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Il

libro

Q
uesta è l’ultima opera di
un’icona della cultura che
ha goduto di un’immensa
popolarità, grazie alla sua capacità
di parlare a tutti con un
linguaggio comprensibile e al
tempo stesso mai riduttivo. Lo
studioso che ha spiegato la
postmodernità attraverso
l’illuminante immagine di una
«società liquida» che ha
abbandonato la comunità per
l’individualismo, convinta che il
cambiamento è l’unica cosa
permanente e che l’incertezza è
l’unica certezza.

Queste sono le pagine a cui al


momento della morte Zygmunt
Bauman stava lavorando.

Un dialogo con un giovane che ha


esattamente sessant’anni meno di
lui.

Nello scambio con Thomas


Leoncini, Bauman affronta per la
prima volta il mondo delle
generazioni nate dopo i primi anni
’80, quelle che a una società
liquida e in continuo mutamento
appartengono da nativi. E, come
sempre, stimolato dal dibattito, sa
cogliere la realtà nella sua
dimensione più vera e profonda,
persino nei fenomeni considerati
più effimeri. La trasformazione
del corpo, i tatuaggi, la chirurgia
estetica, gli hipsters, le dinamiche
dell’aggressività (e in particolare
il fenomeno del bullismo), il web,
le trasformazioni sessuali e
amorose vengono analizzati in
questa breve folgorante opera
pop, capace di coinvolgere sia
coloro che, a vario titolo, hanno a
che fare con i giovani sia i
moltissimi lettori di Bauman.

Questa è l’ultima lezione del più


grande sociologo e filosofo della
contemporaneità.
Gli autori

ZYGMUNT BAUMAN è nato a


Poznanń nel 1925 da una famiglia
di origini ebree. In seguito
all’invasione della Polonia da
parte delle truppe tedesche,
all’inizio della seconda guerra
mondiale fugge con i genitori in
Unione Sovietica e si arruola in
un corpo di volontari per
combattere contro i nazisti. Finita
la guerra torna nel suo Paese e
inizia a studiare sociologia
all’Università di Varsavia, dove si
laurea in pochi anni. Nel 1968 è
costretto di nuovo a emigrare in
seguito a un’epurazione
antisemita messa in atto dal
governo polacco e si rifugia prima
in Israele, dove insegna
all’Università di Tel Aviv, poi in
Gran Bretagna, dove, dal 1971 al
1990, è professore di sociologia
all’Università di Leeds.
Considerato il teorico della
postmodernità, è autore di
moltissimi libri nei quali si è
occupato di temi rilevanti per la
società e la cultura
contemporanee: dall’analisi della
modernità e postmodernità, al
ruolo degli intellettuali, fino ai più
recenti studi sulle trasformazioni
della sfera politica e sociale
indotte dalla globalizzazione. Tra
i più noti e recenti: Vita liquida,
Consumo, dunque sono, L’arte
della vita, tutti pubblicati da
Laterza. Si è spento a Leeds il 9
gennaio 2017.

THOMAS LEONCINI è nato nel


1985 a La Spezia. Giornalista,
collabora con diversi quotidiani e
riviste, e ha intervistato
personaggi chiave dell’economia,
della politica internazionale e
dello spettacolo. è impegnato
nello studio di nuovi modelli
psicologici e sociali della
postmodernità, di cui Zygmunt
Bauman è il più autorevole
esponente.
Zygmun Bauman
Thomas Leoncini

NATI LIQUIDI

Traduzione di Teresa Franzosi


A Zygmunt, a cui devo tutto.
Ad Aleksandra, Lydia, Anna,
Irena, Maurice e Mark.
Ringrazio la vita per avervi
incontrato.
THOMAS LEONCINI
«Il 21 febbraio 2017 un seminario
internazionale tenutosi presso il
Kolegium Artes Liberales
dell’Università di Varsavia, in
Polonia, ha celebrato la teoria della
modernità liquida di Zygmunt
Bauman. Ho preso la parola per
raccontare gli ultimi lavori di mio
marito, e ho esordito proprio
parlando dell’iniziativa di scrivere
insieme a un giovane un libro sulle
giovani generazioni, Nati liquidi.
Ho raccontato della corrispondenza
tra i due e dell’impegno per
completare il volume dopo la
partenza di Zygmunt per ‘l’eternità
liquida’. La sala era gremita,
traboccante, e molte altre persone
erano in ascolto da diverse parti del
mondo, collegate via Internet.
L’interesse è stato grande. Credo
che non ci potesse essere miglior
viatico per il lungo viaggio di
questo piccolo libro.»
ALEKSANDRA KANIA BAUMAN
«L’esistenza corporea non avrà
realmente fine. Essa continuerà
proprio come era iniziata prima
dell’apparizione del mio corpo e
prima dell’inizio del mio pensare,
prima del mio ‘venire al mondo’.
Continuerà sotto forma di presenza
corporea di altre persone.»
ZYGMUNT BAUMAN , da
Mortalità, immortalità e altre
strategie di vita
1
Trasformazioni sulla pelle
Tatuaggi, chirurgia plastica, hipster

Thomas Leoncini:
I giovani sono la fotografia dei
tempi che cambiano. Impossibile
non amarli e non odiarli
contemporaneamente. Sono infatti
quello che più amiamo del nostro
«essere stati», ma anche ciò che di
riflesso detestiamo perché non è
stato eterno, ma solo fluttuante,
liquido. Quando oggi analizziamo
l’essere giovani siamo vittime di un
relativismo culturale mancato,
impossibile da esercitare
efficacemente solo perché non esiste
in funzione di un «noi» esterno che
ci guarda all’ingresso dell’ego. Il
nostro sguardo ai giovani è uno
sguardo da persone liquefatte, che
hanno inevitabilmente mutato i
propri confini: siamo frutto di ciò
che le circostanze della vita hanno
fatto di noi. Di quel noi che però
oggi non è più parte del nostro
presente e quindi altro non può fare,
se non limitarsi ad auto-osservarsi
sulle facce degli altri. Se è vero che
la mente viaggia per schemi
culturalmente orientati che il nostro
cervello imposta per rispondere con
rapidità a ogni evento situazionale (e
la psicologia cognitiva dice questo),
è altrettanto vero che spesso la
malsopportazione dei giovani passa
anche attraverso il rimpianto di non
aver sfruttato, capito, osservato a
dovere la nostra vita precedente
prima di finire inconsapevolmente in
quella attuale.
E quando oggi guardiamo un
ragazzino, magari alla fine del liceo,
non lo guardiamo più con quegli
schemi mentali che avevamo alla
sua stessa età, ma con i nostri
schemi totalmente liquefatti, quelli
di persone diverse, come altri da ciò
che eravamo.
Detto ancora più semplicemente:
le caratteristiche che i giovani
mostrano come pregnanti del
presente sono per noi irriconoscibili,
sia come individui figli del nostro
desiderio attuale di
autoaffermazione, sia in quella realtà
spesso sottovalutata ma
fondamentale perché pervasiva e
totalmente invadente degli sguardi:
la moda estetica.
«Apparenza è per me ciò stesso
che realizza e vive», scriveva
Nietzsche, e i giovani rappresentano
in questo il mutamento di massa per
eccellenza degli stili e degli interessi
legati al tempo presente, quello che
anche gli antropologi si sono accorti
essere il più importante elemento
della loro scienza di confine,
incompleta e irrealizzata nella sua
frammentata interezza per
definizione stessa, tanto da
trasformare l’antropologia da fisica,
biologica e paleoantropologica ad
antropologia culturale e sociale. E i
giovani sono i più rappresentativi
esemplari di quello che saremo, oggi
e domani. Già Aristotele definiva
l’uomo incompleto.
Ma il desiderio di completamento
(vano e illusorio, certo) è presente
fin dagli albori della civiltà. Allora
che cosa, meglio del nostro corpo, è
luogo di messa in scena del sé? Il
senso estetico, non lo
dimentichiamo, è in parte
certamente soggettivo e oggettivo,
ma anche soprattutto culturale e
collettivo.
Spesso si discute del fenomeno
estetico come della moda più
rappresentativa dell’età moderna,
ma le mode sono antropopoietiche, a
fanno parte di un essere umano che
costruisce consapevolmente il suo
essere umano. Fin dalla sua
comparsa l’uomo si è rifiutato di
lasciare il proprio corpo così com’è
e si è sempre preoccupato, più o
meno in base alla cultura dominante,
di intervenire su di esso. Anche
lavarsi tutte le mattine altro non è
che una rappresentazione del
rapporto che l’uomo ha con il
proprio corpo, la necessità di
cambiarlo rispetto al naturale
«scorrere delle cose»: l’antropologa
inglese Mary Douglas, a questo
proposito, scrisse infatti che l’igiene
non è solo una questione di
progresso scientifico.
Le mode estetiche, così come
quelle culturali, sono mode
dinamiche, quindi è particolarmente
utile cominciare dal punto di
scontro, dalla scintilla, dallo scoppio
che porta alla genesi della
riformulazione culturale, divampata
dall’abbraccio (letale per i modelli
del passato) fra modelli propri e
modelli di massa. Questi ultimi
hanno invaso il mondo adulto con
imitazione, contagio oppure
invecchiamento naturale.
Un esempio rappresentativo di
una delle mode più attuali sono i
tatuaggi: diffusi dai giovanissimi ai
giovani, fino agli adulti.
Tre americani su dieci hanno
tatuaggi e la maggior parte di loro
non si ferma al primo. Questi sono
alcuni dei risultati di un recente
sondaggio firmato The Harris Poll,
secondo il quale i tatuaggi paiono a
dir poco indispensabili per i giovani
statunitensi: quasi la metà dei
Millennials (47%) e più di un terzo
dei Generation Xers (36%) ne hanno
almeno uno. Per Millennials si
intende la famosa generazione Y,
quella nata tra il 1980 e il 2000 – la
genesi dei nativi liquidi attuali –,
mentre per Generation Xers si
intende quella che è nata
approssimativamente da metà anni
Sessanta a fine anni Settanta/primi
anni Ottanta.
D’altra parte solo il 13% dei
Baby Boomers (nati dal 1946 al
1964) ha un tatuaggio. Com’è noto, i
confini in simili definizioni non
sono mai statici, ma somigliano più
a qualcosa di sfumato, liquido per
restare in tema. Millennials e
Generation Xers, con le loro alte
percentuali, ovviamente
allungheranno notevolmente il trend,
e quindi fra qualche anno i dati sui
cinquantenni, sessantenni,
settantenni e ottantenni tatuati
saranno a dir poco stravolti. Altri
confronti interessanti che emergono
dallo studio: l’habitat non ha alcuna
influenza sugli americani se la moda
è il tatuaggio. Che vivano in
campagna oppure in città, non ci
sono differenze significative o
particolarmente rappresentative. Lo
stesso vale per l’orientamento
politico: repubblicani 27%,
democratici 29%, indipendenti 28%.
Riguardo all’Italia i dati recenti
arrivano dall’Istituto Superiore di
Sanità: 13 italiani ogni 100 hanno
tatuaggi. Calcolatrice alla mano, gli
italiani tatuati sono circa sette
milioni. Dai dati emerge che i
tatuaggi nel nostro Paese sono più
diffusi tra le donne (13,8% delle
intervistate) rispetto agli uomini
(11,7%). Il primo tatuaggio viene
inciso a 25 anni, ma il numero
maggiore di tatuati riguarda la fascia
d’età fra i 35 e i 44 anni (29,9%).
Circa 1.500.000 persone, invece,
hanno tra i 25 e i 34 anni. Tra i
minorenni la percentuale è pari al
7,7%. La maggior parte è soddisfatta
del proprio tatuaggio (il 92,2%),
tuttavia un’elevata percentuale, ben
il 17,2%, ha dichiarato di voler
rimuovere il proprio tatuaggio e di
questi il 4,3% l’ha già fatto. Gli
uomini preferiscono tatuarsi braccia,
spalle e gambe, le donne soprattutto
schiena, piedi e caviglie. Un tatuato
su quattro (25,1%) risiede nel Nord
Italia, il 30,7% ha una laurea e il
63,1% lavora. Il 76,1% si è rivolto a
un centro specializzato e il 9,1% a
un centro estetico, ma ben il 13,4%
lo ha fatto al di fuori dei centri
autorizzati. Anche nel caso italiano
non si registrano particolari rilevanti
relativi a una fede politica da
imprimere come un marchio sulla
pelle, come segno di appartenenza a
un ideale mai tradito. Eppure chi
non ricorda tutti quei tatuaggi come
forza rappresentativa di coesione
politica, di un credo? Oggi tutto
questo è svanito, il «movente»
politico del tatuaggio è un aspetto
scomparso nella nostra modernità
liquida.
Il tema politico oggi è stato infatti
completamente ridisegnato – forse
sarebbe meglio dire (con più pathos)
«ristrutturato» – dall’individualità. E
questo perché è stato stravolto alla
radice il confine tra sfera pubblica e
sfera privata. I nostri problemi
privati invadono quotidianamente la
sfera pubblica, ma ciò non significa
che i nostri problemi diventino
problemi degli altri. Tutt’altro: i
nostri problemi restano nostri.
Significa piuttosto che, grazie a
questo nostro «accattonaggio» della
sfera pubblica, distruggiamo
letteralmente lo spazio di tutti quegli
argomenti che sono davvero
pertinenti alla sfera pubblica. Il
risultato è la morte della politica
intesa come agire politico del
cittadino all’interno del dibattito
pubblico. Il nativo liquido oggi si
muove solo all’interno della propria
individualità e cerca affannosamente
di notorizzarla per invadere la sfera
pubblica, illudendosi che possa
esistere una soluzione universale e
condivisa da tutti del suo essere
incompleto.
Viene naturale chiedersi: perché i
tatuaggi sono diventati una necessità
per chi vuole omologarsi all’estetica
della modernità liquida?

Zygmunt Bauman:
Tutte le modalità emulative di
manipolazione dell’aspetto pubblico
del proprio corpo (o di quella parte
impressa sul proprio corpo della
«rappresentazione del sé nella vita
quotidiana», come preferiva
definirla Erving Goffman) che hai
così acutamente notato ed elencato
sin qui, nuove, sorprendenti e votate
a un destino effimero (benché, come
osservava già oltre un secolo e
mezzo fa Baudelaire, tutte mirino a
catturare l’eternità in un attimo
fuggente), nascono dall’umana,
troppo umana rielaborazione
moderna dell’identità sociale da
dato a compito: compito che oggi ci
si aspetta e si ritiene necessario e
vincolante sia svolto dal suo
portatore individuale, con l’impiego
di modelli e materiali grezzi
socialmente forniti, in una
complessa operazione di
«riproduzione creativa» che va sotto
il nome di «moda».
Come ha suggerito quello che è
stato probabilmente il maggiore
storico del secolo scorso, Eric
Hobsbawm, da quando il concetto di
«comunità» iniziò a essere relegato
ai margini del pensiero e della prassi
sociale (e ne fu addirittura
profetizzata l’estinzione da parte
dell’allora assai influente sociologo
Ferdinand Tönnies e della
moltitudine dei suoi seguaci otto-
novecenteschi) comparvero il
concetto di «identità» e la prassi
dell’«identificazione del sé», a
colmare il vuoto che la sua
preconizzata scomparsa avrebbe
aperto nelle vigenti routine di
collocazione e classificazione
sociale.

Thomas Leoncini:
Comunità e identità sono separate da
un limite che spesso nella nostra
società pare sia invalicabile…
Zygmunt Bauman:
La differenza tra comunità e identità
è formidabile. In linea di principio,
la prima è categorica e coercitiva, in
quanto determina e definisce
previamente il casting sociale
dell’individuo, l’altra si presume sia
«liberamente scelta», una sorta di
«fai da te». Questo ricollocamento
concettuale, tuttavia, non elimina
tanto la comunità dai processi di
collocazione sociale e sua relativa
espressione, quanto mira a
riconciliare le (dovremmo dire
inconciliabili?) sfide
dell’«appartenenza» con
l’autodefinizione abbinata
all’autoaffermazione.
È da qui che derivano
l’inclinazione endemicamente,
insanabilmente generatrice di
conflitti, le complesse dialettiche e
le sorprendenti dinamiche, la
capacità creativa e l’irreparabile
fragilità del fenomeno moda; ed è da
questo che esse sono sostenute e
alimentate.
A mio avviso, nessuno ci ha
fornito una più dettagliata e
sorprendentemente ancor sempre
attuale vivisezione della moda come
prodotto (per sua natura sollecitato a
un incessante rinnovamento) di
quella dialettica di appartenenza e
individualità, di Georg Simmel, che
scrisse e pubblicò a cavallo tra Otto
e Novecento, cioè nella fatidica era
del passaggio da una società di
produttori a una società di
consumatori: quella da noi ancor
oggi riprodotta mentre a nostra volta
ne siamo riprodotti, forgiati e
affinati.

Thomas Leoncini:
Quando si guarda una partita di
calcio è difficile stabilire se salta
prima all’occhio una palla che
rimbalza oppure i tatuaggi dei
calciatori. Ma anche la barba da
hipster, che ora pare vada un po’ più
corta rispetto a pochi anni fa, altra
tendenza internazionale che sta
addirittura facendo riaprire le
botteghe ai barbieri.

Zygmunt Bauman:
I campi da calcio sono oggi i luoghi
al mondo più massicciamente e
regolarmente frequentati. Non
sorprende che chi voglia trovare una
possibile soluzione all’universale
problematica di cui qui discutiamo
guardi in quella direzione,
investendovi speranze di imbattersi
in conclusioni affidabili, in virtù del
mero numero degli (appassionati e
perlopiù soddisfatti) frequentatori.
E che dire del corpo come luogo
sempre più prediletto su cui
collocare i segni di speranze e
aspettative, così che l’irrisolvibile
dilemma di coniugare appartenenza
e autoaffermazione, permanenza e
flessibilità/manipolabilità
dell’identità trovi soluzione, o
perlomeno si avvicini il più possibile
a una soluzione? L’abbigliamento
segnala la propria capacità e
disponibilità a rinunciare ai simboli
dell’identità attuale a favore di altri,
e all’istante; consente e dimostra
addirittura la propria capacità di
incarnare parallelamente una serie di
identità diverse.
I simboli di decisioni identitarie
incisi sul proprio corpo
suggeriscono, al contrario, che
l’identità che essi implicano è – per
il soggetto portatore – un impegno
più serio e duraturo, e non solo un
capriccio momentaneo. Il tatuaggio,
miracolo dei miracoli, segnala al
contempo l’intenzionale stabilità
(forse anche l’irreversibilità)
dell’impegno e la libertà di scelta
che contraddistingue l’idea di diritto
all’autodefinizione e al suo
esercizio.
Thomas Leoncini:
In diverse zone del mondo, penso in
particolare all’Africa, un uomo
senza scarificazioni è considerato
una nullità a tutti gli effetti. Come
scrisse Giorgio Raimondo Cardona
nel 1981, «per i Bafia del Camerun
un uomo senza scarificazioni non è
diverso da un maiale o da uno
scimpanzé». Inoltre un altro aspetto
fondamentale, se si indagano le
«mode», è come sia diverso per
molti popoli il diventare uomo
dall’essere donna. L’essere uomo è
conquista, giudizio finale dopo un
lungo esame sudato. L’essere donna
è un inevitabile percorso di routine,
con esito d’esame scontato. Almeno
la sufficienza garantita per tutte. Di
fronte a frasi come quella appena
citata siamo così propensi a
giudicare male l’altra faccia della
cultura globale, e questo, a mio
parere, solo perché ci dimentichiamo
il relativismo culturale identificato
come pilastro fondante
dell’antropologia contemporanea da
Claude Lévi-Strauss nei suoi Tristi
tropici. Il relativismo culturale è
l’atteggiamento che ritiene che
comportamento e valori per essere
compresi vadano considerati nel loro
contesto complessivo entro cui
prendono vita e forma. Siamo critici
a casa nostra e anticonformisti a
casa d’altri, ed è per questo che, se
anche andiamo in Camerun e
osserviamo pratiche come
scarificazioni abituali, cannibalismo,
riti di magia, non ci sconvolgiamo
più di tanto perché messi in pratica
dall’ altro. Poi anche il concetto di
controllo culturale (per citare la
teoria di Roger Keesing) ci influenza
enormemente: vediamo e
osserviamo solo le caratteristiche del
dominante e quasi mai quelle della
minoranza.
Tornando alle scarificazioni e ai
tatuaggi, il concetto è: più soffri per
raggiungere il tuo status (in questo
caso fortemente permeato
dall’identità di genere), più sei
degno di portarne il marchio, più hai
l’onore di farne parte. Questa
necessità di «incidere» con cosciente
dolore il proprio corpo, quasi fosse
una flagellazione con lo scopo di
ottenere una nuova identità, non la
vedi paragonabile, almeno
inconsciamente, all’esigenza
dell’uomo moderno di tatuarsi?

Zygmunt Bauman:
Sì, credo tu abbia ragione, e sotto
più profili (benché, se vuoi trovare
degli antecedenti medioevali al
tatuaggio, guarda piuttosto al
branding b – e anche a quello con le
dovute cautele – non alla
flagellazione!).
Negli ultimi decenni, il dibattito
intorno alla questione della dialettica
della moda è stato condotto, nelle
scienze sociali e in psicologia, in
stretta connessione con la cosiddetta
«svolta dell’embodiment». E in
effetti, dove l’intreccio tra
appartenenza e individualità,
permanenza e transitorietà – le due
contraddizioni formative che stanno
alla base del fenomeno moda – trova
manifestazione più piena e al tempo
stesso più intrusivamente visibile
che nel nostro continuo lavorìo sulla
rappresentazione dei nostri corpi, o
perlomeno nella quantità di pensiero
ed energie che tendiamo a
investirvi?

Thomas Leoncini:
Tatuaggi e barba, ma ovviamente
non solo. Un altro pilastro portante
della moda contemporanea è il
ricorso sempre più continuativo alla
chirurgia plastica. Sul suo
significato nella nostra società ha
avuto buon seguito anche in ambito
accademico la teoria di France
Borel, secondo cui la chirurgia
estetica, soprattutto se reiterata, è la
manifestazione più violenta e
camuffata della tendenza alle
automutilazioni, nascosta sotto la
copertura della medicina ufficiale.
L’individuo non accetta il proprio
corpo così com’è e parallelamente
cerca anche uno sfogo per la propria
esigenza di «autodistruzione» (Freud
la chiamò pulsione di morte).
Attraverso la «maschera» della
medicina ufficiale, stando a tale tesi,
la persona può soddisfare questi suoi
due bisogni e al tempo stesso
sentirsi parte della cultura
dominante, che vuole creare una
forma di bellezza su canoni
prestabiliti e identificati come i
migliori. La cultura dominante è
quindi l’arma che legittima
attraverso la «moda» la sinergia
«autodistruzione» e
«umanizzazione» della bellezza,
verso lo stereotipo del modello di
bellezza ideale.

Zygmunt Bauman:
Noto che (e non posso contraddirti)
prendi le attuali manie per i tatuaggi
e il calcio, complici anche la
chirurgia plastica e la barba mai (per
ora) definitivamente più corta o più
lunga, come la rappresentazione
chiave delle correnti che dominano
l’odierno scenario della storia della
moda e come il terreno di gioco
preminente su cui il gioco della
moda viene attualmente
sperimentato, inscenato e reso
pubblicamente visibile e accessibile
all’appropriazione e all’emulazione.

Thomas Leoncini:
Direi che sono perlomeno le
trasformazioni più eclatanti, quelle
che coinvolgono con maggiore
evidenza un gran numero di
«masse» attuali. Sfogliando gli
ultimi dati relativi alla chirurgia
estetica, firmati e diffusi dall’ASPS
(American Society of Plastic
Surgeons), fra gli adolescenti
americani (13-19 anni) la
percentuale di ragazzi e ragazze che
ne fanno uso aumenta di almeno
l’1% ogni anno.
Ci sono dati molto curiosi:
sempre più giovani odiano le proprie
orecchie. Ben il 28% dei
giovanissimi che si sottopongono a
interventi lo fa nell’ambito
dell’otoplastica, e il trend è in
aumento del 3% costante da qualche
anno. L’orecchio è un organo
particolare, e forse la natura del
disagio può tratteggiarsi entro due
spiegazioni: una psicologica – ma
forse anche un po’ troppo metafisica
– (l’orecchio non ci costringe forse
ad ascoltare gli altri anche se non
vogliamo?) e una prettamente
fisiologica. Ma anatomicamente
cos’hanno le orecchie che non va?

Zygmunt Bauman:
La supposizione che
«psicologicamente l’orecchio ci
costringa ad ascoltare gli altri» mi
pare inverosimile e forzata. Mi
focalizzerei piuttosto sulle orecchie
come parte del corpo che ne aggetta
nel modo più importuno, e quindi
anche più irritante: dopo tutto, lo
fanno ovviamente senza chiedere il
permesso del loro proprietario, e
men che meno dietro suo comando!
E quindi, se differiscono dal
modello oggi preferito (cioè quello
momentaneamente di moda),
forniscono una prova patente
dell’umiliante inadeguatezza del
loro proprietario e della sua
negligenza verso il dovere di
controllare il suo aspetto, perlomeno
quello che deve o può essere
pubblicamente visibile.

Thomas Leoncini:
Gli ultimi dati relativi alla chirurgia
plastica negli adulti dicono invece
questo: dal 2000, l’ASPS ha
mostrato statistiche con una
notevole crescita degli interventi: la
mastoplastica additiva al seno è in
crescita dell’89% (99.614 nel 2015
rispetto ai 52.836 nel 2000), il lifting
ai glutei è aumentato del 252%
(4.767 nel 2015 rispetto ai 1.356 nel
2000), il lifting delle parti intime è
aumentato del 3.973% (8.431 nel
2015 rispetto ai 207 nel 2000).
Cambiano le esigenze con l’età, ma
il business della chirurgia plastica
pare sia padrone dei tempi.
Zygmunt Bauman:
Non c’è business come il business
della chirurgia plastica… c La
cultura contemporanea della società
dei consumatori è governata dal
precetto «se puoi farlo, devi farlo».
L’idea di non avvalersi delle
opportunità disponibili di
«migliorare» l’aspetto del proprio
corpo (leggi: avvicinarlo alla moda
attualmente dominante) viene fatta
sentire come un qualcosa di
ripugnante, spregevole; tende a
essere ampiamente vista come
degradante, lesiva del valore e della
stima sociale del «colpevole». La
consapevolezza di questo stato di
cose è anche, di conseguenza, un
colpo ferale, umiliante e doloroso,
alla propria autostima.
Questo stato di cose, lo ripeto, è
strettamente connesso al nostro
essere una società di consumatori: se
il succitato precetto non venisse
osservato in maniera massiccia e
intensiva, l’economia consumista
andrebbe in crisi, se non addirittura
crollerebbe, non riuscendo a
perpetuarsi. L’economia consumista
prospera (o meglio sopravvive)
grazie al magico stratagemma del
convertire la possibilità in obbligo o,
per dirla con il lessico degli
economisti, l’offerta in domanda. Il
fenomeno della moda – nella
fattispecie del determinare i modelli
vincolanti dell’aspetto esteriore del
corpo in base alle opportunità
disponibili fornite dall’industria
della cosmesi e della chirurgia
plastica – svolge un ruolo cruciale
nel far sì che tale miracolosa
conversione proceda senza intoppi.
Ma fondamentalmente stiamo
ancora muovendoci sullo stesso
terreno da noi già battuto quando
tentavamo di affrontare le questioni
sollevate dalla tua prima domanda.
Tutto ciò che abbiamo detto sulle
cause ultime dell’odierna mania dei
tatuaggi vale anche per la mania
degli interventi cosmetico-
farmaceutico-chirurgici – tra
parentesi, nel nostro mondo
caratterizzato dalla sostituzione della
comprensione autentica, profonda,
con il «navigare» (surfing),
entrambe queste manie operano
sulla superficie (surface) del corpo,
e ben pochi oggi criticherebbero una
tale superficializzazione. Alla base
di entrambe le
voghe/mode/infatuazioni troviamo
la dialettica di appartenenza e
autodefinizione e le logiche della
moda e dell’embodiment. Un altro
commento si impone, però: le tue
cifre segnalano – è questo è
interessante – un’instabilità, e quindi
la possibilità di un cambiamento, se
non addirittura di un’inversione di
tendenza. Gli indici statistici
possono salire o scendere (di nuovo,
mossi dalle alterne vicende
dell’economia consumista, con la
sua non certo disinteressata pulsione
a inventare sempre nuovi mercati
per sempre nuovi prodotti mirati a
soddisfare sempre nuove esigenze). I
fenomeni qui registrati sono molto
probabilmente temporanei; odierni
modi di darsi di trend più durevoli,
che vantano una maggiore
aspettativa di vita.
Thomas Leoncini:
Qualche altro aspetto della chirurgia
plastica che merita attenzione: le
ragazze molto giovani di oggi sono
spesso (e sempre più) orgogliose di
aver subito un intervento estetico.
Fino a pochi anni fa non era questa
la tendenza, anzi mi sento di poter
affermare che il trend fosse
diametralmente opposto. Basta
entrare in qualsiasi social network,
in particolare Instagram, e digitare
hashtag come #lips: si assiste a un
elogio indiretto della chirurgia
plastica che ha come teatro
principale la messa in scena della
ricostruzione della ragazza secondo
norme molto precise e standard di
bellezza della modernità liquida. Se
la bellezza è una ricerca di umanità,
questa ipotesi è la prova che
l’individualità nella modernità
liquida sta cercando di affermarsi
anche in questo campo. Mi spiego:
chi è orgoglioso di una ricostruzione
plastica che tende a un ideale
estetico dell’umanità (quasi a un
ideale estetico di comunità) è forse
davvero orgoglioso della propria
individualità. Ma sto parlando di
quell’individualità che ha permesso
alla giovane di cannibalizzare il suo
individuo de jure, quello dei diritti e
dei doveri, a spese dell’individuo de
facto, quello che pensa solo alla
propria capacità di
autoaffermazione.
L’orgoglio femminile di aver
subito interventi di chirurgia plastica
può anche essere dovuto
all’ostentazione di ricchezza? Una
dimostrazione di disponibilità
economica personale. Potrebbe forse
venire presto il tempo in cui le
ragazze misureranno il tempo con la
misura della bellezza, e allora la
bellezza (e quindi il tempo) grazie
alla chirurgia potrà tornare
indietro…
Zygmunt Bauman:
Fai bene ad aggiungere alla nostra
lettura di questi fenomeni il fattore
ricchezza! Una forma fisica
impeccabile, patinata, perfetta,
implica, tanto quanto (se non più di)
abiti acquistati nelle più rinomate (e
quindi anche più costose) boutique
alla moda, uno status economico
elevato e un portafoglio ben
«gonfio»; e quindi una posizione
sociale superiore, e la pubblica stima
che vi si accompagna. Proclamano
ad alta voce, e in un linguaggio
inequivocabile: «Io posso
permettermelo, a differenza di te,
poveretto! Traine le dovute
conclusioni, sappi qual è il tuo
posto, e restaci!!» Questo a me pare
però un fattore piuttosto sovra-
gender o neutro dal punto di vista
del genere, e lo stesso vale per le
«ragazze molto giovani di oggi»
orgogliose di subire un intervento di
chirurgia plastica analogo a quello
subito dalle loro sorelle maggiori o
compagne di scuola (un fenomeno
assimilabile a quello dei «ragazzi
molto giovani» orgogliosi di fumare
nei bagni della scuola: un passo
verso l’età adulta che molti, la
maggior parte forse, dei bambini di
ambo i sessi sognano, e il cui
avvento desiderano fortemente
accelerare, per godere di quei
privilegi che – in quanto bambini –
normalmente si vedono rifiutare).
Un altro fattore, questo sì
palesemente legato al genere,
potrebbe e dovrebbe piuttosto essere
usato nella spiegazione del
fenomeno che segnali. Quando gli
editori di Playboy stavano per
lanciare sul mercato Playgirl, la
rivista destinata a un pubblico
femminile che intendeva esserne la
controparte, si accese un vivace
dibattito pubblico in merito a che
genere di foto le potenziali lettrici
avrebbero preferito: i rappresentanti
più avvenenti del sesso opposto
(esattamente come i lettori uomini di
Playboy) o i più potenti e influenti
(nel caso, probabile, che i due tipi di
uomo non coincidessero)?
Ricercatori appositamente
interpellati in merito e il pubblico
dei lettori convennero sul verdetto:
la seconda opzione era la più
popolare, e quindi probabilmente la
più desiderabile per le lettrici.
Nel complesso, se sulla scala
della desiderabilità le donne tendono
a segnare punti in base alla loro
bellezza, su quella stessa scala gli
uomini tendono a essere valutati
principalmente in base alla loro
idoneità (fitness); partendo dal
presupposto che la maggior parte
degli uomini preferisce partner
femminili, e la maggior parte delle
donne partner virili, ci si
aspetterebbe che la fitness – intesa
sia come forma fisica sia come
idoneità ad affrontare le sfide della
vita e a proteggere la partner dagli
incerti e dai danni che tali sfide
possono generare (cioè doti come
industriosità, potere, destrezza,
prontezza, coraggio, energia,
intraprendenza, vigore, vitalità) –
battesse con estrema facilità le
attrattive di un bel corpo. L’industria
cosmetico-plastica, tuttavia, è mirata
a soddisfare le esigenze femminili, e
recluta la propria clientela anzitutto,
benché non esclusivamente, tra la
metà femminile della popolazione.

Thomas Leoncini:
Quindi l’identikit dell’uomo ideale
per la donna contemporanea della
modernità liquida è un uomo ricco?
La moda dell’uomo ricco accanto a
donne più giovani e avvenenti è
destinata a durare in eterno?

Zygmunt Bauman:
Non saltiamo a conclusioni
affrettate, Thomas! E niente
scorciatoie nei ragionamenti, per
favore! Dopo tutto, tu basi la tua
conclusione generalizzante su un
campione molto ristretto, e per di
più non randomizzato, ma arbitrario:
le lettrici di Playgirl. La mia
sensazione è che in linea di massima
esso coincida con il campione
(altrettanto ristretto) della clientela
dell’industria cosmetico-plastica; se
tale sensazione è corretta, potrebbe
in parte contribuire a spiegare
l’eclatante prevalenza di donne tra
quella clientela, ma senz’altro non
basta a generalizzare in merito al
fatto che l’«identikit dell’uomo
ideale per la donna contemporanea»
sia «un uomo ricco». Inoltre, su
quali basi profetizzi che «la moda
dell’uomo ricco accanto a donne più
giovani e avvenenti è destinata a
durare in eterno»?!

Thomas Leoncini:
Stiamo parlando di ragazze, di
donne. E non di ragazzi o di uomini.
Questo non perché gli uomini non
ricorrano alla chirurgia estetica, ma
perché tra i maschi è molto più raro
l’orgoglio per aver subito un
intervento. Ma come mai succede
questo? Eppure oggi i ragazzi sono
ambiziosi esteticamente proprio
come le ragazze, a volte anche di
più…

Zygmunt Bauman:
Gli uomini che vi ricorrono
rischiano di far calare il loro
punteggio sulla scala dell’attrattiva.

a. Termine introdotto e diffuso in Italia


dall’antropologo Francesco Remotti.
b. La marchiatura a fuoco. (N.d.T.)
c. Qui Bauman parafrasa il ritornello
della canzone di Irving Berlin,
There’s No Business Like Show
Business.
2
Trasformazioni
dell’aggressività
Bullismo

Thomas Leoncini:
Steven Spielberg, Barack Obama,
Rihanna, Miley Cyrus, la
principessa Kate Middleton,
Madonna e Bill Clinton hanno
qualcosa in comune: ai tempi della
scuola sono stati vittime di bullismo
e hanno subito numerosi episodi di
violenza. Proviamo ad analizzare il
bullismo, partendo però da un
aspetto inusuale. Secondo il pensiero
di Arnold van Gennep, tra i più noti
studiosi di antropologia del
Novecento, le principali
caratteristiche dei riti di passaggio
sono costruite, assemblate e formate
attorno a tre stadi. Il primo è il
periodo di separazione
dell’individuo dalla comunità
(quello chiamato dei riti preliminari,
che permette al soggetto di chiudere
con la condizione precedente). A
questo segue il periodo di margine
(quello chiamato di liminalità) in cui
avviene una vera e propria
sospensione di status sociale; il
soggetto è infatti in una sorta di
limbo che può rappresentare un
pericolo, sia per lui sia per la
stabilità sociale, perché può creare
un nuovo spirito comunitario, una
nuova communitas, come sosteneva
l’antropologo scozzese Victor
Turner. Basti pensare che molte
delle recenti rivoluzioni sociali
anticonformiste hanno visto la
propria genesi attraverso situazioni
di liminalità: gli hippie degli anni
Sessanta sono ormai irriconoscibili
antenati dei giovani punkabbestia o
dei dark, ma a loro volta questi sono
gli antenati degli emo, che oggi
forse hanno solo gli hipster come
ulteriore trasformazione liquida
liminale. Il terzo è lo stadio
dell’aggregazione, quello chiamato
tecnicamente dei riti postliminari,
perché il soggetto torna a tutti gli
effetti nel suo habitat naturale come
parte integrante e nuovamente
connessa, ma con nuove
caratteristiche individuali, che
diventano vive quando si rapportano
a quelle sociali.
Separazione, marginalità e
aggregazione, dunque. Questi stadi,
se li cerchiamo in molte situazioni
dove è diffuso il fenomeno del
bullismo, sono spesso
rappresentativi anche del percorso
che obbligatoriamente la vittima di
bullismo subisce. Di fronte agli
attacchi del bullo, soprattutto se
reiterati, la vittima si sente
psicologicamente (e spesso anche
fisicamente) «separata» dagli altri.
Questa vita a parte della vittima
non solo stravolge la sua
quotidianità, coinvolgendo sia la vita
scolastica sia quella degli affetti, ma
porta anche in alcuni casi (non rari)
a un mutamento delle amicizie, dei
contatti quotidiani. Può creare
quindi un nuovo nucleo minimo di
appartenenza sociale, e questo
coincide con la fase di margine,
quella in cui come risposta al
disagio molte vittime del bullismo
escogitano modi per non soffrire
più, per trovarsi un’altra identità,
visto che quella precedente aveva
portato come risultato molta
sofferenza. Dopo (o durante) tutto
ciò è però inevitabile – perché è la
società che ce lo impone – un ritorno
alla base, una nuova aggregazione;
quindi i rapporti con i compagni di
classe e con l’istituzione scolastica
in generale devono essere
obbligatoriamente recuperati per non
restare indietro ed evitare insuccessi
e bocciature. Ma alla conclusione di
questo percorso, mettiamo di
qualche mese o nella peggiore delle
ipotesi di qualche anno, la vittima di
bullismo rientra nella società come
persona nuova, come una persona
che si porta dietro una nuova
identità sociale, più complessa.
Il bullismo non violento
fisicamente può essere inteso come
l’equivalente di un rito di passaggio
necessario per alcuni ragazzini? I
bulli nascono bulli perché il
bullismo fa parte del loro «habitus»?

Zygmunt Bauman:
L’eminente sociologo e storico
sociale ebreo tedesco, naturalizzato
inglese, Norbert Elias coniò nel
1939 il concetto di «processo di
civilizzazione», inteso non tanto
come un’eliminazione dalla vita
umana dell’aggressività, della
coercizione brutale e della violenza
(idea che probabilmente egli
considerava meramente utopistica),
quanto come – mi sia consentita
l’espressione – uno «spazzarle tutte
e tre sotto il tappeto»: rimuoverle
dalla vista delle «persone civili», dai
luoghi che è probabile esse
frequentino, o fin troppo spesso
anche solo di cui possano avere
notizia, per trasferirle a «persone
inferiori», a tutti gli effetti escluse
dalla «società civile». Gli sforzi per
conseguire tale effetto furono mirati
all’eliminazione di comportamenti
riconosciuti, valutati e condannati
come barbari, rozzi, grezzi, scortesi,
maleducati, sgarbati, impertinenti,
ineleganti, sguaiati, villani,
sconvenienti o volgari, e nel
complesso grossolani e inadatti a
essere usati da «persone civili»,
nonché degradanti e screditanti, se
da loro usati. Lo studio di Elias fu
pubblicato alla vigilia della più
barbara esplosione di violenza
dell’intera storia della specie umana,
ma all’epoca in cui fu scritto il
fenomeno del «bullismo» era quasi
totalmente sconosciuto, o perlomeno
non aveva ancora un nome. Quando,
negli ultimi decenni, la violenza è
tornata prepotentemente alla ribalta,
e il linguaggio volgare si è insinuato
nell’elegante discorso salottiero e
proprio della scena pubblica,
numerosi discepoli e seguaci di Elias
hanno annunciato l’avvento di un
«processo di decivilizzazione» e si
sono industriati, facendo i salti
mortali, a spiegare questo
improvviso, inatteso
capovolgimento della condizione
umana, ma con scarso e
insoddisfacente – poco convincente
– risultato.
Voci più radicali si sono spinte
ancora oltre: richiamandosi allo
Spengler de Il tramonto
dell’Occidente (Der Untergang des
Abendlandes nell’originale tedesco,
dove Untergang andrebbe forse reso
più fedelmente con «caduta»), hanno
suggerito che ciò che sta attualmente
accadendo alla civiltà occidentale
non è che un’ennesima ripetizione
del modello che ogni civiltà, passata
e futura, deve seguire nella propria
storia. Avvalendosi delle sue
peculiari metafore botaniche,
Spengler presentava quel modello
come una successione di primavera,
con la sua creatività audace, perché
naïf (molto più tardi George Steiner
avrebbe suggerito che il privilegio di
Voltaire, Diderot e Rousseau era
consistito nella loro ignoranza, nel
non sapere ciò che noi, ahimè,
sappiamo); estate, con la sua
maturazione di fiori e frutti;
autunno, con il loro avvizzimento e
caduta; e infine inverno,
contraddistinto dal congelarsi e
rapprendersi dello spirito creativo in
esangue manierismo privo di
creatività. Per quanto riguarda
l’Occidente, il passaggio dalla
civiltà (spirituale) alla civilizzazione
(mondana, materiale, concreta,
pratica) si verificò intorno al 1800:
«In tali termini si distingue
l’esistenza euro-occidentale di prima
e dopo il diciannovesimo secolo, la
vita in una pienezza e in una
naturalezza, la cui forma nasce e si
sviluppa dall’interno, in un unico
slancio grandioso che dall’infanzia
del gotico va fino a Goethe e a
Napoleone; e quella vita tarda
[autunnale], artificiale, senza radici,
delle nostre grandi città, le cui forme
sono tracciate dall’intelletto. […]
L’uomo di una civiltà vive rivolto
verso l’interno, quello di una
civilizzazione vive rivolto verso
l’esterno, nello spazio fra corpi e
‘fatti’». a
C’è dunque una scelta, che può e
deve essere compiuta, tra proposte
interpretative che discendono dalle
altezze sofisticate, sublimi, e nelle
loro intenzioni universalistiche della
Geschichtsphilosophie, la filosofia
della storia. In questa nostra
conversazione, comunque, ci
interessiamo di fattori più terra terra,
prosaici, mondani e in larga misura
localizzati, che animano e forgiano
gli attuali sviluppi della nostra
cultura, della nostra mentalità e dei
nostri modelli comportamentali.

Thomas Leoncini:
E nella nostra modernità dove pensi
stia andando lo sviluppo culturale?
Zygmunt Bauman:
Lo sviluppo che tu qui suggerisci di
seguire è il ritorno della violenza,
della coercizione e dell’oppressione
nella risoluzione dei conflitti, a
scapito del dialogo e del dibattito
finalizzati alla reciproca
comprensione e alla rinegoziazione
del modus co-vivendi. Ritengo che
in questo sviluppo un ruolo
importante sia stato, sia e continuerà
a essere svolto nel prossimo futuro
dalla nuova tecnologia della
comunicazione mediata; non come
sua causa, ma come sua cruciale
condizione agevolante.
Thomas Leoncini:
La prima testimonianza è di
Michele, ormai trentenne: «Ho
ancora gli incubi la notte, avevo
dodici anni, ero molto timido e
solitario. Tre dei miei compagni di
classe mi hanno chiuso in bagno e
hanno cominciato a picchiarmi,
prima con le mani, poi con le scope
e qualsiasi oggetto fosse presente
nella stanza. Cinque minuti
interminabili, umilianti e dolorosi.
Uno di loro, mentre gli altri due mi
picchiavano, si slacciò i pantaloni e
mi pisciò addosso. Ancora oggi mi
viene da piangere quando penso a
quel giorno, e non solo per
l’umiliazione immediata, ma per il
fatto che il giorno dopo con mio
padre ho denunciato l’accaduto al
preside dell’istituto. Lui però mi ha
messo una mano sulla spalla e mi ha
detto che queste cose succedono,
che purtroppo i ragazzini di oggi
sono così, ma questi fenomeni sono
passeggeri, quindi nulla di cui
preoccuparsi perché tutto sarebbe
andato meglio già nei giorni
successivi (uno dei tre era il figlio di
un noto medico, molto ricco, della
mia città). Ovviamente gli atti di
bullismo nei miei confronti non
cessarono e la situazione proseguì
per tutto l’anno scolastico». Michele
ci racconta di una spada a doppio
taglio del bullismo, la stessa lama
che incide e scende in profondità
provocando il primo dolore e poi,
non sazia, procura un nuovo dolore
quando si ritrae, quando scompare
dalla carne. Il preside della scuola
(che non capisce cosa prova
Michele) si trasforma a sua volta in
un responsabile dell’esclusione
sociale del ragazzo. Tu hai mai
subito atti di bullismo?

Zygmunt Bauman:
Sì, eccome. In modo costante,
quotidiano. Durante tutti gli anni di
scuola a Poznanń, in Polonia, finché
fuggii dalla mia città natale allo
scoppio della guerra insieme agli
altri due ragazzi ebrei della mia
scuola. Ovviamente, all’epoca non
sapevo ancora nulla di sociologia,
ma ricordo di aver capito benissimo
che essere vittima di bullismo era
una questione di esclusione. Non sei
come noi, non sei dei nostri, non hai
diritto di partecipare ai nostri giochi,
non giochiamo con te, se ti ostini a
voler prendere parte alla nostra vita
non stupirti se ti buschi botte, calci,
offese, umiliazioni, mortificazioni.
Molto più tardi, quando iniziai a
leggere libri di sociologia e imparai
a pensare da sociologo, capii che
l’esclusione di tre ragazzi ebrei in
una scuola che contava parecchie
centinaia di alunni era stata per i
nostri persecutori l’altra faccia della
medaglia della loro identificazione
del sé. Un po’ più tardi ancora seguii
il suggerimento del romanziere
Edward Morgan Forster, Only
connect: «Basta solo connettere»; b
mi resi conto che designare un
nemico e dimostrarne a tutti i costi
l’inferiorità era l’inseparabile altra
faccia della medaglia
dell’identificazione del sé. Non ci
sarebbe un «noi», senza un «loro».
Ma fortunatamente, per rendere
reale il nostro desiderio di comunità,
apprezzamento e aiuto reciproco, ci
sono «loro» – ed ecco che di
conseguenza c’eravamo, dovevamo
per forza esserci «noi» a manifestare
il loro essere comunità, di nome e di
fatto, e senza mai stancarci di
ricordarlo a noi stessi e di
dimostrarlo-riaffermarlo,
provandolo agli altri intorno. A tutti
gli effetti, l’idea di «noi» non
avrebbe senso, se non abbinata a
quella di «loro».
E questa regola, temo, non
promette bene per il sogno di un
mondo libero dal bullismo.
Thomas Leoncini:
Parli quindi di esclusione. Nella
seconda testimonianza, infatti, è
proprio il sentimento di esclusione
che emerge con prepotenza.
Laura ha quindici anni e, a
differenza di Michele, oggi non è
ancora uscita dal problema del
bullismo, come racconta lei stessa:
«Non voglio andare a scuola perché
i miei compagni mi fanno sentire
diversa. Vorrei essere come loro, ma
loro non me lo permettono. Se mi
vesto come loro ridono di me, se mi
impegno a imitare quello che fanno,
poi mi disprezzano. I miei compagni
dicono che sono una perdente, che
non potrò mai avere amici o un
fidanzato. E io comincio a credere
che abbiano ragione. Non so quale
sia il motivo per cui mi odiano così
tanto, ma so che mi fa sentire troppo
male (questo sopravvivere
emarginata). Penso spesso al
suicidio come soluzione al mio
dolore».
Sembra che il bullismo del
maschio differisca da quello
femminile per molti aspetti. Per
esempio, nella maggior parte dei
casi, tra maschi viene utilizzata la
violenza fisica, mentre tra femmine
vince di gran lunga quella verbale e
spesso silenziosa, ma
marginalizzante.
Secondo gli ultimi dati
dell’NCES, il National Center for
Education Statistics, c uno studente
americano su cinque è vittima di
bullismo e, come indicano diversi
studi internazionali, uno dei
principali «moventi»
dell’accanimento contro uno
studente è la sua reale o presunta
omosessualità, ma gli studi dicono
anche altro: i ragazzi gay e le
ragazze lesbiche hanno il triplo della
probabilità di suicidarsi rispetto agli
altri.
Di questo rischio parlava
espressamente già qualche anno fa
anche lo United States Department
of Health and Human Services
(HHS) di Washington, ossia il
dipartimento della Salute e dei
servizi umani. d Cosa ne pensi di
tutto questo?

Zygmunt Bauman:
Personalmente non prenderei troppo
sul serio le motivazioni che
avanzano i bulli, maschi o femmine
che siano, per spiegare il loro
bullismo e la scelta delle loro
vittime. Le motivazioni vanno e
vengono, sull’onda delle mode del
momento, ma il disagio esistenziale
resta, e importunamente esige di
essere alleviato, sfogando la
pressione accumulata e
prevenendone un ulteriore
accumulo. Il bisogno di bullismo, e
soprattutto di suoi oggetti e moventi,
esiste da sempre e non finirà mai. In
tempi remoti, a giustificazione del
disagio esistenziale e della
conseguente aggressività, si
incolpava la possessione demoniaca,
in altri tempi un matrimonio infelice
o l’anorgasmia, in altri ancora lo
sfruttamento sessuale da parte dei
genitori, attualmente molestie
sessuali subite nell’infanzia da parte
di insegnanti, sacerdoti e il bisogno
di celebrità; ora a essere colpevoli
sono gli omosessuali. Ma hai
dimenticato di menzionare i
migranti, che attualmente lasciano di
gran lunga indietro qualunque altro
candidato…

Thomas Leoncini:
I migranti, caro Zygmunt, hai
ragione. Un’altra nitida attualità.
Molto più di duecento anni fa
Immanuel Kant fece una
banalissima osservazione che ho
sentito menzionare più volte anche
da te: si chiese che conseguenze
potesse avere, in pratica, la forma
sferica della terra. La più evidente di
tutte, per noi nativi terrestri, è che
abitiamo sulla superficie di tale
sfera. Ma proviamo a immaginare
cosa possa significare «spostarsi»,
«muoversi» da un punto all’altro di
una sfera. Significa innanzitutto
«accorciare» sempre di più le
distanze con gli altri. Sì, perché
muoversi lungo una sfera altro non è
che ridurre in realtà quella distanza
con il prossimo che inizialmente,
con lo spostamento, si era tentato di
allargare. E lo stesso Kant prosegue
l’osservazione constatando che
prima o poi (ma lo scrisse più di due
secoli fa quindi potremmo definirci
immersi sia nel «prima» sia nel
«poi») finiranno gli spazi vuoti dove
potranno avventurarsi quelli di noi
che trovano troppo scomodi o stretti
i luoghi già popolati dai propri
simili. Ciò che si constata da queste
osservazioni è che sia logico
accettare l’imposizione stessa che ci
fa la Natura, considerando
l’ospitalità come indispensabile
pilastro fondante della modernità.
Conversando del tema di cui
parlavamo poco fa, il bullismo, mi è
venuta in mente la vicenda di Kitty
Genovese; è più di una storia
sull’indifferenza, è un esempio
utilizzato molto spesso in psicologia
sociale per ricordare come l’essere
umano tenda a spostare sulla
responsabilità sociale collettiva la
sua responsabilità personale,
dimenticando che invece nella sua
vita quotidiana è la forte
individualità a invaderlo e a gestire i
suoi rapporti sociali. Kitty Genovese
era una donna di New York che fu
accoltellata a morte vicino a casa
sua, nel quartiere di Kew Gardens,
distretto del Queens. Era il 1964, e il
giorno successivo The New York
Times dedicò lo strillo più
importante della prima pagina a
questo testo: «Trentasette persone
hanno assistito a un omicidio senza
chiamare la polizia».
La conclusione in soldoni?
Eccola: un unico testimone che
assiste a un evento tragico, e si
accorge di essere solo, ha più
probabilità di intervenire in soccorso
piuttosto che un individuo che si
rende conto di essere insieme ad
altri, a una presenza collettiva di
simili.
Senza entrare nel merito della
storia e delle polemiche nate
successivamente (poiché il fratello
di Kitty Genovese ha cercato la
verità e ha scoperto diverse
incongruenze fra il lavoro della
stampa e la realtà), il messaggio è
chiaro: il pluralismo sembra spesso
creare una modifica, seppur
momentanea, una trasformazione
dell’individualità, un’individualità
più leggera. E il risultato finale non
cambia: una povera ragazza
massacrata in mezzo alla strada da
un pazzo e tutti i cittadini che
(probabilmente) guardavano la scena
da dietro le loro tende; nessuno uscì
di casa, nessuno la prima mezz’ora
chiamò la polizia, nonostante gli urli
della vittima. Luci accese dunque, e
figure in controluce che fra loro si
osservano da dietro i vetri spalmano
la responsabilità ad agire (anche tu
stai guardando, non solo io, perché
tocca a me e non a te?) e
inevitabilmente diminuiscono
l’impatto personale che motiva allo
start dell’aiuto. Quel giorno del
1964 fa parte dei tuoi ricordi più
forti?

Zygmunt Bauman:
Io l’ho vissuto intensamente, il caso
di Kitty Genovese, attraverso lo
choc che riverberava dall’opinione
pubblica illuminata di quei tempi –
ben oltre l’ambiente accademico,
costretto a rivedere più di una delle
sue teorie, tacite o esplicite. Se non
ricordo male, fu durante il dibattito
che ne seguì, e che proseguì
insolitamente a lungo, dato il panico
morale suscitato, che sentii parlare
per la prima volta del concetto di
«spettatore»: le persone che vedono
compiere il male ma distolgono lo
sguardo e non fanno nulla per
fermarlo.
Quel concetto mi colpì subito,
forse come la categoria di gran
lunga più importante tra quelle
assenti dagli studi sul genocidio, e
che reclamava di esservi
assolutamente inserita.
Mi ci vollero vent’anni, tuttavia,
per renderle la giustizia che meritava
nell’ambito del mio personale
tentativo di decifrare il mistero
dell’Olocausto condotto all’apice
della civiltà moderna. (Ricordiamo
che la Genovese fu assassinata nel
1964, alle soglie di quella che venne
percepita come una rivoluzione
culturale che avrebbe rivalutato tutti
i valori, come gli anni Sessanta
sarebbero ben presto stati rubricati
negli annali della storia culturale, e
l’opinione pubblica colta trovò un
altro argomento su cui focalizzare la
propria attenzione; come ebbe a dire
una volta, causticamente e solo in
parte ironicamente, lo psicologo
Gordon Allport, noi che lavoriamo
nel campo delle scienze umane non
risolviamo mai problemi, ci
limitiamo a occuparcene sino alla
noia… Ciò che Allport si dimenticò
di dire, però, è che non tutti i
problemi hanno una soluzione; molti
non l’hanno, e omicidi gratuiti come
quello della Genovese appartengono
a tale categoria. I poliziotti che,
come vediamo nei film polizieschi,
cercano in primo luogo un movente,
hanno un compito impossibile da
svolgere, e così pure i pubblici
ministeri, le giurie, i giudici.)
Ma retrospettivamente, con il
senno di poi, possiamo dire che il
caso Genovese mise in luce anche
un altro fenomeno, destinato ad
acquisire negli anni seguenti sempre
più fosca importanza e sempre
maggiore urgenza di inquadramento
concettuale: quello del «male
casuale» o «disinteressato». Al
processo, l’assassino, Winston
Moseley, rivelò alla giuria di aver
scelto come vittima una donna
anziché un uomo semplicemente
perché le donne «erano più facili da
assalire e non reagivano».
Il cinismo e l’assenza di scopo
del male «casuale» o «gratuito»
sfuggono alla comprensione e alle
spiegazioni «razionali», di «causa-
effetto», che nella nostra mentalità
di moderni il male deve possedere.
Questa in particolare, delle sue
qualità, costituisce la tematica
centrale dei film del grande regista e
sceneggiatore austriaco Michael
Haneke, uno dei più sensibili e
profondi esploratori e cronisti di
questa varietà inquietante,
sconvolgente del male. Luisa
Zielinski, intervistandolo per the
Paris Review (Inverno 2014), così
ne riassume l’opera cinematografica:
«La sua cinepresa ignora i cliché
pulp e torture porn hollywoodiani
per mettere a fuoco invece quelle
crudeltà quotidiane nei cui confronti
il pubblico non è ancora
anestetizzato: i meschini atti di
bullismo, l’incapacità di ascolto, le
ossessioni classiste e di privilegio
sociale». e Ma già nel maggio 2001
Peter Bradshaw, il critico
cinematografico del quotidiano The
Guardian, sosteneva che Storie di
Haneke è «un film abbagliante,
intransigente, impossibile da
definire». Ma questo, direi io,
perché i modi e i mezzi dell’essere
nel mondo dei suoi personaggi, che
Haneke deliberatamente (e
prudentemente!) mette in scena
senza commenti né spiegazioni,
sono esattamente così: «impossibili
da definire». Un messaggio che
torna puntualmente in tutti i film del
regista austriaco, ed è recentemente
ribadito dalla figlia di una donna
dall’interminabile, straziante declino
fisico, appena soffocata dal marito,
con il suo silenzio lungo alcuni
minuti nell’ultima scena del film
Amour… Nella povertà dei miei
mezzi, neanche lontanamente
paragonabili all’abilità di Haneke
nell’esprimere l’inesprimibile, dire
l’indicibile, articolare il non-
articolabile e rendere intelligibile ciò
che non lo è, e avvalendomi della
straordinaria sensibilità del mio
compianto collega e caro amico
Leonidas Donskis, ho affrontato
insieme a lui quello stesso mistero
nei nostri due libri Liquid Evil (Male
liquido) e Moral Blindness (Cecità
morale).
Gli eventi nuovi, insoliti, ancora
non-notati (e tantomeno
mentalmente ed emotivamente
assimilati) tendono a scioccare
semplicemente in quanto tali. Eventi
simili, se ripetuti, moltiplicati,
quotidianamente rivisti o riascoltati,
tendono a venire spogliati della loro
capacità di scioccare. Per quanto
sconcertanti e orripilanti siano potuti
risultare la prima volta che li si è
visti o ascoltati, attraverso la
monotonia della loro ripetizione
vengono «normalizzati», resi
«ordinari», cose che sono così per
loro stessa natura; in altre parole,
vengono banalizzati (trivialised), e
la funzione delle banalità (trivia) è
divertire e intrattenere, non
scioccare.
Nel 2011 Anders Behring Breivik
commise due stragi: una mirata a
colpire il governo e vittime casuali
tra la popolazione civile, l’altra
contro gli ospiti di un campo estivo
organizzato dalla sezione giovanile
del Partito Laburista Norvegese
(Auf). Breivik aveva
preventivamente spiegato i suoi
crimini in un manifesto pubblicato
online che tuonava contro l’Islam e
il femminismo, colpevoli, a suo dire,
di stare congiuntamente «generando
un suicidio culturale europeo».
Scrisse anche che il movente
principale del suo folle gesto era
«pubblicizzare il suo manifesto».
Potremmo dire che Breivik qui
faceva leva sull’attuale senso
comune: più scandalosa e di cattivo
gusto è la pubblicità, maggior
audience televisiva, vendite di
giornali o profitti al botteghino è in
grado di generare. Ciò che colpisce
un lettore attento, tuttavia, è la totale
assenza di un nesso logico tra
ragione ed effetto: l’Islam e il
femminismo da un lato e le vittime
casuali di una strage dall’altro.
Ci stiamo quietamente adattando
a questo stato di cose illogico, anzi,
del tutto inconcepibile. Breivik è
tutt’altro che un unico, eccezionale
errore della natura o un mostro
solitario senza pari né epigoni: la
categoria di cui è membro è nota per
reclutare sempre nuovi membri
tramite il meccanismo conosciuto
come «emulazione». Guardate per
esempio ciò che accade nei campus,
nelle scuole e negli eventi pubblici
americani, guardate gli atti
terroristici o comunque violenti
incessantemente mandati in onda in
tv, date una scorsa alla
programmazione dei cinema della
vostra città, o alle liste dei bestseller
degli ultimi mesi, per vedere quanto
siamo quotidianamente esposti allo
spettacolo di una violenza casuale,
gratuita, immotivata: violenza per la
violenza, senza altro scopo. Il male è
stato veramente e pienamente
banalizzato, e ciò che più conta, tra
le conseguenze, è che noi siamo stati
o saremo presto resi insensibili alla
sua presenza e alle sue
manifestazioni. Fare il male non
richiede più motivazioni. Il male,
bullismo incluso, non si è forse già
considerevolmente spostato dalla
classe delle azioni finalizzate a uno
scopo (cioè a loro modo sensate)
all’ambito di un piacevole
passatempo e intrattenimento (per
un numero crescente di
«spettatori»)?

a. O. Spengler, Il tramonto
dell’Occidente. Lineamenti di una
morfologia della storia mondiale, tr.
di J. Evola, Guanda, Parma 1991, pp.
528-529.
b. È l’epigrafe del romanzo Casa
Howard. (N.d.T.)
c. Si tratta dell’ente federale per la
raccolta e l’analisi dei dati relativi
alla formazione negli Stati Uniti e in
altre nazioni. L’NCES è parte
dell’Istituto di Scienze della
Formazione, all’interno del
dipartimento statunitense della
Pubblica istruzione. Questo ente
adempie un mandato del Congresso
per raccogliere, confrontare,
analizzare e riportare statistiche
complete sulla condizione
dell’istruzione americana, conduce e
pubblica relazioni e riferisce sulle
attività di educazione a livello
internazionale. I dati aggiornati dello
studio sul bullismo qui citato sono
stati pubblicati a fine dicembre 2016
e sono consultabili online al seguente
link:
https://nces.ed.gov/pubsearch/pubsinf
o.asp?pubid=2017015
d. È il il dicastero del governo federale
che si occupa della salute dei cittadini
americani. Tra i suoi compiti vi sono
quelli di gestire la sanità pubblica,
vigilare su quella privata, svolgere
attività di prevenzione delle malattie,
controllare la salubrità degli alimenti
e la composizione dei medicinali.
e. L’intervista è consultabile sul sito
della testata online al link
https://www.theparisreview.org/interv
iews/6354/michael-haneke-the-art-of-
screenwriting-no-5-michael-haneke.
3
Trasformazioni sessuali e
amorose
Decadenza dei tabù nell’era dell’e-
commerce sentimentale

Thomas Leoncini:
Rimpiangiamo i tempi passati solo
perché siamo sicuri che non possono
più tornare. Tutti i giorni sono buoni
per sentire qualcuno che inneggia ai
tempi perduti come più «giusti», più
in linea con principi consolidati. E
allora vai al bar, sfogli un giornale e
trovi un tema sempreverde in tutti
questi non luoghi: a i ragazzini non
si stanno godendo la loro giovinezza
per colpa di Internet e degli
smartphone. Tutti pronti ad accusarli
di essere connessi senza sosta, di
avere continuamente lo sguardo sul
telefonino, di portarsi sempre
appresso il non luogo più moderno e
liquido per eccellenza (il web) e di
vivere perennemente in un limbo
tascabile, che non esiste, che crea
relazioni continue ma inesistenti
perché leggenda vuole che quando
due smartphoniani si incontrano,
parlicchino qualche minuto e poi
continuino a fissare lo smartphone
per costruirsi universi paralleli
digitali. Ma i ragazzini di oggi sono
come eravamo noi. Solo con qualche
sottile differenza: noi siamo
cresciuti con il telefono fisso, loro
fissando il telefono! Anche se a
pensarci bene non è del tutto vero.
Quando avevo quindici anni anni era
appena arrivata la moda dei
telefonini da portare a scuola (più di
400.000 lire per una cabina
telefonica «portatile», che alla fine
tanto portatile non era, stava solo
nelle tasche grosse; una volta l’ho
messo nella tasca anteriore dei jeans
e mi sono ritrovato l’antenna sopra
le scarpe). Anche noi passavamo le
giornate con la faccia sullo schermo
del telefonino e qualcuno ricorderà il
perché. Perché ci arrivavano gli
squilli. La moda degli squilli è stato
il trend più sottovalutato in assoluto
dai media di inizio nuovo millennio,
ma aveva la stessa portata di
WhatsApp per i giovanissimi di
oggi. Se una ragazza ti piaceva
dovevi prima assicurarti che avesse
un telefono, poi contrabbandare
qualcosa per trovare il numero e
infine fare la cosa più importante:
uno squillo. Se dopo lo squillo non
succedeva nulla, allora la ragazza
era una che probabilmente «se la
tirava» (utilizzavamo questo termine
senza capirlo ma ci piaceva).
Bisognava rifare un altro squillo,
senza mai esagerare, altrimenti si
finiva insultati dal fidanzato. Ed
ecco che arrivava il messaggio che
tutti aspettavamo, quello che poteva
rinfrescarti le estati solo per la
brezza passeggera e inaspettata che
ti regalava. E sapete che c’era
scritto? «Chi sei?» Da lì capivi di
che pasta eri fatto: dovevi scegliere
se dire la verità o fingere di essere
qualcun altro, anche se, una volta
fatto lo squillo, potevi star certo che
la ragazza si era già informata se fra
tutte le sue amiche qualcuno aveva
quel numero. E poi trascorrevi le
giornate a guardare il cellulare,
sperando di vedere la busta su quello
schermo che al sole non si leggeva.
Questo per introdurre un aspetto
decisamente «continuo» rispetto a
oggi: la necessità dei giovani di
allora, come di quelli di oggi, di
provare particolare interesse per
tutte quelle realtà che accorciano
ancora di più le distanze spaziali e
accelerano il percorso di selezione e
reclutamento dei partner sessuali, a
favore di uno stradominio del tempo
sullo spazio. WhatsApp, Telegram,
Snapchat, Messenger hanno questa
grande funzione: accorciano i nostri
tempi, ci fanno arrivare con molta
più rapidità al target desiderato,
sono processi istantanei che
sanciscono come mai prima d’ora la
fine delle distanze spaziali,
determinando come unica sottile
barricata la staccionata temporale.
«Quanto tempo mi ci vuole per
venire da te a Miami se sono a
Roma?» è la domanda ricorrente.
Avete mai sentito qualcuno dire:
«Quanti chilometri devo percorrere
per arrivare da te?» La modernità
liquida ha completamente
modificato i nostri schemi
psicologici e di conseguenza i nostri
prototipi cinestetici. Ma il web cosa
rappresenta davvero per noi e per la
nostra identità? È un mondo a parte
oppure un completamento ormai
indispensabile per la nostra identità?
Sono infiniti i casi in cui il web,
agendo come vetrina dell’identità
umana, ha lasciato vittime sulla
propria rete di connessione: tanti
infatti sono stati i suicidi come
conseguenza di un accanimento
subdolo e violento nei confronti di
individui particolarmente fragili. E
non occorre «scomodare» la già
pessima reputazione di Ask.fm, sito
che permette di scrivere qualsiasi
cosa senza svelare la propria
identità; pensiamo per esempio ai
numerosissimi casi di cyberbullismo
e di diffamazione per averne un’idea
concreta. Tutto quello che sta sul
web ha certamente un tratto
distintivo universale: la riduzione
della sfera pubblica a vantaggio
della sfera privata. Ma è proprio
questo che toglie peso al senso
politico del cittadino. Eppure il web
con i social network ci inganna,
facendoci credere che attraverso i
like e i commenti possiamo davvero
plasmare e diffondere una
democrazia universale, invece
creiamo semplicemente una nostra
visione personale, individuale, che
va a sommarsi ad altre diverse
visioni individuali. E ancora una
volta portiamo il privato nel
pubblico. Spesso ci immaginiamo i
commenti sui social come fiumi
composti dalle stesse gocce d’acqua,
ma tutto questo è più simile a un
lago con tantissime gocce d’olio che
non riescono a penetrare l’acqua, ma
solo a dimostrare di esistere
individualmente, senza poter essere
realmente pesate. È vero, sono simili
fra loro, ma non abbastanza. E cosa
succede quando osserviamo tutto ciò
dall’esterno? Qual è il modo più
comune per screditare con tre parole
questo immenso flusso? Chiamarlo
«il popolo del web» (più o meno
ogni giorno molti media ne parlano
in questi termini), ossia
sottintendendo che esista un’entità
del tutto estranea alla comunità
reale, come se non fosse composta
dalle stesse persone, ma che
comunque (è un dato di fatto) esiste.
Eppure noi conosciamo il web solo
come un habitat ideale, politico e
democratico. Quello che invece
appare clamoroso è la più stretta
somiglianza con il totalitarismo,
piuttosto che con la democrazia. Sì,
perché la diffusione delle notizie e
dei video in tempo reale, quindi
quella che possiamo chiamare «vita
dello spettatore dormiente», è
certamente poggiata su solide basi
democratiche, ma l’organizzazione
della nostra sfera personale sul web,
ossia quella dello spettatore
«attivo», che riguarda la relazione,
l’apertura o la chiusura verso gli
altri, è tutt’altro che costruita in
modo democratico.
Con i nostri profili personali sui
social network tutti sperimentiamo
piuttosto l’illusione del
totalitarismo: siamo liberi di bannare
gli utenti, di eliminare le richieste di
«connessione» solo perché non
conosciamo qualcuno
personalmente. Fino a poco tempo
fa Facebook dava la possibilità ai
suoi iscritti di segnalare un utente
qualora si permettesse di inviare una
richiesta d’amicizia a un altro utente
che non conosceva di persona.
Quindi l’unica colpa del malcapitato
richiedente asilo in terra digitale
altrui, per cui poteva rischiare un
blocco del suo account, era aver
chiesto a un estraneo di essere
ospitato fra gli «amici». Con i
social, inoltre, chiunque può (in un
minuto) farsi il suo profilo fake e
offendere altri utenti, difeso dalla
garanzia del potere della privacy.
Lo psicologo statunitense Philip
Zimbardo fece indossare a un
gruppo di studentesse cappucci e
mantelli come quelli del Ku Klux
Klan, in modo da renderle anonime;
a un altro gruppo di studentesse,
invece, non fece indossare nulla di
particolare. Chiese a entrambi i
gruppi di somministrare una scarica
elettrica a un’altra persona, ed ecco i
risultati raccolti: quelle che
indossavano i cappucci tennero
premuto il pulsante che comandava
la scarica due volte più a lungo di
quelle a volto scoperto.
Sempre Zimbardo, con il suo
famoso esperimento nelle carceri di
Stanford, confermò quanto il
fenomeno della deindividuazione
fosse potente. Come scrisse un altro
psicologo statunitense, Edward
Diener, la deindividuazione,
riducendo la coscienza di sé, riduce
l’accessibilità alle norme interiori di
comportamento.
Con Internet abbiamo davvero
l’illusione di essere persone uniche e
di essere in grado di gestire la
sovrabbondanza di ricerca del senso
della vita.

Zygmunt Bauman:
Hai tratteggiato bene la tua storia del
web: breve, sintetica ma densa di
avvenimenti. In effetti, una
combinazione di grandi aspettative e
speranze frustrate sembra essere, a
posteriori, il suo segno distintivo.
Come giustamente suggerisci, il web
è entrato trionfalmente nel nostro
mondo promettendo di creare «un
habitat ideale, politico e
democratico»; ma dove ci ha aiutati
ad arrivare? All’odierna crisi della
democrazia e all’aggravamento delle
divisioni e conflittualità politiche e
ideologiche. In effetti, abbiamo
accolto entusiasticamente la
promessa della chance di una
seconda vita, ma il mondo in cui
tendiamo a condurre questa nostra
seconda vita è un mondo di
cyberbullismo e diffamazione. E, sì,
l’avvento del web ha reso
improvvisamente realistiche le
nostre speranze di notorietà ma,
avendola posta ingannevolmente alla
nostra portata, l’ha resa quasi
obbligatoria – benché con una
chance di acquisirla pari a quella di
vincere il jackpot di una lotteria.
Ma cominciamo dal principio,
per poi passare in rassegna la tua
domanda punto per punto. Propongo
di iniziare dalla svolta veramente
rivoluzionaria nella condizione
umana prodotta passo a passo – nel
corso di una sola generazione – dalla
tecnologia informatica: dalle
gigantesche strutture di cui, secondo
i loro inventori e pionieri,
l’installazione di circa una dozzina
sarebbe bastata a soddisfare la
totalità delle esigenze informatiche
dell’umanità, alle miriadi di gadget,
prima portatili, poi così piccoli da
poter stare nel palmo di una mano
(laptop, tablet, cellulari e qualunque
altro aggeggio possa essere stato
«lanciato sul mercato» prima che tu
e io terminiamo questa nostra
conversazione); in ogni momento,
ventiquattro ore su ventiquattro e
sette giorni su sette, alla portata dei
miliardi di loro proprietari/utenti di
ogni età, in qualunque situazione, in
tasca o in borsa, ma la maggior parte
del tempo in mano. Per quanto soli
possiamo essere e/o sentirci, nel
mondo online siamo potenzialmente
sempre in contatto. Il mondo offline
tuttavia non è scomparso, né è
probabile che scompaia in un
prossimo futuro; e a quel mondo
offline, così denominato in
contrapposizione al nuovo arrivato
online, la suddetta prerogativa non si
applica – come non si applicava
quando quel mondo era l’unico che
abitavamo, e il suo
compagno/avversario non era ancora
stato inventato –, vale a dire per la
maggior parte (finora la quasi
totalità) della storia umana.
Ma ora ci sono due mondi,
nettamente distinti l’uno dall’altro,
entità pienamente e veramente agli
antipodi, e il compito di riconciliarli
e forzarli a sovrapporsi è tra le
competenze che l’arte del vivere del
ventunesimo secolo esige che
acquisiamo, facciamo nostre e
utilizziamo. Precetti e regole di
comportamento diversi, confini
tracciati diversamente tra «ciò che
andrebbe fatto» e «ciò da cui ci si
dovrebbe astenere», e lessici e
codici di comportamento – prescritti,
usati, insegnati e appresi – diversi,
dal momento che siamo destinati ad
abitare entrambi i mondi, dividendo
così le nostre ore, giorni (vite?) tra
due distinti universi, codici
comportamentali, modalità di
convivenza e interazione. Gli esseri
umani del ventunesimo secolo sono
«di due mondi». A uno dei due,
quello offline, appartengo. L’altro –
il mondo online, che siamo indotti,
sollecitati e allettati a costruire con i
nostri modi e mezzi, avvalendoci
degli strumenti, stratagemmi ed
espedienti forniti dalla tecnologia
informatica – è spesso enfaticamente
presentato, e fin troppo spesso
esperito, come se mi appartenesse.
Posso, almeno in parte, progettarne
forma e contenuti; posso cancellarne
e bandirne quei frammenti
indesiderati, scomodi, che mi creano
disagio; posso monitorare
performance e sbarazzarmi di quelle
cose che non sono riuscite a
soddisfare gli standard da me
prefissati.
Per farla breve: online, a
differenza di quanto accade offline,
sono io ad avere il controllo: io sono
il padrone, io comando (rule). Forse
non ho la stoffa del direttore
d’orchestra, ma decido io che
musica si suona. Alcuni arguti
osservatori hanno paragonato questa
sensazione divina a quella che
sopraffà un ragazzino lasciato solo
in un negozio di dolciumi. Il
problema però è: quali delizie quel
ragazzino sceglierà e si godrà?
Qui, caro Thomas, l’opinione
della maggioranza (che l’accesso a
Internet avrebbe creato «un habitat
ideale, politico e democratico»,
come dicevi tu) è andata incontro a
un’amara delusione. L’accesso al
web si è rivelato essere non una
ricerca di più illuminazione, di più
ampi orizzonti, di conoscenza di
concezioni e stili di vita che si
ignoravano, al fine di instaurarvi
quel dialogo che l’«habitat
democratico ideale» richiede. La
maggior parte delle ricerche
sociologiche in merito mostra che la
maggioranza degli utenti usa
Internet attratta non tanto
dall’opportunità di accesso, quanto
da quella di uscita (exit). Questa
seconda opportunità si è finora
rivelata più allettante; è ampiamente
usata più per costruirsi un rifugio
che per abbattere muri e aprire
finestre; per ritagliarsi una comfort
zone tutta per sé, lontano dalla
confusione del caotico e disordinato
mondo della vita e dalle sfide che
esso pone all’intelletto e alla
tranquillità dello spirito; per
prevenire la necessità di dialogare
con persone potenzialmente irritanti
e stressanti, in quanto di opinioni
diverse dalle nostre e difficili da
comprendere, e di conseguenza la
necessità di impegnarsi in un
dibattito e rischiare di uscirne
sconfitti. Con il semplice espediente
di cancellare ciò che non si desidera
appaia o di bandire l’accesso a ospiti
indesiderati, la rete permette uno
«splendido isolamento» puramente e
semplicemente irrealizzabile e
inconcepibile nel mondo offline
(provate, se ci riuscite, a raggiungere
lo stesso obiettivo per strada, nel
vicinato, sul posto di lavoro…).
Anziché servire la causa di ampliare
la quantità e migliorare la qualità
dell’integrazione umana, della
reciproca comprensione,
cooperazione e solidarietà, il web ha
facilitato pratiche di isolamento
(enclosure), separazione, esclusione,
inimicizia e conflittualità.
E poi hai toccato un altro punto
estremamente importante: «i
numerosissimi casi di cyberbullismo
e di diffamazione»… Internet in
effetti offre a chiunque libero spazio
per insinuazioni, maldicenze,
calunnie e diffamazione, e in
generale per la menzogna (come
osserva causticamente un ex
dignitario sovietico nelle sue
memorie Requiem per la mia terra
madre, la rivoluzione «democratica»
in Russia «ha liquidato il monopolio
sulla menzogna del partito al
governo»). Forse non incontrerai
mai la tua vittima faccia a faccia (e
viceversa); ben nascosti dentro
un’armatura di anonimato, il rischio
di essere denunciati per calunnia si
riduce al minimo.

Thomas Leoncini:
Così il rapporto «fama-web» crea un
meccanismo di amplificazione della
modernità liquida stessa: un ricco
buffet stracolmo di prelibatezze che
fa venire l’acquolina in bocca. E il
web è il ricco buffet di delizie.
Internet spesso amplifica sia i
desideri sessuali sia il desiderio di
immortalità. Platone è nato più di
2.400 anni fa; ha affermato che
l’uomo sarà scioccato dal
comportamento dei suoi simili se
prima non sarà in grado di mettere a
fuoco che ogni uomo è pervaso
dall’amore per la fama e ardisce a
ottenere gloria immortale. Per
garantire questa reputazione
all’interno della società, secondo
Platone, l’uomo è in grado di
affrontare qualsiasi pericolo, con
ancor più ferocia di quella che
userebbe per difendere i propri figli.
Oggi tutti hanno almeno dieci
minuti di celebrità nella loro vita:
basta mettere la data di nascita sul
proprio profilo Facebook e quel
giorno, ogni anno, ci si riempie di
notifiche pubbliche, che per le
donne si traducono spesso in inviti a
prendere un caffè, mentre per gli
uomini in un allargamento di
opportunità di seduzione. Cosa ne
pensi di questo?

Zygmunt Bauman:
Penso che sia un altro argomento
importante che giustamente
introduci nel nostro dialogo: una
novità che tanto per cambiare può
veramente, al meglio, generare
nuove opportunità per la vita
pubblica. Quella che tu chiami
«fama» è dopo tutto una spada a
doppio taglio. Le celebrità sono note
perlopiù per essere chiacchierate, ma
anche le persone portatrici delle idee
più benefiche devono farsi un nome,
se vogliono che le loro proposte
siano lette, ascoltate e seriamente
dibattute. Internet smantella molte
delle barriere erette in passato
intorno agli accessi alla sfera
pubblica, che troppo spesso
equivalevano a una censura
informale. Non si riusciva ad
apparire in pubblico se non ci si era
guadagnati i favori di un’emittente
televisiva; non si raggiungeva il
pubblico dei lettori per far conoscere
le proprie idee, per quanto originali
e valide potessero essere, se la
direzione di un giornale o di un
periodico seri non accettava di
stamparle e diffonderle. Queste
chiusure, questi severi vincoli
imposti all’accesso alla sfera
pubblica sono ormai un ricordo del
passato, a giudicare dal nostro
dialogo. Nel bene e nel male…

Thomas Leoncini:
Secondo alcune recenti ricerche di
The Wrap, un giornale online di
Hollywood, è allarmante il numero
di aspiranti suicidi post reality
televisivi: recentemente sono state
undici le morti di questo tipo negli
USA. Il magazine scrive che i
concorrenti non si rendono conto
dello stress a cui vanno incontro
sotto i riflettori. E le vittime sono fra
le più insospettabili: si legge di un
viceprocuratore distrettuale, di un
padre single, di un giovane pugile.
Ma soprattutto, secondo The Wrap,
il fenomeno non è limitato solo agli
Stati Uniti, ci sono stati suicidi o
tentati suicidi anche in India, Svezia
e Inghilterra. Secondo un recente
articolo del New York Post, negli
USA sarebbe il caso di aprire veri e
propri centri di assistenza
psicologica per concorrenti
televisivi!
Ormai chiunque può diventare
famoso se messo nel posto giusto,
anche una casalinga o milioni di
cuochi sparsi per il mondo. Tutte
persone che non sono abituate ai
riflettori e che scoprono fin da
subito un male tipico dei tempi
moderni: l’ansia. Susan Boyle è solo
una goccia nell’oceano: in attesa
della finale di Britain’s Got Talent
dovette essere sottoposta a cure per
eccesso di stress. Le fu diagnosticata
una sindrome «televisiva»: l’eccesso
di tensione che deriva dall’essere
proiettati da una vita normale e
perfino banale a una ribalta
pubblica, davanti a milioni di
spettatori.
Tutto questo è perfettamente in
linea con i risultati di un
esperimento scientifico che fa
riflettere, condotto recentemente in
Svezia, al Karolinska Institutet. Un
gruppo di 125 volontari ha
sperimentato forse il miglior rimedio
in assoluto mai conosciuto per
eliminare l’ansia e gli attacchi di
panico: l’invisibilità.
Sì, il rimedio consiste nel
convincersi di possedere un corpo
invisibile in situazioni sociali
stressanti. Grazie a un caschetto per
la realtà virtuale, i volontari hanno
percepito il loro corpo come del
tutto trasparente. Il display mostrava
infatti lo spazio e gli oggetti
circostanti ma non il corpo della
persona. La percezione è stata
rafforzata grazie al tatto: i soggetti
sentivano degli oggetti toccare la
pelle, ma li vedevano muoversi nel
vuoto. Quando poi hanno visto
davanti a loro una folla virtuale di
persone che li fissava, i volontari
che avevano interiorizzato la
sensazione di essere invisibili
avevano frequenze cardiache e
livelli di stress più bassi.
Nella modernità liquida l’ansia e
la depressione sono notevolmente
aumentate, ma l’esigenza
epicureadell’invisibilità è quasi
scomparsa. Eppure la cura di questi
due mali tipici della modernità
liquida potrebbe essere proprio
l’invisibilità. Quell’invisibilità che
oggi altro non è che la peggiore
«malattia» sociale moderna. Se non
sei visibile in rete, avrai poche
chance di scalare la piramide
sociale, ma soprattutto non avrai
alcuna chance di e-commerce
sentimentale. Non è mai stato così
sottile nella nostra società il rapporto
tra sesso e amore nelle persone più
giovani. Il vecchio concetto di uomo
corteggiatore e donna preda è oggi
un miraggio arcaico, quasi ridicolo.
Le nuove generazioni di donne
hanno sdoganato il ruolo femminile:
oggi la «femmina» è sempre più
dominante e leader nella scelta del
partner. Molte ragazze gestiscono
senza nascondere (attraverso
Internet) la loro ricerca sessuale e la
vita quotidiana alla ricerca d’amore
e di attenzioni.
Zygmunt, secondo te la ragazza
leader di oggi riabilita il
matriarcato?
Zygmunt Bauman:
Apparentemente, né il matriarcato
né il patriarcato sono segni distintivi
dei tempi odierni; piuttosto, una
continua negoziazione e
rinegoziazione dei ruoli maschili e
femminili, sotto l’impatto della
storia o della biografia, o di
entrambi i ruoli: ruoli ora liquidi,
non-fissi, e men che meno cementati
una volta per tutte, «nella buona e
nella cattiva sorte, in ricchezza e in
povertà, finché morte non ci separi».
Quei ruoli sono ora perennemente a
disagio nella loro forma attuale, e
così poco fiduciosi nella saggezza
delle proprie scelte, e inquieti,
perché perennemente incerti
riguardo alle loro alternative e
opzioni «altre»; l’incertezza,
insomma, regna sovrana.
Ma quel che più conta è che
molti, forse la maggior parte dei
giovani d’oggi, uomini e donne,
all’atto pratico preferisce che siano
così, anche se magari non lo dice a
parole. Preferiscono il presente stato
di cose (la sua flessibilità, perenne
provvisorietà ed eventuale possibile
rinegoziazione), non perché lo
trovino confacente (e tantomeno
ideale!) ma perché temono ancor più
le sue alternative. Molte volte, per
molti anni, sono andato ripetendo
che ci sono due valori altrettanto
importanti, anzi indispensabili, per
una vita degna, gratificante e
dignitosa: sicurezza e libertà. Ma
che la loro conciliazione, la
fruizione di ciascuno in misura
soddisfacente e sincrona, è ardua e
faticosa. Non è possibile aumentare
la propria sicurezza senza decurtare
la propria libertà, né aumentare la
propria libertà senza cedere un po’
della propria sicurezza.

Thomas Leoncini:
Dal 2009 esiste un gioco per
Nintendo, dal titolo LovePlus, che
simula l’esperienza di amore
romantico con un adolescente. Per
molti, tuttavia, il gioco non si limita
a questo, è diventato qualcosa di più:
un rapporto che si sta avvicinando
davvero a una storia d’amore
«normale». In Europa LovePlus non
è stato molto pubblicizzato, ma in
Giappone, stando ai numeri, è
diventato un bestseller nella
categoria. Centinaia di migliaia di
giapponesi l’hanno acquistato e
molti di loro hanno dichiarato di
amare veramente la donna avatar
creata come «esclusiva personale»
dal gioco e hanno riferito di sentirsi
soddisfatti dal rapporto con lei sotto
tutti i punti di vista. Possesso,
potere, fusione e disincanto: l’amore
virtuale è l’arma ipermoderna dello
strapotere dei quattro cavalieri
dell’Apocalisse?

Zygmunt Bauman:
Nel momento in cui ti innamori,
probabilmente non ti accontenterai
di una sola notte d’amore: vorrai di
più, molto di più. Vorrai che
quell’amore, quel meraviglioso dono
del fato, si cristallizzi, duri per
sempre (come esclamò esultante
Faust, acceso d’amore alla vista
della realizzazione del proprio
progetto: «Fermati dunque! Sei così
bello!»). b Non ti sarà più possibile
immaginare un mondo che non lo
contenga, e la tua vita in un mondo
simile. Il problema è che quel volere
che «duri per sempre» implica,
almeno in quel momento, niente di
meno che una decisione e una
promessa, al proprio partner e a se
stessi, di amore eterno. E da quel
momento in poi tu decidi di nuotare
controcorrente. Dopo tutto, contrai
quell’impegno, quell’obbligo, in un
mondo tutto dedito al mordi e fuggi,
ad afferrare opportunità fugaci, di
breve durata ed eminentemente
revocabili; a saltare il fosso con
poca o nulla esitazione, non appena
scopri che l’erba dall’altra parte è
più verde della tua. E tu sei una
creatura di quel mondo – ci sei stato
allevato, educato, istruito, affinato,
nonché quotidianamente
riconfermato in quanto tale. Esiste
un modo per conciliare l’amore
«finché morte non ci separi» con la
curiosità, vivacità, disinvoltura e nel
complesso irrequietezza di una
simile creatura, figlia di una simile
società?

Thomas Leoncini:
Curiosità e vivacità, lo sai a cosa mi
fanno pensare? Al desiderio. A quel
motore che per natura l’essere
umano idealizza come parola
positiva, anche se potenzialmente
distruttivo dell’ordine. Ma in un
certo senso amore e desiderio
possono coesistere. Come tu stesso
hai spiegato, la distruzione fa parte
dell’essenza stessa del desiderio. Il
desiderio è un impulso che
distrugge, o meglio, un impulso di
autodistruzione. L’amore invece è il
desiderio di accudire l’oggetto a cui
si tiene. Hai definito l’amore un
impulso centrifugo, a differenza del
desiderio, che è centripeto. Se il
desiderio vuole consumare, l’amore
vuole possedere. L’amore è una
minaccia per il proprio oggetto e
questo è un importante punto in
comune con il desiderio. Il desiderio
è autodistruttivo, ma la protezione
che l’amore tesse intorno all’oggetto
che ama finisce per rendere schiavo
l’oggetto amato. L’amore arresta il
suo prigioniero e lo sorveglia, lo
arresta per proteggerlo. In tutto
questo, quanto pesa l’incertezza
umana?

Zygmunt Bauman:
L’incertezza di cui dicevamo è la
rovina dei legami interpersonali
contemporanei (incluse, e in modo
massimamente eclatante e doloroso,
le relazioni d’amore). L’incertezza è
condannata a essere stretta nella
morsa di due forze potenti
reciprocamente ostili, che nella loro
tensione permanente non possono
rigenerarsi e rialimentarsi; appare
altamente improbabile che una
condizione simile possa risolversi in
un prossimo futuro. Né c’è da
meravigliarsi che sia così e non
possa essere altrimenti,
considerando che essa è
costantemente pressata a schierare i
suoi combattenti e armamenti su due
fronti, ciascuno dei quali richiede un
diverso tipo di equipaggiamento
militare. Troppo spesso, il successo
su un fronte si paga con il fallimento
sull’altro – talvolta fino a rasentare
la débâcle. In quanto congiunzione
di ignoranza (nel senso di incapacità
di prevedere ciò che il/la partner
deciderà in risposta alle mie mosse,
o a quale stratagemma, espediente,
trucco o manovra penserà di
ricorrere, e dove, e quando) e
impotenza (nel senso che, se preso
alla sprovvista, non-avvertito e
impreparato, sorpreso e confuso,
rischio costantemente di reagire
inadeguatamente alla nuova
situazione che può nascerne),
coronata per di più dal duro colpo
sferrato alla mia autostima
dall’umiliazione di non risultare
all’altezza del compito, l’esperienza
dello stato di incertezza tende ad
avere come ripercussione una
ricerca di fuga dalla debolezza,
fragilità, schizogenesi e nel
complesso labilità e instabilità dei
legami; e il più delle volte la via di
fuga – che sia scoperta o inventata,
genuina o presunta – si riduce a
disperati tentativi di consolidamento
del legame. Il fatto di essere rimasti
«scottati» può mitigare il timore di
regole ferree, di codici di
comportamento non negoziabili – e
persino la ancor recente avversione
per promesse solenni e a lungo
termine – attenuando l’opposizione
a compromettersi. Almeno per un
certo tempo: finché la brutta
esperienza del passato si stempera,
sfuma e svanisce dalla memoria,
mentre nuove esperienze negative
rimaneggiano l’equilibrio tra
guadagni e perdite. I mutamenti che
contraddistinguono la storia della
mentalità e dello spirito, degli assilli
personali e collettivi, delle
alternative ideali allo status quo e
dei sogni popolari non seguono una
linea retta; come ho ripetutamente
cercato di dimostrare, seguono
piuttosto una traiettoria pendolare,
che oscilla in modo intermittente tra
i due poli di «piena libertà» e di
«piena sicurezza» (nessuno dei quali
è mai stato raggiunto, né è probabile
o plausibile sia raggiunto, in un
futuro da noi immaginabile). A mio
avviso, caro Thomas, la dialettica a
cui accennavo poc’anzi, cioè quella
di carenza/eccesso di sicurezza e
libertà, è la cornice concettuale e
interpretativa più adatta in cui la
problematica da te qui sollevata –
quella del cambiamento dei rapporti
di potere tra uomini e donne –
andrebbe collocata e analizzata.
I rapporti tra i sessi,
empiricamente dati nonché postulati,
sono oggi tanto ambigui e troppo
spesso lacerati da contraddizioni
interne (ed endemiche!) quanto i
valori che essi perseguono e le
condizioni che si auspica/ci si
attende tali valori instaureranno,
quando le donne avranno conseguito
la parità. Termini come
«patriarcato» o «matriarcato»,
insieme ai loro affini (già numerosi,
e ancora in crescita), non sono
pertinenti; confondono più di quanto
possano chiarire.
La posta in gioco nei
contemporanei conflitti di genere
non è più il potere e il dominio di
uno dei due sessi sull’altro. Al
femminismo interessa sì la parità –
di condizione sociale, opportunità e
prestigio, autorità e accesso ai
luoghi «in cui si prendono le
decisioni e si agisce» – ma il suo
altro filo conduttore, veramente
cruciale, e che si spera abbia una
chance di prevalere, è il terreno su
cui e da cui il grado di
emancipazione femminile, e il suo
influsso sulla natura della risultante
condizione umana, andrà misurato:
quello in cui alle donne vada
consentito svolgere funzioni che
finora sono state (in pratica, non
solo formalmente) riservate agli
uomini, e vengano così messi
all’ordine del giorno il
rafforzamento e la riconferma da
parte delle donne dell’egemonia
maschile secondo le consuete
dinamiche di potere – o, al contrario,
quello di una società in cui venga
compiuto almeno un onesto
tentativo di rivalutazione dei valori e
ripristino dei valori peculiarmente,
tradizionalmente ed endemicamente
femminili, riammessi dal loro esilio
nell’area della marginalità e della
derivatività.

Thomas Leoncini:
Nella modernità liquida la sessualità
si differenzia dal passato soprattutto
per un mutamento dei propri limiti.
Quello che ieri non si poteva vivere
apertamente, oggi si può fare, anzi,
può anche essere sintomo di
«avanguardia», di superamento del
«vecchio», di capacità, di
intelligenza. Jean Piaget parlava
dell’intelligenza come di quella
capacità dell’essere umano di
adattarsi all’ambiente, sia sociale sia
fisico. Più sei «adattato», più per gli
altri sei intelligente. Siamo in una
vita moderna in cui ogni recinto
arretra sempre più i propri confini, e
definire quali siano oggi i limiti
sessuali diventa sempre più difficile.
Penso al grande Lévi-Strauss: «La
nascita della cultura coincide con la
proibizione dell’incesto». Questa
frase sembra suggerire:
«Fisicamente (tecnicamente) lo puoi
fare, ma sai che non lo devi fare!»
Più passa il tempo e meno esistono
limiti sessuali, soprattutto per i più
giovani: anche sui social network
assistiamo a quotidiani elogi della
propria libertà sessuale. Oggi esiste
ancora qualche limite alla
sessualità? In futuro si abolirà anche
il limite dell’incesto?
Zygmunt Bauman:
Quanto al nesso tra la capacità di
adattamento e intelligenza non sarei
così certo come tu sembri essere – e
questo vale per la totalità del
contesto sociale, e non solo per
l’ambito dei suoi costumi sessuali.
Tutti i mutamenti socioculturali sono
prodotti da un meccanismo di
«distruzione creatrice» che
comporta, necessariamente,
adattamento e ribellione:
l’assimilazione/adattamento che
segue la penetrazione/rifiuto (se ti
interessasse approfondire
l’esplorazione della logica e del
funzionamento di questo
meccanismo, ti consiglierei di
osservare a lungo e attentamente le
opere di Gustav Metzger, che a mio
avviso è riuscito meglio di
qualunque altro artista nel tentativo
di cogliere, sintetizzare e
rappresentare succintamente la
sostanza di quella che è da lui
definita «arte autodistruttiva»).
Nella fase contemporanea della sua
storia, la cultura tende palesemente
verso il suo lato distruttivo – ovvero
a privilegiare l’elemento distruttivo
della creazione – con l’intento di
mostrare, dimostrare ed enfatizzare
la mutevolezza, la fragilità,
l’endemica instabilità e transitorietà
e la brevità dell’aspettativa di vita di
tutti i prodotti culturali. Sempre più
gli impulsi e gli stimoli della
creatività si estrinsecano nella
ricerca e nel reperimento di nuovi
oggetti di distruzione e nuovi limiti
da trasgredire. Ma la quantità degli
oggetti passibili di distruzione e dei
limiti ancora suscettibili di
trasgressione, essendo per sua natura
limitata, tende a venire prima o poi
esaurita. Tu sembri implicare che
essere all’avanguardia consista oggi
nel darsi da fare (stay in business) –
a escogitare/inventare/immaginare
nuovi obiettivi per l’opera di
distruzione, anziché limitarsi a
distruggere quelli finora rimasti
intatti. L’idea di utilizzare il concetto
di avanguardia, proprio del contesto
delle arti contemporanee, mi pare
tuttavia assai dubbia e
sconsigliabile. Quello di
avanguardia è un concetto ormai
storicamente divenuto; quella
metafora ispirata dalla prassi
militare suggeriva l’immagine di un
reparto relativamente piccolo che
esplorava il territorio in procinto di
diventare il prossimo obiettivo di
conquista dell’intero esercito; è –
per definizione – la squadra di
«pulizia del territorio» destinata a
essere seguita dal grosso delle
truppe, e a far sì che ciò sia
possibile. Oggi nessuno auspica (né
desidera, promuove o anche solo
considera plausibile) una mimesi
tanto intensa di qualunque dei
presenti e futuri stili artistici. Né
avanguardie né, se è per questo,
scuole artistiche sono più plausibili.
Nella nostra società fortemente
individualizzata, ci si aspetta che gli
artisti siano una one-man (o woman)
band. Lévi-Strauss considerava la
proibizione dell’incesto come l’atto
di nascita della cultura in quanto vi
rinveniva il primo caso di
sovrapposizione (superimposing) di
distinzioni ideate dall’uomo sulle
naturali identità/differenze tra esseri
umani. Egli definiva la cultura come
un continuo processo di
strutturazione, l’incrociarsi di
differenziazione dell’omogeneo e
omogeneizzazione del differenziato,
regolato da un duplice arsenale di
prescrizioni e tabù. Tra l’altro, è
curioso che il più antico tabù della
storia dell’opposizione-cooperazione
natura/cultura si sia rivelato anche il
più duro a morire. Ti sei forse
imbattuto in qualche spiegazione
convincente di un simile,
eccezionale potere di resistenza, tale
da dar luogo a una simile,
eccezionale longevità?
Thomas Leoncini:
Ovviamente non ne conosco di
duraturi come l’incesto. Quindi il
più grande tabù della storia sarebbe
destinato a perdurare anche nel
futuro della liquidità. E questa è una
notizia, qualcosa di solido in un
contesto dove i confini sono per
natura orgogliosamente liquidi,
flessibili. Mentre scrivevo la parola
«flessibili» il mio cervello ha subito
recuperato uno schema che nel
diventare percetto (utilizzo questa
parola tecnica proprio per
evidenziarne la soggettività della
visione e differenziarlo totalmente
dallo stimolo distale) ha evidenziato
un parallelismo che solo un nativo
liquido può condividere con me
nella sua immediatezza di accesso.
Penso al lemma «flessibilità» e vedo
scritta la parola «lavoro». Non a
caso anche lo studio del lavoro –
penso allo sviluppo moderno della
psicologia del lavoro – è
completamente mutato: oggi è
fondamentale capire e valutare
subito il gap (lo scostamento) che
esiste tra i saperi formalizzati (quelli
scolastici) e quelli invece concreti.
Quello che sta emergendo a
livello globale è una maggiore
diffusione dei saperi formalizzati (il
livello di istruzione è decisamente
più alto rispetto al passato), ma la
formalizzazione dei saperi non va di
pari passo con la capacità, con l’arte
di saper gestire il concreto,
trasformando in pratica quotidiana il
sapere formalizzato. La chiamo arte
(attirandomi probabilmente qualche
critica) perché è capacità soggettiva
e al contempo creativa,
consapevolmente creativa e molto
difficilmente riproducibile
esattamente fra individui diversi.
Quindi lavorativamente ci sono tanti
individui con competenze formali
elevate ma che si aspettano da altri
la possibilità di avere una
collocazione, come succedeva
invece nel passato – in specifico
nella modernità solida, che possiamo
orientativamente indicare come un
centinaio di anni fa – per chi aveva
competenze formali inferiori. La
conseguenza è un eccesso di
domanda «deresponsabilizzata» di
lavoro (ora che ho studiato tanto mi
merito un lavoro ben retribuito,
dammi tu azienda un lavoro ben
retribuito, dimmi cosa devo fare e
quante ore al giorno devo lavorare e
io lo farò) che è totalmente in
antitesi con la richiesta principale
del mondo del lavoro di oggi: la
flessibilità. La nostra epoca liquida
chiede solo un requisito, a noi nativi
liquidi: di essere esperti della
flessibilità. E i nostri saperi
formalizzati, per essere veramente
utili a scopi lavorativi, devono
risultare orientati verso questa
direzione. Ma in termini
obbligatoriamente generici la
flessibilità lavorativa è in totale
dissenso con i giovani di oggi,
perché richiede una forte
responsabilizzazione: si è passati dal
lavoro come mezzo per avere una
vita agiata e potersi mantenere, al
lavoro come mezzo per trovare un
altro lavoro, magari retribuito
meglio. E la ricerca della vita agiata
attraverso il lavoro, non avendo più
un punto di riferimento solido come
la stabilità, sta diventando sempre
più un miraggio periferico.
La prolifica vita professionale
oggi è basata soprattutto su
competenze mobilizzate, quelle che
servono più di ogni altra per
affrontare situazioni di novità. Stare
dietro a queste trasformazioni per un
nativo liquido non solo è
complicato, ma è anche ritenuto
ingiusto perché viene proposto come
stile di vita soprattutto da chi ha un
posto fisso, ben pagato e quindi
tipico della modernità solida. Che
cosa c’entra tutto questo con la
sessualità nella modernità liquida?
C’entra molto. Perché se è vero che i
nativi liquidi non si sono ancora
adattati ai grandi numeri richiesti
dalla flessibilità lavorativa, è anche
vero che i nativi liquidi sono
diventati (a grandi numeri)
professionisti della flessibilità
sessuale. L’amore solido ragionava
in termini di amore eterno (anche se
siamo consapevoli di quanto sia
labile una promessa dopo vent’anni),
l’amore liquido ragiona da qui alle
prossime «eterne» ventiquattro ore.
Ragionando sempre a livello di
grandi numeri, oggi il contratto
psicologico fra i partner, ossia quello
implicito che fonde in un nucleo
minimo aspettative e attese
reciproche, sta mutando
completamente rispetto al passato.
«Permettimi di essere flessibile,
lasciami libero di andare e sarò
ancora più sincero e libero di tornare
da te.» Questo mutamento non è
avvenuto in tempi brevissimi…
Zygmunt, tu pensi che anche la
flessibilità lavorativa possa riuscire
a trasformarsi con efficacia per i
nativi liquidi? Potranno anche i
nativi liquidi essere appagati dal
proprio lavoro flessibile? Oppure il
nativo liquido è destinato a essere un
lavoratore infelice? L’amore
flessibile è nel Dna dell’essere
umano? Penso alla poligamia: molti
scienziati sostengono da centinaia di
anni che l’essere umano sia nato
poligamo. Se questo è vero, l’amore
liquido è un ritorno alle origini della
sessualità umana?

a. Sono l’opposto dei luoghi


antropologici. Definiti dall’etnologo e
antropologo francese contemporaneo
Marc Augé, a cui si deve il termine
non-lieu, come non identitari, non
storici e non relazionali. La nostra
surmodernità è, per Augé, produttrice
di eccellenza di non luoghi. Sono
punti di transito, occupazioni
provvisorie (alberghi), zone di
commercio individuale (centri
commerciali), e possono
rappresentare un’epoca e darne la
misura. Lo stesso Augé scrisse che lo
spazio del viaggiatore è l’archetipo
del non luogo. Più tecnicamente, i
non luoghi sono spazi costituiti da
due caratteristiche che si
sovrappongono ma non si
confondono, ossia in rapporto a
determinati fini (trasporto, transito,
commercio, tempo libero) e in
relazione ai rapporti stessi che gli
individui intrattengono con questi
spazi.
b. È il famoso «Verweile doch! Du bist
so schön!» rivolto da Faust all’attimo,
all’inizio e (qui) alla fine dell’opera.
Tr. di V. Amoretti in J.W. Goethe,
Faust e Urfaust, Feltrinelli, Milano
1991, pp. 82-83 e 640. (N.d.T.)
Postfazione
L’ultima lezione

«Chissà cosa mi ha scritto oggi


Zyg…» era il pensiero ricorrente di
ogni mattina. Sembra incredibile,
ma è così. Lui così mattiniero, e
pure nottambulo: tra le sette e le otto
del mattino era il momento in cui
avevo maggiori probabilità di
ricevere i suoi commenti alle
riflessioni e alle domande che, in
piena notte, gli inviavo. Ma a volte
mi spiazzava: potevo scrivergli alle
due di notte e ricevere risposta dopo
nemmeno mezz’ora.
Sono stati mesi indimenticabili,
per i quali sarò per sempre grato a
lui e a tutta la sua famiglia: il
professor Zygmunt Bauman mi ha
regalato qualcosa di impagabile, di
unico, l’ennesimo insegnamento di
una vita straordinaria.
Queste sono forse le parole più
difficili che io abbia mai scritto,
perché rammentare cosa ho provato
il 9 gennaio 2017, proprio mentre
fissavo il banco dei surgelati in un
supermercato, è qualcosa di così
doloroso da meritare una rimozione
freudiana. Era qualche giorno che
non ricevevo più sue comunicazioni.
Nell’ultimo messaggio che mi inviò,
mi domandava quanto, secondo me,
avrebbe dovuto ancora scrivere per
concludere l’ultimo capitolo del
nostro libro. Lui, il più grande, che
chiedeva a me, a un giovanotto,
quanto doveva scrivere. La
grandezza di quest’uomo era pari
solo alla sua umiltà. Fino ai suoi
ultimi giorni in questa terra ha
vissuto per la sua missione: farci
conoscere il mondo. Sì, ha
letteralmente adottato le generazioni
successive alla sua e le ha prese per
mano, per aiutarle a conoscere e
interpretare il mondo per davvero.
Zygmunt Bauman aveva un dono
straordinario: ci ha insegnato un
metodo di analisi e ha vissuto per
costruire strumenti che permettono
di comprendere dove ci troviamo e
dove andremo.
Poco prima della sua scomparsa
mi ha scritto: «Questo libro sarà
sulle tue spalle, deve venire bello e
genuino come mi hai promesso».
Quando ho letto quel messaggio ho
pensato a un rimprovero, per non
avergli ancora rimandato il testo in
bella copia. L’ho fatto subito.
Un’ora dopo aveva per intero tutto
quanto avevamo scritto insieme fino
a quel giorno. Non è più ritornato
sull’argomento, e solo dopo, solo
quel giorno, di fronte al banco
surgelati, ho capito che cosa
intendeva veramente. Aveva
compreso quello che non potevo,
che non volevo comprendere. Quello
che mi aveva chiesto era un libro
simbiotico: i nostri sessant’anni
anagrafici di differenza, esatti esatti,
dovevano superare il limite imposto
dalla modernità e tracciare
un’unione efficace tra discontinuità
(io) e continuità (lui). Aveva
insistito su questo punto.
Uno degli autori che di recente il
professor Bauman amava citare più
spesso è José Ortega y Gasset, e le
sue teorie sul «divenire». Ortega y
Gasset sostiene limpidamente che il
problema non sta tanto nelle
differenze tra le generazioni. Il
punto cruciale non è che le
generazioni sono diverse le une dalle
altre: è la loro coabitazione
contemporanea nello stesso mondo.
Soprattutto, ci rammenta che le
generazioni si definiscono in
relazione dell’esistenza reciproca.
Per Hans Jonas la consapevolezza di
essere mortali rende importante il
tempo che si trascorre. E possiamo
affermare di essere gli unici viventi
che hanno questa consapevolezza in
modo così dichiaratamente
esaustivo. Ma avere tale
consapevolezza è davvero un bene?
Lo stesso Jonas ha risposto: «Sono
nel pieno delle mie facoltà
intellettive, posso pensare,
interessarmi alle cose, leggere libri,
leggere quello che dicono gli altri,
parlare con loro, però con il passare
degli anni capisco sempre meno la
poesia moderna, la musica
contemporanea non mi dà grande
piacere; semplicemente non accetto
altre esperienze. Ne sono già colmo,
mi disturba farne altre. I giovani che
mi circondano non sono oberati dal
peso delle esperienze passate come
lo sono io». In breve, per Jonas il
trascorrere del tempo dona autorità
alle abitudini non ancora radicate. E
i giovani non possono per natura
creare abitudini radicate dal peso del
tempo. Il rapporto tra le generazioni
è quindi riassumibile in un problema
di continuità e discontinuità. Ed è
proprio questo rapporto, per il
professor Bauman, che genera il
presente e genererà il futuro.
Durante la sua straordinaria
esistenza Zygmunt Bauman ha
ribadito che se abbiamo il progresso,
se abbiamo la storia, è grazie alla
dialettica tra continuità e
discontinuità. Non si può parlare
degli anziani se non in opposizione
ai giovani: genitori/figli,
insegnanti/allievi si definiscono a
vicenda grazie al rapporto di
interdipendenza. Tutti passiamo o
siamo passati attraverso qualcuna di
queste dicotomiche definizioni.
Ma nella modernità liquida tutto
è cambiato. Ognuno di noi, sul
palcoscenico della contemporaneità,
è consapevole dell’impotenza degli
strumenti che possiede. Siamo attori
del grande teatro del mondo, ma
quando i riflettori sono tutti per noi,
l’agnosia ideativa ci colpisce come
un pugno.
Se ai tempi in cui è cresciuto
Bauman la tesi della razionalità
strumentale di Max Weber era la
miglior rappresentazione della realtà
– perché gli obiettivi da raggiungere
erano chiari, bisognava trovare i
mezzi giusti per realizzarli –, oggi i
nativi liquidi nella migliore delle
ipotesi non hanno che i mezzi.
Qualche risorsa, qualche
competenza, qualche abilità. Ma a
livello inconscio, ciascuno non può
che domandarsi costantemente: cosa
mai posso fare con tutto questo?
Zygmunt Bauman lo sapeva
bene. E sapeva che il proliferare
della lotta generazionale non è che
un inganno.
Penso sia questo il motivo che
l’ha spinto a scegliere una persona
come me per consegnare l’ultima
lezione della sua vita. Penso sia
questa la ragione per cui ha scelto di
lavorare con così tanta passione e
dedizione a questo breve libro.

THOMAS LEONCINI
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Nati liquidi
di Zygmun Bauman, Thomas
Leoncini
Proprietà letteraria Riservata
© 2017 Sperling & Kupfer Editori
S.p.A.
Realizzazione editoriale a cura di
Paola Rumi.
Ebook ISBN 9788820096533

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DIRECTOR: FRANCESCO
MARANGON