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Alexander McCall Smith

Il Club Dei Filosofi Dilettanti

I casi di Isabel Dalhousie

(Il club dei filosofi dilettanti)

1
Presentazione

Dopo aver assistito a un concerto alla Usher Hall di Edimburgo, un ragazzo


muore cadendo dalla balconata del teatro. È stato soltanto un incidente? Un
suicidio? O forse qualcuno l’ha spinto perché sapeva troppo? IsabelDalhousie,
direttrice della «Rivista di etica applicata», fondatrice del Club dei filosofi
dilettanti e donna di grande sensibilità, se lo vede cadere letteralmente davanti
agli occhi. Le indagini ufficiali liquidano subito il caso come una banale
fatalità. Ma Isabel non si accontenta delle conclusioni superficiali e affrettate
della polizia e, spinta da quello che sente essere un suo dovere morale, decide
di andare più a fondo e scoprire la verità. Si improvvisa detective e inizia a
curiosare nella vita privata e professionale del ragazzo, giovane manager di
una società di gestione fondi, ritrovandosi suo malgrado in un mondo, quello
della finanza, che non potrebbe essere più lontano dal proprio. Tra un
bicchiere di buon vino e le irrinunciabili parole crociate, Isabel porta avanti le
sue indagini un po’ sui generis, circondata dalle persone a lei più care: Cat,
l’adorata nipote, Jamie, l’affascinante ex fidanzato di Cat, e Grace, la fedele
governante convinta che Edimburgo sia il fulcro del mondo...

Dopo la signora Ramotswe e la sua Ladies’ Detective Agency N. 1, Alexander


McCall Smith ci presenta un nuovo, originalissimo personaggio:
un’investigatrice per caso, una filosofa colta e raffinata che conquista subito
per la grande ironia, la rettitudine morale e la capacità di affrontare i problemi
con intelligenza e simpatia umana, sullo sfondo di una Scozia
straordinariamente viva che diventa protagonista con i suoi paesaggi e le sue
atmosfere.

Alexander McCall Smith, nato e cresciuto in Africa, è professore di diritto


presso l’Università di Edimburgo e vicepresidente della commissione per la
genetica della Gran Bretagna. Guanda ha pubblicato, della serie diPrecious
Ramotswe e della sua Ladies’ Detective Agency N. 1 : Le lacrime della
giraffa, Morale e belle ragazze, Un peana per le Zebre, Il tè è sempre una
soluzione, Un gruppo di allegre signore, Scarpe azzurre e felicità, Il buon
marito e Un miracolo nelBotswana ; della serie della detective per caso Isabel
Dalhousie: Il Club dei filosofi dilettanti, Amici, amanti,cioccolato, Il piacere
sottile della pioggia e L’uso sapiente delle buone maniere; oltre a 44
ScotlandStreet, primo romanzo dell’omonima serie, seguito da Semiotica,pub
e altripiacere. Sempre per Guanda è uscita la raccolta di racconti su
Edimburgo Storie di una città, dove McCall Smith compare come autore
insieme a Irvine Welsh e Ian Rankin.
dedica

A James e Marcia Childress


1

Isabel Dalhousie vide il ragazzo cadere dalla balconata


superiore, quella del loggione. Fu un volo improvviso,
brevissimo, e il corpo rimase davanti ai suoi occhi per meno
di un secondo: capelli scompigliati, a testa in giù, camicia e
giacca rovesciate sul petto tanto da mostrare l'ombelico. Poi
il ragazzo andò a sbattere contro il bordo della balconata
centrale e scomparve verso la platea.
Stranamente, il primo pensiero di Isabel andò alla poesia
di Auden sulla caduta di Icaro. Quando capitano eventi del
genere, diceva Auden, sullo sfondo ci sono persone impegnate
nelle proprie faccende quotidiane. Non sollevano lo sguardo
per vedere il ragazzo che cade dal cielo. Stavo parlando con
un'amica, pensò Isabel. Stavamo chiacchierando, quand'è
caduto.
Sarebbe stata una serata memorabile anche senza
quell'avvenimento. Nutriva qualche perplessità sul concerto -
un'esibizione dell'Orchestra sinfonica di Reykjavik, che non
aveva mai sentito nominare - e non ci sarebbe andata se una
vicina di casa non avesse insistito per rifilarle un biglietto
che le avanzava. A Reykjavik c'era davvero un'orchestra di
professionisti, si era chiesta Isabel, oppure si trattava di
un ensemble di dilettanti? Anche in questo caso, comunque,
visto che si erano spinti fino a Edimburgo per un concerto,
meritavano di avere un pubblico. Non era giusto farli venire
dall'Islan da per esibirsi di fronte a una sala vuota. Perciò
era andata al concerto e si era gustata la prima parte del
programma, che prevedeva compositori romantici tedeschi e
scozzesi: Mahler, Schubert e Hamish MacCunn.
La serata era tiepida - davvero insolito, per essere a
marzo - e l'aria all'interno della Usher Hall cominciava a
essere viziata. Per precauzione Isabel si era vestita leggera
ed era proprio contenta visto che la temperatura in balconata
era quasi insostenibile. Durante l'intervallo era scesa e
aveva assaporato con sollievo l'aria fresca dell'esterno,
evitando il bar nel ridotto e il brusio cacofonico delle
conversazioni. Di sicuro ci avrebbe incontrato persone che
conosceva. Era impossibile uscire la sera a Edimburgo senza
imbattersi in qualcuno, ma non era in vena di chiacchierare.
Al momento di rientrare, accarezzò per un istante l'idea di
saltare la seconda parte, ma era sempre inibita al momento di
fare qualcosa per cui la si potesse tacciare di scarsa
concentrazione o, peggio ancora, di mancanza di serietà.
Perciò tornò al suo posto e prese il programma che aveva
lasciato sul bracciolo, per studiare cosa la attendeva. Fece
un grosso sospiro. Stockhausen!
Si era portata il binocolo da teatro, assolutamente
necessario nonostante la limitata altezza della balconata.
Puntandolo sul palco analizzò uno per uno i volti dei
musicisti; era una tentazione irresistibile durante i
concerti. Di solito non ci si metteva a fissare la gente con
il binocolo, ma a teatro era lecito, e se di tanto in tanto le
lenti deviavano su qualche individuo in platea, chi se ne
sarebbe accorto? Gli archi non erano niente di speciale, notò
Isabel, ma uno dei clarinettisti aveva un viso davvero
notevole: zigomi alti, occhi infossati e un mento che senza
dubbio era stato inciso nel mezzo da un'ascia.
Indugiò con lo sguardo su di lui pensando alle generazioni
e generazioni di islandesi dalla scorza dura - e di danesi
prima di loro - che si erano dati da fare per creare quel
tipo. Uomini e donne che strappavano il proprio sostentamento
alle misere terre del Grande Nord. Pescatori che inseguivano
merluzzi in acque grigie come l'acciaio. Donne che faticavano
a tenere in vita i propri figli nutrendoli di pesce secco e
zuppa d'avena. E il risultato, alla fine di tutti quegli
sforzi, eccolo lì: un clarinettista.
Appoggiò il binocolo e si rimise comoda. L'orchestra
sapeva il fatto suo e aveva suonato MacCunn con stile. Ma
perchè c'era ancora chi si ostinava a proporre Stock-hausen?
Forse era considerata una dimostrazione di raffinatezza
culturale: verremo anche da Reykjavik, un paesino sperduto ai
confini del mondo, ma almeno sappiamo suonare Stockhausen come
si deve. Isabel chiuse gli occhi. Era musica impossibile, il
genere di brani che un'orchestra in tournée non dovrebbe
infliggere a chi la ospita. Per qualche istante prese in
considerazione il concetto di «cortesia sinfonica». Si
dovevano, ovviamente, evitare le offese politiche: le
orchestre tedesche, di solito, erano restie a suonare Wagner
all'estero, soprattutto in certi paesi, e sceglievano invece
compositori tedeschi più, come dire... contriti. Non le
dispiaceva di certo, visto che lei detestava Wagner.
Il brano di Stockhausen concluse il concerto. Quando alla
fine il direttore uscì di scena e si smorzarono gli applausi -
meno calorosi del dovuto, notò, probabilmente per via di
Stockhausen -, Isabel svicolò dal suo posto e andò alla
toilette delle signore. Aprì il rubinetto e bevve un po'
d'acqua dalla mano - la Usher Hall non offriva ritrovati della
tecnica moderna come le fontanel le - e poi se ne spruzzò un
po' in faccia. Rinfrescata, tornò verso il ridotto. In quel
momento intravide la sua amica Jennifer ai piedi della breve
scalinata che portava in galleria.
Esitò per un momento. Dentro il teatro faceva ancora un
caldo insopportabile, ma non vedeva Jennifer da un anno e non
poteva certo passarle accanto senza salutarla.
Si fece largo tra la gente.
«Sto aspettando David» disse Jennifer, indicando la
galleria. « Ha perso una lente a contatto, pensa un po'. Una
delle maschere gli ha prestato una torcia per cercarla sotto
la poltrona. Ne ha persa una sul treno da Glasgow e adesso c'è
riuscito di nuovo.»
Continuarono a chiacchierare mentre il resto del pubblico
iniziava a scendere le scale dietro di loro. Jennifer, una
bella donna sulla quarantina - come Isabel -, portava un
vestito rosso sul quale aveva appuntato una vistosa spilla
d'oro a forma di testa di volpe. Isabel non riusciva a evitare
di guardare l'animale, che sembrava fissarla con i suoi occhi
di rubino. Assomiglia proprio a Compare Volpone, pensò.
Dopo qualche minuto Jennifer lanciò uno sguardo ansioso
verso la scalinata.
«Sarà meglio andare a vedere se ha bisogno d'aiuto» disse
in tono piccato. «Se ne ha persa un'altra sarà davvero una
seccatura.»
Salirono i pochi gradini e guardarono verso il basso, nel
punto in cui si distingueva la schiena di David, piegato
dietro un sedile con la luce della pila che faceva capolino
tra le poltrone. Fu proprio in quel momento, mentre erano lì
in piedi, che il ragazzo cadde dal loggione sopra di loro,
senza un rumore, senza parole, agitando le braccia come se
cercasse di volare o di tenere lontano il terreno. Poi
scomparve dalla loro visuale.
Per un istante le due donne si guardarono incredule. Poi
dal basso venne un urlo, un'acuta voce femminile, seguita dal
grido di un uomo e dal rumore di una porta sbattuta chissà
dove.
Isabel si avvicinò a Jennifer e la prese per un braccio
dicendo: «Oddio!»
Dal punto in cui era accovacciato, il marito di Jennifer
si alzò di scatto. « Cos'è stato? Cos'è successo?»
«Un uomo è caduto» rispose Jennifer, indicando la
balconata superiore nel punto in cui il soffitto toccava la
parete. «È caduto da lassù.»
Si guardarono di nuovo. Isabel si spostò verso il bordo
della balconata. C'era un corrimano d'ottone lungo tutto il
parapetto e lei si sporse tenendosi ben salda.
In basso, proprio sotto di lei, il ragazzo si era
abbattuto sullo schienale di una poltrona. Aveva le gambe
piegate sul bracciolo della poltrona accanto e un piede senza
scarpa, notò Isabel, ma con il calzino. Non riusciva a vedere
la testa, nascosta dal sedile. Vide però un braccio immobile
puntato verso l'alto, come se cercasse di afferrare qualcosa.
Accanto al ragazzo c'erano due uomini in abito da sera. Uno
dei due si era chinato e lo stava toccando, mentre l'altro era
voltato verso la porta.
«Presto, sbrigatevi!» gridò uno dei due.
Una donna rispose qualcosa urlando e un terzo uomo
attraversò di corsa la platea fino al punto in cui giaceva il
ragazzo. Si chinò e cercò di sollevarlo dalla poltrona. A quel
punto Isabel vide la testa, che ciondolava come scollegata dal
corpo. Tornò da Jennifer e la guardò.
«Dobbiamo scendere» le disse. « Siamo testimoni del fatto.
Dovremmo dire a qualcuno quello che abbiamo visto.»
Jennifer annuì. «Non abbiamo visto molto, però. È stato
tutto così rapido, accidenti.»
Isabel si accorse che la sua amica tremava e le cinse le
spalle con un braccio. «È stato terribile! Spaventoso.»
Jennifer chiuse gli occhi. «È caduto... così velocemente.
Pensi che sia ancora vivo? Sei riuscita a vedere?»
«Temo che si sia fatto male» rispose Isabel, pensando che
in realtà gli era andata molto, molto peggio.
Scesero di sotto. Attorno alla porta che dava accesso alla
platea si era radunata una discreta folla e la conversazione
era animata. Mentre Isabel e Jennifer si avvicinavano una
donna si girò verso di loro e disse: «È caduto un tale dal
loggione. È lì dentro».
Isabel annuì. « L'abbiamo visto, eravamo di sopra.»
«L'avete visto? Davvero?»
«L'abbiamo visto cadere» aggiunse Jennifer. «Eravamo nella
balconata centrale e ci è caduto davanti agli occhi.»
«Dev'essere stato terribile, vederlo...»
«Già.»
La donna guardò Isabel con l'improvvisa confidenza che
unisce chi è stato testimone di una tragedia.
«Non so se dovremmo rimanere qui» mormorò Isabel, in parte
a Jennifer e in parte all'altra donna. « Siamo in mezzo ai
piedi.»
La donna si tirò indietro. «Ci si sente in dovere di fare
qualcosa» disse impacciata.
«Spero che stia bene» disse Jennifer. «Un volo da
quell'altezza. Ha sbattuto contro il bordo della balconata,
però. Potrebbe aver attutito la caduta.»
No, pensò Isabel, semmai avrà peggiorato le cose: due tipi
di ferite, quelle dovute al colpo contro il parapetto e quelle
causate dall'impatto. Guardò dietro di sé. C'era un gran
trambusto all'ingresso del teatro. Poi sulla parete si
proiettò la luce azzurra dell'ambulanza.
«Facciamoci da parte» disse Jennifer, scostandosi dalla
gente ammassata alla porta. «Devono passare gli infermieri.»
Si spostarono, e due uomini in uniforme verde passarono di
corsa, portando una barella pieghevole. Non ci misero molto a
uscire - meno di un minuto, così parve a Isabel - e a
ripassare davanti a loro. Il ragazzo era steso sulla barella
con le braccia incrociate sul petto. Isabel si voltò, cercando
di non intromettersi, ma lo vide in faccia prima di riuscire a
distogliere lo sguardo. Aveva una corona di capelli scuri e
scompigliati e i bei lineamenti intatti. Un ragazzo così
bello, pensò lei, e se n'è andato. Chiuse gli occhi. Si sentì
lacerata dentro e vuota. Poveretto. Da qualche parte c'era
qualcuno che lo amava, e il suo mondo sarebbe finito quella
sera, quando avrebbe ricevuto la ferale notizia. Tutto l'amore
investito in un futuro che non si sarebbe realizzato. Finito
in un secondo, cadendo dal loggione.
Si voltò verso Jennifer. «Torno un attimo di sopra» le
disse abbassando la voce. « Di' loro quello che abbiamo visto
e che io arrivo subito.»
Jennifer annuì, cercando di capire chi era il responsabile
nella confusione che si era creata. C'era una donna che
singhiozzava e un uomo alto in smoking la stava consolando.
Probabilmente si trovava in platea quando il ragazzo era
caduto.
Isabel si districò in mezzo alla folla e si fece strada
fino a una delle rampe di scale che portavano al loggione. Si
sentiva a disagio e si guardò alle spalle, ma non c'era
nessuno. Salì gli scalini e attraversò l'arcata che conduceva
alle ultime file di sedili, quelle più in pendenza. Era tutto
tranquillo, e dai lampadari di vetro decorato che pendevano
dal soffitto proveniva una luce smorzata. Guardò in giù, verso
il bordo da cui era caduto il ragazzo. Lei e Jennifer si erano
trovate quasi esattamente sulla sua traiettoria di caduta,
perciò fu in grado di calcolare dove lui si trovava prima di
scivolare.
Si avvicinò al parapetto e avanzò piano lungo la prima
fila di posti. Ecco il corrimano d'ottone a cui si doveva
essere appoggiato, e lì per terra un programma. Si chinò a
raccoglierlo. La copertina aveva un piccolo strappo, ma non
c'era altro. Lo ripose dove l'aveva trovato, poi si sporse a
guardare oltre il parapetto. Doveva essere seduto lì,
all'estremità della fila, vicino alla parete. Se fosse stato
più in mezzo, sarebbe atterrato in galleria: solo cadendo
dall'estremità della fila poteva atterrare dritto in platea.
Per un istante Isabel ebbe un attacco di vertigini e
chiuse gli occhi. Li riaprì e guardò in platea, una quindicina
di metri più in basso. Sotto di lei, vicino al punto in cui
era atterrato il giovane, c'era un uomo con una giacca a vento
blu. L'uomo guardò in alto e incrociò lo sguardo con il suo.
Rimasero entrambi sorpresi, e lei si tirò indietro, allarmata.
Si allontanò dal parapetto e risalì il corridoio in mezzo
alle poltrone. Non aveva idea di cosa si aspettasse di trovare
- se pure si aspettava qualcosa - e si sentiva in imbarazzo
perché l'uomo in platea l'aveva vista. Cosa avrà pensato? Che
lei fosse una spettatrice impicciona che cercava di immaginare
cosa doveva aver visto quel poveraccio negli ultimi istanti
della sua vita. Ma non era assolutamente questa la sua
intenzione.
Raggiunse le scale e iniziò a scendere, appoggiandosi al
corrimano. La scala a chiocciola aveva gradini di pietra ed
era facile scivolare. Proprio come doveva essere successo al
ragazzo, pensò Isabel. Doveva essersi sporto, magari per
vedere se riusciva a scorgere qualcuno in platea - un amico,
forse -, ma aveva perso l'equilibrio ed era caduto di sotto.
Non era una cosa improbabile, visto che il parapetto era
piuttosto basso.
Si fermò a metà scala. Non c'era nessun altro, ma aveva
sentito qualcosa. O se l'era immaginato? Tese le orecchie per
cercare di cogliere un rumore, ma non sentì nulla. Tirò un
sospiro di sollievo. Probabilmente il ragazzo si era attardato
nel loggione ed era rimasto lì da solo quando già tutti se
n'erano andati e la barista nel ridotto stava chiudendo. A un
certo punto aveva guardato giù ed era caduto, senza proferir
parola. Forse aveva visto lei e Jennifer mentre cadeva, e in
quel caso loro due erano state il suo ultimo contatto con
l'umanità.
Giunse in fondo alle scale. L'uomo con la giacca a vento
blu era lì, a qualche metro di distanza, e quando lei ebbe
sceso l'ultimo gradino la guardò con aria severa.
Isabel gli andò incontro. «Ho assistito al fatto. Ero
nella balconata centrale. Io e la mia amica l'abbiamo visto
cadere.»
L'uomo la guardò. «Avremo bisogno di parlare con voi.
Dovrete rilasciarci una deposizione.»
Isabel annuì. «Ho visto pochissimo. È successo tutto così
in fretta.»
L'uomo aggrottò le sopracciglia. «Cosa ci faceva lassù
poco fa?»
Isabel abbassò lo sguardo. «Volevo vedere come poteva
essere accaduto. Adesso ho capito.»
«Eh?»
«Si dev'essere sporto e deve aver perso l'equilibrio. Sono
certa che non è difficile.»
L'uomo fece una smorfia. «Ci penseremo noi, non è
necessario fare ipotesi.»
La stava rimproverando, ma non troppo severamente, visto
che si era reso conto che era sconvolta. A quel punto,
infatti, aveva iniziato a tremare. Era una situazione che
l'uomo conosceva bene: accadeva qualcosa di tremendo e la
gente cominciava a tremare. Era quel pensiero che li
spaventava, il monito che ricordava quanto siamo vicini alla
fine, in qualsiasi momento della vita.
2

La mattina seguente alle nove in punto Grace, la governante di


Isabel, aprì la porta di casa, raccolse la posta dal pavimento
dell'ingresso e andò in cucina. Isabel si era già alzata ed
era seduta al tavolo con il giornale aperto e mezza tazza di
caffè accanto al gomito.
Grace posò le lettere sul tavolo e si tolse il cappotto.
Era alta e andava per i cinquanta. Aveva sei anni più di
Isabel. Portava un lungo cappotto a spina di pesce, di foggia
antiquata, e aveva i capelli rosso scuro raccolti in uno
chignon sulla nuca.
«Ho dovuto aspettare l'autobus mezz'ora. Non ne arrivava
uno.»
Isabel si alzò e andò ai fornelli a prendere il bollitore
con il caffè appena fatto.
«Questo la tirerà su» disse, versandone una tazza a Grace.
Poi, mentre la governante sorseggiava il caffè, Isabel le
indicò il giornale aperto sul tavolo.
«C'è una notizia terribile sullo 'Scotsman'. Un incidente.
Vi ho assistito ieri sera alla Usher Hall. Un ragazzo è caduto
dal loggione.»
Grace ebbe un sussulto. «Poveretto. E...»
«È morto. L'hanno portato al pronto soccorso, ma non c'è
stato niente da fare, era già morto.»
Grace la guardò, con la tazza in mano. «Si è buttato?»
Isabel scosse la testa. «Non c'è motivo di crederlo.» Si
interruppe. Non ci aveva neppure pensato. Le persone non si
suicidano in quel modo: se uno vuole proprio buttarsi, va sul
Forth Bridge... oppure sul Dean Bridge se preferisce... Il
Dean Bridge: Ruthven Todd aveva scritto una poesia su quel
ponte, no? E diceva che le sue punte di ferro «stranamente
allontanano i suicidi». Il pensiero di farsi un po' male non
dovrebbe aver alcun peso di fronte all'annientamento totale,
ecco il perché di quello «stranamente». Isabel pensò a Ruthven
Todd, del tutto ignorato nonostante le sue bellissime poesie.
Un solo suo verso, aveva affermato lei una volta, ne valeva
cinquanta di McDiarmid, con tutta la sua boria. Ma ormai
nessuno si ricordava più di Ruthven Todd.
Una volta, quando era ancora una scolaretta, aveva
incontrato McDiarmid. Stava camminando con suo padre per
Hannover Street, appena oltre il Milnes Bar. Il poeta era
uscito dal locale in compagnia di un signore alto, dall'aria
distinta, che aveva salutato suo padre. Lui l'aveva presentata
a entrambi e il signore alto le aveva dato la mano con grande
cortesia. McDiarmid aveva sorriso e le aveva fatto un cenno
con il capo. I suoi occhi sembravano emettere una luce azzurra
penetrante. Portava il kilt e teneva stretta al petto una
valigetta di pelle consunta, come per proteggersi dal freddo.
In seguito, suo padre le aveva detto: « Il miglior poeta
di Scozia e quello più prolisso, in un colpo solo».
«E quale dei due è il migliore?» aveva chiesto lei a quel
punto. A scuola leggevano Burns, a volte Ramsey e Henryson, ma
niente di moderno.
«McDiarmid, o Cristopher Grieve, per usare il suo vero
nome, è il più prolisso. Il migliore è quello alto, Norman
McCaig. Ma nessuno lo capirà mai, perché la 18 letteratura
scozzese di questi tempi è solo lamentazioni, gente che frigna
e che ha profonde ferite nell'anima.» Aveva fatto una pausa e
poi le aveva chiesto: « Capisci cosa intendo?» « No» aveva
risposto Isabel.
Grace le domandò di nuovo: « Crede che si sia buttato?»
«In effetti non l'abbiamo visto cadere dal parapetto»
rispose Isabel, piegando il giornale in modo da lasciare in
vista le parole crociate. «L'abbiamo visto mentre precipitava,
dopo essere scivolato o quello che è. L'ho detto alla polizia.
Ieri sera mi hanno chiesto una deposizione.»
«La gente non scivola tanto facilmente.»
«Invece sì. Scivola in continuazione. Una volta ho letto
di uno sposo che è scivolato durante la luna di miele. Stava
visitando delle cascate in Sudamerica ed è scivolato.»
Grace sollevò un sopracciglio. « Una donna una volta è
scivolata sulle rocce, proprio qui a Edimburgo. Era in viaggio
di nozze.»
«Ecco, ha visto? Era scivolata.»
«Già, ma qualcuno ha pensato che l'avessero spinta. Il
marito le aveva stipulato un'assicurazione sulla vita qualche
settimana prima. Quando è andato a chiedere il risarcimento,
l'assicurazione si è rifiutata di pagare.»
«Be' a volte capita, è naturale. C'è chi viene spinto, ma
altri scivolano.»
Si interruppe immaginando la giovane coppia in Sudamerica,
con gli spruzzi d'acqua delle cascate e l'uomo che cadeva in
mezzo alla schiuma bianca. La sposina novella che ritornava
correndo lungo il sentiero, e poi il vuoto. Amare un'altra
persona ci rende assai vulnerabili. Un centimetro in più oltre
il bordo e tutto il mondo cambia faccia.
Prese la tazza di caffè e uscì dalla cucina. Grace
preferiva lavorare senza nessuno che la osservava e a Isabel
piaceva fare le parole crociate nel salottino, che dava sul
giardino. Era il suo rito di ogni mattina da anni, fin da
quando era tornata ad abitare in quella casa. Iniziava la
giornata con le parole crociate, poi dava un'occhiata alle
notizie, cercando di evitare i piccanti casi giudiziari che
sembravano conquistarsi sempre più spazio sui giornali. C'era
una vera e propria ossessione per le miserie e per le vergogne
umane, le tragedie della gente comune, le trite storie di
cuore di attori e cantanti. Certo, bisognava rendersi conto
delle debolezze dei comuni mortali - esistevano e non si
potevano ignorare -, ma goderne le pareva un atto di puro
voyeurismo, oppure addirittura una sorta di moralismo peloso.
Eppure, si chiese, non le leggo forse anch'io, quelle notizie?
Certo. Sono meschina come tutti gli altri e mi lascio
catturare da questi scandali. Fece un sorriso mesto notando il
titolo a caratteri cubitali:
LO SCANDALO DI UN PRELATO SCONVOLGE LA PARROCCHIA
Ovviamente l'avrebbe letto, come facevano tutti, anche se
sapeva che dietro quella notizia c'era una tragedia personale,
con tutta la vergogna che portava con sé.
Spostò una poltrona in modo da stare vicino alla finestra.
Era una giornata limpida, con il sole che batteva sui boccioli
dei meli allineati lungo un lato del giardino cintato da mura.
La fioritura non era abbondante quell'anno e Isabel si chiese
se d'estate avrebbe avuto le mele. Di tanto in tanto gli
alberi non davano frutto. Poi, l'anno seguente, si coprivano
di un gran numero di piccole mele rosse che lei raccoglieva
per fare il chutney e la salsa secondo una ricetta che le
aveva lasciato sua madre.
Sua madre - la sua « santa madre americana» - era morta
quando Isabel aveva undici anni, e il ricordo di lei si stava
sbiadendo. I mesi e gli anni si confondevano e l'immagine che
lei aveva in mente, quella della madre che la guardava mentre
le rincalzava il letto alla sera, era ormai vaga. Riusciva
però a sentire la sua voce che le riecheggiava in testa, in
qualche recesso della mente. Quell'accento dolce del sud, che
a suo padre ricordava il muschio sugli alberi e i personaggi
dei drammi di Tennessee Williams.
Seduta con una tazza di caffè, la seconda, posata sul
tavolino di servizio con il piano di vetro, si trovò ben
presto in difficoltà con le definizioni e gli anagrammi del
cruciverba, cosa del tutto insolita e inspiegabile. L'uno
orizzontale era uno scherzo, quasi offensivo tanto era facile.
Ha i numeri per vincere, la francese! (8) «Roulette». Anche
Germana, dirigente d'azienda (7) non era difficile: ovviamente
era «manager». Ma dopo qualche altra definizione di questo
tipo si imbatté in Dà aiuto a certi trafficanti, gente dai
molti mezzi (8) e Si è impantanato ed è una brutta botta (5),
che rimasero irrisolte rovinando il resto del cruciverba. Era
delusa e in collera con se stessa. Col tempo sarebbe riuscita
a trovare le parole, magari le sarebbero venute in mente più
avanti nel corso della giornata, ma per il momento era stata
sconfitta.
Ovviamente Isabel sapeva bene cosa c'era che non andava.
Gli eventi della sera prima l'avevano turbata, forse anche più
di quanto si fosse resa conto. Aveva fatto fatica a
addormentarsi e si era svegliata alle prime luci dell'alba.
Era scesa dal letto ed era andata al piano di sotto a bere un
bicchiere di latte. Poi aveva cercato di leggere, ma senza
riuscire a concentrarsi, perciò aveva spento la luce ed era
rimasta sdraiata, sveglia, pensando al ragazzo e al suo bel
viso sereno. Avrebbe provato le stesse sensazioni se la
vittima fosse stata più anziana? La tragedia sarebbe stata
così intensa se quella testa ciondoloni fosse stata di capelli
grigi e avesse avuto un viso segnato dall'età invece che così
giovane?
Una notte di sonno agitato e uno shock del genere... non
c'era da stupirsi che non riuscisse a trovare quelle
soluzioni. Buttò il giornale sul tavolino e si alzò. Voleva
parlare con qualcuno e discutere dei fatti della sera prima.
Non serviva a niente riproporre l'argomento a Grace, che si
sarebbe dilungata in speculazioni improbabili e si sarebbe
messa a raccontare lunghe storie di disastri di cui le avevano
parlato le amiche. Se le leggende metropolitane iniziavano da
qualche parte, Isabel sospettava che provenissero da Grace.
Avrebbe camminato fino a Bruntsfield, decise, per parlare con
sua nipote Cat. La ragazza era proprietaria di una gastronomia
in un angolo assai frequentato della zona commerciale, ma se
non c'erano troppi clienti riusciva sempre a trovare il tempo
di bere un caffè con la zia.
Cat sapeva ascoltare e se Isabel aveva bisogno di
chiarirsi le idee su qualcosa, la nipote era la sua prima
interlocutrice. Lo stesso valeva per Cat, quando aveva
difficoltà con i ragazzi, cosa che sembrava una costante della
sua vita ed era l'oggetto delle loro conversazioni.
«Ovviamente sai cosa sto per consigliarti» le aveva detto
Isabel sei mesi prima, quando non aveva ancora conosciuto
Toby.
«E sai già cosa ti risponderò.»
«Sì, suppongo di sì. E so che non dovrei parlarti così,
perché non bisognerebbe dire agli altri cosa devono fare.
Però...»
«Pensi che dovrei tornare con Jamie.»
«Esattamente» disse Isabel pensando a Jamie, con il suo
bel sorriso e la sua splendida voce da tenore.
«Sì, Isabel, però sai com'è, no? Io non lo amo. Non ci
posso proprio fare nulla.»
A un'affermazione del genere non c'era risposta e la
conversazione si era chiusa lì.
Prese il cappotto e urlò a Grace che usciva, ma che
sarebbe stata di ritorno per pranzo. Non era sicura che
l'avesse sentita - si udiva il lamento acuto
dell'aspirapolvere venire da un punto imprecisato della casa -
, perciò la chiamò di nuovo. Questa volta l'aspirapolvere si
spense e ci fu una risposta.
«Non stia a preparare il pranzo, non ho molta fame» disse
Isabel.
Quando la zia arrivò al negozio di gastronomia, Cat era
occupata. C'erano vari clienti; due erano intenti a scegliere
una bottiglia di vino: consultavano le diverse etichette e
discutevano dei pregi del Brunello rispetto al Chianti, mentre
Cat faceva assaggiare a una signora un pezzo di pecorino
tagliato da una grossa forma poggiata su una lastra di marmo.
Incrociò lo sguardo di Isabel e sorrise, salutandola senza
parlare. Isabel le indicò uno dei tavolini ai quali Cat
serviva il caffè ai clienti: avrebbe aspettato lì che la gente
uscisse dal negozio.
C'erano giornali e riviste stranieri in una pila ordinata
accanto al tavolino e Isabel prese una copia del « Corriere
della Sera» di due giorni prima. Sapeva l'italiano, come Cat,
ma saltò le sezioni dedicate alla politica interna - che
trovava comunque incomprensibile - soffermandosi piuttosto
sulle pagine della cultura. C'era una lunga rivalutazione di
Calvino e un breve articolo che illustrava la nuova stagione
della Scala. Decise che nessuno dei due le interessava: non
conosceva gli artisti citati nel titolo del pezzo sulla lirica
e, per quanto la riguardava, Calvino non aveva certo bisogno
di essere rivalutato. Rimaneva un articolo su un regista
albanese che si era trasferito a Roma e cercava di girare dei
film sul suo paese natio. Si rivelò una lettura interessante:
a quanto si sapeva non c'erano macchine fotografiche
nell'Albania di Hoxha, escluse quelle usate dalla polizia
segreta per fotografare le persone sospette. Solo a
trent'anni, raccontava il regista, era riuscito a prendere in
mano un apparecchio fotografico: «Tremavo, perché avevo paura
di farlo cadere».
Isabel terminò l'articolo e rimise a posto il giornale.
Poveraccio. Tutti quegli anni sprecati. Intere esistenze
sottomesse alla dittatura, private di qualsiasi opportunità.
Anche se la gente sapeva o immaginava che il regime sarebbe
finito, molti devono aver pensato che sarebbe accaduto troppo
tardi per loro. Era d'aiuto sapere che ai loro figli sarebbe
stato concesso ciò che loro non potevano gustare in prima
persona? Guardò Cat. Aveva ventiquattro anni e non aveva mai
sperimentato direttamente come andavano le cose quando una
metà del mondo - così almeno sembrava - non era capace di
parlare con l'altra metà. Quando era crollato il muro di
Berlino era solo una bambina. Stalin e Hitler e tutti gli
altri dittatori erano solo lontani personaggi storici, antichi
quasi quanto i Borgia. Chi era per lei l'Uomo nero?, si
chiedeva Isabel. C'era qualcuno in grado di terrorizzare la
sua generazione, e se sì, chi era? Qualche giorno prima alla
radio aveva sentito un tale dire che bisognerebbe insegnare ai
bambini che non ci sono persone cattive, cattive sono soltanto
le loro azioni. Questa dichiarazione l'aveva lasciata di
stucco. Era in cucina quando l'aveva sentita e si era bloccata
all'istante, guardando le foglie di un albero che si muovevano
sullo sfondo del cielo. Non esistono persone cattive. Aveva
proprio detto così? C'era sempre gente pronta ad affermare
cose del genere, solo per far vedere che non era all'antica.
Be', Isabel aveva l'impressione che la stessa frase non
sarebbe potuta uscire dalla bocca di quel regista albanese,
che aveva vissuto tutta la vita in mezzo alla malvagità, come
tra le quattro mura di una cella.
Si ritrovò a fissare l'etichetta di una bottiglia di olio
d'oliva che Cat aveva esposto in bella mostra su una mensola
accanto al tavolino. C'era un disegno in quello stile rurale
ottocentesco che si usa in Italia per dimostrare la genuinità
dei prodotti agricoli. Questo prodotto non viene da una
fabbrica, proclamava l'etichetta. Viene da un'autentica
fattoria, dove donne come queste spremono le olive per fare
l'olio, circondate da grandi buoi bianchi delicatamente
profumati, con un contadino baffuto che zappa sullo sfondo.
Era brava gente, che credeva al Maligno e alla Madonna e a una
lunga teoria di santi. Ovviamente però quella gente non
esisteva più e probabilmente quell'olio veniva dal Nordafrica
ed era stato reimbottigliato da cinici commercianti.
«Stai rimuginando» disse Cat, accomodandosi sull'altra
sedia. «Me ne accorgo sempre quando sei immersa in riflessioni
molto profonde. Hai l'aria sognante.»
Isabel sorrise. «Pensavo all'Italia, al male, argomenti
del genere.»
Cat si pulì le mani con uno strofinaccio. «Io pensavo al
formaggio. Quella donna ha assaggiato otto tipi di formaggi
italiani e poi si è comprata un pezzetto di cheddar nostrano.»
«Gusti semplici. Non dovresti criticarla.»
«Ho deciso che non amo molto i clienti in generale. Dovrei
tenere un negozio privato, in cui bisogna fare la tessera per
poter accedere. I clienti dovrebbero avere la mia
approvazione. Un po' come il tuo club filosofico o quello che
è.»
«Il Club dei filosofi dilettanti non brilla per la sua
attività» replicò Isabel. « Ma una di queste domeniche
riusciremo a trovarci di nuovo.»
«Ottima idea. Verrei, ma la domenica è una giornata
tremenda per me. Non riesco mai a organizzarmi e a combinare
qualcosa. Sai com'è, no?»
Isabel capiva perfettamente. Era questo, probabilmente, il
problema dei membri del circolo.
Cat la guardò. «Tutto bene? Sembri un po' giù. Sai che me
ne accorgo sempre.»
Isabel rimase in silenzio per un istante. Abbassò gli
occhi e seguì il disegno della tovaglia, poi tornò a posarli
sulla nipote. « No, in effetti non sono tanto allegra. Ieri
sera mi è successa una cosa. Ho assistito a una scena
terribile.»
Cat aggrottò le sopracciglia e posò la mano sul braccio di
Isabel, che le sedeva di fronte. « Cosa ti è capitato?»
«Hai letto il giornale di oggi?»
«Sì.»
«Hai visto l'articolo sul ragazzo della Usher Hall?»
«Sì, l'ho notato.»
«Io ero là. L'ho visto cadere proprio davanti ai miei
occhi.»
Cat le strinse con dolcezza il braccio. «Mi dispiace.
Dev'essere stato tremendo.» Fece una pausa. «Tra l'altro, lo
conoscevo. Questa mattina è venuta una persona che me l'ha
raccontato. Lo conoscevo, anche se solo di vista.»
Per un momento Isabel non disse nulla. Aveva soltanto
pensato di raccontare a Cat l'accaduto. Non aveva immaginato
che lei conoscesse quel povero ragazzo caduto dal cielo.
«Abitava qui vicino» proseguì Cat. «A Marchmont, in uno di
quegli appartamenti al limitare dei Meadows, mi pare. Veniva
qui ogni tanto, ma in effetti vedevo più spesso i suoi
coinquilini.»
«Come si chiamava?»
«Mark qualcosa, credo. Mi hanno anche detto il cognome, ma
non me lo ricordo. È venuta una ragazza, stamattina, che li
conosce meglio di me e mi ha raccontato la faccenda. Ero
davvero scioccata... come te.»
«Li conosce? Era sposato o...» Si interruppe. Le venne in
mente che non sempre la gente sceglieva di sposarsi, ma la
cosa in molti casi non faceva differenza. Ma come si pone una
domanda del genere? Aveva una compagna? Ma una compagna
potrebbe essere chiunque, da una ragazza provvisoria o appena
conosciuta alla propria moglie da cinquantanni. Forse
bisognerebbe solo dire: aveva qualcuno? Una definizione tanto
vaga da comprendere di tutto.
Cat fece cenno di no con la testa. «Non credo. Aveva due
coinquilini. Erano in tre, nell'appartamento, lui, una ragazza
e un altro ragazzo. La ragazza viene dall'ovest, da Glasgow o
lì vicino. È lei quella che viene più spesso. Dell'altro non
sono sicura. Neil, mi pare si chiami, ma potrei confondermi.»
Il commesso di Cat, un giovane taciturno di nome Eddie,
che evitava sempre lo sguardo degli altri, portò due tazze di
caffè macchiato appena fatto. Isabel lo ringraziò e gli
sorrise, ma il ragazzo distolse gli occhi e si ritirò dietro
il bancone.
«Cos'ha Eddie?» sussurrò Isabel. «Non mi guarda mai in
faccia. Non sono così tremenda, no?»
Cat sorrise. «Lavora sodo ed è onesto.»
«Ma non guarda mai in faccia nessuno.»
«Ci sarà un motivo» rispose Cat. «L'altra sera l'ho
trovato seduto nel retro, con i piedi sulla scrivania e la
testa tra le mani. Non me ne sono accorta subito, ma stava
piangendo.»
«Perché? Te l'ha spiegato?»
Cat ebbe un'esitazione. «Mi ha raccontato qualcosa, ma non
molto.»
Isabel attese che proseguisse, ma era evidente che Cat non
intendeva lasciarsi sfuggire quello che le aveva confidato
Eddie, visto che riportò la conversazione sugli eventi della
sera prima. Come aveva fatto quel ragazzo a cadere dal
loggione, dato che il corrimano serviva proprio a impedire
rischi del genere? Era un suicidio? Ma c'era davvero qualcuno
che si sarebbe buttato da lì? Farla finita in quel modo era da
egoisti, qualcuno in platea poteva facilmente farsi male o,
peggio ancora, morire.
«Non è stato un suicidio, ne sono certa» affermò Isabel
con convinzione.
«Come fai a saperlo?» replicò Cat. «Hai detto che l'hai
solamente visto cadere. Come fai a essere così sicura che non
si sia buttato?»
«È caduto a testa in giù» rispose Isabel, richiamando alla
mente l'immagine della giacca e della camicia sollevate dalla
forza di gravità e la pancia nuda e piatta esposta alla vista.
Sembrava uno che si fosse tuffato da uno scoglio in un mare
inesistente.
«E allora? Può darsi che si sia girato in aria cadendo.
Non vuol dire niente.»
Isabel scosse la testa. «Non ne avrebbe avuto il tempo.
Considera che era proprio sopra di noi. E quando ci si
suicida, non ci si tuffa di testa, ma ci si lancia con i piedi
in avanti.»
Cat considerò la cosa per un momento: probabilmente era
così. A volte i giornali pubblicavano foto di gente che si
lanciava da un palazzo o da un ponte e quasi tutti si
buttavano con i piedi in avanti. Però sembrava davvero
improbabile che qualcuno potesse cadere da quel parapetto per
errore, a meno che non fosse più basso di quanto lei
ricordasse. Ci avrebbe fatto caso, la prossima volta, alla
Usher Hall.
Sorseggiarono il caffè. Fu Cat a parlare di nuovo. «Starai
malissimo. Mi ricordo che mi sono sentita da cani, quando ho
visto un incidente in George Street. Assistere a una cosa del
genere è un trauma pazzesco.»
«Non sono venuta qui per fare la lagna, davvero. Non
volevo intristire anche te, mi dispiace.»
«Non dirlo neanche per scherzo» ribatté Cat, prendendole
la mano. «Stai pure qui seduta quanto vuoi. Più tardi possiamo
andare a pranzo insieme. Mi prendo il pomeriggio libero e
facciamo qualcosa. Che ne dici?»
Isabel la ringraziò per la proposta, ma nel pomeriggio
voleva dormire. E non poteva neanche rimanere troppo seduta al
tavolo, visto che era per i clienti.
«Potresti venire a cena da me, stasera. Qualcosa, di
sicuro, lo metterò insieme.»
Cat aprì la bocca per rispondere, esitante. Isabel se ne
accorse. Doveva uscire con uno dei suoi amici.
«Mi piacerebbe» rispose alla fine la nipote. «Solo che mi
vedo con Toby. Ci troviamo al pub.»
«Ma certo» replicò immediatamente Isabel, « facciamo
un'altra volta.»
«E se venisse anche Toby? Sono sicura che gli piacerebbe.
Magari faccio un antipasto e lo porto, eh?»
Isabel stava per rifiutare, pensando che la giovane coppia
non avesse tutta questa voglia di cenare con lei, ma Cat
insistette e alla fine si misero d'accordo: sarebbero andati
da lei poco dopo le otto. Una volta uscita, Isabel si
incamminò verso casa e si mise a pensare a Toby. Era entrato
nella vita di Cat qualche mese prima e come era successo per
quello precedente, Andrew, Isabel aveva già dei dubbi su di
lui. Era difficile dire con precisione perché, ma era sicura
di non sbagliarsi.
3

Passò il pomeriggio a dormire. Quando si svegliò, poco prima


delle cinque, si sentiva decisamente meglio. Grace se n'era
andata, ma aveva lasciato un biglietto sul tavolo della
cucina. « Ha chiamato un tizio. Non ha detto chi era. Gli ho
detto che lei dormiva. Ha detto che richiama. Non mi è
piaciuto il tono.»
Era abituata a messaggi di quel tenore da parte di Grace:
comprendevano sempre una chiosa sulle persone coinvolte. «
Quell'idraulico di cui non mi sono mai fidata ha chiamato per
dire che viene domani. Senza precisare a che ora.»
Oppure: «Mentre lei non c'era, quella donna ha restituito
il libro che le aveva prestato. Era ora».
Di solito i commenti di Grace la divertivano, ma con gli
anni aveva cominciato ad accorgersi che erano anche utili. Di
rado si sbagliava sul conto di qualcuno e i suoi giudizi erano
taglienti come lame. Spesso bastava una parola: « donnaiolo»
diceva di un tale, oppure « imbroglione» o «ubriacone». Se il
verdetto era positivo, magari si dilungava un po' di più:
«davvero generoso» oppure «proprio gentile», ma erano titoli
di merito difficili da conquistare. Una volta Isabel le aveva
chiesto su cosa si basassero le sue valutazioni delle persone
e Grace aveva fatto una smorfia.
«Lo capisco e basta» aveva risposto laconica. «È facile
capire le persone. Salta agli occhi.»
«Ma spesso c'è più di quel che si pensi. Le qualità altrui
emergono solo se si approfondisce la conoscenza.» Grace aveva
fatto spallucce. « C'è gente che non voglio conoscere meglio.»
La discussione era finita lì. Isabel sapeva che non
sarebbe riuscita a farle cambiare idea. Il mondo di Grace era
chiaro e semplice: c'erano Edimburgo e i valori che la città
rappresentava. E poi c'era tutto il resto. Ovviamente
Edimburgo era il bene, e si poteva solo sperare che chi vedeva
il mondo in maniera diversa alla fine si sarebbe ravveduto.
Quando aveva appena assunto Grace - all'inizio della malattia
di suo padre - Isabel era rimasta stupita scoprendo che
c'erano ancora persone così saldamente ancorate a un mondo che
lei credeva non esistesse più: quello della douce Edinburgh,
fatto di gerarchie rigide e imbevuto delle convinzioni
assolute del presbiterianesimo scozzese. Grace era la prova
vivente che quel mondo non era scomparso.
Era il mondo da cui proveniva il padre di Isabel, dal
quale lui aveva cercato di affrancarsi. Era un avvocato,
appartenente a una dinastia di avvocati. Avrebbe potuto
rimanere confinato negli orizzonti ristretti di suo padre e
suo nonno, in un mondo fatto solo di atti di negozio
fiduciario e titoli di proprietà, ma da studente aveva
conosciuto il diritto internazionale, che sembrava offrire
possibilità molto più ampie. Si era iscritto a un master in
diritto dei trattati internazionali a Harvard, in cerca di una
via di fuga. Ma non fu così. I suoi, con un ricatto morale, lo
costrinsero a tornare in Scozia. Aveva quasi deciso di
rimanere in America, ma all'ultimo momento si convinse a
tornare a casa, accompagnato dalla sua fresca sposina, che
aveva conosciuto e impalmato a Boston. Una volta a Edimburgo
fu risucchiato nello studio legale della famiglia e non fu mai
più felice. In un momento di debolezza aveva confessato a sua
figlia che considerava tutta la sua vita lavorativa una
condanna che era stato obbligato a scontare, affermazione che
aveva riempito Isabel di tristezza, anche se non l'aveva dato
a vedere. Per questo motivo, quando era toccato a lei
scegliere l'università, aveva deciso di non pensare a un modo
di far carriera, ma di seguire la materia che le interessava
davvero: la filosofia.
Suo padre aveva avuto due figli: Isabel, la maggiore, e
suo fratello. Lei era andata a scuola a Edimburgo, mentre suo
fratello era stato spedito in collegio in Inghilterra a dodici
anni. I suoi genitori avevano scelto per lui una scuola
celebre per la qualità dell'insegnamento e l'immensa
desolazione. Cosa ci si poteva aspettare? Mettere cinquecento
ragazzi tutti insieme, isolati dal resto del mondo, era un
modo per favorire la creazione di una comunità in cui potesse
fiorire ogni genere di crudeltà e di vizio. E così accadeva
puntualmente. Il fratello era cresciuto triste e di vedute
ristrette, per autodifesa: Isabel era convinta che si
trattasse della « corazza» di cui parlava Wilhelm Reich,
quella che si mettevano addosso tutti quegli uomini rigidi e
infelici che parlavano in modo tanto misurato e con voce
strozzata. Dopo l'università, interrotta prima della laurea,
il fratello aveva trovato lavoro in una banca d'affari della
City di Londra e conduceva un'esistenza tranquilla e
morigerata, facendo ciò che di solito fanno i bancari. Lui e
Isabel non erano mai stati molto legati, e da adulti il
fratello la contattava solo sporadicamente. Per lei era quasi
un estraneo, rifletté. Un estraneo gentile, anche se un po'
distaccato, la cui unica passione autentica, a quanto ne
sapeva lei, era un interesse maniacale per la collezione di
antichi certificati azionari e fideiussioni, con le loro belle
tinte vivaci: azioni delle ferrovie sudamericane, obbligazioni
a lungo termine di epoca zarista. Tutta la storia del
capitalismo, e a colori. Una volta, però, lei gli aveva
chiesto cosa stava dietro quei certificati di proprietà
decorati con tanta eleganza: quattordici ore di lavoro al
giorno in una piantagione? Uomini che si sfiancavano per due
soldi fin quando non erano minati dalla silicosi o avvelenati
dalle sostanze tossiche e non ce la facevano più?
Torti remoti: ecco un interessante problema di filosofia
morale, rifletté Isabel. I torti lontani nel tempo ci sembrano
meno sbagliati solo perché l'impressione che ne abbiamo è meno
vivida?
Andò in dispensa a prendere gli ingredienti per il risotto
che voleva preparare a Cat e Toby. La ricetta richiedeva i
porcini, di cui aveva una scorta conservata con cura in un
sacchettino di mussola. Prese una manciata di funghi
essiccati, assaporandone il profumo insolito, pungente e
salato, così difficile da identificare. Assomigliava forse
all'estratto di lievito? Li doveva lasciare a mollo per
mezz'ora e poi usare il liquido scuro che rilasciavano per
cuocere il riso. Sapeva che a Cat piacevano i risotti e quello
ai funghi era uno dei suoi preferiti. Per quanto riguardava
Toby, avrebbe mangiato qualsiasi cosa, pensava Isabel. La
nipote l'aveva portato a cena solo una volta prima di allora e
in quell'occasione le erano sorti i primi dubbi. Doveva stare
attenta, però, o avrebbe iniziato a sputar sentenze come
Grace. « Fedifrago.» Ecco, l'aveva già fatto.
Tornò in cucina e accese la radio. Capitò sulla fine di un
notiziario: il mondo, come al solito, era un disastro. Guerre
in corso e guerre imminenti. A un politico, ministro del
governo, veniva chiesta insistentemente una risposta, e quello
si rifiutava di darla. La crisi non esisteva, diceva il
ministro. Bisognava guardare le cose in prospettiva. Ma la
crisi è in atto, incalzava il giornalista, è evidente.
È questione di punti di vista, replicava l'altro. Non
credo che si debba allarmare inutilmente l'opinione pubblica.
Proprio nel bel mezzo della brutta figura del politico
suonò il campanello. Isabel mise i funghi in una ciotola e
andò ad aprire la porta. Grace le aveva suggerito di mettere
uno spioncino per vedere chi c'era alla porta prima di
aprirla, ma lei non l'aveva mai fatto. Se qualcuno suonava a
tarda ora, poteva controllare chi fosse dalla fessura per le
lettere, ma in generale apriva sulla fiducia. Se ci
barrichiamo tutti, finiremo per essere isolati e tristi.
L'uomo alla porta le dava la schiena, intento a scrutare
il giardino. Quando la porta si aprì, si voltò, con aria quasi
colpevole, e le sorrise.
«Lei è Isabel Dalhousie?»
Lei annuì. «Sì.» Gli diede un'occhiata. Poteva avere
trentacinque anni, capelli scuri e un po' crespi, abbastanza
ben vestito, con un blazer scuro e pantaloni antracite.
Portava occhialetti tondi e una cravatta rosso scuro. Nella
tasca della camicia aveva una penna e una specie di agenda
elettronica. Isabel si immaginò la voce di Grace: « Infido».
«Sono un giornalista» disse, allungandole un biglietto da
visita con il nome del suo giornale. « Mi chiamo Geoffrey
McManus.»
Isabel gli rivolse un educato cenno del capo. Non leggeva
mai il suo giornale.
«Mi chiedevo se potevamo scambiare due chiacchiere. Mi
risulta che sia stata testimone dell'increscioso incidente di
ieri sera alla Usher Hall. Me ne può parlare?»
Isabel esitò un istante, ma poi fece un passo indietro
nell'ingresso e lo invitò a entrare. McManus si introdusse in
casa rapidamente, quasi preoccupato che lei cambiasse idea
tutt'a un tratto. « Mestiere ingrato» disse, seguendola in
soggiorno. «È stata una cosa terribile.»
Isabel gli fece segno di accomodarsi e si sedette sul
divano accanto al caminetto. Si accorse che McManus aveva dato
un'occhiata alle pareti mentre si sedeva, quasi a stimare il
valore dei quadri. Isabel si sentì a disagio. Non voleva far
mostra della sua ricchezza e si trovava in imbarazzo se
qualcuno la notava. Forse, però, il giornalista non se ne
sarebbe accorto. Il quadro accanto alla porta, per esempio,
era un Peploe, uno dei suoi primi lavori. Il piccolo olio
accanto al caminetto era uno Stanley Spencer, un bozzetto per
una parte di When We Dead Awaken.
«Bei quadri» disse il giornalista con nonchalance. «Le
piace l'arte?»
Lo guardò. Aveva un tono confidenziale. «Sì, proprio così.
Mi piace molto.»
McManus tornò a guardarsi in giro. «Una volta ho
intervistato Robin Philipson. Sono andato nel suo studio.»
«Sarà stato molto interessante.»
«No. Non mi piace l'odore dei colori. Mi fa venire il mal
di testa.»
McManus stava armeggiando con una matita automatica.
Continuava a far uscire la punta della mina e a risospingerla
dentro. «Posso domandarle che lavoro fa? Sempre che lavori.»
«Dirigo una rivista. La 'Rivista di etica applicata'.»
McManus sollevò un sopracciglio. «Siamo quasi colleghi,
allora.»
Isabel sorrise. Stava per replicare «proprio per niente»,
ma si trattenne. In un certo senso il giornalista aveva
ragione. Lei lavorava solo part-time, valutava e revisionava
saggi accademici, ma in fondo non faceva altro che mettere
parole su carta, come aveva suggerito McManus.
Isabel riportò il discorso sull'argomento precedente. « Si
sa qualcosa di più di quello che è successo alla Usher Hall?»
McManus estrasse un taccuino dalla tasca della giacca e lo
aprì. «Non molto. Sappiamo chi era quel ragazzo e che lavoro
faceva. Ho parlato con i suoi coinquilini e sto cercando di
contattare i genitori. Probabilmente riuscirò a incontrarli
stasera. Stanno a Perth.»
Isabel lo fissò. Si proponeva di parlare con i genitori
quella sera stessa, nel pieno del loro dolore. «Perché?» gli
chiese. « Perché deve parlare con quella povera gente?»
McManus accarezzò la spirale di metallo del taccuino. «Sto
scrivendo un articolo e devo considerare ogni aspetto della
cosa. Anche i genitori.»
«Ma saranno sconvolti. Cosa vuole che le dicano? Che sono
tristi?»
Il giornalista le rivolse uno sguardo tagliente. «I
lettori hanno un interesse legittimo per queste cose. Capisco
che lei non sia d'accordo, ma il pubblico ha il diritto di
essere informato. Le crea qualche problema?»
Isabel voleva rispondere di sì, ma decise di non stare a
discutere. Qualsiasi cosa avesse detto sui giornalisti
invadenti non avrebbe cambiato il modo in cui McManus
considerava il proprio lavoro. Se aveva mai avuto remore
morali che gli potevano impedire di parlare con chi aveva
subito un lutto recente, di sicuro le aveva messe da parte.
«E da me cosa vuol sapere, signor McManus?» gli chiese,
sbirciando l'orologio. Non gli avrebbe offerto il caffè,
decise.
«Giusto. Volevo sapere cosa ha visto, per favore. Mi
racconti tutto.»
«Non ho molto da dire. L'ho visto cadere e dopo, quando lo
portavano via in barella. Tutto qui.»
McManus annuì. «Sì, sì. Ma mi racconti: che espressione
aveva mentre cadeva? L'ha visto in faccia?»
Isabel si guardò le mani, che teneva intrecciate in
grembo. L'aveva visto in faccia e pensava che anche lui
l'avesse vista. Il ragazzo aveva gli occhi spalancati, non
sapeva dire se per la sorpresa o il terrore. E lei l'aveva
guardato negli occhi.
«Perché le interessa se l'ho visto in faccia?»
«Potrebbe spiegarci qualcosa. Cosa provava. Aiutarci a
capire com'è andata.»
Lo fissò per un momento, lottando con il disgusto che le
provocava la sua insensibilità. « Non l'ho visto in faccia, mi
dispiace.»
«Ma la testa, l'ha vista? Era voltata dalla sua parte o
dall'altra?»
Isabel fece un sospiro. «Signor McManus, è successo tutto
molto in fretta, in un secondo o due. Non ho visto granché.
Solo un corpo che cadeva dall'alto, nient'altro.»
«Ma avrà notato un particolare» insistette McManus. «Deve
pur aver visto qualcosa. Un corpo è fatto di viso, braccia,
gambe e tutto il resto. E si notano le singole parti, non solo
l'insieme.»
Isabel si chiese se poteva invitarlo ad andarsene e decise
che l'avrebbe fatto di lì a poco. Ma il tono delle domande
cambiò all'improvviso.
«E poi cos'è successo? Cos'ha fatto?»
«Sono scesa. Nel foyer c'era parecchia gente e tutti erano
abbastanza sconvolti.»
«E poi ha visto che lo portavano via?»
«Sì.»
«È stato in quel momento che l'ha visto in faccia?»
«Credo di sì. Mentre lo portavano via in barella.»
«E poi cosa ha fatto? Ha fatto altro?»
«Sono tornata a casa» rispose secca Isabel. «Ho rilasciato
la mia deposizione alla polizia e sono tornata a casa.»
McManus giocherellò con la matita. «E non ha fatto altro.»
«No.»
Il giornalista scrisse qualcosa sul taccuino. «Che aspetto
aveva sulla barella?»
Isabel sentì che le batteva forte il cuore. Non era
costretta a sottoporsi oltre a quel fuoco di fila. Quell'uomo
era ospite - per così dire - in casa sua e se non voleva più
discutere con lui, non doveva far altro che chiedergli di
andarsene. Fece un bel respiro. «Signor McManus, non credo
proprio che sia necessario approfondire questi particolari.
Non vedo quale importanza possano avere per qualsiasi
resoconto lei faccia dell'incidente. Un ragazzo è caduto ed è
morto. Tanto basta. I suoi lettori devono per forza sapere che
faccia aveva mentre cade va? Cosa si aspettano, che sia caduto
ridendo? Che sulla barella avesse un'aria allegra? E i
genitori... come pensa che stiano? Che siano a pezzi? Ma
guarda, che strano!»
McManus si mise a ridere. «Non venirmi a insegnare il
mestiere, Isabel.»
«Mi dia del lei, intanto.»
«Sì, ha ragione, signorina Dalhousie, Zitella che non è
altro,» Fece una pausa. «E la cosa mi stupisce, visto quant'è
bella, anzi sexy, se me lo concede...»
Lei lo fulminò con lo sguardo e il giornalista abbassò gli
occhi sul taccuino.
«Ho da fare» disse Isabel, alzandosi in piedi. «Le
dispiace?»
McManus chiuse il taccuino, ma rimase seduto.
«Mi ha appena fatto una lezioncina sulla deontologia della
stampa. E suppongo che sia un suo diritto, se vuole. Peccato
però che la sua posizione non sia poi così integerrima.»
Lei lo guardò basita, senza sapere come interpretare
quella frecciata.
«Già, visto che lei ha mentito» incalzò McManus. «Ha detto
di essere andata a casa, mentre si dà il caso che io sappia,
da quel che mi hanno riferito la polizia e qualcun altro, che
lei è andata di sopra. È stata vista guardare in platea dal
punto esatto da cui è caduto il ragazzo. Però ha accuratamente
glissato su questo particolare. In effetti ha detto di essere
andata a casa. Perché mi avrà mentito, mi chiedo.»
La risposta di Isabel fu immediata: «Non c'era motivo che
glielo raccontassi. Non aveva niente a che vedere con
l'incidente».
«Davvero? E se le dicessi che penso che lei ne sappia di
più di questo incidente di quanto non voglia far sem brare?
Non crede che sarei autorizzato ad arrivare a questa
conclusione, ora?»
Isabel si avvicinò alla porta del soggiorno con aria
piccata. «Nessuno mi obbliga a sopportare una cosa del genere
in casa mia. Se non le dispiace se ne vada, ora.»
McManus si alzò, prendendosela con calma. «Certo. È casa
sua. E non voglio essere importuno.»
Lei andò all'ingresso e aprì la porta. McManus la seguì,
fermandosi un istante a esaminare un quadro.
«Ha degli oggetti molto belli» le disse. «Ricca?»
4

Cucinare quando si è arrabbiati richiede moderazione con il


pepe. Può scappare la mano e si rovina il risotto, ammazzando
gli altri sapori. Isabel si sentiva insozzata dal contatto con
McManus, come le succedeva sempre inevitabilmente quando si
ritrovava a parlare con qualcuno che affrontava la vita senza
un minimo di moralità. Era sorprendente quante fossero le
persone del genere, pensò, e il numero aumentava di continuo.
Gente che sembrava aliena da ogni idea di etica. Ma la cosa
che più le dispiaceva era che McManus intendesse parlare con i
genitori del ragazzo, il cui dolore per lui contava meno del
desiderio dei lettori di assistere alla sofferenza altrui.
Rabbrividì. Non c'era nessuno, a quanto pareva, a cui
appellarsi, nessuno che sembrava disposto a dire: « Lascia in
pace quei poveretti».
Mescolò il risotto, assaggiandolo con la punta di un
cucchiaio per verificarne la cottura. Il liquido rilasciato
dai porcini aveva insaporito il riso alla perfezione. Tra poco
avrebbe potuto mettere il piatto nel ripiano basso del forno e
lasciarlo lì fino a quando Cat e Toby non si fossero seduti a
tavola con lei. Nel frattempo avrebbe preparato l'insalata e
aperto una bottiglia di vino.
Quando suonò il campanello ed entrarono gli ospiti, Isabel
aveva ritrovato la calma. La serata era fresca e Cat portava
un cappotto marrone che Isabel le aveva regalato per il suo
compleanno diversi anni prima. Se lo tolse e lo posò su una
sedia nell'ingresso, svelando il lungo abito rosso che
indossava sotto. Toby, un ragazzo alto che aveva un anno o due
più di Cat, portava una giacca di tweed marrone scuro con
sotto un dolcevita. Isabel diede un'occhiata ai pantaloni di
velluto di Toby, color fragola: erano proprio quello che si
aspettava. Da quel punto di vista non l'aveva mai sorpresa.
Devo sforzarmi, si disse, devo cercare di farmelo piacere.
Cat aveva portato un vassoio con del salmone affumicato,
che andò ad appoggiare in cucina insieme a Isabel, mentre Toby
le attendeva nel soggiorno al pianterreno.
«Ti senti meglio?» le chiese Cat. « Stamattina avevi
proprio l'aria affranta.»
Isabel prese il vassoio dalle mani della nipote e tolse il
foglio d'alluminio che lo copriva.
«Sì, sto molto meglio.» Non le disse della visita del
giornalista. Non le andava di sembrare ossessionata
dall'incidente e, anzi, voleva cercare di non pensarci più.
Disposero il salmone su di un piatto e tornarono in
soggiorno. Toby era in piedi alla finestra con le mani dietro
la schiena. Isabel offrì da bere agli ospiti, prendendo una
bottiglia dalla vetrinetta dei liquori. Quando porse il
bicchiere a Toby, il ragazzo lo sollevò e fece un brindisi in
gaelico.
«Slainte.»
Isabel sollevò a sua volta il bicchiere di malavoglia. Era
certa che quella fosse l'unica parola di gaelico che Toby
conosceva e non le piaceva che si intercalassero nel parlato
vocaboli di un'altra lingua: pas du tout. E così mormorò
sottovoce: « Cin cin».
«Cin che?» chiese Toby.
«Cin cin. È così che si brinda in Italia.»
Cat le lanciò uno sguardo di traverso. Sperava che Isabel
non cominciasse a prendere in giro Toby; ne era capacissima.
«Isabel parla bene l'italiano» disse Cat.
«Utile» commentò Toby. «Io non sono bravo con le lingue.
Quattro parole di francese, reminiscenza scolastica, e un po'
di tedesco. Ma nient'altro.»
Toby allungò la mano per prendere un crostino di pane nero
e un pezzetto di salmone affumicato. « Non riesco a resistere.
Cat lo compra da un tizio dalle parti di Argyll. Come si
chiama, Cat? Archie qualcosa?»
«Archie MacKinnon. Lo prepara lui con le sue mani, in
giardino, in uno di quei vecchi affumicatoi. Lo lascia a
bagnomaria nel rum e poi lo mette sopra un letto di scaglie di
quercia. È il rum che gli dà quell'aroma particolare.»
Toby prese un altro dei pezzi più grossi.
Cat si affrettò a offrire il salmone a Isabel. «Vado a
trovare Archie quando sono a Campbelltown» disse posando il
piatto dalla parte della zia. «È un vecchino formidabile.
Ottant'anni e passa, ma esce ancora in barca. Ha due cani, Max
e Morris.»
«Come i due bambini?» chiese Isabel.
«Esatto.»
Toby tornò a guardare il salmone. «E chi sono?»
«Max und Moritz, due bambini tedeschi» rispose Isabel. «I
primi personaggi dei fumetti. Fanno marachelle di ogni tipo e
gli succede di tutto: vengono addirittura usati da un
panettiere per farci dei biscotti.»
Guardò Toby. Max e Moritz cascano nella vasca della farina
e finiscono nell'impastatrice; invece un'altra volta vengono
trasformati in farina e mangiati dalle anatre.
Proprio delle idee da tedeschi, pensò lei. E per un
istante immaginò che la stessa cosa capitasse a Toby, che
cascasse in un'impastatrice e venisse trasformato in biscotti.
«Stai sorridendo» le disse Cat.
«Non volevo» si affannò a rispondere Isabel. H sorriso era
mai una cosa volontaria?
Chiacchierarono per una mezz'ora prima di cenare. Toby era
andato a sciare con un gruppo di amici e raccontò le sue
avventure fuori pista. A un certo punto avevano quasi
provocato una mezza valanga, ma erano riusciti a trarsi
d'impaccio.
«C'è mancato poco. Sapete che rumore fa una valanga?»
«Quello di un'onda?» azzardò Isabel.
Toby scosse la testa. «È come un tuono. E diventa sempre
più forte.»
Isabel si immaginò la scena: Toby con indosso una tuta da
sci color fragola inseguito da un'ondata di neve, tra le cime
bianche e soleggiate delle montagne. Per un istante lo vide,
mentre la neve lo sommergeva, che agitava gambe e braccia,
travolto dal ribollire di quella massa candida. E poi tutto
tornava immobile e restava solo la punta di un bastoncino da
sci a segnare il punto dell'impatto. No, era un pensiero
ingiusto, proprio come immaginarselo trasformato in biscotti,
e lo cancellò dalla mente. Ma perché Cat non ci era andata? Le
piaceva sciare. Forse Toby non l'aveva invitata.
«Tu non avevi voglia di andare, Cat?» le chiese. Poteva
essere una domanda imbarazzante, ma c'era un non so che
nell'arroganza di quel giovane che le tirava fuori il peggio
di sé.
Cat fece un sospiro. «Il negozio. Non posso mollarlo. Mi
sarebbe piaciuto andarci, ma non potevo proprio.»
«Ma c'è Eddie» replicò Toby. «È abbastanza grande per
badare alle cose per una settimana. Non ti fidi di lui?»
«Certo che mi fido, solo che Eddie è un po'...
vulnerabile.»
Toby la guardò di traverso. Era seduto sul divano vicino
alla finestra, accanto a Cat, e a Isabel parve di scorgere sul
suo viso tracce di un sorrisetto di scherno. Interessante.
«Vulnerabile?» replicò Toby. «Adesso si dice così?»
Cat abbassò lo sguardo sul bicchiere. Isabel lo mantenne
su Toby. Quel viso aveva una sfumatura crudele, le parve,
appena nascosta sotto la superficie di una pelle rosea e ben
curata. Aveva le guance un po' pienotte, pensò lei, e di li a
dieci anni avrebbe cominciato ad avere il naso cascante e
poi... si impose di fermarsi. Non le piaceva, quel giovane, ma
la carità - che non bisognerebbe mai dimenticare - la tirò per
la manica e si trattenne.
« È un bravo ragazzo» mormorò Cat. «Ha attraversato un
momento difficile. E mi posso fidare completamente di lui. È
tanto caro.»
« Certo» replicò Toby. «È un impedito, però. Un po'
così... sai come, no?»
Isabel li aveva guardati con discrezione, affascinata, ma
adesso sentiva di dover intervenire. Non poteva lasciare che
Cat venisse messa in imbarazzo in quel modo, anche se la
possibilità che le cascassero le fette di prosciutto dagli
occhi era allettante. Che cosa ci trovava in lui, che qualità
aveva, al di là di essere un perfetto esemplare di un certo
tipo di virilità ottusa? Il linguaggio della generazione di
Cat era molto più pesante di quello della sua, e più conciso e
diretto: per loro Toby era un bel quarto di manzo. Perché mai
una donna doveva preferire un quarto, quando un uomo intero
era molto più interessante, si chiedeva Isabel.
Prendiamo per esempio John Liamor. Era in grado di parlare
per ore dicendo sempre cose interessanti. La gente andava a
sedersi ai suoi piedi, per così dire, e lo ascoltava. Cosa
importava che fosse magro e avesse quella pelle chiara e quasi
trasparente tipica dei celti? Agli occhi di Isabel era
bellissimo, e adesso apparteneva a un'altra donna, una che lei
non avrebbe mai conosciuto, lontano in California o dovunque
fosse.
L'aveva incontrato a Cambridge. Lei era al Newnham
College, all'ultimo anno della facoltà di filosofia. Lui era
ricercatore e aveva qualche anno più di lei. Irlandese,
capelli scuri, laureato allo University College di Dublino,
aveva una borsa di studio post dottorato al Clare College e
stava scrivendo un libro su Synge. Abitava in un appartamento
sul retro del college - affacciato sul Fellows' Garden
sull'altra sponda del fiume - dove la portava spesso. Rimaneva
seduto a fumare e la fissava. Isabel era sconcertata dal suo
sguardo e si chiedeva se in sua assenza parlasse di lei con la
stessa condiscendenza e lo stesso sarcasmo che riservava agli
altri.
John Liamor pensava che la maggior parte della gente di
Cambridge peccasse di provincialismo. Lui era originario di
Cork, che evidentemente ai suoi occhi era tutt'altro che
provinciale. Disprezzava gli allievi delle lussuose scuole
inglesi - « Sembrano tutti il Piccolo Lord» diceva - e
scherniva gli ecclesiastici che ancora popolavano il college.
Reverendo, titolo che portavano ancora molti professori in
materie che andavano dalla matematica ai classici, l'aveva
storpiato in «Invertendo», cosa che Isabel e altri trovavano
divertentissima senza sapere bene perché. Il rettore del suo
college, uomo gentile e storico dell'economia che era sempre
stato generoso e disponibile nei confronti del suo ospite
irlandese, veniva definito da John « il capo degli
oscurantisti».
John Liamor radunò intorno a sé un circolo di discepoli.
Erano studenti che sentivano il richiamo della sua
indiscutibile intelligenza e dell'odore di zolfo che le sue
idee emanavano. Erano gli anni Settanta e la vivacità del
decennio precedente si era esaurita. In cosa si poteva
credere, o meglio cosa si poteva ancora sbeffeggiare?
L'ambizione e l'individualismo, travolgenti idoli del decennio
seguente, erano ancora fenomeni marginali. Perciò un irlandese
meditabondo con un certo talento iconoclasta poteva avere il
suo fascino. Con John Liamor non era necessario credere in
qualcosa: bastava l'abilità nello sberleffo. Ed era proprio
quello il segreto del suo fascino. Riusciva persino a
schernire gli altri sbeffeggiatori, perché lui era irlandese e
loro, con tutti i loro bei discorsi radicali, erano tutti
inglesi e quindi - secondo la sua visione del mondo -
irrimediabilmente parte dell'apparato dell'oppressione.
Isabel non si era integrata tanto in quell'ambiente e
c'era chi faceva commenti sulla bizzarra natura della loro
nascente relazione. I detrattori di John Liamor, in
particolare - non molto amato nel suo college e tantomeno nel
dipartimento di filosofia - avevano trovato particolarmente
strana quella relazione. Era gente che detestava l'aria di
superiorità intellettuale di Liamor e i suoi numi tutelari. Il
ricercatore leggeva i filosofi francesi e punteggiava i suoi
discorsi con citazioni di Foucault. I suoi avversari non
potevano che mostrare indifferenza per le sconvolgenti teorie
che giungevano da Parigi e dalla California. Uno o due, quelli
che lo odiavano davvero, avevano un altro motivo di
insofferenza: Liamor non era inglese. «Il nostro amico
irlandese e la sua amichetta scozzese» aveva detto uno dei
detrattori. «Che coppia interessante, davvero. Lei è
intelligente, ragionevole, civile. Lui è un Brendan Behan
pieno di boria. Ci si aspetta quasi che da un momento
all'altro si metta a cantare. Conoscete il tipo, no? Io avrei
allora pianto con orgoglio la tua morte e via dicendo. La
rabbia per i torti che avremmo fatto loro anni addietro,
dicono. Cose del genere.»
A volte persino Isabel trovava stupefacente il fatto di
essere stata così attratta da lui. Le sembrava di non avere
altro posto dove andare, che loro due condividessero per caso
il medesimo viaggio, come due persone che si ritrovano nello
stesso scompartimento di un treno e si rassegnano l'uno alla
compagnia dell'altro. Alcuni davano una spiegazione più terra
terra. «E il sesso» commentava una delle amiche di Isabel. «Fa
stare insieme la gente più diversa, no? È semplice. Non è
necessario che si piacciano.»
«I Pirenei» disse a un tratto Isabel.
Toby e Cat la fissarono.
«Sì» continuò lei tutta allegra, «i Pirenei. Sapete che
non ci sono mai stata? Mai.»
«Io sì» rispose Toby.
«Io no, ma mi piacerebbe» aggiunse Cat.
«Potremmo andarci insieme, anche con Toby, se ti andasse
di venirci. Potremmo fare una scalata: Toby davanti e noi
legate in cordata. Saremmo al sicuro.»
Cat rise. «Scivolerebbe, trascinandoci tutti in una caduta
mortale...» Si fermò di botto. La frase le era uscita di bocca
senza pensarci, e la ragazza rivolse uno sguardo di scuse a
Isabel. Quella serata doveva servire soprattutto a distogliere
la mente della zia dall'incidente della Usher Hall.
«Le Ande» disse Isabel con convinzione. «Sulle Ande ci
sono stata. Sono magnifiche. Ma riuscivo a malapena a
respirare, sapete, tanto sono alte.»
«Io ci sono stato una volta» si intromise Toby.
«All'università, ci sono andato con il club della montagna. Un
tale è scivolato ed è caduto. Un volo di centocinquanta metri,
se non di più.»
Calò il silenzio. Toby si mise a fissare il bicchiere,
immerso nei ricordi. Cat scrutava il soffitto.
Una volta congedatisi gli ospiti, prima del previsto,
Isabel si fermò in mezzo alla cucina e guardò i piatti
impilati sopra la lavastoviglie. La serata non si era rivelata
un gran successo. La conversazione a tavola era stata
farraginosa, anche se Toby si era dilungato a parlare di vino.
Suo padre era un rinomato importatore e il ragazzo lavorava
nell'azienda di famiglia.
Isabel aveva notato il modo in cui aveva annusato il vino
quando gliel'aveva versato, pensando che lei non se ne
accorgesse. Il vino era impeccabile, ne era certa. Un cabernet
sauvignon australiano e neanche da poco. Ma gli amanti del
vino sono sempre diffidenti verso i prodotti d'oltreoceano.
Per quanto dicessero il contrario, quello dell'enologia era un
mondo di snob, con i francesi in testa. Supponeva perciò che
Toby non la ritenesse in grado di trovare niente di meglio di
un rosso da super bo mercato. Al contrario, Isabel di vino ne
capiva parecchio e sapeva che quello che aveva servito era
perfetto.
«Australiano» aveva detto semplicemente Toby. «Australia
del sud.»
«È buono» aveva aggiunto Cat.
Toby l'aveva ignorata. «Piuttosto fruttato.»
«Ovviamente sarai abituato a ben altro» aveva detto Isabel
cortesemente.
«Oddio, mi fai sembrare uno snob. E perfettamente... a
posto. Non ha niente che non va.»
Posò il bicchiere. «In ufficio l'altro giorno ci siamo
bevuti un premier cru di Bordeaux. Roba da non credere. Il
vecchio l'ha pescato chissà dove. Era tutto impolverato e
perdeva sapore in fretta, ma bevuto subito, Dio, che cos'era!»
Isabel aveva ascoltato educatamente. Il suo pavoneggiarsi
la rallegrava un po', visto che pensava che prima o poi Cat si
sarebbe stufata di discorsi del genere e quindi anche di Toby.
Sarebbe subentrata la noia, che a quel punto avrebbe fatto
scomparire tutto ciò che di lui le piaceva. Poteva davvero
esserne innamorata? Isabel ne dubitava, percependo che Cat non
ignorava i difetti del ragazzo: ogni tanto, per esempio,
alzava gli occhi al cielo quando lui faceva una battuta che la
metteva a disagio. Le persone che amiamo non ci mettono mai in
imbarazzo. Può essere un fastidio passeggero, ma mai un
imbarazzo vero e proprio. Tendiamo a perdonare i loro difetti,
posto che li vediamo. E lei aveva perdonato John Liamor,
ovviamente, anche se una sera l'aveva trovato con una
studentessa nel suo appartamento al college. La ragazza aveva
solo ridacchiato e si era avvolta nella camicia di lui, che
era abbandonata sul letto, mentre John non aveva fatto altro
che guardare fuori dalla finestra, dicendo: «Pessimo tempismo,
Liamor».
Probabilmente era più semplice non permettersi di
innamorarsi di nessuno, pensò Isabel. Essere se stessi e
basta, refrattari alle ferite inferte da altri. C'era molta
gente del genere, contenta della propria vita solitaria, ma lo
era davvero? Si era chiesta quante di queste persone erano
sole per scelta e quante perché nessuno era mai entrato nella
loro vita a sollevarli del peso della solitudine. C'era una
bella differenza tra la rassegnazione o l'accettazione della
solitudine e la libera scelta di stare soli.
Il mistero fondamentale, ovviamente, era questo: che
bisogno c'era di innamorarsi? Una risposta riduttiva era che
si trattava semplicemente di una questione biologica e che
l'amore forniva la motivazione che permetteva alle persone di
stare insieme per crescere i figli. Come tutte le questioni di
psicologia evolutiva sembrava tanto semplice e scontata, ma se
era tutto lì, allora perché ci si innamorava di idee, cose,
luoghi? Auden aveva intuito questa potenzialità quando aveva
scritto di essersi innamorato da bambino di una pompa a
motore, che allora gli pareva «bella quanto te in ogni
dettaglio.» Transfert, avrebbe detto un sociobiologo. E poi
c'era la vecchia battuta freudiana che diceva che il tennis
era un surrogato del sesso. Al che l'unica risposta possibile
era che allora il sesso poteva essere un ottimo surrogato del
tennis.
«Molto bella» aveva detto Cat quando Isabel le aveva
raccontato la battuta. «Eppure è vero. Le nostre emozioni
sembrano tutte volte a preservare la nostra integrità fisica.
La paura del volo. La lotta per il cibo. L'odio e l'invidia.
Tutte sensazioni legate alla sopravvivenza.»
«Ma non si potrebbe anche dire che le emozioni hanno un
ruolo nello sviluppo delle nostre capacità più nobili?» aveva
ribattuto Isabel. «Le nostre emozioni ci permettono l'empatia
con gli altri. Se amo qualcuno so cosa vuol dire essere quella
persona. Se provo compassione - un'emozione importante, no? -
riesco a capire la sofferenza altrui. Perciò le emozioni ci
fanno crescere a livello etico. Ci fanno sviluppare
un'immaginazione morale.»
«Può darsi» aveva risposto Cat, che però a quel punto
stava guardando altrove, verso una confezione di cipolline
sottaceto - la conversazione si era svolta nel negozio di
gastronomia - ed evidentemente non la stava più seguendo. Le
cipolline non avevano niente a che vedere con l'immaginazione
morale, per quanto fossero importanti anche loro, nel mondo
dei sottaceti.
Rimasta sola, Isabel uscì di casa, al freddo della notte.
Il grande giardino cintato sul retro, nascosto dalla strada,
era immerso nell'oscurità. Il cielo era limpido, pieno di
stelle, che di solito in città non si vedevano, oscurate
com'erano dalla luce delle abitazioni. Percorse il vialetto
fino alla piccola serra di legno, sotto la quale di recente
aveva trovato una tana di volpe. Aveva chiamato l'ospite
Compare Volpone e ogni tanto l'aveva anche visto: era una
creaturina smilza che procedeva sicura sul bordo del muretto
oppure che attraversava la strada come una freccia la notte,
indaffarata nelle sue incomprensibili faccende. L'aveva
accolto e una sera gli aveva lasciato un pollo cotto, come
offerta di benvenuto. Il mattino dopo il pollo era scomparso,
anche se in seguito ne aveva trovato un osso rosicchiato fino
al midollo nell'aiuola dei fiori.
Cosa si augurava per Cat? Semplice, voleva che fosse
felice. Sembrava una cosa melensa, eppure era vera. Nel caso
di Cat voleva dire trovare l'uomo giusto, perché sembrava
questa la cosa più importante per lei. Non detestava i
fidanzati di Cat, almeno non per partito preso. In quel caso
il motivo sarebbe stato evidente: la gelosia. Ma non era così.
Riconosceva cosa era importante per la nipote e sperava solo
che riuscisse a trovare quel che cercava, quel che davvero
desiderava. Secondo Isabel era Jamie. E io? si chiese. Io,
cosa voglio?
Voglio che John Liamor entri da quella porta e mi dica: mi
dispiace. Tutti questi anni sprecati. Mi dispiace.
5

Dell'incidente non si parlò più né sui giornali che Isabel


chiamava «carta straccia» - e lo erano, si difendeva lei,
bastava guardarli - né su quelli che definiva «di una certa
decenza», lo «Scotsman» e l'«Herald». A quanto ne sapeva
Isabel, McManus non doveva aver scoperto altro per il momento
e anche se aveva raccolto qualche dettaglio ulteriore, il suo
direttore doveva averlo ritenuto troppo inconsistente per
farci un articolo.
C'era un limite a quanto si poteva ricavare da una
semplice tragedia, anche se accaduta per motivi insoliti.
Supponeva che la polizia avrebbe svolto un'indagine, come era
prassi in caso di morte improvvisa o avvenuta in circostanze
strane. E a quel punto forse sarebbe uscito l'articolo. In
casi del genere si tenevano udienze pubbliche davanti al
magistrato della pretura locale e spesso il caso si chiudeva
rapidamente. Erano perlopiù episodi di incidenti sul lavoro:
qualcuno si dimenticava che un cavo scoperto portava ancora la
corrente, che un aspiratore di monossido di carbonio era
scollegato, che una doppietta da caccia era carica. Non ci
sarebbe voluto molto per chiarire la faccenda e il giudice
avrebbe pronunciato la sua risoluzione, come si diceva in
gergo legale, elencando accuratamente le cause dell'incidente,
che andavano eliminate. A volte emetteva un ammonimento, ma in
generale non faceva troppi commenti. La corte passava al morto
successivo, e i parenti del precedente uscivano dall'aula con
il cuore stretto dal rimpianto. In questo caso la conclusione
più probabile sarebbe stata che si era trattato di un
incidente. Visto che era avvenuto in un luogo pubblico poteva
esserci anche un accenno al problema della sicurezza, e il
magistrato avrebbe potuto suggerire di dotare il loggione di
una ringhiera più alta. Ma prima che tutto ciò avvenisse
potevano passare mesi, e per allora Isabel sperava di riuscire
a dimenticare.
Avrebbe potuto discuterne ancora con Grace, ma la sua
governante aveva evidentemente altre cose per la testa.
Un'amica era nel bel mezzo di una crisi e lei le dava supporto
morale. Era una faccenda di uomini, le aveva spiegato. Il
marito della sua amica era in piena crisi di mezza età e sua
moglie non sapeva più che pesci pigliare.
«S'è comprato un intero guardaroba nuovo» le disse Grace
levando gli occhi al cielo.
«Forse aveva voglia di qualche vestito nuovo, l'ho fatto
anch'io un paio di volte.»
Grace fece cenno di no con la testa. «Si è comprato dei
vestiti da ragazzino. Jeans attillati, felpe con le scritte
cubitali. Roba del genere. E va in giro ascoltando musica
rock. Va in discoteca.»
«Ah» commentò Isabel. Grace aveva detto «discoteca» con
tono lugubre. «Quanti anni ha?»
«Quarantacinque. Un'età pericolosissima per gli uomini, a
quanto dicono.»
Isabel ci rifletté per un momento. Che fare in un caso del
genere?
Grace le fornì la risposta. «Io gli ho riso in faccia. Gli
ho detto chiaro e tondo che era ridicolo. Gli ho detto che non
si poteva mettere dei vestiti da ragazzino per nessun motivo.»
Isabel si immaginava la scena. «E lui?»
«Mi ha risposto di farmi gli affari miei. Ha detto anche
che se io ormai ero superata, lo stesso non valeva per lui.
Così gli ho detto: 'Superata da chi?', e lui non ha fiatato.»
«Che dramma.»
«Povera Maggie» disse Grace. «H marito va in discoteca e
non la porta mai; non che lei ci voglia andare, certo. Sta a
casa e si preoccupa di cosa può combinare quell'uomo. Ma io
non posso farci niente. Gli ho dato un libro, però.»
«Su cosa?»
«Un vecchio libro, con le pagine tutte sgualcite. L'ho
trovato in un negozio di West Port. 100 hobby per il perfetto
teenager. Non ha apprezzato.»
Isabel scoppiò a ridere. Grace non aveva mezzi termini,
cosa che, secondo Isabel, dipendeva dal fatto che era
cresciuta in un piccolo appartamento oltre Cowgate, dove non
c'era altro da fare che lavorare e la gente diceva pane al
pane. Isabel era ben consapevole di come fossero diverse le
esperienze di Grace dalle sue. Lei aveva goduto di ogni
privilegio, con molteplici possibilità di istruzione, mentre
Grace si era dovuta accontentare di quel che passava una
scuola sovraffollata e anonima. A volte le pareva che la sua
formazione le avesse portato solo dubbi e incertezze, mentre
Grace era rimasta salda ai valori della vecchia Edimburgo. Lì
non c'era spazio per i dubbi. E allora, si chiedeva Isabel,
chi è più felice: chi è consapevole e ha dei dubbi o chi è
sicuro delle sue certezze e non le mette mai in discussione?
La risposta che si era data era che la felicità non c'entrava
niente. La felicità era qualcosa che, come la pioggia o il
sole, capitava, a seconda del carattere di ciascuno.
«La mia amica Maggie» proclamò Grace «pensa che non si
possa essere felici senza un uomo. Per questo è così
preoccupata per le mattane di Bill e per i suoi vestiti da
ragazzino. Se la pianta per una più giovane a lei non resterà
niente di niente.»
«Dovrebbe dirle che non ha bisogno di un uomo. Glielo
dica.»
Isabel fece questo commento senza pensare a come l'avrebbe
letto Grace, e si rese conto tutt'a un tratto che l'avrebbe
potuta prendere come un'allusione al fatto che era una zitella
senza rimedio e senza speranza di trovare un uomo.
«Intendevo dire che non sempre si ha bisogno...»
«Non importa. So cosa voleva dire» tagliò corto Grace.
Isabel la guardò per un istante di sottecchi e proseguì:
«Non sono proprio la persona giusta per parlare di uomini
comunque, visti i miei insuccessi».
Ma perché, si chiedeva. Perché aveva avuto tanta sfortuna?
Era stato l'uomo sbagliato, il momento sbagliato o entrambi?
Grace la guardò con aria interrogativa. «Cos'è successo a
quel tizio, al suo uomo? John vattelappesca... l'irlandese?
Non me l'ha mai raccontato.»
«Mi ha tradito» rispose semplicemente Isabel. «In
continuazione, quando stavamo a Cambridge. E poi, quando siamo
andati alla Cornell dove io avevo il mio assegno di ricerca,
un bel giorno mi ha detto che se ne andava in California con
un'altra donna. O meglio, con una ragazza. Ed è finita lì. Ha
preso e se ne è andato nel giro di un giorno.»
«Così?»
«Già. L'America gli ha dato alla testa. Diceva che si
sentiva liberato. Ho sentito dire che gente solitamente
tranquilla in America può impazzire, perché si crede libera da
qualsiasi cosa la tratteneva a casa. A lui era successo così.
Beveva di più, aveva più ragazze ed era più impulsivo.»
Grace assimilò le informazioni. Poi chiese: «È ancora là,
immagino».
Isabel fece spallucce. «Suppongo di sì. Ma credo che stia
con un'altra, ormai. Non lo so.»
«Le piacerebbe scoprirlo?»
La risposta, ovviamente, era sì. Contro ogni motivo logico
e contro tutte le sue convinzioni, l'avrebbe perdonato se
fosse tornato a chiedere scusa, cosa che comunque John non
avrebbe mai fatto. E così lei si sentiva al sicuro nonostante
questa debolezza: non sarebbe mai più stata tormentata da John
Liamor e mai più si sarebbe sentita tanto vulnerabile.
Due settimane dopo stava ormai per dimenticarsi del
fattaccio della Usher Hall, quando venne invitata a una festa
in una galleria d'arte per l'inaugurazione di una mostra.
Isabel era una collezionista di quadri e a casa sua arrivavano
in continuazione inviti del genere. Perlopiù evitava le
inaugurazioni, eventi pretenziosi pieni di gente e di rumore,
ma quando sospettava che le opere esposte avrebbero richiamato
un certo interesse, si convinceva ad andare, cercando di
arrivare molto presto, in modo da vedere le opere prima che
sotto il cartellino comparisse uno sgradevole puntino rosso.
L'aveva imparato a sue spese la volta in cui si era presentata
tardi a una retrospettiva di Cowie per scoprire che i pochi
quadri in vendita erano andati via tutti nel primo quarto
d'ora. Le piaceva Cowie, con i suoi ritratti inquietanti di
persone che parevano avvolte dalla stantia immobilità di
un'altra epoca: stanze silenziose con scolarette dall'aria
triste affaccendate a disegnare o a ricamare. Strade di
campagna e sentieri di Scozia, che sembravano portare solo ad
altri silenzi. Le pieghe del tessuto nello studio del pittore.
Isabel possedeva due piccoli dipinti a olio di Cowie e le
sarebbe piaciuto molto acquistarne un altro, ma era arrivata
troppo tardi. Perlomeno aveva imparato la lezione.
La mostra inaugurata quella sera era una personale di
Elizabeth Blackadder. Accarezzò l'idea di comprare un grande
acquerello, ma decise di vedere anche le altre opere prima di
scegliere. Non trovando niente di suo gradimento, tornò
all'acquerello, solo per scoprire che sul cartellino era
comparso il puntino rosso. Un giovane al di sotto della
trentina con un gessato a righe era fermo davanti all'opera
con un bicchiere in mano. Isabel lanciò uno sguardo di
sottecchi all'acquerello, che le sembrava ancor più appetibile
ora che era stato venduto, e poi guardò il ragazzo, cercando
di nascondere il disappunto.
«Meraviglioso, vero?» disse lui. « Mi sembra sempre una
pittrice cinese. Così delicata. Guardi quei fiori.»
«Anche i gatti» aggiunse Isabel, con tono un po'
scorbutico. «Dipinge anche i gatti.»
«Già. Gatti in giardino. Scene bucoliche, non esattamente
realismo socialista.»
«I gatti esistono. E per loro i suoi quadri saranno
realistici.» Tornò a guardare il quadro. «L'ha appena
comprato?»
Il giovane annuì. «Per la mia ragazza, come regalo di
fidanzamento.»
Lo disse con orgoglio, più per il fidanzamento che per
l'acquisto, e Isabel si raddolcì all'istante.
«Le piacerà moltissimo» rispose. «Pensavo di comprarlo io,
ma sono lieta che l'abbia preso lei.»
L'espressione del ragazzo si fece un po' preoccupata. «Mi
dispiace davvero. Avevano detto che era disponibile, e non
c'era indicato nulla...»
Isabel lo fermò con un cenno della mano. «Ma certo. Chi
prima arriva meglio alloggia. Lei è stato più svelto di me.
Del resto, alle mostre è una lotta al coltello.»
«Ce ne sono altri» disse il ragazzo, indicando la parete
alle loro spalle. «Sono certo che troverà qualcosa del genere,
anzi, anche meglio.»
Isabel sorrise. «Ma certo. E poi le pareti di casa mia
sono così piene di quadri che dovrei staccarne qualcuno. Guai
se prendessi un altro dipinto!»
Il giovane rise a questa battuta. Poi, notando che Isabel
aveva il bicchiere vuoto, si offrì di riempirglielo e lei
accettò. Al ritorno si presentò. Si chiamava Paul Hogg e
abitava a un isolato di distanza, in Great King Street. Era
certo di aver già visto Isabel a qualche mostra, ma del resto
Edimburgo era proprio un paesotto, no? Ci si vedeva sempre da
qualche parte, prima o poi. Non era d'accordo anche lei?
Certo, Isabel era d'accordo. Ma la cosa aveva i suoi
svantaggi, no? E se uno avesse voluto avere una doppia vita,
non sarebbe stato difficile, a Edimburgo? Forse quel qualcuno
sarebbe dovuto andare fino a Glasgow, per stare tranquillo.
Paul pensava di no. Conosceva diverse persone, fece
capire, che avevano una doppia vita e se la cavavano benone.
«Ma come sa della loro doppia vita?» gli chiese Isabel.
«Gliel'hanno raccontato loro?»
Paul ci pensò su un momento. «No, se me l'avessero detto
non sarebbe un segreto.»
«Allora l'ha scoperto lei, e quindi vede che ho ragione
io.»
Paul ne dovette convenire, e si misero a ridere tutti e
due. «Tra l'altro non so proprio dire cosa me ne farei di una
doppia vita. Cosa si può fare che la gente disapprova
oggigiorno? Nessuno batte ciglio di fronte al tradimento. E
gli assassini scrivono libri mentre sono in carcere.»
«Vero, ma sono belli quei libri? Ci dicono qualcosa? Solo
gli immaturi e gli stupidi si fanno impressionare dalla
depravazione.» Rimase in silenzio per un istante. «Suppongo
che ci sia qualcosa di cui la gente si vergogna comunque e che
è disposta a fare solo di nascosto.»
«I ragazzini» disse Paul. «Conosco gente che ha un debole
per i ragazzini. Niente di illegale in fondo, hanno
diciassette o diciott'anni, però sono sempre ragazzini.»
Isabel guardò il quadro, i fiori e i gatti. Era ben
diverso il mondo di Elizabeth Blackadder.
«I ragazzini... Sì, suppongo che qualcuno li trovi... come
dire? Interessanti. E magari possono voler tenere nascosta la
cosa. A Catullo non creava problemi, ci ha scritto anche delle
poesie e non sembrava provare il minimo imbarazzo. L'amore
pedofilo è riconosciuto nella letteratura classica, no?»
«Quello che conosco io va in giro per Calton Hill, credo»
proseguì Paul. «Va fin lassù con la macchina vuota e torna
indietro con un ragazzino. Di nascosto, ovviamente.»
Isabel inarcò un sopracciglio. «Be', purtroppo queste cose
succedono.» Da una parte di Edimburgo accadevano cose che
all'altra parte non interessavano granché. Certo, come si
soleva dire, Edimburgo si reggeva sull'ipocrisia. Era la città
che aveva dato i natali a Hume, d'accordo, la capitale
dell'illuminismo scozzese, ma poi cosa ne era stato? Nel
diciannovesimo secolo si era diffuso il calvinismo più gretto
e i lumi della ragione erano migrati altrove. Erano tornati a
Parigi, oppure se n'erano andati a Berlino o in America, a
Harvard e in quei posti dove tutto era possibile. Edimburgo
era diventata sinonimo di perbenismo: bisognava fare le cose
come si era sempre usato. Il perbenismo, però, richiedeva un
grande sforzo, e per questo c'erano bar e locali in cui si
poteva andare e comportarsi come si desiderava davvero ma non
si osava fare in pubblico. La storia di Jekyll e Hyde era
stata scritta a Edimburgo, e non a caso, ovviamente.
«Guardi, però, io non ho nessuna doppia vita. Sono
tremendamente banale. In effetti gestisco fondi
d'investimento, non proprio un'attività emozionante. E la mia
fidanzata lavora a Charlotte Square. Insomma non siamo
proprio... come dire?»
«Due bohémien?» suggerì Isabel, ridendo.
«Esatto. Siamo più...»
«Alla Elizabeth Blackadder? Fiori e gatti?»
Continuarono a chiacchierare. Dopo più o meno un quarto
d'ora Paul posò il bicchiere su un davanzale.
«Perché non andiamo al Vincent Bar?» le propose. «Devo
vedere Minty alle nove e non ho voglia di tornare a casa.
Potremmo bere qualcosa e continuare a parlare, se le va. Ma
forse ha da fare.»
Isabel fu lieta di accettare. La galleria si era riempita
e cominciava a far caldo. Anche il volume delle conversazioni
era cresciuto e bisognava gridare per farsi capire. Se fosse
rimasta le sarebbe venuto il mal di gola. Prese il cappotto,
salutò i proprietari della galleria e andò insieme a Paul al
piccolo bar dell'angolo, meno affollato.
Il Vincent Bar era quasi vuoto, e scelsero un tavolo
vicino all'ingresso per prendere un po' d'aria.
«Non vado quasi mai al pub» le confidò Paul «eppure mi
piacciono, posti del genere.»
«Io non ricordo nemmeno l'ultima volta in cui ci sono
andata. Sarà stato in una vita precedente.» Ma se le ricordava
bene, quelle serate con John Liamor, e ci soffriva ancora.
«Mi sa che gestivo fondi d'investimento anche nella mia
vita precedente. E lo farò anche nella prossima.»
Isabel rise. « Ma di sicuro il suo mestiere avrà dei lati
appassionanti. Scrutare i mercati e aspettare l'occasione
giusta, non si tratta di questo in fondo?»
«Sì, si può dire che a volte è interessante. Bisogna
leggere molto. Io sto seduto alla scrivania a leggere i
giornali finanziari e i resoconti delle società. Sono una
specie di spia, insomma: raccolgo informazioni.»
«E il posto com'è? I suoi colleghi sono simpatici?»
Paul non rispose. Sollevò il bicchiere e bevve un lungo
sorso di birra. Quando parlò, lo fece tenendo gli occhi fissi
sul tavolo. «Perlopiù sì... perlopiù.»
«Cioè no.»
«Be', non direi proprio di no. Solo che... ecco, ho perso
una persona che lavorava per me, qualche settimana fa. Ho...
avevo due sottoposti e uno se n'è andato.»
«Ha cambiato azienda? Gliel'hanno rubato? Immagino che ci
sia una gran caccia ai cervelli migliori. Non è così che
funziona?»
Paul fece cenno di no col capo. «È morto. O meglio,
l'hanno ucciso. Una caduta.»
Poteva riferirsi a un incidente durante un'arrampicata,
sulle Highlands ne capitava uno alla settimana. Ma non era
così, e Isabel lo sapeva.
«Credo di sapere chi fosse» disse lei. « È successo...»
«Alla Usher Hall. Sì, era lui. Mark Fraser.» Fece una
pausa. «Lo conosceva?»
«No, ma l'ho visto cadere. Ero lì, a parlare con un'amica
quand'è caduto proprio davanti ai nostri occhi come...
come...»
Si interruppe e mise la mano sul braccio di Paul. Il
giovane stringeva forte il bicchiere, con gli occhi fissi sul
tavolo e l'aria sconvolta.
6

È sempre così quando si sta in una stanza dove ci sono dei


fumatori. Isabel ricordava di averlo letto da qualche parte:
la superficie dei vestiti dei non fumatori è coperta di ioni
negativi, mentre il fumo del tabacco è pieno di ioni positivi.
Perciò se c'è del fumo nell'aria viene immediatamente attratto
dagli elementi con carica opposta e lascia i vestiti
maleodoranti. Infatti quando prese in mano la giacca che
portava la sera prima, appoggiata sopra la sedia della camera,
la assalì un odore acre e stantio. C'era gente che fumava nel
Vincent Bar, come succedeva sempre nei locali, e non era
bastato che lei e Paul si sedessero accanto alla porta.
Scosse vigorosamente la giacca davanti alla finestra
aperta, mossa che serviva sempre, prima di rimetterla
nell'armadio. Poi tornò alla finestra a guardare in giardino
gli alberi vicini al muro di cinta, l'alto acero e le due
betulle gemelle che si muovevano al minimo soffio di vento.
Paul Hogg. Era un nome della zona del confine, e ogni volta
che lo sentiva le veniva in mente James Hogg, lo scrittore che
aveva come pseudonimo Ettirck Shepherd. Era l'Hogg più famoso,
anche se ce n'erano altri, tra cui persino degli Hogg inglesi.
Quinton Hogg era stato Lord Cancelliere - e aveva persino
l'aria un po' porcina, [Gioco di parole tra il cognome Hogg e
il sostantivo hog, che significa «maiale». (NDT.)] secondo
Isabel, che si ricordò però che non bisognava approfittarsi
degli Hogg - e aveva un figlio che si chiamava Douglas Hogg, e
così via. Tutti quegli Hogg.
Non erano rimasti a lungo nel bar. Ripensare alla caduta
di Mark Fraser aveva chiaramente turbato Paul, che pure aveva
cambiato in fretta argomento, e la serata si era intristita.
Ma prima di svuotare il bicchiere e congedarsi, Paul le aveva
detto qualcosa che l'aveva fatta sussultare sulla sedia: «È
impossibile che sia caduto. Era abituato all'altezza, sa? Era
uno scalatore, siamo andati insieme sul Buchaille Etive Mhor.
È salito senza esitazioni. Era un arrampicatore nato».
Isabel l'aveva interrotto chiedendogli cosa intendesse: se
non era caduto, allora si era buttato di proposito. Paul aveva
scosso il capo. Ne dubitava. La gente è sempre piena di
sorprese, ma non capiva proprio come Mark avrebbe potuto fare
una cosa simile. Aveva passato molte ore insieme a lui quel
giorno, e il ragazzo non era assolutamente depresso. Anzi, al
contrario: una delle società che Mark aveva sottoposto
all'attenzione dell'azienda e su cui avevano investito molto
aveva dato una serie di risultati parziali d'eccezione.
L'amministratore delegato gli aveva mandato un biglietto in
cui si complimentava con lui per la sua perspicacia e Mark ne
era davvero compiaciuto. Sorrideva. Era un topo nel formaggio.
Perché avrebbe dovuto farla finita?
Paul aveva scosso il capo, e poi aveva cambiato argomento.
Isabel aveva iniziato a rimuginare e ci stava riflettendo
ancora, mentre scendeva per fare colazione. Grace era arrivata
in anticipo e aveva messo le uova sul fuoco. Fece qualche
commento sulla notizia del giorno: un ministro del governo si
era comportato in modo evasivo durante il question time e si
era rifiutato di dare all'opposizione risposte esaurienti.
Grace l'aveva inquadrato come un bugiardo dalla prima volta in
cui aveva visto la sua foto sul giornale e adesso ne aveva la
controprova. Guardò Isabel con aria di sfida, quasi a dire
«provi a contraddirmi», ma lei si limitò ad annuire.
«È impressionante. Non ricordo quand'è diventato normale
che i politici mentano. E lei?»
Grace se lo ricordava eccome. «È iniziato con Nixon, non
faceva altro che raccontare bugie. Poi la moda è arrivata di
qua dell'Atlantico e hanno iniziato anche i nostri. È
cominciata così. Adesso è la norma.»
Isabel non poté che convenire. A quanto pareva la gente
aveva perso il senso dell'etica e questo era solo un esempio
tra i tanti. Grace, ovviamente, non mentiva mai. Era
completamente sincera, nelle piccole cose e in quelle
importanti, ed era implicito per Isabel fidarsi di lei. Del
resto Grace non era un politico e non avrebbe mai potuto
diventarlo visto che le prime bugie, supponeva Isabel,
andavano dette alla commissione che giudicava i candidati
idonei a una carriera simile.
Ovviamente non tutte le bugie sono riprovevoli, un altro
dei punti su cui, secondo Isabel, Kant si sbagliava. Una delle
cose più ridicole che il filosofo avesse mai detto era che è
nostro dovere dire la verità all'assassino a caccia della sua
vittima. Se viene a bussare alla porta chiedendo «È in casa?»,
bisogna rispondere la verità, anche se così si condanna a
morte un innocente. Che cosa insensata. Se lo ricordava a
memoria, quel brano così offensivo: «La veridicità in
dichiarazioni cui non ci si possa sottrarre è un dovere
formale dell'uomo nei confronti di tutti, anche qualora ciò
sia fonte, per sé o per un altro, di grandi svantaggi». Non
stupisce che Benjamin Constant si sia sentito offeso da questo
ragionamento, anche se Kant gli aveva risposto - in modo assai
poco convincente - che l'assassino poteva essere catturato
prima che agisse in base alle informazioni ricavate dalla
nostra risposta sincera.
La soluzione migliore era che mentire era sbagliato in
generale, ma che alcune circostanze accuratamente selezionate
facevano eccezione e in quei casi era accettabile non dire la
verità. Esistevano, dunque, bugie buone e cattive e le prime
si potevano pronunciare a fin di bene, per esempio per evitare
di ferire qualcuno. Se ci veniva richiesto un parere su un
nuovo acquisto di pessimo gusto, per dirne una, con una
risposta sincera si rischiava di ferire l'altro, rovinandogli
il piacere di quella novità tanto agognata. Perciò si mentiva
e si lodava l'oggetto in questione. Era sicuramente la cosa
migliore da fare. Ma era proprio così? Forse le cose non erano
tanto semplici. Se ci si abituava a mentire in casi del genere
allora il discrimine tra vero e falso cominciava a
confondersi.
Isabel meditava di affrontare l'argomento nei dettagli,
prima o poi, e scriverci un saggio. L'avrebbe intitolato Lode
dell'ipocrisia e l'incipit poteva recitare così: «Dare a una
persona dell'ipocrita comporta di solito un giudizio morale
negativo. Ma l'ipocrisia è sempre inevitabilmente sbagliata?
Ci sono ipocriti che meritano alta considerazione...»
C'erano altre possibilità: l'ipocrisia non era solo fatta
di bugie. Si poteva, per esempio, dire una cosa e fare il
contrario. Chi si comportava così di solito veniva condannato
da tutti, ma anche in questo caso le cose potevano essere meno
semplici di quanto sembrava. Sarebbe da ipocriti per un
alcolizzato mettere in guardia sui pericoli del bere o per un
goloso consigliare una dieta? Chi riceve tali consigli può
certo lanciare accuse di ipocrisia, ma solo nel caso in cui i
suoi mentori affermino di non bere o mangiare troppo. Se il
bevitore e il mangione nascondono i propri vizi allora sì, li
si potrebbe chiamare ipocriti, ma forse non sarebbe
un'ipocrisia negativa. Sarebbe certamente innocua, anzi
potrebbe addirittura aiutare qualcuno, sempre che non venisse
scoperta. Sarebbe stato un argomento ideale per il Club dei
filosofi dilettanti. Anzi, forse avrebbe indetto un incontro
proprio su questo tema. Chi poteva resistere a un invito a
discutere di ipocrisia? I soci del club, sospettava Isabel.
Con le uova alla coque sul tavolo, si sedette davanti a una
copia dello «Scotsman» e a una tazza di caffè appena fatto,
mentre Grace andava a fare il bucato. Il giornale non diceva
niente di importante - non riuscì a convincersi a leggere un
resoconto dell'operato del parlamento scozzese - e così andò
immediatamente alla pagina delle parole crociate. 4
orizzontale: Il gran conquistatore, un tram chiamato Enoia
(9). «Tamerlano» era la risposta, ovviamente. Era una
definizione vecchia, citata persino da Auden. WHA, le venne in
mente, amava fare le parole crociate e si faceva consegnare il
«Times» a Kirchstetten proprio per questo motivo. Viveva lì,
in mezzo al suo leggendario disordine, tra manoscritti, libri
e posacenere stracolmi, facendo le parole crociate del «Times»
ogni giorno, con al fianco la sua fida copia sgualcita
dell'Oxford Dictionary aperta su una sedia. Le sarebbe tanto
piaciuto conoscerlo e parlargli, anche solo per ringraziar lo
di tutto quello che aveva scritto... tranne che per gli ultimi
due libri. Temeva però che l'avrebbe considerata solo una
delle tante intellettualoidi che lo veneravano. 6 verticale:
Poeta di casa, maiale pastore di pecore (4). «Hogg»,
ovviamente. Solo una coincidenza, però.
Finì le parole crociate in salotto, lasciando che la
seconda tazza di caffè diventasse troppo fredda per essere
ancora bevibile. Si sentiva a disagio per qualche motivo,
quasi nauseata, e si domandò se non aveva bevuto un bicchiere
di troppo la sera prima. Ripensandoci, si disse di no. Aveva
preso due bicchierini di vino all'inaugurazione, e un altro,
un po' più sostanzioso, al Vincent Bar. Non era certo
sufficiente a metterle lo stomaco sottosopra o a farle venire
il mal di testa. No, la sensazione di disagio non era fisica.
Era turbata. Aveva pensato di essersi ormai ripresa dalla
visione di un evento così tragico, ma era evidente il
contrario. Ne risentiva ancora psicologicamente. Posò il
giornale e si mise a fissare il soffitto, domandandosi se si
trattava della cosiddetta « sindrome da stress post
traumatico». Ne avevano sofferto i soldati della prima guerra
mondiale, anche se allora la chiamavano psicosi da
bombardamento e i militari venivano fucilati per
vigliaccheria.
Pensò alla mattinata che la attendeva. Aveva del lavoro da
fare: c'erano almeno tre saggi per la rivista che aspettavano
di essere inviati ai vari revisori e bisognava spedirli entro
la mattinata. Poi doveva preparare l'indice per un numero
speciale che doveva uscire nel corso dell'anno. Non le piaceva
fare gli indici e aveva continuato a procrastinare. Ormai,
però, andava spedito al direttore responsabile perché lo
approvasse entro la fine della settimana seguente, e ciò
significava che ci si doveva dedicare quel giorno, oppure
quello dopo. Guardò l'orologio. Erano quasi le nove e mezzo.
Se si fosse messa d'impegno, in tre ore avrebbe completato
buona parte dell'indice, se non tutto. Ci sarebbe voluto fino
a mezzogiorno e mezzo, magari fino all'una circa. Poi poteva
andare a pranzo con Cat, se la nipote era libera. L'idea la
rallegrò: una buona mattinata di lavoro, seguita da una
tranquilla chiacchierata con sua nipote era proprio quello che
ci voleva per superare la malinconia. La cura perfetta per la
sindrome da stress post traumatico.
Cat era disponibile, ma solo all'una e mezzo, visto che
Eddie le aveva chiesto di fare la pausa pranzo prima del
solito. Si sarebbero incontrate nel bistrò di fronte alla
gastronomia. La nipote preferiva uscire a pranzo invece che
occupare uno dei pochi tavolini del suo locale. Inoltre sapeva
che Eddie origliava le sue conversazioni appena ne aveva
l'occasione e la cosa le dava fastidio.
Isabel procedette rapidamente con l'indice, completandolo
poco dopo mezzogiorno. Stampò le pagine e le mise in una busta
da spedire mentre andava a Bruntsfield. La fine di quel lavoro
le aveva decisamente risollevato lo spirito, anche se
l'impegno non era bastato a toglierle dalla mente il colloquio
con Paul. Ne era ancora turbata, e continuava a ripensare a
quei due, Paul e Mark, che scalavano insieme il Buchaille
Etive Mhor. Forse si erano addirittura legati in cordata.
Immaginava Mark che si girava a guardare Paul, più in basso, e
il sole gli illuminava il viso. La fotografia apparsa sul
giornale aveva rivelato che era un ragazzo bellissimo, cosa
che rendeva ancora più triste l'accaduto, anche se non ce
n'era ragione. La morte dei belli non è diversa da quella dei
meno avvenenti, è ovvio. E allora perché sembrava più tragica
la morte di Rupert Brooke o di Lord Byron, per esempio,
rispetto a quella di altri? Forse perché amiamo di più i
belli. O perché la momentanea vittoria della morte sembra
ancora più schiacciante in questo modo: nessuno è troppo bello
per me, sembra quasi dirci, sorridendo.
Quando arrivò al bistrò, verso l'una e mezzo, la gente
aveva già cominciato ad andarsene. In fondo c'erano due
tavolini occupati, uno da un gruppo di donne con sacchetti
della spesa e l'altro da tre studenti, impegnati ad ascoltare
la storia che uno di loro stava raccontando. Isabel scelse un
tavolo libero e iniziò a studiare il menu mentre aspettava
Cat. Le donne al primo tavolo mangiavano quasi in silenzio,
arrotolando le tagliatelle con forchetta e cucchiaio, mentre
gli studenti proseguivano la conversazione. Isabel non poté
fare a meno di sentirne alcuni pezzi, soprattutto quando a
raccontare era un ragazzo con un maglione rosso che parlava a
voce alta.
«... e mi ha detto che se non andavo con lei in Grecia, la
mia camera nell'appartamento me la potevo anche scordare, e
sapete quanto poco pago d'affitto. Cosa potevo fare? Ditemi
voi. Cosa avreste fatto al mio posto?»
Ci fu un attimo di silenzio. Poi un altro dei presenti,
una ragazza, disse qualcosa che Isabel non afferrò, e gli
altri si misero a ridere.
Isabel sbirciò nella direzione dei ragazzi e poi tornò a
consultare il menu. Il giovane viveva in un appartamento di
proprietà di questa anonima «lei». La ragazza voleva che lui
la seguisse in Grecia e sembrava evidentemente determinata a
usare ogni mezzo di persuasione in suo possesso. Certo, se lo
costringeva con un ricatto di questo tipo, il ragazzo non
sarebbe stato un gran compagno di viaggio.
«Le ho detto che...» Isabel perse il resto della frase.
Poi il ragazzo proseguì: «Le ho detto che ci sarei andato solo
se mi avesse lasciato stare. Ho deciso di dirle chiaro e tondo
che sapevo bene cosa aveva in mente...»
«Ti sopravvaluti» lo punzecchiò la ragazza.
«No, no» rispose il terzo ragazzo. «Non la conosci, è
un'assatanata. Chiedi a Tom e vedrai cosa ti dice.»
Isabel voleva chiedergli: «Ci sei andato, poi, in
Grecia?», ma ovviamente non poteva. Il ragazzo era pessimo,
quanto chi gli aveva fatto quella proposta. Erano sgradevoli
tutti e tre, lì a spettegolare con quell'aria maliziosa. Le
profferte sessuali altrui non andrebbero mai divulgate: i
panni sporchi si lavano in famiglia, dice il proverbio, ed è
giusto così. Ma quegli studenti non se ne rendevano proprio
conto.
Tornò al menu, cercando di estraniarsi da quei discorsi.
Per fortuna Cat arrivò proprio in quell'istante e Isabel poté
mettere da parte il menu e dedicarsi alla nipote.
«Sono in ritardo» si scusò Cat, ansante. «C'è stato un
piccolo guaio. Qualcuno ha riportato indietro un prodotto
scaduto, dicendo che l'aveva comprato da noi, cosa plausibile.
Non so come sia capitato: e poi ha cominciato a dire che
sarebbe andato all'ufficio d'igiene. Sai cosa vuol dire, no?
Quelli ne fanno una tragedia.»
Isabel ascoltava con aria comprensiva: sapeva che Cat non
avrebbe rischiato consapevolmente di cacciarsi in un guaio del
genere. «Sei riuscita a risolvere?»
«Una bottiglia di champagne gratis, unita alle mie scuse,
e abbiamo chiuso l'incidente.»
Cat prese in mano il menu, lo scorse rapidamente e lo
rimise a posto. A pranzo mangiava poco e si sarebbe
accontentata di un'insalata minimalista. Secondo Isabel era
per reazione, stava tutto il giorno in mezzo al cibo.
Si scambiarono le ultime novità. Toby era via con suo
padre a comprare del vino, ma l'aveva chiamata la sera prima
da Bordeaux. Sarebbe tornato nel giro di qualche giorno e nel
weekend sarebbero andati a Perth, dove lui aveva degli amici.
Isabel ascoltò compita, ma non riuscì a simulare entusiasmo.
Cosa avrebbero combinato l'intero fine settimana a Perth, si
chiedeva lei. Forse era una domanda ingenua: era difficile
rimettersi nei panni di una ventenne, anche se ci provava.
Cat la stava osservando: « Dovresti dargli una
possibilità. È una brava persona, davvero».
«Certo, certo. Lo so e non ho niente contro Toby.»
Cat sorrise: «Non sei proprio capace di dire bugie. È
evidente che non ti piace, non riesci a nasconderlo».
Isabel si sentì in trappola e pensò: «Come ipocrita sono
poco convincente». Il tavolo degli studenti ora si era
chetato, e si accorse che stavano ascoltando il loro discorso.
Li guardò, notando che uno dei due ragazzi aveva una barretta
di metallo a un orecchio: chi si faceva dei piercing in testa
andava in cerca di guai, le aveva detto una volta Grace.
Isabel le aveva chiesto perché: la gente si era sempre messa
gli orecchini, senza che nessuno dicesse niente. Grace aveva
risposto che i piercing di metallo attirano i fulmini. Aveva
letto di un tale pieno di piercing che era morto fulminato
durante un temporale, mentre quelli intorno a lui, che non ce
li avevano, erano rimasti illesi.
Gli studenti si scambiarono uno sguardo, e Isabel si
voltò. «Non è il posto giusto per parlarne, Cat» disse a voce
bassa.
«Forse no. Ma è una cosa che mi fa dispiacere. Vorrei solo
che ci provassi, che andassi oltre la prima impressione.»
«Quella non è stata del tutto negativa. Non l'ho preso
tanto in simpatia, forse, ma è solo perché non è il mio tipo,
tutto qui.»
«Non è il tuo tipo?» replicò Cat, alzando la voce. «Cos'ha
che non va?»
Isabel sbirciò in direzione degli studenti, che stavano
sorridendo. Si meritava che quelli origliassero, rifletté:
tutto quel che fai ti verrà reso, senza eccezioni.
«Non direi che ha qualcosa che non va» replicò Isabel. «
Solo, sei sicura che sia... al tuo livello intellettuale? Sono
cose che contano, sai.»
Cat fece una smorfia e Isabel pensò di aver esagerato.
«Non è stupido» rispose indignata. «Ha un diploma del St
Andrews, ricordi? E ha visto il mondo.»
Del St Andrews! Isabel stava per dirle: «Appunto, guarda
che college ha frequentato», ma si trattenne. Quella scuola
aveva fama di parcheggio per ragazzi ricchi dei quartieri alti
che volevano un posto in cui passare qualche anno a
divertirsi. Gli americani chiamavano «party schools» le
università come quella. In questo caso, era una reputazione
immeritata - capitava spesso - però un fondo di verità c'era.
Toby sarebbe stato un esemplare perfetto del tipico studente
del St Andrews, ma non era il caso di rimarcarlo. Comunque a
quel punto Isabel desiderava porre fine alla conversazione.
Non aveva intenzione di impegolarsi in una discussione su
Toby: non le sembrava giusto interferire e doveva smetterla di
cercare lo scontro con Cat. Avrebbe solo peggiorato le cose. E
comunque, di lì a poco sicuramente Toby avrebbe iniziato a
uscire con un'altra. A meno che - e la cosa la preoccupava
ancora di più - non si interessasse a Cat per i soldi.
Isabel di solito non pensava granché al denaro. Era un
privilegio, lo sapeva bene. Lei e suo fratello avevano
ereditato dalla madre la metà ciascuno delle sue quote della
Louisiana and Gulf Land Company, cosa che senza ombra di
dubbio li aveva resi ricchi. Isabel non ostentava i suoi averi
e ne disponeva in modo parco per sé e generoso verso gli
altri. E quando faceva del bene, lo faceva senza darlo a
vedere.
Per il ventunesimo compleanno di Cat il fratello di Isabel
le aveva versato una somma sufficiente perché la ragazza si
comprasse un appartamento e, qualche anno dopo, la
gastronomia. Di quei soldi non era avanzato molto - mossa
saggia da parte di suo fratello, pensava Isabel - ma Cat era
estremamente agiata per una ragazza della sua età. Quasi tutti
i suoi coetanei facevano fatica a versare la caparra per un
appartamento in affitto: Edimburgo era cara e molti faticavano
a tirare avanti.
Certo, anche Toby veniva da una famiglia benestante, ma
probabilmente il loro patrimonio era tutto impegnato
nell'azienda e il padre non doveva passargli uno stipendio
molto elevato. Era gente che fin da giovane conosceva il
valore dei soldi e aveva un vero e proprio fiuto per i
quattrini. Poteva ben darsi quindi che il ragazzo fosse
interessato al patrimonio di Cat, anche se Isabel non avrebbe
mai osato fare un'insinuazione del genere. Se solo ne avesse
trovato le prove e l'avesse potuto smascherare, con un colpo
di scena degno del più melenso dei melodrammi! Tuttavia questa
era una soluzione che pareva assai improbabile.
Mise la mano sul braccio di Cat per rassicurarla, cercando
di cambiare argomento.
«È un ragazzo a postissimo. Mi basterà fare un piccolo
sforzo per apprezzare le sue qualità, ne sono sicura. Sbaglio
io a essere... ecco, troppo rigida. Mi dispiace.»
Cat parve rabbonita e Isabel portò la conversazione sul
suo incontro con Paul Hogg. Mentre veniva al bistrò aveva
deciso cosa fare e lo spiegò alla nipote.
«Ho cercato di dimenticare quella scena, ma non ce l'ho
fatta. Ci penso ancora. Parlarne con Paul Hogg, ieri sera, mi
ha davvero turbato. E successo qualcosa di strano quella sera
alla Usher Hall: non credo proprio che sia stato un incidente,
no davvero.»
Cat la guardava con aria perplessa. «Spero che non ti
vorrai immischiare. È già successo che ti sia impicciata di
affari che non ti riguardavano e spero che non lo vorrai fare
di nuovo.»
La ragazza sapeva bene che non serviva a niente
rimbrottare Isabel. Non cambiava mai. Non aveva motivo di
occuparsi dei fatti altrui, ma sembrava proprio che non
riuscisse a farne a meno. E ogni volta tirava in ballo un
preciso dovere morale. Questa visione del mondo, in cui i
vincoli morali sembravano non finire mai, implicava che
chiunque avesse un problema poteva bussare alla porta di
Isabel ed essere accolto. Era una questione di «etica della
vicinanza», per come la vedeva lei.
Avevano già parlato più volte del fatto che Isabel non
sapeva dire di no. Secondo Cat era quella la radice del
problema. «Non puoi farti coinvolgere nei problemi degli altri
in questo modo» l'aveva sgridata la nipote, quando Isabel si
era ritrovata a dover risolvere una questione di una famiglia
che possedeva un albergo e litigava per decidere che farne.
Isabel, che da bambina veniva portata ogni domenica a pranzo
in quell'hotel, aveva deciso che questa frequentazione la
rendeva parte in causa e si era ritrovata in mezzo a una
sgradevole disputa familiare.
Cat espresse la medesima preoccupazione nel caso del
povero ragazzo della Usher Hall. «Ma è anche affar mio»
replicò Isabel. «Ho visto tutto, o quasi. Sono l'ultima
persona al mondo che quel ragazzo ha visto. L'ultima. Non
credi che l'ultima persona che vedi prima di morire ti debba
qualcosa?»
«Non ti seguo. Non capisco proprio.»
Isabel si appoggiò allo schienale della sedia. «Ecco cosa
voglio dire: non possiamo sentirci in obbligo verso tutto il
mondo. Ma abbiamo un dovere morale nei confronti di quelli in
cui ci imbattiamo, che entrano nel nostro 'spazio morale',
diciamo così. E cioè il prossimo: vicini, conoscenti e così
via.»
«Ma chi è il nostro prossimo?» avrebbe chiesto ai membri
del Club dei filosofi dilettanti. E i componenti del club ci
avrebbero pensato bene, arrivando alla conclusione -
sospettava Isabel - che l'unico vero criterio per determinarlo
era l'idea di vicinanza. Il nostro prossimo sul piano morale è
chi ci è vicino, sia in senso spaziale che metaforico. Un
dovere lontano non ha la stessa forza di quello che ci si para
davanti agli occhi; quest'ultimo è più vivido e quindi più
reale.
«Ha un certo senso» replicò Cat. «Ma il ragazzo non è
entrato in contatto con te direttamente. Scusa se lo dico
così, ma... ti ha solo sfiorato.»
«Deve avermi visto. E io l'ho visto, in un momento di
estrema vulnerabilità. Mi spiace fare la parte della filosofa,
ma credo che ciò abbia creato un legame tra noi due, sul piano
morale. In questo senso, non siamo due estranei.»
«Sembri proprio la 'Rivista di etica applicata'» disse
Cat, ironica.
«La Rivista C'est moi.»
La battuta le fece ridere entrambe, sciogliendo la
tensione che si era accumulata.
«Bene, è chiaro che non posso fare nulla per impedirti di
agire come hai in mente, comunque sia. Anzi, sarà meglio che
ti aiuti. Cosa ti serve?»
«L'indirizzo dei suoi coinquilini, tutto qui.»
«Vuoi parlare con loro?»
«Sì.»
Cat si strinse nelle spalle. « Non credo che scoprirai
molto. Non c'erano: come fanno a sapere cos'è successo?»
«Voglio farmi un quadro della situazione. Avere qualche
informazione su di lui.»
«Va bene, te lo trovo. Non sarà difficile.»
Tornando a casa dopo il pranzo con Cat, Isabel ripensò
alla loro discussione. Aveva fatto bene a chiederle perché si
lasciava coinvolgere in faccende del genere; era una domanda
che anche lei avrebbe dovuto porsi più spesso, ma che evitava
sempre. Ovviamente era facile capire perché abbiamo un dovere
morale verso gli altri, ma non era quello il punto. Piuttosto,
cosa la spingeva a farsi carico in quel modo dei problemi
altrui? Un motivo forse, a essere onesta con se stessa, era
che le piaceva lo stimolo intellettuale di certe questioni.
Voleva sapere perché accadevano le cose. Perché la gente si
comportava in un certo modo. Era curiosa. Che c'era di male,
si chiedeva.
«Tanto va la gatta al lardo...» le venne in mente e si
pentì subito di averlo pensato. Cat era tutto per lei. La
figlia che non aveva mai avuto e la sua garanzia di
immortalità, sia pure solo di seconda mano.
7

Isabel aveva pensato di passare la serata da sola. I progressi


fatti con il lavoro l'avevano spinta ad affrontare un'altra
incombenza che aveva continuato a rimandare: mettere mano
attentamente a un articolo che le era stato spedito da uno dei
revisori con una lunga serie di commenti e correzioni. Queste
ultime erano state scribacchiate a mano a margine e dovevano
essere aggiunte nel testo, operazione resa ancor più difficile
dalle fastidiose abbreviazioni usate dal revisore che aveva
una grafia da zampa di gallina. Era l'ultima volta che
chiedeva la sua collaborazione, decise Isabel, per eminente
che fosse lo studioso.
Invece si presentò Jamie, che suonò alla sua porta poco
prima delle sei. Isabel lo accolse affettuosamente e lo invitò
subito a fermarsi a cena, se non aveva altro da fare,
ovviamente. Sapeva che avrebbe accettato, e così fece, dopo
qualche educato rifiuto pro forma. Era anche una questione di
orgoglio: Jamie aveva l'età di Cat, ed era venerdì. A
ventiquattro anni, tutti avevano qualcosa da fare quella sera
della settimana, e di fronte a Isabel lui non voleva passare
per uno che non aveva amici.
«Be', pensavo di vedermi con qualcuno, ma visto che me lo
chiedi... perché no?»
Isabel sorrise. «Sarà una cena senza pretese, come al
solito, ma tanto so che non sei schizzinoso.»
Jamie si levò il giubbotto e lo lasciò nell'ingresso
insieme alla valigetta.
«Ho portato degli spartiti. Pensavo che magari ti va di
suonare. Più tardi, s'intende.»
Isabel annuì. Suonava il piano discretamente e di solito
riusciva ad accompagnare Jamie, che era un tenore. Aveva
studiato canto e faceva parte di un coro piuttosto quotato,
altra qualità che Cat avrebbe dovuto tenere in conto, secondo
Isabel. Non aveva idea se Toby sapesse cantare, ma la cosa
l'avrebbe stupita. Era improbabile anche che suonasse uno
strumento - esclusa la cornamusa, magari, o al limite le
percussioni - mentre Jamie era un fagottista. Cat aveva
orecchio e anche lei suonava abbastanza bene il piano. Nel
breve periodo in cui era stata con Jamie, l'aveva accompagnato
alla perfezione, permettendogli di dare il meglio di sé.
Insieme suonavano in modo così naturale, aveva pensato Isabel.
Se solo Cat si fosse resa conto, se si fosse accorta di quel
che si perdeva! Ma Isabel capiva bene che non era una
questione oggettiva. C'è differenza tra il meglio e ciò che
piace. Jamie era la persona migliore per Cat, Isabel ne era
convinta, ma l'intesa e l'affinità erano un altro discorso.
Guardò il suo ospite di sottecchi. A Cat all'inizio
piaceva abbastanza e guardandolo capiva perché. La nipote
preferiva gli uomini alti, e Jamie era della stessa statura di
Toby, forse anche un po' più alto. Senza dubbio era un
bell'uomo: zigomi alti, capelli scuri che portava a spazzola e
pelle dall'abbronzatura naturale. Sembrava quasi portoghese, o
italiano magari, anche se i genitori erano entrambi scozzesi.
Cosa poteva volere di più Cat? Davvero! Cosa c'era di meglio
di uno scozzese di tipo mediterraneo, e che sapeva cantare?
La risposta le venne in mente senza volerlo; le verità
scomode ti danno di gomito sempre al momento meno opportuno.
Jamie era troppo bravo. Aveva coperto Cat di attenzioni, forse
era stato persino servile, e lei si era stufata. Chi è
completamente disponibile, chi si concede a noi senza remore,
non ci piace. Ci assilla e ci fa sentire a disagio.
Era così. Se Jamie avesse tenuto le distanze, avesse fatto
un po' il difficile, allora avrebbe suscitato l'interesse di
Cat. Ecco perché adesso lei sembrava così felice. Non riusciva
a possedere appieno Toby, che sembrava sempre un po'
distaccato, come se la stesse escludendo da una parte della
sua vita, cosa di cui Isabel si era convinta. Era sbagliato
considerare gli uomini dei cacciatori: anche le donne avevano
la stessa tendenza, nonostante spesso la manifestassero in
modo più discreto. Toby era una preda appetibile. Jamie, che
dimostrava chiaramente di dedicare a Cat tutta la sua
indefessa attenzione, non le interessava più. Che conclusione
desolante.
«Eri troppo buono» mormorò Isabel.
Jamie la guardò confuso: «Troppo buono?»
Isabel sorrise. «Riflettevo ad alta voce. Stavo pensando
che eri troppo buono con Cat, per questo non ha funzionato.
Dovevi essere più... più evasivo. Avresti dovuto farla
soffrire di tanto in tanto, o guardare le altre.»
Jamie non rispose. Avevano discusso spesso di Cat e lui
cullava sempre la speranza che Isabel lo potesse far rientrare
nelle grazie della nipote. Almeno così pareva a Isabel. Ma
l'opinione che la sua ospite aveva appena espresso era senza
dubbio nuova. Perché avrebbe dovuta farla soffrire?
Isabel fece un sospiro. « Scusa. Sono certa che non vuoi
tornare su questa storia.»
Jamie alzò le mani. « Non importa. Mi piace parlare di
lei, va bene.»
«Ah, lo so» disse Isabel. Si interruppe. Voleva dire
qualcosa che non gli aveva mai chiesto e stava valutando se
era il caso. «La ami ancora, vero? Ne sei ancora innamorato.»
Jamie, in imbarazzo, fissò il tappeto.
«Proprio come me. Siamo in due: io sono ancora un po'
innamorata di uno che ho conosciuto tanti anni fa. Ed eccoti
qua, anche tu perso dietro a una che a quanto pare non ti ama.
Bella coppia che siamo. Perché ci comportiamo così?»
Jamie rimase in silenzio per un momento. Poi le chiese:
«Come si chiama... il tuo uomo?»
«John Liamor.»
«E cosa gli è successo?»
«Mi ha lasciato. Adesso sta in California... con
un'altra.»
«Dev'essere dura.»
«Sì, è tremendo» confermò Isabel. «Però è colpa mia, no?
Avrei dovuto trovarmi qualcun altro, invece di continuare a
pensare a lui. E lo stesso vale per te, direi.» L'aveva detto
con poca convinzione, ma mentre le uscivano le parole di bocca
Isabel capì che era proprio il consiglio giusto. Se Jamie si
trovava un'altra, allora Cat magari si sarebbe interessata di
nuovo a lui, una volta eliminato Toby. Eliminato? Era
veramente un termine sinistro, quasi che lei e Jamie stessero
progettando un incidente simulato. Una valanga, magari.
«Si può provocare una valanga?» chiese Isabel.
Jamie sgranò gli occhi. «Che domanda bizzarra. Comunque
sì, si può. Se la neve è abbastanza molle basta smuoverne un
po', magari anche solo camminarci sopra, e comincia a cadere.
In alcuni casi basta parlare ad alta voce: le vibrazioni
sonore fanno franare la neve.»
Isabel sorrise. Si immaginò di nuovo Toby sul fianco di
una montagna con una tuta da sci color fragola che pontificava
di vini ad alta voce: «Sai, l'altro giorno ho assaggiato una
splendida bottiglia di Chablis. Favolosa. Un bouquet
aromatico...» In una pausa di silenzio le parole «bouquet
aromatico» sarebbero rimbombate per le piste bianche, quel
tanto che bastava a dar inizio all'ondata di neve.
Si riprese. Era la terza volta che immaginava Toby vittima
di un disastro. La doveva smettere. Era una cosa infantile,
maligna e sbagliata. Abbiamo il dovere di controllare quello
che pensiamo, si disse. Siamo responsabili dei nostri
atteggiamenti mentali, come ben sapeva dalle sue letture di
filosofia morale. Potevano venirci in mente pensieri
indesiderati, ed era una questione eticamente irrilevante, ma
non bisognava indulgere a immaginare azioni sbagliate: aveva
un influsso negativo sul carattere e soprattutto poteva venir
voglia di trasformare l'immaginazione in realtà. Era un
imperativo categorico, per dirla con Kant, e per quanto lei
pensasse male di Toby, il ragazzo non meritava di essere
travolto da una valanga né di essere trasformato in biscotti.
Nessuno meritava una fine del genere, neppure i malvagi e
nemmeno gli egoisti, altra categoria che faceva venir voglia
di evocare l'intervento della Nemesi.
Ma chi erano, si chiese Isabel, questi individui colpevoli
di superbia? Si era fatta un piccolo elenco mentale di coloro
che avrebbero fatto meglio a stare attenti: stavano
stuzzicando l'attenzione della Nemesi. In cima alla lista
c'era senza dubbio un arrampicatore sociale di Edimburgo, un
tale dotato di una faccia tosta da far tremare i polsi. Una
valanga avrebbe potuto ridurne la sfacciataggine, ma era un
pensiero poco urbano, visto che quel tizio aveva i suoi lati
positivi. Era proprio il caso di tralasciare pensieri del
genere, indegni del direttore della «Rivista di etica
applicata».
«Musica prima di cena» disse Isabel, con aria sbarazzina.
«Fammi vedere cos'hai portato.»
Andarono nella sala della musica, una saletta sul retro
della casa arredata con un leggio edoardiano restaurato e il
pianoforte a mezza coda di sua madre. Jamie aprì la valigetta
e ne estrasse uno spartito sottile, che porse a Isabel. Lei
scorse le pagine e sorrise. Era il genere di musica che Jamie
sceglieva sempre: poesie di Robert Burns musicate, arie di
Gilbert e Sullivan e ovviamente O mio babbino caro.
«Perfette per la tua voce, come sempre.»
Jamie arrossì. «Alcuni pezzi nuovi non li faccio tanto
bene. Ti ricordi quel brano di Britten? Non riuscivo a
cantarlo.»
Isabel lo rassicurò prontamente. «Preferisco questi. Sono
molto più semplici da suonare di quello di Britten.»
Scorse di nuovo lo spartito e scelse.
«Take a pair of sparkling eyes?»
«Perfetto» rispose Jamie.
Attaccò l'introduzione e Jamie, in piedi e in posizione,
con la testa un po' sporta in avanti per non comprimere la
laringe, iniziò a cantare. Isabel suonava con trasporto - lo
trovava l'unico modo per eseguire Gilbert e Sullivan - e
finirono con un abbellimento che non era fedele allo spartito,
ma che Sullivan avrebbe potuto inserire tranquillamente. Poi
passarono a Burns e a John Anderson, mio caro.
Già, John Anderson, pensò Isabel. Una riflessione sullo
scorrere degli anni e sull'amore che resiste. Ma sia benedetta
la tua testa bianca, John Anderson, mio caro. C'era in quel
verso un'ineffabile malinconia che ogni volta le toglieva il
respiro. Era uno dei momenti più teneri di Burns: cantava una
fedeltà che secondo tutte le fonti - il poeta era il primo ad
ammetterlo -lui non riusciva mai a mantenere nei suoi rapporti
con le donne. Che ipocrita! Ma lo era davvero? C'era qualcosa
di male nel celebrare le qualità che mancano a se stessi?
Certo che no. Chi soffriva di akrisia - i filosofi la
conoscevano bene e godevano a discettarne - poteva comunque
dichiarare che era giusto fare ciò che a lui non riusciva. Si
poteva affermare che era sbagliato eccedere con il cioccolato
o con il vino, o in tutti gli altri campi in cui alla gente
piaceva esagerare, e dedicarvisi lo stesso. L'unica cosa che
contava, indubbiamente, era non nascondere la propria
debolezza.
John Anderson era pensata per una voce femminile, ma la
potevano cantare anche gli uomini, volendo. E in un certo
senso era ancora più toccante cantata da un uomo, visto che
poteva parlare anche dell'amicizia. Non che gli uomini amino
parlare, e ancor meno cantare di argomenti del genere. Era una
cosa che aveva sempre lasciato perplessa Isabel. Le donne sono
molto più a loro agio con le amiche e accettano il significato
dell'amicizia. Gli uomini no: tengono gli amici a distanza e
non ammettono mai di provare dei sentimenti per loro. Quanto
deve essere arida la vita degli uomini, e ristretta, priva di
tutto un mondo di emozioni e di compassione: una vita in mezzo
a un deserto. Eppure c'erano molte eccezioni. Doveva essere
meraviglioso essere Jamie, per esempio, con quel viso così
interessante ed espressivo, che sembrava uscito da un quadro
del Rinascimento fiorentino.
«John Anderson» disse Isabel suonando l'ultimo accordo,
mentre la musica scemava. «Pensavo a te e a John Anderson. Il
tuo amico John Anderson.»
«Non ho mai avuto un amico così.»
Isabel alzò gli occhi dallo spartito e guardò fuori dalla
finestra. Stava facendo buio e i rami degli alberi erano solo
delle sagome nere sullo sfondo chiaro del cielo.
«Nessuno? Neanche da bambino? Pensavo che i bambini
stringessero grandi amicizie. Come re David e Gionata.»
Jamie fece spallucce. « Avevo delle amicizie, ma nessuna
che sia durata per anni. Nessuno per cui cantare quella
canzone.»
«Che tristezza. E non lo rimpiangi?»
Jamie ci pensò su un momento. «Credo di sì. Mi piacerebbe
avere molti amici.»
«Puoi trovarne quanti ne vuoi. Alla tua età è facile.»
«Ma non mi capita. Vorrei solo...»
«Certo» rispose Isabel. Chiuse il coperchio della tastiera
e si alzò.
«Dovremmo cenare adesso. Già. Ma prima...»
Isabel tornò al piano e ricominciò a suonare e Jamie
sorrise. Era Soave sia il vento che porta la tua barca lungo
la corrente. Possano essere calme le onde. L'aria più divina
mai scritta, pensava Isabel, che esprimeva un sentimento tanto
gentile, un augurio che si poteva fare a chiunque e anche a se
stessi pur sapendo che a volte le cose erano molto diverse.
Cenarono in cucina, seduti alla grande fratina di pino che
Isabel usava per le serate informali visto che era quello
l'ambiente più caldo della casa. Dopo cena, Jamie le fece
notare: «Hai detto una cosa prima in sala della musica. Mi hai
parlato di quell'uomo, quel John vattelappesca...»
«Liamor. John Liamor.»
Jamie provò a pronunciarlo. «Liamor. Non è facile da dire:
la lingua deve alzarsi per il 'li' e riabbassarsi subito per
la 'a' e poi devono impegnarsi anche le labbra. Dalhousie è
molto più facile. Comunque, le cose che mi hai detto mi hanno
fatto riflettere.»
Isabel prese la tazza di caffè. «Sono contenta di essere
intellettualmente stimolante.»
«Già. Com'è che uno si ritrova impegolato con una persona
che non lo rende felice?» proseguì Jamie. «Perché con lui non
eri felice, vero?»
Isabel guardò il proprio sottopiatto, un panorama del
Firth of Forth, ma visto dal punto sbagliato, dal Fife. «No.
Mi rendeva molto infelice.»
« Ma non te n'eri resa conto dal principio? Non voglio
essere invadente, ma sono curioso. Non capivi come sarebbe
finita?»
Isabel lo guardò. Ne aveva parlato un po' con Grace ma non
era un argomento che le piaceva affrontare. Cosa c'era da
dire, del resto, oltre a riconoscere il fatto che si poteva
amare la persona sbagliata e continuare ad amarla sperando che
cambiasse?
«Ero piuttosto cotta di lui» disse a bassa voce. «Lo amavo
moltissimo. Era l'unico che volessi vedere davvero, con cui
volessi stare. Il resto sembrava privo di importanza perché
sapevo che avrei sofferto da morire se lo avessi lasciato.
Perciò ho insistito, come fanno tutti. Si insiste.»
«E poi...»
«Poi, un giorno, a Cambridge, mi chiese di andare con lui
in Irlanda, il suo paese. Doveva passare qualche settimana dai
suoi, che stavano a Cork. Accettai, e credo che sia stato
l'errore più grosso che potessi fare.»
Fece una pausa. Non aveva pensato di poter parlare di
questo con Jamie, di metterlo a conoscenza di qualcosa che
avrebbe preferito nascondergli. Ormai, però, era lì seduto in
attesa, perciò non le restò che continuare.
«Tu non conosci l'Irlanda, vero? Be', lascia che ti dica
che gli irlandesi hanno un'idea ben precisa di chi sono loro e
chi sono gli altri e delle differenze che ci sono. John a
Cambridge era famoso perché prendeva in giro tutti: rideva in
faccia a tutti i borghesi che vedeva. Li chiamava gretti e
meschini. E quando siamo arrivati a casa dei suoi genitori a
Cork, mi sono ritrovata in una villetta borghese con il Sacro
Cuore appeso in cucina. Sua madre fece del suo meglio per
essere gelida nei miei confronti. Fu una cosa tremenda: ci fu
una lite furibonda quando le chiesi direttamente se mi
detestava perché non ero cattolica o perché non ero irlandese.
Le chiesi di dirmi quale delle due era peggio.»
Jamie sorrise: « E cosa rispose?»
Isabel fece una pausa. «Mi rispose... quella donna
orrenda, così possessiva nei confronti di John, disse che mi
detestava perché ero una puttana.»
Alzò lo sguardo verso Jamie che la fissava con gli occhi
sgranati. Poi il ragazzo sorrise: «Ma che str...» e non finì
la frase.
«Già, proprio così. Perciò chiesi a John di andar via e
finimmo in un alberghetto a Kerry. Fu lì che mi chiese di
sposarlo. Disse che potevamo farci dare un appartamento al
college, una volta tornati a Cambridge. Insomma, accettai.
John disse che avrebbe trovato un autentico prete irlandese
per celebrare, un 'Invertendo' come li chiamava lui. Gli feci
notare che non credeva in Dio e quindi il prete non serviva,
al che mi replicò dicendo che neanche il prete sarebbe stato
credente.»
Fece una pausa. Jamie aveva in mano il tovagliolo e lo
stava ripiegando. «Mi dispiace» disse semplicemente il
ragazzo. «Mi dispiace davvero. Non dovevo farti questa
domanda, vero?»
«Non importa. Ma fa capire come alle decisioni importanti
si arrivi in modo piuttosto bizzarro. E che ci si può
sbagliare di grosso sulle cose. Tu non farlo, Jamie. Non
sbagliare tutto nella vita.»
8

Fu Grace a ricevere il messaggio alcuni giorni dopo, mentre


Isabel era in giardino. L'indirizzo che cercava era il 48 di
Warrender Park Terrace, quarto piano a destra. Il nome sul
campanello era Duffus, quello della ragazza che condivideva
l'appartamento con Mark Fraser. Si chiamava Henrietta Duffus,
ma la chiamavano Hen; il terzo coinquilino era Neil
Macfarlane. Cat non era riuscita a saperne di più, ma Isabel
non le aveva chiesto di scoprire altro.
Grace passò le informazioni a Isabel con aria
interrogativa, ma lei decise di non parlargliene. La
governante aveva delle convinzioni ben precise sulla curiosità
e si comportava sempre in modo discreto. Avrebbe senza dubbio
considerato qualsiasi indagine Isabel avesse in mente
un'intromissione indebita, e non le avrebbe risparmiato il suo
commento. Perciò Isabel tenne la bocca chiusa.
Aveva deciso di andare a trovare i coinquilini di Mark
quella sera, visto che era inutile andarci di giorno,
quand'erano al lavoro. Per tutto il resto della giornata si
dedicò alla «Rivista di etica applicata», leggendo diverse
proposte di articoli arrivate quella mattina con la posta. Il
lavoro di scrematura era importante. Come ogni rivista, per
quanto accademica, anche la sua riceveva articoli che erano
completamente inadatti e che non andavano neanche spediti a
uno specialista perché li leggesse. Quel mattino, però, le
erano arrivati cinque articoli seri, che bisognava considerare
con attenzione. Affrontò per primo un saggio ben argomentato
sull'utilitarismo delle norme nel processo legislativo,
lasciando il più piccante Dire la verità nelle relazioni
erotiche: una sfida a Kant per il seguito della mattinata. Era
un saggio da leggere come ammazzacaffè; le piacevano le
critiche a Kant.
La giornata passò in fretta. Il saggio sull'utilitarismo
legislativo era ponderoso, ma praticamente illeggibile, visto
lo stile dell'autore. Sembrava scritto in una lingua
comprensibile, ma in quella particolare varietà corrente solo
in certi remoti angoli dell'accademia, in cui la falsa
autorevolezza e la pomposità erano considerate virtù. Era come
se fosse stato tradotto dal tedesco, pensò Isabel: non che i
verbi fossero tutti finiti in fondo alle frasi, ma il testo
era pesante e insopportabilmente serioso.
Era tentata di cassare quello scritto incomprensibile
sulla base dell'oscurità grammaticale, per scrivere poi
all'autore - dicendo pane al pane - e spiegargliene i motivi.
Ma aveva visto il nome dello studioso e l'istituto dove
lavorava sul frontespizio dell'articolo - Harvard! -e sapeva
bene che non poteva eliminarlo senza ripercussioni.
Dire la verità nelle relazioni erotiche era scritto in
modo più chiaro, ma non diceva niente di nuovo. Si dovrebbe
dire la verità, argomentava l'autore, ma non tutta quanta,
c'erano occasioni in cui l'ipocrisia si rendeva necessaria per
proteggere i sentimenti altrui. Sembrava quasi riprendere le
recenti riflessioni di Isabel sullo stesso argomento. Perciò
non dovremmo dire ai nostri partner che sono inadeguati, in
caso lo siano.
Chiaramente solo se è davvero così, pensò Isabel. I limiti
che l'onestà doveva avere in quel caso particolare erano
strettissimi, e giustamente.
Lesse l'articolo con gusto e pensò che sarebbe stata una
lettura interessante per gli abbonati alla rivista, che forse
avevano bisogno di un piccolo encouragement. Era un'area
insolita dell'etica applicata, la filosofia della sessualità,
ma aveva i suoi esponenti che a quanto ne sapeva lei si
ritrovavano ogni anno in un convegno negli Stati Uniti. La
rivista aveva pubblicato di tanto in tanto annunci che
segnalavano quegli incontri, ma si chiedeva se quelle frasi
striminzite rendevano l'idea: Sessione mattutina: «Semiotica
sessuale e spazio privato». Coffee break. «Perversione e
autonomia». Pranzo - c'erano altri appetiti da tenere in conto
- e così via nel pomeriggio. Gli abstract delle conferenze
probabilmente erano abbastanza accurati, ma veniva da
chiedersi cosa succedeva dopo una giornata del genere. Aveva
il sospetto che quegli studiosi non fossero proprio dei
bacchettoni, e in fondo erano specialisti di etica applicata.
Neanche Isabel era una puritana, ma credeva fermamente
nella discrezione in materia di sesso. In particolare dubitava
che fosse mai il caso di pubblicare dettagli della propria
vita erotica. C'era il consenso dei partner? Probabilmente no,
e in quel caso si trattava di un torto ulteriore, visto che si
parlava di un argomento che era una faccenda privata tra due
persone. Ci sono due categorie tenute a un riserbo
praticamente assoluto: i medici e gli amanti. Si deve poter
dire qualsiasi cosa al proprio dottore, sicuri del fatto che
quel che si dice non esca da quelle quattro mura, e lo stesso
deve valere per il proprio amante. Eppure questa concezione è
messa a rischio da più parti: lo stato chiede informazioni al
tuo dottore sui tuoi geni, sulle tue preferenze sessuali,
sulle malattie infantili, e il medico deve resistere alle
pressioni. E poi volgari curiosi, oramai moltiplicatisi a
legioni, vogliono sapere della tua vita sessuale, pronti a
pagare profumatamente... se sei abbastanza famoso. Ma le
persone hanno diritto ai propri segreti, all'idea che almeno
una parte della loro vita sia assolutamente intima e privata.
Se gli si sottrae anche questa privacy, la loro identità ne
risulta sminuita. Lasciamo alle persone i loro segreti,
pensava Isabel senza timore di parere antiquata.
Purtroppo i filosofi erano i primi a lasciarsi andare a
rivelazioni del genere. L'aveva fatto Bertrand Russell, nei
suoi diari rivelazione, e anche AJ. Ayer. Perché quei filosofi
pensavano che alla gente interessasse con chi erano andati a
letto e quante volte? Cercavano di dimostrare qualcosa? Ma io
sarei riuscita a resistere a Bertrand Russell, si chiese
Isabel. E si rispose prontamente: sì. E anche a AJ. Ayer.
Alle sei aveva finito gli articoli arretrati e aveva
scritto le lettere d'accompagnamento ai revisori per quelli
che erano sopravvissuti al vaglio. Isabel decise che le sei e
mezzo sarebbe stato l'orario ideale per presentarsi al 48 di
Warrender Park Terrace, visto che i ragazzi avrebbero avuto il
tempo di tornare dal lavoro - qualunque cosa facessero - ma
non sarebbe stata ancora ora di cena. Uscì dalla biblioteca,
andò in cucina e si fece un caffè prima di mettersi in moto.
Warrender Park Terrace non era distante e si trovava
proprio oltre il triangolo formato dal parco alla fine di
Brunstfield Avenue. Se la prese comoda, guardando le vetrine
prima di incamminarsi attraverso il prato alla fine della via.
Era una piacevole serata di primavera, ma si era levato un bel
venticello e le nuvole si rincorre vano rapidamente in cielo,
dirette in Norvegia. Era una luce nordica, da aurora boreale,
quella di una città legata alle grandi distese color
dell'acciaio del mare del Nord almeno quanto alle dolci
colline del circondario. Non era Glasgow, che aveva una luce
soffusa, la luce dell'ovest, con la sua vicinanza all'Irlanda
e alle terre celtiche delle Highlands. Questa era una città
cresciuta sotto il morso dei venti gelidi provenienti da est,
fatta di tortuose strade acciottolate e altere colonne, di
notti buie a lume di candela, di intellettuali.
Raggiunse Warrender Park Terrace e ne seguì la lunga curva
lenta. Era una bellissima via che occupava un lato della
carreggiata e dominava i Meadows e le guglie e le torrette
dell'antico Infirmary in lontananza. Il palazzo, un alto
caseggiato in stile vittoriano, era composto da sei piani di
pietra squadrata con un tetto d'ardesia molto spiovente.
Alcuni edifici del genere avevano delle torrette agli angoli
del tetto, come quelle dei castelli francesi, con decorazioni
in ferro battuto sulla sommità. Oppure il bordo del tetto
aveva merli di pietra, o il simbolo nazionale del cardo
scolpito, magari qualche gargoyle qua e là: tutti particolari
che servivano a dare ai primi abitanti l'idea di vivere in un
palazzo che aveva un certo stile e che l'unica differenza tra
la loro dimora e quelle della nobiltà era una semplice
questione di dimensioni. Ma nonostante queste pretese, erano
buoni appartamenti, solidi. Anche se in origine erano stati
pensati per le famiglie piccolo borghesi, ora erano territorio
esclusivo di studenti e giovani professionisti. L'appartamento
verso cui stava andando Isabel ne era un esempio tipico,
affittato da un gruppo di tre o quattro giovani. Le dimensioni
dell'appartamento erano tali da permettere a ogni inquilino di
avere una camera tutta per sé senza dover dormire in soggiorno
o nella sala da pranzo, piuttosto grandi anch'esse. Era una
sistemazione comoda, che funzionava bene per i ragazzi finché
non arrivava il momento del matrimonio o della convivenza.
Ovviamente quegli appartamenti erano il brodo di coltura di
amicizie eterne... e anche di odi perpetui, immaginava Isabel.
Gli appartamenti erano disposti intorno a una scalinata
comune di pietra, a cui si accedeva da un imponente ingresso.
Il portone di solito rimaneva chiuso, ma si poteva aprire
dagli appartamenti premendo un pulsante. Isabel passò in
rassegna la serie di campanelli all'ingresso e trovò quello
che diceva «Duffus». Suonò e attese. Dopo quasi un minuto si
udì una voce dal minuscolo citofono che le chiese cosa voleva.
Isabel si chinò a parlare: si presentò e spiegò che
desiderava parlare con la signorina Duffus. Riguardava
l'incidente, aggiunse.
Ci fu un momento di silenzio e poi si sentì il suono
dell'apriporta. Isabel varcò il portone e iniziò a salire le
scale, notando l'odore stantio, un po' polveroso, che si
sentiva spesso nelle scale dei condomini. Era l'odore della
pietra che si era bagnata e poi asciugata, unito a un sottile
aroma di cibo cucinato che proveniva dai singoli appartamenti.
Le ricordava l'infanzia, quando ogni settimana saliva una
scalinata simile a quella per andare a lezione di piano a casa
della signorina Marilyn McGibbon. La signorina diceva sempre
che la musica la «emulsionava» per dire che la trovava
emozionante e da allora Isabel pensava ancora alla «musica
emulsionante».
Si fermò e rimase immobile per un istante, ricordando la
signorina McGibbon a cui aveva voluto bene da bambina, ma che
le aveva trasmesso fin da allora un senso di malinconia, come
di qualcosa lasciato a metà. Una volta era arrivata a lezione
e l'aveva trovata con gli occhi rossi, con i solchi lasciati
dalle lacrime nella cipria che si metteva sulle guance e
l'aveva fissata in silenzio finché la signorina McGibbon non
si era voltata, mormorando: « Non sono in me, scusami. Oggi
non sono in me».
Isabel le aveva chiesto se era successo qualcosa di
triste.
Inizialmente la donna aveva risposto di sì, ma poi aveva
detto di no, scuotendo la testa, ed erano passate alle scale
su cui Isabel si era preparata e a Mozart, senza dire altro.
In seguito, da ragazza, aveva scoperto per caso che la
signorina McGibbon aveva perso la sua amica e compagna di
vita, tale Lalla Gordon, figlia di un giudice della Corte
suprema: la ragazza era stata costretta a scegliere tra la
famiglia - che non vedeva di buon occhio la signorina McGibbon
- e la sua amicizia, e aveva scelto la prima.
L'appartamento era al quarto piano e quando Isabel arrivò
sul pianerottolo la porta era già socchiusa. Nell'ingresso
c'era una ragazza, che aprì la porta non appena Isabel si fece
avanti. Isabel le sorrise, considerando l'aspetto di Hen
Duffus: alta, piuttosto flessuosa, con quei grandi occhi
accattivanti da cerbiatto che secondo Isabel erano tipici
delle ragazze della costa occidentale scozzese, anche se
probabilmente era solo una sua idea. Hen ricambiò il sorriso e
la invitò a entrare. Sì, a Isabel parve di riconoscere
l'accento: dell'ovest, anche se non di Glasgow come aveva
detto Cat, ma di un paese piccolo e accogliente. Dunbarton,
magari, o al limite Helensburgh. Decisamente però il nome
Henrietta non le si addiceva. Hen era più adatto.
«Mi spiace arrivare all'improvviso, speravo di trovarvi in
casa. Lei e...»
«Neil. Non credo che ci sia, ma dovrebbe tornare tra
poco.»
Hen chiuse la porta e le indicò una stanza in fondo al
corridoio. «Possiamo andare di là. Purtroppo c'è il solito
disordine.»
«Non c'è bisogno di scusarsi. Viviamo tutti nel disordine,
ci si trova meglio.»
«Mi piacerebbe tenere le cose a posto e ci provo, ma
quando una non c'è portata non c'è niente da fare.»
Isabel sorrise senza dire niente. Quella donna aveva una
forte presenza fisica. Emanava... be', una carica erotica
inconfondibile. Non ci si poteva sbagliare, era come
l'orecchio musicale o la tendenza all'ascetismo. Hen era fatta
per le camere in disordine e i letti disfatti.
Il soggiorno in cui la ragazza fece accomodare Isabel
guardava verso il nord, oltre il filare di alberi che segnava
il margine meridionale dei Meadows. Le ampie finestre
vittoriane dovevano permettere al sole di inondare la stanza
durante il giorno. Persino in quel momento, nel tardo
pomeriggio, non c'era bisogno di accendere la luce. Isabel
attraversò la stanza e andò a una delle finestre. Guardò in
basso: sotto di loro, sulla strada acciottolata, un bambino
trascinava un cane recalcitrante al guinzaglio. Si chinò e gli
diede una botta sulla schiena e il cane si rivoltò per
difendersi, al che il ragazzino gli mollò un calcio nelle
costole e ricominciò a tirarlo per il guinzaglio.
Hen la raggiunse alla finestra e guardò in basso a sua
volta. « E una peste, quel bambino: io lo chiamo Soapy Soutar.
Sta al pianterreno con sua madre e il convivente di lei. E
credo che al cane non piaccia nessuno dei tre.»
Isabel si mise a ridere. Le era piaciuta l'allusione a
Soapy Soutar: tutti i bambini scozzesi di una volta
conoscevano il fumetto di Oor Wullie con i suoi amici Soapy
Soutar e Fat Bob, ma adesso? Da dove venivano ora le immagini
dei bambini scozzesi? Non certo dalle strade di Dundee rese
celebri dal «Sunday Post», si disse Isabel, quelle strade
calde e mitiche in cui scorrazzavano bande di piccole pesti.
Si voltarono, dando le spalle alla finestra, e Hen guardò
Isabel. «Perché è venuta da noi? Non è una giornalista, vero?»
Isabel fece un deciso gesto di diniego con il capo. «Certo
che no. Sono una testimone, ho visto quel che è successo.»
Hen la fissò. «Era lì? Ha visto cadere Mark?»
«Purtroppo sì.»
Hen cercò una sedia con lo sguardo e si sedette. Per un
momento rimase in silenzio guardando per terra. Poi alzò gli
occhi. «Non mi piace pensarci, sa. È passata solo qualche
settimana, ma sto già cercando di dimenticarmene. Non è facile
perdere un coinquilino in quel modo.»
«Certo, capisco.»
«È venuta la polizia. Sono venuti a chiederci informazioni
su Marc. Poi sono passati i suoi genitori a portar via le sue
cose. Si può immaginare com'è stato.»
«Sì.»
«Poi altra gente. Amici di Mark, colleghi dell'ufficio,
non finivano più."
Isabel si sedette sul divano, vicino alla sedia di Hen: «E
adesso arrivo io. Mi spiace di essere invadente, immagino
quanto sia difficile».
«Perché è venuta?» chiese Hen. Non lo disse in tono
ostile, ma la domanda aveva una sfumatura che Isabel colse
appieno. Era sfinimento, si sentiva esausta all'idea di
affrontare un altro interrogatorio.
«Non c'è un motivo preciso. Suppongo perché mi sento
coinvolta e non ho nessuno con cui parlarne. Almeno, nessuno
che sia implicato a sua volta, se capisce cosa intendo. Ho
visto succedere questa cosa tremenda e non conoscevo nessuno
che sapesse niente di lui... di Mark.» Si interruppe. Hen la
guardava con i suoi grandi occhi a mandorla. Isabel era
convinta di quel che diceva, ma era proprio tutta la verità?
Non poteva certo dire a quei ragazzi che il motivo per cui era
venuta era semplicemente la curiosità per quel che era
successo. Quello, e un vago sospetto che quell'incidente non
fosse tale.
Hen chiuse gli occhi e annuì. «Capisco. Va bene. In un
certo senso sono contenta di sapere esattamente com'è andata.
Me lo sono immaginato troppo spesso.»
«Allora non le dispiace?»
«No. Se le sarà d'aiuto, per me va bene.» Allungò una mano
e la mise sul braccio di Isabel. Quel gesto di conforto era
inatteso e a Isabel, magari ingiustamente, sembrò falso.
«Faccio un caffè e poi ne parliamo» disse Hen, alzandosi.
Uscì dal salotto e Isabel si appoggiò allo schienale del
divano per guardarsi intorno. L'appartamento era ben arredato,
a differenza di molti altri che assumono subito un aspetto
trasandato. Alle pareti c'erano delle stampe, che
rispecchiavano probabilmente i gusti del padrone di casa, con
qua e là qualcosa che apparteneva ai ragazzi: una vista delle
Falls of Clyde - del padrone di casa -, Il grande tuffo di
Hockney e Amateur Philosophers di Vettriano - degli inquilini
- e Iona di Peploe, ancora del padrone. Sorrise guardando il
Vettriano: era detestato dall'ambiente artistico di Edimburgo,
ma restava comunque decisamente in testa alle preferenze del
pubblico. Come mai? Probabilmente perché i suoi quadri
figurativi raccontavano qualcosa della vita della gente...
almeno di quella che amava ballare sulla spiaggia in abito da
sera. Avevano una qualità narrativa come quella delle opere di
Edward Hopper. Ecco perché c'erano tante poesie ispirate ai
suoi lavori. Era come se in tutto ciò che dipingeva ci fosse
un invito a continuare a leggere. Perché quelle persone si
trovano lì? A cosa pensano? Cosa faranno a questo punto?
Hockney, ovviamente, non lasciava nulla senza risposta. In un
suo quadro era ben chiaro cosa interessasse a tutti i
protagonisti: il nuoto, il sesso e il narcisismo. Hockney
aveva ritratto anche WHA? Le pareva proprio di sì; e aveva
colto bene l'ammasso di catastrofi geologiche che gli segnava
il volto. «Sono come una mappa dell'Islanda.» L'aveva detto
Auden? Pensava di no, ma poteva darsi il contrario. Un giorno
avrebbe scritto un libro di citazioni apocrife che però
potevano essere attribuite a persone a cui si confacevano
perfettamente. «Ho regnato tutto il pomeriggio, e adesso
nevica.» Regina Vittoria.
Dopo aver osservato il Vettriano distolse lo sguardo e si
voltò verso la porta. Nel corridoio c'era uno specchio alto e
stretto, di quelli che di solito si trovano dietro le ante
degli armadi. Da dove era seduta lo distingueva bene e in quel
preciso istante vide un ragazzo che usciva di corsa da una
porta, attraversava il corridoio e spariva all'interno di
un'altra camera. Non l'aveva vista, anche se sembrava conscio
della sua presenza. Anzi, sembrava proprio che non volesse
farsi vedere da lei, e così sarebbe stato senza quello
specchio in posizione strategica. Ed era completamente nudo.
Dopo qualche minuto tornò Hen, con due tazze. Le posò sul
tavolino di fronte al divano e si risedette accanto a Isabel.
«Conosceva Mark?»
Isabel stava per dire di sì, visto che le sembrava che
davvero si conoscessero, in maniera insolita, ma scosse la
testa. «L'ho visto quella sera per la prima volta.»
«Era un bravo ragazzo. Era fantastico e tutti gli volevano
bene.»
«Ne sono certa.»
«All'inizio ero un po' titubante, sa, all'idea di venire
ad abitare con due sconosciuti. Ma ho preso la camera qui
contemporaneamente a loro, perciò abbiamo iniziato tutti
insieme.»
«E ha funzionato?»
«Sì. Di tanto in tanto abbiamo litigato, come è ovvio, ma
mai seriamente. Ha funzionato benissimo.» Hen prese la tazza e
sorseggiò il caffè. «Mi manca.»
«E con l'altro coinquilino, Neil? Erano amici?»
«Certo. A volte giocavano a golf insieme, anche se Neil
era troppo bravo rispetto a Mark. Neil gioca con un handicap
bassissimo, avrebbe potuto fare il professionista. Sta facendo
il praticantato da avvocato in uno studio del West End. Posto
vecchio e stantio, ma del resto sono tutti così. D'altra
parte, siamo a Edimburgo.»
Isabel prese la tazza di caffè e assaggiò il primo sorso.
Era fatto con le bustine, ma l'avrebbe bevuto lo stesso per
educazione.
«Cos'è successo?» chiese Isabel a bassa voce. «Secondo lei
com'è andata?»
Hen scrollò le spalle. «È caduto. Non può essere andata
che così, uno di quegli incidenti assurdi. Per una qualche
ragione ha guardato di sotto ed è caduto. Che altro?»
«Magari era un periodo in cui si sentiva triste» ipotizzò
Isabel cautamente, temendo di ricevere una risposta
inferocita. Ma non fu così.
«Intende un suicidio?»
«Sì, esatto.»
Hen scosse il capo. «Sicuramente no. Me ne sarei accorta,
glielo garantisco. Non era infelice.»
Isabel considerò quel che aveva detto Hen: «Me ne sarei
accorta». E come mai? Perché abitava con lui, era la risposta
più ovvia. Si coglie l'umore altrui, quando si vive a stretto
contatto.
«Perciò non c'erano indicazioni in questo senso?»
«No, nessuna.» Hen fece una pausa. «Non era un tipo del
genere. Il suicidio è una fuga e lui affrontava sempre le
cose. Era... si poteva contare su di lui. Era affidabile.
Aveva una coscienza. Capisce cosa voglio dire?»
Isabel la guardò mentre parlava. La parola « coscienza»
non si sentiva tanto spesso, cosa strana e in fondo in fondo
preoccupante. Era dovuto alla scomparsa del senso di colpa
dalla vita delle persone: non era una cosa negativa, da un
certo punto di vista, perché i sensi di colpa avevano
provocato infelicità immotivata a profusione. Però il senso di
colpa aveva anche una funzione: spingeva ad agire eticamente.
Era una censura necessaria, che sottolineava le azioni
sbagliate e rendeva perciò possibile il comportamento etico.
Ma c'era un altro particolare che l'aveva colpita nelle parole
di Hen. Era convinta di quel che aveva detto, ma a parlare
così poteva essere solo una persona che non era mai stata
depressa e che non aveva mai nutrito dubbi su se stessa.
«A volte persone che sembrano chiare e limpide all'esterno
non sono così sicure di sé come appare... possono essere molto
infelici senza darlo mai a vedere. Ci sono...» Lasciò cadere
il discorso: era evidente che a Hen non piaceva quel tono. «Mi
scusi, non intendevo mettermi in cattedra.»
Hen sorrise. «Va tutto bene. Forse ha ragione, in
generale. Ma in questo caso no, non credo proprio che sia
stato un suicidio.»
«Sono sicura che ha ragione. Lei lo conosceva molto bene.»
Per qualche istante rimasero in silenzio, mentre Hen
sorseggiava il caffè, evidentemente immersa nei suoi pensieri.
Isabel guardò il quadro di Vettriano, chiedendosi cosa dire.
Proseguire quella conversazione sembrava avere poco senso. Non
avrebbe saputo molto altro da Hen, che probabilmente aveva
detto tutto quel che intendeva rivelare. A Isabel, tra
l'altro, la ragazza non pareva tanto perspicace.
Hen posò la tazza sul tavolo. Isabel distolse lo sguardo
da quel quadro stranamente inquietante. In quel momento l'uomo
alto che aveva visto in corridoio entrò nel soggiorno,
completamente vestito.
«Lui è Neil» disse Hen.
Isabel si alzò per stringergli la mano. Aveva il palmo
caldo e un po' umido e la donna pensò: ha fatto la doccia.
Ecco perché aveva attraversato il corridoio di corsa e nudo.
Forse non era tanto strano al giorno d'oggi che dei
coinquilini, amici per cause di forza maggiore, girassero per
casa nudi e innocenti come bambini nel giardino dell'Eden.
Neil si accomodò sulla poltrona di fronte al divano,
mentre Hen gli spiegava cosa ci faceva lì Isabel.
«Non volevo intromettermi» disse lei. «Volevo solo parlare
dell'accaduto. Spero che non le dispiaccia.»
«No, non c'è problema. Se vuole parlarne, per me va bene.»
Isabel lo studiò di sottecchi. Aveva un accento molto
diverso da quello di Hen. Veniva dall'altra parte del paese,
pensò, ma l'intonazione rivelava la frequentazione di scuole
molto costose. Aveva l'età di Hen, o forse qualche anno in
più, e come lei aveva un'aria piuttosto sportiva: ovvio, visto
che era il golfista. Si notava l'effetto del tempo passato sui
piovosi green della Scozia.
«Credo che toglierò il disturbo» disse Isabel. «Vi ho
conosciuto e abbiamo parlato dell'accaduto. Vi lascio
continuare a fare le vostre cose.»
«Le è servito?» chiese Hen, scambiando uno sguardo con
Neil, notò Isabel. Quell'occhiata aveva un significato
chiarissimo. Dopo gli avrebbe detto: «Perché è venuta? Cosa
voleva?» E l'avrebbe detto perché Isabel non contava niente
per quella ragazza: era una donna che aveva passato i
quaranta, fuori dal giro. Non era reale, non la interessava.
«Mi dia pure la tazza» disse Hen all'improvviso, alzandosi
in piedi. «Vado a sistemare un paio di cose in cucina. Scusate
un attimo.»
«Devo andare» disse Isabel, ma non accennò ad alzarsi una
volta uscita Hen. Guardò Neil, che la guardava a sua volta,
con le mani stese sui braccioli della poltrona.
«Pensa che si sia buttato?» chiese Isabel.
Il ragazzo aveva il volto impassibile, ma i suoi modi
tradivano un certo turbamento. Era a disagio. «Buttato?»
«Che si sia suicidato?»
Neil aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse
subito. Fissò Isabel.
«Scusi se glielo chiedo. Capisco che pensa che la risposta
sia no. Be', probabilmente ha ragione.»
«È probabile» rispose lui a bassa voce.
«Posso chiederle un'altra cosa?» disse Isabel, e prima che
il ragazzo potesse replicare continuò: «Hen ha detto che Mark
era benvoluto da tutti. Ma poteva esserci qualcuno che ce
l'aveva con lui?»
La domanda l'aveva fatta. Adesso guardava il ragazzo e
notò uno sguardo sfuggente: Neil fissò il pavimento, poi
rialzò gli occhi. Le rispose senza guardarla, fissando un
punto in corridoio, quasi cercasse Hen perché rispondesse lei
al posto suo.
«Non credo. No, non credo.»
Isabel annuì. «Insomma non c'era niente... di strano,
nella vita di Mark?»
«No, niente.»
Tornò a guardarla negli occhi e Isabel scorse un lampo di
antipatia nel suo sguardo. Chi poteva dargli torto? Pensava
che non erano affari suoi, che non doveva ficcare il naso
nella vita del suo amico. Era evidente che Isabel non era più
la benvenuta, come le aveva fatto notare Hen, perciò se ne
doveva proprio andare. Si alzò e il ragazzo fece lo stesso.
«Vorrei solo salutare Hen» disse, entrando in corridoio
seguita da Neil. Diede rapidamente un'occhiata in giro. La
porta da cui era uscito di corsa il ragazzo doveva essere
quella subito a destra.
«È in cucina, no?» disse, girando immediatamente a destra
e aprendo la porta.
«Non è lì» le gridò Neil. «Quella è la camera di Hen.»
Isabel, però, aveva già fatto un passo avanti, osservando
l'ampia camera da letto, con l'abat-jour acceso, le tende
tirate e il letto disfatto.
« Oh, mi dispiace.»
« La cucina è di là» disse Neil, seccato. «L'altra porta.»
La guardò di traverso. E nervoso, pensò Isabel, nervoso e
ostile.
Uscì dalla stanza e si diresse alla porta che le aveva
indicato. Hen era seduta su uno sgabello a leggere una rivista
e la ragazza sembrò imbarazzata di farsi trovare così. Isabel,
però, si profuse in ringraziamenti, la salutò e uscì
dall'appartamento, mentre Neil chiudeva la porta alle sue
spalle. Aveva lasciato loro il suo biglietto da visita,
dicendo che la potevano chiamare quando volevano, ma i ragazzi
l'avevano guardato con aria scettica e Isabel sapeva che non
l'avrebbero fatto. Si era sentita impacciata e sciocca e, a
pensarci, era quello che si meritava. Ma almeno una cosa ora
era chiara.
Hen e Neil erano amanti e per questo lui era in camera
della ragazza quando Isabel aveva suonato il campanello. Hen
le aveva detto che Neil non era ancora tornato, e comunque non
sarebbe certo andata a spiegare a una sconosciuta che il
ragazzo era nel suo letto, e a quell'ora del giorno.
Ovviamente questo confermava l'impressione che Isabel si era
fatta di Hen, ma non la portava da nessuna parte riguardo alla
vita in comune dei tre coinquilini. Poteva darsi, certo, che
Mark si sentisse escluso. Hen aveva detto che non conosceva
nessuno dei due quando si era trasferita in quell'appartamento
e ciò implicava che la convivenza con Neil era diventata più
intima a un certo punto. La cosa poteva aver cambiato le
dinamiche della loro vita in comune: da tre amici erano
diventati una coppia e un amico. Oppure era possibile che Hen
e Neil si fossero rifugiati l'una tra le braccia dell'altro
dopo la morte di Mark, per trovare conforto al dolore comune.
Poteva anche darsi, ma anche in questo caso non c'era
differenza: la cosa non la aiutava a capire cosa poteva aver
avuto in mente Mark quella sera alla Usher Hall. Se non lo
conosceva per niente prima della visita all'appartamento di
Warrender Park Terrace, non aveva fatto passi avanti. Era un
bel ragazzo, benvoluto e privo di dubbi: non c'era da
stupirsene, visto che il dubbio è dominio degli adolescenti e
più avanti dei falliti, ma non dei ventenni. Se c'era qualcosa
che lo preoccupava, lo teneva ben nascosto anche a coloro che
gli erano più vicini nella vita quotidiana.
Isabel tornò lentamente verso casa. Era una serata
tiepida, per quel periodo dell'anno, con un vago sentore
d'estate. C'era altra gente che tornava a casa. La maggior
parte aveva qualcuno da cui tornare, mariti, mogli, amanti,
genitori. Lei era attesa solo dalla sua casa, grande e vuota.
Lo sapeva bene, quella condizione era frutto delle sue scelte,
ma non le poteva essere imputata completamente, forse. Non
l'aveva deciso lei di innamorarsi in modo così totale e
definitivo, al punto che dopo quella volta nessun altro uomo
le sarebbe bastato. Le era successo e non sempre le cose che
ci accadono sono figlie delle nostre azioni. John Liamor le
era capitato: le era toccata una condanna a vita. Non ci
rimuginava su troppo e non ne parlava con gli altri, anche se
l'aveva raccontato a Jamie la sera prima, forse
avventatamente. Le cose stavano così e lei cercava di fare del
suo meglio. Secondo Isabel era un obbligo morale per ciascuno
di noi, sempre che uno credesse nel senso del dovere. Lei ci
credeva. Dato y, allora x. Ma xché?
9

La settimana seguente passò senza scosse. C'era qualcosa da


fare per la rivista, ma con le bozze del nuovo numero già
inviate in tipografia e con due membri del comitato di
redazione all'estero, Isabel non era certo oberata di lavoro.
Passò gran parte del tempo a leggere e aiutò Grace a pulire la
soffitta, incombenza che aveva rimandato fin troppo a lungo.
Le restava ancora tempo per pensare, però, e non riuscì a fare
a meno di tornare con la mente a quello che ormai definiva «
l'incidente». La sensazione di strazio che aveva provato
quella sera stava svanendo, soppiantata però da un senso di
indecisione. Il suo colloquio con Hen e Neil era stato poco
soddisfacente, certo, ma non le rimaneva altro da fare. Ci
sarebbe stata un'inchiesta per morte accidentale-, il pubblico
ministero l'aveva informata della data dell'udienza. Come
testimone più diretta sarebbe stata chiamata a deporre, ma il
magistrato aveva lasciato intendere che il caso era già
chiuso.
«Non credo che ci siano dubbi» le aveva detto. «Abbiamo le
prove che l'altezza del parapetto è conforme alla norma e
quindi l'unico modo in cui si può cadere da lì è sporgendosi.
Deve aver fatto proprio così, per un motivo che ignoriamo,
forse per cercare qualcuno in platea. Dev'essere andata più o
meno in questo modo.»
«Allora perché l'inchiesta?» chiese lei, seduta nell'uf
ficio spoglio del pubblico ministero. Il magistrato, un uomo
alto dalla faccia triste e smunta, aveva chiesto di
interrogarla e lei era dovuta andare in quell'ufficio con la
scritta Decessi. Sulla parete alle sue spalle c'era una
fotografia incorniciata: due ragazzi e due ragazze seduti
impettiti di fronte a un'arcata di granito, università di
EDIMBURGO, DIREZIONE DEL CIRCOLO DI GIURISPRUDENZA diceva la
scritta stampata sotto. Uno dei ragazzi era il pubblico
ministero, ben riconoscibile goffo e allampanato com'era.
Aveva sperato o si era prospettato qualcosa di meglio di quel
lavoro?
L'uomo scrutò Isabel e poi distolse lo sguardo. Era
l'ufficiale addetto ai decessi di Edimburgo. Morti, ogni santo
giorno. Solo morti, grandi e piccoli. Morti. Avrebbe tenuto
quell'incarico per un anno e poi sarebbe tornato al diritto
penale in località come Airdrie o Bathgate. Ogni giorno:
crimini ed efferatezze fino alla pensione. «Come si dice in
questi casi?» chiese l'uomo, cercando di mascherare il tedio.
«Per chiudere la pratica.»
Era tutto lì. Si era verificata una tragedia completamente
inattesa e non era colpa di nessuno. Lei vi aveva assistito
casualmente e aveva fatto quanto poteva per spiegarsela. Alla
fine dei conti rimaneva irrisolta e non c'era molto altro da
fare, se non accettare la situazione.
Cercò di concentrarsi sulla lettura che, guarda caso,
pareva fatta apposta per l'occasione. Era uscito un nuovo
saggio sui limiti del dovere morale: argomento consueto a cui
stava dando una svolta un gruppo di filosofi pronti a
sostenere che la questione della moralità non doveva
riguardare le azioni, ma le omissioni. Era una posizione che
poteva rivelarsi assai scomoda per chi ne facesse una regola
di vita. Richiedeva un controllo e una consapevolezza dei
bisogni altrui superiore alle capacità di Isabel. Era anche la
scelta peggiore per chi voleva dimenticare qualcosa. Secondo
questa teoria, la scelta di cancellare qualcosa dalla mente
era un atto deliberato e colpevole di omissione.
Il libro era faticoso e ingrato, per tutte le sue
cinquecentosettanta pagine. Isabel provò più volte la
tentazione di metterlo da parte, oppure di piantarlo lì del
tutto, ma così facendo avrebbe dimostrato che l'autore aveva
ragione. Gli venga un colpo, si disse, mi ha messo con le
spalle al muro.
Una volta terminato il volume lo ripose sulla libreria,
non senza una punta di piacere colpevole nel piazzarlo in un
angolo remoto di uno degli scaffali più alti. Era un sabato
pomeriggio e Isabel decise che la sua costanza nel leggere
quel saggio fastidioso meritava un premio: un giro in città,
con una visita in un paio di gallerie d'arte e una sosta per
caffè e brioche in un bar di Dundas Street.
Andò in centro con l'autobus. Nei pressi della sua
fermata, subito dopo Queen Street, vide Toby che scendeva per
la collina con un sacchetto della spesa in mano. La prima cosa
che attirò la sua attenzione furono i pantaloni di velluto
color fragola, e sorrise al pensiero che fosse quello il
particolare che saltava all'occhio. Scese dall'autobus che
ancora sorrideva. Ora Toby era venti o trenta metri davanti a
lei. Non aveva notato che lo guardava dall'autobus e ne fu
sollevata, giacché non le andava di parlargli. Mentre scendeva
la collina a una certa distanza, però, le venne da chiedersi
che cosa stesse facendo. Era stato a fare compere, certo, ma
dove andava ora? Toby abitava in Manor Place, all'altro capo
della New Town, perciò non stava tornando a casa.
Che insulsaggine, pensò, che mi interessi così tanto a
quel giovane piuttosto noioso. Per quale ragione dovrei
domandarmi come passa il sabato pomeriggio? Nessuna. Quella
risposta non fece altro che aumentare la curiosità di Isabel.
Sarebbe stato interessante scoprire qualcosa di quell'uomo,
finalmente. Sapere per esempio che gli piaceva comprare la
pasta da Valvona and Crolla; oppure che aveva l'abitudine di
curiosare nei negozietti di antiquariato, anche se le pareva
improbabile. Forse le sarebbe diventato più simpatico se
l'avesse conosciuto meglio. Cat le aveva fatto intendere che
aveva delle qualità profonde di cui lei non si accorgeva,
perciò avrebbe almeno potuto cercare di scoprire quali
fossero. Era forse un dovere morale fare uno sforzo per
superare i pregiudizi? No. Le cinquecentosettanta pagine erano
state ormai riposte sullo scaffale e durante la passeggiata
non sarebbe tornata su certi argomenti.
Toby camminava a passo spedito e per non perderlo di vista
Isabel dovette accelerare. Lo vide attraversare Heriot Row e
proseguire per Dundas Street. Ora lo stava proprio pedinando.
Si sentiva un po' ridicola, ma in fondo si divertiva. Non
sarebbe entrato in una delle piccole gallerie d'arte, si
disse, e di sicuro non era appassionato di libri. Cosa
restava? Forse l'agenzia di viaggi all'angolo di Great King
Street, magari per una vacanza tardiva sulle piste da sci.
Toby si arrestò di colpo e Isabel si accorse che gli si
era avvicinata troppo, assorta com'era a formulare ipotesi. Si
fermò all'istante. Il ragazzo stava guardando un negozio,
scrutando la vetrina come se cercasse di individuare un
particolare di un oggetto esposto o il prezzo su un
cartellino. Isabel si voltò a sinistra. Era davanti a una casa
privata, non a un negozio, perciò non le restava che guardare
una finestra che dava su un salotto. Rimase con lo sguardo
fisso, in modo che se Toby si fosse voltato non si sarebbe
accorto che lei lo aveva visto.
Era un salotto elegante, arredato in modo lussuoso, cosa
non insolita nella parte georgiana della New Town. Mentre
Isabel fissava la finestra, restando a quattro o cinque metri
di distanza, apparve un viso di donna che la guardò a sua
volta, sorpresa. Fece capolino dalla poltrona in cui era
seduta, nascosta alla vista. Guardò fuori e si trovò davanti
una donna che la osservava.
Per un istante i loro sguardi si incrociarono. Isabel
rimase raggelata dall'imbarazzo. La donna aveva un'aria
vagamente familiare, ma non riusciva a capire chi fosse. Per
un momento nessuna delle due si mosse. Poi, proprio quando sul
volto della padrona di casa alla sorpresa si stava sostituendo
un'espressione infastidita, Isabel distolse lo sguardo e
consultò l'orologio. Avrebbe fatto finta di essere svampita,
una che a metà di Dundas Street si era fermata di colpo per
cercare di ricordarsi cosa aveva dimenticato. Rimase lì,
fissando nel vuoto - o in quel poco di vuoto che c'era - poi
guardò l'orologio e fece finta di ricordarsi.
Funzionò: la signora della casa si voltò e Isabel continuò
a scendere per la collina, notando che anche Toby aveva
proseguito e stava per attraversare la strada, diretto a
Northumberland Street. Isabel si fermò di nuovo, questa volta
al sicuro davanti a una vetrina, e attese che Toby
attraversasse.
Era il momento di prendere una decisione. Poteva smetterla
con quel ridicolo pedinamento, fintanto che seguiva ancora un
percorso che poteva a buon diritto essere quello che aveva in
mente dall'inizio. Oppure poteva continuare a seguire Toby.
Esitò per un istante e poi, guardando con nonchalance il
traffico a destra e a sinistra, attraversò con calma la
strada. Le venne in mente che si stava comportando in modo
ridicolo. Era la direttrice della « Rivista di etica
applicata» e se ne andava in giro furtivamente per Edimburgo
in pieno giorno, pedinando un giovane. Lei, che difendeva
sempre la privacy, che rifiutava la volgarità sfacciata della
nostra epoca impicciona e ficcanaso, si comportava come una
ragazzina curiosa dalla fantasia troppo galoppante. Ma perché
si lasciava trascinare dagli affari altrui, come il più
sordido dei « piedipiatti», se era così che si diceva?
Northumberland Street era una delle strade più strette della
New Town. In scala ridotta rispetto a quelle più a nord e più
a sud, aveva i suoi estimatori, che ne amavano il carattere «
intimo». Isabel, al contrario, la trovava troppo buia, senza
sbocco e senza quel senso di dominio e grandeur che faceva
parte del fascino di abitare nella New Town. Certo, lei non
sarebbe mai andata a stare lì; preferiva la tranquillità di
Merchiston e di Morningside, e il lusso di avere un giardino.
Guardò la casa alla sua destra, che conosceva perché ci
abitava John Pinkerton. Era un avvocato che ne sapeva più di
chiunque altro di storia dell'architettura di Edimburgo e si
era creato una casa impeccabilmente georgiana sotto ogni
aspetto. Era un uomo interessante, con quella voce bizzarra e
la tendenza a fare un verso da tacchino quando si schiariva la
gola. Ma era davvero generoso e aveva fatto onore al motto
della sua famiglia, che diceva semplicemente «Sii gentile».
Nessuno aveva vissuto la città più intensamente di lui, che ne
conosceva ogni pietra. Sul letto di morte era stato pieno di
coraggio, e si era messo addirittura a cantare degli inni, che
ricordava parola per parola. Ricordava sempre tutto. Sul letto
di morte: le venne in mente la poesia che Douglas Young aveva
dedicato a Willie Soutar:
«Vent'anni a letto, e ora / il sudario. / Ne è valsa la
pena? Sì / mi son detto. / Ardeva la causa della Scozia / nel
suo petto.» Proprio come John. La causa della Scozia: «Sii
gentile».
Toby aveva rallentato e sembrava bighellonare. Isabel era
preoccupata che si voltasse all'improvviso: in quella strada
così piccola non avrebbe potuto fare a meno di notarla. Certo,
non doveva per forza essere motivo di imbarazzo. Non era
strano che lei si trovasse a passare per quella strada il
sabato pomeriggio, come stava appunto facendo. L'unica
differenza tra loro due, rifletté Isabel, era che lui
evidentemente aveva una meta, mentre lei non sapeva proprio
dove sarebbe finita.
All'estremità orientale di Northumberland Street la strada
girava bruscamente a sinistra, prendendo il nome di Nelson
Street, via ben più accattivante, le era sempre parso.
Conosceva un pittore che abitava lì, all'ultimo piano, con un
lucernario rivolto verso nord da cui entrava una bella luce
che avvolgeva tutti i suoi quadri. Era amica del pittore e di
sua moglie ed era andata spesso a cena con loro prima che si
trasferissero in Francia. Lì, le era giunta notizia, lui aveva
smesso di dipingere, e si era dato alla viticoltura. Poi era
morto all'improvviso. Sua moglie aveva sposato il loro vicino
di casa, un giudice, e si erano trasferiti a Lione. Riceveva
sue notizie di tanto in tanto, ma dopo qualche anno la donna
aveva smesso di scriverle. Il giudice, le avevano raccontato
altri, era rimasto coinvolto in uno scandalo per corruzione ed
era finito in carcere a Marsiglia. La moglie del pittore si
era trasferita al sud per riuscire ad andare a trovarlo, ma si
vergognava a tal punto da non aver detto a nessuno dei suoi
vecchi amici cos'era successo. Nelson Street, insomma, faceva
venire in mente a Isabel ricordi contrastanti.
Dondolando il sacchetto di plastica Toby andò sull'altro
lato della via, sotto l'occhio discreto di Isabel, che ormai
camminava quasi come se andasse a passeggio. Il giovane alzò
lo sguardo su un condominio e poi buttò l'occhio all'orologio.
Si trovava proprio di fronte a cinque gradini che davano sulla
porta di uno degli appartamenti al pianterreno. Isabel lo vide
fermarsi un istante e poi salire i gradini e premere il
pulsante del grosso campanello d'ottone accanto alla porta.
Lei si ritrasse, nascondendosi dietro un camioncino
parcheggiato all'angolo della via. Dopo un momento la porta si
aprì e Isabel vide comparire dal buio dell'ingresso alla luce
una ragazza, in jeans e maglietta, le parve. Lì, proprio sotto
i suoi occhi, Isabel la vide farsi avanti, buttare le braccia
al collo di Toby e baciarlo.
E lui non si tirò certo indietro. Fece un passo avanti,
posò il sacchetto per terra e la abbracciò, spingendola
delicatamente all'interno della casa. Isabel non mosse un
muscolo. Non se lo aspettava. Non si aspettava niente, ma mai
avrebbe pensato che la decisione capricciosa di cinque minuti
prima avrebbe portato alla conferma inequivocabile della prima
impressione che le aveva fatto Toby. «Fedifrago.»
Rimase lì ancora per qualche minuto, con lo sguardo fisso
sulla porta chiusa. Poi si voltò e ripercorse Northumberland
Street, sentendosi insozzata da quello che aveva visto e da
quello che aveva fatto. Doveva essere la sensazione che
provava chi usciva da un bordello o da un luogo di piaceri
illeciti: « mortale, colpevole» come aveva scritto WHA in
quella poesia funebre in cui descrive i momenti seguenti
l'atto carnale, quando la testa addormentata si posa,
innocente, su un braccio infedele.
10

«Ero alla fermata ad aspettare l'autobus» disse Grace.


«Dovrebbero passare ogni dodici minuti, ma è una cosa
ridicola. Ridicola. C'era una pozzanghera in mezzo alla strada
ed è passata una macchina. Al volante c'era un ragazzo col
cappellino da baseball rovesciato e ha schizzato una signora
che stava di fianco a me. L'ha lavata completamente. Fradicia.
E lui se ne è accorto, sa. Ma si è fermato per chiederle
scusa? Certo che no. Cosa si aspettava?»
«Io non mi aspetto niente» rispose Isabel, scaldandosi le
mani con la tazza del caffè. «È il declino della civiltà.
Anzi, dovrei dire che è l'assenza totale di civiltà.»
«Declino, assenza. Fa lo stesso» replicò Grace.
«Non proprio. Declino vuol dire che ce n'è meno di prima,
assenza che non ce n'è proprio, anzi che forse non ce n'è mai
stata.»
«Mi vuol dire che una volta non ci si scusava per aver
schizzato un'altra persona?» L'indignazione di Grace era
evidente. Per lei Isabel era troppo liberale su certi
argomenti, era chiaro, come per esempio i ragazzi con il
cappellino da baseball.
«Alcuni si scusavano, penso, ma altri no. Non c'è modo di
stabilire se oggi ci si scusa meno di prima. È come i
poliziotti che sembrano più giovani. Hanno sempre la stessa
età di prima, è che ad alcuni di noi sembrano più giovani.»
Grace non si faceva smontare tanto facilmente. «Be', io
non mi sbaglio. I poliziotti sono decisamente più giovani e le
maniere della gente sono finite giù per la tazza del water. Lo
si vede ogni giorno per strada. Solo un cieco non se ne
accorgerebbe. Bisogna che i padri insegnino ai ragazzi come
comportarsi.»
La discussione, che si svolgeva in cucina, seguiva il
solito copione. Grace difendeva la sua affermazione e non se
ne smuoveva e alla fine si arrivava a una vaga concessione da
parte di Isabel che sì, la questione era complicata e
bisognava rifletterci sopra ma che comunque Grace aveva
sicuramente ragione, per certi versi.
Isabel si alzò in piedi. Erano quasi le nove e dieci e le
parole crociate del mattino la reclamavano. Prese il giornale
dal tavolo della cucina, lasciò Grace a continuare a piegare
il bucato e se ne andò nel salottino. Giusto e sbagliato.
Bisognava che i padri insegnassero ai bambini la differenza
tra giusto e sbagliato. Era vero, ma come molte osservazioni
di Grace era vera solo a metà. Perché lo stesso ruolo non
poteva toccare alle madri? Ne conosceva parecchie che avevano
tirato su i figli da sole e li avevano cresciuti bene. Una
delle sue amiche, abbandonata dal marito sei settimane dopo la
nascita del figlio, l'aveva educato alla perfezione,
nonostante tutte le difficoltà delle madri single. Era venuto
su bene, il ragazzo, e molti altri come lui. I bambini hanno
bisogno di un genitore, ecco cosa avrebbe dovuto dire Grace.
Toby un padre ce l'aveva, eppure metteva le corna a Cat.
Suo padre gli aveva mai spiegato come ci si deve comportare
con le donne? Era una domanda interessante, e Isabel non aveva
idea di cosa dicessero i padri ai figli in quel campo. Li
prendevano da parte per dir loro: « Tratta le donne con
rispetto» o era una cosa troppo all'antica? Forse lo poteva
chiedere a Jamie, visto che lui le donne le rispettava, a
differenza di Toby.
Isabel, però, aveva il sospetto che il modo in cui gli
uomini si comportavano nei confronti delle donne dipendesse da
fattori psicologici più complessi. Non era una questione
morale, pensava, piuttosto di sicurezza interiore e maturità.
Un uomo con un ego fragile, insicuro di quello che è, usa la
donna per combattere la sua insicurezza. Un uomo che sa il
fatto suo ed è sicuro della propria sessualità sarà attento ai
sentimenti della donna, perché non ha niente da dimostrare.
Toby, in effetti, sembrava sicuro di sé. Anzi, trasudava
arroganza. Forse, almeno in questo caso, il tradimento era
dovuto a qualcos'altro, magari alla mancanza di immaginazione.
La moralità dipende dalla comprensione dei sentimenti altrui.
Se si è privi di immaginazione - e ce n'è di gente del genere
- forse non si riesce proprio ad avere compassione e simpatia
per l'altro. Dolore, sofferenza e infelicità altrui non
sembrano reali, insomma, perché non si riesce a comprenderli.
Non c'è niente di nuovo: Hume aveva affrontato lo stesso
argomento, più o meno, quando aveva parlato della compassione
e della necessità di riuscire a provare le emozioni altrui.
Isabel si chiedeva se era possibile far capire il pensiero di
Hume agli individui moderni parlando delle « vibrazioni».
Prendendo in prestito il vocabolario new age, insomma. Forse
Hume si poteva spiegare usando l'idea delle vibrazioni e dei
campi energetici, e così sarebbe stato più accessibile a gente
che non aveva idea di cosa dicesse. Era una possibilità
interessante, ma come per tante altre, non c'era tempo.
C'erano tanti libri da scrivere, molte idee da sviluppare, e
lei non aveva tempo per portare avanti niente di tutto ciò.
Gli altri ritenevano a torto che Isabel avesse moltissimo
tempo a disposizione. Consideravano la sua situazione: una
donna indipendente dal punto di vista economico, che abitava
in una casa molto grande, con una governante fissa che
l'accudiva e un lavoro part-time come direttrice di una
misconosciuta rivista che probabilmente aveva scadenze molto
flessibili. Come faceva a essere indaffarata, si chiedevano
gli altri. Loro, che facevano mestieri più impegnativi,
vivevano in modo diverso; questo pensavano.
Nessuna di queste riflessioni, per quanto rilevanti
riguardo alle scelte etiche che guidavano l'esistenza di
Isabel, risolveva il dilemma che le si parava davanti. Cedendo
a una curiosità di bassa lega aveva scoperto una cosa di Toby
che Cat presumibilmente ignorava. La questione era vecchia e
risaputa, dibattuta su un'infinità di pagine di riviste
femminili: «Il ragazzo della mia migliore amica la tradisce.
Io lo so, ma lei no. Glielo devo dire?»
Il problema era comune ma la risposta, al solito, non era
facile. Si era già trovata ad affrontare quella questione,
molto tempo prima, e non era sicura di aver fatto la cosa
giusta. In quel caso non era venuta a conoscenza di
un'infedeltà, ma di una malattia. Un uomo con cui aveva
lavorato e con il quale nel corso degli anni era entrata
abbastanza in amicizia, era diventato schizofrenico. Non aveva
potuto continuare a lavorare, ma aveva reagito bene alle cure.
Poi aveva conosciuto una donna e le aveva chiesto di sposarlo,
e lei aveva accettato. Isabel aveva capito che la donna da
tempo desiderava sposarsi, ma che nessuno gliel'aveva mai
proposto. Però non sapeva nulla della malattia di lui, e
Isabel si era chiesta se dirglielo oppure no. Alla fine non
aveva detto niente e la donna era rimasta sbigottita quando
aveva scoperto il problema del marito, anche se tutto sommato
l'aveva presa bene. Si erano trasferiti in una casa nei pressi
di Blairgowrie dove vivevano in modo tranquillo e riservato.
La donna non aveva mai detto di essersi pentita del
matrimonio, ma le aveva confessato che avrebbe voluto
scegliere in modo più consapevole. Avrebbe potuto rifiutare ed
essere più felice da sola, anche se ciò avrebbe privato lui
della gioia e della sicurezza che il matrimonio gli forniva.
Ci pensava spesso e aveva concluso che il non intervento
fosse la miglior condotta in casi del genere. Il problema era
che non si sapeva bene cosa sarebbe successo, che si facesse
una cosa oppure no, e la soluzione, quindi, era di tenersi a
distanza dalle situazioni in cui non si era direttamente
coinvolti. Ma no, non poteva comportarsi così. Cat non era una
sconosciuta per lei, e come parente stretta aveva certo il
diritto di avvertirla. E se Toby non fosse stato quel che
diceva di essere, ma un impostore, un ergastolano in libertà
provvisoria che stava meditando qualche nuovo crimine? Sarebbe
stato assurdo dire che in quel caso non poteva avvisarla. Anzi
sarebbe stato non più un diritto, ma un dovere metterla in
guardia.
Seduta nel salottino, con le parole crociate ancora
intonse davanti a sé, e la tazza di caffè fumante nell'aria un
po' più fresca che c'era in quella stanza con le grandi
finestre, si chiese come presentare la cosa a Cat. Un punto
era certo: non poteva dirle che aveva seguito Toby, perché
sarebbe stata accusata di interferire senza motivo negli
affari suoi e di Cat. Accusa meritata, peraltro. Perciò
avrebbe dovuto cominciare a rivelarle le cose partendo da una
bugia, o al massimo da una mezza verità.
«Passavo casualmente da Nelson Street e mi è capitato di
vedere...»
Cosa avrebbe detto Cat? Sarebbe rimasta scioccata
all'inizio, come capita a tutti quando si scopre un
tradimento. Poi forse sarebbe passata alla rabbia, che avrebbe
diretto contro Toby e non contro quell'altra, chiunque fosse.
Isabel aveva letto che di solito le donne se la prendono con i
loro partner quando scoprono un tradimento, mentre gli uomini
tendono a riversare la propria ostilità contro l'altro uomo,
l'intruso. Per un momento si abbandonò a sognare la scena:
Toby, ignaro di tutto, che si trovava davanti Cat adirata, la
sua espressione sicura che si sgretolava sotto l'attacco
furibondo di lei, e lui che arrossiva quando saltava fuori la
verità.
Poi, sperava, Cat se ne sarebbe andata come una furia e
sarebbe stata la fine tra lei e Toby. Qualche settimana dopo,
con le ferite di Cat ancora aperte, ma non tanto da richiedere
l'isolamento, Jamie sarebbe potuto andare a trovarla alla
gastronomia, proponendole di pranzare insieme. Sarebbe stato
affettuoso, ma lei lo avrebbe avvertito di tenersi un po' a
distanza e di non cercare di affrettare troppo le cose, perché
Cat si sentiva ancora svuotata. Col tempo, si sarebbe visto
come andava. Se Cat aveva un po' di buonsenso avrebbe capito
che Jamie non l'avrebbe mai ingannata e che era meglio evitare
i tipi come Toby. Ma lì finiva il sogno. Era probabile che Cat
ripetesse lo stesso errore, e più di una volta. Capita spesso.
A un uomo sbagliato ne fa seguito un altro: sembra
inevitabile. Le persone ripetono i propri errori perché la
scelta dei partner è dettata da fattori incontrollabili.
Isabel aveva assorbito abbastanza Freud - e, meglio ancora in
questo caso, Klein - da sapere che il dado dell'emotività
viene tratto in età molto precoce. Risale tutto all'infanzia e
alla psicodinamica dei rapporti con i propri genitori. Non è
questione di considerazioni intellettuali e calcoli razionali:
sono cose che vengono decise nella nursery. Forse non tutti ce
l'hanno, la nursery, ma per tutti esiste un luogo del genere,
anche se non si sa bene come chiamarlo.
11

Quella sera, dopo una giornata che poteva ben considerare


sprecata, Isabel ricevette una visita di Neil, il giovane con
cui aveva avuto un colloquio tanto infruttuoso durante la sua
visita in Warrender Park Terrace. Era arrivato senza
preavviso, anche se Isabel stava casualmente guardando fuori
dalla finestra dello studio quando il ragazzo imboccò il
vialetto che portava all'ingresso. Lo vide alzare lo sguardo,
a soppesare le dimensioni della casa, e le sembrò che esitasse
un po'. Ma poi proseguì, suonò il campanello e lei andò ad
aprire.
Era in giacca e cravatta e Isabel notò le scarpe, Oxford
nere lucidissime. Hen aveva detto, con quel suo tono un po'
insulso, che Neil lavorava per uno studio vecchio e stantio e
l'abbigliamento lo confermava.
«La signora Dalhousie?» chiese mentre lei apriva la porta.
Era una domanda superflua. «Spero si ricordi di me. È venuta
da noi qualche giorno fa...»
«Ma certo. Neil, vero?»
«Sì.»
Lo fece entrare nell'ingresso e accomodare in soggiorno.
Il ragazzo rifiutò l'offerta di un tè o di qualcosa da bere.
Isabel invece si versò un bicchierino di sherry e si sedette
di fronte a lui.
«Hen mi ha detto che sei avvocato» disse Isabel per
rompere il ghiaccio, passando al tu.
«Sì, ma sto ancora facendo il praticantato.»
«Come metà della popolazione di Edimburgo.»
«Già, a volte sembra proprio così.»
Ci fu un momento di silenzio. Isabel si accorse che Neil
teneva le mani strette e appoggiate in grembo, posizione di
solito tutt'altro che rilassata. Era teso e sulle spine,
proprio come la volta precedente. Forse era così di carattere.
C'era gente tesa di natura, sempre pronta a scattare come una
molla, sospettosa nei confronti di tutto il mondo.
«Sono venuto a trovarla...» ma gli morirono le parole in
gola.
«Sì, lo vedo» rispose Isabel simpaticamente.
Neil abbozzò un breve sorriso, ma senza troppa
convinzione. «Sono venuto a trovarla per parlare... delle cose
di cui mi chiedeva l'altro giorno. Non le ho detto tutta la
verità, temo, e la cosa non mi dà pace.»
Isabel lo osservò più attentamente. La tensione muscolare
in volto lo invecchiava, disegnandogli delle rughe agli angoli
della bocca. Doveva avere i palmi umidi, pensò lei. Non disse
niente e attese che Neil proseguisse.
«Lei mi ha chiesto... mi ha chiesto esattamente se c'era
qualcosa di insolito nella vita di Mark. Si ricorda?»
Isabel annuì. Guardò il bicchierino di sherry che teneva
nella destra e ne prese un sorso. Era molto secco. Troppo,
aveva detto Toby quando lei gliene aveva dato un bicchiere. Se
è troppo secco diventa amaro, sa.
«E io le ho risposto che non c'era niente. Non è vero,
qualcosa di strano c'era.»
«E ora me ne vuoi parlare?»
Neil annuì. «Mi dispiace di averla fuorviata, non so
perché l'ho fatto. Credo che mi abbia dato fastidio che sia
venuta a parlare con noi. Mi sembrava che non fossero affari
suoi.»
E non lo sono, pensò Isabel senza dirlo.
«Vede, Mark mi aveva detto che stava succedendo qualcosa.
Era spaventato.»
Isabel sentì che il cuore le batteva più forte. Già, aveva
ragione, era successo qualcosa: la morte di Mark non era
casuale come sembrava. C'era un retroscena.
Neil smise di torcersi le mani. Ora che aveva iniziato a
parlare sembrava che un po' della tensione gli stesse
passando, anche se non era ancora del tutto tranquillo.
«Sa che Mark lavorava per una società di gestione di
fondi, la McDowell's. È una grossa azienda che gestisce
importanti fondi pensione, oltre a qualcuno più piccolo. Sono
rinomati.»
«Lo sapevo.»
«Be', è un campo in cui ti passano sotto gli occhi grosse
somme. Bisogna stare molto attenti.»
«Immagino.»
«E in particolare bisogna fare attenzione a come ci si
comporta. C'è un reato che si chiama insider trading. Sa
cos'è?»
Isabel gli rispose che conosceva il termine, ma non era
sicura del suo significato. Aveva qualcosa a che fare con
l'acquisto di azioni sulla base di informazioni riservate.
Neil annuì. «Più o meno è così. In quel campo si può
accedere a informazioni che permettono di predire l'andamento
dei titoli. Per esempio se sai che un'azienda sta per passare
di proprietà, sei certo che le azioni saliranno. Se compri
prima che la notizia diventi di dominio pubblico, ci guadagni.
È semplice.»
«Immagino. Suppongo che sia una tentazione forte.»
«Sì, è proprio così. Anche a me è capitato di trovarmi in
una situazione del genere. Ho collaborato alla stesura di
un'offerta d'acquisto che sapevo avrebbe influito sul valore
delle azioni. Sarebbe stato facile trovare qualcuno che ne
comprasse per conto mio. Facilissimo. E avrei guadagnato
migliaia di sterline.»
«Ma non l'hai fatto.»
«C'è il carcere se ti scoprono. È una cosa che prendono
molto sul serio, perché ti avvantaggi illegalmente rispetto a
chi vende le azioni. Hai un'informazione che loro non
posseggono. Va contro il principio del libero mercato.»
«E secondo te Mark ha assistito a qualcosa del genere?»
«Sì, me l'ha raccontato una sera al pub. Mi ha confidato
che aveva scoperto che nella sua azienda c'era chi faceva
insider trading. Ha detto che ne aveva la certezza e che aveva
la possibilità di provarlo. Ma poi ha aggiunto qualcos'altro.»
Isabel posò il bicchiere dello sherry. Era ovvio dove
sarebbero andate a parare quelle rivelazioni e sentiva un
disagio crescente.
«Temeva che quelli che stavano agendo scorrettamente
sapessero che lui li aveva scoperti. L'avevano trattato in
modo strano, ultimamente, quasi con sospetto e gli avevano
fatto una paternale sull'importanza della riservatezza e della
fedeltà all'azienda. Lui l'aveva interpretata come una
minaccia velata.»
Neil guardò Isabel e lei gli lesse qualcosa negli occhi.
Cosa stava dicendo? Era una richiesta d'aiuto, o l'espressione
di una sofferenza privata, una tristezza che non riusciva a
esprimere?
«È finita lì?» chiese Isabel. «Ti ha detto chi gli aveva
fatto quel discorso di avvertimento?»
Neil scosse il capo: «No. Ha detto che non poteva
raccontarmi altro, ma ho capito che era spaventato.»
Isabel si alzò e chiuse le tende. Il movimento del tessuto
produsse un rumore dolce, come quello di una piccola onda che
si infrange sulla spiaggia. Neil la guardò dalla sua poltrona.
Poi lei tornò a sedersi.
«Non capisco cosa credi che possa fare io. Hai pensato di
andare alla polizia?»
La domanda sembrò far ritornare la tensione nel giovane.
«Non posso. Mi hanno già interrogato diverse volte e non ho
mai parlato di questa faccenda. Ho raccontato soltanto quello
che ho detto a lei l'altra volta. Se adesso cambiassi
versione, sarebbe sospetto. Sarebbe come confessare che avevo
mentito.»
«E forse non ne sarebbero contenti» concluse Isabel.
«Potrebbero cominciare a pensare che tu abbia qualcosa da
nascondere, no?»
Neil la fissò. Aveva ancora quella bizzarra espressione
nello sguardo. «Io non ho niente da nascondere.»
«Ma certo» si affrettò a rispondere Isabel, anche se
sapeva che non era vero. C'era qualcosa che Neil non voleva
dire. «Solo che una volta che non si dice la verità, gli altri
cominciano a pensare che ci sia un motivo.»
«Non c'è» rispose Neil, alzando un po' la voce. «Non ne ho
parlato perché ne so pochissimo. Non pensavo che avesse
qualcosa a che vedere con... con quello che è successo. Non
volevo passare delle ore alle prese con la polizia. Volevo che
finisse lì e ho pensato che sarebbe stato più semplice tenere
la bocca chiusa.»
«A volte è molto più semplice, e a volte no.» Lo guardò e
poi abbassò gli occhi. Ne ebbe compassione. Era un ragazzo
normalissimo, non particolarmente sensibile o sagace. Eppure
aveva perso un amico, il suo coinquilino, e doveva provare
sentimenti molto più forti di lei, che era solo stata
testimone dell'accaduto.
Lo osservò. Aveva un'aria vulnerabile e un atteggiamento
che le fece pensare che ci fosse un'altra possibile
spiegazione. Forse il suo rapporto con Mark aveva una
sfumatura che non le era stata immediatamente chiara: forse,
addirittura, erano amanti. Non è così insolito che le persone
siano attratte da entrambi i sessi, considerò lei. Anche se
l'aveva intravisto in camera di Hen, non voleva dire che non
potessero esserci stati diversi intrecci in precedenza, in
quell'appartamento.
«Ti manca, vero?» gli chiese a bassa voce, osservando
l'effetto che gli facevano queste parole.
Neil distolse lo sguardo, come se osservasse i quadri alle
pareti. Rimase in silenzio per alcuni istanti, poi rispose:
«Mi manca molto. Ogni giorno. Ci penso sempre. Sempre».
La risposta le chiarì ogni dubbio.
«Non cercare di dimenticarlo. A volte si sentono consigli
del genere. Dicono che dobbiamo cercare di dimenticare quelli
che perdiamo. Invece non si dovrebbe, sai.»
Il ragazzo annuì e la guardò a sua volta per un momento
prima di distogliere nuovamente lo sguardo; per la tristezza,
pensò Isabel.
«Sei stato coraggioso a venire qui, stasera. Non è facile
andare a dire a qualcuno che gli si è nascosta una cosa.
Grazie, Neil.»
Non voleva che suonasse come un invito ad andarsene, ma il
giovane lo interpretò in quel modo. Si alzò e tese una mano
per salutarla. Isabel si alzò a sua volta e gliela strinse, e
si accorse che tremava.
Dopo che Neil se ne fu andato, Isabel tornò a sedersi in
salotto, con accanto il bicchiere di sherry vuoto, rimuginando
su quello che le aveva detto il giovane. Quella visita
inattesa l'aveva turbata per svariati motivi. Neil era più
sconvolto di quanto lei avesse pensato. Non riusciva a trovar
pace. Lei non ci poteva fare niente, perché il ragazzo
evidentemente non era pronto a parlare di ciò che lo turbava.
Certo, si sarebbe ripreso, ma solo il tempo lo avrebbe curato.
A disturbarla maggiormente, però, erano state le rivelazioni
sull'insider trading all'interno della McDowell's. Sentiva di
non poter ignorare una cosa del genere, ora che ne era venuta
a conoscenza: anche se l'azienda coinvolta in quel tipo di
reato - forse lo si poteva chiamare semplicemente «avidità» -
non aveva niente a che vedere con lei direttamente, la cosa la
riguardava se c'era un nesso con la morte di Mark. Ma qual era
il collegamento? Voleva dire che il ragazzo era stato ucciso?
Era la prima volta in cui si permetteva di pensare chiaramente
a questa possibilità. Ma era una domanda che non poteva più
evitare.
Mark era stato ucciso perché aveva minacciato di rivelare
informazioni che avrebbero danneggiato qualcuno all'interno
dell'azienda? Sembrava pazzesco anche solo chiederselo. Si
trattava dell'ambiente finanziario scozzese, con la sua
integerrima reputazione di correttezza. Era gente che giocava
a golf e frequentava il New Club. Alcuni di loro erano anziani
della chiesa di Scozia. Le venne in mente Paul Hogg: un
esempio tipico del genere di persona che lavorava in società
come quella. Era di una rettitudine estrema. Una persona
convenzionale per sua stessa ammissione, di quelle che si
incontravano alle inaugurazioni private delle gallerie d'arte
e a cui piaceva Elizabeth Blackadder. Non era gente che si
lasciava andare ai maneggi per cui erano note alcune banche
italiane e persino alcuni dei più disinvolti istituti della
City di Londra. Non era gente che commetteva un assassinio.
Se per un momento, però, si supponeva che chiunque, anche
la persona più retta, fosse capace di agire mossa dall'avidità
e di violare le regole dell'ambiente finanziario - in fondo
non si parlava di furto, in questo caso, ma dell'uso distorto
di un'informazione - allora forse quella persona poteva anche
ricorrere a misure estreme per proteggere la propria
reputazione, se correva il rischio di essere scoperta. In
altri ambienti, meno inflessibili, non sarebbe stato così
devastante essere smascherati come disonesti, semplicemente
perché di delinquenti ce n'erano talmente tanti che quasi
tutti prima o poi sarebbero stati coinvolti in un imbroglio.
Isabel aveva letto che in certi quartieri di Napoli, per
esempio, le truffe erano all'ordine del giorno. Ma a Edimburgo
la prospettiva di finire in prigione era inaccettabile.
Sarebbe stata molto più invitante l'idea di fare qualcosa in
modo da evitare che accadesse, anche se ciò prevedeva
l'eliminazione di un giovane che si stava avvicinando troppo
alla verità.
Guardò il telefono. Sapeva che bastava una telefonata e
Jamie sarebbe venuto da lei. Gliel'aveva già detto in più di
un'occasione: «Chiamami quando vuoi. Mi piace venire qui,
davvero».
Si alzò dalla poltrona e andò al tavolino del telefono.
Jamie abitava a Stockbridge, in Saxe-Coburg Street, in un
appartamento che divideva con altri tre. Isabel c'era stata
una volta, quando lui e Cat stavano ancora insieme, e il
giovane le aveva invitate lì per cena. Era un appartamento un
po' insolito, con i soffitti alti e i pavimenti di pietra in
corridoio e in cucina. La casa era di Jamie, gliel'avevano
comprata i suoi genitori quando era studente, e i coinquilini
erano in affitto da lui. In qualità di padrone di casa si era
tenuto due stanze: la camera da letto e uno studio dove dava
lezioni di musica. Jamie, laureato al conservatorio, si
guadagnava da vivere insegnando fagotto. Gli allievi non gli
mancavano e faceva quadrare i conti suonando in un ensemble da
camera e con la Scottish Opera, di tanto in tanto. Secondo
Isabel era uno stile di vita ideale, con cui Cat si poteva
integrare alla perfezione. Ma Cat non la pensava così e Isabel
temeva che non avrebbe mai cambiato idea.
Jamie stava facendo lezione quando Isabel telefonò. Le
promise di richiamarla di lì a mezz'ora. In attesa della
telefonata si fece un panino in cucina, visto che non le
andava di cenare. Finito di mangiare tornò in salotto ad
attendere.
Sì, era libero. L'ultimo allievo, un quindicenne molto
dotato che Jamie stava preparando per un esame, aveva suonato
molto bene. Dopo averlo rispedito a casa, quello che ci voleva
era proprio una bella passeggiata attraverso la città, fino a
casa di Isabel. Sarebbe stato bello bere qualcosa insieme a
lei e magari cantare un po', dopo.
«Mi dispiace, non sono in vena» rispose lei. «Ho bisogno
di parlarti.»
Jamie capì che Isabel era in ansia e accantonò l'idea di
fare una passeggiata, optando per un più rapido tragitto in
autobus.
«Stai bene?»
«Sì. Ma devo parlarti di una cosa. Te lo dico quando
arrivi.»
L'autobus tanto vituperato da Grace era in orario e nel
giro di venti minuti Jamie giunse a casa di Isabel. Si
sedettero in cucina, dove lei gli stava preparando
un'omelette. Aveva preso una bottiglia di vino in cantina e ne
aveva versato un bicchiere per sé e uno per il giovane. Poi
iniziò a raccontargli dell'incontro con Hen e Neil nel loro
appartamento. Jamie ascoltava con aria seria e, quando lei
iniziò a raccontare la conversazione di quella sera con Neil,
sbarrò gli occhi per la preoccupazione.
«Isabel, sai cosa sto per dirti, vero?» le chiese, quando
ebbe finito di raccontare.
«Che non dovrei occuparmi di cose che non mi riguardano?»
«Assolutamente sì.» Fece una pausa. «Ma so per esperienza
che non lo fai mai, perciò magari non te lo dico nemmeno.»
«Bravo.»
«Ma lo penso.»
«Va bene.»
Jamie fece una smorfia. «Allora cosa facciamo?»
«È per questo che ti ho chiesto di venire» disse Isabel,
riempiendogli il bicchiere di vino. «Dovevo parlarne con
qualcuno.»
Mentre discorrevano aveva finito di cucinare l'omelette.
La mise su un piatto che aveva scaldato sul fornello.
«Funghi gallinacci. Trasformano completamente l'omelette.»
Jamie guardò con gratitudine la grossa frittata con
contorno di insalata.
«Cucini sempre per me e io non ricambio mai.»
«Sei un uomo» disse Isabel come se enunciasse un'ovvietà.
«Il pensiero non ti sfiora nemmeno.»
Mentre pronunciava queste parole si accorse che era una
frase scortese e inappropriata. Avrebbe potuto dirlo a Toby, e
a ragione, visto che dubitava che cucinasse mai per qualcuno.
Ma dirlo a Jamie era ingiusto. «Scusa, mi è uscita così. Non
volevo.» Jamie aveva appoggiato le posate accanto al piatto e
fissava l'omelette. Si era messo a piangere.
12

«Oddio Jamie, mi dispiace. Ho detto una cosa tremenda, ma non


pensavo che...»
Jamie scosse il capo con forza. Non piangeva
rumorosamente, ma gli colavano sul viso dei lacrimoni enormi.
«No» disse, asciugandosi gli occhi con il tovagliolo. «Non è
per quello che hai detto. Non c'entra niente.»
Isabel tirò un sospiro di sollievo. Non l'aveva offeso,
allora. Ma cosa aveva provocato quest'improvvisa reazione
emotiva da parte sua?
Jamie riprese in mano forchetta e coltello e ricominciò a
tagliare l'omelette, ma poi tornò a mettere le posate sul
tavolo.
«È l'insalata. Ci hai messo le cipolle crude e io ho gli
occhi sensibili alla cipolla. Non mi ci posso nemmeno
avvicinare.»
Isabel fece una risatina squillante. «Grazie a Dio.
Pensavo che fossero lacrime vere perché ti avevo detto quella
frase così insensibile. Pensavo fosse colpa mia.» Gli tolse il
piatto da davanti, levò l'insalata e glielo restituì. «Solo
l'omelette, al naturale. Nient'altro.»
«Perfetta. Mi dispiace, credo sia una cosa genetica. Anche
mia madre ha lo stesso problema e anche una sua cugina. Siamo
allergici alla cipolla cruda.»
«Per un momento ho pensato che c'entrasse Cat... e quella
volta che hai cucinato per noi in Saxe-Coburg Street.»
Jamie, che prima sorrideva, aveva ora l'aria pensierosa.
«Mi ricordo» rispose.
Isabel non voleva nominare Cat, ma ormai era fatta, e
sapeva quale sarebbe stata la domanda seguente. Gliela faceva
sempre quando si vedevano.
«Cosa combina Cat? Cosa sta facendo?»
Isabel prese il bicchiere e si versò un po' di vino. Non
voleva bere altro dopo lo sherry con Neil ma lì nell'intimità
della cucina, con il profumo di lievito dei funghi che le
assaliva le narici, decise altrimenti. Di nuovo l'akrisia, la
debolezza della volontà. Sarebbe stata al sicuro seduta lì con
Jamie a parlare sorseggiando un bicchiere di vino. Sapeva che
si sarebbe sentita meglio.
«Cat combina le solite cose. È piuttosto presa dal negozio
e vive come al solito.» Concluse la frase poco convinta. Che
risposta banale! Ma che altro c'era da dire? Una domanda del
genere, del resto, era una formula, equivaleva al « Come va?»
che si dice quando si incontra un amico. Ci si aspetta una
risposta sola, cioè una rassicurazione anodina che tutto va
bene, magari specificata in seguito da qualche dettaglio su
come vanno le cose in realtà, se sono diverse. Prima lo
stoicismo, poi la verità: si poteva anche definire così.
«E quello con cui esce, Toby. Come va? Lo porta qui?»
«L'ho visto l'altro giorno. Ma non qui a casa.»
Jamie prese il bicchiere. Aveva le sopracciglia
aggrottate, come se stesse cercando di trovare le parole. «E
dove?»
«In città» si affrettò a rispondere Isabel. Sperava che
fosse la fine di quella serie di domande, ma non fu così.
«Era... con Cat?»
«No, era da solo.» Cioè, era da solo all'inizio, pensò
Isabel.
Jamie la fissò: «E cosa faceva?»
Isabel sorrise. «Sembra che ti prema molto. Tra l'altro
temo che non sia così interessante.» Sperò che questo commento
convincesse Jamie che lei parteggiava per lui, e che potessero
cambiare argomento. Sortì l'effetto opposto. Jamie sembrò
interpretarlo come un invito ad approfondire il discorso.
«E quindi, cosa stava facendo?»
«Camminava per strada. Tutto qui. Camminava... con quei
pantaloni di velluto color fragola che gli piacciono tanto.»
Quest'uscita sarcastica non era necessaria e Isabel se ne
pentì subito.
Aveva detto due cose spiacevoli quella sera, pensò. La
prima era quella battuta gratuita sugli uomini che non
cucinano mai, e la seconda era il commento sarcastico sui
pantaloni di Toby. Bastava poco per diventare col passare del
tempo una zitella di mezza età maligna e dalla lingua
tagliente. Era tremendamente facile. Doveva guardarsene,
perciò aggiunse: «Non sono malaccio, però, i pantaloni di
velluto color fragola. Probabilmente a Cat piacciono. Deve...»
Si interruppe di nuovo. Stava per dire che Cat trovava
affascinanti quei pantaloni, ma sarebbe stata un'affermazione
priva di tatto. Implicava, infatti, che Jamie non era
all'altezza, e neppure il suo abbigliamento. Si concesse una
sbirciatina ai pantaloni del giovane. Non ci aveva mai fatto
caso, perché il suo interesse per Jamie non si concentrava sui
pantaloni, ma sul viso e sulla voce. In effetti era
concentrato su tutta la sua persona: era quella, sicuramente,
la differenza principale tra Toby e Jamie. Non poteva piacerti
Toby, come persona, a meno che non fossi anche tu un tipo
scorretto. Poteva piacere solo per il fisico. Sì, pensò lei, è
tutto lì. Toby era un oggetto sessuale con dei pantaloni di
velluto color fragola, nient'altro. Jamie al contrario era...
be', era bellissimo, con i suoi zigomi alti, quella bella
pelle e la voce che colpiva dritta al cuore. Si chiese anche
com'erano come amanti. Toby doveva essere solo vigoroso,
mentre Jamie probabilmente era tranquillo, delicato e
carezzevole, proprio come una donna. Poteva essere un
problema, forse, ma su questo lei non poteva fare molto. Per
qualche istante, in modo inaccettabile, pensò: «Potrei
insegnargli io». Poi si fermò. Erano pensieri impropri, quanto
immaginare qualcuno travolto da una valanga. Il rombo. Il
color fragola che d'improvviso si perdeva nel bianco. L'onda
di neve, e poi una quiete soprannaturale.
«Gli hai parlato?»
Isabel riemerse dai propri pensieri. «Con chi?»
«Con To... Toby.» Gli ci voleva evidentemente un certo
sforzo per costringersi a pronunciarne il nome.
Isabel scosse il capo. «No, l'ho solo visto.» Questa era
ovviamente una mezza verità. C'era differenza tra mentire e
dire mezze verità, ma era sottile. Isabel aveva scritto un
breve articolo su questo argomento, in seguito all'uscita
della monografia filosofica di Sissela Bok intitolata Mentire.
Aveva sostenuto un'interpretazione ampia, che imponeva il
dovere di rispondere sinceramente alle domande senza
nascondere fatti che potevano dare una differente sfumatura a
una questione. Ripensandoci, aveva rivisto quella posizione.
Credeva tuttora che bisognasse rispondere alle domande con
franchezza. Ma la verità andava svelata completamente solo di
fronte a una necessità ragionevole. Non era invece un dovere
dire tutto per rispondere a una domanda casuale di qualcuno
che non aveva diritto a quell'informazione.
«Sei arrossita. Non mi stai raccontando tutto.»
Ecco, pensò Isabel. L'intera costruzione di quel dibattito
filosofico sulle sfumature del dire e non dire la verità
crolla miseramente a causa di una semplice manifestazione
fisiologica. «Se dici una frottola ti viene la faccia rossa.»
Era molto meno elaborato che nel saggio di Sissela Bok, ma era
assolutamente vero. Tutte le grandi questioni si potevano
ridurre ai semplici accadimenti della vita quotidiana e alle
trite metafore, agli assiomi secondo i quali viveva la gente.
Il sistema economico poteva essere regolato dal detto: «Chi
trova gode, chi perde piange». L'incertezza della vita: «Se
calpesti una crepa, l'orso ti si piglia». A questo detto
locale lei da piccola credeva tanto che quando camminava per
Morningside Road insieme a Fersie McPherson, la sua bambinaia,
evitava tutte le crepe, spaventatissima.
«Arrossisco perché non ti ho detto tutta la verità. Me ne
scuso. Non ti ho detto cosa ho fatto perché me ne vergognavo e
perché...» Esitò. C'era un altro motivo per non svelare
cos'era successo, ma ormai che aveva aperto bocca avrebbe
dovuto raccontare tutto a Jamie. Si sarebbe accorto se gli
avesse nascosto qualcosa e non voleva che pensasse che non si
fidava di lui. E si fidava? Sì, certo. Un giovane come lui,
con i capelli a spazzola e quella bella voce, era sicuramente
affidabile. Di Jamie, e di quelli come lui, ci si poteva
fidare. Dei Toby, no.
Jamie la fissava. Isabel proseguì: «Perché c'è qualcosa
che non volevo farti sapere. Non perché non mi fidi di te. Mi
fido, ma penso che questo fatto non abbia a che vedere con
noi. Ho visto una cosa su cui non possiamo intervenire. Perciò
ho pensato che non c'era motivo di riferirtela».
«E cos'è? Adesso me lo devi dire, non puoi lasciarmi
così.»
Isabel annuì. Aveva ragione, non poteva lasciar cadere la
cosa, ormai. «Quando ho visto Toby in centro, stava scendendo
per Dundas Street. Io ero sull'autobus. Ho deciso di seguirlo,
non chiedermi perché. Non so se riuscirei a darti una risposta
plausibile. A volte si fanno cose ridicole, che non si
riescono a spiegare. Insomma, ho deciso di seguirlo. Ha
imboccato Northumberland Street. Poi, arrivati a Nelson
Street, ha attraversato la strada e ha suonato il campanello
di un appartamento al pianterreno. Ho visto aprirsi la porta.
È venuta ad aprire una ragazza e l'ha abbracciato, abbastanza
appassionatamente, mi pare. Poi la porta si è richiusa ed è
finita lì.»
Jamie la fissò. Per un momento non disse nulla, poi, molto
lentamente, sollevò il bicchiere e bevve un sorso di vino.
Isabel notò le sue belle mani e, per un istante, la luce
riflessa dal bicchiere che si rispecchiava negli occhi del
ragazzo.
«Sua sorella» disse piano. «Ha una sorella che abita in
Nelson Street. L'ho conosciuta una volta, è amica di un
amico.»
Isabel rimase di sale. Non se l'aspettava. «Ah» disse. E
poi ripeté: «Ah».
13

«Già» proseguì Jamie, « Toby ha una sorella in Nelson Street.


Lavora nella stessa società immobiliare del mio amico. Sono
tutti e due periti. Non di quelli che vanno in giro con il
teodolite, ma quelli che valutano gli immobili.» Si mise a
ridere. «E tu pensavi che improvvisandoti detective avessi
scoperto che Toby tradiva Cat. Eh, magari. Invece no, Isabel.
Così impari a pedinare la gente.»
Isabel si era ricomposta abbastanza da riuscire a riderci
sopra. «Mi sono nascosta dietro un furgoncino parcheggiato.
Dovevi vedermi.»
Jamie sorrise. «Dev'essere stato emozionante. Peccato che
il risultato sia quello che sia.»
«Be', mi sono divertita. E mi sta bene, visto che sono
così maligna e sospettosa.»
«Non è vero. Non sei sospettosa. Sei una persona
estremamente corretta.»
«Sei molto gentile, ma ho un sacco di difetti, come tutti.
Ne ho davvero tanti.»
Jamie riprese in mano il bicchiere. «È anche piuttosto
simpatica, sua sorella. L'ho conosciuta alla festa di
Roderick, il mio amico perito, qualche mese fa. Era un
ambiente un po' diverso dal mio, ma mi sono divertito. E mi è
sembrata simpatica. È molto bella: alta, bionda. Una specie di
modella.»
Isabel non disse nulla. Poi chiuse gli occhi e si immaginò
di nuovo sull'angolo di Nelson Street, seminascosta dal
furgoncino. Intravedeva Toby alla porta, e l'uscio che si
apriva. Aveva sempre avuto una buona memoria visiva, e si
rammentava bene la scena. E ora l'immagine era chiarissima. La
porta si apriva e compariva quella ragazza. Non era alta,
perché Toby si era chinato per abbracciarla e non era bionda.
Non c'era dubbio che avesse i capelli scuri, castani o neri.
Non era bionda.
Riaprì gli occhi. «Non era sua sorella. Era un'altra.»
Jamie rimase in silenzio. Isabel si immaginò le emozioni
contrastanti in lotta dentro di lui: dispiacere e persino
rabbia all'idea che Cat venisse imbrogliata, e soddisfazione
perché c'era la possibilità di smascherare Toby. Le venne in
mente anche che probabilmente immaginava di poter rimpiazzare
il rivale, cosa che anche lei aveva pensato. Ma Isabel sapeva
che non sarebbe stato tanto semplice: Jamie, invece, non se ne
rendeva conto. Era ottimista.
Isabel decise di prendere l'iniziativa. «Non puoi
dirglielo tu. Se glielo dici se la prende con te. Anche se ci
crede - e potrebbe darsi di no - non penserà che ambasciator
non porta pena. Ti garantisco che te ne pentiresti.»
«Ma deve saperlo» protestò Jamie. «È... è terribile che
lui se la faccia con un'altra. Bisogna dirglielo. Glielo
dobbiamo.»
«Ci sono cose che bisogna scoprire da soli. A volte
bisogna lasciare che gli altri sbaglino.»
«Be', io questo non lo accetto. La questione è semplice. È
un bastardo: noi lo sappiamo e lei no. Dobbiamo dirglielo.»
«Ma il punto è che così facendo la faremo arrabbiare. Non
capisci? Anche se scoprisse che quel che le abbiamo detto è
vero, sarebbe comunque arrabbiata con noi per averglielo
svelato. Non voglio... che ti cancelli dalla sua vita. Ma lo
farà se glielo dici.»
Jamie pensò a quel che aveva detto Isabel. Voleva farlo
tornare insieme a Cat. Non l'aveva mai detto chiaramente, ma
adesso era evidente. Ed era proprio quello che lui sperava.
«Grazie» le disse. «Capisco il punto.» Fece una pausa. «Ma
perché pensi che le metta le corna? Se gli piace quest'altra -
la coinquilina di sua sorella, suppongo - allora perché non si
mette con lei? Perché usa Cat in questo modo?»
«Non l'hai capito?»
«No, direi di no.»
«Cat è ricca. È proprietaria di un negozio e di un po' di
altri beni - anzi, molti beni - come forse sai, o forse no. Se
si è interessati ai soldi, come immagino che sia Toby, allora
è probabile che sia a quello che dà la caccia.»
Jamie era chiaramente stupefatto. «Vuole i suoi soldi?»
Isabel annuì. «Ho conosciuto diversi personaggi del
genere. Ho visto gente sposarsi per denaro e poi pensare di
poter fare quello che vuole. Con la sicurezza dei soldi
tradiscono il marito o la moglie. Non è tanto insolito. Pensa
a tutte quelle ragazze che sposano dei vecchi ricchi. Credi
che si comportino come educande?»
«Direi di no.»
«Ecco. Ovviamente, questa è una possibilità. L'altra è
semplicemente che voglia correre la cavallina. È possibile che
Cat gli piaccia davvero, ma che gli piacciano anche le altre.
Possibilissimo.»
Isabel riempì il bicchiere a Jamie. Stavano svuotando
rapidamente la bottiglia, ma la serata si stava rivelando più
movimentata del previsto e il vino era d'aiuto. C'era un'altra
bottiglia in frigo, nel caso, e l'avrebbero potuta stappare
più tardi. Basta che riesca a controllarmi, pensò Isabel.
Basta che tenga la testa sulle spalle quel tanto da non dire a
Jamie che in realtà io stessa sono mezza innamorata di lui e
che non c'è niente che desidererei di più che baciargli la
fronte e passare le dita tra quei capelli e tenerlo stretto a
me.
Il mattino dopo Grace arrivò presto e fece il conto: due
bicchieri, una bottiglia vuota. Aprendo il frigorifero vide
l'altra bottiglia aperta, con il tappo infilato, e aggiunse «e
mezza.» Aprì la lavastoviglie e vide il piatto dell'omelette,
il coltello e la forchetta. Capì che l'ospite era Jamie:
Isabel gli preparava sempre l'omelette quando lo invitava a
cena. Era felice che Isabel avesse invitato quel giovane. Le
andava a genio e sapeva quello che c'era stato con Cat.
Sospettava anche quali fossero i piani di Isabel: stava
macchinando per farli tornare insieme. Se lo poteva scordare.
Raramente la gente tornava insieme: una volta che ci si
allontanava si tendeva a stare lontani. Questa, almeno, era
l'esperienza di Grace. Si era accorta che difficilmente
riabilitava qualcuno una volta che l'aveva depennato.
Preparò il caffè. Isabel sarebbe scesa di lì a poco e le
piaceva trovarlo pronto quando entrava in cucina. Lo
«Scotsman» era già arrivato e Grace lo andò a raccogliere
nell'ingresso, sul pavimento a mosaico sotto la buca delle
lettere. Lo mise sul tavolo, con la prima pagina in su, e gli
diede un'occhiata mentre aspettava che il caffè fosse pronto.
Erano state richieste le dimissioni di un politico di Glasgow
sospettato di brogli elettorali. Bella scoperta, pensò lei.
Sotto c'era una foto di quel tale che a Isabel non piaceva: il
bellimbusto, lo chiamava. Stava attraversando Princes Street
ed era crollato a terra. L'avevano portato di corsa al pronto
soccorso. Grace proseguì nella lettura: si temeva un infarto,
invece no. Cosa incredibile, si era scoperto che aveva un
grosso squarcio in un fianco, che gli era stato prontamente
ricucito con sapienza. Il paziente si era ripreso in fretta,
ma la diagnosi aveva rivelato che « era scoppiato perché era
troppo pieno di sé».
Grace posò il cucchiaio pieno di caffè. Impossibile. Prese
in mano il giornale per studiarlo meglio e vide la data. Primo
aprile. Sorrise: era la solita burla dello «Scotsman».
Divertente, però, e soprattutto molto azzeccata.
14

Nonostante avesse bevuto tre bicchieri di vino e Isabel fosse


verso la fine del secondo, Jamie all'inizio era rimasto un po'
perplesso dall'affermazione della sua ospite. Isabel, però, lo
aveva convinto, blandendolo, che dovevano almeno fare un
tentativo.
Ma quale? Andare a trovare Paul Hogg, ovviamente, come
primo passo per capire cosa avesse scoperto Mark Fraser e su
chi. Seduti al tavolo della cucina, una volta finita
l'omelette con i gallinacci, Jamie aveva ascoltato
attentamente il resoconto della conversazione tra Isabel e
Neil. Lei sentiva di non poter più ignorare quello che il
giovane le aveva rivelato. Voleva vederci chiaro, ma non
intendeva farlo da sola. Sarebbe stato più sicuro se fossero
stati in due, disse, anche se la natura di quel! eventuale,
pericolo non gliela spiegò più di così.
Alla fine Jamie aveva acconsentito. «Se insisti, ma
proprio se insisti, sono pronto a venire con te. Ma soltanto
perché non voglio che tu parta alla carica da sola. Resto
convinto che non sia una buona idea.»
Quando accompagnò Jamie alla porta, quella sera, si misero
d'accordo: nei giorni seguenti Isabel gli avrebbe telefonato
per decidere come agire con Paul Hogg. Perlomeno lei l'aveva
conosciuto, perciò sarebbe stato più semplice cercare di
parlargli. Ma come fare e con che pretesto, era ancora tutto
da decidere.
Jamie se n'era appena andato quando a Isabel venne in
mente una cosa. Fu sul punto di rincorrerlo per dirgliela, ma
lasciò stare. Non era tanto tardi e a quell'ora diversi vicini
portavano a spasso il cane per la strada. Non voleva che la
vedessero mentre correva dietro ai giovanotti, almeno nella
sua via; né in senso letterale né tantomeno in senso
metaforico. Non era una situazione in cui ci si voleva far
sorprendere, proprio come aveva detto Dorothy Parker quando
aveva dichiarato che non voleva essere beccata mentre cercava
di entrare dalla finestra in casa d'altri, col sedere
all'aria. Le venne da sorridere. Perché era tanto buffo? Era
difficile da spiegare, ma era così. Forse era solo perché a
fare una simile affermazione era una persona che mai e poi mai
si sarebbe introdotta in casa d'altri. Ma perché faceva
ridere? Forse non c'era spiegazione, così come nel caso
dell'affermazione che aveva sentito fare da Domenica Legge,
grande autorità in materia di storia anglo-normanna. La
professoressa Legge aveva detto: « Dobbiamo ricordarci che i
nobili dell'epoca non si soffiavano il naso come facciamo noi:
non avevano il fazzoletto». La frase era stata accolta da una
salva di risate, e a Isabel sembrava ancora una cosa
buffissima. In realtà non c'era niente di ridicolo. Era una
questione seria, quella di non avere il fazzoletto. Una cosa
banale, certo, però seria. Cosa facevano i nobili, allora? A
quanto pareva, usavano la paglia. Che brutto, doveva graffiare
da morire. Ma se Ì nobili erano ridotti a usare la paglia,
come si comportavano quelli più in basso nella scala sociale?
Ovvio: si soffiavano il naso con le dita, come fanno ancora in
molti. Aveva visto anche lei scene del genere un paio di
volte, anche se non a Edimburgo, certo.
In quel momento, però, non stava pensando ai fazzoletti o
alla loro mancanza. Pensava a Elizabeth Blackadder. Paul Hogg
aveva comprato l'acquerello che anche lei desiderava. La
mostra in cui l'aveva comprato era di breve durata e chi vi
aveva acquistato dei quadri doveva ormai aver ricevuto
l'autorizzazione ad andare a ritirarli. Ciò voleva dire che
chi intendesse dare un'altra occhiata a quel dipinto doveva
farlo a casa di Paul Hogg in Great King Street. E tra questi
ci poteva essere proprio lei. Avrebbe potuto telefonare a Paul
Hogg per chiedergli di rivedere il quadro, visto che pensava
di chiedere a Elizabeth Blackadder, che aveva ancora il suo
atelier al Grange, di dipingerne uno simile per lei. Era una
richiesta assolutamente plausibile: l'artista magari non
avrebbe acconsentito a fare una copia pura e semplice di un
suo quadro, ma poteva accettare di dipingerne uno simile.
Era una bugia, pensò Isabel, ma solo nel momento in cui
l'aveva concepita. Le bugie possono diventare verità. In
effetti lei aveva desiderato acquistare un Blackadder, perciò
non c'era motivo per cui non ne commissionasse uno. Anzi,
l'avrebbe fatto davvero e ciò significava che poteva
incontrare Paul Hogg con questo pretesto sentendosi
perfettamente a posto con la coscienza. Neppure Sissela Bok,
autrice di Mentire, poteva trovarci qualcosa da obiettare.
Poi, dopo aver rivisto il quadro, che sicuramente faceva bella
mostra di sé alla parete, avrebbe con tatto insinuato la
possibilità che Mark Fraser avesse scoperto qualcosa di «
strano» lavorando alla McDowell's. Paul Hogg aveva per caso
idea di cosa fosse? In caso contrario, Isabel sarebbe potuta
scendere nei dettagli e dirgli che se ci teneva a quel giovane
- ed evidentemente gli era affezionato, vista la sua reazione
emotiva a quel che lei aveva detto al St. Vincent Bar - forse
non gli dispiaceva fare qualche ricerca sulle ipotesi
preoccupanti a cui portavano tutti gli indizi. Bisognava agire
con cautela, ma potevano riuscirci. Paul forse avrebbe
acconsentito. E per tutto quel tempo, a darle sostegno, ci
sarebbe stato Jamie, seduto accanto a lei sul divano di chintz
di Paul Hogg. Noi crediamo che, noi ci chiediamo se, avrebbe
potuto dire. Così sembrava molto più ragionevole che detto in
prima persona.
La mattina seguente telefonò a Jamie, aspettando l'orario
che secondo lei rientrava nei limiti della decenza: le nove.
Isabel osservava alcune regole di etichetta al telefono.
Chiamare prima delle otto era un'emergenza, tra le otto e le
nove un'intrusione. Da lì in poi si poteva telefonare
tranquillamente fino alle dieci di sera, anche se dopo le
ventuno e trenta bisognava scusarsi per il disturbo. Dopo le
ventidue era di nuovo orario d'emergenza. Rispondendo al
telefono bisognava, se possibile, dire il proprio nome, ma
solo dopo aver detto «buongiorno», «buon pomeriggio» o
«buonasera». Nessuna di queste convenzioni era osservata da
molta gente, doveva ammetterlo. Neppure da Jamie stesso, notò,
che quella mattina le rispose con un brusco «Sì».
«Non sei molto cortese» disse Isabel con tono di
rimprovero. «Come fai a sapere chi sono? Un 'sì' non basta. E
se eri troppo impegnato per rispondere cosa dicevi, 'no'?»
«Isabel?»
«Se ti fossi presentato, avrei risposto dicendoti anche il
mio nome. E questa domanda sarebbe stata oziosa.»
Jamie rise. «Quanto hai intenzione di andare avanti? Alle
dieci ho il treno per Glasgow. Dobbiamo fare le prove per il
Parsifal.»
«Poveretto, e poveri quei cantanti. Sarà un tour de
force.»
«Sì. Wagner mi fa venire il mal di testa. Però, davvero,
devo prepararmi.»
Isabel gli spiegò rapidamente l'idea e attese una
reazione.
«Mi sembra plausibile» rispose Jamie. «E se insisti,
vengo. Ma solo se insisti davvero.»
Avrebbe potuto mostrarsi più disponibile, si disse Isabel
dopo aver riattaccato il telefono, ma almeno aveva accettato.
Adesso doveva telefonare a Paul Hogg alla McDowell's per
chiedergli se era possibile andarlo a trovare. Era sicura che
avrebbe gradito la proposta. Erano andati d'accordo e a parte
il momento in cui lei senza volerlo gli aveva fatto venire in
mente ricordi spiacevoli, la serata passata insieme era andata
benissimo. Anzi, le aveva proposto di farle conoscere la sua
fidanzata, no? Si era dimenticata come si chiamava, ma per il
momento poteva far riferimento a lei anche solo con
quell'appellativo generico.
Telefonò alle undici meno un quarto, orario in cui pensava
fosse più probabile che chi lavorava in un ufficio fosse in
pausa caffè. Paul glielo confermò.
«Sì, sono seduto qui con il 'Financial Times' sulla
scrivania. Dovrei leggerlo, e invece guardo fuori dalla
finestra e bevo il caffè.»
«Ma sono sicura che sta per prendere delle decisioni
importanti. E una di queste sarà se mi può far vedere di nuovo
il suo Blackadder. Voglio chiedere all'artista di farmene uno
simile, e pensavo che dare un'altra occhiata al suo mi poteva
servire.»
«Certo. Lo possono vedere tutti, è ancora alla mostra.
Resta aperta un'altra settimana.»
Isabel rimase interdetta per un istante. Ovviamente
avrebbe dovuto telefonare alla galleria per capire se davvero
la mostra era ancora aperta, e in tal caso avrebbe dovuto
aspettare che il giovane portasse a casa il quadro.
«Comunque mi farebbe molto piacere vederla» proseguì Paul
Hogg, venendole in soccorso. «Ho un altro Blackadder che
potrebbe interessarle.»
Si misero d'accordo: Isabel sarebbe andata da lui la sera
dopo, alle sei, per l'aperitivo. A Paul Hogg andava benissimo
che portasse qualcuno, un giovane appassionato d'arte che
voleva fargli conoscere. Ma certamente, non era d'incomodo;
anzi, sarebbe stato un piacere.
Era così facile, pensò Isabel, avere a che fare con
persone educate come Paul Hogg. Era uno che sapeva scambiare
quel genere di cortesie che rendono la vita semplice. A questo
serviva l'educazione, a evitare le frizioni tra le persone,
regolando i termini dell'incontro con gli altri. Se ambo le
parti in causa sapevano cosa avrebbe dovuto fare l'altro, era
improbabile che si arrivasse a uno scontro. E funzionava a
ogni livello, dalle minime interazioni tra due persone ai
rapporti tra le nazioni. Il diritto internazionale, in fin dei
conti, non era che un galateo su larga scala.
Jamie era educato, e anche Paul Hogg. Il suo meccanico -
proprietario di quel piccolo garage nel vicolo in cui portava
a controllare la macchina, che non usava quasi mai - era
educatissimo. Toby, invece, aveva dei modi pessimi: non in
superficie, dove evidentemente lui pensava che contasse - e si
sbagliava - ma nel profondo del suo atteggiamento verso gli
altri. L'educazione consisteva nel prestare attenzione agli
altri: bisogna trattarli con serietà e correttezza,
comprenderne i sentimenti e i bisogni. Gli egoisti tendono a
non comportarsi così, e si vede. Sono impazienti con quelli
che ritengono contino poco: i vecchi, gli ignoranti, i poveri.
Chi è educato, invece, presta sempre attenzione a tutti e
tratta le persone, anche le più deboli, con rispetto.
Quanto siamo stati miopi ad ascoltare chi diceva che
l'educazione era un'inutile convenzione borghese, ormai priva
di valore. Di conseguenza, la morale era andata a farsi
benedire, perché l'educazione era la pietra angolare di una
società civile. Era il canale per trasmettere il valore della
sollecitudine e in questo modo un'intera generazione aveva
perso un pezzo fondamentale del puzzle. E se ne vedevano i
risultati: una società in cui nessuno aiutava gli altri, in
cui il linguaggio aggressivo e la mancanza di sensibilità
erano la norma.
Si fermò. Era un modo di pensare, per quanto giustissimo,
che la faceva sentire vecchia: le sembrava di essere Cicerone
che declamava O tempora! O mores! In effetti questo argomento,
da solo, dimostrava il sottile potere corrosivo del
relativismo. I relativisti erano riusciti a pervadere il
nostro atteggiamento morale a tal punto che le loro teorie
erano diventate inconsce e lei, con tutta la sua passione per
la filosofia morale e il suo disdegno per il relativismo,
provava imbarazzo a comportarsi da nostalgica dei bei tempi
andati.
Doveva smetterla di rimuginare su questioni di «
immaginazione etica», si disse, e dedicarsi a cose di
importanza più immediata, come controllare la posta mattutina
per la rivista e scoprire perché quel poveretto di Mark Fraser
era caduto dal loggione ed era morto. Ma sapeva che non
avrebbe mai tralasciato le questioni di carattere più
generale. Non poteva evitarlo e doveva farsene una ragione.
Era sintonizzata su una frequenza diversa da quella della
maggior parte della gente, e la manopola era rotta.
Telefonò a Jamie, dimenticandosi che doveva già essere sul
treno per Glasgow. Anzi, più o meno in quel momento
probabilmente stava entrando alla Queen Street Station.
Aspettò che la segreteria terminasse di parlare e lasciò un
messaggio: «Jamie, sì, ho telefonato a Paul Hogg. Gli va bene
vederci domani sera alle sei. Ci troviamo mezz'ora prima, al
Vincent Bar. Ah, Jamie, grazie di tutto. Ti sono molto grata
dell'aiuto, davvero. Grazie ancora».
15

Aspettare Jamie al pub le metteva ansia. Era un posto da


uomini, almeno a quell'ora, e lei era a disagio. Certo, anche
le donne potevano andare al pub da sole, ma si sentiva
comunque fuori posto. Il barista, che le aveva servito un
bicchiere di acqua tonica con ghiaccio, le sorrise con aria
amichevole e fece un commento sulla bella serata. Avevano
appena portato avanti gli orologi e il sole tramontava solo
dopo le sette.
Isabel annuì, ma non riuscì a trovare niente da dire,
perciò aggiunse solo: «È arrivata la primavera, direi».
«Già, ma non si sa mai.»
Isabel tornò al suo tavolo. «Non si sa mai.» Certo. Nella
vita può succedere di tutto. Eccola lì, la direttrice della
«Rivista di etica applicata», che sta per mettersi sulle
tracce... di un assassino, alla fine dei conti. E assistita in
quest'impresa, sia pure controvoglia, da un bel giovanotto di
cui era mezza innamorata, il quale però era innamorato di sua
nipote, che a sua volta aveva una cotta per un tale che nel
frattempo aveva una tresca con la coinquilina di sua sorella.
No, di sicuro il barista non sapeva questa storia, e se
gliel'avesse raccontata non ci avrebbe creduto.
Jamie si presentò in ritardo di dieci minuti. Disse che si
stava esercitando al fagotto e che aveva guardato l'orologio
solo poco prima delle cinque e mezzo.
«Sei arrivato, è questo l'importante.» Isabel guardò
l'orologio. «Abbiamo una ventina di minuti. Ho pensato che
potevo spiegarti come penso di affrontare la cosa.» Jamie la
ascoltò, fissandola di tanto in tanto oltre il bordo del
bicchiere di birra. Tutto quel piano lo preoccupava ancora, ma
dovette ammettere che era ben studiato. Isabel sarebbe entrata
in argomento con delicatezza, tenendo ben presente quanto era
ancora aperta la ferita di Paul Hogg al riguardo. Gli avrebbe
spiegato che non intendeva interferire e che l'ultima cosa che
voleva era mettere in cattiva luce la McDowell's. Ma dovevano
almeno questo a Mark, e a Neil, che aveva sottoposto la
faccenda alla sua attenzione. Dovevano scavare un po' più a
fondo. Lei stessa era convinta che non c'era niente sotto, ma
dopo un'indagine più approfondita avrebbero potuto lasciar
cadere la cosa sentendosi a posto con la coscienza.
«Il copione è perfetto» disse Jamie quando ebbe finito di
raccontare. «Hai tenuto conto di tutto.»
«Non credo che si sentirà offeso da nessuna di queste
affermazioni.»
«No. A meno che non sia lui.»
«Che non sia cosa?»
«Che non sia lui quello che fa insider trading.»
Isabel lo fissò. «Perché pensi una cosa simile?»
«Be', perché no? È quello con cui Mark deve aver lavorato
più a stretto contatto. Era il capo della sezione o qualcosa
del genere. Se Mark sapeva qualcosa, doveva riguardare quello
su cui stava lavorando lui.»
Isabel ci rifletté sopra. Era possibile, forse, ma le
sembrava poco probabile. Non c'erano dubbi sulla sincerità
delle emozioni che Paul aveva espresso durante il loro primo
incontro, quando era uscito il nome di Mark.
Era distrutto per l'accaduto, era evidente. Perciò non
poteva essere lui quello che aveva dato ordine di eliminare
Mark, e quindi non era lui a temere di essere smascherato.
«Capisci?» chiese a Jamie.
Sì, Jamie capiva, ma gli sembrava saggio vagliare tutte le
ipotesi: «Potremmo sbagliarci. Gli assassini provano sensi di
colpa e a volte piangono le loro vittime. Paul Hogg potrebbe
essere così.»
«No. Tu non l'hai ancora conosciuto, ma non è un tipo del
genere. Quello che cerchiamo è un altro.»
Jamie fece spallucce. «Forse sì e forse no. Almeno teniamo
in conto tutte le possibilità.»
Paul Hogg viveva al primo piano di un bel palazzo
georgiano di Great King Street. Era una delle vie più belle
della New Town, e dal suo lato, quello a sud, si aveva una
splendida vista sul Firth of Forth, almeno dai piani alti. Si
vedeva la striscia di mare blu di fronte a Leith e oltre
l'acqua sorgevano le colline del Fife. Il primo piano però
aveva altre qualità, anche se il panorama era solo quello
dell'altro lato della strada. Erano appartamenti definiti «con
salone», perché comprendevano la sala principale delle antiche
case, che erano state suddivise. Avevano, perciò, soffitti più
alti e finestre a parete, grandi vetrate da cui la luce
inondava le stanze.
Salirono la scalinata comune, ampia e con i gradini di
pietra, su cui ristagnava un leggero odor di gatto, e
trovarono la porta con scritto Hogg su una targa quadrata
d'ottone. Isabel guardò verso Jamie, che le strizzò l'occhio.
Allo scetticismo nel giovane si era via via sostituita una
crescente curiosità per quell'impresa. Era lei, ora, a nutrire
qualche dubbio.
Paul Hogg aprì la porta poco dopo e si fece dare i
cappotti. Isabel presentò Jamie e i due si strinsero la mano.
«L'ho già vista da qualche parte» disse Paul Hogg «ma non
ricordo dove.»
«A Edimburgo» rispose Jamie e i due risero.
Paul li fece entrare nel salotto, grande e arredato con
eleganza, dominato da un imponente camino bianco. Isabel notò
gli inviti, almeno quattro, appoggiati alla mensola del
camino, e quando Paul Hogg uscì dalla stanza per andare a
prendere da bere - non si erano ancora seduti - si avvicinò
con nonchalance ai biglietti e li lesse rapidamente. Era una
cosa accettabile: gli inviti messi in bella mostra erano
documenti pubblici.
«Humphrey Holmes e signora, a casa propria, giovedì 16.»
Era stata invitata anche lei. Poi: «George Maxtone richiede il
piacere della compagnia di Minty Auchterlonie
all'inaugurazione della Lothian Gallery, ore 18, sabato 18
maggio». Ancora: «Minty: Peter e Jeremy, aperitivo in giardino
(Tempo permettendo. Quindi, probabilmente no) martedì 21
maggio, ore 18.30». Infine: «Paul e Minty, siete invitati alla
nostra cerimonia nuziale a Prestonfìeld House, mercoledì 15
maggio. Ceilidh, ore 20. Angus e Tatti. Abbigliamento: da
sera/tradizionale delle Highlands».
Isabel sorrise, anche se Jamie la guardava con aria
censoria, come se stesse leggendo della corrispondenza
privata. Il giovane la raggiunse e passò brevemente in
rassegna gli inviti. «Non dovresti leggere la posta altrui.
Non è educazione.»
«Bah! È per questo che li hanno messi lì, per farli
leggere. Sulle mensole dei camini ho visto anche inviti di tre
anni prima! Inviti alla festa della regina a Holyrood-house,
per esempio. Vecchi come il cucco, ma in bella mostra.»
Lo condusse lontano dal camino, davanti a un grande
acquerello che raffigurava tre papaveri in un giardino. «È
lei, Elizabeth Blackadder. Papaveri e mura di cinta di un
giardino con dei gatti sopra. Ma tutto fatto benissimo,
nonostante il soggetto.» Non ho quadri di papaveri in casa
mia, pensò Isabel. E non sono mai stata sorpresa col sedere
all'aria mentre mi introduco in casa d'altri.
A quel punto rientrò Paul Hogg, con due bicchieri in mano.
«Eccolo qui» disse, tutto allegro. «È il quadro che siete
venuti a vedere.»
«È bello. Altri papaveri. Sono molto importanti» rispose
Isabel.
« Sì, mi piacciono molto. È un peccato che si sfaldino
quando li si raccoglie.»
«Un buon meccanismo difensivo» commentò Isabel, sbirciando
in direzione di Jamie. «Dovrebbero pensarci anche le rose. Le
spine evidentemente non bastano e la perfezione della bellezza
dovrebbe essere lasciata intatta.»
Jamie le restituì lo sguardo. Disse «Ah» e non aggiunse
altro. Paul Hogg lo guardò, e poi tornò a guardare Isabel. Lei
se ne accorse e pensò che stesse chiedendosi che rapporto
c'era tra loro. Penserà che è il mio uomo oggetto, si disse.
Ma anche in quel caso perché avrebbe dovuto stupirsene? È
pratica comune, di questi tempi.
Paul Hogg uscì un momento dalla stanza per prendere anche
un bicchiere per sé e Isabel sorrise a Jamie, mettendosi un
dito davanti alla bocca in un rapido gesto cospiratorio.
«Ma non ho aperto bocca» protestò Jamie. «Ho solo detto
'Ah'.»
«È bastato. Un monosillabo molto eloquente.»
Jamie scosse il capo. «Non so ancora perché ho accettato.
Sei mezza matta.»
«Grazie, Jamie. Ma ecco il nostro anfitrione.»
Paul Hogg fece ritorno e sollevarono tutti e tre il
bicchiere per brindare.
«Ho comprato quel quadro a un'asta un paio d'anni fa, con
il primo bonus della mia azienda. L'ho preso per festeggiare.»
«Buona idea» commentò Isabel. «Si legge di broker e
finanzieri che festeggiano con pranzi orrendi che costano loro
diecimila sterline solo per il vino. Spero che a Edimburgo non
succeda.»
«No di certo» disse Jamie. «Forse a New York e a Londra,
in posti del genere.»
Isabel si voltò verso il camino, sopra il quale stava
appeso un grande quadro con la cornice dorata, che lei
riconobbe all'istante.
«Bel Peploe. Meraviglioso.»
«Sì, è bello. La costa ovest di Muli, credo» rispose Paul
Hogg.
«Non è Iona?»
«Forse. Da quelle parti.»
Isabel fece qualche passo verso il quadro e lo osservò.
«Lo scandalo dei falsi che c'è stato qualche anno fa non l'ha
preoccupata? L'ha fatto controllare?»
Paul Hogg sembrò sorpreso. «C'erano dei falsi in giro?»
«Così si diceva. Peploe, Cadell, e parecchi anche. C'è
stato un processo che ha fatto venire l'ansia a diverse
persone. Conoscevo uno che era in possesso di un quadro, un
bel dipinto, tra l'altro. È risultato che era stato fatto la
settimana prima, praticamente. Era gente abilissima, come
capita spesso in questi casi.»
Paul Hogg fece spallucce. «C'è sempre un po' di rischio,
immagino.»
Isabel tornò a osservare il dipinto. «Quando l'ha
realizzato Peploe?»
Paul Hogg allargò le braccia. «Non ne ho idea. Quand'era a
Muli, forse.»
Isabel lo guardò. Era una risposta veramente insulsa, ma
che rientrava nel quadro della situazione che si stava
facendo. Paul Hogg capiva assai poco d'arte, e tra l'altro non
gli interessava granché. Altrimenti come poteva possedere un
Peploe come quello - e Isabel era certa che fosse autentico -
senza saperne nulla?
Nella sala c'erano almeno altri dieci quadri, tutti
interessanti anche se nessuno eccezionale quanto il Peploe.
C'era un paesaggio di Gillies, per esempio, un minuscolo
McTaggart e in fondo alla stanza un curioso Bellamy. Chi li
aveva raccolti doveva conoscere bene l'arte scozzese oppure
essersi imbattuto per caso in una collezione prèt-à-porter
molto rappresentativa.
Isabel si avvicinò a un altro quadro. Era stata invitata a
vedere il Blackadder, perciò si sentiva autorizzata a
curiosare un po', almeno tra i dipinti.
«È un Cowie, no?»
Paul Hogg guardò il quadro. «Mi pare.»
Non era così. Si trattava di un Crosbie, come avrebbe
potuto capire chiunque. I quadri non appartenevano a Paul
Hogg, quindi erano di proprietà di Minty Auchterlonie, che era
la sua fidanzata, supponeva Isabel, ed era stata nominata
separatim su due degli inviti. Si dà il caso che venissero
entrambi da galleristi: George Max-tone della Lothian Gallery
era proprio la persona da cui andare per comprare un quadro di
uno dei pittori scozzesi più importanti dei primi del
Novecento. Peter Thom e Jeremy Lambert gestivano una piccola
galleria in un paesino alle porte di Edimburgo, ma ricevevano
spesso commissioni da chi era in cerca di quadri particolari.
Avevano un fiuto infallibile nel trovare persone pronte a
vendere opere d'arte, ma che intendevano farlo con
discrezione. Alle due serate sarebbero stati presenti clienti
e amici, oppure persone che appartenevano a entrambe le
categorie.
«Minty...» iniziò Isabel, intendendo chiedere a Paul Hogg
notizie della sua fidanzata, ma venne interrotta.
«Sì, la mia fidanzata. Arriverà a momenti. Oggi farà un
po' tardi al lavoro, anche se per lei è l'orario normale. A
volte non torna fino alle undici o a mezzanotte.»
«Ah. Mi lasci indovinare. Fa... la chirurga, eh? Oppure è
nei vigili del fuoco?»
Paul Hogg rise. «Non proprio. Fa infiammare della gente,
mi sa, invece che spegnere incendi.»
«Ma che cosa carina! Quanta passione! Spero che diresti lo
stesso della tua fidanzata, Jamie.»
Paul Hogg sbirciò in direzione di Jamie, che guardò Isabel
con aria di rimprovero e poi, come ricordandosi la parte,
trasformò la smorfia in sorriso.
«Eh!» disse il ragazzo.
Isabel si voltò verso Paul Hogg. «E di cosa si occupa,
cosa la trattiene fino a tardi la sera?» Intuì la risposta
ancor prima di aver finito di chiederlo.
«Finanza aziendale» disse Paul Hogg. Isabel notò una
sfumatura di rassegnazione nella voce del giovane, quasi un
sospiro, e capì che era un punto dolente. Minty Auchterlonie,
che avrebbero conosciuto di lì a poco, non era una fidanzatina
appiccicosa, né una che aspirava a fare la casalinga. Doveva
essere un tipo tosto. Era lei quella che aveva i soldi e che
continuava a comprare quei quadri costosi. Isabel, tra
l'altro, si stava convincendo che non li comprasse per amore
dell'arte. Facevano parte di una strategia.
Si erano spostati davanti a una delle due grandi finestre
che davano sulla strada, accanto al Cowie che in realtà era un
Crosbie. Paul guardò fuori e picchiò delicatamente col dito
sul vetro. «Eccola. Sta arrivando Minty» disse, con malcelato
orgoglio.
Isabel e Jamie guardarono dalla finestra. Sotto di loro,
proprio di fronte all'ingresso dell'appartamento, una piccola
macchina sportiva un po' sporca stava parcheggiando. Era di
color verde petrolio, da corsa, con un'inconfondibile
mascherina cromata sul davanti. Isabel, che si interessava
poco di auto, non riusciva a riconoscere la marca: forse era
italiana, un'insolita Alfa Romeo. Magari una vecchia Spider:
secondo lei l'unica auto degna di questo nome mai prodotta in
Italia.
Qualche minuto dopo la porta si aprì e Minty entrò in
salotto. Isabel notò che Paul Hogg era scattato, come un
soldato all'arrivo di un ufficiale di alto grado. Sorrideva,
però, ed era evidentemente contento di vederla. Si capisce
sempre, pensò: le persone si illuminano quando sono davvero
contente di vedere qualcuno. Non ci si può sbagliare.
Guardò Minty, mentre Paul Hogg attraversava la stanza per
abbracciarla. Era alta, piuttosto spigolosa, poco meno di
trent'anni. Abbastanza da dover curare il trucco, che era
pesante, ma dato con sapienza. Aveva curato anche la scelta
dei vestiti, che erano evidentemente costosi e di buon taglio.
Diede due baci frettolosi sulle guance a Paul e si diresse
verso di loro. Strinse loro la mano e il suo sguardo si spostò
rapidamente su Isabel, ignorandola - e lei se ne accorse - per
soffermarsi su Jamie, con aria interessata. Dal primo momento
Isabel decise che non si fidava di lei.
16

«Non gli hai chiesto niente di Mark» disse Jamie


infervorandosi, una volta chiusa la porta in fondo alle scale.
Uscirono in strada. «Niente di niente! Cosa ci siamo venuti a
fare?»
Isabel lo prese sottobraccio e lo condusse verso
l'incrocio con Dundas Street. «Stai calmo. Sono solo le otto e
abbiamo tutto il tempo per cenare. Offro io, stasera. C'è un
ottimo ristorante italiano dietro l'angolo e possiamo andare
lì a parlare. Ti spiego tutto.»
«Ma non capisco il motivo. Siamo stati a parlare con Paul
Hogg e con quella sua tremenda fidanzata e dall'inizio alla
fine si è parlato d'arte. Soprattutto tu e quella Minty. Paul
Hogg se ne stava lì a fissare il soffitto. Si annoiava, me ne
sono accorto.»
«Anche lei si annoiava, me ne sono accorta io.»
Jamie rimase zitto e Isabel gli diede una strizzatina al
braccio. « Non preoccuparti, ti dirò tutto a cena. Vorrei solo
pensarci su un momento.»
Percorsero Dundas Street, attraversando Queen Street e
proseguirono per Thistle Street, dove si trovava il
ristorante. In città non c'era molta gente e Thistle Street
era libera dal traffico. Percorsero a piedi un pezzetto della
via, accompagnati dall'eco dei loro passi che rimbombavano
sulle facciate delle case di fronte. Poi, sulla destra, spuntò
l'ingresso discreto del ristorante.
Non era grande, otto tavoli in tutto, e solo un paio erano
occupati. Isabel riconobbe una coppia a un altro tavolo e fece
loro un cenno col capo. I due sorrisero e poi fissarono la
tovaglia per discrezione, anche se era evidente che fossero
curiosi.
«Bene, raccontami» disse Jamie non appena si sedettero.
Isabel si mise il tovagliolo sulle gambe e prese il menu.
«È merito tuo, almeno in parte.» «Mio?»
«Sì. Al Vincent mi hai detto che dovevo essere preparata
all'eventualità di scoprire che Paul Hogg era il nostro uomo.
Hai detto così, e mi hai dato da pensare.»
«Perciò hai deciso che è lui.»
«No. È lei, Minty Auchterlonie.»
«Stronza e tosta» mormorò Jamie.
Isabel sorrise. «Puoi dirlo forte. Io magari non userei
queste parole, ma concordo.»
«Mi è stata antipatica dal momento in cui è entrata.»
«Strano, perché ho avuto l'impressione che tu le piacessi.
Anzi, sono sicura che... come dire, che ti ha notato.»
Quell'affermazione sembrò mettere in imbarazzo Jamie, che
si mise a studiare il menu che il cameriere gli aveva messo di
fronte. «Non mi sono accorto...» cominciò.
«Certo che no. Solo un'altra donna se ne sarebbe accorta.
Ma Minty era interessata a te, anche se questo non le ha
impedito di annoiarsi di me e di te, dopo un po'.»
«Non so. Comunque è uno di quei tipi che non sopporto,
davvero.»
Isabel rifletté un momento. «Mi chiedo cos'è che ce l'ha
fatta rimanere indigesta.» Non era solo antipatia, c'era una
sfumatura in più, quella che in scozzese si esprime con
l'antico termine bizz. Antipatia, sì, ma irrazionale e
immotivata.
«È quello che rappresenta» suggerì Jamie. «Quel misto di
ambizione spietata e materialismo...»
«Sì. È vero. Può essere difficile da definire, ma credo
che lo capiamo tutti e due. E la cosa interessante è che lei è
così, ma lui no. Non sei d'accordo?»
Jamie annuì. « Lui mi è sembrato simpatico. Non lo farei
diventare il mio migliore amico, ma è abbastanza alla mano.»
«Esattamente. Ineccepibile, anche se niente di
eccezionale.»
«E di certo non è uno che eliminerebbe senza pietà
qualcuno che minacciasse di smascherarlo.»
Isabel scosse il capo. «No di certo.»
«Mentre lei...»
«È Lady Macbeth» disse Isabel con decisione. «Dovrebbe
esserci una sindrome con questo nome. Forse c'è, come la
sindrome di Otello.»
«E cos'è?»
Isabel prese un panino e lo spezzò sul piattino che aveva
di fianco. Non avrebbe usato il coltello per tagliarlo,
ovviamente, anche se Jamie lo stava facendo. In Germania un
tempo era considerata cattiva educazione tagliare le patate
con il coltello, usanza curiosa che lei non aveva mai capito.
L'aveva chiesto a un amico tedesco che le aveva dato una
bizzarra spiegazione. Non l'aveva preso tanto sul serio. «È
un'usanza del diciannovesimo secolo. Pare che l'imperatore
avesse una faccia da patata e che quindi il gesto fosse
considerato irriguardoso.» Isabel aveva riso, ma quando in
seguito aveva visto un ritratto dell'imperatore, aveva pensato
che fosse vero. Sembrava proprio una patata, così come Quinton
Hogg, ovvero Lord Hailsham, aveva un'aria un po' porcina. Se
lo immaginava a colazione, quando gli portavano la pancetta.
Posava coltello e forchetta e sospirava, intristito: « Non ce
la faccio proprio».
«La sindrome di Otello è la gelosia patologica» disse
Isabel prendendo il bicchiere di acqua frizzante che il
cameriere le aveva prontamente versato. «Di solito colpisce
gli uomini e fa sì che credano che la moglie o la partner li
tradisca. È un'ossessione e niente li può convincere del
contrario. Alla fine possono anche diventare violenti.»
Jamie la ascoltava attentamente, notò, e le venne in mente
che poteva sentirsi chiamato in causa. Era geloso di Cat?
Ovviamente sì. E Cat lo tradiva con un altro, almeno per come
la poteva vedere lui.
«Non preoccuparti» lo confortò. «Non sei il tipo del
geloso patologico.»
«Certo che no» rispose lui, un po' troppo affrettatamente.
Poi aggiunse: «Dove si può saperne di più? L'hai letto da
qualche parte?»
«Ho un libro che si chiama Sindromi psichiatriche atipiche
che ne raccoglie delle belle. Per esempio il 'culto della
manna'. Sono gruppi di persone che credono che verrà qualcuno
a riempirli di vettovaglie. Ci sono stati casi significativi
nei mari del Sud. Isole i cui abitanti credevano che alla fine
sarebbero arrivati gli americani e avrebbero lanciato
scatoloni pieni di cibo. Bastava saper aspettare.»
«E altri casi del genere?»
«La sindrome in cui si pensa di riconoscere le persone. Ti
sembra di averle già viste, ma non è così. È una malattia
neurologica. Quei due laggiù, per esempio, sono sicura di
conoscerli, ma probabilmente non è così. Forse ho anch'io
quella sindrome.» Si mise a ridere.
«Allora ce l'ha anche Paul Hogg. Dice che mi ha visto. È
la prima cosa che ha detto.»
«Probabilmente è così. Sei uno che si nota.»
«Non credo. Perché?»
Isabel lo guardò. Quant'era affascinante che non se ne
rendesse conto. E forse era meglio così, altrimenti avrebbe
potuto montarsi la testa. Perciò non disse niente, ma sorrise.
Che sciocca, Cat!
«E allora cosa c'entra Lady Macbeth?» chiese Jamie.
Isabel si piegò in avanti.
«Un'assassina» mormorò. «Assassina, furba e
manipolatrice.»
Jamie rimase immobile. La conversazione leggera e
sbarazzina era finita di colpo. Sentì freddo. «Lei?»
Isabel non sorrise. Parlò con tono serio: «Ho capito quasi
subito che i quadri non erano di Paul, ma della fidanzata. Gli
inviti delle gallerie erano per lei e lui dei quadri non ne
sapeva nulla. È stata lei a comprare tutte quelle croste
carissime».
«E allora? Avrà dei soldi.»
«Ah, ne ha senza dubbio. Ma, capisci, se hai parecchi
soldi che non vuoi lasciare a marcire in banca, i quadri sono
un buon investimento. Si possono pagare in contanti, volendo,
e sono oggetti che si rivalutano nel tempo e facilmente
trasportabili. Basta sapere quel che si compra, e lei lo sa
bene.»
«Ma non capisco cosa c'entri tutto ciò con Mark Fraser. È
Paul Hogg quello che lavorava con lui, non Minty.»
«Minty Auchterlonie è una stronza tosta, come hai detto tu
sagacemente, che lavora nella finanza aziendale in una banca
d'affari. Paul Hogg torna a casa dal lavoro e lei gli chiede
cosa ha fatto di bello quel giorno. Paul risponde il solito e
poi glielo racconta, visto che anche lei è del mestiere.
Alcune informazioni sono riservate, ma tra innamorati bisogna
dirsi la verità, perciò lei incamera tutte queste notizie. Poi
va a comprare azioni - o forse usa un prestanome - e guarda un
po', guadagna bene, grazie a quelle informazioni
confidenziali. I profitti li investe nei quadri, che lasciano
meno tracce. Oppure fa un accordo con un mercante d'arte. Gli
dà le informazioni e quello compra le azioni. Loro due non
sono collegati in nessun modo. Lui la ripaga con i quadri,
guadagnandoci immagino, e i dipinti non risultano venduti
ufficialmente, perciò nei suoi libri contabili non c'è
registrato nessun introito soggetto a tassazione.»
Jamie rimase a bocca aperta. «E tutto questo l'hai capito
stasera? Mentre venivamo qui?»
Isabel si mise a ridere. «Non è nulla di complicato. Una
volta intuito che non era Paul, e una volta vista lei, tutti i
pezzi sono andati a posto. Ovviamente è solo un'ipotesi, ma
potrebbe essere quella giusta.»
Fin qui era tutto chiaro a Jamie, ma non capiva ancora
perché Minty si sarebbe dovuta sbarazzare di Mark. Isabel
glielo spiegò. Minty era ambiziosa. Sposare Paul Hogg, che
evidentemente avrebbe fatto carriera alla McDowell's, era un
terno al lotto. Era un tipo gentile e servizievole e
probabilmente si riteneva fortunata ad averlo come fidanzato.
Uomini più forti e dominanti avrebbero trovato Minty difficile
da reggere, ci sarebbe stata troppa competizione. Paul Hogg
era perfetto. Ma se fosse venuto fuori che Paul le aveva
passato delle informazioni - sia pure in buona fede - il
giovane avrebbe perso il lavoro. Non sarebbe stato lui a
commettere insider trading, ma lei sì. E se fosse stata
rivelata questa magagna, non solo anche lei avrebbe perso il
lavoro, ma l'avrebbero estromessa dal mondo della finanza
aziendale. La fine del mondo, per la ragazza. Se si poteva
evitare solo facendo accadere una tragica fatalità, pazienza.
La gente come Minty Auchterlonie non brillava per i propri
scrupoli di coscienza. Non aveva idea che ci fosse un'altra
vita dopo questa, un giudizio di qualche tipo, e quindi
l'unica cosa che si frapponeva tra lei e l'omicidio era il suo
senso interiore del bene e del male. E non c'era bisogno di
osservarla a lungo per capire che Minty Auchterlonie era assai
deficitaria sotto quell'aspetto.
«Temo che la nostra amica Minty abbia dei problemi
psichici» concluse Isabel. « Molti non se ne accorgono, ma è
evidente.»
«La sindrome di Lady Macbeth?»
«Magari anche quella, se esiste. Pensavo a qualcosa di più
consueto: psicopatia, o sociopatia, mettila come vuoi. È
sociopatica. Non si farebbe il minimo scrupolo morale nel fare
qualcosa che è nei suoi interessi. Tutto qui.»
«Per esempio, spingere qualcuno giù dal loggione della
Usher Hall?»
«Proprio così.»
Jamie ci pensò su un momento. La spiegazione di Isabel
sembrava plausibile e lui era pronto ad accettarla. Ma aveva
idea di cosa fare a quel punto? Aveva formulato solo delle
congetture, nient'altro. Presumibilmente ci voleva qualche
tipo di prova se volevano fare qualcosa. E di prove non ne
avevano neanche l'ombra, eccetto una teoria sul movente. « E
adesso che si fa?» chiese Jamie.
Isabel sorrise. «Non ne ho idea.»
Jamie non riuscì a mascherare l'irritazione di fronte alla
sua noncuranza. « Non possiamo lasciar perdere. A questo punto
dobbiamo andare fino in fondo.»
«Non intendevo dire che dobbiamo lasciar perdere» rispose
Isabel con tono conciliante. « E non importa se non so cosa
fare in questo momento. Un periodo di stasi è proprio quel che
ci vuole.»
Vedendo che Jamie rimaneva perplesso, gli spiegò: «Credo
che lei sappia. Che abbia capito perché siamo andati da loro».
«Ha detto qualcosa?»
«Sì. Stavo parlando con lei, mentre tu eri impegnato a
chiacchierare con Paul Hogg. E mi ha detto che aveva saputo
dal suo fidanzato che ero interessata - ha detto proprio così:
'interessata' - a Mark Fraser. Ha atteso che rispondessi
qualcosa, ma io ho solo annuito. Dopo un po' è tornata
sull'argomento, chiedendomi se lo conoscevo bene. Ho svicolato
ancora e lei era sulle spine, me ne sono accorta. E non mi
stupisce.»
«Allora pensi che sappia che abbiamo dei sospetti su di
lei?»
Isabel bevve un sorso di vino. Dalla cucina si spandeva
nella sala il profumo dell'aglio e dell'olio d'oliva. «Senti
che profumo delizioso. Se lei pensa che sappiamo? Forse. Ma a
prescindere da questo, sono sicura che prima o poi si farà
viva. Vorrà capire meglio cosa pensiamo di fare. Verrà lei da
noi, basta darle qualche giorno.»
Jamie sembrava ancora perplesso. «Questi sociopatici, come
si sentono? Dentro, intendo.»
Isabel sorrise. «Non si commuovono, sono freddi,
impassibili. Prendi un gatto, per esempio. Quando fa qualcosa
di sbagliato, resta impassibile. I gatti sono sociopatici,
sono così di natura.»
«Ed è colpa loro? Bisogna biasimarli per questo?»
«Non è colpa del gatto essere gatto e quindi non bisogna
biasimarlo perché si comporta come tale: mangia gli uccellini
e gioca con la preda. Non può farci niente.»
«E le persone come Minty? Possono farci qualcosa?»
«È una questione complicata, dire se sono responsabili
delle loro azioni. C'è una letteratura interessante
sull'argomento. Si potrebbe dire che i loro atti sono frutto
della loro psicopatologia: si comportano così perché la loro
personalità è fatta in quel modo, ma non hanno scelto di avere
quel disturbo. Perciò, come possono essere responsabili di
qualcosa che non hanno deciso loro?»
Jamie guardò verso la cucina. Vide uno dei cuochi
intingere un dito in una pentola e poi leccarselo con aria
pensosa. Un cuoco sociopatico sarebbe stato un incubo. « È una
di quelle questioni che discuti alla domenica con i tuoi amici
del Club dei filosofi dilettanti? Potreste parlare della
responsabilità morale di persone del genere.»
Isabel sorrise mesta. « Se riuscissi a farla, una riunione
del Club. Già, se ci riuscissi.»
«La domenica è un giorno difficile.»
«Già, l'ha detto anche Cat.» Si interruppe. Non le piaceva
nominare troppo Cat in presenza di Jamie. Di colpo il ragazzo
prendeva sempre un'aria malinconica. Disperata, si sarebbe
detto.
17

Ho proprio bisogno di qualche giorno senza intrighi, pensava


Isabel. Devo ricominciare a curare la rivista, a fare le
parole crociate senza interruzioni e a uscire di tanto in
tanto per fare quattro passi fino a Bruntsfield e
chiacchierare del più e del meno con Cat. Non devo passare
tutto il tempo a cospirare insieme a Jamie nei pub e nei
ristoranti, lottando contro avide donne d'affari con la
passione per opere d'arte costose.
Non aveva dormito bene, la notte. Aveva salutato Jamie
dopo la cena al ristorante ed era arrivata a casa un bel po'
dopo le undici. A letto, una volta spento l'abat-jour, con la
luce della luna che proiettava in camera l'ombra dell'albero
di fronte alla finestra, era rimasta sveglia a pensare al
punto di stallo a cui le sembrava che fossero giunti. Anche se
la mossa seguente spettava a Minty Auchterlonie, bisognava
prendere delle decisioni difficili. E c'era tutta la faccenda
di Cat e Toby. Avrebbe tanto desiderato che non le fosse mai
venuto in mente di seguirlo: quello che aveva scoperto le
pesava sulla coscienza. Aveva deciso di non fare nulla per il
momento, ma sapeva che stava solo rimandando un problema che
prima o poi avrebbe dovuto affrontare. Non sapeva proprio come
si sarebbe comportata con Toby quando l'avrebbe rivisto.
Sarebbe riuscita a trattarlo normalmente, cioè in modo non
proprio amichevole forse, ma almeno con un minimo di
educazione?
Riuscì a addormentarsi, ma solo a tratti, e così la
mattina dopo quando arrivò Grace dormiva ancora della grossa.
Se non la trovava al piano di sotto, la governante andava
sempre a controllare come stava, portandole una rinvigorente
tazza di tè. Isabel si svegliò quando Grace bussò alla porta.
«Dormito male?» le chiese sollecita, posando la tazza di
tè sul comodino.
Isabel si mise a sedere, stropicciandosi gli occhi. «Credo
di essermi addormentata solo dopo le due.»
«È preoccupata?» le chiese Grace, guardandola.
«Sì. Preoccupazioni e dubbi. Di tutto un po'.»
«So come ci si sente, capita anche a me. Mi preoccupo per
il mondo, mi chiedo dove andremo a finire.»
«Finirà non già con uno schianto ma con un piagnisteo,
diceva T.S. Eliot, e ormai lo citano tutti. Ma è una
sciocchezza e sono sicura che si è pentito di quella frase.»
«Che stupido. Il suo amico, il signor Auden, non l'avrebbe
mai detta, vero?»
«Certo che no» rispose Isabel rigirandosi nel letto per
prendere la tazza. «Anche se qualche sciocchezza l'ha detta
anche lui, da giovane.» Bevve un sorso di tè, che come sempre
parve schiarirle immediatamente le idee. «E ne ha dette anche
da vecchio. Ma tra l'una e l'altra fase di solito era
acutissimo.»
Isabel scese dal letto, cercando con la punta del piede le
pantofole sul tappetino. «Se ha scritto qualcosa di sbagliato,
è stato solo per avidità, e se potesse tornare indietro la
cambierebbe. Alcune sue poesie le ha addirittura sconfessate
come 1° Settembre 1939.»
Tirò le tende. Era un luminoso giorno di primavera e il
sole cominciava a scaldare un po'. «Ha detto che era una
poesia disonesta, anche se penso che abbia alcuni versi
splendidi. In Lettere dall'Islanda ha scritto un verso che non
vuol dire assolutamente niente, ma che ha un suono magnifico:
'E i porti hanno nomi per il mare'. E un verso splendido,
vero? Ma non vuol dire niente, Grace, non trova?»
«Già. Non vedo come i porti possano dare nomi al mare, non
lo capisco proprio.»
Isabel si stropicciò gli occhi. «Grace, voglio passare una
giornata tranquilla. Pensa di potermi dare una mano?»
«Ma certo.»
«Risponda al telefono e dica a tutti che sto lavorando,
cosa che ho intenzione di fare davvero. Dica a tutti che li
richiamo domani.»
«Tutti tutti?»
«Tranne Cat. E Jamie. Con loro posso parlare, anche se
spero che non chiamino. Tutti gli altri dovranno aspettare.»
Grace approvò. Le piaceva essere al comando della casa e
la richiesta di filtrare le chiamate le era oltremodo gradita.
«Era ora. Lei è al servizio di questo e quello. È
ridicolo. Ha bisogno di un po' di tempo da dedicare a se
stessa.»
Isabel sorrise: Grace era la sua miglior alleata. Per
quanto potessero avere dei dissidi, alla fine lei sapeva bene
che Grace prendeva a cuore i suoi interessi. Era una fedeltà
rara, in un'epoca piena di egoisti. Era una virtù fuori moda,
di quelle che i suoi colleghi filosofi magnificavano ma non
riuscivano mai a mettere in pratica. Grace, nonostante la sua
tendenza a disprezzare un certo tipo di persone, aveva molte
virtù. Credeva in un Dio che alla fine avrebbe reso giustizia
a coloro cui era stato fatto un torto. Credeva nell'impegno e
nell'importanza di non arrivare mai in ritardo e di non
perdere giornate di lavoro per delle «presunte malattie», e
non ignorava mai una richiesta d'aiuto da parte delle persone,
a prescindere dal loro status sociale o dall'errore che li
aveva messi in difficoltà. Era di animo generoso, per davvero,
nonostante l'aspetto a volte burbero.
«Lei è fantastica, Grace» disse Isabel. «Dove saremmo
tutti quanti senza di lei?»
Lavorò tutta la mattina. Nella posta era arrivato un altro
pacco di proposte di articoli per la rivista e ne annotò i
dettagli nell'apposito quaderno. Aveva il sospetto che diversi
di quegli articoli non avrebbero passato la prima scrematura.
Uno, però, Analisi etica del gioco d'azzardo, poteva offrire
qualche spunto. Quali erano i problemi etici in materia?
Isabel pensava che si potesse affrontare l'argomento da un
punto di vista strettamente utilitaristico. Se si avevano sei
figli, come succedeva spesso ai giocatori - era forse un'altra
forma d'azzardo, ipotizzò -allora si aveva il dovere morale di
gestire oculatamente il proprio patrimonio, per il bene della
prole. Ma se uno era ricco e senza legami, cosa c'era di
intrinsecamente sbagliato nel giocarsi in una scommessa magari
non l'ultimo quattrino, ma gli spiccioli che avanzavano?
Isabel ci pensò un momento. I kantiani non avrebbero avuto
dubbi sulla risposta, ma era proprio quello il problema
dell'etica kantiana: era talmente prevedibile, e non lasciava
spazio alle sfumature. Proprio come Kant stesso, pensò lei.
Per un filosofo era difficile essere tedesco. Molto meglio
trovarsi nei panni dei francesi, irresponsabili e giocosi, o
dei greci, seri, ma spensierati. Le sue radici, però, erano
invidiabili, pensava: la scuola scozzese della filosofia del
senso comune da una parte e il pragmatismo americano
dall'altra. Era una combinazione perfetta. Certo, c'erano
stati gli anni passati a Cambridge, che voleva dire
Wittgenstein e una certa dose di filosofia del linguaggio. Ma
era roba che non aveva mai fatto male a nessuno: bastava
ricordarsi di ripudiarla una volta maturi. «E farei meglio ad
ammettere di essere ormai matura» pensò Isabel guardando dalla
finestra del suo studio che dava sul giardino anteriore con i
cespugli lussureggianti e i primi petali bianchi che
spuntavano sulla magnolia.
Come lettura mattutina scelse uno degli articoli più
promettenti. Se ne valeva la pena, l'avrebbe spedito ai
revisori nel pomeriggio, con la soddisfazione di aver
combinato qualcosa. Era proprio quel che le serviva. La sua
attenzione era stata attratta dal titolo, soprattutto per via
dell'argomento: la genetica. Era il contesto del problema, che
in sé riguardava di nuovo il dire la verità. Si imbatteva in
continuazione in questioni incentrate sulla sincerità: prima
quell'articolo sull'essere sinceri nei rapporti sessuali, che
l'aveva tanto divertita e che era già stato recensito in modo
positivo da uno dei revisori della rivista. Poi il tradimento
di Toby, che aveva portato quella questione al centro della
sfera morale di Isabel. Il mondo sembrava basato su bugie e
mezze verità, e uno dei compiti dell'etica era quello di
aiutarci a negoziare il nostro cammino in mezzo a questi
ostacoli. Sì, ce n'erano tante di menzogne, ma non riuscivano
a sminuire in alcun modo il potere della verità. Non l'aveva
detto benissimo Aleksandr Solzenicyn nel suo discorso in
occasione del premio Nobel? «Una sola parola di verità
conquisterà il mondo.» Era solo una vana speranza di uno che
aveva vissuto immerso in un mondo orwelliano fatto di menzogne
di Stato, oppure una plausibile fede nelle capacità della
verità di dissipare le tenebre? Doveva essere vera la seconda
ipotesi. In caso contrario, la vita era troppo triste per
continuare a vivere. Da questo punto di vista aveva ragione
Camus: la principale questione filosofica era il suicidio. Se
non esisteva la verità, allora la vita non aveva senso ed era
inutile come la fatica di Sisifo. Se era così, che senso aveva
continuare a vivere? Pensò per un attimo a quegli aggettivi
così inquietanti: orwelliano, sisifico, kafkiano. Ne
esistevano altri? Per un filosofo o uno scrittore era un
grande onore diventare un aggettivo. Aveva già incontrato il
termine «hemingwayano», che poteva andar bene per una vita
fatta di pesca e corride, ma finora non aveva mai trovato un
aggettivo che descrivesse il mondo fatto di fallimenti e
topaie in cui Graham Greene ambientava i suoi racconti morali.
« Greenesco» pensò: orribile. Forse «greeniano». Anche se
greeneland esisteva già...
E ora le si parava davanti un'altra questione dedicata
alla verità, stavolta in un saggio di un filosofo della
National University of Singapore, un certo dottor Chao. Dubbi
sul padre era il titolo, mentre il sottotitolo recitava:
Paternalismo e sincerità nel mondo della genetica. Isabel si
trasferì dalla scrivania alla poltrona vicino alla finestra,
la sua preferita per leggere i saggi. Mentre si spostava suonò
il telefono. Grace rispose dopo tre squilli. Isabel attese: la
governante non la chiamò, perciò tornò a rivolgere la sua
attenzione a Dubbi sul padre.
L'articolo, scritto in modo chiaro, iniziava con un
aneddoto. I genetisti si trovano spesso alle prese con casi di
errori di paternità, sosteneva il dottor Chao. Questi casi
pongono problemi di difficile soluzione: bisogna rivelare
questi errori? E come? Presentava un esempio incentrato
proprio su questa questione.
Il signor e la signora B. avevano avuto un figlio affetto
da una malattia genetica. Anche se si pensava che il bambino
sarebbe sopravvissuto, aveva una sindrome abbastanza grave da
sollevare il problema se fare un test alla signora B. durante
le future gravidanze. Alcuni feti, infatti, contraevano la
malattia, mentre altri non ne erano affetti. L'unico modo per
diagnosticarla era un controllo prenatale.
Fin qui tutto chiaro, pensò Isabel. Ovviamente controlli
del genere sollevavano questioni ancora più ampie, in
particolare di eugenetica, ma il dottor Chao non sembrava
preoccuparsene e a ragione. Il suo saggio era dedicato alla
sincerità e al paternalismo. Lo scritto proseguiva: il signor
e la signora B. si sottopongono a un test genetico che
confermi la loro condizione di portatori sani. Perché quella
particolare malattia si verifichi, infatti, entrambi i
genitori devono essere portatori di quel gene particolare.
Quando il dottore riceve i risultati dell'esame, però, si
accorge che la signora B. è portatrice, mentre il marito no.
Il bambino nato con quella malattia, perciò, era figlio di un
altro. La signora B. - che poteva stare per Bovary, pensò
Isabel - aveva un amante.
Una soluzione sarebbe stata dire i risultati alla signora
B. in privato e lasciare a lei la decisione se confessare o
meno al marito. Di primo acchito questa scelta sembrava la
migliore, visto che significava evitare la responsabilità di
far finire un matrimonio. L'obiezione era, però, che in questo
modo il signor B. avrebbe vissuto tutta la vita pensando di
essere portatore di un gene che in realtà non possedeva. Era
suo diritto ricevere questa informazione dal dottore, con cui
aveva un rapporto professionale? Il dottore aveva dei doveri
nei suoi confronti. Ma quali ne erano i limiti?
Isabel giunse all'ultima pagina dell'articolo. C'era la
bibliografia, compilata in modo corretto, ma non c'era una
conclusione. Il dottor Chao non sapeva risolvere il problema
che aveva sollevato. Era una cosa sensata: era legittimo porre
domande a cui non si sapeva rispondere o a cui non si voleva
dare risoluzione. In generale, però, Isabel preferiva gli
articoli che prendevano posizione su un argomento.
Le venne in mente di chiedere a Grace cosa ne pensasse.
Era il momento del caffè mattutino, tra l'altro, perciò aveva
una scusa per andare in cucina. Trovò Grace che stava
svuotando la lavastoviglie.
«Devo raccontarle una storia un po' complicata. Poi le
chiederò di dirmi che ne pensa. Non si preoccupi del perché,
mi dica solo cosa farebbe lei.»
Le raccontò la storia del signor e della signora B. Grace
continuò a togliere i piatti dalla lavastoviglie durante il
racconto, ma si interruppe alla fine dell'aneddoto.
«Scriverei una lettera al signor B.» rispose Grace. «Gli
direi di non fidarsi di sua moglie.»
«Capisco.»
«Ma non la firmerei. Sarebbe una lettera anonima.»
Isabel non riuscì a nascondere la sorpresa. «Come,
anonima? Perché?»
«Non lo so. Mi ha detto di non preoccuparmi dei motivi. Io
farei così, punto e basta.»
Isabel rimase in silenzio. Era abituata ai pareri insoliti
di Grace, ma questa curiosa scelta di una lettera anonima la
lasciava perplessa. Stava per farle altre domande, ma Grace
cambiò argomento.
«Ha telefonato Cat. Non voleva disturbarla, ma le sarebbe
piaciuto passare a bere un tè nel pomeriggio. Ho detto che le
avrebbe fatto sapere.»
«Bene, ho voglia di vederla.»
Sincerità e paternalismo. Non aveva fatto progressi, le
pareva, ma decise d'un tratto di chiedere a Grace cosa ne
pensasse.
«Ecco un'altra questione, Grace. Immagini di scoprire che
Toby ha un'altra ragazza senza che Cat lo sappia. Cosa
farebbe?»
Grace aggrottò la fronte. «È complicato. Non credo che lo
direi a Cat.»
Isabel si tranquillizzò. Almeno su quel punto erano
d'accordo.
«Penso che andrei da Toby e gli direi che deve lasciare
Cat, minacciandolo, se non lo fa, di raccontare tutto a
quell'altra. Così mi libererei di lui, perché non vorrei che
un tipo del genere sposasse Cat. Farei così.»
Isabel annuì. «Capisco. Senza esitazioni?»
«Sì, assolutamente.» Poi aggiunse: «Certo, tanto non
capita, no?»
Isabel esitò: era un'altra circostanza in cui poteva
scapparle una bugia. Ma quel momento di esitazione fu più che
sufficiente.
«Oddio! Povera Cat!» esclamò Grace. «Povera! Non mi è mai
piaciuto quel ragazzo, sa. Non volevo dirglielo, ma adesso,
accidenti! E quei calzoni color fragola, quelli che porta
sempre? Lo sapevo fin dall'inizio cosa volevano dire. Lo
sapevo.»
18

Cat arrivò alle tre e mezzo per il tè. Aveva affidato il


negozio a Edelie. Fu Grace a farla entrare in casa,
guardandola con aria strana, le parve. Certo, Grace era strana
di suo, da sempre, e Cat lo sapeva bene. Aveva le sue teorie e
convinzioni praticamente su tutto, e non si capiva mai cosa
avesse in mente. Come faceva Isabel a sopportare i discorsi
che facevano in cucina, Cat non lo sapeva proprio. Forse la
ignorava, più che altro.
Isabel era nel casotto estivo, intenta a correggere bozze.
Era una piccola costruzione ottagonale di legno, dipinta di
verde scuro, sul retro, appoggiata all'alto muro di pietra che
racchiudeva il giardino. Quand'era malato, il padre di Isabel
ci passava giornate intere a guardare il prato, a pensare e a
leggere, anche se faceva fatica a voltare le pagine e doveva
farsi aiutare dalla figlia. Dopo la sua morte, per qualche
anno Isabel non era più riuscita a tornare nel casotto, che le
riportava alla memoria tanti ricordi, ma col tempo aveva preso
l'abitudine di andarci a lavorare anche d'inverno. Si poteva
scaldare con la stufa a legna norvegese piazzata in un angolo.
Era un capanno spoglio, fatta eccezione per tre fotografie
incorniciate appese alla parete di fronte alla porta. Suo
padre con l'uniforme da fuciliere dei Cameronians in Sicilia
sotto un sole cocente, di fronte a una villa requisita. Tutto
quel coraggio e quello spirito di sacrificio, tanto tempo fa,
per una causa decisamente giusta. Sua madre, la sua santa
madre americana - che una volta per sbaglio Grace aveva
chiamato la sua « sanitaria» madre americana - seduta accanto
a suo padre in un caffè di Venezia. E lei da bambina insieme
ai suoi genitori, in occasione di quello che le sembrava un
picnic. Scolorite agli angoli, le foto avevano bisogno di
essere restaurate, ma per ora Isabel non le toccava.
Era una giornata calda per essere in primavera, quasi
estiva, perciò aveva aperto la doppia porta a vetri del
casotto. Vide Cat che arrivava attraversando il prato, con un
sacchettino di carta marrone in mano. Era sicuramente qualcosa
della sua gastronomia: Cat non veniva mai a mani vuote. Le
doveva aver portato un vasetto di pâté di tartufo o di olive
preso a caso dagli scaffali del negozio.
«Topolini di cioccolato belga» disse Cat posando il
sacchetto sul tavolo.
«Cat, la gattina che porta dei topi come regalo» replicò
Isabel mettendo da parte le bozze. «Mia zia, la tua prozia,
aveva una gatta che acchiappava i topi e glieli metteva sul
letto. Che bel pensiero.»
Cat si accomodò sulla sedia di vimini accanto a Isabel.
«Grace mi ha detto che sei in clausura. Nessuno ti deve
disturbare, tranne me.»
Grace aveva dimostrato il solito tatto, pensò Isabel. Era
meglio non nominare troppo spesso Jamie in presenza di Cat.
«La vita sta diventando complicatissima e volevo una
giornata in cui combinare qualcosa e tirarmi un po' fuori.
Sono sicura che mi capisci.»
«Sì, sono quei giorni in cui vuoi rannicchiarti su te
stessa e far sparire il mondo. Capita anche a me.»
«Grace ci porterà del tè, così possiamo fare due
chiacchiere. Per oggi ho lavorato abbastanza.»
Cat sorrise. «Getto la spugna anch'io. Eddie può cavarsela
da solo fino alla chiusura. Vado a casa a cambiarmi e poi
esco... cioè, usciamo.»
«Bene» disse Isabel. Uscivano. Lei e Toby, ovviamente.
«Dobbiamo festeggiare» proseguì Cat, guardando Isabel di
sbieco. «Andiamo a cena e poi a ballare.»
Isabel trattenne il fiato. Non se l'aspettava quel
momento, ma lo temeva. E ora era arrivato. «Festeggiate?»
Cat annuì. Non guardò Isabel mentre parlava, ma tenne gli
occhi fissi sul prato. Aveva un tono guardingo. «Io e Toby
ieri sera abbiamo deciso di sposarci. Faremo le pubblicazioni
sui giornali la settimana prossima. Volevo che fossi la prima
a saperlo.» Fece una pausa. «Credo che lui l'abbia detto ai
suoi genitori, ma a parte loro non lo sa nessun altro. Solo
tu.»
Isabel si voltò verso la nipote e le prese la mano.
«Tesoro, brava. Congratulazioni.» Era riuscita a fare uno
sforzo tremendo, come una cantante che cerca di prendere una
nota troppo alta, ma il tentativo non fu sufficiente. Le era
uscita una voce piatta e priva di entusiasmo.
Cat la guardò: «Dici sul serio?»
«Voglio solo che tu sia felice. Se è questo che ti fa
felice, allora certo che dico sul serio.»
Cat soppesò per un attimo quanto aveva detto. «Sono
congratulazioni un po' troppo filosofeggianti. Non riesci a
dirmi qualcosa di più personale?» Non diede a Isabel il tempo
di replicare, anche se lei non aveva una risposta pronta e ci
avrebbe dovuto pensare su un bel po'. «Non ti piace, vero? Non
sei disposta a dargli neanche una chance, neppure se te lo
chiedo io.»
Isabel abbassò lo sguardo. Non riuscì a mentire, stavolta.
«Non mi è mai stato molto simpatico, lo ammetto. Ma ti giuro
che farò tutti gli sforzi possibili, anche se è difficile.»
Cat non perse l'occasione. Alzò la voce, tutta indignata.
«Come, anche se è difficile? Perché dev'essere difficile?
Perché devi parlare così?»
Isabel non riuscì a controllare l'emozione. Quella del
matrimonio era una notizia tremenda e si dimenticò di essersi
ripromessa di non dire niente. «Non credo che ti sia fedele.
L'ho visto con un'altra. Ecco perché.»
Si fermò, inorridita per quello che le era uscito di
bocca. Non ne aveva intenzione - sapeva che era sbagliato - ma
le era scappato, come se l'avesse detto qualcun altro. Si
sentì subito malissimo e pensò: è così che si commettono dei
torti, senza pensarci. Fare il male non era difficile, non era
una cosa che si premeditava accuratamente. Bastava una frase o
un gesto casuale, semplicissimo. Era la teoria di Hannah
Arendt: la semplice banalità del male. Solo il bene era frutto
di eroismo.
Cat era rimasta immobile. Poi scostò la mano che Isabel le
aveva appoggiato leggermente su una spalla. «Fammi capire
bene. Hai detto che l'hai visto con un'altra donna. E così?»
Isabel annuì. Ormai non poteva più fare marcia indietro,
perciò la sincerità era l'unica possibilità rimasta. «Sì, mi
dispiace. Non volevo dirtelo, perché non penso di dovermi
immischiare negli affari tuoi. Ma l'ho visto davvero. L'ho
visto che abbracciava un'altra. Stava andando a trovarla, era
all'ingresso del suo appartamento. Io... passavo di lì e l'ho
visto per caso.»
«Dove?» chiese a bassa voce Cat. «Dove l'hai visto, di
preciso?»
«In Nelson Street.»
Cat restò per un momento in silenzio. Poi scoppiò a ridere
e le passò tutta la tensione. «Ci abita sua sorella, Fiona.
Povera Isabel! Ovviamente hai capito fischi per fiaschi. Va
spesso a trovarla e certo che la bacia. Sono molto legati. La
loro è una famiglia molto affettuosa.» No, pensò Isabel. Non
sono affettuosi, almeno non per come lo intendo io.
«In realtà era la coinquilina di sua sorella, non sua
sorella.»
«Lizzie?»
«Non ho idea di come si chiami.»
Cat sbuffò e poi disse decisa. «Non ha senso. Hai mal
interpretato un bacetto sulla guancia e adesso non sei neanche
disposta ad ammettere di esserti sbagliata. Sarebbe diverso se
lo riconoscessi, ma neanche quello. Lo odi proprio.»
Isabel reagì. «Non lo odio, non hai il diritto di dire
così.» Sapeva però che Cat quel diritto ce l'aveva, perché
mentre parlava le venne in mente l'immagine di una valanga e
si vergognò.
Cat si alzò. «Mi dispiace molto. Capisco perché hai
pensato di dirmi questa cosa, ma penso che tu sia ingiusta.
Amo Toby e ci sposeremo. Punto e basta.» E uscì dal casotto.
Isabel si alzò dalla sedia, sparpagliando le bozze per
terra. «Cat, ti prego. Sai quanto ti voglio bene. Lo sai. Ti
prego...» Non terminò la frase. Cat aveva cominciato ad
attraversare di corsa il prato, tornando verso la casa. Grace
era sulla porta della cucina con un vassoio in mano. Si spostò
per far passare Cat e le cadde tutto per terra.
La giornata era rovinata. Dopo la litigata con Cat, Isabel
passò un'ora a discutere della situazione con Grace, che fece
del suo meglio per rassicurarla.
«Magari continuerà a fare così per un po'. Adesso
sicuramente rifiuta la possibilità che sia vero. Ma poi ci
ripenserà e le si farà strada un tarlo. Comincerà a pensare
che magari è vero e prima o poi le cadranno le fette di salame
dagli occhi.»
Isabel vedeva male la situazione, ma dovette riconoscere
che forse Grace non aveva tutti i torti. «Ma per il momento
non mi perdonerà.»
«Probabilmente no» constatò Grace. «Ma potrebbe migliorare
le cose se le scrivesse una lettera per dirle quanto le
dispiace. La perdonerà quando sarà il momento, ma sarà più
facile se lei lascia una porta aperta.»
Isabel fece come le aveva consigliato Grace. Scrisse una
breve lettera a Cat in cui si scusava per il dolore che le
aveva dato e sperava che la nipote la perdonasse. Ma proprio
mentre scriveva «Ti prego, perdonami», si ricordò di aver
detto solo qualche settimana prima proprio a Cat che c'era un
«perdono prematuro». Le aveva detto che c'era gente che diceva
un sacco di sciocchezze sul perdono: non capivano - o non
avevano mai sentito - quel che diceva il professor Strawson in
Libertà e risentimento sulle reazioni e sulla loro importanza.
Strawson, il professore: Isabel anagrammò istintivamente
quelle tre parole, ottenendo «Senti l'orror, fesso Wasp». Che
ingiustizia. Il risentimento, sosteneva Strawson, era
necessario, visto che serviva a identificare e sottolineare un
torto. Senza questa reazione corriamo il rischio di indebolire
la nostra percezione di ciò che è giusto e sbagliato, perché
potremmo pensare che, in fin dei conti, non ha nessuna
importanza. Non bisogna, perciò, perdonare prematuramente:
forse era questo il motivo per cui papa Giovanni Paolo II
aveva aspettato tutti quegli anni prima di andare a trovare il
suo attentatore in cella. Isabel si chiedeva cosa avesse detto
il papa a colui che gli aveva sparato. «Ti perdono», forse?
Oppure qualcosa d'altro, magari poco indulgente? Sorrise al
pensiero: anche i papi erano esseri umani, dopo tutto, e si
comportavano come tali. Di tanto in tanto probabilmente si
guardavano allo specchio e si chiedevano: sono davvero io
questo qui, con questo vestito un po' assurdo? Sono io quello
che sta per uscire sul balcone a salutare tutta quella folla,
piena di bandierine, speranze e lacrime?
Un'ipotesi ideata al ristorante, dopo diversi bicchieri di
vino italiano e in compagnia di un bel giovanotto, era una
cosa. Una che invece stesse in piedi anche alla luce del
giorno era tutt'altro discorso. Isabel sapeva bene che quelle
su Minty Auchterlonie non erano altro che congetture. Se era
vero che c'erano state delle irregolarità alla McDowell's, e
se era vero che Mark Fraser le aveva scoperte per caso, ciò
non significava necessariamente che Paul Hogg fosse implicato.
L'idea che si era fatta di un suo possibile coinvolgimento era
plausibile, forse, ma niente di più. Apparentemente la
McDowell's era una grande azienda, e non c'era motivo di
collegare Paul Hogg alla scoperta di Mark.
Isabel sapeva che se voleva dare delle fondamenta un po'
più solide alla sua ipotesi, anzi, se voleva che fosse anche
solo minimamente credibile, doveva scoprire qualcosa di più
sulla McDowelTs. E la cosa non sarebbe stata facile. Avrebbe
dovuto parlare con qualcuno dell'ambiente finanziario: le
avrebbero saputo dire qualcosa anche se non erano dipendenti
della McDowelTs. Il mondo della finanza di Edimburgo era una
specie di paesino, proprio come quello degli avvocati, perciò
sicuramente fiorivano i pettegolezzi. Ma le sarebbe servito
ben altro: doveva capire come fare a scoprire se qualcuno
aveva acquistato azioni illecitamente grazie a informazioni
riservate. Bisognava controllare le transazioni? E come
accidenti avrebbe potuto fare a racimolare informazioni su chi
aveva comprato certe azioni non meglio identificate tra i
milioni di transazioni che avvengono ogni anno nelle borse di
tutto il mondo? Ovviamente, poi, gli insider traders avrebbero
fatto in modo di coprire le proprie tracce usando dei
prestanome e degli agenti offshore. Se per questo reato
c'erano pochi processi e ancor meno condanne, un motivo c'era.
Era impossibile da provare. Insomma, qualsiasi uso avesse
fatto Minty delle informazioni ricevute dal suo fidanzato,
sarebbe stato impossibile incastrarla. Poteva agire
impunemente a meno che, e non era un'eccezione da poco,
qualcuno all'interno - uno come Mark Fraser - non potesse
collegarla alle informazioni in possesso di Paul Hogg. Mark,
però, era morto. Ciò voleva dire che Isabel doveva ricorrere
al suo amico Peter Stevenson, finanziere, filantropo che non
amava la pubblicità e presidente della Really Terrible
Orchestra.
19

West Grange House era un grande edificio squadrato dipinto di


bianco, risalente alla fine del Settecento. Sorgeva in
un'ampia tenuta di Grange, elegante sobborgo periferico a
fianco di Morningside e Bruntsfield, non lontano dalla casa di
Isabel e vicinissimo alla gastronomia di Cat. Peter Stevenson
aveva sempre desiderato quella casa e non si era fatto
sfuggire l'occasione quando inaspettatamente era stata messa
sul mercato.
Peter aveva avuto successo lavorando in una banca d'affari
e intorno ai quarantacinque anni aveva deciso di mettersi in
proprio, diventando consulente aziendale. Le società che
attraversavano un periodo di difficoltà finanziarie lo
chiamavano perché tentasse di salvarle. Oppure a richiedere il
suo intervento di mediazione erano società che avevano un
consiglio d'amministrazione particolarmente litigioso. Con il
suo modo di fare conciliante aveva messo pace in aziende in
difficoltà, convincendo le persone a sedersi e a considerare i
problemi uno alla volta.
«C'è una soluzione per tutto» disse a Isabel, rispondendo
a una domanda che lei gli aveva rivolto riguardo al suo
lavoro, mentre la faceva entrare in soggiorno. «Per tutto.
Basta ridurre il problema all'osso e ricominciare da lì. Basta
fare un elenco ed essere ragionevoli.»
«Cosa che non capita spesso» replicò Isabel.
Peter sorrise. «Ci si può lavorare. C'è gente che diventa
ragionevole anche se all'inizio non lo era.»
«Alcuni no, però» insistette Isabel. «Ci sono persone
irragionevoli nel profondo. Sono parecchi, ancora vivi o tra i
più. Idi Amin e Pol Pot, tanto per fare un esempio.»
Peter rifletté su quel modo di dire. Chi diceva ancora
«tra i più», per intendere i morti? Era una cosa tipica di
Isabel usare parole desuete e mantenerle vive, come fa un
giardiniere con una piantina. E brava Isabel.
«Chi non intende ragioni di solito non gestisce
un'azienda» ribatté Peter. «Anche se a volte governa una
nazione. I politici sono diversi dagli uomini d'affari o dai
manager. La politica affascina le persone sbagliate.»
Isabel concordava: «Già, è così. Tutti quegli ego
esagerati. E per quello che si mettono in politica, perché
vogliono dominare gli altri. Amano il potere e le sue
trappole. Sono pochi quelli che si danno alla politica per
rendere migliore il mondo. Magari qualcuno c'è, ma sono
pochi».
Peter ci pensò su un momento. «Be', ci sono i Gandhi e i
Mandela, direi, e il presidente Carter.»
«Jimmy Carter?»
Peter annuì. «Era un brav'uomo. Fin troppo educato per la
politica: credo che si sia ritrovato alla Casa Bianca per
sbaglio. Ed era anche troppo sincero. Fece delle dichiarazioni
di un'onestà imbarazzante sulle sue tentazioni private, e la
stampa ci andò a nozze. E tutti quelli che l'hanno richiamato
all'ordine avevano pensato esattamente le stesse cose. A chi
non è capitato?»
«Le conosco bene le tentazioni. Lo capisco...»
Si interruppe. Peter la guardò con aria interrogativa e
Isabel proseguì subito: «Non tentazioni di quel tipo. Mi
capita di desiderare che cadano delle valanghe...»
Peter sorrise e le indicò una poltrona. «Be', chacun â son
rève.»
Isabel si accomodò e guardò il giardino. Era più grande
del suo e di maggior respiro. Forse, se avesse abbattuto un
albero, anche lei avrebbe avuto più luce, ma sapeva bene che
non l'avrebbe mai fatto. Sarebbe morta lei prima che perissero
gli alberi. Le querce, da quel punto di vista, servivano da
lezione. Ogni volta che le guardava, si ricordava che
probabilmente sarebbero state in piedi anche molto tempo dopo
la sua morte.
Guardò Peter. Sembrava un po' una quercia, pensò. Non
nell'aspetto, certo - che ricordava piuttosto un glicine - ma
perché era una persona di cui potersi fidare. Inoltre era
discreto e gli si potevano raccontare delle cose senza temere
che venissero strombazzate ai quattro venti. Perciò se gli
avesse chiesto della McDowell's, cosa che fece in quel
momento, nessun altro avrebbe saputo del suo interesse.
Peter soppesò la domanda per un momento. «Ne conosco
diversi, che lavorano lì. Sono persone oneste, a quanto ne
so.» Fece una pausa. «Ma conosco uno che potrebbe raccontarti
qualcosa di più. Se n'è appena andato a causa di una lite,
perciò magari ha voglia di parlarne.»
La risposta di Isabel fu immediata: era esattamente quello
che sperava. Peter conosceva tutti e poteva metterti in
contatto con chiunque. «Proprio quello che vorrei. Grazie.»
«Ma devi stare attenta» proseguì Peter. «Innanzitutto non
conosco direttamente questo tizio, perciò non ci metto la mano
sul fuoco. Poi devi ricordarti che potrebbe nutrire del
rancore verso l'azienda. Non si sa mai. Se vuoi conoscerlo,
comunque, a volte viene ai nostri concerti perché sua sorella
è nell'orchestra. Insomma, devi venire a sentirci domani sera.
Farò in modo che tu riesca a parlargli alla festa dopo il
concerto.»
Isabel si mise a ridere. «La tua orchestra? La Really
Terrible Orchestra?»
«Esattamente. E mi sorprende che tu non sia mai venuta a
un nostro concerto. Sono sicuro di averti invitato.»
«È vero, ma quella volta ero via. Mi è dispiaciuto
perdermelo. Ho sentito dire che è stato...»
«Terribile. Sì, siamo pessimi, però ci divertiamo. Gran
parte del pubblico viene per farsi quattro risate, comunque,
quindi non importa se suoniamo male.»
«Basta che facciate del vostro meglio?»
«Esatto. E temo che il nostro meglio non sia mai un
granché. Ma fa lo stesso.»
Isabel guardò il prato. Trovava curioso che chi era
riuscito molto bene in una cosa nella vita cercasse spesso di
eccellere anche in altro, senza successo. Peter era stato un
finanziere di grande fama. Ora era un clarinettista mediocre.
Senza dubbio il successo rendeva più sopportabile il
fallimento. O forse no. Forse ci si abitua a far bene le cose
a tal punto che diventa frustrante non avere successo anche
nel resto. Ma Isabel sapeva che non era il caso di Peter: lui
era contento di suonare il clarinetto «modestamente», come era
solito dire.
Isabel chiuse gli occhi e si mise ad ascoltare. I
musicisti seduti nell'auditorium della scuola femminile di
Murrayfield, che ospitava pazientemente la Really Terrible
Orchestra, stavano affrontando una partitura ben oltre le loro
capacità. Purcell non intendeva che si suonasse così la sua
composizione anzi, forse non l'avrebbe neanche riconosciuta.
Isabel riusciva a cogliere qualche passaggio che conosceva, ma
le sembrava che le diverse sezioni dell'orchestra suonassero
pezzi diversi, e a velocità diverse. Gli archi erano
particolarmente disgraziati, ed erano più bassi di diversi
toni, mentre i tromboni, invece che suonare in sei ottavi come
il resto dell'orchestra, parevano andare in quattro quarti.
Aprì gli occhi e osservò i trombonisti, concentrati sullo
spartito con l'aria corrucciata. Se avessero guardato il
direttore sarebbero riusciti ad andare a tempo, ma a stento
erano in grado di leggere le note. Isabel scambiò un sorriso
con la persona seduta accanto a lei. Il pubblico si divertiva,
come succedeva sempre a un concerto della Really Terrible
Orchestra.
Il brano di Purcell giunse al termine, con evidente
sollievo dell'orchestra. Molti dei musicisti abbassarono gli
strumenti e fecero un gran sospiro, come un corridore alla
fine di una gara. Tra il pubblico si udirono risate soffocate
e il frusciare delle pagine mentre venivano consultati i
programmi. Li attendevano Mozart e un bizzarro Yellow
Submarine. Non c'era Stockhausen, notò Isabel sollevata,
ricordando per un istante con tristezza la sera alla Usher
Hall. Era il motivo per cui si trovava lì, dopotutto, ad
ascoltare la Really Terrible Orchestra che si faceva strada a
fatica lungo il programma della serata di fronte a un pubblico
perplesso, anche se affezionato.
Ci furono applausi convinti alla fine del concerto e il
direttore, con il suo panciotto ricamato d'oro, fece diversi
inchini. Poi pubblico e musicisti attraversarono l'atrio per
andare a bere vino e mangiare panini forniti dall'orchestra
come ringraziamento ai presenti.
«È il minimo che possiamo fare» commentò il direttore.
«Siete stati così pazienti.»
Isabel conosceva alcuni dei musicisti e molte persone del
pubblico e si trovò ben presto in mezzo a un gruppo di amici
raccolti intorno a un grande piatto di panini al salmone
affumicato.
«Mi pareva che stessero migliorando, ma non ne sono più
tanto sicuro dopo stasera. Il brano di Mozart...» diceva uno.
«Ah, ecco che cos'era.»
«È terapeutico» aggiunse un altro. «Pensa a com'erano
felici. Sono persone che non potrebbero suonare in
nessun'altra orchestra. È una fantastica terapia di gruppo.»
Uno si rivolse a Isabel. «Lei potrebbe entrare
nell'orchestra. Suona il flauto, no?»
«In effetti. Ci sto pensando.» In realtà, però, pensava a
Johnny Sanderson, che doveva essere quello accanto a Peter
Stevenson. Il suo amico lo stava portando verso di lei,
fendendo la folla, e Johnny la fissava.
«Volevo che vi incontraste» disse Peter, facendo le
presentazioni. «Johnny, potremmo riuscire a convincere Isabel
a entrare nell'orchestra. E molto più brava di noi, ma ci
servirebbe un'altra flautista.»
«Vi servirebbero un sacco di cose» disse Johnny. «Delle
lezioni di musica, per cominciare...»
Isabel si mise a ridere. «Non sono andati male. Yellow
Submarine mi è piaciuta.»
«È il loro pezzo forte» disse Johnny, prendendo una fetta
di pane nero con il salmone affumicato.
Parlarono dell'orchestra per qualche minuto prima che
Isabel cambiasse argomento. Aveva saputo che Johnny aveva
lavorato alla McDowell's: gli piaceva? Sì, fu la risposta. Poi
ci pensò su un momento e la guardò di traverso con aria di
esagerato e scherzoso sospetto. «Era questo il motivo per cui
voleva conoscermi?» Fece una pausa. «O meglio, per cui Peter
voleva che ci conoscessimo?»
Isabel lo guardò negli occhi. Non c'era motivo di
dissimulare, pensò lei. Si vedeva che Johnny Sanderson era un
tipo astuto.
«Sì. Voglio sapere qualcosa di più su di loro.»
Johnny annuì. « Non c'è molto da sapere. E un ambiente
normale. Anzi, a dir la verità sono tutti tipi piuttosto
noiosi. Ero in buoni rapporti con alcuni di loro, direi, ma in
generale li trovavo abbastanza... tediosi. Mi dispiace, so che
sembro arrogante, ma è così. Gente che vive di numeri.
Matematici.»
« Paul Hogg?»
Johnny fece spallucce. «Abbastanza a posto. Un po' troppo
zelante per i miei gusti, ma è bravo nel suo lavoro. È il
tipico personaggio che lavora in posti del genere. Alcuni dei
nuovi assunti sono un po' diversi. Ma Paul è della finanza
dell'Edimburgo vecchio stile, retto fino al midollo.»
Isabel gli passò il piatto di salmone affumicato, e Johnny
ne prese un'altra fetta. Lei sollevò il bicchiere e assaggiò
il vino, che era di una qualità molto migliore di quello che
veniva servito di solito in occasioni del genere. Opera di
Peter, pensò.
L'aveva colpita una cosa che aveva detto Johnny. Se Paul
Hogg era il tipico impiegato della McDowell's -retto fino al
midollo, come aveva detto lui - com'erano quelli nuovi? «
Quindi la McDowell's sta cambiando?»
«Certo, come tutto il mondo. Tutti stanno cambiando: le
banche, le società finanziarie, i broker. C'è un nuovo stile,
più spietato. Si prendono le scorciatoie. È così dappertutto,
no?»
«Immagino di sì.» Aveva ragione, comunque. Le antiche
certezze morali stavano scomparendo ovunque, soppiantate
dall'egoismo e dalla crudeltà.
Johnny ingollò il pane nero col salmone e si leccò la
punta di un dito. «Paul Hogg. Paul Hogg. Mmm. A dire il vero,
pensavo che fosse un po' un cocco di mamma, e invece mi tira
fuori quella fidanzata: una stronza da competizione. Minty
qualcosa. Auchtermuchty, Auchendinny...»
«Auchterlonie» lo corresse Isabel.
«Non è sua cugina, spero. Mi auguro di non aver fatto
gaffe.»
Isabel sorrise. «Quello che ha detto rispecchia più o meno
la mia opinione, anzi è stato fin troppo tenero.»
«Vedo che ci capiamo. È dura come un muro di cemento.
Lavora per quella società di Charlotte Square, l'Ecosse Bank.
Ed è anche una gran baldracca, se vuole la mia opinione. Se la
fa con un paio di ragazzi dell'ufficio di Paul. L'ho vista
quando Paul non c'era. Una volta l'ho beccata a Londra, in un
bar della City. Pensavano che non ci fosse nessun altro di
Edimburgo in giro. Io c'ero e l'ho vista, che faceva la gatta
morta con una stella nascente di Aberdeen, uno che è entrato
alla McDowell's perché è bravo a truccare le cifre e ha fatto
investimenti rischiosi che hanno pagato. Si chiama Ian
Cameron. Gioca a rugby in una qualche squadra. Tipo muscoloso,
ma anche col cervello.»
«Faceva la gatta morta?»
Johnny fece un gesto eloquente. «Così. Gli si è buttata
addosso. Linguaggio del corpo non platonico.»
«Ma lei è fidanzata con Paul Hogg.»
«Appunto.»
«E Paul lo sa?»
Johnny scosse il capo. «Paul è un povero ingenuo. E si è
preso una donna che probabilmente è un po' troppo ambiziosa
per lui. Capita.»
Isabel bevve un altro sorso di vino. «Ma lei che cosa ci
trova in Paul? Perché si è messa con lui?»
«La rispettabilità» disse Johnny con aria decisa. «È una
buona copertura se vuoi far strada nel mondo della finanza di
Edimburgo. Il padre di Paul è stato uno dei fondatori della
Scottish Montreal e del Gullane Fund. Se non sei nessuno, per
così dire, e vuoi diventare qualcuno, niente di meglio del
povero Paul. Ha tutte le conoscenze giuste. Le noiosissime
cene del Fettes College. I posti prenotati dall'azienda al
Festival Theatre, con la cena dopo l'opera. È perfetto!»
«E nel frattempo lei prosegue la sua carriera?»
«Certo. Le interessano i soldi, direi, e poco altro. Anzi,
mi correggo. Gli uomini. Quelli un po' grezzi come Ian
Cameron.»
Isabel rimase in silenzio. L'infedeltà a quanto pareva non
era insolita. La scoperta della condotta di Toby l'aveva
sorpresa, ma ora che aveva sentito le storie che giravano su
Minty, forse c'era proprio da aspettarselo. Forse bisognava
stupirsi della fedeltà, cosa cui alludevano anche i
sociobiologi. Gli uomini hanno un forte impulso ad avere il
maggior numero di partner possibili, per garantire la
sopravvivenza dei loro geni, a quanto pare. E le donne? Forse
sono inconsciamente attratte dagli uomini che inconsciamente
cercano di garantirsi la maggior diffusione dei propri geni.
In questo senso Minty e Ian erano una coppia perfetta.
Isabel si sentiva confusa, ma non tanto da non riuscire a
fare la domanda successiva con aria innocente. «E immagino che
Ian e Minty possano fare discorsi intimi riguardo affari,
soldi e cose del genere. Le pare?»
«No. In quel caso sarebbe insider trading e io sarei il
primo ad avere il piacere di smascherarli e di inchiodarli per
le orecchie al portone del New Club.»
Isabel si immaginò la scena. Era bella quasi quanto
l'immagine di Toby sepolto da una valanga. Ma si fermò e disse
invece: «Credo che sia successo proprio questo».
Johnny rimase immobile, con il bicchiere quasi alle
labbra. Fissò Isabel. «Dice sul serio?»
Lei annuì. «Non posso spiegarle esattamente perché, ma
posso garantirle che ho i miei buoni motivi. Mi può aiutare a
dimostrarlo? Può aiutarmi a rintracciare le loro transazioni?»
Johnny posò il bicchiere. «Sì, certo. Ci posso provare,
almeno. Non approvo la disonestà nel mondo della finanza.
Rovina il mercato e mette tutti in pessima luce. Gente del
genere è un flagello.»
«Bene» disse Isabel. «Sono contenta.»
«Ma qualunque cosa lei faccia bisogna essere discreti. Se
si sbaglia ci mettiamo in guai grossi. Non si possono fare
affermazioni diffamatorie in questo campo. Ci farebbero causa
e io farei la figura dello scemo. Capisce?»
Isabel capiva perfettamente.
20

La sera che seguì quel pomeriggio spiacevole in cui Isabel


aveva espresso le sue paure dopo aver ricevuto la «buona
notizia» da Cat, la nipote e Toby erano andati al ristorante
prima del previsto, visto che non c'erano tavoli disponibili
sul tardi. C'era una riunione del Circolo dei legali franco-
britannici, organizzata dall'associazione degli avvocati, e
molti dei suoi componenti avevano prenotato un tavolo per cena
dopo l'incontro. Sarebbe stata una buona occasione per parlare
della giurisprudenza del Conseil d'Etat, e di altri argomenti
simili.
Cat aveva lasciato la casa di Isabel in lacrime. Grace
aveva cercato di rivolgerle la parola quand'era entrata in
cucina, ma la ragazza se n'era andata senza ascoltarla. In
quel momento provava solo rabbia. Isabel non avrebbe potuto
essere più chiara nei confronti di Toby: fin dall'inizio lo
aveva tenuto a distanza, considerandolo talmente male che
forse lui stesso se n'era accorto. Cat non se ne sarebbe
stupita, anche se il giovane non le aveva mai detto niente al
proposito. Capiva, ovviamente, che c'erano divergenze tra
loro, ma non c'era motivo perché Isabel fosse così prevenuta.
Toby non era un intellettuale come lei, ma che importava?
Avevano abbastanza in comune per trovare un punto d'incontro.
Non era un completo ignorante, come le aveva fatto notare Cat
in più di un'occasione.
Isabel però aveva mantenuto lo stesso le distanze,
paragonando sempre Toby a Jamie. Era questo a darle fastidio
più di tutto il resto. Le relazioni tra le persone non
potevano essere paragonate. Cat sapeva cosa voleva in un
rapporto: un po' di divertimento e anche passione. Toby era
appassionato. La desiderava con una foga che la eccitava, cosa
che Jamie non aveva mai fatto. Parlava troppo e cercava sempre
di compiacerla. Dov'erano i suoi sentimenti? Non c'era niente
che gli importasse? Forse Isabel questo non lo capiva. E come
avrebbe potuto? Aveva avuto una relazione disastrosa molto,
molto tempo prima e da allora, a quanto ne sapeva lei, non
aveva avuto altre storie. Perciò non era certo in grado di
capire, e tantomeno di criticare, una cosa di cui aveva scarsa
conoscenza.
Una volta arrivata alla gastronomia la rabbia le era
sbollita. Aveva anche pensato di tornare sui suoi passi e
cercare di riconciliarsi con Isabel, ma se voleva vedere Toby
alle sei come previsto avrebbe dovuto tornare subito a casa.
Nel negozio non c'era molta gente e sembrava che Eddie se la
stesse cavando bene. Nei giorni precedenti era stato un po'
più allegro del solito, cosa che Cat trovava di buon auspicio,
ma non voleva contare troppo su di lui. Ci sarebbe voluto
molto più tempo, pensava; anni, forse.
Parlò brevemente col suo commesso e poi tornò a casa. Era
ancora preoccupata per la conversazione con Isabel, ma cercò
di levarsela dalla testa in tutti i modi. Quella sera doveva
essere la loro festa privata di fidanzamento, e non voleva
rovinarla più di così. Isabel si sbagliava, punto e basta.
Toby arrivò puntualissimo e fece le scale di corsa fino
alla sua porta con in mano un grosso mazzo di garofani.
Nell'altra mano aveva una bottiglia di champagne avvolta
nella carta, ancora gelata. Entrarono in cucina e Cat preparò
un vaso per i fiori mentre Toby armeggiava con lo champagne.
Si era scosso durante la corsa su per le scale, perciò il
tappo saltò via con un botto e la schiuma si riversò sulla
bottiglia. Toby commentò l'esplosione con una battuta che fece
arrossire Cat.
Brindarono alla loro salute prima di passare in soggiorno.
Poi, poco prima dell'arrivo del taxi, andarono in camera e si
abbracciarono. Toby disse che adorava il profumo della sua
camera da letto. Le mise in disordine il vestito e lei dovette
trattenersi per mantenere una certa compostezza. Non aveva mai
provato un sentimento così intenso, pensò, mai.
A cena parlarono del più e del meno, delle parole da usare
nell'annuncio sullo «Scotsman» e della reazione dei genitori
di Toby quando gliel'aveva detto.
«Il vecchio sembrava proprio sollevato. Ha detto qualcosa
come 'Era ora, accidenti'. Poi gli ho detto che mi serviva un
aumento di stipendio e gli è sparito il sorriso.»
«E tua madre?»
«Ha continuato a ripetere che brava ragazza che sei. Anche
lei sembrava molto sollevata: credo che abbia sempre pensato
che mi sarei sposato con una qualche zoccola tremenda. Non che
ne avesse motivo.»
«Certo che no» disse Cat con ironia.
Toby le sorrise. «Sono felice che tu abbia accettato.» Le
prese la mano. «Ci sarei rimasto malissimo se mi avessi detto
di no.»
«E cosa avresti fatto? Ti saresti trovato un'altra?»
La domanda rimase per un attimo a mezz'aria. Cat
gliel'aveva fatta senza pensarci, ma in quel momento avvertì
improvvisamente qualcosa alla mano, come una piccola scossa
elettrica. Una leggera contrazione. Guardò Toby in faccia e
per un secondo o due lo vide adombrarsi. Gli comparve una luce
diversa negli occhi: era quasi impercettibile ma lei se ne
accorse.
Gli lasciò la mano e rimase turbata per un istante. Si
mise a togliere le briciole di pane cadute dal piatto.
«Perché dovrei?» disse Toby e sorrise. «No di certo.»
Cat sentì che le batteva il cuore all'impazzata, mentre le
tornava in mente la conversazione con Isabel, che aveva
dimenticato fino a quel momento.
«Certo che no» disse in tono leggero. «Certo che no.» Ma
le venne alla mente l'immagine di Toby insieme a quell'altra,
la coinquilina di Fiona. Lui era nudo accanto a una finestra a
guardare fuori come faceva sempre quando si alzava dal letto,
mentre l'altra lo contemplava. Chiuse gli occhi per liberarsi
di quel pensiero e di quell'immagine tremenda, senza
riuscirci.
«Cosa facciamo?» gli chiese all'improvviso.
«Quando?»
Cat cercò di sorridere. «Adesso. Torniamo a casa o andiamo
a trovare qualcuno? Ho voglia di uscire.»
«Dubito che troveremo qualcuno ancora a casa. Magari
Richard ed Emma? Loro non escono mai: potremmo portare una
bottiglia di champagne e comunicargli la bella novità.»
Cat pensò rapidamente. La sfiducia si stava facendo strada
dentro di lei veloce come una crepa nel ghiaccio. «No, non mi
va di andare fino a Leith. E Fiona? È tua sorella, in fondo.
Dovremmo festeggiare con lei. Andiamo in Nelson Street.»
Lo guardò. Toby aveva aperto un poco la bocca mentre lei
iniziava a parlare, come per interromperla, ma l'aveva
lasciata finire.
«Ma no, dai. La vediamo domani dai miei. Non c'è bisogno
di andarci adesso.»
«No, dobbiamo andare da Fiona. Davvero. Ci tengo.»
Toby non protestò oltre, ma Cat capiva che era a disagio.
Sul taxi rimase in silenzio a guardare dal finestrino mentre
scendevano per il Mound e superavano il dosso di George
Street. Anche lei non disse niente, tranne che per chiedere al
tassista di fermarsi a un'enoteca aperta fino a tardi. Toby
scese in silenzio, comprò una bottiglia di champagne e risalì
sul taxi. Fece una battuta sul gestore del negozio e poi disse
qualcosa che non c'entrava niente sulla loro visita ai suoi
genitori il giorno dopo. Cat annuì, senza registrare quello
che le aveva detto.
Si fermarono di fronte all'appartamento di Nelson Street.
Toby pagò il tassista mentre Cat lo aspettava sui gradini.
Dentro, la luce era accesa: Fiona era in casa. Mentre
aspettava Toby, Cat suonò il campanello guardandolo di
sottecchi. Stava giocherellando con la carta in cui era stata
avvolta la bottiglia di champagne. «La strappi.»
«Cosa?»
«Strappi la carta.»
La porta si aprì. Non era Fiona, ma l'altra ragazza.
Guardò Cat senza capire, poi vide Toby. «Fiona...» iniziò a
dire Cat.
« Non c'è» disse l'altra. Si fece avanti verso Toby, che
sembrò ritrarsi per un momento. Lei allungò la mano e lo
afferrò per il polso. «Chi è la tua amica, eh Toby? Chi...»
«La fidanzata» disse lei. «Mi chiamo Cat.»
21

Isabel aveva spedito la lettera di scuse a Cat il giorno prima


del concerto della Really Terrible Orchestra e la nipote le
aveva risposto un paio di giorni dopo. La risposta era
arrivata tramite una cartolina con il ritratto che Raeburn
aveva fatto del reverendo Robert Walker mentre pattinava sul
ghiaccio del Duddingston Loch. Era un quadro grandioso e a
livello locale riconoscibile quanto la Nasata di Venere. Le
opere eccezionali, pensava Isabel, erano in grado di
tranquillizzare chi le vedeva. Ti facevano restare lì fermo
per la meraviglia, cosa che non capitava con Damien Hirst e
Andy Warhol. Le loro opere non ti meravigliavano. Ti
spiazzavano, magari, ma non era lo stesso. La meraviglia era
tutta un'altra cosa.
Girò l'immagine del religioso settecentesco e lesse il
messaggio di Cat: « Certo che ti perdono. Ti perdono sempre.
Tra l'altro è successa una cosa che ha dimostrato che avevi
ragione. Ecco, pensavo che sarebbe stato difficile da scrivere
ed è stato così. Mi è quasi caduta la penna di mano. Vieni a
prendere un caffè in negozio, così ti faccio provare un nuovo
formaggio. È portoghese e sa di olive. Cat».
Isabel si sentì fortunata: sua nipote aveva un buon
carattere, anche se le mancava un po' di giudizio in materia
di uomini. Molte ragazze non avrebbero perdo nato così
prontamente la sua intromissione. Ancor meno sarebbero state
quelle pronte ad ammettere che la loro zia aveva ragione in
questioni del genere. Ma la notizia le era molto gradita e
Isabel non vedeva l'ora di sapere come aveva fatto Cat a
smascherare Toby. Forse l'aveva seguito, come aveva fatto lei
stessa, ed era stata persuasa dalla prova più convincente di
tutte: vedere con i propri occhi.
Si incamminò verso Bruntsfield, gustando il calore che
iniziava a trasmettere il sole. In Merchiston Crescent c'erano
dei lavori in corso: stavano incastrando una nuova casa in un
piccolo terreno in un angolo, e c'era un sacco di cemento in
mezzo al marciapiede sporco di terra. Pochi passi più avanti
vide i gabbiani che volteggiavano sui tetti cercando un luogo
in cui fare il nido. Nel quartiere erano considerati un vero
flagello, quei grossi uccelli dal fastidioso stridio che
attaccavano chi si avvicinava troppo ai loro nidi. Ma anche
gli esseri umani costruiscono e lasciano in giro cemento,
pietre e spazzatura, e aggrediscono chi invade il loro
territorio. La «Rivista di etica applicata» stava progettando
per l'anno seguente un numero speciale dedicato all'etica
dell'ambiente e Isabel aveva richiesto articoli
sull'argomento. Forse qualcuno avrebbe parlato dell'etica dei
rifiuti. Non che ci fosse molto da dire: i rifiuti erano
decisamente sbagliati e certo nessuno si sarebbe schierato in
loro difesa. Ma perché è sbagliato lasciare in giro rifiuti? E
solo una questione di estetica, basata sull'idea che
l'inquinamento dell'ambiente sia brutto da vedere? Oppure
l'aspetto estetico è collegato alla percezione del fastidio
che gli altri provano di fronte ai rifiuti? In quel caso,
forse, abbiamo anche il dovere di essere belli di fronte agli
altri, per ridurre al minimo il fastidio che suscitiamo in
loro. C'erano risvolti interessanti.
Una di queste implicazioni si presentò a Isabel cinquanta
passi dopo, di fronte alla posta, da cui uscì un giovane sui
venticinque anni - suppergiù dell'età di Jamie - con diverse
punte di metallo inserite nel labbro inferiore e nel mento.
Gli speroni metallici spuntavano con aria arrogante, come
minuscoli falli appuntiti, e Isabel immaginò quanto dovesse
essere fastidioso baciare un uomo così agghindato. La barba
era un conto - e c'erano comunque donne che si lamentavano
della reazione della loro pelle al contatto con la barba degli
uomini -, ma doveva essere fastidiosissimo sentire quelle
punte di metallo contro le labbra e le guance. Forse fredde e
di sicuro appuntite. Ma chi avrebbe voluto baciare quel
ragazzo dall'aria sprezzante e dallo sguardo arcigno? Isabel
si pose la domanda e si rispose subito: ovviamente molte
ragazze lo volevano baciare e probabilmente lo facevano.
Ragazze con gli anellini all'ombelico e al naso, che portavano
collari borchiati. Le punte e gli anellini erano
complementari, del resto. Quel giovane non doveva far altro
che cercare una compagna che gli corrispondesse.
Attraversando la strada verso la gastronomia di Cat,
Isabel vide il giovane con i piercing attraversare rapidamente
la strada davanti a lei e inciampare all'improvviso sul bordo
del marciapiede. Perse l'equilibrio e cadde, finendo con un
ginocchio per terra. Isabel, che era qualche passo dietro di
lui, si affrettò ad avvicinargli e gli diede una mano per
aiutarlo ad alzarsi. Il ragazzo si rimise in piedi e contemplò
lo strappo sul ginocchio dei suoi jeans scoloriti. Poi guardò
Isabel e sorrise.
«Grazie.» Aveva una voce gentile, con un leggero accento
di Belfast.
« È facile inciampare. Stai bene?»
«Direi di sì. Ho rotto i jeans, tutto qui. Del resto al
giorno d'oggi te li vendono già stracciati e te li fanno
pagare cari. Io me li sono fatti gratis.»
Isabel sorrise e poi d'un tratto le uscì una frase
inaspettata. «Perché hai quei ferri in faccia?»
Il ragazzo non sembrò infastidito dalla domanda. «In
faccia? I piercing?» Toccò la barretta che gli usciva dal
labbro inferiore. «Sono i miei gioielli, direi.»
«Gioielli?» Isabel lo guardò, notando il minuscolo
anellino d'oro che portava a un sopracciglio.
«Sì. Lei porta i gioielli e anch'io. Mi piacciono e
dimostrano che non me ne frega niente.»
«Di cosa?»
«Di quello che pensano gli altri. Dimostra che ho il mio
stile. Sono io, questo. E non porto nessuna uniforme.»
Isabel gli sorrise. Le piaceva la sua franchezza e la
cadenza del suo accento. «Bravo. Le uniformi non sono una
bella cosa.» Fece una pausa. Il sole si rispecchiava su una
delle barrette di metallo, creando un gioco di riflessi sul
labbro superiore. «A meno che tu non ti sia messo un'altra
uniforme per la voglia di evitare le uniformi. È possibile,
no?»
Il ragazzo rovesciò il capo all'indietro. «Okay» disse
ridendo. « Sono uguale a tutti quelli che hanno i piercing. E
allora?»
Isabel lo guardò. Era una conversazione insolita e le
sarebbe piaciuto prolungarla. Ma doveva vedere Cat e non
poteva passare la mattinata a discutere di piercing con quel
ragazzo. Si congedarono e lei entrò nella gastronomia. Edelie,
in piedi davanti a uno scaffale su cui stava impilando sardine
portoghesi, le diede un'occhiata di traverso e poi tornò a
guardare le scatolette, con aria concentrata.
Trovò Cat in ufficio, impegnata al telefono. La nipote
posò la cornetta e la guardò. Isabel si accorse con sollievo
che non c'era traccia di risentimento nel suo sguardo. Il
biglietto che le aveva mandato rispecchiava i suoi sentimenti.
Meno male.
«Hai ricevuto il mio messaggio?»
«Sì. E mi dispiace tanto di averti turbata. Non mi ha
fatto piacere sapere che avete rotto.» Mentre diceva così si
accorse che non era la verità e le tremò la voce sulle ultime
parole.
Cat sorrise. «Forse, o forse no. Ma non parliamone più, se
non ti dispiace.»
Bevvero un caffè insieme, poi Isabel tornò a casa. C'era
del lavoro da sbrigare - era arrivata un'altra messe di
articoli per la rivista - ma si accorse di non essere in grado
di occuparsene. Si chiedeva, invece, quando avrebbe avuto
notizie di Johnny Sanderson, sempre che lui la chiamasse.
Johnny Sanderson telefonò a Isabel, come le aveva
promesso, qualche giorno dopo il concerto della Really
Terrible Orchestra. Si potevano incontrare nella sede della
Scotch Whisky Society di Leith, le disse, quella sera alle
sei. C'era una degustazione di whisky e lei poteva
partecipare, se reggeva i liquori. Johnny aveva delle
informazioni da darle, e gliele avrebbe illustrate durante
l'assaggio. Avrebbero avuto modo di parlare. Isabel conosceva
pochissimo il whisky e lo beveva raramente. Sapeva però che
aveva gli stessi rituali di degustazione del vino, anche se il
linguaggio impiegato era molto diverso. Gli «annusatori» di
whisky, come amavano chiamarsi, non vedevano di buon occhio i
termini pretenziosi che secondo loro usavano i sommelier di
vino. Gli appassionati di enologia ricorrevano ad aggettivi
ricercati e pomposi, mentre i whisky nosers parlavano un
linguaggio di tutti i giorni, trovando nel whisky tracce di
«alghe stantie» e persino di «nafta». Isabel apprezzava la
scelta dei termini. I whisky di malto delle Isole Ebridi, che
non riusciva quasi nemmeno ad assaggiare - nonostante suo
padre ne fosse un grande estimatore - le facevano venire in
mente l'antisettico e l'odore della piscina della scuola.
«Nafta» era il termine giusto per descriverne il sapore. Certo
non avrebbe espresso opinioni del genere nella sede della
Scotch Whisky Society e neppure le avrebbe confessate a Johnny
Sanderson al quale, a quanto si diceva, il whisky scorreva
nelle vene. Veniva da una famiglia di distillatori delle
Highlands da quattro generazioni, il cui capostipite - amava
ricordare lui stesso con orgoglio - era stato un semplice
mezzadro che aveva una distilleria clandestina dietro l'ovile.
Indubbiamente, i produttori di alcol erano fondatori di vere e
proprie dinastie: era il caso di un politico che suo nonno
aveva conosciuto poco prima della seconda guerra mondiale. Il
nonno di Isabel, uomo di sani principi, aveva capito le sue
intenzioni e aveva rifiutato un'allettante offerta per
l'acquisto della sua azienda. In seguito non faceva che
rabbrividire ogni volta che si faceva il nome di quel
politico, commento eloquente più di qualsiasi parola.
Isabel era divertita dall'idea che i gesti accompagnassero
le parole. La incuriosiva vedere i cattolici devoti farsi il
segno della croce quando si nominava la BVM. Le piaceva anche
l'acronimo BVM, che faceva sembrare la Madonna qualcosa di
moderno, efficiente e rassicurante, come un CdA o una macchina
GTI o persino una BMW. In posti come la Sicilia c'era gente
che sputava per terra quando qualcuno pronunciava il nome di
un nemico, mentre in Grecia facevano lo stesso quando si
parlava della Turchia o dei turchi. La famiglia dello zio
greco di un suo amico faceva in modo che l'uomo non sentisse
mai nominare la Turchia, altrimenti gli sarebbe venuto un
infarto. Il proprietario di un albergo di un'isola greca dove
una volta aveva pernottato si rifiutava di ammettere che dalla
terrazza dell'hotel si scorgesse in lontananza la costa turca.
Lo negava, non la vedeva proprio. Insomma, ci si poteva
convincere che la Turchia non esistesse, se ci si sforzava.
Erano tutti comportamenti da evitare, ovviamente. Isabel lo
sapeva bene: non aveva mai sputato per terra sentendo il nome
di qualcuno, né sollevato gli occhi al cielo. Be', forse lo
aveva fatto una o due volte sentendo nominare un ben noto
personaggio del mondo dell'arte. Ma questo, secondo lei, era
perfettamente giustificato, a differenza dell'opinione che
avevano i greci dei turchi e viceversa.
Johnny Sanderson era già in sala quando lei arrivò, e la
condusse a sedersi in un angolo tranquillo.
«Le faccio una domanda innanzitutto» disse l'uomo. «Le
piace o lo detesta? In questo caso le posso far portare un
bicchiere di vino.»
«Alcuni whisky mi piacciono. Ma solo alcuni.»
«Per esempio?»
«Quelli dello Speyside. Whisky morbidi, che non bruciano.»
Johnny annuì. «Mi sembra sensato. Un Macallan: un buon
whisky dello Speyside invecchiato quindici anni. Non darebbe
fastidio a nessuno.»
Isabel si sedette mentre Johnny andava a ordinare i
liquori al bar. Le piaceva quel tempio del whisky, con i
soffitti alti, così spazioso. E anche le persone che lo
frequentavano le piacevano. Era gente diretta e sincera che
credeva nell'amicizia e nel buonumore. Era gente, supponeva
lei, che non criticava il prossimo, come facevano i paladini
odierni dei mores. Erano persone tolleranti, proprio come i
buongustai, cne tendevano perlopiù ad avere un atteggiamento
conciliante ed espansivo. Chi stava ossessivamente a dieta,
invece, era triste e ansioso.
Alla Rivista di etica era arrivata una proposta di un
articolo che sosteneva che fosse un dovere essere magri. Il
grasso è una questione morale era il titolo scelto
dall'autrice, e Isabel lo trovava poco azzeccato. E il saggio
non era meglio del titolo: prevedibile e assolutamente
deprimente. In un mondo in cui c'era gente bisognosa era
sbagliato non essere magri. Finché non era concesso a tutti
consumare calorie a sazietà, a nessuno era consentito avere
peso in eccesso. I grassi perciò non avevano diritto di
esserlo: lo richiedeva un'equa distribuzione delle risorse.
Aveva scorso l'articolo con irritazione crescente e una
volta finita la lettura lo aveva messo da parte ed era andata
in cucina a prendere una fetta di torta. E si era fermata a
pensare davanti al piatto. L'autrice del Grasso è una
questione morale aveva forse un tono moralistico, però aveva
ragione: la richiesta di cibo da parte degli indigenti era una
questione morale particolare. Non la si poteva ignorare e non
ce ne si poteva allontanare, anche se chi avanzava quella
richiesta per conto degli affamati aveva un tono da
bacchettone. Forse era proprio quello il problema: era stato
il tono, quel tono accusatorio, ad avere irritato Isabel. Era
quell'aria di superiorità che la faceva sentire accusata di
avidità ed egoismo. Quell'articolo, però, conteneva una verità
fondamentale che non si poteva ignorare: non si devono
trascurare le necessità degli affamati. Se ciò richiedeva di
prendere in esame lo spreco di cibo che faceva da contraltare
alle privazioni altrui, allora era necessario farlo. Così
pensando, aveva guardato la torta e l'aveva rimessa nella sua
scatola nella dispensa.
Johnny sollevò il bicchiere verso di lei. «È ottimo.
Quindici anni tranquillo nella sua botte. Quindici anni fa
avevo, vediamo un po'... trent'anni. Avevamo appena messo al
mondo il primo figlio, pensavo di essere intelligentissimo e
che sarei diventato milionario entro i quaranta.»
«E c'è riuscito?»
«No. Non sono mai diventato milionario. Però sono arrivato
a compiere quarant'anni. È una fortuna ancora maggiore.»
«È vero. C'è gente che pagherebbe un milione per vivere un
solo anno, figurarsi per quaranta.»
Johnny scrutò il suo bicchiere. «L'avidità. Assume tante
forme: nascosta dall'educazione o nuda e cruda. Ma in fondo è
sempre la stessa. La nostra amica Minty, per esempio...»
«Ha scoperto qualcosa?»
Johnny guardò dietro di sé. La degustazione di whisky
stava per cominciare: all'altro capo della sala si erano
raccolti dei gruppetti di persone intorno a un tavolo, su cui
c'erano file di bicchieri e brocche di cristallo piene
d'acqua.
«Charlie sta per cominciare» disse Johnny. «Sta annusando
l'aria.»
Isabel guardò in direzione dell'annusatore di whisky, un
uomo massiccio con un comodo vestito di tweed e dei gran
baffi. Lo vide versarsi un bicchiere di whisky e sollevarlo
alla luce.
«Lo conosco» disse lei.
«Lo conoscono tutti. Charlie Maclean. Riesce a fiutare il
whisky a cinquanta metri di distanza. Ha un naso formidabile.»
Isabel guardò il suo modesto whisky di malto e ne bevve un
piccolo sorso. «Mi dica cos'ha scoperto sul conto di Minty.»
Johnny scosse il capo. «Niente. Ho solo detto che è avida,
e questo è fuor di dubbio. Ma ho scoperto qualcosa di ben più
interessante: cosa ha combinato il suo giovane amico Ian
Cameron. Ne ero già a conoscenza, in parte, ma ne ho saputo di
più dagli amici che mi sono rimasti alla McDowell's, quelli
scontenti dell'azienda.»
Isabel non disse niente, attendendo che proseguisse.
All'altro capo della sala Charlie Maclean stava esponendo
alcune qualità del whisky al pubblico attento. Una o due
persone annuivano appassionatamente.
«Prima, però, deve farsi un quadro della situazione»
proseguì Johnny. « Società come la McDowelTs non esistono da
tanto. Hanno festeggiato da poco il ventennale, credo. E non
hanno cominciato con grandi cifre: penso che tutto il capitale
dei due soci fondatori fosse di circa cinquantamila sterline.
Oggi per loro una somma del genere non è che spiccioli.»
Isabel guardò Johnny mentre parlava. Fissava il bicchiere
di whisky, rigirandolo delicatamente tra le mani in modo da
far salire un poco il liquido lungo i bordi, proprio come
stava facendo nello stesso momento Charlie Maclean di fronte
al suo pubblico all'altro capo della sala.
«Siamo cresciuti in fretta» continuò Johnny. «Abbiamo
preso dei fondi pensione e li abbiamo investiti sapientemente
in azioni sicure. Il mercato in quel periodo andava bene e
tutto sembrava volgere al meglio. Alla fine degli anni Ottanta
gestivamo più di due miliardi di sterline e anche se la nostra
percentuale era calata un po' sotto lo 0,5 per cento, può
immaginarsi quanto voleva dire comunque in termini di
profitti.
«A quel punto assumemmo molta gente in gamba. Seguivamo i
mercati dell'Estremo Oriente e dei paesi in via di sviluppo.
Ci siamo mossi bene dentro e fuori dalle borse, anche se ci
siamo scottati le dita con le azioni delle aziende Internet,
come quasi tutti. È stata forse la prima volta in cui ci siamo
spaventati. Ero ancora lì e mi ricordo com'era cambiata
l'atmosfera. Ho ancora impressa la faccia di Gordon McDowell
durante una riunione: sembrava aver visto un fantasma. Era
bianco come un cencio.
« Ma non ci siamo fatti scoraggiare: ci si doveva solo
muovere più in fretta. E bisognava lavorare sodo per tenersi i
clienti, che erano spaventati da quello che stava succedendo
ai loro fondi e cominciavano a chiedersi se non era meglio
trasferirli alla City di Londra. In effetti, i pregi che le
società di Edimburgo offrivano erano la solidità e
l'affidabilità. Se anche Edimburgo cominciava a sembrare
inaffidabile, allora magari tanto valeva buttarsi sugli
investimenti più rischiosi che si facevano a Londra.
«Più o meno in quel periodo cominciammo a cercare gente
nuova. Abbiamo scelto quel Cameron e altri come lui. Il
giovane ha cominciato a seguire le azioni delle società di
nuova costituzione, che sembravano l'unico modo per guadagnare
un po'. Ovviamente però le nuove emissioni azionarie se le
accaparravano i pesci grossi di Londra e New York e a
Edimburgo non restava molto. Era un dramma vedere che il
valore di quelle azioni cresceva del duecento o trecento per
cento nel giro di pochi mesi. Tutti i profitti andavano a chi
era in rapporti intimi con le aziende di Londra che emettevano
le azioni: erano loro a ricevere le quote migliori.
«Cameron ha iniziato a mettere le mani su alcune di queste
emissioni. Ha cominciato anche a occuparsi di altre cosette,
come togliere piano piano dei fondi da azioni che non andavano
più tanto bene. È una cosa che sa fare alla perfezione, il
nostro amico Cameron. Diverse azioni sono state cedute un mese
o poco più prima di un profit warning. Non era un'operazione
vistosa, ma succedeva di continuo. Non ne sapevo niente finché
non ho parlato con i miei amici che lavoravano con lui. Io ero
in un settore diverso. Ma mi hanno raccontato di due grosse
cessioni che hanno avuto luogo negli ultimi sei mesi, entrambe
prima di un profit warning.»
Isabel l'aveva ascoltato con attenzione. Era la carne che
serviva a rimpolpare la sua teoria striminzita. «E ci sono
prove concrete di insider trading in questi due casi? Qualcosa
di tangibile?»
Johnny sorrise. «Il punto è proprio questo. Ma temo che la
risposta non le piacerà. Il fatto è che tutte e due queste
cessioni riguardavano azioni di società di cui era consulente
la banca di Minty Auchterlonie. Perciò lei poteva benissimo
avere informazioni riservate e passarle a Cameron. Ma d'altro
canto può anche non essere andata così, e per come la vedo io
non c'è modo di dimostrarlo. In entrambi i casi, mi dicono,
c'è una minuta della riunione in cui Cameron aveva proposto la
possibilità di vendere quelle azioni e tutt'e due le volte
aveva fornito una motivazione assolutamente ineccepibile.»
«Eppure la vera ragione potrebbe essere quello che gli
avrebbe detto Minty?»
«Sì.»
«E non c'è modo di provare un passaggio di denaro tra
Cameron e Minty?»
Johnny rimase sorpreso. «Non sono sicuro che ci sia stato
quel passaggio, a meno che lui non abbia diviso il suo bonus
con lei. No, mi sembra più probabile che l'abbia fatto per
motivi diversi. Lei aveva un affaire sessuale con lui e lo
voleva tenere legato. È possibilissimo. La gente dà delle cose
ai propri amanti senza volere niente in cambio. Storia
vecchia.»
«Oppure?»
«Oppure Minty era davvero preoccupata della possibilità
che la sezione di Paul Hogg finisse nei pasticci e voleva
risollevarla, visto che Paul era parte integrante del suo
piano per arrivare nel cuore della Edimburgo che conta. Non
era suo interesse, come futura signora Hogg, legarsi a un
fallito.»
Isabel rifletté su quanto le aveva detto Johnny. «Insomma,
mi sta dicendo che può anche esserci stato dell'insider
trading, ma che non riusciremo mai a provarlo? E così?»
Johnny annuì. «Mi dispiace, ma più o meno è così. Può
provare a dare un'occhiata più da vicino alla situazione
finanziaria di Minty e vedere se ci sono degli introiti
improvvisi, ma non so proprio come si possa ottenere
un'informazione del genere. Temo che la nostra amica abbia il
conto alla Adam and Company, e quella è una banca molto
discreta. Non riuscirà mai a strappare qualche informazione a
uno dei loro impiegati: sono correttissimi. Perciò, che fare?»
«Lasciar perdere?»
Johnny fece un sospiro. «Mi sa che non possiamo far altro.
Non mi va, ma non credo che siamo in grado di andare oltre.»
Isabel prese il bicchiere e bevve un sorso di whisky. Non
aveva intenzione di accennare a Johnny i suoi veri sospetti,
ma si sentiva in debito con lui per le indagini che aveva
fatto e voleva potersi confidare con qualcun altro oltre che
con Jamie. Se Johnny avesse detto che la sua teoria su ciò che
era successo alla Usher Hall era campata per aria, forse
allora era il caso di piantar lì tutto.
Rimise il bicchiere sul tavolo. «Le dispiace se le
racconto una cosa?»
Johnny fece un gesto accondiscendente. «Quello che vuole.
So essere discreto.»
«Qualche tempo fa un giovane è caduto dal loggione della
Usher Hall ed è morto. Probabilmente l'ha letto.»
Johnny ci pensò su un momento prima di rispondere. «Mi
pare di ricordarlo. Tremendo.»
«Già» disse Isabel. «È stata una scena terribile. Io ero
lì in quel momento, anche se questo è irrilevante. La cosa
interessante è che quel ragazzo lavorava alla McDowell. Devono
averlo assunto dopo che lei se ne è andato. Comunque era nello
stesso reparto di Paul Hogg.»
Johnny aveva portato il whisky alle labbra e guardava
Isabel oltre il bordo del bicchiere. «Capisco.»
Non gli interessa, pensò Isabel. «Sono rimasta coinvolta
in questa faccenda. Casualmente una persona che lo conosceva
bene mi ha detto che il ragazzo aveva scoperto qualcosa di
strano che vedeva implicato qualcuno dell'azienda.» Si
interruppe. Johnny aveva distolto lo sguardo e stava
osservando Charlie Maclean.
«E quindi l'hanno buttato giù dal loggione» disse Isabel a
bassa voce. «L'hanno spinto.»
Johnny si voltò a guardarla. Isabel non riusciva a
decifrarne l'espressione: ora era interessato, ma aveva negli
occhi una punta di incredulità, le parve.
«È improbabile» disse Johnny dopo un po'. «La gente non fa
cose del genere. No.»
Isabel fece un sospiro. «Credo invece che possa succedere.
Per questo volevo scoprire qualcosa su Minty e il suo insider
trading. Per riuscire a sommare le due cose.»
«No» rispose Johnny, scuotendo il capo. «Ritengo che debba
lasciar perdere. Credo che non arriverà da nessuna parte.»
«Ci penserò su. Ma le sono molto grata comunque.»
Johnny accettò il ringraziamento abbassando gli occhi. «Se
si vuole mettere in contatto con me in qualsiasi momento,
questo è il numero del mio cellulare. Mi chiami quando vuole.
Sono in piedi fino a mezzanotte tutti i giorni.»
Le diede un biglietto da visita con un numero
scarabocchiato a mano e Isabel lo mise in borsa.
«Andiamo a sentire cosa ci racconta Charlie Maclean» disse
Johnny alzandosi in piedi.
«Paglia umida» stava dicendo Charlie all'altro capo della
sala, mettendo il naso nel bicchiere. «Annusate questo
bicchierino, tutti quanti. A casa mia vuol dire che è stato
distillato vicino al confine con l'Inghilterra. Paglia umida,
proprio così.»
22

Ovviamente Johnny aveva ragione, aveva concluso Isabel, e


decise di agire di conseguenza. Fine della storia: non sarebbe
mai riuscita a provare che Minty Auchterlonie era colpevole di
insider trading e, anche se ce l'avesse fatta, sarebbe
comunque stato necessario collegare questi traffici alla morte
di Mark. Johnny conosceva quella gente molto meglio di lei ed
era rimasto incredulo di fronte alla sua teoria. Avrebbe
dovuto accettarlo e lasciar perdere tutto.
Era giunta a questa conclusione a un certo punto della
notte dopo la degustazione di whisky: si era svegliata, aveva
fissato le ombre sul soffitto per qualche minuto e poi si era
decisa. Poco dopo era sopraggiunto il sonno e al risveglio -
una limpida mattina di primavera - si era sentita
straordinariamente libera, come capita alla fine di un esame,
quando si mettono via libri e quaderni e non resta più niente
da fare. Ora era padrona del suo tempo: poteva dedicarsi alla
rivista e alla pila di libri che l'attendeva con aria
invitante nel suo studio. Poteva concedersi un caffè mattutino
da Jenners e guardare le signore della Edimburgo bene intente
a spettegolare. Era un mondo in cui sarebbe potuta finire così
facilmente e che aveva evitato con una scelta deliberata,
grazie al cielo. Del resto, però, poteva dire che fosse più
contenta di loro, di quelle donne con un ma rito sicuro, dei
figli predestinati a diventare come i genitori e a perpetuare
tutto quel mondo di altera alta borghesia di Edimburgo? Forse
no. A modo loro erano contente - «Non devo trattarle con aria
di superiorità» pensò - così come lei era felice a modo suo. E
Grace a modo suo, e Jamie e Minty Auchterlonie... Si
interruppe e si disse: quel che pensa Minty Auchterlonie non è
affar mio. No, non sarebbe andata da Jenners quella mattina,
ma avrebbe fatto una passeggiata fino a Bruntsfield per
comprare un formaggio dal buon aroma al Mellis's Cheese Shop e
bere un caffè nella gastronomia di Cat. C'era una conferenza
al Royal Museum of Scotland la sera e ci poteva andare.
Parlava il professor Lance Buder dell'Università di Pau. Lo
aveva sentito altre volte ed era sempre interessante: avrebbe
parlato di Beckett, come al solito. Erano emozioni più che
sufficienti per un giorno solo.
Ovviamente poi c'erano anche le parole crociate. Scesa al
piano di sotto, recuperò il giornale dal tappetino
dell'ingresso e scorse i titoli, preoccupazione per la pesca
al merluzzo, diceva la prima pagina dello « Scotsman», con una
foto di pescherecci fermi nel porto di Peterhead. Era un altro
momento nero per la Scozia e per un modo di vivere che aveva
prodotto una cultura così radicata. I pescatori avevano
composto canzoni; ma che eredità avrebbe lasciato dietro di sé
una generazione di operatori informatici? Si rispose da sola:
più di quanto si potesse pensare. Una cultura di racconti via
e-mail e immagini generate al computer, fragile e di seconda
mano, ma senza dubbio una cultura.
Si dedicò alle parole crociate e riconobbe al volo alcune
definizioni. È un noto quotidiano di gran formato (4) non le
richiese più di un istante: «pane». Era una definizione così
consueta che Isabel ne fu irritata: nelle parole crociate
amava l'innovazione, per quanto minima. Come se non bastasse
subito dopo si imbatté in Quelle americane sono cascate (7), e
lo risolse subito con «Niagara». Qualche difficoltà maggiore
gliela diede Un pezzo di dio greco, un grammo, però (6). Non
poteva che essere «zeugma» (Zeu(s), g., ma), parola che non le
era familiare. Andò perciò a consultare il Dictionary of Modem
English Usage di Fowler, che confermò i suoi sospetti. Le
piaceva Fowler, che esprimeva opinioni chiare e perentorie. Lo
zeugma veniva spesso confuso con la sillessi, spiegava Fowler,
ma quest'ultima era una costruzione a senso, errata dal punto
di vista grammaticale. «Quanti presuntuosi c'è a questo mondo»
era una sillessi, in cui la concordanza tra soggetto e verbo
non era esatta. «Andò al patibolo vestito di stracci e di
fierezza», invece, era un esempio di zeugma, usato come figura
retorica in cui i due complementi dipendono da «vestito» che
sul piano logico regge solo «di stracci».
All'arrivo di Grace, Isabel aveva finito di far colazione
e aveva sistemato la posta del mattino. Vide Grace, in
ritardo, arrivare e scusarsi insieme: uno zeugma per arrivo,
si disse Isabel. Grace era rigorosissima in quanto a
puntualità e detestava arrivare in ritardo anche di qualche
minuto, perciò aveva speso i soldi per il taxi ed era in
ansia.
«Le batterie della sveglia» spiegò entrando in cucina,
dov'era seduta Isabel. « Non ci si pensa mai a cambiarle, e ti
muoiono sotto il naso.»
Isabel aveva già preparato il caffè e ne versò una tazza
alla governante, mentre Grace si sistemava i capelli davanti
al piccolo specchio che aveva appeso alla parete accanto alla
dispensa.
«Ieri sera sono stata a una delle mie riunioni» disse
Grace al primo sorso di caffè. «C'era più gente del solito. E
una medium molto brava, di Inverness. Persona notevole. Andava
dritta al cuore dei problemi. Incredibile.»
Una volta al mese Grace andava a un incontro di spiritisti
in una via vicina a Queensferry Place. Un paio di volte
l'aveva invitata ad andare con lei, ma Isabel aveva declinato
- temeva di scoppiare a ridere - e Grace non aveva insistito.
Non le andavano a genio i medium, che le sembravano perlopiù
dei ciarlatani. Le pareva che molte persone che partecipavano
a riunioni del genere -Grace esclusa - avessero perso qualcuno
e cercassero in tutti i modi un contatto con l'oltretomba. E
invece che aiutarli a superare il lutto, i medium davano loro
corda, facendo pensare che potevano contattare i defunti. Per
come la vedeva Isabel, era un comportamento crudele, da
parassiti.
«Quella donna di Inverness si chiama Annie McAllum»
proseguì Grace. « Si capisce che è una medium solo a
guardarla. Ha quel colorito gaelico, ha presente: capelli
scuri e pelle quasi trasparente. E ha anche gli occhi verdi.
Si vede che ha il dono. Si capisce al volo.»
«Pensavo che chiunque potesse essere un medium, senza
dover essere per forza un visionario delle Highlands.»
«Ah, lo so. Una volta è venuta una donna di Birmingham.
Persino in un posto del genere si può ricevere il dono.»
Isabel soffocò una risatina. «E cosa aveva da dire questa
Annie McAllum?»
«Sembra quasi estate» rispose Grace guardando fuori dalla
finestra.
Isabel la guardò attonita: «Ha detto così? Bella roba. Ci
voleva il dono per capirlo».
Grace si mise a ridere. «Oh, no. Stavo solo guardando la
magnolia. Che è quasi estate lo dico io, mentre quella donna
ha detto parecchie cose.»
«Per esempio?»
«Be', c'è una signora che si chiama Lady Strathmartin che
viene alle riunioni. Ha settant'anni e passa e sembra che vada
agli incontri da parecchio, da molto prima che arrivassi io.
Ha perso il marito, un giudice, molto tempo fa e cerca sempre
di contattarlo nell'aldilà per parlargli.»
Isabel non disse nulla e Grace continuò. «Vive in Ainslie
Place, sul lato nord della piazza e sotto di lei abita la
console italiana. Vanno a parecchi eventi insieme, ma non ha
mai portato la console ai nostri incontri fino a ieri sera.
Era seduta lì nel cerchio e a un tratto Annie McAllum si volta
verso di lei e dice: 'Vedo Roma. Sì, la vedo'. Sono rimasta
senza fiato. È stato incredibile. E poi ha aggiunto: 'Sì,
penso che lei sia in contatto con Roma'.»
Ci fu un momento di silenzio in cui Grace guardò Isabel
con aria di attesa e lei ricambiò lo sguardo, muta. Alla fine
Isabel disse con cautela: «Be', non mi pare tanto
sorprendente. È la console italiana, in fondo, perciò c'è da
aspettarselo che sia in contatto con Roma, no?»
Grace scosse la testa, non per negare quell'ipotesi, ma
con l'aria di chi deve spiegare una cosa semplicissima che
l'interlocutore non ha afferrato. «Ma non sapeva che quella
donna era la console italiana. Come faceva a saperlo una di
Inverness? Impossibile.»
«Com'era vestita?»
«Con una tunica bianca. In effetti è un lenzuolo bianco,
che porta a mo' di tunica.»
«La console? Con una tunica?»
«No» rispose Grace, sempre con la stessa aria di
sopportazione. «I medium portano spesso tuniche del genere. Li
aiuta a entrare in contatto. No, la console italiana aveva un
bel vestito, se ricordo bene. Un bel vestito e delle scarpe
italiane eleganti.»
«Ecco» concluse Isabel.
«Non vedo cosa c'entri.»
Se Grace avesse avuto il dono avrebbe potuto dire: «Si
aspetti una telefonata da un uomo che abita in Great King
Street», cosa che accadde quella mattina alle undici. Isabel
era già nel suo studio - aveva rimandato a mezzogiorno la
passeggiata a Bruntsfield - ed era impegnata con un
manoscritto sull'etica della memoria. Lo mise da parte
controvoglia per rispondere al telefono. Non si aspettava che
Paul Hogg la chiamasse, e neppure che la invitasse a bere un
aperitivo quella sera: era una festa organizzata all'ultimo
momento, le aveva specificato lui, senza alcun preavviso.
«Minty insiste che lei venga. E che porti il suo amico,
quel ragazzo. Spera proprio che ce la facciate.»
Isabel rifletté rapidamente. Non le interessava più Minty.
Aveva preso la decisione di lasciar perdere tutta la faccenda
dell'insider trading e della morte di Mark e non sapeva se
accettare o no un invito che sembrava proprio riportarla a
contatto con quelle persone di cui aveva deciso di non curarsi
più. C'era però un fascino perverso nella prospettiva di
vedere Minty da vicino, come si osserva un esemplare raro. Era
una donna pessima, senza dubbio, ma l'orrore poteva avere una
curiosa attrattiva, come quella di un serpente velenoso. Ci
piace guardarlo, persino fissarlo negli occhi. Perciò accettò,
aggiungendo che non sapeva se Jamie era libero. Gliel'avrebbe
chiesto. Paul Hogg sembrò contento, e si misero d'accordo
sull'orario. Ci sarebbe stato solo un altro paio di persone,
disse, e la festa sarebbe terminata in tempo perché lei
potesse andare al museo, per assistere alla conferenza del
professor Butler.
Tornò all'articolo sull'etica della memoria, accantonando
l'idea della passeggiata fino a Bruntsfield. L'autore si
chiedeva quanto il dimenticarsi informazioni personali sugli
altri rappresenti una mancanza colpevole. «Abbiamo il dovere
almeno di tentare di ricordare ciò che è importante per gli
altri» scriveva l'autore. «Se abbiamo un rapporto di amicizia
o di lavoro, bisogna che l'altro cerchi almeno di ricordarsi
come mi chiamo. Può dimenticarselo, e può essere una cosa che
non dipende dalla sua volontà - una debolezza senza colpa -ma
se non fa nessuno sforzo per affidare l'informazione alla
memoria, allora non mi concede qualcosa che mi è dovuto: il
fatto di riconoscere un aspetto importante della mia
identità.» Era sicuramente vero: il nostro nome è importante,
esprime la nostra essenza. Siamo gelosi del nostro nome e ci
dà fastidio che lo storpino: a un Charles magari non piace che
lo si chiami Chuck, così come una Margaret non si riconosce in
Maggie. Dare del Chuck o della Maggie a queste persone
nonostante si sappia che lo detestano vuol dire far loro un
torto personale. È un cambiamento unilaterale a scapito della
loro identità più autentica.
Isabel fece una pausa a metà di questo ragionamento e si
chiese come si chiamasse l'autore del saggio che stava
leggendo. Non lo sapeva, si disse, e non si era preoccupata di
leggerlo quando aveva tolto il manoscritto dalla busta. Era
venuta meno a un dovere nei confronti dell'autore? Si
aspettava che lei avesse in mente come si chiamava mentre
leggeva il suo scritto? Probabilmente sì.
Ci rifletté sopra per qualche minuto, poi si alzò. Non
riusciva a concentrarsi, e di certo l'autore meritava la sua
attenzione esclusiva. Stava pensando invece a quel che la
attendeva: un aperitivo a casa di Paul Hogg, organizzato di
sicuro da Minty Auchterlonie. Isabel l'aveva stanata, questo
era evidente. Ma non le era chiaro quali dovevano essere le
mosse successive. Istintivamente sentiva di doversi attenere
alla sua decisione di lasciar perdere. Devo dimenticarmi tutta
questa storia, pensava. Devo scordarla volontariamente e
deliberatamente, se mai fosse possibile. Era un'azione degna
di un agente morale adulto riconoscere i limiti degli obblighi
morali nei confronti degli altri... ma chissà cosa avrebbe
indossato quella sera Minty Auchterlonie? Rise di sé. Sono una
filosofa, pensò Isabel, ma anche una donna e le donne - lo
sanno persino gli uomini - si interessano ai vestiti altrui.
Non è una cosa di cui ci si debba vergognare: sono gli uomini
ad avere una lacuna visiva, come se non notassero il piumaggio
degli uccelli o la forma delle nuvole in cielo, o il mantello
rosso di Compare Volpone che in quel momento passava furtivo
sul muretto di fronte alla finestra di Isabel.
23

Incontrò Jamie in cima a Great King Street. Lo aveva visto


risalire la collina e attraversare l'acciottolato scivoloso di
Howe Street.
«Sono felice che tu sia riuscito a venire. Non ero sicura
di farcela ad affrontarli da sola.»
Jamie sollevò un sopracciglio. «È un po' come entrare
nella tana del lupo, vero?»
«Della lupa» lo corresse Isabel. «Forse un po'. Ma non
credo comunque che dovremmo cercare niente. Ho deciso di non
immischiarmi oltre in questa storia.»
Jamie rimase sorpreso. «Lasci perdere?»
«Sì. Ieri sera ho fatto una lunga chiacchierata con un
certo Johnny Sanderson. Ha lavorato con questa gente e la
conosce bene. Dice che non riusciremo a provare niente ed è
rimasto freddo anche di fronte all'ipotesi che Minty abbia a
che fare con la morte di Mark. Ci ho rimuginato su a lungo. Mi
ha riportato con i piedi per terra, credo.»
«Non la smetti mai di sorprendermi. Ma devo dire che sono
sollevato. Non ho mai approvato che tu ti immischiassi negli
affari degli altri. Diventi sempre più saggia ogni minuto che
passa.»
Isabel gli diede un colpetto sul polso. «Potrei continuare
a sorprenderti. Comunque ho accettato di venire a questa
serata, perché ci trovo un fascino perverso. Ho deciso che
questa donna è come un serpente e voglio rivederla da vicino.»
Jamie fece una smorfia. «Mi mette a disagio. Sei tu che
l'hai definita una sociopatica. E devo stare attento che non
mi spinga giù dalla finestra.»
«Ovviamente ti sei accorto che le piaci» aggiunse Isabel
con aria sorniona.
«Non voglio saperne niente. E non capisco come tu te ne
sia accorta.»
«Basta osservare le persone» rispose Isabel mentre
raggiungevano l'ingresso. Suonò il campanello con scritto
Hogg. «La gente si fa capire ogni cinque secondi. Guarda come
si muovono gli occhi. Dicono tutto.» Jamie rimase in silenzio
mentre salivano le scale e aveva ancora l'aria pensierosa
quando Paul Hogg aprì loro la porta sul pianerottolo. Isabel
si chiese se aveva fatto bene a dire quelle cose a Jamie. Al
contrario di quanto si poteva pensare, di solito agli uomini
non piace sapere che una donna li trova attraenti, a meno che
non sia così anche per loro. Altrimenti li irrita. E
un'informazione fastidiosa che li mette a disagio. Ecco perché
gli uomini scappano dalle donne che li inseguono, così come
Jamie si sarebbe tenuto a distanza da Minty adesso che lo
sapeva. Non che a Isabel dispiacesse. Era un'idea spaventosa:
Jamie irretito da Minty, che lo avrebbe aggiunto alla lista
delle sue conquiste. Una prospettiva tremenda che Isabel non
riusciva neanche a immaginare. Ma perché? Perché mi sento
protettiva nei suoi confronti, ammise, e non riesco a
sopportare che sia di qualcun altro. Neppure di Cat? Voleva
davvero che Jamie tornasse con Cat, oppure riusciva a pensarci
solo perché era sicura che non sarebbe mai accaduto?
Non ebbe il tempo di risolvere la questione. Paul Hogg li
accolse affabilmente e li condusse in salotto. Era sempre
uguale, con i Cowie travisati e i vibranti Peploe. C'erano già
altri due ospiti e mentre le venivano presentati Isabel si
accorse che li aveva già incontrati. Lui era un avvocato con
ambizioni politiche e lei teneva una rubrica su un quotidiano.
Isabel la leggeva ogni tanto, ma la trovava noiosa. Non le
interessavano i dettagli mondani della vita dei giornalisti,
che sembrava l'argomento preferito della rubrica della donna,
e si chiese se anche la sua conversazione sarebbe stata dello
stesso tenore. Guardò la giornalista, che le sorrideva
incoraggiante, e si addolcì subito. Forse doveva fare un
piccolo sforzo. Anche l'avvocato le sorrise e diede con
slancio la mano a Jamie. La giornalista guardò il giovane e
poi tornò a sbirciare Isabel, che notò il rapido movimento dei
suoi occhi e capì immediatamente. La donna pensava che lei e
Jamie fossero una coppia «in quel senso» e stava rivedendo la
sua opinione su di lei. Era proprio così, perché la
giornalista abbassò gli occhi a guardare il corpo di Isabel.
Era proprio sfacciata, pensò, ma provò un'insolita
soddisfazione all'idea che le si potesse attribuire un
fidanzato tanto più giovane, e con l'aspetto di Jamie,
soprattutto. L'altra donna doveva esserne stata subito
invidiosa, perché il suo uomo, che stava sveglio tutta la
notte a lavorare nella biblioteca giuridica, probabilmente
tornava a casa sfinito e di sicuro era di poca compagnia. E di
certo parlava solo di politica come fanno sempre gli uomini di
quel genere. Perciò la giornalista doveva pensare: questa
Isabel ha un fidanzato giovane e sexy - basta guardarlo - che
è quello che vorrei io, diciamoci la verità, a essere del
tutto sincera... Ma poi Isabel si chiese: è giusto lasciare
che gli altri si facciano un'idea sbagliata riguardo a una
cosa importante, oppure bisognerebbe correggerli? C'erano
momenti in cui essere direttrice della «Rivista di etica
applicata» era un fardello pesante: era difficile staccare. Si
faceva fatica a dimenticare, in effetti, come avrebbe fatto
notare il professor... il professor...
In quel momento fece il suo ingresso Minty. Entrò in
salotto dalla cucina portando un vassoio d'argento pieno di
tartine. Lo posò su un tavolo, si avvicinò all'avvocato e lo
baciò su entrambe le guance dicendo: «Rob, ho votato per te
due volte dall'ultima volta che ci siamo visti. Due!» E poi
alla giornalista: «Kirsty, che bello che sei venuta anche se
abbiamo organizzato all'ultimo minuto.» Poi si rivolse a lei:
«Isabel!» Non disse altro, eppure cambiò atteggiamento in modo
minimo, ma percettibile. «E tu sei Jamie, vero?» Il linguaggio
del corpo si modificò di nuovo: Minty si avvicinò a Jamie
mentre lo salutava e Isabel si accorse con soddisfazione che
lui si tirava leggermente indietro, come una calamita
avvicinata a un'altra.
Paul era all'altro capo della stanza a preparare da bere,
e ora aveva portato i bicchieri. Li presero e iniziarono a
chiacchierare. A Isabel sembrò che la conversazione scorresse
in modo sorprendente. Paul chiese a Rob di una campagna
politica in corso in quel momento e lui rispose con i
particolari divertenti di una disputa sui collegi elettorali.
I nomi dei protagonisti erano ben noti: un egocentrico
insaziabile e un famoso donnaiolo si contendevano una carica
secondaria. Poi Minty fece il nome di un altro politico che
provocò uno sbuffo da parte di Rob e fece annuire Kirsty con
l'aria di chi la sa lunga. Jamie non disse nulla: lui di
politici non ne conosceva.
Un po' più tardi, mentre Jamie parlava con Kirsty - di
qualcosa che era accaduto nell'orchestra della Scottish Opera,
notò Isabel - lei si ritrovò accanto Minty, che la prese
delicatamente per un braccio e la condusse verso il camino.
Sulla mensola c'erano inviti in numero ancora maggiore
rispetto alla volta precedente, notò Isabel, anche se stavolta
non riusciva a leggerli, tranne uno stampato a caratteri
cubitali, presumibilmente perché gli ospiti potessero
distinguere con facilità cosa c'era scritto.
«Sono contenta che sia riuscita a venire» disse Minty,
abbassando la voce. Isabel capì che era una conversazione
riservata e rispose a tono.
«Ho intuito che mi voleva parlare.»
Lo sguardo di Minty si spostò leggermente di lato. «Devo
dirle una cosa, in effetti. Sono venuta a sapere che le
interessa la McDowell's. So che ha parlato con Johnny
Sanderson.»
Isabel non se l'aspettava. Qualcuno aveva riferito a Minty
di averla vista complottare con Johnny alla degustazione di
whisky?
«Sì, gli ho parlato. Lo conosco appena.»
«E lui ha parlato con gente della McDowell's. Ci lavorava,
lo sa?»
Isabel annuì.
Minty sorseggiò il vino. «Allora le dispiace se le chiedo
qual è il suo interesse per l'azienda? Insomma, prima ne ha
parlato con Paul, poi ha chiesto informazioni a Johnny
Sanderson, e via dicendo, perciò mi domando cosa suscita
questa curiosità improvvisa. Lei non si occupa di finanza, no?
E allora come si spiega il suo interesse per i nostri affari?»
«I vostri affari? Non sapevo che lei lavorasse alla
McDowell's.»
Minty scoprì i denti in un sorriso tirato. «Gli affari di
Paul sono strettamente legati ai miei. Dopo tutto sono la sua
fidanzata.»
Isabel ci pensò per un momento. Dall'altra parte della
stanza Jamie guardò nella sua direzione e si scambiarono
un'occhiata. Era incerta sul da farsi. Poteva a stento negare
il suo interesse, perciò perché non dire la verità?
«Mi interessava. Ma ora non più.» Si interruppe. Minty la
guardava, ascoltando attentamente. «Ora non me ne interesso
più, ma prima sì. Senta, qualche tempo fa ho visto un ragazzo
cadere e morire. Sono l'ultima persona che l'ha visto vivo e
mi sentivo in dovere di indagare sull'accaduto. Lavorava per
la McDowell's, come lei sa bene, e aveva scoperto che in
quella ditta succedevano cose disdicevoli. Mi sono chiesta se
c'era un collegamento tra le cose. Tutto qui.»
Isabel osservò l'effetto delle sue parole su Minty. Se era
un'assassina, allora le aveva mosso un'accusa diretta. Ma
Minty non fece una piega. Rimase immobile, senza mostrare
segni di shock o di panico, e quando riprese a parlare aveva
la voce ferma. « Quindi lei pensa che quel ragazzo sia stato
eliminato? È così?»
Isabel annuì. «Era una possibilità che sentivo di dover
verificare. Ma ora l'ho fatto e mi sono accorta che non ci
sono prove di nessun traffico sconveniente.»
«E chi potrebbe averlo ucciso, di grazia?»
Isabel sentì il cuore che le batteva forte nel petto.
Voleva dire: «Lei». Sarebbe stato semplice, un momento
delizioso, ma invece disse: «Qualcuno che temeva di essere
scoperto, ovviamente».
Minty posò il bicchiere e si portò una mano alla tempia,
massaggiandosela con delicatezza come per aiutarsi a pensare.
«Evidentemente lei ha una fervida immaginazione. Dubito
fortemente che sia accaduta una cosa simile. E comunque,
farebbe meglio a non dar retta a tutto quel che dice Johnny
Sanderson. Sa perché gli hanno chiesto di andarsene dalla
McDowell's?»
«So che se n'era andato, ma non in che termini.»
Minty si animò d'improvviso. «Be', forse avrebbe dovuto
informarsi. Non andava d'accordo con la gente dell'azienda
perché non si era saputo adattare alle nuove situazioni. Le
cose sono cambiate. Ma non era tutto lì: era stato sospettato
di insider trading, cosa che vuol dire, se non lo sa, che ha
usato informazioni riservate per giocare in borsa. Come pensa
che possa avere quel tenore di vita?»
Isabel non rispose: non aveva idea di come vivesse Johnny
Sanderson.
«Ha una casa nel Perthshire» proseguì Minty. «E un palazzo
intero in Heriot Row. Poi c'è la villa in Portogallo, e via
dicendo. Grosse proprietà dappertutto.»
«Ma non si può mai dire da dove vengano i soldi. Potrebbe
essere stata un'eredità.»
«Il padre di Johnny Sanderson era un alcolizzato. Il suo
negozio è fallito due volte. Non era proprio quel che si dice
un pilastro della famiglia.»
Minty riprese il bicchiere. «Non creda a tutto quel che le
dice. Odia la McDowell's e tutto quello che le è connesso. Mi
ascolti, si tenga alla larga da lui.»
Lo sguardo che Minty rivolse a Isabel a quel punto era un
avvertimento, e di facile decifrazione: doveva star lontana da
Johnny. La donna lasciò Isabel per tornare accanto a Paul. Lei
rimase dov'era per un momento, guardando un quadro vicino al
camino. Era ora di andarsene, pensò, visto che la sua ospite
le aveva fatto capire chiaramente che non era più la
benvenuta. Inoltre era ora di risalire il Mound fino al museo
per la conferenza su Beckett.
24

C'era parecchia gente a seguire la conferenza al museo e il


professor Butler era in forma. Beckett riuscì a sopravvivere
alla requisitoria del professore, con sollievo di Isabel, che
al ricevimento dopo l'incontro riuscì a parlare con diversi
vecchi amici che erano presenti. Entrambi gli eventi - la
sopravvivenza di Beckett e l'incontro con gli amici -
contribuirono a risollevarle l'umore. La conversazione con
Minty era stata spiacevole, anche se si rendeva conto che
avrebbe potuto andare molto peggio. Non si aspettava che Minty
si lanciasse in un attacco a Johnny Sanderson, ma d'altronde
non si aspettava neanche che sapesse che lei e Johnny si erano
incontrati. Forse non se ne sarebbe dovuta sorprendere: era
difficile fare alcunché a Edimburgo senza che si venisse a
sapere. Era il caso della relazione della stessa Minty con Ian
Cameron. Probabilmente lei non immaginava che qualcun altro ne
fosse a conoscenza.
Isabel si chiese cosa potesse aver ricavato Minty dal loro
incontro. Sarebbe stata sicura, forse, che Isabel non
costituiva più un pericolo per lei, visto che le aveva detto
esplicitamente che non le interessavano più gli affari interni
della McDowell's. E anche se Minty c'entrava qualcosa con la
morte di Mark - cosa che Isabel ormai escludeva con certezza,
vista la reazione della donna alle sue insinuazioni - avrebbe
concluso che Isabel non ave va scoperto niente sull'accaduto.
Dubitava quindi di ricevere ancora notizie di Minty
Auchterlonie, o del povero Paul Hogg. Le sarebbero mancati, in
modo curioso: erano un punto di contatto con un altro mondo.
Rimase al ricevimento fin quando la gente non iniziò ad
andarsene. Scambiò qualche parola anche col professor Butler
in persona: « Mia cara, sono così lieto che le sia piaciuto
quel che ho detto. Non dubito di approfondire l'argomento un
giorno, ma non voglio tediarla oltre. Assolutamente no».
Isabel apprezzò la cortesia del professore, qualità sempre più
rara nei circoli accademici. Gli specialisti di argomenti
ristrettissimi, persone prive di cultura generale, avevano
estromesso gli studiosi dotati di un minimo di urbanità. Tanti
accademici delle facoltà di filosofia erano così, si disse
lei. Non facevano che parlarsi addosso perché mancava loro la
capacità di fare discorsi più generali, visto che la loro
esperienza del mondo esterno era limitata. Non erano tutti
così, certo. Si era fatta un elenco mentale delle eccezioni,
ma sembravano sempre di meno.
Poco dopo le dieci risalì Chambers Street e si mise in
fondo alla breve coda alla fermata dell'autobus di George IV
Bridge. C'erano in giro dei taxi che battevano la via con
l'insegna gialla accesa, ma Isabel decise di prendere
l'autobus. L'avrebbe lasciata a Bruntsfield, praticamente di
fronte alla gastronomia di Cat, in modo che si potesse poi
gustare la passeggiata di dieci minuti lungo Merchiston
Crescent fino alla sua via.
L'autobus arrivò puntualissimo, come Isabel notò
consultando l'orario esposto sulla pensilina. L'avrebbe dovuto
dire a Grace, ma forse era meglio di no, per evitare una
tirata contro l'azienda dei trasporti: facile arrivare in
orario la sera, quando non c'è in giro nessuno. Ma noi
vogliamo che gli autobus siano in orario anche di giorno,
quando servono. Isabel salì in vettura, comprò il biglietto e
si andò a sedere in fondo. C'erano pochi passeggeri: un uomo
con l'impermeabile e la testa affondata nel petto, una coppia
che si abbracciava, incurante di ciò che gli stava intorno, e
un adolescente con una sciarpa nera al collo, un piccolo
Zorro. Isabel sorrise tra sé e sé: un microcosmo della
condizione umana, rifletté. Solitudine e disperazione, amore
ed egoismo; e i sedici anni, un mondo a parte.
Il ragazzino scese dall'autobus insieme a Isabel, ma si
allontanò dalla parte opposta. Lei attraversò la strada e
iniziò a camminare lungo Merchiston Crescent, superando East
Castle Road e West Castle Road. Passò qualche macchina e un
ciclista, con una lucina rossa intermittente attaccata sulla
schiena, ma per il resto Isabel era l'unica passante.
Raggiunse il punto in cui sulla destra iniziava la sua
via, un viale tranquillo e alberato. Le passò accanto correndo
un gatto, che saltò sul muretto di un giardino e scomparve. Si
accese una luce nella casa all'angolo e si sentì sbattere una
porta. Isabel seguì il marciapiede scendendo verso casa sua,
oltrepassò il grande portone di legno della casa all'angolo e
il bel giardino curato di uno dei vicini. Poi si fermò sotto i
rami dell'albero che cresceva sull'angolo della sua proprietà.
Lungo la via, più avanti, erano parcheggiate due macchine. Ne
riconobbe una, che apparteneva al figlio di uno dei vicini.
L'altra era una lussuosa Jaguar, con le luci di posizione
accese. Proseguì e sbirciò dentro la macchina, guardando poi
la casa di fronte a cui era parcheggiata. Era buia, cosa che
faceva pensare che il proprietario dell'auto non fosse ospite
lì. Be', non poteva far molto per avvertirlo.
La batteria sarebbe durata qualche ora, ma dopo il padrone
della Jaguar avrebbe avuto difficoltà a rimetterla in moto.
Isabel risalì la strada verso casa sua. Di fronte al
cancello si fermò, senza sapere bene perché. Guardò tra le
ombre sotto l'albero e vide un movimento. Era il gatto striato
dei vicini, a cui piaceva acquattarsi sotto gli alberi.
Avrebbe dovuto avvertirlo della presenza di Compare Volpone,
che poteva anche far fuori un gatto se aveva fame, ma non
parlava la sua lingua, perciò si limitò a formulare un
augurio.
Aprì il cancello e prese il vialetto che portava
all'ingresso, al buio, riparato dalla luce dei lampioni
dall'abete e dal boschetto di betulle vicino all'entrata del
giardino. Fu lì che sentì un brivido di terrore: una paura
irrazionale, ma raggelante. Quella sera aveva parlato con una
donna che poteva aver progettato a mente fredda l'eliminazione
di una persona. E non le aveva forse lanciato un avvertimento?
Estrasse di tasca la chiave e si accinse a infilarla nella
toppa. Prima, però, saggiò la porta, spingendola
delicatamente. Non si mosse, cosa che indicava che era ancora
chiusa. Infilò la chiave nella toppa, la girò e sentì il
rumore del chiavistello. Aprì la porta con cautela ed entrò
nell'ingresso, cercando a tentoni l'interruttore della luce.
Isabel aveva l'allarme in casa, ma si era stufata di
metterlo in funzione e lo usava solo quando stava via per la
notte. Se l'avesse azionato, però, si sarebbe sentita più
protetta. Così non era sicura che non fossero entrati degli
intrusi in casa. Ma di certo non c'era nessuno, dentro, era
un'idea ridicola. Il fatto che avesse intrattenuto quella
conversazione fuori dai denti con Minty Auchterlonie non
voleva per forza dire che la donna la sorvegliava. Si sforzò
di cancellare quei pensieri in maniera cosciente, come bisogna
fare quando si ha paura. Se si abita da soli è importante non
sentirsi spaventati, altrimenti tutti i rumori che la casa
produce di notte - il cigolare e gli scricchiolii di una villa
vittoriana - terrebbero in uno stato di allarme perenne. Ma
aveva paura e non riusciva a farne a meno. Fu la paura a farla
entrare in cucina ad accendere tutte le luci e a farla passare
poi di stanza in stanza al pianterreno, girando tutti gli
interruttori. Ovviamente non c'era niente da vedere, e prima
di salire di sopra si accinse a spegnere tutte le luci.
Entrando nel suo studio per controllare la segreteria
telefonica, però, vide la lucina rossa che le strizzava
l'occhio, segno che c'erano dei messaggi. Esitò un attimo e
poi decise di ascoltarli, il messaggio era uno solo.
«Isabel, sono Minty Auchterlonie. Mi chiedevo se ci
potevamo vedere per parlare di nuovo. Spero che non mi abbia
trovato scortese stasera. Le do il mio numero. Mi chiami per
un caffè o un pranzo o quello che preferisce. Grazie.»
Isabel rimase sorpresa dal messaggio, ma anche
rassicurata, e annotò il numero su un foglietto che si infilò
in tasca. Poi uscì dallo studio, spegnendo la luce. Non aveva
più paura. Era un po' a disagio, forse, e si domandava perché
Minty le volesse parlare di nuovo.
Entrò in camera sua, affacciata sul davanti della casa.
Era una stanza grande, con un insolito bovindo e una panchina
su un lato della finestra. Aveva lasciato le tende chiuse e la
camera era completamente al buio. Accese l'abat-jour sul
comodino, una lampadina che creava un minuscolo fascio di luce
nella grande stanza buia. Non si curò di accendere il
lampadario: pensò di restare sdraiata sul letto a leggere per
un quarto d'ora più o meno, prima di prepararsi ad andare a
dormire. Aveva la mente sveglia, ed era ancora presto per
coricarsi.
Si tolse le scarpe, prese un libro posato sul mobile da
toeletta e si stese sul letto. Stava leggendo un resoconto di
un viaggio in Ecuador, divertente, ricco com'era di qui pro
quo e situazioni avventurose. Si gustò la lettura, ma la sua
mente continuava a tornare alla conversazione con Johnny
Sanderson. Era stato tanto pronto ad aiutarla e a
rassicurarla, al punto da dirle che gli poteva telefonare a
qualsiasi ora. «Quando vuole, prima di mezzanotte.» Le era
ormai chiaro che Minty aveva cercato di depistarla da ogni
ulteriore indagine insinuando che fosse Johnny il colpevole di
insider trading. Era un'ipotesi decisamente disgustosa, e non
ne avrebbe fatto parola con lui. Oppure avrebbe dovuto
dirglielo? Se Johnny l'avesse saputo, avrebbe cambiato la sua
opinione sulla faccenda? Forse sì, se avesse sentito che Minty
stava cercando in tutti i modi di scoraggiare Isabel. Avrebbe
potuto chiamarlo subito e parlargliene. Altrimenti sarebbe
rimasta lì senza riuscire a dormire, continuando a ripensarci.
Isabel allungò la mano per prendere il telefono accanto al
letto. Il biglietto da visita di Johnny spuntava dalle pagine
della sua rubrica tascabile. Lo estrasse e lo lesse alla luce
flebile dell'abat-jour. Poi sollevò la cornetta e digitò il
numero.
Ci fu un momento di pausa. Poi lo sentì: uno squillo acuto
e inconfondibile, che veniva da un punto imprecisato proprio
dietro la porta di camera sua.
25

Isabel rimase paralizzata, stesa sul letto, con la cornetta


del telefono in mano. La grande camera era immersa nella
semioscurità, solo il piano del comodino era illuminato,
mentre gli armadi, le tende e un piccolo vestibolo erano in
ombra. Quando riuscì a recuperare le facoltà motorie, dopo
qualche istante, avrebbe dovuto forse accendere subito la
luce, ma non lo fece. Saltò giù dal letto, quasi rotolando, e,
tirandosi dietro il telefono, raggiunse la porta con due
balzi. Poi, aggrappandosi allo spesso corrimano di legno, si
precipitò giù per le scale. Sarebbe potuta cadere, ma restò in
piedi e non scivolò neppure attraversando di corsa il
corridoio al pianterreno. Afferrò la maniglia della porta che
separava l'interno della casa dall'ingresso. La porta cedette
e lei la spalancò con forza, mandando in pezzi la vetrata
istoriata contenuta nel telaio. Al rumore dei vetri rotti
cacciò un urlo senza volerlo e si ritrovò una mano posata sul
braccio.
«Isabel?»
Si girò. In cucina era rimasta accesa una luce, che
filtrava fin nel corridoio, permettendole di vedere che quello
accanto a lei era Johnny Sanderson.
«Isabel, l'ho spaventata? Mi dispiace moltissimo.»
Lo fissò. La mano le stringeva forte il braccio, facendole
quasi male.
Cosa ci fa qui?» Aveva la voce rotta e si schiarì la gola
automaticamente.
«Si calmi» le disse Johnny. «Sono molto dispiaciuto di
averla spaventata. Dovevo vederla, e la porta era aperta. Ero
un po' preoccupato, perché la casa era tutta buia. Perciò sono
entrato a controllare che fosse tutto a posto. Adesso ero in
giardino a dare un'occhiata. Pensavo che ci potesse essere un
intruso.»
Isabel rifletté rapidamente. Quel che aveva detto Johnny
era anche possibile. Se si trovava una casa con la porta
aperta e senza tracce della presenza del proprietario, poteva
anche darsi che si desse un'occhiata in giro per controllare
se andava tutto bene. Ma cosa ci faceva il telefonino di
Johnny al piano di sopra?
«Il suo telefono» disse Isabel avvicinandosi
all'interruttore per accendere la luce. «Ho fatto il numero
dalla mia camera e ha suonato lì vicino.»
Johnny la guardò con aria stupita. «Ma ce l'ho in tasca,
guardi.» Allungò la mano nella tasca della giacca e poi si
fermò. «Almeno, era qui.»
Isabel tirò un respiro profondo. «Le sarà caduto.»
«Sembra di sì.» Johnny sorrise. «Si sarà spaventata da
morire.»
«Sì.»
«Be', lo immaginavo. Le faccio ancora le mie scuse.»
Isabel si staccò dalla presa di Johnny, che lasciò cadere
la mano, e andò a guardare la vetrata rotta. Era una veduta
del porto di Kirkcudbright e gli scafi delle barche da pesca
erano ormai ridotti a frammenti di vetro. Mentre li guardava
le venne in mente una cosa che rovesciò tutte le sue
supposizioni: Minty aveva ragione. Non era lei la persona su
cui dovevano indagare, era Johnny. Accidentalmente erano
finiti tra le braccia di chi stava dietro a ciò che Mark aveva
scoperto.
Capì tutto, all'improvviso. Non ebbe bisogno di pensarci
su due volte, mentre era lì nel corridoio di casa sua, con
Johnny Sanderson di fronte. Il buono era cattivo, la luce era
buio: era così semplice. La strada seguita in buona fede non
portava da nessuna parte perché si interrompeva di colpo e
senza preavviso di fronte a un cartello che diceva vicolo
cieco. La mente umana, una volta scossa nelle sue certezze,
poteva rifiutare la nuova realtà oppure cambiare direzione.
Minty era forse ambiziosa, dura, calcolatrice e fedifraga - il
tutto in un'unica elegante confezione - ma non buttava dei
ragazzi giù dai loggioni. Johnny Sanderson poteva anche essere
un membro colto e simpatico della Edimburgo che contava, ma
era avido, e il denaro poteva sedurre chiunque. E quindi,
quando si trovava in pericolo e rischiava di essere
smascherato, la cosa più facile era rimuovere chi lo
minacciava.
Guardò Johnny. «Perché è venuto a trovarmi?»
«Le volevo parlare di una cosa.»
«E cioè?»
Johnny sorrise. «Non credo che ne dovremmo discutere ora.
Non dopo questo... trambusto.»
Isabel lo fissò, stupefatta dalla sfrontatezza della sua
risposta. «Trambusto che ha creato lei.»
Johnny sospirò, come se gli fosse stata mossa un'obiezione
pedante. «Volevo solo discutere delle cose di cui abbiamo
parlato alla degustazione. Tutto qui.»
Isabel non rispose e dopo qualche istante Johnny proseguì.
«Ma ci penseremo un'altra volta. Mi spiace di averla
spaventata.» Si voltò e guardò verso le scale.
«Le spiace se recupero il telefono? Ha detto che è di
sopra, no?»
Una volta andato via Johnny, Isabel entrò in cucina e
prese scopa e paletta. Raccolse con attenzione i pezzi più
grossi di vetro e li avvolse nella carta di giornale. Spazzò i
pezzi più piccoli, riportandoli in cucina con la paletta. Poi
si sedette al telefono di cucina e fece il numero di Jamie.
Gli ci volle un po' per rispondere e Isabel capì di averlo
svegliato.
«Mi dispiace tanto, ma dovevo parlarti.»
Jamie aveva la voce impastata dal sonno. «Non c'è
problema.»
«Potresti passare di qui? Adesso.»
«Subito?»
«Sì, ti spiego quando arrivi. Ti prego. E ti dispiace
fermarti a dormire? Solo per stanotte.»
Jamie parve svegliarsi del tutto. «Mi ci vorrà mezz'ora.
Va bene?»
Isabel sentì il taxi che percorreva la via e andò alla
porta ad accogliere Jamie. Il giovane portava una giacca a
vento verde e una piccola borsa.
«Sei un angelo, davvero.»
Lui scosse il capo, quasi incredulo. «Non riesco a
immaginare cosa mi devi dire. Ma se no gli amici che ci stanno
a fare?»
Isabel lo fece entrare in cucina, dove aveva preparato il
tè. Gliene versò una tazza e gli fece cenno di sedersi.
«Non ci crederai. Ho passato una serata movimentata.»
Gli raccontò l'accaduto e mentre parlava Jamie strabuzzò
gli occhi. Le fu chiaro però che non dubitava minimamente di
lei.
«Ma non puoi credergli. Nessuno entra in casa d'altri in
quel modo solo perché vede la porta aperta... sempre che fosse
aperta davvero, tra l'altro.»
«Ne dubito» rispose Isabel. «E allora cosa diavolo ci
faceva qui? Cosa aveva in mente, di farti fuori?»
Isabel fece spallucce. «Suppongo che si chiedesse che
intenzioni avevo. Se è lui quello su cui dovevamo indagare per
tutto questo tempo, allora sarà stato preoccupato che avessi
qualche prova: documenti che lo colleghino all'insider
trading.»
«Pensi che sia così?»
«Sì. A meno che non avesse altri piani, cosa improbabile a
questo punto.»
«E ora che si fa?»
Isabel guardò il pavimento. «Non ne ho idea. Non ora,
perlomeno. Credo che dovremmo andare a dormire e parlarne
domani.» Si interruppe. «Sei sicuro che non ti dispiace
fermarti qui? Non riesco proprio a pensare di rimanere da sola
in casa, stanotte.»
«Ma certo. Non ti lascio da sola. Non dopo una serata
così.»
«Grace tiene sempre pronta una delle camere degli ospiti.
È sul retro, bella tranquilla. Puoi sistemarti lì.» Lo
accompagnò di sopra e gli mostrò la camera. Poi gli augurò la
buonanotte, salutandolo non appena fu entrato nella stanza.
Jamie sorrise e le spedì un bacio con la mano.
«Sono qui. Se Johnny prova a disturbarti il sonno, dammi
una voce.»
«Credo che per stanotte non si farà più vedere» replicò
Isabel. Si sentiva già più al sicuro, ma la infastidiva
pensare che la questione Johnny Sanderson sarebbe rimasta in
sospeso, se lei non avesse fatto qualcosa. Quella notte aveva
Jamie con sé, ma non sarebbe stato lì la sera seguente, né
quella dopo ancora.
26

Se Grace fu anche solo minimamente sorpresa di trovare Jamie


in casa la mattina seguente, lo nascose bene. Lo trovò da solo
in cucina e per qualche istante il ragazzo ebbe l'aria di non
sapere che dire. Fu Grace, con in mano la posta raccolta dal
pavimento dell'ingresso, a rompere il ghiaccio.
«Altri quattro articoli stamattina. Sembra proprio che non
sia un periodo di magra per l'etica applicata.»
Jamie guardò il mucchietto di lettere. «Ha visto la
porta?»
«Sì.»
«È entrato qualcuno in casa.»
Grace rimase immobile. «L'avevo immaginato. L'allarme.
Glielo dico da anni di usarlo. Ma non mi dà mai retta, mai.»
Fece un sospiro. «Be', non me l'ero proprio immaginato, non
sapevo bene cosa pensare. Credevo che voi due aveste fatto un
po' di baldoria, ieri sera.»
Jamie fece un gran sorriso. «No. Sono venuto quando Isabel
mi ha chiamato. Sono rimasto a dormire... in una delle camere
per gli ospiti.»
Grace ascoltò con aria seria il resoconto dell'accaduto.
Quasi alla fine del racconto di Jamie entrò in cucina Isabel.
Si misero tutti e tre seduti al tavolo a parlarne.
«Questa storia è andata fin troppo in là» attaccò Jamie.
«Ora hai fatto il passo più lungo della gamba e devi lasciar
fare a qualcun altro.»
Isabel lo guardò confusa. «E a chi?»
«Alla polizia.»
«Ma cosa dovrei lasciar fare a loro, di preciso?» replicò
lei. «Non abbiamo prove. Nient'altro che il sospetto che
Johnny Sanderson sia immischiato in un caso di insider
trading, che potrebbe aver a che fare in qualche modo con la
morte di Mark Fraser.»
«C'è una cosa che mi lascia perplesso» disse Jamie. «Alla
McDowell's saranno venuti dei sospetti su Johnny. Dicevi che
Minty ti ha spiegato che è per quello che gli hanno chiesto di
licenziarsi. E se lo sapevano loro perché lui doveva
preoccuparsi di quello che potevi aver scoperto tu?»
Isabel ci rifletté. Doveva esserci un motivo. «Forse
volevano mettere a tacere la cosa. E anche a Johnny Sanderson
andava bene: non voleva che qualche estraneo - io e te, per
esempio - lo scoprisse e piantasse una grana. È già successo
che gli ambienti della Edimburgo che conta abbiano fatto
fronte comune in casi del genere. Non dovremmo stupircene più
di tanto.»
«Ma abbiamo quello che è successo ieri notte. È qualcosa
di concreto, se non altro.»
Isabel scosse il capo. «La faccenda di ieri non prova
niente. Lui ha la sua versione e si atterrà a quella, e
probabilmente la polizia gli crederà. Non vogliono farsi
coinvolgere nei bisticci privati della gente.»
«Ma potremmo far notare i collegamenti con le accuse di
insider trading» insistette Jamie. «Possiamo raccontare quel
che ti ha detto Neil e la questione dei dipinti. Ce n'è
abbastanza perché abbiano un ragionevole sospetto.»
Isabel rimase dubbiosa. «Non credo. La polizia non può
chiederti di spiegare dove hai preso i tuoi soldi. Non
funziona così.»
«E Neil? E il fatto che Mark Fraser avesse paura di
qualcosa?»
«Ha già omesso di parlarne con la polizia e probabilmente
adesso negherebbe di avermi mai incontrato. Se cambiasse la
sua prima deposizione, la polizia lo accuserebbe di
depistaggio delle indagini. Se vuoi il mio parere, non aprirà
bocca.»
Jamie si voltò verso Grace, chiedendosi se l'avrebbe
appoggiato. «Lei che ne pensa? È d'accordo con me?»
«No» rispose la governante.
Jamie guardò Isabel, che sollevò un sopracciglio. Le stava
venendo in mente qualcosa. «Ci vuole un ladro per cacciarne un
altro. Hai detto giusto, abbiamo fatto il passo più lungo
della gamba. Non possiamo provare nessuna di queste
transazioni finanziarie e di sicuro non possiamo dimostrare
che abbiano un legame con la morte di Mark Fraser. Tra
l'altro, il problema non sembra questo: non c'è connessione
tra i due fatti. Perciò dobbiamo far capire bene a Johnny
Sanderson che non c'entriamo più niente. Questo dovrebbe
scrollarmelo di dosso.»
«Credi davvero che potrebbe... cercare di farti del male?»
chiese Jamie.
«Stanotte ho avuto una bella paura. Comunque forse sì. Ma
mi è venuto in mente che potremmo spingere Minty a dirgli che
lei sa tutto della visita che mi ha fatto. Se lei fa capire a
Johnny che è a conoscenza del suo tentativo di intimorirmi,
probabilmente il nostro amico non tenterà altro, sapendo che
se mi dovesse succedere qualcosa, ci sarebbe uno dei suoi
nemici giurati pronto ad accusarlo.»
Jamie non sembrava convinto. «Dovremmo parlare con Minty?»
Isabel annuì. «A dire la verità io non sono in grado. Mi
chiedevo se tu...»
Grace si alzò in piedi. «No, ci penso io. Mi dica dove
trovo questa Minty e vado io a fare due chiacchiere con lei. E
poi, a scanso di equivoci, vado a dire due paroline anche a
quel Sanderson. Gli farò capire chiaro e tondo che non deve
farsi rivedere.»
Isabel lanciò un'occhiata a Jamie, che annuì. «Grace sa
essere molto decisa» disse, e poi aggiunse subito: nel senso
migliore del termine, ovviamente.»
Isabel sorrise. «Ma certo.» Rimase zitta per qualche
istante, poi proseguì. «Sapete, mi sento un esempio tragico di
mancanza di coraggio. Mi è cascato l'occhio su un mondo
orribile e non ho fatto altro che ritrarmi spaventata. Sto
gettando tutte le spugne che riesco a trovare.»
«Cos'altro potresti fare?» rispose Jamie risentito. «Ti
sei già intromessa e adesso non puoi fare di più. Hai tutti i
diritti di pensare a te stessa. Per una volta, sii
ragionevole.»
«Sto scappando» replicò Isabel a bassa voce. «E scappo
perché qualcuno mi ha messo paura. È proprio quello che
vogliono.»
Jamie era visibilmente esasperato. «Va bene, allora dicci
cosa puoi fare. Dove possiamo andare a sbattere la testa? Non
lo sai neanche tu, no? Non c'è altro da fare.»
«Proprio così» concluse Grace. Poi continuò: «Il nostro
Jamie ha ragione. E lei si sbaglia. Non è una fifona. Anzi, è
la persona meno codarda che io conosca. Mi creda».
«Concordo» disse Jamie. « Sei coraggiosa Isabel ed è per
questo che ti vogliamo bene. Sei buona e coraggiosa e non te
ne rendi neanche conto.»
Isabel andò nello studio per smistare la posta, lasciando
Jamie e Grace in cucina. Dopo qualche minuto Jamie guardò
l'orologio: «Devo fare lezione alle undici. Ma posso tornare
stasera».
A Grace parve una buona idea e accettò la proposta al
posto di Isabel. «Per qualche giorno ancora, se non ti
dispiace...»
«Certo. Non la lascio sola in mezzo a questo guaio.»
Mentre se ne andava, Grace lo seguì sul vialetto e lo
prese per un braccio. Lanciando uno sguardo dietro di sé,
verso la casa, abbassò la voce.
«Sei una persona eccezionale, sai? Davvero. Molti giovani
se ne sarebbero fregati. Tu invece no.»
Jamie rimase imbarazzato. «Non c'è problema, davvero.»
«Sì, forse. Ma c'è un'altra cosa. Cat si è sbarazzata di
quel tipo con le braghe rosso fragola. L'ha scritto a Isabel.»
Jamie non disse niente, ma sbatté gli occhi un paio di
volte.
Grace gli strinse più forte l'avambraccio. «Isabel
gliel'ha detto» gli sussurrò. «Le ha detto che Toby aveva una
storia con quell'altra.»
«Gliel'ha detto?»
«Sì, e Cat era fuori di sé. È corsa via in lacrime. Ho
cercato di parlarle ma non mi ha dato retta.»
Jamie iniziò a ridere, ma riuscì a controllarsi. «Mi
spiace, non rido per la disperazione di Cat. Ma sono così
contento che ora forse abbia capito che tipo era quello lì.
Io...»
Grace annuì. «Se ha un po' di cervello, tornerà da te.»
«Grazie. Mi piacerebbe, ma non so se succederà.»
Lei lo guardò negli occhi. «Posso dirti una cosa molto
personale? Ti dispiace?»
«Certo che no. Spari.» Le notizie che Grace gli aveva
riportato l'avevano ringalluzzito tutto d'un colpo e si
sentiva pronto a qualsiasi cosa.
«I pantaloni» sussurrò Grace. «Fanno sbadigliare. Hai un
gran bel corpo... scusa se sono un po' diretta, di solito non
parlo così agli uomini. E hai un viso splendido. Davvero. Ma
devi... devi cercare di essere un po' più sexy. Alla ragazza,
be', certi particolari interessano davvero.»
Jamie sgranò gli occhi. Nessuno gli aveva mai parlato
così. Sicuramente Grace aveva buone intenzioni, ma cosa
avevano che non andava i suoi pantaloni? Si guardò le gambe e
poi alzò gli occhi su Grace.
La donna scuoteva il capo, non con aria di
disapprovazione, ma di tristezza, come di fronte a
un'opportunità mancata, a delle potenzialità sprecate.
Quella sera Jamie si ripresentò poco dopo le sette, con
una valigetta in mano. Nel pomeriggio era venuto il vetraio e
aveva sostituito il pannello istoriato della porta con una
grossa lastra di vetro normale. Isabel era nello studio quando
arrivò il giovane e gli chiese di aspettarla per qualche
minuto in salotto mentre finiva la lettera che stava
abbozzando. Sembrava di buonumore quando lo aveva fatto
entrare, pensò Jamie, ma quando tornò dallo studio aveva
un'aria più seria.
«Ho ricevuto due telefonate da Minty. Te le racconto?»
«Certo. Ci ho pensato tutto il giorno.»
«Si è infuriata quando Grace le ha raccontato dei fatti di
ieri notte. Ha detto che lei e Paul sarebbero andati subito a
dire due parole a Johnny Sanderson, e così hanno fatto, pare.
Poi mi ha richiamato dicendo che non mi dovevo più preoccupare
di lui, perché l'avevano avvertito con tutti i crismi. Sembra
che avessero qualche elemento con cui minacciarlo, perciò si è
ritirato di buon grado. Ed è finita lì.»
«E Mark Fraser? È uscito qualcosa su di lui?»
«No, niente. Ma se vuoi il mio parere direi che c'è sempre
una possibilità che a buttarlo giù dal loggione sia stato
Johnny Sanderson o qualcuno che agiva per conto suo. Però non
riusciremo mai a provarlo, e suppongo che Sanderson lo sappia.
Perciò è finita qui. Tutto sistemato. Il mondo della finanza
ha tolto i panni sporchi dalla piazza e con quelli ha messo
via anche la morte di un ragazzo. E gli affari continuano.»
Jamie guardò per terra. «Non siamo granché come detective,
vero?»
Isabel sorrise. «No. Siamo una coppia di dilettanti, due
mezze calzette. Un fagottista e una filosofa.» Fece una pausa.
«Ma in mezzo a tutta questa bassezza morale, c'è almeno
qualcosa di cui rallegrarsi.»
Jamie si incuriosì. «E cioè?»
«Credo che dovremmo concederci un bicchiere di sherry per
festeggiare» disse lei, alzandosi. «Sarebbe indegno aprire lo
champagne.» Andò al mobiletto dei liquori e tirò fuori due
bicchieri.
«E cosa festeggiamo di preciso?» chiese Jamie.
«Cat non è più fidanzata. Per un periodo brevissimo è
stata gravemente a rischio di sposare Toby. Ma oggi pomeriggio
è venuta a trovarmi e ci siamo fatte un bel pianto. Toby è
storia vecchia, come dite voi giovani.»
Isabel sapeva che era vero, non bisognava festeggiare a
champagne la fine di una relazione. Però si poteva uscire a
cena, cosa che Jamie propose e che lei accettò.
27

A Isabel non piaceva lasciare le cose a metà. Si era


immischiata nella faccenda della caduta di Mark Fraser perché
vi era stata coinvolta, volente o nolente. Questo obbligo
morale era ormai quasi concluso, tranne che per un
particolare. Decise di andare a trovare Neil per raccontargli
il risultato delle sue indagini. Era lui l'unico che le aveva
chiesto direttamente di agire e si sentiva in dovere di
spiegargli come si erano svolte le cose. Sapere che non c'era
nesso tra l'apparente inquietudine di Mark e la sua caduta
poteva essergli d'aiuto, se si disperava per non aver fatto
nulla in prima persona.
Anche qualcos'altro, però, la spingeva a mettersi in cerca
di Neil. Fin dal primo incontro, quel momento bizzarro in cui
lei l'aveva visto passare di corsa nel corridoio, il ragazzo
l'aveva lasciata perplessa. Certo, non si erano conosciuti in
un momento facile: lei l'aveva disturbato mentre era a letto
con Hen. Era in imbarazzo, ma c'era dell'altro. In
quell'occasione Neil aveva l'aria sospettosa e aveva risposto
alle domande di Isabel in modo scostante. Non che lei avesse
diritto ad attendersi una accoglienza calorosa. Era
comprensibile che il ragazzo si risentisse di fronte a
chiunque venisse a chiedergli qualcosa su Mark. Ma c'era
dell'altro.
Isabel decise di andare a trovarlo il giorno dopo.
Cercò di telefonargli per prendere un appuntamento a casa
sua, ma il numero di casa suonava a vuoto e Neil non era
reperibile in ufficio. Perciò decise di nuovo di rischiare
un'improvvisata.
Salendo le scale rifletté su quanto era accaduto
nell'intervallo tra la sua ultima visita e quel momento. Era
passata solo qualche settimana, ma in quel lasso di tempo le
pareva di essere passata attraverso una centrifuga di
emozioni, regolata sul massimo. E ora eccola lì, di nuovo al
punto di partenza. Suonò il campanello e, come la volta
precedente, fu Hen a farla entrare. Stavolta fu più cordiale e
le offrì immediatamente un bicchiere di vino, che Isabel
accettò.
«In effetti sono venuta a trovare Neil. Volevo parlargli
di nuovo. Spero di non disturbarlo.»
«Sono certa di no, ma non è ancora tornato. Arriverà tra
poco» rispose Hen.
Isabel si ricordò d'un tratto la visita precedente, quando
Hen le aveva mentito dicendo che Neil non c'era e poi lei
l'aveva visto correre nudo per il corridoio. Le venne da
sorridere, ma si trattenne.
«Trasloco» disse Hen, che era in vena di chiacchierare.
«Sloggio di corsa. Ho trovato lavoro a Londra e mi trasferisco
lì. Nuove avvincenti possibilità, sa com'è.»
«Certo. Sarà entusiasta.»
«Mi mancherà questo posto, però. E sono sicura che tornerò
in Scozia. Lo fanno tutti.»
«Anch'io. Sono stata a Cambridge diversi anni e poi in
America, ma sono tornata. E mi sa tanto che adesso ci resto.»
«Be', mi dia qualche anno, prima. Poi si vedrà.»
Isabel si chiese cosa avrebbe fatto Neil. Sarebbe rimasto
o Hen l'avrebbe portato con sé? Chissà come, comprese che
l'avrebbe lasciato lì. Chiese conferma a Hen.
«Neil rimane. Ha il lavoro.»
«E l'appartamento? Lo tiene?»
«Credo di sì. Penso che sia ancora un po' turbato, ma gli
passerà. La morte di Mark l'ha colpito molto. Come tutti noi.
Ma Neil l'ha presa proprio male.»
«Erano molto amici?»
Hen annuì. «Sì, andavano d'accordo. Quasi sempre. Ma credo
di averglielo già detto.»
«Certo, sì.»
La ragazza prese la bottiglia di vino che aveva posato sul
tavolo e si riempì il bicchiere. «Sa, mi viene ancora da
pensare a quella sera, quando Mark è caduto. Non riesco a
farne a meno. Mi viene da pensarci nei momenti più strani. Lo
vedo seduto lì, nella sua ultima ora, negli ultimi momenti
della sua vita. Me lo immagino mentre ascolta il brano di
MacCunn. Lo conosco, mia madre lo sentiva spesso a casa. Mi
immagino Mark lì seduto ad ascoltarlo.»
«Mi dispiace tanto. Capisco quanto dev'essere difficile
per lei» disse Isabel. MacCunn, Land of the Mountain and the
Flood. Un'opera così romantica. Poi le venne in mente una cosa
e per un attimo il cuore le smise di battere.
«Sa che cosa hanno suonato quella sera?» le chiese con
voce rotta. Hen la guardò con aria sorpresa.
«Sì, certo. Ho dimenticato il resto, ma avevo notato che
c'era MacCunn.»
«Notato?»
«Sul programma» rispose Hen, guardandola con aria
perplessa. «L'ho letto sul programma. Perché?»
«Ma il programma dove l'ha preso? Gliel'ha dato qualcuno?»
Hen la guardò ancora come se facesse domande assurde.
«Credo di averlo trovato qui, in casa. In effetti potrei
riuscire a ripescarlo anche adesso. Lo vuol vedere?»
Isabel annuì e Hen si alzò per andare a frugare tra un
mucchio di carte su una mensola. «Ecco il programma. Vede? C'è
il brano di MacCunn e il resto, è tutto elencato lì.»
Isabel lo prese. Le tremavano le mani.
«Di chi è questo programma?»
«Non lo so. Forse è di Neil. Tutto qui dentro è suo o mio
o... di Mark.»
«Dev'essere di Neil» rispose Isabel a bassa voce. «Mark
non è tornato dal concerto, no?»
«Non capisco perché è tanto importante» replicò Hen. Aveva
l'aria un po' irritata, perciò Isabel approfittò
dell'occasione per congedarsi.
«Vado giù ad aspettare Neil. Non voglio trattenerla
oltre.»
«Volevo fare il bagno.»
«Faccia, faccia pure. Neil torna a piedi dal lavoro?»
«Sì» disse Hen, alzandosi. «Viene su da Tollcross.
Attraversa i campi da golf.»
«Gli vado incontro. È una serata splendida e mi va di fare
due passi.»
Uscì cercando di mantenere la calma e di respirare
normalmente. Soapy Soutar, il ragazzino del pianterreno,
trascinava il suo cane recalcitrante verso uno spiazzo erboso
accanto alla strada. Isabel lo raggiunse e si fermò a dirgli
qualcosa.
«Bel cane.»
Soupy Soutar la guardò di sotto in su. «Io, mica gli
piaccio. E mangia come un porco.»
«I cani hanno sempre fame. Sono fatti così.»
«Sì, ma mia mamma dice che ha un buco al posto della
pancia. Mangia e se ne sta con la panza all'aria.»
«Ma sono sicura che ti vuole bene.»
«Manco per niente.»
La conversazione finì lì e Isabel guardò in giù verso i
campi da golf. C'erano due persone che salivano per il
sentiero, in diagonale, e quello alto con l'impermeabile
leggero verde militare sembrava Neil. Isabel si fece avanti.
Era proprio lui. Per qualche istante parve non
riconoscerla, ma poi sorrise e la salutò cortesemente.
«Sono venuta a trovarti. Hen ha detto che stavi tornando a
casa, perciò ho pensato di venirti incontro. È una serata
bellissima.»
«Sì, stupenda, vero?» La guardò, in attesa che
proseguisse. È sulle spine, pensò lei, ma c'era da
aspettarselo.
Isabel fece un lungo respiro. «Perché sei venuto da me?
Perché mi hai parlato delle preoccupazioni di Mark?»
Lui rispose immediatamente, quasi senza lasciarle finire
la domanda. «Perché non le avevo detto la verità.»
«E ancora non me l'hai detta tutta.»
Il ragazzo la fissò e lei si accorse che stringeva le
nocche sul manico della valigetta. «Non mi avevi detto che eri
là. C'eri anche tu alla Usher Hall, vero?»
Tenne lo sguardo fisso nei suoi occhi, osservando il
susseguirsi delle emozioni: rabbia, all'inizio, che passò in
fretta, sostituita dalla paura.
«So che c'eri, e adesso ne ho la prova.» Non era del tutto
vero, ma le pareva sufficiente, almeno per lo scopo di quella
conversazione.
Neil aprì la bocca per replicare. «Io...»
«E c'entri qualcosa con la sua morte, Neil, vero? Eravate
rimasti solo voi due nel loggione dopo che la gente era
scesa.»
Il ragazzo non riuscì più a guardarla negli occhi. «C'ero.
Sì.»
«Ho capito. E cos'è successo?»
«Abbiamo litigato. Ho cominciato io, ero geloso di lui e
Hen. Non riuscivo a sopportarlo. Abbiamo litigato e gli ho
dato una spinta, di lato, per fargli capire che non scherzavo.
Non doveva essere niente di che, solo una spintarella.
Leggera. Non ho fatto altro. Ma lui ha perso l'equilibrio.»
«Mi stai dicendo la verità, Neil?» Isabel lo guardò negli
occhi quando il ragazzo sollevò lo sguardo per risponderle e
capì. Ma restava un punto: perché era geloso di Mark e Hen.
Contava davvero qualcosa? Si rispose di no. L'amore e la
gelosia hanno fonti diverse, ma possono avere la stessa forza
e la stessa urgenza.
«Sì, è la verità» disse lui lentamente. «Ma non la posso
dire a nessuno, capisce? Mi accuserebbero di averlo spinto giù
dalla balconata e non ho testimoni che dicano che non è andata
così. Se lo raccontassi mi metterebbero sotto processo. Se
colpisci qualcuno e quello muore, è omicidio colposo, anche se
non avevi intenzione di ucciderlo e gli hai solo dato una
lieve spinta. Ma è stato un incidente, davvero. Non ne avevo
intenzione, per niente...» Si interruppe. «E avevo troppa
paura per dirlo a qualcuno. Ero spaventato. Immaginavo che
nessuno mi avrebbe creduto.»
«Io ti credo.»
Passò un uomo che li aggirò camminando sull'erba,
chiedendosi cosa stessero facendo immersi in quella
discussione animata alla luce della sera, pensò Isabel.
Decidiamo la sorte di una vita, si disse. Diamo ai morti
l'eterno riposo. E lasciamo che inizi il tempo del perdono.
Gli studi dei filosofi si incentrano su problemi di questa
natura, rifletté Isabel. Il perdono è un argomento che li
appassiona, così come il castigo. Bisogna punire i colpevoli,
non perché faccia sentire meglio - in fin dei conti ci si
sente come prima -, ma per ristabilire un equilibrio morale. È
una dichiarazione di condanna dell'errore, che ci aiuta a
mantenere un senso di giustizia nel mondo. Ma in un mondo
giusto vanno puniti solo coloro che hanno intenzioni malvage e
che agiscono con cattiveria. Quel ragazzo, ora lo capiva, non
aveva mai nutrito cattive intenzioni. Non voleva far del male
a Mark - tutt'altro - e non c'era motivo né giustificazione
alcuna per ritenerlo responsabile delle terribili conseguenze
di ciò che non era altro che un gesto dettato
dall'irritazione. Se il codice penale scozzese la vedeva
diversamente, allora le leggi di Scozia erano semplicemente
indifendibili dal punto di vista etico e non c'era altro da
dire.
Neil era un ragazzo confuso. Il nocciolo della questione
era il sesso, il fatto che non sapeva quel che voleva. Era una
questione di maturità e lui non era ancora maturo. Se lo
avessero punito in quel momento per qualcosa che non intendeva
provocare, che cosa si sarebbe ottenuto? Un'altra vita
distrutta, e il mondo in questo modo non sarebbe stato certo
più giusto.
«Sì, ti credo» ripeté Isabel. Fece una pausa. La decisione
era semplicissima e non ci voleva un'esperta di filosofia
morale per fare la scelta giusta. «E questa storia finisce
qui. È stato un incidente. A te dispiace. Non c'è altro da
dire.»
Lo guardò e vide che era in lacrime. Gli prese la mano e
la tenne stretta nella sua finché non furono in grado di
riprendere a salire lungo il sentiero.
Table of Contents
Il Club Dei Filosofi Dilettanti
Presentazione
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