezza, indipendente­
mente da circostanze accessorie suscettibili di turbarla, dob­
biamo considerare l’intero mondo commerciale come una
nazione sola, e presupporre che la produzione capitalistica
si sia installata dovunque e si sia impadronita di tutti i ra­
mi dell’industria» '.
La stessa difficoltà è offerta dall’analisi se l’affrontiamo
da un altro lato. Nello schema marxiano dell’accumulazio­
ne è presupposto che la parte da capitalizzare del plusvalo­
re sociale venga alla luce fin dall’inizio nella forma naturale
che condiziona e permette il suo impiego ai fini dell’accu­
mulazione: «In una parola, il plusvalore è convertibile in
capitale solo perché il sovraprodotto di cui è valore contie­
ne già le parti componenti materiali di un nuovo capitale»12.
Per esprimerci con le cifre dello schema:
I. 3000 c + 1000 t; + 1000 p = 7000 mezzi di produzione
II. 1430 c + 2 8 3 ^ + 283 p = 2000 mezzi di consumo
Qui il plusvalore può esser capitalizzato per l’ammonta­
re di 370 p perché consiste fin dall’inizio in mezzi di produ­
zione; ma a questa quantità di mezzi di produzione corri­
sponde una quantità addizionale di mezzi di sussistenza per
l’ammontare di 114 p, per cui possono essere capitalizzati
complessivamente 684 p. Ma il processo qui indicato di
semplice trasferimento dei corrispondenti mezzi di produ­
zione al capitale costante e dei mezzi di consumo al capitale
variabile contraddice alle basi della produzione mercantile
capitalistica. Il plusvalore, in qualunque forma naturale si
nasconda, non può essere, ai fini dell’accumulazione, trasfe­

1 Das Kapital, libro I, p. 544, nota 2 ia [sez. V II, cap. XXII].


2 Ibid.
124 IL PROBLEM A DELLA RIPRODUZIONE

rito direttamente sul posto di produzione, ma deve prima


essere realizzato, cioè scambiato in denaro \ Il plusvalore
della sezione I (500) potrebbe essere capitalizzato, ma a
questo fine bisogna anzitutto che sia realizzato, che si sia
spogliato della sua forma naturale e abbia assunto la sua pu­
ra forma di valore, prima di poter essere aggiunto al capitale
produttivo. Ciò si riferisce non soltanto ad ogni capitalista
singolo, ma all’insieme sociale dei capitalisti, giacché la rea­
lizzazione del plusvalore nella pura forma del valore è una
delle condizioni fondamentali della produzione capitalistica
e, in un’analisi sociale della riproduzione, «non si deve ca­
dere nella maniera imitata da Proudhon degli economisti
borghesi e considerare la cosa come se la società fondata sul
modo di produzione capitalistico, considerata en bloc, co­
me totalità, perdesse il suo carattere storico-economico spe­
cifico. Al contrario: si ha allora a che fare con il capitali­
st collettivo»12. Il plusvalore deve dunque necessariamen­
te prendere la forma monetaria, spogliarsi della forma di
sovraprodotto, prima di riassumerla ai fini dell’accumula­
zione. Ma che cosa e chi sono gli acquirenti del sovrapro­
dotto di I e II? Anche solo per realizzare il plusvalore di I
e II, è necessario, secondo quanto abbiamo detto, che sia
già presente uno sbocco all’infuori di I e II. Ma quello che
si sarebbe cosi ottenuto è soltanto la conversione del plus­
valore in denaro. Perché il plusvalore realizzato possa esser
fatto ulteriormente servire all’allargamento della produzio­
ne, all’accumulazione, è necessaria la prospettiva di uno
smercio futuro ancor maggiore, pur esso all’infuori di I e
II. Il collocamento del sovraprodotto deve dilatarsi anno
per anno della frazione accumulata di plusvalore. O, vice­
versa, l’accumulazione può compiersi solo nella misura in
cui lo smercio al di fuori di I e II si allarga.

1 Prescindiamo qui dai casi in cui una parte del prodotto, per esempio
carbone nelle miniere di carbone, può rientrare direttamente, senza scambio,
nel processo produttivo. Nel complesso della produzione capitalistica, sono
questi, tuttavia, casi eccezionali. Cfr. K. MARX, Theorien über den Mehrwert,
vol. II, parte II, pp. 255 sgg. [trad. it. cit., vol. II, pp. 536 sgg.].
2 Das Kapital, libro II, p. 409 [sez. II, cap. XX, par. vin].
C A P IT O L O OTTAVO

L E S O L U Z IO N I T E N T A T E D A M A R X

Come si vede, prescindere completamente dalla circola­


zione monetaria nello schema della riproduzione allargata,
in cui il processo dell’accumulazione sembrava svolgersi in
modo pur cosi semplice e normale, provoca gravi inconve­
nienti. Questo modo di procedere era pienamente giustifi­
cato nell’analisi della riproduzione semplice, dove la produ­
zione avviene unicamente in vista del consumo e sulla sua
base, e il denaro non serve che da temporaneo mediatore
della distribuzione del prodotto sociale fra i diversi gruppi
di consumatori, e del rinnovo del capitale. Nel caso dell’ac­
cumulazione, invece, il denaro ha una funzione essenziale:
non è soltanto l’intermediario della circolazione delle mer­
ci, ma la forma in cui il capitale si manifesta, elemento del­
la circolazione del capitale. La conversione del plusvalore
nella sua forma monetaria è il presupposto economico del­
l’accumulazione capitalistica, anche se non è un fattore es­
senziale della riproduzione vera e propria. Fra produzione e
riproduzione si situano, in questo caso, due metamorfosi
del sovraprodotto: l’eliminazione della sua forma d ’uso;
l’assunzione della forma naturale corrispondente ai fini del­
l’accumulazione. Che fra i singoli periodi della produzione
corrano frazioni di anno non interessa: possono essere me­
si, cosi com’è possibile che le metamorfosi di singole parti
del plusvalore in I e II s’incrocino nella loro successione
temporale. Ciò che questa serie di anni significa in realtà
non sono frazioni di tempo ma successioni di cicli economi­
ci. Se il carattere capitalistico dell’accumulazione deve esse­
re conservato, questa successione va mantenuta, non im­
porta quanto tempo essa richieda. Torniamo cosi alla que­
stione: chi realizza il plusvalore accumulato?
I 2Ó I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

È lo stesso Marx ad avvertir la lacuna nel suo pur cosi


serrato schema dell’accumulazione, e ad affrontare ripetuta-
mente da piu parti l’argomento. Ascoltiamo:
«Abbiamo mostrato nel I libro come l’accumulazione si
svolga per il capitalista singolo. Mediante la traduzione in
denaro del capitale-merci, risulta tradotto in denaro anche
il sovraprodotto in cui il plusvalore si manifesta. Questo
plusvalore cosi convertito in denaro il capitalista lo ricon­
verte in elementi naturali addizionali del suo capitale pro­
duttivo. Nel ciclo successivo della produzione, il capitale
aumentato genera un prodotto aumentato. Ma ciò che si
verifica per il capitale individuale deve verificarsi anche nel­
la riproduzione totale annua, esattamente come, analizzan­
do la riproduzione semplice, si è visto che la successiva im­
mobilizzazione in denaro tesaurizzato delle parti fìsse con­
sumate del capitale individuale si manifesta anche nella ri-
produzione sociale annua» '.
Successivamente, Marx analizza il meccanismo dell’accu­
mulazione appunto da quest’angolo visuale, cioè nel pre­
supposto che il plusvalore, prima di essere accumulato, deb­
ba assumere la forma di denaro:
« Se ad esempio il capitalista A vende in un anno o in di­
versi anni le quantità successive di merci da lui prodotte,
egli converte successivamente in denaro anche la parte di
prodotto-merci che rappresenta il plusvalore (quindi il plus­
valore prodotto in forma di merci), accantona via via que­
sto denaro e costituisce un nuovo capitale monetario poten­
ziale; potenziale a causa della sua facoltà e potere di con­
vertirsi in elementi del capitale produttivo. In realtà, tutta­
via, egli non compie che una semplice tesaurizzazione, e
questa non è un elemento della riproduzione reale. La sua
attività consiste soltanto nel sottrarre successivamente del
denaro circolante alla circolazione; dove naturalmente non
è escluso che il denaro circolante messo cosi sotto chiave fa­
cesse —prima del suo ingresso nella circolazione —parte di
un altro tesoro.
« Il denaro viene sottratto alla circolazione e tesaurizzato

1 Das Kapital, libro II, p. 465 [sez. I ll, cap. XXI],


L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A RX 127
mediante vendita delle merci senza successiva compera. Se
si considera quest’operazione come svolgentesi su scala ge­
nerale, non si vede da dove i compratori dovrebbero saltar
fuori, giacché in questo processo - che bisogna appunto
concepire come generale, potendo ogni capitale singolo tro­
varsi in fase di accumulazione - ognuno vuol vendere per
accumulare, nessuno comprare.
«Se s’immaginasse il processo della circolazione fra le di­
verse parti della riproduzione annua come svolgentesi in li­
nea retta - ciò eh’è falso, giacché esso si compone in realtà,
salvo rare eccezioni, di movimenti in continuo andirivieni —
bisognerebbe partire dal produttore d ’oro (o d’argento) che
compra senza vendere, e supporre che tutti gli altri venda­
no a lui. In tal caso, l’intero sovraprodotto sociale annuo
(rappresentante il plusvalore totale) passerebbe nelle sue
mani, e tutti gli altri capitalisti si ripartirebbero pro rata il
suo sovraprodotto, esistente per natura in denaro; giacché
la parte del suo prodotto destinata a sostituire il suo capi­
tale funzionante sarebbe già alienata. Il plusvalore, prodot­
to in oro, del produttore di cui sopra sarebbe cosi il fondo
unico al quale tutti gli altri capitalisti attingerebbero la ma­
teria per la conversione in denaro del loro sovraprodotto
annuo, e dovrebbe uguagliare in valore l’intero plusvalore
sociale annuo, che deve cominciare col trasformarsi in teso­
ro. Oltre che assurde, queste ipotesi potrebbero servire sol­
tanto a spiegare la possibilità di una tesaurizzazione gene­
rale contemporanea, mentre la riproduzione non farebbe
un passo avanti, se non dal lato del produttore d’oro.
«Prima di risolvere quest’apparente difficoltà, dobbiamo
distinguere ecc.» '.
Marx chiama dunque «apparente» la difficoltà sorta in
merito alla realizzazione del plusvalore. Eppure, tutta l’a­
nalisi successiva, fino alla fine del II libro del Capitale, non
è che un continuo sforzo per superarla. Dapprima, Marx
cerca di risolvere il problema rinviando alla tesaurizzazio­
ne, che, nel caso della produzione capitalistica, si origina
inevitabilmente dallo scomporsi, nel processo della circola-

Das Kapital, libro II, pp. 466-68 [sez. Ill, cap. XXI].
128 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

zione, di diversi capitali costanti. Poiché gli investimenti


individuali di capitale presentano un’età diversa, ma una
parte degli investimenti si rinnova sempre dopo un periodo
piu lungo, avviene che in ogni momento qualche capitalista
singolo sia già in procinto di rinnovare i propri investimen­
ti, mentre altri vanno accantonando a questo scopo con la
vendita delle proprie merci, fino a raggiungere il livello ne­
cessario al rinnovo del capitale fisso. Cosi, sulla base del
modo di produzione capitalistico, la tesaurizzazione proce­
de sempre parallela al processo della riproduzione sociale,
come manifestazione e condizione insieme del rinnovo del
capitale fisso. «Poniamo che A venda 600 (=400 c + 100 v +
+ 100 p) a B (che può rappresentare anche piu di un compra­
tore). H a dunque venduto merci per 600 contro 600 in de­
naro, di cui 100 rappresentano un plusvalore ch’egli sottrae
alla circolazione e accantona come denaro. Ma questi 100
in denaro non sono se non la forma monetaria del sovrapro-
dotto, portatore di un valore 100. [Per cogliere il problema
nella sua purezza, Marx ammette qui che l’intero plusvalo­
re venga capitalizzato; prescinde dunque dalla parte di plus­
valore impiegata nel consumo personale del capitalista;
inoltre, tanto gli A', A", A"', quanto i B', B", B '", apparten­
gono alla sezione I ] , La tesaurizzazione non è produzione,
e perciò neppure incremento della produzione. Il capitali­
sta si limita a sottrarre alla circolazione il denaro 100 otte­
nuto mediante la vendita del sovraprodotto e a metterlo
sotto chiave. Quest’operazione avviene non soltanto da par­
te di A, ma, su diversi punti della periferia della circolazio­
ne, da parte di altri capitalisti A', A", A"'... Ora, A tesauriz­
za solo in quanto - in rapporto al suo sovraprodotto - inter­
viene unicamente come venditore e non, successivamente,
come compratore. Premessa della sua tesaurizzazione è dun­
que la sua successiva produzione di sovraprodotto (portato­
re del plusvalore ch’egli deve tradurre in denaro). Nel caso
specifico, dove è considerata soltanto la circolazione all’in­
terno della sezione I, la forma naturale del sovraprodotto, e
del prodotto totale di cui esso costituisce una parte, è forma
naturale di un elemento del capitale costante I, cioè appar­
tiene alla categoria dei mezzi per la produzione di mezzi di
L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A RX 129

produzione. Che cosa ne avvenga, quale funzione abbia nel­


le mani dei compratori B', B", B vedremo presto. Rimane
frattanto stabilito che, sebbene A sottragga del denaro alla
circolazione per il suo plusvalore, e lo tesaurizzi, vi getta
tuttavia delle merci senza ritirarne in cambio altre, permet­
tendo cosi a B, B', B" ecc. di gettarvi del denaro e ritirarne
solo merci. Nel caso dato, questa merce trapassa, secondo
la sua forma naturale e la sua destinazione, nel capitale co­
stante di B, B', ecc. come elemento fisso o circolante» \
Il processo qui illustrato non ci è nuovo. Marx lo ha già
diffusamente esposto nel caso della riproduzione semplice,
in quanto elemento indispensabile per spiegare come, nelle
condizioni della riproduzione capitalistica, il capitale co­
stante della società si rinnovi. Non si vede perciò a tutta
prima come possa aiutarci a superare la difficoltà in cui ci
siamo imbattuti nell’analisi della riproduzione allargata.
La difficoltà era, infatti, la seguente: poiché ai fini dell’ac­
cumulazione una parte del plusvalore non è consumato dai
capitalisti ma aggiunto al capitale per aumentare la produ­
zione, si chiede dove siano gli acquirenti del prodotto addi­
zionale che i capitalisti non consumano, e che gli operai so­
no ancora meno in grado di consumare in quanto il loro
consumo è già totalmente coperto dall’ammontare del capi­
tale variabile. Dov’è la domanda del plusvalore accumula­
to o, secondo la formulazione di Marx, da dove viene il de­
naro necessario per pagare il plusvalore accumulato? Se per
tutta risposta ci si rinvia al processo della tesaurizzazione
generantesi dal rinnovo graduale e suddiviso nel tempo del
capitale costante ad opera dei capitalisti singoli, non si ve­
de che legame esista fra le due cose. Se B, B', B” ecc. com­
prano dai loro colleghi A, A', A", ecc. mezzi di produzione
al fine di rinnovare il capitale costante effettivamente con­
sumato, ci ritroviamo entro i limiti della riproduzione sem­
plice, e la faccenda non interessa la difficoltà nella quale ci
dibattiamo. Ma se si aggiunge che l’acquisto di mezzi di
produzione da parte di B, B’, B” ecc. serve all’aumento del
loro capitale costante ai fini dell’accumulazione, ecco di col-

Das Kapital, libro II, p. 469 [sez. I ll, cap. XXI, par. x, 1].
130 I L P R O B L E M A D E L L A RIPR O D U ZIO N E

po nuovi interrogativi affacciarsi. Anzitutto: dove si sono


procurati, B, B', B" ecc., il denaro per acquistare da A, A',
A" ecc., il sovraprodotto eccedente? Non possono averlo
ottenuto che in un modo: vendendo il loro sovraprodotto.
Prima di potersi procacciare nuovi mezzi di produzione per
ampliare le proprie aziende, prima di apparire come com­
pratori del sovraprodotto da accumulare, devono sbarazzar­
si del proprio sovraprodotto, cioè presentarsi come vendito­
ri. A chi hanno dunque venduto il loro sovraprodotto, i B,
B', B" ecc.? Come si vede, la difficoltà è stata bensì sposta­
ta dagli A, A', A" ecc. ai B, B', B" ecc., ma non superata.
Per un momento sembra, durante l’analisi, che la diffi­
coltà sia risolta. Dopo una piccola digressione, Marx ripren­
de il filo dell’indagine, e scrive:
«N el caso qui considerato, il sovraprodotto consta fin
dall’inizio di mezzi per la produzione di mezzi di produzio­
ne. Solo nelle mani di B, B', B” (I) ecc. il sovraprodotto
funge come capitale costante addizionale; ma lo era già vir­
tualmente, prima d ’essere venduto, nelle mani dei tesauriz-
zatori A, A', A" (I). Se non consideriamo che la grandezza
di valore della riproduzione da parte I, ci troviamo ancora
entro i confini della riproduzione semplice, poiché nessun
capitale supplementare è stato messo in moto per creare
questo capitale costante virtuale addizionale (il sovrapro­
dotto), né vi è stato un maggior pluslavoro di quello eroga­
to sulla base della riproduzione semplice. La differenza sta
soltanto nella forma del pluslavoro impiegato, nella natura
concreta del suo particolare modo d ’uso. Esso è stato ero­
gato in mezzi di produzione per I c invece che per II c, in
mezzi per la produzione di mezzi di produzione invece che
in mezzi di produzione di mezzi di consumo. Nella riprodu­
zione semplice si era presupposto che l’intero plusvalore I
fosse speso come reddito, e perciò in merci II : esso consi­
steva dunque unicamente dei mezzi di produzione destina­
ti a reintegrare il capitale costante II c nella sua forma na­
turale. Perché dunque possa effettuarsi il passagio dalla ri-
produzione semplice all’allargata, la produzione nella sezio­
ne I deve essere in grado di produrre meno elementi del ca­
pitale costante per II e altrettanti di piu per I... Ne segue
L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A RX 131
che - considerando solo la quantità di valore —il substrato
materiale della riproduzione allargata è prodotto nell’am­
bito della riproduzione semplice, come pluslavoro della
classe lavoratrice I speso direttamente nella produzione di
mezzi di produzione, nella creazione di capitale virtuale ad­
dizionale I. La creazione di capitale denaro virtuale addi­
zionale da parte di A, A', A" (I) - mediante successiva ven­
dita del loro sovraprodotto ottenuto senza la minima ero­
gazione capitalistica di denaro —non è qui se non la pura
forma monetaria dei mezzi di produzione I prodotti sup­
plementarmente»
Si direbbe qui che la difficoltà ci si sia sciolta fra le mani.
L ’accumulazione non esige nessuna nuova fonte di denaro:
prima, i capitalisti consumavano essi stessi il loro plusvalo­
re e dovevano perciò detenere una corrispondente riserva
di denaro, giacché l’analisi della riproduzione semplice ci
ha insegnato che la stessa classe capitalistica deve gettare
nella circolazione il denaro richiesto per la realizzazione del
suo plusvalore; ora la classe capitalistica acquista, per una
parte di questa riserva monetaria (B, B', B" ecc.), invece di
mezzi di consumo, nuovi mezzi di produzione addizionali
per allargare la propria produzione. In tal modo un uguale
ammontare di denaro si accumula nelle mani dell’altra par­
te dei capitalisti (A, A', A" ecc.). «Questa tesaurizzazione
non presuppone in alcun modo una ricchezza supplementa­
re in metalli nobili, ma soltanto una diversa funzione del
denaro finora circolante. Testé, questo funzionava come
mezzo di circolazione; ora funge come tesoro, come capita­
le monetario in formazione, virtualmente nuovo»2.
La difficoltà sarebbe così superata. Tuttavia non è diffici­
le capire che cosa ne abbia reso tanto facile la soluzione.
Marx considera qui la riproduzione ai suoi primi passi, in
statu nascendi, nell’atto di sgorgare dalla riproduzione sem­
plice. Dal punto di vista della grandezza di valore la produ­
zione non è ancora allargata: solo la sua composizione e i

1 Das Kapital, libro II, p. 473 [sez. Ill, cap. XXI, par. 1, a],
2 Das Kapital, libro II, p. 474-
132 I L P R O B L E M A D E L L A RIPR O D U ZIO N E

suoi elementi materiali appaiono diversamente ordinati. E


non è un miracolo che anche le sorgenti di denaro appaiano
sufficienti allo scopo. Ma la soluzione regge solo un attimo,
quanto dura il passaggio dalla riproduzione semplice alla
riproduzione allargata, cioè per un caso puramente teorico,
non constatabile nella realtà. Se invece l’accumulazione si è
già da tempo affermata e, ad ogni periodo di produzione,
getta sul mercato una massa di valore sempre piu grande
della precedente, dove sono —ci si chiede ancora —gli ac­
quirenti di questi valori addizionali? La soluzione che ave­
vamo trovato ci lascia allora senza risposta. Inoltre, è an-
ch’essa soltanto apparente: ci sfugge di mano nel preciso
istante in cui sembrava averci tratti d ’impiccio. Infatti, se
consideriamo l’accumulazione nell’atto in cui sta per sboc­
ciare dal seno della riproduzione semplice, sua premessa è
una diminuzione del consumo della classe capitalista. Nello
stesso istante in cui ci si presenta la possibilità di riprende­
re coi precedenti mezzi di circolazione un allargamento del­
la produzione, ecco dunque sfuggirci un corrispondente nu­
mero di vecchi consumatori. Ma per chi si dovrà, allora, al­
largare la produzione? Chi comprerà domani da B, B' B"
(I) la quantità supplementare di prodotti eh’essi hanno fab­
bricato «togliendosi il denaro di bocca» per comprare ad
A, A', A" (I) nuovi mezzi di produzione?
Come si vede, apparente era non la difficoltà ma la solu­
zione, e lo stesso Marx torna subito dopo a chiedersi: da do­
ve B, B', B" derivano il denaro necessario per comprare ad
A, A', A" il loro sovraprodotto?
«In quanto i prodotti di B, B', B" ecc. (I) rientrano in
natura nel processo, è ovvio che pro tanto una parte del
loro sovraprodotto viene trasferita direttamente (senza pro­
cesso circolatorio) nel loro capitale produttivo, dove entra
anche come elemento addizionale del capitale costante. Ma
è anche vero che, pro tanto, essi non convertono in denaro
il sovraprodotto di A, A' ecc. (I). Prescindendo da ciò, da
dove viene il denaro? Sappiamo che, come A, A', A", essi
hanno costituito un tesoro vendendo i rispettivi sovrapro-
dotti, e si trovano ora al punto che il loro capitale-denaro,
accumulato come tesoro e perciò soltanto virtuale, deve po­
L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A R X 133

ter fungere effettivamente come capitale monetario addi­


zionale. Ma in questo modo non facciamo che girare su noi
stessi, e il problema resta: da dove viene il denaro che i B
(I) hanno precedentemente sottratto alla circolazione, e ac­
cumulato?»
Di una semplicità non meno sorprendente sembra la ri­
sposta data da Marx: «Sappiamo tuttavia, dall’analisi della
riproduzione semplice, che nelle mani dei capitalisti I e II
deve trovarsi, per convertire il loro sovraprodotto, una cer­
ta massa monetaria. Là, il denaro speso come reddito in
mezzi di consumo tornava ai capitalisti nella stessa misura
in cui l’avevano anticipato per lo scambio delle rispettive
merci; qui lo stesso denaro riappare ma con diversa funzio­
ne. Gli A e i B (I) si forniscono a vicenda il denaro per la
conversione del sovraprodotto in capitale monetario virtua­
le addizionale, e rigettano alternativamente nella circolazio­
ne, come mezzo di acquisto, il capitale monetario di nuova
formazione»2.
Siamo così ricaduti nella circolazione semplice. Perfetta­
mente d’accordo che i capitalisti A e i capitalisti B accumu­
lano sempre, a poo a poco, un tesoro, per rinnovare di tem­
po in tempo il proprio capitale costante (fisso), e perciò si
aiutano vicendevolmente a realizzare il proprio prodotto.
Ma questo tesoro in formazione graduale non cade dal cie­
lo; è il precipitato lentamente depositantesi del valore del
capitale fisso trasferito via via nei prodotti, e realizzato man
mano con la loro vendita. In tal modo, il tesoro accantonato
può bastare sempre soltanto al rinnovo del vecchio capitale,
ma è impossibile che serva, oltre a ciò, all’acquisto di un ca­
pitale costante addizionale: il che significa rimanere ancora
nel quadro della riproduzione semplice. Ovvero interviene
come nuova sorgente di denaro addizionale una parte dei
mezzi di circolazione serviti fin adesso al consumo persona­
le dei capitalisti e ora destinati alla capitalizzazione; ma al­
lora ricadiamo nel breve periodo eccezionale, pensabile solo
da un punto di vista teorico, del passaggio dalla riproduzio­
ne semplice alla riproduzione allargata. Al di là di questo
1 Das Kapital, libro II, p. 476 [sez. Ill, cap. XXI, par. 11].
2 Ibid.
I 34 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

salto l’accumulazione non si spinge; continuiamo a muover­


ci in un circolo vizioso.
La tesaurizzazione capitalistica non ci libera, dunque, dal­
le difficoltà nelle quali eravamo caduti. Era prevedibile, da­
ta l’impostazione errata del problema. Il problema dell’ac­
cumulazione non è: da dove viene il denaro?, ma: da dove
viene la domanda del prodotto addizionale che si origina dal
plusvalore capitalizzato? Non, dunque, problema tecnico
della circolazione del denaro, ma problema economico della
riproduzione del capitale sociale totale. Infatti, anche pre­
scindendo dal problema finora esclusivamente dibattuto da
Marx - da dove proviene ai B, B' ecc. (I) il denaro occorren­
te per acquistare mezzi di produzione supplementari da A,
A' ecc. (I)? —una volta compiuta l’accumulazione risorge la
ben piu importante domanda: a chi pretendono di vendere,
ora, il sovraprodotto aumentato, i B, B' ecc. (I)? E Marx fi­
nisce per immaginare che si vendano a vicenda i prodotti!
«Può darsi che i diversi B, B', B " ecc. (I), il cui nuovo ca­
pitale monetario virtuale entra in funzione come capitale at­
tivo, debbano comprarsi e vendersi a vicenda i loro prodot­
ti (parti del loro sovraprodotto). Pro tanto, il denaro antici­
pato per la circolazione del sovraprodotto ritorna ai diversi
B —dato un circuito normale —nella stessa proporzione in
cui lo hanno anticipato per la circolazione delle rispettive
merci» ‘.
Ma pro tanto non si risolve il problema, giacché i B, B'
ecc. (I) non hanno certo rinunciato a una parte del consumo
e allargato la loro produzione per comprarsi l’un l’altro il
prodotto aumentato-cioè mezzi di produzione. D ’altra par­
te, anche ciò è possibile solo in misura molto ridotta. Infat­
ti, secondo l ’ipotesi di Marx, all’interno di I vige una certa
divisione del lavoro, per cui A, A', A" ecc. (I) producono
mezzi per la produzione di mezzi di produzione; B, B', B”
ecc. (I ), invece, mezzi di produzione di mezzi di consumo. Se
perciò il prodotto degli A, A' ecc. è potuto restare nell’am­
bito della sezione I, il prodotto dei B, B' ecc. è destinato a
priori, data la sua forma naturale, alla sezione II (produzio-

1 Das Kapital, libro II, p. 477 [sez. Ill, cap. XXI, par. 1, 3].
L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A R X 135
ne di mezzi di sussistenza). Perciò l’accumulazione nei B, B'
ecc. porta già alla circolazione fra I e II: lo stesso svolgi­
mento dell’analisi di Marx conferma che, se all’interno della
sezione II deve verificarsi accumulazione, dev’esservi alla
fine, direttamente o indirettamente, nella sezione mezzi di
sussistenza, un’aumentata richiesta di mezzi di produzione.
Gli acquirenti del prodotto addizionale della sezione I do­
vranno dunque essere cercati qui, fra i capitalisti II.
In realtà il secondo tentativo fatto da Marx per risolvere
il problema punta sulla domanda dei capitalisti II. La loro
richiesta di mezzi di produzione addizionali può avere sol­
tanto un senso: eh’essi aumentino il loro capitale costante
II c. Ma è proprio qui che tutta la difficoltà balza agli occhi:
«Ammettiamo che A (I) traduca in denaro il suo sovra-
prodotto vendendolo a B della sezione II. Ciò può avvenire
in un solo modo: che egli, dopo di aver venduto mezzi di
produzione a B (II), non compri mezzi di consumo; cioè so­
lo mediante una vendita unilaterale da parte sua. Ma II c
può passare dalla forma di capitale merci alla forma natura­
le di capitale costante produttivo all’unica condizione che
non soltanto I v ma anche una parte almeno di I p si scambi
contro una parte di II c, quest’ultimo esistente in forma di
mezzi di consumo; d ’altronde, A traduce in denaro il suo
I p solo se questo scambio non si verifica, cioè se A ritira
dalla circolazione il denaro ricavato dalla vendita del suo I
p a II, invece di convertirlo in acquisto di mezzi di consumo
II c. Ne segue che in A (I) ha bensì luogo la formazione di
un capitale monetario virtuale aggiunto, ma una parte di pa­
ri grandezza di valore del capitale costante in B (II) rimane
immobilizzata sotto forma di capitale merci senza potersi
convertire nella forma naturale di capitale costante produt­
tivo. In altri termini: una parte delle merci di B (II), e cioè,
prima facie, una parte senza vendere la quale gli è impossi­
bile riconvertire in forma produttiva il suo capitale costan­
te, è divenuta invendibile: nei suoi riguardi si verifica per­
ciò una sovraproduzione che, anche rimanendo invariata la
scala, intralcia la riproduzione» '.

Das Kapital, libro II, p. 478 [sez. Ill, cap. XXI, 3].
136 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

Il tentativo di accumulare nella sezione I mediante ven­


dita del sovraprodotto addizionale alla sezione II ha dun­
que avuto una soluzione inattesa - un deficit da parte dei
capitalisti II, i quali non possono neppur riprendere la ri-
produzione semplice. Giunto a questo nodo, Marx appro­
fondisce l ’analisi, deciso a venirne a capo:
«Consideriamo ora un po’ piu da vicino l’accumulazione
in II. La prima difficoltà in rapporto a II c, cioè la sua ri­
trasformazione da parte componente del capitale merci II
alla forma naturale di capitale costante II, riguarda la ripro­
duzione semplice. Prendiamo lo schema precedente:
(1000 V+ 1000 p) I si scambiano contro 2 0 0 0 II c
«Se, per esempio, la metà del sovraprodotto I, cioè m% p
oppure 500 I p, viene reincorporata come capitale costante
nella sezione I, è chiaro che questa parte di sovraprodotto
rimasta in I non potrà sostituire nessuna parte di II c. In­
vece di essere scambiato in mèzzi di consumo, dovrà servi­
re esso stesso come mezzo di produzione addizionale in I :
non può compiere contemporaneamente questa funzione in
I e II. Il capitalista non può spendere in mezzi di consumo
il valore del suo sovraprodotto e, nello stesso tempo, con­
sumare produttivamente, cioè incorporare il suo capitale
produttivo, il sovraprodotto medesimo. Invece di 2000 I
(v + p), sono perciò convertibili in 2000 II c soltanto 1500,
cioè (1000 v + 500 p) I; in altre parole, 500 II c non sono
ritrasformabili dalla forma di merci in capitale produttivo
(costante) I I » '.
Finora non abbiamo fatto che convincerci con sempre
maggior chiarezza della difficoltà, senza fare un passo avan­
ti verso la sua soluzione. D ’altronde, l’analisi si fa giustizia
da sé quando Marx, per chiarire il problema dell’accumula­
zione, insiste nel prendere a base della ricerca la finzione di
un trapasso iniziale dalla riproduzione semplice all’allarga­
ta, insomma i primi vagiti dell’accumulazione, invece di stu­
diarla nel suo divenire. Ora, la stessa finzione che, limitan­
do l’accumulazione all’interno della sezione I, ci aveva of-

1 Das Kapital, libro II , p. 480 [sez. I l l , cap. XXI, 2 ].


L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A R X 137

ferto almeno per un attimo un’apparenza di soluzione (ri­


nunciando a una parte del loro consumo privato di ieri, i
capitalisti I s’erano improvvisamente trovati in mano un
nuovo tesoro monetario con cui iniziare la capitalizzazione),
la stessa finzione, ora che ci volgiamo a II, non fa che accre­
scere le difficoltà. Infatti, la «astinenza» da parte dei capi­
talisti I si manifesta qui in una dolorosa perdita di consu­
matori sulla cui domanda la produzione contava. I capitali­
sti della sezione II, coi quali volevamo tentar l’esperimen­
to, se non rappresentano i tanto attesi acquirenti del pro­
dotto addizionale della accumulazione in I, possono tanto
meno tirarci d ’impiccio in quanto vi si trovano essi stessi,
e non sanno ancora dove smaltire il proprio prodotto inven­
duto. Ecco a quali inconvenienti porta il tentativo di far
compiere l’accumulazione da alcuni capitalisti a spese degli
altri.
Marx tenta allora un altro esperimento, per rigettarlo su­
bito dopo come una scappatoia: quello di considerare l’ec­
cedenza invendibile in II, proveniente dall’accumulazione
in I, come necessaria riserva di merci della società per l ’an­
no successivo. Ma obietta con l’abituale precisione: « 1)
Questa costituzione di scorte e la sua necessità valgono per
tutti i capitalisti, sia I che II. Considerati come venditori
di merci, essi si distinguono solo per il fatto di vendere mer­
ci di diversa specie. La scorta in merci II presuppone una
precedente scorta in merci I. Se ne prescindiamo da un lato,
dobbiamo fare la stessa cosa dall’altro. Se invece la prendia­
mo in considerazione da entrambi, il problema non muta.
2) Se questo anno si chiude per la parte II con una scorta
di merci per il successivo, è però cominciato dalla stessa par­
te con una scorta di merci ereditata dall’anno precedente.
Nell’analisi della riproduzione annua - formulata nella sua
espressione piu astratta —dobbiamo dunque cancellarla due
volte. Lasciando a quest’anno l’intera sua produzione, e per­
ciò anche la scorta di merci che cede all’anno successivo, gli
togliamo però anche la scorta di merci che ha ricevuto dal­
l’anno prima, e abbiamo cosi davanti agli occhi come ogget­
to dell’analisi il prodotto totale effettivo di un anno medio.
3 ) Il fatto stesso che la difficoltà da risolvere non ci si è pre-
138 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

sentata nell’analisi della riproduzione semplice, dimostra


che si tratta di un fenomeno specifico da imputarsi al diver­
so raggruppamento (in rapporto alla riproduzione) degli ele­
menti I, diverso raggruppamento senza il quale nessuna ri-
produzione su scala allargata potrebbe verificarsi» \
Senonché l’ultima osservazione si ritorce anche contro i
tentativi finora compiuti da Marx per risolvere la specifica
difficoltà della accumulazione, ricorrendo a fattori già ap­
partenenti alla riproduzione semplice, come quella tesauriz­
zazione nelle mani dei capitalisti, legata alla graduale tra­
sformazione del capitale fisso, che avrebbe dovuto spiegare,
nell’ambito della sezione I, l’accumulazione.
Marx procede nella rappresentazione schematica della ri-
produzione allargata, ma, subito dopo, nell’analizzare il suo
schema torna ad imbattersi nella stessa difficoltà in altra
forma. Egli suppone che i capitalisti della sezione I accumu­
lino 500 p, mentre quelli della sezione II devono a loro vol­
ta convertire 140 p in capitale costante per permettere l’ac­
cumulazione, e chiede: «Poiché la sezione II deve compra­
re 140 I p in contanti, senza che questo denaro le riaffluisca
attraverso successiva vendita delle sue merci a I —processo
continuo, questo, rinnovantesi ad ogni nuova produzione
annua, in quanto sia riproduzione su scala allargata - , da
dove viene a II il denaro necessario a questo fine? » 2.
Marx si dà dunque a ricercare questa sorgente di denaro.
Anzitutto, studia piu da presso la spesa dei capitalisti II in
capitale variabile. Questo è bensì presente in forma mone­
taria, ma non può esser distratto dal suo compito, l’acquisto
della forza-lavoro, per servire all’acquisto di mezzi di pro­
duzione addizionali. «Questo perenne allontanarsi (del ca­
pitale variabile) dal punto di partenza —le tasche dei capi­
talisti - e ritornarvi, non aumenta in alcun modo il denaro
impegnato nel circuito. Non è questa, dunque, la sorgente
dell’accumulazione di denaro». Marx avanza tutte le scap­
patoie immaginabili, per rigettarle subito dopo come tali.
«Alto là! Non ci sarebbe da fare un profittuccio, q u i?» si
chiede esaminando se per caso i capitalisti non potessero ot-
1 Das Kapital, libro II, p. 482 [sez. Ill, cap. XXI, 3].
2 Ibid., p. 484.
L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A RX 139
tenere un risparmio in capitale variabile e quindi disporre
di una nuova sorgente di denaro ai fini dell’accumulazione,
comprimendo i salari dei lavoratori al di sotto del livello
normale medio. Ma naturalmente rigetta l’ipotesi: «Non
bisogna dimenticare che il salario normale effettivamente
pagato (che, ceteris paribus, determina la grandezza del ca­
pitale variabile) non è pagato per il capriccio dei capitalisti
ma per una necessità fondata su ben determinati rapporti.
La spiegazione dunque non regg e»1. Quanto ad eventuali
sistemi truffaldini di «risparmio» sul capitale variabile (co­
me il trucksystem ecc.), Marx osserva: « È la stessa opera­
zione che in 1 ), solo mascherata ed effettuata per vie traver­
se. Da rigettarsi, dunque, al pari di quella»2. Cosi, tutti i
tentativi di trarre dal capitale variabile una nuova sorgente
di denaro ai fini dell’accumulazione sono riusciti vani: «Con
376 II p non vi è nulla da fare al detto scopo».
Marx si volge allora alla scorta di denaro che i capitalisti
II tengono in serbo per la circolazione del proprio consu­
mo personale, e cerca in essa un’eventuale quantità di dena­
ro disponibile ai fini dell’accumulazione. Tentativo, ammet­
te egli stesso, ancor «piu dubbio» del precedente: «S i tro­
vano qui di fronte solo capitalisti della stessa classe, che si
vendono e comprano a vicenda i mezzi di consumo da loro
stessi prodotti. Il denaro necessario a questo scambio funge
unicamente da mezzo di circolazione e, ammesso un circui­
to normale, deve riaffluire agli interessati nella stessa misura
in cui l’hanno anticipato alla circolazione, per ripercorrere
continuamente la stessa via». Segue un altro tentativo, ri­
gettato però nettamente come una «scappatoia»; quello di
spiegare la formazione di capitale-denaro in mano ai capita­
listi II mediante raggiro di colleghi della stessa sezione nel­
lo scambio reciproco di mezzi di consumo.
Infine, un ultimo tentativo serio:
«Oppure, una parte di II p, rappresentata da mezzi di
consumo necessari, viene direttamente convertita in nuovo
capitale variabile nell’ambito della sezione I I » 3.
1 Das Kapital, libro II, p. 485 [sez. Ill, cap. XXI, 3].
2 Ibid., p. 486.
3 Ibid., p. 487.
I40 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

Ma come ritenere che quest’espediente possa liberarci


dalla difficoltà e mettere in moto il meccanismo dell’accu­
mulazione? Infatti: 1) la costituzione di capitale variabile
addizionale nella sezione II non permette di fare nessun
passo avanti, perché non abbiamo ancora messo insieme il
capitale costante addizionale II, ed eravamo appena in pro­
cinto di riuscirvi; 2) la ricerca verteva sulla scoperta di una
fonte di denaro in II per l’acquisto di mezzi di produzione
supplementari in I, non sulla possibilità di collocare il pro­
dotto eccedente II in un settore qualsiasi della sua produ­
zione; 3) se il tentativo significa che i mezzi di consumo in
questione possono esser riutilizzati come capitale variabile
«direttamente» nella produzione II (dunque, senza l’inter­
mediario del denaro), in modo che la quantità corrisponden­
te di denaro diventi disponibile per l’accumulazione dal ca­
pitale variabile, è allora decisamente da scartare. La produ­
zione capitalistica esclude in circostanze normali il paga­
mento diretto dei salari in mezzi di consumo; la forma mo­
netaria del capitale variabile, la costante transazione fra i
lavoratori come compratori di merci e i produttori di beni
di consumo è una base fondamentale dell’economia capita­
listica. Lo stesso Marx afferma, ad altro proposito: «Sap­
piamo che il vero capitale variabile consta di forza-lavoro, e
perciò anche il capitale addizionale. Non è il capitalista I
che compra da II i mezzi di sussistenza necessari per costi­
tuirsi una scorta, o H accumula per la forza-lavoro addizio­
nale da impiegare, come era costretto a fare il padrone di
schiavi. Sono gli stessi lavoratori che trattano con II » '. Ciò
vale per i capitalisti II esattamente come per i capitalisti I :
anche questo tentativo è dunque da considerarsi fallito.
Infine, Marx ci rinvia all’ultima parte del capitolo XXI,
volume II del Capitale, posta da Engels come paragrafo iv,
Osservazioni supplementari: «L a fonte originaria di dena­
ro per II è V+ p della produzione d’oro I, scambiato contro
una parte di II c; solo in quanto il produttore d ’oro accu­
mula plusvalore o lo converte in mezzi di produzione, solo
insomma se estende la propria produzione, il suo v + p non

Das Kapital, libro II , p. 492 [sez. I l l , cap. XXI, par. in , 2].


L E SO LU Z IO N I T E N T A T E DA M A R X 141
trapassa in II; d’altronde, in quanto l’accumulazione di de­
naro ad opera dello stesso produttore d’oro porta alla ripro­
duzione allargata, una parte del plusvalore della produzio­
ne d’oro, non spesa come reddito, entra in II come capitale
variabile addizionale del produttore d ’oro, vi provoca una
nuova tesaurizzazione o fornisce nuovi mezzi per comprare
da I senza rivendergli direttamente»
Così, falliti tutti i tentativi di spiegar l’accumulazione,
rinviatici continuamente da Ponzio a Pilato, da A I a B I, da
B I a B II, Marx ci riporta allo stesso produttore d ’oro, la
cui apparizione aveva, all’inizio dell’analisi, considerata « as­
surda»: l’analisi del processo di riproduzione e il libro II
del Capitale si chiudono senza la soluzione tanto attesa del­
la difficoltà.1
1 Das Kapital, libro II, p. 499 [sez. Ill, cap. XXI, 4].
C A P IT O L O NONO

LA D IFFIC O LT À D A L L’ANGOLO V ISU A L E


D EL PR O C E SSO DI CIRCOLAZIONE

L ’analisi di Marx soffre fin dall’inizio del tentativo di ri­


spondere al problema per la via traversa della ricerca di pos­
sibili «fonti di denaro». Ora, quello di cui in realtà si tratta
è di trovare non una fonte di denaro per pagare le merci,
ma una richiesta effettiva di queste, una loro possibilità di
collocamento: quanto al denaro come mezzo di circolazio­
ne, dobbiamo ammettere, nell’analisi del processo della ri-
produzione visto nel suo insieme, che la società capitalistica
ne abbia sempre a disposizione la quantità necessaria al suo
processo circolatorio o, quanto meno, possa sempre trovar­
gli dei surrogati. Ciò che importa spiegare sono i grandi atti
sociali di scambio provocati da bisogni economici effettivi.
Non che si debba trascurare il fatto che il plusvalore capita­
listico, prima di poter essere accumulato, deve necessaria­
mente assumere forma monetaria; ma quel che cerchiamo è
la domanda economica del sovraprodotto, qualunque sia la
provenienza del denaro. Come dice altrove lo stesso Marx:
« I l denaro da una parte suscita dall’altra la riproduzione al­
largata, poiché le possibilità di questa esistono senza il de­
naro-, infatti, il denaro in sé non è un elemento della ripro­
duzione reale» '.
Che ricercare «fonti di denaro» ai fini dell’accumulazio­
ne sia formulare a vuoto il problema dell’accumulazione me­
desima, lo mostra del resto Marx anche in un altro punto.
La stessa difficoltà l’aveva tormentato nel II libro del Ca­
pitale, a proposito della riproduzione semplice. Scriveva, in
merito alla circolazione del plusvalore:

1 Das Kapital, libro II , p. 466 [sez. I l l , cap. X X I].


LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I C IRCO LAZIO N E 143
«M a il capitale-merci deve essere tradotto in denaro pri­
ma della sua riconversione in capitale produttivo e prima
dell’alienazione del plusvalore in esso incorporato. Da dove
viene il denaro a questo scopo? Domanda alla quale sembra
a prima vista difficile rispondere, e che non ha trovato fino­
ra risposta né in Tooke né in altri»
E, affrontando spregiudicatamente la questione:
«Ammettiamo che il capitale circolante anticipato sotto
forma di capitale monetario di 500 sterline, quale che possa
essere il suo periodo di rotazione, sia il capitale circolante
totale della società, cioè della classe capitalistica. Il plusva­
lore sia di 100 sterline. Come può l’intera classe capitalisti­
ca ritirare costantemente dalla circolazione 600 sterline, se
non ve ne getta costantemente che 5 0 0 ?»
Siamo qui, si noti bene, nell’ambito della riproduzione
semplice, dove l’intero plusvalore è consumato dalla classe
capitalistica per consumi personali. La questione andrebbe
dunque formulata, piu precisamente, cosi: come possono i
capitalisti, dopo di aver messo complessivamente in circola­
zione per capitale costante e variabile 500 sterline in dena­
ro, venire in possesso dei propri mezzi di consumo per l’am­
montare del plusvalore, cioè 100 sterline? È allora subito
chiaro che quelle 500 sterline, che come capitale servono al­
l’acquisto di mezzi di produzione e alla corresponsione del
salario agli operai, non possono contemporaneamente copri­
re anche il consumo personale dei capitalisti. Da dove vie­
ne, dunque, il denaro addizionale - xoo sterline —di cui i
capitalisti hanno bisogno per realizzare il proprio plusvalo­
re? Marx elimina subito ogni scappatoia suggerita a solu­
zione del problema:
« I l problema va affrontato senza ricorrere a scappatoie
solo apparentemente plausibili. Ad esempio: per quanto
concerne il capitale costante circolante, è chiaro che non
tutti lo erogano contemporaneamente. Mentre il capitalista
A vende la propria merce, e il capitale da lui anticipato as­
sume cosi forma monetaria, per l’acquirente B il suo capi­
tale, presente in forma monetaria, assume invece la forma

1 Das Kapital, libro II, p. 304 [sez. II, cap. XVII].


I44 IL P R O B L E M A D E L L A RIPR O D U ZIO N E

di mezzi di produzione prodotti appunto da A. Attraverso


lo stesso atto con cui A restituisce al capitale-merci da lui
prodotto la forma-denaro, B restituisce al proprio la forma
produttiva, lo converte dalla forma-denaro in mezzi di pro­
duzione e forza-lavoro: la stessa somma di denaro funge nel
processo bilaterale come in ogni acquisto semplice M-D
(merce-denaro). D ’altra parte, se A riconverte il denaro in
mezzi di produzione, se compra da C, questi col denaro ri­
cavato paga B ecc. Il processo sarebbe cosi spiegato. Ma:
«L e leggi stabilite (libro I, capitolo III) in merito alla
quantità di denaro circolante nella circolazione delle merci
non vengono in alcun modo modificate dal carattere capita­
listico del processo di produzione.
«S e perciò si dice che il capitale circolante sociale da an­
ticipare in forma monetaria ammonta a 500 sterline, si tie­
ne già conto che, da una parte, è appunto questa la somma
contemporaneamente anticipata, ma dall’altra essa mette in
moto un capitale produttivo superiore a 500 sterline, per­
ché serve alternativamente da fondo monetario a diversi ca­
pitali produttivi. La presunta spiegazione presuppone dun­
que come già presente il denaro di cui si dovrebbe spiegare
la presenza...
«S i potrebbe anche dire: il capitalista A produce articoli
che il capitalista B consuma individualmente, improdutti­
vamente. Il denaro di B monetizza dunque il capitale-mer­
ci di A, per cui la stessa somma di denaro serve alla tradu­
zione in moneta sia del plusvalore di B che del capitale co­
stante circolante di A. Ma qui la soluzione del problema al
quale si tratterebbe di rispondere è ancor piu esplicitamen­
te presupposta. Infatti, da dove riceve B il denaro per la
spesa del suo reddito? Come ha trasformato in denaro la
parte di plusvalore del suo prodotto? Si potrebbe anche
ammettere che la parte di capitale variabile circolante che
A continua ad anticipare ai suoi lavoratori gli riafHuisce con­
tinuamente dalla circolazione; e solo una parte oscillante
gli rimane, immobilizzata, per il pagamento dei salari. Ma
fra l’erogazione e il rientro trascorre un certo periodo, du­
rante il quale il denaro pagato in salari può servire, fra l’al­
tro, a tramutare in moneta il plusvalore. Ma: 1) noi sappia-
LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I CIRC O LA ZIO N E 145

mo che, quanto maggiore è questo periodo, tanto maggiore


deve anche essere la massa della scorta monetaria che il ca­
pitalista A deve avere continuamente “ in petto ” 2) che
il lavoratore spende il denaro, compra merci, e, pro tanto,
traduce in denaro il plusvalore in queste incorporato. Per­
ciò lo stesso denaro anticipato sotto forma di capitale varia­
bile serve, pro tanto, a tradurre in denaro dei plusvalori.
Senza soffermarci sulla questione, basti notare che il consu­
mo dell’intera classe capitalistica e delle persone improdut­
tive da essa dipendenti va di pari passo con quello della
classe lavoratrice; perciò, contemporaneamente al denaro
gettato nella circolazione dai lavoratori, ne dovrà esser
gettato dell’altro dai capitalisti per spendere come reddito
il loro plusvalore, il che significa che devono ritirare dalla
circolazione del denaro. La spiegazione data piu sopra var­
rebbe a ridurre la quantità cosi necessaria, non ad elimi­
narla...
«S i potrebbe infine dire: al primo impiego del capitale
fisso, viene continuamente lanciato nella circolazione un
grande quantitativo di denaro, che chi ve l’aveva gettato
non ritira nuovamente dalla circolazione se non a poco a
poco, a frazioni, nel corso di anni. Non può bastare, questa
somma, a tradurre in denaro il plusvalore? Si risponde che
forse nella somma di 500 sterline (comprendente anche la
tesaurizzazione per i necessari fondi di riserva) è già com­
preso il suo impiego come capitale fisso, se non da parte di
chi ve l’ha gettato, da parte di qualche altro. Inoltre, nella
somma spesa per procurarsi i prodotti che fungono da capi­
tale fisso è già presupposto che anche il plusvalore incorpo­
rato in quelle merci sia pagato. Si tratta appunto di sapere
da dove questo denaro proviene».
Quest’ultimo punto merita di essere attentamente consi­
derato. Giacché qui Marx esclude che, per spiegare la rea­
lizzazione del plusvalore, sia lecito tirare in ballo, anche nel
caso della riproduzione semplice, la tesaurizzazione ai fini
del periodico rinnovo del capitale fisso. Eppure, in seguito,
a proposito della ben piu difficile realizzazione del plusvalo-

[In italiano nel testo].


146 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

re nel caso dell’accumulazione, si aggrappa ripetutamente, a


titolo sperimentale, ad una spiegazione già espressamente
scartata come «scappatoia soltanto plausibile».
Segue una soluzione che giunge un po’ inattesa:
«L a risposta generale è già stata data: l’entità della som­
ma di denaro necessaria a far circolare una massa di merci
di X X 1000 sterline non è per nulla influenzata dal fatto che
il valore di questa massa di merci contenga o no plusvalo­
re, che questa massa sia o no di produzione capitalistica. Il
problema pertanto non esiste. Date certe circostanze, velo­
cità di circolazione del denaro ecc., si richiede una determi­
nata somma di denaro per far circolare il valore merci di
XX 1000 sterline indipendentemente dalla quantità piu o
meno grande di questo valore che i produttori immediati
delle merci in questione ne derivano. Se mai un problema
esiste qui, esso coincide col problema generale: da dove
proviene la somma di denaro necessaria alla circolazione
delle merci in un paese? » '.
La risposta è giustissima. La domanda: da dove provie­
ne il denaro per la circolazione del plusvalore? riceve la sua
risposta insieme alla domanda generale: da dove provie­
ne il denaro per mettere in circolazione nel paese una data
massa di merci? Dal punto di vista della circolazione mone­
taria come tale, la suddivisione della massa di valore di que­
ste merci in capitale costante, capitale variabile e plusvalo­
re non esiste e, sempre da questo punto di vista, non ha sen­
so. È perciò vero che, dall’angolo visuale della circolazione
monetaria o della circolazione semplice delle merci, «il pro­
blema non esiste». Ma il problema esiste dal punto di vista
della riproduzione sociale nel suo complesso; solo che non
lo si deve formulare in modo talmente obliquo da farci ri­
cadere in quella stessa circolazione semplice delle merci,
dove il problema non esiste. La questione non è dunque:
da dove proviene il denaro per realizzare il plusvalore? ma
dev’essere: dove sono i consumatori del plusvalore? Che il
denaro debba trovarsi nelle mani di questi consumatori e

1 Das Kapital, libro II, p. 306 [sez. II, cap. XVII].


LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I C IRC O LA ZIO N E 147
da essi gettato nella circolazione, si capisce da sé. Lo stesso
Marx continua a ritornare sul problema che pur aveva di­
chiarato inesistente:
«O ra, due soli punti di partenza esistono: il capitalista e
il lavoratore. Tutte le terze persone devono o ricevere de­
naro da queste due classi in cambio di servizi resi, o, se non
ricevono contropartita, sono comproprietari del plusvalore
sotto forma di rendita, interesse ecc. Il fatto che il plusva­
lore non rimanga interamente nelle tasche del capitalista
industriale, ma debba essere da lui diviso con altre persone,
non ha nulla a che vedere col problema che ci occupa. Il
problema è com’egli traduca in denaro il suo plusvalore,
non come il denaro cosi ottenuto si suddivida successiva­
mente. Per il nostro caso, il capitalista è quindi ancora da
considerare come unico possessore di plusvalore. Quanto al
lavoratore, è già stato detto ch’egli è solo un punto di par­
tenza secondario, mentre il capitalista è il primo punto di
partenza del denaro gettato nella circolazione dal lavorato­
re. Il denaro inizialmente anticipato come capitale variabile
compie già la sua seconda rotazione quando il lavoratore lo
spende in pagamento di mezzi di sussistenza.
«L a classe capitalista rimane dunque l’unico punto di
partenza della circolazione del denaro. Se per pagare mezzi
di produzione essa ha bisogno di 400 sterline, e di 100 per
pagare la forza-lavoro, getterà in circolazione jo o sterline.
Ma il plusvalore incorporato nel prodotto, ammesso un sag­
gio del plusvalore del 100% , è pari a un valore di 100 ster­
line. Come può dunque ritirare costantemente dalla circola­
zione 600 sterline, se ve ne getta continuamente solo 500?
Dal nulla non nasce nulla. L ’intera classe dei capitalisti non
può ritirare dalla circolazione se non ciò che vi ha prece­
dentemente gettato».
Marx respinge inoltre come scappatoia il rinvio alla velo­
cità di circolazione del denaro, che permetterebbe di met­
tere in circolazione con meno denaro una maggior massa di
merci. Risultato nullo anche qui, perché la velocità di circo­
lazione del denaro è già calcolata quando si ammette che
per la circolazione della massa di merci si richiedano tante e
tante sterline. Ed ecco la conclusione:
148 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

«In realtà, per quanto paradossale possa sembrare a pri­


mo sguardo, è la stessa classe capitalistica a gettare in cir­
colazione il denaro che serve alla realizzazione del plusva­
lore incorporato nelle merci. Ma nota bene: non ve lo get­
ta come denaro anticipato, e perciò come capitale; lo spen­
de come mezzo di acquisto per il suo consumo individuale.
Non è dunque essa ad anticiparlo, sebbene sia essa il punto
di partenza della sua circolazione» '.
Questa soluzione chiara ed esauriente è la migliore dimo­
strazione che il problema non è fittizio. Essa si fonda sulla
scoperta non di una nuova «fonte di denaro» per realizzare
il plusvalore, ma di chi potrà consumarlo. Rimaniamo anco­
ra, secondo l’ipotesi di Marx, sul piano della riproduzione
semplice. Ciò significa che la classe capitalistica impiega
l’intero plusvalore nel consumo personale. Poiché il plus­
valore è consumato dai capitalisti, non solo non è parados­
sale ma è perfettamente naturale eh’essi debbano avere in
tasca il denaro per appropriarsi della forma naturale del
plusvalore, gli oggetti di consumo. L ’atto di circolazione
dello scambio nasce come necessità dal fatto che i capitali­
sti singoli non possono consumare direttamente il proprio
plusvalore individuale —o, rispettivamente, il proprio so-
vraprodotto individuale, come nel caso del proprietario di
schiavi consumo che la sua forma naturale materiale di
regola esclude. Ma il plusvalore totale di tutti i capitalisti si
trova espresso, nel prodotto sociale totale - sempre nell’i­
potesi della riproduzione semplice —, in una massa corri­
spondente di mezzi di consumo per la classe capitalista, co­
si come alla somma complessiva dei capitali variabili corri­
sponde una quantità di pari valore di mezzi di sussistenza
per la classe lavoratrice e come al capitale costante totale
di tutti i capitalisti singoli corrisponde una quantità di pari
valore di mezzi di produzione materiali. Per scambiare il
plusvalore individuale inconsumabile contro la quantità cor­
rispondente di mezzi di consumo, è necessario un duplice
atto della circolazione di merci: la vendita del proprio so-

1 Das Kapital, libro II, p. 308 [sez. II, cap. XVII].


LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I C IRC O LA Z IO N E 149

vraprodotto, e l’acquisto di mezzi di sussistenza dal sovra-


prodotto sociale. Poiché questi due atti si compiono esclu­
sivamente all’interno della classe capitalistica, si effettuano
fra capitalisti soli, anche il denaro come mediatore dello
scambio passa da una mano dei capitalisti all’altra, rimane
sempre nelle loro tasche. Come la riproduzione semplice
porta allo scambio sempre le stesse quantità di valori, cosi
alla circolazione del plusvalore serve ogni anno la stessa
quantità di denaro, e al massimo si potrebbe, per uno scru­
polo eccessivo, chiedere: da dove è venuta, inizialmente, ai
capitalisti la quantità di denaro destinata a mediare il con­
sumo personale dei capitalisti medesimi? Ma questa doman­
da si risolve in un’altra piu generale: da dove è piovuto ai
capitalisti il primo capitale-denaro, quel capitale-denaro di
cui, oltre ad utilizzarlo in investimenti produttivi, hanno
sempre dovuto tenere in tasca una parte ai fini del consu­
mo personale? Senonché la questione così posta rientra nel
capitolo della cosiddetta «accumulazione primitiva», cioè
della genesi storica del capitale, ed esce dai confini dell’a­
nalisi sia del processo di circolazione che di quello di ripro­
duzione.
La questione è dunque chiara e netta —finché, almeno,
rimaniamo sul piano della riproduzione semplice, dove il
problema della realizzazione del plusvalore è risolto dalle
stesse premesse, è già anticipato nel concetto di riproduzio­
ne semplice. Quest’ultima si fonda appunto sul consumo
totale del plusvalore da parte della classe capitalista, il che
significa che dovrà anche essere comprato da lei, o meglio
comprato a vicenda dai capitalisti singoli.
«In questo caso —dice lo stesso Marx - avevamo am­
messo che la somma di denaro gettata in circolazione dal
capitalista per il proprio consumo individuale, fino al primo
riflusso del suo capitale, fosse esattamente uguale al plusva­
lore da lui prodotto e perciò da tradurre in denaro. È que­
sta, evidentemente, in rapporto ai capitalisti singoli, un’i­
potesi arbitraria. Ma dev’essere giusta per il complesso del­
la classe capitalista, sempre data la riproduzione semplice.
Essa non fa che esprimere quanto è implicito nel presuppo­
sto che l’intero plusvalore, ma solo esso, e nessuna frazione
I50 I L P R O B L E M A D E L L A RIPR O D U ZIO N E

della scorta originaria di capitale, venga consumato impro­


duttivamente» \
Ma la riproduzione semplice su basi capitalistiche è, nel­
l’economia teorica, una grandezza immaginaria, una gran­
dezza altrettanto giustificata e indispensabile agli effetti
scientifici quanto, in matematica, V - 1 . E il problema della
realizzazione del plusvalore non è, per la realtà (cioè per la
riproduzione allargata od accumulazione) affatto risolto. È
ancora una volta Marx, nel seguito dell’analisi, a confer­
marlo.
Da dove viene il denaro per la realizzazione del plusvalo­
re nella ipotesi dell’accumulazione, cioè del suo non-consu-
mo, della capitalizzazione di una sua parte? La prima rispo­
sta data da Marx è:
«Per quanto riguarda anzitutto il capitale monetario ad­
dizionale richiesto dal funzionamento del capitale produt­
tivo crescente, esso è fornito da una parte del plusvalore
realizzato, che i capitalisti gettano in circolazione come ca­
pitale-denaro invece che come forma monetaria del reddi­
to. Il denaro è già nelle mani dei capitalisti. Solo il suo im­
piego è differente».
Ci eravamo già imbattuti in questa spiegazione nell’ana­
lisi del processo della riproduzione, e ne avevamo sottoli­
neato l’insufficienza. Infatti, la risposta si fonda esclusiva-
mente sul primo passaggio dalla riproduzione semplice al­
l ’accumulazione: fino a ieri, i capitalisti consumavano l’in­
tero plusvalore, e avevano perciò anche in tasca la massa di
denaro necessaria alla sua circolazione: oggi si decidono a
«risparmiare» e ad investire produttivamente una parte del
plusvalore, invece di divorarla. A tale scopo - ammesso che
siano prodotti, invece di articoli di lusso, mezzi di produ­
zione - non hanno che da destinare in altro modo una parte
del loro fondo di denaro personale. Ma il passaggio dalla ri-
produzione semplice all’allargata è una finzione teorica allo
stesso titolo della riproduzione semplice del capitale. Pro­
segue Marx:
«M a, grazie al capitale produttivo addizionale, e come

1 Das Kapital, libro II, p. 309 [sez. Ill, cap. XVII, 1].
LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I C IRC O LA Z IO N E 15 1

suo prodotto, una massa addizionale di merci viene getta­


ta in circolazione. Con questa massa addizionale di merci
è contemporaneamente gettata in circolazione una parte
del denaro addizionale necessario alla sua realizzazione, in
quanto il valore della massa di merci è uguale al valore del
capitale produttivo consumato nella sua produzione. Que­
sta massa addizionale di denaro è anticipata come capitale­
denaro addizionale, e «affluisce perciò al capitalista attra­
verso la rotazione del suo capitale. A questo punto si ripre­
senta la stessa domanda di prima: da dove viene il denaro
addizionale per realizzare il plusvalore addizionale, presen­
te sotto forma di merci? »
Ma, ora che il problema è stato riproposto nella sua du­
rezza, ecco, invece di una soluzione, l’inattesa risposta:
«L a risposta generale è sempre la stessa. La somma dei
prezzi della massa di merci circolante è aumentata non per­
ché siano cresciuti i prezzi di una data massa di merci, ma
perché la massa delle merci ora circolanti è maggiore della
precedente, senza che sia intervenuta a compensare lo squi­
librio una caduta dei prezzi. Il denaro addizionale richiesto
dalla circolazione di questa massa di merci cresciuta e di va­
lore superiore deve essere ottenuto o mediante una mag­
gior economia di massa monetaria circolante —sia median­
te compensazione dei pagamenti ecc., sia con mezzi atti ad
accelerare la circolazione degli stessi pezzi monetari —ovve­
ro mediante trapasso del denaro dalla sua forma di tesoro
alla forma circolante» '.
Questa soluzione non fa che illustrare il seguente fatto:
la riproduzione capitalistica getta sul mercato, nelle condi­
zioni di una accumulazione in crescente sviluppo, una mas­
sa sempre maggiore di valore-merci. Per mettere in circola­
zione questa sempre crescente massa di merci è necessaria
una sempre maggior quantità di denaro. E questa massa
crescente di denaro va appunto procurata. Tutto perfetta­
mente giusto, ma il problema di cui ci occupavamo non è
per questo risolto: è sparito.
Non c’è scampo. Se si considera il prodotto sociale totale

1 Das Kapital, libro II, p. 318 [sez. II, cap. XVII, 2].
152 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

(della economia capitalistica) semplicemente come una mas­


sa di merci di un certo valore, come una «poltiglia di mer­
ci» e, nelle condizioni tipiche dell’accumulazione, non si ve­
de che un aumento di questa poltiglia indifferenziata e della
sua massa di valore, non resta allora se non constatare che,
per la circolazione di questa massa di valori, è necessaria u-
na corrispondente quantità di denaro; che questa massa di
denaro deve crescere se cresce la massa dei valori —se non
intervengono a compensare l’aumento del valore un accele­
ramento dello scambio e una sua economizzazione. Alla do­
manda: da dove viene tutto il denaro?, si può allora rispon­
dere con Marx: dalle miniere d ’oro. Punto di vista anche
questo: il punto di vista della circolazione semplice delle
merci. Ma non ha allora senso introdurre concetti come ca­
pitale costante e variabile e plusvalore, che appartengono
non alla circolazione semplice delle merci, ma alla circola­
zione del capitale e alla riproduzione sociale, e non si pone
neppure la questione: da dove viene il denaro per realizza­
re il plusvalore sociale, 1) sub riproduzione semplice, 2)
sub riproduzione allargata? giacché la domanda non ha, dal
punto di vista della circolazione semplice delle merci e del
denaro, né senso né contenuto. Ma quando questa doman­
da è posta e l’analisi è avviata sui binari della circolazione
del capitale e della riproduzione sociale, non è lecito cerca­
re una risposta nel campo della circolazione semplice delle
merci, per poi — dato che qui il problema non esiste e
perciò non ammette risposta - affermare che il problema è
già stato risolto da un pezzo, che anzi non esisteva addirit­
tura.
Marx ha dunque impostato il problema sempre di traver­
so. Non ha nessuno scopo plausibile chiedersi: da dove vie­
ne il denaro per realizzare il plusvalore? La domanda de­
v ’essere, invece: da dove viene la richiesta, dov’è il bisogno
solvibile di plusvalore? Se la questione fosse stata posta fin
dapprincipio cosi, non sarebbe occorso un cosi noioso andi­
rivieni per farne risaltare in ultimo o la solubilità o l’insolu­
bilità. Ammessa la riproduzione semplice, la cosa è abba­
stanza facile: essendo il plusvalore consumato interamente
dalla classe capitalista, è questa l’acquirente, la domanda
LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E SS O D I C IRC O LA Z IO N E I5 3

del plusvalore sociale in tutta la sua estensione, e deve per­


ciò avere in tasca i contanti necessari alla circolazione del
plusvalore. Ma proprio da questo fatto risulta in modo evi­
dente che, nell’ipotesi dell’accumulazione, cioè della capi­
talizzazione di una parte del plusvalore, la classe capitalista
non può acquistare l’intero suo plusvalore e realizzarlo. È
giusto che bisogna procurarsi denaro a sufficienza per rea­
lizzare il plusvalore capitalistico (se mai dev’essere realiz­
zato); ma questo denaro non può venire dalle tasche degli
stessi capitalisti. Questi sono al contrario, proprio secon­
do l’ipotesi dell’accumulazione, dei non-acquirenti del loro
plusvalore, anche se - per astrazione - avessero abbastanza
denaro per divenirlo. Ma chi rappresenterà, allora, la do­
manda delle merci in cui il plusvalore capitalistico è incor­
porato?
«A l di fuori di questa classe, dei capitalisti, non v ’è, se­
condo la nostra premessa - dominio generale ed esclusivo
della produzione capitalistica - , altra classe che quella la­
voratrice. Tutto ciò che la classe lavoratrice compra è ugua­
le alla somma dei suoi salari, uguale alla somma del capita­
le variabile anticipato dall’intera classe capitalista».
Dunque, i lavoratori possono realizzare il plusvalore ca­
pitalistico ancor meno della classe capitalista. Ma qualcuno
dovrà pur acquistarlo, se i capitalisti devono riavere conti­
nuamente nelle mani il capitale accumulato anticipato. E
tuttavia, al di fuori dei capitalisti e dei lavoratori, non è
pensabile acquirente di sorta. «Come potrebbe, dunque, ac­
cumular denaro la classe capitalistica nel suo complesso? »
La realizzazione del plusvalore all’infuori delle due sole
classi esistenti della società appare tanto necessaria quanto
impossibile. L ’accumulazione del capitale è finita in un cir­
colo vizioso: il libro II del Capitale non ci permette di u-
scirne.
Se si volesse ora chiedere perché mai la soluzione di que­
sto importante problema dell’accumulazione capitalistica
sia irreperibile nel Capitale di Marx, bisognerebbe anzitut­
to tener conto del fatto che il II libro non è un’opera com-

1 Das Kapital, libro II, p. 322 [sez. II, cap. XVII, 2].
IM I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

piuta ma un manoscritto interrottosi nel corso della sua


compilazione.
Basta già la forma esteriore dell’ultimo capitolo del libro
a dimostrare che si tratta piu di annotazioni ad uso dello
scrittore, che di risultati acquisiti, destinati a illuminare il
lettore. Ce lo conferma anche il testimone piu autorizzato,
l ’editore del II libro, Friedrich Engels. Nella prefazione al
II libro, egli informa sullo stato dei lavori preliminari e dei
manoscritti lasciati da Marx, che avrebbero dovuto servir
di base all’opera:
«Basterebbe l’elencazione del materiale manoscritto per
il II libro, lasciato da Marx, per dimostrare con quale im­
pareggiabile coscienziosità, con quale rigorosa autocritica
egli si sforzasse di elaborare fino alla perfezione le sue gran­
di scoperte economiche prima di renderle pubbliche; auto­
critica che solo di rado gli permise di adattare l’esposizione,
dal punto di vista della forma e del contenuto, all’ampiezza
sempre crescente dei suoi orizzonti. Questo materiale con­
sta:
«Anzitutto, di un manoscritto Per la critica dell’econo­
mia politica, 1472 pagine in quarto, 23 quaderni, compila­
to fra l’agosto 1861 e il giugno 1863. È la continuazione
del primo quaderno dallo stesso titolo, apparso nel 1839 a
Berlino...1. Malgrado l’alto valore del manoscritto, di ben
poca utilità poteva essere ai fini dell’attuale edizione del li­
bro II.
« I l manoscritto di data immediatamente successiva è
quello del libro III...
«D el periodo successivo —dopo l’apparizione del libro
I - è rimasto, per il libro II, una raccolta di quattro mano­
scritti in folio, da Marx stesso numerati I-IV, di cui il I
(130 pagine), verosimilmente datante dal 1863 o 1867, è
la prima elaborazione autonoma ma piu o meno frammen­
taria, del libro II nella sua attuale suddivisione. Anche di
questo nulla era utilizzabile. Il manoscritto III consta in
parte di una raccolta di citazioni e richiami ai quadernetti

1 [Zur Kritik der politischen Ökonomie, Erstes Heft, Franz Duncker,


Berlin 1859].
LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I C IRC O LA ZIO N E I5 5

di appunti di Marx - riferentisi per lo piu alla prima sezio­


ne del libro II - , in parte di elaborazioni di punti singoli,
come la critica delle tesi smithiane sul capitale fisso e circo­
lante e sulla sorgente del profitto; infine, di un’esposizione
sul rapporto fra saggio del plusvalore e saggio del profitto,
che appartiene al libro III. I richiami fornirono scarso ma­
teriale nuovo; le elaborazioni erano state superate, sia per
il libro II che per il libro III, da redazioni successive, e do­
vettero essere per lo piu scartate... Il manoscritto IV è una
rielaborazione, già pronta per la stampa, della prima parte
e dei primi capitoli della seconda sezione del libro II, e qui
è stato, fin dove era organico, utilizzato. Pur essendo ap­
parso chiaro che la sua redazione aveva preceduto il mano­
scritto II, lo si è potuto utilizzare con vantaggio per la par­
te corrispondente del libro, perché piu completo nella for­
ma, con la sola aggiunta di alcuni periodi dal manoscritto
II. Quest’ultimo costituisce l’unica redazione in certo mo­
do completa del libro II di cui disponiamo, e data dal 1870.
Le note per la redazione definitiva, che citeremo piu oltre,
dicono espressamente: “ Deve esser presa per base la se­
conda elaborazione” .
«Dopo il 1870 subentrò una nuova pausa, determinata
essenzialmente dalle precarie condizioni di salute dell’au­
tore. Come al solito, Marx occupò questo tempo studian­
do: agronomia, condizioni agricole americane e soprattutto
russe, mercato monetario e organizzazione bancaria, infine
scienze naturali, geologia e fisiologia, e lavori matematici
indipendenti, formano il contenuto dei ricchi quadernetti
di appunti di questo periodo. Sul principio del 1877, si sen­
tì tanto ristabilito, da potersi rimettere al lavoro. Dalla fine
di marzo 1877 datano richiami e note dai succitati quattro
manoscritti, come base di una rielaborazione del libro II di
cui possediamo l’inizio nel manoscritto V (56 pagine in fo­
lio), comprendente i primi quattro capitoli ed appena ela­
borato; punti importanti vengono trattati in note a piè pa­
gina; la materia è piuttosto raccolta che vagliata, ma è co­
munque l’ultima esposizione completa di quest’importan-
tissima parte della prima sezione... Un primo tentativo di
raggrupparla in un manoscritto pronto per la stampa si tro-
156 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

va nel manoscritto V I (dopo l ’ottobre 1877 e prima del lu­


glio 1878); solo 17 pagine in quarto, comprendenti la mag­
gior parte del primo capitolo; un secondo, l’ultimo, nel ma­
noscritto V II del “ 2 luglio 1878 ” , solo 7 pagine in folio.
«A quell’epoca, sembra che Marx si sia convinto dell’im­
possibilità, a meno di una completa rivoluzione nel suo sta­
to di salute, di portare a termine un’elaborazione per lui
soddisfacente del secondo e terzo libro. Effettivamente, i
manoscritti V-VIII recano fin troppe tracce di una lotta ac­
canita contro il continuo declinare delle forze. La parte piu
difficile della prima sezione fu rielaborata nel manoscritto
V, il resto del primo e l’intera sezione seconda (eccezion fat­
ta per il capitolo XVII) non offrivano particolari difficoltà
teoriche; la terza sezione, invece, la riproduzione e circola­
zione del capitale sociale, sembrava richiedere d ’urgenza
una rielaborazione completa. Infatti, nel manoscritto II, la
riproduzione era stata trattata in origine senza prendere in
considerazione la circolazione monetaria da cui è mediata,
poi facendovela di colpo intervenire. Bisognava rimediarvi
rielaborando l ’intera sezione in modo da farla corrisponde­
re alla visuale notevolmente allargata dell’autore. Nacque
cosi il manoscritto V ili, un quaderno di sole 70 pagine in
quarto; quanto però Marx abbia saputo condensare in que­
sto spazio lo dimostra un confronto con la sezione III stam­
pata, senza i pezzi introdotti dal manoscritto II.
«Anche questo manoscritto non è se non una trattazio­
ne preliminare del soggetto, dove si trattava soprattutto di
fissare i punti di vista di recente acquisiti in confronto al
manoscritto II, e svilupparli tralasciando i punti sui quali
non v ’era nulla di nuovo da dire. Anche una parte essenzia­
le del capitolo XVII della seconda sezione, che del resto
sconfina in certo modo nella terza, viene ripresa e ampliata.
La successione logica è spesso interrotta, l’esposizione è a
tratti lacunosa e, specialmente alla fine, del tutto frammen­
taria. Ma ciò che Marx voleva dire vi è bene o male detto.
Questo il materiale per il libro II di cui, secondo una frase
di Marx alla figlia Eleanor poco prima della morte, io avrei
dovuto “ fare qualcosa” ».
È da ammirare il «qualcosa» che Engels ha saputo fare
LA D IF F IC O L T À D E L P R O C E S S O D I C IRC O LA ZIO N E I57
di un materiale simile. Ma dalla sua accurata relazione ap­
pare chiaro, agli effetti del problema che ci affatica, come
delle tre sezioni di cui consta il libro II, per le prime due
- sul circuito del capitale-denaro e del capitale-merci e re­
lativi costi, e sulla rotazione del capitale - il manoscritto la­
sciato da Marx fosse ormai quasi maturo per la stampa: la
terza sezione, che tratta della riproduzione del capitale to­
tale, rappresenta invece una raccolta di frammenti che lo
stesso Marx riteneva bisognosi di «urgente rielaborazio­
ne». Ora di questa sezione, l’ultimo capitolo (XXI), che è
quello piu interessante per noi —accumulazione e riprodu­
zione allargata - è rimasto il piu incompiuto di tutto il li­
bro, non comprendendo in tutto che 35 pagine a stampa, e
interrompendosi nel bel mezzo dell’analisi.
A parte questa circostanza esteriore, ha influito, secondo
noi, un altro elemento importante. L ’analisi del processo
della riproduzione sociale ha in Marx, come si è visto, il suo
punto di partenza nell’analisi smithiana, naufragata, fra l ’al­
tro, contro la falsa proposizione secondo cui il prezzo di
tutte le merci si compone di v + p. La polemica contro que­
sto dogma pesa su tutta l’analisi marxiana del processo di
riproduzione. Marx concentra tutte le sue energie nella di­
mostrazione che il prodotto sociale totale deve servire non
soltanto al consumo per l’ammontare delle diverse fonti di
reddito, ma anche al rinnovo del capitale costante. Ma poi­
ché la forma teoricamente piu pura agli effetti di questa di­
mostrazione si ritrova non nella riproduzione allargata ma
nella riproduzione semplice, Marx tratta la riproduzione
prevalentemente sotto un angolo visuale opposto all’accu­
mulazione —nell’ipotesi cioè che l’intero plusvalore sia con­
sumato dai capitalisti. Che la polemica contro Smith abbia
dominato l’intera analisi di Marx lo dimostra il continuo ri­
chiamo ad essa, sotto i piu diversi punti di vista, nel corso
dell’opera. Ne trattano nel libro I, sezione V II, capitolo
XXII, le pagine 551-54; nel libro II, le pagine 335-70, 383,
409-12, 451-53; nel libro I II Marx riprende la questione
della riproduzione totale, ma ricade subito dopo nell’indo­
vinello lasciato insoluto da Smith e gli dedica l’intero capi­
tolo XLIX e, come non bastasse, l’intero capitolo L. Infine,
158 I L P R O B L E M A D E L L A RIPRO D UZIO N E

nelle Theorien über den Mehrwert, riappaiono lunghe po­


lemiche contro lo schema smithiano (vol. I, pp. 164-253
cit.; vol. II, pp. 92-95, 126, 233-62)1 e lo stesso Marx sot­
tolinea ripetutamente come, a suo parere, proprio il proble­
ma della sostituzione del capitale costante mediante il pro­
dotto sociale totale costituisca il punto piu difficile e impor­
tante della riproduzione2. In tal modo, l ’altro problema,
quello della accumulazione, cioè della realizzazione del plus­
valore ai fini della capitalizzazione, passò in secondo piano
per essere infine appena sfiorato.
Tuttavia, data la grande importanza di questo problema
per l’economia capitalistica, non stupisce eh’esso abbia con­
tinuamente e ripetutamente affaticato la scienza economica
borghese. I tentativi di risolvere la questione piu vitale del­
l’economia capitalistica, il problema della possibilità prati­
ca dell’accumulazione del capitale, si ripresentano continua-
mente nella storia dell’economia. A questi tentativi, com­
piuti prima e dopo Marx, di risolvere il problema, voglia­
mo dedicarci nei capitoli che seguono.

1 [Trad. it. cit., vol. I, pp. 162-248; vol. II, pp. 391, 420, 317-42].
2 Cfr. ad esempio, Das Kapital, libro II, pp. 343, 424, 431.
Parte seconda
Esposizione storica del problema
Una prima schermaglia
Polemiche fra Sismondi-Malthus
e Say-Ricardo-MacCulloch

CAPITOLO DECIM O

LA TEORIA SISM ONDIANA D ELLA RIPRODUZIONE

I primi seri dubbi sulla divinità dell’ordinamento capita­


listico sorsero nell’economia politica borghese sotto l’im­
pressione diretta delle prime crisi inglesi del 1815 e del
1818-19. Le circostanze determinanti di quelle crisi erano
ancora di natura esteriore e apparentemente casuale. Era
stato in parte il blocco continentale napoleonico, che ave­
va artificialmente precluso all’Inghilterra i suoi mercati di
sbocco in Europa, favorendo inoltre un rapido e importan­
te sviluppo di industrie nazionali in alcuni settori degli sta­
ti europei; era stato in parte l’esaurimento dell’Europa do­
po il lungo periodo bellico, che aveva ristretto, pur dopo
l’eliminazione del blocco napoleonico, i tanto attesi sboc­
chi dei prodotti inglesi. E tuttavia, bastarono queste prime
crisi a metter davanti agli occhi dei contemporanei, in tutta
la sua brutalità, l ’altra faccia di questa migliore fra tutte le
forme sociali possibili. Mercati saturi, magazzini colmi di
merci che non trovavano acquirenti, fallimenti a catena, da
un lato; spaventosa miseria delle masse lavoratrici dall’al­
tro: tutto questo si affacciò per la prima volta alla coscien­
za dei teorici che avevano cantato e magnificato su tutti i
toni le armoniche bellezze del laissez faire borghese. Tutti
i fogli commerciali, i giornali, i diari di viaggio contempo­
ranei narrano le perdite dei commercianti inglesi. In Italia,
Germania, Russia, Brasile, gli inglesi liquidarono le loro
giacenze con perdite da % fino a %. Nel 1818, ci si lamenta­
va al Capo di Buona Speranza che tutti i negozi rigurgitas­
sero di merci europee offerte a prezzi piu bassi che in Euro­
i62 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

pa, e tuttavia inesitabili. Analoghe lamentele giungevano


da Calcutta. Interi carichi di merci rientravano dalla Nuo­
va Zelanda in Inghilterra. Negli Stati Uniti, secondo il rac­
conto di viaggio di un contemporaneo, «non v ’era, da un
capo all’altro di questo enorme e agiato continente, città o
mercato, dove la quantità delle merci offerte non superasse
i mezzi degli acquirenti, sebbene i venditori si sforzassero
di allettare i clienti con crediti a lunghissimo termine, faci­
litazioni di pagamento di vario genere, rateazioni, scambio
in merci in luogo di denaro».
Contemporaneamente, si levava in Inghilterra il grido
di disperazione della classe operaia. Nell’«Edinburgh Re­
view» del maggio 1820 si leggono, nell’Indirizzo dei ma­
gliai di Nottingham, le seguenti parole: «Dopo una giorna­
ta di lavoro di quattordici fino a sedici ore, non guadagnia­
mo che quattro-sette scellini la settimana, con cui dovrem­
mo mantenere le nostre donne e i nostri figli. Facciamo
inoltre presente che, pur avendo dovuto sostituire pane ed
acqua o patate e sale al nutrimento piu sano che un tempo
figurava in abbondanza sui deschi inglesi, siamo stati spes­
so costretti, dopo il lavoro sfibrante di un’intera giornata,
a mandare a letto i nostri figli affamati per non sentirci chie­
dere pane. Dichiariamo solennemente che negli ultimi di­
ciotto mesi non abbiamo mai avuto il senso della sazietà» 1

1 La citazione dell’interessante documento si trova in una recensione del­


lo scritto: Observations on the Injurious Consequences of the Restrictions
upon Foreign Commerce. By a Member of the late Parliament, London
1820. Questo articolo a intonazione libero-scambista dipinge nei colori piu
foschi le condizioni degli operai inglesi, e cita fra l’altro i seguenti fatti:
«... The manufacturing classes in Great Britain... have been suddenly redu­
ced from affluence and prosperity to the extreme of poverty and misery. In
one of the debates in the late Session of Parliament, it was stated, that the
wages of weavers of Glasgow and its vicinity, which, when highest, had
averaged about 25 s. or 27 s. a week, had been reduced in 1816 to ro s.; and
in 1819 to the wretched pittance of 5 s. 6 d. o 6 s. They have not since been
materially augmented». Nel Lancashire, i salari settimanali dei tessitori o-
scillavano, secondo lo stesso testimone, fra 6 e 12 scellini per 15 ore di lavo­
ro, mentre «bimbi semimorti-di-fame» lavoravano per 2 0 3 scellini la setti­
mana 12-16 ore al giorno. Ancora piu atroce era, se possibile, la miseria nel­
lo Yorkshire. A proposito dell’Indirizzo dei magliai di Nottingham, l’autore
scrive di aver controllato personalmente i fatti e di averne concluso che le
affermazioni degli operai non erano affatto esagerate («The Edinburgh Re­
view», maggio 1820, pp. 331 sgg.).
LA T EO R IA S I S MONDIANA D E L L A RIPR O D U Z IO N E 163

Pure intorno a quel tempo, Owen in Inghilterra e Si-


smondi in Francia si levavano in un violento attacco alla so­
cietà capitalistica. Mentre però Owen, da buon inglese pra­
tico, e cittadino del primo stato industriale del mondo, si
faceva portavoce di una grande riforma sociale, il piccolo­
borghese svizzero si abbandonava a lunghe geremiadi sul­
le imperfezioni del regime sociale vigente e dell’economia
classica. Eppure, proprio perciò, Sismondi doveva dare mol­
to piu filo da torcere all’economia borghese che non Owen,
la cui azione pratica si rivolgeva direttamente al proleta­
riato.
Che lo spunto a una critica sociale fosse offerto a Sismon­
di dall’Inghilterra, e precisamente dalla prima crisi ingle­
se, lo racconta egli stesso diffusamente nella prefazione alla
seconda edizione dei suoi Nouveaux principes d’économie
politique, ou de la richesse dans ses rapports avec la popu­
lation ( i a ed., 1819; 2a, 1827):
« È in Inghilterra che ho assolto questo compito. L ’In­
ghilterra ha prodotto i piu celebri economisti. Le loro teo­
rie vengono, lassù, sostenute con crescente vigore... La con­
correnza universale, o il desiderio di produrre sempre piu
a prezzi piu bassi, è da tempo il sistema dominante in In­
ghilterra. Questo sistema io l’ho attaccato come pericoloso
- questo sistema che ha fatto fare all’industria inglese i piu
straordinari progressi, ma che nel suo svolgersi ha precipi­
tato i lavoratori in una miseria atroce. Su queste convulsio­
ni della ricchezza ho creduto di dovermi indugiare per riflet­
tere ancora una volta sulle mie concezioni e confrontarle
coi fatti.
«Orbene, lo studio dell’Inghilterra mi ha confermato nei
miei “ nuovi principi” . In questo straordinario paese, che
sembra celare una grande esperienza ad ammaestramento
del resto del mondo, ho visto la produzione crescere e i go­
dimenti ridursi. La massa della popolazione sembra aver di­
menticato, come i filosofi, che l’aumento delle ricchezze non
è il fine dell’economia politica, ma il mezzo di cui essa si
serve per promuovere la felicità di tutti. Questa felicità l’ho
cercata in tutte le classi, senza trovarla in alcuna. Certo,
l’alta aristocrazia inglese ha raggiunto un grado di ricchez-
164 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B LE M A

za e di sfarzo che supera quanto accade di osservare in qua­


lunque altro popolo. Ma non sembra rallegrarsi della pom­
pa che ha conquistato a spese delle altre classi: le manca la
sicurezza; in ogni famiglia il bisogno si fa sentire molto piu
dell’abbondanza... Nelle file di quest’aristocrazia, titolata e
non titolata, il commercio va assumendo un posto di primo
piano, le imprese abbracciano ormai tutto il mondo, i di­
pendenti affrontano i geli del polo e i calori torridi dell’e­
quatore, mentre ognuno dei maggiorenti che si radunano
alla Borsa maneggia milioni. Nello stesso tempo, in tutte le
vie di Londra come in quelle delle altre città inglesi, i ne­
gozi espongono merci che basterebbero a coprire il fabbiso­
gno di tutto l’orbe terracqueo. Ma questa ricchezza garanti­
sce al commerciante inglese la specie di felicità che pur sa­
rebbe in grado di procurarsi? No, in nessun paese i falli­
menti sono cosi numerosi; in nessuno, questi giganteschi
patrimoni, ognuno dei quali basterebbe a coprire un presti­
to pubblico per il mantenimento di un regno o di una re­
pubblica, vanno cosi rapidamente in fumo. Tutti si lamen­
tano che gli affari non sono sufficientemente vivaci, che so­
no difficili e poco redditizi. Alcuni anni fa, due terribili cri­
si buttarono a terra una parte dei banchieri, e il flagello ha
colpito tutte le manifatture. Nello stesso tempo, un’altra
crisi rovinava gli affittavoli e aveva paurosi riflessi sul pic­
colo commercio. D ’altro canto, questo commercio, pur con
la sua enorme estensione, non è in grado di dar lavoro ai
giovani: tutti i posti sono occupati, e negli strati superiori
come negli inferiori della società, la maggioranza offre il
proprio lavoro senza poter ottenere un salario.
«Infine, questa prosperità nazionale, i cui progressi ma­
teriali abbacinano gli occhi di tutti, è stata di una qualsiasi
utilità ai poveri? Niente affatto. In Inghilterra il popolo è
tanto poco soddisfatto del presente, quanto poco sicuro del­
l’avvenire. Le campagne sono prive di braccia: i contadini
sono stati costretti a lasciare il posto ai giornalieri. Nelle
città, in luogo di artigiani o piccoli industriali indipendenti,
non vi sono che operai di fabbrica. Il lavoratore industriale
non sa piu che cosa significhi avere un mestiere, si limita a
ricevere un salario, e poiché questo non può servirgli rego-
LA TEO RIA SISM O N D IA N A D E L L A RIPR O D U ZIO N E 165

larmente in ogni tempo, quasi ogni anno è costretto a men­


dicare un’elemosina alla Borsa dei poveri.
« Questo ricco paese ha trovato piu conveniente vendere
tutto l’oro e l’argento che possedeva, servirsi di tratte e,
per la loro circolazione, di carta moneta. Si è cosi privato
volontariamente del piu importante vantaggio del mezzo di
pagamento, la stabilità dei prezzi: chi possiede tratte su
banche provinciali corre quotidianamente il rischio d ’essere
travolto nelle frequenti e in certo modo epidemiche banca­
rotte dei banchieri, e lo Stato è esposto, nel complesso dei
suoi rapporti patrimoniali, alle peggiori convulsioni non ap­
pena un attacco nemico o una rivoluzione interna scuotano
il credito della banca nazionale. La nazione inglese ha cre­
duto piu economico rinunciare a tutte le specie di coltiva­
zione della terra, che richiedono molto lavoro manuale; ha
licenziato la metà dei coltivatori che abitavano sui loro cam­
pi, così come ha fatto nelle città con gli artigiani; i tessitori
cedono il passo ai power looms (telai a vapore) e si riduco­
no a condizioni di fame. H a ritenuto piu economico com­
primere il salario al limite piu basso sopportabile, in modo
che gli operai, ridotti a semplici proletari, non temano di
dover precipitare in una miseria ancor piu nera: ha ritenu­
to piu economico nutrire di sole patate e vestire di soli
stracci gli irlandesi, cosicché ogni nave scarica ogni giorno
legioni di questi miserabili che lavorano a prezzi piu bassi
degli inglesi e li cacciano dai loro impieghi. Quali frutti ha
dato dunque una cosi gigantesca ricchezza accumulata? Ha
avuto essa altro effetto che di render partecipi tutte le clas­
si delle ansie, delle privazioni, dei pericoli di un crollo to­
tale? Non ha l’Inghilterra, dimenticando l’uomo per le co­
se, sacrificato il fine ai mezzi» '.
Bisogna riconoscere che questo quadro della società ca­
pitalistica, vecchio di quasi un secolo, non lascia a deside­
rare né in chiarezza né in completezza. Sismondi mette il
dito su tutte le piaghe della economia borghese: rovina dei
mestieri artigiani, spopolamento della terra, proletarizza­
zione dei ceti medi, immiserimento degli operai, sostituzio-
1 j. c. L. siMONDE de sism o ndi , Neue Grundsätze der Politischen Öko-
nomie, traduzione di Robert Prager, Berlin 1901, I, xm.
166 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

ne della macchina ai lavoratori, disoccupazione, pericoli del


sistema creditizio, contrasti sociali, incertezza della vita, cri­
si, anarchia. La sua critica aspra e penetrante cadde perciò
come un’acuta nota discorde in mezzo all’ottimismo soddi­
sfatto dei teorici volgari delle «armonie», che già allora do­
minavano tutta la scienza ufficiale e vi facevano la pioggia
e il bel tempo: in Francia, nella persona di J.-B. Say; in In­
ghilterra, in quella di MacCulloch. È facile immaginare qua­
le profonda e penosa impressione producessero affermazio­
ni come, ad esempio:
« I l lusso è possibile solo se lo si paga col lavoro di un al­
tro; un lavoro intenso senza riposo è possibile solo se ci si
vuole procurare non fronzoli, ma mezzi di vita» (I, 60).
«Se l’invenzione delle macchine, che moltiplicano le for­
ze dell’uomo, rappresenta per questi un benefìcio, l’ingiu­
sta distribuzione dei suoi benefici le trasforma, per i pove­
ri, in altrettanti flagelli» (I, xxi).
« I l profitto dell’intraprenditore non è che un furto a dan­
no dell’operaio; egli guadagna non perché la sua intrapresa
renda piu di quel che costa, ma perché egli non paga quel
che costa, perché non garantisce all’operaio un adeguato
compenso del lavoro. Una simile industria è un malanno
sociale e getta quelli che lavorano nella piu atroce miseria,
mentre finge di assicurare al padrone il puro profitto d ’u­
so» (1,71).
«Fra quelli che si dividono il reddito nazionale, alcuni
conquistano ogni anno un diritto su di esso mediante nuo­
vo lavoro, altri vi hanno conquistato da tempo un diritto
permanente mediante lavoro passato, che ha reso piu reddi­
tizio il lavoro annuo» (1,86).
«Nulla può impedire che ogni nuova invenzione nella
meccanica applicata riduca la popolazione lavoratrice. A
questo pericolo essa è costantemente esposta, e la società
borghese non ha modo di impedirlo» (II, 258).
«Verrà indubbiamente un tempo in cui i nostri nipoti ci
considereranno non meno barbari, perché abbiamo lasciato
le classi lavoratrici senza alcuna garanzia, di quanto loro e
noi stessi consideriamo barbare le nazioni che queste classi
trattarono da schiave» (II, 337).
LA TEO R IA SISM O N D IA N A D E L L A RIPR O D U ZIO N E 167
Sismondi va dunque a fondo nella sua critica, rigettando
qualsiasi abbellimento, qualsiasi scappatoia diretta a giusti­
ficare come ombre fugaci e temporanee di un periodo di
transizione i lati oscuri del processo dell’accumulazione ca­
pitalistica, e chiude la sua analisi con la seguente frase in
polemica con Say: «Sono sette anni che metto a nudo que­
sta malattia del corpo sociale, e in sette anni essa non ha
fatto che aggravarsi. In queste prolungate sofferenze io non
posso vedere soltanto i travagli che sempre accompagnano
le fasi di trapasso, e credo di aver mostrato, risalendo alle
origini del reddito, che il male di cui soffriamo è la conse­
guenza necessaria degli errori della nostra organizzazione,
errori che non sono affatto prossimi a cessare»
Effettivamente, Sismondi crede di individuare la fonte
di tutti i mali nello squilibrio fra la produzione capitalistica
e la divisione del reddito da essa determinata, ed è a questo
punto che sconfina nel problema che direttamente ci riguar­
da: il problema dell’accumulazione.
Il filo conduttore della sua critica all’economia classica è
questo: la produzione capitalistica è spinta a un illimitato
allargamento, senza riguardo al consumo: ma il consumo è
misurato dal reddito: «Tutti i piu recenti economisti han­
no riconosciuto che il patrimonio pubblico, in quanto sinte­
si dei patrimoni privati, nasce, si sviluppa, si ripartisce, si
sfascia, esattamente come quello del singolo. Tutti sapeva­
no perfettamente che in ogni patrimonio privato la parte
che merita particolare attenzione è il reddito, e che in base
al reddito si deve orientare il consumo, se non si vuol di­
struggere il capitale. Ma, poiché nel patrimonio pubblico il
capitale dell’uno diventa reddito dell’altro, si trovarono im­
pacciati a decidere che cosa fosse capitale e che cosa reddi­
to, e credettero piu spiccio prescinderne completamente nei
loro calcoli. Così, tralasciando di considerare la destinazio­
ne di una parte importante della ricchezza quale il reddito,
Say e Ricardo giunsero alla conclusione che il consumo sia
una potenza senza limiti o che, quanto meno, i suoi limiti
siano segnati dalla produzione, mentre chi li segna in realtà1

1 H , P. 358-
i6 8 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

è il reddito. Hanno creduto che ogni ricchezza prodotta tro­


vi sempre i suoi consumatori, e hanno spinto la produzione
a quell’ingorgo dei mercati che fa oggi la miseria del mon­
do civile, invece di ammonire i produttori che contassero
soltanto sui consumatori dotati di reddito» \
Sismondi mette dunque a base della sua interpretazione
una teoria del reddito. Che cos’è reddito e che cosa capita­
le? È su questa distinzione ch’egli si affatica come sul «pro­
blema piu astratto e difficile dell’economia politica». Ad es­
so è dedicato il capitolo IV del libro II. Come al solito, l’in­
dagine comincia con una «robinsonata». Per l’«uomo so­
lo», la distinzione fra capitale e reddito rimaneva «ancora
nebulosa»: è nella vita sociale che si precisa. Ma anche qui,
essa risulta estremamente difficile per via della favola a noi
già nota dell’economia politica borghese, secondo cui «ciò
che per uno è capitale è reddito per l’altro» e viceversa. Sis­
mondi fa ingenuamente sua la confusione creata da Smith,
e da Say elevata a dogma, a legittimazione della superficiali­
tà e del vuoto mentale: «L a natura del capitale e del red­
dito continuano a sovrapporsi nel nostro cervello; vediamo
ciò che per uno è reddito trasformarsi per l’altro in capita­
le; lo stesso oggetto, mentre passa da una mano all’altra,
prendere via via le dimensioni piu diverse; il suo valore,
staccandosi dall’oggetto consumato, assumere l’aspetto di
una quantità soprasensibile che uno spende e l’altro scam­
bia, che per l ’uno si annulla nell’oggetto e per l’altro rinasce
e dura finché dura la circolazione». Dopo questa prometten­
te introduzione, Sismondi affronta il difficile problema, e co­
mincia col dichiarare che ogni ricchezza è prodotto del lavo­
ro, e, poiché il reddito è una parte della ricchezza, dovrà ave­
re la stessa origine. Ora è « d ’uso» riconoscere tre specie di
reddito-rendita, utile e salario-provenienti da tre diverse
fonti: «terra, capitale accumulato e lavoro». Notiamo su­
bito che la prima affermazione è sbagliata: per ricchezza
s’intende, in senso sociale, la somma degli oggetti utili, dei
valori d’uso, e questi non sono soltanto prodotti del lavo-1

1 I, XIX.
LA TEO R IA SISM O N D IA N A D E L L A RIPR O D U Z IO N E 169

ro, ma anche della natura, che fornisce al lavoro umano la


materia su cui si esercita e lo alimenta con le sue forze. Il
reddito rappresenta invece un concetto di valore, l’ampiez­
za della capacità del (o dei) singoli di disporre di una parte
della ricchezza sociale o del prodotto sociale totale. Aven­
do Sismondi proclamato il reddito sociale parte della ric­
chezza sociale, si potrebbe ritenere ch’egli intenda per red­
dito della società il suo fondo annuo di consumo: la parte
rimanente, non consumata, della ricchezza sarebbe allora il
capitale sociale, e ci avvicineremmo, sia pure a larghi tratti,
alla distinzione cercata fra capitale e reddito su base socia­
le. Senonché Sismondi accetta subito dopo la distinzione
« d ’uso» fra tre specie di reddito, di cui una non deriva che
dal «capitale accumulato», mentre nelle altre due interven­
gono, accanto al capitale, anche «la terra» e il «lavoro». In
tal modo, il concetto di capitale torna a svanire. Ma seguia­
mo Sismondi nelle sue argomentazioni. Si tratta di spiegare
l’origine delle tre specie di reddito, che tradiscono una base
sociale antagonistica. Molto saggiamente, Sismondi parte da
un determinato livello della produttività del lavoro: «G ra­
zie ai progressi compiuti dall’industria e dalla scienza, che
hanno assoggettato tutte le forze naturali all’uomo, ogni
lavoratore è oggi in grado di produrre giornalmente piu di
quanto sia necessario per il suo consumo». Senonché, do­
po di aver riconosciuto nella produttività del lavoro la pre­
messa inevitabile e la base storica dello sfruttamento, spie­
ga la genesi reale di questo sfruttamento nel modo tipico
dell’economia politica borghese: «M a, nello stesso tempo
che il suo lavoro [del lavoratore] crea ricchezza, la ricchez­
za lo renderebbe, se volesse goderla, meno abile al lavoro:
ecco perché la ricchezza non resta quasi mai nelle mani di
chi, per vivere, è costretto a servirsi delle proprie mani».
Fatto cosi dello sfruttamento e del contrasto di classe, in
perfetto accordo coi ricardiani e malthusiani, il pungolo ne­
cessario della produzione, Sismondi passa alla vera ragione
storica dello sfruttamento — il distacco della forza-lavoro
dai mezzi di produzione:
«In generale, il lavoratore non ha potuto conservare la
proprietà del suolo: ora il suolo ha una forza produttiva che
170 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

il lavoro umano si è limitato a regolare secondo i bisogni


degli uomini. Chi possiede il suolo sul quale il lavoro si
compie trattiene come compenso per i vantaggi dovuti a
questa produttività una parte dei frutti del lavoro, alla cui
produzione il suo terreno ha collaborato». Ecco la rendita.
Inoltre:
«Nello stato attuale della civiltà, l’operaio non ha potu­
to conservare il possesso di una scorta sufficiente di ogget­
ti di consumo, di cui ha bisogno nel corso del proprio lavo­
ro fino al punto in cui troverà chi lo acquisti. Non possiede
piu le materie prime, che spesso bisogna far venire di lon­
tano e che gli servono per condurre a termine la sua opera.
Tanto meno possiede le costose macchine che hanno reso
meno faticoso e molto piu produttivo il suo lavoro. Il ricco
che possiede questi mezzi di sussistenza, queste materie pri­
me, queste macchine, può astenersi dal lavorare, essendo in
certo modo padrone del lavoro di colui al quale fornisce i
mezzi per lavorare. A titolo di compenso per i vantaggi di
cui ha reso partecipe il lavoratore, egli si trattiene la mag­
gior parte dei frutti del lavoro». Ecco l’utile del capitale.
Quel che rimane della ricchezza, dopo che vi hanno attinto
i proprietari fondiari e i capitalisti, è salario, reddito del la­
voratore. E Sismondi aggiunge: «Egli lo consuma senza
ch’esso si rinnovi», elevando cosi a caratteristica distintiva
del reddito (come della rendita, e a differenza del capitale)
il suo non-rinnovarsi. Ma ciò è esatto solo in rapporto alla
rendita e alla parte consumata dell’utile di capitale; la parte
del prodotto sociale consumata come salario, invece, si rin­
nova nella forza-lavoro del salariato: per lui stesso, come
merce che può sempre portar sul mercato per vivere della
sua alienazione; per la società, come forma materiale del
capitale variabile, che deve continuamente riapparire nella
riproduzione sociale annua, se questa non deve chiudersi in
passivo.
Comunque, abbiamo appreso finora due cose: che la pro­
duttività del lavoro permette lo sfruttamento dei lavoratori
da parte dei non-lavoratori; che il distacco dei lavoratori
dai mezzi di produzione fa dello sfruttamento di quelli la
base reale della divisione del reddito. Non sappiamo però
LA TEO R IA SISM O N D IA N A D E L L A RIPR O D U ZIO N E I7 I

ancora che cosa sia reddito e che cosa capitale. Sismondi si


accinge a spiegarcelo. Come quei tipi che non sanno ballare
se non partono dall’angolo della stufa, egli non può far a
meno di prender le mosse da Robinson: «A gli occhi del­
l’uomo solo, ogni ricchezza non era se non una scorta accu­
mulata per il momento del bisogno. Tuttavia, in questa
scorta anche lui distingueva due cose: una parte che con­
servava per utilizzarla piu tardi a soddisfazione dei suoi bi­
sogni immediati o quasi; un’altra che destinava al rinnovo
della produzione. Cosi, una parte del suo grano doveva nu­
trirlo fino al prossimo raccolto, mentre una parte destinata
alla semina doveva fruttificare l’anno dopo. La formazione
della società e l’introduzione dello scambio permisero l’ac­
crescimento quasi illimitato della parte fruttifera della ric­
chezza accumulata: è questo che si chiama capitale».
Queste si chiamano chiacchiere. Basandosi sull’analogia
con le sementi, Sismondi identifica mezzi di produzione e
capitale, il che è doppiamente falso: i) perché i mezzi di
produzione sono capitale non in sé, ma in circostanze stori­
che ben determinate; 2) perché il concetto di capitale non
è esaurito da quello di mezzi di produzione. Nella società
capitalistica — presupposto tutto il resto di cui Sismondi
non parla —i mezzi di produzione sono una parte soltanto
del capitale: il capitale costante.
Evidentemente, Sismondi si è lasciato sviare dal tentati­
vo di istituire un rapporto fra il concetto di capitale e gli
aspetti materiali della riproduzione sociale. Finché aveva
sott’occhio il capitalista singolo, considerava parti compo­
nenti del capitale, oltre ai mezzi di produzione, anche i mez­
zi di sussistenza per i lavoratori - altra impostazione ine­
satta dal punto di vista materiale della riproduzione del ca­
pitale singolo. Non appena tenta di stabilire le basi mate­
riali della riproduzione sociale e si avvia alla giusta distin­
zione fra mezzi di consumo e mezzi di produzione, ecco che
il concetto di capitale gli si sbriciola fra le mani.
Tuttavia, sente egli stesso che, coi puri mezzi di produ­
zione, né produzione né sfruttamento sono possibili, intui­
sce che il centro di gravità dello sfruttamento risiede nello
scambio con la forza-lavoro viva. E, dopo di aver ridotto in­
17 2 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

teramente il capitale a capitale costante, in un’esposizione


successiva lo riduce interamente a capitale variabile:
« I l contadino che aveva messo da parte il grano di cui
credeva di aver bisogno fino al prossimo raccolto, si accorse
del maggior vantaggio che avrebbe avuto ad utilizzare l’ec­
cedenza del suo grano per nutrire altri uomini che lavorava­
no la terra per lui e vi facevano crescere nuovo grano, o che
filavano il suo lino e tessevano la sua lana... Con quest’ope­
razione, egli cambiò in capitale una parte del suo reddito:
ed è sempre cosi che un nuovo capitale si forma. Il grano
che aveva raccolto al di là di quanto gli occorreva per il suo
sostentamento e di quanto era costretto a seminare per
mantenere all’antico livello la sua azienda, costituiva una
ricchezza ch’egli era libero di buttar via, di sciupare, di con­
sumare nell’ozio, senza per questo impoverire: era, insom­
ma, un reddito; ma quando lo utilizzò per mantenere ope­
rai produttori di nuovo grano o lo scambiò contro lavoro o
contro i frutti del lavoro dei suoi manovali, dei suoi tessi­
tori, dei suoi minatori, si trasformò in un valore duraturo,
che si accresceva e non poteva perire: divenne capitale»
(op. eit., I, 88).
Verità ed errore s’incrociano qui in un pittoresco grovi­
glio. Perché la produzione si mantenga al livello preceden­
te, cioè ai fini della riproduzione semplice, sembra ancor ne­
cessario un capitale costante, sia pure ridotto al solo capi­
tale circolante (sementi); è invece completamente trascura­
ta la riproduzione del capitale fisso. Per l’allargamento del­
la riproduzione, per l’accumulazione, anche il capitale cir­
colante sembra, per contro, superfluo: l’intera parte capita­
lizzata del plusvalore è convertita in salari per nuovi operai,
i quali, evidentemente, lavoreranno per aria, senza mezzi di
produzione. La stessa tesi è ancor piu chiaramente formu­
lata in un altro passo: « I l ricco pensa dunque al bene del
povero quando risparmia sul reddito e aggiunge questa par­
te risparmiata al capitale: dividendo egli stesso la produ­
zione annua, si trattiene tutto ciò che chiama reddito per
consumarlo, e lascia tutto ciò che chiama capitale ai poveri,
come loro reddito» (op. eit., I, 84). Nello stesso tempo, Sis-
mondi svela il segreto del sovraprodotto e la genesi del ca­
LA TEO R IA SISM O N D IA N A D E L L A RIPR O D U Z IO N E I7 3

pitale: il plusvalore nasce dallo scambio di capitale contro


lavoro, dal capitale variabile; il capitale nasce dall’accumu­
lazione di plusvalore.
Con tutto questo, non abbiamo ancora fatto un passo a-
vanti nella distinzione fra capitale e reddito, e Sismondi
procede a un tentativo di rappresentare i diversi elementi
della produzione e del reddito in corrispondenti frazioni
del prodotto sociale totale: « L ’imprenditore, come il con­
tadino, non impiega tutta la sua ricchezza produttiva in se­
menti; una parte la impiega in fabbricati, in macchine, in
attrezzi, che alleviano e rendono piu redditizio il lavoro, al­
lo stesso modo che una parte della ricchezza del contadino
affluisce ai lavoratori stabili che rendono piu fertile il suo­
lo. Vediamo cosi nascere e via via differenziarsi le diverse
specie di ricchezza. Una parte della ricchezza che la società
ha accumulato viene impiegata dai suoi possessori a rende­
re piu redditizio attraverso un graduale consumo il lavoro
umano e ad applicarlo alle forze cieche della natura: è quel­
la che si chiama capitale fisso, e con cui s’intendono i canali
d’irrigazione, le fabbriche e le macchine d ’ogni specie. Una
parte è destinata ad esser consumata per rinnovarsi nell’o­
pera che ha creato, senza cessar di cambiare la sua forma
ma conservando il suo valore; questa parte, che si chiama
capitale circolante, comprende le sementi, le materie prime
destinate ad essere lavorate, e i salari. Una terza parte della
ricchezza si stacca dalla seconda, ed è il valore per il quale il
prodotto finito supera gli anticipi fatti per la sua fabbrica­
zione. Questo valore, che si è chiamato reddito di capitale,
è destinato ad esser consumato senza riproduzione».
Ma, tentata cosi con gran cura la suddivisione del pro­
dotto sociale totale nelle categorie incommensurabili di ca­
pitale fisso, capitale circolante, plusvalore, ci si accorge al­
l’ultimo memento che Sismondi, quando parla di capitale
fisso, intende in realtà costante, e quando parla di capitale
circolante intende in realtà variabile, giacché «tutto ciò ch’è
prodotto» è destinato al consumo umano, ma il capitale fis­
so è consumato solo «indirettamente», mentre il capitale
circolante «serve al fondo destinato al mantenimento del­
l’operaio sotto forma di salario». Saremmo cosi ritornati,
I 74 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

grosso modo, alla divisione del prodotto totale in capitale


costante (mezzi di produzione), variabile (mezzi di sussi­
stenza degli operai) e plusvalore (mezzi di sussistenza dei
capitalisti): ma non si può certo dire che, su questo punto
da Sismondi ritenuto fondamentale, si sia fatta luce, né che
si siano compiuti sensibili progressi rispetto a Smith.
È lo stesso Sismondi ad accorgersene, e, ammettendo con
un sospiro «che questo moto della ricchezza è del tutto a-
stratto e richiede per esser compreso un enorme sforzo»,
cerca di chiarire il problema «nella piu semplice delle im­
postazioni». Torniamo dunque all’angolo della stufa, a Ro­
binson, con la differenza che Robinson è ora pater familias
e pioniere del colonialismo.
«U n coltivatore solitario in una lontana colonia al bordo
del deserto ha in un anno raccolto cento sacchi di grano;
non esiste nelle vicinanze un mercato sul quale portarlo; bi­
sogna assolutamente, se deve avere un valore per il con­
tadino, consumare il raccolto nel giro dell’anno; ma il conta­
dino con la sua famiglia non ne può consumare piu di tren­
ta sacchi; è questa la sua spesa, la conversione del suo red­
dito; quei trenta sacchi non si riproducono piu per nessu­
no. Il coltivatore arruolerà dunque della mano d ’opera, ab­
batterà foreste, prosciugherà le paludi intorno, metterà in
coltivazione una parte del deserto. Quella mano d ’opera
consumerà altri trenta sacchi; è la spesa che possono per­
mettersi come prezzo del loro reddito, cioè del loro lavoro;
per il coltivatore essa sarà uno scambio, egli trasformerà
quei trenta sacchi in capitale fisso. [Ecco che Sismondi tra­
sforma il capitale variabile in fisso! La sua frase significa in
realtà: per i trenta sacchi che hanno ricevuto come salario,
i lavoratori producono mezzi di produzione che il coltiva­
tore potrà utilizzare all’allargamento del suo capitale fisso].
Rimangono ancora quaranta sacchi, ch’egli seminerà quel­
l’anno invece dei venti che aveva seminato l’anno prima: e
sarà il suo capitale circolante raddoppiato. Cosi i cento sac­
chi sono consumati; ma di questi sono settanta quelli che
riappaiono notevolmente aumentati, gli uni nel successivo
raccolto, gli altri nei raccolti che seguiranno. L ’isolamento
del coltivatore che abbiamo preso ad esempio ci permette
LA TE O R IA SISM O N D IA N A D E L L A RIPR O D U ZIO N E W5
di riconoscere ancor meglio i limiti di una simile attività.
Se in quell’anno, sui cento sacchi prodotti, egli ne ha potuti
consumare solo sessanta, chi mangerà l’anno dopo i due­
cento che l’aumento delle semine avrà permesso di ottene­
re? Si dirà la sua famiglia, che si è frattanto accresciuta.
Certo, ma l’incremento della popolazione umana non è ra­
pido come quello dei mezzi di sussistenza. Se il nostro colti­
vatore avesse abbastanza braccia per raddoppiare ogni an­
no la sua attività, il suo raccolto granario sarebbe ogni anno
raddoppiato, mentre la sua famiglia potrebbe raddoppiarsi
al massimo in venticinque anni».
L ’esempio è infantile, ma contiene nelle ultime righe il
problema fondamentale: dov’è lo sbocco per il plusvalore
capitalizzato? L ’accumulazione del capitale può moltiplica-
re all’infinito la produzione sociale. Ma e il consumo socia­
le, determinato dalle diverse specie di reddito? Il capitolo
V del libro II, sulla «ripartizione del reddito nazionale fra
le diverse classi di cittadini», tratta appunto di quest’argo­
mento.
Qui Sismondi fa un nuovo tentativo di rappresentare nel­
le sue parti il prodotto totale della società: «D a questo pun­
to di vista, il reddito nazionale consiste di due parti: una
comprende la produzione annua, l’utile proveniente dalla
ricchezza; l’altra è la capacità di lavorare, implicita nella
stessa vita. Sotto il nome di ricchezza intendiamo ora tanto
la proprietà della terra quanto il capitale, e sotto il nome
“ frutto” o “ utile” intendiamo tanto il reddito netto dei
proprietari terrieri, quanto l’utile dei capitalisti». Come si
vede, l’insieme dei mezzi di produzione è escluso come « ric­
chezza» dal «reddito nazionale», che si divide per contro
in plusvalore e forza-lavoro [o, meglio, nel suo equivalen­
te, il capitale variabile]. Avremmo dunque, sia pur espres­
sa confusamente, la suddivisione in capitale costante, capi­
tale variabile e plusvalore. Ma subito dopo ci si avvede che
Sismondi intende per «reddito nazionale» il prodotto tota­
le sociale annuo: «Allo stesso modo, la produzione annua
o il risultato di tutti i lavori dell’anno consta di due parti:
una, l’utile derivante dalla ricchezza; l’altra la facoltà di la­
vorare, che noi identifichiamo con la parte della ricchezza
176 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

contro la quale è data in cambio, o i mezzi di sussistenza


dei lavoratori». Qui il prodotto sociale totale si risolve, se­
condo il valore, in due parti: capitale variabile e plusvalo­
re, il capitale costante scompare, ed eccoci al dogma smi-
thiano secondo cui il prezzo di tutte le merci si risolve in
v + p (o si compone di v + p); in altre parole, il prodotto
totale consiste unicamente di mezzi di consumo (per lavo­
ratori e capitalisti).
Di qui, Sismondi passa al problema della realizzazione
del prodotto totale. Poiché da una parte la somma dei red­
diti della società consiste di salari e profitti del capitale, ol­
tre che delle rendite fondiarie, cioè rappresenta v + p, e
d ’altra parte il prodotto totale sociale si risolve ugualmen­
te (secondo il valore) in v + p, «reddito nazionale e produ­
zione annua si equilibrano a vicenda» e devono essere u-
guali (in valore): « L ’intera produzione annua è consumata
annualmente, ma, poiché ciò avviene in parte ad opera di
lavoratori che danno in cambio il proprio lavoro, questi la
trasformano in capitale [variabile] e la riproducono; l’altra
parte è invece consumata dai capitalisti, che la scambiano
contro il loro reddito». « L ’insieme del redditto annuo è de­
stinato ad essere scambiato contro l’insieme della produzio­
ne annua». Infine, partendo da queste premesse, Sismondi
costruisce nel capitolo VI del libro II («determinazione
della produzione da parte del consumo, e delle spese da
parte del reddito») la seguente legge esatta della riprodu­
zione: « I l reddito dell’anno passato deve pagare la produ­
zione di quest’anno». Come potrà dunque, date queste pre­
messe, avvenire l’accumulazione capitalistica? Se il prodot­
to totale dev’essere consumato senza residui da lavoratori e
capitalisti, dalla riproduzione semplice non si esce, e il pro­
blema dell’accumulazione diventa insolubile. È a questo,
infatti, che la teoria sismondiana conduce. Se l’intera do­
manda sociale è rappresentata dalla somma dei salari dei la­
voratori e dal consumo personale dei capitalisti, chi acqui­
sterà il prodotto eccedente nel caso dell’allargamento della
riproduzione? Lo stesso Sismondi formula l’impossibilità
obiettiva dell’accumulazione in questa frase: «N e segue
che non è mai possibile scambiare la totalità della produzio-
LA TEO R IA SISM O N D IA N A D E L L A RIPRO D UZIO N E 177

ne dell’anno [nel caso della riproduzione allargata] contro


la totalità della produzione dell’anno precedente. Se la pro­
duzione aumenta gradatamente, lo scambio di quest’anno
deve produrre una piccola perdita, che nello stesso tempo
rappresenta un indennizzo per le situazioni future». In al­
tre parole, l’accumulazione deve ogni anno, all’atto della
realizzazione del prodotto totale, dare alla luce un’ecceden­
za invendibile. Ma, spaventato da questa estrema conse­
guenza, Sismondi ripiega sul «giusto mezzo»: «Se questa
perdita è piccola e viene ben ripartita, ognuno la sopporte­
rà senza lamentarsi del suo reddito. Proprio in questo sta
la parsimonia di un popolo; la serie di questi piccoli sacrifi­
ci aumenta il capitale e il patrimonio nazionale». Se invece
la riproduzione è praticata senza scrupoli, l’eccedenza ine­
sitabile si trasforma in una calamità pubblica e abbiamo le
crisi. Ecco la soluzione data da Sismondi: la scappatoia pic­
colo-borghese del «freno all’accumulazione». La polemica
contro la scuola classica, patrocinatrice dell’illimitata espan­
sione delle forze produttive e dell’allargamento della pro­
duzione, è infatti il ritornello continuo di Sismondi, e tutta
la sua opera è intesa a mettere in guardia contro le conse­
guenze fatali della spinta incontrollata all’accumulazione.
L ’esposizione della teoria sismondiana ha dimostrato la
sua incapacità di comprendere il processo della riproduzio­
ne nel suo insieme. A parte il tentativo fallito di distinguere
sul piano sociale le categorie capitale e reddito, la teoria
della riproduzione soffre in Sismondi dell’errore fondamen­
tale ereditato da Smith, dell’ipotesi cioè che il prodotto to­
tale annuo si risolva senza residui in consumo personale,
senza lasciar neppure una briciola di valore per il rinnovo
del capitale costante della società, cosicché l’accumulazio­
ne consiste unicamente nella trasformazione del plusvalore
capitalizzato in capitale variabile addizionale. Tuttavia, i
critici posteriori di Sismondi, come il marxista russo Hin ‘,
che, richiamandosi a questo errore fondamentale dell’anali­
si del valore del prodotto totale, credettero di poter liqui-

1 Vladimir il ' in [ len in ] , Studi e articoli di economia, Pietersburg


1899-
178 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

dare con un sorriso di superiorità la teoria sismondiana del­


l ’accumulazione, da essi definita inconsistente e «assurda»,
dimostrano soltanto di non aver capito il problema. Che
non basti tener presente nel prodotto totale la parte di va­
lore corrispondente al capitale costante, per risolvere il pro­
blema dell’accumulazione, ne dà una prova luminosa l ’ana­
lisi di Marx, che pure era stato il primo a scoprire il grosso­
lano errore di Adam Smith. Ma una prova anche piu decisi­
va è offerta dal destino della stessa teoria di Sismondi. In­
fatti, per averla sostenuta, l’economista svizzero doveva en­
trare in furibonda polemica coi rappresentanti e volgarizza­
tori della scuola classica: Ricardo, Say e MacCulloch. Le due
parti sostenevano punti di vista opposti: Sismondi l’impos­
sibilità dell’accumulazione; Ricardo, Say e MacCulloch la
sua possibilità illimitata. Quanto all’errore smithiano, era­
no però sullo stesso terreno: come Sismondi, i suoi avver­
sari prescindevano, nella riproduzione, dal capitale costan­
te; e nessuno ha elevato con tanta pretenziosità a dogma
incrollabile l’equivoco di Smith sulla risoluzione del pro­
dotto totale in v + p, quanto Say.
Basterebbe questo particolare gustoso a provare che, per
risolvere il problema dell’accumulazione, non è sufficiente
sapere, grazie a Marx, che il prodotto sociale totale deve
contenere, oltre ai mezzi di consumo per lavoratori e capi­
talisti (v + p), anche mezzi di produzione (c) per il rinnovo
del capitale logorato, e che perciò l’accumulazione non con­
siste soltanto nell’aumento del capitale variabile, ma anche
nell’aumento del capitale costante. Vedremo in seguito a
quale nuovo errore in rapporto all’accumulazione abbia con­
dotto l’accentuazione della parte costante del capitale nel
processo riproduttivo. Basti intanto constatare il fatto che
l’errore di Smith a proposito della riproduzione del capita­
le totale non costituisce una debolezza specifica della posi­
zione di Sismondi, ma il terreno comune sul quale divampò
la prima controversia sul problema dell’accumulazione. Ciò
significa soltanto che l’economia politica borghese si è av­
vicinata al complicato problema dell’accumulazione senza
aver preliminarmente risolto il problema elementare della
riproduzione semplice, allo stesso modo che, non solo del
LA TEO RIA S I S MONDIANA D E L L A RIPR O D U ZIO N E I79

resto in questo campo, la ricerca scientifica procede a strani


zig-zag e spesso si mette a costruire l’ultimo piano dell’edi­
ficio prima di averne portato a termine il basamento. Il fat­
to comunque che gli economisti borghesi non riuscissero a
demolire la teoria sismondiana, pur nelle sue evidenti de­
bolezze e perplessità, mostra quale osso duro Sismondi ab­
bia dato loro da rodere con la sua critica dell’accumulazione.

s
C A P IT O L O U N D I C E S I M O

M ACCULLOCH CONTRO SISM O N D I

Il grido di Cassandra lanciato da Sismondi contro l’illi­


mitata espansione del dominio del capitale in Europa solle­
vò contro di lui la violenta opposizione della scuola di Ri­
cardo in Inghilterra, di Say e dei sansimoniani in Francia.
Mentre le idee sviluppate in Inghilterra da Owen, che po­
neva l’accento sui lati oscuri del sistema industriale e so­
prattutto sulle crisi, collimavano in molti punti con quelle
di Sismondi, la scuola dell’altro grande utopista, Saint-Si­
mon, che puntava invece sull’espansione mondiale della
grande industria e sullo spiegamento illimitato delle forze
produttive del lavoro umano, reagi vivacemente al grido di
allarme sismondiano. Tuttavia, a noi interessa qui la pole­
mica, assai piu feconda dal punto di vista teorico, fra Sis­
mondi e i seguaci di Ricardo. In nome di questi ultimi (e
si vuole con l’approvazione dello stesso maestro) MacCul-
loch lanciava nella «Edinburgh Review» dell’ottobre 1819,
cioè subito dopo la pubblicazione dei Nouveaux principes,
una violenta offensiva anonima contro Sismondi ', alla qua-1

1 Per la verità, l’articolo della «Edinburgh Review» era diretto contro


Owen, e soprattutto contro i quattro scritti: A New View of Society, or Es­
says on the Formation of Human Character, Observations on the Effects of
the Manufacturing System, Two Memorials on Behalf of the Working Clas­
ses, presented to the Governments of America and Europe, e Three Tracts,
and an Account of Public Proceedings relative to the Employment of the
Poor. L’anonimo cerca di mostrare minutamente a Owen come i suoi progetti
di riforma non colpiscano le cause reali della miseria del proletariato inglese,
da ricercarsi nel passaggio alla coltivazione di terreni improduttivi (teoria ri-
cardiana della rendita fondiaria), nel dazio sul grano, nelle tasse che soffocano
fittavoli e manufatturieri. Dunque, libero commercio e laissez faire, ecco l’al­
fa e l’omega: non inceppando l’accumulazione, ogni aumento della produ­
zione crea di per sé un aumento correlativo della domanda. A questo propo­
sito, Owen è tacciato, con richiami a Say e James Mill, di «completa igno­
ranza»: «In his reasonings, as well as in his plans, Mr. Owen shows himself
M A C C U L LO C H CONTRO SISM O N D I l8 l

le quest’ultimo rispose l’anno dopo, sugli «Annales de Ju ­


risprudence» di Rossi, con un Exam en de cette question:
le pouvoir de consommer s’accroît-il toujours dans la so­
ciété? \
Lo stesso Sismondi riconferma nella risposta che erano
state le ombre della crisi commerciale a dare il tono alla
sua polemica: «L a verità che entrambi cerchiamo [Sismon­
di non sapeva chi fosse l’anonimo della “ Edinburgh Re­
view” ] è oggi della massima importanza, e va considerata
decisiva per tutta l’economia politica. Un generale declino
si manifesta nel commercio, nella manifattura e, almeno in
certi paesi, nell’agricoltura. Il male è così tenace e così gra­
ve, la disperazione è tornata in tante famiglie, l’inquietu­
dine e lo scoraggiamento in tutte, che ne sembrano minac­
ciate le basi stesse dell’ordine sociale... Di questo declino
sono state date due spiegazioni opposte, una delle quali ha
causato un profondo fermento. Avete lavorato troppo, di­
cono gli uni; avete lavorato troppo poco, dicono gli altri.
L ’equilibrio, dicono i primi, si ristabilirà, riappariranno la
pace e il benessere, solo quando avrete consumato l ’intera
eccedenza di merci che pesa invenduta sul mercato, e se in
avvenire baserete la produzione sulla domanda degli acqui­
renti. L ’equilibrio si ristabilirà, dicono gli altri, solo se rad­
doppierete gli sforzi per accumulare e riprodurre; vi sba­
gliate se credete che i nostri mercati siano saturi: solo la
metà dei nostri magazzini è piena, riempiamo anche l ’altra;

profoundly ignorant of all the laws which regulate the production and distri­
bution of wealth». E, da Owen, MacCulloch passa a Sismondi, formulando
cosi la controversia: «He [Owen] conceives that when competition is un­
checked by any artificial regulations, and industry permitted to flow in its
natural channels, the use of machinery may increase the supply of the seve­
ral articles of wealth beyond the demand for them, and by creating an excess
of all commodities, throw the working class out of employment. This is the
position which we hold to be fundamentally erroneous; and as it is strongly
insisted on by the celebrated M. de Sismondi in his Nouveaux Principes
d’Economie Politique, we must entreat the indulgence of our readers while
we endeavour to point out its fallacy, and to demonstrate, that the power of
consuming necessarily increases with every increase in the power of pro­
ducing» («Edinburgh Review», ottobre 1819, p. 470).
1 Non avendo potuto trovar l’originale, citiamo dalla 2* ed. dei Nou­
veaux principes in cui fu riprodotto.
182 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

queste ricchezze si scambieranno a vicenda, e il commercio


si ravviverà».
Bisogna riconoscere che Sismondi ha qui formulato con
sorprendente chiarezza il vero punctum dolens della pole­
mica. In realtà, la posizione di MacCulloch si regge e cade
insieme con la tesi che lo scambio sia di fatto scambio di
merci contro merci, per cui ogni merce rappresenta non sol­
tanto un’offerta ma, a sua volta, una domanda. Il dialogo si
svolge così. MacCulloch: «Domanda e offerta sono espres­
sioni correlative e intercambiabili. L ’offerta di una catego­
ria di beni determina la richiesta di un’altra. Così, si ha do­
manda di una certa quantità di prodotti agricoli quando
viene offerta in cambio una massa di prodotti industriali la
cui produzione è costata altrettanto, e si ha d ’altra parte do­
manda effettiva di prodotti industriali quando è offerta in
contropartita una massa di prodotti agricoli che ha richie­
sto le stesse sp e se »1. Il gioco del ricardiano è scoperto:
egli prescinde dalla circolazione monetaria, come se le mer­
ci fossero comprate e pagate direttamente con merci.
Dalle condizioni di una produzione capitalistica altamen­
te sviluppata, eccoci ripiombati di colpo ai tempi del barat­
to, come può fiorire ancor oggi nel cuore dell’Africa. Il noc­
ciolo di verità della mistificazione sta nel fatto che, nella
circolazione semplice delle merci, il denaro ha un puro ruo­
lo d ’intermediario; ma appunto l’intervento di questo in­
termediario, che ha separato e reso temporalmente e spa­
zialmente distinti nella circolazione M-D-M (merce-denaro-
merce), i due atti della vendita e della compra, porta con sé
che, anzitutto, la vendita non ha bisogno di essere imme­
diatamente seguita dall’acquisto, e che, in secondo luogo,
vendita e acquisto non sono legati alle stesse persone, anzi
solo in casi eccezionali si svolgono fra le stesse personae
dramatis. Ora è proprio questa l’ipotesi assurda che Mac
Culloch avanza contrapponendo industria e agricoltura co­
me venditori e acquirenti nello stesso tempo. Il carattere
generale di tali categorie, fatte intervenire nella loro totali­
tà massiccia come i due poli dello scambio, maschera l’ef-

«Edinburgh Review», ottobre 1819, p. 470.


M A C C U L LO C H CONTRO SISM O N D I 183
fettiva frantumazione di questa divisione del lavoro socia­
le in un’infinità di atti privati di scambio, in cui la coinci­
denza delle vendite e degli acquisti delle rispettive merci
rappresenta un caso eccezionalissimo. Insomma, l’interpre­
tazione semplicistica dello scambio delle merci data da Mac
Culloch, che trasforma la merce direttamente in denaro e
attribuisce ad essa una immediata scambiabilità, rende in­
comprensibile l’importanza economica e la ragione storica
del denaro.
D ’altra parte, altrettanto goffa è la risposta di Sismondi.
Per dimostrare l’inconsistenza della rappresentazione dello
scambio delle merci in MacCulloch dal punto di vista della
produzione capitalistica, egli ci rinvia alla fiera di Lipsia:
«Q ui tutti i librai tedeschi affluiscono da tutte le parti
della Germania, ognuno con quattro o cinque opere da lui
messe in vendita, ciascuna stampata in un’edizione di 500 o
600 esemplari. Ognuno di loro le scambia contro altri libri,
e torna a casa con 2400 volumi come con 2400 ne era parti­
to, con la differenza ch’era partito con quattro opere diver­
se e ne torna con 200. Eccole, la domanda e la produzione
correlative e intercambiabili dell’allievo di Ricardo: lu n a
compra l’altra, l’una paga l ’altra, l’una è conseguenza del­
l’altra; ma per noi, per i librai e per il pubblico, domanda e
consumo non sono in realtà ancora cominciati. Per quanto
scambiato a Lipsia, il brutto libro non cessa di rimaner in­
venduto [banale errore di Sismondi!] e di riempir gli scaf­
fali delle librerie, vuoi che nessuno lo chieda, vuoi che il
fabbisogno sia già coperto. I libri scambiati a Lipsia si ven­
deranno realmente solo quando i librai troveranno dei pri­
vati che non soltanto li desiderano, ma sono anche disposti
a sacrifici pur di sottrarli alla circolazione. Questa e solo
questa è domanda! » Pur nella sua ingenuità, l’esempio mo­
stra che Sismondi non si è lasciato confondere dalla finta
dell’avversario e sa benissimo che cosa è in gioco1

1 Del resto, la fiera di Lipsia dell’esempio sismondiano, come microco­


smo del mercato mondiale capitalistico, doveva celebrare cinquantacinque
anni dopo la sua allegra resurrezione nel «sistema» scientifico di Eugen
Dühring. E se Engels, nella sua fustigazione critica dell’infelice genio uni­
versale, dice che Dühring si rivela un «autentico letterato tedesco» proprio
184 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

MacCulloch tenta di spostare l’indagine dallo scambio


astratto di merci al terreno dei rapporti sociali concreti:
«Ammettiamo che un agricoltore abbia anticipato cibo e
vestiario per cento lavoratori e questi gli abbiano fornito
una produzione di mezzi di sussistenza che basterebbe per
duecento, e che lo stesso abbia fatto un industriale con cen­
to operai, ottenendone la produzione di vestiti per duecen­
to uomini. Dedotti il cibo e il vestiario per i suoi lavoratori,
al fittavolo rimarrà disponibile una massa di beni di consu­
mo per cento, mentre l’industriale, sostituito il vestiario
dei suoi cento operai, potrà portarne per cento sul mercato.
I due articoli si scambiano l’uno contro l’altro, i mezzi di
sussistenza eccedenti determinano la domanda di vestiario,
e i vestiti eccedenti determinano la domanda di alimen­
tari».
In quest’ipotesi non si saprebbe che cosa piu ammirare:
l’assurdo di una costruzione che capovolge tutti i termini
reali, o la disinvoltura con cui si presuppone nelle premesse
ciò che si deve dimostrare, e lo si fa passare per «dimostra­
to». Comunque, al confronto, la fiera di Lipsia sembra un
modello di ragionamento profondo e realistico. MacCulloch
vorrebbe provare che per ogni genere di merce si può creare
in qualsiasi momento una domanda illimitata, portando ad
esempio due oggetti che appartengono ai bisogni piu impe­
riosi ed elementari di ogni uomo: cibo e vestiario. Per di­
mostrare che le merci possono essere scambiate in quantità
sempre crescenti senza riguardo al fabbisogno sociale, sce­
glie un caso in cui le quantità dei prodotti corrispondono
esattamente ai bisogni, in cui perciò un’«eccedenza» non e-
siste dal punto di vista sociale; chiama «eccedenza» la quan­
tità socialmente necessaria (eccedenza rispetto al fabbiso­
gno personale che il produttore ha dei suoi prodotti) e pro­
va cosi trionfalmente che qualsivoglia «eccedenza» di mer­
ci può sempre esser scambiata con una corrispondente «ec­
cedenza» di altre merci. Infine, per dimostrare che lo scam-

nel tentativo di spiegare le vere e proprie crisi industriali con le crisi fittizie
del mercato librario a Lipsia, la tempesta nell’oceano con la tempesta in un
bicchier d’acqua, il grande uomo non ha fatto, come in tanti casi messi in
luce da Engels, che contrarre silenziosamente un debito con altri.
M A C C U L LO C H CONTRO SISM O N D I 185
bio fra diverse merci prodotte privatamente può essere av­
viato sebbene le loro quantità, i loro costi di produzione, la
loro utilità sociale siano differenti, parte da due quantità
esattamente uguali di merci dello stesso costo di produzione
e della stessa necessità generale per la società. Insomma,
per dimostrare l’impossibilità di una crisi nell’economia pri­
vata capitalistica, nell’economia non regolata, costruisce
una produzione strettamente pianificata in cui nessuna so-
vraproduzione si verifica.
Ma l’imbroglio maggiore risiede altrove. Il tema del di­
battito era il problema dell’accumulazione. Ciò che tormen­
tava Sismondi, e per cui egli tormentava Ricardo e i suoi
epigoni, era la domanda: dove trovare acquirenti per l’ec­
cedenza di merci, se una parte del plusvalore, invece di es­
sere consumata personalmente dai capitalisti, è capitalizza­
ta, cioè impiegata all’allargamento della produzione al di
sopra del reddito della società? Che ne sarà del plusvalore
capitalistico, chi comprerà le merci in cui si annida? Questo
chiedeva Sismondi. E l’ornamento della scuola ricardiana,
il suo rappresentante ufficiale alla cattedra dell’università di
Londra, l’autorità massima sia per i ministri liberali inglesi
dell’epoca che per la City, il molto onorevole MacCulloch,
risponde costruendo un esempio in cui non si produce plus­
valore! I suoi «capitalisti» si affannano nell’agricoltura e
nell’industria per puro amor cristiano: l’intero prodotto so­
ciale, unito alla «eccedenza», basta appena per i bisogni dei
lavoratori, per i salari; «fittavolo» e «industriale» dirigono
affamati e nudi produzione e scambio.
Ha perciò ragione Sismondi di esclamare spazientito:
«Quando ci arrabattiamo a cercare che cosa avvenga del­
l’eccedenza della produzione oltre il consumo dei lavorato­
ri, non è lecito prescindere proprio dall’eccedenza che costi­
tuisce il necessario utile del lavoro e la necessaria parte del
datore di lavoro».
Senonché, MacCulloch centuplica la sua disinvoltura pre­
supponendo l’esistenza di «mille fittavoli» che si comporta­
no con la stessa genialità di quell’uno, e di altrettanti «indu­
striali»: inutile dire che lo scambio si svolge senza incon­
venienti. Infine, fa raddoppiare la produttività del lavoro
i8 6 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

«in seguito a un piu intelligente impiego del lavoro e all’in­


troduzione di macchine», in modo che «ognuno dei mille
fittavoli, che anticipa cibo e vestiario ai suoi cento lavora­
tori, trattenga mezzi di sussistenza comuni per duecento
persone, oltre a zucchero, tabacco e vino, di valore pari ai
suddetti mezzi», mentre ogni industriale, con procedura a-
naloga, oltre alla precedente quantità di vestiti per gli ope­
rai ottiene «nastri, pizzi e batista... la cui produzione costa
la stessa somma e che perciò avranno un valore di scambio
pari a quei duecento vestiti». E , dopo di aver capovolto la
prospettiva storica e presupposto prima la proprietà capita­
listica con lavoro salariato, poi, in uno stadio successivo, un
livello della produttività del lavoro suscettibile di consentir
lo sfruttamento, ammette che questi progressi nella produt­
tività si compiano in tutti i campi esattamente nello stesso
tempo, che il sovraprodotto di ogni ramo della produzione
contenga esattamente lo stesso valore e si ripartisca fra lo
stesso numero di persone; infine fa scambiare l’uno contro
l’altro i diversi sovraprodotti e, oh meraviglia!, ancora una
volta tutto si scambia con soddisfazione universale senza in­
toppi e senza residui. Non basta: con nuova disinvoltura,
Mac dispone che i suoi «capitalisti», i quali finora vivevano
d ’aria e assolvevano al loro compito in costume adamitico,
si nutrano esclusivamente di zucchero, tabacco e vino e a-
dornino i loro corpi di nastri, pizzi e batista!
Il trucco sta sempre nella piroetta con cui MacCulloch
evita il problema vero e proprio. Che cos’avviene del plus­
valore capitalizzato, cioè del plusvalore destinato non al
consumo personale dei capitalisti ma alPallargamento della
produzione? Questa era la domanda. MacCulloch risponde
una volta prescindendo addirittura dal plusvalore, e l’altra
destinando l’intero plusvalore alla produzione di articoli di
lusso. Questi articoli chi li acquisterà? Secondo l’esempio di
MacCulloch, evidentemente i capitalisti (fittavoli e indu­
striali), giacché per lui, all’infuori di questi, non esistono
che lavoratori. Abbiamo cosi il consumo dell’intero plusva­
lore ai fini dei bisogni personali dei capitalisti; in altre pa­
role, riproduzione semplice. Alla domanda sulla capitaliz­
zazione del plusvalore si risponde o eliminando dall’indagi-
M A C C U L LO C H CONTRO SISM O N D I 187
ne qualsiasi plusvalore, o ammettendo, nello stesso momen­
to in cui sorge il plusvalore, una riproduzione semplice in
luogo dell’accumulazione. E, per crear Ximpressione che si
parli tuttavia di riproduzione allargata, si ricorre —come a
proposito dell’«eccedenza» - ad una finta: costruendo pri­
ma il caso impossibile di una produzione capitalistica senza
plusvalore, e prospettando poi l’apparizione del plusvalore
come un allargamento della produzione.
A seguire queste contorsioni dell’uomo-serpente, Sismon-
di era sprovveduto. Eccolo dunque, dopo aver seguito passo
passo il suo Mac mettendolo con le spalle al muro e sma­
scherandone l’improntitudine, perdersi proprio nel punto
decisivo della controversia. Dopo la tirata di cui sopra, a-
vrebbe dovuto dichiarar freddamente al suo avversario: «E-
gregio signore, con tutta l’ammirazione per la vostra flessi­
bilità, devo dirvi che sfuggite come un’anguilla alla questio­
ne. Io continuo a chiedere chi sarà l’acquirente del sovra-
prodotto, se i capitalisti, invece di divorare tutto il plusva­
lore, lo destinano all’accumulazione, cioè all’allargamento
della produzione; e voi rispondete: ma come! allargheran­
no la produzione nel settore degli articoli di lusso e consu­
meranno essi stessi questi articoli! Ma questo si chiama gio­
care a bussolotti. Se ed in quanto i capitalisti consumano in
lussi personali il plusvalore, è chiaro che non accumulano.
Ora si tratta proprio di questo: della possibilità dell’accu­
mulazione, non del lusso dei capitalisti. Rispondete a tono,
dunque - ammesso che vi riusciate —o andate dove cresco­
no i vostri vini, tabacchi e pepe! »
Invece di inchiodare l’avversario alle sue contraddizioni,
Sismondi diventa etico, patetico e sociale. Esclama: «Chi
farà la domanda, chi consumerà: i signori della campagna e
della città, o gli operai? Nella sua [di MacCulloch] nuova
ipotesi, abbiamo un sovraprodotto, un aumento di lavoro.
À chi rimane? » E risponde con la seguente tirata:
«Sappiamo benissimo —e ce lo insegna fin troppo bene
la storia del commercio - che non è l’operaio a trar vantag­
gio della moltiplicazione dei prodotti del lavoro: il suo sa­
lario non è aumentato. Ricardo ha detto una volta che ciò
non deve verificarsi, se non si vuol arrestare l’incremento
i8 8 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

della ricchezza pubblica. Ma una tragica esperienza ci ha in­


segnato l ’opposto: che cioè il salario continua quasi sempre
a diminuire in rapporto a questo aumento. Dove sono, dun­
que, gli effetti dell’aumento della ricchezza sul benessere ge­
nerale? Il nostro autore costruisce l’ipotesi di mille fittavoli
che godono, mentre centomila lavoratori agricoli lavorano;
di mille industriali che si arricchiscono, mentre centomila
operai stanno sotto la loro sferza. L ’eventuale benessere che
potrebbe derivare dall’aumento dei prodotti di lusso, va
dunque soltanto a una centesima parte della nazione. Que­
sta centesima parte chiamata a consumare l ’intero sovrapro-
dotto della classe lavoratrice sarebbe ancora in grado di far­
lo, se la produzione crescesse senza fine grazie al progresso
delle macchine e del capitale? Nell’ipotesi dell’autore, il fit­
tavolo o l’industriale dovrebbero, ogni volta che la produ­
zione nazionale raddoppia, centuplicare il consumo; se la
ricchezza nazionale, grazie all’invenzione di tante macchine,
è oggi cento volte maggiore di quando non copriva che i co­
sti di produzione, ogni ricco deve consumare prodotti che
basterebbero a mantenere diecimila operai». Qui, Sismondi
crede di aver riafferrato il punto d ’innesto della teoria delle
crisi: «Ammettiamo alla lettera che un ricco possa consu­
mare i prodotti fabbricati da diecimila operai, compresi i
nastri, i pizzi, le sete di cui l’autore ci ha spiegato l ’origine.
Ma un solo uomo non potrebbe mai consumare nella stessa
proporzione i prodotti agricoli: i vini, lo zucchero, le spe­
zie, che Ricardo fa nascere nello scambio [Sismondi, che
seppe solo piu tardi l’identità dell’anonimo della “ Edin­
burgh Review” , sospettò in un primo tempo che l’articolo
fosse stato scritto da Ricardo], sarebbero di troppo per la
tavola di un solo uomo. O non si venderanno, o sarà impos­
sibile mantenere il rapporto fra prodotti agricoli e industria­
li, che costituiva la base del suo sistema».
Come si vede, Sismondi cade nella trappola dell’avversa­
rio: invece di respingere la risposta al problema dell’accu­
mulazione, fondata sul rinvio alla produzione di lusso, si la­
scia trascinare senza rendersene conto sul terreno di Mac-
Culloch, e non riesce che a ribattere in due modi: prima,
rimproverandogli di destinare il plusvalore ai capitalisti in-
M A C C U L LO C H CONTRO S ISM O N D I 189
vece che alla massa dei lavoratori, e perdendosi cosi in una
polemica a sfondo moralistico contro la distribuzione nel­
l’economia capitalistica; poi, inaspettatamente, ritrovando
la via del problema iniziale, ma ammettendo che i capitalisti
consumino personalmente l’intero plusvalore. Benissimo!
Ma è in grado un uomo di aumentare il suo consumo con la
rapidità e l’estensione con cui i progressi della produttività
del lavoro moltiplicano il sovraprodotto? Qui Sismondi per­
de il filo e, invece di scorgere la difficoltà dell’accumulazio­
ne capitalistica nella mancanza di consumatori che non sia­
no operai e capitalisti, vede una difficoltà della riproduzio­
ne semplice nei limiti fisici della capacità di consumo dei ca­
pitalisti medesimi. Non potendo la capacità di assorbimento
di prodotti di lusso da parte di questi ultimi tenere il passo
con la produttività del lavoro e perciò con l’aumento del
plusvalore, sovraproduzione e crisi sono inevitabili. Questo
ragionamento l’abbiamo già trovato nei Nouveaux -princi­
pes, e abbiamo qui la prova che a Sismondi il problema non
è mai stato chiaro. Niente di strano. Si può capire in tutta
la sua durezza il problema dell’accumulazione solo se si
è preventivamente chiarito il problema della riproduzione
semplice, e sappiamo già come in questo Sismondi cammi­
nasse nel buio.
Comunque, bisogna riconoscere che, in questo suo primo
duello con gli epigoni della scuola classica, non è stato lui il
piu debole: perlomeno, l’incontro si è chiuso alla pari. Se
Sismondi ignora i presupposti piu elementari della riprodu­
zione sociale e, in pieno accordo con la dogmatica smithiana,
trascura il capitale costante, il suo avversario non gli rima­
ne indietro: anche per MacCulloch il capitale costante non
esiste, i suoi fittavoli e industriali si limitano ad «anticipa­
re» cibo e vestiario per i dipendenti, e in cibo e vestiario il
prodotto sociale totale si risolve. Ma se, in questo errore e-
iementare, i due avversari sono sullo stesso piano, Sismondi
supera di gran lunga il suo Mac per il senso delle contraddi­
zioni del modo di produzione capitalistico: il ricardiano re­
sta pur sempre debitore di una risposta ai suoi dubbi sulla
realizzabilità del plusvalore. Altrettanto superiore si rivela
Sismondi, quando alla beata soddisfazione degli apologeti
190 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

delle armonie economiche, per i quali «non esiste eccedenza


della produzione sulla domanda, ingorgo del mercato, mise­
ria», butta in faccia il grido di dolore dei proletari di Not­
tingham, e dimostra che l ’introduzione delle macchine crea
inevitabilmente una «popolazione superflua»: è superiore
infine e soprattutto quando mette in rilievo le tendenze ge­
nerali del mercato mondiale capitalistico e le sue antitesi.
MacCulloch nega senz’altro la possibilità di una sovrapro-
duzione generale e ha in tasca un rimedio bell’e pronto per
ogni sovraproduzione parziale:
« Si può obiettare —scrive —che, ammettendo il principio
che la domanda aumenti sempre in rapporto alla produzio­
ne, non si riescono a spiegare gli ingorghi e le stasi che un
commercio sregolato produce. Rispondiamo con perfetta
tranquillità: un ingorgo è il frutto dell’aumento di una de­
terminata classe di merci, al quale non si contrappone un
aumento proporzionale delle merci che possono servir loro
di controvalore. Mentre mille fittavoli e altrettanti indu­
striali si scambiano i loro prodotti offrendosi reciprocamen­
te un mercato, l’apparizione di altri mille capitalisti, ognuno
dei quali occupa nell’agricoltura cento lavoratori, può in­
dubbiamente provocare un immediato ingorgo del mercato
in prodotti agricoli, mancando un contemporaneo allarga­
mento della produzione di articoli industriali. Ma se una
metà di questi nuovi capitalisti si orienta verso l ’industria,
produce manufatti sufficienti per l’acquisto del prodotto
lordo dell’altra metà: l’equilibrio si ristabilisce, e i millecin­
quecento fittavoli scambiano i loro prodotti coi millecinque­
cento industriali, con la stessa facilità con cui i preceden­
ti mille fittavoli e mille industriali scambiavano i loro». A
questa arlecchinata, fatta insieme di sicurezza e inconsisten­
za, Sismondi risponde richiamandosi agli sconvolgimenti
del mercato mondiale che si compivano sotto i suoi occhi:
«... Si sono messe a coltura terre selvagge, e i rivolgimen­
ti politici, la trasformazione del sistema finanziario, la pace
hanno fatto approdare nei porti di antichi paesi tradizional­
mente agricoli navi cariche di merci che pareggiano quasi i
loro raccolti. Le sterminate province che la Russia ha di re­
cente incivilito lungo il Mar Nero, l’Egitto che ha subito un
M A C C U L LO C H CONTRO SISM O N D I I9I

cambiamento di governo, la Berberia alla quale si è interdet­


ta la pirateria, hanno improvvisamente scaricato nei porti
italiani i magazzini di Odessa, Alessandria e Tunisi, portan­
do con sé una tale eccedenza di grano che, lungo tutta la co­
sta, l’attività dei fittavoli è diventata deficitaria. Né al ripa­
ro di un simile sconvolgimento può considerarsi il resto del­
l’Europa, minacciato dalla trasformazione agraria delle e-
normi estensioni di terra lungo le coste del Mississippi e
dalla conseguente esportazione di prodotti agricoli. Anche
l’influenza della Nuova Zelanda potrà dimostrarsi rovinosa
per l’industria inglese, se non per i prodotti alimentari il cui
trasporto è troppo costoso, almeno per la lana e per altri
prodotti agricoli di piu facile trasferimento». Che cosa con­
siglia MacCulloch, in vista di questa crisi agricola dell’Euro­
pa meridionale? La trasformazione della metà dei nuovi col­
tivatori in industriali! Risponde Sismondi: «U n consiglio
simile lo si può dare seriamente ai tartari della Crimea o ai
fellahin egiziani», e aggiunge: «Non è ancora venuto il mo­
mento di costruire nuove fabbriche in territori transoceani­
ci o in Nuova Zelanda». Dunque Sismondi vide con chiarez­
za che l’industrializzazione dei paesi transoceanici era solo
questione di tempo, cosi come ebbe limpida coscienza che
l’estensione del mercato mondiale non sarebbe stata una so­
luzione ma un aggravamento del problema e avrebbe inevi­
tabilmente provocato crisi ancor piu gigantesche; e additò
nel continuo inasprirsi della concorrenza, nella sempre piu
grave anarchia della produzione, l’altra faccia della tenden­
za all’espansione dell’economia capitalistica. Riuscì anche a
mettere il dito sulla causa profonda delle crisi, formulando
nettamente la tendenza della produzione capitalistica a var­
care qualunque limite di mercato: «S i è spesso annunciato
il ristabilimento dell’equilibrio e la ripresa del lavoro; ma
una sola domanda provocava ogni volta un moto che andava
ben oltre i bisogni reali del commercio, e la nuova attività
era ben presto seguita da un ancor piu preoccupante in­
gorgo».
,A questi profondi addentellati dell’analisi di Sismondi
PTelle contraddizioni reali del movimento del capitale, l’eco­
192 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

nomista volgare della cattedra londinese, con tutte le sue


chiacchiere sulle «armonie» e la contraddanza dei mille fit­
tavoli adorni di nastri e dei mille industriali ebbri di vino,
non ha saputo contrapporre nulla.
C A P IT O L O D O D IC E S IM O

RICARDO CONTRO SISM O N D I

Evidentemente, per Ricardo la questione non poteva con­


siderarsi liquidata con la risposta di MacCulloch alle obie­
zioni teoriche di Sismondi. Ben diverso dall’interessato Mac­
Culloch (questo «superciarlatano scozzese», per dirla con
Marx), Ricardo cercava disinteressatamente la verità e ave­
va la schietta modestia del grande pensatore Che la pole­
mica sismondiana gli avesse fatto impressione, lo prova del
resto il mutato atteggiamento in merito alla questione degli
effetti del macchinismo. È qui che spetta, come si sa, a Sis­
mondi il merito di aver posto per la prima volta davanti agli
occhi della teoria classica delle «armonie» l’altra faccia del­
la medaglia capitalistica. Sia nel libro IV dei Nouveaux prin­
cipes, capitolo V II su La divisione del lavoro e le macchine,
sia nel libro V II, capitolo V II, dal caratteristico titolo Le
macchine creano una popolazione superflua, Sismondi ave­
va attaccato la teoria, rimasticata dagli apologeti di Ricardo,
secondo cui le macchine creano sempre altrettante se non
maggiori possibilità di lavoro ai salariati, quante ne hanno
tolte loro eliminando il lavoro vivo - «teoria della compen­
sazione» contro la quale egli si levò con grande vigore. I
Nouveaux principes erano usciti due anni dopo il capolavo­
ro di Ricardo, nel 1819. Orbene, nella terza edizione dei
Principles of Political Economy and Taxation, che sono del
1821, cioè successivi alla polemica MacCulloch-Sismondi,1

1 È caratteristico che, eletto nel 1819 deputato, Ricardo, già famoso per
i suoi studi economici, scrivesse agli amici: «Sapete che sono entrato alla
Camera dei Comuni. Temo però di non esservi di grande utilità. Ho cercato
ben due volte di prender la parola, ma parlavo con gran trepidazione, e du­
bito assai di poter vincere l’orgasmo che mi prende a sentir la mia voce».
Simili «orgasmi» quel chiacchierone di MacCulloch non li conosceva certo.
194 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

Ricardo inserisce un nuovo capitolo (il XXI) in cui ricono­


sce lealmente il proprio sbaglio e afferma, d ’accordo con
Sismondi: « L ’idea degli operai che l ’impiego delle macchi­
ne sia contro i loro interessi non poggia su pregiudizi ed er­
rori, ma concorda con le giuste leggi fondamentali dell’eco­
nomia politica». E, difendendosi dal sospetto di rifiutare il
progresso tecnico, si salva, meno spregiudicatamente di Sis­
mondi, col dire che il male si manifesta solo gradualmente:
«Per chiarire la legge fondamentale, ho ammesso che il mac­
chinario perfezionato sia stato inventato in origine tutto
d ’un colpo e applicato subito in tutta la sua estensione. In
realtà, le invenzioni appaiono a poco a poco e agiscono piu
nel senso dell’impiego del capitale già risparmiato e accu­
mulato che in quello del ritiro del capitale dal suo attuale
investimento».
Un altro problema tormentava Ricardo: il problema del­
le crisi e dell’accumulazione. Orbene, nell’ultimo anno di
vita, nel 1823, lo vediamo trattenersi qualche giorno a Gi­
nevra per discutere con Sismondi sull’argomento: frutto
della conversazione, apparve nel numero di maggio 1824
della «Revue Encyclopédique» l ’articolo sismondiano: Sur
la balance des consommations avec les productions
Nei Principles, Ricardo aveva accettato da Say la tesi del­
l’armonia nei rapporti fra produzione e consumo. Si legge
nel capitolo XXI: «il signor Say ha dimostrato a sufficienza
come non esista capitale, per quanto grande, che non possa
trovare impiego in un paese, essendo la domanda unicamen­
te limitata dalla produzione. Nessuno produce se non per
consumare o vendere, né vende se non per acquistare qual­
che altro bene a lui di immediata utilità, o utilizzabile in av-

^ 1 Racconta Sismondi: «Monsieur Ricardo, dont la mort recente a profon­


dément affligé, non pas seulement sa famille et ses amis, mais tous ceux
qu’il a éclairés par ses lumières, tous ceux qu’il a échauffés par ses nobles
sentiments, s’arrêta quelques jours à Genève dans la dernière année de sa
vie. Nous discutâmes ensemble, à deux ou trois reprises, cette question fon­
damentale sur laquelle nous étions en opposition. Il apporta à son examen
l’urbanité, la bonne foi, l’amour de la vérité, qui le distinguaient, et une
clarté à laquelle ses disciples eux-mêmes ne se seraient pas entendus, accou­
tumés qu’ils étaient aux efforts d’abstraction qu’il exigeait d’eux dans le ca­
binet» (riprodotto nella 2a ed. dei Nouveaux principes, II, p. 408).
RICARDO CONTRO S ISM O N D I 195

venire nella produzione. Chi produce diventa perciò o con­


sumatore dei propri beni, o acquirente e consumatore dei
beni prodotti da altri».
È intorno a questa concezione, contro la quale Sismondi
aveva già vivacemente polemizzato nei Nouveaux principes,
che si svolse la discussione orale. Ricardo non poteva evi­
dentemente contestare il fatto della crisi da cui erano stati
di recente colpiti l’Inghilterra e altri paesi: la divergenza
era nella spiegazione. Val la pena di notare con quale chia­
rezza e precisione il problema è impostato di comune accor­
do fin dall’inizio: tanto Ricardo quanto Sismondi mettono
preliminarmente da parte la questione del commercio este­
ro. Ciò non significa che Sismondi ignorasse l’importanza e
necessità del commercio estero dal punto di vista della pro­
duzione capitalistica; in questo non stava affatto indietro al­
la scuola liberista di Ricardo, mentre la superava nell’inter­
pretazione dialettica della tendenza, propria del capitalismo,
all’accumulazione, e nell’aperta dichiarazione che l’industria
«è costretta a cercare uno sfogo sui mercati esteri, dove tut­
tavia ancor piu gravi sconvolgimenti la minacciano» \ Era
stata sua, inoltre, la previsione che un pericoloso concorren­
te stesse nascendo nei paesi d ’oltre oceano alla industria eu­
ropea —previsione ben difficile ai suoi tempi, e che confer­
ma l’acutezza con cui Sismondi sentiva l’intreccio mondiale
dell’economia capitalistica. Ma, d ’altra parte, era ben lonta­
no dal pensare di far dipendere dal commercio estero, come
unica via di scampo, la soluzione del problema della realiz­
zazione del plusvalore, il problema insomma dell’accumula­
zione. Al contrario, nel capitolo VI del libro II si legge:
«Per seguire piu facilmente questi calcoli e semplificare la
questione, abbiamo lasciato completamente da parte il com­
mercio estero, immaginando che una nazione facesse del tut­
to a sé; la stessa società umana è una nazione a sé, e ciò ch’è
vero per una nazione senza commercio è altrettanto vero
per essa». In altri termini, come piu tardi Marx, anche Sis­
mondi presupponeva che si considerasse l’intero mercato

1 L ib r o I V , c a p . I V : « L a ricch ezza co m m e rciale seg u e l ’a u m en to d e l r e d ­


d it o » .
196 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

mondiale come una società a produzione esclusivamente ca­


pitalistica, e in questo il suo accordo era pieno pure con Ri­
cardo: «Eliminammo dalla discussione il caso in cui una na­
zione abbia venduto all’estero piu di quanto non ne abbia
comprato, trovando cosi un crescente sbocco esterno ad una
produzione interna crescente... Non si tratta di decidere se
le alterne vicende di una guerra o della politica di una nazio­
ne possano o no fornire nuovi consumatori; bisogna dimo­
strare che essa li crea a se medesima aumentando la propria
produzione». In questa frase Sismondi ha formulato molto
nettamente il problema della realizzazione del plusvalore
cosi come ci si presenterà nello sviluppo ulteriore della eco­
nomia politica. Infatti Ricardo sosteneva, calcando pedisse­
quamente le orme di Say, che la produzione crea il proprio
sbocco.
La tesi formulata da Ricardo nella polemica con Sismondi
è questa: «Prendiamo cento agricoltori che producano mil­
le sacchi di grano, e cento lanieri che producano mille brac­
cia di stoffa; prescindiamo da tutti gli altri prodotti utili al­
l’uomo, da tutti gli anelli intermedi fra di loro, e ammettia­
mo che solo essi siano al mondo: scambieranno dunque le
mille braccia contro i mille sacchi. Ammettiamo che, grazie
ai progressi dell’industria, le forze produttive del lavoro sia­
no aumentate di un decimo: gli stessi uomini scambieranno
millecento braccia contro miilecento sacchi e ognuno di lo­
ro sarà meglio vestito e nutrito; un nuovo progresso porta
lo scambio a milleduecento braccia contro milleduecento
sacchi, e via dicendo: l ’aumento della produzione accresce
costantemente i bisogni dei produttori» *.
Dobbiamo riconoscere con profonda umiliazione che gli
argomenti del grande Ricardo si mantengono a un livello, se
possibile, ancor piti basso di quelli di MacCulloch. Ancora
una volta, ci si invita ad assistere ad un’armonica e piacevo­
le contraddanza fra «braccia» e «sacchi», dove quel che si
doveva dimostrare —un rapporto di proporzionalità - è già
presupposto. Non solo, ma si sono tranquillamente lasciate
per la strada le premesse del problema di cui si discute.

Nouveaux principes, 2* ed., p. 416.


RICARDO CONTRO S ISM O N D I 197

L ’oggetto della discussione - per fissarlo ancora una volta


bene in mente - era: chi è consumatore e acquirente del so-
vraprodotto, originato dalla produzione ad opera dei capi­
talisti di merci che superano il consumo dei loro operai e il
proprio, o dalla capitalizzazione di una parte del plusvalore
per impiegarlo ad allargare la produzione, a ingrossare il ca­
pitale? Ricardo risponde non facendo parola dell’aumento
di capitale: quello che ci preannuncia nelle diverse tappe
della produzione non è che l’aumento graduale della pro­
duttività del lavoro. Nella sua ipotesi, con lo stesso nume­
ro di forze-lavoro si producono sempre, prima, mille sac­
elli di frumento e mille braccia di tessuti di lana, poi mille-
cento sacchi e millecento braccia, poi milleduecento sacchi
e milleduecento braccia, e cosi via allegramente. Ora, pre­
scindendo da questa marcia soldatescamente uniforme e dal­
la perfetta concordanza nel numero degli oggetti da scam­
biare, in tutto l’esempio non si parla una sola volta di au­
mento del capitale. Davanti agli occhi continua a svolgersi
non la riproduzione allargata, ma la riproduzione semplice,
in cui solo la massa dei valori d ’uso aumenta, non il valore
del prodotto sociale totale. E poiché per lo scambio entrano
in considerazione non le quantità di valori d’uso ma soltan­
to le loro grandezze di valore, e queste nell’esempio di Ri­
cardo rimangono sempre le stesse, è ovvio che il ragiona­
mento non fa un passo avanti, anche se dà l’impressione di
analizzare un graduale aumento della produzione. Infine, in
Ricardo, le categorie intorno alle quali si discute a proposi­
to di riproduzione non esistono. Per MacCulloch, i capitali­
sti producono senza plusvalore e vivono d ’aria; ma almeno
egli ammette l ’esistenza dei lavoratori e tien calcolo del lo­
ro consumo. In Ricardo, di lavoratori non si parla neppure,
la distinzione fra capitale variabile e plusvalore scompare.
Non stupisce per contro che, esattamente come il suo scola­
ro, Ricardo prescinda interamente dal capitale costante: egli
vuol risolvere il problema della realizzazione del plusvalore
e dell’allargamento del capitale senza presupporre altro che
l’esistenza di una certa quantità di merci scambiate fra di
loro.
Sismondi, senza accorgersi del mutamento avvenuto nel
198 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

campo di battaglia, ha un bel daffare a ricondurre su questa


terra e analizzare nelle loro contraddizioni interne le fanta­
sticherie del suo celebre ospite e contraddittore, nelle cui
ipotesi, per dirla con lui, «bisogna prescindere dallo spazio
e dal tempo al modo dei metafisici tedeschi». Egli rituffa l’i­
potesi ricardiana «nella società nella sua organizzazione rea­
le, con operai senza proprietà il cui salario è fissato dalla
concorrenza, e che il padrone può licenziare se non gli ser­
vono piu», giacché - osserva con tanta esattezza quanta u-
miltà —«è appunto su una simile organizzazione economica
che le nostre costruzioni si fondano», e mette in luce le mol­
teplici difficoltà e i conflitti ai quali i progressi della produt­
tività del lavoro sono legati nell’ambiente capitalistico. Os­
serva che i mutamenti nella tecnica del lavoro ammessi da
Ricardo portano, dal punto di vista sociale, alla seguente al­
ternativa: o una parte di lavoratori viene licenziata in pro­
porzione all’aumento della produttività —e in tal caso ab­
biamo, da un lato, un’eccedenza di prodotto, dall’altro di­
soccupazione e miseria, cioè un’immagine fedele della socie­
tà presente - ovvero il sovraprodotto è impiegato al sosten­
tamento di operai in un nuovo ramo della produzione, la
produzione di lusso. Qui giunto, Sismondi si mostra decisa­
mente superiore a Ricardo: improvvisamente ricordandosi
del capitale costante prende decisamente di petto il classico
inglese: «Per fondare una nuova manifattura - osserva —
una manifattura di lusso, occorre anche un nuovo capitale;
bisogna costruire nuove macchine, ordinare materie prime,
avviare rapporti commerciali con paesi lontani, giacché i ric­
chi non si accontentano di beni prodotti nelle immediate vi­
cinanze. Ora, dove trovare questo nuovo capitale, forse mol­
to superiore a quello che l ’agricoltura richiede?... I nostri
lavoratori dell’industria di lusso sono ancora ben lontani dal
poter mangiare il grano dei nostri agricoltori e portare i ve­
stiti delle nostre manifatture, non sono ancora qui, forse
non sono neppur nati, i loro attrezzi non sono ancora pron­
ti, le materie prime ch’essi devono lavorare non sono anco­
ra giunte dall’India: tutti coloro ai quali devono distribuire
il loro pane aspettano invano». Tenendo conto del capitale
costante non solo nella produzione di lusso ma anche nell’a-
RICARDO CONTRO S ISM O N D I 199
gricoltura, Sismondi continua a obiettare a Ricardo: «B iso­
gna prescindere dal tempo, quando si ammette che il colti­
vatore, che può aumentare di un terzo la forza produttiva
dei suoi lavoratori grazie a una invenzione della meccanica
o dell’industria agraria, troverà anche necessariamente il ca­
pitale per aumentare il suo sfruttamento, per accrescere il
numero dei suoi utensili, dei suoi attrezzi, del suo bestiame,
dei suoi magazzini, e il capitale circolante di cui ha bisogno
per aspettare le entrate».
Qui Sismondi rompe con la favola della scuola classica,
secondo cui, nel caso dell’aumento del capitale, l’intero ca­
pitale addizionale è speso esclusivamente in salari, in capi­
tale variabile, e si distacca apertamente dalla teoria ricardia-
na - il che, fra parentesi, non gli impedi tre anni dopo, nella
seconda edizione dei Nouveaux principes, di lasciar passare
inosservati tutti gli errori che su quella teoria si fondano.
Comunque, di fronte alla superficiale teoria delle armonie,
Sismondi sottolinea due punti decisivi: 1 ) le difficoltà obiet­
tive della riproduzione allargata, il cui processo non si svol­
ge, nella realtà capitalistica, con la deliziosa facilità che le
astruse ipotesi di Ricardo vorrebbero; 2) il fatto che ogni
progresso tecnico nella produttività del lavoro sociale è sem­
pre, nel regime capitalistico, realizzato a spese della classe
operaia, e pagato con le sue sofferenze. In un terzo punto
importante Sismondi mostra la sua superiorità su Ricardo:
contro la ristrettezza mentale di chi non ammette l’esistenza
di altra forma sociale all’infuori della borghese, egli abbrac­
cia gli orizzonti storici di ima concezione dialettica, per cui
« i nostri occhi si sono talmente abituati a quest’organizza­
zione sociale, a questa concorrenza universale degenerante
in odio fra classe ricca e classe lavoratrice, che non riuscia­
mo piu a concepire un’altra forma di esistenza, sebbene da
tutte le parti le macerie dell’attuale società ci circondino. Si
crede di potermi spingere ad absurdum contrapponendomi
gli errori dei sistemi precedenti. In realtà ne sono succeduti
due o tre nell’organizzazione delle classi inferiori, ma abbia­
mo il diritto, solo perché, dopo di aver causato un po’ di be­
ne, hanno inflitto all’umanità terribili sofferenze, di conclu­
derne che il sistema odierno sia quello giusto, che non sco-
200 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

priremo mai il fondamentale errore del sistema del salario,


come abbiamo scoperto quello della schiavitù, del vassallag­
gio, delle corporazioni? Anche ai tempi in cui questi tre si­
stemi vigevano non si riusciva a immaginare che cosa sosti­
tuirvi; il miglioramento delle condizioni esistenti di vita
sembrava tanto impossibile quanto ridicolo. Ma verrà gior­
no in cui i nostri nipoti non ci considereranno meno barbari
per non aver dato la minima garanzia di esistenza alla classe
lavoratrice, di quanto loro e noi stessi consideriamo barba­
re le nazioni che hanno trattato queste classi da schiave».
Sismondi ha dato prova di un’alta sensibilità per i rapporti
storici concreti, quando ha distinto con acume epigramma­
tico il ruolo del proletariato nella società moderna da quello
del proletariato nella società romana: non meno profondo
si dimostra nell’analizzare, nel corso della polemica contro
Ricardo, gli aspetti economici caratteristici del sistema schia­
vista o dell’economia feudale e la loro importanza storica
relativa, concludendo infine col definire la tendenza genera­
le dominante nell’economia borghese: «separare compieta-
mente ogni forma di proprietà da ogni forma di lavoro».
Anche il secondo scontro fra Sismondi e la scuola classica
non si chiuse, come il primo, a gloria del suo avversario '.1

1 Quando perciò Tugan-Baranovskij, a difesa del punto di vista di Say e


Ricardo, afferma a proposito della polemica Ricardo-Sismondi che quest’ul­
timo fu costretto «a riconoscere la giustezza della teoria da lui combattuta
e a fare tutte le concessioni immaginabili agli avversari»; che «buttò a mare
la propria teoria, di cui non mancano pur oggi i seguaci», e che «la vittoria
in questo scontro è stata di Ricardo» (Studien zur Theorie und Geschichte
der Handelskrisen in England, 1901, p. 176), dà un esempio di superficialità
come se ne trovano di rado in uno studio scientifico serio.
C A P IT O L O T R E D I C E S I M O

SAY CONTRO SISM O N D I

L ’articolo di Sismondi contro Ricardo nel numero del


maggio 1824 della «Revue Encyclopédique» provocò infi­
ne l’intervento dell’allora «prince de la science économi­
que», il sedicente rappresentante, erede e volgarizzatore
della scuola smithiana in Europa, J.-B. Say. Nel luglio dello
stesso anno, Say replicava nella «Revue Encyclopédique»,
dopo aver già polemizzato con le concezioni sismondiane
nelle sue lettere a Malthus, con un articolo Sull’equilibrio
fra consumo e produzione, provocando una breve risposta
di Sismondi. La successione dei tornei polemici era così ca­
povolta al modo stesso della successione dei rapporti di di­
pendenza teorica. Era stato infatti Say a trasmettere a Ri­
cardo la teoria dell’equilibrio voluto da Dio fra produzione
e consumo, e Ricardo l’aveva trasmessa a MacCulloch. Già
nel 1803, nel libro I, capitolo XXII (Dei mercati di sbocco),
del suo T raité d’économie politique, egli aveva formulato il
lapidario teorema: «... I prodotti si pagano con prodotti. Se
perciò una nazione ha troppi prodotti di una specie, il mez­
zo per smaltirli consiste nell’acquistarne di un’altra» '. È
questa la formulazione piu nota della mistificazione accetta­
ta dalla scuola ricardiana e dall’economia volgare come la
pietra angolare della teoria delle armonie12, e proprio contro

1 «L ’argent ne remplit qu’un office passager dans ce double échange. Les


échanges terminés, il se trouve qu’on a payé des produits avec des produits.
En conséquence quand une nation a trop de produits dans un genre, le
moyen de les écouler est d’en créer d’un autre genre» ( j .-b . say , Traité d’é­
conomie politique, Paris 1803, t. I, p. 154).
2 In realtà, Say non faceva che dar forma dogmatica e pretenziosa a idee
espresse da altri. Come ha notato Bergmann nella sua Geschichte der Kri­
sentheorie (Stuttgart 1895), analoghe affermazioni sulla identità tra offerta e
domanda e sul loro naturale equilibrio si trovano già in Josiah Tucker
202 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

di essa aveva condotto la polemica l’opera fondamentale di


Sismondi. Ora, nella «Revue Encyclopédique», Say gira lo
spiedo, e fa questa strabiliante dichiarazione: « ...S e ci si
obietta che ogni società umana, grazie all’intelligenza dei
suoi cittadini e ai vantaggi offerti dalla natura e dall’arte,
può produrre, di tutte le cose suscettibili di soddisfare i
suoi bisogni e di aumentare i suoi piaceri, una quantità su­
periore a quella che è in grado di consumare, io chiedo come
avvenga che nessuna nazione conosciuta sia completamente
rifornita, giacché anche in quelle che si considerano fiorenti
sette ottavi della popolazione mancano di una quantità di
prodotti ritenuti necessari non dico alle famiglie ricche, ma
ad un modesto bilancio familiare. Abito in un paese situato
in uno dei piu ricchi dipartimenti di Francia. Eppure, su
venti case ve ne sono diciannove in cui si mangia alla me­
glio, e non v ’è nulla di ciò che serve al benessere della fa­
miglia, di quelle cose che gli inglesi chiamano confortable
ecc.» \
La disinvoltura dell’ottimo Say è davvero ammirevole.
Era stato lui a sostenere che nell’economia capitalistica e-
rano impossibili difficoltà, sovraproduzione, crisi, miseria,
perché le merci si scambiano fra loro e basta produrre di piu
per ottenere un benessere generale: è nelle sue mani che
questa formula aveva assunto il valore di un dogma della
teoria dell’armonia. Sismondi l ’aveva criticata sottolinean­
do l’insostenibilità di una simile tesi, e dimostrando che
non una massa qualsivoglia di merci è esitabile ma è il red­
dito della società (v + p) a fissare il limite massimo entro il
quale la realizzazione della quantità di merci prodotte è pos-

(1752), nelle osservazioni di Turgot all’edizione francese dell’opuscolo di


Tucker, in Quesnay, Dupont de Nemours e altri. Tuttavia, il «lamentoso
Say», come doveva chiamarlo Marx, rivendica l’onore della grande scoperta
della théorie des débouchés e paragona modestamente la sua opera alla sco­
perta della teoria del calore, della leva e del piano inclinato! (Cfr. l’introdu­
zione e l’indice per materie della 6* ed. del suo Traité, 1841: «C’est la
théorie des échanges et des débouchés - telle qu’elle est développée dans
cet ouvrage - qui changera la politique du monde», pp. 51 e 616). Lo stesso
punto di vista fu svolto da James Mill nel suo Commerce defended, che è
del 1808. Marx lo chiama il vero padre della teoria dell’equilibrio naturale
fra produzione e smercio.
1 «Revue Encyclopédique», t. XXIII, luglio 1824, p. 20.
SA Y CONTRO SISM O N D I 203

sibile. E poiché i salari dei lavoratori tendono a ridursi al


puro minimo vitale e anche la capacità di consumo della
classe capitalistica ha limiti naturali, ecco l’allargamento del­
la produzione provocare ingorghi, crisi e una crescente mi­
seria delle masse. Ora salta fuori Say a replicare con falsa
ingenuità: «M a, se sostenete che si possono produrre trop­
pi beni, come avviene che la nostra società offra lo spettaco­
lo di tanti indigenti, nudi e affamati? » Say, il cui espediente
fondamentale consisteva nel prescindere dalla circolazione
del denaro e nel manovrare sull’ipotesi di uno scambio di­
retto fra le merci, rimprovera ora al suo avversario di parla­
re di un eccesso di prodotti non in rapporto ai mezzi di ac­
quisto della società, ma ai bisogni reali! Eppure, Sismondi
non aveva lasciato il minimo dubbio su questo punto cardi­
nale della sua teoria: come si legge a chiare note nel libro
II, capitolo V I, dei Nouveaux principes: «Anche se la so­
cietà conta un grandissimo numero di persone malnutrite,
malvestite e male alloggiate, essa chiede solo ciò che può pa­
gare; ma può pagare solo col suo reddito».
Questo, un po’ piu avanti, lo riconosce lo stesso Say; ma
obietta: «Non sono i consumatori che mancano in una na­
zione, ma i mezzi per comperare. Sismondi crede che questi
mezzi sarebbero più abbondanti se i prodotti fossero piu
rari e perciò piu cari, e la loro produzione recasse ai lavora­
tori un maggior salario» '. Qui Say cerca di ridurre la teoria
di Sismondi, che attacca le basi della società capitalistica,
l’anarchia della sua produzione e il suo metodo di distribu­
zione, ad un modo di pensare, o meglio di chiacchierare, ba­
nale, travestendo i suoi Nuovi principi in arringa a favore
della «rarità» delle merci e dei prezzi alti, e contrapponen­
dovi un inno alle fortune dell’accumulazione capitalistica. Se
la produzione è piu intensa, le forze-lavoro piu abbondanti,
il raggio della produzione piu vasto, «le nazioni saranno
meglio e piu largamente fornite», dice, elogiando le condi­
zioni di vita dei paesi ad alto sviluppo industriale in con­
fronto alla miseria medievale. Le massime sismondiane so­
no invece, per la società borghese, pericolosissime: «Perché

«Revue Encyclopédique», t. XXIII, luglio 1824, p. 21.


204 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

insiste che siano introdotte delle leggi che obblighino gli


imprenditori a garantir la vita ai loro addetti? Un simile
procedimento paralizzerebbe lo spirito d ’iniziativa; il sem­
plice timore che lo stato possa immischiarsi nei rapporti pri­
vati costituisce un flagello e mette in pericolo la prosperità
di una nazione » Di contro a quest’apologià vuota e gene­
rica, Sismondi riporta la discussione alle sue basi: «Non ho
certo mai negato che la Francia abbia raddoppiato la popo­
lazione e quadruplicato il consumo dai tempi di Luigi XIV
ad oggi, come mi si obietta; ho soltanto affermato che la
moltiplicazione dei prodotti è un bene se c’è chi li chiede,
paga e consuma, mentre è un male se non v’è richiesta, e se
tutta la speranza dei produttori sta nell’allontanare i consu­
matori dai prodotti di un’industria in concorrenza con la lo­
ro. Ho cercato di mostrare come il corso normale di un pae­
se consista nel continuo aumento dei suoi agi, e perciò della
sua domanda di prodotti nuovi e dei mezzi per pagarli. Ma
le conseguenze delle nostre istituzioni e delle nostre leggi,
che hanno derubato la classe operaia di qualsiasi proprietà
o garanzia di vita, hanno spinto nello stesso tempo ad un’at­
tività disordinata, priva di rapporto sia con la domanda sia
con la capacità di acquisto, e perciò tale da rendere ancor
piu acuta la miseria». E chiude la discussione invitando il
teorico soddisfatto dell’armonia a riflettere sulle condizioni
dei «popoli ricchi, presso i quali la miseria pubblica cresce
contemporaneamente alla ricchezza materiale, e la classe
che produce tutto è ogni giorno meno in grado di fruire di
tutto». Su questa acuta dissonanza delle contraddizioni ca­
pitalistiche si spegne l’eco della prima polemica intorno al
problema dell’accumulazione.1

1 «Revue Encyclopédique», t. XXIII, luglio 1824, p. 29. Say accusa Sis­


mondi d’essere il nemico acerrimo della società borghese nella seguente pa­
tetica declamazione: «C’est contre l’organisation moderne de la société; or­
ganisation qui, en dépouillant l’homme qui travaille de toute autre propriété
que celle de ses bras, ne lui donne aucune garantie contre une concurrence
dirigée à son préjudice. Quoi! parce que la société garantit à toute espèce
d’entrepreneur la libre disposition de ses capitaux, c’est à dire de sa proprié­
té, elle dépouille l’homme qui travaille! Je le répète: rien de plus dangéreux
que des vues qui conduisent à régler l’usage des propriétés». Giacché «les
bras et les facultés... sont aussi des propriétés! »
SA Y CONTRO S IS M O N D I 205

Uno sguardo all’insieme della polemica permette di fis­


sare due punti:
I. Pur nei suoi tratti confusi, l’analisi di Sismondi dimo­
stra la sua superiorità sulla scuola ricardiana, e sul presunto
capo della scuola smithiana. Sismondi tratta la questione
dal punto di vista della riproduzione, cerca di fissare concet­
ti di valore, come capitale e reddito, ed elementi materiali,
come mezzi di produzione e mezzi di consumo, nei loro mu­
tui rapporti nel processo d’insieme della vita sociale. In que­
sto, egli si avvicina piu di qualunque altro a Adam Smith,
con la differenza che le contraddizioni del processo d ’insie­
me, che in Smith appaiono come contraddizioni teoriche
soggettive, danno qui il tono all’analisi, e il problema della
accumulazione diviene il problema chiave e la difficoltà fon­
damentale. In questo senso, Sismondi rappresenta indubbia­
mente un progresso rispetto a Smith: Ricardo e i suoi epigo­
ni, come Say, non fanno che dibattersi nel circolo chiuso del­
la circolazione semplice delle merci; per loro non esiste che
la formula M - D - M (merce-denaro-merce), per giunta de­
formata in scambio diretto fra merci ed elevata a chiave per
la soluzione di tutti i problemi del processo di riproduzione
e di accumulazione. È questo, rispetto a Smith, un passo in­
dietro. Libero da queste angustie mentali, Sismondi dà pro­
va di possedere un senso delle categorie dell’economia bor­
ghese molto piu acuto dei suoi apologeti professionali, allo
stesso modo che Marx doveva, in seguito, mostrare nella
sua qualità di socialista un senso della differentia specifica
del meccanismo economico capitalistico, fin nei suoi parti­
colari piu minuti, infinitamente piu netto che tutti insieme
gli economisti borghesi. Quando Sismondi (nel libro V II,
capitolo V II) esclama contro Ricardo: «Dunque, la ricchez­
za sarebbe tutto, l’uomo nulla? », in questa frase non si e-
sprime soltanto la debolezza «m orale» della sua concezione
piccolo-borghese in confronto alla rigorosa obiettività clas­
sica di un Ricardo, ma la sensibilità del critico, resa ancor
piu acuta da una coscienza sociale intensa, per le viventi
complessità dell’economia, le sue contraddizioni, i suoi pun­
ti oscuri, contro l’angustia e rigidezza dell’astrattismo di Ri­
cardo e della sua scuola. La polemica ha avuto il solo effetto
20 6 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B LE M A

di mettere in luce l’incapacità sia di Ricardo che degli epi­


goni di Smith non diciamo di risolvere, ma neppur di affer­
rare il mistero dell’accumulazione.
2. La soluzione del mistero fu resa impossibile anche dal
fatto che la polemica usci dal suo binario principale per con­
centrarsi sul problema delle crisi. Era naturale che lo scop­
pio della prima crisi pesasse sulla discussione, ma era altret­
tanto naturale che impedisse alle due parti di capire che le
crisi costituiscono non il problema dell’accumulazione, ma
la sua specifica forma esterna, un puro aspetto nel quadro
ciclico della riproduzione capitalistica. Era perciò inevitabi­
le che la polemica si svolgesse in un doppio equivoco: una
delle parti deduceva direttamente dalle crisi l ’impossibili-
tà dell’accumulazione, l ’altra deduceva direttamente dallo
scambio fra le merci l’impossibilità delle crisi. Il successivo
corso dello sviluppo capitalistico doveva portare all’assurdo
entrambe le deduzioni.
Con tutto ciò, la critica di Sismondi conserva un’alta im­
portanza storica come primo grido di allarme teorico contro
il dominio del capitale, e come anticipazione del crollo del­
l ’economia politica classica di fronte all’incapacità di risol­
vere i problemi da essa stessa evocati. Se Sismondi lanciò un
grido di dolore contro le conseguenze della dominazione ca­
pitalistica, non fu certo un reazionario nel senso che sognas­
se un ritorno alle condizioni di vita precapitalistiche, anche
se a volte amò contrapporre a queste ultime le forme di pro­
duzione patriarcali dell’agricoltura e dell’artigianato. A que­
st’accusa egli reagisce piu volte energicamente, come nel­
l’articolo della «Revue Encyclopédique»: «M i par già di
sentirmi accusare di ostilità allo sviluppo dell’agricoltura,
delle scienze e delle arti, di predilezione per la barbarie
(giacché, dopo tutto, anche l ’aratro è una macchina e la van­
ga una macchina ancora piu antica) e di esaltazione di un
sistema in cui l ’uomo lavorerebbe la terra solo con le pro­
prie mani. Ma io non ho mai detto cose simili, e rifiuto le
conclusioni che si volessero trarre in questo senso dal mio
sistema, e che io non ho mai tratto. Né quelli che mi attac­
cano né quelli che mi difendono mi hanno capito, e a volte
arrossisco tanto dei miei alleati quanto dei miei avversari...
SA Y CONTRO SISM O N D I 207
Intendiamoci bene: le mie critiche non vanno né alle mac­
chine, né al graduale incivilimento, né alle invenzioni, ma
all’organizzazione attuale della società, organizzazione che,
mentre priva i lavoratori di ogni ricchezza che non siano le
loro braccia, non li mette al riparo della concorrenza e di
un’attività folle che va tutta a loro danno, e di cui è inevi­
tabile che siano le vittime». Il punto di partenza della criti­
ca sismondiana sono gli interessi del proletariato, ed egli ha
perfettamente ragione di formulare cosi la sua tendenza
fondamentale: «Desidero soltanto cercare il modo di assi­
curare i frutti del lavoro a quelli che lavorano, di garantire
i vantaggi della macchina a chi la mette in moto». Poco im­
porta che, quando deve spiegare che cosa sarà la società cui
aspira, sia costretto a confessare la propria impotenza: « È
questo un problema di una difficoltà infinita, che non inten­
diamo oggi minimamente affrontare. Per ora ci basterebbe
poter convincere gli economisti, con la stessa certezza con
cui ne siamo convinti noi, che la loro scienza ha battuto una
via sbagliata. Non pretendiamo di indicar loro la via giusta:
sarebbe uno sforzo eccessivo, per la nostra mente, costruire
il modello di una società come dovrebbe essere. Del resto,
chi mai oserebbe immaginare un’organizzazione che ancora
non esiste, chi mai sarebbe tanto sicuro di sé da guardar nel
futuro quando costa già tanta fatica vedere il presente?»
Questo aperto e leale riconoscimento della propria incapaci­
tà a vedere oltre l’orizzonte del capitalismo non fa torto a
Sismondi, in un tempo in cui il dominio del capitale aveva
appena varcato le soglie della storia e l’idea socialista non
poteva assumere che forma utopistica. Comunque, non po­
tendo né andar oltre il capitalismo né tornare indietro ri­
spetto ad esso, alla critica sismondiana non restava che la via
di mezzo piccolo-borghese. Lo scetticismo sulla possibilità
di una piena espansione del capitalismo, e perciò delle forze
produttive, suggerì a Sismondi l’invito al rallentamento del­
l’accumulazione, della marcia impetuosa nell’allargamento
del dominio del capitale. E qui l’aspetto reazionario della
sua critica '.
1 Nella sua storia dell’opposizione alla scuola ricardiana e del suo crollo,
Marx non si è dilungato su Sismondi. Nel III volume delle Theorien über
208 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

den Mehrwert [trad. it. dt., vol. Ili, p. 56], si legge: «Escludo Sismondi
dal mio compendio storico, perché la critica delle sue opinioni rientra in
una parte che potrò trattare soltanto dopo questo scritto, cioè nel movimen­
to reale del capitale (concorrenza e credito)». Un po’ piti avanti, tuttavia,
Marx dedica a Sismondi, in relazione a Malthus, un brano ch’è, pur nelle
sue grandi linee, esauriente: «Sismondi ha l’intima sensazione che la produ­
zione capitalistica si contraddica; che le sue forme, i suoi rapporti di pro­
duzione, da un lato spingano allo sfrenato sviluppo della forza produttiva e
della ricchezza; ma che dall’altro questi rapporti siano condizionati; che le
contraddizioni fra valore d’uso e valore di scambio, merce e denaro, acquisto
e vendita, produzione e consumo, capitale e lavoro salariato, ecc., assumano
dimensioni tanto più grandi, quanto piu si sviluppa la forza produttiva. Egli
sente specialmente la contraddizione principale: da un lato lo sfrenato svi­
luppo della forza produttiva e l’accrescimento della ricchezza, che consta
nello stesso tempo di merci e deve essere trasformata in denaro; dall’altro,
come fondamento, la limitazione della massa dei produttori ai mezzi di sus­
sistenza necessari. Quindi per lui le crisi non sono, come per Ricardo, sem­
plici accidenti, ma esplosioni essenziali delle contraddizioni immanenti su
grande scala e in determinati periodi. A questo punto, egli resta continua-
mente indeciso: deve lo Stato porre vincoli alle forze produttive, per ren­
derle adeguate ai rapporti di produzione, o porre vincoli ai rapporti di pro­
duzione, per renderli adeguati alle forze produttive? Spesso si rifugia nel
passato; diventa laudator temporis acti e, con una diversa regolazione del
reddito in rapporto al capitale o della distribuzione in rapporto alla produ­
zione, vorrebbe domare le contraddizioni, senza rendersi conto che i rappor­
ti di distribuzione non sono che i rapporti di produzione sub alia specie.
Egli critica in maniera convincente le contraddizioni della produzione bor­
ghese, ma non le capisce, e quindi non capisce neppure il processo della loro
dissoluzione. Ma, in fondo, egli intuisce che alle forze produttive sviluppa­
tesi nel seno della società borghese, alle condizioni materiali e sociali della
creazione della ricchezza, devono corrispondere nuove forme d’appropriazio­
ne di questa ricchezza; che le forme borghesi non sono che transitorie e
piene di contraddizioni, e che in esse la ricchezza assume sempre un’esisten­
za antitetica e appare ovunque, nello stesso tempo, come il suo contrario. È
ricchezza, che ha sempre per presupposto la povertà e si sviluppa soltanto
perché sviluppa questa» (ibid., voi. Ill, sez. I, 3 [trad. it. cit., vol. Ili,
pp. 59-60]).
Nella Miseria della filosofia, Sismondi è spesso contrapposto a Proudhon,
ma esplicitamente se ne parla solo in un punto: «Quelli che, come Sismon­
di, invocano un’equa proporzionalità della produzione, pretendendo però di
mantenere le basi attuali della società, sono dei reazionari, perché dovreb­
bero, per esser conseguenti, sforzarsi di riportare a condizioni storiche passa­
te anche le altre premesse dell’industria». Nella Critica dell’economia poli­
tica Sismondi è citato di sfuggita, una volta come l’ultimo classico dell’eco­
nomia politica borghese in Francia, come Ricardo in Inghilterra, e l’altra co­
me colui che ha messo in luce contro Ricardo lo specifico carattere sociale
del lavoro produttore di valore. Infine, nel Manifesto dei Comunisti, è ricor­
dato come esponente del socialismo piccolo-borghese.
CAPITOLO QUATTORDICESIM O

M A LTH U S

Contemporaneamente a Sismondi, una guerra parziale


contro la scuola di Ricardo veniva condotta da Malthus.
Nella seconda edizione della sua opera e nelle sue polemi­
che, Sismondi cita ripetutamente la testimonianza di Mal­
thus e, a proposito della loro fraternità d ’armi, scrive nella
«Revue Encyclopédique»: « D ’altra parte, in Inghilterra,
Malthus ha sostenuto [contro Ricardo e Say] quello stesso
che io ho cercato di fare sul continente: che cioè il consumo
non è la conseguenza necessaria della produzione, e che i
bisogni e i desideri umani non hanno bensì limiti, ma pos­
sono essere soddisfatti dal consumo solo in quanto siano ac­
compagnati da corrispondenti mezzi di scambio. Abbiamo
entrambi sostenuto che non basta creare questi mezzi per
farli affluire nelle mani di coloro che hanno questi bisogni o
desideri: avviene anzi spesso che i mezzi di scambio della
società aumentino, mentre la domanda di lavoro o il salario
diminuiscono, e allora i bisogni di una parte della popola­
zione non possono esser soddisfatti, con conseguente con­
trazione del consumo. Infine, abbiamo sostenuto insieme
che il segno inconfondibile del benessere sociale non è la
crescente produzione di ricchezze ma la crescente richiesta
di lavoro, o una crescente offerta del salario a compenso del
lavoro. Ricardo e Say non hanno negato che la richiesta cre­
scente di lavoro sia un segno di prosperità, ma hanno soste­
nuto che la domanda deve sicuramente nascere dall’aumen­
to della produzione.
«Malthus e io lo neghiamo. Per noi, questi due aumenti
sono effetto di cause del tutto indipendenti l’una dall’altra,
a volte anzi opposte. Il mercato è saturo, secondo noi, quan­
do una domanda di lavoro non ha preceduto la produzione
e non l’ha seguita; allora una nuova produzione è causa non
di benessere, ma di decadenza».
210 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

Queste frasi possono far nascere l ’impressione che fra


Sismondi e Malthus esistesse, almeno nella loro opposizio­
ne a Ricardo e alla sua scuola, un sostanziale accordo. Lo
stesso Marx considera i Principles of Political Economy di
Malthus, apparsi nel 1820, come un plagio dei Nouveaux
principes, usciti, com’è noto, un anno prima. Tuttavia, nel­
la questione che ci interessa, i due economisti sono in diret­
ta antitesi.
Sismondi critica la produzione capitalistica, l’attacca vio­
lentemente, è il suo accusatore. Malthus è il suo apologeta.
Non nel senso che neghi i suoi contrasti, come MacCulloch
o Say, ma, al contrario, nel senso che li eleva brutalmente a
legge naturale e li dichiara sacrosanti. Il filo conduttore di
Sismondi è costituito dagli interessi dei lavoratori: la meta
cui tende, sia pure in forma vaga e generica, è una riforma
radicale della distribuzione a favore del proletariato. Mal­
thus è invece l’ideologo degli interessi di quello strato di pa­
rassiti dello sfruttamento capitalistico che si nutrono di ren­
dite fondiarie o vivono alla greppia dello stato, il suo obiet­
tivo è destinare la maggior parte possibile di plusvalore a
questi «consumatori improduttivi». Il punto di vista gene­
rale di Sismondi è quello di un riformatore sociale e di un
moralista: egli «migliora» i classici, sostenendo contro di
loro che « l ’unico scopo dell’accumulazione è il consumo» e
chiedendo che sia posto un freno all’accumulazione. Mal­
thus afferma invece brutalmente che l’accumulazione è l’u­
nico scopo della produzione, e ne patrocina l’illimitato svi­
luppo ad opera dei capitalisti, completato e garantito dall’il­
limitato consumo dei loro parassiti. Infine, il punto di par­
tenza critico di Sismondi era l’analisi del processo di ripro­
duzione, il rapporto fra capitale e reddito su scala sociale.
Malthus invece parte, nella sua opposizione a Ricardo, da
un’assurda teoria del valore e da una teoria volgare del plus­
valore, derivata da auella, che pretende di spiegare il pro­
fitto capitalistico come maggiorazione di prezzo sul valore
delle merci '.
1 C fr . K. Marx , T h e o rie n ü b er d en M e h rw e rt, v o l. I l l [ t r a d . it . c it ., v o i.
I l l , p p . 1 3 -4 2 ], d o v e la te o ria d e l v a lo re e d e l p ro fitto in M a lth u s è atten ta-
m en te an a liz z ata .
M A LTH U S 2 11

Malthus sottopone a una critica severa il principio del­


l’identità fra offerta e domanda nel capitolo VI delle sue
Definitions in Political Economy, uscite nel 1827 e dedicate
a James Mill. Nei suoi Elements of Political Economy, pa­
gina 233, questi aveva dichiarato: «Che cosa s’intende ne­
cessariamente, quando diciamo che offerta e domanda cor­
rispondono [ are accomodated to one another] ? Che beni
prodotti con una certa quantità di lavoro sono scambiati
contro beni prodotti con la stessa quantità di lavoro. Accet­
tata questa premessa tutto è chiaro. Cosi, se un paio di scar­
pe è prodotto con lo stesso lavoro di un cappello, finché cap­
pello e scarpe sono scambiati fra loro, offerta e domanda si
equilibrano. Se avvenisse che le scarpe scendano di valore
in rapporto al cappello, ciò dimostrerebbe che piu scarpe
che cappelli sono state portate sul mercato. Le scarpe sareb­
bero allora in sovrabbondanza. Perché? Perché un prodotto
di una certa quantità di lavoro in scarpe non può piu essere
scambiato contro un altro prodotto della stessa quantità di
lavoro. Ma, per la stessa ragione, vi sarebbe una quantità in­
sufficiente di cappelli, perché una certa somma di lavoro e-
spressa in cappelli si scambierebbe contro una somma mag­
giore di lavoro in scarpe».
Contro questa vuota tautologia Malthus svolge una du­
plice argomentazione. Anzitutto, fa osservare a Mill che la
sua costruzione è campata in aria. In realtà, il rapporto di
scambio fra cappelli e scarpe potrebbe restare invariato, ma
entrambi essere presenti in quantità eccessiva rispetto alla
domanda. Ciò si manifesterebbe nel fatto che entrambi si
vendono a prezzi inferiori ai costi di produzione (con ade­
guato profitto). «M a in questo caso, si può dire che l’offerta
di cappelli corrisponda alla domanda di cappelli o l’offer­
ta di scarpe alla richiesta di scarpe, se tanto quelli quanto
queste sono presenti in un tale eccesso da non potersi scam­
biare in condizioni che ne assicurino la costante offerta? » '.
Malthus obietta dunque a Mill la possibilità di una sovra-
produzione generale: «In confronto ai costi di produzione,

T. X. m a lth u s , Definitions in "Political Economy, 1827, p. 51.


212 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

tutte le merci possono salire o scendere [nell’offerta] allo


stesso tempo» *.
In secondo luogo, protesta contro il modo, caro a Mill
esattamente come a Ricardo ed epigoni, di costruire le loro
tesi sullo scambio diretto dei prodotti. « I l coltivatore di
luppolo che porta sul mercato cento sacchi del suo prodot­
to, pensa all’offerta di scarpe e cappelli come alle macchie
solari. A che cosa pensa, allora? E che cosa vuol ottenere in
cambio del suo luppolo? Il signor Mill sembra credere che
sarebbe tradire la peggior ignoranza in economia politica ri­
spondere che vuole denaro. Io non esito tuttavia a dichiara­
re, a costo di esser accusato di terribile ignoranza, che quel­
lo di cui ha bisogno il piantatore è appunto il denaro».
Infatti, sia la rendita da lui dovuta al proprietario terrie­
ro, sia i salari dovuti ai suoi dipendenti, sia infine l’acquisto
di materie prime e attrezzi necessari per le sue piantagioni,
possono esser coperti soltanto mediante denaro. Su questo
punto Malthus insiste lungamente, e ritiene «incredibile»
che economisti di grido ricorrano ad esempi fra i piu azzar­
dati e assurdi invece che all’ipotesi dello «scambio del de­
naro » 12. Del resto Malthus si limita a descrivere il meccani­
smo per cui una offerta eccessiva provoca, mediante la ca­
duta dei prezzi al di sotto dei costi di produzione, una limi­
tazione spontanea della produzione, e viceversa. «M a que­
sta tendenza a curare la sovra- o sotto-produzione mediante
il corso naturale delle cose non dimostra che i mali non esi­
stano».
Come si vede, Malthus si muove, nonostante la diversità
dei punti di vista per quanto riguarda le crisi, sullo stesso
binario di Ricardo, Mill, Say e MacCulloch; anche per lui,
esiste solo scambio di merci. Il processo della riproduzione

1 T. R. malthus, Definition in Political Economy, p. 64.


2 « I suppose they are afraid of the imputation, of thinking that wealth
consists in money. But though it is certainly true that wealth does not con­
sist in money, it is equally true that money is a most powerful agent in the
distribution of wealth, and those who, in a country where all exchanges arc
practically effected by money, continue the attempt to explain the principles
of demand and supply and the variation of wages and profits, by referring
chiefly to hats, shoes, corn, suits of clothing & c., must of necessity fail»
(ibid., p. 60, nota).
M A LTH U S 213
sociale con le sue grandi categorie e coi suoi rapporti reci­
proci, che Sismondi aveva analizzato, qui passa sotto si­
lenzio.
Pur con queste diversità nelle concezioni fondamentali,
l’accordo fra Sismondi e Malthus si stabili sui seguenti
punti :
I ) entrambi negavano, contro i ricardiani e Say, l’equili­
brio prestabilito fra consumo e produzione;
2) entrambi affermavano la possibilità di crisi non sol­
tanto parziali ma generali.
Ma l’accordo finisce qui. Se Sismondi cerca la causa delle
crisi nel basso livello dei salari e nella limitata capacità di
consumo dei capitalisti, Malthus trasforma i bassi salari in
legge naturale del movimento della popolazione e trova un
compenso al limitato consumo dei capitalisti nel consumo
dei parassiti del plusvalore (nobiltà terriera, clero) la cui ca­
pacità di assorbimento in ricchezze e in lusso non ha limiti:
la Chiesa ha uno stomaco robusto.
E se entrambi, per la salvezza dell’accumulazione capita­
listica, cercano una categoria di consumatori che comprino
senza vendere, Sismondi li cerca allo scopo di smaltire l’ec­
cedenza di prodotto sociale sul consumo dei lavoratori e dei
capitalisti (cioè la parte capitalizzata del plusvalore), Mal­
thus allo scopo di creare il profitto. Come i rentiers e paras­
siti dello Stato, che devono ricevere i mezzi di pagamento
dalle mani dei capitalisti, possano aiutare questi ultimi ad
appropriarsi il profitto mediante acquisto di merci con prez­
zi maggiorati, rimane un mistero.
Dati questi notevoli punti di contrasto, la fraternità d ’ar­
mi fra Sismondi e Malthus rimase tutta superficiale. Se Mal­
thus fece dei Nouveaux principes una caricatura malthusia-
im, Sismondi sismondizzò le critiche di Malthus a Ricardo
s o t tolineandone i punti comuni e citandole come testi a suo
I tvore. D ’altra parte, gli accadde spesso di subirne 1’influen­
za, come quando accettò quella teoria della dissipazione del­
le finanze statali, come parziale sfogo all’accumulazione, che
tuttavia era in diretta contraddizione col suo punto di par­
tenza.
2I4 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

In complesso, Malthus non ha portato alcun contributo


personale al problema della riproduzione, né l’ha capito;
nella polemica coi ricardiani egli rimane, come questi nella
polemica con Sismondi, nell’ambito della riproduzione sem­
plice. Il disaccordo con la scuola di Ricardo verte sul consu­
mo improduttivo dei parassiti del plusvalore, è una disputa
sulla distribuzione del plusvalore, non sulle basi sociali del­
la riproduzione capitalistica. La costruzione malthusiana si
sbriciola non appena la si inchiodi all’assurdo dei suoi teore­
mi sul profitto. Invece la critica sismondiana resta, e non
toglie nulla alla sua attualità il fatto ch’egli accetti con tutte
le sue conseguenze la teoria ricardiana del valore.
Seconda schermaglia
L a controversia fra Rodbertus e v. Kirchmann

CAPITOLO QUIND ICESIM O

LA TEORIA D ELLA RIPRODUZIONE IN V. KIRCHMANN

Anche la seconda polemica teorica sul problema dell’ac­


cumulazione ha il suo punto di partenza in avvenimenti
contemporanei. Se in Sismondi l’opposizione alla scuola
classica è suggerita dalla prima crisi inglese e dalle sofferen­
ze della classe lavoratrice da questa determinate, quasi ven­
ticinque anni dopo Rodbertus trarrà ispirazione alla sua cri­
tica della produzione capitalistica dal movimento rivoluzio­
nario operaio frattanto iniziatosi. La rivolta dei tessitori di
Lione, il movimento cartista in Inghilterra, facevano riso­
nare alle orecchie borghesi la loro critica della «piu splendi­
da delle forme sociali» con ben altra forza degli spettri an­
cora confusi evocati dalla prima crisi. Non per nulla il pri­
mo studio economico-sociale di Rodbertus, che data proba­
bilmente dal quarto decennio del secolo e, scritto per la
«Augsburger Allgem. Ztg.», venne da questa rifiutato, s’in­
titola Die Forderungen der arbeitenden Klassen [Le riven­
dicazioni delle classi lavoratrici], e comincia : « Che cosa vo­
gliono le classi lavoratrici? E questo qualcosa potrà essere
rifiutato dalle altre? Ciò che le classi lavoratrici chiedono
sarà la tomba della civiltà moderna?... Che, presto o tardi,
la storia dovesse porre con la massima urgenza questi pro­
blemi, gli uomini di pensiero lo sapevano da tempo, e l’uo­
mo comune l’ha appreso dalle manifestazioni dei Cartisti e
dai fatti di Birmingham». Ben presto, nella Francia tra il
’40 e il ’50, tutto un fermentare di teorie rivoluzionarie si
esprimerà nelle piu diverse associazioni segrete e scuole so­
cialiste - proudhoniani, blanquisti, seguaci di Cabet e Louis
Blanc, ecc. —e, nella rivoluzione di febbraio, nella proclama­
2 i 6 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

zione del «Diritto al lavoro», nelle giornate di giugno, in­


somma nella prima battaglia generale fra i due mondi della
società capitalistica, si tradurrà in una storica esplosione dei
contrasti covanti nel suo seno. Quanto all’altra forma tan­
gibile di questi contrasti, le crisi, ai tempi della seconda con­
troversia si disponeva di un materiale di osservazione infini­
tamente piu ricco che all’inizio del terzo decennio del seco­
lo. Lo scontro fra Rodbertus e v. Kirchmann nasce sotto
l’impressione diretta delle crisi del 1837,1839,1847, e del­
la prima crisi mondiale del 1837 (l’interessante studio di
Rodbertus, Die Handelskrisen und die Hypothekennot der
Grundbesitzer, è del 1838). I contrasti interni dell’econo­
mia borghese offrivano dunque a Rodbertus una ben piu vi­
va critica della «teoria delle armonie» dei classici inglesi e
dei loro volgarizzatori in Inghilterra e sul continente, che ai
tempi in cui Sismondi aveva elevato la sua protesta.
D ’altro lato, che la critica di Rodbertus risentisse della
diretta influenza di quella sismondiana, lo dimostra una ci­
tazione da Sismondi nel suo primo scritto. Rodbertus era
perfettamente al corrente della letteratura francese contem­
poranea dell’opposizione alla scuola classica, forse un po’
meno della molto piu ricca letteratura inglese, circostanza
nella quale ha unicamente radice la leggenda cara al mondo
universitario tedesco della presunta «priorità» di Rodber­
tus su Marx nella «fondazione del socialismo». «Rodbertus
- si legge ad esempio in una nota biografica scritta dal pro­
fessor Diehl per 1’Handwörterbuch der Staatswissenschaf­
ten - va considerato come il vero fondatore del socialismo
scientifico in Germania, in quanto già prima di Marx e Las-
salle aveva fornito, nei suoi scritti del 1839 e 1842, un si­
stema socialistico completo, una critica delle concezioni smi-
thiane, nuove basi teoriche e proposte di riforme sociali».
Tutto ciò, con pia devozione, nel 1901 (2a ed.), dopo quan­
to era già stato scritto da Engels, Kautsky e Mehring a de­
molizione della leggenda accademica. Che d’altra parte un
«socialista» di tendenze monarchiche, patriottiche e prus­
siane come Rodbertus, comunista per l’avvenire di lf a 300
anni e sostenitore per il presente di un tasso di sfruttamen­
to del 200 per cento, dovesse per i teorici tedeschi dell’eco­
LA T EO R IA D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN V. KIRCH M AN N 21 7

nomia politica avere la palma della «priorità» su un «m e­


statore» internazionale del tipo di Marx, è perfettamente
comprensibile, e non v’è dimostrazione schiacciante che
possa distruggere questo mito. A noi, tuttavia, interessa qui
l’altro lato della analisi di Rodbertus. Lo stesso Diehl con­
tinua il suo panegirico con le seguenti parole: «M a Rodber­
tus non è stato soltanto il battistrada del socialismo: tutta
la scienza economica gli è debitrice di grandi impulsi; parti­
colarmente la teoria economica, grazie alla critica degli eco­
nomisti classici, alla nuova teoria della distribuzione del
reddito, alla distinzione delle categorie logiche e storiche
del capitale, ecc.». E non saremo noi ad occuparci delle ul­
teriori benemerenze di Rodbertus contenute in quell’« ecce­
tera».
La controversia fra Rodbertus e v. Kirchmann fu provo­
cata dallo studio, scritto dal primo nel 1842, Zur Erkennt­
nis unserer staatswirtschaftlichen Zustände. V. Kirchmann
replicò nei «Demokratische Blätter» con due articoli: Über
die Grundrente in sozialer Beziehung e Die Tauschgesell­
schaft, ai quali Rodbertus rispose nel 1870e 1871 le sue So­
ziale Briefe. La discussione si portò cosi sullo stesso piano
teorico sul quale trent’anni prima si era svolta la polemica
fra Malthus-Sismondi e Say-Ricardo-MacCulloch. Già nei
suoi primi scritti, Rodbertus aveva formulato il pensiero
che nella società attuale, data la sempre crescente produtti­
vità del lavoro, il salario si riduce ad una quota sempre mi­
nore del prodotto nazionale —pensiero che rivendicò come
suo proprio, ma che fino alla morte, cioè per tre decenni,
seppe soltanto ripetere su mille toni. In questa continua ri­
duzione della quota-salari Rodbertus scorge la radice comu­
ne di tutti i mali della economia moderna, del pauperismo e
delle crisi, da lui indicati in fascio come «la questione socia­
le dell’epoca presente».
Non accettando questa spiegazione, v. Kirchmann ricon­
duce il pauperismo agli effetti della crescente rendita fon­
diaria, e le crisi, invece, alla mancanza di sbocchi. «L a mag­
gior parte dei mali sociali risiede non nella deficiente produ­
zione, ma nell’insufficiente smercio dei prodotti; quanto piu
un paese è in grado di produrre, quanto piu è in grado di
2I 8 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

soddisfare tutti i bisogni, tanto piu è esposto al pericolo del­


la miseria e delle carestie». Ciò vale anche per la questione
operaia, giacché «il famoso diritto al lavoro si risolve in ul­
tima istanza in una questione di sbocchi». E aggiunge: «C o­
me si vede, la questione sociale è pressoché identica alla
questione degli sbocchi. Anche i mali della tanto deprecata
concorrenza spariranno con una maggior sicurezza di smer­
cio, e ne resterà solo ciò che v’è in essa di buono, la spinta a
produrre merci migliori a buon mercato, mentre ne sarà eli­
minata la lotta per la vita e per la morte, che si origina dal-
l’insufficienza dello smercio»
Balza subito agli occhi la diversità dell’angolo visuale di
Rodbertus e di v. Kirchmann. Il primo vede la radice del
male in una difettosa distribuzione del prodotto nazionale,
v. Kirchmann nella limitatezza del mercato della produzio­
ne capitalistica. Pur nella nebulosità delle sue tesi (parliamo
soprattutto della visione idilliaca di una concorrenza capita­
listica ridotta all’emulazione nel produrre le merci migliori
al minor prezzo, e della riduzione del «famoso diritto al la­
voro» a una questione di sbocchi), v. Kirchmann mostra
tuttavia di aver capito dov’è il punto debole della produzio­
ne capitalistica —i suoi limiti di smercio —meglio del suo av­
versario, che vede soltanto il problema della distribuzione
del prodotto totale. È dunque v. Kirchmann a riprendere il
problema già posto all’ordine del giorno da Sismondi. Ciò
non significa peraltro che ne accetti l’analisi e la soluzione,
giacché egli si schiera piuttosto dalla parte degli avversari di
Sismondi, e accoglie non soltanto la teoria ricardiana della
rendita fondiaria, non soltanto il dogma smithiano che «i
prezzi delle merci si compongono di due sole parti, l’inte­
resse del capitale e il salario del lavoro» (v. Kirchmann tra­
sforma il plusvalore in «interesse del capitale»), ma anche
la tesi smith-ricardiana che i prodotti siano comprati esclu­
sivamente con prodotti, e la produzione crei il proprio smer­
cio, cosicché, dove da una parte sembra che si produca trop­
po, dall’altra si produce troppo poco. Come si vede, v.1
1 La dimostrazione di v. Kirchmann è riportata letteralmente da Rodber­
tus. Un esemplare completo dei «Demokratische Blätter» con l’articolo ori­
ginale è, a quanto assicura l’editore di Rodbertus, oggi irreperibile.
LA TEO RIA D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN V . KIRCHM ANN 2 19

Kirchmann segue le orme dei classici; ma si tratta di una


«edizione tedesca dei classici», con una quantità di se e di
ma. Cosi, V. Kirchmann trova che la legge, formulata da
Say, del naturale equilibrio fra produzione e domanda «non
esaurisce la realtà», e aggiunge: «Nello scambio si nascon­
dono altre leggi che impediscono la realizzazione allo stato
puro di questa formula, e la cui scoperta permette di spiega­
re l’attuale saturazione dei mercati e, nello stesso tempo, di
evitare questo grosso scoglio. Noi crediamo che nel sistema
sociale odierno siano tre circostanze a determinare il contra­
sto fra l’indiscutibile legge di Say e la realtà». Queste circo­
stanze sono: la «distribuzione troppo ineguale dei prodot­
ti» (come si vede, qui v. Kirchmann inclina al punto di vista
di Sismondi); le difficoltà opposte dalla natura al lavoro u-
mano nella produzione delle materie prime; infine, le defi­
cienze del commercio come atto intermedio fra produzione
e consumo. Senza intrattenerci sui due ultimi «ostacoli» al­
la legge di Say, seguiamo l’argomentazione di v. Kirchmann
in rapporto al primo:
«L a prima circostanza può essere sintetizzata nel fatto
che “ il salario del lavoro è a un livello troppo basso ” e da
ciò si origina un arresto dello smercio. Per chi sa che i
prezzi delle merci si compongono solo di due parti, interes­
se del capitale e salario del lavoro, quest’affermazione può
sembrar strana: se il salario è basso anche i prezzi delle mer­
ci saranno bassi; se è alto, saranno alti anche questi. [Come
si vede, v. Kirchmann accetta il dogma smithiano nella sua
formulazione piu assurda: il prezzo non si risolve in sala­
rio + plusvalore, ma si compone di questi come loro sempli­
ce somma: concezione con la quale Smith si era nettamente
allontanato dalla sua teoria del valore]. Salario e prezzo
stanno dunque in rapporto diretto, e si equilibrano a vicen­
da. Se l’Inghilterra ha abolito il dazio sul grano, sulla carne
e su altri generi alimentari, l’ha fatto solo per provocare u-
na diminuzione dei salari, e mettere cosi i produttori in
condizione di cacciare ogni altro concorrente dal mercato
mondiale mediante merci ancor piu a buon mercato. Ciò è
tuttavia vero solo in parte, e non tocca il rapporto in cui il
prodotto si divide fra capitalista e lavoratore. Nella divisio­
220 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

ne troppo ineguale fra questi va cercata la prima e piu im­


portante ragione che vieta alla legge di Say di compiersi
nella realtà, e fa si che, ad onta della produzione in tutti i ra­
mi, tutti i mercati soffrano di congestionamento». V. Kirch-
mann illustra la sua tesi con un esempio, trasportandoci, se­
condo il costume della scuola classica, in una società isola­
ta immaginaria, che si presti senza resistenza a esperimenti
di economia politica.
Si immagini un paese che conti 903 abitanti, e precisa-
mente 3 imprenditori con 300 operai ciascuno, e soddisfi tut­
ti i bisogni dei suoi cittadini con la produzione propria, rea­
lizzata in tre aziende una delle quali provvede al vestiario,
l’altra al cibo, alla luce, al riscaldamento e alle materie pri­
me, la terza all’abitazione, al mobilio e agli attrezzi. In o-
gnuno di questi tre settori l’imprenditore fornisce «il capi­
tale insieme con le materie prime», e la remunerazione dei
lavoratori avviene in modo che questi ricevano come sala­
rio la metà del prodotto annuo, e l ’imprenditore l ’altra me­
tà «come interesse del suo capitale e come utile d ’intrapre­
sa». La quantità di prodotti fornita da ogni azienda basta a
coprire i bisogni complessivi dei 903 abitanti. Il paese con­
tiene dunque «tutte le premesse di un benessere generale»
per l’insieme dei suoi abitanti, i quali si mettono gagliarda-
mente e allegramente al lavoro. Ma bastano pochi giorni
perché gagliardia e gioia si convertano in irritazione e do­
lore: nell’isola dei beati costruita da v. Kirchmann avviene
qualcosa di totalmente imprevisto : scoppia una vera e pro­
pria crisi industriale e commerciale! I 900 lavoratori hanno
lo strettissimo necessario in alimenti, vestiario e abitazio­
ne, mentre gli imprenditori hanno i magazzini pieni di abi­
ti e di materie prime, e le case vuote; lamentano la mancan­
za di smercio, mentre dal canto loro i lavoratori si lagnano
della mancata soddisfazione dei bisogni. E perché illae la­
crimile? Forse perché, come ammettono Say e Ricardo, vi
sia eccesso di alcuni prodotti e difetto di altri? Ohibò! ri­
sponde v. Kirchmann; nel «paese» esistono quantità ben
proporzionate di tutte le cose, che basterebbero esattamen­
te a soddisfare i bisogni complessivi della società. Quale,
dunque, l’origine della «difficoltà», della crisi? La difficoltà
LA TEO R IA D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN V. KIRCH M AN N 221

sta tutta nella distribuzione. Ma gustiamoci le parole di


V. Kirchmann: « L ’ostacolo che impedisce questo [scambio
regolare] sta unicamente nella distribuzione dei prodotti:
la distribuzione non avviene in forma uguale fra tutti, ma
gli imprenditori ne trattengono la metà come interesse del
capitale e ne danno solo la metà ai dipendenti. È chiaro che
in tal modo il lavoratore dell’industria dell’abbigliamento
può scambiare col suo mezzo prodotto solo la metà della
produzione di sussistenze e di case, e cosi via, e l’imprendi­
tore non può disfarsi della sua metà perché nessun lavora­
tore dispone di un prodotto contro cui scambiarla. Gli im­
prenditori non sanno che farsene delle loro scorte, i lavora­
tori non sanno che farsene della loro miseria e nudità». E
il lettore —aggiungiamo noi - non sa che farsene delle co­
struzioni del signor v. Kirchmann. L ’infantilismo dell’e­
sempio ci fa passare da un rebus all’altro.
Anzitutto, non si capisce su quali basi e a quale scopo sia
immaginata una tripartizione della produzione. Se negli a-
naloghi esempi di Ricardo e di MacCulloch si contrappone­
vano affittuari e fabbricanti, non era questo se non lo sche­
ma antiquato, proprio dei fisiocratici, della riproduzione so­
ciale accettata da Ricardo sebbene avesse perso qualunque
significato nella sua teoria del valore, e sebbene notevoli pas­
si avanti fossero stati compiuti già da Smith nella considera­
zione dei fondamenti reali e concreti del processo della ri-
produzione sociale. Abbiamo tuttavia anche visto come que­
sta suddivisione fisiocratica in agricoltura e industria si fosse
conservata per tradizione nell’economia politica fino alla
storica suddivisione marxiana in produzione di mezzi di
produzione e produzione di mezzi di consumo. Le tre sezio­
ni di v. Kirchmann non hanno invece alcun senso intelligi­
bile. Dato che gli utensili si trovano mescolati coi mobili,
le materie prime con le sussistenze, è chiaro che nella sud-
divisione hanno agito come fattori determinanti non gli e-
lementi materiali della riproduzione, ma il puro arbitrio.
Con altrettanta ragione, o torto, si potevano immaginare u-
na sezione per le sussistenze, gli abiti e le abitazioni, un’al­
tra per le medicine, una terza per gli spazzolini da denti. E-
videntemente, quel che importava a v. Kirchmann era solo
222 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

di accennare alla divisione sociale del lavoro, e presupporre


per lo scambio certe quantità di prodotti, il piu possibile
«di ugual grandezza». Ma lo scambio come tale, su cui tut­
ta la dimostrazione continua a svolgersi, non gioca nell’e­
sempio di V. Kirchmann alcun ruolo, giacché non è un va­
lore, ma una massa di prodotti, una quantità di valori d ’u­
so, quella che entra in distribuzione. D ’altra parte, nell’in­
teressante «paese» della fantasia di v. Kirchmann, prima
avviene la distribuzione dei prodotti, poi, a distribuzione
avvenuta, deve compiersi lo scambio generale, mentre su
questa vile terra della produzione capitalistica è notoria­
mente lo scambio che apre e media la distribuzione dei pro­
dotti. A questo punto, avvengono nella distribuzione alla
v. Kirchmann le cose piu sorprendenti: è vero che il prezzo
dei prodotti, e perciò anche del prodotto sociale totale, con­
sta, «com ’è noto», solo di «salario del lavoro e interesse
del capitale», v + p, e che pertanto la produzione totale si
distribuisce senza residui fra operai e imprenditori; ma per
sua disgrazia v. Kirchmann si è dimenticato che ogni pro­
duzione comprende qualcosa come attrezzi e materie prime.
Egli contrabbanda nel suo «paese» materie prime sotto la
voce alimentari, e attrezzi sotto la voce mobili, ma la do­
manda che sorge allora è a chi, nella distribuzione genera­
le, queste cose indigeribili tocchino: agli operai come sala­
rio, o ai capitalisti come utile d’intrapresa. Entrambe le par­
ti le rifiuterebbero. Con tali premesse, dovrebbe poi verifi­
carsi il clou di tutta la costruzione: lo scambio fra lavorato­
ri e imprenditori. L ’atto fondamentale di scambio della
produzione capitalistica, lo scambio fra salariati e capitali­
sti, si trasforma in v. Kirchmann da scambio fra lavoro vivo
e capitale in scambio di prodotti! Al centro dell’operazione
è posto non il primo atto, lo scambio fra forza-lavoro e ca­
pitale variabile, ma il secondo, la realizzazione del salario
ottenuto dal capitale variabile; e, viceversa, l’intero scam­
bio di merci della società capitalistica è ridotto alla realiz­
zazione del salario ! Ma il bello viene dopo : questo famoso
scambio fra lavoratori e imprenditori, posto al centro della
vita economica, non è affatto uno scambio, non si compie
nella realtà; giacché, una volta che i lavoratori hanno otte­
LA TEO R IA D E L L A RIPR O D U Z IO N E IN V. KIRCH M AN N 223

nuto il loro salario in natura, e precisamente nella metà del­


la loro produzione, l’unico scambio che possa aver luogo è
fra i lavoratori medesimi, i quali si scambieranno a vicenda
gli uni un salario consistente in puro vestiario, gli altri un
salario composto di alimenti, gli altri un salario in mobili,
in modo che ogni operaio realizzi il suo salario per un terzo
in prodotti alimentari, per un terzo in vestiario, per un ter­
zo in mobilio. Tale scambio non ha piu nulla a che vedere
con gli imprenditori, i quali rimangono con un plusvalore
corrispondente alla metà di tutti i vestiti, alimenti, e mobi­
li prodotti dalla società e, in tre che sono, non sanno che
cosa diavolo farne. Contro quest’inconveniente, non v e di­
stribuzione generosa del prodotto totale che valga. Anzi,
quanto maggiore sarà la parte di prodotto sociale destinata
ai lavoratori, tanto meno il loro scambio riguarderà i capi­
talisti: si allargherà soltanto il raggio dello scambio recipro­
co fra salariati. È vero che, in tal modo, si ridurrebbe di al­
trettanto l’ingombrante fardello di sovraprodotto, ma ciò
avverrebbe non per una maggior facilità di scambio del so­
vraprodotto, ma per una diminuzione dello stesso plusvalo­
re; e di uno scambio del sovraprodotto fra operai e impren­
ditori si potrebbe parlare altrettanto poco quanto prima.
Bisogna riconoscere che il numero di banalità e di assurdi
economici accumulati in uno spazio relativamente ristretto
supera anche la misura che si può ragionevolmente consen­
tire ad un procuratore di stato prussiano, quale v. Kirch-
mann. Ma v. Kirchmann non si ferma a questi preliminari.
Accortosi che, in base alla sua stessa ipotesi, alla forma con­
creta d ’uso del sovraprodotto, il plusvalore è inutilizzabile,
immagina che, con la metà di lavoro sociale appropriato sot­
to forma di plusvalore, gli imprenditori facciano produrre
non «merci ordinarie» per i lavoratori, ma articoli di lus­
so. Poiché « è nell’essenza delle merci di lusso di permette­
re al consumatore di consumare in capitale e forza-lavoro
piu di quanto non sia possibile con le merci ordinarie», i
tre imprenditori riescono da soli a consumare in pizzi, vet­
ture di lusso e simili l’intera metà della quantità di lavoro
socialmente erogata. A questo punto non v ’è piu nulla da
offrire, la crisi è felicemente superata, la sovraproduzione è
224 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

resa una volta per tutte impossibile, capitalisti e lavoratori


sono al sicuro, e la bacchetta magica alla quale si devono
tutte queste opere buone e il ritorno all’equilibrio fra pro­
duzione e consumo si chiama: lusso! In altre parole, il con­
siglio dato dal brav’uomo ai capitalisti, che non sanno come
disfarsi del plusvalore irrealizzabile, è: divoratelo! È vero
che nella società capitalistica il lusso è una vecchia scoper­
ta, e tuttavia le crisi imperversano: ma perché? «L a rispo­
sta non può essere che una, - ammonisce v. Kirchmann: —
l’arresto dello smercio nel mondo reale deriva dal fatto che
esiste ancora troppo poco lusso o, in altri termini, che i ca­
pitalisti, cioè i detentori dei mezzi di consumo, consumano
ancora troppo poco». Questa deplorevole astinenza ha a sua
volta origine in un vizio incoraggiato dagli economisti: la
tendenza al risparmio in vista del «consumo produttivo».
In altre parole, le crisi nascono dall’accumulazione. È que­
sta la tesi centrale di v. Kirchmann, ch’egli illustra con un
esempio di commovente ingenuità. Ammettiamo, dice, «il
caso, vantato come il migliore possibile dagli economisti»,
che gli imprenditori dicano: il nostro reddito, invece di con­
sumarlo fino alla feccia in pompe e lussi, vogliamo reim­
piegarlo produttivamente. Che cosa significa ciò? Fondare
aziende di ogni genere, per ottenerne nuovi prodotti con la
cui vendita realizzare l’interesse (v. Kirchmann vuol dire il
profitto) del capitale accumulato e reinvestito dai tre im­
prenditori. Conseguentemente, i tre imprenditori decidono
di consumare soltanto il prodotto di 100 lavoratori, cioè di
limitare sensibilmente il proprio lusso, e di impiegare la
forza-lavoro dei rimanenti 350 operai, col capitale da que­
sti utilizzato, alla fondazione di nuove aziende produttive.
Sorge allora la questione: in quale ramo della produzione
investire il fondo? « I tre imprenditori non hanno che una
scelta: o riaprire aziende per la produzione di merci ordina­
rie, o aprire aziende per la produzione di articoli di lusso»
- giacché, secondo l’ipotesi di v. Kirchmann, il capitale co­
stante non viene riprodotto e l’intera produzione sociale
consiste di mezzi di consumo. Ma allora gli imprenditori si
trovano di fronte al dilemma a noi già noto: se producono
«merci ordinarie» nasce una crisi, giacché i lavoratori non
LA T EO R IA D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN V . KIRCH M AN N 22^

dispongono dei mezzi per l’acquisto delle merci supplemen­


tari, avendo già esaurito la metà del valore del prodotto so­
ciale; se producono articoli di lusso, dovranno consumarli
essi stessi. Tertium non datur. Né il dilemma è risolto dal
commercio estero, giacché questo può avere soltanto l’ef­
fetto di «aumentare la varietà delle merci sul mercato in­
terno», o di accrescere la produttività. «L e merci straniere
o sono merci ordinarie, e in tal caso il capitalista può non
comprarle, e il lavoratore non può comprarle in quanto non
ha mezzi; o sono merci di lusso, e in tal caso il lavoratore
sarà ancora meno in grado di acquistarle; ma altrettanto si
dica del capitalista, tutto preso dallo sforzo di risparmia­
re». Per quanto primitiva, l’argomentazione esprime tutta­
via chiaramente il pensiero dominante di v. Kirchmann e
l’incubo dell’economia politica borghese: in una società
composta esclusivamente di lavoratori e capitalisti, l’accu­
mulazione appare impossibile. V. Kirchmann ne trae argo­
mento per partire in lotta aperta contro l’accumulazione, il
«risparmio», il «consumo produttivo» del plusvalore, per
polemizzare contro la propalazione di questi errori ad ope­
ra dell’economia politica classica, e per predicare come mez­
zo contro le crisi il lusso crescente in ragione della produt­
tività del lavoro. Come si vede, se era nelle sue premesse
teoriche una caricatura di Ricardo-Say, v. Kirchmann è nel­
le sue conclusioni una caricatura di Sismondi. Era comun­
que necessario tener ben presente l’impostazione data al
problema da v. Kirchmann, per poter valutare la critica di
Rodbertus e la conclusione della controversia.
C A P IT O L O S E D I C E S I M O

LA CRITICA D ELLA SCUO LA C L A S S IC A


IN RODBERTUS

Rodbertus scava piu a fondo di v. Kirchmann. Egli cerca


le radici del male nelle basi stesse dell’organizzazione della
società, e muove guerra spietata alla dominante scuola libe­
rista. Non è tuttavia contro il sistema dello scambio incon­
trollato di merci o della libertà di lavoro ch’egli scende in
campo, ma contro il manchesterismo, il laissez faire nei rap­
porti sociali interni dell’economia. Ai suoi tempi, passato
lo Sturm und Drang della economia classica, dominava quel­
l’esaltazione priva di scrupoli del sistema sociale vigente
che doveva trovare la sua espressione piu perfetta nelle «ar­
monie» dell’idolo di tutti i filistei, il sig. Frédéric Bastiat;
e presto dovevano furoreggiare le diverse e miserabili edi­
zioni tedesche del profeta francese. È contro questi «vendi­
tori ambulanti del libero commercio» che si dirige la critica
di Rodbertus. «Cinque sesti della nazione —esclama nella
sua Prima lettera sociale a v. Kirchmann, che è del 1850 -
non soltanto sono esclusi da quasi tutti i benefici della ci­
viltà per la modestia dei loro redditi, ma sottostanno perio­
dicamente a esplosioni di spaventosa miseria, e sono espo­
sti a continue minacce. Eppure, sono essi i creatori di ogni
ricchezza sociale. Il loro lavoro comincia al levar del sole e
termina al tramonto, quando non si protrae nella notte; ma
non c’è sforzo che possa modificarne il destino. Senza poter
aumentare il proprio reddito, essi perdono anche l’ultimo
tempo che sarebbe potuto rimaner loro per l ’educazione
dello spirito. Ammettiamo pure che il progresso abbia avu­
to bisogno finora, come suo piedestallo, di tante sofferenze.
Ma ecco balenare l’improvvisa possibilità di un cambiamen­
to in questa terribile legge, grazie a tutta una serie di mera­
vigliose invenzioni - invenzioni che moltiplicano all’infini-
LA C R IT IC A D E L L A SC U O L A C L A S S IC A IN R O D B E R T U S 227

to la forza del lavoro umano. La ricchezza nazionale —il pa­


trimonio nazionale in rapporto alla popolazione - aumenta
perciò in progressione costante. Ora io chiedo: quale con­
seguenza piu naturale, quale rivendicazione piu giusta, che
anche i creatori di questa ricchezza nuova e antica fruiscano
di simili vantaggi? che il loro reddito aumenti corrispon­
dentemente, o il tempo del loro lavoro diminuisca, o un nu­
mero sempre maggiore passi nelle file dei fortunati cui è
concesso di cogliere i frutti del lavoro? Ma l’economia sta­
tale o meglio nazionale non ha saputo fare che l’opposto.
Mentre la ricchezza nazionale cresce, aumenta la miseria di
quelle classi; leggi speciali prolungano il tempo di lavoro;
il numero dei lavoratori cresce in misura maggiore di quel­
lo degli altri ceti. E non basta. La forza-lavoro moltiplica­
ta, che già non sapeva alleviare le condizioni di vita di cin­
que sesti della nazione, si trasforma periodicamente in in­
cubo dell’ultimo sesto, e perciò della società intera». «Q ua­
li contraddizioni, sul terreno economico! E quali, soprat­
tutto, sul terreno sociale! La ricchezza sociale aumenta, e
chi accompagna quest’aumento è l’aumento della miseria.
La forza creatrice del mezzo produttivo aumenta, e quel
che ne segue è il suo arresto. Le condizioni sociali esigono
l’elevazione dello stato materiale delle classi lavoratrici allo
stesso livello del loro stato politico, e la realtà economica
risponde deprimendolo. La società ha bisogno dell’espan­
sione illimitata della ricchezza, e gli attuali dirigenti della
produzione sono costretti a limitarla per non dar nuova e-
sca alla miseria. Una cosa sola è in armonia. Al perverti­
mento delle cose corrisponde la perversione degli strati do­
minanti della società, quella perversione che li fa cercare la
causa di questi mali dove non è. L ’egoismo che ama indos­
sare le vesti della morale, deplora come causa del pauperi­
smo i vizi dei lavoratori; attribuisce alla loro presunta in­
continenza e sfrenatezza ciò ch’è il portato di forze schiac­
cianti, e, quando non può chiudere gli occhi di fronte alla
loro evidente innocenza, eleva a teoria “ la necessità della
miseria” . Canta e ricanta all’operaio il versetto ora et labo-
ra, predica il dovere dell’astinenza e del risparmio, aggiun­
ge alla miseria dei lavoratori l’illegalismo del risparmio ob-
228 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

bligatorio. Non vede che una forza cieca trasforma l’esorta­


zione al lavoro in una condanna alla disoccupazione forza­
ta: che... la parsimonia è un’impossibilità o una crudeltà;
e che infine la morale è rimasta sempre senza effetti sulle
labbra di coloro, dei quali dice il poeta che “ bevono di na­
scosto vino e predicano in pubblico acqua” » \
Se queste coraggiose parole non possono - trent’anni do­
po Sismondi e Owen, vent’anni dopo le accuse dei socialisti
inglesi della scuola di Ricardo, dopo il cartismo, la battaglia
di giugno e, last not least, il Manifesto dei Comunisti —pre­
tendere d ’essere innovatrici, tanto piu è importante veder­
ne la giustificazione scientifica. Ora, Rodbertus presenta un
sistema teorico completo, che può essere sintetizzato nei
seguenti punti.
Il livello elevato storicamente raggiunto dalla produtti­
vità del lavoro, insieme con le «istituzioni del diritto posi­
tivo», cioè la proprietà privata, hanno generato, secondo le
leggi di un «commercio abbandonato a se stesso», tutta u-
na serie di fenomeni immorali, come:
I. Il valore di scambio in luogo del «valore normale»,
«costituito», e perciò l’attuale denaro metallico in luogo di
un denaro «cartaceo», «corrispondente alla sua idea», o
«denaro di lavoro». «L a prima [verità] è che tutti i beni
economici sono prodotti del lavoro, o, in altre parole, che
solo il lavoro è produttivo. Ciò non significa tuttavia che il
valore del prodotto sia sempre uguale al costo del lavoro o,
in altri termini, che il lavoro possa già oggi fornire una mi­
sura del valore». È vero piuttosto che «ciò non è ancora un
{atto economico, ma un ’id e a»12.
«S e il valore potesse essere costituito in base al lavoro
che il prodotto è costato, si potrebbe immaginare un dena­
ro consistente, come nei fogli strappati di un libro di conto
generale, in una ricevuta scritta sulla piu umile delle so­
stanze, su stracci, che ognuno riceverebbe sul valore da lui
prodotto e che realizzerebbe, come mandato di pagamento
per ugual valore, sulla parte del prodotto nazionale che en­
1 KARL RODBERTus-jAGETZOW, Schriften, Berlin 1899, vol. Ili, pp. 172-
174, 184.
2 Vol. II, pp. 104-5.
LA C R IT IC A D E L L A SC U O LA C L A S S IC A IN R O D B E R T U S 229

tra in distribuzione... Se invece, per una ragione qualsiasi,


il valore non può o non può ancora essere costituito, è ine­
vitabile che il denaro si trascini dietro quello stesso valore
che deve liquidare, come valore uguale, come pegno o ga­
ranzia, cioè consista in un bene di un certo valore, in oro o
argento»1. Ma interviene la produzione mercantile capita­
listica, e tutto si capovolge: «L a costituzione del valore
deve cessare, perché esso non può piu essere che valore
di scam bio»2. E «non potendo il valore essere costituito,
neanche il denaro può essere semplicemente denaro, corri­
spondere pienamente alla sua id e a»3. «N el caso di una giu­
sta remunerazione nello scambio, il valore di scambio dei
prodotti [dovrebbe] essere uguale alla quantità di lavoro
che sono costati; nei prodotti dovrebbero sempre scambiar­
si uguali quantità di lavoro». Ma, anche ammettendo che o-
gnuno produca esattamente i valori d ’uso di cui un altro ha
bisogno, « trattandosi sempre di conoscenza e di volontà u-
mane si dovrebbe avere in precedenza una giusta valuta­
zione, compensazione e determinazione delle quantità di
lavoro contenute nei prodotti da scambiare, e una legge al­
la quale i soggetti dello scambio si adattassero » 4.
Com’è noto, Rodbertus ci tiene a ribadire la sua priorità
su Proudhon nella scoperta del valore costituito, scoperta
che possiamo tranquillamente lasciargli. Che questa «idea»
fosse soltanto uno spettro, già maturato teoricamente in
Inghilterra, e praticamente sepolto, assai prima di Rodber­
tus, e che si riducesse ad una storpiatura della teoria ricar-
diana del valore, l’hanno ampiamente dimostrato Marx nel­
la Miseria della filosofia ed Engels nella sua prefazione a
questa: non è perciò il caso di dilungarci su questa «musi­
ca dell’avvenire su una trombetta da ragazzino».
2. Dal «commercio di scambio» nacque la «degradazio­
ne» del lavoro a merce, e il salario secondo il «valore di co­
sto» invece che secondo una quota stabile di partecipazione
al prodotto. Con un ardito balzo storico, Rodbertus fa di-

1 Voi. I, p. 99-
2 Ibid., p. I7J.
3 Ibid., p. 176.
4 Vol. II, p. 6.5.
230 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B LE M A

scendere direttamente dalla schiavitù la sua legge del sala­


rio, considerando come menzogna ingannatrice, e condan­
nando da un punto di vista morale, i caratteri specifici che
la produzione capitalistica delle merci imprime allo sfrutta­
mento. «Finché gli stessi produttori erano proprietà dei
non-produttori, finché esisteva schiavitù, era esclusivamen­
te il vantaggio privato dei “ signori” a determinare in mo­
do unilaterale la grandezza di quella parte [la quota parte
del lavoratore]. Da quando i produttori hanno ottenuto la
piena libertà personale, ma nient’altro che questa, le due
parti si accordano in precedenza sul salario. Il salario è, co­
me oggi si dice, oggetto di un “ libero contratto” , cioè della
concorrenza. Ne segue che il lavoro è sottoposto alle stesse
leggi del valore di scambio, alle quali anche i prodotti sog­
giacciono; assume esso stesso un valore di scambio; la gran­
dezza della sua remunerazione dipende dai riflessi della do­
manda e dell’offerta». Dopo aver cosi capovolto l’ordine
delle cose e dedotto il valore di scambio della forza-lavoro
dalla concorrenza, un po’ più in là Rodbertus ne deduce il
valore dal valore di scambio: «Sotto l’impero delle leggi
del valore di scambio, il lavoro riceve, come i prodotti, una
specie di “ valore di costo” , che manifesta una specifica for­
za di attrazione sul suo valore di scambio, sull’ammontare
del salario. Questo è l’ammontare necessario a “ mantener­
lo in esercizio” , cioè ad assicurargli la forza di prolungarsi,
sia pur soltanto nella sua discendenza; il cosiddetto “ ne­
cessario sostentamento” ». Ma per Rodbertus tutto ciò non
è determinazione di leggi economiche obiettive, ma ogget­
to di sdegno morale. L ’affermazione della scuola classica:
« I l lavoro non ha più valore di quanto riceve come sala­
rio», egli la chiama «cinica» e si propone di svelare «la se­
rie di errori» che « a questa volgare e immorale conclusio­
ne» hanno portato '. «Una concezione non meno umiliante
di quella secondo cui il salario del lavoro si valuta in base
al necessario sostentamento, o allo stesso modo di una ripa­
razione di macchine, ha, nel caso del lavoro —questo prin­
cipio di tutti i beni, divenuto merce - fatto parlare di un

1 Vol. I, pp. 182-84.


LA C R IT IC A D E L L A SC U O LA C L A S SIC A IN R O D B E R T U S 231

suo “ prezzo naturale” o di un suo “ costo” come nel caso


dei prodotti, ed esprimere questo prezzo naturale, questo
costo del lavoro, nella quantità di beni necessaria per ripor­
tare continuamente sul mercato il lavoro». Il carattere di
merce e la conseguente determinazione del valore della for­
za-lavoro non sono però che un malvagio traviamento della
scuola del libero scambio e, invece di rinviarci alla contrad­
dizione intrinseca alla produzione capitalistica delle merci
fra determinazione del valore del lavoro e determinazione
del valore mediante il lavoro, come gli allievi inglesi di Ri­
cardo, Rodbertus accusa da buon prussiano la produzione
mercantile capitalistica di contraddizione... col diritto pub­
blico vigente. «O h folle, indescrivibile contraddizione di
quegli economisti —esclama - che vorrebbero chiamare gli
operai a dir la loro, nella posizione giuridica ora raggiunta,
sui destini della società, e nello stesso tempo pretendono,
dal punto di vista economico, che siano trattati come mer­
ci! » \
Si chiederà allora perché gli operai accettino una cosi fol­
le e palese ingiustizia —obiezione mossa già alla teoria ri-
cardiana del valore, per esempio, da Hermann. Risponde
Rodbertus: «Che cosa avrebbero dovuto fare gli operai, se,
dopo la loro liberazione, non avessero voluto accettare quel­
la norma? Considerate un po’ il loro stato! Gli operai sono
stati messi in libertà nudi o in cenci, senz’altro che la pro­
pria forza-lavoro. Abolita la schiavitù o la servitù della gle­
ba, era decaduto anche l’obbligo morale o giuridico del pa­
drone di nutrirli o di provvedere ai loro bisogni. Ma i biso­
gni erano rimasti; i lavoratori dovevano vivere. Come prov­
vedere, con la loro forza-lavoro, a questa vita? Attingere al
capitale presente nella società e produrre con esso il pro­
prio mantenimento? Ma il capitale esistente nella società
apparteneva già ad altri, e gli esecutori del “ diritto” non
l’avrebbero tollerato». Che cosa restava, dunque, ai lavo­
ratori? «Una sola alternativa: o abbattere il diritto sociale,
o ritornare in condizioni economiche quasi simili alle pre­
cedenti, seppur in diversa posizione giuridica, dagli antichi

1 Vol. II, p. 72.


232 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B LE M A

padroni, proprietari di terre o di capitali, e riceverne come


salario quello che prima ricevevano come alimento». Per
buona sorte del genere umano e del diritto pubblico prus­
siano, i lavoratori furono «cosi saggi» da non «far uscire
dai binari» la civiltà, preferendo eroicamente assoggettarsi
alle umilianti pretese degli «antichi padroni». Nacquero
cosi il sistema capitalistico del salario e la legge del salario,
«qualcosa di simile alla schiavitù», prodotto dell’abuso del­
la forza da parte dei capitalisti e della situazione di emer­
genza in cui i proletari si trovarono, oltre che della loro mi­
te arrendevolezza, se si vuol prestar fede alle spiegazioni
teoriche davvero innovatrici di quello stesso Rodbertus, che
Marx ha notoriamente... «saccheggiato». Quanto alla teo­
ria del salario, la «priorità» di Rodbertus è comunque indi­
scutibile, giacché i socialisti inglesi ed altri critici della so­
cietà borghese avevano analizzato il sistema del salario in
modo assai meno rozzo e primitivo. L ’originalità di Rod­
bertus sta tutta nel non utilizzare il grande sfoggio di sde­
gno morale sulle origini e sulle leggi economiche del siste­
ma salariale per trarne come conseguenza la necessità di e-
liminare la spaventosa ingiustizia, la «folle e indescrivibile
contraddizione». Dio ne guardi! Egli insiste nel rassicurare
il prossimo che il suo ruggito contro lo sfruttamento non va
preso troppo sul tragico: non è un leone, lu i1! La teoria
morale della legge del salario serve soltanto a tirarne la con­
clusione che segue.
3. Dalla determinazione del salario secondo «le leggi del
valore di scambio» deriva che, con gli sviluppi della pro­
duttività del lavoro, la parte di prodotto che spetta ai lavo­
ratori diviene sempre piu piccola. Eccoci al punto di appog­
gio archimedico del «sistem a» di Rodbertus. La «quota ca­
lante di salario» è la piu importante idea «originale» ch’e­
gli continui a ripetere dai primi scritti sociali (probabil­
mente del 1839) fino alla morte, e «rivendichi» come sua
proprietà. È vero che quest’«idea» non era se non una de­
duzione dalla teoria ricardiana del valore; è vero che essa è
contenuta implicite nella teoria del fondo-salari che domi-

1 Vol. IV , p. 22 y
LA C R IT IC A D E L L A SC U O L A C L A S S IC A IN R O D B E R T U S 233

nò l’economia politica borghese dai classici fino al Capitale


di Marx. Ciò non toglie che, grazie a questa «scoperta», e-
gli si creda una specie di Galileo dell’economia politica, e
metta avanti la sua «quota calante del salario» a spiegazio­
ne di tutti i mali e di tutte le contraddizioni del modo di
produzione capitalistico, e perciò anche del pauperismo,
che per lui costituisce, insieme alle crisi, «la questione so­
dale». Varrebbe la pena di raccomandare alla benevola con­
siderazione dei moderni liquidatori di Marx il fatto che
non è stato Marx ma Rodbertus, cioè un pensatore molto
piu vicino a loro, ad esporre nella sua formulazione piu cru­
da una teoria delPimmiserimento e a farne, diversamente
da Marx, non un fenomeno derivato, ma il punto centrale
della «questione sociale». (Si veda ad esempio la dimostra­
zione dell’immiserimento assoluto delle classi lavoratrici
nella prima Lettera sodale a v. Kirchmann). Inoltre, la
«quota calante del salario» è chiamata a spiegare l’altro a-
spetto fondamentale della «questione sociale»: le crisi. È a
questo punto che Rodbertus affronta il problema dell’equi­
librio fra consumo e produzione e sfiora il complesso dei
problemi collaterali già discussi nella polemica fra Sismon-
di e la scuola ricardiana.
In Rodbertus, naturalmente, la nozione teorica delle cri­
si si fonda su un materiale concreto ben piu ricco che in Sis-
mondi. Nella sua prima Lettera sodale si trova già una
descrizione dettagliata delle quattro crisi: 1818-19, 1823,
1837-39, 1847, ed era ovvio che maggiori possibilità di os­
servazione permettessero una visione piu profonda della
natura delle crisi, di quanto fosse concesso ai suoi prede­
cessori. Già nel 1830 egli formula la teoria della periodicità
delle crisi e del loro ritorno a intervalli sempre più brevi,
ma con tanto maggiore asprezza: «L a terribilità di queste
crisi è aumentata di volta in volta in rapporto all’aumento
della ricchezza, le vittime ch’esse divorano sono cresciute.
In confronto alla crisi del 1823-26, la crisi del 1818-19, pur
con lo spavento diffuso nel mondo commerciale e le rifles­
sioni suscitate nel mondo dell’economia, fu insignificante.
L ’ultima ha inferto tali colpi al capitale britannico, che i
più celebri economisti ne misero in dubbio la completa gua­
234 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

rigione: e tuttavia, è stata superata da quella del 1836-37.


Disastri anche maggiori hanno prodotto le crisi del 1839-
1840 e del 1846-47». «Inoltre, l’esperienza dimostra ch’es­
se si ripresentano a intervalli sempre piu brevi. Dalla pri­
ma alla terza sono passati 18 anni, dalla seconda alla quar­
ta 14, dalla terza alla quinta 12. E già si accumulano i sin­
tomi di un prossimo disastro, sebbene sia fuori dubbio che
il 1848 ne ha ritardato lo scoppio» '. In seguito Rodbertus
osserva che le crisi sono regolarmente precedute da uno
straordinario sviluppo della produzione, da grandi progres­
si tecnici nell’industria: «ognuna di loro è seguita a un pe­
riodo marcato di fioritura economica»2. In base alla storia
delle crisi, afferma che «queste sono sempre precedute da
un aumento notevole della produttività»2 e combatte la
teoria che riconduce le crisi a semplici disturbi nel mecca­
nismo monetario e creditizio, criticando la legislazione ban­
caria di Peel: tutte considerazioni ampiamente sviluppate
nel saggio Die Handelskrisen und die Hypothekennot del
1858, in cui scrive fra l’altro: «Sbaglia perciò anche chi in­
terpreta le crisi commerciali come pure crisi monetarie, cre­
ditizie e di borsa. Tali esse appaiono solo esteriormente, al
loro primo apparire»4. È anche degna di nota la coscienza
che Rodbertus acutamente ha dell’importanza del commer­
cio estero in rapporto al problema delle crisi. Esattamente
come Sismondi, egli constata la necessità dell’espansione
per la produzione capitalistica e, nello stesso tempo, il fatto
ch’essa non può se non aumentare le dimensioni delle crisi
periodiche. « Il commercio estero - dice in Zur Beleuchtung
der sozialen Frage (parte II, quad. I) - sta alla paralisi del
commercio come la beneficenza al pauperismo: in definiti­
va, non serve che ad aggravarla»5. E nel citato Handels­
krisen und Hypothekennot: «Ciò che si può utilizzare per
impedire lo scoppio futuro delle “ crisi” è soltanto l’arma
a doppio taglio dell’allargamento del mercato estero. La

1 Vol. Ili, pp. n o, i n .


2 Ibid., p. 108.
3 Vol. I, p. 62.
4 Vol. IV, p. 226.
s Vol. Ili, p. 18Ć.
LA C R IT IC A D E L L A SC U O LA C L A S S IC A IN R O D B E R T U S 235

spinta rabbiosa a un simile allargamento non è, in gran par­


te, che l’eccitazione morbosa di un organo ammalato. Poi­
ché sul mercato interno un fattore, la produttività, cresce
incessantemente, e l’altro, il potere d’acquisto, rimane in­
cessantemente, per la grandissima maggioranza del paese,
allo stesso livello, è inevitabile che il commercio si sforzi
di procurarsi su mercati esteri una corrispondente espansio­
ne dell’ultimo fattore. Ciò che attutisce questo stimolo ri­
tarda almeno il riapparire del male. Ogni nuovo mercato e-
stero corrisponde dunque a un rinvio della questione socia­
le. Nello stesso senso agiscono le colonizzazioni di paesi ar­
retrati. L ’Europa si crea un mercato là dove non ve n’era
alcuno. Ma questo mezzo si limita, in definitiva, a giocare a
rimpiattino coi mali che dovrebbe curare. Una volta saturi
i nuovi mercati, la questione ritorna al punto di partenza,
alla limitatezza del fattore potere d ’acquisto in confronto
all’illimitatezza del fattore produttività, e il nuovo scoppio
è stato allontanato dai mercati minori solo per riapparire
in dimensioni piu vaste ed esplosioni ancor piu terribili sui
maggiori. E poiché la terra ha i suoi limiti, e perciò presto
o tardi la conquista di nuovi mercati deve cessare, presto o
tardi avrà un termine anche l’aggiornamento del problema.
Esso va risolto una volta per tutte» '.1

1 Vol. IV, p. 233. È interessante a questo proposito osservare come Rod-


bertus, ad onta delle sue tirate moralistiche sulla sorte delle infelici classi
operaie, sia stato in pratica uno spregiudicatissimo e realistico profeta della
politica coloniale capitalistica nel senso e nello spirito degli attuali «ultrate­
deschi». Scrive in una nota al passo citato: «Si può di qui dare un rapido
sguardo all’importanza dell’apertura dell’Asia, soprattutto della Cina e del
Giappone, di questi ricchissimi mercati mondiali, e del mantenimento della
dominazione inglese in India. Grazie ad essa la questione sociale prende
tempo [il tuonante vendicatore degli sfruttati cede qui ai profittatori dello
sfruttamento il mezzo per conservare il piti possibile a lungo “ il folle e cri-
minoso errore” , la concezione “ immorale” , T “ ingiustizia stridente” !],
giacché [impareggiabile rassegnazione filosofica!] manca al presente, per la
sua soluzione, sia disinteresse e serietà che senno. È vero che un vantaggio
economico non è un titolo di diritto per l’uso della forza. Ma anche la stret­
ta applicazione del moderno diritto naturale e internazionale a tutte le na­
zioni del mondo, a qualunque grado di civiltà siano giunte, è insostenibile.
[Vengono in mente le parole di Dorine nel Tartuffe di Molière: “ Le ciel
défend, de vraie, certains contentements, mais il y a avec lui des accomode-
ments..’. ” ]. Il nostro diritto internazionale è un prodotto della civiltà della
morale cristiana e, poiché ogni diritto si fonda sulla reciprocità, esso può ser­
vir di norma solo per i rapporti con nazioni che a questa stessa civiltà appar-
236 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

Rodbertus ha anche visto nell’anarchia della produzione


privata capitalistica un fattore di crisi, un fattore tuttavia
fra gli altri, non la causa vera e propria delle crisi ma la sor­
gente di una particolare variazione delle crisi. Cosi, a pro­
posito dello scoppio della «crisi» nel «paese» fantasticato
da V. Kirchmann: «Non voglio dire che questa specie di ar­
resto nello smercio non si verifichi nella realtà. Il mercato è
oggi vasto, i bisogni e i rami di produzione molteplici, la
produttività elevata, ma i segni della domanda sono oscuri
e ingannatori, gli imprenditori ignorano l’ampiezza delle ri­
spettive produzioni: può perciò anche accadere che si sba­
glino nel valutare un determinato fabbisogno di merci e sa-
tengano. La sua applicazione al di là di questi limiti è un puro sentimentali­
smo dal quale gli orrori indiani avrebbero dovuto guarirci... L’Europa cri­
stiana dovrebbe invece accettare qualcosa del sentimento che mosse greci e
romani a considerare gli altri popoli della terra come barbari. Si risvegliereb­
be allora anche nelle nuove nazioni europee la spinta viva degli antichi, e di
significato storico mondiale, a diffondere la loro civiltà per tutto Vorbis ter-
rarum. Esse riconquisterebbero in un’azione concorde l’Asia, e a questa co­
munità di opere andrebbero di pari passo i maggiori progressi sociali, la fon­
dazione stabile della pace europea, la riduzione degli eserciti, una colonizza­
zione dell’Asia nello stile dell’antica Roma; insomma, una vera e propria
solidarietà di interessi in tutti i campi della vita sociale». Il profeta degli
sfruttati e degli oppressi diventa qui, nella visione dell’espansione coloniale
capitalistica, un poeta. Questo ardore poetico merita tanto più d’essere ap­
prezzato in quanto la «civiltà della morale cristiana» stava proprio allora
coprendosi di glorie del genere della guerra dell’oppio contro la Cina e «gli
orrori indiani», e della sanguinosa repressione della rivolta dei Sepoy da
patte degli inglesHn India. Nella sua seconda Lettera sociale (1850), Rod­
bertus aveva bensì annunciato che, se la società dovesse dimostrarsi priva
della «forza morale» di risolvere la questione sociale, cioè di modificare la
distribuzione della ricchezza, la storia avrebbe «dovuto menar su di essa per
la seconda volta lo staffile della rivoluzione» (vol. II, p. 83). Ma otto anni
dopo si disponeva da buon prussiano a menare lo staffile della politica colo­
niale ispirata alla morale cristiana sugli indigeni dei paesi coloniali. Era per­
ciò anche perfettamente naturale che il «vero fondatore del socialismo scien­
tifico in Germania» fosse un caldo sostenitore del militarismo, e che la sua
frase sulla «riduzione degli eserciti» avesse solo il valore di una licentia poe­
tica. Nel suo Zur Beleuchtung der sozialen Frage (II, 1), egli afferma che
« l’intero onere fiscale gravita costantemente verso il basso, ora nell’aumento
dei prezzi dei mezzi di sussistenza, ora nella pressione esercitata sul salario
monetario», mentre il servizio militare obbligatorio, «visto sotto il profilo
di un onere statale, si identifica per le classi lavoratrici non tanto con un’im­
posta, quanto con una confisca pluriennale dell’intero reddito». Ma si affret­
ta ad aggiungere: «A scanso di equivoci, osservo che sono un deciso parti­
giano dell’attuale ordinamento militare [dell’ordinamento militare prussia­
no della controrivoluzione], per quanto oppressivo possa apparire alle classi
lavoratrici e per quanti sacrifici imponga alle classi possidenti» (vol. Ili,
p. 34). No, Rodbertus non è davvero un leone!
I,A C R IT IC A D E L L A SC U O L A C L A S S IC A IN R O D B E R T U S 237

turino perciò il mercato». Rodbertus afferma anche aperta­


mente che solo un’organizzazione pianificata dell’economia,
un «completo rivoluzionamento» degli attuali rapporti di
proprietà, la riunione di tutti i mezzi produttivi «nelle ma­
ni di un’unica autorità sociale», potrebbero eliminare le cri­
si, pur affrettandosi, per tranquillizzare gli animi, a mettere
in dubbio che una simile soluzione sia possibile. «Comun­
que, essa offrirebbe l’unica possibilità di impedire questo
arresto dello smercio»: insomma, l ’anarchia del modo di
produzione attuale è responsabile solo di una manifestazio­
ne specifica, parziale, del fenomeno crisi.
Rodbertus rigetta con scherno la teoria say-ricardiana del
naturale equilibrio fra consumo e produzione, e mette l’ac­
cento, come Sismondi, sul potere d ’acquisto della società:
potere d ’acquisto che fa dipendere, d ’accordo anche in que­
sto con Sismondi, dalla distribuzione del reddito. Non ac­
cetta però la teoria sismondiana delle crisi, specie nelle sue
conseguenze ultime, e la combatte aspramente. Se infatti
Sismondi vede la sorgente del male nell’espansione illimi­
tata della produzione senza riguardo ai limiti del reddito,
e perciò predica la limitazione dell’attività produttiva, Rod­
bertus invoca l’espansione senza freni della produzione,
della ricchezza, delle forze produttive. La società, dice, ha
bisogno di un aumento illimitato della sua ricchezza. Chi
condanna la ricchezza della società, condanna con la sua po­
tenza il suo progresso, e con questo la sua virtu; chi mette
ostacoli al suo aumento, si oppone al suo sviluppo. Ogni
aumento della scienza, della volontà e della potenza della
società umana è legato all’aumento della ricchezza1. Da que­
sto punto di vista, Rodbertus era un caldo sostenitore delle
banche di credito, che considerava premessa necessaria al­
l’illimitata espansione dell’attività costruttiva. Tanto il suo
scritto sul problema delle ipoteche, che è del 1858, quanto
l’analisi apparsa nel 1843 della crisi monetaria prussiana,
sono dedicati alla trattazione di questo punto. Ma egli pole­
mizza anche contro gli ammonimenti alla Sismondi, affron­
tando anche qui la questione da un punto di vista utopisti-

1 Vol. I l i , p. 182.
238 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

co-moraleggiante: «G li imprenditori - declama —non sono


in fondo che funzionari dell’economia nazionale e, se fanno
lavorare i mezzi di produzione nazionali affidati loro irrevo­
cabilmente dall’istituto della proprietà, non fanno che il lo­
ro dovere. Giacché, lo ripeto, il capitale esiste solo ai fini
della produzione»; ma, piu in là: «O che forse dovranno
[gli imprenditori] rendere croniche le sofferenze già acute,
lavorando fin dapprincipio e continuamente con forze infe­
riori a quelle che in realtà possiedono, e comprando così un
piu basso grado di asprezza contro una durata indefinita del
male? Quand’anche si fosse tanto pazzi da dar loro un si­
mile consiglio, essi si guarderebbero dal seguirlo. Da che
cosa mai dovrebbero, questi produttori mondiali, ricono­
scere il rattrappimento già in atto del mercato? Essi produ­
cono senza sapere l’uno dell’altro, negli angoli piu diversi
del mondo, per un mercato lontano centinaia di miglia, con
forze cosi gigantesche che la produzione di un mese basta a
superare quel limite: come pensare che una produzione co­
sì spezzettata eppur così potente, possa raggiungere a tem­
po la consapevolezza dei propri limiti? Dove sono le istitu­
zioni, per esempio uffici statistici aggiornati, per aiutarla?
Ma quel che è peggio è che l’unico termometro del mercato
è costituito dal prezzo, dai suoi alti e bassi: non da un ba­
rometro, dunque, che predica la temperatura del mercato,
ma da uno strumento che si limita a registrarla. Se il prezzo
cala, il limite è già varcato, e il male bell’e fatto» Questa
polemica, evidentemente diretta contro Sismondi, mostra
che, nell’interpretazione delle crisi, i due erano di parere
profondamente diverso: se perciò Engels nelVAntidiihring
attribuisce a Sismondi la spiegazione delle crisi mediante il
sottoconsumo, che Rodbertus a sua volta avrebbe preso a
prestito da lui, l’affermazione non è esatta. Rodbertus e Sis­
mondi hanno in comune l’opposizione alla scuola classica
e la derivazione delle crisi in generale dalla distribuzione
del reddito. Ma anche qui Rodbertus segue una sua via per­
sonale: la sovraproduzione non sarebbe determinata né dal
basso reddito delle classi lavoratrici, né dalla limitata capa-

Vol. IV, p. 231.


LA C R IT IC A D E L L A SC U O L A C L A S S IC A IN R O D B E R T U S 239

cita di consumo dei capitalisti, come in Sismondi, ma dal


fatto che il reddito dei lavoratori, man mano che la produt­
tività cresce, rappresenta una parte sempre minore del va­
lore dei prodotti. Rodbertus ribatte costantemente al suo
avversario che gli arresti nello smercio non nascono dalla li­
mitazione della quota parte delle classi lavoratrici: «Im m a­
gini pure —insegna a v. Kirchmann —che queste quote par­
ti siano tanto piccole da non assicurare agli interessati che
la nuda esistenza, ma la fissi in una percentuale invariabile
di prodotto nazionale ad essi destinata, e supponga che la
produttività aumenti: avrà allora anche un solido recipien­
te di valore capace di accogliere un contenuto sempre cre­
scente, e perciò anche un sempre crescente benessere delle
classi lavoratrici... Inversamente, immagini grandi quanto
vuole le quote parti delle classi lavoratrici e supponga che,
essendo aumentata la produttività, esse si riducano ad una
percentuale sempre piu piccola del prodotto nazionale: in
tal caso, è ben vero che quelle quote parti, finché si ridur­
ranno ai limiti attuali, basteranno pur sempre a proteggere
i lavoratori da un’eccessiva scarsità di beni, ma, appena co-
minceranno a calare, si trascineranno dietro quell’inquietu­
dine, via via dilatantesi in crisi commerciale, che nasce, sen­
za colpa dei capitalisti, dal fatto che questi hanno regolato
l’ampiezza della produzione sulla grandezza data di quelle
quote parti» ‘.
Cosi, la «quota calante di salario» è la causa diretta delle
crisi, e l’unico mezzo efficace di arginarle è la determinazio­
ne legale della parte di prodotto nazionale destinato ai la­
voratori in una quota fissa e immutabile. Occorre rifletter
bene su questa bizzarra trovata, per valutarne al giusto pe­
so il contenuto economico.1

1 Vol. I, p. 59.
C A P IT O L O D I C I A S S E T T E S I M O

L ’A N A LISI D ELLA RIPRODUZIONE IN RO DBERTUS

Che cosa significa, anzitutto, che la diminuzione della


quota parte dei lavoratori sul prodotto sociale debba pro­
vocare «subito» sovraproduzione e crisi commerciali? Que­
sta teoria è comprensibile solo presupponendo che Rodber-
tus immagini costituito il «prodotto nazionale» di due par­
ti, quella dei lavoratori e quella dei capitalisti, v + p, e che
una parte si scambi contro l ’altra. In realtà, Rodbertus si
esprime saltuariamente in questo senso: «L a miseria delle
classi lavoratrici —scrive per esempio nella sua prima Let­
tera - non consente mai che il loro reddito serva di letto al­
la produzione rigurgitante. L ’eccesso di prodotti, che in
mano ai lavoratori non soltanto migliorerebbe le loro con­
dizioni generali di vita, ma offrirebbe il modo di accrescere
il valore della parte destinata a rimanere agli imprenditori,
e consentirebbe perciò a questi la continuazione della loro
attività nella misura precedente, comprime talmente, dalla
parte degli imprenditori, il valore del prodotto totale, che
quella possibilità svanisce, e lascia gli operai, nella migliore
delle ipotesi, nell’abituale carestia»1. Ciò che, in mano ai
lavoratori, accresce «il valore» della «parte destinata a ri­
manere agli imprenditori», non può essere altro che la do­
manda. Saremmo così felicemente approdati nel famoso
«paese» di v. Kirchmann, dove i lavoratori compiono coi
capitalisti uno scambio dei salari contro il sovraprodotto, e
le crisi nascono dal fatto che il capitale variabile è piccolo e
il plusvalore grande: impostazione che abbiamo già discus­
so piu sopra. Ma altrove Rodbertus preferisce porre in mo­
do diverso il problema. Nella quarta Lettera egli espone la

1 Voi. I l i , p. 176.
L ’A N A L ISI D E L L A RIPRO D UZIO N E IN R O D B E R T U S 241
teoria secondo la quale i continui spostamenti nel rapporto
fra la domanda rappresentata dalla parte della classe lavo­
ratrice e quella determinata dalla parte della classe capitali­
sta, devono necessariamente provocare una sproporzione
cronica fra produzione e consumo: «Non avviene forse che
gli imprenditori cercano di tenersi nei limiti di quelle par­
ti, ma per la grande maggioranza della società, per i lavora­
tori, queste vengono continuamente ridotte da una forza
inavvertita e tuttavia irresistibile? Che, in tali classi, esse
si rimpiccioliscono nella stessa misura in cui la loro produt­
tività cresce? Non avviene forse che i capitalisti, mentre si
basano nel regolare la produzione sulla grandezza passata
di quelle parti, producono tuttavia sempre di piu, e deter­
minano così una costante insoddisfazione che finisce per
tradursi in arresto dello smercio?»
Le crisi andranno dunque spiegate così: il prodotto na­
zionale consta di un certo numero di «merci ordinarie», co­
me dice V. Kirchmann, per i lavoratori, e di un certo nume­
ro di merci di maggior pregio per i capitalisti: il complesso
delle prime rappresentato dalla somma dei salari, il com­
plesso delle seconde dal plusvalore totale. Se i capitalisti re­
golano la produzione in base ad esse, e la produttività cre­
sce, si determinerà immediatamente uno scompenso, giac­
ché la parte dei lavoratori non è piu, oggi, quella di ieri, ma
minore; se ieri la domanda di «merci ordinarie» costituiva,
poniamo, sei settimi del prodotto nazionale, oggi non ne
costituisce che i cinque settimi, e gli imprenditori, che si e-
rano basati su sei settimi di «merci ordinarie», avranno la
spiacevole sorpresa di constatare che ne hanno prodotto un
settimo di troppo. Se poi, ammaestrati dall’esperienza, si
mettono in testa di regolare domani la produzione, in modo
da produrre soltanto cinque settimi dell’intero valore del
prodotto nazionale in «merci ordinarie», una nuova delu­
sione li attende, perché dopodomani la parte del salario sul
prodotto nazionale non rappresenterà piu che quattro setti­
mi, e così via.
Questa originale teoria fa sorgere subito una quantità di1

1 Vol. I, pp. J3, 57.


242 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

piccoli dubbi. Se le crisi commerciali derivano dal fatto che


la «quota del salario», il capitale variabile, rappresenta una
parte sempre minore del valore totale del prodotto com­
plessivo, la fatale legge racchiude in se stessa il rimedio al
male causato, giacché la sovraproduzione riguarderà una
parte sempre minore del prodotto totale. È vero che Rod-
bertus si compiace di espressioni come «la schiacciante mag­
gioranza» dei consumatori, «la grande massa di popolazio­
ne» consumatrice, la cui parte si riduce costantemente, ma
quel che conta nella domanda non è il numero delle teste,
ma il valore da esse rappresentato, e questo valore costitui­
sce, secondo Rodbertus, una parte sempre decrescente del
prodotto totale. La base economica delle crisi diventa dun­
que sempre piu piccola, e resta solo da chiedersi come av­
venga che, ciò nonostante, le crisi siano, secondo lo stesso
Rodbertus, i) generali, 2) sempre piu violente. Inoltre, se
la «quota del salario» costituisce una parte del prodotto na­
zionale, il plusvalore ne costituisce, secondo Rodbertus,
l’altra. Ne segue che di quanto decresce il potere d ’acqui­
sto della classe lavoratrice, di altrettanto aumenta il potere
d ’acquisto della classe capitalista: se v rimpicciolisce co­
stantemente, p aumenta costantemente. Dunque, secondo
il nudo schema di Rodbertus, il potere d ’acquisto comples­
sivo della società non può variare. È lui stesso a dire: «So
bene che, in definitiva, di quanto cala la parte dei lavorato­
ri, di altrettanto crescono le parti dei percettori di rendite
[in Rodbertus, “ rendita” è sinonimo di plusvalore], e che
perciò alla lunga, e nel complesso, il potere d ’acquisto non
varia. Ma, in rapporto al prodotto riversato sul mercato, la
crisi è già avvenuta prima che quell’aumento possa farsi
sentire» '. Ma allora, la questione si riduce, al massimo, a
questo: nella stessa misura in cui si produce costantemente
un eccesso di «merci ordinarie», si produce costantemen­
te un difetto in merci pregiate per i capitalisti, e, senza accor­
gersene, Rodbertus approda per vie proprie alla teoria, cosi
aspramente combattuta, di Say-Ricardo secondo cui alla so­
vraproduzione da un lato corrisponde sempre una sottopro-

1 Vol. I, p. 206.
L ’A N A L ISI D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN R O D B E R T U S 243

duzione dall’altro. E poiché le parti di valore della classe


lavoratrice e della classe capitalista si modificano costante-
mente a danno della prima, le crisi commerciali assumereb­
bero sempre piu, in complesso, un carattere di periodica
sottoproduzione invece che di sovraproduzione periodica!
Ma lasciamo da parte questo rebus. Quel che risulta da tut­
to ciò è che Rodbertus considera il prodotto nazionale co­
me composto, dal punto di vista del valore, di due sole par­
ti, v e p, condividendo perciò la tradizionale impostazione
della scuola classica, che pur combatte con tanta asprezza
- abbellita per giunta dalla teoria che l’intero plusvalore è
consumato dai capitalisti. E ce lo dice chiaro e tondo in piu
punti, ad esempio nella quarta Lettera: «Perciò, al fine di
scoprire il principio della rendita [del plusvalore], il prin­
cipio della divisione del prodotto del lavoro in salario e
rendita, è necessario anzitutto prescindere dalle ragioni che
determinano la divisione della rendita in generale in rendi­
ta fondiaria e rendita di capitale» ‘. E nella terza Lettera:
«Rendita fondiaria, utile di capitale e salario del lavoro so­
no, lo ripeto, reddito. Proprietari fondiari, capitalisti, la­
voratori vogliono viverne, cioè soddisfare con essi i propri
bisogni umani immediati. I beni acquistati col reddito de­
vono perciò essere utilizzabili a tale scopo» Mai formula­
zione piu smaccata ha avuto la menzogna che fa della eco­
nomia capitalistica una produzione unicamente destinata ai
fini del consumo diretto, e in questo è indiscutibile che
Rodbertus ha la palma della «priorità» - non soltanto su
Marx ma su tutti gli economisti volgari. Per non lasciare al
lettore neppure una particella di dubbio su questa sua con­
fusione, nella stessa lettera egli mette sullo stesso piano il
plusvalore capitalistico, come categoria economica, e il red­
dito dell’antico proprietario di schiavi: «A l primo stadio
[la schiavitù] è legata la più semplice economia naturale:
la parte del prodotto del lavoro sottratta al reddito dei la­
voratori o schiavi, e costituente la proprietà del signore o
proprietario, spetterà indivisa al proprietario del suolo, del12

1 Vol. I, p. 19.
2 Vol. II, p. n o.
IO
244 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

capitale, dei lavoratori, e del prodotto del lavoro, in qualità


di rendita; i concetti di rendita fondiaria e di utile di capi­
tale rimangono indistinguibili... Nel secondo si ha la piu
complicata economia monetaria: la parte del prodotto del
lavoro sottratta al reddito del lavoratore libero, e spettante
al proprietario del suolo e del capitale, si suddividerà ulte­
riormente fra proprietari dei prodotti grezzi e proprietari
dei prodotti lavorati; inoltre, la rendita unica del primo sta­
dio si scinderà, e dovrà essere tenuta distinta, in rendita del
suolo e utile del capitale»1. Insomma, Rodbertus vede la
differenza economica fondamentale tra sfruttamento in re­
gime di schiavitù e sfruttamento in regime capitalistico...
nella divisione del plusvalore «sottratto al reddito» del la­
voratore in rendita fondiaria e utile del capitale. Il fatto de­
cisivo del modo di produzione capitalistico non è la forma
storica specifica della ripartizione del nuovo valore fra lavo­
ro e capitale, ma la suddivisione, indifferente per il proces­
so produttivo, del plusvalore fra i suoi diversi usufruttuari.
Per il rimanente, il plusvalore capitalistico è, nell’insieme,
la stessa cosa della «rendita unica» dell’età schiavista: un
fondo privato di consumo dello sfruttatore!
È vero che in altri punti Rodbertus torna a contraddirsi,
e si ricorda tanto del capitale costante, quanto della neces­
sità che si rinnovi nel processo della riproduzione: ammet­
te dunque, invece della bipartizione del prodotto sociale in
v + p, la tripartizione in c + v + p. Nella sua terza Lettera
scrive, a proposito delle forme della riproduzione nell’eco­
nomia schiavistica: «Poiché il signore baderà che una parte
del lavoro servile sia impiegata a mantenere nello stesso
stato o anche a migliorare i campi, il bestiame, gli attrezzi
sia agricoli che artigiani, quella che oggi si chiama “ sostitu­
zione del capitale” si compirà in modo che una parte del
prodotto nazionale dell’economia sia impiegata sempre, di­
rettamente e senza l’intermediario dello scambio e del va­
lore di scambio, alla manutenzione del patrimonio»2. E,
passando alla riproduzione capitalistica: «O ra, una parte

1 Vol. II, p. 144.


2 Ibid., p. 146.
L ’A N A L ISI D E L L A RIPR O D U Z IO N E IN R O D B E R T U S 245

di valore del prodotto del lavoro sarà impiegata o destinata


al mantenimento del patrimonio alla “ sostituzione del ca­
pitale” , una parte di valore del prodotto del lavoro sarà im­
piegata, sotto forma di salario monetario dei lavoratori, al
loro mantenimento, e una parte di valore dello stesso ri­
marrà infine ai proprietari del suolo, del capitale, e del pro­
dotto del lavoro, come loro reddito o come rendita» \
Abbiamo qui espressa chiaramente la tripartizione in capi­
tale costante, capitale variabile e plusvalore, che nella stessa
lettera viene elevata a peculiarità originale della «nuova»
teoria: «Questa teoria, ammessa una sufficiente produttivi­
tà del lavoro, fa ripartire tra lavoratori e proprietari, come
salario e rendita, in seguito alla proprietà del suolo e del ca­
pitale, la parte del valore del prodotto che resta al reddito
dopo la sostituzione del capitale, ecc. » 2. In questo, Rod-
bertus sembra aver fatto, rispetto alla scuola classica, un
decisivo passo innanzi nell’analisi del valore del prodotto
totale; anzi, un po’ piu avanti, critica espressamente il «dog­
ma smithiano», e resta solo da chiedersi come mai i dotti
ammiratori di Rodbertus, i signori Wagner, Dietzel, Diehl
e compagni, abbiano trascurato di sottolineare la «priori­
tà» del loro beniamino su Marx in un punto cosi impor­
tante della teoria economica. Ma il fatto è che di priorità
si può parlare, a questo proposito, altrettanto poco quanto
a proposito della teoria del valore. Anche là dove Rodber­
tus sembra aver colto nel segno, ci si accorge subito che si
tratta di un equivoco. Che Rodbertus non sapesse trarre
il minimo partito dalla tricotomia del prodotto nazionale
da lui un momento prima accennata, risulta nel modo piu
schiacciante dalla sua critica del dogma smithiano, che ri­
portiamo testualmente: «L ei sa che tutti gli economisti, a
partire da Adam Smith, suddividono il valore del prodotto
in salario, rendita fondiaria e utile del capitale, e che perciò
l’idea di fondare il reddito delle diverse classi e perciò an­
che le parti della rendita su una ripartizione del prodotto,
non è nuova. Senonché gli economisti si smarriscono subi-

1 Vol. II, p. ijj.


2 Ibid., p. 223.
246 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

to. Tutti - non esclusi i ricardiani —commettono in primo


luogo l’errore di non considerare l’intero prodotto, il bene
finito, il prodotto nazionale totale, come unità alla quale
lavoratori, proprietari fondiari e capitalisti partecipano, ma
di considerare la ripartizione del prodotto grezzo come una
ripartizione particolare cui partecipano tre membri, e la ri-
partizione del prodotto fabbricato un’altra alla quale ne
partecipano solo due. In tal modo, questi sistemi conside­
rano il puro prodotto grezzo e il puro prodotto fabbricato,
ciascuno per sé, come un particolare reddito. Commettono
in secondo luogo —eccezion fatta, questa volta, per Ricar­
do e Smith —l ’errore di scambiare per un fatto economico
il fatto naturale che il lavoro non può produrre alcun bene
senza la collaborazione della materia, la terra, e per un fat­
to primitivo il fatto sociale che nella divisione del lavoro è
inoltre utilizzato il capitale nel senso moderno della parola.
Costruiscono perciò un rapporto economico fondamentale
e, premessa la proprietà divisa del suolo, del capitale e del
lavoro nella società, vi riconducono anche le parti di questi
diversi proprietari: la rendita fondiaria si origina dalla col­
laborazione del suolo destinato dal proprietario alla produ­
zione, l ’utile del capitale dalla collaborazione del capitale
impiegato dal capitalista, e il salario dalla collaborazione
del lavoro. La scuola di Say, che ha dato a questo errore la
sua forma piu raffinata, costruisce addirittura la teoria di
un diverso merito produttivo del suolo, del capitale e del
lavoro, corrispondentemente alla parte di prodotto spettan­
te ai diversi proprietari, per spiegare nuovamente sulla ba­
se di esso la ripartizione del prodotto. Vi si ricollega infine
l’assurdo per cui, mentre salario e parti di rendita sono de­
rivati dal valore del prodotto, il valore del prodotto viene a
sua volta derivato dal salario e dalla rendita, e l’uno è di
volta in volta basato sull’altro. Questo assurdo è in alcuni
talmente scoperto che, in due capitoli immediatamente suc­
cessivi, si cerca di determinare “ l’influenza della rendita sui
prezzi di produzione ” e “ l’influenza dei prezzi di produzio­
ne sulla rendita” » '.

Voi. Il, p. 226.


L ’A N A L IS I D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN R O D B E R T U S 247

In queste preziose osservazioni critiche, delle quali è so­


prattutto acuta l’ultima, che anticipa in un certo senso quel­
le contenute nel II libro del Capitale, Rodbertus accetta
tranquillamente l’errore fondamentale della scuola classica
e dei suoi volgarizzatori: trascura cioè completamente quel­
la parte di valore del prodotto totale ch’è necessaria alla so­
stituzione del capitale costante della società. E fu questa
confusione a facilitargli il ripiegamento nella lotta mortale
contro la «quota calante del salario».
Nelle forme capitalistiche di produzione, il valore del
prodotto sociale totale si suddivide in tre parti, di cui luna
corrisponde al valore del capitale costante, l’altra alla som­
ma dei salari, cioè al capitale variabile, e la terza al plusva­
lore complessivo della classe capitalistica. Ora, all’interno
di questa composizione di valore, la parte di valore corri­
spondente al capitale variabile diventa relativamente sem­
pre piu piccola, e per due ragioni: i ) all’interno di c + v + p,
il rapporto fra c e (v + p), cioè fra capitale costante e nuovo
valore, si modifica nel senso che c diventa sempre piu gran­
de, {v + p) sempre piu piccolo. È questa la semplice espres­
sione della crescente produttività del lavoro umano, che
conserva validità assoluta per tutte le società economica­
mente progressive, a prescindere dalle loro forme storiche
particolari, e che significa solo questo —che il lavoro vivo è
in grado di trasformare sempre più mezzi di produzione, e
in un tempo sempre più breve, in oggetti d ’uso. Poiché
{v + p) decresce in rapporto al valore del prodotto totale,
decresce anche v come parte di valore del prodotto totale :
opporvisi, pretendere di arrestare questa caduta, significa
in altre parole opporsi al progresso della produttività del
lavoro nelle sue conseguenze generali. 2) Avviene inoltre
una modificazione anche in seno a {v + p), nel senso che v
diventa relativamente sempre più piccolo, p relativamente
sempre più grande, cioè che una parte sempre minore del
nuovo valore creato spetta ai salari, e una parte sempre
maggiore è appropriata come plusvalore. È questa la speci­
fica espressione capitalistica della crescente produttività del
lavoro, che però ha, entro le condizioni della produzione
capitalistica, validità altrettanto assoluta quanto la prima
248 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

legge. Voler impedire con mezzi di carattere amministrati­


vo che V decresca costantemente in rapporto a p, significa
voler proibire che la crescente produttività del lavoro, de­
terminante la riduzione dei costi di produzione di tutte le
merci, si riferisca anche alla merce fondamentale - alla for­
za-lavoro; significa voler escludere una merce dalle conse­
guenze economiche del progresso tecnico. Ma non basta: la
«quota calante del salario» non è che un altro modo di e-
sprimere la quota crescente del plusvalore, eh’è il mezzo
piu forte ed efficace per frenare la caduta del saggio del pro­
fitto, e perciò il motivo animatore della produzione capita­
listica in generale, oltre che del progresso tecnico all’inter­
no di questa produzione. Eliminare la «quota calante del
salario» per atto legislativo significa dunque voler elimina­
re la ragione di vita dell’economia capitalistica. Ma ponia­
mo la questione nei suoi termini concreti. Il singolo capita­
lista, come del resto la società capitalistica nel suo insieme,
non riconosce né è in grado di riconoscere il valore dei pro­
dotti come somma di lavoro socialmente necessario. Lo ve­
de solo nella forma derivata, e capovolta dalla concorrenza,
dei costi di produzione. Mentre il valore del prodotto si di­
vide nelle parti di valore c + v + p, sono i costi di produzio­
ne, nella coscienza del capitalista, a comporsi di c + v + p. E
anche questi si configurano per lui nella forma derivata e
modificata 1) di usura del capitale fisso, 2) di spese in capi­
tale circolante, comprese le spese per i salari, 3 ) di saggio
del profitto «normale», cioè medio. Come dunque costrin­
gere il capitalista, mediante una legge nel senso voluto da
Rodbertus, a costituire una «quota fissa di salario» in rap­
porto al valore del prodotto totale? Idea geniale, come quel­
la di pretendere per legge che, nella produzione di tutte le
merci, la materia prima non costituisca mai piu o meno di
un terzo del prezzo totale delle merci. L ’idea centrale di
Rodbertus, suo orgoglio, pietra angolare della sua costru­
zione, scoperta destinata a curare radicalmente la produ­
zione capitalistica, è dunque, da tutti i punti di vista di
questa produzione, un completo assurdo, e vi si poteva
giungere solo in virtù di una confusione nella teoria del va­
lore che, per Rodbertus, culmina nell’impareggiabile sen-
L ’A N A L IS I D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN R O D B E R T U S 249

tenza: « I l prodotto deve ora [nella società capitalistica]


avere valore di scambio come doveva avere valore d ’uso nel­
l’antica economia» Nell’antica società, pane e carne dove­
vano essere mangiati per poterne vivere; ora ci si sazia an­
che solo a saperne il prezzo... Quello che emerge piu chiaro
dall’idea fissa della «quota fissa di salario» è l’assoluta inca­
pacità di Rodbertus a comprendere l’accumulazione capita­
listica.
Già dalle citazioni precedenti è apparso chiaro come e-
gli, conformemente alla falsa idea che scopo della produ­
zione capitalistica sia la produzione di oggetti di consumo
per la soddisfazione di «bisogni umani», consideri esclusi­
vamente la riproduzione semplice. Egli non fa che parlare
di «sostituzione del capitale» e della necessità di mettere i
capitalisti in condizione di continuare «la loro attività al li­
vello presente». Ma la sua concezione fondamentale si ri­
volge direttamente contro l’accumulazione del capitale. Fis­
sare il saggio del plusvalore, impedirne l ’aumento, significa
paralizzare l’accumulazione del capitale. In realtà, tanto per
Sismondi quanto per v. Kirchmann il problema dell’equili­
brio fra produzione e consumo era un problema di accumu­
lazione, cioè di riproduzione capitalistica allargata. Entram­
bi deducevano le alterazioni nell’equilibrio della riprodu­
zione dall’accumulazione, la cui possibilità negavano. Solo
che l’uno vedeva il mezzo per impedirla nella limitazione
delle forze produttive, l’altro nel loro crescente impiego
nella produzione di lusso, e raccomandava il consumo sen­
za residui del plusvalore. Anche in questo, Rodbertus batte
una via propria. Mentre quelli si sforzavano con piu o me­
no successo di afferrare il fenomeno della accumulazione
capitalistica, Rodbertus combatte contro il suo concetto.
«D a Adam Smith in avanti, gli economisti hanno affer­
mato come verità universale e assoluta che il capitale nasce
soltanto dal risparmio e dall’accumulazione»2: è questa te­
si che Rodbertus combatte dimostrando pedantescamente,
in 60 pagine a stampa, che il capitale nasce non dal rispar­
mio ma dal lavoro, che « l ’errore» degli economisti in meri-
1 Voi. II, p. 156.
2 Vol. I, p. 240.
25O E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

to al «risparmio» nasce dall’accettazione del falso concetto


che la produttività inerisca al capitale, e questo errore dal­
l’altro: che il capitale... sia capitale.
Per parte sua, v. Kirchmann aveva perfettamente capi­
to che cosa si nasconde dietro il «risparmio» capitalistico.
« L ’accumulazione del capitale —scrive - non consiste noto­
riamente nella pura raccolta di scorte o di tesori metallici e
monetari, che rimangono poi inutilizzati nelle cantine del
proprietario; chi vuol risparmiare lo fa per reimpiegare pro­
duttivamente egli stesso, o mediante terzi, la somma accu­
mulata, come capitale che frutta reddito. Questi redditi so­
no possibili solo se i capitali sono impiegati in nuove intra­
prese, la cui produzione permette di ricavare gli interessi
voluti. Chi costruisce una nave, chi costruisce un granaio,
chi coltiva una steppa deserta, chi fa venire una nuova mac­
china per filare, chi acquista piu cuoio e assume piu dipen­
denti per allargare la propria azienda di calzature, ecc. Solo
in questo impiego il capitale risparmiato può dare interessi
[v. Kirchmann vuol dire profitto], che è appunto lo scopo
ultimo del risparmio» '. Ciò che v. Kirchmann descrive in
questa goffa, ma in complesso giusta, tirata non è se non il
processo della capitalizzazione del plusvalore, dell’accumu­
lazione capitalistica, che costituisce il senso del «risparmio»
raccomandato con sicuro istinto dall’economia classica «a
partire da Adam Smith». V. Kirchmann è perciò conseguen­
te quando, originandosi direttamente le crisi - secondo lui
come secondo Sismondi - dall’accumulazione, parte in guer­
ra contro l’accumulazione, contro il «risparmio». Anche
qui, Rodbertus è «piu profondo». Dalla teoria ricardiana
del valore egli ha tratto, per sua disgrazia, il concetto che
unica fonte del valore, e perciò anche del capitale, sia il la­
voro, e quest’elementare verità gli basta per rimaner com­
pletamente cieco ai rapporti reali della produzione e del
movimento del capitale. Poiché il capitale nasce dal lavoro,
l ’accumulazione, cioè il «risparmio», la capitalizzazione del
plusvalore, non è che imbroglio.
Per dipanare l’arruffata matassa di errori degli «econo-1

1 Vol. II, p. 25.


L ’A N A L ISI D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN R O D B E R T U S 2J I

misti a partire da Adam Smith», Rodbertus immagina il ca­


so per lui perfettamente accettabile di un «produttore iso­
lato», ed eseguisce sul suo povero corpo una lunga vivise­
zione. Per cominciare, vi trova già il «capitale», cioè il fa­
moso «primo bastone» col quale gli economisti «a partire
da Adam Smith» fan cadere dall’albero della conoscenza i
frutti della loro teoria del capitale. Il bastone è frutto di
«risparmio»? - si chiede. Ed essendo chiaro a qualunque
persona normale che nessun bastone può nascere da «ri­
sparmio», ma Robinson se lo deve fare con un pezzo di le­
gno, ecco dimostrata la completa falsità della «teoria del ri­
sparmio». Inoltre: col bastone, il «produttore isolato» ab­
batte dall’albero un frutto, e questo frutto è il suo «reddi­
to». «Se il capitale fosse sorgente di reddito, questo rappor­
to dovrebbe essere determinabile già in quell’elementare e
originario processo. Ma è lecito, senza far violenza alle cose
e ai concetti, chiamare la pertica sorgente del reddito o del­
la parte di reddito consistente nel frutto abbacchiato, ri­
condurre questo reddito, in tutto o in parte, alla pertica
come alla sua causa, considerarlo in tutto o in parte come
prodotto della p ertica?»1. Indubbiamente no. E poiché il
frutto è prodotto non «della pertica» con cui lo si è abbat­
tuto, ma dell’albero sul quale è cresciuto, ecco dimostrato
il grossolano errore per cui tutti gli economisti «a partire
da Adam Smith» hanno fatto derivare il reddito dal capita­
le. Chiariti cosi sulla base dell’«economia» robinsoniana
i concetti fondamentali dell’economia politica, Rodbertus
trasporta i risultati dell’indagine a un’immaginaria società
«senza proprietà del capitale e del suolo», cioè con proprie­
tà comunistica, e di qui alla società «con proprietà del ca­
pitale e del suolo», cioè alla società attuale —e, oh meravi­
glia, ecco tutte le leggi dell’economia robinsoniana confer­
marsi, punto per punto, anche in queste due forme sociali.
Qui, Rodbertus presenta una teoria del capitale e del red­
dito a coronamento della sua creazione utopistica. Avendo
scoperto che in Robinson «il capitale» sono semplicemente
i mezzi di produzione, identifica capitale e mezzi di produ-

1 Vol. I, p. 250.
25 2 E S P O S IZ IO N E ST O R IC A D E L P R O B L E M A

zione anche nella società capitalistica e, ridotto così con un


giro di mano il capitale a capitale costante, protesta in no­
me della giustizia e della morale contro il fatto che si consi­
derino come capitale anche i mezzi di sussistenza dei lavo­
ratori, i salari. Egli combatte aspramente il concetto di ca­
pitale variabile, perché esso è colpa di tutti i mali! «Provi­
no un po’ gli economisti a darmi retta —scrive - e a giudi­
care spassionatamente se ho torto o ragione! Il nodo di tut­
ti gli errori del sistema vigente in merito al capitale è qui,
qui è la ragione ultima dell’ingiustizia teorica e pratica a
danno delle classi lavoratrici»1. «G iustizia» vuole infatti
che i «salari reali» dei lavoratori vengano calcolati non sot­
to la categoria capitale, ma sotto la categoria reddito. Rod-
bertus sa benissimo che per i capitalisti i salari da loro «an­
ticipati» sono una parte del capitale, allo stesso modo del­
l’altra parte anticipata in mezzi di produzione morti. Ma
questo, secondo Rodbertus, riguarda solo il capitale singo­
lo. Quando si considerano il prodotto e la riproduzione so­
ciale totale, le categorie capitalistiche della produzione si ri­
velano un inganno, una malvagia bugia, un’«ingiustizia».
« I l capitale privato, i beni capitali, la proprietà capitale,
quello che s’intende comunemente oggi per “ capitale” , so­
no una cosa completamente diversa dal capitale in sé, dagli
oggetti-capitali, dal capitale dal punto di vista della nazio­
ne» 2.1 capitalisti singoli producono capitalisticamente, ma

_ 1 Vol. I, p. 295. Anche qui, Rodbertus rimasticò per tutta la vita le idee
già manifestate nel 1842 (Zar Erkenntnis unserer staatswirtschaftlichen Zu­
stände): «Si è arrivati oggi fino a calcolare nei costi del podere non soltanto
il salario del lavoro, ma anche le rendite e il profitto. Questa concezione me­
rita di essere criticata a fondo. Essa ha origine in: 1) una visione erronea del
capitale, per cui si calcola come capitale il salario del lavoro allo stesso titolo
delle materie prime e degli attrezzi, mentre in realtà si trova sulla stessa li­
nea soltanto con le rendite e il profitto; 2) uno scambio fra costi del podere
e spese dell’intraprenditore, o costi di esercizio» (Zar Erkenntnis, G. Barne­
witz, Neubrandenburg und Friedland 1842, p. 14).
* Vol. I, p. 304. Lo stesso nel Zar Erkenntnis: «Occorre distinguere il
capitale in senso stretto, o proprio, dal capitale in senso lato, 0 fondo d’in-
trapresa. Il primo comprende la scorta reale di attrezzi e materie prime, il
secondo l’intero fondo necessario, in base allo stato attuale della divisione
del lavoro, per l’esercizio di un’azienda. Il primo è il capitale assolutamente
necessario per la produzione, il secondo ha una necessità relativa solo per
effetto delle condizioni attuali. Solo il primo è perciò capitale in senso stret­
to, e solo con esso coincide il concetto di capitale nazionale» (pp. 23-24).
L ’A N A L ISI D E L L A RIPR O D U ZIO N E IN R O D B E R T U S 253

la società nel complesso produce, proprio come Robinson,


cioè come un proprietario unico, comunisticamente: «Che
poi il prodotto nazionale nei diversi gradi della produzione,
e in parti piu o meno grandi, appartenga in proprio a singo­
li privati, da non considerarsi come i veri produttori; che
gli autentici produttori creino questo prodotto nazionale
totale solo a pro di questo piccolo numero di proprietari,
senza essere comproprietari del loro prodotto, non cambia
nulla da questo punto di vista generale e nazionale». È ve­
ro che da questo fatto derivano anche per la società alcuni
fenomeni particolari, e cioè, prima di tutto, lo «scambio»
come mediatore e, in secondo luogo, l’ineguale distribuzio­
ne del prodotto. «M a questi effetti, come non impediscono
che il moto della produzione nazionale e la formazione del
prodotto nazionale in generale rimangano gli stessi [come
in regime comunista], cosi non modificano in alcun modo,
dal punto di vista nazionale, l’antitesi finora illustrata fra
capitale e reddito». Sismondi, come Smith e molti altri, si
era dato un gran daffare a svolgere il concetto di capitale e
reddito dalle contraddizioni della società capitalistica; Rod-
bertus se la sbriga assai piu facilmente: prescinde, per la
società nel suo insieme, da tutte le particolarità formali del­
la produzione capitalistica, e chiama «capitale» i mezzi di
produzione e «reddito» i mezzi di consumo. «L a proprietà
del suolo e del capitale ha influenza essenziale solo in rap­
porto agli individui che commerciano. Una volta che si con­
sideri la nazione come unità, questi effetti sugli individui
scompaiono» ‘. Come si vede, appena affronta il problema
vero e proprio del prodotto totale capitalistico e del suo mo­
vimento, Rodbertus dà prova della scarsa sensibilità pro­
pria degli utopisti per le caratteristiche storiche della pro­
duzione, e gli si attaglia a pennello l’osservazione di Marx
su Proudhon: che, appena si mette a parlare di società nel
suo insieme, lo fa come se questa cessasse d ’essere capitali­
stica. D ’altra parte, risulta ancora una volta dall’esempio di
Rodbertus come, prima di Marx, l’economia politica bran­
colasse senza via d ’uscita nei suoi sforzi di armonizzare a-

1 V o l. I , p. 292.
254 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

spetti materiali e aspetti di valore della produzione capita­


listica, forme di movimento del capitale singolo e forme di
movimento del capitale sociale totale. Questi sforzi oscilla­
no comunemente fra due estremi: la concezione volgare al­
la Say, MacCulloch ecc., per la quale non esistono che i pun­
ti di vista del capitale singolo, e la concezione utopistica al­
la Proudhon e Rodbertus, per la quale esistono solo i punti
di vista del processo lavorativo. Solo cosi ci si può rendere
conto dell’enorme luce gettata sull’intera questione dallo
schema della riproduzione semplice elaborato da Marx, do­
ve tutti quei punti di vista sono riuniti sia nella loro armo­
nia che nei loro contrasti, e l’intrico di innumerevoli fili si
risolve in due serie di cifre di una semplicità sorprendente.
Che, concepiti cosi capitale e reddito, l’appropriazione
capitalistica risultasse inspiegabile, è piu che evidente. Rod­
bertus la proclama un «furto» e la cita davanti al tribunale
del diritto di proprietà, di cui rappresenterebbe l’aperta
violazione. «Se dunque questa libertà personale [dei lavo­
ratori], che implica giuridicamente la proprietà del valore
del prodotto del lavoro, per effetto della violenza esercitata
sugli operai dai proprietari del suolo e del capitale, porta
nel fatto all’alienazione di questo diritto di proprietà, è co­
me se l’istintiva paura che la storia possa trarne i suoi spie­
tati e rigorosi sillogismi trattenesse i proprietari dal confes­
sare questa grande e generale ingiustizia»1. Infine, questa
teoria [di Rodbertus] è perciò, in tutti i suoi particolari a-
spetti, una dimostrazione compiuta che i lodatori degli at­
tuali rapporti di proprietà, che pur non si peritano di fon­
dare la proprietà sul lavoro, sono nella piu assoluta contrad­
dizione col loro stesso principio. Essa mostra che gli attuali
rapporti di proprietà poggiano proprio su una violazione
generale di quel principio, e che i grandi patrimoni indivi­
duali accumulantisi oggi nella società... con ogni nuovo la­
voratore aumentano la rapina già da tempo immemorabile
esercitata nella società»2. E, dichiarato «furto» il plusva­
lore, il saggio crescente del plusvalore si rivela «uno straor-

1 Voi. II, p. 136.


2 Ibid., p. 223.
L'A N A LISI DELLA RIPRODUZIONE IN RODBERTUS 2 j$

dinario errore dell’attuale organizzazione economica» \ Nel


suo primo pamphlet, Proudhon aveva almeno riesumato la
frase, paradossale ma piena di risonanze rivoluzionarie, di
Brissot: la proprietà è un furto. Per Rodbertus, il capitale
è un furto in proprietà. Si confronti nel I libro del Capitale
di Marx il capitolo sulla metamorfosi delle leggi della pro­
prietà in leggi dell’appropriazione capitalistica, capolavoro
di dialettica storica, e si potrà immediatamente constatare
la... «priorità» di Rodbertus. Comunque, con le sue decla­
mazioni contro l’appropriazione capitalistica dal punto di
vista del «diritto di proprietà» questi si è resa impossibile
ogni comprensione dell’origine del plusvalore dal capitale,
proprio come, con le sue declamazioni contro il «rispar­
mio», si era preclusa la comprensione dell’origine del capi­
tale dal plusvalore. In tal modo, gli sfuggono le premesse
per capire l’accumulazione capitalistica, ed egli rimane in­
dietro perfino a v. Kirchmann.
Riassumendo: Rodbertus vuole un allargamento illimi­
tato della produzione, ma senza il minimo «risparmio», cioè
senza accumulazione capitalistica! Vuole uno sviluppo illi­
mitato delle forze produttive, ma la fissazione per legge di
un saggio stabile del plusvalore! In breve, mostra la piu
completa incomprensione delle basi fondamentali di quella
produzione capitalistica che pur vuole riformare, e per le
conclusioni piu importanti dell’economia politica classica
alla quale muove guerra.
Non per nulla il professor Diehl scrive che Rodbertus
ha aperto nuove vie all’economia politica grazie alla nuova
«teoria del reddito» e alla distinzione delle categorie logi­
che e storiche del capitale (il «capitale in sé» in antitesi al
capitale singolo!) Non per nulla il professor Wagner lo
chiama «il Ricardo del socialismo economico», per docu­
mentare così tutt’in una volta la sua beata ignoranza di Ri­
cardo, di Rodbertus e del socialismo. Lexis ritiene infine
che Rodbertus uguagli il «suo rivale inglese» in forza di
astrazione, ma lo superi di molte lunghezze nel «virtuosi­
smo della scoperta dei piu profondi legami interni del feno-

1 Voi. I, p. 61.
256 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

meno», nella «vivezza della fantasia» e soprattutto... nel-


P «atteggiamento etico di fronte alla vita economica». Il
contributo che Rodbertus ha invece realmente dato alla
teoria economica, oltre alla sua critica della ricardiana ren­
dita fondiaria, cioè la distinzione a volte chiara tra plusva­
lore e profitto, la delimitazione del plusvalore come un tut­
to delle sue manifestazioni parziali, la critica a tratti feli­
ce del dogma smithiano sulla composizione di valore delle
merci, la formulazione netta della periodicità delle crisi e
l’analisi delle loro manifestazioni fenomeniche - preziosi
punti d ’innesto per uno sviluppo dell’analisi oltre Smith-
Ricardo, naufragata tuttavia nella nebulosità dei concetti
fondamentali - tutto ciò trova negli ammiratori di Rod­
bertus, al massimo, un’eco sprezzante. Già Franz Mehring
ha messo in rilievo lo strano destino di Rodbertus, d ’esser
portato alle stelle per le sue presunte benemerenze econo­
miche e d ’essere invece trattato dalle stesse persone come
«ragazzino sciocco» per i suoi reali meriti politici. Nel no­
stro caso, tuttavia, non si tratta di contrapporre meriti po­
litici a demeriti economici: anche sul terreno dell’economia
politica, i suoi incensatori gli hanno elevato un monumen­
to su quella stessa sabbia in cui aveva scavato con lo zelo
inane dell’utopista, mentre hanno permesso che sulle poche
umili bacche, nelle quali aveva lasciato ai posteri utili ger­
mogli, crescesse la gramigna dell’oblio '.1

1 Del resto, il peggior monumento gli è stato elevato dai suoi editori po­
stumi. Questi dotti signori professor Wagner, dottor Kozack, Moritz Wirth,
e come diavolo si chiamano, che nelle prefazioni ai volumi inediti litigano
come un branco di servi villani in anticamera, mettono in piazza le loro pic­
cole invidie e vanità e si insultano a vicenda coram populo, non si sono dati
la minima cura di stabilire la data di nascita dei manoscritti ritrovati di Rod­
bertus. Hanno dovuto aspettare, per esempio, che Mehring insegnasse loro
che il piu antico manoscritto inedito di Rodbertus non è del r837, come il
professor Wagner aveva sovranamente deciso che fosse, ma al massimo del
r839, giacché proprio nelle prime righe vi si parla di circostanze storiche del
movimento cartista che, come un professore di economia politica avrebbe al­
meno il dovere di sapere, risalgono al 1839. Il professor Wagner, che nelle
sue prefazioni a Rodbertus ci soffoca con le sue arie d’importanza e col suo
«terribile da fare», e solo coi suoi «colleghi di specialità» parla dall’alto
del pulpito, ha, da grand’uomo, incassato in silenzio l’elegante lezione da­
tagli da Mehring al cospetto dei suoi compari. Altrettanto silenziosamente il
professor Diehl, nello Handwörterbuch der Staatswissenschaften, corresse la
L ’ANALISI DELLA RIPRODUZIONE IN RODBERTUS 257

In complesso, non si può dire che, dalla prima polemica,


il problema abbia fatto, in mani prussiano-pomeraniche,
alcun passo innanzi. Se la teoria delle armonie economiche
precipitava dalle altezze di Ricardo a Bastiat-Schulze, la cri­
tica sociale faceva parallelamente il suo sdrucciolone da Sis-
mondi a Rodbertus. E se la critica di Sismondi aveva nel
1819 rappresentato un avvenimento storico, le idee di ri­
forma di Rodbertus significano, già al loro primo apparire
ma soprattutto nelle loro tardive ripetizioni, un pietoso pas­
so indietro.
Nella polemica fra Sismondi e Say-Ricardo, una parte
mostrava l’impossibilità dell’accumulazione in seguito alle
crisi, e ammoniva contro i pericoli di un’espansione delle
forze produttive; l’altra dimostrava l’impossibilità delle cri­
si, e sosteneva l’espansione illimitata dell’accumulazione.
L ’una e l’altra erano, ad onta della falsità del punto di av­
vio, a loro modo conseguenti. V. Kirchmann e Rodbertus
partono entrambi, com’era inevitabile, dal fatto delle crisi.
Ma anche qui, pur dopo un’esperienza storica di mezzo se­
colo che dimostrava essere le crisi, proprio per la loro pe­
riodicità, una forma del moto della riproduzione capitalisti­
ca, il problema della riproduzione allargata del capitale to­
tale, dell’accumulazione, veniva identificato col problema

data 1837 in 1839 senza spiegare neppure con una sillaba quando e da chi
avesse ricevuto quel chiarimento.
Ma il colmo è raggiunto dalla «nuova edizione riveduta» e «per il popo­
lo», pubblicata da Puttkammer e Mühlbrecht nel 1899, che riunisce in buo­
na armonia alcuni dei signori editori leticanti e, nelle prefazioni, le loro mi­
serabili beghe; edizione in cui il precedente vol. II di Wagner diventa vol. I,
ma, nella prefazione al III, Wagner continua tranquillamente a parlare di
«vol. II»; in cui la Prima lettera sociale finisce nel vol. Ili, la seconda e la
terza nel II, la quarta nel I; in cui la successione di Soziale Briefe, Kontro­
versen, parti di Zur Beleuchtung, rapporti logici e cronologici, date di pub­
blicazione e date di nascita degli scrittori, formano un caos inestricabile co­
me gli strati della crosta terrestre dopo un’eruzione vulcanica, e in cui - nel
1899 - per amore del professor Wagner la data del piu antico studio di Rod­
bertus è riportata al 1837, sebbene l’intervento di Mehring fosse già avvenu­
to nel 1894. Si confronti invece l’edizione delle opere inedite di Marx ad
opera di Mehring e Kautsky, e si constaterà il diverso modo di trattare anche
questioni apparentemente secondarie: cosi si cura il patrimonio scientifico
del Maestro del proletariato cosciente, e cosi i luminari ufficiali della cultura
borghese manipolano il retaggio ideologico di quello che la loro interessata
leggenda definisce un «genio di prima grandezza». Suum cuique era il motto
di Rodbertus...
258 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

delle crisi, e spinto sul binario morto della ricerca di un


mezzo per eliminarle. Questo mezzo, una delle due parti lo
vede nel consumo senza residui del plusvalore ad opera dei
capitalisti, cioè nella rinuncia all’accumulazione; l’altra nel­
la fissazione legale del saggio del plusvalore, cioè, anch’es­
sa, nella rinuncia all’accumulazione. La specialità di Rod-
bertus consiste nello sperare e patrocinare un aumento ca­
pitalistico illimitato delle forze produttive e della ricchezza,
senza accumulazione del capitale! Negli stessi anni in cui
l ’alto grado di maturità della produzione capitalistica ne
permetteva l’analisi fondamentale ad opera di Marx, l’ulti­
mo tentativo dell’economia borghese di venire a capo del
problema della riproduzione finiva nella piu trita e infanti­
le delle utopie.
Terza schermaglia
Struve, Bulgakov, Tugan-Baranovskij
contro Voroncov, Nikolaj-on

CAPITOLO D IC IO TTESIM O

UNA NUOVA V ERSIO N E D EL PRO BLEM A

La terza controversia intorno all’accumulazione capita­


listica si svolse, rispetto alle due precedenti, in tutt’altro
quadro storico. La scena ebbe infatti luogo in Russia nel
periodo che va dal 1880 fin verso il 1895, quando nelle na­
zioni dell’Europa occidentale lo sviluppo capitalistico ave­
va ormai raggiunto la maturità piena, e da tempo la rosea
visione dei classici Smith e Ricardo era tramontata. Anche
l’interessato ottimismo manchesteriano della teoria delle ar­
monie era stato sommerso dall’impressione deprimente del
crak mondiale dell’ottavo decennio del secolo e dai tremen­
di colpi inferti dalla lotta di classe, fiammeggiante fin dal
i860 in tutti i paesi capitalistici. Anche delle armonie rab­
berciate dai riformatori sociali, che dal 1870 all’85 avevano
fatto tanto chiasso in Germania, non era rimasto che l’alo­
ne confuso, e i dodici anni di esperimento della legge ecce­
zionale contro la socialdemocrazia avevano versato acqua
sul fuoco, stracciando senza appello i veli dell’armonia e
mettendo a nudo la realtà spietata dei contrasti interni del
sistema. L ’ottimismo non era possibile ormai che nel cam­
po della classe lavoratrice in ascesa e dei suoi portavoce teo­
rici: ottimismo non certo sulla possibilità di un equilibrio
interno, naturale o artificialmente provocato, dell’economia
borghese, e sulla sua durata eterna, ma sulla possibilità che
lo stesso poderoso sviluppo delle forze produttive offrisse,
appunto coi suoi contrasti immanenti, un terreno storico
ideale al progressivo sviluppo della società verso nuove for­
me economiche e sociali. La tendenza negativa e deprimen­
2Ò0 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

te del primo periodo del capitalismo, che solo Sismondi a-


veva intravisto allora e che Rodbertus vedeva ancora negli
anni fra il ’40 e il ’65, era ormai controbilanciata dalla ten­
denza opposta, dal moto impetuoso e vittorioso della classe
lavoratrice nella sua azione sindacale e politica.
Tale l’ambiente dell’Europa occidentale. Ben diverso il
quadro nella Russia degli stessi anni. Qui, gli anni fra l’8o
e il ’9 5 costituiscono sotto questo aspetto un periodo di tra­
passo, una fase di crisi interna con tutti i suoi travagli. La
grande industria celebra appunto allora la sua apparizione
sotto la spinta della protezione doganale. L ’introduzione
del dazio in oro alla frontiera occidentale nel 18 77 segna
una pietra miliare nell’opera di artificiale stimolazione del
capitalismo da parte del governo zarista. L ’« accumulazione
primitiva» del capitale fiorisce con l’appoggio di ogni spe­
cie di sussidi, garanzie, premi, commesse statali, e miete
profitti che in Occidente appartengono ormai al regno delle
fiabe. Tuttavia, le condizioni interne della Russia offrono
un quadro tutt’altro che confortante e pieno di promesse.
Nelle campagne, il tramonto e lo sbriciolamento dell’econo­
mia contadina sotto la pressione del fiscalismo e dell’econo­
mia monetaria provocano situazioni terribili di fame perio­
dica e di periodiche rivolte. D ’altra parte, il proletariato di
fabbrica nelle città non si è ancora consolidato socialmente
e intellettualmente in una moderna classe lavoratrice. So­
prattutto nel massimo distretto industriale di Mosca-Vladi­
mir, nucleo fondamentale della industria tessile russa, esso
è ancora in gran parte legato all’economia agricola, e per
metà contadino. Corrispondentemente, le forme primitive
dello sfruttamento evocano primitive manifestazioni di di­
fesa. Solo dopo il 1880 si hanno a Mosca i primi spontanei
tumulti di fabbrica, che provocano distruzione di macchine
e dànno l’avvio ad un primo abbozzo di legislazione del la­
voro.
Se la parte economica della vita pubblica russa mostrava
ad ogni passo le profonde dissonanze di un periodo di tran­
sizione, una crisi vi corrispondeva nella vita intellettuale. Il
socialismo agrario, «populista», che si fondava teoricamen­
te sulle particolarità della costituzione agraria russa, aveva
UNA NUOVA VERSIONE D EL PROBLEM A 261

fatto bancarotta politica dopo il fiasco della sua estrema


manifestazione rivoluzionaria, il partito terroristico della
Narodnaja V olja1. D ’altra parte, solo nel 1883 e 1885 era­
no apparsi i primi scritti di Plechanov che dovevano aprire
una via d ’accesso in Russia alle concezioni marxiste, e an­
cora per un decennio il loro influsso doveva rimanere mo­
desto. Nel periodo fra il 1880 e il 1895 circa, la vita intel­
lettuale della classe intellettuale russa, soprattutto dell’op­
posizione socialista, era dunque dominata da uno strano mi­
scuglio di residui locali di populismo e di primi elementi
della teoria marxista, il cui tratto piu saliente era lo scetti­
cismo sulle possibilità di sviluppo del capitalismo in Russia.
La questione se la Russia dovesse percorrere le tappe ca­
pitalistiche dell’Occidente europeo occupò per tempo la
classe intellettuale russa. Anche questa vedeva nell’Europa
occidentale solo le ombre del capitalismo, la sua azione lo-
goratrice sulle forme di produzione patriarcali e sul benes­
sere e la sicurezza di esistenza di larghe masse popolari.
D ’altra parte, la proprietà comune della terra, la celebre
obscina, sembrava offrire un possibile punto di partenza a
un piu alto sviluppo sociale, quasi che la Russia potesse
raggiungere la felice terra del socialismo evitando lo stadio
capitalistico con le sue miserie e seguendo una via piu bre­
ve e meno tribolata dei paesi occidentali. Perché, allora,
sprecare questa fortunata situazione eccezionale, questa po­
sizione storica unica, annientando le forme di proprietà e
di produzione contadinesche mediante il trapianto artificia­
le della produzione capitalistica in Russia con l’aiuto dello
stato, e aprendo cosi la porta alla proletarizzazione, alla mi­
seria e alla precarietà di esistenza delle masse lavoratrici?
Questo problema fondamentale dominava la vita intel­
lettuale russa fin dalla riforma agraria, anzi da ancor prima,
dai tempi di Herzen e Cernysevskij, costituendo l’asse in­
torno al quale era venuta formandosi una concezione tutta
particolare del mondo, la concezione «populista», che, nel­
la grande varietà delle sue tendenze e derivazioni - dalle
1 [Il partito della Narodnaja Volja (Libertà del popolo) nato nel 1879 da
una scissione del partito Zemlja i Volja (Terra e libertà), scomparve dalla
scena politica, dopo una serie di attentati terroristici, nel 1885].
2 Ó2 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

teorie apertamente reazionarie dello slavofilismo fino all’i­


deologia rivoluzionaria del partito terroristico - diede vita
a un’enorme letteratura nazionale. Da un lato, essa traeva
alla luce un ricco materiale di indagini specifiche sulle for­
me economiche della vita russa, in particolare sulla «pro­
duzione popolare» e le sue forme caratteristiche, sull’eco­
nomia agraria delle comunità contadine, sull’industria do­
mestica delle campagne (1'artet), oltre che sulla vita spiri­
tuale del contadiname, le sette religiose, ecc. Dall’altro, co­
me riflesso artistico dei rapporti sociali contraddittori in cui
vecchio e nuovo si urtavano e la tradizione s’imbatteva ad
ogni passo in gravi problemi, nasceva una particolare forma
di letteratura, mentre nel ventennio 1870-90 la stessa radi­
ce produceva una locale e originale filosofia della storia, il
«metodo soggettivo nella sociologia», che faceva del «pen­
siero critico» il fattore decisivo dello sviluppo sociale o,
meglio ancora, deìì’mtelligencija declassata la portatrice del
progresso storico; e che trovò i suoi portavoce in Pëtr Lav­
rov, Nikolaj Michajlovskij, Kareev e V. Voroncov.
Di questa vastissima e ramificatissima fioritura letteraria
ci interessa qui solo un aspetto: la polemica intorno alle
prospettive di sviluppo capitalistico in Russia; e anche que­
sta solo in quanto si appoggiò a considerazioni generali sul­
le condizioni sociali del modo di produzione capitalistico,
considerazioni che dovevano avere un notevole peso nella
libellistica degli anni fra il 1880 e il 1900.
Se la questione preliminare era il capitalismo russo e le
sue prospettive, la polemica che ne nacque dilagò natural­
mente nel campo dei problemi generali dello sviluppo del
capitalismo, attingendo larghissimo materiale dimostrativo
all’esempio e alle esperienze occidentali.
Agli effetti del contenuto teorico della discussione, fu
d ’importanza primaria un fatto: non solo l’analisi marxia­
na della produzione capitalistica esposta nel I libro del Ca­
pitale era già patrimonio comune della Russia colta, ma fin
dal 1885 era apparso anche il II libro con l’analisi della ri-
produzione del capitale totale. Ciò doveva dare alla discus­
sione un timbro ben diverso. Il problema delle crisi non fu
piu, come nei casi precedenti, il nucleo centrale della pole-
UNA NUOVA VERSIONE DEL PROBLEM A 263
mica: per la prima volta, la questione della riproduzione
del capitale totale, dell’accumulazione, passava allo stato
puro al centro del dibattito. Inoltre, la discussione non si
perdette piu in un vano inseguire i concetti di reddito e ca­
pitale, di capitale singolo e di capitale totale. Ci si muoveva
ormai sul solido terreno dello schema marxiano della ripro­
duzione sociale. Infine, non si trattò piu di una scherma­
glia fra manchesterismo e riformismo sociale, ma fra due
correnti entrambe socialiste. Lo scetticismo sulle possibili­
tà di sviluppo capitalistico della Russia era rappresentato,
nello spirito di Sismondi e in parte di Rodbertus, dalla va­
rietà confusa, piccolo-borghese e populista del socialismo
russo (che però si richiamava anch’essa variamente a Marx);
Pottimismo, dalla scuola marxista pura. La scena aveva
dunque subito radicali mutamenti.
Dei due principali rappresentanti della corrente populi­
sta (o narodniki), uno, Voroncov, conosciuto in Russia pre­
valentemente sotto lo pseudonimo V. V., era una specie di
santone estremamente confuso come economista e da non
prendersi molto sul serio come teorico. L ’altro, invece, Ni-
kolaj-on (DaniePson), era uomo di vasta cultura e profondo
conoscitore del marxismo, autore della traduzione russa del
I libro del Capitale, amico intimo di Marx ed Engels e in
attiva corrispondenza (apparsa in russo nel 1908) con en­
trambi. Tuttavia, negli anni ’80, Voroncov continuava a e-
sercitare una notevole influenza sull’opinione pubblica de­
gli intellettuali, e contro di lui il marxismo doveva perciò
combattere la sua prima battaglia. Nella questione che qui
ci interessa —le possibilità generali di sviluppo del capitali­
smo — avvenne cosi che ai suddetti rappresentanti dello
scetticismo si contrapponesse nell’ultimo decennio del seco­
lo una schiera di critici, una nuova generazione di marxisti
russi che si lanciarono nell’agone, accanto a Plechanov, ar­
mati delle esperienze e della cultura occidentali: Kablukov,
Manuilov, Isaev, Skvorcov, Vladimir U'in *, Peter v. Stru­
ve, Bulgakov, Tugan-Baranovskij e altri. Nelle pagine che
seguono, ci occuperemo essenzialmente degli ultimi tre, a-

[ Lenin].
264 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

vendo ognuno di essi offerto una critica piu o meno serrata


della teoria in discussione. Comunque, questo brillante tor­
neo, che tenne in ascolto nell’ultimo decennio l ’intelligenza
socialista russa e si concluse col trionfo indiscusso della
scuola marxiana, segna l’ingresso ufficiale del marxismo co­
me teoria storico-economica nella scienza nazionale. Il mar­
xismo «legale» prese da allora possesso ufficialmente delle
cattedre, delle riviste e del mercato librario economico, con
tutti gli aspetti negativi del caso. Quando dieci anni dopo
le possibilità di sviluppo del capitalismo russo misero in lu­
ce meridiana il loro aspetto ottimistico nell’insurrezione ri­
voluzionaria del proletariato, di questa pleiade di ottimisti
marxisti non uno si ritrovò nelle file del proletariato.
C A P IT O L O D IC IA N N O V E SIM O

IL SIGNOR VORONCOV E LA SUA «E C C E D E N Z A »

Al problema della riproduzione capitalistica i rappresen­


tanti del «populismo» furono portati in Russia dalla con­
vinzione che, nel loro paese, il capitalismo non avesse pro­
spettive di sviluppo per la mancanza di mercati di sbocco.
V. Voroncov aveva esposto questa sua teoria nel 1882 in
un libro sul Destino del capitalismo in Russia, e vi tornò in
uno studio apparso nel numero di maggio 1883 della ri­
vista «Otecestvennye Zapiski» [«Annali Patriottici»] su
L’eccedenza nel rifornimento in merci del mercato, in un
articolo su Militarismo e capitalismo nel numero di settem­
bre 1889 della rivista «Russkoe Bogatstvo» [«Ricchezza
russa»], nel libro II nostro orientamento (1893) e infine
nei Lineamenti dell’economia politica teorica, che sono del
i 895-
Non facile è definire la posizione di Voroncov di fronte
all’evoluzione capitalistica della Russia. Egli non si pone né
dalla parte della teoria slavofila pura - che dalle «peculia­
rità» della struttura economica nazionale e dallo specifico
«spirito popolare» russo deduceva l’assurdità e dannosità
del capitalismo per il suo paese —né dalla parte dei marxi­
sti, i quali vedevano nello sviluppo del capitalismo un’ine­
vitabile tappa storica, destinata ad aprire alla società russa
l’unica via possibile di progresso sociale. Per parte sua, Vo­
roncov affermava che in Russia il capitalismo era addirittu­
ra impossibile, non aveva radici né avvenire: ugualmente
assurdo, dunque, deprecarlo o desiderarlo, mancando nel
paese le condizioni per il suo sviluppo ed essendo perciò da
considerarsi vani gli sforzi e i sacrifici sostenuti per intro­
durlo mediante l’intervento dello stato. Senonché, quest’af­
fermazione generale veniva, di fatto, circoscritta. Se si con­
266 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

sidera non l ’accumulazione del capitale, ma la proletarizza­


zione capitalistica dei piccoli produttori, l ’incertezza di vita
dei lavoratori, le crisi periodiche, Voroncov non nega resi­
stenza di tutti questi fenomeni in Russia. Anzi, dice espres­
samente nell’introduzione al suo Destino del capitalismo in
Russia: «Contestando la possibilità del predominio capita­
listico in Russia come forma di produzione, non contesto
affatto il suo avvenire di forma e grado di sfruttamento del­
le masse popolari». Voroncov pensa dunque che il capitali­
smo non possa raggiungere in Russia il grado di maturità
che ha attinto in Occidente, ma che se ne debba aspettare
anche nella situazione russa il processo di separazione dei
produttori diretti dai mezzi di produzione. Voroncov va an­
zi piu in là. Non nega la possibilità di sviluppo di forme di
produzione capitalistiche in determinati rami della indu­
stria nazionale, e di esportazione capitalistica dalla Russia
verso mercati esteri. Si legge nel suo articolo sull’Ecceden­
za nel rifornimento in merci del mercato'. «L a produzione
capitalistica si svolge, in alcuni rami dell’industria, mol­
to rapidamente (s’intende, nel significato russo della paro­
l a ) » 1. « È molto probabile che la Russia, come altri paesi,
disponga di certi vantaggi naturali che le permettano di ap­
parire come fornitrice di alcuni tipi di merce su mercati e-
steri: è molto possibile che il capitale sfrutti questa situa­
zione e prenda in mano i rispettivi rami di produzione;... in
altre parole, che la divisione nazionale del lavoro faciliti al
capitalismo il suo impianto in determinati settori. Ma non
di questo si tratta per noi. Noi non parliamo dell’eventuale
partecipazione del capitale all’organizzazione dell’industria
del paese, ma contestiamo la probabilità che l’intera produ­
zione russa possa essere fondata su basi capitalistiche»2.
In questa forma, lo scetticismo del signor Voroncov as­
sume un volto un po’ diverso dal previsto. Egli dubita che
il modo di produzione capitalistico possa mai impadronirsi
dell’intera produzione russa; ma siccome questo capolavo­
ro il capitalismo non l’ha ancora compiuto in nessun paese
del mondo, neppure in Inghilterra, il suo scetticismo sul-
1 «Otecestvennye Zapiski», 1883, V, p. 4.
2 Art. cit., p. io.
IL SIGNOR VORONCOV E LA SUA «E C C E D E N Z A » 267
l’avvenire del capitalismo russo dovrebbe assumere fisiono­
mia mondiale. In realtà, a questo punto la teoria di Voron-
cov sfocia in considerazioni generali sulla natura e le condi­
zioni di esistenza del capitalismo, si appoggia a generalizza­
zioni teoriche sul processo di riproduzione del capitale so­
ciale totale. Il particolare nesso esistente fra il modo di pro­
duzione capitalistico e il problema dei mercati di sbocco
viene cosi formulato: «L a divisione nazionale del lavoro,
la ripartizione di tutti i rami d’industria fra i paesi che par­
tecipano al commercio mondiale, non hanno nulla a che ve­
dere col capitalismo. Il mercato di sbocco che cosi si forma,
la domanda dei prodotti di diversi paesi che da questa divi­
sione del lavoro fra i popoli si origina, non ha in se stesso
nulla in comune col mercato di sbocco di cui il modo di pro­
duzione capitalistico abbisogna... I prodotti dell’industria
capitalistica giungono sul mercato per tutt’altro scopo: non
toccano la questione se tutti i bisogni del paese sono soddi­
sfatti, non è assolutamente necessario che diano all’impren­
ditore, in cambio di se stessi, un altro prodotto materiale
che serva al consumo: loro scopo fondamentale è di realiz­
zare il plusvalore in essi nascosto. Ma che cos’è questo plus­
valore interessante per se stesso il capitalista? Dal punto di
vista dal quale affrontiamo il problema, il plusvalore è l ’ec­
cedenza della produzione sul consumo interno del paese.
Ogni lavoratore produce piu di quanto consumi, e tutte
queste eccedenze si raccolgono in poche mani; i possessori di
tali eccedenze le consumano essi stessi, al qual fine le scam­
biano, entro il paese e fuori, contro i piu diversi mezzi di
sussistenza e oggetti di lusso; ma per quanto mangino, be­
vano e ballino, non riusciranno mai a smaltire l’intero plus­
valore: ne resta sempre una parte notevole che non scam­
biano contro un altro prodotto, ma di cui devono disfarsi,
che sono costretti a tradurre in denaro; altrimenti si perde­
rebbe. E, non esistendo nel paese nessuno al quale cederla,
bisognerà esportarla all’estero; una delle ragioni per cui i
paesi che si capitalizzano non possono fare a meno di mer­
cati di sbocco esteri» '.1

1 Art. cit., p. 14.


268 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

Nella citazione surriportata, che abbiamo tradotto lette­


ralmente con tutte le peculiarità del linguaggio di Voron-
cov, i lettori hanno un saggio caratteristico del modo di pen­
sare del geniale teorico russo. Le stesse teorie furono piu
tardi esposte da Voroncov nel libro Lineamenti dell’econo­
mia politica teorica, che è del 1895. Ascoltiamolo. V. pole­
mizza con Say-Ricardo e anche con J. St. Mill, che avevano
contestato la possibilità di una sovraproduzione generale.
E scopre ciò che prima di lui nessuno sapeva: la sorgente
di tutti gli errori della scuola classica sul problema delle
crisi. Tale sorgente sarebbe da cercare nella falsa teoria dei
costi di produzione. Dal punto di vista dei costi di produ­
zione (che V. considera senza il profitto, cosa che prima di
lui nessuno aveva fatto), tanto il profitto quanto le crisi sa­
rebbero inconcepibili e inspiegabili. Ma gustiamo nelle sue
stesse parole quest’originale pensatore: «Secondo la teoria
dell’economia politica borghese, il valore del prodotto è de­
terminato dal lavoro impiegato nella sua produzione. Ma,
dopo aver formulato questa teoria del valore, essa subito
dopo la dimentica e, nelle successive spiegazioni dei feno­
meni di scambio, si appoggia a un’altra teoria in cui il lavo­
ro è sostituito dai costi di produzione. Cosi, due prodotti
vengono scambiati fra loro in quantità tali che da ambo le
parti siano presenti gli stessi costi di produzione. In tale
concezione dello scambio non v ’è posto, in realtà, per un’ec­
cedenza di merci nel paese. Qualunque prodotto del lavoro
annuo di un lavoratore appare, da questo punto di vista, co­
me il rappresentante di una certa quantità della materia pri­
ma da cui è costituito, degli attrezzi che sono serviti alla sua
produzione, dei prodotti necessari al mantenimento dell’o­
peraio durante il periodo di produzione. Comparendo sul
mercato, esso [ “ il prodotto” ! R. L .] ha lo scopo di mutare
la sua forma d ’uso di ritrasformarsi nella materia prima, nei
prodotti per gli operai e nel valore necessario al rinnova­
mento degli attrezzi, e, dopo questo processo di spezzetta­
mento in parti, avrà luogo il processo della sua riunificazio­
ne, il processo di produzione, mentre tutti i valori enumera­
ti vengono consumati, ma ne nasce in cambio un nuovo
prodotto, che rappresenta un anello di congiunzione fra il
IL SIGNOR VORONCOV E LA SU A «E C C E D E N Z A » 269
consumo passato e il consumo avvenire». Da questo origi­
nale tentativo di rappresentare la riproduzione sociale co­
me un processo continuo dal punto di vista della teoria dei
costi di produzione, nasce improvvisa, come un colpo di pi­
stola, la deduzione seguente: «S e consideriamo dunque la
massa totale dei prodotti di un paese, non troveremo una
sola merce eccedente, che cioè superi il fabbisogno della so­
cietà: l’eccedenza inesitabile è, dal punto di vista della teo­
ria del valore dell’economia politica borghese, impossibile».
E, dopo di aver cosi eliminato dai costi di produzione, attra­
verso un’allegra manipolazione della «teoria borghese del
valore», il profitto del capitale, fa subito dopo di quest’eli­
minazione una grossa scoperta: «M a l’analisi cosi compiuta
svela un altro tratto della teoria del valore fino a ieri domi­
nante: risulta infatti che, sul piano di questa teoria, non v’è
posto per il profitto del capitale». Segue una dimostrazione
di una stupefacente brevità e semplicità: «D i fatto, se il
mio prodotto, i cui costi di produzione si esprimono in _5 ru­
bli, è scambiato contro un altro prodotto di pari valore,
quanto io ho ottenuto basterà appena a coprire le mie spese,
ma per il mio mantenimento [letteralmente! ] non riceverò
nulla». Ed ecco il problema afferrato alla radice:
«N e risulta che, sul terreno di uno sviluppo strettamen­
te logico delle idee dell’economia politica borghese, il desti­
no dell’eccedenza di merci sul mercato e il destino del pro­
fitto capitalistico sono una cosa sola. Siamo quindi autoriz­
zati a concludere che i due fenomeni si trovano in reciproca
dipendenza, che la possibilità dell’uno è condizionata dalla
presenza dell’altro. E invero, finché non esiste profitto non
esiste neppure eccedenza di merci... Non cosi quando nel
paese si forma il profitto. Questo non sta in rapporto orga­
nico con la produzione, è un fenomeno connesso a quest’ul-
tima non da condizioni tecnico-naturali, ma dalla sua forma
esterna, sociale. Per continuare a svolgersi, la produzione...
non ha bisogno che di materie prime, attrezzi, mezzi di sus­
sistenza per gli operai, e consuma perciò solo la parte corri­
spondente di prodotti; ma l’eccedenza che costituisce il pro­
fitto e che non trova posto nell’elemento costante della vita
industriale - nella produzione - deve trovare altri consuma-
270 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

tori non organicamente collegati alla produzione; consuma­


tori, fino a un certo punto, di carattere occasionale. L ’ecce­
denza può trovarli, questi consumatori; ma è anche possibi­
le che non li trovi nella quantità necessaria: in tal caso avre­
mo un’eccedenza di merci sul mercato» Soddisfattissimo
di questa «semplice» spiegazione, in cui il plusvalore diven­
ta un’invenzione del capitale e il capitalista un consumatore
«occasionale», non connesso «organicamente» alla produ­
zione capitalistica, Voroncov, basandosi sulla «conseguen­
te» teoria marxiana del valore-lavoro, che dichiara di avere
ulteriormente «utilizzato», deduce le crisi direttamente dal
plusvalore :
«Se ciò che entra nei costi di produzione sotto forma di
salario del lavoro, è consumato dalla parte lavoratrice della
popolazione, il plusvalore, esclusa la parte destinata all’al­
largamento della produzione richiesto dal mercato, sarà an­
nientato [letteralmente!] dagli stessi capitalisti. Se questi
sono in grado di farlo e lo fanno, non si verifica eccedenza
di merci; in caso contrario si ha sovraproduzione, crisi del­
l’industria, eliminazione degli operai dalle fabbriche e in­
convenienti simili». Ma il vero responsabile di questi in­
convenienti è in definitiva, secondo il signor Voroncov,
« l’insufficiente elasticità dell’organismo umano, che non rie­
sce ad allargare la propria capacità di consumo con la stessa
rapidità con cui cresce il plusvalore». Pensiero geniale che
l’autore ripete piu volte: « I l tallone di Achille dell’orga­
nizzazione industriale capitalistica sta dunque nell’incapa­
cità degli imprenditori di consumare l’intero proprio red­
dito».
Cosi Voroncov, dopo aver «utilizzato» la teoria ricardia-
na del valore nella «conseguente» interpretazione marxia­
na, approda alla teoria sismondiana delle crisi, che fa sua in
una forma ancor piu elementare e semplicistica. E, mentre
riproduce le teorie di Sismondi, è convinto di abbracciare
quelle di Rodbertus. « Il metodo induttivo di ricerca ci ha
condotti alla stessa teoria delle crisi e del pauperismo, obiet-

1 L in e a m e n ti d e ll’e co n o m ia p o litic a te o ric a , Petersburg 189.5, pp. 1.57


sgg.
IL SIGNOR VORONCOV E LA SU A «E C C E D E N Z A » 27I

tivamente esposta da Rodbertus» dichiara trionfalmente,


intendendo per «metodo induttivo di ricerca» (contrappo­
sto al metodo «obiettivo») qualcosa di non chiaro, ma che,
tutto essendo possibile in Voroncov, potrebbe anche essere
il marxismo. Ma anche Rodbertus doveva uscire «migliora­
to» dalle mani del geniale pensatore russo. La correzione
che Voroncov introduce nella teoria di Rodbertus consiste
nelPeliminare proprio ciò che in lui era il perno del sistema:
la fissazione della quota del salario sul valore del prodotto
totale. Secondo il signor Voroncov, infatti, anche questa
misura anti-crisi non sarebbe che un palliativo, giacché «la
causa immediata dei suddetti fenomeni (sovraproduzione,
disoccupazione ecc.) non sta nel fatto che la parte riservata
alle classi lavoratrici del reddito nazionale è troppo piccola,
ma nel fatto che la classe capitalistica non è in grado di con­
sumare ogni anno la massa di prodotti che ad essa pervie­
ne» 12. Senonché, dopo di aver cosi ripudiato la riforma rod-
bertusiana della ripartizione del reddito, Voroncov approda
con la solita «stretta consequenzialità logica» alla seguente
prognosi sull’avvenire del capitalismo :
«Se con tutto questo dovesse essere consentito all’orga­
nizzazione industriale dominante nell’Occidente europeo di
fiorire e dar frutto, ciò potrebbe avvenire alla sola condizio­
ne che si trovi il mezzo di annientare [letteralmente!] la
parte del reddito nazionale che supera la capacità di consu­
mo della classe capitalistica e che tuttavia finisce nelle sue
mani. La soluzione piu elementare di questo problema sa­
rebbe una corrispondente modificazione nella ripartizione
del reddito nazionale fra i partecipanti alla produzione. Il
regime capitalistico sarebbe garantito per lungo tempo se
gli imprenditori ricevessero, dall’aumento del reddito na­
zionale, solo quel tanto di cui hanno bisogno per la soddi­
sfazione dei loro gusti e capricci, e lasciassero il resto alla
classe lavoratrice, cioè alla massa della popolazione»3. Cosi,
il ragù di Ricardo, Marx, Sismondi e Rodbertus finisce nella
1 Militarismo e capitalismo, in «Russkoe Bogatstvo» [«Ricchezza Rus­
sa»], 1889, vol. IX, p. 78.
2 Art. cit., p. 80.
3 Ibid., p. 83. Cfr. Lineamenti delVeconomia politica teorica, p. 196.
272 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

scoperta che la produzione capitalistica può essere radical­


mente guarita dalla sovraproduzione e «fiorire e dar frutto»
in eterno mediante la rinuncia della classe capitalistica alla
capitalizzazione, e la sua offerta ai lavoratori della corri­
spondente parte del plusvalore. In attesa che i capitalisti di­
ventino tanto ragionevoli da accogliere il buon consiglio del
signor Voroncov, il mezzo cui essi ricorrono è di «annienta­
re» ogni anno una parte del plusvalore. A questi espedienti
appartiene anche il moderno militarismo, e ciò, essendo ca­
ratteristica del signor Voroncov l’arte di capovolgere tutto,
nella misura in cui i costi del militarismo non sono soppor­
tati dai mezzi della classe lavoratrice ma dal reddito della
classe capitalistica. Ma l’àncora fondamentale di salvezza è
data dal commercio estero, che è, a sua volta, il «tallone
d ’Achille» del capitalismo russo. Ultimo arrivato nell’ago­
ne mondiale, questo è destinato, di fronte alla concorrenza
di piu antichi paesi capitalistici, a rimanere a mani vuote, e,
insieme con la prospettiva del commercio estero, a vedersi
sfuggire la premessa fondamentale della sua esistenza. La
Russia rimane 1’« impero dei contadini» e «della produzio­
ne popolare».
« Se tutto ciò è vero - conclude V. V. al termine dello stu­
dio sull’Eccedenza nel rifornimento in merci del mercato —
ecco i limiti posti al dominio del capitalismo in Russia: l’a­
gricoltura deve essere sottratta al suo imperio, ma anche nel
campo industriale non deve essere permesso al suo sviluppo
di agire in senso troppo deprimente sull’industria domesti­
ca, indispensabile, nelle specifiche condizioni climatiche del
paese [ ! ], per il benessere della maggioranza della popola­
zione. E se il lettore obiettasse che il capitalismo non acce­
derà mai a un simile compromesso, gli si risponderà: tanto
peggio per lui! » In tal modo, il signor Voroncov finisce col
lavarsene le mani e col declinare ogni responsabilità per
l’ulteriore destino dello sviluppo economico in Russia.
CAPITOLO V EN TESIM O

NIKOLAJ-ON

Con ben altra preparazione economica e conoscenza di


causa affronta il problema il secondo teorico della critica
«populista», Nikolaj-on. Uno dei piu profondi conoscitori
dei rapporti economici interni della Russia, egli s’era già
fatto conoscere nel 1880 per uno studio sulla capitalizzazio­
ne del reddito agricolo (nella rivista «Slovo»), Tredici anni
dopo, sotto la spinta della grande carestia del 1891, pubbli­
cò un libro dal titolo Lineamenti della nostra economia so­
ciale dopo la riforma, in cui svolgeva quelle sue prime ri­
cerche e, sulla base di un vasto quadro, corredato di un ric­
co materiale di fatti e cifre, dello sviluppo del capitalismo in
Russia, cercava di dimostrare come questo fosse divenuto
per il popolo fonte di ogni male e di fame. Alla base delle
sue opinioni sulle sorti del capitalismo in Russia, Nikolaj-on
pone una teoria sulle condizioni di sviluppo della produzio­
ne capitalistica in generale, che interessa la nostra analisi.
Per il modo di produzione capitalistico, è d ’importanza
decisiva il mercato di sbocco. Perciò ogni paese capitalistico
cerca di assicurarsi un mercato di sbocco il piu possibile
esteso, partendo naturalmente in primo luogo dal mercato
interno. Tuttavia, a un certo grado del suo sviluppo, un pae­
se capitalistico non può piu accontentarsi del mercato inter­
no, e ciò per le seguenti ragioni: l’intero prodotto annuo
del lavoro sociale può essere diviso in due parti: una che i
lavoratori ricevono sotto forma di salari, l’altra che si ap­
propriano i capitalisti. La prima può sottrarre alla circola­
zione solo un quantitativo di mezzi di sussistenza che corri­
sponde, in valore, alla somma dei salari sborsati nel paese.
Ma l’economia capitalistica ha una spiccata tendenza a de­
primere sempre piu questa parte. I metodi di cui si serve a
274 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

questo scopo sono: prolungamento della giornata lavorati­


va, aumento dell’intensità del lavoro, incremento della sua
produttività mediante perfezionamenti tecnici che permet­
tono di sostituire a forze-lavoro maschili forze-lavoro giova­
nili e femminili e di cacciare dall’industria una parte della
mano d ’opera adulta. Se anche i salari dei lavoratori occu­
pati aumentano, tale aumento non uguaglierà mai i risparmi
che da quelle trasformazioni i capitalisti realizzano. Ne de­
riva che il ruolo della classe operaia come acquirente di beni
sul mercato interno va sempre piu riducendosi. Parallela-
mente si svolge un altro processo: la produzione capitalisti­
ca si impadronisce passo passo dei mestieri che costituiva­
no per la popolazione contadina un’occupazione sussidiaria,
sottraendo cosi al contadiname una fonte di guadagno dopo
l’altra e riducendo il potere d’acquisto delle popolazioni ru­
rali in prodotti dell’industria: e in tal modo, anche da que­
sto lato il mercato interno si rattrappisce. Se poi ci volgiamo
alla parte della classe capitalista, risulta chiaro che neppur
questa può realizzare l’intera produzione, e ciò per le ragio­
ni opposte. Per quanto grandi siano i bisogni di consumo di
questa classe, essa non può consumare l’intero sovraprodot-
to annuo, prima di tutto perché una parte del medesimo de­
v’essere impiegato all’allargamento della produzione, al per­
fezionamento tecnico imposto ad ogni intraprenditore sin­
golo, come condizione di vita, dalla concorrenza; in secondo
luogo perché, crescendo la produzione capitalistica, cresco­
no anche i rami che forniscono mezzi di produzione, come
l ’industria mineraria, l’industria meccanica ecc., la cui pro­
duzione esclude per sua natura il consumo personale ed è
in funzione di capitale; in terzo luogo perché la maggior
produttività del lavoro e il risparmio di capitale che si pos­
sono ottenere mediante produzione in massa di merci a
buon mercato orientano sempre piu la produzione sociale
verso i prodotti di massa che non possono essere consumati
dai capitalisti.
E vero che il plusvalore di un capitalista può essere rea­
lizzato nel sovraprodotto di altri capitalisti, e viceversa; ma
ciò avviene solo per i prodotti di un determinato ramo,
quello dei mezzi di sussistenza. Ora il movente fondamenta­
NIKOLAJ-ON 275

le della produzione capitalistica non è la soddisfazione dei


bisogni personali di consumo: il che si esprime anche nella
costante riduzione della produzione di mezzi di sussistenza
rispetto alla produzione di mezzi di produzione. «Vediamo
perciò che, come la produzione di ogni fabbrica supera di
gran lunga il fabbisogno in questi prodotti degli operai in
essa impiegati e dell’imprenditore, cosi il prodotto totale di
un paese capitalistico supera di gran lunga il fabbisogno del­
l’intera popolazione lavoratrice impiegata, e lo supera per­
ché il paese è appunto un paese capitalistico, perché la sud-
divisione delle sue forze sociali non è basata sulla soddisfa­
zione dei reali bisogni della popolazione, ma solo dei biso­
gni solvibili. Perciò, come un singolo fabbricante non po­
trebbe esistere neppure un giorno come capitalista, se il suo
mercato di sbocco si limitasse ai bisogni dei suoi operai e ai
suoi personali, cosi un paese capitalistico evoluto non può
accontentarsi del solo mercato interno».
Lo sviluppo capitalistico ha dunque tendenza, a un certo
livello, a crearsi ostacoli. Questi ostacoli derivano in prima
linea dal fatto che la crescente produttività del lavoro, per
effetto della separazione fra produttori diretti e mezzi di
produzione, va a vantaggio non dell’intera società ma dei so­
li imprenditori singoli, mentre una massa di forze-lavoro e
di tempi di lavoro, «liberati» da questo processo, diventano
superflui, e non solo vanno perduti per la società, ma si tra­
sformano in un peso. I reali bisogni delle masse popolari
possono essere soddisfatti solo nella misura in cui il modo
di produzione «populista», basato sull’unione fra produtto­
ri e mezzi di produzione, prenda il sopravvento. Ma il capi­
talismo tende a impadronirsi proprio di queste sfere di pro­
duzione e perciò ad annullare il fattore essenziale del pro­
prio sviluppo. Non sono state, per esempio, le carestie pe­
riodiche dell’India, sopravvenute ogni dieci o undici anni,
una delle cause della periodicità delle crisi industriali in In­
ghilterra? Nella stessa contraddizione cade prima o poi ogni
paese che abbia calcato la via della produzione capitalistica,
perché essa è immanente in questo sistema produttivo. Ma
quanto piu tardi un paese si mette sul piano capitalista, tan­
to piu violento vi si manifesta quel contrasto, perché esso
II
276 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

non può trovare alla saturazione del mercato interno un


contrappeso nel mercato estero, già invaso dalla concorren­
za di paesi a piu antica tradizione mercantile.
Da tutto ciò deriva che i limiti del capitalismo sono fissati
dalla crescente miseria che il suo stesso sviluppo determina
col numero crescente di lavoratori superflui, privi di potere
d’acquisto. Alla crescente produttività del lavoro, che sod­
disfa con straordinaria rapidità ogni bisogno solvibile, cor­
risponde una crescente incapacità di crescenti masse popo­
lari a soddisfare i propri piu imperiosi bisogni; all’eccesso
di merci inesitabili, la penuria in larghe masse dello stretto
necessario.
Questa la concezione generale di Nikolaj-on '. Come si
vede, questi conosce bene Marx e ha saputo largamente uti­
lizzare i due primi libri del Capitale. E tuttavia, la sua argo­
mentazione è di schietto sapore sismondiano: il capitalismo
porta al rattrappimento del mercato interno con l ’immiseri-
mento delle masse, tutto il male della società moderna na­
sce dallo sgretolamento del modo di produzione «populi­
sta», della piccola azienda artigiana. In Nikolaj-on, anzi, l’e­
saltazione della piccola azienda è assai piu chiaramente e
apertamente che in Sismondi il motivo centrale della criti­
ca 2. In definitiva, la realizzazione del prodotto totale capita­
listico all’interno della società è impossibile; può compiersi
solo mediante il commercio estero. Qui, ad onta della diver­
sità dei punti di partenza teorici, Nikolaj-on giunge alle stes­
se conclusioni di Voroncov, la cui morale, applicata alla
Russia, costituisce la giustificazione economica dello scetti­
cismo sull’avvenire capitalistico. In Russia, lo sviluppo ca­
pitalistico, tagliato fuori in partenza dai mercati esteri non
ha prodotto che l’immiserimento delle masse popolari: fa­
vorirlo è dunque un fatale «errore».
Qui giunto, Nikolaj-on tuona come un profeta dell’Anti­
co Testamento: «Invece di attenerci a tradizioni vecchie di
secoli, invece di sviluppare il principio da noi ereditato del-
1 Cfr. Lineamenti della nostra economia sociale dopo la riforma, pp. 202-
205, 338-41.
2 La singolare affinità fra la posizione dei narodniki e quella di Sismondi
è stata particolarmente dimostrata da Vlad. Il'in [Lenin] nel suo articolo
Le caratteristiche del romanticismo economico, apparso nel 1897.
NIKOLAJ-ON 2 77
lo stretto collegamento fra produttori diretti e mezzi di pro­
duzione, invece di sfruttare le conquiste della scienza occi­
dentale per applicarle alle forme di produzione fondate sul
possesso dei mezzi di produzione da parte dei contadini, in­
vece di elevare la produttività del loro lavoro mediante la
concentrazione dei mezzi di produzione nelle loro mani, in­
vece di trar profitto non della forma occidentale di produ­
zione, ma della sua organizzazione, della sua forte coopera­
zione, della sua divisione del lavoro, delle sue macchine ecc.,
invece di svolgere il concetto che sta a base della proprietà
fondiaria contadina ed estenderlo alla lavorazione contadi­
na della terra, invece di aprire al contadiname, a tale scopo,
l’accesso alla scienza e alle sue applicazioni, invece di tutto
ciò abbiamo calcato proprio la via opposta. Non solo non ab­
biamo impedito lo sviluppo di forme di produzione capita­
listiche sebbene basate sull’espropriazione dei contadini,ma
abbiamo favorito con tutte le nostre forze quella paralisi
della nostra vita economica, che ha portato alla carestia del
1891». Il male ha già fatto molta strada, ma non è ancora
troppo tardi per rimediarvi. Al contrario, una completa ri­
forma della politica economica è per la Russia una necessità
imperiosa, di fronte alla incombente proletarizzazione, co­
me lo furono dopo la guerra di Crimea le riforme alessan­
drine. La riforma sociale che Nikolaj-on raccomanda è del
tutto utopistica, e risulta tanto piu banale, nei confronti de­
gli aspetti piccolo-borghesi e reazionari della concezione sis-
mondiana, in quanto il «populista» russo scriveva settan­
tanni dopo. Secondo lui, l’unica tavola di salvezza dall’i­
nondazione capitalistica è per la Russia l’antica obsčina, la
comunità agricola fondata sul possesso comune della terra,
nella quale dovrebbero (mediante provvedimenti che riman­
gono il segreto di Nikolaj-on) essere trapiantati i risultati
della grande industria moderna e della tecnica scientifica,
perché possano servir di base ad una forma di produzione
piu alta, «socializzata». L ’unica scelta per la Russia sarebbe
in questa alternativa: o il rifiuto dello sviluppo capitalistico
o la morte '.
1 L in e a m e n ti d e lla n o stra ec o n o m ia so c ia le d o p o la rifo rm a, pp. 322 sgg.
Ben diversamente giudicava Engels la situazione russa. Egli cercò ripetuta-
278 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

Così, dopo una critica demolitrice del capitalismo, Niko-


laj-on giunge alla stessa vecchia panacea del «populismo»,
che verso la metà del secolo era stata vantata, certo con piu
ragione, come un’arra «specificatamente russa» di superiori
sviluppi sociali, e che già nel 1875 Engels definiva (cfr.
il suo articolo Flüchtlingsliteratur, pubblicato nel «Volkss­
taat») come un residuo non vitale di correnti antichissime
a carattere reazionario. « L ’ulteriore sviluppo della Russia
nel senso borghese — scriveva allora Engels - porterebbe
sempre piu allo sbriciolamento della proprietà comune del
suolo, senza bisogno che il governo russo intervenga con

mente di far capire a Nikolaj-on che per la Russia lo sviluppo della grande
industria era inevitabile e che le sofferenze di quel paese non erano se non i
tipici contrasti del capitalismo. Scrive il 22 settembre 1892: «Io sostengo
che, ai nostri giorni, produzione industriale significa grande industria, con
vapore, elettricità, filatoi e telai automatici e, infine, macchine che produco­
no macchine. Dal momento che la Russia ha introdotto le ferrovie, l’intro­
duzione di questi moderni mezzi di produzione le si è imposta come necessi­
tà inderogabile. Voi dovete riparare le vostre locomotive, i vostri vagoni, i
vostri tronchi ferroviari, e potete farlo a buon mercato solo mettendovi in
grado anche di costruire in casa vostra ciò che intendete riparare. Dal mo­
mento che la guerra come tecnica è divenuta un ramo particolare della gran­
de industria (corazzate, artiglieria pesante, cannoni e fucili a ripetizione e a
fuoco rapido, pallottole con rivestimento di acciaio, polvere senza fumo
ecc.), la grande industria senza la quale nessuna di queste cose si può fabbri­
care è divenuta una necessità politica. Non si può produrre nulla di tutto
ciò senza un’industria metalmeccanica altamente sviluppata; e questa è im­
possibile senza uno sviluppo corrispondente in tutte le altre branche indu­
striali, specialmente in quella tessile».
E piu avanti nella stessa lettera: «Finché l’industria russa si limita a
rifornire il mercato interno, la sua produzione non può soddisfare che il con­
sumo nazionale; ma questo può crescere solo lentamente e, date le odierne
condizioni della Russia, dovrebbe perfino ridursi. Uno dei fenomeni che ac­
compagnano necessariamente lo sviluppo della grande industria, è che que­
sta distrugge il proprio mercato interno con lo stesso processo mediante il
quale lo crea. Lo crea distruggendo le basi dell’industria domestica contadi­
na; e senza industria domestica i contadini non possono vivere. Come colti­
vatori essi sono rovinati, il loro potere d’acquisto viene ridotto al minimo;
e, finché non si saranno adattati alle nuove condizioni di esistenza come
proletari, costituiscono per le fabbriche nascenti un mercato da poco.
«La produzione capitalistica, essendo una fase transitoria, è irta di con­
traddizioni intrinseche, che si svolgono e appaiono evidenti man mano che
essa si sviluppa. Una di tali contraddizioni è appunto la tendenza a distrug­
gere il proprio mercato interno nell’atto stesso in cui lo crea. Un’altra è la
via senza uscita alla quale essa porta, e che, in un paese senza mercato este­
ro come la Russia, si profila prima ancora che in paesi piti o meno in grado
di competere sul mercato mondiale. Per questi, tale situazione senza sbocco
apparente si risolve in cataclismi commerciali, cioè nell’apertura di nuovi
NIKOLAJ-ON 279
“ baionette e knut” [come i rivoluzionari populisti imma­
ginavano che avrebbe fatto. R. L .]... Sotto la pressione del­
le imposte e dell’usura la proprietà comune del suolo ces­
sa d ’essere un bene, per diventare una catena. I contadini
spesso l’abbandonano, con o senza famiglia, per trovar la­
voro come operai vaganti, e lasciano la terra. Come si vede,
la proprietà comune in Russia ha da tempo chiuso il suo pe­
riodo di fioritura e con tutta probabilità scivola verso la de­
cadenza». Cosi, Engels, diciotto anni prima del fondamen­
tale scritto di Nikolaj-on, aveva, nella questione déü’obsêi-
na, afferrato il toro per le corna '. Quando Nikolaj-on rievo-
mercati con la forza; ma anche cosi, è evidente che ci si muove in un circolo
vizioso. Prendete l’Inghilterra. L’ultimo mercato nuovo che possa alimenta­
re una ripresa almeno temporanea della sua prosperità è la Cina; ecco perché
il capitale inglese insiste per costruirvi ferrovie. Ma queste significano la di­
struzione delle fondamenta della piccola agricoltura e dell’industria dome­
stica patriarcale e, in Cina, dove manca il controveleno di una grande indu­
stria indigena, centinaia di individui sono ora minacciati di indigenza com­
pleta. L ’effetto sarà un’emigrazione in massa come il mondo non ne ha mai
viste; un’inondazione dell’America, dell’Europa e dell’Asia da parte degli
odiati Cinesi; una loro concorrenza con la manodopera americana, australia­
na ed europea, sulla base del concetto cinese di un livello di vita tollerabile,
che è notoriamente il piu basso di tutto il mondo; finché il sistema di pro­
duzione, se non sarà già stato rivoluzionato, lo sarà per forza di cose» [trad,
russa delle lettere di Marx ed Engels a Nikolaj-on, a cura di G. Lopatin,
Pietersburg 1908, p. 79; qui riprodotte da m a r x -e n g e l s , India, Cina, Rus­
sia, Il Saggiatore, 2a ed., Milano 1965, pp. 265, 266-67]. Pur seguendo at­
tentamente lo sviluppo della situazione russa e interessandovisi vivamente,
Engels rifiutò tuttavia di immischiarsi in alcun modo nella polemica. In una
lettera del 24 novembre 1894, di poco anteriore alla sua morte, cosi diceva:
«I miei amici russi mi tempestano quasi ogni giorno e ogni settimana di
inviti a intervenire contro riviste e libri russi nei quali le parole del nostro
autore [cosi Engels chiama Marx nell’epistolario] sono non soltanto inter­
pretate a sproposito, ma citate scorrettamente; e mi si assicura che bastereb­
be il mio intervento per mettere le cose in chiaro. Io, invece, rispondo co­
stantemente picche, non potendo, senza interrompere l’attività seria, lasciar­
mi trascinare in una polemica condotta in un paese lontano, in una lingua
che non conosco correntemente come le lingue a me piu note dell’Occidente
europeo, e in una letteratura della quale non mi capitano sott’occhio che ca­
suali frammenti, senza permettermi di seguire la discussione in modo siste­
matico e serio in tutte le sue fasi e particolarità. V’è un po’ dappertutto gen­
te che, una volta presa una posizione, non si perita, per difenderla, di ricor­
rere alla falsificazione del pensiero altrui e alle manipolazioni piu sfrontate,
e se ciò è accaduto per il nostro autore, temo forte che finirebbe per accadere
anche per me, ed io sarei costretto a intervenire nel dibattito prima per la
difesa altrui, poi per la mia» {ibid., p. 90).
1 [Per una raccolta praticamente completa degli articoli, lettere e giudizi
sulle prospettive di evoluzione economica della Russia dopo il i860, cfr. In­
dia, Cina, Russia, pp. 211-304].
28o ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

ca allegramente lo stesso spettro, l’anacronismo era tanto


piu smaccato in quanto solo dieci anni dopo fu lo stato me­
desimo a celebrare la sepoltura ufficiale dell’obščina. Il go­
verno assolutista, che per mezzo secolo aveva cercato di te­
nere in piedi con la forza, a scopi fiscali, l’intero apparato
della comunità contadina, si vide costretto ad abbandonare
questo lavoro di Sisifo. Ben presto, nella questione agraria
come fattore dominante della rivoluzione russa, doveva di­
mostrarsi quanto l’antico sogno dei «populisti» fosse pas­
sato, di fronte all’effettivo evolversi della realtà economica,
in secondo piano, e con quale impeto invece l’evoluzione
capitalistica, da essi sdegnata come non vitale, dimostrasse
fra tuoni e fulmini la propria capacità di vita e la fecondità
del suo lavoro. Questa svolta, verificatasi in un ambiente
storico profondamente mutato, doveva mostrare in modo
definitivo che una critica sociale del capitalismo fondata
teoricamente sul dubbio nelle sue possibilità di sviluppo
sfocia per logica fatale in un’utopia reazionaria - nella Fran­
cia del 1819 come nella Germania del 1842 e nella Russia
del 1893 *.1

1 Del resto, nonostante tutto ciò che è avvenuto in Russia, i teorici so­
pravvissuti del pessimismo populista, come Voroncov, sono rimasti fedeli
fino all’ultimo alle loro concezioni, cosa che fa più onore al loro carattere
che al loro cervello. Nel 1902, riferendosi alla crisi 1900-902, V. V. scrive­
va: «La teoria dogmatica del neomarxismo perde rapidamente la sua influen­
za sugli spiriti, e la mancanza di radici dei piu recenti successi dell’indivi­
dualismo è apparsa chiara anche ai suoi apologeti ufficiali... Così, nel primo
decennio del secolo xx, torniamo alla stessa interpretazione dello sviluppo
economico della Russia che la generazione dell’ottavo decennio del seco­
lo XIX aveva lasciato in eredità alle generazioni successive» (cfr. la rivista
«L ’economia popolare», ottobre 1902, cit. in A. finn -enotaevskij, L’attuale
economia russa, Petersburg 1911, p. 2). Gli ultimi mohicani della populiste-
ria concludono, invece che alla «mancanza di radici» della propria teoria,
alla «mancanza di radici» della... realtà economica - vivente smentita alla
frase di Barère: «Il n’y a que les morts qui ne reviennent pas».
CAPITOLO V EN TU N ESIM O

L E « T R E P E R S O N E » E I T R E IM P E R I MONDIALI
DI STR U V E

Veniamo ora alla critica delle suddette concezioni svolta


dai marxisti russi.
Peter v. Struve, che nel 1892 aveva pubblicato nel «S o ­
zialpolitische Centralblatt» (anno in , n. 1) una recensione
elogiativa del libro di Nikolaj-on, nel 1894, nel suo Zur
Beurteilung der kapitalistischen Entwicklung Russlands,
sottopone le teorie «populiste» ad una serrata critica. Tut­
tavia, nella questione che ci interessa direttamente, Struve
si limita, sia di fronte a Voroncov che nei riguardi di Niko­
laj-on, a dimostrare che il capitalismo non solo non restrin­
ge ma anzi allarga il proprio mercato interno. L ’errore di
Nikolaj-on (ereditato del resto da Sismondi) è infatti pale­
se. Entrambi rappresentano solo una faccia del processo di
erosione capitalistica delle forme di produzione tradizionali
della piccola azienda. Vedono soltanto l’abbassamento del
tenore di vita, l’immiserimento di larghi strati della popo­
lazione, che da quel processo si originano. Non osservano
ciò che l’altra faccia di questo comporta: eliminazione del­
l’economia naturale e sostituzione ad essa, nelle campagne,
dell’economia mercantile. Ma ciò significa che il capitali­
smo, trascinando nella sua orbita sempre nuovi strati di
produttori un tempo indipendenti e corporativi, trasforma
di continuo nuovi strati sociali in acquirenti delle sue mer­
ci. Il moto dell’evoluzione capitalistica è dunque proprio
l’opposto di quello che, sull’esempio di Sismondi, i «popu­
listi» raffigurano: esso non annienta il proprio mercato in­
terno, ma lo crea, in origine, proprio mediante la dilatazio­
ne dell’economia monetaria.
Per quanto riguarda in particolare la teoria di Voroncov
282 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

sull’irrealizzabilità del plusvalore sul mercato interno, Stru­


ve la demolisce con l’argomentazione che segue. La base
della teoria di Voroncov consiste in ciò, che una società ca­
pitalistica sviluppata è composta esclusivamente di impren­
ditori e lavoratori. Sullo stesso presupposto opera sempre
anche Nikolaj-on. È chiaro che, da questo punto di vista, la
realizzazione del prodotto totale capitalistico diventa in­
comprensibile. La teoria di Voroncov è giusta nei limiti in
cui «constata il fatto che il plusvalore non può essere rea­
lizzato né mediante il consumo dei capitalisti né mediante
quello dei lavoratori, ma presuppone il consumo di terze
persone»1. Ora, nella società capitalistica queste «terze per­
sone» esistono. L ’ipotesi di Voroncov e di Nikolaj-on non
è se non una finzione, incapace «d i portarci avanti di un ca­
pello nella comprensione dei processi storici»2. Non esiste
società capitalistica, per quanto altamente sviluppata, che
sia composta soltanto di imprenditori e di operai. «Nella
stessa Inghilterra e Galles, su 1000 abitanti attivi 545 sono
assorbiti dall’industria, 172 dal commercio, 140 dall’agri­
coltura, 81 da lavori salariati indeterminati e fluttuanti e
62 dall’apparato statale, dalle professioni libere ecc.». Dun­
que, nella stessa Inghilterra esistono masse di «terze per­
sone», e appunto queste permettono col loro consumo la
realizzazione del plusvalore, per quel tanto che non è consu­
mato dagli stessi capitalisti. Struve lascia aperta la questio­
ne se il consumo di queste « terze persone » basti o no a rea­
lizzare l’intero plusvalore; resterebbe «comunque da dimo­
strare il contrario»3. Per la Russia, grande paese a enorme
popolazione, nessuno potrà in ogni caso dimostrarlo. La
Russia si trova infatti nella fortunata situazione di poter
fare a meno di mercati esteri, favorita in ciò (e qui Stru­
ve prende in prestito dall’arsenale dei professori Wagner,
Schäffle e Schmoller) dallo stesso destino che gli Stati Uni­
ti d ’America. «Se l’esempio dell’Unione nordamericana di­
mostra qualcosa, è appunto il fatto che, in determinate cir­
costanze, l’industria capitalistica può raggiungere un alto
1 Zur Beurteilung der kapitalistischen Entwicklung Kusslands, p. 251.
2 Ibid., p. 25J.
3 Ibid., p. 252.
L E « T R E P E R SO N E » E I TRE IM P ER I DI STRUV E 283
livello di sviluppo appoggiandosi quasi esclusivamente sul
mercato interno» Lo prova la limitata esportazione indu­
striale degli Stati Uniti nel 1882. E Struve formula questa
tesi generale: «Quanto piu vasto è il territorio e piu eleva­
ta la popolazione, tanto meno l’evoluzione capitalistica ha
bisogno di mercati esteri»; e ne deduce per il capitalismo
in Russia —proprio all’opposto dei populisti - un avvenire
piu splendido che in altri paesi. «L o sviluppo progressivo
dell’agricoltura sulla base della produzione di merci deve
creare un mercato di sbocco sul quale il capitalismo indu­
striale russo si appoggerà nella sua evoluzione. Questo mer­
cato può crescere illimitatamente nella misura in cui pro­
gredirà lo sviluppo economico e culturale del paese e, con
esso, lo sgretolamento dell’economia naturale. Sotto que­
st’aspetto, il capitalismo in Russia si trova in condizioni piu
favorevoli che in altri p a e si»12. E Struve si dilunga a trac­
ciare un quadro colorito dell’apertura di nuovi mercati di
sbocco in Russia, grazie alla ferrovia siberiana in Siberia,
nell’Asia centrale ed anteriore, in Persia, nei paesi balcani­
ci, non accorgendosi, nell’ardore della profezia, di esser pas­
sato dal mercato interno « illimitatamente crescente » a ben
definiti mercati esteri, cosi come, qualche anno dopo, pas­
serà politicamente nel campo di quel capitalismo russo pie­
no di speranze, al cui programma liberale di espansione im-

1 Zur Beurteilung der kapitalistischen Entwicklung Russlands, p. 260.


«[Struve] ha decisamente torto quando, per smentire quelle che definisce le
vostre previsioni pessimistiche, paragona lo stato attuale della Russia a quel­
lo dell’America. Egli pensa che gli effetti sgradevoli del capitalismo moder­
no saranno superati in Russia con la stessa facilità che negli Stati Uniti, di­
menticando con ciò che gli Stati Uniti nacquero moderni e borghesi, venne­
ro fondati da piccoli-borghesi e agricoltori sfuggiti alla morsa del feudalesi­
mo europeo per costruire oltre Oceano una società puramente borghese,
mentre in Russia esiste una base di comuniSmo primitivo, una società preci­
vile e gentilizia che cade bensì in frantumi, ma fornisce pur sempre la sotto­
struttura, la materia prima sulla quale e con la quale la rivoluzione capitali­
stica (giacché di un’autentica rivoluzione sociale si tratta) agisce ed opera.
In America l’economia monetaria è vecchia di oltre un secolo; in Russia, la
regola era quasi esclusivamente l’economia naturale. Va quindi da sé che, in
Russia, tale metamorfosi debba assumere forme infinitamente piu violente e
radicali, ed essere accompagnata da sofferenze incommensurabilmente piu
grandi, che in America» (lettera di Engels a Nicolaj-on, 17 ottobre 1893, ed.
cit., p. 83 [qui da India, Cina, Russia, pp. 270-71]).
2 Zur Beurteilung der kapitalistischen Entwicklung Russlands, p. 284.
284 ESPO SIZIO N E STORICA DEL PROBLEM A

penalistica aveva offerto già, come «m arxista», solide basi


teoriche.
In realtà l’argomentazione di Struve, se tradisce un vigo­
roso ottimismo sulle illimitate possibilità di sviluppo della
produzione capitalistica, manca però di una seria giustifica­
zione economica di questo ottimismo. Il pilastro fondamen­
tale dell’accumulazione di plusvalore è, per Struve, costi­
tuito dalle «terze persone». È vero che egli non spiega che
cosa intenda con questo termine, ma dal riferimento alle
statistiche professionali inglesi appare chiaro ch’egli allude
ai diversi impiegati privati, funzionari statali, liberi profes­
sionisti, insomma al famoso grand public al quale gli econo­
misti volgari sogliono ricorrere quando non hanno di meglio
sottomano, e di cui Marx affermò che rende agli economisti
il prezioso «servizio» di spiegar le cose di cui manca loro la
spiegazione. In realtà, quando si parla in senso categorico
di consumo dei capitalisti, non ci si riferisce agli imprendi­
tori come persone singole, ma alla classe capitalistica nel
suo insieme, comprese le necessarie appendici di impiegati
privati, funzionari statali, professionisti «liberi» ecc. Tutte
queste «terze persone», che in nessuna società capitalistica
mancano, sono per lo piu, economicamente, con-divoratori
del plusvalore, per quel tanto almeno che non sono compar­
tecipi del salario operaio. I loro mezzi di acquisto, essi pos­
sono derivarli (come appunto fanno in realtà) sia dal salario
del proletariato sia dal plusvalore, ma nell’insieme vanno
considerati con-divoratori del plusvalore. Il loro consumo è
perciò incluso nel consumo della classe capitalista e, se Stru­
ve li fa riapparir sulla scena da un’altra porta e li affianca ai
capitalisti come «terze persone» per toglierlo dall’imbaraz­
zo e aiutarli a realizzare il plusvalore, allo scaltro profittato-
re basterà lanciare uno sguardo a questo «gran pubblico»
per riconoscervi la folla dei suoi parassiti, che prima gli tol­
gono di tasca il denaro per poi, con lo stesso denaro, com­
prargli le merci. E Struve si ritrova al punto di prima.
Altrettanto insostenibile è la sua teoria dello sbocco e-
stero e della sua importanza agli effetti della produzione ca­
pitalistica. Struve segue in questo la concezione meccanica
dei «populisti» secondo cui un paese capitalistico, seguen­
LE « T R E P E R SO N E » E I TRE IM P E R I DI STRUVE 285

do lo schema di un libro scolastico, prima tosa a fondo il


«mercato interno», poi, quando questo è completamente e-
saurito, va alla ricerca di mercati esteri. Partendo da questo
angolo visuale, Struve, sulle orme di Wagner, SchäfHe e
Schmoller, giunge all’assurda teoria che un paese con una
popolazione numerosa e un «vasto territorio» possa costi­
tuire, nella sua produzione capitalistica, un «tutto chiuso»,
e accontentarsi per un «tempo indefinito» del proprio mer­
cato interno1. In realtà, la produzione capitalistica è per sua
natura una produzione mondiale e, inversamente a quanto
dovrebbe accadere secondo la ricetta pedantesca del profes-
sorume tedesco, comincia fin dall’infanzia a produrre per il
mercato mondiale. Le sue branche piu ricche di iniziativa,
in Inghilterra - l’industria tessile, l’industria del ferro e del
carbone - cercavano già uno sbocco in tutti i paesi e le par­
ti del mondo, quando ancora nell’interno del paese il pro­
cesso di erosione della proprietà contadina e di declino del-
l’artigianato e dell’antica produzione domestica era lontano

1 II lato reazionario della teoria professionale dei «tre imperi mondiali»


(Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti) è messo in chiara luce dal professor
Schmoller là dove scuote amaramente il vecchio capo saggio sulle cupidigie
«neomercantilistiche» (imperialistiche) dei tre grandi predoni e, per gli sco­
pi di una piu alta civiltà spirituale, morale ed estetica e del progresso socia­
le, chiede una forte flotta tedesca e un’unione doganale europea dirette con­
tro l’Inghilterra: «In questa tensione economica mondiale, il primo dovere
che si ponga alla Germania è di crearsi una forte flotta per essere eventual­
mente desiderata, in pieno arredo di guerra, come partner delle potenze
mondiali. Essa non può e non deve condurre una politica di conquista come
le tre potenze mondiali [cui tuttavia il signor Schmoller non vuol muovere
“ alcun rimprovero ” per aver “ ripreso la via delle gigantesche conquiste co­
loniali” ]; ma deve poter rompere un eventuale blocco nemico del Mare del
Nord, proteggere le sue colonie e il suo grande commercio, e poter offrire
pari sicurezza agli stati che a lei si alleassero. La Germania, come rAustria-
Ungheria e l’Italia sue alleate, hanno insieme con la Francia il compito di
mettere un freno alla politica troppo aggressiva (e minacciosa per tutti gli
stati di media importanza) delle tre potenze mondiali; freno desiderabile
nell’interesse dell’equilibrio politico e della conservazione di tutti gli altri
stati; freno nella conquista, nella espansione coloniale, nell’esagerata poli­
tica protezionista, nello sfruttamento e nella manipolazione dei deboli... An­
che le finalità di ogni cultura spirituale, morale, estetica piu alta, di ogni
progresso sociale sono legate al fatto che nel xx secolo l’intero orbe terrac­
queo non sia suddiviso fra i tre imperi mondiali e che questi non impongano
un brutale neomercantilismo» (Die Wandlungen in der europäischen Han­
delspolitik des 19. Jahrhunderts, in «Jahrbuch für Gesetzgebung, Verwal­
tung und Volkswirtschaft», XXIV, p. 381).
286 ESPO SIZIO N E STORICA D EL PROBLEM A

dal concludersi. E si provi un po’ a dare all’industria chimica


o elettrotecnica tedesca il saggio consiglio di limitarsi - an­
ziché lavorare, come ha fatto fin dalla nascita, per le cinque
parti del mondo - al mercato interno, che in tanti altri ra­
mi è ben lungi dall’essere esaurito dall’industria nazionale
perché rifornito in massa di prodotti esteri. O si spieghi al­
l’industria meccanica tedesca che non deve ancora gettarsi
sui mercati esteri dato che, come risulta dalla statistica del­
le importazioni in Germania, una gran parte del fabbisogno
tedesco in prodotti di questo ramo è coperto mediante for­
niture straniere. Dal punto di vista di questo schema del
«commercio estero», l ’intreccio del mercato mondiale, con
le sue molteplici ramificazioni e con le mille e mille sfuma­
ture della divisione del lavoro, è incomprensibile. Lo svi­
luppo industriale degli Stati Uniti, oggi divenuti un perico­
loso concorrente dell’Inghilterra sul mercato mondiale, an­
zi sullo stesso mercato inglese (come del resto battono an­
che nell’elettrotecnica la concorrenza tedesca sul mercato
mondiale e nella stessa Germania), ha dato la piu completa
smentita alle deduzioni di Struve, d ’altronde già antiquate
nel tempo in cui le scriveva.
Struve accetta anche la tesi dei populisti russi, secondo
cui le connessioni internazionali dell’economia mondiale ca­
pitalistica, con la sua tendenza storica alla formazione di un
vivente organismo unitario con una divisione sociale del la­
voro poggiante su tutta la varietà delle ricchezze naturali e
dei fattori produttivi del globo, andrebbero sostanzialmen­
te ridotte alla scala della normale preoccupazione del mer­
cante di trovarsi un «mercato». Il ruolo fondamentale del­
l’illimitato rifornimento dell’industria capitalistica in mez­
zi di sussistenza, materie prime e sussidiarie, e forze-lavo­
ro, fondato sul mercato mondiale allo stesso titolo dello
smercio dei prodotti finiti, risulta, nella finzione dei tre im­
peri mondiali di Wagner e Schmoller (l’Inghilterra con le
sue colonie, la Russia e gli Stati Uniti), che anche Struve ac­
cetta, completamente ignorato o ridotto artificialmente ai
minimi termini. Basterebbe la storia dell’industria cotonie­
ra inglese, che include in sé, in forma sintetica, la storia del
capitalismo in generale e che ebbe per scenario durante tut-
L E « T R E P E R SO N E » E I TRE IM P E R I DI STRUV E 287
t o i l s e c o l o X IX l e c i n q u e p a r t i d e l m o n d o , a c o p r i r e d i r i d i ­
c o lo q u e s t a c o n c e z io n e p r o f e s s o r a le , il c u i s o lo s ig n ific a to
c o n c r e t o s t a n e l l ’o f f r i r e u n a c o n t o r t a g i u s t i f i c a z i o n e t e o r i c a
al siste m a p r o te z io n istic o .
CAPITOLO V EN TID U ESIM O

BULGAKOV E IL SUO «C O M P L E T A M E N T O »
D E L L ’A N A LISI MARXIANA

Il secondo critico dello scetticismo «populista», S. Bul­


gakov, rigetta subito, con un’alzata di spalle, la teoria delle
«terze persone» come ancora di salvezza dell’accumulazio­
ne capitalistica. «L a maggioranza degli economisti (fino a
Marx) ha risolto il problema nel senso che sono necessarie
delle “ terze persone” per sciogliere come dei ex machina il
nodo gordiano, cioè per consumare il plusvalore. Come tali
compaiono ora proprietari terrieri dediti a una vita di lusso
(come in Malthus), ora capitalisti spendaccioni, ora il mili­
tarismo, e via discorrendo. Senza questi mezzi straordinari
il plusvalore non trova sbocco, si coagula sui mercati e pro­
voca sovraproduzione e crisi» \ «Cosi, il signor Struve am­
mette che la produzione capitalistica possa, nel suo svilup­
po, appoggiarsi al consumo di fantastiche terze persone.
Ma dov’è la sorgente del potere d’acquisto di questo grand
public la cui particolare vocazione è di consumare il plus­
valore?» 12. Da parte sua, Bulgakov rimette il problema sul­
le basi dell’analisi del prodotto sociale totale e della sua ri-
produzione svolta nel II libro del Capitale. Il problema del­
l’accumulazione è risolvibile soltanto cominciando dall’ac­
cumulazione semplice e chiarendone il meccanismo. Impor­
ta soprattutto essere in chiaro sul consumo del plusvalore e
dei salari dei rami della produzione che producono beni non
consumabili e sulla circolazione della parte del prodotto so­
ciale totale rappresentante il capitale costante consumato:
nuovo campo dell’analisi sfuggito all’attenzione degli eco-

1 s. Bulgakov, Sui mercati di sbocco della produzione capitalistica. Uno


studio teorico, Moskva 1897, p. 15.
2 Ibid., p. 32, nota.
BULGAKOV E L ’AN A LISI MARXIANA 289
nomisti e aperto per la prima volta da Marx. «Per risolvere
questo problema, Marx divide tutte le merci prodotte in
regime capi