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Fondazione della metafisica dei costumi (Immanuel

Kant)
PARTE II: PASSAGGIO DALLA FILOSOFIA MORALE POPOLARE ALLA
METAFISICA DEI COSTUMI

Se guardassimo all’esperienza degli uomini, dovremmo concludere che le


loro azioni sono solo falsamente sorrette da valori morali, in quanto sono
state mosse più che altro dall’amor proprio, più o meno affinato.
 Infatti
anche se qualcosa accade conformemente a ciò che il dovere comanda, non
è detto che accada per dovere e quindi abbia un valore morale.

Molti filosofi hanno criticato l’uomo per il suo continuo uso della ragione
non per dar leggi ma per curare le proprie inclinazioni, sia singolarmente
sia collettivamente.
 In realtà è impossibile riportare anche un solo caso in
cui un’ azione conforme al dovere sia stata effettivamente sostenuta da
fondamenti morali.

Si potrebbe persino mettere in dubbio se davvero nel mondo esistano


autentiche virtù.
 Ciò che può proteggerci dalla perdita delle nostre idee
del dovere è la convinzione, che seppure non vi siano stati esempi concreti,
le azioni siano comunque comandate dalla ragione (es. lealtà nell’amicizia
anche se non c’è mai stato l’esempio di un amico leale).
 Il dovere sta
nell’idea di una ragione che determini la volontà per mezzo di principi a
priori.
 Non si può mettere in dubbio che la legge della moralità sia tanto
ampia da comprendere ogni essere razionale (non solo l’uomo) in modo
assolutamente necessario perché nessuna esperienza può autorizzare a
concludere che non siano possibili tali leggi necessarie.
 In che modo infatti
le leggi della moralità potrebbero determinare la volontà di ogni essere
razionale se fossero solo empiriche e se non avessero quindi origini a
priori?
 Basti pensare all’idea di Dio, che la ragione traccia a priori e che
connette con il concetto di una volontà libera.
 In cose attinenti alla morale
gli esempi pongono solo fuori da ogni dubbio l’attuabilità di ciò che la
ragione comanda.
 Se la moralità dovesse appoggiarsi solo sulla ragione
pura, non occorrerebbe domandarsi se fosse bene presentare i concetti ad
essa attinenti in forma generale, così come sussistono a priori.
 Se si
dovesse scegliere tra la metafisica dei costumi (conoscenza razionale pura)
e la filosofia popolare sarebbe inevitabile che la bilancia pendesse verso la
seconda.
 La condiscendenza verso concetti popolari sarebbe lodevole
quando si sia prima innalzata ai principi della ragion pura (ogni forma di
conoscenza che si ha a prescindere dall'esperienza, quindi a priori), e abbia
raggiunto completo soddisfacimento, e questo significherebbe fondare la
dottrina dei costumi sulla metafisica (concentra la propria attenzione su ciò
che ritiene essere eterno, stabile, necessario, assoluto, con l'intento di
riuscire a cogliere le strutture fondamentali dell'essere) e poi, una volta ben
salda, procurarle accessibilità mediante l’esposizione popolare.
 I principi
morali non sono fondati sulle proprietà della natura umana ma devono
sussistere a priori, e da esse devono essere dedotte regole pratiche per la
natura umana.
 Il cuore umano influisce più di ogni altro elemento
empirico sulla rappresentazione del dovere e sulla morale.
 Una dottrina
mista, composta da moventi tratti dai sentimenti e da concetti della
ragione, rende l’animo umano esitabile dinnanzi a motivi non riconducibili
ad alcun principio.
 Tutti i concetti morali hanno la loro sede e la loro
origine a priori nella ragione, non possono essere dedotti per astrazione da
alcuna conoscenza empirica e contingente, è in questa purezza della loro
origine la loro dignità, che consente a noi di servircene come principi
pratici.
 La massima necessità dal punto di vista teoretico e la massima
rilevanza pratica richiedono di ricavare concetti e leggi morali dalla ragione
pura, presentandoli così in modo puro, in modo da non far dipendere i
principi dalla particolare natura umana.

Dato che la legge morale deve valere per ogni essere razionale, occorre
dedurre tale legge dal concetto universale di essere razionale.
 Ogni cosa
della natura opera secondo leggi.
 Solo un essere razionale può agire
secondo la rappresentazione delle leggi: ha cioè una volontà.

Perché le azioni derivino dalle leggi è richiesta la ragione, allora la volontà


non è altro che la ragione pratica.
 Se la ragione determina la volontà,
allora le azioni di un tale essere, riconosciute come oggettivamente
necessarie, sono anche soggettivamente necessarie: la volontà ha la
facoltà di scegliere solo ciò che la ragione riconosce come necessario, e
quindi buono.

Se la volontà non è conforme alla ragione, le azioni oggettivamente


necessarie, sarebbero soggettivamente contingenti e la determinazione di
una tale volontà in conformità a leggi oggettive è costrizione.
 La
rappresentazione di un principio oggettivo e costrittivo per una volontà si
chiama comando. La formula del comando si chiama imperativo.

Tutti gli imperativi vengono espressi da un dover essere (rapporto di una


legge oggettiva della ragione con una volontà determinata non in modo
necessario).
 Essi dicono cosa sarebbe bene fare.
 Buono è ciò che
oggettivamente (per mezzo delle rappresentazioni della ragione) determina
la volontà.

E’ diverso dal gradevole, in quanto questo influenza la volontà per mezzo di


sensazioni tratte da cause soggettive.
 Gli imperativi sono formule che
esprimono il rapporto tra leggi oggettive in senso generale con
l’imperfezione soggettiva di questo o quell’ essere razionale.

Tutti gli imperativi comandano:

ipoteticamente, quando rappresentano la necessità pratica di un’azione


possibile come mezzo per ottenere qualcosa che si vuole

categoricamente, quando prescrivono un’ azione oggettivamente


necessaria, senza riferimento ad altro fine

Tutti gli imperativi sono formule di determinazione dell’azione che è


necessaria: se l’azione è buona come mezzo per qualcos’altro, l’imperativo
è ipotetico, se è buona in se stessa, l’imperativo è categorico.
 L’imperativo
dice quale azione possibile per mio mezzo sia buona e rappresenta la
regola pratica in rapporto ad una volontà che non compie un’azione perché
è buona perché:

 non sa che sarebbe buona



 se anche lo sapesse, le sue azioni potrebbe essere contrarie ai principi
oggettivi della ragione pratica.

L’imperativo ipotetico dice che l’azione sarebbe buona per uno scopo
possibile (principio problematicamente pratico) o reale (principio
assertoriamente pratico). L’imperativo categorico vale invece come
principio apoditticamente (necessariamente) pratico, perché definisce
l’azione come necessaria per sé, senza qualche fine.

Tutte le scienze hanno una qualche parte pratica, in quanto presuppongono


compiti in base ai quali alcuni fini sono possibili ed imperativi in base ai
quali questi fini possibili possono essere conseguiti.
 Tali imperativi sono
chiamati imperativi delle abilità ed implicano di usare un certo strumento
per raggiungere uno scopo.

Non ci si domanda se il fine sia buono o no, ma solo cosa cosa si debba
fare per conseguirlo. C’è un fine che si può presupporre come reale in tutti
gli esseri razionali, uno scopo che non semplicemente possono avere ma
che hanno secondo necessità naturale, ovvero quello della felicità.

L’imperativo ipotetico che rappresenti la necessità pratica dell’azione come


mezzo per raggiungere la felicità, è assertorio.

Lo si deve presentare come necessario per raggiungere uno scopo presente


in ogni uomo a priori, perché appartiene alla sua essenza.
 L’abilità nello
scegliere i mezzi per il proprio massimo benessere si può chiamare
prudenza intesa come:

 prudenza mondana che è l’abilità dell’uomo nell’avere influenza


sugli altri, così da usarli per i propri scopi 

 prudenza privata che è il sapere comprendere come unificare
questi scopi per il proprio durevole vantaggio (chi è prudente in
modo mondano e non in privato è imprudente). 


L’imperativo che riferisce alla scelta dei mezzi per la propria felicità resta
ipotetico perché l’azione non viene comandata in modo assoluto ma solo
come mezzo per un altro scopo.
 Infine c’è un imperativo che prescinde
scopi conseguibili mediante un comportamento, e lo comanda
immeditamente. 
 Tale imperativo è detto categorico.
 I caratteri
dell'imperativo categorico sono tali per cui la sua imperatività:


- non è condizionata da nulla (l'obbedire non dipende dal volere qualcosa)


- vale per tutti gli uomini in tutte le condizioni


- esprime una volontà pura, non condizionata empiristicamente


Non riguarda la materia dell’azione e lo scopo che essa dovrebbe


conseguire, ma la forma e il principio da cui l’azione stessa consegue: tale
principio consiste nell’intenzione, qualsiasi sia il risultato.
 Questo
imperativo può chiamarsi imperativo della moralità.
 Il volere è
differenziato per la disuguaglianza nella costrizione della
volontà.
 Abbiamo, come principi base: 


 regole dell’abilità

 consigli della prudenza
 comandi della moralità 


Solo la legge implica il concetto di necessità incondizionata, oggettiva e


universalmente valida: i comandi sono leggi alle quali obbedire, a cui si
deve dar seguito anche contro l’inclinazione.
 Il consiglio contiene
necessità, soggettive e contingenti, valide per un solo uomo che annoveri
una determinata cosa nella sua felicità. 
 L’imperativo categorico invece
non è condizionato ed è necessario, perciò può chiamarsi
comando.
 Possiamo quindi distinguere tra: 


1. imperativi tecnici, propri dell’arte


2. imperativi pragmatici, proprio del benessere


3. imperativimorali,propri del libero agire in generale,ossia dei costumi 


Come sono possibili tutti questi imperativi?
 Questa domanda richiede di


sapere, non tanto come possa esser pensata l’esecuzione dell’azione, ma
come possa esser pensata la costrizione della volontà che l’imperativo
esprime nel compito.
 Nell’ imperativo dell’abilità, ciò è piuttosto
comprensibile: chi vuole il fine, vuole anche il mezzo necessario per
raggiungere il fine.
 Questa proposizione è analitica perché nel volere un
oggetto viene pensato già l’uso dei mezzi. Quando io voglio qualcosa mi
figuro già l’uso di un determinato mezzo per ottenere quel qualcosa.
 Gli
imperativi della prudenza sarebbero anch’essi analitici.
 Anche in questo
caso si potrebbe dire: chi vuole il fine, vuole anche il mezzo che è in suo
potere per ottenerlo.
 Ma il concetto di felicità è così indeterminato che,
sebbene ogni uomo voglia raggiungerla, nessuno determina cosa voglia e
cosa davvero desideri.
 Tutti gli elementi riguardanti la felicità sono
empirici, cioè tratti dall’esperienza.
 Ma è pur vero che la felicità esige un
tutto assoluto, un massimo di benessere nel presente e nel futuro.
 E’
impossibile che anche l’essere più intelligente e più potente riesca ad
individuare cosa propriamente vuole.
 L’uomo non è in grado di
determinare con certezza ciò che lo renderebbe veramente felice, dovrebbe
essere onnisciente. 


Per essere felici non si può agire secondo principi determinati, ma secondo
consigli empirici che l’esperienza indica come quelli che meglio promuovono
il benessere.
 Da ciò consegue che gli imperativi della prudenza non sono
comandi, ma consigli, non possono cioè presentare azioni come
oggettivamente necessarie.

Il compito di determinare con certezza cosa può rendere felice ogni essere
razionale è irrisolvibile, e quindi non è possibile alcun imperativo che
comandi di fare ciò che rende felici perché la felicità non è un ideale della
ragione ma dell’immaginazione, che riposa solo su fondamenti empirici.

Questo imperativo di prudenza sarebbe quindi una proposizione analitico-


pratica, perché il fine è solo possibile, ma poiché comanda solo i mezzi
rivolti a ciò che si presuppone si voglia come fine, allora è analitico.
 Come
sia possibile l’ imperativo della moralità è una questione che esige una
risposta. Quest’ imperativo non è ipotetico e quindi la necessità
rappresentata oggettivamente non può appoggiarsi ad alcun presupposto.

Bisogna perciò occuparsi di quegli imperativi categorici che possono essere,


in realtà, celatamente ipotetici.
 Solo l’imperativo categorico può essere
inteso come legge pratica, mentre gli altri possono essere chiamati solo
principi della volontà, perché ciò che è necessario fare per raggiungere uno
scopo può essere considerato contingente e noi possiamo liberarci dalla
prescrizioni solo abbandonando lo scopo.

Invece il comando incondizionato non permette alla volontà alcuna


preferenza per il suo contrario e quindi è il solo a comportare quella
necessità che noi esigiamo dalla legge. L’imperativo categorico è una
proposizione sintetico-pratica a priori.
 Quando pensiamo ad un imperativo
ipotetico, non sappiamo cosa esso conterrà (almeno finchè non me ne sia
data la condizione).

Se invece pensiamo ad un imperativo categorico sappiamo sin da subito ciò


che contiene (oltre alla legge): la necessità che la massima (principio
soggettivo dell’agire) sia conforme a tale legge, la quale è incondizionata o
limitata ma universale.
 La massima dell’azione deve essere conforme
all’universalità e solo così questa conformità è per l’imperativo necessaria.

L’imperativo categorico è uno solo: agisci come se la massima della tua


azione dovesse diventare per mezzo della tua volontà una legge
universale.
 Poiché l’universalità della legge costituisce ciò che si chiama
natura in senso generale, l’imperativo diviene: agisci come se la massima
della tua azione dovesse diventare per mezzo della tua volontà una legge
universale della natura.

I doveri si differenziano in:

 doveri verso se stessi


 doveri verso gli altri
 doveri perfetti
 doveri imperfetti

Facciamo degli esempi:

 Tizio, a causa di una serie di mali, si sente disgustato dalla vita e


vuole porle fine. Egli prova se la massima della sua azione (il suicidio)
potrebbe diventare legge universale di natura. Sarebbe una
contraddizione se in seno ad una natura ci fosse una legge, che
seppur spinta il promuovimento della vita, tendesse alla sua
distruzione: contraddirebbe se stessa e non sussisterebbe come
natura, quindi quella massima sarebbe impossibile da mantenere 

 Caio, si vede pressato dal bisogno a prendere in prestito del denaro, e
promette di restituirlo, pur sapendo di non poterlo fare. Il suo
promettere è giustificato dal fatto che altrimenti non riceverebbe
aiuto. L’universalità di una legge per cui ognuno, in stato di bisogno,
potesse promettere quel che gli aggrada con il proposito poi di non
mantenere la promessa, renderebbe impossibile il promettere stesso
e il fine che con esso si potrebbe ottenere, poiché nessuno crederebbe
a ciò che viene promesso 

 Sempronio, trova in sé stesso un talento, e seppur benestante, decide
di non svilupparlo, preferendo spendere i propri denari godendo
appieno la vita. Secondo una tale legge universale, una natura
potrebbe sussistere, ma è impossibile che egli possa volere che la
massima diventi legge universale, perchè in quanto essere razionale,
egli vuole sviluppare tutte le facoltà in lui 

 Mevio, al quale tutto va bene, decide di non aiutare coloro che devono
lottare contro grandi disagi, né sottrarre loro qualcosa. Se una tale
legge divenisse universale il genere umano sussisterebbe ma è
impossibile volere che una tale massima diventi universale perché una
volontà del genere si contraddirebbe in quanto potrebbero presentarsi
occasioni in cui si abbia bisogno di aiuto da altri e con una legge del
genere ci si priverebbe di ogni speranza

E’ necessario poter volere che una massima delle nostre azioni divenga
legge universale: questo è il criterio del giudizio morale sulla massima.
 Vi
sono azioni la cui massima non può in nessun caso essere pensata come
legge universale, ancora meno si può volere che essa lo diventi.

In altre azioni, seppur sia pensabile che la massima divenga legge


universale, è impossibile volere che ciò accada, perché una tale volontà si
contraddirebbe.
 Quando trasgrediamo un dovere, in realtà non vogliamo
che la nostra massima divenga legge universale, ma che il suo contrario
rimanga legge universale; ci prendiamo la libertà di fare una eccezione a
vantaggio della nostra inclinazione.

Dato che noi consideriamo la nostra azione sia dal punto di vista della
ragione sia dal punto di vista della nostra inclinazione, in realtà non
provochiamo contraddizioni, ma l’inclinazione resiste alla ragione, così che
l’universalità del principio venga trasformata in mera validità generale.

Noi riconosciamo la validità dell’imperativo categorico e ci permettiamo


alcune eccezioni.
 Se il concetto di dovere deve possedere significato e
reale legislatività, questa legislatività deve essere espressa solo ed
unicamente da imperativi categorici e mai ipotetici.
 Per dimostrare che un
tale imperativo sussista veramente, che vi sia una legge che comandi senza
essere spinta da alcun impulso e che osservare tale legge sia dovere,
dobbiamo tener presente che non possiamo dedurre la realtà di questo
principio dalla particolare qualità della natura umana.
 Il dovere deve
essere necessità pratico-incondizionata dell’azione, deve valere per ogni
essere razionale.
 Ciò che viene dedotto dalla particolare disposizione della
natura umana può darci una massima soggettiva, non una legge oggettiva
secondo cui saremmo comandati ad agire, anche contro ogni nostra
tendenza o inclinazione.
 Da ciò deriva la dignità del comando che si
dimostra tanto più quanto minori sono le cause soggettive in suo favore e
quanto maggiori sono le contrarie, senza perciò indebolirsi e perdere
validità.
 La legge deve avere la sua origine a priori e con ciò la sua
autorità di comando: nulla è da attendersi dall’inclinazione
dell’uomo.
 Tutto ciò che è empirico è, non solo inutile, ma dannoso per la
purezza dei costumi.
 Il valore di una volontà assolutamente buona
consiste in ciò che il principio dell’azione sia libero da ogni influsso di cause
contingenti.
 La questione è dunque la seguente: è una legge necessaria
per tutti gli esseri razionali giudicare sempre le proprie azioni secondo
massime tali che essi possano volere debbano servire da leggi
universali?
 Se tale legge è necessaria, allora non può non essere a priori
connessa con il concetto della volontà di un essere razionale in
generale.
 In una filosofia pratica in cui non ci si occupa di cause di ciò che
accade ma di leggi di ciò che deve accadere, anche se non accade mai, non
si è tenuti a condurre ricerche sulle cause per cui qualcosa piace o dispiace:
questo infatti apparterrebbe alla filosofia della natura.
 Qui si tratta di leggi
oggettivamente pratiche, dunque il comportamento scaturisce da una
volontà che si è determinata solo per mezzo della ragione, e quindi tutto
ciò di una volontà che ha relazione con l’empirico cade da sé, non è
rilevante.
 Se la ragione per sé sola determina il comportamento, deve
farlo necessariamente a priori.
 La volontà è la facoltà di determinare se
stessa agendo in conformità alla rappresentazione di certe leggi: una tale
facoltà può trovarsi solo in esseri razionali.
 Il fondamento oggettivo
dell’autodeterminazione della volontà è il fine, dato solo dalla ragione, e
valido per tutti gli esseri razionali.
 Ciò che, invece, contiene solo il
fondamento della possibilità dell’azione il cui effetto è il fine, si chiama
mezzo.

Il fondamento soggettivo del desiderare è il movente, il fondamento


oggettivo della volontà è il motivo, di qui la differenza tra fini soggettivi,
che ricadono sui moventi, e fini oggettivi, che ricadono sui motivi.


I principi sono:

 formali, se non tengono conto dei fini soggettivi


 materiali, se hanno a fondamento i fini soggettivi


I fini materiali, che un essere razionale si propone a suo piacimento, sono


relativi e sono solo il fondamento di imperativi ipotetici.
 Il fondamento di
un imperativo categorico, ovvero di una legge pratica, è qualcosa di fine a
se stesso.
 L’uomo in generale esiste come fine in se stesso, non
semplicemente come mezzo da usarsi a piacimento, ma deve essere
considerato insieme come fine.
 Tutti gli oggetti delle inclinazioni hanno un
valore condizionato, perché se non ci fossero le inclinazioni, non avrebbe
valore.
 Gli esseri la cui esistenza riposa non sulla nostra volontà ma sulla
natura hanno, se sono privi di ragione, solo un valore relativo e si
chiamano perciò cose, dove gli essere razionali sono chiamati persone,
perché sono per natura fini in se stessi e non possono essere usati
semplicemente come mezzi.
 Sono fini oggettivi quelli la cui esistenza in se
stessa è un fine, e tale che in suo luogo non può esserne posto un
altro.
 Se si deve dare un imperativo categorico, deve essere tale da
costituire un principio oggettivo della volontà, dunque possa servire da
legge pratica universale.
 Il fondamento di questo principio è: la natura
razionale esiste come fine in sé.
 Così l’uomo si rappresenta la propria
esistenza, ma anche ogni altro essere razionale si rappresenta la propria
esistenza, in conseguenza dello stesso principio: che è insieme un principio
oggettivo, dal quale devono essere dedotte tutte le leggi della
volontà.
 L’imperativo pratico sarà: agisci in modo da trattare l'umanità
così nella tua persona come nella persona di ogni altro sempre come fine,
non mai solo come mezzo.
 Molte delle relazioni interpersonali usano
effettivamente l'uomo come mezzo: usiamo pure l'uomo come mezzo, ma
ricordandoci che è il fine di ogni atto buono e dandogli quindi la dignità che
gli spetta.

Quindi:

 se Tizio per sfuggire ad uno stato penoso distruggesse se stesso si


servirebbe di una persona (se stesso) semplicemente come mezzo 

 se Caio promettesse qualcosa a qualcun altro, pur sapendo di non
poter mantenere la promessa, lo starebbe usando come semplice
mezzo: gli altri devono contenere in sé il fine della stessa azione 

 se Sempronio non sviluppasse il suo talento (dovere meritorio verso
se stesso) non si accorderebbe con l’umanità nella sua persona come
fine in se stesso 

 se Mevio si disinteressasse dallo stato degli altri (dovere meritorio
verso gli altri) si accorderebbe con l’umanità come fine in se stesso in
senso negativo: i fini del soggetto che è fine in sé devono essere
anche i suoi; l’ umanità viene rappresentata come fine oggettivo che
in quanto legge deve costituire la suprema condizione limitativa di
ogni fine soggettivo 


Il fondamento di ogni legislazione pratica sta oggettivamente nella regola e


nella forma dell’ universalità che la rende in grado di essere una legge;
soggettivamente sta nel fine, e il soggetto di tutti i fini è però ogni essere
razionale, come fine in se stesso. 
 Il terzo principio pratico della volontà è:
l’idea della volontà di ogni essere razionale come volontà universalmente
legislatrice.
 La volontà è sottoposta alla legge ma in modo tale da essere
considerata assolutamente come autolegislatrice (autrice della stessa
legge). 
 Gli imperativi (rappresentati come l’universale conformità alla
legge delle azioni e come l’universale prerogativa di essere fine in se stessi,
propria degli esseri razionali) escludevano dalla loro autorità di comando
ogni impulso generato dall’interesse, proprio perché assunti come
categorici per spiegare il concetto di dovere. 
 Non potendo dimostrare che
si dessero proposizioni pratiche che comandassero categoricamente, solo
una cosa sarebbe potuta avvenire: che la separazione di ogni interesse,
nella volontà, dal dovere, come specifico segno distintivo dell’imperativo
categorico rispetto all’imperativo ipotetico, fosse insieme indicata
nell’imperativo stesso per mezzo di una qualche determinazione in esso
contenuta, e ciò accade nella terza formula del principio, ossia l’idea della
volontà di ogni essere razionale come volontà universalmente legislatrice.

E’ impossibile che una tale volontà (pur legata ad una legge per mezzo di
un interesse) dipenda da qualche interesse perché una tale volontà avrebbe
bisogno di un’altra legge che limitasse l’interesse del proprio amore di sé
alla condizione della sua validità per la legge universale.

Il principio di ogni volontà umana come una volontà universalmente


legislatrice mediante tutte le sue massime, se solo recasse con sé la
giustezza, converrebbe all’imperativo categorico in quanto esso non si
fonda sul alcun interesse ed è il solo incondizionato: un imperativo
categorico può solo comandare di fare tutto secondo la massima della sua
volontà (come universalmente legislatrice), solo allora l’imperativo al quale
la volontà ubbidisce è incondizionato, poiché non può avere a fondamento
alcun interesse.

I tentativi compiuti per scoprire il principio della moralità sono falliti perché
si considerava
 l’ uomo legato alla legge ma non si teneva conto che egli
era sottoposto alla propria e al contempo universale legislazione, e che
quindi egli era obbligato ad agire in modo conforme alla propria
volontà.
 Quando si pensava l’uomo come sottoposto ad una legge, si
doveva ricercare un qualche stimolo o coazione che lo spingesse ad agire
secondo la legge: da ciò non si otteneva il dovere, ma la necessità
dell’azione in base ad un certo interesse.
 L’imperativo era quindi
condizionato e non poteva assumere le sembianze di un comando
morale.
 Invece il concetto secondo cui l’essere razionale deve considerarsi
come universalmente legislatore per mezzo di tutte le massime della sua
volontà ci conduce alla nozione del regno dei fini, intendendo per regno l’
unione sistematica di diversi essere razionali attraverso leggi comuni.
 Può
essere pensata una totalità di tutti i fini (tanto degli esseri razionali come
fini in sé quanto dei fini che ognuno può porsi), ossia un regno dei fini,
astraendo dalle differenze personali degli esseri razionali e dal contenuto
dei loro fini privati.
 Gli esseri razionali stanno tutti sotto la legge secondo
cui ognuno deve trattare se stesso e gli altri come fini in sé e mai
semplicemente come mezzo.
 Con ciò sorge una unione sistematica di
esseri razionali attraverso leggi oggettive comuni, ovvero un regno che,
poiché tali leggi hanno per scopo il rapporto degli esseri razionali come fini
e mezzi, può chiamarsi regno dei fini.
 Il regno dei fini è, secondo Kant, la
comunità ideale degli esseri ragionevoli, in quanto obbediscono alle leggi
della morale.
 In questo regno ogni membro è, nello stesso tempo,
legislatore e membro. Egli vi appartiene come capo se non è sottoposto alla
volontà di alcun altro: potrebbe pretendere il posto di capo solo se del tutto
indipendente, dotato cioè di un potere adeguato alla volontà senza bisogno
e limitazione.
 La moralità consiste dunque nel riferimento di ogni azione
alla legislazione per mezzo della quale è possibile un regno dei fini: questa
legislazione deve trovarsi in ogni essere razionale e sorgere dalla sua
volontà.
 Il principio che ne segue è: compiere azioni solo in modo che la
volontà, attraverso la propria massima, possa insieme considerare se
stessa come universalmente legislatrice.
 Se le massime non sono già
necessariamente concordi per loro natura con questo principio, allora la
necessità dell’azione si chiama costrizione pratica, ossia dovere (riguarda
ogni membro in egual misura).
 Il dovere non riposa su interessi ed
inclinazioni ma solo sul rapporto tra esseri razionali nel quale la volontà di
ogni essere razionale deve essere sempre considerata come legislatrice,
poiché altrimenti non si potrebbe pensare tali essere come fini in se
stessi.
 Da ciò deriva l’idea delle dignità dell’ essere razionale che non
obbedisce ad alcuna legge se non a quella che egli stesso si dà.


Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità:

 ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcos’altro come


equivalente
 ciò che non ha prezzo e non ammette altro equivalente, ha una
dignità

 ciò che si riferisce alle inclinazioni e bisogni umani ha un prezzo di
mercato

 ciò che è conforme ad un certo gusto o compiacenza ha un prezzo di
affezione (i sensi del soggetto vengono modificati, impressionati
(affiziert) dall’oggetto)

 ciò che costituisce la condizione secondo cui qualcosa può essere fine
in se stesso, non ha un valore relativo, ovvero un prezzo, ma un
valore intrinseco, ossia una dignità


Solo la moralità (grazie alla quale è possibile un membro legislatore nel


regno dei fini) e l’umanità costituiscono ciò che ha dignità.
 L’ umanità è
essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo, da un
altro uomo o da se stesso, come un semplice mezzo, ma deve essere
trattato sempre anche come un fine. In ciò appunto consiste la sua dignità
ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che
non sono uomini e possono servirgli da strumenti.
 Abilità e diligenza ha un
prezzo di mercato.
 Spirito, immaginazione e brillantezza hanno un prezzo
di affezione.
 Fedeltà nelle promesse e benevolenza hanno un valore
intrinseco (e quindi dignità), e il loro valore non sta negli effetti (vantaggio
o utilità) ma nelle intenzioni, ossia nelle massime della volontà che in
questo modo sono pronte a manifestarsi in azioni.
 Esse mostrano la
volontà che le mette in pratica come oggetto di immediato rispetto, ciò per
cui non si chiede nient’ altro se non la ragione, che le imponga alla volontà,
e non che le carpisca.
 Cosa giustifica l’intenzione moralmente buona ad
avanzare alte pretese?
 La partecipazione alla legislazione universale che
essa procura all’essere razionale, e che così lo rende atto ad essere
membro di un possibile regno dei fini.
 Ma la stessa legislazione, che
assegna ogni valore, deve avere una dignità, ossia un valore
incondizionato, incommensurabile, per il quale solo la parola rispetto
fornisce l’espressione appropriata alla stima che un essere razionale deve
avere verso di essa.
 L’autonomia è dunque il fondamento della dignità
della natura umana e di ogni natura razionale.


Tutte le massime hanno infatti:

1. una forma, che consiste nella universalità, e qui la formula


dell’imperativo è espressa così: le massime devono essere scelte
come se dovessero valere da leggi universali della natura

2. una materia, ossia un fine, e qui la formula dice: l’essere razionale,


come fine per sua natura, quindi come fine in se stesso, deve servire
in ogni massima da condizione limitativa di ogni fine semplicemente
relativo ed arbitrario 


3. una completa determinazione: tutte le massime che vengono dalla


legislazione propria devono accordarsi con un possibile regno dei fini,
come se fosse un regno della natura. La progressione avviene
attraverso le categorie dell’unità della forma della volontà, della
molteplicità della materia (oggetti) e del tutto ovvero della totalità del
loro sistema. 

La formula universale dell’imperativo categorico è: agisci secondo la
massima che può
 fare di se stessa, insieme, una legge universale.
 Se si
vuole procurare accessibilità alla legge morale bisogna avvicinarla
all’intuizione.
 È assolutamente buona quella volontà che non possa essere
cattiva, quindi quella la cui massima non possa mai, quando viene elevata
a legge universale, contraddire se stessa.

Questo principio è anche la sua legge suprema: agisci sempre secondo


quella massima la cui universalità, come legge, tu ossa anche
volere.
 Questa è l’unica condizione sotto la quale una volontà non può
essere mai in contrasto con se stessa, allora l’imperativo categorico può
essere espresso anche così: agisci secondo massime che possano insieme
avere ad oggetto se stesse in quando leggi universali della natura.

La natura razionale si distingue dalle altre in quanto pone a se stessa un


fine che è la materia di ogni buona volontà.
 Poiché nell’idea di una volontà
assolutamente buona si deve necessariamente astrarre da ogni fine da
attuarsi, qui il fine non deve pensarsi come fine da attuarsi ma come fine a
sé stante,

un fine contro cui non si deve mai agire e che deve essere considerato in
ogni atto del volere, mai come mezzo ma insieme come fine.
 Tale fine non
può essere altro che il soggetto, infatti la volontà assolutamente buona non
può essere subordinato ad alcun altro oggetto.

Il principio è: agisci secondo una massima che contenga in se stessa


insieme la propria validità universale per ogni essere razionale.
 Io devo
limitare la mia massima, nell’ uso dei mezzi per qualsiasi fine, alla
condizione della sua validità universale come legge.

L’essere razionale non deve essere posto a fondamento delle massime


come mezzo ma come suprema condizione limitativa nell’ uso dei mezzi,
ossia sempre insieme come fine.
 Ogni essere razionale deve potersi
considerare come sottoposto alla legge e come universalemente legislatore,
poiché questa capacità della sue massime di farsi legislazione universale lo
indica come fine in se stesso.
In questo modo è possibile un mondo di esseri razionali (mundus
intelligibilis) come regno dei fini, e precisamente attraverso la
autolegislazione di tutte le persone come membri.
 Di conseguenza, ogni
essere razionale deve agire come se per mezzo delle sue massime fosse
sempre un membro legislatore del regno universale dei fini.

Il principio formale di queste massime è: agisci come se la tua massima


dovesse servire insieme da legge universale.
 Un regno dei fini è dunque
possibile solo secondo l’analogia con un regno della natura, quello però solo
secondo massime, ossia regole imposte a se stessi, questo soltanto
secondo leggi di cause efficienti necessitate esternamente.

Un tale regno dei fini verrebbe realmente attuato se le massime, il cui


imperativo prescrive a tutti gli esseri razionali, venissero universalmente
osservate.
 Ma anche se l’essere razionale non può contare sul fatto che l’
altro vi si atterrebbe e sul fatto che il regno della natura si accordi con lui in
quanto membro atto ad esso in vista di un regno dei fini possibile
attraverso se stesso, nonostante ciò, la legge “agisci secondo massime di
un membro universalmente legislatore di un regno dei fini semplicemente
possibile”, resterebbe nella sua piena forza, poiché essa comanda
categoricamente.

E qui sta appunto il paradosso per il quale la semplice dignità dell’umanità


come natura razionale, senza alcun altro fine o vantaggio da ottenersi per
mezzo di essa, quindi il rispetto per una semplice idea, debba tuttavia
servire da inderogabile prescrizione per la volontà. Anche se il regno della
natura venisse esso stesso pensato, come il regno dei fini, riunito sotto un
capo, e questo regno contenesse vera realtà, quell’idea verrebbe certo
rinvigorita di un forte movente, ma in nessun caso aumentata nel suo
valore intrinseco.

Infatti anche questo unico illimitato legislatore dovrebbe essere pur sempre
rappresentato come tale che giudichi il valore degli esseri razionali solo in
base al loro comportamento disinteressato, prescritto a loro stessi
semplicemente da quell’idea.
 La moralità è dunque il rapporto delle azioni
con l’autonomia della volontà, vale a dire con la possibile legislazione
universale, attraverso le massime di questa volontà. L’azione che può
sussistere insieme all’autonomia della volontà è permessa; quella che non
vi si accorda, vietata.

La volontà le cui massime si accordino necessariamente con le leggi


dell’autonomia è una volontà santa, assolutamente buona.
 La dipendenza
di una volontà non assolutamente buona dal principio dell’autonomia (la
costrizione morale) è obbligazione.

La necessità oggettiva di una azione per obbligazione si chiama dovere.
 Si


può ora facilmente spiegare come accada che , sebbene con il concetto del
dovere noi pensiamo un assoggettamento alla legge, ci rappresentiamo
tuttavia con ciò, insieme, una certa sublimità e dignità nella persona che
adempia a tutti i suoi doveri.
 Infatti in una tale persona non v’è certo
sublimità in quanto sia sottoposta alla legge morale, ma invece in quanto,
riguardo alla legge, tale persona sia insieme legislatrice e solo per questo
ad essa sottoposta.
 Solo il rispetto per la legge è quel movente che può
dare all’azione un valore morale. E’ la nostra volontà l’autentico oggetto del
rispetto e la dignità dell’umanità consiste nella capacità che ha la volontà di
essere universalmente legislatrice, sebbene sottoposta anch’essa a questa
legislazione.

Autonomia della volontà è la costituzione della volontà per cui essa è legge
a se stessa.
 Il principio dell’autonomia è dunque: non scegliere se non in
modo che le massime della propria scelta siano concepite nello stesso atto
del volere, insieme, come leggi universali.
 Che tale principio
dell’autonomia sia il solo ed unico principio della morale, si può ben
dimostrare con la semplice suddivisione dei concetti della
moralità.
 Quando la volontà cerca la legge che deve determinarla in un
qualsiasi altro luogo che non sia la conformità delle sue massime alla
propria legislazione universale, quando essa la cerca andando oltre se
stessa, nella costituzione di un qualche suo oggetto, ne risulta sempre
eteronomia.
 A fornire la legge alla volontà, allora, non è la volontà stessa,
bensì l’oggetto, attraverso il suo rapporto con la volontà.
 Questo rapporto
rende possibili solo imperativi ipotetici: devo fare qualcosa, perché voglio
qualcos’altro.
 Al contrario, l’imperativo morale, quindi categorico, dice: io
devo agire in questo o quest’ altro modo, anche se non voglio
null’altro.
 L’imperativo categorico deve dunque astrarre da ogni oggetto in
modo che esso non abbia alcun influsso sulla volontà, affinché la ragione
pratica non amministri semplicemente un interesse estraneo, ma dimostri
la propria semplice autorità di comando come suprema legislazione.

Tutti i possibili principi della moralità in base al concetto fondamentale
dell’eteronomia (partizione) che si è assunto sono:

 empirici, derivanti dal principio della felicità, sono costruiti sul


sentimento fisico o morale 

 razionali, derivanti dal principio della perfezione, sono costruiti o
sul concetto razionale di tale perfezione come effetto possibile,
o sul concetto di una perfezione a sé stante come causa
determinante della nostra volontà. 


I principi empirici non possono mai servire alla fondazione di leggi


morali.
 Infatti l’universalità cade, se il fondamento di tali leggi viene tratto
dalla particolare costituzione della natura umana o dalle circostanze
contingenti nella quale essa è posta.
 E il principio della propria felicità è
quello da respingersi più d’ogni altro, perché non contribuisce in nulla alla
fondazione della moralità, dato che è cosa del tutto diversa rendere un
uomo felice dal renderlo buono, e renderlo prudente e attento al suo
vantaggio dal renderlo virtuoso.
 Tale principio pone a base della moralità
moventi che invece la affossano e annientano tutta la sua sublimità, in
quanto collocano nella medesima classe motivi della virtù e del vizio, e
insegnano solo a far meglio calcoli a proprio vantaggio.
 Per contro, il
sentimento morale resta più prossimo alla moralità e alla sua dignità,
poiché rende alla virtù l’onore di attribuirle immediatamente il
compiacimento e l’alta stima per essa. Tra i fondamenti di ragione ovvero
razionali della moralità, il concetto ontologico della perfezione è tuttavia
migliore del concetto teologico, secondo il quale la moralità si deduce da
una volontà divina, perfettissima; non solo perché non intuiamo affatto la
sua perfezione ma possiamo invece soltanto derivarla dai nostri concetti,
fra i quali quello della moralità è il più nobile.
 Se però fossimo costretti a
scegliere tra il concetto del senso morale e quello della perfezione in
generale, allora decideremmo per quest’ultimo, poiché, in quanto almeno
sottrae la decisione della questione alla sensibilità e la affida al tribunale
della ragione pura.
 Dovunque sia necessario porre a fondamento un
oggetto della volontà per prescriverle la regola che la determini, la regola
non è se non eteronomia; l’imperativo è condizionato, vale a dire: se o
poiché si vuole questo oggetto, si deve agire nel tale o talaltro modo;
quindi questo imperativo non può mai comandare moralmente, ossia
categoricamente.
 La volontà non determina se stessa mai
immediatamente attraverso la rappresentazione dell’azione, bensì solo
attraverso il movente che il previsto effetto dell’azione ha sulla volontà;
devo fare qualcosa perché voglio qualcos’altro, poiché l’impulso che la
rappresentazione di un oggetto possibile attraverso le nostre forze deve
esercitare, secondo la costituzione naturale del soggetto, sulla sua volontà,
appartiene alla natura del soggetto, sia essa della sensibilità, sia
dell’intelletto e della ragione, che, secondo la particolare conformazione
della loro natura, si esercitano con compiacimento su un oggetto, così
propriamente, sarebbe la natura a dare la legge, legge che come tale non
solo deve essere necessariamente riconosciuta e dimostrata per mezzo
dell’esperienza, come regola pratica apodittica, quale dev’essere la regola
morale, bensì è sempre soltanto eteronomia della volontà.

La volontà assolutamente buona, il cui principio non può che essere un


imperativo categorico, conterrà dunque, indeterminata riguardo ad ogni
oggetto, solo la forma del volere in generale, e precisamente come
autonomia; vale a dire: la capacità della massima di ogni volontà buona di
farsi legge universale è essa stessa l’unica legge che la volontà di tutti gli
esseri razionali impone a se stessa, senza che a tale capacità venga posto
come fondamento alcun movente e interesse.